Istituto Scolastico Comprensivo “M. Montessori”
Scuola Secondaria di primo grado
DebExpo ‘15
Un’esperienza dei giovani
del Consiglio Comunale
dei Ragazzi e delle Ragazze
“L. Prati”
in collaborazione con il Liceo Scientifico
“L. da Vinci” di Gallarate
Testo: prof.ssa Mg. Aspesi, Funz. Strumentale per i rapporti con il territorio
Foto: Elisa Fregola
Il Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Gallarate chiama…
“Quali Consigli Comunali dei Ragazzi del territorio vogliono cimentarsi nella
tecnica del debate?”
… il Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze” L. Prati” risponde e
partecipa ai due incontri di formazione sulla tecnica del debate.
Che cos’è il debate?
Vediamo cosa dice il dizionario Garzanti:
dibattimento (m.); dibattito (m.) (politico); discussione (f.); contraddittorio
(m.), disputa (f.): the question is in — (o under —), si sta discutendo la
questione; to open the —, aprire il dibattito
Cerchiamo anche sul sito del Liceo Scientifico e troviamo la presentazione del
Progetto WeDebate
“…le tecniche e le strategie per gestire un dibattito, sapere parlare in pubblico,
difendere le proprie opinioni, sapersi documentare e rispondere alle critiche o
alla controparte, promuovendo lo sviluppo del pensiero critico, della
comunicazione efficace, del lavoro collaborativo, delle capacità di
argomentazione, di una cittadinanza attiva”
C.C.R.R “L. Prati”
Ora il CCRR deve scegliere il topic su cui prepararsi e dibattere l’8/5/2015
nell’ambito di DebExpo inserito nella rassegna “Terra Arte e Radici”.
Dopo una consultazione tra i Consiglieri e i Vice Consiglieri che hanno partecipato
alla formazione, il CCRR sceglie il proprio topic:
Usare immagini di bambini affamati e ammalati per sollecitare la
raccolta di fondi a favore di progetti umanitari e di cooperazione
internazionale è una strumentalizzazione inaccettabile?
Il CCRR viene affidato a due studentesse del liceo che hanno la funzione di
“coach” delle due squadre, quella a favore e quella contro, con la supervisione
della prof. Aliverti che affiancherà le prof. Aspesi e Bottini nella preparazione
dell’evento pubblico.
I partecipanti vengono divisi in due squadre alle quali viene affidato il compito
di informarsi sull’argomento scelto e viene fornita una scheda di proposta del
lavoro.
Qui di seguito è riportata la scheda:
Proposta scheda: Fame e Raccolta fondi/comunicazione
Topic:
Usare immagini di bambini affamati e ammalati per sollecitare la raccolta di fondi a favore di
progetti umanitari e di cooperazione internazionale è una strumentalizzazione inaccettabile?
TESI pro: “LE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO COOPERAZIONE INTERNAZIONALE DOVREBBERO ADOTTARE
UN CODICE DI CONDOTTA CHE LIMITI L’USO DI IMMAGINI DI BAMBINI DENUTRITI E AMMALATI, ANCHE
SE LE RISORSE RACCOLTE POTREBEBRO DIMINUIRE”.
Tesi contro: “LE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO COOPERAZIONE INTERNAZIONALE NON DOVREBBERO
ADOTTARE UN CODICE DI CONDOTTA CHE LIMITI L’USO DI IMMAGINI DI BAMBINI DENUTRITI E
AMMALATI, PERCHE’ LE RISORSE RACCOLTE POTREBBERO DIMINUIRE”.
Situazione attuale, scenario, contesto.
Le organizzazioni che si occupano di cooperazione internazionale realizzano progetti con risorse pubbliche
e private, queste ultime raccolte attraverso campagne di raccolta fondi (tramite tv, posta, web, piazza, sms
etc.) rivolte ai cittadini. Fino ad oggi le campagne che hanno avuto più successo sono state quelle in cui
l’effetto drammatico è stato ottenuto anche attraverso l’uso di immagini crude, di bambini affamati o malati.
Nel mondo delle ONG è però in corso un dibattito in cui si reclama l’adozione di un codice di
autoregolamentazione da parte delle stesse ONG, affinché non si presenti una immagine stereotipata e
vittimizzata dei bambini. I critici notano che con ciò si rischia però di veder pesatemene ridotte le risorse
che si potrebbero raccogliere dai cittadini, i quali sono mossi ad intervenire solo in occasioni emergenziali
e drammatiche.
Argomenti Pro:

E’ necessario un approccio paritario che veda i beneficiari dei fondi divenire protagonisti del proprio
sviluppo e non meri destinatari dei soldi mandati dai Paesi ricchi per “salvarli”.

Le ONG hanno anche un fine educativo e devono aiutare il pubblico a donare in modo consapevole
e non solo puntando sugli aspetti emotivi.
Argomenti Contro:

La necessità di trovare finanziamenti per i progetti di solidarietà internazionale, ha spinto molte
organizzazioni di cooperazione internazionale ad adottare strategie di raccolta fondi che fanno leva
sulle emozioni dei donatori per sensibilizzarli e spronarli a donare.

La necessità di raggiungere un pubblico sempre più vasto fa sì che la comunicazione debba essere
essenziale e spiegare la realtà in maniera emotiva e drammatica.
Spunti per approfondimento
Ezio Margelli, “Eti-comunico. Etica e marketing della comunicazione delle ONG italiane”, SEI – Società
Editrice Internazionale.
Linee guida CESVI, Utilizzo di immagini di bambini e giovani
www.vita.it/opinioni
http://www.volontariperlosviluppo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2630%3Asocialstorytelling-il-linguaggio-fotografico&catid=984&Itemid=200423
I partecipanti si attivano per cercare informazioni relative agli argomenti a
sostegno o contro la tesi da dibattere in modo da presentarsi al primo dei tre
incontri preparatori presso il nostro Istituto con conoscenza dell’argomento.
Durante i tre incontri, con l’aiuto delle due coach e delle tre docenti presenti, le
due squadre lavorano per condividere le informazioni raccolte, ottimizzarle e
organizzarle nel discorso che dovrà essere presentato nell’evento pubblico.
Vengono forniti esempi pratici di come si dibatte e si fanno le prove per scegliere
all’interno di ogni squadra i quattro speaker ufficiali, quelli che sosterranno il
debate la sera dell’8 maggio.
Vengono effettuate le prove, anche in classe, perché gli speaker non
“dovrebbero” leggere la loro parte, ma esporla in pubblico con fluidità e
sicurezza.
Arriva finalmente l’8 maggio: appuntamento alla Sala Ipazia presso la Casa Paolo
VI.
Le due squadre sono pronte:
Squadra gialla = squadra PRO: Matilde, Simone, Matteo e Luca
Squadra rossa = squadra CONTRO: Luca, Giulia, Edoardo e Roberto
Si va ad incominciare il dibattito:
Utilizzare immagini di bambini denutriti o affamati nelle pubblicità per
le raccolte fondi delle ONG è inaccettabile?
Sì, è inaccettabile perché…
No, non è inaccettabile, anzi favorisce…
Ecco il testo del dibattito:
Speaker
Pro
1
Matilde
Nel marzo del 1993, Kevin Carter un
fotografo sudafricano, era in Sudan alla
ricerca di immagini capaci di racontare le
vite di uomini, donne e bambini consunti
dalla fame. Lo scatto di una bambina
sudanese rannicchiata a terra, mentre un
avvoltoio
alle
sue
spalle
attende
pazientemente di consumare il proprio
pasto, fece il giro del mondo e valse a
Carter un premio Pulitzer. Non vi è dubbio
che le foto di Carter consegnarono al
mondo un’istantanea della situazione: un
paese devastato da fame, malattie e
epidemie. Ma, dobbiamo avere uno
sguardo meno superficiale e portare la
nostra riflessione su un piano etico.
È innegabile che l’attenzione dei media e
del pubblico per questo tipo di immagini
volte a concentrare l’interesse di chi
guarda sulla sofferenza e sulla sorte
tragica di che è immortalato sia da allora
costantemente in crescita. Ma non è forse
da considerarsi una vera e propria
“pornografia del dolore” il bisogno sempre
acceso di sfamare la propria sete di
curiosità nei confronti delle atrocità e
della morte, desiderio che spesso
travalica il dovere di essere e sentirsi
informati?
L’uso sempre più ampio di immagini di
bambini sofferenti e malnutriti è il
sintomo di una nostra debolezza, di una
malattia morale, piuttosto che l’indice di
una sensibilità e di una vicinanza verso chi
soffre. L’uso di immagini destinate a
suscitare un tale genere di attrazione ci
colpisce e ci offende, genera vergogna e
sensi di colpa. Qualcosa di lontanissimo
dai sentimenti di autentica solidarietà e
fratellanza che dovrebbero essere alla
base delle azioni e delle campagne
promosse
dalle
Organizzazioni
che
operano nel campo della cooperazione e
che raccolgono fondi per gli interventi
umanitari. In molti hanno denunciato il
fenomeno
della
sollecitazione
alla
donazione
attraverso
la
spettacolarizzazione della povertà e della
miseria, definendolo pietismo umanitario.
Lo ha fatto ad es. Guido Barbera,
presidente di Solidarietà e Cooperazione
Cipsi – coordinamento di 40 associazioni
di solidarietà e cooperazione denunciando
una trasmissione RAI del 2013, un reality
girato in campi profughi in Congo e in Sud
Sudan, che ha detto “I rifugiati, le realtà
durissime
del
Sud
Sudan,
della
Repubblica Democratica del Congo, i
bambini, le donne, le violenze o le miserie
di ogni genere, non possono essere
oggetto di spettacolo e di pietismo
umanitario, al limite della pornografia
umanitaria”. Le raccolte fondi fatte in
questo modo trasformano l’aiuto in
elemosina. Ridurre i poveri o i malati a
comparse, destinatari di un aiuto patetico
e paternalista è inaccettabile. In accordo
con
il
Cipsi,
riteniamo
che
la
comunicazione
sociale
relativa
alle
situazioni di miseria sia nel Sud del mondo
che in Europa debba favorire il
cambiamento
culturale
e
dei
comportamenti, non solo raccolta fondi.
I progetti di sviluppo non sono elemosina!
Speaker
Contro
1.Luca
Le immagini di bambini sofferenti non vanno
eliminate dalle pubblicità perché esse
rappresentano la realtà per come essa è:
Ogni giorno più di 19.000 bambini muoiono
di fame e ogni anno 1,8 milioni di bambini
muoiono a causa di malattie respiratorie che
sarebbero facilmente prevenibili.
Di questi numeri dobbiamo prendere atto,
dobbiamo renderci conto che ci sono nel
mondo 805 milioni di persone che non
mangiano
regolarmente
e
in
modo
adeguato.
Le immagini che vengono
mostrate nelle pubblicità delle ONG sono lo
specchio di questi numeri drammatici. I
bambini che muoiono di fame sono davvero
sottopeso, stanchi e assediati dalle mosche.
Evitare di mostrare queste immagini è mera
ipocrisia, vuol dire far finta che questa
terribile situazione non sia reale, vuol dire
girare la testa dall’altra parte e non è più un
atteggiamento ammissibile.
È importante sottolineare inoltre che i
bambini costituiscono la fascia della
popolazione più bisognosa e allo stesso
tempo quella che beneficia di più degli aiuti
umanitari delle ONG, pertanto è giusto oltre
che corretto verso chi dona mostrare
chiaramente a chi verranno destinati i fondi
raccolti.
Inostri avversari hanno parlato di “contagio
emotivo” come un fenomeno negativo, che
impedisce una scelta razionale, ma ciò non
corrisponde a verità: Vincenzo Russo,
professore di psicologia dei consumi presso
la Iulm di Milano afferma, a seguito di un
suo studio, che <<LE EMOZIONI NON
DISTURBANO IL PROCESSO DECISIONALE,
MA FUNGONO DA GUIDA>> ciò vuol dire
che chi dona lo fa in modo consapevole,
pienamente conscio del nobile gesto che sta
compiendo, e il contagio emotivo non va
demonizzato, anzi, il contagio emotivo è
l’empatia, la capacità di creare un ponte
emotivo fra noi e chi sta dall’altra parte dello
schermo. Dov’è il male nel soffrire vedendo
chi soffre?
Derek Humphries, uno dei massimi esperti
al mondo di comunicazione televisiva dice:
“I FOUNDARIES HANNO IL DOVERE DI
RACCONTARE, IN MODO CHE LE PERSONE
POSSANO CAPIRE E SOSTENERE LE LORO
CAUSE.”
I nostri avversari, infine, sostengono che
l’uso di queste immagini impedisca al
pubblico di informarsi adeguatamente
riguardo alle condizioni reali delle persone a
cui sono destinati, tuttavia non ci sono dati
che provino che sostituendo queste
immagini il pubblico sarebbe più informato,
al contrario, rimanendo meno colpito dalle
immagini si interesserebbe meno alla
situazione delle popolazioni bisognose.
Speaker
2.
Simone
Pro
Che non debbano essere usate immagini
o testi che potrebbero essere lesivi della
dignità della persona, che sono forti o
scioccanti o che anche solo potrebbero
offendere una parte dei destinatari lo
affermano anche le Linee guida per la
raccolta fondi del 2010 dell’Agenzia per le
Organizzazioni Non Lucrative di Utilità
Sociale. Una comunicazione che possa
definirsi etica deve essere improntata alla
prudenza e al rispetto. Ma come si può
sostenere che sia rispettosa l’immagine di
un bambino denutrito, assediato dalle
mosche, inerte e con il ventre gonfio?
Le immagine di bambini oggetto del
nostro sguardo o al massimo della nostra
commiserazione, anziché di soggetti con i
quali si può interagire, sono immagini che
violano i loro diritti e tolgono loro la
dignità. E ciò è davvero paradossale.
Prendiamo, ad es., il caso del continente
africano, siamo davanti a un continente in
controtendenza
rispetto
ai
risultati
incoraggianti che fanno stimare il
possibile raggiungimento del I Obiettivo di
Sviluppo del Millennio (Mdg) di dimezzare
la percentuale delle persone sottonutrite
nel mondo entro il 2015. Nell’Africa Sub
Sahariana le persone che vivono in questa
condizione sono passate dai 176 milioni
nei primi anni ’90 ai 214 milioni del 2014
(dal 17,3% al 26,6%). Dobbiamo sapere
che per la maggior parte dei casi la fame
e la malnutrizione non sono dovute alla
mancanza di cibo ma alla impossibilità di
accesso al cibo a causa delle guerre e dei
conflitti che imperversano in molti paesi.
Secondo
il
Programma
Alimentare
Mondiale (WFP - World Food Programme),
un’agenzia delle Nazioni Unite, la più
grande organizzazione umanitaria al
mondo, dal 1992, la percentuale delle
crisi alimentari causate dall'uomo, di
breve o lunga durata, è più che
raddoppiata, passando dal 15 al 35 per
cento e la più frequente causa scatenante
sono i conflitti.
Dal 2004, oltre un milione di persone ha
dovuto abbandonare le proprie abitazioni
a causa del conflitto nel Darfur
provocando una grave crisi alimentare, in
un territorio dove solitamente non
mancavano piogge e buoni raccolti.
A volte, in guerra, il cibo diventa un'arma.
I soldati portano alla fame i nemici
rubando o distruggendo il loro cibo e il
loro
bestiame
e
colpendo
sistematicamente i mercati locali.
I campi vengono minati e i pozzi
contaminati per costringere i contadini ad
abbandonare la propria terra. Ciò significa
che quando vediamo i bambini malati e
affamati spesso non sono alluvioni o
siccità a determinare le terribili condizioni
in cui vivono e più spesso muoiono, ma è
la violenza e la guerra che li rende le
vittime più vulnerabili. Una palese
ingiustizia, di cui le nostre società sono
spettatrici inerti quando non complici.
Vogliamo dunque far subire a questi
bambini un’ulteriore ingiustizia, dopo che
sono stati loro preclusi il cibo, la salute e
le cure vogliamo anche annientare anche
la loro dignità vendendo la loro immagine
per monetizzare la sofferenza?
Speaker
2. Giulia
Contro
Eradicare la povertà estrema e la fame e
ridurre la mortalità infantile sono due dei
Millennium Development Goals firmati dalle
Nazioni Unite nel 2000, in questi anni molto
è stato fatto, anche grazie al significativo
contributo delle ONG che raccolgono ingenti
somme di denaro e che destinano alle
popolazioni in difficoltà.
Prendiamo ad esempio Save the Children, la
celeberrima ONG che, nel 2013 ha raccolto
47,6 miliardi di euro, di cui ben 37,6 miliardi
provenienti da donazioni private.
Con questa cifra Save the Children ha
aiutato in un anno circa 1 milione e 600 mila
bambini solo in Africa.
il contributo che danno le ONG è dunque
fondamentale,
anzi,
addirittura
indispensabile.
È importante sottolineare che per ottenere
questi grandi risultati Save the Children ha
utilizzato soprattutto due spot televisivi,
entrambi che mostravano bambini denutriti.
Il motivo di tutto ciò è molto semplice, usare
immagini di bambini affamati, ammalati,
sofferenti, permette una maggiore raccolta
di fondi: ciò è provato da diversi studi
indipendenti: il primo è quello della
dottoressa Deborah Small, ricercatrice
presso la Waharton School of Business,
pubblicato sul Journal of Marketing
Research. La dottoressa ha provato che
l’uso di immagini ritraenti bambini bisognosi
raccolgono una quantità maggiore di fondi
rispetto a quelle che mostrano bambini felici
o neutri.
Durante l’esperimento condotto dalla Small
in collaborazione con Nicole Verrocchi a un
gruppo di persone è stato dato un volantino
con immagini di bambini tristi e a un altro
un volantino con immagini di bambini
allegri, entrambi i volantini chiedevano la
donazione di una somma di denaro.
Dopo una sessione indipendente il ben il
78% dei facenti parte del primo gruppo ha
donato una somma di denaro, contro il 53%
del secondo.
Il secondo è uno studio pubblicato dall’Ama
Journal of Marketing Research, secondo cui
le persone sono più portate a donare quando
le pubblicità per le raccolte fondi mostrano
bambini sofferenti piuttosto che bambini
felici. Lo scarto fra i due tipi di pubblicità è
stato quantificato in circa il 20%.
La concordanza fra questi due studi è
impressionante. Entrambi provano come
senza le immagini in questione le campagne
fondi raccoglierebbero una somma di denaro
decisamente inferiore, ma una somma di
denaro inferiore vuol dire, nella pratica, un
numero inferiore di vite che possono essere
salvate, vuol dire lasciare migliaia di
bambini senza cure.
Quel 20% in più di denaro raccolto è
fondamentale, è necessario. E se per
raccoglierlo occorre mostrare immagini di
bambini sofferenti e malati, bene, per
salvare le loro vite, siamo disposti a farlo.
Speaker
3.
Matteo
Pro
Se si opera, su vari fronti, per la riduzione
della povertà è inevitabile parlare di
bambini e una corretta informazione sui
bambini non può essere neutra, sia
perché la realtà non lo è, sia perché ogni
informazione, campagna di raccolta fondi
o evento ha sempre un destinatario che
ha
il
diritto/dovere
di
acquisire
conoscenze nel modo più ampio possibile
e conseguentemente essere in grado di
valutare e operare scelte consapevoli.
Usare scientemente delle immagini
perché forzino alla donazione è un abuso
anche sul donatore.
Nell’Art.
17
della
Convenzione
Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e
dell’Adolescenza,
richiamando
l’importanza di un’informazione etica
su/per i bambini e i giovani, si invitano gli
Stati a vigilare sui media e a “favorire
l’elaborazione
di
principi
direttivi
appropriati destinati a proteggere il
fanciullo dalle informazioni e dai materiali
che nuocciono al suo benessere in
considerazione delle disposizioni degli
artt. 13 e 18”.
Campagne che investono, oltre che gli
adulti
donatori,
anche
i
bambini
espongono questi a situazioni inadeguate
alla loro sensibilità e possibilità di
comprensione, creando un forte disagio,
uno stato di limite e di impotenza,
pericoloso per la loro autostima e per la
loro crescita.
Inoltre
alcune
campagne
che
radicalizzano lo stato di bisogno e di
indigenza
dei
bambini
portano
a
generalizzazioni e classificazioni che
possono rafforzare stereotipi e pregiudizi.
Chimamanda Adiche, scrittrice nigeriana,
ha detto: “stiamo creando un’unica storia,
in cui il Terzo Mondo continuerà a essere
il Terzo Mondo”.
Una
comunicazione
finalizzata
alla
mercificazione del dolore rischia di
rafforzare l’immagine di un Sud del
mondo bisognoso e inattivo, incapace di
trovare da sé soluzioni efficaci.
Siamo proprio sicuri che questa strada
favorisca la complessa e pur necessaria
integrazione
con
le
popolazioni
provenienti dal Sud del mondo, che le
nostre società hanno stentatamente
imboccato?
Speaker
3.
Edoardo
Contro
I nostri avversari hanno accusato le
immagini utilizzate dalle ONG di essere
lesive della dignità dei bambini e di
disturbare con la loro crudezza lo
spettatore, ma cerchiamo di essere
razionali:
i valori che stiamo mettendo in gioco sono
diversi e decisamente non equiparabili fra
loro.
Certo, la dignità dei bambini rappresentati
nelle immagini è messa in discussione, ma
cosa davvero lede questo loro diritto?
Certamente
non
l’immagine,
quanto,
piuttosto, la condizione in sé in cui i bambini
versano. Pensare che il diritto alla privacy
possa prevaricare il diritto alla vita è
inaccettabile. Oltretutto il modo per ridare
dignità a questi bambini non è sicuramente
quello di censurare le immagini che li
ritraggono, bensì quello di aiutarli, di salvare
loro la vita e permettere loro di avere un
futuro appunto, dignitoso.
Allo stesso modo è assurdo e ancor di più
profondamente egoistico pensare a un
fantomatico turbamento dello spettatore
quando, ripetiamo, sull’altro piatto della
bilancia c’è il diritto alla vita.
I nostri avversari hanno poi individuato nelle
immagini di bambini affamati e sofferenti la
sorgente di stereotipi e pregiudizi di tipo
etnico: ciò non è vero, oltre che essere
profondamente offensivo nei confronti dello
spettatore, ridotto ad una maschera priva di
personalità, di giudizio e di senso critico.
Sfortunatamente ai giorni nostri il terzo
mondo ha bisogno di aiuto, ne ha bisogno in
modo disperato. Cerchiamo di aiutare gli
stati in difficoltà nel concreto anziché
preoccuparci di quale sia la loro immagine
formale.
Speaker
4.
Luca
ARRINGA PRO
Gentile Presidente, gentile giuria, gentili
colleghi, gentile pubblico,
abbiamo sentito i nostri avversari
accalorarsi per sostenere che le ONG non
potrebbero fare il loro prezioso lavoro di
cooperazione e di lotta alla povertà
estrema e alle malattie, senza i fondi
derivanti dalle campagne di “pietismo
umanitario” spinto. Vogliamo ribadire che
è per noi un impegno di civiltà contribuire
in ogni modo all’obiettivo FAME ZERO
dell’ONU o per soccorrere le popolazioni in
emergenze umanitarie di ogni tipo ma,
come sostengono con forza alcune
importanti organizzazioni non governative
come il CESVI o la stessa ONE
FOUNDATION, è essenziale che i fondi
siano raccolti BENE: che le campagne
servano prima di tutto a far crescere la
nostra consapevolezza delle situazioni che
generano la sofferenza di bambini e di
intere popolazioni, che servano a
modificare i nostri comportamenti, magari
acquistando consapevolmente i prodotti
che finiscono sulle nostre tavole, servano
a fare pressione sui nostri governi o sulla
comunità internazionale per eliminare
l’origine delle crisi sempre più gravi e
numerose.
Non vogliamo proteggere i nostri bambini
o gli spettatori da immagini scioccanti,
facendo gli struzzi che mettono la testa
sotto la sabbia. Per guardare alla realtà
correttamente e cambiare le cose,
bisogna esigere che i dati di realtà siano
spiegati al pubblico con la semplicità e la
complessità che essi richiedono. Bisogna
parlare di più e non di meno del perché
tanti bambini sono gettati nel mondo in
quello stato, bisogna documentare,
chiedere anche alla scuola di fornire
strumenti di comprensione profonda di
quelle situazioni. Preferiamo forse il
brivido superficiale di una immagine
toccante che si dimentica dopo una
piccola donazione che cancella il senso di
colpa?
Sosteniamo che un mondo solidale non è
un mondo che fonda la sua azione su una
mercificazione della sofferenza, che tratta
i bambini di altri continenti come oggetti
da mostrare per vendere la pietà e
aggiungere alla vergognosa violenza che
lede i loro diritti umani anche il peso della
discriminazione.
Sì,
ho
detto
discriminazione: lasceremmo che le
immagini di un bambino italiano o
europeo in agonia, perché povero, siano
date in pasto alla cronaca senza alcuna
protezione della sua privacy e della sua
dignità? Lasceremmo forse che le
immagini dello stesso bambino morente
fossero usate per raccogliere fondi in altre
parti del continente? Noi non lo possiamo
fare, non lo possiamo permettere perché
è inaccettabile, ed è inaccettabile per i
nostri bambini come per tutti i bambini del
mondo.
Speaker
4.
Roberto
ARRINGA CONTRO
1. Ribadiamo con forza che mostrare le
immagini di bambini sofferenti nelle
pubblicità per la raccolta di fondi sia
necessario e giusto, in quanto permette
di ricavare il 20% in più dei profitti
rispetto alle immagini di bambini neutri
o felici, ciò è di massima importanza
perché garantisce la possibilità di
salvare più vite.
2. Mostrare le immagini di bambini
sofferenti è giusto in quanto esse
rispecchiano la realtà, non mostrarle
significa far finta che la situazione
tragica di moltissimi paesi del sud del
mondo non esista, parlare di diritto alla
privacy non ha valore quando in
contrapposizione c’è il diritto alla vita; la
dignità dei bambini mostrati nelle
immagini non viene meno a causa
dell’immagine, quanto piuttosto a causa
della condizione stessa in cui essi
versano, al fine di ridare dignità ai
bambini e garantire loro una vita
migliore è insensato, anzi,
controproducente togliere le immagini
che permettono alle ONG di raccogliere
fondi a loro destinati. Allo stesso modo
è profondamente egoistico parlare di
turbamento dello spettatore quando
dall’altra parte dello schermo ci sono
bambini che non vedono rispettati i più
basilari diritti umani.
3. Pensare che le immagini in questione
possano creare pregiudizi etnici e raziali
è profondamente scorretto, in quanto
dipinge l’ascoltatore come un guscio
vuoto senza capacità di critica e
raziocinio. Sicuramente le immagini di
bambini sofferenti generano in noi
emozioni diverse, ma ciò è normale e
giusto, venire in contatto con una realtà
così dura non può sicuramente rendere
le persone felici, ma censurare questa
realtà vuol dire nascondere la testa
sotto la sabbia, cercare di chiudersi in
un piccolo mondo perfetto mentre fuori
migliaia di bambini muoiono di fame.
A dibattito finito la Giuria si ritira per valutare la presentazione delle due squadre.
Mentre la Giuria lavora, un’ambasciatrice di ONE presenta l’attività svolta
dall’Associazione che nel mondo raccoglie molti fondi per i Paesi Poveri senza
utilizzare immagini di bambini sofferenti, malati o denutriti.
Al termine, prima che la giuria legga il suo verdetto, il pubblico presente in sala
vota la squadra, o meglio la proposta che lo ha maggiormente convinto.
Come?
Inserendo dei rettangolini colorati come le due squadre in un’urna. Quale
squadra sarà stata più convincente?
Prima il verdetto della Giuria.
La Giuria decide che non c’ una squadra vincitrice, perché entrambe hanno
lavorato bene; sottolinea la bravura degli speaker in relazione alla difficoltà
dell’argomento ed evidenzia gli errori commessi: leggere il testo e non guardare
sempre il pubblico.
La Giuria sceglie, però, all’interno delle due squadre lo speaker più convincente:
Matteo per la squadra gialla= squadra pro
Giulia per la squadra rossa = squadra contro
Dopo lo spoglio dei voti, si decreta la squadra che ha maggiormente convinto il
Pubblico in sala…
…è la squadra rossa, per la quale è giusto usare immagini di bambini sofferenti
se lo scopo è quello di raccogliere più fondi per aiutare chi ha bisogno.
Al termine della serata i giovani debeter sono soddisfatti anche perché ricevono
i complimenti degli organizzatori, dei docenti della scuola e del Sindaco Bellora.
La preparazione è stata difficile, ha comportato impegno e volontà, ma sono
felici di aver dimostrato a se stessi di essere in grado di affrontare esperienze
“da grandi”, esperienze che potranno servire loro nel futuro percorso scolastico
e che rimarranno nel loro bagaglio culturale.
Scarica

“We debate” del Liceo Scientifico di