DEDICATO A
UMBERTO II RE D'ITALIA
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Il 18 marzo del 1983 si spegneva in una clinica di Ginevra, dopo una
lunga malattia, Sua Maestà Umberto II di Savoia, Re d'Italia. Per gli
Italiani era semplicemente Umberto. Come si conviene ai Re. Aveva 78
anni di cui 37 passati in esilio. In esilio fu lasciato morire. In esilio riposa
ancora condividendo la sorte dei suoi genitori, Re Vittorio Emanuele III e
la Regina Elena. Agli Italiani delle nuove generazioni non fu concesso
conoscerlo, grazie ad una congiura del silenzio che non si fermò neanche
in occasione dei suoi funerali che non furono trasmessi in televisione.
Nonostante questo l'amore che legò il Re alla sua gente e la gente al suo
Re non venne mai meno. Questo sito vuole essere un omaggio alla
memoria del Re e si propone di dare a chi lo desidera modo di conoscerlo
attraverso i suoi scritti, i suoi messaggi, le sue foto. A tal fine è aperto al
contributo di quanti lo amano. Buona navigazione ! Viva il Re
Link: http://www.diesis.com/phpgroupware/files/home/roberto/
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I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
Inchiesta pubblicata su "Il Candido" per 16 settimane dal n° 29 del 20 Luglio 1958
1- Il Calvario di Umberto incominciò l'8 Settembre
3
2 - L'autista del Re racconta il viaggio a Pescara
3 - Cinquanta ospiti al castello di Crecchio
4 - Soltanto il Re era calmo a Pescara
5 - Caos notturno per l'imbarco ad Ortona
6 - Quando sbarcò il Re brindisi stava per saltare in aria
7 - Umberto cercava la morte sul campo di battaglia
8 - Come fu negato al Re il ritorno a Roma
9 - Il diario inedito di Vittorio Emanuele III
10 - Il Re soldato abdica e parte per l'esilio
11 - Re Umberto rievoca il terribile Maggio 1945
12 - L'ultima notte di regno rievocata da Umberto
13 - L'esilio di Vittorio Emanuele III
14 - Le ultime parole di Vittorio Emanuele III
15 - L'esilio in Francia della Regina Elena
16 - Così si spense la regina Elena
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I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
Inchiesta pubblicata su "Il Candido" per 16 settimane dal n° 29 del 20 Luglio 1958
I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
IL CALVARIO DI UMBERTO INCOMINCIO' L'8 SETTEMBRE
Almeno venti persone tra ministri, generali e subalterni, erano state
informate dell'armistizio: solo il Principe Ereditario era stato tenuto
all'oscuro e il Santo Padre attendeva "una sua mossa ".
Un emozionante incontro col maresciallo Graziani
Agitato Consiglio della Corona al Quirinale
Il Principe fece un'inchiesta personale sulla morte di Muti
Drammatica notte insonne al Ministero della Guerra:
all'alba del 9 settembre Badoglio induce i Sovrani ad
abbandonare Roma mentre tuonano i primi colpi di
cannone tedeschi.
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Alle ore 18,10 di mercoledì 8 settembre 1943 un'Alfa
Romeo militare, proveniente da Via Veneto, dopo aver
percorso la breve salita di via XXIV Maggio, entro nel
palazzo del Quirinale passando dal portone che si spalanca
di fronte ai Dioscuri. I corazzieri di servizio resero gli
onori militari perché le sentinelle avevano
tempestivamente segnalato la macchina; era quella di
Umberto di Savoia. Infatti sul parafango sinistro dell'auto
sventolava il gagliardetto azzurro con la corona reale,
emblema del Principe ereditario, mentre su quello destro
garriva un altro gagliardetto, quello di maresciallo d'Italia:
quattro stelle d'oro su campo azzurro.
"Torneremo ad Anagni in serata"
Quel giorno l'ampio cortile d'onore del Quirinale era
insolitamente pieno di macchine, tanto che il sergente
maggiore Cozzani, che era al volante, dovette compiere un
largo giro per trovare un posto dove parcheggiare.
Scendendo dalla sua Alfa, Umberto di Savoia osservò,
rivolgendosi al suo autista: «Cozzani, non ti preoccupare,
lascia pure la macchina qui, tanto ce ne andremo presto»,
poi il Principe si avviò verso l'ascensore seguito dai suoi
due ufficiali di ordinanza, i maggiori Campello e Litta.
Giunto al secondo piano, prima di entrare nel suo
appartamento, Umberto congedò i due ufficiali non senza
aver raccomandato «Cercate di essere facilmente
reperibili. Torneremo ad Anagni in serata».
Umberto di Savoia risiedeva ad Anagni da appena una
settimana. Dal 2 settembre, infatti, egli aveva trasferito li
suo comando da Sessa Aurunca in quest'altra località
distante non più di sessanta chilometri dalla Capitale e
celebre per lo schiaffo che Guglielmo di Nogaret,
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cancelliere di Filippo il Bello, diede con la mano
inguantata di ferro, al vecchio pontefice Bonifacio VIII.
Quel trasferimento non era stato dettato da necessità
militari ma era stato consigliato dalla piega sempre più
tragica che andavano assumendo gli avvenimenti sotto
l'incalzante pressione del nemico già profondamente
penetrato nel nostro territorio dopo i riusciti sbarchi in
Sicilia e in Calabria. Da Anagni Umberto di Savoia
avrebbe dovuto dirigere le operazioni militari che
vedevano impegnate tre armate, tutte teoricamente ai suoi
ordini, la quinta comandata dal generale Caracciolo, la
settima alle dipendenze del Duca di Bergamo e i resti della
sesta, che un tempo era stata l'armata di Roatta, in Sicilia.
In realtà il Principe di Piemonte era sempre stato, suo
malgrado, un comandante simbolico, sin da quando la
guerra era stata dichiarata. Con la scusa che la sua vita era
preziosa, e le superiori esigenze imponevano determinati
movimenti ed iniziative, egli era stato volutamente tenuto
all'oscuro da ogni disegno operativo, tanto per ordine di
Mussolini quanto per tacito consenso dei vari Capi di
Stato Maggiore generale che si erano succeduti nella
carica dal 10 giugno 1940, dal giorno, cioè, della nostra
entrata in guerra.
Un viaggio di Roatta
A tale proposito potremmo raccontare decine di episodi
gravissimi. Ci pare però che il più significativo sia questo
che ci è stato narrato da una persona che divise per lunghi
anni le stesse ansie, le stesse preoccupazioni di Umberto,
in quotidiano contatto e in lunga devota dimestichezza. Ci
spiace non poter rivelarne il nome, impegnati come siamo
a rispettarne l'incognito.
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Un giorno Umberto di Savoia ordinò al generale Gamerra,
suo primo aiutante di campo, di convocare alcuni alti
ufficiali (Gamerra è morto da alcuni anni senza lasciare se le nostre informazioni sono esatte - un diario o un
memoriale, come invece si sono affrettati a pubblicare altri
che pur ebbero minore occasione di essere testimoni di
avvenimenti storici).
Si era nel marzo del '41 e le nostre cose non avevano
ancora preso quella piega disastrosa che dovevamo in
seguito registrare. Il Principe, dunque, aveva deciso - nella
sua qualità di comandante di un gruppo di armate - di
chiamare a rapporto alcuni generali che erano alle sue
dirette dipendenze. Aveva perciò ordinato a Gamerra di
convocare tra gli altri, anche il generale Roatta,
comandante la VI armata di stanza in Sicilia.
Gamerra però gli aveva fatto notare che proprio il giorno
prima aveva incontrato Roatta a Roma. «Ma come »,
aveva osservato il Principe, « Roatta non è a Partinico? E
che cosa è andato dato a fare a Roma? ».
«Mi ha detto», aveva riferito con non lieve imbarazzo il
generale Gamerra «che Mussolini lo ha nominato Capo di
stato maggiore dell'Esercito. Credo anzi che questa sera la
radio darà la comunicazione ufficiale».
Era vero. Al Principe era stato tolto un generale d'armata,
non solo, ma questi lo si era nominato Capo di stato
maggiore dell'Esercito. Nessuno aveva sentito il dovere di
informare Umberto di Savoia, il più direttamente
interessato di quella nomina.
Né questo, come abbiamo detto, è l'unico episodio dei
genere. Il più paradossale però - e il più tragico - ha una
data precisa e altrettanto precisi responsabili. L'8
8
settembre 1943 Umberto di Savoia capitò a Roma per
caso.
La Storia non e fatta di supposizioni, di «se» di « ma» ,
però non è azzardato dire che il destino d'Italia sarebbe
stato un altro se quel pomeriggio il Principe Ereditario
invece di partire per Roma avesse preferito fare un giro nel
settore della quinta armata, come già aveva fatto due
giorni prima, quando era capitato a Orte senza che il
generale Caracciolo ne attendesse la visita.
Il Principe a Roma per caso
Perché l'8 settembre Umberto di Savoia andò a Roma?
Nessuno lo ha mai spiegato. Non ne accenna Badoglio nel
suo libro L'Italia nella Seconda Guerra Mondiale, non ne
fa menzione Guariglia nelle sue memorie, né registra
l'avvenimento il generale Puntoni nel suo discusso e
polemico libro Parla Vittorio Emanuele. Nello svolgere
questa nostra indagine che ci ha portato ad avvicinare non
meno di cinquanta persone, tutte in un certo senso
protagoniste di quel fatale 8 Settembre, noi non abbiamo
mancato di cercare di chiarire questo episodio tutt'altro che
secondario. Ebbene nessuno degli interpellati ha saputo
spiegare l'improvvisa venuta del Principe a Roma. Tutti
sono stati concordi nell'affermare questa stupefacente
verità: il Principe ereditario arrivò in Quirinale non
chiamato da nessuno.
Perché allora aveva sentito il bisogno di lasciare
temporaneamente Anagni?
Il Principe si sentiva sempre più messo da parte. Il due
settembre, commentando con il suo ufficiale di ordinanza
le voci di un prossimo sbarco del nemico sul Continente
(com'è noto questa azione cominciò alle ore 4,30 del 3
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settembre nelle zone dì Reggio Calabria, Villa San
Giovanni, Palmi e Melito), egli aveva osservato con
infinito sconforto: «Odioso questo senso di attesa
impotente». Più tardi aveva aggiunto amaramente: «Ormai
per conoscere le notizie sugli ultimi avvenimenti non ci
resta che ascoltare il giornale radio».
Baratono per l'abdicazione
Eppure da molte parti si insisteva perché Umberto di
Savoia uscisse dal suo isolamento, anche a costo di
prendere posizione contro il Sovrano. Il 4 settembre il
Principe aveva ricevuto Baratono, sottosegretario alla
Presidenza. Era questo un antico prefetto, onesto e senza
peli sulla lingua. Baratono aveva, iniziato il colloquio
osservando: «Altezza Reale è necessario che Sua Maestà
abdichi. Solo Vostra Altezza può ancora salvare il
salvabile». Identica richiesta ma presentata con maggiore
tatto e sottile diplomazia, era stata rivolta tempo prima dal
colonnello Rossi Passavanti, decorato di due medaglie
d'oro, conquistate rispettivamente nella prima e nella
seconda guerra mondiale. Rossi era stato ricevuto in
qualità di capo della assistenza militare. In realtà il
colonnello godeva l'assoluta fiducia del Re, del capo del
Governo e del Principe, come identica fiducia gli era
sempre stata accordata anche da Mussolini. Era divenuto,
insomma, per dirla con parole sue, «il confessore di tutti»,
anche perché ritenuto giustamente come una persona
fidata, riservata scrupolosissima.
Rossi Passavanti, dunque, riferì al Principe di aver visto
poche ore prima il cardinale Pizzardo. L'illustre prelato gli
aveva detto: «Vorrei che Sua Altezza Reale sapesse che il
Santo Padre é in trepida attesa di una sua mossa ».
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Umberto di Savoia aveva sorriso tristemente e aveva
commentato: «Che posso fare, mettermi contro il Re? ».
Ma ben altro amaro sfogo noi potremmo riferire, in merito
a quel colloquio. Rossi Passavanti però è muto come una
tomba. Non parla, non solo, ma ha di proposito distrutto
tutti i suoi appunti, perché (ci ha detto testualmente
l'eroico ufficiale, oggi Presidente di Sezione della Corte
dei Conti) «le confidenze che mi sono state fatte dal Re, da
Mussolini dal Principe e da centinaia di altre personalità
devono restare eternamente segrete».
Altezza Reale, questa è la sua ora
Isolato da tutti, nella impossibilità di prendere parte attiva
agli avvenimenti che ogni giorno andavano sempre più a
precipizio, Umberto di Savoia cercava in tutti i modi di
avere notizie , di rendersi esattamente conto di quello che
stava succedendo. Ma finiva sempre, suo malgrado, col
cozzare davanti a un muro. Per questo quando poteva
correva a Roma. Qui egli riusciva, di tanto in tanto, a
sapere quello che nessuno avrebbe mai pensato di dirgli.
Il 5 settembre andando a messa in una chiesetta di
campagna vicino ad Anagni, aveva casualmente incontrato
il maresciallo Graziani che abitava nei dintorni, ormai al di
fuori della vita politica e militare. Graziani gli aveva detto
con le lacrime agli occhi: «Altezza Reale, questa é la sua
ora». Poi Graziani due giorni dopo, il 7 settembre, verso le
ore 19, aveva di nuovo cercato il Principe. Fu forse quel
colloquio a far decidere la breve corsa a Roma, il giorno
successivo?
E' molto probabile, perché Graziani raccontò al Principe
che «qualcuno» gli aveva riferito che erano in corso
trattative per un armistizio con gli alleati. Si tratta di voci,
aveva osservato Umberto di Savoia. «A me non risultano
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vere».
Eppure dal tre settembre il generale Castellano aveva
firmato a Cassibile, in nome di Sua Maestà il Re,
l'armistizio. A Roma quel segreto era conosciuto da
almeno venti persone.
Quelli che erano a conoscenza dell'armistizio
Raffaele Guariglia, allora ministro degli Esteri, confessa
nelle sue memorie di aver comunicato la notizia non solo
ad alcuni membri del Governo ma anche ad altri tre suoi
amici, all'ambasciatore italiano in Francia, a Salvatore
Contarini e al cardinale Maglione. L'armistizio era noto
inoltre ai tre ministri delle Forze Armate (Esercito,
Marina, Aeronautica), ai loro segretari particolari, al
ministro della Real Casa Acquarone, al colonnello
Valenzano, segretario e parente di Badoglio, al figlio dello
stesso maresciallo Mario, ai generali Ambrosio, Roatta
Carboni, ai loro rispettivi ufficiali addetti. Insomma due
sole persone erano state tenute di proposito all'oscuro di
tutto, il Principe di Piemonte e il Primo aiutante di campo
generale del Re il generale Paolo Puntoni.
Umberto di Savoia arrivò dunque l'8 settembre in
Quirinale per cercare di controllare quanto gli aveva
riferito Graziani. Puntoni, invece, capitò perché dalla
finestra del suo studio aveva osservato uno strano via vai
di macchine nel cortile d'onore. Per quanto fosse sempre
stato in quotidiano contatto con Il Re, nulla gli era stato
detto dal Sovrano di quello che era stato deciso a
Cassibile.
Eppure il segreto era stato abbastanza bene mantenuto.
Però aveva finito nei giorni 6, 7 e 8 settembre con l'essere
bisbigliato un po' dappertutto.
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Il 3 settembre, durante la riunione dei ministri al
Quirinale, Badoglio aveva firmato un importantissimo
telegramma. Era diretto agli Alleati e confermava la nostra
accettazione dell'armistizio, inoltre rinnovava
l'assicurazione che al generale Castellano (nostro inviato
in Sicilia per concludere le trattative con il generale Smith
capo di stato maggiore di Eisenhower) erano stati
effettivamente conferiti i pieni poteri per la firma del
documento. Così il generale Castellano aveva potuto,
quello stesso giorno, siglare l'armistizio. Intanto a Roma
Badoglio, Roatta, Ambrosio e Carboni seguitavano a
rimanere tranquilli, sicuri come erano che gli Alleati
avrebbero reso noto l'armistizio non prima del giorno 12
settembre.
Invece alle ore 17,30 del giorno 8 Eisenhower mandava un
telegramma a Badoglio per imporre al nostro Governo di
rendere pubblico l'armistizio entro le ore 20. In caso
contrario non sarebbe stato più valido il documento
firmato da Castellani.
Era un grosso pasticcio. Badoglio avvertì subito il Re e
contemporaneamente convocò dal Sovrano i ministri della
Guerra, della Marina, dell'Aeronautica, nonché pochi altri
ufficiali generali. All'ultimo momento venne mandato a
chiamare anche Guariglia, ministro degli Esteri. Appena
Badoglio vide (l'episodio ci è stato raccontato proprio da
Guariglia) disse concitatamente: «Siamo fregati! E adesso
chi ci salverà dai tedeschi?».
Un frettoloso Consiglio della Corona
Si tenne subito un frettoloso Consiglio della Corona.
Alcuni di fronte al la minaccia di sicure rappresaglie
tedesche, avrebbero voluto non riconoscere più come
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valido l'armistizio, altri invece sostenevano il contrario. Il
Re infine decise: «Oramai non é più possibile cambiare
rotta. L'armistizio deve essere accettato».
Mentre venivano prese queste risoluzioni così gravi, il
Principe di Piemonte, ignaro di tutto, stava nel suo
appartamento. Nessuno aveva pensato di avvertirlo che a
pochi passi da lui si stava tenendo il Consiglio della
Corona. A portargli la notizia dell'armistizio fu il
maggiore Campello, suo ufficiale di ordinanza. Campello
l'aveva captata » Proprio allora nell'ufficio del Maestro
delle Cerimonie, don Ascanio Colonna.
Umberto sussultò, sgranò gli occhi e chiese: «Ma é
Proprio Vero?» Poi riprendendo il dominio su di sé,
aggiunse: «Grazie, Campello. Mi chiami Acquarone».
Così dal ministro della Real Casa il Principe ereditario
ebbe conferma di un avvenimento già noto in tutto il
Quirinale.
Verso le 19,30 Umberto di Savoia chiamò ancora il suo
ufficiale dì ordinanza. «Si tenga pronto», gli disse, «
perché fra poco rientreremo ad Anagni. Gli altri andranno
ad alloggiare al ministero della Guerra. Anche le loro
Maestà, passeranno la notte laggiù. Pare», concluse
Umberto con la voce velata da tristezza, «che vi sia in via
XX Settembre un rifugio più sicuro. A me però questa
trasferimento in massa sembra una vera e propria
buffonata».
Dieci minuti più tardi Umberto aveva di nuovo chiamato
Campello «Anche noi passeremo la notte al Ministero.
Questi sono gli ordini del Re. Campello aveva soltanto
risposto: «Devo avvertire il generale Gamerra e il
maggiore Litta?». «Ma certo», aveva aggiunto Umberto.
Prima di lasciare il Quirinale il Principe aveva voluto
telefonare al suo comando ad Anagni, a Orte al generale
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Caracciolo e a Cava dei Tirreni al duca di Bergamo.
Al ministero della Guerra
Poco dopo le ore 21 la macchina del Principe entrò al
ministero della Guerra dal cancello di via XX Settembre. I
sovrani erano, già arrivati. il Re indossava l'uniforme, la
Regina era vestita di nero. Portava una gonna che le
arrivava sino ai piedi e un cappellino tondo. Anche
Badoglio era già arrivato. Era in borghese. Si era appartato
nel salotto del generale Sorice. Qui aveva consumato la
cena. Aveva mangiato poco, una tazza di brodo, un po' di
bollito, della frutta. Con lui erano il figlio Mario e il
colonnello Valenzano. Ad un certo momento il vecchio
maresciallo aveva chiesto alludendo al proclama da lui
inciso in un disco nella sede dell' EIAR: «Come ho
parlato? Con voce ferma, vero? ».
Tutti parevano subire gli avvenimenti. Solo Umberto di
Savoia era irrequieto. Per lui era stata preparata una
camera in fondo al corridoio, al primo piano. Ma il
Principe non aveva affatto intenzione di riposare. Avrebbe
voluto anzi verso le ore 22, parlare con Badoglio ma, il
maresciallo era già andato a letto. « Mi vadu a doermi'»
aveva detto Badoglio a Valenzano. Né la frase aveva
meravigliato nessuno. Sotto questo aspetto Badoglio era
un principe di Condé moltiplicato per mille. Cascasse pure
il mondo, egli alle 9,30 di sera era sempre a letto. E guai a
svegliarlo.
Per la Morte di Balbo fu svegliato Mussolini, non
Badoglio
Un giorno - il 28 giugno del '40- il colonnello Valenzano
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aveva ricevuto lo verso le due di notte una comunicazione
dal Superesercito. Si informava Badoglio, Capo di stato
maggiore generale, che il maresciallo dell'Aria Italo Balbo
era stato per errore abbattuto in volo dalla nostra
contraerea. Valenzano era rimasto in forse (l'aneddoto ci è
stato raccontato proprio dall'ex-segretario del maresciallo):
dovevano o non doveva svegliare Badoglio? Doveva o non
doveva interrompere quel sacro sonno?
Di fronte a un dubbio cosi amletico Valenzano aveva
preso un'altra decisione; poiché Badoglio e Mussolini
(entrambi in visita al Fronte occidentale) stavano in quel
momento dormendo su di un treno militare, fermo in un
binario morto, lui, Valenzano, aveva preferito svegliare
Mussolini. Soltanto al mattino seguente aveva riferito la
notizia a Badoglio.
Una falsa notizia
A differenza dei suo capo del governo, il Re non si era
ritirato nell'appartamento che era stato frettolosamente
preparato per lui e per la Regina. Vittorio Emanuele
continuava a rimanere seduto su un divano, accanto alla
Sovrana. Era stanchissimo. Aveva gli occhi cerchiati più
del solito: era stata quella una giornata piena di emozioni.
Il Consiglio della Corona (una strana riunione dove erano
state prospettate le idee più assurde) lo aveva sfinito. Ora,
a pensarci, provava un'infinita amarezza. Lui, il vecchio re
d'Italia, il vincitore di Vittorio Veneto, doveva starsene là
su di un divano in attesa che qualcuno si decidesse a dirgli
quello che sarebbe capitato. In quel memento l'unica
persona che egli sentiva veramente vicina era la sua fedele
compagna di tante ore serene e tristi, la Regina.
Più tardi, verso mezzanotte, ci fu finalmente una notizia
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tranquillizzante. Il generale Carboni arrivò al ministero
della Guerra tutto indaffarato. Chiese subito di vedere il
Re. «Maestà» gli disse, «la situazione si presenta
favorevole. I tedeschi si stanno spostando verso il Nord. Io
sono pronto, Maestà, a inseguirli ».
Il Re non rispose subito. Socchiuse gli occhi, poi disse
lentamente: « E' proprio sicuro, generale? »
Carboni doveva aver avuto quell'infomazione da varie
fonti. Appena un'ora prima aveva telefonato al ministero
della Guerra un alto funzionario dell'Ambasciata tedesca.
Aveva risposto uno degli ufficiali di servizio, il capitano
Corradino Moncada. L'ambasciatore Rahn sollecitava la
concessione di un treno speciale. Era bastata quella
richiesta per dare il via a tutta una ridda di supposizioni
più o meno ottimistiche.
La morte di Muti
Anche Umberto aveva avuto sentore di quella notizia. Ma
non vi aveva dato eccessivo credito. Il giorno prima egli
aveva ricevuto ad Anagni il generale Von Richthofen.
L'udienza era stata, è vero, sollecitata una quindicina di
giorni avanti, ma aveva subito assunto un signiticato
particolare. Von Richthofen, dopo qualche preambolo,
aveva cominciato a parlare male di Kesserling. Ad un
certo momento aveva detto: «Se l'Italia tentasse di ottenere
dagli Alleati una pace separata non v'è dubbio che
Kesserling cercherebbe di mettere le mani sul Re a tutti i
costi». Era un avvertimento? Il buon senso lasciava
credere di si.
Inoltre il Principe aveva altri motivi per ritenere neri esatta
l'informazione di Carboni. Già altre volte il capo del SIM
aveva mostrato di non saper valutare gli avvenimenti e di
non voler, di proposito, essere sincero. Pochi giorni prima
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era stato assassinato Muti. Anche il capo dei SIM aveva
avallato la versione solita: «Muti aveva tentato di sottrarsi
all'arresto; i carabinieri si erano visti costretti ad aprire il
fuoco ».
Umberto non si era accontentato di quelle spiegazioni. La
morte di Muti lo aveva dolorosamente colpito. il Principe
aveva cercato, per suo conto, di far luce su quel tragico
episodio. Aveva mandato perciò Campello, suo ufficiale
d'ordinanza, dal generale Sandalli, ministro
dell'Aeronautica, alle cui dirette dipendenze era stato
Muti. Sandalli era furibondo. Stimava profondamente
Muti. Per questo, a prescindere dal suo passato politico, lo
aveva voluto con sé, nella sua segreteria particolare.
Sandalli dichiarò a Campello di aver ignorato l'ordine di
arresto «Non avrei permesso una simile infamia»,
(aggiunse energicamente il ministro) e di non credere
affatto alla versione ufficiale. (« Muti non era il tipo da
scappare »).
Dello stesso parere era stato anche Umberto. Ma che
avrebbe potuto fare? Le cose avevano preso una
determinata piega e sembravano sfuggire a tutti, tranne a
pochi individui senza scrupoli. L'Italia andava a rotoli. Chi
avrebbe potuto fermare il corso della catastrofe? Umberto
di Savoia continuava ad essere scettico e scoraggiato, ma
non deciso a subire passivamente gli avvenimenti.
Alla due di notte tuona il cannone
Intanto al ministero della Guerra continuavano a giungere
notizie contraddittorie. «Verso le due del mattino si
cominciarono anche ad udire in lontananza i primi colpi di
cannone. Si combatteva alla Magliana. I tedeschi. dunque,
avevano tutt'altra intenzione che abbandonare Roma.
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Un'ora più tardi giunse mia comunicazione del generale
Cerica, comandante i reali carabinieri: la terza divisione di
fanteria corazzata tedesca, accampata presso Bolsena, si
era messa in moto verso Roma.
Da quel momento nessuno fu più in grado di controllare la
situazione. Molti, anzi, cominciarono a perdere la testa.
Finché Roatta decise di svegliare Badoglio. «Ormai»,
dichiarò il Capo di stato maggiore dell'Esercito, «non c'è
più la minima probabilità di difendere Roma ». Ancora
insonnolito, Badoglio passò in una stanza vicina dove
trovò il principe Umberto, il generale Puntoni e Sorice.
Qui Roatta illustrò la situazione: tutte le strade attorno a
Roma erano controllate dai tedeschi. Solo la Tiburtina era
libera. «Bisogna salvare le loro Maestà », dichiarò
enfaticamente Roatta.
Il terrore di Badoglio
Badoglio impallidì. Egli viveva ormai nel costante timore
di essere catturato dai tedeschi o ucciso in un attentato.
Pochi giorni prima il generale Carboni gli aveva rivelato
un complotto delle SS: si sarebbe cercato da parte
germanica di sopprimere il vecchio Maresciallo. Di fronte
a questa rivelazione Badoglio aveva mostrato un vero e
proprio terrore. Aveva mandato Guariglia, ministro degli
Esteri, dall'ambasciatore tedesco Rahn perché denunciasse
il complotto. Rahn aveva decisamente smentito la notizia:
«Quando si vuole sopprimere qualcuno», aveva osservato
l'ambasciatore con voce sprezzante, «non lo si va dicendo
in giro, lo si comunica all'interessato» .
Di parere diverso continuava ad essere Badoglio. Egli era
convinto che i tedeschi avrebbero cercato in tutti i modi di
farlo fuori. Per questo motivo appoggiò energicamente la
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proposta di Roatta che il Re e il Governo lasciassero
immediatamente la Capitale. Anche il Principe ereditario
approvò la decisione. Ma subito aggiunse: «Io rimango. La
mia presenza nella capitale in questi momenti è
assolutamente necessaria».
Intanto il generale Puntoni era andato a svegliare il Re.
Badoglio nelle sue memorie si attribuisce anche questa
iniziativa, ma ad avvertire il Sovrano di quanto stava
succedendo toccò, com'era logico, al primo aiutante di
campo generale.
Il Re si rassegna alla partenza
Il Re rimase di sasso. In realtà il Sovrano aveva già preso
in considerazione l'idea di abbandonare Roma. Il 28 luglio,
subito dopo l'arresto di Mussolini, quando si temeva un
colpo di mano dei tedeschi, Vittorio Emanuele aveva
ordinato al generale Puntoni di predisporre tutto per una
eventuale partenza da Roma: «Non voglio correre il
rischio di fare la fine del Re del Belgio », aveva detto. «
Desidero mettermi in condizione di continuare ad essere il
Capo dello Stato, arbitro della mia volontà e della mia
libertà. Non ho nessuna intenzione di divenire una
marionetta nelle mani di Hitler ».
Ma ora che tale evento si profilava in tutta la sua
drammaticità, il Re non sapeva decidersi ad abbandonare
la capitale. Badoglio ne "L'Italia nella seconda guerra
mondiale" racconta che il Sovrano non mosse alcuna
obbiezione all'idea di lasciare Roma. Ancora una volta il
maresciallo falsa la realtà dei fatti perché il Re si lasciò
convincere a fatica. Badoglio, inoltre, tace il drammatico
colloquio che si svolse quell'alba del 9 settembre tra il
vecchio Sovrano e il Principe ereditario.
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Umberto tentò di non partire, cercò in tutti i modi di far
capire al padre come la presenza di un membro della casa
reale a Roma in quel momento, fosse necessaria, ma il Re
tagliò corto, «Verrai con noi. E' un ordine ». Di
quell'agitata alba del 9 settembre Umberto fu la vera
vittima anche perché fu l'unico a osservare gli avvenimenti
con sicurezza ed intuito, con lungimiranza. Che cosa
sarebbe successo se dieci ore prima il Principe ereditario
non fosse venuto a Roma? Che cosa sarebbe accaduto se
egli fosse rimasto ad Anagni? Forse sarebbe stato
svegliato alle 4 del mattino del 9 settembre e avvertito che
i Sovrani stavano per lasciare Roma diretti a Pescara?
Probabilmente li avrebbe seguiti? Difficilmente. Umberto
aveva vicino a sé pochi ufficiali ma tutti giovani, tutti
energici. Nessuno avrebbe osato consigliare al principe
una partenza verso Pescara. Né egli avrebbe lasciato i suoi
reparti alla deriva. Avrebbe anche lui agito come agì il
conte Calvi, comandante la Centauro che, chiamato la
notte dell'8 settembre al ministero della Guerra, rispose
che egli avrebbe seguitato a rimanere con i suoi soldati.
Né si mosse dal suo comando.
Quando all'e 5,30 del mattino la macchina condotta dal
sergente maggiore Cozzani lasciò il ministero della Guerra
con a bordo il Principe di Piemonte e i suoi due ufficiali
d'ordinanza Campello e Litta, il destino di Casa Savoia era
deciso. Forse Umberto fu il solo a capirlo, Mentre la sua
Alfa Romeo imboccava la Tiburtina, egli fu visto
prendersi la testa fra le mani e udito sospirare
disperatamente: «Dio, che situazione! ».
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I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
L'AUTISTA DEL RE RACCONTA IL VIAGGIO A PESCARA
All'alba del 9 settembre 1943 la colonna si mette in cammino con
l'incertezza dell'itinerario
Umberto sembrava fosse in attesa di una occasione favorevole per far
ritorno a Roma
Il Re teneva affettuosamente la destra della Regina fra le sue mani
L'automobile viene fermata a un blocco stradale
Badoglio tremava e andava ripetendo di tanto in tanto: "Se i tedeschi mi
prendono chissà a quale di questi alberi mi impiccheranno"
«Mia moglie mi chiese: "Scappi via così, senza neppur
mangiare un boccone? Aspetta almeno che ti prepari un
panino". Non le risposi. Corsi al garage, feci il pieno di
benzina, controllai l'acqua del radiatore, l'olio, verificai la
pressione delle gomme, poi partii non senza aver detto a
mia moglie e a mia figlia che mi avevano seguito fin
presso la macchina: «Tornerò presto, state tranquille». Ma
lo dissi senza convinzione, stranamente preoccupato».
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Giovanni Baraldi si ferma un attimo soprappensiero poi
aggiunge: «lo stesso non riuscii allora a spiegarmi
quell'indicibile orgasmo che mi aveva preso non appena da
Villa Savoia il generale Puntoni, aiutante di campo del Re,
mi aveva telefonato perché andassi di nuovo a prendere il
Sovrano che avevo ricondotto dal Quirinale soltanto
mezz'ora prima ».
Uno stato di servizio eccezionale
Giovanni Baraldi ha ora 63 anni. E' un uomo
apparentemente tranquillo che parla poco e solo di rado si
lascia andare in confidenze. Quando lo fa misura le parole
perché «ormai il passato è passato». Ha solo una grande
paura: «teme di avere grane » giacché egli continua a
prestare servizio come capo garage al Quirinale. E' lui,
infatti, che ripara la macchina del Presidente della
Repubblica, quando qualcosa al motore non va. Gli dà una
mano, a volte, lo stesso autista del Presidente, Francesco
Franchini, che fu anche lui autista di Casa Savoia e guidò
per alcuni anni la macchina dell'allora Principe di
Piemonte. Baraldi vanta uno stato di servizio eccezionale:
dal 11 gennaio 1928 al 6 maggio '45 è stato l'unico autista
di Vittorio Emanuele III. E' certamente per coloro che
vogliono, come noi, cercare il lato umano della tragedia
che ha colpito l'Italia dopo l'8 settembre 1943, uno dei
personaggi minori e forse dei meno significativi. La storia,
però, non è fatta solo di personaggi clamorosi, è fatta più
spesso di piccoli episodi sovente destinati a rimanere
inediti. Ma sono proprio queste testimonianze quelle che
servono a far comprendere meglio il lato umano di
personaggi discussi ma indubbiamente eccezionali.
«Nessun genio resta tale», è stato scritto, «innanzi al suo
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cameriere». E' una bella frase ma che non è sempre esatta.
Infatti se resta valida per molti personaggi, si mostra non
vera quando la si riferisce ad un sovrano come Vittorio
Emanuele III che seppe conservare intatta, anche davanti
ad avvenimenti paurosi e sfortunati, la sua massima dote:
quella imperturbabile serenità, quella generosità di tratto,
quella bontà riflessiva che gli storici sogliono chiamare regalità.
Un regalo e un invito
Baraldi non ha rivelazioni sensazionali da fare. «Il Re»,
egli ripete, «era un militare; non si lasciava andare
facilmente in confidenze, soprattutto con me che ero il suo
autista. Due sole volte ebbe nei miei riguardi uno slancio
di affettuosa confidenza. La prima volta fu nel '36 dopo le
manovre di Sicilia. Mi regalò un paio di gemelli d'oro che
comprò a Livorno dai fratelli Cinti. La seconda volta fu
nel '38. Un giorno Sua Maestà (eravamo a San Rossore)
mi disse: "Oggi vestiti in borghese. sei mio ospite". E mi
portò col treno reale a vedere il Palio di Siena ».
Baraldi, dunque. è un testimone modesto ma sincero,
anche perché è un uomo semplice che si è trovato ad
essere spettatore di avvenimenti eccezionali che solo in
parte ha compreso. Se qualcuno, per esempio, gli domanda
quale itinerario egli abbia percorso portando il Re e la
Regina verso Pescara all'alba del 9 settembre 1943, egli è
pronto a giurare di aver lasciato la Tiburtina subito dopo il
Passo di Ponte Bove, di aver abbandonato sulla sinistra
Tagliacozzo per certe strade di montagna strette, tutte
curve e buche.
Baraldi infine sostiene che il viaggio durò
ininterrottamente dalle cinque del mattino alle 17 quando
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l'auto da lui condotta - con a bordo Vittorio Emanuele III,
la Regina, il generale Puntoni e il tenente colonnello De
Buzzaccarini - arrivò a Crecchio nel castello dei duchi de
Bovino. Com'è noto la realtà è diversa, sia per quanto
riguarda l'itinerario sia per quanto si riferisce all'ora
dell'arrivo a Crecchio. I Sovrani giunsero (e a questo
proposito sono precise le testimonianze del generale
Puntoni e del conte Campello ufficiale di ordinanza di
Umberto di Savoia) alle 10,30 del mattino, dopo circa
cinque ore di viaggio.
Ma a Baraldi è successo quello che capita ai fanciulli
quando essi vedono per la prima volta qualcosa di
veramente eccezionale: la verità si trasforma, si
ingrandisce, si deforma, specie più tardi, nel ricordo. Ben
più sicuro è invece l'ex-autista di Vittorio Emanuele
quando deve precisare alcuni particolari minori di quel
lungo e drammatico viaggio.
La sera dell'8 settembre
Baraldi, dunque, la sera dell'8 settembre aveva condotto il
Re come sempre alle 19 a Villa Savoia. Il Sovrano era
stato per lunghe ore al Quirinale. Aveva ricevuto
Badoglio, Guariglia e numerose altre personalità, Baraldi
aveva notato qualcosa di insolito. Un intenso andirivieni di
macchine, di generali, di ministri. Ed aveva anche lui
pensato che qualcosa di grosso stesse maturando nell'aria.
Forse un attacco aereo degli alleati, forse un nuovo sbarco.
Ma il Re, puntuale come sempre, era rientrato a Villa
Savoia. Prima di congedare Baraldi gli aveva però detto:
«Tieniti pronto. Forse avrò ancora bisogno della
macchina». E la chiamata era giunta quasi subito, non
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appena Baraldi, messa in garage la Fiat 2800 grigio verde
normalmente adoperata in quei giorni, si era seduto a
tavola per mangiare un boccone con la moglie e la figlia.
Era cosi ripartito da Villa Savoia. Sulla macchina aveva
preso posto il Re, come sempre in divisa, accompagnato
dal suo aiutante di campo generale Puntoni, quella sera
stranamente in borghese e, cosa del tutto eccezionale, Sua
Maestà la Regina. Elena di Savoia aveva anche lei una Fiat
2800 nera, normalmente condotta dall'autista Francesco
Moneta. Baraldi sapeva però che Moneta era ammalato in
quei giorni. Pensò dunque che la Regina avesse voluto
accompagnare il Re forse per vedere, come già era
accaduto, qualche paese vicino a Roma, colpito
improvvisamente da un violento bombardamento alleato.
Confusione al Ministero della Guerra
Invece gli venne ordinato di andare al Ministero della
Guerra e di rimanere nel cortile, in attesa di ordini con la
macchina pronta. Baraldi cominciò ad attendere. Erano le
20 circa. Da quel momento Baraldi non capì più nulla; udì
parlare di bombarda. menti alleati, di attacchi di unità
germaniche, di mitragliamenti aerei. Vide sfilare davanti al
Ministero della Guerra carri armati e reparti di fanteria che
presero posizione nei pressi. Intanto le ore passavano e
nessuno pareva ricordarsi degli autisti che attendevano.
Oltre a Baraldi c'erano Pierino Masetti che aveva sostituito
l'autista della Regina, Francesco Moneta, il sergente
maggiore Cozzani, autista del Principe di Piemonte,
l'attendente di Puntoni, Maggiorini, con la «1500, del suo
generale, c'era l'autista di Badoglio ma soprattutto c'erano
tante altre macchine guidate da militari mai visti prima di
allora».
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Verso l'una di notte Baraldi decise di non ascoltare più
chiacchiere e pettegolezzi. Si chiuse dentro la sua
macchina e tentò di dormire. Ma l'orgasmo del momento e
l'intenso via vai di macchine che entravano ed uscivano lo
tennero sveglio un pezzo. S'assopì forse verso l'alba, ma
poco dopo qualcuno lo svegliava: era il tenente colonnello
De Buzzaccarini. « Si parte, Baraldi ..»
L'autista guardò l'ufficiale con gli occhi assonnati, ma si
scosse mise in moto il motore, girò la macchina. Quasi
subito scesero dallo scalone del Ministero della Guerra il
Re, la Regina, il generale Puntoni, seguiti da numerosi
altri ufficiali. Baraldi aprì gli sportelli, si tolse il berretto.
Nella parte Posteriore della macchina presero posto
Vittorio Emanuele, Elena di Savoia, il generale Puntoni.
Sul sedile anteriore, accanto a Baraldi sedette il tenente
colonnello De Buzzaccarini Fu questo aiutante di campo
dei Re ad indicare la strada all'autista.
Partenza all'alba
Erano le 5.10. Albeggiava appena. « Uscimmo »; ci ha
raccontato Baraldi, dal cancello di via Napoli,
percorremmo via Nazionale , piazza dei Cinquecento,
passammo da porta San Lorenzo ed imboccammo la
Tiburtina. Nessuno parlava. O meglio Baraldi udì solo
quanto gli diceva, di tanto in tanto, De Buzzaccarini
perché la macchina reale aveva internamente uno spesso
vetro divisorio che isolava l'autista. Un piccolo citofono
serviva per gli ordini, quando il Re non preferiva aprire lo
sportello interno e parlare direttamente con l'autista.
A causa della luce ancora indecisa (in settembre il sole
sorge alle 5,30), Baraldi - che non poteva adoperare i fari,
perché gli era stato ordinato di procedere con le luci
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piccole di città schermate - non tenne un'andatura
sostenuta; sui sessanta di media. Gli venne allora
spontaneo pensare a quando il Re gli diceva: «Baraldi su,
fatti onore». Allora lui pigiava l'acceleratore e filava a 150
chilometri all'ora. E mai gli era successo un incidente. Una
sola volta si era fermato per strada, nel '35, davanti a
Grosseto. Aveva bucato chissà mai come. Le gomme
acquistate dalla Real Casa per la macchina del sovrano
erano di un tipo speciale appositamente costruito dalla
Pirelli. Avevano una tela in più del normale ed erano,
inoltre, imbevute in una sostanza speciale che doveva
preservarle dalle normali bucature: ogni 4000 chilometri,
infine, i pneumatici venivano sostituiti Ma quel giorno a
Grosseto parve che qualcuno avesse fatto il malocchio a
Baraldi. Cambiata la gomma ripartì; mezzo chilometro più
avanti pssssss: nuova bucatura.
Fu quello l'unico incidente capitato a Baraldi in 17 anni di
quotidiano servizio accanto al Re, giacché l'autista non
considera incidenti» l'essere stato presente all'attentato di
Milano (marzo 1928) e a quello di Tirano quando un
esaltato sparò con una pistola contro il Re che aveva alla
sua sinistra il ministro albanese Verlaci. Baraldi udì le
pallottole fischiare e sentì la macchina sbandare per un
pneumatico bucato come un colabrodo.
''Cercheremo di arrivare a Pescara"
Ma quella mattina dove si andava? Lo chiese, con estrema
timidezza a De Buzzaccarini: «Cercheremo di arrivare a
Pescara», gli rispose l'aiutante di campo. Ma perché quel
«cercheremo»? Mentalmente Baraldi fece gli scongiuri
suoi soliti. Sarebbe stato proprio il colmo se quel giorno la
macchina si fosse fermata in panne.
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Intanto erano arrivati a Settecamini, a dodici chilometri da
Roma. ]Baraldi guardando nello specchietto retrovisivo
vide le luci di un'altra vettura. « Siamo seguiti », disse a
De Buzzaccarini. Il colonnello aprì lo sportello e cercò di
guardare fuori, poi osservò: «Sarà una delle due macchine
della Real Casa, o quella che porta, assieme a Pierino
Masetti, la cameriera Rosa Gallotti o quella che reca i
bagagli dei sovrani, Oppure sarà la macchina di sua
Altezza».
Cosi Baraldi seppe che in quel viaggio non era solo, che
altre macchine seguivano la vettura del Sovrano. in. fatti
subito dopo la Partenza della « 2800 » del Re, era partita
una « 1100 » con Badoglio il duca Acquarone e il
colonnello Valenzano, nipote e segretario particolare dei
maresciallo. Tutte queste persone erano in borghese. Dieci
minuti più tardi erano partite altre tre macchine, due della
Real Casa con i bagagli dei Sovrani e i camerieri Pierino
Masetti e Rosa Gallotti. Alle 5,20 era partita una - 1500 »
del generale Puntoni, con a bordo l'attendente Maggiorini
e l'ordinanza del tenente colonnello De Buzzaccarini. Il
generale Puntoni, come s'è detto, aveva in precedenza
preso posto nella vettura del Sovrano. Ultima a lasciare il
Ministero della Guerra verso le 5,30, era stata l'Alfa
Romeo d'ci Principe di Piemonte con a bordo, oltre al
Principe e al suo autista sergente maggiore Cossani,
l'aiutante di campo e i maggiori Campello e Litta, ufficiali
di ordinanza: tutti in divisa. Verso le 6 era partita l'ultima
macchina dell'autocolonna reale, con a bordo il generale
Gamerra, primo aiutante di campo generale del Principe e
due ufficiali superiori dello Stato Maggiore.
A Tivoli una prima fermata fece battere il cuore a Baraldi.
Una luce rossa si accese in mezzo alla strada. Si
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intravidero soldati. Tedeschi o italiani? «Per fortuna»,
osserva Baraldi, «erano i nostri». Così proseguimmo
immediatamente.
Un ordine del Re
Ma quell'incontro che Baraldi e forse anche il Re, la
Regina, il generale Puntoni, il tenente colonnello De
Buzzaccarini, considerarono di buon auspicio, venne
diversamente giudicato in una altra macchina, in quella del
Principe Ereditario.
Mentre a bordo della «2800» del Sovrano nessuno parlava,
nell'auto del Principe era iniziata una discussione animata.
Umberto di Savoia seguitava a ripetere che quella
frettolosa partenza era un tremendo errore». « Forse
sarebbe stato meglio, osservava il Principe, - che io fossi
rimasto a Roma. Ma ho dovuto obbedire all'ordine del
Re». Fu a questo punto che il maggiore Campello. con
eccessivo slancio, disse vivacemente: « Altezza Reale,
forse vale la pena trasgredire agli ordini; di mezzo c'è
l'Italia, c'é la salvezza dello stesso istituto monarchico ».
Tanta spregiudicatezza di linguaggio sulle labbra di
Campello non aveva meravigliato il Principe. Con
Campello egli era in dimestichezza sin da quando
entrambi bambini di tre anni erano soliti giocare nei
giardini del Quirinale; perché la contessa Campello, come
dama di Corte della Regina Elena aveva potuto, per
desiderio della Sovrana, portare il suo figlioletto a giocare
con Berto », così i Reali chiamavano il loro unico
maschio.
Un falso allarme
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All'improvviso parve che il Principe prendesse una
decisione drammatica. Il suo autista frenò e disse con non
celata preoccupazione: «Hanno fermato la macchina del
Sovrano».
Campello chiese: «Se sono tedeschi che facciamo? »
Umberto di Savoia rispose rapido: «Giriamo la macchina e
torniamo a Roma ».
«Purtroppo» , osserva oggi con estrema amarezza il conte
Campello, « si trattava di un falso allarme. La macchina
del Re proseguì. E noi lo stesso, alla nostra volta fermati
dalla identica pattuglia che aveva bloccato l'auto del
Sovrano. Forse», osserva Campello, « se invece di trattarsi
di nostri soldati avessimo incocciato una pattuglia tedesca,
la storia d'Italia sarebbe cambiata. Il Principe sarebbe
tornato a Roma. Avrebbe organizzato la difesa della
capitale? Sarebbe caduto in mano dei tedeschi? Sarebbe
stato ucciso? Fatto prigioniero? Tutte le supposizioni
avrebbero potuto avverarsi, ma una cosa è certa: il destino
di Casa Savoia sarebbe stato un altro».
Dopo quell'incidente, sull'Alfa Romeo bel Principe si fece
silenzio. Nessuno aveva voglia di parlare. Ma passata
Tivoli, fra San Polo e Vicovaro (a 38 chilometri da Roma),
il sergente maggiore Cozzani notò un'altra macchina,
facilmente riconoscibile, ferma sul lato destro della strada.
Era una delle «2800» della Real Casa, quella che portava i
bagagli e la cameriera personale della regina. La fedele
Rosa Gallotti che doveva poi seguire Elena di Savoia fino
a Montpellier. Che cosa era successo? L'autista Masetti
spiegò che si trattava di un guasto, non facilmente
riparabile. Il Principe di Piemonte osservò: «A Vicovaro
telefoneremo perché qualcuno di Villa Savoia provveda».
Venne infatti telefonato, ma i bagagli dei Sovrani giunsero
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con estremo ritardo, pochi istanti prima dell'imbarco da
Ortona per Brindisi.
Badoglio in "panne"
Verso Avezzano nuovo alt. Questa volta in panne era la
macchina di Badog1io. Il Principe decise allora di
prendere sulla sua Alfa il vecchio maresciallo che tremava
dal freddo e il colonnello Valenzano. Badoglio andava
ripetendo: «Se i tedeschi mi prendono chissà a quale di
questi alberi mi impiccheranno!». E intanto osservava gli
alti, diritti pioppi che fiancheggiano la Tiburtina lungo la
Piana di Avezzano.
Con Badoglio viaggiava anche il duca Acquarone,
Ministro della Real Casa. Si stabilì di attendere il
passaggio di un'altra macchina. Poco dopo apparve la
«1500» del generale Puntoni. Acquarone la fermò, fece
scendere i due attendenti di Puntoni e di De Buzzaccarini
con i relativi bagagli, poi assieme con il maggiore Litta
ripartì verso Pescara. Umberto di Savoia, intanto, aveva
ceduto il suo pastrano militare a Badoglio, Il vecchio
maresciallo lo aveva subito indossato e se l'era stretto
attorno al corpo. Poi, all'improvviso, aveva rovesciato
l'orlo delle maniche per nascondere i gradi di generale
d'armata. Umberto di Savoia aveva notato il gesto ma non
aveva detto nulla. Più tardi qualcuno disse che il generale
Gamerra (che non aveva mai avuto eccessiva simpatia per
Badoglio) avesse chiaramente mostrato, scuotendo
vivacemente la testa, di non approvare gli eccessivi timori
del maresciallo. «E' forse un male essere prudenti?»,
avrebbe domandato con aria piagnucolosa Badoglio- Ma
la storiella non è vera, anche perché - come abbiamo già
detto - il generale Gamerra non era nell'auto del Principe.
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Frattanto la macchina di Baraldi, più potente delle altre,
aveva acquistato un notevole vantaggio. Il Re, come era
solito fare quando viaggiava, aveva anche quella volta
tirata fuori una carta geografica al 100 mila e l'andava
consultando.
Baraldi ricordò allora che una volta il Sovrano gli aveva
detto, mostrandogli una intera carta geografica d'Italia al
500 mila, tutta segnata con un lapis rosso: «Li vedi questi
segni? Sono le strade che abbiamo percorso assieme. Sai
quanti chilometri abbiamo fatto? Quasi duecentomila». E
lui, Baraldi, aveva risposto: «Maestà abbiamo girato tutta
l'Italia, in una sola, regione non siamo andati assieme: in
Sardegna». Il Re aveva sorriso ed aveva risposto
evidentemente divertito: «E avrei dovuto, secondo te,
imbarcare la macchina, disturbare chissà mai quanta gente
quando invece le prefetture di Cagliari, Sassari e Nuoro mi
facevano trovare autisti più bravi di te e macchine più
belle della mia?».
Una strana serenità
Intanto Baraldi aveva notevolmente aumentato di velocità.
Erano le otto di un mattino chiaro, sereno. Ora la Tiburtina
era deserta. Solo qualche carretto, ogni tanto, procedeva
per la strada. Non si incontravano più, come era avvenuto
un centinaio di chilometri più indietro, alle luci dell'alba,
automezzi militari, carri armati, pattuglie rinforzate.
Pareva anzi che qui la guerra fosse ormai finita. Una strana
serenità era d'intorno.
Nella macchina reale nessuno parlava. Solo De
Buzzaccarini diceva qualcosa all'autista. Nell'interno della
Fiat 2800 il Re teneva nelle sue mani la destra della
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Regina con un gesto di affettuosa protezione. Elena di
Savoia era stanca. Tentava di sonnecchiare ma una curva,
una leggera frenata, bastavano a farle riaprire gli occhi.
Ad un tratto Baraldi chiese al tenente colonnello De
Buzzaccarini: «Quanti chilometri mancavano per Pescara?
». De Buzzaccarini, dopo aver dato una occhiata ad una
carta geografica che teneva sulle ginocchia, disse: «Una
ventina circa ». Baraldi calcolò che (la strada era ormai
abbastanza pianeggiante) in venticinque minuti sarebbero
giunti a destinazione. Poco dopo, invece, attraverso il
citofono, gli giunge la voce del Re: «Baraldi, rallenta.
Sulla tua destra ci deve essere un bivio. Prendilo, ma
fermati non appena avrai fatta la curva». Ubbidì. Poco
dopo il Re scese di macchina subito imitato dal generale
Puntoni e da Buzzaccarini. La Regina, invece, rimase nella
vettura. Il Re disse: «Aspetteremo qui le altre macchine».
Mezz'ora dopo si vide spuntare una «1500». Con sorpresa
di tutti si scoprì che la macchina, di proprietà del generale
Puntoni, non portava più i due attendenti che erano partiti
da Roma, bensì il duca Acquarone e il maggiore Litta.
Dopo rapide spiegazioni, il Re disse ad Acquarone: «Lei
che è in borghese e che non ha una macchina militare,
vada avanti fino a Pescara e veda quello che è successo.
Noi l'aspetteremo qui ». Intanto era giunta anche l'Alfa
Romeo del Principe di Piemonte. Umberto di Savoia
osservò: Invece di attendere lungo la strada non ci
conviene arrivare in un posto più sicuro, a Crecchio per
esempio, dai duchi di Bovino?». Il Re nuovamente
consultò la sua carta geografica, poi concluse: «Sta bene.
Andiamo a Crecchio. L'appuntamento è là ».
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I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
50 OSPITI AL CASTELLO DI CRECCHIO
Il tragico destino della residenza estiva dei duchi di Rovino
Umberto chiede ospitalità per i genitori e per il seguito
Calorosa manifestazione della popolazione
Le fatiche del cuoco per i tre turni della colazione
"C'era proprio bisogno di arrestare Mussolini?", chiese la duchessa a
Badoglio, il quale non rispose
Il maggiore Campello disse al Principe di Piemonte: "Altezza, torni a
Roma ad ogni costo. Ma i sovrani non lo permisero
Inquietudine all'aeroporto di Pescara
Fiorentina era una cameriera veramente chic, come a
Crecchio nessun, aveva mai visto. La si sarebbe potuta
facilmente scambiare - così almeno pensavano molti in
paese - per una gran signora. Invece la vera dama donna
era donna Antonia De Riseis, duchessa di Bovino.
Proprietario del castello che sorgeva all'ingresso
dell'abitato, Peppino di Scipio sorride compiaciuto del
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ricordo, poi continua: «Fiorentina mi lasciava qualche
volta entrare nel castello. Prima però voleva che io mi
togliessi le scarpe perché non avessi a sporcare il parquet.
Chissà che direbbe oggi Fiorentina se vedesse il "suo"
castello ridotto in questo modo.
Peppino di Scipio é il proprietario di un laboratorio di
falegnameria sistemato alla meno peggio negli unici due
vani che ancora restano di quello che fu il castello dei
duchi di Bovino a Crecchio in provincia di Chieti: sono
naturalmente, le cantine, le sole che abbiano resistito alle
mine tedesche, i bombardamenti alleati e ai vandalismi
perpetrati dagli stessi abitanti del posto. Perché un tragico
destino si è abbattuto in quella che era la residenza estiva
dai duchi di Bovino, improvvisamente divenuta celebre
per aver ospitato il 9 settembre 1943 Vittorio Emanuele
III, la Regina, il Principe Ereditario il maresciallo
Badoglio, l'ammiraglio De Courten, il generale Sandalli,
allora ministro dell'aeronautica, il generale Puntoni primo
aiutante di campo del Re, numerosi altri ufficiali superiori
per un totale di circa cinquanta persone.
Oggi di quel castello non restano che i ruderi tristi come
sono tristi tutte le cose morte, inutili come sono inutili
quei castelli diroccati che non possono neppure vantare
antiche origini.
Era una fiera torre duecentesca
Il castello di Crecchio, sorse incorporando una vecchia
torre, cosiddetta dell'olivo, una fiera torre duecentesca che
doveva dominare, a difesa, tutta la stupenda vallata
percorsa dall'Arielli, un modesto fiume più torrente che
corso d'acqua normale. Attorno a questa torre Giovanni De
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Riseis duca di Bovino costruì il suo castello. Egli abitava
per la maggior parte dell'anno a Napoli dove ricopriva non
pochi carichi. Fu infatti il primo podestà di Napoli e uno
dei più attivi presidenti del Circolo dell'Unione. La moglie
sua, donna Antonia, dama di Palazzo della Regina Elerna
fu a sua volta, per 33 anni, presidentessa della Croce
Rossa ed una delle signore più colte e più spigliate della
società partenopea.
I duchi di Bovino avevano cominciato nel 1920 a passare
diversi mesi all'anno in Abruzzo, perché i De Riseis erano
imparentati con alcuni proprietari terrieri della zona di
Chieti e di Lanciano. Nel 1926 era stato ospite dei duchi il
Principe Ereditario, affettuosamente accolto dall'intera
cittadinanza che aveva voluto improvvisargli una
manifestazione di simpatia protrattasi fino a notte inoltrata
con cori e serenate.
Umberto di Savoia era tornato altre due volte, Crecchio
nel 1930 e nel 1932. Questa volta in compagnia della
Principessa di Piemonte. Il ricordo di quei sereni soggiorni
dovette affiorare improvvisamente nella mente del
Principe la mattina del 9 settembre 1943 quando, al bivio
di Chieti Scalo fu raggiunta la Fiat 2800 che trasportava
verso Pescara il Re, la Regina e il generale Puntoni, primo
aiutante di campo del sovrano. Fu proprio Umberto di
Savoia ad osservare che invece di attendere il duca
Acquarone (che era stato mandato a Pescara in
avanguardia) sarebbe stato più prudente lasciare la strada
nazionale. Propose di andare a Crecchio dai duchi di
Bovino, un posto sicuro e fuori dalle strade percorse
eventualmente da colonne germaniche.
Umberto chiede ospitalità
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Il Re aveva approvato la proposta. Cosi mentre il tenente
colonnello De Buzzaccarini, aiutante di campo di servizio
rimaneva nei pressi del bivio per indicare la strada alle
altre macchine del seguito che stavano per sopraggiungere.
L'Alfa Romeo del Principe di Piemonte cominciò a salire
la collina per una strada tutta curve, tutta buche, polverosa
verso Bucchianico, Pretoro, Guardiagrele, Orsogna. Quasi
contemporaneamente partì la Fiat 2800 del Sovrani
condotta dall'autista Giovanni Baraldi.
Un'occhiata ad una carta geografica fa subito comprendere
anche a chi non è pratico dei luoghi che si sarebbe
abbreviato il viaggio di almeno 50 chilometri se
l'autocolonna reale avesse deviato molto prima, subito
dopo Scafa, al bivio che porta verso Manoppello. Ma la
decisione di andare a Crecchio venne presa all'ultimo
momento. Una strada ancora più breve, infine, avrebbe
potuto essere percorsa passando da Ripa Teatina,
Miglianico, Tollo, Villa Grande. Ma l'eccessiva vicinanza
alla costa adriatica sconsigliò forse questo itinerario.
Questa fu l'ultima parte di un viaggio che in seguito molti
si ostineranno a chiamare la fuga di Pescara, un viaggio
massacrante che era iniziato alle 5,10 del mattino dalla
Capitale già minacciata dalle prime colonne tedesche. La
Regina era la più stanca. La più sofferente. Ma non si
lagnava. Sorrideva, invece, tristemente quando il Re le
rivolgeva la parola a le toccava, con delicata cortesia, una
mano per indicarle un paese annidato sul cucuzzolo di un
monte o un casolare seminato lungo la valle.
A Crecchio la piccola autocolonna giunse verso le 10,30.
Il principe scese dalla macchina e, accompagnato dal suo
ufficiale di ordinanza, maggiore Campello, si incamminò
verso il vialone che conduceva al castello del duchi Di
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Bovino. Due ragazzi stavano giocando, Campello, che
conosceva benissimo i duchi perché donna Antonia era
stata amica di sua madre, li riconobbe: erano Giovanni e
Luigi Cafiero, nipoti dei proprietari del Castello. Li
chiamò e disse a loro: «Correte ad avvisare la nonna che
c'è sua Altezza , i due ragazzi sgranarono gli occhi,
osservarono per un attimo il Principe di Piemonte, poi
scapparono a gambe levate, chiamando forte: Nonna!
Nonna!».
Sono successe brutte cose
Donna Antonia apparve sul portone. Era ancora in
vestaglia e per poco non svenne dall'emozione. Si chinò,
con un inchino come solo a Corte si usava fare e bisbigliò:
«Altezza Reale quale onore».
Tra sé il maggiore Campello osservò: «Ora vedrà, cara
duchessa, che cosa le capita addosso! ».
Umberto di Savoia baciò la mano alla anziana nobildonna
(la duchessa aveva a quell'epoca 62 anni) e disse piano,
quasi sottovoce Sono successe brutte cose; ci sono anche
mio padre e mia madre». Donna Antonia De Riseis parve
aver perduto improvvisamente la parola, colpita non solo
perché le veniva annunciata la visita dei Sovrani, ma
perché era la prima volta che sentiva il Principe di
Piemonte accennare al suoi genitori chiamandoli non
come era solito fare «le loro Maestá», bensì «mio padre »
e «mia madre».
Pochi istanti dopo giungeva la macchina condotta da
Baraldi. Il generale Puntoni fu il primo a scendere. Aprì,
lo sportello posteriore ed aiutò la Regina ad uscire dalla
macchina. Donna Antonia conosceva benissimo il
generale Puntoni, ma non lo aveva mai visto in borghese.
39
Stentò a riconoscerla. Un attimo dopo la nobildonna
napoletana correva incontro alla sua Regina. Le due
Signore si scambiarono un lungo affettuoso abbraccio.
Alle 10 e 45 di quell'agitato mattino di settembre gli ospiti
di donna Antonia erano saliti a 50. Nel castello regnava
una agitazione facilmente comprensibile. Donna Antonia
correva ora qua ora là mentre faceva, preparare la
foresteria che era ampia perché comprendeva dieci stanze.
La duchessa riservò immediatamente due camere per il Re
e per la Regina ma Vittorio Emanuele osservò subito con
simpatica semplicità «A noi ne basta una». Un'altra stanza
fu immediatamente preparata per il Principe e una terza
per Badoglio. Gli altri si arrangiarono alla meglio.
La regina parla di Mussolini
Intanto i tremiladuecento abitanti di Crecchio si erano
quasi tutti riversati per le strade. Qualcuno sulle prime,
aveva gridato: « Ci sta lu Re! Viva lu Re! Ben presto però
gli altri avevano osservato: Poveri noi fra poco avremo
sulla testa gli aeroplani alleati, avremo alle costole le le SS
di Hitler,! Mo' arrivano le bombe! Intanto si era sparsa la
voce che con il Re era anche il Principe di Piemonte.
Allora gli animi si rasserenarono.
Gli abitanti di Crecchio ricordavano ancora con affetto le
tre precedenti visite in paese di Umberto. Il principe con la
sua signorilità e con la sua affabilità era riuscito a mandare
in visibilio tutti e a conquistare le simpatie generali. Basta
dunque la notizia della sua presenza perché molti
corressero al Castello e cercassero di improvvisare una
calorosa manifestazione, subito però sconsigliata dai duchi
di Bovino con queste parole: «State calmi; lasciate i Reali
riposare ».
40
Intanto il cuoco napoletano Alfredo, il fattore Sebastiano
Falconi e le domestiche Fiorentina e Rosaria si davano da
fare per preparare il pranzo per tutta quella gente. Vennero
ammazzati una trentina, di polli e messo sul fuoco un
enorme pentolone che ricordava stranamente le marmitte
dei soldati.
Donna Antonia (mentre i suoi ospiti si rinfrescavano il
viso e si mettevano un pò in libertà) si accorse, che alla
Regina mancava il bagaglio. Infatti la macchina della Real
Casa che trasportava le valigie dei Sovrani si era perso,
come già abbiamo narrato nel nostro numero precedente,
subito dopo Tivoli. La duchessa allora offerse un po' di
biancheria e una vestaglia. Poi pensò al pranzo. Decise
anzi di fare come si usa nelle vetture ristoranti o sulle navi
quando i passeggeri sono più numerosi del previsto.
Preparò tre turni. Intanto lei ed il marito si facevano in
quattro perché gli illustri ospiti non avessero a mancare di
nulla. Portando in camera di Badoglio un asciugamano (la
duchessa non poteva certo aspettare che le sue domestiche
arrivassero a servire tutti), donna Antonia chiese al
maresciallo: «Eccellenza, che ne è di Mussolini?» ,
Badoglio rispose: «A quest'ora lo avranno già liberato »,
«Ma aveva tradito Sua Maestá? Occorreva proprio
arrestarlo?», tornò a domandare con una insistenza non
certo diplomatica donna Antonia. Badoglio non rispose.
Alzò le spalle e brontolò qualcosa che la duchessa non
comprese. Più tardi donna Antonia rivolse le stesse
domande alla Regina. Elena di Savoia rispose in francese
(adoperava a volte questa lingua a lei più familiare ancora
dell'italiano con le sue dame di Corte): « Il vous a été fidel
pendant vingt ans...». E c'era nella sua voce una profonda
tristezza.
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Il cuoco si commuove
Alle dodici in punto il primo turno preparato dalla
duchessa era pronto. A tavola sedettero con i padroni di
casa il Re, la Regina il Principe di Piemonte, il maresciallo
Badoglio, il generale Puntoni. Nessuno aveva voglia di
parlare. La Regina assaggiò appena un po' di brodo. Lo
stesso fece il Principe di Piemonte. Il Re e Badoglio
mangiarono di buon appetito e la cosa stupì non poco
donna Antonia che conosceva la straordinaria frugalità del
nostro Re. Vittorie Emanuele elogiò, il pane: « Era tanto
tempo », disse, «che avevo voglia di mangiare del pane
casareccio. Questo poi é proprio buono. Ed eccellente è
anche questo pollo».
L'elogio del Sovrano venne udito dalla cameriera
Fiorentina che serviva a tavola e immediatamente riferito a
don Alfredo, il vecchio cuoco napoletano. Don Alfredo si
commosse fino alle lacrime e ad un certo momento fece
capolino in sala da pranzo facendo inorridire di sdegno
donna Antonia e destando l'interesse di tutti. Don Alfredo
si mise il suo berrettone bianco e piangendo disse al Re:
«Maestá, scusatemi, chisto é 'o jorno cchiú bbello a', vita
mia!». Il Re sorrise.
Servito il caffé fu immediatamente sgombrata la sala da
pranzo e di nuovo stesa altra tovaglia e preparato altro
vasellame. Il secondo turno vide riuniti a tavola i ministri
Sandalli, De Courten, il generale Gamerra, i maggiori
Campello e Litta, il tenente colonnello Valenzano,
segretario di Badoglio e numerosi altri ospiti di cui donna
Antonia non ricorda ormai più i nomi né la fisionomia. Poi
fu successivamente preparato il «terzo turno», mentre gli
autisti mangiavano, alla meglio, nel giardino prospiciente
il Castello.
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I sovrani nel frattempo si erano ritirati nella loro camera.
Donna Antonia (che dopo la morte del marito e la
distruzione del suo castello di Crecchio vive sola a Roma
in Viale Libia, a pochi passi dall'appartamento occupato
da donna Rachele Mussolini) ricorda un altro piccolo
episodio: la serena tranquillità dei due vecchi Sovrani
finalmente liberi di assaporare, nell'accogliente silenzio di
una camera un po' di riposo.
Intanto da Pescara il ministro Acquarone aveva fatto
sapere che laggiù la situazione era tranquilla e l'aeroporto
libero, saldamente presidiato da duemila avieri. Il Re
venne subito informato di quella notizia e, dopo essersi
consultato con Badoglio, decise di ripartire.
Versioni differenti
Donna Antonia precisa che questo avvenne verso 1e 14
ma il racconto che la nobildonna ci ha fatto ha non pochi
punti di contrasto con la breve narrazione che a quella
giornata dedica il generale Puntoni nelle sue memorie. Né
questo è l'unico punto discordante tra 1a due versioni.
Afferma, per esempio il primo aiutante di campo generale
del Re che l'ammiraglio De Courten ed i generali Sandalli
ed Ambrosio non giunsero mai a Crecchio ma si
fermarono a1ll'aeroporto di Pescara in attesa dell'arrivo dei
Sovrani, Donna Antonia, invece, ci ha raccontato: «De
Courten poté trovare la corvetta Baionetta utilizzando il
mio telefono. Appena il ministro della Marina giunse nel
mia castello chiese subito se si poteva telefonare. A
Crtecchio non c'era che un solo Telefono, il mio, collegato
però solamente con la stazione dei Cacabinieri di Ortona a
Mare. Era stata questa una cordiale e simpatica
facilitazione che l'Arma aveva voluto usare a mio marito.
43
Fu dunque servendosi del mio telefono che De Courten
poté chiamare la corvetta "Baionetta" e più tardi
l'incrociatore Scipione l'Africano.
La notevole differenza che si può riscontrare tra le citate
due versioni non deve meravigliare. Gli avvenimenti di
quelle dolorose giornate settembrine sono passati da 15
anni e non è facile poterli seguire con esattezza. Troppe
sono le versioni discrordanti che di continuo seguitano a
fornire alcuni testimoni preoccupati di far risaltare, un
determinato episodio che magari viene negato da altri.
Comunque siano andate le cose la partenza da Crecchio
avvenne in un clima triste. Donna Antonia De Riseis,
duchessa di Bovino, vedendo partire i reali pianse. La
regina abbracciò la fedele dama di corte bisbigliando:
«Che Iddio ci aiuti! Chissà quando ci rivedremo!»
Poche ore dopo, invece, il Re, la Regina, il Principe e
quasi tutte le alte personalità che avevano seguito i reali in
quell'affrettato trasferimento, erano di nuovo a Crecchio.
Che cosa era accaduto? A Pescara il Re aveva saputo che
la corvetta Baionetta" non sarebbe giunta prima della nove
di sera. Il Sovrano allora aveva, accettato il consiglio di
tutti: poiché era estremamente pericoloso seguitare ad
attendere all'aeroporto (che poteva da un momento all'altro
essere occupato dal tedeschi, come era avvenuto poche ore
prima per quello dell'Aspio presso Ancona) fu stabilito che
l'imbarco sarebbe stata spostato a Ortona a Mare e che le
operazioni necessarie saebbero cominciate, verso le undici
di sera. Eco dunque meglio tornare a Crecchio.
Così donna Antonia de Riseis vide di nuovo tornare i suoi
ospiti che credeva invece partiti per chissà mai dove. La
duchessa immediatamente ordinò che si tirasse il colto ad
altri polli, mentre faceva preparare la sala da pranzo per gli
ormai soliti tre turni della cena ma i Sovrani invece,
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preferirono, ritirarsi nella loro stanza e riposare fin verso
le dieci di sera.
Intanto nel cortile del Castello il Principe di Piemonte
aveva iniziato una vivace discussione con il generale
Gamerra e il maggiore Campello. Donna Antonia si trovò
a passare e udì Campello dire: «Altezza Reale, torni a
Roma a tutti i costi ».
Umberto di Savoia guarda affettuosamente il suo aiutante
di campo. Poi rispose:«Campello, in casa Savoia si regna
uno per volta. Noi dobbiamo ubbidire agli ordini del Re» .
Donna Antonia prese coraggio suo malgrado, e tentando di
baciare una mano al principe, disse con le lacrime agli
occhi: «Altezza Reale io l'adoro e Vostra Altezza lo sa.
Ma torni a Roma...»
Il Principe Ereditario chiede ancora di tornare a Roma
Questo secondo intervento parve scuotere ancora di più il
Principe. rivoltosi al generale Gamerra , disse:
«Cercheremo nuovamente di convincere Sua Maestà a
lasciarci fare il viaggio per conto nostro in aereo. Vuoi
dire che invece di andare a Brindisi ci dirigeremo verso
Roma».
Umberto domandò allora a donna Antonia dove fosse il
Re. «E' nel salottino», disse la duchessa. Il Principe lasciò
subito il cortile. Tornò poco dopo triste, preoccupato. «Il
Re vuole che noi partiamo con lui, per mare», disse. Poi
aggiunse a voce bassa: «Soprattutto mia madre insiste ..»
Nessuno ebbe più il coraggio di dare al Principe altri
consigli. Poco prima delle dieci di sera gli autisti
cominciarono a preparare le macchine. Una ventina in
tutto, perché nel frattempo da Roma era arrivata altra
gente. Con delle torce improvvisate si illuminò la corte
45
d'onore del castello e lo spiazzo antistante mentre gli
abitanti di Crecchio convinti che quella fiaccolata avrebbe
finito per richiamare aerei nemici scappavano per i campi.
Fu una partenza ancora più triste ancora più tragica di
quella pomeridiana, resa persino sinistra dai bagliori delle
torce fumose e da una certa confusione che preannunciò il
muovere delle prime macchine. Da Crecchio, a Ortona a
Mare non sono che quindici chilometri. Il breve tragitto
venne compiuto piano a causa della oscurità e della strada
stretta e tutta buche. Osservando le macchine del suo
seguito il Re disse alla duchessa, nell'atto di congedarsi:
«Ma tutta questa gente dove troverà posto se la nave che
attendiamo è un guscio di noce? ».
Vittorio Emanuele ignorava che ad Ortona a Mare avrebbe
trovato altre duecento persone impazienti di imbarcarsi
con lui. Né poteva supporre che tutta quella folla
disordinata (formata da ufficiali in gran parte in borghese)
sarebbe stata la protagonista di uno spettacolo increscioso:
un vero e proprio arrembaggio alla corvetta che minacciò
persino, a causa dell'eccessivo suo carico, di sbandare
nelle, acque del porto.
I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
SOLTANTO Il RE ERA CALMO A PESCARA
La colonna reale giunse all'improvviso all'aeroporto di Pescara presidiato
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da 2000 avieri praticamente disarmati
Le contraddizioni e gli smarrimenti di Badoglio
La grande serenità di Vittorio Emanuele III
Ad un certo momento, quando un attacco tedesco sembra imminente,
viene fatta allontanare la Famiglia Reale che ritorna di nuovo al castello
di Crecchio
Gli ordini che Badoglio dette agli aviatori: "Se arrivano i tedeschi,
andatevene; tra otto giorni torneremo noi e vi ripresenterete"
La Principessa Mafalda rimase sola di fronte al suo tragico destino
rifiutando un asilo sicuro
Chiese il Re: Ma questo stratega quando arriva?
Verso le ore 13,30 dei 9 settembre 1943 l'aviere Antonio
Di Luzio, di sentinella all'ingresso principale
dell'aeroporto militare di Pescara, vide spuntare dallo
stradone nazionale che collega Chieti Scalo con
l'Adriatico, (è l'ultimo tratto della Tiburtina) un convoglio
formato solo da auto militari e civili: erano una ventina di
macchine e procedevano a non eccessiva velocità quasi
cercassero un luogo per parcheggiare. La prima auto (una
1100 grigioverde scoperta) si fermò a non più di venti
metri dalla sentinella, sul lato destro della strada. Di Luzio
vide che trasportava ufficiali superiori. Suonò
immediatamente il campanello che aveva nella garitta e
chiamò il capoposto. Ma prima che qualcuno potesse
rendersi conto di quanto stava succedendo, una macchina
varcò il cancello aperto, poi si fermò. Dalla vettura scese il
Re. Era in divisa. Lo seguivano due signori in borghese, il
generale Puntoni e il ministro Acquarone.
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Senza squilli di tromba
Antonio Di Luzio presentò le armi in ritardo. Il capoposto
urlò: Fuori la guardia! ». Però gli avieri di servizio non
fecero in tempo a schierarsi per rendere al Sovrano i
dovuti onori militari. Né il trombettiere trovò
tempestivamente il fiato per lanciare i prescritti squilli di
tromba. Così il Re entrò con estrema semplicità.
L'ufficiale di picchetto si irrigidì sull'attenti, disse il suo
nome, poi cominciò a "dare le novità": forza presente,
avieri ammalati, avieri puniti...
Vittorio Emanuele stese la mano al giovane ufficiale e
subito chiese: « Mi conduca, per piacere, dal suo
comandante ».
L'aeroporto di Pescara era dal novembre 1942 comandato
dal colonnello marchese Raffaele Martinetti Bianchi, un
ufficiale della riserva che era stato tra i primi piloti d'Italia,
aveva combattuto nella Grande Guerra, aveva seguito con
la sua squadriglia Gabriele d'Annunzio a Fiume, aveva
partecipato più tardi a gare aviatorie internazionali
vincendo a Parigi davanti a numerosi concorrenti
convenuti da quasi tutta l'Europa la Coppa Michelin.
Raffaele Martinetti Bianchi era stato richiamato il 21
maggio del 1940, proprio nell'anniversario della
dichiarazione della Grande Guerra, e destinato dapprima a
Capodichino, poi a Ciampino Sud, come comandante di
quell'aeroporto. Infine era stato trasferito a Pescara. Il
colonnello aveva accettato volentieri quel nuovo incarico.
Egli era abruzzese ed aveva a pochi chilometri
dall'aeroporto, a Silvi marina, una villa. Sperava, una
volta, sistematosi in aeroporto, di poter condurre una vita
calma, lontana dalle "grane". C'era la guerra, è vero, ma il
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campo di Pescara non aveva importanza strategica. Per
questo era stato adibito a scuola dei nuovi aquilotti.
Quando le vicende belliche cominciarono ad andare a
rotoli, l'aeroporto acquistò via via sempre maggiore
importanza, non solo come scuola, non solo come base
per la riparazione degli apparecchi colpiti, ma anche come
punto di partenza per azioni belliche sui Balcani,
sull'Adriatico orientale e sullo Jonio.
Duemila avieri con 200 fucili
Il 9 settembre 1943 erano presenti nel campo più di
duemila avieri. Quel mattino il colonnello Martinetti aveva
fatto distribuire le uniche armi che erano state fornite dal
superiore comando quale dotazione dei reparti: duecento
fucili francesi accompagnati da un solo caricatore non
completo perché contenente appena tre cartucce. I vecchi
fucili '91 e le poche mitragliatrici Breda che avevano fino
allora costituito l'armamento degli avieri, erano stati ritirati
un mese prima e assegnati ad altri reparti che avevano
affrontato il nemico in Sicilia e in Calabria.
«Avevo distribuito quei fucili», ci ha raccontato il
colonnello Raffaele Martinetti Bianchi da noi avvicinato a
Silvi Marina, presso Pescara, «più che altro per dare a una
parte dei miei avieri la sensazione di essere armati. Lungo
la Tiburtina si erano cominciati a vedere soldati sbandati
che fuggivano chissà mai dove: i treni che passavano
proprio accanto al mio aeroporto avevano le vetture
strapiene di soldati: numerosi militari s'erano persino
sistemati sul tetto dei vagoni: uno spettacolo triste,
increscioso ».
Contraddizioni della radio
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A complicare ancor più la situazione locale, a sbandare
ancora maggiormente gli animi era giunta la notizia,
attraverso la RAI, del nostro armistizio, quasi subito però
smentita da uno strano comunicato che però era stato
captato soltanto da una stazione radio da campo sistemata
dal colonnello Martinetti sulla collina di Fontanelle a 10
chilometri in linea d'aria da Pescara. Poco dopo la stessa
stazione cominciò a ricevere strani ordini: familiarizzare
con i tedeschi, cooperare con le nuove autorità "fasciste".
Erano messaggi indubbiamente singolari tanto che il
colonnello ordinò di non tenerli in nessun conto.
Verso le dieci del mattino arrivò un aereo militare. Era un
"S.81". Dal velivolo scese un passeggero in borghese che
chiese immediatamente di parlare con il comandante
dell'aeroporto. Era un generale che aveva avuto l'incarico,
così almeno precisò, di installare una piccola stazione
radio portatile. Gli fu messa a disposizione una stanza
nella villetta degli ufficiali. Quel velivolo non fu l'unico a
cercare rifugio nel campo di Pescara. Da quel momento,
anzi, cominciarono gli arrivi. Dapprima alla spicciolata,
poi in gruppo giunsero apparecchi di tutti i tipi. Ne
arrivarono tanti che il colonnello Martinetti si vide
costretto a dirottarli verso il campo di fortuna di Tortoreto,
distante in linea d'aria circa trenta chilometri. Non dice
dunque il vero Badoglio in L'Italia nella seconda Guerra
Mondiale quando afferma (a pagina 118) che «a Pescara
erano giunti alcuni aeroplani». Gli apparecchi che avevano
trovato rifugio a Pescara e a Tortoreto non erano "alcuni"
ma addirittura un centinaio, una vera e la propria flotta
aerea che andò perduta perché nessuno, né Badoglio, né il
ministro dell'aeronautica Sandalli, ordinò un trasferimento
verso campi più sicuri al Sud, oltre Foggia.
50
Un discorso del Comandante
In mezzo a questo intenso via vai di uomini e di mezzi, gli
avieri del colonnello Martinetti non si erano sbandati. Il
comandante li aveva riuniti poco prima del rancio, alle
10,30. ed aveva fatto loro questo discorsetto: Non tentate
di andarvene. Ormai ci conosciamo da molti mesi. Quando
arriverà il momento vi dirò io stesso di tornare nelle vostre
case. Per il momento una partenza così alla spicciolata può
persino essere pericolosa per ciascuno di coi. Uniti
rappresentiamo una forza ».
Nessun soldato aveva disubbidito. Il campo d'aviazione
era rimasto in ordine, come lo era stato sempre. E così lo
trovò anche Vittorio Emanuele III giungendo quel 9
settembre all'improvviso, senza che nessuno avesse
preannunciato l'arrivo del Sovrano. Neppure il ministro
Acquarone si prese la briga di farlo, pur essendo stato
mandato in avanguardia. Acquarone però s'era affrettato a
comunicare al Sovrano, ospite dei Duchi di Bovino, di
Crecchio, che l'aeroporto di Pescara era ancora in nostre
salde mani. Il ministro della Real Casa doveva aver fatto
questa scoperta passando con la sua macchina innanzi ai
cancelli del campo ed osservando al loro posto le
sentinelle e gli altri uomini di guardia.
Nella Villetta del Comando
Subito dopo il Re, entrò in macchina la Regina. Era
accompagnata dalla fedele e devota sua domestica Rosa
Gallotti che venne scambiata dagli ufficiali dell'aeroporto
per la dama di compagnia della Sovrana. Poi arrivarono gli
altri, l'ammiraglio De Courten, il maresciallo Badoglio, il
51
generale Sandalli, il colonnello Valenzano... Il Principe di
Piemonte giunse quando una ventina di persone si
trovavano già riunite nella villetta del comando. Qui egli
ebbe la piacevole sorpresa di trovare il maggiore pilota
Carlo Maurizio Ruspoli che era stato suo compagno di
infanzia, L'incontro fu estremamente affettuoso.
Intanto la notizia dell'arrivo dei Sovrani, del Principe
Ereditario, del Capo del Governo e di numerose altre
personalità si era sparso per tutto l'aeroporto. Fu un
accorrere di avieri che si schierarono ordinatamente,
davanti al Comando, in silenziosa attesa.
Il colonnello Martinetti Bianchi, dopo aver fatto gli onori i
di casa, si era ritirato coi suoi ufficiali. Prima però aveva
chiesto al ministro dell'aeronautica, generale Sandalli, se
Sua Maestà avesse bisogno di qualche aereo. Ma il
generale Sandalli avevi escluso questa possibilità perché così egli aveva raccontato - il nuovo trasferimento dei
Sovrani diretti verso il Sud si sarebbe svolto a bordo di
una corvetta, forse la "Scimitarra" o la "Baionetta",
Ambedue le navi, tempestivamente avvertite, si trovavano
già in navigazione, alla volta di Pescara.
Quasi contemporaneamente l'ammiraglio De Courten
chiese che un ricognitore venisse mandato sull'Adriatico
per rilevare il "punto", per cercare di individuare cioè dove
si trovavano in quel momento le tanto attese unità della
Marina.
Parte un ricognitore
Il ricognitore partì. Nel frattempo », racconta il marchese
Martinetti Bianchi, mi preoccupai di rifocillare gli ospiti
che apparivano tutti piuttosto stanchi ed evidentemente
preoccupati. Soltanto il Re conservava una impassibilità
52
che a me sembrò stupefacente. In attesa che l'aereo
tornasse, Sua Maestà uscì dal mio comando e si fermò su
di un ballatoio a conversare con me e con i miei ufficiali.
Non parlò della situazione ma preferì informarsi dei nostro
passato militare, delle nostre famiglie. Al capitano pilota
Castiglione, marchese di Penne (una città in provincia di
Pescara) chiese: i suoi concittadini seguitano ad essere
amareggiati perché vent'anni fa ci fu qualcuno che tolse a
loro il circondario?". Ma più che la memoria formidabile
del Re», conclude il colonnello Martinetti Bianchi, - ci
stupì la sua serenità..
Un'ora pin tardi tornò il ricognitore. Il pilota riferì di aver
avvistato una sola delle due vedette, la Baionetta.
Navigava alla volta di Pescara, ma era ancora lontana circa
30 miglia. Il colonnello Martinetti Bianchi fece subito un
calcolo approssimativo e concluse che la nave non sarebbe
giunta prima delle ore 21. Il Re venne immediatamente
informato. Non mostrò nessun disappunto. Guardò,
invece, il suo orologio ed osservò quasi tra sé, pensando
evidentemente ad altro: Ma questo, stratega quando
arriva ?
Nessuno dei presenti comprese la domanda. Verso le
quindici però giunse, ospite anche lui non preannunciato il
generale Roatta, in borghese. Allora fu ben chiaro a tutti
che l' atteso stratega doveva essere lui.
Badoglio piagnucoloso
« Nella mia palazzina », è sempre il colonnello Martinetti
Bianchi che racconta si tenne un nuovo rapporto. Mi parve
che un po' tutti fossero ora più rasserenati. Ormai l'arrivo
della corvetta era certo ed altrettanto sicuro sembrava il
trasferimento verso zone più tranquille. Ma dove sarebbe
53
andato il Re? Un mio pilota rientrato da una missione
verso Brindisi confermò che l'aeroporto di Grottaglie era
libero, non occupato dai tedeschi. Io pensai che sarebbe
stato più opportuno trasferire laggiù tutti gli aerei. Ma né
Badoglio né il ministro dell'aeronautica Sandalli ritennero
di dare un ordine così logico.
« Si erano ormai fatte le, 16 », ricorda il colonnello
Martinetti Bianchi. - Mano mano che le ore passavano, io
mi sentivo sempre più preoccupato per l'incolumità del Re,
della Regina, del Principe Ereditario. Infatti sarebbe
bastato che un plotone di tedeschi. appoggiato da un paio
di carri armati, si fosse presentato davanti all'aeroporto per
scatenare un rapido combattimento, il cui esito sarebbe
stato a noi non certo favorevole, dato il nostro
insufficiente armamento. Il Re, insomma, correva il
rischio di essere fatto prigioniero da un momento all'altro.
Questa mia preoccupazione, precisa l'ex-comandante
dell'aeroporto di Pescara, però non sembrava neppure
passare per la mente agli alti ufficiali che erano al seguito
dei Sovrani. Più tardi un colonnello dello Stato Maggiore
ebbe una peregrina idea: mi invitò a sistemare alcune
mitragliatrici lungo la Tiburtina, allo scopo di
interrompere qualsiasi traffico, Mi opposi decisamente.
Ciò avrebbe provocato proprio quello che io volevo
evitare: uno scontro con i tedeschi.
Corsero parole aspre. Il Colonnello Martinetti, allora si
rivolse a Badoglio. Il vecchio maresciallo fu senz'altro
d'accordo che bisognava evitare qualsiasi conflitto armato
con i tedeschi. E lo disse con un tono così piagnucoloso
che si capì lontano un miglio che la decisione era
soprattutto dettata dalla paura.
Il colonnello Martinetti approfittò di quel nuovo colloquio
per osservare: «Forse sarebbe meglio allontanare
54
dall'aeroporto le loro Maestà ed anche Sua Altezza ».
Badoglio approvò e rispose: « Ora vado a dirlo al Re».
Poco dopo il Sovrano, la Regina, il Principe Umberto e
alcune persone del seguito lasciavano l'aeroporto diletti
per la seconda volta a Crecchio, dai Duchi di Bovino. Fu
anche stabilito che l'imbarco sarebbe cominciato verso le
23 ma non dal porto di Pescara bensì da quello di Ortona,
più vicino a Crecchio e anche meno in vista.
Prima di partire il Re salutò gli ufficiali dell'aeroporto; a
tutti strinse la mano. Nel rispondere al saluto del
comandante dell'aeroporto, il Sovrano osservò, come preso
da improvviso ricordo: «Ma lei non è il Martinetti di
D'Annunzio? Poi, preso da altro, improvviso pensiero,
aggiunse: Quel D'Annunzio... Già, era di Pescara... Un
grande italiano, un grande soldato».
Una frase di De Courten
Partiti i Sovrani rimasero nell'aeroporto l'ammiraglio De
Courten il maresciallo Badoglio, il ministro Sandalli e
quasi tutti gli altri ufficiali superiori che avevano
accompagnato il Re. Verso le ore ventuno tornò il tenente
Castiglione che il colonnello Martinetti aveva posto di
vedetta nel porto perché, con un motoscafo
dell'aeronautica ancora sul fiume Pescara, potesse andare
incontro alla corvetta tanto attesa. Il primo a lasciare il
campo di aviazione fu l'ammiraglio De Courten. Lo
accompagnò il tenente Castiglione. Una volta a bordo
della "Baionetta" De Courten disse a Castiglione: «Dica al
maresciallo Badoglio che lo aspetto dieci minuti.
Trascorso tale termine darò l'ordine di salpare ».
E' evidente che i rapporti tra l'allora ministro della Marina
e il Capo del Governo dell'epoca non dovevano essere dei
55
più simpatici. E' un vero peccato che l'ammiraglio De
Courten seguiti a tacere. Egli ormai non è più in servizio.
Vive, a Trieste ed è presidente del Lloyd Triestino.
Il maresciallo è preso da una fretta indiavolata
Nel corso della nostra inchiesta l'ammiraglio De Courten è
stato, naturalmente, tra i primi ad essere interpellato ma
egli si è ancora una volta trincerato in un ermetico riserbo.
Testualmente ci ha anzi detto: «Le considerazioni che mi
hanno indotto finora e m'inducono tuttora a non uscire dal
mio riserbo sul corso di quegli avvenimenti, presentano
per me un significato di principio, dal quale non ho
ritenuto di potere, per il momento, deflettere né per ragioni
obiettivi, né per motivi subiettivi «».
Ma torniamo al nostro racconto. Il tenente Castiglione
riferì a Badoglio le parole dell'ammiraglio De Courten.
Il maresciallo non si fece ripetere l'invito. Parve anzi preso
da una fretta indiavolata e volle partire subito con l'auto
del comandante Martinetti Bianchi che era sempre
condotta dall'infaticabile tenente Castiglione. Prima di
varcare i cancelli dell'aeroporto, Badoglio si sentì chiedere
dal capitano Torazzi, uno degli ufficiali del campo: «E per
noi Eccellenza, che ordini ci sono? Badoglio, sorpreso
dalla domanda, rispose con innegabile candore: «Se
arrivano i tedeschi, andatevene: tra otto giorni torniamo
noi. Allora vi ripresenterete».
Badoglio non udì 1'indignata risposta del Capitano
Torazzi, come pure nessuno degli alti ufficiali che
s'affrettarono a lasciare l'aeroporto, subito dopo il Capo
del Governo, udì i commenti che il colonnello Martinetti
Bianchi fece assieme con i suoi ufficiali. « Fu chiaro, dice l'ex-comandante dall'aeroporto - che il Re era ormai
56
nelle mani di persone che avevano dimenticato un loro
glorioso passato militare e diventare solo dei fuggiaschi
preoccupati ciascuno di salvare la propria vita.
Arriva Mafalda
Il giorno dopo all'aeroporto di Pescara non ci furono
grosse novità da segnalare. 1 tedeschi non si fecero vivi.
Tutti gli avieri rimasero al loro posto, A Chieti (distante
appena undici chilometri) la divisione "Legnano" era
rimasta compatta agli ordini del generale Olmi. Ciò valse a
dare all'intera zona una apparente tranquillità.
La mattina dell'undici settembre con un aereo di linea
pilotato dal capitano Cattaneo giunse la Principessa
Mafalda. Gli ultimi avvenimenti l'avevano sorpresa in
Bulgaria dove si era recata per i funerali di Re Boris.
morto improvvisamente per cause che nessuno è mai
riuscito a spiegare con sicurezza. L'ipotesi più plausibile
però è quella sostenuta da coloro che ritengono che il
Sovrano sia stato avvelenato per ordine di Hitler.
Due giorni dopo i funerali di Re Boris - il 9 settembre - la
Principessa Mafalda, che era accompagnata dal conte
Federico di Vigliano, gentiluomo di Corte, ripartì in treno
per l'Italia. A Budapest la sorprese il nostro armistizio.
Vigliano riuscì a riparare con la Principessa nella nostra
Legazione, retta dal ministro Anfuso.
Da qui poté telefonare a Roma. Da Villa Savoia rispose il
colonnello Stampacchia, un coraggioso ufficiale che gli
ultimi avvenimenti avevano trovato fermo al suo posto di
lavoro. Stampacchia provvide perché un aereo di linea
partisse immediatamente per l'Ungheria.
Così la Principessa poté rientrare in Italia. Ma dove
atterrare? Il capitano Cattaneo, d'accordo con il Conte di
57
Vigliano, non puntò su Roma ma su Pescara, l'unico
aeroporto con il quale era ancora possibile mantenere un
contatto radio. Qui l'apparecchio giunse verso
mezzogiorno.
« Purtroppo », dice il colonnello Martinetti Bianchi, «i
miei ricordi non si fermano con la partenza dei Sovrani e
con la successiva smobilitazione dell'aeroporto. I miei
ricordi si fermano a questo ultimo episodio estremamente
doloroso per le successive conseguenze. Io avrei voluto»,
è sempre l'ex-comandante dell'aeroporto di Pescara che
narra, «che la Principessa accettasse la mia ospitalità a
Silvi Marina. Sarebbe stata al sicuro nella mia villa.
Confusa con gli altri sfollati non avrebbe avuto quel
tragico destino che la sorte invece le riservò nel campo di
concentramento di Buchenwald. Ma la Principessa aveva
una sola preoccupazione: i suoi figli. Tentai più volte, per
mezzo della mia radio da campo, di mettermi in contatto
con Roma, inutilmente. Riuscii a sconsigliare una
immediata partenza per la Capitale. Alla fine la
Principessa accettò l'offerta del generale Olmi,
comandante la "Legnano". E andò a Chieti.
Non fu certamente una scelta felice. Il giorno dopo i
tedeschi arrestavano il generale Olmi mentre la divisione
si sbandava completamente. La Principessa Mafalda
seguitò ad essere alloggiata al "Sole", un modesto albergo
dove tutti cercarono di renderle meno amaro il soggiorno.
Nel suo diario il conte di Vigliano ricorda i due camerieri
che servirono la principessa, Giovina Cellini e Giovanni
Ricci. Entrambi prestano ancora servizio al "Sole". Ricci
porta sempre in tasca una foto della Principessa Mafalda e
si commuove fino alle lacrime se qualcuno gli ricorda
questa nobile martire.
Forse dice Ricci, «se la Principessa fosse rimasta tra
58
noi...». Identico rammarico esprime il colonnello
Martinetti: «Se la Principessa avesse accettato la mia
ospitalità non sarebbe finita così».
Forse se io avessi potuto tempestivamente farle sapere che
i suoi figli erano al sicuro in Vaticano si sarebbe fermata
in Abruzzo, non sarebbe tornata a Roma come fece una
settimana più tardi. E non sarebbe, sicuramente caduta nel
tranello che i tedeschi le tesero quando le dissero che il
marito, principe d'Assia, voleva parlarle da Berlino al
telefono dell'ambasciata tedesca presso il Quirinale.
Arrestata con questo basso inganno venne deportata nel
peggiore dei campi di concentramento e lì morì dopo
inaudite sofferenze ».
I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
CAOS NOTTURNO PER L'IMBARCO A ORTONA
Il "Baionetta" lascia Pola in missione speciale
A Pescara si imbarca Badoglio che indossa abiti borghesi e la nave
prosegue la navigazione facendo rotta su Ortona
La partenza dei Sovrani, che doveva essere tenuta segreta, avviene dopo
lunga sosta tra una folla di personaggi e di militari anelanti di salire a
bordo
"Dov'è Badoglio?",chiese il Re che lo stava aspettando sul molo. E' a
bordo che dorme da due ore, gli rispose qualcuno. In quel momento,
Vittorio Emanuele comprese che l'Italia crollava e che aveva inizio il
59
dramma dei Savoia
«Tentammo tre, quattro volte di entrare nel Parto di
Ortona ma alla fine dovemmo rinunciarci, non c'era
fondale. Allora il Comandante ordinò di fare delle
segnalazioni verso l'abitato. Da terra ci fu subito risposto:
si accesero delle luci e si spensero quasi immediatamente.
Il Comandante osservò: il Re è là ». L'ingegnere Giulio
Volpi socchiude gli occhi quasi cercando di concentrarsi
di più, per meglio frugare nei luci ricordi. Poi aggiunge,
con un lieve sorriso. Quella fu la nostra più grande
avventura. So di non esagerare affermando che per diverse
ore il destino dell'Italia fu nelle nostre mani ».
Riservatezza tradizionale
Giulio Volpi non esagera affatto, no, anche perché non e il
tipo di farlo. Un uomo che non si lascia facilmente andare
a confidenze. In lui è rimasta la tipica riservatezza che, un
tempo, avevano i nostri ufficiali di Marina quando una
missione militare qualunque essa fosse, rappresentava un
segreto che doveva essere custodito, senza neppure che
fosse necessario dare in merito assicurazioni od impegnare
la propria parola d'onore.
Giulio Volpi vive oggi a Milano. E' ammogliato ha due
figlie e lavora con funzioni direttive in una grande
industria italiana.
L'8 settembre 1943 Volpi era a Pola, aspirante
guardiamarina, imbarcato a bordo della corvetta Baionetta.
Aveva ventuno anni e ricopriva la carica di ufficiale di
rotta. Era di complemento come lo erano tutti gli altri
ufficiali della piccola unità eccezione fatta per il
Comandante, tenente di vascello Pietro Pedemonte. La
60
Baionetta era proprio un guscio di noce. Dislocava appena
640 tonnellate, aveva 120 uomini di equipaggio ed era
armata di due cannoni da 100147 e da 5 mitragliere da 20.
Era una "barca" così modesta che a guerra finita continuò
a navigare battendo la nostra bandiera. Nessuno la volle,
neppure la Russia. E la corvetta è ancora in servizio,
essendo stata rimodernata nel '52 e nuovamente armata
con quattro mitragliere da 40/56, m, ma "porcospino"
(specie di lanciabombe antisommergibili), con quattro
lanciabombe e due scaricabombe.
La corvetta era stata presa in consegna dall'equipaggio
appena un mese prima. Verso il 5 o 6 agosto il
Comandante Pedemonte si era visto consegnare dai
cantieri Breda di Venezia la piccola unità. Impostata un
anno prima sotto la spinta degli ultimi avvenimenti. Poi la
corvetta, dopo una austera cerimonia militare, era partita
per Pola. E qui il suo equipaggio aveva iniziato
l'addestramento. Era, per adoperare una espressione del
gergo automobilistico, in rodaggio. Ma un po' tutti
avevano bisogno di prendere confidenza con la nuova
unità. E l'affiatamento era necessario anche per un altro
motivo: ufficiali ed equipaggio si conoscevano poco tra
loro essendo stati riuniti durante la fase di allestimento
pochi mesi prima.
L'8 settembre dunque, l'aspirante guardiamarina Giulio
Volpi era sceso a terra, verso le 18. Doveva recarsi al
Comando Marina per sbrigare alcune pratiche. Con
somma sorpresa notò lungo le strade concitati capannelli
di persone. Tutti discutevano qualcuno gridava. Che cosa
era successo? Lo chiese ad un passante: «Come? La non
sa gnente?», gli fu risposto. «Xe si, innui l'armistisio ».
La notizia dell'armistizio
61
«Rientrai subito a bordo», ci ha raccontato l'ingegnere
Volpi accettando di narrarmi la sua grande "avventura"
dopo aver superato non poche titubanze. Volpi, infatti, non
ha mai sentito il fascino delle "rivelazioni". Né ha mai
cercato di mettersi in vista raccontando un episodio che e
già storia e che é stato interpretato in mille modi.
«Una volta sulla Baionetta», continua Volpi, «mi presentai
al Comandante e gli riferii la grande notizia. Il
Comandante osservò: "Non dica nulla neppure agli altri
ufficiali. Resti a bordo. Andrò io stesso al Comando
Marina. Per quella sera, naturalmente, nessuno andò in
franchigia. Neppure un uomo lasciò la nave. Il
Comandante chiamò il secondo ufficiale, il sottotenente di
vascello Benedetto Bontá. Lo informò brevemente di
quanto era successo, gli rinnovò le stesse raccomandazioni
che aveva fatto a me, gli diede rapidi, precisi ordini, poi
scese a terra.
Il Comandante tornò tardi io naturalmente, avevo
obbedito. Non avevo informato dell'armistizio neppure gli
altri tre miei colleghi che assieme al Comandante e al
"secondo" formavano tutto lo stato maggiore della
Baionetta. Erano il direttore di macchina Gaetano
Vigorita, il direttore del tiro Enzo Colandosti e il
guardiamarina Guido Bellia del Genio navale.
In missione segreta
All'indomani il Comandante scese ancora a terra. Tornò
poco prima del1e 10 e ci riunì immediatamente nella sua
cabina. Aveva ricevuto Istruzioni dal Ministero della
Marina perché la nostra corvetta si portasse a Pescara a
62
disposizione di quella capitaneria di porto. Ci lesse,
inoltre. il proclama dell'ammiraglio inglese Cunningham
sulla necessità che tutti i mezzi della Marina Italiana si
concentrassero nel porto di Malta. Infine ci mostrò le
istruzioni che gli erano state consegnate sulle segnalazioni
che avremmo dovuto eventualmente adottare nel caso che
sulla nostra rotta si fossero trovate navi alleate.
Ci guardammo sorpresi. I miei colleghi più ancora di me,
del Comandante e del secondo. Nessuno però fece il
minimo commento. Il Comandante aggiunse: "Per quanto
mi riguarda ho deciso di obbedire, Porterò la mia nave a
Pescara. Ognuno di voi però e libero di scegliere. Vi do
dieci minuti per riflettere, ora sono le ore 10,25 vi aspetto
qui alle 10,35". Il "secondo" ordinò l'attenti. Il
Comandante rispose salutando a sua volta, militarmente.
« Alle 10,35 ognuno di noi aveva deciso. Saremmo andati
a Pescara. Ma a fare che cosa? Perché proprio in Abruzzo?
Chi avremmo dovuto attendere? Nessuno era in grado di
rispondere a queste domande.
Così la corvetta lasciò Pola. Il viaggio non presentò
difficoltà di sorta.
Pareva che una strana calma fosse improvvisamente
calata sull'Adriatico, quasi che la guerra fosse finita
davvero con la proclamazione dell'armistizio. Era evidente
però che da un momento all'altro il mare poteva ribollire,
che da un momento all'altro potevano piovere bombe o
scivolare siluri, dalla bianca, ma paurosa "coda" tutta
spuma, tutta morte.
63
Badoglio approda in barchetta
All'arrivo a Pescara «io ero di guardia », ricorda
l'ingegnere Volpi. « Il Comandante mi aveva lasciato ed
era sceso nella sua cabina per mutarsi di abito e così
raggiungere la capitaneria di porto dove lo avrebbero
atteso nuove disposizioni. Stavo appunto approntandogli il
barcarizzo che lo avrebbe condotto a terra quando vidi
venire incontro una barchetta. Pensai si trattasse di un
pescatore. Afferrai il megafono e urlai all'intruso di tenersi
al largo dalla nostra corvetta, come prescriveva il
regolamento. Invece la barca seguitava a scivolare verso di
noi. Vidi allora che il battello trasportava due persone in
borghese. Facevano grandi gesti con le mani. Ad un certo
momento una agitò il cappello e la sventolò quasi volesse
fare dei precisi segnali.
« Lasciai accostare il battello al barcarizzo.
Poi scesi, per aiutare, i due
singolari ospiti a salire a bordo. Riconobbi
immediatamente uno dei due visitatori. E il mio stupore fu
ancora più grande di quello provato il giorno prima
quando qualcuno mi aveva avvertito che era stato
finalmente firmato l'armistizio: avanti a me era il
maresciallo Badoglio. Ma l'altro chi era? Si presentò
subito: "Ammiraglio Raffaele De Courten ministro della
Marina".
«Immediatamente accompagnai i due inattesi ospiti dal
comandante. Poi tornai in plancia. Non sapevo che pensare
di tutto ciò che stava succedendo ».
A questo punto occorre aprire una parentesi. Nella
64
precedente puntata noi abbiamo fedelmente riportate le
testimonianze che ci sono state rese dal marchese
Martinetti Bianchi che fu l'ultimo comandante
dell'aeroporto di Pescara, dopo l'8 settembre. Il marchese
Martinetti Bianchi si scosta alquanto dal racconto
dell'ingegner Volpi. I primi a giungere sotto alla corvetta
non furono Badoglio e l'ammiraglio De Courten bensì il
tenente dell'aeronautica Castiglione e l'ammiraglio De
Courten. Giunsero non su di un battello ma su di un
motoscafo che il comando dell'aeroporto di Pescara aveva
in dotazione, teneva di solito ancorate lungo il fiume che
sfocia, come noto, sull'Adriatico in quella che un tempo
era la zona di Castellammare: Badoglio s'imbarcò più
tardi, circa mezz'ora dopo. Fu ancora il tenente Castiglione
a condurlo a bordo, dopo che l'ammiraglio Da Courten
aveva avvertito: «Se Badoglio si fa aspettare più di dieci
minuti noi salperemo».
Verso un "porto qualsiasi" Comunque queste sono questioni di dettaglio. Le abbiamo
ricordate perché qualche nostro lettore non abbia a
coglierci in apparente contraddizione. Come abbiamo già
avvertito sin dalla nostra prima puntata l'indagine che
abbiamo condotto ci ha sovente posti davanti a versioni
diverse, a volte persino in contrasto. Noi le abbiamo
sempre riferite così come ci sono state raccontate dai
singoli testimoni oculari di quelle tragiche giornate
settembrine.
«Fu Badoglio», ricorda l'ingegnere Volpi «a dire che
accorreva subito salpare verso Ortona. Qui avremmo preso
a bordo altri passeggeri. Chi erano? Quando Badoglio
65
nominò il Re, la regina, il Principe Ereditario,
il capo di Stato Maggiore, il ministro dell'Aeronautica,
guardai il mio Comandante. Lo vidi calmo ma
estremamente preoccupato. Dove avremmo portato i
Sovrani? Né Badoglio né De
Courten lo sapevano». "In un porto qualsiasi" ci disse
l'Ammiraglio De Courten, "purché non ci siano né inglesi
né tedeschi. In un porto ancora italiano".
Ma c'era veramente un porto ancora nelle nostre mani?
Mentre riprendevamo la rotta verso Ortona cominciammo
a preparare gli alloggi per i nuovi ospiti. L'ammiraglio De
Courten dispose che la Regina occupasse l'alloggio del
comandante. Il Re quello del tenente del genio navale
Vigorita, il Principe Umberto l'alloggio dell'ufficiale in
seconda. Badoglio e De Courten si sarebbero sistemati
nella cabina dei guardiamarina che era a tre cuccette .
A Crecchio, intanto, i Sovrani stavano già prendendo
congedo dai duchi di Bovino. Poco dopo le 22
l'autoco1onna reale lasciò il paese diretta ad Ortona. Era
una sera tiepida e c'erano le stelle. Il viaggio fu lento a
causa della oscurità e della strada tutta buche. Il Re, ogni
tanto, osservava quasi tra sé: «Ma tutta questa gente
(alludeva alle altre macchine che seguivano l'auto reale)
dove troverà posto? Come farà ad imbarcarsi? ».
Un "segreto"` troppo noto
Ad Ortona cominciarono le sorprese. La partenza dei
Sovrani avrebbe dovuto essere tenuta segreta. Invece
c'erano, sul molo una cinquantina di macchine con a bordo
strani viaggiatori. Qualcuno era facilmente riconoscibile
66
perché in divisa. Erano ufficiali di Stato Maggiore. I più
però non erano in uniforme. Tutti parlavano forte tutti
erano agitati. Chi era quel tale in borghese con un mitra a
tracolla? Il Re lo riconobbe a fatica: era Roatta. E
quell'altro? E quell'altro ancora? Il Re domandò
chiarimenti a De Buzzaccarini.
Era questi il suo aiutante di campo di servizio; era stato
mandato ad Ortona per predisporre l'imbarco
tempestivamente. De Buzzaccarini. aveva preso contatto
con la capitaneria di porto, con i carabinieri , con la
guardia di finanza. Aveva anche ordinato che i due
migliori motopescherecci di Zi SebastianoFonzi - lo
Zecchino e il Gitano - fossero tenuti pronti qualora la
corvetta, a causa dei bassi fondali, non avesse potuto
entrare nel porto.
Quello di Ortona, infatti, è un porto artificiale che deve
ancora oggi venire quotidianamente dragato se si vuole
che possa servire da rifugio , a una flottiglia di
motopescherecci e a piccole unità della Marina militare.
Durante la guerra il porto a poco a poco era stato
trascurato. Il mare aveva così accumulato, sabbia nel
fondali, tanto che a volte, neppure i trabaccoli erano in
grado di attraccare. Avrebbe potuto farlo la corvetta?
Quasi certamente no. E la conferma venne quando arrivò
la Baionetta. Giunta all'altezza del molo la si intravide
dopo alcuni tentativi, gettare 1'ancora al largo. Da bordo
furono fatti dei segnali.
Intanto il Re, per la prima volta, sembrava preoccupato.
Tutto quell'intenso via vai di macchine, tutto quel vociare
confuso, quell'osservare continuo attraverso i vetri della
67
macchina (i Sovrani erano rimasti chiusi dentro la loro
auto anche sul molo di Ortona) facce nuove per scoprire
poi che si trattava di militari noti, che non avevano esitato
a vestire gli abiti borghesi, aveva finito con l'irritare
Vittorio Emanuele III. Forse solo allora il Re comprese
che a Ortona era l'Italia che crollava, che a Ortona
cominciava il suo dramma, il dramma di tutti i Savoia
Fino allora il Re aveva trattato con ministri preoccupati,
con generali indecisi. Ma aveva anche osservato lungo le
strade reparti ordinati. Nella Tiburtina, aveva incontrato
numerose pattuglie armate, aveva osservato trasferimenti
di nostri mezzi blindati. All'aeroporto di Pescara aveva
visto duemila avieri disciplinati, stretti attorno a1 loro
comandante. E a Chieti - così gli era stato riferito - la
Divisione "Legnano" seguitava a rimanere compatta, gli
ordini del generale Olmi. Ma a Ortona che stava
succedendo? Che cosa volevano tutti quei "borghesi"?
Perché Roatta aveva osato presentarsi a quel modo, come
un ribelle, come un fuggiasco?
Fino allora Vittorio Ernalmele aveva pensato che il suo
viaggio altro non fosse stato se non un eccezionale
trasferimento resosi necessario per salvare la Patria ed
assicurarle la continuità del Regno e del Governo. Ora
invece era chiaro che la partenza si era, contro le sue
intenzioni, trasformata in una fuga. La fuga in un caos.
Solo la sua macchina e quella del Principe Ereditario
conservavano sul cofano i gagliardetti azzurri con 1e,
insegne, reali. Le altre, che pur appartenevano ad alti
ufficiali, non recavano più nessun simbolo. Anzi gli stessi
ufficiali si erano affrettati a gettare la divisa , a nascondere
la loro identità sotto anonime spoglie, da borghesi.
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Le operazioni d'imbarco incominciarono dopo le 23, in
mezzo ad una enorme confusione. Tutti volevano prendere
posto nei due motopescherecci di Zi' Sebastiano Fonzi che
avevano già cominciato a fare la spola tra la corvetta, e il
molo.
Ad un certa momento si udì qualcuno gridare: « Ma
signori ufficiali, un po' di dignità! Abbiamo con noi il
Re!», Nessuno parve ascoltare. I Sovrani intanto,
continuavano a rimanere nella loro automobile. Perché
aspettavano? Il Re ignorava che Badolio si era già
imbarcato. Poche ore prima, all'aeroporto di Pescara, era
rimasto stabilito che il Maresciallo sarebbe andato
incontro ai Sovrani sulla strada di Ortona. Il Re perciò si
ostinava ad attenderlo.
Ad un certe momento domandò sporgendo il capo dal
finestrino della sua macchina: «Il Maresciallo Badoglio
non si è visto ancora?». «Badoglio?», rispose qualcuno
ma quello di sicuro e già a bordo che dorme! ».
I Sovrani salgono a bordo
La maligna supposizione era tutt'altro che infondata.
Badoglio, infatti, si trovava da più di due ore a bordo del
Baionetta.
Verso le 23,40 il Re decise finalmente d'imbarcarsi Non
era più il caso di attendere nessuno. La Regina fu
faticosamente aiutata a prendere posto sullo Zecchino e
con lei la fedele Rosa Gallotti. Poi venne la volta del Re,
del generale Puntoni, del generale Santalli... La barca di
Zi' Sebastiano Fonzi fu ben presto così carica come solo lo
69
era stata durante le feste di S. Nicola, quando i pescatori
sono soliti portare la statua del santo in processione sulle
loro barche lungo lo specchio d'acqua del porto.
Il Re non si era congedato da nessuno. Aveva stretto la
mano al suo fedele autista Giovanni Baraldi. «Arrivederci
Baraldi», gli aveva detto. Poi aveva aggiunto « Cerca il
genera1e Di Raimondo. Dev'essere in mezzo a quella
baraonda là. Il generale ti dirà quello che dovrai fare ».
Baraldi si era tolto il berretto e aveva risposto, con le
lacrime agli occhi: « Va bene, Maestá. Altri ordini? ,
Il Re aveva scosso la testa.
Baraldi non era rimasto ad attendere che lo Zecchino
lasciasse il molo. Non ne aveva avuto il coraggio. Si era
perciò dato da fare per trovare il generale Di Raimondo.
Aveva così saputo che tutti gli autisti avrebbero dovuto
fermarsi a Chieti. Presentarsi al comandante della
divisione "Legnano,", farsi dare della benzina e tentare di
rientrare a Roma. Ma a Chieti nessuno ascoltò Baraldi,
L'autista del Re allora nascose la macchina in un vecchio
mulino. Ma staccò dal cofano il gagliardetto reale.
Fu l'unica cosa che Baraldi riuscì quella notte a salvare. La
macchina venne ben presto scovata dai tedeschi. Baraldi la
vide due mesi dopo a Roma. Era ferma davanti al Teatro
dell'Opera. A bordo c'erano un ufficiale della Wermacht e
una ragazza che rideva a crepapelle.
70
I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
QUANDO SBARCO' IL RE BRINDISI STAVA PER SALTARE IN
ARIA
Nei pressi della piazzaforte i tedeschi avevano minato un immenso
deposito di munizioni la cui esplosione avrebbe raso al suolo la città
Soltanto dopo tre giorni di affannose ricerche fu possibile scongiurare
ogni pericolo
La vita quotidiana dei Sovrani nella Capitale provvisoria: la Regina era
sempre triste
Resistenze degli ammiragli all'ordine di consegnare la Flotta a Malta
Il duca d'Aosta lascia alla Spezia la moglie partoriente per raggiungere il
suo posto accanto ai Sovrani
«Dio sia lodato: è proprio lui, Gigione» e così dicendo
l'ammiraglio Raffaele De Courten, ministro della Marina,
sorrise. Fu quello il suo primo sorriso da quando egli si era
imbarcato sulla Baionetta, la piccola, veloce corvetta che
prima tra tante unità, aveva risposto all'appello di
Supermarina ed era tempestivamente giunta ad Ortona per
imbarcare i Sovrani, il Principe Ereditario, il maresciallo
Badoglio, i generali Ambrosio, Roatta, Sandalli, Puntoni e
numerosi altri ufficiali superiori.
Dal momento del suo imbarco (verso le ore 10 di sera di
quel fatale 9 settembre 1943) fino all'arrivo a Brindisi
71
(fino, cioè, alle ore 14,30 del giorno successivo),
l'ammiraglio De Courten era rimasto in plancia, assieme
con il comandante della nave, tenente di vascello Piero
Pedemonte. Non aveva voluto neppure sdraiarsi per
qualche ora in aperta, come invece avevano fatto i
Sovrani. Ma era rimasto vicino al timoniere, pronto a dare
ordini, a suggerire la rotta. Ad un certo momento era parso
che il viaggio si trasformasse in una catastrofe.
Due "Junker" in cielo
Era stato verso le undici del mattino, quando due "Junker
88" individuata la corvetta, avevano cominciato a
volteggiarle intorno, come se stessero per muovere
all'attacco. Poi i due aerei si erano allontanati.
L'ammiraglio aveva tirato un respiro di sollievo. Egli
sapeva che la responsabilità di quell'eccezionale
trasferimento era interamente nelle sue mani. Era stato lui,
assieme con Badoglio a consigliare quel viaggio per mare;
era stato lui a suggerire come meta Brindisi che sembrava
ancora essere in nostra salde mani. Ma era poi vero che la
città era ancora italiana? Era poi vero che il porto non era
presidiato da truppe germaniche?
La radio di bordo dava come occupati dai tedeschi tutti i
porti, Ma quelle erano notizie esatte o erano invece di
proposito gonfiate e falsate? Ora però la corvetta era
davanti a Brindisi. Bisognava decidere: tentare uno sbarco
oppure no? L'ammiraglio aveva ordinato all'incrociatore
Scipione l'Africano (giunto incontro alla Baionetta
all'altezza di Vieste, nel Gargano) di avvicinarsi
all'avamporto di Brindisi fino al massimo suggerito dalla
prudenza per osservare se dall'alto del castello avevo, che
domina 1a cittadella, sventolasse o no il tricolore.
72
Contemporaneamente l'ammiraglio aveva mandato
attraverso la radio di bordo un messaggio non cifrato
(alleati e tedeschi avevano a più riprese mostrato ormai di
conoscere i nostri cifrari all'ammiraglio di squadra Luigi
Rubartelli, comandante la piazzaforte di Brindisi. Nel
telegramma, volutamente non molto chiaro, il ministro
della Marina ordinava all'ammiraglio di andare incontro
alla corvetta con un motoscafo, verso l'avamporto, non
specificando i motivi di quell'appuntamento tutt'altro che
usuale. Rubartelli (De Courten lo ricordava benissimo) era
non solo un ufficiale intelligente ed energico ma anche
assolutamente devoto alla Monarchia. Inoltre aveva un
aspetto imponente. Alto, massiccio era soprannominato in
Marina Gigione.
Un appuntamento singolare
Il messaggio giunse all'Ammiragliato. Rubartelli si stupì
non poco ricevendolo, soprattutto a causa di quell'ordine,
in realtà singolare: un ministro della Marina non dà
appuntamenti in alto mare, fuori del porto. Se De Courten
però lo aveva fatto, voleva dire che aveva le sue buone
ragioni. D'altronde quelle erano giornate nelle quali
l'imprevisto sembrava una normalità in ritardo. Così
l'Ammiraglio rispose assicurando di aver ben compreso gli
ordini: sarebbe andato incontro alla Baionetta.
Intanto la corvetta era giunta nelle acque di Brindisi. E
subito era stata inquadrata dalle artiglierie costiere. A
bordo ci fu un attimo di smarrimento. Perché dalle
postazioni si cominciava a brandeggiare le lunghe bocche
da fuoco, i grossi 381. Perché si seguiva il piccolo scafo,
nella splendente luce dell'ora (erano le 14,30 circa) come
se si dovesse, da un momento all'altro, colarlo a picco?
73
L'ammiraglio De Courten (che aveva con il binocolo
seguito l'inconsueta esercitazione) pensò, per un momento
che anche Brindisi fosse caduta in mano tedesca; che il
telegramma di risposta giunto poco prima a firma
dell'ammiraglio Rubartelli fosse falso. E fu solo quando
vide un motoscafo avvicinarsi alla Baionetta, fu solo
quando scorse l'alta solenne, inconfondibile figura di
Gigione Rubartelli che comprese come tutto si fosse svolto
nel migliore dei modi.
Dall'alto del barcarizzo il ministro della Marina salutò con
una mano l'ammiraglio Rubartelli, appena il motoscafo
accostò, salì rapidamente la scaletta, salutò a sua volta come il regolamento prescrive - prima la bandiera che
sventolava sul pennone, poi il ministro della Marina.
Avrebbe voluto aggiungere una scherzosa frase, ma De
Courten gli disse precipitosamente: «Sua Maestà ti vuole
parlare».
Rubartelli girò lo sguardo. «Vidi allora», ci ha raccontato
l'ammiraglio rievocando con noi quelle drammatiche
giornate, «schierati a poppa, come se dovessero posare
per una foto. Badoglio, Roatta, Ambrosio, Puntoni,
Sandalli... Al centro in divisa, era il Re. Dietro a lui il
Principe Ereditario. Mi avvicinai e mi irrigidii sull'attenti.
Il Sovrano rispose al mio saluto e subito cominciò a
domandare:
Il Re si informa
Ci sono tedeschi a Brindisi? , «No, Maestà», risposi. « Gli
ultimi reparti germanici hanno lasciato la città la scorsa
notte. « Allora sono già arrivate 1e avanguardie alleate?»,
tornò a domandare il Re.
«Non ho ancora visto un solo inglese, un americano »,
74
risposi. Il Re parve voler aggiungere qualche altra
domanda ma si trattenne Ci fu una lunga pausa. Io ne
approfittai per guardare gli altri personaggi che stavano
davanti a me, tutti inspiegabilmente in borghese.
Confesso, anzi, che sulle prime stentai non poco a
riconoscerli. Erano pallidi, stanchi, sfiniti. Con la coda
dell'occhio sbirciai sulla destra. E fu allora che scorsi, sola,
vestita di nero, la Regina. Accennai ad un inchino. Ma il
Re tornò a parlare: «C'é possibilità di difendere la città da
un eventua1e attacco tedesco? ». Rassicurai il Sovrano e
gli illustrai tutte le misure che erano state da me prese
perché Brindisi potesse respingere qualsiasi attacco.
La città aveva sempre avuto un efficiente schieramento
difensivo che però fino all'8 settembre era stato mantenuto
in funzione antiinglese. L'armistizio aveva suggerito di
rovesciare il fronte. L'ammiraglio Rubartelli, presi
tempestivi accordi con il generale Lerici comandante il 51
Corpo d'Armata, aveva potuto mostrare ai cinquecento e
più tedeschi accampati nei pressi dell'aeroporto che che a
qualsiasi azione di guerra si sarebbe immediatamente
risposto, con energiche contromisure. Il colonnello tedesco
Fireiherr Von Cablenz comandante i vari reparti della
Luftwaffe di stanza a Brindisi, aveva preferito non tentare
nessuna azione di forza. Ed aveva ordinato ai suoi uomini
di lasciare la città diretti più al Nord, verso l'Ofanto.
I tedeschi però avevano lasciato alle porte di Brindisi, nei
pressi della masseria Flaminio un enorme deposito di
munizioni. Misurava due chilometri per due e mezzo e
comprendeva migliaia e migliaia di tonnellate di
munizioni oltre a 40 mila colpi da 88 e a migliaia di
bombe di grosso e medio calibro per aerei.
Il deposito (così credeva l'ammiraglio Rubartelli) era stato
minato non più tardi di un mese prima di un mese prima.
75
A chiedere anzi questa eccezionale misura protettiva era
stato lo stesso ammiraglio comandante la piazzaforte di
Brindisi. Qualora la città fosse stata per cadere in mano
alleata, qualora fosse stato necessario distruggere tutte le
installazioni portuali, autoaffondare le navi attraccate alle
banchine, anche il deposito di munizioni tedesco non
avrebbe dovuto cadere in mano del nemico. Il colonnello
Fireiherr von Cablenz aveva accettato il punto di vista
dell'Ammiraglio italiano. Pochi giorni dopo aveva
telefonicamente confermato che il deposito era stato
minato.
Un rischio tremendo
Poi l'armistizio aveva sconvolto i piani. I tedeschi si erano
allontanati la notte dell'8 settembre. Da allora l'ammiraglio
Rubartelli era vissuto con il cuore in gola. Egli era l'unico
a conoscere l'esatta consistenza dell'enorme deposito
tedesco, era l'unico a sapere che se 1e munizioni
abbandonate dalla Luftwaffe, fossero improvvisamente
esplose, l'intera città di Brindisi sarebbe stata rasa al suolo.
Ecco perché Rubartelli, partiti i soldati tedeschi aveva
immediatamente fatto presidiare il deposito ed ordinato ad
un plotone di artificieri di disinnescare le mine. Ma i
marinai avevano invano cercato. Il deposito sembrava non
minato. Ma ciò era impossibile; le mine dovevano essere
nascoste, chissà mai dove. La ricerca affannosa continuava
quando, il 9 settembre alle ore 11,30, l'ammiraglio si recò
a bordo della Baionetta.
« Ritenni », ci ha raccontato Rubarteli oggi ormai non più
in servizio, «di non svelare al Re le mie preoccupazioni.
Forse se avessi fatto presente che potevamo saltare tutti in
aria da un momento all'altro, i Reali non sarebbero scesi in
76
città. E non perché essi avessero paura (anche i nemici più
accaniti di Casa Savoia ammettono che il nostro Re non
conosceva la paura!) ma perché Badoglio avrebbe portato
tutti in qualche altro porto occupato dagli alleati ».
Comunque i Sovrani sbarcarono. Ma solo tre giorni dopo
Rubartelli poté mettersi tranquillo. Il deposito tedesco non
era stato minato malgrado le assicurazioni date dal
colonnello della Luftwaffe, Fireiherr von Cablenz. Perché?
E' un mistero questo che l'ammiraglio Rubartelli non é mai
stato in grado di spiegare.
Prima di lasciare la corvetta, il Re volle assicurarsi che
tutti a Brindisi avrebbero potuto essere convenientemente
ospitati. «La mia casa», assicurò l'ammiraglio, «è a
disposizione di Vostra Maestà» , Il Re sorrise, poi
aggiunse: «Cercheremo caro ammiraglio, di darle il
mimino disturbo».
Cominciarono così le operazioni di sbarco; i Sovrani
assieme con il generale Puntoni, scesero nell'imbarcazione
dell'ammiraglio Rubartelli. Mentre il motoscafo
attraversava velocemente l'avamporto e il porto, puntando
verso la banchina militare, Rubartelli pensò tra sé «Ora i
Sovrani sbarcheranno e non si troverà neppure un plotone
pronto a rendere gli onori. Dovrò condurre il Re, la
Regina, il Principe a casa ma mia moglie sarà
presentabile? Non starà riposando? Forse se il Re volesse
andare all'Ammiragliato a piedi, io potrei trovare il tempo
di avvertire mia moglie.
Rubartelli allora si fece coraggio e domandò a1 Sovrano:
«Vostra Maestà non preferirà andare a piedi fino al
l'Ammiragliato?».
«No», rispose Vittorio Emanuele. «La Regina ed io siamo
molto stanchi. Ci serviremo della sua automobile»
77
Saluto alla voce
Le sorprese però non erano finite per l'ammiraglio
Rubartelli. Mentre il motoscafo attraversava il porto,
qualcuno segnalò la presenza dei Sovrani. Allora si videro
gli equipaggi delle navi attraccate alle banchine
precipitarsi a poppa gridando: «Viva il Re», «Maestà»,
osservò compiaciuto l'ammiraglio «questa manifestazione
non era preparata».
Il sorriso del Re fu il migliore commento. Ma Rubartelli
seguitò ad essere preoccupato. Come avrebbe accolto gli
ospiti sua moglie. svegliata all'improvviso dal pisolino
pomeridiano? Invece anche quell'«inciampo» si mostrò
inesistente. Quando i Sovrani giunsero davanti alla villetta
dell'Ammirgliato, trovarono ad attenderli sulla porta la
signora Irma Rubartelli vestita con semplicità ed eleganza.
A rendere possibile quel a «miracolo» era stata l'ordinanza
dell'ammiraglio che scorto il Re scendere dal motoscafo:
era corso come una lepre su al Castello, dove appunto era
la villetta del Comandante la piazzaforte. Così la signora
Rubarteli aveva potuto mostrarsi non sorpresa ed
accogliere gli augusti ospiti con il più compito degli
inchini e con il più aperto dei sorrisi.
Oggi a distanza di quindici anni da quelle drammatiche
ore, l'ammiraglio Rubartelli ricorda soprattutto questi
particolari intimi anche perché il recente libro del generale
Puntoni "Parla Vittorio Emanuele III" fornisce dell'arrivo a
Brindisi una versione che non è molto gradita né
all'ammiraglio né alla gentile signora. Afferma, infatti
Puntonii «La signora Rubartelli, svegliata dal riposo
pomeridiano, si presentò alle Regina in veste da camera.
«Avevo invece» , afferma la signora, «un abito bianco... ».
Inezie queste! dirà il lettore. Ma la storia di Brindisi,
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capitale d'Italia è fatta anche di questi piccoli, segreti
episodi. Sono anzi codesti ricordi quelli che rendono viva
mia vicenda che ormai appare tanto lontana.
Il primo problema che si presentò all'ammiraglio
Rubartelli fu proprio quello logistico. Dove sistemare
tutti? Era logico pensare che l'arrivo dei Sovrani avrebbe
immediatamente richiamato a Brindisi altra gente.
Rubartelli però non avrebbe mai supposto di dover
ospitare un numero così grande di militari.
Gli accademisti montano la guardia
Tra i primi a giungere furono gli allievi dell'Accademia
Navale. Arrivarono il 13 settembre sul Saturnia dopo una
movimentata navigazione. Il loro arrivo parve a tutti di
buon auspicio. Quei giovani schierali in coperta che
salutavano alla voce il Re non erano forse il simbolo della
rinascita della Patria? Vittorio Emanuele chiese per
qualche giorno di avere gli accademisti a guardia della
villetta da lui occupata. In loro vide la continuità delle
nostre tradizioni militari, la speranza di un rapido
concludersi di avvenimenti dolorosi. Purtroppo le cose
presero a poro a poco, una piega ben diversa. Ma chi
avrebbe previsto che dalla partenza del Re da Roma
all'arrivo nella capitale degli Alleati sarebbero passati
nove mesi? Nessuno. E tanto meno il Re che, come
militare, doveva anche lui aver sopravalutato la
preparazione strategica degli alleati, Egli era anzi convinto
che il momentaneo offuscarsi del prestigio della
Monarchia sarebbe cessato non appena, nel giro di qualche
che settimana, avrebbe potuto far ritorno loro, a Roma con
le nostre truppe.
Invece ben altri trasferimenti il destino, gli stava
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riservando: Ravello, Napoli, Raito, poi ancora Napoli ed
infine l'esilio nella lontana, ospitale terra egiziana.
Comunque, quel giorno, sbarcando a Brindisi, il Sovrano
non era preoccupato come a Ortona egli aveva scelto un
estremo lembo d'Italia ancora non occupato, dove avrebbe
potuto esercitare in piena libertà, le prerogative della
Corona.
Un telegramma di Eisenhower
C'erano stati, è vero, episodi dolorosi e persino
inspiegabili di sbandamento di disobbedienza, ma erano
fatti che purtroppo qualunque Nazione sconfitta deve
sempre registrare. L'importante era porre un freno a quei
paurosi ondeggiamenti e ristabilire subito l'autorità e
l'ordine.
Questo disse il Re la mattina dopo ricevendo nel salotto
della palazzina dell'Ammiragliato il Principe di Piemonte,
il maresciallo Badoglio, i ministri Sandalli e De Courten, i
generali Ambrosio, Roatta, Puntoni e il ministro
Acquarone. Tutti erano estremamente fiduciosi. Il Re lesse
anche un messaggio inviato poche ore prima a Badoglio
dal generale Elsenhwer. Il messaggio, corretto ma non
certo gentile indicava le direttive per dar subito inizio ad
una collaborazione tra le truppe alleate e il Governo
italiano.
Terminata la riunione, il Re si trattenne ancora a parlare
con Badoglio e De Courten. Fu allora che il ministro della
Marina informò il Re del gravissimo incidente accaduto
tre giorni prima a Taranto.
La sera dell'8 settembre l'ammiraglio di squadra Bruto
Brivonesi comandante in capo il dipartimento e 1a
Piazzaforte, aveva ricevuto l'ordine di far trasferire a
80
Malta tutte le unità da guerra all'ancora nel Mar Grande.
Brivonesi aveva subito mandato a chiamare l'ammiraglio
Alberto, Da Zara, comandante tutte 1e unita dislocate
nello Jonio, l'ammiraglio Luigi Istmi comandante un
gruppo di incrociatori, comprendente il Cadorna, il
Pompeo Magno e lo Scipione Africano. All'ordine di
Portare le unità a Malta, l'ammiraglio Galati aveva
osservato con estrema vivacità: «Supermarina parla di
armistizio. Ma questa parola che significa Tregua d'armi?
Se e così vuol dire che la lotta potrebbe essere ripresa da
un momento all'altro. E allora perché consegnarci agli
inglesi? ».
Brivonesi aveva a sua volta, osservato: «Più che armistizio
questa è una vera e propria resa. Continuare 1a guerra
sarebbe pazzesco, delittuoso». L'ammiraglio Galati allora
aveva aggiunto concitatamente: Se questo non è
armistizio, se questa è resa, io allora rifiuto di portare le
mie navi in un porto nemico. Io ho sempre pensato che il
dovere di un marinaio sia quello di combattere e non di
arrendersi. La nostra storia navale non ricorda una sola
nave che si sia consegnata al nemico volontariamente ».
Che gli inglesi non intendessero chiamare armistizio gli
accordi firmati il 3 settembre a Cassibile da Castellano
bensì resa lo si capì subito. Perché con una insistenza
esasperante le radio alleate cominciarono a trasmettere la
notizia della «surrender of the Italian battle fleet».
Il rifiuto di Galati
L'arrimiraglio Brivonesi però fu inflessibile: da
Supermarina erano diramati degli ordini, in nome del Re.
Un soldato non discute gli ordini, ma ubbidisce anche se
ciò può costargli il più grande, il più doloroso dei sacrifici.
« E' vero aveva risposto l'ammiraglio Galati. Anche a me é
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stato insegnato che l'obbedienza deve essere cieca,
assoluta, rispettosa. Però quando uno arriva a vestire il
grado di ammiraglio deve poter ragionare con la propria
testa. Io mi rifiuto di andare a Malta.
Galati venne sbarcato e immediatamente mente posto agli
arresti. Con ogni probabilità sarebbe state fucilato. La sera
del 13, l'ammiraglio fu condotto a Brindisi . Qui (così egli
pensò) sarebbe stato processato per direttissima. Invece
venne immediatamente portato alla presenza l'ammiraglio
De Courten Uscì da quel colloquio (Galati ha narrato quei
drammatici momenti sul n. 30 di Candido) più tranquillo e
più sereno. Il giorno dopo rivestì la divisa e cominciò a
lavorare in un ufficio accanto a quello del ministro della
Marina.
Che cosa era successo? De Courten aveva guardato a
lungo l'ammiraglio Galati. Con i suoi 46 anni era uno dei
giovani e brillanti ammiragli della nostra Marina. Aveva
un passato militare di prim'ordine. Come capitano di
vascello sul glorioso Vivaldi aveva affondato, speronando
il sommergibile inglese Oswald riuscendo inoltre a salvare
quasi interamente l'equipaggio nemico Successivamente
aveva scortato in Africa decine e decine di trasporti carichi
di truppe italiane e tedesche senza mai perdere un solo
piroscafo. Infine era stato Capo di Stato Maggiore del
Comando Marina Libia e successivamente, comandante
della piazzaforte di Tobruk.Era, insomma, un magnifico
soldato.
Poi De Curten aveva cominciato a parlare in tono aspro
che s'era però andato facendo a mano a mano più calmo.
Alla fine aveva teso la mano all'ammiraglio «ribelle» e gli
aveva detto «Ora bisogna ricominciare. Non posso
privarmi di te». Il ministro della Marina avrebbe voluto
aggiungere ancora altre cose ma aveva preferito in quel
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momento tenere un segreto.
Quello che accadde a Malta
Solo a guerra finita, 1' ammiraglio Galati seppe che a
ordinare la sospensione di qualsiasi processo era stato il
Re in persona. Vittorio Emanuele III aveva fatto questo
per due precisi motivi: perché aveva ritenuto necessario
che il suo primo atto di regno da Brindisi nascesse sotto il
segno della conciliazione e perché quel suo gesto regale
avrebbe forse fatto comprendere agli alleati tutto lo sdegno
del Sovrano il Italia per l'ignobile trattamento che essi
avevano riservato alla cerca Flotta.
Infatti appena le nostre navi giunsero a Malta furono
immediatamente presidiate da picchetti armati. Tra gli
equipaggi si verificarono incidenti più o meno gravi. Il
comando inglese minacciò l'affondamento dagli
incrociatori dell'ammiraglio Biancheri. Intervenne con
energia l'ammiraglio Da Zara. I picchetti armati furono
ritirati e le armi leggere restituite. Fu però lasciato su ogni
nave un ufficiale inglese con l'ordine di non familiarizzare
con i nostri, di non partecipare alla mensa comune. Il 12
settembre ci furono richieste due unità: avrebbero dovuto
portare armi e viveri in Corsica ai nostri soldati. Furono
inviati l'Oriani e il Legionario. Ad Algeri furono oggetto
di bassi insulti da parte dei francesi. Poi le due navi
vennero caricate con soldati ed armi francesi e mandate in
Corsica a rifornire truppe francesi, non Italiane. In tal
modo ebbe inizio l'opera della nostra Flotta.
Malgrado queste umiliazioni, lo schieramento della
maggior parte della nostra Marina sotto i cannoni inglesi
come orgogliosamente telegrafò l'ammiraglio
Cuiminghum a Churchill fu uno spettacolo. ha osservato
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uno storico imparziale, di forza, di efficienza, di
disciplina, di obbedienza al Re che impressionò
favorevolmente l'opinione mondiale e che fece credere a
una qualche residua solidità dello Stato italiano. E'
possibile anzi che gli inglesi ne rimanessero
eccessivamente colpiti, tanto che decisero di eliminare del
tutto l'ormai inesistente pericolo. Infatti le due corazzate
Italia e Vittorio Veneto furono dirottate per Alessandria
con altre sette nostre unità. Qui vennero totalmente
disarmate e private persino della radio. Da Alessandria 1e
due navi da battaglia furono portate nei Laghi Amari del
Canale di Suez
I "calici amari" del Re
Da quel momento incominciarono anche per il nastro Re
giornate amarissime, quelle che egli in seguito doveva
definire, con espressione evangelica, i suoi calici amari.
Il Sovrano era sistemato nell'appartamento fino allora
occupato dall'ammiraglio Rubartelli. Era un appartamento
semplicissimo dove però Vittorie Emanuele ed Elena di
Savoia mostrarono subito di trovarsi a loro agio. Anzi
chiesero all'ammiraglio Rubartelli di riprendersi, se egli
avesse creduto, il cuoco Tommaso. «E' troppo bravo »,
osservò il Re. «Io sono abituato a mangiare cibi semplici.
Lei invece. Ammiraglio. devo continuamente avere ospiti.
Noi preferiamo per quanto ci sarà possibile, vita ritirata.
Tommaso perciò non ci serve.
Invece i Sovrani mostrarono di gradire due altre persone di
servizio. La cameriera della Regina, Rosa Gallotti da 35
anni vicina ad Elena di Savoia venne praticamente ad
avere compiti di dama di compagnia. La buona, discreta,
fidata Rosa era l'unica con la quale la Sovrana poteva
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confidarsi, parlare dei suoi figli lontani, dei suoi nipoti
sparsi per il mondo. L'ammiraglio Rubartelli fu ben lieto,
dunque di cedere al Re il suo attendente, Renato Chellivi e
la cameriera di casa Lena Vallucca. Oggi Chellini vive a
Genova ma lavora a Sestri Ponente in una società che
produce amianto.
Ha sposato a guerra finita colei che gli fu compagna di
lavoro a Brindisi la Lena Vannucci.
«I nostri compiti », ci ha raccontato Chellini, « erano
semplicissimi Noi ci limitavamo a servire a favola. Solo a
volte eravamo chiamati a dare una mano a Rosa Gallotti e
a Pierino Masetti, il cameriere che Vittorio Emanuele si
era portato da Roma. I sovrani non stavano a tavola mai
più di mezz'ora Erano, di solito, soli. Conversavano in
francese. A volte sedevo alla loro mensa il Principe di
Piemonte, quando non era in giro per ispezionare i resti di
quelle che erano state le armate dal Sud.
La vita quotidiana dei Sovrani
La giornata del Re a Brindisi (è sempre Cappellini che
racconta) era regolata così: alle cinque e mezzo sveglia,
bagno e piccola colazione. Alle sei il Re era già sceso in
cortile. Assieme con il fedele Masetti e con il generale
Puntoni partiva per qualche solitaria passeggiata. Alle otto
rientrava, sedeva nello studio, prendeva visione dei
giornali, della posta. Alle nove cominciava a ricevere. I
visitatori erano sempre molti.
« La seconda colazione aveva luogo a mezzogiorno in
punto. Poi il Sovrano andava a riposare fino alle quattro.
Quindi, se non aveva altri impegni o se non decideva di
uscire per visitare qualche reparto o qualche ospedale,
riprendeva a ricevere gente. Alle otto in punto cenava. Il
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menù era ancora più semplice di quello di mezzogiorno.
Molta verdura, grandi piatti d'insalata di cui il Re era
ghiottissimo.
« Verso le ventuno e trenta - anche se c'erano ospiti - il Re
si ritirava nella sua stanza. La Regina, invece, continuava
a rimanere alzata. Di solito passava il tempo facendo dei
lunghi solitari con le carte. Ricordo che una volta mi disse
di conoscerne ben 114. A differenza del Re - conclude
Renato Chellimi - la Regina era sempre triste. Si occupava
di opere benefiche, visitava istituti e asili di infanzia,
riceveva molta lettere. Ma si capiva benissimo che i suoi
pensieri erano lontani ». Renato Chellini conserva di
quelle giornate un quadro abbastanza sereno. Invece
furono soprattutto per Vittorio Emanuele. dolorosissime,
piene di pensieri, costellate da umiliazioni continue. Il Re,
invocato da tutti il 25 luglio, non ancora discusso l'8
settembre, stava per essere abbandonato proprio da coloro
che avrebbero dovuto tu invece essergli più vicini e primo
fra tutti dal maresciallo Badoglio, che diveniva di giorno
in giorno più ambiguo pia ostile, più pretenzioso.
La liberazione di Mussolini
Il 14 settembre era arrivata la delegazione angloamericana
capeggiata dal generale britannico Frank Mason Mac
Farlane. Il generale inglese si era presentato al nostro Re
con l'evidente intenzione di umiliarlo in shorts.
L'atteggiamento sereno ma fermo dal Sovrano aveva finito
col mettere in imbarazzo l'altezzoso l'ufficiale. Ma i calici
amari" di Vittorio Emanuele non erano finiti. Erano anzi
appena cominciati. Il Re non aveva vicino a sé nessun
ministro tranne quelli militari, nessun funzionario degli
Esteri, nessun sottosegretario. Il suo era un governo
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fantasma intanto la radio di Monaco seguitava a
trasmettere notizie che parevano assurde: Mussolini
liberato annunciava un nuovo governo. Dopo un discorso
di eccezionale violenza centro il Re, il maresciallo
Graziani accettava di divenire ministro dalle Forze Armate
di Mussolini, pur avendo, pochi giorni prima ad Anagni, in
un colloquio con il Principe di Piemonte, riaffermato il suo
attaccamento alla Monarchia. Persino Botto, il leggendario
"Gamba di Legno" uno degli aviatori più fedeli alla
Monarchia, si metteva contro il Re, diveniva ministro della
nuova aviazione fascista repubblicana. E che dire di
Mazzolini un diplomatico che il Re aveva un giorno
definito ridendo il monarchico arrabbiato? Anche lui era
passato dall'altra parte parte.
Motivo di profonda amarezza seguitavano infine ad essere
per il vecchio Re, la defezione dei sommergibili atlantici
comandati da Grossi e l'improvvisa decisione del principe
Valerio Borghese, comandante la Decima MAS di
continuare la lotta a fianco dei tedeschi.
Borghese l'8 settembre si trovava alla Spezia, agli ordini di
Ajmone di Savoia divenuto, dopo la morte a Nairobi del
fratello Amedeo duca di Aosta.
Ajmone e il Principe Borghese
L'armistizio aveva sorpreso tutti. Aimone di Savoia si era
sulle prime rifiutato di dare credito alla notizia diramata da
Radio Londra. Al Principe Borghese aveva detto « Vuole
che io che comando tutti i MAS e che per di più sono un
principe reale non sia stato preavvertito? »
Ma il rapido e disastroso susseguirsi degli avvenimenti
aveva fatto comprendere la realtà. Valerio Borghese allora
aveva consigliato il Duca d'Aosta, di rimanere alla Spezia
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(il Duca ora alloggiato a Villa Carnevale, a Lerici), in
attesa degli eventi che non avrebbero certamente mancato
di precipitare. Ma il Duca aveva detto: «Io come principe
del sangue ho un solo dovere: essere vicino al mio Re.
All'alba era partito a bordo di una torpediniera dopo che il
ministro della Marina era riuscito a far giungere alla
Spezia l'ammiraglio Nomis di Pollone, latore di precisi
ordini.
A Lerici rimase la consorte, duchessa Irene di Grecia che
attendeva un bambino da un momento all'altro. Il
comandante Borghese si preoccupò della sua incolumità.
La Duchessa mise alla luce proprio in quel giorni un
maschietto che fu chiamato Giovanni e che oggi è l'unico
maschio del ramo Aosta. Un ufficiale di Marina rimase
accanto alla duchessa fino alla fine della guerra. Ciò non
valse ad impedire più tardi che 1a duchessa venisse
internata in Germania malgrado le proteste del
comandante Borghese e i suoi continui interventi presso il
comando supremo germanico.
Ma, l'interessamento di Borghese per gli Aosta non
spiegava affatto agli occhi del Re la decisione presa
dall'eroico comandante della Decima Mas di seguitare una
lotta disperata, di tenace fede ad una alleanza che lo stesso
Sovrano aveva deciso di troncare in base al sacrosanto
principio per cui nessuna nazione é tenuta a fare
l'impossibile. Era machiavellismo questo o era necessità?
Intanto i "calici amari" di Vittorio Emanuele seguitavano
ad aumentare: Badoglio irresoluto, tentennante, desideroso
di dichiarare guerra alla Germania; gli Alleati sempre
pronti ad umiliare tutti; il fronte fermo; il rientro a Roma
sempre più lontano. A Bari era sbarcato Sforza. Vittorio
Emanuele avrebbe forse potuto impedirne il rientro ma
non volle. Sforza era Collare dell'Annunziata. Possibile
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che venisse solo a seminare zizzania? Invece Sforza si
affrettò a chiedere l'abdicazione del Re, subito appoggiato
da Benedetta Croce e... dal maresciallo Badoglio.
Vittorio Emanuele non riusciva capire quello che stava
succedendo Un giorno, in un momento di scoramento, il
vecchio Re confessò ad un suo fedele dignitario: «A volte
penso proprio di andarmene; di dire anch'io come l'ultimo
re di Sassonia ai suoi ministri: Macht euch euren Dreek
allein. E cioè: "Cari signori, fatevi i vostri sporchi affari.
Ma che succederebbe dell'Italia? Ecco perché rimango,
deciso a bere fino in fondo l'ultimo mio calice amaro ».
I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
Umberto cercava la morte sul campo di battaglia
Il primo Consiglio della Corona nel regno del Sud
I difficili rapporti con gli Alleati superati dalla diplomazia e dallo spirito
di sacrificio del Principe, al quale il generale Clark tributò viva
ammirazione
Badoglio si schiera con Croce e Sforza contro la Monarchia
Una lettera di Giorgio VI a Vittorio Emanuele III
Si ricompone l'Esercito: prima di condurre i reparti al combattimento di
Monte Lungo il Principe di Piemonte sorvola le posizioni nemiche da
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bassissima quota, scampando miracolosamente al fuoco antiaereo
Sabato 11 settembre 1943, ore nove e tredici: Brindisi
nuova e incerta capitale d'Italia registra questa sua data di
nascita. Quel giorno, infatti, inizia la sua fragile vita lo
Stato italiano che Badoglio ha voluto trasferire al Sud. Il
Re tiene consiglio nel salotto dell'ammiraglio Rubartelli,
comandante la piazzaforte. Sono presenti, il Principe di
Piemonte, il Capo del Governo, i ministri De Courten e
Sandalli, i generali Ambrosio, Roatta, Puntoni e il ministro
della Casa Reale, Acquarone. Nessun altro.
E' una strana riunione dove tutti sembrano impacciati,
scorati, tristi. Solo il Re è calmo e tranquillo, quasi che
quel piccolo ambiente borghese, quel salotto modesto ma
accogliente, si addica ai suoi gusti di uomo semplice.
Inforca gli occhiali e legge: è un messaggio di
Eisenhower. Contiene le direttive per una immediata
collaborazione tra le truppe alleate e il governo italiano.
Badoglio, ad una precisa domanda del Sovrano, si affretta
ad assicurare che tutte le richieste di Eisenhower sono
state accolte.
Il Re chiede ai presenti se ci sia qualcuno che abbia
qualche osservazione da fare: ma nessuno parla.
Allora il Re propone di lanciare un proclama agli Italiani.
A sua volta Badoglio dichiara di volere anche lui rivolgere
un messaggio al popolo. Vittorio Emanuele guarda
alquanto sorpreso il maresciallo. Vorrebbe dire qualcosa,
però finisce con l'approvare la proposta del Capo del
Governo con un lieve cenno di assenso.
Un proclama agli Italiani
Poi la riunione si scioglie. Ma nessuno sa dove andare,
90
nessuno sa che cosa fare. Il Re che di buon mattino ha
visitato i lavori di fortificazione intorno alla città, si trova
anche lui, forse per la prima volta in vita sua, a non sapere
come impiegare il tempo. Preferisce allora ritirarsi in una
delle varie stanze che l'ammiraglio Rubartelli gli ha messo
a disposizione nella palazzina dell'ammiragliato. Il
Principe di Piemonte, che durante quel breve Consiglio
della Corona non ha detto una sola parola, è il primo ad
andarsene. Uno dei suoi aiutanti ha scovato una vecchia
Lancia ancora efficiente. L'ammiraglio Rubartelli ha
prontamente fornito la benzina necessaria non senza aver
raccomandato alle persone del seguito di consigliare Sua
Altezza a non allontanarsi dalla città. A pochi chilometri
da Brindisi si spara. Né il pericolo è minore dove non si
combatte. Centinaia di operai fino allora impiegati in
lavori di fortificazione, potrebbero improvvisare
manifestazioni ostili o comunque antipatiche. Meglio
perciò rimanere all'ammiragliato, come fanno tutti gli altri,
Badoglio in testa.
Ma Umberto di Savoia non è certo 1'uomo adatto ad
accettare consigli di prudenza. Inutile parlargli di
mitragliamenti aerei, di scontri di avanguardie, di
manifestazioni ostili. A Brindisi è al sicuro, ma è come se
fosse se confinato in una fortezza. Parte perciò subito e
non rientra se non a notte inoltrata quando già si parla di
mandare qualche reparto volante alla sua ricerca.
Umberto coi cittadini e i soldati
Da quel giorno la vita del Principe è una sola: girare di
continuo, senza una meta, alla ricerca di reparti italiani,
nel desiderio continuo di avere contatti diretti coli soldati e
cittadini. Mesagne Ostuni, Grottaglie. Copertino,
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Cisternino, Fasano, Locorotondo, Martina Franca, Taranto
non sono che alcune delle prime località visitate.
Dovunque entusiasmo indicibile. Le popolazioni si
riversano per le strade e improvvisano commoventi
manifestazioni. Non meno commoventi sono i contatti che
ha il Principe con i nostri soldati che egli incontra per la
strada disarmati, laceri, scalzi o con qualche reparto
rimasto miracolosamente compatto intorno a un superiore
che ha saputo mantenere il prestigio e la fiducia nei suoi
uomini.
Fa un caldo asfissiante e dappertutto manca l'acqua perché
i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare in più punti
l'acquedotto pugliese. Ogni tanto, si incontrano reparti
alleati. Qualche soldato canadese riconosce il Principe e lo
guarda stupito come una bestia rara. Qualche altro, più
ardito, ferma la macchina e chiede un autografo. Il
Principe è sempre regale e gentile con tutti, tanto che ben
presto il suo arrivo è desiderato anche dai soldati alleati.
Un giorno il Principe si spinge fino a Potenza dove nessun
ufficiale italiano è stato più visto dai primi di settembre.
Potenza ha subito dopo l'evacuazione tedesca e dopo la
firma dell'armistizio tre violenti bombardamenti aerei che
hanno provocato centinaia di vittime e danni materiali
gravissimi. La notizia dell'arrivo di Umberto di Savoia si
sparge rapidamente. Una folla immensa si riversa per le
strade. Tutti vogliono vedere il Principe, tutti vogliono
parlare con lui, L'entusiasmo è tale che ne è contaminato
lo stesso, freddissimo, governatore inglese della città certo
maggiore Middleton alla fine si decide anche lui e si
presenta al Principe. Poi è la volta di due giornalisti
canadesi che tempestano il Principe di domande. Vogliono
sapere com'era vestito l'8 settembre, quando fu l'ultima
volta che vide Mussolini, quali sono i suoi hobbies, qual il
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suo piatto preferito.
La guerra è un lusso
Rientrando a Brindisi, il Principe mostra ad un aiutante di
campo gli enormi cumuli di materiale bellico che si
incontrano dovunque ai lati delle strade, poi osserva: « Se
avessimo avuto noi la decima parte di tutta questa roba...
». Vorrebbe aggiungere qualche altra osservazione ma si
trattiene. Il suo aiutante, però, ne indovina i pensieri e a
sua volta, conclude: « Se avessimo avuto noi tanto
materiale avremmo fatto scappare a gambe levate gli
inglesi dal Mediterraneo e dall'Africa».
Umberto di Savoia sorride tristemente, poi dice: «Solo i
popoli ricchi possono permettersi il lusso di dichiarare le
guerre». Poi, quasi volendo a tutti i costi scacciare un
pensiero che torna assillante, egli aggiunge, indicando qua
e là case diroccate, binari divelti, ponti saltati: « Se per
liberare l'Italia gli Alleati dovranno usare questo stesso
rullo compressore, poveri noi! -Meglio sarebbe stato allora
seguitare la lotta fino alla fine completa, dal momento che
non avremmo subito rovine maggiori».
Il Principe è triste e scorato. Sembra anzi che cerchi la
morte a tutti i costi. Persino il generale americano Clark,
comandante la V Armata, ha questa impressione. In un suo
libro di Memorie, tradotto anche in italiano e pubblicato
dal Garzanti si legge (a pagina 426: « Di verità nei parve
più di una volta che Umberto fosse continuamente
travagliato dal sentimento della necessità di riparare al
danno recato all'onore dell'Italia dall'alleanza fra Hitler e
Mussolini. Più di una volta mi attraversò la mente l'idea
che come rappresentante di Casa Savoia non solo egli
fosse pronto a morire in battaglia contro i nazisti, ma che
93
in molte occasioni egli si esponesse quasi deliberatamente
alla morte ».
Clark ha ragione. Come spiegare altrimenti certi gesti di
Umberto tutti improntati a un estremo coraggio, a un
eccessivo ardimento? Un giorno va ad Aversa. Lo
accompagna il maggiore Campello. Duecento metri prima
di arrivare in città quattro aerei da caccia tedeschi a volo
radente si gettano sull'auto reale che è per caso preceduta
da una jeep alleata. La macchina del principe non viene
colpita. La jeep invece viene incendiata e si rovescia.
Cozzani, l'autista del Principe, frena bruscamente, schizza
fuori dal suo posto di guida e si butta lungo disteso il
ciglio di un fossato. Il Principe è l'unico a non avere perso
la testa. E' anzi calmissimo. Corre verso la macchina
alleata che s'è rovesciata seppellendo due soldati. Un altro
militare ha avuto la gamba destra squarciata da una
pallottola. Umberto soccorre tutti, rincuora i feriti. Poi,
aiutato dal maggiore Campello e dall'autista Cozzani, li
carica sulla sua macchina e li porta a gran velocità a un
posto di pronto soccorso. Quando riprende il viaggio,
commenta con Campello: «Anche questa è andata!».
In piedi sulla prima linea
Ai primi di febbraio 1944 la testa di ponte stabilita dal
reggimento inglese Durham, a Sujo, sul Garigliano, parve
venisse sopraffatta da un susseguirsi di massicci attacchi
mossi dalle truppe di Kesselring. Il difficile rifornimento
di questa posizione strategicamente importantissima era
affidato ai fanti italiani che facevano parte della 2101
divisione ausiliaria. Presi di mira da mitragliatrici e da
mortai tedeschi piazzati a Castelforte, i nostri portatori
subivano perdite rilevantissime. In quei giorni visitò la
94
zona il Principe Umberto. Incurante, come sempre, del
pericolo, volle cercare di individuare i centri di fuoco
nemici più pericolosi. Immediatamente la sua alta figura,
ritta su di un costone, venne notata dai tedeschi. Quasi
subito si scatenò una tempesta di cannonate e di
mitragliate. Gli ufficiali alleati che accompagnavano
Umberto si buttarono a terra gridando: « down down! », e
cioè: «Giù giù!» .
Ma il Principe cercò riparo solo quando, miracolosamente
illeso, dopo aver scrutato col binocolo la vampa dei colpi
in partenza, riuscì a segnare sulla sua carta topografica i
centri di fuoco. Fu così possibile sollecitare l'intervento
dell'artiglieria alleata che distrusse le postazioni
individuate da Umberto con una energica azione di
controbatteria. Da allora i nostri soldati poterono arrivare
verso la testa di ponte senza subire perdite eccessive.
Episodi del genere non sono unici. Chi è stato vicino al
Principe in quelle torbide giornate è pronto a ricordarne
molti altri. Non per nulla tra i soldati alleati, Umberto di
Savoia diviene popolarissimo proprio perché (così gli
confessa ingenuamente un militare statunitense nessuno
aveva mai visto - un generale con tante stellette così
sprezzante del pericolo così vicino alla linea di fuoco .
Ancora una volta lo precisa la testimonianza del generale
Clark (vedi . La V Armata Americana , pag. 404 editore
Garzanti): « La cooperazione del Principe Ereditario fu
sempre vivissima. Egli passava molto tempo con le truppe
avanzate pronto a dividere i loro disagi e ad incoraggiarle
al combattimento. Un giorno gli americani vollero
testimoniare questa loro ammirazione ricevendo il
Principe Ereditario al quartier generale. Umberto accettò
l'invito. Poche ore prima della preannunciata visita, il
maggiore Campello si senti chiamare al telefono,
95
Campello, che parla benissimo 1'inglese e che conosce gli
Stati Uniti per avervi a più riprese trascorso lunghe
vacanze, si sentì domandare da un ufficiale superiore:
«Poiché noi vogliamo ricevere Sua Altezza con tutti gli
onori militari ci vuol dire esattamente quale grado riveste
il principe?» «Quello di Maresciallo d'Italia», rispose
Campello, «Lo stesso grado di Badoglio», tornò a
domandare incredulo l'ufficiale alleato. «Certo!» , rispose
nuovamente l'aiutante di campo. «Ma se è così giovane»,
concluse ingenuamente l'interpellante. Dieci minuti dopo
altra telefonata: era sempre lo stesso ufficiale americano.
«Abbiamo letto il vostro regolamento. Noi dovremmo
all'arrivo del Principe suonare la Marcia Reale. Ciò ci
pone in un grave imbarazzo. Come lei sa il generale
Badoglio non gradisce che venga suonato questo inno... ,
Badoglio contro la "Marcia Reale"
Campello cadde dalle nuvole. Ignorava che ci fosse una
simile inutile e cattiva disposizione. Forse l'ufficiale
americano era caduto in un equivoco o forse questo era
proprio un desiderio di Badoglio. Quelli erano momenti
nei quali tutto era possibile. Persino che il capo di un
governo monarchico proibisse o comunque sconsigliasse
di suonare la Marcia Reale! D'altronde pochi giorni prima
il generale Clark non era stato nominato dottore honoris
causa dall'università di Napoli con la formula (inventata
dal Rettore Omodeo) «in nome del popolo», invece di
quella solita « in nome di Sua Maestà il Re?»
Campello dunque non approfondì le indagini, ma rispose
seccato: Se non volete suonare la Marcia Reale suonate
allora l'inno di Mameli o Bandiera Rossa. Quet'ultimo
inno lo sentirete dai comunisti chissà quante volte. E
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riagganciò il microfono con un colpo secco.
Quando Umberto arrivò al Comando americano trovò
schierato il reparto d'onore. E quasi subito a banda
militare intonò la Marcia Reale. Era la prima volta, dalla
proclamazione dell'armistizio che una banda alleata
suonava la Marcia Reale.
Fu quello uno dei pochi episodi positivi che Umberto di
Savoia registrò nei suoi rapporti con i nostri ex nemici. In
realtà gli americani mostrarono quasi sempre nei riguardi
del nostro Principe Ereditario una assoluta deferenza, tanto
che qualche ufficiale superiore con la spregiudicatezza
propria degli yankees osservò, parlando con Umberto: «
Noi non riusciamo a capire come possa lei tollerare che
individui del suo governo o comunque molto vicini allo
stesso maresciallo Badoglio, possano svolgere una
propaganda sistematicamente ostile alla Monarchia ».
Il riferimento era chiaro e riguardava soprattutto il conte
Sforza e Benedetto Croce. Sforza era sbarcato a Brindisi il
21 ottobre. Quello stesso giorno, rispondendo ad alcune
domande rivoltegli dal giornalista Matthews, aveva
dichiarato la propria aperta avversione alla Monarchia. Al
Congresso di Bari aveva poi rinnovato i suoi velenosi
attacchi contro il Re tanto che Umberto di Savoia parlando
con il conte Campello aveva osservato, alludendo al fatto
che Sforza era insignito del Collare dell'Annunziata: « mio
padre dovrebbe togliergli il Collare». Era stata quella la
prima volta che il conte Campello aveva udito il Principe
censurare una «cosa che il Re avrebbe dovuto fare».
Una lettera di Giorgio VI
Ma Sforza aveva trovato subito l'appoggio di due persone
diversissime tra loro, ambiziose e influenti: Badoglio e
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Croce. Il 30 ottobre in un comunicato firmato appunto
oltre che da Sforza anche da Badoglio e da Croce era stata
chiesta ufficialmente e pubblicamente l'abdicazione del
Re.
Per tutta risposta Vittorio Emanuele III aveva mandato in
visione a Croce una lettera estremamente significativa: era
di Giorgio VI d'Inghilterra. Riaffermava l'appoggio della
Corona inglese a Vittorio Emanuele e il desiderio che
nessun mutamento dinastico si verificasse in Italia. Inoltre,
ai Comuni, i maneggi di Sforza avevano trovato aspre
censure. Una sola voce si era levata in difesa del conte,
quella del deputato Ivor Thomas. Ma Eden lo aveva messo
rapidamente a posto osservando che sì, il conte Sforza
aveva lottato contro il Fascismo ma negli Stati Uniti «
dove aveva trovato molto dura la sua battaglia contro
Mussolini ». Alla replica di Ivor Thomas (che aveva
osservato avere lo Sforza a lungo lottato in Francia
assieme con i fuorusciti italiani). Eden aveva caricato la
dose: « La battaglia contro Mussolini deve essere stata
altrettanto dura anche là ..
L'atteggiamento di Eden nei riguardi di Sforza non voleva
affatto essere una difesa della Monarchia Italiana. La
missione alleata comandata dall'inglese Mac Farlane
aveva, per esempio, fatto di tutto per umiliare il nostro Re
e per rendere sempre più amari i suoi giorni e quelli del
Principe Ereditario, anche quando Umberto, divenuto
Luogotenente del Regno, mostrava chiaramente di essere,
a breve scadenza, il nuovo sovrano d'Italia, dal momento
che nessuno tra gli Alleati era disposto a sostenere Vittorio
Emanuele III. Eden si era comportato come un tipico
inglese al quale riusciva incomprensibile la pretesa dei
fuorusciti italiani di spostare l'armistizio dal suo alveo di
conclusione di una guerra perduta per portarlo ad essere
98
un atto rivoluzionario. Che gli italiani avessero fatto la
guerra augurandosi di perderla ed adoperandosi addirittura
per perderla, all'inglese comune appariva incredibile.
Ma questo atteggiamento non significava affatto che il
Governo inglese volesse sostenere il nostro Re. Anzi, tutto
lasciava indicare che a Londra ci si augurava, malgrado la
lettera di Giorgio VI (il prezioso documento, a quanto ci
risulta, non è affatto andato perduto ma è conservato in
una banca), la caduta di Vittorio Emanuele e la fine della
Monarchia Sabauda, una monarchia che era la più antica e
la più illustre d'Europa.
Che proprio questo fosse l'atteggiamento degli inglesi lo si
vide l'11 novembre, genetliaco del Sovrano. Dal 1° ottobre
Napoli era stata «liberata». Il Principe di Piemonte era
stato tra i primi ad entrare in città, malgrado gli alleati
avessero cercato di impedirgli il viaggio. L'entusiasmo dei
napoletani per Umberto di Savoia era stato veramente
indescrivibile, tanto che i più accesi repubblicani si erano
ben guardati dallo spuntare fuori. Avevano preso coraggio
nei giorni successivi quando si erano accorti che potevano
contare sull'appoggio inglese e sulla tacita indifferenza
degli americani. Qualcuno anzi (non facciamo nomi per
carità di Patria) aveva avuto una peregrina idea:
organizzare un' aviazione repubblicana. Gli alleati
avevano lasciato fare. Ma il Principe era energicamente
intervenuto ed era riuscito a bloccare quella pericolosa
iniziativa che avrebbe visto sui cieli italiani due striminzite
aviazioni azzurre, una a tinta monarchica, l'altra a
ispirazione repubblicana.
Un Te Deum deprimente
L'11 novembre, dunque, il cardinale Ascalesi celebrò il Te
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Deum nella chiesa di San Francesco di Paola, a Piazza
Plebiscito. La chiesa era deserta, giacché il Prefetto si era
ben guardato di avvertire la cittadinanza della cerimonia,
con un pubblico manifesto. Né aveva voluto presenziare
alla Messa. Si era invece fatto rappresentare da un
modesto funzionario. Assenti totalmente le autorità alleate.
Alle undici in punto arrivò in Chiesa il Principe Ereditario:
poco dopo su di una «topolino», trovata in prestito, giunse
la Duchessa d'Aosta Madre.
Umberto, data un'occhiata in giro, si inginocchiò innanzi
all'altare maggiore. Forse pregava, forse pensava con
amarezza a tutto quanto stava succedendo, se ad una
Messa e a un Te Deum solenne celebrati per festeggiare il
genetliaco del Sovrano non si erano trovate più di trenta
persone disposte a presenziare alla cerimonia religiosa. La
Duchessa d'Aosta, invece, investì il funzionario della
Prefettura con una sfilza di domande: perché il Prefetto
non era intervenuto? Perché non erano stati affissi i
manifesti sulle cantonate? Perché non era intervenuto
neppure il Vice Prefetto? Il funzionario si fece rosso.
Balbettò qualcosa, ma non seppe dire che: «Ci scusi, ci
scusi... ».
Uscendo dalla Chiesa, Umberto osservò: « Per fortuna che
non c'era mio padre! ».
Ma anche a Brindisi, dove in quel momento era Vittorio
Emanuele, le cose non erano andate diversamente; salvo
un po' più di forma. «Alla mensa del governo», ricorda il
generale Puntoni, «Acquarone fece portare dello
spumante, ma nessuno, nemmeno il Capo del Governo,
sentì il dovere di brindare alla salute di Sua Maestà». A
farlo fu lo stesso aiutante di campo, guardando in faccia
tutti, ma specialmente Badoglio che sembrava seccato e
imbarazzato.
100
In questo clima, in questo ambiente il Principe di
Piemonte mostrò di avere un carattere degno delle migliori
tradizioni sabaude. Finse di ignorare le villanie degli
inglesi; cercò, a poco a poco, di appoggiarsi agli americani
sperando di guadagnare alleati alla causa monarchica.
Inoltre si buttò anima e corpo ad organizzare il nuovo
esercito italiano. Badoglio era riuscito ad ottenere dal Re,
dopo continui scontri verbali la dichiarazione di guerra
alla Germania Ancora oggi molti si domandano
l'opportunità di quel gesto che venne a suo tempo
instentemente richiesto da Eisenhower.
Comunque, una volta dichiarata la guerra, occorreva
portare tempestivamente alcuni reparti al combattimento.
Ma i primi a nicchiare erano gli Alleati i quali avrebbero
voluto che ai nostri reparti fossero solo affidati compiti
secondari non comunque operativi. Al nostro comando era
stato detto schiettamente che se le truppe italiane si
fossero trovate davanti ai tedeschi, sul fronte di Cassino,
sarebbero scappate a gambe levate. E nessun alto ufficiale
inglese o americano era disposto a mutar parere.
Umberto di Savoia riuscì, con tatto e diplomazia ad
ottenere dal generale Clarck una promessa: le nostre
truppe avrebbero combattuto. Ma anche tra gli americani
doveva valere quel tal proverbio nostrano che afferma
esservi tra il dire e il fare di mezzo il mare. Passarono
diverse settimane. Ormai alcuni reparti erano pronti a
sostenere il combattimento. Però seguitavano a venire
impiegati nelle retrovie con compiti che gli americani
attribuivano solo alle truppe di colore: scaricare
automezzi, piantare tende, preparare ospedali da campo,
disinfettare paesi.
Umberto di Savoia decise di uscire da questa penosa
situazione. Egli aveva conosciuto il generale americano
101
Edgar E. Hume uno dei pochi ufficiali stranieri decorati
dell'Ordine Militare di Malta. Il Generale Hume
(l'episodio che noi raccontiamo è inedito e può solo adesso
essere svelato, essendo il generale Hume morto da qualche
anno) aveva una ambizione: avrebbe voluto che il figlio,
anche lui ufficiale nella Ottava armata, venisse nominato
Cavaliere di onore e Devozione dell'Ordine di Malta. Ma
per ottenere ciò sarebbe occorso una regolare proposta
firmata da due Cavalieri di Malta.
Hume confessò questa sua aspirazione al maggiore
Campello, aiutante di campo del Principe e anche lui
cavaliere di Onore e Devozione. Campello fece in modo
che alla fine del primo incontro tra Umberto di Savoia e il
generale americano fosse proprio il Principe di Piemonte a
proporre la sospirata nomina del figlio di Hume al gran
priore dell'ordine, Maresca. Da quel momento ebbe un
alleato potente. E fu in gran parte merito di Hume se si
riuscì a superare il punto morto per quanto riguardava la
nostra partecipazione militare alla guerra. Prima però fu
necessario superare una prova antipatica. Il 26 novembre
alla presenza di cinquanta giudici di campo americani ci fu
una manovra a fuoco a cui prese parte l'intero gruppo di
combattimento italiano agli ordini del generale Utili. I
nostri soldati (circa 5.000 uomini) destarono
l'ammirazione dei giudici di campo. Così le nostre truppe
ebbero il «placet» alleato per affrontare i soldati di
Kesselring. A manovra finita, Umberto commentò
amaramente: « Prima di lasciarci andare al macello hanno
voluto controllare se ci sappiamo fare!».
Una cruenta battaglia
Dodici giorni dopo, i cinquemila uomini del generale Utili
102
entrarono in azione contro i tedeschi a Monte Lungo. Fu
un combattimento rapido, condotto con slancio e
decisione, come testimoniano le gravi perdite subite, oltre
400 morti. Parlando con il maggior Campello, Umberto di
Savoia osservò: «Il compito che ci era stato affidato era
sproporzionato per le nostre forze. La mancanza di
cooperazione delle truppe americane sulla sinistra e di
quelle inglesi sulla destra ha impedito che la posizione
conquistata di slancio, si potesse mantenere ».
Lo stesso ufficiale era stato il giorno prima testimone di un
singolare avvenimento. Era il 7 dicembre. Il cielo era
coperto. Tirava un vento fortissimo. Pure, dalle linee
alleate, si era alzato in volo un Piper ,un monoplano lento
e leggero come una libellula. L'apparecchio aveva
cominciato a sorvolare bassissimo il fronte di Cassino,
inseguito dalla contraerea tedesca. «Quel fesso va
cercando la morte a tutti i costi» aveva osservato
Campello. Ed era rimasto a guardare le inspiegabili
evoluzioni del «Piper», con interesse professionale.
Campello, infatti, era stato ufficiale degli aerosiluranti. Era
stato anzi citato il 25 novembre 1942 nel bollettino di
guerra numero 914 per aver affondato nelle acque algerine
una nave da trasporto di ventiquattromila tonnellate, il più
grosso piroscafo che sia mai stato affondato nei nostri
mari.
Un'ora dopo, il lento «Piper» era rientrato con le ali
sforacchiate, atterrando proprio non lontano dal punto
dove si trovava il maggiore Campello. Con enorme
stupore, l'aiutante di campo del Principe di Piemonte
aveva riconosciuto l'unico passeggero dell'apparecchio:
era Umberto di Savoia che aveva voluto, poche ore prima
che i nostri reparti entrassero in azione a Monte Lungo,
103
individuare personalmente le posizioni da battere col
nostro tiro di preparazione di artiglieria.
I SAVOIA NELLA BUFERA
PARLANO I TESTIMONI
Di Giorgio Pillon
Come fu negato al Re il ritorno a Roma
Il triste Natale del 1943 a Brindisi
I trasferimenti a Ravello, a Napoli e a Raito tra mille ostacoli e insolenti
imposizioni
Vittorio Emanuele nomina Umberto Luogotenente dei Regno dopo un
aspro dialogo con Badoglio
Un militare inglese spara contro la Regina che pescava
L'affetto reverente degli umili era l'unica consolazione dei Sovrani
Giunge da Buchenwald la notizia della miseranda morte della Principessa
Mafalda e il Re commenta "Povera Mafalda, ora sta meglio lei".
Brindisi 25 dicembre l943: è un Natale ben triste e ben
diverso da quelli che un tempo si festeggiavano a Villa
Savoia, quando la Regina preparava per i figli e per i
nipoti l'albero di Natale, strapieno dì piccoli, graziosi
104
regali, nascosti in scatolette legate con filo d'argento. Ora
molti sono scorati, persino il Re, che è sempre quello che
dimostra maggiore forza d'animo, appare turbato. Pochi
giochi prima, però, durante un allarme aereo, ha fatto
ridere di cuore tutti.
Nel rifugio antiaereo
Le sirene avevano annunciato l'arrivo di aerei tedeschi. I
Sovrani, come sempre, si erano preparati a scendere nel
rifugio dell'Ammiragliato. Era una misura precauzionale
ormai quasi inutile. Brindisi a differenza di Bari e di
Taranto, non aveva più registrato una sola incursione aerea
dopo l'8 settembre. I tedeschi, che pur non ignoravano
come questa piccola città fosse ormai la nuova capitale
provvisoria d'Italia e la dimora ufficiale del Re,
seguitavano a rispettarla quasi di proposito. Ma il Re
aveva disposto che, durante gli allarmi aerei, tutti
corressero nei rifugi. La cosa seccava non poco
specialmente gli aiutanti di campo che dovevano vestirsi
di tutto punto, come sempre avveniva quando essi
accompagnavano il Sovrano. Anche le signore avevano
presa l'abitudine di far con calma un po' di toilette, giacché
nessuna avrebbe osato presentarsi nel rifugio, dove il
Sovrano attendeva la fine dell'allarme, in abiti succinti,
come prima accadeva quando le incursioni alleate
facevano di notte alzare tutti precipitosamente dal letto.
Una sera, dunque, il Re scese nel rifugio, aiutando la
Regina che camminava a fatica. Due giorni prima salendo
una scala a chiocciola, la Sovrana si era slogata un piede.
Il medico aveva voluto, come misura precauzionale,
ingessare l'arto fin quasi al ginocchio.
105
Il Re, mentre la Regina veniva fatta sedere su di una
poltrona, si accomodò, a sua volta, su una sdraio. Ad un
tratto si udì uno scricchiolio e prima che qualcuno potesse
correre in aiuto si vide il Re andare a gambe all'aria. Forse
il sostegno non era stato fissate bene o forse la tela si era
rotta come spesso avviene in simili casi.
Il Re fu come una molta. Si sollevò con un'agilità che
nessuno avrebbe supposto in lui. Rassicurò tutti: non s'era
fatto alcun male. Mentre si spolverava commentò "E'
ancora presto perché tiri le cuoia ». E così dicendo si
accarezzò la parte dolente accompagnando il gesto con
finte smorfie di dolore così buffe che persino la Regina fu
costretta a sorridere, malgrado quel banale incidente
l'avesse spaventata non poco.
L'albero di Natale
Ma il buon umore del Re non era più quello di un tempo,
quando egli era solito scherzare con i suoi familiari e con
pochi intimi, con i quali amava conservare rapporti
semplici, cordiali, lontani da ogni freddezza imposta
dall'etichetta di Corte. Ora anche il Re è seccato, ma cerca
di non lasciarlo indovinare alla Regina.
La Sovrana, a sua volta malgrado non si possa muovere,
ha voluto lo stesso preparare l'albero di Natale nel
salottino che l'ammiraglio Rubartelli le ha messo a
disposizione. Prima però di abbellire il solito pino con
festoni multicolori e con piccole lampadine elettriche, la
Regina si è preoccupata perché tutti a Brindisi possano
passare un Natale tranquillo e sereno per quanto lo
106
permettano le circostanze. Così ha incaricato la signora
Rubartelli e la fedele Rosa Gallotti (che la segue dovunque
dal 1925) di girare le case dei poveri portando doni e aiuti
in denaro. L'antivigilia di Natale la Regina, mentre parla
con la signora Rubartelli, domanda, quasi che un pensiero
subitaneo le sia tornato alla memoria: « E Badoglio ha
anche lui il suo albero di Natale? ».
La signora Rubartelli allora racconta come sullo yacht
dove Badoglio, Acquarone, Valenzano e qualche altro
hanno da più di un mese stabilito la loro casa galleggiante
nessuno abbia ancora pensato all'albero di Natale.
L'imbarcazione avrebbe dovuto a suo tempo essere
destinata come regalo del nostro Governo a Re Zog
d'Albania. Gli avvenimenti successivi avevano mandato a
monte quel dono divenuto ormai inutile e inopportuno,
così lo yacht dopo vicende, varie era stato ancorato a
Brindisi e qui miracolosamente salvato dalle requisizioni e
dai bombardamenti. Badoglio, consigliato dal suo
segretario Valenzano, lo aveva chiesto ed ottenuto, ma
aveva dovuto accettare di dividerlo con il duca Acquarone
anch'egli scontento della stanza che gli era stata assegnata
nella casermetta dei sommergibilisti
La riconoscenza dì Badoglio
La Regina allora commenta «Bisogna provvedere». Poi
vuole che Rosa Gallotti le porti un certo scatolone pieno di
carta argentata, di stelle dorate, di code inanellate, simili a
quelle che i ragazzi mettono agli aquiloni. Consegna tutto
alla signora Rubartelli e dice: «E' per per l'albero di
Badoglio». Infine aggiunge: «Poveretto anche lui é
lontano dalla sua casa, dalla sua famiglia, dai suoi
107
figlioli».
Badoglio ricambia a suo modo preparando un messaggio
augurale rivolto alla Nazione in cui però il Re viene
ignorato di proposito. Vittorio Emanuele lo previene.
Incide, a sua volta, un messaggio e ordina che venga
subito trasmesso da Radio Bari. Poi vuole che il testo,
riprodotto in migliaia di volantini, sia lanciato su Roma da
alcuni aerei; perché non è certo che gli Alleati
permetteranno che venga messo in onda il saluto che il Re
d'Italia ha preparato per i suoi sudditi.
Venti giorni dopo Brindisi cessa di essere la capitale
provvisoria d'Italia.
I Sovrani si trasferiscono a Ravello nella villa del duca di
Sangro, nota come « l'Episcopio» per essere stata un
tempo la dimora del Vescovo. Forse il Re avrebbe
continuato a rimanere in Puglia se Badoglio non avesse a
sua volta deciso di trasferirsi a Salerno per essere più
vicino agli alleati e sempre più staccato dal Sovrano. Però
ha fatto male i suoi conti: il Re non lo segue a Salerno, ma
gli resta vicino, a trenta chilometri circa, sulla costiera
amalfitana.
Ma Ravello non è più il meraviglioso e tranquillo paese di
un tempo, dove Wagner scrisse l'Incantesimo di Parsifal e
Ibsen ideò gli Spettri. Villa Rufolo e Villa Cimbrone sono
invase dagli Alleati. Dovrebbero essere posti di riposo per
i reduci dal fronte. Sono invece carnai di soldati di tutte le
razze, perennemente ubriachi e sempre in cerca di donne.
Unica oasi di pace la villa del duca Riccardo di Sangro, in
via San Giovanni del Toro, n 16.
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Un barbiere per li Re
Fu questa la seconda dimora del Re dopo l'8 settembre. La
colonna reale formata da cinque vetture giunse a Ravello
l'11 febbraio verso le ore 16 e 30. A ricevere gli ospiti era
il duca di Sangro.
In disparte emozionato ed attonito c'era anche don
Pantaleone Manzi il custode dell'«Episcopio». I Sovrani
prima di congedare il loro seguito e di ritirarsi nelle loro
stanze indugiarono a lungo sulla terrazza che strapiomba,
quasi a picco, sul mare. Quel meraviglioso spettacolo
naturale che solo a Ravello è possibile gustare parve
rasserenare gli animi. Ma la più felice di tutti fu
indubbiamente la Sovrana perché scoprì in un angolo del
salone un piano a coda da concerto, di recente riparato e
portato al «corista» in modo perfetto. Il duca di Sangro
non aveva dimenticato che un pianoforte era per la Regina
il più gradito dei doni.
«I Sovrani - racconta Giuseppe Vilani, attuale custode
dell'Episcopio - rimasero in questa villa fino al 18 giugno
1944, appena quattro mesi, dunque. Ma furono mesi
intensi, pieni di avvenimenti ». Villani ha sposato la figlia
di don Pantaleone Manzi e, dopo la morte del suocero, è
divenuto il nuovo custode della villa. Durante la
permanenza dei Sovrani Villani capitava all' Episcopio poi
dare una mano a Don Pantaleone. «Un giorno Mio suocero
racconta Villani mi disse»: "Il Re vuole un barbiere. Te la
senti di fargli la barba? Io da ragazzo avevo fatto il
barbiere più tardi però avevo preferito abbracciare la
carriera militare. Avevo fatto l'artigliere in Piemonte
infine, ero passato nei carabinieri. L'8 settembre mi aveva
sorpreso a casa in licenza. Così ero rimasto a Ravello con
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mia moglie Flora e con mio suocero don Pantaleone. Ma
non avevo mai più preso in mano rasoi e pettini. Accettai
però lo stesso di radere il Re. Non volevo. davanti a mio
suocero mostrarmi incapace.
Signo' siate tanto bella
Ma la notte prima di iniziare il nuovo mio incarico di
barbiere del Re non riuscii a chiudere occhio. Al mattino
mi alzai talmente pallido che mia moglie mi chiese Ti
senti male? Per tutta risposta stesi la destra: tremava. Gesù
pensai cono faccio a radere il Re? E' se gli taglio la faccia?
Per farla breve dirò che quando li Sovrano sedette davanti
a me io ero tanto emozionato che non m'accorsi neppure
che il Re s'era già sbarbato
Fu il Re a dirmi "tagliatemi i capelli a zero Allora la mia
emozione lasciò il posto alla confusione più profonda. Io
non possedevo una tosatrice. Dovetti correre fuori, dal
primo barbiere che mi capitò davanti agli occhi, e farmi
prestare quanto mi era necessario. Radere una testa farla
simile a una palla di bigliardo, lo so, non è un lavoro
difficile. Ma per me fu una esperienza ancora più
emozionante degli esami che dovetti superare quando
divenni appuntato, o del sì che pronunciai in chiesa
quando presi moglie.
Mentre tosavo e radevo il Re dovevo di tanto in tanto
rispondere a qualche domanda: dove avevo fatto il
militare? quali città avevo visitato? A volte per ottenere da
me una risposta il Re doveva ripetere la domanda. Assorto
com'ero ed emozionato io non capivo proprio nulla .
Giuseppe Villani non fu il solo ad essere emozionato
davanti a Vittorio Emanuele. Un po' tutti a Ravello
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perdevano la bussola quando il Sovrano si fermava a
chiacchierare del più e del meno con le persone più umili.
L'unica a non avere la minima soggezione era una donna,
una certa Raffaella Crisone. Abitava a Minori dove faceva
la fruttivendola. O meglio aveva abitato a Minori perché
poche settimane dopo l'arrivo dei Sovrani a Ravello si era
anche lei installata all' Episcopio, e nessuno era riuscito a
farla sloggiare. Le cose erano andate così: il 20 marzo
1944 la Regina aveva voluto compiere un giro nei
dintorni: la macchina, giunta nei pressi di Minori, aveva
avuto una panne. Mentre l'autista stava cercando di
riparare il guasto, s'era avvicinata una donna con un
canestro di arance , « Signo'», aveva detto alla Regina
«favorite assaggiate pagherete domani, dopo che avrete
mangiato questi meravigliosi portogalli». Poi la
fruttivendola aveva chiesto con una certa ingenua furbizia:
« Signo', siete tanto bella: chi siete?». « Sono la tua
regina», aveva risposto con un dolcissimo sorriso la
Sovrana. La fruttivendola era rimasta per un attimo senza
parola. Aveva sgranato gli occhi poi aveva soggiunto: «
Gesù, Gesù . Ed era scappata via».
Intrighi attorno al Sovrano
Elena di Savoia era rimasta offesa e un po' amareggiata.
Perché quella fuga? Che anche a lei stesse per accadere
quello che era successo ad altre regine nella sorte avversa,
abbandonate da quelle popolane che le avevano sempre
acclamate e benedette? Dunque era vero quanto dicevano i
nemici della monarchia che ormai in Italia Casa Savoia
non raccoglieva più le simpatie di un tempo, quelle,
spontanee manifestazioni di entusiasmo e deferenza che
avevano sempre accompagnato la presenza dei Sovrani e
111
del Principe Ereditario?
Rientrò a Ravello più triste del solito. Anche il Re non era
di buon umore quel giorno (lunedì 20 marzo) nessun
ministro era venuto per la firma. Perché queste
inspiegabili assenze? Forse perché tutti si erano sentiti
punti nel vivo due giorni prima quando Vittorio Emanuele
aveva voluto riunire nel salone dell'«Episcopio» il capo
del Governo e i ministri in carica. La riunione era
cominciata con un esame generale della situazione
politica, poi il Re aveva cominciato a parlare. Da un po' di
tempo in qua gli continuavano a giungere voci di intrighi,
di nuove manovre in seno al Gabinetto: si tornava a
chiedere l'abdicazione e la creazione di una Luogotenenza
che avrebbe avuto persino l'appoggio di elementi
estremisti. Si voleva insomma, salvare Badoglio e
sacrificare il Re. Ma Sua Maestà aveva da tempo deciso:
egli avrebbe accettato di prendere risoluzioni tanto gravi
solo dopo la rioccupazione di Roma, solo dopo il suo
rientro al Quirinale.
Quasi tutti i ministri, Badoglio compreso, avevano lasciato
l'«Episcopio» evidentemente seccati. E si erano vendicati,
a loro modo, non presentandosi (com'erano ormai soliti
fare ogni lunedì) per la firma dei normali decreti.
L'affetto di "Zi' Raffaella"
Verso sera, mentre i sovrani contemplavano dalla terrazza
della villa il tramontare del sole (uno spettacolo a cui
Vittorio Emanuele aveva ormai presa l'abitudine di
assistere) s'erano udite delle grida di donna e un parlottare
112
sommesso, rotto da altre urla femminili. Che cosa era
successo? Don Pantaleone Manzi aveva chiarito l'
incidente. Una donna avrebbe voluto a tutti i costi parlare
con la Regina. Ma era stata energicamente allontanata.
« Perché mai? », aveva chiesto la sovrana. « Forse quella
poveretta aveva bisogno di qualcosa Cercatela dunque».
Don Pantaleone, non aveva perso tempo. La donna infatti
era sempre lì, sulla breve gradinata che rompe la via San
Giovanni del Toro.
Era Raffaella Crisone, la fruttivendola di Minori. In
presenza della Regina la donna s'era buttata ai piedi della
Sovrana piangendo e lamentandosi. Non voleva nulla.
Voleva restare con la Regina. Aiutarla, farle le faccende
domestiche. Elena di Savoia aveva sorriso. E Raffaella
Crisone era rimasta. La sua presenza aveva anzi finito col
rallegrare persino il Re. « Zi Raffaella», aveva la lingua
lunga e una vivacità di espressioni dialettali veramente
simpatiche. Un giorno però ne aveva combinata una delle
sue. Trovata chissà dove una comune oleografia della
Sovrana (quella con in capo il diadema e al collo la
collana che già apparteneva alla Regina Margherita),
l'aveva portata in duomo e messa, non vista da nessuno, su
di un altare, Più tardi il sagrestano, scoperta l'insolita
immagine aveva cercato di toglierla dall'altare Ma Zi'
Raffaella che vegliava era intervenuta. Ne era nata una
discussione violenta terminata con urla e graffi. Ma
l'immagine della Regina era rimasta sull'altare.
Una giornata drammatica
Raffaella Crisone fu vista l'ultima volti a Ravello il, 18
giugno 1944, quando i Sovrani lasciarono il paese per
113
quello che sarebbe stato il terzo e più amaro dei loro
trasferimenti: Villa Maria Pia a Posillipo. Tredici giorni
prima, il Re, pressato da tutti, definitivamente
abbandonato dagli Alleati, aveva dovuto accettare le
imposizioni di Mc Farlane e quelle di Badoglio; ed aveva
firmato il passaggio dei poteri e la nomina del Principe
Ereditario a Luogotenente del Regno. Era stata una
cerimonia non priva di drammaticità Mac Farlane era
giunto con Badoglio verso le 15; era in pantaloni corti e in
maniche di camicia. Senza preamboli aveva chiesto il
passaggio dei poteri, tanto più, aveva. aggiunto
testualmente che la presenza di Vostra Maestà a Roma è
sconsigliabile. Poi, nella Capitale non si può airivare né
per via aerea vie per strada...
Il Re aveva fatto un impercettibile movimento con le
labbra. Poi rivolto a Badoglio aveva detto: « Sta, bene,
firmerò. Ma prima desidero che quanto mi è stato
comunicato oralmente mi venga messo per iscritto dal
Capo del Governo». Badoglio, con voce falsamente
dimessa, aveva risposto: «Manderò la lettera, secondo i
desideri di Vostra Maestà». Ma il Re aveva replicato:
«Voglio la lettera subito, altrimenti non firmerò proprio
nulla».
Così Badoglio aveva, dovuto scrivere una lettera infelice,
un documento che gli storici un giorno giudicheranno con
estrema severità quando passati gli odi e i rancori, sarà
possibile renderlo noto, assieme a molti altri, tutti
attualmente in possesso di Umberto, a Cascais.
Una "lettera di fuoco"
Da quel giorno il Re aveva cercato di proposito dì non
114
muoversi da Ravello. Intanto aveva disposto perché
venisse preparato il suo trasferimento a Napoli a Vi1la
Maria Pia. Non era stato facile ottenere dagli alleati il
necessario permesso. Ad un certo momento era persino
sembrato che anche il Luogotenente fosse contrario allo
spostamento deciso dal vecchio Sovrano ormai già
prossimo all'abdicazione e all'esilio. Il Generale Puntoni
primo aiutante di campo del Re assicura che la Regina
decise anche lei di intervenire. Scrisse una «lettera di
fuoco» al figlio. Umberto si affrettò umilmente a
rispondere smentendo le voci e assicurando che aveva
pregato persino il Santo Padre di usare la sua alta autorità
per appianare quella spiacevole disputa. Il generale
Puntoni ha poi chiarito ai nostri lettori (vedi puntata
precedente) che il «fuoco» era diretto solo ed
esclusivamente agli alleati, unici veri responsabili della
situazione.
Alla fine il Re la spuntò. Il 18 giugno 1944 lasciò Ravello
per Napoli e prese alloggio in una palazzina che fa parte
dell'intera tenuta Rosebery, ribattezzata « Maria Pia » dai
Principi di Piemonte. Questa villa in uno dei più bei punti
di Posillipo era stata regalata Mussolini nel '29. Il suo
proprietario, Sir Archibald Philip Primrose Rosebery,
ministro e storico inglese di parte liberale, l'aveva voluta
donare al Capo del Governo italiano, quale testimoninanza
di simpatia e dì deferenza. Mussolini, a sua volta, l'aveva
ceduta allo Stato. Trasferita al demanio nel 1930, era stata
saltuariamente abitata dai Principi di Piemonte e
ribattezzata « Maria Pia ».
Don Mimì e le alici
Qui dunque, giunse il Re in un pomeriggio afoso. Trovò
115
tutto mutato. I mobili rovinati le pareti scrostate e
rabberciate qua e là. Il Sovrano decise dì prendere alloggio
in una dependance la cosiddetta «villa a mare». Le persone
del seguito si installarono nella foresteria. Al
Luogotenente venne conservato, per desiderio del Re,
l'appartamento che di solito Umberto aveva occupato nella
villa vera e propria, durante i suoi soggiorni napoletani.
Ma se tutto pareva cambiato c'era qualcosa che non aveva
subito mutamenti l'entusiasmo dei napoletani per il Re e la
Regina. Fra i primi ad accorrere alla villa (sempre affidata
a don Gennaro Giraudo, custode fedele e, all'occorrenza,
pescatore del Re) furono don Mimì Morra, don Raffaele
Gíanella e l'ostricaro Quacchiariello. Don Mimì Morra,
proprietarío del «Giuseppone», uno dei ristoranti più
celebri di Posillipo, era di casa a Villa Maria Pia quando
c'erano i Sovrani e i Principi di Piemonte. Tutti i martedì e
i venerdì, infatti, egli era chiamato a friggere le alici,
operazione tutt'altro che facile per chi non è nato all'ombra
del Vesuvio.
« Alla Regina, ricorda don Mimì Morra «piacevano tanto
le alici. Ma non quelle mosce bensì quelle che noi
napoletani sappiamo friggere a modo nostro. Io arrivavo
nelle cucine della villa con i miei due chili di alici. Allora
il cuoco del Re si tirava in disparte e mi lasciava fare.
Dopo il pranzo la Regina di solito mi cercava. Alllora io
ne approfittavo per raccomandare qualche caso pietoso:
una povera donna che non poteva pagare l'affitto, un padre
di famiglia che s'era visto costretto a portare al Monte di
Pietà materassi e coperte».
Don Mimì parlava a cuore aperto perché conosceva la
116
Regina da tempo. Nel 1922 maestro di casa a bordo della
Dante Alighieri s'era trovato a dover accompagnare i
Sovrani in Spagna ospiti di Re Alfonso. Verso il Golfo del
Leone la nave era stata investita da un cattivo tempo che «
Dio ne voleva a il cuore», per dirla con le stesse colorite
parole di don Mimi'. Tutti a bordo s'erano sentiti indisposti
. Solo i Sovrani non avevano sofferto il mal di mare A
tavola, don Mimì mentre rollava tutto e beccheggiava,
s'era era trovato a spiegare alla Regina come dovevano
essere fritte le alici. E la Sovrana ridendo gli aveva detto:
«Quando verremo a Napoli la manderemo a chiamare.
Sarà lei a friggere il pesce per noi»,
Proibito pescare
Era stata di parola. Don Mimì l'anno dopo s'era sentito
invitare a Villa Gallotti. La Regina era ospite con il
Principe ereditario allora tredicenne della duchessa
d'Aosta. E lui, don Mimi', aveva dovuto friggere le alici.
Due gemelli d'oro, un orologio da polso una penna
stilografica e alcune fotografie testimoniano il lungo
affetto della Regina per don Mimì Morra.
Né minore simpatia ebbe la Regina per «Zi' Raffaele»
Gianella, detto « o' buvarese» un pescatore anch'egli di
Posillipo che era solito accompagnare i Sovrani durante le
loro consuete partite di pesca, prima che la guerra mutasse
uomini e cose. Tornata a Villa Maria Pia nel 1944 la
Regina aveva chiesto notizie di «Zi' Raffaele e
dell'ostricaro Quacchiariello un altro personaggio tipico
della Posillipo minore. Erano entrambi lì, fuori dai cancelli
della villa, in attesa di essere chiamati.
Così la Regina riprese a pescare. Ma quel suo innocente
117
passatempo incontrò subito le ostilità di un sergente della
polizia militare britannica. L' antipatico incidente accadde
a Trentaremi, una spiaggia al Capo di Posillipo, quasi di
fronte a Nisida. Il luogo era chiuso alla pesca. Così
avevano ordinato le autorità alleate.«Zi' Raffaele»
Gianella ignorava la recente disposizione. Sapeva che quel
posto era « buono», era pescoso e là aveva diretto
remando la sua barchetta. Ad un tratto la Regina e il
pescatore avevano udito alcuni Colpi di arma da fuoco. Da
terra un agente inglese riconoscibile per il suo berretto
rosso aveva urlato parole incomprensibili e sparava in
aria. Zi' Raffaele» non aveva avuto bisogno di altre
spiegazioni. Imprecando in dialetto e invocando S.
Gennaro, aveva diretto la fragile sua barca verso riva. Il
militare inglese pareva proprio infuriato. Con fare
sprezzante, aveva Chiesto all'anziana Signora «Who are
you?» E la Regina con calma aveva risposto «The queen
of Italy». Ma il poliziotto non si era accontentato della
spiegazione e aveva preteso di vedere i documenti di
identità che la Regina però non possedeva.
Il Re dove sloggiare
Anche il Re dovette registrare un incidente ancora più
grave. Era giunto a Villa Maria Pia da pochi giorni quando
le autorità alleate gli fecero sapere che la villa doveva
essere sgombrata. Giorgio VI d'Inghilterrra stava per
giungere a Napoli. Avrebbe alloggiato a Villa Barracco
vicinissimo a Villa Maria Pia il generale Wilson
comandante delle forze del Mediterraneo aveva ordinato di
far sloggiare Vittorio per evitare un eventuale fortuito
incontro tra i due Sovrani.
118
Ma non furono queste lo spiegazioni che vennero date al
nostro Re .Con brutale franchezza gli si disse:« Villa
Maria Pia serve per il seguito di Sua Maestà britannica e
per i bagagli Questa volta la pazienza giunse al limite
estremo. Il Re rifiutò di lasciare la villa. Si decise a farlo
solo quando, partito da Napoli il Re d'Inghilterra da
diverse settimane, il nuovo trasferimento non
rappresentava ormai più una antipatica ingiunzione.
Così il 7 agosto, alle ore 16,45, il Re partì per Raito, ospite
del barone Raffaele Guariglia. Ma anche questo trasloco il
quarto dopo l'8 settembre venne accompagnato da un
nuovo incidente con gli Alleati. La Regina s'era fatta
precedere da un autocarro pieno di casse. Il conte di
Vigliano e il commendatore Scalici, che avevano
personalmente sorvegliato il carico, avevano
raccomandato all'autista: «Se la polizia alleata vorrà
sapere che cosa ci sia in queste casse, dite subito che si
tratta di coperte, indumenti, vestiti e biancheria che Sua
Maestà ha destinato alle popolazioni della costiera
amalfitana. Era vero Elena di Savoia non aveva voluto che
tornasse a ripetersi quanto le era accaduto durante gli altri
traslochi. Erano stati trasportati oggetti inutili, ma ai
poveri nessuno aveva pensato. Lei, la Regina, era stata
costretta a girare un po' dappertutto per poter acquistare
roba per i suoi sempre più numerosi protetti (« Mia moglie
, soleva dire il Re, ha le mani bucate. Per aiutare i poveri
venderebbe anche i suoi vestiti»).
La brandina di Vittorio Emanuele
Sull'autocarro c'era, infine. una cassa su cui spiccava
chiaramente, scritto con un pennello intinto nell'inchiostro
119
nero: «Bagaglio personale di S.M. il Re. Nessun oggetto
prezioso era contenuto, ma imballata a dovere era la
brandina da campo che il Re era finalmente riuscito a
riavere da Villa Savoia. Vittorio Emanuele, infatti, aveva
conservato l'abitudine, presa durante la prima guerra
mondiale, di dormire su di una modestissima branda. In
famiglia questa innocente mania era stata spesso oggetto
di frizzi;
«La brandina», ci ha raccontato il commendatore Scaldo
che fu vicino al Sovrano per oltre quarant'anni e divise con
lui le amarezze dell'esilio, « era divenuta leggendaria.
Dura come un tavolo, tutta cigolante, la si sarebbe a fatica
potuta vendere a un robivecchi. Ma guai a toccargliela al
Re! Per questo una delle prime cose alle quali io ero solito
pensare ». Conclude Scaldo, « era la branda del Re. Ad
ogni trasferimento era quello il primo bagaglio ch'io
dovevo spedire ».
Così anche la brandina militare partì verso Raito. Ma
appena l'autocarro ebbe lasciato Napoli; appena ebbe
imboccata l'autostrada Pompei-Salerno (tutta buche e
interruzioni) ecco la polizia alleata bloccare l'automezzo.
Malgrado le proteste dell'autista vennero aperte tutte le
casse, nessuna esclusa. Perché? Una ignota segnalazione
aveva fatto sapere che il Re avrebbe portato a Raito armi e
munizioni! La visita durò diverse ore. Le casse vennero
scaricate, scoperchiate e abbandonate poi lungo la strada.
L'autista riuscì, con l'aiuto di alcuni volonterosi a rifare il
carico e a ripartire. Innestando la marcia commentò: «Non
hanno trovato le armi del Re. Hanno solo trovato le "armi
della Regina"..»
Povera Mafalda
120
«Le Loro Maestà rimasero nella villa di Raito», ci ha
raccontato l'ambasciatore Raffaele Guerriglia, «dal 7
agosto 1944 al 26 aprile 1945. Dopo questa data
rientrarono un'ultima volta a Villa Maria Pia. Rimasero a
Napoli un altr'anno sempre sognando di tornare a Roma.
Invece il 9 maggio 1946 Partirono per l'esilio».
Del soggiorno del Re a Raito, l'ambasciatore Guariglia
conserva un indimenticabile ricordo. Per i posteri egli ha
anzi murato su di una facciata della villa questa lapide:
«Dall'agosto 1944 all'aprile 1945 visse in questa casa
Vittorio Einanuele III Re d'Italia e di Albania, Imperatore
d'Etiopia.
«Fu un soggiorno triste», rammenta Guariglia, «reso
ancora più amaro dalle villanie degli alleati, dagli insulti
che continuamente venivano rivolti al al Re su molti
giornali italiani e stranieri e da una notizia che
letteralmente sconvolse la Regina: la morte a
Bunchenwald della principessa Mafalda. La notizia
appresa dai sovrani attraverso un breve comunicato
apparso sul Giornale di Napoli venne successivamente
confermata da altre fonti. Intanto da Roma il 14 aprile del
'45 Umberto di Savoia si era fatto premura di telefonare al
Re la tragica notizia, sperando di arrivare prima della
stampa anche perché il Luogotenente non attribuiva serio
fondamento all'informazione diramata da una agenzia
tedesca. Si sperò fino all'ultimo che si trattasse di un'altra
principessa d'Assia. Vennero chieste notizie al Papa, agli
alleati, al Nunzio apostolico a Parigi, monsignor Roncalli.
Purtroppo era vero, La buona, la mite Mafalda d'Assia, la
più allegra delle figlie del Re era morta tra atroci
121
sofferenze in un postribolo del campo di Buchenwald dove
era stata ricoverata dopo che un bombardamento alleato
aveva distrutto gran parte delle baracche degli internati ».
Confermando quella dolorosa notizia, gli Alleati
aggiunsero, per conto loro, senza alcun riguardo, altra
informazione, con lo sprezzo tipico dei vincitori: non
avrebbero più concesso benzina al Re Vittorio Emanuele
commentando anche quest'ultimo inspiegabile gesto,
osservò « Povera Mafalda. ora sta meglio lei».
Contributi dei Visitatori
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Immagine inviata dal Colonnello Umberto Ponzani
Bomboniera del matrimonio di Re Umberto II con Maria José del Belgio donata
dal Re, allora Principe di Piemonte, al genitore del Colonnello Ponzani, allora
Ufficiale di Ordinanza
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Immagine inviata dal Signor Gino Greco di Collegno che ritrae un suo congiunto,
Agostino Maddau, durante la visita che S.M. fece in qualità di Ispettore di
Fanteria nel Luglio 1940
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126
Fotografie dalla collezione privata del Signor Maurizio Lodi da Suzzara
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Celebrazioni per il centenario della nascita di Re Umberto II
Il 14 Settembre si apriranno a Racconigi le celebrazioni per il centenario della
nascita di Re Umberto II con il significativo gemellaggio tra le città di
Racconigi, che Gli diede i natali nel 1904 e la città di Cascais, che lo ospitò tra
il 1946 ed il 1983 nel suo esilio.
Entrambe le città a distanza di cento anni si onorano di averlo avuto come
illustre concittadino.
La figura di Re Umberto II viene ignorata dalla storiografia ufficiale, come
viene ignorata dalla stampa ufficiale la sua grandezza d’animo.
Quando si accenna al Sovrano scomparso si parla di lui come il Re di maggio,
non solo perché regnò nel breve periodo compreso tra il maggio ed il giugno
del 1946, ma anche per voler sottolineare un ruolo effimero nella storia
d’Italia .
Tutt’altro.
Re Umberto esercitava già dall’8 giugno del 1944 i poteri sovrani dopo che
Re Vittorio Emanuele III lo aveva nominato suo Luogotenente Generale.
Già dall’8 settembre Umberto, come semplice generale, si era posto al fianco
ed alla testa del Regio Esercito che combatteva al fianco degli Alleati. A
Mignano Monte Lungo ebbe la menzione con proposta di Medaglia d’Argento
dagli americani.
E fu al fianco del CVL ( Corpo volontari della Libertà) fino al termine della
guerra risalendo insieme ai soldati d’Italia la penisola che veniva man mano
liberata.
Fu lui ad istituire il 16 marzo del 1946 il referendum istituzionale affinché gli
italiani fossero liberi di scegliere tra la monarchia e la repubblica.
Fu lui ad invocare per primo la pace e la concordia tra gli animi divisi da una
guerra civile.
Fu lui a sdrammatizzare un clima gravissimo in tutta Italia dicendo che si
128
sarebbe rimesso alla volontà della maggioranza degli elettori liberamente
espressa mentre Nenni, Togliatti, Romita e tutta l’intellighenzia livorosamente
andata al potere dopo essersi nascosta per anni , minacciavano:” O la
repubblica o il caos!”, alla faccia della democrazia di cui si facevano fautori.
Fu lui che messo davanti all’alternativa del subire un colpo di stato o >
spargere nuovamente sangue italiano scelse di partire,
VOLONTARIAMENTE , per l’esilio sciogliendo dal giuramento di fedeltà al
Re quanti lo avevano prestato e vi avevano mantenuto fede nel corso di 5 anni
di guerra durissima e sfortunata.
Fu lui che dall’esilio mai disse una parola che potesse mettere in difficoltà il
nuovo regime, estraneo alle tradizioni nazionali.
Fu lui che fu vicino agli italiani, pur dal lontano esilio in ogni momento,
fausto o infausto.
Non è di molti anni fa il mio ricordo personale di una vecchina di Formia la
quale avendo scritto al Re in esilio lamentando le sue condizioni disagiate si
vide recapitare , dopo poco tempo, tramite il Ministro Falcone Lucifero, nel
1956 credo, la cifra di 50000 lire. Che lei non spese mai. E come lei tantissimi
altri.
Il Re fu a Marcinelle, ove perirono decine di minatori italiani, inviò, di tasca
sua aiuti per decine di milioni (di allora) per la tragedia del Vajont e per gli
alluvionati del Polesine.
Più volte nel corso degli anni la sua voce si era alzata per denunciare lo
scempio che si stava facendo dello stato italiano e per incitare gli Italiani al
rifiuto della violenza degli opposti estremismi: “Con la libertà tutto è possibile
senza libertà tutto è perduto”, ammoniva.
Più faustamente, nei suoi ultimi mesi di vita gioì per la vittoria dell’Italia ai
campionati mondiali del 1982 inviando ad ogni calciatore il suo personale
omaggio.
Anni prima la nazionale di calcio, in Portogallo per una partita, gli rese
omaggio per intero, a Villa Italia.
Fu lui a donare al Santo Padre la Santa Sindone, la reliquia più preziosa della
Cristianità, da secoli patrimonio del Capo di Casa Savoia.
Fu lui a donare allo Stato Italiano gran parte dell’archivio storico di Casa
Savoia, come prima di lui Vittorio Emanuele III donò la sua celeberrima e
inestimabile collezione di monete, adesso dimenticata in qualche angolo della
Banca d’Italia. Quella collezione, per inciso, valeva di più di quanto il Re
abbia mai percepito durante i suoi 46 anni di regno. Questo per chiarire le idee
a quanti accusano casa Savoia di chissà quale latrocinio.
Alla sua morte, in esilio, per lo sciacallaggio di una classe politica inetta,
quando non criminale, crollata su sé stessa dopo pochi anni a colpi di avvisi di
129
garanzia, Falcone Lucifero disse: Più grande del dolore per la morte di
Umberto II deve essere il rimorso di quanti hanno privato l’Italia di questo Re.
Cento anni di Re Umberto. Il Re che ha potuto testimoniare della sua
grandezza solo attraverso la silenziosa e dignitosa lontananza da ciò che
amava di più.
Nella speranza che i suoi cento anni coincidano con il suo ricongiungimento
all’Italia.
Nel Pantheon naturalmente.
Villa Italia
E' commovente la vicinanza che esiste tra Cascais
e tanta parte del popolo italiano. Umberto
Alcune foto sono tratte dal Blog del Signor E. Dezani il quale mi aveva
autorizzato a suo tempo alla pubblicazione. Le ripubblico in quanto la
pagina cui era collegato il sito non è più reperibile.
Altre foto sono prese dalle vecchie riviste di cui sono costantemente alla
ricerca.
Altre foto ancora mi sono state mandate dai Visitatori. Tutte con lo stesso
dispiacere che la casa del Re sia stata trasformata in un albergo a cinque
stelle.
130
Le foto più recenti mi sono state inviate dalla mia impareggiabile amica
Cristina che non lascia mai inascoltata nessun mia richiesta.
La prima Villa Italia, ove il Re abitò dal 1950 al 1961
Il cancello di Villa Italia con il Re e, più recentemente, durante i lavori di
demolizione e trasformazione in albergo
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Prima dei lavori, durante l'abbandono seguito alla morte del Sovrano, e durante i
lavori
132
La seconda Villa Italia ove il Re abitò dal 1961 al 1982-1983 ed il progetto per la
realizzazione di un grande albergo
Il grande albergo realizzato ed una delle sue stanze
Il mare per fortuna è rimasto sempre lo stesso
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Hautecombe. Dopo ventuno anni, nel centenario della nascita di Re Umberto
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Come ventuno anni fa il tempo è grigio, ma fortunatamente molto più clemente. La
strada per raggiungere la Reale Abbazia non è piena di pullman. Anzi. E' vuota.
Sistemare la macchina nel piccolo parcheggio non è un problema. Un cortese
gendarme avvicinatosi alla macchina fa capire a gesti dove e come parcheggiare.
Posto per 10 autobus, forse per venti macchine.
Scendo. Mi volto indietro a ripercorrere con la memoria un giorno di 21 anni prima.
Quando non avevo un soldo in tasca ma lo stesso avevo voluto partecipare,
indebitandomi moralmente con i miei, all'ultimo saluto a Re
Umberto.
Allora c'era molta più gente: ragazzi, ragazze, anziani. Gente
distinta e gente umile, di quelli venuti dalla campagna con il vestito
buono, della domenica. Molti di questi portavano al bavero della
giacca spilline multicolori. Solo dopo tanto tempo avrei capito che
erano decorazioni al valore e che ogni colore diverso rappresentava
una "campagna" diversa.
In tutti sommessamente il dolore dignitosissimo di aver perso qualcuno. Questo "qualcuno" era un
uomo cui la ventura, la sorte, la malasorte, la storia avevano affidato il compito di raccogliere per un
breve periodo l'eredità di una guerra persa e di pagarne senza alcuna responsabilità ottima parte delle
colpe. Un uomo che era stato Re per soli 34 giorni. E che aveva scontato questa colpa per tutta la
restante parte della sua vita. Andato in esilio a quarantadue anni non ne era più tornato. La repubblica,
cui il Suo sacrificio aveva consentito di nascere senza ulteriori fardelli di sangue, ne negava
praticamente l'esistenza. Lo privava della cittadinanza, lo privava dei suoi beni presenti nel territorio
nazionale, lo privava dei suoi diritti di italiano.
Lo privava dei suoi diritti di uomo. Alla faccia di tutte le convenzioni
internazionali, delle carte di Helsinky sui diritti umani et cetera ceteraque.
Il Re, tirannico personaggio, aveva dato agli italiani modo di scegliere. La
repubblica si proclamava eterna. La repubblica sanciva l'irreversibilità
della scelta fatta in un momento di grave turbamento.
Il Re sceglieva l'esilio per amore. La repubblica glielo imponeva per odio.
Pochi mesi più tardi dalla sua partenza, allorché Vittorio Emanuele III
stava per morire, la repubblica negò ad Umberto di sorvolare l'Italia per
giungere in tempo a vederlo vivo. E non lo vide.
Ma mai si lamentò di questo. “Ero preparato a questo”. Disse che faceva parte del suo mestiere di Re.
Se ad altri era toccato in sorte di essere sovrani in momenti felici a
lui era toccato in sorte di testimoniare la propria regalità in momenti
tristi. E mai aveva abdicato al suo stato di Re. Re esiliato, solo, ma
proprio per questo più grande che mai, nonostante le avverse
fortune. A questo grande uomo, che la storietta della repubblica
frettolosamente bolla come il Re di maggio, non fu concesso
nessuno sconto. Nella parte finale della sua lunga malattia
moltissimi si pronunciarono se fosse o meno giusto farlo rientrare.
Lui che non aveva mai chiesto niente ma solo dato. Li ricordo quei
tristi figuri che sentenziavano di repubblica nata dalla resistenza, di
135
offesa alla costituzione, di assurde condizioni di abiura per consentire il ritorno. Sciacalli.
Ricordo un articolo di Umberto Eco su "La repubblica". Sosteneva che a suo giudizio tra Umberto e le
Brigate Rosse non vi era differenza, in quanto nessuno dei due riconosceva lo stato. Ne ho conservato
il ritaglio. Chissà se ha mai fatto ammenda per tale enorme stupidaggine.
Tutto questo ciarpame sarebbe morto di vecchiaia o a colpi di avvisi di garanzia pochi anni dopo. Ma
la repubblica era forte. Si era difesa bene. Nessuno si era chiesto del suo poco legale certificato di
nascita. E l'ultimo depositario della regalità era morto. Presto lo avrebbero dimenticato di nuovo. E
così fu.
Ripercorro il tratto dal parcheggio all'ingresso della Abbazia frugando tra i ricordi. Oggi sono in
giacca e cravatta. Allora non pensavo neanche che un giorno le avrei messe. Stava per piovere 21 anni
fa. I francesi ci tenevano lontani dall'ingresso in vista dell'arrivo di personalità importanti: Juan Carlos,
Baldovino, e tanti altri. La gente spingeva per poter salutare il Re. Ricordo che ad un certo punto il
cordone dei Francesi fu rotto da alcuni ragazzi che si misero a correre gridando "Viva il Re!". Io mi
accodai. E mi piazzai proprio davanti all'ingresso. In prima fila. In tempo per vedere passare tra una
folla attonita il feretro avvolto nella Bandiera. Un silenzio assordante. Una ragazza piangeva. Vecchi
militari scattavano sugli attenti. Fino a che l'urlo strozzato di un Italiano, si con la "i" maiuscola,
chiamò i presenti al saluto d'ordinanza: "Italiani! Saluto al Re!" Gli altri risposero in coro "Viva il
Re!". Tre volte. Io non partecipai al coro. Non ero preparato all'uopo. Ma la commozione fu anche
mia. Totale. Dietro il feretro un nobiluomo portava un cuscino di velluto con il Collare dell'Ordine
della Santissima Annunziata. Dietro ancora i membri di Casa Savoia.
La solennissima funzione l'ascoltai da fuori. Dentro tutta l'Italia. Dal ricco al povero, dal militare al
civile, dal professore al contadino. Nessun rappresentante dello stato italiano.
Ore ci vollero per sfilare lentamente accanto a quella bara poggiata in terra, semplicemente. Prima di
me un ragazzo italiano che viveva a Ginevra confessò a Vittorio Emanuele che era stato lui a
verniciare il consolato d'Italia con lo spray. Vidi il principe sinceramente compiaciuto. "Ah sei stato
tu?" disse con un sorriso.
Ripresi la strada per il pullman mestamente dopo essermi segnato. Il diluvio. Sotto braccio un signore
cieco che non aveva voluto mancare e che si faceva condurre docilmente nel buio. Io da una parte.
L'anziana moglie dall'altra. Fino a che un autobus stracarico si fermò e li fece salire. Io continuai a
piedi per qualche chilometro ancora. Fradicio. L'unica cosa che avevo potuto fare per il Re era stato
prendere un enorme acquazzone. Non di più purtroppo.
Ventuno anni dopo il Re è ancora sepolto nella bellissima e scomodissima Abbazia.
Non ci sono più i monaci benedettini. Hanno traslocato. L'arcivescovo di Chambery ha chiamato un
altra comunità a far vivere l'antica Abbazia: Chemin neuf. Nella cappella a destra subito dopo la porta
d'ingresso Re Umberto è stato raggiunto dalla Regina. Due foto li ritraggono quando erano giovani e
bellissimi. La scritta in latino ricorda che lì riposa il Re d'Italia,
Duca di Savoia.
L'Italia distratta ha dimenticato in quell'angolo uno dei suoi figli
migliori. Quello che l'ha amata di più ricevendo in cambio soltanto
indifferenza se non odio.
In raccoglimento mi fermo e mi sorprendo a sperare che l'esilio per
le anime non esista. Che quando è spirato si sia fermato un po' a
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riceverci, tutti noi italiani partiti da ogni angolo del mondo per salutarlo, come era sua abitudine
durante l'esilio a Cascais. Che abbia atteso che anche l'ultimo dei suoi si ritirasse e poi alla fine del suo
funerale, libero da ogni impegno del suo stato, si sia incamminato a fianco dell'ultimo italiano e con il
cuore in gola, emozionato come un bambino abbia varcato quel
confine che gli avevano chiuso in vita, e poi abbia ricominciato a
girare per la sua Italia passando da Aosta, da Torino, da Genova, da
Firenze, da Roma, dalla sua Napoli e poi senza più meta in ogni
luogo che lo avesse visto giovane tra la gente che amava e che lo
ricambiava con tutto il cuore.
Pensiero intenso e fugace, rapidamente interrotto. La realtà è che un
distinto ed anziano signore mi fa cenno di dover chiudere il cancello posto davanti la piccola cappella.
Mi segno ancora. Come ventuno anni prima. E riprendo la strada per il ritorno a casa.
Giunto in corrispondenza della macchina non mi fermo. Decido di ripercorrere a piedi per un tratto la
strada che avevo percorso al buio con il signore cieco sotto braccio. E cerco di vedere se qualche
ricordo ancora si fa vivo. Ma sono solo dettagli. Mentre cammino smetto di ricordare. Avrò fatto
bene? Avessi pensato a qualcosa di più concreto, tanti anni fa? Da un punto di vista pratico forse si. I
miei amici, più assidui di me, mi dicono che ogni anno siamo un po' di meno. Amen. L'età media non
è di sicuro bassa.
Certo... Tanti anni fa avevo più cuore che cervello. Anche ora che credo di avere un po' di cervello in
più non so se quel poco cervello è sufficiente a vincere le ragioni di un sentimento di affetto e di
ribellione all'ingiustizia inflitta ad un uomo buono.
Mentre ritorno alla macchina, ventuno anni dopo mi trovo a constatare che non ho cambiato idea,
nonostante i capelli grigi, anzi.
I recenti presidenti della repubblica hanno dimostrato quale peso può avere un capo dello stato anche
in una democrazia parlamentare. Cossiga prese a picconate un sistema partitocratrico ormai sclerotico.
Quello stesso sistema si difese eleggendo il più conservatore di tutti. Scalfaro. Scalfaro che stava da
una parte. E ben si vide da che parte stava. Impose e mise veti sui ministri. Organizzò il ribaltone e se
ne fece garante. I referendum che erano stati appena votati con schiacciante maggioranza ignorati e
calpestati. Ricordate il finanziamento pubblico ai partiti? Ricordate il ministero dell'agricoltura?
Ricordate? Tutto si ricompose e l'illusione di una seconda repubblica si rivelò
presto per quello che era. Grazie anche all'allora capo dello stato. Lo stesso,
senatore a vita, presidente emerito, adesso partecipa ai convegni di una delle parti
accusando l'altra di attentato alla libertà. La costituzione recita che "Il Presidente
della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale".
Scalfaro ha rappresentato spudoratamente una parte, e neanche si pone il
problema di far finta che non sia così.
Mi sia consentito di fare un paragone dopo quanto accaduto qualche tempo fa a
Madrid.
E' chiaro che il governo di Aznar ha gestito il flusso delle notizie in modo da non
perdere le imminenti elezioni. Si è scontrato con la ben nota fermezza del Re. Re
per il quale non è importante che a governare sia la Destra o la Sinistra. Il Re è il
punto di massimo equilibrio della Nazione. Non eletto non deve rendere conto a consorterie politiche o
affaristiche. Deve rendere conto soltanto al suo popolo. E in tanti anni solo due volte ha parlato alla
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nazione spagnola dalla tv: per il golpe del colonnello Tejero, che fece fallire, ed in quella tristissima
occasione di lutto. Questo è un re. Re di un popolo che somiglia infinitamente al nostro.
E dopo che Juan Carlos ha dimostrato per l'ennesima volta che un re è supremo e totale garante del
popolo, al di sopra delle parti e dei partiti, non posso dimenticare quanto disse l'attuale Sovrano di
Spagna in occasione della morte di Re Umberto: "Lo zio Umberto, lui che aveva perso il trono, lui mi
ha insegnato come si fa il re".
Questa è la persona che abbiamo dimenticato in una sperduta Abbazia della Savoia, su un lago che
ispira malinconia al solo avvicinarvisi. Curioso che mai io vi abbia trovato il sole. Quel luogo così
triste è specchio della sorte toccata in sorte a quella che reputo una delle migliori persone di cui l'Italia
possa vantarsi. Uno dei Grandi d'Italia.
E anche se io fossi rimasto l'ultimo in Italia, non smetterò di chiedere che cessi l'esilio, che cessi
questa vergogna. Non smetterò di chiedere di restituire Re Umberto all'Italia e l'Italia a Re Umberto.
Sarebbe solo un piccolissimo, parziale e tardivo atto di giustizia nei suoi confronti.
Articolo pubblicato su www.telefree.it il 15-9-2004
Molte delle immagini seguenti mi sono state inviate dal mio amico
Bastiano Contrario, che ringrazio di cuore.
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Umberto, Principe di Piemonte, all'età di un anno, tra
le braccia della Regina Elena. Alla sua destra la
Duchessa madre di Genova, Elisabetta di Sassonia,
alla sua sinistra la Regina Madre Margherita.
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Umberto, Jolanda, Giovanna e Mafalda
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Umberto nell'uniforme dei
Corazzieri Reali
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Umberto vestito alla marinara abbraccia
Re Vittorio Emanuele
1914
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Umberto all'età di dieci anni
Umberto in divisa
da pioniere
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Umberto adolescente
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Umberto in divisa della scuola militare
della Nunziatella a Napoli
Umberto, Principe di Piemonte, nella divisa dei Granatieri
di Sardegna, suo Corpo di appartenenza
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Nel giardino del castello Reale di Racconigi, sua
città natale, nel 1922
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Sempre nella divisa dei Granatieri di Sardegna
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Umberto, con il grado di Colonnello del Regio
Esercito Italiano
Grande amante dello sport
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Umberto studia le carte di
Montelungo
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Colazione al sacco con il generale Infante ed il
generale Morigi della Nembo
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Umberto passa in rassegna le
truppe USA
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Umberto con un reparto un po' malconcio
del Regio Esercito.
Da notare la fascia nera al braccio sinistro per la morte di
sua sorella Mafalda a Buchenwald
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Il ritorno a Roma di Umberto,
Luogotenente Generale del Re
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Umberto dopo il convegno presieduto da Mac Farlane
per la formazione del nuovo governo.
Febbraio 1945. Umberto al
fronte
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Umberto al fronte nell'aprile
del 1945
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Umberto al fronte con alcuni militari della Friuli, in
divisa inglese, ma con le stellette del Regio Esercito
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Umberto con il Generale Clark
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Umberto, Principe di Piemonte, Luogotenente Generale del
Re, decora il Generale Mark Clark, comandante della V Armata
Foto inviata dal Professor Carlos Miguel Gomes
da Cunha da Lisbona, Portogallo
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L'atto di abdicazione con il quale Re Vittorio
Emanuele III passa la corona a Umberto, Principe di
Piemonte
172
I romani, in piazza del Quirinale
festeggiano Umberto II Re d'Italia
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La famiglia reale al balcone del
Quirinale saluta l'immensa folla
Altri particolari della stessa manifestazione
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Re Umberto firma autografi in
Piazza del Duomo a Milano
Il Re non poté svolgere la campagna referendaria in un
clima di serenità per le pesanti intimidazioni del CLN.
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La Famiglia Reale nei
giardini del Quirinale
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Re Umberto, accompagnato dal generale Infante, si reca in
Vaticano a prendere commiato da Sua Santità Pio XII, il 7
giugno 1946
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Il Re dopo aver firmato il proclama alla nazione esce
a ricevere l'ultimo saluto dei
Corazzieri e dei
Granatieri di Sardegna
182
Il comandante dei Corazzieri, Conte Riario Sforza saluta
Sua Maestà con i Corazzieri schierati saluta il Re. Il saluto
fu quello rituale:
Guardie del Re, saluto al Re!
I Corazzieri ed i Granatieri ad una voce:
Viva il Re!
La bandiera reale continuò a sventolare sul torrino del
Quirinale fino a quando l'aereo che portò in esilio il Re
non si allontanò dai cieli di Roma
183
Roma 13 giugno 1946, ore 16.00. Re Umberto si
affaccia per l'ultima volta dall'aereo SM 95 che lo porterà
a Lisbona.
Racconterà Re Umberto anni dopo: "Avevo addosso un
senso di smarrimento quasi infantile...Ero incapace di
pensare, avevo la sensazione di essere immerso in un
184
clima irreale. Poi mi resi conto che l'aereo saliva. Vidi
Roma laggiù, in un velo di pioggia: di colpo riacquistai
acutissimo, il senso della realtà. E in quel momento, lo
confesso, non fui capace né mi curai di trattenere le
lacrime".
Le foto di questa pagina sono tratte dall'opuscolo di Ludovico Zuccolo del
1946 edito in occasione dell'ascesa al trono di Re Umberto II.
Le foto sono di dimensioni già grandi.
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Il manifesto di propaganda per la Monarchia più
diffuso durante la campagna referendaria
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La scheda referendaria. Le repubblica, naturalmente al
primo posto nella scheda, è rappresentata, curiosamente,
da un donna con una corona turrita. In molte zone d'Italia
si fece credere che la donna con la corona turrita fosse la
Regina.
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La Regia Nave Duca degli Abruzzi nel golfo di Napoli. Questa
nave aveva portato in esilio il 10 maggio Re vittorio Emanuele III e
la Regina Elena ad Alessandria di Egitto. La stessa nave condurrà in
Portogallo la regina Maria Josè ed i principi il 5 giugno.
200
Re Umberto appena sbarcato all'aeroporto di Lisbona dopo la partenza
da Roma.
Il 14 giugno del 1946 iniziò per il Re un esilio che ancora, ferocemente,
perdura. Oltre la Sua morte.
201
Re Umberto segue il feretro del Re suo padre Vittorio Emanuele
III montato su un affusto di cannone ad Alessandria di Egitto. A
Re Umberto non fu possibile arrivare al capezzale del padre morente in
quanto il governo gli impedì di sorvolare lo spazio aereo italiano. La salma del
vecchio Re fu successivamente portata a spalla da otto operai italiani.
202
Le Forze Armate dell'Egitto, Paese che l'Italia aveva combattuto
pochi anni prima, scortano la Salma del Re di Vittorio Veneto alla sua
tumulazione provvisoria nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria
d'Egitto.
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La Famiglia Reale nei primi anni dell'esilio. Dal 1947 La Regina
Maria Josè ed il Principe Vittorio Emanuele si trasferirono in
Svizzera.
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Una bella immagine con tre generazioni di
Casa Savoia: Re Vittorio Emanuele III,
Umberto, allora Principe di Piemonte, e
S.A.R. Vittorio Emanuele Principe di
Napoli.
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Il Re con lo Stendardo di guerra del Reggimento Savoia Cavalleria,
incorniciato d'oro, che il Col. Bettoni gli consegnò a Ciampino prima della
partenza dicendo:
"Il Re me lo ha dato. Al Re lo restituisco."
Lo stendardo e' adesso conservato al Sacrario delle Bandiere del Vittoriano
per disposizione testamentaria.
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Il Re nel giardino di Villa Italia a Cascais
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S. M. il Re Umberto con S.A.R. Il Principe di Napoli e
S.A.R. il Duca d'Aosta a Fatima con S. S. Paolo VI il 13
maggio del 1967
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Sua Maestà il Re Umberto e Sua Santità Giovanni Paolo II
si scambiano "l'abbraccio reale" durante l'udienza che il
Pontefice concesse al Re durante un suo viaggio
apostolico in Portogallo, il 14 maggio del 1982.
In questo modo il grande Giovannino Guareschi vede la "sconfitta" della
Monarchia al referendum istituzionale e la successiva partenza della Famiglia
Reale che , con licenza poetica, immagina imbarcata per intero sulla Regia
Nave "Duca degli Abruzzi".
I disegni qui sotto riportati sono pubblicati per gentile concessione dei Signori
Alberto e Carlotta Guareschi, figli dell'indimenticabile Giovannino.
Guareschi inoltre ha scritto, tra i tanti, un bellissimo racconto intitolato "Colpo
di stato". Come suo solito, descrive con tratti di vera poesia un "Signore alto"
che per rincorrere la sua bambina è costretto, contro la sua volontà, a varcare
un confine.......
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Ne consiglio a tutti la lettura: Mondo Candido 1951-1953, Rizzoli editore,
1997, pagg 120-128
L'AMMAINABANDIERA, disegno di Giovannino Guareschi, da Mondo
Candido 1946-1948, Rizzoli, Milano 1991.
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ULTIMO SALUTO disegno di Giovannino Guareschi, da «Candido» n. 23, 8
giugno 1946.
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Villa Italia come si presenta attualmente. Questa foto è pubblicata grazie alle
mie amiche (rigorosamente in ordine alfabetico) Antonella, Letizia e Patrizia
che l'estate scorsa hanno trascorso le loro vacanze in Portogallo ed hanno
pensato a me.
Testamento spirituale di Sua Maestà UmbertoII
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«Dal testamento di San Pietro I Vladika del Montenegro.
"Io mi avanzo pieno di speranza alle soglie del Tuo Divino Santuario
la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato
dai miei passi mortali.
Alla Tua chiamata io vengo tranquillo..." ».
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«Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed
neque me ipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum sed non in hoc
iustificatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est».
Da tradurre così
«Poco importa a me d'essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini) né
mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché;
ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore».
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I funerali di S.M. Il Re ad Hautecombe il 24 marzo 1983.
Assente qualsivoglia rappresentante della repubblica.
Presenti gli Italiani.
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DEDICATO A - The Royal Order of the Holy Grail Kings