IV.
Mentalità, cultura e tempo libero
1.18.
L’istituzione della scuola media
La democratizzazione della società, la richiesta di personale più istruito
e più preparato a tutti i livelli, il diritto alla formazione scolastica e professionale convinsero il Gran Consiglio della necessità di prolungare l’obbligo scolastico per tutti i
giovani ticinesi. Molti sforzi erano già fatti in precedenza per favorire il passaggio dalla
scuola maggiore al ginnasio dei ragazzi che abitavano lontano dai centri. Soltanto gli
allievi migliori avevano però la possibilità di proseguire nel ginnasio, senza ripetere
una o più classi, o diventare maestri o accedere a scuole commerciali e tecniche. Nel
1974 il Gran Consiglio istituì la scuola media obbligatoria per tutti gli allievi che avevano terminato la scuola elementare. Si propone un brano del Messaggio accompagnante il progetto di legge.
Il Dipartimento della pubblica educazione, di fronte alla necessità d’una
prevedibile riforma del sistema scolastico postelementare tale da soddisfare a nuove e
sempre più urgenti richieste, istituì nel 1964 una commissione di studio, la quale, per
la complessità delle questioni sollevate, non potè però giungere a proposte concrete.
Comunque, alla luce della rapida evoluzione politico-sociale e nel contempo pedagogica degli anni successivi, apparve sempre più chiaro che il periodo della
scuola postelementare non può più essere considerato né come il semplice completamento del quinquennio di formazione elementare (scuola maggiore) né come il primo
grado d’una scuola secondaria (ginnasio) destinata a porre le basi sistematiche per un’istruzione superiore. Occorre invece concepire tale periodo nell’ambito d’una formazione unica di base, rivolta allo sviluppo integrale del preadolescente, da attuare attraverso
una scuola che offra veramente a tutti un’uguale base di partenza, cioè condizioni uguali
di vita, di studio e di lavoro.
Da ciò la richiesta d’una nuova scuola postelementare unica, estesa a
tutto il periodo dell’obbligo, quindi quadriennale, che non sia più né la scuola maggiore
né il ginnasio, organizzata in modo da scoprire e da sviluppare, tramite un’istruzione
di base aperta a tutti, doti e attitudini individuali, in grado quindi di aprire a ogni ragazzo tutte le vie degli studi e della formazione professionale.
La comunità di lavoro delle associazioni magistrali (CLAM), in un rapporto dell’ottobre 1968, concludeva appunto in tale senso; e già dal 1957 idee analoghe
erano state sostenute nel bollettino «Scuola ticinese» e nelle riviste magistrali. Con
l’istituzione della Sezione pedagogica il Dipartimento della pubblica educazione si è
trovato in condizioni di ristudiare l’intero problema e di giungere a proposte che innovano tenendo conto dell’organizzazione scolastica attuale, che ha fisionomia e caratteristiche sue proprie.
Secondo queste proposte l’unicità degli studi postelementari non è da intendere come uniformità, cioè come livellamento generale d’una popolazione scolastica per sua natura varia e molteplice. Il progetto di nuova scuola media prevede infatti
un primo ciclo comune, detto d’osservazione, della durata di due anni, con la possibilità per gli allievi migliori d’approfondire, secondo le loro capacità, determinate materie
e per i ragazzi che incontrano qualche difficoltà di superare meglio con ore di ricupero;
solo per i più deboli, che inseriti nelle classi comuni aggraverebbero il proprio ritardo
sono previste, sperimentalmente, misure atte a favorire il loro adattamento scolastico.
1.
Formazione scolastica e professionale
217
Al ciclo d’osservazione segue quello d’orientamento, pure di due anni,
articolato in due sezioni, A e B, in modo da orientare gli allievi, secondo le loro attitudini, tendenze e capacità, verso gli studi secondari e superiori o verso la preparazione professionale. Specialmente nel primo anno del secondo ciclo varrà il principio dell’intercambiabilità; la licenza della sezione B non precluderà inoltre l’accesso alle scuole
medie superiori a quanti avvertissero tardivamente serie motivazioni per tali studi.
Scuola unica, dunque, intesa come scuola d’osservazione e d’orientamento, che si propone non di selezionare ma d’aiutare ogni ragazzo a trovare e seguire
la via per lui più formativa e più rispondente alle doti personali e a conseguire tutto lo
sviluppo e tutta l’istruzione di cui è capace.
Si ritiene così di superare l’attuale bipartizione della scuola postelementare nel periodo dell’obbligo, senza cadere nell’eccesso opposto d’un sistema d’istruzione rigidamente unico, che non tenga debitamente conto della diversità della tipologia umana e della varietà d’intelligenza e d’aspirazioni personali di un’età (11-15 anni)
in cui diversità e varietà incominciano a manifestarsi.
Raccolta dei verbali del Gran Consiglio, sessione ordinaria primaverile, 1974, p. 884-885
1.19.
L’Università della Svizzera italiana
Già nel 1844 il Gran Consiglio aveva deciso di creare un’Accademia comprendente una facoltà di filosofia e una di diritto; le difficoltà finanziarie e i contrasti fra
i centri maggiori non permisero di rendere esecutiva tale decisione. Falliti tutti i precedenti tentativi per creare un’istituto cantonale di studi superiori, le aspirazioni della
Svizzera italiana si concretizzarono a quasi due secoli dalla nascita del Cantone Ticino.
L’Università della Svizzera italiana (USI) è stata costituita il 3 ottobre 1995. Il 9 dicembre 1996 il Consiglio federale ha posto l’USI al beneficio di aiuti federali, parificandola
di fatto ai due politecnici federali e alle altre otto università cantonali, di cultura tedesca
o francese. L’Università della Svizzera italiana comprendeva la Facoltà di economia e la
Facoltà di scienze della comunicazione (a Lugano) e l’Accademia di architettura a Mendrisio. L’offerta di formazione superiore è stata completata con l’apertura della Scuola
universitaria professionale della Svizzera Italiana (SUPSI) e delle facoltà di Teologia
e di Informatica. Il 2 ottobre 1995, davanti al Gran Consiglio riunito per la discussione
sul progetto di Università della Svizzera italiana, il Consigliere di stato Giuseppe Buffi
(1938-2000), direttore del Dipartimento dell’istruzione e della cultura, espose le ragioni
del governo ticinese.
Per più di un secolo non è mai stato possibile superare la seguente contraddizione: per meglio assolvere il compito di interpretare la nostra identità di Stato
libero e autonomo in una Confederazione di Stati con lingue e culture diverse dalle nostre, avremmo bisogno di un’università, ma le nostre peculiarità storiche, culturali e linguistiche sulle quali poggia la nostra sovranità istituzionale e politica ci hanno confinato nel contesto svizzero in una condizione talmente minoritaria ed economicamente
debole da negarci per lunghissimo tempo tale necessità. Ci è sempre mancata, considerati i nostri abitanti, la cosiddetta «massa critica», ma ci è anche mancato per tantissimo
tempo, nel contesto federale, un adeguato peso socio-economico. [...]
IV.
Mentalità, cultura e tempo libero
Ma non è facile [...] promuovere l’idea che questo nostro Paese potrà ricavare importanti benefici (economici e politici oltre che culturali) da un’università,
anche da una piccola università. Importanti benefici, certo, a condizione che si tratti di
cosa ben fatta, con caratteristiche molto marcate e originali e con ambiziosi obiettivi di
qualità, quali sono ipotizzati nel progetto che il Consiglio di Stato ha rassegnato. [...]
Un Centro universitario ticinese ha prioritariamente un duplice obiettivo:
1) fare partecipare il Ticino, in settori specifici, a parità di dignità culturale e scientifica con le altre «Svizzere», agli sviluppi della ricerca, affinché anch’esso, se ne ha i
mezzi culturali e intellettuali, dia il suo contributo al progresso della conoscenza e,
attraverso l’insegnamento, alla sua diffusione; 2) interpretare a un livello più alto, «gerarchizzando» meglio i valori interni, la sua statualità e la sua funzione di parte fondamentale – anche se largamente minoritaria – della nazione svizzera. [...]
Noi non vogliamo, presentando alla Confederazione la rivendicazione di
un riconoscimento universitario che ci spetta, atteggiarci a vittime, chiedere tanto per
chiedere, enfatizzando le nostre disgrazie presunte o reali, o il nostro avverso destino
storico. Noi vogliamo essere riconosciuti per la ricchezza delle nostre qualità, non per
la povertà delle nostre risorse materiali. Prima di chiedere, noi vogliamo offrire. Vogliamo offrire un nostro contributo alla Confederazione: quello di contribuire, restando
svizzeri, e svizzeri italiani, nel quadro universitario svizzero, al mantenimento e alla
promozione del modello su cui è fondata la nostra nazione. Non pensiamo solo al modello culturale, multilingue e multietnico, bensì anche al modello politico che ne discende. [...]
Nei prossimi anni [...] entreremo nel vivo di una logica spietata: quella
della domanda e dell’offerta. Se non sapremo offrire contenuti di altissima qualità, non
vi sarà domanda, e l’iniziativa fallirebbe. La nostra condizione, in termini universitari,
può essere paragonata a quella che si dice essere la condizione della donna: «dobbiamo
essere molto più brave degli uomini, per avere il riconoscimento di una stessa qualità».
È la sfida che ci sta di fronte.
Raccolta dei verbali del Gran Consiglio, sessione ordinaria primaverile 1995, vol. 1.2,
p. 800-809
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