12.3 Elastomeri 12.3.1 Introduzione Le prime testimonianze scritte che si riferiscono alla gomma, prodotto di una pianta nativa dell’America Meridionale, Hevea brasiliensis, risalgono alla metà del 16° secolo (Pietro Martire d’Anghiera, 1516, e Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés, 1535-37); probabilmente il primo europeo che ebbe modo di conoscere la gomma naturale fu Cristoforo Colombo durante il suo viaggio del 1493-96. Non sembra che il polimero naturale sia giunto in Europa prima dei viaggi in America Meridionale di Charles de la Condamine nel 1736-43; poco tempo dopo, nel 1770, Joseph Priestley evidenziava l’utilità della gomma naturale per cancellare gli scritti mediante sfregamento (rubbing), da cui il termine inglese rubber e l’estensione nei paesi anglofoni del termine per indicare un generico materiale con le proprietà tipiche della gomma. In altre parti del mondo si conserva, con qualche variazione, il nome originale cau’uchu (caoutchouc in Francia, caucho in Spagna, kauchuk in Russia, Kautschuk in Germania), letteralmente albero che piange; la derivazione del nome italiano gomma è invece latina (cummi e gummi), a sua volta derivante dal greco (kãmmi), termini con cui si indicavano i liquidi viscosi e, se coagulati, gommosi, tipici di alcune piante mediterranee. La gomma naturale rimase tuttavia una curiosità fino al 1823, quando Charles Macintosh brevettò l’uso delle soluzioni di gomma naturale in oli leggeri per impermeabilizzare i tessuti. Nel 1830 Thomas Hancock sottopose la gomma naturale a un’intensa sollecitazione meccanica (masticazione), scoprendo che in questo modo si perdevano progressivamente le marcate caratteristiche elastiche fino a ottenere un materiale adattabile a stampi. Questa fu la prima delle scoperte che aprirono le porte all’uso della gomma: opportunamente ‘masticata’ e additivata con cariche varie, oli e pigmenti, poteva essere stampata mediante compressione o estrusa. Le scarse VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA proprietà elastiche e di stabilità dimensionale ne limitarono tuttavia l’impiego fino a quando, nel 1839 negli Stati Uniti, Charles Goodyear scoprì che si potevano conferire qualità superiori alla gomma scaldandola con zolfo e ossido di piombo. Hancock sfruttò questo processo, introducendo il termine ‘vulcanizzazione’ (dal nome del dio latino Vulcanus), per preparare materiali con minore tendenza a diventare appiccicosi a caldo e insolubili nei solventi comuni: con la masticazione, che rendeva possibile dare forma al materiale, e la vulcanizzazione, che permetteva di fissarne la forma, si ponevano le basi della tecnologia della gomma. L’incremento della domanda (le esportazioni dal Brasile passarono da poche centinaia di tonnellate nel 1846 a oltre 10.000 t nel 1880) indusse gli Inglesi a considerare la possibilità di coltivare Hevea brasiliensis in Asia. Nel 1876, a Kew Gardens a Londra, utilizzando semi importati dal Brasile, furono ottenute 2.000 piantine di Hevea brasiliensis, alcune delle quali furono inviate a Ceylon (oggi Sri Lanka); le piante sopravvissute hanno dato origine alle piantagioni di Malaysia, Indonesia e Thailandia che, con lo Sri Lanka, producono attualmente l’80% della gomma naturale. Per diminuire il costo dei prodotti finiti si diffuse l’abitudine di aggiungere sostanze estranee (oli insaturi, cariche inerti e pigmenti minerali), accorgendosi ben presto che tali aggiunte potevano modificare le proprietà delle miscele. Risale al 1870 il primo brevetto relativo all’impiego dell’affumicatura quale metodo per migliorare la resistenza del materiale all’invecchiamento, ma bisogna aspettare il 1908 per scoprire che un certo numero di ammine aromatiche protegge efficacemente la gomma dalla ossidazione (Wilhelm Ostwald e Wolfgang Ostwald, Germania). Allo stesso periodo risale la scoperta dell’effetto rinforzante del nero di carbonio e, dal 1912, i primi pneumatici per auto costruiti negli Stati Uniti sono realizzati con rilevanti quantità di nero di carbonio. 789 MATERIALI POLIMERICI Contemporaneamente allo sviluppo delle tecnologie necessarie a utilizzare sempre più efficacemente la gomma naturale, si approfondivano gli studi per la sua caratterizzazione e per tentare di riprodurla in laboratorio (William August Tilden, 1884). Alla fine del 19° secolo si cominciò a capire che altri dieni coniugati potevano essere convertiti in sostanze elastiche: dopo la polimerizzazione dell’1,3-pentadiene (August Wilhelm von Hofmann, 1881) e del 2,3-dimetil-1,3-butadiene (U. Couturier, 1892), nel 1909 E. Hofmann e C. Coutelle (Farbenfabriken Bayer) brevettarono la polimerizzazione del butadiene. La concorrenza della gomma naturale rendeva comunque poco attraente la ricerca sull’argomento, ma la situazione si modificò all’inizio della Prima Guerra Mondiale determinando, soprattutto in Germania e in Russia, una grave carenza di gomma; gli studi, che nel periodo bellico permisero alla Germania di preparare circa 2.350 t di gomma metile, subirono un immediato rallentamento alla fine della guerra, ma furono ben presto ripresi con maggiore intensità in quei paesi che giudicavano strategica la disponibilità di gomma sintetica. Fu proprio in Germania che negli anni Trenta iniziò la produzione industriale di polibutadiene e, successivamente, dei copolimeri stirene-butadiene e stireneacrilonitrile. Le tecnologie di preparazione acquisite dagli Stati Uniti nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale e ulteriormente sviluppate permisero, nel dopoguerra, con l’avvento di nuove tecnologie di polimerizzazione, di preparare materiali con proprietà sempre più adeguate agli usi finali e di sviluppare nuovi materiali che andavano a esaudire le richieste della nascente industria aerospaziale. 12.3.2 Elasticità della gomma L’elasticità è la proprietà di quei materiali che, deformati, assumono nuovamente la forma originaria una volta rimossa la causa che ha provocato la deformazione. Questa proprietà caratterizza gli elastomeri vulcanizzati in un modo del tutto specifico: differentemente dai metalli e dai vetri, essi possono sopportare deformazioni molto grandi senza subire rotture e ritornare poi alla loro forma originaria. Da un punto di vista storico le caratteristiche peculiari della gomma hanno sempre destato grande interesse e numerose teorie sono state proposte al riguardo; tuttavia fu solamente con J. Gough (1805) che furono effettuate, sulla gomma naturale non vulcanizzata, importanti osservazioni che costituirono il punto di partenza per la descrizione, in termini termodinamici, del comportamento della gomma. A valle della scoperta del processo di vulcanizzazione, lord Kelvin (1857) e successivamente James Prescott Joule (1859) analizzarono la relazione tra il 790 calore assorbito durante una deformazione elastica reversibile, la temperatura e il lavoro richiesto per produrre la deformazione: secondo il primo principio della termodinamica, il calore assorbito dal sistema è legato alla variazione dell’energia interna e al lavoro fatto per deformare il campione. Poiché durante l’allungamento viene liberato calore, dal secondo principio della termodinamica deriva che una parte della risposta elastica è associata a una diminuzione di entropia. Recenti studi dimostrano che l’energia interna è sostanzialmente indipendente dall’entità dell’allungamento del materiale; la diminuzione di entropia può essere pertanto spiegata con la riduzione del numero di disposizioni spaziali delle macromolecole in funzione della deformazione. Cessata la sollecitazione esterna, al recupero della forma originaria corrisponde uno stato più disordinato. Il passaggio dalla generalizzazione termodinamica all’interpretazione fisica del fenomeno dell’elasticità ebbe inizio con le teorie di Hermann Staudinger (1920) sulla struttura dei materiali polimerici; venivano in questo modo poste le premesse per la descrizione della struttura macromolecolare e idrocarburica della gomma che hanno permesso, in seguito, di formalizzare (J. Guth e Hermann Francis Mark, 1934, e Werner Kuhn, 1938 e 1946) la prima correlazione tra l’allungamento macroscopico di un campione di gomma, la deformazione microscopica delle catene polimeriche e la diminuzione dell’entropia. I successivi lavori di Guth e H.M. James (1941-49), L.R.G. Treloar (1943), F.T. Wall (1943) e Paul John Flory (1962) determinarono la correlazione quantitativa tra l’allungamento della catena e la riduzione di entropia, rendendo possibile il calcolo del numero di conformazioni che una catena polimerica assume nello spazio. Sulla base di questi e altri lavori è possibile individuare le tre condizioni necessarie affinché un materiale polimerico possa mostrare importanti proprietà elastiche, cioè la presenza di catene lunghe e altamente flessibili, la modesta entità dell’interazione fra le catene e la particolare struttura a reticolo (network). Per quanto riguarda la prima condizione (catene lunghe e altamente flessibili), si ricorda che gli elastomeri sono costituiti da catene polimeriche che devono essere in grado di modificare il loro riarrangiamento e la loro estensione nello spazio in risposta a uno sforzo (stress, forza su unità di superficie) imposto, attraverso la modifica degli angoli di legame tra gli atomi di carbonio che costituiscono la molecola. Nei polimeri l’unità più piccola interessata alla rotazione intorno a un legame semplice si chiama conformero e, a differenza delle molecole semplici, interessa segmenti molecolari. La condizione per cui una catena polimerica risulti flessibile è rappresentata pertanto da una ragionevole facilità alla rotazione intorno a un numero significativo di legami in catena; solamente lunghe molecole polimeriche prive di gruppi laterali stericamente impediti hanno la possibilità ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI di accedere facilmente a un elevato numero di conformazioni isoenergetiche. Per quanto riguarda le interazioni fra catene, si rileva che ogni conformero è circondato da altri conformeri, i quali costituiscono una barriera alla libera rotazione; con questi vincoli un conformero può modificare il suo stato conformazionale solamente se i suoi immediati vicini cooperano come se fossero un gruppo di ingranaggi. Le attrazioni intermolecolari (forze di van der Waals) devono pertanto essere di modesta entità, non deve essere presente una cristallizzazione estensiva e il polimero non deve trovarsi allo stato vetroso. Infine, per quanto riguarda la struttura a reticolo, se l’allungamento è modesto e il tempo di applicazione della deformazione è breve, il reticolo fisico di un elastomero non vulcanizzato può ritornare allo stato iniziale. Se, al contrario, la deformazione è significativa, la mancanza di vincoli stabili tra le varie macromolecole non permette, quando la forza di deformazione è rimossa, il ripristino delle dimensioni originarie a causa dello scivolamento reciproco delle macromolecole. Per costituire una struttura tridimensionale stabile e capace di sopportare reversibilmente grandi deformazioni, le catene devono essere unite da vincoli permanenti denominati cross-links; questi vincoli sono rappresentati da legami chimici introdotti con la vulcanizzazione (fig. 1 E), oppure, nel caso di copolimeri a blocchi, da domini vetrosi o cristallini segregati. Alla costruzione del network concorrono diversi tipi di unità strutturali che derivano principalmente dal processo di vulcanizzazione. L’elemento chiave del reticolo è costituito dalle giunzioni, che possono essere elasticamente attive solamente se sono unite al network almeno in tre punti; la situazione esemplificata in fig. 1 A individua due giunzioni elasticamente attive, mentre quella di fig. 1 B è rappresentativa di una giunzione inattiva. Il segmento di catena polimerica compreso tra due giunzioni elasticamente attive (v. ancora fig. 1A) è una catena elasticamente attiva, diversamente dal segmento di catena indicato in fig. 1 D che rappresenta un terminale di catena non vincolato il quale, per i suoi maggiori gradi di libertà, non contribuisce all’elasticità del network, ma, semmai, partecipa a meccanismi dissipativi. Il caso indicato in fig. 1 C rappresenta un particolare elemento attivo che si viene a formare quando una sovrapposizione (entanglement) tra due macromolecole rimane intrappolata al momento della formazione del network. Il numero dei cross-links, la distribuzione delle dimensioni delle catene elasticamente attive e il tipo dei vari elementi strutturali del reticolo elastico dipendono dal modo con cui l’elastomero è stato vulcanizzato e hanno grande importanza nel determinarne le proprietà applicative. La caratteristica comune a tutte le sostanze elastomeriche è rappresentata, quindi, dalla presenza di lunghe VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA A A C B D E fig. 1. Elementi strutturali del reticolo (network): A, catena elasticamente attiva compresa tra due giunzioni elasticamente attive; B, elemento elasticamente inattivo (loop); C, entanglement intrappolato; D, terminale di catena, elasticamente inattivo; E, modello di reticolo (Mark et al. e Kroschwitz, 1985-1990). catene polimeriche interconnesse da punti di cross-link. Le catene, normalmente ripiegate nello stato non deformato, sotto l’effetto di una forza esterna modificano la loro distribuzione spaziale, allineandosi parallelamente alla direzione dell’allungamento; il manifestarsi, nella gomma deformata, di una forza di richiamo avente la stessa direzione e verso opposto della forza deformante, è direttamente collegato alla naturale tendenza delle macromolecole a ritornare alla loro conformazione originaria. Al procedere della deformazione del materiale e della conseguente estensione delle macromolecole, il numero delle conformazioni isoenergetiche accessibili diminuisce, fino a che esiste solamente una conformazione possibile per ogni catena completamente estesa. Dopo la rimozione della forza esterna che ha provocato la deformazione, ciascuna catena polimerica recupera la forma originale, corrispondente a uno stato caratterizzato da un maggior numero di conformazioni isoenergetiche; la forza di richiamo (elastic recovery) emergente risulta pertanto dalla tendenza naturale del sistema a incrementare la propria entropia, fino al valore massimo che possiede nello stato non deformato. In un tipico grafico sforzo-deformazione di un elastomero vulcanizzato (fig. 2) si nota che, all’aumentare dell’allungamento, la curva piega verso l’alto: al progressivo diminuire del numero di conformazioni accessibili, un numero sempre maggiore di catene elasticamente attive raggiunge, in funzione delle dimensioni, il massimo della propria capacità di estendersi, richiedendo, per allungamenti ulteriori, l’applicazione di uno sforzo progressivamente più intenso necessario per modificare la lunghezza dei legami carbonio-carbonio della catena molecolare. In alcuni casi, raggiunte elevate deformazioni, un elastomero con struttura particolarmente ordinata può cristallizzare: questo fenomeno, reversibile, si risolve nella necessità di applicare uno sforzo maggiore per deformare ulteriormente il materiale. 791 deformazione fig. 2. Andamento sforzo-deformazione in un elastomero vulcanizzato (Flory, 1953). Sebbene sia possibile che due polimeri, con differente struttura molecolare, abbiano comportamenti viscoelastici lineari confrontabili, è anche possibile che essi differiscano alquanto in termini di risposta non lineare e, quindi, in termini di lavorabilità. Le caratteristiche elastiche, viscose e viscoelastiche lineari non rappresentano, infatti, altro che i fenomeni particolari di un settore più vasto che include il comportamento reologico non lineare di un polimero. Per comprendere meglio il problema, ci si può riferire al numero di Deborah, un parametro adimensionale definito come Del/t, dove l è il tempo di rilassamento del materiale considerato, che è correlato alla sua fluidità, e t il tempo caratteristico dell’esperimento a cui ci si riferisce (fig. 3). L’analisi reologica rivela valori elevati di viscosità e lunghi tempi di rilassamento per gli elastomeri non vulcanizzati rispetto alle materie plastiche (fig. 4), con riferimento alle rispettive condizioni di lavorazione. La fig. 5 riporta la curva di flusso, misurata mediante reometria capillare, di un polibutadiene industriale: lo sforzo di 792 viscoelasticità non lineare viscoelasticità lineare numero di Deborah fig. 3. Diagramma del numero di Deborah (Macosko, 1994). 109 viscosità in shear (Pa.s) Il termine gomma (o elastomero) all’interno della letteratura scientifica di settore si riferisce quasi esclusivamente al materiale reticolato (o vulcanizzato) inteso come solido viscoelastico incapace di dar luogo a fenomeni di scorrimento (shearing phenomena). Per le matrici polimeriche di riferimento non vulcanizzate, non esiste un patrimonio di informazioni, modelli e correlazioni equivalente a quello esistente per gli elastomeri vulcanizzati o a quello relativo alle materie plastiche. Inoltre, gli ingredienti che vengono aggiunti all’elastomero durante la preparazione della mescola conferiscono a quest’ultima un’eterogeneità responsabile di comportamenti reologici molto particolari, non facilmente investigabili e obbligano a una continua ricerca delle migliori condizioni operative. In generale la correlazione tra le proprietà della matrice polimerica e quelle finali dell’elastomero vulcanizzato è molto difficoltosa. La teoria della viscoelasticità lineare, largamente impiegata per caratterizzare le macromolecole nel loro stato di equilibrio mediante l’applicazione di piccole deformazioni, consente un approccio non diverso da quello riservato alle materie plastiche a fronte, però, di un più limitato campo di applicazione e di maggiori difficoltà sperimentali. Gli elastomeri e i relativi composti con cariche e oli di varia natura, sono materiali reologicamente complessi i cui comportamenti sono meglio indagati attraverso un approccio reologico non lineare in quanto, per deformazioni grandi o rapide, la teoria della viscoelasticità lineare non è più valida e la risposta a una deformazione imposta dipende dall’ampiezza, dalla velocità e dalla cinematica della deformazione. ampiezza della deformazione 12.3.3 Reologia degli elastomeri non vulcanizzati fluido newtoniano sforzo MATERIALI POLIMERICI 108 SBR 1500 (100 °C) 107 106 polibutadiene (100 °C) 105 104 polistirene (170 °C) 103 107 106 105 104 103 102 101 100 101 102 shear rate (s1) fig. 4. Confronto tra le curve di viscosità in scorrimento del polistirene e di alcuni elastomeri non vulcanizzati (Toki e White, 1982). ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI 107 sforzo controllato 106 sforzo di taglio apparente (Pa) fig. 5. Andamento dello sforzo di taglio in funzione del gradiente di scorrimento per un polibutadiene industriale. sforzo di taglio critico distorsioni importanti 105 piccole distorsioni 104 103 T110 °C estruso liscio 102 104 103 102 101 100 101 shear rate apparente taglio (shear stress) critico, che corrisponde alla fine di uno scorrimento corretto del materiale e precede l’insorgere di importanti distorsioni dell’estruso, si manifesta a un tasso di deformazione molto più basso di quello riscontrabile nel caso delle principali materie plastiche. Ciò riduce drasticamente il campo di applicazione dello strumento e obbliga a spostare la sperimentazione nella direzione, assai più complessa, delle basse velocità di deformazione (shear rate). Sebbene l’industria manifatturiera degli articoli in gomma risalga alla terza decade del 19° secolo, fino al 1920 circa non si registra uno sviluppo di metodi quantitativi per la caratterizzazione di elastomeri non vulcanizzati; gli studi precedenti a questa data utilizzano principalmente misure di viscosità in soluzione diluita. I primi strumenti impiegati sul materiale solido sono il reometro a estrusione di B. Marzetti e il plastomero a compressione di I. Williams; a partire dagli anni Trenta vennero introdotti, da Melvin Mooney e altri, alcuni strumenti rotazionali per misurare il momento torcente necessario a mantenere il materiale in uno stato di scorrimento stazionario (steady shearing). Quest’ultima categoria di strumenti rimane ancora oggi alla base dell’analisi reologica degli elastomeri non vulcanizzati. Spinto dalla necessità di separare diversi effetti reologici, Mooney nel 1936 sviluppò la classe dei reometri rotazionali pubblicando, per elastomeri ad alto peso molecolare, una prima serie di dati ottenuti con il viscosimetro Mooney (Mooney’s shearing disc viscometer), costituito da un disco zigrinato rotante all’interno di una cavità cilindrica riempita di polimero a una temperatura prefissata. Il risultato della misura ha le dimensioni di un momento torcente (Mooney torque), anche se viene comunemente indicato come viscosità Mooney. VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA 102 103 104 105 (s1) A fronte di una operatività relativamente semplice, le condizioni di flusso dello strumento risultano particolarmente complesse in quanto il viscosimetro genera un campo di deformazione non uniforme; la reologia in scorrimento del fluido è descritta dalla legge che lega sforzo di taglio (g) e velocità di scorrimento (dg/dt) tramite una costante K e un esponente di flusso n (legge di potenza): t = K(dg/dt)n1 Il valore di viscosità Mooney è correlabile al peso molecolare del polimero nel caso in cui si considerino polimeri simili dal punto di vista della struttura molecolare. La complessità dell’interpretazione dei comportamenti reologici aumenta se si considerano polimeri addizionati di cariche rinforzanti, tipicamente nero di carbonio e silice. La carica ha un importante effetto sulle proprietà reologiche del materiale, in quanto genera un aumento della viscosità in condizioni di scorrimento del sistema e, a partire da un certa quantità (15% circa in volume), induce il manifestarsi di una soglia di scorrimento (fig. 6); cariche rinforzanti più strutturate hanno un effetto simile a quello presentato da una maggior quantità di carica meno strutturata qualitativamente. Una viscosità Mooney bassa (per esempio 30) è indice di un’elevata velocità di inglobamento delle cariche, ma di una cattiva dispersione delle medesime; il contrario si verifica per un’elevata viscosità Mooney (per esempio 80). Proprietà dinamiche Un metodo di misura largamente utilizzato per determinare le proprietà di un materiale polimerico in campo viscoelastico lineare è quello in cui un campione di 793 MATERIALI POLIMERICI 12.3.4 Stadi di lavorazione della gomma Nell’industria della gomma, per la progettazione e la produzione di un materiale commerciale che ubbidisca a precisi requisiti tecnici, è necessario: a) individuare le materie prime necessarie; b) mescolarle nei rapporti opportuni in macchine apposite; c) dare alla miscela risultante la forma desiderata; d ) rendere il prodotto finito dimensionalmente stabile. Il primo stadio, noto con il termine di compounding, si riferisce alla formulazione di miscele di gomma e vari additivi; questi vengono prima miscelati intimamente (stadio b) e successivamente ‘formati’ (stadio c). L’insieme delle operazioni inerenti alla miscelazione dei vari ingredienti e alla loro formatura rappresenta il processing. Poiché le proprietà fisiche degli elastomeri non vulcanizzati non permettono di mantenere le caratteristiche dimensionali e meccaniche di un manufatto costanti nel 794 104 viscosità in shear (kPa.s) polimero è sottoposto a una deformazione sinusoidale di scorrimento semplice. Dopo pochi cicli di avviamento, lo sforzo comincia a oscillare sinusoidalmente con la stessa frequenza della deformazione, ma non in fase con la deformazione. È possibile scomporre lo sforzo in componenti in fase e in quadratura con la deformazione, introducendo i due moduli dinamici G e G, misura rispettivamente dell’energia immagazzinata e dell’energia dissipata dal materiale per ciclo di deformazione e per unità di volume; il rapporto G/G è denominato fattore di smorzamento ed è comunemente noto come tand o loss tangent, mentre i moduli G e G sono denominati rispettivamente modulo elastico (storage modulus) e modulo viscoso (loss modulus). La capacità di un elastomero vulcanizzato di modificare il proprio comportamento in funzione della frequenza imposta permette di prevederne le applicazioni, una volta note le condizioni a cui sarà sollecitato; inoltre, conoscendo l’influenza dei vari parametri molecolari sulle caratteristiche dinamiche, è possibile sintetizzare i materiali in funzione dell’applicazione finale. Un esempio rilevante è dato dal battistrada di uno pneumatico a cui vengono richieste doti di aderenza elevata (per esempio, wet traction, ovvero in condizioni di asfalto bagnato) in fase di frenata o di tenuta in curva accanto a una limitata resistenza al rotolamento (rolling resistance) nella marcia normale; in altre parole, si richiede al materiale con cui è stato costruito il battistrada di presentare un comportamento il più possibile simile a un solido elastico nella marcia normale (sollecitazioni a bassa frequenza: 102 Hz) e uno assimilabile a quello di un fluido viscoso in condizioni di trasferimento di energia dal veicolo alla strada (sollecitazioni ad alta frequenza: 105-106 Hz). T100 °C 103 102 101 SBR 1500 10% vol. nero di carbonio 20% vol. nero di carbonio 100 101 101 102 103 sforzo di taglio (kPa) fig. 6. Effetto della carica sulle proprietà reologiche di un polimero in condizioni di scorrimento (Leblanc, 1996). tempo, è necessario generare un reticolo molecolare stabile (stadio d), facendo ricorso a reazioni chimiche capaci di unire le catene polimeriche le une con le altre; questo processo è noto con il termine di vulcanizzazione (curing). Si ricorda infine che la definizione delle proprietà fisiche e chimiche degli elastomeri è stata oggetto di una normalizzazione effettuata dalla American Society for Testing and Materials (ASTM); i metodi di misura standard sono continuamente aggiornati, adattati a nuove strumentazioni o esigenze e sottoposti a verifica in termini di riproducibilità mediante programmi concordati (cross tests) tra differenti laboratori. Compounding Una volta fissate le caratteristiche del prodotto finito, si individuano l’elastomero di base e l’insieme degli ingredienti necessari per ottenere le proprietà richieste. La lista dei vari ingredienti, insieme alle indicazioni relative al modo di preparazione della mescola, costituisce la ricetta della miscela; l’unità di misura comunemente utilizzata per la quantificazione ponderale dei vari costituenti della ricetta è il phr (per hundred rubber), con cui si indicano le quantità di additivo aggiunte a 100 parti di gomma. I materiali necessari per la preparazione di una mescola appartengono alle categorie sottoindicate. Polimero di base (raw elastomer, gum rubber). Rappresenta il principale ingrediente e può essere costituito da gomma naturale, sintetica, o da elastomeri termoplastici. Vulcanizzanti. Sono le sostanze necessarie per generare il reticolo tridimensionale che fornisce alla gomma le caratteristiche tipiche (fanno eccezione gli elastomeri termoplastici che non necessitano di vulcanizzanti); tipico vulcanizzante è lo zolfo, utilizzato in quantità dell’ordine di 0,5-3 phr. Acceleranti. Sono le sostanze che interagiscono con il vulcanizzante diminuendo il tempo di vulcanizzazione; vengono usati in quantità dell’ordine di 0,5-1,5 phr. ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI Attivatori. Sono costituiti da ossidi di metalli come zinco, piombo e magnesio, da carbonati e da idrossidi alcalini; vengono aggiunti in quantità di 2-3 phr, formano complessi chimici con gli acceleranti e modificano le velocità di vulcanizzazione e il numero di legami tra differenti macromolecole (densità di reticolazione). Ritardanti di vulcanizzazione. Sono sostanze che interagiscono con il sistema vulcanizzante-accelerante-attivatore determinando la comparsa di un periodo di tempo durante il quale la vulcanizzazione non ha luogo; permettono quindi il completamento delle varie operazioni di trasformazione evitando prevulcanizzazioni. Si usano in quantità dell’ordine di 0,1-0,3 phr. Acidi organici. La loro reazione con gli attivatori fornisce i cationi necessari a formare i complessi chimici con gli acceleranti; si usano acidi monobasici ad alto peso molecolare come gli acidi stearico, oleico, laurico, palmitico, miristico e oli idrogenati di palma, di ricino e di lino, in quantità di 1-3 phr. Antiossidanti. Aggiunti in quantità di 1-2 phr proteggono la gomma da fenomeni ossidativi, accelerati dalla luce e dall’ozono, che determinano generalmente una modifica strutturale più o meno estesa della catena polimerica con conseguente variazione delle proprietà meccaniche. Appartengono a questa categoria le ammine secondarie (presentano elevata tendenza a colorare), i fenoli impediti con gruppi t-butilici in orto (antiossidanti primari, riducono i perossiradicali) e i fosfiti organici (antiossidanti secondari, riducono gli idroperossidi); gli antiossidanti primari e secondari vengono usati in combinazione sinergica. Cariche. Sono state inizialmente aggiunte alla gomma in forma di particelle sottili, per motivi economici; nel 1904 S.C. Mote e Mathews della Silvertown di Londra si accorsero che l’aggiunta di nero fumo alla gomma naturale aveva un effetto rinforzante, migliorando alcune caratteristiche quali la resistenza all’abrasione e alla lacerazione e incrementando i valori dei moduli elastici e dei carichi a rottura. Le cariche si suddividono in due gruppi: al primo appartengono le cariche rinforzanti e al secondo le cariche inerti. Le cariche inerti (caolino, barite, carbonati di calcio e di magnesio, di ferro e di piombo), macinate fino a dimensioni di 0,1 mm, vengono usate per modificare alcune caratteristiche tecnologiche dell’elastomero vulcanizzato come la durezza, la densità o le proprietà elettriche. Le cariche rinforzanti (nero di carbonio e silici) hanno invece un grande effetto sulle caratteristiche meccaniche e dinamiche del vulcanizzato in quanto, interagendo con le macromolecole, partecipano alla costruzione del reticolo elastico. Il nero di carbonio è una forma allotropica del carbonio che, a differenza del diamante e della grafite, non è reperibile in natura; è il termine generico usato per indicare una famiglia di materiali costituiti da carbonio elementare in forma di particelle sferoidali aggregate, ottenute dalla decomposizione VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA termica degli idrocarburi in scarsità di aria. I neri di carbonio vengono prodotti con differenti tecnologie, da cui i vari tipi prendono il nome; i neri di carbonio furnace blacks e thermal blacks rappresentano il 95% e il 4% rispettivamente del mercato mondiale (6,7 milioni di tonnellate, circa la metà del mercato mondiale della gomma). Queste particelle, con diametri medi che variano per lo più da 10 a 100 nm (la dimensione dipende dalla tecnologia di preparazione), risultano aggregate in strutture di maggiori dimensioni (60-200 nm); sono caratterizzate da un’area specifica elevata, fino a 150 m2/g e sulla loro superficie sono presenti gruppi fenolici e chinonici, acidi carbossilici e lattoni, in numero e quantità differenti in funzione del tipo di nero di carbonio. Il tipo e la quantità di gruppi funzionali determinano l’attività superficiale e, quindi, l’interazione con l’elastomero; in genere neri di carbonio preparati ad alta temperatura (1.300 °C) mostrano una bassa interazione con la gomma (bassi moduli elastici e alte abrasioni), mentre l’opposto avviene con neri preparati a bassa temperatura. Le silici presentano una struttura costituita da atomi di silicio e di ossigeno legati tetraedricamente in un reticolo silossanico imperfetto in cui non esiste un ordine cristallino a lungo raggio, analogamente a quanto osservato nella silice vetrosa; le imperfezioni lasciano gruppi silanolici liberi che rappresentano gli unici gruppi funzionali presenti sulla particella. Le silici esistenti sul mercato sono preparate per precipitazione da soluzioni di silicato di sodio trattate con acido solforico, oppure idrolizzando il tetracloruro di silicio oltre i 1.000 °C (silici pirogeniche o fumed): le prime, in cui prevalgono i gruppi silanolici isolati (dimensione della particella 20-80 nm), trovano un crescente impiego nel settore degli pneumatici, mentre le seconde, in cui prevalgono i gruppi silanolici vicinali e geminali (dimensione della particella 7-15 nm), per il prezzo elevato, trovano il loro principale impiego nel rinforzo della gomma siliconica. Le silici precipitate erano usate come cariche bianche rinforzanti per pneumatici da autocarro e macchine operatrici, per migliorare la resistenza all’abrasione e al taglio. Attualmente sono molto usate per la costruzione del battistrada degli pneumatici per autovetture a base di copolimeri statistici stirene-butadiene preparati in soluzione (S-SBR, SolutionStyrene Butadiene Rubber), in cui vanno a sostituire totalmente o parzialmente il nero di carbonio (copolimeri statistici, quelli con monomeri distribuiti in maniera casuale); con il loro impiego si ottengono pneumatici con una minore resistenza al rotolamento e una migliore tenuta sul bagnato. Le silici hanno un effetto rinforzante maggiore sugli elastomeri polari, per esempio i copolimeri butadiene-acrilonitrile (NBR, Nitrile Butadiene Rubber) e il policloroprene (CR, Chloroprene Rubber), piuttosto che su quelli privi di gruppi polari come la gomma naturale (NR, Natural Rubber), il polibutadiene (BR, Butadiene Rubber) e copolimeri stirene-butadiene preparati 795 MATERIALI POLIMERICI sia in soluzione sia in emulsione (S-SBR e E-SBR, Emulsion-Styrene Butadiene Rubber). L’impiego dei mercaptosilani (per esempio, il bis(3-trietossisililpropil)tetrasulfano, 2-10% rispetto alla silice), capaci di reagire con i silanoli presenti sulla superficie, incrementa la compatibilità della silice con la gomma rendendo disponibile un gruppo polisulfureo per la formazione di legami con l’elastomero durante la vulcanizzazione. Plastificanti. Sono materiali capaci di migliorare la lavorabilità, di diminuire la durezza dei vulcanizzati e di incrementarne l’elasticità e la flessibilità a freddo senza effetti indesiderati sulle più importanti proprietà fisiche. Appartengono a due classi principali: gli oli estensori, derivanti dall’industria di trasformazione del petrolio, adatti per gomme a base dienica (SBR, NR e BR), e gli esteri, indicati per gomme polari come per esempio le gomme NBR. Gli oli estensori sono a loro volta classificati (tra parentesi è indicato il contenuto di paraffine) in oli altamente aromatici (5-15%), oli aromatici (1532%), oli naftenici (48-56%) e oli paraffinici (60-75%); la scelta del plastificante più adatto è effettuata sulla base di un criterio di compatibilità. Coadiuvanti di processo. Sono additivi di differente natura introdotti per facilitare l’incorporamento dei diversi ingredienti (peptizzanti, promotori di adesione, disperdenti), per regolare la reologia della mescola (lubrificanti), oppure per facilitare le operazioni di distacco del vulcanizzato dalla forma (agenti di rilascio); appartengono ai peptizzanti della gomma naturale il tio-b-naftolo che viene usato in quantità di 0,6 phr durante la fase di masticazione, la di-o-tolilguanidina e la difenilguanidina per il policloroprene e il laurato di zinco per la gomma SBR. Additivi vari. Sono sostanze di varia natura che vengono aggiunte in quantità e proporzioni variabili; tra queste, i ritardanti di fiamma (idrossido di alluminio, ossido di antimonio, borato di zinco), gli antistatici (polveri o fibre metalliche, nero di carbonio), i coloranti (ossidi di metalli) e le sostanze che incrementano l’adesione con i metalli durante la fase di formatura o di estrusione (resine resorcinolo-formaldeide e derivati degli isocianati). fig. 7. Dispersione della carica e liberazione della gomma occlusa. Miscelazione Le proprietà finali di un elastomero vulcanizzato dipendono non solo dalle sue proprietà intrinseche (composizione, struttura primaria), ma anche dal grado di omogeneità con cui le varie cariche sono state disperse al suo interno. La miscelazione di particelle solide con un materiale altamente viscoso è un processo molto complesso suddivisibile in tre stadi successivi: incorporamento, dispersione e distribuzione. Durante lo stadio di incorporamento si ottiene, a partire dagli ingredienti di mescola separati, una massa omogenea capace di fluire. In questo stadio possono essere ulteriormente distinti tre momenti: l’incapsulazione, durante la quale la superficie libera dell’elastomero avvolge le cariche; la suddivisione, durante la quale l’azione sulle cariche incapsulate, deformate nello scorrimento o nell’elongazione, ne riduce le distanze reciproche e le dimensioni; infine, l’immobilizzazione di una frazione considerevole di gomma all’interno dei vuoti contenuti negli aggregati di cariche, con l’importante conseguenza che il polimero schermato (occluded rubber, fig. 7) non partecipa al flusso. Se il composto è sottoposto a moderate deformazioni, l’intero agglomerato di carica e la relativa gomma intrappolata si comportano come se fossero un’unica unità di riempitivo ( filler). Ne consegue che la frazione volumetrica effettiva di filler, fe(t), nelle fasi iniziali della dispersione è sempre maggiore di quella di un composito ben mescolato e risulta uguale alla somma della frazione volumetrica di gomma intrappolata, for(t), e della vera frazione volumetrica di carica rinforzante f: fe(t)for(t) + f Poiché, quando si mescola un polimero con un additivo rigido, la viscosità del composito aumenta con la frazione volumetrica dell’additivo e la sua memoria elastica diminuisce, una mescola caratterizzata da una dispersione non ottimale possiede una viscosità sempre maggiore e un rigonfiamento di post-estrusione sempre minore rispetto a un materiale in cui la carica è efficacemente dispersa. L’utilizzo di plastificanti e oli, che producono carica gomma occlusa carica aggregata 796 carica dispersa ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI una maggiore mobilità molecolare, permette a queste molecole di uscire rapidamente dai vuoti degli aggregati delle cariche rinforzanti, diminuendo la frazione di gomma intrappolata, riducendo la viscosità della massa e favorendo la successiva fase di dispersione. Allo stadio di dispersione segue quello di distribuzione che si suddivide in distribuzione di macroscala, durante la quale l’omogeneizzazione viene effettuata su grandi dimensioni, e in distribuzione di microscala, che opera su piccole dimensioni e interessa soprattutto la separazione dei frammenti degli aggregati delle cariche dopo la loro frammentazione. Un parametro adatto a descrivere l’efficacia di miscelazione è la densità di potenza applicata, in genere correlata linearmente con la velocità di dispersione. Durante la miscelazione, la temperatura si alza notevolmente, la viscosità diminuisce e con essa la densità della potenza applicata; si dovrebbero pertanto aumentare i tempi di mescola, ma non oltre certi limiti per evitare la vulcanizzazione precoce. L’intervallo di tempo, misurato tra il momento in cui la mescola contenente il sistema vulcanizzante viene scaldata e il momento in cui inizia la reazione di reticolazione, è chiamato tempo di scottatura (scorch time); tale tempo può essere modificato con l’impiego dei ritardanti oltre che con la scelta del vulcanizzante e dell’accelerante. Dal punto di vista tecnologico, mentre per i materiali termoplastici trovano largo impiego i processi di miscelazione in continuo, per la trasformazione della gomma sono principalmente utilizzate macchine in discontinuo, rappresentate tipicamente dal mescolatore a rulli o mescolatore aperto (two roll mill) e dal mescolatore interno (internal mixer): le ragioni di ciò derivano dalla mancanza di gomma in granuli liberi ( free-flowing) a un costo paragonabile a quello della gomma in balle, dalla difficoltà nel dosaggio preciso di un gran numero di ingredienti e dall’impossibilità di adattamento dei mescolatori in continuo a lavorare differenti tipi di gomma e formulazioni senza modificarne gli assetti. In un mescolatore aperto o a rulli (fig. 8 A) si distinguono tre zone: una regione tra i rulli (raffreddati internamente) caratterizzata da alte densità di potenza (a), il banco (b) che funziona da riserva e alimenta la regione tra i rulli dove è attivo il processo di incapsulamento e la banda (c) che riporta la gomma dalla regione a alla b. I rulli girano in verso opposto a differente velocità con un rapporto che varia tra 1 e 1,1; il basso volume della zona a e la grande superficie della zona c garantiscono un controllo dell’aumento della temperatura più efficace rispetto a quello di altri processi di miscelazione. Questa tecnologia è adatta per piccole produzioni, oppure come secondo stadio di un processo di miscelazione che usa come primo stadio il mescolatore interno. Per la versatilità (capacità di mescolare una grande varietà di elastomeri a parità di assetto) e per la capacità VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA b c a A pistone rotore B porta di scarico camera di mescolamento fig. 8. Schema di un mescolatore aperto (A) e di un mescolatore interno (B). di accettare gomma in balle, il mescolatore interno rappresenta la macchina più utilizzata dall’industria della gomma: in fig. 8 B sono schematizzati i due rotori controrotanti, un pistone, che, se alzato, permette di introdurre i vari ingredienti della mescola nella camera di miscelazione, mentre, se abbassato, mantiene la gomma nella regione in cui viene mescolata, e una porta di scarico. L’acqua di raffreddamento passa attraverso i rotori, le pareti della camera e la porta di scarico. La necessità di incorporare e disperdere grandi quantità di cariche nella gomma rende necessario tener conto della loro lavorabilità (ottimizzazione di operazioni come l’incorporamento della carica e l’estrusione della mescola). Tra i diversi metodi per valutare la lavorabilità di un elastomero forniti in letteratura o direttamente utilizzati dall’industria della gomma, quello elaborato da N. Tokita e I. Pliskin nel 1973 ha il merito di rappresentare uno dei primi tentativi per la generalizzazione del concetto di lavorabilità mediante la correlazione di alcune 797 MATERIALI POLIMERICI proprietà del polimero e il suo comportamento durante la fase di miscelazione con le cariche. L’osservazione del mescolamento di una gomma su un mescolatore a rulli permette di distinguere due situazioni limite: un comportamento asciutto (dry), che evidenzia un fattore critico correlato allo scorrimento dell’elastomero (il pannello di gomma tende a rompersi), e un comportamento di cattiva qualità (cheesy), tipico di un elastomero poco elastico e con scarse proprietà tensili, per lo più a causa dell’assenza di frazioni con alti pesi molecolari. Accanto a questi due casi limite il comportamento definito buono è quello caratterizzato dalla formazione di una banda continua tra i rulli; gli autori associano la scala di valutazione visiva a un comportamento correlabile alla reologia estensionale del polimero senza cariche, particolarmente sensibile alla sua struttura molecolare. Il principio è ispirato alla teoria dell’elasticità della gomma ad alta deformazione, elaborata da L.R.G. Treloar nel 1975, ed è basato sul calcolo dei contributi elastico (recuperabile) e viscoso (non recuperabile) del polimero utilizzato in mescola; ne deriva un diagramma (fig. 9) in cui il materiale è classificato in base a un indice di deformazione (capacità di un materiale di deformarsi, variabile da 0, comportamento idealmente plastico, a 1, comportamento idealmente elastico), espresso in funzione dell’allungamento a rottura. Nel caso di polimeri con viscosità Mooney paragonabile, un aumento dell’indice di polidispersità o l’inserimento di ramificazioni causa uno spostamento nel diagramma; per esempio, l’allargamento della distribuzione dei pesi molecolari (MWD, limite elastico 1,0 comportamento asciutto hot E-SBR indice di deformazione 0,5 cold E-SBR B-MWD S-SBR BR cattiva qualità migliore lavorabilità buona lavorabilità non accettabile limite plastico 0 1 5 10 allungamento a rottura fig. 9. Lavorabilità di un polimero in termini di indice di deformazione e di allungamento a rottura (Tokita e Pliskin, 1973). 798 Formatura Alla preparazione della mescola segue di solito una fase di formatura e, successivamente, di vulcanizzazione; le due fasi possono coincidere (durante la permanenza del materiale nella forma ad alta temperatura si attiva il processo di vulcanizzazione), come nel caso dello stampaggio a compressione, che consiste nel mettere una parte di mescola opportunamente sagomata in uno stampo; la chiusura dello stampo e l’applicazione di una pressione determinano l’adattamento della gomma alla forma, mentre l’eliminazione della parte in eccesso viene effettuata attraverso fori opportuni. I pneumatici sono formati e vulcanizzati mediante una tecnica simile. Una tecnologia adatta alla formatura di elastomeri termoplastici e di elastomeri vulcanizzabili, è quella dello stampaggio a iniezione, tipica dell’industria della plastica ma adattata per essere utilizzata anche per gli elastomeri; come in altri casi, le fasi di stampaggio e vulcanizzazione generalmente coincidono. Nella formatura per estrusione, utilizzata per la preparazione di tubi o nastri, la fase di vulcanizzazione è invece separata e viene effettuata in continuo in bagni ad alta temperatura (200-300 °C), in tunnel ad aria calda o mediante sistemi di pressatura a caldo in continuo (cilindri riscaldati). Vulcanizzazione gel N-MWD S-SBR BR Molecular Weight Distribution) da N-MWD a B-MWD (dove N e B stanno per narrow, stretto, e broad, largo) in una gomma S-SBR o in un polibutadiene, determina il suo spostamento dalla zona cheesy alla zona di buona lavorabilità, mentre la polimerizzazione a caldo di una gomma E-SBR la porta dalla zona a buona lavorabilità verso la zona dry, agendo sul contenuto della frazione reticolata, comunemente nota come gel. Il processo di vulcanizzazione determina la formazione, tra le macromolecole, di legami che risultano statisticamente (casualmente) spaziati lungo l’asse molecolare con una frequenza di un nodo ogni 50-100 unità monomeriche. L’introduzione di legami tra le macromolecole porta a rilevanti variazioni fisiche dell’elastomero che si trasforma da un fluido solubile in solventi in un solido elastico insolubile e caratterizzato da proprietà meccaniche tecnologicamente utili. Le proprietà dell’elastomero vulcanizzato dipendono dal numero e dal tipo di nodi che collegano le catene molecolari; il numero e il tipo di nodi sono a loro volta una funzione del grado di avanzamento della vulcanizzazione e del tipo di accelerante. All’aumentare della densità di reticolazione aumentano i moduli elastici statico e dinamico (ad alta frequenza) e la durezza, mentre diminuiscono i valori di deformazione permanente dopo compressione (compression set); il carico di rottura, la resistenza alla lacerazione e la resistenza a fatica presentano un ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA reticolazione progressiva momento torcente massimo. La natura e le caratteristiche dei legami intermolecolari, nonché il loro numero, hanno una grande influenza sulle proprietà finali dell’elastomero vulcanizzato: legami corti, quali per esempio un legame tioetereo tra due atomi di carbonio appartenenti a due differenti macromolecole, migliorano il compression set, la stabilità termica e le proprietà dinamiche; legami più lunghi, come il legame polisulfureo del tipo CSxC (x2), migliorano i carichi di rottura, il comportamento a fatica e la resistenza alla lacerazione. I legami polisulfurei presentano la caratteristica di potersi riformare dopo una rottura avvenuta in seguito all’applicazione di uno sforzo; per lo stesso motivo la presenza di questo tipo di legami peggiora, nel vulcanizzato, i valori di compression set. Durante la vulcanizzazione con lo zolfo si osserva un’evoluzione della tipologia e del numero dei legami intermolecolari, con conseguenti variazioni delle proprietà del vulcanizzato nel tempo: i legami polisulfurei decrescono monotonamente all’aumentare del tempo di vulcanizzazione, i monosulfurei aumentano e i disulfurei restano costanti (20% circa). Sempre nel caso di una vulcanizzazione con zolfo, l’abbondanza relativa dei vari tipi di legame varia modificando anche il tipo di accelerante e il rapporto accelerante/zolfo; all’aumentare del rapporto aumentano i legami monosulfurei e i gruppi pendenti (del tipo gommaSx-accelerante), mentre al diminuire del rapporto aumentano i legami polisulfurei e le unità eterocicliche in catena contenenti zolfo o disolfuro. Il periodo di tempo durante il quale la vulcanizzazione non ha luogo, la velocità di vulcanizzazione e il livello di reticolazione sono misurati con i vulcanometri, apparecchi la cui camera di misura è costituita da un rotore o da una cavità oscillante a contatto con la mescola mantenuta a una temperatura programmata: al procedere della vulcanizzazione la viscosità del materiale aumenta e tale aumento è misurato dall’incremento del momento torcente necessario a mantenere costante l’ampiezza dell’oscillazione. Poiché la misura è effettuata ad alta temperatura, si suppone che l’effetto viscoso del materiale sia trascurabile e che l’incremento del momento sia proporzionale al numero di nodi per unità di volume della gomma. Si riporta in fig. 10 una tipica curva di vulcanizzazione con l’andamento del momento torcente in funzione del tempo; a un primo periodo (induzione), in cui la viscosità non varia (sono attivi i sistemi ritardanti che inibiscono la formazione del complesso attivatore-accelerante), segue un periodo di accelerazione e, successivamente, una stabilizzazione del valore del momento torcente. Una diminuzione di questo valore è sintomo di rottura dei legami intermolecolari causata dalla temperatura (reversion), mentre un aumento è legato a un’ulteriore reticolazione del materiale. I sistemi di vulcanizzazione generalmente utilizzati nell’industria di trasformazione della gomma sono di tre reversion induzione (scorch) vulcanizzazione sopravulcanizzazione tempo di vulcanizzazione fig. 10. Curva di vulcanizzazione. tipi: sistemi a zolfo accelerati, sistemi a donatori di zolfo, sistemi a perossido. La vulcanizzazione a zolfo è la tecnica più comunemente utilizzata in quanto, per numerose applicazioni, essa rappresenta l’unico modo per ottenere un’azione ritardata di reticolazione compatibile con l’insieme delle varie fasi di preparazione del manufatto finale. Sistemi a zolfo accelerati L’utilizzo del solo zolfo, scoperto nel 1839 da C. Goodyear e T. Hancock, nella vulcanizzazione della gomma non è conveniente, in quanto il processo è lento e poco efficiente; in passato la vulcanizzazione della gomma naturale veniva effettuata con 8 phr di zolfo per 5 ore a 140 °C. Nel 1881 Rowley notava che la presenza di ammoniaca determinava un’accelerazione della reazione di reticolazione e nel 1906 G. Oenslager evidenziava i vantaggi derivanti dall’uso dell’anilina; negli anni coincidenti con l’inizio della Prima Guerra Mondiale era stato introdotto l’utilizzo di ossido di zinco insieme ad acidi grassi e si era ridotto a 3 ore il tempo necessario per una vulcanizzazione soddisfacente. Nel 1907 l’anilina, a causa della sua tossicità, fu sostituita con il suo derivato ottenuto per reazione col solfuro di carbonio (tiocarbanilide); un ulteriore sviluppo portò alle guanidine, ai ditiocarbammati e ai tiurami. Tutti questi acceleranti non garantivano però l’assenza di reazioni di reticolazione durante la fase di miscelazione degli ingredienti, rendendo difficoltosa l’operazione di compounding; fu solo nel 1925 che vennero introdotti i primi acceleranti ritardati, che rendevano possibile la costruzione industriale di pneumatici cord-ply (pneumatici rinforzati internamente da uno o più strati di gomma contenenti corde metalliche o di nylon). Una lista dei principali acceleranti commerciali suddivisi per classe è riportata in fig. 11 con le relative formule di struttura. La regolazione del tempo di scottatura per molti anni fu effettuata mediante acido salicilico o benzoico oppure N-nitrosodifenilammina finché, nel 799 MATERIALI POLIMERICI classe sigla nomenclatura formula NH guanidine DPG difenilguanidina CNH NH CH3 NH DOTG di-o-tolilguanidina CNH NH CH3 N tiazoli MBT 2-mercaptobenzotiazolo SH S N MBTS N 2-mercaptobenzotiazolo disolfuro S S S S N ZMBT S Zn2 Zn-mercaptobenzotiazolo S solfenammidi CBS N N-cicloesil-2-benzotiazolo solfenammide S NH S N O S N MBS 2-(4-morfolinotio)benzotiazolo S S C2H5 ditiocarbammati ZEDC Zn-dietilditiocarbammato S Zn2 C N C2H5 2 S CH3 ZDMC Zn-dimetilditiocarbammato N S Zn2 C CH3 2 S CH3 tiurami TMTD tetrametiltiurame disolfuro N S C S S C CH3 N CH3 CH3 S CH3 TMTM tetrametiltiurame monosolfuro N S C S CH3 C N CH3 CH3 S CH3 xantati ZIX Zn-isopropilxantato N CH3 O C Zn2 S 2 fig. 11. Principali acceleranti commerciali. 800 ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI 1968, furono introdotti i primi inibitori di vulcanizzazione: questi costituiscono un’importante classe di sostanze che permettono di ridurre il rischio di prevulcanizzazione senza modificare sostanzialmente la velocità del processo. Il principale e più rappresentativo è l’N-(cicloesiltio)ftalimmide (CTP), che viene usato in quantità dell’ordine di 0,1-0,3 phr. Nel meccanismo, la vulcanizzazione è una reazione estremamente complessa, tuttora oggetto di indagine; anche nel caso più semplice (vulcanizzazione del poliisoprene con zolfo) esiste discordanza tra i vari autori sulla natura ionica o radicalica della reazione. L’introduzione di un accelerante (Ac) in un sistema costituito da poliisoprene e zolfo determina la formazione di un polisolfuro lineare (reazione lenta) che, reagendo a sua volta con l’insaturazione olefinica, porta alla formazione di una specie in cui l’accelerante è unito alla macromolecola mediante un legame polisulfureo: 2Ac + Sn AcSnAc AcSnAc + gomma gommaSnAc + Ac Nello schema di fig. 12 (parte sinistra), la successiva rottura del legame SyS è lenta e risulta in due differenti radicali, uno (Sy ) che si somma rapidamente su un legame olefinico, l’altro, di tipo tiolico (S), che si somma più lentamente per generare una specie inattiva. Differente è la situazione se è presente il catione Zn2, generato dalla reazione di ossido di zinco (attivatore) e acido stearico; il catione forma un complesso con l’accelerante Ac che reagisce più rapidamente con lo zolfo (reazione ionica) per dare un polisolfuro lineare il quale, a sua volta, somma più rapidamente sulla insaturazione olefinica della gomma, con formazione della specie gommaSnAc. La successiva fase (riportata nella parte destra dello schema di fig. 12) prevede ancora un meccanismo radicalico con la differenza che la presenza di Zn2 determina la omolisi di un gruppo SxSy che rende disponibili specie Sx e Sy le quali, a loro volta, sommano sulle insaturazioni della gomma; ne deriva pertanto una maggiore densità di reticolazione in quanto il legame intermolecolare contiene un minore numero di legami SS. con zolfo, mentre altre sostanze, come la 4,4-ditiodimorfolina (DTDM), non sono acceleranti. Sistemi a perossido L’utilizzo del benzoilperossido come agente di reticolazione della gomma naturale risale al 1915 (Ivan I. Ostrosmislenskij), ma la tecnica non ebbe seguito fino al 1954 (F. Braden), anno in cui, per questa funzione, fu utilizzato il dicumil-perossido, che presenta alcuni vantaggi (compression set e resistenza termica) accanto a diversi svantaggi (caratteristiche meccaniche scadenti e impossibilità di variare il tempo di scottatura). Per questi motivi l’utilizzo di perossidi come agenti di reticolazione di elastomeri a base di butadiene e isoprene è limitato. Nel caso di gomme sature, l’uso di perossidi per la reticolazione è necessario, anche se l’efficienza è ridotta in quanto sono attive reazioni di scissione della catena molecolare. Si aggiungono, in questo caso, sostanze capaci di reagire con i macroradicali e generare un legame intermolecolare. 12.3.5 Poliisoprene Solamente a partire dal 1950, con la scoperta dei catalizzatori stereospecifici, è stato possibile sintetizzare un poliisoprene (IR, Isoprene Rubber) con proprietà simili a quelle della gomma naturale; si ricorda, al riguardo, che il poliisoprene è il polimero che costituisce la gomma naturale. Fino a quel momento la polimerizzazione con sodio dell’isoprene era stata oggetto di studi che non avevano portato a nessun sviluppo industriale; la disponibilità di gomma naturale, caratterizzata da ineguagliabili proprietà, non stimolava gli interessi dei paesi che potevano disporne, mentre la sua mancanza cronica in altri paesi, come la Germania, determinava una ricerca intensiva sulla polimerizzazione del butadiene. Per alcune caratteristiche (purezza e costanza qualitativa), i prodotti sintetizzati con i catalizzatori Ziegler-Natta sono superiori a quelli naturali, ma inferiori per purezza isomerica e per economicità di produzione; tutto questo ha limitato lo sviluppo industriale del poliisoprene sintetico, tranne dove si è data molta importanza alla sua disponibilità per motivi strategici. Sistemi a donatori di zolfo L’incremento del rapporto accelerante/zolfo porta a un progressivo incremento del numero dei legami intermolecolari monosulfurei; se la quantità di zolfo è inferiore a 0,5 phr non si ottengono però valori accettabili dei moduli elastici. Alcuni composti contenenti zolfo possono essere utilizzati come donatori di zolfo durante la fase di vulcanizzazione in formulazioni in cui questo elemento può non essere presente; alcune di queste molecole (per esempio il TMDT, trimetilentetratiafulvaleneditiolato) agiscono sia come donatori in formulazioni senza zolfo, sia come acceleranti in formulazioni VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA Struttura e proprietà La molecola di isoprene può sommarsi in diversi modi formando l’unità strutturale 1,4-cis, l’unità 1,4-trans e due unità, la 1,2 e la 3,4; poiché la somma del monomero in posizione 1,2 e 3,4 determina la formazione di un atomo di carbonio chirale, è possibile ottenere teoricamente, per ciascuna delle unità sopraricordate, tre strutture polimeriche pure: la isotattica, la sindiotattica e l’atattica. Fra le otto possibili strutture pure, si riesce a sintetizzare solamente l’1,4-cis, l’1,4-trans e il 3,4 atattico: i primi due esistono sia come prodotti naturali (la gomma 801 MATERIALI POLIMERICI Zn2 N gomma Sx Sy Zn2 S S N gomma Sx Sy lento gomma gomma gomma Sx veloce Sx Sy Sy. .S S S molto lento N gomma S gomma lento gomma gomma gomma Sx. .Sy veloce Sx N S S gomma gomma N gomma veloce N gomma S S Sy inattivo S S attivo fig. 12. Meccanismo della vulcanizzazione con zolfo del poliisoprene con MBT (2-mercaptobenzotiazolo), in assenza e in presenza di un attivatore (Zn2+) (Mark et al. e Kroschwitz, 1985-1990). naturale e la resina naturale guttaperca) che di sintesi, mentre il terzo esiste solamente come prodotto di sintesi. Esistono invece vari tipi di poliisoprene di sintesi contenenti quantità variabili delle quattro unità legate tra loro in maniera casuale, oltre alle possibili somme invertite dell’unità 1,4 (testa-testa, coda-coda). Tra i vari tipi, il poliisoprene 1,4-cis è di gran lunga il più importante per le proprietà elastiche e meccaniche che impartisce ai vulcanizzati, proprietà che derivano dall’elevato grado di purezza isomerica del materiale il quale, nel caso della gomma naturale, è costituito per valori superiori al 99% dall’unità 1,4-cis. L’elevatissima purezza isomerica del polimero naturale ne determina la notevole tendenza a cristallizzare già a temperatura ambiente; il massimo grado di cristallinità che il materiale riesce ad avere è limitato al 25-30%, valore più che sufficiente a incrementarne la durezza e la viscosità Mooney nel tempo. La velocità di cristallizzazione è influenzata da sollecitazioni, per esempio longitudinali, a cui la gomma viene eventualmente sottoposta; a grandi allungamenti cristallizza in pochi secondi. Anche il poliisoprene 1,4-cis preparato con catalizzatori Ziegler-Natta manifesta proprietà del tutto simili a quelle della gomma naturale, anche se la purezza isomerica e la presenza di irregolarità macrostrutturali, come ramificazioni o gel, rallentano la velocità di cristallizzazione dell’elastomero non sottoposto ad allungamenti. Nel caso di grandi allungamenti si attiva un meccanismo di rinforzo dovuto alla nucleazione di cristalli, meccanismo attivo anche per materiali contenenti solamente il 70% di unità 1,4-cis, sintetizzati mediante polimerizzazione anionica. 802 L’isomero 1,4-trans, che ha una struttura cristallina differente, cristallizza più facilmente; per questo motivo a temperatura ambiente è cristallino al 60% e si presenta come un solido rigido che ricorda nell’aspetto il polietilene ad alta densità: si riportano in tab. 1 i valori della temperatura di transizione vetrosa (Tg) e della temperatura di fusione (Tm) per alcuni differenti tipi di poliisoprene a elevata purezza isomerica. Nella catena polimerica della gomma naturale sono presenti gruppi funzionali aldeidici (1-2 gruppi/macromolecola) i quali, reagendo con i gruppi amminici degli amminoacidi e delle proteine, formano legami intermolecolari che provocano un fenomeno di irrigidimento durante l’immagazzinamento (storage hardening) a temperatura elevata e in condizioni di bassa umidità. Questo fenomeno, che non è da confondere con la cristallizzazione, è correlato anche all’incremento di frazione insolubile (gel) che passa, durante l’immagazzinamento, dal 5-10% della gomma fresca fino a un valore prossimo al 50%; la frazione insolubile viene tuttavia tab. 1. Temperatura di transizione vetrosa (Tg ) e temperatura di fusione (Tm) di differenti tipi di poliisoprene a elevata purezza isomerica Tg (°C) Tm (°C) 1,4-cis (>99%) 71 20-30 1,4-trans 60 forma I: 58-67 forma II: 50-57 Polimero ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI eliminata nella fase di masticazione, durante la quale la presenza dei gruppi funzionali e il maggior valore dell’indice di dispersione (Mw /Mn, rapporto tra pesi molecolari medi ponderale e numerale) previene il rischio di sopramasticazione, a cui è più esposto il polimero sintetico. Tutti i materiali sintetici presentano un contenuto di unità 1,4-cis inferiore a quello della gomma naturale; la minore cristallinità rappresenta un vantaggio in termini di minore tendenza a irrigidirsi durante l’immagazzinamento a bassa temperatura (per cristallizzazione), ma uno svantaggio per quel che riguarda le caratteristiche meccaniche del vulcanizzato (carico di rottura, resistenza all’abrasione e alla lacerazione, modulo elastico). La deformazione permanente dopo compressione del polimero naturale è significativamente inferiore, mentre per alcune caratteristiche in cui la cristallinità gioca un ruolo negativo, come la flessibilità a bassa temperatura, risultano migliori i materiali sintetici. In generale il peso molecolare della gomma naturale è superiore (secondo i tipi Mw varia nell’intervallo 0,82,7106) rispetto a quello dei prodotti sintetici (Mw varia nell’intervallo 7-8105), come superiore è il valore dell’indice di dispersione (Mw /Mn6-7, contro 2,5-4 dei prodotti sintetici). Produzione della gomma naturale La produzione è dominata, come già detto, da una pianta nativa dell’America Meridionale, Hevea brasiliensis, un albero che ha una vita economica di 25-30 anni durante i quali produce continuamente lattice che viene estratto per intaglio della corteccia. Il lattice è un colloide con una densità di 0,96-0,98 g/cm3 e un pH di 6,5-7, in cui la fase dispersa è costituita prevalentemente da gomma (30-40% in massa) sotto forma di un’emulsione acquosa di particelle con dimensioni 0,02-3 mm protette da un film di proteine e di fosfolipidi, per un totale compreso tra 1 e 1,5%; accanto a questi componenti sono presenti grassi, acidi grassi ed esteri (1,5-3%), carboidrati (0,8-1%) e sali minerali (0,7-0,9%). Entro le prime 3-4 ore dall’intaglio si raccoglie circa l’80% di lattice a cui si aggiunge, come antibatterico, ammoniaca; il resto dell’essudato della pianta (20%) viene raccolto successivamente come coagulo (cuplump). Il lattice viene filtrato, miscelato e successivamente concentrato per centrifugazione, scrematura o evaporazione, fino a un contenuto in solidi del 60% in massa. Circa il 10% della produzione mondiale di gomma naturale viene immesso sul mercato sotto forma di lattice concentrato, mentre il resto della produzione viene coagulato con acido formico e quindi lavorato in diversi modi per produrre otto tipi principali di NR, ulteriormente suddivisi in differenti gradi classificati visivamente secondo le indicazioni della International Standards of Quality and Packing for Natural Rubber Grades. VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA I limiti di questi criteri di preparazione e di classificazione emergono dal paragone con gli elastomeri sintetici che sono commercializzati in balle regolari di medie dimensioni e corredati delle informazioni tecniche richieste dal settore applicativo di destinazione. Si è reso necessario individuare nuovi metodi di lavorazione per commercializzare la NR sotto forma di balle di medie dimensioni avvolte in film di polietilene, utilizzando criteri di lavorazione del prodotto grezzo tali da garantire la costanza qualitativa di tipi ben definiti da specifiche tecniche. Le Technically Specified Rubbers (TSR) furono introdotte nel mercato nel 1965 dalla Malesia come Standard Malaysian Rubber (SMR) e successivamente adottate anche da altri produttori: da allora le specifiche dei vari tipi, con viscosità Mooney compresa tra 50 e 90, sono state continuamente riviste e aggiornate. La produzione di TSR ha registrato un aumento costante e rappresenta oggi più della metà della NR commercializzata. Polimerizzazione La polimerizzazione in emulsione dell’isoprene fornisce materiali a basso contenuto di 1,4-cis (1,7% a 5 °C e 17,6% a 50 °C), con proprietà tecnologiche non rilevanti. Escludendo i copolimeri in cui l’isoprene entra a far parte come comonomero, per il poliisoprene sintetico l’interesse è praticamente limitato ai polimeri 1,4-cis nei quali il contenuto di questa unità è maggiore del 90%. Per ottenere questi livelli di purezza isomerica hanno importanza industriale solamente due tipi di processi, la polimerizzazione anionica e la polimerizzazione metallo-coordinata. Polimerizzazione anionica Il processo, messo a punto dalla Shell Oil mediante iniziatori litio-alchilici in solventi idrocarburici (comunemente isopentano, ciclopentano, cicloesano o miscele di esani) fornisce un materiale classificato come ‘bassocis’ in cui l’unità 1,4-cis è presente al 92-93% accanto al 7% di unità 3,4; la polimerizzazione è del tipo ‘vivente’ e, per l’assenza di reazioni di terminazione e di trasferimento, il peso molecolare è determinato dal rapporto tra le moli di monomero e quelle dell’iniziatore. La presenza di sostanze polari (eteri, ammine) determina l’aumento della quantità delle unità non-cis. L’impianto per tale processo consiste nelle sezioni di polimerizzazione, di recupero del polimero dalla soluzione polimerica, di essiccamento e confezionamento della gomma e di recupero del solvente e del monomero residuo. L’isoprene è trattato con sodio idrossido per eliminare il ter-butil catecolo (necessario per inibire polimerizzazioni radicaliche) e, successivamente, dopo essere stato anidrificato mediante passaggio su letti di zeoliti, perviene al reattore di polimerizzazione (fig. 13). Parte del solvente anidrificato è utilizzata per la diluizione dell’iniziatore (litio-alchile), mentre la parte rimanente viene 803 MATERIALI POLIMERICI anidrificazione isopentano isopentano iniziatore short stopper soluzione polimerica a stripping anidrificazione isoprene reattori di polimerizzazione isoprene trattamento acque trattamento acque soluzione di NaOH acqua trattamento acque fig. 13. Impianto di polimerizzazione di poliisoprene ad alto-cis (IR) (SRI Consulting, 1972). inviata ai reattori di polimerizzazione dove il calore di reazione è eliminato mediante condensazione del solvente e del monomero. Alla fine della reazione la soluzione è trattata con una sostanza protogenica per disattivare i terminali di catena costituiti da litio-poliisoprenile e addizionata di antiossidante, oltre a una piccola quantità di olio quale coadiuvante di processo. Successivamente la soluzione polimerica è avviata a una serie di recipienti contenenti acqua bollente e riscaldati 804 mediante immissione di vapore (strippers), dove l’azione combinata del vapore e dell’agitazione permette il recupero dell’isoprene che non ha reagito, del solvente e di una sospensione in acqua di granuli di gomma con dimensione di circa 1 cm. Il solvente e l’isoprene vengono avviati a una sezione di separazione ed essiccamento e quindi riavviati al processo. I granuli di gomma contenenti acqua sono trattati meccanicamente in un estrusore fornito di strette aperture laterali longitudinali ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI (expeller), che permettono di eliminare per strizzatura buona parte dell’acqua di imbibizione; l’acqua residua, circa il 10%, viene eliminata alimentando i granuli in un estrusore (expander) in cui il lavoro meccanico esercitato sulla gomma umida viene convertito in calore: l’incremento di temperatura e di pressione è tale da eliminare l’acqua residua come vapore. Polimerizzazione metallo-coordinata L’utilizzo di catalizzatori a base di TiCl4 e trialchili di alluminio (AlR3, dove R è un radicale etilico, propilico, butilico, isobutilico e isoesilico) in esano e in presenza di eteri aromatici permise alla Goodyear Tire & Rubber di produrre il primo poliisoprene sintetico, denominato alto-cis. L’assetto impiantistico per la produzione del poliisoprene mediante polimerizzazione metallo-coordinata è costituito dalla sezione di polimerizzazione, da quella di estrazione dei residui catalitici dalla soluzione polimerica e di recupero del polimero, dalla sezione di recupero del solvente e del monomero residuo e dalla sezione di essiccamento e confezionamento. L’isoprene è polimerizzato in una serie di reattori agitati evitando che la temperatura superi 50 °C. Alla soluzione, contenente il 15% in massa di solidi, è aggiunto metanolo per disattivare il catalizzatore, l’antiossidante e, eventualmente, piccole quantità di olio. Dopo una fase di mescolamento (blending), necessaria per evitare oscillazioni della viscosità Mooney del prodotto finito, la soluzione contenente il polimero viene trattata con acqua e metanolo per estrarre i residui catalitici. Segue la fase di eliminazione del solvente e del monomero residuo mediante acqua bollente e vapore negli stripper; sia il solvente sia il monomero, dopo essere stati separati e anidrificati, vengono riavviati al processo, mentre la sospensione in acqua di granuli di gomma è avviata alla sezione di essiccamento effettuato mediante un expeller e un expander. Il catalizzatore può essere preformato o preparato in situ; consiste di un sistema eterogeneo in cui è presente una fase microcristallina bruna costituita da bTiCl3 contenente piccole quantità di alluminio. L’utilizzo di eteri quali agenti leganti del sito catalitico migliora le caratteristiche fisiche del poliisoprene (eteri alifatici) o determina il decremento del contenuto di gel (eteri aromatici), mantenendo il contenuto dell’unità 1,4-cis pari al 96-97%. Compounding, processing e vulcanizzazione La gomma, dopo una fase di masticazione effettuata solo nel caso del polimero naturale, è miscelata con i vari ingredienti, zolfo, acceleranti, antiossidanti e cariche (neri di carbonio o silici), attivatori e plastificanti usando mescolatori aperti o interni. La necessità di una fase di masticazione può essere evitata per i tipi di NR in cui la stabilizzazione della viscosità Mooney è effettuata VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA inibendo la reazione che determina il fenomeno dello storage hardening; in tutti i casi questa fase si esaurisce in qualche minuto ed è condotta a T80 °C nel mescolatore aperto e a T120 °C nel mescolatore interno. Le quantità di zolfo e il rapporto accelerante/zolfo influenzano le proprietà del vulcanizzato in quanto viene modificata la tipologia dei legami intermolecolari (abbondanza relativa di poli-, di- e monosolfuri e solfuri ciclici) che, a loro volta, influenzano le caratteristiche tecnologiche dei vulcanizzati (tab. 2). Anche il poliisoprene 1,4-trans, che si presenta come un materiale duro con viscosità Mooney 30, può essere lavorato con le tecniche tradizionali, sopra la temperatura di fusione e, successivamente, estruso oppure stampato per iniezione o compressione, o miscelato con polimeri amorfi, di cui migliora le caratteristiche elastiche e meccaniche. Applicazioni Pur aumentando la produzione dal dopoguerra a oggi, la gomma naturale ha visto diminuire vistosamente la propria quota di mercato relativa al consumo totale degli elastomeri (dal 100% del 1940 al 47% del 2003) a causa del progressivo incremento della penetrazione di SBR e BR nel settore degli pneumatici. In questo mercato la NR gioca, comunque, un ruolo importantissimo (il 73% della NR è usata in questo settore) per le proprietà peculiari che la rendono insostituibile nella costruzione della carcassa e dei fianchi del pneumatico. Il mantenimento dell’adesione tra carcassa, cintura e le rimanenti parti del pneumatico, zone che sopportano i maggiori incrementi di temperatura, è garantito da mescole in cui la quantità di NR è almeno il 30% per le vetture, ma che aumenta dal 50 al 100% per gli autocarri, per le macchine operatrici e per le ruote degli aerei; nel fianco pneumatico, che deve sopportare cicli di sollecitazione intensi, la quantità di NR, in mescola con il polibutadiene ad tab. 2. Struttura e proprietà del poliisoprene vulcanizzato a differenti rapporti accelerante/zolfo Accelerante/zolfo 0,1-0,6 0,7-2,5 2,5-1,2 2-3,5 1,0-1,7 0,4-0,8 Poli- e disolfuri (%) 95 50 20 Monosolfuro (%) Zolfo (phr) 5 50 80 Abbondanza di solfuri ciclici alta media bassa Proprietà meccaniche alte medie basse Cristallizzazione a bassa temperatura alta media bassa bassa media alta 30 20 10 Resistenza all’invecchiamento a caldo Compression set (%) 805 MATERIALI POLIMERICI alto-cis, varia in funzione del tipo di utilizzo. Diversa la situazione per il battistrada dove, per le autovetture, la richiesta di proprietà di aderenza sull’asfalto sono soddisfatte da mescole BR/SBR, più isteretiche; quando si richiedono proprietà di resistenza meccanica elevate, tipicamente per i veicoli pesanti, il battistrada è costruito con mescole ricche di NR. Oltre che come materiale di base per la costruzione di pneumatici, il poliisoprene 1,4-cis è usato per la fabbricazione di articoli in gomma per l’industria (8-10% del consumo di NR), come nastri trasportatori, tubi e cilindri, giunti elastici per ponti e sistemi antivibranti (3-4%). Un importante settore è quello della fabbricazione di oggetti sottili (guanti, palloni) con la tecnologia dell’applicazione per immersione (dipping) di una forma, opportunamente sagomata, in un lattice concentrato contenente il sistema vulcanizzante. Il film depositato viene asciugato e vulcanizzato in forni ad aria calda; l’operazione può essere ripetuta fino al raggiungimento dello spessore stabilito. 12.3.6 Polibutadiene Il polibutadiene è il prodotto di polimerizzazione del butadiene, materia prima di diverse gomme sintetiche. Il butadiene fu polimerizzato per via termica nel 1909 e successivamente, nel 1911, con il sodio; questi risultati non ebbero seguito fino al 1926, quando un improvviso aumento di prezzo della gomma naturale ridestò gli interessi della IG Farbenindustrie AG che iniziò la produzione industriale di polibutadiene polimerizzato con sodio, il Buna (da butadiene e natrium). Nello stesso periodo i chimici tedeschi prepararono il polibutadiene mediante polimerizzazione in emulsione usando perossidi decomposti termicamente. Nel 1950 la scoperta dei catalizzatori organometallici di Ziegler stimolò una decisa attività di ricerca nel campo della catalisi stereospecifica dei dieni, che portò alla preparazione di diversi tipi di polibutadiene 1,4-cis sintetizzati con differenti catalizzatori organometallici, i quali si distinguevano per la macrostruttura oppure per un differente grado di purezza isomerica. Sempre negli anni Cinquanta fu studiato e sviluppato, prima dalla Firestone Tire & Rubber poi dalla Phillips Petroleum e dalla Shell Oil, l’impiego dei litio-alchili quali iniziatori di polimerizzazione; con la polimerizzazione anionica si rese possibile, per la prima volta, la preparazione di polibutadiene in cui il contenuto di unità 1,2, e, quindi, la temperatura di transizione vetrosa Tg, era facilmente variabile in un ampio intervallo, in funzione delle condizioni di polimerizzazione. Il polibutadiene viene designato con la sigla BR e, in funzione della quantità di unità 1,4-cis, si individuano i due gradi low-cis e high-cis preparati, rispettivamente, mediante polimerizzazione anionica e 806 metallo-coordinata. Il consumo mondiale di polibutadiene è stimato in 2,1 milioni di tonnellate, di cui il 70% viene impiegato nella costruzione di pneumatici e il rimanente 30% nella modifica del polistirene e resine ABS (Acrilonitrile Butadiene Stirene). Struttura e proprietà Il butadiene polimerizza con un meccanismo di addizione a catena; avendo due doppi legami può dare polimeri che derivano dall’addizione 1,2 (strutture viniliche) e 1,4 (cis o trans). Dal momento che la polimerizzazione 1,2 determina la formazione di un carbonio chirale, è possibile avere tre tipi di strutture viniliche: isotattica, sindiotattica e atattica. In funzione della tecnologia di preparazione del polibutadiene (tipo di catalizzatore o di iniziatore, temperatura e concentrazione del monomero), si possono preparare materiali con differenti microstrutture, in cui sono presenti un solo isomero oppure una miscela di isomeri. Si riportano in tab. 3 i valori delle temperature Tg (transizione vetrosa) e Tm (fusione) di differenti tipi di polibutadiene ottenuti mediante polimerizzazione metallocoordinata, anionica e radicalica. Il polibutadiene ad alto-cis è un materiale morbido e facilmente solubile con eccellenti caratteristiche dinamiche, bassa isteresi e buona resistenza all’abrasione. L’alta Tm del polibutadiene trans ne impedisce l’impiego come elastomero per cui, nel campo dei polibutadieni 1,4, l’interesse è focalizzato su quelli ad alto-cis o su quelli con una composizione cis/trans tale da non presentare cristallizzazione dell’unità trans. Anche i polibutadieni 1,2 sindiotattico e isotattico puri si presentano come materiali rigidi e cristallini; pur essendo di per sé inutile come elastomero, l’1,2 sindiotattico presenta una ottima compatibilità con la gomma naturale e fornisce miscele con caratteristiche termoplastiche. Il polibutadiene atattico è un elastomero soffice, con scarse tab. 3. Temperatura di transizione vetrosa (Tg ) e temperatura di fusione (Tm) di differenti tipi di polibutadiene ottenuti mediante polimerizzazione metallo-coordinata (a), anionica (b) e radicalica (c) Polimero Tg (°C) Tm (°C) 1,4-cis(a) (98-99%) 106 1,4-trans(a) 107 forma I: 97 forma II: 145 1,2-sindiotattico(a) (98%) 28 156 1,2-isotattico(a) 15 126 (99-100%) (99%) 2 4 – 1,2(b) (11%) 94 – 1,2(c) (20%) 78 – 1,2-atattico(a) (99%) ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI caratteristiche di ritorno elastico. In genere la possibilità di modificare il contenuto relativo delle unità costitutive permette di modificare i valori di Tg e Tm ottenendo materiali con caratteristiche tecnologiche interessanti per campi di impiego differenziati; variazioni significative delle proprietà fisiche sono evidenti solamente quando le strutture approssimano sempre di più le forme pure cis o trans. I polimeri ad alto-cis (96%) cristallizzano sotto allungamento (con un comportamento simile a quello della gomma naturale), hanno una bassa isteresi e un’elevata resilienza, mentre i polimeri ad alto-trans sono cristallini e hanno elevata isteresi e bassa resilienza. Il polimero amorfo ad alto contenuto di unità 1,2 (95%) è caratterizzato da proprietà tensili abbastanza buone e bassa isteresi, mentre il polimero cristallino 1,2 sindiotattico (70%, 1,2) ha comportamento simile all’amorfo, ma migliori proprietà tensili. Nel caso di polibutadieni ottenuti mediante polimerizzazione anionica con iniziatori litio-alchilici, la presenza di quantità crescenti di eteri o ammine permette di variare la quantità dell’unità 1,2 dall’8 al 99% con Tg linearmente crescente. Il peso molecolare varia insieme all’indice di dispersione (Mw /Mn) in funzione del catalizzatore o dell’iniziatore utilizzato nonché della tecnologia di polimerizzazione impiegata. La presenza di ramificazioni e la loro maggiore o minore abbondanza dipendono principalmente dal tipo di iniziatore o catalizzatore utilizzato; in genere la polimerizzazione in emulsione fornisce materiali più ramificati e una frazione più o meno estesa di polimero insolubile, mentre le polimerizzazioni in soluzione forniscono materiali per i quali la struttura primaria è essenzialmente lineare (fa eccezione la polimerizzazione che utilizza catalizzatori a base di Co in cui il grado di ramificazione è elevato, ma la frazione insolubile è inesistente). tab. 4. Variazione della microstruttura del polibutadiene (polimerizzazione radicalica) in funzione della temperatura °C 1,4-cis% 1,4-trans% 1,2% 5 13 69,9 16,5 50 19 62,7 18,8 70 20,8 59,4 19,8 comunque in un solvente idrocarburico non aromatico con litio-alchili (tipicamente n-butil-litio o s-butil-litio) fornendo un polimero contenente l’unità 1,2 in quantità comprese tra il 6 e il 10%; il rimanente è costituito dalle unità cis e trans in quantità quasi equivalenti. La presenza di sostanze polari, tipicamente eteri, incrementa notevolmente la quantità dell’unità 1,2 (fino al 70%), quantità che, a parità di etere, dipende anche dal rapporto molare Li/etere e dalla temperatura (diminuisce all’aumentare della temperatura). I valori del fattore di smorzamento, misurato in condizioni simulanti il rotolamento del pneumatico (60 °C, 40 Hz), di polibutadieni che contengono quantità crescenti di unità 1,2, evidenziano che esiste un intervallo di composizione (10-50%) in cui il valore di tand rimane praticamente costante mentre, nello stesso intervallo, la Tg cresce linearmente (tab. 5). In questo intervallo la resistenza al rotolamento rimane pertanto invariata all’aumentare dell’unità vinilica, mentre la Tg, da cui dipendono le proprietà di aderenza, aumenta; esiste pertanto un intervallo di composizione in unità vinilica in cui aumentano le proprietà di aderenza (e quindi la possibilità di trazione) senza pregiudicare in alcun modo la resistenza al rotolamento. Polimerizzazione tab. 5. Variazione della temperatura di transizioone Polimerizzazione radicalica La polimerizzazione avviene con processi ‘a freddo’ mediante l’impiego di un idroperossido, un agente riducente (sale ferroso) e un agente complessante (un sale sodico dell’acido etilendiamminotetraacetico); la microstruttura è influenzata quasi esclusivamente dalla temperatura di polimerizzazione (tab. 4). L’uso del polibutadiene ottenuto mediante polimerizzazione in emulsione è limitato alla preparazione di resine ABS (Acrilonitrile Butadiene Stirene), nelle quali costituisce la fase elastomerica. Polimerizzazione anionica In un assetto impiantistico simile a quello relativo alla polimerizzazione anionica dell’isoprene, il butadiene anidrificato viene polimerizzato in esano, eptano o VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA vetrosa (Tg) e del fattore di smorzamento (tand) con il contenuto di unità 1,2 (%) in un polibutadiene polimerizzato mediante litio-alchili 1,2(%) 10 Tg (°C) 100 tand* 0,090 20 88,7 0,101 30 77,8 0,102 40 66,9 0,104 50 56,2 0,109 60 45,3 0,118 70 34,4 0,137 80 23,4 0,160 * 60 °C, 40 Hz. 807 MATERIALI POLIMERICI Il polibutadiene a medio-alto vinile, ottenuto mediante iniziatori litio-alchilici, si presenta pertanto come un materiale interessante per modulare le proprietà dinamiche di una mescola per la costruzione del battistrada del pneumatico mediante la variazione del contenuto di unità 1,2 e in tal senso ha avuto un limitato uso negli anni Ottanta. La bassa resistenza all’abrasione, causata da modifiche strutturali della catena polimerica indotte termomeccanicamente, ne riduce però l’utilizzo. Il polibutadiene ottenuto mediante litio-alchili in assenza di eteri (1,210%), in processi sia in continuo sia in discontinuo, è utilizzato per impartire al polistirene proprietà di resistenza all’urto. Polimerizzazione metallo-coordinata I catalizzatori normalmente utilizzati vengono preparati facendo reagire sali o complessi di titanio, cobalto e nichel con alchili di alluminio; altri catalizzatori sono a base di sali di acidi organici di lantanidi, soprattutto di neodimio che, con meccanismi più vicini alla polimerizzazione anionica che a quella di tipo Ziegler, forniscono materiali a elevata purezza isomerica. Gli assetti impiantistici utilizzati per la produzione di polibutadiene 1,4-cis con i diversi tipi di catalizzatori sono tutti abbastanza simili; si riporta, a titolo esemplificativo, in fig. 14 lo schema della sezione di polimerizzazione del butadiene prodotto mediante catalizzatori a base fig. 14. Impianto di polimerizzazione del butadiene con catalizzatore a base di titanio (SRI Consulting, 1971). di titanio. Il classico catalizzatore a base di Al-trialchile e TiCl4 fornisce polibutadiene con un contenuto di unità trans da elevato a pressoché totale in funzione del rapporto Ti/Al e della temperatura: la presenza di iodio (introdotto come TiI4 o AlR2I o I2 o ulteriori variazioni) in solventi aromatici (toluene) modifica la microstruttura e fornisce un elastomero con un contenuto in unità cis pari al 90-94%, peso molecolare Mw3,5105 e indice di dispersione Mw /Mn2,5. Il polimero presenta una moderata ramificazione che, unitamente alla bassa dispersione dei pesi molecolari, impartisce al materiale ottime doti di lavorabilità. La reattività del catalizzatore è influenzata dal rapporto Al/Ti che, per un sistema costituito da AlR3 (Retile), AlR2I e TiCl4, risulta ottimizzato per valori di 4:4:1; il peso molecolare e il contenuto di unità 1,4-cis diminuiscono all’aumentare del rapporto catalizzatore/monomero. Facendo ancora riferimento allo schema della sezione di polimerizzazione di fig. 14, il butadiene è trattato con idrossido di sodio per rimuovere il ter-butil-catecolo e, dopo raffreddamento, viene inviato, insieme al butadiene di riciclo, alla sezione di anidrificazione costituita da letti di zeoliti. Il toluene, anidrificato, dopo essere stato addizionato di TiCl4 e iodio (o una sostanza iodurata), è alimentato nel reattore di polimerizzazione; l’alluminio alchile, dopo diluizione con toluene anidro, viene immesso nella corrente di butadiene anidro e quindi, insieme a quest’ultimo, TiCl4 iodio anidrificazione toluene soluzione polimerica a stripping toluene (But)3Al anidrificazione butadiene reattori di polimerizzazione soluzione di NaOH butadiene trattamento acque 808 ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI alimentato al reattore di polimerizzazione. Si eliminano così i derivati acetilenici e allenici contenuti nel monomero, che costituiscono un veleno per la reazione di polimerizzazione. Il solvente contenente il TiCl4 insieme alla sostanza iodurata e il butadiene contenente l’alluminio alchile sono accuratamente miscelati prima dell’immissione nel reattore; la polimerizzazione è effettuata in reattori disposti in serie, mantenendo la temperatura sotto 20 °C. La soluzione polimerica è successivamente addizionata di acido resinico, per disattivare il catalizzatore, e di antiossidante: dopo una fase di miscelazione (blending), il solvente e il monomero che non ha reagito sono separati mediante una serie di flash a differenti pressioni e temperature che concentrano la soluzione polimerica fino a un contenuto di solidi pari al 14-15%. Seguono la separazione della gomma mediante stripping in corrente di vapore e il recupero del solvente che, dopo la separazione dall’acqua per decantazione, viene distillato e inviato alla sezione di polimerizzazione. La sospensione dei grumi di gomma è avviata alla sezione di essiccamento meccanico costituita da un expeller e un expander in serie. La polimerizzazione metallo-coordinata può avvenire anche tramite catalizzatori a base di cobalto. Un metodo per la preparazione di polibutadiene ad alto-cis usando un catalizzatore eterogeneo a base di cloruro di cobalto (II) e (i-C4H9)3Al fu brevettato nel 1956 dalla Goodrich Gulf Chem. I catalizzatori omogenei, i soli attualmente importanti, sono preparati a partire da un complesso o un sale organico di cobalto (II o III), purché solubile in solvente aromatico (benzene). Il composto di cobalto viene fatto reagire con un derivato organico dell’alluminio in rapporto molare Al/Co1 e con un terzo componente, che può essere acqua, alluminio tricloruro, alcol, un alogenuro organico, un alogeno o un acido alogenidrico. Il sistema cloruro di cobalto (II)/alluminio sesquicloruro non richiede l’uso di un terzo componente, ma è necessario l’impiego di eteri o ammine per inibire la formazione di gel. La polimerizzazione, condotta alla temperatura di 20-25 °C, richiede l’uso di trasferitori per la regolazione del peso molecolare, per esempio H2, etilene, propilene e butene. La polimerizzazione in benzene fornisce, con elevate rese, un polimero caratterizzato da un elevato grado di ramificazione e valore dell’indice di dispersione di circa 3. La polimerizzazione, effettuata in impianti con assetto simile a quello di fig. 14, deve essere seguita da una fase di estrazione dei residui catalitici che è effettuata mediante lavaggi della soluzione polimerica con soluzioni calde di acqua e metanolo; seguono le fasi di separazione ed essiccamento della gomma. Il polibutadiene sintetizzato con catalizzatori a base di cobalto presenta in soluzione idrocarburica una bassa viscosità, giustificata dall’elevato grado di ramificazione del polimero. Il basso valore della viscosità della soluzione di VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA polibutadiene in stirene è una caratteristica importante di questa classe di materiali, che sono utilizzati nella produzione di polistirene antiurto. Sempre per polimerizzazione metallo-coordinata possono essere utilizzati catalizzatori a base di nichel: tra i vari tipi di catalizzatori solamente i sistemi basati su nichel-naftenato (anche ottanoato), alluminio-trietile e trifluoruro di boro eterato (Ni:Al:B1:6-7:6-7) hanno una rilevanza industriale. L’efficienza del catalizzatore è elevata (103-104 g di polibutadiene per g di nichel); le polimerizzazioni si completano tipicamente in 3-4 ore, in solventi aromatici (benzene e toluene), a temperature intorno ai 40-50 °C con un progressivo aumento dell’unità cis fino a valori dell’ordine del 96-98%. Il polimero è caratterizzato da una distribuzione dei pesi molecolari piuttosto larga e da una sostanziale assenza di gel; come nei sistemi che usano catalizzatori a base di cobalto il trasferimento di catena è il principale meccanismo di regolazione del peso molecolare. Il meccanismo della polimerizzazione coinvolge specie p-allil-NiX generate in situ: il tipo di polimero prodotto dipende dalla natura del gruppo sostituente X e dalla presenza di elettrodonatori o accettori. Per la polimerizzazione possono infine essere utilizzati catalizzatori a base di terre rare; questi catalizzatori, preparati principalmente a partire da sali organici di cerio, uranio e soprattutto neodimio, devono le loro proprietà alla presenza di orbitali f disponibili alla coordinazione del centro attivo in propagazione (p-allile) e alla coordinazione del butadiene. La polimerizzazione avviene in continuo in uno o più reattori in serie, in cui viene aggiunto il sistema catalitico costituito da sali organici di neodimio (carbossilati), alluminio alchili (diisobutilalluminioidruro, DIBAH) e alchilalogenuri di alluminio o un alogenuro reattivo, in rapporto molare Nd:Al:Cl1:5-7:3. L’utilizzo di solventi non aromatici e di un metallo non tossico rappresenta un punto di forza di questa tecnologia nei confronti dei processi via nichel e cobalto. Questo tipo di polimerizzazione ha caratteristiche di vivenza (il peso molecolare aumenta con la conversione e il suo valore dipende dal rapporto tra le moli di monomero e le moli di neodimio e alluminio), ma tracce di acqua, acidi e carbonili provocano la terminazione dei centri attivi; considerate le caratteristiche della polimerizzazione, il sistema Nd/Al è più propriamente un iniziatore piuttosto che un catalizzatore. Il DIBAH, oltre che come attivatore del sale di neodimio, agisce da trasferitore e regola il peso molecolare; i trasferitori classici, principalmente l’idrogeno, attivi con i catalizzatori di tipo Ziegler, in questo caso infatti sono inattivi. La polimerizzazione avviene in processi in continuo in cui i vari componenti del catalizzatore vengono aggiunti direttamente nel reattore di polimerizzazione (catalizzatore in situ). Il polimero presenta una distribuzione dei pesi molecolari con indice di dispersione compreso 809 MATERIALI POLIMERICI tra 2,5 e 3,5, in funzione delle modalità di preparazione del catalizzatore, che può essere preparato, oltre che nel modo sopradescritto, anche miscelando a parte il sale di neodimio, il DIBAH e un alogenuro reattivo (tipicamente il t-butilcloruro); in tal caso è necessario attendere un tempo di 12-24 ore prima che il catalizzatore sia pronto per essere usato. Questa seconda tecnica fornisce materiali a più elevata polidispersità, per la presenza di elevati pesi molecolari (5106), che determinano una lavorabilità scadente, ma ottime caratteristiche meccaniche del vulcanizzato. Il contenuto in cis varia tra il 95 e il 97% in funzione dei rapporti Al/Nd e Cl/Nd. Anche in questo caso, come per il polibutadiene sintetizzato per via anionica, il polimero ottenuto è quasi lineare; se la distribuzione dei pesi molecolari è stretta (Mw /Mn2,5) comincia a essere evidente lo scorrimento viscoso a temperatura ambiente (cold flow), che viene eliminato mediante post-trattamenti (per esempio, con S2Cl2) che determinano la formazione di ramificazioni. Compounding, processing e vulcanizzazione Il polibutadiene viene lavorato in maniera simile alle altre gomme a base dienica; a differenza della gomma naturale non subisce un processo di degradazione della catena molecolare indotto meccanicamente, per cui è necessario, in fase di polimerizzazione, ottimizzare il peso molecolare, la distribuzione e il contenuto di specie ramificate, in maniera tale da produrre un materiale facilmente lavorabile. Generalmente il polibutadiene, o le sue miscele con vari tipi di gomma, viene vulcanizzato a zolfo (1-1,5 phr) insieme ad acceleranti a base di tiazoli e sulfenammidi (0,5-1 phr). Applicazioni Settore dei pneumatici I vulcanizzati a base di BR presentano caratteristiche superiori a quelli di NR e SBR per quanto riguarda la resistenza all’abrasione, la flessibilità a basse temperature, la resistenza ad alte temperature, la resilienza a basse deformazioni e la resistenza all’ozono. Sempre nei confronti dei vulcanizzati di NR e SBR, i vulcanizzati a base di BR possono incorporare elevate quantità di olio e di cariche senza scadimento significativo delle proprietà, ma l’adesività agli altri componenti del pneumatico, la resistenza alla lacerazione e le caratteristiche meccaniche sono inferiori; si riportano in tab. 6 le caratteristiche di una gomma vulcanizzata BR ad alto-cis, caricata con nero di carbonio HAF (High Abrasion Fornace), in confronto a un vulcanizzato a base di NR e a uno a base di E-SBR. Nella costruzione del pneumatico il polibutadiene non viene mai usato da solo, ma in mescola con SBR per autovetture (battistrada) e con gomma naturale (fianchi pneumatici 810 tab. 6. Proprietà meccaniche di un vulcanizzato di polibutadiene ad alto-cis nei confronti di vulcanizzati di E-SBR e NR BR Modulo elastico al 300% di allungamento (MPa) Carico di rottura (MPa) E-SBR NR 8,3 18,1 18,6 15,7 27,4 28,6 Allungamento a rottura (%) 480 450 510 Resistenza alla lacerazione (kNm1) 39 49 108 Durezza (Shore A) 58 58 58 e trasporto pesante). Una piccola ma importante nicchia è rappresentata dall’impiego per la fabbricazione delle palle da golf, anche le cosiddette ‘super rimbalzo’, che devono le loro caratteristiche all’elevata resilienza della gomma ad alto-cis. Preparazione di polistirene antiurto (HIPS, High Impact PolyStyrene) In questo settore è necessario che nella fase continua, costituita dal polistirene, sia presente una seconda fase finemente dispersa costituita da gomma resa compatibile con la matrice plastica mediante graffaggio (grafting) di polistirene sulle molecole di elastomero; il graffaggio si realizza durante la fase di polimerizzazione in massa dello stirene in cui la gomma viene preventivamente disciolta (4-12% in peso). La forma e le dimensioni delle particelle di gomma, i parametri più importanti che regolano le proprietà principali dell’HIPS, dipendono, a parità di peso molecolare, dalla viscosità della soluzione di gomma in stirene. Particolarmente adatte a questo impiego sono le classi dei polibutadieni a mediocis lineari o radiali e dei copolimeri a blocchi stirenebutadiene prodotti per via anionica; in alcuni settori applicativi (elettronica per telecomunicazioni) sono utilizzati anche i polibutadieni ad alto-cis, prodotti fino a pochi anni fa con catalizzatori al cobalto e, più recentemente, con iniziatori a base di neodimio. Produzione di resine ABS Nella produzione di resine in emulsione si utilizza un lattice di polibutadiene ottenuto per via radicalica che viene graffato con stirene e acrilonitrile; il prodotto graffato (contenente il 40% in peso di polibutadiene) viene successivamente miscelato con il copolimero stirene-acrilonitrile, ottenendo materiali con differenti composizioni in polibutadiene (4-20%). Nella tecnologia di produzione di resine ABS in massa si usano differenti tipi di polibutadiene, generalmente ottenuto per via anionica in quantità comprese tra il 4 e il 12% in peso. ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI 12.3.7 Copolimeri stirene-butadiene La copolimerizzazione di stirene-butadiene dà luogo a una gomma sintetica che copre circa il 35% del mercato mondiale. Il primo degli elastomeri sintetici (BunaS) fu preparato nel 1929 da E. Tschunkur e W. Boch mediante polimerizzazione radicalica in emulsione, utilizzando perossidi decomposti termicamente. La polimerizzazione ad alta temperatura aveva però ricadute negative sulla struttura molecolare, molto ramificata e ricca di frazioni insolubili, che rendevano la gomma difficilmente lavorabile; fu solamente la necessità di trovare alternative alla gomma naturale che determinò lo sviluppo industriale di questo materiale in Germania. Nel 1949 l’utilizzo dei mercaptani come agenti di trasferimento, insieme a un nuovo metodo di copolimerizzazione di butadiene e stirene con un processo a freddo, resero possibile la riduzione delle irregolarità strutturali, migliorando la lavorabilità degli elastomeri sintetici. Il consumo di SBR nel 2003 è stato di 3,1 milioni di tonnellate; la produzione è dominata dalla gomma SBR sintetizzata con processo in emulsione (a freddo) e denominata con la sigla E-SBR, ma dal 1960 la gomma SBR sintetizzata in soluzione con polimerizzazione anionica, denominata con la sigla S-SBR, ha eroso quote importanti di mercato (15-20%) soprattutto per la costruzione degli pneumatici di primo equipaggiamento, che devono rispondere a specifiche più severe sul fronte della resistenza al rotolamento. Struttura e proprietà E-SBR La temperatura a cui è condotta la polimerizzazione individua la microstruttura della parte dienica della gomma, ma il contenuto di unità vinilica è praticamente costante (16%) nell’intervallo 5-50 °C. Poiché il contenuto dell’unità 1,2 è praticamente insensibile alla temperatura di polimerizzazione, l’unico modo per regolare la temperatura di transizione vetrosa (Tg) di una gomma E-SBR è quello di variare il contenuto in stirene che risulta ben distribuito nella catena polimerica; la Tg è una funzione lineare della frazione ponderale dello stirene ed è calcolabile con equazioni empiriche. Poiché anche il fattore di smorzamento (tand) cresce linearmente con il contenuto di stirene, il battistrada di un pneumatico costruito con E-SBR a bassa Tg presenta resistenza al rotolamento non elevata, ma scarsa aderenza (grip), mentre se costruito con E-SBR ad alta Tg è caratterizzato da una buona aderenza, ma da elevata resistenza al rotolamento. Un contenuto di stirene del 23,5%, che rappresenta uno standard per questo tipo di gomma, è considerato un ottimo compromesso di proprietà, ma nel caso siano richieste elevate doti di aderenza è indispensabile utilizzare la gomma SBR 1721 VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA contenente il 40% di stirene. Tipi a più alto contenuto di stirene (50-75% e una Tg compresa tra 5 e 40 °C) sono usati soprattutto nella produzione di suole di scarpe. Il controllo del peso molecolare viene effettuato mediante la regolazione della quantità di trasferitore; la distribuzione dei pesi molecolari è invece regolata dal complesso meccanismo di polimerizzazione che genera, accanto agli alti pesi molecolari, anche una consistente frazione di bassi pesi molecolari. Questa frazione influenza negativamente le caratteristiche dinamiche della gomma vulcanizzata in quanto ne aumenta l’isteresi e conseguentemente la resistenza al rotolamento. Un’altra caratteristica propria delle gomme E-SBR è la presenza di strutture molto ramificate, che possono portare alla formazione di frazione insolubile (gel): queste strutture sono originate dalle reazioni di trasferimento sul polimero e da reazioni di propagazione che possono coinvolgere l’unità 1,2 della macromolecola. Questo tipo di irregolarità strutturale aumenta con la temperatura e la conversione, determinando una progressiva diminuzione della lavorabilità del materiale. Esistono almeno 90 tipi di E-SBR, le cui caratteristiche vengono individuate mediante sigle convenzionali stabilite dall’International Institute of Synthetic Rubber Producers (IISRP). S-SBR La polimerizzazione anionica in un solvente idrocarburico di una miscela di stirene e butadiene non fornisce un copolimero con comonomeri distribuiti in maniera casuale, bensì un copolimero a blocchi. I valori dei rapporti di reattività in assenza di sostanze polari (tab. 7) evidenziano il prevalere della omopropagazione del butadiene; l’introduzione di sostanze polari determina la variazione dei valori dei rapporti di reattività; tali sostanze prendono il nome di modificatori in quanto, modificando la struttura del centro di propagazione anionico, incrementano la velocità di polimerizzazione e la frazione di unità 1,2 in catena ed evitano la formazione di segmenti di polistirene. Agendo sulla concentrazione e sulla tipologia dei modificatori è quindi possibile ottenere S-SBR contenenti fino al 35-40% in massa di tab. 7. Rapporti di reattività nella copolimerizzazione anionica di butadiene (r1) e stirene (r2) a differenti concentrazioni di tetraidrofurano (THF) e a differenti temperature THF (ppm) T (°C) r1 r2 0 50 6,1 0,05 2.200 50 1,87 0,11 7.000 50 1,12 0,13 7.000 65 1,24 0,10 811 MATERIALI POLIMERICI Polimerizzazione Polimerizzazione in emulsione Si riporta in fig. 15 uno schema di un impianto di polimerizzazione a freddo di E-SBR. Il butadiene, una 812 acqua sodioformaldeide solfossilato EDTA sale di ferro short stopper polimero in emulsione avviato alla finitura KCl saponi reattori di polimerizzazione stirene ben distribuito lungo la catena polimerica, ma non è possibile mantenere a bassi livelli la quantità di unità 1,2; per esempio, gomme con il 25% in massa di stirene contengono il 60-65% di unità 1,2 (percentuale riferita alla parte dienica). L’utilizzo di alcolati di sodio aggiunti con l’iniziatore (Na:Li0,1:1) insieme a sostanze polari (THF, tetrahydrofurane) permette di preparare S-SBR con maggiori quantità di stirene e quantità inferiori di unità 1,2. Il peso molecolare Mw si colloca tipicamente nell’intervallo 3-4105, con polidispersità compresa tra 1,1 e 1,3 per polimerizzazioni in reattori discontinui (batch) e tra 1,8 e 2,2 per polimerizzazioni in continuo; la polimerizzazione in continuo è in genere più conveniente, in quanto la regolazione della temperatura (70-90 °C) risulta più agevole e viene garantita una maggiore omogeneità composizionale. La principale caratteristica della polimerizzazione anionica iniziata da litio-alchili di mantenere invariata la reattività dei terminali di catena (viventi) anche a totale conversione dei monomeri è sfruttata per modificare la struttura molecolare facendo reagire il polimero, lineare, con sostanze elettrofile polifunzionali (agenti di accoppiamento), come per esempio lo stagno tetracloruro; il polimero radiale risultante contiene legami Sn-allilici che reagiscono, in fase di preparazione della mescola, con i gruppi chinonici del nero di carbonio aumentando l’interazione gomma-carica. I terminali viventi sono anche utilizzati per generare in situ, mediante meccanismi radicalici, macromolecole ramificate. Con questo tipo di polimerizzazione è pertanto possibile modificare in maniera controllata anche la struttura molecolare insieme alla microstruttura (abbondanza dell’unità 1,2) e alla composizione (quantità di stirene), al peso molecolare e alla distribuzione dei pesi molecolari. In condizioni ideali, cioè di distribuzione statistica dei comonomeri, il controllo della Tg è possibile agendo sulla quantità sia di vinile sia di stirene. La possibilità di modificare la Tg del materiale mediante la variazione della quantità dell’unità vinilica, oltre che del contenuto in stirene, è una importante caratteristica che differenzia le S-SBR dalle E-SBR, per le quali il contenuto dell’unità 1,2 è praticamente costante. In maniera analoga a quanto osservato per il polibutadiene, l’incremento della unità vinilica, a stirene costante, determina un aumento del valore della Tg senza penalizzare eccessivamente il valore del fattore di smorzamento (tand misurato alle frequenze tipiche del rotolamento dello pneumatico); questo significa che è possibile migliorare le caratteristiche di aderenza senza pregiudicare la bassa resistenza al rotolamento. tensioattivo secondario KOH fluido refrigerante stirene idroperossido mercaptano butadiene soluzione di NaOH trattamento acque fig. 15. Impianto di polimerizzazione in emulsione del copolimero stirene-butadiene (E-SBR), mediante processo a freddo (SRI Consulting, 1970). miscela di monomero fresco e riciclato, viene trattato con una soluzione di sodio idrossido; seguono una decantazione, un successivo lavaggio con acqua e un raffreddamento a 15-20 °C prima dell’invio ai reattori di polimerizzazione. Esistono numerose ricette di polimerizzazione a freddo che si differenziano per il tipo di iniziatori, generalmente costituiti da un ossidante (per esempio p-mentano idroperossido) alimentato nei reattori dopo diluizione in stirene, da un riducente, ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI l’addotto di formaldeide e sodio bisolfito (sodio formaldeide solfossilato), da sodio ditionito e formaldeide e da un sale di ferro (II) insieme a un agente chelante, l’acido etilendiamminotetracetico (EDTA). Il sistema emulsionante è costituito da acidi resinici neutralizzati e/o acido stearico e alchil-naftalina sulfonata; il trasferitore, costituito da dodecilmercaptano, è alimentato in reazione dopo diluizione in stirene; l’aggiunta di un elettrolita (KCl) diminuisce la viscosità e previene la formazione di gel. La polimerizzazione viene effettuata in continuo in una serie di reattori (10-12) alimentando nel primo i due monomeri e l’acqua, insieme agli altri reagenti e tensioattivi. La temperatura è mantenuta nel processo a freddo nell’intervallo 5-10 °C e nel processo a caldo a 50 °C; la conversione non deve essere maggiore del 60%, per limitare la formazione di strutture molto ramificate e di gel e viene raggiunta dopo 6-7 ore. Dopo l’aggiunta di una sostanza capace di eliminare l’iniziatore di polimerizzazione residuo (short stopper, generalmente sodio dimetil-ditiocarbammato per il processo a freddo e idrochinone per il processo a caldo), il lattice viene alimentato in un recipiente di svuotamento (blowdown) dove, per immissione di vapore, la temperatura viene portata a 50-60 °C e parte del butadiene recuperato. Dopo due operazioni di flash effettuate a pressione ridotta, in cui viene completato il recupero del butadiene, il lattice viene avviato a una colonna di distillazione dove, a pressione ridotta e con l’ausilio di vapore, viene separato lo stirene che, previa decantazione, è recuperato e riutilizzato. Il lattice raffreddato è raccolto e avviato alla sezione di coagulazione dove, previa aggiunta di antiossidante e sodio cloruro è trattato con acido solforico per completare la coagulazione. Il contenuto di acqua del coagulo (50%) è ridotto mediante strizzatura meccanica fino al 10% (expeller); segue l’essiccamento meccanico in estrusore (expander). Nel caso di preparazione di gomme contenenenti nero di carbonio (carbon black masterbatch), questo viene aggiunto come sospensione acquosa, eventualmente anche con olio aromatico, prima della coagulazione. Nei confronti del tipo sintetizzato a caldo, la gomma E-SBR a freddo è preferita, nel settore pneumaticistico, per le migliori caratteristiche di resistenza all’abrasione e le proprietà dinamiche; inoltre il maggiore peso molecolare ne permette l’estensione con maggiori quantità di olio. stirene è eliminato mediante passaggio su letti di allumina. Il solvente e il tetraidrofurano sono alimentati separatamente insieme all’iniziatore, diluito con solvente anidro, nei reattori di polimerizzazione in serie, mantenendo la temperatura di polimerizzazione tra 60 e 80 °C. Il numero dei reattori e la temperatura di processo possono variare in funzione del tipo di modificatore utilizzato. L’aggiunta di piccole quantità di 1,2-butadiene (5 ppm) evita di sporcare reattori e linee. La conversione è praticamente completa (98-99%) dopo 2-3 ore di reazione; la soluzione polimerica (12-15% in massa), dopo flash, viene addizionata di antiossidanti (0,5-1%) e avviata alla sezione di stripping mediante vapore; i grumi di gomma contenenti acqua sono essiccati mediante estrusori. Compounding, processing e vulcanizzazione Il compounding delle gomme SBR è simile a quello della gomma naturale e a quello delle altre gomme insature; è necessaria l’aggiunta di cariche rinforzanti che sono costituite da nero di carbonio oppure da silici silanizzate. La vulcanizzazione è con zolfo, acido stearico e ossido di zinco: l’accelerante determina la formazione di legami intermolecolari monosolfurei o polisulfurei, la cui abbondanza relativa dipende dal tipo di accelerante impiegato. L’utilizzo di acceleranti come solfenammidi insieme a zolfo determina principalmente la formazione di legami polisulfurei, mentre sistemi ad alta efficienza (per esempio, CBS, N-cicloesil-2-benzotiazolo solfenammide, insieme a DTDM, 4,4-ditiodimorfolina, e TMTD, tetrametiltiurame disolfuro) portano a reticoli in cui il legame monosulfureo è prevalente. L’utilizzo di mescole a base di silice permette di migliorare i valori della resistenza al rotolamento del pneumatico mantenendo l’aderenza sufficientemente buona. Applicazioni Le SBR sono usate principalmente per la costruzione del battistrada di pneumatici in mescola con polibutadiene ad alto-cis e/o gomma naturale; sono quindi impiegati per il 45% nel settore autovetture, per il 9% nel settore merci e passeggeri e per il 16% per la rigenerazione. In aggiunta al settore dei pneumatici, il 6% è destinato alla componentistica per auto e il 16% alla componentistica meccanica diversa. In totale il mercato del pneumatico consuma il 70-75% della produzione mondiale di SBR. Polimerizzazione in soluzione In un tipico impianto per la produzione di S-SBR (fig. 16), il butadiene è trattato con una soluzione di idrossido di sodio per eliminare l’inibitore in maniera simile a quanto descritto per la polimerizzazione in emulsione; in questo caso è necessario effettuare un’anidrificazione mediante distillazione. L’inibitore contenuto nello VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA 12.3.8 Copolimeri etilene-propilene I copolimeri etilene-propilene danno luogo a una gomma sintetica che occupa l’8% del mercato mondiale degli elastomeri sintetici; questi copolimeri trovano la propria origine nel lavoro di Karl Waldemar Ziegler e Giulio 813 MATERIALI POLIMERICI fig. 16. Impianto di polimerizzazione in soluzione del copolimero stirene-butadiene (S-SBR) (SRI Consulting, 1970). solvente anidro recupero solvente allumina stripper stirene tetraidrofurano vapore iniziatore soluzione di NaOH anidrificazione butadiene blowdown serbatoi di miscela reattori di polimerizzazione butadiene essiccamento e finitura acqua vaglio vaglio trattamento acque flash antiossidante Natta relativo allo sviluppo di catalizzatori stereospecifici per la polimerizzazione degli alcheni (il polietilene nel 1954, il polipropilene nel 1957). La copolimerizzazione dei due monomeri portò nel 1959 alla produzione da parte della Montecatini di un materiale con caratteristiche elastomeriche (Gomma C23), successivamente designato con la sigla EPM (Ethylene Propylene Monomer) per lo più amorfo, ma con una cristallinità (polietilenica) residua a causa di una copolimerizzazione non perfettamente random. Il carattere saturo del materiale non ne permetteva la vulcanizzazione con zolfo, mentre la vulcanizzazione a perossido non era considerata opportuna sia per la facilità con cui la mescola prevulcanizzava, sia per i problemi di tipo organolettico che i perossidi allora disponibili generavano. Nel 1961, con l’intento di fornire posizioni utili per la vulcanizzazione con zolfo, un terzo comonomero dienico fu introdotto nella catena polimerica: i doppi legami non erano posizionati sulla catena della 814 recupero solvente macromolecola ma su una catena laterale oppure su un ciclo facente parte della catena molecolare, garantendo in tal modo la stabilità all’ossidazione (l’ossidazione di un doppio legame laterale non porta a scissione molecolare). Questo nuovo terpolimero, designato con la sigla EPDM (Ethylene Propylene Diene Monomer), non ha trovato impiego nella produzione di pneumatici, in quanto l’EPDM non covulcanizza con le altre gomme, ma è diventato un materiale di riferimento per la produzione di manufatti a cui sono richieste proprietà di inerzia chimica, buone caratteristiche meccaniche e una ragionevolmente bassa temperatura di transizione vetrosa. Il consumo di EPM ed EPDM è valutato in 0,80 milioni di tonnellate (2003). Il termonomero dienico, copolimerizzato con i comonomeri costitutivi, l’etilene e il propilene, è un esempio di comonomero funzionale necessario per generare siti vulcanizzabili sulla catena polimerica. I termonomeri che hanno interesse industriale e sono utilizzati in funzione ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI delle caratteristiche che si vogliono impartire al prodotto finito sono: • 5-etilidene-2-norbornene (I) (ENB); è il termonomero di più largo impiego (90%) e garantisce elevate velocità di vulcanizzazione insieme a elevate caratteristiche meccaniche e limitato compression set; il grado di ramificazione della catena del terpolimero è basso; • diciclopentadiene (II) (DCPD); la velocità di vulcanizzazione è bassa, il compression set è ragionevolmente buono, ma la soglia di sensibilità all’odore è bassissima (0,1 ppm); il polimero risulta abbastanza ramificato; • 1,4-esadiene (III) (HD); il terpolimero è caratterizzato da un buon scorch time e da eccellenti proprietà di deformazione sotto pressione; la ramificazione è assente. Tutti e tre i termonomeri sono liquidi volatili, infiammabili e facilmente ossidabili. Struttura e proprietà Le EPDM sono gomme quasi completamente sature in cui il rapporto tra i comonomeri determina la variazione della Tg e del grado di cristallinità. Il peso molecolare, la distribuzione dei pesi molecolari e la presenza di ramificazioni influenzano i comportamenti reologici e, di conseguenza, la processabilità. La composizione può variare da molecola a molecola (eterogeneità intermolecolare) oppure lungo l’asse della stessa macromolecola (eterogeneità intramolecolare); sulla disomogeneità della composizione hanno grande influenza il tipo di catalizzatore, il tipo di reattore, la temperatura e il solvente. La composizione delle gomme EPDM determina il valore della Tg che, per la maggior parte dei tipi commerciali, si colloca tra 60 e 55 °C. Si riportano in tab. 8 le Tg per una serie di gomme EPM e EPDM a contenuto di etilene crescente con e senza il termonomero. Sebbene la maggior parte dei prodotti commerciali sia costituita da materiale amorfo a 20 °C, diversi tipi presentano cristallinità di tipo polietilenico, fino al 30% in massa, a temperature inferiori a 20 °C; tutti i tipi con un contenuto di etilene superiore al 40%, a temperature inferiori a 20 °C, segregano una frazione cristallina in tempi brevi (alcune ore). Per composizioni in etilene inferiori al 40% il materiale non riesce a segregare la fase cristallina e il polimero rimane amorfo a tutte le temperature; il numero minimo di unità metileniche in sequenza perché un segmento di catena possa cristallizzare è di almeno 10. A livello macroscopico la cristallinità sopprime il fenomeno del cold-flow e influenza alcune fasi della lavorazione, ma soprattutto ha un importante effetto sulle proprietà meccaniche, che risultano incrementate sia nei materiali non vulcanizzati sia in quelli vulcanizzati. VOLUME II / RAFFINAZIONE E PETROLCHIMICA Nei reattori ben agitati (WSR), utilizzando un catalizzatore con un solo sito di propagazione (catalizzatore vanadio/Al-alchile sesquicloruro), la polidispersità è molto prossima al valore teorico di 2; per i polimeri commerciali il valore di questo indice è superiore e si colloca nell’intervallo 2-5 con peso molecolare Mw compreso tra 105 e 2105. La presenza di una ramificazione più o meno estesa è un’ulteriore variabile che differenzia i polimeri commerciali; dipende dal tipo di termonomero ed è originata dalla reazione tra gli acidi di Lewis, che costituiscono il sistema catalitico, e il doppio legame olefinico posizionato sulla catena laterale del terpolimero. La propensione a dare ramificazione, mediante un meccanismo cationico, dipende principalmente dal tipo di termonomero e va nell’ordine DCPDENBHD, ma dipende anche dalla acidità di Lewis delle specie utilizzate per la preparazione del catalizzatore, secondo la scala AlRCl2Al2R3Cl3AlR2Cl e VCl4VOCl3VO(OR)3. Una ramificazione eccessiva determina una scarsa propensione del polimero a inglobare le cariche, mentre una ramificazione limitata (al 20-30% delle macromolecole), insieme a una distribuzione dei pesi molecolari stretta, fornisce materiali con buone caratteristiche di processabilità. I tipi commerciali di EPDM variano molto tra grado e grado per le caratteristiche seguenti: • rapporto etilene-propilene; per le migliori caratteristiche elastiche e per le proprietà a freddo la quantità in massa di etilene si colloca tipicamente nell’intervallo 50-60%; alcuni tipi commerciali con un rapporto 70% presentano migliori caratteristiche meccaniche; • quantità di termonomero; la quantità tipica di ENB è compresa nell’intervallo 4-9%; alcuni gradi con maggiore velocità di vulcanizzazione si posizionano sul limite superiore; • viscosità Mooney; è generalmente usata come indice del peso molecolare: i gradi a bassa viscosità Mooney (misurata a 100 °C) sono compresi nell’intervallo 30-70, mentre i gradi ad alta viscosità tab. 8. Variazione della temperatura di transizione vetrosa (Tg) con la composizione in copolimeri EPM e terpolimeri EPDM Etilene (moli%) Tg (°C) 16 31 56 57 54 62 56 (4,2% ENB) 51 68 (4,2% ENB) 38 61 (8,4% ENB) 40 815 MATERIALI POLIMERICI • Mooney (misurata a 125 °C) si collocano nell’intervallo 30-80 (secchi ed estesi con olio); cristallinità; alcuni gradi presentano cristallinità polietilenica quando il contenuto di propilene è inferiore al 30%, la sua distribuzione non è omogenea; tale contenuto risulta infatti più elevato nelle frazioni a basso peso molecolare e inf1eriore rispetto alla media nelle frazioni ad alto peso molecolare. Polimerizzazione Il meccanismo della fase di addizione è concertato e multicentrico e la somma dei monomeri avviene nella sfera di coordinazione del metallo di transizione (catalisi Ziegler-Natta). Le somme stereoregolari del propilene sono evitate con l’utilizzo di catalizzatori a base di vanadio. Alcuni catalizzatori sono solubili in idrocarburi, come quelli a base di VCl4 e di VOCl3 e sono pertanto usati nei processi in soluzione, mentre altri, come il vanadio acetilacetonato, sono insolubili e sono alimentati come sospensione in olio. La natura dei componenti del catalizzatore (tipo di composto di vanadio, tipo di alchil-alluminio alogenuro), il loro rapporto e le modalità di preparazione del catalizzatore (in situ, oppure preformato, ma in entrambi i casi è importante la sequenza di aggiunta dei componenti) influenzano profondamente la velocità di polimerizzazione, la resa di polimero per mole di metallo, la distribuzione dei monomeri e quella dei pesi molecolari. La tecnologia di polimerizzazione utilizzata (soluzione e sospensione) ha un notevole effetto sulla resa calcolata in kg di polimero per grammo di vanadio; la polimerizzazione in sospensione ha rese decisamente maggiori rispetto a quelle della soluzione (fino a 5 volte superiori). Gli alluminio-alchili devono possedere almeno un atomo di cloro per essere attivi: il rapporto alluminio/vanadio è variabile e, nel caso di polimerizzazioni in sospensione, molto elevato (20-50). Durante la reazione di polimerizzazione sono attive le reazioni di trasferimento con il monomero, con l’alchil-alluminio cloruro, con l’H2 o dietilzinco, entrambi efficaci trasferitori. Il grado di ossidazione del vanadio cataliticamente attivo è III (viene introdotto nel sistema con un grado di ossidazione di V o IV), ma la presenza di riducenti ne determina una progressiva ulteriore riduzione a V2 cataliticamente inattivo; l’aggiunta di tricloroacetato di etile o di perclorocrotonato di butile (attivatori o riossidanti), in rapporto molare da 1 a 7 rispetto al vanadio, determina una riossidazione della specie ridotta incrementando nettamente l’efficienza complessiva del sistema catalitico. Per sistemi basati su VCl4 (104 moli/litro) e alluminio sesquicloruro con concentrazioni di monomeri pari a 5102 moli/litro, la reazione di inizio è rapida (alcuni secondi), mentre per i catalizzatori formati in situ la reazione di inizio è più lenta di quella di propagazione. 816 La velocità di polimerizzazione dell’etilene è relativamente alta in confronto a quella di omopolimerizzazione del propilene ed è influenzata dal tipo di alluminio alchile; risulta massima per i sistemi a base di sesquicloruri. I valori delle costanti di somma incrociata (propagazione) risultano indicativamente k21106 e k12104 lmole1s1, evidenziando una maggiore facilità di somma del propilene a un terminale etilenico piuttosto che a un terminale propenilico, in accordo con le osservazioni di Natta sul sistema VCl4/Al(esile)3. I valori dei rapporti di reattività si modificano in funzione del sistema catalitico utilizzato, ma il loro prodotto rimane comunque per lo più inferiore a uno, indicando la sostanziale tendenza alla copolimerizzazione statistica dei monomeri; si riporta in tab. 9 una selezione dei valori dei rapporti di reattività r1, r2, misurati tra 30 e 40 °C, in solvente idrocarburico, e del loro prodotto r1r2. La presenza del diene determina una generale inibizione della polimerizzazione; per motivi cinetici la distribuzione delle insaturazioni lungo la catena molecolare è considerata statistica. Sono attive reazioni di trasferimento con il propilene, con l’alluminio-alchile e con l’idrogeno. La produzione è effettuata in impianti con potenzialità tipica di 40-50 migliaia di tonnellate con due tecnologie: in soluzione, per lo più esano, o in sospensione di propilene o miscele propilene/propano; entrambe le tecnologie usano reattori continui. La polimerizzazione in soluzione offre alcuni vantaggi, fra i quali la maggiore omogeneità di composizione e la maggiore facilità di rimuovere i residui catalitici, mentre la polimerizzazione in sospensione offre significativi vantaggi nella separazione del polimero dal mezzo sospendente e permette una maggiore produttività e minore incidenza dei costi energetici. tab. 9. Rapporti di reattività etilene e propilene, misurati per differenti sistemi catalitici r2 r1r2 Al-alchile r1 VCl4 AlR2Cl – – 0,28 VCl4 Al2R3Cl3 9,1 0,031 0,28 VOCl3 AlR2Cl 12,1 0,018 0,22 VOCl3 Al2R3Cl3 10,1 0,025 0,25 Sale di vanadio V(acac)2 AlR2Cl 15 0,04 0,6 VOCl2(OR) AlR2′Cl 16,8 0,055 0,93 VOCl (OR) 2 AlR2′Cl 18,9 0,056 1,06 VO(OR)3 AlR2′Cl 15,0 0,07 1,04 RC2H5 R′i-C4H9 ENCICLOPEDIA DEGLI IDROCARBURI ELASTOMERI Nel processo di polimerizzazione in soluzione (fig. 17) in esano, parte del solvente viene utilizzata per la diluizione dei vari costituenti del catalizzatore, formato per esempio da VOCl3 ed etil-alluminio sesquicloruro, e dell’agente di trasferimento. L’etilene e il propilene dopo anidrificazione vengono inviati al reattore di polimerizzazione insieme al solvente e al diene (ENB) trattato con sodio idrossido e anidrificato. Dopo la polimerizzazione, effettuata utilizzando più reattori in cascata, il propilene, il solvente e il diene vengono riciclati, mentre l’etilene viene quasi completamente consumato a causa della sua maggiore reattività; la rimozione del calore di reazione, necessaria per mantenere la temperatura di polimerizzazione tra 50 e 70 °C, è realizzata in vari modi, per esempio mediante alimentazione di esano freddo (tra 20 e 40 °C), evaporazione dei reagenti o raffreddamento per scambio a parete; la pressione del processo cade nell’intervallo 0,4-1 MPa. Immediatamente a valle del reattore di polimerizzazione può esserci una sezione di flash, dopodiché il catalizzatore viene disattivato con acqua o alcol: l’estrazione per l’eliminazione dei residui catalitici viene effettuata per contatto con acqua acida. Segue l’aggiunta di olio, opzionale e, successivamente il trattamento con vapore per l’eliminazione del solvente. L’essiccamento del polimero viene effettuato meccanicamente con estrusori. Polimerizzazione in sospensione fig. 17. Impianto di polimerizzazione in soluzione del terpolimero etilenepropilene-diene (EPDM) (Mark et al. e Kroschwitz, 1985-1990). termonomero catalizzatore etilene propilene solvente reattore di polimerizzazione Facendo riferimento allo schema di fig. 18 relativo alla sezione di polimerizzazione in sospensione, l’etilene, dopo anidrificazione su letti di setacci molecolari, viene avviato al reattore di polimerizzazione insieme al propilene e al diene (ENB), quest’ultimo dopo lavaggio con idrossido di potassio e anidrificazione. Gli ingredienti che costituiscono il catalizzatore (vanadio acetilacetonato, dietil-alluminio cloruro), l’attivatore e Compounding, processing e vulcanizzazione La fase di miscelazione delle gomme EPM ed EPDM è normalmente effettuata in mescolatori interni, anche se i tipi a bassa viscosità possono essere miscelati in mescolatore aperto. Per gomme con contenuto in etilene basso o medio la carica del mescolatore interno è effettuata normalmente in una singola fase, spesso aggiungendo la gomma come ultimo ingrediente; il tempo necessario a preparare la mescola è di 3-7 minuti con temperature fino a 115-130 °C. Per gomme ad alto contenuto in etilene la fase di miscelazione è più critica e la dispersione del nero di carbonio non è soddisfacente se il plastificante (olio) è aggiunto troppo presto. La struttura satura delle gomme EPM richiede sistemi di reticolazione a perossido (7 phr) insieme a coagenti (2 phr) quali per esempio il triallil-cianurato e l’et