Atlante dei SIC della
Provincia di Lecco
LOMBARDIA. COSTRUIAMOLA INSIEME.
Fondazione Lombardia
per l’Ambiente
www.regione.lombardia.it
ATLANTE DEI SIC
DELLA
PROVINCIA DI LECCO
Roberto Dellavedova
Fondazione Lombardia per l’Ambiente
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tel. +3902806161.1 fax +3902806161.80
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Consiglio di Amministrazione della Fondazione Lombardia per l’Ambiente
Presidente: Paolo Colombani
Vicepresidente: Marcela Adriana Mc Lean
Consiglieri: Maurizio Arena, Adriana Baglioni, Nicola Francesco Bellizzi, Giovanni Bottari, Marcello
Fontanesi, Massimo Donati, Marcela Adriana Mc Lean, Paolo Mantegazza, Lorenzo Ornaghi,
Oronzo Raho, Angiolino Stella.
Direttore: Fabrizio Piccarolo
Coordinatore scientifico: Antonio Ballarin Denti
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Responsabili di progetto
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Coordinamento
Riccardo Falco - Fondazione Lombardia per l’Ambiente
Testi: Roberto Dellavedova
Referaggio scientifico: Giuseppe Bogliani, Francesco Sartori, Guido Tosi
Progettazione grafica: Tania Feltrin
Impaginazione: Roberto Dellavedova, Riccardo Falco
Coordinamento editoriale: Riccardo Falco
Fotografie: Giuseppe Bogliani, Luigi Boglioni, Mattia Brambilla, Fabio Casale, Fabrizio Clemente,
G. Matteo Crovetto, Roberto Dellavedova, Riccardo Falco, Andrea Ferrario, Luigi Galperti, Gianni
Guglielminetti, Giovanni Lisa, Marco Noseda, Marziano Pascale, Simon Pierce, Simone Rossi,
Giuseppe Sardi, Guido Tavecchio, Antonello Turri
Cartografia: Andrea Salvadori
Le foto aree utilizzate sono relative al volo 2003 della Compagnia Generale di Riprese Aeree. Il
loro utilizzo è stato autorizzato dalla Regione Lombardia.
Stampa: Arti Grafiche Fiorin, Sesto Ulteriano (S. Giuliano Milanese)
Per la citazione di questo volume si raccomanda la seguente dizione:
Dellavedova R., 2010. Atlante dei SIC della Provincia di Lecco. Regione Lombardia e Fondazione
Lombardia per l’Ambiente, Milano.
© 2010 Fondazione Lombardia per l’Ambiente
Proprietà letteraria riservata
Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta o utilizzata sotto nessuna forma, senza permesso scritto, tranne che per brevi passaggi in sede di recensione e comunque citando la fonte.
INDICE
PREFAZIONE
4
PRESENTAZIONE
5
I SITI
DI IMPORTANZA
COMUNITARIA
DELLA PROVINCIA DI
LECCO
6
IT2030001, IT2030002 - Grigna Settentrionale e Grigna Meridionale
19
IT2030003 - Monte Barro
51
IT2030004 - Lago di Olginate
71
IT2030005 - Palude di Brivio
87
IT2030006 - Valle Santa Croce e Valle del Curone
105
IT2030007 - Lago di Sartirana
125
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
PREFAZIONE
L
’eccessivo sfruttamento delle ricchezze naturali da parte dell’uomo, conseguente alle modalità di sviluppo economico globale, sta mettendo a dura prova la capacità del nostro
pianeta di continuare ad assorbire l’inquinamento generato e di fornire risorse sufficienti
e qualitativamente adeguate.
Per sanare il “debito ecologico” che la nostra società ha accumulato bisogna da subito invertire
questa tendenza, avviando scelte impegnative ma indispensabili. È quindi necessario intervenire, a tutti i livelli, per limitare gli squilibri generati dall’uso non sostenibile del territorio e ridurre
i potenziali rischi per la biodiversità. Arrestare la perdita di biodiversità e porre in essere gli
strumenti adeguati per conservarla ed accrescerla è una delle sfide più impegnative a cui si deve
far fronte e Regione Lombardia, negli ambiti di competenza, sta da tempo operando per fornire
un proprio rilevante contributo.
In particolare, fin dal 1995, la Regione sta agendo per realizzare sul proprio territorio una parte
significativa di una rete continentale denominata Rete Natura 2000, composta da Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e da Zone di Protezione Speciale (ZPS), importante strumento che l’Unione europea ha individuato attraverso la Direttiva Habitat per porre in essere un sistema coerente
di aree destinate alla conservazione della diversità biologica.
Attualmente in Regione Lombardia sono presenti 193 SIC, ossia i siti individuati per la presenza di
tipologie di habitat e di specie vegetali e faunistiche di interesse comunitario e quindi ritenute
meritevoli di una attenta conservazione e 66 ZPS, ossia i siti individuati in quanto importanti luoghi di nidificazione o rifugio per l’avifauna, ai sensi della Direttiva 79/409/CEE, per una superficie
totale di 372.000 ha, che corrisponde al 15,6 % del territorio regionale. L’individuazione di Rete
Natura 2000 è avvenuta ricercando un ottimale livello di coerenza con il sistema regionale dei
Parchi e delle Riserve naturali che a far tempo dai primi anni settanta sono gradualmente stati
istituiti fino ad interessare una significativa porzione del territorio lombardo, pari ad oltre il 25%.
Oggi, circa il 50% dei SIC e delle ZPS è collocato all’interno del sistema delle aree protette regionali, mentre la rimanente parte, in un contesto come quello lombardo, fra i più densamente
abitati in Europa, ha trovato la sua prioritaria localizzazione in ambito montano che anche per
questa ragione merita una particolare attenzione da parte della società lombarda.
Dando seguito al volume generale, a scala regionale, che ha raccolto e messo a disposizione di
tutti i cittadini lombardi le informazioni fondamentali per conoscere la componente SIC di Rete
Natura 2000 attraverso una raccolta organica delle fondamentali informazioni e la proposizione
di una gradevole veste grafica, si è ritenuto opportuno procedere alla pubblicazione, optando
per una maggiore incidenza della componente informatica, dei volumi riguardanti le singole
provincie lombarde al fine di dettagliare la notevole mole di dati e immagini disponibili e
conseguentemente fornire la possibilità di conoscere in modo più approfondito le singole realtà
del variegato territorio regionale.
Regione Lombardia
L’Assessore alla Qualità dell’Ambiente
Massimo Ponzoni
4
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
PRESENTAZIONE
L
a Regione Lombardia è ricca di aree protette e di biodiversità: oltre il 20% del suo territo
rio è tutelato sotto forma di parchi e aree protette. Tale ricchezza le è valso il riconoscimen
to, da parte dell’UE, di ben 175 Siti di Importanza Comunitaria (SIC) che, assieme alle Zone
di Protezione Speciale (ZPS), costituiscono i Siti della Rete Natura 2000. Tale siti sono dei veri
“scrigni” delle ricchezze naturalistiche e ambientali della nostra regione e, in quanto tali, vanno
valorizzati e tutelati al massimo. Prima ancora però vanno conosciuti, non soltanto dagli addetti ai
lavori, ma da tutti i cittadini e potenziali fruitori.
A tale scopo la Fondazione Lombardia per l’Ambiente, su incarico della Regione Lombardia, ha
realizzato un Atlante dei SIC lombardi articolato in un volume generale che ne descrive habitat e
specie fondamentali e in 11 volumi, uno per ciascuna provincia lombarda, che descrivono singolarmente i vari SIC, evidenziandone le caratteristiche salienti e le specificità.
È dunque con grande piacere e soddisfazione che presento questo libro, ringraziando l’autore/gli
autori, ma anche il personale della nostra Fondazione che lavora nel settore “Aree protette e biodiversità” nonché gli esperti che l’hanno revisionato scientificamente.
Sfogliando queste pagine il lettore è stimolato a tuffarsi nella natura e a visitare personalmente
luoghi tanto belli e ricchi di Natura: habitat, piante e animali.
Se questo avverrà o se almeno il lettore comprenderà l’importanza di preservare luoghi tanto belli
e ricchi di naturalità… avremo raggiunto lo scopo che ci eravamo proposti.
Fondazione Lombardia per l’Ambiente
Il Presidente
Paolo Colombani
5
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
I SITI
DI
IMPORTANZA COMUNITARIA
DELLA
Il territorio della Provincia di Lecco esprime una
notevole varietà ambientale e paesaggistica grazie ai suoi bacini lacustri armoniosamente incastonati tra le aree collinari e i dirupati rilievi
carbonatici. Tuttavia, quest’ultimo elemento fisico predomina sugli altri in quanto le compatte barriere di monti si distribuiscono sul 70%
della superficie provinciale. Nella porzione settentrionale della Provincia si trova la cima più
alta raffigurata dal Monte Legnone (2.600 m
s.l.m.), mentre a est di Lecco si erge il Monte
Serada (1875 m s.l.m.) dal caratteristico profilo
noto come Resegone che, insieme ai rilievi delle Grigne (Grigna settentrionale, 2.409 m s.l.m.;
Grigna meridionale, 2.177 m s.l.m.), esercitano
un forte richiamo per tutti gli appassionati del-
PROVINCIA
LECCO
la montagna. L’elemento idrografico di maggior
spicco è il fiume Adda; dopo aver abbandonato la Valtellina in corrispondenza del Pian di
Spagna, il fiume riprende il suo tragitto nella
porzione meridionale del ramo di Lecco, dapprima superando i laghi di Garlate e di Olginate,
e in seguito creando un’importante incisione
fluviale, fino a terminare la sua corsa nel fiume
Po. L’ambiente climatico generale è quello delle valli prealpine, con regolari e abbondanti precipitazioni distribuite in due massimi stagionali che si registrano nel periodo primaverile-estivo e in autunno. La presenza della grande massa d’acqua del Lario agisce come moderatore
climatico contenendo gli abbassamenti termici
invernali e mitigando la calura estiva. Tale ef-
Tramonto sulla Grigna Meridionale (foto Giovanni Lisa).
6
DI
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Codice SIC
Nome SIC
Regione
Biogeografica
Estensione
SIC (ha)
Estensione
habitat (ha)
IT2030001
Grigna Settentrionale
Alpina
1.617
1.402
IT2030002
Grigna Meridionale
Alpina
2.732
1.183
IT2030003
Monte Barro
Alpina
649
279
IT2030004
Lago di Olginate
Continentale
78
44
IT2030005
Palude di Brivio
Continentale
302
73
IT2030006
Valle Santa Croce e Valle del Curone
Continentale
1.213
647
IT2030007
Lago di Sartirana
Continentale
28
9
6.619
3.581
Totale
Tabella 1: Elenco dei Siti di Importanza Comunitaria (SIC) della Provincia di Lecco con relativa estensione
in ettari (ha) e corrispondente copertura degli habitat.
fetto è così evidente che a Bellagio la temperatura media di gennaio supera di due gradi e
mezzo quella di Milano (AA.VV., 1958). Altri
elementi caratteristici del clima insubrico sono
la limitata presenza delle nebbie e il regolare
regime di venti locali conosciuti come brezze
di lago. Nel periodo estivo, durante le ore più
calde del giorno, l’aria riscaldata si muove verso le quote maggiori, originando la brezza di
valle o Breva; il Tivano o brezza di monte soffia
viceversa di primo mattino in direzione opposta, discendendo dalle montagne verso le sottostanti vallate.
La Rete Natura 2000 della Provincia di Lecco è
rappresentata da 7 Siti di Importanza Comunitaria (SIC) ripartiti nei due settori biogeografici
in cui è suddivisa la Lombardia (tabella 1). A
questi si aggiungono le porzioni di altri due Siti
appartenenti alla limitrofa Provincia di Como:
“Sasso di Malascarpa, IT2020002” e “Lago di
Pusiano, IT2020006”. Per la descrizione di quest’ultimi si rimanda quindi all’Atlante dei siti
comaschi. Viceversa il SIC “Palude di Brivio,
IT2030005”, pur avendo un lembo della sua superficie (11,1%) incluso nel territorio amministrato dalla Provincia di Bergamo, sarà descritto nel presente Atlante. Nel settore Alpino ricadono i SIC maggiormente estesi (Grigna Settentrionale, IT2030001 e Grigna Meridionale,
IT2030002), con l’eccezione del “Monte Barro,
IT2030003” la cui superficie è inferiore a quella
del sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curo-
ne, IT2030006”, quest’ultimo incluso nell’area
Continentale insieme ad altri tre SIC dall’estensione più modesta (Lago di Olginate, IT2030004;
Palude di Brivio, IT2030005; Lago di Sartirana,
IT2030007). L’area complessiva occupata dai
SIC è pari a 6.619 ettari, dei quali circa la metà
(54%), ovvero 3.581 ettari, è rappresentata da
24 habitat comunitari. Di questa frazione, circa
il 13% è raffigurato da sei habitat definiti dalla
Commissione europea come prioritari. I SIC di
Lecco sono dunque mediamente estesi circa
946 ettari, caratteristica che ne fa la quarta provincia lombarda con i Siti più vasti. Negli 85 SIC
lombardi dislocati nell’area biogeografica alpina sono in media presenti nove ambienti comunitari, mentre nei rimanenti 90 Siti Continentali il valore scende a tre. I SIC lecchesi hanno mediamente 12 habitat nel contesto Alpino
e cinque in quello Continentale. Tale distribuzione testimonierebbe la diversificazione dei Siti
che, nel loro seppur basso numero, ospitano
un’elevata varietà ambientale e biologica, nonostante la superficie occupata dagli habitat
rappresenti solo il 2,5% della complessiva estensione degli ambienti comunitari nell’insieme regionale.
L’Allegato I della Direttiva 92/43/CEE individua oltre 200 habitat di interesse comunitario.
Nel contesto provinciale gli habitat presenti
afferiscono a sei delle nove categorie ecologiche in cui sono stati gerarchizzati gli ambienti
comunitari. La macrocategoria degli ambienti
7
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Panoramica sul Lago di Como dalla Cresta Segantini (foto Roberto Dellavedova).
di acqua dolce, include tre codifiche:
3140, vegetazione bentica in acque oligotrofiche calcaree di Chara sp.;
3150, vegetazione del Magnopotamion e Hydrocharition in laghi eutrofici naturali;
3260, vegetazione del Ranunculion fluitantis e
del Callitricho-Batrachion dei fiumi planiziali e
montani.
Tra queste, la vegetazione sommersa o galleggiante di laghi e stagni eutrofici (3150), occupando una superficie di 35 ettari, risulta essere
la più rappresentata. Gli ambienti acquatici includono categorie vulnerabili, soggette a degradazione causata dall’impatto delle attività antropiche su tali delicati ecosistemi. Anche nei
due soli siti continentali, in cui sono presenti
gli ambienti d’acqua dolce, ossia “Lago di
Olginate” e “Palude di Brivio”, il grado di conservazione, ovvero l’integrità della struttura e
8
delle funzioni ecologiche, è stato valutato in
almeno tre casi come medio o ridotto. Anche a
livello nazionale gli ambienti di acqua dolce hanno subito una forte contrazione risultando di
fatto globalmente minacciati. Non a caso
PETRELLA et al. (2005) nel Libro Rosso degli
Habitat d’Italia attribuiscono a svariati ambienti
acquatici un’alta soglia di minaccia.
Gli ambienti di boscaglia sono rappresentati dal
solo habitat “brughiere subalpine su suolo
calcareo, 4070*” che, si ricorda, è classificato
come prioritario. Il grado di conservazione osservato nei due siti Alpini delle Grigne, in cui
occupa un’area complessiva di 70 ettari, è stato
valutato buono.
Tra gli ambienti caratterizzati da cenosi erbacee
come i prati e pascoli si distinguono cinque differenti codifiche:
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Bivacco B. Ferrario sulla cima della Grigna Meridionale, 2.177 m s.l.m. (foto Roberto Dellavedova).
9
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
6170, formazioni erbose calcicole alpine e subalpine;
6210*, praterie secche su calcare a Bromus
erectus;
6410, praterie con Molinia su terreni calcarei,
torbosi o argilloso-limosi (Molinon caeruleae);
6510, praterie magre da fieno di bassa altitudine;
6520, praterie montane da fieno.
Le osservazioni effettuate sui consorzi prativi
permettono di stimare una globale valutazione
positiva anche se per alcuni casi si registrano
situazioni di degrado come per esempio nel
caso dei prati magri soggetti all’invasione di
arbusti. L’unica situazione di eccellenza è riportata per l’habitat 6170 presso il sito “Grigna
Settentrionale”.
I prati acquitrinosi a Molinia caerulea (6410),
noti anche come molinieti, sono indubbiamente meritevoli di conservazione, data la loro progressiva rarefazione in tutto il contesto nazionale; seppur presenti in un solo sito (Palude di
Brivio) essi rappresentano ben il 5% della copertura regionale di questa codifica. Una seconda cenosi ben strutturata e diffusa è rappresentata dai “prati da sfalcio di bassa quota,
6510”, tanto estesi da rappresentare un terzo
della copertura complessiva tra tutti i Siti
Lombardi.
Gli habitat umidi appartenenti alla categoria
delle torbiere hanno coperture estremamente
limitate che ne conferiscono una maggior sensibilità e rischio di scomparsa, ciò nonostante
le comunità vegetali igrofile mostrano una qualità complessivamente accettabile. A questa
tipologia afferiscono due soli habitat: “7220*,
sorgenti alcaline con copertura vegetale” e
“7230, torbiere basse alcaline”.
La categoria degli ambienti rocciosi include
habitat diversificati, soggetti a forme di perturbazione talvolta limitate e localizzate tanto
da non comprometterne il loro complessivo valore biologico. In provincia di Lecco, i successivi habitat si possono osservare nei soli siti
alpini:
8120, ghiaioni calcarei e scisto calcarei montani
e subalpini;
10
8130, ghiaioni del mediterraneo occidentale e
termofili;
8210, pareti rocciose calcaree con vegetazione
casmofitica;
8310, grotte non sfruttate a livello turistico.
Tra questi, le pareti calcaree con piante
vascolari rupicole (8210) sono l’ambiente più
esteso (459 ettari). Di indiscusso pregio è il sistema di cavità sotterranee generate da fenomeni carsici e ubicate in alcune aree dei siti
delle Grigne.
I boschi e le foreste comunitarie, grazie ai nove
habitat individuati, esprimono la categoria
fisionomica che include la maggior varietà di
ambienti:
9130, faggeti dell’Asperulo-Fagetum;
9150, faggeti calcicoli dell’Europa centrale del
Cephalanthero- Ragion;
9160, querceti di Farnia o Rovere subatlantici e
dell’Europa centrale;
9180*, boschi di forra meso-igrofili del TilioAcerion;
91E0*, saliceti e ontaneti alluvionali;
91H0*, boschi pannonici di Quercus pubescens;
91L0, querceti di Rovere illirici;
9260, boschi di Castagno;
9420, foreste di Larix decidua.
In particolare, nelle due codifiche di faggete
(9130 e 9150) si individuano quelle formazioni
boschive meglio strutturate e conservate alle
quali è stata attribuita una valutazione complessiva eccellente. Entrambe le categorie presenti
nei Siti delle Grigne esprimono collettivamente il 37% della superficie regionale di codesta
tipologia.
Considerando la distribuzione degli ambienti
nei Siti lecchesi si evidenzia che il numero degli habitat gravitanti nella sola area alpina
(4070*, 6170, 6520, 8120, 8130, 8210, 8310, 9130,
9150, 9180* e 9410) è maggiore rispetto agli
habitat esclusivi dei SIC continentali (3140,
3150, 3260, 6410, 9160, 91H0* e 91L0); mentre
le categorie ambientali più diffuse (6210*, 6510,
7220*, 9260), presenti contemporaneamente in
quattro aree SIC, gravitano in entrambe le regioni biogeografiche. Un quarto degli ambienti
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Viola silvestre – Viola rechembaichiana (foto Roberta Dellavedova).
11
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
censiti in Provincia di Lecco, (3140, 6410, 9160,
91H0*, 91L0 e 9420) sono presenti in un solo sito.
Poiché gli habitat sono stati individuati a livello
europeo, nessuno di essi è chiaramente circoscritto ai soli siti lecchesi. Tuttavia, è considerevole evidenziare due casi in cui il contributo dei
SIC lecchesi assume un valore di primaria importanza: la “vegetazione sommersa con le alghe del genere Chara, 3140” e i “querceti di Rovere illirici, 91L0”, individuati rispettivamente nei
siti di “Palude di Brivio” e “Valle di Santa Croce
e Valle del Curone” occupano oltre la metà della loro complessiva copertura regionale. Ne consegue che il ruolo dei siti lecchesi ospitanti tali
comunità diventa ancor più determinante al
raggiungimento del miglior stato di conservazione per questi habitat.
Lo scopo di creare un’efficiente rete ecologica
grazie alla presenza di habitat e alla loro coerente diffusione non è l’unico obiettivo della Direttiva. Essa si prefigge di salvaguardare la biodiversità anche con misure di tutela diretta di specie la cui conservazione è considerata un interesse comune di tutta l’Unione (MASUTTI & BATTISTI, 2007). Appare quindi utile soffermarsi sulla frequenza e sulla distribuzione delle specie di
fauna e flora individuate nei sette siti lecchesi.
La presenza di ben 59 entità su un totale regionale di 128 specie colloca Lecco tra le province
con il maggior numero di taxa all’interno dei propri SIC. È evidente che tale interessante ricchezza è il frutto di studi specifici, o di ricerche mirate condotte all’interno di Riserve o Parchi che
ora svolgono anche il ruolo di SIC.
In futuro sarà opportuno poter confrontare questi dati preliminari con le informazioni che si aggiungeranno a mano a mano che si investigheranno e monitoreranno anche i luoghi meno
conosciuti. Delle 59 specie comunitarie individuate, 31 taxa appartengono all’Allegato II, con
il solo Storione cobice (Acipenser naccarii) come
unico rappresentante delle specie prioritarie (tabella 2). I vegetali sono figurati da tre specie di
Angiosperme Monocotiledoni, vale a dire due
preziose orchidee, la Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus) e la Liparide (Liparis loeselii),
e l’Iridacea Gladiolo reticolato (Gladiolus
palustris) a cui si affiancano due Briofite a distri12
buzione assai limitata: Dicranum viride e Mannia
triandra. I Mammiferi ed i Pesci, rispettivamente con 8 e 13 entità, sono i gruppi sistematici
con il maggior numero di specie comunitarie.
Meno diffusi sono gli Invertebrati, che con due
soli rappresentanti, il Cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) e il più noto Gambero di
fiume (Austropotamobius pallipes) completano
l’elenco dei taxa individuati insieme alle due
specie di Anfibi: il Tritone crestato italiano
(Triturus carnifex) e la Rana di Lataste (Rana
latastei).
In Lombardia sono state censite 41 specie inserite nell’Allegato IV della Direttiva di cui 25
sono presenti in provincia di Lecco. A questo
proposito si ricorda che la maggior parte delle
specie incluse nell’Allegato II sono incluse nell’Allegato IV. Ancora una volta tra i Mammiferi
si registra il maggior numero di taxa, a seguire
il gruppo dei Rettili individuato da 6 specie
(Hieropis viridiflavus, Coronella austriaca,
Elaphae longissima, Natrix tessellata e Lacerta
viridis), i vegetali con tre entità (Physoplexis
comosa, Primula glaucescens e Spiranthes aestivalis), e infine gli Anfibi Anuri con il Rospo smeraldino (Bufo viridis) e la Rana agile (Rana dalmatina). Nessuna delle sei specie di Insetti segnalate a livello regionale è presente nei Siti lecchesi. Il numero di specie inserite all’Allegato
V censite nei SIC lombardi scende a 21 unità,
di cui solo un sesto presenti nei siti lecchesi.
Mancano all’appello Anfibi e Invertebrati mentre gli altri gruppi sistematici annoverano un
Mammifero, la Martora (Martes martes), due
Pesci, il Coregone (Coregonus lavaretus) e il
Temolo (Thymallus thymallus), e infine due vegetali, il Bucaneve (Galanthus nivalis) e il
Pungitopo (Ruscus aculeatus).
Allo stato attuale delle conoscenze, la presenza
nei SIC lecchesi di idonee e frequenti aree di rifugio, consentono all’ordine dei Chirotteri di
potervisi insediare occupando un’ampia gamma
di ambienti. Grazie anche alle ricerche condotte
in tempi recenti all’interno di alcuni Siti (Grigna
Meridionale e Monte Barro) per la provincia di
Lecco si hanno ben quattro specie (Rhinolophus
hipposideros, Barbastella barbastellus, Myotis capaccinii, Myotis bechsteini) per le quali si concen-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
trano circa un quarto delle segnalazioni regionali. I SIC di Lecco ospitano inoltre alcune specie vegetali che trovano in pochi siti regionali le
condizioni favorevoli alla loro conservazione. Degne di nota sono le notevoli stazioni di Liparis
loeselii presso il sito Palude di Brivio. Si tratta di
una rarissima orchidea di ambienti palustri individuata, oltre a Lecco, nella sola provincia di
Varese.
Un’ultima considerazione è dedicata alla ripartizione di ogni singolo gruppo sistematico all’interno dei Siti lecchesi comparata con quella degli altri Siti regionali.
Da tale confronto emerge che in almeno tre SIC
lecchesi si registra il maggior numero di specie a
livello regionale. In particolare nel Sito “Monte
Barro” si regista il numero più alto di Chirotteri
tra tutti i siti lombardi, mentre presso i SIC “Lago
di Olginate” e “Palude di Brivio” si trova la maggior varietà di specie ittiche comunitarie. Il Sito
“Valle Santa Croce e Valle del Curone” insieme
alla “Palude di Brivio” registrano un’elevata presenza di Anfibi; mentre, presso i siti delle Grigne
si osservano numerose specie di vegetali e di
Rettili contemplati dagli allegati della Direttiva
“Habitat”. Complessivamente i Siti lecchesi hanno un numero medio di 23 specie comunitarie
ciascuno, un valore superato solo dai SIC dalla
provincia di Mantova.
Nei capitoli successivi si riporteranno per ognuno dei sette Siti di Importanza Comunitaria una
breve descrizione degli aspetti naturalistici più
significativi, fornendo di caso in caso notizie sulle
specie di flora e fauna che contraddistinguono
gli ambienti naturali e seminaturali tutelati dalla
Direttiva 92/43/CEE. Un’efficace mappa degli
habitat comunitari e prioritari consentirà di apprezzarne la reale presenza e distribuzione all’interno del perimetro dei Siti lecchesi.
Monte Rosa visto dalla Grigna Meridionale (foto Roberto Dellavedova).
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3
4
4
0
1
3
x
x
x
x
x
x
x
x
x
6
7
6
3
4
3
x
x
4
2
2
x
x
5
1
4
x
x
x
x
x
x
Continentale
C
Alpina
A
Totale
A
IT2030002
MAMMALIA
CHIROPTERA
Rhinolophus hipposideros
Rhinolophus ferrumequinum
Myotis blythii
Barbastella barbastellus
Myotis capaccinii
Myotis emarginatus
Myotis bechsteini
Myotis myotis
Eptesicus serotinus
Hypsugo savii
Myotis daubentonii
Myotis mystacinus
Myotis nattereri
Nyctalus noctula
Nyctalus leisleri
Pipistrellus kuhlii
Pipistrellus nathusii
Pipistrellus pipistrellus
Plecotus auritus
Plecotus austriacus
Tadarida teniotis
Vespertilius murinus
CARNIVORA
Martes martes
REPTILIA
SQUAMATA
Lacerta viridis bilineata
Podarcis muralis
Hierophis viridiflavus
Coronella austriaca
Elaphe longissima
Natrix tessellata
AMPHIBIA
URODELA
Triturus carnifex
ANURA
Rana latastei
Allegato
TAXON
A
IT2030001
REGIONE BIOGEOGRAFICA
IT2030003
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
x
x
x
Tabella 2 – Elenco completo delle specie comunitarie inserite negli Allegati II, IV e V della Direttiva 92/43/
CE “Habitat” presenti nei Siti della provincia di Lecco. Nella seconda colonna è indicato il numero dell’Allegato
in cui è inserito il taxon in esame; le ultime tre colonne riportano il numero totale delle presenze e la
14
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Bufo viridis
Rana dalmatina
PESCI
AGNATHA
PETROMYZONIFORMES
Lethenteron zanandreai
Lampetra fluviatilis
GNATOSTHOSTOMATA
ACIPENSERIFORMES
Acipenser naccarii *
CLUPEIFORMES
Alosa fallax
CYPRINIFORMES
Rutilus pigus
Chondrostoma genei
Leuciscus souffia
Rutilus rubilio
Barbus plebejus
Barbus meridionalis
Chondrostoma soetta
Cobitis tenia
Cottus gobio
SALMONIFORMES
Salmo marmoratus
Thymallus thymallus
INVERTEBRATI
ARTHROPODA
MALACOSTRACA
Austropotamobius pallipes
HEXAPODA
COLEOPTERA
Cerambyx cerdo
VEGETALI
ANGIOSPERMAE
Cypripedium calceolus
Liparis loeselii
Gladiolus palustris
Physoplexis comosa
Primula glaucescens
Spiranthes aestivalis
Galanthus nivalis
Ruscus aculeatus
BRYOPHYTA
Mannia triandra
Dicranum viride
Numero specie / sito
4
6
0
2
4
4
x
x
2
2
0
0
2
2
x
x
2
0
2
II
x
x
2
0
2
II
II
II
II
II
II
II
II
II
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
2
2
3
2
2
2
2
3
3
0
0
0
0
0
0
0
0
1
2
2
3
2
2
2
2
3
2
x
x
x
x
2
2
0
0
2
2
IV
IV
x
x
x
x
II
II
x
x
II
x
x
x
II
V
x
x
x
x
x
x
II
x
x
x
3
3
0
II
x
x
x
3
3
0
II
II
II
IV
IV
IV
V
V
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
2
1
2
3
3
2
1
1
2
0
2
3
3
0
0
0
0
1
0
0
0
0
1
1
1
2
1
2
0
0
21
23
II
II
x
x
x
x
x
x
x
x
24 29 25 28 31 20
6 158
dislocazione all’interno delle due regioni biogeografiche. Nell’ultima riga sono riportati in orizzontale, il
numero complessivo di specie per ciascun sito e il valore complessivo delle segnalazioni, a cui si aggiunge
il numero di specie rilevate nei soli Siti Alpini e Continentali.
15
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Syntomis phegea (foto Roberto Dellavedova).
Cerambyx cerdo (foto Paolo Debernardi).
Ruptela maculata (foto Roberto Dellavedova).
Mantis religiosa (foto Roberto Dellavedova).
16
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Panoramica delle Grigne (foto Giovanni Lisa).
17
Autunno in Valsassina (foto Luigi Galperti)
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Panoramica (foto Giovanni Lisa)
GRIGNA SETTENTRIONALE - GRIGNA MERIDIONALE
IT 2030001 - IT 2030002
19
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Dati generali
IT 203001 – GRIGNA SETTENTRIONALE
20
Coordinate:
Longitudine 09° 23’ 13’’ – Latitudine 45° 57’ 10’’
Altitudine:
635 (min) – 2407,8 (max)
Superficie:
1617,20 ha
Comuni:
Cortenova, Esino Lario, Mandello del Lario, Pasturo
Comunità Montana:
Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera
Cartografia di riferimento:
CTR Lombardia 1:10.000 B4e2, B4d2, B4d1
Regione biogeografica:
Alpina
Data di proposta come SIC:
giugno 1995
Data di conferma come SIC:
marzo 2004
Ente gestore:
Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino
e Riviera
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Dati generali
Coordinate:
IT 203002 – GRIGNA MERIDIONALE
Longitudine 09° 23’ 31’’ Latitudine 45° 55’ 17’’
Altitudine:
209 (min) – 2177 (max)
Superficie:
2732,52 ha
Comuni:
Abbadia Lariana, Ballabio, Lecco, Mandello del Lario, Pasturo
Comunità Montana:
Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera
Cartografia di riferimento:
CTR 1:10.000: B4d4, B4d3, B4d2
Regione biogeografica:
Alpina
Data di proposta come SIC:
giugno 1995
Data di conferma come SIC:
marzo 2004
Ente gestore:
Provincia di Lecco
21
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
I siti “Grigna Settentrionale, IT2030001” e
“Grigna Meridionale, IT2030002”, ubicati a cavallo della sponda occidentale del Lario e dalla Valsassina, sono accomunati da svariati
aspetti ambientali che li rendono quasi speculari. Nell’affrontare la redazione dei seguenti paragrafi è sembrato opportuno trattare
contemporaneamente i due SIC onde evitare
superflue ripetizioni. Nelle seguenti sezioni
non mancheranno tuttavia specifici riferimenti
agli elementi differenziali o peculiari di ciascun
sito.
Esistono tuttavia delle diversità che si precisano di seguito. Confrontando le dimensioni
dei due SIC si osserva che il Sito meridionale
(IT2030002) oltre ad essere il più esteso (2.732
ettari) della Provincia di Lecco, ha uno sviluppo altitudinale che parte dai 209 metri fino alla
vetta più alta denominata “Grignetta” (2.177
m. s.l.m.), equivalente ad un dislivello complessivo di 1.968 metri. Il sito settentrionale
(IT2030001) colloca il suo limite altitudinale inferiore ad una quota di 635 m ponendo la massima quota in corrispondenza del “Grignone”
(2.407 m. s.l.m.), per un dislivello di 1.772 metri. Questa è la differenza che permette alla
“Grigna Meridionale” di includere quella porzione di territorio immediatamente a ridosso
del bacino del Lario maggiormente influenzato dal microclima lacustre. Come si esporrà nei
paragrafi successivi tale aspetto offre un maggior spettro di condizioni ambientali ed ecologiche che contraddistinguono quest’ultimo
sito.
1.CARATTERISTICHE
AMBIENTALI
1.1.Ambiente fisico
Il territorio delle Grigne non ha bisogno di presentazioni tanta è la notorietà di questo rilievo
prealpino. L’aspetto aspro e rude conferito da
guglie, torrioni e versanti dirupati si fonde armoniosamente con i dolci versanti degradanti
a levante in Valsassina mentre ad ovest le pendici delle Grigne cadono a picco nelle insenature del Lario con brusche rotture di pendenza. L’appellativo dolomitico risulta quindi il
22
marchio distintivo di questa porzione delle
Prealpi lombarde. Tale accostamento non è casuale: approfonditi studi geologici illustrano
come Grigne e Dolomiti abbiano in comune sia
l’età di formazione sia la composizione chimica
delle rocce. Il motivo di tale affinità è da ricercare in un passato molto remoto (230 – 65 milioni di anni fa), collocabile nel Mesozoico, ovvero una porzione temporale della scala
cronologica utilizzata dai geologi per riordinare gli avvenimenti che hanno caratterizzato la
lunga storia della Terra.
Lo studio delle rocce sedimentarie che costituiscono l’ossatura di entrambi i rilievi montuosi,
ha permesso di ipotizzare l’esistenza di una regione compresa tra le Prealpi lombarde e le
Alpi Giulie occupata da un vasto Oceano; nelle rocce biancastre che costituiscono la formazione geologica dei Calcari di Ésino, infatti, è
possibile ritrovare numerosi resti fossilizzati di
animali marini come Lamellibranchi, Gasteropodi e alghe. I fossili sono le vestigia di antichi
organismi viventi che si sono preservati all’interno di strati rocciosi. In particolare ciò che si
è conservato fino ai giorni nostri, sono le loro
strutture rigide costituite da carbonato di calcio. Dalla differente tipologia di roccia è anche possibile dedurre in quale remoto ambiente (lagune costiere, spiagge, scogliere ecc.) è
avvenuta la sedimentazione. Il risultato è una
combinazione assai varia di rocce marine
organogene classificate come calcari. A queste si aggiungono le dolomie, formatesi per sostituzione chimica di calcari originari già depositati. Le compatte rocce calcaree a loro volta
poggiano su un più antico basamento scistosocristallino costituito da sabbie e ghiaie dal peculiare colore rossastro. Tali sabbie si sono depositate in ambiente continentale nel Permiano
(tra 290 e 245 milioni di anni), ovvero un periodo dell’era Paleozoica il cui significato è “fauna antica”. Nel linguaggio geologico per “vita
recente” ci si riferisce all’era Cenozoica compresa tra 65 milioni di anni orsono fino ai nostri giorni. In questo contesto temporale si formarono quattro dei principali sistemi montuosi
del mondo. Tale processo, che interessò anche
la formazione delle Alpi, è noto con il termine
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Rupi strapombianti (foto Roberto Dellavedova).
di orogenesi. La collisione della placca Africana con quella Europea eliminò l’antico Oceano Tetide; un vasto fenomeno di compressione delle rocce del basamento oceanico comportò il caratteristico corrugamento con pieghe e faglie responsabile della formazione delle Alpi. La morfologia dei rilievi è estremamente varia in quanto direttamente connessa ai
diversi processi di degradazione che agiscono
e hanno agito su una vasta gamma di litotipi.
Le numerose formazioni rocciose, infatti, determinano una morfogenesi selettiva, dovuta a una differente risposta agli agenti atmosferici che incidono e rimodellano il substrato. Le sommità del Grignone costituite da Calcare di Ésino sono rocce particolarmente dure
e resistenti. Nonostante ciò gli agenti della
degradazione scolpiscono in esso scoscese
pareti, caratterizzate da alte scarpate subverticali. La roccia in questione risulta prevalentemente deteriorata da fenomeni di gelifrazione regolati dalle escursioni termiche.
Altri litotipi più teneri generano forme più
dolci, con pendii regolari, in genere coperti
da prati e boschi, come è osservabile nel versante di Pasturo. A questo proposito si ricorda che un’azione modellante fortemente incisiva è stata svolta dai ghiacciai, che nel
Pleistocene occupavano ripetutamente la regione insubrica, lasciando numerose tracce
della loro presenza. Dato il substrato calcareo,
è doveroso accennare al modellamento di alcune forme del paesaggio dovute all’azione
dell’acqua: la sua proprietà chimica di poter
asportare e trasportare in soluzione i componenti delle rocce calcaree origina una serie di
23
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
forme di erosione a cui si attribuisce il termine di “carsismo”. La diffusa presenza di fratture anche microscopiche rendono le rocce
calcaree particolarmente permeabili al passaggio dell’acqua. In tempi lunghissimi la ripetuta asportazione di componenti minerali ha permesso di originare sistemi di cavità e di grotte
irrealizzabili in altre matrici rocciose come per
esempio il granito.
1.2.Paesaggio vegetale
Il territorio dei siti delle Grigne è contraddistinto da un diversificato paesaggio che al
mutare della quota, dell’esposizione e di svariate situazioni topografiche esprime con la sua
copertura vegetale l’effetto dei fattori ecologici. Per descrivere con maggior efficacia tale
varietà è utile avvalersi del classico schema
adottato dai botanici che prevede la suddivisione di un rilievo montuoso in “orizzonti”,
“piani” o “fasce” caratterizzate da un proprio
bioclima e da una propria vegetazione (PIGNATTI, 1994).
Nell’orizzonte submontano, compreso dal litorale lacustre fino a circa 900 m, si sviluppano prevalentemente boschi di Querce (Quercus petraea e Q. cerris) e Carpino nero (Ostrya
carpinifolia). A questi si aggiungono i boschi
di Castagno (Castanea sativa) un tempo favoriti dall’uomo per i più svariati utilizzi del legname e soprattutto per il suo prezioso frutto. In corrispondenza di impluvi o in vallette
fresche solcate da rii, si collocano essenze più
esigenti come Frassini (Fraxinus excelsior) e Tigli (Tilia cordata, T. platyphyllos).
Formazioni erbose pioniere lungo il crinale (foto Roberto Dellavedova).
24
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Scorcio del Lago di Como (foto Roberto Dellavedova).
25
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Intercalate alle fitocenosi arboree si inseriscono
su suoli caldo-aridi i prati magri a Forasacco eretto (Bromus erectus), mentre su suoli più ricchi, in
parte ancora concimati e falciati, si affermano i
Triseteti a Gramigna bionda (Trisetum flavescens)
secolarmente sfruttati per la fienagione.
Sulle Grigne l’orizzonte montano che si sviluppa da circa 900 m s.l.m. è caratterizzato dalla
diffusa presenza del Faggio (Fagus sylvatica)
raggruppato a formare fitti boschi lungo ogni
versante (ROSSI & GIACOMINI, 2005). La presenza delle faggete è favorita da inverni non troppo rigidi e da primavere piovose, nebbiose e prive di gelate (BERNETTI, 1995).
Salendo di quota ed entrando nell’orizzonte
subalpino (dai 1400 fino ai 1800 m s.l.m.), il
clima diventa progressivamente più rigido, favorendo di conseguenza l’affermarsi delle
aghifoglie. Il Larice (Larix decidua) è l’unica
conifera che forma dei veri boschi, mentre gli
Abeti (Picea abies, Abies alba) e il Pino silvestre
(Pinus sylvestris) si osservano solo sporadicamente (ROSSI & GIACOMINI, 2005). Il Larice è
facilmente riconoscibile dai morbidi aghi corti, verde chiaro, raccolti in ciuffetti portati da
brevi rametti; è considerato l’albero alpino per
antonomasia, non solo perché raggiunge le
quote più elevate, ma anche perché è quasi
esclusivo delle Alpi (GIACOMINII & FENAROLI,
1958). I lariceti hanno un sottobosco arbustivo per lo più colonizzato dalle ericacee come
rododendri e mirtilli. Grazie alle loro fronde
spaziate e luminose i Lariceti spesso vengono
pascolati, modificando di conseguenza il sottobosco che assume gli aspetti di una vera e
propria prateria.
Oggigiorno, sia i boschi di conifere sia le foreste di latifoglie hanno perduto la loro importanza economica tanto da essere sfruttati solo
localmente in prossimità degli abitati o delle
strade. Gli arbusteti a Ontano verde (Alnus
viridis) sono un esempio di vegetazione
azonale, così definita perché non vincolata ad
una particolare fascia altitudinale. Le boscaglie ad Ontano verde possono affermarsi in
porzioni del territorio un tempo occupate dai
pascoli, trovando però nei solchi vallivi o nei
canaloni di valanga condizioni più favorevoli.
26
Nell’impenetrabile sottobosco dell’Alneto, o
più di frequente al suo margine, si inseriscono
i così detti megaforbieti, ovvero comunità di
alte erbe lussureggianti esigenti di suoli irrigati, freschi a reazione basica fino a debolmente
acida. Spesso le comunità di megaforbie si trovano nel mezzo di praterie alpine anche in
conche e depressioni, vale a dire in stazioni di
accumulo di neve e di humus.
Il passaggio nell’orizzonte subalpino (1400 - 2000)
è testimoniato dal netto avvicendamento del
Larice a favore degli arbusteti di Rododendro
(Rhododendron hirsutum e R. ferrugineum), Mugo
(Pinus mugo) e Ginepro (Juniperus nana). Alcuni
autori (PIROLA, 1975) descrivono con efficacia
questa evidente transizione utilizzando il termine di fascia di contesa. Tale definizione bene si
applica a quella porzione posta tra il limite del
bosco e quella linea immaginaria occupata dal
limite degli alberi contorti, dove gli arbusteti entrano in concorrenza con le conifere. Il rodoreto
prevale sui versanti esposti a nord, dove le nevi
si accumulano e si sciolgono più tardi; in questo
modo, grazie alla copertura nevosa, le delicate
gemme sono protette dal disseccamento da gelo
(LARCHER, 1980). I pendii soleggiati esposti a mezzogiorno sono invece colonizzati dai ginepreti.
Le condizioni ecologiche che selezionano la flora sono essenzialmente i periodi di relativa aridità e il suolo molto sottile o addirittura assente,
poiché abbonda la roccia subaffiorante. Il Pino
mugo costituisce delle cenosi in genere a carattere pioniero strutturate in boschi più o meno
radi con sottobosco assai sviluppato in ambienti
da microtermi a macrotermi.
La vegetazione soprasilvatica delle Alpi, descritta in numerosi studi, si differenzia ampiamente in relazione al tipo di chimismo delle
rocce su cui essa si sviluppa. Il substrato
calcareo delle Grigne determina la composizione chimica dei suoli favorendo una peculiare vegetazione definita basifitica o calcifila.
La vegetazione prativa dell’orizzonte alpino è
data dal seslerieto-sempervireto. Gli ambienti
ideali di questa vegetazione sono i pendii scoscesi, spesso rotti o gradonati, meglio se ben
esposti al sole, dove la persistenza nevosa è
piuttosto breve (OZENDA, 1985). Sesleria comu-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Potentilla nitida – potentilla rosea (foto Roberto Dellavedova).
Raponzolo chiomato – Physoplexis comosa (foto Roberto Dellavedova).
27
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
ne (Sesleria caerulea) e Carice verdeggiante (Carex sempervirens) formano zolle dense e compatte; esse fungono da pioniere nei ghiaioni e
vi permangono spesso come specie dominanti,
anche nel seslerieto completamente sviluppato (PIGNATTI & PIGNATTI, 1983). Sui detriti fini
calcarei, la vegetazione pioniera può essere rappresentata dal Camedrio alpino (Dryas octopetala), una compatta rosacea che insieme alla
Carice rigida (Carex firma) svolge l’importante
ruolo di consolidare i detriti. Questa cenosi, conosciuta come firmeto, sopporta condizioni ambientali più rigide rispetto al seslerieto-sempervireto, insediandosi in stazioni rocciose a debole pendenza, esposte al gelo e al vento
(OZENDA, 1985; REISIGL, 1990). Il firmeto è un
pascolo povero, costituito da poche specie che
si accompagnano alla Carex firma. Quest’ultima garantisce un’efficace protezione alle altre
specie grazie ai suoi resistenti cespi. In alta quota, in prossimità di conche e depressioni, dove
si ha un accumulo di neve prolungato, è
individuabile sul fondo roccioso una vegetazione di valletta nivale. Su terreno siliceo si instaura
una comunità vegetale altamente specializzata
frequente nelle alte montagne dell’Europa media e del nord: è composta da briofite e da cespugli nani contorti, dominata dalla specie
acidofila Salice erbaceo (Salix erbacea). Le particolari condizioni morfologiche impongono alla
vegetazione della valletta nivale un prolungato
periodo di innevamento, di durata variabile da
otto a dieci mesi all’anno. Su substrato calcareo,
le vallette nivali sono invece colonizzate da un
consorzio di salici nani a tendenza basitofitica:
Salice retuso (Salix retusa) e reticulato (Salix
reticulata).
La vegetazione delle ampie superfici detritiche
appare ancor più fortemente influenzata dalla
diversa natura litologica, nonché dalla dimensione e dalla mobilità dei clasti. Una vegetazione tipica dei ghiaioni calcarei e dei macereti mobili, con un periodo di innevamento inferiore ai
9 mesi, è caratterizzata dalla presenza del Papavero dorato (Papaver aurantiacum). Gli ambienti rupestri offrono alle piante condizioni di
vita estreme; solo le specie vegetali meglio adattate da un punto di vista morfo-fisiologico rie28
scono infatti ad insediarsi in anfratti o fessure
delle ripide e scoscese pareti rocciose. Le
fanerogame che colonizzano tali fessure sono
chiamate casmofite.
L’elevata specializzazione che le casmofite hanno raggiunto garantisce la quasi totale esclusività dell’insediamento in questi ambienti estremi. Infine non passa inosservata la rigogliosa
vegetazione a grandi erbe in prossimità delle
malghe in terreni fortemente concimati con l’accumulo di sostanza organica non mineralizzata. Si tratta di una vegetazione nitrofila dominata dal Rómice alpino (Rumex alpinus). Data
la lentezza nei processi di mineralizzazione
della sostanza organica a livello del suolo, è
possibile ritrovare il romiceto anche a distanza
di decenni dall’abbandono dei pascoli e delle
malghe.
1.3.Habitat di interesse comunitario
Confrontando la copertura complessiva degli
habitat emerge che, alle maggiori dimensioni dei
siti non sempre corrisponde una effettiva e
proporzionale area occupata dagli ambienti
comunitari. Il sito della “Grigna Meridionale”
è infatti il più esteso delle sette aree comunitarie individuate in Provincia di Lecco; tuttavia,
in “Grigna Settentrionale” si trova la maggior
superficie di habitat comunitari (1.388 ettari
distribuiti sull’86% del suo territorio) (figura I).
Delle 14 tipologie presenti, tre sono considerate prioritarie: boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (4070*), formazioni erbose
secche seminaturali su substrato calcareo
(6210*) e le sorgenti pietrificanti con formazione di travertino (7220*). Nella “Grigna Meridionale” sono presenti 13 ambienti comunitari
di cui 12 sono in comune con il Sito della
“Grigna Settentrionale”. L’unico ambiente
censito esclusivo del SIC meridionale è l’habitat
prioritario 9180*: “foreste di versanti, ghiaioni
e valloni del Tilio-Acerion”.
Tra i vari ambienti caratterizzanti il territorio delle
Grigne alcuni rimangono maggiormente impressi
nella memoria di chi esplora i loro scoscesi rilievi. È infatti improbabile rimanere indifferenti di
fronte alla grande varietà di forme e di colori
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Papavero dorato – Papaver aurantiacum (foto Roberto Dellavedova).
29
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
offerta da praterie, macereti e rupi fiorite. Le
Grigne ospitano difatti numerose specie vegetali di indiscusso valore naturalistico; un sicuro elemento di pregio è dato dalle specie endemiche, ovvero da quei taxa presenti solo in
un ristretto contesto geografico. Nello specifico, la porzione meridionale delle Alpi, nella
fascia compresa dal Lago di Como al Lago di
Garda, è particolarmente ricca di entità esclusive originatesi in seguito ai profondi cambiamenti ambientali che si manifestarono verso
la fine del Terziario e nel Quaternario. Il clima
di quest’ultimo periodo geologico fu sconvolto da forti recrudescenze climatiche che portarono i ghiacci polari fino nel cuore dell’Eu30
ropa centrale provocando una radicale trasformazione della vegetazione (PIGNATTI, 1979). In
questo periodo ci furono diversi stadi di oscillazioni climatiche che si manifestarono in momenti di espansione dei ghiacci, detti periodi
glaciali, intercalati a fasi interglaciali caratterizzate da temperature anche superiori a quelle odierne. Durante l’ultima glaciazione conclusasi appena 12.000 anni fa, vaste calotte di
ghiaccio rivestivano le Alpi creando un paesaggio simile a quello dell’odierna Groenlandia. Le cime più alte, non raggiunte dai ghiacciai, poterono quindi ospitare piccole isole di
vegetazione (PIGNATTI, 1979). Le Prealpi Lombarde diventarono così dei laboratori natura-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
li, in cui si sviluppò il processo di differenziazione delle specie superstiti in nuove forme
vegetali. Un esempio di habitat in cui è possibile osservare tale varietà floristica è dato dalle “formazioni erbose calcicole alpine e subalpine (6170)”, la cui estensione nei siti delle
Grigne è tale da rappresentare oltre il 90% dell’ambiente nel contesto provinciale.
L’habitat 6170 ospita numerose specie vegetali dalle colorate e vistose fioriture: tra i cespi
delle graminacee e delle ciperacee affiorano,
per esempio, i fiori rosati della Primula glaucescente (Primula glaucescens), una specie
endemica inserita anche nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat”.
A questa specie si può agevolmente aggiungere un lungo elenco di fiori di primaria importanza come l’Aquilegia di Einsele (Aquilegia einseleana), l’Aglio d’Insubria (Allium insubricum), la Carice del Monte Baldo (Carex
baldensis), l’Erba regina (Telekia speciosissima),
la Campanula dell’arciduca (Campanula
raineri) la Campanula gialla (Campanula thyrsoides) e tante altre ancora. Degna di nota è,
infine, una Primula che solo pochi anni fa è
stata descritta come una nuova specie localizzata per il solo territorio delle Grigne: la Primula grignensis. Molte delle specie elencate
non sono tuttavia esclusive degli ambienti
prativi; spesso è possibile osservarle nel ten31
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Tipi di habitat dell’Allegato I della Direttiva 92/43/CEE
Codice
Habitat
IT2030001
IT2030002
%
Ha
%
Ha
1,68
27,22
4070
*Boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum
(Mugo-Rhododendretum hirsuti)
2,64
42,66
6170
Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine
32,51
525,75 17,56 283,93
6210
6520
7220
*Formazioni erbose secche seminaturali e facies
coperte da cespugli su substrato calcareo (FestucoBrometalia) con fioritura di orchidee
Praterie montane da fieno
*Sorgenti pietrificanti con formazione di travertino
(Cratoneurion)
0,37
5,94
7,73
125,07
2,03
32,91
1,17
18,96
0,002
0,032
0,01
0,22
7230
Torbiere basse alcaline
0,002
0,045
-
-
8120
Ghiaioni calcarei e scistocalcarei montani e alpini
(Thlaspietea rotundifolii)
1,97
31,81
1,69
27,36
8130
Ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termof ili
1,36
22,06
0,43
7,01
8210
Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica
8,5
137,51 19,82 320,61
8310
Grotte non ancora sfruttate a livello turistico
0,41
9130
Faggeti dell'Asperulo-Fagetum
22,38
361,97 11,16 180,44
9150
Faggeti calcicoli dell'Europa centrale del
Cephalanthero-Fagion
7,27
117,49
0,7
11,25
9180
* Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion
-
-
1,84
29,78
9260
Foreste di Castanea sativa
2,15
75,29
8,57
138,58
9420
Foreste alpine di Larix decidua e/o Pinus cembra
4,66
34,7
-
-
6,63
0,01
Elenco degli habitat censiti nei siti “Grigna Settentrionale (IT2030001)” e “Grigna Meridionale (IT2030002)”.
Per ciascuno di essi si esprime relativa copertura in ettari e la corrsipondente % ed estensione.
tativo di colonizzare le porzioni dei brecciai
più consolidati attuando di fatto una staffetta
con le specie rigorosamente glaericole. Per
esempio i “popolamenti dei ghiaioni calcarei e
scisto calcarei montani e alpini, 8120”, sono lentamente invasi dalle splendide fioriture della
Silene d’Elisabetta (Silene elisabethae) oppure
dalla più comune crucifera Erba storna rotundifolia (Thlapsi rotundifolium). Come si accennerà di seguito a proposito della fauna invertebrata, le falde detritiche, pur essendo un ambiente aspro e impervio, ospitano forme di vita
specializzate a superare con efficacia le difficili condizioni ambientali presenti (instabilità
dei clasti, mancanza di un vero e proprio suolo e ridotta disponibilità di acqua). I ghiaioni
del Mediterraneo occidentale e termofili, 8130,
si collocano, rispetto all’habitat precedente,
32
negli orizzonti montano e submontano in situazioni termiche più favorevoli; in questa codifica rientra una vegetazione discontinua
marcata dall’abbondanza della graminacea
Stipa calamagrostide (Achnatherum calamagrostis). All’interno del territorio dei siti delle
Grigne questo habitat si estende su una superficie pari a circa 1,5 ettari, occupando
solo l’1,3% del totale; tuttavia, tale porzione
equivale nientemeno che al 73% della sua presenza a livello provinciale. Le dirupate pareti
calcaree (8210), oltre a essere un ambiente
utilizzato dall’avifauna montana per la nidificazione (es. Aquila reale e il Picchio muraiolo)
sono anche un importante habitat colonizzato da pregiate specie floristiche, talvolta provenienti anche dalle vicine praterie. Indubbiamente esclusivo di questo ambiente è l’elegan-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Pino uncinato – Pinus mugo (foto Roberto Dellavedova).
te Raponzolo chiomato (Physoplexis comosa),
non a caso inserito nell’allegato IV della Direttiva “Habitat” o, ancora, la resistente
Potentilla rosea (Potentilla nitida) elitaria delle sole rupi calcaree. Altrettanto esclusivi del
territorio delle Grigne sono “le boscaglie di
Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (4070*)”.
Nonostante all’interno dei due siti la presente codifica rappresenti una porzione assai ridotta si tratta a tutti gli effetti di un ambiente
dall’indiscusso pregio naturalistico: al riparo
delle ombrose fronde del Pino mugo si possono infatti insediare piccole ma preziose popolazioni della rara Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), un’elegante e minacciata orchidea inclusa nell’allegato II della Direttiva
“Habitat”.
A quote inferiore si mantengono ancora vitali
le attività zootecniche indispensabili alla so-
pravvivenza delle “praterie montane da fieno,
6520”, un delicato habitat creato dall’ininterrotta e secolare attività umana. Il pregio biologico dei triseteti, vale a dire il termine conferitogli dalla graminacea che ne caratterizza la
cenosi (Trisetum flavescens), è dato dal corteggio floristico più diversificato e variopinto rispetto ai simili prati da sfalcio di bassa quota
(DELARZE & GONSETH, 2008). Le “formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da
cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) con fioritura di orchidee (6210*)” sono
state individuate nella “Grigna Settentrionale” su una superficie limitata (poco meno di 6
ettari, equivalente allo 0,34% del sito). Viceversa, il Sito “Grigna Meridionale” ospita almeno 125 ettari di tale pregiato ambiente
prativo, rappresentando di fatto la porzione
di habitat prioritario più esteso della Provin33
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
IT2030002 Grigna Meridionale
IT2030001 Grigna Settentrionale
9130
22,4%
9150
7,3%
9260
4,7% 9420
2,1%
altro
57, 2%
altro
13,7%
8310
0,4%
8210
9%
8130
1%
8120
2,0%
7220*
7230
6210*
0,002%
0,003%
6520 0,4%
2,0%
4070*
1, 0%
4070*
2,6%
6170
10,9%
9260
5,1 %
9180*
1,1%
9150
0, 4%
9130 8310
6,6% 0,01%
8210 8130 8120 7220*
11,7% 0,3%1,0% 0,01%
6170
10,9%
6210*
4,6%
6520
0,7%
Confronto tra l’estensione degli habitat nei siti delle Grigne.
cia. La codifica include ambienti prativi da moderatamente a molto secchi, distribuiti nel piano submontano e montano, con optimum altitudinale compreso tra i 300 e i 1000 m. Tali vitali cenosi erbacee ospitano numerose specie,
molte delle quali minacciate o in via di estinzione (EGGENBERG et al., 2001).
Le sorgenti pietrificanti con formazione di
travertino (Cratoneurion) sono un habitat che
si sviluppa in prossimità delle sorgenti
alcaline, caratterizzate da muschi fontinali.
Il Cratoneurion non ricopre mai grandi superfici, in molti casi si osservano situazioni di mosaico con i raggruppamenti delle torbiere basse alcaline (7230) o con i prati freschi montani a Carice ferruginea (Carex ferruginea). La
ridotta superficie occupata dal prezioso ambiente, probabilmente sottostimata data la
sua distribuzione puntiforme, andrebbe ulteriormente investigata per identificarne la
reale presenza nei Siti. Anche l‘habitat delle
torbiere basse alcaline risulta essere assai
frammentato o associato ad altre cenosi umide. Tale ambiente si sviluppa in aree pianeggianti o su pendii alimentati da acque
calcaree. Se si considera poi che l’acqua superficiale tende velocemente a filtrare nel
substrato permeabile, si intuisce come gli ambienti umidi siano alquanto infrequenti in tutta l’area. Le torbiere alcaline hanno un elevato valore biologico poiché ospitano una ricca
e specializzata flora, rappresentata anche da
diverse piante ritenute rare. Questa tipologia
34
ambientale è stata censita nel solo Sito della
“Grigna Settentrionale”.
Nei massicci carbonatici, la dissoluzione chimica della roccia ad opera dell’acqua d’infiltrazione, determina la formazione di svariati ambienti
ipogei. La provincia di Lecco grazie ai due siti
delle Grigne fornisce un contributo alla diversificazione degli ambienti della Rete Natura
2000 in Lombardia. L’habitat grotte non ancora sfruttate a livello turistico, 8310, offre rifugio
durante il periodo di ibernazione a diversi
micro-chirotteri, ampiamente tutelati dalla Direttiva “Habitat”. Ma non solo: a seconda della
profondità degli anfratti aumenta la varietà
della fauna invertebrata estremamente specializzata che li colonizza. Si evidenzia che molte
di esse sono strettamente endemiche o di primaria importanza per la conservazione.
Anche per quanto riguarda la componente boschiva non mancano nei territori in esame ambienti distintivi e caratteristici. I boschi di Faggio (Fagus sylvatica), presenti nei soli Siti delle
Grigne, sono distinti in due categorie: “faggete
dell’Asperulo-Fagetum, 9130,” e “faggete
xerotermofile, 9150”. Alla codifica 9130 corrisponde il secondo habitat provinciale più esteso (542 ettari); tali cenosi boschive occupano
suoli fertili a reazione neutra, distinguendosi da
altre consorzi simili, per uno strato erbaceo ricco di specie mesofile (DELARZE & GONSETH,
2008). Nelle faggete xerotermofile lo strato erbaceo è invece contraddistinto dalla presenza
di svariate specie xero-eliofile, ossia condizio-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Laricete sulle Grigne (foto Roberto Dellavedova).
nate da una maggior aridità e luminosità. Si tratta di un rilevante ambiente in cui spesso si possono osservare numerose rare orchidee (DELARZE & GONSETH, 2008). Presso il SIC “Grigna Meridionale”, in corrispondenza di impluvi e forre
si insedia l’habitat prioritario delle foreste del
Tilio-Acerion, 9180*. Si tratta di boschi di
latifoglie in cui prevalgono Aceri (Acer pseudoplatanus) e Tigli (Tilia cordata). I suoli profondi,
addizionati alle condizioni microclimatiche peculiari, favoriscono l’insediamento di numerose geofite a fioritura primaverile o a numerose
felci, come ad esempio, l’elegante Lingua
cervina (Phyllithis scolopendrium). I boschi di castagno sono decisamente più frequenti grazie
alla coltivazione attuata dall’uomo nel corso dei
secoli grazie. I castagneti risultano più estesi in
corrispondenza dei versanti del Sito “Grigna
Meridionale”, il quale include nella sua
perimetrazione la fascia collinare idonea all’insediamento del castagno. Le selve castanili
contraddistinte da esemplari vetusti, acquisiscono un valore biologico maggiore rispetto ai
castagneti ceduati, poiché essendo provvisti di
numerose cavità, offrono svariati rifugi per la
fauna e nello specifico agli uccelli cavernicoli
(DELARZE & GONSETH 2008). Infine, un habitat
esclusivo della “Grigna Settentrionale” sono i
Lariceti inseriti nella codifica 9420, foreste alpine di Larix decidua e/o Pinus cembra. I 75 ettari di bosco di Larice rappresentano popolamenti di notevole interesse naturalistico, poiché raggiungono nella provincia di Lecco il limite meridionale della loro distribuzione nel
versante alpino.
1.4. Ambiente umano
In passato, l’allevamento e la caseificazione legate allo sfruttamento dei prati e degli alpeggi,
erano la principale fonte di sostentamento di
queste zone. L’attuale fisionomia di paesaggio,
contraddistinta dall’alternanza tra zone boscate
ed aree aperte, è il risultato dell’insostituibile
attività dell’uomo. Oggigiorno è proprio grazie
all’agricoltura che si mantengono i prati da
sfalcio, dai quali si ricava il prezioso foraggio
da conservare per l’inverno o da consumarsi
35
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Praterie calcofile in prossimità del Rifugio Rosalba (foto Roberto Dellavedova).
fresco. L’interruzione di questi cicli lavorativi
determinerebbe in pochi anni la scomparsa dei
prati, come è accaduto troppo frequentemente in numerose valli alpine. Le superfici boscate
risultano generalmente abbandonate e non più
gestite come un tempo, in particolare se collocate in zone poco accessibili. Soprattutto i boschi di conifere sono meno sfruttati rispetto ai
boschi di latifoglie, il cui legname rappresenta
ancora una risorsa per gli operatori del settore
e per i privati. Persiste tuttora il duro lavoro
legato all’esistenza degli alpeggi grazie ad
aziende che stagionalmente si impegnano a
sfruttare i pascoli in quota. Legato a questo
antico mestiere si rievocano tradizioni che fanno parte del patrimonio storico e culturale di
questi affascinanti monti. Non mancano sagre
e manifestazioni locali volte a conservare e
mantenere le risorse agricole e zootecniche che
contraddistinguono il territorio. Tra queste si
ricorda la storica esposizione del bestiame a
Pasturo che accoglie il ritorno delle mandrie alla
fine della stagione d’alpeggio. In tale occasio36
ne fanno bella mostra di sé i prodotti tipici locali, in particolare i rinomati formaggi Valsassinesi.
2. SPECIE DI INTERESSE
2.1. Specie di interesse comunitario
Grazie alla grande varietà di ambienti, ben
nove specie di uccelli appartenenti all’Allegato I della Direttiva “Uccelli” frequentano gli
habitat del Sito “Grigna Settentrionale”, a cui
si aggiungono altre cinque specie in “Grigna
Meridionale”. Nei Siti comunitari della regione Lombarda le seguenti specie sono esclusive della regione biogeografica Alpina: Civetta
capogrosso (Aegolius funereus), Coturnice
(Alectoris graeca saxatilis), Aquila reale (Aquila chrysaetos), Francolino di monte (Bonasia
bonasia) e Fagiano di monte (Tetrao tetrix
tetrix). Allo stato attuale delle conoscenze, la
“Grigna Settentrionale” è l’unico sito lecchese
ospitante Civetta capogrosso, Francolino di
monte e Picchio nero (Dryocopus martius),
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE
Codice
Nome comune
Nome scientifico
Fenologia
A072
A073
A082
A091
A103
A104
A107
Falco pecchiaiolo
Nibbio bruno
Albanella reale
Aquila reale
Pellegrino
Francolino di monte
Fagiano di monte
A109
Coturnice
A215
A223
A224
A236
A338
A379
Gufo reale
Civetta capogrosso
Succiacapre
Picchio nero
Averla piccola
Ortolano
Pernis apivorus
Milvus migrans
Circus cyaneus
Aquila chrysaetos
Falco peregrinus
Bonasa bonasia
Tetrao tetrix tetrix
Alectoris graeca
saxatilis
Bubo bubo
Aegolius funereus
Caprimulgus europaeus
Dryocopus martius
Lanius collurio
Emberiza hortulana
Migratore regolare, nidificante
Migratore regolare, nidificante
Svernante
Sedentaria, nidificante
Sedentario, nidificante
Sedentario, nidificante
Sedentario, nidificante
Sedentaria, nidificante
Sedentario, nidificante
Sedentaria, nidificante
Migratore regolare, nidificante
Sedentario, nidificante
Migratrice regolare, nidificante
Migratore regolare, nidificante
GS
GM
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
Elenco delle specie di uccelli dei siti della “Grigna Settentrionale” (GS) e “Grigna Meridionale” (GM) inserite
nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE.
mentre la presenza del Gufo reale (Bubo bubo),
è stata finora accertata per il solo Sito della
“Grigna Meridionale”. A livello regionale quest’ultimo interessante predatore notturno occupa 37 siti Alpini provvisti di ambienti idonei
utili alla nidificazione. Ed è proprio la disponibilità delle dirupate pareti strapiombanti sul
bacino lacustre del Lario che garantiscono l’insediamento del maestoso ufo nel territorio della “Grigna Meridionale”.
Gracchio – Pyrrhocorax graculus (foto G. Matteo Crovetto).
37
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE
Codice Nome comune
Nome scientifico
GS
Allegato
Vegetali
1379
Mannia triandra
II
•
1381
Dicranum viride
II
1902
Scarpetta di Venere
Cypripedium calceolus
II, IV
•
1629
Primula della Lombardia
Primula glaucescens
IV
•
1749
Raponzolo chiomoso
Physoplexis comosa
IV
•
4096
Gladiolo reticolato
Gladiolus palustris
•
II , IV
Mammiferi
1303
Ferro di cavallo minore
Rhinolophus hipposideros
II, IV
•
1304
Rhinolophus
ferrumequinum
II,
IV
Ferro di cavallo maggiore
•
1308
Barbastello
Barbastella barbastellus
II, IV
•
1309
Pipistrello nano
Pipistrellus pipistrellus
IV
•
1314
Vespertilio di Daubenton
Myotis daubentonii
IV
1316
Vespertilio di Capaccini
Myotis capaccinii
II, IV
•
1317
Pipistrello di Nathusius
Pipistrellus nathusii
IV
1322
Vespertilio di Natterer
Myotis nattereri
IV
1326
Orecchione comune
Plecotus auritus
IV
1329
Orecchione meridionale
Plecotus austriacus
IV
•
1330
Vespertilio mustacchino
Myotis mystacinus
IV
•
1331
Nottola di Leisler
Nyctalus leisleri
IV
Martes martes
V
1357
Martora
•
Pipistrello di Savi
Hypsugo savii
IV
•
5008
Pipistrello albolimbato
Pipistrellus kuhlii
IV
•
Rettili
1256
Lucertola muraiola
Podarcis muralis
IV
•
1263
Ramarro occidentale
Lacerta viridis
IV
•
1281
Saettone
Elaphe longissima
IV
•
•
1283
Colubro liscio
Coronella austriaca
IV
1284
Biacco
Coluber viridiflavus
•
IV
Anfibi
1167
Tritone crestato italiano
Triturus carnifex
II, IV
•
•
1209
Rana agile
Rana dalmatina
IV
Pesci
1163
Scazzone
Cottus gobio
II
Invertebrati
1088
Cerambice della quercia
Cerambyx cerdo
•
II, IV
1092
Gambero di fiume
Austropotamobius pallipes
•
II, V
GM
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
Specie inserite nelgli Allegati II, IV e V della Direttiva 92/43/CEE, nei rispettivi Siti delle Grigne.
Indubbiamente la maestosa sagoma roteante
dell’Aquila reale (Aquila chrysaetos) è il biglietto da visita del più grande rapace presente sulle montagne lecchesi. Le sue tecniche di caccia richiedono un’ampia disponibilità di aree
aperte, come gli ambienti sommitali prativi e
rupestri. Il volo potente e veloce sfrutta le correnti ascensionali, per poi sferrare dall’alto re38
pentini attacchi a lepri, marmotte, ungulati o
uccelli. Costruisce il suo nido su pareti rocciose o alberi maturi purchè protetti dal disturbo
antropico (BIONDA & BORDIGNON, 2006). I due
SIC delle Grigne presentano dunque le caratteristiche ambientali idonee per l’insediamento di questo prezioso rapace. Nel restante territorio lombardo, l’imponente aquila è segna-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Femmina di averla piccola – Lanius collurio (foto Marco Noseda).
Civetta capogrosso – Aegolius funereus (foto Giorgio Di Liddo).
39
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
40
Centaurea rhaetica (foto Roberto Dellavedova).
Pinguicula leptoceras (foto Roberto Dellavedova).
Telekia speciosissima (foto Roberto Dellavedova).
Silene elisabethae (foto Roberto Dellavedova).
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
lata in 66 Siti, tutti ubicati nella regione biogeografica Alpina.
Tra i Galliformi, la Coturnice (Alectoris graeca
saxatilis) frequenta gli ambienti montani,
rupicoli e soleggiati con scarsa vegetazione alimentandosi principalmente di semi e germogli; è una specie di grande interesse conservazionistico, ormai divenuta rara (P INOLI &
BIASIOLI, 2007). Individuata nel 35% dei Siti
lombardi, ovvero in 61 su 175, trova quasi esclusivamente nei SIC Alpini gli habitat idonei per
la sua sopravvivenza. Il Francolino di monte
(Bonasia bonasia), alimentandosi di gemme e
amenti di latifoglie, frequenta soprattutto le
foreste del piano montano cercando eventualmente nel periodo invernale zone di alimentazione anche a quote inferiori (AA.VV., 1958).
In Lombardia, all’interno della Rete Natura
2000, la sua diffusione è più limitata rispetto
alla Coturnice: è stato infatti rilevato in 41 siti
Alpini. Le lande subalpine di arbusti nani al limite superiore della foresta, o i boschi di conifere con un sottobosco costituito da Rododendri (Rhododendron ferrugineum, R. hisutum),
Mirtilli (Vaccinium myrthillus, V. vitis-idaea, V.
gaultherioides) e ginepro (Juniperus nana), costituiscono gli ambienti preferenziali del Fagiano di monte o Gallo forcello (Tetrao tetrix tetrix).
I due Siti delle Grigne insieme ad altri 55 SIC
Alpini, dislocati principalmente nei territori
delle province di Sondrio e Brescia, offrono
ancora rifugio a questo minacciato Tetraonide.
Il Picchio nero (Dryocopus martius), il più grande tra i picidi europei, conduce come tutti i
Piciformi una vita strettamente arboricola. Rispetto ai suoi parenti più prossimi, necessita di
formazioni boschive mature ove siano presenti
vecchi alberi di Faggio, o Larice, nei quali ricava profonde cavità, in cui colloca il nido (BONATO L., 2007). Circa la metà dei Siti Alpini
lombardi (47 su 85) ospita questa interessante
specie.
Anche la Civetta capogrosso (Aegolius funereus)
vive nelle formazioni forestali nei piani montano e subalpino come faggete, boschi misti o di
conifere (BIONDA & BORDIGNON, 2006).
Come gli altri Strigidi è un predatore specializzato nella caccia notturna; mediante agguati
cattura prevalentemente topi e arvicole. Considerando che la Civetta capogrosso è una specie elusiva e di non facile osservazione, si può
giustificare la sua minore diffusione nei Siti Alpini (37 su 85).
Nei siti delle Grigne gli altri gruppi sistematici
compresi nell’Allegato II della Direttiva
“Habitat” sono rappresentati da dodici specie così suddivise: tre Chirotteri, tre piante superiori, due Briofite, un Anfibio, un Pesce e
due taxa appartenenti agli Artropodi, ovvero
un Coleottero e un Crostaceo (Tab. 6). Tra i
Mammiferi presenti nei due siti delle Grigne
il Ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum) è la specie dell’Allegato II più frequente tra siti Lombardi. Decisamente meno
diffuso è il Ferro di cavallo minore (Rhinolophus
hipposideros), distribuito in 7 siti, ed il Vespertilio di Capaccini (Myotis capaccinii) localizzato in 8 SIC. Ancora più rilevante è la presenza
del Barbastello (Barbastella barbastellus); la sola
provincia di Lecco ospita tre dei cinque siti in
cui si registrata il raro pipistrello, uno di questi è la porzione meridionale delle Grigne. Il
regime alimentare del Barbastello a base di microlepidotteri è estremamente specializzato,
tanto da selezionare habitat specifici rappresentati dalla vegetazione arborea, nei quali
svolge la sua attività trofica. Nel sito “Grigna
Settentrionale”, come per il restante arco alpino può frequentare vari habitat forestali tra
cui le “foreste di Castanea sativa, 9260” o le
“foreste alpine di Larix decidua e/o Pinus
cembra, 9420”. Durante l’inverno ricerca, solitario, rifugio in ambienti molti diversi e talvolta poco protetti come alcune strutture abbandonate dall’uomo: miniere, acquedotti o cave
sotterranee (AA.VV., 2003). La disponibilità di
habitat naturali come le “grotte non ancora
sfruttate a livello turistico, 8310”, offrono ulteriori siti di svernamento che ne favorirebbero la sua presenza nei siti lecchesi. Un terzo
delle segnalazioni regionali del Gladiolo reticolato (Gladiolus palustris) si concentrano nei
due siti delle Grigne, mentre in Lombardia
l’Epatica Mannia triandra, oltre al sito Meridionale, è individuata solamente in un secondo sito in provincia di Sondrio. Anche l’altra
41
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
briofita, Dicranum viride, è altrettanto infrequente; la sua presenza conferisce quindi al territorio
delle Grigne un ulteriore elemento di pregio naturalistico. A livello nazionale la distribuzione
frammentaria della Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), è limitata all’arco alpino e agli
Appennini. Si tratta di una orchidea largamente
tutelata, data la sua rarefazione anche a causa
di raccolte scriteriate che ne hanno ridotto la sua
diffusione; nella Lista Rossa nazionale e regionale è considerata una specie vulnerabile (VU).
Nei Siti della Rete Natura 2000 della Lombardia il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex)
è la specie maggiormente segnalata (65 su 175)
tra quelle inserite nell’Allegato II della Direttiva “Habitat”. In effetti la presenza di idonei
ambienti acquatici per la sua riproduzione garantiscono la sua diffusione in numerosi habitat
forestali e prativi sia in pianura sia sui rilievi.
Ma nel contesto delle Grigne, data la loro natura geologica che favorisce i fenomeni carsici, si
ha una limitata diffusione di stagni o specchi
d’acqua superficiali. Assume quindi maggior rilievo la presenza di questo singolare anfibio. In
Italia la Cerambice della quercia (Cerambyx
cerdo) è un coleottero piuttosto comune e diffuso, le cui larve xilofage si nutrono di legno
marcescente di varie querce, come Rovere
(Quercus petraea), Farnia (Q. robur), Cerro (Q.
cerris). Legato principalmente ai querceti (in
particolar modo alla presenza di vecchie piante)
risulta inserito nella scheda identificativa di entrambi i siti della Grigna, ma non compare nell’approfondita indagine faunistica condotta sui
Coleotteri entro i limiti del Parco Regionale della Grigna Settentrionale (GOGGI, 2007).
2.2. Altre specie importanti
Ancor prima di descrivere la grande varietà
faunistica che arricchisce e valorizza il territorio è d’obbligo menzionare alcune specie esclusive delle sole Grigne. Sembrerà quindi sorprendente, per questo contesto prettamente montuoso, citare un pesce marino appartenente al
genere Saurichthys, vissuto 235 milioni di anni
fa. Il nome corrisponde solo ad alcuni dei numerosi fossili individuati in un canalone delle
42
Grigne Settentrionali dai paleontologi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano. Le ricerche, tuttora in corso,
hanno permesso di catalogare una vasta collezione di antichi organismi acquatici invertebrati
come Daonelle, Gasteropodi, Cefalopodi, Ammoniti fino ad arrivare ad organismi con struttura più evoluta come Pesci e Rettili appartenenti al Phylum dei Cordati.
Come è avvenuto per la componente floristica,
anche per l’attuale fauna invertebrata alpina,
l’alternarsi dei climi durante il Quaternario esercitò un’imponente azione selettiva sui popolamenti animali (AA.VV, 1958). L’isolamento e il
frazionamento ha favorito l’affermarsi di razze
o di specie strettamente limitate a singole regioni montuose, in special modo al piede meridionale delle Alpi (AA.VV, 1958).
Il territorio della provincia di Lecco annovera
quindi pure nella fauna geobia, ovvero legata
agli ambienti della lettiera del suolo e del sottosuolo, numerosi endemiti e specie di notevole
interesse biologico (BARCELLA et al., 2004). Per
questo motivo il territorio delle Grigne attira l’attenzione degli entomologi, che grazie alle loro
ricerche forniscono preziosi spunti sull’effettiva presenza e distribuzione di vari gruppi sistematici. In particolare le falde detritiche carbonatiche offrono rifugio a specie dalle più svariate abitudini alimentari. La maggior parte di
esse sono fitofage, vale a dire che si nutrono
delle parti fogliari dei vegetali, o microfage, dipendenti da particelle alimentari di dimensioni
microscopiche. Non mancano, infine, cacciatori
erranti tra i detriti incoerenti alla ricerca delle
loro prede come Cychrus cylindricollis. Si tratta
di una importante Carabide elicofago specializzato nella predazione della chiocciola
Chilostoma cingulatum frigidum. L’Otiorhynchus
articulatus è invece un Curculionide la cui distribuzione è limitata alla “Grigna Settentrionale”, mentre l’Otiorhynchus bertarinii è un endemismo orobico che nel massiccio delle Grigne
raggiunge il suo limite più occidentale. Negli
ambienti pascolivi contraddistinti da affioramenti rocciosi, individuando dapprima i cespi
di Sassifraga verdazzurra (Saxifraga caesia) è
possibile ricercare tra le sue robuste radici la
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Aquilegia di Einsele – Aquilegia einseleana (foto Roberto Dellavedova).
43
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
larva di Dichotrachelus grignensis un altro
endemita localizzato sia nei rilievi della
“Grigna Settentrionale”, sia nel territorio bergamasco sulle pendici della Presolana. Anche
le grotte e gli ambienti cavernicoli sono habitat
peculiari che offrono rifugio ad altre preziose
entità appartenenti alla specializzata fauna
ipogea. Un interessante esempio è la Boldoriella grignensis scoperta solo in anni recenti
presso la “Grigna Meridionale”, ed in seguito
ritrovata in altri ambienti congeniali. L’adattamento alla vita ipogea è evidente; completamente cieca e con la cuticola priva di pigmento, vive nel sottosuolo, nutrendosi di collemboli
e minuscole larve di ditteri trasportati dall’acqua. Tra gli Aracnidi si cita Troglohyphantes
microcymbium sprovvisto di occhi e dalle ridotte dimensioni; si tratta di un ragno depigmentato localizzato in poche grotte e a grandi profondità; costituisce l’unica specie cavernicola
scoperta nel sistema ipogeo del circo di
Moncodeno.
Altrettanto varia e diversificata è la fauna
vertebrata che popola i rilievi delle Grigne: entrambi i siti accolgono sette specie di Anfibi e
Rettili appartenenti agli Allegati della Direttiva “Habitat”. Confrontando la distribuzione
dei vari gruppi sistematici nei restanti siti comunitari della Lombardia è di rilievo annotare come i SIC della Grigna sono tra quelli che
includono una maggior varietà di Rettili, mentre per il Sito della “Grigna Meridionale” appare particolarmente elevata la varietà di Chirotteri inclusi nell’Allegato IV della Direttiva
“Habitat”. Parimenti anche il gruppo degli Uccelli include numerose specie che arricchiscono la fauna locale. Tra i vari rappresentanti di
questo gruppo vale la pena di citare il Picchio
muraiolo (Tichodroma muraria), da considerarsi tra i vertebrati l’entità più specializzata a vivere sulle pareti rupestri d’alta montagna
(AUDISO & BONATO, 2006). Sulle falesie rocciose trova infatti il suo cibo, rappresentato da
insetti e aracnidi che frequentano regolarmente queste superfici o vi si trovano occasionalmente. Grazie alla sua agilità e alle spericolate
acrobazie, riesce anche a catturare al volo gli
insetti che, disturbati, cercano di allontanarsi.
44
3. PROTEZIONE
E CONSERVAZIONE
3.1. Stato di conservazione
Il generale stato di conservazione è positivo,
tuttavia alcuni habitat, come ad esempio l’ambiente prioritario delle lande alpine calcicole
(4070*) evidenziano una condizione di minor
integrità essendo stati investiti da un incendio
verificatosi nel 1997 (BARCELLA et al., 2004). Rispetto ad altre realtà dell’arco alpino, l’ancora
viva tradizione di sfruttare ampi appezzamenti come risorsa per il foraggio permette di ben
conservare i preziosi habitat seminaturali dei
prati da sfalcio montani (6520).
Eventuali problematiche possono invece sorgere dal grande fascino che questi rilievi esercitano, tanto da generare una elevata presenza turistica per gran parte dell’anno. È noto come il
disturbo arrecato alla fauna da parte dell’uomo possa causare danni anche gravi alle popolazioni di taluni animali ed in generale agli ecosistemi (MASUTTI & BATTISTI, 2007). In particolare, le attività sportive come arrampicata, alpinismo e anche escursionismo svolte in prossimità dei siti riproduttivi di alcune specie di uccelli (rapaci e tetraonidi) soprattutto se reiterati
nel tempo, possono avere effetti deleteri sulle
popolazioni locali.
La presenza di una fitta trama di sentieri ben
marcata e visibile dovrebbe scoraggiare gli
escursionisti ad improvvisare percorsi alternativi limitando di conseguenza lo sconfinamento in aree scelte come riparo e rifugio dall’avifauna.
D’altro canto una efficace propaganda e sensibilizzazione presso i vari gruppi sportivi potrebbe, quando tale coscienza non si è ancora radicata, diventare una buona pratica educativa per
ogni categoria di sportivo.
3.2. Stato di protezione
Il Parco Regionale della “Grigna Settentrionale” è una realtà di recente istituzione essendo
stato riconosciuto nel 2005 con la Legge Regionale n. 11 del 2 marzo. La Regione Lombardia
con D.G.R. n. 8/5119 del 18 luglio 2007 ha attri-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
buito la gestione del SIC IT2030002 “Grigna
Meridionale” alla Provincia di Lecco, mentre
quella del SIC IT2030001 “Grigna Settentrionale” è affidata alla Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera.
4. FRUIBILITÀ
Grazie alla fitta rete sentieristica i due siti delle
Grigne sono letteralmente percorribili in lungo e in largo in quasi ogni loro piega. Per tale
motivo nel tentativo di suggerire alcuni tragitti si corre l’inevitabile rischio di tralasciarne altri. Si rimanda quindi ogni approfondimento alle guide del Parco Regionale della
Grigna Settentrionale, ricche di spunti per
ogni tipologia di camminata.
Di seguito si propongono comunque i due itinerari percorsi per conoscere da vicino i preziosi elementi naturali di questi affascinanti
rilievi. Si tratta di tragitti comodamente percorribili in due giornate di cammino per i quali
si suggerisce il pernottamento; così facendo
non si rinuncerà alle dovute soste che una fotografia o uno sguardo all’orizzonte potranno richiedere.
Itinerario escursionistico 1: Cainallo – rifugio Bogani – Grigna Settentrionale e Rifugio
Brioschi – Rifugio Bietti – Bocchetta di Prada
– Cainallo). Interessante escursione che consente di osservare gran parte degli habitat
censiti all’interno del sito settentrionale. Si
segnala che tale percorso è stato effettuato
nel periodo estivo con una consona attrezzatura da escursionismo. Per quanto riguarda il
tratto alto del tragitto si ricorda che il sentiero è attrezzato con corde ma la sua
percorrenza richiede in ogni caso buon senso
e una valida preparazione fisica. In alternativa a questo circuito ad anello è altrettanto interessante la possibilità di seguire il classico
itinerario che in una sola giornata permette
di raggiungere il Rifugio Bietti-Buzzi utilizzando il medesimo punto di partenza dal parcheggio di Vò di Moncòdeno.
Itinerario escursionistico 2: (Grigna Meridionale: Maggiana, Rifugio Rosalba, Cresta Segantini, Bocchetta del Giardino, Buco di
Grigna, rifugio Elisa, Rongio). Il presente iti-
nerario offre la possibilità di superare i vari
piani altitudinali apprezzandone man mano la
varietà di ambienti che si susseguono. Per gli
appassionati di flora si segnala la porzione
sovrasilvatica dove ogni parete o falda detritica
offre la possibilità di osservare i fiori più tipici
delle prealpi lombarde. Anche in questo caso
la parte alta del tragitto si sviluppa su roccia,
diventando un impegnativo sentiero attrezzato con corde (indicato con la sigla EEA). Ma
una volta superata questa difficoltosa traccia
il resto del percorso si sviluppa senza particolari difficoltà. Si suggerisce di approfondire
mediante una delle numerose guide tascabili
il percorso che si ritiene più idoneo alla proprie capacità atletiche.
Presso i siti delle Grigne, oltre alle numerose
passeggiate che si possono organizzare all’aperto, si segnala anche al possibilità di visitare le
collezioni dei Musei di Esino Lario, Varenna e
Primaluna. Nel primo caso sarà possibile approfondire i contenuti naturalistici locali seguendo un ampio spettro di discipline naturalistiche: le collezioni spaziano da reperti mineralogici agli interessanti fossili risalenti al Triassico medio, passando da una ricca collezione
di farfalle, alla riproduzione delle fasce altitudinali delle Grigne con le relative componenti
biotiche che le caratterizzano. Non mancano
inoltre numerosi oggetti che ricostruiscono attraverso cartelloni la storia locale dai più antichi insediamenti umani (celti e romani) fino alla
descrizione degli eventi che hanno meglio caratterizzato il territorio. Il Museo civico “Luigi
Scanagatta”di Varenna è prettamente dedicato all’ornitologia e alle Scienze Naturali. Una
ricca biblioteca scientifica affiancata da un completo schedario del materiale museale custodito supporta il visitatore durante la visita alle
diverse Sezioni dedicate per l’appunto alla botanica con particolari approfondimenti ai Licheni e alle Briofite, all’avifauna stanziale e
migratoria e alla malacofauna, ovvero ai
gasteropodi terrestri e ai bivalvi lacustri. Infine
il Museo di Primaluna ospita collezioni etnografiche proponendosi l’obiettivo di descrive e
divulgare la locale cultura della Valsassina
(CAMOZZINI Et al., 2006).
45
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Campanula gialla – Campanula thyrsioides (foto Roberto Dellavedova).
46
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
5. GESTIONE
Il raggiungimento di una equilibrata gestione
avviene attraverso la conoscenza del territorio,
delle sue componenti biotiche e delle dinamiche in atto che influenzano i vari ecosistemi.
Nel caso dei Siti delle Grigne la complessa rete
di interazioni tra la grande varietà di ambienti
e le specie ivi presenti è la risultante della
millenaria convivenza con l’uomo. Il profondo
cambiamento che si è verificato nel corso delle
ultime decadi ha incrinato questi delicati equilibri; ne deriva che uno sfruttamento del territorio inappropriato, o semplicemente differente rispetto a quello che era la norma, determina condizioni di instabilità e di perturbazione.
A titolo esemplificativo si citano i casi delle
praterie a Bromus erectus ospitanti svariate
fioriture di orchidee (6210), e dei prati da sfalcio
montani (6520). Negli orizzonti montano e subalpino, l’abbandono delle pratiche agricole o
pastorizie ha portato alla repentina degradazione della vegetazione originaria, invasa dapprima dagli arbusti e poi completamente sostituita dalle formazioni boschive. L’attuale limitata diffusione della Coturnice (Alectoris graeca
saxatilis) è una conseguenza dell’avanzata dei
boschi, che ha ridotto gli spazi aperti anche a
quote un tempo occupati dall’ormai raro
fasianide. Anche a quote maggiori il passato
utilizzo intensivo degli alpeggi su vaste superfici determinava un variegato paesaggio di arbusti nani e distese d’erba. La contrazione delle attività zootecniche avvenuta sull’intero arco
alpino, abbinata al diverso utilizzo del territorio, ha portato alla scomparsa di molti habitat
indispensabili per il Fagiano di monte (Tetrao
tetrix tetrix).
Un possibile intervento che possa favorire il
Gallo forcello è legato al mantenimento di aree
aperte nelle zone attuali di colonizzazione
dell’arbusteto sulla prateria alpina e alla creazione di nuove radure a mosaico nelle aree
boscate più fitte. D’altro canto, il progressivo
estendersi dei boschi ha favorito l’incremento
di altre specie in passato date in regressione,
come ad esempio il Francolino di monte (Bonasa
bonasia). Anche un eccessivo sfruttamento delle
risorse può risultare altrettanto negativo. Il pascolo incontrollato nelle formazioni erbose
calcicole alpine e subalpine (6170), genera un
apporto di deiezioni che seleziona e modifica il
corteggio floristico delle praterie. In secondo
luogo, l’eccessivo calpestamento deteriora la
cotica erbosa, innescando così processi erosivi
che, su grande scala, potrebbe determinare l’instabilità dei versanti. Tali problematiche sono
ben note agli Enti gestori delle aree protette
lombarde. Per questo motivo il Parco regionale
della Grigna Settentrionale, insieme ai parchi
Regionali delle Orobie Bergamasche e del Monte Barro e alla riserva Naturale Pian di Spagna
e Lago di Mezzola, partecipa a un’iniziativa finalizzata alla conservazione della biodiversità
naturale, che prevede interventi comuni da intraprendere nei riguardi di specie animali, vegetali e habitat. Un primo esempio è dato dal
progetto pilota RISPOSta (Rinaturazione Impianti Sciistici con Produzione Ottimizzata di
fiorume dei PRAti stabili) che si prefigge nell’arco del triennio 2008-2010 di effettuare la
rinaturazione sperimentale di alcuni ettari di
territorio coinvolgendo gli agricoltori, i gestori
degli impianti sciistici e gli operatori del settore
delle semine potenziate. In particolare, gli Enti
gestori, percependo le difficoltà dell’agricoltura tradizionale in montagna, si propongono con
il presente progetto di sviluppare una possibilità integrativa di reddito per gli agricoltori locali, favorendo la riconversione di prati da
sfalcio abbandonati o sotto-utilizzati in campi
idonei al prelievo di fiorume che si affiancherebbe alla tradizionale pratica della fienagione.
Un’ulteriore considerazione è rivolta agli ambienti umidi che, come noto, sono habitat fragili spesso soggetti a forme di degrado anche
irreversibili. Per tale motivo è doveroso attuare
una gestione in cui non vengano applicate a
queste aree sensibili né captazioni idriche né
drenaggi. La specializzata componente vegetale di codesti habitat è infatti estremamente
vulnerabile a qualsiasi alterazione chimica o fisica delle acque. Di conseguenza essendo questi popolamenti di dimensioni ridotte, dispersi
ed isolati, in caso di scomparsa di una cenosi a
seguito di una perturbazione, in quella località,
47
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
l’habitat andrebbe perduto definitivamente.
Preservare questi ambienti non può che avere
un effetto positivo anche su altre componenti
biotiche che necessitano di tali habitat, come
per esempio gli Anfibi, esigenti zone umide
stagnanti. Si ricorda infatti che il mantenimento e la tutela di piccoli corpi idrici rientra negli
obiettivi della Direttiva Habitat: per quanto riguarda le specie dell’Allegato IV è previsto il
divieto di distruzione o disturbo dei siti di riproduzione o riposo. In merito a queste problematiche il Parco regionale della Grigna Settentrionale, grazie a un finanziamento della
Regione Lombardia, sta attuando una seconda attività progettuale orientata al ripristino e
al mantenimento delle pozze d’alpeggio esistenti con lo scopo di favorire gli Anfibi e, naturalmente, per garantire l’abbeverata del bestiame.
Per quanto concerne gli ambienti forestali la
conservazione degli elementi arborei di maggiori dimensioni e di quelli morti e deperienti
con presenza di cavità può favorire la presenza del picchio nero e della civetta capogrosso.
Le medesime fessurazioni e cavità aumentano la disponibilità di siti di rifugio anche per i
chirotteri; l’eventuale installazione di apposite cassette nido per chirotteri o la creazione
artificiale di ricoveri nei tronchi di piante può
essere, infine, un utile intervento di supporto
purchè accompagnata da una costante verifica (BARCELLA et al., 2004).
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MONTE BARRO
IT 2030003
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Panoramica del Monte Barro e dei bacini insubrici (foto Andrea Ferrario).
51
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Dati generali
52
Coordinate:
Longitudine 09° 22’ 24’’ – Latitudine 45° 47’ 43’’
Altitudine:
225 (min) – 922 (max)
Superficie:
648,57 ettari
Comuni:
Galbiate, Malgrate, Pescate, Valmadrera
Comunità Montana:
Comunità Montana del Lario Orientale
Cartografia di riferimento:
CTR 1:10.000 B4d4, B4d5
Regione biogeografica:
Alpina
Data di proposta come SIC:
giugno 1995
Data di conferma come SIC:
marzo 2004
Ente gestore:
Consorzio di gestione Parco Monte Barro
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
1. CARATTERISTICHE
AMBIENTALI
1.1 Ambiente fisico
Il sito del Monte Barro si colloca in un’ideale
area di transizione tra gli ambienti continentali
e quei territori che assumono gradatamente i
caratteri alpini. Si tratta di un rilievo isolato dai
circostanti monti, la cui sommità raggiunge i 922
m s.l.m., occupando complessivamente una superficie di circa 650 ettari. A settentrione e ad
oriente il ramo del Lago di Como ed il Lago di
Galbiate lambiscono le falde del Monte Barro
lungo la direzione Sud – Est. A ponente, la dorsale del Corno Birone (1.116 m), del Monte Rai
(1.250 m), del Monte Prà Santo (1.245 m) e della Colma di Val Ravella (939 m), si affianca al
Monte Barro costituendo i primi avamposti
delle prealpi lecchesi. Infine a Sud – Ovest i
Laghi di Annone e di Garlate contribuiscono a
mitigare il clima di quest’area insubrica. Le rocce
sedimentarie calcaree che costituisco l’ossatura del monte (dolomie e calcari) sono rocce di
antichissima formazione costituite da Carbonato di Calcio, la cui origine è collegabile alla sedimentazione di materiale di origine organica
Scorcio di prato magro (foto Andrea Ferrario).
nei fondali di antichi mari. Si sovrappongono
al substrato calcareo i depositi fluvio-glaciali
abbandonati dai ghiacciai quaternari, rappresentando una testimonianza indiretta di questo imponente fenomeno che ha caratterizzato i recenti avvenimenti geologici in tutta Europa. La posizione nevralgica del Monte Barro
determina quindi un felice connubio di indiscusso valore biologico, come testimoniato dalla grande varietà di organismi viventi che popolano quest’area (VILLA, 2000).
1.2 Paesaggio vegetale
La collocazione geografica e la natura litologica
del Monte Barro influenzano e condizionano
fortemente la componente vegetale del sito. In
particolare, le cenosi boschive ed erbacee che
si insediano lungo le pendici esposte a mezzogiorno devono affrontare limitanti condizioni
ecologiche date dalla forte insolazione e dagli
stress idrici a cui si addiziona la scarsa disponibilità di nutrienti dei sottili suoli. In queste porzioni, inadatte alle coltivazioni, in passato si
sono concentrati gli sforzi dell’uomo per sottrarre al bosco le superfici utili da dedicare al
pascolo. Oggigiorno
una distratta osservazione panoramica
del rilievo si soffermerà in primo luogo
sulla componente
boschiva che, colonizzando le ampie
superfici prative di
un tempo, ricopre
quasi uniformemente il solitario monte.
Percorrendo gli assolati e aridi versanti si
attraversa una vegetazione boschiva tipica delle prealpi
calcaree rappresentata da due specie
arboree balcaniche a
spiccata termoxerofilia: il Carpino nero
53
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
(Ostrya carpinifolia) e l’Orniello (Fraxinus ornus)
a cui si aggiunge la resistente Roverella (Quercus
pubescens). Si tratta di un peculiare ambiente
che ospita diverse rare specie submediterranee
come una interessante orchidea priva di clorofilla chiamata, non a torto, Fior di legna
(Limodorum abortivum). A contatto di tali formazioni boschive si colloca una vegetazione
erbacea di mantello o di margine, appartenente all’alleanza del Geranion sanguinei. In questi consorzi erbacei, tra le numerose specie si
può osservare il Sigillo di Salomone comune
(Polygonatum odoratum), il vistoso aranciato giglio di San Giovanni (Lilium croceum) oppure
varie orchidee, come la protetta ed aggraziata
Cefalantera a foglie lunghe (Cephalanthera
longifolia). A metà strada nel progressivo cammino che porta i prati aridi a divenire boschetti
di Roverella o Carpino nero, si collocano i caratteristici cespuglieti ricchi di varie rosacee
spinose produttrici di bacche rosse (Berberis,
Rosa, Crataegus, Cotoneaster) incluse nell’alleanza del Berberidion. Intercalate e frammiste
a queste tipologie ambientali si inseriscono i
prati magri e aridi, ovvero consorzi erbacei di
grande valore naturalistico conferito sia dalla
componente vegetale sia animale che si è fortemente specializzata a vivere in tali ambienti
aridi e luminosi. Tra le numerose specie vegetali che si possono osservare nei prati magri si
annoverano svariate orchidee appartenenti ai
generi Orchis (O. morio, O. ustulata, O. provincialis e O. tridentata) ed Ophrys (O. insectifera,
O. sphegodes). Appare evidente come una variegata strutturazione della vegetazione come
quella del Monte Barro favorisca un incremento della varietà biologica; le comunità di margine xerotermofile così come le zone cespugliate ospitano, difatti, diverse specie ecotonali
termofile rappresentate da numerosi insetti
specializzati come Lepidotteri diurni (Ropaloceri), Coleotteri ed Ortotteri (MASUTTI & BATTISTI, 2007; DELARZE & GONSETH, 2008).
Dove la roccia superficiale e le eccessive pendenze impediscono l’insediamento di cenosi
erbacee continue, come le assolate pareti
calcaree volte a mezzogiorno, si insedia una
specializzata vegetazione vascolare calcofila,
data da rustiche e tenaci specie erbacee perenni, riconoscibili dalla specie guida Cinquefoglia penzola (Potentilla caulescens). Il grande interesse che tali ambienti assumono è determinato dalla ricca e peculiare flora costituita da numerose specie endemiche o a limitata distribuzione geografica come il Raponzolo
chiomato (Physoplexis comosa), l’Erba regina
(Telekia speciosissima), o ancora la Primula
orecchia d’orso (Primula auricula). Le fresche
rupi esposte a settentrione, più umide e ombreggiate rispetto alle precedenti, appaiono
Panoramica del Monte Barro e dei bacini insubrici (foto Andrea Ferrario).
54
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Giglio di San Giovanni – Lilium croceum (foto Riccardo Falco).
55
invece ricche di felci e muschi favoriti da valori
di umidità e temperatura meno variabili rispetto al microclima delle pareti assolate. La flora
specializzata che si può osservare in questi siti
è ricca di crittogame sciafile come l’Asplenio
verde (Asplenium viride), o la Felcetta fragile
(Cystoperis fragilis) da cui deriva il nome dell’unità di riferimento (Cystopteridium) di questi
popolamenti ombrosi (DELARZE & GONSETH,
2008).
Per quanto riguarda le cenosi arboree i freschi
versanti collocati a Nord offrono condizioni
ecologiche favorevoli all’insediamento di rigogliosi boschi mesofili con Acero di monte (Acer
pseudoplatsanus), Frassino comune (Fraxinus
excelsior) e Tiglio (Tilia cordata). Infine, non
manca all’appello l’utilissimo Castagno (Castanea sativa) come inequivocabile testimonianza
della passata pianificazione territoriale, finalizzata a ottenere dall’ambiente circostante tutto
lo stretto indispensabile.
1.3 Habitat di interesse comunitario
Il sito del Monte Barro include otto habitat di
interesse comunitario: tre tipologie di ambienti
prativi (6170, 6210* e 6510), una sola categoria
di paludi basse calcaree (7220*), due habitat
rocciosi (8130 e 8210) ed altrettanti formazioni forestali (9180* e 9260). I boschi di castagno
sono l’ambiente maggiormente esteso (119 ettari) occupando circa il 18% della superficie
del sito. A proposito dei castagneti è interessante rilevare che, pur essendo formazioni
boschive diffuse un po’ ovunque in Lombardia (DEL FAVERO, 2003), i Siti Comunitari individuati nel territorio lombardo, ne comprendono soltanto una limitata porzione (1.050 ettari).
In provincia di Lecco, grazie ai quattro SIC
(Grigna Settentrionale, G. Meridionale, Monte Barro e Valle di S. Croce e Valle di Curone)
in cui sono inclusi i boschi di Castagno, si registra circa la metà della complessiva superficie appartenente a questa codifica (532 ha). I
boschi di Castanea sativa mostrano una vasta
gamma di tipi; tra questi assumono una maggior valenza biologica i castagneti da frutto con
56
sottobosco seminaturale, soggetti però ad un
progressivo abbandono che ha compromesso
la loro struttura ed il loro valore storico-culturale. Sulle pendici del Monte Barro sono
inoltre ampiamente rappresentate (71 ha) le
“Formazioni erbose secche seminaturali e
facies coperte da cespugli su substrato
calcareo (Festuco-Brometalia) con fioritura di
orchidee (6210*)”. La loro copertura equivale
a circa l’11% della superficie del Sito; trattandosi di ambienti di primaria valenza naturalistica, in questi ultimi anni si sono concentrate
molte azioni condotte dall’Ente Gestore finalizzate al mantenimento di questi preziosi consorzi prativi (VILLA, 2000). La codifica comunitaria fa riferimento alle cenosi riconducibili
all’intera classe Festuco-Brometea che, in termini meno tecnici, corrisponde alle “praterie
magre” planiziali e montane non soggette a
concimazione, identificabili anche con il termine di “Brometi”. Tale vocabolo include associazioni abbastanza differenti, ma quasi
sempre caratterizzate dalla presenza più o
meno abbondante del Forasacco eretto
(Bromus erectus), una graminacea specializzata a insediarsi sui terreni calcarei, soleggiati e
aridi (GIACOMINI & FENAROLI, 1958). Sulle pendici più secche e rupestri si aggiunge al sostantivo Brometo il prefisso xero- per evidenziarne
la maggior aridità. Negli Xerobrometi si associano al Forasacco eretto varie specie aromatiche come il Camedrio querciola (Teucrium
chamaedrys) o la Stregona eretta (Stachys
recta), l’elegante Veronica spigata (Pseudolysimachion spicatum) abbinate ai radi cespi di
Sesleria cerulea (Sesleria caerulea) o di Koeleria
a fiori grandi (Koeleria macrantha).
L’influenza dei bacini lacustri si ripercuote anche sulla composizione erbacea dei prati magri
che nel contesto insubrico sono caratterizzati
da un aspetto eterogeneo dato da diverse graminacee termofile come il Barbone digitato
(Bothriochloa ischaemum) e la Barba d’oro
(Chrysopogon gryllus) associate alla comune
Carice umile (Carex humilis) e talvolta alla rara
orchidea termofila Serapide maggiore (Serapias
vomeracea)
Sul Monte Barro si affermano inoltre altre for-
Interno di un giovane querceto (foto Franco Zavagno)
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE
Codice
6170
6210
6510
7220
8130
8210
9180
9260
Habitat
Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine
* Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su
substrato calcareo (Festuco-Brometalia) con fioritura di orchidee
Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis,
Sanguisorba officinalis)
* Sorgenti pietrificanti con formazione di travertino (Cratoneurion)
Ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termof ili
Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica
* Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion
Foreste di Castanea sativa
me meno xerofile denominate “Mesobrometi”,
in corrispondenza di pendii ad inferiore aridità, in cui i consorzi prativi diventano ancor più
lussureggianti e ricchi di specie. Un elemento
di indiscusso pregio dei Mesobrometi è infatti
dato da un’elevata varietà floristica che ecce-
Copertura
(ha)
3,35
70,71
36,48
1,17
1,31
1,02
38,77
118,99
zionalmente comprende in parcelle di circa 100
m2 una media di circa 60 – 100 specie differenti
(VILLA & CERIANI, 2005). Il massimo della ricchezza floristica si raggiunge in quelle cenosi erbacee
non eccessivamente sfruttate, ossia sottoposte
ad un unico taglio tardivo senza concimazione
57
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Citiso insubrico – Cytisus emeriflorus (foto Roberto Dellavedova).
Pulsatilla comune – Pulsatilla vulgaris (foto Roberto Dellavedova).
58
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
IT2030003 Monte Barro
altro
58%
6170
0,5%
6210*
10,9%
6510
5,6%
9260
18%
9180*
6,0%
8210
0,2%
8130
0,2%
7220*
0, 2%
Valori percentuali di copertura degli habitat.
o eventualmente, soggette a un pascolo
estensivo.
Alla grande esuberanza di fioriture si accompagnano numerosi animali che, pur vivendo in
altri habitat limitrofi, frequentano comunque
queste formazioni per alimentarsi. In particolare, le praterie aride diventano un habitat insostituibile per gli invertebrati (Ortotteri, Mantoidei, Aracnidi e svariate specie di Lepidotteri) nonché per altri gruppi di animali come Uccelli e Rettili.
Le “Praterie magre da fieno a bassa altitudine
(Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis)
(6510)” sono presenti all’interno del Sito su una
superficie di ben 36 ettari (circa 6%). Tali
praterie sono comunità erbacee mantenute
dalle pratiche colturali del taglio e moderatamente sottoposte a concimazione.
Queste comunità polifitiche hanno avuto origine dal dissodamento di boschi e boscaglie; in
seguito, la pratica della letamazione ha reso tali
formazioni erbacee progressivamente più pingui. Con il nome di Arrenatereti si indicano in
particolare quei consorzi prativi contraddistinti dalla presenza dell’Avena altissima (Arrhenatherum elatius), una pregiata foraggera a crescita vigorosa (GIACOMINI & FENAROLI, 1958). Per
questi ambienti semi-naturali il valore biologico non è tanto dato dalle specie ad ampia
valenza ecologica che lo edificano, ma piutto-
sto dall’espressione di un paesaggio colturale
antropico che progressivamente è andato perduto. Sotto l’influsso delle glaciazioni
quaternarie e delle oscillazioni climatiche ad
esse intercalate, l’intero arco alpino ha subito
importanti dinamiche ecologiche. Numerosi
autori (GIACOMINI & FENAROLI, 1958; PAWLOWSKI,
1970; PIGNATTI, 1976) descrivono come tali fenomeni abbiano fortemente condizionato la vegetazione alpina innescando quei processi
selettivi che hanno portato ai numerosi
endemismi locali.
In particolare nella porzione meridionale orientale delle Alpi, nell’area compresa tra il Lago di
Como e il Monte Baldo, si riconosce un importante centro di endemismo caratterizzato da un
cospicuo gruppo di taxa dalla distribuzione assai limitata. Alcuni ambienti ospitano una maggiore frequenza di tali endemiti insubrici: le
praterie prealpine delle rocce carbonatiche
(6170) e i consorzi delle assolate pareti carbonatiche (8210). Entrambi gli habitat sono presenti nella porzione sommitale del Monte Barro
in cui è stata individuata la “Riserva naturale
parziale di interesse floristico della Vetta”. La categoria 6170 include diverse comunità erbacee
localizzate sopra al limite del bosco. Per esempio nei prati secchi a Sesleria, un ambiente di
grande ricchezza floristica, strutturato dalla dominanza di piante cespitose (soprattutto Sesleria caerulea e Carex sempervirens), si osservano
numerose specie endemiche come la Carice del
Monte Baldo (Carex baldensis), la Carice sudalpina (C. austroalpina), il Citiso insubrico (Cytisus
emeriflorus) e la Primula glaucescente (Primula
glaucescens).
L’importanza delle rupi è data dalla varietà di
rare specie pionieristiche (Physoplexis comosa),
la cui composizione floristica assume caratteri di unicità passando da una regione all’altra
come segno delle vicissitudini attraversate
dalla vegetazione prima e dopo gli episodi glaciali. Infine a completamento dell’elenco degli
ambienti comunitari presenti nel sito si citano
due habitat prioritari: le “Sorgenti petrificanti
con formazione di travertino (Cratoneurion)
(7220*)” e le “Foreste di versanti, ghiaioni e
valloni del Tilio-Acerion (9180*)”.
59
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
1.4 Ambiente umano
L’isolato Monte Barro è circondato da un tessuto urbano assai articolato. Il tratto della linea ferroviaria Monza-Lecco e due importanti rami stradali (SP 639 e SP 583) affiancano il
sito sul lato Nord, Est ed Ovest, collegando la
Brianza alle limitrofe province di Bergamo e
Sondrio. Altre vie di comunicazione secondarie connettono i centri abitati ed i borghi dislocati ai piedi del Barro.
A sud del sito in senso orario si susseguono:
Sala al Barro, Civate, Valmadrera, Malgrate,
Gaggio, Lecco, Pescate, Garlate e Galbiate. Da
Galbiate risalendo le pendici del rilievo è possibile raggiungere oltre agli antichi insediamenti di Camporeso e di San Michele, anche
le specializzate strutture destinate dall’Ente
sia alla divulgazione sia alla ricerca. Il territorio include infine alcuni poli estrattivi dismessi
ed in fase di coltivazione per il completamento
delle opere di recupero ambientale.
2. SPECIE
DI INTERESSE
2.1 Specie di interesse comunitario
Il sito del Monte Barro è in una rilevante area
di sosta e di alimentazione per numerose specie ornitiche migratrici (VILLA, 2000); infatti il
SIC risulta compreso in quella porzione meridionale delle Alpi in cui si intrecciano importanti tragitti migratori continentali (FORNASARI,
2007). Nel 1988 il Parco Regionale del Monte
Barro acquisì la struttura dell’ex Roccolo di
Costa Perla. Al fine di allestire un moderno centro di studio sulla migrazione dell’avifauna, vi
collocò l’Osservatorio Ornitologico Sperimentale
di Costa Perla (FORNASARI, 2007). Grazie all’attività di inanellamento condotta dal 1990 al 2003
il Parco dispone di notevole materiale dal quale è possibile conoscere la precisa composizione dell’avifauna migratrice che frequenta il suo
territorio. Le circa 27.000 catture si riferiscono
a 89 specie; di questo contingente sette taxa
sono inclusi nell’Allegato I della Direttiva 79/
409/CEE e 32 nell’Allegato II della Convenzione di Bonn (FORNASARI, 2007). A questi dati si
aggiungono ulteriori informazioni incluse nel
formulario Standard del sito “Monte Barro” che
porta a 17 il numero delle specie incluse nell’Allegato I della Direttiva “Uccelli”.
Presso l’Osservatorio alcune specie risultano
catturate con una certa frequenza come Balia
Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE
Codice
A072
A073
A074
A081
A082
A098
A103
A224
A229
A246
A255
A272
A293
A321
A338
A379
A412
Nome comune
Falco pecchiaiolo
Nibbio bruno
Nibbio reale
Falco di palude
Albanella reale
Smeriglio
Pellegrino
Succiacapre
Martin pescatore
Tottavilla
Calandro
Pettazzurro
Forapaglie castagnolo
Balia dal collare
Averla piccola
Ortolano
Coturnice
Nome scientifico
Pernis apivorus
Milvus migrans
Milvus milvus
Circus aeruginosus
Circus cyaneus
Falco columbarius
Falco peregrinus
Caprimulgus europaeus
Alcedo atthis
Lullula arborea
Anthus campestris
Luscinia svecica
Acrocephalus melanopogon
Ficedula albicollis
Lanius collurio
Emberiza hortulana
Alectoris graeca saxatilis
Fenologia
Migratore regolare, nidificante
Migratore regolare, nidificante
Migratore, svernante
Migratore, svernante
Svernante
Svernante
Sedentario, nidificante
Migratore regolare, nidificante
Sedentario, nidificante
Migratore
Migratore, nidif icante
Migratore
Migratore
Migratrice
Migratrice regolare, nidificante
Migratore regolare, nidificante
Sedentaria, nidificante
Elenco delle specie di uccelli del sito “Monte Barro” inserite nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE.
60
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE
Codice Nome comune
Nome scientifico
Allegato
Vegetali
1629
Primula della Lombardia
Primula glaucescens
IV
1749
Raponzolo chiomoso
Physoplexis comosa
IV
Mammiferi
II , IV
Ferro di cavallo maggiore
1304
Rhinolophus ferrumequinum
Vespertilio del Blyth
Myotis blythii
II , IV
1307
1308
Barbastello
Barbastella barbastellus
II , IV
1309
Pipistrello nano
Pipistrellus pipistrellus
IV
1314
Vespertilio di Daubenton
Myotis daubentonii
IV
1316
Vespertilio di Capaccini
Myotis capaccinii
II , IV
1317
Pipistrello di Nathusius
Pipistrellus nathusii
IV
1324
Vespertilio maggiore
Myotis myotis
II, IV
1326
Orecchione comune
Plecotus auritus
IV
1327
Serotino comune
Eptesicus serotinus
IV
1330
Vespertilio mustacchino
Myotis mystacinus
IV
1331
Nottola di Leisler
Nyctalus leisleri
IV
Tadarida teniotis
IV
1333
Molosso di Cestoni
Pipistrello di Savi
Hypsugo savii
IV
Pipistrellus kuhlii
IV
5008
Pipistrello albolimbato
Rettili
1256
Lucertola muraiola
Podarcis muralis
IV
1263
Ramarro occidentale
Lacerta bilineata
IV
1281
Saettone
Elaphe longissima
IV
1283
Colubro liscio
Coronella austriaca
IV
Anfibi
1215
Rana di Lataste
Rana latastei
II, IV
Invertebrati
Cerambyx cerdo
1088
Cerambice della quercia
II, IV
1092
Gambero di fiume
Austropotamobius pallipes
II , V
Specie inserite negli Allegati II,IV e V della Direttiva 92/43/CEE, presenti nel sito “Monte
dal collare (Ficedula albicollis) e Succiacapre
(Caprimulgus europaeus). La Balia dal collare è
segnalata in soli otto siti lombardi tra cui il
Monte Barro è l’unico SIC della provincia di
Lecco di cui si dispongono dati sul piccolo
passeriforme. Ficedula albicollis sverna nell’Africa equatoriale; in Italia il suo areale, molto frammentato, ricade principalmente lungo
la catena appenninica trovando nelle prealpi il
suo margine occidentale (BIONDA & BORDIGNON,
2006). Allo stato attuale delle conoscenze dei
SIC lecchesi, il Succiacapre (Caprimulgus
europaeus) è presente in due soli Siti alpini:
Grigna Meridionale e Monte Barro. Si tratta di
una specie con abitudini crepuscolari e nottur-
ne che predilige aree in cui boscaglie e radure
si alternano alle macchie più fitte. Il suo alimento abituale sono gli insetti notturni che preda
con volo rapido e sicuro, ingoiandoli nel becco
dotato di un’ampia apertura boccale. In Lombardia è stato segnalato in poco meno del 30%
dei Siti, 52 su 175, con una netta prevalenza
nei SIC Continentali (34 siti), rispetto ai 18 Alpini.
Nelle reti dell’Osservatorio si registrano anche
catture isolate di Nibbio bruno (Milvus migrans). Si tratta di una specie non rara nell’area
insubrica; dalla letteratura si evince quali siano
gli ambienti che di norma frequenta, ovvero le
formazioni boschive in zone planiziali o rupestri
61
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Falco pecchiaiolo – Pernis apivorus (foto Mattia Brambilla).
Pettazzurro – Luscinia svecica (foto Marco Noseda).
62
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
in prossimità di aree aperte (B IONDA &
BORDIGNON, 2006). In Lombardia il Nibbio bruno è segnalato prevalentemente nei Siti Continentali (43 SIC), anche se non è trascurabile la
sua distribuzione in 19 SIC Alpini. Le dirupate
pareti rocciose sono utilizzate per la nidificazione dal Falco pellegrino (Falco peregrinus), un
elegante rapace conosciuto oltre che per la sua
spericolata tecnica di caccia, anche per i gravi
problemi conservazionistici incontrati dalla specie negli anni passati. In Lombardia è ora possibile osservare l’affascinante Falconide in 44
Siti.
L’Albanella reale (Circus cyaneus) è invece un
grande rapace visibile a basse quote solo nei
mesi invernali. Con un volo radente, in prossimità del suolo, perlustra ampi spazi aperti come
coltivi, prati, praterie e pascoli soleggiati, alla
ricerca di piccoli Mammiferi o Uccelli (BONATO
et al., 2005). Tale specie, osservata complessivamente in 64 Siti lombardi, troverebbe nei SIC
della regione biogeografica Continentale (41
SIC) le condizioni ambientali più favorevoli,
tuttavia nel lecchese si registra la sua presenza
nei soli SIC alpini (Grigna Settentrionale, G.
Meridionale e Monte Barro). In Lombardia lo
Smeriglio (Falco columbarius), è presente in 26
siti, con una netta preferenza per quelli continentali (23 SIC); esso è un piccolo falco dal veloce volo, dotato di una vista molto acuta specializzato nella caccia di piccoli passeriformi che
frequentano i prati. In estate si sposta nelle aree
settentrionali dell’Eurasia dove si riproduce
nidificando a terra (BONATO et al., 2005). Il Monte Barro è l’unico sito in provincia di Lecco in
cui è stato finora osservato il piccolo rapace.
Pur essendo un sito di ridotta estensione è sorprendente evidenziare come il Monte Barro
includa ben 25 specie contemplate negli Allegati della Direttiva “Habitat”. I soli Chirotteri
sono rappresentati da ben 16 taxa (6 appartenenti all’Allegato II e i rimanenti inclusi nell’Allegato IV). Si tratta di un valore non trascurabile soprattutto se si considera che in soli altri due
SIC lombardi (Val di Mello Piano di Preda Rossa, IT2040020; Basso Corso e sponde del Ticino,
IT2080002) si registra una varietà di Chirotteri
così elevata. Le rimanenti specie appartenenti
all’Allegato II della Direttiva “Habitat” sono
espresse da un Anfibio (Rana latastei) e da due
Invertebrati (Cerambyx cerdo ed Austropotamobius pallipes). Il Gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) è una delle specie che risulta
maggiormente rappresentato nei siti lombardi,
così come pare discretamente presente anche
presso il Monte Barro. Ciò nonostante, occorre
mantenere un vigile stato di allerta data la progressiva rarefazione che negli ultimi decenni si
sta registrando all’interno del suo areale di distribuzione. Non a caso è un taxa tutelato dalla
L.R. 33/1977, oltre ad essere incluso nell’elenco delle specie rare redatto dell’IUCN
(International Union Conservation of Nature).
2.2 Altre specie importanti
La naturale collocazione del Monte Barro, a
cui si è già accennato nei paragrafi precedenti, determina svariate condizioni favorevoli all’insediamento di una ricca componente vegetale, distribuita principalmente sulle rupi
calcaree, nei prati magri e nelle praterie
insubriche. A tal proposito è significativo rilevare come il numero di piante vascolari censite
(circa 1.200) è tanto elevato che il territorio del
sito risulta essere l’area protetta lombarda con
la maggior varietà floristica (VILLA & CERIANI,
2005). Ma non solo, in questi ultimi anni, entro i confini del Parco, sono state condotte diverse ricerche finalizzate a comprendere quale sia l’effettiva ricchezza dei Lepidotteri diurni
frequentanti gli assolati prati magri. Anche in
questo caso sorprende l’elevato numero di
specie censite (56 specie), tra cui anche alcuni Ropaloceri (Maculinea arion e Lasiommata
achine) inclusi nell’Allegato IV della Direttiva
“Habitat”, che vanno ad aggiornare i dati ufficiali inoltrati dalla Regione Lombardia al Ministero dell’Ambiente (inerenti a settembre
2006), questi ultimi presi come riferimento per
la presente pubblicazione. Ritornando quindi
alle specie incluse nell’Allegato IV nella documentazione ministeriale si evidenzia che il
gruppo più numeroso presente presso il sito
Monte Barro, dopo i Chirotteri, è quello dei
Rettili. Il variegato intreccio di ambienti natu63
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Fior di legna –Limodorum abortivum (foto Andrea
Ferrario).
Platantera verdastra – Platanthera chlorantha ( foto
Roberto Dellavedova).
Serapide maggiore – Serapias vomeracea (foto
Simon Pierce).
Veronica spicata – Pseudolysimachion spicatum
(foto Roberto Dellavedova).
64
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
rali e seminaturali ospita le seguenti quattro specie comunitarie: la comune Lucertola muraiola
(Podarcis muralis), l’altrettanto frequente Ramarro occidentale (Lacerta bilineata), il Colubro
liscio (Coronella austriaca), in Italia maggiormente diffuso sui rilievi, ed infine il Saettone (Elaphe
longissima), una specie minacciata nell’Europa
Centrale ma che in Italia si osserva ancora con
una certa frequenza nelle regioni settentrionali
e centrali (D’ANTONI et al., 2003).
3. PROTEZIONE
E CONSERVAZIONE
3.1 Stato di conservazione e gestione
Dal 1996 il Parco si occupa di coltivazione sperimentale e di conservazione in-situ ed ex-situ
delle piante autoctone lombarde per l’intero
Sistema delle Aree Protette Lombarde (VILLA &
CERIANI, 2005). A partire dal 2000 (d.g.r. del 5
maggio 2000 n.7/49787) la straordinaria ricchezza floristica del Monte Barro e della Regione
Lombardia ha nel “Centro Regionale per la Tutela della Flora Autoctona (CFA)” un moderno strumento operativo congeniale alla salvaguardia
del prezioso patrimonio botanico. Grazie al riconoscimento della Regione Lombardia, il Consorzio Parco del Monte Barro gestisce il Centro
la cui sede operativa è sita presso la Fondazione Minoprio, avvalendosi del coordinamento
scientifico dell’Università degli Studi dell’Insubria e della collaborazione con la Banca per la
conservazione del germoplasma (Lombardy Seed
Bank) dell’Università degli Studi di Pavia. A
Galbiate, presso Villa Bertarelli, è localizzata la
sede centrale che coordina e gestisce la varie
attività del CFA. A titolo esemplificativo si ricorda che in seguito ad approfondite ricerche e
sperimentazioni condotte dal Centro su svariate specie di particolare interesse scientifico-conservazionistico, sono state attuate azioni finalizzate alla riproduzione di almeno 100 specie.
Tra queste primeggiano veri e propri tesori botanici come alcune specie emblematiche dell’area insubrica lombarda: la Primula di Lombardia (Primula glaucescens), il Raponzolo
chiomoso (Physoplexis comosa) e la Campanula
dell’Arciduca (Campanula raineri), quest’ultima
estinta all’interno del sito ma reintrodotta con
successo negli scorsi anni (BRUSA, 2005). A queste iniziative di tutela si affiancano altre azioni
mirate alla implementazione della banca dei
semi delle piante lombarde condotte in collaborazione con i prestigiosi “Royal Botanic
Gardens” di Kew in Inghilterra. In questo senso si archiviano preventivamente quelle specie
che un domani potrebbero necessitare di un rafforzamento in quei popolamenti naturali maggiormente vulnerabili come nel caso delle
praterie insubriche calcaree (6170) che manifestano un grado di conservazione rimaneggiato
o ridotto. Il motivo di tale alterazione è da ricercare nel fatto che il rilievo del Monte Barro
è posto al di sotto del locale limite della vegetazione arborea, per cui molte specie insediate in
questi consorzi prativi si trovano, per queste
modeste quote, all’estremo delle loro potenzialità di sopravvivenza. A ciò si aggiunge il fatto
che molte di esse, trattandosi di specie endemiche raggiungono nel sito l’estremità occidentale del proprio areale di distribuzione. Nel caso
delle “Praterie magre da fieno a bassa altitudine (6510)”, il principale fattore che compromette il mantenimento di un loro buono stato conservazione è rappresentato dall’abbandono
delle pratiche tradizionali di sfalcio, che portano rapidamente alla degradazione della vegetazione con l’invasione da parte di specie infestanti (es. rovi). Anche i prati aridi sono soggetti alla medesima minaccia come è evidente
in ampie aree colonizzate da specie arbustive e
arboree (BARCELLA, 2004). Per questo motivo nel
periodo compreso tra il 2001 e il 2004 grazie al
cofinanziamento tra Parco, Regione Lombardia e Comunità Europea è stato attuato il progetto Life Natura “Gestione integrata di ambienti
prealpino-insubrici” come strumento di gestione naturalistica. L’Ente Gestore ha quindi individuato e pianificato interventi finalizzati alla
manutenzione straordinaria dei prati mediante il pascolo con asini di piccola taglia, azioni di
sfalcio e l’asportazione di alberi e arbusti. Il beneficio di tali iniziative oltre al recupero dei prati
aridi si ripercuote anche sulla componente animale come testimoniato dal recente ritrovamento di Maculinea arion in prossimità di una delle
65
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Pulsatilla montana – Pulsatilla montana (foto Simon Pierce).
66
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
aree in cui il Parco ha operato la riconversione
a prato di boscaglie termofile.
serva naturale di interesse faunistico-forestale
del roccolo di Costa Perla.
3.2. Stato di protezione
4. FRUIBILITÀ
Il Sito Comunitario è incluso nel Parco del Monte Barro ricalcandone i medesimi confini territoriali. Le principali tappe che hanno portato il
Barro da elemento di interesse locale all’attenzione comunitaria sono le seguenti. Dapprima
istituito come “Riserva del Monte Barro”, con
decreto n. 792 del 23 giugno 1976, venne in seguito riconosciuto con la Legge Regionale n. 78
del 16 settembre 1983, come Parco naturale di
interesse Regionale. Con un decreto del Presidente della Regione Lombardia del 26 aprile
1988 si raggiunse l’attuale composizione del
Consorzio del Monte Barro, che si ricorda nacque già nel 1974, quindi ancor prima dell’istituzione del Parco, con l’intento di salvaguardare
i beni naturalistici del luogo. La definitiva agnizione a livello nazionale è avvenuta a seguito
dell’istituzione del Parco Naturale del Monte
Barro (LR 29 novembre 2002, n.28), che ha di
fatto anticipato l’imminente inserimento dell’area nell’elenco ufficiale dei SIC per la regione biogeografica alpina in Italia (Decreto
Ministeriale del 25 marzo 2004). Poco prima con
la deliberazione di Giunta Regionale (d.g.r.)
datata 8 agosto 2003, n.7/14106, si individua
come Ente Gestore dell’allora pSIC (proposto
Sito di Interesse Comunitario) “Monte Barro,
IT2030003” il Consorzio di gestione, costituito
da sette comuni (Galbiate, Garlate, Lecco,
Malgrate, Oggiono, Pescate e Valmadrera) e da
due enti sovracomunali (Provincia di Lecco e
Comunità Montana del Lario Orientale). In seguito con la d.g.r. del 15 dicembre 2003, n.7/
15648, al Parco del Monte Barro si riconosce
anche il ruolo di Zona di Protezione Speciale
(ZPS) ai sensi della Direttiva 79/409/CEE, confermando per essa il medesimo Consorzio quale
Ente Gestore.
All’interno dell’area protetta sono inoltre state
individuate tre aree di particolare valenza naturalistica: riserva naturale di interesse forestale
della Valle del Faé, la riserva naturale di interesse botanico e paesistico della Vetta e la ri-
Il sito è attrezzato con una uniforme rete di
sentieri che supporta la variegata offerta turistica ed escursionistica del monte. In particolare, i centri didattici e scientifici attrezzati dal
Consorzio offrono un’ampia scelta di approfondimento su tematiche ambientali, culturali e
storico-archeologico locali. Presso l’antico insediamento di Camporeso è possibile visitare il
Museo Etnografico dell’Alta Brianza, dedicato
agli usi e costumi quotidiani delle classi popolari del territorio brianteo.
Il Roccolo di Costa Perla ospita l’Osservatorio
Ornitologico Sperimentale, sede di attività scientifiche e didattiche incentrate sullo studio delle
fasi migratorie dell’avifauna. Un indispensabile riferimento per visitatori del sito è il Centro
del Parco per l’Educazione Ambientale collocato
in località “Eremo”, il quale è attrezzato con
una foresteria dotata di bar-ristorante, un Centro Visitatori e un Laboratorio Ecologico Didattico. Inoltre, una volta giunti all’Eremo si accede comodamente all’attiguo sentiero botanico
“G. Fornaciari”: un valido percorso didattico
impreziosito da numerose specie floristiche
autoctone di grande accezione naturalistica.
Non mancano infine, spazi dedicati agli appassionati di storia.
In corrispondenza del sito archeologico dei Piani di Barra, il Consorzio ha ideato un percorso
guidato che consente di conoscere i resti di un
castello di età gota, emerso dagli scavi archeologici promossi dall’Ente Parco dal 1986 fino al
1997 e condotti dal Museo “Giovio” di Como.
Presso l’Eremo è quindi aperto al pubblico
l’Antiquarium, dove tra l’altro, è possibile osservare i reperti rinvenuti durante le campagne di
scavo condotte al Monte Barro.
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69
LAGO DI OLGINATE
IT 2030004
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
71
I laghi di Garlate e di Olginate visti dalla Grigna Meridionale (foto Roberto Dellavedova).
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Dati generali
72
Coordinate:
Longitudine 09° 25’ 24’’ – Latitudine 45° 47’ 43’’
Altitudine:
198 (min) – 198 (max)
Superficie:
77,976 ettari
Comuni:
Calolziocorte, Olginate
Comunità Montana:
-
Cartografia di riferimento:
CTR 1:10.000
Regione biogeografica:
Continentale
Data proposta SIC:
giugno 1995
Data conferma SIC:
dicembre 2004
Ente gestore:
Consorzio Parco Adda Nord
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
1. CARATTERISTICHE
AMBIENTALI
1.1 Ambiente fisico
I bacini lacustri della Provincia di Lecco sono
un elemento del paesaggio di indubbio valore
biologico che amplifica notevolmente lo spettro di ambienti e di organismi del territorio
lecchese e Brianteo. Il lago di Olginate è collocato a sud del lago di Garlate; i due piccoli specchi lacustri appaiono oggi come entità distinte
in seguito all’avanzamento dei conoidi dei torrenti Gerenzone, Caldone, Bione e Gallavesa
le cui geoforme camuffano l’originale proseguimento del ramo lecchese del Lago di Como, su
cui hanno agito come elementi separatori
(AA.VV., 2003). Lo sbarramento artificiale di
Calolziocorte-Olginate a valle del Lago di Galbiate registra e regola il deflusso delle acque in
direzione del bacino di Olginate.
1.2 Paesaggio vegetale
L’area del sito è occupata prevalentemente dallo
specchio d’acqua del Lago di Olginate. La naturale successione vegetazionale dai bassi fondali alle sponde lacustri è spesso interrotta a
seguito di svariati interventi antropici. Le porzioni rivierasche ospitano il canneto a Cannuccia di palude (Phragmytes australis), lembi di
Uno scorcio del Lago di Olginate (foto Mattia Brambilla).
73
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Panoramica del Lago di Olginate (foto Mattia Brambilla).
Panoramica invernale del Lago di Olginate (foto Mattia Brambilla).
74
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
boschi igrofili e zone umide prative. Il
fragmiteto si presenta maggiormente esteso
nella sponda orientale del lago mentre, presso la riva di Olginate, il canneto occupa una
sottile striscia di raccordo tra i due ambienti
comunitari della vegetazione sommersa (3150)
e galleggiante ed il boschetto igrofilo a salici e
pioppi (91E0*).
1.3 Habitat di interesse comunitario
L’area comunitaria del Lago di Olginate ospita
tre habitat appartenenti all’Allegato I della Direttiva “Habitat” occupanti oltre la metà dell’intera superficie del sito (78 ettari). Le
codifiche, in particolare, si riferiscono alla specializzata vegetazione acquatica (3150 e 3260)
che colonizza il piccolo ma importante bacino
lacustre. È infatti sorprendente l’impatto che il
Lago di Olginate offre a chi si avvicina per la
prima volta alle sue rive: nonostante sia completamente assediato dagli insediamenti urbani, le acque dello specchio d’acqua ribollono di
vita. La massiccia presenza di uccelli stanziali
e di passo è favorita dal complesso ecosistema
che offre supporto alimentare per svariati animali occupanti diversificate nicchie ecologiche.
Un elemento di chiaro valore è dato dalla presenza della “Vegetazione del Magnopotamion
o Hydrocharition (3150)” occupante il 37% della superficie del Sito. Per meglio comprendere
quanto sia stato importante il riconoscimento
della presente area come Sito di Importanza
Comunitaria per questa tipologia di ambiente è significativo riscontrare la sua limitata diffusione nel contesto dei siti lecchesi. Infatti
circa i 29 ettari della codifica presenti presso
il Lago di Olginate rappresentano l’82% della
sua superficie provinciale.
A livello regionale dopo il Sito di “Pian di Spa-
Fragmiteto a Phragmites australis– cannuccia di palude (foto Simone Rossi).
75
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Codice
3150
3260
91E0
Laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o
Hydrocharition
Fiumi delle pianure e montani con vegetazione del Ranunculion fluitantis e
Callitricho-Batrachion
* Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion,
Alnion incanae, Salicion albae)
gna e Lago di Mezzola, IT2040042”, il Lago di
Olginate è il secondo SIC avente una superficie così estesa, equivalente al 17% della complessiva copertura regionale. La codifica comprende una diversificata tipologia di cenosi
erbacee: radicate sul fondo, liberamente natanti
o sommerse in acque ferme eutrofiche, ovvero
ad elevato grado di nutrienti, occupanti le sponde di laghi a profondità modeste (SINDACO et al.,
2003).
La diga collocata a monte del Sito regola il flusso delle acque provenienti dal Lago di Garlate;
76
Copertura
(ha)
Habitat
28,71
9,15
2,76
in questo tratto e a valle del Lago di Olginate,
nella porzione in cui il fiume Adda riprende il
suo tragitto verso la pianura, le acque lente sono
colonizzate da popolamenti flottanti, emergenti
o sommersi di specie erbacee radicanti sul fondo, incluse nella codifica 3260 “Vegetazione del
Ranunculion fluitantis e Callitricho-Batrachion”.
Anche per questa tipologia comunitaria è possibile evidenziare l’importanza del SIC Lago di
Olginate, in quanto la sua superficie di 9 ettari
rappresenta nientemeno che il 94% dell’habitat nel contesto dei Siti lecchesi. Il valore biolo-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
IT2030004 Lago di Olginate
altro
47%
91E0*
3,5%
3260*
11 ,7 %
3150
36,8 %
Valori percentuali di copertura degli habitat.
gico delle cenosi erbacee acquatiche è conferito da svariate specie in regresso in tutto il territorio regionale e nazionale. Come evidenziato
già da altri autori (LASEN & WILHALM, 2004), pur
non essendo considerato un habitat prioritario,
le condizioni critiche e relittuali di questo ambiente richiedono particolare attenzione.
Le formazioni boschive igrofile (91E0*) sono
frammentate in due porzioni relegate nella
sponda sud-occidentale del lago e occupano nel
complesso una limitata estensione (2,76 ha).
La composizione vegetale include anche elementi floristici estranei alle potenziali condizioni di naturalità; infatti il territorio appare popolato da specie ruderali e infestanti provenienti dal limitrofo territorio fortemente alterato e
modificato dalla presenza umana.
1.4 Ambiente umano
Il SIC “Lago di Olginate”, fiancheggiato dai
centri abitati di Calolziocorte e Olginate, si inserisce in un contesto notevolmente urbanizzato. Il tratto della piana alluvionale dell’Adda
Il lago e l’abitato di Olginate (foto Mattia Brambilla).
77
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
appare, date le sue favorevoli caratteristiche
morfologiche, occupato da importanti vie di
comunicazione con elevatissima densità di traffico a cui si addizionano alcune industrie
ubicate nelle immediate vicinanze del Sito. Le
attività agricole sono limitate a residui prati falciati in limitati lembi non ancora urbanizzati
(BARCELLA et al., 2004).
2. SPECIE
DI INTERESSE
2.1 Specie di interesse comunitario
Tra i taxa inclusi nell’Allegato I della Direttiva
“Uccelli” è di assoluto rilievo la presenza,
seppur limitata al periodo invernale, del
Tarabuso (Botaurus stellaris), un elusivo e minacciato Ardeide frequentante il canneto a
Phragmites australis. Il Tarabusino (Ixobrychus
minutus), più diffuso di Botaurus stellaris ma altrettanto protetto, si insedia nei fragmiteti o in
altri ambienti umidi o allagati strutturati con
una vegetazione densa e sviluppata in altezza
(MINGOZZI et al., 1988). I due rari aironi testimoniano quanto sia significativa la sopravvivenza
di questo delicato territorio in grado di offrire
ambienti idonei per svariate specie di uccelli in
Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE
Codice
A021
A022
A081
A229
Nome comune
Tarabuso
Tarabusino
Falco di palude
Martin pescatore
Nome scientifico
Botaurus stellaris
Ixobrychus minutus
Circus aeruginosus
Alcedo atthis
Fenologia
Sedentario, nidificante
Migratore, nidificante
Migratore
Sedentario, nidificante
Elenco delle specie di uccelli del sito Lago di Olginate inseriti nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE.
Epipactis palustris (foto Luigi Boglioni, FAB).
78
Spiranthes aestivalis (foto Luigi Boglioni, FAB).
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE
Codice Nome comune
Nome scientifico
Allegato
Vegetali
1900
Viticci estivi
Spiranthes aestivalis
IV
Mammiferi
1309
Pipistrello nano
Pipistrellus pipistrellus
IV
1314
Vespertilio di Daubenton
Myotis daubentonii
IV
1323
Vespertilio di Bechstein
Myotis bechsteini
II, IV
1329
Orecchione meridionale
Plecotus austriacus
IV
Pipistrello di Savi
Hypsugo savii
IV
Rettili
1256
Lucertola muraiola
Podarcis muralis
IV
1263
Ramarro occidentale
Lacerta viridis
IV
1284
Biacco
Coluber viridiflavus
IV
1292
Natrice tessellata
Natrix tessellata
IV
Anfibi
1201
Rospo smeraldino
Bufo viridis
IV
1209
Rana agile
Rana dalmaltina
IV
1215
Rana di Lataste
Rana latastei
II, IV
Invertebrati
Lampreda padana
Lethenteron zanandreai
1097
II, V
1099
Lampreda di fiume
Lampetra fluviatilis
II, V
1100
Storione cobice
Acipenser naccarii*
II, IV
Agone e Cheppia
Alosa fallax
II, V
1103
1107
Salmo
marmoratus
II
Trota marmorata
1114
Pigo
Rutilus pigus
II, V
Lasca
1115
Chondrostoma genei
II
II
Vairone
Leuciscus souffia
1131
1136
Rovella (introdotto)
Rutilus rubiliio
II
1137
Barbo
Barbus plebejus
II, V
Savetta
Chondrostoma soetta
1140
II
Cobite
Cobitis taenia
1149
II
Scazzone
Cottus gobio
1163
II
V
Thymallus thymallus
1109
Temolo
Barbus meridionalis
1138
Barbo canino
II, V
Elenco delle specie animali del sito Lago di Olginate incluse negli Allegati II, IV e V della Direttiva 79/
409/CEE.
regresso o minacciate. Il Falco di palude (Circus
aeruginosus) è una specie di passo che insieme
ad altri rapaci diurni frequenta il lago occasionalmente per scopi trofici. Il noto Martin pescatore (Alcedo atthis), nella mitologia greca
uccello simbolo della dea Alcione, è facilmente
riconoscibile per l’appariscente livrea colorata
di arancione sul petto e di azzurro brillante sul
dorso. Si nutre di piccoli pesci che cattura dopo
un acrobatico tuffo nelle acque per poi
riemergere e godersi il pasto sul posatoio da cui
scruta altre nuove prede. Per questa sua tecnica di caccia necessita di acque ricche di pesci e
idonei posatoi dislocati lungo le rive; nidifica in
scarpate il cui terreno compatto e morbido consente di scavare il nido. La scarpata sabbiosa
collocata sulla sponda sud occidentale del Lago
di Olginate offre le condizioni morfologiche più
favorevoli alla nidificazione del bel alcedinide.
Il Sito Lago di Olginate include 28 specie
79
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Tarabusino - Ixobrychus minutus (foto Marco Noseda).
Giovane esemplare di falco di palude - Circus aeroginosus (foto Marco Noseda).
80
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
afferenti agli Allegati II, IV e V della Direttiva
“Habitat” rappresentate da: cinque specie di
Chirotteri (Hypsugo savii, Myotis daubentonii,
Pipistrellus pipistrellus, Plecotus austriacus e
Myotis bechsteini), tre specie di Anfibi (Bufo
viridis, Rana dalmatina, Rana latastei) e quattro
specie di Rettili (Lacerta bilineata, Podarcis
muralis, Hierophis viridiflavus e Natrix tessellata). I pesci di acqua dolce, con 15 presenze, sono
il gruppo di vertebrati maggiormente espresso.
Tra i Petromizontidi, la presenza di Lampreda
padana (Lathenteron zanandreai) fornisce al Sito
un ruolo di assoluto valore conservativo. La
Lampreda padana (Lathentheron zanandreai) è
infatti una specie endemica del bacino padano
diffusa nei corsi d’acqua del versante alpino tributari del Po. Si tratta di un taxon tutelato a
livello regionale, nazionale, comunitario e internazionale, poiché nei decenni si è osservata
una forte contrazione del suo areale in seguito
a ripetuti fenomeni di estinzione locale (D’ANTONI, 2004). Oltre ad essere inclusa negli Allegati II e V della Direttiva Habitat è elencata fra
le specie particolarmente protette nella Convenzione di Berna (Allegato II). La Lampreda
padana vive esclusivamente nelle acque dolci;
questa specie si riproduce nei tratti medio-alti
dei corsi d’acqua, anche in piccoli ruscelli con
acque limpide e fresche e su fondali ghiaiosi.
Lo stadio larvale della Lampreda padana è chiamato ammocete; tale forma vive infossata nei
substrati sabbiosi o fangosi dei corsi d’acqua o
nelle aree ripariali dove la corrente è moderata
e dove si alimenta filtrando il substrato. Altrettanto importante è la presenza dello Storione
cobice (Acipenser naccarii), una specie endemica nel bacino del Mare Adriatico fortemente
minacciata di estinzione. In Italia tutte le popolazioni hanno subito una forte contrazione
demografica dovuta alla pesca professionale,
alla presenza di dighe che impediscono il
raggiungimento delle principali aree di frega,
all’inquinamento delle acque e, più in generale, al degrado degli habitat (ZERUNIAN, 2003).
Tra i Chirotteri il Vespertilio di Bechstein (Myotis
bechsteini) è l’unico pipistrello incluso nell’Allegato II della Direttiva “habitat” intercettato
all’interno del Sito “Lago di Olginate”. A livello
regionale è stato localizzato complessivamente in sette aree comunitarie. Per quanto riguarda le altre specie di pipistrelli, il monitoraggio
condotto all’interno della zona protetta
(BARCELLA et al., 2004) ha evidenziato la frequentazione di specie insediate nei contesti antropici
circostanti per preminenti scopi trofici.
Tra i vegetali è di indiscusso rilievo la presenza
dei Viticci estivi (Spiranthes aestivalis), una rarissima orchidea le cui popolazioni in tutta Europa sono in netta regressione a causa della
drastica perdita di ambienti umidi.
2.2. Altre specie importanti
Il “Lago di Olginate”, cercando un esempio
poco tecnico, si può paragonare a un comodo
autogrill posto lungo una delle principali autostrade percorse da centinaia di uccelli che si
spostano lungo la loro rotta migratoria sia in
primavera che in autunno. Oltre alla sua collocazione favorevole gode di un clima mite che,
insieme all’abbondanza di cibo presente nelle
sue acque, offre un comodo ristoro per numerosi uccelli provenienti dal Nord-Europa. Non
stupisce quindi l’incredibile abbondanza di
esemplari e specie che sono state osservate in
questi anni. Secondo recenti studi (AA.VV.,
2008) condotti dal Centro Ricerche Ornitologiche Scanagatta di Varenna (LC) il numero di
specie di uccelli censite presso il Lago di
Olginate è di 139 distinte in: 36 specie accidentali, 46 specie nidificanti rappresentate da 36
stanziali e 10 migratorie, 59 specie non nidificanti e 36 specie svernanti. Tra gli uccelli
migratori abituali non elencati nell’Allegato I
della Direttiva “79/409/CEE” che qui trovano
rifugio e nutrimento si ricorda lo Svasso maggiore (Podiceps cristatus) e l’elusivo Tuffetto
(Tachybaptus ruficollis) a cui si affiancano, da
qualche anno, alcuni individui di Svasso
collorosso (Podiceps grisegena). Ma sono soprattutto gli Anatidi svernanti ad occupare con abbondanti popolazioni le anse riparate dello
specchio lacustre, in particolare Moriglione
(Aythya ferina) e Moretta (Aythya fuligula)
(A.A.V.V., 2008).
Tra la vegetazione palustre, di assoluto rilievo
81
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Svassi maggiori – Podiceps cristatus (foto Marco Noseda).
Martin pescatore – Alcedo atthis (foto Mattia Brambilla).
82
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Raganella – Hyla intermedia (foto Simone Rossi).
Natrice tassellata – Natrix tessellata (foto Fabrizio Clemente).
83
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
è la presenza di alcune orchidee protette legate alla presenza di prati umidi e paludosi: Orchide palmata (Dactylorhiza incarnata), Elleborine palustre (Epipactis palustris) e Orchide acquatica o Galletto di palude (Orchis laxiflora).
3. PROTEZIONE
E CONSERVAZIONE
3.1 Stato di conservazione
Il complesso biotico del Sito potrebbe in futuro
subire malaugurati depauperamenti nel caso
peggiorassero alcune condizioni di instabilità.
Per quanto riguarda la componente vegetale la
frammentazione degli habitat boschivi (91E0*)
e umidi (es. canneto) rappresenta un elemento
limitante per l’insediamento della fauna. Tale
processo è una conseguenza dell’interramento
delle anse e dei prati umidi avvenuta mediante
l’accumulo di materiali inerti sia urbani sia industriali che ha progressivamente determinato
l’innalzamento delle sponde, con la conseguente modifica e banalizzazione della vegetazione
originale (BARCELLA et al., 2004). Anche la vegetazione acquatica autoctona manifesta un certo grado di sofferenza poiché i fondali del lago
sono colonizzati dalla Peste d’acqua di Nuttal
(Elodea nuttallii), una specie Nordamericana in
grado di formare, essenzialmente per via
vegetativa, estese colonie dense e monotone.
Trattandosi di una pianta acquatica trascurata
dai pesci e dagli uccelli essa rappresenta una
seria minaccia per la flora acquatica indigena
che, si ricorda, costituisce la vegetazione sommersa dei laghi eutrofici (3150).
Per quanto riguarda la componente animale
tutti i gruppi sistematici sono interessati, in
modo diverso, dal disturbo antropico arrecato
da varie attività ricreative e turistiche esercitate lungo il perimetro del lago. Gli Anfibi sono
soggetti a un’elevata mortalità durante la fase
di migrazione che prevede il transito sulle limitrofe strade trafficate. Come è avvenuto per il
SIC “Lago di Sartirana, IT2030007”, anche per
il Sito “Lago di Olginate” l’intervento di gruppi
di volontari ne limita le perdite, grazie alla collocazione di barriere mobili e al trasporto degli
animali da un lato all’altra della strada (BARCELLA
84
et al., 2004). Le minacce alla conservazione dell’avifauna sono legate in primo luogo alla frammentazione e diminuzione della riva a canneto; altrettanto negativo è il disturbo arrecato dal
transito di imbarcazioni sullo specchio d’acqua
agli uccelli acquatici durante il periodo riproduttivo (BARCELLA et al., 2004; AA.VV., 2008).
Ulteriori problemi potrebbero insorgere dall’impatto di uccelli in volo contro la vecchia teleferica che unisce le due sponde nella parte sud
del lago, o per folgorazione contro la linea elettrica che attraversa il medesimo (AA.VV.,
2008). I problemi conservativi dei pesci d’acqua
dolce sono spesso una conseguenza di un impatto negativo delle attività antropiche. Tra le
più limitanti per la fauna ittica si ricorda la distruzione degli habitat, l’inquinamento, l’eccessivo prelievo di acqua per usi agricoli e urbani e
l’immissione di specie aliene (ZERUNIAN, 2003).
L’eventuale inquinamento delle acque può avere effetti direttamente sulle specie e, indirettamente, sulla disponibilità di cibo. L’incremento
della presenza di specie ittiche alloctone come
il Siluro (Silurus glanis) provoca squilibri nel
popolamento ittico del lago dovuti alla sua attività predatoria e alle sue notevoli capacità di
crescita in termini di dinamica di popolazione
(ZERUNIAN, 2003). Infine, la mancanza di una
rampa di risalita per i pesci in corrispondenza
della diga a monte del lago di Olginate ostacola
la naturale migrazione dell’ittiofauna presente
nell’Adda verso gli ambienti del Lago di Garlate
e del Lario (BARCELLA et al., 2004; AA.VV., 2008).
3.2 Stato di protezione
Il Sito “Lago di Olginate, IT2030004”, riconosciuto con Deliberazione di Giunta Regionale
del 8 agosto 2003, n. 7/14106, si colloca all’interno del territorio del Parco regionale dell’Adda Nord, quest’ultimo costituito con legge regionale del 16 settembre 1983, n. 80. La gestione del sito è affidata al Consorzio costituito da
Comuni e dalle Provincie di Bergamo, Lecco e
Milano, con sede a Trezzo dell’Adda. Con il
Decreto Ministeriale del 26 marzo 2008, pubblicato sulla G.U. n. 104 del 5 maggio 2008, il
Lago di Olginate è stato inserito nell’aggiorna-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
to elenco dei SIC per la regione biogeografica
Continentale in Italia ai sensi della Direttiva 92/
43/CEE. Recentemente l’area protetta Adda
Nord ha assunto il ruolo di Parco naturale tramite la Legge regionale del 16 dicembre 2004,
n. 35, allineandosi così alla normativa nazionale in materia di aree protette.
4. GESTIONE
La convenzione tra il Parco Adda Nord e il
comune di Trezzo sull’Adda prevede, per l’anno 2008, la redazione del Piano di Gestione
per il SIC Lago di Olginate. Come anticipato
nel paragrafo “3.2 Stato di conservazione”, gli
aspetti da analizzare per un’efficace gestione
del Sito sono molteplici. In questa sede si riportano le considerazioni redatte nello studio
dedicato al monitoraggio del SIC (BARCELLA et
al., 2004). Il documento evidenzia come aree
sensibili le residue zone a vegetazione igrofila
ad elofite e il boschetto di ripa a salici e pioppi
in sponda destra idrografica. La gestione delle formazioni forestali dovrebbe preservare dal
taglio alcuni esemplari arborei maturi i quali
rappresentano potenziali zone rifugio per la
fauna. Il canneto a Cannuccia di palude, pur
non essendo un habitat incluso nell’Allegato
I della Direttiva 92/43/CEE, esige una puntuale
gestione visto il decisivo ruolo che gioca in favore della conservazione di svariate specie
ornitiche. Il disturbo antropico potrebbe essere limitato mediante la realizzazione di ulteriori fasce di canneto lungo le sponde aventi la funzione di schermatura naturale. Attuare interventi finalizzati al mantenimento di siepi, bordure e di muretti a secco, potrebbe inoltre favorire la presenza di rettili e anfibi. Infine, sarebbe significativo effettuare dei monitoraggi conoscitivi su ciascuna delle specie altamente minacciate frequentanti il sito, in
modo tale da individuare delle linee guida ad
hoc per garantirne la sopravvivenza.
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PALUDE DI BRIVIO
IT 2030005
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
87
Utricularia australis (foto Roberto Dellavedova).
Uno scorcio della palude (foto Roberto Dellavedova).
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Dati generali
88
Coordinate:
Longitudine E 09° 26’ 00’’ Latitudine 45° 45’ 11’’
Altitudine:
194 (min) – 209 (max)
Superficie:
302,10 ettari
Comuni:
Brivio, Calolziocorte, Cisano Bergamasco, Monte Marenzo, Olginate
Comunità Montana:
-
Cartografia di riferimento:
CTR 1:10.000 B5e1
Regione biogeografica:
Continentale
Data di proposta come SIC:
giugno 1995
Data di conferma come SIC:
dicembre 2004
Ente gestore:
Parco dell’Adda Nord
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
1. CARATTERISTICHE
AMBIENTALI
1.1 Ambiente fisico
Il Sito “Palude di Brivio” occupa un’area pianeggiante posta alla sinistra idrografica del fiume Adda in corrispondenza di un’ansa del
medesimo corso d’acqua. In questa porzione
dell’asta fluviale, inclusa nel Parco naturale
Adda Nord, l’ambiente è caratterizzato dalla
presenza di terrazzi fluvio-glaciali. L’origine di
tali depositi è da ricercare nel periodo geologico denominato Quaternario, quando il territorio delle prealpi italiane fu interessato dalla presenza di potenti lingue glaciali. Non bisogna
immaginare quei tempi come un unico evento
temporale a se stante, ma piuttosto come una
serie di glaciazioni distinte le cui avanzate e i
ritiri delle coltri di ghiaccio lasciarono evidenti
tracce sull’attuale paesaggio (lembi morenici,
massi erratici, forme levigate ed arrotondate).
Cronologicamente il definitivo ritiro dei ghiacciai è avvenuto repentinamente circa 10.000
anni fa. Per comprendere la grandiosa azione
modellatrice che essi determinarono nell’area
in esame è utile sapere che l’anfiteatro morenico Lariano, ospitante tra i suoi cordoni anche i piccoli laghi intermorenici della Brianza
e del Varesotto, è strettamente connesso con
quello del Verbano collocato a circa 70 Km più
Canale della Ruggiolata in prossimità dell'osservatorio ornitologico (foto Roberto Dellavedova).
89
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
a Ovest. Proprio la presenza di tracce tipiche
dei depositi glaciali ha spinto alcuni ricercatori a formulare l’ipotesi che la formazione dei
grandi laghi sudalpini fosse da attribuire all’escavazione glaciale. Con il passaggio ad una
fase climatica più calda, nel periodo postglaciale dell’Olocene, i ghiacciai si ritirano ad altitudini più elevate, venendo sostituiti dai laghi e da una fitta rete idrografica (CIAMPITTIELLO, 1999). Il presente settore meridionale del
territorio lecchese è quindi caratterizzato da
depositi quaternari, rappresentati dai prodotti dell’attività glaciale, e dai depositi legati alla
rete idrica superficiale. In particolare, i territori attraversati dal fiume sono costituiti sia da
depositi fluvio-glaciali più antichi, ovvero le
argille rosso giallastre, conosciute come
Ferretti, sia da depositi di epoca più recente
costituiti da materiali ghiaiosi e sabbiosi. Lungo la valle dell’Adda, ad esempio in corrispon-
Panoramica (foto Roberto Dellavedova).
90
denza di Airuno e Brivio, si osservano tratti
pianeggianti derivanti dall’interrimento di antichi bacini lacustri intermorenici (VERGOTTINI,
2003).
1.2 Paesaggio vegetale
L’area del Sito, sviluppata in corrispondenza di
un’ansa dell’Adda, è stata quindi interessata
dalla complessa dinamica fluviale che, nel tempo, ha modificato il territorio collocando imponenti depositi fluviali a granulometria variabile. Sebbene il corso d’acqua e le aree soggette
ad inondazione costituiscano un biotopo unico rispetto alle aree limitrofe, l’attuale territorio si presenta fortemente ridimensionato rispetto alle condizioni prossime alla naturalità
riscontrabili in passato. La Palude di Brivio fu
infatti interessata da operazioni di bonifica attuate nell’Ottocento e nel Novecento che por-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
tarono, da un punto di vista biologico, a un impoverimento del complesso ecosistema palustre
allora esistente (PANZERI, 2003). Nonostante ciò,
si incontrano tutt’oggi interessanti compagini
di vegetazione paludosa date da zone umide,
prati e boschi igrofili. Infatti, passando dall’acqua corrente alla terraferma, si susseguono e si
intersecano vari tipi di ambienti che formano
un ricco mosaico vegetale rappresentato dalla
specializzata vegetazione idrofila ed igrofila di
acque ferme e correnti, da canneti, tifeti, paludi a grandi carici, torbiere basse, prati acquitrinosi, fino ad arrivare al bosco d’alto fusto.
1.1 Habitat di interesse comunitario
Il Sic Palude di Brivio si può considerare un’area
comunitaria di innegabile importanza biologica dato che include alcune tipologie di habitat
del paesaggio palustre divenute rare a causa
delle profonde alterazioni attuate dall’uomo su
questi biotopi (urbanizzazione, edificazione di
infrastrutture, bonifiche ecc.). In particolare, nel
contesto provinciale due habitat (3140 e 6410)
risultano ubicati solamente nel presente Sito; a
questi si aggiunge l’ambiente delle torbiere basse alcaline (7230), la cui superficie relativa (3,43
ettari) equivale al 99% della superficie assoluta
provinciale. In merito alle dimensioni dell’habitat “Acque oligomesotrofe calcaree con vegetazione bentica di Chara spp. (3140)” è rilevante constatare che rappresenta il 67% della
complessiva area censita nei quattro Siti
lombardi in cui è stato individuato l’habitat
(Monte Legnone e Chiusarella, IT2010002; Palude di Brivio, IT2030005; Fontanile Nuovo,
IT2050007; Sorgenti della Muzzetta, IT2050009).
In effetti si tratta di un ambiente molto raro e
spesso di dimensioni puntiformi osservabile in
paludi o piccoli corsi d’acqua con sostanze nutritive presenti in modeste quantità e con acque ricche di ioni idrogenocarbonato.
I 17 SIC lombardi che includono i prati a Molinia caerulea (6410) sono distribuiti in sette province (Varese, Como, Lecco, Sondrio, Bergamo,
Brescia e Mantova). In effetti, nel paesaggio
naturale, i prati a Gramigna liscia (Molinia
coerulea) o vegetazioni analoghe si possono in-
sediare lungo i corsi d’acqua, in aree soggette a
fluttuazioni dalle acque freatiche, sui pendii ad
umidità variabile o ancora in prossimità dei
bordi dei laghi. Una chiave di lettura di tale
elasticità è fornita dagli studi di ELLEMBERG
(1988). Analizzando il regime idrico e la reazione del suolo, l’autore evidenzia come le praterie
a Molinia coprano un ampio spettro ecologico;
tali cenosi erbacee occupano infatti diverse tipologie di suoli minerali, sia alcalini sia acidi a
umidità variabile, con un conseguente eterogeneo assetto floristico a cui si aggiunge un’ulteriore variabilità a seconda della collocazione
geografica, altitudinale e del tipo di gestione a
cui sono soggetti. Ma ciò non deve far credere
che questo habitat sia comune e frequente; viceversa all’interno della Rete Natura 2000 italiana è distribuito solo in otto regioni. Inoltre, a
causa del suo insoddisfacente stato di conservazione registrato a livello nazionale, è stato
inserito nelle categoria di minaccia “Alta” della
Lista rossa degli habitat d’Italia (PETRELLA et al.,
2005). Nelle aree paludose, in corrispondenza
di suoli soggetti a una maggiore fluttuazione del
livello di falda, si affermano cenosi a grandi
Carici denominate Magnoricariceti, abitualmente a contatto anche con i prati a Molinia. È
proprio a seguito della pratica dello sfalcio sulla vegetazione palustre a Magnocaricion, che la
maggior parte delle cenosi a Molinia si sono
potute affermare e differenziarsi. In Lombardia i molinieti rappresentavano infatti, nei decenni passati, un elemento importante del paesaggio padano. L’abbandono dello sfalcio, o
eventualmente dell’incendio, attuato regolarmente fino ad una cinquantina di anni fa, ha
influito sulla scomparsa di estesi nuclei di questa vegetazione (SBURLINO et al., 1995). L’evoluzione dei molinieti avviene con una progressiva diminuzione della presenza dall’acqua, soprattutto per un accumulo di materiale organico e minerale proveniente dalla biomassa non
asportata (CREDARO & PIROLA, 1975). Tale processo favorisce la comparsa di specie legnose
arboree e arbustive (Alnus glutinosa, Frangula
alnus) e l’abbassamento della falda superficiale, indispensabile al mantenimento della fitocenosi (SINDACO et al., 2003). I prati a Molinia
91
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE
Codice
3140
3150
3260
6410
6510
7230
91E0
Habitat
Acque oligomesotrofe calcaree con vegetazione bentica di Chara spp.
Laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o
Hydrocharition
Fiumi delle pianure e montani con ve getazione del Ranunculion fluitantis e
Callitricho-Batrachion
Praterie con Molinia su terreni calcarei, torbosi o argilloso-limosi (Molinion
caeruleae)
Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis,
Sanguisorba officinalis)
Torbiere basse alcaline
*Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion,
Alnion incanae, Salicion albae)
su substrati alcalini assumono quindi un elevato interesse biologico poiché possiedono una
ricchezza floristica eccezionale (DELARZE &
GONSETH, 2008), variabile da una stazione al92
Copertura
(ha)
0,19
6,28
0,61
19,26
8,06
3,43
27,76
l’altra, data dall’elevato numero di specie che si
inseriscono nel corteggio floristico, ma soprattutto dalle svariate piante rare specializzate dei
suoli ad umidità variabile come: l’Aglio angoloso
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
altro
79%
3140
0,1%
3150
2,1%
91E0*
9,2%
7230
1,1%
6510
2,7%
6410
6,4%
3260
0,2%
Valori percentuali di copertura degli habitat.
(Allium angulosum), la Cannella delle torbiere
(Calamagrostis canescens) o la Graziella
(Gratiola officinalis). La grande varietà floristica
viene inoltre incrementata dalle specie erbacee
di prato che si frammistano alle tipiche specie
palustri con un gradiente diverso a seconda
della gestione. Non mancano infine entità gravitanti negli ambienti delle torbiere basse
alcaline anche a testimonianza delle frequenti
situazioni di mosaico osservabili in natura.
Nella porzione nord-orientale del Sito, in corrispondenza della Sorgente Fontana San Carlo, si sviluppano le importanti torbiere basse
alcaline (7230) alimentate da acque freatiche
ricche di sali minerali. Le torbiere sono ambienti
tipici di territori dove, a causa del clima temperato e di particolari condizioni idriche ed
edafiche, la sostanza organica prodotta dalle
piante (briofite, ciperacee, graminacee) non si
decompone ma tende ad accumularsi dando
origine ad un deposito organico detto torba
(BRACCO & VENANZONI, 2004). La torba si differenzia rispetto ad altre categorie di humus per
l’elevata presenza di materia organica (più del
30%). In pedologia con il termine “torba” si
identifica un tipo di humus, mentre con il sostantivo “torbiera” si identificano suoli dove lo
spessore della torba supera i 30 cm (a volte 20
cm). Ne deriva che in alcune situazioni non
sempre si forma del materiale torbigeno; sareb-
be quindi più corretto indicare questi ambienti
con il vocabolo paludi. Con il termine torbiere
si possono pertanto inserire gli ambienti umidi
presenti in aree contraddistinte da eccesso di
acqua, siano esse sponde di laghi e fiumi o superfici piane e versanti ove scorre un sottile velo
d’acqua (BRACCO & VENANZONI, 2004). Nel caso
dell’habitat 7230 i motivi di interesse sono dati
dalla presenza di una specializzata flora palustre costituita prevalentemente da specie
erbacee basofile incluse nella famiglia delle
Cyperaceae come la Carice di Davall (Carex
davalliana), la Carice di Host (Carex hostiana) o
il meno frequente Giunco nero (Schoenus
nigricans). Nel Sito di Brivio le associazioni vegetali delle paludi basse a piccole carici offrono
condizioni ambientali idonee per ospitare anche rarissime orchidee altamente minacciate.
Tra queste si ricorda la piccola Liparide (Liparis
loeselii), l’Orchide acquatica o Galletto di palude (Orchis laxiflora), l’Elleborine palustre
(Epipactis palustris), i Viticci estivi (Spiranthes
aestivalis), o ancora l’Orchidea palmata
(Dactylorhiza incarnata). Ma non solo, considerata la limitata estensione di questi consorzi e
la loro progressiva scomparsa, avvenuta soprattutto in corrispondenza dei fondovalle, anche
la codifica 7230 è collocata nella massima categoria di minaccia della Lista rossa degli habitat
d’Italia (PETRELLA et al., 2005). Nel contesto regionale, l’ambiente delle torbiere basse alcaline,
oltre al Sito della Palude di Brivio, è inoltre segnalato in soli altri cinque SIC lombardi (Monte
Legnone e Chiusarella, IT2010002; Grigna Settentrionale, IT2030001; Corno della Marogna,
IT2070022; Torbiere d’Iseo, IT2070020; Lanche di
Gerra Gavazzi e Runate; IT20B0004) distribuiti
in quattro provincie (Varese, Lecco, Brescia e
Mantova).
L’habitat comunitario più esteso, occupante
circa il 10% del Sito “Palude di Brivio”, è rappresentato dai boschi igrofili ad Ontano nero e
dalle foreste alluvionali di Salici e pioppi
(91E0*). Normalmente le boscaglie ripariali a
Salici e Ontani formano delle fasce ad ampiezza variabile lungo i fiumi a seconda dell’area di
esondazione ordinaria dei corsi d’acqua. Il
saliceto di Salice bianco (Salix alba), così come
93
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
l’alneto ad Ontano nero, sono stabili sotto il
profilo evolutivo, ma soggetti a mutamenti in
base al dinamismo fluviale. Gli ontani sono tra
le specie arboree più tipiche dei boschi di ripa,
disposti lungo i corsi d’acqua di piccole e grandi dimensioni. Lo strato erbaceo delle alnete è
rappresentato prevalentemente da ciperacee,
tra cui le carici, piante dall’aspetto graminoide
e dall’inconfondibile sezione del fusto triangolare. Nella palude di Brivio il sottobosco è
inoltre impreziosito dalla presenza di rare orchidee (PANZERI, 2003).
(PANZERI, 2003; STABLUM, 2006). All’esterno del
sito sono presenti importanti aree industriali,
mentre gli abitati di Brivio e Airuno, ubicati
sulla destra idrografica del fiume, sono gli insediamenti urbani posti nelle più immediate
vicinanze dell’area. Le attività agricole sono
riconducibili al mantenimento dei prati permanenti e alla gestione dei seminativi a mais. Su
entrambi i lati della valle sono presenti importanti vie di comunicazione ad elevata densità
di traffico (BARCELLA et al., 2004).
2. SPECIE
DI INTERESSE
1.4 Ambiente umano
2.1. Specie di interesse comunitario
Il Sito della Palude di Brivio, posto nei comuni
di Brivio, Calolziocorte, Cisano Bergamasco,
Monte Marenzo e Olginate è una delle aree
di maggior interesse naturalistico e paesaggistico dell’intero territorio dell’Adda Nord
Presso la Palude di Brivio si possono osservare
diversi Ardeidi (Botaurus stellaris, Ixobrychus
minutus) tra cui l’elegante Airone rosso (Ardea
purpurea). La specie frequenta aree umide con
acque lente o stagnanti ricche di vegetazione
Aglio angoloso – Allium angulosum (foto Roberto Dellavedova).
94
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE
Codice
Nome comune
Nome scientifico
Fenologia
A021
Tarabuso
Botaurus stellaris
Migratore, svernante
A022
Tarabusino
Ixobrychus minutus
Migratore, nidificante
A029
Airone rosso
Ardea purpurea
Migratore
A060
Moretta tabaccata
Aythya nyroca
Stanziale, nidificante
A081
Falco di palude
Circus aeruginosus
Migratore, nidificante
A119
Voltolino
Porzana porzana
Migratore
A229
Martin pescatore
Alcedo atthis
Stanziale, nidificante
A338
Averla piccola
Lanius collurio
Migratrice, nidificante
Elenco delle specie di uccelli del sito inserite nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE.
riparia, collocandosi nei canneti e talvolta tra
gli intricati arbusteti di ripa a salici. Le popolazioni italiane di Airone rosso, dopo un forte
decremento avvenuto tra gli anni Settanta e
Ottanta, mostrano ora segni di recupero tanto
da rappresentare una frazione importante della popolazione europea. Di norma le colonie di
Aironi rossi che nidificano in Italia sono migratrici e svernanti in Africa sub-sahariana ma occasionalmente possono svernare anche nella
penisola italiana (PEZZO, 2005).
Nessuno dei Siti della Provincia di Lecco ospita un numero così elevato di specie comunitarie come il presente Sito della Palude di Brivio.
Dei 31 taxa censiti, quattro sono Chirotteri inseriti nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat”
(Hypsugo savii, Myotis daubentonii, Pipistrellus
pipistrellus, Plecotus auritus) a cui si aggiunge il
raro Vespertilio di Bechstein (Myotis bechsteini)
inserito pure nel secondo allegato. Tra i Rettili
sono note per la Palude di Brivio quattro entità
comuni (Lacerta viridis, Podarcis muralis, Hierophis viridiflavus e Natrix tessellata), con la sola
eccezione di Natrice tessellata meno diffusa rispetto alle precedenti. Presso la Palude di
Brivio, la passata presenza della Testuggine palustre europea (Emys orbicularis) testimoniata
da alcuni autori (PANZERI, 2003; BERNINI et al.,
2004) è stata confutata da recenti studi condotti
per quest’area comunitaria (BARCELLA et al.,
2004; STABLUM et al., 2006). Nel caso degli Anfibi il territorio della Riserva Naturale ospita contemporaneamente tutti i taxa (Triturus carnifex,
Rana latastei, Bufo viridis e Rana dalmatina) segnalati nei siti lecchesi di interesse comunitario. Anche nel caso dell’Ittiofauna il numero
complessivo di specie corrisponde a tutte le segnalazioni delle specie comunitarie censite all’interno dei Siti della Provincia di Lecco. In
particolare, il tratto medio dell’Adda, secondo
recenti studi (BOGLIANI et al., 2007), ospita ricche popolazioni di Trota marmorata (Salmo
marmoratus), un subendemismo italiano presente anche nella porzione del fiume che interessa l’area comunitaria della Palude di Brivio.
La Trota marmorata trova il suo habitat preferito nel tratto medio e medio-superiore dei corsi d’acqua di maggiore portata con fondali
ciottolosi e ghiaiosi (GANDOLFI et al., 1991). Nei
primi due-tre anni di vita la dieta del salmonide
è molto simile a quella della Trota fario: si nutre
di larve di insetti, crostacei, oligocheti e spesso
anche di insetti adulti, per poi diventare un abile
ittiofago (ZERUNIAN, 2003).
I vegetali presenti nel sito contemplati dalla
Direttiva “Habitat” sono rappresentati da due
orchidacee (Liparis loeselii e Spiranthes aestivalis) e dal bel bucaneve (Galanthus nivalis). La
Liparide (Liparis loeselii) è attualmente presente
in alcune stazioni relitte del Trentino-Alto
Adige, Friuli e Lombardia (ROSSI, 2002); data la
sua inesorabile scomparsa a seguito della frammentazione e distruzione del suo habitat
congeniale, in Italia è divenuta rarissima tanto
da essere inserita tra le specie minacciate nel
“Libro rosso delle piante d’Italia” (CONTI, et al.,
1993) e nella “Lista rossa regionale delle Piante d’Italia”, con lo status di specie minacciata
“EN: endangered” (CONTI et al., 1997). Rispetto
ad altre entità tutelate dalla comunità europea
che obiettivamente, per il territorio nazionale,
non mostrano particolari criticità (es. Podarcis
95
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE
Codice
Nome comune
Nome scientifico
Allegato
Vegetali
1903
Liparide
Liparis loeselii
II, IV
1900
Viticci estivi
Spiranthes aestivalis
IV
1866
Bucaneve
Galanthus nivalis
V
Mammiferi
1323
Vespertilio di Bechstein
Myotis bechsteini
II, IV
Pipistrello di Savi
Hypsugo savii
IV
1314
Vespertilio di Daubenton
Myotis daubentonii
IV
1309
Pipistrello nano
Pipistrellus pipistrellus
IV
1329
Orecchione meridionale
Plecotus austriacus
IV
Rettili
1263
Ramarro occidentale
Lacerta viridis
IV
1256
Lucertola muraiola
Podarcis muralis
IV
1284
Biacco
Coluber viridiflavus
IV
1292
Natrice tessellata
Natrix tessellata
IV
Anfibi
1167
Tritone crestato italiano
Triturus carnifex
II, IV
1215
Rana di Lataste
Rana latastei
II, IV
1201
Rospo smeraldino
Bufo viridis
IV
1209
Rana agile
Rana dalmatina
IV
Pesci
1097
Lampreda padana
Lethenteron zanandreai
II, V
1099
Lampreda di fiume
Lampetra fluviatilis
II, V
1100
Storione cobice
Acipenser naccarii *
II, IV
1103
Agone e Cheppia
Alosa fallax
II, V
1107
Trota marmorata
Salmo marmoratus
1114
Pigo
Rutilus pigus
1115
Lasca
Chondrostoma genei
II
1131
Vairone
Leuciscus souffia
II
1136
Rovella (introdotto)
Rutilus rubilio
II
1137
Barbo
Barbus plebejus
1140
Savetta
Chondrostoma soetta
II
1149
Cobite
Cobitis taenia
II
1163
Scazzone
Cottus gobio
II
1109
Temolo
Thymallus thymallus
V
1138
Barbo canino
Barbus meridionalis
II, V
II
II, V
II, V
Elenco delle specie vegetali e animali del sito Palude di Brivio incluse negli Allegati II , IV e V della
Direttiva 92/43/CEE.
96
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Tarabuso – Botaurus stellaris (foto Giuseppe Bogliani).
Lampreda padana – Lathenteron zanandreai (foto Simone Rossi).
97
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
muralis), la piccola Liparide è altamente minacciata. In Lombardia, già nell’Ottocento, erano
note ben poche stazioni, in seguito alla cui
scomparsa si è a lungo pensato che la specie si
fosse, almeno per il territorio regionale, definitivamente estinta. Solo recentemente, nella seconda metà degli anni Novanta, sono state individuate due stazioni in provincia di Como e
di Lecco, una delle quali inclusa, per l’appunto, nel Sito della Palude di Brivio. Attualmente
sono in corso delle sperimentazioni di coltivazione in-vitro a partire dai minuscoli semi prelevati dalle locali specie da parte dell’Università dell’Insubria, dell’Università di Modena e
della Fondazione Minoprio, finalizzate alla reintroduzione e al rafforzamento dei popolamenti lombardi (RINALDI, 2005).
2.2 Altre specie importanti
Tra gli uccelli migratori abituali che sfruttano
l’intricata struttura del canneto come riparo durante le fasi migratorie, si contano numerose
specie come ad esempio il Pettazzurro (Luscina
suecica) o la Rondine comune (Hirundo rustica). A queste si aggiungono alcuni interessanti
passeriformi acrocefali come il Cannareccione
(Acrocephalus arundinaceus), la Cannaiola
(Acrocephalus scirpaceus) e la Cannaiola verdognola (Acrocephalus palustris). Non mancano
infine uccelli sfuggenti e meno frequenti come
lo Svasso piccolo (Podiceps nigricollis) o il già
citato Tarabuso (Botaurus stellaris) (PETRELLA,
2003). Nel mondo scientifico, la palude di Brivio
è inoltre nota per una ricca comunità di Coleotteri idroadefagi e di alcune interessanti specie di Molluschi idrobidi (BOGLIANI et al., 2007).
A questi si aggiungono le colonie di grossi molluschi bivalvi appartenenti alla specie Unio
mancus (PETRELLA, 2003). Passando brevemente in rassegna il mondo vegetale, in addizione
alle diverse essenze floristiche già citate in precedenza, si aggiungono l’erba vesicaria (Utricularia australis), la delicata Ninfea bianca
(Nymphaea alba) e la Ninfea gialla (Nuphar
luteum), aventi in comune un problematico stato di conservazione determinato dall’inesorabile scomparsa dei biotopi palustri. In corrispon98
denza della zona di transizione tra i molinieti ed
il magnocariceto erano inoltre noti alcuni esemplari della protetta Felce florida (Osmunda
regalis) (STABLUM et al., 2006).
3. PROTEZIONE
E CONSERVAZIONE
3.1 Stato di conservazione
Il sito “Palude di Brivio” annovera delicati ambienti paludosi che mostrano un differente stato
di conservazione. La vegetazione forestale, benché frammentata, risulta stabile e complessivamente ben strutturata. Viceversa, le praterie
umide a Molinia devono la loro sopravvivenza
al perpetrarsi della pratica del taglio; qualora
venisse a meno questa attività si innescherebbero repentini fenomeni d’invasione della vegetazione paludosa con elementi arbustivi
igrofili. Per quanto riguarda il canneto, il monitoraggio condotto all’interno del Sito
(BARCELLA et al., 2004) annota come l’habitat
in questione sia periodicamente soggetto a incendi, che compromettono, tra l’altro, la sopravvivenza di anfibi e rettili, sprovvisti di
zone di rifugio nelle immediate vicinanze. La
medesima composizione floristica del fragmiteto risulta in parte soggetta all’invasione di
specie esotiche come la competitiva Verga
d’oro del Canada (Solidago canadensis), in grado di formare estese colonie monospecifiche
anche su substrati a umidità variabile. Infine
una criticità in comune per tutti gli habitat palustri è il progressivo e naturale interramento
che porterà alla inevitabile contrazione della vegetazione igrofila erbacea riducendo, quindi,
l’habitat disponibile per le più delicate specie
ornitiche. Ulteriori fattori limitanti che hanno
effetti negativi per l’avifauna derivano dagli
estesi insediamenti industriali dislocati lungo il
confine orientale del SIC, a cui si aggiunge la
presenza di una pista di atterraggio per velivoli
leggeri (BARCELLA et al., 2004).
3.2 Stato di protezione
Il Sito “Palude di Brivio” è interamente incluso
nel Parco naturale dell’Adda Nord. Come nel
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Coltellaccio maggiore – Sparganium erectum (foto Roberto Dellavedova).
99
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
caso del Sic “Lago di Olginate” la gestione è
affidata al Consorzio individuato come Ente
gestore dell’area protetta.
4. FRUIBILITÀ
L’accesso alla Riserva Naturale è collocato al
termine di via Lago vecchio, accessibile dalla
SS 639 in corrispondenza della zona industriale. Da qui è possibile usufruire della rete di
tracciati, in molti casi ricalcanti i percorsi storici, che conducono il visitatore all’osservazione degli ambienti e della fauna del territorio
della Palude di Brivio. In principio, il camminamento lambisce alcuni interessanti specchi
d’acqua, in parte ricoperti da un velo di lenticchia d’acqua (Lemna minor), ospitanti le preziose specie dell’habitat 3150. Questi ambienti, noti con il nome di foppe, sono in realtà delle
buche invase dall’acqua scavate in passato per
estrarre sabbia e ghiaia (PANZERI, 2003). Proseguendo lungo il tracciato si giunge all’osservatorio ornitologico della Riserva, passando
dapprima dal Casino del Vicerè, un grosso
caseggiato rimasto a testimonianza delle passate attività venatorie che interessavano l’intera palude. È proprio grazie alle informazioni
legate alla cacciagione che si hanno notizie sulla ricca fauna che in passato trovava rifugio
nell’area paludosa. Infatti, al tempo delle
signorie sforzesche, la zona compresa da Brivio
a Paderno venne adibita come grande riserva
di caccia. Oltre all’aucupio, la selvaggina abitualmente cacciata era rappresentata da Volpi
(Vulpes vulpes), Lepri (Lepus europaeus) e da altri animali “fiabeschi” divenuti anche per questa zona un semplice ricordo come il Lupo
(Canis lupus) e la Lontra (Lutra lutra). Lungo i
tracciati sono dislocati alcuni pannelli didattici
in grado di presentare in modo esaustivo gli elementi naturali e storici dell’area protetta
(PANZERI, 2003).
5. GESTIONE
Nonostante la redazione del Piano di Gestione
per il SIC “Palude di Brivio” sia in fase di realizzazione, l’Ente gestore ha precedentemente
100
predisposto interventi volti alla riqualificazione ambientale del Sito. Tramite la manutenzione delle canalizzazioni presenti all’interno della palude ha avviato il ripristino del corretto
funzionamento del reticolo idrografico della riserva naturale. Contestualmente ha promosso
ulteriori azioni destinate a migliorare la struttura del canneto e degli ambienti ecotonali con
lo scopo di conservare e preservare dal degrado il delicato ambiente umido. In favore degli
Anfibi sono state scavate alcune pozze per aumentare la disponibilità di habitat idonei
(PANZERI, 2003). In merito alla complessa gestione che un Sito così ricco di habitat di valenza
internazionale richiederebbe, si evidenziano di
seguito alcuni aspetti che determinano condizioni limitanti sia per le biocenosi e sia per l’intero ecosistema palustre. Innanzitutto, un evidente problema è dato dall’instabile livello delle acque in entrata determinato dallo sbarramento posto nei pressi di Olginate. Tale fenomeno si ripercuote negativamente sui popolamenti ittici del sito: le significative variazioni del
livello delle acque causano infatti danni alla riproduzione di alcune specie ittiche e addirittura fenomeni di moria. Come evidenziato dagli
autori del monitoraggio del Sito (BARCELLA et al.,
2004) sarebbe quindi opportuno avviare uno
specifico studio finalizzato a valutare gli effetti
dell’alternanza del livello delle acque per poi
individuare criteri, tempistiche e modalità di regolamentazione dello sbarramento.
Un secondo aspetto da affrontare è il contenimento e la comprensione delle dinamiche dei
popolamenti delle specie esotiche rilevate all’interno del Sito. Come già evidenziato per
l’area del Lago di Olginate, anche presso la Palude di Brivio gli ambienti acquatici sono soggetti dall’invasione della Peste d’acqua di
Nuttall (Elodea nuttallii), un’idrofita fortemente competitiva che potrebbe danneggiare i popolamenti delle macrofite acquatiche spontanee; altrettanto svantaggiosa è la presenza del
Siluro (Silurus glanis) dato il documentato impatto che questo grande pesce produce sulle
altre specie ittiche (ZERUNIAN, 2003). Infine, la
recente individuazione di nuclei dell’esotica
Testuggine della Florida (Trachemys scripta) ri-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Thelipteris palustris (foto Roberto Dellavedova).
Liparis loeselii (foto Luigi Boglioni, FAB).
Nuphar luteum (foto Riccardo Falco).
Osmunda regalis (foto Roberto Dellavedova).
101
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
chiederebbe interventi volti a limitarne l’estensione dato che, come è avvenuto in altre località italiane, potrebbe aver contribuito alla scomparsa delle residue popolazioni autoctone della Testuggine palustre europea. Inoltre, potendo esserci ancora delle possibilità di ritrovamento di Emys orbicularis sarebbe auspicabile effettuare ricerche mirate per verificarne l’esistenza. Parimenti costruttiva sarebbe l’ideazione e l’attuazione di una campagna di sensibilizzazione sulle problematiche relative all’introduzione di specie alloctone (BARCELLA et al.,
2004).
Per quanto concerne la preziosa vegetazione
palustre, gli interventi andrebbero individuati
tenendo conto del dinamismo naturale delle
medesime, cercando di favorire e tutelare la
diversità derivante dal mosaico degli habitat. Le
torbiere basse alcaline ubicate nei fondovalle si
possono evolvere, per diminuito apporto idrico,
verso i molinieti; questi ultimi a loro volta, in
seguito all’ingresso di specie legnose igrofile,
possono mutare verso i boschi ad Ontano nero.
Sarebbe quindi opportuno, per entrambe le
cenosi erbacee, effettuare una falciatura tardiva per evitare che le specie provenienti dagli
ambienti circostanti come alcune robuste graminacee (Phragmytes australis, Deschampsia
caespitosa) o arbusti invasivi (es: Frangula alnus,
Fraxinus excelsior, Alnus glutinosa), possano
avere il sopravvento sulla vegetazione torbigena; contemporaneamente, per queste tipologie
ambientali, andrebbero interdette le variazione dell’afflusso idrico e l’apporto di sostanze
nutrienti (MASUTTI & BATTISTI, 2007). Infine, la
riduzione del rischio di incendio ai danni del
canneto potrebbe essere ottenuta con un aumento della vigilanza e la creazione di strisce
tagliafuoco all’interno della palude (BARCELLA
et al., 2004).
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ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
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Naz. Fauna Selvatica.
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
VALLE SANTA CROCE E VALLE DEL CURONE
IT 2030006
105
Vigniti a Galbusera Nera (foto Giuseppe Sardi)
Limodorum abortivum (foto Giuseppe Sardi)
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Dati generali
106
Coordinate:
Longitudine E 09° 21’ 58’’ Latitudine 45° 42’ 52’’
Altitudine:
233 (min) – 530 (max)
Superficie:
1.213,3 ettari
Comuni:
Lomagna, Missaglia, Montevecchia, Olgiate Molgora,
Osnago, Perego, Rovagnate, Sirtori, Viganò
Comunità Montana:
-
Cartografia di riferimento:
CTR 1:10.000 B5d2, B5d3
Regione biogeografica:
Continentale
Data di proposta come SIC:
giugno 1995
Data di conferma come SIC:
dicembre 2004
Ente gestore:
Consorzio di Gestione Parco di Montevecchia e della
Valle del Curone
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
1. CARATTERISTICHE
AMBIENTALI
1.1 Ambiente fisico
Il Sito “Valle Santa Croce e Valle del Curone” è
l’area comunitaria più meridionale del variegato territorio della provincia di Lecco. Si tratta di un SIC occupante una superficie pari a
1.213 ettari: parliamo dunque del Sito Continentale più grande della provincia ed il quinto
per grandezza regionale per quest’area biogeografica. A differenza della maggior parte dei
Siti lombardi continentali collocati in un ambiente esclusivamente pianeggiante, il presente SIC lecchese si inserisce in un diversificato
territorio contraddistinto da rilievi collinari a
vallecole solcate dai torrenti Curone e Molgoretta. Il substrato è costituito da rocce sedimentarie distinte in Torbiditi o Flitsch di Bergamo,
Scaglia Cinerea e Scaglia Rossa (PANSERI, 2000).
La genesi della prima categoria di roccia, come
è in parte celata nel suo nome, avvenne in ambiente marino in un remoto periodo denominato Cretaceo (137 – 65 Milioni di anni fa); i
materiali detritici (sabbia, argilla, limo), provenienti dalle zone costiere, sfruttarono il mezzo
acquoso generando delle torbidi correnti che,
percorrendo dei veri e propri canyons sottomarini, si depositarono nelle antiche piane abissali.
Il ripetersi di tali maestosi smottamenti è ora
leggibile nelle rocce dalla regolare stratificazione che ne contraddistingue la tipica disposizione a strati. La Scaglia è costituita da numerosi
e sottilissimi strati di una particolare roccia
chiamata marna (un ensemble di argilla e calcare). La formazione delle Alpi iniziata nel Terziario (50 Milioni di anni fa) in seguito alla collisione del continente Europeo con quello Africano determinò l’emersione di quei materiali
accumulatisi nei fondali oceanici che, divenuti
nel frattempo rocce sedimentarie, costituiscono ora i rilievi collinari di Montevecchia. A queste due tipologie di substrati si aggiunge la
formazione di Ceppo Lombardo costituita da
materiale ciottoloso depositato dall’azione di
remoti fiumi originatisi a seguito della fusione
dei ghiacciai pleistocenici che, nel Quaternario
(tra 2 Milioni e 10.000 anni fa) giunsero a lambire il territorio del Sito. Non mancano inoltre
altre tipologie di depositi superficiali distribuiti
da vari agenti fisici (acqua, vento, ghiaccio) durante le molteplici fasi di avanzamento e di ritirata dei ghiacciai.
1.2 Paesaggio vegetale
L’area del Sito offre, rispetto al territorio circostante, ampie porzioni occupate da una diversificata tipologia di boschi. Tra essi si inseriscono superfici erbacee occupate dai prati magri e
Panoramica dall’abitato di Pianello (foto Giuseppe Sardi).
107
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Prati magri a Galbusera Nera (foto Giuseppe Sardi).
108
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
dai prati da sfalcio, connessi alle boscaglie di
invasione affermatesi sui terreni agricoli caduti
in disuso. In particolare, le formazioni boschive assumono un rilevante ruolo di connessione
tra le porzioni collinari e i primi rilievi prealpini
lecchesi. Si tratta a tutti gli effetti di una zona
cuscinetto a cui si può attribuire un ruolo di
primaria importanza naturalistica. Il fondovalle è caratterizzato da formazioni boschive
discontinue con prevalenza di Farnia (Quercus
robur) e Carpino bianco (Carpinus betulus), mentre i versanti collinari ospitano querceti di Rovere (Q. petraea) e Roverella (Q. pubescens), popolamenti di Betulla (Betula pendula), cedui di
Castagno (Castanea sativa), arbusteti invasivi di
Prugnolo spinoso (Prunus spinosa), Frangola
comune (Frangula alnus) o Sanguinello (Cornus
sanguinea) e pinete di Pino silvestre (Pinus
sylvestris).
1.3 Habitat di interesse comunitario
All’interno del Sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone, IT2030006” sono presenti otto
habitat comunitari di cui la metà sono classificati come prioritari (6210*, 7220*, 91E0* e
91H0*); le cenosi boschive (9160, 91E0*, 91H0*,
91L0 e 9260) sono la categoria ambientale più
rappresentata. Considerando il tipo di habitat
e la corrispondente estensione è possibile affermare che il presente sito si contraddistingue
come un tassello fondamentale della Rete Natura 2000 lecchese; infatti l’intera area ricoperta dagli habitat dell’Allegato I qui presenti (652
ettari) rappresenta ben il 18% della complessiva superficie occupata da tutti gli ambienti comunitari distribuiti nei SIC della Provincia di
Lecco. Ma non solo, tre habitat (6510, 7220* e
9260) hanno la maggior estensione provinciale; inoltre altre tre codifiche (9160, 91H0* e
91L0) sono esclusive del Sito IT2030006. Il fatto che il SIC “Valle di Santa Croce e Valle del
Curone” sia l’unico Sito incluso nella regione
biogeografica Continentale lombarda ospitante i “Querceti termofili di Roverella (91H0*)”
ed i “Querceti illirici di Rovere (91L0)”, è un
ulteriore elemento distintivo di quest’area comunitaria.
Se si allarga l’analisi della distribuzione di queste codifiche a tutti i SIC della Regione Lombardia si conferma, per alcuni di essi, la loro
limitata diffusione: ad esempio l’habitat
“Querceti di rovere illirici (91L0)”, oltre che in
quest’area comunitaria, è localizzato in soli altri due SIC bresciani (Altopiano di Cariadeghe,
IT2070018 e Sorgente Funtanì, IT2070019), ma
ancor più rilevante è l’estensione della codifica
91L0 nel SIC “Valle di Santa Croce e Valle del
Curone” che rappresenta addirittura l’87% della sua complessiva superficie a livello regionale. Il codice in esame corrisponde a boschi di
latifoglie miste, inquadrati nell’alleanza del
Erythronio-Carpinion, in cui si ha la prevalenza
di Rovere, Farnia e Carpino bianco. Il grande
pregio di tali cenosi boschive, collocate su medi
versanti, di preferenza su suoli profondi, è dato
dal ricco corredo floristico e dalle considerevoli e appariscenti fioriture di geofite primaverili
tra cui campeggia l’aggraziato Dente di cane
(Erytronium dens-canis).
Altrettanto infrequente, almeno nei SIC della
Lombardia, è l’ambiente prioritario dei “Boschi pannonici di Quercus pubescens (91H0*)”,
segnalato solamente in altri tre Siti in Provincia di Varese (Monte Legnone e Chiusarella,
IT2010002; Versante Nord del Campo dei Fiori,
IT2010003; Grotte del Campo dei Fiori,
IT2010004). In questo caso, la copertura dell’habitat 91H0* nel Sito “Valle di Santa Croce
e Valle del Curone” rappresenta ben il 39%
della globale superficie occupata nei SIC
lombardi. In questa codifica si includono i boschi termofili di Roverella frammisti a Carpino
nero (Ostrya carpinifolia) ed Orniello (Fraxinus
ornus), insediati su suoli magri e secchi, il cui
valore biologico è dato dal ricco strato erbaceo costituito dalle interessanti entità di prati
e margini boschivi aridi. All’interno del Sito,
le boscaglie di Roverella si affermano in corrispondenza dei rilievi collinari su suoli sottili e
con roccia sub-affiorante.
Nel caso dei “Querceti di farnia o rovere subatlantici e dell’Europa centrale del Carpinion
betuli (9160)” la loro estensione nei SIC
Lombardi raggiunge una superficie di circa 577
ettari distribuita in 22 Siti, la maggior parte dei
109
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE
Codice
6210
6510
7220
9160
91E0
91H0
91L0
9260
110
Habitat
Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato
calcareo (Festuco -Brometalia) (* notevole fioritura di orchidee)
Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba
officinalis)
* Sorgenti petrificanti con formazione di travertino (Cratoneurion)
Querceti di farnia o rovere subatlantici e dell'Europa centrale del Carpinion betuli
* Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion
incanae, Salicion albae)
* Boschi pannonici di Quercus pubescens
Querceti di rovere illirici (Erythronio-Carpinion)
Foreste di Castanea sativa
Copertura
(ha)
11,94
161,12
5,22
57,91
1,19
79,6
87,67
239,58
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
le colture agrarie (D EL F AVERO ,
2003; MASUTTI & BATTISTI, 2007).
Fortunatamente è abbastanza frequente la corrispondenza dei Siti
lombardi con questa tipologia di
9260
habitat, ad ulteriore testimonian20%
za del ruolo che tale codifica gioca
nella rete ecologica di Natura 2000.
6210*
Considerando ora gli ambienti co1,0%
91L0
munitari più estesi all’interno del
6,0%
Sito si nota che il 20% della superfi6510
91H0*
cie, vale a dire 240 ettari (figura 1),
9160 7220*
91E0*
13%
6,6%
è occupato da castagneti (9260),
5% 0,4%
0,1%
seguono i consorzi prativi da sfalcio
Valori percentuali di copertura degli habitat.
riconducibili alla codifica 6510 (161
ettari). Viceversa, l’ambiente comuquali ricadenti nell’area Continentale (21). La
nitario meno esteso, ricoprente una superficie
Provincia di Lecco, grazie ai 58 ettari ubicati
di circa 10.000 m2, è rappresentato da un isonel SIC incluso nel Parco di Montevecchia e
lato boschetto igrofilo ad Ontano nero (Alnus
della Val Curone, ospita un’area pari al 10%
glutinosa) incluso nella codifica 91E0*. A prodella complessiva superficie regionale. Si tratposito di habitat prioritari, un approfondimenta di formazioni forestali a prevalenza di Querto è d’obbligo per le sorgenti alcaline (7220*)
ce (Quercus robur, Q. petraea) e Carpino biancolonizzate da specializzati Muschi, apparteco inquadrabili nell’Alleanza del Carpinion
nenti al genere Cratoneurion, in grado di favobetuli, equivalenti alla tipologia forestale del
rire la precipitazione di Carbonato di Calcio
Querco-carpineto collinare di Rovere e/o
che lentamente genera i depositi di travertino
Farnia (DEL FAVERO, 2003). Nello strato arboreo
(MAURI, 2006). Anche in questo caso, oltre ad
a queste due essenze forestali si associano di
essere un habitat che si sviluppa su limitate
norma: Castagno, Olmo campestre (Ulmus
superfici, in Lombardia mostra una diffusiominor), Ciliegio (Prunus avium) e Acero camne assai frammentata. Difatti, nella regione
pestre (Acer campestre). Nei Querco-carpineti
biogeografica Continentale le sorgenti alcaline
collinari localizzati in Lombardia è frequente
sono state censite, oltre che nel presente Sito,
la presenza della Robinia (Robinia pseudoacain soli altri due SIC (Sasso di Malascarpa,
cia), una leguminosa di origine nordamericaIT2020002; Monte Alpe, IT2080021). Il contrina, introdotta in Europa dapprima per scopi
buto di quest’area comunitaria alla sopravviornamentali ed in seguito favorita per la buovenza delle sorgenti petrificanti diventa ancor
na qualità del suo legno. Trattandosi di una
più determinante dato che, gli ambienti
specie eliofila, ovvero amante della luce, essa
fontinali alimentati da acque ricche di calcare
colonizza velocemente le radure che si possodislocati a bassa altitudine rappresentano un
no creare in seguito allo sradicamento di vecambiente relitto di grande valore scientifico
chi esemplari arborei oppure, si insedia negli
poiché strutturato da numerose entità stretspazi prodotti nei boschi cedui fortemente
tamente vincolate a tale habitat (DELARZE &
GONSETH, 2008).
sfruttati (BRACCO et al., 2001). Ai Quercocarpineti della codifica 9160 si attribuisce un
Un’ultima considerazione è dedicata ai consorconsiderevole valore naturalistico perché sono
zi prativi semi-naturali inquadrati nella classe
ormai sempre più frammentati e ridotti a picdel Festuco-Brometea (6210*), un ambiente di
coli lembi di modesta estensione a causa delprimaria importanza biologica conferita dalla
l’urbanizzazione e della loro sostituzione con
grande varietà floristica che ospita a cui si adaltr o
47%
111
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
dizionano i numerosi invertebrati ed altre categorie sistematiche di animali che frequentano sporadicamente o abitualmente tali cenosi
erbacee.
1.4 Ambiente umano
Il territorio circostante al Sito “Valle di Santa
Croce e Valle del Curone” è caratterizzato dalla forte presenza umana data da centri abitati,
aree industriali e vie di comunicazione. Il paesaggio all’interno del Sito esprime fortemente
l’identità rurale dei luoghi essendo contrassegnato da edifici e borghi rurali distribuiti tra i
colli e le valli frammisti alle aree agricole. I coltivi sono rappresentati principalmente da seminativi a mais, piante foraggere e prati da
sfalcio.
2. SPECIE
DI INTERESSE
2.1 Specie di interesse comunitario
Verzellino (Serinus serinus), lo Zigolo nero
(Emberiza cirlus) o il Canapino (Hippolais
polyglotta). A questi si aggiunge uno dei simboli della campagna di un tempo: l’Averla piccola
(Lanius collurio), un buon esempio di specie
minacciata la cui sopravvivenza dipende dall’esistenza dei prati magri. Si tratta di un
Passeriforme insettivoro visibile nei consorzi
prativi aperti e soleggiati intento a ricercare la
grande varietà di insetti di cui si nutre; la sua
tecnica di caccia consiste nel collocarsi in luoghi sopraelevati che gli permettono di controllare il territorio circostante per poi planare rapidamente sugli invertebrati che si trovano sul
terreno o, eventualmente, inseguirli in volo.
L’Averla piccola trova rifugio nelle boscaglie
termofile o in macchie boscose, nidificando in
cespugli poco accessibili. Fortunatamente, nonostante la sua vulnerabilità, Lanius collurio è
segnalata in 102 Siti Comunitari lombardi. Le
aree agricole sono inoltre frequentate per scopi trofici da alcuni rapaci diurni: la comune
Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE
Codice
A072
A229
A338
Nome comune
Falco pecchiaiolo
Martin pescatore
Averla piccola
Nome scientifico
Pernis apivorus
Alcedo atthis
Lanius collurio
Fenologia
Migratore regolare, nidificante
Nidificante
Migratrice regolare, nidificante
Elenco delle specie di uccelli del sito Valle Santa Croce e Valle del Curone inserite nell’Allegato I della
Direttiva 79/409/CEE.
Nelle aree rurali, gli habitat prativi intercalati a
cespugli isolati, boschetti e margini boschivi creano dei mosaici ambientali indispensabili per
diverse specie ornitiche. A livello europeo, in
questi ultimi decenni, il paesaggio campestre
ha subito profondi mutamenti determinando la
contrazione delle superfici prative e degli ambienti semi-naturali in esso presenti. Al declino
di svariate specie ornitiche, un tempo diffuse e
comuni, corrisponde quindi un aumento del
numero di uccelli tutelato da apposite normative protezionistiche. Nel caso del Sito di Montevecchia esistono tuttora superfici agricole
idonee ad ospitare interessanti specie vulnerabili o poco frequenti come la Sterpazzola (Sylvia
communis), il Saltimpalo (Saxicola torquata), il
112
Poiana (Buteo buteo) è di norma visibile posata
su qualche ramo, mentre l’agile Lodolaio (Falco subbuteo) predilige una tecnica di caccia attiva perlustrando in volo il territorio campestre
in cerca di prede.
Nelle aree boscate del Sito sono infine presenti
numerose altre specie di uccelli, sia comuni sia
sottoposti a tutela come il Falco pecchiaiolo
(Pernis apivorus), lo Sparviere (Accipiter nisus),
l’Upupa (Upupa epops), il Frosone (Coccothraustes coccothraustes), il Rampichino comune
(Certhia brachydactyla), il Picchio muratore
(Sitta europea) e l’Allocco (Strix aluco).
Nel 2003 l’Associazione Faunaviva realizzò, per
conto del Consorzio di gestione del Parco di
Montevecchia e della Val Curone, uno studio
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Saltimpalo – Saxicola torquata (foto Marco Noseda).
Biscia d'acqua – Natrix natrix (foto Roberto Dellavedova).
113
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE
Codice Nome comune
Nome scientifico
Allegato
Vegetali
1849
Pungitopo
1308
1309
1312
1317
1332
1333
5008
Barbastello
Pipistrello nano
Nottola comune
Pipistrello di Nathusius
Serotino bicolore
Molosso di Cestoni
Pipistrello di Savi
Pipistrello albolimbato
1256
1263
1281
1284
1292
Lucertola muraiola
Ramarro occidentale
Saettone
Biacco
Natrice tassellata
1167
1201
1209
1215
Tritone crestato italiano
Rospo smeraldino
Rana agile
Rana di Lataste
1131
1149
Vairone
Scazzone
Ruscus aculeatus
Mammiferi
Barbastella barbastellus
Pipistrellus pipistrellus
Nyctalus noctula
Pipistrellus nathusii
Vespertilius murinus
Tadarida teniotis
Hypsugo savii
Pipistrellus kuhlii
Rettili
Podarcis muralis
Lacerta viridis
Elaphe longissima
Coluber viridiflavus
Natrix tessellata
Anfibi
Triturus carnifex
Bufo viridis
Rana dalmatina
Rana latastei
Pesci
Leuciscus souffia
Cobitis taenia
V
II, IV
IV
IV
IV
IV
IV
IV
IV
IV
IV
IV
IV
IV
II, IV
IV
IV
II, IV
II
II
Elenco delle specie animali del sito sito Valle Santa Croce e Valle del Curone incluse negli Allegati
II, IV e V della Direttiva 92/43/CEE.
finalizzato all’individuazione di interventi a favore dei Chirotteri nel territorio del Parco
(CAVENATI et al., 2003). Grazie a questa ricerca
vennero identificate 11 specie di pipistrelli, di
cui sei presenti all’interno del perimetro del SIC.
A tali informazioni si addizionano i dati acquisiti durante la campagna di rilevamento del
1993, condotti dalla medesima Associazione,
nei quali si indicava pure l’esistenza del Serotino
bicolore (Vespertilius murinus) e della Nottola
(Nyctalus noctula). Nel primo caso, per quanto
riguarda la distribuzione nei Siti comunitari
della Lombardia, sono note solo quattro segnalazioni, mentre per la Nottola le presenze regionali salgono a 19. L’unica specie di chirottero
inclusa nell’Allegato II della Direttiva “Habitat”
localizzata nel SIC è il Barbastello (Barbastella
barbastellus), una specie legata alla presenza di
formazioni forestali sia in ambienti planiziali che
114
montani (CAVENATI et al., 2003). Nel sito “Valle
di Santa Croce e Valle del Curone”, considerando le sole specie incluse negli Allegati della
Direttiva “Habitat”, alle 8 specie di Chirotteri
si aggiungono altri 12 taxa afferenti ai seguenti
gruppi sistematici: cinque Rettili (Lacerta viridis,
Podarcis muralis, Hierophis viridiflavus, Elaphe
longissima e Natrix tessellata), quattro Anfibi
(Triturus carnifex, Rana latastei, Bufo viridis e
Rana dalmatina), due Pesci (Leuciscus souffia e
Cobitis taenia) e un solo vegetale (Ruscus
aculeatus). Tra i Rettili è interessante la presenza di Natrice tassellata (Natrix tessellata), fortemente legata alla presenza di acqua corrente; si tratta di un ofide appartenente all’Allegato IV, localizzato in tre Siti continentali lecchesi. La disponibilità di ambienti acquatici come
siti riproduttivi favorisce inoltre gli Anfibi; nel
Parco di Montevecchia e della Valle del Curo-
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Anacamptis pyramidalis con farfalla (foto Giuseppe Sardi).
115
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Ophrys insectifera (foto Giuseppe Sardi).
116
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
ne sono infatti presenti 9 specie (MAURI, 2006)
di cui due incluse nell’Allegato II: il Tritone
crestato italiano (Triturus carnifex) e la Rana di
Lataste (Rana latastei). Quest’ultima, in particolare, è una specie endemica dell’Italia settentrionale distribuita nella Pianura PadanoVeneta (ANDREONE & SINDACO, 2002); individuata presso 58 siti comunitari lombardi, frequenta i Querco-carpineti (9160) o habitat boschivi
più umidi come i saliceti ripariali e i boschetti
alluvionali (91E0*) di Ontano nero (Alnus
glutinosa) o Frassino maggiore (Fraxinus excelsior).
Il Pungitopo (Ruscus aculeatus) è l’unico taxon
presente nel sito “Valle di Santa Croce e Valle
del Curone”, appartenente all’Allegato V. Si tratta di una particolare Liliacea segnalata in altri 12
SIC lombardi, osservabile in gruppi di pochi individui o in ampie colonie distribuite nel sottobosco di boscaglie termofile come i consorzi a
Roverella o gli arbusteti di Carpino nero ed
Orniello. Come per tutte le specie elencate nell’Allegato V, soggette ad un interesse commerciale, o di caccia o di raccolta, l’Ente gestore è
chiamato dalla Direttiva “Habitat” ad individuare delle misure finalizzate al mantenimento di
uno stato di conservazione soddisfacente.
2.2 Altre specie importanti
Il presente SIC, grazie alla sua particolare collocazione e alla complessa struttura conferita
dagli ambienti boschivi frammisti a praterie e
aree agricole, gioca un ruolo fondamentale per
la sopravvivenza di numerose specie di esseri
viventi. Oggigiorno, in seguito alle accurate indagini e ricerche condotte nel Parco di Montevecchia e della Valle del Curone, si hanno cospicue informazioni sulla composizione della
fauna e flora locale. Secondo recenti stime, all’interno del territorio protetto del Parco, vivono circa 120 specie di animali vertebrati; a questi si aggiungono circa 800 specie di piante
erbacee o legnose e decine di specie di funghi
(MAURI, 2006).
L’attuale componente faunistica risente della
condizione di isolamento che contraddistingue
il Sito; infatti il territorio circostante è stato for-
temente plasmato dall’espansione degli insediamenti umani che, insieme alle vie di comunicazione, ostacolano il naturale flusso della fauna.
Un esempio eclatante è quello dello Scoiattolo
rosso (Sciurus vulgaris), in passato comune in
tutta la Lombardia ma le cui popolazioni naturali, a causa del progressivo deterioramento
dell’habitat boschivo, hanno subito una forte
contrazione, tanto da arrivare ad estinzioni locali, come nel caso dell’area del Parco di Montevecchia e della Valle del Curone. Per questo
motivo, l’Ente gestore a seguito di uno studio
di fattibilità, negli anni 1998 e 1999 reintrodusse
alcuni individui di Scoiattolo rosso all’interno
dell’area protetta, dai quali discendono i vari
esemplari che costituiscono l’odierna cospicua
popolazione (AA.VV., 2003). Una seconda iniziativa di successo è stata la reintroduzione del
Tasso (Meles meles) all’interno del perimetro del
Parco (BALESTRIERI & REMONTI, 2003; MAURI,
2006).
Per quanto riguarda la componente vegetale
consultando il sito internet dell’area protetta è
possibile accedere alla check-list della flora locale, mantenuta aggiornata grazie al contributo delle Guardie Ecologiche Volontarie. Mediante una visita virtuale si può quindi visionare
quali sono le specie che si possono incontrare
nei vari ambienti, o ancora, visualizzare le belle
immagini fotografiche selezionabili in base al
periodo di fioritura. In primavera, ad esempio,
il sottobosco delle numerose formazioni
forestali accoglie le precoci fioriture di svariate
geofite. Questo termine botanico fa riferimento ad una delle categorie incluse nella classificazione di RAUNKIAER (1934), definite sulla base
degli adattamenti cui le piante ricorrono per
proteggere le loro gemme durante la stagione
avversa. In questa definizione sono incluse tutte
le piante erbacee perenni con gemme sugli organi ipogei (rizomi, tuberi, bulbi). Alcuni esempi di geofite rizomatose sono Anemone gialla
(Anemone ranunculoides) e la più comune Anemone bianca (Anemone nemorosa), appartenenti
alla famiglia delle Ranunculaceae; decisamente
meno frequenti rispetto alle precedenti sono le
aggraziate Cefalantera rossa (Cephalanthera
rubra) e Cefalantera maggiore (C. longifolia).
117
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
118
Cephalanthera rubra (foto Giuseppe Sardi).
Erythronium dens-canis (foto Roberto Dellavedova).
Gymnadenia conopsea (foto Roberto Dellavedova).
Adiantum capillus-veneris (foto Roberto Dellavedova).
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Entrambe sono ampiamente protette sia da
normative regionali sia nazionali in quanto appartenenti alla famiglia delle Orchidaceae. In effetti, questi attraenti vegetali sono forse l’elemento floristico più caratteristico del Sito dato
che si possono contare svariate specie adattate
a sopravvivere in diverse tipologie di habitat.
Alcuni ambienti congeniali alle orchidee sono i
boschi termofili insediati sui terreni calcarei; nel
loro luminoso sottobosco, in radure o ai margini boschivi si possono ad esempio incontrare
Platantera verdastra (Platanthera chlorantha),
Ofride insettifera (Ophrys insectifera) o l’Orchidea maggiore (Orchis purpurea). Ma sono soprattutto i prati magri ad offrire rifugio a diverse orchidee, talvolta comuni, a cui si affiancano altre decisamente più rare come il precoce
Giglio caprino (Orchis morio), la vistosa Orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis), la
comune Manina rosea (Gymnadenia conopsea),
l’elegante Orchide screziata (Orchis tridentata)
oppure Ofride fior ragno (Ophrys sphegodes).
Infine, in ambienti freschi su muri artificiali o
pareti rocciose calcaree soggette a continuo stillicidio, si insedia una tipica vegetazione di rocce umide rappresentata dal bel Capelvenere
(Adiantum capillus-veneris), un’elegante felce a
distribuzione Paleotropicale talvolta formante
delle lussureggianti colonie.
3. PROTEZIONE
E CONSERVAZIONE
3.1 Stato di conservazione
Nel Sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone” l’habitat dei prati magri occupa le favorevoli aree incolte un tempo destinate a vigneti e
frutteti collocate sui versanti terrazzati disposti a meridione; in queste porzioni i consorzi
prativi aridi mostrano complessivamente un
buono stato di conservazione (BARCELLA et al.,
2004). Tuttavia, il problema comune a tutte le
cenosi erbacee semi-naturali è dato dall’abbandono delle attività agrarie o pastorali, con la
conseguente colonizzazione delle superfici prative da parte di specie arboree e arbustive. Nel
caso del territorio del Parco, i vigneti attivi sono
stati regolarmente falciati fino agli anni ’80
(PANSERI, 2000) ma poi sono caduti in disuso. A
seguito di questa fase di abbandono si registra
ora una vitale ripresa delle attività agricole, che
comporta un secondo elemento di criticità per
la corretta conservazione degli ambienti prativi.
Infatti, la volontà delle nuove aziende agricole
di ripristinare gli impianti di vigneto, con moderne tecniche di intervento, potrebbe determinare delle ripercussioni degradanti per i consorzi
erbacei della classe Festuco-Brometea inclusi nella codifica 6210. Per questo motivo l’Ente Parco
ha definito delle linee guida per la gestione dell’habitat dei prati magri (CEREDA, 2000). Anche
per la positiva conservazione delle praterie magre da fieno a bassa altitudine (6510) si registrano problematiche analoghe rappresentate dal
mancato intervento di sfalcio che porta alla degradazione della vegetazione con l’immediata
invasione da parte di specie infestanti. Ulteriori
minacce derivano dal disturbo antropico derivato dall’incremento di attività escursionistiche.
Per l’habitat prioritario delle sorgenti alcaline del
Cratoneurion (7220*) la principale vulnerabilità è
data dalla captazione delle acque di sorgente,
con conseguente alterazione del regime
idrologico. Nell’area del Parco di Montevecchia
e della Valle del Curone, il mutamento della gestione del territorio avvenuto a partire dal dopoguerra ha inoltre determinato fenomeni di
dissesto idrogeologico che, nei casi più gravi,
potrebbe determinare la chiusura delle sorgenti
alcaline fino alla copertura dei corsi d’acqua.
In generale per le varie formazioni boschive
(9160, 91E0*, 91H0, 91L0, 9260) il principale fattore di vulnerabilità è legato alla diffusione delle
specie esotiche invasive arboree come Robinia
ed Ailanto (Ailanthus altissima). In particolare la
Robinia va a costituire anche dei boschi in purezza che sostituiscono l’originaria vegetazione
forestale spontanea. I boschi termofili a Roverella
rappresentano una delle formazioni forestali
meglio conservate dell’area, tuttavia tali consorzi termofili sono maggiormente soggetti alla minaccia di incendi.
3.2 Stato di protezione
Il Sito d’Interesse Comunitario è interamente
119
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
compreso nel Parco Regionale di Montevecchia
e della Valle del Curone. Il Parco venne istituito con la Legge Regionale n. 78 del 16 settembre 1983, tre anni più tardi fu individuato come
Ente gestore il Consorzio rappresentato attualmente dai comuni di Cernusco Lombardone,
Lomagna, Missaglia, Montevecchia, Olgiate
Molgora, Osnago, Perego, Rovagnate, Sirtori e
Viganò, a cui venne affidata la gestione dell’area
protetta. Nel 1991 venne adottato il Piano Territoriale di Coordinamento (PTC), successivamente approvato dalla Regione nel 1995. All’interno del Parco il Piano individua le aree di
maggiore valore includendole nella “Riserva
Naturale Alta Valle del Curone e Valle di Santa
Croce” classificata quale riserva orientata
paesistico-forestale.
Il SIC “Valle di Santa Croce e Valle del Curone,
IT2030006” con Decreto Ministeriale 26 marzo
2008, pubblicato sulla G.U. n. 104 del 5 maggio
2008, è incluso nell’aggiornato elenco per la regione biogeografica Continentale in Italia ai
sensi della Direttiva 92/43/CEE. Grazie al Testo Unico delle leggi regionali in materia di istituzione di Parchi (L.r. 16 luglio 2007 n. 16) il
territorio del Parco ha negli ultimi tempi ottenuto il riconoscimento come Parco Naturale,
mentre ancora più recentemente, con L.r. 7
aprile 2008 n. 13, è avvenuto l’ampliamento dei
confini dell’area protetta al comune di Merate.
4. FRUIBILITÀ
Il Sito è attrezzato con numerosi sentieri da
percorrere in comodità a piedi. In particolare,
il Consorzio di Gestione propone 11 itinerari
che permettono di raggiungere i luoghi più suggestivi dell’area protetta. Per una scelta del percorso più idoneo alle proprie aspettative si suggerisce di visitare il sito ufficiale del Parco, dove
è possibile avere un’anteprima descrittiva dei
contenuti della passeggiata e delle emergenze
paesaggistiche, ambientali e socio-culturali che
si potranno incontrare di passo in passo. A integrazione di queste informazioni è inoltre possibile optare per l’utilizzo di quattro percorsi
audioguidati utilizzando i files acquisibili gratuitamente dal sito ufficiale. I contenuti si rife120
riscono a degli itinerari pensati per i non vedenti, dedicati agli ambienti delle sorgenti pietrificanti, dei prati magri, delle erbe officinali e
al paesaggio rurale e alle sue architetture.
Presso la “Cascina Butto” ha sede il Centro Visite del Parco di Montevecchia e Valle del Curone. La struttura svolge la funzione di offrire
informazioni aggiornate e dettagliate in merito
ai numerosi argomenti naturalistici e paesaggistici che riguardano la variegata realtà territoriale del Sito e del Parco regionale. Infine, per
chi fosse interessato ad effettuare degli approfondimenti sulla componente ambientale locale, visitando il museo sito presso il Centro Parco “Cà del Soldato”, aperto il sabato e domenica, avrà la possibilità di comprendere i preziosi
aspetti naturalistici non osservabili in un’unica
passeggiata.
5. GESTIONE
La gestione del Sito è stata affidata al Parco di
Montevecchia e della Valle del Curone con d.g.r.
dell’8 agosto 2003 n. 7/14106. L’Ente gestore
vanta l’esperienza di ben due progetti LIFE. Nel
1998 l’Unione Europea approvò il primo
cofinanziamento alle iniziative proposte per la
tutela e la riqualificazione delle aree di maggiore interesse naturalistico; due anni più tardi
il sostegno della Comunità Europea venne rinnovato per un secondo Progetto dedicato agli
habitat comunitari inclusi nell’area.
Gli ambienti interessati dalle iniziative gestionali sono stati le sorgenti pietrificanti con formazioni di travertino (7220*), i prati magri
(6210*) e i boschi igrofili con Ontano nero
(91E0*).
Nell’ambito del progetto LIFE Natura 1998 sono
stati attuati interventi in favore dell’habitat delle
sorgenti pietrificanti. In particolare, è stata avviata la manutenzione e il risanamento dell’alveo dei ruscelli e del loro bacino di alimentazione attraverso il consolidamento dei versanti
abbinati a mirati interventi forestali. Per limitare il disturbo alle sorgenti causato dal transito
sui sentieri, sono stati quindi realizzati passaggi preferenziali con ponticelli e passerelle. Nei
pressi delle formazioni più significative sono
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
state inoltre collocate bacheche informative. In
seguito, con il secondo Progetto LIFE Natura,
l’Ente gestore ha individuato ulteriori interventi
di ingegneria naturalistica con lo scopo di aumentare la stabilità dei bacini. A queste azioni
si sono affiancate iniziative volte a far conoscere sia al pubblico adulto sia alle scolaresche il
valore di questi precari ambienti. Degno di nota
è lo sviluppo di un programma divulgativo dedicato ai disabili.
Così come è avvenuto per il precedente habitat,
anche per quanto riguarda gli interventi conservativi dei prati magri, l’Ente gestore ha dapprima promosso indagini e ricerche per approfondire le conoscenze di questi delicati ambienti. Lo scopo principale del progetto era di promuovere risoluzioni orientate ad aumentarne
l’estensione. Per questa tipologia ambientale
l’Ente gestore ha sviluppato un modello di gestione più articolato stipulando con i proprietari delle convenzioni per la corretta manutenzione delle aree prative aride e delle macchie
arbustive adiacenti, necessarie alla connessione dei vari ecosistemi. Gli interventi programmati prevedono l’esecuzione di sfalci solo a stagione molto avanzata, permettendo alle specie
vegetali di completare il loro ciclo biologico annuale, abbinata alla rimozione degli arbusti del
margine del bosco da attuarsi ogni due anni.
Oltre al mantenimento delle aree prative ha
inoltre avviato il recupero di superfici abbandonate, su una superficie di circa 20 ettari, direttamente e tramite delle convenzioni, riprendendo la pratica dello sfalcio e sradicando la
vegetazione arborea ed arbustiva invasiva. L’Ente gestore, basandosi sull’esperienza di altre
aree protette, ha introdotto il pascolo degli asini. Anche in questo caso, assecondando la politica comunitaria sono stati promossi interventi divulgativi collocando pannelli didattici lungo il tracciato dei sentieri che a loro volta sono
stati migliorati per dirigere il transito dei visitatori.
Come anticipato in precedenza, la crescente
richiesta di riattivare la viticoltura ha introdotto delle nuove analisi per verificarne la compatibilità con gli obiettivi conservativi dei prati
magri e delle altre componenti biotiche che lo
frequentano. In particolare la necessità di programmare interventi di controllo degli insetti
che fungono da vettore di malattie della vite ha
un impatto negativo sull’entomofauna. Per questo motivo L’ente gestore ha optato per l’acquisto di aree prative, lontane dai vigneti, da dedicare ad una maggior tutela ed attenzione naturalistica.
Infine nell’ambito del Progetto LIFE Natura
1998, in favore dell’habitat “boschi igrofili con
Ontano nero (91E0*)”sono state promosse iniziative orientate al miglioramento delle condizioni ecologiche dei boschetti igrofili mediante
la realizzazione di piccoli sbarramenti con lo
scopo di aumentare l’umidità del terreno. Per
restituire una maggior naturalità della componente vegetale sono stati eseguiti dei tagli delle
specie esotiche invasive. Infine con l’obiettivo
di ampliare la superficie dei boschetti umidi
sono stati impiantati esemplari di Ontano nero
e di altre specie legnose igrofile nelle loro immediate vicinanze e nelle radure più ampie.
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Siti consultati:
123
LAGO DI SARTIRANA
IT 2030007
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
125
Uno scorcio del lago (foto Roberto Dellavedova)
Cannareccione (foto Marco Noseda)
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Dati generali
126
Coordinate:
Longitudine E 09 25 33 Latitudine 45 42 56
Altitudine:
319 (min) – 323,60 (max)
Superficie:
27,67 ha
Comuni:
Merate
Comunità Montana:
-
Cartografia di riferimento:
CTR 1:10.000 B5e2
Regione biogeografica:
Continentale
Data di proposta come SIC:
giugno 1995
Data di conferma come SIC:
dicembre 2004
Ente gestore:
Riserva Naturale Lago di Sartirana
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
1. CARATTERISTICHE
AMBIENTALI
1.1 Ambiente fisico
Il Sito di Interesse Comunitario “Lago di
Sartirana, IT2030007” si colloca all’interno dell’omonima Riserva Naturale, in un’area sopraelevata rispetto al solco vallivo tracciato a levante dal Fiume Adda. L’attuale morfologia ha
subito in tempi geologicamente recenti, riconducibili al Quaternario, una sagomatura a seguito della discesa verso la pianura di vaste
lingue di ghiaccio. I depositi morenici lasciati
in loco dal ritiro dei ghiacciai hanno ricoperto
un territorio già caratterizzato da lievi corrugamenti attuati dall’orogenesi alpina. Da un
punto di vista geologico il basamento è costituito dalle formazioni della “Scaglia Lombarda” rappresentata da varie tipologie di marne
fittamente stratificate. La genesi del substra-
to geologico calcareo – marnoso è riconducibile, in larga misura, alla sedimentazione
detritica avvenuta nell’ambiente marino primordiale che caratterizzava quest’area in tempi arcaici (VERGOTTINI, 2008). Come si è verificato anche per altri laghi briantei, lo sbarramento operato da un apparato morenico ha
favorito la permanenza delle acque sul fondo
argilloso impermeabile, con la conseguente
formazione di numerosi specchi d’acqua. Il
Lago di Sartirana rappresenta dunque un tipico esempio di lago inframorenico. L’alimentazione dello specchio lacustre è assicurata
dagli apporti idrici provenienti dalla minuta
percolazione dai circostanti accumuli morenici.
1.2 Paesaggio vegetale
La vegetazione che contraddistingue il Sito
Lo specchio d’acqua del Lago di Sartirana (foto Roberto Dellavedova).
127
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Ninfea - Nymphaea alba (foto Roberto Dellavedova).
128
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Lago di Sartirana è spiccatamente igrofila. Si
tratta di un interessante esempio di come i naturali processi evolutivi dei consorzi vegetali
determinano la progressiva occlusione di uno
specchio d’acqua. In passato era nota e comune la presenza di importanti specie idrofite
radicanti e natanti. Delle appariscenti fioriture
di Ninfea comune (Nymphaea alba), Ninfea
gialla (Nuphar lutea) e di altre interessanti entità come la Castagna d’acqua (Trapa natans)
o Brasca increspata (Potamogeton crispus), rimangono ora sporadici esemplari a causa della riduzione dei medesimi popolamenti acquatici. Tale condizione, secondo quanto emerge
dal monitoraggio del sito (BARCELLA et al., 2004),
è imputabile alla condizione di ipertrofia del
bacino, già rilevata all’inizio degli anni ’80
(CNR-IRSA) ed amplificata dall’introduzione
di esemplari alloctoni di Carpa erbivora (Ctenopharyngodon idella). L’attuale ripresa delle
macrofite acquatiche è una conseguenza dell’ormai esiguo numero di esemplari di carpa
erbivora sopravvissuti. Passeggiando lungo il
tratto orientale della riva si osserveranno comunque delle appariscenti fioriture di Ninfee,
riferibili però, a varietà di origine coltivata, a
cui si aggiungono le vistose infiorescenze
bluastre di Pontederia (Pontederia cordata).
A mano a mano che il fondale si innalza, i
biotopi acquatici lasciano gradualmente spazio alla Cannuccia di Palude (Phragmites australis). Il canneto o fragmiteto, dal nome
g
altro
74,6%
91E0*
10,5%
Valori percentuali di copertura degli habitat.
scientifico del genere della vistosa elofita, occupa ampie superfici contribuendo con il suo
poderoso apparato radicale alle fasi di impaludamento dello specchio lacustre, per poi
gradatamente collegarsi ai consorzi boschivi
dislocati lungo il margine del bacino lacustre.
Nella porzione nord occidentale il perimetro
del lago è quasi ininterrottamente delimitato
da un bosco ad Ontano nero (Alnus glutinosa)
in parte frammisto anche ad entità esotiche
come il Cipresso delle paludi (Taxodium
distichum), il Platano comune (Platanus
hybrida) ed il Ciliegio tardivo (Prunus serotina).
La presenza del consorzio boschivo indica una
fase più avanzata dei lenti processi di interramento. La vegetazione erbacea dei prati stabili da sfalcio intercalata a superfici occupate
da seminativi di mais completano la varietà di
ambienti all’interno del SIC.
1.3 Habitat di interesse comunitario
Il SIC “Lago di Sartirana” annovera due tipologie di habitat comunitari riconducibili alle
formazioni erbose mesofile e ai boschi azonali
di Ontano nero (Alnus glutinosa). I prati da
sfalcio occupano una superficie pari a circa il
15% del sito, concentrati nella porzione settentrionale del bacino lacustre. La peculiare
ubicazione delle praterie consente di creare
un’efficace transizione tra i circostanti centri
abitati e il piccolo bacino lacustre. L’importante ruolo di zona cuscinetto consente di incrementare il valore biologico del sito. I prati da
sfalcio sono ambienti secondari sottratti alla
vegetazione originaria arbustiva o boschiva.
Essendo prati a conduzione agricola tradizionale, sono fortemente influenzati e determinati nella loro composizione floristica dell’intervento periodico di sfalcio (GIACOMINI &
FENAROLI, 1958). L’intervento dell’uomo ha
quindi portato a selezionare un quadro
6510 floristico costituito da specie spontanee pre15,0%
senti di norma anche negli ambienti naturali
circostanti che determina una composizione
assai diversificata da luogo a luogo.
Le “Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e
Fraxinus excelsior (91E0*)” sono considerate
129
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE
Codice
6510
91E0
Habitat
Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis,
Sanguisorba officinalis)
*Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion,
Alnion incanae, Salicion albae)
dalla Direttiva Habitat un habitat prioritario. Gli
ontani sono tra le specie arboree più tipiche dei
boschi di ripa e si collocano preferibilmente
lungo i corsi d’acqua di piccole e grandi dimensioni, su suoli umidi ma mai torbosi (FERRANTI
et al., 2002). L’Ontano nero è infatti una pianta in grado di insediarsi su suoli intrisi d’acqua superando agevolmente anche fluttuazioni importanti del livello di falda. Quando il terreno si impregna d’acqua il suolo diviene
asfittico, limitando a poche specie arbustive
le capacità di sopportare tali condizioni.
Una strategia adottata da Alnus glutinosa, è
quella di sviluppare un efficace intreccio di radici avventizie, insediandosi così in corrispon130
Copertura
(ha)
4,2
2,9
denza della porzione meglio areata del suolo.
Un ulteriore vantaggio è dato dalle associazioni mutualistiche che le varie specie di Alnus
instaurano con organismi unicellulari azotofissatori. Tale condizione favorisce una maggiore acquisizione di nutrienti rendendo gli
Ontani maggiormente competitivi sui suoli
umidi e poveri di humus sui quali normalmente vivono (FERRANTI et al., 2002).
Tali accorgimenti risultano ancor più efficaci
nel momento in cui le inondazioni si manifestano in corrispondenza del periodo di riposo vegetativo, ovvero quando le piante riducono il consumo di ossigeno (RYDIN & JEGLUM,
2006).
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Esempio di fruizione (foto Roberto Dellavedova).
Il lamineto (foto Roberto Dellavedova).
131
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
1.4 Ambiente umano
Il sito “Lago di Sartirana” è compreso tra due
piccole frazioni di Merate: Cassina Fra Martino
collocata a Nord-Est e, a Sud-Ovest, il borgo di
Sartirana adiacente all’omonimo lago. L’area
comunitaria è ubicata in una porzione marginale rispetto alle principali vie di comunicazione trovandosi quindi in un contesto poco urbanizzato. Il circostante ondulato territorio, costituisce una variegata cornice ambientale rappresentata da seminativi a mais e prati da sfalcio
intercalati a boschetti, filari e siepi. Il bacino
lacustre è perimetrato dalla rete viaria locale che
funge da collegamento tra i borghi e i paesi più
popolati disposti ai piedi dei colli.
2. SPECIE
DI INTERESSE
2.1 Specie di interesse comunitario
Nonostante la ricca e differenziata avifauna che
frequenta il sito non si annoverano però specie
inserite nell’allegato I della Direttiva 79/409/CEE.
Nella scheda descrittiva sintetica del SIC è indicata come unica specie dell’Allegato II la Rana
di Lataste (Rana latastei), a cui si aggiungono
due specie di Anfibi (Bufo viridis e Rana dalmatina), due di rettili (Podarcis muralis e Hierophis viridiflavus) ed un Chirottero (Pipistrellus kuhlii) inclusi nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat”. Per l’area in esame esiste inoltre
una segnalazione del 1991 relativa all’ormai rara
Testuggine di palude (Emys orbicularis) non riconfermata nell’aggiornamento del Formulario
Standard del Sito (BARCELLA et al., 2004). La
Rana di lataste è una specie endemica della pianura padano-veneta individuabile in boschi freschi ed umidi caratterizzati da un ricco sottobosco come si verifica nelle Alnete a Ontano
nero. Per salvaguardare gli ambienti in cui si
insedia l’endemismo padano occorre scongiurare sia alterazioni dell’habitat sia della qualità
e quantità dell’acqua (FORNASARI & VIGORITA,
2004).
2.2 Altre specie importanti
L’ambiente peculiare del canneto abbinato a
quello dei vegetali acquatici favorisce la presenza di una ricca e variegata vita animale comprensiva di anfibi, rettili, uccelli e piccoli invertebrati acquatici. Seppur di limitata estensione,
il sito di Sartirana rappresenta di fatto un ideale rifugio sia per l’avifauna parzialmente stazionaria sia per quella nidificante. Tra gli uccelli
migratori abituali non elencati nell’Allegato I
della Direttiva 79/409/CEE si ricordano: il Cannareccione (Acrocephalus arundinaceus), il Torcicollo (Jynx torquilla) e la Folaga (Fulica atra).
Di assoluto rilievo è la presenza nell’intricata
cenosi di Phgramites australis di una delle poche stazioni italiane di Cicuta acquatica (Cicuta
Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE
Codice
Nome comune
Nome scientifico
All.
Mammiferi
5008
Pipistrello albolimbato
Pipistrellus kuhlii
IV
Rettili
1256
Lucertola muraiola
Podarcis muralis
IV
1284
Biacco
Coluber viridiflavus
IV
Anfibi
1215
Rana di Lataste
Rana latastei
1201
Rospo smeraldino
Bufo viridis
IV
1209
Rana agile
Rana dalmatina
IV
II, IV
Elenco delle specie animali del sito Lago di Sartirana incluse negli allegati II e IV della Direttiva 92/43/CEE.
132
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Rana di Lataste - Rana latastei (foto Simone Rossi).
virosa), una rara ed estremamente tossica pianta erbacea appartenente alla famiglia delle
Apiaceae. La sua distribuzione è infatti limitata
a sporadici siti nei soli territori del Nord Italia in
Lombardia, Veneto e Trentino – Alto Adige
(SCOPPOLA et al., 2005). In prossimità dell’ingresso del sito sono visibili anche interessanti popolamenti naturali della non frequente Lisca a foglie strette (Typha angustifolia). Tra le
Pteridophyte, ovvero la divisione delle piante
vascolari rappresentata dalle felci e piante affini, la poco frequente Felce palustre (Thelypteris
palustris) trova le condizioni ecologiche favorevoli nelle porzioni del canneto in corrispondenza dei bassi fondali interrati e intrisi d’acqua.
Si ricorda infine che, sebbene i popolamenti di
Cannuccia di palude non siano inseriti nell’Allegato I della Direttiva “Habitat”, questi ultimi
sono a tutti gli effetti un biotopo di indiscusso
valore biologico in quanto offrono rifugio e protezione a numerosi invertebrati e a parecchi
uccelli, alcuni dei quali estremamente minacciati (DELARZE & GONSETH, 2008).
3. PROTEZIONE
E CONSERVAZIONE
3.1 Stato di conservazione
Negli ultimi decenni si è progressivamente affermata una maggior sensibilità verso i problemi legati alla conservazione degli ambienti acquatici. Questa consapevolezza nasce dal fatto
che è ormai risaputo come la superficie occupata dalle acque stagnanti si stia drasticamente riducendo (WILDERMUTH, 1982). Data questa
premessa si intuisce come il bacino di Sartirana
possa, nonostante alcune criticità, assumere un
rilevante ruolo di conservazione per la flora e
la fauna acquatica locale. Essendo il canneto
una cenosi estremamente dinamica, data dalla
sua efficace rinnovazione annuale, il suo stato
di conservazione è da considerarsi positivo.
133
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
Pontederia cordata (foto Roberto Dellavedova).
134
I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO
Altri ambienti mostrano invece alcune compromissioni, come nel caso dell’alneta alla cui
frammentazione si aggiunge la presenza di
specie arboree esotiche che ne riducono la naturalità.
In secondo luogo, la presenza di elevati
quantitativi di nutrienti disciolti nelle acque
collocano il bacino lacustre di Sartirana tra i
laghi minori della Lombardia maggiormente
eutrofizzati, anche a causa delle sue limitatissime dimensioni e della profondità assai ridotta. Ne consegue che il popolamento algale, con
dominanza delle Cianoficee, sia particolarmente abbondante. Tale situazione si ripercuote sulla componente vegetale: il lamineto trova difatti le condizioni ottimali in ambienti da
mesotrofici ad eutrofici mentre, in condizioni
di ipertrofia, l’eccessiva proliferazione delle alghe ne limiterebbe lo sviluppo. Ulteriori alterazioni floristiche potrebbero ripercuotersi anche sul prezioso popolamento di Cicuta acquatica (BARCELLA et al., 2004).
libera della Giunta Regionale n. 7/14106 del 08/
08/2003 l’area della Riserva fu inserita nell’elenco dei Siti di Interesse Comunitari della Regione Lombardia.
4. FRUIBILITÀ
L’accessibilità al sito è garantita da un circuito
sentieristico ad anello che circoscrive il lago.
L’Ente Gestore della Riserva prescrive limitazioni a tutte le superfici del fragmiteto in corrispondenza del periodo riproduttivo della fauna locale, comprensivo dei mesi di aprile, maggio e delle prime due settimane di giugno. Rivolgendosi direttamente all’Ente Gestore è possibile programmare delle visite guidate al SIC
od eventualmente ricorrere all’utilizzo di una
stazione di osservazione ornitologica nel caso
in cui si desiderasse effettuare delle attività di
studio o di ricerca sull’avifauna stanziale e
migratrice.
5. GESTIONE
3.2. Stato di protezione
Il sito comunitario è incluso nella Riserva Naturale del Lago di Sartirana, un’area protetta
in parte di natura pubblica e in parte privata, la
cui gestione è affidata al Comune di Merate.
La Riserva Naturale del Lago di Sartirana fu
inserita in un primo elenco dei biotopi regionali al momento della promulgazione della Legge
Regionale del 27 luglio 1977, n. 33. In seguito si
arrivò al riconoscimento ufficiale della Riserva
Naturale grazie alla Legge Regionale del 30
novembre 1983, n. 86, comparendo tale luogo
nell’elenco delle Riserve Naturali riconosciute
nel territorio della Lombardia. Attraverso la
deliberazione del 15 novembre 1984, n. 1802 del
Consiglio Regionale si classificò l’area naturale
“a parziale di interesse biologico”, affidandone la gestione al Comune di Merate con il supporto scientifico dell’Istituto Italiano di
Idrobiologia, organo del Consiglio Nazionale
delle Ricerche. Il successivo ampliamento che
portò agli attuali confini dell’area protetta venne definito dalla Delibera del Consiglio Regionale n. V/965 del 14/12/1993. Infine con la De-
L’esperienza maturata nell’ultimo ventennio
dal Comune di Merate come Ente Gestore della Riserva Naturale del Lago di Sartirana ha
portato anche alla sperimentazione di tecniche di ripristino delle zone umide. Tra i principali interventi attuati con lo scopo di rallentare il processo di impaludamento dello specchio d’acqua, si segnalano lo sfalcio annuale
del canneto effettuato da novembre a gennaio e lo sradicamento delle cannucce di palude. Altre iniziative gestionali sono volte alla
regolamentazione delle attività antropiche
consentite tra cui quella agricola, la pesca e
l’accesso all’area.
Secondo quanto emerge dalla relazione tecnica che accompagna il monitoraggio dei SIC lecchesi, per quanto concerne il sito di Sartirana,
il disturbo antropico esercita ancora il maggior
impatto sulle componenti biotiche. Trattandosi
di un’area interessata in particolar modo dalla
pesca, sarebbe opportuno poter monitorare
l’impatto di questa attività sui popolamenti
delle specie nidificanti più sensibili verificando se possa essere di ostacolo alla sosta delle
135
ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA
specie migratrici durante il periodo invernale
(BARCELLA et al., 2004). Un’ulteriore minaccia
è legata alla presenza di strade nei pressi del
Sito ove il traffico veicolare è la principale causa di un’elevata mortalità di anfibi in migrazione. Negli scorsi anni sono state condotte
delle campagne di salvataggio grazie all’intervento delle Guardie Ecologiche Volontarie
(G.E.V.) mediante il posizionamento di barriere mobili e al trasporto degli animali da un lato
all’altra della strada (FERRI, 1998). Infine, una
potenziale azione da compiere a titolo sperimentale potrebbe essere la rigenerazione dell’ambiente di torbiera che contraddistingueva
il laghetto ancora negli anni ’50, quando si segnalava l’area come particolarmente ricca di
sfagni (GIACOMINI & FENAROLI, 1958).
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http://www.provincia.lecco.it
http://www.parchi.regione.lombardia.it
http://www.parks.it/riserva.lago.sartirana
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Finito di realizzare
nel mese di marzo 2010.
ISBN 978-88-8134-076-7
COPIA NON COMMERCIABILE
E IN DISTRIBUZIONE GRATUITA
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