Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola
I libri per ragazzi scritti dai ragazzi. Racconti che rendono i bambini e i giovani scrittori protagonisti di
un’attività che coinvolge l’Italia e tanti altri Paesi europei ed extraeuropei in una fantastica avventura
che grazie alla scrittura determina di volta in volta un filo che accomuna, unisce, coinvolge l’attorno …
Bimed Edizioni
Il racconto viene pubblicato all’interno della Collana annuale della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola, un
format che guarda al racconto come a un “bene …” di fondamentale rilevanza per la formazione delle nuove
generazioni in grado di determinare relazioni, contaminazioni, confronto, interazione,
crescita comune e tanto altro ancora …
CUGINI DEL CUORE
Partendo dall’incipit di Fulvia Niggi e con il coordinamento dei propri docenti,
hanno scritto il racconto gli studenti delle scuole e delle classi appresso indicate:
Scuole Pie Napoletane dei “Padri Scolopi” Napoli classe II
Istituto Comprensivo Como Albate (CO) - classe II B
Scuola Sec. di primo grado Convitto Nazionale “C. Colombo” Genova - classi I/III A
Istituto comprensivo “Vicinanza” Salerno – classe II E
Istituto Comprensivo “G. Parente” Aversa (CE) – classe II A
Scuola Sec. di primo grado “Petrarca Padre Pio” San Severo (CO) - gruppo misto
classi I L - II C/L/M/Q
Convitto Nazionale - “C. Colombo” Genova - classe III F
Istituto comprensivo “A. Malerba” Catania - classe II H
Istituto Comprensivo “Don Lorenzo Milani” Montefredane (AV) – classe I A
Istituto Comprensivo Cosenza I Zumbini Cosenza - classe ID
Istituto Comprensivo Giovanni XXIII Sperone Baiano-Sperone - gruppo classi IIA/B
Editing a cura di: Francesca Pagano
Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo
Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura - Ente Formatore per Docenti
Istituzione Promotrice della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola in Italia e all’Estero
Direzione e progetto scientifico
Andrea Iovino
Responsabile di redazione e per le
procedure
Alberto Fienga
Coordinamento organizzativo e
didattico
Ermelinda Garofano
Responsabile per l’impianto editoriale
Francesca Pagano
Revisione editoriale
Francesco Rossi, Shasa Buonino,
Ilaria Mascolo, Maria Cristina Folino
Gestione esecutiva del Format
Angelo Di Maso, Adele Spagnuolo
Grafica di Copertina :
Bimed Station
Impaginazione
Tullio Rinaldi
Piattaforma escriba
UNISA, Dipartimento di Informatica
– Progetto Prof. Vittorio Scarano,
realizzazione Dott. Raffaele Spinelli
Gennaro Coppola, webmaster BIMED
Pubbliche Relazioni
Nicoletta Antoniello
Amministrazione
Rosanna Crupi, Annarita Cuozzo
I libretti della Staffetta non possono essere in alcun modo posti in distribuzione commerciale
RINGRAZIAMENTI
I racconti pubblicati nella Collana della Staffetta di Scrittura Bimed/
Exposcuola 2014/15 si realizzano anche grazie al contributo erogato
in favore della Staffetta dai Comuni che finanziano l’azione intesa come
esercizio di rilevante qualità per la formazione delle nuove generazioni. Tra gli
Enti che contribuiscono alla pubblicazione della Collana Staffetta 2015 citiamo:
Ambasciata d’Italia in Libano, Ascea, Atripalda, Bellosguardo, Borgaro Torinese,
Castelletto Monferrato, Favignana, Ivrea, Moncalieri, Montemiletto, Osasco,
Piaggine, Pinerolo, Saint-Vincent, Santena, Siano. La Staffetta di Scrittura riceve
un rilevante contributo per l’organizzazione degli Eventi di presentazione
dei Racconti 2015 dai Comuni di: Bellosguardo, Moncalieri, Pinerolo, Procida,
Salerno, e dal Parco Nazionale del Gargano/Riserva Naturale Marina Isole Tremiti.
Si coglie l’occasione per ringraziare i tantissimi uomini e donne che hanno
operato per il buon esito della Staffetta 2015 e che nella scuola, nelle istituzioni
e nel mondo delle associazioni promuovono l’interazione con i format che Bimed
annualmente pone in essere in favore delle nuove generazioni. Ringraziamenti e
tanta gratitudine per gli scrittori che annualmente redigono il proprio incipit per
la Staffetta e lo donano a questa straordinaria azione qualificando lo start up
dell’iniziativa. Un ringraziamento particolare alle Direzioni Regionali Scolastiche e
agli Uffici Scolastici Provinciali che si sono prodigati in favore dell’iniziativa e a
Legambiente per l’autorevole apporto tecnico reso alla Staffetta.
Vivi ringraziamenti ad ALPEGA Fattoria Didattica che ci ha permesso di collegare
la scrittura al mondo della natura e all’educazione verso il nostro Attorno.
Infine, ringraziamenti ossequiosi vanno a S. E. l’On. Giorgio Napolitano che ha
insignito la Staffetta 2014 con uno dei premi più ambiti per le istituzioni che
operano in ambito alla cultura e al fare cultura, la Medaglia di Rappresentanza
della Repubblica Italiana giusto dispositivo SGPR25/09/20140090057P
del PROT SCA/GN/1047-2
By Bimed Edizioni
Dipartimento tematico della Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo
(Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura)
Via della Quercia, 64 – 84080 Capezzano (SA), ITALY
Tel. 089/2964302-3 fax 089/2751719 e-mail: [email protected]
La Collana dei Raccontiadiecimilamani 2015 viene stampata in parte su carta
riciclata. È questa una scelta importante cui giungiamo grazie al contributo di
autorevoli partner (Sabox e Cartesar) che con noi condividono il rispetto della
tutela ambientale come vision culturale imprescindibile per chi intende contribuire
alla qualificazione e allo sviluppo della società contemporanea anche attraverso
la preservazione delle risorse naturali. E gli alberi sono risorse ineludibili per il futuro
di ognuno di noi…
Parte della carta utilizzata per stampare i racconti proviene da station di recupero
e riciclo di materiali di scarto.
La Pubblicazione è inserita nella collana della Staffetta di Scrittura
Bimed/Exposcuola 2014/2015
Riservati tutti i diritti, anche di traduzione, in Italia e all’estero.
Nessuna parte può essere riprodotta (fotocopia, microfilm o altro mezzo) senza
l’autorizzazione scritta dell’Editore.
La pubblicazione non è immessa nei circuiti di distribuzione e commercializzazione e rientra
tra i prodotti formativi di Bimed destinati unicamente alle scuole partecipanti l’annuale
Staffetta di Scrittura Bimed/ExpoScuola.
La Staffetta 2014/15 riceve:
l’adesione del
Presidente della Repubblica
e
sua Medaglia di rappresentanza
Patrocini:
Senato della Repubblica, Presidenza del Consiglio dei Ministri,
Ministero della Giustizia, Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.
PRESENTAZIONE
Con la Staffetta quest’anno tanti studenti hanno lavorato sul tema della volontà.
È un tema complesso che, però, ci ha permesso di interloquire con i ragazzi sulle
grandi questioni del nostro tempo. Lo abbiamo fatto con i bambini della primaria e
dell’infanzia e lo abbiamo fatto con i ragazzi delle medie e i giovani delle superiori.
È stato un viaggio bellissimo, per certi versi divertente, per altri, impegnativo…
Ma ciò che maggiormente colpisce è che la comunità della scuola italiana nel suo
insieme, ancora una volta, ha dato prova di straordinaria tenuta. Una tenuta di
qualità che accomuna la nostra scuola dalla primaria alla secondaria superiore.
Provare a organizzare un esercizio attorno alla volontà significa costringere le
nuove generazioni a indicare il proprio volere, la propria visione, quello che
“immagini …” ci sia davanti a te e quanto questa immaginazione accomuni l’individuo
al proprio contesto. Alla fine della giostra troviamo dei racconti strepitosi, ricchi di
fantasia, articolati in una dimensione letteraria molto variegata ma che nel suo
insieme dimostra il valore del nostro corpo docente che in ogni livello d’istruzione è
assolutamente capace di governare la narrazione e tutti i valori formativi che sono
insiti nel progetto e nella costruzione di un racconto. Un racconto, ricordiamolo,
che è il frutto di un confronto e di una scrittura di gruppo cioè, è frutto di un
esercizio in cui una squadra, o una classe se preferite, unita attorno a un obiettivo
riesce a dimensionare, con le parole, LA STORIA. Trasferite tutto questo nel sistema
Paese e avrete un modello, il modello da seguire per qualificare il nostro tempo
e i nostri spazi. Grazie alle maestre e ai maestri, in generale, ai docenti che si
sono sobbarcati le difficoltà che sono insite nella Staffetta di scrittura, grazie ai
dirigenti scolastici e agli scrittori, senza la loro “volontà” e la loro disponibilità non
avremmo lo start up della Staffetta che si giova della generosità che è nelle parole
di chi si dedica per professione alla scrittura e di chi de/tiene la responsabilità
della nostra irrinunciabile scuola. Grazie agli sponsor, grazie agli amministratori
comunali che investono sulla Staffetta e l’educational, grazie alla filiera dei
tecnici e grazie a quanti lontani dai riflettori giorno dopo giorno si dedicano a
questa straordinaria avventura di comunità. Un grazie particolare, all’On. Giorgio
Napolitano che, ancora una volta, ha voluto premiare la Staffetta con la Medaglia
di Rappresentanza della Presidenza della Repubblica Italiana, un encomio che ci
gratifica e ci ripaga del lavoro che consente a ognuno di noi, oltretutto, di sentire
l’orgoglio del cammino che ci tiene insieme e tiene insieme il passato, il presente e
il futuro del mondo di cui siamo parte.
Andrea Iovino
L’imprescindibile per l’innovazione è nella scrittura
È il terzo anno che in partnership con Bimed promuoviamo sul territorio nazionale
la Staffetta di Scrittura Creativa e di Legalità che, oramai, ha valicato i confini
nazionali coinvolgendo gli studenti di Paesi che vanno dall’America Latina al Medio
Oriente e all’Europa. Per noi che abbiamo come mission quella di affermare i valori
aggiunti della cultura digitale resta, quest’azione, un’opportunità imperdibile per
la disseminazione di ciò che grazie all’innovazione cambierà in meglio la vita del
contesto planetario. Grazie alla Staffetta le nuove tecnologie si vanno affermando
sempre di più nella scuola italiana e anche nella didattica si determinano
cambiamenti dei metodi di apprendimento e di insegnamento. L’interazione tra
cultura digitale e Staffetta consente, inoltre, di incidere positivamente sullo sviluppo
del pensiero critico e delle competenze digitali che, insieme all’alfabetizzazione,
danno modo ai giovani di comprendere appieno i linguaggi e le determinanti
positive dell’innovazione tecnologica.
L’idea di organizzare attorno alla Staffetta la strategia di ingresso organico
dell’informatica nella scuola è, tra l’altro, una modalità di relazione unica tra
il contesto degli adulti e gli studenti che sono, oggi, nativi digitali di seconda
generazione, dunque, entità che hanno dentro se stessi gli strumenti per
poter governare la relazione con gli “oggetti…” che sono parte integrante
dell’innovazione che utilizziamo giornalmente.
Certipass è sempre più impegnata in favore della diffusione della cultura digitale
e continua a operare in linea con le Raccomandazioni Comunitarie che indicano
nell’innovazione e nell’acquisizione delle competenze digitali la possibilità
evolutiva del contesto sociale contemporaneo. Poter raccontare a una comunità
così vasta, com’è quella di Bimed, delle grandi opportunità che derivano dalla
cultura digitale e dalla capacità di gestire in sicurezza la relazione con i contesti
informatici, è di per sé una occasione imperdibile.
Ci è apparso doveroso partecipare anche quest’anno con slancio alla Staffetta
Bimed proprio perché siamo certi che attraverso la scrittura potremo determinare
una cultura in grado di collegare la creatività e i saperi tradizionali alle moderne
tecnologie e a un’idea di digitale in grado di affermare il valore del confronto,
della contaminazione, dell’incontro e della sussidiarietà.
I docenti chiamati a utilizzare una piattaforma telematica insieme ai giovani che
scrivono, loro, una parte del racconto; la possibilità, poi, di vivere e condividere
grazie al web con tanti altri studenti la storia che evolve grazie al contributo della
scuola è una dimensione unica e… felice.
Il libro che avete tra le mani è la prova tangibile di un lavoro unico nel suo genere,
dai tantissimi valori aggiunti che racchiude in sé lo slancio nel liberare futuro
collegando la nostra storia, le nostre tradizioni e la nostra civiltà all’innovazione
tecnologica e alla cultura digitale. Certipass è ben lieta di essere parte integrante
di questo percorso, perché l’innovazione è cultura, prima che procedimento
tecnologico.
Il Presidente
Domenico PONTRANDOLFO
INCIPIT
Fulvia Niggi
E in mezzo c’era il mare
Mi chiamo Khaled Kabob e sono nato undici anni fa in un
paesino del Medio Oriente. La mia famiglia era povera e io, già
all’età di cinque anni, ero stato costretto ad aiutare mio padre
a svolgere la professione di muratore. Ci alzavamo all’alba per
percorrere due chilometri a piedi; alle otto ero esausto prima
ancora di averlo aiutato. Mia madre non poteva accudirmi
perché aveva due gemelli di otto mesi cui badare.
Una mattina come tante altre, i miei genitori si erano messi a
confabulare con i miei zii e mi avevano estromesso dai loro
discorsi “da grandi”: avevano deciso di farmi partire per l’Italia
per consentirmi di vivere una vita più dignitosa, insieme a mio
cugino Nabi. I genitori di Nabi, economicamente più agiati,
erano riusciti a ereditare una certa somma da un lontano
parente che, messa insieme ai risparmi dei miei, a loro volta
aiutati da un’associazione umanitaria, era servita a garantire
a noi bambini un futuro più dignitoso di tutti loro.
I saluti erano stati strazianti. Nabi e io eravamo stati affidati a
un simpatico signore, vestito con giacca e cravatta, il quale
ci aveva fatto imbarcare su una nave vera (e non su un’imbarcazione piccola), alla volta dell’Italia. Una bellissima ragazza
ci aveva preso in consegna e ci aveva fatto accomodare su
due poltroncine blu, non lontane dalla cabina del capitano.
Era stata un’emozione fortissima, anche se le onde del mare,
presto, avrebbero reso il viaggio un po’ difficoltoso. A un certo
punto, però, ci era apparsa la costa italiana e i miei occhi di
bambino innocente si erano messi a luccicare.
Sono passati sei anni da allora: frequento la classe V della
scuola primaria, vado bene soprattutto in matematica e me la
cavo con il disegno. Non frequento l’ora di religione perché
sono musulmano né l’ora di scienze motorie perché, avendo
lavorato da piccolo, mi ritrovo con una malformazione alla
schiena. Sono stato affidato a una famiglia torinese, che mi
vuole molto bene. Nabi non è stato altrettanto fortunato: giunto
a Palermo, essendo più grande di me, si è lasciato trascinare
da una brutta compagnia di ragazzacci, sicuramente dediti
ad attività illecite. Io non volevo deludere i miei genitori:
occorre tanta forza di volontà per prendere delle decisioni,
soprattutto se ci si ritrova in un paese sconosciuto, che
parla una lingua differente dalla tua e ti considera “diverso”
senza neppure conoscerti. Fortunatamente, avevo avuto la
prontezza di scegliere la strada giusta per crescere educato,
responsabile e riconoscente verso chi mi aveva aiutato fino a
quel momento e verso chi avrebbe continuato a farlo anche
in seguito.
Avevo un obiettivo: ritornare in patria e restituire il denaro ai
miei. Denaro pulito.
Capitolo primo
Un ricordo che lascia il segno
Era un grigio venerdì mattina e, come al solito, mi fermai nel
corridoio durante l’ora di religione dalla quale sono esonerato.
Non ero particolarmente di buonumore perché avevo litigato
con Mario, il mio compagno di banco, e lasciare l’aula in quel
momento mi diede una sensazione di rabbia mista a tristezza;
era la prima volta in cinque anni che io e Mario litigavamo e
non avere il suo appoggio mi faceva sentire solo, visto che
era il mio migliore amico e forse anche l’unico da quando ero
arrivato in Italia.
In momenti come questo sentivo tutto il peso della lontananza
da casa, dai miei genitori e dal mio caro cugino Nabi; anche
se lui era più grande di me e con interessi diversi dai miei,
era stato da sempre il mio confidente e un po’ il mio angelo
custode, rappresentava la spalla su cui piangere, l’amico a
cui raccontare le vittorie e le sconfitte e il fratello maggiore
che mi aveva difeso più di una volta dai ragazzi più grandi.
Ma questa volta Nabi non c’era, non c’erano i miei genitori ed
ero solo, senza neanche Mario che, al momento, mi voltava
Capitolo primo
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le spalle. Inoltre proprio da Nabi venivano molte delle mie
preoccupazioni, perché negli ultimi tempi non faceva che
cacciarsi nei guai, marinava spesso la scuola ed era più di
una settimana che per mille motivi non solo non mi telefonava
mai, ma non riuscivo neanche io a contattarlo in nessun modo;
sembrava davvero che il mondo mi stesse crollando addosso.
L’unica cosa da fare era uscire dalla classe e stare a riflettere
in corridoio cercando di sbollire la rabbia e di vincere la
tristezza che in quel momento mi opprimevano. Quando stavo
ad aspettare la fine dell’ora di religione mi piaceva guardare
il paesaggio, e in particolar modo il fiume che scorre poco
lontano, sulle cui sponde c’è sempre qualche pescatore
e ogni volta che vedevo passare delle barche pensavo a
quando all’inizio dell’inverno io e Nabi andavamo su un fiume
ghiacciato a pescare, aprendo un buco nel ghiaccio.
Fissando lo sguardo fuori dalla finestra, questa volta a
causa delle nuvole e di una pioggerellina sottile ma intensa,
non riuscivo a scorgere in lontananza il solito paesaggio
caratterizzato dal fiume che scorre in una fitta vegetazione;
la mia attenzione fu però subito catturata dal rumore di un
trapano, mi voltai verso sinistra e vidi poco distante un gruppo
di muratori intenti nella ristrutturazione di un palazzo.
Un ricordo che lascia il segno
Stranamente quella visione mi rallegrò, almeno nell’immediato,
perché pensai di non dover essere costretto a stare su quei
ponteggi sotto la pioggia, ad alzare mattoni, trovandomi
invece al calduccio della mia scuola, appoggiato a un
termosifone a guardare gli altri che lavoravano.
Questa sensazione di gioia fu però immediatamente interrotta
da un pensiero molto più triste che mi fece sentire un brivido
lungo la mia schiena malridotta: l’idea che il mio povero padre
potesse trovarsi in quel momento al lavoro nella periferia della
mia città d’origine Hermel, dove in questo periodo dell’anno
la temperatura raggiunge già i 10 gradi sotto zero. La cosa
mi rattristò talmente da farmi subito tirar fuori dalla tasca una
vecchia foto ormai consumata di me e mio padre al lavoro in
una fabbrica di mattoni e a guardarla scoppiai subito in un
pianto disperato.
Quella foto che portavo sempre con me nella tasca dei pantaloni era il ricordo più caro e prezioso della mia famiglia, e
quando la guardavo era come avere mio padre con me, era
come un vestito che mi faceva sentire più al caldo. La girai sul
retro per leggere la frase che mio padre aveva scritto per me:
“I keep what you told me, all your adivices”.
A pensarci bene non avevo mai pienamente compreso quella
Capitolo primo
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frase un po’ enigmatica, ma leggerla mi faceva sempre pensare
a quando mio padre mi dava consigli sul lavoro e sulla vita ed
era come tornare indietro nel tempo e riuscire a parlare con lui,
anche se soltanto per un breve istante.
Mentre il mio sguardo e i miei pensieri si perdevano tra la foto
e il grigio panorama che avevo davanti, mi sentii toccare
delicatamente con una mano sulla spalla e voltandomi vidi
una persona che, come se mi stesse destando da un sonno o
da un sogno, mi chiese perché stessi piangendo.
Quelle parole mi rincuorarono e quando ebbi capito che dietro
di me c’era il professor Cirillo, che era sempre molto sensibile ai
problemi dei ragazzi e sempre disponibile all’ascolto, decisi di
aprirmi e parlare con lui.
Cominciai dicendo: «Professore stavo piangendo per un
motivo molto serio, pensavo alla mia famiglia che non vedo
da sei anni, mi mancano tutti terribilmente e le difficoltà che
a volte trovo nel rapporto con alcuni compagni di scuola mi
intristiscono ancora di più».
Il professor Cirillo subito accennò una risposta: «Mio caro
Khaled…» ma la sua voce fu interrotta dalla campanella della
ricreazione; a quel punto il professore, vedendomi già un po’
rincuorato, mi disse di andare a fare merenda e di godermi la
ricreazione: avremmo avuto, dopo, tempo per parlare.
Un ricordo che lascia il segno
Capitolo secondo
Una notizia inattesa
Provai in tutti modi a godermi l’intervallo, ma l’unica soluzione
che trovai era chiudermi nel mio silenzio. Speravo solo che il
tempo passasse velocemente e non mi rassegnavo all’idea
che Mario non fosse lì con me. Proprio quando pensavo di
essere arrivato al culmine della mia tristezza sentii una mano
appoggiarsi delicatamente sulla mia spalla, mi girai e mi ritrovai
davanti l’inconfondibile zazzera nera e arruffata di Mario.
Bastò uno sguardo per sciogliere la tensione e riappacificarmi
con l’unica persona che in quel momento mi avrebbe potuto capire.
«Mi dispiace» disse Mario. Possono sembrare solo due parole,
ma pronunciate da lui, orgoglioso e testardo com’era, valevano
come una dichiarazione di pace. Finalmente la campanella
suonò e a quel punto il professore Cirillo mi invitò a seguirlo.
Salutai velocemente Mario, sollevato dall’aver ritrovato il mio
amico.
Il professore Cirillo mi aspettava davanti alla mia aula e chiese alla prof di educazione fisica se poteva stare con me per
qualche minuto. Ormai mi ero abituato a trascorrere le ore di
motoria da spettatore quindi ero contento di parlare con il
Capitolo secondo
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professore.
«Come ti senti ora Khaled?» mi chiese il professore.
«Adesso molto meglio perché ho di nuovo l’appoggio di
Mario» risposi sollevato.
Il professore guardandomi con dolcezza mi disse: «Sono contento che vi siate ritrovati tu e Mario. Capisco la nostalgia
che provi e quanto ti possa mancare la tua famiglia, ma devi
capire che i tuoi genitori non ti hanno voluto abbandonare,
hanno solo cercato di garantirti un futuro migliore».
«Lo so, è stato un atto di amore il loro, però ci sono giorni in cui
vorrei voltarmi e vedere il viso di mia madre e di mio padre.»
A un tratto giunse una voce dalle scale: «Emanuele, ti vogliono
in segreteria».
Era l’ insegnante di italiano: cercava il professor Cirillo. «Credo
proprio di dover andare. Ciao Khaled, ricordati quello che ti
ho detto e sorridi».
Non mi restava che tornare in palestra, ero più sereno e mi
ripetevo le parole del professore, era proprio così: la mia
famiglia voleva solo il mio bene, dovevo essere forte e non
farmi sopraffare dalla malinconia, ero fortunato ad avere un
futuro davanti a me; la mia famiglia torinese mi aveva accolto
come un figlio e Mario era un amico vero.
Una notizia inattesa
C’era però un pensiero che non riuscivo ad allontanare: Nabi.
Dovevo assolutamente sentirlo e capire perché da giorni era sparito.
Il suono della campanella arrivò come una vera e propria
liberazione, perché avevo voglia di correre a casa e riabbracciare Francesca e Marco, coloro che in questi anni si
erano presi cura di me, facendomi da padre e da madre, e
facendomi sentire sempre amato e aiutandomi in ogni momento
di difficoltà.
Salutai Mario e gli spiegai che dovevo correre a casa e
cercare di avere informazioni su Nabi. Lui capì e senza fare
nessuna domanda mi sorrise e mi diede appuntamento, al
solito posto, per la mattina dopo.
Era tornato tutto come prima tra noi, quindi potevo concentrarmi sulla ricerca di informazioni su Nabi, ero seriamente
preoccupato, erano troppi i giorni di silenzio.
La giornata uggiosa non aiutava a scacciare i brutti pensieri,
camminai velocemente, ero impaziente e soprattutto avevo
voglia di casa.
Suonai il campanello con impeto e sentii Francesca precipitarsi
ad aprire la porta. Quando mi vide mi chiese come mai tutta
quella fretta. Le spiegai sommariamente la mia mattinata, ma
soprattutto le raccontai la mia angoscia per Nabi.
Capitolo secondo
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Era preoccupata anche lei ma cercò, come al solito, di rassicurarmi e soprattutto mi promise che avremmo fatto di tutto per cercarlo.
In questi momenti mi tranquillizzavo. Le preoccupazioni, che
fino a un momento prima affollavano la mia testa, creando
un vero e proprio ingorgo, sparivano e allora ricominciavo a
respirare normalmente e il cuore tornava a battere in modo
regolare. Dopo pochi minuti arrivò anche Marco, ma non so
per quale motivo appena lo vidi ebbi come la sensazione che
mi stesse nascondendo qualcosa. Di solito era sempre allegro
e scherzoso, invece non si tolse neppure il cappotto, ma mi
consegnò immediatamente una lettera. La presi come se fosse
un oggetto prezioso, con la paura che se fosse caduta si
sarebbe rotta in mille pezzi.
Avrei riconosciuto quella scrittura tra mille altre, era quella di
mio padre. Guardai negli occhi Francesca e Marco, avevo
bisogno della loro vicinanza, ma allo stesso tempo sentivo il
bisogno di stare solo. Non avevamo più bisogno di parole,
bastava uno sguardo per capirci; stringendo forte la lettera
tra le mani, come se avessi paura di perderla, andai in camera mia.
Mi sedetti alla scrivania e l’aprii, come si scarta il regalo più
bello, delicatamente. La prima cosa che vidi fu una foto:
mamma, papà e i miei due fratellini, che ormai avevano iniziato
Una notizia inattesa
anche loro la scuola. Il cuore aveva ricominciato a battere
forte, ogni volta che vedevo una foto della mia famiglia si
facevano strada le emozioni più diverse, felicità, nostalgia,
paura, rabbia.
Iniziai a leggere lentamente perché dovevo assaporare ogni
parola, cercando di immaginarmi la voce di mio padre e lo
sguardo di mia madre, come se fossero lì nella mia stanza.
Volevo che quel momento durasse il più possibile, era l’unico
modo che avevo per sentirmi vicino ai miei cari.
Dalle prime frasi mi sembrò di capire che, nonostante
le difficoltà di ogni giorno, la vita dei miei procedeva
serenamente. Mancavo a tutti tantissimo, ma erano felici per
me e orgogliosi del fatto che studiavo e mi comportavo bene.
Avevo la sensazione, però, che quella lettera contenesse una
sorpresa, eppure avevo sentito i miei da poco al telefono e
non mi sembrava ci fossero novità.
Accelerai la lettura, girai il foglio e lessi finalmente le parole che
aspettavo da anni, il sogno che speravo di vedere realizzato
più di ogni altro, il mio desiderio più grande: “I’ll come in Italy
at the end of November”.
Rilessi almeno dieci volte quella frase, volevo essere sicuro di
aver capito bene, ma non potevano esserci dubbi, mio padre
Capitolo secondo
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sarebbe venuto a trovarmi!
Corsi subito da Francesca e Marco urlando: «Arriva mio padre,
arriva mio padre!»
Loro sapevano già tutto, avevano sentito i miei in mattinata.
Non stavo più nella pelle, ma le sorprese purtroppo non erano
finite. Marco mi spiegò che mio padre stava preparando da
tempo questo viaggio, e visto che Nabi si era cacciato in un
brutto guaio, sarebbe arrivato insieme a mio zio.
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Una notizia inattesa
Capitolo terzo
Nabi
Ero molto emozionato: non potevo ancora credere che di lì a
pochi giorni avrei riabbracciato mio padre che non vedevo
da anni. La mia gioia era, però, in parte offuscata dalla
preoccupazione per Nabi: l’arrivo precipitoso anche di mio
zio significava che mio cugino si trovava davvero in un mare
di guai.
Decisi di provare per l’ennesima volta a chiamarlo: chissà se
sapeva dell’arrivo dei nostri genitori.
Niente, era come se si fosse volatilizzato: il cellulare risultava
spento e neppure rispondeva ai miei messaggi su Facebook.
Da quando eravamo arrivati in Italia, sebbene io vivessi
a Torino e lui a Palermo, non avevamo mai perso i contatti.
Viste le distanze era difficile riuscire a vederci, ma grazie al
telefono e al computer eravamo in contatto quasi quotidiano.
Francesca e Marco lo avevano anche invitato a trascorrere
qualche giorno in montagna con noi lo scorso inverno e la
prossima estate era in programma che andassimo noi in Sicilia,
ospiti di Giuseppe e Marina, la coppia cui era stato affidato.
Capitolo terzo
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Sempre più preoccupato tornai in salotto perché avevo
bisogno di rifugiarmi nell’abbraccio rassicurante della mia
mamma italiana e confidarle tutte le mie preoccupazioni.
Decidemmo così di telefonare a Marina per sapere da lei di
preciso cosa stesse succedendo.
Mentre Francesca componeva il numero la mia agitazione
continuava ad aumentare, tanto che quasi non riuscivo a
respirare. Dall’altra parte risposero dopo pochi squilli. Marina
era contenta di sentirci, si scusò di non essere stata lei a chiamarci prima, ma non voleva coinvolgerci in una situazione così
delicata e anche pericolosa. Nabi stava bene, semplicemente
gli era stato tolto il cellulare e vietato l’uso del computer per
impedirgli i contatti con quelle brutte amicizie che lo avevano
portato sulla cattiva strada.
Almeno sta bene, pensai, ma non mi capacitavo del fatto
che non avesse chiesto a sua mamma di telefonarmi. Eppure
avrebbe dovuto immaginare che mi sarei preoccupato.
Pian piano che la conversazione tra Marina e Francesca
proseguiva, tutto divenne più chiaro.
Nabi aveva cominciato a marinare la scuola e a frequentare
brutti ambienti. A nulla erano servite le prediche dei genitori
affidatari e dei professori e neppure le punizioni. Ogni volta
Nabi
Nabi si comportava bene per qualche giorno, ma poi ricominciava.
Due settimane prima Marina, mentre gli riordinava la camera,
gli aveva trovato nascosti nel cassetto del comodino 500
euro. Si trattava di una cifra enorme che mio cugino non
poteva aver messo da parte con i suoi risparmi. Lei e Giuseppe
avevano sospettato che quei soldi avessero una provenienza
illecita. Avevano deciso di non dirgli niente, e di pedinarlo per
scoprire qualcosa di più.
Il giorno dopo Giuseppe aveva seguito Nabi che, invece
di andare a scuola si era diretto verso il centro della città.
Entrava in un negozio, ci rimaneva qualche minuto e poi
entrava in quello affianco. Lì per lì Giuseppe non aveva capito
ma, quando a fine mattinata aveva visto Nabi consegnare una
busta all’uomo che lo aveva affiancato in quelle operazioni,
restando a guardia nella sua auto scura, tutto fu chiaro:
estorceva il pizzo ai negozianti per un’organizzazione mafiosa!
«Il pizzo, capite! Era coinvolto con la mafia!» Marina aveva
quasi gridato nella cornetta, tanto che anche io ero riuscito a
sentirla. Non sapevo neppure cosa significassero quelle parole,
ma capii che si trattava di qualcosa di veramente brutto.
Avevo assolutamente bisogno di parlare con mio cugino e
feci segno a Francesca di passarmi la cornetta. Mi fece una
Capitolo terzo
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carezza e mi disse di avere un po’ di pazienza perché lei e
Marina dovevano discutere ancora un po’ tra mamme.
Nabi, chiuso nella sua stanza, aveva sentito il telefono e
aveva subito capito con chi stesse parlando Marina. Mentre
ascoltava il racconto di tutto ciò che aveva combinato negli
ultimi tempi, fu assalito da un profondo senso di vergogna. Non
si spiegava questa sua debolezza: sentiva come un vuoto
dentro che niente e nessuno riusciva a colmare. Avrebbe
voluto “diventare qualcuno” per dimostrare alla sua famiglia
il suo valore e che i loro sacrifici non erano stati vani. Ma
come? A scuola aveva avuto problemi sin da subito. L’Italiano
è una lingua molto difficile da imparare e lui non sopportava
quando i suoi compagni sghignazzavano a ogni suo errore
di pronuncia. Aveva provato a impegnarsi, ma nonostante
tutti i suoi sforzi non otteneva i risultati sperati. “Così oltre
che straniero penseranno che sono stupido” si diceva, e
questa umiliazione proprio non la poteva sopportare. Così,
visto che affaticarsi nello studio non portava nessun risultato,
aveva deciso di lasciar perdere. Spesso pensava a me: il
suo cuginetto, quello che quando erano ancora a Hermel
aveva avuto più volte bisogno della sua protezione, quello
che aveva dovuto consolare durante tutto il viaggio verso
Nabi
l’Italia, perché non voleva smettere di piangere, nonostante
tutto sembrava cavarsela piuttosto bene! Era fiero di me, dei
miei bei voti a scuola, e anche lui sarebbe piaciuto scrivere a
casa e raccontare dei propri successi.
Adesso invece si trovava in una terribile situazione e
lo addolorava vedere Marina e Giuseppe affranti e
preoccupatissimi. Soprattutto, però, si vergognava di quello
che avrebbero pensato i suoi genitori. Addirittura suo padre
stava arrivando dal Libano. E poi cosa sarebbe successo?
Forse lo avrebbe riportato in patria. Voleva tanto rivedere la
sua terra e la sua famiglia, ma non così! Con che coraggio
avrebbe guardato in faccia sua mamma? Sicuramente non
lo avrebbero perdonato: avevano fatto tanti sacrifici per
mandarlo in Italia, perché avesse una vita migliore della loro
e lui aveva sprecato tutto. Scoppiò in lacrime pensando a
quanto era stato stupido: quei soldi, guadagnati lavorando
per la mafia voleva mandarli in Libano ai suoi per dimostrar
loro la sua gratitudine e per renderli orgogliosi di lui anche se
non andava bene a scuola.
In quel momento Marina entrò nella stanza per chiedergli se
volesse parlare con me. Nabi si asciugò gli occhi per non far
vedere che aveva pianto e prese il telefono. In quell’istante si
Capitolo terzo
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vergognò molto solo al pensiero di dovermi raccontare che
si era arreso alle prime difficoltà, che per non prendere brutti
voti a scuola, invece di studiare di più, aveva deciso di non
andarci, e che mentre il suo cuginetto si sforzava sui libri per
costruirsi quel futuro per cui i loro genitori si erano sacrificati,
lui aveva preferito andare in giro a rubare motorini con i suoi
amici. Prima di iniziare chiese a Marina di uscire.
«Pronto, Khaled».
«Nabi, come stai?»
Dapprincipio parlammo come se non fosse successo niente; io
gli raccontai della scuola e del mio amico Mario, lui mi disse di
una professoressa di francese che aveva malamente mandato
a quel paese.
«Ci pensi? Presto mio padre e il tuo saranno qui» dissi.
«Già! Chissà come sarà triste e arrabbiato il mio!» rispose Nabi
che, a quel punto, decise di raccontare tutto, liberandosi di
quel terribile peso. Mentre parlava continuava a piangere e a
chiedere scusa. Avrei voluto consolarlo, ma non sapevo davvero come fare. Fosse stato lì davanti a me, lo avrei abbracciato forte forte, ma così a distanza riuscii solo a dirgli: «Don’t
worry, my dear cousin, together everything will be alright».
Nabi
Capitolo quarto
Le paure di Nabi
Più sentivo Nabi parlare, più capivo dal suo tono concitato
che c’era qualcosa che non mi voleva dire. Sentivo nella sua
voce tremante un tentativo di nascondermi la verità. Quello che
m’insospettiva di più era il tono sbrigativo con cui aveva chiuso
il telefono. Grandi dubbi mi assalivano: perché aveva lasciato
senza risposta alcune mie domande? Poi mi tranquillizzai al
pensiero che i nostri padri ci avrebbero raggiunti: ci avevano
sempre aiutato anche nelle situazioni più difficili, ed ero
sicuro che l’avrebbero fatto anche stavolta. Nella mia mente
di bambino si rincorrevano certezze e incognite, mi rendevo
conto di essermi imbattuto in aspetti della realtà più grandi
di me, sebbene l’allontanamento dai miei genitori e dalla mia
terra mi avessero spinto a crescere più in fretta.
Francesca era rimasta accanto a me durante la conversazione
telefonica con Nabi e aveva osservato sul mio volto le
perplessità che avvertivo; così mi accarezzò come se volesse,
con questo gesto, allontanare da me le preoccupazioni. Presi
al volo l’occasione e le chiesi: «Cos’è la mafia? E il pizzo?»
Lei mi rispose spiegandomi quanto più chiaramente poteva una
Capitolo quarto
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cosa così terribile e complicata: «Khaled, la mafia è una cosa
bruttissima, è un’organizzazione criminale che usa la violenza
e i ricatti per fare soldi con i traffici illegali. Se ci entri è difficile
uscirne, perché chi la contrasta rischia la vita. Il pizzo invece
è una tassa illegale estorta dai criminali ai commercianti con
violenza e molto spesso con minacce. Anche le persone più
oneste sono costrette a pagare per vivere una vita tranquilla,
senza dovere aver paura che possa succedere qualcosa di
male alla loro famiglia e al loro lavoro».
Intanto per Nabi non era un bel momento. Era molto spaventato
perché negli ultimi giorni aveva ricevuto parecchie
intimidazioni e nemmeno il colloquio con il cugino sembrava
averlo consolato; e infatti proprio mentre era a telefono con
lui aveva notato attraverso la finestra della sua camera che un
“vecchio amico”, Rocco, passeggiava sul marciapiedi della
strada sottostante. Nabi, preoccupato, scese giù di corsa
per parlargli. Marina però aveva osservato le sue mosse e di
nascosto si era messa a seguirlo. La conversazione tra i due
fu breve ma animata, visto che Nabi appariva alla madre, che
lo osservava da non molto lontano, teso e pallido in volto.
Questa situazione non poteva e non doveva durare.
Era ora di cena e Marina aveva preparato il piatto preferito
Le paure di Nabi
di Nabi: un evidente tentativo di metterlo a suo agio. Voleva
infatti convincerlo a restituire a quei malviventi i soldi guadagnati disonestamente; una sorta di pegno per uscire da quel
giro; gli si rivolse in inglese, per strappargli un sorriso: «Nabi,
dinner is ready! Come here and enjoy this delicious “pasta
siciliana” I’ve cooked for you!»
Non ebbe alcuna risposta. E neppure più tardi riuscì a farlo
parlare, quando, dopo cena, andò a bussare alla sua camera.
Nabi non rispose e la donna aprì la porta e scoprì che nella
stanza non c’era nessuno. Con la coda dell’occhio notò che
sul cuscino del letto c’era una lettera. Capì subito che non
poteva esserci scritto nulla di buono. Presa da un senso di
angoscia, chiamò Giuseppe; si sentiva il cuore in gola e le
tremavano le mani. Così quando giunse suo marito, allarmato
da quel tono di voce, vide la lettera che Marina aveva
tra le mani, e la lesse. Una lettera con cui Nabi si rivolgeva
direttamente a loro due: “Cari genitori, per il mio bene e
soprattutto per la vostra incolumità, ho preso una soffertissima
decisione: voglio stare lontano da voi e cavarmela da solo.
So che voi per me avete fatto tanti sacrifici, e per questo spero
un giorno di ricompensarvi di tutto”.
Finalmente il vento di levante aveva spazzato via dal cielo di
Capitolo quarto
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Torino quelle nubi grigie e spesse che avevano incupito l’aria
negli ultimi giorni di novembre, il sole era di nuovo apparso
luminoso, lassù, in mezzo all’azzurro che era ancora più azzurro
dove toccava le cime dei monti. Sembrava che il cielo volesse
dare a tutti un segno di speranza, e anche io, dopo una notte
trascorsa a pensare, e a immaginare Nabi minacciato dai
criminali, ne fui rincuorato. Avevo sognato Nabi pedinato da
uomini dallo sguardo duro, di ghiaccio, come in certi telefilm
sulla mafia. A scuola avevo cercato di stare attento alle
spiegazioni dei professori, non tanto per la mia passione per
lo studio, ma perché il mio amico Mario, seduto accanto a
me, mi dava qualche gomitata quando mi vedeva pensoso.
Il suono della campanella a fine giornata arrivò per me come
una liberazione da un grosso peso. Mi precipitai all’uscita della scuola e vidi Francesca molto preoccupata, perciò le chiesi
cos’era accaduto. Mi fece segno di salire in auto e mi disse:
«Stai tranquillo Khaled, saprai tutto quando arriveremo a casa».
Nonostante la mia casa non fosse molto distante dalla scuola,
il tragitto sembrò durare un’eternità.
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Le paure di Nabi
Capitolo quinto
I due cugini nei guai
Una pioggia sottile ma intensa batteva sul vetro del mio
finestrino. Varie emozioni, in quel momento, mi tormentavano
e di certo il tempo non mi era d’aiuto. L’ansia mi assaliva,
nonostante Francesca continuasse a rassicurarmi, i minuti
sembravano non passare mai e il mio sguardo perso nel
vuoto era in cerca di risposte alle troppe domande che
rimbombavano nella mia mente.
Finalmente il rumore dell’auto si spense, spalancai lo sportello
e mi precipitai sulla soglia di casa. Un vocìo alimentò la
mia curiosità; suonai freneticamente il campanello: nessuna
risposta. Accostai l’orecchio alla porta di casa, nella speranza
di scoprire chi ci fosse, attendendo ansiosamente l’arrivo di
Francesca con le chiavi. Lei aprì la porta, corsi in casa, la
tensione crebbe ed esplose in gioia quando, aprendo la
porta della cucina, vidi finalmente mio padre e mio zio. Il cuore
batteva più forte che mai, sembrava stesse per scoppiare,
per non parlare dei miei occhi lucidi. La sensazione di gioia
che provavo era mescolata a un brutto presentimento. Chiesi
Capitolo quinto
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spiegazioni a mio padre del loro prematuro arrivo ed ebbi
come risposta un terrificante annuncio, parole che risultarono
agghiaccianti: «Nabi left home some days ago».
«Cosa? È uno scherzo vero?» dissi allarmato.
«No, è tutto vero» disse Francesca con aria di rassegnazione.
«Marina ha trovato una lettera di Nabi che spiegava la sua fuga».
Allora Marco intervenne, dicendo: «Khaled, in questi giorni hai
avuto contatti con tuo cugino?» Avevo paura di dire cose
sbagliate, ma mi convinsi a raccontare quello che sapevo.
Qualche mese prima, su Facebook, Nabi mi aveva raccontato
di un magazzino dove incontrava certi tizi. Adesso realizzavo
che quelle persone probabilmente appartenevano al clan.
Aggiunsi: «Ricordo che mi ha detto che quel magazzino
apparteneva al padre di un certo Rocco, uno dei ragazzi
del gruppo».
«Bene Khaled questo può bastarci per capire in che guai si è
cacciato Nabi. Bisogna assolutamente aiutarlo».
«Se siete tutti d’accordo domani mattina partiremo per
Palermo» disse Marco.
Salii in camera per preparare la valigia. Ero assorto nei miei
pensieri, quando un fragoroso rumore mi fece sobbalzare: un
sasso aveva mandato in frantumi il vetro della finestra. Alla
I due cugini nei guai
pietra c’era legato un bigliettino; lo aprii e presi a leggere:
“Don’t try to look for your cousin. You should shut up if you want
he isn’t in trouble”.
La mattina seguente raggiungemmo l’aeroporto di TorinoCaselle “Sandro Pertini”. Dopo una notte insonne, io avevo
ancora nella mente le parole lette su quel biglietto.
L’avvertimento era stato chiaro: non dovevo parlare, altrimenti
non avrei più rivisto mio cugino. Per fortuna all’aeroporto fui
distratto da tante novità. Non avevo mai visto un aeroporto,
dato che quando ero arrivato in Italia avevo utilizzato la
nave e il treno. Un immenso spazio, occupato da negozi
di tutti i generi e da ogni tipo di ristorante; non pensavo
che un aeroporto fosse una specie di gigantesco centro
commerciale. Eravamo arrivati con notevole anticipo, ciò mi
permise di poter dare un’occhiata a tutti i negozi, alcuni dei
quali assolutamente nuovi per me. Videogiochi di tutti i tipi,
famose marche sportive e di abbigliamento, ristoranti tipici mi
invitavano a comprare ogni genere di cosa. Ma, riflettendoci,
mi resi conto che i soldi, quelli guadagnati onestamente, sono
una cosa importante e non vanno sprecati per acquistare cose
inutili. A me non mancava niente, avevo tutto e soprattutto
l’affetto dei miei familiari. Partimmo e il viaggio non ebbe
Capitolo quinto
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inconvenienti. Arrivammo a Palermo dopo un’ora e mezzo circa.
Lì ci incontrammo con Giuseppe e Marina che ci aspettavano
ansiosi, e subito ci recammo in commissariato per denunciare la
scomparsa di Nabi. Marina consegnò al commissario la lettera
che aveva trovato in camera del ragazzo; l’uomo ci ascoltò
con attenzione e ci confermò che ci avrebbe tenuti informati
degli sviluppi delle indagini.
Usciti dal commissariato, andammo in una gelateria e ci
sedemmo a un tavolino per riflettere sul da farsi. Io avevo la
strana sensazione di essere osservato. Mi voltai ma non notai
niente di sospetto. Convinsi il gruppo e ci recammo a visitare
la splendida cattedrale di Palermo dedicata a “Santa Vergine
Maria Assunta”. Tutti vollero entrare a dare uno sguardo, e
magari pregare; io rimasi fuori, perché avevo visto dietro un
albero delle persone sospette. Mi diressi verso l’aiuola quando
mi sentii strattonare e colpire alla nuca.
Mi ritrovai mezzo tramortito in un furgoncino, ma abbastanza
lucido per intravedere la presenza di un paio ragazzi e di
mio cugino Nabi. Qualcuno gli stava parlando di me e della
sorte che mi aspettava. Poi sentii lui che rispondeva: «Ragazzi
ricordatevi quello che mi avete promesso, Khaled non si
I due cugini nei guai
tocca! Ci penserò io a farlo tacere e tornare a casa con i miei
genitori e gli zii».
«E con la denuncia come la mettiamo?» intervenne uno del gruppo.
«Non vi preoccupate, ho pensato anche a come convincere
i miei genitori a starsene tranquilli, e a far ritirare la denuncia»
ribatté Nabi. Ma i due non erano affatto convinti. Uno dei due
propose di dare due giorni di tempo a Nabi per risolvere la
faccenda.
«Io non mi fido, non mi fido affatto di questo bamboccio! Si fa
coinvolgere dai sentimenti! Bisogna farlo fuori!» rispose l’altro,
sfoderando la pistola. Fra i due si accese una colluttazione.
Nabi ne approfittò per liberarmi e insieme scappammo.
Intanto la famiglia aveva terminato la sua visita alla cattedrale,
e si erano accorti che io non ero più con loro.
Capitolo quinto
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CAPITOLO SESTO
Una nuova avventura
Nella nostra folle corsa le immagini delle strade e dei passanti
si susseguivano con contorni indistinti, perché il nostro unico
obiettivo era quello di salvarci e contattare i nostri genitori.
Dopo aver percorso qualche chilometro, ormai esausti, ci
fermammo a prendere fiato e Nabi mi chiese se avessi con me
il cellulare. «Certo, è qui nella mia tasca!»
«Allora, presto, chiama lo zio» continuò Nabi. All’improvviso
sentii nascere in me un barlume di speranza e composi il suo numero.
«Dad help me and Nabi, I don’t know where we are, we’ve run
away and we need you».
Papà dopo i primi istanti di sgomento, con la voce rotta
dall’emozione, mi chiese indizi per capire dove fossimo. Nabi
prese il telefono: «We are in front of a baker’s called “Il Profumo
del Pane” and opposite there is a fishmangher's called “La
Tonnara”, don’t worry, I’ll protect Khaled, but please, hurry up!»
Rachid, Damir ed i genitori affidatari riuscirono a trovarci
dopo poco ma a me quei minuti parvero un secolo. Quando
li vedemmo arrivare gli corremmo incontro perdendoci in un
Capitolo sesto
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abbraccio convulso, senza parlare, ma lasciando che fossero
solo i nostri cuori ad esprimere le emozioni. Quando spiegammo
loro la situazione, Marina senza voler rovinare l’unicità del
momento, ci ricordò il pericolo incombente costituito dai mafiosi
e consigliò che ci recassimo al comando di polizia più vicino.
Fortunatamente non era lontano, per cui lo raggiungemmo
in una decina di minuti. L’aria che si respirava al distretto di
polizia era del tutto nuova per noi, Nabi era sofferente perché
si sentiva in trappola ed io credevo di essere in un brutto sogno
dal quale di lì a poco mi sarei svegliato. Il commissario Binetti
ci ricevette nel suo ufficio cercando subito di tranquillizzarci; si
trattava di una donna minuta, probabilmente della stessa età
della mia mamma che mi fece subito una buona impressione.
Marina mi suggerì: «Khaled, spiega al commissario la brutta
disavventura di oggi».
Dal mio racconto il commissario Binetti riuscì ad individuare
quale fosse organizzazione malavitosa con cui avevamo a
che fare e quindi a comprendere subito la gravità della situazione. A quel punto io e Nabi fummo accompagnati a bere un
cappuccino poiché il commissario aveva bisogno di parlare
da sola con i nostri genitori.
Una nuova avventura
«Nabi e Khaled sono in serio pericolo» proseguì il commissario,
mentre guardava dritto negli occhi i nostri genitori, «Sarebbe
opportuno che vi trasferiste per un po’ in un posto sicuro,
mentre noi, qui, ci dedicheremo alle indagini».
I nostri genitori, allora, si presero un po’ di tempo per riflettere
e parlare tra loro. Io e Nabi, che nel frattempo eravamo di
ritorno, vedemmo solo che, commossi, si abbracciarono e
dissero al commissario Binetti che avrebbero accettato la sua
proposta. Di comune accordo stabilirono che saremmo andati
alle Isole Tremiti. Non ci ero mai stato ma alcuni miei amici, che
ci erano andati in vacanza la scorsa estate, me le avevano
descritte come un vero e proprio paradiso.
L’indomani partimmo di buon mattino. Provavo sentimenti del
tutto contrastanti: ero triste, perché avrei preferito tornare a
casa mia, alla vita di tutti i giorni… Curioso di visitare un posto
che prima avevo visto solo sulle cartoline… Felice, perché ero
con la mia famiglia, e questa era la cosa più importante.
Approdati su una delle tre isole che compongono l’arcipelago
tremitese, ci trovammo di fronte un paesaggio mozzafiato:
mare limpidissimo, vegetazione fitta con piante dalle foglie
sottili, colline con percorsi per i turisti e ovunque un profumo
Capitolo sesto
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indefinibile di erbe selvatiche. La spiaggia di ciottoli era bella
e silenziosa in questa stagione. Un pullmino ci portò in un
albergo nascosto tra gli alberi di una bella pineta. Il proprietario
ci accolse con molto garbo. Entrati, ad aspettarci trovammo
la moglie e i suoi due figli, Luca e Sara, pressappoco nostri
coetanei. Finalmente andammo nelle nostre stanze. L’albergo
di recente costruzione, aveva delle camere ampie e arredate
con gusto. Le pareti color corallo davano l’idea della serenità,
mentre dalle finestre aperte entrava col vento il profumo selvatico di prima. Giusto il tempo di una rinfrescata e giù subito
per la cena. A tavola, per un po’ di tempo, nessuno pensò
a quello che era successo presi tutti dalle gustose pietanze
servite. Ma l’ombra del pericolo passato, l’angoscia per quello
che sarebbe potuto succedere presto tornarono a farsi vivi.
Senza parlare i nostri occhi interrogavano Nabi inconsciamente. Nabi, preso dai sensi di colpa, svuotò finalmente il sacco.
Raccontò che aveva conosciuto Rocco tramite Stefano, un
ragazzo suo coetaneo conosciuto a scuola durante le ore
passate a bighellonare. Tra loro era nata una grande amicizia
e ben presto incominciarono a vedersi anche fuori della scuola. Era stato Rocco, poi, a immetterli “nel giro”.
Una nuova avventura
Dopo cena, io e Nabi ci fermammo a chiacchierare in giardino
con i figli del proprietario dell’albergo. Notai subito che Sara
guardava mio cugino con curiosità. Nabi, dal canto suo, non
potè fare a meno di notare quegli occhi verdi come le pinete
dell’isola… Arrossì. Quel giorno gli aveva riservato troppe
emozioni per rendersi conto che un sentimento nuovo stava
facendosi largo nel suo cuore.
Capitolo sesto
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CAPITOLO SETTIMO
Rocco volta le spalle
A Palermo le indagini andavano avanti… Il commissario Binetti
si era già fatto un’idea di quale fosse il clan con cui Nabi aveva
avuto a che fare, ma gli indizi che aveva non bastavano,
aveva bisogno di prove.
Nel frattempo Rocco, l’amico di Nabi, era finito in ospedale
dopo aver cercato di difendermi quella sera in cui lui e la sua
banda mi avevano rapito. Temevano che io sapessi troppe
cose, e uno di loro stava per “zittirmi” per sempre. L’intervento
di Rocco era stato per me provvidenziale. Non me lo sarei mai
aspettato da lui perché, dai racconti di mio cugino, avevo
intuito che non fosse un tipo raccomandabile.
Quando Rocco aprì gli occhi, rimase abbagliato dal candore
delle pareti della sua camera d’ospedale. I suoi ricordi erano
confusi e quando tentava di riportarli alla mente un forte mal di
testa gli martellava le tempie. Su una sola cosa aveva le idee
ben chiare: una volta guarito avrebbe cambiato vita.
La porta della stanza si aprì ed entrò una giovane infermiera,
che gli disse: «Hai una lieve commozione cerebrale, faresti
Capitolo settimo
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meglio a riposare. Vedrai che tra qualche giorno, quando
starai meglio, ricordare ti sarà più semplice».
Rocco ascoltò il consiglio dell’infermiera e chiuse gli occhi,
senza addormentarsi.
Poco dopo qualcuno bussò delicatamente alla porta semiaperta. Era suo padre, un uomo sulla cinquantina, dalle spalle
larghe, postura leggermente ingobbita, occhi piccoli e freddi
e andatura lievemente zoppicante.
«Figlio mio…» esordì.
«Io? Cosa vuoi ancora da me? Non ti sei già preso abbastanza? Non vedi come mi sono ridotto? Basta! Voglio vivere una
vita onesta lontana dai vostri sporchi affari!» lo interruppe Rocco.
«Non ti rivolgere a me con questo tono! Rimango pur sempre
tuo padre! Comunque, per risponderti, non mi va affatto bene
che un ragazzino come te infanghi in tal modo il nome e l'onore
della nostra “famiglia”… Anzi mia, perché da oggi tu non ne
fai più parte! Una sola cosa: tieni la bocca chiusa sui nostri
affari, metteresti in pericolo tutti noi ma soprattutto te stesso!»
Detto questo, il padre si girò e uscì.
Rocco alzò lo sguardo sullo specchio davanti a sé, sconvolto
dalle fredde parole del padre. Il suo sguardo si soffermò
Rocco volta le spalle
sul volto tirato e stanco, leggermente pallido, sui capelli
castani scompigliati dal sonno e su un inizio di barba segno
dei cambiamenti che stavano avvenendo nel suo corpo da
sedicenne. Osservò il verde dei suoi occhi e le scure occhiaie
che li cerchiavano, perdendosi in essi e lasciandosi trasportare
dal flusso di ricordi che portavano alla luce.
Ricordava quel fresco mattino d’autunno in cui la sua mamma
spalancò la porta della sua stanza: indossava una giacca a
vento blu sopra a dei pantaloni sportivi. Dietro di lei c’era sua
sorella con due grosse valigie di pelle; a Rocco sembrava
un sacrilegio che i suoi lunghi boccoli biondi fossero legati in
una stretta crocchia sotto la nuca parzialmente nascosta dal
cappello.
«Tesoro, Beatrice ed io abbiamo il taxi che ci sta aspettando,
alle 9:00 partirà il nostro volo per San Pietroburgo. Mi raccomando, obbedisci a tuo padre mentre saremo via» disse
la mamma, girandosi subito per nascondere un lieve luccichio
degli occhi. Beatrice posò le valigie e lo abbracciò stretto
stretto, come se non lo volesse più lasciare, e lui ricambiò con
affetto, pur senza capirne il motivo. Silenziosa come si era
avvicinata si allontanò, riprese i bagagli e uscì, seguita dalla
Capitolo settimo
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mamma, visibilmente triste, ma senza voltarsi indietro.
Erano passati ormai tre anni da quando sua madre e Beatrice
se ne erano andate; aspettò il loro ritorno per qualche mese,
ma poi capì che non sarebbero più tornate.
Rocco continuò la sua vita con suo padre, che quasi ogni sera
usciva per incontrarsi con gli altri membri della “famiglia” e che
ogni tanto gli faceva svolgere qualche lavoretto per la mafia.
A Rocco non piaceva la mafia, o meglio era entrato a farne
parte senza che sapesse bene cosa fosse e non aveva osato
ribellarsi prima di quel giorno.
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Intanto, alle Isole Tremiti, ci sembrava di essere in vacanza.
L’atmosfera rilassante di quel paesaggio in pochi istanti aveva
compiuto su di noi una specie di miracolo, distraendoci dallo
spavento dei giorni passati. Il giorno dopo il nostro arrivo feci
colazione con la mia famiglia e poco dopo fui raggiunto dal
mio nuovo amico Luca. Era molto simpatico e vivace. Iniziammo
a giocare a nascondino al piano terra dell’hotel nonostante
l’avvertimento di suo padre: «Non fate baccano piccoli marmocchi! Date fastidio ai clienti!»
Sua sorella Sara, invece, era una ragazzina tranquilla e
Rocco volta le spalle
obbediente. Quella mattina stava aiutando i genitori nelle
faccende dell’albergo.
«Sara, porta questa biancheria pulita nelle camere!» le disse
la madre. La ragazza prese gli asciugamani e si avviò. Arrivò
davanti alla porta della camera numero 74 e bussò. Siccome
non rispose nessuno e non c’era il cartellino con la scritta
“Please, do not disturb”, prese le chiavi di riserva della cameriera, le girò nella serratura ed entrò. La stanza era vuota; la
ragazza si diresse verso il bagno con la biancheria pulita. Con
la mano a pochi centimetri dalla maniglia, stava per aprire la
porta, quando si spalancò da sola; Sara perse l'equilibrio, ma
un paio di braccia forti e muscolose la sorressero in tempo.
Nabi le sorrise teneramente e, notando il suo imbarazzo, la
invitò a sedersi sulla poltrona. Era appena uscito dalla doccia
e indossava soltanto un asciugamano legato in vita. Si scusò
e andò in bagno a vestirsi; ne uscì cinque minuti dopo con un
paio di jeans puliti e una felpa dei Beatles e stava per dirle
qualcosa, quando lei si ricordò che doveva finire di consegnare la biancheria.
«Scusami, ma ora dovrei proprio andare. Mia madre mi ha
chiesto di distribuire lenzuola e asciugamani alle varie stanze,
Capitolo settimo
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e non ho ancora finito...» provò a spiegare Sara.
«Io non ho niente da fare qui. Hai bisogno di una mano?
Ti aiuto volentieri!» si offrì Nabi, visibilmente contento di poter
dare una mano. La ragazza accettò e uscirono insieme in
corridoio, chiudendosi la porta alle spalle.
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Rocco volta le spalle
CAPITOLO OTTAVO
La forza della volontà
Mi trovavo davanti all’hotel e riflettevo sugli ultimi avvenimenti,
interrogandomi su quale fosse il modo migliore per aiutare Nabi;
sentivo il bisogno di parlargli e aspettavo che tornasse dalla
passeggiata con Sara. Quando la ragazza si allontanò da
lui, chiamata da sua madre, io gli andai incontro dicendogli:
«Nabi, per me sei sempre stato una spalla su cui appoggiarmi
nei momenti difficili, ma ora sei tu ad avere bisogno di aiuto
e io sono qui per dartelo; voglio tu sappia che, secondo
me, grazie alla tua tenacia e alla tua forza di volontà potrai
superare questo ostacolo».
Lui rispose a voce bassa: «Khaled, ho capito che quanto
successo è accaduto per colpa mia. Devo prendermi le mie
responsabilità e, probabilmente, dovrò anche risponderne
davanti a un giudice; volevo essere qualcuno ma mi sono
fidato delle persone sbagliate ed ho deluso tutti. Adesso mi
sento uno sciocco».
Io ribattei: «Nabi, non sei uno sciocco, solo non ti sei reso
conto in cosa ti stavi cacciando. Quel che conta davvero è
Capitolo ottavo
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che adesso tu abbia compreso i tuoi errori; non dimenticare
che tu sei molto importante non solo per la nostra famiglia, ma
anche per Marina, per Giuseppe e soprattutto per me».
Dopo qualche istante di commosso silenzio aggiunsi: «Sai...
Anche per me non è stato facile all’inizio, e anche ora ho
qualche difficoltà che sto provando a superare grazie
all’amicizia con Mario e all'aiuto del professor Cirillo; in più
devo convivere con la mia schiena malandata che mi fa sentire
a disagio di fronte ai miei compagni».
La discussione andò avanti per un po’ e Nabi fu molto toccato
dalle mie parole, che sembravano avere aperto uno spiraglio
di speranza. Stavamo ancora parlando quando ritornò Sara
che, dopo averlo visto con le lacrime agli occhi, turbata gli
chiese cosa fosse successo.
Nabi rispose in maniera evasiva: «Sara, io non ho avuto una
vita facile e, dopo l’arrivo in Italia, non mi sono ambientato
bene come Khaled».
«Perché? Ti va di dirmi cosa ti è capitato?» chiese con dolcezza
Sara, molto coinvolta dal racconto.
Nabi, incoraggiato dal tono della sua voce, decise di aprirsi
un po’: «Molti miei compagni mi criticavano perché non sapevo
La forza della volontà
parlare bene l’italiano e io mi sentivo sempre più giù di morale».
Sara, accarezzandolo con lo sguardo, lo rassicurò: «Nabi, ti
capisco, l’italiano è difficile da imparare e non c’è da vergognarsi se, al principio, non si è in grado di esprimersi come
gli altri... Pensa a tutte le esperienze che hai fatto e che i tuoi
compagni nemmeno si sognano: vieni da un posto lontano e
parli bene due lingue... Anzi, ormai ne parli tre!» concluse con
un sorriso.
Nabi, rincuorato, la ringraziò e le disse: «Thank you Sara! Even
if I’ve just met you, I know I can trust in you… Sei una vera amica!»
Ed io aggiunsi, di cuore: «Sai, Sara, mio cugino ha ragione: tu
sei davvero una persona molto cara».
Dopo qualche istante di silenzio, carico di emozioni, proposi
di andare a prendere un gelato, insieme.
Nel frattempo Marina, Giuseppe, Marco e Francesca, si stavano incontrando con i nostri papà, Damir e Rachid, nel bar
dell’albergo per parlare di noi.
Marina, in accordo con Giuseppe, diceva allo zio: «Tu sai
che Nabi si era infilato in un brutto giro con l’intenzione di
dimostrare di valere qualcosa; ma adesso dobbiamo superare
insieme questo brutto momento. Tutti noi, anche se veniamo da
Capitolo ottavo
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realtà diverse, siamo accomunati dalla volontà di aiutarlo. Tu
cosa pensavi di fare?»
Damir rispose con un tono molto serio: «Dopo quello che è
successo credo che per Nabi sia meglio tornare in Libano con me».
«Però Nabi in questi giorni si sta divertendo molto con i suoi
nuovi amici, e sembra quasi rinato...» riflettè ad alta voce Marco.
«Che ne pensate se Nabi venisse a vivere a Torino con noi e
Khaled?» La proposta di Francesca fu spiazzante.
Seguirono alcuni istanti di silenzio. Giuseppe e Marina furono
i primi a romperlo: «Noi non abbiamo intenzione di lasciarlo
andare, perché per noi è come un figlio ma…».
«A Torino potrebbe ritrovare un po’ di tranquillità, aspettando
che le acque si calmino: d’altra parte non possiamo rimanere
alle Tremiti in eterno!» rispose Marco.
Ci fu un altro momento di silenzio. Alla fine fu Damir a parlare:
«Forse non è una cattiva idea. Credo ancora che mio figlio in
Italia possa avere un futuro, e vi ringrazio per la vostra disponibilità. Dovremo comunque parlarne con Nabi e con le persone che hanno organizzato la sua venuta nel vostro Paese. E
non dimentichiamoci della polizia, che deve ancora stabilire
le responsabilità del mio ragazzo in questa brutta faccenda».
La forza della volontà
Solo Giuseppe e Marina sembravano perplessi, anche perché
consideravano la scelta un po’ una fuga e in parte una
loro sconfitta.
Ma Marco e Francesca dissero: «Damir, crediamo che per
Nabi questa sia la soluzione più giusta: starà bene con noi e
non avrà problemi ad ambientarsi. Quanto a voi…» dissero
rivolti a Marina e Giuseppe «Non dovete rimproverarvi nulla.
Avete fatto del vostro meglio e la nostra casa, è inutile dirlo,
è sempre aperta».
Nabi ed io, informati dalle nostre famiglie della novità, fummo
felici di quella scelta, e speravamo tanto che fosse possibile
attuarla. Anche se era presto per festeggiare, verso sera
decidemmo tutti di andare al ristorante, dove brindammo al
nostro futuro torinese e gustammo dello squisito pesce tipico
delle Tremiti; dopo cena passeggiammo a lungo, respirando
il profumo del mare e perdendoci ciascuno nei propri sogni.
Nel frattempo, a Palermo, il Commissario Binetti, aveva saputo
dai suoi informatori che un certo Rocco era stato ricoverato
per una commozione cerebrale all’ospedale “Mario Feltrinelli”.
Quel ragazzo poteva essere lo stesso di cui avevano parlato
Nabi e Khaled e, forse, l’avrebbe aiutata a trovare le prove
Capitolo ottavo
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che cercava.
Il commissario entrò nel Blocco 2 e, dopo essersi presentata,
domandò del ragazzo alla reception; un’infermiera la accompagnò nella camera dove la Binetti vide il ragazzo sdraiato
nel letto, con una fascia in testa. Lo salutò, e si presentò dicendogli di non avere paura.
A Rocco non sembrava vero: non aveva affatto paura, come
sarebbe accaduto fino a pochissimo tempo prima, e si sentiva
sollevato per non essere stato lui a chiamarla.
«Commissario» disse «Non so come mi abbia trovato, ma sono
felice che sia successo. Voglio cambiare vita, e voglio uscire
da questi brutti giri che frequento. Ho deciso che collaborerò
con la polizia».
Binetti, dopo che Rocco ebbe raccontato quello che sapeva,
rispose con un tono rassicurante: «Stai tranquillo, riusciremo a
farti uscire da questa brutta situazione e, soprattutto, proveremo a fermare tuo padre». Aggiunse poi, guardandolo negli
occhi: «Per aiutarti occorre mettere a verbale tutto quello che
mi hai raccontato. Sai, Rocco, è una cosa molto importante
che tu abbia dimostrato la volontà di collaborare e di cambiare vita. Da questo momento le cose andranno meglio, te lo
La forza della volontà
prometto. Non parlare con nessuno del nostro incontro. Fidati
di me. Penserò io alla tua sicurezza».
Dopo una pausa di silenzio, il ragazzo, ormai conquistato dai
modi gentili della sua interlocutrice, domandò: «Commissario,
una curiosità… Ma Nabi e Khaled, dove sono finiti? Come stanno?»
«Perché lo vuoi sapere?» replicò il commissario con un sorriso.
«Perché non so cosa gli sia capitato».
«Stai tranquillo: Nabi e Khaled stanno bene. La cosa più importante, adesso, è che tu guarisca presto».
«Grazie, grazie... Davvero, commissario... e, a presto!» disse
Rocco, commosso.
«Arrivederci!» rispose il Commissario, sorridendo ancora una
volta prima di uscire.
Capitolo ottavo
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CAPITOLO NONO
Di nuovo insieme
In quei giorni a San Pietroburgo faceva molto freddo e il meteo
annunciava una forte nevicata che avrebbe stravolto tutta la
città. La madre di Rocco, mentre ascoltava le previsioni in TV,
sfogliava distrattamente i giornali italiani sull’I-Pad, quando fu
attirata da un breve articolo di cronaca locale: “Palermo. Lite
tra due adolescenti appartenenti ad un clan mafioso”.
Fra le righe dell’articolo le saltarono agli occhi i nomi di suo
marito e di suo figlio; restò esterrefatta, fino a quando le
lacrime non incominciarono a riempire i suoi occhi, tanto da
annebbiarle la vista e procurarle una stretta al cuore, quando
lesse che il ragazzo, avendo avuto una forte commozione
celebrale, era stato ricoverato in ospedale. Immediatamente
decise di prendere il primo volo per la Sicilia; avvertì Beatrice
di mettere un po’ di cose nel trolley e uscì a fare i biglietti.
L’aeroporto “Pulkovo” distava mezz’ora di taxi da casa loro;
durante il tragitto nessuna delle due riuscì a spiccicare parola:
tante emozioni, tanti ricordi, tanti momenti trascorsi in famiglia,
insieme e serenamente riempivano le loro menti. Il volo San
Capitolo nono
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Pietroburgo-Palermo sarebbe durato circa cinque ore; i posti
a sedere erano vicini al finestrino, ma né a Beatrice né alla
mamma andava di osservare il paesaggio, immerse com’erano
nei loro pensieri. “Everybody wants to take heart away” cantava Beatrice mentre ascoltava con le cuffie l’ultimo singolo
dei One Direction e non poteva fare a meno di pensare a suo
fratello con tenerezza.
Intanto Rocco stava già meglio ed era sempre più sicuro di
voler cambiare vita; aveva nostalgia di Nabi, al quale era
sinceramente affezionato: voleva sue notizie e così decise di
chiamarlo al cellulare. La voce rilassata dell’amico lo convinse
sempre di più a prendere la decisione di allontanarsi da
Palermo. Cosa lo tratteneva ancora in una città così bella e
tormentata? Perché non darsi una seconda possibilità? Perché
non credere nell’amicizia, ora che non aveva più una famiglia?
Nabi era un vero amico e Rocco desiderava, ora più che
mai, raggiungerlo alle Isole Tremiti per vedere se almeno lui
avrebbe potuto salvarlo.
Ma le isole Tremiti erano lontane dalla Sicilia e lui era terribilmente solo: “Se almeno ci fosse stato il papà… Se la mamma
non fosse mai partita… Forse il commissario Binetti… Ma sì,
Di nuovo insieme
il commissario Binetti aveva promesso che le cose sarebbero
andate meglio, che avrebbe pensato lei alla mia sicurezza…”
Ma Rocco non era più solo. Stava accadendo un miracolo, lui
non sapeva ancora niente, ma la madre era in volo per Palermo convintissima a non abbandonare mai più la sua famiglia.
E il papà?
Il papà aveva riflettuto a lungo: da quando aveva lasciato
Rocco in quel modo così violento, solo, in un letto di ospedale, non riusciva a perdonarsi, aveva un solo grande desiderio:
riappacificarsi col mondo intero! Ma per raggiungere questo
obiettivo doveva prima ricongiungere la sua famiglia, confessare tutto alla Polizia, ricostruire la sua vita …
Sarebbe partito per San Pietroburgo, conosceva l’indirizzo
della moglie e l’avrebbe convinta a tornare in Sicilia con lui,
perché Rocco aveva bisogno del suo amore ora più che mai,
e poi si sarebbe costituito.
«I signori viaggiatori sono pregati di recarsi al gate 9 per
l’imbarco». Così diceva uno speaker mentre il padre di
Rocco, tutto avvolto in una lunga sciarpa nera, prendeva la
scala mobile per recarsi al gate. Punta Raisi era stracolma di
passeggeri, ma nessuno al mondo avrebbe potuto impedirgli
Capitolo nono
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di vedere quello che i suoi occhi stavano vedendo in quel
preciso istante: scendevano dal lato opposto, tenendosi per
mano, due figure bionde e sorridenti. Erano le sue donne! Erano
arrivate prima che lui potesse raggiungerle!!
Ai piedi della scala mobile la scena che si presentò ai viaggiatori in partenza fu emozionante davvero: abbracci e lacrime e
frasi d’amore e di perdono e promesse di non lasciarsi mai più!
La famiglia si era ricongiunta, stavolta per sempre, ma Rocco?
Adesso bisognava prendersi cura di lui e della sua giovane vita.
Intanto due agenti di polizia si facevano largo tra i viaggiatori
ancora emozionati…
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Di nuovo insieme
CAPITOLO DECIMO
Sogno o son desto?
Mi risvegliai, all’improvviso e malamente, sudato e avvolto tra
le coperte.
Quelli passati erano stati giorni intensi; emozioni tante, quanti
i pensieri che si ingarbugliavano nella mia mente. Di lì a poche
ore avremmo lasciato le isole Tremiti, per far ritorno a Torino.
Spalancai la finestra per far entrare un po’ d’aria fresca; la
luce dell’alba illuminava un mare piatto come una tavola. Dal
giardino antistante sentii delle voci; feci per scorgermi dalla
finestra, quando mi resi conto che si trattava di Nabi e Sara.
Il momento dell’abbandono era ormai arrivato e i due ragazzi
avevano tante cose da dirsi. Ritornai a letto e sprofondai in
un sonno agitato.
«Khaled, Khaled...» una voce tremula si levò dallo scoglio
attiguo a quello del Cretaccio. Una vecchia intenta a filare,
guardandomi fisso negli occhi, pronunciava il mio nome e di
seguito parole senza senso. Nell’indietreggiare inciampai per
cadere rovinosamente su un terreno argilloso. Alzai lo sguardo
e vidi un uomo che reggeva tra le mani la sua testa.
Capitolo decimo
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«Sono un detenuto evaso dalla colonia penale e conosco
bene la tua storia. In fondo allo scoglio c’è la caracca che
stavi aspettando».
Neanche il tempo di chiedere spiegazioni che mi ritrovai in
mezzo al mare; il Mediterraneo come il liquido amniotico.
Il viaggio era appena principiato.
Ad una ad una, le persone più care si concedevano in saluti
affettuosi; in prima linea i miei genitori affidatari, papà Rachid,
mia madre e i gemellini.
Le acque da salate a dolci e ghiacciate; si trattava del fiume
dove si andava a pescare con Nabi. Mio cugino mi stava
accanto e mi parlava: «Capisci, Khaled. Da Hermel bisogna
evadere. Non c’è tempo da perdere. L’estrazione del piombo
sarà la catastrofe per la nostra città; bisogna assumersi tutte le
responsabilità e denunciare il malaffare».
«Ma Nabi, non vedi che sono piccolo; ho solo sei anni. Sono
questioni troppo complicate per me. Lasciami stare».
Mi alzai, pronto per ritornare dalla mia famiglia, quando una
crepa nelle acque ghiacciate del fiume lasciò scorgere un
volto umano. Sotto una lastra di ghiaccio il corpo di Rocco;
batteva i pugni cercando di uscire dalle acque gelide del
Sogno o son desto?
fiume. Il panico prese il sopravvento; cercai di gridare aiuto,
ma dalle mie labbra non usciva nessun suono. Leggendo il
labiale di Rocco, l’unica cosa che riuscii a comprendere era
un nome, quello del commissario Binetti.
All’istante un vortice di suoni, odori, colori; riconobbi subito le
vie caratteristiche.
Ogni qualvolta si andava a Palermo, il mercato della Vucciria
era una tappa fissa. La mia visione onirica s’identificava con
una riproduzione del celebre dipinto di Renato Guttuso, alla
quale Francesca teneva tanto e che aveva posizionato nel
salone di casa. Un’esplosione di vitalità a cui fa da contraltare
un senso profondo tragico.
Tra la confusione delle voci e le grida dei venditori, lo stordimento raggiunse il culmine.
Dietro un vecchio tavolino riconobbi la vecchia dello scoglio,
questa volta, con abiti da cartomante.
Le si avvicinò un omone laido, con voce roca pretese la lettura
delle carte: «Come on, read my future for me».
La vecchia incrociò per un attimo il mio sguardo e, poi, gli
rispose: «Your future's all used up».
La fantasmagorica tappezzeria di colori si trasformò in una
Capitolo decimo
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tavola da disegno in bianco e nero, come in un fumetto di Sam Pezzo.
Nella casa di Torino mi era capitato spesso di leggere le
opere di Vittorio Giardino, i romanzi di Raymond Chandler e
Dashiell Hammett. Marco era un patito di film noir e hard boiled.
Non erano rare le serate passate, con il mio padre affidatario,
a vedere vecchi film in bianco e nero. La miacultura cinematografica era decisamente inconsueta per un ragazzino della mia
età. L’influenza di Marco e Francesca era stata determinante;
io avevo già deciso del mio futuro.
Prima o poi, terminati gli studi, avrei scritto per il Cinema.
Ritornare in patria e restituire il denaro ai miei: il mio obiettivo!
Quest’ultimo, però, non poteva prescindere da un percorso
formativo e da una crescita personale e professionale.
Insomma, idee chiare; contrariamente al mio sogno, turbolento
e inquieto.
La visione allucinata e monocromo continuava. Una mano
afferrò il mio braccio in maniera energica. Mi voltai e vidi
una donna minuta, avvolta da un trench come quello che
indossava Humphrey Bogart in Casablanca.
«Khaled, seguimi. Abbiamo una missione importante da compiere».
L’ombra lasciò intravedere il viso della donna, che pareva
Sogno o son desto?
conoscermi bene; era il commissario Binetti. Mi raccontò
dell’omone panciuto e poco rassicurante: politico corrotto
dalla mafia e faccendiere senza scrupoli. Il commissario Binetti
mi consegnò una vecchia Leica analogica; per intenderci,
quelle che usano ancora il rullino. Avrei dovuto usarla per
documentare i traffici illeciti di una cosca mafiosa. Entrammo in
un capannone, una vecchia fabbrica in disuso.
Davanti a noi un ragazzo legato ad una sedia, che ci voltava
le spalle. Più avanti diverse persone che discutevano animatamente.
Francamente capivo poco di quello che stava accadendo; si
parlava di traffici di organi, di medio oriente, di sbarchi clandestini. Io cercavo di fotografare quanto più possibile.
Nell’inquadratura della Leica anche due agenti di polizia.
Continuavo a non capire.
Il commissario identificò gli uomini in divisa; si trattava di giovani
criminali, legati a Cosa Nostra. Falsi poliziotti che avevano
un preciso compito: eliminare un elemento della cosca, che
aveva deciso di collaborare con la giustizia. I due entrarono
in una volante della Polizia e lasciarono il capannone.
Nel frattempo mi avvicinai al ragazzo legato alla sedia; lo
Capitolo decimo
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stesso bisbigliò: «Ce ne hai messo di tempo». Si voltò d’un
tratto e lo riconobbi: «Rocco, sei tu?»
Non ebbi il tempo di liberarlo; eravamo stati scoperti.
«Khaled, a Rocco ci penso io; tu scappa».
Il commissario Binetti mi diede un faldone: «Custodiscilo e portalo in Questura; ci sono prove importanti». Presi il contenitore,
che aveva un’etichetta con la dicitura “E in mezzo c’era il
mare”, e iniziai a correre. I malanni fisici, che mi perseguitavano
fin da piccolo, sembravano spariti. Avevo il cuore in gola e un
unico pensiero: uscire vivo da questa incredibile situazione.
Mi sentivo braccato. Entrai nell’androne di un vecchio palazzo
e iniziai a salire le scale, interminabili e sempre più alte. Mano
a mano che salivo la luce si attenuava.
Mi ritrovai al lume del moccolo di cera. Una folata di vento
spense la flebile fiamma.
Un tonfo e precipitai a terra come in un fumetto di Little Nemo.
Strappato dal sonno, mi domandavo se ancora non dormissi.
La luce del giorno entrava prepotente nella stanza. Mi stropicciai gli occhi e vidi sotto il letto... una vecchia Leica e un
faldone impolverato.
Sogno o son desto?
CAPITOLO UNDICESIMO
E in mezzo c’è l’Amore
Ero ancora stravolto dal sogno, e aver trovato quel faldone
impolverato e quella macchina fotografica mi spaventava…
Mi tremavano le mani. Non sapevo cosa fare: mafia, pizzo,
rapimenti, traffici sporchi, tutto questo per me era troppo!
Non riuscivo a capire… com’era possibile che due ragazzini
avessero a che fare con una realtà così terribile e più grande
di loro? E Nabi? Come vi era scivolato? Forse, per un adolescente come lui, troppo forte era stato il dolore del distacco
dai suoi affetti e dalla sua terra, nonostante l’amore di Giuseppe e Marina, e troppo difficile adattarsi ad un realtà sconosciuta, differente, straniera.
Io, Khaled, più piccolo, ero stato forse più fortunato: ero riuscito ad adattarmi e ad affidarmi completamente all’amore di
Francesca e Marco.
La mia testa vacillava. Stavo ancora pensando a chi potesse
aver nascosto Leica, documenti e foto sotto il mio letto
(sospettavo di Nabi…) quando notai che alcuni uomini
ripresi dalle foto avevano una grande cicatrice sul collo e…
Capitolo undicesimo
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i documenti cosa contenevano? Non avevo tanto tempo,
dovevo andare di sotto a salutare gli altri.
A Punta Raisi, due poliziotti si fecero largo tra la folla e
raggiunsero i genitori di Rocco. L’emozione di questi ultimi
per essersi rivisti, riabbracciati, riappacificati, svanì quando
vennero informati del rapimento del loro caro Rocco... Il letto
d’ospedale era vuoto. Le telecamere non riportavano altro
che un uomo con una cicatrice sul collo. Tutto era accaduto
senza il minimo rumore… Il ragazzo sapeva troppe cose e
avrebbe collaborato con la giustizia: andava eliminato.
All’improvviso il cellulare di Nabi squillò. Numero sconosciuto:
era il padre di Rocco che con voce tremante chiedeva dove
fosse suo figlio. Ascoltammo tutti la telefonata, ma nessuno
di noi aveva la più pallida idea di dove fosse Rocco! Poi
mi ricordai delle foto e raccontai ai miei del sogno e degli
uomini con le profonde cicatrici sul collo che circondavano
Rocco. Richiamammo il padre di Rocco e lui capì subito:
sarebbe andato con la polizia nel luogo dove si riunivano gli
uomini del clan. Il suo piano: liberare Rocco a qualsiasi costo.
Tutto fu organizzato nei minimi dettagli dal commissario Binetti.
Al segnale stabilito la polizia irruppe nel vecchio centro
E in mezzo c’è l’Amore
commerciale dismesso e colse tutti sul fatto. Il piano era riuscì,
Rocco era salvo ed i mafiosi incastrati.
Intanto alle isole Tremiti continuavano i saluti. Sara e Nabi, in
disparte, sulla spiaggia, osservavano il tramonto. Tirava una
leggera brezza… era magnifico. Nabi disse: «I have to go».
Sara sorrise: «I will miss you…»
Ci fu silenzio. «Io non sono uno che se ne va, io sono uno che
resta, anche se non ci sarò fisicamente sarò nel tuo cuore. Ti
amo Sara» concluse Nabi.
Si abbracciarono e le loro labbra si sfiorarono. Senza neanche
accorgersene si stavano baciando… Non era un semplice
bacio, ma un bacio vero: era AMORE.
La nostra brutta avventura, oramai, stava diventando solo
un ricordo. Infatti nel faldone c’erano bigliettini e foto, prove
documentate, schiaccianti sulle attività della gang sgominata
e nomi di uomini politici che ne controllavano la rete. Il caso
fu risolto grazie anche alla competenza e alla bravura del
commissario Binetti, promossa poi ispettrice capo.
Eravamo finalmente liberi di ritornare alle nostre vite!!
Le Tremiti rimasero padrone del nostro cuore, infatti dopo poco
tempo vi ritornammo in vacanza tutti, amici e amici per caso.
Capitolo undicesimo
79
Festeggiavamo il risate, canti e balli quando, all’improvviso, un
urlo… ero io, disteso a terra in preda ad un forte dolore alla
schiena. In ospedale il dottore fu chiaro: la mia malformazione
aveva bisogno di un immediato e serio intervento chirurgico.
Seguirono mesi difficili, dolorosi, faticosi per me. Ma, grazie
all’amore dei miei quattro genitori, di Nabi e dei miei amici mi ripresi.
La vita, nonostante le tante difficoltà che ti presenta, è bella!
80
Sono trascorsi più di vent’ anni… Sono un bravo e apprezzato
regista. Nabi è chef, ha sposato Sara e con l’aiuto dei suoi
familiari (che da tempo hanno lasciato il Libano) porta avanti
l’albergo nel quale si era rifugiato per scampare a quella sua
pericolosa leggerezza.
Rocco ha sposato Laura, una deliziosa ragazza, insegnante
elementare che con il suo amore e la sua dolcezza ha saputo
guidarlo e consigliarlo; ora cura e vende prodotti biologici e
D.O.P. G.
Suo padre ha collaborato con la polizia e pagato il suo
debito alla giustizia.
I cari genitori affidatari miei e di Nabi sono invecchiati, ma
stanno bene. Mio padre Rachid è morto da poco. Dopo aver
E in mezzo c’è l’Amore
lavorato tanto, ha potuto godersi alcuni anni di serenità con
la mamma e i miei fratelli nella bella casa che ho acquistato
per loro, come era nei miei sogni, ad Hermel.
Hermel… la mia bella Hermel… Il monastero di Mar Marun...
Il Libano, la mia Patria, la “ terra del latte e del miele”, la terra
dei miei ricordi più cari! Da bambino giocavo lungo la riva
del fiume Oronte in compagnia di mio cugino Nabi e dei miei
fratellini; a fatica mi arrampicavo sui rami dei cedri, di cui sento
ancora il profumo. A quei tempi c’era la guerra… Io ero solo
un bambino, eppure avevo già imparato a conoscere quanto
dura fosse la vita… E poi la Piramide del Principe, con le sue
scene di caccia… Quante storie mi raccontava mia padre
sulla terra dei Fenici,dei monti e del mare. E, proprio presso
la Piramide, mentre incantato ne ascoltavo la storia, papà mi
scrisse dietro alla nostra foto che ancora stringo tra le mani “I
keep what you told me, all your adivices”.
E poi l’Italia… Torino, Palermo, Roma, Napoli… tutti luoghi
della mia crescita.
Ora sono qui alle Tremiti… Sto girando un film di cui ho già
individuato il soggetto: quel frammento di vita terribile, pauroso,
che ha fatto incrociare destini e vite diverse, ma “costruttivo”
Capitolo undicesimo
81
perché ha permesso a noi ragazzi di vivere questo presente.
Ripensando a tutto ciò che è stato posso dire che si può sbagliare, si può inciampare… si sa, da ragazzi la curiosità, il voler fare da sé, aprono un mondo che appare accattivante e
che ci fa trascurare ciò che conta veramente: l’amore, che da
solo può muovere e cambiare il mondo!
È proprio vero, l’essenziale è invisibile agli occhi, non si ama
che con il cuore.
Quante volte ho ripetuto a me stesso le parole che la Volpe
diceva al Piccolo Principe: “Quando il mondo mi appare
troppo buio e la vita una strada troppo ghiacciata da
percorrere, ancora mi aggrappo a questa verità!”
82
E in mezzo c’è l’Amore
Un ricordo che lascia il segno
Una notizia inattesa
Nabi
Le paure di Nabi
I due cugini nei guai
Una nuova avventura
Rocco volta le spalle
La forza della volontà
Di nuovo insieme
Sogno o son desto?
E in mezzo c’è l’Amore
APPENDICE
1. Un ricordo che lascia il segno
Scuole Pie Napoletane dei “Padri Scolopi” Napoli - classe II
Dirigente Scolastico:
Giuseppe Manco
Docente Referente della Staffetta:
Francesco Martini
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Francesco Martini
Gli studenti/scrittori della classe II
Olga Andriani, Lorenzo Aldo Luigi Caprino, Mattia Cuomo, Eva De Luca, Claudia
Dorato, Vincenzo Eremitaggio, Cira Fragna, Ilaria Innocente, Maria Pia Merini,
Giuseppe Montanini, Gabriele Morano, Simona Ricciardi, Gaetano Sorbo,
Francesco Pio Squillacciotti, Antonio Volpe.
Il disegno è stato realizzato da Francesco Pio Squillacciotti
Hanno scritto dell’esperienza:
“...Saper scrivere correttamente è una delle competenze basilari che la scuola,
in ogni suo ordine e grado, dovrebbe mirare a fornire agli studenti: competenza
trasversale, competenza per la vita, perché saper scrivere vuol dire avere la
possibilità di esprimere, in una forma di cui resti testimonianza nel tempo, il proprio
pensiero, in ogni contesto e in ogni circostanza; inoltre, la scrittura rappresenta
uno straordinario strumento per relazionarsi con gli altri e comunicare, in qualunque
ambito, da quello lavorativo a quello affettivo.
La partecipazione alla staffetta è stata, dunque, un’occasione eccezionale per
incentivare gli allievi a praticare l’esercizio di scrittura, nonché per stimolarne la
creatività e la fantasia, attraverso l’invenzione del racconto narrativo”.
APPENDICE
2. Una notizia inattesa
Istituto Comprensivo Como Albate (CO) - classe II B
Dirigente Scolastico
Giuliano Fontana
Docente referente della Staffetta
Eleonora Galli
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Eleonora Galli
Gli studenti/scrittori della classe II B
Federica Bartolone, Morena Bordoli, Emma Cassella, Marta Ceriani, Filippo Corno,
Valentina De Gesuè, Matteo Depretis, Gabriel Gangi, Davide Gelardi, Alessandro
Gerna, Edoardo Giambra, Roberto Marletta, Miranda Mascarella, Erica Obiefuna,
Martina Pagano, Carol Paradiso, Gaia Pisaroni, Asia Radaelli, Dario Roncoroni,
Mitchel Saet, Klea Tila
Il disegno è stato realizzato da Filippo Corno
Hanno scritto dell’esperienza:
“...Entusiamo, curiosità, immaginazione, cooperazione. Sono queste le parole
chiave che hanno animato il nostro gruppo durante la stesura del capitolo. All’inizio
della storia non è stato facile concordare le scelte, poi siamo riusciti a trovare una
soluzione comune. Ci sembra che ognuno abbia tirato fuori il meglio di sé”.
APPENDICE
3. Nabi
Convitto Nazionale “C. Colombo” Genova - classi I/III A
Dirigente Scolastico
Paolo Cortigiani
Docente referente della Staffetta
Valentina Fiora
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Valentina Fiora
Gli studenti/scrittori delle classi:
III A Mustafa Aboulfethou, Daniel Albaz, Sara Alfano, Nicole Avila Anne Bautista,
Tarek, Bouchabla, Othmane Boumarouane, Cannizzo Emanuela, Alejandra Cornejo,
Daniela, Guidi, Sara Hamdi, Livia Giangiacomo, Angelica Lo, Salazar Angie, Alessio
Vaccari, Giulia Zazzali.
I A Diadora Alacevich Rachele Balestrello, Tais Belziti, Giacomo Caso, Sebastian
Cerca, Martina Causato, Cristiano Di Pietro, Pietro Iannoni, Giorgia La Tartara,
Giulia, Marinelli, Giuseppe Morinello
Il disegno è stato realizzato da: Sara Hamdi, Daniela Guidi, Anne Bautista
Hanno scritto dell’esperienza:
“...Quest’ esperienza è stata molto positiva ed arricchente dal punto di vista
professionale. Mi ha consentito di affrontare l’attività di laboratorio di scrittura,
sempre presente nella mia programmazione, in maniera innovativa. Ho potuto
sperimentare il lavoro a “classi aperte”, valorizzare l’interdisciplinarità e guidare
i ragazzi in un lavoro per loro estremamente stimolante sia nella fase di analisi
e riflessione sia in quella della composizione. L’attività didattica connessa alla
staffetta non si è, inoltre, conclusa con la pubblicazione del nostro capitolo, ma
sta continuando con un lavoro di approfondimento sulla mafia e sui flussi migratori.
Nel tempo dedicato al laboratorio di scrittura gli studenti sono impegnati in esercizi
di rielaborazione connessi alla staffetta econ le docenti di Arte e Tecnologia
stanno progettando un cartellone di presentazione diquesta esperienza al resto
dell’Istituto”.
APPENDICE
4. Le paure di Nabi
Istituto Comprensivo “ Vicinanza” Salerno – classe II E
Dirigente Scolastico
Maristella Dorotea Rita Fulgione
Docente referente della Staffetta
Iolanda Giannatiempo
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Iolanda Giannatiempo
Gli studenti/scrittori della classe II E
Carlo Urbano Barbarini, Francesco Belfiore, Armando Busillo, Michele Capobianco,
Massimiliano Cinquanta, Francesco Nunzio Citro, Claudia De Angelis, Pietro Dell’
Acqua, Gianbattista Ferrazzano, Giulia Gambardella, Enrico Garofalo, Vincenzo
Gaudiano, Roberta Giordano, Daniele Loubet, Marco Manzo, Marco Marotta,
Stefano Mastroroberto, Anna Melloni, Vincenzo Nonatelli, Pietro Pantani, Giuseppe
Paolella, Andrea Pastore, Francesca Romano, Rebecca Severino
Il disegno è stato realizzato da: Pietro Dell’Acqua, Michele Capobianco, Gianbattista
Ferrazzano, Vincenzo Nonatelli
Hanno scritto dell’esperienza:
“. . . Gli alunni sono stati molto contenti di partecipare anche quest’anno alla
”Staffetta Creativa”; anzi dirò di più: è stata la prima richiesta che ho ricevuto in coro
quando sono giunta nella loro classe. Confesso che la cosa mi ha creato qualche
senso di disagio sia per il mio livello di alfabetizzazione informatico, sia per quel
senso di ruggine che può avere addosso un’insegnante alle soglie della pensione
(?) Ma i ragazzi sono riusciti ancora una volta a coinvolgermi. Riporto qui di seguito
il loro spontaneo commento: «Sappiamo che per molti professori partecipare al
concorso Bimed può significare solo un ulteriore dispendio di energie per il fatto
che nell’organizzarsi si può creare confusione…, ma divertendoci siamo riusciti a
imparare nuove cose… E infine… Il nostro più grande desiderio è di andare alle
Tremiti a fine anno»”.
APPENDICE
5. I due cugini nei guai
Istituto Comprensivo “G. Parente” Aversa (CE) – classe II A
Dirigente Scolastico
Enrichetta Ferrara
Docente referente della Staffetta
Rosa Ferrara
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Rosa Ferrara
Gli studenti/scrittori della classe II A
Laura Afratellanza, Generoso d’Aniello, Alessia d’Angelo, Angelantonio d’Agostino,
Marta di Cristofaro, Francesca Esposito, Ciro Fabozzi, Claudia Ferriero, Angelo
Giamberini, Antonio Mancini, Claudio Pennacchio, Giulia Pergameno, Zaira Puca,
Flavia Rondanini, Francesco Russo, Adem Saal, Raffaele Santoro, Irene Sofia,
Roberta Stefanelli, Giorgia Valcarcell Palma, Angela Vello, Raffaela Vicario,
Salvatore Volpa
Il disegno è stato realizzato da tutta la classe
Hanno scritto dell’esperienza:
“...Il progetto ci ha dato la possibilità di imparare i trucchi dello scrittore e di poter
apprezzare questa stupenda professione. Durante il percorso abbiamo avuto
l’occasione di fare un dibattito su ogni tematica o problema che riscontravamo
nella lettura degli altri capitoli e nella stesura del nostro. È stata un’esperienza
costruttiva, che ha richiesto tempo ed impegno ma alla fine le soddisfazioni sono
state tante: la creazione di intriganti situazioni, geniali riflessioni e fantastiche idee,
tutto in armonia con i compagni e con il lavoro di squadra. Rispetto all’anno scorso
c’è stato più impegno da parte nostra, perché nell’anno precedente abbiamo fatto
squadra con una terza ed eravamo al primo approccio con il progetto. Quest’anno,
lavorando da soli, abbiamo imparato che non si può primeggiare in un gruppo,
bisogna rispettare le idee di tutti, per realizzare un ottimo lavoro”.
APPENDICE
6. Una nuova avventura
Scuola Sec. di primo grado “Petrarca Padre Pio” San Severo (CO) - gruppo misto classi
I L - II C/L/M/Q
Dirigente Scolastico
Lucia Sallustio
Docente referente della Staffetta
Margherita Di Pumpo
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Margherita Di Pumpo
Gli studenti/scrittori del gruppo misto classi I L - II C/L/M/Q
Giuseppe Pietrosanto, Daniele Di Brita, Vittorio Bocola, Francesco Sereno, Rossella
Egidio, Sara Pirro, Anna Bonaventura, Valeria Del Vecchio, Giada Recchiuto,
Carmen Mercaldi, Giulia Mastropasqua, Fabiola Toma, Serena Presutto, Chiara
Favilla, Clorinda Cassano, Armonia D’Aries, Marco Bonaventura, Samuele Messere,
Alessandro Saltalamacchia, Dalila Pezzuto, Martina La Torre, Morena Agricola,
Francesca Sacco, Giada La Penna, Matteo Minischetti.
Il disegno è stato realizzato dagli alunni della classe I/II L
Hanno scritto dell’esperienza:
“...Esperienza unica perché ci ha dato la possibilità di creare una storia insieme
a tanti ragazzi con i quali difficilmente avremmo avuto modo di collaborare. La
parte più bella? L’attesa dei capitoli: aspettare e intanto sperare che la storia si
evolvesse come avremmo voluto noi ci ha fatto sognare ad occhi aperti. Bellissimo
il momento della stesura del nostro capitolo perché le idee si affollavano e i
personaggi sembravano chiamarci da qualche armadio segreto per poter essere
buttati sulle pagine…anche documentarci sulle isole Tremiti è stato molto bello”.
APPENDICE
7. Rocco volta le spalle
Convitto Nazionale “C. Colombo” Genova - classe III F
Dirigente Scolastico
Paolo Cortigiani
Docente referente della Staffetta
Maria Agostini
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Ilaria Carta
Gli studenti/scrittori della classe III F
Beatrice Aglione, Emanuele Banchero, Nicolò Banchero, Ivan Boccalero, Giacomo
Bottaro, Luca Burlando, Marco Cosulich, Lisanna Ferraris, Gaia Gallotti, Keerthana
Kandasamy, Sara Innocenti, Federica Magnano, Alice Molinari, Anna Mondini,
Jacopo Minetti, Nicole Pantosin, Ginevra Ricco, Aurora Robbiano, Federico
Romussi, Andrea Stucchi, Francesco Tudesco, Filippo Vassallo, Lucrezia Vignali,
Matthew Yaw, Tommaso Zoccheddu
Il disegno è stato realizzato da tutta la classe
Hanno scritto dell’esperienza:
“...Interessante esperienza, coinvolgente la storia dei due ragazzi; ci siamo divisi in
gruppi con vari i redattori e disegnatori. Aspettiamo la pubblicazione dei capitoli
successivi per conoscere come continua la vicenda del protagonista”.
APPENDICE
8. La forza della volontà
Istituto Comprensivo “A. Malerba” Catania – classi I/II H
Dirigente Scolastico
Agata Pappalardo
Docente referente della Staffetta
Laura Agosta
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Mario Giuffrida, Giovanna Raineri
Gli studenti/scrittori delle classi I/II H
Riccardo Bacciardi, Carmelo Ferlito, Chiara Pulvirenti, Carmelo Spadaro, Riccardo
Alì, Filippo Bafumi, Jacopo Caponnetto, Stefano Caudullo, Giulio Giannaula,
Chiara Giuliano, Gloria Giuliano, Hewanage Surani Kotta, Selenia Mineo, Roberta
Mirabella, Giuliano Nanìa, Andrea Pace, Daniele Pennisi, Carlotta Perone, Ludovico
Perone, Ettore Puglisi, Damiano Raciti, Mario Stizza, Ivan Strano
I disegni sono stati realizzati da Selenia Mineo, Chiara Giuliano, Gloria Giuliano
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Nel corso della Staffetta i personaggi sono diventati nostri amici: abbiamo
imparato a conoscerli, abbiamo condiviso i loro momenti difficili e abbiamo cercato
di aiutarli a superarli attraverso le nostre parole... Siamo cresciuti insieme ed
abbiamo scoperto che scrivere può essere un’avventura appassionante e piena
di sorprese…”
APPENDICE
9. Di nuovo insieme
Istituto Comprensivo “Don Lorenzo Milani” Montefredane (AV) – classe I A
Dirigente Scolastico
Flora Carpentiero
Docente referente della Staffetta
Pina Guarino
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Maria Letizia D’Agostino
Gli studenti/scrittori della classe I A
Luigi Aquino, Sofia Di Pinto, Angelica Gaita, Gaia Giordano, Silvia Montuori, Antonio
Pisano, Martina Quatrano, Giulia Romeo, Antonio Spiniello, Teopista Spiniello, Loris
Troisi, Alessia Troncone
Il disegno è stato realizzato da: Giulia Romeo, Antonio Spiniello, Loris Troisi
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Il commento sull’esperienza da parte della classe è stato positivo. I ragazzi,
opportunamente guidati, hanno prodotto l’elaborato richiesto calandosi nel
racconto, nelle storie dei singoli personaggi, assorbendo emozioni e pensieri
e facendoli propri; hanno prodotto un “ flusso di coscienza”che li ha portati
direttamente alla risoluzione della crisi del personaggio Rocco e alla produzione
del capitolo, che è scaturito in modo quasi naturale, lasciando in ognuno un
forte impatto psicologico traducibile nei sentimenti di empatia, di condivisione, di
amicizia, di giustizia e di lealtà e riconoscendo alla famiglia quel ruolo magico,
imprescindibile che possiede.”
APPENDICE
10. Sogno o son desto?
Istituto Comprensiv “I Zumbini” Cosenza - classe I D
Dirigente Scolastico
Maria Gabriella Greco
Docente referente della Staffetta
Francesca Stumpo
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Patrizia Di Cola
Gli studenti/scrittori della classe I D
Arianna Alfano, Jorell Calaguas, Paolo Coscarella, Samir Costache, Alice Anna
Lucia Crea, Silvana D’Agostino, Donata Maddalena Domma, Pietro Ghilardi,
Davide Iaquinta, Giulia La Valle, Vasile-Teodor Lungu, Massimo Mari, Valeroso Rico,
Lorenzo Rizzuto, Edoardo Maria Schinella, Antonio Stella, Lucrezia Stella, Vanessa
Toscano, Francesco Vaccaro, Rossella Vaccaro
Il disegno è stato realizzato da Alice Anna Lucia Crea
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Scrivere è sinonimo di libertà, creatività ed espressività personale; le parole
danzano e divengono immagini in movimento, messaggere di diversi intelletti e
molteplici sensazioni.
Il “ Racconto a centomila mani “ è cresciuto dinnanzi ai nostri occhi e questo ha
fatto sì che ci sentissimo partecipi di una cultura comune, di una rete di persone,
che pur non conoscendosi, sono consapevoli di esserci…”
APPENDICE
11. E in mezzo c’è l’Amore
Istituto Comprensivo “Giovanni XXIII” Baiano-Sperone (AV) - gruppo classi II A/B
Dirigente Scolastico
Felice Colucci
Docente referente della Staffetta
Rosalba Parlato
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Rosalba Parlato, Rosanna Iandoli
Gli studenti /scrittori delle classi:
II A- Emanuele Amato, Manuela Andronic, Viviana Coffi, Carmine Colucci, Simone
Corcione, Mariana Costabile, Sara d’ Onofrio, Nicola di Mauro,Chiara Fasulo, Antonio Fiorillo, Angela Gaglione, Elia Garardo, Marianna Orciuoli, Raffaella Palmiero,
Marco Rizzuti, Martina Saldutti, Pellegrino Santoriello.
II B - Karolin Bellavista, Teresa Boccieri, Aniello Falco, Christian Foresta, Daniele
Gaglione, Francesco Graziato, Davide Liguori, Natasha Maietta, Sabatino Mangino, Francesco Mauro, Maria Monteforte, Francesca Napolitano, Filomena Prisco,
Rosa Romano, Asia Santaniello, Lucia Scotto D’ Antuono, Stefano Simeone, Giuseppe Ungaro.
Il disegno è stato realizzato da: Viviana Cioffi, Francesca Napolitano, Rosa Romano, Francesco Mauro
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Durante lo svolgimento di questo bel progetto di Scrittura Creativa, non solo
ci siamo divertiti, ma abbiamo anche collaborato come un vero gruppo .Eravamo
molto curiosi di scoprire il continuo di questa storia veramente appassionante. A
noi è toccato l’ultimo capitolo: quello più atteso ed entusiasmante. Ogni gruppo ha
lavorato proponendo la sua storia su indicazioni delle insegnanti. Alla fine il capitolo che ne è venuto fuori è stato bellissimo: tutto impregnato di Amore, Amicizia,
Solidarietà e … Libertà. Questa esperienza ci ha insegnato a stare bene insieme,
a condividere le idee altrui per costruire. Speriamo che il nostro capitolo trasmetta
a chi legge le nostre stesse emozioni…”
INDICE
Incipit di FULVIA NIGGI ................................................................................. pag 17
Cap. 1 Un ricordo che lascia il segno ..........................................................» 21
Cap. 2 Una notizia inattesa ..............................................................................» 25
Cap. 3 Nabi ..............................................................................................................» 31
Cap. 4 Le paure di Nabi .....................................................................................» 37
Cap. 5 I due cugini nei guai ...............................................................................» 41
Cap. 6 Una nuova avventura .......................................................................... » 47
Cap. 7 Rocco volta le spalle ............................................................................» 53
Cap. 8 La forza della volontà ..........................................................................» 59
Cap. 9 Di nuovo insieme ......................................................................................» 67
Cap. 10 Sogno o son desto? ............................................................................» 71
Cap. 11 E in mezzo c’è l’Amore ........................................................................» 77
Appendici ..................................................................................................................» 83
Finito di stampare nel mese di aprile 2015
dalla Tipografia Gutenberg di Fisciano (SA), Italy
ISBN 978-88-6908-097-5
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Cugini del cuore