Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva F. Chiarelli, S. Di Michele Introduzione e classificazione Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da iperglicemia e costituisce una condizione estremamente eterogenea in età pediatrica. Nella maggior parte dei Paesi, soprattutto occidentali o occidentalizzati, il diabete mellito di tipo 1 è la forma predominante di diabete in età pediatrica. Nei bambini, la forma piú frequente è costituita dal diabete mellito di tipo 1, in cui vi è una carenza assoluta di insulina dovuta alla distruzione autoimmune delle cellule b-pancreatiche. Tuttavia esistono altre forme di diabete che, in misura minore, possono interessare l’età pediatrica, come il diabete mellito di tipo 2, il MODY (Maturity Onset Diabetes of the Young), il diabete secondario ad altre patologie (fibrosi cistica, malattie endocrinologiche, sindromi, ecc.) o legato all’assunzione di alcuni farmaci (per esempio steroidi). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’American Diabetes Association (ADA) raccomandano la classificazione presentata nella Tabella 22.1. Diabete mellito di tipo 1 Definizione e classificazione Il diabete mellito di tipo 1 costituisce una delle malattie croniche più comuni e sicuramente l’endocrinopatia più frequente in età pediatrica. Negli anni, l’incidenza di questa malattia è aumentata consistentemente in gran parte dei Paesi occidentali o occidentalizzati. La definizione diabete mellito insulino-dipendente (Insulin-Dependent Diabetes Mellitus, IDDM) corrisponde a diabete “infantile” (termine ormai in disuso) o autoimmune o, come si preferisce definirlo attualmente, diabete mellito di tipo 1 (Type 1 Diabetes Mellitus, T1DM). In realtà, più recentemente è stata documentata l’esistenza di forme genetiche rare che possono condurre a diabete insulino-dipendente, ma nelle quali i meccanismi autoimmunitari non sono implicati nella patogenesi della malattia; per esempio Maturity Onset Diabetes of the Young, MODY; diabete mitocondriale, sindrome DIDMOAD (diabete insipido, diabete mellito, atrofia ottica, sordità). La definizione di diabete mellito e di intolleranza glucidica è stata sottoposta a revisioni e consensus nel corso degli anni; la Tabella 22.2 sintetizza gli attuali orientamenti nella definizione di diabete e intolleranza glucidica con glicemie a digiuno e dopo carico orale di glucosio. Il carico orale di glucosio (Oral Glucose Tolerance Test, OGTT) si esegue somministrando 1,75 g/kg di peso, fino a un massimo di 75 g. In pazienti asintomatici, la diagnosi deve basarsi su almeno due risultati anormali (Raccomandazioni dell’ADA 1997 e dell’OMS 1998). Nei bambini, una glicemia superiore a 100 mg/dL deve essere considerata a rischio per sviluppo successivo di diabete. Epidemiologia del diabete mellito in età pediatrica Il diabete mellito di tipo 1 (T1DM) è una delle malattie più frequenti nel bambino. Negli USA la prevalenza del T1DM nei bambini in età scolare è approssimativamente di 2 per 1000 e più di 130.000 bambini sono affetti da diabete. In Europa, studi epidemiologici controllati hanno documentato una grande variabilità dell’incidenza del diabete nel bambino con regioni a incidenza bassa (Macedonia: circa 3 nuovi casi all’anno ogni 100.000 bambini tra 0 e 14 anni), a incidenza medio-bassa (Francia e Grecia: 6-9 nuovi casi/100.000/anno), a incidenza medio-alta (Olanda e Inghilterra: 13-18 nuovi casi/100.000/anno), a incidenza molto alta (Svezia e Finlandia: 24-42 nuovi casi/100.000/anno). L’epidemiologia del diabete del bambino in Italia è del tutto particolare: infatti, il nostro Paese ha la più alta variabilità d’incidenza della malattia nel mondo. Vi sono regioni nelle quali l’incidenza è medio-bassa (Lombardia e Abruzzo: 8-10 nuovi casi/100.000/anno), altre con incidenza molto elevata, paragonabile a quella dei Paesi scandinavi (Sardegna: 35-40 nuovi casi/100.000/anno) (Figura 22.1). 487 488 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Tab e l l a 22. 1 Classificazione eziologica del diabete mellito nell’età evolutiva (Organizzazione Mondiale della Sanità e American Diabetes Association) Tipo di diabete Descrizione Diabete mellito di tipo 1 (T1DM) a)immunomediato b)idiopatico Diabete mellito di tipo 2 (T2DM) Diabete gestazionale Altri tipi specifici • Difetti genetici della funzione b-cellulare • Diabete associato a malnutrizione Distruzione delle b-cellule che conducono a un deficit assoluto di insulina • Sindromi con insulino-resistenza • Intolleranze transitorie al glucosio • Diabete secondario associato a malattie/ sindromi • Diabete ereditario materno e sordità (MIDD) associati occasionalmente ad anomalie renali, acidosi lattica, episodi ictali • Diabete neonatale Tab e l l a 22. 2 Resistenza all’insulina e deficit di insulina di grado variabile Inizio o riconoscimento dell’intolleranza al glucosio durante la gravidanza • MODY • Malnutrition-related diabetes mellitus (MRDM, nei Paesi tropicali); diabete pancreatico fibrocalcoloso • Alterazioni della molecola dell’insulina, del suo recettore, dei meccanismi post-recettoriali (sindromi lipodistrofiche) • Possono essere indicative di diabete latente (durante infezioni/traumi o reperto occasionale); vi è familiarità o evidenza di autoimmunità? • Fibrosi cistica, pancreatite, talassemia, cistinosi, postinfettivo (rosolia, CMV), indotto da farmaci 1.genetiche (DIDMOAD, Prader-Willi, distrofia miotonica, atassia di Friedreich) 2.cromosomiche (Down, Turner) 3.altri disordini endocrini (tiroide, surrene, acromegalia ecc.) • Trasmesso con il DNA mitocondriale e generalmente transitorio (è stata descritta disomia paterna uniparentale) • Può essere permanente (agenesia pancreatica con difetto del gene IPF1) Definizione di diabete e di intolleranza al glucosio Diabete mellito Glicemia a digiuno Glicemia “random” o dopo 2 ore dal carico di glucosio Intolleranza al glucosio Glicemia a digiuno Glicemia “random” o dopo 2 ore dal carico di glucosio mMol/L mg/dL ≥7,0 ≥11,1 ≥126 ≥200 6,1-7 – 118-126 – Negli ultimi 15 anni le conoscenze in merito alle caratteristiche epidemiologiche del T1DM sono cresciute in modo significativo e ciò è dovuto primariamente all’organizzazione di Registri di incidenza standardizzati. L’istituzione di Registri regionali e nazionali ha consentito anche di valutare le variazioni di incidenza nel corso degli anni. Numerosi studi hanno documentato un consistente aumento dell’incidenza del diabete nel bambino in molti Paesi, valutabile in circa 3-5% per anno (il che vuol dire un aumento del 30-50% dopo 10 anni e un raddoppio dell’incidenza in 20 anni). Un’altra osservazione che supporta il ruolo dei fattori ambientali è la stagionalità, con un significativo aumento dell’incidenza del diabete nei mesi invernali, che è stata Figura 22.1 - Incidenza del diabete mellito di tipo 1 in Europa (tasso per 100.000 bambini, 0-14 anni, per anno). osservata anche nell’emisfero australe; negli anni di epidemia le variazioni stagionali sono meno evidenti. Per motivi non conosciuti, la stagionalità è più evidente nei maschi che nelle femmine. Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Gli studi epidemiologici hanno consentito di valutare anche le differenze di incidenza nelle varie età pediatriche: il diabete è raro nei primi mesi di vita, aumenta dopo il primo anno e ha un picco d’incidenza durante la pubertà. In alcuni Paesi è stato osservato un significativo incremento dell’incidenza nei primi 5 anni: nel Regno Unito, per esempio, i bambini con una diagnosi posta in età inferiore a 5 anni costituiscono il 40% di tutti i bambini con diabete in quel Paese. Non vi sono sostanziali differenze tra maschi e femmine: tuttavia, una maggiore preponderanza di maschi è stata osservata nel diabete insorto nei primi anni di vita e nei Paesi a elevata incidenza, mentre un numero superiore di femmine è affetto da diabete insorto dopo i 5 anni di età e nei Paesi a bassa incidenza. La Figura 22.2 sintetizza l’incidenza del T1DM (nuovi casi/100.000/anno) in bambini e adolescenti (età 0-15 anni) in vari Paesi del mondo sulla base di studi epidemiologici controllati (WHO DIAMOND Study, EURODIAB ACE Study). 489 Il continuo aumento dei casi di T1DM registrato negli ultimi decenni, in particolare nei bambini con meno di 5 anni, spinge la ricerca a cercare di comprenderne le ragioni. Un punto cruciale da chiarire è se questo trend è dovuto a un reale aumento dell’autoimmunità precoce verso le b-cellule pancreatiche o se si è di fronte a una progressione più rapida dall’autoimmunità al diabete manifesto. Questi aspetti sono stati recentemente studiati in modo particolare dal gruppo di Ziegler con uno studio su bambini ad alto rischio di sviluppare diabete ovvero bambini con un parente di primo grado affetto e, contemporaneamente, un aplotipo HLA ad alto rischio. Questi bambini sono stati reclutati in due diverse casistiche (BABY-DIAB dal 1989 al 2000 e TEDDY dal 2004 al 2010) e seguiti dalla nascita fino all’età di 20 anni. La percentuale di positività degli autoanticorpi all’età di 4 anni è risultata simile nelle due coorti (11,3% nel BABY-DIAB e 13,9% nel TEDDY). Al contrario, la progressione della malattia, calcolata come latenza tra la comparsa degli autoanticorpi e l’esordio clinico del T1DM, è risultata molto più rapida nella coorte più Figura 22.2 - Incidenza (nuovi casi/100.000/anno) di diabete mellito di tipo 1 nell’età evolutiva (0-15 anni) in vari Paesi e in alcune regioni d’Italia. 490 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva recente: 50% di progressione in 9,6 mesi nella coorte TEDDY rispetto al 85,2 mesi della coorte BABY-DIAB. Questi dati suggeriscono che l’aumentata incidenza del T1DM nei bambini piccoli sarebbe dovuta prevalentemente alla più rapida progressione dall’autoimmunità al diabete manifesto, fatto che offre nuovi spunti per la ricerca di target specifici per lo sviluppo di interventi futuri. Meccanismi patogenetici del diabete mellito di tipo 1 Il diabete mellito di tipo 1 è una malattia cronica autoimmune nella quale si verifica una progressiva e selettiva distruzione delle b-cellule del pancreas endocrino con conseguenti stato di deficit assoluto o relativo di insulina e, quindi, elevazione cronica delle concentrazioni di glucosio nel sangue (iperglicemia). In particolare, il diabete mellito di tipo 1 costituisce oltre il 97% delle cause di iperglicemia nell’età pediatrica. Oltre agli effetti sul metabolismo dei carboidrati, il diabete mellito induce alterazioni rilevanti del metabolismo dei grassi e delle proteine. La distruzione selettiva delle b-cellule del pancreas è determinata da meccanismi autoimmuni nei quali sono coinvolti fattori genetici e ambientali. Negli ultimi anni sono stati condotti numerosi studi clinici e sperimentali con l’intento di comprendere la patogenesi della malattia e sviluppare nuove strategie preventive e terapeutiche. L’aumentata incidenza del diabete mellito di tipo 1 non è infatti giustificata dal background genetico e potrebbe essere verosimilmente legata a fattori ambientali, come gli enterovirus, alla nutrizione nelle fasi precoci della vita e al deficit di vitamina D. Nell’ultimo anno è stato compiuto un particolare sforzo per valutare se questi fattori agiscano direttamente come trigger nel processo autoimmunitario o se influenzino la progressione dell’autoimmunità fino al diabete manifesto. Fattori genetici Numerose evidenze hanno permesso di sostenere inequivocabilmente il ruolo dei fattori genetici nel determinismo del danno b-cellulare: • la familiarità della malattia; • l’associazione con antigeni di istocompatibilità (HLA); • possibili geni candidati. Da questi studi si evince che il T1DM è una malattia poligenica. La familiarità è documentata dall’osservazione che la prevalenza del T1DM è molto superiore nei parenti di pazienti con questa malattia rispetto alla popolazione generale: un bambino con il padre affetto da T1DM ha un rischio di contrarre la malattia pari a circa il 7%; se la madre ha il T1DM il rischio è del 3-4%; se un fratello ha il diabete il rischio è del 2-6%, ma se è un gemello monozigote, il rischio sale al 35-45%. Ovviamente, tale rischio è particolarmente elevato se i familiari hanno un simile assetto genetico degli aplotipi HLA. La suscettibilità al T1DM è stata descritta in associazione con HLA di classe I B e di classe II DR (B8/DR3 e B15/DR4 nei caucasici; Bw54/DR4 e Bw61/DR9 nei giapponesi). Attualmente, è ben riconosciuto che il T1DM è più strettamente associato con alleli HLA-DQ che sono in linkage disequilibrium con alleli HLA-DR; la suscettibilità alla malattia è determinata dalla posizione 57 della catena HLA-DQ b e dalla posizione 52 della catena HLA-DQ a. La posizione 57 della catena HLA-DQ è occupata prevalentemente dall’acido aspartico nei caucasici e la sua sostituzione con altri aminoacidi, come l’alanina (DQB1*0201 e DQB1*0301) o la valina (DQB1*0604 e DQB1*0501) determina predisposizione al diabete. La presenza di arginina o serina in posizione 52 della catena a (DQA1*0301) può contribuire ad aumentare il rischio. Più recentemente, altre variazioni aminoacidiche sia in HLA-DQ sia in HLA-DR sono state chiamate in causa nel rischio di sviluppare T1DM: DQ-69 (Leucina), DQ-47 (Glicina), DR71 (Lisina). Gli aplotipi degli alleli HLA-DQ, che sono la combinazione di HLA-DQA1 e DQB1, sono più importanti nel determinare la suscettibilità al T1DM; nella popolazione caucasica, gli aplotipi che conferiscono maggiore suscettibilità sono: (DR4)-DQA1*0301-DQB1*0302 e (DR3)-DQA1*0501-DQB1*0201. È anche interessante notare che la combinazione di catena DQ b derivata dal DR3 e di catena DQ a derivata da DR4 oppure la combinazione di catena DQ b derivata dal DR4 e di catena DQ a derivata da DR3 (trans-eterodimeri), denominati HLA-DQ trans-dimeri determina la maggiore suscettibilità al T1DM. Le molecole HLA che predispongono al diabete sono instabili a pH neutro e sono abitualmente espresse a bassi livelli, così che non presentano efficacemente l’antigene durante la differenziazione timica. Successivamente, in seguito all’attivazione secondaria a un’infezione virale con danni alle b-cellule e successive inclusione nelle b-cellule danneggiate, questi marker sono maggiormente espressi (upregulation) e si legano ai peptidi diabetogeni generati nei fago-lisosomi dove le b-cellule sono eliminate. Sono state anche evidenziate alcune molecole HLA protettive nei confronti del diabete (HLA-DR2-DQ6): sembra che esse leghino e presentino i peptidi diabetogeni al sistema immune durante la differenziazione embrionale causando la delezione o la down-regulation dei cloni selfreattivi (Figura 22.3). Gli antigeni HLA sono definiti IDDM1 e spiegano il 34% della suscettibilità genetica al T1DM. Tuttavia numerosi altri geni che aumentano la suscettibilità al T1DM sono stati descritti, come il gene dell’insulina, mappato tra i geni per la tirosina idrossilasi (TH) e per l’IGF II sul braccio corto del cromosoma 11 (11p15.5), definito IDDM2. IDDM1 e IDDM2 sono i geni che conferiscono maggiore suscettibilità (circa il 50%). Altri geni sono stati descritti e altri ancora lo saranno in futuro (Tabella 22.3). L’IDDM12 include un gene per il CTLA-4 (Cytotoxic T-Lymphocyte Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Figura 22.3 - Sistema HLA e predisposizione al diabete. Tab e l l a 22. 3 Loci di suscettibilità per il diabete mellito di tipo 1 Locus Cromosoma Gene candidato o microsatellite IDDM 1 IDDM 2 IDDM 3 IDDM 4 IDDM 5 IDDM 6 IDDM 7 IDDM 8 IDDM 9 IDDM 10 IDDM 11 IDDM 12 IDDM 13 IDDM 14 IDDM 15 IDDM 16 IDDM 17 6p21 11p15 15q26 11q13 6q24-27 18q12-q21 2q31 6q25-27 3q21-25 10p11-q11 14q24.3-q31 2q33 2q34 ? 6q21 ? 10q25 HLA-DQ\DR InsulinVNTR D15s107 MDU1, ZFM1, RT6, FADD/MORT1, LRP5 ESR, MnSOD D18s487, D18s64, JK (Kidd locus) D2s152, IL-1, NEUROD, GALNT3 D6s264, D6s446, D6s281 D3s1303 D10s193, D10s208, D10s588 D14s67 CTLA-4, CD28 D2s137, D2s164, IGFBP2, IGFBP5 NCBI (3413) D6s283, D6s434, D6s1580 NCBI (3415) D10s1750-D10s1773 Associated-4) localizzato sul braccio lungo del cromosoma 2 (2q33), che è fortemente associato anche a patologia autoimmune tiroidea. Poiché il CTLA-4 è un recettore dei T linfociti che regola negativamente i T-linfociti e induce apoptosi delle T cellule, non è sorprendente che il gene del CTLA-4 sia coinvolto nelle malattie autoimmuni. Ancora più recentemente, altri geni su vari cromosomi (16q22-q24, 10p13q11, 14p12-q21, 19p13-q13) sono stati individuati come possibili candidati di suscettibilità per il T1DM. Un gene particolarmente interessante è il PTPN22, mappato sul braccio corto del cromosoma 1 (1p13), che sembra essere implicato in numerose altre malattie autoimmuni. 491 Negli ultimi anni, numerose regioni sono state identificate e appare sempre più chiaramente quanto il diabete sia una patologia complessa che deriva dall’interazione di numerosi fattori genetici con l’ambiente. Dall’intensa ricerca in questo settore ha preso vita l’International Type 1 Diabetes Genetics Consortium (T1DGC), ovvero un gruppo collaborativo che possa facilitare l’analisi genetica del diabete mellito di tipo 1 condividendo reagenti, metodi, strategie, campioni e conoscenza a tutti i livelli. Sul sito (https://www.t1dgc.org/home.cfm) è disponibile una mappa dei loci associati al diabete finora riconosciuti (Tabella 22.4). Sono stati individuati, inoltre, geni che possono conferire maggiore suscettibilità a insulti ambientali facilitando la comparsa del diabete. Per esempio, recentemente è stata riportata da Forbes un’associazione tra i polimorfismi del gene del recettore per i prodotti finali della glicazione avanzata (RAGE) e la suscettibilità al diabete. E dallo stesso studio è anche emerso che i livelli circolanti di RAGE si riducono durante la comparsa degli autoanticorpi e possono addirittura predire il rischio di diabete. In modelli murini il trattamento con un AGE inibitore ha significativamente ridotto l’espressione di RAGE e l’incidenza del diabete. L’intensa ricerca in questo settore non solo fornirà nel prossimo futuro nuove importanti conoscenze, ma migliorerà possibilmente la capacità di predire il rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 1 sulla base delle caratteristiche genetiche del bambino e forse potrà dare origine a nuove strategie preventive. Fattori ambientali Molte linee di evidenza scientifica hanno documentato il ruolo dei fattori ambientali nella patogenesi del diabete mellito di tipo 1: aumenti dell’incidenza in popolazioni migranti (per esempio italiani emigrati in Canada, giapponesi emigrati negli USA ecc.), studi su gemelli, epidemie di diabete in alcune regioni, aumento di incidenza negli ultimi lustri. L’identificazione di tali fattori ambientali è ovviamente cruciale per tentare misure di prevenzione primaria del diabete mellito nell’infanzia. I maggiori candidati a un rilevante ruolo patogenetico sono infezioni virali, alimenti, tossine (Tabella 22.5). L’attuale orientamento patogenetico è che la maggior parte dei fattori ambientali favoriscono l’instaurarsi dei meccanismi autoimmunitari che conducono alla distruzione delle b-cellule, mentre solo raramente il danno è causato da un effetto diretto sulle b-cellule da parte di essi (per esempio alcune tossine o un’aggressione diretta di alcuni virus). Gli enterovirus (echovirus, coxsackie A e B) sono stati chiamati in causa nell’eziopatogenesi del diabete mellito di tipo 1 in diversi studi. Gli enterovirus, soprattutto i coxsackievirus B, sono stati identificati nel sangue, nell’intestino, nel pancreas e nelle feci di pazienti con T1DM. I meccanismi attraverso i quali i virus possono determinare il danno 492 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Tab e l l a 22. 4 Loci associati al diabete (aggiornamenti disponibili sul sito del T1DGC) Regione Marker Gene candidato Malattie autoimmuni 1p13.2 1q32.1 2p23.3 2q11.2 2q24.2 2q33.2 4q27 6q15 6q22.32 6q27 7p12.1 9p24.2 10p15.1 10p15.1 10q23.31 11p15.5 12p13.31 12q13.2 12q24.12 13q22.2 14q32.2 15q14 15q25.1 16p13.13 16p11.2 16q23.1 17q12 17q21.2 rs2476601 rs3024505 rs478222 rs10865035, rs1160542, rs9653442 rs1990760 rs3087243 rs17388568, rs2069762, rs2069763, rs4505848 rs10806425, rs11755527 rs9388489 rs924043 rs4948088 rs7020673 rs11594656, rs12251307, rs12722495, rs2104286 rs11258747, rs947474 rs10509540 rs689 rs4763879 rs2292239 rs3184504, rs653178 rs539514 rs941576 rs17574546, rs7171171 rs3825932 rs12599402, rs12708716 rs151181, rs4788084, rs8049439 rs7202877 rs2290400, rs2872507 rs7221109 PTPN22 IL10, CD55 IL27 Crohn, Graves, RA, SLE, T1D, Vitiligine Crohn, SLE, T1D, UC T1D JRA, RA, T1D Graves, psoriasi, SLE, T1D Celiachia, Graves, RA, T1D Celiachia, RA, T1D, UC Celiachia, Crohn, Graves, MS, T1D T1D T1D T1D T1D Crohn, MS, RA, T1D, Vitiligine RA, T1D T1D T1D T1D T1D Celiachia, MS, RA, T1D T1D T1D T1D T1D MS, SLE, T1D Crohn, IBD, T1D ORMDL3, GSDMB Crohn, PBC, T1D, UC AFF3 IFIH1 CTLA4 IL21, IL2 BACH2 GLIS3 IL2RA PRKCQ RNLS INS, INS-IGF2 SH2B3 DLK1 RASGRP1 JRA: artrite reumatoide giovanile; MS: sclerosi multipla; PBC: cirrosi biliare primitiva; RA: artrite reumatoide; SLE: lupus eritematoso sistemico; T1D: diabete mellito tipo 1; UC: colite ulcerosa. Tab e l l a 22. 5 Fattori ambientali nella patogenesi del diabete mellito di tipo 1 Agente Tipo di studio N. partecipanti Outcome Enterovirus Prospettico Caso-controllo Prospettico Caso-controllo 155 260 65 127 Associato con autoanticorpi del diabete Infezione in utero associata con T1DM Nessuna associazione con T1DM Tutti gli studi trovano associazione con gli autoanticorpi del diabete Retrospettivo Caso-controllo Prospettico Prospettico Cross sectional Prospettico TRIGR (Finlandia) Caso-controllo Caso-controllo Prospettico Prospettico Prospettico Retrospettivo 386 54 n/a 725 253 317 3.202 317 823 4.400 867 1.280 Morbillo Rosolia Rotavirus Varicella Latte vaccino Vaccinazioni Nitrati, nitriti, o nitrosamine Positiva associazione con l’autoimmunità Nessuna associazione con l’autoimmunità Nessuna associazione con l’autoimmunità Nessuna associazione con l’autoimmunità Nessuna associazione con l’autoimmunità Nessuna associazione con l’autoimmunità Positiva associazione con l’autoimmunità Entrambi gli studi hanno mostrato suggestive evidenze di una possibile associazione tra T1DM e consumo di acqua e cibo contenenti nitrati (Da: Devendra D, et al: Exploring the idiotypes of insulin antibodies as markers for remission in Type 1 diabetes, Diabet Med 21(12):1316-24, 2004; modificata.) Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva b-cellulare è stato oggetto di numerosi studi: alcuni virus possono infettare direttamente e permanere più a lungo nelle insule pancreatiche; ciò può di per sé determinare una maggiore esposizione di alcuni antigeni b-cellulari e favorire l’attivazione citochinica e T-linfocitaria che sottende la progressiva distruzione delle cellule. Un altro possibile meccanismo potrebbe essere quello della cross-reattività immunologica tra proteine virali e b-cellulari. Infine, gli enterovirus potrebbero anche avere rilevanti interazioni con i fattori dietetici, modificando la permeabilità intestinale ad alcune proteine alimentari diabetogene. Una metanalisi pubblicata in BMJ nel 2010 ha riportato un’associazione significativa tra le infezioni da enterovirus, diagnosticate con metodiche molecolari, e l’autoimmunità e il diabete mellito di tipo 1. Come è stato detto, i meccanismi sono complessi e implicano l’interazione tra virus, sistema immune, b-cellule e genotipo del paziente. Studi recenti sugli animali suggeriscono che gli enterovirus non sono probabilmente implicati nell’inizio del processo autoimmune ma piuttosto lo accelerano. Seguendo questa ipotesi, Stene ha condotto uno studio sulla larga coorte Daisy di bambini ad alto rischio di diabete dimostrando che la presenza di RNA enterovirale nel siero era associata a una più veloce progressione dell’autoimmunità. Questi dati sono importanti non solo perché confermano il ruolo degli enterovirus nell’eziopatogenesi del T1DM, ma anche perché danno una collocazione alla loro azione: essi risultano infatti importanti nella progressione dell’autoimmunità al diabete fornendo uno specifico target per strategie mirate al rallentamento della progressione verso il diabete conclamato negli individui geneticamente predisposti. Anche altri virus sono stati chiamati in causa nella patogenesi del diabete, con studi condotti sia sull’animale sia sull’uomo; tuttavia, per questi virus mancano studi convincenti come quelli condotti per gli enterovirus. Fattori dietetici L’omologia antigenica tra epitopi di alcuni alimenti e le b-cellule hanno stimolato numerosi studi. Il ruolo delle proteine del latte vaccino è stato a lungo sostenuto dopo che studi epidemiologici hanno dimostrato una diretta correlazione tra il consumo di latte vaccino e l’incidenza del diabete. Altri studi hanno anche dimostrato che l’albumina bovina sierica (BSA) ha omologie di struttura con un antigene b-cellulare (ICA69 o p69), che anticorpi anti b-lattoglobulina e anti b-caseina sono più frequentemente associati con diabete all’esordio. Negli ultimi anni sono stati condotti numerosi studi per confermare il ruolo delle proteine del latte vaccino nell’innescare i meccanismi che conducono al diabete. Studi condotti sia su modelli animali sia sugli uomini hanno chiarito che la riduzione dell’allattamento materno e l’introduzione precoce di proteine complesse nella dieta possono influenzare lo sviluppo di autoimmunità pancreatica. Il più grande e importante studio controllato è 493 denominato TRIGR; in esso, un gruppo di bambini geneticamente a rischio di sviluppare diabete è stato sottoposto a dieta a base di idrolisati delle proteine del latte durante i primi 6-8 mesi di vita ed è stato seguito con un lungo follow-up dimostrando, per la prima volta, che è possible ritardare la progressione verso l’autoimmunità in soggetti ad alto rischio. Questi dati sono stati confermati da altre esperienze aprendo un interessante campo di ricerca su possibili interventi precoci per prevenire l’autoimmunità. Particolarmente rilevante è stato, nell’ultimo anno, lo studio randomizzato controllato condotto da Knip in Finlandia su bambini ad alto rischio di diabete per la presenza di un familiare affetto e un HLA particolarmente suscettibile. I bambini sono stati divisi in due braccia di studio, a doppio cieco, per ricevere per 6-8 mesi due formule diverse: idrolisato spinto di caseina (formula di intervento) o formula di controllo, costituito per l’80% da proteine del latte intatte e per il 20% da proteine idrolizzate. Con l’alimentazione a base di idrolisato spinto (formula di intervento) è stata ottenuta una significativa riduzione del rischio di sieroconversione per gli autoanticorpi: il 17% dei bambini trattati ha presentato almeno un autoanticorpo rispetto al 30% presentato dai bambini alimentati con la formula di controllo. I meccanismi non sono chiari anche se sembrano legati alla permeabilità della parete intestinale, alla microflora, all’induzione della maturazione delle cellule T regolatorie nel sistema linfoide intestinale, oltre che all’eliminazione dell’esposizione precoce alle proteine bovine. Sono necessari ulteriori studi, ma certamente questi risultati sono importanti per studiare come interventi precoci di tipo nutrizionale, quindi largamente attuabili, possano modificare la storia naturale dell’autoimmunità e quanto meno ritardare la comparsa del diabete. Un altro settore di ricerca molto fervido è lo studio del ruolo del glutine nella patogenesi del diabete. Studi sugli animali e sull’uomo hanno dimostrato che anticorpi antigliadina sono più frequenti all’esordio della malattia. Nonostante queste premesse, recenti studi hanno dimostrato che l’eliminazione del glutine dalla dieta non riduce il titolo degli autoanticorpi associati al T1DM nei soggetti ad alto rischio di diabete. È da segnalare che Pastore et al. hanno dimostrato che in un gruppo di soggetti a rischio (soggetti con familiarità per T1DM e almeno due anticorpi correlati positivi) la dieta priva di glutine per 6 mesi pur non modificando l’autoimmunità umorale sembrerebbe avere un effetto positivo sulla preservazione della funzione b-cellulare. In Germania, 1.610 bambini a rischio genetico di T1DM sono stati seguiti dalla nascita fino all’età di 5 anni nell’ambito di uno studio controllato noto come BABY-DIAB. La presenza di autoanticorpi anti-insula a 5 anni è risultata del 5,8%. L’assunzione di glutine prima dei 3 mesi di vita è stata associata a un rischio aumentato di anticorpi anti-insula ma non a un aumentato rischio di positività degli anticorpi correlati alla celiachia. I bambini che hanno assunto glutine dopo il 6° mese non hanno 494 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva presentanto un aumentato rischio di autoimmunità né pancreatica né correlata alla celiachia. Questo studio suggerirebbe che linee guida per il divezzamento potrebbero ridurre lo sviluppo di autoimmunità correlata al diabete nei bambini ad alto rischio. Un altro fattore ambientale che da tempo è segnalato sia nei pazienti con diabete di tipo 1 sia in quelli con diabete di tipo 2 è il deficit di vitamina D, che pertanto sembrerebbe un fattore predisponente alla malattia. Diversi studi hanno segnalato il deficit di vitamina D come fattore predisponente anche in alcune complicanze del diabete (nefropatia e retinopatia). Le ragioni del deficit di vitamina D nel paziente con diabete non sono ancora del tutto conosciute ed è stato anche suggerito che alcune varianti dei geni della vitamina D sono associate alle malattie autoimmuni e al T1DM. Al di là della componente ereditata geneticamente, i meccanismi proposti sembrerebbero legati a una riduzione dell’intake e a difetti del pathway di produzione della forma attivata della vitamina. Un terzo meccanismo proposto recentemente è correlato all’eccessiva perdita urinaria della proteina VDBP, che è la principale proteina legante i metaboliti della vitamina D. L’88% della 25-idrossi-vitamina D, infatti, si lega alle proteine VDBP; il complesso è filtrato nel glomerulo e riassorbito nel tubulo prossimale grazie al legame con la megalina. Nei pazienti con T1DM e microalbuminuria, l’escrezione di megalina è aumentata e potrebbe essere la ragione dell’aumentata escrezione delle VDBP e della vitamina D. In uno studio molto recente Thrailkill ha riportato che l’escrezione di VDBP è aumentata nei pazienti con T1DM, specialmente in quelli con microalbuminuria, che presentano anche deficit più grave di vitamina D. Questi dati preliminari potrebbero fornire il legame tra il riscontro noto del deficit di vitamina D nei pazienti con diabete e il maggior rischio di complicanze nefropatiche. In definitiva, sono necessari ulteriori studi per comprendere il ruolo dei fattori ambientali e per poter proseguire la ricerca di strategie di salute pubblica tese a limitare la progressione dell’autoimmunità e del diabete. Meccanismi autoimmunitari Numerose prove suggeriscono che il T1DM è indotto dalla produzione di autoanticorpi verso autoantigeni b-cellulari. L’ablazione delle b-cellule si verifica conseguentemente per un complesso meccanismo di apoptosi cellulare indotto dal rilascio di alcune citochine (IFN-g, TNF-a, e altre) e mediato da Fas ligando e/o da citotossicità mediata dai T-linfociti. Numerosi autoantigeni sono stati descritti finora; lo studio di quelli più importanti nell’induzione dei meccanismi autoimmunitari che conducono alla morte b-cellulare è uno dei settori della medicina più dinamici e in continuo divenire. In breve si può affermare che: • autoanticorpi circolanti diretti contro le cellule insulari (ICA) si ritrovano nella maggior parte dei soggetti con T1DM di recente diagnosi; • • • gli ICA ad alto titolo (>20 unità JDF) predicono un rischio del 40-60% nei successivi 5-7 anni; gli ICA e gli IAA, e altri autoanticorpi, sono presenti nel prolungato periodo di “prediabete” che può durare anche diversi anni prima dell’esordio clinico della malattia; quando sono presenti anticorpi multipli, la capacità predittiva aumenta in modo considerevole (per esempio se sono presenti anche anticorpi GAD 65kd e anticorpi IA-2 il rischio di sviluppare il diabete è di oltre il 70% nei successivi 5 anni). Numerose evidenze hanno quindi dimostrato che la presenza di uno o più autoanticorpi contro alcuni antigeni b-cellulari conferisce un progressivo rischio di sviluppare il diabete; ne consegue che la valutazione di questi marker immunologici è estremamente utile nell’individuazione dei soggetti a rischio e nelle categorie maggiormente esposte (familiari di pazienti con T1DM, presenza di altre malattie autoimmunitarie nell’anamnesi personale o familiare, pazienti con rosolia connatale, soggetti con iperglicemia occasionale). Qualche anno fa sono stati pubblicati numerosi studi con l’intento di chiarire aspetti specifici dell’autoimmunità; in particolare l’attenzione è stata focalizzata su uno degli attori principali: le cellule NK. Queste, infatti, giocano un ruolo chiave nel sistema immune sia aggredendo direttamente cellule infette da patogeni sia attraverso la produzione di citochine proinfiammatorie come l’interferon g e il Tumor Necrosis Factor a. Sembrerebbe che le cellule NK agiscano sia da regolatori sia da induttori nelle malattie autoimmuni e vi sono diverse evidenze di come il loro numero e la loro funzione risultino alterati nei topi NOD (topi diabetici non obesi). Recentemente Qin ha riportato la prima dimostrazione della riduzione delle cellule NK nei bambini con T1DM rispetto ai soggetti sani (circa il 37% in meno). Il ridotto numero di cellule NK è risultato ovviamente associato a una ridotta funzione con alterazione della risposta citochinica (soprattutto IL2 e IL5). Comprendere meglio questi meccanismi potrebbe essere la base per valutare terapie specifiche nei pazienti con T1DM. Diagnosi clinica di diabete mellito tipo 1 nell’età pediatrica e sue fasi Nella maggioranza dei soggetti in età evolutiva, la diagnosi di diabete mellito di tipo 1 dovrebbe essere posta senza difficoltà e con urgenza; un dato anamnestico recente di poliuria (spesso anche di pollachiuria e nicturia), sete e polidipsia, polifagia e dimagrimento è un’indicazione inequivocabile per richiedere un esame delle urine per glicosuria e chetonuria e una glicemia. La presenza di glicosuria e chetonuria e di glicemia a digiuno superiore, in genere, a 150-200 mg/dL pone pochi dubbi sulla diagnosi di diabete mellito di tipo 1. Tuttavia molti bambini si presentano alla diagnosi con chetoacidosi grave o, comunque, con sintomi che talvolta datano da lungo tempo. Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Tab e l l a 22. 6 1 2 3 495 Indagini laboratoristiche che possono aiutare nell’orientamento diagnostico in caso di iperglicemia Test ripetuti per la valutazione di glicemia, glicosuria, chetonuria, emoglobina glicosilata Misurazione dei principali marker autoimmunitari (anticorpi antinsula [ICA], anticorpi antiglutamico-deidrogenasi [GAD], anticorpi anti-insulina [IAA], anticorpi antitirosinchinasi [IA-2]) Accurata valutazione di fattori di rischio personali e familiari (obesità, storia familiare di diabete mellito di tipo 1 e/o di diabete mellito di tipo 2, caratteristiche di trasmissione autosomica dominante [MODY]) La Tabella 22.6 mostra le indagini laboratoristiche che possono aiutare nell’orientamento diagnostico in caso di sospetto clinico. Fasi cliniche del diabete È ormai ampiamente dimostrato che il diabete clinicamente manifesto è preceduto da una lunga fase di riduzione della produzione di insulina da parte delle b-cellule (prediabete), che può precedere anche di anni la presentazione della malattia: dopo l’esordio, può conseguire una fase nella quale la produzione di insulina può aumentare considerevolmente (fase di remissione o di “luna di miele”), ma successivamente si determina una totale perdita della capacità di secernere insulina quando necessario e una permanente, irreversibile insulino-dipendenza. Vi è grande interesse scientifico su quali siano i fattori che influenzano la fase di remissione: è opinione comune che un esordio non associato a chetoacidosi, valori di glicemia costantemente vicini alla norma, età superiore a 6 anni (nei bambini più piccoli la fase di remissione è molto breve o del tutto assente) e probabilmente alcuni HLA, siano associati a un più lungo periodo di remissione. Tuttavia, non è disponibile attualmente alcuno studio controllato che consenta di definire con chiarezza questi fattori (Figura 22.4). Lo screening per il prediabete è giustificato esclusivamente in categorie particolari (per esempio nei bambini con iperglicemie occasionali, nei parenti di primo grado affetti da diabete, nei bambini con endocrinopatie autoimmuni o in quelli con rosolia connatale). Non vi è alcuna indicazione attualmente per uno screening sulla popolazione generale, tranne che per studi controllati, come quelli attualmente in corso in Finlandia e in Germania (DiMe, TRIGR, BABY-DIAB). Quando il danno b-cellulare superi il 90% o in occasione di eventi stressanti (infezioni, pubertà, stress emotivi, febbre), che normalmente inducono un aumento del fabbisogno di insulina, la secrezione di insulina non è più sufficiente a mantenere una glicemia normale o di poco alterata. Ne consegue che l’assenza di insulina determina una mancata utilizzazione del glucosio da parte del tessuto Figura 22.4 - Fasi cliniche del diabete in relazione alla riduzione delle b-cellule. (Da: Devendra D, et al: Exploring the idiotypes of insulin antibodies as markers for remission in Type 1 diabetes, Diabet Med 21(12):1316-24, 2004; modificata.) muscolare e adiposo e una ridotta glicogenosintesi, con aumentata lipolisi e gluconeogenesi e, conseguentemente, iperglicemia. Quando la glicemia supera la soglia renale del glucosio (circa 180 mg/dL), si verifica un progressivo e considerevole passaggio di glucosio nelle urine (glicosuria) che induce un’aumentata diuresi osmotica (poliuria), aumento della sete (polidipsia), progressiva disidratazione, perdita di peso (nonostante vi sia in genere un aumento dell’appetito), sintomi associati al ridotto afflusso cerebrale (sonnolenza, obnubilamento fino al coma). All’esordio clinico, il trattamento dipenderà dalla tempestività della diagnosi e dal conseguente stato generale del bambino. In presenza di uno stato di disidratazione consistente (oltre il 5% del peso corporeo) e di un’acidosi moderata-grave (per esempio inferiore a 15 mMol/L) è necessario il ricovero per trattare adeguatamente la chetoacidosi (vedi oltre il paragrafo Chetoacidosi diabetica). Se, invece, le condizioni del bambino non sono così gravi da richiedere il trattamento per via infusionale, la terapia insulinica può essere iniziata con insulina per via sottocutanea secondo gli schemi classici. Si è molto discusso se in questi casi è opportuno ospedalizzare comunque il bambino o gestire l’inizio della terapia a domicilio, quando le condizioni logistiche lo consentano (distanza del centro dal domicilio, situazioni sociali ecc.); tuttavia la prima settimana dopo l’esordio sia opportuno che il bambino e la madre siano in ospedale, poiché ciò dà maggiore sicurezza ai genitori, permette di superare l’impatto psicologico della malattia insieme al personale sanitario e con il supporto di altre famiglie che hanno già avuto analoga esperienza, consente di raggiungere gradualmente un grado di autonomia e conoscenza sufficienti per la successiva gestione domiciliare. La progressione dalla fase di remissione parziale alla fase stabile di insulino-dipendenza totale è in genere graduale, ma può essere accelerata da alcuni fattori, quali infezioni intercorrenti, febbre, stress psicologici, la pubertà 496 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva (comunque fattori che inducono aumento del fabbisogno di insulina). La riserva pancreatica di insulina è molto bassa o assente, il fabbisogno insulinico diventa superiore (circa 1-1,2 U/kg/die). Il deficit totale di produzione endogena di insulina (compresa la secrezione basale) e la totale dipendenza dall’insulina esogena sono fattori che possono causare difficoltà nel raggiungimento di un buon controllo glicemico. Una corretta gestione del diabete da parte della famiglia e degli operatori sanitari e un’eccellente qualità delle cure diventano requisiti indispensabili per convivere con questa irreversibile fase di insulino-dipendenza. Trattamento del diabete mellito di tipo 1 Gli obiettivi del trattamento sono un controllo metabolico ottimale, il che implica che il bambino sia in buona salute, come un coetaneo non diabetico, sia capace di fare le stesse cose di un coetaneo (per esempio praticare sport) e di frequentare normalmente la scuola o il lavoro, abbia glicemie e glicosurie il più vicino possibile alla normalità (valori di glicemia compresi tra 80 e 120 mg/dL in oltre il 75% dei controlli), emoglobina glicosilata il più possibile vicino ai valori di normalità (idealmente inferiore a 6,5% anche se nella pratica inferiore al 7,5%), un profilo lipidico normale. È importante che il bambino e la famiglia siano adeguatamente istruiti e collaborino attivamente con il personale sanitario nel raggiungimento di questi obiettivi. Contemporaneamente bisogna assicurare una crescita, uno sviluppo e una maturazione normali (crescita staturale ottimale, normale crescita lineare, normale rapporto altezza/peso, sviluppo psicosociale ottimale, raggiungimento delle potenzialità intellettive e comportamentali, ottenere maturità di pensiero, essere preparati a vivere da soli, lontano dalla famiglia). Altri due obiettivi fondamentali riguardano sia la prevenzione di significative complicanze acute (ipoglicemie gravi, chetoacidosi) sia il ritardare o prevenire le complicanze croniche (microangiopatia, neuropatia, iperlipidemia e macroangiopatia). Terapia insulinica L’obiettivo della terapia nel diabete mellito di tipo 1 dovrebbe essere quello di mimare la funzione di un pancreas normale che secerne una quantità basale di insulina, cui si aggiungono picchi in relazione ai pasti (Figura 22.5). La somministrazione di insulina con iniezioni sottocutanee nei bambini con T1DM non è in grado di mimare esattamente la funzione di un pancreas normale per diversi motivi: • l’insulina è iniettata in un modo non fisiologico (per via sottocutanea anziché per via portale); pertanto, le concentrazioni periferiche di insulina sono significativamente più alte rispetto a quelle portali o epatiche; • è difficile ricostruire il ritmo fisiologico di produzione endogena dell’insulina, anche se con le più recenti preparazioni di insulina dovrebbe essere possibile ottenere un’accettabile terapia insulinica sostitutiva. Figura 22.5 - Secrezione fisiologica di insulina. Fino agli inizi degli anni Ottanta, le preparazioni di insulina erano derivate da pancreas di origine bovina o suina. Inizialmente, i tipi più comunemente usati erano la miscela di entrambe le preparazioni e la sola insulina suina. Successivamente sono diventate disponibili le preparazioni biosintetiche di insulina umana, che attualmente sono usate dalla maggior parte delle persone con T1DM. Le preparazioni di insulina si possono dividere in tre gruppi. 1. Insulina ad azione rapida: ha un inizio veloce, un rapido picco e una breve durata d’azione. Queste preparazioni di insulina hanno un aspetto chiaro e includono l’insulina regolare (solubile) e analoghi come l’insulina lispro o insulina aspart che, sintetizzata con tecniche di ingegneria genetica, ha un inizio più precoce, un picco più alto e una durata d’azione più breve della precedente. 2. Insulina intermedia: ha un inizio e un picco più ritardati e una durata d’azione più lunga. Queste preparazioni includono le insuline NPH (Neutral Protamine Hagedorn) e lenta (IZS, Insulin Zinc Suspension). Esse appaiono torbide e devono essere agitate prima dell’uso. 3. Insulina ultralenta: ha un inizio molto ritardato, un picco più basso e una durata d’azione molto lunga. Anch’essa ha un aspetto torbido. Recentemente sono state immesse sul mercato l’insulina glargina e l’insulina detemir (analoghi lenti) che hanno una durata d’azione prolungata e che potrebbero mimare la secrezione basale di insulina. Come è noto, l’insulina è somministrata con iniezioni sottocutanee, utilizzando la superficie anteriore e laterale della coscia, l’arto superiore, i glutei e la zona periombelicale, a rotazione (Figura 22.6). L’assorbimento è maggiore quando l’insulina è iniettata sull’addome rispetto ai glutei, e migliore in questa sede rispetto alle braccia e alla gambe. L’insulina è ancora più Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva 497 Terapia insulinica all’esordio del diabete Figura 22.6 - Sedi di somministrazione dell’insulina. rapidamente assorbita se l’arto in cui è stata praticata l’iniezione è sottoposto ad attività fisica (per esempio coinvolgendo i muscoli delle gambe o delle braccia). Anche le condizioni del sito d’iniezione possono influenzare l’assorbimento di insulina: la presenza di lipoipertrofia o di cicatrici causate dall’utilizzazione frequente dello stesso sito può considerevolmente ridurre la percentuale di assorbimento dell’insulina. Inoltre, occorre tenere presente la quantità di insulina iniettata: per la maggior parte delle insuline l’inizio, il picco e la durata d’azione sono ritardati se la dose somministrata è molto alta. L’eccezione a questa regola riguarda l’insulina lispro il cui effetto rimane relativamente costante nonostante variazioni delle dosi. Anche la temperatura può alterare l’assorbimento: l’insulina iniettata è assorbita più rapidamente nei giorni caldi e meno rapidamente in quelli freddi. Inoltre, occorre tener presente l’importanza della profondità dell’iniezione: l’insulina iniettata per via intradermica è assorbita più lentamente e variabilmente, mentre quella iniettata per via intramuscolare è assorbita più rapidamente. L’infusione endovenosa di insulina solubile è utilizzata nella terapia della chetoacidosi diabetica. L’insulina dovrebbe essere conservata in frigorifero fino all’apertura. Una fiala aperta può essere tenuta fuori dal frigorifero per circa un mese, mentre una fiala conservata in frigorifero può essere utilizzata più a lungo. L’insulina congelata o surriscaldata non dovrebbe essere utilizzata, così come le fiale di insulina solubile che appaiano torbide. Non dovrebbero essere utilizzate neppure le fiale di insulina torbida che appaiano flocculate e, agitandole, non tornino facilmente in soluzione. La terapia insulinica deve essere iniziata non appena la diagnosi di diabete mellito di tipo 1 è stata confermata; dopo la dimissione dall’ospedale, i bambini e le loro famiglie dovrebbero tornare periodicamente (ogni 4-8 settimane) al Servizio di Diabetologia pediatrica per eseguire i controlli previsti e per continuare l’educazione sanitaria nel diabete mellito, condizione indispensabile per ottenere un buon controllo metabolico. L’approccio moderno al trattamento insulinico nel bambino dovrebbe, quindi, prevedere nella maggior parte dei bambini e adolescenti un regime di 3 o 4 somministrazioni quotidiane, con insulina rapida somministrata prima di colazione, pranzo e cena e insulina intermedia al momento di coricarsi alla dose iniziale di 0,3-0,6 U/kg/die, eventualmente più bassa nei bambini più piccoli e con dosi più alte in quelli più grandi e negli adolescenti. Possono essere utilizzate preparazioni di insulina umana NPH per l’insulina ad attività intermedia e insulina regolare (o analoghi di insulina ad azione rapida) come insulina a breve durata d’azione; utilizzando gli analoghi ad azione rapida, a causa della loro breve durata d’azione, si rende indispensabile aggiungere alcune unità di NPH prima di colazione, pranzo e cena (Figura 22.7). Così facendo, il regime terapeutico insulinico può essere personalizzato per ciascun bambino e ciò potrebbe consentire un controllo glicemico ottimale e prevenire episodi di chetoacidosi o ipoglicemia grave nelle settimane successive alla diagnosi. Lo scopo finale della gestione del diabete di tipo 1 è l’ottimizzazione del controllo metabolico per prevenire o ridurre significativamente l’inizio e la progressione delle complicanze micro- e macrovascolari a lungo termine. Ciò dovrebbe permettere un normale accrescimento e sviluppo, una normale maturazione emotiva e la prevenzione di episodi di chetoacidosi e ipoglicemia. Le preparazioni di insulina premiscelate forniscono combinazioni fisse di insulina breve e intermedia. In Figura 22.7 - Modalità diverse di somministrazione di insulina. 498 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva accordo con le raccomandazioni delle linee guida dell’ISPAD (International Society for Pediatric and Adolescent Diabetes), l’uso delle insuline premiscelate dovrebbe essere scoraggiato nei bambini con diabete mellito di tipo 1 per l’impossibilità di apportare modifiche delle dosi di ciascun tipo singolarmente. L’insulina umana ultralenta è una preparazione a lunga durata d’azione con un inizio più lento, un picco non elevato e durata d’azione più lunga rispetto all’insulina intermedia. Sebbene l’assorbimento e l’azione dell’ultralenta possano essere molto variabili, essa è usata in alcuni centri come insulina basale al posto di o insieme all’insulina intermedia. L’ultralenta umana è assorbita più rapidamente rispetto a quella di derivazione animale; perciò sono necessarie 2 iniezioni al giorno di ultralenta umana per assicurare un’adeguata copertura di insulina basale. Quando l’insulina rapida è combinata con ultralenta prima di colazione, generalmente è necessaria un’altra somministrazione di insulina rapida prima di pranzo per evitare iperglicemie durante il pranzo stesso. Nonostante ciò, è stato osservato che l’insulina ultralenta ha, in alcuni bambini, un assorbimento imprevedibile ed estremamente variabile, per cui l’uso di questa insulina non è molto popolare nell’età evolutiva. Adattamento della dose Normalmente, l’adattamento delle dosi di insulina somministrate durante la giornata, si basa sulla valutazione dei profili glicemici osservati durante alcuni giorni precedenti; tranne rari casi, l’aggiustamento della dose è un processo graduale che richiede alcuni giorni, fino a quando non siano state raggiunte glicemie accettabili. Ovviamente, l’adattamento della dose deve tenere presente la durata d’azione dell’insulina: per esempio, un aumento della glicemia a metà mattinata indurrà ad aumentare la dose di insulina somministrata prima di colazione; se la glicemia è alta prima di andare a letto, è consigliabile un cauto aumento della dose di insulina rapida somministrata prima di cena; se la glicemia è elevata prima di cena, deve essere programmato un graduale aumento della rapida (o della NPH) somministrata prima di pranzo; se la glicemia è alta al mattino prima di colazione, un cauto aumento della NPH o lenta somministrata prima di andare a letto sarà opportuno, controllando però la glicemia durante la notte, per identificare un’ipoglicemia notturna e un’iperglicemia postipoglicemica conseguente. Le iperglicemie consistenti (superiori a 200 mg/dL) possono essere corrette con supplementi di alcune unità di insulina (da valutare caso per caso, sulla base dell’età del bambino e di precedenti esperienze). Un’ipoglicemia medio-grave non spiegata impone una rivalutazione della terapia insulinica. Variazioni delle dosi di insulina devono essere programmate in relazione a variazioni della dieta (orientativamente 10 g di carboidrati richiedono 1 unità di insulina) o dell’esercizio fisico. La capacità di adattare le dosi di insulina varia notevolmente nelle famiglie; vi sono famiglie e ragazzi molto esperti e affidabili nella gestione del diabete, altri che invece hanno difficoltà e timore nel modificare autonomamente la dose: per questi è indispensabile che il Servizio di Diabetologia fornisca una pronta disponibilità 24 ore al giorno al fine di adattare tempestivamente le dosi di insulina e ottimizzare la gestione domiciliare del diabete. Analoghi dell’insulina Negli ultimi anni le industrie che producono insulina hanno impegnato risorse per tentare di ottenere insuline sempre più pure e con un profilo d’azione sempre più vicino alla fisiologica secrezione endogena. Attualmente sono disponibili analoghi dell’insulina (ottenuti con semplici sostituzioni di alcuni aminoacidi) che, a causa della loro conformazione prevalentemente monomerica, hanno profili di assorbimento diversi rispetto ad altre insuline precedentemente disponibili sul mercato. Gli analoghi possono essere ad azione rapida o ad azione lenta (Figura 22.8). L’insulina lispro (Humalog, Lilly) è un analogo dell’insulina, ottenuto dall’insulina solubile invertendo la posizione di due aminoacidi della catena B (nella solubile B-28 prolina e B-29 lisina, nella lispro B-28 lisina e B-29 prolina); tale inversione aminoacidica induce una minore formazione di esameri, per cui l’insulina in forma prevalentemente monomerica è assorbita più rapidamente dal tessuto sottocutaneo nel circolo ematico. Perciò la lispro ha un più precoce inizio di azione, un picco più elevato e una più breve durata d’azione rispetto all’insulina regolare. La lispro potrebbe sostituire l’insulina rapida in quanto dotata di equivalente potenza ipoglicemizzante. Il più rapido inizio d’azione permette che la lispro sia somministrata immediatamente prima del pasto anziché 15-45 minuti prima, come raccomandato per l’insulina regolare. Questa caratteristica la rende potenzialmente meglio accetta da parte dei pazienti, soprattutto dei bambini. Figura 22.8 - Insulina rapida a confronto con gli analoghi ultrarapidi. Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Nei bambini di età prescolare che talvolta possono avere un comportamento alimentare imprevedibile, l’insulina lispro si è dimostrata efficace anche se somministrata dopo i pasti. Inoltre la frequenza dell’ipoglicemia, particolarmente notturna, potrebbe essere minore durante il trattamento con insulina lispro rispetto a quella solubile. Quando si utilizza l’insulina lispro, la dose di insulina intermedia, assunta contemporaneamente prima di colazione, dovrebbe essere aumentata. Infatti a causa della breve durata d’azione della lispro potrebbe verificarsi un’iperglicemia prima del pasto successivo. Un interessante aspetto degli analoghi rapidi è il fatto che essi possono essere somministrati dopo il pasto; in alcuni studi, il profilo glicemico ottenuto somministrando l’insulina lispro dopo il pasto era sovrapponibile a quello ottenuto somministrando l’insulina prima del pasto; ciò potrebbe costituire un notevole vantaggio nei bambini molto piccoli nei quali l’assunzione di cibo è talora imprevedibile. Un altro analogo rapido dell’insulina, denominato insulina aspart (NovoRapid, Novo Nordisk) è stato sperimentato (in posizione B-28 la prolina è sostituita dall’acido aspartico); in alcuni studi eseguiti anche in età pediatrica sono stati ottenuti profili glicemici e insulinemici simili a quelli della lispro. Una Cochrane del 2006 ha esaminato i numerosi studi presenti in letteratura sugli analoghi ad azione rapida rispetto all’insulina rapida. I risultati hanno confermato che gli analoghi (lispro, aspart e glucolisina) agiscono più rapidamente, che possono essere somministrati immediatamente prima del pasto e che inducono una glicemia postprandiale più bassa. Tuttavia, in questa analisi l’efficacia degli analoghi ultraveloci rispetto all’insulina regolare sono risultati simili in termini di controllo glicemico a lungo termine e incidenza di episodi glicemici. Non essendo disponibili al momento dati sugli effetti a lungo termine, sulle complicanze (retinopatia, nefropatia ecc.) e sulla sicurezza e gli effetti collaterali a lungo termine, gli Autori suggeriscono di mantenere un atteggiamento cauto nell’entusiasmo verso gli analoghi ad azione rapida. Negli ultimi anni è stato reso disponibile sul mercato un analogo dell’insulina ad azione lenta, ottenuto aggiungendo due molecole di arginina alla catena B e sostituendo l’asparagina in posizione 21 della catena A con una molecola di glicina. Tale analogo dell’insulina è denominato glargina (Lantus, Aventis Pharma); la sua farmacocinetica è caratterizzata da un lento assorbimento con assenza di picchi d’azione e una durata di circa 24 ore. Se i promettenti risultati ottenuti anche in adolescenti saranno confermati in studi più ampi, l’insulina glargina potrà costituire un prezioso mezzo per assicurare il fabbisogno basale di insulina, sul quale poi inserire la somministrazione di analoghi rapidi prima (o dopo) i pasti. Un altro analogo lento è detemir (Levemir, Novo Nordisk) e sembrerebbe mimare strettamente la secrezione endogena di insulina con un miglioramento del controllo glicemico (Figura 22.9). 499 Figura 22.9 - Insulina lenta, ultralenta, glargina e microinfusore. (Da: Danne T., Lange K., Kordonouri O.: New developments in the treatment of type 1 diabetes in children. Arch Dis Child 92(11): 1015-9, 2007; modificata.) Una Cochrane del 2008 ha esaminato i numerosi studi presenti in letteratura per cercare di dare una risposta definitiva sull’uso degli analoghi ad azione lenta rispetto all’insulina intermedia, che rappresentava il gold standard per i pazienti con diabete mellito di tipo 1. I risultati hanno confermato un livello di emoglobina glicosilata minimamente più basso nel gruppo trattato con gli analoghi, anche se gli Autori della Cochrane mettono in dubbio il reale valore clinico di piccole differenze nell’HbA1c. Al contrario, è risultato evidente il beneficio degli analoghi ad azione lenta durante la notte con livelli glicemici più bassi al mattino e minor numero di episodi di ipoglicemia notturna. Attualmente non sono disponibili dati sugli effetti collaterali a lungo termine. Pertanto gli Autori concludono che sono necessari altri studi per chiarire benefici e rischi degli analoghi ad azione lenta. Fabbisogno insulinico e pubertà Sebbene ci sia un range estremamente ampio, la media del fabbisogno di insulina tende a rimanere stabile per tutta l’infanzia intorno a 0,6-1 U/kg/die, ma aumenta rapidamente dopo l’inizio della pubertà a 1-1,5 U/kg/die (Figura 22.10). La pubertà è notoriamente associata a un peggioramento del controllo metabolico. La resistenza all’insulina, caratteristica della pubertà, può essere parzialmente spiegata con gli aumentati livelli di GH che, in condizioni di normalità, si riscontrano durante la pubertà. Peraltro, nei pazienti con diabete di tipo 1 i livelli di GH sono generalmente più elevati, rispetto ai controlli, in ciascuno stadio dello sviluppo. Anche gli ormoni gonadici (testosterone, estrogeni) possono contribuire all’insulinoresistenza tipica dell’età puberale. Non si può inoltre sottovalutare il fatto che l’età adolescenziale si accompagna a una ridotta compliance ai regimi insulinici e alle regole alimentari, il che rende ancora più arduo raggiungere un buon controllo metabolico. 500 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Figura 22.10 - Insulina sierica (a) e glicemia postprandiale (b) dopo iniezione sottocutanea di 0,15 UI/kg di insulina glulisina e insulina umana in bambini e adolescenti. (Da: Danne T, Lange K, Kordonouri O: New developments in the treatment of type 1 diabetes in children. Arch Dis Child 92(11):1015-9, 2007; modificata.) Metodi per la somministrazione di insulina Il metodo tradizionale di somministrazione dell’insulina è l’iniezione con siringa; aghi sempre più sottili rendono l’iniezione meno dolorosa e più semplice. Il metodo più pratico di iniezione, e largamente utilizzato in tutto il mondo occidentale, è la penna per la somministrazione di insulina. Si tratta di un dispositivo simile a una penna, in cui si inserisce una cartuccia di insulina, e che presenta un ago a un’estremità; la dose è determinata agendo su un display posto su un lato della penna. Le penne sono più discrete e veloci da preparare rispetto alla siringa, il che rende il loro uso molto pratico a scuola, nei ristoranti, durante i viaggi. Il principale svantaggio delle penne è che non consentono di miscelare due tipi di insulina e quindi, se è necessario somministrarli, devono essere iniettati separatamente. In alcuni centri sono utilizzati i cateteri sottocutanei (Insuflon) che possono essere tenuti in situ per alcuni giorni e si possono rivelare utili in alcuni casi. Un altro metodo d’iniezione è costituito dall’iniettore automatico, particolarmente utile nei bambini che hanno paura delle iniezioni; la siringa è posta all’interno dell’iniettore. L’ago non è visibile e la profondità dell’iniezione può essere determinata da un apposito distanziatore. Gli iniettori senza ago ad alta pressione hanno goduto negli anni passati di una certa popolarità, che però si è via via ridotta per la variabile profondità della penetrazione dell’insulina, l’alterato assorbimento della sostanza e il loro costo elevato. Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva L’iniezione dovrebbe essere eseguita nelle sedi classiche (vedi Figura 22.6): l’addome (la sede da preferire perché l’assorbimento è più rapido e omogeneo e perché risente meno dell’attività fisica); la parte anteriore delle cosce; i glutei (il quadrante laterale esterno); la parte laterale delle braccia (non raccomandabile nei bambini della prima infanzia per il rischio di eseguire l’iniezione per via intramuscolare). L’iniezione dovrebbe essere eseguita iniettando per alcuni giorni nello stesso sito distanziando le sedi della somministrazione al fine di prevenire la lipodistrofia (in verità evento meno frequente con le nuove insuline più purificate). La tecnica di iniezione dovrebbe permettere all’insulina di raggiungere il tessuto sottocutaneo: utilizzando gli aghi da 8 mm l’angolo di somministrazione dell’ago dovrebbe essere di circa 90°; tuttavia, nei bambini più piccoli o molto magri anche con questi aghi è prudente tenere un angolo tra 45° e 90°. Se si usano aghi più lunghi (per esempio da 12,7 mm), può essere opportuno inserire l’ago con un angolo tra 45° e 90° anche nei bambini più grandi. Microinfusione. Un’altra opportunità per la sommini- strazione di insulina è costituita dalle “pompe” per la somministrazione sottocutanea continua di insulina (CSII); con il microinfusore si può mimare ancora meglio la fisiologica produzione endogena di insulina, assicurando il fabbisogno basale e iniettando “boli” di insulina al momento del pasto. I microinfusori di ultima generazione sono molto migliorati sotto il profilo delle dimensioni e dell’affidabilità e potrebbero avere più spazio rispetto al passato nella moderna Diabetologia pediatrica (possibile utilizzazione in lattanti, adolescenti e giovani adulti); tuttavia, prima di proporre la “pompa” ai ragazzi, il pediatra diabetologo dovrebbe selezionare i giovani pazienti con accuratezza (grado di conoscenza del diabete, affidabilità, volontà di utilizzare il microinfusore, cattivo controllo metabolico ecc.) e fornire loro e le famiglie di tutte le informazioni necessarie per prendere la decisione in modo consapevole e responsabile. Le indicazioni all’uso della microinfusione sono: scarso controllo metabolico (HbA1c >7%), ampie fluttuazioni della glicemia, frequenti episodi di ipoglicemia grave e/o non riconosciuta, ipoglicemia notturna, fenomeno dell’alba con elevata glicemia a digiuno (>144-162 mg/dL), necessità di maggiore flessibilità di orari (attività lavorativa). Ovviamente è necessario che il paziente sia motivato e desideri collaborare attivamente con il team diabetologico, conosca il conteggio dei carboidrati, sia in grado di comprendere la tecnologia e le funzioni del microinfusore e di trasformare in comandi per il microinfusore gli eventi quotidiani ed esegua almeno 4 glicemie al giorno. I recenti progressi tecnologici hanno permesso la messa a punto non solo di microinfusori di piccole dimensioni (Continuous Subcutaneous Insulin Infusion, CSII), ma anche di sensori di monitoraggio continuo del glucosio (Continuous Glucose Monitoring, CGM) e di tecnologie 501 che li combinano entrambi in un’unico sistema. Vari studi in pazienti pediatrici hanno dimostrato un miglioramento del controllo metabolico con l’uso di CGM, ma il più importante è lo studio STAR3 su 485 pazienti (156 bambini) con T1DM che suggerisce la superiorità del sistema combinato microinfusore + sensore rispetto alle iniezioni multiple. Tuttavia, riscontri di ipoglicemia notturna prolungata sono ancora abbastanza comuni nei pazienti che utilizzano i CGM. Il gruppo di Cambridge ha utilizzato in 19 giovani un sistema combinato di microinfusione con sensori della glicemia che ha dimostrato una maggiore manegevolezza in corso di variazioni della dieta e di esercizio fisico. Una Cochrane del 2012 ha individuato ben 1.366 studi pubblicati su questo argomento. Di tutti questi, solo 22 erano trial clinici randomizzati eleggibili per la metanalisi. Gli Autori hanno suggerito che le evidenze sull’efficacia dei CGM in bambini, adulti e pazienti con scarso controllo glicemico sono ancora limitate. Il rischio di ipoglicemia grave o chetoacidosi non è risultato significativamente aumentato in coloro che utilizzavano i CGM, tuttavia questi eventi accadevano, seppur infrequentemente, per cui sono suggerite una certa cautela nell’interpretazione dei dati e la necessità di ulteriori studi. Prospettive nel trattamento insulinico nell’età evolutiva La ricerca nel settore della terapia insulinica è molto fervida; soprattutto si cerca di realizzare insuline che siano somministrabili in modo atraumatico. Nuove vie di somministrazione attualmente in fase di studio comprendono quella orale, respiratoria (inalatoria), nasale e transdermica. La somministrazione orale di insulina non è ancora realizzabile a causa dei processi digestivi che rendono il peptide metabolicamente inattivo nello stomaco. Di grande interesse è la somministrazione di insulina orale nel tentativo di agire sul processo immune nei soggetti a elevato rischio di sviluppare diabete, come i familiari delle persone già affette da diabete. Nei prossimi anni sono attesi i risultati dei trial clinici attualmente in corso. L’insulina somministrata per via inalatoria ha recentemente destato grande interesse: gli alveoli polmonari sono molto vascolarizzati ed espongono un’ampia superficie sulla quale l’insulina può distribuirsi. Studi preliminari hanno dimostrato un effetto ipoglicemizzante dell’insulina somministrata per via inalatoria, ma altri studi sono necessari per avere risultati definitivi applicabili alla routine clinica quotidiana, specialmente nei bambini. Anche la terapia combinata di insulina e agenti ipoglicemizzanti orali del gruppo delle sulfaniluree e biguanidi ha sollevato un certo interesse come mezzo per ridurre le dosi di insulina e migliorare il controllo metabolico. Attualmente, non vi sono studi nell’età evolutiva che convalidino questa ipotesi, per cui queste combinazioni non dovrebbero essere usate nei bambini. Una recente Cochrane ha trattato l’integrazione di metformina alla 502 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva terapia insulinica degli adolescenti con T1DM e scarso controllo metabolico. Di tutti i trial clinici presenti in letteratura, solo un paio è risultato randomizzato e controllato e la metanalisi non è stata possibile a causa dell’eterogeneità dei dati clinici e laboratoristici. È stato verificato un miglioramento del controllo metabolico espresso dalla riduzione dell’emoglobina glicosilata nel gruppo trattato con la metformina a differenza di quello con placebo. Tuttavia, solo uno studio ha evidenziato una riduzione del dosaggio dell’insulina del 10% circa. In nessuno studio è stato evidenziato un miglioramento della sensibilità insulinica, del peso corporeo e dei lipidi sierici. I principali effetti collaterali sono stati disturbi gastrointestinali e ipoglicemia. Pertanto, gli Autori della Cochrane concludono che sono necessari studi più ampi e con un follow-up più lungo. Un’équipe multidisciplinare dovrebbe prendersi carico dell’assistenza diabetologica nell’età evolutiva; idealmente, il team dovrebbe essere costituito da un pediatra diabetologo ogni 150-200 bambini, due infermieri professionali con specifica esperienza in Diabetologia pediatrica e in educazione sanitaria, un dietista, uno psicologo/assistente sociale, un segretario. Tradizionalmente, il medico rappresenta il leader dello staff diabetologico e si assume piena responsabilità delle decisioni diagnostiche e terapeutiche. Altri medici specialisti (oculista, nefrologo, neurologo, odontoiatra ecc.) saranno coinvolti nell’assistenza sulla base di specifici problemi e per il regolare screening delle complicanze vascolari e non. Complicanze croniche del diabete mellito di tipo 1 Il diabete mellito nel bambino può indurre una serie di conseguenze in altri organi e apparati, determinate sostanzialmente dall’iperglicemia cronica, ma anche da una particolare suscettibilità dei bambini con diabete. Inoltre, i meccanismi autoimmunitari che conducono al diabete mellito di tipo 1 possono sottendere alterazioni di altri organi. È evidente che i pazienti con T1DM hanno un’aumentato rischio di mortalità rispetto ai coetanei non affetti, sebbene siano disponibili solo dati lmitati a causa della carenza di follow-up a lungo termine su pazienti con T1DM esordito in età pediatrica. Recentemente, Secrest ha pubblicato interessanti dati sulla mortalità di una larga coorte con T1DM esordito in età pediatrica (1.075 giovani, con esordio di diabete tra il 1965 e il 1979, seguiti per oltre 30 anni). La mortalità si è ridotta nel tempo: dal 19651969 al 1975-1979 si è ridotta del 15%. In particolare, la mortalità si è ridotta del 57% per complicanze acute, del 38% per complicanze renali e del 30% per complicanze cardiovascolari. Questo trend è incoraggiante e coerente con il fatto che nelle ultime decadi il miglioramento nella qualità delle cure ha comportato una rilevante riduzione della morbilità e mortalità nei bambini con diabete mellito. Meno incoraggiante è il fatto che, complessivamente, la mortalità nei pazienti con T1DM risulta sempre significativamente più alta rispetto a quella della popolazione normale: 13 volte maggiore per le malattie cardiovascolari, 104 volte maggiore per le patologie renali e 41 volte maggiore per le infezioni. Le cause specifiche di mortalità differiscono a seconda della durata della malattia diabetica: le complicanze acute sono responsabili delle morti per il 70% nei primi 10 anni di diabete. Al contrario, dopo 10 anni, le complicanze croniche divengono la causa principale di morte: le patologie renali contribuiscono per il 50% delle morti dopo 10 anni di malattia e dopo 20 anni le malattie cardiovascolari divengono le più importanti contribuendo al 60% delle morti. Questi dati sono importanti per sottolineare di nuovo l’importanza di strategie preventive e terapeutiche per le complicanze del T1DM per migliorare la prognosi dei pazienti affetti. Pertanto, i pediatri diabetologi enfatizzano e cercano di promuovere il miglioramento delle cure a lungo termine dei bambini con T1DM. Sebbene le gravi complicanze croniche del diabete mellito di tipo 1 divengano evidenti dopo 15-30 anni di malattia, già durante l’adolescenza (o comunque 2-5 anni dopo l’esordio del diabete) possono evidenziarsi le prime alterazioni strutturali e funzionali relative alle complicanze microvascolari. Nei bambini e negli adolescenti, l’angiopatia diabetica è costituita principalmente dalla microangiopatia, rappresentata essenzialmente da alterazioni strutturali del microcircolo retinico e glomerulare. La neuropatia diabetica e la macroangiopatia sono le altre due principali complicanze tardive, differenti dalle precedenti dal punto di vista patogenetico e di meno frequente osservazione nell’età evolutiva. Retinopatia diabetica Minime lesioni retiniche si sviluppano dopo 20 anni di malattia e una retinopatia a rischio di cecità può potenzialmente svilupparsi dopo 30 anni di malattia. Le metodiche più sensibili per lo screening delle precoci lesioni retiniche sono rappresentate dalla retinografia e dalla fluoroangiografia. Lo screening è raccomandato dopo 5 anni di diabete in soggetti con inizio in epoca prepuberale e dopo i 15 anni di vita in tutti gli altri (Berlin Retinopathy Study). I controlli dovrebbero essere effettuati ogni 2 anni. Uno studio pubblicato da White ha riportato un’importante differenza negli effetti della terapia intensiva nel T1DM nella progressione della retinopatia addirittura 10 anni dopo il DCCT (Diabetes Control and Complications Trial) e il suo studio osservazionale di follow-up EDIC (Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications Study). La riduzione significativa delle complicanze durante lo stretto controllo glicemico del DCCT era mantenuta nel gruppo degli adulti anche 10 anni dopo come una sorta di “memoria metabolica”, almeno per quanto concerne la progressione della retinopatia. Questa memoria risultava persa negli adolescenti e, secondo gli Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Autori, la causa era legata alla differenza dell’1% nella HbA1c media dei due gruppi. Questo significa che quella minima differenza che non sembrava significativa nel DCCT, era poi pagata a caro prezzo nel corso del tempo. Questo studio fa da monito per ribadire l’importanza di raggiungere un controllo glicemico ottimale il prima possibile. Nefropatia diabetica L’incidenza aumenta dopo 5 anni di malattia e raggiunge un picco intorno ai 20 anni; essa comporta un aumento del rischio di mortalità che non è solo legato all’insufficienza renale ma anche all’aumentata incidenza di problemi cardiovascolari. La patogenesi è estremamente complessa. Numerosi studi suggeriscono che l’insulinoresistenza si correla sia con la comparsa sia con la gravità dell’albuminuria suggerendo che essa potrebbe avere di per sé un ruolo patogenetico. In recenti studi, Welsh ha dimostrato che il podocita è una cellula insulino-sensibile capace di assorbire glucosio e che l’insulino-sensibilità è un elemento chiave nel mantenimento dell’integrità dei podociti. Nei topi con una delezione del recettore dell’insulina, i podociti presentano alterazioni simili a quelle che si riscontrano nel diabete e che si correlano all’escrezione di albumina e al declino della funzionalità renale. Comprendere questi meccanismi potrebbe suggerire nuove strategie terapeutiche per prevenire le complicanze a carico del rene nel T1DM. Dal punto di vista clinico la nefropatia diabetica manifesta è preceduta da una fase clinicamente silente ma caratterizzata da un’escrezione di albumina urinaria nel range microalbuminurico (20-200 mg/min). Lo screening si esegue valutando l’escrezione urinaria di albumina (Albumin Excretion Rate, AER) in raccolta temporizzata notturna: limite superiore negli adulti è 20 mg/min. Tuttavia, tale valore è arbitrario e ogni Centro dovrebbe costituire il proprio standard considerando patologico un valore superiore al valore di 2 DS rispetto alla media ottenuta nei bambini normali. Se ciò non fosse possibile si può utilizzare il valore soglia di 20 mg/min avendo cura di correggere il valore ottenuto per la superficie corporea. Non è sempre predittivo di proteinuria persistente. Lo screening dovrebbe essere eseguito ogni 6-12 mesi a partire dall’età di 11 anni oppure dopo 5 anni di malattia nei bambini prepuberi e dopo 2 anni di malattia se l’esordio avviene dopo la pubertà. La microalbuminuria è associata ad alterazioni anatomo-patologiche (ispessimento della membrana basale glomerulare, proliferazione mesangiale). Il miglioramento del controllo metabolico rallenta la progressione di tali lesioni. La precoce individuazione di tali iniziali alterazioni è di cruciale importanza essendo queste suscettibili di miglioramento e di normalizzazione con opportuni interventi (farmacologici e non). Il followup raccomandato nei bambini e adolescenti con diabete mellito di tipo 1 include: • • • 503 valutazioni trimestrali (altezza, peso, BMI, stadio puberale, pressione arteriosa); valutazioni annuali (colesterolo totale, colesterolo HDL, trigliceridi, creatinina, funzionalità tiroidea, autoanticorpi anti-tiroide, marker sierologici di malattia celiaca, immunoglobuline); valutazioni al raggiungimento della pubertà: fotografia del fundus e fluoroangiografia, escrezione urinaria di albumina (AER). Conclusioni In ogni malattia cronica dell’infanzia il ruolo della famiglia è ovviamente essenziale. È indispensabile che la famiglia e il bambino (quando la sua età lo consente) siano correttamente informati ed educati e prendano parte, quando possibile, alla gestione della malattia e delle sue complicanze acute e croniche. Il concetto della partecipazione attiva del paziente e della sua famiglia (patient and family empowerment) svolge un ruolo essenziale nei processi di cura del diabete nell’infanzia. In questo senso, particolare importanza hanno le associazioni di volontariato, che svolgono un ruolo molto importante di supporto all’équipe diabetologica nei problemi quotidiani dell’assistenza, nell’organizzazione dei campi scuola e di altre attività educative, nell’aiuto a famiglie con particolari problemi, nelle iniziative per raccogliere fondi destinati anche ad attività di ricerca e di miglioramento continuo della qualità delle cure. Uno degli obiettivi prioritari da ottenere nel bambino e nell’adolescente con diabete è quello di raggiungere un controllo metabolico ottimale con livelli di HbA1c inferiori a 6,5-7,0%. È quindi indispensabile praticare il controllo domiciliare della glicemia (con reflettometri sempre più perfezionati, precisi e che richiedono minori quantità di sangue), educare il ragazzo e la sua famiglia al significato di glicosuria e chetonuria. Inoltre, è molto importante evitare episodi di ipoglicemia e particolare impegno deve essere riservato a quei casi nei quali è presente incapacità di riconoscere l’ipoglicemia (hypoglycemia unawareness). L’individuazione precoce e il trattamento tempestivo della chetoacidosi rivestono altrettanta importanza nel managament quotidiano del diabete mellito nell’età evolutiva. Lo screening per le complicanze croniche deve essere eseguito almeno una volta all’anno. Infine, la qualità della vita dei bambini e delle loro famiglie è un altro parametro rilevante nella misurazione della qualità dei risultati ottenuti. Chetoacidosi diabetica (Diabetic KetoAcidosis, DKA) La chetoacidosi diabetica (DKA) è la principale causa di mortalità e morbilità nei bambini e negli adolescenti con diabete mellito di tipo 1 (T1DM). La mortalità è legata soprattutto allo sviluppo di edema cerebrale, che si verifica 504 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva nello 0,3-1% di tutti gli episodi di DKA. Purtroppo, l’eziologia, la fisiopatologia e il trattamento ideale dell’edema cerebrale sono ancora poco conosciuti e si discute molto se i medici trattando la DKA possano prevenire o, almeno, predire lo sviluppo di edema cerebrale. Vi è invece accordo sul fatto che la prevenzione della DKA e la riduzione della sua incidenza dovrebbero essere obiettivi primari nella gestione dei bambini con diabete mellito di tipo 1. L’alta prevalenza della chetoacidosi diabetica, soprattutto nei bambini piccoli, all’esordio del T1DM è divenuta ormai inaccetabile. Per questo sono stati compiuti numerosi sforzi per aumentare la sensibilità diagnostica di questa condizione sia nei medici sia nelle famiglie con campagne pubblicitarie diffuse nelle farmacie, nelle scuole e in altri luoghi pubblici, soprattutto in occasione della giornata mondiale dedicata al diabete. I risultati sono contrastanti. Nei Paesi più avanzati non sembrerebbe al momento registrarsi un grosso miglioramento. Per esempio, in un ampio studio riportato da Lansdown, nel Galles l’incidenza della DKA in un lungo periodo, dal 1991 al 2009, è rimasta attorno al 25-26% in media (20-33%) e non ha presentato riduzione dopo le campagne pubblicitarie. In Svezia, il gruppo di Elding Larsson ha invece riportato una riduzione dell’incidenza della DKA nella coorte TEDDY seguita dal 2004 al 2010, a significare che seguire una popolazione ad alto rischio in maniera abbastanza ravvicinata sicuramente permette una diagnosi più precoce del diabete. Anche negli USA la prevalenza riportata della chetoacidosi alla diagnosi è risultata attorno al 25,5% (1 bambino su 4). Recenti pubblicazioni suggeriscono che anche nei Paesi in cui l’incidenza della DKA era molto elevata si sta assistendo a un netto miglioramento, come riportato per esempio in Brasile. Anche in Israele l’incidenza della DKA è risultata ridotta dal 40% negli anni 1986-1987 al 29,4% nel 2006-2007. Recentemente, Usher-Smith ha effettuato una revisione di 46 studi in 31 Paesi con il coinvolgimento di circa 24.000 bambini per definire i fattori associati con la DKA all’esordio del diabete. Sono risultati i seguenti fattori: giovane età [<2 anni, odds ratio 3,41 (95% intervallo di confidenza 2,54-4,59) e <5 anni, odds ratio 1,59 (1,381,84)]; errori diagnostici [odds ratio 3,35 (2,35-4,79)]; etnia, mancanza di assicurazione negli USA [odds ratio 3,20 (2,03-5,04)], basso BMI, infezioni precedenti. Sono risultati fattori protettivi: familiarità per T1DM [odds ratio 0,33 (0,08-1,26)] e un alto livello di istruzione dei genitori [odds ratio 0,4 (0,20-0,79)]. La durata media dei sintomi era simile nei bambini con o senza chetoacidosi (16,5 giorni e 17,1 giorni) e fino al 38,8% (285/735) di bambini con chetoacidosi è stato visitato da almeno un medico senza arrivare alla diagnosi. Considerata l’importanza di questa condizione è stato realizzato un consensus condiviso da esperti afferenti alle tre più importanti società che si occupano di Diabetologia pediatrica: European Society for Pediatric Endocrinology (ESPE), Lawson Wilkins Pediatric Endocrine Society Ta bella 22.7 A B C D E Grado di evidenza delle affermazioni riportate nelle linee guida Chiare evidenze da trial ben condotti, randomizzati e controllati Evidenze supportate da studi di coorte ben condotti Evidenze supportate da studi caso-controllo ben condotti Evidenze supportate da studi poco controllati o non controllati Evidenze conflittuali che supportano le raccomandazioni Consenso di esperti (LWPES) e International Society for Pediatric and Adolescent Diabetes (ISPAD). I risultati di tale lavoro sono stati riportati nell’ESPE/LWPES Consensus Statement sulla Chetoacidosi Diabetica in Bambini e Adolescenti, pubblicato sia da Archives of Disease in Childhood sia da Pediatrics, da cui sono tratte gran parte delle linee guida riportate, che sono supportate dal grado di evidenza (Tabella 22.7). L’attualità dell’argomento è data dal fatto che la chetoacidosi è una condizione estremamente pericolosa per i bambini che, però, potrebbe essere prevenuta con una diagnosi precoce di T1DM all’esordio o con l’attento follow-up del bambino durante gli episodi infettivi. Anche l’evoluzione della chetoacidosi è strettamente legata alla tempestività e all’adeguatezza delle cure. Più recentemente anche l’American Diabetes Association (ADA) ha pubblicato un Consensus Statement sulla DKA ribadendo l’importanza di un’appropriata gestione di questa condizione e sottolineando come il bambino si discosti dall’essere (come i pediatri sanno bene) “una miniatura dell’adulto”. Definizione di DKA La DKA è causata dalla riduzione dell’insulina circolante associata al contemporaneo aumento dei livelli degli ormoni controregolatori, quali glucagone, catecolamine, cortisolo e ormone della crescita (Figura 22.11). Questa anomalia determina un aumento della produzione epatica e renale di glucosio e la ridotta utilizzazione periferica inducendo iperglicemia e ipersmolalità. L’aumentata lipolisi, con produzione di corpi chetonici (b-idrossibutirrato e aceto-acetato) determina chetonemia e acidosi metabolica. L’iperglicemia e l’acidosi inducono diuresi osmotica, disidratazione e diselettrolitemia. I criteri biochimici per la diagnosi di DKA sono: • iperglicemia >200 mg/dL (>11 mMol/L); • pH <7,30; • bicarbonatemia <15 mMol/L. La DKA è generalmente classificata in base alla gravità dell’acidosi variando da lieve (pH <7,30 con bicarbonatemia <15 mMol/L) a moderata (pH <7,2 con bicarbonatemia <10 mMol/L) a grave (pH <7,10 con bicarbonatemia <5 mMol/L). Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva 505 Morbilità e mortalità della DKA nell’età pediatrica Figura 22.11 - Meccanismi ormonali della DKA. La mortalità riportata per DKA varia da 0,15% (USA) (C) a 0,31% (Regno Unito) (B). Ovviamente nei paesi in via di sviluppo è più alta e spesso i bambini muoiono prima di iniziare il trattamento. L’edema cerebrale è responsabile del 57-87% di tutte le morti per DKA. La sua incidenza varia negli studi di popolazione tra 0,46% (Canada) (C) e 0,87% (USA) (B) e risulterebbe più alta negli studi dei singoli centri (fino al 4,6%) probabilmente per un errore di selezione. La letalità riportata nei pazienti con edema cerebrale è di circa il 21-25% (C) e la morbilità nel 10-26% dei sopravvissuti. Altre possibili cause di mortalità e morbilità includono l’ipokaliema, l’iperkaliemia, l’ipoglicemia, l’ematoma, la trombosi, la sepsi e le infezioni, l’edema polmonare, la sindrome da distress respiratorio dell’adulto (ARDS), lo pneumomediastino e l’enfisema sottocutaneo (C). Le sequele a lungo termine, sia dell’edema cerebrale sia di altre complicanze del SNC, includono l’ipopituitarismo, il deficit isolato di GH e il deficit combinato di GH e TSH. Frequenza della DKA All’esordio del T1DM. Esiste una certa variabilità geo- grafica nella frequenza di DKA all’esordio del T1DM e sembrerebbe inversamente proporzionale all’incidenza del T1DM. La frequenza riportata varia dal 15% al 67% in Europa e Nord America e potrebbe essere più alta nei paesi in via di sviluppo (grado di evidenza A). In Canada e in Europa l’ospedalizzazione per DKA, in pazienti all’esordio o in pazienti già diagnosticati per T1DM, è rimasta piuttosto stabile negli ultimi 20 anni anche se è diminuita la gravità (grado di evidenza B). La DKA all’esordio è più comune: nei bambini più piccoli (<4 anni), in pazienti che non hanno un familiare affetto da T1DM e nei bambini di ceto socioeconomico basso (A). È stato descritto che la chetoacidosi all’esordio può essere precipitata dall’assunzione di alte dosi di glucocorticoidi, antipsicotici atipici, diazossido e altri farmaci immunosoppressori (B). Edema cerebrale Presentazione. L’edema cerebrale si manifesta più tipi- camente 4-12 ore dopo l’inizio del trattamento, ma non esclusivamente, potendosi sviluppare anche prima del suo inizio (B). I sintomi e i segni sono rappresentati da cefalea, ulteriore deterioramento dello stato di coscienza, bradicardia e aumento della pressione arteriosa (C). Fisiopatologia. Sono stati proposti numerosi meccanismi: ischemia/ipossia cerebrale con produzione di mediatori della flogosi, aumento del flusso cerebrale e distruzione delle cellule di trasporto ionico e dei canali di trasporto fino alla produzione di mioinositolo e taurina con effetto di sbilanciamento dell’equilibrio osmotico della cellula. Alcuni studi di imaging in fase precoce hanno suggerito che la DKA può svilupparsi anche in assenza di un evidente aumento della pressione intracranica. In bambini con T1DM già diagnosticato. Il rischio di DKA nei pazienti con T1DM va dall’1% al 10% per paziente per anno (grado di evidenza A). Il rischio è aumentato nei pazienti con scarso controllo metabolico o con precedenti episodi di DKA, nella fase di attivazione puberale, nei pazienti con problemi psichiatrici e nei bambini e adolescenti con problematiche familiari (basso stato socioeconomico ecc.). Quando la terapia insulinica è controllata direttamente da un adulto raramente vi sono episodi di DKA (C). L’inappropriata sospensione del microinfusore, dosi di insulina inadeguate durante stati infiammatori intercorrenti, l’assunzione di farmaci o l’omissione volontaria delle dosi di insulina sono altre cause (B). Caratteristiche demografiche. Molti studi hanno suggerito un’aumentata incidenza e una maggiore gravità dell’edema cerebrale in pazienti all’esordio (B), più piccoli di età (C) e con sintomi di più lunga durata (C). Fattori di rischio. Gli studi epidemiologici hanno eviden- ziato numerosi fattori di rischio per lo sviluppo di DKA sia all’esordio sia durante il trattamento: • diselettrolitemia, soprattutto alterazioni del sodio (C); • ipocapnia grave (C); • gravità dell’acidosi (C); • aumento dell’azotemia (C), che probabilmente riflette la gravità della disidratazione. 506 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Gestione della DKA I bambini con chetosi e iperglicemia in assenza di vomito e grave disidratazione non dovrebbero essere necessariamente ricoverati, ma hanno necessità di essere rivalutati frequentemente e supervisionati da un team diabetologico (C, E), composto almeno da un pediatra esperto nella gestione della chetoacidosi e da personale infermieristico con esperienza diabetologica, che utilizzino chiare linee guida scritte e possano accedere frequentemente al laboratorio per il controllo dei parametri biochimici. I bambini con segni di grave DKA (lunga durata dei sintomi, circolo compromesso o alterazione dello stato di coscienza) o quelli ad alto rischio di edema cerebrale (età inferiore a 5 anni, esordio) devono essere ricoverati immediatamente in una Unità di Terapia Intensiva o almeno in reparti con esperti diabetologi (C, E). Se il trasferimento avviene in ambulanza occorre estrema cautela nell’utilizzo di sedativi e antiemetici. Monitoraggio del paziente La gestione della chetoacidosi comporta la registrazione, ora per ora, dei seguenti parametri clinico-laboratoristici (E): • frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, pressione arteriosa; • bilancio idrico (introito/output); in presenza di alterazione della coscienza occorre la cateterizzazione vescicale; • glicemia capillare; • controllo laboratoristico: elettroliti, azotemia, ematocrito, glicemia, emogasanalisi (andrebbero valutati ogni 2-4 ore), creatininemia, b-idrossibutirrato ematico; • in casi gravi con evidente iperkaliemia/ipokaliemia può essere utile il monitoraggio elettrocardiografico; • valutazione neurologica per escludere segni e sintomi di edema cerebrale: cefalea, bradicardia, vomito ricorrente, alterazioni dello stato di coscienza (sonnolenza, agitazione, stato saporoso, incontinenza) o segni neurologi specifici (paralisi dei nervi cranici, riflessi pupillari), ipertensione, desaturazione. La Figura 22.12 riassume i passi della valutazione clinicolaboratoristica in corso di DKA. Liquidi ed elettroliti L’alta osmolalità dei liquidi extracellulari (ECF) comporta un trasporto dei fluidi dal compartimento intracellulare (ICF) a quello extracellulare (ECF). Pertanto, al momento della presentazione, i pazienti hanno un ECF contratto e la stima del deficit di solito si aggira intorno al 7-10%. Uno schema per un rapido calcolo del grado di disidratazione è proposto in Tabella 22.8. Lo shock emodinamico è un’evenienza assolutamente rara. La valutazione della sodiemia è in genere inattendibile Figura 22.12 - Valutazione clinico-laboratoristica in corso di DKA. Ta bella 22.8 % peso mg/kg Frequenza cardiaca Pressione arteriosa Comportamento Mucose Lacrime Cute Valutazione del grado di disidratazione Lieve Moderata Grave 3-5 30-50 N N N N Presenti N 5-9 50-90 ↑ ↓ Irritabile Asciutte ↓ ↓ 10 100 ↑↑ ↓↓ Letargico Molto asciutte Fredda, cianotica per la contrazione del liquido extracellulare dovuta all’effetto di diluizione dello shift dei liquidi da un compartimento all’altro. L’aumento dell’azotemia e dell’ematocrito può essere un utile marker della gravità della contrazione del liquido extracellulare. L’inizio della disidratazione è associato con la riduzione della filtrazione glomerulare che determina una ridotta clearance del glucosio e dei chetoni in circolo. Gli scopi della correzione idroelettrolitica della DKA sono: • normalizzare la volemia; • ripristinare la sodiemia e riequilibrare il contenuto idrico nel liquido intra- ed extracellulare; • normalizzare la velocità di filtrazione glomerulare; • evitare l’edema cerebrale. Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Tab e l l a 22. 9 Peso Fabbisogno idroelettrolitico in età pediatrica 0-10 kg Fluidi 10,1-20 kg 100 mL/kg 1.000 + 50 mL/kg per ogni kg >10 Sodio 3 mEq/kg 3 mEq/kg Potassio 2 mEq/kg 2 mEq/kg Cloro 5 mEq/kg 5 mEq/kg Come intraprendere il trattamento insulinico • >20 kg 1.500 + 20 mL/kg per ogni kg >20 3 mEq/kg 2 mEq/kg 5 mEq/kg • • Gestione dei fluidi • • • • • Calcolare le richieste di fluidi sommando al fabbisogno (Tabella 22.9) il presunto deficit (A). Usare inizialmente una soluzione salina allo 0,9% o una soluzione bilanciata come Ringer lattato. Il volume e la velocità di infusione dipendono dallo stato circolatorio ma, laddove sia clinicamente indicato, si può arrivare a 10-20 mL/kg nella prima e nella seconda ora, ripetibile se necessario (E). Usare cristalloidi non colloidi (C). Successivamente continuare la reidratazione con una soluzione con tonicità uguale o superiore allo 0,45%: • somministrando soluzione salina allo 0,9% o una soluzione bilanciata (Ringer lattato, soluzione salina allo 0,45% con aggiunta di potassio) (E); • calcolando la velocità di infusione per reidratare il paziente in 48 ore (E); nei bambini più piccoli occorrerebbe ridurre la quantità di liquidi a 5-10 mL/kg/ora nelle prime 2 ore. Oltre al controllo clinico del grado di disidratazione, potrebbe essere utile calcolare l’osmolalità effettiva per valutare la reidratazione idroelettrolitica (E). Poiché potrebbe essere difficile calcolare il grado di disidratazione con il rischio di sovrastimarlo, è bene ricordarsi che raramente occorre infondere più di 1,5-2 volte il fabbisogno per età, peso o superficie corporea; inoltre in genere l’escrezione urinaria non deve essere aggiunta al calcolo dei liquidi (E). Insulina Nonostante la disidratazione causi una certa riduzione del glucosio in circolo, la terapia con insulina è fondamentale per normalizzare la glicemia e sopprimere lipolisi e chetogenesi. Inoltre, sebbene molte vie (subcutanea, intramuscolare ed endovenosa) e diverse dosi siano state utilizzate, vi sono consistenti evidenze che la somministrazione di insulina a basse dosi (0,1 unità/kg/ora) (A) per via endovenosa dovrebbe essere il trattamento standard. Nei bambini più piccoli può essere opportuno utilizzare dosi più basse. 507 • • • • Preparare una soluzione di 1 U/mL di insulina solubile umana, aggiungendo 50 unità di insulina a 50 mL di soluzione salina allo 0,9% nel dispositivo a pompa. Inserire questo dispositivo usando un connettore a Y direttamente nel sistema di erogazione del fluido. Non aggiungere insulina direttamente nel flacone del liquido. La soluzione deve essere somministrata per via endovenosa a una dose di 0,1 U/kg/ora (velocità 0,1 mL/kg/ora) (A). La dose di insulina rimane tale fino almeno alla risoluzione della DKA (pH >7,30, HCO3 >15 mMol e/o scomparsa dell’anion gap). Per prevenire la rapida riduzione della glicemia e il possibile sviluppo di iperglicemia, il glucosio deve essere aggiunto ai fluidi quando la glicemia raggiunge i 250-300 mg/dL (14-17 mMol/L) (B). Vi sono diverse condizioni in cui sarebbe opportuno ridurre la dose di insulina ma non sono ben stabiliti i criteri (E). Per esempio se la velocità di riduzione della glicemia supera i 90 mg/dL per ora, si può ridurre la velocità di infusione dell’insulina a 0,05 U/kg/ora. Se i parametri biochimici non migliorano (pH, anion gap) rivalutare il paziente, ricalcolare la dose di insulina e considerare altre possibili cause di insuccesso terapeutico (errori nella preparazione dell’insulina, malfunzionamento della pompa ecc.). Alcune evidenze suggeriscono che il bolo di insulina non è necessario (C). Tuttavia, all’inizio un bolo può essere utilizzato soprattutto se il trattamento è tardivo (E). In circostanze inusuali, qualora sia impossibile la somministrazione endovenosa, l’insulina deve essere somministrata per via intramuscolare o sottocutanea (C). Comunque la scarsa perfusione può ridurre l’assorbimento di insulina. Correzione della diselettrolitemia e dell’acidosi Potassio La maggiore perdita di potassio si verifica dal compartimento intracellulare e determina ipertonicità, insulino-deficienza e spostamento di ioni idrogeno dentro la cellula. Alla presentazione del paziente, i livelli di potassio possono essere normali, aumentati o ridotti: l’ipokaliemia è legata in genere a una più lunga durata di malattia; l’iperkaliemia primariamente è dovuta alla ridotta funzione renale. La somministrazione di insulina comporta la correzione dell’acidosi che re-indirizza il potassio dentro le cellule, con progressiva riduzione dei livelli sierici. Pertanto: • la somministrazione di potassio è necessaria (A) e deve essere stabilita in base alla potassiemia sierica (E); • iniziare la somministrazione di potassio immediatamente se il paziente è ipokaliemico (o se esistono dei picchi di onde T nel tracciato ECGgrafico); altrimenti iniziarla 508 • • • Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva insieme alla terapia insulinica. Se il paziente presenta iperkaliemia non infondere potassio fino a quando non vi sia una ripresa della diuresi; la quantità di potassio da aggiungere inizialmente all’infusione è di 40 mMol/L (E); la somministrazione di potassio deve essere continuata per tutta la reidratazione parenterale (E); controllare gli elettroliti plasmatici 3 ore dopo l’inizio della rianimazione, quindi almeno ogni 4 ore e in funzione della sostituzione del K. Monitorare la funzione cardiaca e osservare con frequenza eventuali anomalie dell’onda T. Sodio In caso di disidratazione si ha una deplezione di sodio in seguito alla natriuresi aumentata, al vomito e alla perdita di chetoni nelle urine sotto forma di sali di sodio. Poiché l’iperglicemia e l’ipertrigliceridemia realizzano una situazione di pseudoiponatriemia, per conoscere il vero valore della sodiemia bisogna correggere il valore del laboratorio mediante la seguente formula: [Na vero] = [Na laboratorio] + 2,75 mEq per ogni 100 mg/dL di glucosio sopra i 100 mg/dL L’infusione di soluzioni idroelettrolitiche deve tenere conto della sodiemia così corretta; pertanto: • se Na <140 mEq/L bisogna utilizzare per la reidratazione una soluzione di NaCl 0,9%; • se invece Na >140 mEq/L deve essere utilizzata una soluzione di NaCl 0,45%. Fosfati La DKA è associata a una grave deplezione di fosfati dovuta alle eccessive perdite urinarie e, come il potassio, i livelli di fosfato scendono dopo che il trattamento di insulina è iniziato perché i fosfati ritornano nel liquido intracellulare. Comunque, nei bambini non è stata riportata alcuna complicanza da deficit di fosfati e, inoltre, diversi studi randomizzati sull’effetto dell’aggiunta di fosfati al regime per la DKA non hanno mostrato alcun beneficio clinico (A). Ovviamente, l’ipofosfatemia grave deve essere trattata (C). I sali di potassio fosfato potrebbero essere usati come alternativa o combinati con il potassio cloruro/acetato. Un attento monitoraggio può essere utile per evitare l’ipocalcemia, che può essere indotta dalla somministrazione di fosfati (C). Acidosi Anche l’acidosi grave è reversibile con la reidratazione e la somministrazione di insulina. Quest’ultima interrompe la chetogenesi e permette ai chetoni in circolo di essere metabolizzati. Il metabolismo dei chetoni risulta nella rigenerazione del bicarbonato (HCO 3) e nella spontanea correzione dell’acidemia. Inoltre, il trattamento dell’ipovolemia migliora la scarsa perfusione tissutale e la funzione renale con aumento dell’escrezione di acidi organici. Nella DKA c’è un aumento dell’anion gap: anion gap = [Na+]−([Cl−] + [HCO−3 ]) (normalmente 12 ± 2 mMol/L) I maggiori anioni trattenuti sono il b-idrossibutirrato e l’aceto-acetato. Le indicazioni per il trattamento con bicarbonato sono poco chiare. Studi controllati sull’utilizzo di bicarbonati nella DKA di bambini e adulti (B, C) non hanno mostrato benefici. In teoria esistono alcuni rilevanti rischi nell’utilizzare i bicarbonati, in particolare potrebbero dare un effetto paradosso sul sistema nervoso centrale così come la rapida correzione dell’acidosi potrebbe determinare ipokaliemia e altri effetti collaterali. Ciò, tuttavia, non vuol dire che non debbano essere mai usati. La loro somministrazione deve essere presa in considerazione esclusivamente nei bambini con grave acidosi (pH <6,9), con shock e insufficienza circolatoria. Trattamento dell’edema cerebrale Dovrebbe essere il più tempestivo possibile e intrapreso appena tale complicanza sia sospettata. La velocità di infusione dei fluidi dovrebbe essere ridotta. Sebbene il mannitolo abbia mostrato possibili effetti benefici in vari casi, non è possibile determinare un effetto benefico negli studi epidemiologici. La risposta potrebbe essere alterata dalla tempestività di somministrazione. Quindi il trattamento con mannitolo per via endovenosa, alla dose di 0,25-1,0 g/kg in 20 minuti, dovrebbe essere iniziato il più precocemente possibile. La soluzione ipertonica, a 5-10 mL/kg per 30 minuti, potrebbe essere un’alternativa al mannitolo (C). Non ci sono dati riguardanti l’uso dei glucocorticoidi nell’edema cerebrale da DKA. Predisporre l’intubazione e, se necessario, iperventilare il bambino al fine di ridurre la pCO2. È utile eseguire una TC encefalo per escludere altre cause (trombosi, emorragie, infarti). Prevenzione della DKA All’esordio La diagnosi precoce mediante screening genetici e immunologici in bambini ad alto rischio (come nel caso degli studi del DPT-1 o dell’ENDIT) diminuisce l’incidenza della chetoacidosi all’esordio del diabete (A). Una corretta informazione deve essere riservata ai familiari di un paziente affetto da T1DM; una campagna di informazione svolta da medici nelle scuole ha comportato una riduzione delle DKA dal 78 allo 0% in un periodo di 6 anni (B). Devono essere incoraggiate campagne pubbliche e programmi d’informazione sui sintomi precoci del diabete Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva che potrebbero impedire la diagnosi tardiva istruendo, per esempio, all’utilizzo di un semplice stick urinario per glicosuria in casi sospetti (E). Dopo la diagnosi di T1DM L’effetto di programmi completi e un call center di riferimento possono ridurre l’incidenza di chetoacidosi da 15-60 a 5-5,9 casi/100 pazienti/anno (B). Nei ragazzi con microinfusore, episodi di DKA possono essere evitati utilizzando algoritmi educativi. L’utilizzo a domicilio del controllo del b-idrossibutirrato potrebbe essere di grande utilità per una diagnosi precoce della DKA e anche per decidere quando sia necessaria l’ospedalizzazione. Episodi ricorrenti di DKA pongono particolari problemi: in uno studio inglese, il 4,8% dei pazienti era coinvolto nel 22,5% degli episodi dei 3 anni precedenti. Il principale fattore di rischio è l’omissione di insulina e può essere dimostrato valutando all’ingresso in ospedale i livelli di insulina libera circolante. Non c’è evidenza che interventi di salute mentale possano avere un impatto sulla frequenza di DKA in questo tipo di pazienti, ma ovviamente l’omissione di insulina può essere evitata con un supporto psicosociale e la supervisione degli adulti durante la somministrazione: quando sono gli adulti a somministrare l’insulina il numero di episodi di DKA si riduce di 10 volte. 509 insufficienza renale cronica, retinopatia, amputazioni degli arti, si comprende come la segnalazione di questa malattia negli adolescenti costituisca un rilevante problema di sanità pubblica. I primi casi sono stati segnalati in bambini e adolescenti in minoranze etniche con adulti a rischio elevato di T2DM (indiani pima, afroamericani, ispanici negli USA, alcuni gruppi in Giappone, aborigeni in Australia), ma recentemente sono stati segnalati in letteratura anche bambini e adolescenti caucasici con T2DM. I dati epidemiologici finora disponibili riguardano soprattutto gli indiani pima: in questo gruppo etnico è stato documentato un aumento del T2DM pari al 54%. Anche in altre zone degli USA il fenomeno ha avuto rilevanza epidemiologica: nel gruppo di età 10-19 anni l’incidenza è passata da 0,7/100.000/anno nel 1982 a 7,2/100.000/ anno nel 1994; nel 1982 il 5% dei ragazzi con diabete all’esordio aveva T2DM, mentre nel 1994 questa percentuale era del 40%. In un altro studio condotto nell’Arkansas, l’incidenza era di 8,5 volte superiore tra il 1988 e il 1995. Anche in Giappone l’incidenza di T2DM negli adolescenti è aumentata da 7,3/100.000 negli anni 1976-1980, a 12,1/100.000 negli anni 1981-1985, a 13,9/100.000 negli anni 1991-1995. Altri dati analoghi sono stati segnalati in Australia e Canada. Eziopatogenesi Conclusioni La prevenzione della DKA, la riduzione della sua incidenza e la migliore gestione clinica e di laboratorio saranno obiettivi primari nella gestione dei bambini con T1DM. Metanalisi di studi epidemiologi serviranno a spiegare ulteriormente i fattori di rischio per lo sviluppo dell’edema cerebrale e il trattamento più adeguato. Si dovrà anche valutare l’incidenza di questa condizione nel diabete mellito di tipo 2 (T2DM), che sempre più interessa anche la popolazione pediatrica a causa del marcato aumento dell’obesità infantile. Diabete mellito di tipo 2 nell’età evolutiva: un problema emergente Per lungo tempo, il diabete nel bambino è stato considerato il diabete di tipo 1 (T1DM) (diabete mellito insulino-dipendente [IDDM], diabete “giovanile”, diabete “magro”). Si riteneva, infatti, che il diabete mellito di tipo 2 (T2DM) (diabete mellito non-insulino-dipendente [NIDDM], diabete “grasso”), caratterizzato generalmente da insulino-resistenza, obesità, vita sedentaria e talvolta da alterata secrezione dell’insulina, fosse una malattia descritta solo nell’adulto e nell’età geriatrica. Sin dai primi anni ’80, tuttavia, sono iniziate segnalazioni di T2DM in adolescenti e giovani adulti. Se si considera che il T2DM colpisce circa il 2-3% della popolazione adulta e comporta un aumento del rischio di complicanze macrovascolari, L’obesità, ma soprattutto il tessuto adiposo viscerale, sembra uno dei principali fattori di rischio. L’aumentata prevalenza di questo fenomeno in età pediatrica, associato con altri fattori di rischio (genetica, etnia, stile di vita sedentario, dislipidemia), è stata correlata con lo sviluppo di insulino-resistenza, che in presenza di una normale funzione della b-cellula ha un adeguato compenso metabolico che mantiene la glicemia normale a fronte di un’elevazione di livelli di insulinemia. Se, a un certo punto, la b-cellula va incontro a uno scompenso, si sviluppa il diabete mellito di tipo 2 (T2DM) (Figura 22.13). In una coorte multietnica di bambini e adolescenti obesi è stata trovata una percentuale molto elevata di intolleranza glucidica (IGT) (21-25%) mentre il diabete di tipo 2 è stato riscontrato solo nel 4% degli adolescenti. I rischi principali, legati allo sviluppo di IGT, sono rappresentati principalmente dall’insulino-resistenza, dall’iperinsulinemia e dall’iperproinsulinemia. La Figura 22.14 dimostra come sia importante l’etnia nella patogenesi del T2DM. Infatti, lo studio di Kiess suggerisce che il grado di sovrappeso necessario per sviluppare il T2DM degli asiatici e dei neri americani sia inferiore rispetto ai caucasici. Sicuramente lo studio dei fattori patogenetici è uno degli obiettivi di ricerca in questo campo. Molti geni sono candidati per la patogenesi del diabete di tipo 2, tra cui quelli che codificano per: • cascata del segnale dell’insulina; • recettore dell’insulina; 510 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Figura 22.13 - Cause del diabete di tipo 2. (Da: Rhodes CJ: Molecular insights into insulin action and secretion, Eur J Clin Invest 32 (Suppl 3): 2002; modificata.) • • • • • Figura 22.14 - Diabete di tipo 2 e soggetti sovrappeso. (Da: Kiess W, et al: Type 2 diabetes mellitus in children and adolescents: a review from a European perspective, Horm Res 59 (Suppl 1):77-84, 2003; modificata.) • • • • substrati del recettore dell’insulina (irs-1, til-4); enzimi (pi3chinasi, tirosin-chinasi ecc.); fattori di trascrizione; fattori tessuto-specifici (insulino-sensibili); trasportatori del glucosio (glut4 ecc.); sintesi del glicogeno; canali del potassio; recettori per sulfonilurea; fattori rilasciati dal tessuto adiposo. Anche numerosi fattori ambientali, legati soprattutto allo stile di vita, possono contribuire allo sviluppo di diabete di tipo 2, come: obesità; sedentarietà; alimentazione inappropriata; stress; occidentalizzazione e urbanizzazione. Recentemente sono stati studiati ed evidenziati numerosi altri fattori di rischio per il T2DM: il ritardo di crescita intrauterino, la storia familiare di T2DM, l’eccessivo aumento ponderale della madre in gravidanza, il diabete gestazionale, il trattamento con farmaci antipsicotici atipici. Negli ultimi anni, numerosi studi hanno chiarito l’associazione tra basso peso alla nascita e T2DM, ma ancora non risultava chiara la relazione con la prematurirà. Kariantie et al. hanno recentemente riportato che la nascita prima della 35a settimana di gestazione si associa a un aumentato rischio di T2DM nelle età successive. La causa sembra legata alla ridotta sensibilità dei prematuri all’insulina. Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva 511 Figura 22.15 - Fattori di rischio e marker del diabete di tipo 2. (Da: Arslanian S: Type 2 diabetes in children: clinical aspects and risk factors, Horm Res 57 (Suppl 1):19-28, 2002; modificata.) Infine, un gruppo di ricercatori americani ha riportato un’associazione tra l’abuso fisico e sessuale in età pediatrica e il rischio di diabete mellito di tipo 2, almeno in parte mediato dall’obesità. Questo studio è importante per ricordarci che il pediatra deve pensare anche a escludere un abuso di fronte a una situazione di grave obesità e/o T2DM. In termini fisiopatologici, la storia naturale del diabete di tipo 2 inizia dall’insulino-resistenza legata all’obesità, associata o meno ad altri fattori di rischio genetici e ambientali (etnia, pubertà, familiarità ecc.). Nella progressione dall’insulino-resistenza allo sviluppo di T2DM sono stati descritti vari quadri intermedi: uno stato di iperinsulinemia con normale tolleranza glucidica, successivamente uno stato di iperglicemia postprandiale fino a una vera e propria ridotta funzione b-cellulare su cui agiscono vari fattori, come la glucotossicità, la lipotossicità e l’autoimmunità latente, come illustrato dalla Figura 22.15. Sicuramente i passaggi non sono obbligati e un individuo potrebbe avere una marcata insulino-resistenza ma, se le sue b-cellule riuscissero a secernere abbastanza insulina, non svilupperebbe mai il diabete. Infatti, per avere un diabete clinicamente manifesto è necessario sviluppare un’anormale funzione b-cellulare con il conseguente deficit relativo di insulina e iperglicemia. Manifestazioni cliniche Il T2DM si manifesta nell’adolescente con segni clinici estremamente variegati che possono andare da gravi manifestazioni di deficit di insulina a iperglicemia lieve identificata incidentalmente. È rilevante ricordare che alcuni di questi ragazzi possono manifestare chetonuria con o senza chetoacidosi e segni acuti compatibili con la diagnosi di diabete mellito di tipo 1 (poliuria, polidipsia, nicturia e perdita di peso), che richiedono terapia insulinica. Con questo tipo di manifestazioni cliniche la distinzione tra T2DM e T1DM è difficile ed è necessario valutare gli autoanticorpi (ICA, IAA, GADA e IA-2, che sono ovviamente negativi nel T2DM) e seguire il decorso clinico (la presenza di obesità grave, di acanthosis nigricans, di sindrome dell’ovaio policistico, di appartenenza a gruppi etnici ad alto rischio di T2DM) faciliterà la diagnosi differenziale. Alcuni pazienti possono essere totalmente asintomatici e il sospetto diagnostico può essere posto per una iperglicemia e/o glicosuria incidentale. L’età media alla diagnosi è di 13,5 anni e la maggior parte dei pazienti descritti in letteratura era in fase puberale. Diversamente dal T1DM, le ragazze sono a maggior rischio dei ragazzi (con un rapporto 1,6/1-3/1 nei diversi studi). Oltre il 95% dei pazienti è obeso (BMI >85° percentile), acanthosis nigricans è presente nel 60-95% dei pazienti. La storia familiare di T2DM è un’altra caratteristica presente in circa il 95% dei ragazzi; essendo il T2DM una malattia poligenica, non vi è una trasmissione autosomica dominante, caratteristica invece del MODY. Numerosi recenti studi hanno messo in evidenza l’importanza della morbilità secondaria associata al diabete con complicanze relativamente precoci nella vita adulta. In particolare, Urbina e Shah hanno riportato in diversi studi le importanti relazioni tra diabete e patologia cardiovascolare. È divenuto sempre più evidente che, anche se le manifestazioni cliniche di patologia cardiovascolare si manifestano nella vita adulta, l’aterosclerosi inizia precocemente nei bambini e adolescenti obesi e con diabete di tipo 2. Più recentemente, Tirosh ha dimostrato anche che, mentre il rischio di diabete è legato al BMI recente, la 512 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva malattia coronarica di per sé è correlata sia al BMI recente sia a quello in età adolescenziale e permane anche se il soggetto va incontro a dimagrimento in età adulta. Ancora più allarmanti sono i dati pubblicati da Yau in un recente studio in cui sono state dimostrate complicanze cerebrali negli adolescenti obesi con diabete mellito di tipo 2. Queste alterazioni, non presenti nel gruppo di controllo di adolescenti obesi senza diabete, si associavano a una riduzione del volume cerebrale (documentata con RMN enecefalo) e a ridotta performance indagata con test neuropsicologici. Questi dati complessivamente allarmano sul bisogno di ottenere un buon controllo nei ragazzi con T2DM, ma soprattutto sulla necessità di interventi per ridurre l’incidenza di obesità e diabete nella popolazione pediatrica e adolescenziale. Diagnosi Le caratteristiche metaboliche e biochimiche dei giovani con T2DM non sono ancora definitivamente chiare; ciò è dovuto al fatto che nella maggior parte dei casi la diagnosi è posta retrospettivamente con mancanza di uniformità nella definizione dei casi, raccolta dei dati e follow-up dei ragazzi. I dati attualmente disponibili indicano che i ragazzi con T2DM hanno all’esordio della malattia livelli più bassi di glicemia, concentrazioni più alte di insulinemia e di C-peptide, sono meno frequentemente chetonurici e hanno acidosi più lieve. L’obesità e l’acanthosis nigricans sono altamente suggestive di insulino-resistenza; l’insulinoresistenza e l’iperinsulinismo sono presenti precocemente e possono essere predittivi di suscettibilità al diabete di tipo 2. Come è noto il T2DM è un complesso disordine metabolico con un’eziologia eterogenea e fattori di rischio sociali, comportamentali e ambientali che favoriscono l’insorgenza di diabete in ragazzi geneticamente predisposti. Infatti, la componente ereditaria (multigenica) svolge un ruolo importante nel determinismo della malattia, ma il recente marcato aumento nell’incidenza dimostra anche il rilevante ruolo dei fattori ambientali (soprattutto alimentazione e sedentarietà). L’omeostasi glucidica dipende dal bilancio tra la secrezione di insulina dalle b-cellule pancreatiche e l’azione dell’insulina in periferia; affinché si determini un’iperglicemia, l’insulino-resistenza non è sufficiente ed è necessario che vi sia un’inadeguata secrezione di insulina da parte della b-cellula. Alcuni studi condotti anche in adolescenti hanno documentato che l’iperinsulinemia e l’insulino-resistenza sono presenti precocemente, anche nella fase normoglicemica. L’evoluzione da normale ad alterata tolleranza glucidica è associata con un peggioramento dell’insulino-resistenza. Pertanto, nei pazienti con T2DM sono presenti sia un’alterata azione dell’insulina (insulino-resistenza) sia un’insufficienza secretoria di insulina; il fallimento secondario delle b-cellule a continuare a secernere maggiori quantità di insulina segna la fase di passaggio dall’insulino-resistenza (con iperinsulinismo compensatorio e glicemia normale) al diabete clinicamente evidente (con iperglicemia a digiuno e aumento della produzione epatica di glucosio). Occorre, inoltre, sottolineare come l’iperglicemia di per sé può peggiorare sia l’insulino-resistenza sia le anormalità secretive di insulina, il che può accelerare la fase di transizione dall’intolleranza glucidica al diabete clinicamente manifesto o aggravare il diabete (determinando la necessità di antidiabetici orali o di insulino-terapia). La pubertà ha anche un ruolo importante nello sviluppo del T2DM; è noto, infatti, che la pubertà è caratterizzata da insulinoresistenza e studi con clamp euglicemico-iperinsulinemico hanno dimostrato che la disponibilità di glucosio mediata dall’insulina (insulin-mediated glucose disposal) è in media del 30% più bassa negli adolescenti con stadio di Tanner II-IV rispetto ai bambini prepuberi (stadio puberale Tanner I) e rispetto agli individui postpuberali. In presenza di una normale funzione b-cellulare, l’insulino-resistenza è compensata da un’aumentata secrezione insulinica che mantiene la tolleranza glucidica normale. In soggetti obesi o con aumentata suscettibilità genetica al T2DM, la pubertà può rendere clinicamente manifesta l’intolleranza glucidica dopo carico o l’iperglicemia a digiuno. Altri fattori di rischio sono la presenza di ipertensione, di iperlipidemia (ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, aumento dell’LDL-colesterolo, riduzione dell’HDL-colesterolo) e di ovaio policistico. La Tabella 22.10 sintetizza i criteri, definiti dall’American Diabetes Association, per sottoporre a indagini un ragazzo con fattori di rischio per T2DM. Nella Figura 22.16 è illustrata una possibile flowchart per la diagnosi di T2DM nell’età evolutiva. Terapia Il trattamento del T2DM dovrebbe avere lo scopo di normalizzare i valori di glicemia e l’emoglobina glicosilata. Anche il controllo delle condizioni associate, come l’ipertensione e l’iperlipidemia, riveste notevole importanza. È opportuno ricordare che recenti studi su adulti con T2DM (UKPDS, UK Prospective Diabetes Study) hanno inequivocabilmente dimostrato che la normalizzazione del controllo metabolico riduce sostanzialmente il rischio di complicanze microvascolari e macrovascolari; pertanto gli adolescenti con T2DM dovrebbero ricevere un trattamento tempestivo al fine di prevenire le complicanze a lungo termine. Il trattamento iniziale di questi ragazzi dipende essenzialmente dalla presentazione clinica (iperglicemia asintomatica, chetoacidosi diabetica, iperglicemia iperosmolare non chetotica). Nella maggior parte dei casi, tuttavia, sono sufficienti un programma di controllo del peso, la riduzione di cibi a elevato contenuto calorico e lipidico, aumentare l’attività fisica e cambiare stile di vita (ridurre la sedentarietà, per esempio computer, televisione). Dati ottenuti su adulti con T2DM hanno dimostrato che solo con dieta e attività fisica e senza antidiabetici orali e/o insulina meno del 10% dei pazienti ottiene un Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Tab e l l a 22. 10 513 Criteri dell’American Diabetes Association per lo screening del diabete mellito di tipo 2 (T2DM) nell’età evolutiva (modificato) Criteri • Sovrappeso (BMI superiore all’85˚ percentile per età e sesso, peso per altezza superiore all’85˚ percentile) oppure • Peso superiore al 120% del peso ideale per l’altezza più almeno due dei seguenti fattori di rischio: – storia familare di diabete di tipo 2 in parenti di primo e secondo grado – gruppo etnico a rischio – segni di insulino-resistenza o condizioni associate con insulino-resistenza (acanthosis nigricans, ipertensione, dislipidemia, sindrome dell’ovaio policistico) Età di inizio 10 anni o all’esordio della pubertà se la pubertà comincia più precocemente Frequenza Ogni 2 anni Prove Glicemia a digiuno, OGTT, HbA1c Figura 22.16 - Possibile flow-chart nel sospetto di diabete mellito di tipo 2. soddisfacente e stabile controllo metabolico; non vi sono dati in età pediatrica, ma è presumibile che in età adolescenziale gli effetti del trattamento non farmacologico dovrebbero essere migliori. Se il controllo glicemico non dovesse essere soddisfacente, si può prendere in considerazione il trattamento farmacologico (Figura 22.17). Gli antidiabetici orali costituiscono i farmaci di prima scelta nel T2DM; la 514 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva Figura 22.17 - Siti d’azione degli antidiabetici orali. Tabella 22.11 sintetizza i farmaci attualmente disponibili e il loro meccanismo d’azione. Il trattamento con insulina dovrebbe essere preso in considerazione solo se gli altri trattamenti sono risultati inefficaci. Una Cochrane ha revisionato gli studi sulla necessità di self-monitoring della glicemia nei bambini e negli adolescenti con diabete di tipo 2. Mentre i benefici dell’utilizzo del monitoraggio nel diabete di tipo 1 sono indiscussi, in questo caso gli Autori ritengono che esso abbia un buon rapporto costo/beneficio solo nel caso di pazienti con T2DM in trattamento insulinico. Infatti, il monitoraggio glicemico è utile fondamentalmente per adattare le dosi di insulina. Nei pazienti con T2DM non in trattamento insulinico non solo non è ritenuto necessario ma è anche dispendioso. Valutazione dell’insulino-resistenza In questa popolazione di bambini obesi diventa dunque prioritario indagare la presenza di eventuali complicanze del metabolismo dei carboidrati. Come è noto, non esistono attualmente dati validati in età evolutiva per la definizione di iperinsulinemia né per l’insulino-resistenza Tab e l l a 22. 11 Antidiabetici orali Biguanidi Sulfaniluree Meglitinidi Inibitori della glucosidasi Tiazoledinedioni e anche un recente consensus di esperti ha ribadito la necessità di stabilire il prima possibile criteri standardizzabili e ripetibili. Fintanto che questi non saranno disponibili non è giustificato sottoporre la popolazione pediatrica obesa a uno screening di massa dell’insulinoresistenza. Allo stato dell’arte è considerato gold standard il clamp euglicemico iperinsulinemico. Tale procedura si basa sull’ipotesi secondo cui in una condizione di iperinsulinismo controllato e mantenuto costante, la quantità di glucosio infusa nell’unità di tempo corrisponde alla quantità di glucosio utilizzata dai tessuti periferici, con trasporto dipendente dall’attività insulinica, costituendo quindi un indice della sensibilità dei tessuti all’azione dell’insulina stessa. Si tratta di un test dinamico preciso, riproducibile e ben correlato con misure cliniche di malattia (diabete, sindrome metabolica). Tuttavia, a oggi è ben lontano dall’applicazione quotidiana perché è costoso, invasivo e richiede misurazioni multiple per avere informazioni su insulino-sensibilità e risposta acuta dell’insulina. Un test più semplice da eseguire ma con risultati sovrapponibili è il test di tolleranza al glucosio per via ev (Frequently sampled IV glucose tolerance test-FSIGT). Esso si basa su un’analisi matematica (minimal model) dell’andamento nel tempo delle concentrazioni plasmatiche di glucosio e insulinemia in risposta a un bolo endovenoso di glucosio. I risultati ottenuti con questo test sono sovrapponibili a quelli del clamp; può essere quindi preso in considerazione come alternativa per la maggiore semplicità di esecuzione. Tuttavia richiede comunque multipli prelievi, ha una minore riproducibilità e, inoltre, il Model può semplificare la fisiologia generando inaccuratezza del calcolo dell’insulino-sensibilità, in particolare nei soggetti con intolleranza glucidica. Pertanto, i metodi di misurazione diretta dell’insulinoresistenza, benché molto sensibili e specifici, non sono applicabili a una popolazione ampia né a esami di routine. Per misurare l’insulino-resistenza, quindi, i vari autori hanno nel tempo individuato test definiti surrogati o indiretti, basati su modelli matematici, applicabili su popolazioni più ampie. Si distinguono metodi di misurazione dell’insulino-resistenza che prendono in considerazione solo Azione Sostanza Riducono l’output di glucosio dal fegato e aumentano la sensibilità epatica e muscolare all’insulina, senza un effetto diretto sulla funzione b-cellulare Aumentano la secrezione di insulina Metformina Promuovono la secrezione di insulina stimolata dal glucosio Rallentano l’idrolisi dei carboidrati complessi e il loro assorbimento Migliorano la resistenza periferica Clorpropamide, glicazide, glimepiride, glipizide, gliburide, tolazamide, tolbutamide, acetoexamide Repaglinide Acarbosio e miglitolo Rosiglitazone, pioglitazone Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva glicemia e/o insulinemia a digiuno (statici) e metodi che considerano la glicemia dopo carico orale di glucosio. I principali sono: • insulina basale (IF); • C-peptide; • glicemia/insulinemia basali (G/I); • Homeostasis Model (HOMA): • IR (HOMA) = glicemia a digiuno (mMol/L) 3 insulinemia basale (mU/mL)/22,5; • Quantitative Insulin Sensitivity Check Index (QUICKI): • QUICKI = 1/log (insulinemia a digiuno [mU/mL]) + log (glicemia a digiuno [mg/dL]). Tra essi occupa un ruolo di primo piano, per il suo uso in numerosi studi clinici, il modello di valutazione omeostatico (HOMA). L’indice HOMA, proprio per la sua semplicità di esecuzione, è stato utilizzato per la valutazione dell’insulino-resistenza in più di 600 pubblicazioni, ha dimostrato una buona correlazione con i dati sperimentali ottenuti con tecniche di misurazione diretta (per esempio il clamp euglicemico iperinsulinemico) e si presta all’impiego in studi epidemiologici. A favore dell’utilizzo degli indici basali vi è la facilità con cui si possono effettuare, il fatto che sono poco costosi e relativamente non invasivi. Contro tale utilizzo sarebbero da annoverare la scarsa riproducibilità, la minore accuratezza negli stati di intolleranza glucidica e il fatto che sono meno informativi per il rischio di diabete. Infine, nella stima dell’insulino-resistenza sono stati proposti diversi indici derivati dall’OGTT. In particolare Matsuda e DeFronzo hanno ideato un indice di insulino-resistenza calcolato secondo la seguente formula matematica: WBISI = 10.000/√(glicemia a digiuno insulinemia basale) (glicemia media insulinemia media durante OGTT) Questo test è stato validato nei bambini; esso dovrebbe essere utilizzato per una stima più precisa dell’insulinoresistenza in categorie di bambini a rischio (grave obesità, familiarità per diabete di tipo 2 ecc.). Alcuni autori hanno ipotizzato che nella valutazione dell’insulino-resistenza potessero fornire ulteriori informazioni altri parametri associati all’insulino-resistenza stessa. In particolare McAuley ha inserito nel calcolo dell’insulino-resistenza i livelli di trigliceridi plasmatici, l’AST, il BMI (Body Mass Index) e la circonferenza addominale. La combinazione di insulina a digiuno e trigliceridemia ha mostrato la migliore predizione di insulino-resistenza. I metodi indiretti, invece, sono applicabili su larga scala, sono di facile esecuzione e hanno costi inferiori rispetto ai test dinamici. A tutt’oggi non sono stati identificati cut-off universali per definire un soggetto insulino-resistente o insulino-sensibile; i vari autori (basandosi sulla popolazione totale osservata) considerano indicativo di insulino-resistenza un risultato superiore al 515 75° percentile per gli indici che misurano l’insulino-resistenza (vedi HOMA) e inferiore al 25° per gli indici che misurano l’insulino-sensibilità (QUICKI e ISI). La scelta del test per la misurazione della resistenza insulinica dovrebbe comunque essere fatta tenendo presente la finalità della misurazione stessa. Per le valutazioni epidemiologiche, la scelta migliore è rappresentata dall’HOMA. L’HOMA-IR è infatti correlato con la resistenza insulinica determinata mediante clamp sia nei soggetti con diabete di tipo 2 sia in individui non diabetici, anche se sono ancora pochi gli studi che hanno esaminato la validità di tale indice nella popolazione pediatrica dove il problema dell’obesità è in aumento. I metodi indiretti sono di difficile applicazione nel singolo individuo; nonostante ciò alcuni autori riportano la possibilità di utilizzare tali indici (in particolare l’HOMA) nel singolo, per monitorare nel tempo i livelli di insulinoresistenza. Prevenzione Sicuramente la prevenzione del T2DM è uno degli obiettivi principali dei pediatri endocrinologi. La modifica dello stile di vita e una sana alimentazione costituiscono una raccomandazione scontata, tuttavia sappiamo quanto questa sia lontana dalla reale situazione dei bambini italiani, che si pongono ultimamente sempre ai primi posti in Europa per la prevalenza dell’obesità. Nell’ultimo anno sono state pubblicate numerose esperienze di programmi di prevenzione. Uno studio randomizzato particolarmente significativo è stato pubblicato da Foster et al, che hanno attuato un programma di intervento nelle scuole su un campione di 4.603 partecipanti. Di questi, il 50% era obeso o in sovrappeso all’inizio dello studio. Il programma è durato 3 anni ed era basato su 4 componenti: nutrizione, attività fisica, terapia comportamentale e capacità comunicative. Il programma è consultabile sul sito: http://www.healthystudy.org e senza dubbio ha richiesto il coinvolgimento non solo degli studenti, ma anche di insegnanti e genitori. Dopo 3 anni è stata registrata una riduzione del 16,5% del sovrappeso e dell’obesità contro il 15,9% riscontrato in una scuola presa come controllo. Considerando il grosso impegno e i costi del programma, i risultati sono alquanto deludenti e dimostrano come sia difficile modificare le abitudini alimentari e soprattutto lo stile di vita. Tuttavia questo resta un obiettivo da perseguire. L’educazione al corretto stile di vita è fondamentale per la salute delle generazioni future. Sono in corso due importanti studi: EPODE in Francia e Tiger Kids in Germania, basati su programmi d’intervento in collaborazione con le scuole di cui si attendono i risultati. Anche nel nostro Paese si stanno avviando progetti in collaborazione con il mondo della scuola come per esempio “Frutta nella scuola” che mira a incentivare 516 Capitolo 22 Diabete mellito nell’età evolutiva un maggior consumo di frutta e verdura nella dieta dei bambini italiani. Anche il nostro gruppo ha avviato un programma per genitori e insegnanti basato su webgame interattivi che permettano di migliorare, con una metodologia innovativa e divertente, le conoscenze in tema di educazione alimentare, consultabile al sito http://www. orsettodaddy.it/daddyatavola. Nel sito gli utenti hanno la possibilità di fruire gratuitamente di lezioni on line sul corretto stile di vita, di giocare con i nutrienti e scoprirne caratteristiche e peculiarità e di provare a costruire menu per i bambini e verificarne la qualità in termini sia calorici sia di contenuto glucidico, proteico e lipidico. La strada per fronteggiare l’epidemia di obesità e le sue complicanze, in primis diabete mellito di tipo 2, ma anche le dislipidemie, le malattie cardiovascolari, la steatosi, i problemi ortopedici e tutte le altre complicanze purtroppo ben note è lunga e difficile. 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