Atlante dei SIC della Provincia di Lecco LOMBARDIA. COSTRUIAMOLA INSIEME. Fondazione Lombardia per l’Ambiente www.regione.lombardia.it ATLANTE DEI SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Roberto Dellavedova Fondazione Lombardia per l’Ambiente Piazza Diaz 7 - 20123 Milano tel. +3902806161.1 fax +3902806161.80 [email protected] www.flanet.org Via Taramelli, 12 - 24125 Milano Consiglio di Amministrazione della Fondazione Lombardia per l’Ambiente Presidente: Paolo Colombani Vicepresidente: Marcela Adriana Mc Lean Consiglieri: Maurizio Arena, Adriana Baglioni, Nicola Francesco Bellizzi, Giovanni Bottari, Marcello Fontanesi, Massimo Donati, Marcela Adriana Mc Lean, Paolo Mantegazza, Lorenzo Ornaghi, Oronzo Raho, Angiolino Stella. Direttore: Fabrizio Piccarolo Coordinatore scientifico: Antonio Ballarin Denti Presidente del Comitato scientifico: Marcello Fontanesi Responsabili di progetto Pietro Lenna – Regione Lombardia, DG Qualità dell’Ambiente G. Matteo Crovetto – Fondazione Lombardia per l’Ambiente Coordinamento Riccardo Falco - Fondazione Lombardia per l’Ambiente Testi: Roberto Dellavedova Referaggio scientifico: Giuseppe Bogliani, Francesco Sartori, Guido Tosi Progettazione grafica: Tania Feltrin Impaginazione: Roberto Dellavedova, Riccardo Falco Coordinamento editoriale: Riccardo Falco Fotografie: Giuseppe Bogliani, Luigi Boglioni, Mattia Brambilla, Fabio Casale, Fabrizio Clemente, G. Matteo Crovetto, Roberto Dellavedova, Riccardo Falco, Andrea Ferrario, Luigi Galperti, Gianni Guglielminetti, Giovanni Lisa, Marco Noseda, Marziano Pascale, Simon Pierce, Simone Rossi, Giuseppe Sardi, Guido Tavecchio, Antonello Turri Cartografia: Andrea Salvadori Le foto aree utilizzate sono relative al volo 2003 della Compagnia Generale di Riprese Aeree. Il loro utilizzo è stato autorizzato dalla Regione Lombardia. Stampa: Arti Grafiche Fiorin, Sesto Ulteriano (S. Giuliano Milanese) Per la citazione di questo volume si raccomanda la seguente dizione: Dellavedova R., 2010. Atlante dei SIC della Provincia di Lecco. Regione Lombardia e Fondazione Lombardia per l’Ambiente, Milano. © 2010 Fondazione Lombardia per l’Ambiente Proprietà letteraria riservata Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta o utilizzata sotto nessuna forma, senza permesso scritto, tranne che per brevi passaggi in sede di recensione e comunque citando la fonte. INDICE PREFAZIONE 4 PRESENTAZIONE 5 I SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA DELLA PROVINCIA DI LECCO 6 IT2030001, IT2030002 - Grigna Settentrionale e Grigna Meridionale 19 IT2030003 - Monte Barro 51 IT2030004 - Lago di Olginate 71 IT2030005 - Palude di Brivio 87 IT2030006 - Valle Santa Croce e Valle del Curone 105 IT2030007 - Lago di Sartirana 125 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA PREFAZIONE L ’eccessivo sfruttamento delle ricchezze naturali da parte dell’uomo, conseguente alle modalità di sviluppo economico globale, sta mettendo a dura prova la capacità del nostro pianeta di continuare ad assorbire l’inquinamento generato e di fornire risorse sufficienti e qualitativamente adeguate. Per sanare il “debito ecologico” che la nostra società ha accumulato bisogna da subito invertire questa tendenza, avviando scelte impegnative ma indispensabili. È quindi necessario intervenire, a tutti i livelli, per limitare gli squilibri generati dall’uso non sostenibile del territorio e ridurre i potenziali rischi per la biodiversità. Arrestare la perdita di biodiversità e porre in essere gli strumenti adeguati per conservarla ed accrescerla è una delle sfide più impegnative a cui si deve far fronte e Regione Lombardia, negli ambiti di competenza, sta da tempo operando per fornire un proprio rilevante contributo. In particolare, fin dal 1995, la Regione sta agendo per realizzare sul proprio territorio una parte significativa di una rete continentale denominata Rete Natura 2000, composta da Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e da Zone di Protezione Speciale (ZPS), importante strumento che l’Unione europea ha individuato attraverso la Direttiva Habitat per porre in essere un sistema coerente di aree destinate alla conservazione della diversità biologica. Attualmente in Regione Lombardia sono presenti 193 SIC, ossia i siti individuati per la presenza di tipologie di habitat e di specie vegetali e faunistiche di interesse comunitario e quindi ritenute meritevoli di una attenta conservazione e 66 ZPS, ossia i siti individuati in quanto importanti luoghi di nidificazione o rifugio per l’avifauna, ai sensi della Direttiva 79/409/CEE, per una superficie totale di 372.000 ha, che corrisponde al 15,6 % del territorio regionale. L’individuazione di Rete Natura 2000 è avvenuta ricercando un ottimale livello di coerenza con il sistema regionale dei Parchi e delle Riserve naturali che a far tempo dai primi anni settanta sono gradualmente stati istituiti fino ad interessare una significativa porzione del territorio lombardo, pari ad oltre il 25%. Oggi, circa il 50% dei SIC e delle ZPS è collocato all’interno del sistema delle aree protette regionali, mentre la rimanente parte, in un contesto come quello lombardo, fra i più densamente abitati in Europa, ha trovato la sua prioritaria localizzazione in ambito montano che anche per questa ragione merita una particolare attenzione da parte della società lombarda. Dando seguito al volume generale, a scala regionale, che ha raccolto e messo a disposizione di tutti i cittadini lombardi le informazioni fondamentali per conoscere la componente SIC di Rete Natura 2000 attraverso una raccolta organica delle fondamentali informazioni e la proposizione di una gradevole veste grafica, si è ritenuto opportuno procedere alla pubblicazione, optando per una maggiore incidenza della componente informatica, dei volumi riguardanti le singole provincie lombarde al fine di dettagliare la notevole mole di dati e immagini disponibili e conseguentemente fornire la possibilità di conoscere in modo più approfondito le singole realtà del variegato territorio regionale. Regione Lombardia L’Assessore alla Qualità dell’Ambiente Massimo Ponzoni 4 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO PRESENTAZIONE L a Regione Lombardia è ricca di aree protette e di biodiversità: oltre il 20% del suo territo rio è tutelato sotto forma di parchi e aree protette. Tale ricchezza le è valso il riconoscimen to, da parte dell’UE, di ben 175 Siti di Importanza Comunitaria (SIC) che, assieme alle Zone di Protezione Speciale (ZPS), costituiscono i Siti della Rete Natura 2000. Tale siti sono dei veri “scrigni” delle ricchezze naturalistiche e ambientali della nostra regione e, in quanto tali, vanno valorizzati e tutelati al massimo. Prima ancora però vanno conosciuti, non soltanto dagli addetti ai lavori, ma da tutti i cittadini e potenziali fruitori. A tale scopo la Fondazione Lombardia per l’Ambiente, su incarico della Regione Lombardia, ha realizzato un Atlante dei SIC lombardi articolato in un volume generale che ne descrive habitat e specie fondamentali e in 11 volumi, uno per ciascuna provincia lombarda, che descrivono singolarmente i vari SIC, evidenziandone le caratteristiche salienti e le specificità. È dunque con grande piacere e soddisfazione che presento questo libro, ringraziando l’autore/gli autori, ma anche il personale della nostra Fondazione che lavora nel settore “Aree protette e biodiversità” nonché gli esperti che l’hanno revisionato scientificamente. Sfogliando queste pagine il lettore è stimolato a tuffarsi nella natura e a visitare personalmente luoghi tanto belli e ricchi di Natura: habitat, piante e animali. Se questo avverrà o se almeno il lettore comprenderà l’importanza di preservare luoghi tanto belli e ricchi di naturalità… avremo raggiunto lo scopo che ci eravamo proposti. Fondazione Lombardia per l’Ambiente Il Presidente Paolo Colombani 5 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA I SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA DELLA Il territorio della Provincia di Lecco esprime una notevole varietà ambientale e paesaggistica grazie ai suoi bacini lacustri armoniosamente incastonati tra le aree collinari e i dirupati rilievi carbonatici. Tuttavia, quest’ultimo elemento fisico predomina sugli altri in quanto le compatte barriere di monti si distribuiscono sul 70% della superficie provinciale. Nella porzione settentrionale della Provincia si trova la cima più alta raffigurata dal Monte Legnone (2.600 m s.l.m.), mentre a est di Lecco si erge il Monte Serada (1875 m s.l.m.) dal caratteristico profilo noto come Resegone che, insieme ai rilievi delle Grigne (Grigna settentrionale, 2.409 m s.l.m.; Grigna meridionale, 2.177 m s.l.m.), esercitano un forte richiamo per tutti gli appassionati del- PROVINCIA LECCO la montagna. L’elemento idrografico di maggior spicco è il fiume Adda; dopo aver abbandonato la Valtellina in corrispondenza del Pian di Spagna, il fiume riprende il suo tragitto nella porzione meridionale del ramo di Lecco, dapprima superando i laghi di Garlate e di Olginate, e in seguito creando un’importante incisione fluviale, fino a terminare la sua corsa nel fiume Po. L’ambiente climatico generale è quello delle valli prealpine, con regolari e abbondanti precipitazioni distribuite in due massimi stagionali che si registrano nel periodo primaverile-estivo e in autunno. La presenza della grande massa d’acqua del Lario agisce come moderatore climatico contenendo gli abbassamenti termici invernali e mitigando la calura estiva. Tale ef- Tramonto sulla Grigna Meridionale (foto Giovanni Lisa). 6 DI I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Codice SIC Nome SIC Regione Biogeografica Estensione SIC (ha) Estensione habitat (ha) IT2030001 Grigna Settentrionale Alpina 1.617 1.402 IT2030002 Grigna Meridionale Alpina 2.732 1.183 IT2030003 Monte Barro Alpina 649 279 IT2030004 Lago di Olginate Continentale 78 44 IT2030005 Palude di Brivio Continentale 302 73 IT2030006 Valle Santa Croce e Valle del Curone Continentale 1.213 647 IT2030007 Lago di Sartirana Continentale 28 9 6.619 3.581 Totale Tabella 1: Elenco dei Siti di Importanza Comunitaria (SIC) della Provincia di Lecco con relativa estensione in ettari (ha) e corrispondente copertura degli habitat. fetto è così evidente che a Bellagio la temperatura media di gennaio supera di due gradi e mezzo quella di Milano (AA.VV., 1958). Altri elementi caratteristici del clima insubrico sono la limitata presenza delle nebbie e il regolare regime di venti locali conosciuti come brezze di lago. Nel periodo estivo, durante le ore più calde del giorno, l’aria riscaldata si muove verso le quote maggiori, originando la brezza di valle o Breva; il Tivano o brezza di monte soffia viceversa di primo mattino in direzione opposta, discendendo dalle montagne verso le sottostanti vallate. La Rete Natura 2000 della Provincia di Lecco è rappresentata da 7 Siti di Importanza Comunitaria (SIC) ripartiti nei due settori biogeografici in cui è suddivisa la Lombardia (tabella 1). A questi si aggiungono le porzioni di altri due Siti appartenenti alla limitrofa Provincia di Como: “Sasso di Malascarpa, IT2020002” e “Lago di Pusiano, IT2020006”. Per la descrizione di quest’ultimi si rimanda quindi all’Atlante dei siti comaschi. Viceversa il SIC “Palude di Brivio, IT2030005”, pur avendo un lembo della sua superficie (11,1%) incluso nel territorio amministrato dalla Provincia di Bergamo, sarà descritto nel presente Atlante. Nel settore Alpino ricadono i SIC maggiormente estesi (Grigna Settentrionale, IT2030001 e Grigna Meridionale, IT2030002), con l’eccezione del “Monte Barro, IT2030003” la cui superficie è inferiore a quella del sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curo- ne, IT2030006”, quest’ultimo incluso nell’area Continentale insieme ad altri tre SIC dall’estensione più modesta (Lago di Olginate, IT2030004; Palude di Brivio, IT2030005; Lago di Sartirana, IT2030007). L’area complessiva occupata dai SIC è pari a 6.619 ettari, dei quali circa la metà (54%), ovvero 3.581 ettari, è rappresentata da 24 habitat comunitari. Di questa frazione, circa il 13% è raffigurato da sei habitat definiti dalla Commissione europea come prioritari. I SIC di Lecco sono dunque mediamente estesi circa 946 ettari, caratteristica che ne fa la quarta provincia lombarda con i Siti più vasti. Negli 85 SIC lombardi dislocati nell’area biogeografica alpina sono in media presenti nove ambienti comunitari, mentre nei rimanenti 90 Siti Continentali il valore scende a tre. I SIC lecchesi hanno mediamente 12 habitat nel contesto Alpino e cinque in quello Continentale. Tale distribuzione testimonierebbe la diversificazione dei Siti che, nel loro seppur basso numero, ospitano un’elevata varietà ambientale e biologica, nonostante la superficie occupata dagli habitat rappresenti solo il 2,5% della complessiva estensione degli ambienti comunitari nell’insieme regionale. L’Allegato I della Direttiva 92/43/CEE individua oltre 200 habitat di interesse comunitario. Nel contesto provinciale gli habitat presenti afferiscono a sei delle nove categorie ecologiche in cui sono stati gerarchizzati gli ambienti comunitari. La macrocategoria degli ambienti 7 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Panoramica sul Lago di Como dalla Cresta Segantini (foto Roberto Dellavedova). di acqua dolce, include tre codifiche: 3140, vegetazione bentica in acque oligotrofiche calcaree di Chara sp.; 3150, vegetazione del Magnopotamion e Hydrocharition in laghi eutrofici naturali; 3260, vegetazione del Ranunculion fluitantis e del Callitricho-Batrachion dei fiumi planiziali e montani. Tra queste, la vegetazione sommersa o galleggiante di laghi e stagni eutrofici (3150), occupando una superficie di 35 ettari, risulta essere la più rappresentata. Gli ambienti acquatici includono categorie vulnerabili, soggette a degradazione causata dall’impatto delle attività antropiche su tali delicati ecosistemi. Anche nei due soli siti continentali, in cui sono presenti gli ambienti d’acqua dolce, ossia “Lago di Olginate” e “Palude di Brivio”, il grado di conservazione, ovvero l’integrità della struttura e 8 delle funzioni ecologiche, è stato valutato in almeno tre casi come medio o ridotto. Anche a livello nazionale gli ambienti di acqua dolce hanno subito una forte contrazione risultando di fatto globalmente minacciati. Non a caso PETRELLA et al. (2005) nel Libro Rosso degli Habitat d’Italia attribuiscono a svariati ambienti acquatici un’alta soglia di minaccia. Gli ambienti di boscaglia sono rappresentati dal solo habitat “brughiere subalpine su suolo calcareo, 4070*” che, si ricorda, è classificato come prioritario. Il grado di conservazione osservato nei due siti Alpini delle Grigne, in cui occupa un’area complessiva di 70 ettari, è stato valutato buono. Tra gli ambienti caratterizzati da cenosi erbacee come i prati e pascoli si distinguono cinque differenti codifiche: I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Bivacco B. Ferrario sulla cima della Grigna Meridionale, 2.177 m s.l.m. (foto Roberto Dellavedova). 9 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA 6170, formazioni erbose calcicole alpine e subalpine; 6210*, praterie secche su calcare a Bromus erectus; 6410, praterie con Molinia su terreni calcarei, torbosi o argilloso-limosi (Molinon caeruleae); 6510, praterie magre da fieno di bassa altitudine; 6520, praterie montane da fieno. Le osservazioni effettuate sui consorzi prativi permettono di stimare una globale valutazione positiva anche se per alcuni casi si registrano situazioni di degrado come per esempio nel caso dei prati magri soggetti all’invasione di arbusti. L’unica situazione di eccellenza è riportata per l’habitat 6170 presso il sito “Grigna Settentrionale”. I prati acquitrinosi a Molinia caerulea (6410), noti anche come molinieti, sono indubbiamente meritevoli di conservazione, data la loro progressiva rarefazione in tutto il contesto nazionale; seppur presenti in un solo sito (Palude di Brivio) essi rappresentano ben il 5% della copertura regionale di questa codifica. Una seconda cenosi ben strutturata e diffusa è rappresentata dai “prati da sfalcio di bassa quota, 6510”, tanto estesi da rappresentare un terzo della copertura complessiva tra tutti i Siti Lombardi. Gli habitat umidi appartenenti alla categoria delle torbiere hanno coperture estremamente limitate che ne conferiscono una maggior sensibilità e rischio di scomparsa, ciò nonostante le comunità vegetali igrofile mostrano una qualità complessivamente accettabile. A questa tipologia afferiscono due soli habitat: “7220*, sorgenti alcaline con copertura vegetale” e “7230, torbiere basse alcaline”. La categoria degli ambienti rocciosi include habitat diversificati, soggetti a forme di perturbazione talvolta limitate e localizzate tanto da non comprometterne il loro complessivo valore biologico. In provincia di Lecco, i successivi habitat si possono osservare nei soli siti alpini: 8120, ghiaioni calcarei e scisto calcarei montani e subalpini; 10 8130, ghiaioni del mediterraneo occidentale e termofili; 8210, pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica; 8310, grotte non sfruttate a livello turistico. Tra questi, le pareti calcaree con piante vascolari rupicole (8210) sono l’ambiente più esteso (459 ettari). Di indiscusso pregio è il sistema di cavità sotterranee generate da fenomeni carsici e ubicate in alcune aree dei siti delle Grigne. I boschi e le foreste comunitarie, grazie ai nove habitat individuati, esprimono la categoria fisionomica che include la maggior varietà di ambienti: 9130, faggeti dell’Asperulo-Fagetum; 9150, faggeti calcicoli dell’Europa centrale del Cephalanthero- Ragion; 9160, querceti di Farnia o Rovere subatlantici e dell’Europa centrale; 9180*, boschi di forra meso-igrofili del TilioAcerion; 91E0*, saliceti e ontaneti alluvionali; 91H0*, boschi pannonici di Quercus pubescens; 91L0, querceti di Rovere illirici; 9260, boschi di Castagno; 9420, foreste di Larix decidua. In particolare, nelle due codifiche di faggete (9130 e 9150) si individuano quelle formazioni boschive meglio strutturate e conservate alle quali è stata attribuita una valutazione complessiva eccellente. Entrambe le categorie presenti nei Siti delle Grigne esprimono collettivamente il 37% della superficie regionale di codesta tipologia. Considerando la distribuzione degli ambienti nei Siti lecchesi si evidenzia che il numero degli habitat gravitanti nella sola area alpina (4070*, 6170, 6520, 8120, 8130, 8210, 8310, 9130, 9150, 9180* e 9410) è maggiore rispetto agli habitat esclusivi dei SIC continentali (3140, 3150, 3260, 6410, 9160, 91H0* e 91L0); mentre le categorie ambientali più diffuse (6210*, 6510, 7220*, 9260), presenti contemporaneamente in quattro aree SIC, gravitano in entrambe le regioni biogeografiche. Un quarto degli ambienti I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Viola silvestre – Viola rechembaichiana (foto Roberta Dellavedova). 11 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA censiti in Provincia di Lecco, (3140, 6410, 9160, 91H0*, 91L0 e 9420) sono presenti in un solo sito. Poiché gli habitat sono stati individuati a livello europeo, nessuno di essi è chiaramente circoscritto ai soli siti lecchesi. Tuttavia, è considerevole evidenziare due casi in cui il contributo dei SIC lecchesi assume un valore di primaria importanza: la “vegetazione sommersa con le alghe del genere Chara, 3140” e i “querceti di Rovere illirici, 91L0”, individuati rispettivamente nei siti di “Palude di Brivio” e “Valle di Santa Croce e Valle del Curone” occupano oltre la metà della loro complessiva copertura regionale. Ne consegue che il ruolo dei siti lecchesi ospitanti tali comunità diventa ancor più determinante al raggiungimento del miglior stato di conservazione per questi habitat. Lo scopo di creare un’efficiente rete ecologica grazie alla presenza di habitat e alla loro coerente diffusione non è l’unico obiettivo della Direttiva. Essa si prefigge di salvaguardare la biodiversità anche con misure di tutela diretta di specie la cui conservazione è considerata un interesse comune di tutta l’Unione (MASUTTI & BATTISTI, 2007). Appare quindi utile soffermarsi sulla frequenza e sulla distribuzione delle specie di fauna e flora individuate nei sette siti lecchesi. La presenza di ben 59 entità su un totale regionale di 128 specie colloca Lecco tra le province con il maggior numero di taxa all’interno dei propri SIC. È evidente che tale interessante ricchezza è il frutto di studi specifici, o di ricerche mirate condotte all’interno di Riserve o Parchi che ora svolgono anche il ruolo di SIC. In futuro sarà opportuno poter confrontare questi dati preliminari con le informazioni che si aggiungeranno a mano a mano che si investigheranno e monitoreranno anche i luoghi meno conosciuti. Delle 59 specie comunitarie individuate, 31 taxa appartengono all’Allegato II, con il solo Storione cobice (Acipenser naccarii) come unico rappresentante delle specie prioritarie (tabella 2). I vegetali sono figurati da tre specie di Angiosperme Monocotiledoni, vale a dire due preziose orchidee, la Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus) e la Liparide (Liparis loeselii), e l’Iridacea Gladiolo reticolato (Gladiolus palustris) a cui si affiancano due Briofite a distri12 buzione assai limitata: Dicranum viride e Mannia triandra. I Mammiferi ed i Pesci, rispettivamente con 8 e 13 entità, sono i gruppi sistematici con il maggior numero di specie comunitarie. Meno diffusi sono gli Invertebrati, che con due soli rappresentanti, il Cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) e il più noto Gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) completano l’elenco dei taxa individuati insieme alle due specie di Anfibi: il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex) e la Rana di Lataste (Rana latastei). In Lombardia sono state censite 41 specie inserite nell’Allegato IV della Direttiva di cui 25 sono presenti in provincia di Lecco. A questo proposito si ricorda che la maggior parte delle specie incluse nell’Allegato II sono incluse nell’Allegato IV. Ancora una volta tra i Mammiferi si registra il maggior numero di taxa, a seguire il gruppo dei Rettili individuato da 6 specie (Hieropis viridiflavus, Coronella austriaca, Elaphae longissima, Natrix tessellata e Lacerta viridis), i vegetali con tre entità (Physoplexis comosa, Primula glaucescens e Spiranthes aestivalis), e infine gli Anfibi Anuri con il Rospo smeraldino (Bufo viridis) e la Rana agile (Rana dalmatina). Nessuna delle sei specie di Insetti segnalate a livello regionale è presente nei Siti lecchesi. Il numero di specie inserite all’Allegato V censite nei SIC lombardi scende a 21 unità, di cui solo un sesto presenti nei siti lecchesi. Mancano all’appello Anfibi e Invertebrati mentre gli altri gruppi sistematici annoverano un Mammifero, la Martora (Martes martes), due Pesci, il Coregone (Coregonus lavaretus) e il Temolo (Thymallus thymallus), e infine due vegetali, il Bucaneve (Galanthus nivalis) e il Pungitopo (Ruscus aculeatus). Allo stato attuale delle conoscenze, la presenza nei SIC lecchesi di idonee e frequenti aree di rifugio, consentono all’ordine dei Chirotteri di potervisi insediare occupando un’ampia gamma di ambienti. Grazie anche alle ricerche condotte in tempi recenti all’interno di alcuni Siti (Grigna Meridionale e Monte Barro) per la provincia di Lecco si hanno ben quattro specie (Rhinolophus hipposideros, Barbastella barbastellus, Myotis capaccinii, Myotis bechsteini) per le quali si concen- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO trano circa un quarto delle segnalazioni regionali. I SIC di Lecco ospitano inoltre alcune specie vegetali che trovano in pochi siti regionali le condizioni favorevoli alla loro conservazione. Degne di nota sono le notevoli stazioni di Liparis loeselii presso il sito Palude di Brivio. Si tratta di una rarissima orchidea di ambienti palustri individuata, oltre a Lecco, nella sola provincia di Varese. Un’ultima considerazione è dedicata alla ripartizione di ogni singolo gruppo sistematico all’interno dei Siti lecchesi comparata con quella degli altri Siti regionali. Da tale confronto emerge che in almeno tre SIC lecchesi si registra il maggior numero di specie a livello regionale. In particolare nel Sito “Monte Barro” si regista il numero più alto di Chirotteri tra tutti i siti lombardi, mentre presso i SIC “Lago di Olginate” e “Palude di Brivio” si trova la maggior varietà di specie ittiche comunitarie. Il Sito “Valle Santa Croce e Valle del Curone” insieme alla “Palude di Brivio” registrano un’elevata presenza di Anfibi; mentre, presso i siti delle Grigne si osservano numerose specie di vegetali e di Rettili contemplati dagli allegati della Direttiva “Habitat”. Complessivamente i Siti lecchesi hanno un numero medio di 23 specie comunitarie ciascuno, un valore superato solo dai SIC dalla provincia di Mantova. Nei capitoli successivi si riporteranno per ognuno dei sette Siti di Importanza Comunitaria una breve descrizione degli aspetti naturalistici più significativi, fornendo di caso in caso notizie sulle specie di flora e fauna che contraddistinguono gli ambienti naturali e seminaturali tutelati dalla Direttiva 92/43/CEE. Un’efficace mappa degli habitat comunitari e prioritari consentirà di apprezzarne la reale presenza e distribuzione all’interno del perimetro dei Siti lecchesi. Monte Rosa visto dalla Grigna Meridionale (foto Roberto Dellavedova). 13 C C C IT2030004 IT2030005 IT2030006 IT2030007 II II II II II II II II IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV x x x x V x IV IV IV IV IV IV x x x x x II x II x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x 2 3 1 3 2 1 2 1 1 6 4 3 1 1 2 5 4 6 2 4 2 1 2 3 1 2 2 1 0 1 1 3 2 3 1 0 2 3 3 3 2 2 1 0 0 0 0 1 0 0 2 0 0 3 2 0 0 1 0 2 1 3 0 2 1 1 1 1 0 3 3 2 3 3 0 3 4 4 0 1 3 x x x x x x x x x 6 7 6 3 4 3 x x 4 2 2 x x 5 1 4 x x x x x x Continentale C Alpina A Totale A IT2030002 MAMMALIA CHIROPTERA Rhinolophus hipposideros Rhinolophus ferrumequinum Myotis blythii Barbastella barbastellus Myotis capaccinii Myotis emarginatus Myotis bechsteini Myotis myotis Eptesicus serotinus Hypsugo savii Myotis daubentonii Myotis mystacinus Myotis nattereri Nyctalus noctula Nyctalus leisleri Pipistrellus kuhlii Pipistrellus nathusii Pipistrellus pipistrellus Plecotus auritus Plecotus austriacus Tadarida teniotis Vespertilius murinus CARNIVORA Martes martes REPTILIA SQUAMATA Lacerta viridis bilineata Podarcis muralis Hierophis viridiflavus Coronella austriaca Elaphe longissima Natrix tessellata AMPHIBIA URODELA Triturus carnifex ANURA Rana latastei Allegato TAXON A IT2030001 REGIONE BIOGEOGRAFICA IT2030003 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA x x x Tabella 2 – Elenco completo delle specie comunitarie inserite negli Allegati II, IV e V della Direttiva 92/43/ CE “Habitat” presenti nei Siti della provincia di Lecco. Nella seconda colonna è indicato il numero dell’Allegato in cui è inserito il taxon in esame; le ultime tre colonne riportano il numero totale delle presenze e la 14 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Bufo viridis Rana dalmatina PESCI AGNATHA PETROMYZONIFORMES Lethenteron zanandreai Lampetra fluviatilis GNATOSTHOSTOMATA ACIPENSERIFORMES Acipenser naccarii * CLUPEIFORMES Alosa fallax CYPRINIFORMES Rutilus pigus Chondrostoma genei Leuciscus souffia Rutilus rubilio Barbus plebejus Barbus meridionalis Chondrostoma soetta Cobitis tenia Cottus gobio SALMONIFORMES Salmo marmoratus Thymallus thymallus INVERTEBRATI ARTHROPODA MALACOSTRACA Austropotamobius pallipes HEXAPODA COLEOPTERA Cerambyx cerdo VEGETALI ANGIOSPERMAE Cypripedium calceolus Liparis loeselii Gladiolus palustris Physoplexis comosa Primula glaucescens Spiranthes aestivalis Galanthus nivalis Ruscus aculeatus BRYOPHYTA Mannia triandra Dicranum viride Numero specie / sito 4 6 0 2 4 4 x x 2 2 0 0 2 2 x x 2 0 2 II x x 2 0 2 II II II II II II II II II x x x x x x x x x x x x x x x x x x 2 2 3 2 2 2 2 3 3 0 0 0 0 0 0 0 0 1 2 2 3 2 2 2 2 3 2 x x x x 2 2 0 0 2 2 IV IV x x x x II II x x II x x x II V x x x x x x II x x x 3 3 0 II x x x 3 3 0 II II II IV IV IV V V x x x x x x x x x x 2 1 2 3 3 2 1 1 2 0 2 3 3 0 0 0 0 1 0 0 0 0 1 1 1 2 1 2 0 0 21 23 II II x x x x x x x x 24 29 25 28 31 20 6 158 dislocazione all’interno delle due regioni biogeografiche. Nell’ultima riga sono riportati in orizzontale, il numero complessivo di specie per ciascun sito e il valore complessivo delle segnalazioni, a cui si aggiunge il numero di specie rilevate nei soli Siti Alpini e Continentali. 15 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Syntomis phegea (foto Roberto Dellavedova). Cerambyx cerdo (foto Paolo Debernardi). Ruptela maculata (foto Roberto Dellavedova). Mantis religiosa (foto Roberto Dellavedova). 16 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Panoramica delle Grigne (foto Giovanni Lisa). 17 Autunno in Valsassina (foto Luigi Galperti) I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Panoramica (foto Giovanni Lisa) GRIGNA SETTENTRIONALE - GRIGNA MERIDIONALE IT 2030001 - IT 2030002 19 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Dati generali IT 203001 – GRIGNA SETTENTRIONALE 20 Coordinate: Longitudine 09° 23’ 13’’ – Latitudine 45° 57’ 10’’ Altitudine: 635 (min) – 2407,8 (max) Superficie: 1617,20 ha Comuni: Cortenova, Esino Lario, Mandello del Lario, Pasturo Comunità Montana: Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera Cartografia di riferimento: CTR Lombardia 1:10.000 B4e2, B4d2, B4d1 Regione biogeografica: Alpina Data di proposta come SIC: giugno 1995 Data di conferma come SIC: marzo 2004 Ente gestore: Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Dati generali Coordinate: IT 203002 – GRIGNA MERIDIONALE Longitudine 09° 23’ 31’’ Latitudine 45° 55’ 17’’ Altitudine: 209 (min) – 2177 (max) Superficie: 2732,52 ha Comuni: Abbadia Lariana, Ballabio, Lecco, Mandello del Lario, Pasturo Comunità Montana: Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera Cartografia di riferimento: CTR 1:10.000: B4d4, B4d3, B4d2 Regione biogeografica: Alpina Data di proposta come SIC: giugno 1995 Data di conferma come SIC: marzo 2004 Ente gestore: Provincia di Lecco 21 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA I siti “Grigna Settentrionale, IT2030001” e “Grigna Meridionale, IT2030002”, ubicati a cavallo della sponda occidentale del Lario e dalla Valsassina, sono accomunati da svariati aspetti ambientali che li rendono quasi speculari. Nell’affrontare la redazione dei seguenti paragrafi è sembrato opportuno trattare contemporaneamente i due SIC onde evitare superflue ripetizioni. Nelle seguenti sezioni non mancheranno tuttavia specifici riferimenti agli elementi differenziali o peculiari di ciascun sito. Esistono tuttavia delle diversità che si precisano di seguito. Confrontando le dimensioni dei due SIC si osserva che il Sito meridionale (IT2030002) oltre ad essere il più esteso (2.732 ettari) della Provincia di Lecco, ha uno sviluppo altitudinale che parte dai 209 metri fino alla vetta più alta denominata “Grignetta” (2.177 m. s.l.m.), equivalente ad un dislivello complessivo di 1.968 metri. Il sito settentrionale (IT2030001) colloca il suo limite altitudinale inferiore ad una quota di 635 m ponendo la massima quota in corrispondenza del “Grignone” (2.407 m. s.l.m.), per un dislivello di 1.772 metri. Questa è la differenza che permette alla “Grigna Meridionale” di includere quella porzione di territorio immediatamente a ridosso del bacino del Lario maggiormente influenzato dal microclima lacustre. Come si esporrà nei paragrafi successivi tale aspetto offre un maggior spettro di condizioni ambientali ed ecologiche che contraddistinguono quest’ultimo sito. 1.CARATTERISTICHE AMBIENTALI 1.1.Ambiente fisico Il territorio delle Grigne non ha bisogno di presentazioni tanta è la notorietà di questo rilievo prealpino. L’aspetto aspro e rude conferito da guglie, torrioni e versanti dirupati si fonde armoniosamente con i dolci versanti degradanti a levante in Valsassina mentre ad ovest le pendici delle Grigne cadono a picco nelle insenature del Lario con brusche rotture di pendenza. L’appellativo dolomitico risulta quindi il 22 marchio distintivo di questa porzione delle Prealpi lombarde. Tale accostamento non è casuale: approfonditi studi geologici illustrano come Grigne e Dolomiti abbiano in comune sia l’età di formazione sia la composizione chimica delle rocce. Il motivo di tale affinità è da ricercare in un passato molto remoto (230 – 65 milioni di anni fa), collocabile nel Mesozoico, ovvero una porzione temporale della scala cronologica utilizzata dai geologi per riordinare gli avvenimenti che hanno caratterizzato la lunga storia della Terra. Lo studio delle rocce sedimentarie che costituiscono l’ossatura di entrambi i rilievi montuosi, ha permesso di ipotizzare l’esistenza di una regione compresa tra le Prealpi lombarde e le Alpi Giulie occupata da un vasto Oceano; nelle rocce biancastre che costituiscono la formazione geologica dei Calcari di Ésino, infatti, è possibile ritrovare numerosi resti fossilizzati di animali marini come Lamellibranchi, Gasteropodi e alghe. I fossili sono le vestigia di antichi organismi viventi che si sono preservati all’interno di strati rocciosi. In particolare ciò che si è conservato fino ai giorni nostri, sono le loro strutture rigide costituite da carbonato di calcio. Dalla differente tipologia di roccia è anche possibile dedurre in quale remoto ambiente (lagune costiere, spiagge, scogliere ecc.) è avvenuta la sedimentazione. Il risultato è una combinazione assai varia di rocce marine organogene classificate come calcari. A queste si aggiungono le dolomie, formatesi per sostituzione chimica di calcari originari già depositati. Le compatte rocce calcaree a loro volta poggiano su un più antico basamento scistosocristallino costituito da sabbie e ghiaie dal peculiare colore rossastro. Tali sabbie si sono depositate in ambiente continentale nel Permiano (tra 290 e 245 milioni di anni), ovvero un periodo dell’era Paleozoica il cui significato è “fauna antica”. Nel linguaggio geologico per “vita recente” ci si riferisce all’era Cenozoica compresa tra 65 milioni di anni orsono fino ai nostri giorni. In questo contesto temporale si formarono quattro dei principali sistemi montuosi del mondo. Tale processo, che interessò anche la formazione delle Alpi, è noto con il termine I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Rupi strapombianti (foto Roberto Dellavedova). di orogenesi. La collisione della placca Africana con quella Europea eliminò l’antico Oceano Tetide; un vasto fenomeno di compressione delle rocce del basamento oceanico comportò il caratteristico corrugamento con pieghe e faglie responsabile della formazione delle Alpi. La morfologia dei rilievi è estremamente varia in quanto direttamente connessa ai diversi processi di degradazione che agiscono e hanno agito su una vasta gamma di litotipi. Le numerose formazioni rocciose, infatti, determinano una morfogenesi selettiva, dovuta a una differente risposta agli agenti atmosferici che incidono e rimodellano il substrato. Le sommità del Grignone costituite da Calcare di Ésino sono rocce particolarmente dure e resistenti. Nonostante ciò gli agenti della degradazione scolpiscono in esso scoscese pareti, caratterizzate da alte scarpate subverticali. La roccia in questione risulta prevalentemente deteriorata da fenomeni di gelifrazione regolati dalle escursioni termiche. Altri litotipi più teneri generano forme più dolci, con pendii regolari, in genere coperti da prati e boschi, come è osservabile nel versante di Pasturo. A questo proposito si ricorda che un’azione modellante fortemente incisiva è stata svolta dai ghiacciai, che nel Pleistocene occupavano ripetutamente la regione insubrica, lasciando numerose tracce della loro presenza. Dato il substrato calcareo, è doveroso accennare al modellamento di alcune forme del paesaggio dovute all’azione dell’acqua: la sua proprietà chimica di poter asportare e trasportare in soluzione i componenti delle rocce calcaree origina una serie di 23 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA forme di erosione a cui si attribuisce il termine di “carsismo”. La diffusa presenza di fratture anche microscopiche rendono le rocce calcaree particolarmente permeabili al passaggio dell’acqua. In tempi lunghissimi la ripetuta asportazione di componenti minerali ha permesso di originare sistemi di cavità e di grotte irrealizzabili in altre matrici rocciose come per esempio il granito. 1.2.Paesaggio vegetale Il territorio dei siti delle Grigne è contraddistinto da un diversificato paesaggio che al mutare della quota, dell’esposizione e di svariate situazioni topografiche esprime con la sua copertura vegetale l’effetto dei fattori ecologici. Per descrivere con maggior efficacia tale varietà è utile avvalersi del classico schema adottato dai botanici che prevede la suddivisione di un rilievo montuoso in “orizzonti”, “piani” o “fasce” caratterizzate da un proprio bioclima e da una propria vegetazione (PIGNATTI, 1994). Nell’orizzonte submontano, compreso dal litorale lacustre fino a circa 900 m, si sviluppano prevalentemente boschi di Querce (Quercus petraea e Q. cerris) e Carpino nero (Ostrya carpinifolia). A questi si aggiungono i boschi di Castagno (Castanea sativa) un tempo favoriti dall’uomo per i più svariati utilizzi del legname e soprattutto per il suo prezioso frutto. In corrispondenza di impluvi o in vallette fresche solcate da rii, si collocano essenze più esigenti come Frassini (Fraxinus excelsior) e Tigli (Tilia cordata, T. platyphyllos). Formazioni erbose pioniere lungo il crinale (foto Roberto Dellavedova). 24 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Scorcio del Lago di Como (foto Roberto Dellavedova). 25 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Intercalate alle fitocenosi arboree si inseriscono su suoli caldo-aridi i prati magri a Forasacco eretto (Bromus erectus), mentre su suoli più ricchi, in parte ancora concimati e falciati, si affermano i Triseteti a Gramigna bionda (Trisetum flavescens) secolarmente sfruttati per la fienagione. Sulle Grigne l’orizzonte montano che si sviluppa da circa 900 m s.l.m. è caratterizzato dalla diffusa presenza del Faggio (Fagus sylvatica) raggruppato a formare fitti boschi lungo ogni versante (ROSSI & GIACOMINI, 2005). La presenza delle faggete è favorita da inverni non troppo rigidi e da primavere piovose, nebbiose e prive di gelate (BERNETTI, 1995). Salendo di quota ed entrando nell’orizzonte subalpino (dai 1400 fino ai 1800 m s.l.m.), il clima diventa progressivamente più rigido, favorendo di conseguenza l’affermarsi delle aghifoglie. Il Larice (Larix decidua) è l’unica conifera che forma dei veri boschi, mentre gli Abeti (Picea abies, Abies alba) e il Pino silvestre (Pinus sylvestris) si osservano solo sporadicamente (ROSSI & GIACOMINI, 2005). Il Larice è facilmente riconoscibile dai morbidi aghi corti, verde chiaro, raccolti in ciuffetti portati da brevi rametti; è considerato l’albero alpino per antonomasia, non solo perché raggiunge le quote più elevate, ma anche perché è quasi esclusivo delle Alpi (GIACOMINII & FENAROLI, 1958). I lariceti hanno un sottobosco arbustivo per lo più colonizzato dalle ericacee come rododendri e mirtilli. Grazie alle loro fronde spaziate e luminose i Lariceti spesso vengono pascolati, modificando di conseguenza il sottobosco che assume gli aspetti di una vera e propria prateria. Oggigiorno, sia i boschi di conifere sia le foreste di latifoglie hanno perduto la loro importanza economica tanto da essere sfruttati solo localmente in prossimità degli abitati o delle strade. Gli arbusteti a Ontano verde (Alnus viridis) sono un esempio di vegetazione azonale, così definita perché non vincolata ad una particolare fascia altitudinale. Le boscaglie ad Ontano verde possono affermarsi in porzioni del territorio un tempo occupate dai pascoli, trovando però nei solchi vallivi o nei canaloni di valanga condizioni più favorevoli. 26 Nell’impenetrabile sottobosco dell’Alneto, o più di frequente al suo margine, si inseriscono i così detti megaforbieti, ovvero comunità di alte erbe lussureggianti esigenti di suoli irrigati, freschi a reazione basica fino a debolmente acida. Spesso le comunità di megaforbie si trovano nel mezzo di praterie alpine anche in conche e depressioni, vale a dire in stazioni di accumulo di neve e di humus. Il passaggio nell’orizzonte subalpino (1400 - 2000) è testimoniato dal netto avvicendamento del Larice a favore degli arbusteti di Rododendro (Rhododendron hirsutum e R. ferrugineum), Mugo (Pinus mugo) e Ginepro (Juniperus nana). Alcuni autori (PIROLA, 1975) descrivono con efficacia questa evidente transizione utilizzando il termine di fascia di contesa. Tale definizione bene si applica a quella porzione posta tra il limite del bosco e quella linea immaginaria occupata dal limite degli alberi contorti, dove gli arbusteti entrano in concorrenza con le conifere. Il rodoreto prevale sui versanti esposti a nord, dove le nevi si accumulano e si sciolgono più tardi; in questo modo, grazie alla copertura nevosa, le delicate gemme sono protette dal disseccamento da gelo (LARCHER, 1980). I pendii soleggiati esposti a mezzogiorno sono invece colonizzati dai ginepreti. Le condizioni ecologiche che selezionano la flora sono essenzialmente i periodi di relativa aridità e il suolo molto sottile o addirittura assente, poiché abbonda la roccia subaffiorante. Il Pino mugo costituisce delle cenosi in genere a carattere pioniero strutturate in boschi più o meno radi con sottobosco assai sviluppato in ambienti da microtermi a macrotermi. La vegetazione soprasilvatica delle Alpi, descritta in numerosi studi, si differenzia ampiamente in relazione al tipo di chimismo delle rocce su cui essa si sviluppa. Il substrato calcareo delle Grigne determina la composizione chimica dei suoli favorendo una peculiare vegetazione definita basifitica o calcifila. La vegetazione prativa dell’orizzonte alpino è data dal seslerieto-sempervireto. Gli ambienti ideali di questa vegetazione sono i pendii scoscesi, spesso rotti o gradonati, meglio se ben esposti al sole, dove la persistenza nevosa è piuttosto breve (OZENDA, 1985). Sesleria comu- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Potentilla nitida – potentilla rosea (foto Roberto Dellavedova). Raponzolo chiomato – Physoplexis comosa (foto Roberto Dellavedova). 27 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA ne (Sesleria caerulea) e Carice verdeggiante (Carex sempervirens) formano zolle dense e compatte; esse fungono da pioniere nei ghiaioni e vi permangono spesso come specie dominanti, anche nel seslerieto completamente sviluppato (PIGNATTI & PIGNATTI, 1983). Sui detriti fini calcarei, la vegetazione pioniera può essere rappresentata dal Camedrio alpino (Dryas octopetala), una compatta rosacea che insieme alla Carice rigida (Carex firma) svolge l’importante ruolo di consolidare i detriti. Questa cenosi, conosciuta come firmeto, sopporta condizioni ambientali più rigide rispetto al seslerieto-sempervireto, insediandosi in stazioni rocciose a debole pendenza, esposte al gelo e al vento (OZENDA, 1985; REISIGL, 1990). Il firmeto è un pascolo povero, costituito da poche specie che si accompagnano alla Carex firma. Quest’ultima garantisce un’efficace protezione alle altre specie grazie ai suoi resistenti cespi. In alta quota, in prossimità di conche e depressioni, dove si ha un accumulo di neve prolungato, è individuabile sul fondo roccioso una vegetazione di valletta nivale. Su terreno siliceo si instaura una comunità vegetale altamente specializzata frequente nelle alte montagne dell’Europa media e del nord: è composta da briofite e da cespugli nani contorti, dominata dalla specie acidofila Salice erbaceo (Salix erbacea). Le particolari condizioni morfologiche impongono alla vegetazione della valletta nivale un prolungato periodo di innevamento, di durata variabile da otto a dieci mesi all’anno. Su substrato calcareo, le vallette nivali sono invece colonizzate da un consorzio di salici nani a tendenza basitofitica: Salice retuso (Salix retusa) e reticulato (Salix reticulata). La vegetazione delle ampie superfici detritiche appare ancor più fortemente influenzata dalla diversa natura litologica, nonché dalla dimensione e dalla mobilità dei clasti. Una vegetazione tipica dei ghiaioni calcarei e dei macereti mobili, con un periodo di innevamento inferiore ai 9 mesi, è caratterizzata dalla presenza del Papavero dorato (Papaver aurantiacum). Gli ambienti rupestri offrono alle piante condizioni di vita estreme; solo le specie vegetali meglio adattate da un punto di vista morfo-fisiologico rie28 scono infatti ad insediarsi in anfratti o fessure delle ripide e scoscese pareti rocciose. Le fanerogame che colonizzano tali fessure sono chiamate casmofite. L’elevata specializzazione che le casmofite hanno raggiunto garantisce la quasi totale esclusività dell’insediamento in questi ambienti estremi. Infine non passa inosservata la rigogliosa vegetazione a grandi erbe in prossimità delle malghe in terreni fortemente concimati con l’accumulo di sostanza organica non mineralizzata. Si tratta di una vegetazione nitrofila dominata dal Rómice alpino (Rumex alpinus). Data la lentezza nei processi di mineralizzazione della sostanza organica a livello del suolo, è possibile ritrovare il romiceto anche a distanza di decenni dall’abbandono dei pascoli e delle malghe. 1.3.Habitat di interesse comunitario Confrontando la copertura complessiva degli habitat emerge che, alle maggiori dimensioni dei siti non sempre corrisponde una effettiva e proporzionale area occupata dagli ambienti comunitari. Il sito della “Grigna Meridionale” è infatti il più esteso delle sette aree comunitarie individuate in Provincia di Lecco; tuttavia, in “Grigna Settentrionale” si trova la maggior superficie di habitat comunitari (1.388 ettari distribuiti sull’86% del suo territorio) (figura I). Delle 14 tipologie presenti, tre sono considerate prioritarie: boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (4070*), formazioni erbose secche seminaturali su substrato calcareo (6210*) e le sorgenti pietrificanti con formazione di travertino (7220*). Nella “Grigna Meridionale” sono presenti 13 ambienti comunitari di cui 12 sono in comune con il Sito della “Grigna Settentrionale”. L’unico ambiente censito esclusivo del SIC meridionale è l’habitat prioritario 9180*: “foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion”. Tra i vari ambienti caratterizzanti il territorio delle Grigne alcuni rimangono maggiormente impressi nella memoria di chi esplora i loro scoscesi rilievi. È infatti improbabile rimanere indifferenti di fronte alla grande varietà di forme e di colori I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Papavero dorato – Papaver aurantiacum (foto Roberto Dellavedova). 29 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA offerta da praterie, macereti e rupi fiorite. Le Grigne ospitano difatti numerose specie vegetali di indiscusso valore naturalistico; un sicuro elemento di pregio è dato dalle specie endemiche, ovvero da quei taxa presenti solo in un ristretto contesto geografico. Nello specifico, la porzione meridionale delle Alpi, nella fascia compresa dal Lago di Como al Lago di Garda, è particolarmente ricca di entità esclusive originatesi in seguito ai profondi cambiamenti ambientali che si manifestarono verso la fine del Terziario e nel Quaternario. Il clima di quest’ultimo periodo geologico fu sconvolto da forti recrudescenze climatiche che portarono i ghiacci polari fino nel cuore dell’Eu30 ropa centrale provocando una radicale trasformazione della vegetazione (PIGNATTI, 1979). In questo periodo ci furono diversi stadi di oscillazioni climatiche che si manifestarono in momenti di espansione dei ghiacci, detti periodi glaciali, intercalati a fasi interglaciali caratterizzate da temperature anche superiori a quelle odierne. Durante l’ultima glaciazione conclusasi appena 12.000 anni fa, vaste calotte di ghiaccio rivestivano le Alpi creando un paesaggio simile a quello dell’odierna Groenlandia. Le cime più alte, non raggiunte dai ghiacciai, poterono quindi ospitare piccole isole di vegetazione (PIGNATTI, 1979). Le Prealpi Lombarde diventarono così dei laboratori natura- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO li, in cui si sviluppò il processo di differenziazione delle specie superstiti in nuove forme vegetali. Un esempio di habitat in cui è possibile osservare tale varietà floristica è dato dalle “formazioni erbose calcicole alpine e subalpine (6170)”, la cui estensione nei siti delle Grigne è tale da rappresentare oltre il 90% dell’ambiente nel contesto provinciale. L’habitat 6170 ospita numerose specie vegetali dalle colorate e vistose fioriture: tra i cespi delle graminacee e delle ciperacee affiorano, per esempio, i fiori rosati della Primula glaucescente (Primula glaucescens), una specie endemica inserita anche nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat”. A questa specie si può agevolmente aggiungere un lungo elenco di fiori di primaria importanza come l’Aquilegia di Einsele (Aquilegia einseleana), l’Aglio d’Insubria (Allium insubricum), la Carice del Monte Baldo (Carex baldensis), l’Erba regina (Telekia speciosissima), la Campanula dell’arciduca (Campanula raineri) la Campanula gialla (Campanula thyrsoides) e tante altre ancora. Degna di nota è, infine, una Primula che solo pochi anni fa è stata descritta come una nuova specie localizzata per il solo territorio delle Grigne: la Primula grignensis. Molte delle specie elencate non sono tuttavia esclusive degli ambienti prativi; spesso è possibile osservarle nel ten31 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Tipi di habitat dell’Allegato I della Direttiva 92/43/CEE Codice Habitat IT2030001 IT2030002 % Ha % Ha 1,68 27,22 4070 *Boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (Mugo-Rhododendretum hirsuti) 2,64 42,66 6170 Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine 32,51 525,75 17,56 283,93 6210 6520 7220 *Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (FestucoBrometalia) con fioritura di orchidee Praterie montane da fieno *Sorgenti pietrificanti con formazione di travertino (Cratoneurion) 0,37 5,94 7,73 125,07 2,03 32,91 1,17 18,96 0,002 0,032 0,01 0,22 7230 Torbiere basse alcaline 0,002 0,045 - - 8120 Ghiaioni calcarei e scistocalcarei montani e alpini (Thlaspietea rotundifolii) 1,97 31,81 1,69 27,36 8130 Ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termof ili 1,36 22,06 0,43 7,01 8210 Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica 8,5 137,51 19,82 320,61 8310 Grotte non ancora sfruttate a livello turistico 0,41 9130 Faggeti dell'Asperulo-Fagetum 22,38 361,97 11,16 180,44 9150 Faggeti calcicoli dell'Europa centrale del Cephalanthero-Fagion 7,27 117,49 0,7 11,25 9180 * Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion - - 1,84 29,78 9260 Foreste di Castanea sativa 2,15 75,29 8,57 138,58 9420 Foreste alpine di Larix decidua e/o Pinus cembra 4,66 34,7 - - 6,63 0,01 Elenco degli habitat censiti nei siti “Grigna Settentrionale (IT2030001)” e “Grigna Meridionale (IT2030002)”. Per ciascuno di essi si esprime relativa copertura in ettari e la corrsipondente % ed estensione. tativo di colonizzare le porzioni dei brecciai più consolidati attuando di fatto una staffetta con le specie rigorosamente glaericole. Per esempio i “popolamenti dei ghiaioni calcarei e scisto calcarei montani e alpini, 8120”, sono lentamente invasi dalle splendide fioriture della Silene d’Elisabetta (Silene elisabethae) oppure dalla più comune crucifera Erba storna rotundifolia (Thlapsi rotundifolium). Come si accennerà di seguito a proposito della fauna invertebrata, le falde detritiche, pur essendo un ambiente aspro e impervio, ospitano forme di vita specializzate a superare con efficacia le difficili condizioni ambientali presenti (instabilità dei clasti, mancanza di un vero e proprio suolo e ridotta disponibilità di acqua). I ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termofili, 8130, si collocano, rispetto all’habitat precedente, 32 negli orizzonti montano e submontano in situazioni termiche più favorevoli; in questa codifica rientra una vegetazione discontinua marcata dall’abbondanza della graminacea Stipa calamagrostide (Achnatherum calamagrostis). All’interno del territorio dei siti delle Grigne questo habitat si estende su una superficie pari a circa 1,5 ettari, occupando solo l’1,3% del totale; tuttavia, tale porzione equivale nientemeno che al 73% della sua presenza a livello provinciale. Le dirupate pareti calcaree (8210), oltre a essere un ambiente utilizzato dall’avifauna montana per la nidificazione (es. Aquila reale e il Picchio muraiolo) sono anche un importante habitat colonizzato da pregiate specie floristiche, talvolta provenienti anche dalle vicine praterie. Indubbiamente esclusivo di questo ambiente è l’elegan- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Pino uncinato – Pinus mugo (foto Roberto Dellavedova). te Raponzolo chiomato (Physoplexis comosa), non a caso inserito nell’allegato IV della Direttiva “Habitat” o, ancora, la resistente Potentilla rosea (Potentilla nitida) elitaria delle sole rupi calcaree. Altrettanto esclusivi del territorio delle Grigne sono “le boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (4070*)”. Nonostante all’interno dei due siti la presente codifica rappresenti una porzione assai ridotta si tratta a tutti gli effetti di un ambiente dall’indiscusso pregio naturalistico: al riparo delle ombrose fronde del Pino mugo si possono infatti insediare piccole ma preziose popolazioni della rara Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), un’elegante e minacciata orchidea inclusa nell’allegato II della Direttiva “Habitat”. A quote inferiore si mantengono ancora vitali le attività zootecniche indispensabili alla so- pravvivenza delle “praterie montane da fieno, 6520”, un delicato habitat creato dall’ininterrotta e secolare attività umana. Il pregio biologico dei triseteti, vale a dire il termine conferitogli dalla graminacea che ne caratterizza la cenosi (Trisetum flavescens), è dato dal corteggio floristico più diversificato e variopinto rispetto ai simili prati da sfalcio di bassa quota (DELARZE & GONSETH, 2008). Le “formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) con fioritura di orchidee (6210*)” sono state individuate nella “Grigna Settentrionale” su una superficie limitata (poco meno di 6 ettari, equivalente allo 0,34% del sito). Viceversa, il Sito “Grigna Meridionale” ospita almeno 125 ettari di tale pregiato ambiente prativo, rappresentando di fatto la porzione di habitat prioritario più esteso della Provin33 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA IT2030002 Grigna Meridionale IT2030001 Grigna Settentrionale 9130 22,4% 9150 7,3% 9260 4,7% 9420 2,1% altro 57, 2% altro 13,7% 8310 0,4% 8210 9% 8130 1% 8120 2,0% 7220* 7230 6210* 0,002% 0,003% 6520 0,4% 2,0% 4070* 1, 0% 4070* 2,6% 6170 10,9% 9260 5,1 % 9180* 1,1% 9150 0, 4% 9130 8310 6,6% 0,01% 8210 8130 8120 7220* 11,7% 0,3%1,0% 0,01% 6170 10,9% 6210* 4,6% 6520 0,7% Confronto tra l’estensione degli habitat nei siti delle Grigne. cia. La codifica include ambienti prativi da moderatamente a molto secchi, distribuiti nel piano submontano e montano, con optimum altitudinale compreso tra i 300 e i 1000 m. Tali vitali cenosi erbacee ospitano numerose specie, molte delle quali minacciate o in via di estinzione (EGGENBERG et al., 2001). Le sorgenti pietrificanti con formazione di travertino (Cratoneurion) sono un habitat che si sviluppa in prossimità delle sorgenti alcaline, caratterizzate da muschi fontinali. Il Cratoneurion non ricopre mai grandi superfici, in molti casi si osservano situazioni di mosaico con i raggruppamenti delle torbiere basse alcaline (7230) o con i prati freschi montani a Carice ferruginea (Carex ferruginea). La ridotta superficie occupata dal prezioso ambiente, probabilmente sottostimata data la sua distribuzione puntiforme, andrebbe ulteriormente investigata per identificarne la reale presenza nei Siti. Anche l‘habitat delle torbiere basse alcaline risulta essere assai frammentato o associato ad altre cenosi umide. Tale ambiente si sviluppa in aree pianeggianti o su pendii alimentati da acque calcaree. Se si considera poi che l’acqua superficiale tende velocemente a filtrare nel substrato permeabile, si intuisce come gli ambienti umidi siano alquanto infrequenti in tutta l’area. Le torbiere alcaline hanno un elevato valore biologico poiché ospitano una ricca e specializzata flora, rappresentata anche da diverse piante ritenute rare. Questa tipologia 34 ambientale è stata censita nel solo Sito della “Grigna Settentrionale”. Nei massicci carbonatici, la dissoluzione chimica della roccia ad opera dell’acqua d’infiltrazione, determina la formazione di svariati ambienti ipogei. La provincia di Lecco grazie ai due siti delle Grigne fornisce un contributo alla diversificazione degli ambienti della Rete Natura 2000 in Lombardia. L’habitat grotte non ancora sfruttate a livello turistico, 8310, offre rifugio durante il periodo di ibernazione a diversi micro-chirotteri, ampiamente tutelati dalla Direttiva “Habitat”. Ma non solo: a seconda della profondità degli anfratti aumenta la varietà della fauna invertebrata estremamente specializzata che li colonizza. Si evidenzia che molte di esse sono strettamente endemiche o di primaria importanza per la conservazione. Anche per quanto riguarda la componente boschiva non mancano nei territori in esame ambienti distintivi e caratteristici. I boschi di Faggio (Fagus sylvatica), presenti nei soli Siti delle Grigne, sono distinti in due categorie: “faggete dell’Asperulo-Fagetum, 9130,” e “faggete xerotermofile, 9150”. Alla codifica 9130 corrisponde il secondo habitat provinciale più esteso (542 ettari); tali cenosi boschive occupano suoli fertili a reazione neutra, distinguendosi da altre consorzi simili, per uno strato erbaceo ricco di specie mesofile (DELARZE & GONSETH, 2008). Nelle faggete xerotermofile lo strato erbaceo è invece contraddistinto dalla presenza di svariate specie xero-eliofile, ossia condizio- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Laricete sulle Grigne (foto Roberto Dellavedova). nate da una maggior aridità e luminosità. Si tratta di un rilevante ambiente in cui spesso si possono osservare numerose rare orchidee (DELARZE & GONSETH, 2008). Presso il SIC “Grigna Meridionale”, in corrispondenza di impluvi e forre si insedia l’habitat prioritario delle foreste del Tilio-Acerion, 9180*. Si tratta di boschi di latifoglie in cui prevalgono Aceri (Acer pseudoplatanus) e Tigli (Tilia cordata). I suoli profondi, addizionati alle condizioni microclimatiche peculiari, favoriscono l’insediamento di numerose geofite a fioritura primaverile o a numerose felci, come ad esempio, l’elegante Lingua cervina (Phyllithis scolopendrium). I boschi di castagno sono decisamente più frequenti grazie alla coltivazione attuata dall’uomo nel corso dei secoli grazie. I castagneti risultano più estesi in corrispondenza dei versanti del Sito “Grigna Meridionale”, il quale include nella sua perimetrazione la fascia collinare idonea all’insediamento del castagno. Le selve castanili contraddistinte da esemplari vetusti, acquisiscono un valore biologico maggiore rispetto ai castagneti ceduati, poiché essendo provvisti di numerose cavità, offrono svariati rifugi per la fauna e nello specifico agli uccelli cavernicoli (DELARZE & GONSETH 2008). Infine, un habitat esclusivo della “Grigna Settentrionale” sono i Lariceti inseriti nella codifica 9420, foreste alpine di Larix decidua e/o Pinus cembra. I 75 ettari di bosco di Larice rappresentano popolamenti di notevole interesse naturalistico, poiché raggiungono nella provincia di Lecco il limite meridionale della loro distribuzione nel versante alpino. 1.4. Ambiente umano In passato, l’allevamento e la caseificazione legate allo sfruttamento dei prati e degli alpeggi, erano la principale fonte di sostentamento di queste zone. L’attuale fisionomia di paesaggio, contraddistinta dall’alternanza tra zone boscate ed aree aperte, è il risultato dell’insostituibile attività dell’uomo. Oggigiorno è proprio grazie all’agricoltura che si mantengono i prati da sfalcio, dai quali si ricava il prezioso foraggio da conservare per l’inverno o da consumarsi 35 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Praterie calcofile in prossimità del Rifugio Rosalba (foto Roberto Dellavedova). fresco. L’interruzione di questi cicli lavorativi determinerebbe in pochi anni la scomparsa dei prati, come è accaduto troppo frequentemente in numerose valli alpine. Le superfici boscate risultano generalmente abbandonate e non più gestite come un tempo, in particolare se collocate in zone poco accessibili. Soprattutto i boschi di conifere sono meno sfruttati rispetto ai boschi di latifoglie, il cui legname rappresenta ancora una risorsa per gli operatori del settore e per i privati. Persiste tuttora il duro lavoro legato all’esistenza degli alpeggi grazie ad aziende che stagionalmente si impegnano a sfruttare i pascoli in quota. Legato a questo antico mestiere si rievocano tradizioni che fanno parte del patrimonio storico e culturale di questi affascinanti monti. Non mancano sagre e manifestazioni locali volte a conservare e mantenere le risorse agricole e zootecniche che contraddistinguono il territorio. Tra queste si ricorda la storica esposizione del bestiame a Pasturo che accoglie il ritorno delle mandrie alla fine della stagione d’alpeggio. In tale occasio36 ne fanno bella mostra di sé i prodotti tipici locali, in particolare i rinomati formaggi Valsassinesi. 2. SPECIE DI INTERESSE 2.1. Specie di interesse comunitario Grazie alla grande varietà di ambienti, ben nove specie di uccelli appartenenti all’Allegato I della Direttiva “Uccelli” frequentano gli habitat del Sito “Grigna Settentrionale”, a cui si aggiungono altre cinque specie in “Grigna Meridionale”. Nei Siti comunitari della regione Lombarda le seguenti specie sono esclusive della regione biogeografica Alpina: Civetta capogrosso (Aegolius funereus), Coturnice (Alectoris graeca saxatilis), Aquila reale (Aquila chrysaetos), Francolino di monte (Bonasia bonasia) e Fagiano di monte (Tetrao tetrix tetrix). Allo stato attuale delle conoscenze, la “Grigna Settentrionale” è l’unico sito lecchese ospitante Civetta capogrosso, Francolino di monte e Picchio nero (Dryocopus martius), I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE Codice Nome comune Nome scientifico Fenologia A072 A073 A082 A091 A103 A104 A107 Falco pecchiaiolo Nibbio bruno Albanella reale Aquila reale Pellegrino Francolino di monte Fagiano di monte A109 Coturnice A215 A223 A224 A236 A338 A379 Gufo reale Civetta capogrosso Succiacapre Picchio nero Averla piccola Ortolano Pernis apivorus Milvus migrans Circus cyaneus Aquila chrysaetos Falco peregrinus Bonasa bonasia Tetrao tetrix tetrix Alectoris graeca saxatilis Bubo bubo Aegolius funereus Caprimulgus europaeus Dryocopus martius Lanius collurio Emberiza hortulana Migratore regolare, nidificante Migratore regolare, nidificante Svernante Sedentaria, nidificante Sedentario, nidificante Sedentario, nidificante Sedentario, nidificante Sedentaria, nidificante Sedentario, nidificante Sedentaria, nidificante Migratore regolare, nidificante Sedentario, nidificante Migratrice regolare, nidificante Migratore regolare, nidificante GS GM • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • Elenco delle specie di uccelli dei siti della “Grigna Settentrionale” (GS) e “Grigna Meridionale” (GM) inserite nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE. mentre la presenza del Gufo reale (Bubo bubo), è stata finora accertata per il solo Sito della “Grigna Meridionale”. A livello regionale quest’ultimo interessante predatore notturno occupa 37 siti Alpini provvisti di ambienti idonei utili alla nidificazione. Ed è proprio la disponibilità delle dirupate pareti strapiombanti sul bacino lacustre del Lario che garantiscono l’insediamento del maestoso ufo nel territorio della “Grigna Meridionale”. Gracchio – Pyrrhocorax graculus (foto G. Matteo Crovetto). 37 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE Codice Nome comune Nome scientifico GS Allegato Vegetali 1379 Mannia triandra II • 1381 Dicranum viride II 1902 Scarpetta di Venere Cypripedium calceolus II, IV • 1629 Primula della Lombardia Primula glaucescens IV • 1749 Raponzolo chiomoso Physoplexis comosa IV • 4096 Gladiolo reticolato Gladiolus palustris • II , IV Mammiferi 1303 Ferro di cavallo minore Rhinolophus hipposideros II, IV • 1304 Rhinolophus ferrumequinum II, IV Ferro di cavallo maggiore • 1308 Barbastello Barbastella barbastellus II, IV • 1309 Pipistrello nano Pipistrellus pipistrellus IV • 1314 Vespertilio di Daubenton Myotis daubentonii IV 1316 Vespertilio di Capaccini Myotis capaccinii II, IV • 1317 Pipistrello di Nathusius Pipistrellus nathusii IV 1322 Vespertilio di Natterer Myotis nattereri IV 1326 Orecchione comune Plecotus auritus IV 1329 Orecchione meridionale Plecotus austriacus IV • 1330 Vespertilio mustacchino Myotis mystacinus IV • 1331 Nottola di Leisler Nyctalus leisleri IV Martes martes V 1357 Martora • Pipistrello di Savi Hypsugo savii IV • 5008 Pipistrello albolimbato Pipistrellus kuhlii IV • Rettili 1256 Lucertola muraiola Podarcis muralis IV • 1263 Ramarro occidentale Lacerta viridis IV • 1281 Saettone Elaphe longissima IV • • 1283 Colubro liscio Coronella austriaca IV 1284 Biacco Coluber viridiflavus • IV Anfibi 1167 Tritone crestato italiano Triturus carnifex II, IV • • 1209 Rana agile Rana dalmatina IV Pesci 1163 Scazzone Cottus gobio II Invertebrati 1088 Cerambice della quercia Cerambyx cerdo • II, IV 1092 Gambero di fiume Austropotamobius pallipes • II, V GM • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • Specie inserite nelgli Allegati II, IV e V della Direttiva 92/43/CEE, nei rispettivi Siti delle Grigne. Indubbiamente la maestosa sagoma roteante dell’Aquila reale (Aquila chrysaetos) è il biglietto da visita del più grande rapace presente sulle montagne lecchesi. Le sue tecniche di caccia richiedono un’ampia disponibilità di aree aperte, come gli ambienti sommitali prativi e rupestri. Il volo potente e veloce sfrutta le correnti ascensionali, per poi sferrare dall’alto re38 pentini attacchi a lepri, marmotte, ungulati o uccelli. Costruisce il suo nido su pareti rocciose o alberi maturi purchè protetti dal disturbo antropico (BIONDA & BORDIGNON, 2006). I due SIC delle Grigne presentano dunque le caratteristiche ambientali idonee per l’insediamento di questo prezioso rapace. Nel restante territorio lombardo, l’imponente aquila è segna- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Femmina di averla piccola – Lanius collurio (foto Marco Noseda). Civetta capogrosso – Aegolius funereus (foto Giorgio Di Liddo). 39 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA 40 Centaurea rhaetica (foto Roberto Dellavedova). Pinguicula leptoceras (foto Roberto Dellavedova). Telekia speciosissima (foto Roberto Dellavedova). Silene elisabethae (foto Roberto Dellavedova). I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO lata in 66 Siti, tutti ubicati nella regione biogeografica Alpina. Tra i Galliformi, la Coturnice (Alectoris graeca saxatilis) frequenta gli ambienti montani, rupicoli e soleggiati con scarsa vegetazione alimentandosi principalmente di semi e germogli; è una specie di grande interesse conservazionistico, ormai divenuta rara (P INOLI & BIASIOLI, 2007). Individuata nel 35% dei Siti lombardi, ovvero in 61 su 175, trova quasi esclusivamente nei SIC Alpini gli habitat idonei per la sua sopravvivenza. Il Francolino di monte (Bonasia bonasia), alimentandosi di gemme e amenti di latifoglie, frequenta soprattutto le foreste del piano montano cercando eventualmente nel periodo invernale zone di alimentazione anche a quote inferiori (AA.VV., 1958). In Lombardia, all’interno della Rete Natura 2000, la sua diffusione è più limitata rispetto alla Coturnice: è stato infatti rilevato in 41 siti Alpini. Le lande subalpine di arbusti nani al limite superiore della foresta, o i boschi di conifere con un sottobosco costituito da Rododendri (Rhododendron ferrugineum, R. hisutum), Mirtilli (Vaccinium myrthillus, V. vitis-idaea, V. gaultherioides) e ginepro (Juniperus nana), costituiscono gli ambienti preferenziali del Fagiano di monte o Gallo forcello (Tetrao tetrix tetrix). I due Siti delle Grigne insieme ad altri 55 SIC Alpini, dislocati principalmente nei territori delle province di Sondrio e Brescia, offrono ancora rifugio a questo minacciato Tetraonide. Il Picchio nero (Dryocopus martius), il più grande tra i picidi europei, conduce come tutti i Piciformi una vita strettamente arboricola. Rispetto ai suoi parenti più prossimi, necessita di formazioni boschive mature ove siano presenti vecchi alberi di Faggio, o Larice, nei quali ricava profonde cavità, in cui colloca il nido (BONATO L., 2007). Circa la metà dei Siti Alpini lombardi (47 su 85) ospita questa interessante specie. Anche la Civetta capogrosso (Aegolius funereus) vive nelle formazioni forestali nei piani montano e subalpino come faggete, boschi misti o di conifere (BIONDA & BORDIGNON, 2006). Come gli altri Strigidi è un predatore specializzato nella caccia notturna; mediante agguati cattura prevalentemente topi e arvicole. Considerando che la Civetta capogrosso è una specie elusiva e di non facile osservazione, si può giustificare la sua minore diffusione nei Siti Alpini (37 su 85). Nei siti delle Grigne gli altri gruppi sistematici compresi nell’Allegato II della Direttiva “Habitat” sono rappresentati da dodici specie così suddivise: tre Chirotteri, tre piante superiori, due Briofite, un Anfibio, un Pesce e due taxa appartenenti agli Artropodi, ovvero un Coleottero e un Crostaceo (Tab. 6). Tra i Mammiferi presenti nei due siti delle Grigne il Ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum) è la specie dell’Allegato II più frequente tra siti Lombardi. Decisamente meno diffuso è il Ferro di cavallo minore (Rhinolophus hipposideros), distribuito in 7 siti, ed il Vespertilio di Capaccini (Myotis capaccinii) localizzato in 8 SIC. Ancora più rilevante è la presenza del Barbastello (Barbastella barbastellus); la sola provincia di Lecco ospita tre dei cinque siti in cui si registrata il raro pipistrello, uno di questi è la porzione meridionale delle Grigne. Il regime alimentare del Barbastello a base di microlepidotteri è estremamente specializzato, tanto da selezionare habitat specifici rappresentati dalla vegetazione arborea, nei quali svolge la sua attività trofica. Nel sito “Grigna Settentrionale”, come per il restante arco alpino può frequentare vari habitat forestali tra cui le “foreste di Castanea sativa, 9260” o le “foreste alpine di Larix decidua e/o Pinus cembra, 9420”. Durante l’inverno ricerca, solitario, rifugio in ambienti molti diversi e talvolta poco protetti come alcune strutture abbandonate dall’uomo: miniere, acquedotti o cave sotterranee (AA.VV., 2003). La disponibilità di habitat naturali come le “grotte non ancora sfruttate a livello turistico, 8310”, offrono ulteriori siti di svernamento che ne favorirebbero la sua presenza nei siti lecchesi. Un terzo delle segnalazioni regionali del Gladiolo reticolato (Gladiolus palustris) si concentrano nei due siti delle Grigne, mentre in Lombardia l’Epatica Mannia triandra, oltre al sito Meridionale, è individuata solamente in un secondo sito in provincia di Sondrio. Anche l’altra 41 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA briofita, Dicranum viride, è altrettanto infrequente; la sua presenza conferisce quindi al territorio delle Grigne un ulteriore elemento di pregio naturalistico. A livello nazionale la distribuzione frammentaria della Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), è limitata all’arco alpino e agli Appennini. Si tratta di una orchidea largamente tutelata, data la sua rarefazione anche a causa di raccolte scriteriate che ne hanno ridotto la sua diffusione; nella Lista Rossa nazionale e regionale è considerata una specie vulnerabile (VU). Nei Siti della Rete Natura 2000 della Lombardia il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex) è la specie maggiormente segnalata (65 su 175) tra quelle inserite nell’Allegato II della Direttiva “Habitat”. In effetti la presenza di idonei ambienti acquatici per la sua riproduzione garantiscono la sua diffusione in numerosi habitat forestali e prativi sia in pianura sia sui rilievi. Ma nel contesto delle Grigne, data la loro natura geologica che favorisce i fenomeni carsici, si ha una limitata diffusione di stagni o specchi d’acqua superficiali. Assume quindi maggior rilievo la presenza di questo singolare anfibio. In Italia la Cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) è un coleottero piuttosto comune e diffuso, le cui larve xilofage si nutrono di legno marcescente di varie querce, come Rovere (Quercus petraea), Farnia (Q. robur), Cerro (Q. cerris). Legato principalmente ai querceti (in particolar modo alla presenza di vecchie piante) risulta inserito nella scheda identificativa di entrambi i siti della Grigna, ma non compare nell’approfondita indagine faunistica condotta sui Coleotteri entro i limiti del Parco Regionale della Grigna Settentrionale (GOGGI, 2007). 2.2. Altre specie importanti Ancor prima di descrivere la grande varietà faunistica che arricchisce e valorizza il territorio è d’obbligo menzionare alcune specie esclusive delle sole Grigne. Sembrerà quindi sorprendente, per questo contesto prettamente montuoso, citare un pesce marino appartenente al genere Saurichthys, vissuto 235 milioni di anni fa. Il nome corrisponde solo ad alcuni dei numerosi fossili individuati in un canalone delle 42 Grigne Settentrionali dai paleontologi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano. Le ricerche, tuttora in corso, hanno permesso di catalogare una vasta collezione di antichi organismi acquatici invertebrati come Daonelle, Gasteropodi, Cefalopodi, Ammoniti fino ad arrivare ad organismi con struttura più evoluta come Pesci e Rettili appartenenti al Phylum dei Cordati. Come è avvenuto per la componente floristica, anche per l’attuale fauna invertebrata alpina, l’alternarsi dei climi durante il Quaternario esercitò un’imponente azione selettiva sui popolamenti animali (AA.VV, 1958). L’isolamento e il frazionamento ha favorito l’affermarsi di razze o di specie strettamente limitate a singole regioni montuose, in special modo al piede meridionale delle Alpi (AA.VV, 1958). Il territorio della provincia di Lecco annovera quindi pure nella fauna geobia, ovvero legata agli ambienti della lettiera del suolo e del sottosuolo, numerosi endemiti e specie di notevole interesse biologico (BARCELLA et al., 2004). Per questo motivo il territorio delle Grigne attira l’attenzione degli entomologi, che grazie alle loro ricerche forniscono preziosi spunti sull’effettiva presenza e distribuzione di vari gruppi sistematici. In particolare le falde detritiche carbonatiche offrono rifugio a specie dalle più svariate abitudini alimentari. La maggior parte di esse sono fitofage, vale a dire che si nutrono delle parti fogliari dei vegetali, o microfage, dipendenti da particelle alimentari di dimensioni microscopiche. Non mancano, infine, cacciatori erranti tra i detriti incoerenti alla ricerca delle loro prede come Cychrus cylindricollis. Si tratta di una importante Carabide elicofago specializzato nella predazione della chiocciola Chilostoma cingulatum frigidum. L’Otiorhynchus articulatus è invece un Curculionide la cui distribuzione è limitata alla “Grigna Settentrionale”, mentre l’Otiorhynchus bertarinii è un endemismo orobico che nel massiccio delle Grigne raggiunge il suo limite più occidentale. Negli ambienti pascolivi contraddistinti da affioramenti rocciosi, individuando dapprima i cespi di Sassifraga verdazzurra (Saxifraga caesia) è possibile ricercare tra le sue robuste radici la I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Aquilegia di Einsele – Aquilegia einseleana (foto Roberto Dellavedova). 43 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA larva di Dichotrachelus grignensis un altro endemita localizzato sia nei rilievi della “Grigna Settentrionale”, sia nel territorio bergamasco sulle pendici della Presolana. Anche le grotte e gli ambienti cavernicoli sono habitat peculiari che offrono rifugio ad altre preziose entità appartenenti alla specializzata fauna ipogea. Un interessante esempio è la Boldoriella grignensis scoperta solo in anni recenti presso la “Grigna Meridionale”, ed in seguito ritrovata in altri ambienti congeniali. L’adattamento alla vita ipogea è evidente; completamente cieca e con la cuticola priva di pigmento, vive nel sottosuolo, nutrendosi di collemboli e minuscole larve di ditteri trasportati dall’acqua. Tra gli Aracnidi si cita Troglohyphantes microcymbium sprovvisto di occhi e dalle ridotte dimensioni; si tratta di un ragno depigmentato localizzato in poche grotte e a grandi profondità; costituisce l’unica specie cavernicola scoperta nel sistema ipogeo del circo di Moncodeno. Altrettanto varia e diversificata è la fauna vertebrata che popola i rilievi delle Grigne: entrambi i siti accolgono sette specie di Anfibi e Rettili appartenenti agli Allegati della Direttiva “Habitat”. Confrontando la distribuzione dei vari gruppi sistematici nei restanti siti comunitari della Lombardia è di rilievo annotare come i SIC della Grigna sono tra quelli che includono una maggior varietà di Rettili, mentre per il Sito della “Grigna Meridionale” appare particolarmente elevata la varietà di Chirotteri inclusi nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat”. Parimenti anche il gruppo degli Uccelli include numerose specie che arricchiscono la fauna locale. Tra i vari rappresentanti di questo gruppo vale la pena di citare il Picchio muraiolo (Tichodroma muraria), da considerarsi tra i vertebrati l’entità più specializzata a vivere sulle pareti rupestri d’alta montagna (AUDISO & BONATO, 2006). Sulle falesie rocciose trova infatti il suo cibo, rappresentato da insetti e aracnidi che frequentano regolarmente queste superfici o vi si trovano occasionalmente. Grazie alla sua agilità e alle spericolate acrobazie, riesce anche a catturare al volo gli insetti che, disturbati, cercano di allontanarsi. 44 3. PROTEZIONE E CONSERVAZIONE 3.1. Stato di conservazione Il generale stato di conservazione è positivo, tuttavia alcuni habitat, come ad esempio l’ambiente prioritario delle lande alpine calcicole (4070*) evidenziano una condizione di minor integrità essendo stati investiti da un incendio verificatosi nel 1997 (BARCELLA et al., 2004). Rispetto ad altre realtà dell’arco alpino, l’ancora viva tradizione di sfruttare ampi appezzamenti come risorsa per il foraggio permette di ben conservare i preziosi habitat seminaturali dei prati da sfalcio montani (6520). Eventuali problematiche possono invece sorgere dal grande fascino che questi rilievi esercitano, tanto da generare una elevata presenza turistica per gran parte dell’anno. È noto come il disturbo arrecato alla fauna da parte dell’uomo possa causare danni anche gravi alle popolazioni di taluni animali ed in generale agli ecosistemi (MASUTTI & BATTISTI, 2007). In particolare, le attività sportive come arrampicata, alpinismo e anche escursionismo svolte in prossimità dei siti riproduttivi di alcune specie di uccelli (rapaci e tetraonidi) soprattutto se reiterati nel tempo, possono avere effetti deleteri sulle popolazioni locali. La presenza di una fitta trama di sentieri ben marcata e visibile dovrebbe scoraggiare gli escursionisti ad improvvisare percorsi alternativi limitando di conseguenza lo sconfinamento in aree scelte come riparo e rifugio dall’avifauna. D’altro canto una efficace propaganda e sensibilizzazione presso i vari gruppi sportivi potrebbe, quando tale coscienza non si è ancora radicata, diventare una buona pratica educativa per ogni categoria di sportivo. 3.2. Stato di protezione Il Parco Regionale della “Grigna Settentrionale” è una realtà di recente istituzione essendo stato riconosciuto nel 2005 con la Legge Regionale n. 11 del 2 marzo. La Regione Lombardia con D.G.R. n. 8/5119 del 18 luglio 2007 ha attri- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO buito la gestione del SIC IT2030002 “Grigna Meridionale” alla Provincia di Lecco, mentre quella del SIC IT2030001 “Grigna Settentrionale” è affidata alla Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera. 4. FRUIBILITÀ Grazie alla fitta rete sentieristica i due siti delle Grigne sono letteralmente percorribili in lungo e in largo in quasi ogni loro piega. Per tale motivo nel tentativo di suggerire alcuni tragitti si corre l’inevitabile rischio di tralasciarne altri. Si rimanda quindi ogni approfondimento alle guide del Parco Regionale della Grigna Settentrionale, ricche di spunti per ogni tipologia di camminata. Di seguito si propongono comunque i due itinerari percorsi per conoscere da vicino i preziosi elementi naturali di questi affascinanti rilievi. Si tratta di tragitti comodamente percorribili in due giornate di cammino per i quali si suggerisce il pernottamento; così facendo non si rinuncerà alle dovute soste che una fotografia o uno sguardo all’orizzonte potranno richiedere. Itinerario escursionistico 1: Cainallo – rifugio Bogani – Grigna Settentrionale e Rifugio Brioschi – Rifugio Bietti – Bocchetta di Prada – Cainallo). Interessante escursione che consente di osservare gran parte degli habitat censiti all’interno del sito settentrionale. Si segnala che tale percorso è stato effettuato nel periodo estivo con una consona attrezzatura da escursionismo. Per quanto riguarda il tratto alto del tragitto si ricorda che il sentiero è attrezzato con corde ma la sua percorrenza richiede in ogni caso buon senso e una valida preparazione fisica. In alternativa a questo circuito ad anello è altrettanto interessante la possibilità di seguire il classico itinerario che in una sola giornata permette di raggiungere il Rifugio Bietti-Buzzi utilizzando il medesimo punto di partenza dal parcheggio di Vò di Moncòdeno. Itinerario escursionistico 2: (Grigna Meridionale: Maggiana, Rifugio Rosalba, Cresta Segantini, Bocchetta del Giardino, Buco di Grigna, rifugio Elisa, Rongio). Il presente iti- nerario offre la possibilità di superare i vari piani altitudinali apprezzandone man mano la varietà di ambienti che si susseguono. Per gli appassionati di flora si segnala la porzione sovrasilvatica dove ogni parete o falda detritica offre la possibilità di osservare i fiori più tipici delle prealpi lombarde. Anche in questo caso la parte alta del tragitto si sviluppa su roccia, diventando un impegnativo sentiero attrezzato con corde (indicato con la sigla EEA). Ma una volta superata questa difficoltosa traccia il resto del percorso si sviluppa senza particolari difficoltà. Si suggerisce di approfondire mediante una delle numerose guide tascabili il percorso che si ritiene più idoneo alla proprie capacità atletiche. Presso i siti delle Grigne, oltre alle numerose passeggiate che si possono organizzare all’aperto, si segnala anche al possibilità di visitare le collezioni dei Musei di Esino Lario, Varenna e Primaluna. Nel primo caso sarà possibile approfondire i contenuti naturalistici locali seguendo un ampio spettro di discipline naturalistiche: le collezioni spaziano da reperti mineralogici agli interessanti fossili risalenti al Triassico medio, passando da una ricca collezione di farfalle, alla riproduzione delle fasce altitudinali delle Grigne con le relative componenti biotiche che le caratterizzano. Non mancano inoltre numerosi oggetti che ricostruiscono attraverso cartelloni la storia locale dai più antichi insediamenti umani (celti e romani) fino alla descrizione degli eventi che hanno meglio caratterizzato il territorio. Il Museo civico “Luigi Scanagatta”di Varenna è prettamente dedicato all’ornitologia e alle Scienze Naturali. Una ricca biblioteca scientifica affiancata da un completo schedario del materiale museale custodito supporta il visitatore durante la visita alle diverse Sezioni dedicate per l’appunto alla botanica con particolari approfondimenti ai Licheni e alle Briofite, all’avifauna stanziale e migratoria e alla malacofauna, ovvero ai gasteropodi terrestri e ai bivalvi lacustri. Infine il Museo di Primaluna ospita collezioni etnografiche proponendosi l’obiettivo di descrive e divulgare la locale cultura della Valsassina (CAMOZZINI Et al., 2006). 45 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Campanula gialla – Campanula thyrsioides (foto Roberto Dellavedova). 46 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO 5. GESTIONE Il raggiungimento di una equilibrata gestione avviene attraverso la conoscenza del territorio, delle sue componenti biotiche e delle dinamiche in atto che influenzano i vari ecosistemi. Nel caso dei Siti delle Grigne la complessa rete di interazioni tra la grande varietà di ambienti e le specie ivi presenti è la risultante della millenaria convivenza con l’uomo. Il profondo cambiamento che si è verificato nel corso delle ultime decadi ha incrinato questi delicati equilibri; ne deriva che uno sfruttamento del territorio inappropriato, o semplicemente differente rispetto a quello che era la norma, determina condizioni di instabilità e di perturbazione. A titolo esemplificativo si citano i casi delle praterie a Bromus erectus ospitanti svariate fioriture di orchidee (6210), e dei prati da sfalcio montani (6520). Negli orizzonti montano e subalpino, l’abbandono delle pratiche agricole o pastorizie ha portato alla repentina degradazione della vegetazione originaria, invasa dapprima dagli arbusti e poi completamente sostituita dalle formazioni boschive. L’attuale limitata diffusione della Coturnice (Alectoris graeca saxatilis) è una conseguenza dell’avanzata dei boschi, che ha ridotto gli spazi aperti anche a quote un tempo occupati dall’ormai raro fasianide. Anche a quote maggiori il passato utilizzo intensivo degli alpeggi su vaste superfici determinava un variegato paesaggio di arbusti nani e distese d’erba. La contrazione delle attività zootecniche avvenuta sull’intero arco alpino, abbinata al diverso utilizzo del territorio, ha portato alla scomparsa di molti habitat indispensabili per il Fagiano di monte (Tetrao tetrix tetrix). Un possibile intervento che possa favorire il Gallo forcello è legato al mantenimento di aree aperte nelle zone attuali di colonizzazione dell’arbusteto sulla prateria alpina e alla creazione di nuove radure a mosaico nelle aree boscate più fitte. D’altro canto, il progressivo estendersi dei boschi ha favorito l’incremento di altre specie in passato date in regressione, come ad esempio il Francolino di monte (Bonasa bonasia). Anche un eccessivo sfruttamento delle risorse può risultare altrettanto negativo. Il pascolo incontrollato nelle formazioni erbose calcicole alpine e subalpine (6170), genera un apporto di deiezioni che seleziona e modifica il corteggio floristico delle praterie. In secondo luogo, l’eccessivo calpestamento deteriora la cotica erbosa, innescando così processi erosivi che, su grande scala, potrebbe determinare l’instabilità dei versanti. Tali problematiche sono ben note agli Enti gestori delle aree protette lombarde. Per questo motivo il Parco regionale della Grigna Settentrionale, insieme ai parchi Regionali delle Orobie Bergamasche e del Monte Barro e alla riserva Naturale Pian di Spagna e Lago di Mezzola, partecipa a un’iniziativa finalizzata alla conservazione della biodiversità naturale, che prevede interventi comuni da intraprendere nei riguardi di specie animali, vegetali e habitat. Un primo esempio è dato dal progetto pilota RISPOSta (Rinaturazione Impianti Sciistici con Produzione Ottimizzata di fiorume dei PRAti stabili) che si prefigge nell’arco del triennio 2008-2010 di effettuare la rinaturazione sperimentale di alcuni ettari di territorio coinvolgendo gli agricoltori, i gestori degli impianti sciistici e gli operatori del settore delle semine potenziate. In particolare, gli Enti gestori, percependo le difficoltà dell’agricoltura tradizionale in montagna, si propongono con il presente progetto di sviluppare una possibilità integrativa di reddito per gli agricoltori locali, favorendo la riconversione di prati da sfalcio abbandonati o sotto-utilizzati in campi idonei al prelievo di fiorume che si affiancherebbe alla tradizionale pratica della fienagione. Un’ulteriore considerazione è rivolta agli ambienti umidi che, come noto, sono habitat fragili spesso soggetti a forme di degrado anche irreversibili. Per tale motivo è doveroso attuare una gestione in cui non vengano applicate a queste aree sensibili né captazioni idriche né drenaggi. La specializzata componente vegetale di codesti habitat è infatti estremamente vulnerabile a qualsiasi alterazione chimica o fisica delle acque. Di conseguenza essendo questi popolamenti di dimensioni ridotte, dispersi ed isolati, in caso di scomparsa di una cenosi a seguito di una perturbazione, in quella località, 47 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA l’habitat andrebbe perduto definitivamente. Preservare questi ambienti non può che avere un effetto positivo anche su altre componenti biotiche che necessitano di tali habitat, come per esempio gli Anfibi, esigenti zone umide stagnanti. Si ricorda infatti che il mantenimento e la tutela di piccoli corpi idrici rientra negli obiettivi della Direttiva Habitat: per quanto riguarda le specie dell’Allegato IV è previsto il divieto di distruzione o disturbo dei siti di riproduzione o riposo. In merito a queste problematiche il Parco regionale della Grigna Settentrionale, grazie a un finanziamento della Regione Lombardia, sta attuando una seconda attività progettuale orientata al ripristino e al mantenimento delle pozze d’alpeggio esistenti con lo scopo di favorire gli Anfibi e, naturalmente, per garantire l’abbeverata del bestiame. Per quanto concerne gli ambienti forestali la conservazione degli elementi arborei di maggiori dimensioni e di quelli morti e deperienti con presenza di cavità può favorire la presenza del picchio nero e della civetta capogrosso. Le medesime fessurazioni e cavità aumentano la disponibilità di siti di rifugio anche per i chirotteri; l’eventuale installazione di apposite cassette nido per chirotteri o la creazione artificiale di ricoveri nei tronchi di piante può essere, infine, un utile intervento di supporto purchè accompagnata da una costante verifica (BARCELLA et al., 2004). 6. BIBLIOGRAFIA AA.VV., 1958. Conosci l‘Italia. La Fauna. Voll III. Touring Club Italiano, Milano: 272 p. AA.VV., 2003. Ministère de l’écologie et du développement durable, Cahiers d’habitats Natura 2000: connaissance et gestion des habitats et des espèces d’intérêt communitaire – Tome 7 – Espèces animales – La documentation française - 353 p. AA.VV., 2007. Le Nuove Guide Monti. Retiche Occidentali. Touring Club Italiano, in collaborazione con Club Alpino Italiano, Milano: 399 p. 48 AA.VV., 2007. La nostra fauna – Rapaci diurni e notturni. 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Si tratta di un rilievo isolato dai circostanti monti, la cui sommità raggiunge i 922 m s.l.m., occupando complessivamente una superficie di circa 650 ettari. A settentrione e ad oriente il ramo del Lago di Como ed il Lago di Galbiate lambiscono le falde del Monte Barro lungo la direzione Sud – Est. A ponente, la dorsale del Corno Birone (1.116 m), del Monte Rai (1.250 m), del Monte Prà Santo (1.245 m) e della Colma di Val Ravella (939 m), si affianca al Monte Barro costituendo i primi avamposti delle prealpi lecchesi. Infine a Sud – Ovest i Laghi di Annone e di Garlate contribuiscono a mitigare il clima di quest’area insubrica. Le rocce sedimentarie calcaree che costituisco l’ossatura del monte (dolomie e calcari) sono rocce di antichissima formazione costituite da Carbonato di Calcio, la cui origine è collegabile alla sedimentazione di materiale di origine organica Scorcio di prato magro (foto Andrea Ferrario). nei fondali di antichi mari. Si sovrappongono al substrato calcareo i depositi fluvio-glaciali abbandonati dai ghiacciai quaternari, rappresentando una testimonianza indiretta di questo imponente fenomeno che ha caratterizzato i recenti avvenimenti geologici in tutta Europa. La posizione nevralgica del Monte Barro determina quindi un felice connubio di indiscusso valore biologico, come testimoniato dalla grande varietà di organismi viventi che popolano quest’area (VILLA, 2000). 1.2 Paesaggio vegetale La collocazione geografica e la natura litologica del Monte Barro influenzano e condizionano fortemente la componente vegetale del sito. In particolare, le cenosi boschive ed erbacee che si insediano lungo le pendici esposte a mezzogiorno devono affrontare limitanti condizioni ecologiche date dalla forte insolazione e dagli stress idrici a cui si addiziona la scarsa disponibilità di nutrienti dei sottili suoli. In queste porzioni, inadatte alle coltivazioni, in passato si sono concentrati gli sforzi dell’uomo per sottrarre al bosco le superfici utili da dedicare al pascolo. Oggigiorno una distratta osservazione panoramica del rilievo si soffermerà in primo luogo sulla componente boschiva che, colonizzando le ampie superfici prative di un tempo, ricopre quasi uniformemente il solitario monte. Percorrendo gli assolati e aridi versanti si attraversa una vegetazione boschiva tipica delle prealpi calcaree rappresentata da due specie arboree balcaniche a spiccata termoxerofilia: il Carpino nero 53 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA (Ostrya carpinifolia) e l’Orniello (Fraxinus ornus) a cui si aggiunge la resistente Roverella (Quercus pubescens). Si tratta di un peculiare ambiente che ospita diverse rare specie submediterranee come una interessante orchidea priva di clorofilla chiamata, non a torto, Fior di legna (Limodorum abortivum). A contatto di tali formazioni boschive si colloca una vegetazione erbacea di mantello o di margine, appartenente all’alleanza del Geranion sanguinei. In questi consorzi erbacei, tra le numerose specie si può osservare il Sigillo di Salomone comune (Polygonatum odoratum), il vistoso aranciato giglio di San Giovanni (Lilium croceum) oppure varie orchidee, come la protetta ed aggraziata Cefalantera a foglie lunghe (Cephalanthera longifolia). A metà strada nel progressivo cammino che porta i prati aridi a divenire boschetti di Roverella o Carpino nero, si collocano i caratteristici cespuglieti ricchi di varie rosacee spinose produttrici di bacche rosse (Berberis, Rosa, Crataegus, Cotoneaster) incluse nell’alleanza del Berberidion. Intercalate e frammiste a queste tipologie ambientali si inseriscono i prati magri e aridi, ovvero consorzi erbacei di grande valore naturalistico conferito sia dalla componente vegetale sia animale che si è fortemente specializzata a vivere in tali ambienti aridi e luminosi. Tra le numerose specie vegetali che si possono osservare nei prati magri si annoverano svariate orchidee appartenenti ai generi Orchis (O. morio, O. ustulata, O. provincialis e O. tridentata) ed Ophrys (O. insectifera, O. sphegodes). Appare evidente come una variegata strutturazione della vegetazione come quella del Monte Barro favorisca un incremento della varietà biologica; le comunità di margine xerotermofile così come le zone cespugliate ospitano, difatti, diverse specie ecotonali termofile rappresentate da numerosi insetti specializzati come Lepidotteri diurni (Ropaloceri), Coleotteri ed Ortotteri (MASUTTI & BATTISTI, 2007; DELARZE & GONSETH, 2008). Dove la roccia superficiale e le eccessive pendenze impediscono l’insediamento di cenosi erbacee continue, come le assolate pareti calcaree volte a mezzogiorno, si insedia una specializzata vegetazione vascolare calcofila, data da rustiche e tenaci specie erbacee perenni, riconoscibili dalla specie guida Cinquefoglia penzola (Potentilla caulescens). Il grande interesse che tali ambienti assumono è determinato dalla ricca e peculiare flora costituita da numerose specie endemiche o a limitata distribuzione geografica come il Raponzolo chiomato (Physoplexis comosa), l’Erba regina (Telekia speciosissima), o ancora la Primula orecchia d’orso (Primula auricula). Le fresche rupi esposte a settentrione, più umide e ombreggiate rispetto alle precedenti, appaiono Panoramica del Monte Barro e dei bacini insubrici (foto Andrea Ferrario). 54 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Giglio di San Giovanni – Lilium croceum (foto Riccardo Falco). 55 invece ricche di felci e muschi favoriti da valori di umidità e temperatura meno variabili rispetto al microclima delle pareti assolate. La flora specializzata che si può osservare in questi siti è ricca di crittogame sciafile come l’Asplenio verde (Asplenium viride), o la Felcetta fragile (Cystoperis fragilis) da cui deriva il nome dell’unità di riferimento (Cystopteridium) di questi popolamenti ombrosi (DELARZE & GONSETH, 2008). Per quanto riguarda le cenosi arboree i freschi versanti collocati a Nord offrono condizioni ecologiche favorevoli all’insediamento di rigogliosi boschi mesofili con Acero di monte (Acer pseudoplatsanus), Frassino comune (Fraxinus excelsior) e Tiglio (Tilia cordata). Infine, non manca all’appello l’utilissimo Castagno (Castanea sativa) come inequivocabile testimonianza della passata pianificazione territoriale, finalizzata a ottenere dall’ambiente circostante tutto lo stretto indispensabile. 1.3 Habitat di interesse comunitario Il sito del Monte Barro include otto habitat di interesse comunitario: tre tipologie di ambienti prativi (6170, 6210* e 6510), una sola categoria di paludi basse calcaree (7220*), due habitat rocciosi (8130 e 8210) ed altrettanti formazioni forestali (9180* e 9260). I boschi di castagno sono l’ambiente maggiormente esteso (119 ettari) occupando circa il 18% della superficie del sito. A proposito dei castagneti è interessante rilevare che, pur essendo formazioni boschive diffuse un po’ ovunque in Lombardia (DEL FAVERO, 2003), i Siti Comunitari individuati nel territorio lombardo, ne comprendono soltanto una limitata porzione (1.050 ettari). In provincia di Lecco, grazie ai quattro SIC (Grigna Settentrionale, G. Meridionale, Monte Barro e Valle di S. Croce e Valle di Curone) in cui sono inclusi i boschi di Castagno, si registra circa la metà della complessiva superficie appartenente a questa codifica (532 ha). I boschi di Castanea sativa mostrano una vasta gamma di tipi; tra questi assumono una maggior valenza biologica i castagneti da frutto con 56 sottobosco seminaturale, soggetti però ad un progressivo abbandono che ha compromesso la loro struttura ed il loro valore storico-culturale. Sulle pendici del Monte Barro sono inoltre ampiamente rappresentate (71 ha) le “Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) con fioritura di orchidee (6210*)”. La loro copertura equivale a circa l’11% della superficie del Sito; trattandosi di ambienti di primaria valenza naturalistica, in questi ultimi anni si sono concentrate molte azioni condotte dall’Ente Gestore finalizzate al mantenimento di questi preziosi consorzi prativi (VILLA, 2000). La codifica comunitaria fa riferimento alle cenosi riconducibili all’intera classe Festuco-Brometea che, in termini meno tecnici, corrisponde alle “praterie magre” planiziali e montane non soggette a concimazione, identificabili anche con il termine di “Brometi”. Tale vocabolo include associazioni abbastanza differenti, ma quasi sempre caratterizzate dalla presenza più o meno abbondante del Forasacco eretto (Bromus erectus), una graminacea specializzata a insediarsi sui terreni calcarei, soleggiati e aridi (GIACOMINI & FENAROLI, 1958). Sulle pendici più secche e rupestri si aggiunge al sostantivo Brometo il prefisso xero- per evidenziarne la maggior aridità. Negli Xerobrometi si associano al Forasacco eretto varie specie aromatiche come il Camedrio querciola (Teucrium chamaedrys) o la Stregona eretta (Stachys recta), l’elegante Veronica spigata (Pseudolysimachion spicatum) abbinate ai radi cespi di Sesleria cerulea (Sesleria caerulea) o di Koeleria a fiori grandi (Koeleria macrantha). L’influenza dei bacini lacustri si ripercuote anche sulla composizione erbacea dei prati magri che nel contesto insubrico sono caratterizzati da un aspetto eterogeneo dato da diverse graminacee termofile come il Barbone digitato (Bothriochloa ischaemum) e la Barba d’oro (Chrysopogon gryllus) associate alla comune Carice umile (Carex humilis) e talvolta alla rara orchidea termofila Serapide maggiore (Serapias vomeracea) Sul Monte Barro si affermano inoltre altre for- Interno di un giovane querceto (foto Franco Zavagno) ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE Codice 6170 6210 6510 7220 8130 8210 9180 9260 Habitat Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine * Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) con fioritura di orchidee Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis) * Sorgenti pietrificanti con formazione di travertino (Cratoneurion) Ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termof ili Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica * Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion Foreste di Castanea sativa me meno xerofile denominate “Mesobrometi”, in corrispondenza di pendii ad inferiore aridità, in cui i consorzi prativi diventano ancor più lussureggianti e ricchi di specie. Un elemento di indiscusso pregio dei Mesobrometi è infatti dato da un’elevata varietà floristica che ecce- Copertura (ha) 3,35 70,71 36,48 1,17 1,31 1,02 38,77 118,99 zionalmente comprende in parcelle di circa 100 m2 una media di circa 60 – 100 specie differenti (VILLA & CERIANI, 2005). Il massimo della ricchezza floristica si raggiunge in quelle cenosi erbacee non eccessivamente sfruttate, ossia sottoposte ad un unico taglio tardivo senza concimazione 57 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Citiso insubrico – Cytisus emeriflorus (foto Roberto Dellavedova). Pulsatilla comune – Pulsatilla vulgaris (foto Roberto Dellavedova). 58 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO IT2030003 Monte Barro altro 58% 6170 0,5% 6210* 10,9% 6510 5,6% 9260 18% 9180* 6,0% 8210 0,2% 8130 0,2% 7220* 0, 2% Valori percentuali di copertura degli habitat. o eventualmente, soggette a un pascolo estensivo. Alla grande esuberanza di fioriture si accompagnano numerosi animali che, pur vivendo in altri habitat limitrofi, frequentano comunque queste formazioni per alimentarsi. In particolare, le praterie aride diventano un habitat insostituibile per gli invertebrati (Ortotteri, Mantoidei, Aracnidi e svariate specie di Lepidotteri) nonché per altri gruppi di animali come Uccelli e Rettili. Le “Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis) (6510)” sono presenti all’interno del Sito su una superficie di ben 36 ettari (circa 6%). Tali praterie sono comunità erbacee mantenute dalle pratiche colturali del taglio e moderatamente sottoposte a concimazione. Queste comunità polifitiche hanno avuto origine dal dissodamento di boschi e boscaglie; in seguito, la pratica della letamazione ha reso tali formazioni erbacee progressivamente più pingui. Con il nome di Arrenatereti si indicano in particolare quei consorzi prativi contraddistinti dalla presenza dell’Avena altissima (Arrhenatherum elatius), una pregiata foraggera a crescita vigorosa (GIACOMINI & FENAROLI, 1958). Per questi ambienti semi-naturali il valore biologico non è tanto dato dalle specie ad ampia valenza ecologica che lo edificano, ma piutto- sto dall’espressione di un paesaggio colturale antropico che progressivamente è andato perduto. Sotto l’influsso delle glaciazioni quaternarie e delle oscillazioni climatiche ad esse intercalate, l’intero arco alpino ha subito importanti dinamiche ecologiche. Numerosi autori (GIACOMINI & FENAROLI, 1958; PAWLOWSKI, 1970; PIGNATTI, 1976) descrivono come tali fenomeni abbiano fortemente condizionato la vegetazione alpina innescando quei processi selettivi che hanno portato ai numerosi endemismi locali. In particolare nella porzione meridionale orientale delle Alpi, nell’area compresa tra il Lago di Como e il Monte Baldo, si riconosce un importante centro di endemismo caratterizzato da un cospicuo gruppo di taxa dalla distribuzione assai limitata. Alcuni ambienti ospitano una maggiore frequenza di tali endemiti insubrici: le praterie prealpine delle rocce carbonatiche (6170) e i consorzi delle assolate pareti carbonatiche (8210). Entrambi gli habitat sono presenti nella porzione sommitale del Monte Barro in cui è stata individuata la “Riserva naturale parziale di interesse floristico della Vetta”. La categoria 6170 include diverse comunità erbacee localizzate sopra al limite del bosco. Per esempio nei prati secchi a Sesleria, un ambiente di grande ricchezza floristica, strutturato dalla dominanza di piante cespitose (soprattutto Sesleria caerulea e Carex sempervirens), si osservano numerose specie endemiche come la Carice del Monte Baldo (Carex baldensis), la Carice sudalpina (C. austroalpina), il Citiso insubrico (Cytisus emeriflorus) e la Primula glaucescente (Primula glaucescens). L’importanza delle rupi è data dalla varietà di rare specie pionieristiche (Physoplexis comosa), la cui composizione floristica assume caratteri di unicità passando da una regione all’altra come segno delle vicissitudini attraversate dalla vegetazione prima e dopo gli episodi glaciali. Infine a completamento dell’elenco degli ambienti comunitari presenti nel sito si citano due habitat prioritari: le “Sorgenti petrificanti con formazione di travertino (Cratoneurion) (7220*)” e le “Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion (9180*)”. 59 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA 1.4 Ambiente umano L’isolato Monte Barro è circondato da un tessuto urbano assai articolato. Il tratto della linea ferroviaria Monza-Lecco e due importanti rami stradali (SP 639 e SP 583) affiancano il sito sul lato Nord, Est ed Ovest, collegando la Brianza alle limitrofe province di Bergamo e Sondrio. Altre vie di comunicazione secondarie connettono i centri abitati ed i borghi dislocati ai piedi del Barro. A sud del sito in senso orario si susseguono: Sala al Barro, Civate, Valmadrera, Malgrate, Gaggio, Lecco, Pescate, Garlate e Galbiate. Da Galbiate risalendo le pendici del rilievo è possibile raggiungere oltre agli antichi insediamenti di Camporeso e di San Michele, anche le specializzate strutture destinate dall’Ente sia alla divulgazione sia alla ricerca. Il territorio include infine alcuni poli estrattivi dismessi ed in fase di coltivazione per il completamento delle opere di recupero ambientale. 2. SPECIE DI INTERESSE 2.1 Specie di interesse comunitario Il sito del Monte Barro è in una rilevante area di sosta e di alimentazione per numerose specie ornitiche migratrici (VILLA, 2000); infatti il SIC risulta compreso in quella porzione meridionale delle Alpi in cui si intrecciano importanti tragitti migratori continentali (FORNASARI, 2007). Nel 1988 il Parco Regionale del Monte Barro acquisì la struttura dell’ex Roccolo di Costa Perla. Al fine di allestire un moderno centro di studio sulla migrazione dell’avifauna, vi collocò l’Osservatorio Ornitologico Sperimentale di Costa Perla (FORNASARI, 2007). Grazie all’attività di inanellamento condotta dal 1990 al 2003 il Parco dispone di notevole materiale dal quale è possibile conoscere la precisa composizione dell’avifauna migratrice che frequenta il suo territorio. Le circa 27.000 catture si riferiscono a 89 specie; di questo contingente sette taxa sono inclusi nell’Allegato I della Direttiva 79/ 409/CEE e 32 nell’Allegato II della Convenzione di Bonn (FORNASARI, 2007). A questi dati si aggiungono ulteriori informazioni incluse nel formulario Standard del sito “Monte Barro” che porta a 17 il numero delle specie incluse nell’Allegato I della Direttiva “Uccelli”. Presso l’Osservatorio alcune specie risultano catturate con una certa frequenza come Balia Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE Codice A072 A073 A074 A081 A082 A098 A103 A224 A229 A246 A255 A272 A293 A321 A338 A379 A412 Nome comune Falco pecchiaiolo Nibbio bruno Nibbio reale Falco di palude Albanella reale Smeriglio Pellegrino Succiacapre Martin pescatore Tottavilla Calandro Pettazzurro Forapaglie castagnolo Balia dal collare Averla piccola Ortolano Coturnice Nome scientifico Pernis apivorus Milvus migrans Milvus milvus Circus aeruginosus Circus cyaneus Falco columbarius Falco peregrinus Caprimulgus europaeus Alcedo atthis Lullula arborea Anthus campestris Luscinia svecica Acrocephalus melanopogon Ficedula albicollis Lanius collurio Emberiza hortulana Alectoris graeca saxatilis Fenologia Migratore regolare, nidificante Migratore regolare, nidificante Migratore, svernante Migratore, svernante Svernante Svernante Sedentario, nidificante Migratore regolare, nidificante Sedentario, nidificante Migratore Migratore, nidif icante Migratore Migratore Migratrice Migratrice regolare, nidificante Migratore regolare, nidificante Sedentaria, nidificante Elenco delle specie di uccelli del sito “Monte Barro” inserite nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE. 60 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE Codice Nome comune Nome scientifico Allegato Vegetali 1629 Primula della Lombardia Primula glaucescens IV 1749 Raponzolo chiomoso Physoplexis comosa IV Mammiferi II , IV Ferro di cavallo maggiore 1304 Rhinolophus ferrumequinum Vespertilio del Blyth Myotis blythii II , IV 1307 1308 Barbastello Barbastella barbastellus II , IV 1309 Pipistrello nano Pipistrellus pipistrellus IV 1314 Vespertilio di Daubenton Myotis daubentonii IV 1316 Vespertilio di Capaccini Myotis capaccinii II , IV 1317 Pipistrello di Nathusius Pipistrellus nathusii IV 1324 Vespertilio maggiore Myotis myotis II, IV 1326 Orecchione comune Plecotus auritus IV 1327 Serotino comune Eptesicus serotinus IV 1330 Vespertilio mustacchino Myotis mystacinus IV 1331 Nottola di Leisler Nyctalus leisleri IV Tadarida teniotis IV 1333 Molosso di Cestoni Pipistrello di Savi Hypsugo savii IV Pipistrellus kuhlii IV 5008 Pipistrello albolimbato Rettili 1256 Lucertola muraiola Podarcis muralis IV 1263 Ramarro occidentale Lacerta bilineata IV 1281 Saettone Elaphe longissima IV 1283 Colubro liscio Coronella austriaca IV Anfibi 1215 Rana di Lataste Rana latastei II, IV Invertebrati Cerambyx cerdo 1088 Cerambice della quercia II, IV 1092 Gambero di fiume Austropotamobius pallipes II , V Specie inserite negli Allegati II,IV e V della Direttiva 92/43/CEE, presenti nel sito “Monte dal collare (Ficedula albicollis) e Succiacapre (Caprimulgus europaeus). La Balia dal collare è segnalata in soli otto siti lombardi tra cui il Monte Barro è l’unico SIC della provincia di Lecco di cui si dispongono dati sul piccolo passeriforme. Ficedula albicollis sverna nell’Africa equatoriale; in Italia il suo areale, molto frammentato, ricade principalmente lungo la catena appenninica trovando nelle prealpi il suo margine occidentale (BIONDA & BORDIGNON, 2006). Allo stato attuale delle conoscenze dei SIC lecchesi, il Succiacapre (Caprimulgus europaeus) è presente in due soli Siti alpini: Grigna Meridionale e Monte Barro. Si tratta di una specie con abitudini crepuscolari e nottur- ne che predilige aree in cui boscaglie e radure si alternano alle macchie più fitte. Il suo alimento abituale sono gli insetti notturni che preda con volo rapido e sicuro, ingoiandoli nel becco dotato di un’ampia apertura boccale. In Lombardia è stato segnalato in poco meno del 30% dei Siti, 52 su 175, con una netta prevalenza nei SIC Continentali (34 siti), rispetto ai 18 Alpini. Nelle reti dell’Osservatorio si registrano anche catture isolate di Nibbio bruno (Milvus migrans). Si tratta di una specie non rara nell’area insubrica; dalla letteratura si evince quali siano gli ambienti che di norma frequenta, ovvero le formazioni boschive in zone planiziali o rupestri 61 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Falco pecchiaiolo – Pernis apivorus (foto Mattia Brambilla). Pettazzurro – Luscinia svecica (foto Marco Noseda). 62 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO in prossimità di aree aperte (B IONDA & BORDIGNON, 2006). In Lombardia il Nibbio bruno è segnalato prevalentemente nei Siti Continentali (43 SIC), anche se non è trascurabile la sua distribuzione in 19 SIC Alpini. Le dirupate pareti rocciose sono utilizzate per la nidificazione dal Falco pellegrino (Falco peregrinus), un elegante rapace conosciuto oltre che per la sua spericolata tecnica di caccia, anche per i gravi problemi conservazionistici incontrati dalla specie negli anni passati. In Lombardia è ora possibile osservare l’affascinante Falconide in 44 Siti. L’Albanella reale (Circus cyaneus) è invece un grande rapace visibile a basse quote solo nei mesi invernali. Con un volo radente, in prossimità del suolo, perlustra ampi spazi aperti come coltivi, prati, praterie e pascoli soleggiati, alla ricerca di piccoli Mammiferi o Uccelli (BONATO et al., 2005). Tale specie, osservata complessivamente in 64 Siti lombardi, troverebbe nei SIC della regione biogeografica Continentale (41 SIC) le condizioni ambientali più favorevoli, tuttavia nel lecchese si registra la sua presenza nei soli SIC alpini (Grigna Settentrionale, G. Meridionale e Monte Barro). In Lombardia lo Smeriglio (Falco columbarius), è presente in 26 siti, con una netta preferenza per quelli continentali (23 SIC); esso è un piccolo falco dal veloce volo, dotato di una vista molto acuta specializzato nella caccia di piccoli passeriformi che frequentano i prati. In estate si sposta nelle aree settentrionali dell’Eurasia dove si riproduce nidificando a terra (BONATO et al., 2005). Il Monte Barro è l’unico sito in provincia di Lecco in cui è stato finora osservato il piccolo rapace. Pur essendo un sito di ridotta estensione è sorprendente evidenziare come il Monte Barro includa ben 25 specie contemplate negli Allegati della Direttiva “Habitat”. I soli Chirotteri sono rappresentati da ben 16 taxa (6 appartenenti all’Allegato II e i rimanenti inclusi nell’Allegato IV). Si tratta di un valore non trascurabile soprattutto se si considera che in soli altri due SIC lombardi (Val di Mello Piano di Preda Rossa, IT2040020; Basso Corso e sponde del Ticino, IT2080002) si registra una varietà di Chirotteri così elevata. Le rimanenti specie appartenenti all’Allegato II della Direttiva “Habitat” sono espresse da un Anfibio (Rana latastei) e da due Invertebrati (Cerambyx cerdo ed Austropotamobius pallipes). Il Gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) è una delle specie che risulta maggiormente rappresentato nei siti lombardi, così come pare discretamente presente anche presso il Monte Barro. Ciò nonostante, occorre mantenere un vigile stato di allerta data la progressiva rarefazione che negli ultimi decenni si sta registrando all’interno del suo areale di distribuzione. Non a caso è un taxa tutelato dalla L.R. 33/1977, oltre ad essere incluso nell’elenco delle specie rare redatto dell’IUCN (International Union Conservation of Nature). 2.2 Altre specie importanti La naturale collocazione del Monte Barro, a cui si è già accennato nei paragrafi precedenti, determina svariate condizioni favorevoli all’insediamento di una ricca componente vegetale, distribuita principalmente sulle rupi calcaree, nei prati magri e nelle praterie insubriche. A tal proposito è significativo rilevare come il numero di piante vascolari censite (circa 1.200) è tanto elevato che il territorio del sito risulta essere l’area protetta lombarda con la maggior varietà floristica (VILLA & CERIANI, 2005). Ma non solo, in questi ultimi anni, entro i confini del Parco, sono state condotte diverse ricerche finalizzate a comprendere quale sia l’effettiva ricchezza dei Lepidotteri diurni frequentanti gli assolati prati magri. Anche in questo caso sorprende l’elevato numero di specie censite (56 specie), tra cui anche alcuni Ropaloceri (Maculinea arion e Lasiommata achine) inclusi nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat”, che vanno ad aggiornare i dati ufficiali inoltrati dalla Regione Lombardia al Ministero dell’Ambiente (inerenti a settembre 2006), questi ultimi presi come riferimento per la presente pubblicazione. Ritornando quindi alle specie incluse nell’Allegato IV nella documentazione ministeriale si evidenzia che il gruppo più numeroso presente presso il sito Monte Barro, dopo i Chirotteri, è quello dei Rettili. Il variegato intreccio di ambienti natu63 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Fior di legna –Limodorum abortivum (foto Andrea Ferrario). Platantera verdastra – Platanthera chlorantha ( foto Roberto Dellavedova). Serapide maggiore – Serapias vomeracea (foto Simon Pierce). Veronica spicata – Pseudolysimachion spicatum (foto Roberto Dellavedova). 64 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO rali e seminaturali ospita le seguenti quattro specie comunitarie: la comune Lucertola muraiola (Podarcis muralis), l’altrettanto frequente Ramarro occidentale (Lacerta bilineata), il Colubro liscio (Coronella austriaca), in Italia maggiormente diffuso sui rilievi, ed infine il Saettone (Elaphe longissima), una specie minacciata nell’Europa Centrale ma che in Italia si osserva ancora con una certa frequenza nelle regioni settentrionali e centrali (D’ANTONI et al., 2003). 3. PROTEZIONE E CONSERVAZIONE 3.1 Stato di conservazione e gestione Dal 1996 il Parco si occupa di coltivazione sperimentale e di conservazione in-situ ed ex-situ delle piante autoctone lombarde per l’intero Sistema delle Aree Protette Lombarde (VILLA & CERIANI, 2005). A partire dal 2000 (d.g.r. del 5 maggio 2000 n.7/49787) la straordinaria ricchezza floristica del Monte Barro e della Regione Lombardia ha nel “Centro Regionale per la Tutela della Flora Autoctona (CFA)” un moderno strumento operativo congeniale alla salvaguardia del prezioso patrimonio botanico. Grazie al riconoscimento della Regione Lombardia, il Consorzio Parco del Monte Barro gestisce il Centro la cui sede operativa è sita presso la Fondazione Minoprio, avvalendosi del coordinamento scientifico dell’Università degli Studi dell’Insubria e della collaborazione con la Banca per la conservazione del germoplasma (Lombardy Seed Bank) dell’Università degli Studi di Pavia. A Galbiate, presso Villa Bertarelli, è localizzata la sede centrale che coordina e gestisce la varie attività del CFA. A titolo esemplificativo si ricorda che in seguito ad approfondite ricerche e sperimentazioni condotte dal Centro su svariate specie di particolare interesse scientifico-conservazionistico, sono state attuate azioni finalizzate alla riproduzione di almeno 100 specie. Tra queste primeggiano veri e propri tesori botanici come alcune specie emblematiche dell’area insubrica lombarda: la Primula di Lombardia (Primula glaucescens), il Raponzolo chiomoso (Physoplexis comosa) e la Campanula dell’Arciduca (Campanula raineri), quest’ultima estinta all’interno del sito ma reintrodotta con successo negli scorsi anni (BRUSA, 2005). A queste iniziative di tutela si affiancano altre azioni mirate alla implementazione della banca dei semi delle piante lombarde condotte in collaborazione con i prestigiosi “Royal Botanic Gardens” di Kew in Inghilterra. In questo senso si archiviano preventivamente quelle specie che un domani potrebbero necessitare di un rafforzamento in quei popolamenti naturali maggiormente vulnerabili come nel caso delle praterie insubriche calcaree (6170) che manifestano un grado di conservazione rimaneggiato o ridotto. Il motivo di tale alterazione è da ricercare nel fatto che il rilievo del Monte Barro è posto al di sotto del locale limite della vegetazione arborea, per cui molte specie insediate in questi consorzi prativi si trovano, per queste modeste quote, all’estremo delle loro potenzialità di sopravvivenza. A ciò si aggiunge il fatto che molte di esse, trattandosi di specie endemiche raggiungono nel sito l’estremità occidentale del proprio areale di distribuzione. Nel caso delle “Praterie magre da fieno a bassa altitudine (6510)”, il principale fattore che compromette il mantenimento di un loro buono stato conservazione è rappresentato dall’abbandono delle pratiche tradizionali di sfalcio, che portano rapidamente alla degradazione della vegetazione con l’invasione da parte di specie infestanti (es. rovi). Anche i prati aridi sono soggetti alla medesima minaccia come è evidente in ampie aree colonizzate da specie arbustive e arboree (BARCELLA, 2004). Per questo motivo nel periodo compreso tra il 2001 e il 2004 grazie al cofinanziamento tra Parco, Regione Lombardia e Comunità Europea è stato attuato il progetto Life Natura “Gestione integrata di ambienti prealpino-insubrici” come strumento di gestione naturalistica. L’Ente Gestore ha quindi individuato e pianificato interventi finalizzati alla manutenzione straordinaria dei prati mediante il pascolo con asini di piccola taglia, azioni di sfalcio e l’asportazione di alberi e arbusti. Il beneficio di tali iniziative oltre al recupero dei prati aridi si ripercuote anche sulla componente animale come testimoniato dal recente ritrovamento di Maculinea arion in prossimità di una delle 65 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Pulsatilla montana – Pulsatilla montana (foto Simon Pierce). 66 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO aree in cui il Parco ha operato la riconversione a prato di boscaglie termofile. serva naturale di interesse faunistico-forestale del roccolo di Costa Perla. 3.2. Stato di protezione 4. FRUIBILITÀ Il Sito Comunitario è incluso nel Parco del Monte Barro ricalcandone i medesimi confini territoriali. Le principali tappe che hanno portato il Barro da elemento di interesse locale all’attenzione comunitaria sono le seguenti. Dapprima istituito come “Riserva del Monte Barro”, con decreto n. 792 del 23 giugno 1976, venne in seguito riconosciuto con la Legge Regionale n. 78 del 16 settembre 1983, come Parco naturale di interesse Regionale. Con un decreto del Presidente della Regione Lombardia del 26 aprile 1988 si raggiunse l’attuale composizione del Consorzio del Monte Barro, che si ricorda nacque già nel 1974, quindi ancor prima dell’istituzione del Parco, con l’intento di salvaguardare i beni naturalistici del luogo. La definitiva agnizione a livello nazionale è avvenuta a seguito dell’istituzione del Parco Naturale del Monte Barro (LR 29 novembre 2002, n.28), che ha di fatto anticipato l’imminente inserimento dell’area nell’elenco ufficiale dei SIC per la regione biogeografica alpina in Italia (Decreto Ministeriale del 25 marzo 2004). Poco prima con la deliberazione di Giunta Regionale (d.g.r.) datata 8 agosto 2003, n.7/14106, si individua come Ente Gestore dell’allora pSIC (proposto Sito di Interesse Comunitario) “Monte Barro, IT2030003” il Consorzio di gestione, costituito da sette comuni (Galbiate, Garlate, Lecco, Malgrate, Oggiono, Pescate e Valmadrera) e da due enti sovracomunali (Provincia di Lecco e Comunità Montana del Lario Orientale). In seguito con la d.g.r. del 15 dicembre 2003, n.7/ 15648, al Parco del Monte Barro si riconosce anche il ruolo di Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della Direttiva 79/409/CEE, confermando per essa il medesimo Consorzio quale Ente Gestore. All’interno dell’area protetta sono inoltre state individuate tre aree di particolare valenza naturalistica: riserva naturale di interesse forestale della Valle del Faé, la riserva naturale di interesse botanico e paesistico della Vetta e la ri- Il sito è attrezzato con una uniforme rete di sentieri che supporta la variegata offerta turistica ed escursionistica del monte. In particolare, i centri didattici e scientifici attrezzati dal Consorzio offrono un’ampia scelta di approfondimento su tematiche ambientali, culturali e storico-archeologico locali. Presso l’antico insediamento di Camporeso è possibile visitare il Museo Etnografico dell’Alta Brianza, dedicato agli usi e costumi quotidiani delle classi popolari del territorio brianteo. Il Roccolo di Costa Perla ospita l’Osservatorio Ornitologico Sperimentale, sede di attività scientifiche e didattiche incentrate sullo studio delle fasi migratorie dell’avifauna. Un indispensabile riferimento per visitatori del sito è il Centro del Parco per l’Educazione Ambientale collocato in località “Eremo”, il quale è attrezzato con una foresteria dotata di bar-ristorante, un Centro Visitatori e un Laboratorio Ecologico Didattico. Inoltre, una volta giunti all’Eremo si accede comodamente all’attiguo sentiero botanico “G. Fornaciari”: un valido percorso didattico impreziosito da numerose specie floristiche autoctone di grande accezione naturalistica. Non mancano infine, spazi dedicati agli appassionati di storia. In corrispondenza del sito archeologico dei Piani di Barra, il Consorzio ha ideato un percorso guidato che consente di conoscere i resti di un castello di età gota, emerso dagli scavi archeologici promossi dall’Ente Parco dal 1986 fino al 1997 e condotti dal Museo “Giovio” di Como. Presso l’Eremo è quindi aperto al pubblico l’Antiquarium, dove tra l’altro, è possibile osservare i reperti rinvenuti durante le campagne di scavo condotte al Monte Barro. 5. BIBLIOGRAFIA AA.VV., 1958. Conosci l‘Italia. La Fauna. Voll III. Touring Club Italiano, Milano: 272 p. AA. VV., 1995. Il territorio lariano e il suo am67 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA biente naturale. Amministrazione Provinciale di Como, Nodo libri, Como. AA.VV., 2007. La nostra fauna – Rapaci diurni e notturni. Regione Piemonte, Osservatorio regionale sulla fauna selvatica, in collaborazione con l’Istituto per le piante da legno e l’ambiente, IPLA s.p.a. AGAM s.r.l., Cuneo: 142 p. Aeschimann D., Lauber K., Moser D.M. & Theurillat J.P., 2004. Flora alpina. Voll. III, Zanichelli, Bologna. Audisio P. & Bonato L. in Minelli A. & Stoch F. (a cura di), 2006. Ghiaioni e rupi di montagna. 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ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Dati generali 72 Coordinate: Longitudine 09° 25’ 24’’ – Latitudine 45° 47’ 43’’ Altitudine: 198 (min) – 198 (max) Superficie: 77,976 ettari Comuni: Calolziocorte, Olginate Comunità Montana: - Cartografia di riferimento: CTR 1:10.000 Regione biogeografica: Continentale Data proposta SIC: giugno 1995 Data conferma SIC: dicembre 2004 Ente gestore: Consorzio Parco Adda Nord I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO 1. CARATTERISTICHE AMBIENTALI 1.1 Ambiente fisico I bacini lacustri della Provincia di Lecco sono un elemento del paesaggio di indubbio valore biologico che amplifica notevolmente lo spettro di ambienti e di organismi del territorio lecchese e Brianteo. Il lago di Olginate è collocato a sud del lago di Garlate; i due piccoli specchi lacustri appaiono oggi come entità distinte in seguito all’avanzamento dei conoidi dei torrenti Gerenzone, Caldone, Bione e Gallavesa le cui geoforme camuffano l’originale proseguimento del ramo lecchese del Lago di Como, su cui hanno agito come elementi separatori (AA.VV., 2003). Lo sbarramento artificiale di Calolziocorte-Olginate a valle del Lago di Galbiate registra e regola il deflusso delle acque in direzione del bacino di Olginate. 1.2 Paesaggio vegetale L’area del sito è occupata prevalentemente dallo specchio d’acqua del Lago di Olginate. La naturale successione vegetazionale dai bassi fondali alle sponde lacustri è spesso interrotta a seguito di svariati interventi antropici. Le porzioni rivierasche ospitano il canneto a Cannuccia di palude (Phragmytes australis), lembi di Uno scorcio del Lago di Olginate (foto Mattia Brambilla). 73 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Panoramica del Lago di Olginate (foto Mattia Brambilla). Panoramica invernale del Lago di Olginate (foto Mattia Brambilla). 74 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO boschi igrofili e zone umide prative. Il fragmiteto si presenta maggiormente esteso nella sponda orientale del lago mentre, presso la riva di Olginate, il canneto occupa una sottile striscia di raccordo tra i due ambienti comunitari della vegetazione sommersa (3150) e galleggiante ed il boschetto igrofilo a salici e pioppi (91E0*). 1.3 Habitat di interesse comunitario L’area comunitaria del Lago di Olginate ospita tre habitat appartenenti all’Allegato I della Direttiva “Habitat” occupanti oltre la metà dell’intera superficie del sito (78 ettari). Le codifiche, in particolare, si riferiscono alla specializzata vegetazione acquatica (3150 e 3260) che colonizza il piccolo ma importante bacino lacustre. È infatti sorprendente l’impatto che il Lago di Olginate offre a chi si avvicina per la prima volta alle sue rive: nonostante sia completamente assediato dagli insediamenti urbani, le acque dello specchio d’acqua ribollono di vita. La massiccia presenza di uccelli stanziali e di passo è favorita dal complesso ecosistema che offre supporto alimentare per svariati animali occupanti diversificate nicchie ecologiche. Un elemento di chiaro valore è dato dalla presenza della “Vegetazione del Magnopotamion o Hydrocharition (3150)” occupante il 37% della superficie del Sito. Per meglio comprendere quanto sia stato importante il riconoscimento della presente area come Sito di Importanza Comunitaria per questa tipologia di ambiente è significativo riscontrare la sua limitata diffusione nel contesto dei siti lecchesi. Infatti circa i 29 ettari della codifica presenti presso il Lago di Olginate rappresentano l’82% della sua superficie provinciale. A livello regionale dopo il Sito di “Pian di Spa- Fragmiteto a Phragmites australis– cannuccia di palude (foto Simone Rossi). 75 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Codice 3150 3260 91E0 Laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o Hydrocharition Fiumi delle pianure e montani con vegetazione del Ranunculion fluitantis e Callitricho-Batrachion * Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae) gna e Lago di Mezzola, IT2040042”, il Lago di Olginate è il secondo SIC avente una superficie così estesa, equivalente al 17% della complessiva copertura regionale. La codifica comprende una diversificata tipologia di cenosi erbacee: radicate sul fondo, liberamente natanti o sommerse in acque ferme eutrofiche, ovvero ad elevato grado di nutrienti, occupanti le sponde di laghi a profondità modeste (SINDACO et al., 2003). La diga collocata a monte del Sito regola il flusso delle acque provenienti dal Lago di Garlate; 76 Copertura (ha) Habitat 28,71 9,15 2,76 in questo tratto e a valle del Lago di Olginate, nella porzione in cui il fiume Adda riprende il suo tragitto verso la pianura, le acque lente sono colonizzate da popolamenti flottanti, emergenti o sommersi di specie erbacee radicanti sul fondo, incluse nella codifica 3260 “Vegetazione del Ranunculion fluitantis e Callitricho-Batrachion”. Anche per questa tipologia comunitaria è possibile evidenziare l’importanza del SIC Lago di Olginate, in quanto la sua superficie di 9 ettari rappresenta nientemeno che il 94% dell’habitat nel contesto dei Siti lecchesi. Il valore biolo- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO IT2030004 Lago di Olginate altro 47% 91E0* 3,5% 3260* 11 ,7 % 3150 36,8 % Valori percentuali di copertura degli habitat. gico delle cenosi erbacee acquatiche è conferito da svariate specie in regresso in tutto il territorio regionale e nazionale. Come evidenziato già da altri autori (LASEN & WILHALM, 2004), pur non essendo considerato un habitat prioritario, le condizioni critiche e relittuali di questo ambiente richiedono particolare attenzione. Le formazioni boschive igrofile (91E0*) sono frammentate in due porzioni relegate nella sponda sud-occidentale del lago e occupano nel complesso una limitata estensione (2,76 ha). La composizione vegetale include anche elementi floristici estranei alle potenziali condizioni di naturalità; infatti il territorio appare popolato da specie ruderali e infestanti provenienti dal limitrofo territorio fortemente alterato e modificato dalla presenza umana. 1.4 Ambiente umano Il SIC “Lago di Olginate”, fiancheggiato dai centri abitati di Calolziocorte e Olginate, si inserisce in un contesto notevolmente urbanizzato. Il tratto della piana alluvionale dell’Adda Il lago e l’abitato di Olginate (foto Mattia Brambilla). 77 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA appare, date le sue favorevoli caratteristiche morfologiche, occupato da importanti vie di comunicazione con elevatissima densità di traffico a cui si addizionano alcune industrie ubicate nelle immediate vicinanze del Sito. Le attività agricole sono limitate a residui prati falciati in limitati lembi non ancora urbanizzati (BARCELLA et al., 2004). 2. SPECIE DI INTERESSE 2.1 Specie di interesse comunitario Tra i taxa inclusi nell’Allegato I della Direttiva “Uccelli” è di assoluto rilievo la presenza, seppur limitata al periodo invernale, del Tarabuso (Botaurus stellaris), un elusivo e minacciato Ardeide frequentante il canneto a Phragmites australis. Il Tarabusino (Ixobrychus minutus), più diffuso di Botaurus stellaris ma altrettanto protetto, si insedia nei fragmiteti o in altri ambienti umidi o allagati strutturati con una vegetazione densa e sviluppata in altezza (MINGOZZI et al., 1988). I due rari aironi testimoniano quanto sia significativa la sopravvivenza di questo delicato territorio in grado di offrire ambienti idonei per svariate specie di uccelli in Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE Codice A021 A022 A081 A229 Nome comune Tarabuso Tarabusino Falco di palude Martin pescatore Nome scientifico Botaurus stellaris Ixobrychus minutus Circus aeruginosus Alcedo atthis Fenologia Sedentario, nidificante Migratore, nidificante Migratore Sedentario, nidificante Elenco delle specie di uccelli del sito Lago di Olginate inseriti nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE. Epipactis palustris (foto Luigi Boglioni, FAB). 78 Spiranthes aestivalis (foto Luigi Boglioni, FAB). I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE Codice Nome comune Nome scientifico Allegato Vegetali 1900 Viticci estivi Spiranthes aestivalis IV Mammiferi 1309 Pipistrello nano Pipistrellus pipistrellus IV 1314 Vespertilio di Daubenton Myotis daubentonii IV 1323 Vespertilio di Bechstein Myotis bechsteini II, IV 1329 Orecchione meridionale Plecotus austriacus IV Pipistrello di Savi Hypsugo savii IV Rettili 1256 Lucertola muraiola Podarcis muralis IV 1263 Ramarro occidentale Lacerta viridis IV 1284 Biacco Coluber viridiflavus IV 1292 Natrice tessellata Natrix tessellata IV Anfibi 1201 Rospo smeraldino Bufo viridis IV 1209 Rana agile Rana dalmaltina IV 1215 Rana di Lataste Rana latastei II, IV Invertebrati Lampreda padana Lethenteron zanandreai 1097 II, V 1099 Lampreda di fiume Lampetra fluviatilis II, V 1100 Storione cobice Acipenser naccarii* II, IV Agone e Cheppia Alosa fallax II, V 1103 1107 Salmo marmoratus II Trota marmorata 1114 Pigo Rutilus pigus II, V Lasca 1115 Chondrostoma genei II II Vairone Leuciscus souffia 1131 1136 Rovella (introdotto) Rutilus rubiliio II 1137 Barbo Barbus plebejus II, V Savetta Chondrostoma soetta 1140 II Cobite Cobitis taenia 1149 II Scazzone Cottus gobio 1163 II V Thymallus thymallus 1109 Temolo Barbus meridionalis 1138 Barbo canino II, V Elenco delle specie animali del sito Lago di Olginate incluse negli Allegati II, IV e V della Direttiva 79/ 409/CEE. regresso o minacciate. Il Falco di palude (Circus aeruginosus) è una specie di passo che insieme ad altri rapaci diurni frequenta il lago occasionalmente per scopi trofici. Il noto Martin pescatore (Alcedo atthis), nella mitologia greca uccello simbolo della dea Alcione, è facilmente riconoscibile per l’appariscente livrea colorata di arancione sul petto e di azzurro brillante sul dorso. Si nutre di piccoli pesci che cattura dopo un acrobatico tuffo nelle acque per poi riemergere e godersi il pasto sul posatoio da cui scruta altre nuove prede. Per questa sua tecnica di caccia necessita di acque ricche di pesci e idonei posatoi dislocati lungo le rive; nidifica in scarpate il cui terreno compatto e morbido consente di scavare il nido. La scarpata sabbiosa collocata sulla sponda sud occidentale del Lago di Olginate offre le condizioni morfologiche più favorevoli alla nidificazione del bel alcedinide. Il Sito Lago di Olginate include 28 specie 79 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Tarabusino - Ixobrychus minutus (foto Marco Noseda). Giovane esemplare di falco di palude - Circus aeroginosus (foto Marco Noseda). 80 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO afferenti agli Allegati II, IV e V della Direttiva “Habitat” rappresentate da: cinque specie di Chirotteri (Hypsugo savii, Myotis daubentonii, Pipistrellus pipistrellus, Plecotus austriacus e Myotis bechsteini), tre specie di Anfibi (Bufo viridis, Rana dalmatina, Rana latastei) e quattro specie di Rettili (Lacerta bilineata, Podarcis muralis, Hierophis viridiflavus e Natrix tessellata). I pesci di acqua dolce, con 15 presenze, sono il gruppo di vertebrati maggiormente espresso. Tra i Petromizontidi, la presenza di Lampreda padana (Lathenteron zanandreai) fornisce al Sito un ruolo di assoluto valore conservativo. La Lampreda padana (Lathentheron zanandreai) è infatti una specie endemica del bacino padano diffusa nei corsi d’acqua del versante alpino tributari del Po. Si tratta di un taxon tutelato a livello regionale, nazionale, comunitario e internazionale, poiché nei decenni si è osservata una forte contrazione del suo areale in seguito a ripetuti fenomeni di estinzione locale (D’ANTONI, 2004). Oltre ad essere inclusa negli Allegati II e V della Direttiva Habitat è elencata fra le specie particolarmente protette nella Convenzione di Berna (Allegato II). La Lampreda padana vive esclusivamente nelle acque dolci; questa specie si riproduce nei tratti medio-alti dei corsi d’acqua, anche in piccoli ruscelli con acque limpide e fresche e su fondali ghiaiosi. Lo stadio larvale della Lampreda padana è chiamato ammocete; tale forma vive infossata nei substrati sabbiosi o fangosi dei corsi d’acqua o nelle aree ripariali dove la corrente è moderata e dove si alimenta filtrando il substrato. Altrettanto importante è la presenza dello Storione cobice (Acipenser naccarii), una specie endemica nel bacino del Mare Adriatico fortemente minacciata di estinzione. In Italia tutte le popolazioni hanno subito una forte contrazione demografica dovuta alla pesca professionale, alla presenza di dighe che impediscono il raggiungimento delle principali aree di frega, all’inquinamento delle acque e, più in generale, al degrado degli habitat (ZERUNIAN, 2003). Tra i Chirotteri il Vespertilio di Bechstein (Myotis bechsteini) è l’unico pipistrello incluso nell’Allegato II della Direttiva “habitat” intercettato all’interno del Sito “Lago di Olginate”. A livello regionale è stato localizzato complessivamente in sette aree comunitarie. Per quanto riguarda le altre specie di pipistrelli, il monitoraggio condotto all’interno della zona protetta (BARCELLA et al., 2004) ha evidenziato la frequentazione di specie insediate nei contesti antropici circostanti per preminenti scopi trofici. Tra i vegetali è di indiscusso rilievo la presenza dei Viticci estivi (Spiranthes aestivalis), una rarissima orchidea le cui popolazioni in tutta Europa sono in netta regressione a causa della drastica perdita di ambienti umidi. 2.2. Altre specie importanti Il “Lago di Olginate”, cercando un esempio poco tecnico, si può paragonare a un comodo autogrill posto lungo una delle principali autostrade percorse da centinaia di uccelli che si spostano lungo la loro rotta migratoria sia in primavera che in autunno. Oltre alla sua collocazione favorevole gode di un clima mite che, insieme all’abbondanza di cibo presente nelle sue acque, offre un comodo ristoro per numerosi uccelli provenienti dal Nord-Europa. Non stupisce quindi l’incredibile abbondanza di esemplari e specie che sono state osservate in questi anni. Secondo recenti studi (AA.VV., 2008) condotti dal Centro Ricerche Ornitologiche Scanagatta di Varenna (LC) il numero di specie di uccelli censite presso il Lago di Olginate è di 139 distinte in: 36 specie accidentali, 46 specie nidificanti rappresentate da 36 stanziali e 10 migratorie, 59 specie non nidificanti e 36 specie svernanti. Tra gli uccelli migratori abituali non elencati nell’Allegato I della Direttiva “79/409/CEE” che qui trovano rifugio e nutrimento si ricorda lo Svasso maggiore (Podiceps cristatus) e l’elusivo Tuffetto (Tachybaptus ruficollis) a cui si affiancano, da qualche anno, alcuni individui di Svasso collorosso (Podiceps grisegena). Ma sono soprattutto gli Anatidi svernanti ad occupare con abbondanti popolazioni le anse riparate dello specchio lacustre, in particolare Moriglione (Aythya ferina) e Moretta (Aythya fuligula) (A.A.V.V., 2008). Tra la vegetazione palustre, di assoluto rilievo 81 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Svassi maggiori – Podiceps cristatus (foto Marco Noseda). Martin pescatore – Alcedo atthis (foto Mattia Brambilla). 82 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Raganella – Hyla intermedia (foto Simone Rossi). Natrice tassellata – Natrix tessellata (foto Fabrizio Clemente). 83 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA è la presenza di alcune orchidee protette legate alla presenza di prati umidi e paludosi: Orchide palmata (Dactylorhiza incarnata), Elleborine palustre (Epipactis palustris) e Orchide acquatica o Galletto di palude (Orchis laxiflora). 3. PROTEZIONE E CONSERVAZIONE 3.1 Stato di conservazione Il complesso biotico del Sito potrebbe in futuro subire malaugurati depauperamenti nel caso peggiorassero alcune condizioni di instabilità. Per quanto riguarda la componente vegetale la frammentazione degli habitat boschivi (91E0*) e umidi (es. canneto) rappresenta un elemento limitante per l’insediamento della fauna. Tale processo è una conseguenza dell’interramento delle anse e dei prati umidi avvenuta mediante l’accumulo di materiali inerti sia urbani sia industriali che ha progressivamente determinato l’innalzamento delle sponde, con la conseguente modifica e banalizzazione della vegetazione originale (BARCELLA et al., 2004). Anche la vegetazione acquatica autoctona manifesta un certo grado di sofferenza poiché i fondali del lago sono colonizzati dalla Peste d’acqua di Nuttal (Elodea nuttallii), una specie Nordamericana in grado di formare, essenzialmente per via vegetativa, estese colonie dense e monotone. Trattandosi di una pianta acquatica trascurata dai pesci e dagli uccelli essa rappresenta una seria minaccia per la flora acquatica indigena che, si ricorda, costituisce la vegetazione sommersa dei laghi eutrofici (3150). Per quanto riguarda la componente animale tutti i gruppi sistematici sono interessati, in modo diverso, dal disturbo antropico arrecato da varie attività ricreative e turistiche esercitate lungo il perimetro del lago. Gli Anfibi sono soggetti a un’elevata mortalità durante la fase di migrazione che prevede il transito sulle limitrofe strade trafficate. Come è avvenuto per il SIC “Lago di Sartirana, IT2030007”, anche per il Sito “Lago di Olginate” l’intervento di gruppi di volontari ne limita le perdite, grazie alla collocazione di barriere mobili e al trasporto degli animali da un lato all’altra della strada (BARCELLA 84 et al., 2004). Le minacce alla conservazione dell’avifauna sono legate in primo luogo alla frammentazione e diminuzione della riva a canneto; altrettanto negativo è il disturbo arrecato dal transito di imbarcazioni sullo specchio d’acqua agli uccelli acquatici durante il periodo riproduttivo (BARCELLA et al., 2004; AA.VV., 2008). Ulteriori problemi potrebbero insorgere dall’impatto di uccelli in volo contro la vecchia teleferica che unisce le due sponde nella parte sud del lago, o per folgorazione contro la linea elettrica che attraversa il medesimo (AA.VV., 2008). I problemi conservativi dei pesci d’acqua dolce sono spesso una conseguenza di un impatto negativo delle attività antropiche. Tra le più limitanti per la fauna ittica si ricorda la distruzione degli habitat, l’inquinamento, l’eccessivo prelievo di acqua per usi agricoli e urbani e l’immissione di specie aliene (ZERUNIAN, 2003). L’eventuale inquinamento delle acque può avere effetti direttamente sulle specie e, indirettamente, sulla disponibilità di cibo. L’incremento della presenza di specie ittiche alloctone come il Siluro (Silurus glanis) provoca squilibri nel popolamento ittico del lago dovuti alla sua attività predatoria e alle sue notevoli capacità di crescita in termini di dinamica di popolazione (ZERUNIAN, 2003). Infine, la mancanza di una rampa di risalita per i pesci in corrispondenza della diga a monte del lago di Olginate ostacola la naturale migrazione dell’ittiofauna presente nell’Adda verso gli ambienti del Lago di Garlate e del Lario (BARCELLA et al., 2004; AA.VV., 2008). 3.2 Stato di protezione Il Sito “Lago di Olginate, IT2030004”, riconosciuto con Deliberazione di Giunta Regionale del 8 agosto 2003, n. 7/14106, si colloca all’interno del territorio del Parco regionale dell’Adda Nord, quest’ultimo costituito con legge regionale del 16 settembre 1983, n. 80. La gestione del sito è affidata al Consorzio costituito da Comuni e dalle Provincie di Bergamo, Lecco e Milano, con sede a Trezzo dell’Adda. Con il Decreto Ministeriale del 26 marzo 2008, pubblicato sulla G.U. n. 104 del 5 maggio 2008, il Lago di Olginate è stato inserito nell’aggiorna- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO to elenco dei SIC per la regione biogeografica Continentale in Italia ai sensi della Direttiva 92/ 43/CEE. Recentemente l’area protetta Adda Nord ha assunto il ruolo di Parco naturale tramite la Legge regionale del 16 dicembre 2004, n. 35, allineandosi così alla normativa nazionale in materia di aree protette. 4. GESTIONE La convenzione tra il Parco Adda Nord e il comune di Trezzo sull’Adda prevede, per l’anno 2008, la redazione del Piano di Gestione per il SIC Lago di Olginate. Come anticipato nel paragrafo “3.2 Stato di conservazione”, gli aspetti da analizzare per un’efficace gestione del Sito sono molteplici. In questa sede si riportano le considerazioni redatte nello studio dedicato al monitoraggio del SIC (BARCELLA et al., 2004). Il documento evidenzia come aree sensibili le residue zone a vegetazione igrofila ad elofite e il boschetto di ripa a salici e pioppi in sponda destra idrografica. La gestione delle formazioni forestali dovrebbe preservare dal taglio alcuni esemplari arborei maturi i quali rappresentano potenziali zone rifugio per la fauna. Il canneto a Cannuccia di palude, pur non essendo un habitat incluso nell’Allegato I della Direttiva 92/43/CEE, esige una puntuale gestione visto il decisivo ruolo che gioca in favore della conservazione di svariate specie ornitiche. Il disturbo antropico potrebbe essere limitato mediante la realizzazione di ulteriori fasce di canneto lungo le sponde aventi la funzione di schermatura naturale. Attuare interventi finalizzati al mantenimento di siepi, bordure e di muretti a secco, potrebbe inoltre favorire la presenza di rettili e anfibi. Infine, sarebbe significativo effettuare dei monitoraggi conoscitivi su ciascuna delle specie altamente minacciate frequentanti il sito, in modo tale da individuare delle linee guida ad hoc per garantirne la sopravvivenza. AA.VV., 2007. La nostra fauna – Rapaci diurni e notturni. Regione Piemonte, Osservatorio regionale sulla fauna selvatica, in collaborazione con l’Istituto per le piante da legno e l’ambiente, IPLA s.p.a. AGAM s.r.l., Cuneo: 142 p. AA.VV., 2008. L’avifauna del lago di Olginate: analisi e proposte per un piano di gestione. Centro Ricerche Ornitologiche Scanagatta – Varenna (LC). Rel. Ined. Aeschimann D., Lauber K., Moser D.M. & Theurillat J.P., 2004. Flora alpina. Voll. III, Zanichelli, Bologna. Andreone F., & Sindaco R., 2002. Erpetologia del Piemonte e della Valle d’Aosta, Atlante degli Anfibi e dei Rettili. 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Siti consultati: http://www.parchi.regione.lombardia.it http://www.parcoaddanord.it http://www.cps-skew.ch PALUDE DI BRIVIO IT 2030005 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO 87 Utricularia australis (foto Roberto Dellavedova). Uno scorcio della palude (foto Roberto Dellavedova). ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Dati generali 88 Coordinate: Longitudine E 09° 26’ 00’’ Latitudine 45° 45’ 11’’ Altitudine: 194 (min) – 209 (max) Superficie: 302,10 ettari Comuni: Brivio, Calolziocorte, Cisano Bergamasco, Monte Marenzo, Olginate Comunità Montana: - Cartografia di riferimento: CTR 1:10.000 B5e1 Regione biogeografica: Continentale Data di proposta come SIC: giugno 1995 Data di conferma come SIC: dicembre 2004 Ente gestore: Parco dell’Adda Nord I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO 1. CARATTERISTICHE AMBIENTALI 1.1 Ambiente fisico Il Sito “Palude di Brivio” occupa un’area pianeggiante posta alla sinistra idrografica del fiume Adda in corrispondenza di un’ansa del medesimo corso d’acqua. In questa porzione dell’asta fluviale, inclusa nel Parco naturale Adda Nord, l’ambiente è caratterizzato dalla presenza di terrazzi fluvio-glaciali. L’origine di tali depositi è da ricercare nel periodo geologico denominato Quaternario, quando il territorio delle prealpi italiane fu interessato dalla presenza di potenti lingue glaciali. Non bisogna immaginare quei tempi come un unico evento temporale a se stante, ma piuttosto come una serie di glaciazioni distinte le cui avanzate e i ritiri delle coltri di ghiaccio lasciarono evidenti tracce sull’attuale paesaggio (lembi morenici, massi erratici, forme levigate ed arrotondate). Cronologicamente il definitivo ritiro dei ghiacciai è avvenuto repentinamente circa 10.000 anni fa. Per comprendere la grandiosa azione modellatrice che essi determinarono nell’area in esame è utile sapere che l’anfiteatro morenico Lariano, ospitante tra i suoi cordoni anche i piccoli laghi intermorenici della Brianza e del Varesotto, è strettamente connesso con quello del Verbano collocato a circa 70 Km più Canale della Ruggiolata in prossimità dell'osservatorio ornitologico (foto Roberto Dellavedova). 89 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA a Ovest. Proprio la presenza di tracce tipiche dei depositi glaciali ha spinto alcuni ricercatori a formulare l’ipotesi che la formazione dei grandi laghi sudalpini fosse da attribuire all’escavazione glaciale. Con il passaggio ad una fase climatica più calda, nel periodo postglaciale dell’Olocene, i ghiacciai si ritirano ad altitudini più elevate, venendo sostituiti dai laghi e da una fitta rete idrografica (CIAMPITTIELLO, 1999). Il presente settore meridionale del territorio lecchese è quindi caratterizzato da depositi quaternari, rappresentati dai prodotti dell’attività glaciale, e dai depositi legati alla rete idrica superficiale. In particolare, i territori attraversati dal fiume sono costituiti sia da depositi fluvio-glaciali più antichi, ovvero le argille rosso giallastre, conosciute come Ferretti, sia da depositi di epoca più recente costituiti da materiali ghiaiosi e sabbiosi. Lungo la valle dell’Adda, ad esempio in corrispon- Panoramica (foto Roberto Dellavedova). 90 denza di Airuno e Brivio, si osservano tratti pianeggianti derivanti dall’interrimento di antichi bacini lacustri intermorenici (VERGOTTINI, 2003). 1.2 Paesaggio vegetale L’area del Sito, sviluppata in corrispondenza di un’ansa dell’Adda, è stata quindi interessata dalla complessa dinamica fluviale che, nel tempo, ha modificato il territorio collocando imponenti depositi fluviali a granulometria variabile. Sebbene il corso d’acqua e le aree soggette ad inondazione costituiscano un biotopo unico rispetto alle aree limitrofe, l’attuale territorio si presenta fortemente ridimensionato rispetto alle condizioni prossime alla naturalità riscontrabili in passato. La Palude di Brivio fu infatti interessata da operazioni di bonifica attuate nell’Ottocento e nel Novecento che por- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO tarono, da un punto di vista biologico, a un impoverimento del complesso ecosistema palustre allora esistente (PANZERI, 2003). Nonostante ciò, si incontrano tutt’oggi interessanti compagini di vegetazione paludosa date da zone umide, prati e boschi igrofili. Infatti, passando dall’acqua corrente alla terraferma, si susseguono e si intersecano vari tipi di ambienti che formano un ricco mosaico vegetale rappresentato dalla specializzata vegetazione idrofila ed igrofila di acque ferme e correnti, da canneti, tifeti, paludi a grandi carici, torbiere basse, prati acquitrinosi, fino ad arrivare al bosco d’alto fusto. 1.1 Habitat di interesse comunitario Il Sic Palude di Brivio si può considerare un’area comunitaria di innegabile importanza biologica dato che include alcune tipologie di habitat del paesaggio palustre divenute rare a causa delle profonde alterazioni attuate dall’uomo su questi biotopi (urbanizzazione, edificazione di infrastrutture, bonifiche ecc.). In particolare, nel contesto provinciale due habitat (3140 e 6410) risultano ubicati solamente nel presente Sito; a questi si aggiunge l’ambiente delle torbiere basse alcaline (7230), la cui superficie relativa (3,43 ettari) equivale al 99% della superficie assoluta provinciale. In merito alle dimensioni dell’habitat “Acque oligomesotrofe calcaree con vegetazione bentica di Chara spp. (3140)” è rilevante constatare che rappresenta il 67% della complessiva area censita nei quattro Siti lombardi in cui è stato individuato l’habitat (Monte Legnone e Chiusarella, IT2010002; Palude di Brivio, IT2030005; Fontanile Nuovo, IT2050007; Sorgenti della Muzzetta, IT2050009). In effetti si tratta di un ambiente molto raro e spesso di dimensioni puntiformi osservabile in paludi o piccoli corsi d’acqua con sostanze nutritive presenti in modeste quantità e con acque ricche di ioni idrogenocarbonato. I 17 SIC lombardi che includono i prati a Molinia caerulea (6410) sono distribuiti in sette province (Varese, Como, Lecco, Sondrio, Bergamo, Brescia e Mantova). In effetti, nel paesaggio naturale, i prati a Gramigna liscia (Molinia coerulea) o vegetazioni analoghe si possono in- sediare lungo i corsi d’acqua, in aree soggette a fluttuazioni dalle acque freatiche, sui pendii ad umidità variabile o ancora in prossimità dei bordi dei laghi. Una chiave di lettura di tale elasticità è fornita dagli studi di ELLEMBERG (1988). Analizzando il regime idrico e la reazione del suolo, l’autore evidenzia come le praterie a Molinia coprano un ampio spettro ecologico; tali cenosi erbacee occupano infatti diverse tipologie di suoli minerali, sia alcalini sia acidi a umidità variabile, con un conseguente eterogeneo assetto floristico a cui si aggiunge un’ulteriore variabilità a seconda della collocazione geografica, altitudinale e del tipo di gestione a cui sono soggetti. Ma ciò non deve far credere che questo habitat sia comune e frequente; viceversa all’interno della Rete Natura 2000 italiana è distribuito solo in otto regioni. Inoltre, a causa del suo insoddisfacente stato di conservazione registrato a livello nazionale, è stato inserito nelle categoria di minaccia “Alta” della Lista rossa degli habitat d’Italia (PETRELLA et al., 2005). Nelle aree paludose, in corrispondenza di suoli soggetti a una maggiore fluttuazione del livello di falda, si affermano cenosi a grandi Carici denominate Magnoricariceti, abitualmente a contatto anche con i prati a Molinia. È proprio a seguito della pratica dello sfalcio sulla vegetazione palustre a Magnocaricion, che la maggior parte delle cenosi a Molinia si sono potute affermare e differenziarsi. In Lombardia i molinieti rappresentavano infatti, nei decenni passati, un elemento importante del paesaggio padano. L’abbandono dello sfalcio, o eventualmente dell’incendio, attuato regolarmente fino ad una cinquantina di anni fa, ha influito sulla scomparsa di estesi nuclei di questa vegetazione (SBURLINO et al., 1995). L’evoluzione dei molinieti avviene con una progressiva diminuzione della presenza dall’acqua, soprattutto per un accumulo di materiale organico e minerale proveniente dalla biomassa non asportata (CREDARO & PIROLA, 1975). Tale processo favorisce la comparsa di specie legnose arboree e arbustive (Alnus glutinosa, Frangula alnus) e l’abbassamento della falda superficiale, indispensabile al mantenimento della fitocenosi (SINDACO et al., 2003). I prati a Molinia 91 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE Codice 3140 3150 3260 6410 6510 7230 91E0 Habitat Acque oligomesotrofe calcaree con vegetazione bentica di Chara spp. Laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o Hydrocharition Fiumi delle pianure e montani con ve getazione del Ranunculion fluitantis e Callitricho-Batrachion Praterie con Molinia su terreni calcarei, torbosi o argilloso-limosi (Molinion caeruleae) Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis) Torbiere basse alcaline *Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae) su substrati alcalini assumono quindi un elevato interesse biologico poiché possiedono una ricchezza floristica eccezionale (DELARZE & GONSETH, 2008), variabile da una stazione al92 Copertura (ha) 0,19 6,28 0,61 19,26 8,06 3,43 27,76 l’altra, data dall’elevato numero di specie che si inseriscono nel corteggio floristico, ma soprattutto dalle svariate piante rare specializzate dei suoli ad umidità variabile come: l’Aglio angoloso I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO altro 79% 3140 0,1% 3150 2,1% 91E0* 9,2% 7230 1,1% 6510 2,7% 6410 6,4% 3260 0,2% Valori percentuali di copertura degli habitat. (Allium angulosum), la Cannella delle torbiere (Calamagrostis canescens) o la Graziella (Gratiola officinalis). La grande varietà floristica viene inoltre incrementata dalle specie erbacee di prato che si frammistano alle tipiche specie palustri con un gradiente diverso a seconda della gestione. Non mancano infine entità gravitanti negli ambienti delle torbiere basse alcaline anche a testimonianza delle frequenti situazioni di mosaico osservabili in natura. Nella porzione nord-orientale del Sito, in corrispondenza della Sorgente Fontana San Carlo, si sviluppano le importanti torbiere basse alcaline (7230) alimentate da acque freatiche ricche di sali minerali. Le torbiere sono ambienti tipici di territori dove, a causa del clima temperato e di particolari condizioni idriche ed edafiche, la sostanza organica prodotta dalle piante (briofite, ciperacee, graminacee) non si decompone ma tende ad accumularsi dando origine ad un deposito organico detto torba (BRACCO & VENANZONI, 2004). La torba si differenzia rispetto ad altre categorie di humus per l’elevata presenza di materia organica (più del 30%). In pedologia con il termine “torba” si identifica un tipo di humus, mentre con il sostantivo “torbiera” si identificano suoli dove lo spessore della torba supera i 30 cm (a volte 20 cm). Ne deriva che in alcune situazioni non sempre si forma del materiale torbigeno; sareb- be quindi più corretto indicare questi ambienti con il vocabolo paludi. Con il termine torbiere si possono pertanto inserire gli ambienti umidi presenti in aree contraddistinte da eccesso di acqua, siano esse sponde di laghi e fiumi o superfici piane e versanti ove scorre un sottile velo d’acqua (BRACCO & VENANZONI, 2004). Nel caso dell’habitat 7230 i motivi di interesse sono dati dalla presenza di una specializzata flora palustre costituita prevalentemente da specie erbacee basofile incluse nella famiglia delle Cyperaceae come la Carice di Davall (Carex davalliana), la Carice di Host (Carex hostiana) o il meno frequente Giunco nero (Schoenus nigricans). Nel Sito di Brivio le associazioni vegetali delle paludi basse a piccole carici offrono condizioni ambientali idonee per ospitare anche rarissime orchidee altamente minacciate. Tra queste si ricorda la piccola Liparide (Liparis loeselii), l’Orchide acquatica o Galletto di palude (Orchis laxiflora), l’Elleborine palustre (Epipactis palustris), i Viticci estivi (Spiranthes aestivalis), o ancora l’Orchidea palmata (Dactylorhiza incarnata). Ma non solo, considerata la limitata estensione di questi consorzi e la loro progressiva scomparsa, avvenuta soprattutto in corrispondenza dei fondovalle, anche la codifica 7230 è collocata nella massima categoria di minaccia della Lista rossa degli habitat d’Italia (PETRELLA et al., 2005). Nel contesto regionale, l’ambiente delle torbiere basse alcaline, oltre al Sito della Palude di Brivio, è inoltre segnalato in soli altri cinque SIC lombardi (Monte Legnone e Chiusarella, IT2010002; Grigna Settentrionale, IT2030001; Corno della Marogna, IT2070022; Torbiere d’Iseo, IT2070020; Lanche di Gerra Gavazzi e Runate; IT20B0004) distribuiti in quattro provincie (Varese, Lecco, Brescia e Mantova). L’habitat comunitario più esteso, occupante circa il 10% del Sito “Palude di Brivio”, è rappresentato dai boschi igrofili ad Ontano nero e dalle foreste alluvionali di Salici e pioppi (91E0*). Normalmente le boscaglie ripariali a Salici e Ontani formano delle fasce ad ampiezza variabile lungo i fiumi a seconda dell’area di esondazione ordinaria dei corsi d’acqua. Il saliceto di Salice bianco (Salix alba), così come 93 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA l’alneto ad Ontano nero, sono stabili sotto il profilo evolutivo, ma soggetti a mutamenti in base al dinamismo fluviale. Gli ontani sono tra le specie arboree più tipiche dei boschi di ripa, disposti lungo i corsi d’acqua di piccole e grandi dimensioni. Lo strato erbaceo delle alnete è rappresentato prevalentemente da ciperacee, tra cui le carici, piante dall’aspetto graminoide e dall’inconfondibile sezione del fusto triangolare. Nella palude di Brivio il sottobosco è inoltre impreziosito dalla presenza di rare orchidee (PANZERI, 2003). (PANZERI, 2003; STABLUM, 2006). All’esterno del sito sono presenti importanti aree industriali, mentre gli abitati di Brivio e Airuno, ubicati sulla destra idrografica del fiume, sono gli insediamenti urbani posti nelle più immediate vicinanze dell’area. Le attività agricole sono riconducibili al mantenimento dei prati permanenti e alla gestione dei seminativi a mais. Su entrambi i lati della valle sono presenti importanti vie di comunicazione ad elevata densità di traffico (BARCELLA et al., 2004). 2. SPECIE DI INTERESSE 1.4 Ambiente umano 2.1. Specie di interesse comunitario Il Sito della Palude di Brivio, posto nei comuni di Brivio, Calolziocorte, Cisano Bergamasco, Monte Marenzo e Olginate è una delle aree di maggior interesse naturalistico e paesaggistico dell’intero territorio dell’Adda Nord Presso la Palude di Brivio si possono osservare diversi Ardeidi (Botaurus stellaris, Ixobrychus minutus) tra cui l’elegante Airone rosso (Ardea purpurea). La specie frequenta aree umide con acque lente o stagnanti ricche di vegetazione Aglio angoloso – Allium angulosum (foto Roberto Dellavedova). 94 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE Codice Nome comune Nome scientifico Fenologia A021 Tarabuso Botaurus stellaris Migratore, svernante A022 Tarabusino Ixobrychus minutus Migratore, nidificante A029 Airone rosso Ardea purpurea Migratore A060 Moretta tabaccata Aythya nyroca Stanziale, nidificante A081 Falco di palude Circus aeruginosus Migratore, nidificante A119 Voltolino Porzana porzana Migratore A229 Martin pescatore Alcedo atthis Stanziale, nidificante A338 Averla piccola Lanius collurio Migratrice, nidificante Elenco delle specie di uccelli del sito inserite nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE. riparia, collocandosi nei canneti e talvolta tra gli intricati arbusteti di ripa a salici. Le popolazioni italiane di Airone rosso, dopo un forte decremento avvenuto tra gli anni Settanta e Ottanta, mostrano ora segni di recupero tanto da rappresentare una frazione importante della popolazione europea. Di norma le colonie di Aironi rossi che nidificano in Italia sono migratrici e svernanti in Africa sub-sahariana ma occasionalmente possono svernare anche nella penisola italiana (PEZZO, 2005). Nessuno dei Siti della Provincia di Lecco ospita un numero così elevato di specie comunitarie come il presente Sito della Palude di Brivio. Dei 31 taxa censiti, quattro sono Chirotteri inseriti nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat” (Hypsugo savii, Myotis daubentonii, Pipistrellus pipistrellus, Plecotus auritus) a cui si aggiunge il raro Vespertilio di Bechstein (Myotis bechsteini) inserito pure nel secondo allegato. Tra i Rettili sono note per la Palude di Brivio quattro entità comuni (Lacerta viridis, Podarcis muralis, Hierophis viridiflavus e Natrix tessellata), con la sola eccezione di Natrice tessellata meno diffusa rispetto alle precedenti. Presso la Palude di Brivio, la passata presenza della Testuggine palustre europea (Emys orbicularis) testimoniata da alcuni autori (PANZERI, 2003; BERNINI et al., 2004) è stata confutata da recenti studi condotti per quest’area comunitaria (BARCELLA et al., 2004; STABLUM et al., 2006). Nel caso degli Anfibi il territorio della Riserva Naturale ospita contemporaneamente tutti i taxa (Triturus carnifex, Rana latastei, Bufo viridis e Rana dalmatina) segnalati nei siti lecchesi di interesse comunitario. Anche nel caso dell’Ittiofauna il numero complessivo di specie corrisponde a tutte le segnalazioni delle specie comunitarie censite all’interno dei Siti della Provincia di Lecco. In particolare, il tratto medio dell’Adda, secondo recenti studi (BOGLIANI et al., 2007), ospita ricche popolazioni di Trota marmorata (Salmo marmoratus), un subendemismo italiano presente anche nella porzione del fiume che interessa l’area comunitaria della Palude di Brivio. La Trota marmorata trova il suo habitat preferito nel tratto medio e medio-superiore dei corsi d’acqua di maggiore portata con fondali ciottolosi e ghiaiosi (GANDOLFI et al., 1991). Nei primi due-tre anni di vita la dieta del salmonide è molto simile a quella della Trota fario: si nutre di larve di insetti, crostacei, oligocheti e spesso anche di insetti adulti, per poi diventare un abile ittiofago (ZERUNIAN, 2003). I vegetali presenti nel sito contemplati dalla Direttiva “Habitat” sono rappresentati da due orchidacee (Liparis loeselii e Spiranthes aestivalis) e dal bel bucaneve (Galanthus nivalis). La Liparide (Liparis loeselii) è attualmente presente in alcune stazioni relitte del Trentino-Alto Adige, Friuli e Lombardia (ROSSI, 2002); data la sua inesorabile scomparsa a seguito della frammentazione e distruzione del suo habitat congeniale, in Italia è divenuta rarissima tanto da essere inserita tra le specie minacciate nel “Libro rosso delle piante d’Italia” (CONTI, et al., 1993) e nella “Lista rossa regionale delle Piante d’Italia”, con lo status di specie minacciata “EN: endangered” (CONTI et al., 1997). Rispetto ad altre entità tutelate dalla comunità europea che obiettivamente, per il territorio nazionale, non mostrano particolari criticità (es. Podarcis 95 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE Codice Nome comune Nome scientifico Allegato Vegetali 1903 Liparide Liparis loeselii II, IV 1900 Viticci estivi Spiranthes aestivalis IV 1866 Bucaneve Galanthus nivalis V Mammiferi 1323 Vespertilio di Bechstein Myotis bechsteini II, IV Pipistrello di Savi Hypsugo savii IV 1314 Vespertilio di Daubenton Myotis daubentonii IV 1309 Pipistrello nano Pipistrellus pipistrellus IV 1329 Orecchione meridionale Plecotus austriacus IV Rettili 1263 Ramarro occidentale Lacerta viridis IV 1256 Lucertola muraiola Podarcis muralis IV 1284 Biacco Coluber viridiflavus IV 1292 Natrice tessellata Natrix tessellata IV Anfibi 1167 Tritone crestato italiano Triturus carnifex II, IV 1215 Rana di Lataste Rana latastei II, IV 1201 Rospo smeraldino Bufo viridis IV 1209 Rana agile Rana dalmatina IV Pesci 1097 Lampreda padana Lethenteron zanandreai II, V 1099 Lampreda di fiume Lampetra fluviatilis II, V 1100 Storione cobice Acipenser naccarii * II, IV 1103 Agone e Cheppia Alosa fallax II, V 1107 Trota marmorata Salmo marmoratus 1114 Pigo Rutilus pigus 1115 Lasca Chondrostoma genei II 1131 Vairone Leuciscus souffia II 1136 Rovella (introdotto) Rutilus rubilio II 1137 Barbo Barbus plebejus 1140 Savetta Chondrostoma soetta II 1149 Cobite Cobitis taenia II 1163 Scazzone Cottus gobio II 1109 Temolo Thymallus thymallus V 1138 Barbo canino Barbus meridionalis II, V II II, V II, V Elenco delle specie vegetali e animali del sito Palude di Brivio incluse negli Allegati II , IV e V della Direttiva 92/43/CEE. 96 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Tarabuso – Botaurus stellaris (foto Giuseppe Bogliani). Lampreda padana – Lathenteron zanandreai (foto Simone Rossi). 97 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA muralis), la piccola Liparide è altamente minacciata. In Lombardia, già nell’Ottocento, erano note ben poche stazioni, in seguito alla cui scomparsa si è a lungo pensato che la specie si fosse, almeno per il territorio regionale, definitivamente estinta. Solo recentemente, nella seconda metà degli anni Novanta, sono state individuate due stazioni in provincia di Como e di Lecco, una delle quali inclusa, per l’appunto, nel Sito della Palude di Brivio. Attualmente sono in corso delle sperimentazioni di coltivazione in-vitro a partire dai minuscoli semi prelevati dalle locali specie da parte dell’Università dell’Insubria, dell’Università di Modena e della Fondazione Minoprio, finalizzate alla reintroduzione e al rafforzamento dei popolamenti lombardi (RINALDI, 2005). 2.2 Altre specie importanti Tra gli uccelli migratori abituali che sfruttano l’intricata struttura del canneto come riparo durante le fasi migratorie, si contano numerose specie come ad esempio il Pettazzurro (Luscina suecica) o la Rondine comune (Hirundo rustica). A queste si aggiungono alcuni interessanti passeriformi acrocefali come il Cannareccione (Acrocephalus arundinaceus), la Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus) e la Cannaiola verdognola (Acrocephalus palustris). Non mancano infine uccelli sfuggenti e meno frequenti come lo Svasso piccolo (Podiceps nigricollis) o il già citato Tarabuso (Botaurus stellaris) (PETRELLA, 2003). Nel mondo scientifico, la palude di Brivio è inoltre nota per una ricca comunità di Coleotteri idroadefagi e di alcune interessanti specie di Molluschi idrobidi (BOGLIANI et al., 2007). A questi si aggiungono le colonie di grossi molluschi bivalvi appartenenti alla specie Unio mancus (PETRELLA, 2003). Passando brevemente in rassegna il mondo vegetale, in addizione alle diverse essenze floristiche già citate in precedenza, si aggiungono l’erba vesicaria (Utricularia australis), la delicata Ninfea bianca (Nymphaea alba) e la Ninfea gialla (Nuphar luteum), aventi in comune un problematico stato di conservazione determinato dall’inesorabile scomparsa dei biotopi palustri. In corrispon98 denza della zona di transizione tra i molinieti ed il magnocariceto erano inoltre noti alcuni esemplari della protetta Felce florida (Osmunda regalis) (STABLUM et al., 2006). 3. PROTEZIONE E CONSERVAZIONE 3.1 Stato di conservazione Il sito “Palude di Brivio” annovera delicati ambienti paludosi che mostrano un differente stato di conservazione. La vegetazione forestale, benché frammentata, risulta stabile e complessivamente ben strutturata. Viceversa, le praterie umide a Molinia devono la loro sopravvivenza al perpetrarsi della pratica del taglio; qualora venisse a meno questa attività si innescherebbero repentini fenomeni d’invasione della vegetazione paludosa con elementi arbustivi igrofili. Per quanto riguarda il canneto, il monitoraggio condotto all’interno del Sito (BARCELLA et al., 2004) annota come l’habitat in questione sia periodicamente soggetto a incendi, che compromettono, tra l’altro, la sopravvivenza di anfibi e rettili, sprovvisti di zone di rifugio nelle immediate vicinanze. La medesima composizione floristica del fragmiteto risulta in parte soggetta all’invasione di specie esotiche come la competitiva Verga d’oro del Canada (Solidago canadensis), in grado di formare estese colonie monospecifiche anche su substrati a umidità variabile. Infine una criticità in comune per tutti gli habitat palustri è il progressivo e naturale interramento che porterà alla inevitabile contrazione della vegetazione igrofila erbacea riducendo, quindi, l’habitat disponibile per le più delicate specie ornitiche. Ulteriori fattori limitanti che hanno effetti negativi per l’avifauna derivano dagli estesi insediamenti industriali dislocati lungo il confine orientale del SIC, a cui si aggiunge la presenza di una pista di atterraggio per velivoli leggeri (BARCELLA et al., 2004). 3.2 Stato di protezione Il Sito “Palude di Brivio” è interamente incluso nel Parco naturale dell’Adda Nord. Come nel I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Coltellaccio maggiore – Sparganium erectum (foto Roberto Dellavedova). 99 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA caso del Sic “Lago di Olginate” la gestione è affidata al Consorzio individuato come Ente gestore dell’area protetta. 4. FRUIBILITÀ L’accesso alla Riserva Naturale è collocato al termine di via Lago vecchio, accessibile dalla SS 639 in corrispondenza della zona industriale. Da qui è possibile usufruire della rete di tracciati, in molti casi ricalcanti i percorsi storici, che conducono il visitatore all’osservazione degli ambienti e della fauna del territorio della Palude di Brivio. In principio, il camminamento lambisce alcuni interessanti specchi d’acqua, in parte ricoperti da un velo di lenticchia d’acqua (Lemna minor), ospitanti le preziose specie dell’habitat 3150. Questi ambienti, noti con il nome di foppe, sono in realtà delle buche invase dall’acqua scavate in passato per estrarre sabbia e ghiaia (PANZERI, 2003). Proseguendo lungo il tracciato si giunge all’osservatorio ornitologico della Riserva, passando dapprima dal Casino del Vicerè, un grosso caseggiato rimasto a testimonianza delle passate attività venatorie che interessavano l’intera palude. È proprio grazie alle informazioni legate alla cacciagione che si hanno notizie sulla ricca fauna che in passato trovava rifugio nell’area paludosa. Infatti, al tempo delle signorie sforzesche, la zona compresa da Brivio a Paderno venne adibita come grande riserva di caccia. Oltre all’aucupio, la selvaggina abitualmente cacciata era rappresentata da Volpi (Vulpes vulpes), Lepri (Lepus europaeus) e da altri animali “fiabeschi” divenuti anche per questa zona un semplice ricordo come il Lupo (Canis lupus) e la Lontra (Lutra lutra). Lungo i tracciati sono dislocati alcuni pannelli didattici in grado di presentare in modo esaustivo gli elementi naturali e storici dell’area protetta (PANZERI, 2003). 5. GESTIONE Nonostante la redazione del Piano di Gestione per il SIC “Palude di Brivio” sia in fase di realizzazione, l’Ente gestore ha precedentemente 100 predisposto interventi volti alla riqualificazione ambientale del Sito. Tramite la manutenzione delle canalizzazioni presenti all’interno della palude ha avviato il ripristino del corretto funzionamento del reticolo idrografico della riserva naturale. Contestualmente ha promosso ulteriori azioni destinate a migliorare la struttura del canneto e degli ambienti ecotonali con lo scopo di conservare e preservare dal degrado il delicato ambiente umido. In favore degli Anfibi sono state scavate alcune pozze per aumentare la disponibilità di habitat idonei (PANZERI, 2003). In merito alla complessa gestione che un Sito così ricco di habitat di valenza internazionale richiederebbe, si evidenziano di seguito alcuni aspetti che determinano condizioni limitanti sia per le biocenosi e sia per l’intero ecosistema palustre. Innanzitutto, un evidente problema è dato dall’instabile livello delle acque in entrata determinato dallo sbarramento posto nei pressi di Olginate. Tale fenomeno si ripercuote negativamente sui popolamenti ittici del sito: le significative variazioni del livello delle acque causano infatti danni alla riproduzione di alcune specie ittiche e addirittura fenomeni di moria. Come evidenziato dagli autori del monitoraggio del Sito (BARCELLA et al., 2004) sarebbe quindi opportuno avviare uno specifico studio finalizzato a valutare gli effetti dell’alternanza del livello delle acque per poi individuare criteri, tempistiche e modalità di regolamentazione dello sbarramento. Un secondo aspetto da affrontare è il contenimento e la comprensione delle dinamiche dei popolamenti delle specie esotiche rilevate all’interno del Sito. Come già evidenziato per l’area del Lago di Olginate, anche presso la Palude di Brivio gli ambienti acquatici sono soggetti dall’invasione della Peste d’acqua di Nuttall (Elodea nuttallii), un’idrofita fortemente competitiva che potrebbe danneggiare i popolamenti delle macrofite acquatiche spontanee; altrettanto svantaggiosa è la presenza del Siluro (Silurus glanis) dato il documentato impatto che questo grande pesce produce sulle altre specie ittiche (ZERUNIAN, 2003). Infine, la recente individuazione di nuclei dell’esotica Testuggine della Florida (Trachemys scripta) ri- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Thelipteris palustris (foto Roberto Dellavedova). Liparis loeselii (foto Luigi Boglioni, FAB). Nuphar luteum (foto Riccardo Falco). Osmunda regalis (foto Roberto Dellavedova). 101 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA chiederebbe interventi volti a limitarne l’estensione dato che, come è avvenuto in altre località italiane, potrebbe aver contribuito alla scomparsa delle residue popolazioni autoctone della Testuggine palustre europea. Inoltre, potendo esserci ancora delle possibilità di ritrovamento di Emys orbicularis sarebbe auspicabile effettuare ricerche mirate per verificarne l’esistenza. Parimenti costruttiva sarebbe l’ideazione e l’attuazione di una campagna di sensibilizzazione sulle problematiche relative all’introduzione di specie alloctone (BARCELLA et al., 2004). Per quanto concerne la preziosa vegetazione palustre, gli interventi andrebbero individuati tenendo conto del dinamismo naturale delle medesime, cercando di favorire e tutelare la diversità derivante dal mosaico degli habitat. Le torbiere basse alcaline ubicate nei fondovalle si possono evolvere, per diminuito apporto idrico, verso i molinieti; questi ultimi a loro volta, in seguito all’ingresso di specie legnose igrofile, possono mutare verso i boschi ad Ontano nero. Sarebbe quindi opportuno, per entrambe le cenosi erbacee, effettuare una falciatura tardiva per evitare che le specie provenienti dagli ambienti circostanti come alcune robuste graminacee (Phragmytes australis, Deschampsia caespitosa) o arbusti invasivi (es: Frangula alnus, Fraxinus excelsior, Alnus glutinosa), possano avere il sopravvento sulla vegetazione torbigena; contemporaneamente, per queste tipologie ambientali, andrebbero interdette le variazione dell’afflusso idrico e l’apporto di sostanze nutrienti (MASUTTI & BATTISTI, 2007). Infine, la riduzione del rischio di incendio ai danni del canneto potrebbe essere ottenuta con un aumento della vigilanza e la creazione di strisce tagliafuoco all’interno della palude (BARCELLA et al., 2004). 6. BIBLIOGRAFIA AA.VV., 2007. La nostra fauna – Rapaci diurni e notturni. Regione Piemonte, Osservatorio regionale sulla fauna selvatica, in collaborazione con l’Istituto per le piante da legno e l’ambiente, IPLA s.p.a. AGAM s.r.l., Cuneo: 142 p. 102 Bernini F., Bonini L., Ferri V., Gentilli A., Razzetti E. & Scali S., 2004. Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Lombardia. Monografie di Pianura n. 5, Cremona, 255 pp. Bracco F. & Venanzoni R., 2004. La vegetazione delle torbiere. In: Audisio P. & Bonato L. in Minelli A., Ruffo S. & Stoch F. (Coord.), Le torbiere montane Relitti di biodiversità in acque acide. Quaderni habitat, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Museo Friulano di Storia Naturale, Udine: 157 p. 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I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO VALLE SANTA CROCE E VALLE DEL CURONE IT 2030006 105 Vigniti a Galbusera Nera (foto Giuseppe Sardi) Limodorum abortivum (foto Giuseppe Sardi) ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Dati generali 106 Coordinate: Longitudine E 09° 21’ 58’’ Latitudine 45° 42’ 52’’ Altitudine: 233 (min) – 530 (max) Superficie: 1.213,3 ettari Comuni: Lomagna, Missaglia, Montevecchia, Olgiate Molgora, Osnago, Perego, Rovagnate, Sirtori, Viganò Comunità Montana: - Cartografia di riferimento: CTR 1:10.000 B5d2, B5d3 Regione biogeografica: Continentale Data di proposta come SIC: giugno 1995 Data di conferma come SIC: dicembre 2004 Ente gestore: Consorzio di Gestione Parco di Montevecchia e della Valle del Curone I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO 1. CARATTERISTICHE AMBIENTALI 1.1 Ambiente fisico Il Sito “Valle Santa Croce e Valle del Curone” è l’area comunitaria più meridionale del variegato territorio della provincia di Lecco. Si tratta di un SIC occupante una superficie pari a 1.213 ettari: parliamo dunque del Sito Continentale più grande della provincia ed il quinto per grandezza regionale per quest’area biogeografica. A differenza della maggior parte dei Siti lombardi continentali collocati in un ambiente esclusivamente pianeggiante, il presente SIC lecchese si inserisce in un diversificato territorio contraddistinto da rilievi collinari a vallecole solcate dai torrenti Curone e Molgoretta. Il substrato è costituito da rocce sedimentarie distinte in Torbiditi o Flitsch di Bergamo, Scaglia Cinerea e Scaglia Rossa (PANSERI, 2000). La genesi della prima categoria di roccia, come è in parte celata nel suo nome, avvenne in ambiente marino in un remoto periodo denominato Cretaceo (137 – 65 Milioni di anni fa); i materiali detritici (sabbia, argilla, limo), provenienti dalle zone costiere, sfruttarono il mezzo acquoso generando delle torbidi correnti che, percorrendo dei veri e propri canyons sottomarini, si depositarono nelle antiche piane abissali. Il ripetersi di tali maestosi smottamenti è ora leggibile nelle rocce dalla regolare stratificazione che ne contraddistingue la tipica disposizione a strati. La Scaglia è costituita da numerosi e sottilissimi strati di una particolare roccia chiamata marna (un ensemble di argilla e calcare). La formazione delle Alpi iniziata nel Terziario (50 Milioni di anni fa) in seguito alla collisione del continente Europeo con quello Africano determinò l’emersione di quei materiali accumulatisi nei fondali oceanici che, divenuti nel frattempo rocce sedimentarie, costituiscono ora i rilievi collinari di Montevecchia. A queste due tipologie di substrati si aggiunge la formazione di Ceppo Lombardo costituita da materiale ciottoloso depositato dall’azione di remoti fiumi originatisi a seguito della fusione dei ghiacciai pleistocenici che, nel Quaternario (tra 2 Milioni e 10.000 anni fa) giunsero a lambire il territorio del Sito. Non mancano inoltre altre tipologie di depositi superficiali distribuiti da vari agenti fisici (acqua, vento, ghiaccio) durante le molteplici fasi di avanzamento e di ritirata dei ghiacciai. 1.2 Paesaggio vegetale L’area del Sito offre, rispetto al territorio circostante, ampie porzioni occupate da una diversificata tipologia di boschi. Tra essi si inseriscono superfici erbacee occupate dai prati magri e Panoramica dall’abitato di Pianello (foto Giuseppe Sardi). 107 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Prati magri a Galbusera Nera (foto Giuseppe Sardi). 108 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO dai prati da sfalcio, connessi alle boscaglie di invasione affermatesi sui terreni agricoli caduti in disuso. In particolare, le formazioni boschive assumono un rilevante ruolo di connessione tra le porzioni collinari e i primi rilievi prealpini lecchesi. Si tratta a tutti gli effetti di una zona cuscinetto a cui si può attribuire un ruolo di primaria importanza naturalistica. Il fondovalle è caratterizzato da formazioni boschive discontinue con prevalenza di Farnia (Quercus robur) e Carpino bianco (Carpinus betulus), mentre i versanti collinari ospitano querceti di Rovere (Q. petraea) e Roverella (Q. pubescens), popolamenti di Betulla (Betula pendula), cedui di Castagno (Castanea sativa), arbusteti invasivi di Prugnolo spinoso (Prunus spinosa), Frangola comune (Frangula alnus) o Sanguinello (Cornus sanguinea) e pinete di Pino silvestre (Pinus sylvestris). 1.3 Habitat di interesse comunitario All’interno del Sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone, IT2030006” sono presenti otto habitat comunitari di cui la metà sono classificati come prioritari (6210*, 7220*, 91E0* e 91H0*); le cenosi boschive (9160, 91E0*, 91H0*, 91L0 e 9260) sono la categoria ambientale più rappresentata. Considerando il tipo di habitat e la corrispondente estensione è possibile affermare che il presente sito si contraddistingue come un tassello fondamentale della Rete Natura 2000 lecchese; infatti l’intera area ricoperta dagli habitat dell’Allegato I qui presenti (652 ettari) rappresenta ben il 18% della complessiva superficie occupata da tutti gli ambienti comunitari distribuiti nei SIC della Provincia di Lecco. Ma non solo, tre habitat (6510, 7220* e 9260) hanno la maggior estensione provinciale; inoltre altre tre codifiche (9160, 91H0* e 91L0) sono esclusive del Sito IT2030006. Il fatto che il SIC “Valle di Santa Croce e Valle del Curone” sia l’unico Sito incluso nella regione biogeografica Continentale lombarda ospitante i “Querceti termofili di Roverella (91H0*)” ed i “Querceti illirici di Rovere (91L0)”, è un ulteriore elemento distintivo di quest’area comunitaria. Se si allarga l’analisi della distribuzione di queste codifiche a tutti i SIC della Regione Lombardia si conferma, per alcuni di essi, la loro limitata diffusione: ad esempio l’habitat “Querceti di rovere illirici (91L0)”, oltre che in quest’area comunitaria, è localizzato in soli altri due SIC bresciani (Altopiano di Cariadeghe, IT2070018 e Sorgente Funtanì, IT2070019), ma ancor più rilevante è l’estensione della codifica 91L0 nel SIC “Valle di Santa Croce e Valle del Curone” che rappresenta addirittura l’87% della sua complessiva superficie a livello regionale. Il codice in esame corrisponde a boschi di latifoglie miste, inquadrati nell’alleanza del Erythronio-Carpinion, in cui si ha la prevalenza di Rovere, Farnia e Carpino bianco. Il grande pregio di tali cenosi boschive, collocate su medi versanti, di preferenza su suoli profondi, è dato dal ricco corredo floristico e dalle considerevoli e appariscenti fioriture di geofite primaverili tra cui campeggia l’aggraziato Dente di cane (Erytronium dens-canis). Altrettanto infrequente, almeno nei SIC della Lombardia, è l’ambiente prioritario dei “Boschi pannonici di Quercus pubescens (91H0*)”, segnalato solamente in altri tre Siti in Provincia di Varese (Monte Legnone e Chiusarella, IT2010002; Versante Nord del Campo dei Fiori, IT2010003; Grotte del Campo dei Fiori, IT2010004). In questo caso, la copertura dell’habitat 91H0* nel Sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone” rappresenta ben il 39% della globale superficie occupata nei SIC lombardi. In questa codifica si includono i boschi termofili di Roverella frammisti a Carpino nero (Ostrya carpinifolia) ed Orniello (Fraxinus ornus), insediati su suoli magri e secchi, il cui valore biologico è dato dal ricco strato erbaceo costituito dalle interessanti entità di prati e margini boschivi aridi. All’interno del Sito, le boscaglie di Roverella si affermano in corrispondenza dei rilievi collinari su suoli sottili e con roccia sub-affiorante. Nel caso dei “Querceti di farnia o rovere subatlantici e dell’Europa centrale del Carpinion betuli (9160)” la loro estensione nei SIC Lombardi raggiunge una superficie di circa 577 ettari distribuita in 22 Siti, la maggior parte dei 109 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE Codice 6210 6510 7220 9160 91E0 91H0 91L0 9260 110 Habitat Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco -Brometalia) (* notevole fioritura di orchidee) Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis) * Sorgenti petrificanti con formazione di travertino (Cratoneurion) Querceti di farnia o rovere subatlantici e dell'Europa centrale del Carpinion betuli * Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae) * Boschi pannonici di Quercus pubescens Querceti di rovere illirici (Erythronio-Carpinion) Foreste di Castanea sativa Copertura (ha) 11,94 161,12 5,22 57,91 1,19 79,6 87,67 239,58 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO le colture agrarie (D EL F AVERO , 2003; MASUTTI & BATTISTI, 2007). Fortunatamente è abbastanza frequente la corrispondenza dei Siti lombardi con questa tipologia di 9260 habitat, ad ulteriore testimonian20% za del ruolo che tale codifica gioca nella rete ecologica di Natura 2000. 6210* Considerando ora gli ambienti co1,0% 91L0 munitari più estesi all’interno del 6,0% Sito si nota che il 20% della superfi6510 91H0* cie, vale a dire 240 ettari (figura 1), 9160 7220* 91E0* 13% 6,6% è occupato da castagneti (9260), 5% 0,4% 0,1% seguono i consorzi prativi da sfalcio Valori percentuali di copertura degli habitat. riconducibili alla codifica 6510 (161 ettari). Viceversa, l’ambiente comuquali ricadenti nell’area Continentale (21). La nitario meno esteso, ricoprente una superficie Provincia di Lecco, grazie ai 58 ettari ubicati di circa 10.000 m2, è rappresentato da un isonel SIC incluso nel Parco di Montevecchia e lato boschetto igrofilo ad Ontano nero (Alnus della Val Curone, ospita un’area pari al 10% glutinosa) incluso nella codifica 91E0*. A prodella complessiva superficie regionale. Si tratposito di habitat prioritari, un approfondimenta di formazioni forestali a prevalenza di Querto è d’obbligo per le sorgenti alcaline (7220*) ce (Quercus robur, Q. petraea) e Carpino biancolonizzate da specializzati Muschi, apparteco inquadrabili nell’Alleanza del Carpinion nenti al genere Cratoneurion, in grado di favobetuli, equivalenti alla tipologia forestale del rire la precipitazione di Carbonato di Calcio Querco-carpineto collinare di Rovere e/o che lentamente genera i depositi di travertino Farnia (DEL FAVERO, 2003). Nello strato arboreo (MAURI, 2006). Anche in questo caso, oltre ad a queste due essenze forestali si associano di essere un habitat che si sviluppa su limitate norma: Castagno, Olmo campestre (Ulmus superfici, in Lombardia mostra una diffusiominor), Ciliegio (Prunus avium) e Acero camne assai frammentata. Difatti, nella regione pestre (Acer campestre). Nei Querco-carpineti biogeografica Continentale le sorgenti alcaline collinari localizzati in Lombardia è frequente sono state censite, oltre che nel presente Sito, la presenza della Robinia (Robinia pseudoacain soli altri due SIC (Sasso di Malascarpa, cia), una leguminosa di origine nordamericaIT2020002; Monte Alpe, IT2080021). Il contrina, introdotta in Europa dapprima per scopi buto di quest’area comunitaria alla sopravviornamentali ed in seguito favorita per la buovenza delle sorgenti petrificanti diventa ancor na qualità del suo legno. Trattandosi di una più determinante dato che, gli ambienti specie eliofila, ovvero amante della luce, essa fontinali alimentati da acque ricche di calcare colonizza velocemente le radure che si possodislocati a bassa altitudine rappresentano un no creare in seguito allo sradicamento di vecambiente relitto di grande valore scientifico chi esemplari arborei oppure, si insedia negli poiché strutturato da numerose entità stretspazi prodotti nei boschi cedui fortemente tamente vincolate a tale habitat (DELARZE & GONSETH, 2008). sfruttati (BRACCO et al., 2001). Ai Quercocarpineti della codifica 9160 si attribuisce un Un’ultima considerazione è dedicata ai consorconsiderevole valore naturalistico perché sono zi prativi semi-naturali inquadrati nella classe ormai sempre più frammentati e ridotti a picdel Festuco-Brometea (6210*), un ambiente di coli lembi di modesta estensione a causa delprimaria importanza biologica conferita dalla l’urbanizzazione e della loro sostituzione con grande varietà floristica che ospita a cui si adaltr o 47% 111 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA dizionano i numerosi invertebrati ed altre categorie sistematiche di animali che frequentano sporadicamente o abitualmente tali cenosi erbacee. 1.4 Ambiente umano Il territorio circostante al Sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone” è caratterizzato dalla forte presenza umana data da centri abitati, aree industriali e vie di comunicazione. Il paesaggio all’interno del Sito esprime fortemente l’identità rurale dei luoghi essendo contrassegnato da edifici e borghi rurali distribuiti tra i colli e le valli frammisti alle aree agricole. I coltivi sono rappresentati principalmente da seminativi a mais, piante foraggere e prati da sfalcio. 2. SPECIE DI INTERESSE 2.1 Specie di interesse comunitario Verzellino (Serinus serinus), lo Zigolo nero (Emberiza cirlus) o il Canapino (Hippolais polyglotta). A questi si aggiunge uno dei simboli della campagna di un tempo: l’Averla piccola (Lanius collurio), un buon esempio di specie minacciata la cui sopravvivenza dipende dall’esistenza dei prati magri. Si tratta di un Passeriforme insettivoro visibile nei consorzi prativi aperti e soleggiati intento a ricercare la grande varietà di insetti di cui si nutre; la sua tecnica di caccia consiste nel collocarsi in luoghi sopraelevati che gli permettono di controllare il territorio circostante per poi planare rapidamente sugli invertebrati che si trovano sul terreno o, eventualmente, inseguirli in volo. L’Averla piccola trova rifugio nelle boscaglie termofile o in macchie boscose, nidificando in cespugli poco accessibili. Fortunatamente, nonostante la sua vulnerabilità, Lanius collurio è segnalata in 102 Siti Comunitari lombardi. Le aree agricole sono inoltre frequentate per scopi trofici da alcuni rapaci diurni: la comune Uccelli elencati nell'Allegato I della Direttiva 79/409/CEE Codice A072 A229 A338 Nome comune Falco pecchiaiolo Martin pescatore Averla piccola Nome scientifico Pernis apivorus Alcedo atthis Lanius collurio Fenologia Migratore regolare, nidificante Nidificante Migratrice regolare, nidificante Elenco delle specie di uccelli del sito Valle Santa Croce e Valle del Curone inserite nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE. Nelle aree rurali, gli habitat prativi intercalati a cespugli isolati, boschetti e margini boschivi creano dei mosaici ambientali indispensabili per diverse specie ornitiche. A livello europeo, in questi ultimi decenni, il paesaggio campestre ha subito profondi mutamenti determinando la contrazione delle superfici prative e degli ambienti semi-naturali in esso presenti. Al declino di svariate specie ornitiche, un tempo diffuse e comuni, corrisponde quindi un aumento del numero di uccelli tutelato da apposite normative protezionistiche. Nel caso del Sito di Montevecchia esistono tuttora superfici agricole idonee ad ospitare interessanti specie vulnerabili o poco frequenti come la Sterpazzola (Sylvia communis), il Saltimpalo (Saxicola torquata), il 112 Poiana (Buteo buteo) è di norma visibile posata su qualche ramo, mentre l’agile Lodolaio (Falco subbuteo) predilige una tecnica di caccia attiva perlustrando in volo il territorio campestre in cerca di prede. Nelle aree boscate del Sito sono infine presenti numerose altre specie di uccelli, sia comuni sia sottoposti a tutela come il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), lo Sparviere (Accipiter nisus), l’Upupa (Upupa epops), il Frosone (Coccothraustes coccothraustes), il Rampichino comune (Certhia brachydactyla), il Picchio muratore (Sitta europea) e l’Allocco (Strix aluco). Nel 2003 l’Associazione Faunaviva realizzò, per conto del Consorzio di gestione del Parco di Montevecchia e della Val Curone, uno studio I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Saltimpalo – Saxicola torquata (foto Marco Noseda). Biscia d'acqua – Natrix natrix (foto Roberto Dellavedova). 113 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE Codice Nome comune Nome scientifico Allegato Vegetali 1849 Pungitopo 1308 1309 1312 1317 1332 1333 5008 Barbastello Pipistrello nano Nottola comune Pipistrello di Nathusius Serotino bicolore Molosso di Cestoni Pipistrello di Savi Pipistrello albolimbato 1256 1263 1281 1284 1292 Lucertola muraiola Ramarro occidentale Saettone Biacco Natrice tassellata 1167 1201 1209 1215 Tritone crestato italiano Rospo smeraldino Rana agile Rana di Lataste 1131 1149 Vairone Scazzone Ruscus aculeatus Mammiferi Barbastella barbastellus Pipistrellus pipistrellus Nyctalus noctula Pipistrellus nathusii Vespertilius murinus Tadarida teniotis Hypsugo savii Pipistrellus kuhlii Rettili Podarcis muralis Lacerta viridis Elaphe longissima Coluber viridiflavus Natrix tessellata Anfibi Triturus carnifex Bufo viridis Rana dalmatina Rana latastei Pesci Leuciscus souffia Cobitis taenia V II, IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV IV II, IV IV IV II, IV II II Elenco delle specie animali del sito sito Valle Santa Croce e Valle del Curone incluse negli Allegati II, IV e V della Direttiva 92/43/CEE. finalizzato all’individuazione di interventi a favore dei Chirotteri nel territorio del Parco (CAVENATI et al., 2003). Grazie a questa ricerca vennero identificate 11 specie di pipistrelli, di cui sei presenti all’interno del perimetro del SIC. A tali informazioni si addizionano i dati acquisiti durante la campagna di rilevamento del 1993, condotti dalla medesima Associazione, nei quali si indicava pure l’esistenza del Serotino bicolore (Vespertilius murinus) e della Nottola (Nyctalus noctula). Nel primo caso, per quanto riguarda la distribuzione nei Siti comunitari della Lombardia, sono note solo quattro segnalazioni, mentre per la Nottola le presenze regionali salgono a 19. L’unica specie di chirottero inclusa nell’Allegato II della Direttiva “Habitat” localizzata nel SIC è il Barbastello (Barbastella barbastellus), una specie legata alla presenza di formazioni forestali sia in ambienti planiziali che 114 montani (CAVENATI et al., 2003). Nel sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone”, considerando le sole specie incluse negli Allegati della Direttiva “Habitat”, alle 8 specie di Chirotteri si aggiungono altri 12 taxa afferenti ai seguenti gruppi sistematici: cinque Rettili (Lacerta viridis, Podarcis muralis, Hierophis viridiflavus, Elaphe longissima e Natrix tessellata), quattro Anfibi (Triturus carnifex, Rana latastei, Bufo viridis e Rana dalmatina), due Pesci (Leuciscus souffia e Cobitis taenia) e un solo vegetale (Ruscus aculeatus). Tra i Rettili è interessante la presenza di Natrice tassellata (Natrix tessellata), fortemente legata alla presenza di acqua corrente; si tratta di un ofide appartenente all’Allegato IV, localizzato in tre Siti continentali lecchesi. La disponibilità di ambienti acquatici come siti riproduttivi favorisce inoltre gli Anfibi; nel Parco di Montevecchia e della Valle del Curo- I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Anacamptis pyramidalis con farfalla (foto Giuseppe Sardi). 115 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Ophrys insectifera (foto Giuseppe Sardi). 116 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO ne sono infatti presenti 9 specie (MAURI, 2006) di cui due incluse nell’Allegato II: il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex) e la Rana di Lataste (Rana latastei). Quest’ultima, in particolare, è una specie endemica dell’Italia settentrionale distribuita nella Pianura PadanoVeneta (ANDREONE & SINDACO, 2002); individuata presso 58 siti comunitari lombardi, frequenta i Querco-carpineti (9160) o habitat boschivi più umidi come i saliceti ripariali e i boschetti alluvionali (91E0*) di Ontano nero (Alnus glutinosa) o Frassino maggiore (Fraxinus excelsior). Il Pungitopo (Ruscus aculeatus) è l’unico taxon presente nel sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone”, appartenente all’Allegato V. Si tratta di una particolare Liliacea segnalata in altri 12 SIC lombardi, osservabile in gruppi di pochi individui o in ampie colonie distribuite nel sottobosco di boscaglie termofile come i consorzi a Roverella o gli arbusteti di Carpino nero ed Orniello. Come per tutte le specie elencate nell’Allegato V, soggette ad un interesse commerciale, o di caccia o di raccolta, l’Ente gestore è chiamato dalla Direttiva “Habitat” ad individuare delle misure finalizzate al mantenimento di uno stato di conservazione soddisfacente. 2.2 Altre specie importanti Il presente SIC, grazie alla sua particolare collocazione e alla complessa struttura conferita dagli ambienti boschivi frammisti a praterie e aree agricole, gioca un ruolo fondamentale per la sopravvivenza di numerose specie di esseri viventi. Oggigiorno, in seguito alle accurate indagini e ricerche condotte nel Parco di Montevecchia e della Valle del Curone, si hanno cospicue informazioni sulla composizione della fauna e flora locale. Secondo recenti stime, all’interno del territorio protetto del Parco, vivono circa 120 specie di animali vertebrati; a questi si aggiungono circa 800 specie di piante erbacee o legnose e decine di specie di funghi (MAURI, 2006). L’attuale componente faunistica risente della condizione di isolamento che contraddistingue il Sito; infatti il territorio circostante è stato for- temente plasmato dall’espansione degli insediamenti umani che, insieme alle vie di comunicazione, ostacolano il naturale flusso della fauna. Un esempio eclatante è quello dello Scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris), in passato comune in tutta la Lombardia ma le cui popolazioni naturali, a causa del progressivo deterioramento dell’habitat boschivo, hanno subito una forte contrazione, tanto da arrivare ad estinzioni locali, come nel caso dell’area del Parco di Montevecchia e della Valle del Curone. Per questo motivo, l’Ente gestore a seguito di uno studio di fattibilità, negli anni 1998 e 1999 reintrodusse alcuni individui di Scoiattolo rosso all’interno dell’area protetta, dai quali discendono i vari esemplari che costituiscono l’odierna cospicua popolazione (AA.VV., 2003). Una seconda iniziativa di successo è stata la reintroduzione del Tasso (Meles meles) all’interno del perimetro del Parco (BALESTRIERI & REMONTI, 2003; MAURI, 2006). Per quanto riguarda la componente vegetale consultando il sito internet dell’area protetta è possibile accedere alla check-list della flora locale, mantenuta aggiornata grazie al contributo delle Guardie Ecologiche Volontarie. Mediante una visita virtuale si può quindi visionare quali sono le specie che si possono incontrare nei vari ambienti, o ancora, visualizzare le belle immagini fotografiche selezionabili in base al periodo di fioritura. In primavera, ad esempio, il sottobosco delle numerose formazioni forestali accoglie le precoci fioriture di svariate geofite. Questo termine botanico fa riferimento ad una delle categorie incluse nella classificazione di RAUNKIAER (1934), definite sulla base degli adattamenti cui le piante ricorrono per proteggere le loro gemme durante la stagione avversa. In questa definizione sono incluse tutte le piante erbacee perenni con gemme sugli organi ipogei (rizomi, tuberi, bulbi). Alcuni esempi di geofite rizomatose sono Anemone gialla (Anemone ranunculoides) e la più comune Anemone bianca (Anemone nemorosa), appartenenti alla famiglia delle Ranunculaceae; decisamente meno frequenti rispetto alle precedenti sono le aggraziate Cefalantera rossa (Cephalanthera rubra) e Cefalantera maggiore (C. longifolia). 117 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA 118 Cephalanthera rubra (foto Giuseppe Sardi). Erythronium dens-canis (foto Roberto Dellavedova). Gymnadenia conopsea (foto Roberto Dellavedova). Adiantum capillus-veneris (foto Roberto Dellavedova). I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Entrambe sono ampiamente protette sia da normative regionali sia nazionali in quanto appartenenti alla famiglia delle Orchidaceae. In effetti, questi attraenti vegetali sono forse l’elemento floristico più caratteristico del Sito dato che si possono contare svariate specie adattate a sopravvivere in diverse tipologie di habitat. Alcuni ambienti congeniali alle orchidee sono i boschi termofili insediati sui terreni calcarei; nel loro luminoso sottobosco, in radure o ai margini boschivi si possono ad esempio incontrare Platantera verdastra (Platanthera chlorantha), Ofride insettifera (Ophrys insectifera) o l’Orchidea maggiore (Orchis purpurea). Ma sono soprattutto i prati magri ad offrire rifugio a diverse orchidee, talvolta comuni, a cui si affiancano altre decisamente più rare come il precoce Giglio caprino (Orchis morio), la vistosa Orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis), la comune Manina rosea (Gymnadenia conopsea), l’elegante Orchide screziata (Orchis tridentata) oppure Ofride fior ragno (Ophrys sphegodes). Infine, in ambienti freschi su muri artificiali o pareti rocciose calcaree soggette a continuo stillicidio, si insedia una tipica vegetazione di rocce umide rappresentata dal bel Capelvenere (Adiantum capillus-veneris), un’elegante felce a distribuzione Paleotropicale talvolta formante delle lussureggianti colonie. 3. PROTEZIONE E CONSERVAZIONE 3.1 Stato di conservazione Nel Sito “Valle di Santa Croce e Valle del Curone” l’habitat dei prati magri occupa le favorevoli aree incolte un tempo destinate a vigneti e frutteti collocate sui versanti terrazzati disposti a meridione; in queste porzioni i consorzi prativi aridi mostrano complessivamente un buono stato di conservazione (BARCELLA et al., 2004). Tuttavia, il problema comune a tutte le cenosi erbacee semi-naturali è dato dall’abbandono delle attività agrarie o pastorali, con la conseguente colonizzazione delle superfici prative da parte di specie arboree e arbustive. Nel caso del territorio del Parco, i vigneti attivi sono stati regolarmente falciati fino agli anni ’80 (PANSERI, 2000) ma poi sono caduti in disuso. A seguito di questa fase di abbandono si registra ora una vitale ripresa delle attività agricole, che comporta un secondo elemento di criticità per la corretta conservazione degli ambienti prativi. Infatti, la volontà delle nuove aziende agricole di ripristinare gli impianti di vigneto, con moderne tecniche di intervento, potrebbe determinare delle ripercussioni degradanti per i consorzi erbacei della classe Festuco-Brometea inclusi nella codifica 6210. Per questo motivo l’Ente Parco ha definito delle linee guida per la gestione dell’habitat dei prati magri (CEREDA, 2000). Anche per la positiva conservazione delle praterie magre da fieno a bassa altitudine (6510) si registrano problematiche analoghe rappresentate dal mancato intervento di sfalcio che porta alla degradazione della vegetazione con l’immediata invasione da parte di specie infestanti. Ulteriori minacce derivano dal disturbo antropico derivato dall’incremento di attività escursionistiche. Per l’habitat prioritario delle sorgenti alcaline del Cratoneurion (7220*) la principale vulnerabilità è data dalla captazione delle acque di sorgente, con conseguente alterazione del regime idrologico. Nell’area del Parco di Montevecchia e della Valle del Curone, il mutamento della gestione del territorio avvenuto a partire dal dopoguerra ha inoltre determinato fenomeni di dissesto idrogeologico che, nei casi più gravi, potrebbe determinare la chiusura delle sorgenti alcaline fino alla copertura dei corsi d’acqua. In generale per le varie formazioni boschive (9160, 91E0*, 91H0, 91L0, 9260) il principale fattore di vulnerabilità è legato alla diffusione delle specie esotiche invasive arboree come Robinia ed Ailanto (Ailanthus altissima). In particolare la Robinia va a costituire anche dei boschi in purezza che sostituiscono l’originaria vegetazione forestale spontanea. I boschi termofili a Roverella rappresentano una delle formazioni forestali meglio conservate dell’area, tuttavia tali consorzi termofili sono maggiormente soggetti alla minaccia di incendi. 3.2 Stato di protezione Il Sito d’Interesse Comunitario è interamente 119 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA compreso nel Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone. Il Parco venne istituito con la Legge Regionale n. 78 del 16 settembre 1983, tre anni più tardi fu individuato come Ente gestore il Consorzio rappresentato attualmente dai comuni di Cernusco Lombardone, Lomagna, Missaglia, Montevecchia, Olgiate Molgora, Osnago, Perego, Rovagnate, Sirtori e Viganò, a cui venne affidata la gestione dell’area protetta. Nel 1991 venne adottato il Piano Territoriale di Coordinamento (PTC), successivamente approvato dalla Regione nel 1995. All’interno del Parco il Piano individua le aree di maggiore valore includendole nella “Riserva Naturale Alta Valle del Curone e Valle di Santa Croce” classificata quale riserva orientata paesistico-forestale. Il SIC “Valle di Santa Croce e Valle del Curone, IT2030006” con Decreto Ministeriale 26 marzo 2008, pubblicato sulla G.U. n. 104 del 5 maggio 2008, è incluso nell’aggiornato elenco per la regione biogeografica Continentale in Italia ai sensi della Direttiva 92/43/CEE. Grazie al Testo Unico delle leggi regionali in materia di istituzione di Parchi (L.r. 16 luglio 2007 n. 16) il territorio del Parco ha negli ultimi tempi ottenuto il riconoscimento come Parco Naturale, mentre ancora più recentemente, con L.r. 7 aprile 2008 n. 13, è avvenuto l’ampliamento dei confini dell’area protetta al comune di Merate. 4. FRUIBILITÀ Il Sito è attrezzato con numerosi sentieri da percorrere in comodità a piedi. In particolare, il Consorzio di Gestione propone 11 itinerari che permettono di raggiungere i luoghi più suggestivi dell’area protetta. Per una scelta del percorso più idoneo alle proprie aspettative si suggerisce di visitare il sito ufficiale del Parco, dove è possibile avere un’anteprima descrittiva dei contenuti della passeggiata e delle emergenze paesaggistiche, ambientali e socio-culturali che si potranno incontrare di passo in passo. A integrazione di queste informazioni è inoltre possibile optare per l’utilizzo di quattro percorsi audioguidati utilizzando i files acquisibili gratuitamente dal sito ufficiale. I contenuti si rife120 riscono a degli itinerari pensati per i non vedenti, dedicati agli ambienti delle sorgenti pietrificanti, dei prati magri, delle erbe officinali e al paesaggio rurale e alle sue architetture. Presso la “Cascina Butto” ha sede il Centro Visite del Parco di Montevecchia e Valle del Curone. La struttura svolge la funzione di offrire informazioni aggiornate e dettagliate in merito ai numerosi argomenti naturalistici e paesaggistici che riguardano la variegata realtà territoriale del Sito e del Parco regionale. Infine, per chi fosse interessato ad effettuare degli approfondimenti sulla componente ambientale locale, visitando il museo sito presso il Centro Parco “Cà del Soldato”, aperto il sabato e domenica, avrà la possibilità di comprendere i preziosi aspetti naturalistici non osservabili in un’unica passeggiata. 5. GESTIONE La gestione del Sito è stata affidata al Parco di Montevecchia e della Valle del Curone con d.g.r. dell’8 agosto 2003 n. 7/14106. L’Ente gestore vanta l’esperienza di ben due progetti LIFE. Nel 1998 l’Unione Europea approvò il primo cofinanziamento alle iniziative proposte per la tutela e la riqualificazione delle aree di maggiore interesse naturalistico; due anni più tardi il sostegno della Comunità Europea venne rinnovato per un secondo Progetto dedicato agli habitat comunitari inclusi nell’area. Gli ambienti interessati dalle iniziative gestionali sono stati le sorgenti pietrificanti con formazioni di travertino (7220*), i prati magri (6210*) e i boschi igrofili con Ontano nero (91E0*). Nell’ambito del progetto LIFE Natura 1998 sono stati attuati interventi in favore dell’habitat delle sorgenti pietrificanti. In particolare, è stata avviata la manutenzione e il risanamento dell’alveo dei ruscelli e del loro bacino di alimentazione attraverso il consolidamento dei versanti abbinati a mirati interventi forestali. Per limitare il disturbo alle sorgenti causato dal transito sui sentieri, sono stati quindi realizzati passaggi preferenziali con ponticelli e passerelle. Nei pressi delle formazioni più significative sono I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO state inoltre collocate bacheche informative. In seguito, con il secondo Progetto LIFE Natura, l’Ente gestore ha individuato ulteriori interventi di ingegneria naturalistica con lo scopo di aumentare la stabilità dei bacini. A queste azioni si sono affiancate iniziative volte a far conoscere sia al pubblico adulto sia alle scolaresche il valore di questi precari ambienti. Degno di nota è lo sviluppo di un programma divulgativo dedicato ai disabili. Così come è avvenuto per il precedente habitat, anche per quanto riguarda gli interventi conservativi dei prati magri, l’Ente gestore ha dapprima promosso indagini e ricerche per approfondire le conoscenze di questi delicati ambienti. Lo scopo principale del progetto era di promuovere risoluzioni orientate ad aumentarne l’estensione. Per questa tipologia ambientale l’Ente gestore ha sviluppato un modello di gestione più articolato stipulando con i proprietari delle convenzioni per la corretta manutenzione delle aree prative aride e delle macchie arbustive adiacenti, necessarie alla connessione dei vari ecosistemi. Gli interventi programmati prevedono l’esecuzione di sfalci solo a stagione molto avanzata, permettendo alle specie vegetali di completare il loro ciclo biologico annuale, abbinata alla rimozione degli arbusti del margine del bosco da attuarsi ogni due anni. Oltre al mantenimento delle aree prative ha inoltre avviato il recupero di superfici abbandonate, su una superficie di circa 20 ettari, direttamente e tramite delle convenzioni, riprendendo la pratica dello sfalcio e sradicando la vegetazione arborea ed arbustiva invasiva. L’Ente gestore, basandosi sull’esperienza di altre aree protette, ha introdotto il pascolo degli asini. Anche in questo caso, assecondando la politica comunitaria sono stati promossi interventi divulgativi collocando pannelli didattici lungo il tracciato dei sentieri che a loro volta sono stati migliorati per dirigere il transito dei visitatori. Come anticipato in precedenza, la crescente richiesta di riattivare la viticoltura ha introdotto delle nuove analisi per verificarne la compatibilità con gli obiettivi conservativi dei prati magri e delle altre componenti biotiche che lo frequentano. In particolare la necessità di programmare interventi di controllo degli insetti che fungono da vettore di malattie della vite ha un impatto negativo sull’entomofauna. Per questo motivo L’ente gestore ha optato per l’acquisto di aree prative, lontane dai vigneti, da dedicare ad una maggior tutela ed attenzione naturalistica. Infine nell’ambito del Progetto LIFE Natura 1998, in favore dell’habitat “boschi igrofili con Ontano nero (91E0*)”sono state promosse iniziative orientate al miglioramento delle condizioni ecologiche dei boschetti igrofili mediante la realizzazione di piccoli sbarramenti con lo scopo di aumentare l’umidità del terreno. Per restituire una maggior naturalità della componente vegetale sono stati eseguiti dei tagli delle specie esotiche invasive. Infine con l’obiettivo di ampliare la superficie dei boschetti umidi sono stati impiantati esemplari di Ontano nero e di altre specie legnose igrofile nelle loro immediate vicinanze e nelle radure più ampie. 6. BIBLIOGRAFIA AA.VV., 2003. Programmazione di interventi a sostegno della popolazione di scoiattolo rosso reintrodotta nel Parco di Montevecchia e della Valle del Curone. Consorzio Parco Regionale di Montevecchia e Valle di Curone. Rel. Ined. AA.VV., 2007. La nostra fauna – Rapaci diurni e notturni. Regione Piemonte, Osservatorio regionale sulla fauna selvatica, in collaborazione con l’Istituto per le piante da legno e l’ambiente, IPLA s.p.a. AGAM s.r.l., Cuneo: 142 p. Aeschimann D., Lauber K., Moser D.M. & Theurillat J.P., 2004. Flora alpina. Voll. III, Zanichelli, Bologna. Andreone F., & Sindaco R., 2002. 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CARATTERISTICHE AMBIENTALI 1.1 Ambiente fisico Il Sito di Interesse Comunitario “Lago di Sartirana, IT2030007” si colloca all’interno dell’omonima Riserva Naturale, in un’area sopraelevata rispetto al solco vallivo tracciato a levante dal Fiume Adda. L’attuale morfologia ha subito in tempi geologicamente recenti, riconducibili al Quaternario, una sagomatura a seguito della discesa verso la pianura di vaste lingue di ghiaccio. I depositi morenici lasciati in loco dal ritiro dei ghiacciai hanno ricoperto un territorio già caratterizzato da lievi corrugamenti attuati dall’orogenesi alpina. Da un punto di vista geologico il basamento è costituito dalle formazioni della “Scaglia Lombarda” rappresentata da varie tipologie di marne fittamente stratificate. La genesi del substra- to geologico calcareo – marnoso è riconducibile, in larga misura, alla sedimentazione detritica avvenuta nell’ambiente marino primordiale che caratterizzava quest’area in tempi arcaici (VERGOTTINI, 2008). Come si è verificato anche per altri laghi briantei, lo sbarramento operato da un apparato morenico ha favorito la permanenza delle acque sul fondo argilloso impermeabile, con la conseguente formazione di numerosi specchi d’acqua. Il Lago di Sartirana rappresenta dunque un tipico esempio di lago inframorenico. L’alimentazione dello specchio lacustre è assicurata dagli apporti idrici provenienti dalla minuta percolazione dai circostanti accumuli morenici. 1.2 Paesaggio vegetale La vegetazione che contraddistingue il Sito Lo specchio d’acqua del Lago di Sartirana (foto Roberto Dellavedova). 127 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Ninfea - Nymphaea alba (foto Roberto Dellavedova). 128 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Lago di Sartirana è spiccatamente igrofila. Si tratta di un interessante esempio di come i naturali processi evolutivi dei consorzi vegetali determinano la progressiva occlusione di uno specchio d’acqua. In passato era nota e comune la presenza di importanti specie idrofite radicanti e natanti. Delle appariscenti fioriture di Ninfea comune (Nymphaea alba), Ninfea gialla (Nuphar lutea) e di altre interessanti entità come la Castagna d’acqua (Trapa natans) o Brasca increspata (Potamogeton crispus), rimangono ora sporadici esemplari a causa della riduzione dei medesimi popolamenti acquatici. Tale condizione, secondo quanto emerge dal monitoraggio del sito (BARCELLA et al., 2004), è imputabile alla condizione di ipertrofia del bacino, già rilevata all’inizio degli anni ’80 (CNR-IRSA) ed amplificata dall’introduzione di esemplari alloctoni di Carpa erbivora (Ctenopharyngodon idella). L’attuale ripresa delle macrofite acquatiche è una conseguenza dell’ormai esiguo numero di esemplari di carpa erbivora sopravvissuti. Passeggiando lungo il tratto orientale della riva si osserveranno comunque delle appariscenti fioriture di Ninfee, riferibili però, a varietà di origine coltivata, a cui si aggiungono le vistose infiorescenze bluastre di Pontederia (Pontederia cordata). A mano a mano che il fondale si innalza, i biotopi acquatici lasciano gradualmente spazio alla Cannuccia di Palude (Phragmites australis). Il canneto o fragmiteto, dal nome g altro 74,6% 91E0* 10,5% Valori percentuali di copertura degli habitat. scientifico del genere della vistosa elofita, occupa ampie superfici contribuendo con il suo poderoso apparato radicale alle fasi di impaludamento dello specchio lacustre, per poi gradatamente collegarsi ai consorzi boschivi dislocati lungo il margine del bacino lacustre. Nella porzione nord occidentale il perimetro del lago è quasi ininterrottamente delimitato da un bosco ad Ontano nero (Alnus glutinosa) in parte frammisto anche ad entità esotiche come il Cipresso delle paludi (Taxodium distichum), il Platano comune (Platanus hybrida) ed il Ciliegio tardivo (Prunus serotina). La presenza del consorzio boschivo indica una fase più avanzata dei lenti processi di interramento. La vegetazione erbacea dei prati stabili da sfalcio intercalata a superfici occupate da seminativi di mais completano la varietà di ambienti all’interno del SIC. 1.3 Habitat di interesse comunitario Il SIC “Lago di Sartirana” annovera due tipologie di habitat comunitari riconducibili alle formazioni erbose mesofile e ai boschi azonali di Ontano nero (Alnus glutinosa). I prati da sfalcio occupano una superficie pari a circa il 15% del sito, concentrati nella porzione settentrionale del bacino lacustre. La peculiare ubicazione delle praterie consente di creare un’efficace transizione tra i circostanti centri abitati e il piccolo bacino lacustre. L’importante ruolo di zona cuscinetto consente di incrementare il valore biologico del sito. I prati da sfalcio sono ambienti secondari sottratti alla vegetazione originaria arbustiva o boschiva. Essendo prati a conduzione agricola tradizionale, sono fortemente influenzati e determinati nella loro composizione floristica dell’intervento periodico di sfalcio (GIACOMINI & FENAROLI, 1958). L’intervento dell’uomo ha quindi portato a selezionare un quadro 6510 floristico costituito da specie spontanee pre15,0% senti di norma anche negli ambienti naturali circostanti che determina una composizione assai diversificata da luogo a luogo. Le “Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (91E0*)” sono considerate 129 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Tipi di habitat dell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE Codice 6510 91E0 Habitat Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis) *Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae) dalla Direttiva Habitat un habitat prioritario. Gli ontani sono tra le specie arboree più tipiche dei boschi di ripa e si collocano preferibilmente lungo i corsi d’acqua di piccole e grandi dimensioni, su suoli umidi ma mai torbosi (FERRANTI et al., 2002). L’Ontano nero è infatti una pianta in grado di insediarsi su suoli intrisi d’acqua superando agevolmente anche fluttuazioni importanti del livello di falda. Quando il terreno si impregna d’acqua il suolo diviene asfittico, limitando a poche specie arbustive le capacità di sopportare tali condizioni. Una strategia adottata da Alnus glutinosa, è quella di sviluppare un efficace intreccio di radici avventizie, insediandosi così in corrispon130 Copertura (ha) 4,2 2,9 denza della porzione meglio areata del suolo. Un ulteriore vantaggio è dato dalle associazioni mutualistiche che le varie specie di Alnus instaurano con organismi unicellulari azotofissatori. Tale condizione favorisce una maggiore acquisizione di nutrienti rendendo gli Ontani maggiormente competitivi sui suoli umidi e poveri di humus sui quali normalmente vivono (FERRANTI et al., 2002). Tali accorgimenti risultano ancor più efficaci nel momento in cui le inondazioni si manifestano in corrispondenza del periodo di riposo vegetativo, ovvero quando le piante riducono il consumo di ossigeno (RYDIN & JEGLUM, 2006). I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Esempio di fruizione (foto Roberto Dellavedova). Il lamineto (foto Roberto Dellavedova). 131 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA 1.4 Ambiente umano Il sito “Lago di Sartirana” è compreso tra due piccole frazioni di Merate: Cassina Fra Martino collocata a Nord-Est e, a Sud-Ovest, il borgo di Sartirana adiacente all’omonimo lago. L’area comunitaria è ubicata in una porzione marginale rispetto alle principali vie di comunicazione trovandosi quindi in un contesto poco urbanizzato. Il circostante ondulato territorio, costituisce una variegata cornice ambientale rappresentata da seminativi a mais e prati da sfalcio intercalati a boschetti, filari e siepi. Il bacino lacustre è perimetrato dalla rete viaria locale che funge da collegamento tra i borghi e i paesi più popolati disposti ai piedi dei colli. 2. SPECIE DI INTERESSE 2.1 Specie di interesse comunitario Nonostante la ricca e differenziata avifauna che frequenta il sito non si annoverano però specie inserite nell’allegato I della Direttiva 79/409/CEE. Nella scheda descrittiva sintetica del SIC è indicata come unica specie dell’Allegato II la Rana di Lataste (Rana latastei), a cui si aggiungono due specie di Anfibi (Bufo viridis e Rana dalmatina), due di rettili (Podarcis muralis e Hierophis viridiflavus) ed un Chirottero (Pipistrellus kuhlii) inclusi nell’Allegato IV della Direttiva “Habitat”. Per l’area in esame esiste inoltre una segnalazione del 1991 relativa all’ormai rara Testuggine di palude (Emys orbicularis) non riconfermata nell’aggiornamento del Formulario Standard del Sito (BARCELLA et al., 2004). La Rana di lataste è una specie endemica della pianura padano-veneta individuabile in boschi freschi ed umidi caratterizzati da un ricco sottobosco come si verifica nelle Alnete a Ontano nero. Per salvaguardare gli ambienti in cui si insedia l’endemismo padano occorre scongiurare sia alterazioni dell’habitat sia della qualità e quantità dell’acqua (FORNASARI & VIGORITA, 2004). 2.2 Altre specie importanti L’ambiente peculiare del canneto abbinato a quello dei vegetali acquatici favorisce la presenza di una ricca e variegata vita animale comprensiva di anfibi, rettili, uccelli e piccoli invertebrati acquatici. Seppur di limitata estensione, il sito di Sartirana rappresenta di fatto un ideale rifugio sia per l’avifauna parzialmente stazionaria sia per quella nidificante. Tra gli uccelli migratori abituali non elencati nell’Allegato I della Direttiva 79/409/CEE si ricordano: il Cannareccione (Acrocephalus arundinaceus), il Torcicollo (Jynx torquilla) e la Folaga (Fulica atra). Di assoluto rilievo è la presenza nell’intricata cenosi di Phgramites australis di una delle poche stazioni italiane di Cicuta acquatica (Cicuta Specie di interesse comunitario della Direttiva 92/43/CEE Codice Nome comune Nome scientifico All. Mammiferi 5008 Pipistrello albolimbato Pipistrellus kuhlii IV Rettili 1256 Lucertola muraiola Podarcis muralis IV 1284 Biacco Coluber viridiflavus IV Anfibi 1215 Rana di Lataste Rana latastei 1201 Rospo smeraldino Bufo viridis IV 1209 Rana agile Rana dalmatina IV II, IV Elenco delle specie animali del sito Lago di Sartirana incluse negli allegati II e IV della Direttiva 92/43/CEE. 132 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Rana di Lataste - Rana latastei (foto Simone Rossi). virosa), una rara ed estremamente tossica pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Apiaceae. La sua distribuzione è infatti limitata a sporadici siti nei soli territori del Nord Italia in Lombardia, Veneto e Trentino – Alto Adige (SCOPPOLA et al., 2005). In prossimità dell’ingresso del sito sono visibili anche interessanti popolamenti naturali della non frequente Lisca a foglie strette (Typha angustifolia). Tra le Pteridophyte, ovvero la divisione delle piante vascolari rappresentata dalle felci e piante affini, la poco frequente Felce palustre (Thelypteris palustris) trova le condizioni ecologiche favorevoli nelle porzioni del canneto in corrispondenza dei bassi fondali interrati e intrisi d’acqua. Si ricorda infine che, sebbene i popolamenti di Cannuccia di palude non siano inseriti nell’Allegato I della Direttiva “Habitat”, questi ultimi sono a tutti gli effetti un biotopo di indiscusso valore biologico in quanto offrono rifugio e protezione a numerosi invertebrati e a parecchi uccelli, alcuni dei quali estremamente minacciati (DELARZE & GONSETH, 2008). 3. PROTEZIONE E CONSERVAZIONE 3.1 Stato di conservazione Negli ultimi decenni si è progressivamente affermata una maggior sensibilità verso i problemi legati alla conservazione degli ambienti acquatici. Questa consapevolezza nasce dal fatto che è ormai risaputo come la superficie occupata dalle acque stagnanti si stia drasticamente riducendo (WILDERMUTH, 1982). Data questa premessa si intuisce come il bacino di Sartirana possa, nonostante alcune criticità, assumere un rilevante ruolo di conservazione per la flora e la fauna acquatica locale. Essendo il canneto una cenosi estremamente dinamica, data dalla sua efficace rinnovazione annuale, il suo stato di conservazione è da considerarsi positivo. 133 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA Pontederia cordata (foto Roberto Dellavedova). 134 I SIC DELLA PROVINCIA DI LECCO Altri ambienti mostrano invece alcune compromissioni, come nel caso dell’alneta alla cui frammentazione si aggiunge la presenza di specie arboree esotiche che ne riducono la naturalità. In secondo luogo, la presenza di elevati quantitativi di nutrienti disciolti nelle acque collocano il bacino lacustre di Sartirana tra i laghi minori della Lombardia maggiormente eutrofizzati, anche a causa delle sue limitatissime dimensioni e della profondità assai ridotta. Ne consegue che il popolamento algale, con dominanza delle Cianoficee, sia particolarmente abbondante. Tale situazione si ripercuote sulla componente vegetale: il lamineto trova difatti le condizioni ottimali in ambienti da mesotrofici ad eutrofici mentre, in condizioni di ipertrofia, l’eccessiva proliferazione delle alghe ne limiterebbe lo sviluppo. Ulteriori alterazioni floristiche potrebbero ripercuotersi anche sul prezioso popolamento di Cicuta acquatica (BARCELLA et al., 2004). libera della Giunta Regionale n. 7/14106 del 08/ 08/2003 l’area della Riserva fu inserita nell’elenco dei Siti di Interesse Comunitari della Regione Lombardia. 4. FRUIBILITÀ L’accessibilità al sito è garantita da un circuito sentieristico ad anello che circoscrive il lago. L’Ente Gestore della Riserva prescrive limitazioni a tutte le superfici del fragmiteto in corrispondenza del periodo riproduttivo della fauna locale, comprensivo dei mesi di aprile, maggio e delle prime due settimane di giugno. Rivolgendosi direttamente all’Ente Gestore è possibile programmare delle visite guidate al SIC od eventualmente ricorrere all’utilizzo di una stazione di osservazione ornitologica nel caso in cui si desiderasse effettuare delle attività di studio o di ricerca sull’avifauna stanziale e migratrice. 5. GESTIONE 3.2. Stato di protezione Il sito comunitario è incluso nella Riserva Naturale del Lago di Sartirana, un’area protetta in parte di natura pubblica e in parte privata, la cui gestione è affidata al Comune di Merate. La Riserva Naturale del Lago di Sartirana fu inserita in un primo elenco dei biotopi regionali al momento della promulgazione della Legge Regionale del 27 luglio 1977, n. 33. In seguito si arrivò al riconoscimento ufficiale della Riserva Naturale grazie alla Legge Regionale del 30 novembre 1983, n. 86, comparendo tale luogo nell’elenco delle Riserve Naturali riconosciute nel territorio della Lombardia. Attraverso la deliberazione del 15 novembre 1984, n. 1802 del Consiglio Regionale si classificò l’area naturale “a parziale di interesse biologico”, affidandone la gestione al Comune di Merate con il supporto scientifico dell’Istituto Italiano di Idrobiologia, organo del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il successivo ampliamento che portò agli attuali confini dell’area protetta venne definito dalla Delibera del Consiglio Regionale n. V/965 del 14/12/1993. Infine con la De- L’esperienza maturata nell’ultimo ventennio dal Comune di Merate come Ente Gestore della Riserva Naturale del Lago di Sartirana ha portato anche alla sperimentazione di tecniche di ripristino delle zone umide. Tra i principali interventi attuati con lo scopo di rallentare il processo di impaludamento dello specchio d’acqua, si segnalano lo sfalcio annuale del canneto effettuato da novembre a gennaio e lo sradicamento delle cannucce di palude. Altre iniziative gestionali sono volte alla regolamentazione delle attività antropiche consentite tra cui quella agricola, la pesca e l’accesso all’area. Secondo quanto emerge dalla relazione tecnica che accompagna il monitoraggio dei SIC lecchesi, per quanto concerne il sito di Sartirana, il disturbo antropico esercita ancora il maggior impatto sulle componenti biotiche. Trattandosi di un’area interessata in particolar modo dalla pesca, sarebbe opportuno poter monitorare l’impatto di questa attività sui popolamenti delle specie nidificanti più sensibili verificando se possa essere di ostacolo alla sosta delle 135 ATLANTE DEI SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA IN LOMBARDIA specie migratrici durante il periodo invernale (BARCELLA et al., 2004). Un’ulteriore minaccia è legata alla presenza di strade nei pressi del Sito ove il traffico veicolare è la principale causa di un’elevata mortalità di anfibi in migrazione. Negli scorsi anni sono state condotte delle campagne di salvataggio grazie all’intervento delle Guardie Ecologiche Volontarie (G.E.V.) mediante il posizionamento di barriere mobili e al trasporto degli animali da un lato all’altra della strada (FERRI, 1998). Infine, una potenziale azione da compiere a titolo sperimentale potrebbe essere la rigenerazione dell’ambiente di torbiera che contraddistingueva il laghetto ancora negli anni ’50, quando si segnalava l’area come particolarmente ricca di sfagni (GIACOMINI & FENAROLI, 1958). e alle zone umide della Provincia di Como. Lyasis Edizioni. Sondrio. 111 pp. Bogliani G. & Villa M., 2005. I Siti di Importanza Comunitaria (SIC) della Regione Lombardia: aspetti faunistici. Regione Lombardia e Università degli Studi di Pavia. Relazione tecnica, ined. Commissione Europea, 2003. Interpretation Manual of European Union Habitats. Natura 2000. European Commission, DG Environment, Nature and biodiversity. 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