PARI OPPORTUNITÀ Rapporto sulle aziende medio-grandi lucane nel biennio 2000-2001 INDICE INTRODUZIONE Pag. 5 LO SCENARIO DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE IN BASILICATA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 13 Analisi del mercato del lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. Considerazioni conclusive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 13 21 ..................................................... PARTE I Il presente rapporto è stato elaborato dall’Ente Lavoro Basilicata. Il lavoro è stato coordinato dal Dott. Nicola D’Agostino, che ha redatto anche le parti relative allo “Scenario dell’occupazione femminile in Basilicata” ed alle “Prospettive di sviluppo dell’occupazione femminile”. La terza parte del rapporto è stata elaborata dalla Dott.ssa Mariagrazia Messina. La parte introduttiva è stata curata dalle Consigliere regionali di Parità effettiva e supplente, Raffaella Ferro e Maria Rosalba Di Tolla. L’elaborazione informatica dei dati delle aziende è stata svolta dal Sig. Filippo Vena. Alla prima ricognizione dei dati forniti dalle aziende hanno collaborato le signore Tiziana Truzzi, Maria Fedota ed Antonia Paradiso. L’editing è stato curato dalla sig.ra Carmela Di Capua. 1.1. 1.2. PARTE II LE PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 23 Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. Pag. 23 25 29 31 33 36 37 Pag. 39 Le donne nel Mercato del Lavoro: il contesto nazionale e quello endogeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 41 2.1. 2.2. 2.3. 2.4. 2.5. 2.6. 2.7. Le grandi criticità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La strategia di intervento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le fasce deboli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le politiche ambientali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Gli strumenti operativi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il lavoro sommerso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . PARTE III 3.1. REGIONE BASILICATA Dipartimento Formazione, Lavoro, Cultura e Sport Ufficio della Consigliera Regionale di Parità 3.2. L’indagine prevista dalla legge sulle Pari Opportunità: il quadro di riferimento, le imprese oggetto del monitoraggio – 3 – ... 3.3. Osservazioni di carattere metodologico Pag. 45 3.4. Analisi del campione: caratteri delle imprese monitorate. Settori di appartenenza e classi dimensionali al 2001. La segregazione orizzontale del lavoro femminile . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 47 3.5. 3.6. 3.7. .......................... L’occupazione maschile e femminile in Basilicata nelle imprese che raggiungono la soglia dei 50-100 addetti (art.9, L.125/’91). La composizione delle imprese monitorate. Le variazioni registrate nel biennio 2000-2001 . . . . . . Pag. L’occupazione femminile. Comparti di appartenenza, qualifiche, tipologie contrattuali. La segregazione verticale . . . . . . 3.6.1. La distribuzione delle qualifiche nell’industria . . . . . . . . . . . . 3.6.2. Le qualifiche nel terziario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3.6.3. Le tipologie contrattuali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66 Pag. 97 Pag. 104 Pag. 106 Pag. 108 Il turn over del personale: le entrate e le uscite. Tipologia delle assenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 114 – 4 – INTRODUZIONE Questo è il primo rapporto sui dati occupazionali, declinati per genere, che le imprese con più di 100 dipendenti operanti nella Regione Basilicata hanno inviato all’Ufficio della Consigliera di Parità, ottemperando al disposto dell’art. 9 della L. 125 del 91. Il rapporto, che prende a riferimento i dati relativi al biennio 2000/2001, costituisce un utile strumento di informazione e di riflessione per le Consigliere di Parità, ma anche per gli operatori del settore, consentendo alle prime di svolgere appieno ruolo e funzioni che la legge 125 del ‘91 e, successivamente, il decreto legislativo n° 196 del 2000, assegna loro. Rappresenta, inoltre, una indispensabile via al controllo delle discriminazioni per una efficace azione di promozione della parità durante tutto il percorso lavorativo, dall’accesso all’attività di lavoro, alla carriera. Il rapporto significherebbe molto di più se si superassero le imprecisioni, le difficoltà interpretative, ed alcune lacune presenti nella impostazione del questionario somministrato alle imprese per le quali la compilazione risulta oltremodo complicata e difficile, altrettanto quanto lo è l’acquisizione, il trattamento e la elaborazione dei dati, da parte dell’Ufficio della Consigliera. Questo aspetto, che è un elemento di pregiudizio del lavoro e del suo risultato, deve essere affrontato e risolto. Un gruppo di lavoro, con l’obiettivo di ripensare l’attuale modello di questionario per uno di più semplice compilazione e lettura, è stato costituito dalla rete Nazionale delle Consigliere di Parità il cui esito sarà sottoposto all’attenzione del Comitato Nazionale di Parità. Essendo questo il primo rapporto elaborato, esso non può essere confrontato con altri precedenti e non consente di cogliere le evoluzioni intervenute e neanche di fare valutazioni sull’impatto complessivo che le politiche per l’impiego, messe in atto, hanno o potrebbero aver determinato sul lavoro delle donne e degli uomini nella nostra Regione. Se è vero però che sotto questo profilo si dovranno attendere i risultati del rapporto 2002/2003, l’indagine offerta resta quanto mai significativa sia dal punto di vista della quantità che della qualità delle informazioni e perché consente di individuare le aziende verso cui l’attività delle Consigliere può orientarsi. Il prodotto, infatti, mette in luce le situazioni di disparità presenti nella occupazione, nello inquadramento, nella formazione, nella progressione di carriera e, non ultima per importanza, nella retribuzione. – 5 – Risulta così evidente che le Consigliere di Parità e gli stessi Comitati di Parità, chiamati per legge a dare pareri sui piani di azioni positive, sarebbero privi, in mancanza dei dati del rapporto, di uno strumento fondamentale per valutare l’adeguatezza dei piani medesimi. Il rapporto biennale, che la legge 125 non considera obbligatorio per le Amministrazioni Pubbliche, oggi che il decreto legislativo 196 introduce anche per loro l’obbligo della adozione dei piani di azioni positive e la possibilità di accedere ai finanziamenti, dovrebbe estendersi anche a queste ultime, favorendo così un’allargamento del campione tale da dare significanza e consistenza alla rilevazione. Diversamente non si capirebbe, o assumerebbe valore parziale l’intento di miglioramento e razionalizzazione perseguito dalla nuova legge 125. La fonte utilizzata senza il pezzo significativo delle Amministrazioni Pubbliche coglie solo una parte della occupazione lucana, valutabile intorno al 10% del totale, tendendo a sovrastimare il peso dell’industria e, di conseguenza, a sottostimare la presenza femminile là dove essa è prevalente e cioè nei settori dell’agricoltura, del commercio, del terziario. Lo studio, inoltre, riguardando le aziende superiori a 100 dipendenti, peraltro poco numerose nella Regione dove, invece, è più presente la piccola e media azienda, riduce ancor più il campo di osservazione. I limiti della rilevazione sono insiti nelle modalità stabilite dall’ex art. 9 della legge 10 aprile 1991 n. 125 che, elevando a 100 addetti la soglia minima delle aziende da inserire nel campione, di fatto estromette una quota notevole di piccole e medie imprese che, escludendo alcune eccezioni quali il distretto della Fiat in Provincia di Potenza ed il distretto del salotto in Provincia di Matera, rappresentano, il tessuto economico della Regione. Queste ragioni, non già scelte arbitrarie, hanno determinato la decisione da parte dell’Ufficio della Consigliera, in presenza dei questionari, di tenere dentro la rilevazione anche le aziende appartenenti a classe dimensionale inferiore rispetto a quanto stabilito dalla legge. Le aziende che hanno rimesso informazioni sulla loro situazione, in ossequio all’art. 9 della legge 125/91, sono state 55. L’incrocio dei dati anagrafici aziendali con quelli forniti dalla Direzione Regionale del Lavoro ha consentito all’Ufficio della Consigliera di controllare le aziende inadempienti, segnalandole al Servizio Ispettivo per le sanzioni previste dalla legge. Molte aziende hanno trasmesso il rapporto solo dietro sollecitazione e l’adempimento non ha rispettato la scadenza di legge. Si constata altresì l’assoluta ignoranza dell’obbligo legislativo, a fronte del mancato invio del questionario da parte degli obbligati e l’osservanza da parte di chi non tenuto. Sull’aspetto statistico emergono alcuni indicatori di particolare interesse. Alla data del 31.12.2001, nelle imprese del campione, risultano occupati 18.283 addetti con una incidenza dominante (74%) nel manifatturiero dove le donne rappresentano il 21,9% per un totale di circa 4.000 unità. Nella suddivisione degli addetti per grandi categorie professionali (dirigenti, quadri, impiegati ed operai) la presenza femminile tra dirigenti e quadri è meramente marginale: le donne sono solo il 5,6 % dei dirigenti e il 9,5% dei quadri. I differenziali uomo - donna, presentano anche una persistenza nel tempo. Le donne sono maggiormente concentrate nelle qualifiche intermedie e marcatamente sottorappresentate nelle qualifiche elevate. Un altro aspetto rilevante è rappresentato dagli importanti processi di cambiamento che, negli ultimi decenni, hanno interessato l’universo femminile, tra questi la progressiva crescita del livello di istruzione delle donne. Le donne occupate sono mediamente più istruite degli uomini e l’aumento del loro livello d’istruzione rappresenta un elemento dirompente che ha modificato significativamente il vecchio modello di partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Le donne dirigenti continuano, però, a incidere solo per il 5,6% mentre, nelle qualifiche più basse, la quota cresce e raggiunge valori vicini a quelli nazionali. Questo dato che, è bene ripetere, esclude le lavoratrici del pubblico impiego dove, sicuramente, esse incontrano minori ostacoli nella progressione della carriera e dove il livello di istruzione comincia a fare la differenza, non può essere considerato onnicomprensivo della realtà lavorativa lucana, per i motivi già rappresentati. L’elaborato ha tentato di affrontare il problema dei differenziali retributivi senza chiarirlo completamente in quanto il dato aggregato trasmesso dalle aziende è di difficile lettura e non consente di evidenziare se le differenze di genere sono a carattere discriminatorio o dipendono, invece, da vincoli contrattuali o di altra natura. Le differenze retributive tra uomini e donne sono una caratteristica strutturale del mercato in generale, esse, però, tendono a ridursi parallelamente all’aumento dei tassi di attività femminili. Le professioni in cui il gap è più marcato sono quelle a reddito medio più elevato. I dirigenti uomini hanno un salario pari una volte e mezza quello delle donne con pari qualifica. Tra il 2000 e il 2001, inoltre, si registra una contrazione di addetti nel complesso del mercato del lavoro (-800 unità) che interessa quasi esclusivamente la manodopera maschile con un decremento del 5,9 %. Il dato è determinato dalla flessione occupazionale verificatasi alla Fiat-Sata di San Nicola di Melfi che nel corso di un solo anno ha espulso dal processo produttivo 812 unità di cui 711 uomini e 101 donne. Questa lettura è effimera in quanto ciò che esce dalla Fiat, in termini di unità lavorative, rientra nell’indotto costituito da aziende terze che, non essendo sottoposte all’obbligo del questionario, non sono considerate ai fini della rilevazione. – 6 – – 7 – Il rapporto, tuttavia, registra una situazione della quale non sono ancora evidenti i segnali di crisi che hanno portato la Fiat a un piano di ristrutturazione che, sicuramente, avrà conseguenze dirette per le produzioni dell’indotto e smentisce l’idea che Melfi non sarà interessata alla ristrutturazione della produzione a livello regionale. Questo primo rapporto sulla situazione occupazionale femminile in Basilicata nelle aziende medio-grandi, malgrado la sua parzialità, può rappresentare lo spaccato di un importante segmento del mercato del lavoro nella nostra Regione e della complessa situazione occupazionale di donne e uomini e, così com’è, si pone quale base non irrilevante per più di una riflessione delle parti sociali e delle Amministrazioni locali. Con la legge 125 del 10 aprile del 1991 si passa dalla garanzia formale della parità di trattamento sancita dalla legge 903 del 1977 alla promozione dell’uguaglianza, con la definizione, per la prima volta in Europa in un testo di legge, delle discriminazioni indirette e la parziale inversione dell’onere della prova. Possiamo, dunque, dire che la legge 125 del 91 colloca l’ordinamento italiano fra quelli che hanno dato esplicitazione completa alle raccomandazioni della Comunità Europea in tema di Pari Opportunità. Per il raggiungimento della parità sostanziale tra uomini e donne nel lavoro, la legge interviene operando su più di un livello. • Promozionale, attraverso azioni di stimolo e sostegno “anche finanziario” per l’adozione di Azioni Positive; • Processuale e sanzionatorio, con il miglioramento della posizione processuale delle lavoratrici discriminate e la previsione di nuove sanzioni; • Istituzionale, con la previsione di un Comitato Nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento e di uguaglianza di opportunità. Gli artt. 5 – 6 – 7 della legge 125 sono dedicati alla istituzione ed ai compiti degli organismi cui è demandata l’attuazione della parità. In questo modo viene colmata una delle maggiori lacune della 903/77, l’assenza di una struttura amministrativa con compiti di verifica e promozione della legislazione antidiscriminatoria. Gli artt. 5 e 6 istituiscono il Comitato Nazionale per la Parità, ne fissano la composizione e ne regolano l’attività; l’art. 7 crea due organismi tecnici di supporto all’attività del Comitato e delle Consigliere / Consiglieri di Parità: il Collegio istruttorio e la segreteria tecnica, l’art. 8 specifica ed amplia i compiti della Consigliera di Parità, figura istituita con la legge n° 863/84 sotto la cui vigenza l’attività della Consigliera fu contrassegnata da notevoli difficoltà operative, spesso anche all’interno delle Commissioni Regionali per l’Impiego. La discriminazione in ragione del sesso vietata, oltre che dall’art. 3 della Costituzione anche dalla L. 903/77 per quanto attiene il lavoro, con l’art. 4 della 125 viene distinta, nel comportamento discriminatorio che può essere rivolto ad un singolo (individuale) o a più soggetti non necessariamente individuabili (collettiva), in discriminazione diretta e indiretta. I soggetti legittimati ad agire in giudizio sono diversi a seconda che si tratti di una discriminazione individuale o collettiva. Il concetto di discriminazione con la 125 non si riferisce più solo alla azione o all’omissione del singolo imprenditore ma anche all’insieme delle norme che regolano il rapporto, ai criteri di scelta e di valutazione che, formalmente uniformi, di fatto prescindendo dai requisiti essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa, possono sortire effetti diversi sui lavoratori a seconda del sesso. Perciò il divieto a porre in essere comportamenti lesivi della parità non riguarda solo i datori di lavoro ma anche la contrattazione collettiva e, più in generale, i terzi dovendo il precetto costituzionale della parità di trattamento essere rispettato da tutte le parti, compreso quelle sociali. Il ricorso alle azioni positive, intese come misura di natura promozionale, ha posto in passato e forse ancora oggi più di un problema di legittimità costituzionale in considerazione che esse, a loro volta, costituirebbero vere e proprie discriminazioni alla rovescia. Ciò è contrastato dall’art. 3, comma 2 della Costituzione che in nome della uguaglianza sostanziale apre la strada al diritto disuguale, legittimando trattamenti differenziati a favore di coloro appartenenti a gruppi sociali svantaggiati. Le azioni positive secondo l’animus legislativo, si propongono di favorire l’occupazione femminile, realizzare l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro, rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione delle pari opportunità. In relazione a ciò esse possono catalogarsi in due modelli distinti: l’uno di natura risarcitoria, l’altro di tipo promozionale. Sono riconducibili al primo tipo quelle dirette ad eliminare le disparità che colpiscono le donne nell’orientamento, nella formazione, nell’accesso al lavoro o nella carriera e per il superamento delle condizioni di organizzazione e distribuzione del lavoro che determinano effetti, a seconda del sesso con pregiudizio per le donne nell’avanzamento professionale, nella progressione di carriera e nel trattamento economico e retributivo. Sono, invece, ascrivibili al secondo tipo le azioni positive dirette a favorire la diversificazione delle scelte professionali delle donne, l’inserimento delle donne nei lavori tradizionalmente maschili, nelle professioni dove esse sono sottorappresentate e nei settori tecnologicamente avanzati. Sul versante dell’accesso al giudizio, la legge 125/91 consente a chi intende agire per ottenere la dichiarazione dell’avvenuta discriminazione, diretta o indiretta, la facoltà di esperire procedure di conciliazione così come previste dai CCNL o dall’art. 410 c.p.c. presso l’UPLMO territorialmente competente o innanzi al Giudice del Lavoro. – 8 – – 9 – Ai sensi dell’art. 8 comma 2 alle lavoratrici può sostituirsi la Consigliera/Consigliere di parità provinciale, competente per territorio. Se il soggetto discriminato non intendesse addivenire ad una conciliazione ed adisca l’autorità può alternativamente scegliere di esperire il procedimento di urgenza di cui all’art. 15 della 903/77 o il rito ordinario inaugurato dalla legge 125/91. In entrambi i casi la lavoratrice può delegare la Consigliera provinciale (art. 8 comma 2) e quella regionale competente per territorio affinchè promuovano il giudizio davanti al Giudice del Lavoro. Infine, se la lavoratrice non delega la consigliera di parità ad agire in giudizio ed attiva il procedimento autonomamente, la Consigliera regionale di parità, ravvisando una discriminazione di carattere collettivo, è titolare di una azione autonoma previo parere, non vincolante, del Collegio istruttorio. La Consigliera/Consigliere diventa, con la legge 125/91, un elemento di grande rilevanza nel meccanismo di attuazione della legislazione antidiscriminatoria. La 125 prospetta così un doppio regime di accesso al giudizio di cui uno fondato sull’azione individuale già prevista dall’art. 15 della 903/77 e l’altro sulla nuova azione pubblica della Consigliera/Consigliere di Parità. La novità è essenzialmente l’aver introdotto, nel contesto legislativo già esistente, una azione pubblica intentata da un soggetto pubblico avente natura di organo individuale. Con la 125, il legislatore, più che a un totale ribaltamento del principio di cui all’art 2697 del C.C. all’onus probandi tenta di riequilibrare il parere del ricorrente. La portata innovativa di ciò sta nel fatto che, per la 1^ volta, la regola di inversione dell’onere della prova, a fronte di ipotesi discriminatorie per motivi di sesso, venga esplicitata a livello legislativo. Il decreto legislativo del 23 maggio del 2000, n° 196 che disciplina le attività delle Consigliere/Consiglieri di parità, dispone in materia di azioni positive, e interviene sul corpus della “novellata” L.125, rappresenta un significativo passo avanti verso il rafforzamento degli strumenti a garanzia della effettività dei meccanismi volti ad assicurare le pari opportunità a uomini e donne nel mercato e nel rapporto di lavoro. La figura della Consigliera, che la 125 lascia alquanto in ombra malgrado i compiti rilevanti alla stessa assegnati, con il decreto 196 viene meglio ridefinita sul piano funzionale strutturale. Essa è riaffermata quale organismo strategico per il raggiungimento degli obbiettivi fissati dalla legge, ciò anche in virtù della sua forte articolazione territoriale (nazionale, regionale, provinciale), e nel quadro del trasferimento delle competenze dallo Stato alle Regioni ed alle Autonomie, indicata come una carta decisamente vincente. Il D.lgs.vo 196 procede, altresì, ad un riordino dell’Ufficio della Consigliera, ne ribadisce la sua collocazione nazionale, regionale e provinciale, a presidio dei rispettivi ambiti territoriali, superando anche le aporie della precedente disciplina che, assieme ad altre difficoltà, ne avevano complicato il funzionamento; ridefinisce lo status delle Consigliere quali organismi monocratici che operano a livello territoriale per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne e per una più efficace lotta alla discriminazione di genere nel lavoro. In questo modo si chiarisce, una volta per tutte, che l’uguaglianza sostanziale va perseguita tanto attraverso efficienti misure promozionali, nei luoghi, ed ai livelli in cui le politiche del lavoro sono decise (di qui la presenza delle Consigliere nelle C.P.I., nei Comitati di sorveglianza e Nuclei di valutazione, ecc.....), quanto attraverso efficaci strategie di accertamento e rimozione delle situazioni discriminatorie. Questa doppia funzione assegnata alle Consigliere/Consiglieri: promozione dell’occupazione, e prevenzione/ rimozione di genere, funzione per altro già incardinata sulla figura della Consigliera con la legge 125, è rafforzata dal decreto 196 anche in forza delle risorse messe a disposizione dell’Ufficio della Consigliera le quali, se pure non ingenti, ne costituiscono la fondamentale autonomia. Altro aspetto importante del decreto è rappresentato dalla previsione della figura della Consigliera supplente per ciascuna Consigliera effettiva, nazionale, regionale e provinciale, allo scopo di garantire l’espletamento delle funzioni gravose e molteplici in capo all’Ufficio della Consigliera. Questa è una novità della legge particolarmente positiva che ben risponde all’ampiezza dei compiti ed al notevole grado di specializzazione tecnica richiesti a questa figura. L’istituzione, infine, della Rete Nazionale costituisce una modalità di coordinamento tra le Consigliere assolutamente nuova e volta ad assicurare scambio di informazioni, esperienze, buone prassi. Il decreto 196 del 2000, in definitiva, contiene una evidente scommessa: la idoneità di questa figura a costituire il perno delle politiche di pari opportunità nel nostro Paese. Su questa scommessa è stato incardinato il lavoro dell’Ufficio della Consigliera di parità nell’ambito della Regione Basilicata. L’obiettivo è davvero ambizioso ma non mancano impegno e passione, qualità di cui le donne sono da sempre portatrici generose. – 10 – – 11 – Le Consigliere regionali di Parità Raffaella Ferro e Maria Rosalba Di Tolla PARTE I LO SCENARIO DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE IN BASILICATA 1.1. Analisi del mercato del lavoro Lo sfondo da cui occorre muoversi per effettuare una riflessione sulle prospettive di sviluppo della occupazione con particolare riferimento alla componente femminile si presenta con tratti non certo rassicuranti, essendo caratterizzato da: 1. tassi tendenziali di natalità e di fecondità regionali molti bassi che stanno attestando la Basilicata verso la crescita zero; 2. la ripresa del fenomeno migratorio, che interessa annualmente 2.000-2.500 persone e che è molto subdola quanto dannosa, perché pur non assumendo le dimensioni degli anni ’50 e ’60 e quindi potendosi percepire con qualche difficoltà, riguarda soprattutto giovani con avanzato percorso scolastico e quindi investe le migliori forze di lavoro regionale, ponendo un serio problema di ricambio lavorativo nel mondo produttivo regionale più avanzato; 3. il costante incremento del lavoro nero che è passato dal tasso di irregolarità del 17,1% del 1995 al 21% del 2002, investendo oltre 40 mila persone; 4. una domanda di lavoro nell’ultimo decennio che ha riguardato prevalentemente le basse qualifiche, confinando in aree marginali la disoccupazione intellettuale, quella femminile e quella di lunga durata in età avanzata; 5. un mercato del lavoro fortemente destrutturato, caratterizzato, com’è, da vaste aree assistenziali che si sovrappongono e si incrociano col lavoro nero, con il lavoro degli extracomunitari, con i lavori rifiutati, dando luogo a spiazzamenti territoriali e lavorativi sia generali che di genere di notevole portata; 6. un sistema produttivo, basato sul basso costo del lavoro e su basse qualifiche, fattori questi che scoraggiano l’offerta di lavoro intellettuale e, che, soprattutto per le qualifiche più elevate, spingono all’emigrazione; 7. una crescita tendenziale della presenza femminile nel mercato del lavoro che ha registrato nell’ultimo decennio una aumento dell’8% della sua forza lavoro, avanti ad un sia pur lieve aumento della componente maschile ed al suo interno una crescita dell’occupazione, particolarmente significativa nel periodo 1995-2002, durante il quale le donne occupate sono aumentate di circa 5 mila unità, abbassando il relativo tasso di disoccupazione di oltre il 5% e dando luogo a risultati molto positivi. – 12 – – 13 – Lo scenario tendenziale di medio-lungo periodo relativo al 1995-2002 della popolazione regionale, in rapporto al mercato del lavoro mostra i seguenti fenomeni: 1. la popolazione in età lavorativa (ossia quella compresa tra i 15 ed i 64 anni di età) negli ultimi 7 anni si è ridotta di circa 7 mila unità, raggiungendo nel 2002 394.790 unità, contro le oltre 401 mila unità nel 1995; 2. hanno concorso a tale contrazione in misura equivalente i maschi e le donne, determinando nel 2002 un sostanziale equilibrio di genere tra le due componenti in questione; 3. hanno perso peso le fasce di età più giovani (dai 15 ai 34 anni di età) e quelle più avanzate (dai 55 ai 64 anni di età), mentre hanno registrato incrementi le fasce centrali, che tuttavia non hanno bilanciato la perdita dei segmenti richiamati in precedenza; 4. la riduzione delle classi giovanili ha interessato in misura maggiore le donne; 5. le vicende rilevate all’interno della popolazione in età lavorativa hanno come sfondo una forte espansione delle classi più anziane (dai 65 anni in poi) che si attesta su oltre il 2,2% all’anno, contro una media meridionale del 2% ed una nazionale dell’1,8%. L’evoluzione della popolazione conduce tendenzialmente verso situazioni negative i principali indicatori demografici (indice di vecchiaia, indice di dipendenza, indice di ricambio della popolazione attiva ed infine indice di struttura della popolazione attiva). Proiettando tali tendenze nel prossimo futuro (al 2006 ed al 2011), è agevole prevedere un peggioramento del bilancio demografico regionale, che non potrà incidere sul mercato del lavoro.1 Ciò che ha rilievo attualmente e che emerge dallo sviluppo della domanda di lavoro nel lungo periodo è possibile riassumerlo in almeno quattro grandi fenomeni: 1. una crescita tendenziale della presenza femminile nel mercato del lavoro; 2. una crescita occupazionale avvenuta con caratteristiche di solidità nei comparti manifatturieri; 3. un processo di terziarizzazione dell’economia assai più lento di quello presente nel resto del paese e un parallelo rafforzamento dell’occupazione industriale ed in particolare della trasformazione industriale; 4. la presenza di un’area, relativamente estesa, di economia (non direttamente) osservata con conseguenze non tanto dal lato dell’economia illegale, quanto, da quello del sommerso e dell’informale. Sono ben noti i limiti che le statistiche contengono in materia di mercato del lavoro perché ce ne si occupi in questa sede. Nella interpretazione dei fenomeni in discussione, l’ISTAT fa rilevare che la componente femminile è ben più presente in termini di mercato del lavoro, “scoraggiata” spesso dalla scarsa opportunità che le si prospettano, calcolando nel 2002 in oltre 20 mila le donne che cercano, sia pure non attivamente lavoro, in aggiunte a quelle censite come disoccupate o in cerca di 1a occupazione ed in 13 mila le donne che non cercano lavoro, ma sarebbero disposte a lavorare, sommando dunque altre 33-34 mila unità alle 18 mila classificate statisticamente come disoccupate e quindi incluse nella forza lavoro regionale. Si è avanti ad un fenomeno molto consistente di approccio al lavoro da parte delle donne che non trova equivalenza tra i maschi che registrano meno della metà di persone classificate all’esterno delle forze di lavoro interessate, sia pure a determinate condizioni, a lavorare. Ciò significa che avanti ad un incremento di opportunità lavorative ci sarà da attendersi un più consistente ingresso da parte delle donne nel mercato del lavoro, facendo emergere in maniera più realistica la volontà e la consistenza numerica delle donne di entrare nel mondo produttivo e ciò al di là di quello che è possibile valutare ragionando sulle statistiche ufficiali. I disoccupati nell’anno 2002 hanno raggiunto le 33.430 unità, prevalgono le donne che incidono per il 55% sul totale delle persone in cerca di occupazione. Ne consegue un forte differenziale di genere del tasso di disoccupazione: le donne si attestano sul 23,9%, contro un valore nettamente inferiore riscontrato dai maschi, pari al 10,8%. Va osservato tuttavia che la Basilicata si discosta positivamente dai valori medi meridionali per entrambi i tassi richiamati in precedenza, collocandosi di 4-5 punti al di sotto delle regioni facenti parte dell’Ob.1 che vedono attestarsi il loro livello di disoccupazione al 14,8% per i maschi ed al 28,3% per le donne. La più favorevole posizione regionale non esime dal rimarcare comunque la difficile situazione occupazionale, che si evidenzia in tutta la sua complessità, esaminando anche i tassi di attività che si attestano in Basilicata nel 2002 per quanto concerne la popolazione in età tra i 15 e 64 anni per i maschi intorno al 70% e per le donne al 38,6% e per la popolazione nel suo complesso al 57,2% ed al 29,8% per __________________________________________________________ 1 Cfr. Elba: Piano per l’Occupazione della Basilicata relativo al triennio 2003-2005. – 14 – – 15 – – 16 – Totale Italia 73,8 48,0 61,6 36,8 7,0 12,6 L’analisi della disoccupazione regionale consente di raggruppare nelle seguenti tipologie i dati disponibili, forniti dall’ISTAT: • i gruppi più numerosi con valori pressoché analoghi (7.700-7.800 unità) all’anno 2002 riguardano da un lato i disoccupati per la componente maschile e le donne che cercano una prima occupazione; per quest’ultimo segmento si tratta di giovani con titoli alquanto elevati, che nella maggior parte dei casi stazionano da tempo nel loro stato di disoccupazione; • le donne registrano una notevole aliquota di altre persone in cerca di lavoro (oltre 5 mila unità), pari a 27% del totale delle donne in cerca di occupazione, contro un valore nettamente inferiore attribuito ai maschi (1.450 unità, pari a 9,5%); • la componente femminile che versa in uno stato di disoccupazione, sfiora le 5.500 unità ed in genere si tratta di donne con basso livello di istruzione, in età piuttosto avanzata, alla ricerca di lavoro da lungo tempo, impegnata soprattutto in agricoltura e nelle attività terziarie in modo precario (Cfr. tab.2). La domanda di lavoro che, negli anni ’90 ha assunto dimensioni straordinarie, ha riguardato prevalentemente il settore industriale in senso stretto e la componente di lavoro maschile, presentando particolarità che l’hanno contraddistinta dal resto del territorio nazionale: il poter contare cioè su un buon processo industriale che addi- – 17 – 31,38 34,55 37,62 37,36 39,95 38,95 36,95 35,94 35,80 33,43 28,3 5,74 5,07 5,60 5,81 6,18 5,99 6,24 6,83 6,36 6,49 14,8 12,12 13,35 12,99 13,19 15,67 16,53 15,52 15,18 15,64 13,69 29,1 13,52 16,14 19,03 18,36 18,09 16,42 15,20 13,94 13,81 13,26 60,5 182,89 177,38 175,36 173,03 175,19 176,34 178,68 185,17 181,70 184,40 36,5 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 71,4 16,01 17,13 19,08 17,75 21,07 20,98 19,63 19,72 19,73 18,29 Area Obiettivo 1 4,71 3,99 3,99 4,54 5,36 4,77 5,32 5,53 5,41 5,04 23,9 6,37 7,01 7,54 6,80 8,31 9,56 8,50 8,18 8,93 7,77 10,8 4,93 6,13 7,55 6,42 7,40 6,65 5,80 6,01 5,40 5,47 29,8 56,87 53,56 54,00 53,40 54,73 55,59 59,44 59,53 56,70 58,71 57,2 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 38,6 Maschi 10,32 13,11 14,64 13,40 12,20 11,67 11,55 9,45 10,46 10,80 Femmine 72,88 21,46 70,70 22,12 73,07 21,26 71,15 21,32 75,80 21,45 76,57 19,66 79,06 18,27 79,25 19,00 76,42 20,08 77,00 20,40 Maschi e femmine 214,27 31,78 211,93 35,23 212,98 35,90 210,39 34,72 215,14 33,65 215,28 31,33 215,63 29,82 221,11 28,45 217,50 30,54 217,83 31,20 141,39 141,24 139,90 139,24 139,34 138,71 136,57 141,86 141,07 140,84 69,6 15,37 17,42 18,54 19,61 18,88 17,97 17,32 16,22 16,07 15,15 Basilicata 1,03 1,08 1,61 1,27 0,82 1,23 0,91 1,29 0,95 1,45 Donne 5,75 6,34 5,45 6,40 7,37 6,97 7,02 7,00 6,71 5,91 16,91 21,40 26,13 26,85 23,40 28,02 31,09 29,91 26,58 17,06 12,93 16,43 19,45 21,30 17,93 19,99 21,73 20,73 20,35 13,00 3,99 4,97 6,68 5,55 5,47 8,03 9,36 9,18 6,23 4,06 140,51 136,29 130,72 132,09 130,83 127,69 124,55 120,45 123,09 131,77 93,94 92,63 88,30 87,76 85,57 84,69 81,08 80,42 81,22 87,57 46,57 43,66 42,42 44,32 45,27 43,00 43,47 40,03 41,87 44,20 189,21 192,92 192,75 193,65 187,88 187,04 185,46 178,81 180,20 180,03 128,33 131,19 129,01 130,37 124,94 124,35 121,08 120,15 121,65 120,97 60,88 61,74 63,74 63,28 62,94 62,69 64,37 58,66 58,56 59,05 86,54 88,37 89,60 92,68 95,26 97,74 100,49 103,02 105,35 106,61 49,13 50,09 51,19 52,73 54,35 55,67 57,10 58,40 59,96 60,56 37,42 38,28 38,41 39,96 40,91 42,07 43,39 44,61 45,39 46,06 Totale 275,75 281,29 282,34 286,33 283,15 284,78 285,95 281,83 285,55 286,64 177,46 181,28 180,20 183,10 179,29 180,02 178,18 178,55 181,60 181,53 98,29 100,02 102,14 103,23 103,86 104,76 107,77 103,28 103,95 105,11 TASSI DI 8,60 10,00 11,48 11,94 10,69 9,77 9,39 7,93 8,41 7,78 Uomini 126,02 123,82 121,36 119,63 120,46 120,74 119,25 125,65 125,00 125,69 Donne 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 Uomini In età non lavorativa 65 e oltre Donne Totale Uomini Totale DISOCCUPAZIONE Disoccupati In cerca di 1° Altre persone in occupazione cerca di lavoro TOTALE Occupati Tab.1 - Tassi di attività e disoccupazione per area geografica e genere (aprile 2002) Anni 15-64 ANNI NON FORZE DI LAVORO IN ETÀ LAVORATIVA Non cercano Non aventi Persone che lavoro ma possibilità o Totale cercano lavoro interesse a non attivamente disposte a lavorare lavorare AREE FORZE DI LAVORO PERSONE IN CERCA DI OCCUPAZIONE TASSI DI ATTIVITA’ Basilicata Tab.2 - Popolazione di 15 anni e oltre per condizione, regione e sesso - 1993-2002 (dati assoluti in migliaia) 490,02 493,23 495,32 496,72 498,28 500,06 501,58 502,94 503,04 504,47 250,34 251,97 253,27 254,25 255,09 256,59 257,24 257,80 258,03 258,53 239,68 241,26 242,05 242,47 243,20 243,47 244,34 245,14 245,02 245,95 Totale popolazione le due componenti considerate in precedenza, allineandosi in questa circostanza ai valori medi delle regioni dell’Ob.1 (Cfr. tab.1). rittura allinea l’occupazione del settore industriale regionale all’Italia nel suo complesso, contro un valore meridionale inferiore di circa 10 punti percentuali; l’occupazione dell’industria in senso stretto si è raddoppiata in realtà nell’arco di 5-6 anni e costituisce la struttura portante su cui costruire il futuro sistema produttivo lucano. A tale singolarità positiva, frutto soprattutto di notevoli investimenti industriali che hanno dato luogo ai due grandi distretti dell’auto a Melfi e del salotto a Matera, si è contrapposto un processo di terziarizzazione dell’economia assai più lento di quello avvenuto nel resto del Paese per di più appesantito da una forte componente relativa alla P.A. ed un ridimensionamento dell’occupazione agricola più contenuto rispetto ai dati nazionali. Le diverse componenti settoriali hanno inciso in modo squilibrato sull’occupazione complessiva: la domanda non è riuscita a coprire le esigenze dell’offerta, di qui la temporanea rinuncia alla ricerca attiva del lavoro da parte di alcune aree delle forze di lavoro in attesa di un miglioramento delle opportunità di lavoro. Il quadro occupazionale regionale è in prospettiva destinato a modificarsi a seguito, sia delle difficoltà già attualmente riscontrate dalla grande industria presente in Basilicata, dovute, da un lato, al rafforzamento dell’Euro ed alle persistenti crisi internazionali, e dall’altro, dalla scarsa possibilità di poter registrare in futuro grandi eventi economici pari a quelli avutisi con la SATA di Melfi ed il suo indotto e con l’industria del mobile imbottito, fortemente esposta alla concorrenza dei paesi asiatici. Ciò impone un orientamento più marcato di ricerca di investimenti esterni magari legati maggiormente alla piccola e media industria ed allo sviluppo e potenziamento della impresa locale, anche attraverso la nascita di nuove aziende. Si è fatto cenno alla tendenza di medio-lungo periodo sul processo di femminilizzazione del mercato del lavoro che trova conferma peraltro in modo più marcato negli ultimi anni: tra il 2001 ed il 2002 le donne hanno segnato un maggior incremento di occupazione (6,9% contro il 2% dei maschi), avanti ad una minore presenza di sesso femminile tra i disoccupati. La maggiore occupazione femminile ha coperto tutti i settori del lavoro dipendente, registrando un + 6% del full-time, un 12,9% del part-time, un 5,3% tra le dipendenti a tempo indeterminato ed un 60% tra le donne che hanno avuto un contratto a tempo determinato (Cfr. tab.3). A marcare la diversità di genere in tale contesto occorre segnalare che nel biennio considerato i maschi hanno visto diminuire i loro contratti part-time del 37%, contro uno sviluppo del 3,7% dei lavoratori impegnati a tempo pieno, subendo flessioni anche in ordine ai contratti a tempo indeterminato (-1%) ed a termine (-9,8%). L’evoluzione occupazionale di genere trova ancora più evidenza, se si valuta l’approccio delle due componenti in esame al lavoro autonomo. Le donne hanno visto ridurre il loro impegno verso il lavoro autonomo dell’11,3%, contro un valore questa volta tutto positivo dei maschi che hanno visto crescere i lavoratori del settore dell’11,6%. Una biforcazione che è significativa del diverso atteggiamento delle due componenti, rispetto ad un filone occupazionale di grande rilevanza. Le donne non soltanto incidono poco nell’ambito del lavoro autonomo, ma presentano anche dinamiche che ne aggravano il loro divario rispetto ai maschi. Sono dati che fanno riflettere e che saranno ripresi successivamente, a proposito delle prospettive di sviluppo che sarà possibile delineare per le donne. In questa sede, va sottolineato che all’interno delle forze di lavoro esiste una profonda divaricazione di genere che investe il tempo di lavoro, le caratteristiche dell’occupazione, i settori di attività, la posizione professionale e che rende problematica nel breve e medio termine obiettivi di pari opportunità. In estrema sintesi va osservato che l’analisi dei vari indicatori del lavoro porta a concludere che il part-time è una prassi prevalentemente femminile, il lavoro a termine interessa in maniera identica i due sessi, il tempo pieno vede prevalere nettamente i maschi, altrettanto dicasi per il lavoro autonomo e per il lavoro nel settore industriale, più bilanciata è la presenza nel settore primario, continua prevalere il lavoro maschile nelle attività terziarie. – 18 – – 19 – Basilicata Tab.3 - Variazioni degli indicatori regionali nel mercato del lavoro Uomini Donne Occupati 2,0 6,9 Persone in cerca di occ. 2,4 -1,4 Full time 3,7 6,0 Part time -37,0 12,9 Dip. indeterminato -1,0 5,3 Dip. a termine -9,8 60,1 Lavoratori autonomi 11,6 -11,3 Tasso di attività 15-64 1,4 1,7 Tasso di disoccupazione 0,0 -1,5 Tutte le variazioni si intendono in valore percentuale eccetto per le variazioni dei tassi che sono espresse in valore assoluto Degno di nota è il quadro della posizione professionale di genere che può essere così sintetizzata. Tab.5 - La popolazione regionale distinta per sesso e titolo di studio Tab.4 - Posizione professionale di genere in Basilicata nell’anno 2002 UOMINI DONNE TOTALE BASILICATA Va (000) % Va (000) % Va (000) % Dirigente, direttivo Impiegato Operaio Imprenditore, socio di coop. Professionista Lavoro in proprio Coadiuvante familiare TOTALE 5 28 56 7 6 21 3 126 4,0 22,2 44,4 5,6 4,8 16,7 2,4 100,0 3 23 18 2 2 8 3 59 5,1 39,0 30,5 3,4 3,4 13,6 5,1 100,0 8 51 74 9 8 29 6 185 4,3 27,6 40,0 4,9 4,3 15,7 3,2 100,0 TITOLO DI STUDIO UOMINI BASILICATA TOTALE DONNE Va (000) % Va (000) % Va (000) % Laurea, post laurea 14 4,7 14 4,6 28 4,7 Media superiore 63 21,3 64 21,0 127 21,1 Diploma professionale 10 3,4 8 2,6 18 3,0 Licenza media 89 30,1 76 24,9 165 27,5 Licenza elementare, nessun titolo 120 40,5 143 46,9 263 43,8 TOTALE 296 100 305 100,0 601 100,0 1.2. Considerazioni conclusive Come è dato osservare, le distanze tra i due sessi non sono così rilevanti in ordine alla occupazione riguardanti i dirigenti ed i quadri direttivi ed impiegatizi, resta profondo il divario relativo alle qualifiche di operaio, alla imprenditoria ed ai ceti professionali e del lavoro autonomo, per i quali la donna deve recuperare ampi margini di attività. Per quanto concerne il titolo di studio, occorre rilevare: 1. un tasso regionale di crescita dei laureati non in linea con quelli registrati nel Mezzogiorno ed in Italia: 2% sul totale della forza lavoro contro il 10% delle regioni dell’Ob.1 ed il 13% dell’Italia; 2. la componente femminile registra lo stesso numero di laureati, attribuiti ai maschi, anche se poco spendibili sul mercato del lavoro, in rapporto alle esigenze delle aziende (cfr. tab.5); 3. il processo di allineamento tra le due componenti considerate riguarda anche le persone in possesso di diploma di scuola media superiore, dove la donna supera di 1.000 unità i maschi; 4. divari notevoli vanno registrati tra le persone con diploma professionale, quelle con licenza media e le persone con licenza elementare o senza titolo di studio: le donne prevalgono nettamente nell’ultimo segmento considerato registrando 143 mila unità sulle 305 mila, che costituiscono il totale regionale, avanti ai 120 mila maschi che incidono per il 40% sul totale regionale di 295 mila unità, censiti nell’anno 2002. Queste caratteristiche, unitamente a quelle considerate in precedenza, documentano lo stato di debolezza in cui versa l’offerta di lavoro regionale. La dinamica dell’occupazione femminile è in costante crescita, sia in Italia che in Basilicata. Si è tuttavia ancora molto lontani dal registrare condizioni di pari opportunità di genere e di presenza dei due sessi nel mercato del lavoro, in riferimento agli indicatori relativi alla media europea. Senza considerare tematiche, pur rilevanti per i loro effetti sociali e professionali, come il divario salariale tra uomini e donne, volendo restare alle questioni relative alle specificità regionali, il mercato del lavoro femminile in Basilicata è caratterizzato da: 1. la concentrazione in due poli dell’offerta di lavoro, il primo relativo alle donne con basse qualifiche operanti prevalentemente nel settore agricolo ed il secondo composto da livelli scolastici e professionali medio alti, poli che presentano gravi difficoltà di accesso ad un lavoro stabile; 2. la presenza di una forte componente femminile nel lavoro sommerso; 3. la scarsa propensione delle donne ad intraprendere lavoro autonomo; 4. la tendenza, ormai sempre più palese a partire dall’ultimo decennio delle donne di entrare nel mercato del lavoro, utilizzando tipologie contrattuali più compatibili con l’esigenza di conciliare tempi di lavoro e tempi di vita familiare; 5. il permanere di forme di discriminazione femminile nel mercato del lavoro, sia in rapporto alle qualità professionali e sia rispetto al reddito; 6. la componente femminile scarsamente qualificata trova impieghi molto discontinui e percepisce quindi redditi bassi, spesso peraltro in nero; 7. la componente femminile che alimenta la disoccupazione intellettuale presenta notevole rigidità rispetto alle potenzialità occupazionali esistenti. – 20 – – 21 – PARTE II LE PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE 2.1. Le grandi criticità Mettendo in relazione gli indicatori demografici (invecchiamento della popolazione, emigrazione) con quelli economici e territoriali (bassi livelli di crescita economica, alto tasso di disoccupazione, la ridotta partecipazione della popolazione al mercato del lavoro, territori di grande depressione economica), emerge un quadro sociale che va valutato attentamente, tenendo conto anche del contesto nazionale ed internazionale in cui si è costretti ad operare. Le dinamiche sui fenomeni indicati in precedenza non sono rassicuranti: lo scenario di medio periodo è condizionato da fenomeni che si muovono su linee alquanto obbligate. Bloccare l’esodo e creare le condizioni per la ripresa economica non sono obiettivi facilmente conseguibili nel breve periodo, non potendo a livello regionale governare variabili che, pur essendo decisive, attengono a sfere decisionali che vanno al di là ed al di sopra dell’ambito di competenza regionale e locale. Tuttavia, ci sono nodi economici ed occupazionali che è possibile affrontare direttamente a livello regionale, sia pure avvalendosi del supporto di politiche nazionali ed europee. Ci si riferisce a tre grandi criticità che investono la Basilicata, che emergono dalle analisi sin qui fatte e che rappresentano altrettante priorità di una rinnovata politica per l’occupazione: la prima riguarda le fasce deboli del mercato del lavoro, la seconda interessa la partecipazione femminile al mondo produttivo, la terza la disoccupazione intellettuale. Ebbene è su questi temi che si sofferma il Piano Regionale per l’Occupazione 2003-2005, ritenendoli strategici alla prospettiva del futuro del lavoro della Basilicata. Tre criticità che si riferiscono a tre marginalità che sono connesse, a ben vedere, alle soluzioni che occorre dare all’intero sistema produttivo regionale, riguardanti la terziarizzazione dell’economia, la crescita di una domanda di lavoro più qualificata, la razionalizzazione delle politiche per l’occupazione rientranti nella spesa pubblica. – 22 – – 23 – Va sottolineato che si è avanti a criticità che riguardano fenomeni in atto e quindi processi che sono in campo e che di conseguenza si riferiscono a fatti in essere, sui quali si può operare, avendo materiale disponibile immediatamente. In altri termini non si è in presenza di ipotesi futuribili di sviluppo economico, vincolate a variabili interne ed esterne di dubbia acquisibilità ed a soluzioni insormontabili, ma di situazioni concrete che richiedono analisi appropriate e scelte politiche innovative di pertinenza diretta regionale per innescare, sia pure gradualmente, inversioni sugli indicatori negativi, sia demografici che economici, accennati in precedenza. Intorno a queste tre grandi questioni si può organizzare un nuovo e più efficiente assetto del mercato del lavoro. Certo non è operazione agevole, occorre rimettere in discussione alcuni paradigmi culturali sul lavoro, consolidati quanto precari equilibri del mercato (si passi l’ossimoro), prevedibili incomprensioni e quindi qualche contingente contraccolpo sociale da parte di chi ormai è rassegnato a convivere con un processo lavorativo di tipo assistenziale, che, come vedremo di seguito, deprime il potenziale di sviluppo della Basilicata. Si tratta di questioni che si possono superare, se si avranno chiare le finalità e le soluzioni operative da realizzare che ovviamente vanno collocate in un contesto di mercato che può restituire dignità sociale, maggiore reddito e maggiore produttività ai lavoratori interessati. – 24 – 2.2. La strategia di intervento Per contrastare i fenomeni rilevati in precedenza, riequilibrando il tessuto demografico regionale, riportando entro saldi fisiologici i flussi migratori e i tassi di natalità, diventa strategico affrontare la questione lavoro, in termini generali, ma con particolare attenzione al mondo femminile. Per allineare tendenzialmente i tassi di attività e di occupazione regionali a quelli fissati in sede europea è giocoforza agire sulla leva della potenziale offerta di lavoro femminile, sia in quanto risorsa presente nella regione e sia in quanto componente della più generale forza lavoro esistente in Basilicata che in quanto tale ha in sé i numeri per contribuire in misura consistente all’innalzamento del tasso di occupazione regionale. Per ricomporre il tessuto demografico regionale ed innalzare i tassi di fecondità e di natalità, occorre mettere in condizione la famiglia di uscire dall’alternativa famiglia-lavoro per uno dei due coniugi: spesso le famiglie monoreddito con basso salario registrano condizioni di vita precarie e chiaramente non imitabili. Occorre più lavoro familiare: le donne per poter esprimere la doppia condizione di donna che lavora e di madre che accudisce ad una famiglia hanno bisogno di opportunità di lavoro, di servizi per la famiglia a basso prezzo, di un efficiente sistema di protezione previdenziale. In questa ottica, occorre operare per innalzare il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, concepito come obiettivo che include la eliminazione tendenziale del lavoro nero, largamente occupato dalle donne, il recupero delle aree marginali del mercato del lavoro, dove è purtroppo largamente presente la donna, che finisce per ricoprire la fascia dei soggetti a maggiore rischio di esclusione sociale, adottando appropriate azioni di prevenzione dei fenomeni negativi in atto, come la disoccupazione di lunga durata, riguardante in particolare, le persone in età avanzata in cerca di lavoro. Le donne hanno in Basilicata spazi occupazionali importanti, oggi esistenti allo stato latente. Nell’ambito di un processo di deagrarizzazione dell’economia regionale che comunque può offrire nuove opportunità di occupazione in favore delle giovani donne, sia con livelli professionali alti (laureate in agraria, scienze forestali, veterinaria, ecc.) e sia con basse qualifiche, anche per assicurare il ricambio generazionale della forza lavoro e di contrazione della occupazione nella Pubblica Amministrazione, nella quale peraltro le donne rivestono spazi non proprio marginali, sussistono potenzialità di lavoro notevoli nelle attività terziarie, un settore sottodimensionato in Basilicata, all’interno del quale peraltro la donna, a differenza – 25 – delle altre regioni italiane, ha un ruolo non particolarmente significativo. Si è in presenza di un doppio sottodimensionamento quello settoriale e quello di genere che occorrerà colmare. Il commercio, le professioni libere, il turismo e le sue attività indotte, i servizi di cura alla persona, la gestione dei beni culturali e di quelli ambientali sono alcuni dei filoni di lavoro che possono essere utilmente coperti dalla donna che può in tal modo recuperare quel gap, anche quantitativo, che la separa dai maschi, in ordine al lavoro autonomo. Il segmento con un livello di studio medio-alto va orientato verso le reali opportunità offerte dal mercato, riciclandolo con mirate azioni formative, utilizzando pienamente le leggi di incentivazione della imprenditorialità femminile e le specializzazioni produttive che si stanno affermando in questi ultimi tempi (gestione delle risorse umane nella P.M.I., marketing, e più in generale, quelle attività orientate verso l’informazione e la conoscenza). L’altro polo femminile a cui si è fatto cenno in precedenza, quello cioè delle basse qualifiche, va rilanciato superando gli effetti distorsivi che le politiche assistenziali hanno determinato in Basilicata, come altrove. Nel settore agricolo, nelle aree forti della Regione (Ofanto e Metapontino) non si è in presenza di scarsità di domanda di lavoro: per molte colture il lavoro può considerarsi annuale e non più stagionale e viene soddisfatto in prevalenza da una manodopera di provenienza esterna alla Basilicata, che pure si fa carico di sopportare lunghe ore di viaggio per recarsi sul posto di lavoro, pur essendo in presenza di iscritti nei Centri per l’Impiego regionali circa 50 mila braccianti, tra cui una notevole aliquota femminile. Nei servizi di cura alla persona, il lavoro è svolto da molte donne extracomunitarie. È evidente che c’è qualcosa che non funziona: il mercato del lavoro è investito da molteplici disfunzioni, alimentate da politiche sociali che in non pochi casi conducono ad una sorta di eterogenesi dei fini. Il Piano per l’Occupazione della Basilicata delinea le azioni di contrasto a tale stato di cose, attribuendo valenza prioritaria agli obiettivi di sviluppo occupazionale della donna, ipotizzando uno scenario di incremento occupazionale di circa 1.400 donne all’anno, finalizzato ad un innalzamento del tasso di occupazione specifico dell’attuale 29,4% al 32,7% nel 2006, individuando una serie di misure trasversali di genere per conseguire tale risultato: dagli strumenti per favorire l’emersione del lavoro nero agli interventi per sostenere il lavoro autonomo, dalla creazione di nuove strutture per la nascita di nuove imprese all’avvio di un più efficiente sistema di orientamento ed incontro domanda ed offerta di lavoro, dall’azione formativa di eccellenza alla riqualificazione delle professioni attuali. La finalità consiste nel creare un sistema di azioni ed iniziative in favore della occupazione femminile, avendo di mira prioritariamente i due poli in cui ha modo di concentrarsi la maggior parte della offerta di lavoro femminile, utilizzando al meglio gli strumenti di flessibilità in corso di attivazione che possono dar luogo ad un progetto di vita della donna che concili la vita familiare e quella lavorativa. In realtà, il tema degli spazi occupazionali potenziali investe entrambi i generi: obiettivo primario della Basilicata è massimizzare il potenziale dello sviluppo che è nettamente superiore alle attuali e future esigenze occupazionali regionali: si pensi all’indotto sociale dei distretti industriali, allo spazio economico offerto dal turismo attualmente utilizzato soltanto al 25-30% della sua potenzialità ed alle attività ad esso collegate, alle opportunità occupazionali relative alle aree di nuova irrigazione ed a quelle ancora da sfruttare in quelle di consolidata irrigazione, alle possibilità riguardanti la impresa locale, attualmente troppo piccola, che proprio perché tale, non riesce a sopportare i costi delle tecnologie necessarie per fare il salto di qualità, al settore terziario e più in generale ai servizi ambientali, ai servizi alla persona, ai servizi alle imprese. Per quanto concerne il settore industriale, vi è prioritariamente un problema di ulteriore crescita della impresa locale esistente, legale o sommersa che sia, ma vi è il problema di far entrare nel sistema produttivo nuove imprese, di origine interna o esterna alla Basilicata, avendo cura di incentivare e valorizzare le risorse potenziali nel campo dell’alta tecnologia e dei servizi avanzati, riequilibrando il gap tra domanda ed offerta della fascia più qualificata e, secondariamente, per incrementare la capacità competitiva dei sistemi produttivi della piccola e media impresa. L’attenzione quindi andrà rivolta alla Piccola e Media Impresa regionale, orientandola a fare il salto di qualità di cui necessita, con interventi di formazione continua, di sviluppo di servizi reali avanzati per supportare le azioni citate prima. In questo quadro, occorre finalmente ipotizzare un incubatore d’impresa, così come è stato realizzato in aree più avanzate, coinvolgendo in tale progetto la grande industria che non può limitarsi a stare nel suo recinto produttivo, ma che può utilmente mettere a disposizione il suo know-how in uno strumento essenziale per la creazione di una nuova impresa in Basilicata. Il Piano esplicita vari strumenti attuativi a sostegno delle iniziative suddette, raccordandosi peraltro ad iniziative che si stanno già concretamente realizzando. La Basilicata non è attualmente avanti a scarsità di risorse umane e materiali, per cui occorrerebbe ipotizzare un riequilibrio tra risorse e popolazione, ricorrendo alla storica via dell’emigrazione, ma è nella situazione rovesciata. Ciò che occorre è avere consapevolezza delle proprie potenzialità ed individuare i limiti esistenti in talune politiche in corso. – 26 – – 27 – La regione si trova oggi di fronte per la prima volta nella sua storia avanti a due situazioni contrapposte: da una parte una pesante condizione di sottosviluppo che investe larga parte delle sue aree interne e, dall’altra, un quadro di processi reali di prospettive di crescita, non basate su semplici aspettative, ma su risorse certe di natura straordinaria, decisioni di investimento in corso di attuazione, su iniziative locali che attendono gli incentivi previsti di origine nazionale e regionale, su soggetti economici orientati ad intraprendere iniziative in numero mai verificate in passato. La terziarizzazione del sistema produttivo regionale e la diversa e più articolata possibilità connessa ai nuovi istituti contrattuali possono offrire, come si è accennato in precedenza, nuove e consistenti opportunità di lavoro, soprattutto alla donna, alla sua componente più qualificata e più giovane. Diversa prospettiva hanno le donne in età avanzata e con modesto livello di qualificazione professionale. In realtà, questo segmento va accomunato a quello maschile con le stesse caratteristiche anagrafiche e qualitative. Le difficoltà sono comuni, anche se la donna anche in questo contesto subisce maggiori penalizzazioni nel suo impiego lavorativo. Ma l’ottica da cui partire per definire nuove soluzioni occupazionali non può che essere complessiva: le politiche di genere hanno significato per affrontare tematiche specifiche, ma nei grandi numeri gli obiettivi di sviluppo economico ed occupazionale possono essere conseguiti con azioni di carattere generale, al cui interno le due componenti di genere avranno modo di collocarsi sulla base delle proprie aspettative sociali e lavorative. – 28 – 2.3. Le fasce deboli I due segmenti richiamati in precedenza compongono la vasta area regionale delle fasce deboli del mercato del lavoro e può essere individuata in 50-60 mila persone di entrambi i sessi che costituiscono, come dire, lo “zoccolo duro” della marginalità lavorativa regionale che riguarda i trimestrali avviati al lavoro con l’art.16 della L.56, i forestali, i lavoratori socialmente utili, i lavoratori in cassa integrazione ed in mobilità, a cui vanno aggiunti i lavoratori in nero anche se statisticamente spesso essi si sovrappongono alle categorie prima richiamate, gli immigrati, i disoccupati di lunga durata, sia giovani che adulti, gli agricoltori precari, le partite IVA con basso fatturato. È un dato inconfutabile che le imprese non si fanno carico di impiegare almeno formalmente chi fa parte delle aree marginali; con la revisione degli incentivi che finalmente tengono conto anche dei disoccupati svantaggiati e con il varo dei nuovi contratti ci si augura che questo atteggiamento possa subire qualche modifica positiva, anche se i comportamenti delle imprese registrati finora lasciano pochi margini in questa direzione. Tra l’altro, occorre osservare che la platea di lavoratori in questione presenta normalmente un differente livello di qualifica professionale che lo rende meno interessante per l’azienda. È appena il caso di rilevare come la lunga permanenza nella condizione di disoccupazione determini ulteriori fattori di difficoltà di rientro o di ingresso nel mercato del lavoro, in aggiunta a quelli legislativi e di orientamento aziendale prima richiamati, riguardanti i fenomeni negativi che incidono sulla condizione generale del lavoratore in cerca di occupazione (analfabetismo di ritorno, rassegnazione avanti alle scarse opportunità di impiego, scetticismo sulle possibilità di riqualificazione professionale, difficoltà e frustrazioni psicologiche ed economiche, progressiva perdita di identità sociale, atteggiamento negativo rispetto ad occasioni di lavoro precario, sia di natura pubblica che privata, ecc.), aggravando quindi il processo di emarginazione di coloro che pure intendono lavorare. In ogni caso, lo spazio occupazionale che può coprire l’impresa privata è molto limitato, alla luce delle qualità professionali richieste. I grandi numeri del lavoro marginale restano tali, anche a seguito dello sforzo, pur auspicabile, del sistema produttivo in senso stretto. Se si vuol conseguire la piena occupazione bisogna ipotizzare altre linee di intervento, individuare altri soggetti attuatori. Di qui scaturisce l’esigenza di attribuire al settore pubblico il compito di caricarsi in modo prevalente della occupabilità delle fasce deboli. Compito in verità sul quale la Pubblica Amministrazione da tempo è impegnata. – 29 – Ma occorre rilevare che quest’area di profondo disagio sociale viene alimentata con politiche contraddittorie, spesso inefficienti ed inefficaci, che tuttavia richiedono risorse finanziarie ingenti, sulle quali mai finora si è fatto un monitoraggio per valutarne gli esiti occupazionali, la redditività collettiva. Si è di fronte ad un vero e proprio circolo vizioso, di cui è difficile determinare l’inizio dei processi negativi: si è in presenza di una domanda sociale che in mancanza d’altro richiede opportunità occupazionali minime, precarie, con un impiego di risorse nazionali e regionali notevoli che soltanto parzialmente si riesce a strutturare verso una efficace politica in favore dell’ambiente o di fornitura di servizi pubblici come presupposto per attivare molteplici sviluppi settoriali (turismo, agriturismo, riserve naturali e parchi, nuova forza lavoro in agricoltura, nell’artigianato e più in generale nella piccola impresa locale). – 30 – 2.4. Le politiche ambientali Nell’ottica esplicitata nel paragrafo precedente, razionalizzare la spesa ambientale ed assistenziale e riconvertirla in funzione produttiva potrebbe non soltanto mantenere gli attuali livelli occupazionali, ma creare nuova occupazione, immettendo nel settore nuove necessarie professionalità e nuova manodopera. Si è pur sempre in settori di attività a basso costo del lavoro per i quali si rende necessario omogeneizzare i contratti di lavoro che riguardano attività similari, dare certezze lavorative, prevedendo una organizzazione delle strutture di incontro domanda-offerta di tipo innovativo. Riportare ordine ed efficienza in tutto questo può essere la chiave di volta per realizzare, soprattutto nelle aree interne, ossia in quei territori in cui le occasioni di lavoro generate dall’economia di mercato sono molto scarse, politiche pubbliche labour intensive, capaci di restituire maggiore dignità sociale, maggiore reddito e diversa professionalità a larga parte di lavoratori in essi insediati, consentendo loro in tal modo di appropriarsi dei diritti negati, di essi si è fatto cenno in precedenza. Si possono fare politiche Keynesiane e quindi buona occupazione senza incorrere necessariamente in interventi assistenziali. Determinante in tale ottica è darsi obiettivi ed strategie ben definiti. Occorre muoversi nel campo di nuovi strumenti di intervento pubblico, propedeutici ad una graduale privatizzazione dei possibili rami di attività: smantellando le politiche dei sussidi e dei mercati protetti e recuperando gli interventi ad una logica di pianificazione efficiente e produttiva. Si tratta di creare strutture capaci di essere bracci operativi della Regione e del sistema delle autonomie locali, dotate di grande flessibilità e discrezionalità per movimentare la massa di lavoratori che ruotano intorno ai finanziamenti ambientali ed alle attività relative a molteplici servizi pubblici, potendo agire ed organizzare una parte importante della domanda di lavoro pubblica, manovrando con risorse pubbliche da far affluire in tali contenitori, oggi frammentate in numerosi rivoli. Obiettivi fondamentali da assegnare a tali strumenti possono così sintetizzarsi: 1. soddisfare bisogni effettivi con attività utili, rispettando i vincoli che l’economia pone in termini di efficacia ed efficienza produttiva, colmando gli spazi aperti dell’economia di mercato e dell’economia formale; 2. fornire una garanzia minima di occupazione a vasti strati di manodopera, recuperando situazioni di diseguaglianza retributiva ed ampliando la fascia dei lavoratori da coinvolgere, attingendo dai disoccupati soprattutto di lunga durata; – 31 – 3. impostare azioni di job creation nei confronti della platea di riferimento per procedere a stabilizzare l’impiego, operando anche sulla domanda di lavoro privata. La missione di tali strumenti dovrebbe avere natura promozionale e di selezione di progetti sia nel settore delle attività di mercato, sia in quello dei servizi sociali, e sia in quelle di valorizzazione ambientale di natura collettiva che abbiano durata definita, e che presentino ragionevoli possibilità di consolidarsi in attività formali, una volta raggiunto un grado di efficienza e di produttività adeguato. Dovrebbe altresì sviluppare forte capacità di assistere le nuove iniziative promosse e selezionate in tre modi: fornendo ai lavoratori impegnati nei progetti un salario minimo, una adeguata formazione professionale e alle iniziative ed ai soggetti interessati l’assistenza tecnica necessaria per sviluppare le loro potenzialità. Determinante per il successo della missione che si è cercato di prefigurare in precedenza è l’impostazione manageriale delle attività, tali cioè da garantire effettivamente le capacità di orientare, qualificare, ridistribuire l’offerta di lavoro, sulla base di un quadro di programmazione regionale che deve costituire l’unico vincolo per l’imprenditore nel suo operare concreto, se si vuole creare moderni strumenti di governo del mercato del lavoro, dotati di mezzi e dell’agilità necessaria per conseguire risultati economicamente, oltre che socialmente, validi, facendo uscire dalle angustie settoriali e corporative la forza lavoro impiegata attualmente, facendola aprire unitamente alla occupazione aggiuntiva alle opportunità economiche ed occupazionali che le risorse ambientali esprimono. Ovviamente la messa in campo di nuovi strumenti di politica attiva del lavoro non può che avere carattere sperimentale, dovendosi occupare di lavoratori, settori di attività, risorse finanziarie da mobilitare che richiedono gradualità di processo e soluzioni non univoche, misure che impongono approssimazioni successive, più che riforme globali improbabili, se non velleitarie. Occorrono corretti approcci pragmatici, che vanno sviluppati e inquadrati in una strategia programmatica per impostare una nuova politica del lavoro che faccia perno sulle linee indicate in precedenza (sviluppo della occupazione nei settori pubblici e sociali, riorganizzazione della occupazione attualmente impiegata, organizzazione della mobilità dei lavoratori verso le opportunità d’impiego stabile, redistribuzione del lavoro, anche attraverso una nuova negoziazione dei contratti di lavoro). – 32 – 2.5. Gli strumenti operativi Gli orientamenti prospettati prima sono oggetto di valutazione da parte delle istituzioni regionali interessate, con l’obiettivo di individuare strumenti sperimentali di intervento a cui affidare il compito, in particolare, di dare risposte operative all’area marginale del mercato del lavoro, ossia a quella vasta area, accennata in precedenza che ha difficoltà di accesso alle azioni formative, lavorative, fatta di percettori temporanei di sostegno al reddito, dotati di scarsa capacità progettuale, spesso costretti ad operare in nero. Si tratta di una problematica che comunque dovrà essere rapportata e coordinata con situazioni e strutture già consolidate che operano in materia ambientale. È appena il caso di ricordare che l’inclusione e coesione sociali sono obiettivi prioritari della U.E. e postulano azioni incisive per il reinserimento e l’attivazione di reti di ultima istanza per i soggetti interessati, nell’ambito di un raccordo tra pubblico e privato che sia capace di sviluppare reali politiche di workfare, integrando le politiche sociali, le politiche del lavoro e della formazione e più in generale gli interventi di politica attiva e passiva del lavoro, in funzione tra l’altro della annunciata revisione del sistema degli ammortizzatori sociali. La Regione Basilicata, approvando il DAPEF relativo al periodo 2004-2006, ha definito le linee lungo le quali impostare le prospettive di intervento prima enumerate, impegnandosi a promuovere “progetti sperimentali, anche attraverso la costituzione di appositi strumenti, per favorire l’inserimento lavorativo delle fasce deboli, da realizzare con il coordinamento delle risorse finanziarie disponibili, ivi incluse quelle rivenienti dalla premialità che si otterrà a livello comunitario, e finalizzati a: 1. sviluppare modelli di intervento in cui siano integrate politiche del lavoro, politiche economiche e della formazione; 2. programmare e progettare, d’intesa con le istituzioni pubbliche competenti interventi di natura labour-intensive con particolare riferimento alla valorizzazione ambientale ed ai servizi di pubblica utilità; 3. gestire le risorse umane: progettare e realizzare tutte le azioni relative all’offerta, dalla costruzione del profilo sociale all’individuazione del progetto professionale; 4. promuovere la costruzione di progetti individuali di inserimento lavorativo e sociale (presa in carico) per poter fare un adeguato incrocio con la domanda; 5. mobilitare i soggetti perché non restino in uno stato di passività nel mercato del lavoro; 6. sviluppare azioni specifiche per motivare gli attori di domanda privata a svolgere un ruolo attivo nella individuazione di nuove opportunità occupazionali per i lavoratori svantaggiati; – 33 – 7. impostare azioni di job creation nei confronti dei soggetti in questione; 8. gestire il flusso delle prestazioni dei lavoratori precari verso la pubblica amministrazione e verso i privati; 9. gestire l’erogazione degli assegni di disponibilità e gli incentivi verso le imprese sulla base delle certificazioni pervenute2.” In conclusione, la formula nuova occupazione-redistribuzione di quella esistente passa attraverso lo sviluppo di politiche di carattere sperimentale, promozionale, manageriale, affidate ai nuovi strumenti configurati in precedenza, i soli a ben vedere che possono garantire: 1. una politica attiva del lavoro diretta dall’Amministrazione Regionale sul mercato del lavoro; 2. azioni facilmente cantierabili in tempi brevi, rispondendo quindi a quelle che sono comunque da considerare pur sempre emergenze occupazionali; 3. interventi di natura labour-intensive e che di conseguenza possono attivare una forte nuova occupazione, sul piano settoriale e territoriale. La Regione Basilicata può fare ciò che in sostanza il mercato da solo non riesce a fare: nelle aree interne le opportunità economiche sono scarse e talvolta nulle. Tutelarle è un modo per difendere l’intera regione, la sua identità, la sua struttura fisica. In molte realtà si è avanti a bisogni sociali per così dire “fuori mercato”, o ai margini di esso che finiscono, se assicurati, con l’alimentare in misura notevole “la ricchezza” e di conseguenza “il benessere” della popolazione. L’opera di valorizzazione passa attraverso una nuova politica ambientale che razionalizzi o coordini i tanti rivoli finanziari nazionali e regionali che comunque investono il settore in questione. È bene ribadire che per realizzare tali interventi non si tratta di far lievitare la spesa pubblica, di appesantire il bilancio pubblico statale e regionale, ma di coordinare e raccordare meglio le risorse già disponibili che a vario titolo affluiscono verso i soggetti ed i settori accennati, combinando i fondi diretti e specifici di natura ambientale ed infrastrutturale con quelli tipici del Welfare. L’obiettivo del recupero delle aree lavorative marginali e quello della ottimizzazione dell’uso delle risorse pubbliche disponibili sono rapportabili direttamente alla valorizzazione globale del territorio regionale. Il territorio può diventare con le sue specificità locali, le sue tradizioni, le sue nicchie produttive, le sue differenze culturali, gastronomiche, artistiche occasione di business. Occorre saper vendere prodotti collegandoli anche plasticamente a pezzi di territorio, diventando l’uno marchio di qualità per l’altro. È molto attuale, moderno saper connettere tale offerta al mercato, c’è una domanda di questa natura in chiara crescita, vi è una maggiore attenzione verso prodotti e valori di questo tipo: è una strada alternativa per molte aree interne a quelle del sussidio, potendo conferire professionalità e gratificazione economica ad una vasta area di potenziali operatori che occorre raccordare in azioni di commercializzazione di portata regionale per far affermare anche per tale via la produzione regionale e supportare con azioni di programmazione negoziata riconducibili ad una chiara strategia di sviluppo economico e territoriale, che la Regione Basilicata ha da tempo in atto. __________________________________________________________ 2 Cfr Addendum al DAPEF 2004-2006 della Regione Basilicata, approvato dal Consiglio Regionale nel gennaio 2004. – 34 – – 35 – 2.6. Il lavoro sommerso 2.7. Le conclusioni Tema ineludibile in questo contesto per affrontare una nuova politica di sviluppo è il lavoro sommerso: il fenomeno in Basilicata ha dimensioni imponenti ed attraversa trasversalmente tutti i settori economici: si è già rilevato che oltre il 2022% della forza lavoro regionale è irregolare, è un fenomeno enorme di percettori di bassi salari che destruttura, non soltanto il mercato del lavoro, ma anche, la previdenza ed il fisco. L’entità del fenomeno dimostra che si è di fronte ad un modo di essere della economia regionale, più che ad un evento straordinario, quasi una scelta di pezzi importanti del sistema produttivo, che finisce con l’essere la vera e propria emergenza, vera questione centrale oggi sul tappeto della politica del lavoro regionale. Il fenomeno va combattuto, ma capendo bene la posta in palio: l’economia sommersa è sottosviluppo, ma anche sviluppo, è un grave limite allo sviluppo, ma costituisce anche una reale opportunità, se ben utilizzata. L’economia sommersa implica un forte deficit di civiltà, di equità, di legalità, ma occorre andare alla radice del fenomeno, che comunque nasconde una voglia di fare, di lavorare, sia pur in condizioni difficili per l’imprenditore come per il lavoratore. Un fenomeno alimentato da risorse che potenzialmente possono, se fatte emergere, costituire un grande potenziale per la regione. Non si può, come si dice in casi come questo, buttare il bambino con l’acqua sporca. A parte i necessari provvedimenti nazionali per favorire l’emersione che purtroppo non stanno dando risultati confortanti, ciò che ha rilievo circa il ruolo della regione è accompagnare le misure nazionali con azioni regionali che possano incidere almeno in parte sulla origine del lavoro nero: occorre prosciugare le vaste aree assistenziali e di precariato lavorativo, ossia il bacino principale da cui attinge il lavoro nero. Molto può fare la regione in tale campo di attività, disboscando le aree assistenziali, dando maggiore stabilità ai lavoratori coinvolti, impedendo per questa via i secondi lavori. La strategia d’intervento esposta finora va per intero in tale direzione. Combinando interventi innovativi di natura ambientale e produttiva con quelli più generali (leva fiscale, formazione, nuovi insediamenti produttivi, incentivi finanziari) vi è da credere che sia possibile mettere in atto politiche ed azioni di sistema per conseguire il risultato di far emergere una forza lavoro che sommata a quella regolare potrebbe consentire alla Basilicata di raggiungere, in un lasso di tempo molto contenuto, il tasso di occupazione che la U.E. fissa al 60% della popolazione attiva entro il 2010. È appena il caso di rilevare che realizzando gli obiettivi illustrati in precedenza e quindi azzerando il lavoro irregolare e stabilizzando il lavoro precario, oltre che determinare le condizioni territoriali e sociali per dar luogo ad una Basilicata moderna, in grado di saper utilizzare realmente le risorse di cui dispone, sarebbe possibile allinearsi ai parametri sui temi di attività e di occupazione fissati in sede comunitaria, conseguendo una tendenziale piena occupazione, potendo operare su processi e su un fattore umano che sono dati reali, situazioni esistenti, materia viva su cui intervenire. Si è avanti a processi che occorre riorientare, su cui non vanno sottovalutate le difficoltà, ma che aprono comunque prospettive di ripresa socio-economica. I principali obiettivi comunitari, tracciati in precedenza possono trovare concreta attuazione, recuperando anche per il sistema lavoro quella centralità nell’ambito dei 25 paesi della nuova Europa assegnata alla Basilicata. Nel Piano Regionale per l’Occupazione si è avuto modo di recepirli e di contestualizzarli in un disegno dinamico che si è cercato di illustrare nei loro tratti salienti. Sussistono le risorse su cui far leva per soddisfare i bisogni occupazionali, si sta delineando un quadro dei contratti di lavoro, che può facilitare il modello multiruolo delle donne, potendo consentire una migliore ridefinizione dei tempi di lavoro e di vita familiare e sociale. Sono in via di evoluzione la flessibilizzazione della organizzazione delle procedure e del lavoro, il tendenziale superamento della rigida divisione tra ruoli sociali, una progettazione di vita individuale di più alto valore qualitativo. Si tratta di concetti ed orientamenti fatti propri dalla Commissione Europea e sono finalizzati a mettere insieme fattori di competitività delle imprese e coesione sociale, obiettivi di crescita della produttività non disgiunti da elevati livelli di qualità di vita. In questa ottica decisivi appaiono –occorre ribadirlo- l’innalzamento dei tassi di attività e di occupazione femminile da realizzare in un contesto di pari opportunità e più in generale il superamento di ogni forma di esclusione sociale. – 36 – – 37 – Si sta affermando in maniera crescente l’obiettivo di raccordare organicamente le necessità del sistema-imprese con le aspettative ed i bisogni dei lavoratori, con particolare riferimento al genere femminile. Ciò significa maggiori e nuove forme di flessibilità nella organizzazione della produzione, applicando le nuove tipologie contrattuali in corso di attuazione. Certo è un percorso in itinere: occorre superare le “barriere anagrafiche” sia femminili che maschili, far recepire alla contrattazione aziendale le nuove forme di contratti adeguandovi l’organizzazione produttiva, riciclare con formazione mirata le lauree deboli e le donne espulse dal mondo del lavoro, attraverso peraltro una formazione che affronti in primo luogo il tema dell’autostima dei soggetti interessati, riconoscere e favorire le priorità dei settori su cui intervenire e così via. Molti di questi obiettivi sono presenti nei vari documenti di programmazione regionale, cui si è fatto cenno in precedenza (Piano Regionale per l’Occupazione 2003-2005, POR, DAPEF regionale) ed hanno trovato centralità nelle politiche e nella strategia d’intervento ipotizzate. Determinante sarà svolgere una continua azione di monitoraggio alle varie azioni programmate per valutare la coerenza con gli obiettivi di raggiungimento delle pari opportunità e del riequilibrio di genere, in termini quantitativi (tassi di attività e di occupazione) e qualitativi (ruoli gratificanti per la donna, parità di reddito, ecc.). PARTE III 3.1. L’indagine prevista dalla legge sulle Pari Opportunità: il quadro di riferimento, le imprese oggetto del monitoraggio Il principio di parità di trattamento, nell’ottica di assenza di discriminazione fondata, sia direttamente che indirettamente sul sesso veniva affermato, ancor prima della legge 125 del 1991, dalla direttiva n° 76/207 che, tra l’altro, già conteneva precisi riferimenti alle “discriminazioni positive in favore delle donne”, provvedimenti finalizzati a promuovere la parità delle opportunità, intervenendo sulle disparità di fatto esistenti tra i due sessi. Entrava, così, nel gergo politico il termine “azioni positive”, con cui si intendeva “un metodo per individuare ostacoli occulti che esistono a livello aziendale nei meccanismi di assunzione, promozione, formazione che impediscono l’effettiva parità. Su questa base, l’azione positiva tende ad introdurre delle forzature a favore delle donne per ristabilire l’equilibrio di trattamento reale usufruito dai due sessi”. È dunque per eliminare le manifestazioni di discriminazione diretta e indiretta, oltre che per realizzare gli obiettivi di parità, anche su indicazione della Comunità Europea, che nel 1991 viene approvata la legge n° 125. Il Consiglio Straordinario sull’Occupazione (Lussemburgo, novembre 1997) aveva già delineato la Strategia Europea per l’Occupazione, la cui ossatura si fonda su quattro “Pilastri”, che devono informare le politiche del lavoro dei Paesi aderenti all’Unione Europea: • occupabilità • imprenditorialità • adattabilità • pari opportunità Successivamente, con il decreto legislativo nazionale 196 del 2000 viene meglio supportato l’impianto strumentale dettato dalla legge 125 per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne nei luoghi di lavoro e la rimozione di eventuali forme di segregazione del lavoro femminile. Il proliferare di contratti di lavoro atipici (contratto interinale, CFL,telelavoro, apprendistato, ecc.) ha richiesto, pertanto, l’implementazione di uno strumento di rilevazione, sempre aggiornato, tale da cogliere le modifiche - strutturali o meno nella composizione dell’occupazione. – 38 – – 39 – Allo scopo di monitorare periodicamente la condizione occupazionale delle donne, la normativa, all’art.9, prevede che le imprese con almeno 100 addetti compilino una scheda di rilevazione dati, contenuta nello stesso Dlgs, così da ottenere una serie di informazioni quantitative e qualitative in merito sia alla presenza che al ruolo femminile nelle aziende medio- grandi. L’indagine condotta dall’E.L.BA., su richiesta dell’Ufficio Regionale della Consigliera di Parità, rielaborando e dando nuova organizzazione ai dati forniti dalle imprese, ha inteso – in primo luogo – descrivere l’andamento della struttura occupazionale maschile e femminile in Basilicata nel corso del biennio 2000-01. Lo studio è stato effettuato disaggregando il territorio della regione nelle province di Potenza e Matera e classificando le imprese per settori di attività economica e dimensioni. È stata ricostruita la scala gerarchica aziendale, ripartendo i dipendenti – maschi e femmine – secondo le qualifiche professionali ed i livelli. Sono stati, inoltre, messi a fuoco fenomeni quali, il turn over, il sistema dei premi, le nuove assunzioni, le tipologie più diffuse di inquadramento contrattuale, la formazione, ecc. L’analisi, pur carente sul piano della partecipazione delle aziende alla rilevazione e statisticamente poco rappresentativa, risulta nondimeno emblematica della diffusa situazione di segregazione del lavoro femminile - specie nella media e grande industria, meno nei servizi privati - nonché dei cambiamenti avvenuti in diversi segmenti del MdL lucano. Nulla ci dice, invece - per mancanza di informazioni al riguardo - sui trends che interesseranno nel breve-medio periodo il lavoro delle donne: tema, questo, che senz’altro meriterebbe un approfondimento. I processi di trasformazione che hanno investito anche il sistema produttivo endogeno, riconducibili sia alle innovazioni tecnologiche che alle modifiche dei tessuti socio-economico e demografico, hanno determinato interessanti mutamenti organizzativi e professionali. Il mondo produttivo si è aperto, sebbene parzialmente, al lavoro femminile: in alcuni casi si sono verificati adeguamenti delle strutture ai fabbisogni delle donne e sono stati apportati miglioramenti alla organizzazione del lavoro dei diversi comparti. Non si tratta, purtroppo, della generalità dei casi. Di fatti, proprio dalla constatazione di tale squilibrio sono scaturite alcune delle motivazioni fondamentali dell’indagine: 1. quantificare l’occupazione femminile; 2. accertarne le variazioni nel breve periodo; 3. individuare la collocazione settoriale e funzionale delle lavoratrici. Auspichiamo che questa analisi risulti propedeutica alla diffusione di periodici monitoraggi sullo stato della condizione femminile nel MdL endogeno, oltre che di prospezioni mirate alla enucleazione dei caratteri che assumerà, nel prossimo futuro, l’offerta di lavoro delle donne. – 40 – 3.2. Le donne nel Mercato del Lavoro: il contesto nazionale e quello endogeno La legge 125, entrata in vigore nel 1991, viene considerata, sul piano delle enunciazioni di principio, tra le normative più avanzate d’Europa. Dalla sua approvazione è trascorso oltre un decennio, un periodo più che sufficiente per esprimere valutazioni in merito alle concrete applicazioni. Nondimeno, malgrado il miglioramento del livello di istruzione e di formazione, i tassi di attività e di occupazione femminile nel Mezzogiorno e, segnatamente, in Basilicata si attestano su valori molto più contenuti, sia rispetto all’Italia che ad altre nazioni europee. I dati ufficiali concernenti l’ingresso delle donne nel Mercato del Lavoro evidenziano come il relativo tasso di attività sia progressivamente aumentato in gran parte dei Paesi dell’OCSE, dal 1970 ad oggi, quasi che la partecipazione femminile al mondo del lavoro risentisse solo marginalmente della variabilità delle fasi del ciclo economico. In realtà, la crescita dell’offerta di lavoro femminile è determinata da una serie di fattori, solo parzialmente connessi alle dinamiche demografiche, quali: • l’incremento dei livelli d’istruzione femminile; • l’aumento dell’età matrimoniabile per effetto del prolungamento degli studi; • la riduzione della natalità; • la parziale ridefinizione del ruolo femminile nel contesto familiare. Lo sviluppo della presenza delle donne nel mercato non è certo lineare: ad esempio il fenomeno dell’incremento del tasso di occupazione femminile si accompagna a quello, apparentemente contraddittorio, dell’aumento del tasso di disoccupazione. L’offerta di lavoro delle donne, nelle sue differenziazioni e frantumazioni, denuncia – in alcuni segmenti – caratteri tali da trasformarla, a seconda dei casi, in aggiuntiva, sostitutiva o concorrenziale rispetto alla forza lavoro maschile. La forza lavoro femminile è, dunque, soggetta ad una estrema variabilità di condizione dentro e fuori il MdL. Diversamente da quella maschile, la mobilità femminile, più che orizzontale e/o verticale, è di tipo circolare, compresa nell’intervallo “lavoro e non lavoro”. È, infatti, consistente la quota di donne che restano imbrigliate nel “circuito della precarietà lavorativa” e che, pur trovando una serie di impieghi saltuari, finiscono per ritornare alla condizione di inoccupazione: questo circolo vizioso sembra contrassegnare soprattutto le disoccupate, le donne in cerca di prima occupazione e – solo marginalmente – quelle alla ricerca di un lavoro. Dalle informazioni disponibili è possibile enucleare una serie di tipologie di lavoratrici, rintracciabili nei diversi segmenti del mercato del lavoro: – 41 – 1. donne che si collocano in una fascia “forte”, con una età compresa tra 35 – 45 anni, inserite nel terziario, sia in veste di dipendenti sia come operatrici autonome, dotate di posto di lavoro stabile, ma con bassa mobilità intersettoriale; 2. lavoratrici adulte in uscita dall’industria, a causa della crisi del settore ma anche per scelta personale, che escono dal MdL per rientrare nella condizione di casalinga; 3. lavoratrici adulte che, espulse dai settori secondario e terziario, scelgono di lavorare in proprio; 4. donne giovani che entrano direttamente nel “circuito della precarietà”; 5. donne dai 30 ai 40 anni che, dalla condizione non professionale di casalinga accedono direttamente a quella di occupate; 6. last but not least, una quota non irrilevante di donne che si inseriscono nel sistema della formazione – scolastica o professionale – per la difficoltà di trovare altri sbocchi occupazionali, oppure per l’opinione generale che ritiene questo sistema propedeutico alla ricerca di nuovi posti di lavoro o perché viene considerato strumento di mobilità occupazionale. In definitiva, i vari mercati del lavoro denunciano la presenza, accanto a segmenti di forza lavoro femminile non “deboli”, di quote di occupate a rischio di espulsione e/o di permanenza in aree di lavoro precarie o scarsamente garantite. I più recenti dati di stock convalidano i trends manifestatisi negli ultimi anni, ovvero: 1. erosione della base occupazionale nei settori agricolo e industriale; 2. aumento delle imprese e degli addetti nel settore terziario; 3. incremento della partecipazione al lavoro da parte delle donne che si manifesta, alternativamente, sia in termini di sviluppo occupazionale che di aumento della disoccupazione femminile. Nel caso delle attività di tipo dipendente, è possibile notare movimenti nell’ambito del primario e del secondario, evidenziati dagli indici di mobilità e rotazione, rispetto al settore dei servizi pubblici e privati. In particolare, per quanto riguarda l’industria, settore più critico per l’occupazione femminile, l’interscambio avviene quasi esclusivamente col comparto terziario. Al di là di questo interscambio, date le rare opportunità occupazionali offerte dagli altri settori, per molte donne si profila il regresso alla condizione di non lavoro. A livello endogeno, dati recenti confermano linee di tendenza manifestatesi negli ultimi anni: • la contrazione occupazionale del comparto agricolo e dell’industria; • l’incremento del settore terziario, specie di quello privato; • la crescita del tasso di attività femminile che si manifesta, in modo apparentemente contraddittorio, sia con l’aumento dell’occupazione che della disoccupazione delle donne. Il terziario attesta la propria capacità di espansione occupazionale, segnatamente da parte delle componenti meno tradizionali (credito, assicurazioni, turismo, grande distribuzione, servizi alle imprese, ecc.). In relazione al segmento femminile, la cosiddetta “predisposizione all’occupazione nei servizi” marcia parallelamente alla sua espulsione dal settore industriale, in una proporzione simile a quella della forza lavoro maschile. L’analisi dei dati di flusso consente di enucleare alcuni dei percorsi professionali intrapresi dalle donne negli ultimi anni: in particolare si osserva un discreto sviluppo della mobilità settoriale femminile assieme ad una forte variabilità di condizione dentro e fuori il mercato. Rispetto agli anni precedenti è possibile osservare un rallentamento dei processi di espulsione dei lavoratori dal settore secondario, compresa la componente femminile. Con riferimento a quest’ultima, alla cosiddetta “propensione delle donne all’occupazione nel terziario pubblico e privato” corrisponde, però, una rarefatta presenza femminile nell’industria. Un fenomeno che trova spiegazioni, seppure parziali, nella forte incidenza dell’industria delle costruzioni, comparto “vocazionalmente” maschile. Dalla lettura dei dati di stock, l’offerta di lavoro nella regione era pari nel 2000 a 221 mila unità, di cui 79 mila femmine: il tasso di attività si confermava sensibilmente più basso nei valori femminili. Di fatti, solo il 42% della popolazione femminile, contro il 58% di quella maschile, risultava occupata o in cerca di lavoro. Le donne occupate incidono per un terzo sull’universo lavoro, ma il loro peso relativo è tuttora molto elevato in agricoltura – poco meno di un terzo delle femmine è occupato in questo comparto, in forte controtendenza sia rispetto al dato meridionale (17,7%) che a quello nazionale (8,1%) – sale al 61,1% nel commercio e nei servizi (Italia = 69,6%), registrando infine valori residuali nel settore industriale (9,2% contro la media nazionale del 22,2%). In realtà la presenza delle donne nelle attività lavorative non solo è quantitativamente più rilevante di quanto venga registrato dalle fonti ufficiali - infatti la diffusione della manodopera femminile nel “mare magnum” dell’economia informale e non protetta è fenomeno acclarato – ma il lavoro ha interessato, nel corso della propria esistenza, segmento ragguardevoli della popolazione femminile. – 42 – – 43 – L’esistenza di esperienze di lavoro, sebbene limitata nel tempo, sembra in qualche modo omologare la condizione femminile e maschile; nondimeno le modalità, i tempi ed i percorsi dentro e fuori il mercato sono estremamente complessi e diversificati, non rilevabili attraverso dati di stock. In questa ottica, le condizioni del lavoro femminile e giovanile appaiono similari, accomunate da una molteplicità di ingressi e rientri nel mercato del lavoro e nella formazione, tipologicamente differenziabili sulla base di situazioni oggettive, nonché di motivazioni ed atteggiamenti soggettivi. Attualmente le classiche categorie definitorie (occupata, disoccupata, in cerca di prima occupazione, ecc.) non sempre sono in grado di interpretare la molteplicità delle situazioni lavorative, né la loro multidimensionalità. Anche nella nostra regione, frantumatasi la barriera tra lavoro nella produzione, lavoro per la famiglia e non lavoro, occorre tentare di tracciare tipologie di percorsi, tenendo conto della grande diversificazione delle “biografie” personali. – 44 – 3.3. Osservazioni di carattere metodologico Un aspetto senza dubbio interessante della legge 125 è rappresentato dal coinvolgimento delle imprese medio – grandi (con almeno 100 dipendenti) nella fornitura di informazioni sulla base occupazionale – maschile e femminile – e sulle politiche del personale (turn over, applicazione dei contratti e relativi inquadramenti, ricorso ad ammortizzatori sociali – CIG, mobilità – formazione, ecc.). L’importanza di questo tipo di dati, la cui raccolta e lettura è affidata alla capacità ed alla sensibilità dei consiglieri di parità, risiede sia nella opportunità di individuare situazioni discriminatorie e forme di segregazione, sia nella possibilità di monitorare costantemente un segmento abbastanza ampio del MdL. La fonte utilizzata, le imprese lucane di dimensioni medio-grandi (cfr. art.9, L.125/91), ha consentito di identificare esclusivamente un segmento dell’occupazione femminile, stimabile nell’ordine del 5% del totale delle lavoratrici, sopravvalutando – di contro – la presenza delle donne nell’industria in ragione della maggiore partecipazione alla rilevazione prevista dalla legge da parte delle medie e grandi aziende manifatturiere. Ha, pertanto, sottostimato l’incidenza delle occupate nei servizi destinati alla vendita, ignorando del tutto il loro peso nel settore primario e nel terziario pubblico (P.A., Istruzione, Sanità). I limiti della rilevazione sono diversi e vanno ricercati “a monte”: ad esempio, nelle modalità stabilite dal già citato art.9 per ottenere le informazioni, che elevando a 100 addetti la soglia minima delle aziende da inserire nel campione, estromette dall’indagine una quota considerevole di piccole e medie imprese (PMI) operanti in settori diversi (agricoltura, industria, commercio, ecc.). Questa soglia appare tarata su un modello produttivo dominato dalla grande impresa, modello – tipico delle regioni del Nord Ovest - che, peraltro, da tempo è stato investito da una profonda crisi strutturale. Un altro inconveniente, non di poco conto, è rappresentato dalla “autosomministrazione” della scheda di rilevazione da parte delle imprese, non sempre esatta ed esaustiva. A ciò deve aggiungersi il problema della mancata restituzione del documento: dimenticanze, perdite, negligenze e quanto altro hanno fatto sì che nella regione, dove la soglia di addetti è stata abbassata a 50, su circa 100 imprese, ritenute idonee ed inserite nella mailing list, soltanto la metà ha rispedito al mittente la scheda. I tassi di partecipazione delle imprese alla rilevazione, contenuti nell’intera Basilicata, comunque si differenziano nelle due province. – 45 – Nel capoluogo di regione e nel suo hinterland, le imprese hanno espresso un tasso di partecipazione pari al 68,5%. Su 54 aziende in elenco, 37 hanno restituito il “questionario” correttamente compilato, con un tasso di “mortalità” che si attesta intorno al 30%. Molto diversa la situazione nella provincia di Matera: qui le imprese incluse nella mailing list ammontavano a 50, ma solo 18 hanno risposto: a fronte di una partecipazione aziendale assai limitata - pari ad appena un terzo del totale - il tasso di non risposta delle imprese denuncia, in corrispondenza, un valore molto elevato (67%). Alla base di questi esiti, che pongono oggettivamente dei limiti all’indagine in questione, riducendone la rappresentatività statistica, incidono cause diverse, quali: 1. le carenza del sistema sanzionatorio relativamente alle imprese che non si attengono alle disposizioni della normativa, inviando schede incomplete o non restituendole affatto. Occorrerebbe attribuire più attenzione alla fase di compilazione, sollecitando direttamente le aziende, chiarendo eventuali dubbi, sensibilizzandole in merito agli obiettivi dell’indagine ed all’utilità delle finalità conoscitive; 2. la mancanza di un “panel” di riferimento, in altri termini di un gruppo di aziende, selezionate in base ad una serie ragionata di variabili, annualmente interpellati per monitorare l’andamento del fenomeno oggetto di analisi, ovvero, in questo caso, le variazioni e le caratteristiche dell’occupazione femminile e maschile; 3. il “panel”, formato da un numero sufficiente di “testimoni privilegiati”, titolari oppure responsabili del personale di imprese delle due province, la cui selezione dovrebbe essere effettuata sulla scorta di una “griglia” di variabili merceologiche, dimensionali e geografiche. Sempre lo stesso “panel” andrebbe intervistato mediante uno strumento agile (scheda di intervista, questionario aperto), instaurando un rapporto almeno telefonico, laddove non è possibile, avere l’assistenza di intervistatori. I principali “items” della scheda d’intervista o del questionario vengono di seguito sintetizzati: • la localizzazione geografica dell’impresa • la sede legale • il settore merceologico • la dimensione aziendale per classe di addetti • l’organigramma aziendale • il turn over dei dipendenti per qualifica e per motivazione • le tipologie contrattuali più diffuse • il personale in aspettativa (malattia, maternità, CIG, mobilità) • la formazione e l’aggiornamento dei dipendenti e l’eventuale fabbisogno di figure professionali • le principali tipologie retributive 3.4. Analisi del campione: caratteri delle imprese monitorate. Settori di appartenenza e classi dimensionali al 2001. La segregazione orizzontale del lavoro femminile – 46 – – 47 – A differenza di quanto accaduto altrove, in Basilicata sono state incluse nell’indagine anche imprese appartenenti a classi dimensionali inferiori rispetto a quanto stabilito dalla legge 125. La scelta non è stata dettata da motivazioni arbitrarie, bensì dalla constatazione che l’armatura produttiva regionale non si caratterizza, specie sul piano strettamente industriale, per la presenza di grandi aziende (tranne alcune eccezioni), ma soprattutto di imprese di piccole e medie dimensioni che, per effetto della loro polverizzazione - settoriale e geografica – sono ancora lontane dal costituire veri e propri “distretti” industriali. Per quanto concerne gli altri settori produttivi – trasporti, commercio, servizi destinati alla vendita – la frantumazione aziendale risulta molto più accentuata, trattandosi sovente di piccole imprese condotte in modo artigianale/familiare. Sotto il profilo della distribuzione geografica, delle 55 imprese che hanno partecipato alla rilevazione, 37 ricadono nella provincia di Potenza e solo 18 in quella di Matera. L’esame della composizione settoriale delle stesse mostra la netta prevalenza dell’industria manifatturiera, che incide sul totale nell’ordine del 69% (vedasi il gruppo delle tabelle e dei grafici 1 e 2). Tab.1 - Composizione imprese monitorate per settore e sottosettore merceologico Basilicata 2001 ind. Manifatturiera, di cui: metallurgia di prima lavorazione metalmeccanica legno e mobilio (salotto) gomma e materie plastiche alimentare ceramica chimica produzione manufatti per edilizia tessile ind. Costruzioni e inst. Impianti ind. Produzione e distribuzione energia trasporti e comunicazione, di cui: autotrasporti comunicazione (telefonia) commercio e pubblici esercizi terziario, di cui: credito servizi alle imprese servizi alle imprese agricole gestione esattoriale servizi sanitari 38 1 16 6 5 2 1 4 2 1 1 1 4 3 1 2 9 2 4 1 1 1 TOTALE GENERALE 55 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 Nella provincia di Potenza il peso del manifatturiero sul totale regionale risulta ancora più accentuato, arrivando ad incidere nella misura del 65% sull’universo indagato. A Matera lo stesso peso scende a circa il 33%. Nelle aziende manifatturiere lucane si colloca un quinto dell’occupazione femminile industriale (20,4%); il 10,4% ricade nell’industria per la produzione e l’erogazione di gas ed energia; appena il 3,5% risulta occupata nell’industria delle costruzioni. La scarsa presenza, nel campione, di aziende materane riduce parzialmente la significatività statistica della componente occupazionale femminile nella provincia. Tra i settori merceologici che formano l’industria manifatturiera prevale il metalmeccanico, presente soprattutto nel Potentino (asse Potenza – Tito; area industriale – 48 – – 49 – di San Nicola di Melfi dove è localizzato lo stabilimento FIAT – SATA, nonché le aziende della componentistica). Altri comparti di attività manifatturiera, presenti nell’universo monitorato, sono il legno e mobilio, molto diffuso nel materano dove è una realtà consolidata il “polo” del salotto; la gomma e le materie plastiche in entrambe le province e, infine, l’alimentare (prodotti da forno e dolciario) e il tessile. La presenza femminile è maggiore, di contro, nel terziario più tradizionale e polverizzato, le attività commerciali ed i pubblici esercizi (60%), oltre che nei servizi alle famiglie (76% in imprese di pulizia, assistenza agli anziani e ai disabili, ristorazione, ecc.): ovvero in quelle tipologie di servizi dove l’occupazione delle donne è “storicamente” presente. Seppure lentamente si assiste al fenomeno della diffusione del lavoro femminile nel terziario avanzato (servizi bancari, creditizi, terziario per la produzione, ecc.). In questo caso, siamo in presenza di un fenomeno a due facce: mentre le lavoratrici dei servizi bancari e/o creditizi sono presenti soprattutto nelle qualifiche medio-basse, le donne che lavorano nel Terziario per la Produzione, oltre a collocarsi in fasce di età giovanili, hanno conseguito titoli di studio fino a poco tempo fa di esclusivo appannaggio maschile (lauree in Ingegneria, Economia, Informatica, Matematica, master a carattere organizzativo, ecc.) e, rispetto all’organigramma aziendale, si posizionano su qualifiche medio-alte. Oltre al settore manifatturiero, altri rami di attività economica presenti nella rilevazione, seppure in modo residuale, sono l’industria delle costruzioni e quella per la produzione e la distribuzione dell’energia, i trasporti e le comunicazioni, il commercio ed i pubblici esercizi. Il settore terziario è presente soprattutto nella componente privata, ovvero quella dei servizi destinati alla vendita (credito e terziario per il sistema produttivo); del tutto assente invece il comparto pubblico – pubblica amministrazione, istruzione, sanità.3 Finora è stato considerato il peso dei diversi comparti tenendo conto solo dell’aggregazione delle singole unità locali: di contro, attraverso l’analisi della ripartizione degli addetti – maschi e femmine – nei settori merceologici e nelle classi dimensionali, sarà possibile pervenire ad una visione maggiormente analitica dell’inserimento delle donne nel mondo del lavoro regionale e provinciale. __________________________________________________________ 3 È opportuno evidenziare che alcune aziende hanno restituito tardivamente la scheda di rilevazione compilata. Pertanto, essendo state inserite in fase di completamento dell’elaborazione delle informazioni, non sempre è stato possibile imputare completamente i loro dati. Trattandosi, però, di un numero esiguo di imprese, ciò non ha inficiato la qualità dei dati trattati. – 50 – – 51 – – 52 – – 53 – Dall’esame del gruppo delle tabelle e dei grafici 2, è possibile inferire alcune sintetiche osservazioni, che precedentemente abbiamo trattato in modo più analitico (cfr. paragrafo “L’occupazione femminile…): 1. a livello regionale, le donne sono presenti particolarmente nelle imprese di piccola dimensione (fino a 99 addetti), rappresentando quasi un terzo del totale degli addetti. La loro partecipazione al lavoro è diffusa -segnatamentenei servizi alle imprese (oltre la metà dei relativi occupati) e nelle aziende manifatturiere, con il 26% delle unità; 2. nella classe dimensionale medio – grande (200 – 499 addetti), il semento femminile insiste nella misura del 27,3%, con picchi molto elevati nell’ambito dei servizi destinati alle famiglie, del commercio e dei pubblici esercizi; 3. nella classe maggiore, con oltre 1000 addetti, la forza lavoro femmnile incide per circa un quinto, concentrata ovviamente nell’industria automobilistica e nella componentistica, ovvero nella FIAT – SATA di San Nicola di Melfi; 4. una ripartizione alquanto simile è riscontrabile nella provincia di Potenza. Prospetto 1 - Occupati nelle imprese del campione per settore e sesso Basilicata. Anno 2001 SETTORE Ind.Manifatturiera DIPENDENTI TOTALI DIPENDENTI DONNE % DONNE 12443 2536 20,4 Produz.gas e energia 713 74 10,4 Costruzioni 401 14 3,5 Trasporti e comunicaz. 1430 132 9,2 Commercio e Pubbl.Es. 538 324 60,2 Servizi alle imprese 2514 735 29,2 Servizi alle famiglie 244 186 76,2 18283 4000 21,9 TOTALE L’esame del Prospetto 1 mette in luce che, all’interno dei comparti, la segregazione orizzontale femminile sia ancora un fenomeno diffuso nelle attività che tradizionalmente denunciano un’alta concentrazione femminile; di contro vi sono settori dove l’utilizzo delle lavoratrici incontra ostacoli, se non addirittura ostilità. Tanto dalle informazioni del campione, che dai dati riportati da altre fonti statistiche sul MdL lucano, emergono indici di femminilizzazione piuttosto bassi, benché in alcuni settori - comparti del manifatturiero, terziario avanzato – si intravedono, seppure in nuce, interessanti trend di crescita. L’analisi settoriale degli occupati del campione individua nel terziario privato tradizionale (attività commerciali, servizi destinati alla persona) il conseguimento della parità: occorre però rammentare che il campione esclude le aziende della Pubblica Amministrazione, l’istruzione e la sanità. Nell’industria, la situazione è senz’altro meno paritaria, per non dire del comparto dell’edilizia dove le donne altro non sono che un fenomeno residuale. Se si esaminano più approfonditamente i settori che compongono l’industria manifatturiera ed i servizi, è riscontrabile tra gli stessi una notevole diversificazione: in altri termini, si rilevano comparti con un alto tasso di femminilizzazione, mentre in altri l’incidenza delle donne è estremamente contenuta. Ad esempio, nell’ambito del manifatturiero i settori con una maggiore presenza femminile sono: l’abbigliamento e la corsetteria, la lavorazione del cuoio e delle pelli, la produzione di calzature, parte dell’alimentare, la meccanica di precisione. Invece, nel terziario, i comparti dove è più capillare il lavoro femminile risultano essere: il commercio al dettaglio ed i pubblici esercizi, la grande distribuzione, tutto il settore dei servizi alle famiglie. Tra i servizi alle imprese, il settore delle mense aziendali, le imprese di pulizia. Relativamente ai servizi alle imprese più qualificati, le donne sono presenti specialmente nelle banche, nelle assicurazioni e nei servizi di promozione finanziaria, anche se le loro qualifiche raramente oltrepassano i ruoli impiegatizi meramente operativi. Nondimeno, il cosiddetto terziario avanzato non comprende solo le succitate attività, che sono di certo le più tradizionali, ma anche altre attività innovative4 che Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 __________________________________________________________ È ormai un metodo acclarato identificare, all’interno del Mercato del Lavoro, nella soglia del 60% il valore con cui “misurare” l’esistenza di forme di segregazione di una componente del Mercato rispetto ad un altro e nel 75% l’indice di ostilità. – 54 – 4 Tra i servizi avanzati si suole includere: i servizi di progettazione e di fattibilità; i servizi di lay-out; i servizi di manutenzione e di approvvigionamento; i servizi di innovazione tecnologica, sia informativi che operativi; i servizi di gestione; i servizi commerciali e di marketing;i servizi alla gestione del fattore umano (reclutamento, gestione, formazione); i servizi finanziari e legali; i servizi ausiliari (sicurezza, mense, pulizia, giardinaggio). – 55 – si stanno lentamente sviluppando nei centri urbani della Basilicata, dove trovano spazio forme di lavoro atipico: è qui che donne ad alta qualificazione possono dimostrare le loro qualità e la capacità di concorrere professionalmente, adattandosi alle rapide variazioni del MdL. Last but not least, esistono, sia nell’industria manifatturiera, sia nel terziario privato, comparti quali, l’alimentare, il tessile, l’editoriale, il grafico, il chimico-farmaceutico - nel secondario; i pubblici esercizi (alberghi, bar), le aziende di igiene pubblica, spettacolo, trasporto su strada - nel terziario - dove le donne denunciano una presenza intermedia rispetto a quei settori dove sono da sempre escluse (metalmeccanico, carta e cartotecnica, produzione di energia elettrica, edilizia). Nei predetti settori si manifestano resistenze di minor peso all’apertura del mercato verso la forza lavoro femminile, specie negli alberghi, nel credito e nelle assicurazioni, nello spettacolo. È bene, tuttavia, sottolineare che se l’incidenza delle occupate si è incrementata ciò è attribuibile al fatto che settori tradizionalmente femminili hanno trovato un maggiore spazio di mercato o perché attività che precedentemente erano svolte dalle donne nell’ambito della famiglia, si sono trasformate in attività professionali (cura di anziani allettati, assistenza di bambini, ecc.). In definitiva, sebbene la maggiore concorrenzialità e adattabilità da parte delle donne abbiano certamente contribuito a migliorare i rapporti con il mercato, la segregazione orizzontale nel MdL delle aziende medio-grandi della Basilicata incide ancora negativamente sulla partecipazione femminile al lavoro e questo accade in prevalenza nell’industria, dove pur essendoci stati notevoli progressi, non si intravedono, però, inversioni di rotta tali che riescano a ribaltare l’attuale condizione di subordinazione dell’elemento femminile. Tab.1a - Composizione imprese monitorate per settore e sottosettore merceologico Potenza 2001 ind. Manifatturiera, di cui: 25 metallurgia di prima lavorazione 1 metalmeccanica 14 legno e mobilio (salotto) 0 gomma e materie plastiche 2 alimentare 2 ceramica 1 chimica 2 produzione manufatti per edilizia 2 tessile 1 ind. Costruzioni e inst. Impianti 0 ind. Produzione e distribuzione energia 1 trasporti e comunicazione, di cui: 4 autotrasporti 3 comunicazione (telefonia) 1 commercio e pubblici esercizi 1 terziario, di cui: credito 6 1 servizi alle imprese 3 servizi alle imp. Agricole 0 gestione esattoriale servizi sanitari 1 1 TOTALE GENERALE Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 – 56 – – 57 – 37 – 58 – – 59 – – 60 – – 61 – Tab.1b - Composizione imprese monitorate per settore e sottosettore merceologico Matera 2001 ind. Manifatturiera, di cui: 13 metallurgia di prima lavorazione 0 metalmeccanica 2 legno e mobilio (salotto) 6 gomma e materie plastiche 3 alimentare ceramica 0 0 chimica 2 produzione manufatti per edilizia 0 tessile 0 ind. Costruzioni e inst. Impianti 1 ind. Produzione e distribuzione energia 0 trasporti e comunicazione, di cui: 0 autotrasporti 0 comunicazione (telefonia) 0 commercio e pubblici esercizi 1 terziario, di cui: 3 credito 1 servizi alle imprese 1 servizi alle imp. Agricole 1 gestione esattoriale servizi sanitari 0 0 TOTALE GENERALE 18 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 – 62 – – 63 – – 64 – – 65 – – 66 – SETTORE n° UL 3 0 0 0 0 0 1 0 4 149 0 0 0 0 0 17 0 166 52 0 0 0 0 0 20 0 72 fino a 99 ADDETTI F M 201 0 0 0 0 0 37 0 238 M+F 17 0 3 1 1 1 1 0 24 n° UL 388 0 14 3 96 30 11 0 542 da 100 a 199 ADDETTI F M 2107 0 387 139 54 75 147 0 2909 2495 0 401 142 150 105 158 0 3451 M+F 14 0 0 2 1 1 3 1 22 n° UL fino a 99 3 0 0 0 0 0 1 0 4 74,1 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 45,9 0,0 69,7 25,9 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 54,1 0,0 30,3 ADDETTI %F n° UL %M da 100 a 199 17 0 3 1 1 1 1 0 24 84,5 0,0 96,5 97,9 36,0 71,4 93,0 0,0 84,3 15,6 0,0 3,5 2,1 64,0 28,6 7,0 0,0 15,7 ADDETTI %F n° UL %M Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE 14 0 0 2 1 1 3 1 22 77,7 0,0 0,0 92,2 41,2 74,2 62,0 23,8 72,7 22,3 0,0 0,0 7,8 58,8 25,8 38,0 76,2 27,3 ADDETTI %F n° UL %M da 200 a 499 Tabella 3 Unità locali ed addetti, secondo il settore e la classe dimensionale (VALORI PERCENTUALI) BASILICATA 2001 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE 4000 0 0 780 388 318 1083 244 6813 M+F 1 1 0 1 0 1 0 0 4 83,8 89,6 0,0 86,6 0,0 77,7 0,0 0,0 84,0 16,2 10,4 0,0 13,4 0,0 22,3 0,0 0,0 16,0 ADDETTI %F n° UL %M da 500 a 999 891 0 0 61 228 82 411 186 1859 da 200 a 499 ADDETTI F 3109 0 0 719 160 236 672 58 4954 M 1 1 0 1 0 1 0 0 4 > 1000 557 639 0 440 0 632 0 0 2268 108 74 0 68 0 181 0 0 431 da 500 a 999 ADDETTI F M 1 0 0 0 0 0 0 0 1 78,4 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 78,4 21,6 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 21,6 ADDETTI %F n° UL %M n° UL 1 0 0 0 0 0 0 0 1 TOTALE n° UL M 36 1 3 4 2 3 5 1 55 79,6 89,6 96,5 90,8 39,8 76,3 65,4 23,8 78,1 20,4 10,4 3,5 9,2 60,2 23,7 34,6 76,2 21,9 1096 0 0 0 0 0 0 0 1096 > 1000 ADDETTI F 3986 0 0 0 0 0 0 0 3986 ADDETTI %F n° UL %M 665 713 0 508 0 813 0 0 2699 M+F 5082 0 0 0 0 0 0 0 5082 M+F 36 1 3 4 2 3 5 1 55 n° UL Il campione utilizzato dall’indagine ha interessato 55 imprese che hanno risposto al questionario previsto dall’articolo 9 della legge 125/’91. Le tabelle di riferimento ed i relativi grafici, illustrano la composizione delle aziende monitorate per settore merceologico e per ripartizione territoriale (regione e province). Dall’esame della distribuzione settoriale del campione, il terziario sembra confermare la propria capacità di tenuta occupazionale, specie nelle componenti meno tradizionali (credito, assicurazioni, turismo, grande distribuzione, servizi alle imprese, ecc.). In relazione al segmento femminile, la cosiddetta “predisposizione all’occupazione nei servizi” corrisponde in parte ad una analoga crescita nel settore industriale. Il terziario, che in molti ritenevano avesse esaurito le sue capacità di assorbimento di forza lavoro, aprendosi a segmenti di mercato più qualificati (ad esempio il “terziario avanzato”, specie nelle forme di lavoro indipendente) ha ampliato i propri spazi occupazionali, diventando un potenziale “bacino di forza lavoro”, come generalmente accade nei Paesi avanzati. Al 31.12.2001, nelle imprese del campione risultavano occupati 18.283 unità, di cui l’80% si collocava nel secondario, con una dominanza degli occupati nel manifatturiero (74%), il 13,8% nelle attività di servizio destinate alla vendita ed il restante 6% nei trasporti e, soprattutto, nelle comunicazioni. Degli occupati, 14.283 erano uomini (78,1%), mentre le donne non superavano le 4.000 unità (21,9%). Tabella 2 Unità locali ed addetti, secondo il settore e la classe dimensionale (VALORI ASSOLUTI) BASILICATA 2001 2535 74 14 132 324 293 442 186 4000 TOTALE ADDETTI F 9908 639 387 1298 214 943 836 58 14283 M 12443 713 401 1430 538 1236 1278 244 18283 M+F 3.5. L’occupazione maschile e femminile in Basilicata nelle imprese che raggiungono la soglia dei 50-100 addetti (art.9, L.125/’91). La composizione delle imprese monitorate. Le variazioni registrate nel biennio 2000-2001 – 67 – – 68 – – 69 – – 70 – – 71 – Assenti i dati sull’occupazione agricola e sul pubblico impiego, poiché la fonte utilizzata, come si evince dalle osservazioni metodologiche (par.3.3) fotografa solo una parte dell’occupazione lucana (all’incirca il 10%), amplia l’incidenza del secondario, per la maggiore diffusione di medie e grandi imprese in questo ramo di attività, mentre sottovaluta il peso occupazionale di altri settori, in particolare del terziario tradizionale (scuola, sanità, Pubblica Amministrazione) dove, peraltro, si concentra una consistente quantità di donne lavoratrici. Quale valenza dare ai risultati della rilevazione, parziali e relativamente rappresentativi, dell’universo occupazionale della Basilicata? Occorre certamente tener conto che le imprese monitorate, ai sensi della legge 125/’91, denunciano dimensioni molto più elevate della media regionale: non si possono quindi inferire valori generalizzabili all’intero universo occupazionale, bensì cogliere e valutare situazioni e tendenze appartenenti alle diverse tipologie aziendali. Segnatamente, l’analisi va focalizzata sulla partecipazione femminile al lavoro, cogliendo la varietà di situazioni potenzialmente sussistenti: segmenti di forza lavoro femminile non particolarmente “deboli”, quote di occupate “schiacciate” sui livelli aziendali più bassi e, ancora, fasce a rischio di espulsione o scarsamente garantite. Secondo l’indagine, nel 2001, le donne insistevano sul totale degli occupati per poco più di un quinto (21,9%), così come emerge dalla tabella 3: dalla medesima tabella risulta che il 76% della forza lavoro femminile è impegnata nei servizi alle famiglie, il 60% nel commercio e nei pubblici esercizi, il 35% nei servizi alle imprese, il 24% nelle attività creditizie e assicurative. Proseguendo nell’analisi, a livello di disaggregazione territoriale, i dati denunciano una maggiore incidenza percentuale delle lavoratrici nella provincia di Matera, pari ad un quarto dell’intera base occupazionale regionale; una ulteriore scomposizione delle informazioni sul piano provinciale mette in luce una considerevole presenza femminile nel comparto del terziario privato tradizionale (64%), nonché nel terziario avanzato, dove si concentra oltre un terzo delle lavoratrici materane. Infine, risulta abbastanza rilevante l’incidenza delle donne nel ramo manifatturiero, nell’ordine del 27,4%. Dalla tabella 10 bis si evince che nella provincia di Potenza, le donne occupate insistono, invece, nella misura del 21% circa: ben il 77% risulta impegnata nei servizi alle famiglie, poco meno del 60% nelle attività commerciali, oltre un terzo nell’industria (manifatturiera, produzione gas ed energia, costruzioni), il 46% nel terziario avanzato. – 72 – – 73 – – 74 – n° UL 4 0 0 0 0 0 0 0 4 M fino a 99 ADDETTI F 244 83 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 244 83 M+F 327 0 0 0 0 0 0 0 327 n° UL 15 0 3 1 1 1 2 0 23 da 100 a 199 ADDETTI F 1793 380 0 0 335 12 134 4 57 90 80 30 331 27 0 0 2730 543 M n° UL 4 0 0 0 0 0 0 0 4 fino a 99 ADDETTI %F 74,6 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 74,6 %M 25,4 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 25,4 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE n° UL 15 0 3 1 1 1 2 0 23 da 100 a 199 ADDETTI %F 82,5 0,0 96,5 97,1 38,8 72,7 92,5 0,0 83,4 %M 17,5 0,0 3,5 2,9 61,2 27,3 7,5 0,0 16,6 n° UL 13 0 0 1 0 1 2 1 18 M+F 2173 0 347 138 147 110 358 0 3273 13 0 0 1 0 1 2 1 18 19,1 0,0 0,0 0,3 0,0 25,4 43,8 77,2 24,8 n° UL da 200 a 499 ADDETTI %F 80,9 0,0 0,0 99,3 0,0 74,6 56,2 22,8 75,2 %M Tabella 4 - BIS Unità locali ed addetti, secondo il settore e la classe dimensionale (VALORI PERCENTUALI) BASILICATA 2000 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE Tabella 4 Unità locali ed addetti, secondo il settore e la classe dimensionale (VALORI ASSOLUTI) BASILICATA 2000 n° UL 1 1 0 0 0 1 0 0 3 da 500 a 999 ADDETTI %F 83,1 89,9 0,0 0,0 0,0 77,6 0,0 0,0 83,6 %M da 200 a 499 ADDETTI F 3084 729 0 0 0 0 291 1 0 0 223 76 475 370 55 186 4128 1362 M 16,9 10,1 0,0 0,0 0,0 22,4 0,0 0,0 16,4 M+F 3813 0 0 293 0 299 845 241 5491 n° UL n° UL 1 0 0 0 0 0 0 0 1 1 1 0 0 0 1 0 0 3 > 1000 ADDETTI %F 79,7 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 79,7 %M 20,3 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 20,3 da 500 a 999 ADDETTI F 554 113 721 81 0 0 0 0 0 0 614 177 0 0 0 0 1889 371 M n° UL 34 1 3 2 1 3 4 1 49 667 802 0 0 0 791 0 0 2260 M+F 1 0 0 0 0 0 0 0 1 TOTALE ADDETTI %F 80,6 89,9 96,5 98,8 38,8 76,4 67,0 22,8 79,4 %M n° UL M 19,4 10,1 3,5 1,2 61,2 23,6 33,0 77,2 20,6 > 1000 ADDETTI F 1197 0 0 0 0 0 0 0 1197 4697 0 0 0 0 0 0 0 4697 M+F 5894 0 0 0 0 0 0 0 5894 n° UL 34 1 3 2 1 3 4 1 49 M 10372 721 335 425 57 917 806 55 13688 TOTA Lo schiacciamento delle donne nelle qualifiche più basse (operaie e impiegate) è un fenomeno che interessa tutta la regione e che verrà approfondito successivamente, attraverso l’analisi delle relative tabelle e grafici. Nella fase attuale ci occuperemo delle variazioni occupazionali intercorse nel biennio 2000-2001. In questo periodo si sono verificate variazioni abbastanza consistenti: in Basilicata gli occupati si sono contratti di ben 862 unità (il 5% in meno): i maschi hanno subito un decremento del 5,8%, mentre le donne sono diminuite in maniera meno vistosa (- 1,7%). I dati del 2000 si riferiscono a 49 aziende con sede legale e/o produttiva nella regione (17 nella provincia di Matera e 32 in quella di Potenza). Rispetto al 2001, la differenza è attribuibile al fatto che 6 imprese delle 55 intervistate hanno risposto parzialmente se non erroneamente. Nell’ambito delle aziende considerate, l’erosione della base occupazionale ha riguardato in primo luogo gli addetti alla produzione (- 6%), con una perdita della forza lavoro operaia femminile pari al 2,5%. Notevolmente più contenuti i decrementi verificatisi nell’ambito delle altre qualifiche professionali - quadri e impiegati. Se si esaminano le variazioni registrate a livello di classe dimensionale nella regione, si può osservare che, nella classe fino a 99 addetti, a differenza dei maschi, le femmine sono mediamente aumentate di 5 punti percentuali, in particolare nel settore dei servizi alle imprese: ciò è in parte un indicatore di una maggiore qualificazione della forza lavoro femminile. – 75 – Praticamente invariata, invece, la situazione degli addetti ricadenti nella classe dimensionale compresa tra 100 e199. Nella classe che va da 200 a 499 addetti, le donne fanno registrare, rispetto all’anno precedente, un incremento medio di 2,5 punti percentuali, riconducibile soprattutto ad una più ampia presenza delle stesse nel ramo manifatturiero. Non si verificano variazioni medie di alcun rilievo nelle imprese i cui addetti sono compresi tra 500 e 999. Infine nelle aziende più grandi (> 1000 addetti), il decremento che si registra nel biennio in questione riguarda, in primo luogo, la componente maschile occupata nell’industria manifatturiera. Se si spinge l’analisi sul piano provinciale, le variazioni negative sono state più marcate nella provincia di Potenza, dove tra il 2000 e il 2001 si sono persi complessivamente 800 posti di lavoro, con un decremento relativo pari al 5,9% in meno. – 76 – – 77 – Il buco occupazionale che si è registrato nel biennio in esame è senza dubbio stato determinato dalla FIAT-SATA, localizzata in San Nicola di Melfi, che nel corso di un solo anno ha espulso dal processo produttivo 812 unità, di cui 711 maschi, ben l’87% dei dipendenti, e 101 femmine, corrispondenti al 13% delle corrispondenti unità. Come si evince dai relativi grafici, la “liberazione” della forza lavoro ha riguardato essenzialmente la manodopera operaia ed un terzo degli impiegati. Un’altra impresa del Potentino che ha perso una quantità consistente di forza lavoro è la SIDER – POTENZA: 103 dipendenti su un totale di 316 unità. Delle 14 donne presenti come impiegate, soltanto 3 hanno perso il posto di lavoro; la perdita in generale ha riguardato soprattutto la manodopera operaia. Rispetto a Potenza, nella provincia di Matera il decremento occupazionale, pari nel biennio all’1,6 per cento in meno, risulta di gran lunga più contenuto e meglio diversificato: ad esempio i saldi delle qualifiche impiegatizie sono di segno positivo, anche per le donne. Di contro, sono gli operai a subire duramente i contraccolpi delle crisi e delle ristrutturazioni aziendali, con un saldo negativo di 83 unità. Per le lavoratrici operaie il saldo negativo è pari ad un quarto del totale provinciale. Nel complesso, le aziende maggiormente penalizzate sul piano occupazionale risultano essere la ANSALDOBREDA e la SAME, ambedue operanti nel settore metalmeccanico: delle due, la prima vede ridursi i propri addetti, in termini assoluti, di 93 unità, di queste l’83% sono operai; la SAME perde, invece il 48% dei dipendenti, di questi un quinto risultano essere donne. Sembra, di contro, tenere meglio il tessuto occupazionale del settore del mobile e del salotto, dove a fronte di più o meno considerevoli crescite (vedasi NICOLETTI e INCANTO DIVANI, in quest’ultima impresa ben il 17% delle nuove assunzioni è costituito da donne. – 78 – – 79 – – 80 – – 81 – – 82 – – 83 – – 84 – – 85 – – 86 – – 87 – – 88 – – 89 – – 90 – – 91 – – 92 – – 93 – – 94 – – 95 – 3.6. L’occupazione femminile. Comparti di appartenenza, qualifiche, tipologie contrattuali. La segregazione verticale Lavorano, ma non decidono, non pesano sulle scelte aziendali. A parte casi assai rari, le donne in un sistema produttivo come quello della Basilicata – ma non solo – non possono definirsi una realtà “ in carriera”. Parafrasando una celebre frase di Cicerone, si può affermare che se la Basilicata “piange”, l’Italia non gode di una situazione di gran lunga migliore, collocandosi agli ultimi posti nella graduatoria europea. Che la parità uomo – donna fosse più sulla carta che nei fatti era un dato risaputo; non si immaginava però che i numeri fossero indicatori di una condizione femminile così arretrata. L’apertura alle donne di ruoli di responsabilità si scontra ancora con ostacoli e difficoltà a dir poco enormi! Non sono pochi gli esperti che affermano che per le donne è più semplice entrare nel Mercato del Lavoro piuttosto che “fare carriera”. Alla base, una serie di cause di diversa natura che vanno dagli alti investimenti di tempo alla disponibilità ai cambiamenti, quali la mobilità territoriale che mal si conciliano con l’attuale organizzazione familiare, oggi totalmente a carico delle donne, segnatamente in assenza di una moderna politica della famiglia che si accolli almeno parte delle incombenze - allo stato - di esclusiva “competenza” femminile. Un esempio di tale negatività è rappresentato dagli istituti bancari dove le donne affollano i gradini più bassi, ma è arduo trovarne sulla sommità della piramide: sul piano nazionale, il 40 per cento delle banche non annovera neppure una donna dirigente, nelle rimanenti l’incidenza non va oltre il 4 –5%. A livello di enti economici, oltre alle banche, che utilizzano le donne quasi esclusivamente come impiegate operative, le cose non vanno meglio, ad esempio, nelle associazioni datoriali ed in quelle di categoria (Confindustria, Confcommercio, organizzazioni sindacali). Secondo un recente studio sui rapporti tra “pianeta femminile” e centri decisionali è stato verificato che in Italia c’è davvero ancora molto lavoro da fare per aggiornarsi sia sotto il profilo delle politiche del lavoro che dell’ammodernamento del sistema produttivo: se si eccettua la Grecia, tutti gli altri paesi europei ci sorpassano. L’analisi della struttura occupazionale secondo la qualifica ed il sesso consente di stimare l’incidenza del segmento femminile nei ruoli “apicali” delle aziende. Accanto alle tabelle del gruppo 5 ed ai relativi grafici che, successivamente meglio esamineremo ma che già evidenziano l’estremo contenimento delle donne nei ruoli di vertice, salvo nei rami e nei settori a tradizionale presenza femminile (com- – 96 – – 97 – mercio e servizi alla persona), ci è parso utile sintetizzare in un prospetto, riferito alla situazione nazionale e a quella regionale, lo scenario della segregazione verticale, mediante la stima dei tassi di partecipazione delle donne alle diverse qualifiche. Se si paragonano le informazioni illustrate nel prospetto, contenente sia i tassi di partecipazione femminile alle diverse qualifiche a livello nazionale che nella situazione endogena, risalta immediatamente l’esistenza di un forte “gap” negativo tra la qualificazione femminile in Basilicata, rispetto al resto del paese: se in Italia le donne dirigenti incidono solo per un quarto sull’universo delle qualifiche al vertice della piramide aziendale, nella regione la medesima aliquota si abbassa addirittura al 5,6%, mentre cresce e raggiunge valori simili a quelli nazionali nel caso delle qualifiche più basse (operaie). Le donne, generalmente, e -in primo luogo- quelle meridionali sono complessivamente “cedenti”, fatta eccezione per la qualifica impiegatizia, dove la presenza femminile lucana è pari a poco più del 25%, con una incidenza di un quinto sull’universo del lavoro delle donne. In Italia le impiegate insistono, invece, sul proprio universo nell’ordine del 50 per cento. Nondimeno, il dato su dirigenti e quadri donne non è del tutto rappresentativo della realtà, dal momento che il campione utilizzato ai sensi della legge 125 non si estende al comparto pubblico, sanità, istruzione e Pubblica Amministrazione, nel quale le lavoratrici risultano meno discriminate e incontrano minori ostacoli “nel fare carriera”. Nel pubblico impiego le progressioni di carriera sono, ad esempio, quasi sempre ottenute mediante modalità concorsuali, e non solo secondo principi discrezionali. Lo stesso dicasi per l’istruzione e la sanità di carattere pubblico: in particolare in quest’ultimo comparto i medici – uomini e donne – sono inquadrati come dirigenti ed il personale paramedico ricade, in modo intermedio, tra quadri ed impiegati. In questo caso, la presenza femminile supera di gran lunga la metà del personale e, di conseguenza, si deduce una discreta presenza di lavoratrici qualificate. Se si esamina, dal punto di vista quantitativo, la condizione vissuta dalle lavoratrici della Basilicata sul piano degli inquadramenti nel biennio 2000-2001 (cfr. l’insieme delle tabelle 5 e 6), la situazione che emerge è a dir poco sconfortante, come di seguito si è cercato di sintetizzare. PROSPETTO 1- Dipendenti delle imprese del campione per qualifica e sesso. Basilicata. Italia. Biennio 2000-2001 QUALIFICA Dirigente DIPENDENTI DIPENDENTI % DONNE % DONNE TOTALI DONNE BASILICATA ITALIA 71 4 5,6 24,5 485 46 9,5 37,5 3471 901 25,9 50,1 Operaio 14256 3049 21,4 24,4 TOTALE 18283 4000 21,8 34,1 Quadro Impiegato – 98 – – 99 – – 100 – – 101 – M 46 1 1 2 0 7 6 4 67 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 0 0 4 4 M+F 46 1 1 2 0 7 6 8 71 M 106 17 4 12 0 257 39 4 439 DIRIGENTI %M %F 100,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 100,0 0,0 766,7 0,0 50,0 50,0 64,8 5,6 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE QUADRI %M %F 97,2 2,8 85,0 15,0 100,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 92,1 7,9 90,7 9,3 22,2 77,8 90,5 9,5 Tabella 5 BIS Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI PERCENTUALI) BASILICATA 2001 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE Tabella 5 Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI ASSOLUTI) BASILICATA 2001 M+F 109 20 4 12 0 279 43 18 485 IMPIEGATI %M %F 78,7 21,3 81,7 18,3 86,9 13,1 82,9 17,1 27,1 72,9 71,3 28,7 78,6 21,4 13,5 86,5 74,0 26,0 QUADRI F 3 3 0 0 0 22 4 14 46 IMPIEGATI F 274 71 13 72 51 271 27 122 901 OPERAI %M %F 79,5 20,5 100,0 0,0 99,7 0,3 94,0 6,0 41,7 58,3 100,0 0,0 62,7 37,3 40,3 59,7 78,6 21,4 M 1010 317 86 348 19 672 99 19 2570 M 8746 304 296 936 195 7 692 31 11207 TOTALE %M %F 79,6 20,4 89,6 10,4 96,5 3,5 90,8 9,2 39,8 60,2 76,3 23,7 65,4 34,6 23,8 76,2 78,1 21,9 M+F 1284 388 99 420 70 943 126 141 3471 OPERAI F 2258 0 1 60 273 0 411 46 3049 M+F 11004 304 297 996 468 7 1103 77 14256 M 9908 639 387 1298 214 943 836 58 14283 TOTALE F 2535 74 14 132 324 293 442 186 4000 M+F 12443 713 401 1430 538 1236 1278 244 18283 – 102 – – 103 – M 49 1 1 2 2 3 6 2 66 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 0 0 4 4 M+F 49 1 1 2 2 3 6 6 70 M 121 22 2 5 0 243 47 4 444 DIRIGENTI %M %F 100,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 33,3 66,7 94,3 5,7 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE QUADRI %M %F 98,4 1,6 88,0 12,0 100,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 93,1 6,9 92,2 7,8 28,6 71,4 92,3 7,7 Tabella 6 bis Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI PERCENTUALI) BASILICATA 2000 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE Tabella 6 Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI ASSOLUTI) BASILICATA 2000 M+F 123 25 2 5 0 261 51 14 481 IMPIEGATI %M %F 79,2 20,8 82,0 18,0 87,9 12,1 83,3 16,7 58,8 41,2 71,4 28,6 79,7 20,3 12,8 87,2 74,2 25,8 QUADRI F 2 3 0 0 0 18 4 10 37 IMPIEGATI F 266 78 11 4 14 265 25 123 786 OPERAI %M %F 80,4 19,6 100,0 0,0 99,6 0,4 99,7 0,3 31,5 68,5 100,0 0,0 64,0 36,0 38,8 61,3 80,0 20,0 M 1010 356 80 20 20 663 98 18 2265 M 9192 342 252 398 35 8 655 31 10913 TOTALE %M %F 80,6 19,4 89,9 10,1 96,5 3,5 98,8 1,2 38,8 61,2 76,4 23,6 67,0 33,0 22,8 77,2 79,4 20,6 M+F 1276 434 91 24 34 928 123 141 3051 OPERAI F 2234 0 1 1 76 0 368 49 2729 M+F 11426 342 253 399 111 8 1023 80 13642 M 10372 721 335 425 57 917 806 55 13688 TOTALE F 2502 81 12 5 90 283 397 186 3556 M+F 12874 802 347 430 147 1200 1203 241 17244 3.6.1. La distribuzione delle qualifiche nell’industria Il ramo include l’industria manifatturiera, la produzione e la distribuzione dell’energia e del gas, le costruzioni e l’installazione di impianti. Riconfermata la bassa percentuale di femminilizzazione, si osserva che la presenza delle donne in tutte le qualifiche è di gran lunga inferiore alle medie che si rilevano sul piano nazionale. • Industria manifatturiera: in entrambi gli anni del periodo in esame la presenza di donne dirigenti è nulla, i quadri sono appena 3 unità nel 2001 e 2 nel 2000, le impiegate, nel biennio, hanno un incremento passando da 266 addette (20,8%) a 274 unità (21,3%). Le operaie aumentano di circa un punto percentuale, dal 19,6% al 21,3% e costituiscono la forza lavoro più rilevante, pari a 2.258 unità nell’anno 2001; • Industria di produzione e distribuzione energia e gas: anche in questo settore non si riscontrano lavoratrici dotate di qualifica dirigenziale. Relativamente ai quadri, a fronte di un calo di 5 unità, resta stabile la quota delle donne con tale qualifica, 3 unità, pari ad una media del 13,5%. Le impiegate subiscono un calo nel biennio in esame, diminuendo di 8 unità, nonostante ciò confermano una modesta percentuale di femminilizzazione nell’ambito impiegatizio. Di contro sono completamente assenti donne operaie; • Industria delle costruzioni e installazione impianti: è il settore industriale che annovera meno occupate – il 13% di impiegate e lo 0,3% di operaie. Inesistenti donne dirigenti e/o quadri. Tra il 2000 e il 2001 si è registrato un piccolo aumento del complesso delle occupate, nella misura di 2 unità impiegatizie. – 104 – Prospetto 1 - Occupate nell’industria per qualifica. Basilicata 2001 QUALIFICA Dirigenti DIPENDENTI DIPENDENTI TOTALI DONNE %DONNE 48 0 0,0 133 6 4,5 1771 358 20,2 Operai 11605 2259 19,5 TOTALE 13557 2623 19,3 Quadri Impiegati Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/’91 Una ulteriore conferma dell’esistenza di forme di segregazione verticale è data da una rapida disamina dei settori manifatturieri dove la presenza delle lavoratrici è maggiormente diffusa – abbigliamento e corsetteria, pelli, cuoio e calzature, mobile imbottito, meccanica di precisione – dove la incidenza di femminilizzazione totale e quella dei ruoli di vertice seguono percorsi autonomi: infatti in nessuno di questi settori si rilevano donne dirigenti, mentre è estremamente contenuta la quota di donne quadro. – 105 – 3.6.2. Le qualifiche nel terziario Prospetto 2 - Incidenza donne dirigenti, quadro e imp. sui totali di qualifica Basilicata. Anno 2001 Escludendo il comparto della sanità e della Pubblica Amministrazione, il macrosettore registra il drastico ridimensionamento delle donne con qualifiche “apicali”, anche se evidenzia nelle qualifiche intermedie segmenti di presenza femminile più elevati che nell’industria, così come si evince dal prospetto di seguito riportato. Prospetto 1 - Occupate nel terziario per qualifica. Basilicata 2001 QUALIFICA Dirigenti DIPENDENTI DIPENDENTI TOTALI DONNE % DONNE DIRIGENTI 4 17,4 352 40 11,4 Impiegati 1700 543 40,0 Operai 2651 790 29,8 TOTALE 4726 1377 29,1 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/’91 SU TOTALE SU TOTALE DIRIGENTI QUADRI % IMPIEGATE SU TOTALE IMP. Commercio e pubb.esercizi 0,0 0,0 72,8 Credito e assicurazioni 0,0 7,9 28,7 Servizi alle imprese 0,0 9,3 21,4 Servizi alle famiglie 50,0 77,7 86,5 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/’91 Dall’esame del Prospetto 2, se si esclude la fetta piuttosto limitata delle donne quadro, la maggior parte delle occupate nel terziario risultano avere qualifiche impiegatizie. Mettendo a confronto il 2000 ed il 2001, non si riscontrano mutamenti di rilievo: la situazione delle donne dirigenti rimane invariata, le donne quadro aumentano di quasi 2 punti percentuali (1,8% in più), mentre le impiegate si attestano su valori praticamente uguali, ad eccezione del commercio e dei pubblici esercizi dove fanno registrare un forte incremento, pari a circa un terzo (31,7% in più). Un’altra osservazione facilmente rilevabile è che il settore terziario evidenzia in tutte le qualifiche percentuali di occupate più elevate che nell’industria. L’apertura alle donne nei ruoli di vertice è stata senza dubbio apprezzabile, ma benché nel terziario privato la femminilizzazione risulti superiore a quanto si registra nel secondario e nei servizi tradizionalmente maschili – trasporti e comunicazioni – tuttavia le donne dirigenti o – almeno - dotate di ruoli di responsabilità sono una minoranza. L’analisi di alcuni sottosettori, significativi in termini di presenza femminile qualificata, consente di avere un quadro della situazione delle lavoratrici del terziario che occupano posti di responsabilità. – 106 – % DONNE QUADRO % DONNE 23 Quadri SETTORE – 107 – 3.6.3. Le tipologie contrattuali L’analisi della ripartizione delle tipologie di lavoro maggiormente rappresentate nel campione evidenzia che nelle imprese medio - grandi della Basilicata il contratto a tempo indeterminato è certamente quello dominante. Il totale dei dipendenti rilevati – maschi e femmine – risultano inquadrati con tale tipo di contratto nel 91,7% dei casi, come mette in luce il quadro di sintesi di seguito riportato. Prospetto1 - Dipendenti per tipologia di contratto. Basilicata. Anno 2001 TIPOLOGIA Tempo ind. + DIPENDENTI % A FULL DIPENDENTI TOTALI TIME DONNE % DONNE 14569 91,7 3200 91,4 a part-time 799 87,0 642 80,3 Contratto a termine + 148 1,0 49 46,6 28 0,1 26 92,8 1190 7,1 283 23,8 2 25,0 0,0 a part- time CFL Apprendistato Altro 8 0,0 5 0 0,0 0 TOTALE 16742 100,0 4202 a part time 827 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/’91 – 108 – 668 80,8 Le restanti figure contrattuali rivestono una importanza molto più limitata, anche se non del tutto insignificante: si tratta del contratto a tempo determinato o a termine, del part-time e del contratto di formazione e lavoro. Se si esamina la tabella 7, è possibile notare che il contratto a termine, anche nella sua forma parziale, trova maggiore diffusione tra gli uomini (101 maschi contro 75 femmine) con le qualifiche più basse. I dipendenti inquadrati con le qualifiche di vertice hanno, nella stragrande maggioranza, contratti a tempo indeterminato. Il contratto part-time interessa soprattutto i rapporti a tempo determinato; tipologia primaria di rapporto flessibile incontra un più ampio favore rispetto ad altre figure di contratto atipico. Molto utilizzato nelle imprese medio - grandi, è tra le donne che trova grande interesse, segnatamente tra quelle con qualifica impiegatizia ed operaia (80,3%). I contratti di formazione e lavoro e quelli di apprendistato – seppure in misura largamente inferiore - vedono la prevalenza dei maschi. Il contratto di formazione – lavoro ha conosciuto nell’ultimo decennio una enorme espansione: utilizzato sia dalla grande che dalla piccola impresa ha favorito la forza lavoro più giovane, secondo il dettato della filosofia aziendale “young in – old out”, fornendo alle aziende la possibilità di realizzare larghi risparmi sul costo del lavoro mediante il trasferimento allo stato di gran parte degli oneri contributivi. La durata dei CFL è variabile ed alla sua scadenza può essere rinnovato: nel campione tale tipologia contrattuale interessa 1.190 unità, pari al 7,1 per cento dei contratti rilevati, maggiormente diffuso tra i giovani maschi – 76,2 % - che tra le donne – 23,8%. La maggior parte del personale inquadrato con CFL risulta schiacciato nelle qualifiche più basse, nel 93% dei casi sono operai, il restante 7% è rappresentato da impiegati. Le donne operaie sono solo il 22%, mentre le impiegate sfiorano il 48%. Il contratto di apprendistato è ancora molto poco diffuso: nelle imprese del campione si registrano soltanto 8 casi, quasi tutti maschi. Altre figure di contratto atipico (contratti di solidarietà) risultano praticamente inesistenti. In conclusione, quanto finora detto conferma che le forme di lavoro flessibile non trovano ancora grande spazio nel campione di imprese esaminato. – 109 – – 110 – – 111 – M 67 1 1 0 0 0 0 68 1 69 DIRIGENTI F 2 0 1 0 0 0 0 3 0 3 M+F 69 1 2 0 0 0 0 71 1 72 M 421 0 0 0 0 0 0 421 0 421 QUADRI F 41 3 0 0 0 0 0 41 3 44 M+F 462 3 0 0 0 0 0 462 3 465 M 2014 20 2 0 42 0 0 2058 20 2078 IMPIEGATI F 704 98 4 0 38 0 0 746 98 844 M+F 2718 118 6 0 80 0 0 2804 118 2922 M 8867 136 96 2 865 6 0 9834 138 9972 95,8 4,2 DIRIGENTI %M %F 97,1 2,9 100,0 0,0 50,0 50,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 TOTALE GENERALE CONTRATTO Contratto a T.I. Full Time Contratto a T.I. Part Time Contratto a T.D. Full Time Contratto a T.D. Part Time CFL Contratto di Apprendistato Altri tipi di contratto QUALIFICA 90,5 9,5 QUADRI %M %F 91,1 8,9 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 71,1 28,9 IMPIEGATI %M %F 74,1 25,9 16,9 83,1 33,3 66,7 0,0 0,0 52,5 47,5 0,0 0,0 0,0 0,0 75,1 24,9 OPERAI %M %F 78,3 21,7 20,1 79,9 68,6 31,4 7,1 92,9 77,9 22,1 75,0 25,0 0,0 0,0 74,9 25,1 TOTALE %M %F 78,0 22,0 19,6 80,4 66,9 33,1 7,1 92,9 76,2 23,8 75,0 25,0 0,0 0,0 Tabella 7 BIS Addetti secondo la qualifica e la tipologia contrattuale (VALORI PERCENTUALI RAPPORTO MASCHI/FEMMINE = 100) BASILICATA 2001 CONTRATTO Contratto a T.I. Full Time Contratto a T.I. Part Time Contratto a T.D. Full Time Contratto a T.D. Part Time CFL Contratto di Apprendistato Altri tipi di contratto totali Full time totali Part Time TOTALE GENERALE QUALIFICA Tabella 7 Addetti secondo la qualifica e la tipologia contrattuale (VALORI ASSOLUTI) BASILICATA 2001 OPERAI F 2453 541 44 26 245 2 0 2744 567 3311 M+F 11320 677 140 28 1110 8 0 12578 705 13283 M 11369 157 99 2 907 6 0 12381 159 12540 TOTALE F 3200 642 49 26 283 2 0 3534 668 4202 M+F 14569 799 148 28 1190 8 0 15915 827 16742 – 112 – – 113 – – 114 – TOTALE F 802 -738 64 M 2263 -2477 -214 M+F 2577 -2697 -120 OPERAI F 677 -628 49 M 1900 -2069 -169 M+F 394 -432 -38 IMPIEGATI F 284 110 -322 -110 -38 0 74 -68 6 M M+F QUADRI F 59 15 -68 0 -9 15 20 -18 2 M M+F Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 DIRIGENTI F 20 0 -18 0 2 0 ENTRATE USCITE SALDO M Turn Over Tabella 8 Turn over degli addetti secondo la qualifica (VALORI ASSOLUTI) BASILICATA 2001 QUALIFICA Dall’insieme delle tabelle e dei grafici 8 si evince che i flussi in entrata ed in uscita nel biennio considerato hanno generato un saldo negativo di 150 unità; in altri termini nel 2001 le uscite di personale hanno superato le entrate. Le uscite dei dipendenti hanno riguardato 3.215 persone, di cui 2.477 maschi, pari al 77% e 738 femmine, poco meno del 23 per cento dell’intera movimentazione. La scomposizione del saldo per sesso mette in evidenza che il saldo negativo è attribuibile soprattutto agli uomini che, nel secondo anno del biennio, perdono 214 unità, di contro le lavoratrici denunciano un saldo positivo di 64 unità. Ne discende che le uscite di personale femminile sono state, comunque, inferiori alle entrate. Delle due province, è stata quella di Potenza a far registrare il saldo negativo più elevato: le uscite hanno superato le entrate nella misura di 157 unità; sono stati 1.857 uomini a determinare il 76,6% della movimentazione in uscita, mentre alle donne è riconducibile il 23, 4% della stessa, valori entrambi in linea con l’andamento regionale. Le ragioni di un saldo maschile tanto negativo sono, a nostro avviso, da ricercarsi nella “liberazione”, sia volontaria che riconducibile ad altre motivazioni, di un gran numero di addetti, operai e tecnici, ma anche personale di vertice, nella FIAT-SATA di San Nicola di Melfi. Ad ogni modo è stata la forza lavoro maschile, anche nella provincia di Matera, a contrassegnare negativamente il turn over nelle imprese del campione. Dal punto di vista delle qualifiche, la quota maggiore dei movimenti si verifica tra gli operai con un decremento di 2.697 unità, di cui 2.069 maschi (76,7%), invece il movimento in entrata della manodopera femminile oltrepassa di 49 unità quello in uscita. Anche nella categoria impiegatizia si registra un saldo negativo pari a 38 unità in meno, le uscite riguardano in misura maggiore gli uomini. M+F 3065 -3215 -150 3.7. Il turn over del personale: le entrate e le uscite. Tipologia delle assenze – 115 – Un analogo fenomeno è evincibile tra quadri e dirigenti, dove le uscite di personale sono di gran lunga superiori alle entrate. Purtroppo, la carente compilazione del questionario ministeriale da parte delle imprese ha causato problemi nell’elaborazione dei dati relativi al turn over; pertanto la disomogeneità delle informazioni ottenute non ci ha permesso di identificare i motivi alla base della movimentazione interna/esterna (passaggi da altre unità locali, da altre imprese, da imprese dello stesso gruppo esterne alla regione, ecc.) e le ragioni della cessazione dei rapporti (dimissioni, pensionamenti, licenziamenti, ecc.) producendo una lacuna conoscitiva non di poco conto. Relativamente alle assenze, nell’anno 2001, le assenze temporanee dal luogo di lavoro sono state contenute, così come risulta dalle tabelle e dai grafici del gruppo 9. La Cassa Integrazione Guadagni ha avuto nel campione una presenza irrilevante: 169 lavoratori (in prevalenza operai), di cui 40 donne, si trovavano al 31/12/01 in CIG, con una incidenza pari all’1% dei totale dei dipendenti censiti. Nel medesimo periodo 130 unità erano in aspettativa, lo 0,8% del totale dei dipendenti: la maggior parte delle aspettative erano per maternità (63,8%) ed interessavano soprattutto donne, particolarmente operaie ed impiegate. Da notare che tra le 98 unità in aspettativa per maternità, non si registra nessun uomo che abbia richiesto congedi post-partum o per assistenza ai figli. In conclusione, la carenza di informazioni, la disomogeneità delle risposte, la scarsa chiarezza nella formulazione delle domande da parte del questionario, la negligenza delle imprese del campione nell’”autosomministrazione” del questionario hanno causato la perdita di molte informazioni, segnatamente sulla formazione aziendale e sul rapporto tra livelli di inquadramento e retribuzioni. Precedentemente, nelle “Osservazioni metodologiche”, si è provato ad indicare un percorso in parte nuovo che consenta in futuro di disporre di informazioni omogenee e dettagliate, raccolte tutte con lo stesso metodo e, dunque, utilizzabili anche da altri (ricercatori, policy makers, ecc.) e confrontabili. La posta in gioco, ovvero la conoscenza del “gap” ancora oggi esistente sul fronte del lavoro tra uomini e donne, è troppo importante perché strumenti scarsamente tarati e mancanza di significatività statistica inficino la rappresentatività del relativo rapporto di ricerca. – 116 – – 117 – – 118 – – 119 – M 0 0 0 0 0 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 TIPOLOGIA ASSENZA CIG A 0 ORE CIG NON A 0 ORE ASPETTATIVA di cui per maternità TOTALE QUALIFICA M+F 0 0 0 0 0 M 0 0 3 0 3 QUADRI F 0 0 0 0 0 Tabella 9 Addetti secondo la qualifica temporaneamente assenti (VALORI ASSOLUTI) BASILICATA 2001 M+F 0 0 3 0 3 M 4 0 6 0 10 IMPIEGATI F 3 0 18 18 21 7 0 24 18 31 M+F M 125 0 23 0 148 OPERAI F 37 0 80 65 117 M+F 162 0 103 65 265 M 129 0 32 0 161 TOTALE F 40 0 98 83 138 M+F 169 0 130 83 299 – 120 – – 121 – – 122 – – 123 – M 33 1 0 2 0 5 0 4 45 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 0 0 4 4 M+F 33 1 0 2 0 5 0 8 49 M 73 17 2 12 0 200 0 4 308 DIRIGENTI %M %F 100,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 50,0 50,0 91,8 8,2 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE QUADRI %M %F 97,3 2,7 85,0 15,0 100,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 91,3 8,7 0,0 0,0 22,2 77,8 89,0 11,0 Tabella 10 BIS Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI PERCENTUALI) POTENZA 2001 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE Tabella 10 Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI ASSOLUTI) POTENZA 2001 75 20 2 12 0 219 0 18 346 M+F IMPIEGATI %M %F 83,0 17,0 81,7 18,3 81,8 18,2 82,9 17,1 9,1 90,9 72,3 27,7 70,6 29,4 13,5 86,5 75,1 24,9 QUADRI F 2 3 0 0 0 19 0 14 38 IMPIEGATI F 163 71 4 72 40 192 5 122 669 OPERAI %M %F 81,4 18,6 100,0 0,0 99,2 0,8 94,0 6,0 45,3 54,7 100,0 0,0 53,3 46,7 40,3 59,7 79,6 20,4 796 317 18 348 4 501 12 19 2015 M M 6929 304 130 936 156 1 466 31 8953 TOTALE %M %F 81,7 18,3 89,6 10,4 96,8 3,2 90,8 9,2 41,2 58,8 77,0 23,0 53,6 46,4 23,1 76,9 79,0 21,0 M+F 959 388 22 420 44 693 17 141 2684 OPERAI F 1585 0 1 60 188 0 409 46 2289 M+F 8514 304 131 996 344 1 875 77 11242 M 7831 639 150 1298 160 707 478 56 11319 TOTALE F 1750 74 5 132 228 211 414 186 3000 M+F 9581 713 155 1430 388 918 892 242 14319 – 124 – – 125 – M 13 0 1 0 0 2 6 0 22 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 0 0 0 0 M+F 13 0 1 0 0 2 6 0 22 M 33 0 2 0 0 57 39 0 131 SETTORE DIRIGENTI %M %F 100,0 0,0 0,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 100,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 100,0 0,0 QUADRI %M %F 97,1 2,9 0,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 95,0 5,0 90,7 9,3 0,0 0,0 94,2 5,8 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE 34 0 2 0 0 60 43 0 139 M+F IMPIEGATI %M %F 65,8 34,2 0,0 0,0 88,3 11,7 0,0 0,0 57,7 42,3 68,4 31,6 79,8 20,2 0,0 0,0 70,5 29,5 QUADRI F 1 0 0 0 0 3 4 0 8 Tabella 11 bis Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI PERCENTUALI) MATERA 2001 Ind. Manifatturiera Ind. Produzione Gas ed Energia Ind. Costruzioni Trasporti e Comunicazioni Commercio e Pubblici Esercizi Credito, Assicurazioni, ecc. Servizi alle imprese Servizi alle famiglie TOTALE SETTORE Tabella 11 Addetti secondo la qualifica ed il settore (VALORI ASSOLUTI) MATERA 2001 214 0 68 0 15 171 87 0 555 IMPIEGATI F 111 0 9 0 11 79 22 0 232 OPERAI %M %F 73,0 27,0 0,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 30,6 68,5 100,0 0,0 99,1 0,9 0,0 0,0 74,8 25,2 M M 1817 0 166 0 38 6 226 0 2253 TOTALE %M %F 72,6 27,4 0,0 0,0 96,3 3,7 0,0 0,0 36,0 64,0 74,2 25,8 92,7 7,3 0,0 0,0 74,8 25,2 M+F 325 0 77 0 26 250 109 0 787 OPERAI F 673 0 0 0 85 0 2 0 760 M+F 2490 0 166 0 124 6 228 0 3014 M 2077 0 237 0 54 236 358 0 2962 TOTALE F 785 0 9 0 96 82 28 0 1000 M+F 2862 0 246 0 150 318 386 0 3962 – 126 – – 127 – M 41 0 1 0 0 0 0 42 0 42 DIRIGENTI F 2 0 1 0 0 0 0 3 0 3 M+F 43 0 2 0 0 0 0 45 0 45 M 298 0 0 0 0 0 0 298 0 298 QUADRI F 35 3 0 0 0 0 0 35 3 38 M+F 333 3 0 0 0 0 0 333 3 336 M 1618 13 2 0 13 0 0 1633 13 1646 IMPIEGATI F 523 87 4 0 6 0 0 533 87 620 M+F 2141 100 6 0 19 0 0 2166 100 2266 M 7447 128 54 1 575 4 0 8080 129 8209 OPERAI F 1956 501 11 7 154 0 0 2121 508 2629 93,3 6,7 DIRIGENTI %M %F 95,3 4,7 0,0 0,0 50,0 50,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 88,7 11,3 QUADRI %M %F 89,5 10,5 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 TOTALE GENERALE CONTRATTO Contratto a T.I. Full Time Contratto a T.I. Part Time Contratto a T.D. Full Time Contratto a T.D. Part Time CFL Contratto di Apprendistato Altri tipi di contratto QUALIFICA 72,6 27,4 IMPIEGATI %M %F 75,6 24,4 13,0 87,0 33,3 66,7 0,0 0,0 68,4 31,6 0,0 0,0 0,0 0,0 75,7 24,3 OPERAI %M %F 79,2 20,8 20,3 79,7 83,1 16,9 12,5 87,5 78,9 21,1 100,0 0,0 0,0 0,0 75,6 24,4 TOTALE %M %F 78,9 21,1 19,3 80,7 78,1 21,9 12,5 87,5 78,6 21,4 100,0 0,0 0,0 0,0 Tabella 12 BIS Addetti secondo la qualifica e la tipologia contrattuale (VALORI PERCENTUALI RARAPPORTO MASCHI/FEMMINE = 100) POTENZA 2001 CONTRATTO Contratto a T.I. Full Time Contratto a T.I. Part Time Contratto a T.D. Full Time Contratto a T.D. Part Time CFL Contratto di Apprendistato Altri tipi di contratto totali Full time totali Part Time QUALIFICA Tabella 12 Addetti secondo la qualifica e la tipologia contrattuale (VALORI ASSOLUTI) POTENZA 2001 M+F 9403 629 65 8 729 4 0 10201 637 10838 M 9404 141 57 1 588 4 0 10053 142 10195 TOTALE F 2516 591 16 7 160 0 0 2692 598 3290 M+F 11920 732 73 8 748 4 0 12745 740 13485 – 128 – – 129 – – 130 – – 131 – M 26 1 0 0 0 0 0 26 1 27 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 M+F 26 1 0 0 0 0 0 26 1 27 M 123 0 0 0 0 0 0 123 0 123 QUADRI F 6 0 0 0 0 0 0 6 0 6 M+F 129 0 0 0 0 0 0 129 0 129 M 396 7 0 0 29 0 0 425 7 432 IMPIEGATI F 181 11 0 0 32 0 0 213 11 224 M+F 577 18 0 0 61 0 0 638 18 656 M 1420 8 42 1 290 2 0 1754 9 1763 100,0 0,0 DIRIGENTI %M %F 100,0 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 95,3 4,7 QUADRI %M %F 95,3 4,7 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 TOTALE GENERALE CONTRATTO Contratto a T.I. Full Time Contratto a T.I. Part Time Contratto a T.D. Full Time Contratto a T.D. Part Time CFL Contratto di Apprendistato Altri tipi di contratto QUALIFICA 65,9 34,1 IMPIEGATI %M %F 68,6 31,4 38,9 61,1 0,0 0,0 0,0 0,0 47,5 52,5 0,0 0,0 0,0 0,0 72,1 27,9 OPERAI %M %F 74,1 25,9 16,7 83,3 56,0 44,0 5,0 95,0 76,1 23,9 50,0 50,0 0,0 0,0 72,0 28,0 TOTALE %M %F 74,2 25,8 23,9 76,1 56,0 44,0 5,0 95,0 72,2 27,8 50,0 50,0 0,0 0,0 Tabella 13 BIS Addetti secondo la qualifica e la tipologia contrattuale (VALORI PERCENTUALI RAPPORTO MASCHI/FEMMINE = 100) MATERA 2001 CONTRATTO Contratto a T.I. Full Time Contratto a T.I. Part Time Contratto a T.D. Full Time Contratto a T.D. Part Time CFL Contratto di Apprendistato Altri tipi di contratto totali Full time totali Part Time TOTALE GENERALE QUALIFICA Tabella 13 Addetti secondo la qualifica e la tipologia contrattuale (VALORI ASSOLUTI) MATERA 2001 OPERAI F 497 40 33 19 91 2 0 623 59 682 M+F 1917 48 75 20 381 4 0 2377 68 2445 M 1965 16 42 1 319 2 0 2328 17 2345 TOTALE F 684 51 33 19 123 2 0 842 70 912 M+F 2649 67 75 20 442 4 0 3170 87 3257 – 132 – – 133 – – 134 – – 135 – M 15 -14 1 DIRIGENTI F 0 0 0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 ENTRATE USCITE SALDO Turn Over 15 -14 1 M+F M 53 -52 1 QUADRI F 13 0 13 Tabella 14 Turn over degli addetti secondo la qualifica (VALORI ASSOLUTI) POTENZA 2001 QUALIFICA 66 -52 14 M+F M 219 -269 -50 IMPIEGATI F 67 -80 -13 M+F 286 -349 -63 M 1382 -1522 -140 OPERAI F 518 -487 31 M+F 1900 -2009 -109 M 1669 -1857 -188 TOTALE F 598 -567 31 M+F 2267 -2424 -157 – 136 – – 137 – M DIRIGENTI F 5 0 -4 0 1 0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 ENTRATE USCITE SALDO Turn Over M+F 5 -4 1 M QUADRI F 6 2 -16 0 -10 2 Tabella 15 Turn over degli addetti secondo la qualifica (VALORI ASSOLUTI) MATERA 2001 QUALIFICA 8 -16 -8 M+F M IMPIEGATI F 65 43 -53 -30 12 13 M+F 108 -83 25 M OPERAI F 518 159 -547 -141 -29 18 M+F 677 -688 -11 M TOTALE F 594 204 -620 -171 -26 33 M+F 798 -791 7 – 138 – – 139 – M 0 0 0 0 0 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 CIG A 0 ORE CIG NON A 0 ORE ASPETTATIVA di cui per maternità TOTALE TIPOLOGIA ASSENZA M+F 0 0 0 0 0 M 0 0 1 0 1 QUADRI F 0 0 0 0 0 Tabella 16 Addetti secondo la qualifica temporaneamente assenti (VALORI ASSOLUTI) POTENZA 2001 QUALIFICA M+F 0 0 1 0 1 M 4 0 5 0 9 IMPIEGATI F 3 0 11 10 14 7 0 16 10 23 M+F M 125 0 18 0 143 OPERAI F 37 0 33 11 70 M+F 162 0 51 11 213 M 129 0 24 0 153 TOTALE F 40 0 44 21 84 M+F 169 0 68 21 237 – 140 – – 141 – – 142 – – 143 – M 0 0 0 0 0 DIRIGENTI F 0 0 0 0 0 Fonte: elaborazione ELBA su dati imprese art.9 L.125/91 CIG A 0 ORE CIG NON A 0 ORE ASPETTATIVA di cui per maternità TOTALE TIPOLOGIA ASSENZA M+F 0 0 0 0 0 M 0 0 2 0 2 QUADRI F 0 0 0 0 0 Tabella 17 Addetti secondo la qualifica temporaneamente assenti (VALORI ASSOLUTI) MATERA 2001 QUALIFICA M+F 0 0 2 0 2 M 0 0 1 0 1 IMPIEGATI F 0 0 7 7 7 M+F 0 0 8 7 8 M 0 0 5 0 5 OPERAI F 0 0 47 47 47 0 0 52 47 52 M+F M 0 0 8 0 8 TOTALE F 0 0 54 54 54 0 0 62 54 62 M+F – 144 – – 145 – Finito di stampare nel mese di Aprile 2004 nello stabilimento editoriale S.T.E.S. s.r.l. VIA DELL’ELETTRONICA, 6 - POTENZA - TEL. 0971/471700 www.stes.it E-mail: [email protected] – 146 –