Presentazione
In questo spazio on-line, destinato a docenti ed alunni, sono presenti materiali di lavoro e di
studio, che arricchiscono quanto già ampiamente rappresentato nei due volumi degli Esercizi.
Nello specifico, si hanno le sezioni che seguono.
- n.1. Ripasso in Rete: Frasi e Testi.
Esercizi di varia tipologia, frasi e testi da tradurre e analizzare, costituiscono un ampio
ventaglio di materiale di lavoro aggiuntivo, che ripropone in rapida sintesi tutti i temi
morfosintattici studiati (che sono ogni volta espressamente segnalati).
(Fonti dei testi in: www.trevisini.it, area docenti).
- n.2. Ripasso in Rete: Tavole Morfologiche.
Riproposte nel loro insieme secondo una scansione grammaticale standard, esse
costituiscono un repertorio di facile e rapida consultazione delle “forme” grammaticali
del latino.
- n.3. Dal Corso ai Percorsi: Temi e Tracce.
Il numero straordinariamente ampio e ricco dei testi presenti nei due volumi degli
Esercizi offre al docente la possibilità di organizzare dei percorsi a tema, di varia
tipologia e di diversa difficoltà. Egli potrà approfondire aspetti specifici della cultura di
Roma antica, oppure aspetti della vita umana in generale, gli uomini, le donne, curiosità,
aneddoti, eroi ed eroine, vizi, virtù, animali ecc… . Non c’è che l’imbarazzo della scelta,
uno sguardo ai due Indici delle Versioni e il gioco è fatto. Qui noi proponiamo cinque
possibili temi (in ogni Percorso testi già presenti nel Corso sono integrati con nuovi testi
di contenuto omogeneo), che riteniamo possano contribuire alla formazione culturale e
civile dell’allievo, al di là dell’esercizio specifico del “tradurre latino”: 1) Geografia
dell’Italia; 2) Terre e popoli d’Europa; 3) L’uomo è un essere sociale; 4) L’amicizia;
5) Il vino, fra sacro e profano. Gli autori spaziano dalla latinità classica al latino dell’età
imperiale, cristiana e medioevale. (Fonti dei testi in: www.trevisini.it, area docenti).
1
- n.4. La Trama e l’Ordito: Lingue a Confronto.
Nell’immaginario culturale dell’uomo sono presenti motivi e temi di carattere universale
(la “trama”), che, unendo fantasia e realtà, danno vita a miti e racconti che, grazie alla
lingua, o meglio, le diverse lingue (l’ “ordito”), lo accompagnano attraverso il tempo, lo
spazio, la storia e la cultura dei popoli. Essi si trasformano, si modificano, talvolta si
capovolgono: in una parola, si adattano, tracciando le linee di una cultura che non si
perde. Conoscere le lingue e confrontarne i diversi esiti in fondo è proprio questo: essere
fruitori consapevoli di una cultura che è di tutti gli uomini e di tutte le donne, in
qualunque tempo essi abbiano avuto vita e in qualunque spazio essa si sia realizzata.
Peraltro il plurilinguismo è presente nella storia italiana da sempre, dall’era di Roma al
Medioevo e fino alle diverse forme dialettali dell’italiano moderno, vere e proprie
lingue. Un plurilinguismo che oggi si arricchisce delle lingue comunitarie, con le quali
sempre più spesso siamo chiamati a confrontarci.
Riprendendo e integrando alcune suggestioni offerte qua e là nel Corso, costruiamo
dunque in questa sezione un percorso operativo innnovativo, che passa attraverso quattro
temi di facile approccio e attrattiva per gli studenti - 1) Il diluvio universale; 2) Animali
parlanti; 3) La metamorfosi; 4) Anelli magici - presentati attraverso testi redatti in lingue
diverse. Si tradurrà il latino ma anche altre lingue, confrontando le diverse modalità
espressive che esse consentono di attuare.
Va da sé che sarà l’insegnante a valutare in quale modo ed entro quali limiti utilizzare i
materiali qui proposti.
Le Autrici
2
Indice
Presentazione
1
Ripasso in Rete: Frasi e Testi
4
Ripasso in Rete: Tavole Morfologiche
35
Dal Corso ai Percorsi: Temi e Tracce
Percorso 1 - Geografia dell’Italia
Percorso 2 - Terre e popoli d’Europa
Percorso 3 - L’uomo è un essere sociale
Percorso 4 - L’amicizia
Percorso 5 - Il vino, fra sacro e profano
73
73
79
86
90
94
La Trama e l’Ordito: Lingue a Confronto
Percorso 1 - Il diluvio universale
Percorso 2 - Animali parlanti
Percorso 3 - La metamorfosi
Percorso 4 - Anelli magici
3
101
101
111
118
133
Ripasso in Rete:
Frasi e Testi
I e II declinazione - aggettivi maschili e femminili - participio
perfetto - infectum indicativo attivo - verbo sum
Es. 1. Traduci le seguenti frasi, raccogliendo in due elenchi distinti i
nomi e gli aggettivi (anche participio perfetto) della I e della II
declinazione.
1. Avarus miseriae causa suae est. (da Publ. Syr.) 2. Bona fama in tenebris
proprium splendorem (= splendore, acc. m. sing.) tenet. (Publ. Syr.) 3. Bene
cogitata si excidunt non occidunt. (Publ. Syr.) 4. Fortuna vitrea est: tum cum
(= quando) splendet frangitur. (Publ. Syr.) 5. Frenos inponit linguae
conscientia. (Publ. Syr.) 6. Sero in periclis est consilium quaerere. (Publ. Syr.)
7. In miseria vita etiam contumelia est. (Publ. Syr.) 8. Regia auratas columnas
habet: totas vitis (= un tralcio di vite, nom. f. sing.) auro caelata percurrit.
(Curt.) 9. Litterarum secreta (Germanorum) viri pariter ac feminae ignorant.
(Tac.) 10. Corona rosis amoenis intexta fulgurabat. (da Ap.)
Es. 2. Traduci.
T 1. Antiche divinità femminili
Deae antiquae multae erant: Diana, Latonae filia, silvarum ac ferarum dea;
Minerva, sapientiae pugnarumque dea; Vesta, flammae perpetuae atque
puellarum pudicitiae dea. Antiqui peninsulae Italicae incolae cum filiis
filiabusque has (= queste, acc. f. pl.) deas celebrabant.
-----------------------------------------------------------------------------------------------------
4
I e II declinazione - aggettivi della I classe - norme della
concordanza - dativo di possesso - infectum indicativo, attivo e
passivo - verbo sum - complementi indiretti con e senza
preposizione
Es. 3. Traduci il brano che segue ed esegui gli esercizi che lo corredano.
T 2. La faticosa vita degli agricoltori
Antiquĭtus agricolae impĭgri primo dilucŭlo e lecto surgebant atque in agros
properabant; ibi usque ad vespĕram terram aratro colebant. Horā sextā
operam laboriosam intermittebant, modicum cibum sumebant atque sub
procerarum fagorum vel cupressorum umbrā quiescebant atque recumbebant.
Agricolis numquam feriae, sed semper arduă officiă erant. In tenebris ad
parvam casam remeant, cum familia cenant atque statim in misero grabato
dormiunt. Iam silentium in casa regnat: nam pater familias, mater familias,
pueri puellaeque, armenta quoque in stabulo tacent. In caelo sereno luna
plena splendet, in silva longinqua luscinia canit. Sed ab agricolis fessis luna
candida non videtur, luscinia canora non auditur: aspera vita ab agricolis
semper vivitur.
Dentro il testo
a) Raccogli in due elenchi distinti i sostantivi della I e della II
declinazione, comprese le particolarità, poi analizzane per scritto caso,
genere, numero e funzione.
b) Raccogli in tre elenchi distinti, in base al genere, gli aggettivi della I
classe poi analizzane per scritto caso e funzione.
c) Compila un elenco di tutte le forme verbali e analizzale per scritto.
d) Sottolinea il costrutto del dativo di possesso.
e) Compila un elenco dei casi indiretti, con e senza preposizione,
indicando per scritto quale complemento italiano corrisponde a ciascuno
di essi.
----------------------------------------------------------------------------------------------------
III declinazione - aggettivi della II classe
Es. 4. Traduci le seguenti frasi ed esegui gli esercizi che le accompagnano.
1. In stagnis ac paludibus gruum greges sunt. 2. Libertatem nostris militibus,
leges, iura, iudicia, imperium orbis terrae, dignitatem, pacem, otium
5
promittimus. (da Cic.) 3. Oppidanorum multitudo cum coniugibus ac liberis in
arcem confŭgit, deinde in deditionem venit. (Liv.) 4. Damnati lingua vocem
habet, vim non habet. (Publ. Syr.) 5. Habet suum venenum blanda oratio.
(Publ. Syr.) 6. Milites, roboris, virtutis et magnanimitatis pro patria praeclara
exempla praebere debetis. 7. Hominum diversitate saepe magnae discordiae
atque lites generantur. 8. Annianus poeta praeter ingenii amoenitates
litterarum quoque veterum et rationum in litteris oppido quam peritus fuit! Nam
sermones edebat mira et scita suavitate. (da Gell.) 9. Necessitas egentem
mendacem facit. (Publ. Syr.) 10. Supplicem hominem opprimere, virtus non
est, sed crudelitas. (Publ. Syr.)
Dentro il testo
a) Risali al nominativo dei sostantivi e aggettivi sottolineati, spiegando per
scritto le caratteristiche della formazione di ciascuno di essi.
b) Declina per scritto tutti i termini sottolineati e ripeti oralmente.
c) Sottolinea con due colori diversi i sostantivi e gli aggettivi, poi suddividi tali
termini in base alla loro declinazione d’appartenenza.
d) Analizza per scritto tutte le forme verbali.
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IV e V declinazione - aggettivi della II classe - perfectum
Es. 5. Traduci le seguenti frasi, raccogliendo in due elenchi distinti i nomi
della IV e della V declinazione.
1. Bonarum rerum consuetudo pessima est. (Publ. Syr.) 2. Equitatus Caesaris
sinistrum cornum premere incipit. (da B. Hisp.) 3. Formosa facies muta
commendatio est. (Publ. Syr.) 4. Metus improbos compescit non clementia.
(Publ. Syr.) 5. Domus habet quattuor (= quattro) cenationes, cubicula viginti
(= venti), porticus marmoratos duos. (da Petr.) 6. Labienus interim cum parte
equitatus Leptim oppidum cum cohortibus VI (= sei), oppugnare ac vi
inrumpere temptabat. (da B. Afr.) 7. Concilium totius Galliae in diem certam
indictum est. (da Caes.) 8. Nimius honos inter secunda rebus adversis in
solacium cessit. (Tac.) 9. Planities erat magna et in ea (= essa, abl. f. sing.)
tumulus terrenus satis grandis. Locus aequum fere spatium a castris Ariovisti
et Caesaris aberat (da absum). (da Caes.) 10. Inter defunctos Atizyes et
Rheomithres et Sabaces, praetor Aegypti, magnorum exercituum praefecti,
noscitabantur; circa eos (= loro, acc. m. pl.) cumulata erat peditum
equitumque obscura turba. (da Curt.)
6
Es. 6. Traduci il brano che segue ed esegui gli esercizi che lo corredano.
T 3. Il respiro dell’uomo
Olim hieme pauper agricola amicitiam cum benevolenti satyro fecit. Proxima
planities glacie acuta rigebat atque agricolae misera domus frigore hiemali
magnum detrimentum sumebat. Agricola satyrum domum ad mensam suam
duxit, quae (= che, nom. f. sing.) acri frigore plena erat. Tum agricola ad
faciem manus admovit et spiritum ex ore emisit. “Cur rem facis?”, satyrus ex
agricola quaesivit. “Flatu calefacio frigore gelidas manus meas”, agricola
respondit. Deinde agricolae uxor miseras sed bonas atque calidas epulas
paravit, itaque agricola in os cibos admovet atque rursus spiritum ex ore
emittit. “Cur rem iteras?”, satyrus obstupefactus ex agricola quaerit. “Cibos
nimis ferventes refrigerare tempto”, agricola dicit. “Profecto mira tuus flatus
efficit: ferventia refrigerat atque frigida calefacit”.
Dentro il testo
a) Raccogli in due elenchi distinti i sostantivi della IV e della V
declinazione, comprese le particolarità, poi analizzane per scritto caso,
genere, numero e funzione.
b) Raccogli in due elenchi distinti gli aggettivi della I e della II classe, poi
suddividili ancora in base al genere e analizza per scritto caso e
funzione di ciascuno di essi.
c) Compila un elenco di tutte le forme verbali e analizzale per scritto.
d) Compila un elenco dei casi indiretti, con e senza preposizione,
indicando per scritto quale complemento italiano corrisponde a ciascuno
di essi.
e) Sottolinea e spiega per scritto il costrutto del verbo quaero.
Es. 7. Caccia all’errore: nella tabella che segue tutti i termini inseriti nelle
colonne delle declinazioni sono scorretti; nell’ultima colonna può essere
sbagliato un termine soltanto oppure tutti e due; correggi e poi traduci.
sing.
I decl.
II decl.
III decl.
IV decl.
V decl.
aggettivo + sostantivo
nom.
lunā
amici
floris
arcu
faciem
paupera casa
gen.
lunam
amico
flosis
arcum
facieae
amori grati
dat.
lună
amicum
flosi
arci
faciae
morbo mortale
acc.
lunae
amicus
flore
arcu
faciam
illustrum consulum
voc.
lunā
amico
florem
arcu
facie
luce albă
abl.
lună
amici
flori
arco
faciei
diei statută
7
pl.
I decl.
II decl.
III decl.
IV decl.
V decl.
aggettivo + sostantivo
nom.
lunis
amicus
floris
arces
faciei
agricolae fessae
gen.
lunae
amicis
flores
arcum
faciarum
avium nigrum
dat.
lunas
amicum
flosium
arcibus
facibus
proelibus atrocibus
acc.
lunae
amice
flos
arcos
facies
bella civiles
voc.
lunis
amicae
flos
arces
faciei
Magnae Graeciae
abl.
lunarum
amice
floris
arcibus
facibus
uxoribus pudicibus
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Comparativo - superlativo - pronomi e aggettivi pronominali verbi anomali
Es. 8. Traduci le seguenti frasi, raccogliendo in tre elenchi distinti i
comparativi, i superlativi, i pronomi e aggettivi pronominali; inoltre scrivi e
impara a memoria il paradigma dei verbi anomali incontrati.
1. Nullius boni sine socio iucunda possessio est. (Sen.) 2. Nihil est deo
potentius, nam nihil est deo perfectius. (da Ap.) 3. Lucius doctior musicā quam
Marcus est. 4. Hierocles hospes est mihi adulescens adprobus. (Caec. in
Gell.) 5. Pomarium seminarium ad eundem modum atque oleagineum facito:
suum quidquid genus talearum serito. (Cat.) 6. Nihil est hominum inepta
persuasione falsius nec ficta severitate ineptius. (Petr.) 7. Sed tuă me virtus
tamen et sperată voluptas / suavis amicitiae quemvis efferre (da effero)
laborem / suadet. (Lucr.) 8. Haec duo praeterea disiectis oppida muris, /
reliquias veterumque vides monumenta virorum. / Hanc Ianus pater, hanc
Saturnus condĭdit arcem: / Ianiculum huic, illī fuerat Saturnia nomen. (Verg.) 9.
Nihil est, fratres dilectissimi, ante omnia homini timenti deum tam necessarium
atque conveniens, quam ut se ipsum noverit. (Zeno) 10. Nulla autem re
conciliare facilius benivolentiam multitudinis possunt ii, qui rei publicae
praesunt, quam abstinentia et continentia. (Cic.) 11. Seminarium ad hunc
modum facito: locum quam optimum et apertissimum et stercorosissimum
poteris et quam simillimum genus terrae eae, ubi semina ponere debes, eum
locum bipalio vertito, delapidato circumque saepito bene et in ordine serito.
(da Cat.) 12. Miser homo est, qui ipse sibi quod edit quaerit et id aegre
invenit, / sed ille est miserior, qui et aegre quaerit et nihil invenit; / ille
miserrimust (= miserrimus est), qui cum esse cupit, tum quod edit non habet.
(Plaut.)
----------------------------------------------------------------------------------------------------8
Sintassi dei casi
Es. 9. Traduci le frasi raccolte in a), b), c), d), e); sottolinea poi i costrutti
connessi alla sintassi del caso di volta in volta affrontato e spiega
brevemente per scritto valore e funzione di ciascuno di essi.
a) nominativo - vocativo
1. Vincere est honestum, opprimere acerbum, pulcrum ignoscere. (Publ. Syr.)
2. Verani optime tuque mi Fabulle, / quid rerum geritis? (Catull.) 3. Antiquitus
mancipia iure belli capta coronis induta veniebant et idcirco dicebantur "sub
corona" venire. Namque ut ea corona signum erat captivorum venalium, ita
pilleus impositus demonstrabat eiusmodi servos venundari, quorum nomine
emptori venditor nihil praestaret. (Gell.) 4. Scipio Nasica quia non rite
inauguratus consul esse videretur, consulatu se abdicavit et domitis Dalmatis
oblatum a senatu triumphum repudiavit statuasque quas sibi quisque in
publico posuerat in censura sua sustulit. Censuit in senatu tamen
Carthaginem non esse delendam; propterea optimus iudicatus. (Amp.) 5.
Arreptus a viatore “Iuppiter” inquit, “optime maxime Iunoque regina ac Minerva
ceterique di deaeque, qui Capitolium arcemque incolitis, sicine vestrum
militem ac praesidem sinitis vexari ab inimicis? Haec dextra, qua Gallos fudi a
delubris vestris, iam in vinclis et catenis erit?” (Liv.) 6. Pontifices creantur
suasor legis P. Decius Mus P. Sempronius Sophus C. Marcius Rutulus M.
Livius Denter; quinque augures item de plebe, C. Genucius P. Aelius Paetus
M. Minucius Faesus C. Marcius T. Publilius. (Liv.)
b) accusativo
1. O pessimum periclum quod opertum latet. (Publ. Syr.) 2. Facilitas nimia
partem stultitiae sapit. (Publ. Syr.) 3. "Sed nihil interest", hoc enim dicitur,
"dum alatur et vivat, cuius id lacte fiat." (Gell.) 4. Diligentem patrem familiae
decet agri sui particulas omnes et omni tempore anni frequentius circumire,
quo prudentius naturam soli sive in frondibus et herbis sive iam maturis
frugibus contempletur nec ignoret, quicquid in eo recte fieri poterit. (Col.) 5. Q.
quoque Claudius in primo annalium “nequitiam” appellavit luxum vitae
prodigum effusumque. (Gell.) 6. Saenius Pompeianus in plurimis causis a me
defensus, postquam publicum Africae redemit, plurimis causis rem familiarem
nostram adiuvat. (Front.)
9
c) genitivo
1. Numae Pompili regis nepos Ancus Marcius erat; ut regnare coepit avitae
gloriae memor fuit. (da Liv.) 2. “Vereor” inquam “ignotae mihi feminae” et
statim rubore suffusus deiecto capite restiti. (Ap.) 3. Vos autem, iuvenes, malo
beneficii mei oblivisci quam periculi vestri meminisse. (Curt.) 4. Adiutores
quosdam consilii sui nanctus ex regis amicis exercitum a Pelusio clam
Alexandriam evocavit atque eundem Achillam, cuius supra meminimus,
omnibus copiis praefecit. (Caes.) 5. Quod hoc genus est consolandi (= di
consolare), obliterata mala revocare et animum in omnium aerumnarum
suarum conspectu conlocare vix unius patientem? (Sen.) 6. Lucullus Asiaticae
provinciae spoliis maximas opes est consecutus et aedificiorum tabellarumque
pictarum studiosissimus fuit. (Amp.)
d) dativo
1. Mihi maximae curae est non de mea quidem vita, cui satis feci vel aetate
vel factis vel, si quid etiam hoc ad rem pertinet, gloria, sed me patria sollicitat
in primisque, mi Plance, exspectatio consulatus tui. (Cic.) 2. Qui studet multis
amicis, multos inimicos ferat. (Publ. Syr.) 3. Numquam vir ille perfectus
adeptusque virtutem fortunae maledixit, numquam accidentiă tristis excepit,
civem esse se universi et militem credens labores velut imperatos subit. (Sen.)
4. Raro invidetur eorum honoribus quorum vis non timetur: contra in iis
homines extraordinariă reformīdant, qui eă suo arbitrio aut deposituri aut
retenturi videntur. (Vell. Pat.) 5. Urbibus obsessis clausae munimĭna portae
prosunt. (Ov.) 6. Res et fortunae tuae mihi maximae curae sunt. Quae quidem
cottidie faciliores mihi et meliores videntur multisque video magnae esse
curae. (Cic.)
e) ablativo
1. Parentes obiurgatione digni sunt, qui nolunt liberos suos severa lege
proficere. (Petr.) 2. Debet deus nullam perpeti vel odii vel amoris temporalem
perfunctionem et idcirco nec indignatione nec misericordia contingi, nullo
angore contrahi, nulla alacritate gestire, sed ab omnibus animi passionibus
liber nec dolere umquam nec aliquando laetari nec aliquid repentinum velle vel
nolle. (Ap.) 3. Philaenorum egregii facti memoriam ne patriae quidem interitus
extinxit. Nihil est igitur excepta virtute, quod mortali animo ac manu inmortale
quaeri possit. (Suet.) 4. Sertorius proscriptus a Sylla cum in exilium
profugisset, quam brevissimo tempore prope totam Hispaniam redegit in suam
10
potestatem et ubique adversante fortuna insuperabilis fuit. (Amp.) 5. “Si quid
ego” (philosophus) inquit “in tanta violentia tempestatum videor paulum
pavefactus, non tu istius rei ratione audienda (= di ascoltare, gerundivo, abl. f.
sing.) dignus es.” (Gell.) 6. Cuncti enim caelites semper eodem statu mentis
aeterna aequabilitate potiuntur, qui numquam illis nec ad dolorem versus nec
ad voluptatem finibus suis pellitur nec quoquam a sua perpetua secta ad
quempiam subitum habitum demovetur nec alterius vi - nam nihil est deo
potentius - neque suapte natura - nam nihil est deo perfectius. (Ap.)
----------------------------------------------------------------------------------------------------
Modi verbali nominali - verbi deponenti e semideponenti - le
proposizioni subordinate
Es. 10. Traduci le seguenti frasi, poi completa la tabella che segue con le
voci verbali richieste; trascrivi infine sul quaderno le frasi subordinate in
elenchi distinti in base alla loro diversa tipologia.
1. Virtus difficilis inventu est. 2. Inde partem equitatus atque ferentarios
praedatum misit. (Cat.) 3. (Pompeiani) hos montes intrare cupiebant, ut
equitatum effugerent Caesaris praesidiisque in angustiis conlocatis exercitum
itinĕre prohibērent, ipsi sine periculo ac timore Hibērum copias traducerent.
(Caes.) 4. Theophrastus tradit in Aegyptiorum commentariis reperiri regi
eorum a rege Babylonio munĕri missum (esse) smaragdum quattuor cubitorum
longitudine ac trium latitudine. (Plin.) 5. Magnis in laudibus totā fere fuit
Graeciā victorem Olympiae citāri, in scaenam vero prodire ac populo esse
spectaculo nemini in eisdem gentibus fuit turpitudini. (Nep.) 6. Quia nullo
modo sine amicitia firmam et perpetuam iucunditatem vitae tenere possumus
neque vero ipsam amicitiam tueri, nisi aeque amicos et nosmet ipsos
diligamus, idcirco et hoc ipsum efficitur in amicitia, et amicitia cum voluptate
conectitur. Nam et laetamur amicorum laetitiā aeque atque nostrā et pariter
dolemus angoribus. (Cic.) 7. Tu, ut instituisti, me diligas rogo proprieque tuum
esse tibi persuadeas. (Cic.) 8. Rogationem fert Demosthenes ne illi qui apud
Chaeroneam capti erant a Philippo et gratis remissi consiliis publicis intersint.
(Quint.) 9. Lucius Thorius Balbus fuit, Lanuvinus, quem meminisse tu non
potes. Is ita vivebat, ut nulla tam exquisita posset inveniri voluptas, quā non
abundaret. Erat et cupidus voluptatum et eius generis intellegens et copiosus,
ita non superstitiosus, ut illa plurima in sua patria sacrificia et fana
contemneret, ita non timidus ad mortem, ut in acie sit ob rem publicam
interfectus. (Cic.) 10. Ab sinistro, quem locum duodecima legio tenebat, cum
primi ordines hostium transfixi pilis concidissent, tamen acerrime reliqui
11
resistebant nec dabat suspicionem fugae quisquam. (Caes.) 11. “Non prius”,
inquit “medicorum optime, non prius carissimo mihi marito trades istam
potionem quam de ea bonam partem hauseris ipse. Unde enim scio an noxium
in ea lateat venenum? (Ap.) 12. His rebus gestis, Labieno in continenti cum
tribus legionibus et equitum milibus duobus relicto, ut portus tueretur et rei
frumentariae provideret, ipse cum quinque legionibus et pari numero equitum
ad solis occasum naves solvit. (Caes.) 13. Et cohortari ausus est accusator in
hac causa vos, iudices, ut aliquando essetis severi, aliquando medicinam
adhiberetis rei publicae. Non ea est medicina, cum sanae parti corporis
scalpellum adhibetur atque integrae, carnificina est ista et crudelitas: ei
medentur rei publicae qui exsecant pestem aliquam tamquam strumam
civitatis. (Cic.) 14. Maximum hoc habemus naturae meritum, quod virtus lumen
suum in omnium animos permittit; etiam, qui non secuntur illam, vident. (Sen.)
15. Neque serendi neque colendi nec tempestive demetendi percipiendique
fructus neque condendi ac reponendi ulla pecudum scientia est, earumque
omnium rerum hominum est et usus et cura. (Cic.)
n. frase
indicativo
congiuntivo
participio
gerundio
gerundivo
infinito
supino
(c ontinua…)
(c ontinua…)
(c ontinua…)
(c ontinua…)
(c ontinua…)
(c ontinua…)
(c ontinua…)
(c ontinua…)
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La subordinata relativa con l’indicativo e il congiuntivo
Es. 11. Traduci, motivando per scritto l’uso del modo verbale nelle
subordinate relative.
T 4. De septem liberalibus disciplinis
Disciplinae liberalium artium septem sunt. Prima grammatica, id est loquendi
peritia. Secunda rhetorica, quae propter nitorem et copiam eloquentiae suae
maxime in civilibus quaestionibus necessaria existimatur. Tertia dialectica
cognomento logica, quae disputationibus subtilissimis vera secernit a falsis.
Quarta arithmetica, quae continet numerorum causas et divisiones. Quinta
musica, quae in carminibus cantibusque consistit. Sexta geometrica, quae
mensuras terrae dimensionesque conplectitur. Septima astronomia, quae
continet legem astrorum.
(Isidoro)
12
Es. 12. Traduci, motivando per scritto il diverso uso del modo verbale nelle
subordinate relative.
T 5. De nomine
Nomen dictum quasi notamen, quod nobis vocabulo suo res notas efficiat.
Cum enim nomen nescis, cognitio rerum non est. Propria nomina dicta quia
specialia sunt. Unius enim tantum personam significant. Species propriorum
nominum quattuor: praenomen, nomen, cognomen, agnomen. Praenomen
dictum eo, quod nomini praeponitur, ut “Lucius”, “Quintus”. Nomen vocatum
(est), quia notat genus, ut “Cornelius”. Cornelii enim omnes in eo genere.
Cognomen, quia nomini coniungitur, ut “Scipio”. Agnomen vero quasi
accedens nomen, ut “Metellus Creticus”, postquam Cretam subegit.
Extrinsecus enim venit agnomen ab aliqua ratione. Cognomentum autem vulgo
dictum eo, quod nomini cognitionis causa superadiciatur, sive quod cum
nomine est. Appellativa nomina inde vocantur, quia communia sunt et in
multorum significatione consistunt.
(da Isidoro)
----------------------------------------------------------------------------------------------------
Le frasi interrogative - ablativo assoluto - gerundio / gerundivo perifrastica attiva e passiva
Es. 13. Traduci le seguenti frasi, poi compila sul quaderno una tabella come
da esempio e completala con le voci richieste, utilizzando, ove necessario, i
termini latini interessati.
n. frase
tipologia della
ablativo
gerundio/
perifrastica
perifrastica
interrogativa
assoluto
gerundivo
attiva
passiva
n. 1
(continua…)
existimandă
(continua…)
(continua…)
(continua…)
existimandă est
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1. Ea (= Natura) quo sua sponte maior est eo minus divinā ratione fieri
existimandă est. (Cic.) 2. An vos A. Hirtium, praeclarissimum consulem, C.
Caesarem, deorum beneficio natum ad haec tempora, pacem velle censetis?
(Cic.) 3. Nihil interest valeam ipse necne, si tu non valebis. (Suet.) 4. (Albinus
consul) postquam eo venit, quamquam persĕqui Iugurtham et mederi fraternae
invidiae animo ardebat, statuit sibi nihil agitandum. (Sall.) 5. Lectis tuis litteris,
quibus declarabas aut omittendos Narbonensīs aut cum periculo dimicandum,
illud magis timui; quod vitatum non moleste fero. (Cic.) 6. Nunc quoniam, sicut
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mihi videor, de plebe renovanda conrigendaque satis disserui, de senatu quae
tibi agenda videntur, dicam. (Sall.) 7. Vos oro obtestorque, iudices, ut in
sententiis ferendis, quod sentietis, id audeatis. (Cic.) 8. Urbs erat ea
tempestate clara Hecatompylos, condita a Graecis; ibi stativa rex habuit
commeatibus undique advectis. Itaque rumor, otiosi militis vitium, sine auctore
percrebruit regem contentum rebus, quas gessisset, in Macedoniam protinus
redire statuisse. (Curt.) 9. Age, redeuntis vulnera quis religavit, sanguinem
quis abluit? Ad templa quis duxit? Quis gratulatus est? Sciebasne iam tum
esse officium tuum, an confiteris ad te haec non pertinuisse? (Quint.) 10. M.
Minucio deinde et A. Sempronio consulibus magna vis frumenti ex Sicilia
advecta, agitatumque in senatu quanti plebi daretur. Multi venisse tempus
premendae plebis putabant reciperandique iura quae extorta secessione ac vi
patribus essent. (Liv.) 11. Per deos immortalīs! Quo tandem animo sedetis,
iudices, aut haec quem ad modum auditis? Utrum ego desipio et plus quam
satis est doleo tantā calamitate miseriāque sociorum, an vos quoque hic
acerbissimus innocentium cruciatus et maeror pari sensu doloris adfĭcit? (Cic.)
12. “Ego sic semper et ubique vixi, ut ultimam quamque lucem tamquam non
redituram consumerem.” (Petr.)
Es. 14. Traduci, poi sottolinea tutte le forme verbali nominali, spiegando
brevemente per scritto valore e funzione di ciascuna di esse.
T 6. Tante parole, un’unica radice
“Fatur” is qui primum homo significabilem ore mittit vocem. Ab eo, ante quam
ita faciant, pueri dicuntur “infantes”; cum id faciunt, iam “fari”. […] Ab hoc
tempora quod tum pueris constituant Parcae “fando”, dictum “fatum” et res
“fatales”. Ab hac eadem voce qui facile fantur “facundi” dicti et qui futura
praedivinando soleant fari “fatidici”; dicti idem vaticinari, quod vesana mente
faciunt: sed de hoc post erit usurpandum, cum de poetis dicemus. Hinc “fasti”
dies, quibus verba certa legitima (verba legitima, «formule stabilite dalla
legge») sine piaculo praetoribus licet fari; ab hoc “nefasti”, quibus diebus ea
fari ius non est et, si fati sunt, piaculum faciunt. Hinc “effata” dicuntur, qui
augures finem auspiciorum caelestum extra urbem agris sunt effati ut esset;
hinc “effari” templa dicuntur: ab auguribus effantur qui in his fines sunt. Hinc
“fana” nominata, quod pontifices in sacrando fati sint finem; hinc “profanum”,
quod est ante fanum coniunctum fano. […] Ab eodem verbo “fari”, “fabulae”, ut
tragoediae et comoediae, dictae. Hinc “fassi” ac “confessi”, qui fati id quod ab
his quaesitum. Hinc “professi”; hinc “fama” et “famosi”. Ab eodem “falli”, sed et
“falsum” et “fallacia”, quae propterea, quod fando quem decipit ac contra quam
dixit facit.
(Varrone)
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Modo imperativo - modi indicativo e congiuntivo (indipendenti e
dipendenti ) - periodo ipotetico
Es. 15. Traduci le seguenti frasi e spiega brevemente valore e funzione dei
modi verbali impiegati in ciascuna di esse.
1. Nihil potestas regum valebat, nisi prius valuisset auctoritas. (Curt.) 2. Nam
nisi multorum praeceptis multisque litteris mihi ab adulescentia suasissem
nihil esse in vita magno opere expetendum nisi laudem atque honestatem, in
ea autem persequenda omnis cruciatus corporis, omnia pericula mortis atque
exsili parvi esse ducenda, numquam me pro salute vestra in tot ac tantas
dimicationes atque in hos profligatorum hominum cotidianos impetus
obiecissem. (Cic.) 3. Vehementer laetor tibi probari sententiam et orationem
meam. Qua si saepius uti liceret, nihil esset negoti libertatem et rem publicam
reciperare. (Cic.) 4. Plus tamen tibi et viva vox et convictus quam oratio
proderit; in rem praesentem venias oportet, primum quia homines amplius
oculis quam auribus credunt, deinde quia longum iter est per praecepta, breve
et efficax per exempla. (Sen.) 5. Hactenus mihi videor de amicitia quid
sentirem potuisse dicere; si quae praeterea sunt (credo autem esse multa), ab
iis, si videbitur, qui ista disputant, quaeritote. (Cic.) 6. “Si qui ex principalibus
alicuius civitatis latrocinium fecerint aliudve (-ve, «o») quod facinus, ut
capitalem poenam meruisse videantur, commiserint, vinctos eos custodies et
mihi scribes et adicies, quid quisque commiserit." (Iustin.) 7. C. Lucilius, homo
doctus et perurbanus, dicere solebat ea quae scriberet neque se ab
indoctissimis neque a doctissimis legi velle, quod alteri nihil intellegerent,
alteri plus fortasse quam ipse. (Cic.) 8. Clitus utinam non coegisset me sibi
irasci! Cuius temerariam linguam probra dicentis mihi et vobis diutius tuli,
quam ille eadem me dicentem tulisset. (Curt.) 9. Etsi quid scriberem non
habebam, tamen Caninio ad te eunti non potui nihil dare. Quid ergo
potissimum scribam? Quod velle te puto, cito me ad te esse venturum. Etsi
vide, quaeso, satisne rectum sit nos hoc tanto incendio civitatis in istis locis
esse. (Cic.) 10. Athenienses diem certam Chabriae praestituerunt, quam ante
domum nisi redisset, capitis se illum damnaturos denuntiarunt. (Nep.)
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Es. 16. Traduci il testo che segue, poi trascrivi tutte le forme verbali,
spiegando brevemente a fianco di ciascuna valore e funzione del modo
impiegato.
T 7. La vera buona salute
SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
Mos antiquis fuit, usque ad meam servatus aetatem, primis epistulae verbis
adicere «Si vales bene est, ego valeo». Recte nos dicimus «si philosopharis,
bene est». Valere enim hoc demum est. Sine hoc aeger est animus; corpus
quoque, etiam si magnas habet vires, non aliter quam furiosi aut frenetici
validum est. Ergo hanc praecipue valetudinem cura, deinde et illam
secundam; quae non magno tibi constabit, si volueris bene valere.
(Seneca)
Es. 17. Traduci il testo che segue, poi raccogli le forme verbali in elenchi
distinti in base al modo espresso e spiega brevemente per scritto valore e
funzione di ciascuno di essi.
T 8. Seminarium quo modo fiat
Seminarium ad hunc modum facito: locum quam optimum et apertissimum et
stercorosissimum poteris et quam simillimum genus terrae eae, ubi semina
positurus eris, et uti ne nimis longe semina ex seminario ferantur, eum locum
bipalio vertito, delapidato circumque saepito bene et in ordine serito. In
sesquipedem quoquovorsum taleam demittito opprimitoque pede: si parum
deprimere poteris, malleo aut matiola adigito. Digitum supra terram facito
semina emineant fimoque bubulo summam taleam oblinito signumque apud
taleam apponito crebroque sarito, si voles cito semina crescant. Ad eundem
modum alia semina serito.
(Catone)
Es. 18. Traduci il passo che segue, poi sottolinea tutte le forme verbali,
spiegando brevemente per scritto valore e funzione di ciascun modo verbale
impiegato.
T 9. Area quo modo fiat
Aream, ubi frumentum teratur, sic facito: confodiatur minute terra, amurca
bene conspargatur et combibat quam plurimum. Comminuito terram et cylindro
aut pavicula coaequato: ubi coaequata erit, neque formicae molestae erunt, et,
cum pluerit, lutum non erit.
(Catone)
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Lo stile epistolare - l’oratio obliqua
Es. 19. Traduci i testi che seguono, poi esegui gli esercizi che li corredano.
T 10. Cicerone scrive ad Attico (I)
V Kal. Nov. CICERO ATTICO SAL.
Triginta dies erant ipsi cum has dabam litteras per quos nullas a vobis
acceperam. Mihi autem erat in animo iam, ut antea ad te scripsi, ire in Epirum
et ibi omnem casum potissimum exspectare. Te oro ut si quid erit quod
perspicias quamcumque in partem quam planissime ad me scribas et meo
nomine, ut scribis, litteras quibus putabis opus esse ut des. Data V Kal. Nov.
(Cicerone)
T 11. Cicerone scrive ad Attico (II)
XI Kal. Iun. CICERO ATTICO SAL.
Ego, etsi nihil habeo quod ad te scribam, scribo tamen quia tecum loqui
videor. Hic nobiscum sunt Nicias et Valerius. Hodie tuas litteras
exspectabamus matutinas. Erunt fortasse alterae postmeridianae, nisi te
Epiroticae litterae impedient, quas ego non interpello. Misi ad te epistulas ad
Marcianum et ad Montanum. Eas in eundem fasciculum velim addas, nisi forte
iam dedisti.
(Cicerone)
T 12. Cicerone scrive ad Attico (III)
VII Id. Apr. CICERO ATTICO SAL.
Alteram tibi eodem die hanc epistulam dictavi et pridie dederam mea manu
longiorem. Visum te aiunt in Regia, nec reprehendo, quippe cum ipse istam
reprehensionem non fugerim. Sed exspecto tuas litteras, neque iam sane
video quid exspectem, sed tamen, etiam si nihil erit, id ipsum ad me velim
scribas.
(Cicerone)
Dentro il testo
a) Traduci T9, T10, T11 adottando, ove possibile, sia il punto di vista
del destinatario, sia il punto di vista del mittente.
b) Sottolinea e spiega l’uso dei termini connessi allo stile epistolare.
c) Individua gli elementi tipici dell’oratio obliqua.
d) Traduci le date nella forma corrispondente all’italiano.
e) Individua le subordinate con l’indicativo e quelle con il congiuntivo,
motivando l’uso del modo verbale in ciascuna di esse.
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Riepilogo generale: sintassi dei casi, del verbo, del periodo
[I testi sono raccolti in ordine alfabetico d’autore e, all’interno di ogni autore, per ordine
crescente di difficoltà; in chiusura, un brano comico e licenzioso di età umanistica.]
Es. 20. Traduci i testi che seguono, poi motiva brevemente per scritto
funzione e uso dei costrutti sintattici o verbali più significativi presenti in
ciascuno di essi.
T 13. La virtù della moderazione
Scio solere plerisque hominibus rebus secundis atque prolixis atque prosperis
animum excellere atque superbiam atque ferociam augescere atque crescere.
Quo mihi nunc magnae curae est, quod haec res tam secunde processit, ne
quid in consulendo advorsi eveniat, quod nostras secundas res confutet, neve
haec laetitia nimis luxuriose eveniat. Advorsae res edomant et docent, quid
opus siet (= sit) facto. Secundae res laetitia transvorsum trudere solent a recte
consulendo atque intellegendo. Quo maiore opere dico suadeoque, uti (= ut)
haec res aliquot dies proferatur, dum ex tanto gaudio in potestatem nostram
redeamus.
(Catone)
T 14. L’estrazione del dente
Si vero dens dolores movet eximique eum, quia medicamenta nihil adiuvant,
placuerit, circumradi debet, ut gingivae ab eo resolvantur; tum is concutiendus
est. Eaque facienda, donec bene moveatur: nam dens haerens cum summo
periculo evellitur, ac nonnumquam maxilla loco movetur; idque etiam maiore
periculo in superioribus dentibus fit, quia potest tempora oculosve concutere.
Tum, si fieri potest, manu; si minus, forfice dens excipiendus est. Ac si
exessus est, ante id foramen vel linamento vel bene adcommodato plumbo
replendus est, ne sub forfice confringatur. Recta vero forfex ducenda est, ne
inflexis radicibus os rarum (= già consumato), cui dens inhaeret, parte aliqua
frangat. Neque ideo nullum eius rei periculum est utique in dentibus brevibus,
qui fere longiores radices non habent: saepe enim forfex cum dentem
conprehendere non possit aut frustra conprehendat, os gingivae prehendit et
frangit. Protinus autem ubi plus sanguinis profluit, scire licet, aliquid ex osse
fractum esse. Ergo specillo conquirenda est testa, quae recessit, et volsella
protrahenda est. Si non sequitur, incidi gingiva debet, donec labans ossis
testa recipiatur. Quod si factum statim non est, indurescit extrinsecus maxilla,
ut is hiare non possit.
(Celso)
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T 15. L’impegno verso lo Stato
CICERO S. D. FURNIO
Si interest, id quod homines arbitrantur, rei publicae te, ut instituisti atque
fecisti, navare operam rebusque maximis quae ad exstinguendas reliquias
belli pertinent interesse, nihil videris melius neque laudabilius neque honestius
facere posse, istamque operam tuam, navitatem, animum in rem publicam
celeritati praeturae anteponendam censeo. Nolo enim te ignorare quantam
laudem consecutus sis.
(Cicerone)
T 16. Cicerone risponde a Metello
med. Ian. M. TULLIUS CICERO Q. METELLO Q. F. CELERI PRO COS. S. D.
Si tu exercitusque valetis, bene est. Scribis ad me te existimasse pro mutuo
inter nos animo et pro reconciliata gratia numquam te a me ludibrio laesum iri.
Quod cuius modi sit satis intellegere non possum; sed tamen suspicor ad te
esse adlatum me in senatu, cum disputarem permultos esse qui rem publicam
a me conservatam dolerent, dixisse a te propinquos tuos, quibus negare non
potuisses, impetrasse ut ea quae statuisses tibi in senatu de mea laude esse
dicenda reticeres. Quod cum dicerem, illud adiunxi, mihi tecum ita dispertitum
officium fuisse in rei publicae salute retinenda ut ego urbem a domesticis
insidiis et ab intestino scelere, tu Italiam et ab armatis hostibus et ab occulta
coniuratione defenderes atque hanc nostram tanti et tam praeclari muneris
societatem a tuis propinquis labefactatam, qui, cum tu a me rebus amplissimis
atque honorificentissimis ornatus esses, timuissent ne quae mihi pars abs te
voluntatis mutuae tribueretur. Hoc in sermone cum a me exponeretur quae
mea exspectatio fuisset orationis tuae quantoque in errore versatus essem,
visa est oratio non iniucunda, et mediocris quidam est risus consecutus, non
in te sed magis in errorem meum et quod me abs te cupisse laudari aperte
atque ingenue confitebar. Iam hoc non potest in te non honorifice esse dictum,
me in clarissimis meis atque amplissimis rebus tamen aliquod testimonium
tuae vocis habere voluisse.
(Cicerone)
T 17. Grande generosità di Alessandro
Tunc quidem (Alexander) ita se gessit, ut omnes ante eum reges et
continentia et clementia vincerentur. Virgines reginas excellentis formae tam
sancte habuit, quam si eodem quo ipse parente genitae forent; coniugem
eiusdem, quam nulla aetatis suae pulchritudine corporis vicit, adeo ipse non
violavit, ut summam adhibuerit curam, ne quis captivo corpori inluderet.
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Omnem cultum reddi feminis iussit, nec quicquam ex pristinae fortunae
magnificentia captivis praeter fiduciam defuit. Itaque Sisigambis «Rex,» inquit
«mereris, ut ea precemur tibi, quae Dareo nostro quondam precatae sumus,
et, ut video, fide dignus es, qui tantum regem non felicitate solum sed etiam
aequitate superaveris. Tu quidem matrem me et reginam vocas, sed ego me
tuam famulam esse confiteor. Et praeteritae fortunae fastigium capio et
praesentis iugum pati possum: tua interest, quantum in nos licuerit, si id potius
clementia quam saevitia vis esse testatum.» Rex bonum animum habere eas
iussit. Darei filium collo suo admovit, atque nihil ille conspectu tum primum a
se visi conterritus cervicem eius manibus amplectitur. Motus ergo rex
constantia pueri Hephaestionem intuens «Quam vellem,» inquit «Dareus
aliquid ex hac indole hausisset!» Tum tabernaculo egressus.
(Curzio)
T 18. Parole di Dario prima della sconfitta di Arbela
Igitur quae proelio apud Arbela coniuncta sunt, ordiar dicere. Dareus media
fere nocte Arbela pervenerat, eodemque magnae partis amicorum eius ac
militum fugam fortuna compulerat. Quibus convocatis exponit haud dubitare
se, quin Alexander celeberrimas urbes agrosque omni copia rerum
abundantes petiturus esset: praedam opimam paratamque ipsum et milites
eius spectare. Id suis rebus tali in statu saluti fore: quippe se deserta cum
expedita manu petiturum. Ultima regni sui adhuc intacta esse: inde bello vires
haud aegre reparaturum. Occuparet sane gazam avidissima gens et ex longa
fame satiaret se auro, mox futura praedae sibi: usu didicisse pretiosam
supellectilem paelicesque et spadonum agmina nihil aliud fuisse quam onera
et impedimenta: eadem trahentem Alexandrum, quibus rebus antea vicisset,
inferiorem fore. Plena omnibus desperationis videbatur oratio, quippe
Babylona, urbem opulentissimam, dedi cernentibus: iam Susa, iam cetera
ornamenta regni, causamque belli, victorem occupaturum. At ille docere pergit
non speciosa dictu, sed usu necessaria in rebus adversis sequenda esse:
ferro geri bella, non auro, viris, non urbium tectis. Omnia sequi armatos: sic
maiores suos perculsos in principio rerum celeriter pristinam reparasse
fortunam. Igitur sive confirmatis eorum animis sive imperium magis quam
consilium sequentibus Mediae fines ingressus est. Paulo post Alexandro
Arbela traduntur regia supellectile ditique gaza repleta - IIII milia talentum
fuere - praeterea pretiosa veste, totius, ut supra dictum est, exercitus opibus
in illam sedem congestis.
(Curzio)
T 19. Integrità di C. Gracco
C. Gracchus, cum ex Sardinia rediit, orationem ad populum in contione habuit.
Ea verba haec sunt: «Versatus sum» inquit «in provincia, quomodo ex usu
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vestro existimabam esse, non quomodo ambitioni meae conducere arbitrabar.
Nulla apud me fuit popina, neque pueri eximia facie stabant, sed in convivio
liberi vestri modestius erant quam apud principia.» Post deinde haec dicit: «Ita
versatus sum in provincia, uti (= ut) nemo posset vere dicere assem aut eo
plus in muneribus me accepisse aut mea opera quemquam sumptum fecisse.
Biennium fui in provincia; si ulla meretrix domum meam introivit aut cuiusquam
servulus propter me sollicitatus est, omnium nationum postremissimum
nequissimumque existimatote. […]» Atque ibi ex intervallo: «Itaque,» inquit
«Quirites, cum Romam profectus sum, zonas, quas plenas argenti extuli, eas
ex provincia inanes retuli; alii vini amphoras quas plenas tulerunt, eas argento
repletas domum reportaverunt.»
(Gellio)
T 20. L’anello all’anulare sinistro
Quae eius rei causa sit, quod et Graeci veteres et Romani anulum in eo digito
gestaverint, qui est in manu sinistra minimo proximus. Veteres Graecos
anulum habuisse in digito accipimus sinistrae manus, qui minimo est
proximus. Romanos quoque homines aiunt sic plerumque anulis usitatos.
Causam esse huius rei Apion in libris “Aegyptiacis” hanc dicit, quod insectis
apertisque humanis corporibus, ut mos in Aegypto fuit, quas Greci ἀνατομάς
(leggi: anatomás, «dissezioni») appellant, repertum est nervum quendam
tenuissimum ab eo uno digito, de quo diximus, ad cor hominis pergere ac
pervenire; propterea non inscitum visum esse eum potissimum digitum tali
honore decorandum, qui continens et quasi conexus esse cum principatu
cordis videretur.
(Gellio)
T 21. Parla come mangi
Favorinus philosophus adulescenti veterum verborum cupidissimo et
plerasque voces nimis priscas et ignotas in cotidianis communibusque
sermonibus expromenti: «Curius» inquit «et Fabricius et Coruncanius,
antiquissimi viri, et his antiquiores Horatii illi trigemini plane ac dilucide cum
suis fabulati sunt neque Auruncorum aut Sicanorum aut Pelasgorum, qui primi
coluisse Italiam dicuntur, sed aetatis suae verbis locuti sunt; tu autem, proinde
quasi cum matre Evandri nunc loquare, sermone abhinc multis annis iam
desito uteris, quod scire atque intellegere neminem vis, quae dicas. Nonne,
homo inepte, ut, quod vis, abunde consequaris, taces? Sed antiquitatem tibi
placere ais, quod honesta et bona et sobria et modesta sit. Vive ergo moribus
praeteritis, loquere verbis praesentibus atque id, quod a C. Caesare,
excellentis ingenii ac prudentiae viro, in primo de analogia libro scriptum est,
habe semper in memoria atque in pectore, ut "tamquam scopulum, sic fugias
inauditum atque insolens verbum".»
(Gellio)
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T 22. Uno schiavo al governo della Sicilia
Siciliae primo Trinacriae nomen fuit, postea Sicania cognominata est. Haec a
principio patria Cyclopum fuit, quibus exstinctis Cocalus regnum insulae
occupavit. Post quem singulae civitates in tyrannorum imperium concesserunt,
quorum nulla terra feracior fuit. Horum ex numero Anaxilaus iustitia cum
ceterorum crudelitate certabat, cuius moderationis haud mediocrem fructum
tulit; quippe decedens cum filios parvulos reliquisset tutelamque eorum
Micalo, spectatae fidei servo, commisisset, tantus amor memoriae eius apud
omnes fuit, ut parere servo quam deserere regis filios mallent principesque
civitatis obliti dignitatis suae regni maiestatem administrari per servum
paterentur. Imperium Siciliae etiam Karthaginienses temptavere, diuque varia
victoria cum tyrannis dimicatum. Ad postremum amisso Hamilcare imperatore
cum exercitu aliquantisper quievere victi.
(Giustino)
T 23. Gli Ateniesi padroni del mare
Idem (= Timoteo) classi praefectus circumvehens Peloponnesum, Laconicen
populatus, classem eorum fugavit, Corcyram sub imperium Atheniensium
redegit sociosque idem adiunxit Epirotas, Athamanas, Chaonas omnesque eas
gentes, quae mare illud adiacent. Quo facto Lacedaemonii de diutina
contentione destiterunt et sua sponte Atheniensibus imperii maritimi
principatum concesserunt, pacemque iis legibus constituerunt, ut Athenienses
mari duces essent. Quae victoria tantae fuit Atticis laetitiae, ut tum primum
arae Paci publice sint factae eique deae pulvinar sit institutum. Cuius laudis ut
memoria maneret, Timotheo publice statuam in foro posuerunt. Qui honos huic
uni ante id tempus contigit, ut, cum patri populus statuam posuisset, filio
quoque daret. Sic iuxta posita recens filii veterem patris renovavit memoriam.
(Nepote)
T 24. Pausania, luci ed ombre (I)
Pausanias Lacedaemonius magnus homo, sed varius in omni genere vitae fuit:
nam ut virtutibus eluxit, sic vitiis est obrutus. Huius illustrissimum est proelium
apud Plataeas. Namque illo duce Mardonius, satrapes regius, natione Medus,
regis gener, in primis omnium Persarum et manu fortis et consilii plenus, cum
ducentis milibus peditum, quos viritim legerat, et viginti milibus equitum haud
ita magna manu Graeciae fugatus est, eoque ipse dux cecidit proelio. Qua
victoria elatus plurima miscere coepit et maiora concupiscere. Sed primum in
eo est reprehensus, quod ex praeda tripodem aureum Delphis posuisset
epigrammate inscripto, in quo haec erat sententia: suo ductu barbaros apud
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Plataeas esse deletos eiusque victoriae ergo Apollini donum dedisse. Hos
versus Lacedaemonii exsculpserunt neque aliud scripserunt quam nomina
earum civitatum, quarum auxilio Persae erant victi.
(Nepote)
T 25. Pausania, luci ed ombre (II)
Post id proelium eundem Pausaniam cum classe communi Cyprum atque
Hellespontum miserunt, ut ex iis regionibus barbarorum praesidia depelleret.
Pari felicitate in ea re usus elatius se gerere coepit maioresque appetere res.
Nam cum Byzantio expugnato cepisset complures Persarum nobiles atque in
his nonnullos regis propinquos, hos clam Xerxi remisit, simulans ex vinclis
publicis effugisse, et cum his Gongylum Eretriensem, qui litteras regi redderet,
in quibus haec fuisse scripta Thucydides memoriae prodidit: «Pausanias, dux
Spartae, quos Byzanti ceperat, postquam propinquos tuos cognovit, tibi
muneri misit seque tecum affinitate coniungi cupit: quare, si tibi videtur, des ei
filiam tuam nuptum. Id si feceris, et Spartam et ceteram Graeciam sub tuam
potestatem se adiuvante te redacturum pollicetur. His de rebus si quid geri
volueris, certum hominem ad eum mittas face, cum quo colloquatur.» Rex tot
hominum salute tam sibi necessariorum magnopere gavisus confestim cum
epistula Artabazum ad Pausaniam mittit, in qua eum collaudat; petit, ne cui rei
parcat ad ea efficienda, quae pollicetur: si perfecerit, nullius rei a se repulsam
laturum. Huius Pausanias voluntate cognita alacrior ad rem gerendam factus
in suspicionem cecidit Lacedaemoniorum. In quo facto domum revocatus,
accusatus capitis absolvitur, multatur tamen pecunia, quam ob causam ad
classem remissus non est.
(Nepote)
T 26. Un insolito epitaffio
Lex erat Thebis, quae morte multabat, si quis diutius imperium retinuisset,
quam lege praefinitum foret. Hanc Epaminondas cum rei publicae
conservandae causa latam videret, ad perniciem civitatis conferre noluit et
quattuor mensibus diutius, quam populus iusserat, gessit imperium. Postquam
domum reditum est collegae eius hoc crimine accusabantur. Quibus ille
permisit, ut omnem causam in se transferrent suaque opera factum
contenderent, ut legi non oboedirent. Qua defensione illis periculo liberatis
nemo Epaminondam responsurum putabat, quod quid diceret non haberet. At
ille in iudicium venit, nihil eorum negavit, quae adversarii crimini dabant,
omniaque, quae collegae dixerant, confessus est neque recusavit quominus
legis poenam subiret, sed unum ab iis petivit, ut in sepulchro suo inscriberent:
«Epaminondas a Thebanis morte multatus est, quod eos coegit apud Leuctra
superare Lacedaemonios, quos ante se imperatorem nemo Boeotorum ausus
fuit aspicere in acie, quodque uno proelio non solum Thebas ab interitu
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retraxit, sed etiam universam Graeciam in libertatem vindicavit eoque res
utrorumque perduxit, ut Thebani Spartam oppugnarent, Lacedaemonii satis
haberent, si salvi esse possent, neque prius bellare destitit, quam Messene
restituta urbem eorum obsidione clausit.» Haec cum dixisset, risus omnium
cum hilaritate coortus est, neque quisquam iudex ausus est de eo ferre
suffragium. Sic a iudicio capitis maxima discessit gloria.
(Nepote)
T 27. Morte di Attico (I)
(Atticus) cum septem et septuaginta annos complevisset atque ad extremam
senectutem non minus dignitate quam gratia fortunaque crevisset (multas
enim hereditates nulla alia re quam bonitate consecutus est), tantaque
prosperitate usus esset valetudinis, ut annis triginta medicina non indiguisset,
nactus est morbum, quem initio et ipse et medici contempserunt: nam
putaverunt esse tenesmon (trad. «tenesmo», malattia intestinale), cui remedia
celeria faciliaque proponebantur. In hoc cum tres menses sine ullis doloribus
consumpsisset, praeterquam quos ex curatione capiebat, subito tanta vis
morbi in imum intestinum prorupit ut extremo tempore per lumbos fistulae
puris eruperit. Atque hoc priusquam ei accideret, postquam in dies dolores
accrescere febresque accessisse sensit, Agrippam generum ad se arcessi
iussit et cum eo L. Cornelium Balbum Sextumque Peducaeum.
(Nepote)
T 28. Morte di Attico (II)
Hos ut venisse vidit, in cubitum innixus «Quantam» inquit «curam
diligentiamque in valetudine mea tuenda hoc tempore adhibuerim, cum vos
testes habeam, nihil necesse est pluribus verbis commemorare. Quibus
quoniam, ut spero, satisfeci, me nihil reliqui fecisse, quod ad sanandum me
pertineret, reliquum est ut egomet mihi consulam. Id vos ignorare nolui: nam
mihi stat alere morbum desinere. Namque his diebus quidquid cibi sumpsi, ita
produxi vitam, ut auxerim dolores sine spe salutis. Quare a vobis peto, primum
ut consilium probetis meum, deinde ne frustra dehortando impedire conemini.»
Hac oratione habita tanta constantia vocis atque vultus, ut non ex vita, sed ex
domo in domum videretur migrare, cum quidem Agrippa eum flens atque
osculans oraret atque obsecraret, ne ad id quod natura cogeret ipse quoque
sibi acceleraret letum, et (ut) se sibi suisque reservaret, preces eius taciturna
sua obstinatione depressit. Sic cum biduum cibo se abstinuisset, subito febris
decessit leviorque morbus esse coepit. Tamen propositum nihilo setius
peregit. Die quinto, postquam id consilium inierat, pridie Kal. Aprilis Cn.
Domitio C. Sosio consulibus decessit. Elatus est in lecticula, ut ipse
praescripserat, sine ulla pompa funeris, comitantibus omnibus bonis, maxima
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vulgi frequentia. Sepultus est iuxta viam Appiam ad quintum lapidem in
monumento Q. Caecilii, avunculi sui.
(Nepote)
T 29. Alla ricerca di un buon precettore
C. PLINIUS MAURICO SUO S.
Quid a te mihi iucundius potuit iniungi, quam ut praeceptorem fratris tui liberis
quaererem? Nam beneficio tuo in scholam redeo, et illam dulcissimam
aetatem quasi resumo: sedeo inter iuvenes ut solebam, atque etiam experior
quantum apud illos auctoritatis ex studiis habeam. Nam proxime frequenti
auditorio inter se coram multis ordinis nostri clare iocabantur; intravi,
conticuerunt; quod non referrem, nisi ad illorum magis laudem quam ad meam
pertineret, ac nisi sperare te vellem posse fratris tui filios probe discere. Quod
superest, cum omnes qui profitentur audiero, quid de quoque sentiam scribam,
efficiamque quantum tamen epistula consequi potero, ut ipse omnes audisse
videaris. Debeo enim tibi, debeo memoriae fratris tui hanc fidem hoc studium,
praesertim super tanta re. Nam quid magis interest vestra, quam ut liberi
(dicerem tui, nisi nunc illos magis amares) digni illo patre, te patruo
reperiantur? Quam curam mihi etiam si non mandasses vindicassem. Nec
ignoro suscipiendas offensas in eligendo praeceptore, sed oportet me non
modo offensas, verum etiam simultates pro fratris tui filiis tam aequo animo
subire quam parentes pro suis. Vale.
(Plinio il Giovane)
T 30. La ricchezza genera discordia
Hi (= Troiani et Aborigines) postquam in una moenia convenere, dispari
genere, dissimili lingua, alius alio more viventes, incredibile memoratu est
quam facile coaluerint: ita brevi multitudo divorsa atque vaga concordia civitas
facta erat. Sed postquam res eorum civibus moribus agris aucta satis prospera
satisque pollens videbatur, sicuti pleraque mortalium habentur, invidia ex
opulentia orta est. Igitur reges populique finitumi bello temptare, pauci ex
amicis auxilio esse: nam ceteri metu perculsi a periculis aberant.
(Sallustio)
T 31. Metello conquista la città di Vaga
Su istigazione di Giugurta gli abitanti di Vaga, importante centro commerciale della Numidia
(oggi Beja, in Tunisia) hanno trucidato il presidio romano che si trovava nella loro città;
dall’eccidio si è salvato solo il governatore T. Turpilio Silano, cittadino del Lazio. La vendetta di
Metello contro gli abitanti di Vaga, e contro lo stesso Turpilio accusato di tradimento, sarà
terribile.
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Metellus postquam de rebus Vagae actis conperit, paulisper maestus ex
conspectu abit. Deinde ubi ira et aegritudo permixta sunt, cum maxuma cura
ultum ire iniurias festinat. Legionem, cum qua hiemabat, et quam plurumos
potest Numidas equites pariter cum occasu solis expeditos educit et postera
die circiter hora tertia pervenit in quandam planitiem locis paulo superioribus
circumventam. Ibi milites fessos itineris magnitudine et iam abnuentis omnia
docet oppidum Vagam non amplius mille passuum abesse, decere illos
relicuom laborem aequo animo pati, dum pro civibus suis, viris fortissumis
atque miserrumis, poenas caperent; praeterea praedam benigne ostentat. Sic
animis eorum adrectis equites in primo late, pedites quam artissume ire et
signa occultare iubet. Vagenses ubi animum advortere ad se vorsum
exercitum pergere, primo, uti erat res, Metellum esse rati portas clausere;
deinde ubi neque agros vastari et eos, qui primi aderant, Numidas equites
vident, rursum Iugurtham arbitrati cum magno gaudio obvii procedunt. Equites
peditesque repente signo dato alii volgum effusum oppido caedere, alii ad
portas festinare, pars turrīs capere: ira atque praedae spes amplius quam
lassitudo posse. Ita Vagenses biduom modo ex perfidia laetati; civitas magna
et opulens cuncta poenae aut praedae fuit. Turpilius, quem praefectum oppidi
unum ex omnibus profugisse supra ostendimus, iussus a Metello causam
dicere, postquam sese parum expurgat, condemnatus verberatusque capite
poenas solvit; nam is civis ex Latio erat.
(Sallustio)
T 32. Atene sotto i trenta tiranni
Numquid potes invenire urbem miseriorem quam Atheniensium fuit, cum illam
triginta tyranni divellerent? Mille trecentos cives, optimum quemque,
occiderant nec finem ideo faciebant, sed inritabat se ipsa saevitia. In qua
civitate erat Areos pagos, religiosissimum iudicium, in qua senatus
populusque senatu similis, coibat cotidie carnificum triste collegium et infelix
curia tyrannis angustabatur: poteratne illa civitas conquiescere in qua tot
tyranni erant quot satellites essent? Ne spes quidem ulla recipiendae libertatis
animis poterat offerri, nec ulli remedio locus apparebat contra tantam vim
malorum; unde enim miserae civitati tot Harmodios? Socrates tamen in medio
erat et lugentīs patres consolabatur et desperantīs de re publica exhortabatur
et divitibus opes suas metuentibus exprobrabat seram periculosae avaritiae
paenitentiam et imitari volentibus magnum circumferebat exemplar, cum inter
triginta dominos liber incederet. Hunc tamen Athenae ipsae in carcere
occiderunt, et qui tuto insultaverat agmini tyrannorum, eius libertatem libertas
non tulit: licet scias et in adflicta re publica esse occasionem sapienti viro ad
se proferendum et in florenti ac beata pecuniam, invidiam, mille alia inertia
vitia regnare.
(Seneca)
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T 33. I segni del tempo
SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
Quocumque me verti, argumenta senectutis meae video. Veneram in
suburbanum meum et querebar de inpensis aedificii dilabentis. Ait vilicus mihi
non esse neglegentiae suae vitium, omnia se facere, sed villam veterem esse.
Haec villa inter manus meas crevit: quid mihi futurum est, si tam putria sunt
aetatis meae saxa? Iratus illi proximam occasionem stomachandi arripio.
«Apparet» inquam «has platanos neglegi: nullas habent frondes. Quam nodosi
sunt et retorridi rami, quam tristes et squalidi trunci! Hoc non accideret si quis
has circumfoderet, si inrigaret.» Iurat per genium meum se omnia facere, in
nulla re cessare curam suam, sed illas vetulas esse. Quod intra nos sit, ego
illas posueram, ego illarum primum videram folium. Conversus ad ianuam:
«Quis est iste?» inquam «Iste decrepitus et merito ad ostium admotus? Foras
enim spectat. Unde istunc nanctus es? Quid te delectavit alienum mortuum
tollere?» At ille: «Non cognoscis me?» inquit, «Ego sum Felicio, cui solebas
sigillaria adferre; ego sum Philositi vilici filius, deliciolum tuum.» «Perfecte»
inquam, «iste delirat: pupulus, etiam delicium meum factus est? Prorsus
potest fieri: dentes illi cum maxime cadunt.» Debeo hoc suburbano meo, quod
mihi senectus mea quocumque adverteram apparuit. Conplectamur illam et
amemus: plena est voluptatis, si illa scias uti.
(Seneca)
T 34. Tutti hanno nostalgia della patria lontana (I)
Seneca, che si trova in esilio in Corsica, cerca di consolare la madre che soffre per l’assenza
del figlio da Roma. Tutti quanti soffrono la mancanza della patria lontana, egli dice, anche
coloro che, per motivi diversi, si sono allontanati dalle loro città e adesso vivono nella ricca e
affollata Roma.
“Carere patria intolerabile est.” Aspice agedum hanc frequentiam, cui vix urbis
inmensae tecta sufficiunt: maxima pars istius turbae patria caret. Ex municipiis
et coloniis suis, ex toto denique orbe terrarum confluxerunt: alios adduxit
ambitio, alios necessitas officii publici, alios inposita legatio, alios luxuria
opportunum et opulentum vitiis locum quaerens, alios liberalium studiorum
cupiditas, alios spectacula; quosdam traxit amicitia, quosdam industria laxam
ostendendae virtuti nancta materiam; quidam venalem formam attulerunt,
quidam venalem eloquentiam. Nullum non hominum genus concucurrit in
urbem et virtutibus et vitiis magna pretia ponentem.
(Seneca)
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T 35. Tutti hanno nostalgia della patria lontana (II)
Iube istos omnes ad nomen citari et “unde domo” quisque sit quaere: videbis
maiorem partem esse quae relictis sedibus suis venerit in maximam quidem ac
pulcherrimam urbem, non tamen suam. Deinde ab hac civitate discede, quae
veluti communis potest dici, omnes urbes circumi: nulla non magnam partem
peregrinae multitudinis habet. Transi ab iis quarum amoena positio et
opportunitas regionis plures adlicit, deserta loca et asperrimas insulas,
Sciathum et Seriphum, Gyaram et Cossuran percense: nullum invenies exilium
in quo non aliquis animi causa moretur. Quid tam nudum inveniri potest, quid
tam abruptum undique quam hoc saxum? Quid ad copias respicienti ieiunius?
Quid ad homines inmansuetius? Quid ad ipsum loci situm horridius? Quid ad
caeli naturam intemperantius? Plures tamen hic peregrini quam cives
consistunt. Usque eo ergo commutatio ipsa locorum gravis non est ut hic
quoque locus a patria quosdam abduxerit.
(Seneca)
T 36. Le origini dei Teucri
Teucrus: de hoc fabula duplex est; nam et de parentibus eius dupliciter
traditur. Alii enim Idae nymphae, alii, inter quos et Trogus, Scamandri filium
tradunt. Qui Scamander cum Creta frugum inopia laboraret, cum parte tertia
populi ad exteras sedes quaerendas profectus est, ab Apolline monitus, ibi
eum habiturum sedes, ubi noctu a terrigenis oppugnatus esset. Cum ad
Phrygiam venisset et castra posuisset, noctu mures arcuum nervos et
loramenta armorum adroserunt. Scamander hos interpretatus hostes esse
terrigenas, in Idae montis radicibus aedificia collocavit. Qui cum adversus
Bebrycas finitimos bellum gereret, victor in Xantho flumine lapsus non
conparuit, qui post a Cretensibus in honorem regis sui Scamander appellatus
est, filioque eius Teucro regnum traditum. Qui cives e suo nomine Teucros
appellavit, qui post a rege Troo Troiani dicti sunt, et templum Apollini
constituit, quem Sminthium appellavit; Cretenses enim murem sminthicem
dicunt. Alii non Scamandrum, sed Teucrum ipsum sub condicione supradicti
oraculi profectum de Creta dicunt, et civitatem et templum condidisse, et
sminthos mures vocari a Phrygibus.
(Servio)
T 37. Decisioni assembleari presso i Germani
De minoribus rebus principes consultant, de maioribus omnes, ita tamen ut ea
quoque, quorum penes plebem arbitrium est, apud principes praetractentur.
Coëunt, nisi quid fortuitum et subitum incidit, certis diebus, cum aut incohatur
luna aut impletur; nam agendis rebus hoc auspicatissimum initium credunt.
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Nec dierum numerum, ut nos, sed noctium computant. Sic constituunt, sic
condicunt: nox ducere diem videtur. Illud ex libertate vitium, quod non simul
nec ut iussi conveniunt, sed et alter et tertius dies cunctatione coëuntium
absumitur. Ut turbae placuit, considunt armati. Silentium per sacerdotes,
quibus tum et coërcendi ius est, imperatur. Mox rex vel princeps, prout aetas
cuique, prout nobilitas, prout decus bellorum, prout facundia est, audiuntur
auctoritate suadendi magis quam iubendi potestate. Si displicuit sententia,
fremitu aspernantur; sin placuit, frameas concutiunt: honoratissimum
adsensus genus est armis laudare.
(Tacito)
T 38. Presagi di grandezza per Vespasiano
Post Muciani orationem ceteri audentius circumsistere, hortari, responsa
vatum et siderum motus referre. Nec erat intactus tali superstitione, ut qui mox
rerum domnus Seleucum quendam mathematicum rectorem et praescium
palam habuerit. Recursabant animo vetera omina: cupressus arbor in agris
eius conspicua altitudine repente prociderat ac postera die eodem vestigio
resurgens procera et latior virebat. Grande id prosperumque consensu
haruspicum et summa claritudo iuveni admodum Vespasiano promissa, sed
primo triumphalia et consulatus et Iudaicae victoriae decus implesse fidem
ominis videbatur: ut haec adeptus est, portendi sibi imperium credebat. Est
Iudaeam inter Syriamque Carmelus: ita vocant montem deumque. Nec
simulacrum deo aut templum - sic tradidere maiores - : ara tantum et
reverentia. Illic sacrificanti Vespasiano, cum spes occultas versaret animo,
Basilides sacerdos inspectis identidem extis «Quicquid est» inquit,
«Vespasiane, quod paras, seu domum extruere seu prolatare agros sive
ampliare servitia, datur tibi magna sedes, ingentes termini, multum hominum.»
(Tacito)
T 39. Un esempio di grande astuzia: Demostene
Demosthenis quoque astutia mirifice cuidam aniculae succursum est, quae
pecuniam depositi nomine a duobus hospitibus acceperat ea condicione, ut
illam simul utrisque redderet. Quorum alter interiecto tempore tamquam
mortuo socio squalore obsitus deceptae omnīs nummos abstulit. Supervenit
deinde alter et depositum petere coepit. Haerebat misera et in maxima pariter
et pecuniae et defensionis penuria iamque de laqueo et suspendio cogitabat:
sed opportune Demosthenes ei patronus adfulsit. Qui, ut in advocationem
venit: «Mulier» inquit «parata est depositi se fide solvere, sed nisi socium
adduxeris, id facere non potest, quoniam, ut ipse vociferaris, haec dicta est
lex, ne pecunia alteri sine altero numeraretur.»
(Valerio Massimo)
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T 40. Un esempio di grande astuzia: Annibale (a)
Hannibal a Duilio consule navali proelio victus timensque classis amissae
poenas dare, offensam astutia mire avertit: nam ex illa infelici pugna prius
quam cladis nuntius domum perveniret quendam ex amicis conpositum et
formatum Karthaginem misit. Qui, postquam civitatis eius curiam intravit:
«Consulit vos» inquit «Hannibal, cum dux Romanorum magnas secum
maritimas trahens copias advenerit, an cum eo confligere debeat.» Adclamavit
universus senatus non esse dubium quin oporteret. Tum ille: «Conflixit» inquit
«et superatus est». Ita liberum his non reliquit id factum damnare, quod ipsi
fieri debuisse iudicaverant.
(Valerio Massimo)
T 41. Un esempio di grande astuzia: Annibale (b)
Item Hannibal Fabium Maximum invictam armorum suorum vim saluberrimis
cunctationibus pugnae ludificantem, ut aliqua suspicione trahendi belli
respergeret, totius Italiae agros ferro atque igni vastando unius eius fundum
inmunem ab hoc iniuriae genere reliquit. Profecisset aliquid tanti beneficii
insidiosa adumbratio eius, nisi Romanae urbi et Fabii pietas et Hannibalis vafri
mores fuissent notissimi.
(Valerio Massimo)
T 42. Morire per la patria: Decio Mure
P. Decius Mus, qui consulatum in familiam suam primus intulit, cum Latino
bello Romanam aciem inclinatam et paene iam prostratam videret, caput suum
pro salute rei publicae devovit ac protinus concitato equo in medium hostium
agmen patriae salutem, sibi mortem petens inrupit factaque ingenti strage
plurimis telis obrutus super corruit. Ex cuius vulneribus et sanguine insperata
victoria emersit. Unicum talis imperatoris specimen esset, nisi animo suo
respondentem filium genuisset: is namque in quarto consulatu patris
exemplum secutus devotione simili, aeque strenua pugna, consentaneo exitu
labantīs perditasque vires urbis nostrae correxit. Ita dinosci arduum est utrum
Romana civitas Decios utilius habuerit duces an amiserit, quoniam vita eorum
ne vinceretur obstitit, mors fecit ut vinceret.
(Valerio Massimo)
T 43. Proteggere la patria: Scipione l’Africano
Non est extinctus pro re publica superior Scipio Africanus, sed admirabili
virtute ne res publica extingueretur providit: siquidem cum adflicta Cannensi
clade urbs nostra nihil aliud quam praeda victoris esse Hannibalis videretur,
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ideoque reliquiae prostrati exercitus deserendae Italiae auctore Q. Metello
consilium agitarent, tribunus militum admodum iuvenis stricto gladio mortem
unicuique minitando iurare omnes numquam se relicturos patriam coëgit
pietatemque non solum ipse plenissimam exhibuit, sed etiam ex pectoribus
aliorum abeuntem revocavit.
(Valerio Massimo)
T 44. Grande saggezza di Socrate e Solone
Idem (= Socrates), cum Atheniensium scelerata dementia tristem de capite
eius sententiam tulisset fortique animo et constanti vultu potionem veneni e
manu carnificis accepisset, admoto iam labris poculo, uxore Xanthippe inter
fletum et lamentationem vociferante innocentem eum periturum, «Quid ergo?»
inquit, «nocenti mihi mori satius esse duxisti?» Inmensam illam sapientiam,
quae ne in ipso quidem vitae excessu oblivisci sui potuit! Age quam prudenter
Solo neminem, dum adhuc viveret, beatum dici debere arbitrabatur, quod ad
ultimum usque fati diem ancipiti fortunae subiecti essemus. Felicitatis igitur
humanae appellationem rogus consummat, qui se incursui malorum obicit.
Idem, cum ex amicis quendam graviter maerentem videret, in arcem perduxit
hortatusque est ut per omnes subiectorum aedificiorum partes oculos
circumferret. Quod ut factum animadvertit, «Cogita nunc tecum» inquit, «quam
multi luctus sub his tectis et olim fuerint et hodieque versentur et
insequentibus saeculis sint habitaturi ac mitte mortalium incommoda tamquam
propria deflere.»
(Valerio Massimo)
T 45. Necessità della concordia dei consoli
Nunc ad senatus acta transgrediar. Cum adversus Hannibalem Claudium
Neronem et Livium Salinatorem consules mitteret eosque ut virtutibus pares,
ita inimicitiis acerrime inter se dissidentes videret, summo studio in gratiam
reduxit, ne propter privatas dissensiones rem publicam parum utiliter
administrarent, quia consulum imperio nisi concordia inest, maior aliena opera
interpellandi quam sua edendi cupiditas nascitur. Ubi vero etiam pertinax
intercedit odium, alter alteri quam uterque contrariis castris certior hostis
proficiscitur. Eosdem senatus, cum ob nimis aspere actam censuram a Cn.
Baebio tribuno pl. pro rostris agerentur rei, causae dictione decreto suo
liberavit vacuum omnis iudicii metu eum honorem reddendo, qui exigere
deberet rationem, non reddere.
(Valerio Massimo)
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T 46. Vita rustica et urbana
Cum duae vitae traditae sint hominum, rustica et urbana, […] dubium non est
quin hae non solum loco discretae sint, sed etiam tempore diversam originem
habeant. Antiquior enim multo rustica, quod fuit tempus, cum rura colerent
homines neque urbem haberent. Etenim vetustissimum oppidum cum sit
traditum graecum Boeotiae Thebae, quod rex Ogygos aedificarit, in agro
Romano Roma, quam Romulus rex. […] Nec mirum, quod divina natura dedit
agros, ars humana aedificavit urbes, cum artes omnes dicantur in Graecia
intra mille annorum repertae, agri numquam non fuerint in terris qui coli
possint. Neque solum antiquior cultura agri, sed etiam melior. Itaque non sine
causa maiores nostri ex urbe in agros redigebant suos cives, quod et in pace
a rusticis Romanis alebantur et in bello ab his alebantur. Nec sine causa
terram eandem appellabant matrem et Cererem, et qui eam colerent, piam et
utilem agere vitam credebant atque eos solos reliquos esse ex stirpe Saturni
regis. Cui consentaneum est, quod initia vocantur potissimum ea quae Cereri
fiunt sacra. […] Agri culturam primo propter paupertatem maxime indiscretam
habebant, quod a pastoribus qui erant orti in eodem agro et serebant et
pascebant: quae postea creverunt pecunia diviserunt, ac factum ut dicerentur
alii agricolae, alii pastores.
(Varrone)
T 47. Il filosofo Aristippo
Aristippus philosophus Socraticus, naufragio cum eiectus ad Rhodiensium litus
animadvertisset geometrica schemata descripta, exclamavisse ad comites ita
dicitur: «Bene speremus! Hominum enim vestigia video.» Statimque in
oppidum Rhodum contendit et recta gymnasium devenit, ibique de philosophia
disputans muneribus est donatus, ut non tantum se ornaret, sed etiam eis, qui
una fuerunt, et vestitum et cetera, quae opus essent ad victum, praestaret.
Cum autem eius comites in patriam reverti voluissent interrogarentque eum,
quidnam vellet domum renuntiari, tunc ita mandavit dicere: eiusmodi
possessiones et viatica liberis oportere parari, quae etiam e naufragio una
possent enatare. Namque ea vera praesidia sunt vitae, quibus neque fortunae
tempestas iniqua neque publicarum rerum mutatio neque belli vastatio potest
nocere.
(Vitruvio)
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T 48. Il principio di Archimede e la corona del re Gerone (I)
Nel trattato “Sui corpi galleggianti” Archimede racconta un curioso episodio. Entrato un giorno
in un balineum, «bagno», lo studioso si rese conto che dalla vasca si sollevava un volume di
acqua pari alla massa del suo corpo immerso nel liquido; con gioia uscì nudo dal bagno
gridando Éureka, éureka, «Ho trovato, ho trovato». La scoperta di tale legge idrostatica (“Un
corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari al peso del volume di
fluido spostato”) gli permise di svelare una truffa perpetrata ai danni del re Gerone.
Archimedis vero cum multa miranda inventa et varia fuerint, ex omnibus etiam
infinita sollertia id, quod exponam, videtur esse expressum. Nimirum Hiero
enim Syracusis auctus regia potestate, rebus bene gestis cum auream
coronam votivam diis inmortalibus in quodam fano constituisset ponendam,
manupretio locavit faciendam et aurum ad sacomam adpendit redemptori. Is
ad tempus opus manu factum subtiliter regi adprobavit et ad sacomam pondus
coronae visus est praestitisse. Posteaquam indicium est factum dempto auro
tantundem argenti in id coronarium opus admixtum esse, indignatus Hiero se
contemptum esse neque inveniens, qua ratione id furtum reprehenderet,
rogavit Archimeden, uti (= ut) in se sumeret sibi de eo cogitationem. Tunc is,
cum haberet eius rei curam, casu venit in balineum, ibique cum in solium
descenderet, animadvertit, quantum corporis sui in eo insideret, tantum aquae
extra solium effluere. Idque cum eius rei rationem explicationis ostendisset,
non est moratus, sed exsiluit gaudio motus de solio et nudus vadens domum
universis significabat clara voce invenisse, quod quaereret; nam currens
ʿ´ρηχα ευʿ´ρηχα (leggi: éureka éureka, «ho trovato, ho
identidem graece clamabat ευ
trovato»).
(Vitruvio)
T 49. Il principio di Archimede e la corona del re Gerone (II)
Tum vero ex eo inventionis ingressu duas fecisse dicitur massas aequo
pondere, quo etiam fuerat corona, unam ex auro et alteram ex argento. Cum
ita fecisset, vas amplum ad summa labra implevit aquae, in quo demisit
argenteam massam. Cuius quanta magnitudo in vasum depressa est, tantum
aquae effluxit. Ita exempta massa quanto minus factum fuerat, refudit sextario
mensus, ut eodem modo, quo prius fuerat, ad labra aequaretur. Ita ex eo
invenit, quantum pondus argenti ad certam aquae mensuram responderet.
Cum id expertus esset, tum auream massam similiter pleno vaso demisit et ea
exempta, eadem ratione mensura addita invenit ex aquae numero sextantum
minore, quanto minus magno corpore eodem pondere auri massa esset quam
argenti. Postea vero repleto vaso in eadem aqua ipsa corona demissa invenit
plus aquae defluxisse in corona quam in aurea eodem pondere massa, et ita
ex eo, quod fuerat plus aquae in corona quam in massa, ratiocinatus
reprehendit argenti in auro mixtionem et manifestum furtum redemptoris.
(Vitruvio)
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T 50. De muliere quae virum defraudavit
Petrus contribulis meus olim mihi narravit fabulam ridiculosam et versutia
dignam muliebri. Is rem habebat cum femina nupta agricolae haud multum
prudenti, et is foris in agro saepius ob pecuniam debitam pernoctabat. Cum
aliquando amicus intrasset ad mulierem, vir insperatus rediit in crepusculo:
tum illa, subito collocato subtus lectum adultero, in maritum versa, graviter
illum increpavit, quod redisset, asserens velle eum degere in carceribus:
«Modo,» inquit, «Praetoris satellites ad te capiendum universam domum
perscrutati sunt, ut te abriperent ad carcerem: cum dicerem te foris dormire
solitum, abierunt, comminantes se paulo post reversuros.» Quaerebat homo
perterritus abeundi modum: sed jam portae oppidi clausae erant. Tum mulier:
«Quid agis, infelix? Si caperis, actum est.» Cum ille uxoris consilium tremens
quaereret, illa ad dolum prompta: «Ascende,» inquit, «ad hoc columbarium:
eris ibi hac nocte, ego ostium extra occludam, et removebo scalas, ne quis te
ibi esse suspicari queat.» Ille uxoris paruit consilio. Ea, obserato ostio, ut viro
facultas egrediendi non esset, amotis scalis, hominem ex ergastulo eduxit, qui
simulans lictores Praetoris iterum advenisse, magna excitata turba, muliere
quoque pro viro loquente, ingentem latenti timorem incussit. Sedato tandem
tumultu, ambo in lectum profecti ea nocte Veneri operam dederunt; vir delituit
inter stercora et columbos.
(Poggio Bracciolini, Liber Facetiarum, 10)
34
Ripasso in rete:
Tavole Morfologiche
Tavole morfologiche
◗ 1◗ Forme del nome
PRIMA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI MASCHILI E FEMMINILI IN -A
puella, -ae, f., «la fanciulla»
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
puell- ¥
puell- ae
puell- ae
puell- am
puell- ¥
puell- ≠
sing.
la fanciulla
della fanciulla
alla fanciulla
la fanciulla
o fanciulla
con la fanciulla
pl.
le fanciulle
delle fanciulle
alle fanciulle
le fanciulle
o fanciulle
con le fanciulle
puell- ae
puell- ≠rum
puell- is
puell- as
puell- ae
puell- is
SECONDA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI MASCHILI E FEMMINILI IN -US
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
lupus, -i, m., «il lupo»
sing.
pl.
lup- us
lup- i
lup- i
lup- ∏rum
lup- o
lup- is
lup- um
lup- os
lup- ≥
lup- i
lup- ∏
lup- is
fagus, -i, f., «il faggio»
sing.
pl.
fag- us
fag- i
fag- i
fag- ∏rum
fag- o
fag- is
fag- um
fag- os
fag- ≥
fag- i
fag- ∏
fag- is
SECONDA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI MASCHILI IN -ER
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
puer, -eri, «il fanciullo» (I)
sing.
pl.
puer
pu≥r- i
pu≥r- i
puer- ∏rΩm
pu≥r- o
pu≥r- is
pu≥r- um
pu≥r- os
puer
pu≥r- i
pu≥r- ∏
pu≥r- is
liber, -ri, «il libro» (II)
sing.
pl.
liber
libr- i
libr- i
libr- ∏rΩm
libr- o
libr- is
libr- um
libr- os
liber
libr- i
libr- ∏
libr- is
SECONDA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI NEUTRI IN -UM
bellum, -i, «la guerra»
sing.
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
bell- um
bell- i
bell- o
bell- um
bell- um
bell- ∏
pl.
bell- ¥
bell- ∏rum
bell- is
bell- ¥
bell- ¥
bell- is
36
Forme del nome
TERZA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI IMPARISILLABI IN CONSONANTE
consul, consΩlis, m., «console»; laus, laudis, f., «lode»; corpus, corpπris, n., «corpo»
sing.
pl.
masch.
femm.
neutro
masch.
femm.
neutro
nom.
consul
laus
corpus
consΩl- es
laud- es
corpπr- ¥
gen.
consΩl- is
laud- is
corpπr- is
consΩl- um
laud- um
corpπr- um
dat.
consΩl- i
laud- i
corpπr- i
consul- ∑bus
laud- ∑bus
corpor- ∑bus
acc.
consΩl- em
laud- em
corpus
consΩl- es
laud- es
corpπr- ¥
voc.
consul
laus
corpus
consΩl- es
laud- es
corpπr- ¥
abl.
consΩl- e
laud- e
corpπr- e
consul- ∑bus
laud- ∑bus
corpor- ∑bus
TERZA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI PARISILLABI IN VOCALE -I
civis, civis, m., «cittadino»; vulpes, vulpis, f., «volpe»
sing.
masch.
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
civ- is
civ- is
civ- i
civ- em
civ- is
civ- e
pl.
femm.
vulp- es
vulp- is
vulp- i
vulp- em
vulp- es
vulp- e
masch.
civ- es
civ- ∑um
civ- ∑bus
civ- es (-∂s)
civ- es
civ- ∑bus
femm.
vulp- es
vulp- ∑um
vulp- ∑bus
vulp- es (-∂s)
vulp- es
vulp- ∑bus
TERZA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI PARISILLABI IN VOCALE -I,
CON DESINENZE PROPRIE
sec∫ris, sec∫ris, f., «la scure»
sing.
pl.
nom.
sec∫r- is
sec∫r- es
gen.
sec∫r- is
secur- ∑um
dat.
sec∫r- i
secur- ∑bus
acc.
sec∫r- im
sec∫r- es (∂s)
voc.
sec∫r- is
sec∫r- es
abl.
sec∫r- i
secur- ∑bus
TERZA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI NEUTRI IN -E, -AL, -AR
mare, maris, «mare»; an∑mal, anim≠lis, «essere animato», «animale»;
ex≤mplar, exempl≠ris, «modello esemplare»
sing.
pl.
nom.
mare
an∑mal
ex≤mplar
mar- ∑a
animal- ∑a
exemplar- ∑a
gen.
mar- is
anim≠l- is
exempl≠r- is
mar- ∑um
animal- ∑um
exemplar- ∑um
dat.
mar- i
anim≠l- i
exempl≠r- i
mar- ∑bus
animal- ∑bus
exemplar- ∑bus
acc.
mare
an∑mal
ex≤mplar
mar- ∑a
animal- ∑a
exemplar- ∑a
voc.
mare
an∑mal
ex≤mplar
mar- ∑a
animal- ∑a
exemplar- ∑a
abl.
mar- i
anim≠l- i
exempl≠r- i
mar- ∑bus
animal- ∑bus
exemplar- ∑bus
37
Tavole morfologiche
TERZA DECLINAZIONE: FALSI IMPARISILLABI
mons, montis, m., «monte»; gens, gentis, f., «stirpe», «popolo»
masch.
sing.
femm
pl.
sing.
pl.
nom.
mons
mont- es
gens
gent- es
gen.
mont- is
mont- ∑um
gent- is
gent- ∑um
dat.
mont- i
mont- ∑bus
gent- i
gent- ∑bus
acc.
mont- em
mont- es
gent- em
gent- es
voc.
mons
mont- es
gens
gent- es
abl.
mont- e
mont- ∑bus
gent- e
gent- ∑bus
TERZA DECLINAZIONE: FALSI PARISILLABI
mater, matris, f., «madre»
sing.
pl.
nom.
mater
matr- es
gen.
matr- is
matr- um
dat.
matr- i
matr- ∑bus
acc.
matr- em
matr- es
voc.
mater
matr- es
abl.
matr- e
matr- ∑bus
QUARTA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI MASCH. / FEMM.
fructus, us, f., «frutto»
sing.
pl.
nom.
fruct- Ωs
fruct- ∫s
gen.
fruct- ∫s
fruct- ΩΩm
dat.
fruct- Ω∂
fruct- ∑bus
acc.
fruct- Ωm
fruct- ∫s
voc.
fruct- Ωs
fruct- ∫s
abl.
fruct- ∫
fruct- ∑bus
QUARTA DECLINAZIONE: SOSTANTIVI NEUTRI
cornu, us, n., «corno» (ala dell’esercito)
sing.
pl.
nom.
corn- ∫
corn- Ω¥
gen.
corn- ∫s
corn- ΩΩm
dat.
corn- ∫
corn- ∑bus
acc.
corn- ∫
corn- Ω¥
voc.
corn- ∫
corn- Ω¥
abl.
corn- ∫
corn- ∑bus
38
Forme dell’aggettivo
QUINTA DECLINAZIONE
masch. sing.
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
di- es
di- ≤i
di- ≤i
di- em
di- es
di- ≤
dies, di≤i, m., «giorno»; res, r≥i, f., «cosa»
masch. pl.
femm. sing.
femm. pl.
di- es
r- es
r- es
di- ≤rum
r- ei
r- ≤rum
di- ≤bus
r- ei
r- ≤bus
di- es
r- em
r- es
di- es
r- es
r- es
di- ≤bus
r- ≤
r- ≤bus
NOMI COMPOSTI
terrae motus, «terremoto» (“moto della terra”); res-publica, «Stato» (“cosa pubblica”)
sing.
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
terrae motus
terrae motus
terrae motui
terrae motum
terrae motus
terrae motu
pl.
sing.
terrae motus
terrae motΩum
terrae mot∑bus
terrae motus
terrae motus
terrae mot∑bus
pl.
res-publ∑ca
rei-publ∑cae
rei-publ∑cae
rem-publ∑cam
res-publ∑ca
re-publ∑ca
res-publ∑cae
rerum-public≠rum
rebus-publ∑cis
res-publ∑cas
res-publ∑cae
rebus-publ∑cis
◗2◗ Forme dell’aggettivo
AGGETTIVI DELLA I CLASSE CON NOMINATIVO -US, -A, -UM
bon -us, -a, -um, «buono»
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
masch.
bon- us
bon- i
bon- o
bon- um
bon- e
bon- ∏
sing.
femm.
bon- ¥
bon- ae
bon- ae
bon- am
bon- ¥
bon- ≠
neutro
bon- um
bon- i
bon- o
bon- um
bon- um
bon- ∏
masch.
bon- i
bon- ∏rum
bon- is
bon- os
bon- i
bon- is
pl.
femm.
bon- ae
bon- ≠rum
bon- is
bon- as
bon- ae
bon- is
neutro
bon- ¥
bon- ∏rum
bon- is
bon- ¥
bon- ¥
bon- is
AGGETTIVI DELLA I CLASSE CON NOMINATIVO -ER, -ERA, -ERUM
mis -er, -era, -erum, «infelice»
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
masch.
mis≥r
mis≥r- i
mis≥r- o
mis≥r- um
mis≥r
mis≥r- ∏
sing.
femm.
mis≥r- ¥
mis≥r- ae
mis≥r- ae
mis≥r- am
mis≥r- ¥
mis≥r- ≠
neutro
mis≥r- um
mis≥r- i
mis≥r- o
mis≥r- um
mis≥r- um
mis≥r- ∏
39
masch.
mis≥r- i
miser- ∏rum
mis≥r- is
mis≥r- os
mis≥r- i
mis≥r- is
pl.
femm.
mis≥r- ae
miser- ≠rum
mis≥r- is
mis≥r- as
mis≥r- ae
mis≥r- is
neutro
mis≥r- ¥
miser- ∏rum
mis≥r- is
mis≥r- ¥
mis≥r- ¥
mis≥r- is
Tavole morfologiche
AGGETTIVI DELLA I CLASSE CON NOMINATIVO -ER, -RA, -RUM
nig -er, -ra, -rum, «nero»
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
masch.
niger
nigr- i
nigr- o
nigr- um
niger
nigr- ∏
sing.
femm.
nigr- ¥
nigr- ae
nigr- ae
nigr- am
nigr- ¥
nigr- ≠
neutro
nigr- um
nigr- i
nigr- o
nigr- um
nigr- um
nigr- ∏
masch.
nigr- i
nigr- ∏rum
nigr- is
nigr- os
nigr- i
nigr- is
pl.
femm.
nigr- ae
nigr- ≠rum
nigr- is
nigr- as
nigr- ae
nigr- is
neutro
nigr- ¥
nigr- ∏rum
nigr- is
nigr- ¥
nigr- ¥
nigr- is
AGGETTIVI PRONOMINALI CON NOMINATIVO -US, -A, -UM
tot -us, -a, -um, «tutto quanto»
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
masch.
tot- us
tot- ∂us
tot- ∂
tot- um
tot- e
tot- ∏
sing.
femm.
tot- ¥
tot- ∂us
tot- ∂
tot- am
tot- ¥
tot- ≠
neutro
tot- um
tot- ∂us
tot- ∂
tot- um
tot- um
tot- ∏
masch.
tot- i
tot- ∏rum
tot- is
tot- os
tot- i
tot- is
pl.
femm.
tot- ae
tot- ≠rum
tot- is
tot- as
tot- ae
tot- is
neutro
tot- ¥
tot- ∏rum
tot- is
tot- ¥
tot- ¥
tot- is
AGGETTIVI PRONOMINALI CON NOMINATIVO -ER, -ERA, -ERUM
alt -er, -era, -erum, «altro (fra due)»
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
masch.
alter
alter- ∂us
alt≥r- ∂
alt≥r- um
alter
alt≥r- ∏
sing.
femm.
alt≥r- ¥
alter- ∂us
alt≥r- ∂
alt≥r- am
alt≥r- ¥
alt≥r- ≠
neutro
alt≥r- um
alter- ∂us
alt≥r- ∂
alt≥r- um
alt≥r- um
alt≥r- ∏
masch.
alt≥r- i
alter- ∏rum
alt≥r- is
alt≥r- os
alt≥r- i
alt≥r- is
pl.
femm.
alt≥r- ae
alter- ≠rum
alt≥r- is
alt≥r- as
alt≥r- ae
alt≥r- is
neutro
alt≥r- ¥
alter- ∏rum
alt≥r- is
alt≥r- ¥
alt≥r- ¥
alt≥r- is
AGGETTIVI PRONOMINALI CON NOMINATIVO -ER, -RA, -RUM
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
masch.
neut- er
neutr- ∂us
neutr- ∂
neutr- um
neut- er
neutr- ∏
neut -er, -ra, -rum, «nessuno dei due»
sing.
pl.
femm.
neutro
masch.
femm.
neutr- ¥
neutr- um
neutr- i
neutr- ae
neutr- ∂us
neutr- ∂us
neutr- ∏rum
neutr- ≠rum
neutr- ∂
neutr- ∂
neutr- is
neutr- is
neutr- am
neutr- um
neutr- os
neutr- as
neutr- ¥
neutr- um
neutr- i
neutr- ae
neutr- ≠
neutr- ∏
neutr- is
neutr- is
40
neutro
neutr- ¥
neutr- ∏rum
neutr- is
neutr- ¥
neutr- ¥
neutr- is
Forme dell’aggettivo
AGGETTIVI DELLA II CLASSE A 3 USCITE, -ER, -RIS, -RE (I GRUPPO)
acer, acris, acre, «acuto», «aspro»
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
sing.
femm.
acr- is
acr- is
acr- i
acr- em
acr- is
acr- i
masch.
ac- er
acr- is
acr- i
acr- em
ac- er
acr- i
neutro
acr- e
acr- is
acr- i
acr- e
acr- e
acr- i
masch.
acr- es
acr- ∑um
acr- ∑bus
acr- es
acr- es
acr- ∑bus
pl.
femm.
acr- es
acr- ∑um
acr- ∑bus
acr- es
acr- es
acr- ∑bus
neutro
acr- ∑¥
acr- ∑um
acr- ∑bus
acr- ∑¥
acr- ∑¥
acr- ∑bus
AGGETTIVI DELLA II CLASSE A 2 USCITE, -IS, -E (II GRUPPO)
fac∑lis, fac∑le, «facile»
sing.
nom.
gen.
dat.
acc.
voc.
abl.
masch. / femm.
fac∑l- is
fac∑l- is
fac∑l- i
fac∑l- em
fac∑l- is
fac∑l- i
pl.
neutro
fac∑l- e
fac∑l- is
fac∑l- i
fac∑l- e
fac∑l- e
fac∑l- i
masch. / femm.
fac∑l- es
facil- ∑um
facil- ∑bus
fac∑l- es
fac∑l- es
facil- ∑bus
neutro
facil- ∑¥
facil- ∑um
facil- ∑bus
facil- ∑¥
facil- ∑¥
facil- ∑bus
AGGETTIVI DELLA II CLASSE A 1 USCITA, VARIA (III GRUPPO)
felix, fel∂cis, «fortunato» (tema in gutturale -c, *felic-)
sing.
masch. / femm.
pl.
neutro
masch. / femm.
neutro
nom.
felix
felix
fel∂c- es
felic- ∑¥
gen.
fel∂c- is
fel∂c- is
felic- ∑um
felic- ∑um
dat.
fel∂c- i
fel∂c- i
felic- ∑bus
felic- ∑bus
acc.
fel∂c- em
felix
fel∂c- es
felic- ∑¥
voc.
felix
felix
fel∂c- es
felic- ∑¥
abl.
fel∂c- i
fel∂c- i
felic- ∑bus
felic- ∑bus
41
Tavole morfologiche
COMPARATIVO DI MAGGIORANZA (RELATIVO E ASSOLUTO)
clar-∑or, clar-∑us, «più famoso di», «abbastanza / parecchio famoso»
sing.
masch. / femm.
pl.
neutro
masch. / femm.
neutro
nom.
clar- ∑or
clar- ∑us
clar- i∏r - es
clar- i∏r - ¥
gen.
clar- i∏r - is
clar- i∏r- is
clar- i∏r - um
clar- i∏r - um
dat.
clar- i∏r - i
clar- i∏r - i
clar- i∏r - ∑bus
clar- ior - ∑bus
acc.
clar- i∏r - em
clar- ∑us
clar- i∏r - es
clar- i∏r - ¥
voc.
clar- ∑or
clar- ∑us
clar- i∏r - es
clar- i∏r - ¥
abl.
clar- i∏r - e
clar- i∏r - e
clar- ior- ĭbus
clar- ior - ∑bus
SUPERLATIVO (RELATIVO E ASSOLUTO)
clar-iss∑m-us, -¥, -um, «famosissimo», «il più famoso di»
sing.
masch.
pl.
femm.
neutro
masch.
femm.
neutro
nom.
clar-iss∑m-us
clar-iss∑m-¥
clar-iss∑m-um
clar-iss∑m-i
clar-iss∑m-ae
clar-iss∑m-¥
gen.
clar-iss∑m-i
clar-iss∑m-ae
clar-iss∑m-i
clar-iss∑m-∏rum
clar-iss∑m-≠rum
clar-iss∑m-∏rum
dat.
clar-iss∑m-o
clar-iss∑m-ae
clar-iss∑m-o
clar-iss∑m-is
clar-iss∑m-is
clar-iss∑m-is
acc.
clar-iss∑m-um clar-iss∑m-am
clar-iss∑m-um
clar-iss∑m-os
clar-iss∑m-as
clar-iss∑m-¥
voc.
clar-iss∑m-e
clar-iss∑m-¥
clar-iss∑m-um
clar-iss∑m-i
clar-iss∑m-ae
clar-iss∑m-¥
abl.
clar-iss∑m-∏
clar-iss∑m-≠
clar-iss∑m-∏
clar-iss∑m-is
clar-iss∑m-is
clar-iss∑m-is
42
arabe
duo, duae, duo
tres, tria
quattuor
quinque
sex
septem
octo
novem
decem
und≥cim
duod≥cim
tred≥cim
quattuord≥cim
quind≥cim
sed≥cim
septemd≥cim
duodeviginti
undeviginti
viginti
viginti et unus …
duo et viginti
2 II
3 III
4 IV (IIII)
5 V
6 VI
7 VII
8 VIII
9 IX (VIIII)
10 X
11 XI
12 XII
13 XIII
14 XIV (XIIII)
15 XV
16 XVI
17 XVII
18 XVIII
19 XIX (XVIIII)
20 XX
21 XXI
22 XXII
Cardinali
unus, -a, -um
romane
1 I
Cifre
43
alter et vices∑mus …
unus et vices∑mus …
vices∑mus…
undevices∑mus…
duodevices∑mus…
sept∑mus dec∑mus…
sextus dec∑mus…
quintus dec∑mus…
quartus dec∑mus…
tert∑us dec∑mus, -a, -um
duodec∑mus, -a, -um
undec∑mus, -a, -um
dec∑mus, -a, -um
nonus, -a, -um
oct≠vus, -a, -um
sept∑mus, -a, -um
sextus, -a, -um
quintus, -a, -um
quartus, -a, -um
tert∑us, -a, -um
secundus, -a, -um
primus, -a, -um
Ordinali
bini et viceni …
singΩli et viceni …
vic≤ni, -ae, -a
undevic≤ni, -ae, -a
duodevic≤ni, -ae, -a
sept≤ni deni, -ae, -a
seni deni, -ae, -a
quini deni, -ae, -a
quaterni deni, -ae, -a
terni deni, -ae, -a
duod≤ni, -ae, -a
und≤ni, -ae, -a
deni, -ae, -a
nov≤ni, -ae, -a
oct∏ni, -ae, -a
sept≤ni, -ae, -a
seni, -ae, -a
quini, -ae, -a
quaterni, -ae, -a
terni, -ae, -a
bini, -ae, -a
singΩli, -ae, -a
Distributivi
PROSPETTO GENERALE DEI NUMERALI
bis et vicies
semel et vicies
vicies (viciens)
novies decies
octies decies
septies decies
sedecies (sexies decies)
quindecies (quinquies decies)
quater decies
ter decies
duodecies
undecies
decies
novies
octies
septies
sexies
quinqu∑es
quater
ter
bis
semel
Avverbi
Forme dell’aggettivo
44
centies millesimus …
decies centies millesimus …
centum milia
decies cent≤na milia
millesimus …
decies millesimus …
mille
1000 M (o CIƆ)
nongentesimus …
decem milia
nongenti …
900 CM, DCCCC
octingentesimus …
bis millesimus …
octingenti …
800 DCCC
septingentesimus …
sescentesimus …
quingentes∑mus …
quadringentes∑mus …
trecentes∑mus …
ducentes∑mus …
centes∑mus …
nonages∑mus …
octoges∑mus …
septuages∑mus …
sexages∑mus …
quinquages∑mus …
quadrages∑mus …
trices∑mus (triges∑mus)
undetrices∑mus…
duodetrices∑mus …
Ordinali
duo milia
septingenti…
700 DCC
2000 MM (o CIƆCIƆ o II– )
– (o CCIƆƆ)
10.000 X
– (o CCCIƆƆƆ)
100.000 C
—
1.000.000 |X| (o CCCCIƆƆƆ)
sescenti …
600 DC
centum
100 C
quingenti …
nonaginta
90 XC (LXXXX)
500 D (o IƆ)
octoginta
80 LXXX
quadringenti …
septuaginta
70 LXX
400 CD, CCCC
sexaginta
60 LX
trecenti, -ae, -a
quinquaginta
50 L
300 CCC
quadraginta
40 XL (XXXX)
ducenti, -ae, -a
triginta
30 XXX
200 CC
undetriginta
29 XXIX
Cardinali
duodetriginta
romane
28 XXVIII
arabe
Cifre
decies centena milia
cent≤na milia
dena milia
bina milia
singula milia
nongeni …
octingeni …
septingeni …
sesceni …
quingeni …
quadringeni …
treceni …
duceni …
centeni …
nonag≤ni …
octog≤ni …
septuag≤ni …
sexag≤ni …
quinquag≤ni …
quadrag≤ni …
tric≤ni …
undetric≤ni…
duodetric≤ni …
Distributivi
decies centies milies
centies milies
decies milies
bis milies
milies (millies)
nongenties
octingenties
septingenties
sescenties
quingenties
quadringenties
trecenties
ducenties
centies
nonagies
octogies
septuagies
sexagies
quinquagies
quadragies
tricies
undetricies
duodetricies
Avverbi
Tavole morfologiche
Forme del pronome
FLESSIONE DI UNUS, UN¬, UNUM, «UNO»; DUO, DUAE, DUO, «DUE»
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
unus, un¥, unum
sing.
masch.
femm.
neutro
un-us
un-¥
un-um
un-∂us
un-∂us
un-∂us
un-∂
un-∂
un-∂
un-um
un-am
un-um
un-∏
un-≠
un-∏
masch.
du-o
du-∏rum
du-∏bus
du-os
du-∏bus
duo, duae, duo
pl.
femm.
du-ae
du-≠rum
du-≠bus
du-as
du-≠bus
neutro
du-o
du-∏rum
du-∏bus
du-o
du-∏bus
FLESSIONE DI TRES, TRI¬, «TRE»; MILIA, «MIGLIAIA»
pl.
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
masch./femm.
tr-es
tr-ium
tr-ibus
tr-es
tr-ibus
tres, tria
neutro
tr-i¥
tr-ium
tr-ibus
tr-i¥
tr-ibus
mili¥
neutro
mil-∑¥
mil-∑um
mil-∑bus
mil-∑¥
mil-∑bus
◗3◗ Forme del pronome
I PRONOMI PERSONALI
ego, «io»; tu, «tu»; nos, «noi»; vos, «voi»; is, ea, id, «egli/ella/ciò»
singolare
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
I PERS. = IO
ego
io
mei
di me
mihi
a me/mi
me
me/mi
me
con me
tu
tui
tibi
te
te
II PERS. = TU
tu
di te
a te/ti
te/ti
con te
is
e∂us
e∂
eum
eo
III PERS. = EGLI, ESSA, CIÒ
egli
e¥
essa
id
di lui
e∂us
di lei
(e∂us
a lui/gli
e∂
a lei/le
(e∂
lui/lo
eam
lei/la
id
con lui
e≠
con lei
(eo
ciò
di ciò)
a ciò)
ciò
con ciò)
plurale
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
I PERS. = NOI
nos
noi
nostri
nostrum di noi
nobis
a noi/ci
nos
noi/ci
nobis
con noi
II PERS. = VOI
vos
voi
vestri
vestrum di voi
vobis
a voi/vi
vos
voi/vi
vobis
con voi
III PERS. = ESSI, ESSE, CIÒ (LETT. “ESSE COSE”)
i∑ (ei) essi
eae
esse
e¥
ciò
e∏rum di loro
e≠rum di loro
(e∏rum di loro)
iis (eis) a loro
iis (eis) a loro
eos
essi/li
eas
esse/le
iis (eis) con loro iis (eis) con loro
IL PRONOME RIFLESSIVO
gen.
sui
dat.
sibi
acc.
se
abl.
se
se (acc.), «se stesso»
di sé
a sé
sé / si
con sé
45
(iis / eis a loro)
e¥
ciò
(iis / eis a loro)
Tavole morfologiche
I PRONOMI DIMOSTRATIVI
«questo»
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
m.
hic
hu∂us
hu∂c
hunc
h∏c
f.
haec
hu∂us
hu∂c
hanc
h≠c
n.
hoc
huius
hu∂c
hoc
h∏c
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
h∂
h∏rum
his
hos
his
hae
h≠rum
his
has
his
haec
h∏rum
his
haec
his
«codesto»
singolare
m.
f.
n.
iste
ist¥
istud
ist∂us
ist∂us
istius
ist∂
ist∂
ist∂
istum
istam
istud
ist∏
ist≠
ist∏
plurale
ist∂
istae
ist¥
ist∏rum ist≠rum ist∏rum
istis
istis
istis
istos
istas
ist¥
istis
istis
istis
«quello»
m.
ille
ill∂us
ill∂
illum
ill∏
f.
ill¥
ill∂us
ill∂
illam
ill≠
n.
illud
ill∂us
ill∂
illud
ill∏
ill∂
ill∏rum
illis
illos
illis
illae
ill≠rum
illis
illas
illis
ill¥
ill∏rum
illis
ill¥
illis
I PRONOMI DETERMINATIVI
«egli / ella / ciò»
«il medesimo»
«proprio lui, lui stesso»
singolare
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
nom.
gen.
dat.
acc.
abl.
m.
is
e∂us
e∂
eum
e∏
i∂ (ei)
e∏rum
iis (eis)
eos
iis (eis)
f.
e¥
e∂us
e∂
eam
e≠
n.
id
e∂us
e∂
id
e∏
eae
e≠rum
iis (eis)
eas
iis (eis)
e¥
e∏rum
iis (eis)
e¥
lis (eis)
m.
idem
e∂usdem
e∂dem
eundem
e∏dem
f.
e¥dem
e∂usdem
e∂dem
eandem
e≠dem
n.
idem
e∂usdem
e∂dem
idem
e∏dem
m.
ipse
ips∂us
ips∂
ipsum
ips∏
f.
ips¥
ips∂us
ips∂
ipsam
ips≠
n.
ipsum
ips∂us
ips∂
ipsum
ips∏
i∂dem
e∏r∫ndem
iisdem
eosdem
iisdem
plurale
eaedem
e≠r∫ndem
iisdem
easdem
iisdem
e¥dem
e∏r∫ndem
iisdem
e¥dem
iisdem
ipsi
ips∏rum
ipsis
ipsos
ipsis
ipsae
ips≠rum
ipsis
ipsas
ipsis
ips¥
ips∏rum
ipsis
ips¥
ipsis
IL PRONOME RELATIVO
qui, quae, quod, «il quale»
singolare
plurale
masch.
femm.
neutro
masch.
femm.
neutro
nom.
qu-i
qu-ae
qu-od
qu- i
qu- ae
qu- ae
gen.
cu- ∂us
cu- ∂us
cu- ∂us
qu- ∏rum
qu- ≠rum
qu- ∏rum
dat.
cu- ∂
cu- ∂
cu- ∂
qu- ibus
qu- ibus
qu- ibus
acc.
qu- em
qu- am
qu- od
qu- os
qu- as
qu- ae
abl.
qu- ∏
qu- ≠
qu- ∏
qu- ibus
qu- ibus
qu- ibus
46
Forme del pronome
IL PRONOME INDEFINITO
al∑quis, al∑quid, «qualcuno / qualcosa»
sing.
masch./femm.
pl.
neutro
masch./femm.
neutro
nom.
al∑quis
al∑quid
al∑qui
al∑quae
gen.
alicu∂us
alicu∂us rei
aliqu∏rum
aliqu≠rum rerum
dat.
alicu∂
alicu∂ rei
aliqu∑bus
aliqu∑bus rebus
acc.
al∑quem
al∑quid
al∑quos
al∑quae
abl.
al∑qu∏
al∑qu≠ re
aliqu∑bus
aliqu∑bus rebus
I PRONOMI INDEFINITI NEGATIVI
nemo «nessuno»
nihil «niente»
nom.
nemo
nihil
gen.
(null∂us)
(null∂us rei)
dat.
nem∑ni
(null∂ rei)
acc.
nem∑nem
nihil
abl.
(null∏)
(null≠ re)
47
Tavole morfologiche
◗4◗ Forme del verbo
PRIMA CONIUGAZIONE ATTIVA
amo, -as, -≠vi, -≠tum, -≠re amare
INDICATIVO
am-o
io amo
am-as
am-at
am-≠mus
am-≠tis
am-≠nt
am-≠bam
am-≠bas
am-≠bat
am-ab≠mus
am-ab≠tis
am-≠bant
CONGIUNTIVO
am-em
che io ami
am-es
am-et
am-≤mus
am-≤tis
am-ent
io amavo am-≠rem
am-≠res
am-≠ret
am-ar≤mus
am-ar≤tis
am-≠rent
io amerò
am-≠bo
am-≠bis
am-≠bit
am-ab∑mus
am-ab∑tis
am-≠bunt
IMPERATIVO
PRES. 2 s. am-≠
ama tu
a
2 p. am-≠te
amate voi
a
FUT. 2a s. am-≠to
dovrai amare
3a s. am-≠to
dovrà amare
2a p. am-at∏te
dovrete amare
che io amassi,
amerei
a
3 p. am-≠nto
dovranno amare
INFINITO
PRES. am-≠re
amare
PERF. amav-∂sse
avere amato
FUT. amat-∫rum, -am, -um
esse
amat-∫ros, -as, -¥
io amai,
che io abbia amato
ho
/
ebbi
amato
am≠v-i
amav-≥rim
amav-∂sti
amav-≥ris
am≠v-it
amav-≥rit
amav-∑mus
amav-er∑mus
amav-∂stis
amav-er∑tis
amav-≤runt (-≤re)
amav-≥rint
io avevo amato
amav-≥ram
amav-≥ras
amav-≥rat
amav-er≠mus
amav-er≠tis
amav-≥rant
che io avessi amato,
avrei amato
amav-∂ssem
amav-∂sses
amav-∂sset
amav-iss≤mus
amav-iss≤tis
amav-∂ssent
io avrò amato
amav-≥ro
amav-≥ris
amav-≥rit
amav-er∑mus
amav-er∑tis
amav-≥rint
stare per amare
PARTICIPIO
PRES. am-ans, -≠ntis
amante,
che ama, amando
FUT. amat-∫rus, -¥, -um
che è sul punto
di amare
GERUNDIO
gen.
am-≠ndi
di amare
dat.
am-≠ndo
all’amare
acc.
(ad) am-≠ndum
ad amare
abl.
am-≠ndo
con l’amare
SUPINO PRIMO
am≠t-um
ad amare
48
Forme del verbo
INDICATIVO
am-or
io sono amato
am-≠ris (-re)
am-≠tur
am-≠mur
am-am∑ni
am-≠ntur
CONGIUNTIVO
IMPERATIVO
(disusato)
am-≥r
che io sia amato PRES.
am-≤ris (-re)
am-≤tur
am-≤mur
am-em∑ni
am-≤ntur
FUT.
(disusato)
am-≠bar
io ero amato am-≠rer che io fossi amato, 2° p. am-at te dovrete amare
sarei amato
3° p. am-≠nto dovranno amare
am-ab≠ris (-re)
am-ar≤ris (-re)
am-ab≠tur
am-ar≤tur
am-ab≠mur
am-ar≤mur
am-abam∑ni
am-arem∑ni
INFINITO
am-ab≠ntur
am-ar≤ntur
PRES. am-≠ri
essere amato
am-≠bor
io sarò amato
am-ab≥ris (-re)
PERF. am≠t-um, -am, -um
am-ab∑tur
esse
am≠t-os,
-as,
-¥
am-ab∑mur
essere stato amato
am-abim∑ni
am-ab∫ntur
FUT. am≠t-um iri
stare per essere amato
io fui/sono stato amato
che io sia stato amato
am≠t-us, -a, -um
am≠t-i, -ae, -a
sim
sis
sit
simus
sitis
sint
PIUCCHEPERFETTO
sum
am≠t-us, -a, -um es
est
sumus
am≠t-i, -ae, -a
estis
sunt
io ero stato amato
che io fossi stato amato,
sarei stato amato
eram
essem
am≠t-us, -a, -um eras
am≠t-us, -a, -um esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
am≠t-i, -ae, -a
er≠tis
am≠t-i, -ae, -a
ess≤tis
erant
essent
FUTURO ANTERIORE
PERFETTO
FUTURO SEMP.
IMPERFETTO
PRESENTE
PRIMA CONIUGAZIONE PASSIVA
io sarò stato amato
ero
am≠t-us, -a, -um eris
erit
er∑mus
am≠t-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
PARTICIPIO
PERF. am≠t-us, -a -um
amato, che è stato amato,
essendo stato amato
GERUNDIVO
am-≠ndus, -a, -um
da amare
SUPINO SECONDO
am≠t-u
49
ad amarsi
Tavole morfologiche
CONGIUNTIVO
mon-≥am che io ammonisca
mon-≥as
mon-≥at
mon-e≠mus
mon-e≠tis
mon-≥ant
IMPERATIVO
PRES. 2 s. mon-≤
ammonisci tu
a
2a p. mon-≤te
FUT. 2a s. mon-≤to
ammonite voi
dovrai ammonire
IMPERFETTO
FUTURO SEMP.
mon-≤bo
io ammonirò
mon-≤bis
mon-≤bit
mon-eb∑mus
mon-eb∑tis
mon-≤bunt
PERFETTO
dovrà ammonire
3a s. mon-≤to
mon-≤rem che io ammonissi,
a
2 p. mon-et∏te dovrete amm.
ammonirei
mon-≤res
3a p. mon-≤nto dovranno amm.
mon-≤ret
mon-er≤mus
INFINITO
mon-er≤tis
mon-≤rent
PRES. mon-≤re
ammonire
mon-≤bam io ammonivo
mon-≤bas
mon-≤bat
mon-eb≠mus
mon-eb≠tis
mon-≤bant
io ammonii, ho/ebbi
ammonito
monΩ-i
monu-∂sti
monΩ-it
monu-∑mus
monu-∂stis
monu-≤runt (-≤re)
che io abbia ammonito
monu-≥rim
monu-≥ris
monu-≥rit
monu-er∑mus
monu-er∑tis
monu-≥rint
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
mon-≥o
io ammonisco
mon-es
mon-et
mon-≤mus
mon-≤tis
mon-ent
io avevo ammonito
monu-≥ram
monu-≥ras
monu-≥rat
monu-er≠mus
monu-er≠tis
monu-≥rant
che io avessi ammonito,
monu-∂ssem avrei ammonito
monu-∂sses
monu-∂sset
monu-iss≤mus
monu-iss≤tis
FUTURO ANTERIORE
PRESENTE
SECONDA CONIUGAZIONE ATTIVA
moneo, -es, -ui, -∑tum, -≤re ammonire
io avrò ammonito
monu-≥ro
monu-≥ris
monu-≥rit
monu-er∑mus
monu-er∑tis
monu-≥rint
PERF. monu-∂sse
avere ammonito
FUT. monit-∫rum, -am, -um
esse
monit-∫ros, -as, -¥
stare per ammonire
monu-∂ssent
PARTICIPIO
PRES. mon-ens, -≤ntis
(ammonente)
che ammonisce, ammonendo
FUT. monit-∫rus, -a, -um
che è sul punto
di ammonire
GERUNDIO
gen.
mon-≤ndi
di ammonire
dat.
mon-≤ndo
all’ammonire
acc.
(ad) mon-≤ndum ad ammonire
abl.
mon-≤ndo
con l’ammonire
SUPINO PRIMO
mon∑t-um
50
ad ammonire
Forme del verbo
FUTURO SEMP.
mon-≤bor
io sarò
ammonito
mon-eb≥ris (-re)
mon-eb∑tur
mon-eb∑mur
mon-ebim∑ni
mon-eb∫ntur
PERFETTO
CONGIUNTIVO
IMPERATIVO
mon-≥ar
che io sia PRES.
(disusato)
ammonito
mon-e≠ris (-re)
mon-e≠tur
mon-e≠mur
mon-eam∑ni
FUT.
(disusato)
mon-e≠ntur
2° p. am-at te dovrete amare
che io fossi
mon-≤bar
io ero mon-≤rer
3° p. am-≠nto dovranno amare
ammonito
ammonito,
mon-er≤ris
(-re)
mon-eb≠ris (-re)
sarei ammon.
mon-er≤tur
mon-eb≠tur
mon-er≤mur
mon-eb≠mur
mon-erem∑ni
INFINITO
mon-ebam∑ni
mon-er≤ntur
mon-eb≠ntur
PRES. mon-≤ri
essere ammonito
che io sia stato ammonito
io fui/sono stato ammonito
sim
sum
PARTICIPIO
mon∑t-us, -a, -um
sis
mon∑t-us, -a, -um es
PERF. mon∑t-us, -a -um
sit
est
ammonito, che è stato ammonito,
simus
sumus
essendo stato ammonito
mon∑t-i, -ae, -a
sitis
mon∑t-i, -ae, -a
estis
sint
sunt
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
mon-≥or
io sono
ammonito
mon-≤ris (-re)
mon-≤tur
mon-≤mur
mon-em∑ni
mon-≤ntur
che io fossi ammonito,
io ero stato ammonito
sarei stato ammonito
eram
essem
mon∑t-us, -a, -um eras
mon∑t-us, -a, -um
esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
mon∑t-i, -ae, -a
er≠tis
mon∑t-i, -ae, -a
ess≤tis
erant
essent
FUTURO ANTERIORE
IMPERFETTO
PRESENTE
SECONDA CONIUGAZIONE PASSIVA
io sarò stato ammonito
ero
mon∑t-us, -a, -um eris
erit
er∑mus
mon∑t-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
PERF. mon∑t-um, -am, -um
esse
mon∑t-os, -as, -¥
essere stato ammonito
FUT. mon∑t-um iri
stare per essere ammonito
GERUNDIVO
mon-≤ndus, -a, -um
da ammonire
SUPINO SECONDO
mon∑t-u
51
ad ammonirsi
Tavole morfologiche
TERZA CONIUGAZIONE ATTIVA
lego, -is, i, -ctum, -≥re leggere
PRESENTE
INDICATIVO
CONGIUNTIVO
l≥g-o
io leggo leg-am
che io legga
IMPERFETTO
FUTURO SEMP.
leggete voi
leg-as
leg-it
leg-at
leg-∑mus
leg-≠mus
leg-∑tis
leg-≠tis
FUT. 2a s. leg-∑to
dovrai leggere
leg-unt
leg-ant
3a s. leg-∑to
dovrà leggere
io leggevo l≥g-≥rem
leg-≤bas
leg-≥res
leg-≤bat
leg-≥ret
leg-eb≠mus
leg-er≤mus
leg-eb≠tis
leg-er≤tis
leg-≤bant
leg-≥rent
l≥g-am
a
che io leggessi,
leggerei
2 p. leg-it∏te
dovrete leggere
3a p. leg-∫nto
dovranno leggere
INFINITO
io leggerò
PRES. leg-≥re
leggere
PERF. leg-∂sse
avere letto
FUT. lect-∫rum, -am, -um
leg-es
esse
leg-et
lect-∫ros, -as, -¥
leg-≤mus
stare per leggere
leg-≤tis
leg-ent
io lessi, ho / l≤g-≥rim
ebbi letto leg-≥ris
l≤g-i
PERFETTO
2a p. leg-∑te
leg-is
l≥g-≤bam
FUTURO ANTERIORE PIUCCHEPERFETTO
IMPERATIVO
PRES. 2 s. leg-≥
leggi tu
a
leg-∂sti
leg-it
leg-≥rit
leg-∑mus
leg-er∑mus
leg-∂stis
leg-er∑tis
leg-≤runt (-≤re)
leg-≥rint
l≤g-≥ram
leg-≥ras
che io abbia letto
PARTICIPIO
PRES. leg-ens, -≤ntis
(leggente)
che legge, leggendo
FUT. lect-∫rus, -a, -um
io avevo letto l≤g-∂ssem che io avessi letto,
avrei letto
leg-∂sses
che è sul punto
di leggere
GERUNDIO
leg-≥rat
leg-∂sset
gen.
leg-≤ndi
di leggere
leg-er≠mus
leg-iss≤mus
dat.
leg-≤ndo
al leggere
leg-er≠tis
leg-iss≤tis
leg-∂ssent
acc.
(ad) leg-≤ndum
a leggere
abl.
mon-≤ndo
col leggere
leg-≥rant
l≤g-≥ro
io avrò letto
leg-≥ris
SUPINO PRIMO
leg-≥rit
lect-um
leg-er∑mus
leg-er∑tis
leg-≥rint
52
a leggere
Forme del verbo
INDICATIVO
leg-or
io sono letto
leg-≥ris (-re)
leg-∑tur
leg-∑mur
leg-im∑ni
leg-∫ntur
CONGIUNTIVO
leg-ar
che io sia letto
leg-≠ris (-re)
leg-≠tur
leg-≠mur
leg-am∑ni
leg-≠ntur
leg-≤bar
io ero letto
leg-eb≠ris (-re)
leg-eb≠tur
leg-eb≠mur
leg-ebam∑ni
leg-eb≠ntur
leg-er≤tur
leg-er≤mur
leg-erem∑ni
leg-er≤ntur
IMPERATIVO
(disusato)
PRES.
FUT.
(disusato)
2° p. am-at te dovrete amare
leg-≥rer
che io fossi letto,
3° p. am-≠nto dovranno amare
sarei letto
leg-er≤ris (-re)
INFINITO
FUTURO SEMP.
leg-ar
leg-≤ris (-re)
leg-≤tur
leg-≤mur
leg-em∑ni
leg-≤ntur
PERFETTO
io fui/sono stato letto
che io sia stato letto
sum
sim
lect-us, -a, -um
es
lect-us, -a, -um
sis
est
sit
sumus
simus
lect-i, -ae, -a
estis
lect-i, -ae, -a
sitis
sunt
sint
PIUCCHEPERFETTO
PRES. leg-i
io ero stato letto
eram
lect-us, -a, -um
eras
erat
er≠mus
lect-i, -ae, -a
er≠tis
erant
FUTURO ANTERIORE
IMPERFETTO
PRESENTE
TERZA CONIUGAZIONE PASSIVA
io sarò letto
io sarò stato letto
ero
lect-us, -a, -um
eris
erit
er∑mus
lect-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
essere letto
PERF. lect-um, -am, -um
esse
lect-os, -as, -¥
essere stato letto
FUT. lect-um iri
stare per essere letto
che io fossi stato letto,
sarei stato letto
essem
lect-us, -a, -um
esses
esset
ess≤mus
lect-i, -ae, -a
ess≤tis
essent
PARTICIPIO
PERF. lect-us, -a -um
letto, che è stato letto,
essendo stato letto
GERUNDIVO
leg-≤ndus, -a, -um
da leggere
SUPINO SECONDO
lect-u
53
a leggersi
Tavole morfologiche
CONGIUNTIVO
aud-iam
che io oda
aud-ias
aud-iat
aud-i≠mus
aud-i≠tis
aud-iant
aud-i≤bam
aud-i≤bas
aud-i≤bat
aud-ieb≠mus
aud-ieb≠tis
aud-i≤bant
io udivo
aud-∂rem
aud-∂res
aud-∂ret
aud-ir≤mus
aud-ir≤tis
aud-∂rent
FUTURO SEMP.
aud-iam
aud-ies
aud-iet
aud-i≤mus
aud-i≤tis
aud-ient
io udirò
io udii, ho/ebbi udito
aud∂v-i
audiv-∂sti
aud∂v-it
audiv-∑mus
audiv-∂stis
audiv-≤runt (-≤re)
FUTURO ANTERIORE
PIUCCHEPERFETTO
IMPERFETTO
PRESENTE
INDICATIVO
aud-io
io odo
aud-is
aud-it
aud-∂mus
aud-∂tis
aud-iunt
PERFETTO
QUARTA CONIUGAZIONE ATTIVA
audio, -is, ∂vi, -∂tum, -∂re udire
IMPERATIVO
PRES. 2 s. aud-∂
odi tu
a
2a p. aud-∂te
udite voi
FUT. 2a s. aud-∂to
dovrai udire
3a s. aud-∂to
dovrà udire
che io udissi,
udirei
a
2 p. aud-it∏te
dovrete udire
3a p. aud-i∫nto
dovranno udire
INFINITO
PRES. aud-∂re
udire
PERF. audiv-∂sse
avere udito
FUT. audit-∫rum, -am, -um
esse
audit-∫ros, -as, -¥
stare per udire
io avevo udito
audiv-≥ram
audiv-≥ras
audiv-≥rat
audiv-er≠mus
audiv-er≠tis
audiv-≥rant
che io abbia udito
audiv-≥rim
audiv-≥ris
audiv-≥rit
audiv-er∑mus
audiv-er∑tis
audiv-≥rint
PARTICIPIO
PRES. aud-iens, -≤ntis
(udente)
che ode, udendo
FUT. audit-∫rus, -a, -um
che è sul punto
di udire
che io avessi udito,
avrei udito
audiv-∂ssem
audiv-∂sses
audiv-∂sset
audiv-iss≤mus
audiv-iss≤tis
audiv-∂ssent
GERUNDIO
gen.
aud-i≤ndi
di udire
dat.
aud-i≤ndo
all’udire
acc.
(ad) aud-i≤ndum
a udire
abl.
aud-i≤ndo
con l’udire
io avrò udito
audiv-≥ro
audiv-≥ris
audiv-≥rit
audiv-er∑mus
audiv-er∑tis
audiv-≥rint
SUPINO PRIMO
aud∂t-um
54
a udire
Forme del verbo
FUTURO SEMP.
aud-iar
io sarò udito
aud-i≤ris (-re)
aud-i≤tur
aud-i≤mur
aud-iem∑ni
aud-i≤ntur
PERFETTO
CONGIUNTIVO
IMPERATIVO
aud-iar
che io sia udito PRES.
(disusato)
aud-i≠ris (-re)
aud-i≠tur
aud-i≠mur
aud-iam∑ni
FUT.
(disusato)
aud-i≠ntur
2° p. am-at te dovrete amare
aud-i≤bar
io ero udito aud-∂rer
che io fossi udito,
sarei udito
3° p. am-≠nto dovranno amare
aud-ieb≠ris (-re)
aud-ir≤ris (-re)
aud-ieb≠tur
aud-ir≤tur
aud-ieb≠mur
aud-ir≤mur
aud-iebam∑ni
aud-irem∑ni
INFINITO
aud-ieb≠ntur
aud-ir≤ntur
PRES. aud-∂ri
essere udito
io fui/sono stato udito
che io sia stato udito
sum
sim
aud∂t-us, -a, -um
es
aud∂t-us, -a, -um
sis
est
sit
sumus
simus
aud∂t-i, -ae, -a
estis
aud∂t-i, -ae, -a
sitis
sunt
sint
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
aud-ior
io sono udito
aud-∂ris (-re)
aud-∂tur
aud-∂mur
aud-im∑ni
aud-i∫ntur
io ero stato udito
che io fossi stato udito,
sarei stato udito
eram
essem
aud∂t-us, -a, -um
eras
aud∂t-us, -a, -um
esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
aud∂t-i, -ae, -a
er≠tis
aud∂t-i, -ae, -a
ess≤tis
erant
essent
FUTURO ANTERIORE
IMPERFETTO
PRESENTE
QUARTA CONIUGAZIONE PASSIVA
io sarò stato udito
ero
aud∂t-us, -a, -um
eris
erit
er∑mus
aud∂t-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
PERF. aud∂t-um, -am, -um
esse
aud∂t-os, -as, -¥
essere stato udito
FUT. aud∂t-um iri
stare per essere udito
PARTICIPIO
PERF. aud∂t-us, -a -um
udito, che è stato udito,
essendo stato udito
GERUNDIVO
aud-i≤ndus, -a, -um
da udire
SUPINO SECONDO
aud∂t-u
55
a udirsi
Tavole morfologiche
IMPERFETTO
cap-iam
cap-ies
cap-iet
cap-i≤mus
cap-i≤tis
cap-ient
io presi, ho/ebbi preso
cep-i
cep-∂sti
cep-it
cep-∑mus
cep-∂stis
cep-≤runt (-≤re)
FUTURO ANTERIORE
PIUCCHEPERFETTO
cap-i≤bam
io prendevo
cap-i≤bas
cap-i≤bat
cap-ieb≠mus
cap-ieb≠tis
cap-i≤bant
FUTURO SEMP.
INDICATIVO
cap-io
io prendo
cap-∑s
cap-∑t
cap-∑mus
cap-∑tis
cap-∑unt
PERFETTO
PRESENTE
TERZA CONIUGAZIONE ATTIVA in -∑o
capio, capis, c≤pi, captum, cap≥re prendere
CONGIUNTIVO
cap-iam
che io prenda
cap-ias
cap-iat
cap-i≠mus
cap-i≠tis
cap-iant
IMPERATIVO
PRES. 2 s. cap-≥
prendi tu
a
2 p. cap-∑te
prendete voi
a
FUT. 2a s. cap-∑to
dovrai prendere
dovrà prendere
3a s. cap-∑to
cap-≥rem
che io prendessi,
a
2 p. cap-it∏te dovrete prendere
prenderei
cap-≥res
3a p. cap-i∫nto dovranno prend.
cap-≥ret
cap-er≤mus
cap-er≤tis
INFINITO
cap-≥rent
PRES. cap-≥re
prendere
io prenderò
PERF. cep-∂sse
avere preso
FUT. capt-∫rum, -am, -um
esse
capt-∫ros, -as, -¥
stare per prendere
io avevo preso
cep-≥ram
cep-≥ras
cep-≥rat
cep-er≠mus
cep-er≠tis
cep-≥rant
che io abbia preso
cep-≥rim
cep-≥ris
cep-≥rit
cep-er∑mus
cep-er∑tis
cep-≥rint
PARTICIPIO
PRES. cap-iens, -≤ntis
che prende, prendendo
FUT. capt-∫rus, -a, -um
che è sul punto
di prendere
che io avessi preso,
avrei preso
cep-∂ssem
cep-∂sses
cep-∂sset
cep-iss≤mus
cep-iss≤tis
cep-∂ssent
GERUNDIO
gen.
dat.
acc.
abl.
cap-i≤ndi
cap-i≤ndo
(ad) cap-i≤ndum
cap-i≤ndo
di prendere
al prendere
a prendere
col prendere
io avrò preso
cep-≥ro
cep-≥ris
cep-≥rit
cep-er∑mus
cep-er∑tis
cep-≥rint
SUPINO PRIMO
capt-um
56
a prendere
Forme del verbo
FUTURO SEMP.
cap-iar
io sarò preso
cap-i≤ris (-re)
cap-i≤tur
cap-i≤mur
cap-iem∑ni
cap-i≤ntur
PERFETTO
CONGIUNTIVO
IMPERATIVO
cap-iar
che io sia preso PRES.
(disusato)
cap-i≠ris (-re)
cap-i≠tur
cap-i≠mur
cap-iam∑ni
FUT.
(disusato)
cap-i≠ntur
2° p. am-at te dovrete amare
cap-i≤bar
io ero preso cap-≥rer
che io fossi preso,
3° p. am-≠nto dovranno amare
sarei preso
cap-ieb≠ris (-re)
cap-er≤ris (-re)
cap-ieb≠tur
cap-er≤tur
cap-ieb≠mur
cap-er≤mur
INFINITO
cap-iebam∑ni
cap-erem∑ni
cap-ieb≠ntur
cap-er≤ntur
PRES. cap-i
essere preso
io fui/sono stato preso
che io sia stato preso
sum
sim
capt-us, -a, -um
es
capt-us, -a, -um
sis
est
sit
sumus
simus
capt-i, -ae, -a
estis
capt-i, -ae, -a
sitis
sunt
sint
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
cap-ior
io sono preso
cap-≥ris (-re)
cap-∑tur
cap-∑mur
cap-im∑ni
cap-i∫ntur
io ero stato preso
che io fossi stato preso,
sarei stato preso
eram
essem
capt-us, -a, -um
eras
capt-us, -a, -um
esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
capt-i, -ae, -a
er≠tis
capt-i, -ae, -a
ess≤tis
erant
essent
FUTURO ANTERIORE
IMPERFETTO
PRESENTE
TERZA CONIUGAZIONE PASSIVA in -∑o
io sarò stato preso
ero
capt-us,-a, -um
eris
erit
er∑mus
capt-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
PERF. capt-um, -am, -um
esse
capt-os, -as, -¥
essere stato preso
FUT. capt-um iri
stare per essere preso
PARTICIPIO
PERF. capt-us, -a -um
preso, che è stato preso,
essendo stato preso
GERUNDIVO
cap-i≤ndus, -a, -um
da prendere
SUPINO SECONDO
capt-u
57
a prendersi
Tavole morfologiche
IMPERFETTO
hort-≠bario
hort-ab≠ris (-re)
hort-ab≠tur
hort-ab≠mur
hort-abam∑ni
hort-ab≠ntur
FUTURO SEMP.
hort-≠bor
io esorterò
hort-ab≥ris (-re)
hort-ab∑tur
hort-ab∑mur
hort-abim∑ni
hort-ab∫ntur
PERFETTO
CONGIUNTIVO
IMPERATIVO
a
hort-er
che io esorti PRES. 2 s. hort-≠re
esorta tu
a
hort-≤ris (-re)
2 p. hort-am∑ni
esortate voi
hort-≤tur
FUT. 2a e 3a s. hort-≠tor dovrai, dovrà...
esortare
hort-≤mur
(3a p.
hort-≠ntor)
hort-em∑ni
hort-≤ntur
INFINITO
esortavo hort-≠rer
che io esortassi,
esortare
esorterei PRES. hort-≠ri
hort-ar≤ris (-re)
hort-ar≤tur
PERF. hort≠t-um, -am, -um
esse
hort-ar≤mur
hort≠t-os, -as, -¥
hort-arem∑ni
avere esortato
hort-ar≤ntur
esortai, ho/ebbi esortato
che io abbia esortato PRES. hort-ans, ≠ntis
esortando, che esorta
sum
sim
PERF. hort≠t-us, -a -um
hort≠t-us, -a, -um es
hort≠t-us, -a, -um sis
che ha esortato,
est
sit
avendo esortato
sumus
simus
FUT. hort-∫rus, -a -um
che è sul punto di esortare
hort≠t-i, -ae, -a
estis
hort≠t-i, -ae, -a
sitis
sunt
sint
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
hort-or
io esorto
hort-≠ris (-re)
hort-≠tur
hort-≠mur
hort-am∑ni
hort-≠ntur
io avevo esortato
che io avessi esortato,
avrei esortato
eram
essem
hort≠t-us, -a, -um eras
hort≠t-us, -a, -um esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
hort≠t-i, -ae, -a
er≠tis
hort≠t-i, -ae, -a
ess≤tis
erant
essent
FUTURO ANTERIORE
PRESENTE
PRIMA CONIUGAZIONE DEPONENTE
hortor, hort≠ris, hort≠tus sum, -≠ri esortare
io avrò esortato
ero
hort≠t-us, -a, -um eris
erit
er∑mus
hort≠t-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
FUT. hortat-∫rum, -am, -um
esse
hortat-∫ros, -as, -¥
stare per esortare
PARTICIPIO
GERUNDIO
gen.
dat.
acc.
abl.
hort-≠ndi
hort-≠ndo
(ad) hort-≠ndum
hort-≠ndo
di esortare
all’esortare
a esortare
con l’esortare
GERUNDIVO
hort-≠ndus, -a, -um
da esortare
SUPINO
PRIMO
hort≠t-um
SECONDO hort≠t-u
58
a esortare
a esortarsi
Forme del verbo
IMPERFETTO
FUTURO SEMP.
ver-≤rer
che io temessi,
temerei
ver-er≤ris (-re)
ver-er≤tur
ver-er≤mur
ver-erem∑ni
ver-er≤ntur
ver-≤bar
io temevo
ver-eb≠ris (-re)
ver-eb≠tur
ver-eb≠mur
ver-ebam∑ni
ver-eb≠ntur
ver-≤bor
ver-eb≥ris (-re)
ver-eb∑tur
ver-eb∑mur
ver-ebim∑ni
ver-eb∫ntur
PERFETTO
CONGIUNTIVO
ver-≥ar
che io tema
ver-e≠ris (-re)
ver-e≠tur
ver-e≠mur
ver-eam∑ni
ver-e≠ntur
io temei, ho/ebbi temuto
che io abbia temuto
sum
sim
ver∑t-us, -a, -um
es
ver∑t-us, -a, -um
sis
est
sit
sumus
simus
ver∑t-i, -ae, -a
estis
ver∑t-i, -ae, -a
sitis
sunt
sint
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
ver-≥or
io temo
ver-≤ris (-re)
ver-≤tur
ver-≤mur
ver-em∑ni
ver-≤ntur
io avevo temuto
che io avessi temuto,
avrei temuto
eram
essem
ver∑t-us, -a, -um
eras
ver∑t-us, -a, -um
esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
ver∑t-i, -ae, -a
er≠tis
ver∑t-i, -ae, -a
ess≤tis
erant
essent
FUTURO ANTERIORE
PRESENTE
SECONDA CONIUGAZIONE DEPONENTE
vereor, ver≤ris, ver∑tus sum, ver-≤ri temere
io avrò temuto
ero
ver∑t-us, -a, -um
eris
erit
er∑mus
ver∑t-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
IMPERATIVO
PRES. 2 s. ver-≤re
temi tu
a
2 p. ver-em∑ni
temete voi
a
FUT. 2a e 3a s. ver-≤tor dovrai, dovrà...
temere
(3a p.
ver-≤ntor)
INFINITO
PRES. ver-≤ri
temere
PERF. ver∑t-um, -am, -um
esse
ver∑t-os, -as, -¥
avere temuto
FUT. ver∑t-∫rum, -am, -um
io temerò
esse
ver∑t-∫ros, -as, -¥
stare per temere
PARTICIPIO
PRES. ver-ens, -≤ntis
temendo, che teme
PERF. ver∑t-us, -a -um
che ha temuto,
avendo temuto
FUT. ver∑t-∫rus, -a -um
che è sul punto di temere
gen.
dat.
acc.
abl.
GERUNDIO
ver-≤ndi
ver-≤ndo
(ad) ver-≤ndum
ver-≤ndo
di temere
al temere
a temere
col temere
GERUNDIVO
ver-≤ndus, -a, -um
da temere
SUPINO
PRIMO
SECONDO
59
ver∑t-um
ver∑t-u
a temere
a temersi
Tavole morfologiche
IMPERFETTO
FUTURO SEMP.
INFINITO
sequ-≥rer
che io seguissi,
seguire
seguirei PRES. sequ-i
sequ-er≤ris (-re)
sequ-er≤tur
PERF. secut-um, -am, -um
esse
sequ-er≤mur
secut-os, -as, -¥
sequ-erem∑ni
avere seguito
sequ-er≤ntur
sequ-≤bar
io seguivo
sequ-eb≠ris (-re)
sequ-eb≠tur
sequ-eb≠mur
sequ-ebam∑ni
sequ-eb≠ntur
sequ-ar
sequ-≤ris (-re)
sequ-≤tur
sequ-≤mur
sequ-em∑ni
sequ-≤ntur
PERFETTO
CONGIUNTIVO
sequ-ar
che io segua
sequ-≠ris (-re)
sequ-≠tur
sequ-≠mur
sequ-am∑ni
sequ-≠ntur
che io abbia seguito
io seguii, ho/ebbi seguito
sim
sum
sec∫t-us, -a, -um sis
sec∫t-us, -a, -um es
sit
est
simus
sumus
sec∫t-i, -ae, -a
sitis
sec∫t-i, -ae, -a
estis
sint
sunt
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
sequ-or
io seguo
sequ-≥ris (-re)
sequ-∑tur
sequ-∑mur
sequ-im∑ni
sequ-∫ntur
che io avessi seguito,
io avevo seguito
avrei seguito
eram
essem
sec∫t-us, -a, -um eras
sec∫t-us, -a, -um esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
sec∫t-i, -ae, -a
er≠tis
sec∫t-i, -ae, -a
ess≤tis
essent
erant
FUTURO ANTERIORE
PRESENTE
TERZA CONIUGAZIONE DEPONENTE
sequor, sequ≥ris, sec∫tus sum, sequ-i seguire
io avrò seguito
ero
sec∫t-us, -a, -um eris
erit
er∑mus
sec∫t-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
IMPERATIVO
PRES. 2 s. sequ-≥re
segui tu
a
2 p. sequ-im∑ni
seguite voi
a
FUT. 2a e 3a s. sequ-∂tor dovrai, dovrà...
seguire
(3a p.
sequ-∫ntor)
FUT. secut-∫rum, -am, -um
io seguirò
esse
secut-∫ros, -as, -¥
stare per seguire
PARTICIPIO
PRES. sequ-ens, -≤ntis
seguendo, che segue
PERF. sec∫t-us, -a -um
che ha seguito,
avendo seguito
FUT. sec∫t-∫rus, -a -um
che è sul punto di seguire
GERUNDIO
gen.
dat.
acc.
abl.
sequ-≤ndi
sequ-≤ndo
(ad) sequ-≤ndum
sequ-≤ndo
GERUNDIVO
sequ-≤ndus, -a, -um
PRIMO
SUPINO
sec∫t-um
SECONDO sec∫t-u
60
di seguire
al seguire
a seguire
col seguire
da seguire
a seguire
a seguirsi
Forme del verbo
FUTURO SEMP.
larg-iar
larg-i≤ris (-re)
larg-i≤tur
larg-i≤mur
larg-iem∑ni
larg-i≤ntur
PERFETTO
CONGIUNTIVO
IMPERATIVO
a
elargisci tu
larg-iar
che io elargisca PRES. 2 s. larg-∂re
a
2 s. larg-im∑ni
elargite voi
larg-i≠ris (-re)
larg-i≠tur
FUT. 2a e 3a s. larg-∂tor dovrai, dovrà...
elargire
larg-i≠mur
(3a p.
largi-∫ntor)
larg-iam∑ni
larg-i≠ntur
INFINITO
larg-i≤bar
io elargivo larg-∂rer
che io elargissi,
elargire
elargirei PRES. larg-∂ri
larg-ieb≠ris (-re)
larg-ir≤ris (-re)
larg-ieb≠tur
larg-ir≤tur
PERF. larg∂t-um, -am, -um
larg-ieb≠mur
esse
larg-ir≤mur
larg∂t-os,
-as,
-¥
larg-iebam∑ni
larg-irem∑ni
avere elargito
larg-ieb≠ntur
larg-ir≤ntur
io elargii, ho/ebbi elargito
sum
larg∂t-us, -a, -um es
est
sumus
larg∂t-i, -ae, -a
estis
sunt
PIUCCHEPERFETTO
INDICATIVO
larg-ior
io elargisco
larg-∂ris (-re)
larg-∂tur
larg-∂mur
larg-im∑ni
larg-i∫ntur
io avevo elargito
eram
larg∂t-us, -a, -um eras
erat
er≠mus
larg∂t-i, -ae, -a
er≠tis
erant
FUTURO ANTERIORE
IMPERFETTO
PRESENTE
QUARTA CONIUGAZIONE DEPONENTE
largior, -∂ris, larg∂tus sum, -∂ri elargire
io elargirò
io avrò elargito
ero
larg∂t-us, -a, -um eris
erit
er∑mus
larg∂t-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
FUT. largit-∫rum, -am, -um
esse
largit-∫ros, -as, -¥
stare per elargire
PARTICIPIO
che io abbia elargito
sim
larg∂t-us, -a, -um sis
sit
simus
larg∂t-i, -ae, -a
sitis
sint
che io avessi elargito,
avrei elargito
essem
larg∂t-us, -a, -um esses
esset
ess≤mus
larg∂t-i, -ae, -a
ess≤tis
essent
PRES. larg-iens, -i≤ntis
PERF. larg∂t-us, -a -um
elargendo,
che elargisce
che ha elargito,
avendo elargito
FUT. larg∂t-∫rus, -a -um
che è sul punto di elargire
GERUNDIO
gen.
dat.
acc.
abl.
larg-i≤ndi
larg-i≤ndo
(ad) larg-i≤ndum
larg-i≤ndo
di elargire
all’elargire
ad elargire
con l’elargire
GERUNDIVO
larg-i≤ndus, -a, -um
da elargire
SUPINO
PRIMO
SECONDO
61
larg∂t-um
larg∂t-u
a elargire
a elargirsi
Tavole morfologiche
CONGIUNTIVO
s-im
che io sia
s-is
s-it
s-imus
s-itis
s-int
IMPERFETTO
er-am
er-as
er-at
er-≠mus
er-≠tis
er-ant
io ero
esse-m che io fossi, io sarei
esse-s
esse-t
ess≤-mus
ess≤-tis
esse-nt
er-o
er-is
er-it
er-∑mus
er-∑tis
er-unt
io sarò
PRESENTE
INDICATIVO
s-um
io sono
es
es-t
s-umus
es-tis
s-unt
FUTURO SEMP.
SUM
sum, es, fui, esse essere
PERFETTO
PIUCCHEPERFETTO
FUT. 2a s. es-to
3a s. es-to
2a p. es-t∏te
3a p. s-unto
dovrai essere
dovrà essere
dovrete essere
dovranno essere
INFINITO
PRES. es-se
essere
PERF. fu-∂sse
essere stato
FUT. fut-∫rum, -am, -um
esse
fut-∫ros, -as, -¥
oppure fore
io fui / io sono stato
FUTURO ANTERIORE
IMPERATIVO
PRES. 2 s. es
sii tu
a
2 p. es-te
siate voi
a
fu-i
fu-∂sti
fu-it
fu-∑mus
fu-∂stis
fu-≤runt (-≤re)
che io sia stato
fu-≥rim
fu-≥ris
fu-≥rit
fu-er∑mus
fu-er∑tis
fu-≥rint
io ero stato
fu-≥ram
fu-≥ras
fu-≥rat
fu-er≠mus
fu-er≠tis
fu-≥rant
stare per essere
PARTICIPIO
PRES. (manca)
PERF. (manca)
FUT. fut-∫rus, -a, -um
che è sul punto di essere
che io fossi stato, sarei stato
fu-∂ssem
fu-∂sses
fu-∂sset
fu-iss≤mus
fu-iss≤tis
fu-∂ssent
io sarò stato
fu-≥ro
fu-≥ris
fu-≥rit
fu-er∑mus
fu-er∑tis
fu-≥rint
62
GERUNDIO E SUPINO
(mancano)
Forme del verbo
INDICATIVO
pos-sum
io posso
pot-es
pot-est
pos-sΩmus
pot-≤stis
pos-sunt
CONGIUNTIVO
pos-sim
che io possa
pos-sis
pos-sit
pos-s∂mus
pos-s∂tis
pos-sint
pot-≥ram
pot-≥ras
pot-≥rat
pot-er≠mus
pot-er≠tis
pot-≥rant
io potevo
pos-sem
pos-ses
pos-set
pos-s≤mus
pos-s≤tis
pos-sent
io potrò
che io potessi,
io potrei
FUTURO SEMP.
pot-≥ro
pot-≥ris
pot-≥rit
pot-er∑mus
pot-er∑tis
pot-≥runt
PERFETTO
io potei / io ho potuto
potu-i
potu-∂sti
potu-it
potu-∑mus
potu-∂stis
potu-≤runt (-≤re)
potu-≥rim
potu-≥ris
potu-≥rit
potu-er∑mus
potu-er∑tis
potu-≥rint
io avevo potuto
potu-≥ram
potu-≥ras
potu-≥rat
potu-er≠mus
potu-er≠tis
potu-≥rant
che io avessi potuto,
avrei potuto
potu-∂ssem
potu-∂sses
potu-∂sset
potu-iss≤mus
potu-iss≤tis
potu-∂ssent
FUTURO ANTERIORE
IMPERATIVO
PRES.
(manca)
3° s. es-to
dovrà essere
2° p. es-t∏te
dovrete essere
3° p. s-unto
dovranno essere
FUT.
(manca)
3° s. es-to
dovrà essere
2° p. es-t∏te
dovrete essere
3° p. s-unto
dovranno essere
INFINITO
PIUCCHEPERFETTO
IMPERFETTO
PRESENTE
POSSUM
possum, potes, potui, posse potere
PRES. pos-se
potere
PERF. potu-∂sse
avere potuto
FUT. (l’inf. pres. posse ha senso di
futuro di per sé)
che io abbia potuto
PARTICIPIO
PRES. pot-ens, -≤ntis
potente (agg.),
colui che può, potendo
io avrò potuto
potu-≥ro
potu-≥ris
potu-≥rit
potu-er∑mus
potu-er∑tis
potu-≥rint
63
GERUNDIO E SUPINO
(mancano)
Tavole morfologiche
FERO
fero, fers tuli, latum, ferre portare
CONIUGAZIONE ATTIVA
sistema del presente, fersistema del perfetto, tulsistema del supino, lat-
IMPERFETTO
io portavo ferre-m
ferre-s
ferre-t
ferr≤-mus
ferr≤-tis
ferre-nt
fer-am
fer-es
fer-et
fer-≤mus
fer-≤tis
fer-ent
io porterò
PARTICIPIO
io portai/
che io abbia portato
io
ho
portato
tul-i
tul-≥rim
PRES. fer-ens, -≤ntis
portante,
tul-∂sti
tul-≥ris
che porta, portando
tul-it
tul-≥rit
FUT. lat-∫rus, -a, -um
che è sul punto
tul-∑mus
tul-er∑mus
di portare
tul-∂stis
tul-er∑tis
tul-≤runt (-≤re)
tul-≥rint
FUTURO ANTERIORE PIUCCHEPERFETTO
fer-≤bam
fer-≤bas
fer-≤bat
fer-eb≠mus
fer-eb≠tis
fer-≤bant
FUTURO SEMP.
INDICATIVO
CONGIUNTIVO
IMPERATIVO
a
PRES.
2
s.
fer
porta tu
fer-o
io porto fer-am
che io porti
a
2 p. fer-te
portate voi
fer-s
fer-as
fer-t
fer-at
dovrai portare
FUT. 2a s. fer-to
a
fer-∑mus
fer-≠mus
3 s. fer-to
dovrà portare
fer-tis
fer-≠tis
2a p. fer-t∏te
dovrete portare
fer-unt
fer-ant
3a p. fer-∫nto
dovranno portare
PERFETTO
PRESENTE
La coniugazione è basata su tre diversi temi:
che io portassi,
porterei
PRES. fer-re
INFINITO
portare
PERF. tul-∂sse
avere portato
FUT. lat-∫rum, -am, -um
esse
lat-∫ros, -as, -¥
stare per portare
io avevo portato
tul-≥ram
tul-≥ras
tul-≥rat
tul-er≠mus
tul-er≠tis
tul-≥rant
che io avessi portato,
io avrei portato
tul-∂ssem
tul-∂sses
tul-∂sset
tul-iss≤mus
tul-iss≤tis
tul-∂ssent
GERUNDIO
gen.
dat.
acc.
abl.
fer-≤ndi
fer-≤ndo
(ad) fer-≤ndum
fer-≤ndo
di portare
al portare
a portare
col portare
io avrò portato
tul-≥ro
tul-≥ris
tul-≥rit
tul-er∑mus
tul-er∑tis
tul-≥rint
SUPINO PRIMO
lat-um
64
a portare
Forme del verbo
IMPERFETTO
CONGIUNTIVO
fer-ar
che io sia portato
fer-≠ris
fer-≠tur
fer-≠mur
fer-am∑ni
fer-≠ntur
fer-≤bar
io ero portato
fer-eb≠ris
fer-eb≠tur
fer-eb≠mur
fer-ebam∑ni
fer-eb≠ntur
FUTURO SEMP.
INDICATIVO
fer-or
io sono portato
fer-ris
fer-tur
fer-∑mur
fer-im∑ni
fer-∫ntur
fer-ar
fer-≤ris
fer-≤tur
fer-≤mur
fer-em∑ni
fer-≤ntur
PERFETTO
PRESENTE
CONIUGAZIONE PASSIVA
io fui / sono stato portato
che io sia stato portato
sum
sim
lat-us, -a, -um
es
lat-us, -a, -um
sis
est
sit
sumus
simus
lat-i, -ae, -a
estis
lat-i, -ae, -a
sitis
sunt
sint
IMPERATIVO
PRES. 2 s. (fer-re)
2a p. (fer-im∑ni)
a
FUT. 2a s. fer-to
3a s. fer-to
2a p. fer-t∏te
3a p. fer-∫nto
dovrai portare
dovrà portare
dovrete portare
dovranno portare
ferre-r
che io fossi portato,
io sarei portato
ferr≤-ris
INFINITO
ferr≤-tur
PRES. fer-ri
essere portato
ferr≤-mur
ferre-m∑ni
PERF. lat-um, -am, -um
esse
ferr≤-ntur
lat-os, -as, -¥
io sarò portato
essere stato portato
FUT. lat-um iri
stare per essere portato
PIUCCHEPERFETTO
io ero stato portato
che io fossi stato portato,
sarei stato portato
eram
essem
lat-us, -a, -um
eras
lat-us, -a, -um
esses
erat
esset
er≠mus
ess≤mus
lat-i, -ae, -a
er≠tis
lat-i, -ae, -a
ess≤tis
erant
essent
FUTURO ANTERIORE
PARTICIPIO
io sarò stato portato
ero
lat-us, -a, -um
eris
erit
er∑mus
lat-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
PERF. lat-us, -a, -um
portato, che è stato portato,
essendo stato portato
GERUNDIVO
fer-≤ndus, -a, -um
SUPINO SECONDO
lat-u
65
da portare
a portarsi
Tavole morfologiche
EO
eo, is, i(v)i, itum, ire andare
FUTURO SEMP.
IMPERFETTO
PRESENTE
INDICATIVO
CONGIUNTIVO
≥-o
io vado ≥-am
che io vada
∂-s
≥-as
∂-t
≥-at
∂-mus
≥-≠mus
∂-tis
≥-≠tis
≥-unt
≥-ant
∂-bam
io andavo ∂re-m
∂-bas
∂re-s
∂-bat
∂re-t
∂-b≠mus
∂r≤-mus
∂-b≠tis
∂r≤-tis
∂-bant
∂re-nt
∂-bo
IMPERATIVO
a
PRES. 2 s. ∂
2a p. ∂-te
FUT. 2a s. ∂-to
3a s. (∂-to)
2a p. ∂-t∏te
(3a p. e-∫nto
che io andassi,
io andrei
vai tu
andate voi
dovrai andare
dovrà andare
dovrete andare
dovranno andare)
INFINITO
PRES. ∂-re
andare
PARTICIPIO
PRES. iens, e∫ntis
andante,
colui che va,
andando
GERUNDIO
io andrò
gen.
dat.
acc.
abl.
∂-bis
∂-bit
∂-b∑mus
∂-b∑tis
e-∫ndi
e-∫ndo
(ad) e-∫ndum
e-∫ndo
di andare
all’andare
ad andare
con l’andare
SUPINO PRIMO
∂-bunt
∂t-um
66
ad andare
Forme del verbo
VOLO, NOLO, MALO
volo, vis
volΩi
velle
volere
nolo, non vis
nolΩi
nolle
non volere
malo, mavis
malΩi
malle
preferire, volere piuttosto
io voglio
nol-o
non vis
non vult
nol-Ωmus
non vultis
nol-unt
io non voglio
PRESENTE
vol-o
vi-s
vul-t (vol-t)
vol-Ωmus
vul-tis (vol-tis)
vol-unt
mal-o
io preferisco
ma-vis
ma-vult (ma-volt)
mal-Ωmus
ma-v∫ltis (ma-v∏ltis)
mal-unt
IMPER.
vol-≤bam
vol-≤bas
ecc.
io volevo
nol-≤bam
nol-≤bas
ecc.
io non volevo
mal-≤bam
mal-≤bas
ecc.
io preferivo
FUT. 1°
INDICATIVO
vol-am
vol-es
ecc.
io vorrò
nol-am
nol-es
ecc.
io non vorrò
mal-am
mal-es
ecc.
io preferirò
PRESENTE
vel-im
vel-is
vel-it
vel-∂mus
vel-∂tis
vel-int
nol-im
nol-is
nol-it
nol-∂mus
nol-∂tis
nol-int
mal-im
mal-is
mal-it
mal-∂mus
mal-∂tis
mal-int
IMPER.
CONGIUNTIVO
vell-em
vell-es
ecc.
noll-em
noll-es
ecc.
mall-em
mall-es
ecc.
PRES.
nol-i (tu)
nol-∂te (voi)
(manca per volo e malo)
FUT.
IMPERATIVO
nol-∂to (tu)
nol-it∏te (voi)
(manca per volo e malo)
INFINITO
PARTICIPIO
vol-ens
nol-ens
(manca per malo)
vel-le
nol-le
mal-le
67
Tavole morfologiche
INDICATIVO
CONGIUNTIVO
f∂-o
io divento f∂-am
che io diventi
f∂-s
f∂-as
f∂-t
f∂-at
(fi-mus)
f∂-≠mus
(fi-tis)
f∂-≠tis
f∂-unt
f∂-ant
che io diventassi,
io diventerei
INFINITO
PRES. f∑-≥ri
diventare
PERF. fact-um, -am, -um
esse
fact-os, -as, -¥
essere divenuto,
(essere stato fatto)
FUTURO SEMP.
io diventerò
f∑≥re-m
f∑≥re-s
f∑≥re-t
f∑er≤-mus
f∑er≤-tis
f∑≥re-nt
f∂-am
f∂-es
f∂-et
f∂-≤mus
f∂-≤tis
f∂-ent
io divenni/
che io sia divenuto
sono divenuto
sim
sum
fact-us, -a, -um
sis
fact-us, -a, -um
es
sit
est
simus
sumus
fact-i, -ae, -a
sitis
fact-i, -ae, -a
estis
sunt
sint
PASS. fact-um iri
PERFETTO
io diventavo
FUT. 2a e 3a s. (f∂-to)
(diventerai tu)
a
2 p.
(f∂-t∏te)
(diventerete voi)
PIUCCHEPERFETTO
f∂-≤bam
f∂-≤bas
f∂-≤bat
f∂-eb≠mus
f∂-eb≠tis
f∂-≤bant
IMPERATIVO
PRES. 2 s.
f∂
diventa tu
a
2 p.
f∂-te
diventate voi
a
io ero divenuto
eram
fact-us, -a, -um
eras
erat
er≠mus
fact-i, -ae, -a
er≠tis
erant
FUT. fut-∫rus, -a -um
che sta per diventare
(che sta per essere)
FUTURO ANTERIORE
IMPERFETTO
PRESENTE
FIO
fio, fis, factus sum, fi≥ri diventare, accadere, essere (essere fatto)
io sarò divenuto
ero
fact-us, -a, -um
eris
erit
er∑mus
fact-i, -ae, -a
er∑tis
erunt
FUT. fut-∫rum, -am, -um
esse
fut-∫ros, -as, -a
oppure fore
che io fossi divenuto,
sarei divenuto
essem
fact-us, -a, -um
esses
esset
ess≤mus
fact-i, -ae, -a
ess≤tis
essent
stare per diventare
(stare per essere)
(stare per essere
fatto)
PARTICIPIO
PRES. (manca)
PERF. fact-us, -a -um
divenuto (fatto)
GERUNDIO
(manca)
GERUNDIVO
fac-i≤ndus, -a, -um
68
(da fare)
Forme del verbo
FUTURO SEMP.
IMPERFETTO
PRESENTE
≥do, is,
INDICATIVO
≥d-o
io mangio
≥d-is ≤s
≥d-it ≤st
≥d-∑mus
≥d-∑tis ≤stis
≥d-unt
≤di,
EDO
≤sum,
≥d≥re mangiare
CONGIUNTIVO
≥d-am ≥d-im che io mangi
≥d-as
≥dis
≥d-at
≥dit
≥d-≠mus ≥d∂mus
≥d-≠tis ≥d∂tis
≥d-ant ≥dint
≥d-≤bam
≥d-≤bas
≥d-≤bat
≥d-eb≠mus
≥d-eb≠tis
≥d-≤bant
io mangiavo che io mangiassi, io mangerei
≥d-≥rem
≤ssem
≥d-≥res
≤sses
≥d-≥ret
≤sset
≥d-er≤mus ≤ss≤mus
≥d-er≤tis ≤ss≤tis
≥d-≥rent
≤ssent
≥d-am
≥d-es
≥d-et
ecc.
io mangerò
IMPERATIVO
PRES. 2 s. ≥d-e
≤s
mangia tu
a
2 p. ≥d-∑te ≤ste
mangiate voi
a
dovrai, dovrà... mangiare
FUT. 2a s. ≥d-∑to
(≤sto)
a
3 s. ≥d-∑to
(≤sto)
a
2 p. ≥d-it∏te
(≤st∏te)
3a p. ≥d-∫nto
INFINITO
PRES. ≥d-≥re ≤sse
mangiare
PERF. ≤d-∂sse
avere mangiato
FUT. ≤s-∫rum, -am, -um
esse
≤s-∫ros, -as, -¥
stare per mangiare
FUTURO ANTERIORE
PIUCCHEPERFETTO
PERFETTO
PARTICIPIO
≤d-i
≤d-∂sti
≤d-it
ecc.
che io abbia mangiato
io mangiai/
io ho mangiato ≤d-≥rim
≤d-≥ris
≤d-≥rit
ecc.
PRES. ≥d-≥ns, -≤ntis
colui che mangia, mangiando
PERF. ≤s-us, -a, -um
mangiato,
essendo stato mangiato
FUT. ≤s-∫rus, -a, -um
che è sul punto di mangiare
io avevo mangiato
≤d-≥ram
≤d-≥ras
≤d-≥rat
ecc.
che io avessi mangiato,
avrei mangiato
≤d-∂ssem
≤d-∂sses
≤d-∂sset
ecc.
GERUNDIO
gen.
dat.
acc.
abl.
≥d-≤ndi
≥d-≤ndo
(ad) ≥d-≤ndum
≥d-≤ndo
di mangiare
al mangiare
a mangiare
col mangiare
io avrò mangiato
≤d-≥ro
≤d-≥ris
≤d-≥rit
ecc.
SUPINO
PRIMO
≤s(s)-um
SECONDO ≤s(s)-u
69
a mangiare
a mangiarsi
Tavole morfologiche
◗5◗ Le parti invariabili del discorso
A. Forme dell’avverbio
Avverbi in -e (per lo più dal tema degli aggettivi della I classe): clare,
«chiaramente»; misĕre, «miseramente»; pulchre, «splendidamente».
Avverbi in -ter (per lo più dal tema degli aggettivi della II classe o dagli
aggettivi pronominali): acrĭter, «aspramente»; suavĭter, «dolcemente»;
alĭter, «diversamente».
Avverbi in -ĭtus: antiquĭtus, «anticamente»; divinĭtus, «per volere divino»; fundĭtus, «dalle fondamenta».
Avverbi che ripetono desinenze dei casi (terminazione -um, -im, -as,
-o, -is, -i, -u ecc.): multum, «molto»; partim, «in parte»; alias, «in altro tempo», «in altra direzione»; subĭto, «improvvisamente»; gratis, «gratuitamente»; heri, «ieri»; noctu, «di notte».
Avverbi composti: 1) con preposizione: ad + modum → admŏdum, «molto», «assai»; ob + viam → obviam, «incontro»; in + vicem → invĭcem, «a vicenda»; 2) con verbo: scīre + licet → scilĭcet, «naturalmente»; vidēre +
licet → videlĭcet, «evidentemente», «cioè»; 3) con caso flesso: magnō opere, «con grande sforzo» → magnōpere, «molto»; quā rē, «per la qual cosa»
→ quāre, « perciò».
Avverbi di luogo derivati da pronomi: dimostrativi (hic, iste, ille), determinativi (is, idem), relativi (qui, quicumque), indefiniti (alius, aliquis):
stato in luogo
moto a luogo
moto da luogo
moto per luogo
h∂c
qui
h∫c
qui
hinc
da qui
h≠c
per di qua
ist∑c
costì
ist∫c
costà
istinc
da costà
ist≠c
per costà
ill∂c
lì
ill∫c
là
illinc
da lì
ill≠c
per di là
∑b∑
lì
e∏
là
inde
da là
e≠
per di là
ib∂dem
nel medesimo e∏dem verso il
luogo
medesimo luogo
ind∑dem dal medesimo
luogo
e≠dem per il medesimo
luogo
Ωb∑
dove
unde
qu≠
qu∏
dove
da dove
per dove
ubic∫mque dovunque
quoc∫mque
verso dovunque
undec∫mque
da dovunque
qu≠c∫mque
per dovunque
al∑bi
altrove
al∑∏
verso un altro
luogo
ali∫nde da un altro
luogo
al∑≠
alic∫bi
in qualche
luogo
al∑qu∏ verso qualche
luogo
alic∫nde da qualche
luogo
al∑qu≠ per qualche
luogo
70
per un altro
luogo
Le parti invariabili del discorso
B. Forme della preposizione
preposizioni
con l’accusativo
preposizioni
con l’ablativo
ad / in
verso
a(b)
adversus
contro, di fronte a
ante
da
preposizioni con
l’accusativo e l’ablativo
in
verso / in
coram davanti a
sub
sotto
davanti a
cum
con
super sopra
apud
presso
de
da
circum
intorno
e(x)
da
contra
contro, di fronte
in
in
extra
fuori, oltre
prae
davanti
infra
sotto
pro
a favore di, a vantaggio di (ecc.)
inter
fra
sine
senza
iuxta
accanto a
ob / propter a causa di
per
attraverso, per
post
dopo, dietro
praeter
eccetto, oltre
prope
vicino a
supra
sopra, oltre
trans
al di là, oltre
ultra
oltre, al di là
C. Forme dell’interiezione
interiezioni primarie
significato e valore
interiezioni secondarie
significato
ah
«ah» (vario)
hercle, mehercle
«per Ercole!»
st
«sss!» (silenzio)
ecastor, mecastor
«per Castore!»
fu
«puah!» (schifo)
ed≥pol, pol
«per Polluce!»
hahahae
«ah, ah» (risata)
medius fidius
«in fede mia»
ehm
«ehm» (imbarazzo)
cedo
«dai qua!», «dammi»
heus, eho
«ehi!» (richiamo)
age, agedum
«suvvia!», «orsù!»
heu, eheu
«ohi!» (dolore)
mane
«alt!», «fermo!»
euge
«bene!» (approvazione)
vide
«ma guarda un po’!»
pro, prah
«oh!» «ah!» (vario)
ap¥ge
«via di qua!», «fuori!»
euax
«hurrah!» (felicità)
malum
«dannazione!»
io (triumpe)
«evviva!» (trionfo)
amabo, quaeso, oro
«per favore»
vae
«guai a… » (minaccia)
ignosce
«perdono», «scusa»
sis (= si vis)
«se vuoi», «se ti va»
si placet
«se non ti dispiace»
71
Tavole morfologiche
D. Forme della congiunzione coordinante
copulative
avversative
disgiuntive
esplicative
o dichiarative
conclusive
et
at
aut
nam
ergo
atque
sed
vel
namque
ig∑tur
ac
verum
-ve
enim
proinde
-que
vero
sive
et≥nim
it¥que
etiam
autem
seu
quippe
quoque
tamen / att¥men
neque
atqui
nec
immo
ne... quidem
immo vero
quin, quin etiam
et... et...
aut... aut...
non solum... sed etiam non solum... sed etiam
vel... vel...
cum... tum
si non... at
-ve... -ve...
modo... modo
non modo... sed ne... quidem
sive... sive...
neque... neque
seu... seu...
nec... nec
neu / neve
E. Forme della congiunzione subordinante
temporali
cum, dum, donec, postquam, antequam, priusquam, ut, ubi, ubi primum ecc.
causali
quod, quia, quoniam, quando, cum
concessive
etsi, tametsi, quamquam; quamvis, etiamsi, licet, cum
finali
ut, quo / ne
consecutive
ut / ut non
completive
quod, ut / ut non / ne; quin, quom∑nus
avversative
cum
condizionali
restrittive
dum, dummodo, modo; dum ne, dummodo ne, modo ne
comparative ut, sicut, velut, tamquam, ut si, quasi ecc.
ipotetiche
si / si non, nisi, sin, sin autem
72
Dal Corso ai Percorsi:
Temi e Tracce
Percorso 1 - Geografia dell’Italia
La geografia non è semplicemente “descrizione della terra”, bensì è lo studio degli
aspetti fisici e antropici che caratterizzano un dato territorio, è conoscenza della sua
storia, delle sue vicende, delle interazioni e integrazioni con gli uomini che l’hanno
attraversata, le quali tutte fanno sì che un dato territorio sia in quel certo modo e
non in un altro. Geografia è dunque conoscenza spaziale e culturale insieme e se
conoscere un territorio è conoscere la storia di chi lo abita, conoscere il proprio
territorio è in ultima analisi conoscere se stessi.
L’Italia si spinge da nord a sud in una stretta lingua di terra circondata dal mare
(T51; T52; T53). Ricco di un’estrema varietà di città e di popoli (T51; T52; T53), il
suo territorio è capace di offrire spettacoli di rara bellezza: ad esempio la Sicilia
(T54; T55), bella e terribile insieme, con i gorghi di Scilla e Cariddi e la vampa
continua dell’Etna; la Campania (T56), dal clima assai mite, coronata dal Vesuvio e
da colli ricchi di viti che producono vini famosi, con belle e assai note città che
offrono il gradito ristoro dei bagni termali; l’Umbria (T57), con le fresche e limpide
fonti del Clitumno, sulle cui rive si trovano numerosi templi consacrati agli dei; la
Toscana (T58), ricca di verdi pianure, fiori, piante, alberi, olivi, viti, un vero e proprio
anfiteatro naturale protetto da colli e monti e abitato da un numero incredibile di
anziani, che lì trovano il clima più adatto per la loro longevità. Un vero spettacolo
per gli occhi, disegnato dalle mani della natura.
T 51. L’Italia (I)
De Italia […] pauca dicentur: nota sunt omnia. Ab Alpibus incipit in altum
excedere, atque ut procedit se media perpetuo iugo Appennini montis
adtollens, inter Hadriaticum et Tuscum sive, ut aliter eadem adpellantur, inter
Superum mare et Inferum excurrit diu solida. Verum ubi longe abiit, in duo
cornua finditur, respicitque altero Siculum pelagus, altero Ionium: tota angusta
et alicubi multo quam unde coepit angustior. Interiora eius aliae aliaeque
gentes, sinistram partem Carni, et Veneti colunt Togatam Galliam; tum Italici
73
populi Picentes, Frentani, Dauni, Apuli, Calabri, Sallentini. Ad dextram sunt
sub Alpibus Ligures, sub Appennino Etruria; post Latium, Volsci, Campania et
super Lucaniam Bruttii. Urbium quae procul a mari habitantur opulentissimae
sunt ad sinistram Patavium Antenoris, Mutina et Bononia, Romanorum
coloniae, ad dextram Capua a Tuscis, et Roma quondam a pastoribus condita,
nunc si pro materia dicatur alterum opus. At in oris proxima est a Tergeste
Concordia. Interfluit Timavus novem capitibus exsurgens, uno ostio emissus;
dein Natiso non longe a mari ditem adtingit Aquileiam. Ultra est Altinum.
(Pomponio Mela)
T 52. L’Italia (II)
Superiora late occupat litora Padus. Namque ab imis radicibus Vesuli montis
exortus parvis se primum e fontibus colligit, et aliquatenus exilis ac macer,
mox aliis amnibus adeo augescit atque alitur, ut se per septem ad postremum
ostia effundat. Unum de eis magnum Padum adpellant. Inde tam citus prosilit,
ut discussis fluctibus diu qualem emisit undam agat, suumque etiam in mari
alveum servet, donec eum ex adverso litore Histriae eodem impetu profluens
Hister amnis excipiat. Hac re per ea loca navigantibus, qua utrimque amnes
eunt, inter marinas aquas dulcium haustus est. A Pado ad Anconam transitur
Ravenna, Ariminum, Pisaurum, Fanestris colonia, flumen Metaurus atque
Aesis. Et illa in angusto illorum duorum promunturiorum ex diverso coeuntium
inflexi cubiti imagine sedens, et ideo a Grais dicta Ancon, inter Gallicas
Italicasque gentes quasi terminus interest. Haec enim praegressos Piceni
litora excipiunt: in quibus Numana, Potentia, Cluana, Cupra urbes, castella
autem Firmum, Hadria, Truentinum; id et fluvio qui praeterit nomen est. Ab eo
Frentani illa maritima habent, Aterni fluminis ostia, urbes Bucam et Histonium;
Dauni autem Trifernum amnem, Cliterniam, Larinum, Teanum oppida,
montemque Garganum. Sinus est continuo Apulo litore incinctus nomine Urias,
modicus spatio pleraque asper accessu, extra Sipontum aut ut Grai dixere
Sipuntem, et flumen quod Canusium adtingens Aufidum adpellant, post Barium
et Gnatia et Ennio cive nobiles Rudiae, et iam in Calabria Brundisium,
Valetium, Lupiae, Hydrus mons, tum Sallentini campi et Sallentina litora et
urbs Graia Callipolis.
(Pomponio Mela)
T 53. L’Italia (III)
Hucusque Hadria, hucusque Italiae latus alterum pertinet. Frons eius in duo
quidem se cornua, sicut supra diximus, scindit: ceterum mare quod inter
utraque admisit tenuibus promunturiis semel iterumque distinguens non uno
margine circumit, nec diffusum patensque sed per sinus recipit. Primus
Tarentinus dicitur inter promunturia Sallentinum et Lacinium, in eoque sunt
Tarentus, Metapontum, Heraclea, Croto, Thurium; secundus Scyllaceus inter
promunturia Lacinium et Zephyrium, in quo est Petelia, Carcinus, Scyllaceum,
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Mystiae; tertius inter Zephyrium et Bruttium Consentiam, Cauloniam,
Locrosque circumdat. In Bruttio sunt Columna Rhegia, Rhegium, Scylla,
Taurianum et Metaurum. Hinc in Tuscum mare flexus est et eiusdem terrae
latus alterum, Maticana, Hipponium Vibove, Temesa, Clampetia, Blanda,
Buxentum, Velia, Palinurus olim Phrygii gubernatoris nunc loci nomen,
Paestanus sinus, Paestum oppidum, Silerus amnis, Picentia, Petrae quas
Sirenes habitarunt, Minervae promunturium, omnia Lucaniae loca; sinus
Puteolanus, Syrrentum, Herculaneum, Vesuvii montis adspectus, Pompei,
Neapolis, Puteoli, lacus Lucrinus et Avernus, Baiae, Misenum, id nunc loci
aliquando Phrygii militis nomen, Cumae, Liternum, Volturnus amnis, Volturnum
oppidum, amoena Campaniae litora; Sinoessa, Liris, Minturnae, Formiae,
Fundi, Tarracina, Circes domus aliquando Circeia, Antium, Aphrodisium,
Ardea, Laurentum, Ostia citra Tiberim in hoc latere sunt. Ultra Pyrgi, Minio,
Castrum novum, Graviscae, Cosa, Telamon, Populonia, Caecina, Pisae,
Etrusca et loca et flumina; deinde Luna Ligurum et Tigulia et Genua et Sabatia
et Albingaunum; tum Paulo et Varum flumina utraque ab Alpibus delapsa, sed
Varum quia Italiam finit aliquanto notius. Alpes ipsae ab his litoribus longe
lateque diffusae, primo ad septentrionem magno gradu excurrunt, deinde ubi
Germaniam adtigerunt, verso impetu in orientem abeunt, diremptisque populis
immanibus, usque in Thraciam penetrant.
(Pomponio Mela)
T 54. La Sicilia (I)
Siciliam ferunt angustis quondam faucibus Italiae adhaesisse diremptamque
velut a corpore maiore impetu superi maris, quod toto undarum onere illuc
vehitur. Est autem terra ipsa tenuis ac fragilis et cavernis quibusdam
fistulisque ita penetrabilis, ut ventorum tota ferme flatibus pateat; nec non et
ignibus generandis nutriendisque soli ipsius naturalis materia. Quippe
intrinsecus stratum sulphure et bitumine traditur, quae res facit, ut spiritu cum
igne in terra interiore luctante frequenter et conpluribus locis nunc flammas,
nunc vaporem, nunc fumum eructet. Inde denique Aetnae montis per tot
saecula durat incendium. Et ubi acrior per spiramenta cavernarum ventus
incubuit, heranarum moles egeruntur. Proximum Italiae promuntorium Regium
dicitur, ideo quia Graece abrupta hoc nomine pronuntiantur. Nec mirum, si
fabulosa est loci huius antiquitas, in quem res tot coiēre mirae. Primum quod
nusquam alias torrens fretum, nec solum citato impetu, verum etiam procul
visentibus. Undarum porro in se concurrentium tanta pugna est, ut alias veluti
terga dantes in imum desidere, alias quasi victrices in sublime ferri videas;
nunc hic fremitum ferventis aestus, nunc illic gemitum in voraginem desidentis
exaudias.
(Giustino)
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T 55. La Sicilia (II)
Accedunt vicini et perpetui Aetnae montis ignes et insularum Aeolidum, velut
ipsis undis alatur incendium; neque enim in tam angustis terminis aliter durare
tot saeculis tantus ignis potuisset, nisi humoris nutrimentis aleretur. Hinc igitur
fabulae Scyllam et Charybdin peperere, hinc latratus auditus, hinc monstri
credita simulacra, dum navigantes magnis verticibus pelagi desidentis exterriti
latrare putant undas, quas sorbentis aestus vorago conlidit. Eadem causa
etiam Aetnae montis perpetuos ignes facit. Nam aquarum ille concursus
raptum secum spiritum in imum fundum trahit atque ibi suffocatum tam diu
tenet, donec per spiramenta terrae diffusus nutrimenta ignis incendat. Iam
ipsa Italiae Siciliaeque vicinitas, iam promuntoriorum altitudo ipsa ita similis
est, ut quantum nunc admirationis, tantum antiquis terroris dederit,
credentibus, coëuntibus in se promuntoriis ac rursum discedentibus solida
intercipi absumique navigia. Neque hoc ab antiquis in dulcedinem fabulae
conpositum, sed metu et admiratione transeuntium. Ea est enim procul
inspicientibus natura loci, ut sinum maris, non transitum putes, quo cum
accesseris, discedere ac seiungi promuntoria, quae ante iuncta fuerant,
arbitrere.
(Giustino)
T 56. La Campania
Omnium non modo Italiae, sed toto orbe terrarum pulcherrima Campaniae
plaga est. Nihil mollius caelo: denique bis floribus vernat. Nihil uberius solo:
ideo Liberi Cererisque certamen dicitur. Nihil hospitalius mari: hic illi nobiles
portus Caieta, Misenus, tepentes fontibus Baiae, Lucrinus et Avernus,
quaedam maris otia. Hic amicti vitibus montes Gaurus, Falernus, Massicus et
pulcherrimus omnium Vesuvius, Aetnaei ignis imitator. Urbes ad mare Formiae
Cumae, Puteoli Neapolis, Herculaneum Pompei, et ipsa caput urbium Capua,
quondam inter tres maximas Romam Carthaginemque numerata. Pro hac urbe,
his regionibus populus Romanus Samnitas invadit, gentem, si opulentiam
quaeras, aureis et argenteis armis et discolori veste usque ad ambitum
ornatam; si fallaciam, saltibus fere et montium fraude grassantem; si rabiem
ac furorem, sacratis legibus humanisque hostiis in exitium urbis agitatam; si
pertinaciam, sexies rupto foedere cladibusque ipsis animosiorem.
(Floro)
T 57. L’Umbria: le fonti del Clitumno
C. PLINIUS ROMANO SUO S.
Vidistine aliquando Clitumnum fontem? Si nondum (et puto nondum: alioqui
narrasses mihi), vide; quem ego (paenitet tarditatis) proxime vidi. Modicus
collis adsurgit, antiqua cupressu nemorosus et opacus. Hunc subter exit fons
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et exprimitur pluribus venis sed imparibus, eluctatusque quem facit gurgitem
lato gremio patescit, purus et vitreus, ut numerare iactas stipes et relucentes
calculos possis. Inde non loci devexitate, sed ipsa sui copia et quasi pondere
impellitur, fons adhuc et iam amplissimum flumen, atque etiam navium
patiens; quas obvias quoque et contrario nisu in diversa tendentes transmittit
et perfert, adeo validus ut illa qua properat ipse, quamquam per solum
planum, remis non adiuvetur, idem aegerrime remis contisque superetur
adversus. Iucundum utrumque per iocum ludumque fluitantibus, ut flexerint
cursum, laborem otio otium labore variare. Ripae fraxino multa, multa populo
vestiuntur, quas perspicuus amnis velut mersas viridi imagine adnumerat.
Rigor aquae certaverit nivibus, nec color cedit. Adiacet templum priscum et
religiosum. Stat Clitumnus ipse amictus ornatusque praetexta; praesens
numen atque etiam fatidicum indicant sortes. Sparsa sunt circa sacella
complura, totidemque di. Sua cuique veneratio suum nomen, quibusdam vero
etiam fontes. Nam praeter illum quasi parentem ceterorum sunt minores capite
discreti; sed flumini miscentur, quod ponte transmittitur. Is terminus sacri
profanique: in superiore parte navigare tantum, infra etiam natare concessum.
Balineum Hispellates, quibus illum locum divus Augustus dono dedit, publice
praebent, praebent et hospitium. Nec desunt villae quae secutae fluminis
amoenitatem margini insistunt. In summa nihil erit, ex quo non capias
voluptatem. Nam studebis quoque: leges multa multorum omnibus columnis
omnibus parietibus inscripta, quibus fons ille deusque celebratur. Plura
laudabis, non nulla ridebis; quamquam tu vero, quae tua humanitas, nulla
ridebis. Vale.
(Plinio il Giovane)
T 58. La Toscana
C. PLINIUS DOMITIO APOLLINARI SUO S.
Amavi curam et sollicitudinem tuam, quod cum audisses me aestate Tuscos
meos petiturum, ne facerem suasisti, dum putas insalubres. Est sane gravis et
pestilens ora Tuscorum, quae per litus extenditur; sed hi procul a mari
recesserunt, quin etiam Appennino saluberrimo montium subiacent. Atque
adeo ut omnem pro me metum ponas, accipe temperiem caeli regionis situm
villae amoenitatem, quae et tibi auditu et mihi relatu iucunda erunt. Caelum
est hieme frigidum et gelidum; myrtos oleas quaeque alia adsiduo tepore
laetantur, aspernatur ac respuit; laurum tamen patitur atque etiam
nitidissimam profert, interdum sed non saepius quam sub urbe nostra necat.
Aestatis mira clementia: semper aër spiritu aliquo movetur, frequentius tamen
auras quam ventos habet. Hinc senes multi: videas avos proavosque iam
iuvenum, audias fabulas veteres sermonesque maiorum, cumque veneris illo
putes alio te saeculo natum. Regionis forma pulcherrima. Imaginare
amphitheatrum aliquod immensum, et quale sola rerum natura possit
effingere. Lata et diffusa planities montibus cingitur, montes summa sui parte
procera nemora et antiqua habent. Frequens ibi et varia venatio. Inde caeduae
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silvae cum ipso monte descendunt. Has inter pingues terrenique colles (neque
enim facile usquam saxum etiam si quaeratur occurrit) planissimis campis
fertilitate non cedunt, opimamque messem serius tantum, sed non minus
percoquunt. Sub his per latus omne vineae porriguntur, unamque faciem longe
lateque contexunt; quarum a fine imoque quasi margine arbusta nascuntur.
Prata inde campique, campi quos non nisi ingentes boves et fortissima aratra
perfringunt: tantis glaebis tenacissimum solum cum primum prosecatur
adsurgit, ut nono demum sulco perdometur. Prata florida et gemmea trifolium
aliasque herbas teneras semper et molles et quasi novas alunt. Cuncta enim
perennibus rivis nutriuntur; sed ubi aquae plurimum, palus nulla, quia devexa
terra, quidquid liquoris accepit nec absorbuit, effundit in Tiberim. Medios ille
agros secat navium patiens omnesque fruges devehit in urbem, hieme
dumtaxat et vere; aestate summittitur immensique fluminis nomen arenti alveo
deserit, autumno resumit. Magnam capies voluptatem, si hunc regionis situm
ex monte prospexeris. Neque enim terras tibi sed formam aliquam ad eximiam
pulchritudinem pictam videberis cernere: ea varietate, ea descriptione,
quocumque inciderint oculi, reficientur.
(Plinio il Giovane)
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Percorso 2 - Terre e popoli d’Europa
L’Europa, impegnata ancor oggi nella faticosa costruzione di un’identità culturale e
sociale che accomuni tutti i popoli che la abitano, per lungo tempo fu solo “la terra
ad ovest dell’Asia”. Narra il mito che il nome di Europa contraddistinse poi tutto il
territorio a nord di Creta, in onore della giovane e bellissima Europa, rapita con
violenza da Zeus trasformatosi in un bellissimo toro bianco, e portata dalla Fenicia a
Creta attraverso i mari. Quel vasto territorio “ad ovest dell’Asia”, dai mari del Nord al
Mediterraneo, dal Mar Caspio all’Oceano, ebbe da allora, insieme al nome, la sua
configurazione geografica autonoma (T59). Molti i popoli che l’hanno abitata, talvolta
insediati in modo stabile in precise aree geografiche, talaltra costretti ad emigrare
verso terre migliori: sono, tutti quanti, i nostri antenati. La Gallia (T60), ampia
regione dell’Europa centro-occidentale, compresa fra la Manica, il Reno, le Alpi
occidentali, il Mar Mediterraneo, i Pirenei, l’Oceano Atlantico, più una parte
dell’Italia settentrionale, è abitata da numerose popolazioni e tribù. Alcune di esse a
più riprese escono dai loro confini e, superate le Alpi, occupano il territorio del nord
Italia (T61; T62), dove, tra l’altro, i Galli Insubri fondano Milano. In un territorio
aspro e difficile come quello della Germania (T63) abita il popolo dei Germani (T64),
dalla corporatura forte e massiccia, atta allo scontro e alle irruzioni. Essi non amano
abitare in città strutturate, ma in case molto semplici separate le une dalle altre
(T65), tuttavia per le questioni importanti prendono decisioni in modo assembleare
(cfr. T37). Ad “oriente” della Germania la Britannia (T66), circumnavigata per la
prima volta dai Romani, che hanno raggiunto anche le Orcadi e la mitica Tule. Non
si sa con certezza se i popoli che la abitano (T67) sono autoctoni, oppure
discendono dai Germani o dai Galli. Ancora più a nord si trovano isole grandissime
(attuali terre baltiche e Scandinavia), dai confini smisurati, abitate dagli “Ippopodi”
(T68), popoli con “piedi di cavallo”, e bagnate da un mare quasi immobile (T69), che
segna il confine ultimo delle terre. A nord-est la Scizia (T70), abitata da un popolo
bellicoso, pur se non del tutto incolto. Poi, al di là dell’Oceano, il nulla, che l’uomo
non deve travalicare pena la sua stessa vita (T71).
Certo, ci sono molte ingenuità nelle descrizioni geografiche del passato, ma la voglia
di conoscere e di sapere dei nostri antenati è la stessa che guida l’uomo ancor oggi.
T 59. Geografia dell’Europa
Europa terminos habet ab oriente Tanain et Maeotida et Pontum, a meridie
reliqua Nostri maris, ab occidente Atlanticum, a septentrione Britannicum
oceanum. Ora eius, forma litorum, a Tanai ad Hellespontum, qua (avv.) ripa
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est dicti amnis, qua flexum paludis ad Ponticum redigit, qua Propontidi et
Hellesponto latere adiacet, contrariis litoribus Asiae non opposita modo,
verum et similis est. Inde ad fretum, nunc vaste retracta nunc prominens, tres
maximos sinus efficit, totidemque se in altum magnis frontibus evehit. Extra
fretum ad occidentem inaequalis admodum, praecipue media, procurrit; ad
septentrionem, nisi ubi semel iterumque grandi recessu abducitur, paene ut
directo limite extenta est. Mare quod primo sinu accipit Aegaeum dicitur; quod
sequenti in ore Ionium, Hadriaticum interius; quod ultimo nos Tuscum, Grai
Tyrrhenicum perhibent. Gentium prima est Scythia, alia quam dicta est ad
Tanain, media ferme Pontici lateris, hinc in Aegaei partem pertinens Thracia,
huic Macedonia adiungitur. Tum Graecia prominet, Aegaeumque ab Ionio mari
dirimit. Hadriatici latus Illyris occupat. Inter ipsum Hadriaticum et Tuscum
Italia procurrit. In Tusco intimo Gallia est, ultra Hispania. Haec in occidentem
diuque etiam ad septentrionem diversis frontibus vergit. Deinde rursus Gallia
est longe et a nostris litoribus hucusque permissa. Ab ea Germani ad
Sarmatas porriguntur, illi ad Asiam.
(Pomponio Mela)
T 60. Geografia e popoli della Gallia
Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam
Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes
lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garunna
flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt
Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt
minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea, quae ad
effeminandos animos pertinent, important proximique sunt Germanis, qui trans
Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt. Qua de causa Helvetii
quoque reliquos Gallos virtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis cum
Germanis contendunt, cum aut suis finibus eos prohibent aut ipsi in eorum
finibus bellum gerunt. Eorum una pars, quam Gallos obtinere dictum est,
initium capit a flumine Rhodano, continetur Garunna flumine, Oceano, finibus
Belgarum, attingit etiam ab Sequanis et Helvetiis flumen Rhenum, vergit ad
septentriones. Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent ad
inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in septentrionem et orientem
solem. Aquitania a Garunna flumine ad Pyrenaeos montes et eam partem
Oceani, quae est ad Hispaniam, pertinet, spectat inter occasum solis et
septentriones.
(Cesare)
T 61. Alcune popolazioni della Gallia scendono in Italia (I)
Lo storico Tito Livio narra che all’inizio del IV sec. a.C., sotto la guida di Belloveso, alcune tribù
celtiche provenienti dalla Gallia (Biturigi, Arverni, Edui, Ambarri, Carnuti, Aulerci e Senoni)
oltrepassarono le Alpi e si stanziarono nel territorio compreso fra il Po e i laghi prealpini (tranne
i Senoni, che proseguirono la marcia fino alle porte di Roma). Il territorio prese il nome di
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Insubria e Galli Insubri si chiamarono i popoli che lo abitarono; a loro si deve la fondazione di
Mediolanium, «Milano», che da subito divenne il centro più importante del loro insediamento.
De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus: Prisco Tarquinio Romae
regnante, Celtarum quae pars Galliae tertia est penes Bituriges summa imperii
fuit; ii regem Celtico dabant. Ambigatus is fuit, virtute fortunaque cum sua, tum
publica praepollens, quod in imperio eius Gallia adeo frugum hominumque
fertilis fuit ut abundans multitudo vix regi videretur posse. Hic magno natu ipse
iam exonerare praegravante turba regnum cupiens, Bellovesum ac
Segovesum sororis filios impigros iuvenes missurum se esse in quas di
dedissent auguriis sedes ostendit; quantum ipsi vellent numerum hominum
excirent ne qua gens arcere advenientes posset. Tum Segoveso sortibus dati
Hercynei saltus; Belloveso haud paulo laetiorem in Italiam viam di dabant. Is
quod eius ex populis abundabat, Bituriges, Arvernos, Senones, Haeduos,
Ambarros, Carnutes, Aulercos excivit. Profectus ingentibus peditum
equitumque copiis in Tricastinos venit. Alpes inde oppositae erant; quas
inexsuperabiles visas haud equidem miror, nulladum via, quod quidem
continens memoria sit, nisi de Hercule fabulis credere libet, superatas.
(Livio)
T 62. Alcune popolazioni della Gallia scendono in Italia (II)
Ibi cum velut saeptos montium altitudo teneret Gallos, circumspectarentque
quanam per iuncta caelo iuga in alium orbem terrarum transirent, religio etiam
tenuit quod allatum est advenas quaerentes agrum ab Salvum (= dei Salluvi,
gen. pl.) gente oppugnari. Massilienses erant ii, navibus a Phocaea profecti. Id
Galli fortunae suae omen rati, adiuvere ut quem primum in terram egressi
occupaverant locum patientibus Salvis (= Salluvi, abl. pl.) communirent. Ipsi
per Taurinos saltus saltumque Duriae Alpes transcenderunt; fusisque acie
Tuscis haud procul Ticino flumine, cum in quo consederant “agrum Insubrium”
appellari audissent cognominem Insubribus pago Haeduorum, ibi omen
sequentes loci condidere urbem; Mediolanium appellarunt. Alia subinde manus
Cenomanorum Etitovio duce vestigia priorum secuta eodem saltu favente
Belloveso cum transcendisset Alpes, ubi nunc Brixia ac Verona urbes sunt
locos tenuere. Libui considunt post hos Salluviique, prope antiquam gentem
Laevos Ligures incolentes circa Ticinum amnem. Poenino deinde Boii
Lingonesque transgressi cum iam inter Padum atque Alpes omnia tenerentur,
Pado ratibus traiecto non Etruscos modo sed etiam Umbros agro pellunt; intra
Appenninum tamen sese tenuere. Tum Senones, recentissimi advenarum, ab
Utente flumine usque ad Aesim fines habuere. Hanc gentem Clusium
Romamque inde venisse comperio: id parum certum est, solamne an ab
omnibus Cisalpinorum Gallorum populis adiutam.
(Livio)
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T 63. Geografia della Germania
Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus,
a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus
ambit, latos sinus et insularum immensa spatia complectens, nuper cognitis
quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum
Alpium inaccesso ac praecipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem
versus septentrionali Oceano miscetur. Danuvius molli et clementer edito
montis Abnobae iugo effusus plures populos adit, donec in Ponticum mare sex
meatibus erumpat; septimum os paludibus hauritur. Ipsos Germanos indigenas
crediderim minimeque aliarum gentium adventibus et hospitiis mixtos, quia
nec terra olim sed classibus advehebantur qui mutare sedes quaerebant, et
immensus ultra utque sic dixerim adversus Oceanus raris ab orbe nostro
navibus aditur. Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut
Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo,
tristem cultu aspectuque nisi si patria sit? […] Terra etsi aliquanto specie
differt, in universum tamen aut silvis horrida aut paludibus foeda, humidior qua
Gallias, ventosior qua Noricum ac Pannoniam aspicit; satis ferax, frugiferarum
arborum impatiens, pecorum fecunda, sed plerumque improcera. Ne armentis
quidem suus honor aut gloria frontis: numero gaudent, eaeque solae et
gratissimae opes sunt.
(Tacito)
T 64. I Germani
Ceterum Germaniae vocabulum recens et nuper additum, quoniam qui primi
Rhenum transgressi Gallos expulerint ac nunc Tungri, tunc Germani vocati
sint: ita nationis nomen, non gentis, evaluisse paulatim, ut omnes primum a
victore ob metum, mox et a se ipsis invento nomine Germani vocarentur. […]
Ipse eorum opinionibus accedo qui Germaniae populos nullis aliis aliarum
nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem
extitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, tamquam in tanto
hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae,
magna corpora et tantum ad impetum valida. Laboris atque operum non
eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare, frigora atque inediam
caelo solove adsueverunt.
(Tacito)
T 65. Le abitazioni dei Germani
Nullas Germanorum populis urbes habitari satis notum est, ne pati quidem
inter se iunctas sedes. Colunt discreti ac diversi, ut fons, ut campus, ut nemus
placuit. Vicos locant non in nostrum morem conexis et cohaerentibus
aedificiis: suam quisque domum spatio circumdat, sive adversus casus ignis
remedium sive inscitia aedificandi. Ne caementorum quidem apud illos aut
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tegularum usus: materia ad omnia utuntur informi et citra speciem aut
delectationem. Quaedam loca diligentius inlinunt terra ita pura ac splendente
ut picturam ac lineamenta colorum imitetur. Solent et subterraneos specus
aperire eosque multo insuper fimo onerant, suffugium hiemis et receptaculum
frugibus, quia rigorem frigorum eius modi loci molliunt, et si quando hostis
advenit, aperta populatur, abdita autem et defossa aut ignorantur aut eo ipso
fallunt quod quaerenda sunt.
(Tacito)
T 66. La Britannia
Britannia, insularum quas Romana notitia complectitur maxima, spatio ac
caelo in orientem Germaniae, in occidentem Hispaniae obtenditur, Gallis in
meridiem etiam inspicitur; septentrionalia eius, nullis contra terris, vasto atque
aperto mari pulsantur. Formam totius Britanniae Livius veterum, Fabius
Rusticus recentium eloquentissimi auctores oblongae scutulae vel bipenni
adsimulavere. Et est ea facies citra Caledoniam, unde et in universum fama
est: transgressis inmensum et enorme spatium procurrentium extremo iam
litore terrarum velut in cuneum tenuatur. Hanc oram novissimi maris tunc
primum Romana classis circumvecta insulam esse Britanniam adfirmavit, ac
simul incognitas ad id tempus insulas, quas Orcadas vocant, invenit
domuitque. Dispecta est et Thule, quia hactenus iussum, et hiems adpetebat.
Sed mare pigrum et grave remigantibus perhibent ne ventis quidem perinde
attolli, credo quod rariores terrae montesque, causa ac materia tempestatum,
et profunda moles continui maris tardius impellitur. Naturam Oceani atque
aestus neque quaerere huius operis est, ac multi rettulere: unum addiderim,
nusquam latius dominari mare, multum fluminum huc atque illuc ferre, nec
litore tenus adcrescere aut resorberi, sed influere penitus atque ambire, et
iugis etiam ac montibus inseri velut in suo.
(Tacito)
T 67. I popoli della Britannia
Ceterum Britanniam qui mortales initio coluerint, indigenae an advecti, ut inter
barbaros, parum compertum. Habitus corporum varii atque ex eo argumenta.
Namque rutilae Caledoniam habitantium comae, magni artus Germanicam
originem adseverant; Silurum colorati vultus, torti plerumque crines et posita
contra Hispania Hiberos veteres traiecisse easque sedes occupasse fidem
faciunt; proximi Gallis et similes sunt, seu durante originis vi, seu
procurrentibus in diversa terris positio caeli corporibus habitum dedit. In
universum tamen aestimanti Gallos vicinam insulam occupasse credibile est.
Eorum sacra deprehendas ac superstitionum persuasiones; sermo haud
multum diversus, in deposcendis periculis eadem audacia et, ubi advenere, in
detrectandis eadem formido. Plus tamen ferociae Britanni praeferunt, ut quos
nondum longa pax emollierit. Nam Gallos quoque in bellis floruisse
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accepimus; mox segnitia cum otio intravit, amissa virtute pariter ac libertate.
Quod Britannorum olim victis evenit: ceteri manent quales Galli fuerunt.
(Tacito)
T 68. Terre e popoli del nord Europa
Exeundum deinde est, ut extera Europae dicantur, transgressisque Ripaeos
montes litus oceani septentrionalis in laeva, donec perveniatur Gadis,
legendum. Insulae complures sine nominibus eo situ traduntur, ex quibus ante
Scythiam quae appellatur Baunonia unam abesse diei cursu, in quam veris
tempore fluctibus electrum eiciatur, Timaeus prodidit. Reliqua litora incerta.
Signata fama septentrionalis oceani. Amalchium eum Hecataeus appellat a
Parapaniso amne, qua Scythiam adluit, quod nomen eius gentis lingua
significat congelatum. Philemon Morimarusam a Cimbris vocari, hoc est
mortuum mare, inde usque ad promunturium Rusbeas, ultra deinde Cronium.
Xenophon Lampsacenus a litore Scytharum tridui navigatione insulam esse
inmensae magnitudinis Balciam tradit, eandem Pytheas Basiliam nominat.
Feruntur et Oeonae, in quibus ovis avium et avenis incolae vivant, aliae, in
quibus equinis pedibus homines nascantur, Hippopodes appellati,
Phanesiorum aliae, in quibus nuda alioqui corpora praegrandes ipsorum aures
tota contegant. Incipit deinde clarior aperiri fama ab gente Inguaeonum, quae
est prima in Germania. Mons Saevo ibi, immensus nec Ripaeis iugis minor,
immanem ad Cimbrorum usque promunturium efficit sinum, qui Codanus
vocatur, refertus insulis, quarum clarissima est Scatinavia, inconpertae
magnitudinis, portionem tantum eius, quod notum sit, Hillevionum gente
quingentis incolente pagis: quare alterum orbem terrarum eam appellant.
(Plinio il Vecchio)
T 69. Sul mar Baltico: Svedesi ed Éstoni
Suionum (Suiones, «Suioni», oggi «Svedesi») hinc civitates, ipso in Oceano,
praeter viros armaque classibus valent. Forma navium eo differt quod
utrimque prora paratam semper adpulsui frontem agit. Nec velis ministrant nec
remos in ordinem lateribus adiungunt: solutum, ut in quibusdam fluminum, et
mutabile, ut res poscit, hinc vel illinc remigium. [...] Trans Suionas aliud mare,
pigrum ac prope immotum, quo cingi claudique terrarum orbem hinc fides,
quod extremus cadentis iam solis fulgor in ortus edurat adeo clarus ut sidera
hebetet; sonum insuper emergentis audiri formasque equorum et radios capitis
aspici persuasio adicit. Illuc usque et fama vera tantum natura. Ergo iam
dextro Suebici maris litore Aestiorum (Aestii, «Estî», antenati dei Baltici, oggi
«Éstoni») gentes adluuntur, quibus ritus habitusque Sueborum, lingua
Britannicae propior. Matrem deum venerantur. Insigne superstitionis formas
aprorum gestant: id pro armis hominumque tutela securum deae cultorem
etiam inter hostes praestat. Rarus ferri, frequens fustium usus. Frumenta
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ceterosque fructus patientius quam pro solita Germanorum inertia laborant.
Sed et mare scrutantur, ac soli omnium sucinum, quod ipsi glesum vocant,
inter vada atque in ipso litore legunt. Nec quae natura quaeve ratio gignat, ut
barbaris, quaesitum compertumve; diu quin etiam inter cetera eiectamenta
maris iacebat, donec luxuria nostra dedit nomen. Ipsis in nullo usu: rude
legitur, informe perfertur, pretiumque mirantes accipiunt.
(Tacito)
T 70. Gli Sciti
Bactrianos Tanais ab Scythis, quos Europaeos vocant, dividit; idem Asiam et
Europam finis interfluit. Ceterum Scytharum gens haud procul Thracia sita ab
oriente ad septentrionem se vertit, Sarmatarumque, ut quidam credidere, non
finitima, sed pars est. Recta deinde regione saltum ultra Istrum iacentem colit;
ultima Asiae, qua Bactra sunt, stringit. Habitant, quae septentrioni propiora
sunt; profundae inde silvae vastaeque solitudines excipiunt. Rursus quae
Tanain et Bactra spectant, humano cultu haud disparia sunt primis. […]
Scythis autem non ut ceteris barbaris rudis et inconditus sensus est: quidam
eorum sapientiam quoque capere dicuntur, quantamcumque gens capit
semper armata.
(Curzio)
T 71. Oltre l’Oceano, il nulla
In età tardo-repubblicana ed augustea, nelle scuole di retorica gli alunni si esercitavano a
discutere su situazioni del tutto fittizie, nelle quali essi cercavano di “persuadere” qualcuno a
compiere o non compiere una determinata azione. Alcune di queste declamazioni, dette
Suasoriae, sono state tramandate da Seneca il Vecchio, il Retore. In questo passo si cerca di
convincere Alessandro a non oltrepassare i confini del mondo.
Deliberat Alexander an Oceanum naviget. […] Cuicumque rei magnitudinem
natura dederat, dedit et modum; nihil infinitum est nisi Oceanus. Aiunt fertiles
in Oceano iacere terras ultraque Oceanum rursus alia litora, alium nasci
orbem, nec usquam rerum naturam desinere, sed semper inde ubi desisse
videatur novam exsurgere. Facile ista finguntur, quia Oceanus navigari non
potest. Satis sit hactenus Alexandro vicisse qua mundo lucere satis est. Intra
has terras caelum Hercules meruit. Stat immotum mare, quasi deficientis in
suo fine naturae pigra moles; novae ac terribiles figurae, magna etiam Oceano
portenta, quae profunda ista vastitas nutrit, confusa lux alta caligine et
interceptus tenebris dies, ipsum vero grave et defixum mare et aut nulla aut
ignota sidera. Ea est, Alexander, rerum natura: post omnia Oceanus, post
Oceanum nihil.
(Seneca il Vecchio)
85
Percorso 3 - L’uomo è un essere sociale
Aristotele, il grande filosofo greco del IV sec. a.C., nel trattato sulla «Politica»
dichiarò che “l’uomo è per natura un animale (= essere animato) politico“. Ciò
significa che l’uomo, a differenza degli animali e degli dei, è spinto per sua stessa
natura a vivere insieme ad altri uomini, in una dimensione sociale comunitaria, che
l’illustre filosofo identificava nella polis (da qui la qualificazione dell’uomo come
essere “politico”). Solo la societas consente all’uomo di tessere una rete di relazioni
(famiglia, gruppo, clan, comunità, associazione, club, partito ecc… ), senza le quali
egli non potrebbe vivere. L’uomo insomma ha bisogno dell’altro, con il quale
confrontarsi e nel quale riconoscersi, e con l’altro (gli altri) fissa regole, leggi,
convenzioni che garantiscono la sopravvivenza stessa del gruppo sociale. Il quale si
trasforma in una comunità civile proprio quando si fonda su un insieme di
conoscenze, tradizioni, linguaggi, norme e valori radicati e condivisi, da rispettare e
onorare tutti insieme. Il lungo cammino che ha condotto l’uomo da una condizione di
ferinità alla civiltà (T72; T73; T74) passa in particolare attraverso la conquista di un
linguaggio articolato e codificato, con cui comunicare all’interno di gruppi uniti dalle
stesse esigenze e dagli stessi bisogni. La lingua di un popolo finisce quindi per
identificarsi con il popolo che la parla e disprezzare quella lingua vuol dire
disprezzare quel popolo (T75). Grazie alla lingua gli uomini si uniscono in un
sodalizio sociale fatto di regole, leggi, usi e costumi compartecipati (T76), che li
rende forti nell’affrontare i duri colpi della sorte (T77) e che favorisce il pieno
sviluppo della loro humanitas (T78). Che non è soltanto generosità e amore verso
l’altro, ma è soprattutto espressione di un animo libero da ogni pregiudizio, capace
di confrontarsi con altri uomini, altri gruppi, altri popoli. E’ cultura, è civiltà. Perché il
mondo è un’unica, grande patria di tutti gli uomini (T79).
T 72. Il cammino dell’uomo verso la civiltà (I)
Homines vetere more ut ferae in silvis et speluncis et nemoribus nascebantur
ciboque agresti vescendo vitam exigebant. Interea quodam in loco ab
tempestatibus et ventis densae crebritatibus arbores agitatae et inter se
terentes ramos ignem excitaverunt, et eius flamma vehementi perterriti, qui
circa eum locum fuerunt, sunt fugati. Postea re quieta propius accedentes cum
animadvertissent commoditatem esse magnam corporibus ignis teporem, ligna
adicientes et iis conservantes alios adducebant et nutu monstrantes
ostendebant, quas haberent ex eo utilitates. In eo hominum congressu cum
profundebantur aliter atque aliter e spiritu voces, cotidiana consuetudine
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vocabula, ut obtigerant, constituerunt, deinde significando res saepius in usu
ex eventu fari fortuito coeperunt et ita sermones inter se procreaverunt.
(Vitruvio)
T 73. Il cammino dell’uomo verso la civiltà (II)
Ergo cum propter ignis inventionem conventus initio apud homines et
concilium et convictus esset natus, et in unum locum plures convenirent
habentes ab natura praemium praeter reliqua animalia, ut non proni sed erecti
ambularent mundique et astrorum magnificentiam aspicerent, item manibus et
articulis quam vellent rem faciliter tractarent, coeperunt in eo coetu alii de
fronde facere tecta, alii speluncas fodere sub montibus, nonnulli hirundinum
nidos et aedificationes earum imitantes de luto et virgulis facere loca, quae
subirent. Tunc observantes aliena tecta et adicientes suis cogitationibus res
novas, efficiebant in dies meliora genera casarum. Cum essent autem
homines imitabili docilique natura, cotidie inventionibus gloriantes alius alii
ostendebant aedificiorum effectus, et ita exercentes ingenia certationibus in
dies melioribus iudiciis efficiebantur.
(Vitruvio)
T 74. La civiltà nasce grazie alla parola
Fuit quoddam tempus, cum in agris homines passim bestiarum modo
vagabantur et sibi victu fero vitam propagabant nec ratione animi quicquam,
sed pleraque viribus corporis administrabant, nondum divinae religionis, non
humani officii ratio colebatur, nemo nuptias viderat legitimas, non certos
quisquam aspexerat liberos, non, ius aequabile quid utilitatis haberet,
acceperat. Ita propter errorem atque inscientiam caeca ac temeraria
dominatrix animi cupiditas ad se explendam viribus corporis abutebatur,
perniciosissimis satellitibus. Quo tempore quidam magnus videlicet vir et
sapiens cognovit, quae materia esset et quanta ad maximas res opportunitas
in animis inesset hominum, si quis eam posset elicere et praecipiendo
meliorem reddere; qui dispersos homines in agros et in tectis silvestribus
abditos ratione quadam conpulit unum in locum et congregavit et eos in unam
quamque rem inducens utilem atque honestam primo propter insolentiam
reclamantes, deinde propter rationem atque orationem studiosius audientes ex
feris et inmanibus mites reddidit et mansuetos.
(Cicerone)
T 75. Se disprezzi la lingua di un popolo disprezzi quel popolo
Dopo la conquista dell’Asia, l’esercito di Alessandro Magno divenne un corpo misto di Persiani
e di Macedoni, ma alcuni nobili ufficiali, avversi a questi cambiamenti, organizzarono un
complotto per uccidere il re. In esso parve coinvolto anche Filota, il comandante della cavalleria
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degli Eteri. Processato dinanzi all’esercito, egli chiese di potersi esprimere in una lingua
diversa da quella Macedone e il Re lesse in questa richiesta un’ulteriore prova del suo odio
contro i Macedoni. Sottoposto a torture, Filota confessò poi il suo coinvolgimento nella congiura
e fu condannato a morte.
Tum dicere iussus Philotas, sive conscientia sceleris sive periculi magnitudine
amens et attonitus, non attollere oculos, non hiscere audebat. Lacrimis deinde
manantibus linquente animo in eum, a quo tenebatur, incubuit abstersisque
amiculo eius oculis paulatim recipiens spiritum ac vocem dicturus videbatur.
Iamque rex intuens eum "Macedones" inquit "de te iudicaturi sunt: quaero, an
patrio sermone sis apud eos usurus." Tum Philotas "Praeter Macedonas"
inquit "plerique adsunt, quos facilius, quae dicam, percepturos arbitror, si
eadem lingua fuero usus, qua tu egisti non ob aliud, credo, quam ut oratio tua
intellegi posset a pluribus." Tum rex: "Ecquid videtis odio etiam sermonis patrii
Philotan teneri? Solus quippe fastidit eum discere. Sed dicat sane, utcumque
ei cordi est, dum memineritis aeque illum a nostro more quam sermone
abhorrere." Atque ita contione excessit.
(Curzio)
T 76. I fondamenti della società
Optime autem societas hominum coniunctioque servabitur, si, ut quisque erit
coniunctissimus, ita in eum benignitatis plurimum conferetur. Sed quae
naturae principia sint communitatis et societatis humanae, repetendum videtur
altius. Est enim primum quod cernitur in universi generis humani societate.
Eius autem vinculum est ratio et oratio, quae docendo, discendo,
communicando, disceptando, iudicando conciliat inter se homines
coniungitque naturali quadam societate, neque ulla re longius absumus a
natura ferarum, in quibus inesse fortitudinem saepe dicimus, ut in equis, in
leonibus, iustitiam, aequitatem, bonitatem non dicimus; sunt enim rationis et
orationis expertes. Ac latissime quidem patens hominibus inter ipsos, omnibus
inter omnes societas haec est. In qua omnium rerum, quas ad communem
hominum usum natura genuit, est servanda communitas, ut quae descripta
sunt legibus et iure civili, haec ita teneantur, ut est constitutum legibus ipsis,
cetera sic observentur, ut in Graecorum proverbio est, amicorum esse
communia omnia.
(Cicerone)
T 77. Il consorzio umano
Quo alio tuti sumus, quam quod mutuis iuvamur officiis? Hoc uno instructior
vita contraque incursiones subitas munitior est, beneficiorum commercio. Fac
nos singulos, quid sumus? praeda animalium et victimae ac bellissimus et
facillimus sanguis; quoniam ceteris animalibus in tutelam sui satis virium est,
quaecumque vaga nascebantur et actura vitam segregem, armata sunt,
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hominem inbecilla cutis cingit, non unguium vis, non dentium terribilem ceteris
fecit, nudum et infirmum societas munit. Duas deus res dedit, quae illum
obnoxium validissimum facerent, rationem et societatem; itaque, qui par esse
nulli posset, si seduceretur, rerum potitur. Societas illi dominium omnium
animalium dedit; societas terris genitum in alienae naturae transmisit imperium
et dominari etiam in mari iussit; haec morborum impetus arcuit, senectuti
adminicula prospexit, solacia contra dolores dedit; haec fortes nos facit, quod
licet contra fortunam advocare. Hanc societatem tolle, et unitatem generis
humani, qua vita sustinetur, scindes.
(Seneca)
T 78. L’humanitas
Qui verba Latina fecerunt quique his probe usi sunt, “humanitatem” non id
esse voluerunt, quod volgus existimat quodque a Graecis ϕιλαντρωπι′ α (leggi:
filantropía, «filantropia», «amore verso l’uomo») dicitur et significat
dexteritatem quandam benivolentiamque erga omnīs homines promiscam, sed
“humanitatem” appellaverunt id propemodum, quod Graeci παιδει′α (leggi:
paidéia, «educazione», «cultura») vocant, nos eruditionem institutionemque in
bonas artīs dicimus. Quas qui sinceriter cupiunt adpetuntque, hi sunt vel
maxime humanissimi. Huius enim scientiae cura et disciplina ex universis
animantibus uni homini datast (= data est) idcircoque “humanitas” appellata
est. Sic igitur eo verbo veteres esse usos et cumprimis M. Varronem
Marcumque Tullium omnes ferme libri declarant.
(Gellio)
T 79. Il mondo è un’unica patria
Nec ignoro ingrati ac segnis animi existimari posse merito, si obiter atque in
transcursu ad hunc modum dicatur terra omnium terrarum alumna eadem et
parens, numine deum electa quae caelum ipsum clarius faceret, sparsa
congregaret imperia ritusque molliret et tot populorum discordes ferasque
linguas sermonis commercio contraheret ad conloquia et humanitatem homini
daret breviterque una cunctarum gentium in toto orbe patria fieret. Sed quid
agam? Tanta nobilitas omnium locorum, quos quis attigerit, tanta rerum
singularum populorumque claritas tenet.
(Plinio il Vecchio)
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Percorso 4 - L’amicizia
L’etimologia latina ci dice che la società (soc-ietas) è fondata sulla comunanza di
interessi e di relazioni tra individui, che si riconoscono come consimili, alleati,
compagni (soc-ii) consociati (soc-iare) tra di loro in un bisogno di condivisione che è
connaturato all’uomo stesso. E come non possiamo fare a meno della società,
dell’aiuto degli altri (T80), allo stesso modo non possiamo fare a meno degli amici. Il
grande Aristotele ha scritto che l'amicizia è un’anima che abita in due corpi, un
cuore che abita in due anime. Socius è dunque anche l’amico, colui con il quale
condividiamo esperienze, pensieri, emozioni, colui che impreziosisce la nostra vita
con la sua sola presenza, colui che spesso amiamo più dei nostri stessi parenti
(T81). L’amico è un dono divino, che rende la vita davvero “vitale” (T82). Egli è
sempre accanto a noi, pronto a condividere le nostre gioie e le nostre sventure (T82;
T83). Nessuna casa, nessuna città sopravvive alla mancanza di amicizia e di
concordia (T83), perché la vera amicizia (am-icitia) è amore (am-or) disinteressato
(T84), privo di ogni fine utilitaristico (T87), un bene prezioso da proteggere e
preservare dalle cattive influenze (T85). Un cuore in grado di provare amicizia è
come un tempio sacro pervaso dallo spirito divino (T86), perché il vero amico (amicus) è capace perfino di anteporre la vita dell’amico alla propria (T86; T87).
Non possiamo vivere senza amici. Anche se a volte ci illudiamo di poterlo fare.
T 80. L’uomo non può vivere da solo
Cum enim praesidii causa homines societatem cum hominibus inierint, foedus
illud inter homines a principio sui ortus initum aut violare aut non conservare
summum nefas putandum est. Nam qui se a praestando auxilio removet, etiam
ab accipiendo se removeat necesse est; quia nullius opera indigere se putat
qui alteri suam negat. Huic vero qui se ipse dissociat ac secernit a corpore
hominum societatis, non ritu hominis, sed ferarum more vivendum est. Quod
fieri si non potest, retinendum est igitur omni modo vinculum societatis
humanae; quia homo sine homine nullo modo potest vivere. Retentio autem
societatis est communitas, id est auxilium praestare ut possimus accipere. Sin
vero humanitatis ipsius causa facta est hominum congregatio, homo certe
hominem debet agnoscere.
(Lattanzio)
T 81. La forza dell’amicizia
Ego vos hortari tantum possum, ut amicitiam omnibus rebus humanis
anteponatis; nihil est enim tam naturae aptum, tam conveniens ad res vel
secundas vel adversas. […] Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse
nos, ut inter omnes esset societas quaedam, maior autem, ut quisque
proxume accederet. Itaque cives potiores quam peregrini, propinqui quam
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alieni; cum his enim amicitiam natura ipsa peperit; sed ea non satis habet
firmitatis. Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate
benivolentia tolli potest, ex amicitia non potest; sublata enim benivolentia
amicitiae nomen tollitur, propinquitatis manet. Quanta autem vis amicitiae sit,
ex hoc intellegi maxime potest, quod ex infinita societate generis humani,
quam conciliavit ipsa natura, ita contracta res est et adducta in angustum, ut
omnis caritas aut inter duos aut inter paucos iungeretur.
(Cicerone)
T 82. Amicizia è…
Est enim amicitia nihil aliud nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum
benivolentia et caritate consensio; qua quidem haut scio an excepta sapientia
nihil melius homini sit a dis inmortalibus datum. Divitias alii praeponunt,
bonam alii valitudinem, alii potentiam, alii honores, multi etiam voluptates.
Beluarum hoc quidem extremum, illa autem superiora caduca et incerta, posita
non tam in consiliis nostris quam in fortunae temeritate. Qui autem in virtute
summum bonum ponunt, praeclare illi quidem, sed haec ipsa virtus amicitiam
et gignit et continet, nec sine virtute amicitia esse ullo pacto potest. Iam
virtutem ex consuetudine vitae sermonisque nostri interpretemur nec eam, ut
quidam docti, verborum magnificentia metiamur virosque bonos eos, qui
habentur, numeremus, Paulos, Catones, Galos, Scipiones, Philos; his
communis vita contenta est; eos autem omittamus, qui omnino nusquam
reperiuntur. Talis igitur inter viros amicitia tantas oportunitates habet, quantas
vix queo dicere. Principio qui potest esse vita “vitalis”, ut ait Ennius, quae non
in amici mutua benivolentia conquiescit? Quid dulcius quam habere, quicum
omnia audeas sic loqui ut tecum? Qui esset tantus fructus in prosperis rebus,
nisi haberes, qui illis aeque ac tu ipse gauderet? Adversas vero ferre difficile
esset sine eo, qui illas gravius etiam quam tu ferret.
(Cicerone)
T 83. Il valore dell’amicizia (I)
Denique ceterae res, quae expetuntur, oportunae sunt singulae rebus fere
singulis, divitiae, ut utare, opes, ut colare, honores, ut laudere, voluptates, ut
gaudeas, valitudo, ut dolore careas et muneribus fungare corporis; amicitia res
plurimas continet; quoquo te verteris, praesto est, nullo loco excluditur,
numquam intempestiva, numquam molesta est; itaque non aqua, non igni, ut
aiunt, locis pluribus utimur quam amicitia. Neque ego nunc de vulgari aut de
mediocri, quae tamen ipsa et delectat et prodest, sed de vera et perfecta
loquor, qualis eorum, qui pauci nominantur, fuit. Nam et secundas res
splendidiores facit amicitia et adversas partiens communicansque leviores.
Quomque plurimas et maximas commoditates amicitia contineat, tum illa
nimirum praestat omnibus, quod bonam spem praelucet in posterum nec
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debilitari animos aut cadere patitur. Verum enim amicum qui intuetur,
tamquam exemplar aliquod intuetur sui. Quocirca et absentes adsunt et
egentes abundant et inbecilli valent et, quod difficilius dictu est, mortui vivunt;
tantus eos honos, memoria, desiderium prosequitur amicorum. Ex quo illorum
beata mors videtur, horum vita laudabilis. Quodsi exemeris ex rerum natura
benivolentiae coniunctionem, nec domus ulla nec urbs stare poterit, ne agri
quidem cultus permanebit. Id si minus intellegitur, quanta vis amicitiae
concordiaeque sit, ex dissensionibus atque ex discordiis perspici potest. Quae
enim domus tam stabilis, quae tam firma civitas est, quae non odiis et discidiis
funditus possit everti? Ex quo, quantum boni sit in amicitia, iudicari potest.
(Cicerone)
T 84. Il valore dell’amicizia (II)
Saepissime igitur mihi de amicitia cogitanti maxime illud considerandum videri
solet, utrum propter inbecillitatem atque inopiam desiderata sit amicitia, ut
dandis recipiendisque meritis quod quisque minus per se ipse posset, id
acciperet ab alio vicissimque redderet, an esset hoc quidem proprium
amicitiae, sed antiquior et pulchrior et magis a natura ipsa profecta alia causa.
Amor enim, ex quo amicitia nominata est, princeps est ad benivolentiam
coniungendam. Nam utilitates quidem etiam ab iis percipiuntur saepe, qui
simulatione amicitiae coluntur et observantur temporis causa, in amicitia
autem nihil fictum est, nihil simulatum et, quidquid est, id est verum et
voluntarium. Quapropter a natura mihi videtur potius quam ab indigentia orta
amicitia, adplicatione magis animi cum quodam sensu amandi quam
cogitatione, quantum illa res utilitatis esset habitura. Quod quidem quale sit,
etiam in bestiis quibusdam animadverti potest, quae ex se natos ita amant ad
quoddam tempus et ab eis ita amantur, ut facile earum sensus appareat. Quod
in homine multo est evidentius, primum ex ea caritate, quae est inter natos et
parentes, quae dirimi nisi detestabili scelere non potest; deinde cum similis
sensus extitit amoris, si aliquem nacti sumus, cuius cum moribus et natura
congruamus, quod in eo quasi lumen aliquod probitatis et virtutis perspicere
videamur.
(Cicerone)
T 85. Proteggere l’amicizia da cattive influenze
Nihil tamen aeque oblectaverit animum quam amicitia fidelis et dulcis.
Quantum bonum est ubi praeparata sunt pectora in quae tuto secretum omne
descendat, quorum conscientiam minus quam tuam timeas, quorum sermo
sollicitudinem leniat, sententia consilium expediat, hilaritas tristitiam dissipet,
conspectus ipse delectet! Quos scilicet vacuos, quantum fieri poterit, a
cupiditatibus eligemus; serpunt enim vitia et in proximum quemque transiliunt
et contactu nocent. Itaque ut in pestilentia curandum est ne correptis iam
corporibus et morbo flagrantibus adsideamus, quia pericula trahemus
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adflatuque ipso laborabimus, ita in amicorum legendis ingeniis dabimus
operam ut quam minime inquinatos adsumamus: initium morbi est aegris sana
miscere.
(Seneca)
T 86. La sacralità dell’amicizia: Damone e Finzia
Damon et Phintias Pythagoricae prudentiae sacris initiati tam fidelem inter se
amicitiam iunxerant, ut, cum alterum ex his Dionysius Syracusanus interficere
vellet, atque is tempus ab eo, quo prius quam periret domum profectus res
suas ordinaret, impetravisset, alter vadem se pro reditu eius tyranno dare non
dubitaret. Solutus erat periculo mortis qui modo gladio cervices subiectas
habuerat: eidem caput suum subiecerat cui securo vivere licebat. Igitur omnes
et in primis Dionysius novae atque ancipitis rei exitum speculabantur.
Adpropinquante deinde finita die nec illo redeunte unus quisque stultitiae tam
temerarium sponsorem damnabat. At is nihil se de amici constantia metuere
praedicabat. Eodem autem momento et hora a Dionysio constituta et eam qui
acceperat supervenit. Admiratus amborum animum tyrannus supplicium fidei
remisit insuperque eos rogavit ut se in societatem amicitiae tertium sodalicii
gradum mutua culturum benivolentia reciperent. Hascine vires amicitiae?
Mortis contemptum ingenerare, vitae dulcedinem extinguere, crudelitatem
mansuefacere, odium in amorem convertere, poenam beneficio pensare
potuerunt. Quibus paene tantum venerationis quantum deorum inmortalium
caerimoniis debetur: illis enim publica salus, his privata continetur, atque ut
illarum aedes sacra domicilia, harum fida hominum pectora quasi quaedam
sancto spiritu referta templa sunt.
(Valerio Massimo)
T 87. L’amicizia non ha fini utilitaristici
Damonem et Phintiam Pythagoreos ferunt hoc animo inter se fuisse, ut, cum
eorum alteri Dionysius tyrannus diem necis destinavisset et is, qui morti
addictus esset, paucos sibi dies commendandorum suorum causa
postulavisset, vas factus est alter eius sistendi, ut si ille non revertisset,
moriendum esset ipsi. Qui cum ad diem se recepisset, admiratus eorum fidem
tyrannus petivit, ut se ad amicitiam tertium adscriberent. Cum igitur id, quod
utile videtur in amicitia, cum eo, quod honestum est, comparatur, iaceat
utilitatis species, valeat honestas. Cum autem in amicitia, quae honesta non
sunt, postulabuntur, religio et fides anteponatur amicitiae.
(Cicerone)
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Percorso 5 - Il vino, fra sacro e profano
Dioniso, Bacco, Libero, Lieo: tanti nomi per celebrare il dio del buonumore, della
convivialità, dei balli e dei canti, della passione e dell’amore, il dio dell'uva e del
vino, dell'ebbrezza, della perdita della ragione, il dio che esalta lo spirito irrazionale
che si fa gioia e allegria del vivere. Dioniso è il dio che provoca il furor, l’«estasi
sacra» che, consentendo il contatto diretto con la divinità, costituisce un vero ponte
tra l'umano e il divino. E le sue officianti, Menadi o Baccanti, sono donne, che nel
rito divino liberano la loro istintività e vitalità primordiale.
Frutto miracoloso e nettare prelibato, l'uva e il vino sono un dono divino (T88), di cui
l’uomo ha imparato a nutrirsi, coltivando e vendemmiando i preziosi frutti (T89).
Nella sua purezza e integrità esso è solo bevanda degli dèi e ad essi l’uomo lo offre
nelle libagioni sacre, secondo le regole del rito: fas e nefas non devono mescolarsi
tra loro (T90; T91; T92), pena la vita stessa di chi ignora i nefasti presagi (T91). Il
vino infatti è il "sangue della terra", dono sacro (fas) e salvifico, ma nel contempo
anche proibito (nefas) e (simbolicamente) cruento. Il vino è dono sacrificale anche
nella ritualità cristiana. Se nel suo primo miracolo Gesù trasforma l’acqua in vino
puro alle nozze di Cana (T94), nell’ultima cena egli lascia in eredità ai suoi discepoli
e ai suoi seguaci il pane, simbolo del suo corpo, e il vino, simbolo del suo sangue:
un mistero sacro che ogni volta si ripete nella celebrazione dell’Eucarestia (T93).
Acqua e vino non devono mescolarsi, ripete scherzosamente un canto goliardico del
medioevo (T94), perché il vino è per tutti allegria, convivialità, spensieratezza (T95),
anzi, possiede virtù addirittura salvifiche: «Qui bene bibit bene dormit, qui bene
dormit non peccat, qui non peccat vadit in caelum, ergo qui bene bibit vadit in
caelum!» (da un anonimo monaco tedesco del Medioevo). Nell’osteria tutti bevono il
vino, ma le donne romane, nei tempi dell’antica repubblica, non potevano farlo
(T96). Il vino puro, temetum e merum, può infatti liberare in loro una sfrenatezza e
una licenziosità che, secondo le più radicate regole “maschili” del vivere sociale
romano, non si addice ai costumi di una buona moglie. Così la legge non solo
concede ai parenti maschi lo ius osculi, «il diritto di bacio», per sentire se la donna
ha bevuto vino (T97), ma anche le punisce per tale uso come per l’adulterio; il
marito può perfino ucciderle senza incorrere in alcuna condanna, con un’evidente,
drammatica discriminazione fra uomo e donna (T96; T97; T98). Ma, a ben guardare,
nessuno dovrebbe abusare del vino: da ubriachi si compiono azioni che da sobri non
faremmo mai, con conseguenze spesso terribili (T99; T100). Meglio stare lontani dal
vino (abs + temetum), dunque, ed essere “astemi”.
94
T 88. Il dio Libero dona il vino agli uomini
Liber cum ad Oeneum Parthaonis filium in hospitium venisset, Althaeam
Thestii filiam uxorem Oenei adamavit, quod Oeneus ut sensit, voluntate sua
ex urbe excessit simulatque se sacra facere. At Liber cum Althaea concubuit,
ex qua nata est Deianira, Oeneo autem ob hospitium liberale muneri vitem
dedit monstravitque quomodo sereret, fructumque eius ex nomine hospitis
ὄινον (leggi: óinon, «vino») ut vocaretur instituit. Cum Liber pater ad homines
esset profectus ut suorum fructuum suavitatem atque iucunditatem ostenderet,
ad Icarium et Erigonam in hospitium liberale devenit. Iis utrem plenum vini
muneri dedit, iussitque ut in reliquas terras propagarent. Icarius plaustro
onerato cum Erigone filia et cane Maera in terram Atticam ad pastores devenit
et genus suavitatis ostendit. Pastores cum immoderatius biberent ebrii facti
conciderunt; qui arbitrantes Icarium sibi malum medicamentum dedisse
fustibus eum interfecerunt.
(Igino)
T 89. Regole per una buona vendemmia
In vinetis uva cum erit matura, vindemiam ita fieri oportet, ut videas a quo
genere uvarum et a quo loco vineti incipias legere. Nam et praecox et
miscella, quam vocant nigram, multo ante coquitur, quo (= perciò) prior
legenda, et quae pars arbusti ac vineae magis (est) aprica, prius debet
descendere de vite. In vindemia diligentius uva non solum legitur sed etiam
eligitur: legitur ad bibendum, eligitur ad edendum. Itaque lecta defertur in
forum vinarium, unde in dolium inane veniat; electa in secretam corbulam,
unde in ollulas addatur et in dolia plena vinaciorum contrudatur, alia quae in
piscinam in amphoram picatam descendat, alia quae in aream in carnarium
(= uncino, appenditoio) escendat. Quae calcatae uvae erunt, earum scopi
(nom. pl., cfr. scopio, -onis) cum folliculis subiciendi sub prelo (= torchio), ut,
siquid reliqui habeant musti, exprimatur in eundem lacum. Cum desiit sub
prelo fluere, quidam circumcidunt extrema et rursus premunt et, rursus cum
expressum, circumcisicium appellant ac seorsum quod expressum est servant,
quod resipit ferrum. Expressi acinorum folliculi in dolia coniciuntur, eoque
aqua additur: ea vocatur lora, quod lota acina, ac pro vino operariis datur
hieme.
(Varrone)
95
T 90. Fas e nefas
Enea sta officiando gli onori funebri per il padre Anchise, rite libans (Virgilio, Aen., V 75 sgg.),
così versa a terra due tazze di vino puro, due di latte e due di sangue sacro. Ma che cosa
significa in questo caso l’avverbio rite? E quali caratteristiche deve avere una vite, perché il
vino che se ne ricava per le sacre libagioni non sia nefas?
a) Rite = secundum ritum sacrificii, quo exigebatur, ut libaret de mero Baccho,
id est puro.
(Servio)
b) Et quoniam religione vita constat, prolibare diis nefastum habetur vina praeter imputatae - vitis fulmine tactae quamque iuxta hominis mors laqueo
pependerit aut vulneratis pedibus calcatae, et quod circumcisis vinaceis
profluxerit, aut superne deciduo inmundiore lapsu aliquo polluta, item Graeca,
quoniam aquam habeant.
(Plinio il Vecchio)
T 91. La nefasta libagione di Calcante
“Grinio” è il nome di un’antica città della Mesia (regione delle attuali Serbia e Bulgaria), ma
anche di un bosco, un tempio e un oracolo consacrati ad Apollo. Secondo una leggenda, il
profeta Calcante piantò una vite proprio in quel bosco, per ricavarne vino da libare agli dei,
nonostante un áugure gli dicesse che ciò era nefas. Fatta la vendemmia, Calcante era
intenzionato ad offrire quel vino agli dei, oltre che a berne egli stesso e ad offrirlo ai suoi ospiti.
L’áugure sconsigliò di nuovo quella libagione, ma Calcante lo derise, anzi rise così tanto che
rimase senza fiato e morì, facendo cadere a terra il bicchiere con il vino nefasto.
Grynei nemoris dicatur origo: Gryneum nemus est in finibus Ioniis, Apollini a
Gryno filio consecratum; vel a Grynio, Moesiae civitate, ubi est locus arboribus
multis iucundus, gramine floribusque variis omni tempore vestitus, abundans
etiam fontibus. Quae civitas nomen accepit a Gryno, Eurypyli filio, qui regnavit
in Moesia, qui adversus Troianos Graecis auxilium tulit: Eurypylus namque
filius Telephi, Herculis et Auges filii, ex Astyoche, Laomedontis filia, fuit, qui
Grynum procreavit. Is cum patris occupasset imperium et bello a finitimis
temptaretur, Pergamum, Neoptolemi et Andromaches filium, ad auxilium de
Epiro provocavit: a quo defensus, victor duas urbes condidit, unam Pergamum
de nomine Pergami, alteram Grynium ex responso Apollinis. In hoc nemore
Calchantem vites serentem quidam augur vicinus praeteriens dixit errare: non
enim fas esse novum vinum inde gustare. At is opere absoluto vindemiaque
facta cum ad cenam vicinos eumque ipsum augurem invitasset, protulit vinum,
et cum diis libare in focum vellet, dixit se non solum poturum, sed etiam diis
daturum et convivis; cui ille eadem, quae ante, respondit. Ob hoc deridens
eum Calchas adeo ridere coepit, ut repente intercluso spiritu poculum
abiceret.
(Servio)
96
T 92. Come fare un banchetto sacro
Dapem (= banchetto sacro, acc. f. sing.) quo modo facias. Dapem hoc modo
fieri oportet: Iovi dapali culignam vini quantam vis polluceto; eo die feriae
bubus et bubulcis et qui dapem facient. Cum pollucere oportebit, sic facies:
«Iupiter dapalis, quod tibi fieri oportet in domo familia mea culignam vini dapi,
eius rei ergo macte hac illace dape pollucenda esto.» Manus interluito, postea
vinum sumito: «Iupiter dapalis, macte istace dape pollucenda esto, macte vino
inferio esto.» Vestae, si voles, dato. Daps Iovi: assaria pecunia, urna vini. Iovi
caste profanato sua contagione; postea, dape facta, serito milium, panicum,
alium, lentim.
(Catone)
T 93. Il mistero dell’eucarestia
Cenantibus autem eis, accepit Iesus panem et benedixit ac fregit deditque
discipulis et ait: «Accipite, comedite: hoc est corpus meum». Et accipiens
calicem, gratias egit et dedit illis dicens: «Bibite ex hoc omnes: hic est enim
sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effunditur in remissionem
peccatorum. Dico autem vobis: Non bibam amodo de hoc genimine vitis usque
in diem illum, cum illud bibam vobiscum novum in regno Patris mei».
(Vulgata)
T 94. Separare l’acqua dal vino
I Carmina Burana, canti goliardici del Medio Evo, spesso rileggono in chiave parodistica e
profana alcuni temi sacri della cristianità. Nel carmen che segue, ad esempio, si dice che Teti,
dea del mare e delle acque, e Lieo, epiteto di Bacco, il dio che con il vino “libera dagli affanni”,
conservano la loro potenza solo se sono pharisea, «separati». Anche Gesù, si ricorda
scherzosamente, tenne ben separate le due bevande, quando, nel suo primo miracolo di Cana,
trasformò l’acqua in vino puro per escas architriclini, «banchetto di nozze».
In cratere meo Thetis est sociata Lyeo;
est dea iuncta deo, sed dea maior eo.
Nil valet hic vel ea, nisi cum fuerint pharisea
haec duo; propterea sit deus absque dea.
Res tam diverse, licet utraque sit bona per se,
si sibi perverse coëant, perdunt pariter se.
Non reminiscimini, quod ad escas architriclini
in cyathis Domini non est coniunx aqua vini?
(Carmina Burana)
97
T 95. Inno al vino
Nel canto forse più celebre dei Carmina Burana (qui passim) è esaltato il potere e il piacere del
vino e la vita spensierata e allegra della taberna, «osteria», dove è possibile dimenticare
almeno per un po’ il dolore e la precarietà dell’esistenza umana.
In taberna quando sumus
non curamus quid sit humus
sed ad ludum properamus
cui semper insudamus.
Quid agatur in taberna
ubi nummus est pincerna,
hoc est opus ut queratur,
si quid loquar, audiatur.
Bibit hera, bibit herus,
bibit miles, bibit clerus,
bibit ille, bibit illa,
bibit servus cum ancilla,
bibit velox, bibit piger,
bibit albus, bibit niger,
bibit constans, bibit vagus,
bibit rudis, bibit magus.
Quidam ludunt, quidam bibunt
quidam indiscrete vivunt,
sed in ludo qui morantur,
ex his quidam denudantur;
quidam ibi vestiuntur,
quidam saccis induuntur.
Ibi nullus timet mortem,
sed pro Baccho mittunt sortem.
Bibit pauper et egrotus,
bibit exul et ignotus,
bibit puer, bibit canus,
bibit presul et decanus,
bibit soror, bibit frater,
bibit anus, bibit mater,
bibit ista, bibit ille,
bibunt centum, bibunt mille.
(Carmina Burana)
T 96. Le donne non possono bere vino
Non licebat id (= vinum) feminis Romae bibere. Invenimus inter exempla
Egnati Maetenni uxorem, quod vinum bibisset e dolio, interfectam fusti a
marito, eumque caedis a Romulo absolutum. Fabius Pictor in annalibus suis
scripsit matronam, quod loculos in quibus erant claves cellae vinariae
resignavisset, a suis inedia mori coactam; Cato ideo propinquos feminis
osculum dare, ut scirent an temetum olerent. Hoc tum nomen vino erat, unde
et temulentia appellata. Cn. Domitius iudex pronuntiavit mulierem videri plus
vini bibisse quam valitudinis causa, viro insciente, et dote multavit.
(Plinio il Vecchio)
T 97. Ius osculi
Qui de victu atque cultu populi Romani scripserunt, mulieres Romae atque in
Latio aetatem abstemias egisse, hoc est vino semper, quod “temetum” prisca
lingua appellabatur, abstinuisse dicunt, institutumque ut cognatis osculum
ferrent deprehendendi causa, ut odor indicium faceret, si bibissent. Bibere
autem solitas ferunt loream, passum, murrinam et quae id genus sapiant potu
98
dulcia. Atque haec quidem in his, quibus dixi, libris pervulgata sunt; sed
Marcus Cato non solum existimatas, set et multatas quoque a iudice mulieres
refert non minus, si vinum in se, quam si probrum et adulterium admisissent.
(Gellio)
T 98. La legge non è uguale per tutti
Verba Marci Catonis adscripsi ex oratione, quae inscribitur de dote, in qua id
quoque scriptum est in adulterio uxores deprehensas ius fuisse maritis necare:
«Vir» inquit, «cum divortium fecit, mulieri iudex pro censore est, imperium,
quod videtur, habet, si quid perverse taetreque factum est a muliere; multatur,
si vinum bibit; si cum alieno viro probri quid fecit, condemnatur.» De iure
autem occidendi ita scriptum: «In adulterio uxorem tuam si prehendisses, sine
iudicio inpune necares; illa te, si adulterares sive tu adulterarere, digito non
auderet contingere, neque ius est.»
(Gellio)
T 99. Effetti dell’ubriachezza
Dic quam turpe sit plus sibi ingerere quam capiat et stomachi sui non nosse
mensuram, quam multa ebrii faciant quibus sobrii erubescant, nihil aliud esse
ebrietatem quam voluntariam insaniam. Extende in plures dies illum ebrii
habitum: numquid de furore dubitabis? Nunc quoque non est minor sed
brevior. Refer Alexandri Macedonis exemplum, qui Clitum carissimum sibi ac
fidelissimum inter epulas transfodit et intellecto facinore mori voluit, certe
debuit. Omne vitium ebrietas et incendit et detegit, obstantem malis conatibus
verecundiam removet; plures enim pudore peccandi quam bona voluntate
prohibitis abstinent. Ubi possedit animum nimia vis vini, quidquid mali latebat
emergit. Non facit ebrietas vitia sed protrahit: tunc libidinosus ne cubiculum
quidem expectat, sed cupiditatibus suis quantum petierunt sine dilatione
permittit; tunc inpudicus morbum profitetur ac publicat; tunc petulans non
linguam, non manum continet. Crescit insolenti superbia, crudelitas saevo,
malignitas livido; omne vitium laxatur et prodit. Adice illam ignorationem sui,
dubia et parum explanata verba, incertos oculos, gradum errantem, vertiginem
capitis, tecta ipsa mobilia velut aliquo turbine circumagente totam domum,
stomachi tormenta cum effervescit merum ac viscera ipsa distendit. Tunc
tamen utcumque tolerabile est, dum illi vis sua est: quid cum somno vitiatur et
quae ebrietas fuit cruditas facta est? Cogita quas clades ediderit publica
ebrietas: haec acerrimas gentes bellicosasque hostibus tradidit, haec
multorum annorum pertinaci bello defensa moenia patefecit, haec
contumacissimos et iugum recusantes in alienum egit arbitrium, haec invictos
acie mero domuit.
(Seneca)
99
T 100. L’ubriachezza rende feroci gli uomini
M. Antonium, magnum virum et ingeni nobilis, quae alia res perdidit et in
externos mores ac vitia non Romana traiecit quam ebrietas nec minor vino
Cleopatrae amor? Haec illum res hostem rei publicae, haec hostibus suis
inparem reddidit; haec crudelem fecit, cum capita principum civitatis cenanti
referrentur, cum inter apparatissimas epulas luxusque regales ora ac manus
proscriptorum recognosceret, cum vino gravis sitiret tamen sanguinem.
Intolerabile erat quod ebrius fiebat cum haec faceret: quanto intolerabilius
quod haec in ipsa ebrietate faciebat! Fere vinolentiam crudelitas sequitur;
vitiatur enim exasperaturque sanitas mentis. Quemadmodum morosos
difficilesque faciunt diutini morbi et ad minimam rabidos offensionem, ita
ebrietates continuae efferant animos; nam cum saepe apud se non sint,
consuetudo insaniae durat et vitia vino concepta etiam sine illo valent.
(Seneca)
100
La Trama e l’Ordito:
Lingue a Confronto
Percorso 1 - Il diluvio universale
Il tema del diluvio universale è presente nei miti e nei racconti di molti popoli antichi.
È presente nella cultura dell’antica Babilonia (T101, in traduzione italiana), nella
cultura classica greca (T102; T103 in traduzione inglese) e latina (T104; T105), nella
Bibbia (T106) e nel Corano, ma anche nella mitografia dei Maya, degli Incas, degli
Aztechi, in Asia, nell’antica India, nella cultura dell'antico Egitto. Tutti questi popoli
parlano di una catastrofe planetaria che inondò le terre, inabissò i continenti e
distrusse la civiltà dell’uomo. Gli studiosi hanno contato più di 500 versioni di questo
racconto, tutte accomunate da uno schema sostanzialmente identico: a) il diluvio,
scatenato da una volontà divina, è la punizione inflitta a tutto il genere umano,
macchiatosi di una qualche colpa non sempre ben precisata; b) la distruzione
annunciata non si realizza completamente grazie all’intervento della divinità stessa;
c) un uomo e una donna, pii e devoti, si salvano e possono perpetuare il genere
umano; d) il mezzo che consente la salvezza è una grande barca o arca.
Oggi si ritiene che la storia del diluvio universale non appartenga solo alla mitografia
sacro-simbolica dei popoli antichi, è vero piuttosto il contrario: grazie al mito gli
antichi hanno trasmesso ai posteri i segni, immaginifici e favolosi, di un terribile e
devastante fenomeno naturale, che ha rischiato di cancellare gli uomini dalla faccia
della terra. Ma abbiamo imparato la lezione?
T 101. Gilgamesh e il diluvio
L’ “Epopea di Gilgamesh” (XIII-XII secolo a.C.) è un poema epico babilonese in 12 capitoli, detti
“tavole”, scritto su tavolette d’argilla in caratteri cuneiformi. Re crudele e dispotico di Uruk,
Gilgamesh affronta mille avventure alla ricerca impossibile dell’immortalità: alla fine del faticoso
cammino otterrà però il prezioso premio della conoscenza. Nel suo lungo viaggio egli incontra
numerosi personaggi, tra cui l’antenato Utanapishtim, che è diventato immortale per dono degli
dei. Egli racconta di essere sopravvissuto al diluvio grazie ad una grande barca nella quale ha
fatto entrare la sua famiglia, il suo bestiame e molti animali selvatici e di essere poi approdato
sul monte Nisir. Una sorta di antichissimo Noè, insomma.
Utanapishtim parlò a lui, a Gilgamesh:
«Una cosa nascosta, Gilgamesh, ti voglio rivelare,
101
e il segreto degli dei ti voglio manifestare.
Shuruppak - una città che tu conosci,
che sorge sulle rive dell’Eufrate questa città era già vecchia e gli dei abitavano in essa.
Bramò il cuore dei grandi dei di mandare il diluvio.
Prestarono il giuramento il loro padre An,
Enlil, l’eroe, che li consiglia,
Ninurta, il loro maggiordomo,
Ennugi, il loro controllore di canali;
Ninshiku-Ea aveva giurato con loro.
Le loro intenzioni [quest’ultimo] però le rivelò
ad una capanna:
"Capanna, capanna! Parete, parete!
Capanna ascolta; parete, comprendi!
Uomo di Shuruppak, figlio di Ubartutu,
abbatti la tua casa, costruisci una nave,
abbandona la ricchezza, cerca la vita!
Disdegna i possedimenti, salva la vita!
Fai salire sulla nave tutte le specie viventi!
La nave che tu devi costruire
le sue misure prendi attentamente,
eguali siano la sua lunghezza e la sua larghezza;
tu la devi ricoprire come l’Apsu."
Io compresi e così parlai al mio signore Ea:
"L'ordine mio Signore, che tu mi hai dato,
l'ho preso sul serio e lo voglio eseguire.
Che cosa dico però alla città, agli artigiani e agli anziani?"
Ea aprì la sua bocca,
così parlò a me il suo servo:
"Tu, o uomo, devi parlare loro così:
“Mi sembra che Enlil sia adirato con me;
perciò non posso vivere più nella vostra città,
non posso più porre piede sul territorio di Ea.
Per questo voglio scendere giù nell'Apsu, e là abitare
con il mio signore Ea.
Su di voi però Enlil farà piovere abbondanza,
abbondanza di uccelli, abbondanza di pesci.
Egli vi regalerà ricchezza e raccolto.
Al mattino egli farà scendere su di voi focacce,
di sera egli vi farà piovere una pioggia di grano".
Appena spuntò l'alba,
dall'orizzonte salì una nuvola nera.
Adad all'interno di essa tuonava continuamente,
davanti ad essa andavano Shullat e Canish;
102
i ministri percorrevano monti e pianure.
Il mio palo d'ormeggio strappò allora Erragal.
Va Ninurta, le chiuse d'acqua abbatte.
Gli Anunnaki sollevano fiaccole,
con la loro luce terribile infiammano il paese.
Il mortale silenzio di Adad avanza nel cielo,
in tenebra tramuta ogni cosa splendente.
Il paese come un vaso egli ha spezzato.
Per un giorno intero la tempesta infuriò,
il vento del sud si affrettò per immergere le montagne nell'acqua:
come un'arma di battaglia la distruzione si abbatte
sugli uomini.
A causa del buio il fratello non vede più suo fratello,
dal cielo gli uomini non sono più visibili.
Gli dei ebbero paura del diluvio,
indietreggiarono, si rifugiarono nel cielo di An.
Gli dei accucciati come cani si sdraiarono là fuori!
Ishtar grida allora come una partoriente,
si lamentò Beletil, colei dalla bella voce:
“Perché quel giorno non si tramutò in argilla,
quando io nell'assemblea degli dei ho deciso il male?
Perché nell'assemblea degli dei ho deciso il male,
dando, come in guerra, l'ordine di distruggere le mie genti?
Io proprio io ho partorito le mie genti
ed ora i miei figli riempiono il mare come larve di pesci”.
Allora tutti gli dei Anunnaki piansero con lei.
Gli dei siedono in pianto.
Secche sono le loro labbra; non prendono cibo!
Sei giorni e sette notti
soffia il vento, infuria il diluvio, l'uragano livella il paese.
Quando giunse il settimo giorno, la tempesta, il diluvio
cessa la battaglia,
dopo aver lottato come una donna in doglie.
Si fermò il mare, il vento cattivo cessò e il diluvio si fermò.
Io osservo il giorno, vi regna il silenzio.
Ma l'intera umanità è ridiventata argilla.
Come un tetto è pareggiato il paese.
Aprii allora lo sportello e la luce baciò la mia faccia.
Mi abbassai, mi inginocchiai e piansi.
Sulle mie guance scorrevano due fiumi di lacrime.
Scrutai la distesa delle acque alla ricerca di una riva:
finché ad una distanza di dodici leghe non scorsi un'isola.
La nave si incagliò sul monte Nisir.
103
Il monte Nisir prese la nave e non la fece più muovere;
un giorno, due giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
tre giorni, quattro giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
cinque giorni, sei giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere.
Quando giunse il settimo giorno,
feci uscire una colomba, la liberai.
La colomba andò e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.
Feci uscire una rondine, la liberai;
andò la rondine e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.
Feci uscire un corvo, lo liberai.
Andò il corvo e questo vide che l'acqua ormai rifluiva,
egli mangiò, starnazzò, sollevò la coda e non tornò.
Feci allora uscire ai quattro venti tutti gli occupanti
della nave e feci un sacrificio.
Posi l'offerta sulla cima di un monte.
Sette e sette vasi vi collocai:
in essi versai canna, cedro e mirto.
Gli dei odorarono il profumo.
Gli dei odorarono il buon profumo.
Gli dei si raccolsero come mosche attorno all'offerente.
Dopo che Beletil fu arrivata
innalzò in alto le sue grandi mosche [= lapislazzuli]
che An aveva fatto per la sua gioia:
“Voi, o dei (fate sì) che io non dimentichi i lapislazzuli del mio collo!
che io ricordi sempre questi giorni e non li dimentichi mai!
Gli dei vengano all'offerta,
ma Enlil non venga all'offerta,
perché egli ha ordinato avventatamente il diluvio,
destinando le mie genti alla rovina!”
Dopo che Enlil fu arrivato,
vide la nave e si infuriò,
d'ira si riempì il suo cuore verso gli dei Igigi:
“Qualcuno si è salvato? Eppure nessun uomo
doveva sopravvivere alla distruzione”.
Ninurta aprì la sua bocca e disse, così parlò ad Enlil l'eroe:
“Chi può aver escogitato ciò se non Ea?
Solo Ea conosce tutti i sotterfugi!”
Ea aprì allora la sua bocca e parlò ad Enlil, l'eroe:
104
"O eroe, tu il più saggio fra gli dei,
come, come hai potuto agire così sconsideratamente,
ordinando il diluvio?
Al colpevole imponi la sua pena, a colui che commette
un delitto imponi la sua pena,
flettilo, ma non venga stroncato; tiralo, ma non sia spezzato!
Piuttosto che mandare il diluvio, sarebbe stato meglio che
un leone fosse venuto e avesse fatto diminuire le genti!
Piuttosto che mandare il diluvio, sarebbe stato meglio che
un lupo fosse venuto e avesse fatto diminuire le genti!
Piuttosto che mandare il diluvio, sarebbe stato meglio che
una carestia si fosse abbattuta sul paese e lo avesse decimato!
Piuttosto che mandare il diluvio, sarebbe stato meglio che
la peste si fosse abbattuta sulle genti e le avesse decimate!
Per quanto mi riguarda, io non ho tradito il segreto dei grandi dei!
Ho fatto avere soltanto un sogno ad Atramkhasis, al saggio
per eccellenza! Così egli comprese il segreto dei grandi dei!
Ora però prendi per lui una decisione”.
Enlil salì allora sulla nave,
prese la mia mano e mi fece alzare,
prese mia moglie e la fece inginocchiare al mio fianco.
Toccò la nostra fronte e stando in mezzo a noi ci benedisse:
“Prima Utanapishtim era uomo,
ora Utanapishtim e sua moglie siano simili a noi dei.
Risieda Utanapishtim lontano, alla foce dei fiumi”.
Essi allora mi presero e mi fecero abitare lontano,
alla foce dei fiumi. […]»
(Sinleqiunnini)
Un tempo Zeus stabilì di distruggere il genere umano, “la stirpe (dell’età) del bronzo”,
scatenando un grande diluvio sulla terra, ma volle risparmiare due sposi virtuosi e devoti: il
figlio di Prometeo e di Pandora, Deucalione, re della Tessaglia, e sua moglie Pirra. Costruita
un'arca su consiglio di Prometeo, i due navigarono per 9 giorni e 9 notti, poi approdarono sul
monte Parnaso e furono salvi. Zeus, per premiare la loro virtù, decise di esaudire un loro
desiderio e Deucalione chiese che la terra fosse ripopolata dagli uomini. Zeus ordinò allora ai
due sposi di gettare delle pietre al di sopra della loro testa: le pietre gettate da Deucalione
divennero uomini, le pietre gettate da Pirra divennero donne e il mondo si ripopolò.
105
(Pseudo Apollodoro)
T 103. Deucalion and Pyrrha
And Prometheus had a son Deucalion. He reigning in the regions about
Phthia, married Pyrrha, the daughter of Epimetheus and Pandora, the first
woman fashioned by the gods. And when Zeus woulddestroy the men of the
Bronze Age, Deucalion by the advice of Prometheus constructed a chest, and
having stored it with provisions he embarked in it with Pyrrha. But Zeus by
pouring heavy rain from heaven flooded the greater part of Greece, so that all
men were destroyed, except a few who fled to the high mountains in the
neighborhood. It was then that the mountains in Thessaly parted, and that all
the world outside the Isthmus and Peloponnese was overwhelmed. But
Deucalion, floating in the chest over the sea for nine days and as many nights,
drifted to Parnassus, and there, when the rain ceased, he landed and
sacrificed to Zeus, the god of Escape. And Zeus sent Hermes to him and
allowed him to choose what he would, and he chose to get men. And at the
bidding of Zeus he took up stones and threw them over his head, and the
stones which Deucalion threw became men, and the stones which Pyrrha
threw became women. Hence people were called metaphorically people “laos”
from laas, “a stone.”
(Apollodoro, trad. J. G. Fraser)
T 104. Fetonte, Deucalione e Pirra
Igino, autore romano del I sec. a.C., narra il mito greco di Deucalione e Pirra introducendovi
alcune varianti.
Phaethon Solis et Clymenes filius cum clam patris currum conscendisset et
altius a terra esset elatus, prae timore decidit in flumen Eridanum. Hunc
Iuppiter cum fulmine percussisset, omnia ardere coeperunt. Iovis ut omne
genus mortalium cum causa interficeret, simulavit id velle extinguere; amnes
undique irrigavit omneque genus mortalium interiit praeter Pyrrham et
Deucalionem. At sorores Phaethontis, quod equos iniussu patris iunxerant, in
arbores populos commutatae sunt. Cataclysmus, quod nos diluvium vel
106
irrigationem dicimus, cum factum est, omne genus humanum interiit praeter
Deucalionem et Pyrrham, qui in montem Aetnam, qui altissimus in Sicilia esse
dicitur, fugerunt. Hi propter solitudinem cum vivere non possent, petierunt ab
Iove ut aut homines daret aut eos pari calamitate afficeret. Tum Iovis iussit
eos lapides post se iactare; quos Deucalion iactavit, viros esse iussit, quos
Pyrrha, mulieres. Ob eam rem “laos” dictus, “laas” enim Graece lapis dicitur.
(Igino)
T 105. La terribile ira di Giove
Anche il poeta latino Ovidio (I sec. a.C - I sec. d.C.) racconta la storia del diluvio inserendovi
delle varianti (del passo, ampio e articolato, riportiamo alcuni versi che riguardano la disastrosa
inondazione). Giove, adirato per il malvagio comportamento degli uomini, decise di annientare il
genere umano scatenandogli contro la furia delle acque del cielo e della terra. Solo Deucalione
e Pirra poterono salvarsi. Poiché essi chiesero a Giove che il mondo fosse ripopolato, l’oracolo
della dea Temi, a Delfi, ordinò loro di velarsi il capo e di lanciare dietro le spalle "le ossa della
grande madre" (velate caput… / ossaque post tergum magnae iactate parentis). Quando
Deucalione e Pirra capirono che le parole dell'oracolo si riferivano alle pietre (“ossa” simboliche
di Gea, la Grande Madre Terra), fecero quanto ordinato dall’oracolo: le pietre gettate da
Deucalione presero forma di uomini, mentre quelle gettate da Pirra presero forma di donne.
Poena placet diversa, genus mortale sub undis
perdere et ex omni nimbos demittere caelo.
[…]
Nec caelo contenta suo est Iovis ira, sed illum
caeruleus frater iuvat auxiliaribus undis.
Convocat hic amnes: qui postquam tecta tyranni
intravere sui, «Non est hortamine longo
nunc» ait «utendum; vires effundite vestras:
sic opus est! Aperite domos ac mole remota
fluminibus vestris totas inmittite habenas!»
Iusserat; hi redeunt ac fontibus ora relaxant
et defrenato volvuntur in aequora cursu.
Ipse tridente suo terram percussit, at illa
intremuit motuque vias patefecit aquarum.
Exspatiata ruunt per apertos flumina campos
cumque satis arbusta simul pecudesque virosque
tectaque cumque suis rapiunt penetralia sacris.
Si qua domus mansit potuitque resistere tanto
indeiecta malo, culmen tamen altior huius
unda tegit, pressaeque latent sub gurgite turres.
Iamque mare et tellus nullum discrimen habebant:
omnia pontus erat, deerant quoque litora ponto.
[…]
Obruerat tumulos inmensa licentia ponti,
107
pulsabantque novi montana cacumina fluctus.
Maxima pars unda rapitur; quibus unda pepercit,
illos longa domant inopi ieiunia victu.
(Ovidio)
T 106. Noè e il diluvio
Dio, vedendo la malvagità e la corruzione dell’uomo, si pentì di averlo creato e volle cancellarlo
dalla faccia della terra, mandando il diluvio sulla terra. Volle però salvare l’integerrimo Noè,
perciò gli ordinò di costruire una grande arca di legno, dove egli trovò rifugio insieme a sua
moglie, i suoi tre figli Sem, Cam e Iafet con le loro mogli, oltre ad una coppia di ciascuna specie
di animali. L’orribile diluvio si scatenò con violenza per 40 giorni e 40 notti, poi, quando le
acque cominciarono a ritirarsi, l’arca si arenò sul monte Ararat e Noè uscì alla nuova vita. Era
giunto il tempo della nuova alleanza tra Dio e gli uomini: mai più, Egli promise a se stesso,
avrebbe cercato di distruggere gli esseri viventi della terra.
Videns autem Dominus quod multa malitia hominum esset in terra, et cuncta cogitatio
cordis eorum non intenta esset nisi ad malum omni tempore, paenituit Dominum quod
hominem fecisset in terra. Et tactus dolore cordis intrinsecus: «Delebo, inquit,
hominem, quem creavi, a facie terrae, ab homine usque ad pecus, usque ad reptile et
usque ad volucres caeli; paenitet enim me fecisse eos». Noe vero invenit gratiam
coram Domino. Hae sunt generationes Noe: Noe vir iustus atque perfectus fuit in
generatione sua; cum Deo ambulavit. Et genuit tres filios: Sem, Cham et Iapheth.
Corrupta est autem terra coram Deo et repleta est iniquitate. Cumque vidisset Deus
terram esse corruptam - omnis quippe caro corruperat viam suam super terram - dixit
ad Noe: «Finis universae carnis venit coram me; repleta est enim terra iniquitate a
facie eorum, et ecce ego disperdam eos de terra. Fac tibi arcam de lignis cupressinis;
mansiunculas in arca facies et bitumine linies eam intrinsecus et extrinsecus. Et sic
facies eam: trecentorum cubitorum erit longitudo arcae, quinquaginta cubitorum
latitudo et triginta cubitorum altitudo illius. Fenestram in arca facies et cubito
consummabis summitatem eius. Ostium autem arcae pones ex latere; tabulatum
inferius, medium et superius facies in ea. Ecce ego adducam diluvii aquas super
terram, ut interficiam omnem carnem, in qua spiritus vitae est subter caelum: universa,
quae in terra sunt, consumentur. Ponamque foedus meum tecum; et ingredieris arcam
tu et filii tui, uxor tua et uxores filiorum tuorum tecum. Et ex cunctis animantibus
universae carnis bina induces in arcam, ut vivant tecum, masculini sexus et feminini.
De volucribus iuxta genus suum et de iumentis in genere suo et ex omni reptili terrae
secundum genus suum: bina de omnibus ingredientur ad te, ut possint vivere. Tu
autem tolle tecum ex omnibus escis, quae mandi possunt, et comportabis apud te; et
erunt tam tibi quam illis in cibum». Fecit ergo Noe omnia, quae praeceperat illi Deus;
sic fecit. Dixitque Dominus ad Noe: «Ingredere tu et omnis domus tua arcam; te enim
vidi iustum coram me in generatione hac. Ex omnibus pecoribus mundis tolle septena
septena, masculum et feminam; de pecoribus vero non mundis duo duo, masculum et
feminam. Sed et de volatilibus caeli septena septena, masculum et feminam, ut
salvetur semen super faciem universae terrae. Adhuc enim et post dies septem ego
108
pluam super terram quadraginta diebus et quadraginta noctibus et delebo omnem
substantiam, quam feci, de superficie terrae». Fecit ergo Noe omnia, quae mandaverat
ei Dominus. Eratque Noe sescentorum annorum, quando diluvii aquae inundaverunt
super terram. Et ingressus est Noe et filii eius, uxor eius et uxores filiorum eius cum eo
in arcam propter aquas diluvii. De pecoribus mundis et immundis et de volucribus et ex
omni, quod movetur super terram, duo et duo ingressa sunt ad Noe in arcam,
masculus et femina, sicut praeceperat Deus Noe. Cumque transissent septem dies,
aquae diluvii inundaverunt super terram. Anno sescentesimo vitae Noe, mense
secundo, septimo decimo die mensis rupti sunt omnes fontes abyssi magnae, et
cataractae caeli apertae sunt; et facta est pluvia super terram quadraginta diebus et
quadraginta noctibus. In articulo diei illius ingressus est Noe et Sem et Cham et
Iapheth filii eius, uxor illius et tres uxores filiorum eius cum eis in arcam. Ipsi et omne
animal secundum genus suum, universaque iumenta in genere suo, et omne reptile,
quod movetur super terram in genere suo, cunctumque volatile secundum genus
suum, universae aves omnesque volucres ingressae sunt ad Noe in arcam, bina et
bina ex omni carne, in qua erat spiritus vitae. Et quae ingressa sunt, masculus et
femina ex omni carne introierunt, sicut praeceperat ei Deus; et inclusit eum Dominus
de foris. Factumque est diluvium quadraginta diebus super terram, et multiplicatae sunt
aquae et elevaverunt arcam in sublime a terra. Vehementer enim inundaverunt et
omnia repleverunt in superficie terrae; porro arca ferebatur super aquas. Et aquae
praevaluerunt nimis super terram, opertique sunt omnes montes excelsi sub universo
caelo. Quindecim cubitis altior fuit aqua super montes, quos operuerat. Consumptaque
est omnis caro, quae movebatur super terram, volucrum, pecorum, bestiarum
omniumque reptilium, quae reptant super terram, et universi homines: cuncta, in
quibus spiraculum vitae in terra, mortua sunt. Et delevit omnem substantiam, quae erat
super terram, ab homine usque ad pecus, usque ad reptile et usque ad volucres caeli;
et deleta sunt de terra. Remansit autem solus Noe et qui cum eo erant in arca.
Obtinueruntque aquae terram centum quinquaginta diebus. Recordatus autem Deus
Noe cunctorumque animantium et omnium iumentorum, quae erant cum eo in arca,
adduxit spiritum super terram, et imminutae sunt aquae. Et clausi sunt fontes abyssi et
cataractae caeli, et prohibitae sunt pluviae de caelo. Reversaeque sunt aquae de terra
euntes et redeuntes et coeperunt minui post centum quinquaginta dies. Requievitque
arca mense septimo, decima septima die mensis super montes Ararat. At vero aquae
ibant et decrescebant usque ad decimum mensem; decimo enim mense, prima die
mensis, apparuerunt cacumina montium. Cumque transissent quadraginta dies,
aperiens Noe fenestram arcae, quam fecerat, dimisit corvum; qui egrediebatur exiens
et rediens, donec siccarentur aquae super terram. Emisit quoque columbam a se, ut
videret si iam cessassent aquae super faciem terrae. Quae, cum non invenisset, ubi
requiesceret pes eius, reversa est ad eum in arcam; aquae enim erant super
universam terram. Extenditque manum et apprehensam intulit in arcam. Exspectatis
autem ultra septem diebus aliis, rursum dimisit columbam ex arca. At illa venit ad eum
ad vesperam portans ramum olivae virentibus foliis in ore suo. Intellexit ergo Noe quod
cessassent aquae super terram. Exspectavitque nihilominus septem alios dies; et
emisit columbam, quae non est reversa ultra ad eum. Igitur sescentesimo primo anno,
109
primo mense, prima die mensis, siccatae sunt aquae super terram; et aperiens Noe
tectum arcae, et ecce aspexit viditque quod exsiccata erat superficies terrae. Mense
secundo, septima et vicesima die mensis, arefacta est terra. Locutus est autem Deus
ad Noe dicens: «Egredere de arca tu et uxor tua, filii tui et uxores filiorum tuorum
tecum. Cuncta animantia, quae sunt apud te ex omni carne, tam in volatilibus quam in
pecoribus et in universis reptilibus, quae reptant super terram, educ tecum, ut pullulent
super terram et crescant et multiplicentur super eam». Egressus est ergo Noe et filii
eius, uxor illius et uxores filiorum eius cum eo. Sed et omnia animantia, iumenta,
volatilia et reptilia, quae reptant super terram, secundum genus suum egressa sunt de
arca. Aedificavit autem Noe altare Domino; et tollens de cunctis pecoribus mundis et
volucribus mundis obtulit holocausta super altare. Odoratusque est Dominus odorem
suavitatis et locutus est Dominus ad cor suum: «Nequaquam ultra maledicam terrae
propter homines, quia cogitatio humani cordis in malum prona est ab adulescentia sua.
Non igitur ultra percutiam omnem animam viventem, sicut feci. Cunctis diebus terrae,
sementis et messis, frigus et aestus, aestas et hiems, dies et nox non requiescent».
(Vulgata)
110
Percorso 2 - Animali parlanti
Chi non conosce le favole della volpe e l’uva (T107; T108; T109; T110), del lupo e
dell’agnello (T111; T112; T113; T114; T115; T116; T117; T118), od ancora della
cicala e della formica (T119; T120; T121; T122)? Redatte in lingue e forme diverse,
esse si sono diffuse in molteplici varianti, che nel tempo e nello spazio hanno dato la
parola ad animali antropomorfizzati.
Ma che cosa sono le “favole”? Dal latino fabula, verbo fari, «dire, raccontare», le
favole sono dei brevi “racconti”, in prosa o in versi, i cui protagonisti sono per lo più
animali che parlano e agiscono come uomini. In tal modo i vezzi, i vizi, più
raramente le virtù dell’uomo assumono contorni “favolosi”, ma non per questo meno
realistici. Alla fine della favola (talvolta in apertura) si trova la “morale” del racconto,
che svolge una palese funzione educativa e formativa. Genere letterario di grande
successo, in esso si sono misurati autori di tutti i tempi: impossibile citarli tutti
quanti. Tra i più famosi, Esopo (VI sec. a.C., mondo greco); Fedro (I sec. d.C.,
mondo latino); Romulus (IX sec., età medioevale; egli traduce in prosa latina le
favole di Esopo); Jean de La Fontaine (1621-1695; egli riscrive in versi favole di
Esopo, di Fedro e quelle appartenenti alla tradizione medioevale); Giovanni
Grisostomo Trombelli (1697-1784;
storico
e
letterato
bolognese, canonico
e
bibliotecario di SS. Salvatore, egli traduce in italiano molte favole di Fedro); Trilussa
(pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, 1871-1950; poeta dialettale, è autore di
numerose favole scritte in romanesco, che si ispirano spesso alla favolistica di
Esopo); Gianni Rodari (1920-1980; noto pedagogista specializzato in scrittura per
ragazzi, in particolare le favole, è autore di testi che sono stati tradotti in tutto il
mondo). Traducono o reinterpretano le favole antiche scrittori moderni come Emilio
De Marchi (1851-1901) e Carlo Emilio Gadda (1893-1973), oppure studiosi come il
germanista Helmut Arntzen (nato nel 1931, è autore, tra l’altro, di una ricca
saggistica sulle favole), ma anche scrittori come George Orwell (1903-1950):
emblematica in questo senso la frase con cui si chiude “La fattoria degli animali”
(1945): “…le creature di fuori guardavano dal maiale all'uomo, dall'uomo al maiale e
ancora dal maiale all'uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.”
Insomma, il cammino della favola non sembra avere fine: cambiano i comportamenti
dell’uomo, cambia la sua morale, ma la favola lo segue come un’ombra.
111
T 107. Ἀλώπηξ καὶ βότρυς
(Esopo)
T 108. De vulpe et uva
Fame coacta vulpes alta in vinea
uvam appetebat summis saliens viribus;
quam tangere ut non potuit, discedens ait:
«Nondum matura est; nolo acerbam sumere».
Qui facere quae non possunt verbis elevant,
ascribere hoc debebunt exemplum sibi.
(Fedro)
T 109. Le renard et les raisins
Certain renard gascon, d'autres disent normand,
Mourant presque de faim, vit au haut d'une treille
Des raisins mûrs apparemment,
Et couverts d'une peau vermeille.
Le galand en eût fait volontiers un repas;
Mais comme il n'y pouvait atteindre:
«Ils sont trop verts, dit-il, et bons pour des goujats.»
Fit-il pas mieux que de se plaindre?
(Jean de La Fontaine)
T 110. Alla volpe
Questo è quel pergolato
e questa è quell’uva
che la volpe della favola
giudicò poco matura
perché stava troppo in alto.
Fate un salto,
fatene un altro.
112
Se non ci arrivate
riprovate domattina,
vedrete che ogni giorno
un poco si avvicina
il dolce frutto;
l’allenamento è tutto.
(G. Rodari)
T 111. Λύκος καὶ ἀρήν
(Esopo)
T 112. Lupus et agnus
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant
siti compulsi; superior stabat lupus
longeque inferior agnus. Tunc fauce improba
latro incitatus iurgii causam intulit.
«Cur», inquit, «turbulentam fecisti mihi
aquam bibenti?» Laniger contra timens:
«Qui possum, quaeso, facere quod quereris, lupe?
A te decurrit ad meos haustus liquor.»
Repulsus ille veritatis viribus:
«Ante hos sex menses male» ait «dixisti mihi.»
Respondit agnus: «Equidem natus non eram.»
«Pater hercle tuus» ille inquit, «maledixit mihi.»
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec popter illos scripta est homines fabula,
qui fictis causis innocentes opprimunt.
(Fedro)
113
T 113. Il Lupo e l’Agnello
A un rio medesimo, da la sete spinti,
L'Agnello e 'l Lupo eran venuti. Il Lupo
Al fonte più vicin; da lunge assai,
Bevea l'Agnello; allor che ingorda fame
Punse il ladron a ricercar tal rissa.
Perchè l'acqua, a lui dice, osi turbarmi?
L'Agnel tremante: intorbidar poss'io
L'onda, che dal tuo labbro al mio trascorre?
Quegli vinto dal ver: ma tu soggiugne,
Fin da sei mesi con acerbi motti
M'oltraggiasti: io non era allora nato,
L'Agnel risponde: affè, riprende il Lupo,
Che villania il padre tuo mi disse.
Così l'addenta, e ne fa ingiusto scempio.
La favoletta per coloro è scritta,
Che con falsi pretesti i buoni opprimono.
(Fedro, trad. C. G. Trombelli)
T 114. Le loup et l'agneau
La raison du plus fort est toujours la meilleure:
Nous l'allons montrer tout à l'heure.
Un agneau se désaltérait
Dans le courant d'une onde pure.
Un loup survient à jeun, qui cherchait aventure,
Et que la faim en ces lieux attirait.
- Qui te rend si hardi de troubler mon breuvage? Dit cet animal plein de rage Tu seras châtié de ta témérité.
- Sire, répond l'Agneau, que Votre Majesté
Ne se mette pas en colère;
Mais plutôt qu'elle considère
Que je me vas désaltérant
Dans le courant,
Plus de vingt pas au-dessous d'Elle;
Et que par conséquent, en aucune façon,
Je ne puis troubler sa boisson.
- Tu la troubles, reprit cette bête cruelle,
Et je sais que de moi tu médis l'an passé.
- Comment l'aurais-je fait si je n'étais pas né? 114
Reprit l'agneau - je tète encor ma mère.
- Si ce n'est toi, c'est donc ton frère.
- Je n'en ai point. - C'est donc quelqu'un des tiens;
Car vous ne m'épargnez guère,
Vous, vos bergers, et vos chiens.
On me l'a dit: il faut que je me venge.
Là-dessus, au fond des forêts
Le loup l'emporte, et puis le mange,
Sans autre forme de procès.
(Jean de La Fontaine)
T 115. Il lupo e l’agnello
La favola che segue è una lezione
che il forte ha sempre la miglior ragione.
Un dì nell'acqua chiara d'un ruscello
bevea cheto un agnello,
quand'ecco sbuca un lupo maledetto,
che non mangiava forse da tre dì,
che pien di rabbia grida: «E chi ti ha detto
d'intorbidar la fonte mia così?
Aspetta, temerario!» «Maestà a lui risponde il povero innocente, s'ella guarda, di subito vedrà
ch'io mi bagno più sotto la sorgente
d'un tratto, e che non posso l'acque chiare
della regal sua fonte intorbidare.»
«Io dico che l'intorbidi - arrabbiato
risponde il lupo digrignando i denti e già l'anno passato
hai sparlato di me.» «Non si può dire,
perché non ero nato;
ancora io succhio la mammella, o Sire.»
«Ebbene sarà stato un tuo fratello.»
«E come, Maestà?
Non ho fratelli, il giuro in verità.»
«Queste son ciarle. È sempre uno di voi
che mi fa sfregio, è un pezzo che lo so.
Di voi, dei vostri cani e dei pastori
vendetta piglierò.»
Così dicendo, in mezzo alla foresta
portato il meschinello
senza processo fecegli la festa.
(Jean de La Fontaine, trad. E. De Marchi)
115
T 116. L’Agnello infurbito
Un Lupo che beveva in un ruscello
vidde, dall'antra parte de la riva,
l'immancabbile Agnello.
- Perché nun venghi qui? - je chiese er Lupo L'acqua, in quer punto, è torbida e cattiva
e un porco ce fa spesso er semicupio.
Da me, che nun ce bazzica er bestiame,
er ruscelletto è limpido e pulito...
L'Agnello disse: - Accetterò l'invito
quanno avrò sete e tu nun avrai fame.
(Trilussa)
T 117. Il lupo e l’agnello
Il lupo giunse al ruscello. Allora l’agnello saltò via. «Resta pure, non mi
disturbi» gridò il lupo. «Grazie» replicò l’agnello «ho letto Esopo».
(H. Arntzen)
T 118. L’agnello di Persia
L’agnello di Persia incontrò una gentildonna lombarda, che prese a rimirarlo
con l’occhialino. «Fedro, Fedro», belava miseramente l’agnello, «prestami il
tuo lupo!»
(C.E. Gadda)
(Esopo)
T 120. La cigale et la fourmi
La cigale, ayant chanté
Tout l'été,
Se trouva fort dépourvue
Quand la bise fut venue:
116
Pas un seul petit morceau
De mouche ou de vermisseau.
Elle alla crier famine
Chez la fourmi sa voisine,
La priant de lui prêter
Quelque grain pour subsister
Jusqu'à la saison nouvelle.
- Je vous paierai, lui dit-elle,
Avant l'août, foi d'animal,
Intérêt et principal.
La Fourmi n'est pas prêteuse:
C'est là son moindre défaut.
- Que faisiez-vous au temps chaud?
Dit-elle à cette emprunteuse.
- Nuit et jour à tout venant
Je chantais, ne vous déplaise.
- Vous chantiez? j'en suis fort aise:
Eh bien! dansez maintenant.
(Jean de La Fontaine)
T 121. Alla formica
Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.
(G. Rodari)
T 122. Rivoluzione
Ho visto una formica,
in un giorno freddo e triste,
donare alla cicala
metà delle sue provviste.
Tutto cambia: le nuvole,
le favole, le persone…
la formica si fa generosa…
è una rivoluzione!
(G. Rodari)
117
Percorso 3 - La metamorfosi
La metamorfosi indica una “mutamento di forma”, che può essere di natura fisica,
ma anche morale o caratteriale: riguarda infatti le cose (si pensi al metamorfismo dei
minerali), gli animali (la farfalla e la rana, ad esempio, attraversano stadi diversi
prima di raggiungere la forma adulta) e, in senso figurato, gli uomini, che nel tempo
mutano l’aspetto esteriore, ma anche atteggiamenti, comportamenti, idee, valori.
Storie di creature capaci di mutare forma vivono da sempre nel folklore popolare (la
figura dell’uomo-lupo o del vampiro, per esempio, sono ideazioni antichissime); ne è
ricco anche il mondo della mitologia, a cominciare da Zeus, che non esita a servirsi
del suo illimitato repertorio metamorfico per sedurre le fanciulle mortali. Storie di
metamorfosi si trovano nella letteratura, dai poemi epici classici ai romanzi più
moderni. Nel canto X dell’Odissea Circe trasforma i compagni di Ulisse in porci e nel
canto III dell’Eneide Enea, approdato in Tracia, vede stillare gocce di sangue da un
rametto spezzato: si tratta di suo cugino Polidoro, trasformato in un arbusto spinoso.
Nella “Divina Commedia” di Dante quasi non si contano gli episodi di metamorfosi.
Ne “Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde”(1886) R.L. Stevenson disegna
per il protagonista due diversi aspetti esteriori per due diverse personalità. Nella
“Metamorfosi” (1915) di F. Kafka il protagonista Gregor Samsa una mattina si
risveglia trasformato in un mostruoso, enorme scarafaggio. Nella cinematografia il
reportorio è vastissimo: citiamo solo un classico di J. Carpenter, “La cosa” (1982),
un alieno in continua metamorfosi, capace di assumere qualunque forma.
In molti casi, tuttavia, il mondo del meravigioso e del fantastico sotteso all’evento
metamorfico non impedisce alle creature “mutate” o “raddoppiate” di restare
vincolate al mondo del reale. Così ne “Le Metamorfosi” (ca. 158 d.C.) di Apuleio la
mutazione in asino del protagonista Lucio (T123) ha una chiara funzione allegorica:
essa marca nel fisico la degradazione morale dell’uomo che, macchiatosi di colpa,
deve riscattarsi attraverso un percorso faticoso e sofferto; solo alla fine egli potrà
riprendere l’aspetto umano. Così pure ne “Le avventure di Pinocchio” (1881) di Carlo
Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini, 1826-1890) il burattino disobbediente si
trasforma in asino nel momento di massimo traviamento vissuto nel Paese dei
Balocchi (T124; T125; T126; T127): egli dovrà affrontare e superare difficili prove,
per poter alla fine trasformarsi in un ragazzino in carne ed ossa. L’insegnamento è
palese: riconoscere l’ordine stabilito dagli dei (Lucio) o dalla società (Pinocchio)
consente ad ogni creatura di salvarsi. Perfino il lupo di Gubbio (T128; T129; T130;
T131) perde i suoi connotati di malvagità quando, accettando l’ordine voluto da Dio,
“si trasforma” in un essere buono, pienamente integrato nella comunità degli uomini.
118
T 123. Lucio si trasforma in asino
Lucio, recatosi per affari in Tessaglia, regione greca nota per le pratiche magiche, a Ipata viene
ospitato da un amico di famiglia, la cui moglie Panfila pratica in segreto le arti della magia.
Dopo aver assistito per caso alla trasformazione in uccello di Panfila, Lucio, spinto da una
irrefrenabile e nefasta curiosità, chiede a Fotide, l’ancella di Panfila, l’unguento che lo possa
trasformare in uccello. Uno scambio casuale di vasetti trasforma invece Lucio in un asino, che
pure conserva l’intelligenza umana. Inizia da qui una lunga serie di peripezie, che terminano
solo quando Lucio-Asino, macchiatosi di indebita curiositas, si ciberà delle rose della dea Iside,
riconquistando aspetto e valori etici degni di un uomo. Colpa, coscienza della colpa, espiazione
e redenzione in una nuova realtà religiosa (il culto di Iside) sono le quattro tappe che
restituiscono Lucio a se stesso.
Haec identidem adseverans summa cum trepidatione inrepit cubiculum et
pyxidem depromit arcula. Quam ego amplexus ac deosculatus prius utque mihi
prosperis faveret volatibus deprecatus abiectis propere laciniis totis avide
manus immersi et haurito plusculo uncto corporis mei membra perfricui.
Iamque alternis conatibus libratis brachiis in avem similis gestiebam: nec ullae
plumulae nec usquam pinnulae, sed plane pili mei crassantur in setas et cutis
tenella duratur in corium et in extimis palmulis perdito numero toti digiti
coguntur in singulas ungulas et de spinae meae termino grandis cauda
procedit. Iam facies enormis et os prolixum et nares hiantes et labiae
pendulae; sic et aures inmodicis horripilant auctibus.
(Apuleio)
T 124. Pinocchio si trasforma in asino
Nel famosissimo romanzo di C. Collodi, tradotto in tutto il mondo, la metamorfosi di Pinocchio
(e di Lucignolo) in asino concretizza in modo simbolico il processo di regressione animalesca
vissuta dal burattino, che rifiuta di adeguarsi ai valori dell’etica borghese, cioè scuola, famiglia,
lavoro e rispetto per le istituzioni.
Intanto era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi
e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una
scuola, quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire,
una gran brutta sorpresa che lo messe proprio di malumore.
E questa sorpresa quale fu?
Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che Pinocchio,
svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel grattarsi il
capo si accorse...
Indovinate un po' di che cosa si accorse?
Si accorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli erano cresciuti
più d'un palmo.
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini:
tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure! Immaginatevi
119
dunque come restò, quando si poté scorgere che i suoi orecchi, durante la
notte, erano così allungati, che parevano due spazzole di padule.
Andò subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non trovando
uno specchio, empì d'acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi
dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua
immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini.
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero
Pinocchio!
Cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma quanto più si
disperava, e più i suoi orecchi crescevano, crescevano e diventavano pelosi
verso la cima. Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella stanza una
bella Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino
in così grandi smanie, gli domandò premurosamente:
- Che cos'hai, mio caro casigliano?
- Sono malato, Marmottina mia, molto malato... e malato d'una malattia che mi
fa paura! Te ne intendi tu del polso?
- Un pochino.
- Senti dunque se per caso avessi la febbre.
La Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso di
Pinocchio gli disse sospirando:
- Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!...
- Cioè?
- Tu hai una gran brutta febbre!...
- E che febbre sarebbe?
- E' la febbre del somaro.
- Non la capisco questa febbre! - rispose il burattino, che l'aveva pur troppo
capita.
- Allora te la spiegherò io, - soggiunse la Marmottina. - Sappi dunque che fra
due o tre ore tu non sarai più burattino, né un ragazzo...
- E che cosa sarò?
- Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli che
tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al mercato.
- Oh! Povero me! Povero me! - gridò Pinocchio pigliandosi con le mani tutt'e
due gli orecchi, e tirandoli e strapazzandoli rabbiosamente, come se fossero
gli orecchi di un altro.
- Caro mio, - replicò la Marmottina per consolarlo, - che cosa ci vuoi tu fare?
Oramai è destino. Oramai è scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei
ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le
loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi
col trasformarsi in tanti piccoli somari.
- Ma davvero è proprio così? - domandò singhiozzando il burattino.
- Purtroppo è cosi! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci prima!
- Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di Lucignolo!...
- E chi è questo Lucignolo?...
120
- Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essere
ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore... ma Lucignolo mi
disse: "Perché vuoi annoiarti a studiare? Perché vuoi andare alla scuola?
Vieni piuttosto con me, nel Paese dei Balocchi: lì non studieremo più: lì ci
divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri".
- E perché seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel cattivo compagno?
- Perché?... Perché, Marmottina mia, io sono un burattino senza giudizio... e
senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai
abbandonato quella buona Fata, che mi voleva bene come una mamma e che
aveva fatto tanto per me!... E a quest'ora non sarei più un burattino... ma sarei
invece un ragazzino a modo, come ce n'è tanti! Oh!... ma se incontro
Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta!
E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricordò che aveva gli
orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli al pubblico, che cosa inventò?...
Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa, se lo ingozzò fin sotto
la punta del naso.
(C. Collodi)
T 125. A beautiful pair of donkey's ears
Five months passed and the boys continued playing and enjoying themselves
from morn till night, without ever seeing a book, or a desk, or a school. But,
my children, there came a morning when Pinocchio awoke and found a great
surprise awaiting him, a surprise which made him feel very unhappy, as you
shall see.
Pinocchio's ears become like those of a Donkey. In a little while he changes
into a real Donkey and begins to bray
Everyone, at one time or another, has found some surprise awaiting him. Of
the kind which Pinocchio had on that eventful morning of his life, there are but
few.
What was it? I will tell you, my dear little readers. On awakening, Pinocchio
put his hand up to his head and there he found…
Guess!
He found that, during the night, his ears had grown at least ten full inches!
You must know that the Marionette, even from his birth, had very small ears,
so small indeed that to the naked eye they could hardly be seen. Fancy how
he felt when he noticed that overnight those two dainty organs had become as
long as shoe brushes!
He went in search of a mirror, but not finding any, he just filled a basin with
water and looked at himself. There he saw what he never could have wished
to see. His manly figure was adorned and enriched by a beautiful pair of
donkey's ears.
I leave you to think of the terrible grief, the shame, the despair of the poor
Marionette.
121
He began to cry, to scream, to knock his head against the wall, but the more
he shrieked, the longer and the more hairy grew his ears.
At those piercing shrieks, a Dormouse came into the room, a fat little
Dormouse, who lived upstairs. Seeing Pinocchio so grief-stricken, she asked
him anxiously:
"What is the matter, dear little neighbor?"
"I am sick, my little Dormouse, very, very sick… and from an illness which
frightens me! Do you understand how to feel the pulse?"
"A little."
"Feel mine then and tell me if I have a fever."
The Dormouse took Pinocchio's wrist between her paws and, after a few
minutes, looked up at him sorrowfully and said: "My friend, I am sorry, but I
must give you some very sad news."
"What is it?"
"You have a very bad fever."
"But what fever is it?"
"The donkey fever."
"I don't know anything about that fever," answered the Marionette, beginning
to understand even too well what was happening to him.
"Then I will tell you all about it," said the Dormouse. "Know then that, within
two or three hours, you will no longer be a Marionette, nor a boy."
"What shall I be?"
"Within two or three hours you will become a real donkey, just like the ones
that pull the fruit carts to market."
"Oh, what have I done? What have I done?" cried Pinocchio, grasping his two
long ears in his hands and pulling and tugging at them angrily, just as if they
belonged to another.
My dear boy," answered the Dormouse to cheer him up a bit, "why worry now?
What is done cannot be undone, you know. Fate has decreed that all lazy
boys who come to hate books and schools and teachers and spend all their
days with toys and games must sooner or later turn into donkeys."
"But is it really so?" asked the Marionette, sobbing bitterly.
"I am sorry to say it is. And tears now are useless. You should have thought of
all this before."
"But the fault is not mine. Believe me, little Dormouse, the fault is all LampWick's."
"And who is this Lamp-Wick?"
"A classmate of mine. I wanted to return home. I wanted to be obedient. I
wanted to study and to succeed in school, but Lamp-Wick said to me, ‘Why do
you want to waste your time studying? Why do you want to go to school?
Come with me to the Land of Toys. There we'll never study again. There we
can enjoy ourselves and be happy from morn till night.' "
"And why did you follow the advice of that false friend?"
122
"Why? Because, my dear little Dormouse, I am a heedless Marionette…
heedless and heartless. Oh! If I had only had a bit of heart, I should never
have abandoned that good Fairy, who loved me so well and who has been so
kind to me! And by this time, I should no longer be a Marionette. I should have
become a real boy, like all these friends of mine! Oh, if I meet Lamp-Wick I am
going to tell him what I think of him… and more, too!"
After this long speech, Pinocchio walked to the door of the room. But when he
reached it, remembering his donkey ears, he felt ashamed to show them to the
public and turned back. He took a large cotton bag from a shelf, put it on his
head, and pulled it far down to his very nose.
(C. Collodi, trad. Read Books Online)
T 126. Triste risveglio
Con “La filastrocca di Pinocchio”, Gianni Rodari, insieme all’amico disegnatore Raul Verdini,
rese omaggio al testo collodiano, riproducendo in versi ottonari e in immagini le av venture del
celebre burattino. I testi, 31 filastrocche in tutto, furono pubblicati a puntate tra il 1954 e il 1955
sul giornale per ragazzi “Pioniere”.
Qui continua, aprite l’occhio,
l’avventura di Pinocchio
che un mattino si ridesta
con un certo mal di testa.
A specchiarsi nel catino
balza inquieto il burattino
e si scopre un morbo raro:
ha due orecchi da somaro!
Le ricopre prontamente
per uscire tra la gente
e Lucignolo, il compare,
va di corsa a visitare.
"Come stai, caro Lucignolo?"
"Mi fa male il dito mignolo..."
"Ah, perciò porti il berretto?"
"Il dottore me l’ha detto..."
"Decidiamoci, perbacco,
a gettar questo colbacco..."
Ecco il vero, gente mia,
han la stessa malattia.
Sopravviene in quel momento
un fatal peggioramento
giù carponi son cascati
i due poveri malati.
E marciando, come vedi,
non più a due, ma a quattro piedi,
123
si trasformano i monelli
in due bigi somarelli.
Singhiozzando ora i meschini
mandan gemiti asinini:
e ragliando a sazietà
fanno in coro: "Ih, ah! Ih, ah!"
(G. Rodari)
T 127. Povero Papà (Peppe)
Umberto Eco, noto studioso, saggista e romanziere, ha riassunto la storia di Pinocchio in un
celebre tautogramma (composizione realizzata con parole che iniziano tutte con la stessa
lettera) in “p”; nelle note sono impiegati tautogrammi in “m”, “g/v”, “f”.
Povero Papà (Peppe)
palesemente provato penuria, prende prestito polveroso pezzo pino poi,
perfettamente preparatolo, pressatolo, pialla pialla, progetta, prefabbricane
pagliaccetto.
Prodigiosamente procrea, plasmando plasticamente, piccolo pupo pel pelato,
pieghevole platano!
Perbacco!
Pigola, può parlare, passeggiare, percorrere perimetri, pestare pavimento,
precoce protagonista (però provvisto pallido pensiero), propenso produrre
pasticci. Pronunciando panzane protubera propria proboscide pignosa,
prolunga prominente pungiglione, profilo puntuto.
Perde persino propri piedi piagati, perusti!
Piagnucola. Papà paziente provvede.
Pinocchio privo pomodori, panciavuota, pela pere.
Poco pasciuto, pilucca picciuolo.
Padre, per provvedergli prestazioni professorali, premurosamente porta Pegno
palandrana.
"Pensaci" punzecchialo peritissimo, prudentissimo parassita parlante,
"prudenza, perseveranza!
Prevedo pesanti punizioni!"
"Piantala petulante pignolo!"
Presuntuoso pupattolo percuote pedagogo piccino piccino (plash!)
producendone poltiglia.
Peccato.
Poteva piuttosto porgergli padiglione.
Poi parte pimpante, privo pullover.
Papà piange preoccupato: "Pinocchio perduto!"
Pellegrino, percorre perennemente pianure paludose…
Pinocchio pedala pedala, pervicacemente peregrinando per piazze, partecipa
pantomima pupazzetti, periclita presso pentola, prende pochi pennies (1).
124
Pervenuto Pub Palinuro Purpureo, per perfidi personaggi poco popolari (pirati,
paltronieri perdigiorno) penzola penoso patibolo (2).
Puella portentosa (parrucca pervinca) provvede poliambulatorio pennuto,
parlagli predicando perfetti principi, promettendo prossima pubertà, persino
parvenza piacente persona (3).
Pinocchio pare puntiglioso, persistente, predeterminato.
Palle. Parole. Parcamente persegue positivi propositi.
Preferisce passatempi pestilenziali, percorsi puntellati perigli paurosi,
perdendo possibilità
parascholastiche.
Pianta parecchi pesos per prati, per procacciarsi più palanche;
però (poco perspicace) perde personale pecunia.
Protestare?
Procuratore paese Prendi Pirla provvedegli prigione.
Può pappare poco pane perché psicologicamente, patologicamente parlando,
preferisce pascolare pigramente. Perciò permane pioppo puerile.
Passo passo provoca pandemoni, prende percosse, passa per patimenti
plurimi. Pensate: piccione portalo porto, pescatore pensa panarlo padella!
Pestifero Pierino perditempo (parimenti propenso pazzie) prefiguragli paese
peccaminoso, parco proibito, piaceri paradisiaci, piroette, passatempi pagani,
prestidigitazioni…
Persuaso, Pinocchio partecipa, prende parte.
Postiglione pacioccone (però perverso) portalo posto promesso, pullulante
pelandroni poco perbene.
Pinocchio potrebbe pur presentir pena perpetua!
Parliamone pure: pino partorisce peli!
Porca peppa!
Paludato pellame, pressoché puzzolente pony!
Persone percorso, Pinocchio (puf) penetra pelago procelloso.
Per penosissimi peripli perde pelle puteolente, perviene penetrare pancia
pulsante pantagruelico pescecane. Perlustrandolo persepisce papà,
precedentemente preda prelibata!
"Papà! Perdono!"
"Perdirindina, Pinocchio, prediletto pasticcioncello, pazzarello!"
Padre provvede pasto pesciolini.
Pinocchio paladino, prende padre portandolo per ponderoso palato pesce,
producesi prodezze, paga personalmente, praticamente perisce (pare).
Provvidenziale pulzella poteri paranormali, prodiga Pandora, protegge
Pinocchio per pietà, perora purificazione.
Passati patemi, pienamente pentito, Pinocchio, prosciolto per piccolissimi
peccati, premiato per proba passione, per pia prestazione, permutasi
piacevole putto paffuto.
Paradossale!
Possibile?
125
Pupazzo prima, primate poi?
Proteiforme pargoletto, perenne Peter Pan, proverbiale parabola pressoché
psicoanalitica!
Note:
(1) Mai marinare!
Mangiafuoco malfamato manovratore marionette mangia montoni, mucche,
muffloni (monstruosa merenda) mentre mostra manichini mascherati.
Mamma mia! Meritatamente minaccia masticare mariuolo mentitore. Monello
mortificato mormora meste melensaggini (”Misero me! Mercé, Maestà!”),
minimizza marachelle, menziona malasorte, mendica, muovendo misericordia.
Mangiafuoco, mefistofelico ma mite, mostrase miracolosamente munifico,
magnanimo, molla manciata monete. Marenghi!
(Mascalzoncello
mollerà
melensamente
malloppo
mefitici
malfattori
malandrini… )
(2) Guardali, vedi?
Gatto, volpe.
Gozzoviglianti, versipelli, guatano vili, giovendosi veloci gonzaggine
vagheggini geppetidi vispi.
(3) Fida fatina, fulgente figurina frondosa fluttanti fiordalisi!
Finte
fiere furbacchione frastornavano
felloncello ferito, fascendo
fantasmagoriche farmacopee (faine favoriva febbre furfantello).
Favellasti fervida: “Fiducia! Finora fosti fantoccio, fingevi fanfaluche. Facesti
fiasco. Forza! Fruirai futura figura fanciullo!”.
Fosti fededegna: fenomenalmente, figlio falegname (fortunato filugello) fiorì:
fuoriuscì frugoletto fuoriclasse.
Favola?
Forse.
Filando fievoli fantasie, fiabe fruttificano felicemente fatti.
(U. Eco)
T 128 S. Francesco e il lupo
Del santissimo miracolo che fece santo Francesco, quando convertì il
ferocissimo lupo d'Agobbio.
Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio nel contado di
Agobbio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente
divorava gli animali ma eziandio gli uomini, in tanto che tutti i cittadini stavano
in gran paura, però che spesse volte s'appressava alla città, e tutti andavano
armati quando uscivano della città, come s'eglino andassono a combattere; e
con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per
paura di questo lupo e' vennono a tanto, che nessuno era ardito d'uscire fuori
della terra.
126
Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra,
sì volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel
consigliavano; e facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della
terra egli co' suoi compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio. E
dubitando gli altri di andare più oltre, santo Francesco prese il cammino
inverso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali
erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo
Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli
fa il segno della croce, e chiamollo a sé e disse così: «Vieni qui, frate lupo, io
ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona».
Mirabile cosa a dire! Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il
lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento,
venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a
giacere. E santo Francesco gli parlò così:
«Frate lupo, tu fai molti danni in queste partì, e hai fatti grandi malifici,
guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza; e non solamente
hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d'uccidere uomini fatti alla
immagine di Dio; per la qual cosa tu se' degno delle forche come ladro e
omicida pessimo, e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t'è
nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli
offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né li canti
ti perseguitino più». E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e
di orecchi e con inchinare il capo mostrava d'accettare ciò che santo
Francesco dicea e di volerlo osservare. Allora santo Francesco disse: «Frate
lupo, poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch'io ti farò
dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra,
sicché tu non patirai più fame; imperò che io so bene che per la fame tu hai
fatto ogni male. Ma poich'io t'accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che
tu mi imprometta che tu non nocerai a nessuna persona umana né ad animale,
promettimi tu questo?». E il lupo, con inchinate di capo, fece evidente segnale
che 'l prometteva. E santo Francesco sì dice: «Frate lupo, io voglio che tu mi
facci fede di questa promessa, acciò ch'io me ne possa bene fidare». E
distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su
il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo
Francesco, dandogli quello segnale ch'egli potea di fede.
E allora disse santo Francesco: «Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù
Cristo, che tu venga ora meco sanza dubitare di nulla, e andiamo a fermare
questa pace al nome di Dio». E il lupo ubbidiente se ne va con lui a modo
d'uno agnello mansueto, di che li cittadini, vedendo questo, fortemente si
maravigliavano. E subitamente questa novità si seppe per tutta la città, di che
ogni gente maschi e femmine, grandi e piccoli, giovani e vecchi, traggono alla
piazza a vedere il lupo con santo Francesco. Ed essendo ivi bene raunato
tutto 'l popolo, levasi su santo Francesco e predica loro dicendo, tra l'altre
cose, come per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze, e troppo è
127
più pericolosa la fiamma dello inferno la quale ci ha a durare eternalemente
alli dannati, che non è la rabbia dello lupo, il quale non può uccidere se non il
corpo: «Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta
moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca d'un piccolo animale. Tornate
dunque, carissimi, a Dio e fate degna penitenza de' vostri peccati, e Iddio vi
libererà del lupo nel presente e nel futuro dal fuoco infernale». E fatta la
predica, disse santo Francesco: «Udite, fratelli miei: frate lupo, che è qui
dinanzi da voi, sì m'ha promesso, e fattomene fede, di far pace con voi e di
non offendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì le
cose necessarie; ed io v'entro mallevadore per lui che 'l patto della pace egli
osserverà fermamente». Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo
continuamente. E santo Francesco, dinanzi a tutti, disse al lupo: «E tu, frate
lupo, prometti d'osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda né
gli uomini, né gli animali né nessuna creatura?». E il lupo inginocchiasi e
inchina il capo e con atti mansueti di corpo e di coda e d'orecchi dimostrava,
quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto. Dice santo Francesco:
«Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede di questa promessa fuori della
porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della tua promessa, che tu non
mi ingannerai della mia promessa e malleveria ch'io ho fatta per te». Allora il
lupo levando il piè ritto, sì 'l puose in mano di santo Francesco. Onde tra
questo atto e gli altri detti di sopra fu tanta allegrezza e ammirazione in tutto il
popolo, sì per la divozione del Santo e sì per la novità del miracolo e sì per la
pace del lupo, che tutti incominciarono a gridare al cielo, laudando e
benedicendo Iddio, il quale si avea loro mandato santo Francesco, che per li
suoi meriti gli avea liberati dalla bocca della crudele bestia.
E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio, ed entravasi dimesticamente
per le case a uscio a uscio, sanza fare male a persona e sanza esserne fatto
a lui; e fu nutricato cortesemente dalla gente, e andandosi così per la terra e
per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava drieto. Finalmente dopo due
anni frate lupo sì si morì di vecchiaia, di che li cittadini molto si dolsono,
imperò che veggendolo andare così mansueto per la città, si raccordavano
meglio della virtù e santità di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
(Anonimo)
T 129. Factus quasi agnus ex lupo
Scrittore di ascetica e teologia pastorale, Tobias Lohner (1619-1697) fu rettore nei collegi di
Lucerna e Dillingen e insegnò per molti anni filosofia morale e teologia dogmatica. Compose in
latino varie opere su argomenti utili alla vita religiosa e al sacerdozio. La vicenda di San
Francesco e il lupo è definita fin dall’incipit un evento mirabile et celebri memoria dignum.
Accidit quoddam mirabile, et celebri memoria dignum, apud civitatem Eugubi.
Nam cum adhuc viveret Sanctus Pater Franciscus, erat in territorio eiusdem
quidam lupus terribilis magnitudine corporis, et ferocissimus rabie famis, qui
128
non solum animalia, sed homines et feminas devorabat: ita quod omnes cives
in tanto terrore tenebat, quod omnes ibant muniti, cum egrediebantur terram,
ac si deberent ad bella funesta procedere, nec tamen sic armati valebant dicti
lupi mordaces dentes ac truculentam rabiem evadere, quin eidem per
infortunium obviabant.
Unde tantus terror omnes invasit, quod vix aliquis extra portam civitatis
audebat securus exire. Voluit autem Deus notificare sanctitatem beati
Francisci civibus supra dictis.
Cum ipse beatus Pater tunc temporis esset ibidem compatiens illis, disposuit
exire obviam dicto lupo: cui cives dicebant: “Cave, Pater Francisce, ne portam
exeas: quia lupus, qui iam multos devoravit, penitus te occidet.” Sanctus
autem Franciscus sperans in Domino lesu Christo, qui universae carnis
spiritibus dominatur, non clypeo protectus, vel galea, sed signo Sanctae
Crucis se muniens, exivit portam cum socio, totam fiduciam suam iactans in
Domino. Et sic fidelissimus Pater Franciscus intrepidus exivit ad lupum. Et
ecce multis cernentibus de locis, in quibus ad spectandum ascenderant, lupus
ille terribilis contra Sanctum Franciscum et socium aperto ore cucurrit, contra
quem Sanctus Pater opposuit signum crucis, et tam a se, quam a socio, virtute
divina, lupum compescuit, et cursum retinuit, et os truculenter apertum
conclusit, et demum advocans eum, ait: “Veni ad me, frater lupe, et ex parte
Christi tibi praecipio, quod nec mihi, nec alteri noceas.”
Mirabile dictu, statim facta cruce conclusit os illud terribile; et, facto mandato,
statim se ad pedes sancti, iam factus quasi agnus ex lupo, capite inclinato,
prostravit. Sic autem prostrato ante se, dixit Sanctus Franciscus: “Frater lupe,
tu facis multa damna in partibus istis, et horrenda maleficia perpetrasti,
creaturas Dei sine misericordia destruendo, non solum autem irrationalia
animalia destruis, sed, quod detestationis et audaciae est, occidis et devoras
homines ad imaginem Dei factos: unde tu es dignus horrenda morte mutilari,
tamquarn praedator, et pessimus homicida, propter quod omnes contra te
iuste clamant, et murmurant, et tota ista civitas est inimica. Sed, frater lupe,
ego volo inter te et istos facere pacem, ita quod a te ipsi non laedantur
amplius; et ipsi tibi omnem offensam praeteritam dimittentes, nec homines,
nec canes te amplius persequentur.” Et lupus gestibus corporis, et caudae, et
aurium ac capitis inclinatione, monstrabat illa, quae Sanctus dicebat,
omnimodo acceptare.
Et ait iterum Sanctus Franciscus: “Frater lupe, ex quo tibi placet facere pacem
istam, ego promitto tibi, quod faciam tibi dare expensas quotidie, donec
vixeris, per homines istius civitatis, ita quod numquam famem amplius patieris:
quia ego scio, quod, quidquid male facis, propter famis rabiem facis. Sed,
frater mi lupe, ex quo adquiram tibi talem gratiam, volo, quod tu promittas
mihi, quod numquam aliquod animal, vel hominem laedas: promittis mihi ista?”
Et lupus signum evidens inclinato capite fecit: quod promittebat facere illa,
quae sibi imponebantur a Sancto. Et Sanctus Franciscus ait: “Frater lupe, ego
volo, quod tu des mihi fidem, ut possim evidenter credere, quod promittis.” Et
129
cum extendisset S. Franciscus manum pro recipienda fide, lupus etiam levavit
pedem anteriorem dextrum: et blande, et leniter posuit super manum S.
Francisci, signo, quo poterat, fidem dando.
Tunc Sanctus Franciscus ait: “Frater lupe, praecipio tibi in nomine domini
nostri lesu Christi, quod venias amodo mecum nil dubitans in civitatem, ad
faciendam pacem istam.” Et lupus oboediens statim coepit iter cum S.
Francisco, tamquam mansuetissimus agnus: quod videntes illi de civitate,
coeperunt vehementer mirari, et novitas haec statim per civitatem totam
insonuit: ita quod omnes, tam viri quam mulieres, magni et parvi, ad plateam
simul convenerunt: quia Sanctus Franciscus ibi erat cum lupo. Congregata
igitur populi maxima multitudine, surgens Sanctus Franciscus fecit illis
mirabilem praedicationem dicens, inter alia, quomodo propter peccata tales
pestilentiae permittuntur, et quanto sit periculosior vorax fiamma gehennae
(«Gehenna», luogo di tormenti e punizione eterna), quae habet in aeternum
devorare damnatos, quam rabies lupi, quae non potest occidere nisi corpus, et
quam sit pavendum in barathrum infernale demergi, quando tantam
multitudinem unum parvum animal in tanto pavore et periculo detinebat.
“Revertamini ergo, charissimi, ad Dominum, et facile penitentiam dignam: a
lupo liberabit vos Deus in praesenti; et in futuro a barathro devorante”. Et, his
dictis, ait: “Audite, charissimi, frater lupus, qui hic coram vobis astat, promisit
mihi, et de promissione fidem exhibuit, facere pacem vobiscum, et numquam
vos laedere in aliquo, si tamen vos promittitis sibi quotidie expensas dare, et
ego pro fratre lupo fideiubebo, quod pactum pacis firmiter observabit.” Tunc
omnes ibi congregati cum clamore valido promiserunt lupum nutrire continue.
Et Sanctus Franciscus coram omnibus dixit lupo: “Et tu, frater lupe, promittis
servare pactum istis, scilicet, quod nec animal aliquod, nec personam alicuius
laedas?” Et lupus se ingeniculans, cum inclinatione capitis, et gestibus
corporis, et caudae, et aurium blandimentis, se servaturum pacta promissa
omnibus evidenter ostendit. Et Sanctus Franciscus ait: “Frater lupe, ego volo,
quod, sicut tu de hoc dedisti fidem, cum essemus extra portam, ita, et hic
coram toto populo isto des mihi fidem, quod ista observabis, et in fideiussione
pro te facta minime delinques.”
Tunc lupus levato pede dextero dedit fidem in manu S. Francisci fideiussoris
sui, coram cunctis astantibus, et facta est tanta admiratio, et gaudium omnium
tam pro devotione Sancti, quam pro novitate miraculi, quam insuper pro pace
lupi, et populi, ut omnes clamarent ad sidera, laudantes et benedicentes
Dominum lesum Christum, qui eos, meritis illius Sancti, de ore ferae pessimae
liberavit, et de tam horrenda peste in pace posuit, et quiete. Ex illo igitur die
lupus populo pacta, per Sanctum Franciscum ordinata, servavit, et lupus per
duos annos vivens, et per civitatem ostiatim victitans neminem laedens, nec
ipse laesus ab aliquo, fuit curialiter nutritus. Et mirum est valde, quod
numquam latrabat canis aliquis contra eum. Tandem lupus seniens mortuus
est, de cuius morte cives plurimum doluerunt, quia dicti lupi pacifica et
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benigna patientia, quandocumque per civitatem pergebat, miram S. Francisci
virtutem, et sanctitatem mirificam in memoriam revocabat.
(T. Lohner)
T 130. Come un vero agnello
Angiolo Silvio Novaro (1866-1938), autore di poesie spesso ispirate a temi religiosi, dedica
all'incontro di S.Francesco e il lupo un componimento in endecasillabi (da "Il cestello", 1910).
Viveva un dì, narra un’antica voce
intorno a Gubbio un lupo assai feroce
che aveva i denti più acuti che i mastini
e divorava uomini e bambini.
Dentro le mura piccole di Gubbio
stavano chiusi i cittadini e in dubbio
ciascuno della vita. La paura
non li lasciava uscire dalle mura.
E San Francesco venne a Gubbio, e intese
del lupo, delle stragi, delle offese;
ed ebbe un riso luminoso e fresco,
e disse: "O frati, incontro al lupo io esco!"
Le donne avevano lagrime così
grosse, ma il Santo ilare e ardito uscì.
E a mezzo al bosco ritrovò il feroce
ispido lupo, e con amica voce
gli disse: "O lupo, mio fratello lupo,
perché mi guardi così ombroso e cupo?
Perché mi mostri quegli aguzzi denti?
Vieni un po’ qua, siedimi accosto e senti:
io so che tu fai molto male a Gubbio
e tieni ognuno della vita in dubbio,
e so che rubi uccidi e non perdoni
nemmeno ai bimbi, e mangi i tristi e i buoni.
Orbene ascolta: come è vero il sole,
ciò che tu fai è male. Iddio non vuole!
Ma tu sei buono; e forse ti ha costretto
a ciò la fame. Ebbene, io ti prometto
che in Gubbio avrai d’ora in avanti il vitto:
ma tu prometti essere onesto e dritto
e non dare la minima molestia:
essere insomma una tranquilla bestia.
Prometti dunque tutto questo, di’?"
Il lupo abbassò il capo, e fece: "Sì!"
"Davanti a Dio tu lo prometti?"
E in fede il lupo alzò molto umilmente un piede.
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Allora il Santo volse allegro il passo
a Gubbio, e il lupo dietro, a corpo basso.
In Gubbio fu gran festa, immenso evviva:
scoppiò la gioia, e fino al ciel saliva.
E domestico il lupo entro rimase
le chiuse mura, e andava per le case
in mezzo ai bimbi come un vero agnello,
e leccava la gota a questo e a quello.
E poi morì. E fu da tutti pianto
e seppellito presso il campo santo.
(A.S. Novaro)
T 131. Il lupo di Gubbio
Il cantautore italiano Angelo Branduardi ha pubblicato, nel 2000, un album dal titolo
"L'infinitamente piccolo" che, tra l'altro, contiene un brano dal titolo "Il lupo di Gubbio".
Francesco a quel tempo in Gubbio viveva
e sulle vie del contado
apparve un lupo feroce
che uomini e bestie straziava
e di affrontarlo nessuno più ardiva.
Di quella gente Francesco ebbe pena,
della loro umana paura,
prese il cammino cercando
il luogo dove il lupo viveva
ed arma con sé lui non portava.
Quando alla fine il lupo trovò
quello incontro si fece, minaccioso;
Francesco lo fermò e levando la mano:
”Tu Frate Lupo, sei ladro e assassino,
su questa terra portasti paura.
Fra te e questa gente io metterò pace,
il male sarà perdonato,
da loro per sempre avrai cibo
e mai più nella vita avrai fame
che più del lupo fa l’Inferno paura!”.
Raccontano che così Francesco parlò
e su quella terra mise pace
e negli anni a venire del lupo
più nessuno patì.
“Tu Frate Lupo, sei ladro e assassino,
ma più del lupo fa l’Inferno paura!”
(A. Branduardi)
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Percorso 4 - Anelli magici
Il termine “favola”, si è detto, deriva dal latino fabula, radice del verbo fari, «dire,
raccontare», quindi “racconto”, “narrazione” di vicende inventate con palese intento
moraleggiante ed educativo. Anche il termine “fiaba” rimanda ad un “racconto”
d’invenzione (“favola” e “fiaba” hanno infatti la stessa etimologia), ma esso non
comprende nessuna “morale” esplicitamente dichiarata e, soprattutto, si muove in un
mondo fantastico, popolato da orchi, streghe maligne e dolci fatine, principi azzurri e
castelli incantati, folletti, gnomi e oggetti magici. Un mondo affascinante, che non
cessa di stupire ed ammaliare: si pensi alla vasta diffusione e successo, ieri,
dell’epica cavalleresca, oggi, delle saghe fantasy come “Il Signore degli Anelli” o le
avventure del mago Harry Potter. Così anche la fiaba, o comunque la dimensione
fiabesca, pur immersa in un’atmosfera di fantasia e di magia, riesce a svolgere
implicitamente un prezioso ruolo formativo ed educativo.
Oggetto dotato di poteri straordinari per eccellenza è, fin da tempi lontani, l’anello
magico, che rende invisibili, oppure scatena passioni incontrollabili. Il filosofo greco
Platone ne “La Repubblica” (IV sec. a.C.), riflettendo sul rapporto tra giustizia e
ingiustizia, narra la storia del pastore Gige e dell’anello magico che rende invisibili
(T133). Egli riprende, modificandola e rivestendola di un alone magico, la storia
cupa e assai più realistica del pastore Gige e Candaule (T132), ultimo re di Lidia
della dinastia eraclide, narrata dallo storico greco Erodoto (V sec. a.C.). Nel mondo
romano la storia torna in Cicerone (I sec. a.C.), che nella vicenda di Gige e il magico
anello trova il pretesto narrativo per discutere di ciò che è onesto e ciò che non lo è
(T134). Più tardi, in età rinascimentale, l’anello che rende invisibili è un prezioso
aiuto per Angelica, eroina dell’ “Orlando furioso” di Ariosto (1474-1533), che, grazie
ai suoi poteri, riesce a fuggire da situazioni pericolose o imbarazzanti (T135). Noto
poi col nome di “Unico Anello” o “Anello del Potere” o “Anello Sovrano”, l’anello
magico che rende invisibili è l’elemento centrale del romanzo fantasy lo “Hobbit”
(1937) e soprattutto della trilogia “Il Signore degli Anelli” (1954-1955) di J.R.R.
Tolkien (1892-1973): concretizzato fisicamente nell’Anello (T136), torna il tema dello
scontro fra bene e male, fra giusto e ingiusto, di platonica memoria. Di un anello
magico dotato di proprietà incantatrici parla anche una vecchia leggenda medievale
che riguarda Carlo Magno, ripresa da Italo Calvino (1923-1985) in una delle sue
“Lezioni americane” (1985). In questa vicenda (T137) il vero protagonista è l’anello
magico, perché è l’anello che muove le azioni dei personaggi, determinandone affetti
e relazioni: la loro vita stessa, insomma.
133
T 132. Gige e Candaule
134
(Erodoto)
T 133. L’anello magico di Gige
[Aggiungi: "Si racconta che…"]
135
(Platone)
T 134. L’anello di Gige e l’onestà
Satis enim nobis, si modo in philosophia aliquid profecimus, persuasum esse
debet, si omnes deos hominesque celare possimus, nihil tamen avare, nihil
iniuste, nihil libidinose, nihil incontinenter esse faciendum. Hinc ille Gyges
inducitur a Platone, qui cum terra discessisset magnis quibusdam imbribus,
descendit in illum hiatum aeneumque equum, ut ferunt fabulae, animadvertit,
cuius in lateribus fores essent; quibus apertis corpus hominis mortui vidit
magnitudine invisitata anulumque aureum in digito; quem ut detraxit, ipse
induit - erat autem regius pastor - , tum in concilium se pastorum recepit. Ibi
cum palam eius anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem
omnia videbat; idem rursus videbatur, cum in locum anulum inverterat. Itaque
hac oportunitate anuli usus reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem
dominum interemit, sustulit quos obstare arbitrabatur, nec in his eum
facinoribus quisquam potuit videre. Sic repente anuli beneficio rex exortus est
Lydiae. Hunc igitur ipsum anulum si habeat sapiens, nihil plus sibi licere putet
peccare, quam si non haberet; honesta enim bonis viris, non occulta
quaeruntur.
(Cicerone)
T 135. Angelica diventa invisibile
Giovane, bionda e bellissima, Angelica è un’eroina sempre in fuga, inafferrabile oggetto del
desiderio di nobili e cavalieri, che cercano inutilmente di raggiungerla. Simbolo della passione
incantata che spesso attira gli uomini verso ciò che è vano e sfuggente, ella detiene un anello
dai poteri magici: messo in bocca, esso rende invisibili, portato al dito dissolve gli incantesimi
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che popolano il mondo della narrazione cavalleresca. In questo passo Angelica, resa invisibile
dall'anello magico (“sel vede”, “se lo - l’anello - vede”) sottratto a Ruggiero, riesce a sfuggire al
giovane guerriero, trovando rifugio presso un pastore.
Or che sel vede, come ho detto, in mano,
sì di stupore e d'allegrezza è piena,
che quasi dubbia di sognarsi invano,
agli occhi, alla man sua dà fede a pena.
Del dito se lo leva, e a mano a mano
sel chiude in bocca: e in men che non balena,
così dagli occhi di Ruggier si cela,
come fa il sol quando la nube il vela.
Ruggier pur d'ogn'intorno riguardava,
e s'aggirava a cerco come un matto;
ma poi che de l'annel si ricordava,
scornato vi rimase e stupefatto:
e la sua inavvertenza bestemiava,
e la donna accusava di quello atto
ingrato e discortese, che renduto
in ricompensa gli era del suo aiuto.
- Ingrata damigella, è questo quello
guiderdone (dicea), che tu mi rendi?
che più tosto involar vogli l'annello,
ch'averlo in don? Perché da me nol prendi?
Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snello
e me ti dono, e come vuoi mi spendi,
sol che 'l bel viso tuo non mi nascondi.
Io so, crudel, che m'odi, e non rispondi. Così dicendo, intorno alla fontana
brancolando n'andava come cieco.
Oh quante volte abbracciò l'aria vana,
sperando la donzella abbracciar seco!
Quella, che s'era già fatta lontana,
mai non cessò d'andar, che giunse a un speco
che sotto un monte era capace e grande,
dove al bisogno suo trovò vivande.
Quivi un vecchio pastor, che di cavalle
un grande armento avea, facea soggiorno.
Le iumente pascean giù per la valle
le tenere erbe ai freschi rivi intorno.
Di qua di là da l'antro erano stalle,
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dove fuggìano il sol del mezzo giorno.
Angelica quel dì lunga dimora
là dentro fece, e non fu vista ancora.
(L. Ariosto)
T 136. La poesia dell’Anello
Breve componimento in otto versi rimati tra loro, la “poesia dell’Anello” appartiene al romanzo
fantasy “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. Per controllare le tre principali razze della
Terra di Mezzo, e quindi il mondo intero, il Nemico creò venti Anelli del Potere, tra cui l'Unico
Anello. Di fatto la composizione della poesia precede la stesura del romanzo stesso e forse è
da ricondurre allo “Hobbit”, il romanzo nel quale l’Anello magico compare per la prima volta.
«Three Rings for the Elven-kings under the sky,
Seven for the Dwarf-lords in their halls of stone,
Nine for Mortal Men doomed to die,
One for the Dark Lord on his dark throne
In the Land of Mordor where the Shadows lie.
One Ring to rule them all, one Ring to find them,
One Ring to bring them all and in the darkness bind them
In the Land of Mordor where the Shadows lie.»
(J.R.R. Tolkien)
T 137. L’anello dell’amore
Secondo un’antica leggenda, l’imperatore Carlo Magno si innamorò in tarda età di una giovane
ragazza tedesca, dalla quale non volle separarsi neppure da morta. Turpino, l’arcivescovo di
Reims e consigliere di Carlo Magno, scoprì che l'amore per la giovane era causato da un anello
magico ritrovato sotto la lingua del cadavere, perciò lo tolse al corpo della ragazza e lo tenne
con sé; così Carlo Magno si innamorò dell’arcivescovo. Imbarazzato dalla situazione, Turpino
gettò l'anello nel lago di Costanza, ma il vecchio imperatore, innamoratosi del lago, non volle
più allontanarsi dalle sue rive. La leggenda è narrata da Italo Calvino.
«Comincerò raccontandovi una vecchia leggenda. L’imperatore Carlomagno in
tarda età s’innamorò d’una ragazza tedesca. I baroni della corte erano molto
preoccupati vedendo che il sovrano, tutto preso dalla sua brama amorosa, e
dimentico della dignità regale, trascurava gli affari dell’Impero. Quando
improvvisamente la ragazza morì, i dignitari trassero un sospiro di sollievo, ma
per poco: perché l’amore di Carlomagno non morì con lei. L’imperatore, fatto
portare il cadavere imbalsamato nella sua stanza, non voleva staccarsene.
L’arcivescovo Turpino, spaventato da questa macabra passione, sospettò un
incantesimo e volle esaminare il cadavere. Nascosto sotto la lingua morta, egli
trovò un anello con una pietra preziosa. Dal momento in cui l’anello fu nelle
mani di Turpino, Carlomagno si affrettò a far seppellire il cadavere e riversò il
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suo amore sulla persona dell’arcivescovo. Turpino, per sfuggire a
quell’imbarazzante situazione, gettò l’anello nel lago di Costanza. Carlomagno
s’innamorò del lago e non volle più allontanarsi dalle sue rive.
Questa leggenda “tratta da un libro sulla magia” è riportata, ancor più
sinteticamente di quanto non l’abbia fatto io, in un quaderno d’appunti inedito
dello scrittore romantico francese Barbey d’Aurevilly. Si può leggerla nelle
note dell’edizione della Pléiade delle opere di Barbey d’Aurevilly. Da quando
l’ho letta, essa ha continuato a ripresentarsi alla mia mente come se
l’incantesimo dell’anello continuasse ad agire attraverso il racconto.»
(I. Calvino)
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