Le rotte toscane verso
la Terra dei Fuochi
Numeri, nomi e storie
della Rifiuti Spa in Toscana
Firenze, 3 dicembre 2013
Dal 2002 ad oggi le indagini per traffico organizzato di rifiuti (ex art. 260 D.Lgs 152/2006 – ad
oggi ancora l’unico delitto ambientale degno del nostro Codice Penale) che hanno coinvolto aziende
toscane sono 45, ben il 20,5% sul totale delle inchieste concluse su tutto il territorio nazionale.
Inchieste
totali
% sul
totale
nazionale
Ordinanze
di custodia
cautelare
emesse
%
Ordinanze
sul totale
Persone
denunciate
% persone
denunciate
sul totale
Aziende
coinvolte
Procure
impegnate
nelle indagini
per area
geografica:
Firenze
Grosseto
Livorno
Lucca
Massa Carrara
Siena
Pisa
45
20,5%
92
6,7%
388
9,5%
40
7
Fonte Legambiente. Tabella aggiornata al 28 novembre 2013
45 indagini che hanno portato a 92 ordinanze di custodia cautelare e alla denuncia di 388 persone,
coinvolgendo ben 40 aziende e società toscane; 7 le procure che hanno indagato: Firenze,
Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Siena, Pisa. I nomi dati dagli investigatori alle
inchieste, con rotte per la maggior parte dei casi verso sud, sono i più disparati: Greenland, Murgia
Violata, Re Mida (articolata in ben tre fasi), Poddock, Houdinì, Mosca, Alta Murgia, Sabina,
Agricoltura biologica, Poseidon, Camaleonte, Giro d’Italia: ultima tappa Viterbo, Pesciolino
d’Oro, Lucca, Cagliostro, Sinba (Siti di interesse nazionale bonifiche attivate), Ultimo atto
Carosello, Rubble Master, Mare Chiaro, Creosoto, Olio contaminato, Longa Manus, Girotondo,
Pseudo-Compost, Grande Muraglia, Castelfranco di Sotto, Iron, Terra Bruciata, Quattro mani,
Black Hole, Golden Rubbish, Dirty Energy, Eurot, Gold Plastic, Transformer. Di queste 45
inchieste, 13 sono state direttamente coordinate da procure toscane.
Anche alla luce di questi dati, appare chiarissimo come la Terra dei Fuochi non sia solo e
soltanto una questione campana ma una enorme questione nazionale. Per spiegarlo,
Legambiente ha scritto il primo “Dizionario dell'ecocidio nella Terra dei Fuochi”, questo il titolo
dell’ultimo dossier di Legambiente (Presentato a Napoli lo scorso 16 novembre) dedicato a quella
triste realtà. Dietro ogni singola voce del dizionario dell'ecocidio c'è un' inchiesta contro la “Rifiuti
Spa” con rotte illegali che partono da ogni dove, anche dalla Toscana, e trovano la loro meta finale
sempre e solo nella Terra dei Fuochi, nelle martoriate province di Napoli e Caserta. Un documento
di denuncia, che vuole anche essere una testimonianza, tragica, di un passato che non vorremmo si
ripetesse mai più. E che chiama in causa la credibilità di un intero Paese e della sua classe dirigente.
Nell’ultima Relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia (DNA) si registrano ben 15
inchieste in corso presso la DDA di Firenze per traffico organizzato di rifiuti, su un totale
nazionale di 253 procedimenti aperti (dal 2010, anno di entrata in vigore della riforma sulla
competenze delle DDA, al 31 dicembre 2012). Si tratta di un numero di inchieste, registrate in
meno di tre anni, superiore a quelle censite in questi 12 anni di applicazione del delitto, e che,
insieme alle indagini già chiuse e raccontate ampiamente anche in questo Rapporto, dimostra la
gravità di un fenomeno criminale devastante per il nostro Paese, dal punto di vista ambientale,
sociale e, soprattutto, economico. Numeri, è bene aggiungere, che testimoniano allo stesso tempo la
sempre accresciuta sensibilità ed efficacia investigativa di magistrati e forze dell’ordine impegnate
su questo delicato fronte della lotta all’ecomafia. Come si può vedere dalla tabella, i 253
procedimenti aperti in base all’art. 260 del Codice dell’Ambiente interessano tutte le DDA, con
numeri significativi per quelle di Bologna (23 iscrizioni), Palermo (19), Roma (17), l’Aquila (16),
Firenze (15), Venezia (13) e Milano (12).
Mettendo per un attimo da parte le inchieste per traffico organizzato di rifiuti e considerando,
invece, l’insieme dei reati commessi negli ultimi due anni nel più generale ciclo dei rifiuti in
Toscana, qui sono state accertate ben 582 infrazioni, con 778 persone denunciate e 8 persone
arrestate con 218 sequestri effettuati. Firenze è la provincia con il maggior numero di infrazioni
accertate (163) seguita da Livorno (97) e Siena (84).
L’accentuata dimensione globale delle attività di ecocriminali ed ecomafiosi, la diversificazione
delle loro attività illecite, il ricorso sistematico ad espedienti tipici della criminalità economica si
accompagnano in maniera sempre più evidente con l’altra piaga che affligge il nostro paese e
minaccia la nostra democrazia: la corruzione. In costante e inarrestabile crescita, senza sostanziale
differenza fra regioni. Secondo la Relazione al Parlamento della DIA (Direzione investigativa
antimafia) relativa al primo semestre 2012, le persone denunciate e arrestate a livello nazionale
per i reati di corruzione sono più che raddoppiate rispetto al semestre precedente (secondo semestre
2011), passando da 323 a 704. Un balzo in avanti spaventoso, che la dice lunga sul livello raggiunto
da questo fenomeno criminale. E se nei dati della DIA la Campania spicca con 195 persone
denunciate e arrestate, non “sfigurano” nemmeno la Lombardia, che con 102 casi raggiunge
l’ipotetico secondo posto del podio, la Toscana è al terzo posto a quota 71. Di mazzette e favori si
alimenta, infatti, quell’area grigia che offre i propri servizi alle organizzazioni criminali soprattutto
in un settore appetibile come quello ambientale. Nel complesso, dal 1° gennaio 2010 al 10 maggio
2013, ultimo aggiornamento effettuato, sono state ben 135 le inchieste relative alla corruzione
ambientale, in cui le tangenti, incassate da amministratori locali, esponenti politici e funzionari
pubblici, sono servite a “fluidificare” appalti e concessioni edilizie, varianti urbanistiche e
realizzazioni di discariche di rifiuti. Le indagini si sono concentrate nel 40% dei casi nelle quattro
regioni dove più forte è la presenza dei clan (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), confermando
l’intreccio strettissimo, in quei territori, tra mafia, corruzione e illegalità ambientale. Ma a guidare
la classifica come numero d’ inchieste è la Lombardia (20) e al quinto posto della classifica, dopo
Campania, Calabria e Sicilia, figura la Toscana. Un dato, questo, che segnala l’assoluta
“trasversalità”, anche dal punto di vista geografico, di quest’area grigia e dei suoi interessi illeciti.
Sono infatti 12 le inchieste sulla corruzione ambientale – censite da Legambiente, Libera e
Avviso pubblico – che riguardano la Toscana, pari al 8,9% del totale nazionale con 213 ordinanze
di custodia cautelare eseguite e 41 sequestri effettuati.
Dal 2011 l’Ufficio antifrode della Banca d’Italia (Uif), sia nel suo “Rapporto annuale” sia durante
un’audizione presso la Commissione antimafia della XVI legislatura, ha lanciato l’allarme sul fatto
che il settore dei rifiuti – e dei relativi appalti di gestione – è tra le attività economiche più a rischio
per le operazioni di “ripulitura” di capitali sporchi. Un indicatore di questa anomalia arriva dai
dati sulle operazioni “sospette” indicate nella Relazione della Banca d’Italia risalenti al 2012,
secondo i quali (grazie ad informazioni pervenute dagli intermediari finanziari) la Toscana registra
ben 4.386 operazioni sospette, seconda regione dell’Italia Centro/Settentrionale, solo dietro
all’Emilia Romagna, con un aumento del 35% rispetto all'anno precedente (erano 3.546 nel 2011).
Anche se negli ultimi anni, secondo quanto provano le attività inquirenti, il quadro sta cambiando
con una migliore assunzione di responsabilità da parte del mondo produttivo1, continuano a essere
tante le storie di illegalità nel ciclo dei rifiuti che hanno interessato le procure toscane e dal 2010 la
DDA di Firenze (visto il passaggio disposto per legge delle competenze per le indagini di traffico
organizzato di rifiuti dalle procure ordinarie alle DDA). Tre le più recenti si ricorda, intanto,
l’indagine denominata Eurot, risalente alla metà del febbraio 2011: nel febbraio del 2012 è arrivata
la condanna in primo grado (a 2 anni e 6 mesi di reclusione), con rito abbreviato, per il titolare della
ditta Eurotess di Montemurlo (Prato). Secondo l’accusa, l’azienda fungeva da cabina di regia di un
traffico illecito di rifiuti costituiti da stracci, che da diverse regioni del Centro e del Nord Italia
finivano in Campania, con la “collaborazione” di un clan di Ercolano. Secondo l’accusa gli stracci,
un giro di milioni di tonnellate, arrivavano a Ercolano (Napoli) da Prato dove, ufficialmente,
venivano ripuliti e disinfettati, mentre in realtà venivano smaltiti senza essere sottoposti ad alcun
trattamento, in totale violazione delle norme sui rifiuti. Con questa accusa 18 persone sono finite
agli arresti, in una indagine condotta dalla DDA di Firenze, coordinata dai pubblici ministeri Ettore
Squillace Greco e Pietro Suchan, e dai Carabinieri del NOE. Altri 6 imputati hanno patteggiato pene
da un anno a un anno e 9 mesi, undici sono stati rinviati a giudizio, uno assolto. Come si legge nella
relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, il traffico illecito, compresa la filiera del
trasporto e della logistica, “era realizzato grazie al coinvolgimento di un clan camorristico di
Ercolano”. Si tratta dei boss del gruppo Birra-Iacomino, molto influente nel territorio di origine. Il
procuratore di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, ha puntato il dito proprio sui traffici di rifiuti durante
la relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario in corso. “Una crescente criminalità – ha
affermato – è dedita al traffico di rifiuti, spesso gestito da esponenti camorristici”. Secondo il
procuratore “l’incapacità fin qui verificata di inserimenti sul territorio di strutture capaci di
assicurarne il controllo, ad imitazione delle aree di genesi dei contesti criminali organizzati di
stampo tradizionale o storico, produce per converso diversificate capacità di penetrazione e utilizzo
della rete economico/produttiva dei territori del distretto, per mezzo di fatti prevalentemente
orientati in direzione del reimpiego di non indifferenti disponibilità economiche”. Riciclaggio,
insomma, magari accompagnato da “trucchi” come quello della falsificazione dei documenti di
trasporto, il cosiddetto “giro-bolla”, riscontrato in diverse inchieste passate ma diventato più
complesso, perché prevede numerosi passaggi prima di arrivare all’illecito. Un “sistema”, scrivono i
magistrati della DNA, che è “sintomatico della presenza di strutture criminali, in quanto richiede
un’organizzazione composta da varie figure professionali di natura tecnica (laboratori) e operativa
(trasporti), oltre che di soggetti di vertice in condizioni di mantenere rapporti con i produttori dei
1
Nel 2013, fonti ufficiali confermano che circa il 60% dei controlli nelle imprese che gestiscono rifiuti sono risultati
essere conformi, cifra tutt’altro che scontata; allo stesso tempo, del 40% di controlli non conformi, circa l’80% è
risultato trattarsi di violazioni amministrative, il resto di carattere penale.
rifiuti e gli utilizzatori finali (leggi: sversamento) in base ad una accurata strategia remunerativa per
tutti i soggetti che vi partecipano”.
L’analisi delle modalità operative messe in atto da questi criminali rivela una prevalenza di quelle
finalizzate a controllare le filiere dei rifiuti, intercettando, per esempio, determinate tipologie di
scarti (materiali plastici, rottami ferrosi, carta e cartone, fanghi di depurazione e così via), piuttosto
che determinati ambiti territoriali, come avveniva nel passato, quando il business illegale era
strettamente correlato alla disponibilità di siti abusivi di smaltimento. Un caso significativo è
rappresentato dall’indagine denominata Transformer, del 13 marzo 2012, coordinata dalla DDA di
Firenze, che ha portato a 3 arresti e a 126 denunce per un traffico illecito di almeno 50.000
tonnellate di scarti metallici e un giro d’affari di circa cinque milioni di euro. Il traffico si snodava
su quasi tutto il territorio nazionale (in particolare Toscana, Puglia, Umbria, Emilia Romagna,
Lazio, Molise) seguendo le indicazioni di una regia criminale esistente, sono convinti gli
investigatori, almeno dal 2009, e gestita da due società attive nella provincia di Grosseto nella
raccolta e trattamento di rifiuti (con un’autorizzazione per la rottamazione e frantumazione dei
veicoli). I rottami ferrosi, senza essere sottoposti ad alcun trattamento, venivano utilizzati come
base per la produzione di Cdr (combustibile derivato da rifiuti) che – come scrivono gli inquirenti –
“oltre a non corrispondere alla tipologia normativa, era pericoloso per l’elevato contenuto di
sostanze inquinanti e dannose per la salute pubblica e per l’ecosistema, quali idrocarburi, oli
minerali, cadmio, cromo, zinco, vanadio, piombo, boro, bario, manganese, rame e policlorobifenili
(Pcb)”. Gli “imprenditori” provvedevano quindi ad abbattere i costi attraverso il classico metodo
del giro-bolla (declassificando, di solito, rifiuti speciali pericolosi in “non pericolosi”), ossia
attraverso la falsificazione dei codici Cer, oppure attraverso la fraudolenta miscelazione degli stessi,
con il concorso di laboratori di analisi, trasportatori e titolari di inceneritori.
Era dunque il materiale ferroso a innescare la miccia, non l’ambito geografico. Emblematiche sono,
sotto questo aspetto, le continue rotte illegali di mezzi di trasporto che gli inquirenti hanno finito per
chiamare “carrette del ferro”, cioè carichi di rottami ferrosi che percorrono in lungo e largo il nostro
Paese, fino a varcarne le frontiere. Si dirigono dove c’è un mercato, e non importa se a due
chilometri di distanza dal punto di partenza o in Estremo Oriente: a fare la differenza è solo il
prezzo. Nella zona di Arezzo, per citare un esempio, tra il 2012 e nei primi mesi del 2013 il Corpo
forestale e i carabinieri hanno sequestrato decine di queste “carrette del ferro”, tanto da predisporre
una intensa e coordinata attività investigativa a cui è stato dato il nome di Vesper. Come spiegano
gli inquirenti, il copione è sempre lo stesso: auto e moto rottamate insieme a mille altri tipi di scarti
metallici, senza le necessarie operazioni di separazione dei materiali e di bonifica (necessarie per la
presenza di oli esausti e refrigeranti, pneumatici fuori uso, fluff, etc.), vengono caricate nei cassoni e
diretti verso acciaierie italiane o, molto più preferibilmente, verso i porti da dove prendono il largo
soprattutto alla volta della Cina. Rottami che in questo modo sono destinati a diventare materia
prima di manufatti pericolosamente tossici, poi di nuovo importati nei paesi occidentali, compreso il
nostro. Non si tratta, spiegano gli investigatori, di un sistema che si chiude all’interno dei confini
nazionali, tutt’altro: vede una fitta collaborazione con le organizzazioni criminali estere e si
sovrappone con i flussi di import-export di merci (anche contraffatte) verso i paesi dell’Estremo
Oriente, Cina in particolare. Sono diversi, dunque, i livelli di corruzione, infiltrazione criminale e
illegalità messi in campo in uno stesso settore, quello del traffico di rifiuti, che rimane per la
Toscana uno dei più seri “campanelli d’allarme”, insieme al riciclaggio di capitali, dell’ingresso
delle mafie nel territorio. “Una triste realtà criminogena – scrivono i magistrati nella relazione 2012
della Procura nazionale antimafia– in quanto risultano colpite le imprese virtuose che, piuttosto che
godere del rispetto della legalità, ne risultano punite”. Nel ciclo illegale dei rifiuti, in questa regione
come altrove, non sempre e non solo compaiono personaggi legati ai clan. È quanto accade nel
delicato settore del recupero e del riciclo di rifiuti, dove operano spesso trafficanti “locali”, come
emerge soprattutto in provincia di Arezzo. Qui si è registrata, tra il 2012 e i primi mesi del 2013,
una lunga serie di interventi di polizia giudiziaria diretti a smantellare traffici illeciti di rifiuti
principalmente scarti ferrosi. Poco prima, il 27 gennaio 2013, a San Sepolcro, altri due trasportatori
di rifiuti pericolosi sono stati denunciati per smaltimento e raccolta non autorizzata dagli uomini
della Forestale, impegnati in una serie di controlli sulle strade della Val Tiberina. Sempre nella
stessa zona, a qualche giorno di distanza, è stato fermato e messo sotto sequestro un altro autocarro
di rifiuti costituiti da ferro, acciaio e batterie per autocarri (che presentavano fuoriuscite di liquido).
Oltretutto, nella parte posteriore del mezzo era ben visibile una pubblicità che invitava a contattare
un numero di cellulare qualora interessati al ritiro di ferro vecchio. Anche in questo caso, al
momento del controllo emergeva che i proprietari erano completamente sprovvisti di ogni
autorizzazione al trasporto di rifiuti. Solo qualche mese prima, precisamente il 7 ottobre 2012, gli
uomini del Corpo Forestale di Arezzo intercettavano nella stessa zona, in un colpo solo, altri tre
camion che trasportavano illegalmente tonnellate di rifiuti di ferro e acciaio. Flussi continui di
rifiuti ferrosi, che le forze dell’ordine provano a bloccare in qualche modo. Sempre in provincia di
Arezzo, dopo le insistenti denunce dei cittadini in merito alla gestione delle cave di Quarata,
qualcosa si è mosso. Il sospetto era che qui fossero stati seppelliti fusti di rifiuti, probabilmente di
provenienza industriale. A fine aprile 2013 il Corpo Forestale dello Stato, grazie alla strumentazione
in dote all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha rinvenuto nel triangolo delle cave di
Quarata una ventina di bidoni di rifiuti interrati in profondità. Bidoni la cui pericolosità verrà
presto chiarita dalle analisi in programma. Un’operazione che rientra nell’ambito di una nuova
inchiesta coordinata dal procuratore reggente Roberto Rossi (aperta a distanza di tre anni
dall’ultimo blitz sulla cava), che si sta muovendo su tutta l’area delle cave di ghiaia, con l’apertura
di un fascicolo contro ignoti per l’ipotesi di abbandono incontrollato di rifiuti, pericolosi e non.
Risultati che non fanno che confermare le denunce presentate in questi anni dal Comitato di Quarata
al Ministero dell’Ambiente, all’Arpat e al Comune di Arezzo. Spesso la creazione di discariche
illegali di pattume tossico, vere e proprie bombe ecologiche, nasconde solo il piano criminale di
imprenditori senza scrupoli che scaricano i costi del corretto smaltimento sulla collettività. La
Guardia di Finanza, per esempio, a metà febbraio del 2013, ha messo sotto sequestro a Piombino
(LI) circa 1.000 tonnellate di rifiuto minerale inerte, che era stato abbandonato all’interno di una
vasta area industriale senza le necessarie autorizzazioni. Una tonnellata di eternit, pronta per essere
sotterrato, è stata scoperta e sequestrata invece, nell’estate scorsa, sempre dalla Guardia di Finanza,
in un terreno di Versegge, in provincia di Grosseto.
La Rifiuti Spa, le responsabilità storiche delle aziende toscane
È oramai un fatto acclarato dalle decine di inchieste per traffico organizzato di rifiuti riguardanti la
Terra dei fuochi che una buona parte dei carichi tossici provenivano anche da aziende toscane.
Senza entrare nel merito delle singole responsabilità penali, è un fatto storico che ciò sia avvenuto e
abbia comportato notevoli benefici economici per le stesse imprese. Così come è naturale
immaginare che molte di queste fossero all’epoca dei fatti contestati soprattutto dalla Dda di Napoli
all’oscuro del disegno criminoso in atto dai clan mafiosi; ragione per la quale vorremmo sentire la
loro voce di totale assunzione di responsabilità: innanzitutto, denunciando per truffa aggravata i
broker che trafficarono i rifiuti, i secondo luogo contribuendo a farsi carico delle bonifiche oggi
necessari a causa di quei maledetti sversamenti.
Soprattutto nel periodo che va dagli anni Ottanta a metà degli anni Novanta, così come emerge
chiaramente dalle indagini, le direttrici dei traffici illeciti riguardanti aziende e imprenditori toscani
si sono rivelate essere principalmente verso il sud Italia, in particolare verso le aree tra le province
di Napoli e Caserta, aree a tradizionale presenza di clan mafiosi, compresi i famigerati “Casalesi”.
Questi ultimi i primi conoscitori del business illegale dei rifiuti tossici provenienti dalla parte più
produttiva d’Italia. Mancando una legislazione penale adeguata, il gioco è stato fin troppo facile,
con rischi praticamente nulli. Fino al 2001, infatti, non esisteva alcun delitto di traffico organizzato
di rifiuti e i viaggi di veleni verso sud potevo essere contrastati, al massimo, con qualche risibile
contravvenzione, quando non si riusciva a dimostrare casi di truffa conclamata: di fatto solo
quest’ultima fattispecie penale ha consentito di dare qualche buffetto alla Rifiuti Spa della prima
ora. Per questa ragione il business della monnezza ha potuto prolifera indisturbato per anni, con le
conseguenza che sono oggi sotto gli occhi di tutti, non solo in Campania.
Così migliaia di tir carichi di rifiuti di ogni genere di aziende toscane, da Viareggio, Pistoia, Lucca,
Pisa, Arezzo, Santa Croce sull’Arno, Grosseto, hanno potuto attraversar il Paese per concludere il
loro viaggio nella Terra dei Fuochi. Sin dal 1988 aziende toscane hanno contributo, grazie al
contributo di colletti bianchi e funzionari pubblici compiacenti, spesso sotto la regia della
massoneria, ad inquinare zone della provincia di Caserta e di Napoli. I nomi delle ditte, la tipologia
dei rifiuti, i quantitativi e le discariche utilizzate sono descritte oggi nelle carte dei processi, alcuni
ancora in corso, e nelle dichiarazioni di vari pentiti di camorra, che negli ultimi decenni stanno
raccontando la storia criminale della Rifiuti Spa vista dal di dentro. Un elenco di soggetti e aziende
fin troppo lungo per essere qui riportato, al netto delle vicende giudiziarie passate e presenti, che
non hanno potuto far altro che sfiorare appena quei flussi illegali.
E non solo le dichiarazioni desecretate del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, che hanno
ottenuto la ribalta mediatica nelle ultime settimane, anche se si trattava di informazioni già
conosciute e presenti sin dai primi Rapporti Ecomafia di Legambiente (dal 1994 in poi).
Qualche anno fa, un altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, s’è rivelato essere la vera
“gola profonda” che sta raccontando sin nei minimi dettagli come avveniva l'inquinamento
sistematico della Terra dei Fuochi. Un “pentito d’eccellenza”, le cui dichiarazioni sono state
vagliate e sono state oggetto di un Rapporto del geologo Giovanni Balestri, oggi pubblico.
Rapporto che è stato per qualche anno “secretato” in quanto parte integrante della delicatissima
indagine della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Napoli sugli interramenti di rifiuti tossici
nella discarica Resit di Giugliano, di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, grazie alla diretta
partecipazione della camorra casertana. Inchiesta che ha portato all’attuale processo a carico di 38
imputati che si sta svolgendo dinanzi alla V sezione della Corte d’Assise di Napoli. Di questa
indagine il Rapporto è parte integrante, e comprende il triste elenco di aziende che fino al 2003 si
sono rivolte alla discarica di Chianese & compari. Le ipotesi del processo vanno dal disastro
ambientale all’avvelenamento della falda. Accuse gravissime per le quali (ed è la prima volta che
accade in Italia) un processo per reati ambientali viene giudicato in Corte di Assise, con tanto di
giuria popolare, dove di solito si giudicano gli omicidi. Secondo il geologo Balestri la
contaminazione in corso nell’area vasta di Giugliano, è così grave che entro il 2064 provocherà un
disastro ambientale totale, quando cioè il percolato altamente tossico che “fuoriesce inesorabilmente
dagli invasi sarà completamente penetrato nella falda acquifera che è collocata al di sotto dello
strato di tufo sopra il quale si trovano le discariche. I veleni contamineranno decine di chilometri
quadrati di terreno e tutto ciò che lo abiterà”. Nel Rapporto sono elencate le singole ditte colpevoli
di aver sversato i loro rifiuti nella Terra dei Fuochi. Rotte illegali della monnezza, che univano gli
stabilimenti dalla Provincia di Massa-Carrara, del Comprensorio del Cuoio e del pistoiese, alla
Terra dei Fuochi. I legami che portavano sostanze inquinanti in Campania passavano anche da Pisa,
Prato e Arezzo. Dagli anni 80 un sistema imprenditoriale/mafioso che ha visto coinvolte molte
aziende provenienti da ogni parte della Toscana, come la Del.ca, la Italrifiuti e la Vanni di Lucca,
la Di Puorto di Torre del Lago (Lu), la 3F. Ecologia di Porcari (Lu) la Ideco di Pisa, la Zavagli e la
S.C.M di Pistoia. Del resto, per leggere i nomi dei principali protagonisti dei traffici di rifiuti dal
centro-nord verso la Terra dei Fuochi bastava leggere il dossier di Legambiente targato 1995, dal
titolo “Rifiuti Spa” libro bianco contro la holding dei rifiuti, dove nel capitolo quinto (La conquista
della Toscana) si denunciava l'avanzata di massoni, di industriali senza scrupoli, di colletti bianchi
che gestivano il traffico illecito di tonnellate e tonnellate di rifiuti urbani ed industriali prodotti in
Toscana e smaltiti nel periodo dal 1990 al 1993 in discariche campane e calabresi. Tutto corredato
di nomi e cognomi. Nel dossier, Legambiente scriveva che secondo un’inchiesta della Procura
presso la Pretura di Lucca, su indagine della Digos di Lucca, attraverso società con sedi in Toscana
– le stesse che appaiono oggi nella Relazione Balestri – quali la 3F Ecologia, la Del ca s.r.l, la Pool
Ecologia e Ecotrasporti, sarebbero stati esportati dalla Toscana prevalentemente verso la Campania
e la Puglia rifiuti industriali, fanghi di conceria come quelli del polo di S. Croce sull'Arno.
Complessivamente, secondo la Magistratura, si trattava di circa 140mila tonnellate di rifiuti urbani
ed industriali prodotti da numerosi comuni toscani, da cartiere, concerie e impianti di depurazione.
Dalla sola provincia di Lucca, alla media di 28 tonnellate a tir, sono partiti circa 5.000 tir
concentrati in due anni, da gennaio 1990 a dicembre 1992. Molti di questi tir, secondo gli inquirenti
sono spariti nel nulla, insieme al loro carico di rifiuti. Dopo 20 anni è ormai assodato che quei rifiuti
scomparsi sono stati effettivamente smaltiti nelle discariche di Gaetano Vassallo e Cipriano
Chianese, risultando essere il canale privilegiato di arricchimento per le famiglie camorriste del
casertano e del napoletano. Clan che hanno offerto i loro servigi a decine di imprenditori, anche
toscani, smaniosi di risparmiare soldi sullo smaltimento finale degli scarti tossici. In quelle pagine,
venivano nominati coloro che negli anni successivi saranno protagonisti degli affari tossici della
Rifiuti Spa sulla tratta Toscana-Campania. Interlocutori “privilegiati” con nomi e cognomi.
Come
Gaetano Cerci, di Casal di Principe, che ha un ruolo di primo piano
nell’intermediazione per lo smaltimento in Campania dei rifiuti toscani; i due fratelli Roma,
Elio e Generoso, che nonostante provengano dalla provincia di Caserta sono titolari di società che
operano in Toscana, ma soprattutto nel Lazio; così come Luigi Ciardiello, anche lui specializzato in
intermediazione e trasporto di rifiuti. Nomi che ritornano anche nelle dichiarazioni del pentito di
camorra Carmine Schiavone nella seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei
rifiuti del 7 ottobre 1997 e recentemente desecretata, anche quando parla della Toscana. Schiavone
consegnò in quell’occasione “documenti riguardanti le amministrazioni provinciali di Massa
Carrara e di Santa Croce sull’Arno”. Incalzato dal presidente della Commissione Massimo Scalia,
Schiavone disse che il traffico era stato iniziato da suo cugino “Sandokan e Francesco Bidognetti,
insieme ad un certo Cerci Gaetano, che aveva già intrattenuto rapporti con dei signori di Arezzo,
Firenze, Milano e Genova”. Schiavone lasciò poi intendere che l’avvocato che organizzava il
traffico di rifiuti da nord a sud del Paese “stava molto bene con un signore che si chiama Licio
Gelli”, e che nell’aretino ha la sua celebre sede in Villa Wanda. Nomi che agli inizi degli anni
Novanta dicono poco o nulla, anche se negli anni successivi, in un modo o nell’altro, avranno a che
fare con inchieste giudiziarie nel campo dei rifiuti.
Da quel lontano dossier del 1994 di Legambiente, tanta strada è stata percorsa. La Rifiuti S.p.A. si è
trasformata in un’impresa globale che ha interessi in tutto il Paese. Con i rifiuti si diventa ricchi.
Miliardi di euro, facili. Basta avere un terreno e scavarci una buca. Prima, soprattutto in Campania,
poi ovunque in Italia e all’estero. E seguire un semplice dogma: meno si osservano le regole, più
aumenta il conto in banca. Per gestire un affare stratosferico, la camorra dei rifiuti si è trasformata
in holding, con un proprio consiglio di amministrazione, manodopera specializzata, rappresentanti
con valigetta 24 ore che operano in tutto il paese. Un vero e proprio direttorio in cui gli interessi
della criminalità organizzata viaggiano di pari passo con la distruzione del territorio. Un direttorio
che gestisce autocarri e camion provenienti dal Nord, che sostano nel centro Italia e proseguono
verso sud. Un continuo viavai di veleni. E se la base operativa è sempre stata in Campania, e in
particolar modo nelle province di Napoli e Caserta, piano piano questa base è servita da trampolino
di lancio per il business illegale in altre regioni dell’Italia centrale e meridionale. Alle rotte storiche
e collaudate se ne aggiungono, oggi, delle altre, regionali e addirittura provinciali. Rifiuti di ogni
tipo, dagli speciali agli urbani. In questi anni sulle autostrade d’Italia e poi verso le rotte
dell’ecomafia è viaggiato di tutto: scorie, polveri di abbattimento fumi, morchia di verniciatura,
reflui liquidi contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate provenienti da attività
di bonifica. Non c’è tipologia di rifiuto che possa sfuggire alle mire degli ecocriminali del nostro
paese. Anno dopo anno, rotte e metodologie di smaltimento illecito si sono adattate alle esigenze
del mercato. Si sono moltiplicate, così, le truffe ai danni di privati e di enti pubblici. L’ecomafia si
specializza, si allarga in tutto il paese, anche in Toscana, ed ecco che nascono società di
smaltimento strutturate come scatole cinesi, attraverso un vorticoso giro di prestanome. Queste
gestiscono il trasporto di rifiuti con una documentazione completa e assolutamente inappuntabile,
che però non ha niente a che vedere con il reale contenuto dei camion. E prima che qualcuno se ne
accorga, spesso la società si è già sciolta. In questi anni la Rifiuti S.p.A. ha disegnato e continua a
disegnare nuove rotte e metodologie di smaltimento illecito.
Non a caso, il nuovo Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti che, lo scorso sei novembre,
nel corso del X Forum in difesa della natura, tenutosi a Napoli, ha denunciato come il territorio
toscano sia da anni, una succursale del crimine: “ora la camorra napoletana sta portando i rifiuti
campani altrove, in primis in Toscana, ma anche in Paesi come la Romania e la Cina”.
Non a caso, oggi si parla di rotte circolari, non più unidirezionali. Tant’è che in molti casi si sta
assistendo addirittura ad una sorta di “rovesciamento” dei ruoli: i rifiuti da smaltire partono dalla
Campania per finire in altre parti d’Italia. Peraltro, sta di fatto che, come si racconta in Ecomafia
2013, la Toscana si sta dimostrando “centro nevralgico della falsa certificazione”. È stato lo
stesso procuratore di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, a puntare il dito proprio sui traffici di rifiuti
durante la Relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario in corso. “Una crescente criminalità ha affermato - è dedita al traffico di rifiuti, spesso gestito da esponenti camorristici”. Secondo il
procuratore “l’incapacità fin qui verificata di inserimenti sul territorio di strutture capaci di
assicurarne il controllo, a imitazione delle aree di genesi dei contesti criminali organizzati di stampo
tradizionale o storico, produce per converso diversificate capacità di penetrazione e utilizzo della
rete economico-produttiva dei territori del distretto, per mezzo di fatti prevalentemente orientati in
direzione del reimpiego di non indifferenti disponibilità economiche”.
Riciclaggio, insomma, magari accompagnato da “trucchi” come quello della falsificazione dei
documenti di trasporto, il cosiddetto “giro-bolla”, riscontrato in diverse inchieste passate ma
diventato più complesso, perché prevede numerosi passaggi prima di arrivare all’illecito. Un
“sistema”, scrivono i magistrati della DNA, che è “sintomatico della presenza di strutture criminali,
in quanto richiede una organizzazione composta da varie figure professionali di natura tecnica
(laboratori) ed operativa (trasporti), oltre che di soggetti di vertice in condizioni di mantenere i
rapporti con i produttori dei rifiuti e gli utilizzatori finali (sversamento) in base ad una accurata
strategia remunerativa per tutti i soggetti che vi partecipano”.
La Rifiuti Spa, oggi
Il traffico illegale di rifiuti in Toscana, così come nelle altre regioni, è cambiato negli ultimi anni.
Come già analizzato in Ecomafia 2013 “l’analisi delle modalità operative messe in atto da questi
criminali rivela una prevalenza di quelle finalizzate a controllare le filiere dei rifiuti, intercettando,
ad esempio, determinate tipologie di scarti (materiali plastici, rottami ferrosi, carta e cartone, fanghi
di depurazione e così via), piuttosto che determinati ambiti territoriali, come avveniva nel passato
quando il business illegale era strettamente correlato alla disponibilità di siti abusivi di
smaltimento”.
Insomma, è più la dimensione merceologica che quella geografica a muovere in maniera
organizzata le holding criminali, comprese quelle toscane. Per un traffico illecito che non ha più
confini e che, per essere colpito, impone sinergie repressive ad ogni livello, compreso quello
sovranazionale. Non a caso, le 215 inchieste ex art. 260 censite fino a oggi hanno coinvolto, come
già accennato, ben 26 paesi esteri: 11 europei (Albania, Austria, Bulgaria, Francia, Germania,
Grecia, Inghilterra, Norvegia, Russia, Turchia, Ungheria), 6 asiatici (Medio Oriente, Cina, India,
Malasya, Pakistan, Siria), 8 africani (Congo, Egitto, Etiopia, Ghana, Liberia, Nigeria, Senegal e
Tunisia) e 1 sudamericano (Bolivia).
LE NAZIONI COINVOLTE NEI TRAFFICI ILLECITI DI RIFIUTI (FEBBRAIO 2002 –
Area Geografica
10 MAGGIO 2013)
Europa
Numero
Stati
11
Stati Esteri Coinvolti
Asia
6
Cina, India, Malasya, Medio Oriente, Pakistan, Siria
Africa
8
Congo, Egitto, Etiopia, Ghana, Liberia, Nigeria, Senegal, Tunisia
America Latina
1
Bolivia
Totale
26
Albania, Austria, Bulgaria, Francia, Germania, Grecia, Inghilterra
Norvegia, Russia, Turchia,Ungheria
(*) I dati si riferiscono alle indagini concluse fino al 10 maggio 2013
Fonte: elaborazione Legambiente sulle indagini del Comando Carabinieri Tutela Ambiente, Corpo Forestale dello Stato,
Guardia di Finanza, Polizia dello Stato, Agenzie delle Dogane e Polizia Provinciale.
Dalla lettura incrociata dei dati emergono, quindi, alcune considerazioni che attestano, in generale,
una costante evoluzione nelle strategie criminali dei trafficanti, che si muovono perfettamente
in parallelo con le evoluzioni del mercato legale.
Che i flussi illegali dei rifiuti si proiettino con sempre maggiore intensità nel turbinio della
globalizzazione lo dicono anche i numeri dell’attività repressiva dell’Agenzia delle Dogane, svolta
insieme alle altre forze dell’ordine: in un solo anno, il 2012, il volume dei rifiuti sequestrati è
raddoppiato rispetto all’anno precedente, passando da 7 mila a 14 mila tonnellate, ed è cresciuto
anche il numero dei sequestri effettuati, da 113 a 147. Tra i sequestri, ci sono anche carichi
spediti da aziende toscane. In giro per il mondo, a differenza del passato, non ci vanno più veleni
da scaricare dove capita, ma tipologie di rifiuti già selezionati – magari malamente e/o illegalmente
– e pronti per “ridiventare” materie prime, in violazione delle norme che regolamentano la filiera di
gestione e i movimenti transfrontalieri delle merci.
Tra i “materiali” finiti sotto sequestro spiccano i pneumatici fuori uso e gli scarti di gomma,
che da soli rappresentano il 57,2% del totale; a seguire, gli scarti di metalli, 16%, quelli di
materiale plastico, 15,8%, carta e cartone, scarti tessili, rifiuti elettrici ed elettronici (i cosiddetti
Raee). Per capire la bramosia globale di materie prime, in particolare nell’area del Sud/Est
asiatico, basti pensare che trovano mercato pure i pannolini sporchi, caricati e spediti in Cina per
ricavarne cellulosa, oppure i vecchi contatori dell’Enel pieni di mercurio. Non si tratta di episodi
isolati ma di flussi continui, che hanno spinto l’Agenzia delle dogane e le forze dell’ordine a
stipulare apposite convenzioni con alcuni consorzi di riciclo, come Ecopneus (pneumatici fuori uso)
e Polieco (rifiuti a base di polietilene), convenzioni tutte finalizzate ad acquisire le competenze
tecniche necessarie per migliorare l’attività repressiva. E non a caso, le principali tipologie di rifiuti
sequestrati sono, per l’appunto, pneumatici fuori uso e materiale plastico di varia natura.
Anche l’ultima inchiesta del 6 maggio 2013, della Dda di Napoli, articolata su 3 diversi filoni
criminali nel settore della monnezza, si è imbattuta in un traffico internazionale di scarti tessili,
mischiati a farmaci scaduti e cibi avariati, che venivano prelevati dalla Germania, passavano
dall’Italia per poi essere venduti, illegalmente, in Africa, America Latina e Asia, in particolare in
Tunisia, Bolivia e India.
Una vittima dell'ecomafia nella Toscana Felix
Amministratori che lottavano per difendere il loro territorio da speculazioni criminali, giornalisti
che con la loro penna denunciavano i traffici illeciti di rifiuti. E semplici lavoratori che
inconsapevolmente erano vittime di illegalità, della mancanza di norme sulla sicurezza sul lavoro e
di sporchi traffici. Velenosi, pericolosi, mortali. E ancora cittadini, sacerdoti, rappresentanti delle
forze dell’ordine che quotidianamente e nella pratica della normalità alzavano la voce contro i
soprusi e le violenze alla bellezza del territorio e della natura. Tutti uccisi per mano dell’ecomafia in
una guerra invisibile e silenziosa. Una prima lista della Spoon River dell’ecomafia, dove si muore
non solo con proiettili di pistole ma anche con camion di veleni e betoniere di cemento armato.
Martin Decu aveva 47 anni, era romeno e padre di tre figli. È morto il 26 giugno 2008 saltando in
aria mentre triturava dei rifiuti che sono esplosi, bombolette spray che non dovevano essere in quel
deposito di Scarlino, in provincia di Grosseto dove lui stava lavorando. Quel giorno c’erano circa
100 tonnellate di bombolette mal triturate. Ci fu un’esplosione che impegnò i vigili del fuoco per
una settimana. L’inchiesta che ha portato all’arresto di 15 persone in varie parti d’Italia (sei solo a
Scarlino), è partita da quell’incidente sul lavoro e dalle bombolette spray che contenevano gas
propano liquido, materiale che non doveva essere smaltito lì, in quanto rifiuto speciale e quindi
dotato di altro codice CER. Un codice che avrebbe determinato obbligatoriamente ben altro tipo di
smaltimento. Costoso e particolareggiato. Da quell’incendio e da quell’incidente mortale sul lavoro
nascerà poi l’operazione Golden Rubbish.
Le Proposte di Legambiente
 Innanzitutto, introdurre nel Codice Penale gli altri delitti contro l’ambiente, così da
consentire alle forze dell’ordine e alla Magistratura di prevenire e reprimere in maniera più
efficace i fenomeni d’illegalità e criminalità ambientale, così come ha auspicato lo stesso
ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. Al momento ci sono due disegni di legge in
materia, uno del deputato Ermete Realacci, l’altro del deputato Salvatore Micillo: disegni
che possono essere integrati al fine di assicurare una adeguata tutela normativa all’ambiente.
 Assunzione di responsabilità da parte del mondo imprenditoriale e delle associazioni di
categoria. In particolare, proponiamo che le aziende che sono state negli anni vittime di
truffa da parte dell’ecomafia – e che non erano a conoscenza dei traffici illeciti – denuncino i
broker dell’epoca, costituendosi parte civile nei processi laddove possibile, e contribuiscano
alle bonifiche dei territori inquinati nella Terra dei Fuochi. Allo stesso tempo le associazioni
di categoria facciano quadrato a tutela delle aziende sane, espellendo dai propri ranghi tutti
coloro i quali si sono macchiati di crimini ambientali, compresi i traffici illeciti di rifiuti.
 Per far fronte alla mancanza delle risorse economiche adeguate alla bonifica dei cosiddetti
“siti orfani” (cioè le discariche abusive di cui non si conoscono i responsabili) andrebbero
modificate le modalità di finanziamento degli interventi; in questo senso si potrebbe rivelare
utile una legge nazionale per la costituzione di un Superfund, analogamente a quanto
istituito negli Usa nel 1980, e come proposto, tra l’altro, in diverse occasioni anche dalla
Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti nelle passate legislature della
nostra Repubblica. In attesa dell’approvazione della norma nazionale, il fondo per i siti
orfani potrebbe essere attivato da subito, vincolando una parte delle entrate dell’ecotassa
regionale che viene pagata dal 1995 per lo smaltimento dei rifiuti in discarica, il cui
gettito oggi viene speso in modo estremamente eterogeneo dalle amministrazioni regionali
su tutto il territorio nazionale.
 Rafforzare l’attività di controllo e presidio del territorio, coinvolgendo, nelle forme più
opportune, anche la popolazione residente.
 Destinare maggiori risorse e strumenti alle forze dell’ordine, compatibilmente con un
fenomeno particolarmente complesso e pericoloso, che attenta direttamente alla salute dei
cittadini e dell’ambiente.
 Avviare in Toscana, come nelle altre regioni, un Piano di monitoraggio dei siti di
smaltimento illegale di rifiuti, come necessaria premessa per un serio programma di
bonifica;
 Tutelare e promuovere le produzioni di qualità, a cominciare da quelle biologiche, salubri
e certificate, che provengono dalla Campania e dalle altre aree oggetto di disastro
ambientale.
Scarica

Le rotte toscane verso la Terra dei Fuochi