COLLANA “RAINBOW”
Quello strano bambino
dai pantaloni di velluto
di Cristiana Pivari
L’Autrice ha inteso donare i proventi, a lei dovuti per il libro, a
favore di:
A.I.P.D. Onlus
Associazione Italiana Persone Down
per promuovere progetti e iniziative rivolte ai bambini e
ragazzi affetti dalla sindrome di Down.
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CRISTIANA PIVARI
Quello strano bambino
dai pantaloni di velluto
Romanzo per ragazzi
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Copyright © 2010 CIESSE Edizioni
Design di copertina © 2010 Adriano Frisanco
Illustrazioni di Anita Postal
Quello strano bambino dai pantaloni di velluto
di Cristiana Pivari
Tutti i diritti sono riservati. È vietata ogni riproduzione, anche parziale. Le richieste per la
pubblicazione e/o l’utilizzo della presente opera o di parte di essa, in un contesto che non
sia la sola lettura privata, devono essere inviate a:
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E-Mail [email protected] | P.E.C. [email protected]
ISBN 978-88-97277-11-8
Collana RAINBOW
http://www.ciessedizioni.it
NOTE DELL’EDITORE
Il presente romanzo è opera di pura fantasia. Ogni riferimento a nomi di persona, luoghi,
avvenimenti, indirizzi e-mail, siti web, numeri telefonici, fatti storici, siano essi realmente
esistiti o esistenti, è da considerarsi puramente casuale e involontario.
Quest’opera è stata pubblicata dalla CIESSE Edizioni senza richiedere alcun contributo economico
all’Autore.
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BIOGRAFIA DELL’AUTRICE
Cristiana Pivari è nata a Trento dove vive e lavora. Ha vinto qualche
premio letterario, è stata finalista in molti altri e i suoi racconti
appaiono in diverse antologie. Dopo aver fatto l’attrice per dieci anni
ora scrive anche per il teatro e nel 2008 un suo lavoro è stato messo
in scena e un altro è stato segnalato in un concorso per testi teatrali.
Collabora con alcune riviste femminili e continua a lavorare in un
archivio.
BIBLIOGRAFIA
2007 – In prima persona singolare (raccolta di racconti vincitrice del premio
Elsa Morante per inediti)- Il Filo
2009 – Lo strano ospite – testo teatrale – Collana Teatro trentino
2010 – Crisalide rosa – Absolutely free edizioni
Racconti pubblicati in
2006 – I cortili dell’anima – Kairos edizioni
2008 – Lontano dal cuore – Terre di mezzo editore
2009 – Letteraria 2008 – Ferrara edizioni
2009 – Pink Noir delitti per signora – editrice Zona
2009 – C’era una volta – Edizioni Estroverso
2009 – Una piazza, un racconto – Iuppiter edizioni
2009 – Al di là di spazio e tempo – Editrice Veneta
2010 – I sei migliori colpi ’10 – Edizioni Cartacanta
Cataloghi di mostre fotografiche
2010 – Dalla vite in poi – Editrice Temi
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Capitano incidenti anche nelle migliori famiglie.
(Charles Dickens)
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Uno
Mi chiamo Edoardo, ho nove anni e mi piace giocare a
calcio, ma da grande farò il pilota, di elicotteri però, perché
gli aerei volano altissimi e non ti fanno osservare bene
tutto quello che c'è sotto.
Con l'elicottero, invece, ti sembra quasi di vedere le
persone nelle case, l’ho scoperto il giorno che il mio papà
mi ci ha portato ed è stata un’esperienza bellissima.
Il mio papà non è un pilota, ma ha un amico che lo è e
quindi, quando sarò grande, quell’amico mi farà da
maestro così poi porterò Davide a fare dei giretti fantastici.
Un'altra cosa che mi piace fare è leggere la sera quando
sono a letto, visto che la mamma non vuole che usi il
computer troppo spesso e la tivù la guardo poco perché lei
dice che alla sera non trasmettono dei programmi adatti ai
bambini
Finora ho letto almeno cinquanta libri e non sono
pochi, dal momento che so leggere da appena tre anni.
Vi dico come sono fatto così vi fate un'idea: alto come i
bambini della mia età, un metro e qualche cosa, capelli
rossi come la mamma e gli occhi azzurri come papà. A
scuola sono abbastanza bravo e quando ci tornerò andrò
in quinta elementare. Ora ci sono le vacanze estive e in
luglio sono stato in Sardegna al mare, per tutto il mese,
con il papà e la mamma.
Il mio papà si chiama Enrico è ingegnere e progetta
ponti e strade, la mia mamma si chiama Clelia sta in casa e
qualche volta suona il piano ed è bravina, direi,
sicuramente più di me che lo studio da un anno appena e
non è che mi piaccia tantissimo, ma l' ha voluto lei che
quando si mette in testa una cosa è tremenda e in quei
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momenti mi viene da chiamarla Laclelia, così tutto
attaccato, che ha un po' il suono di una cosa fastidiosa.
«Edoardo dove ti sei cacciato?», ecco appunto Laclelia
che mi chiama dalla cucina e pensa sempre che mi stia
mettendo in qualche guaio, altrimenti mi direbbe
semplicemente dove sei. Cacciato, che modo di parlare!
«Sono qua, mamma», rispondo quasi subito, ma lei non
è ancora contenta e continua:
«Qua dove?».
Neanche avessimo una reggia, ma forse lo fa per
abitudine in quanto, quando lei era piccola, abitava in una
casa grandissima visto che i miei nonni sono molto ricchi e
hanno anche una chiesetta in fondo al parco della loro
casa.
«Qua in salotto, mamma», preciso.
E lei: «Cosa ci fai in salotto?».
Adesso cosa le dico? Che sto giocando con Davide o
faccio finta di niente e le dico che sono qua che leggo? Se
le parlo di Davide, lei s'arrabbia di sicuro e dice che Davide
non esiste e ha fatto di tutto per farlo sparire, ma Davide è
il mio amico del cuore da due mesi e io non voglio che
vada via.
«Sto leggendo quel libro che mi ha portato papà».
«Ancora di elicotteri eh?». Oh, non è mai contenta e
allora tanto vale che le dica la verità, così si abitua una
volta per tutte.
«Sto giocando con Davide», ed eccola che piomba in
salotto, ma Davide è più veloce di lei e sparisce giusto in
tempo.
«Ancora con questo Davide, Edoardo», mi dice,
sedendosi sul tappeto vicino a me e alle squadre di
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soldatini che stavano per dar inizio a una bella battaglia,
prima che venisse lei, naturalmente.
«Ora sei grande», continua poi accarezzandomi i capelli,
«non puoi insistere con questa storia dell’amico
immaginario».
«Ma non è immaginario mamma», rispondo e mi viene
da piangere dalla rabbia poiché sarà la centesima volta che
glielo dico, «ha gli occhi azzurri e i capelli biondi un po'
lunghi e ricci. Si veste strano, ma è il mio migliore amico e
se tu non lo vedi è perché lui non vuole farsi vedere da te,
ma questo non vuol dire che non esista».
«E perché non vuole farsi vedere da me?», chiede e
sembra calma, anche se mi ha fatto cento volte questa
domanda.
«È una cosa fra noi, voi grandi non dovete entrarci».
E questa è la mia centesima risposta sempre uguale.
Certo che i grandi sono un po' duri di testa, quando non
vogliono capire, non capiscono e basta.
«Va bene, ma ora, visto che è sparito e non giocate più,
possiamo andare al circolo del golf per iscriverti al primo
corso».
«Che colpo basso, mamma. Da te non me l'aspettavo»,
sussurro sottovoce, ma la mia mamma è fatta così: si fissa
sulle cose.
«Sono piccolo per giocare a golf», provo a dirle.
«Non dire sciocchezze, guarda che Tiger Woods ha
iniziato quand'era molto più piccolo di te».
«Non so chi sia questo tipo, io non ci voglio andare e
basta, hai capito? Io non ci vado», e per essere più
convincente do un calcio al tavolino del salotto, facendo
cadere tutti e due gli eserciti con la conseguenza che mi
rimedio uno scappellotto sulla nuca da parte di mia madre
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che non sospetta minimamente che mi sono già punito da
solo, con una bella ammaccata al pollicione.
«Alluce, si chiama alluce», correggerebbe lei, se mi
potesse leggere nel pensiero, non sapendo che io li so tutti
i nomi delle dita dei piedi, perché me li ha insegnati
Davide. Allora: alluce che è il pollice, poi illice, trillice,
pondolo e mellino.
La mamma ha voluto che mi chiamassi Edoardo, come
il bisnonno, perché ha detto che nella nostra famiglia si usa
così e poi è anche un nome da principe e visto che,
secondo lei, siamo una famiglia per bene è giusto che io
pratichi uno sport "all'altezza della nostra posizione
sociale"e le è venuta 'sta fissa del golf che fa tanto nobile,
sempre secondo lei.
Sì, perché è mezza contessa in quanto mio nonno è
figlio di un conte e di una bisnonna che non era contessa e
così non è che sia proprio una contessa al cento per cento,
ma è come se lo fosse e lo dice sempre a tutti che ora lo sa
anche la mia maestra che, quando parla di principi e re, mi
guarda e sorride.
Devo assolutamente prendere tempo, almeno fino a
stasera quando arriva papà che, magari, la convince dato
che lui è uno di quelli che fa la voce calma e ti dice le cose
con dolcezza e convince sempre tutti. Lo dice anche la
mamma.
«Mamma, non adesso. Devo finire i compiti delle
vacanze visto che fra poche settimane inizia la scuola. Non
vorrai mica che faccia brutta figura», tento con la scuola
che funziona sempre e infatti Laclelia si alza e mi dice:
«Ci andremo domani, allora. Fai i tuoi compiti, ma
prima raccogli i soldatini dal tappeto».
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Pfui, è andata. Ora vado in camera mia con Davide che
dobbiamo parlare di un sacco di cose anche perché io i
compiti delle vacanze li ho finiti da una vita.
È la seconda bugia che le dico, lo so che non si deve,
ma sono costretto dalle circostanze.
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Due
«Mia madre insiste con la storia del golf, ma io non ci
voglio andare».
Davide e io siamo seduti sul letto uno di fronte all'altro:
lui è appoggiato alla spalliera e io sono in fondo con le
gambe incrociate come gli indiani.
«Puoi provare, poi se non ti piace lasci tutto», dice
Davide mentre gioca con un ricciolo dei suoi capelli.
Lui è l'amico giudizioso, quello che ti dà sempre buoni
consigli. Ha la mia età, ma sembra più grande di me
quando pensa e poi sa sempre tutto e scommetto che sa
anche chi è quel tipo che nomina sempre mia madre.
«Tu sai chi è Tiger Woods?», chiedo sapendo già che me
lo dirà e se fosse un altro bambino e non Davide, mi
starebbe anche antipatico, così saputello, ma è Davide e
quindi...
«È un giocatore bravissimo che ha iniziato a giocare a
otto anni dopo aver seguito suo padre sui campi da golf da
quando era piccolissimo», risponde pronto.
Una volta gli ho anche chiesto come fa a sapere tutto e
lui mi ha risposto:
«Non ne ho idea, lo so e basta».
È molto comodo avere un amico così, in quanto
s'imparano un sacco di cose e non c'è nemmeno bisogno
di andare in internet, che poi Laclelia non me lo fa usare
quasi mai, con lui basta chiedere e così mi potrà dare una
mano anche a scuola.
Io non gli voglio bene per la sua intelligenza, però, ma
perché è un bambino buono, anche se spesso è triste e non
me ne ha ancora detto il motivo anche se gliel' ho chiesto
un sacco di volte.
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La prima volta che l' ho incontrato era appena finita la
scuola e io stavo gironzolando nel giardino dei nonni,
quelli che hanno la chiesetta nel parco. Il papà doveva
lavorare e la mamma aveva qualcosa da fare e mi avevano
scaricato lì.
Quel giorno, dopo colazione, ero uscito in giardino
dopo aver ascoltato le raccomandazioni della nonna, ma
non avevo neanche un gioco con me e a un certo punto mi
sono seduto sotto un albero qualsiasi e mi sono messo a
pensare.
Pensavo che mi sarebbe piaciuto avere un fratello,
anche una sorella se bisogna proprio, che così avrei potuto
giocare con loro o anche litigarci. In fondo mi basterebbe
poter parlare con qualcuno che sia alla mia altezza e che
abbia i miei problemi perché sono sempre in mezzo ai
grandi e loro tante cose le hanno già passate da un pezzo e
non si ricordano bene come hanno risolto i loro problemi
e allora vanno in ansia e, quando non ne possono più, ti
portano dallo psicologo.
Pensavo a tutte queste cose quando, a un certo punto,
ho sentito una voce che diceva:
«Ti sei seduto su di un formicaio».
Figurarsi io. Ho fatto un salto che non vi dico e la voce
adesso rideva, ma non vedevo nessuno.
La prima cosa che ho pensato è stata: «Non dico niente
alla mamma, altrimenti mi porta subito dallo psicologo»,
ma per fortuna, in quel momento, l’ho visto: un bambino
della mia età con dei buffi pantaloni di velluto rosso
fermati al ginocchio, una camicetta bianca con pizzi,
calzettoni bianchi e scarpe da bambina. Anzi, a dire la
verità, sulle prime mi era sembrato proprio una bambina,
per via dei riccioli biondi lunghi, ma la voce era quella di
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un maschio e poi mi aveva dato la mano dicendo: «Sono
Davide, vuoi essere mio amico?».
Lì per lì, la faccenda mi era sembrata un pochino strana
visto che non era carnevale e quel bambino sembrava in
maschera, infatti lui, che ha fatto capire subito che era
intelligente, mi ha detto: «Non ho neanche un paio di
jeans, mi dispiace. È l'unico abbigliamento che possiedo, ti
prego di non prendermi in giro».
Uno che ti dice così ti è simpatico per forza e allora gli
ho detto che non importava com'era vestito e che io ero
Edoardo.
Abbiamo iniziato a parlare e gli ho anche chiesto se
voleva che gli prestassi dei jeans, ma non ha voluto e mi ha
raccontato che per lui era importante avere un amico e che
non ne aveva mai avuti perché i suoi genitori lo tenevano
sempre rinchiuso in casa.
A dirla tutta, all'inizio, ho pensato che fosse un po'
matto e per forza i genitori lo tenevano rinchiuso, ma poi
per qualcosa che non so spiegare mi sono fidato di lui e
ora siamo amici inseparabili da due mesi e il bello è che lui
sa sempre dove trovarmi e arriva con una specie di
teletrasporto.
«Mi spieghi cosa stai facendo seduto in fondo al letto a
guardare il muro?». La mia mamma è arrivata in punta di
piede, senza nemmeno bussare e per fortuna che Davide
ha buone orecchie, così è sparito giusto in tempo.
«Meditazione, mamma, la maestra ha detto che fra un
compito e l'altro bisogna fermarsi a meditare». Come mi
vengono? Che saranno pure bugie, ma sono delle gran
belle bugie.
«Edoardo non prendermi in giro», dice Laclelia,
«piuttosto vestiti che devo andare in città per una
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commissione e, visto che ci siamo, ti compero quello che ti
serve per la scuola.»
La mia mamma, in fondo non è male. Se le beve tutte e
non sta lì tanto a indagare.
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Tre
Mio padre Enrico, l'ingegnere, appare all'ora di cena e io
penso che sia meglio sbrigare subito 'sta faccenda del golf.
«Papà io non ci voglio andare alla scuola di golf, semmai
vado alla scuola di calcio, se proprio devo andare a scuola
anche per fare uno sport», dico appena ci sediamo a tavola.
«Che succede famiglia? Cos'è questa storia del golf?»,
chiede lui.
«La mamma vuole iscrivermi al golf, ma io preferisco il
calcio», ripeto paziente.
«Che c'è di male?», ribatte mio padre.
«Che c'è di male?» chiede Laclelia che in certi momenti è
proprio insopportabile e questo è uno di quelli, «non ti
mettere anche tu. Il calcio...non esiste uno sport più
volgare. Ventidue uomini che corrono dietro a un pallone
e che sudano come bestie. Per non parlare poi della
promiscuità in quegli spogliatoi puzzolenti».
«Venti, i portieri stanno fermi in porta», borbotto e si
vede benissimo che mio padre sta per scoppiare a ridere,
ma si trattiene e continua a indagare.
«Se a lui piace perché impedirglielo? Hai provato col
tennis e non gli piaceva, e sudava anche lì mi pare».
«Ora vuole che faccia come la tigre che ha iniziato da
piccola a giocare a golf», ri-borbotto.
«Si gioca a golf anche allo zoo?», chiede mio padre, ma
la mamma non raccoglie la battuta e non ride neanche un
po'.
«Non dirmi che non conosci Tiger Woods, il campione
di golf? Ha iniziato a giocare che era ancora piccolo e ora
guarda dov'è arrivato. L'altro giorno ha vinto l'Arnald
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