Pride Rivista mensile - Autorizzazione del tribunale di Milano n.351 del 7-5-1999 - Direttore responsabile: Giovanni Dall'Orto. Distribuzione gratuita in tutti i locali (in edicola o libreria euro 2,5). Trasporto esonerato da DDT ai sensi del DPR n.472 del 14-8-1996
IL MENSILE
GAY ITALIANO
Copia gratuita
( € 2,5 in edicola e libreria)
n. 96 GIUGNO 2007
roma
Tutti al pride
interviste
Miguel Bosè
Cinema
Festival a Milano
2
pride
giugno 07
3
giugno 07
pride
96
4
Giugno 2007
Copertina di GiovanBattista Brambilla
6
9
10
13
17
21
25
29
Antonio Malvezzi
Gianni Rossi Barilli
Paolo Belmonte
Francesco Belais
Gianni Rossi Barilli
Ivano Barocci
Stefano Bolognini
32
38
46
49
53
55
58
60
62
64
66
68
70
72
Antonio Malvezzi
Marco Albertini
Mau Longo
Pigi Mazzoli
GiovanBattista Brambilla
Carmine Urciuoli
Francesco Belais
Francesco Gnerre
Vincenzo Patanè
Roberto Cangioli
Fabio e Gabriele
Massimo Basili
75
78
86
Giovanni Dall’Orto
Family gay
Queer Cannes
Arci/stufi
Cinema, e altre scoperte
Da Bosè a Mina
Parole in movimento
Porno senza filtro
Gay rider
Cronaca Italia
Cronaca estero
Da Barbette a Moira
Fag and fuck
Ai confini del moderno
Orgoglio ateo
Memoranda
Internet
Vita notturna
Libri
Cinema
Musica
Viaggiare low-cost
Fumetti
Annunci
Lettere
Non stanno vincendo
Edito da Pride_società cooperativa > Amministratore unico_Frank Semenzi > Direttore responsabile_Giovanni Dall’Orto
Vicedirettore_Gianni Rossi Barilli > Art director_Marco Burzoni > Segreteria di redazione_Veruska Sabucco.
Stampato dal Centro Arti Grafiche di Fino Mornasco (CO).
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u
pride
ottobre 06
La prenotazione di spazi pubblicitari deve avvenire entro il giorno 5 del mese precedente la pubblicazione (ad esempio: il 5
gennaio per il numero di febbraio). I comunicati stampa (anche per l’aggiornamento della guida ai locali gay d’Italia e per l’agenda)
e le grafiche pubblicitarie devono pervenire in redazione entro il giorno 10 del mese precedente la pubblicazione (ad esempio:
il 10 gennaio per il numero di febbraio). Non si garantisce la pubblicazione di quanto prenotato o pervenuto oltre tali date.
5
giugno 07
pride
6 attualità+cultura
Il pride nazionale del 16 giugno è un banco di prova
importante per la comunità glbt. L’appuntamento non a
caso è a piazza San Giovanni, per estirpare l’intolleranza
seminata dal Family day.
Family
gay
PRIDE 2007
16 GIUGNO > ROMA (naz
ionale)
23 GIUGNO > MILANO
7 LUGLIO > CATANIA
Disegno di Massimo Basili
Da quattro mesi si sapeva che il pride nazionale di
quest’anno doveva svolgersi a Roma il 9 giugno. Poi
però il presidente degli Stati uniti George W. Bush ha
annunciato una sua visita nella capitale (e in Vaticano)
proprio in quella data. Così gli organizzatori
dell’evento glbt hanno saggiamente deciso di slittare
di una settimana per evitare scomode coincidenze
con il blitz presidenziale.
La novità più interessante riguarda però il percorso
e in particolare il punto d’arrivo della parata glbt:
proprio quella piazza San Giovanni in cui il 12 maggio
si sono radunate le truppe cattoliche del Family day,
decise a sbarrare la strada ai già defunti Dico in nome
della supremazia morale eterosessuale.
È ovvio che a questo punto qualcosa conterà anche
il colpo d’occhio e che non ci si può permettere
di riempire a metà la piazza. Per fare la debita
figura si dovrà essere davvero in tanti. Il comitato
organizzatore del pride ne è consapevole, ma si
dichiara fiducioso sul fatto che le parole d’ordine della
manifestazione (parità, dignità, laicità) “spingeranno in
piazza centinaia di migliaia di persone”. L’idea è quella
di “una manifestazione aperta a tutti i soggetti politici,
sociali e culturali del paese che condividono la necessità
di costruire una proposta laica”. Un “appuntamento
di popolo, in cui siano presenti tutti i colori e tutte le
pluralità”. Qualcosa di ben diverso, in pratica, dal
Family day, che pure è stato un discreto successo dal
pride
giugno 07
punto di vista dei numeri. La stessa differenza che c’è
tra la costruttiva richiesta di nuovi diritti e la sterile
negazione di quelli altrui.
Le orde del papa piazza San Giovanni l’hanno
comunque riempita, intonando le campane a
morto per i Dico e per i diritti glbt in generale.
Mentre la contrapposta manifestazione indetta in
contemporanea da Coraggio laico in piazza Navona
non ha potuto competere sul piano dei numeri.
All’indomani del Family day, la nave affondata dei
Dico è stata abbandonata da tutti i passeggeri e
la discussione sui diritti delle coppie di fatto è
ulteriormente scesa di livello.
Visto che in parlamento, per l’impossibilità di
prevalere al senato, non ci sono i numeri per
approvare neppure i miseri Dico, l’idea di cercare
un accordo con la destra dialogante (se c’è) ha fatto
scivolare il dibattito su un agile maquillage del codice
civile che renda possibile stipulare contratti privati
alle coppie non sposate.
Il segretario dei Ds Fassino si è detto disposto a
contrattare anche su questo, purché vengano garantiti
dei diritti. Il ministro dell’interno Giuliano Amato,
invece, ha fatto presente che bisogna tenere conto
anche di chi “non ha la fortuna” di farsi una famiglia
regolare. Oltre il danno, come si suol dire, la beffa.
Fassino ha comunque assicurato che il suo partito
sarà al pride di Roma. E se ci farà un salto lui stesso
potrà constatare direttamente che le rivendicazioni
della comunità glbt vanno un po’ oltre le anguste
prospettive loro concesse dalla politica italiana. Si
parla di estendere il matrimonio civile alle coppie
omosessuali e di riconoscere la genitorialità
delle famiglie gay e lesbiche, di varare leggi
antidiscriminatorie e di combattere l’omofobia con
gesti concreti da parte delle istituzioni. Un bel po’ di
roba, che non ha per il momento la minima speranza
di tradursi in realtà.
Al momento possiamo permetterci solo una
rissa intragovernativa nata dal rifiuto del ministro
Bindi di invitare le associazioni delle famiglie glbt
alla conferenza nazionale sulla famiglia convocata a
Firenze a fine maggio.
Questa evidente esclusione ideologica ha provocato
una reazione a catena, spingendo l’ala sinistra della
maggioranza di governo ad attaccare la Bindi e a
boicottare la conferenza di Firenze. In testa alla lista
dei contestatori il ministro della solidarietà sociale
Paolo Ferrero, che ha comunicato la propria
defezione in segno di solidarietà con le associazioni
discriminate, subito imitato da numerosi esponenti
politici della sinistra laica.
Stiamo ancora a discutere sulla liceità dell’apartheid.
E con questo dilemma ci avviamo sulla strada di
San Giovanni, per giocarci almeno la speranza di un
futuro.
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giugno 07
pride
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pride
giugno 07
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cultura+attualità
9
Un memorabile weekend
sulla Croisette per il
60esimo Festival di Cannes,
davvero gay non tanto per i
film presentati quanto
per la frequentazione
decisamente queer.
Antonio Malvezzi
“Una Norimberga culturale su larga scala” la definisce
James Ballard (nel suo feroce romanzo Super
Cannes) per il potere di condizionare le carriere
di registi e attori. Ma questa è la Croisette, bellezza.
Ed è soprattutto una grande festa. Quando si ha
l’occasione di celebrare le nozze di diamante con il
cinema, come perdersi un evento succulento come
il Festival di Cannes?
Ci proiettiamo quindi sulla leggendaria cittadina
della Costa Azzurra per un weekend sfrenato tra
preziosi distillati del miglior cinema mondiale ed
esibizionismi chic a manetta. Ecco un piccolo “best
of” di quest’avventura che si è rivelata davvero
molto, ma molto queer.
No Moretti? No party!
La festa italiana più glamour ed elegante è l’esclusivo
party di Nanni Moretti sulla terrazza Martini
della spiaggia “Gray D’Albion”, per la presentazione
del 25esimo Torino Film Festival di cui è il nuovo
direttore.
Il meglio della vipperia italiana cinematografica in
grande lustro: i potenti dei festival (Muller, Barbera,
Della Casa e via dicendo), tutta la stampa anche
gay che conta e soprattutto lui, l’amatissimo Nanni,
intorno a cui si crea istantaneamente uno sciame
di telecamere e flash da far invidia a una superstar
americana. Memorabili Wim Wenders con lungo
capello argenteo e un superqueer Michael Cimino
che sembrava Yoko Ono, con tanto di occhialoni
scuri e ciuffo ribelle. Il più bello della serata?
Andrea Occhipinti con copricapo blu scuro, ma
anche l’emergente Elio Germano non scherzava.
Oui, je suis gai...
Qui si “becca” con una facilità impressionante.Vista
la bellezza internazionale diffusa anche la qualità è
decisamente alta.
I posti consigliati sono lo storico locale “Zanzibar”
in Rue d’Antibes, uno dei più antichi di Francia (è
stato aperto nel 1885!), dove dopo le proiezioni
staziona la crème degli accreditati gay al Festival.
Meno frequentato l’adiacente “Pink”, un nuovo
locale tutto rosa e bianco.
Ma il posto migliore dove “cuccare” restano le
moltissime feste sulla Croisette, sempre stracolme
di attori e membri delle troupes cinematografiche.
Consigliate anche le eleganti hall del Carlton e del
Martinez.
Lesbiche alla riscossa
Quest’anno a Cannes sono loro a mettere da parte
i “colleghi” maschi (i film gay sono pochi) e a fare
bella figura sul grande schermo. Molto applaudito
il sensibile ritratto di tre ragazzine appassionate
di nuoto sincronizzato nel delicato Naissance des
pieuvres (“Nascita delle piovre”), notevole opera
prima di Céline Sciamma. Perturbante la scena
in cui la protagonista bionda chiede di perdere
la verginità con l’amica perché subito dopo deve
andare a letto col fidanzato ignaro del fatto che
lei sia illibata.
Un altro triangolo tra donne ma in chiave di
commedia anche in Porno! Melo! Drama! di Heesook
Sohn, e un sottotesto saffico tra Natalie Portman e
Norah Jones nello stucchevole film di apertura My
blueberry nights di Wong Kar-Wai.
Varie signore ingioiellate un po’ turbate si agitavano
sulle poltrone in velluto del Noga Hilton.
L’aristocrazia del pass
Paradossalmente, a Cannes, la vera aristocrazia non
è dettata tanto dalle limousine lunghe dieci metri o
dai costosissimi abiti da sera esibiti, quanto piuttosto
dal colore dell’accredito. Se hai quello tutto bianco
sei una specie di semidio che ha accesso ovunque,
se sei rosa con pastiglietta candida vieni trattato
con estrema deferenza. Per gli altri sono code
eterne e insolubili enigmi topologici per districarsi
in quel labirintico paese dei balocchi che è il Palais
des Festival, in realtà un bunker organizzato con
regole rigidissime.
Ma la terrazza vista mare dell’avveniristico e
colorato “Club” con comodi divanetti merita
assolutamente una visita.
Carcerato malandrino!
Il personaggio gay più curioso è indubbiamente
il carcerato che divide la cella col protagonista,
insieme ad altri due galeotti, nel gioiellino di Kim
Ki-Duk in concorso, il lirico Breath. Follemente
innamorato del protagonista, che accarezza in
continuazione, si scatena in tremende scene di
gelosia quando l’ex fidanzata mezza pazza gli fa
visita, cercando di consolarlo con improbabili
numeri musicali in una stanzina che rifodera
continuamente con un’improbabile tappezzeria
colorata che riproduce panorami naturali.
Finale superqueer che non vi riveliamo.
Adesso anche la zoofilia
Qui l’ultima moda in fatto di sesso è la
cosiddetta “bestiality”, i rapporti con
animali, rilanciati senza alcuna pruderie nel
documentario più bizzarro del festival,
l’ipnotico Zoo di Robinson Devor sulla
storia vera di un ingegnere di Seattle con
moglie e bambino, tutto casa e famiglia,
trovato morto nel luglio 2005 col colon
sfondato da uno stallone arabo. Senza
indagare sui particolari morbosi del
caso, il regista americano realizza un film
onirico d’atmosfera, che cerca di spiegare
l’attrazione che provano alcuni zoofili per
cavalli e tori, senza mostrare alcunché
di esplicito ma ricostruendo gli incontri
organizzati su internet da queste persone.
giugno 07
pride
10 attualità+cultura
La maggiore associazione del movimento glbt italiano cambia
rotta con il XII congresso. Finito il tempo dei compromessi,
per evidente mancanza di risultati, Arcigay torna a chiedere
tutto. A cominciare dal matrimonio.
Arci/stufi
Gianni Rossi Barilli
Il paradosso dell’ultimo congresso Arcigay, che si
è svolto a Milano tra l’11 e il 13 maggio, è forse
essere riusciti contemporaneamente a ricevere
i massimi riconoscimenti politici formali e a
registrare la sostanziale resa della politica riguardo
all’approvazione di una buona legge che riconosca
le coppie omosessuali in questa legislatura. Le tre
più alte cariche dello stato, con il presidente della
repubblica Giorgio Napolitano in testa, hanno
inviato al congresso i loro auguri, sottolineando
l’importanza di garantire, in base al dettato
costituzionale, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
I segretari dei due maggiori partiti della sinistra,
Piero Fassino dei Ds ed Enrico Giordano
del Prc, ci sono addirittura andati di persona,
insieme alle ministre Barbara Pollastrini e
Emma Bonino, applauditissime, e al segretario
dello Sdi Boselli.
È in questa eletta compagnia che al presidente
uscente di Arcigay Sergio Lo Giudice è
toccato, introducendo i lavori del congresso, fare
il notaio del nulla che si è ottenuto dopo un anno
di governo del centrosinistra e dell’ancor meno
che ci prospetta il futuro. “Se il centrosinistra non
ha i numeri per approvare la legge”, ha osservato
Lo Giudice, “lo dica e combatteremo insieme per
raggiungere l’obiettivo. Ma non possiamo più accettare
che la sinistra metta in discussione il nostro diritto
all’uguaglianza”.
La parola d’ordine d’ora in avanti sarà “uguale
dignità, uguali diritti. E se questo vuol dire che dovremo
batterci per il matrimonio e l’adozione, la politica dovrà
confrontarcisi”.
Del resto il perentorio “Siamo famiglie” messo
nello slogan del congresso già spiega la nuova aria
che tira.
La nuova linea dell’associazione, come ci spiega
il neopresidente Aurelio Mancuso, passa
attraverso la completa autonomia da logiche
di partito o di schieramento per perseguire il
traguardo della piena parità di diritti. “È arrivato il
momento”, afferma Mancuso, “di prendere atto che
per ora non è possibile avanzare sul terreno legislativo
per quanto riguarda le nostre questioni.
Un piccolo segnale in cui possiamo ancora sperare è
l’approvazione del pacchetto antiviolenza che estende
la legge Mancino ai crimini motivati dall’odio omofobico,
ma sul tema delle coppie non c’è una proposta alla
quale possiamo dire di sì.
Non voglio più discutere di Dico ma di pari diritti.
Noi rivendichiamo una pluralità di istituti giuridici
pride
giugno 07
a disposizione delle coppie anche omosessuali,
tra cui il matrimonio. Del resto questo governo e
questo centrosinistra non sono in grado di formulare
una proposta all’altezza della situazione. Anzi,
l’impazzimento e il progressivo cedimento alle pretese
conservatrici sono sempre più evidenti. Dai Pacs siamo
passati ai Dico e adesso si discute di modifiche del
codice civile per accontentare ulteriormente i cattolici e
cercare un accordo in parlamento.
Il discorso non ci interessa più. Noi siamo impegnati su
altro, e credo che il nostro compito sia quello di rivolgerci
alla comunità glbt e alla società italiana per stringere
alleanze. È qui che dobbiamo rafforzarci, estendendo la
presenza lgbt nel paese. Ci sono città anche importanti
dove ancora non esistiamo e molte realtà periferiche
lasciate a se stesse.
Dobbiamo impegnarci molto sul tema della visibilità
per non essere più considerati una categoria marginale
e per battere l’omofobia. Estendere la rete dei servizi
e radicarci nel territorio per vincere una battaglia
culturale difficile. Non dimentichiamo che in Italia le
posizioni della sinistra sui diritti glbt sono più arretrate
di quelle della media delle destre europee, mentre la
destra è tra le più oscurantiste del continente”.
Riccardo Gottardi
Aurelio Mancuso
Al congresso di Milano si è arrivati con una doppia
candidatura alla presidenza dell’associazione. Oltre
a quella di Aurelio Mancuso c’era infatti anche quella
dell’avvocato Ezio Menzione, che si è ritirato
prima di arrivare a un voto avendo raggiunto un
accordo soddisfacente con la componente di
maggioranza. “È stata una bella esperienza, un buon
dibattito”, commenta Menzione. “Ora vedremo alla
prova dei fatti se quegli elementi che siamo riusciti a
far passare nel documento unitario finale transiteranno
in concreto nella politica di Arcigay.
Siamo comunque soddisfatti perché molti dei nostri
contenuti sono stati recepiti: dall’autonomia dai partiti
all’attenzione privilegiata ai movimenti”.
Oltre al nuovo presidente Mancuso, il congresso ha
eletto come nuovo segretario nazionale Riccardo
Gottardi, attuale co-presidente di Ilga-Europe.
Per garantire meglio l’autonomia politica
dell’associazione è stata anche introdotta la regola
dell’incompatibilità tra i ruoli di presidente e
segretario nazionale di Arcigay e l’assunzione di
cariche pubbliche, partitiche o sindacali.
L’ex presidente Sergio Lo Giudice è stato nominato
presidente onorario, come già l’ex presidente
Franco Grillini, oggi parlamentare della sinistra
democratica.
Sergio Lo Giudice
11
giugno 07
pride
12
pride
giugno 07
cultura+attualità
13
A che punto sta sul pianeta terra
l’appassionante avventura delle identità
glbt? Ci offre interessanti indicazioni in
proposito il ventunesimo festival di cinema
gay lesbico di Milano, al Teatro Strehler
dall’1 al 7 giugno.
Cinema, e altre scoperte
Paolo Belmonte
The bubble
Il tema di quest’anno è la scoperta. Dell’amore, della drammatica realtà della vita,
della resistenza umana e politica e di molto altro nella caleidoscopica varietà delle
esistenze glbt.“Come in un viaggio”, spiegano i curatori della rassegna,“che non ha la
pretesa di scoprire nuove terre. Ma nuovi occhi”.
Una definizione che calza a pennello a uno dei principali titoli in cartellone, su cui
vale la pena di soffermarsi: The bubble di Eytan Fox. Reduce dal Togay di Torino,
dove è stato acclamato dal pubblico come miglior lungometraggio, l’ultimo lavoro
di questo straordinario regista israeliano è approdato a Milano, da dove poi si spera
possa proseguire per raggiungere platee più di massa.
La terra di cui parla, Israele/Palestina, non è certo nuova né tantomeno poco
esplorata. Ma lo sguardo con cui Fox la affronta rivela prospettive che sono insieme
inusuali e di grande forza persuasiva.
Come i suoi film precedenti, Yossi & Jagger e Walk on water, The bubble mette
in scena il dramma dell’esistenza dei giovani israeliani di oggi alle prese con la
pesantissima zavorra dei conflitti ereditati dalla storia e con l’urgenza di vivere
comunque una vita normale.
Così Noam, Lulu e Yelli, i protagonisti, abitano nell’ultramoderna Tel Aviv, detta “la
bolla” (da cui il titolo) per la sua caratteristica di mondo a parte sospeso sul
guazzabuglio mediorientale, sforzandosi di far finta di niente. Di vivere insomma
come i ragazzi di qualunque metropoli contemporanea nel dolce turbinio garantito
dalla molteplicità degli stimoli sociali. Quel che c’è intorno alla bolla sembra non
interessante, come se non avesse alcuna influenza sulla loro vita. Eppure è proprio
al di fuori di questo magico quanto permeabile cerchio che Noam incontra l’amore.
A un check point dove presta servizio come soldato della riserva si imbatte in
Ashraf, il giovane palestinese che il destino aveva in serbo per lui.
Da qui prende avvio una storia che fa credere ai personaggi, e a chi li osserva
dall’altro capo dello schermo, che l’amore possa davvero cambiare il mondo. Finché
il mondo non presenta il suo conto distruttivo inghiottendo in un solo boccone
sogni e progetti. Il tutto raccontato con una sensibilità coinvolgente che dà corpo
a quegli occhi nuovi che sono certamente necessari per guardare con un po’ di
speranza a situazioni apparentemente senza via d’uscita.
Cosa c’è infatti di più eccentrico e inedito, nel contesto dato, della storia d’amore
tra un ragazzo israeliano e un ragazzo palestinese? Quella di Romeo e Giulietta,
per i tabù che infrangeva, potrebbe apparire in confronto come una vicenda tutto
sommato banale. Ma proprio il carattere trasgressivo di questo amore, rispetto ai
consueti valori di riferimento, approfondisce il senso di assurdità suscitato da una
guerra orrenda e senza fine. Lasciando intendere che sì, l’amore aiuterebbe molto
a cambiare prospettiva... se solo fossimo disposti a crederci.
La selezione festivaliera prosegue con una serie di lungometraggi che girano tutti
intorno alle emozioni dell’adolescenza e della prima giovinezza, luogo privilegiato
dell’esplorazione del nuovo nel cliché culturale. Come Un jour d’été di Franck
Guérin, storia della romantica amicizia tra due ragazzi nella campagna francese,
o come Dogma 41: lonely child del canadese Pascal Robitaille, che nel solco
della teoria cinematografica di Lars von Trier racconta con la videocamera in spalla
scene da una giovinezza amorosa dei nostri giorni.Temi classici, per non dire antichi,
trattati con stili assolutamente contemporanei.
Come pure Wild tigers I have known dello statunitense Cam Archer, che ci fa
giugno 07
pride
14 attualità+cultura
riscoprire un dato di fatto del tutto oscurato in questi tempi di caccia alle streghe
pedofile, cui fa da contraltare la strenua negazione ideologica della sessualità di
chi ancora adulto non è: anche prima dei diciott’anni si può amare a desiderare
fisicamente qualcuno. E perfino un ragazzo più grande. Nel caso specifico si tratta
però di un etero, per la disperazione del precoce protagonista del film che pur di
non rinunciare alle speranze di conquista si inventa un alter ego femminile travestito
di tutto punto. Il che condurrà fatalmente a imbarazzanti rivelazioni.
Le scoperte, nel mondo che ci circonda, possono comunque essere di tanti tipi.
Si può per esempio venire a sapere che l’acronimo Cia non nasconde soltanto
le misteriose trame del servizio segreto più tentacolare del pianeta, ma anche le
ben più divertenti e liberatorie imprese di Clitoridi In Azione, un arrabbiatissimo
gruppo lesbo-femminista in lotta contro lo sfruttamento del corpo delle donne
da parte della moda anoressica e della chirurgia estetica. È quello che succede
ad Anna nel travolgente Itty bitty titty committee (Comitato tettine piccine
picciò) di Jamie Babbit, che ci parla di un’America lontana anni luce dalle torve
atmosfere ufficiali dell’era Bush.
Oppure, di ritorno da un viaggio in Nordafrica, si può scoprire un giovane
marocchino nascosto nel bagagliaio dell’auto, come capita a Mara e Anna in
Riparo-Anis tra di noi di Marco Simon Puccioni. Le due donne si troveranno
così coinvolte in una vicenda che avrà imprevedibili conseguenze sul loro menage
vissuto nell’inquietante nordest italiano.
O ancora, si può desiderare a tutti i costi di scoprire le proprie radici, verse o
false che siano, come accade al protagonista di Comme des voleurs (à l’Est) di
Lionel Baier, che dal tran tran senza scosse di un’esistenza da bravo gay lavoratore
e accoppiato si catapulta verso un’“originaria” Polonia in compagnia di una giovane
immigrata polacca che decide di sposare.
Una vasta gamma di sorprese, insomma, tra cui non vanno dimenticate neppure
quelle con cui si trova alle prese Ottar, un asso del calcio islandese il cui mondo
si capovolge in seguito alla scelta di fare coming out, nel film Eleven men out di
Robert Douglas.
Come sempre, il festival propone numerose chicche cinematografiche anche nelle
sezioni dedicate ai cortometraggi e ai documentari. Tra questi ultimi spiccano
Wrestling with angels di Freida Lee Mock, dedicato alla vita e all’opera di Tony
Kushner, drammaturgo e autore della mitica serie Angels in America, e No magic
bullet, un documentario britannico sui più attuali sviluppi delle problematiche
sociali legate alla diffusione dell’Hiv tra gli uomini gay.
Oltre a ciò che si può vedere nella confortevole sala del Teatro Strehler c’è poi una
messe di eventi e situazioni collaterali che cresce di anno in anno.A cominciare dai
dj set ospitati nello spazio antistante il teatro, per proseguire con le presentazioni
di libri, quest’anno organizzate in un salotto letterario gestito da Diego e La Pina,
conduttori di Radio Dee Jay.
Non poteva infine mancare un adeguato festeggiamento per la notte bianca del
2 giugno, che coinvolge tutta Milano, e che anche al festival va avanti fino alle ore
piccole con suggestioni electro-house e con la consegna del premio Queen of
comedy 2007 a Sandra Milo, già musa felliniana e oggi applaudita protagonista a
teatro di Otto donne e un mistero, versione per il palcoscenico dell’omonimo film
di François Ozon.
Ventunesimo festival di cinema gay lesbico
di Milano. Teatro Strehler, dall’1 al 7 giugno
Alcune immagini
dei film presentati
quest’anno al festival
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cultura+attualità
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Miguel Bosè racconta a
“Pride” il suo nuovo album
con Ricky Martin, Shakira,
Laura Pausini, Mina... E parla
dei diritti civili dei gay: se
non arriveranno anche in
Italia il suo suggerimento è
sciopero fiscale!
Francesco Belais
[email protected]
Milano. Miguel Bosè è in Italia per la promozione del
suo nuovo disco, Papito (Warner), uscito l’11 maggio
in tutti i negozi di dischi.
Il cantante celebra così trent’anni di carriera e
ricanta in duetto i suoi maggiori successi con i più
grandi nomi delle musica latina internazionale e
non solo: Ricky Martin, Shakira, Noa, Laura Pausini,
Michael Stipe dei R.E.M., Alejandro Sanz, Alaska dei
Fangoria, Paulina Rubio, persino la grande Mina.
Devo ammettere che nella mia adolescenza sono
stato un fan del bel Miguel Bosè: erano i primi anni
’80, i suoi album Chikas e Miguel dominavano le hit
parade e le ragazzine andavano pazze per questa
giovane promessa della musica.
Sebbene non fossi proprio una ragazzina, anch’io
andavo pazzo per lui (chissà come mai?!) ed il suo
poster mi vegliava ogni notte dalle pareti della mia
cameretta. Al pensiero di incontrarlo di persona,
anche dopo così tanti anni, sono un po’ emozionato.
Miguel mi aspetta in una suite dell’hotel Principe
di Savoia. La sua è una giornata densa d’impegni,
tra interviste, radio e televisioni, ho solo quindici
minuti... riuscirò a fargli tutte le domande che ho
in mente?
Mi fa accomodare su un divano, devo dire che con
l’età non ha proprio perso il suo fascino, anzi, forse
adesso è ancora più interessante di allora.
Gli consegno una copia di “Pride” e mi presento.
“Questo giornale è in vendita”, mi chiede Miguel, “o
è come ‘Shangay’ (rivista gay spagnola. ndr) che viene
distribuito gratuitamente?”...
Miguel, questo disco è un progetto molto
ambizioso: hai messo insieme il meglio
della musica latina internazionale,
collaborando con i più grandi nomi. Ma
come hai fatto?
È molto semplice: sono tutti miei grandi amici. Ad
esempio Paulina Rubio, quando era giovanissima,
in Messico, faceva parte di un gruppo di enorme
successo, e il produttore e l’autore dei brani ero io,
con uno pseudonimo.
Ricky Martin e Laura Pausini erano miei fan. Shakira
la conosco da quando aveva tredici anni, Juanez
anche.
Da Bosè a Mina
Senti, ma che mi dici invece della tigre…
Mina?
Dalla regina sono stato scelto, mi ha cercato lei.
Proprio mentre stavo lavorando a questo progetto
mi ha chiamato chiedendomi di fare un duetto.
L’imperatrice, è lei che sceglie.
Che effetto ti ha fatto lavorare con lei?
Un grandissimo onore, penso che al mondo ci
saranno sì e no dieci personaggi della sua portata
ancora in vita. Non abbiamo più la Fitzgerald, Sinatra:
questi sono i personaggi storici che se ti scelgono
non si può (e non si deve) tirarsi indietro, anzi
stai tutta la vita a sperare che ti chiamino! Anni fa
c’era già stato un avvicinamento tra le nostre case
discografiche per fare una canzone insieme, ma per
cause tecniche poi non si riuscì.
Tutti i tuoi ultimi lavori sono latini,
spagnoli... in realtà tu l’Italia negli ultimi
anni l’hai un po’ abbandonata…
Ahhh, sapevo che mi avresti fatto questa domanda!
Insomma, non hai più fatto cose
prettamente italiane…
Ti spiego tutto: l’ultimo grande successo che ho
avuto in Italia, a parte “Se tu non torni”, è stato nel
1983 con “Bravi ragazzi”, ed io fino a quel momento
non scrivevo musica, collaboravo solo un po’ nei
testi.
Ad un certo punto si svegliò questa necessità di
scrivere le melodie che mi risuonavano nella testa
e che ha messo le basi di una carriera che mi ha
portato sino ad oggi.
Tutto iniziò con Bandido, nel 1984, che uscì sia in
spagnolo sia in italiano, c’era anche la versione
inglese ma non fu mai pubblicata.
Con questo lavoro persi tutto il mercato italiano,
che non si recuperò mai più. L’Italia è molto fedele
alle formule abbinate ai personaggi, quando c’è un
cambiamento difficilmente viene accettato.
La colpa di questo abbandono non fu mia, ma della
mia casa discografica che non sapeva cosa fare per
risolvere la situazione. Dopo dieci anni sono tornato
con “Se tu non torni”, ma solo perché era già un
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pride
18 attualità+cultura
devono! E sarà una battaglia vinta.
dovuto alla mia educazione. È come quando uno
dice “Ho una storia con una persona”, tutti si
chiedono, cosa vorrà dire, sarà un uomo o una
donna?
Inoltre, c’è da aggiungere che nella lingua spagnola,
come nell’inglese, non si specifica sempre il genere
come in italiano.
Questo mio tipo di educazione e di sensibilità
coinvolge anche il mio rispetto per l’amore in
generale, che l’uomo vuole marchiare per forza.
In un mondo che in maggioranza è eterosessuale,
questa eterosessualità vuole mettere un marchio
su tutto: questo ha fatto nascere una specie di
dittatura.
Dio è amore, e se pensa che una cosa è sbagliata,
non la fa; l’uomo sì. In qualsiasi combinazione si
mostri l’amore, chi sei tu, uomo di merda, per
ribattere alla decisione di un dio, ma come osi? Ci
vuole libertà, e c’è posto per tutti.
Tu sei italo-spagnolo, noi italiani
guardiamo alla Spagna come al paradiso
terrestre. Avete Zapatero, i gay possono
sposarsi, adottare dei bambini, questo
in Italia è ancora un’utopia. Cosa pensi
di questa arretratezza dell’Italia?
Purtroppo in Italia una visione storica ed alcuni
movimenti politici hanno fatto sì che questi
problemi siano stati considerati meno importanti,
successo internazionale ed andò anche in Italia. Ma
già con l’album seguente di nuovo non sapevano più
cosa fare della mia carriera.
Sei poi tornato per presentare la
trasmissione Operazione trionfo, ma
non andò benissimo: sembra ci sia stato
un boicottaggio... del resto è facilmente
immaginabile visto che in Mediaset
sulla scoperta dei giovani talenti c’è
il monopolio di Costanzo e della De
Filippi…
Mi sembra che tu ne sappia più di me, allora! (ride)
Sì, ci fu questo tentativo di riprendere la mia
presenza in Italia, un grande progetto in accordo con
Warner e Mediaset, che doveva concludersi con la
pubblicazione di un mio disco che… non si pubblicò
mai! Inoltre Mediaset non rispondeva per niente alle
mie affinità filosofiche e politiche, soprattutto: non
mi sono lasciato manipolare!
Hai accennato a Bandido, ho notato
che nella versione spagnola alcuni testi
erano molto ambigui e potevano essere
interpretati in maniera gay; questo non
accadeva invece per la versione italiana.
Non saprei dirti, io non ho curato l’adattamento dei
testi in italiano.
Per quanto riguarda i testi spagnoli di quel disco,
e tutti i miei testi in generale, vediamo se riesco
a spiegarti. Sono stato educato da sette donne, e
questo è un privilegio.
Tra donne vengono tirate fuori delle cose che tra
uomini sono considerate debolezze, cose di cui
vergognarsi. Tra donne queste cose nascono e si
sviluppano in forma naturale e non mettono a
rischio la tua mascolinità. Anche se esattamente non
si sa bene cosa voglia dire “mascolinità”, non soffro
di queste cose! In questo modo ho sviluppato un
tipo di sensibilità che ha fatto sì, ad esempio, che il
toccarsi, il contatto fisico, non siano un tabù.
Nella mia famiglia siamo come degli orsi, ci
abbracciamo tutti, ci baciamo, dormiamo insieme.
Per cui mi rendo conto che quando parlo dell’amore,
non lo faccio mai con un genere preciso: questo è
pride
giugno 07
(Il responsabile dell’ufficio stampa di Miguel ci fa segno
che il tempo a nostra disposizione è scaduto).
No – incalza Miguel – questo è un discorso molto
importante, soprattutto per un democratico come
me, e ci tengo a spiegarmi bene.
Lasciamo perdere le questioni d’amore o di sesso,
qui stiamo parlando di democrazia. Ci devono quindi
essere leggi alternative che legalizzino i diritti di
tutti.
Una coppia è una coppia, sotto qualsiasi forma, per
cui deve avere gli stessi vantaggi storici che hanno
avuto le prime coppie per le quali sono state create
certe leggi.
Devono esserci gli stessi diritti, all’adozione, divorzio,
eredità bla bla bla. Non è un gioco, e non è giusto
parlare di modernità, è solo guardare alla realtà,
perché le cose stanno così, chi non le vuole vedere,
dovrà farlo. Ed è meglio che lo faccia subito, perché
comunque queste leggi arriveranno.
Cosa dovremmo fare secondo te noi in
Italia per riuscirci?
È assolutamente una lotta costante, lo so, e costa
moltissimo.
Ma i governi progressisti non hanno i problemi
morali che hanno gli altri. Ribadisco però, che si
sappia, che queste leggi devono arrivare, per forza.
Come l’aborto, è ovvio non è
un’imposizione, ma un’alternativa. Questo
è il gioco democratico e deve essere così. E
se avete bisogno di noi, artisti, intellettuali,
ci siamo, da sempre abbiamo appoggiato
la causa gay, così come quella del cambio
di sesso. Io vi auguro un grande successo
e prima o poi ce la farete, ma devo dire
meglio: sia il prima possibile.
…
Miguel,
un’ultima
cosa,
possiamo farci una foto insieme?
Certo! – e aggiunge – adesso sto
incontrando una nuova generazione di
giornalisti che un tempo erano miei fan. È
bellissimo!
Ci salutiamo e lui corre via, con tutto
il suo stuolo di collaboratori. Penso a
tutto quello che non sono riuscito a
chiedergli, della sua amicizia con Picasso,
del suo incontro con Andy Warhol, della
collaborazione con Michael Stipe, cantante
dei R.E.M, gay dichiarato, del suo ruolo di
travestito in Tacchi a spillo di Almodovar,
soprattutto della sua tanto chiacchierata
e ambigua identità sessuale. Del resto,
sappiamo già che lui non ha mai affrontato
direttamente l’argomento e quindici minuti
sono davvero pochi.
Va be’… alla prossima, Miguel!
ma queste sono cose che devono arrivare il più
presto possibile anche qua.
Adesso le società stanno diventando multiculturali,
e in una democrazia ci devono essere alternative
legali per qualsiasi posizione uno scelga nella vita.
In questo secolo non si può più accettare di vivere
nella clandestinità, i diritti devono essere uguali per
tutti, e sottolineo per tutti. Altrimenti, chi non li ha,
ha il diritto di non pagare le tasse, e dovrebbe non
pagarle. Se lo stato non risponde per me che ho
bisogno di certi diritti, allora perché devo pagare?
Questi diritti devono arrivare anche in Italia, ripeto,
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La biblioteca glbt si infoltisce grazie
all’abbondanza di nuovi titoli nei
cataloghi. E si sveglia anche la produzione
politicamente più impegnata interna al
movimento glbt italiano. Ecco qualche
novità fresca di stampa.
Gianni Rossi Barilli
Fino a una trentina di anni fa i libri a tematica
glbt costituivano rare apparizioni nel panorama
editoriale. Ed era sorte comune dei pochi volumi
circolanti venire letti molte volte da una o più
persone, rimanendone irrimediabilmente gualciti.
Poi, da un libro ogni tanto si è passati a un libro al
mese, e gradualmente si è arrivati fino a oggi, con
molte decine, se non centinaia, di nuovi titoli ogni
anno. Oggi in pratica un solo lettore professionista
non basta per leggere tutto quello che esce. E forse
nemmeno due.
viaggio curioso. Nel presente queer, malgrado tutto,
e ancor più nel passato delle esperienze personali
e collettive.
Per costruire memoria, che è poi la benzina
principale dell’identità. Teorie, storie, politica,
religione, appunti di viaggio, invettive e riflessioni.
E naturalmente tutti i temi principali della vita
glbt, da famiglia e Aids a transessualità, movimento,
omofobia, informazione e internet.
Tutto mescolato in ordine (quasi) mai casuale per
offrire un quadro articolato senza la rigidità né le
pretese enciclopediche del dizionario.
Nel periodo tra l’inizio dell’estate e la celebrazione
dei pride la produzione poi s’impenna, sfornando
un supplemento di novità da smaltire per lunghi
mesi a venire.
Particolarmente vivace in questo periodo si
rivela la saggistica impegnata, nelle retrovie
dell’epico scontro con l’oscurantismo clericale. Vi
presentiamo qualche titolo in uscita dalle fucine del
movimento glbt, la cui produzione si fa con l’andar
del tempo sempre più corposa, lasciando uno
spiraglio di speranza in un domani migliore.
Più o meno la stessa cosa che si può dire di Noi
e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay (Il
dito e la luna, pp. 240, 15 euro), una collezione di
24 interviste, firmate da Francesco Gnerre e Gian
Pietro Leonardi, ad altrettanti scrittori che si sono
molto occupati di omosessualità nella loro vita e
nelle loro opere.
Tra loro, monumenti della letteratura mondiale
come Michael Cunningham, Gore Vidal, Colm
Toibin, Edmund White e David Leavitt. Autori
maledetti come Dennis Cooper, avvolgenti come
A una speranza di questo genere sembra alludere
Rachid O. o promettenti come Ken Harvey. Senza
fin dal titolo We will survive (Mimesis, pp.260, 16
dimenticare una folta schiera di narratori italiani
euro) una raccolta di saggi a cura di Paolo Pedote
tra i più rappresentativi della letteratura gay di casa
e Nicoletta Poidimani che mette insieme più di
nostra. Da Mario Fortunato a Matteo B. Bianchi a
venti autori accomunati dalla riflessione militante
Marco Mancassola, Walter Siti, Gilberto Severini,
sulla realtà glbt. Detta così, in effetti, non pare
Andrea De Marchi, Alessandro Golinelli e Gianni
molto invitante. Anche perché spesso accade che
Farinetti, per citarne alcuni.
questo genere di libri si riveli un affastellamento di
Tutti insieme concorrono a tracciare una storia
materiali di scarsa comprensibilità e di ancora più
in pillole della narrativa gay degli ultimi decenni
scarso interesse.
nel ritmo scorrevole garantito dalla forma delle
Non è però questo il caso, perché l’assemblaggio dei
interviste, realizzate in un arco di tempo che va dal
diversi contributi ha un senso evidente: proporre
1983 al 2007 e per lo più già pubblicate da riviste
una foto di gruppo, schierata ma ampia, di quel che
gay come “Babilonia” e “Pride”. C’è però l’idea di
si vive e si pensa nell’universo glbt italiano.A partire
comporre un quadro complessivo, se non unitario,
da molti “sé” (e ciascuno dal proprio) che hanno
come illustrano i due capitoli introduttivi dedicati
qualcosa da dire e da raccontare. Il tutto per dare
rispettivamente all’evoluzione del genere gay nella
una visione generale della realtà senza sacrificare la
narrativa nordamericana e in quella italiana. Due
pluralità dei punti di vista che la compongono.
percorsi con evidenti differenze, che ci dicono
Un progetto ambizioso, che riesce a trasformare in
molto anche sulla persistente difficoltà di far
un pregio l’eterogeneità delle voci e degli stili che
passare nel nostro paese una cultura più aperta.
si susseguono uno dopo l’altro, con una varietà di
Il progetto è seguire le avventure del gay sulla
ritmi che scongiura il soporifero effetto dei saggi
pagina scritta, offrendo le coordinate teoriche del
accademici e para-accademici (anche se qua e là un
dibattito che si è svolto sul tema in Italia e all’estero,
filo di noia fa capolino) e trasforma la lettura in un
e discutendole con i più diretti protagonisti.
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pride
22 attualità+cultura
Ma dopotutto ciò che rende il libro interessante non
è tanto questo, quanto la vivace galleria di ritratti
che emerge dalle interviste. Odiosi o simpatici,
modesti o presuntuosi, riflessivi o impulsivi, gli
autori che incontriamo nelle pagine di Noi e gli
altri finiscono per coinvolgerci in un piccolo (e a
tratti avvincente) romanzo corale, anziché solo in
ponderose chiacchiere sui massimi sistemi.
È un’opera a più mani anche Fuori dalla norma.
Storie lesbiche della prima metà del
novecento (Rosenberg & Sellier, pp.246, 22 euro),
a cura di Nerina Milletti e Luisa Passerini. Un libro
con il quale, si legge sulla quarta di copertina, “la
storiografia italiana inserisce per la prima volta nella
storia del nostro novecento anche le voci delle donne
che trasgredivano la norma eterosessuale”. Un lavoro
importante, dunque, che si articola nelle ricerche di
sei autrici: Elena Biagini, Alessandra Cenni, Nerina
Milletti, Nicoletta Poidimani, Gabriella Romano e
Laura Schettini. Un tuffo nel passato che non c’era,
recuperando qua e là i frammenti di una storia che
sembrava non essere mai esistita.
Le lesbiche, è noto, sono state (in quanto
donne) molto più pesantemente oppresse degli
omosessuali maschi nell’insieme delle loro
esistenze. Al punto da vivere in modo ancora più
radicale quel senso di solitudine e segregazione dal Eleonora Duse.
mondo che ogni biografia omosessuale conosce E vanno finalmente (Milletti) a curiosare nei
almeno un po’. “L’isolamento, la vita confinata entro fascicoli della polizia fascista scoprendo che anche
le mura domestiche, il campo d’azione limitatissimo, le lesbiche, nel ventennio, potevano finire al confino
l’assenza di modelli femminili, il rifugio nel privato, il come i gay. Era però più facile che facessero questa
desiderio di appartarsi dalla società”, come scrive fine se erano prostitute piuttosto che possidenti.
Gabriella Romano nel suo saggio intitolato Ritratti Guarda un po’.
di donne in interni. Questa era la condizione della
maggior parte delle lesbiche nella prima metà del Infine un’autobiografia, che aggiunge un tassello
secolo scorso, che vivevano la propria condizione di memoria sul decennio magico dei settanta e
in un perenne stato di clandestinità psicologica. E inizio ottanta del ventesimo secolo. Si intitola
Antologaia. Sesso, genere e cultura degli
soprattutto in silenzio.
Proprio l’essere riuscite a strappare a questo silenzio anni ’70 (Il dito e la luna, pp. 220) e racconta un
alcune storie esemplari è un merito emozionante pezzo cruciale della vita di Porpora Marcasciano,
che spetta alle autrici del libro. Le tracce riportate studiosa e ormai storica militante del movimento
alla luce non sono molte ma suggeriscono uno glbt italiano, e di parecchie altre persone.
Più romanzo che semplice cronaca, ci invita a fare
scenario relativamente completo.
Ci parlano (Biagini e Romano) di come vivevano un salto nel wild side di anni ruggenti che visti dal
nel ventennio fascista le lesbiche del popolo e della presente, come lamenta anche l’autrice, sembrano
classe media, ma anche (Cenni) del più puro jet un miraggio. O meglio ancora, un’allucinazione
set attraverso la storia di Cordula Poletti (1885- come quelle che procurava l’Lsd, di cui si faceva
1971) e delle sue celebri amanti: Sibilla Aleramo ed un discreto uso negli ambienti frequentati dalla
protagonista.
Un soggetto in transito (né uomo né donna e
senza neppure un nome valido per tutti) che casca
fatalmente e in giovanissima età nel pentolone
alternativo che lo porterà a diventare se stess*,
fuggendo dal natio Sannio verso le mecche
metropolitane (e non) della gioventù bruciata del
’77 e dintorni. Una galoppata nel delirio di anni
magici in cui tutto pareva possibile. A cominciare
dalla contaminazione tra realtà e fantasia come
ingrediente base di un futuro più creativo. “Vivi
sognando e non sognare di vivere” c’era scritto del
resto sui muri che Porpora ricorda.
Nel dormiveglia continuo e movimentato c’è
comunque tutto lo spazio che si vuole per il
brillante terzetto di sesso droga e rock’n roll, che
dà il tono quotidiano a vite che si muovono in un
tempo densissimo, tra Garcia Marquez e Castaneda,
anarchia e socialismo, femminielli e compagni duri e
puri. Una folla di personaggi che fanno della propria
eccentricità un programma politico rivoluzionario
accompagna la protagonista in questo viaggio
destinato a concludersi sul baratro degli anni
ottanta incalzati dall’Aids.
Prima di riprendere il filo in un altro tempo e in
altre storie. Domani, magari, in un altro libro.
Parole in m
ento
ovim
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Nel campo della pornografia gay il barebacking (sesso senza
protezioni) sta diventando diffuso, anzi sembra quasi la
regola. Perché? Lo abbiamo chiesto ad un sociologo e ad un
regista di film gay a luci rosse.
P
orno senza filtro
Ivano Barocci
La nota enciclopedia online Wikipedia definisce la parola barebacking in questo
modo:
“Il barebacking (letteralmente in inglese ‘cavalcare a pelo’, cioè senza la sella per
proteggersi) designa la pratica dei rapporti sessuali non protetti (soprattutto quelli anali
fra uomini), e per estensione una ideologia, diffusa soprattutto al di fuori dell’Italia (Usa,
Francia, Germania), che rivendica apertamente questa forma di pratica sessuale e
condanna l’uso del sesso sicuro. Nata come pratica rivendicata e volontaria all’interno
di una parte della comunità gay americana, tende a propagarsi in Europa e trova
sempre più aderenti, in un’epoca in cui l’Aids compie ancora devastazioni.…”
Un campo in cui il barebacking sembra stia spopolando è quello della pornografia,
nel quale ormai l’assenza di uso di preservativi è presentata sulla copertina o nei
titoli del Dvd come un pregio. La cosa è diventata talmente comune da passare
inosservata, quasi fosse “tranquilla”. Ma lo è? Per capirlo abbiamo sentito due
voci .
Da un lato Marco Scalvini, ricercatore italiano in Nordamerica, che del barebacking
ha fatto una materia di studio, dall’altro Stefano Ragazzi, regista e produttore di
video porno gay italiani, che commercializza una “linea” dedicata al barebacking.
Milanese di adozione, sociologo di formazione, Scalvini da due anni vive a
New York, lavorando presso la New York university. Alla sedicesima Conferenza
internazionale sull’Aids di Toronto ha presentato uno studio sulla pornografia
barebacking.
Da cosa nasce questo tuo interesse sul barebacking?
La mia esigenza è stata prima di tutto capire come e perché stavano cambiando
i discorsi relativi al “sesso sicuro”, soprattutto tra gli omosessuali. Nonostante
due decenni di formazione al sesso sicuro, il rischio erotico fra uomini gay è
diventato ricercato e organizzato. Fioriscono pubblicazioni, siti web, chat, blog, e
nel mercato pornografico il barebacking sembra egemone.
I commenti giornalistici, quasi all’unanimità, hanno finora trattato il barebacking
come comportamento patologico; di fronte però al diffondersi e al successo
di tale pratica bisognerebbe affrontare il problema in modo più realistico,
senza condizionamenti moralistici. Ma il rischio è che qualunque osservazione
puramente oggettiva, priva di pregiudizi, possa poi comparire come giustificazione
di un comportamento apparentemente indifendibile.
Il mio non nasce quindi come interesse, ma piuttosto come il rifiuto di un
atteggiamento che semplicisticamente ho definito irresponsabile, ma che
soprattutto contrasta con la lotta e le battaglie che gli attivisti hanno svolto negli
anni ’80 per garantire l’accesso alle cure.
Io sono diventato sessualmente attivo quando ormai gli “anti-retrovirali” stavano
diventando una cura efficace contro l’Aids. Ricordo però che in me e i miei
coetanei era ancora viva la paura dell’Hiv. C’erano i racconti delle persone che
avevano perso amici o partner, e c’erano le terrificanti immagini della televisione
o del cinema. Insomma la paura di morire di Aids era un rischio molto sentito,
Marco Scalvini
capace di condizionare le scelte in campo sessuale.
Ora si partecipa ad una sorta di amnesia collettiva. Un rifiuto che gli psicanalisti
chiamano “disordine post-traumatico”. Lo scambio di sperma, attraverso rapporti
anali od orali, viene rappresentato e celebrato dalla pornografia. E si assiste ad un
vero bombardamento di stimoli che ineggiano al sesso non protetto.
Come ti spieghi che il barebacking sia diventato la costante di
molta produzione di video gay hard? È una risposta al mercato
o qualcosa di diverso?
Senza dubbio esiste una relazione tra immaginario erotico e fruizione
pornografica.
In un brillante articolo, Pornography, ethnography, and the discourse of power, Bill
Nichols, professore di film studies, ha scritto della funzione documentaristica
(etnografica) del porno.A suo dire la pornografia ha un impulso di testimonianza
delle pratiche sessuali e dei loro rapporti con la società. Quindi nella pornografia
troviamo le basi per capire cosa stia veramente cambiando nella cultura del
sesso.
Il porno partecipa come elemento centrale non solo, come Nichols precisa, nella
rappresentazione e nel riconoscimento della realtà, ma anche nella costituzione
dell’identità sociale. Quindi il porno non solo è una forma di documentazione
etnografica, ma anche un mezzo per costruire cosa vediamo e crediamo. È il
nostro inconscio rappresentato.
Spesso i protagonisti di questi video sono molto giovani,
appena diciottenni. Secondo te perché lo fanno? Per soldi, per
incoscienza, perché hanno preso tutte le precauzioni?
In realtà sono molti gli attori, di tutte le età.
Esistono due tipi di produzione, la prima è europea e si basa su una “manodopera”
fatta di ragazzi dell’Est, che sicuramente trovano nel porno un modo per vivere la
propria omosessualità e di guadagnare qualche soldo.
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26 attualità+cultura
Negli Stati uniti questi giovani “attori” non sono certamente sfruttati. Si offrono
volontari per la produzione dei film. Non lo fanno certamente per soldi (anzi,
nella maggioranza delle volte non sono nemmeno pagati) ma piuttosto per
l’estrema popolarità che la pornografia ha negli ultimi anni, da quando i new
media hanno moltiplicato i canali di accesso. In XTube (versione hard del celebre
sito YouTube) impazzano anche video autoprodotti a tema bareback.
Questi video amatoriali non hanno mercato, quindi la mia ipotesi è che la
pornografia barebacking e in genere il sesso facciano parte di una dinamica
più ampia di esibizionismo e voyeurismo, quindi questo confermerebbe che i
video non sono altro che una testimonianza di quello che è cambiato nella sfera
privata.
Secondo te il barebacking va combattuto?
Se per combattere il barebacking intendiamo attaccare chi produce contenuti
pornografici, lo escludo. Non è né un comportamento deviato né una malattia. Il
sesso non protetto inoltre non è minoritario, è una fantasia molto comune e una
pratica sessuale particolarmente diffusa all’interno della comunità gay. Le uniche
armi che si possono usare sono quelle dell’informazione, ma non consiglio di
cercare di scoraggiare tale pratica, un tipo di comunicazione simile non avrebbe
alcun effetto. Le uniche informazioni che veramente potrebbero essere utili sono
quelle relative all’educazione sessuale. Quali sono i rischi e come ridurli.
Il raffronto che mi sento di fare è quello per l’uso degli stupefacenti come
l’ecstasy. Insomma, campagne di riduzione del danno. Il cui obiettivo dovrebbe
essere responsabilizzare e dare informazioni su come ridurre il rischio nel caso
si decida di praticare sesso non sicuro.
L’incontro con Stefano Ragazzi è a Bologna, città che aggiunge al suo
personalissimo “palmares” gay anche il primato di essere la prima città in Italia
dove si ideano e producono video hard.
Ragazzi, con il nome d’arte Etienne Villa, lavora in società con Franco Minnelli,
pioniere della produzione italiana di video gay. Insieme hanno fondato la “Beegle
media” che sarà il marchio di fabbrica per la prima produzione di video gay
barebacking italiani. Con lui le prime domande sono molto più dirette.
Perché lo fai?
Per lo stesso motivo per cui, mi auguro, gli altri guardano questo tipo di video:
il desiderio di vedere certe pratiche sessuali ma la paura e il rifiuto poi di farle
davvero.
Ma ci saranno anche valutazioni più esplicitamente
commerciali, no?
La produzione di questo tipo di video sta diventando predominante, anzi sono
certo che a breve tutta la produzione di porno gay sia destinata ad essere
caratterizzata dal barebacking. Noi ci siamo chiesti: perché aspettare che siano
altri a farlo anche qui in Italia? Proviamoci noi. E così abbiamo messo anche degli
annunci per fare un primo casting facendo capire bene cosa e chi cercavamo. Mi
sono arrivate tante risposte e confesso non ce l’aspettavamo proprio. Adesso
dovremo verificare se oltre all’intenzione ci sarà anche la volontà di fare sul
serio.
A quando allora il vostro primo video barebacking?
Pensiamo di muoverci con i primi caldi estivi. Ho già trovato una buona location
a Roma, una villa con piscina che si presta alle nostre necessità. Per questo
primo video agiremo solo ed esclusivamente con coppie consolidate già tra loro,
abituate a fare sesso senza particolari precauzioni. Poi ci saranno tutte le fasi di
postproduzione e il video sarà in commercio verso la fine dell’anno.
Però intanto mi risulta che vi siete “allenati” a Praga…
Una volta deciso questo passo, abbiamo deciso di realizzare un video dove già
il barebacking è di casa. Abbiamo trovato un accordo con un manager del posto
per cercare i ragazzi giusti e ci siamo trasferiti là per qualche giorno per fare sia
riprese che servizi di foto.
Come è stato l’impatto?
Forte. Decisamente forte. I ragazzi là erano molto tranquilli, dei veri professionisti,
e con loro abbiamo raggiunto anche un bel feeling. In effetti nei paesi dell’Est si
fanno molti meno problemi di noi. Una volta che si sono sincerati che tutti gli
attori abbiano almeno 18 anni e spiegato loro bene di che tipo di video si tratta
vanno spediti, dritti, senza problemi.
E comunque io qualche convulsione ce l’ho avuta. Erano vent’anni minimo che
non vedevo sesso nudo, senza alcuna protezione di sorta. Io e il mio socio ci
siamo anche guardati in faccia, come dirci: ma cosa stiamo facendo? Ma poi ripeto,
anche grazie all’estrema professionalità di questi ragazzi le cose sono filate come
dovevano filare e sono certo di aver fatto anche un buon prodotto.
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Stefano Ragazzi
Stefano Ragazzi sul set
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Aprono i gay pride in sella alle loro due ruote: sono i
motociclisti gay e le motocicliste lesbiche, accomunati
dalla passione per la loro “due ruote”. Con anche qualche
simpatizzante etero. Li abbiamo incontrati.
Gay rider
“Be’ ecco, ho dato un’occhiatina e ora posso
tranquillamente affermare che ne so meno di motori
di quanto ne sapessi prima...”, si arrende Mitzi,
omosessuale tra i protagonisti del film Priscilla la
regina del deserto, di fronte a un motore in panne.
Al contrario, si trova completamente a suo agio
con i cilindri e i pistoni della sua Honda (una Cbf
1000) Enrico Giordani, presidente del Comog, il
Coordinamento moto gay e lesbico: “Mi intendo
abbastanza di motori, sono ingegnere meccanico e sin
da quando ero un bambino tutto ciò che si muoveva, ed
aveva almeno una ruota, m’incuriosiva”.
La passione per le due ruote, comune a molti
gay e lesbiche, è la benzina dell’associazione che
dal 2001 ha incominciato a macinare chilometri,
organizzando moto-raduni.
“Sono socio da due anni”, ci spiega Danilo, il referente
del gruppo per la Lombardia, “e il primo contatto
con l’associazione è stato proprio un raduno, sul Lago
Maggiore, che ho raggiunto con il mio compagno.
Ero un po’ titubante, avevo l’idea del motociclista
gay tutto in pelle e borchie... invece ci siamo trovati
immediatamente a nostro agio. Oggi riusciamo
ad essere fino a quaranta moto per raduno e
personalmente preferisco i giri di più di un giorno. Si
sta a stretto contatto con altri motociclisti, ci si conosce
e si diventa affiatati. E poi ristorantini, la strada, le
attrazioni turistiche, un’Italia che si vede poco dalle
autostrade, la libertà…
Lo spirito è come quello dei raduni… chiamiamoli
“etero”. Il denominatore comune è evidentemente
la moto. Un gruppo di gay e lesbiche offre, in più, la
possibilità di condividere e relazionarsi anche su di noi.
Dimenticavo, mi sono tolto uno sfizio e ho preso una
Bmw Enduro: quelli del gruppo già mi prendono in giro,
dicono che come tutti coloro che hanno la regina delle
moto li guarderò dall’alto in basso…”.
Scesi dalla sella i soci animano, sul sito www.
comog.it, un partecipato gruppo di discussione, nel
quale scambiano informazioni tecniche o di viaggio.
In questo momento due sono i dibattiti che vanno
per la maggiore: il cambio delle gomme di una
iscritta e la scelta della nuova moto di Paola.
“Ho ricevuto ben sei pagine di consigli, dal cambiamento
di cilindrata a quello di marca e anche allo stile di
guida”, racconta la centaura. “Mi spiace lasciare
la mia Suzuki Sw 650, ma dopo tanto dibattere mi
sembra di aver trovato una soluzione. Le discussioni
sono anche ludiche, e Comog mi ha entusiasmato da
subito. Mi sono presentata e c’era anche una coppia
etero: sono aperti al confronto con tutti.
Ci sono tante donne appassionate di moto, io lo sono
da quando ero piccolissima e mia zia mi metteva in
sella sulla moto di mio cugino, ma è difficile portarle
nel gruppo, sai: farle svegliare presto la mattina per
il giro...”.
Stefano Bolognini
Una partecipata appartenenza alla comunità gay è il
tratto distintivo dell’associazione sempre presente
alle iniziative del movimento gay.
“Il vantaggio di essere motociclisti”, ci spiega Giordani,
“è quello di dare il via ed essere sempre in prima
fila ad ogni pride. Penso che sia l’unico raduno che
prepariamo lucidando la sera precedente la nostra due
ruote… non nascondo che siamo attenti all’aspettovetrina”.
E che vetrina, tra cromature e bicipiti...
“In effetti [ride] ci scrivono molti appassionati di…
motociclisti... ‘Sai non ho la moto... però...’. Ovviamente
ci fa piacere, ma per iscriversi al nostro gruppo ci
vogliono almeno 250 cc di cilindrata e poi il mito del
motociclista tutina e mani sporche di olio è un luogo
comune. Come la mettiamo con le donne motocicliste?
Sono moltissime, nella nostra associazione.
Insomma, esistono pure gli appassionati tutti borchie
e birra, e non posso nasconderti che ai raduni
internazionali ci si guardi con un certo occhio di
riguardo... ma in Italia siamo più tranquilli”.
E in effetti è semmai il Moto leather club
Veneto (www.mlcv.it), un altro gruppo di
motociclisti, il più attento ad aggregare ed informare
i simpatizzanti della cultura leather-biker.
I centauri arcobaleno sono stati accolti con sorpresa
dall’associazionismo storico dei motociclisti, ma
dall’asfalto stanno ottenendo piccole e grandi
vittorie.
“‘Motociclismo’, il nostro mensile, ha parlato di noi”, è
soddisfatto il presidente del Comog “e quest’anno
per il motogayo, il raduno nazionale che faremo in
Toscana il 21 e 22 luglio, un’associazione non gay
di motociclisti ci ha chiesto di collaborare. Abbiamo
poi organizzato un raduno europeo, Pomarance, nel
2004. Eravamo ben 145 e il sindaco della cittadina,
a sorpresa, è venuto a salutarci e a portare gli auguri
della comunità locale. I partecipanti stranieri erano
strabiliati…”.
Il Comog al Pride 2006
Comog non esaurisce però il panorama del motoassociazionismo gay italiano.
Tra gli altri gruppi, che collaborano manubrio a
manubrio, il Gam (Gruppo alternativo motociclisti,
www.infogam.info): “Abbiamo un nostro calendario”,
dichiara Claudio Casale, presidente Gam direttivo
Leather club Roma “ed iniziative in comune. L’unica
differenza con il Comog è nella distribuzione territoriale:
siamo per la maggior parte del centro-Italia e siamo,
poi, legati ad Arcigay sport. Ci vedrete al pride di Roma
il 16 giugno per il Bikerun 2007, con 120 motociclisti
di tutta Europa. L’impegno dei motociclisti gay per
la manifestazione è totale, anche se è previsto uno
sciopero di benzinai.
Non ci occupiamo di politica, ma siamo schierati
inevitabilmente. Come si può non esserlo?”.
giugno 07
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32 cronaca
Reggio Emilia: cinque anni di galera
per furto, violenza sessuale e lesioni.
Questa la pena stabilita in primo grado
per Samir Lukovich, un camionista
montenegrino
oggi
ventottenne,
accusato di aver violentato e derubato
uno studente diciottenne nel bagno di
un bar di Castelnovo Monti.
I fatti risalgono al 2002 e la difesa di
Lukovich, che ha già annunciato il
ricorso in appello, sostiene che almeno
il rapporto sessuale (se non proprio il
furto), era consenziente.
Pescara: “Se proprio volete le quote rosa,
allora io propongo le quote anche per i
finocchi e le minoranze etniche e religiose”.
Questa frase pronunciata da Donato
Di Matteo, capogruppo Ds nel
consiglio regionale abruzzese, durante
una seduta della commissione statuto,
ha scatenato le ire dei portavoce di
Gayleft, Andrea Benedino e Paola
Concia, e del presidente di Arcigay
Aurelio Mancuso, che ha chiesto
pubbliche scuse da parte dei dirigenti
nazionali dei Ds e “provvedimenti seri”
nei confronti di Di Matteo.
Roma: “Pensare di destinare parte dei
soldi pubblici al rimborso di operazioni
chirurgiche per cambiare sesso è
assolutamente inammissibile”. Con
questo grido di guerra un gruppo di
parlamentari di Forza Italia ha criticato
le aperture in materia espresse dal
ministro della salute Livia Turco.
“Trattasi”, secondo le parlamentari, “di
scelte di carattere assolutamente personale
che, a prescindere da valutazioni di natura
etica e morale, non devono pesare sulle
casse dello stato”.
Pordenone:
scontro
politico
dopo l’annuncio dell’installazione di
telecamere e di un potenziamento
dei controlli nel “Bronx” cittadino,
terra di nessuno dell’incontro gay
occasionale. La sinistra si è opposta alla
linea repressiva dell’amministrazione,
suggerendo al posto delle telecamere
“progetti di prevenzione integrata e
partecipazione”. Sarebbe a dire?
Roma: calendarizzata alla camera a
metà maggio la proposta di legge di
Rifondazione comunista contro la
discriminazione motivata dall’identità
di genere e dall’orientamento sessuale.
La proposta, come ha spiegato la
deputata Prc Graziella Mascia
“si propone di estendere ai cittadini
omosessuali o transessuali la stessa
protezione che il nostro ordinamento già
assicura ad altre categorie di cittadini:
riconoscimento del convivente more
uxorio, educazione nelle scuole al rispetto
della diversità, diritto alla riservatezza
sessuale”.
pride
giugno 07
Sos Omofobia
Dal punto di vista delle iniziative, la giornata di lotta all’omofobia del 17 maggio
è stata un successo. In molte città si sono svolti infatti presidi, manifestazioni e
dibattiti che hanno contribuito a chiarire il senso della ricorrenza.
La giornata è stata però un successo anche in senso negativo, perché ha costretto
a fare il punto su una situazione che sembra andare degenerando di pari passo con
l’accresciuta visibilità delle persone glbt e con l’intensificarsi delle ostilità verso
il riconoscimento dei loro diritti. Una serie di episodi conferma una tendenza
decisamente inquietante.
Il 15 maggio Paolo Ferigo, presidente del comitato provinciale Arcigay di
Milano, è stato aggredito e malmenato mentre si trovava in pizzeria con altre
sette persone. Motivo? Dopo avere subito in silenzio durante tutta la cena le
battutine di due uomini vicini di tavolo, a un’allusione più pesante Paolo Ferigo si
è permesso di girarsi per protestare guardando negli occhi chi stava facendo lo
spiritoso su di lui e sui suoi amici. E qui ha scatenato la reazione manesca di uno
dei due “burloni”, che lo ha assalito a pugni, schiaffi e insulti.
Le conseguenze fisiche del trattamento sono state non gravi, ma abbastanza serie
da dover ricorrere alle cure mediche e a vistose fasciature. Nel locale, a parte gli
amici del malcapitato Ferigo, nessuno ha mosso un dito. E i carabinieri, chiamati
immediatamente, sono arrivati dopo che l’assalitore e il suo compagno si erano
dileguati. Sono stati però visti salire su un mezzo di servizio dell’Atm, l’azienda
dei trasporti pubblici, lasciando così una traccia che ha permesso di identificarli.
I due sono infatti dipendenti dell’Atm e sono stati cautelativamente sospesi dal
servizio in seguito alla denuncia presentata dal presidente di Arcigay Milano per
le percosse ricevute. L’Arcigay milanese ha già avanzato all’Atm la proposta di
collaborare alla realizzazione di una campagna contro l’omofobia da diffondersi
sui mezzi pubblici.
Paolo Ferigo è stato aggredito in quanto omosessuale visibile, così come due
ragazzi di 27 e 31 anni che due giorni prima, all’uscita di una discoteca gay
della Versilia, sono stati picchiati e insultati da tre
nordafricani per essersi permessi di scambiarsi un
bacio prima di salire in macchina.
Sempre l’ “eccesso” di visibilità ha fatto trovare tre
volantini intimidatori sulla porta di casa a Matteo
Marliani, presidente di Arcigay Pistoia e candidato
alle elezioni amministrative nelle liste di Rifondazione
comunista.
Ed è forse ancora questa la ragione di un pestaggio
denunciato ai danni del vicepresidente dell’Arcigay
di Udine, Guerrino Dipierro.
Dell’essere visibili e quindi obiettivi degli omofobi
hanno fatto le spese poi la libreria Babele di Milano,
che si è trovata le vetrine imbrattate di scritte
omofobe per le quali sono stati denunciati tre
militanti di estrema destra, e numerose sedi politiche
glbt nel corso degli ultimi mesi. Ma gli sfregi simbolici
sono ancora nulla in confronto a quelli reali, che
seminano le cronache di omicidi, rapine e aggressioni
nel tranquillo tran tran del giorno per giorno.
Un altro fronte molto caldo sta diventando la scuola.
Dopo il suicidio di Matteo, lo studente di Torino
preso in giro dai compagni che lo chiamavano gay,
stanno emergendo come funghi casi di persecuzione
a sfondo omofobico ai danni di studenti percepiti
come gay.
Dal Veneto alcune delle più recenti cronache
inquietanti. A Montebelluna (Treviso) un ragazzo
di dodici anni è stato tormentato per mesi da un
compagno di classe e poi picchiato e mandato
all’ospedale per una settimana con una contusione
cerebrale. Le autorità scolastiche, al solito, hanno
cercato di minimizzare e hanno parlato di un fatto
isolato.
Proprio come quello saltato fuori negli stessi giorni
nella vicina Rovigo, dove undici ragazzi con simpatie di estrema destra hanno
perseguitato un ventunenne da loro etichettato come omosessuale, fino a
sequestrarlo per picchiarlo e minacciarlo in santa pace.
Questo quadro, di cui abbiamo fornito solo alcuni particolari, ha spinto i
deputati glbt De Simone, Grillini e Guadagno (Luxuria) a presentare
un’interrogazione al ministro dell’interno sull’emergenza omofobia, mentre il
ministro dell’istruzione Fioroni, fresco di Family day, ha promesso bontà sua che
“l’anno prossimo avremo nelle scuole una riflessione sulla carta costituzionale, partendo
dal valore portante della dignità della persona, che sarà anche una lotta contro ogni
forma di omofobia nelle scuole”. Se lo dice lui...
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giugno 07
pride
34 cronaca
Pubblicità progresso
Il segno della Crocetta
“Anche gay è famiglia. In Italia il 10% circa della
popolazione è omosessuale: cinque milioni e duecentomila
persone che non sono contro la famiglia e che chiedono
tutela per i propri nuclei familiari. Infatti, più del 50%
vive in coppie stabili da oltre cinque anni e il 10% ha
già figli”.
Questi alcuni dati contenuti in un messaggio
pubblicitario comparso sulle pagine dei principali
quotidiani nazionali alla vigilia del family day, a firma
della presidente di Di’ gay project, Imma
Battaglia e di alcuni amici manager e imprenditori
omosessuali italiani.
“Un milione e duecentomila famiglie di cittadini italiani,
gay e lesbiche”, prosegue il testo, “che vivono senza
tutela giuridica, ai quali i nostri rappresentanti politici
hanno chiesto, come agli altri, l’ennesimo sacrificio
economico per il risanamento dei conti pubblici, senza
però dare alcun dignitoso riconoscimento.
Si tratta di fatto della più importante minoranza che
viene completamente negata senza paragoni con
qualunque altra. L’Italia non ha ancora recepito le direttive
comunitarie e, a oggi, è ancora inadempiente, superata,
perfino, dalla cattolicissima Spagna, dalla ex comunista
Repubblica ceca e dalla Francia, dove il neo presidente
Sarkozy, rappresentante di una destra moderna e laica, si
è dichiarato favorevole alle Unioni civili”.
Costo dell’operazione centomila euro, con l’idea di
ripeterla altre volte.
Se c’è un vincitore morale delle elezioni amministrative
siciliane di metà maggio, è sicuramente Rosario (“Saro”)
Crocetta, il sindaco antimafia di Gela (Cl) che per sua fortuna
non è stato vincitore solo morale, visto che ha stravinto al
primo turno con il 65% dei voti.
In una Sicilia dominata dalla conferma di un potere per
definizione omofobico e (a volte) colluso, un comunista, gay
dichiarato e difensore delle regole democratiche strappa il
secondo mandato a furor di popolo in una realtà tra le più
difficili del paese.
La prima volta ce l’aveva fatta per il rotto della cuffia, con
relativo e lungo contenzioso post-elettorale. Questa volta
invece è filato avanti liscio. Dopo che i suoi concittadini hanno
potuto toccare con mano la rivoluzione del sindaco antimafia,
con una battaglia condotta giorno per giorno che lo costringe
a vivere costantemente sotto scorta, hanno deciso di rivotarlo
in massa.
E se ne sono fregati per la seconda volta del fatto che non
abbia mai fatto un mistero della propria omosessualità.
Lui però non ci tiene a fare il militante gay. “Desidero solo essere
me stesso”, ha detto, “e non voglio essere un modello da proporre
agli altri. Anzi mi considero un cattivo modello, un po’incasinato, con
troppe complicazioni. Sono cristiano e sono comunista, mi dichiaro
omosessuale con una chiesa cattolica che non è certo tenera nei
propri giudizi, e questo mi porta di fronte ad un martirio quotidiano.
Tutte le volte che prendo la comunione chiedo perdono a Dio. A
volte so di che cosa, ma tante volte no”.
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36 cronaca
Questioni di coro
Veltroni gay friendly
“Il coro di San Pancrazio non vuole essere diretto da nessun culattone”. Questo il
messaggio affidato a un cartello anonimo fuori dall’abitazione di Emiliano
Facchinetti, trentatreenne fino a poco tempo fa direttore del coro della chiesa
di San Pancrazio di Palazzolo Sull’Oglio (Brescia). Fino a che il parroco, don Antonio
Tonoletti, non l’ha destituito con un pretesto, che secondo Facchinetti maschera
la volontà di punirlo per una relazione d’amore stabile con un altro uomo, gestita
con discrezione ma senza sotterfugi umilianti.
Facchinetti, che a San Pancrazio svolgeva anche le funzioni di organista, sarebbe un
cattolico modello... se non fosse per quello scomodo particolare.
Ma di fronte a quella che ha vissuto come un’ingiustizia non se l’è sentita di
porgere l’altra guancia e ha deciso di rendere pubblica la storia lasciando da parte
la prudenza.
Il coro della chiesa, confida d’altronde, è tutto dalla sua parte. Così come del resto
gli amici del bar del paese, baluardo laico contro lo strapotere clericale.
Sarà stata una coincidenza, ma
lo stesso giorno del Family day è
uscito in edicola con il “Corriere
della sera” un racconto scritto
dal sindaco di Roma Walter
Veltroni e ispirato alla storia di
Matteo, il sedicenne preso di mira
come gay dai compagni e morto
suicida a Torino in aprile. “Sono
effeminato?”, chiede a un certo
punto il protagonista della storia
al fratello. Che gli risponde: “No,
solo una persona gentile in un mondo
volgare”.
Il racconto è lungo una cinquantina
di pagine e si intitola Aspetta te
stesso.
La trama è ambientata nel futuro
prossimo del 2017, dove ahinoi
nelle scuole ci sono ancora dei
bulletti che mettono in mezzo il
“gay”di turno e dove la tragedia
incombe proprio come nel 2007.
Speriamo che non sia una profezia e
soprattutto neppure un’indicazione
politica, visto che il sindaco di Roma
è dato quasi per scontato come
futuro leader del futuro Partito
democratico.
Ma
certamente
Veltroni, che al Family day non c’è
andato perché “è il sindaco di tutti”,
voleva solo essere gay friendly.
Altre morti
Il 22 aprile scorso è stata uccisa a Pescara, dove abitava, Manuela di Cesare,
transessuale di 38 anni nota, tra le altre cose, come organizzatrice della selezione
abruzzese per il concorso Miss Trans. È stata uccisa da un colpo alla testa mentre
si trovava in casa, presumibilmente in compagnia di una persona conosciuta per la
quale stava preparando un caffè che non è mai stato consumato. Dall’appartamento,
secondo quanto riportato dai giornali, sono stati sottratti la borsa, il personal
computer e il cellulare di Manuela, che di mestiere si prostituiva e per questo è
stata trattata da morta (come lamentano alcune associazioni transessuali) come
un piccante fenomeno da rotocalco. Le indagini in corso punterebbero su tracce
biologiche lasciate dall’assassino. Ha invece confessato il colpevole della morte di
Piero Ungheretti, un restauratore livornese sessantenne molto noto nel suo
settore professionale, assassinato a Biserta, in Tunisia, ai primi di maggio. L’omicida
ha ventiquattro anni e aveva una relazione con Ungheretti. Ha raccontato di aver
ucciso il restauratore perché si rifiutava di portarlo in Italia con sé, come aveva
fatto tempo addietro per il suo fratello maggiore.
aperto tutti i giorni dalle 9 del mattino all’alba
bar_american bar_ristopub_pizzeria
misto friendly
love dogs and cats
via Marabina 239
LIDO DI DANTE Ravenna
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EVERYDAY
Venerdì dalle 22 appuntamento
funk-dance con musica anni ‘70 ‘80
Domenica dalle 17 aperitivo soft con buffet
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38 cronaca
Parigi: i gestori di quattro note discoteche
della capitale francese, tra cui il “Queen”,
tempio delle notti gay parigine, sono
finiti sotto processo per discriminazione
razziale operata all’ingresso dai buttafuori.
La denuncia è stata presentata da “Sos
Racisme”, in seguito a un test effettuato
sul campo nel 2005. Dall’esperimento
è risultato che le coppie bianche (gay
e etero) avevano molte più possibilità
di entrare di quelle più scure. Uno dei
“selezionari” del “Queen” finiti sotto
accusa si è giustificato dicendo che le sue
scelte sono questione di feeling.
Come volevasi dimostrare.
Mosca: anche quest’anno il sindaco della
capitale russa, Yuri Luzhkov, ha deciso
di vietare il pride nelle strade della “sua”
città, incurante dei moniti provenienti
dal consiglio d’Europa, di cui la Russia
fa parte. Secondo Luzhkov, il pride
violerebbe i diritti della maggioranza dei
moscoviti, che non sono gay. Per non
essere da meno, anche San Pietroburgo
ha vietato il pride, come l’anno scorso. Gli
organizzatori si sono però ugualmente
dati appuntamento a fine maggio sulla
Prospettiva Newski per un corteo non
autorizzato.
Rio de Janeiro: la comunità glbt della
metropoli brasiliana si è organizzata per
celebrare a modo suo la visita in Brasile
di papa Benedetto XVI, dal 9 al 13 maggio
scorso. Tra i festeggiamenti messi a
punto dal “comitato d’accoglienza” sono
stati inclusi il rogo rituale di centinaia di
fotografie di sua santità e la distribuzione
di volantini da parte di una donna
travestita da papa. Capace certamente di
un’imitazione molto vicina all’originale.
New York: uno studio pubblicato sul
“New England journal of medicine” ha
stabilito un legame diretto tra sesso orale
e insorgenza di tumori orofaringei causati
dal virus del papilloma umano (Hpv).
Secondo i ricercatori, chi ha contratto
l’Hpv ha un rischio di ammalarsi di questo
genere di tumori 32 volte superiore a
quello di chi non si è infettato. Chi beve
e fuma, per dare un raffronto, ha un
rischio rispettivamente di sole 3 e 2,5
volte rispetto a chi non lo fa. Il consiglio
dei ricercatori: sesso orale promiscuo
sempre con il condom.
Londra: finirà sotto processo per bigamia
Suzanne Mitchell, una donna di 29
anni che si è unita in civil partnership
con Caroline (24 anni) pur essendo
già sposata tutti gli effetti con Charles
(46) e madre di cinque figli. A denunciare
l’intrigo, che rappresenta il primo caso
di bigamia lesbica nella storia del Regno
unito, è stata Caroline, che ha detto di
essere stata tenuta all’oscuro del fatto
che Suzanne e Charles non avessero mai
divorziato. Suzanne ha reagito bruciando
tutte le foto del matrimonio con Caroline
e dichiarando di voler tornare con
Charles, che tra l’altro - dice - fa sesso
molto meglio.
pride
giugno 07
La bacchetta di Strasburgo
Il parlamento europeo, a fine aprile, ha approvato una nuova e preoccupata risoluzione
contro l’omofobia in Europa.
Il documento è stato approvato con 325 voti a favore, 124 contrari e 150 astenuti. Il testo,
sostenuto da socialisti, verdi, sinistra europea e liberaldemocratici, lancia le accuse più
pesanti al governo polacco, che ha annunciato l’intenzione di approvare una legge contro
la “propaganda dell’omosessualità” che prevede il licenziamento per gli insegnanti che si
dichiarano gay. Varsavia è stata anche formalmente invitata “a condannare pubblicamente
e a prendere misure contro le dichiarazioni rilasciate da leader politici incitanti alla
discriminazione e all’odio sulla base dell’orientamento sessuale”. L’europarlamento ha
deciso inoltre di inviare in Polonia una delegazione incaricata di fare un rapporto sulla
situazione.
La risoluzione ne ha comunque anche per l’Italia, benché dalla stesura finale sia stato
eliminato un esplicito riferimento alle dichiarazioni omofobiche del presidente della Cei
Bagnasco.
Del nostro paese si parla a proposito del suicidio di Matteo, sedicenne torinese vittima del
bullismo scolastico, ma non c’è dubbio che ugualmente ci riguardi una frase che condanna
“i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi”.
Questa frase, insieme con il backstage dell’emendamento anti-Bagnasco, ha fatto
letteralmente imbestialire il Vaticano, che ha dato fondo al repertorio dell’indignazione
parlando di “indecorosi attacchi”, “operazioni indegne”, “argomentazioni propagandistiche
e vietamente anticlericali di un pugno di facinorosi”, di minaccia alla “libertas ecclesiae”
nonché di “Europa delle falsità” e di “conseguenze imprevedibili” derivanti dai dissensi con
la santa sede.
Un bagno di sangue, insomma, che non ha tuttavia scomposto la fiducia del cardinale Ruini,
che pur dispiacendosi per l’incidente di Strasburgo ha commentato: “In Italia possiamo
essere ottimisti, perché buona parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica sono
consapevoli dei valori degli italiani”.
Consulenze pericolose
Rovinoso outing per lord John Browne, numero uno della compagnia petrolifera
britannica Bp, costretto a dimettersi il primo maggio dopo che i tabloid avevano rivelato
a tutto il mondo la sua omosessualità e la relazione pericolosa con un giovane canadese,
Jeff Chevalier, sedotto a spese della compagnia e abbandonato poi al suo destino. Che
era poi quello di vendicarsi a mezzo stampa, spiattellando a caro prezzo i segreti di Lord
Browne.
L’esposizione alla gogna è arrivata quando la magistratura ha dato il via libera alla
pubblicazione di tutta la storia da parte del gruppo editoriale del “Daily Mail”, accusando
Browne di aver dichiarato il falso sulla sua relazione con Jeff Chevalier. Che da parte sua
aveva raccontato con dovizia di particolari di una vita da nababbi a carico della Bp e pure
dell’uso improprio di consulenti della compagnia per avviare una sua attività, che non era
poi mai decollata.
“Nei 41 anni che ho trascorso alla Bp”, ha dichiarato Lord Browne in un comunicato di
commiato, “ho sempre tenuto la mia vita privata al di fuori di quella professionale. Ho
sempre considerato la mia sessualità come un affare personale. È molto spiacevole che ora
un gruppo editoriale abbia deciso che affermazioni riguardanti la mia vita privata debbano
essere rese pubbliche”.
Diritti in marcia
Le ultime settimane si sono rivelate proficue per la causa dei diritti glbt negli Stati uniti.
Partiamo con il New Hampshire, che ha approvato a fine aprile una legge sulle unioni civili
allineandosi agli altri stati del New England (con la positiva eccezione del Massachusetts
che riconosce il matrimonio tout court). Passo significativo perché il New Hampshire è
uno stato tradizionalmente conservatore, che aveva tra l’altro deciso di bandire l’accesso
al matrimonio per le coppie dello stesso sesso.
Il 9 maggio è toccato all’Oregon, il cui governatore, Ted Kulongoski, ha messo la sua
firma sul testo di legge che istituisce il contratto di unione civile per le coppie omosessuali.
“Dall’esclusione”, ha dichiarato, “passiamo all’integrazione”. Non è però della stessa idea
la destra integralista, che cercherà ogni pretesto giuridico per ritardare l’entrata in vigore
definitiva della legge.
Un altro sassolino sulla strada della parità è stato messo in Colorado, dove il governatore
Bill Ritter ha firmato a metà maggio una legge che autorizza anche le coppie omosessuali
ad adottare bambini, mentre ha annunciato la sua intenzione di firmare un provvedimento,
approvato il mese scorso dal parlamento statale, contro le discriminazioni sul lavoro delle
persone glbt.
Nel frattempo, il dipartimento che gestisce le prigioni della California ha deciso di
concedere i permessi sessuali in carcere anche ai partner di detenuti gay e lesbiche,
mentre da New York è arrivata il 16 maggio un’altra buona notizia: circa 200 coppie gay
e lesbiche newyorchesi che si erano sposate in Massachusetts tra il 17 maggio 2004 e
il 6 luglio 2006, data in cui i giudici dello stato di New York hanno dichiarato illegale il
matrimonio civile tra persone dello stesso sesso, hanno ottenuto il riconoscimento della
validità della loro unione.
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MARTEDÌ: 2 INGRESSI AL PREZZO DI 1
GIOVEDÌ: HAPPY SAUNA - INGRESSO € 10
DOMENICA
DALLE 03.00
ALLE 10.00
INGRESSO € 8
NOVITÀ
chiuso dal 25 al 29 giugno
e il 30 giugno
vi stupiremo
giugno 07
pride
40 cronaca
Bad Boy George
Nuova disavventura giudiziaria per Boy
George, arrestato a Londra (e subito
rilasciato su cauzione) a fine aprile con l’accusa
di sequestro e violenza sessuale nei confronti
di Auden Carlsen, un modello ventottenne
contattato via internet.
Secondo quanto Carlsen ha riferito alla polizia,
il contatto era avvenuto su un sito di chat
gay e lui aveva acconsentito ad andare a casa
del cantante a mezzanotte per un servizio
fotografico, per il quale sarebbe stata pattuita
la somma di 400 sterline. Per tentare di zittire
i maligni, Carlsen ha anche specificato di non
praticare la prostituzione.
Una volta arrivato a destinazione, però, al posto della macchina fotografica aveva
trovato manette e aggeggi sadomaso, e in un batter d’occhio era stato incatenato
da Boy George e da un altro uomo a un uncino che pendeva dal muro. Accanto
a lui, il padrone di casa, aprendo una scatola piena di fruste e altri sex toys gli
aveva sussurrato: “Adesso avrai quello che ti meriti”. Carlsen ha detto di aver
pensato che lo volessero ammazzare. Invece è riuscito a liberarsi verso l’alba e a
scappare fino a una vicina edicola, da dove ha chiamato la polizia. Scotland Yard ha
confermato l’apertura di un’indagine sulla vicenda, mentre l’accusato ha preferito
non fare commenti ufficiali.
Non è la prima volta che Boy George si mette nei guai con la giustizia. Lo scorso
anno è stato incriminato a New York per possesso di droghe e se l’è cavata con
una multa da 800.000 euro e la condanna a cinque giorni di lavoro socialmente
utile. Lui aveva proposto di tenere un corso di moda e trucco, ma il giudice ha
stabilito di fargli fare lo spazzino. Molto più chic, in fondo: è la stessa pena scontata
da Naomi Campbell per avere malmenato la cameriera.
Brokeback shock
Mezzo milione di dollari. Tanto varrebbe lo stato di turbamento causato a una
ragazzina delle scuole medie dell’Illinois dalla visione del film Brokeback mountain
di Ang Lee, proiettato in classe durante l’orario di lezione per decisione di una
sovversiva supplente.
Il film, che parla della lunga e drammatica storia d’amore tra due cowboy sposati
e ha ricevuto tonnellate di premi dagli Oscar in giù, è stato indicato dal nonno e
tutore legale della bimba, Jessica Turner, come la causa per la quale è stato
costretto a mandare la nipote dallo psicologo, operazione sulla quale ha depositato
un dettagliato rapporto al giudice.
L’insegnante, secondo il ricorso presentato, sapeva che non avrebbe dovuto
mostrare il film, tanto da chiedere ai ragazzi di non far sapere in giro la cosa.
Il signor Richardson, il nonno di Jessica, aveva già protestato due anni fa con
l’amministrazione scolastica per via di certe letture punteggiate di parole
sconvenienti che a suo dire avrebbero pregiudicato la salute morale della nipote.
Un intero film sull’omosessualità, però, è una faccenda molto più seria, e per
questo Richardson si è rivolto al giudice per ottenere un adeguato risarcimento.
In quanto a Jessica, che non si è più ripresa dopo aver rimirato i ruvidi abbracci dei
due splendidi protagonisti di Brokeback mountain, chi non la capisce alzi la mano.
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giugno 07
pride
42 cronaca
Riposi in pace (all’inferno)
Il top dell’omofobia
Il reverendo Jerry Falwell, arcinemico degli omosessuali, è morto il 15 maggio
scorso dopo un malore improvviso che lo ha colpito mentre si trovava nel suo
ufficio di Lynchburg, in Virginia. Aveva 73 anni, molti dei quali spesi per riportare
per un orecchio l’America ai sani valori cristiani tradizionali.
È stato per decenni uno dei più noti telepredicatori apocalittici d’America e alla
sua morte lascia un piccolo impero del fanatismo religioso che conta ben sei
milioni e mezzo di adepti. La sua “Moral majority” faceva parlare di sé già nel
1976, quando insieme all’ex reginetta di bellezza Anita Bryant il reverendo
Falwell aveva guidato la crociata contro le adozioni gay in Florida, riuscendo a
ottenere una legge estremamente repressiva in materia. E quando scoppiò la
bomba dell’Aids era lì pronto a testimoniare che i gay che morivano a migliaia se
l’erano totalmente meritato.
Il picco massimo della carriera del reverendo Falwell era però arrivato all’indomani
dell’11 settembre 2001, quando proclamò urbi et orbi che la responsabilità degli
attentati alle due torri e al Pentagono era
da addebitare “ai pagani, gli abortisti, le
femministe, i gay, le lesbiche e tutti quelli
che cercano di imporre uno stile di vita
alternativo e di secolarizzare l’America”.
L’ultima battaglia campale del reverendo
è stata quella per l’approvazione di un
emendamento anti-matrimoni gay nella
costituzione federale degli Stati uniti. E
l’ultima grande soddisfazione è stata la
seconda elezione a furor di popolo di
George W. Bush nel 2004.
Dopo di allora era subentrata una
certa depressione, constatando che
malgrado gli sforzi l’America recalcitra
ad assecondare il disegno divino.
In occasione della giornata mondiale di lotta all’omofobia, il 17 maggio,
l’associazione americana Human rights watch ha reso nota la sua annuale “Hall of
shame” (letteralmente “galleria della vergogna”), ovvero la lista degli omofobi più
illustri al mondo.
Ai primi tre posti si sono collocati nell’ordine, papa Benedetto XVI, il presidente
Bush e il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad.
Le motivazioni della giuria? Per quanto riguarda il papa, gli ossessivi interventi
contro la parità di diritti e il riconoscimento delle famiglie omosessuali con relative
pesanti ingerenze nella politica interna di numerosi stati.
Bush deve invece la piazza d’onore al fatto che nel suo piano di emergenza
per la lotta all’Aids ha destinato un terzo di tutte le risorse al finanziamento di
programmi per promuovere l’astinenza sessuale fino al matrimonio, tagliando per
converso i fondi alla promozione delle pratiche di sesso sicuro e sostenendo in
Africa movimenti esplicitamente
omofobi. Ampiamente meritato,
infine, il bronzo del presidente
iraniano, per aver scatenato
l’annuale campagna per la
moralità e il buon costume,
che ha condotto all’arresto
e alla repressione di migliaia
di persone colpevoli per la
maggior parte di non avere un
look abbastanza islamico.
Tra i risultati della campagna è
stata di recente segnalata anche
una retata di polizia a Isfahan,
che ha portato in carcere
87 persone accusate di aver
partecipato a un gay party.
Jerry Falwell
Mahmoud Ahmadinejad
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46 attualità+cultura
Dall’iconissima Moira Orfei all’ultimo clown,
un colorato reportage su quanto il circo,
arte popolare per famiglie, sia abitato dai gay
e rifletta gli aspetti più camp della cultura
omosessuale.
Antonio Malvezzi
Da Barbette
a
Entriamo nell’imponente tendone giallonero
con tre alte guglie dove si ammassano famiglie
agguerrite e attorniate da frotte di bambini
vocianti.
È il regno dell’ineffabile, unica, divina Moira Orfei,
che festeggia cinquanta meravigliosi anni di radiosa
carriera. Un regno incredibilmente filogay.
Già l’apertura dello show è una dichiarazione
d’intenti: “Felicità tà tà” della Raffa. Segue un
domatore platinato truccato e un po’ ancheggiante
con quattro cavalli e altrettanti pony zazzeruti.
A dare un tocco disco-camp ecco i pappagalli
variopinti che fanno i virtuosi sul monopattino e si
muovono al ritmo di “YMCA” in mezzo al fragore
del pubblico in delirio. Al termine del primo tempo
si materializza all’ingresso del circo Lei, sublime,
in un completo di raso azzurro. Un’apparizione
istantanea, da vera icona, un saluto e via, si
smaterializza come un sogno drag. Nella seconda
parte dello spettacolo sono gli agili trapezisti ad
attirare la nostra attenzione: tonici, con torso nudo
e curiose zeppe argentate di cui si liberano subito
per svelarci un’aerea magia di volteggi e tripli salti
mortali, sinuosi come anguille luccicanti.
Al termine dello show incontriamo l’elegante
assistente personale di Moira, Antonio Perris,
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Moira
direttore artistico del circo, ex equilibrista.
“Io e il bravissimo clown Elder Togni Miletti abbiamo
avuto il coraggio di farci avanti come gay già negli anni
’60”, ci racconta. “Il coraggio di schierarsi non è da
tutti, neanche qui al circo: c’è chi accetta di sposarsi pur
di coprire la propria diversità. Noi omosessuali siamo
come funghi, ma non c’è una specializzazione: da noi
ce ne sono molti, dai clown ai domatori. Ho assistito
a tali drammi d’amore e gelosie! Abbiamo aiutato ad
accettarsi anche un ex poliziotto che purtroppo ora
non c’è più, celato per anni: è stato più sereno, ha
compreso che è brutto vivere nella menzogna”.
Antonio ci concede gentilmente una veloce
chiacchierata con Lei, la Moira, regina incontrastata
del caravanserraglio, che ci travolge con quella sua
parlantina romagnola così calda e suadente: “I gay
sanno che li amo! Loro vorrebbero essere truccati e
pettinati come me, indossare i miei vestiti sgargianti.
Vorrebbero ma non possono: se vanno per strada
conciati così li prendono in giro. Io ne ho quindici nel
mio circo e hanno le mansioni più diverse: uno lavora
al bar, un altro fa la spesa, altri ancora sono artisti. So
di certe storie, si amano e poi litigano!
Ma non è il circo che li protegge, sono io. Per me sono
come fratelli. I gay sono sinceri, bravi, non sono maligni.
Io li conosco tutti, da Signorini a Canino. Quello a cui
sono più affezionata è proprio lui, il mio segretario
Antonio. Ma sono molto amica anche di Elder Togni
Miletti. Sono socia dell’Arcigay e se Grillini fonda il
partito degli omosessuali mi iscrivo subito!”.
Continuiamo il nostro reportage e contattiamo
Arturo Brachetti, il più grande trasformista
del mondo, definito da Fellini “l’ultimo clown”,
in tournée col suo mirabile spettacolo di gran
successo: L’uomo dai mille volti.
“Da piccolo avevo un grande desiderio di andare al
circo ma non avevo i soldi e così lo vedevo ogni tanto
in televisione.
Una volta mi hanno portato a vedere il circo Togni,
che mi è rimasto molto impresso e a tredici anni sono
andato al Circo sul ghiaccio di Moira Orfei. L’ho
anche conosciuta, una quindicina di anni fa, quando
aveva le unghie molto lunghe e faceva ancora il
numero degli elefanti.
È l’ultima regina del circo italiano e una delle ultime
al mondo, ce la invidiano in parecchi, è una sorta di
maschera di se stessa, una vera icona che rappresenta
tutto ciò che era il circo una volta e i suoi riti: le grandi
dinastie coi capostipiti, i principi di questa minisocietà,
un paesino viaggiante dove lei era la signora-padrona.
Ho conosciuto bene anche il circo Roncalli, che ha
reinventato l’arte circense in maniera poetica ed è in
un certo senso il ‘nonno’ del Cirque du Soleil.
Spesso sono tutti parenti: per esempio la moglie di
Bernhard Paul, il direttore del circo Roncalli, è una Togni
(Eliane, n.d.r.).
cultura+attualità
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Gli allievi della Scuola di Cirko
(foto Valerio Tosi Beleffi)
Arturo Brachetti (foto Pascalito, Paris).
Il circo, in giro per il mondo, è quasi sinonimo d’Italia:
David Larible lavora al circo Barnum in America ma è
italiano come Onofrio Colucci, un altro bravo clown.
Tra i miei 350 costumi ho almeno 4-5 pagliacci, tra cui
un bellissimo clown bianco. Di circensi gay conosco solo
un domatore nordico degli anni ’70 che è stato uno
dei primi ad ammettere di essere omosessuale. Non
è facile come ambiente, è assai macho ma adesso
tutti se ne fregano. Per esempio tra gli organizzatori
degli spettacoli del Cirque du Soleil a Las Vegas molti
sono gay”.
Conosciamo infine il regista torinese Paolo
Stratta, cofondatore della Scuola di Cirko insieme
a Chiara Bergaglio.
“La nostra scuola, leader a livello nazionale, è nata
nel 2003 all’interno della Reale società ginnastica di
Torino, ma ora è autonoma e lavora sotto i tendoni.
Abbiamo circa 250 allievi.
I programmi didattici prevedono corsi quotidiani e
una serie di tirocini presso circhi noti come Togni e
Bellucci.
Il circo, in generale, è un ambiente maschilista, dai valori
tradizionali, e raramente varca la soglia dei suoi cancelli
per entrare in sintonia profonda con l’ambiente che lo
circonda. Però, stranamente, la presenza di artisti gay
all’interno al circo è estremamente diffusa e anche
integrata. C’è una specie di schizofrenia per cui i valori
sono quelli tradizionali ma la realtà non risponde a
questo teorema. Basta pensare alla figura di Moira
Orfei, che è diventata un simbolo per il mondo gay.
Personalmente non conosco nessun artista che
faccia della sua sessualità un fatto esplicito ma so
di presentatori, trapezisti, giocolieri, equilibristi e
funamboli gay.
Non c’è una casistica di una disciplina particolare, è un
fenomeno assolutamente trasversale. Io personalmente
sto preparando uno spettacolo incentrato sul mito
dell’androgino. Uno strepitoso personaggio storico gay
era Barbette (nome d’arte di Vander Clyde, musa di
Cocteau, nato nel 1904 e morto nel 1973, n.d.r.),
un trapezista di origine americana che ebbe successo
a Parigi e si vestiva da donna”.
Desidero infine sapere da Stratta che cosa pensa
del riferimento imprescindibile quando si parla di
circo: Fellini.
“L’immaginario felliniano è centrale, ma secondo me in
qualche modo ha sancito la morte del circo: il circo è
nato come innovazione da parte di persone impavide
che non avevano paura di nulla. A un certo punto ha
iniziato il suo declino. Attraverso “I clowns” Fellini l’ha
fotografato in una forma sclerotizzata, in un’immagine
a cui molti circhi si sono riferiti, riproducendo un cliché
che non ha saputo trasformarsi, e il circo ha così un po’
perso la sua verve”.
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“Fag and fuck”
Xavier Gicquel
Marco Albertini
La principale caratteristica dei disegni erotici di
Xavier Gicquel (www.xaviergicquel.com) è una
decoratività barocca, che lo contraddistingue in
maniera assolutamente originale all’interno dell’illustrazione gay mondiale. Partendo da origini
di illustratore di moda maschile, e usando una
tecnica artistica sublime, Xavier Gicquel intreccia le più pesanti fantasie dell’immaginario leather e sadomasochista con
un’attenta cura dei dettagli, inusuale in
questo tipo di arte.
La scelta dei decori, l’accostamento dei colori e gli oggetti della vita quotidiana presenti in secondo piano rendono molto realistici
gli scenari dove si svolge l’azione hard.
Le sue esuberanti immagini vivono in un’atmosfera “rough and queeny”, come lui stesso la definisce: l’espressione è traducibile all’incirca con
un contrastante “grezzo e frocio”. Aspetti folcloristicamente camp infatti accompagnano sempre
i suoi uomini, muscolosissimi e con membri virili
esibiti come totem, dallo sguardo truce ed assassino ma talvolta anche dolcemente sognante.
Sono maschi che non rinunciano ad alcun fantasma carnale ed anche il titolo della mostra milanese, traducibile con “checca e scopata”, vuol far
risaltare questo doppio aspetto, sempre in bilico
tra autoironia e provocazione.
Quello che lo pone di diritto tra i massimi artisti
gay contemporanei è quel rarissimo salto di qualità per cui il puro talento manuale raggiunge uno
stile personale, inconfondibile e perfettamente
riconoscibile all’istante.
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Nato in Francia dove vive e lavora, Xavier Gicquel ha già esposto alla Tom of Finland
foundation di Los Angeles, oltre che a New York, Parigi, Berlino ed Amsterdam. Da
dieci anni i suoi disegni sono presenti mensilmente nella rivista di culto statunitense
“Honcho”.
In collaborazione con M.arte produzioni, le tavole di Xavier Gicquel saranno in
mostra a Milano per la prima volta in Italia dal 3 al 30 giugno 2007 presso la libreria Babele galleria, via san Nicolao 10 (MM Cadorna). Inaugurazione e cocktail
domenica 3 giugno 2007 dalle ore 12:30, presente l’autore.
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A
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Com’è l’Italia vista dai turisti stranieri? Un gay romano ha
provato a ricostruirlo, sulla base dei suoi colloqui con i turisti
incontrati nei locali della Città Eterna.
i confini del moderno
Mau Longo
[email protected]
Roma è una città di enormi flussi turistici. Secondo le cifre più recenti (basate, immagino, su dati
degli albergatori), Roma è ormai divenuta la città
più visitata d’Europa: più di Parigi. Tale spropositata popolarità, però, è assai meno lusinghiera
di quel che si può pensare. Me ne sono convinto
andando a curiosare nei blogs in inglese di decine
e decine di turisti americani passati per la Città
Eterna. (Tra i quali praticamente nessun turista
gayo.)
Il grosso dei turisti stranieri a Roma è, infatti,
americano. Quel che viene fuori dai loro blogs è
che vengono nell’Urbe per... un tuffo fuori dalla
modernità. Eh sì! È una cosa che evidentemente non trovano come vorrebbero in altre città
ricche d’arte tipo Parigi o Barcellona; le quali, si
badi, sono anche più economiche di Roma per il
turista.
A suo tempo ne ho parlato, tra gli altri, con un
giornalista gay americano, Drew Limsky. Sull’argomento, lui si è espresso più o meno così: “A
Parigi di antico c’è rimasto, purtroppo, solo lo sfondo
architettonico; mentre a Roma… si viene a contatto
con un altro stile di vita, stupendamente retrò”. I due
avverbi, “purtroppo” e “stupendamente”, sono
ovviamente suoi; e sono certo che basterebbe
portarlo sul Raccordo alle otto del mattino per
indurlo a serie riflessioni sul nostro “stupendo”
vivere retrò. Peccato che Limsky non fosse stato
a Praga: avrebbe scoperto un’altra città estremamente più moderna del suo sfondo architettonico (e nella quale le coppie omosessuali sono
riconosciute e tutelate dalla legge).
Ma veniamo al succo, e cioè a una domanda:
come appare dal punto di vista dello svago gay,
oggigiorno, la città più turistica d’Europa, agli occhi di uno straniero?
Una prima risposta è… che non appare affatto!
Infatti, una delle cose che Drew Limsky e altri
suoi connazionali non scorderanno mai (a loro
dire) di Roma è l’irreperibilità di informazioni affidabili sui luoghi gay. È un esperimento che qualunque romano può fare: provi a cercare notizie
in inglese sui locali gay della Capitale... e rabbrividisca. Viene fuori di tutto e di più.
Tanto per cominciare, svariati locali ormai chiusi,
o che magari avevano una serata gay settimanale
una volta; e poi – soprattutto – un’eterogenea
serie di posti che si dicono locali gay e non lo
sono (più)... (Tra questi, diverse caffetterie e similari nella zona più turistica, che di gay hanno
soltanto… i proprietari).
Uno specchio impietoso della scena gaya di gran
parte dell’Italia, che Roma riassume, e la cui caratteristica principale è: l’estrema pochezza di
locali di aggregazione gay che siano stabili e aperti
più giorni alla settimana, e che raccolgano un po’
di più dei proverbiali quattro gatti.
Quel che succede è che una grossa fetta dei turisti gay stranieri in Roma rinuncia alla ricerca
dopo la prima disavventura; mentre i rimanenti,
più tenaci o più fortunati, approdano (magari la
sera dopo) in uno dei pochi “veri” bar gay della
Capitale... e lo trovano – a meno di una botta
di… ulteriore fortuna – semivuoto. Di gay bars
romani aperti e frequentati nel pomeriggio non
ce ne sono, infatti. Noi tendiamo a scordarcene,
ma il turista straniero gode di una prospettiva
esterna, per cui se ne accorge subito: la scena
gay romana è, nei fatti, scarsissima rispetto alle
dimensioni (tre milioni di abitanti!) della città;
ergo, a Roma pende sugli omosessuali uno stigma
sociale.
Che sia effettivamente così, inutile discuterne. È
assolutamente vero, e la vastità della scena “bisessuale” romana – veramente ipertrofica – sta a
dimostrarlo: quelli che mancano da questa parte
stanno di là, e qualunque trans ve ne può parlare
per ore, di quei “bisex” (ed io pure potrei).
Ma… qui viene il bello, ragazzi: il turista straniero più acuto si rende anche conto, abbastanza
presto, del fatto che la scena gay romana non è
neanche, a sua “discolpa”, arretrata: è sottosviluppata e basta.
L’effetto risultante è un po’ surreale. Me lo spiegò un altro giornalista, un inglese (di Newcastle),
più o meno con queste parole: “La scena gay di
Roma è senza dubbio povera; ma quella che c’è non è
‘retrò’ come uno si aspetterebbe di conseguenza; per
cui alla fine è una delusione per molti turisti ingenui,
che dopo avere scovato locali seminascosti come a
Budapest vi ritrovano non i maschietti ‘genuini’ [tra
virgolette] di un ambiente gay ai suoi primi passi,
bensì gente gay del tutto globalizzata e ‘ordinaria’
[sempre tra virgolette] che avrebbero trovato identica, ma molto più numerosa, in altre città d’Europa,
e in locali più allegri.”
Insomma, il turista gay non trova, a Roma, né
quel che di “globalizzato” ma abbondante offre
Berlino, né quel che di raro ma “genuino” offre
Istànbul.
E gli rimane un mistero quale sia l’effettivo grado
di emancipazione della gente gay italiana; tant’è
che spesso te lo chiede.
A me è capitato addirittura che mi chiedessero
se fossi o no gay e/o se fossi un marchettaro, cosa
che m’ha fatto capire in un lampo quanto debba
sembrare “bulgara” la comunità gay romana agli
occhi degli stranieri.
La confusione d’idee che la Roma gaya genera
nel turista straniero diventa inestricabile, poi, se
lo portate in una sauna, o in un cruising. Si accorgerà, infatti, che tutti i “mancanti all’appello”
sono proprio là! Noi ci siamo abituati, ma per gli
stranieri non latini è stupefacente vedere bar così
vuoti a fronte di saune così piene.
E loro non riescono a capire se il loro successo
sia o no un segno di repressione, perché le saune
romane (e italiane in generale) non hanno affatto
un aspetto “clandestino”, anzi, tutto il contrario!
Di fronte a tanto affollamento, i turisti rimangono perplessi di fronte alle interminabili “danze
degli scorpioni” con cui noialtri amiamo perdere
interi pomeriggi e lunghe nottate sperando che
qualcuno ci rimorchi. (Non so se avete mai visto
due scorpioni che si vorrebbero accoppiare...)
È però nei locali misti che il visitatore straniero
afferra al volo il vero nodo dell’ambiente gay della vecchia Urbe. Io non c’ero mai arrivato.
Me l’ha espresso chiaramente un ragazzone del
Québec (con polpacci indimenticabili), incontrato in uno di questi luoghi, e gliene sarò per sempre grato.
Mi disse: “Voi gay ‘emancipati’ di Roma in realtà
trovate i maschi ‘bisex’ più fighi di voi.
Con idee del genere in testa, è ovvio che un bar gay
sia, per voi, un posto sfigato per natura.”
Insomma, l’antitesi della fierezza gaya.
E poi ci si meraviglia che la Cei spadroneggi!
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O
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Vi siete divertiti leggendo i libri di Marco Travaglio
sui nostrani imperi economici in odore di mafia?
Allora vi divertirete anche leggendo l’ultima
opera di Piergiorgio Odifreddi.
rgoglio ateo
Pigi Mazzoli
[email protected]
Il mese scorso vi ho raccontato del Fsm (il Mostro
volante di spaghetti) una nuova religione parodistica
creata per contestare le chiese americane che
pretendono di sostituire l’insegnamento della teoria
dell’evoluzione con il creazionismo biblico. Questa
massa di appiccicosi spaghetti con due occhi e due
polpette mi ha tanto risollevato il morale e lo spirito
da continuare a cercare informazioni sull’argomento.
Ho incontrato così una Teiera celeste, ed un Invisibile
unicorno rosa, e il suo nemico, la terribile Ostrica
viola, che con le dita dei piedi domina tutte le vongole
dei mari.
Poi ho visto in televisione, nel programma di Corrado
Augias Cominciamo bene - Le storie, il matematico
Piergiorgio Odifreddi che presentava il suo ultimo
libro [Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo
essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, pp.
266, febbraio 2007, € 14,60], un’incredibile raccolta
di strafalcioni, dalle Sacre scritture all’attuale papa
creazionista. Ho comprato immediatamente il libro e
vorrei lo leggeste anche voi. Parla di storia ma non è
noioso come sanno esserlo a volte i libri di scuola.
Come ateo mi ha fatto sentire meno solo al mondo.
Potrei, forse dovrei, citare Bertrand Russell, per
parlare di questo libro. Perché il matematico e filosofo
(nonché premio Nobel per la letteratura del 1950),
pubblicò esattamente 50 anni fa il libro Perché non
sono cristiano.
Questo è il quindicesimo libro di Piergiorgio Odifreddi,
matematico e filosofo, e cita nel titolo l’opera di
Russell (ma allude anche alla risposta di Benedetto
Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani, del 1959).
Odifreddi divulga scienza e libero pensiero, fornendoci
con un po’ di citazioni - più di ottocento - gli argomenti
per capire le contraddizioni delle religioni, e di quella
cattolica in particolare, confutando puntualmente e
mostrando il paradosso insito nella fede, in ogni fede.
Detta così potreste avere l’idea che si tratti di un’opera
difficilissima e pallosissima. No. È un libro divertente,
arguto, veloce, intrigante come un giallo.
Che sia colpa di questo libro se il papa ha appena
dovuto dire che il limbo non esiste perché sarebbe
palesemente ingiusto? E ora chi lo dice a Dante?
Odifreddi spiega bene non solo le incongruenze
nella Bibbia e nei Vangeli, ma anche come le stesse
giustificazioni e aggiustamenti attuali della dottrina
vaticana siano solo dei tentativi di mettere delle pezze
a teorie che non reggono alla verifica del pensiero
moderno, se non mettendo un dogma qua e un dogma
là nel corso dei secoli. Mi sono divertito parecchio,
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con le gustose citazioni contrastanti, con i passi
imbarazzanti e ora sottaciuti dalla chiesa, con i
dogmi più fantasiosi.
Non dovrebbe essere una lettura divertente,
ma orrifica. Perché ci spiega come sono potute
accadere le violenze dell’Inquisizione,la repressione
del libero pensiero (ma anche del pensiero solo
diverso), la condanna dell’omosessualità. Perché la
chiesa non è un gruppetto di folcloristici uomini
in gonnelle multicolori che tengono in astinenza
sessuale donne velate, ma una potentissima
organizzazione mondiale, tanto potente da riuscire
a far crollare un impero (da quello romano a
quello sovietico) e con la facoltà di indottrinare i
bambini con le sue credenze (anche nelle scuole
dello stato, grazie al concordato).
Che nel Duomo di Milano ci sia un Don
Vattelappesca messo segretamente lì per
confessare gli omosessuali assolvendoli, non mi
tranquillizza affatto. Perché il Vaticano arriva a dare
del terrorista a chi osa criticarlo, ma non ci pensa
due volte a dire le peggiori cose sull’omosessualità
e gli omosessuali.
Ma lo sapevate che la chiesa ad un certo punto,
1220 anni fa, eliminò il secondo comandamento,
quello che vietava di creare immagini sacre? Ma
dato che i conti non tornavano e i comandamenti
sarebbero diventati 9, allora ne ha preso uno e
l’ha diviso in due. Riuscite ad indovinate quale? La
soluzione sul libro...
Basta, basta! Questa non è una recensione, è
diventata quasi un’invettiva contro la chiesa.
Continuo con argomenti più lievi.
Ho parlato di una Teiera celeste. Fu il già citato
Bertrand Russell ad inventare questa teiera in
orbita ellittica intorno al Sole, tra la Terra e Marte.
Un oggetto così piccolo da non poter essere
visto neppure col più potente telescopio. Con
questa invenzione il filosofo voleva mostrare che
normalmente è considerato strambo credere in
una teiera, ma che se l’idea della sue esistenza fosse
instillata nelle menti delle persone, fin da bambini,
apparirebbe eccentrico non crederci. D’altronde
Bertrand Russell aveva avuto un trisavolo che,
osservando lo spessore della lava dell’Etna, giunse
alla conclusione che fosse ben più antica del 4004
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a.C., come invece la Bibbia afferma. E per questa
sua blasfema affermazione fu bandito dalla società
civile. Che la sua antipatia per la religione partisse
da lontano?
Poi ho visto (ma forse non ho visto) l’Invisibile
unicorno rosa, una divinità una e multipla,
rivelata verso il 1990 sulla rete. Di lui si sa che
è potente, tanto da poter essere rosa e invisibile
allo stesso tempo. Che è uno e tanti, e qui il
nostro “uno e trino” ci ha abituati da tempo a non
sobbalzare davanti a simili affermazioni. Come ogni
religione che si rispetti anche questa si basa sulla
logica e sulla fede: “Per fede noi crediamo che siano
rosa, per logica sappiamo che sono invisibili, perché
non possiamo vederli”.
La “favorita” dell’Invisibile unicorno rosa era
l’Ostrica viola, poi scacciata dai suoi pascoli, per
aver tentato di convincere i seguaci che l’Unicorno
preferisce la pizza con funghi e peperoni a quella
all’ananas e prosciutto. Per cui ora è sprofondata
negli abissi, ed è diventata la terribile Ostrica
viola del giudizio, e la dannazione eterna consiste
nel vivere in sua presenza, dando la cera alla sua
conchiglia e massaggiandole i piedi fangosi.
La pur recente storia annovera anche un tentativo
di scisma, quando qualcuno volle far credere che il
vero dio fosse invece un Timido pegaso marrone,
senza successo.
Ogni tanto l’Invisibile unicorno rosa appare a
qualcuno, nei luoghi più disparati.
“Siano benedetti i suoi sacri zoccoli” e “Possano
i suoi zoccoli non essere mai ferrati” seguono
di solito il nome del dio, come è nell’usanza
musulmana, tanto per non lasciare nulla
d’intentato.
La mia nipotina di due anni crede nell’esistenza di
My Little Pony, rosa con la criniera bionda. Che stia
macchinando un terribile scisma?
Anche questa volta ho parlato poco di “vita gay”.
Ma credo sia importante ricordare che solo in una
società laica è possibile averla, la nostra “vita gay”.
Che nelle culture improntate su valori religiosi,
di solito, dall’Iran al Wyoming, noi siamo solo dei
peccatori da forca o da linciaggio.
E che in Italia pensano che non siamo degni di
avere i Pacs, e forse nemmeno i Dico.
Un sito consigliato.
Se volete leggere cose interessanti, ne avete il
tempo e avete una connessione ad internet, vi
consiglio il sito della Uaar, acronimo di “Unione
degli atei e degli agnostici razionalisti”.
Ad esempio trovate una ulteriore versione della
teiera di Russell, che questa volta è Un drago nel
mio garage nello scritto di Carl Sagan (http://
www.uaar.it/ateismo/contributi/01.html).
Del comitato di presidenza della Uaar fanno
parte, oltre a Piergiorgio Odifreddi, anche
Margherita Hack, Danilo Mainardi e (ho parlato
di lei già una volta) Laura Balbo. Quella sociologa
che, diventata ministra nel governo D’Alema,
dichiarò che le unioni omosessuali erano lecite,
e venne silurata per sempre...
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58 memoranda
All’annuncio dell’uscita del libro No, no, no! Ratzy
non è gay, di Angelo Quattrocchi/Malatempora
editore di Roma), mi sono immaginato ciò che il
viperino Roger Peyrefitte (1907-2000), se
fosse ancora tra noi, avrebbe potuto commentare
su Papa Ratzinger e don Georg. Sin dalla
copertina si legge: Perché è omofobo da sempre?
Perché si è preso un segretario così bello che lo
segue ovunque e gli aggiusta il mantello? Perché ha
una dottrina così rigida e una sartoria così garrula,
praticamente un coming out sartoriale? In questo
libro le risposte.
Augurandomi che tutto possa essere palesato
quando l’opera sarà in libreria, mi viene in mente
il petardo che il francese Peyrefitte fece esplodere
nel 1976 proclamando, sulla rivista francese “Lui”,
l’omosessualità di Paolo VI (1897-1978) in
risposta alle sue condanne ai gay (assai blande,
rispetto quelle mitragliate da Ratzinger).
Peyrefitte affermò che quando Giovanni Battista
Montini era arcivescovo di Milano aveva amato
che il papa era un sodomita. Nel 1511 i cardinali
francesi, spinti dal re di Francia, tennero perfino
un “concilio” a Pisa per deporlo, definendolo
“sodomita” e accusandolo di aver infettato la
chiesa con la sua corruzione.
Ma tra i due papi sovracitati era stato proclamato
papa Alessandro VI Borgia (1431-1503),
bisessuale e padre dei celebri Lucrezia e Cesare
Borgia (anch’esso bisex,accusato dai contemporanei
di aver violentato e ucciso il bel principe di Faenza,
Astorre Manfredi). Certo, queste notizie forse fanno
parte della propaganda protestante anti-papale.
Difficile scoprirlo, a distanza di tanto tempo.
Ma ritorniamo a Giulio II. A lui seguì immediatamente
un papa assai spettegolato: Leone X de Medici
(1475-1521). Suo favorito fu il nobile fiorentino
Andrea Degli Albrizzi.
Dopo un salto temporale di dodici anni e due
papi, tornano le voci sull’omosessualità d’un
nuovo pontefice: Paolo III Farnese (1468-1549).
Bisessuale e padre di Pier Luigi Farnese (15031547), il quale poteva contare sull’indulgenza
Vaticanissima!
l’attore Paolo Carlini (1922-1979), del quale aveva
preso il nome quando fu eletto papa. Seguì una
manifestazione del Fuori! in piazza san Pietro,
presto dispersa a causa dello slogan inalberato dai
“diversi”: Paolo, combattiamo anche per te…
La domenica delle palme, dal suo balcone, Paolo
VI addolorato denunciò “Le cose calunniose e orribili
che sono state dette sulla mia santa persona…”. Le
chiese di tutto il mondo organizzarono veglie per
mondare con la preghiera tali accuse.
Non pago, nel 1978 Peyrefitte spettegolò su Pio
XII (1876-1958) col suo nuovo libro Scene di caccia
(Garzanti editore), attribuendogli una relazione
appassionata con l’architetto dei palazzi vaticani.
Ma dicerie del genere fanno parte della storia
pontificia. Il primo papa a farsi una nomea fu (guarda
caso!) Benedetto IX (1012-1052), eletto a soli
12 anni in piene lotte medioevali, accusato d’orge
gay. Deposto poi dall’imperatore Enrico III, finì con
l’avvelenare il suo sostituto tedesco Clemente II e
ritornare al potere fino al 1048.
Ma l’epoca d’oro dell’omosessualità in Vaticano
arrivò col Rinascimento. Paolo II (1417-1471),
nipote di un papa, era d’una vanità senza limite.
Effeminatissimo, si vestiva con tessuti d’oro guarniti
di diamanti, ribattezzandosi Formosus cioè “Il Bello”.
La sua favolosità era talmente risaputa che il popolo
lo soprannominò “Nostra Signora Paola”. Morì a
causa d’un attacco di cuore e subito il pettegolezzo
giurò che ciò fosse avvenuto durante un rapporto
sessuale con un paggio.
A lui seguì Sisto IV della Rovere (1414-1484),
il papa da cui prende il nome la Cappella Sistina.
Nominò cardinali giovanissimi e celebri per la loro
bellezza, tra cui il diciassettenne nipote Raffaello
Riario.
Anche il futuro Giulio II della Rovere (1443-1513),
noto come “il Papa guerriero”, era suo nipote (e si
devono a lui le decorazioni di Michelangelo per la
Sistina). Fu soprattutto un politico nella guerra tra
Francia e Germania, tanto che l’imperatore tedesco
per avere alleato l’inglese Enrico VIII gli spifferò
pride
giugno 07
di papà per rapire e stuprare tutti i ragazzi che
voleva. Il papa si compiaceva dell’irruenza giovanile
del figlio al punto di nominarlo duca di Parma e
Piacenza. Restò famoso il cosidetto “oltraggio
di Fano”, riportato pure dallo storico Benedetto
Varchi (1503-1565).
In occasione di un’ispezione Pier Luigi si recò a
Fano, dove fu accolto con tutti gli onori dal vescovo
Cosimo Gheri, un ragazzo poco più che ventenne. Il
giorno successivo il Farnese incontrò nuovamente
il vescovo e manifestò le sue intenzioni: “Cominciò,
palpando e stazzonando il vescovo, a voler fare i più
disonesti atti che con femmine far si possano”.
Tuttavia il vescovo non era disponibile e si opponeva
in maniera decisa. Pier Luigi lo fece legare e, sotto
la minaccia dei pugnali delle guardie, lo violentò.
Non sopportando l’umiliazione per l’oltraggio
subito, dopo poche settimane il vescovo morì.
Qualcuno pensa che in realtà il ragazzo sia stato
fatto avvelenare dallo stesso Pier Luigi, per non far
trapelare l’accaduto.
Seguì al Farnese lo sfarzoso Giulio III del Monte
(1487-1555), preso di mira dal famoso Pasquino per
le sue tendenze. Nominò cardinale il suo amante
di 17 anni, che aveva fatto adottare dal fratello:
Innocenzo del Monte (1532-1577).
Alla sua morte fu eletto, per reazione, un papa
d’alta moralità che però schiattò dopo un mese.
Ne prese il posto un notorio omosessuale, Paolo
IV Carafa (1476-1559) ma, guardacaso, a lui si deve
la riforma dei tribunali dell’Inquisizione che tanti
gay mandarono al rogo. Antisemita, a lui si deve
la creazione del ghetto a Roma e l’Indice dei libri
proibiti. Alla sua morte i romani si vendicarono
buttandone la statua nel Tevere.
Dopo 21 anni salì infine al soglio Gregorio XV
Ludovisi (1554-1623), la vox populi lo diceva fròscio.
Tanto che Tallemant des Réaux (1619-1692) riportò
pettegolo: Poiché il Ludovisi aveva nominato marchese
il suo bardassa (ndr: amante passivo), giocando sul
doppiosenso di “marchese” (cioè: mestruazione) si
sparse questa battuta: “Mai culo aveva fatto
GiovanBattista Brambilla
memoranda
59
1
2
3
1. Ratzinger col camauro.
2.Giulio II Della Rovere ritratto da Raffaello.
3.Sisto IV Della Rovere col nipote (il futuro papa Giulio II),
ritratto da Melozzo da Forli..
4. Alessandro VI Borgia, ritratto da Cristofano dell’Altissimo
5.Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi,
ritratto da Raffaello nel 1518-1519.
4
5
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pride
60 rubriche
I pride del 2007
di Carmine Urciuoli
[email protected]
Quest’anno si svolgerà a Roma, il 16 giugno, il Pride unitario
del movimento glbt italiano, che promette di essere uno
dei pride nazionali più imponenti mai organizzati in Italia.
A Milano, a fine mese, il pride di una delle capitali gay
d’Italia. Sui siti delle manifestazioni saranno pubblicate
tutte le informazioni utili per chi desidera organizzarsi.
http://www.romainpride.it/ Pride unitario di Roma
http://www.pridemilano.org Pride di Milano
internet
Web parades
I SyncSta sono Chris e Jake dal Derby, grigissima contea
inglese. I due graziosi ragazzi hanno inziato ad inviare
filmati su YouTube rifacendo i video delle hit degli ultimi
anni. Tra questi una versione ironica, più misogina che
“gay”, di “Barbie girl”, successo del 1997 degli Aqua (già
parodia della donna-bambola americana incarnata dal
giocattolo della Mattel, che li querelò per questo).
i-D (http://www.i-dmagazine.com), noto magazine di
moda ingles ha fatto dei due amici e del loro successo un
caso mediatico, rimbalzato in Italia grazie al sito Gay.Tv.
Subito sgonfiatosi (forse per la preocupazione dei due di
smentire le voci di omosessualità sul proprio conto).
Per buona parte i filmati amatoriali di YouTube sono
canzoni ricantate per divertimento: da Shangai (http://www.
youtube.com/profile?user=duncanmeister) al Canada
(http://www.youtube.com/profile?user=Enemycraft, con
la spassosa “The internet is for porn”) migliaia di persone
registrano la propria canzone del cuore.
La possibilità di esporsi costituisce spesso il volano per il
successo di talenti che resterebbero nell’ombra o fermi
tra le trame dell’industria discografica. Mika, il cantante
gay libanese, si è servito ampiamente di internet per
bypassare le case discografiche, contro cui ha scritto
“Grace Kelly”, aprendo il suo spazio su Myspace e
pubblicando liberamente le sue canzoni (http://www.
myspace.com/mikamyspace).
Stalloni pulitori
Folle intelligenti
Il toothing è un modo simpatico per utilizzare il telefonino
e conoscere nuova gente senza spendere un centesimo.
La maniera più semplice che possiamo già utilizzare per
fare toothing è inviare il proprio contatto dalla rubrica via
bluetooth (se il nostro cellulare ne è fornito) a qualsiasi
telefonino rilevato nel raggio di azione.
Esistono poi sistemi come Mobiluck o il NokiaSensor,
che permettono di inviare contenuti multimediali, una
descrizione di se stessi fino a veri e propri minisiti mobili.
Promosso in maniera sperimentale in alcune discoteche
ha avuto risultati strabilianti.
http://www.mobiluck.it
http://www.nokia.com/sensor
http://www.bluetoothing.it (community di toothers)
Liberi di censurare
Conservapedia, il wiki dei conservatori americani
(http://www.conservapedia.com) si offre come punto di
riferimento su web per i “valori “conservatori, con decine
di migliaia di voci che hanno quasi sempre riferimenti
diretti ai testi sacri. E, in perfetto stile puritano, non
permette il dibattito intorno ai temi controversi, come
l’omosessualità, la cui voce è bloccata da contributi
esterni, in contrasto con lo
spirito collaborativo di
una libera enciclopedia
su web. Un po’ come la
lezione di affettività di
Roberta Vinerba, la suora
che insegna la sessualità
impedendo contraddittori
nelle aule quando si tocca
la voce “omosessualità”
(http://www.omphalospg.
i t / d o c u m e n t i /
comunicati/270407.asp).
Conclavissima
La Tavia Tovarich, videoartista bolognese, ripropone su
web “Burlesque!” Tra filmati, movie mash-up e sketch
domina Conclavissima, cliccatissima sit-com in sei puntate
ambientata nel Vaticano, con il cardinal Alberto, Giorgio
e la Mirna chiamati a dare il loro contributo per l’ultima
enciclica.
“Il piccolo delirio autoprodotto”, afferma la Tovarich, “è
dedicato a tutti quelli che credono che la satira resista e che
quella sulla chiesa sia più che mai necessaria”.
http://www.youtube.com/profile?user=lataviatovarich
Bella trovata hanno avuto per pubblicizzare il detersivo
Xtra-Pine con la pubblicità degli “stalloni pulitori”. Dal
sito un menù interattivo permette di segliere il modello,
indumenti, stile e musica che più ci piacciono, e vedere
il filmato in cui il nostro stallone pulisce un ambiente
domestico, finendo per togliersi i vestiti tra mille
ammiccamenti.
http://www.cleaninghunk.com
>> EROSSTRIP
pride
giugno 07
Molti siti di videochat hanno aperto nell’ultimo anno e molti, come
http://www.circolodelleseghe.it, hanno introdotto stratagemmi
intelligenti per consentire ai propri utenti di vedersi in cam in tempo
reale.
Fatto salvo per qualche sito (come http://www.chattyboy.com, amato
dagli orsi), gli italiani sono ancora resistenti a mostrarsi.
Meno repressi i francesi che si scoprono senza tante cerimonie.
Su http://chat3.keumzone.com/chat basta cliccare sul nick dove è
presente la cam e vedere il videochatter, spesso già “in azione”.
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giugno 07
pride
62 rubriche
Soundtrack: “Una notte così”- Loretta Goggi (45 giri Wea 1983)
“Spara forte i tuoi dischi dj, / stordirmi la mente almeno questo vorrei /
ed uscire solo all’alba da qui / per non annegare in una notte così…”
vita notturna
di Francesco Belais
[email protected]
Anche stavolta abbiamo assistito al risveglio della natura: starnuti e lacrime per chi soffre di allergia, notti miti di stelle e di
prime zanzare, in cui la pigrizia difficilmente ha la meglio su una rinnovata voglia di uscire e di vivere nuove avventure.
Comincia il tempo delle vacanze e dei weekend spesi fuori città. Ostia, Fregene, Rimini, Riccione, ma anche Versilia, città
d’arte, capitali straniere, Londra, Barcellona, Parigi, le mete sono più o meno sempre quelle.
Se avete voglia di qualcosa di nuovo e intrigante, vi consiglio le grandi città dell’est europeo, destinazioni un po’ meno di
moda ma molto, molto interessanti, soprattutto per la vita notturna. Budapest, Mosca, Praga, Kiev, San Pietroburgo: tutte
queste città, dopo la caduta del comunismo hanno avuto un’impennata riguardo alla movida, ai locali, in modo particolare
alla vita gay. La gente vive queste cose da così pochi anni che ha un’incredibile voglia di divertirsi, d’incontrarsi e di
conoscere persone nuove. Parafrasando la celebre canzone dei Village people vi suggerisco quindi: “Go east”!
GENTE DELLA NOTTE
Al (così lo chiamano gli amici) è nato a Londra, sotto
il segno del toro, ma dice di essere senza età; vive a
Viareggio e lavora al Fever house club in Versilia.
Se esci sempre di notte, come fai a essere così…
abbronzato?
Darling, tintarella di luna, of course! Anche lei bacia i belli!
Sei single o fidanzato?
Oh I’m single, honey...
Perché hai scelto la notte?
Qual è il tuo uomo ideale?
Ci siamo scelti a vicenda... dopo esser stati raccomandati dal Mr. Keanu Reeves che tiene Naomi Campbell per una mano e
giorno!
me per l’altra!
Quando e perché ti sei trasferito in Italia?
Qual è la cosa più trendy da fare in una serata in
Mi ci han portato il destino, e gli impegni mi ci tengono discoteca?
collegato.
Da sempre credo che la cosa piu trendy sia di rimanere in control,
anche se è difficile quando la notte comincia con l’aperitivo
Come e quando hai cominciato a lavorare nei e finisce all’alba. Perdere il controllo soltanto in privato e
locali?
preferibilmente a letto!
A 17 anni, nonostante regole di casa ferree e impegni scolastici, mi
concedevo il lusso di sfuggire ogni tanto e di andare a curiosare L’abbigliamento più giusto da indossare, sempre in
in giro a Londra (Heaven, Café de Paris, Hippodrome, Limelight). una notte in disco?
Poi accadde che mi chiesero di ballare al Daisy chain ogni martedi Scarpe comode ed eleganti.
presso “The Fridge”, a Brixton. È stato un sogno lavorare in un
posto così nell’apice del boom creativo della scena musicale ed Pensi mai di smettere di lavorare nei locali e di fare
artistica, che scintillava di energia.
qualcos’altro?
Per ora non ci penso, però mi piacerebbe tanto avere un locale
C’è chi dice che dopo mezzanotte, “in giro solo mio.
puttane e poco di buono”: è vero?
Rivisitando Nieztsche direi “Life without music would be a mistake” Cosa pensi della scena gay italiana?
(“La vita senza musica sarebbe un errore”)  e inviterei chi dice È molto promettente, nonostante la società in generale
così a conoscere i miei amici architetti, dottori, artisti, banchieri, che rema contro. Però c’è ancora molto dilettantismo,
stilisti, avvocati, ingegneri, padri e madri di famiglia, e tante altre superficialità, megalomania e ristrettezza di idee: bisogna lavorarci
persone, che conducono vite eccellenti ed escono la notte per sodo ed avanzare con calma, intelligenza, sincerità e, soprattutto,
concedersi un po’ di divertimento.
a testa alta.
Fai anche un lavoro di giorno?
Al momento no, evito di ritrovarmi plagiato ed annoiato dalle
persone che alimentano quelle voci elencate nella domanda
precedente. Però sappiate che ho fatto il commesso, il cameriere,
il barista, il modello, il traduttore, e ho lavorato in televisione, in
banca, in teatro.
PIATTI CALDI
Ti senti più un animale notturno o diurno?
Entrambi, dipende a che ora inizia la festa...o il lavoro!
BOB SINCLAR - Soundz of freedom [Double disc: Cd mixed +
bonus Dvd all videos] (Energy/Universal)
Che dire di Bob Sinclar? In quindici anni di carriera ha sfornato successi planetari,
trasformando l’house music in un fenomeno di massa. Cominciò come dj, nella
sua Parigi, e più precisamente nei locali del Maraìs, quartiere gay della capitale
francese, ma di acqua ne è passata sotto i ponti, e non soltanto quelli della
Senna! Con questo disco Sinclar ha deciso di fare un regalo ai suoi fan, un disco
mixato con tracce inedite e nuovi remix, mai pubblicati, di Mousse T, Jamie Lewis,
Axwell, Guy Schreiner e Erik Kupper. Per rendere questo prodotto ancora più
appetibile e completo, ha anche incluso un Dvd con le immagini del suo tour
del 2006 (Usa, Australia, Cina solo per citare alcuni paesi) e tutti i suoi video più
belli. Un disco che racconta tutte le tappe che lo hanno portato dove è adesso.
pride
giugno 07
Aytwyn
Rivolgi un invito a tutti i pantofolai ad uscire di più
la sera.
Se non riuscite a fare a meno delle pantofole, portatele dal
calzolaio e fateci mettere i tacchi, poi vedremo...
Per chi esce o chi sta in casa un pensiero di
buonanotte ai nostri lettori?
Citando Madge:“may the angels protect you & sadness forget you…”.
Bon voyage nel mondo dei sogni!
MARTIN SOLVEIG - So far [2Cd: greatest hits + bonus remixes]
(Energy/Universal)
Altro grande dj e producer francese, Martin Solveig propone la sua prima
compilation retrospettiva So far, con l’aggiunta di un bonus Cd. Nell’album vi sono
le tracce principali del lavoro di questo eclettico personaggio, “Rocking music”,
“Everybody”, “ Jealousy”, il nuovo singolo “Rejection” ed altri titoli inediti:
“Dalila”, “I got a woman” e “Cabo parano”. Il secondo Cd bonus, completo di
remix esclusivi, include anche tre videoclip. Applaudito in Italia e nel mondo per
i suoi dj set, l’artista francese è tra gli house makers più friendly.
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giugno 07
pride
64 rubriche
Edmund White_My lives
libri
di Francesco Gnerre
[email protected]
SEGNALAZIONI
Come negli altri suoi libri, anche in questo My lives Edmund
White parla soprattutto di sé, ma lo fa in maniera nuova, tanto
da riservare non poche sorprese anche ai suoi lettori più
affezionati, abituati alle sue originali forme di autobiografia.
Scomparsa ogni mediazione romanzesca,quiWhite si racconta
con una sincerità inedita, fino alle emozioni e alle esperienze
più indicibili, sperimentando una nuova pratica della scrittura
autobiografica, e intrecciando in maniera inedita e personale
il suo percorso esistenziale con i mutamenti della storia, della
cultura e della società.
È un tipo di letteratura che ricorda un po’ quella di
Marcel Proust, non a caso uno scrittore molto amato da
White, ma le esperienze personali (alla base dell’analisi e
della rappresentazione del suo mondo e del suo tempo)
procedono qui con una schiettezza, un senso dell’ironia e
dell’autoironia, una spregiudicatezza e un pragmatismo che
Proust, intrappolato nei suoi complessi e
nella sua cultura, non poteva avere.
Le sue vite (al plurale) White le racconta
a partire dalle persone che sono state
importanti per lui, a cominciare dai suoi
analisti, a cui è dedicato il primo capitolo,
per proseguire nei capitoli successivi con
le figure di suo padre e di sua madre, delle
sue marchette, delle sue donne, della sua
Europa, del suo master, dei suoi amanti (i
miei biondi), del suo Genet, dei suoi amici.
Cavia domestica di sua madre, che era
psicologa, White racconta, con ironia e
disincanto, la sua adolescenza infelice
nella provincia americana degli anni
cinquanta, alle prese con le sue prime
marchette e con qualche goffa esperienza
eterosessuale, ma soprattutto con la
tenacia e l’impegno dei suoi analisti nel volerlo fare diventare
eterosessuale, fino a quando, a metà anni settanta, non scatta
finalmente il ribaltamento delle regole del gioco imposte
fino ad allora: “Ormai volevo essere un gay felice, anziché un
omosessuale riabilitato”.
È la scoperta del “ghetto gay”, straordinaria e insostituibile
scuola di vita “per le sue occasioni di sesso, la sua ironia
dissacrante, la sua storia confusa, la sua cultura a tratti gloriosa e
a tratti aggressiva”.
L’analisi lo interesserà ancora (perché l’emancipazione dagli
strizzacervelli che ti hanno accompagnato per una vita può
essere deludente come il silenzio e la solitudine che seguono
la rottura definitiva con un amante ostinatamente geloso),
ma sarà di tutt’altro genere, e non sarà fatta di vaneggiamenti
indecifrabili o di pericolose falsità, come tanta psicoanalisi di
successo.
Le pagine dedicate al padre e alla madre sono tra le più belle
e intense mai scritte sulla famiglia da un figlio omosessuale
che sente di essere amato, ma sa che si tratta di un amore
senza comprensione, e tuttavia ha la consapevolezza di
playground_Roma_2007,
pp. 352, euro 17
assomigliare troppo a sua madre per arrogarsi il diritto di
giudicarla.
Della madre dice ad un certo punto:“Quando alla fine accettò
il fatto che fossi uno scrittore gay, cominciò a dire: ‘Sei diventato
un vero portavoce del tuo popolo’. I gay erano una tribù, e li stavo
guidando verso la Terra Promessa”. “Solo io”, commenta White,
“sapevo che ero troppo egocentrico, accentratore, terrorizzato dal
fallimento, dalla mediocrità e dalla povertà per potermi permettere
il lusso di ‘aiutare il mio popolo’”.
Eppure io credo che la madre abbia in qualche modo avuto
ragione. White non è la guida del popolo gay verso una
qualche Terra Promessa, ma è stato sicuramente per molti
anni (anche nei momenti terribili del dramma dell’Aids) e
continua ad essere oggi, la coscienza critica della comunità
gay, un punto di riferimento imprescindibile per chi crede
nell’importanza della cultura gay e per chi ama la letteratura.
Come e più che negli altri suoi libri,
anche qui White parla molto di sesso,
in particolare nei capitoli dedicati alle
sue marchette e al suo master, fino ad
addentrarsi in situazioni e in particolari
decisamente hard, ma non è uno scrittore
pornografico.
Anche le situazioni più scabrose sono
rappresentate con straordinaria leggerezza
e quando si accorge di correre il rischio
di scivolare in situazioni da porno seriale,
trova sempre il modo di “elevare il
livello”. Così nella rappresentazione delle
esperienze e delle fantasie sadomasochiste,
se la drammatizzazione del rapporto
servo-padrone sta per farsi imbarazzante,
c’è un cambiamento di prospettiva, ed
è come se lo scrittore si guardasse dall’esterno, riuscendo
in questo modo (senza nulla togliere alla serietà del rito
sadomaso e al piacere che se ne può ricavare) a cogliere
l’aspetto ironico della situazione. Il sesso è meno presente
nella rappresentazione delle relazioni stabili, dove prevale
la complicità, la condivisione, l’amore-stima, il bisogno
d’inventare modalità di vita in comune, perché, aggiunge
White ironico, “non sapevamo come funzionassero le cose in
una coppia di uomini” e “come ogni coppia sposata che si rispetti,
non facevamo sesso, ma eravamo molto affettuosi”.
Nonostante sia uno scrittore cult per tanti gay, molti libri
di White non sono ancora tradotti in Italia, forse perché
la sua rappresentazione della realtà gay è caratterizzata da
una schiettezza e da un realismo un po’ ostici per l’editoria
italiana, ma è possibile che questo My lives segni un’inversione
di tendenza perché Playground annuncia la pubblicazione di
altri suoi due libri. Ce ne rallegriamo, perché ogni libro di
White costituisce sempre un passo in avanti nel processo
di liberazione e di acquisizione di autostima per tutta la
comunità gay.
Reinaldo Arenas, Arturo, la stella più brillante, Cargo, Napoli-Roma 2007, pp. 78, euro 8.
L’esperienza in un “campo di rieducazione” cubano di un ragazzo che per sopravvivere si rifugia in un suo mondo
immaginario. Un romanzo breve, violento e sensuale, fantasioso e realistico, del grande scrittore cubano, autore di Prima
che sia notte, fuggito da Cuba nel 1980 dopo due anni di carcere per omosessualità ed esule a New York, dove si ammala
di Aids e dove muore suicida nel 1990.
Massimo Fusillo, Il dio ibrido, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 261, euro 23.
Uno studio rigoroso di grande interesse sul mondo dionisiaco e sulle sue dinamiche trasgressive nella cultura del
novecento, nel teatro (a partire dalle numerose rappresentazioni della tragedia di Euripide Le baccanti), ma anche
nella letteratura e nel cinema. Molte le escursioni nel campo della queer theory e della riflessione contemporanea sulla
sessualità.
Delia Vaccarello, Sciò, piccola biblioteca Oscar Mondadori, Milano 2007, pp. 240, euro 8,40.
Dopo L’amore secondo noi, Delia Vaccarello continua il suo dialogo con le nuove generazioni, raccogliendo (nel corso di
incontri collettivi, via email, al telefono e in tutti i modi possibili) esperienze, fantasie e domande di giovani e adolescenti
di tutti i sessi e di ogni orientamento. Testi e commenti sono illustrati dai disegni di Giulia Argnani.
Agustin Gomez-Arcos, L’agnello carnivoro, L’ippocampo, Milano 2007, pp. 380, euro 13.
Un bel romanzo ambientato nella Spagna franchista: due fratelli reagiscono all’atmosfera di odio e di morte che li
circonda amandosi di un amore follemente possessivo e fisico. L’agnello innocente ribalta il suo ruolo di vittima designata
fino a diventare “carnivoro” per far saltare i meccanismi che tengono in piedi gli orrori che lo circondano.
pride
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66 rubriche
Uomini forti
pag210x297duesse
25-09-2006
12:47
Pagina 1
si rifà ad un tipo di tunica romana): Steve Reeves (il quale fu
anche Mister Universo), una delle più grande icone gay. E poi
Gordon Scott, Mark Forest, Gordon Mitchell, Reg Park. E
alcuni italiani come Kirk Morris (pseudonimo del veneziano
Adriano Bellini).
Dietro a questi film (benché Della Casa non lo dica
apertamente) non è difficile intravedere spunti omoerotici,
in certi casi anche abbastanza evidenti (penso a La battaglia
di Maratona, a Maciste contro i tagliatori di teste o a L’eroe di
Babilonia). Del resto è praticamente impossibile che in film
ambientati in contesti classici l’omosessualità non faccia
capolino, pensando anche a quando essa è stata oggetto di
censure, come nel caso dei celebri Ben Hur e Spartacus.
cinema
di Vincenzo Patanè
[email protected]
di STEVE DELLA CASA
cast STEVE REEVES GORDON MITCHELL GORDON SCOTT
RICHARD HARRISON CHELO ALONZO SYLVA KOSCINA con la partecipazione di CARLO LIZZANI
ENRICO LUCHERINI CITTO MASELLI ROSALBA NERI MIMMO PALMARA CARLO VERDONE
Alzi la mano chi, fra quelli che hanno più di quarant’anni,
non ha amato i film peplum, scaricando su di essi le proprie
sfrenate fantasie erotiche. Nessuno, vero? Ed è ovvio perché
in quell’epoca (parlo degli anni cinquanta/sessanta), non
esisteva niente di più eccitante che appagasse gli occhi dei
gay. Occhi che luccicavano emozionati nel vedere quei fisici
statuari di uomini muscolosi e fortissimi, dai bicipiti possenti,
lucidi di sudore, coperti il più delle volte solo da cortissimi
perizomi che lasciavano tanto all’immaginazione…
Quest’epopea particolare ci viene brillantemente ricordata
dal critico Steve Della Casa nel divertente Dvd Uomini
forti (istituto Luce, 15 €). In 46 minuti Della Casa
ricostruisce tutta la storia di questo particolare genere di film
con soggetti mitologici e storici greco-romani, che è stato
un fiore all’occhiello del cinema italiano, dando anche luogo
a film molto validi (come Ercole alla conquista di Atlantide di
Vittorio Cottafavi, 1961). Un filone che, prima di scomparire,
si prese ironicamente in giro con l’ottimo Arrivano i titani
di Duccio Tessari (1962), che lanciò lo splendido Giuliano
Gemma.
Il Dvd è così un’ottima occasione per rivedere quei film,
punteggiati da balletti e scazzottate, da zuffe o da scene
di tortura in cui i corpi levigati e plastici si inarcavano
sensualmente. Utilizzando spezzoni di film e cinegiornali,
materiale di repertorio e interviste (bella soprattutto
quella a Mimmo Palmara) Della Casa focalizza il discorso
soprattutto sugli incredibili protagonisti di quei film, coloro
che interpretarono i vari Ercole, Maciste (un nome inventato
nientedimenoche da Gabriele D’Annunzio!), Ursus o
Sansone. Attori quasi tutti americani, dopo che i produttori
italiani, quasi per caso, si misero ad attingere al mondo dei
culturisti, praticamente sconosciuto in Italia.
Parlo in particolare del re indiscusso dei peplum (il cui nome
Lo stesso si può dire per i film più recenti del filone,
rilanciato alla grande a Hollywood nel 2000 da Il gladiatore.
Non c’è film in cui regolarmente non venga a galla il discorso
dell’omosessualità, sia quando è presente sia quando è
negata, a volte prendendo a schiaffi l’evidenza come in Troy
o Alexander. Nel primo (2004) la relazione amorosa fra
Patroclo e Achille, il fulcro su cui si poggia l’ira dell’eroe e
quindi la distruzione di Troia, si trasforma sfacciatamente in
un improbabile rapporto fra cugini. Un po’ meglio è andata
con Alexander (2004), in cui i rapporti di Alessandro con
Efestione e col giovane Bagoas sono evidenti.
Per fortuna, finalmente negli Usa sta uscendo (da noi arriverà
in autunno) un Dvd del film, Alexander revisited: the final cut,
senza i tagli che furono imposti dalla produzione a Stone. In
questa versione, lunga ben 213 minuti, sembra vi sia molto
spazio per l’amore di Alessandro con Bagoas, in un rapporto
tenero quanto tenace.
E che dire del recente 300, campione di incassi, diretto da
Zack Snyder e ispirato allo straordinario romanzo grafico
di Frank Miller? Il film ha diviso il pubblico gay. Qualcuno è
rimasto indispettito dal silenzio su quell’omosessualità che
pure fu sicuramente presente fra gli opliti spartani, nonché
dall’affermazione, ribadita più volte nel film, della superiorità
della mascolinità. Ma a questa omofobia di fondo fa riscontro,
sul piano visivo, un evidente omoerotismo: si pensi ai corpi
seminudi degli spartani, dagli ampi pettorali e dagli addominali
scolpiti. E, al di là di questo bel vedere, tutta l’estetica del
film è giocata su un piano queer e camp (oltre che dark-pulp),
come l’indimenticabile Serse (Rodrigo Santoro), riletto come
una drag queen pelata, con borchie, catene e spille.
Insomma sembra che, magari rientrando dalla finestra e non
dalla porta, il filone storico/mitologico, stia ritornando a noi
(a proposito, in questi giorni esce L’ultima legione, diretto da
Doug Lefler, sulla caduta dell’ultimo imperatore, il giovane
Romolo Augustolo), più o meno impregnato di omosessualità.
Anche per questo,
andiamoci a rivedere
con gusto il cinema
peplum. Tutto è nato
da lì, a pensarci bene.
(www.luce.it)
I tempi di uscita dei Dvd si stanno abbreviando: conviene approfittarne per recuperare i film persi nelle sale. Per
esempio avete visto il divertente Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton (20th Century Fox)? Il film, che ha vinto
ben due Oscar, è la storia della famiglia americana Hoover (padre, madre, due figli, zio e nonno), che con un pulmino va
a Los Angeles per far partecipare la bambina a un concorso. Un film on the road frizzante, con un finale memorabile, in
cui si ride perché i personaggi di questa famiglia sono tutti eccessivi, se non matti, ma anche seducenti e intriganti.
Fra loro come dimenticarsi dello zio gay studioso di Proust (Steve Carell), di fatto il narratore della vicenda col suo
graffiante umorismo, che ha appena tentato il suicidio perché mollato dal suo allievo che amava? La sua presenza è il
segno di un cinema indipendente americano (il film fu presentanto al Sundance) in cui essere gay è solo un modo di
essere, con il tutto il rispetto del caso. (www.20thfox.it)
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Georgie Jessup
Una donna in
abiti da uomo
musica
di Roberto Cangioli
[email protected]
Nella tradizione degli indiani d’America il termine winkte
è riferito a persone con un terzo sesso, ossia individui
con “due spiriti” (ad esempio una donna che vive come se
fosse un uomo e viceversa). Questo vocabolo è utilizzato
spesso oggi dalle persone appartenenti ai popoli nativi
americani che si riconoscono gay, lesbiche, bisessuali o
transgender.
Georgie Jessup (www.georgiejessup.com), cantautrice
del Maryland, ha fatto suo questo nomignolo in quanto,
fra l’altro, si batte anche per i diritti delle persone glbt
all’interno delle comunità indiane. Sul significato di queste
persone, che all’interno delle tribù sono venerate come
esseri dotati di poteri speciali, l’autrice ha scritto diversi
brani inclusi nei suoi quattro album finora pubblicati.
Ascoltando le canzoni di Georgie si ha la netta sensazione
di trovarsi di fronte ad un cantante con i tratti vocali di
Bruce Springsteen o di Joe Cocker, piuttosto che ad una
cantante alla Ani DiFranco, il che le dà piena autorizzazione
a identificarsi come un uomo costretto in un abito da
donna. Tanto che la copertina del suo ultimo disco la
ritrae in abiti maschili accanto ad una vecchia foto della
nonna materna nella medesima posa mascolina (quando si
dice che il gene non conta...).
Georgie dimostra una straordinaria abilità nell’incoraggiare
il proprio pubblico a guardarsi dai pregiudizi; ne è
testimone un disco come American holocaust, che è stato
bandito da molte radio statunitensi ancora prima di essere
ascoltato.
Le canzoni parlano di dignità e mostrano un’artista che
patrocina i diritti fondamentali di libertà e giustizia per
tutti, a cominciare dall’inno “Let us be” (“...per te che
senti non appartenerti la vita, i tempi sono cambiati, ma tutto
sembra rimanere tale e quale, perciò io dico lasciateci essere
quello che siamo...”), mentre la gioia della diversità viene
celebrata nella ballata “Until I dance” (“...posso essere
donna, posso essere uomo, come un winkte, in tal caso posso
essere entrambi...”).
I tratti sonori di queste composizioni rispecchiano
in generale il cantautorato americano, con evidenti
riferimenti al blues, al country, ma anche alla musica etnica,
con frequenti accenni alle danze indiane.
È però con il suo ultimo Cd, Woman in a man’s suit,
che Georgie raggiunge la piena espressività, sia musicale
che lirica, grazie anche alla folta schiera di amici musicisti
che la accompagnano in questa avventura, dove molti
sono i riferimenti a tematica glbt.
È la stessa cantante ad indicarceli, a partire dalla sfrontata
“Devil’s child”, irruente accusa nei confronti della chiesa
cattolica e del bigottismo (“se questo non è amore, allora io
sono il figlio del diavolo... Io non vedo male, vedo solo amore;
Marie ama Louise, ma non possono sposarsi, qualche senatore
dice che sono queer, ma il nostro amore vero ci porterà
lontano...”). Non a caso verso le gerarchie ecclesiastiche e
politiche (sorde alle richieste di diritti delle comunità glbt)
la cantante ha spesso rivolto parole di sdegno durante i
suoi interventi ai Pride e al Southwest gay & lesbian film
festival, dove lo scorso anno ha ricevuto il premio come
migliore colonna sonora per il documentario Almost myself
di Tom Murray.
Come compositrice Georgie è cosciente del fatto che
molti troveranno immorale e oltraggioso il suo rock, ma sa
anche che altre persone trarranno beneficio dall’ascoltare
i suoi album in cui traspaiono soprattutto peace and love.
Aluminum group – The pursuit of happyness
Ricordate gli Aluminum group, quei due fratelli “particolari” di Chicago che abbiamo
intervistato nel corso della loro tournée italiana del 2003? Strano a dirsi, ma pare
che il nostro paese rimanga nell’immaginario del pubblico gay d’oltreoceano
come quello idealizzato dalla voce di Mina, dalla dolce vita e dalla musica lounge,
perciò è chiaro che molti statunitensi ne siano ancora attratti, per l’atmosfera che
si respira a casa nostra durante i party, dove scorrono fiumi di Martini.
I fratelli Navin hanno voluto quindi rendere omaggio all’Italia con un Dvd curato da Patrick
McGuinn, che li riprende durante le scorribande di quattro anni fa su e giù per lo Stivale, sia durante le loro esibizioni
live che durante le loro visite a particolari monumenti e locali del paese.
Ciò che ne scaturisce è uno spaccato di un’Italia in cui le occasioni di incontro con persone alternative e interessanti
sono all’ordine del giorno.
Impreziosiscono la pellicola vecchi filmati di repertorio che ritraggono gli Aluminun group agli albori della loro carriera,
iniziata più di un ventennio fa, e i videoclip più famosi. Maggiori informazioni sul loro sito www.aluminumgroup.net.
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EUROGAMES AD ANVERSA
Dal 12 al 5 Luglio 2007
http://2007.eurogames.info/index.php
viaggiare low cost
di Fabio e Gabriele
[email protected]
Città di quasi mezzo milione di abitanti fondata nel quarto
secolo sulle rive della Schelda, Anversa è il secondo porto
d’Europa per grandezza e una città di indubbio splendore.
Ha vissuto il suo massimo sviluppo nel medioevo, come
testimonia il bellissimo centro storico, culminante nella
famosa piazza triangolare Grote Markt, con le sue
splendide facciate e la strana fontana.
Anversa però ha saputo stare al passo con i tempi
mantenendo un’importante posizione al centro dei
grandi commerci, è la capitale per la lavorazione
e commercializzazione dei diamanti, così come un
importantissimo centro della moda internazione: uno dei
suoi famosi figli è lo stilista Bikkembergs.
Non meno importante è il ruolo che ha avuto nella cultura
e nell’arte, basti pensare che di casa erano pittori come
Rubens e Van Dyck.
Anversa oggi è una vivacissima città nella quale si è
sviluppata una movimentata vita gay, tanto da riuscire ad
aggiudicarsi l’organizzazione degli EuroGames 2007, che
qui si terranno dal 12 al 15 luglio prossimo.
Con oltre 3000 atleti già iscritti provenienti da 44 paesi
diversi, l’edizione di quest’anno si prospetta come una delle
più spettacolari e divertenti. S’inizierà il 12 luglio alle 20:30
con la cerimonia d’apertura, nella piazza Grote Markt,
con la parata degli atleti e con un attesissimo spettacolo,
insomma da non mancare: l’ingresso è gratuito!
Si prosegue poi il 13, 14 e 15 luglio con lo svolgimento
delle gare sportive in dodici diverse discipline.
Fitto è anche il programma di attività culturali,
d’intrattenimento e di vario genere, come un festival del
cinema, uno della canzone, crociere sulla Schelda e chi più
ne ha più ne metta!
Certamente da segnalare per chi ama la movida notturna
è il Galà delle stelle e dei campioni (sabato 14 luglio alle
ore 20) e a seguire l’Eurogames party dalle 22 con djs
internazionali fino alle prime luci dell’alba.
Come tutte le belle storie c’è anche una bella fine e
quindi di nuovo appuntamento domenica 15 luglio alle 14
al Grote Markt per la cerimonia di chiusura con grandi
ospiti internazionali ed eccezionali performances live, che
culmineranno poi con il passaggio della bandiera alla città
di Barcellona che ospiterà i giochi nel 2008.
Passiamo adesso ad un po’ di consigli su come organizzare
questo imperdibile week end nella capitale delle Fiandre.
Come arrivare
Il modo più comodo per arrivare ad Anversa è di atterrare
all’aeroporto di Bruxelles o a quello di Charleroi, che
distano rispettivamente un’ora e un’ora e mezza di treno
da Anversa, con frequenti corse ad ogni ora della giornata.
Dall’Italia si raggiunge facilmente l’aeroporto di Bruxelles
con Brussels airlines (www.brusselsairlines.com) da Roma,
Milano, Bologna, Venezia, Torino Firenze, Cagliari, Palermo,
Catania e Napoli, con tariffe da € 95 per un volo di andata
e ritorno, tasse incluse. I voli low cost dall’Italia fanno
invece rotta su Charleroi: indiscussa regina dei voli lowcost è ovviamente Ryanair (www.ryanair.com) che vola da
Bergamo, Treviso, Pisa e Roma con tariffe che a seconda
delle promozioni in corso possono costare anche solo
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giugno 07
poco più di € 50 per un volo di andata e ritorno tasse
incluse. Per gli affezionati ai voli di linea vi segnaliamo
Alitalia, che vola a Bruxelles con tariffe a partire da € 135
per un volo di andata e ritorno tasse incluse.
Dove dormire
Per quanto riguarda l’alloggio se siete alla ricerca di un
hotel gay vi suggeriamo l’hotel ufficiale degli EuroGames
che è il Park Plaza (www.parkplaza.com), con camere
doppie a partire da € 109 a notte con colazione. Per gli
amanti del lusso invece proponiamo l’Hotel Radisson
Sas Park Lane (5*) con camere doppie a partire da €
147 a notte con colazione.
Per quelli che invece sono alla ricerca di una sistemazione
economica consigliamo il Tourist Hotel (2*) con
camere doppie a partire da € 72 a notte con colazione;
infine per tutti quelli che in hotel non ci saranno mai
suggeriamo una sistemazione low cost come l’Hotel
Antwerp Billard Palace (1*) con camere doppie a
partire da € 56 a notte con colazione. (Per le quotazioni
aggiornate degli ultimi hotel vi consigliamo di prenotare
attraverso il portale www.booking.com )
Divertimenti
Durante questo week-end ad Anversa ci sarà l’imbarazzo
della scelta di luoghi dove divertirsi, visti gli eventi
organizzati, per i quali vi invitiamo a visitare il sito ufficiale
per controllare gli ultimi aggiornamenti (http://2007.
eurogames.info/index.php)
Anversa però ha una vivace vita gay anche durante tutto
il resto dell’anno: qui si trova lo Studio 54 nonché uno
dei più famosi locali di tutto il Benelux, il Red & Blue
(www.redandblue.be): vicino al porto, attrae ragazzi
da ogni parte del Belgio ed è anche l’organizzatore del
Navigaytion, ovvero il famoso party danzante a bordo
di una nave.
Chi invece ama di più una tranquilla serata al bar avrà
la possibilità di scegliere fra una quindicina di location
diverse, dagli affollati e giovani Hussenhuis cafè e
Popi cafè al GOC Antwerpen per gli over 30, fino
ad arrivare al Rubbz, The boots e The blackhole
per gli amanti del leather, fetish e dei locali un po’ più spinti
verso il sesso.
A completare l’offerta troviamo due saune, la Kouros
e la Metropolitan, che insieme a sex shop, ristoranti
e negozi offrono tutti quei servizi di contorno richiesti
dall’esigente clientela gay.
Quindi come al solito il nostro consiglio... buttatevi nella
mischia! Per una mappa gay della città: (ww.gaymap.info/
antwerp/index.html)
Totale
Per poter dire “c’ero anch’io” ad un evento assolutamente
da non perdere, sommando un volo di andata e ritorno da
una città italiana, tre notti all’hotel Park Plaza in camera
doppia, oltre ai trasferimenti da e per l’aeroporto, noi
abbiamo speso circa 350 € a testa… vizi esclusi.
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fumetti
di Massimo Basili
[email protected]
Nel 2004 il fumettista d’Oltralpe Frédéric Boilet, su invito di alcuni istituti
di cultura francese sparsi sul territorio giapponese, ha proposto a otto
autori connazionali di realizzare altrettante storie brevi ispirate dalla
permanenza in Giappone per due settimane. Sette autori giapponesi (più
l’organizzatore Boilet) erano invitati a fare lo stesso. La qualità del risultato
finale è altalenante, a causa dell’eterogeneità degli autori coinvolti nel
progetto.
In generale mi sento di preferire i lavori francesi a quelli dei colleghi
giapponesi: alcuni di questi ultimi hanno l’aria di essere stati pescati da
qualche cassetto.
Tra quelli francesi spicca la storia di Fabrice Neaud, autore gay del
celebre Diario, del quale sono usciti in italiano solo il primo volume e parte
dell’ultimo. In quell’opera Fabrice si metteva a nudo in maniera spietata,
raccontando della propria vita di giovane artista gay squattrinato, delle
nottate passate a battere ai giardinetti, dell’incontro con il bel tontolone
Stéphane, del quale s’innamorava non ricambiato.
In La città degli alberi lo ritroviamo qualche anno dopo in viaggio verso
Sendai, cittadina sulla costa est dell’arcipelago, per raccontare col suo
abituale stile (una riuscita fusione di disegno fotografico e narrazione
intimistico-analitica) la sua permanenza sul suolo giapponese, nel tentativo,
tra le altre cose, di dimenticare l’ultima, sfortunata conquista, Antoine,
“scomparso di nuovo nella primavera 2004”.
L’approccio di Neaud al Giappone è freddo e distaccato, decisamente
turistico, anche perché Fabrice non trabocca “di pulsioni erotiche per
i giapponesi”. Poi, tra le visite ai musei e ai templi scintoisti, gli capita di
pensare agli omosessuali del posto, praticamente invisibili. Come spiega
un suo lettore locale, di omosessualità in Giappone non si parla e la si
pratica di nascosto, tanto che non c’è alcuna traccia di movimenti notturni
neppure nei bellissimi parchi di Sendai, così accessibili e discreti...
Fabrice appare qui più equilibrato e
simpatico rispetto al primo volume di
Diario: questo breve intermezzo nipponico
acuisce il rammarico per la mancanza di
una traduzione integrale della sua opera
che ne faccia apprezzare l’evoluzione
artistica ed umana.
Notevoli in ogni caso anche un’altra
manciata di storie di made in Japan:
commoventi Taniguchi e Davodeau,
sorprendente De Crécy.
Il geniale Sfar ci spiega a modo suo, invece,
in una striscia fulminante, il motivo del
successo dei manga shonen ai (amori
maschili).
La miniserie Giovanna d’Arco
rappresenta il punto di vista di un
autore giapponese sul mito fondante
della nazione francese.
L’idea di Yasuhiko, già autore della
biografia un po’ fiacca di Alessandro
Magno (“Pride” 87) stavolta è
azzeccata, dissipando da subito ogni
rischio di agiografia: raccontare
la figura della Pulzella d’Orléans
attraverso le visioni di Émile,
diciassettenne fanciulla di nobili natali
cresciuta dal padre adottivo come un
maschio.
É mile ripercorre le gesta di Jeanne nove anni dopo il rogo, avvenuto nel
1431, che pose fine alla missione “divina” della santa.
Émile vuole portare a termine il progetto di riunificazione del territorio
francese iniziato da Giovanna, riappacificando il delfino Luigi e i suoi
comandanti col legittimo sovrano Carlo VII, in modo da liberarsi tutti
insieme dal giogo degli inglesi (siamo nel pieno della Guerra dei cent’anni).
A parte il gustoso approfondimento dell’ambiguità sessuale di Giovanna
(la quale si vestiva da uomo per evitare di essere violentata) grazie alle
medesime caratteristiche del personaggio di Émile,Yasuhiko ci sorprende
introducendo nel secondo volume il personaggio storico di Gilles de Rais,
compagno d’armi di Giovanna, finito al patibolo per aver ucciso centinaia
di bambini e ragazzi dopo averli resi oggetto di abusi sessuali: è ispiratore
del personaggio di Barbablù!
Il segno dinamico di Yasuhiko acquista pathos grazie agli inchiostri colorati,
usati in maniera espressionista, compensando magnificamente alcune
verbosità didascaliche. Seducente.
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giugno 07
Fabrice Neaud ed altri
Made in Japan
Coconino press,
b/n, pp. 256,
euro 16
Yoshikazu Yasuhiko
Giovanna d’Arco
(voll 1 e 2 di 4)
Yamato edizioni,
colore, pp. 160,
euro 15 ciascuno.
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annunci
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Gentili lettori, non accettiamo più nella rubrica di annunci personali le piccole pubblicità (ad esempio quelle di tipo turistico). Tutti gli annunci
pubblicitari che perverrano in redazione non saranno pubblicati e i francobolli inviati saranno rispediti al mittente. Sarà a disposizione delle attività
commerciali una piccola pubblicità nella rubrica Dovecosa.Vi preghiamo di contattare la redazione per informazioni in merito.
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Carta d’identità 1234567) e l’ufficio postale scelto (per esempio 20100 Milano Cordusio). La persona che si presenterà con il documento “Carta d’identità 1234567” all’ufficio postale indicato potrà ritirare la corrispondenza tenuta “ferma in posta” per lei, appunto. Si raccomanda di andare a controllare almeno una volta alla settimana: la posta non ritirata da voi viene distrutta dopo 15 giorni. I minorenni non possono utilizzare questo
servizio. Chi risponde ad un annuncio con Fermo posta deve affrancare con 0,57 Euro. Con bollo di posta prioritaria 0,62 Euro + 0,15 Euro.
• In alternativa è possibile indicare un numero di cellulare; in tal caso occorre aggiungere una fotocopia leggibile del
contratto di attivazione e di un documento d’identità corrispondente al nome dell’intestatario del contratto, oppure più semplicemente, se si tratta di un “ricaricabile”, della scheda telefonica corrispondente al numero indicato.
La redazione provvederà a telefonarvi sul numero che avete indicato per verificare che non si tratti di uno “scherzo” di cattivo gusto; per questo occorre aggiungere 6,00 Euro per coprire le spese da noi sostenute. Le richieste
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distrutte. Le richieste giunte senza pagamento verranno cestinate senza avviso.
• In conformità con quanto previsto dalla legge 675/96 sulla tutela dei dati personali il nostro indirizzario non
verrà ceduto, affittato o prestato a terzi, ma sempre gestito in proprio da “Pride”.
• Pride si riserva il diritto di modificare il testo degli annunci che fanno riferimento alla prostituzione, sono diretti a minorenni, o sono comunque contrari alle leggi italiane.
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78 lettere al direttore
Scrivete a PRIDE
via A. da Recanate 2 - 20124 MILANO
[email protected]
specificando se volete che siano pubblicati
o no il vostro nome e l' indirizzo email.
Per lasciare spazio a tutti, siate brevi.
In caso contrario taglieremo la lettera.
La redazione.
Lettera aperta a Piero Fassino
Caro compagno,
io non ho tessere da rendere, sono solo un cittadino italiano di sinistra,
omosessuale, che ha letto con sorpresa e dispiacere la tua dichiarazione
riportata sull’”Unità” del 16 maggio in un articolo a firma Simone Collini, dove
insisti nel definire “corretto ed equilibrato” il disegno di legge dei “Dico”. Scrivo
“insisti” perché è la stessa osservazione che hai portato al congresso nazionale
di Arcigay e ne hai ricevuto, per tutta risposta, una sonora contestazione da
parte della platea.
Una platea che aveva riposto nel tuo partito, e anche nelle promesse che avevi
fatto nel precedente congresso, molta fiducia, un’assemblea che questa volta ti
ha accolto con freddezza e che ti contesta.
Una platea che avrebbe dovuto essere interessata ai Dico, visto che era
composta da persone che la repubblica discrimina a motivo dell’orientamento
sessuale, eppure essa ha di fatto respinto l’idea che i Dico rappresentino la
soluzione dei problemi di cui si discute da molti mesi.
Fassino, una volta per tutte, i gay e le lesbiche chiedono prima di ogni cosa Pari
Dignità per le nostre persone, per le nostre famiglie.
Con i Dico mi si chiede di andare da solo in un ufficio a comunicare che
convivo e non insieme alla persona che amo, uomo o donna che sia. In che
termini questa regola possa essere definita equilibrata o dia pari dignità alle
nostre coppie, non me lo so spiegare.
Non voglio una brutta legge, falsa ed ipocrita; i Dico non solo ci discriminano,
ma talmente profonda è la disparità di trattamento con le coppie sposate che
ci nega, ripeto, quella che è la base delle nostre richieste: pari dignità e pari
diritti.
Nello stesso articolo leggo anche che chiedi a chi ha idee alternative di
farsi avanti, ebbene ti ricordo che numerosi progetti di legge giacciono in
parlamento e sono tutti meglio dei Dico, perfino quelli presentati dalla destra.
Tra gli altri ti segnalo il progetto di legge presentato da uno degli elementi di
punta del movimento di liberazione omosessuale: Franco Grillini.
Si tratta del progetto di legge dei Pacs per il quale ci siamo spesi per anni,
fra mille difficoltà. I Pacs potrebbero portare il nostro Paese a reggere il
confronto con il resto d’Europa dove ormai pressoché ovunque le coppie di
fatto sono regolamentate in modo soddisfacente. Noi siamo il fanalino di coda
dell’Unione europea in quanto a diritti civili. In Italia non solo siamo discriminati
come famiglie, ma anche come singole persone.
Le persone omosessuali infatti vengono pubblicamente insultate, perfino dalla
chiesa e dalle istituzioni, da ultimo il vicepresidente del senato Calderoli, ma
non è certo l’unico esempio. Vengono minacciate, picchiate, l’aggressione a
Paolo Ferigo a Milano è solo l’ultima di una lunga lista, violentate nel silenzio
generale e, a volte, nel disinteresse di chi potrebbe agire e non lo fa.
Da anni chiediamo, inascoltati, di modificare la legge Mancino perché includa
l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra i crimini d’odio.
Non c’è quindi da stupirsi se la maggiore associazione omosessuale italiana
ha deciso di prendere le distanze dal sistema dei partiti, perché dopo anni
di bugie e promesse non mantenute, non ci sentiamo più rappresentati. Io,
cittadino italiano, omosessuale discriminato nella repubblica dove sono nato e
in cui credo profondamente, oggi mi vergogno di essere italiano quando parlo
con gli esponenti delle associazione omosessuali europee.
Ti ringrazio per l’adesione al Pride ma non basta. Non basta più. È ora di agire
in modo coerente con i propri pensieri.
Sandro Mattioli (socio Arcigay) Bologna - [email protected]
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giugno 07
lettere al direttore
Basta!
Caro direttore,
mi sento in dovere di scrivere queste righe perché è l’ora di farla finita con queste
assurde dicerie che si sentono continuamente sul nostro conto.
Mentre in altri paesi la lotta per i diritti va avanti, noi, grazie al nostro governo e al
caro Vaticano facciamo passi da gamberi, torniamo indietro.
Desidero soffermarmi su alcuni punti, la manifestazione: “famiglia day” a cosa serve?
Alla gente per capire che la famiglia è importante?
Questo lo sappiamo già da secoli, non c’è bisogno di questo governo per ricordarcelo.
Oppure serve per sminuire ancora una volta il riconoscimento delle coppie di fatto?
Far sentire piccoli e inutili noi omosessuali che cerchiamo un po’ di serenità nel
nostro piccolo. Oppure con più determinazione, farci capire che tanto in Italia non
otterremo mai niente? Saremo sempre ai margini?
Il secondo punto è la questione pedofilia. Con gli sconvolgenti fatti di Rignano, sono
riemerse ancora voci sull’equazione: frocio = pedofilo. Devo dire “per fortuna” che
tra gli indagati ci sono delle donne per sentirmi un po’ più a posto con la coscienza?
Mi auguro proprio di no!
Il nostro amato papa e i suoi seguaci non fanno altro che ricordarcelo.
Io come omosessuale sono sconvolto, sconcertato da tanta brutalità fatta ai bambini.
La trasmissione “Live” trasmessa da Italia1 sul tema è stata una vera pugnalata
sentendo il racconto drammatico di una madre su cosa era stato fatto a sua figlia.
Non passa giorno che non si senta dire che un bambino è stato violentato, picchiato,
e altri orrori.
Io mi chiedo: Cosa ne sarà di questi bambini domani?
Questi bambini continuano ad essere vittime e colpevoli. Non gli viene riconosciuto
niente; nessun diritto, nessuna legge che li tuteli. Nessuno che si occupi della loro
fragilità che si sta sgretolando, fuggendo via come sabbia stretta nel pugno. Delle loro
traumatiche vicende non frega niente a nessuno e se domani saranno dei criminali o
dei drogati o si suicideranno, a chi daranno la colpa? Sempre a loro perché giudicati
deboli, perchè non hanno valori in cui credere, e stronzate del genere.
Io mi vergogno di far parte di questo paese, lo dico con amarezza e con rabbia
perché non mi ci riconosco più.
Vorrei dire a questa gente di potere e di chiesa che se davvero ci conosceste bene,
sapreste che noi gay, in larga parte, amiamo i bambini, li rispettiamo e li trattiamo con
tutte le cure. Non ne abusiamo, né violentiamo, né li portiamo a messe nere.
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Io ad esempio faccio volontariato in un ospedale pediatrico, e come me lo fanno
altri gay. Gioco con loro nelle camere, gli leggo storie di pirati o di mondi magici,
ma se entra un’infermiera per una medicazione o la madre lo deve semplicemente
cambiare, io esco dalla stanza, per rispetto sia al piccolo che al genitore presente.
Non ci sto ad essere paragonato a questa gente, a questi mostri, solo perché la mia
sessualità ha un altro orientamento.Voglio vivere la mia vita da onesto cittadino, serio
e pulito come tutti, esigendo lo stesso rispetto che esigono “loro” senza più sentire
proclami o sentenze, etichette o giudizi.
Chi mi porto a letto è un problema mio, soltanto mio.
Mi scuso se i miei toni sono stati un po’ duri, ma sono dettati da una rabbia che si
stratifica ogni giorno di più.
Per favore, lasciateci vivere in pace e con tranquillità che di problemi ne abbiamo già
tanti; non abbiamo bisogno che voi ce ne diate degl’altri. Grazie.
Daniele Bausi - [email protected]
Il mio Pride
Recentemente ho esortato il movimento a porsi come un baluardo di difesa delle
minoranze discriminate, essendo esso stesso una importante componente di queste
minoranze. Ho esortato anche ad agire nel confronto con il Vaticano piuttosto
evidenziandone le contraddizioni che cercando lo scontro frontale.
Ogni azione di contrapposizione all’attacco mediatico del Vaticano, ogni iniziativa del
movimento andrebbe rivolta all’opinione pubblica, nel tentativo di consolidarne il
consenso, facendo leva sul senso democratico di giustizia, concetto laico contrapposto,
questo sì, a quello religioso di morale divina.
Si prenda atto che entrambi i valori sono molto radicati negli italiani, che anzi il
sentimento religioso al quale il Vaticano si richiama è presente da oltre 17 secoli, a
differenza della nostra purtroppo breve storia di libertà democratica.
Si prenda atto inoltre che i media sono schierati, consapevoli o no, dalla parte
della chiesa. La recente campagna intorno alle minacce rivolte a Bagnasco insegna:
un vescovo che non è stato assolutamente biasimato per le parole terribilmente
offensive che ha detto, difficilmente frutto di ignoranza, probabilmente invece mirate
a fomentare odio e disprezzo, oggi invece viene trasformato in un eroe nazionale
per colpa di qualche imbecille. O, forse, per merito di qualche abile stratega della
comunicazione. Cui prodest?
Le edicole di Milano
dove trovate
Zucca, v.Sammartini ang V.Tonale
D’albenzio, V.Vittor Pisani
Sanna, p.zzale Lima
Stabile, c.so B.Aires 4
Sama, C.soB.Aires 55
Sesini, V.Antonini ang.Verro;
Epifani, Staz.Centrale accanto
ufficio informazioni
Plotegher, v.Traiano
De Gaetano, P.zza Massari
giugno 07
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82 lettere al direttore
Allora si rifletta che il Pride, così come è stato concepito nelle edizioni passate, si
esaurirà in una sfilata di qualche migliaio di persone, ben poca cosa rispetto al numero
di partecipanti previsti al Family day (al quale rinnovo caldamente l’esortazione a
partecipare), una piccola occasione (se pur importante) per qualcuno di sentirsi
libero, hero just for one day.
Di tutto questo resteranno solo le solite immagini, accuratamente selezionate, sui
carri più folcloristici. Il messaggio che le Tv trasmetteranno alle famiglie si tradurrà,
inevitabilmente, in una cassa di risonanza per le parole di Bagnasco.
Propongo invece che il Pride diventi una manifestazione che veicoli un forte
messaggio di denuncia, che aiuti gli italiani a comprendere quanto ingiusta sia la nostra
condizione, all’alba del 21° secolo, in un paese che si dichiara civile e libero.
Immagino allora una sfilata a “tema”, in cui i carri diventano allegorie di sofferenze e
discriminazioni del passato e del presente, una denuncia per scongiurare quelle del
futuro.
Immagino un carro pieno di omosessuali, donne e uomini, con la divisa dei deportati
dei campi di concentramento, con il triangolo rosa accanto alla stella gialla. Ed una
domanda: la chiesa, dov’era?
Immagino un carro pieno di streghe, di fanciulle condannate al rogo con il pretesto
della loro diversità, a memoria di tutte le donne bruciate vive dall’Inquisizione, donne
la cui unica colpa era quella di non conformarsi al ruolo che la società teologica di
quel tempo voleva imporre. Ed una domanda: la parola di Cristo, dov’era?
Immagino un carro pieno di donne incinte condannate al turpe mercato dell’aborto
clandestino, quando le probabilità di morire prima ancora di aver vissuto erano
altissime. Ed una domanda: la solidarietà cristiana, dov’era?
Immagino un carro ospedale, con persone malate ed altre, disperate, divise da una
grata che impedisce di stare vicini ai propri compagni. Ed una domanda: la Pietas
cristiana, dov’è?
Immagino un carro pieno di persone normali, uomini in giacca e cravatta e donne in
tailleur, con un cappuccio sul volto, condannate al silenzio. Ed una domanda : la parola
di Dio sull’eguaglianza, dov’è?
Immagino un carro pieno di transessuali costrette a prostituirsi, perché a loro non
viene concessa nessuna alternativa per guadagnarsi onestamente la vita. Ed una
domanda: la giustizia divina, dov’è?
Immagino un carro pieno di uomini di razza bianca, età compresa tra i 30 e i 60 anni,
rispettabili eterosessuali regolarmente sposati con figli, accanto a fanciulle e ragazzetti
tailandesi e brasiliani. Ed una domanda: Bagnasco, perché non dici chi sono?
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giugno 07
Immagino un carro con preti e uomini con la lupara. Ed una domanda: perché avete
taciuto?
Immagino un carro pieno di preti che predicano una morale che essi per primi
disattendono, al riparo delle loro sagrestie, ed una domanda: La morale divina è
uguale per tutti?
Immagino un carro con tante lapidi con i nomi di tutte le persone morte ammazzate
o suicidatesi negli ultimi anni perché amavano chi non dovevano amare. Ed una
domanda: di chi è la colpa?
Immagino un carro pieno di gente normale con i loro figli. Ed una risposta: la colpa
è di tutti noi.
Immagino un carro pieno di monaci appartenenti a tutte le fedi, insieme sulla stessa
Terra, sotto lo stesso sole. Ed una risposta: siamo tutti eguali.
Isabelle Rizk - [email protected]
L’orgoglio gay anche a Catania
Gli ultimi tempi sono stati all’ insegna di una crescente e odiosa omofobia, avallata da
politici incompetenti e codardi e dai vertici religiosi ipocriti.
L’aggressione dell’anno scorso alla manifestazione del gay Pride di Catania ci
sembrò un colpo di testa di uno sparuto gruppo di fascisti; oggi ci pare sempre più
chiaramente il risultato di anni di odio, di insulti e di demonizzazioni delle libertà degli
omosessuali e dei diversi.
È per questo che l’ Open mind ha pensato, nonostante i tempi ridotti, di provare a
dare una risposta a tali attacchi.
Pensiamo che non fare il Pride a Catania significherebbe far credere ai fascisti, e a chi
è loro vicino, che hanno vinto e che ci fanno paura.
Ma più che mai c’ è l’orgoglio e la rabbia che ci spingono a tentare di portare in piazza
chi non ha vergogna e chi crede nella libertà e dignità di tutt*.
Alla luce del fatto che il Pride regionale non avrà luogo quest’anno, ci rendiamo
conto del fatto che un corteo che comprenda tutte le realtà glbt (e non) di Catania
e della Sicilia sia necessario, e la nostra proposta è di tenere questo corteo nella data
di sabato 7 luglio 2007.
Dobbiamo affrontare insieme e in gran numero chi quotidianamente infanga la nostra
dignità. Solo una risposta compatta può far arrivare il messaggio.
È per questo che speriamo in una risposta positiva da parte di tutti i gruppi “glbt
e non” e di tutte le persone della Sicilia, poiché dalla lotta per i diritti dei gay, delle
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giugno 07
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84 lettere al direttore
lesbiche, dei/delle transessuali, passa anche quella per la libertà e dignità di
tutte le minoranze e diversità.
Open mind centro di iniziativa Glbt (Catania) - [email protected]
Da Dolce & Gabbana a 300
Gentile direttore,
non so se ha fatto caso alle recenti pubblicità di Dolce & Gabbana con
calciatori (italiani) in mutande. Si tratta di giocatori di massimo livello, tra i quali
alcuni campioni del mondo.
Una campagna pubblicitaria identica (con altri giocatori) era già stata
sperimentata un anno fa, con grosso successo.
Il mondo gayo italiano non restò un granché sorpreso dalla cosa, né sembra
esserlo adesso che si ripete.
Strano, perché il maschio gay medio è del tutto avulso dal mondo calcistico.
Di conseguenza i gay non afferrano la potenza dell’impatto “culturale” che i
calciatori esercitano sugli etero, che li vedono come modello numero uno di
maschio perfetto e di sessualità perfetta.
Non esagero, e sarebbe utile che molta gente gay lo tenesse presente. Per
l’etero medio vedere alcuni famosi calciatori che si fanno ritrarre nudi in
situazioni di gruppo vagamente (ma chiaramente, e serenamente) omoerotiche
significa automaticamente che l’omoerotismo è qualcosa di legittimo con cui il
maschio “vero” può tranquillamente giocare.
Non parlo, si badi, di omosessualità. Ma questo non conta: è molto più
importante, per quel che ci riguarda, il fatto che quelle foto sono veramente
colpi mortali inferti alla fobia anti-omosessuale. Per una scena culturale come
l’Italia, Dolce & Gabbana sono innovazione assoluta.
Mi chiedo, però (e lo chiedo a lei, e ai lettori) se non c’è il rischio che in
Italia si imbocchi per questa via lo stesso vicolo cieco culturale che negli
Stati uniti porta a prodotti come il film 300 (molto criticato anche in patria,
comunque).
Non so se l’ha visto: è omoerotico a un livello quasi imbarazzante, ma poi, si
badi, bolla come nemico e nocivo tutto ciò che è queer o poco virile: dalle
armate persiane (che sono molto queer, e comandate da un… “favoloso”
Serse) fino agli alleati di Arcadia, che sono dei “mollaccioni”. (Tra parentesi,
quest’ultimi paiono proprio una raffigurazione trasposta degli europei laddove
gli spartani rappresentano i “buoni di casa”, cioè gli americani.)
Insomma, una bella raffigurazione del principio dell’omosessualità fascista, e
cioè: si può indulgere sì nell’intimità carnale con altri uomini, ma soltanto a
patto che si sia tutti iper-maschi esagerati (e che non si trascurino le donne!).
Si tratta di un modello di vita in cui “si rifugiano” moltissimi omosessuali
repressi. E sa quale ambiente ne è più ricco di altri, in Italia? Proprio quello
calcistico. (Parlo per esperienza diretta, limitata ma illuminante). Ne è ricco a
tutti i livelli, dalle tifoserie fino ai giocatori di serie A.
E credo, ormai, che sia proprio a questa massa di maschi “bisex” che D&G si
rivolgano come target.
Ricorda la loro pubblicità accusata di raffigurare uno stupro? Cazzate! Lo ha
capito giusto la Luciana Littizzetto (che ha esclamato, al proposito: “Ma non
vedete che sono tutti gay e si guardano?”): raffigura un gang-bang, la pratica
sessuale nella quale i repressi sfogano (col bilancino) la loro attrazione per i
maschi.
Furbissimi, scaltri D&G! Ma finché danno una mano (di riflesso) contro la fobia
anti-gay... ben venga.
O no?
Mau Longo – [email protected]
Una firma per il matrimonio
È nato il Manifesto per l’eguaglianza dei diritti.Lo si trova sul sito www.
matrimoniodirittogay.it e per aderire basta fare una firma virtuale (che può
essere pubblica o “nascosta”).
Il comitato promotore intende con questa iniziativa portare alle più alte
cariche istituzionali del governo italiano e del parlamento europeo, tramite la
voce di cittadine e cittadini, ma anche attraverso quella di associazioni per la
difesa e la promozione dei diritti civili ed umani, un appello affinchè sia presa
in considerazione la volontà degli stessi di promuovere il matrimonio civile tra
persone dello stesso sesso come unico strumento di effettiva parificazione dei
diritti. Per visionare il Manifesto interamente si può andare sul sito e collaborare
con l’iniziativa diffondendolo.
Grazie in anticipo a tutte le persone che aderiranno.
Clara Comelli (Trieste) - [email protected]
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giugno 07
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Non stanno vincendo
Giovanni Dall’Orto - [email protected]
pride
giugno 07
Una delle regole più antiche dell’arte della guerra è
che anche quando si è vicini alla sconfitta è necessario far credere (ai propri soldati, ma soprattutto al
nemico) di stare vincendo. Un aneddoto racconta di
un generale assediato, al quale restavano viveri solo
per pochi giorni, che fece scagliare con le catapulte
sugli assedianti (anch’essi a corto di viveri) le ultime
pagnotte rimaste, per far credere loro di avere ancora tanta abbondanza di cibo da poterlo sprecare,
riuscendo a scoraggiare gli aggressori.
La chiesa cattolica in due millenni ne ha imparata
una più del diavolo sul come combattere e liquidare
i propri nemici. E la regola che ho appena enunciata
la conosce fin troppo bene e la sta applicando con
ostinazione, riuscendo a farci credere di essere una
potenza in espansione, destinata a trionfare.
Niente di più falso. L’iperattivismo della chiesa
cattolica nasce semmai dalla disperazione e dalla
constatazione del fatto di stare perdendo terreno
giorno dopo giorno. Attraverso il controllo diretto
dei governi la chiesa cerca di compensare il fallimento
del suo controllo sugli individui. E questo è un segno
di debolezza, non di forza: la chiesa tratta con gli eletti
solo perché sa che chiedesse qualcosa agli elettori
non sarebbe ascoltata.
Questa linea d’azione è rischiosissima, perché ogni
volta che la chiesa diviene luogo di gestione del
potere, il potere acquisisce interesse a controllarla
direttamente. Il laicismo protegge infatti lo stato
dalla chiesa, ma protegge anche la chiesa dallo stato.
Viceversa, il trionfo del clericalismo (= il potere
politico nelle mani della chiesa) rende interessante il
cesaropapismo (= la chiesa nelle mani di chi ha, o vuole,
il potere politico). A qualcuno sarà forse sfuggito, ma
dopo l’assassinio di un poliziotto a Catania a una
partita di calcio, una esponente politica ha criticato la
predica nel duomo della domenica successiva perché
non lo ha commemorato. Con grande scandalo per
l’”interferenza” da parte del prelato interessato.
Ma perché scandalizzarsi? Se i politici fanno tanti
(troppi) favori alla chiesa, si pretenderà forse che li
facciano gratis, senza chiedere poi nulla in cambio?
Più la chiesa, come un drogato, diventa dipendente
dai soldi e dai favori dei politici, più rischia di vedersi
sospendere la droga se in cambio non fa loro “favori”.
È la politica, baby.
Tutto questo la chiesa, istituzione che da 1600 anni
pensa principalmente a gestire il potere, lo sa meglio
di me. Eppure va avanti su questa strada: questo è
un sintomo della sua mancanza di alternative. Altro
che trionfo. La chiesa sa d’essere ricca, potente
e ininfluente: per questo alza la voce e i toni, ci
bombarda di pagnotte per scoraggiarci e farci
togliere l’”assedio” in cui (per sua ammissione) si
sente rinchiusa.
I Pacs li avremo, o prima o poi. La chiesa lo sa, e
sta solo cercando di alzare il prezzo della sua resa.
Se però noi rinunceremo a combattere, convinti del
fatto che (come sento dire in giro) essa sia “troppo
forte”, allora avrà ottenuto più di quello che sperava.
Spulciamo qualche altro aneddoto. Negli stessi giorni
in cui la chiesa riusciva a mandare a puttane i Dico in
Italia, nel penultimo o terzultimo paese europeo in
cui l’aborto è proibito, il Portogallo, nel referendum
contro tale proibizione i cattolici hanno perso. Pochi
giorni dopo la stessa sconfitta si ripeteva in Messico.
Una figlia di Berlusconi sta aspettando un bimbo da
un uomo con cui convive al di fuori del matrimonio.
Del resto pure babbo è divorziato e risposato. E
se i baluardi politici della morale della chiesa, e
soprattutto se i potenti italiani hanno abbandonato
tanto sfacciatamente la sua morale famigliare, quanti
anni si può presumere che possa durare ancora?
Il matrimonio civile (sono dati ufficiali di questo
mese) ha già superato quello religioso in città che
anticipano le tendenze nazionali, come Milano, e la
percentuale dei matrimoni civili è in costante crescita
ovunque. La convivenze crescono e le gravidanze al di
fuori del matrimonio (per l’appunto) anche. Questo
è forse un segno del trionfo della guerra scatenata
dai clericali? A quanto pare, la chiesa sta vincendo
tutte le battaglie in parlamento ma sta perdendo la
guerra nella società. Che agisce fregandosene dei
suoi anatemi.
La battaglia clericale contro i Dico (e il resto) è
già perduta perché, se vinta, potrebbe solo riuscire
a fare vivere peggio alcuni milioni di persone, ma
non a fare vivere meglio nessuno. E questa è una
proposta filosofica straordinariamente stupida e
poco attraente. Se la religione è, come disse Marx
“il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un
mondo senza cuore, lo spirito di situazioni in cui lo spirito
è assente”, sfido chiunque a trovare nei messaggi di
Ruini e di Ratzinger qualsiasi sentimento, qualsiasi
spirito, qualsiasi sospiro... qualsiasi promessa di un
mondo migliore.
La realtà è ormai passata al di sopra della testa
della chiesa. Ratzinger vorrebbe che le donne non
andassero a lavorare e che stessero a casa a curare i
figli, tuttavia in un mondo in cui i salari reali (e precari)
sono di 900 euro al mese, con affitti da 600 euro
al mese, quale giovane e cattolico marito potrebbe
mantenere se stesso, una moglie e magari pure dei
figli? Il doppio stipendio qui non è un capriccio: è una
necessità per sopravvivere. E non ci sono “sgravi” o
“incentivi” ministeriali che tengano, quando se sei
giovane sei precario, e se sei precario non hai nulla
da cui “sgravare”.
Ratzinger ha già perso la sua guerra semplicemente
perché la famiglia di cui parla non esiste più, da
quando la globalizzazione e le (contro)”riforme”
neoliberiste (e non certo il “laicismo” o “l’ateismo”
o...) l’hanno uccisa. Oggi, in Italia, se sei donna e resti
incinta ti licenziano. Punto. E guarda caso, il primo
a farlo è il Vaticano, che non prevede il “congedo di
maternità” per le sue dipendenti.
Questo dimostra che neppure la chiesa crede nel
“sostegno della famiglia” per cui organizza i family
days.
Dipende quindi solo da noi capirlo, e smetterla di
darle credito di un potere che essa rivendica, ma che
non possiede più.
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pride
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