Istituto Scolastico Comprensivo “M. Montessori” Scuola Secondaria di primo grado DebExpo ‘15 Un’esperienza dei giovani del Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze “L. Prati” in collaborazione con il Liceo Scientifico “L. da Vinci” di Gallarate Testo: prof.ssa Mg. Aspesi, Funz. Strumentale per i rapporti con il territorio Foto: Elisa Fregola Il Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Gallarate chiama… “Quali Consigli Comunali dei Ragazzi del territorio vogliono cimentarsi nella tecnica del debate?” … il Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze” L. Prati” risponde e partecipa ai due incontri di formazione sulla tecnica del debate. Che cos’è il debate? Vediamo cosa dice il dizionario Garzanti: dibattimento (m.); dibattito (m.) (politico); discussione (f.); contraddittorio (m.), disputa (f.): the question is in — (o under —), si sta discutendo la questione; to open the —, aprire il dibattito Cerchiamo anche sul sito del Liceo Scientifico e troviamo la presentazione del Progetto WeDebate “…le tecniche e le strategie per gestire un dibattito, sapere parlare in pubblico, difendere le proprie opinioni, sapersi documentare e rispondere alle critiche o alla controparte, promuovendo lo sviluppo del pensiero critico, della comunicazione efficace, del lavoro collaborativo, delle capacità di argomentazione, di una cittadinanza attiva” C.C.R.R “L. Prati” Ora il CCRR deve scegliere il topic su cui prepararsi e dibattere l’8/5/2015 nell’ambito di DebExpo inserito nella rassegna “Terra Arte e Radici”. Dopo una consultazione tra i Consiglieri e i Vice Consiglieri che hanno partecipato alla formazione, il CCRR sceglie il proprio topic: Usare immagini di bambini affamati e ammalati per sollecitare la raccolta di fondi a favore di progetti umanitari e di cooperazione internazionale è una strumentalizzazione inaccettabile? Il CCRR viene affidato a due studentesse del liceo che hanno la funzione di “coach” delle due squadre, quella a favore e quella contro, con la supervisione della prof. Aliverti che affiancherà le prof. Aspesi e Bottini nella preparazione dell’evento pubblico. I partecipanti vengono divisi in due squadre alle quali viene affidato il compito di informarsi sull’argomento scelto e viene fornita una scheda di proposta del lavoro. Qui di seguito è riportata la scheda: Proposta scheda: Fame e Raccolta fondi/comunicazione Topic: Usare immagini di bambini affamati e ammalati per sollecitare la raccolta di fondi a favore di progetti umanitari e di cooperazione internazionale è una strumentalizzazione inaccettabile? TESI pro: “LE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO COOPERAZIONE INTERNAZIONALE DOVREBBERO ADOTTARE UN CODICE DI CONDOTTA CHE LIMITI L’USO DI IMMAGINI DI BAMBINI DENUTRITI E AMMALATI, ANCHE SE LE RISORSE RACCOLTE POTREBEBRO DIMINUIRE”. Tesi contro: “LE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO COOPERAZIONE INTERNAZIONALE NON DOVREBBERO ADOTTARE UN CODICE DI CONDOTTA CHE LIMITI L’USO DI IMMAGINI DI BAMBINI DENUTRITI E AMMALATI, PERCHE’ LE RISORSE RACCOLTE POTREBBERO DIMINUIRE”. Situazione attuale, scenario, contesto. Le organizzazioni che si occupano di cooperazione internazionale realizzano progetti con risorse pubbliche e private, queste ultime raccolte attraverso campagne di raccolta fondi (tramite tv, posta, web, piazza, sms etc.) rivolte ai cittadini. Fino ad oggi le campagne che hanno avuto più successo sono state quelle in cui l’effetto drammatico è stato ottenuto anche attraverso l’uso di immagini crude, di bambini affamati o malati. Nel mondo delle ONG è però in corso un dibattito in cui si reclama l’adozione di un codice di autoregolamentazione da parte delle stesse ONG, affinché non si presenti una immagine stereotipata e vittimizzata dei bambini. I critici notano che con ciò si rischia però di veder pesatemene ridotte le risorse che si potrebbero raccogliere dai cittadini, i quali sono mossi ad intervenire solo in occasioni emergenziali e drammatiche. Argomenti Pro: E’ necessario un approccio paritario che veda i beneficiari dei fondi divenire protagonisti del proprio sviluppo e non meri destinatari dei soldi mandati dai Paesi ricchi per “salvarli”. Le ONG hanno anche un fine educativo e devono aiutare il pubblico a donare in modo consapevole e non solo puntando sugli aspetti emotivi. Argomenti Contro: La necessità di trovare finanziamenti per i progetti di solidarietà internazionale, ha spinto molte organizzazioni di cooperazione internazionale ad adottare strategie di raccolta fondi che fanno leva sulle emozioni dei donatori per sensibilizzarli e spronarli a donare. La necessità di raggiungere un pubblico sempre più vasto fa sì che la comunicazione debba essere essenziale e spiegare la realtà in maniera emotiva e drammatica. Spunti per approfondimento Ezio Margelli, “Eti-comunico. Etica e marketing della comunicazione delle ONG italiane”, SEI – Società Editrice Internazionale. Linee guida CESVI, Utilizzo di immagini di bambini e giovani www.vita.it/opinioni http://www.volontariperlosviluppo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2630%3Asocialstorytelling-il-linguaggio-fotografico&catid=984&Itemid=200423 I partecipanti si attivano per cercare informazioni relative agli argomenti a sostegno o contro la tesi da dibattere in modo da presentarsi al primo dei tre incontri preparatori presso il nostro Istituto con conoscenza dell’argomento. Durante i tre incontri, con l’aiuto delle due coach e delle tre docenti presenti, le due squadre lavorano per condividere le informazioni raccolte, ottimizzarle e organizzarle nel discorso che dovrà essere presentato nell’evento pubblico. Vengono forniti esempi pratici di come si dibatte e si fanno le prove per scegliere all’interno di ogni squadra i quattro speaker ufficiali, quelli che sosterranno il debate la sera dell’8 maggio. Vengono effettuate le prove, anche in classe, perché gli speaker non “dovrebbero” leggere la loro parte, ma esporla in pubblico con fluidità e sicurezza. Arriva finalmente l’8 maggio: appuntamento alla Sala Ipazia presso la Casa Paolo VI. Le due squadre sono pronte: Squadra gialla = squadra PRO: Matilde, Simone, Matteo e Luca Squadra rossa = squadra CONTRO: Luca, Giulia, Edoardo e Roberto Si va ad incominciare il dibattito: Utilizzare immagini di bambini denutriti o affamati nelle pubblicità per le raccolte fondi delle ONG è inaccettabile? Sì, è inaccettabile perché… No, non è inaccettabile, anzi favorisce… Ecco il testo del dibattito: Speaker Pro 1 Matilde Nel marzo del 1993, Kevin Carter un fotografo sudafricano, era in Sudan alla ricerca di immagini capaci di racontare le vite di uomini, donne e bambini consunti dalla fame. Lo scatto di una bambina sudanese rannicchiata a terra, mentre un avvoltoio alle sue spalle attende pazientemente di consumare il proprio pasto, fece il giro del mondo e valse a Carter un premio Pulitzer. Non vi è dubbio che le foto di Carter consegnarono al mondo un’istantanea della situazione: un paese devastato da fame, malattie e epidemie. Ma, dobbiamo avere uno sguardo meno superficiale e portare la nostra riflessione su un piano etico. È innegabile che l’attenzione dei media e del pubblico per questo tipo di immagini volte a concentrare l’interesse di chi guarda sulla sofferenza e sulla sorte tragica di che è immortalato sia da allora costantemente in crescita. Ma non è forse da considerarsi una vera e propria “pornografia del dolore” il bisogno sempre acceso di sfamare la propria sete di curiosità nei confronti delle atrocità e della morte, desiderio che spesso travalica il dovere di essere e sentirsi informati? L’uso sempre più ampio di immagini di bambini sofferenti e malnutriti è il sintomo di una nostra debolezza, di una malattia morale, piuttosto che l’indice di una sensibilità e di una vicinanza verso chi soffre. L’uso di immagini destinate a suscitare un tale genere di attrazione ci colpisce e ci offende, genera vergogna e sensi di colpa. Qualcosa di lontanissimo dai sentimenti di autentica solidarietà e fratellanza che dovrebbero essere alla base delle azioni e delle campagne promosse dalle Organizzazioni che operano nel campo della cooperazione e che raccolgono fondi per gli interventi umanitari. In molti hanno denunciato il fenomeno della sollecitazione alla donazione attraverso la spettacolarizzazione della povertà e della miseria, definendolo pietismo umanitario. Lo ha fatto ad es. Guido Barbera, presidente di Solidarietà e Cooperazione Cipsi – coordinamento di 40 associazioni di solidarietà e cooperazione denunciando una trasmissione RAI del 2013, un reality girato in campi profughi in Congo e in Sud Sudan, che ha detto “I rifugiati, le realtà durissime del Sud Sudan, della Repubblica Democratica del Congo, i bambini, le donne, le violenze o le miserie di ogni genere, non possono essere oggetto di spettacolo e di pietismo umanitario, al limite della pornografia umanitaria”. Le raccolte fondi fatte in questo modo trasformano l’aiuto in elemosina. Ridurre i poveri o i malati a comparse, destinatari di un aiuto patetico e paternalista è inaccettabile. In accordo con il Cipsi, riteniamo che la comunicazione sociale relativa alle situazioni di miseria sia nel Sud del mondo che in Europa debba favorire il cambiamento culturale e dei comportamenti, non solo raccolta fondi. I progetti di sviluppo non sono elemosina! Speaker Contro 1.Luca Le immagini di bambini sofferenti non vanno eliminate dalle pubblicità perché esse rappresentano la realtà per come essa è: Ogni giorno più di 19.000 bambini muoiono di fame e ogni anno 1,8 milioni di bambini muoiono a causa di malattie respiratorie che sarebbero facilmente prevenibili. Di questi numeri dobbiamo prendere atto, dobbiamo renderci conto che ci sono nel mondo 805 milioni di persone che non mangiano regolarmente e in modo adeguato. Le immagini che vengono mostrate nelle pubblicità delle ONG sono lo specchio di questi numeri drammatici. I bambini che muoiono di fame sono davvero sottopeso, stanchi e assediati dalle mosche. Evitare di mostrare queste immagini è mera ipocrisia, vuol dire far finta che questa terribile situazione non sia reale, vuol dire girare la testa dall’altra parte e non è più un atteggiamento ammissibile. È importante sottolineare inoltre che i bambini costituiscono la fascia della popolazione più bisognosa e allo stesso tempo quella che beneficia di più degli aiuti umanitari delle ONG, pertanto è giusto oltre che corretto verso chi dona mostrare chiaramente a chi verranno destinati i fondi raccolti. Inostri avversari hanno parlato di “contagio emotivo” come un fenomeno negativo, che impedisce una scelta razionale, ma ciò non corrisponde a verità: Vincenzo Russo, professore di psicologia dei consumi presso la Iulm di Milano afferma, a seguito di un suo studio, che <<LE EMOZIONI NON DISTURBANO IL PROCESSO DECISIONALE, MA FUNGONO DA GUIDA>> ciò vuol dire che chi dona lo fa in modo consapevole, pienamente conscio del nobile gesto che sta compiendo, e il contagio emotivo non va demonizzato, anzi, il contagio emotivo è l’empatia, la capacità di creare un ponte emotivo fra noi e chi sta dall’altra parte dello schermo. Dov’è il male nel soffrire vedendo chi soffre? Derek Humphries, uno dei massimi esperti al mondo di comunicazione televisiva dice: “I FOUNDARIES HANNO IL DOVERE DI RACCONTARE, IN MODO CHE LE PERSONE POSSANO CAPIRE E SOSTENERE LE LORO CAUSE.” I nostri avversari, infine, sostengono che l’uso di queste immagini impedisca al pubblico di informarsi adeguatamente riguardo alle condizioni reali delle persone a cui sono destinati, tuttavia non ci sono dati che provino che sostituendo queste immagini il pubblico sarebbe più informato, al contrario, rimanendo meno colpito dalle immagini si interesserebbe meno alla situazione delle popolazioni bisognose. Speaker 2. Simone Pro Che non debbano essere usate immagini o testi che potrebbero essere lesivi della dignità della persona, che sono forti o scioccanti o che anche solo potrebbero offendere una parte dei destinatari lo affermano anche le Linee guida per la raccolta fondi del 2010 dell’Agenzia per le Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale. Una comunicazione che possa definirsi etica deve essere improntata alla prudenza e al rispetto. Ma come si può sostenere che sia rispettosa l’immagine di un bambino denutrito, assediato dalle mosche, inerte e con il ventre gonfio? Le immagine di bambini oggetto del nostro sguardo o al massimo della nostra commiserazione, anziché di soggetti con i quali si può interagire, sono immagini che violano i loro diritti e tolgono loro la dignità. E ciò è davvero paradossale. Prendiamo, ad es., il caso del continente africano, siamo davanti a un continente in controtendenza rispetto ai risultati incoraggianti che fanno stimare il possibile raggiungimento del I Obiettivo di Sviluppo del Millennio (Mdg) di dimezzare la percentuale delle persone sottonutrite nel mondo entro il 2015. Nell’Africa Sub Sahariana le persone che vivono in questa condizione sono passate dai 176 milioni nei primi anni ’90 ai 214 milioni del 2014 (dal 17,3% al 26,6%). Dobbiamo sapere che per la maggior parte dei casi la fame e la malnutrizione non sono dovute alla mancanza di cibo ma alla impossibilità di accesso al cibo a causa delle guerre e dei conflitti che imperversano in molti paesi. Secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP - World Food Programme), un’agenzia delle Nazioni Unite, la più grande organizzazione umanitaria al mondo, dal 1992, la percentuale delle crisi alimentari causate dall'uomo, di breve o lunga durata, è più che raddoppiata, passando dal 15 al 35 per cento e la più frequente causa scatenante sono i conflitti. Dal 2004, oltre un milione di persone ha dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa del conflitto nel Darfur provocando una grave crisi alimentare, in un territorio dove solitamente non mancavano piogge e buoni raccolti. A volte, in guerra, il cibo diventa un'arma. I soldati portano alla fame i nemici rubando o distruggendo il loro cibo e il loro bestiame e colpendo sistematicamente i mercati locali. I campi vengono minati e i pozzi contaminati per costringere i contadini ad abbandonare la propria terra. Ciò significa che quando vediamo i bambini malati e affamati spesso non sono alluvioni o siccità a determinare le terribili condizioni in cui vivono e più spesso muoiono, ma è la violenza e la guerra che li rende le vittime più vulnerabili. Una palese ingiustizia, di cui le nostre società sono spettatrici inerti quando non complici. Vogliamo dunque far subire a questi bambini un’ulteriore ingiustizia, dopo che sono stati loro preclusi il cibo, la salute e le cure vogliamo anche annientare anche la loro dignità vendendo la loro immagine per monetizzare la sofferenza? Speaker 2. Giulia Contro Eradicare la povertà estrema e la fame e ridurre la mortalità infantile sono due dei Millennium Development Goals firmati dalle Nazioni Unite nel 2000, in questi anni molto è stato fatto, anche grazie al significativo contributo delle ONG che raccolgono ingenti somme di denaro e che destinano alle popolazioni in difficoltà. Prendiamo ad esempio Save the Children, la celeberrima ONG che, nel 2013 ha raccolto 47,6 miliardi di euro, di cui ben 37,6 miliardi provenienti da donazioni private. Con questa cifra Save the Children ha aiutato in un anno circa 1 milione e 600 mila bambini solo in Africa. il contributo che danno le ONG è dunque fondamentale, anzi, addirittura indispensabile. È importante sottolineare che per ottenere questi grandi risultati Save the Children ha utilizzato soprattutto due spot televisivi, entrambi che mostravano bambini denutriti. Il motivo di tutto ciò è molto semplice, usare immagini di bambini affamati, ammalati, sofferenti, permette una maggiore raccolta di fondi: ciò è provato da diversi studi indipendenti: il primo è quello della dottoressa Deborah Small, ricercatrice presso la Waharton School of Business, pubblicato sul Journal of Marketing Research. La dottoressa ha provato che l’uso di immagini ritraenti bambini bisognosi raccolgono una quantità maggiore di fondi rispetto a quelle che mostrano bambini felici o neutri. Durante l’esperimento condotto dalla Small in collaborazione con Nicole Verrocchi a un gruppo di persone è stato dato un volantino con immagini di bambini tristi e a un altro un volantino con immagini di bambini allegri, entrambi i volantini chiedevano la donazione di una somma di denaro. Dopo una sessione indipendente il ben il 78% dei facenti parte del primo gruppo ha donato una somma di denaro, contro il 53% del secondo. Il secondo è uno studio pubblicato dall’Ama Journal of Marketing Research, secondo cui le persone sono più portate a donare quando le pubblicità per le raccolte fondi mostrano bambini sofferenti piuttosto che bambini felici. Lo scarto fra i due tipi di pubblicità è stato quantificato in circa il 20%. La concordanza fra questi due studi è impressionante. Entrambi provano come senza le immagini in questione le campagne fondi raccoglierebbero una somma di denaro decisamente inferiore, ma una somma di denaro inferiore vuol dire, nella pratica, un numero inferiore di vite che possono essere salvate, vuol dire lasciare migliaia di bambini senza cure. Quel 20% in più di denaro raccolto è fondamentale, è necessario. E se per raccoglierlo occorre mostrare immagini di bambini sofferenti e malati, bene, per salvare le loro vite, siamo disposti a farlo. Speaker 3. Matteo Pro Se si opera, su vari fronti, per la riduzione della povertà è inevitabile parlare di bambini e una corretta informazione sui bambini non può essere neutra, sia perché la realtà non lo è, sia perché ogni informazione, campagna di raccolta fondi o evento ha sempre un destinatario che ha il diritto/dovere di acquisire conoscenze nel modo più ampio possibile e conseguentemente essere in grado di valutare e operare scelte consapevoli. Usare scientemente delle immagini perché forzino alla donazione è un abuso anche sul donatore. Nell’Art. 17 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, richiamando l’importanza di un’informazione etica su/per i bambini e i giovani, si invitano gli Stati a vigilare sui media e a “favorire l’elaborazione di principi direttivi appropriati destinati a proteggere il fanciullo dalle informazioni e dai materiali che nuocciono al suo benessere in considerazione delle disposizioni degli artt. 13 e 18”. Campagne che investono, oltre che gli adulti donatori, anche i bambini espongono questi a situazioni inadeguate alla loro sensibilità e possibilità di comprensione, creando un forte disagio, uno stato di limite e di impotenza, pericoloso per la loro autostima e per la loro crescita. Inoltre alcune campagne che radicalizzano lo stato di bisogno e di indigenza dei bambini portano a generalizzazioni e classificazioni che possono rafforzare stereotipi e pregiudizi. Chimamanda Adiche, scrittrice nigeriana, ha detto: “stiamo creando un’unica storia, in cui il Terzo Mondo continuerà a essere il Terzo Mondo”. Una comunicazione finalizzata alla mercificazione del dolore rischia di rafforzare l’immagine di un Sud del mondo bisognoso e inattivo, incapace di trovare da sé soluzioni efficaci. Siamo proprio sicuri che questa strada favorisca la complessa e pur necessaria integrazione con le popolazioni provenienti dal Sud del mondo, che le nostre società hanno stentatamente imboccato? Speaker 3. Edoardo Contro I nostri avversari hanno accusato le immagini utilizzate dalle ONG di essere lesive della dignità dei bambini e di disturbare con la loro crudezza lo spettatore, ma cerchiamo di essere razionali: i valori che stiamo mettendo in gioco sono diversi e decisamente non equiparabili fra loro. Certo, la dignità dei bambini rappresentati nelle immagini è messa in discussione, ma cosa davvero lede questo loro diritto? Certamente non l’immagine, quanto, piuttosto, la condizione in sé in cui i bambini versano. Pensare che il diritto alla privacy possa prevaricare il diritto alla vita è inaccettabile. Oltretutto il modo per ridare dignità a questi bambini non è sicuramente quello di censurare le immagini che li ritraggono, bensì quello di aiutarli, di salvare loro la vita e permettere loro di avere un futuro appunto, dignitoso. Allo stesso modo è assurdo e ancor di più profondamente egoistico pensare a un fantomatico turbamento dello spettatore quando, ripetiamo, sull’altro piatto della bilancia c’è il diritto alla vita. I nostri avversari hanno poi individuato nelle immagini di bambini affamati e sofferenti la sorgente di stereotipi e pregiudizi di tipo etnico: ciò non è vero, oltre che essere profondamente offensivo nei confronti dello spettatore, ridotto ad una maschera priva di personalità, di giudizio e di senso critico. Sfortunatamente ai giorni nostri il terzo mondo ha bisogno di aiuto, ne ha bisogno in modo disperato. Cerchiamo di aiutare gli stati in difficoltà nel concreto anziché preoccuparci di quale sia la loro immagine formale. Speaker 4. Luca ARRINGA PRO Gentile Presidente, gentile giuria, gentili colleghi, gentile pubblico, abbiamo sentito i nostri avversari accalorarsi per sostenere che le ONG non potrebbero fare il loro prezioso lavoro di cooperazione e di lotta alla povertà estrema e alle malattie, senza i fondi derivanti dalle campagne di “pietismo umanitario” spinto. Vogliamo ribadire che è per noi un impegno di civiltà contribuire in ogni modo all’obiettivo FAME ZERO dell’ONU o per soccorrere le popolazioni in emergenze umanitarie di ogni tipo ma, come sostengono con forza alcune importanti organizzazioni non governative come il CESVI o la stessa ONE FOUNDATION, è essenziale che i fondi siano raccolti BENE: che le campagne servano prima di tutto a far crescere la nostra consapevolezza delle situazioni che generano la sofferenza di bambini e di intere popolazioni, che servano a modificare i nostri comportamenti, magari acquistando consapevolmente i prodotti che finiscono sulle nostre tavole, servano a fare pressione sui nostri governi o sulla comunità internazionale per eliminare l’origine delle crisi sempre più gravi e numerose. Non vogliamo proteggere i nostri bambini o gli spettatori da immagini scioccanti, facendo gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia. Per guardare alla realtà correttamente e cambiare le cose, bisogna esigere che i dati di realtà siano spiegati al pubblico con la semplicità e la complessità che essi richiedono. Bisogna parlare di più e non di meno del perché tanti bambini sono gettati nel mondo in quello stato, bisogna documentare, chiedere anche alla scuola di fornire strumenti di comprensione profonda di quelle situazioni. Preferiamo forse il brivido superficiale di una immagine toccante che si dimentica dopo una piccola donazione che cancella il senso di colpa? Sosteniamo che un mondo solidale non è un mondo che fonda la sua azione su una mercificazione della sofferenza, che tratta i bambini di altri continenti come oggetti da mostrare per vendere la pietà e aggiungere alla vergognosa violenza che lede i loro diritti umani anche il peso della discriminazione. Sì, ho detto discriminazione: lasceremmo che le immagini di un bambino italiano o europeo in agonia, perché povero, siano date in pasto alla cronaca senza alcuna protezione della sua privacy e della sua dignità? Lasceremmo forse che le immagini dello stesso bambino morente fossero usate per raccogliere fondi in altre parti del continente? Noi non lo possiamo fare, non lo possiamo permettere perché è inaccettabile, ed è inaccettabile per i nostri bambini come per tutti i bambini del mondo. Speaker 4. Roberto ARRINGA CONTRO 1. Ribadiamo con forza che mostrare le immagini di bambini sofferenti nelle pubblicità per la raccolta di fondi sia necessario e giusto, in quanto permette di ricavare il 20% in più dei profitti rispetto alle immagini di bambini neutri o felici, ciò è di massima importanza perché garantisce la possibilità di salvare più vite. 2. Mostrare le immagini di bambini sofferenti è giusto in quanto esse rispecchiano la realtà, non mostrarle significa far finta che la situazione tragica di moltissimi paesi del sud del mondo non esista, parlare di diritto alla privacy non ha valore quando in contrapposizione c’è il diritto alla vita; la dignità dei bambini mostrati nelle immagini non viene meno a causa dell’immagine, quanto piuttosto a causa della condizione stessa in cui essi versano, al fine di ridare dignità ai bambini e garantire loro una vita migliore è insensato, anzi, controproducente togliere le immagini che permettono alle ONG di raccogliere fondi a loro destinati. Allo stesso modo è profondamente egoistico parlare di turbamento dello spettatore quando dall’altra parte dello schermo ci sono bambini che non vedono rispettati i più basilari diritti umani. 3. Pensare che le immagini in questione possano creare pregiudizi etnici e raziali è profondamente scorretto, in quanto dipinge l’ascoltatore come un guscio vuoto senza capacità di critica e raziocinio. Sicuramente le immagini di bambini sofferenti generano in noi emozioni diverse, ma ciò è normale e giusto, venire in contatto con una realtà così dura non può sicuramente rendere le persone felici, ma censurare questa realtà vuol dire nascondere la testa sotto la sabbia, cercare di chiudersi in un piccolo mondo perfetto mentre fuori migliaia di bambini muoiono di fame. A dibattito finito la Giuria si ritira per valutare la presentazione delle due squadre. Mentre la Giuria lavora, un’ambasciatrice di ONE presenta l’attività svolta dall’Associazione che nel mondo raccoglie molti fondi per i Paesi Poveri senza utilizzare immagini di bambini sofferenti, malati o denutriti. Al termine, prima che la giuria legga il suo verdetto, il pubblico presente in sala vota la squadra, o meglio la proposta che lo ha maggiormente convinto. Come? Inserendo dei rettangolini colorati come le due squadre in un’urna. Quale squadra sarà stata più convincente? Prima il verdetto della Giuria. La Giuria decide che non c’ una squadra vincitrice, perché entrambe hanno lavorato bene; sottolinea la bravura degli speaker in relazione alla difficoltà dell’argomento ed evidenzia gli errori commessi: leggere il testo e non guardare sempre il pubblico. La Giuria sceglie, però, all’interno delle due squadre lo speaker più convincente: Matteo per la squadra gialla= squadra pro Giulia per la squadra rossa = squadra contro Dopo lo spoglio dei voti, si decreta la squadra che ha maggiormente convinto il Pubblico in sala… …è la squadra rossa, per la quale è giusto usare immagini di bambini sofferenti se lo scopo è quello di raccogliere più fondi per aiutare chi ha bisogno. Al termine della serata i giovani debeter sono soddisfatti anche perché ricevono i complimenti degli organizzatori, dei docenti della scuola e del Sindaco Bellora. La preparazione è stata difficile, ha comportato impegno e volontà, ma sono felici di aver dimostrato a se stessi di essere in grado di affrontare esperienze “da grandi”, esperienze che potranno servire loro nel futuro percorso scolastico e che rimarranno nel loro bagaglio culturale.