1 La poesia dialettale molisana (2) VERSI DA UN MONDO CHIUSO DI PASCOLI E DI VALLI COLME DI SILENZIO Nella seconda parte di questo saggio si delinea un quadro complessivo degli studi prodotti sulla letteratura in vernacolo molisana, dalle antologie (quelle di E.A. Paterno e Mario Gramegna), fino ai contributi critico-estetici (di Luigi Biscardi, Sebastiano Martelli e Giambattista Faralli), ponendo attenzione alla funzione estetica del linguaggio e ad una periodizzazione storiografica di riferimento. Centrale è la figura del poeta Eugenio Cirese, capostipite della ‘prima generazione’ a partire dal 1910, anno in cui pubblica i suoi “Canti popolari e sonetti”. ________________________________________________________________________________ di Domenico Donatone 1. La letteratura dialettale molisana 1. 1 Filologia degli studi sulla letteratura dialettale molisana: dalle antologie alle “maitunate” Molto di quello che si è studiato e letto della letteratura dialettale molisana, tende, con puro imbarazzo, a ricadere in qualche modo su se stesso. Non si tratta di spaesamento critico, bensì della mancanza di un raccordo attivo tra gli studi. La causa che spinge a comunicare questa forma di “impedimento conoscitivo” e, in alcuni casi più estesi, quasi di vuoto, è legata al fatto che lo studio della letteratura dialettale molisana avanzato negli anni (da studiosi quali Luigi Biscardi e Sebastiano Martelli, fino a critici minori, ma non meno importanti, come Mario Gramegna1, il quale ha contribuito a stendere un discorso più pacato e meno accademico sulla poesia dialettale del Molise) è proseguito con un metodo che ha visto il confronto tra esigue antologie e la loro giustapposizione antologica2. Sono le antologie, dunque, frutto in qualche modo di uno studio sul campo, certo meno linguistico e più letterario, a fornire le maggiori informazioni riguardante lo stato della letteratura dialettale in Molise. Informazioni che difficilmente riescono ad essere dirimenti, se non in quella che è l’antologia per antonomasia in questo campo di studi, ovvero l’antologia curata da Luigi Biscardi dal titolo La letteratura dialettale molisana, tra restauro e invenzione (Marinelli, 1993): un titolo che fa riflettere non tanto per il senso del “restauro”, bensì dell’“invenzione”, che indica che c’è un vuoto interpretativo-scientifico ancora esistente. Ad essa seguono gli studi condotti da Sebastiano Martelli, Luigi Bonaffini e Giambattista Faralli, in due antologie dal titolo: Poesia dialettale del Molise, testi e critica; Marinelli, 1993; e Letteratura delle regioni d’Italia, storia e testi (il Molise), edizioni La Scuola, 1994. Del 1993 è l’antologia curata da Mario Gramegna (La letteratura dialettale molisana, antologia e saggi estetici, in due volumi, edita per i tipi Cultura&Sport, Campobasso, 1993), sulla quale si può condividere il giudizio di Luigi Fratangeli e Giovanni Cima, espresso in un loro articolo dal titolo Su alcuni autori contemporanei molisani, che ci si trova dinanzi ad un lavoro zoppo che non riproduce per intero i testi poetici, però, più che essere un’opera che «sembra porsi come obiettivo l’inutilità assoluta 3», è un lavoro valido per 1 Vedi Letteratura dialettale molisana (antologia e saggi estetici), di M. Gramegna, vol. I, ed. Cultura&Sport, Campobasso, 1993. 2 Cfr con L. Biscardi, La letteratura dialettale molisana, tra restauro e invenzione, Marinelli Editore, 1993, (pag. 11) 2 chiunque volesse avvicinarsi non ad una «selva di poetucoli 4», come sempre scrivono Cima e Fratangeli, ma ad una ricognizione di poeti poco letti e poco antologizzati. Capostipite di tutte queste antologie è quella di E. A. Paterno, del 1967, una raccolta di testi poetici dal titolo Prima antologia dei poeti dialettali molisani (Arte della Stampa, Pescara). Questi studi fanno riflettere sul senso dell’avvicinamento alla materia “poesia dialettale”, condotto per naturale giustapposizione, ma anche progredire sugli stessi, qualora l’indagine diventasse realmente sociolinguistica, competenza primaria dei dialettologi più che dei critici letterari. Il punto di partenza più adeguato per affrontare la materia è largamente discusso ed esteso, sviluppato secondo varie prerogative, ma niente che abbia la struttura portante di un dialogo-studio a cui indiscutibilmente si possa far riferimento. Giuseppe Jovine a tal proposito parlò di «operazioni lacunose per difetto di conoscenza dei compilatori», e non di «difetto di metodo di scelta»5. Non è sicuramente il caso di Biscardi e di Martelli. A Luigi Biscardi si deve il merito di aver riorganizzato la materia, per cui il suo studio è l’unico che dà la possibilità di poter interagire più specificatamente con la poesia dialettale; gli altri studi, ovvero quelli di Martelli, Bonaffini, Faralli e Gramegna, consentono, invece, di avviare una migliore interpretazione critica basata sulla nozione di letteratura. Tra questi si aggiunga anche il contributo che il Sindacato Nazionale Scrittori di Roma ha voluto dare, pubblicando su la rivista ufficiale del sindacato, “Reti di Dedalus”, questo studio critico-militante che tenesse il più possibile insieme le informazioni fino ad ora reperibili sul tema. Un’altra antologia sarebbe d’obbligo per sottolineare il fatto che questi studi, sia pur recenti, incominciano a risentire di una statica definizione. Ci si potrebbe spingere ad indagare la poetica degli scrittori dialettali molisani, di cui molto non si è detto e non si continua a dire. La questione poesia dialettale è una questione ben delineata, mentre più facoltativo è, invece, l’approccio alla materia come voce di pensiero che, in questa sede, vorrà indicare soprattutto uno studio della poetica di alcuni maggiori scrittori del Molise in vernacolo. Scrittori di cui i testi sono scarsamente reperibili e fruibili, sia dai lettori potenziali, ma soprattutto dagli studiosi: testi stampati in un numero esiguo di copie, sperduti nel fondo di piccole biblioteche di paesi del Molise e dell’Abruzzo. Qualcosa, però, può trovarsi nelle biblioteche di Roma, Bari e Firenze. Chiunque volesse con sicurezza scrivere sulla materia deve obbligatoriamente scavare: “scavare”, ovvero fare quella ricerca d’archivio che in pochi sono ormai disposti a fare, anche a causa dell’intervento massiccio di Internet e della Rete. L’esigenza è quella di avere un accesso più immediato ai testi, benché rimanga difficile, se non impossibile; oppure ottenere un “miracolo editoriale” come la ristampa delle opere, che ha visto agire il tal senso, come accade per le mostre dei pittori in tutta Italia, alcuni istituti di credito (banche medio-piccole) che hanno impiegato i loro danari per azioni più nobili rispetto a quelle ordinarie che sono solite effettuare. La situazione è tale da non incentivare di per sé questo genere di studi, ragion per cui ci si attiene alle informazioni disponibili anche per evitare una dispersione di forze a cui si sa di andare inevitabilmente incontro. Tutto quello che si può dire sulla poesia dialettale del Molise è il risultato di una collazione, in quanto, escluso il testo di Biscardi e l’antologia critica di Martelli-Bonaffini-Faralli, uno studioso deve essere capace di trovare ovunque le informazioni che gli occorrono, il più possibile in maniera oculata, per poter imbastire un discorso che spinga a delineare un quadro di competenza e di analisi reale, senza dimenticare, però, che “cercare”, in questo caso, coincide con “pescare”, nel senso che il mare che si ha davanti è molto piccolo rispetto alla capienza effettiva della rete. Anche in questo caso Giuseppe Jovine, sicuramente un illustre molisano, poeta, saggista e narratore, dice, a proposito della mancanza di fonti e di reperibilità bibliografiche, che «la scarsezza dei riferimenti alla poesia dialettale, che si riscontra anche in manuali autorevoli, è dà ricollegarsi probabilmente a un atteggiamento di perplessità, di scetticismo se non di ostilità degli studiosi, dinanzi al problema della valutazione del ruolo storico della letteratura dialettale […]6». 3 Vedi L. Fratangeli e G. Cima, «Su alcuni autori contemporanei molisani», in «Sannitica», rivista molisana di Storia e Letteratura; Anno I, n.° 1, Settembre 1999. 4 Ibidem in art. cit. 5 cfr G. Jovine, in Complementarità delle culture linguistiche, in http//associazionejovine.autorionline.org: archivio on line del poeta. 3 Se si effettua, però, come si diceva, una operazione di setacciamento ben coordinata, all’interno di un panorama letterario dialettale come quello del Molise, che i dati sociolinguistici ci consentono di definire in crescita, almeno per quanto concerne la diffusione di una poesia dialettale attraverso omonimi premi7, la letteratura dialettale della regione presenta, ab origine, una linea generalista che fa da guida nel percorso conoscitivo, tendenzialmente riassumibile in due matrici letterarie: la prima è costituita da una linea poetica dalla forte impronta realistica e decadente, motivata dal proseguo della tradizione lirica nella letteratura in lingua (con scrittori di riferimento quali Pascoli e Carducci, Verga e Capuana); l’altra, ben più estesa nell’approccio della realtà regionale, provinciale e comunale, maggiormente contadina e marcata, più dura a morire, in quanto imbevuta di un credo popolare, è di natura pastorale e mitologica. Ovviamente il senso stesso di “mitologia o mitologico” è qui da intendersi non come riferimento esteso e preciso ai miti religiosi, bensì a quel campionario di uomini e cose assai colorito e vivace, crudo e para-religioso-cristiano, che in qualche modo evidenzia quel muro di credenze così solidificatosi nel tempo da diventare forma indiscussa di ragione dinanzi al proseguo avveniristico della vita. La poesia dialettale, in qualche modo, frena quello che è l’avvenire, il senso del futuro della tecnica e della scienza, e conserva con coraggio un mondo che, dall’esterno, appare inane e di quasi finzione e che, in verità, è di natura nostalgica e antropologica. Queste due linee poetiche, infatti, si sostanziano a vicenda e spesso si sostituiscono negli intenti comunicativi all’interno dell’opera di un medesimo scrittore (si veda l’intera opera di Eugenio Cirese). Ciò fa capire che la poesia dialettale molisana orbita prevalentemente in questa cifra stilistica e formale, che adotta metri tradizionali e un genere, per lo più, lirico-popolare, che ben sa estendersi a tematiche che risultano dalla somma di problematiche sociali ed esistenzialistiche. Si può passare da un lirismo puro, che tende quasi all’astrazione, e definire, in un secondo momento, la medesima questione con ilarità, ironia e sarcasmo. Una poesia dialettale che, se la si osserva in quello che è lo scrittore capostipite dei poeti dialettali in Molise, ovvero Eugenio Cirese, è ben capace di usare “le armi del comico”, che sono, come insegna Walter Pedullà, armi atte all’esorcismo del dolore, armi dissacratrici della sofferenza e dileggianti la tragedia. Questo soprattutto accade nel primo Cirese, in quegli anni che vanno dal 1910 al 1930. Anni in cui si concentra questa primigenia forma poetica della letteratura molisana, dove, appunto, si incontrano due cifre stilistiche e di poetica che guardano ad una realtà trasmessa dal Decadentismo e dal Verismo, fino ad una marca di pensiero più basso, dettato da una realtà contadina più spicciola, meno diffusiva della sua essenza, che vede il suo mondo come un sistema incondizionato e autonomo dalla restante parte letteraria nazionale. Ciò ha spinto Ettore Paratore, diversi anni fa, ad un giudizio sul tema, ovvero mostrare realmente in cosa consistono i primi tentativi di poesia dialettale molisana, mettendo sotto analisi un sistema specifico di letteratura. Paratore scrisse, (nella prefazione dell’opera del molisano L. A. Trofa, «Pampùglie», edita nel 1973): «è un fatto che, se si guardano i primordi della poesia dialettale in tutte le regioni, si nota che le prime manifestazioni palesano sempre il proposito, che non si riesce a definire se non ingenuo o conformistico, di cogliere i modi, i vezzi, le manie o addirittura le storture del collettivo regionale, di fare insomma del folklore a buon mercato, ispirandosi alle usanze ed ai pregiudizi del luogo».8 Si potrebbe ipotizzare, non superficialmente, partendo da questo giudizio di Paratore, anche un’altra linea guida, la terza, nel percorso su indicato della letteratura dialettale in Molise, anch’essa diffusa ma meno efficace sul piano letterario, se non in senso più marcatamente burlesco e giocoso, vicina alla satira e allo “scherzo”, che mantiene una tradizione più orale che scritta: una linea dove ad esprimersi sono dei “Pasquini” chiamati ad effetto per deridere e criticare un malgoverno e un malcostume. Si 6 cfr G. Jovine, in Complementarità delle culture linguistiche, in http//associazionejovine.autorionline.org: archivio on line del poeta. 7 È sufficiente osservare quello che da anni in Molise è il premio più riconosciuto in ambito della poesia dialettale, ovvero il “Premio Giuseppe Altobello”, che ha visto partecipare diversi poeti che, con la loro produzione, hanno incoraggiato la prosecuzione di una linea vernacolare più attuale e moderna. Vedi anche alla voce Comitato culturale di Campobasso, Giuseppe Altobello, presieduto dal presidente Ugo D’Ugo, poeta e scrittore; e alla voce Giuseppe Jovine, premio di poesia (associazione culturale di Castelmauro). 8 Vedi Pampùglie, di L. A. Trofa, a cura di E. Paratore, StilGraf, Roma, 1973 (patrocinio Cassa di Risparmio Molisana). 4 fa riferimento a quelle che si chiamano “le maitunate”, ovvero le “mattinate o capodannare 9”, che sono per lo più canti improvvisati in piazza da un oratore avventato ma sarcastico, assai nutrito di invettiva. Questo quadro primigenio e primitivo, legato ai primissimi anni della diffusione della letteratura dialettale in Molise, ovvero primi decenni del Novecento, spiega che c’è «una tendenza a consacrare i colori più appariscenti, le più saporite singolarità folkloristiche, gli echi più pepati della vita locale. C’è insomma la velleità di tastare il polso al collettivo regionale, di sondarne in superficie le forme di vita, le reazioni, la più evidente struttura etica e sociale».10 Questo è un quadro complessivo che va accresciuto di ulteriori informazioni, ma basilare per chi intendesse avvicinarsi per la prima volta a questo territorio sconosciuto rappresentato dalle effettive pubblicazioni critiche e antologiche sulla poesia dialettale del Molise. 1. 2 Economia linguistica della poesia dialettale e sintesi pragmatico-estetica “Economia linguistica” significa in che modo viene adoperata e utilizzata la parola, oltre che il linguaggio, nella letteratura e nella poesia, anche vernacolare o soprattutto in questa, ovvero il massimo risultato che si può trarre da una lingua. Tutto ciò è inerente al fatto che la “parola dialettale” è una parola innanzitutto rara, preziosa, che tende all’azione, quindi a smuovere costantemente le dinamiche del linguaggio. Nella poesia dialettale è il linguaggio, quindi l’insieme dei segni e delle regole, a dover stare dietro la parola, perché se il linguaggio è costituito dall’insieme delle parole, quest’ultime rappresentano il termometro interno ad esso, l’indice della capacità di essere semanticamente caldo o semanticamente freddo. In questa prospettiva di analisi, si comprende come i dati relativi al lessico nella poesia dialettale siano ben maggiori di quelli in lingua, in quanto il dialetto non è una lingua codificata ma una lingua spontanea, naturale, propria di una comunità di parlanti. Un poeta che si occupi di problematiche esistenziali che hanno ricadute sociali, un poeta che si interessi della storia degli umili, che sono, spesso, gli ultimi, sia cristianamente che laicamente, non può non mettersi in una posizione tale per cui il suo rapporto con il dialetto diventi necessariamente un rapporto profondamente introspettivo, che nutre una base comune di riferimenti sia etici che estetici, finalizzando la sua poesia, la sua voce, ad un rapporto diretto con la “parola”, facendo di essa una sorta di primaria espiazione rispetto al dominio della lingua, e continua filologia, continua anastilosi, per quanto concerne la verità di quello che la poesia intende esprime. La parola poetica dialettale è, dunque, una “parola pragmatica”, una parola che agisce, che non sta ferma, è una parola che si pone in alto confronto con la realtà sia morale e sia linguistica che la circonda. Pragmatica vuol dire che si muove più del linguaggio stesso, che tende a spezzarne l’ordine o a rinvigorirne la struttura. La stessa cosa accade anche in lingua, ma mentre la poesia in lingua è una poesia che subisce inevitabilmente l’influenza della tradizione, che si trasforma, come molto spesso accade, in massificazione del linguaggio, in ricerca coatta, perché le parole ritornano, sono le stesse e solo in parte riescono a mutare il volto della poesia – pensiamo a Petrarca e, nello specifico, a due precise parole quali «dolce» e «chiara», adoperate nel celebre verso «Chiare, fresche, et dolci acque», – nella poesia dialettale non c’è termine che si riproduca per mero sistema di stile e tradizione. O meglio, la cosa è molto più elastica e meno evidente. Di fatto 9 Maitunata (o maitenata) sta per "mattinata", fare cioè festa nell'attesa del mattino, del nuovo giorno e del nuovo anno. Infatti, l'incipit di molte maitunate era “Bonnì” e “Bonnanne”, corruzione dialettale di “Buon dì” e “Buon anno”. […] Alberto M. Cirese, nel secondo volume de I canti popolari del Molise (1957), scrive che «le “maitunate” avevano un tempo (e ancora un secolo fa) un certo carattere ufficiale, di cui si trova traccia anche negli atti amministrativi, e costituivano uno dei compiti che i bidelli e i banditori municipali dovevano assolvere; ma sono oggi affidati solo all'iniziativa di singoli o di gruppi (un tempo anche femminili, e qualche volta ancora adesso a carattere semi professionale) senza altro obbligo che quello che nasce dalla tradizione». […] Una delle componenti fondamentali di questo repertorio cantato è l'improvvisazione. I cantori, infatti, sovente creano al momento dell'esecuzione nuovi versi, sia essi d'augurio, di scherno, di richiesta di cibarie. L’improvvisazione si rende necessaria anche per il fatto che i canti si indirizzano, di volta in volta, a determinati personaggi del paese (autorità, amici, parenti) e vanno quindi adattati al nome di detti personaggi e a fatti e circostanze di cui durante l'anno essi sono stati protagonisti. […] (fonti: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Napoli 1911; vedi in sito internet www.piazzaregione.it) 10 Vedi Pampùglie, di L. A. Trofa, a cura di E. Paratore, StilGraf, Roma, 1973 (patrocinio Cassa di Risparmio Molisana). 5 c’è una tradizione anche nel dialetto, ma nulla che, come asserisce Giuseppe Jovine, non sia il resoconto di «un montaggio culturale11». Nella poesia in lingua le parole ritornano perché è sempre la stessa lingua, sono sempre le stesse parole «dolce» e «chiara» che ritornano in Leopardi, in quel bellissimo incipit de La sera del dì di festa in cui il poeta scrive: «Dolce e chiara è la notte e senza vento». Questo fa capire che nella poesia lirica agisce la tradizione come parametro inevitabile di riferimento stilistico e lessicale. La parola è condotta in avanti attraverso l’esercizio dello stile, che si riproduce nel tempo come un altrettanto esercizio immobile, che determina un modello dal quale non si può prescindere. Poi sono arrivati i poeti avanguardisti, i poeti segnati da un meccanismo sperimentale, che hanno cercato in tutti i modi di liberarsi dal fardello della tradizione e dallo stile, finanche dal genere letterario. Le loro parole sono diventate subito “parole isolate”, moltiplicate, rese apodittiche e dimostrative di uno spirito più che di un significato: erano parole in libertà, come il Dadaismo ha definito in concreto la sua arte. Parole pescate dal calderone del vocabolario, messe in fila non in ordine logico, ma per godere di un’infrazione sintattica. In mezzo a tutte queste tipologie di parole quella dialettale è l’unica che non può subire massificazione: un poeta dialettale può ispirarsi ad un altro, sentirlo contiguo nel pensiero, ma se vuole dire qualcosa che lo accomuna ad un altro scrittore è il dialetto stesso che gli garantisce che ciò che scriverà sarà diverso per forma grafica e per fonetica. I dialetti garantiscono le varietà e le variazioni lessicali e semantiche, quelle che in lingua vengono a coincidere nel significato univoco di un termine, per cui “casa” significa “casa” da Palermo ad Aosta, ma come si pronuncia “casa” a Palermo e come lo si pronuncia ad Aosta è assolutamente differente. Così, ogni poeta dialettale fa della parola non solo un uso interno al suo patrimonio lessicale, tale da mantenere vivo il concetto di economia linguistica, (ricercare quei termini più rari, più musicali o più evidenti nella comunicazione orale), ma ne fa anche un uso esterno, perché differenzia sempre il significante dalla reale portata del significato. Due poeti potranno dire entrambi la stessa cosa, esprimere entrambi lo stesso concetto, ma non lo diranno mai con gli stessi termini. Anche in lingua dovrebbe avvenire la stessa cosa, ma l’evidenza di una tradizione e lo spreco pedissequo di una ricerca lessicale, spesso, conducono ad una sinonimia imbarazzante tra due poeti. Leopardi e Petrarca sono la stessa cosa dal punto di vista del linguaggio e del sistema delle immagini (si pensi al “vago augeletto” che diventa “passero solitario”), cioè sono due poeti lirici, che tengono ben salda la tradizione italiana della poesia amorosa nei loro versi, non dicono la stessa cosa, ma utilizzano la stessa lingua, per cui il concetto di economia del linguaggio viene a ridursi. Solo Ungaretti ha provveduto a fare una ricerca nuova ed attiva all’interno della tradizione lirica italiana. Egli ha capito che, essendo ormai battuta la strada dell’espressione lirica, per essere innovativi nel linguaggio, l’imprevisto o, meglio, l’imprevedibile accostamento delle parole avrebbe consentito di riprodurre un senso nuovo e ideale della poesia. Emblematica divenne «M’illumino | d’immenso», perché esercitava una rottura nel panorama della poesia italiana. Così Ungaretti diventa il poeta nuovo del Novecento, colui che abbatte la tradizione e riesce a trovare una strada tutta sua da percorrere perché comprende che, del linguaggio che gli occorre, deve tornare a fare leva sulla parola, mentre Cardarelli è, nel Novecento, il più leopardiano dei poeti, in quanto non solo abbraccia la tradizione lirica che sale su da Petrarca, ma sposa la “parola di Leopardi”: il tema della “festa” e la parola “festa”, in Cardarelli, ritornano con l’impeto già udito di mantenere fermi dei valori. Per cui, come scrive Lorenzo Renzi in «Come leggere la poesia» (ilMulino, 1991), «non esistono emozioni nuove a questo mondo, esistono mezzi nuovi di provare le stesse emozioni». Si può affermare che la poesia dialettale sia questa nel suo più giusto significato, e la sua economia del linguaggio, che ne fa un mezzo attuale e moderno per esprimere emozioni mai udite, perché il dialetto colpisce materialmente e non solo astrattamente il lettore che si sente trascinato in una dimensione fresca, mai percepita prima, è ciò che fa del dialetto una meta 11 Vedi G. Jovine in Complementarietà delle culture linguistiche: «la poesia dialettale, come quella in lingua, è sempre un’operazione di montaggio culturale, che va condotta nel senso della conservazione sì della dialettalità della materia poetica, ma contestualmente anche nel senso indicato d tutti i grandi dialettali, dell’assimilazione al dialetto, senza intellettualistici trasmodamenti né secenteschi preziosismi letterari di espressioni arbitrarie. Che per questa via maturi o si prefiguri una possibile progressiva integrazione o unificazione linguistica nazionale, è altro discorso, che riguarda l’inevitabile processo di evoluzione dei dialetti e delle lingue.» (in http//associazionejovine.autorionline.org/archiviodelpoeta) 6 sempre vergine. Un conto è leggere poesie d’amore di poeti lirici, un altro è leggere poesie d’amore nel proprio dialetto: l’emozione diventa subito genuina e atemporale. Per rendere più esplicito il senso dell’economia linguistica presso i poeti dialettali e quelli in lingua, la differenza abissale che viene a crearsi in entrambe le tradizioni, è utile spiegare un fattore emotivo, emozionale e intellettivo che spinge un poeta a deviare verso il vernacolo. «Per mantenere la spontaneità e la freschezza del tratto, per non essere cervellotici, per non inventare immagini stravaganti, la strada individuata da alcuni poeti è quella di volgere l’italiano in dialetto […]. Scrivendo in una lingua poco usata, e cioè adottando uno strumento tanto tradizionale da essere ormai inconsueto, si riesce a dare a concetti e motivi anche frusti e vecchi un’energia che, quasi come accade con la ricerca sperimentale, rivitalizza la parola12». Il dialetto è, quindi, il moderno dell’antico, una corsa sempre nuova perché è sempre stabile nel tempo, in quella comunità di parlanti che sopravvivono e che determinano il proseguo di una lingua. Il senso del dialetto è la scommessa sottostante il tentativo di mettere insieme sempre una lingua degli ultimi, del popolo, armonizzata in una specie di vocabolario emotivo, che consente una raccolta di parole che definisce all’interno del linguaggio la differenza e il rischio del suo utilizzo specifico. «Corse questo rischio un grande poeta veneto, Giacomo Noventa, che già nell’adottare come pseudonimo il nome del suo paese d’origine, Noventa di Piave, […] dichiarava il proprio profondo radicamento nella terra e nella lingua veneta. La cultura di Noventa non è diventata universalmente nota, come quella di Montale o di Ungaretti, proprio perché egli scriveva in veneto, una lingua che, se da un lato non lo ha reso popolare come meritava, dall’altro gli ha consentito di fare in maniera nuova, bellissima, commovente, una poesia che è quella più tradizionalmente e ovvia che esista, la poesia d’amore. Ci sono anche altri autori, come Gian Antonio Cibotto, orgogliosamente rodigino, che vivono la propria cultura locale come fosse la sola possibile: ma non per leghismo o per un malinteso senso dei confini definiti dai dialetti, bensì per il semplice e poeticissimo disagio che provano nel tentare di tradurre la musica del proprio pensiero in ritmo che quel pensiero sente come innaturale. Esistono versi che non solo sono difficilmente traducibili in un’altra lingua, […] ma che si rifiutano di smettere quei panni dialettali di cui li ha rivestiti naturalmente la sensibilità che li ha generati e di assumerne altri che sentono formali, inamidati, benché di più universale decoro» 13. Nasce, seguendo questa riflessione, un concetto ulteriore e non alieno all’analisi fin qui condotta, ovvero che esiste, grazie al tema del linguaggio, anche una estetica pragmatica della poesia dialettale. Come si è detto, se il linguaggio e, di conseguenza, la parola dialettale è “parola pragmatica”, cioè è parola che agisce diacronicamente in un testo poetico, per cui lo muove e lo spinge verso un innalzamento sia sintattico che emotivo, allo stesso tempo si crea, valutando una figura di riferimento sicuramente più importante di quelle molisane nel Novecento italiano, quale Giacomo Noventa, una nuova realtà estetica della poesia. Una realtà estetica che mira a fare della poesia che affronta d’accapo, ad esempio, il tema amoroso, oppure quello campestre-provinciale, un idillio denso di contenuti popolari, ancestrali, che rimarcano la materia lirica espressa in lingua come in un sogno o in un’allusione straordinariamente eccelsa. Esiste, quindi, oltre che un linguaggio che si muove, anche un’immagine in movimento nella poesia dialettale italiana, data dalla sorprendente capacità dei poeti di sfornare sequenze sentimentali, situazioni contadine, ritratti paesaggistici e di uomini d’un tempo, che innescano una trama antropologica e naturalistica svezzata dalla tradizione in lingua e riordinata filologicamente, nel percorso storico dell’evoluzione della letteratura dialettale, per dimostrare in concreto quanta realtà civile, contadina e sentimentale sia più presente ed immanente. Ce ne dà in lingua un’ampia rappresentazione di cosa sia l’estetica dell’immagine Giacomo Leopardi ne L’Infinito, testo emblematico e antesignano di un romanticismo a volte abusato in ogni situazione in cui il poeta cade nel tema dei ricordi e della rimembranza. Un altro esempio, poiché siamo internamente indirizzati nell’analisi della poesia dialettale molisana, ce lo dà Eugenio Cirese, con il testo L’astore, un’immagine poeticissima di un infinito leopardiano tradotto in dialetto, in cui si muove un sentimento di libertà, di astrazione e di sogno, la cui portata è di per sé immensurabile, 12 13 Cit. op. A regola d’arte, di V. Sgarbi, Mondadori, (p. 167), Milano, 1998. Cit. op. (p. 168) 7 incalcolabile. Il senso e il sentimento dello spazio circostante, della Natura ultrapresente e onnipresente, che in Leopardi è evidente nella siepe che “il guardo esclude”, è in Cirese evocata nella rappresentazione fisica e motoria dal carattere animale dell’astore, che diventa successivamente forma pura d’immedesimazione nell’uomo: un carattere che segna un confine tale per cui l’uomo è portato a sentirlo suo. È spazio soprannaturale quello in cui vive l’astore (figura che ricorre in molti poeti dialettali del Molise come emblema di una dimensione irraggiungibile) e concepibile solo se si appartiene ad un’altra natura. L’uomo vede nell’astore una libertà che non possiede, che non gli appartiene, finanche quando l’animale traccia in cielo un confine leggibile con la ragione, che non è, quindi, in apparenza irraggiungibile, è, di fatto, quello stesso spazio il solo vero spazio che l’uomo sente soprannaturale e in cui vorrebbe davvero vivere, desiderare di essere nell’arbitrio e nella scelta, al di là dell’ontologia. Ecco il testo di Eugenio Cirese, uno dei poeti più rappresentativi di questa letteratura, che consente di comprendere meglio il concetto di estetica in movimento e di procedura pragmatica dell’immagine: «Vulà come a n’astore | che fa la rota attuorne a le muntagne | vénce lu viente e segna ru cunfine | da cima a cima. ||»14 L’astore: «Volare come un astore | che fa la ruota attorno alle montagne, | vince il vento e segna il confine | da cima a cima ||». (ibidem, a p. 75) 2. La poesia dialettale molisana: tra storia, bellezza e periodizzazione Onestamente mi riallaccio allo studioso Ferruccio Ulivi per introdurre la poesia dialettale molisana, il quale scrisse che «le liriche in dialetto molisano che si offrono all’attenzione di un pubblico più vasto di quello regionale, oltre ad avere un comprensibile motivo d’interesse – anche per essere quella del Cirese l’unica prova letteraria che si sia fatta fino ad oggi in quel dialetto – stanno a dimostrare, con forme e modi tipici della letteratura idiomatica, uno svolgimento poetico alquanto tempestivo rispetto agli sviluppi della poesia, diciamo ufficiale, dai primi del Novecento ai nostri giorni; vena di modernità e d’attualità di una lirica che ci appare condotta fino al limite migliore di una sofferta coscienza ambientale15». Quando Ulivi scrisse questa introduzione si trovava ad affrontare l’opera di Cirese dal titolo Lucecabelle (pubblicata nel 1951), in cui indica l’esperienza dialettale del poeta come la più rappresentativa della letteratura molisana in vernacolo, perché in essa è insita una genealogia letteraria. Altre esperienze, per di più contigue a quella del Cirese, il Molise è riuscito a produrre, certo in maniera meno evidente, sia dal punto di vista editoriale che da quello letterario, con poeti che portano il nome di Giuseppe Altobello, Michele Cima, Luigi Antonio Trofa, Giovanni Cerri, Giuseppe Jovine: scrittori che hanno come denominatore comune la contemporaneità della loro ispirazione, «dovuta ad un momento particolare della società, vittima della prima grande guerra e quindi avviata verso un nuovo corso civile e sociale»16. La difficoltà nel tracciare una linea direttiva è dovuta, come si ricordava in precedenza, al fatto che le antologie pubblicate dal 1967 al 1994 forniscono la migliore analisi che si possa trarre per una lettura critica della poesia dialettale molisana. Qualcosa che, in effetti, individua il Molise come una regione a sé stante, in disparte dal concreto mondo della comunicazione letteraria, dove, ancora oggi, se c’è un editore che sa fare bene il suo mestiere questi è Enzo Nocera. Editore di diverse opere riguardanti il Molise, sia da un punto di vista letterario che da un punto di vista storico e popolare. Per cui al Molise, in un certo senso, proprio in merito alla questione culturale ed editoriale, manca il motore, ovvero manca l’editore (e gli editori), che possa fare da spinta concreta verso l’esterno. A Nocera non si può chiedere di fare di più di quello che fa, perché, conoscendo bene le dinamiche di mercato, egli pubblica quello che presume di poter 14 Cit. op. «Oggi Domani Ieri» (tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti) di E. Cirese, a cura di A. M. Cirese; vol. I (p. 75), Marinelli ed. Campobasso, 1997. 15 Vedi «Oggi Domani Ieri» (tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti) di E. Cirese, a cura di A. M. Cirese; vol. II (p. 420), Marinelli ed. Campobasso, 1997. 16 Vedi M. Gramegna, in Letteratura dialettale molisana, vol. I, (p.63), ed. Cultura&Sport, Campobasso, 1993. 8 vendere. La restante parte di una produzione poetica, forse anche migliore, di quella che fin qui si conosce, al contrario di quello che sbadatamente si ritiene, rimane inabissata in un meccanismo che non riesce a farla fuoriuscire. In questo modo si continua a negare che qualcosa di buono possa uscire dalle piccole regioni, il che va considerato come una vieta attività provinciale di giudizio. Non essendoci testi critici dirimenti, ed essendo questo un saggio in cui si tenta una ricognizione della poesia dialettale del Molise, il senso più proficuo e il metodo meno infallibile per ordire una trama il più possibile attendibile agli sviluppi poetici dialettali, credo, sia quello cronologico. Ma procediamo con ordine. Si è detto che la situazione editoriale molisana, per come appare, viene a costituire una metafora di una condizione limitrofa ed estrema. Infatti, sembra che tra gli scrittori più importanti e rappresentativi che la regione possa vantare, anche al di fuori dei suoi confini, come Lina Pietravalle, (1887-1956), scrittrice nata a Fasano (Br) ma legata a Salcito, da parte del padre; Giose Rimanelli (scrittore e poeta sia in lingua che in vernacolo), nato a Casacalenda nel 1926 (Cb); Pietro Corsi (romanziere); Giuseppe Jovine, nato a Castelmauro nel 1922 e morto nel 1998, poeta sia in lingua che in dialetto, insegnante per molti anni, preside e saggista, e Ugo D’Ugo (poeta dialettale e romanziere, presidente del comitato culturale “Caffè letterario-Dopolavoro ferroviario” di Campobasso, costituitosi in omaggio al poeta nativo, Giuseppe Altobello, da cui si è tratto l’omonimo premio di poesia in vernacolo), oltre ai poeti dialettali storicamente riconosciuti, (da Cirese a Trofa, da Cerri a Spensieri e D’Acunto), appare evidente una cosa, ovvero che tutti compiono una gara, una competizione dialettica per meglio definire la propria regione. Una competizione che li conduce tutti alla medesima dichiarazione di sostanza. Tra questi scrittori, vale la pena ricordare i giudizi espressi sul Molise da Rimanelli (più noto al pubblico per aver scritto il romanzo Tiro al piccione, pubblicato nel ’53 da Mondadori e riedito da Einaudi nel ’92), quelli espressi dalla Pietravalle (autrice di diversi romanzi, da I racconti della terra del 1924 a Catene del 1930, pubblicati da Mondadori, fino a Marcia nuziale, del 1932, pubblicato con Bompiani) e Giuseppe Jovine nell’opera Benedetti Molisani (edizione Enne, Campobasso, 1979). Lina Pietravalle del Molise scrive che è un «paese scalzo e disadorno, immelanconito dalla solitudine e irretito dal disinganno… Il Molise, calmo e patetico dei pascoli e delle valli colme di silenzio 17»; mentre Rimanelli osserva che «Molise è già sud. E quelle montagne abruzzesi tentano di respingerlo, più che assimilarlo, verso le pianure pugliesi da una parte, e certe brevi strutture montagnose della Campania dall’altra. Ma non l’abbraccia. Noi siamo veramente soli.18» Jovine aggiunse che il Molise è «un Mezzogiorno nel Mezzogiorno 19». Da questi giudizi molto oculati, in cui la partecipazione emotiva degli scrittori indicati è al massimo, si può affermare che il Molise è sentito come una patria geografica senza movimento, statica, immobile. Il Molise, così come lo descrivono i suoi migliori scrittori, è fermo, inamovibile: diventa un monastero o un convento in cui alloggiano pochi reclusi, votati a chissà quale migliore elevazione spirituale. Questa non vuole essere un’apologia del Molise e nemmeno una critica feroce, ma semplicemente un’analisi doverosa delle dinamiche interne della poesia dialettale che trova spazio nel Molise, perché, se è vero che una lingua ha le sue radici nel territorio in cui nasce, insita nei parlanti che vivono quel territorio, la stessa poesia non può non essere radicata in quel luogo e in quei parlanti, per cui essa definisce lo spazio attivo di un pensiero e ne misura l’ampiezza letteraria. Lo stesso Cirese in un appunto di conferenza scrisse: «Il fatto che il Molise, sebbene non ignorato, sia ancora da scoprire e da divulgare per più larghi cerchi di cultura e soprattutto per il grande pubblico, è una condizione felice: il nostro patrimonio è ancora intatto, non è andato soggetto a travisamenti, non si è logorato nell’uso20». Con queste parole Cirese indica una regione vergine, pura, intatta: una regione in cui la bellezza è considerata come il naturale che appare, senza vizi di forma e trasformazioni sociali 17 Cit. art. di Eugenio Zacchi, da «Il Tempo»: Una giornata di studi per la scrittrice molisana Lina Pietravalle. (26 aprile 2006.) 18 Vedi Guida alla Comunità montana Cigno-Valle Biferno, a cura dell’Ufficio Studi della Comunità montana, ed Enne, 1989, (p. 16.) 19 Vedi L. Bonaffini, Giuseppe Jovine poeta, narratore, giornalista e saggista. (in www.associazionejovine.autorionline.org) 9 d’urgenza. Il Molise non muta passo, avanza con una cadenza che è sempre quella. Questo, che è un fattore abbastanza rilevante per capire quanto “costa” vivere in Molise, specie in termini emotivi che conducono ad un inevitabile appiattimento, produce più uno spirito di conservazione che d’innovazione. Il dato sociologico conduce ad un’altra considerazione, altrettanto doverosa, ovvero la staticità a lungo non diventa sinonimo di conservazione ma di regressione. Nessuno gioisce nel vedere un bambino che non cresce, che non si sviluppa. Questo, purtroppo, è anche il Molise, qualcosa che non cresce e che non si sviluppa. La sua poesia rappresenta valori integri, puri, che la politica non ha saputo afferrare e convogliare su un treno ben più veloce sul quale l’intero meridione non è riuscito a salire. Rocco Scotellaro e Carlo Levi indicano e denunciano una realtà del Sud fatta di grandi valori e di grandi tradizioni, ma fatta anche di un nocciolo duro di ignoranza e pigrizia che non redime quella bellezza primordiale e intatta, nel momento in cui si deve avviare un processo doveroso di svecchiamento delle infrastrutture e dei servizi. Questi scrittori indicano che la tradizione non è mai un tradimento, mentre il tradimento è diventato una tradizione. Così Cirese continua ad osservare che «in ciò sta la fortuna della sua condizione [si riferisce sempre al Molise ndr]: nell’essere una voce non ancora udita. Un timbro non abituale in un mondo in cui ormai tutto appare logoro e sfruttato. […] Ed allora anche quello che per tanti anni è stato il nostro più grave limite, dico il nostro riserbo che talvolta prende atteggiamenti vicini all’apatia, allora anch’essa diverrà piuttosto una forza. Sarà fierezza consapevole di dare; sarà consapevole richiesta, non di largizioni, ma di doveroso contraccambio. Perché, io ne sono certo, e di questa certezza ho alimentato, piccolo o grande che sia, il mio lavoro di poeta dialettale: nel dialogo che si intraprende tra il Molise e la cultura nazionale il conto è pari: se un mondo più vasto “scoprirà” il nostro Molise, e si accorgerà con sorpresa della sua concreta e integrale esistenza, l’attenzione che ci si dedicherà non sarà un dono. Noi avremo dato a quel mondo il nostro dono: la forza nuova, l’energia viva della nostra regione: contributo di umanità e di bellezza 21». In queste parole Cirese coglie a pieno la cultura dell’interscambio, qualcosa in cui “tu dai se vuoi ricevere”, e ricevere non significa elemosina, bensì atto dovuto per quanto si è donato. La verità è che i poeti dialettali hanno fatto molto di più dei politici che hanno amministrato il Molise, sono riusciti a comunicare un patrimonio di valori e di bellezza che la politica ha inteso come sottostoria, in un cammino per uno sviluppo ebete e cieco. Basta osservare quelle campagne descritte da Cirese, da Cerri, oppure la città che inizia a mutare forma da Altobello, per capire che il senso stesso della conservazione come trasmissione di valori, che nel tempo sono costanti, immortali, sia stato tradito, perché oggi non c’è più niente d’immortale, e lo sviluppo viene scambiato con il fare per forza, con il costruire dove non andrebbe costruito e nel non recuperare dove andrebbe recuperato: si assiste ad una “tragedia dell’approssimazione”, in cui quello che si fa non è neanche fatto bene (come a San Giuliano di Puglia dove il crollo della scuola elementare, a seguito del terremoto del 31 ottobre 2001, dimostra praticamente quanto quello che si è costruito è stato costruito male). I morti si pagano anche per questo, ci fa capire Cirese, perché non si sa donare, quindi, non si sa fare. Se oggi si va in Molise si vede una regione lasciata a se stessa, in cui le pale eoliche montano le colline gridando un progresso che incide là dove si sa che nessuno alza un dito per fermare neanche lo stupro del paesaggio. Dal Molise alla Sicilia la situazione è identica, c’è uno stupro che si fa anche sulla natura. Verrebbe da dire, provocatoriamente, che in altri luoghi del Sud c’è la criminalità che agita una vita statica, in Molise neanche quello. Allora, se si desidera capire qualcosa di una regione, della sua storia, del suo patrimonio di tradizioni, di valori e di poesia, bisogna necessariamente tornare a leggere “gli estinti”, ovvero i poeti dialettali, perché meno forti di quelli in lingua sul piano della comunicazione, ma ugualmente necessari in quanto svolgono una “funzione collante” – e questo lo aveva capito per primo Pasolini – tra il mondo contadino, rurale, sottosviluppato e arretrato perché onesto, figlio diretto della «bocca del popolo», e il mondo autonomo della lingua della nazione che investe, con la sua forza, nata da un altro dialetto, il toscano, diventato illustre grazie a Petrarca e 20 Cit. op. «Oggi Domani Ieri» (tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti) di E. Cirese, a cura di A. M. Cirese; vol. II (p. 377), Marinelli ed. Campobasso, 1997. 21 Ibidem (p.379) 10 Boccaccio, l’universo dei dialetti, diventando a sua volta un mondo che si separa dal primo, imponendogli involontariamente e a sua insaputa il coraggio di resistere. Se si va in Molise, molte delle parole e dei pensieri espressi da Cirese sono stati traditi. E il dramma non è tanto che un poeta non venga ascoltato – giudizio comune sugli artisti vuole che questi vivano in un mondo tutto loro, e che quando si collegano a quello delle persone normali con le loro opere aizzano idee, provocano divisioni e forgiano frasi di bell’effetto ma utopiche e irreali – il dramma vero è che, se pur si ricava un pensiero utopico da un poeta o uno scrittore, questo è sicuramente valido perché è frutto di una passione: è un pensiero informato, capace e consapevole di ciò che afferma. La gente comune, invece, non ha passione: la gente comune parla e ripete quello che sente, per cui può dire, quando va bene, un pensiero di un autore, ma quando persegue la sua prassi dialettica uccide la carica entropica finanche di ciò che ascolta o legge. Il vero dramma è che la gente non si informa, non sa, non conosce, motivo per il quale immancabilmente l’ignoranza diventa una colpa. Questa dicotomia tra un mondo di valori, di sapori, di sentimento e di profonda umanità custodito dall’arte e dalla poesia, e il mondo quotidiano totalmente scollato da quello culturale, è un motivo che induce ad un’analisi non bieca ma fruttuosa. L’obiettivo è quello di estrarre dal patrimonio dei dialetti quella vivacità custode prestigiosa di tutte le razze, la culla, lo scrigno ferreo di tutti i germi della vita e della potenza, della bellezza e del valore che poi le città grandi hanno assorbito per la loro esistenza e per l’accrescimento del loro splendore22; e ancora, estrarre nel cerchio dei monti, come all’ombra degli ulivi, come nelle case raccolte, la meditazione delle genti, la riflessione che nutre sempre un sogno di forza e di vita, la rudezza che si sostanzia nella fede simbolica più che effettiva, astratta più che concreta, se non nella matrice dei riti del Cristianesimo che nutrono quella verghiana “vita dei campi”. Il dialetto, come scrive Ettore Moschino, aiuta straordinariamente la “definizione” di un carattere, di una persona, di un’anima23. Il primo passo da compiere per conoscere più da vicino quando si possa iniziare a parlare di letteratura molisana in vernacolo è quello verso una periodizzazione ed una storiografia. Se si studia attentamente l’analisi condotta da Giambattista Faralli24 sulla poesia dialettale molisana, che non è una giustapposizione antologica, bensì un richiamo vigile alla storia dei primi anni del Novecento, che si aprono, utopisticamente, anche ai regionalismi, nonostante il regime fascista imponesse un forte sistema piramidale e verticistico dello Stato, si comprende quanto la spinta positivista, nata nella seconda metà dell’Ottocento, e il forte ritorno dell’ideologia e dei regimi totalitari, trovi, nella poesia dialettale del Molise, come risposta il rifugio nei valori più immediati che il popolo poteva vivere e apprezzare. Tra i valori fondanti, al primo posto vi è la terra e il senso della proprietà, che spinse Francesco Jovine a scrivere Le terre del sacramento; al secondo posto vi è il valore dell’humus culturale e antropologico che muove la figura del contadino; e terzo, l’apparato dei riti popolari che dominano le regioni, le provincie e i singoli comuni. Un quadro complessivo di valori e di figure umane e sociali che, dalla poesia, ammicca alle opere di artisti figurativi quali Antonio Donghi e Giuseppe Ar, nelle cui opere si insiste su un forte ritorno all’ordine, che non può non essere inteso come ritorno ai valori che le avanguardie avevano ben provveduto a scardinare. La poesia dialettale molisana ritrae subito un sistema di valori capace di garantire la giusta difesa da un mondo che cambia repentinamente e stravolge il senso stesso della storia, evocando nei versi il richiamo alla discrezione, alla misura e al buon senso. Un richiamo alla civiltà, come Cirese subito avverte e adotta per il suo Molise25. È in questo contesto che vanno lette le parole di Ferruccio Ulivi, quando egli fa riferimento ad «uno svolgimento poetico alquanto tempestivo rispetto agli sviluppi della poesia, diciamo ufficiale, dai primi del Novecento ai nostri giorni26», che matura con senso e avvedutezza, inserendo nella dimensione assai scarna e smunta 22 Ibidem (p.417) Ibidem (p.419) 24 Vedi S. Martelli, G. Faralli, Letteratura delle regioni d’Italia, Storia e testi (Molise); ed. La Scuola, 1994. 25 cfr L’itinerario poetico (1910-1932) di E. Cirese, in «Oggi Domani Ieri» (tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti) di E. Cirese; vol. II (p. 228), Marinelli ed., Campobasso, 1997. 26 «Oggi Domani Ieri» (tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti) di E. Cirese; vol. II (p. 420), Marinelli ed. Campobasso, 1997. 23 11 della letteratura molisana, «una lirica che ci appare condotta fino al limite migliore di una sofferta coscienza ambientale27». La “coscienza ambientale”, ovvero lo stare immerso totalmente in un luogo, in un pascolo, nella campagna come nel borgo cittadino, determina la cifra stilistica, sentimentale e filosofica della poesia dialettale. Una poesia dialettale che vede, per quanto riguarda il Molise, l’assunzione di una dignità umana e antropologica profonda, che si sposa alla religione cristiana, effettuando un connubio tra mondo rurale, mondo contadino, e il mondo umile dei pescatori descritto dalla Bibbia. Un connubio tale, ma sarebbe più giusto dire un’identità morale simultanea con il Cristianesimo, che impregna la vita contadina di quel sacrificio quotidiano volto alla redenzione e alla salvezza. Questo tipo di poesia e questo genere di poeti hanno sentito avanzare l’edificazione di una nuova civiltà che adopera metafore agricole per indicare una umiltà che diventa antesignana della cristianità vissuta nella maniera più semplice. Il poeta Giovanni Cerri (autore de I guàie, Rebellato, Padova, 1959), attraverso questo meccanismo naturale di immedesimazione reciproco tra mondo contadino e mondo cristiano, che è biblicamente un mondo che nasce dalla terra e dal fango, dalle acque generatrici la grande pesca umana, definirà il contadino “il santo della fatica”: «u sante da fatìa28». Esiste, dunque, uno strettissimo legame tra la poesia vernacolare in Molise e l’universo religioso, che sfocia a volte in sfoghi quasi mistici e vibranti, e, a volte, in forme di più controllata osservazione del reale, tale per cui quella stessa religiosità si trasforma tanto in rito, quanto in riconversione laica del sussulto di fede. La credenza, che non è un apporto vero di fede, nei poeti molisani in vernacolo agisce da sostrato ideologico e spinge ad una formalizzazione e codificazione della stessa religiosità, così piena di spirito ecumenico da sviare involontariamente verso propositi laici e dimensioni sentimentali ed esistenziali tanto eccelse da inglobare anche un sentimento distante, laico, pagano. Il senso della religiosità, del “contadino-santo”, della processione, della vendemmia, del lavoro nei campi, il proseguire naturale delle stagioni, diventano tutti elementi indispensabili di un vocabolario del cuore, più umano e più immediato, altresì inquadrato in un gioco di forze ancestrali che agiscono, all’interno di quella mitologia che prima si evocava, in senso segreto, certo non crittografico, evidenziando uno spazio di centrifuga nei testi e nelle opere (da Cirese a Cerri; da Spensieri a Guerrizio, come in Sassi e Trofa). Questa esigenza di fare luce su di uno spazio intimo del carattere della regione Molise e, di quella, che diventerà in gergo critico-letterario e storico “la molisanità”, ha conferito alla letteratura in dialetto, e non solo in dialetto, un impulso autoctono-conservatore, con l’obiettivo di trovare negli strumenti offerti dal vernacolo l’autentico spirito di un Molise che ha dovuto essere scoperto nella sua “essenza”, nella sua dimensione umana inconfondibile, storicamente intatta e pura, nella sua “ruralità”, solo al culmine del periodo fascista29. Si fa riferimento a quella che è stata definita la “particolarità” della tradizione molisana in dialetto (da S. Martelli a G. Faralli, da L. Biscardi a G. Jovine), tradizione intimamente legata alla storia stessa della provincia molisana, auto-assorbita in una travagliata ricerca di una identità etnico-culturale e politico-amministrativa, che incomincia con l’inizio del secolo, in cui le storiche condizioni di isolamento della provincia di Campobasso (quinta della regione Abruzzo dal 1860) hanno deciso autarchie combinate con le tendenze e gli obiettivi di configurare, distinguere e definire, i confini di una entità geografica e antropologica, e di essere legittimata in primo luogo dal livello linguistico e letterario. Questa messa a fuoco su una esistente “molisanità”, prima ancora di essere “riconosciuta” in ogni senso, avrebbe confinato la cultura locale nella rete di un processo unidirezionale, sostanzialmente monolitico, pur nella diversità di esperienze, di lotte e di elaborazioni private, degli stili e delle ispirazioni dei poeti del dialetto prima stagione (1920-35) che, con l’eccezione di Eugenio Cirese, il più impegnato di tutti, e Luigi Antonio Trofa, un “irregolare”, che si è sentito di rispondere allo stimolo di un modernismo ancora prima di essere testato, può certamente essere posto entro i confini di una mimetica del verismo, funzionalmente aderente ad un singolare momento storico della provincia molisana, caratterizzato, 27 Idibem (p.420) Vedi «I guàie», di G. Cerri, Marinelli ed. Campobasso, 1978. 29 cfr G. Faralli in Letteratura delle regioni d’Italia, Storia e testi (Molise); ed. La Scuola, 1994. 28 12 come osservato in precedenza, dall’espansione di una energia centripeta che esclude qualsiasi tipo di apertura verso l’esterno di modelli letterari, urbani e cosmopoliti, anche se tali modelli sono stati abbastanza presenti e attivi nel clima culturale della provincia negli anni Venti e Trenta 30. L’inquadramento storico della letteratura dialettale nel Molise e dei suoi poeti vede, nella sostanza, due periodi essenziali di riferimento: il primo, costituito dai poeti della cosiddetta “prima generazione dialettale”, che va dal 1910 al 1930-’35 (animato dalle figure di L. A. Trofa, E. Cirese, G. Altobello, D. Sassi, M. Cima, R. Capriglione); il secondo è quello dei poeti della “seconda generazione dialettale31”, cha va dagli anni ’50 al 1960-’65 (animato dalle figure di N. Guerrizio, G. Cerri, E. Spensieri, C. Carlomagno, T. Tucci, G. Jovine); fino ad una terza fase della poesia dialettale, dal 1970 al 1992 (anno di pubblicazione di Moliseide di Giose Rimanelli a New York), che, tra ripubblicazioni varie e inediti mai pubblicati prima, viene ad esprimersi con un nuovo nucleo di poesie dialettali che vede in prima linea Ugo D’Ugo con l’opera Nustalgija de la Fota (1985) ed Ermanno Catalano con il volumetto di poesie dal titolo I tiémpe càgnene (1986). Il quadro degli ultimi anni, dal 1990 in poi, si arricchisce di poeti che possono essere considerati degli estimatori del dialetto, che portano il nome di Giovanni De Fanis, Elena Caticchio, Bruno Baldini, Pietro Mastrangelo, Saverio Metere, Domenico Meo, Giuseppe Scarnati, Maria Lucia Del Monaco, ed altri. Nomi, questi, tanto isolati quanto preziosi, che in qualche modo lasciano sperare nella riconferma di quanto asseriva Cirese, sull’utilizzo del dialetto non come lingua di maggiore efficacia espressiva rispetto all’italiano, ma come ricerca e articolazione di forme e di atteggiamenti efficaci con immagini proprie: qualcosa che accresce la possibilità di dare qualche cosa di nuovo a se stessa e alla lingua italiana32. Storiograficamente la letteratura dialettale molisana si distingue in questi due periodi storici, segnati dall’ascesa della prima generazione dialettale e, successivamente, dalla seconda, ma bisogna specificare il peso di queste due generazioni dialettali. La prima fase vede partecipare, come si è detto, Eugenio Cirese, Luigi Antonio Trofa, Michele Cima e Domenico Sassi: poeti che hanno scritto cose in un periodo storico assai turbolento, in cui i cambiamenti politici e le nuove sensibilità estetiche e letterarie si muovevano con prepotenza in una nazione fortemente dominata dai regionalismi, mentre in superficie urlava il nazionalismo e la dittatura fascista. In Molise non arriva il Futurismo nel 1910, e neanche nel 1915, e neanche nel 1930. In Molise non arriva niente di tutto questo. Arriva la guerra, apice di una strategia politica distruttiva che non ha niente di estetico, niente di dannunziano e di futurista. In questo periodo i poeti cantano solo un disagio legato al conflitto bellico (si veda L. A. Trofa che si arruola durante la prima guerra mondiale), in cui il contadino, come mette bene in evidenza Cirese, si chiede il perché di tanta violenza e brutalità. Anche se molto di quello che questi poeti hanno scritto è stato pubblicato postumo (le poesie di Trofa vennero pubblicate nel 1973 col titolo di Pampùglie, mentre quelle di Cima vennero pubblicate nel 1986, come ristampa della sconosciuta opera Spine e sciure del 192833), c’è, nella contemporaneità della loro scrittura, ovvero degli anni 1910-’30, un sentimento genuino di resistenza che la terra ispira, fino ad una volontaria sublimazione sarcastica e amara della vita del contadino, che spinge verso ragioni ancora valide di attualizzazione della vita, sentita per il suo indiscutibile valore, valido anche per i poeti della seconda generazione. Il senso della terra è, ad esempio in Michele Cima (1884-1932), motivo di ritorno a casa, dopo la prigionia della Grande guerra. Allo stesso modo in Cirese il senso dell’interrogazione sulla guerra e l’effetto del colonialismo in Libia (1911) anticipa un sentimento convinto di appartenenza al mondo della vita contadina quotidiana e umile, con l’opera Canti popolari e sonetti (1910-1911), che porrà le basi per quel dialogo con i “cafoni”, che per Cirese è la “gente buona” semplicemente non istruita, 30 Vedi G. Faralli, Il Molise, in op. cit. «la seconda, [si riferisce alla generazione dei poeti molisani ndr] che inizia con la fine degli anni Cinquanta, attraversa il decennio degli anni Sessanta e poi dei Settanta, fino a passare attraverso periodi di ricerca e di studio della cultura popolare e delle tradizioni di un Molise che, ancora nei primi anni Sessanta, attende di essere riconosciuto come regione autonoma». (Vedi G. Faralli, Il Molise, in op. cit.) 32 Vedi «Poesia: tradizioni identità dialetto nell’Italia postbellica», a cura di M. Branca e P. Clemente, ed. Le Lettere, 1997, (p. 103): “L’esperienza poetica molisana di Eugenio Cirese”. 33 cfr M. Gramegna, Letteratura dialettale molisana (antologia e saggi estetici), ed. Cultura&Sport, Campobasso, 1993. 31 13 invece di essere “gente” (dis)umanamente distante dal mondo e dalla realtà. La realtà si mostra per quello che è, negli anni della prima guerra mondiale, davanti agli occhi di Cirese e di Trofa come emblema di una condizione privilegiata che consiste nel “non possedere” e nel “non sapere”: questi due elementi garantiscono libertà, non consentono all’uomo di cadere, perché in lui la condizione originaria è condizione non di un limite indotto, ma di natura. Allora “i cafoni” sono la massa, eterogenea, fatta di contadini e non, ma il singolo individuo emergente da essa è obbligatoriamente il contadino, perché egli rappresenta la figura e la sostanza culturale di questa prima fase poetica dialettale del Molise. Il contadino rappresenta il nucleo esistenziale e sentimentale su cui si accentra un universo di passione e di ragione che si difende dagli attacchi della presunzione di un egalitarismo, in veste sia estetica che morale, pronti entrambi a identifica il moderno che avanza. Scriverà Cirese, in un sonetto che restituisce a pieno il senso di una microstoria non mai abbastanza capita, bensì calpestata con leggerezza e facilità, dal titolo emblematico in quegli anni, Evviva il cuntadine!: « […] A che serve ‘ssa luce, pe sapé?... | Pe ghi a la casa iamme mure mure, | e può, de notte, è meglie a ghi a ru scure… | Ca ‘n ze sa legge e scrive? E può che ié? | ié meglie carta ghianca, siénte a me, | ca, se ‘n ze scrive, nen ze fanne errure! ||34». La poesia esprime una ragione di vita più che un sentimento. Qui Cirese sostanzia quello che appare, soprattutto oggi, nel tempo moderno, attuale, così veloce e sviluppato da essere nuovamente in crisi, in crisi economica feroce, quel ribaltamento dei valori avvertiti inevitabilmente come eterei, incerti, aleatori. Il poeta dà spazio alla voce del contadino che si libera man mano dalle sue preoccupazioni e riconquista sempre più uno spazio che gli era stato sottratto dalla superbia e dall’alterigia del sapere. L’ignoranza, in questo frangente storico, non è affatto una colpa, ma è una efficace forza interiore che consente di non sbagliare mai, perché è il sapere che richiede costanza, attenzione, mentre l’ignoranza chiede solo d’essere compresa: «A che serve codesta luce, per sapere? [per esempio]... | Per andare a casa andiamo muro muro, | e poi, di notte, è meglio andare con il buio…| che non si sa leggere e scrivere? E poi che è? | È meglio carta bianca, senti a me, | che, se non si scrive, non si fanno errori!||35». C’è in questo primo Cirese, nel Cirese degli anni del colonialismo in Libia e della Grande guerra, la sensazione urgente di chiamarsi fuori, attraverso la figura del contadino, umile ma non per questo deprecabile, dai conflitti che appaiono sempre più imminenti. Il contadino va a custodire la propria storia, non desidera che qualcun altro la custodisca al posto suo: che cosa significa il fatto che non si sappia leggere e scrivere?, si chiede il contadino inconsapevole di un suo limite. Significa che se non si sa scrivere ci si tutela dal non fare errori. L’ignoranza genuina se non salva dall’imbroglio del mondo in qualche modo consente di non essere complice di una disfatta. Lo “scrivere” indicato da Cirese non è metaforico ma concreto, è tangibile: significa alfabeticamente non saper interagire col mondo. Il contadino si fida solo di se stesso, dei suoi istinti che valgono più del sapere che il mondo gli reclama. In questo modo Eugenio Cirese, poeta della prima generazione dialettale molisana, indirizza la sua relazione sul mondo contadino in un versante difensivo dalla storia nazionale, di chi si difende localmente, stando chiuso nei piccoli paesi: una storia locale, timida, microscopica ma ben ampia sentimentalmente, diventa antesignana per i poeti della seconda generazione, che non riusciranno del tutto a scrollarsi di dosso il concetto dell’appartenenza ad un mondo fatto da uomini non chiamati a partecipare alla storia nazionale. La condizione estrema di relazione tra mondo esterno e mondo interno, tra città e campagna, s’infittisce di trame dialogiche capaci di far emergere il significato di quella vita appartata intesa non come vita apatica che non sa e non vuole partecipare alla grande storia, ma rappresenta una vita saggia, una saggezza anormale, bifronte, incupita sui solchi stessi che l’aratro traccia a terra, per cui “non partecipando” alla storia che scrive la maggioranza, che pur rifiutava in maniera certamente non plateale i dettami del 34 Cit op. «Oggi Domani Ieri» (tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti) di E. Cirese; vol. II (p. 259), Marinelli ed. Campobasso, 1997. 35 Vedi in «Oggi Domani Ieri» (tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti) di E. Cirese; a cura di A. M. Cirese; vol. II (p. 259), Marinelli ed. Campobasso, 1997. 14 nazionalismo e del fascismo in negli anni, il contadino si difende stando fermo nel suo paese, rimanendo attaccato alla sua terra (come si vedrà nella figura di Luca Marano in Francesco Jovine) e non scappa. Anzi, nel caso rappresentato da Jovine lotta per cacciare i fascisti dalle terre del sacramento. Il contadino rappresenta soprattutto questo, che chi sta ai margini è capace ancora di coltivare una qualche idea possibile di confronto ma, ancor più, di accordo. Il consolidamento di una coscienza poetica, come bene esprimono Cirese, Cima, Altobello e Trofa, al di là delle varie prospettive di attuazione di una verità poetica e didascalica, ha fatto sì che il dialetto, in maniera più obiettiva, diventasse lo strumento adatto per esprimere le ragioni di un’appartenenza alla storia, legittimando pienamente il suo essere nella babele contemporanea dei linguaggi artistici, sentendo la cosa come il frutto della parallela e neo-positivista rinascita di una cultura sempre più aggressiva e più aperta verso la sfera della conoscenza nell’ambito della poesia in lingua. Tant’è che, superata la prima generazione dei poeti, l’altra curva generazionale, che ha avuto luogo in un clima storico completamente diverso, si è fondamentalmente basata su motivazioni analoghe, come la ripresa degli studi sulle tradizioni popolari e del dibattito sul rapporto tra la “letteratura nazionale” e le “letterature regionali” negli anni Sessanta. I primi poeti hanno spianato una strada che si è rivelata col tempo l’unica ancora percorribile, per cui è ipotizzabile, in tal senso, una mancanza reale di prospettiva più confacente al periodo storico italiano della poesia dialettale in Molise. Negli anni Sessanta e Settanta il dialetto visualizza una linea di progressione direttamente proporzionale alla massiccia invasione del linguaggio dei mass-media e di quello tecnologico dei modelli importati dall’America e dall’Europa, nonostante in contemporanea si assista alla fine dell’oralità dialettale, come Franco Brevini mette in rilievo in un suo studio36. In più, i toni lirico-elegiaci di questa poesia e il nuovo dialetto dei poeti tendono generalmente ad optare per forme che non sfuggono al tema della memoria e al ripristino dei valori: la ricerca interiore di sé, la cattura di ciò che è nativo e naturale, e di impegni sempre maggiori in operazioni di archeologia linguistica (vedi E. Catalano, I tiémpe càgnene) in cui ad un clima esistenziale malinconico e triste si combina la pittoresca e suggestiva poesia di Emilio Spensieri. In prima linea, tra i poeti della seconda generazione molisana, troviamo, come scrive Giambattista Faralli, Giuseppe Jovine con l’opera Lu Pavone, (edita nel 1970) e Giose Rimanelli con l’opera Moliseide (del 1992, pubblicata in America). Scrittori, questi, che hanno dimostrato di possedere un bagaglio piuttosto ampio e ricco sia linguisticamente che letterariamente, oltre ad aver coltivato personali esperienze critiche e storiografiche valide. Essi sono giunti al dialetto con un’autoconsapevolezza che va ben oltre il consueto concetto di “restauro” o di sogno idillico che scava nel profondo della memoria. In questi due “nuovi” scrittori, ovviamente non in senso generazionale, ma dialettale, è rappresentata una poetica da esplorare come campo di ricerca dalla vasta possibilità di connotare in maniera moderna la poesia vernacolare, anche se la loro ricerca prende direzioni molto diverse. Con questi ultimi due autori il Molise, al di là del condizionamento insito nella sua storia politica e culturale, fortemente sentita fino agli anni Sessanta, ha tenuto i ritmi e il respiro, i segni e l’essenza della poesia contemporanea, superando ogni confine provinciale. Jovine e Rimanelli nel dialetto conducono a qualcosa che va oltre le tradizioni locali, oltre le specificità e i “ritardi” poetici, ben più vicini all’evoluzione di opere letterarie della nazione e di quel “villaggio globale” che si chiama mondo37. Nei poeti della seconda generazione, che abbracciano un periodo ben più ampio di quello iniziale, dagli anni Cinquanta fino agli anni Novanta del Novecento, la storia in parte si ripete, nel senso che il già udito, il già ascoltato ritorna nelle pagine di questi scrittori, come Nina Guerrizio e Giovanni Cerri ad esempio. Sulla base di una suggestione intimistica non propriamente imitativa ed epigona di Cirese, per il Cerri, e di Altobello, per la Guerrizio, questi scrittori hanno coltivato istanze al loro interno più ampie e diverse dei poeti degli anni Venti e Trenta, legandosi, in un certo qual modo, anche ad esigenze stilistiche, ovviamente indotte, (ermetiche e leopardiane, pascoliane ed anche carducciane), su una base letteraria che tende a non staccarsi del tutto dalla tradizione avviata dalla 36 Cfr. F. Brevini, «La poesia dialettale», in Storia generale della letteratura italiana, vol. XIII, a cura di N. Borsellino e W. Pedullà; ed. Motta-gruppo L’Espresso, Milano, 2004. 37 cfr G. Faralli, (in op. cit.) 15 prima generazione dialettale. La seconda generazione di poeti è una generazione felice di essere figlia della prima, felice di analizzare concetti e di diffondere pensieri avvertiti come importanti grazie l’autorevolezza dei padri («Zi’ Carminié» di Cerri non è diverso da «Zi’ Minghe» di Cirese, entrambi vivono la campagna fino alla morte, fanno del destino l’unica strada percorribile, senza una via d’uscita arbitraria). Fintanto che nella pagina si riscontra evidentissima la tradizione avviata dai poeti della prima generazione dialettale, certamente questa poesia non è originale e non è del tutto “poesia viva”, se non per una grazia critica ricevuta negli anni passati da studiosi come Martelli (che molto ha analizzato la figura di Giovanni Cerri) e di Biscardi (che si è impegnato in una operazione di recupero straordinaria della poesia più degna e rappresentativa del Molise). Nel momento in cui, però, la seconda generazione dei poeti in questione è stata capace di spostarsi dalla prima, per cui spostandosi non ha ricevuto più quella luce forte che li nutriva, è evidente il salto generazionale insito nella loro formazione, che alimenta tranquillamente una capacità inconfutabile di dare spazi nuovi di confronto, soprattutto lirico-esistenziali, in cui la poesia riesce formalmente e linguisticamente a crearsi un metro nuovo, che getta altrettanta luce su quanto si era fino ad allora letto e studiato. Riassumendo, si può parlare di letteratura e di poesia dialettale in Molise dal 1910 in poi, per cui l’arco poetico linguisticamente e formalmente riconosciuto come tale (da Biscardi a Faralli) va dal 1910, anno in cui Eugenio Cirese pubblica i Canti popolari e sonetti, fino al 1992, anno in cui Giose Rimanelli, scrittore che si era fatto notare in Italia per aver dato alle stampe il romanzo Tiro al piccione, pubblica in America, dopo aver lasciato l’Italia definitivamente, diventando uno di quegli scrittori che Luigi Fontanella definisce scrittori dalla “parola transfuga”38, la raccolta di poesia in dialetto molisano dal titolo apologetico Moliseide. Questo arco temporale concluso e definito, 1910-1992, si arricchisce di voci nuove ma ancora troppo isolate e inedite, se non per qualcuno che sia riuscito a vincere premi di poesia in vernacolo, come Domenico Meo e Maria Lucia Del Monaco, ed altri che coltivano il sentimento e la passione per il dialetto, come Elena Caticchio, Saverio Metere, Giovanni De Fanis, Pietro Mastrangelo, Guerino D’Alessandro, Orazio Tanelli ed altri, per poter indurre ad un allargamento del periodo letterario di riferimento opportunamente studiato. 38 Vedi «La parola transfuga», (Scrittori italiani in America), di L. Fontanella, ed. Cadmo, Firenze, 2003.