DEDICATO A UMBERTO II RE D'ITALIA 1 Il 18 marzo del 1983 si spegneva in una clinica di Ginevra, dopo una lunga malattia, Sua Maestà Umberto II di Savoia, Re d'Italia. Per gli Italiani era semplicemente Umberto. Come si conviene ai Re. Aveva 78 anni di cui 37 passati in esilio. In esilio fu lasciato morire. In esilio riposa ancora condividendo la sorte dei suoi genitori, Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena. Agli Italiani delle nuove generazioni non fu concesso conoscerlo, grazie ad una congiura del silenzio che non si fermò neanche in occasione dei suoi funerali che non furono trasmessi in televisione. Nonostante questo l'amore che legò il Re alla sua gente e la gente al suo Re non venne mai meno. Questo sito vuole essere un omaggio alla memoria del Re e si propone di dare a chi lo desidera modo di conoscerlo attraverso i suoi scritti, i suoi messaggi, le sue foto. A tal fine è aperto al contributo di quanti lo amano. Buona navigazione ! Viva il Re Link: http://www.diesis.com/phpgroupware/files/home/roberto/ 2 I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon Inchiesta pubblicata su "Il Candido" per 16 settimane dal n° 29 del 20 Luglio 1958 1- Il Calvario di Umberto incominciò l'8 Settembre 3 2 - L'autista del Re racconta il viaggio a Pescara 3 - Cinquanta ospiti al castello di Crecchio 4 - Soltanto il Re era calmo a Pescara 5 - Caos notturno per l'imbarco ad Ortona 6 - Quando sbarcò il Re brindisi stava per saltare in aria 7 - Umberto cercava la morte sul campo di battaglia 8 - Come fu negato al Re il ritorno a Roma 9 - Il diario inedito di Vittorio Emanuele III 10 - Il Re soldato abdica e parte per l'esilio 11 - Re Umberto rievoca il terribile Maggio 1945 12 - L'ultima notte di regno rievocata da Umberto 13 - L'esilio di Vittorio Emanuele III 14 - Le ultime parole di Vittorio Emanuele III 15 - L'esilio in Francia della Regina Elena 16 - Così si spense la regina Elena 4 I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon Inchiesta pubblicata su "Il Candido" per 16 settimane dal n° 29 del 20 Luglio 1958 I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon IL CALVARIO DI UMBERTO INCOMINCIO' L'8 SETTEMBRE Almeno venti persone tra ministri, generali e subalterni, erano state informate dell'armistizio: solo il Principe Ereditario era stato tenuto all'oscuro e il Santo Padre attendeva "una sua mossa ". Un emozionante incontro col maresciallo Graziani Agitato Consiglio della Corona al Quirinale Il Principe fece un'inchiesta personale sulla morte di Muti Drammatica notte insonne al Ministero della Guerra: all'alba del 9 settembre Badoglio induce i Sovrani ad abbandonare Roma mentre tuonano i primi colpi di cannone tedeschi. 5 Alle ore 18,10 di mercoledì 8 settembre 1943 un'Alfa Romeo militare, proveniente da Via Veneto, dopo aver percorso la breve salita di via XXIV Maggio, entro nel palazzo del Quirinale passando dal portone che si spalanca di fronte ai Dioscuri. I corazzieri di servizio resero gli onori militari perché le sentinelle avevano tempestivamente segnalato la macchina; era quella di Umberto di Savoia. Infatti sul parafango sinistro dell'auto sventolava il gagliardetto azzurro con la corona reale, emblema del Principe ereditario, mentre su quello destro garriva un altro gagliardetto, quello di maresciallo d'Italia: quattro stelle d'oro su campo azzurro. "Torneremo ad Anagni in serata" Quel giorno l'ampio cortile d'onore del Quirinale era insolitamente pieno di macchine, tanto che il sergente maggiore Cozzani, che era al volante, dovette compiere un largo giro per trovare un posto dove parcheggiare. Scendendo dalla sua Alfa, Umberto di Savoia osservò, rivolgendosi al suo autista: «Cozzani, non ti preoccupare, lascia pure la macchina qui, tanto ce ne andremo presto», poi il Principe si avviò verso l'ascensore seguito dai suoi due ufficiali di ordinanza, i maggiori Campello e Litta. Giunto al secondo piano, prima di entrare nel suo appartamento, Umberto congedò i due ufficiali non senza aver raccomandato «Cercate di essere facilmente reperibili. Torneremo ad Anagni in serata». Umberto di Savoia risiedeva ad Anagni da appena una settimana. Dal 2 settembre, infatti, egli aveva trasferito li suo comando da Sessa Aurunca in quest'altra località distante non più di sessanta chilometri dalla Capitale e celebre per lo schiaffo che Guglielmo di Nogaret, 6 cancelliere di Filippo il Bello, diede con la mano inguantata di ferro, al vecchio pontefice Bonifacio VIII. Quel trasferimento non era stato dettato da necessità militari ma era stato consigliato dalla piega sempre più tragica che andavano assumendo gli avvenimenti sotto l'incalzante pressione del nemico già profondamente penetrato nel nostro territorio dopo i riusciti sbarchi in Sicilia e in Calabria. Da Anagni Umberto di Savoia avrebbe dovuto dirigere le operazioni militari che vedevano impegnate tre armate, tutte teoricamente ai suoi ordini, la quinta comandata dal generale Caracciolo, la settima alle dipendenze del Duca di Bergamo e i resti della sesta, che un tempo era stata l'armata di Roatta, in Sicilia. In realtà il Principe di Piemonte era sempre stato, suo malgrado, un comandante simbolico, sin da quando la guerra era stata dichiarata. Con la scusa che la sua vita era preziosa, e le superiori esigenze imponevano determinati movimenti ed iniziative, egli era stato volutamente tenuto all'oscuro da ogni disegno operativo, tanto per ordine di Mussolini quanto per tacito consenso dei vari Capi di Stato Maggiore generale che si erano succeduti nella carica dal 10 giugno 1940, dal giorno, cioè, della nostra entrata in guerra. Un viaggio di Roatta A tale proposito potremmo raccontare decine di episodi gravissimi. Ci pare però che il più significativo sia questo che ci è stato narrato da una persona che divise per lunghi anni le stesse ansie, le stesse preoccupazioni di Umberto, in quotidiano contatto e in lunga devota dimestichezza. Ci spiace non poter rivelarne il nome, impegnati come siamo a rispettarne l'incognito. 7 Un giorno Umberto di Savoia ordinò al generale Gamerra, suo primo aiutante di campo, di convocare alcuni alti ufficiali (Gamerra è morto da alcuni anni senza lasciare se le nostre informazioni sono esatte - un diario o un memoriale, come invece si sono affrettati a pubblicare altri che pur ebbero minore occasione di essere testimoni di avvenimenti storici). Si era nel marzo del '41 e le nostre cose non avevano ancora preso quella piega disastrosa che dovevamo in seguito registrare. Il Principe, dunque, aveva deciso - nella sua qualità di comandante di un gruppo di armate - di chiamare a rapporto alcuni generali che erano alle sue dirette dipendenze. Aveva perciò ordinato a Gamerra di convocare tra gli altri, anche il generale Roatta, comandante la VI armata di stanza in Sicilia. Gamerra però gli aveva fatto notare che proprio il giorno prima aveva incontrato Roatta a Roma. «Ma come », aveva osservato il Principe, « Roatta non è a Partinico? E che cosa è andato dato a fare a Roma? ». «Mi ha detto», aveva riferito con non lieve imbarazzo il generale Gamerra «che Mussolini lo ha nominato Capo di stato maggiore dell'Esercito. Credo anzi che questa sera la radio darà la comunicazione ufficiale». Era vero. Al Principe era stato tolto un generale d'armata, non solo, ma questi lo si era nominato Capo di stato maggiore dell'Esercito. Nessuno aveva sentito il dovere di informare Umberto di Savoia, il più direttamente interessato di quella nomina. Né questo, come abbiamo detto, è l'unico episodio dei genere. Il più paradossale però - e il più tragico - ha una data precisa e altrettanto precisi responsabili. L'8 8 settembre 1943 Umberto di Savoia capitò a Roma per caso. La Storia non e fatta di supposizioni, di «se» di « ma» , però non è azzardato dire che il destino d'Italia sarebbe stato un altro se quel pomeriggio il Principe Ereditario invece di partire per Roma avesse preferito fare un giro nel settore della quinta armata, come già aveva fatto due giorni prima, quando era capitato a Orte senza che il generale Caracciolo ne attendesse la visita. Il Principe a Roma per caso Perché l'8 settembre Umberto di Savoia andò a Roma? Nessuno lo ha mai spiegato. Non ne accenna Badoglio nel suo libro L'Italia nella Seconda Guerra Mondiale, non ne fa menzione Guariglia nelle sue memorie, né registra l'avvenimento il generale Puntoni nel suo discusso e polemico libro Parla Vittorio Emanuele. Nello svolgere questa nostra indagine che ci ha portato ad avvicinare non meno di cinquanta persone, tutte in un certo senso protagoniste di quel fatale 8 Settembre, noi non abbiamo mancato di cercare di chiarire questo episodio tutt'altro che secondario. Ebbene nessuno degli interpellati ha saputo spiegare l'improvvisa venuta del Principe a Roma. Tutti sono stati concordi nell'affermare questa stupefacente verità: il Principe ereditario arrivò in Quirinale non chiamato da nessuno. Perché allora aveva sentito il bisogno di lasciare temporaneamente Anagni? Il Principe si sentiva sempre più messo da parte. Il due settembre, commentando con il suo ufficiale di ordinanza le voci di un prossimo sbarco del nemico sul Continente (com'è noto questa azione cominciò alle ore 4,30 del 3 9 settembre nelle zone dì Reggio Calabria, Villa San Giovanni, Palmi e Melito), egli aveva osservato con infinito sconforto: «Odioso questo senso di attesa impotente». Più tardi aveva aggiunto amaramente: «Ormai per conoscere le notizie sugli ultimi avvenimenti non ci resta che ascoltare il giornale radio». Baratono per l'abdicazione Eppure da molte parti si insisteva perché Umberto di Savoia uscisse dal suo isolamento, anche a costo di prendere posizione contro il Sovrano. Il 4 settembre il Principe aveva ricevuto Baratono, sottosegretario alla Presidenza. Era questo un antico prefetto, onesto e senza peli sulla lingua. Baratono aveva, iniziato il colloquio osservando: «Altezza Reale è necessario che Sua Maestà abdichi. Solo Vostra Altezza può ancora salvare il salvabile». Identica richiesta ma presentata con maggiore tatto e sottile diplomazia, era stata rivolta tempo prima dal colonnello Rossi Passavanti, decorato di due medaglie d'oro, conquistate rispettivamente nella prima e nella seconda guerra mondiale. Rossi era stato ricevuto in qualità di capo della assistenza militare. In realtà il colonnello godeva l'assoluta fiducia del Re, del capo del Governo e del Principe, come identica fiducia gli era sempre stata accordata anche da Mussolini. Era divenuto, insomma, per dirla con parole sue, «il confessore di tutti», anche perché ritenuto giustamente come una persona fidata, riservata scrupolosissima. Rossi Passavanti, dunque, riferì al Principe di aver visto poche ore prima il cardinale Pizzardo. L'illustre prelato gli aveva detto: «Vorrei che Sua Altezza Reale sapesse che il Santo Padre é in trepida attesa di una sua mossa ». 10 Umberto di Savoia aveva sorriso tristemente e aveva commentato: «Che posso fare, mettermi contro il Re? ». Ma ben altro amaro sfogo noi potremmo riferire, in merito a quel colloquio. Rossi Passavanti però è muto come una tomba. Non parla, non solo, ma ha di proposito distrutto tutti i suoi appunti, perché (ci ha detto testualmente l'eroico ufficiale, oggi Presidente di Sezione della Corte dei Conti) «le confidenze che mi sono state fatte dal Re, da Mussolini dal Principe e da centinaia di altre personalità devono restare eternamente segrete». Altezza Reale, questa è la sua ora Isolato da tutti, nella impossibilità di prendere parte attiva agli avvenimenti che ogni giorno andavano sempre più a precipizio, Umberto di Savoia cercava in tutti i modi di avere notizie , di rendersi esattamente conto di quello che stava succedendo. Ma finiva sempre, suo malgrado, col cozzare davanti a un muro. Per questo quando poteva correva a Roma. Qui egli riusciva, di tanto in tanto, a sapere quello che nessuno avrebbe mai pensato di dirgli. Il 5 settembre andando a messa in una chiesetta di campagna vicino ad Anagni, aveva casualmente incontrato il maresciallo Graziani che abitava nei dintorni, ormai al di fuori della vita politica e militare. Graziani gli aveva detto con le lacrime agli occhi: «Altezza Reale, questa é la sua ora». Poi Graziani due giorni dopo, il 7 settembre, verso le ore 19, aveva di nuovo cercato il Principe. Fu forse quel colloquio a far decidere la breve corsa a Roma, il giorno successivo? E' molto probabile, perché Graziani raccontò al Principe che «qualcuno» gli aveva riferito che erano in corso trattative per un armistizio con gli alleati. Si tratta di voci, aveva osservato Umberto di Savoia. «A me non risultano 11 vere». Eppure dal tre settembre il generale Castellano aveva firmato a Cassibile, in nome di Sua Maestà il Re, l'armistizio. A Roma quel segreto era conosciuto da almeno venti persone. Quelli che erano a conoscenza dell'armistizio Raffaele Guariglia, allora ministro degli Esteri, confessa nelle sue memorie di aver comunicato la notizia non solo ad alcuni membri del Governo ma anche ad altri tre suoi amici, all'ambasciatore italiano in Francia, a Salvatore Contarini e al cardinale Maglione. L'armistizio era noto inoltre ai tre ministri delle Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica), ai loro segretari particolari, al ministro della Real Casa Acquarone, al colonnello Valenzano, segretario e parente di Badoglio, al figlio dello stesso maresciallo Mario, ai generali Ambrosio, Roatta Carboni, ai loro rispettivi ufficiali addetti. Insomma due sole persone erano state tenute di proposito all'oscuro di tutto, il Principe di Piemonte e il Primo aiutante di campo generale del Re il generale Paolo Puntoni. Umberto di Savoia arrivò dunque l'8 settembre in Quirinale per cercare di controllare quanto gli aveva riferito Graziani. Puntoni, invece, capitò perché dalla finestra del suo studio aveva osservato uno strano via vai di macchine nel cortile d'onore. Per quanto fosse sempre stato in quotidiano contatto con Il Re, nulla gli era stato detto dal Sovrano di quello che era stato deciso a Cassibile. Eppure il segreto era stato abbastanza bene mantenuto. Però aveva finito nei giorni 6, 7 e 8 settembre con l'essere bisbigliato un po' dappertutto. 12 Il 3 settembre, durante la riunione dei ministri al Quirinale, Badoglio aveva firmato un importantissimo telegramma. Era diretto agli Alleati e confermava la nostra accettazione dell'armistizio, inoltre rinnovava l'assicurazione che al generale Castellano (nostro inviato in Sicilia per concludere le trattative con il generale Smith capo di stato maggiore di Eisenhower) erano stati effettivamente conferiti i pieni poteri per la firma del documento. Così il generale Castellano aveva potuto, quello stesso giorno, siglare l'armistizio. Intanto a Roma Badoglio, Roatta, Ambrosio e Carboni seguitavano a rimanere tranquilli, sicuri come erano che gli Alleati avrebbero reso noto l'armistizio non prima del giorno 12 settembre. Invece alle ore 17,30 del giorno 8 Eisenhower mandava un telegramma a Badoglio per imporre al nostro Governo di rendere pubblico l'armistizio entro le ore 20. In caso contrario non sarebbe stato più valido il documento firmato da Castellani. Era un grosso pasticcio. Badoglio avvertì subito il Re e contemporaneamente convocò dal Sovrano i ministri della Guerra, della Marina, dell'Aeronautica, nonché pochi altri ufficiali generali. All'ultimo momento venne mandato a chiamare anche Guariglia, ministro degli Esteri. Appena Badoglio vide (l'episodio ci è stato raccontato proprio da Guariglia) disse concitatamente: «Siamo fregati! E adesso chi ci salverà dai tedeschi?». Un frettoloso Consiglio della Corona Si tenne subito un frettoloso Consiglio della Corona. Alcuni di fronte al la minaccia di sicure rappresaglie tedesche, avrebbero voluto non riconoscere più come 13 valido l'armistizio, altri invece sostenevano il contrario. Il Re infine decise: «Oramai non é più possibile cambiare rotta. L'armistizio deve essere accettato». Mentre venivano prese queste risoluzioni così gravi, il Principe di Piemonte, ignaro di tutto, stava nel suo appartamento. Nessuno aveva pensato di avvertirlo che a pochi passi da lui si stava tenendo il Consiglio della Corona. A portargli la notizia dell'armistizio fu il maggiore Campello, suo ufficiale di ordinanza. Campello l'aveva captata » Proprio allora nell'ufficio del Maestro delle Cerimonie, don Ascanio Colonna. Umberto sussultò, sgranò gli occhi e chiese: «Ma é Proprio Vero?» Poi riprendendo il dominio su di sé, aggiunse: «Grazie, Campello. Mi chiami Acquarone». Così dal ministro della Real Casa il Principe ereditario ebbe conferma di un avvenimento già noto in tutto il Quirinale. Verso le 19,30 Umberto di Savoia chiamò ancora il suo ufficiale dì ordinanza. «Si tenga pronto», gli disse, « perché fra poco rientreremo ad Anagni. Gli altri andranno ad alloggiare al ministero della Guerra. Anche le loro Maestà, passeranno la notte laggiù. Pare», concluse Umberto con la voce velata da tristezza, «che vi sia in via XX Settembre un rifugio più sicuro. A me però questa trasferimento in massa sembra una vera e propria buffonata». Dieci minuti più tardi Umberto aveva di nuovo chiamato Campello «Anche noi passeremo la notte al Ministero. Questi sono gli ordini del Re. Campello aveva soltanto risposto: «Devo avvertire il generale Gamerra e il maggiore Litta?». «Ma certo», aveva aggiunto Umberto. Prima di lasciare il Quirinale il Principe aveva voluto telefonare al suo comando ad Anagni, a Orte al generale 14 Caracciolo e a Cava dei Tirreni al duca di Bergamo. Al ministero della Guerra Poco dopo le ore 21 la macchina del Principe entrò al ministero della Guerra dal cancello di via XX Settembre. I sovrani erano, già arrivati. il Re indossava l'uniforme, la Regina era vestita di nero. Portava una gonna che le arrivava sino ai piedi e un cappellino tondo. Anche Badoglio era già arrivato. Era in borghese. Si era appartato nel salotto del generale Sorice. Qui aveva consumato la cena. Aveva mangiato poco, una tazza di brodo, un po' di bollito, della frutta. Con lui erano il figlio Mario e il colonnello Valenzano. Ad un certo momento il vecchio maresciallo aveva chiesto alludendo al proclama da lui inciso in un disco nella sede dell' EIAR: «Come ho parlato? Con voce ferma, vero? ». Tutti parevano subire gli avvenimenti. Solo Umberto di Savoia era irrequieto. Per lui era stata preparata una camera in fondo al corridoio, al primo piano. Ma il Principe non aveva affatto intenzione di riposare. Avrebbe voluto anzi verso le ore 22, parlare con Badoglio ma, il maresciallo era già andato a letto. « Mi vadu a doermi'» aveva detto Badoglio a Valenzano. Né la frase aveva meravigliato nessuno. Sotto questo aspetto Badoglio era un principe di Condé moltiplicato per mille. Cascasse pure il mondo, egli alle 9,30 di sera era sempre a letto. E guai a svegliarlo. Per la Morte di Balbo fu svegliato Mussolini, non Badoglio Un giorno - il 28 giugno del '40- il colonnello Valenzano 15 aveva ricevuto lo verso le due di notte una comunicazione dal Superesercito. Si informava Badoglio, Capo di stato maggiore generale, che il maresciallo dell'Aria Italo Balbo era stato per errore abbattuto in volo dalla nostra contraerea. Valenzano era rimasto in forse (l'aneddoto ci è stato raccontato proprio dall'ex-segretario del maresciallo): dovevano o non doveva svegliare Badoglio? Doveva o non doveva interrompere quel sacro sonno? Di fronte a un dubbio cosi amletico Valenzano aveva preso un'altra decisione; poiché Badoglio e Mussolini (entrambi in visita al Fronte occidentale) stavano in quel momento dormendo su di un treno militare, fermo in un binario morto, lui, Valenzano, aveva preferito svegliare Mussolini. Soltanto al mattino seguente aveva riferito la notizia a Badoglio. Una falsa notizia A differenza dei suo capo del governo, il Re non si era ritirato nell'appartamento che era stato frettolosamente preparato per lui e per la Regina. Vittorio Emanuele continuava a rimanere seduto su un divano, accanto alla Sovrana. Era stanchissimo. Aveva gli occhi cerchiati più del solito: era stata quella una giornata piena di emozioni. Il Consiglio della Corona (una strana riunione dove erano state prospettate le idee più assurde) lo aveva sfinito. Ora, a pensarci, provava un'infinita amarezza. Lui, il vecchio re d'Italia, il vincitore di Vittorio Veneto, doveva starsene là su di un divano in attesa che qualcuno si decidesse a dirgli quello che sarebbe capitato. In quel memento l'unica persona che egli sentiva veramente vicina era la sua fedele compagna di tante ore serene e tristi, la Regina. Più tardi, verso mezzanotte, ci fu finalmente una notizia 16 tranquillizzante. Il generale Carboni arrivò al ministero della Guerra tutto indaffarato. Chiese subito di vedere il Re. «Maestà» gli disse, «la situazione si presenta favorevole. I tedeschi si stanno spostando verso il Nord. Io sono pronto, Maestà, a inseguirli ». Il Re non rispose subito. Socchiuse gli occhi, poi disse lentamente: « E' proprio sicuro, generale? » Carboni doveva aver avuto quell'infomazione da varie fonti. Appena un'ora prima aveva telefonato al ministero della Guerra un alto funzionario dell'Ambasciata tedesca. Aveva risposto uno degli ufficiali di servizio, il capitano Corradino Moncada. L'ambasciatore Rahn sollecitava la concessione di un treno speciale. Era bastata quella richiesta per dare il via a tutta una ridda di supposizioni più o meno ottimistiche. La morte di Muti Anche Umberto aveva avuto sentore di quella notizia. Ma non vi aveva dato eccessivo credito. Il giorno prima egli aveva ricevuto ad Anagni il generale Von Richthofen. L'udienza era stata, è vero, sollecitata una quindicina di giorni avanti, ma aveva subito assunto un signiticato particolare. Von Richthofen, dopo qualche preambolo, aveva cominciato a parlare male di Kesserling. Ad un certo momento aveva detto: «Se l'Italia tentasse di ottenere dagli Alleati una pace separata non v'è dubbio che Kesserling cercherebbe di mettere le mani sul Re a tutti i costi». Era un avvertimento? Il buon senso lasciava credere di si. Inoltre il Principe aveva altri motivi per ritenere neri esatta l'informazione di Carboni. Già altre volte il capo del SIM aveva mostrato di non saper valutare gli avvenimenti e di non voler, di proposito, essere sincero. Pochi giorni prima 17 era stato assassinato Muti. Anche il capo dei SIM aveva avallato la versione solita: «Muti aveva tentato di sottrarsi all'arresto; i carabinieri si erano visti costretti ad aprire il fuoco ». Umberto non si era accontentato di quelle spiegazioni. La morte di Muti lo aveva dolorosamente colpito. il Principe aveva cercato, per suo conto, di far luce su quel tragico episodio. Aveva mandato perciò Campello, suo ufficiale d'ordinanza, dal generale Sandalli, ministro dell'Aeronautica, alle cui dirette dipendenze era stato Muti. Sandalli era furibondo. Stimava profondamente Muti. Per questo, a prescindere dal suo passato politico, lo aveva voluto con sé, nella sua segreteria particolare. Sandalli dichiarò a Campello di aver ignorato l'ordine di arresto «Non avrei permesso una simile infamia», (aggiunse energicamente il ministro) e di non credere affatto alla versione ufficiale. (« Muti non era il tipo da scappare »). Dello stesso parere era stato anche Umberto. Ma che avrebbe potuto fare? Le cose avevano preso una determinata piega e sembravano sfuggire a tutti, tranne a pochi individui senza scrupoli. L'Italia andava a rotoli. Chi avrebbe potuto fermare il corso della catastrofe? Umberto di Savoia continuava ad essere scettico e scoraggiato, ma non deciso a subire passivamente gli avvenimenti. Alla due di notte tuona il cannone Intanto al ministero della Guerra continuavano a giungere notizie contraddittorie. «Verso le due del mattino si cominciarono anche ad udire in lontananza i primi colpi di cannone. Si combatteva alla Magliana. I tedeschi. dunque, avevano tutt'altra intenzione che abbandonare Roma. 18 Un'ora più tardi giunse mia comunicazione del generale Cerica, comandante i reali carabinieri: la terza divisione di fanteria corazzata tedesca, accampata presso Bolsena, si era messa in moto verso Roma. Da quel momento nessuno fu più in grado di controllare la situazione. Molti, anzi, cominciarono a perdere la testa. Finché Roatta decise di svegliare Badoglio. «Ormai», dichiarò il Capo di stato maggiore dell'Esercito, «non c'è più la minima probabilità di difendere Roma ». Ancora insonnolito, Badoglio passò in una stanza vicina dove trovò il principe Umberto, il generale Puntoni e Sorice. Qui Roatta illustrò la situazione: tutte le strade attorno a Roma erano controllate dai tedeschi. Solo la Tiburtina era libera. «Bisogna salvare le loro Maestà », dichiarò enfaticamente Roatta. Il terrore di Badoglio Badoglio impallidì. Egli viveva ormai nel costante timore di essere catturato dai tedeschi o ucciso in un attentato. Pochi giorni prima il generale Carboni gli aveva rivelato un complotto delle SS: si sarebbe cercato da parte germanica di sopprimere il vecchio Maresciallo. Di fronte a questa rivelazione Badoglio aveva mostrato un vero e proprio terrore. Aveva mandato Guariglia, ministro degli Esteri, dall'ambasciatore tedesco Rahn perché denunciasse il complotto. Rahn aveva decisamente smentito la notizia: «Quando si vuole sopprimere qualcuno», aveva osservato l'ambasciatore con voce sprezzante, «non lo si va dicendo in giro, lo si comunica all'interessato» . Di parere diverso continuava ad essere Badoglio. Egli era convinto che i tedeschi avrebbero cercato in tutti i modi di farlo fuori. Per questo motivo appoggiò energicamente la 19 proposta di Roatta che il Re e il Governo lasciassero immediatamente la Capitale. Anche il Principe ereditario approvò la decisione. Ma subito aggiunse: «Io rimango. La mia presenza nella capitale in questi momenti è assolutamente necessaria». Intanto il generale Puntoni era andato a svegliare il Re. Badoglio nelle sue memorie si attribuisce anche questa iniziativa, ma ad avvertire il Sovrano di quanto stava succedendo toccò, com'era logico, al primo aiutante di campo generale. Il Re si rassegna alla partenza Il Re rimase di sasso. In realtà il Sovrano aveva già preso in considerazione l'idea di abbandonare Roma. Il 28 luglio, subito dopo l'arresto di Mussolini, quando si temeva un colpo di mano dei tedeschi, Vittorio Emanuele aveva ordinato al generale Puntoni di predisporre tutto per una eventuale partenza da Roma: «Non voglio correre il rischio di fare la fine del Re del Belgio », aveva detto. « Desidero mettermi in condizione di continuare ad essere il Capo dello Stato, arbitro della mia volontà e della mia libertà. Non ho nessuna intenzione di divenire una marionetta nelle mani di Hitler ». Ma ora che tale evento si profilava in tutta la sua drammaticità, il Re non sapeva decidersi ad abbandonare la capitale. Badoglio ne "L'Italia nella seconda guerra mondiale" racconta che il Sovrano non mosse alcuna obbiezione all'idea di lasciare Roma. Ancora una volta il maresciallo falsa la realtà dei fatti perché il Re si lasciò convincere a fatica. Badoglio, inoltre, tace il drammatico colloquio che si svolse quell'alba del 9 settembre tra il vecchio Sovrano e il Principe ereditario. 20 Umberto tentò di non partire, cercò in tutti i modi di far capire al padre come la presenza di un membro della casa reale a Roma in quel momento, fosse necessaria, ma il Re tagliò corto, «Verrai con noi. E' un ordine ». Di quell'agitata alba del 9 settembre Umberto fu la vera vittima anche perché fu l'unico a osservare gli avvenimenti con sicurezza ed intuito, con lungimiranza. Che cosa sarebbe successo se dieci ore prima il Principe ereditario non fosse venuto a Roma? Che cosa sarebbe accaduto se egli fosse rimasto ad Anagni? Forse sarebbe stato svegliato alle 4 del mattino del 9 settembre e avvertito che i Sovrani stavano per lasciare Roma diretti a Pescara? Probabilmente li avrebbe seguiti? Difficilmente. Umberto aveva vicino a sé pochi ufficiali ma tutti giovani, tutti energici. Nessuno avrebbe osato consigliare al principe una partenza verso Pescara. Né egli avrebbe lasciato i suoi reparti alla deriva. Avrebbe anche lui agito come agì il conte Calvi, comandante la Centauro che, chiamato la notte dell'8 settembre al ministero della Guerra, rispose che egli avrebbe seguitato a rimanere con i suoi soldati. Né si mosse dal suo comando. Quando all'e 5,30 del mattino la macchina condotta dal sergente maggiore Cozzani lasciò il ministero della Guerra con a bordo il Principe di Piemonte e i suoi due ufficiali d'ordinanza Campello e Litta, il destino di Casa Savoia era deciso. Forse Umberto fu il solo a capirlo, Mentre la sua Alfa Romeo imboccava la Tiburtina, egli fu visto prendersi la testa fra le mani e udito sospirare disperatamente: «Dio, che situazione! ». 21 I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon L'AUTISTA DEL RE RACCONTA IL VIAGGIO A PESCARA All'alba del 9 settembre 1943 la colonna si mette in cammino con l'incertezza dell'itinerario Umberto sembrava fosse in attesa di una occasione favorevole per far ritorno a Roma Il Re teneva affettuosamente la destra della Regina fra le sue mani L'automobile viene fermata a un blocco stradale Badoglio tremava e andava ripetendo di tanto in tanto: "Se i tedeschi mi prendono chissà a quale di questi alberi mi impiccheranno" «Mia moglie mi chiese: "Scappi via così, senza neppur mangiare un boccone? Aspetta almeno che ti prepari un panino". Non le risposi. Corsi al garage, feci il pieno di benzina, controllai l'acqua del radiatore, l'olio, verificai la pressione delle gomme, poi partii non senza aver detto a mia moglie e a mia figlia che mi avevano seguito fin presso la macchina: «Tornerò presto, state tranquille». Ma lo dissi senza convinzione, stranamente preoccupato». 22 Giovanni Baraldi si ferma un attimo soprappensiero poi aggiunge: «lo stesso non riuscii allora a spiegarmi quell'indicibile orgasmo che mi aveva preso non appena da Villa Savoia il generale Puntoni, aiutante di campo del Re, mi aveva telefonato perché andassi di nuovo a prendere il Sovrano che avevo ricondotto dal Quirinale soltanto mezz'ora prima ». Uno stato di servizio eccezionale Giovanni Baraldi ha ora 63 anni. E' un uomo apparentemente tranquillo che parla poco e solo di rado si lascia andare in confidenze. Quando lo fa misura le parole perché «ormai il passato è passato». Ha solo una grande paura: «teme di avere grane » giacché egli continua a prestare servizio come capo garage al Quirinale. E' lui, infatti, che ripara la macchina del Presidente della Repubblica, quando qualcosa al motore non va. Gli dà una mano, a volte, lo stesso autista del Presidente, Francesco Franchini, che fu anche lui autista di Casa Savoia e guidò per alcuni anni la macchina dell'allora Principe di Piemonte. Baraldi vanta uno stato di servizio eccezionale: dal 11 gennaio 1928 al 6 maggio '45 è stato l'unico autista di Vittorio Emanuele III. E' certamente per coloro che vogliono, come noi, cercare il lato umano della tragedia che ha colpito l'Italia dopo l'8 settembre 1943, uno dei personaggi minori e forse dei meno significativi. La storia, però, non è fatta solo di personaggi clamorosi, è fatta più spesso di piccoli episodi sovente destinati a rimanere inediti. Ma sono proprio queste testimonianze quelle che servono a far comprendere meglio il lato umano di personaggi discussi ma indubbiamente eccezionali. «Nessun genio resta tale», è stato scritto, «innanzi al suo 23 cameriere». E' una bella frase ma che non è sempre esatta. Infatti se resta valida per molti personaggi, si mostra non vera quando la si riferisce ad un sovrano come Vittorio Emanuele III che seppe conservare intatta, anche davanti ad avvenimenti paurosi e sfortunati, la sua massima dote: quella imperturbabile serenità, quella generosità di tratto, quella bontà riflessiva che gli storici sogliono chiamare regalità. Un regalo e un invito Baraldi non ha rivelazioni sensazionali da fare. «Il Re», egli ripete, «era un militare; non si lasciava andare facilmente in confidenze, soprattutto con me che ero il suo autista. Due sole volte ebbe nei miei riguardi uno slancio di affettuosa confidenza. La prima volta fu nel '36 dopo le manovre di Sicilia. Mi regalò un paio di gemelli d'oro che comprò a Livorno dai fratelli Cinti. La seconda volta fu nel '38. Un giorno Sua Maestà (eravamo a San Rossore) mi disse: "Oggi vestiti in borghese. sei mio ospite". E mi portò col treno reale a vedere il Palio di Siena ». Baraldi, dunque. è un testimone modesto ma sincero, anche perché è un uomo semplice che si è trovato ad essere spettatore di avvenimenti eccezionali che solo in parte ha compreso. Se qualcuno, per esempio, gli domanda quale itinerario egli abbia percorso portando il Re e la Regina verso Pescara all'alba del 9 settembre 1943, egli è pronto a giurare di aver lasciato la Tiburtina subito dopo il Passo di Ponte Bove, di aver abbandonato sulla sinistra Tagliacozzo per certe strade di montagna strette, tutte curve e buche. Baraldi infine sostiene che il viaggio durò ininterrottamente dalle cinque del mattino alle 17 quando 24 l'auto da lui condotta - con a bordo Vittorio Emanuele III, la Regina, il generale Puntoni e il tenente colonnello De Buzzaccarini - arrivò a Crecchio nel castello dei duchi de Bovino. Com'è noto la realtà è diversa, sia per quanto riguarda l'itinerario sia per quanto si riferisce all'ora dell'arrivo a Crecchio. I Sovrani giunsero (e a questo proposito sono precise le testimonianze del generale Puntoni e del conte Campello ufficiale di ordinanza di Umberto di Savoia) alle 10,30 del mattino, dopo circa cinque ore di viaggio. Ma a Baraldi è successo quello che capita ai fanciulli quando essi vedono per la prima volta qualcosa di veramente eccezionale: la verità si trasforma, si ingrandisce, si deforma, specie più tardi, nel ricordo. Ben più sicuro è invece l'ex-autista di Vittorio Emanuele quando deve precisare alcuni particolari minori di quel lungo e drammatico viaggio. La sera dell'8 settembre Baraldi, dunque, la sera dell'8 settembre aveva condotto il Re come sempre alle 19 a Villa Savoia. Il Sovrano era stato per lunghe ore al Quirinale. Aveva ricevuto Badoglio, Guariglia e numerose altre personalità, Baraldi aveva notato qualcosa di insolito. Un intenso andirivieni di macchine, di generali, di ministri. Ed aveva anche lui pensato che qualcosa di grosso stesse maturando nell'aria. Forse un attacco aereo degli alleati, forse un nuovo sbarco. Ma il Re, puntuale come sempre, era rientrato a Villa Savoia. Prima di congedare Baraldi gli aveva però detto: «Tieniti pronto. Forse avrò ancora bisogno della macchina». E la chiamata era giunta quasi subito, non 25 appena Baraldi, messa in garage la Fiat 2800 grigio verde normalmente adoperata in quei giorni, si era seduto a tavola per mangiare un boccone con la moglie e la figlia. Era cosi ripartito da Villa Savoia. Sulla macchina aveva preso posto il Re, come sempre in divisa, accompagnato dal suo aiutante di campo generale Puntoni, quella sera stranamente in borghese e, cosa del tutto eccezionale, Sua Maestà la Regina. Elena di Savoia aveva anche lei una Fiat 2800 nera, normalmente condotta dall'autista Francesco Moneta. Baraldi sapeva però che Moneta era ammalato in quei giorni. Pensò dunque che la Regina avesse voluto accompagnare il Re forse per vedere, come già era accaduto, qualche paese vicino a Roma, colpito improvvisamente da un violento bombardamento alleato. Confusione al Ministero della Guerra Invece gli venne ordinato di andare al Ministero della Guerra e di rimanere nel cortile, in attesa di ordini con la macchina pronta. Baraldi cominciò ad attendere. Erano le 20 circa. Da quel momento Baraldi non capì più nulla; udì parlare di bombarda. menti alleati, di attacchi di unità germaniche, di mitragliamenti aerei. Vide sfilare davanti al Ministero della Guerra carri armati e reparti di fanteria che presero posizione nei pressi. Intanto le ore passavano e nessuno pareva ricordarsi degli autisti che attendevano. Oltre a Baraldi c'erano Pierino Masetti che aveva sostituito l'autista della Regina, Francesco Moneta, il sergente maggiore Cozzani, autista del Principe di Piemonte, l'attendente di Puntoni, Maggiorini, con la «1500, del suo generale, c'era l'autista di Badoglio ma soprattutto c'erano tante altre macchine guidate da militari mai visti prima di allora». 26 Verso l'una di notte Baraldi decise di non ascoltare più chiacchiere e pettegolezzi. Si chiuse dentro la sua macchina e tentò di dormire. Ma l'orgasmo del momento e l'intenso via vai di macchine che entravano ed uscivano lo tennero sveglio un pezzo. S'assopì forse verso l'alba, ma poco dopo qualcuno lo svegliava: era il tenente colonnello De Buzzaccarini. « Si parte, Baraldi ..» L'autista guardò l'ufficiale con gli occhi assonnati, ma si scosse mise in moto il motore, girò la macchina. Quasi subito scesero dallo scalone del Ministero della Guerra il Re, la Regina, il generale Puntoni, seguiti da numerosi altri ufficiali. Baraldi aprì gli sportelli, si tolse il berretto. Nella parte Posteriore della macchina presero posto Vittorio Emanuele, Elena di Savoia, il generale Puntoni. Sul sedile anteriore, accanto a Baraldi sedette il tenente colonnello De Buzzaccarini Fu questo aiutante di campo dei Re ad indicare la strada all'autista. Partenza all'alba Erano le 5.10. Albeggiava appena. « Uscimmo »; ci ha raccontato Baraldi, dal cancello di via Napoli, percorremmo via Nazionale , piazza dei Cinquecento, passammo da porta San Lorenzo ed imboccammo la Tiburtina. Nessuno parlava. O meglio Baraldi udì solo quanto gli diceva, di tanto in tanto, De Buzzaccarini perché la macchina reale aveva internamente uno spesso vetro divisorio che isolava l'autista. Un piccolo citofono serviva per gli ordini, quando il Re non preferiva aprire lo sportello interno e parlare direttamente con l'autista. A causa della luce ancora indecisa (in settembre il sole sorge alle 5,30), Baraldi - che non poteva adoperare i fari, perché gli era stato ordinato di procedere con le luci 27 piccole di città schermate - non tenne un'andatura sostenuta; sui sessanta di media. Gli venne allora spontaneo pensare a quando il Re gli diceva: «Baraldi su, fatti onore». Allora lui pigiava l'acceleratore e filava a 150 chilometri all'ora. E mai gli era successo un incidente. Una sola volta si era fermato per strada, nel '35, davanti a Grosseto. Aveva bucato chissà mai come. Le gomme acquistate dalla Real Casa per la macchina del sovrano erano di un tipo speciale appositamente costruito dalla Pirelli. Avevano una tela in più del normale ed erano, inoltre, imbevute in una sostanza speciale che doveva preservarle dalle normali bucature: ogni 4000 chilometri, infine, i pneumatici venivano sostituiti Ma quel giorno a Grosseto parve che qualcuno avesse fatto il malocchio a Baraldi. Cambiata la gomma ripartì; mezzo chilometro più avanti pssssss: nuova bucatura. Fu quello l'unico incidente capitato a Baraldi in 17 anni di quotidiano servizio accanto al Re, giacché l'autista non considera incidenti» l'essere stato presente all'attentato di Milano (marzo 1928) e a quello di Tirano quando un esaltato sparò con una pistola contro il Re che aveva alla sua sinistra il ministro albanese Verlaci. Baraldi udì le pallottole fischiare e sentì la macchina sbandare per un pneumatico bucato come un colabrodo. ''Cercheremo di arrivare a Pescara" Ma quella mattina dove si andava? Lo chiese, con estrema timidezza a De Buzzaccarini: «Cercheremo di arrivare a Pescara», gli rispose l'aiutante di campo. Ma perché quel «cercheremo»? Mentalmente Baraldi fece gli scongiuri suoi soliti. Sarebbe stato proprio il colmo se quel giorno la macchina si fosse fermata in panne. 28 Intanto erano arrivati a Settecamini, a dodici chilometri da Roma. ]Baraldi guardando nello specchietto retrovisivo vide le luci di un'altra vettura. « Siamo seguiti », disse a De Buzzaccarini. Il colonnello aprì lo sportello e cercò di guardare fuori, poi osservò: «Sarà una delle due macchine della Real Casa, o quella che porta, assieme a Pierino Masetti, la cameriera Rosa Gallotti o quella che reca i bagagli dei sovrani, Oppure sarà la macchina di sua Altezza». Cosi Baraldi seppe che in quel viaggio non era solo, che altre macchine seguivano la vettura del Sovrano. in. fatti subito dopo la Partenza della « 2800 » del Re, era partita una « 1100 » con Badoglio il duca Acquarone e il colonnello Valenzano, nipote e segretario particolare dei maresciallo. Tutte queste persone erano in borghese. Dieci minuti più tardi erano partite altre tre macchine, due della Real Casa con i bagagli dei Sovrani e i camerieri Pierino Masetti e Rosa Gallotti. Alle 5,20 era partita una - 1500 » del generale Puntoni, con a bordo l'attendente Maggiorini e l'ordinanza del tenente colonnello De Buzzaccarini. Il generale Puntoni, come s'è detto, aveva in precedenza preso posto nella vettura del Sovrano. Ultima a lasciare il Ministero della Guerra verso le 5,30, era stata l'Alfa Romeo d'ci Principe di Piemonte con a bordo, oltre al Principe e al suo autista sergente maggiore Cossani, l'aiutante di campo e i maggiori Campello e Litta, ufficiali di ordinanza: tutti in divisa. Verso le 6 era partita l'ultima macchina dell'autocolonna reale, con a bordo il generale Gamerra, primo aiutante di campo generale del Principe e due ufficiali superiori dello Stato Maggiore. A Tivoli una prima fermata fece battere il cuore a Baraldi. Una luce rossa si accese in mezzo alla strada. Si 29 intravidero soldati. Tedeschi o italiani? «Per fortuna», osserva Baraldi, «erano i nostri». Così proseguimmo immediatamente. Un ordine del Re Ma quell'incontro che Baraldi e forse anche il Re, la Regina, il generale Puntoni, il tenente colonnello De Buzzaccarini, considerarono di buon auspicio, venne diversamente giudicato in una altra macchina, in quella del Principe Ereditario. Mentre a bordo della «2800» del Sovrano nessuno parlava, nell'auto del Principe era iniziata una discussione animata. Umberto di Savoia seguitava a ripetere che quella frettolosa partenza era un tremendo errore». « Forse sarebbe stato meglio, osservava il Principe, - che io fossi rimasto a Roma. Ma ho dovuto obbedire all'ordine del Re». Fu a questo punto che il maggiore Campello. con eccessivo slancio, disse vivacemente: « Altezza Reale, forse vale la pena trasgredire agli ordini; di mezzo c'è l'Italia, c'é la salvezza dello stesso istituto monarchico ». Tanta spregiudicatezza di linguaggio sulle labbra di Campello non aveva meravigliato il Principe. Con Campello egli era in dimestichezza sin da quando entrambi bambini di tre anni erano soliti giocare nei giardini del Quirinale; perché la contessa Campello, come dama di Corte della Regina Elena aveva potuto, per desiderio della Sovrana, portare il suo figlioletto a giocare con Berto », così i Reali chiamavano il loro unico maschio. Un falso allarme 30 All'improvviso parve che il Principe prendesse una decisione drammatica. Il suo autista frenò e disse con non celata preoccupazione: «Hanno fermato la macchina del Sovrano». Campello chiese: «Se sono tedeschi che facciamo? » Umberto di Savoia rispose rapido: «Giriamo la macchina e torniamo a Roma ». «Purtroppo» , osserva oggi con estrema amarezza il conte Campello, « si trattava di un falso allarme. La macchina del Re proseguì. E noi lo stesso, alla nostra volta fermati dalla identica pattuglia che aveva bloccato l'auto del Sovrano. Forse», osserva Campello, « se invece di trattarsi di nostri soldati avessimo incocciato una pattuglia tedesca, la storia d'Italia sarebbe cambiata. Il Principe sarebbe tornato a Roma. Avrebbe organizzato la difesa della capitale? Sarebbe caduto in mano dei tedeschi? Sarebbe stato ucciso? Fatto prigioniero? Tutte le supposizioni avrebbero potuto avverarsi, ma una cosa è certa: il destino di Casa Savoia sarebbe stato un altro». Dopo quell'incidente, sull'Alfa Romeo bel Principe si fece silenzio. Nessuno aveva voglia di parlare. Ma passata Tivoli, fra San Polo e Vicovaro (a 38 chilometri da Roma), il sergente maggiore Cozzani notò un'altra macchina, facilmente riconoscibile, ferma sul lato destro della strada. Era una delle «2800» della Real Casa, quella che portava i bagagli e la cameriera personale della regina. La fedele Rosa Gallotti che doveva poi seguire Elena di Savoia fino a Montpellier. Che cosa era successo? L'autista Masetti spiegò che si trattava di un guasto, non facilmente riparabile. Il Principe di Piemonte osservò: «A Vicovaro telefoneremo perché qualcuno di Villa Savoia provveda». Venne infatti telefonato, ma i bagagli dei Sovrani giunsero 31 con estremo ritardo, pochi istanti prima dell'imbarco da Ortona per Brindisi. Badoglio in "panne" Verso Avezzano nuovo alt. Questa volta in panne era la macchina di Badog1io. Il Principe decise allora di prendere sulla sua Alfa il vecchio maresciallo che tremava dal freddo e il colonnello Valenzano. Badoglio andava ripetendo: «Se i tedeschi mi prendono chissà a quale di questi alberi mi impiccheranno!». E intanto osservava gli alti, diritti pioppi che fiancheggiano la Tiburtina lungo la Piana di Avezzano. Con Badoglio viaggiava anche il duca Acquarone, Ministro della Real Casa. Si stabilì di attendere il passaggio di un'altra macchina. Poco dopo apparve la «1500» del generale Puntoni. Acquarone la fermò, fece scendere i due attendenti di Puntoni e di De Buzzaccarini con i relativi bagagli, poi assieme con il maggiore Litta ripartì verso Pescara. Umberto di Savoia, intanto, aveva ceduto il suo pastrano militare a Badoglio, Il vecchio maresciallo lo aveva subito indossato e se l'era stretto attorno al corpo. Poi, all'improvviso, aveva rovesciato l'orlo delle maniche per nascondere i gradi di generale d'armata. Umberto di Savoia aveva notato il gesto ma non aveva detto nulla. Più tardi qualcuno disse che il generale Gamerra (che non aveva mai avuto eccessiva simpatia per Badoglio) avesse chiaramente mostrato, scuotendo vivacemente la testa, di non approvare gli eccessivi timori del maresciallo. «E' forse un male essere prudenti?», avrebbe domandato con aria piagnucolosa Badoglio- Ma la storiella non è vera, anche perché - come abbiamo già detto - il generale Gamerra non era nell'auto del Principe. 32 Frattanto la macchina di Baraldi, più potente delle altre, aveva acquistato un notevole vantaggio. Il Re, come era solito fare quando viaggiava, aveva anche quella volta tirata fuori una carta geografica al 100 mila e l'andava consultando. Baraldi ricordò allora che una volta il Sovrano gli aveva detto, mostrandogli una intera carta geografica d'Italia al 500 mila, tutta segnata con un lapis rosso: «Li vedi questi segni? Sono le strade che abbiamo percorso assieme. Sai quanti chilometri abbiamo fatto? Quasi duecentomila». E lui, Baraldi, aveva risposto: «Maestà abbiamo girato tutta l'Italia, in una sola, regione non siamo andati assieme: in Sardegna». Il Re aveva sorriso ed aveva risposto evidentemente divertito: «E avrei dovuto, secondo te, imbarcare la macchina, disturbare chissà mai quanta gente quando invece le prefetture di Cagliari, Sassari e Nuoro mi facevano trovare autisti più bravi di te e macchine più belle della mia?». Una strana serenità Intanto Baraldi aveva notevolmente aumentato di velocità. Erano le otto di un mattino chiaro, sereno. Ora la Tiburtina era deserta. Solo qualche carretto, ogni tanto, procedeva per la strada. Non si incontravano più, come era avvenuto un centinaio di chilometri più indietro, alle luci dell'alba, automezzi militari, carri armati, pattuglie rinforzate. Pareva anzi che qui la guerra fosse ormai finita. Una strana serenità era d'intorno. Nella macchina reale nessuno parlava. Solo De Buzzaccarini diceva qualcosa all'autista. Nell'interno della Fiat 2800 il Re teneva nelle sue mani la destra della 33 Regina con un gesto di affettuosa protezione. Elena di Savoia era stanca. Tentava di sonnecchiare ma una curva, una leggera frenata, bastavano a farle riaprire gli occhi. Ad un tratto Baraldi chiese al tenente colonnello De Buzzaccarini: «Quanti chilometri mancavano per Pescara? ». De Buzzaccarini, dopo aver dato una occhiata ad una carta geografica che teneva sulle ginocchia, disse: «Una ventina circa ». Baraldi calcolò che (la strada era ormai abbastanza pianeggiante) in venticinque minuti sarebbero giunti a destinazione. Poco dopo, invece, attraverso il citofono, gli giunge la voce del Re: «Baraldi, rallenta. Sulla tua destra ci deve essere un bivio. Prendilo, ma fermati non appena avrai fatta la curva». Ubbidì. Poco dopo il Re scese di macchina subito imitato dal generale Puntoni e da Buzzaccarini. La Regina, invece, rimase nella vettura. Il Re disse: «Aspetteremo qui le altre macchine». Mezz'ora dopo si vide spuntare una «1500». Con sorpresa di tutti si scoprì che la macchina, di proprietà del generale Puntoni, non portava più i due attendenti che erano partiti da Roma, bensì il duca Acquarone e il maggiore Litta. Dopo rapide spiegazioni, il Re disse ad Acquarone: «Lei che è in borghese e che non ha una macchina militare, vada avanti fino a Pescara e veda quello che è successo. Noi l'aspetteremo qui ». Intanto era giunta anche l'Alfa Romeo del Principe di Piemonte. Umberto di Savoia osservò: Invece di attendere lungo la strada non ci conviene arrivare in un posto più sicuro, a Crecchio per esempio, dai duchi di Bovino?». Il Re nuovamente consultò la sua carta geografica, poi concluse: «Sta bene. Andiamo a Crecchio. L'appuntamento è là ». 34 I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon 50 OSPITI AL CASTELLO DI CRECCHIO Il tragico destino della residenza estiva dei duchi di Rovino Umberto chiede ospitalità per i genitori e per il seguito Calorosa manifestazione della popolazione Le fatiche del cuoco per i tre turni della colazione "C'era proprio bisogno di arrestare Mussolini?", chiese la duchessa a Badoglio, il quale non rispose Il maggiore Campello disse al Principe di Piemonte: "Altezza, torni a Roma ad ogni costo. Ma i sovrani non lo permisero Inquietudine all'aeroporto di Pescara Fiorentina era una cameriera veramente chic, come a Crecchio nessun, aveva mai visto. La si sarebbe potuta facilmente scambiare - così almeno pensavano molti in paese - per una gran signora. Invece la vera dama donna era donna Antonia De Riseis, duchessa di Bovino. Proprietario del castello che sorgeva all'ingresso dell'abitato, Peppino di Scipio sorride compiaciuto del 35 ricordo, poi continua: «Fiorentina mi lasciava qualche volta entrare nel castello. Prima però voleva che io mi togliessi le scarpe perché non avessi a sporcare il parquet. Chissà che direbbe oggi Fiorentina se vedesse il "suo" castello ridotto in questo modo. Peppino di Scipio é il proprietario di un laboratorio di falegnameria sistemato alla meno peggio negli unici due vani che ancora restano di quello che fu il castello dei duchi di Bovino a Crecchio in provincia di Chieti: sono naturalmente, le cantine, le sole che abbiano resistito alle mine tedesche, i bombardamenti alleati e ai vandalismi perpetrati dagli stessi abitanti del posto. Perché un tragico destino si è abbattuto in quella che era la residenza estiva dai duchi di Bovino, improvvisamente divenuta celebre per aver ospitato il 9 settembre 1943 Vittorio Emanuele III, la Regina, il Principe Ereditario il maresciallo Badoglio, l'ammiraglio De Courten, il generale Sandalli, allora ministro dell'aeronautica, il generale Puntoni primo aiutante di campo del Re, numerosi altri ufficiali superiori per un totale di circa cinquanta persone. Oggi di quel castello non restano che i ruderi tristi come sono tristi tutte le cose morte, inutili come sono inutili quei castelli diroccati che non possono neppure vantare antiche origini. Era una fiera torre duecentesca Il castello di Crecchio, sorse incorporando una vecchia torre, cosiddetta dell'olivo, una fiera torre duecentesca che doveva dominare, a difesa, tutta la stupenda vallata percorsa dall'Arielli, un modesto fiume più torrente che corso d'acqua normale. Attorno a questa torre Giovanni De 36 Riseis duca di Bovino costruì il suo castello. Egli abitava per la maggior parte dell'anno a Napoli dove ricopriva non pochi carichi. Fu infatti il primo podestà di Napoli e uno dei più attivi presidenti del Circolo dell'Unione. La moglie sua, donna Antonia, dama di Palazzo della Regina Elerna fu a sua volta, per 33 anni, presidentessa della Croce Rossa ed una delle signore più colte e più spigliate della società partenopea. I duchi di Bovino avevano cominciato nel 1920 a passare diversi mesi all'anno in Abruzzo, perché i De Riseis erano imparentati con alcuni proprietari terrieri della zona di Chieti e di Lanciano. Nel 1926 era stato ospite dei duchi il Principe Ereditario, affettuosamente accolto dall'intera cittadinanza che aveva voluto improvvisargli una manifestazione di simpatia protrattasi fino a notte inoltrata con cori e serenate. Umberto di Savoia era tornato altre due volte, Crecchio nel 1930 e nel 1932. Questa volta in compagnia della Principessa di Piemonte. Il ricordo di quei sereni soggiorni dovette affiorare improvvisamente nella mente del Principe la mattina del 9 settembre 1943 quando, al bivio di Chieti Scalo fu raggiunta la Fiat 2800 che trasportava verso Pescara il Re, la Regina e il generale Puntoni, primo aiutante di campo del sovrano. Fu proprio Umberto di Savoia ad osservare che invece di attendere il duca Acquarone (che era stato mandato a Pescara in avanguardia) sarebbe stato più prudente lasciare la strada nazionale. Propose di andare a Crecchio dai duchi di Bovino, un posto sicuro e fuori dalle strade percorse eventualmente da colonne germaniche. Umberto chiede ospitalità 37 Il Re aveva approvato la proposta. Cosi mentre il tenente colonnello De Buzzaccarini, aiutante di campo di servizio rimaneva nei pressi del bivio per indicare la strada alle altre macchine del seguito che stavano per sopraggiungere. L'Alfa Romeo del Principe di Piemonte cominciò a salire la collina per una strada tutta curve, tutta buche, polverosa verso Bucchianico, Pretoro, Guardiagrele, Orsogna. Quasi contemporaneamente partì la Fiat 2800 del Sovrani condotta dall'autista Giovanni Baraldi. Un'occhiata ad una carta geografica fa subito comprendere anche a chi non è pratico dei luoghi che si sarebbe abbreviato il viaggio di almeno 50 chilometri se l'autocolonna reale avesse deviato molto prima, subito dopo Scafa, al bivio che porta verso Manoppello. Ma la decisione di andare a Crecchio venne presa all'ultimo momento. Una strada ancora più breve, infine, avrebbe potuto essere percorsa passando da Ripa Teatina, Miglianico, Tollo, Villa Grande. Ma l'eccessiva vicinanza alla costa adriatica sconsigliò forse questo itinerario. Questa fu l'ultima parte di un viaggio che in seguito molti si ostineranno a chiamare la fuga di Pescara, un viaggio massacrante che era iniziato alle 5,10 del mattino dalla Capitale già minacciata dalle prime colonne tedesche. La Regina era la più stanca. La più sofferente. Ma non si lagnava. Sorrideva, invece, tristemente quando il Re le rivolgeva la parola a le toccava, con delicata cortesia, una mano per indicarle un paese annidato sul cucuzzolo di un monte o un casolare seminato lungo la valle. A Crecchio la piccola autocolonna giunse verso le 10,30. Il principe scese dalla macchina e, accompagnato dal suo ufficiale di ordinanza, maggiore Campello, si incamminò verso il vialone che conduceva al castello del duchi Di 38 Bovino. Due ragazzi stavano giocando, Campello, che conosceva benissimo i duchi perché donna Antonia era stata amica di sua madre, li riconobbe: erano Giovanni e Luigi Cafiero, nipoti dei proprietari del Castello. Li chiamò e disse a loro: «Correte ad avvisare la nonna che c'è sua Altezza , i due ragazzi sgranarono gli occhi, osservarono per un attimo il Principe di Piemonte, poi scapparono a gambe levate, chiamando forte: Nonna! Nonna!». Sono successe brutte cose Donna Antonia apparve sul portone. Era ancora in vestaglia e per poco non svenne dall'emozione. Si chinò, con un inchino come solo a Corte si usava fare e bisbigliò: «Altezza Reale quale onore». Tra sé il maggiore Campello osservò: «Ora vedrà, cara duchessa, che cosa le capita addosso! ». Umberto di Savoia baciò la mano alla anziana nobildonna (la duchessa aveva a quell'epoca 62 anni) e disse piano, quasi sottovoce Sono successe brutte cose; ci sono anche mio padre e mia madre». Donna Antonia De Riseis parve aver perduto improvvisamente la parola, colpita non solo perché le veniva annunciata la visita dei Sovrani, ma perché era la prima volta che sentiva il Principe di Piemonte accennare al suoi genitori chiamandoli non come era solito fare «le loro Maestá», bensì «mio padre » e «mia madre». Pochi istanti dopo giungeva la macchina condotta da Baraldi. Il generale Puntoni fu il primo a scendere. Aprì, lo sportello posteriore ed aiutò la Regina ad uscire dalla macchina. Donna Antonia conosceva benissimo il generale Puntoni, ma non lo aveva mai visto in borghese. 39 Stentò a riconoscerla. Un attimo dopo la nobildonna napoletana correva incontro alla sua Regina. Le due Signore si scambiarono un lungo affettuoso abbraccio. Alle 10 e 45 di quell'agitato mattino di settembre gli ospiti di donna Antonia erano saliti a 50. Nel castello regnava una agitazione facilmente comprensibile. Donna Antonia correva ora qua ora là mentre faceva, preparare la foresteria che era ampia perché comprendeva dieci stanze. La duchessa riservò immediatamente due camere per il Re e per la Regina ma Vittorio Emanuele osservò subito con simpatica semplicità «A noi ne basta una». Un'altra stanza fu immediatamente preparata per il Principe e una terza per Badoglio. Gli altri si arrangiarono alla meglio. La regina parla di Mussolini Intanto i tremiladuecento abitanti di Crecchio si erano quasi tutti riversati per le strade. Qualcuno sulle prime, aveva gridato: « Ci sta lu Re! Viva lu Re! Ben presto però gli altri avevano osservato: Poveri noi fra poco avremo sulla testa gli aeroplani alleati, avremo alle costole le le SS di Hitler,! Mo' arrivano le bombe! Intanto si era sparsa la voce che con il Re era anche il Principe di Piemonte. Allora gli animi si rasserenarono. Gli abitanti di Crecchio ricordavano ancora con affetto le tre precedenti visite in paese di Umberto. Il principe con la sua signorilità e con la sua affabilità era riuscito a mandare in visibilio tutti e a conquistare le simpatie generali. Basta dunque la notizia della sua presenza perché molti corressero al Castello e cercassero di improvvisare una calorosa manifestazione, subito però sconsigliata dai duchi di Bovino con queste parole: «State calmi; lasciate i Reali riposare ». 40 Intanto il cuoco napoletano Alfredo, il fattore Sebastiano Falconi e le domestiche Fiorentina e Rosaria si davano da fare per preparare il pranzo per tutta quella gente. Vennero ammazzati una trentina, di polli e messo sul fuoco un enorme pentolone che ricordava stranamente le marmitte dei soldati. Donna Antonia (mentre i suoi ospiti si rinfrescavano il viso e si mettevano un pò in libertà) si accorse, che alla Regina mancava il bagaglio. Infatti la macchina della Real Casa che trasportava le valigie dei Sovrani si era perso, come già abbiamo narrato nel nostro numero precedente, subito dopo Tivoli. La duchessa allora offerse un po' di biancheria e una vestaglia. Poi pensò al pranzo. Decise anzi di fare come si usa nelle vetture ristoranti o sulle navi quando i passeggeri sono più numerosi del previsto. Preparò tre turni. Intanto lei ed il marito si facevano in quattro perché gli illustri ospiti non avessero a mancare di nulla. Portando in camera di Badoglio un asciugamano (la duchessa non poteva certo aspettare che le sue domestiche arrivassero a servire tutti), donna Antonia chiese al maresciallo: «Eccellenza, che ne è di Mussolini?» , Badoglio rispose: «A quest'ora lo avranno già liberato », «Ma aveva tradito Sua Maestá? Occorreva proprio arrestarlo?», tornò a domandare con una insistenza non certo diplomatica donna Antonia. Badoglio non rispose. Alzò le spalle e brontolò qualcosa che la duchessa non comprese. Più tardi donna Antonia rivolse le stesse domande alla Regina. Elena di Savoia rispose in francese (adoperava a volte questa lingua a lei più familiare ancora dell'italiano con le sue dame di Corte): « Il vous a été fidel pendant vingt ans...». E c'era nella sua voce una profonda tristezza. 41 Il cuoco si commuove Alle dodici in punto il primo turno preparato dalla duchessa era pronto. A tavola sedettero con i padroni di casa il Re, la Regina il Principe di Piemonte, il maresciallo Badoglio, il generale Puntoni. Nessuno aveva voglia di parlare. La Regina assaggiò appena un po' di brodo. Lo stesso fece il Principe di Piemonte. Il Re e Badoglio mangiarono di buon appetito e la cosa stupì non poco donna Antonia che conosceva la straordinaria frugalità del nostro Re. Vittorie Emanuele elogiò, il pane: « Era tanto tempo », disse, «che avevo voglia di mangiare del pane casareccio. Questo poi é proprio buono. Ed eccellente è anche questo pollo». L'elogio del Sovrano venne udito dalla cameriera Fiorentina che serviva a tavola e immediatamente riferito a don Alfredo, il vecchio cuoco napoletano. Don Alfredo si commosse fino alle lacrime e ad un certo momento fece capolino in sala da pranzo facendo inorridire di sdegno donna Antonia e destando l'interesse di tutti. Don Alfredo si mise il suo berrettone bianco e piangendo disse al Re: «Maestá, scusatemi, chisto é 'o jorno cchiú bbello a', vita mia!». Il Re sorrise. Servito il caffé fu immediatamente sgombrata la sala da pranzo e di nuovo stesa altra tovaglia e preparato altro vasellame. Il secondo turno vide riuniti a tavola i ministri Sandalli, De Courten, il generale Gamerra, i maggiori Campello e Litta, il tenente colonnello Valenzano, segretario di Badoglio e numerosi altri ospiti di cui donna Antonia non ricorda ormai più i nomi né la fisionomia. Poi fu successivamente preparato il «terzo turno», mentre gli autisti mangiavano, alla meglio, nel giardino prospiciente il Castello. 42 I sovrani nel frattempo si erano ritirati nella loro camera. Donna Antonia (che dopo la morte del marito e la distruzione del suo castello di Crecchio vive sola a Roma in Viale Libia, a pochi passi dall'appartamento occupato da donna Rachele Mussolini) ricorda un altro piccolo episodio: la serena tranquillità dei due vecchi Sovrani finalmente liberi di assaporare, nell'accogliente silenzio di una camera un po' di riposo. Intanto da Pescara il ministro Acquarone aveva fatto sapere che laggiù la situazione era tranquilla e l'aeroporto libero, saldamente presidiato da duemila avieri. Il Re venne subito informato di quella notizia e, dopo essersi consultato con Badoglio, decise di ripartire. Versioni differenti Donna Antonia precisa che questo avvenne verso 1e 14 ma il racconto che la nobildonna ci ha fatto ha non pochi punti di contrasto con la breve narrazione che a quella giornata dedica il generale Puntoni nelle sue memorie. Né questo è l'unico punto discordante tra 1a due versioni. Afferma, per esempio il primo aiutante di campo generale del Re che l'ammiraglio De Courten ed i generali Sandalli ed Ambrosio non giunsero mai a Crecchio ma si fermarono a1ll'aeroporto di Pescara in attesa dell'arrivo dei Sovrani, Donna Antonia, invece, ci ha raccontato: «De Courten poté trovare la corvetta Baionetta utilizzando il mio telefono. Appena il ministro della Marina giunse nel mia castello chiese subito se si poteva telefonare. A Crtecchio non c'era che un solo Telefono, il mio, collegato però solamente con la stazione dei Cacabinieri di Ortona a Mare. Era stata questa una cordiale e simpatica facilitazione che l'Arma aveva voluto usare a mio marito. 43 Fu dunque servendosi del mio telefono che De Courten poté chiamare la corvetta "Baionetta" e più tardi l'incrociatore Scipione l'Africano. La notevole differenza che si può riscontrare tra le citate due versioni non deve meravigliare. Gli avvenimenti di quelle dolorose giornate settembrine sono passati da 15 anni e non è facile poterli seguire con esattezza. Troppe sono le versioni discrordanti che di continuo seguitano a fornire alcuni testimoni preoccupati di far risaltare, un determinato episodio che magari viene negato da altri. Comunque siano andate le cose la partenza da Crecchio avvenne in un clima triste. Donna Antonia De Riseis, duchessa di Bovino, vedendo partire i reali pianse. La regina abbracciò la fedele dama di corte bisbigliando: «Che Iddio ci aiuti! Chissà quando ci rivedremo!» Poche ore dopo, invece, il Re, la Regina, il Principe e quasi tutte le alte personalità che avevano seguito i reali in quell'affrettato trasferimento, erano di nuovo a Crecchio. Che cosa era accaduto? A Pescara il Re aveva saputo che la corvetta Baionetta" non sarebbe giunta prima della nove di sera. Il Sovrano allora aveva, accettato il consiglio di tutti: poiché era estremamente pericoloso seguitare ad attendere all'aeroporto (che poteva da un momento all'altro essere occupato dal tedeschi, come era avvenuto poche ore prima per quello dell'Aspio presso Ancona) fu stabilito che l'imbarco sarebbe stata spostato a Ortona a Mare e che le operazioni necessarie saebbero cominciate, verso le undici di sera. Eco dunque meglio tornare a Crecchio. Così donna Antonia de Riseis vide di nuovo tornare i suoi ospiti che credeva invece partiti per chissà mai dove. La duchessa immediatamente ordinò che si tirasse il colto ad altri polli, mentre faceva preparare la sala da pranzo per gli ormai soliti tre turni della cena ma i Sovrani invece, 44 preferirono, ritirarsi nella loro stanza e riposare fin verso le dieci di sera. Intanto nel cortile del Castello il Principe di Piemonte aveva iniziato una vivace discussione con il generale Gamerra e il maggiore Campello. Donna Antonia si trovò a passare e udì Campello dire: «Altezza Reale, torni a Roma a tutti i costi ». Umberto di Savoia guarda affettuosamente il suo aiutante di campo. Poi rispose:«Campello, in casa Savoia si regna uno per volta. Noi dobbiamo ubbidire agli ordini del Re» . Donna Antonia prese coraggio suo malgrado, e tentando di baciare una mano al principe, disse con le lacrime agli occhi: «Altezza Reale io l'adoro e Vostra Altezza lo sa. Ma torni a Roma...» Il Principe Ereditario chiede ancora di tornare a Roma Questo secondo intervento parve scuotere ancora di più il Principe. rivoltosi al generale Gamerra , disse: «Cercheremo nuovamente di convincere Sua Maestà a lasciarci fare il viaggio per conto nostro in aereo. Vuoi dire che invece di andare a Brindisi ci dirigeremo verso Roma». Umberto domandò allora a donna Antonia dove fosse il Re. «E' nel salottino», disse la duchessa. Il Principe lasciò subito il cortile. Tornò poco dopo triste, preoccupato. «Il Re vuole che noi partiamo con lui, per mare», disse. Poi aggiunse a voce bassa: «Soprattutto mia madre insiste ..» Nessuno ebbe più il coraggio di dare al Principe altri consigli. Poco prima delle dieci di sera gli autisti cominciarono a preparare le macchine. Una ventina in tutto, perché nel frattempo da Roma era arrivata altra gente. Con delle torce improvvisate si illuminò la corte 45 d'onore del castello e lo spiazzo antistante mentre gli abitanti di Crecchio convinti che quella fiaccolata avrebbe finito per richiamare aerei nemici scappavano per i campi. Fu una partenza ancora più triste ancora più tragica di quella pomeridiana, resa persino sinistra dai bagliori delle torce fumose e da una certa confusione che preannunciò il muovere delle prime macchine. Da Crecchio, a Ortona a Mare non sono che quindici chilometri. Il breve tragitto venne compiuto piano a causa della oscurità e della strada stretta e tutta buche. Osservando le macchine del suo seguito il Re disse alla duchessa, nell'atto di congedarsi: «Ma tutta questa gente dove troverà posto se la nave che attendiamo è un guscio di noce? ». Vittorio Emanuele ignorava che ad Ortona a Mare avrebbe trovato altre duecento persone impazienti di imbarcarsi con lui. Né poteva supporre che tutta quella folla disordinata (formata da ufficiali in gran parte in borghese) sarebbe stata la protagonista di uno spettacolo increscioso: un vero e proprio arrembaggio alla corvetta che minacciò persino, a causa dell'eccessivo suo carico, di sbandare nelle, acque del porto. I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon SOLTANTO Il RE ERA CALMO A PESCARA La colonna reale giunse all'improvviso all'aeroporto di Pescara presidiato 46 da 2000 avieri praticamente disarmati Le contraddizioni e gli smarrimenti di Badoglio La grande serenità di Vittorio Emanuele III Ad un certo momento, quando un attacco tedesco sembra imminente, viene fatta allontanare la Famiglia Reale che ritorna di nuovo al castello di Crecchio Gli ordini che Badoglio dette agli aviatori: "Se arrivano i tedeschi, andatevene; tra otto giorni torneremo noi e vi ripresenterete" La Principessa Mafalda rimase sola di fronte al suo tragico destino rifiutando un asilo sicuro Chiese il Re: Ma questo stratega quando arriva? Verso le ore 13,30 dei 9 settembre 1943 l'aviere Antonio Di Luzio, di sentinella all'ingresso principale dell'aeroporto militare di Pescara, vide spuntare dallo stradone nazionale che collega Chieti Scalo con l'Adriatico, (è l'ultimo tratto della Tiburtina) un convoglio formato solo da auto militari e civili: erano una ventina di macchine e procedevano a non eccessiva velocità quasi cercassero un luogo per parcheggiare. La prima auto (una 1100 grigioverde scoperta) si fermò a non più di venti metri dalla sentinella, sul lato destro della strada. Di Luzio vide che trasportava ufficiali superiori. Suonò immediatamente il campanello che aveva nella garitta e chiamò il capoposto. Ma prima che qualcuno potesse rendersi conto di quanto stava succedendo, una macchina varcò il cancello aperto, poi si fermò. Dalla vettura scese il Re. Era in divisa. Lo seguivano due signori in borghese, il generale Puntoni e il ministro Acquarone. 47 Senza squilli di tromba Antonio Di Luzio presentò le armi in ritardo. Il capoposto urlò: Fuori la guardia! ». Però gli avieri di servizio non fecero in tempo a schierarsi per rendere al Sovrano i dovuti onori militari. Né il trombettiere trovò tempestivamente il fiato per lanciare i prescritti squilli di tromba. Così il Re entrò con estrema semplicità. L'ufficiale di picchetto si irrigidì sull'attenti, disse il suo nome, poi cominciò a "dare le novità": forza presente, avieri ammalati, avieri puniti... Vittorio Emanuele stese la mano al giovane ufficiale e subito chiese: « Mi conduca, per piacere, dal suo comandante ». L'aeroporto di Pescara era dal novembre 1942 comandato dal colonnello marchese Raffaele Martinetti Bianchi, un ufficiale della riserva che era stato tra i primi piloti d'Italia, aveva combattuto nella Grande Guerra, aveva seguito con la sua squadriglia Gabriele d'Annunzio a Fiume, aveva partecipato più tardi a gare aviatorie internazionali vincendo a Parigi davanti a numerosi concorrenti convenuti da quasi tutta l'Europa la Coppa Michelin. Raffaele Martinetti Bianchi era stato richiamato il 21 maggio del 1940, proprio nell'anniversario della dichiarazione della Grande Guerra, e destinato dapprima a Capodichino, poi a Ciampino Sud, come comandante di quell'aeroporto. Infine era stato trasferito a Pescara. Il colonnello aveva accettato volentieri quel nuovo incarico. Egli era abruzzese ed aveva a pochi chilometri dall'aeroporto, a Silvi marina, una villa. Sperava, una volta, sistematosi in aeroporto, di poter condurre una vita calma, lontana dalle "grane". C'era la guerra, è vero, ma il 48 campo di Pescara non aveva importanza strategica. Per questo era stato adibito a scuola dei nuovi aquilotti. Quando le vicende belliche cominciarono ad andare a rotoli, l'aeroporto acquistò via via sempre maggiore importanza, non solo come scuola, non solo come base per la riparazione degli apparecchi colpiti, ma anche come punto di partenza per azioni belliche sui Balcani, sull'Adriatico orientale e sullo Jonio. Duemila avieri con 200 fucili Il 9 settembre 1943 erano presenti nel campo più di duemila avieri. Quel mattino il colonnello Martinetti aveva fatto distribuire le uniche armi che erano state fornite dal superiore comando quale dotazione dei reparti: duecento fucili francesi accompagnati da un solo caricatore non completo perché contenente appena tre cartucce. I vecchi fucili '91 e le poche mitragliatrici Breda che avevano fino allora costituito l'armamento degli avieri, erano stati ritirati un mese prima e assegnati ad altri reparti che avevano affrontato il nemico in Sicilia e in Calabria. «Avevo distribuito quei fucili», ci ha raccontato il colonnello Raffaele Martinetti Bianchi da noi avvicinato a Silvi Marina, presso Pescara, «più che altro per dare a una parte dei miei avieri la sensazione di essere armati. Lungo la Tiburtina si erano cominciati a vedere soldati sbandati che fuggivano chissà mai dove: i treni che passavano proprio accanto al mio aeroporto avevano le vetture strapiene di soldati: numerosi militari s'erano persino sistemati sul tetto dei vagoni: uno spettacolo triste, increscioso ». Contraddizioni della radio 49 A complicare ancor più la situazione locale, a sbandare ancora maggiormente gli animi era giunta la notizia, attraverso la RAI, del nostro armistizio, quasi subito però smentita da uno strano comunicato che però era stato captato soltanto da una stazione radio da campo sistemata dal colonnello Martinetti sulla collina di Fontanelle a 10 chilometri in linea d'aria da Pescara. Poco dopo la stessa stazione cominciò a ricevere strani ordini: familiarizzare con i tedeschi, cooperare con le nuove autorità "fasciste". Erano messaggi indubbiamente singolari tanto che il colonnello ordinò di non tenerli in nessun conto. Verso le dieci del mattino arrivò un aereo militare. Era un "S.81". Dal velivolo scese un passeggero in borghese che chiese immediatamente di parlare con il comandante dell'aeroporto. Era un generale che aveva avuto l'incarico, così almeno precisò, di installare una piccola stazione radio portatile. Gli fu messa a disposizione una stanza nella villetta degli ufficiali. Quel velivolo non fu l'unico a cercare rifugio nel campo di Pescara. Da quel momento, anzi, cominciarono gli arrivi. Dapprima alla spicciolata, poi in gruppo giunsero apparecchi di tutti i tipi. Ne arrivarono tanti che il colonnello Martinetti si vide costretto a dirottarli verso il campo di fortuna di Tortoreto, distante in linea d'aria circa trenta chilometri. Non dice dunque il vero Badoglio in L'Italia nella seconda Guerra Mondiale quando afferma (a pagina 118) che «a Pescara erano giunti alcuni aeroplani». Gli apparecchi che avevano trovato rifugio a Pescara e a Tortoreto non erano "alcuni" ma addirittura un centinaio, una vera e la propria flotta aerea che andò perduta perché nessuno, né Badoglio, né il ministro dell'aeronautica Sandalli, ordinò un trasferimento verso campi più sicuri al Sud, oltre Foggia. 50 Un discorso del Comandante In mezzo a questo intenso via vai di uomini e di mezzi, gli avieri del colonnello Martinetti non si erano sbandati. Il comandante li aveva riuniti poco prima del rancio, alle 10,30. ed aveva fatto loro questo discorsetto: Non tentate di andarvene. Ormai ci conosciamo da molti mesi. Quando arriverà il momento vi dirò io stesso di tornare nelle vostre case. Per il momento una partenza così alla spicciolata può persino essere pericolosa per ciascuno di coi. Uniti rappresentiamo una forza ». Nessun soldato aveva disubbidito. Il campo d'aviazione era rimasto in ordine, come lo era stato sempre. E così lo trovò anche Vittorio Emanuele III giungendo quel 9 settembre all'improvviso, senza che nessuno avesse preannunciato l'arrivo del Sovrano. Neppure il ministro Acquarone si prese la briga di farlo, pur essendo stato mandato in avanguardia. Acquarone però s'era affrettato a comunicare al Sovrano, ospite dei Duchi di Bovino, di Crecchio, che l'aeroporto di Pescara era ancora in nostre salde mani. Il ministro della Real Casa doveva aver fatto questa scoperta passando con la sua macchina innanzi ai cancelli del campo ed osservando al loro posto le sentinelle e gli altri uomini di guardia. Nella Villetta del Comando Subito dopo il Re, entrò in macchina la Regina. Era accompagnata dalla fedele e devota sua domestica Rosa Gallotti che venne scambiata dagli ufficiali dell'aeroporto per la dama di compagnia della Sovrana. Poi arrivarono gli altri, l'ammiraglio De Courten, il maresciallo Badoglio, il 51 generale Sandalli, il colonnello Valenzano... Il Principe di Piemonte giunse quando una ventina di persone si trovavano già riunite nella villetta del comando. Qui egli ebbe la piacevole sorpresa di trovare il maggiore pilota Carlo Maurizio Ruspoli che era stato suo compagno di infanzia, L'incontro fu estremamente affettuoso. Intanto la notizia dell'arrivo dei Sovrani, del Principe Ereditario, del Capo del Governo e di numerose altre personalità si era sparso per tutto l'aeroporto. Fu un accorrere di avieri che si schierarono ordinatamente, davanti al Comando, in silenziosa attesa. Il colonnello Martinetti Bianchi, dopo aver fatto gli onori i di casa, si era ritirato coi suoi ufficiali. Prima però aveva chiesto al ministro dell'aeronautica, generale Sandalli, se Sua Maestà avesse bisogno di qualche aereo. Ma il generale Sandalli avevi escluso questa possibilità perché così egli aveva raccontato - il nuovo trasferimento dei Sovrani diretti verso il Sud si sarebbe svolto a bordo di una corvetta, forse la "Scimitarra" o la "Baionetta", Ambedue le navi, tempestivamente avvertite, si trovavano già in navigazione, alla volta di Pescara. Quasi contemporaneamente l'ammiraglio De Courten chiese che un ricognitore venisse mandato sull'Adriatico per rilevare il "punto", per cercare di individuare cioè dove si trovavano in quel momento le tanto attese unità della Marina. Parte un ricognitore Il ricognitore partì. Nel frattempo », racconta il marchese Martinetti Bianchi, mi preoccupai di rifocillare gli ospiti che apparivano tutti piuttosto stanchi ed evidentemente preoccupati. Soltanto il Re conservava una impassibilità 52 che a me sembrò stupefacente. In attesa che l'aereo tornasse, Sua Maestà uscì dal mio comando e si fermò su di un ballatoio a conversare con me e con i miei ufficiali. Non parlò della situazione ma preferì informarsi dei nostro passato militare, delle nostre famiglie. Al capitano pilota Castiglione, marchese di Penne (una città in provincia di Pescara) chiese: i suoi concittadini seguitano ad essere amareggiati perché vent'anni fa ci fu qualcuno che tolse a loro il circondario?". Ma più che la memoria formidabile del Re», conclude il colonnello Martinetti Bianchi, - ci stupì la sua serenità.. Un'ora pin tardi tornò il ricognitore. Il pilota riferì di aver avvistato una sola delle due vedette, la Baionetta. Navigava alla volta di Pescara, ma era ancora lontana circa 30 miglia. Il colonnello Martinetti Bianchi fece subito un calcolo approssimativo e concluse che la nave non sarebbe giunta prima delle ore 21. Il Re venne immediatamente informato. Non mostrò nessun disappunto. Guardò, invece, il suo orologio ed osservò quasi tra sé, pensando evidentemente ad altro: Ma questo, stratega quando arriva ? Nessuno dei presenti comprese la domanda. Verso le quindici però giunse, ospite anche lui non preannunciato il generale Roatta, in borghese. Allora fu ben chiaro a tutti che l' atteso stratega doveva essere lui. Badoglio piagnucoloso « Nella mia palazzina », è sempre il colonnello Martinetti Bianchi che racconta si tenne un nuovo rapporto. Mi parve che un po' tutti fossero ora più rasserenati. Ormai l'arrivo della corvetta era certo ed altrettanto sicuro sembrava il trasferimento verso zone più tranquille. Ma dove sarebbe 53 andato il Re? Un mio pilota rientrato da una missione verso Brindisi confermò che l'aeroporto di Grottaglie era libero, non occupato dai tedeschi. Io pensai che sarebbe stato più opportuno trasferire laggiù tutti gli aerei. Ma né Badoglio né il ministro dell'aeronautica Sandalli ritennero di dare un ordine così logico. « Si erano ormai fatte le, 16 », ricorda il colonnello Martinetti Bianchi. - Mano mano che le ore passavano, io mi sentivo sempre più preoccupato per l'incolumità del Re, della Regina, del Principe Ereditario. Infatti sarebbe bastato che un plotone di tedeschi. appoggiato da un paio di carri armati, si fosse presentato davanti all'aeroporto per scatenare un rapido combattimento, il cui esito sarebbe stato a noi non certo favorevole, dato il nostro insufficiente armamento. Il Re, insomma, correva il rischio di essere fatto prigioniero da un momento all'altro. Questa mia preoccupazione, precisa l'ex-comandante dell'aeroporto di Pescara, però non sembrava neppure passare per la mente agli alti ufficiali che erano al seguito dei Sovrani. Più tardi un colonnello dello Stato Maggiore ebbe una peregrina idea: mi invitò a sistemare alcune mitragliatrici lungo la Tiburtina, allo scopo di interrompere qualsiasi traffico, Mi opposi decisamente. Ciò avrebbe provocato proprio quello che io volevo evitare: uno scontro con i tedeschi. Corsero parole aspre. Il Colonnello Martinetti, allora si rivolse a Badoglio. Il vecchio maresciallo fu senz'altro d'accordo che bisognava evitare qualsiasi conflitto armato con i tedeschi. E lo disse con un tono così piagnucoloso che si capì lontano un miglio che la decisione era soprattutto dettata dalla paura. Il colonnello Martinetti approfittò di quel nuovo colloquio per osservare: «Forse sarebbe meglio allontanare 54 dall'aeroporto le loro Maestà ed anche Sua Altezza ». Badoglio approvò e rispose: « Ora vado a dirlo al Re». Poco dopo il Sovrano, la Regina, il Principe Umberto e alcune persone del seguito lasciavano l'aeroporto diletti per la seconda volta a Crecchio, dai Duchi di Bovino. Fu anche stabilito che l'imbarco sarebbe cominciato verso le 23 ma non dal porto di Pescara bensì da quello di Ortona, più vicino a Crecchio e anche meno in vista. Prima di partire il Re salutò gli ufficiali dell'aeroporto; a tutti strinse la mano. Nel rispondere al saluto del comandante dell'aeroporto, il Sovrano osservò, come preso da improvviso ricordo: «Ma lei non è il Martinetti di D'Annunzio? Poi, preso da altro, improvviso pensiero, aggiunse: Quel D'Annunzio... Già, era di Pescara... Un grande italiano, un grande soldato». Una frase di De Courten Partiti i Sovrani rimasero nell'aeroporto l'ammiraglio De Courten il maresciallo Badoglio, il ministro Sandalli e quasi tutti gli altri ufficiali superiori che avevano accompagnato il Re. Verso le ore ventuno tornò il tenente Castiglione che il colonnello Martinetti aveva posto di vedetta nel porto perché, con un motoscafo dell'aeronautica ancora sul fiume Pescara, potesse andare incontro alla corvetta tanto attesa. Il primo a lasciare il campo di aviazione fu l'ammiraglio De Courten. Lo accompagnò il tenente Castiglione. Una volta a bordo della "Baionetta" De Courten disse a Castiglione: «Dica al maresciallo Badoglio che lo aspetto dieci minuti. Trascorso tale termine darò l'ordine di salpare ». E' evidente che i rapporti tra l'allora ministro della Marina e il Capo del Governo dell'epoca non dovevano essere dei 55 più simpatici. E' un vero peccato che l'ammiraglio De Courten seguiti a tacere. Egli ormai non è più in servizio. Vive, a Trieste ed è presidente del Lloyd Triestino. Il maresciallo è preso da una fretta indiavolata Nel corso della nostra inchiesta l'ammiraglio De Courten è stato, naturalmente, tra i primi ad essere interpellato ma egli si è ancora una volta trincerato in un ermetico riserbo. Testualmente ci ha anzi detto: «Le considerazioni che mi hanno indotto finora e m'inducono tuttora a non uscire dal mio riserbo sul corso di quegli avvenimenti, presentano per me un significato di principio, dal quale non ho ritenuto di potere, per il momento, deflettere né per ragioni obiettivi, né per motivi subiettivi «». Ma torniamo al nostro racconto. Il tenente Castiglione riferì a Badoglio le parole dell'ammiraglio De Courten. Il maresciallo non si fece ripetere l'invito. Parve anzi preso da una fretta indiavolata e volle partire subito con l'auto del comandante Martinetti Bianchi che era sempre condotta dall'infaticabile tenente Castiglione. Prima di varcare i cancelli dell'aeroporto, Badoglio si sentì chiedere dal capitano Torazzi, uno degli ufficiali del campo: «E per noi Eccellenza, che ordini ci sono? Badoglio, sorpreso dalla domanda, rispose con innegabile candore: «Se arrivano i tedeschi, andatevene: tra otto giorni torniamo noi. Allora vi ripresenterete». Badoglio non udì 1'indignata risposta del Capitano Torazzi, come pure nessuno degli alti ufficiali che s'affrettarono a lasciare l'aeroporto, subito dopo il Capo del Governo, udì i commenti che il colonnello Martinetti Bianchi fece assieme con i suoi ufficiali. « Fu chiaro, dice l'ex-comandante dall'aeroporto - che il Re era ormai 56 nelle mani di persone che avevano dimenticato un loro glorioso passato militare e diventare solo dei fuggiaschi preoccupati ciascuno di salvare la propria vita. Arriva Mafalda Il giorno dopo all'aeroporto di Pescara non ci furono grosse novità da segnalare. 1 tedeschi non si fecero vivi. Tutti gli avieri rimasero al loro posto, A Chieti (distante appena undici chilometri) la divisione "Legnano" era rimasta compatta agli ordini del generale Olmi. Ciò valse a dare all'intera zona una apparente tranquillità. La mattina dell'undici settembre con un aereo di linea pilotato dal capitano Cattaneo giunse la Principessa Mafalda. Gli ultimi avvenimenti l'avevano sorpresa in Bulgaria dove si era recata per i funerali di Re Boris. morto improvvisamente per cause che nessuno è mai riuscito a spiegare con sicurezza. L'ipotesi più plausibile però è quella sostenuta da coloro che ritengono che il Sovrano sia stato avvelenato per ordine di Hitler. Due giorni dopo i funerali di Re Boris - il 9 settembre - la Principessa Mafalda, che era accompagnata dal conte Federico di Vigliano, gentiluomo di Corte, ripartì in treno per l'Italia. A Budapest la sorprese il nostro armistizio. Vigliano riuscì a riparare con la Principessa nella nostra Legazione, retta dal ministro Anfuso. Da qui poté telefonare a Roma. Da Villa Savoia rispose il colonnello Stampacchia, un coraggioso ufficiale che gli ultimi avvenimenti avevano trovato fermo al suo posto di lavoro. Stampacchia provvide perché un aereo di linea partisse immediatamente per l'Ungheria. Così la Principessa poté rientrare in Italia. Ma dove atterrare? Il capitano Cattaneo, d'accordo con il Conte di 57 Vigliano, non puntò su Roma ma su Pescara, l'unico aeroporto con il quale era ancora possibile mantenere un contatto radio. Qui l'apparecchio giunse verso mezzogiorno. « Purtroppo », dice il colonnello Martinetti Bianchi, «i miei ricordi non si fermano con la partenza dei Sovrani e con la successiva smobilitazione dell'aeroporto. I miei ricordi si fermano a questo ultimo episodio estremamente doloroso per le successive conseguenze. Io avrei voluto», è sempre l'ex-comandante dell'aeroporto di Pescara che narra, «che la Principessa accettasse la mia ospitalità a Silvi Marina. Sarebbe stata al sicuro nella mia villa. Confusa con gli altri sfollati non avrebbe avuto quel tragico destino che la sorte invece le riservò nel campo di concentramento di Buchenwald. Ma la Principessa aveva una sola preoccupazione: i suoi figli. Tentai più volte, per mezzo della mia radio da campo, di mettermi in contatto con Roma, inutilmente. Riuscii a sconsigliare una immediata partenza per la Capitale. Alla fine la Principessa accettò l'offerta del generale Olmi, comandante la "Legnano". E andò a Chieti. Non fu certamente una scelta felice. Il giorno dopo i tedeschi arrestavano il generale Olmi mentre la divisione si sbandava completamente. La Principessa Mafalda seguitò ad essere alloggiata al "Sole", un modesto albergo dove tutti cercarono di renderle meno amaro il soggiorno. Nel suo diario il conte di Vigliano ricorda i due camerieri che servirono la principessa, Giovina Cellini e Giovanni Ricci. Entrambi prestano ancora servizio al "Sole". Ricci porta sempre in tasca una foto della Principessa Mafalda e si commuove fino alle lacrime se qualcuno gli ricorda questa nobile martire. Forse dice Ricci, «se la Principessa fosse rimasta tra 58 noi...». Identico rammarico esprime il colonnello Martinetti: «Se la Principessa avesse accettato la mia ospitalità non sarebbe finita così». Forse se io avessi potuto tempestivamente farle sapere che i suoi figli erano al sicuro in Vaticano si sarebbe fermata in Abruzzo, non sarebbe tornata a Roma come fece una settimana più tardi. E non sarebbe, sicuramente caduta nel tranello che i tedeschi le tesero quando le dissero che il marito, principe d'Assia, voleva parlarle da Berlino al telefono dell'ambasciata tedesca presso il Quirinale. Arrestata con questo basso inganno venne deportata nel peggiore dei campi di concentramento e lì morì dopo inaudite sofferenze ». I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon CAOS NOTTURNO PER L'IMBARCO A ORTONA Il "Baionetta" lascia Pola in missione speciale A Pescara si imbarca Badoglio che indossa abiti borghesi e la nave prosegue la navigazione facendo rotta su Ortona La partenza dei Sovrani, che doveva essere tenuta segreta, avviene dopo lunga sosta tra una folla di personaggi e di militari anelanti di salire a bordo "Dov'è Badoglio?",chiese il Re che lo stava aspettando sul molo. E' a bordo che dorme da due ore, gli rispose qualcuno. In quel momento, Vittorio Emanuele comprese che l'Italia crollava e che aveva inizio il 59 dramma dei Savoia «Tentammo tre, quattro volte di entrare nel Parto di Ortona ma alla fine dovemmo rinunciarci, non c'era fondale. Allora il Comandante ordinò di fare delle segnalazioni verso l'abitato. Da terra ci fu subito risposto: si accesero delle luci e si spensero quasi immediatamente. Il Comandante osservò: il Re è là ». L'ingegnere Giulio Volpi socchiude gli occhi quasi cercando di concentrarsi di più, per meglio frugare nei luci ricordi. Poi aggiunge, con un lieve sorriso. Quella fu la nostra più grande avventura. So di non esagerare affermando che per diverse ore il destino dell'Italia fu nelle nostre mani ». Riservatezza tradizionale Giulio Volpi non esagera affatto, no, anche perché non e il tipo di farlo. Un uomo che non si lascia facilmente andare a confidenze. In lui è rimasta la tipica riservatezza che, un tempo, avevano i nostri ufficiali di Marina quando una missione militare qualunque essa fosse, rappresentava un segreto che doveva essere custodito, senza neppure che fosse necessario dare in merito assicurazioni od impegnare la propria parola d'onore. Giulio Volpi vive oggi a Milano. E' ammogliato ha due figlie e lavora con funzioni direttive in una grande industria italiana. L'8 settembre 1943 Volpi era a Pola, aspirante guardiamarina, imbarcato a bordo della corvetta Baionetta. Aveva ventuno anni e ricopriva la carica di ufficiale di rotta. Era di complemento come lo erano tutti gli altri ufficiali della piccola unità eccezione fatta per il Comandante, tenente di vascello Pietro Pedemonte. La 60 Baionetta era proprio un guscio di noce. Dislocava appena 640 tonnellate, aveva 120 uomini di equipaggio ed era armata di due cannoni da 100147 e da 5 mitragliere da 20. Era una "barca" così modesta che a guerra finita continuò a navigare battendo la nostra bandiera. Nessuno la volle, neppure la Russia. E la corvetta è ancora in servizio, essendo stata rimodernata nel '52 e nuovamente armata con quattro mitragliere da 40/56, m, ma "porcospino" (specie di lanciabombe antisommergibili), con quattro lanciabombe e due scaricabombe. La corvetta era stata presa in consegna dall'equipaggio appena un mese prima. Verso il 5 o 6 agosto il Comandante Pedemonte si era visto consegnare dai cantieri Breda di Venezia la piccola unità. Impostata un anno prima sotto la spinta degli ultimi avvenimenti. Poi la corvetta, dopo una austera cerimonia militare, era partita per Pola. E qui il suo equipaggio aveva iniziato l'addestramento. Era, per adoperare una espressione del gergo automobilistico, in rodaggio. Ma un po' tutti avevano bisogno di prendere confidenza con la nuova unità. E l'affiatamento era necessario anche per un altro motivo: ufficiali ed equipaggio si conoscevano poco tra loro essendo stati riuniti durante la fase di allestimento pochi mesi prima. L'8 settembre dunque, l'aspirante guardiamarina Giulio Volpi era sceso a terra, verso le 18. Doveva recarsi al Comando Marina per sbrigare alcune pratiche. Con somma sorpresa notò lungo le strade concitati capannelli di persone. Tutti discutevano qualcuno gridava. Che cosa era successo? Lo chiese ad un passante: «Come? La non sa gnente?», gli fu risposto. «Xe si, innui l'armistisio ». La notizia dell'armistizio 61 «Rientrai subito a bordo», ci ha raccontato l'ingegnere Volpi accettando di narrarmi la sua grande "avventura" dopo aver superato non poche titubanze. Volpi, infatti, non ha mai sentito il fascino delle "rivelazioni". Né ha mai cercato di mettersi in vista raccontando un episodio che e già storia e che é stato interpretato in mille modi. «Una volta sulla Baionetta», continua Volpi, «mi presentai al Comandante e gli riferii la grande notizia. Il Comandante osservò: "Non dica nulla neppure agli altri ufficiali. Resti a bordo. Andrò io stesso al Comando Marina. Per quella sera, naturalmente, nessuno andò in franchigia. Neppure un uomo lasciò la nave. Il Comandante chiamò il secondo ufficiale, il sottotenente di vascello Benedetto Bontá. Lo informò brevemente di quanto era successo, gli rinnovò le stesse raccomandazioni che aveva fatto a me, gli diede rapidi, precisi ordini, poi scese a terra. Il Comandante tornò tardi io naturalmente, avevo obbedito. Non avevo informato dell'armistizio neppure gli altri tre miei colleghi che assieme al Comandante e al "secondo" formavano tutto lo stato maggiore della Baionetta. Erano il direttore di macchina Gaetano Vigorita, il direttore del tiro Enzo Colandosti e il guardiamarina Guido Bellia del Genio navale. In missione segreta All'indomani il Comandante scese ancora a terra. Tornò poco prima del1e 10 e ci riunì immediatamente nella sua cabina. Aveva ricevuto Istruzioni dal Ministero della Marina perché la nostra corvetta si portasse a Pescara a 62 disposizione di quella capitaneria di porto. Ci lesse, inoltre. il proclama dell'ammiraglio inglese Cunningham sulla necessità che tutti i mezzi della Marina Italiana si concentrassero nel porto di Malta. Infine ci mostrò le istruzioni che gli erano state consegnate sulle segnalazioni che avremmo dovuto eventualmente adottare nel caso che sulla nostra rotta si fossero trovate navi alleate. Ci guardammo sorpresi. I miei colleghi più ancora di me, del Comandante e del secondo. Nessuno però fece il minimo commento. Il Comandante aggiunse: "Per quanto mi riguarda ho deciso di obbedire, Porterò la mia nave a Pescara. Ognuno di voi però e libero di scegliere. Vi do dieci minuti per riflettere, ora sono le ore 10,25 vi aspetto qui alle 10,35". Il "secondo" ordinò l'attenti. Il Comandante rispose salutando a sua volta, militarmente. « Alle 10,35 ognuno di noi aveva deciso. Saremmo andati a Pescara. Ma a fare che cosa? Perché proprio in Abruzzo? Chi avremmo dovuto attendere? Nessuno era in grado di rispondere a queste domande. Così la corvetta lasciò Pola. Il viaggio non presentò difficoltà di sorta. Pareva che una strana calma fosse improvvisamente calata sull'Adriatico, quasi che la guerra fosse finita davvero con la proclamazione dell'armistizio. Era evidente però che da un momento all'altro il mare poteva ribollire, che da un momento all'altro potevano piovere bombe o scivolare siluri, dalla bianca, ma paurosa "coda" tutta spuma, tutta morte. 63 Badoglio approda in barchetta All'arrivo a Pescara «io ero di guardia », ricorda l'ingegnere Volpi. « Il Comandante mi aveva lasciato ed era sceso nella sua cabina per mutarsi di abito e così raggiungere la capitaneria di porto dove lo avrebbero atteso nuove disposizioni. Stavo appunto approntandogli il barcarizzo che lo avrebbe condotto a terra quando vidi venire incontro una barchetta. Pensai si trattasse di un pescatore. Afferrai il megafono e urlai all'intruso di tenersi al largo dalla nostra corvetta, come prescriveva il regolamento. Invece la barca seguitava a scivolare verso di noi. Vidi allora che il battello trasportava due persone in borghese. Facevano grandi gesti con le mani. Ad un certo momento una agitò il cappello e la sventolò quasi volesse fare dei precisi segnali. « Lasciai accostare il battello al barcarizzo. Poi scesi, per aiutare, i due singolari ospiti a salire a bordo. Riconobbi immediatamente uno dei due visitatori. E il mio stupore fu ancora più grande di quello provato il giorno prima quando qualcuno mi aveva avvertito che era stato finalmente firmato l'armistizio: avanti a me era il maresciallo Badoglio. Ma l'altro chi era? Si presentò subito: "Ammiraglio Raffaele De Courten ministro della Marina". «Immediatamente accompagnai i due inattesi ospiti dal comandante. Poi tornai in plancia. Non sapevo che pensare di tutto ciò che stava succedendo ». A questo punto occorre aprire una parentesi. Nella 64 precedente puntata noi abbiamo fedelmente riportate le testimonianze che ci sono state rese dal marchese Martinetti Bianchi che fu l'ultimo comandante dell'aeroporto di Pescara, dopo l'8 settembre. Il marchese Martinetti Bianchi si scosta alquanto dal racconto dell'ingegner Volpi. I primi a giungere sotto alla corvetta non furono Badoglio e l'ammiraglio De Courten bensì il tenente dell'aeronautica Castiglione e l'ammiraglio De Courten. Giunsero non su di un battello ma su di un motoscafo che il comando dell'aeroporto di Pescara aveva in dotazione, teneva di solito ancorate lungo il fiume che sfocia, come noto, sull'Adriatico in quella che un tempo era la zona di Castellammare: Badoglio s'imbarcò più tardi, circa mezz'ora dopo. Fu ancora il tenente Castiglione a condurlo a bordo, dopo che l'ammiraglio Da Courten aveva avvertito: «Se Badoglio si fa aspettare più di dieci minuti noi salperemo». Verso un "porto qualsiasi" Comunque queste sono questioni di dettaglio. Le abbiamo ricordate perché qualche nostro lettore non abbia a coglierci in apparente contraddizione. Come abbiamo già avvertito sin dalla nostra prima puntata l'indagine che abbiamo condotto ci ha sovente posti davanti a versioni diverse, a volte persino in contrasto. Noi le abbiamo sempre riferite così come ci sono state raccontate dai singoli testimoni oculari di quelle tragiche giornate settembrine. «Fu Badoglio», ricorda l'ingegnere Volpi «a dire che accorreva subito salpare verso Ortona. Qui avremmo preso a bordo altri passeggeri. Chi erano? Quando Badoglio 65 nominò il Re, la regina, il Principe Ereditario, il capo di Stato Maggiore, il ministro dell'Aeronautica, guardai il mio Comandante. Lo vidi calmo ma estremamente preoccupato. Dove avremmo portato i Sovrani? Né Badoglio né De Courten lo sapevano». "In un porto qualsiasi" ci disse l'Ammiraglio De Courten, "purché non ci siano né inglesi né tedeschi. In un porto ancora italiano". Ma c'era veramente un porto ancora nelle nostre mani? Mentre riprendevamo la rotta verso Ortona cominciammo a preparare gli alloggi per i nuovi ospiti. L'ammiraglio De Courten dispose che la Regina occupasse l'alloggio del comandante. Il Re quello del tenente del genio navale Vigorita, il Principe Umberto l'alloggio dell'ufficiale in seconda. Badoglio e De Courten si sarebbero sistemati nella cabina dei guardiamarina che era a tre cuccette . A Crecchio, intanto, i Sovrani stavano già prendendo congedo dai duchi di Bovino. Poco dopo le 22 l'autoco1onna reale lasciò il paese diretta ad Ortona. Era una sera tiepida e c'erano le stelle. Il viaggio fu lento a causa della oscurità e della strada tutta buche. Il Re, ogni tanto, osservava quasi tra sé: «Ma tutta questa gente (alludeva alle altre macchine che seguivano l'auto reale) dove troverà posto? Come farà ad imbarcarsi? ». Un "segreto"` troppo noto Ad Ortona cominciarono le sorprese. La partenza dei Sovrani avrebbe dovuto essere tenuta segreta. Invece c'erano, sul molo una cinquantina di macchine con a bordo strani viaggiatori. Qualcuno era facilmente riconoscibile 66 perché in divisa. Erano ufficiali di Stato Maggiore. I più però non erano in uniforme. Tutti parlavano forte tutti erano agitati. Chi era quel tale in borghese con un mitra a tracolla? Il Re lo riconobbe a fatica: era Roatta. E quell'altro? E quell'altro ancora? Il Re domandò chiarimenti a De Buzzaccarini. Era questi il suo aiutante di campo di servizio; era stato mandato ad Ortona per predisporre l'imbarco tempestivamente. De Buzzaccarini. aveva preso contatto con la capitaneria di porto, con i carabinieri , con la guardia di finanza. Aveva anche ordinato che i due migliori motopescherecci di Zi SebastianoFonzi - lo Zecchino e il Gitano - fossero tenuti pronti qualora la corvetta, a causa dei bassi fondali, non avesse potuto entrare nel porto. Quello di Ortona, infatti, è un porto artificiale che deve ancora oggi venire quotidianamente dragato se si vuole che possa servire da rifugio , a una flottiglia di motopescherecci e a piccole unità della Marina militare. Durante la guerra il porto a poco a poco era stato trascurato. Il mare aveva così accumulato, sabbia nel fondali, tanto che a volte, neppure i trabaccoli erano in grado di attraccare. Avrebbe potuto farlo la corvetta? Quasi certamente no. E la conferma venne quando arrivò la Baionetta. Giunta all'altezza del molo la si intravide dopo alcuni tentativi, gettare 1'ancora al largo. Da bordo furono fatti dei segnali. Intanto il Re, per la prima volta, sembrava preoccupato. Tutto quell'intenso via vai di macchine, tutto quel vociare confuso, quell'osservare continuo attraverso i vetri della 67 macchina (i Sovrani erano rimasti chiusi dentro la loro auto anche sul molo di Ortona) facce nuove per scoprire poi che si trattava di militari noti, che non avevano esitato a vestire gli abiti borghesi, aveva finito con l'irritare Vittorio Emanuele III. Forse solo allora il Re comprese che a Ortona era l'Italia che crollava, che a Ortona cominciava il suo dramma, il dramma di tutti i Savoia Fino allora il Re aveva trattato con ministri preoccupati, con generali indecisi. Ma aveva anche osservato lungo le strade reparti ordinati. Nella Tiburtina, aveva incontrato numerose pattuglie armate, aveva osservato trasferimenti di nostri mezzi blindati. All'aeroporto di Pescara aveva visto duemila avieri disciplinati, stretti attorno a1 loro comandante. E a Chieti - così gli era stato riferito - la Divisione "Legnano" seguitava a rimanere compatta, gli ordini del generale Olmi. Ma a Ortona che stava succedendo? Che cosa volevano tutti quei "borghesi"? Perché Roatta aveva osato presentarsi a quel modo, come un ribelle, come un fuggiasco? Fino allora Vittorio Ernalmele aveva pensato che il suo viaggio altro non fosse stato se non un eccezionale trasferimento resosi necessario per salvare la Patria ed assicurarle la continuità del Regno e del Governo. Ora invece era chiaro che la partenza si era, contro le sue intenzioni, trasformata in una fuga. La fuga in un caos. Solo la sua macchina e quella del Principe Ereditario conservavano sul cofano i gagliardetti azzurri con 1e, insegne, reali. Le altre, che pur appartenevano ad alti ufficiali, non recavano più nessun simbolo. Anzi gli stessi ufficiali si erano affrettati a gettare la divisa , a nascondere la loro identità sotto anonime spoglie, da borghesi. 68 Le operazioni d'imbarco incominciarono dopo le 23, in mezzo ad una enorme confusione. Tutti volevano prendere posto nei due motopescherecci di Zi' Sebastiano Fonzi che avevano già cominciato a fare la spola tra la corvetta, e il molo. Ad un certa momento si udì qualcuno gridare: « Ma signori ufficiali, un po' di dignità! Abbiamo con noi il Re!», Nessuno parve ascoltare. I Sovrani intanto, continuavano a rimanere nella loro automobile. Perché aspettavano? Il Re ignorava che Badolio si era già imbarcato. Poche ore prima, all'aeroporto di Pescara, era rimasto stabilito che il Maresciallo sarebbe andato incontro ai Sovrani sulla strada di Ortona. Il Re perciò si ostinava ad attenderlo. Ad un certe momento domandò sporgendo il capo dal finestrino della sua macchina: «Il Maresciallo Badoglio non si è visto ancora?». «Badoglio?», rispose qualcuno ma quello di sicuro e già a bordo che dorme! ». I Sovrani salgono a bordo La maligna supposizione era tutt'altro che infondata. Badoglio, infatti, si trovava da più di due ore a bordo del Baionetta. Verso le 23,40 il Re decise finalmente d'imbarcarsi Non era più il caso di attendere nessuno. La Regina fu faticosamente aiutata a prendere posto sullo Zecchino e con lei la fedele Rosa Gallotti. Poi venne la volta del Re, del generale Puntoni, del generale Santalli... La barca di Zi' Sebastiano Fonzi fu ben presto così carica come solo lo 69 era stata durante le feste di S. Nicola, quando i pescatori sono soliti portare la statua del santo in processione sulle loro barche lungo lo specchio d'acqua del porto. Il Re non si era congedato da nessuno. Aveva stretto la mano al suo fedele autista Giovanni Baraldi. «Arrivederci Baraldi», gli aveva detto. Poi aveva aggiunto « Cerca il genera1e Di Raimondo. Dev'essere in mezzo a quella baraonda là. Il generale ti dirà quello che dovrai fare ». Baraldi si era tolto il berretto e aveva risposto, con le lacrime agli occhi: « Va bene, Maestá. Altri ordini? , Il Re aveva scosso la testa. Baraldi non era rimasto ad attendere che lo Zecchino lasciasse il molo. Non ne aveva avuto il coraggio. Si era perciò dato da fare per trovare il generale Di Raimondo. Aveva così saputo che tutti gli autisti avrebbero dovuto fermarsi a Chieti. Presentarsi al comandante della divisione "Legnano,", farsi dare della benzina e tentare di rientrare a Roma. Ma a Chieti nessuno ascoltò Baraldi, L'autista del Re allora nascose la macchina in un vecchio mulino. Ma staccò dal cofano il gagliardetto reale. Fu l'unica cosa che Baraldi riuscì quella notte a salvare. La macchina venne ben presto scovata dai tedeschi. Baraldi la vide due mesi dopo a Roma. Era ferma davanti al Teatro dell'Opera. A bordo c'erano un ufficiale della Wermacht e una ragazza che rideva a crepapelle. 70 I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon QUANDO SBARCO' IL RE BRINDISI STAVA PER SALTARE IN ARIA Nei pressi della piazzaforte i tedeschi avevano minato un immenso deposito di munizioni la cui esplosione avrebbe raso al suolo la città Soltanto dopo tre giorni di affannose ricerche fu possibile scongiurare ogni pericolo La vita quotidiana dei Sovrani nella Capitale provvisoria: la Regina era sempre triste Resistenze degli ammiragli all'ordine di consegnare la Flotta a Malta Il duca d'Aosta lascia alla Spezia la moglie partoriente per raggiungere il suo posto accanto ai Sovrani «Dio sia lodato: è proprio lui, Gigione» e così dicendo l'ammiraglio Raffaele De Courten, ministro della Marina, sorrise. Fu quello il suo primo sorriso da quando egli si era imbarcato sulla Baionetta, la piccola, veloce corvetta che prima tra tante unità, aveva risposto all'appello di Supermarina ed era tempestivamente giunta ad Ortona per imbarcare i Sovrani, il Principe Ereditario, il maresciallo Badoglio, i generali Ambrosio, Roatta, Sandalli, Puntoni e numerosi altri ufficiali superiori. Dal momento del suo imbarco (verso le ore 10 di sera di quel fatale 9 settembre 1943) fino all'arrivo a Brindisi 71 (fino, cioè, alle ore 14,30 del giorno successivo), l'ammiraglio De Courten era rimasto in plancia, assieme con il comandante della nave, tenente di vascello Piero Pedemonte. Non aveva voluto neppure sdraiarsi per qualche ora in aperta, come invece avevano fatto i Sovrani. Ma era rimasto vicino al timoniere, pronto a dare ordini, a suggerire la rotta. Ad un certo momento era parso che il viaggio si trasformasse in una catastrofe. Due "Junker" in cielo Era stato verso le undici del mattino, quando due "Junker 88" individuata la corvetta, avevano cominciato a volteggiarle intorno, come se stessero per muovere all'attacco. Poi i due aerei si erano allontanati. L'ammiraglio aveva tirato un respiro di sollievo. Egli sapeva che la responsabilità di quell'eccezionale trasferimento era interamente nelle sue mani. Era stato lui, assieme con Badoglio a consigliare quel viaggio per mare; era stato lui a suggerire come meta Brindisi che sembrava ancora essere in nostra salde mani. Ma era poi vero che la città era ancora italiana? Era poi vero che il porto non era presidiato da truppe germaniche? La radio di bordo dava come occupati dai tedeschi tutti i porti, Ma quelle erano notizie esatte o erano invece di proposito gonfiate e falsate? Ora però la corvetta era davanti a Brindisi. Bisognava decidere: tentare uno sbarco oppure no? L'ammiraglio aveva ordinato all'incrociatore Scipione l'Africano (giunto incontro alla Baionetta all'altezza di Vieste, nel Gargano) di avvicinarsi all'avamporto di Brindisi fino al massimo suggerito dalla prudenza per osservare se dall'alto del castello avevo, che domina 1a cittadella, sventolasse o no il tricolore. 72 Contemporaneamente l'ammiraglio aveva mandato attraverso la radio di bordo un messaggio non cifrato (alleati e tedeschi avevano a più riprese mostrato ormai di conoscere i nostri cifrari all'ammiraglio di squadra Luigi Rubartelli, comandante la piazzaforte di Brindisi. Nel telegramma, volutamente non molto chiaro, il ministro della Marina ordinava all'ammiraglio di andare incontro alla corvetta con un motoscafo, verso l'avamporto, non specificando i motivi di quell'appuntamento tutt'altro che usuale. Rubartelli (De Courten lo ricordava benissimo) era non solo un ufficiale intelligente ed energico ma anche assolutamente devoto alla Monarchia. Inoltre aveva un aspetto imponente. Alto, massiccio era soprannominato in Marina Gigione. Un appuntamento singolare Il messaggio giunse all'Ammiragliato. Rubartelli si stupì non poco ricevendolo, soprattutto a causa di quell'ordine, in realtà singolare: un ministro della Marina non dà appuntamenti in alto mare, fuori del porto. Se De Courten però lo aveva fatto, voleva dire che aveva le sue buone ragioni. D'altronde quelle erano giornate nelle quali l'imprevisto sembrava una normalità in ritardo. Così l'Ammiraglio rispose assicurando di aver ben compreso gli ordini: sarebbe andato incontro alla Baionetta. Intanto la corvetta era giunta nelle acque di Brindisi. E subito era stata inquadrata dalle artiglierie costiere. A bordo ci fu un attimo di smarrimento. Perché dalle postazioni si cominciava a brandeggiare le lunghe bocche da fuoco, i grossi 381. Perché si seguiva il piccolo scafo, nella splendente luce dell'ora (erano le 14,30 circa) come se si dovesse, da un momento all'altro, colarlo a picco? 73 L'ammiraglio De Courten (che aveva con il binocolo seguito l'inconsueta esercitazione) pensò, per un momento che anche Brindisi fosse caduta in mano tedesca; che il telegramma di risposta giunto poco prima a firma dell'ammiraglio Rubartelli fosse falso. E fu solo quando vide un motoscafo avvicinarsi alla Baionetta, fu solo quando scorse l'alta solenne, inconfondibile figura di Gigione Rubartelli che comprese come tutto si fosse svolto nel migliore dei modi. Dall'alto del barcarizzo il ministro della Marina salutò con una mano l'ammiraglio Rubartelli, appena il motoscafo accostò, salì rapidamente la scaletta, salutò a sua volta come il regolamento prescrive - prima la bandiera che sventolava sul pennone, poi il ministro della Marina. Avrebbe voluto aggiungere una scherzosa frase, ma De Courten gli disse precipitosamente: «Sua Maestà ti vuole parlare». Rubartelli girò lo sguardo. «Vidi allora», ci ha raccontato l'ammiraglio rievocando con noi quelle drammatiche giornate, «schierati a poppa, come se dovessero posare per una foto. Badoglio, Roatta, Ambrosio, Puntoni, Sandalli... Al centro in divisa, era il Re. Dietro a lui il Principe Ereditario. Mi avvicinai e mi irrigidii sull'attenti. Il Sovrano rispose al mio saluto e subito cominciò a domandare: Il Re si informa Ci sono tedeschi a Brindisi? , «No, Maestà», risposi. « Gli ultimi reparti germanici hanno lasciato la città la scorsa notte. « Allora sono già arrivate 1e avanguardie alleate?», tornò a domandare il Re. «Non ho ancora visto un solo inglese, un americano », 74 risposi. Il Re parve voler aggiungere qualche altra domanda ma si trattenne Ci fu una lunga pausa. Io ne approfittai per guardare gli altri personaggi che stavano davanti a me, tutti inspiegabilmente in borghese. Confesso, anzi, che sulle prime stentai non poco a riconoscerli. Erano pallidi, stanchi, sfiniti. Con la coda dell'occhio sbirciai sulla destra. E fu allora che scorsi, sola, vestita di nero, la Regina. Accennai ad un inchino. Ma il Re tornò a parlare: «C'é possibilità di difendere la città da un eventua1e attacco tedesco? ». Rassicurai il Sovrano e gli illustrai tutte le misure che erano state da me prese perché Brindisi potesse respingere qualsiasi attacco. La città aveva sempre avuto un efficiente schieramento difensivo che però fino all'8 settembre era stato mantenuto in funzione antiinglese. L'armistizio aveva suggerito di rovesciare il fronte. L'ammiraglio Rubartelli, presi tempestivi accordi con il generale Lerici comandante il 51 Corpo d'Armata, aveva potuto mostrare ai cinquecento e più tedeschi accampati nei pressi dell'aeroporto che che a qualsiasi azione di guerra si sarebbe immediatamente risposto, con energiche contromisure. Il colonnello tedesco Fireiherr Von Cablenz comandante i vari reparti della Luftwaffe di stanza a Brindisi, aveva preferito non tentare nessuna azione di forza. Ed aveva ordinato ai suoi uomini di lasciare la città diretti più al Nord, verso l'Ofanto. I tedeschi però avevano lasciato alle porte di Brindisi, nei pressi della masseria Flaminio un enorme deposito di munizioni. Misurava due chilometri per due e mezzo e comprendeva migliaia e migliaia di tonnellate di munizioni oltre a 40 mila colpi da 88 e a migliaia di bombe di grosso e medio calibro per aerei. Il deposito (così credeva l'ammiraglio Rubartelli) era stato minato non più tardi di un mese prima di un mese prima. 75 A chiedere anzi questa eccezionale misura protettiva era stato lo stesso ammiraglio comandante la piazzaforte di Brindisi. Qualora la città fosse stata per cadere in mano alleata, qualora fosse stato necessario distruggere tutte le installazioni portuali, autoaffondare le navi attraccate alle banchine, anche il deposito di munizioni tedesco non avrebbe dovuto cadere in mano del nemico. Il colonnello Fireiherr von Cablenz aveva accettato il punto di vista dell'Ammiraglio italiano. Pochi giorni dopo aveva telefonicamente confermato che il deposito era stato minato. Un rischio tremendo Poi l'armistizio aveva sconvolto i piani. I tedeschi si erano allontanati la notte dell'8 settembre. Da allora l'ammiraglio Rubartelli era vissuto con il cuore in gola. Egli era l'unico a conoscere l'esatta consistenza dell'enorme deposito tedesco, era l'unico a sapere che se 1e munizioni abbandonate dalla Luftwaffe, fossero improvvisamente esplose, l'intera città di Brindisi sarebbe stata rasa al suolo. Ecco perché Rubartelli, partiti i soldati tedeschi aveva immediatamente fatto presidiare il deposito ed ordinato ad un plotone di artificieri di disinnescare le mine. Ma i marinai avevano invano cercato. Il deposito sembrava non minato. Ma ciò era impossibile; le mine dovevano essere nascoste, chissà mai dove. La ricerca affannosa continuava quando, il 9 settembre alle ore 11,30, l'ammiraglio si recò a bordo della Baionetta. « Ritenni », ci ha raccontato Rubarteli oggi ormai non più in servizio, «di non svelare al Re le mie preoccupazioni. Forse se avessi fatto presente che potevamo saltare tutti in aria da un momento all'altro, i Reali non sarebbero scesi in 76 città. E non perché essi avessero paura (anche i nemici più accaniti di Casa Savoia ammettono che il nostro Re non conosceva la paura!) ma perché Badoglio avrebbe portato tutti in qualche altro porto occupato dagli alleati ». Comunque i Sovrani sbarcarono. Ma solo tre giorni dopo Rubartelli poté mettersi tranquillo. Il deposito tedesco non era stato minato malgrado le assicurazioni date dal colonnello della Luftwaffe, Fireiherr von Cablenz. Perché? E' un mistero questo che l'ammiraglio Rubartelli non é mai stato in grado di spiegare. Prima di lasciare la corvetta, il Re volle assicurarsi che tutti a Brindisi avrebbero potuto essere convenientemente ospitati. «La mia casa», assicurò l'ammiraglio, «è a disposizione di Vostra Maestà» , Il Re sorrise, poi aggiunse: «Cercheremo caro ammiraglio, di darle il mimino disturbo». Cominciarono così le operazioni di sbarco; i Sovrani assieme con il generale Puntoni, scesero nell'imbarcazione dell'ammiraglio Rubartelli. Mentre il motoscafo attraversava velocemente l'avamporto e il porto, puntando verso la banchina militare, Rubartelli pensò tra sé «Ora i Sovrani sbarcheranno e non si troverà neppure un plotone pronto a rendere gli onori. Dovrò condurre il Re, la Regina, il Principe a casa ma mia moglie sarà presentabile? Non starà riposando? Forse se il Re volesse andare all'Ammiragliato a piedi, io potrei trovare il tempo di avvertire mia moglie. Rubartelli allora si fece coraggio e domandò a1 Sovrano: «Vostra Maestà non preferirà andare a piedi fino al l'Ammiragliato?». «No», rispose Vittorio Emanuele. «La Regina ed io siamo molto stanchi. Ci serviremo della sua automobile» 77 Saluto alla voce Le sorprese però non erano finite per l'ammiraglio Rubartelli. Mentre il motoscafo attraversava il porto, qualcuno segnalò la presenza dei Sovrani. Allora si videro gli equipaggi delle navi attraccate alle banchine precipitarsi a poppa gridando: «Viva il Re», «Maestà», osservò compiaciuto l'ammiraglio «questa manifestazione non era preparata». Il sorriso del Re fu il migliore commento. Ma Rubartelli seguitò ad essere preoccupato. Come avrebbe accolto gli ospiti sua moglie. svegliata all'improvviso dal pisolino pomeridiano? Invece anche quell'«inciampo» si mostrò inesistente. Quando i Sovrani giunsero davanti alla villetta dell'Ammirgliato, trovarono ad attenderli sulla porta la signora Irma Rubartelli vestita con semplicità ed eleganza. A rendere possibile quel a «miracolo» era stata l'ordinanza dell'ammiraglio che scorto il Re scendere dal motoscafo: era corso come una lepre su al Castello, dove appunto era la villetta del Comandante la piazzaforte. Così la signora Rubarteli aveva potuto mostrarsi non sorpresa ed accogliere gli augusti ospiti con il più compito degli inchini e con il più aperto dei sorrisi. Oggi a distanza di quindici anni da quelle drammatiche ore, l'ammiraglio Rubartelli ricorda soprattutto questi particolari intimi anche perché il recente libro del generale Puntoni "Parla Vittorio Emanuele III" fornisce dell'arrivo a Brindisi una versione che non è molto gradita né all'ammiraglio né alla gentile signora. Afferma, infatti Puntonii «La signora Rubartelli, svegliata dal riposo pomeridiano, si presentò alle Regina in veste da camera. «Avevo invece» , afferma la signora, «un abito bianco... ». Inezie queste! dirà il lettore. Ma la storia di Brindisi, 78 capitale d'Italia è fatta anche di questi piccoli, segreti episodi. Sono anzi codesti ricordi quelli che rendono viva mia vicenda che ormai appare tanto lontana. Il primo problema che si presentò all'ammiraglio Rubartelli fu proprio quello logistico. Dove sistemare tutti? Era logico pensare che l'arrivo dei Sovrani avrebbe immediatamente richiamato a Brindisi altra gente. Rubartelli però non avrebbe mai supposto di dover ospitare un numero così grande di militari. Gli accademisti montano la guardia Tra i primi a giungere furono gli allievi dell'Accademia Navale. Arrivarono il 13 settembre sul Saturnia dopo una movimentata navigazione. Il loro arrivo parve a tutti di buon auspicio. Quei giovani schierali in coperta che salutavano alla voce il Re non erano forse il simbolo della rinascita della Patria? Vittorio Emanuele chiese per qualche giorno di avere gli accademisti a guardia della villetta da lui occupata. In loro vide la continuità delle nostre tradizioni militari, la speranza di un rapido concludersi di avvenimenti dolorosi. Purtroppo le cose presero a poro a poco, una piega ben diversa. Ma chi avrebbe previsto che dalla partenza del Re da Roma all'arrivo nella capitale degli Alleati sarebbero passati nove mesi? Nessuno. E tanto meno il Re che, come militare, doveva anche lui aver sopravalutato la preparazione strategica degli alleati, Egli era anzi convinto che il momentaneo offuscarsi del prestigio della Monarchia sarebbe cessato non appena, nel giro di qualche che settimana, avrebbe potuto far ritorno loro, a Roma con le nostre truppe. Invece ben altri trasferimenti il destino, gli stava 79 riservando: Ravello, Napoli, Raito, poi ancora Napoli ed infine l'esilio nella lontana, ospitale terra egiziana. Comunque, quel giorno, sbarcando a Brindisi, il Sovrano non era preoccupato come a Ortona egli aveva scelto un estremo lembo d'Italia ancora non occupato, dove avrebbe potuto esercitare in piena libertà, le prerogative della Corona. Un telegramma di Eisenhower C'erano stati, è vero, episodi dolorosi e persino inspiegabili di sbandamento di disobbedienza, ma erano fatti che purtroppo qualunque Nazione sconfitta deve sempre registrare. L'importante era porre un freno a quei paurosi ondeggiamenti e ristabilire subito l'autorità e l'ordine. Questo disse il Re la mattina dopo ricevendo nel salotto della palazzina dell'Ammiragliato il Principe di Piemonte, il maresciallo Badoglio, i ministri Sandalli e De Courten, i generali Ambrosio, Roatta, Puntoni e il ministro Acquarone. Tutti erano estremamente fiduciosi. Il Re lesse anche un messaggio inviato poche ore prima a Badoglio dal generale Elsenhwer. Il messaggio, corretto ma non certo gentile indicava le direttive per dar subito inizio ad una collaborazione tra le truppe alleate e il Governo italiano. Terminata la riunione, il Re si trattenne ancora a parlare con Badoglio e De Courten. Fu allora che il ministro della Marina informò il Re del gravissimo incidente accaduto tre giorni prima a Taranto. La sera dell'8 settembre l'ammiraglio di squadra Bruto Brivonesi comandante in capo il dipartimento e 1a Piazzaforte, aveva ricevuto l'ordine di far trasferire a 80 Malta tutte le unità da guerra all'ancora nel Mar Grande. Brivonesi aveva subito mandato a chiamare l'ammiraglio Alberto, Da Zara, comandante tutte 1e unita dislocate nello Jonio, l'ammiraglio Luigi Istmi comandante un gruppo di incrociatori, comprendente il Cadorna, il Pompeo Magno e lo Scipione Africano. All'ordine di Portare le unità a Malta, l'ammiraglio Galati aveva osservato con estrema vivacità: «Supermarina parla di armistizio. Ma questa parola che significa Tregua d'armi? Se e così vuol dire che la lotta potrebbe essere ripresa da un momento all'altro. E allora perché consegnarci agli inglesi? ». Brivonesi aveva a sua volta, osservato: «Più che armistizio questa è una vera e propria resa. Continuare 1a guerra sarebbe pazzesco, delittuoso». L'ammiraglio Galati allora aveva aggiunto concitatamente: Se questo non è armistizio, se questa è resa, io allora rifiuto di portare le mie navi in un porto nemico. Io ho sempre pensato che il dovere di un marinaio sia quello di combattere e non di arrendersi. La nostra storia navale non ricorda una sola nave che si sia consegnata al nemico volontariamente ». Che gli inglesi non intendessero chiamare armistizio gli accordi firmati il 3 settembre a Cassibile da Castellano bensì resa lo si capì subito. Perché con una insistenza esasperante le radio alleate cominciarono a trasmettere la notizia della «surrender of the Italian battle fleet». Il rifiuto di Galati L'arrimiraglio Brivonesi però fu inflessibile: da Supermarina erano diramati degli ordini, in nome del Re. Un soldato non discute gli ordini, ma ubbidisce anche se ciò può costargli il più grande, il più doloroso dei sacrifici. « E' vero aveva risposto l'ammiraglio Galati. Anche a me é 81 stato insegnato che l'obbedienza deve essere cieca, assoluta, rispettosa. Però quando uno arriva a vestire il grado di ammiraglio deve poter ragionare con la propria testa. Io mi rifiuto di andare a Malta. Galati venne sbarcato e immediatamente mente posto agli arresti. Con ogni probabilità sarebbe state fucilato. La sera del 13, l'ammiraglio fu condotto a Brindisi . Qui (così egli pensò) sarebbe stato processato per direttissima. Invece venne immediatamente portato alla presenza l'ammiraglio De Courten Uscì da quel colloquio (Galati ha narrato quei drammatici momenti sul n. 30 di Candido) più tranquillo e più sereno. Il giorno dopo rivestì la divisa e cominciò a lavorare in un ufficio accanto a quello del ministro della Marina. Che cosa era successo? De Courten aveva guardato a lungo l'ammiraglio Galati. Con i suoi 46 anni era uno dei giovani e brillanti ammiragli della nostra Marina. Aveva un passato militare di prim'ordine. Come capitano di vascello sul glorioso Vivaldi aveva affondato, speronando il sommergibile inglese Oswald riuscendo inoltre a salvare quasi interamente l'equipaggio nemico Successivamente aveva scortato in Africa decine e decine di trasporti carichi di truppe italiane e tedesche senza mai perdere un solo piroscafo. Infine era stato Capo di Stato Maggiore del Comando Marina Libia e successivamente, comandante della piazzaforte di Tobruk.Era, insomma, un magnifico soldato. Poi De Curten aveva cominciato a parlare in tono aspro che s'era però andato facendo a mano a mano più calmo. Alla fine aveva teso la mano all'ammiraglio «ribelle» e gli aveva detto «Ora bisogna ricominciare. Non posso privarmi di te». Il ministro della Marina avrebbe voluto aggiungere ancora altre cose ma aveva preferito in quel 82 momento tenere un segreto. Quello che accadde a Malta Solo a guerra finita, 1' ammiraglio Galati seppe che a ordinare la sospensione di qualsiasi processo era stato il Re in persona. Vittorio Emanuele III aveva fatto questo per due precisi motivi: perché aveva ritenuto necessario che il suo primo atto di regno da Brindisi nascesse sotto il segno della conciliazione e perché quel suo gesto regale avrebbe forse fatto comprendere agli alleati tutto lo sdegno del Sovrano il Italia per l'ignobile trattamento che essi avevano riservato alla cerca Flotta. Infatti appena le nostre navi giunsero a Malta furono immediatamente presidiate da picchetti armati. Tra gli equipaggi si verificarono incidenti più o meno gravi. Il comando inglese minacciò l'affondamento dagli incrociatori dell'ammiraglio Biancheri. Intervenne con energia l'ammiraglio Da Zara. I picchetti armati furono ritirati e le armi leggere restituite. Fu però lasciato su ogni nave un ufficiale inglese con l'ordine di non familiarizzare con i nostri, di non partecipare alla mensa comune. Il 12 settembre ci furono richieste due unità: avrebbero dovuto portare armi e viveri in Corsica ai nostri soldati. Furono inviati l'Oriani e il Legionario. Ad Algeri furono oggetto di bassi insulti da parte dei francesi. Poi le due navi vennero caricate con soldati ed armi francesi e mandate in Corsica a rifornire truppe francesi, non Italiane. In tal modo ebbe inizio l'opera della nostra Flotta. Malgrado queste umiliazioni, lo schieramento della maggior parte della nostra Marina sotto i cannoni inglesi come orgogliosamente telegrafò l'ammiraglio Cuiminghum a Churchill fu uno spettacolo. ha osservato 83 uno storico imparziale, di forza, di efficienza, di disciplina, di obbedienza al Re che impressionò favorevolmente l'opinione mondiale e che fece credere a una qualche residua solidità dello Stato italiano. E' possibile anzi che gli inglesi ne rimanessero eccessivamente colpiti, tanto che decisero di eliminare del tutto l'ormai inesistente pericolo. Infatti le due corazzate Italia e Vittorio Veneto furono dirottate per Alessandria con altre sette nostre unità. Qui vennero totalmente disarmate e private persino della radio. Da Alessandria 1e due navi da battaglia furono portate nei Laghi Amari del Canale di Suez I "calici amari" del Re Da quel momento incominciarono anche per il nastro Re giornate amarissime, quelle che egli in seguito doveva definire, con espressione evangelica, i suoi calici amari. Il Sovrano era sistemato nell'appartamento fino allora occupato dall'ammiraglio Rubartelli. Era un appartamento semplicissimo dove però Vittorie Emanuele ed Elena di Savoia mostrarono subito di trovarsi a loro agio. Anzi chiesero all'ammiraglio Rubartelli di riprendersi, se egli avesse creduto, il cuoco Tommaso. «E' troppo bravo », osservò il Re. «Io sono abituato a mangiare cibi semplici. Lei invece. Ammiraglio. devo continuamente avere ospiti. Noi preferiamo per quanto ci sarà possibile, vita ritirata. Tommaso perciò non ci serve. Invece i Sovrani mostrarono di gradire due altre persone di servizio. La cameriera della Regina, Rosa Gallotti da 35 anni vicina ad Elena di Savoia venne praticamente ad avere compiti di dama di compagnia. La buona, discreta, fidata Rosa era l'unica con la quale la Sovrana poteva 84 confidarsi, parlare dei suoi figli lontani, dei suoi nipoti sparsi per il mondo. L'ammiraglio Rubartelli fu ben lieto, dunque di cedere al Re il suo attendente, Renato Chellivi e la cameriera di casa Lena Vallucca. Oggi Chellini vive a Genova ma lavora a Sestri Ponente in una società che produce amianto. Ha sposato a guerra finita colei che gli fu compagna di lavoro a Brindisi la Lena Vannucci. «I nostri compiti », ci ha raccontato Chellini, « erano semplicissimi Noi ci limitavamo a servire a favola. Solo a volte eravamo chiamati a dare una mano a Rosa Gallotti e a Pierino Masetti, il cameriere che Vittorio Emanuele si era portato da Roma. I sovrani non stavano a tavola mai più di mezz'ora Erano, di solito, soli. Conversavano in francese. A volte sedevo alla loro mensa il Principe di Piemonte, quando non era in giro per ispezionare i resti di quelle che erano state le armate dal Sud. La vita quotidiana dei Sovrani La giornata del Re a Brindisi (è sempre Cappellini che racconta) era regolata così: alle cinque e mezzo sveglia, bagno e piccola colazione. Alle sei il Re era già sceso in cortile. Assieme con il fedele Masetti e con il generale Puntoni partiva per qualche solitaria passeggiata. Alle otto rientrava, sedeva nello studio, prendeva visione dei giornali, della posta. Alle nove cominciava a ricevere. I visitatori erano sempre molti. « La seconda colazione aveva luogo a mezzogiorno in punto. Poi il Sovrano andava a riposare fino alle quattro. Quindi, se non aveva altri impegni o se non decideva di uscire per visitare qualche reparto o qualche ospedale, riprendeva a ricevere gente. Alle otto in punto cenava. Il 85 menù era ancora più semplice di quello di mezzogiorno. Molta verdura, grandi piatti d'insalata di cui il Re era ghiottissimo. « Verso le ventuno e trenta - anche se c'erano ospiti - il Re si ritirava nella sua stanza. La Regina, invece, continuava a rimanere alzata. Di solito passava il tempo facendo dei lunghi solitari con le carte. Ricordo che una volta mi disse di conoscerne ben 114. A differenza del Re - conclude Renato Chellimi - la Regina era sempre triste. Si occupava di opere benefiche, visitava istituti e asili di infanzia, riceveva molta lettere. Ma si capiva benissimo che i suoi pensieri erano lontani ». Renato Chellini conserva di quelle giornate un quadro abbastanza sereno. Invece furono soprattutto per Vittorio Emanuele. dolorosissime, piene di pensieri, costellate da umiliazioni continue. Il Re, invocato da tutti il 25 luglio, non ancora discusso l'8 settembre, stava per essere abbandonato proprio da coloro che avrebbero dovuto tu invece essergli più vicini e primo fra tutti dal maresciallo Badoglio, che diveniva di giorno in giorno più ambiguo pia ostile, più pretenzioso. La liberazione di Mussolini Il 14 settembre era arrivata la delegazione angloamericana capeggiata dal generale britannico Frank Mason Mac Farlane. Il generale inglese si era presentato al nostro Re con l'evidente intenzione di umiliarlo in shorts. L'atteggiamento sereno ma fermo dal Sovrano aveva finito col mettere in imbarazzo l'altezzoso l'ufficiale. Ma i calici amari" di Vittorio Emanuele non erano finiti. Erano anzi appena cominciati. Il Re non aveva vicino a sé nessun ministro tranne quelli militari, nessun funzionario degli Esteri, nessun sottosegretario. Il suo era un governo 86 fantasma intanto la radio di Monaco seguitava a trasmettere notizie che parevano assurde: Mussolini liberato annunciava un nuovo governo. Dopo un discorso di eccezionale violenza centro il Re, il maresciallo Graziani accettava di divenire ministro dalle Forze Armate di Mussolini, pur avendo, pochi giorni prima ad Anagni, in un colloquio con il Principe di Piemonte, riaffermato il suo attaccamento alla Monarchia. Persino Botto, il leggendario "Gamba di Legno" uno degli aviatori più fedeli alla Monarchia, si metteva contro il Re, diveniva ministro della nuova aviazione fascista repubblicana. E che dire di Mazzolini un diplomatico che il Re aveva un giorno definito ridendo il monarchico arrabbiato? Anche lui era passato dall'altra parte parte. Motivo di profonda amarezza seguitavano infine ad essere per il vecchio Re, la defezione dei sommergibili atlantici comandati da Grossi e l'improvvisa decisione del principe Valerio Borghese, comandante la Decima MAS di continuare la lotta a fianco dei tedeschi. Borghese l'8 settembre si trovava alla Spezia, agli ordini di Ajmone di Savoia divenuto, dopo la morte a Nairobi del fratello Amedeo duca di Aosta. Ajmone e il Principe Borghese L'armistizio aveva sorpreso tutti. Aimone di Savoia si era sulle prime rifiutato di dare credito alla notizia diramata da Radio Londra. Al Principe Borghese aveva detto « Vuole che io che comando tutti i MAS e che per di più sono un principe reale non sia stato preavvertito? » Ma il rapido e disastroso susseguirsi degli avvenimenti aveva fatto comprendere la realtà. Valerio Borghese allora aveva consigliato il Duca d'Aosta, di rimanere alla Spezia 87 (il Duca ora alloggiato a Villa Carnevale, a Lerici), in attesa degli eventi che non avrebbero certamente mancato di precipitare. Ma il Duca aveva detto: «Io come principe del sangue ho un solo dovere: essere vicino al mio Re. All'alba era partito a bordo di una torpediniera dopo che il ministro della Marina era riuscito a far giungere alla Spezia l'ammiraglio Nomis di Pollone, latore di precisi ordini. A Lerici rimase la consorte, duchessa Irene di Grecia che attendeva un bambino da un momento all'altro. Il comandante Borghese si preoccupò della sua incolumità. La Duchessa mise alla luce proprio in quel giorni un maschietto che fu chiamato Giovanni e che oggi è l'unico maschio del ramo Aosta. Un ufficiale di Marina rimase accanto alla duchessa fino alla fine della guerra. Ciò non valse ad impedire più tardi che 1a duchessa venisse internata in Germania malgrado le proteste del comandante Borghese e i suoi continui interventi presso il comando supremo germanico. Ma, l'interessamento di Borghese per gli Aosta non spiegava affatto agli occhi del Re la decisione presa dall'eroico comandante della Decima Mas di seguitare una lotta disperata, di tenace fede ad una alleanza che lo stesso Sovrano aveva deciso di troncare in base al sacrosanto principio per cui nessuna nazione é tenuta a fare l'impossibile. Era machiavellismo questo o era necessità? Intanto i "calici amari" di Vittorio Emanuele seguitavano ad aumentare: Badoglio irresoluto, tentennante, desideroso di dichiarare guerra alla Germania; gli Alleati sempre pronti ad umiliare tutti; il fronte fermo; il rientro a Roma sempre più lontano. A Bari era sbarcato Sforza. Vittorio Emanuele avrebbe forse potuto impedirne il rientro ma non volle. Sforza era Collare dell'Annunziata. Possibile 88 che venisse solo a seminare zizzania? Invece Sforza si affrettò a chiedere l'abdicazione del Re, subito appoggiato da Benedetta Croce e... dal maresciallo Badoglio. Vittorio Emanuele non riusciva capire quello che stava succedendo Un giorno, in un momento di scoramento, il vecchio Re confessò ad un suo fedele dignitario: «A volte penso proprio di andarmene; di dire anch'io come l'ultimo re di Sassonia ai suoi ministri: Macht euch euren Dreek allein. E cioè: "Cari signori, fatevi i vostri sporchi affari. Ma che succederebbe dell'Italia? Ecco perché rimango, deciso a bere fino in fondo l'ultimo mio calice amaro ». I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon Umberto cercava la morte sul campo di battaglia Il primo Consiglio della Corona nel regno del Sud I difficili rapporti con gli Alleati superati dalla diplomazia e dallo spirito di sacrificio del Principe, al quale il generale Clark tributò viva ammirazione Badoglio si schiera con Croce e Sforza contro la Monarchia Una lettera di Giorgio VI a Vittorio Emanuele III Si ricompone l'Esercito: prima di condurre i reparti al combattimento di Monte Lungo il Principe di Piemonte sorvola le posizioni nemiche da 89 bassissima quota, scampando miracolosamente al fuoco antiaereo Sabato 11 settembre 1943, ore nove e tredici: Brindisi nuova e incerta capitale d'Italia registra questa sua data di nascita. Quel giorno, infatti, inizia la sua fragile vita lo Stato italiano che Badoglio ha voluto trasferire al Sud. Il Re tiene consiglio nel salotto dell'ammiraglio Rubartelli, comandante la piazzaforte. Sono presenti, il Principe di Piemonte, il Capo del Governo, i ministri De Courten e Sandalli, i generali Ambrosio, Roatta, Puntoni e il ministro della Casa Reale, Acquarone. Nessun altro. E' una strana riunione dove tutti sembrano impacciati, scorati, tristi. Solo il Re è calmo e tranquillo, quasi che quel piccolo ambiente borghese, quel salotto modesto ma accogliente, si addica ai suoi gusti di uomo semplice. Inforca gli occhiali e legge: è un messaggio di Eisenhower. Contiene le direttive per una immediata collaborazione tra le truppe alleate e il governo italiano. Badoglio, ad una precisa domanda del Sovrano, si affretta ad assicurare che tutte le richieste di Eisenhower sono state accolte. Il Re chiede ai presenti se ci sia qualcuno che abbia qualche osservazione da fare: ma nessuno parla. Allora il Re propone di lanciare un proclama agli Italiani. A sua volta Badoglio dichiara di volere anche lui rivolgere un messaggio al popolo. Vittorio Emanuele guarda alquanto sorpreso il maresciallo. Vorrebbe dire qualcosa, però finisce con l'approvare la proposta del Capo del Governo con un lieve cenno di assenso. Un proclama agli Italiani Poi la riunione si scioglie. Ma nessuno sa dove andare, 90 nessuno sa che cosa fare. Il Re che di buon mattino ha visitato i lavori di fortificazione intorno alla città, si trova anche lui, forse per la prima volta in vita sua, a non sapere come impiegare il tempo. Preferisce allora ritirarsi in una delle varie stanze che l'ammiraglio Rubartelli gli ha messo a disposizione nella palazzina dell'ammiragliato. Il Principe di Piemonte, che durante quel breve Consiglio della Corona non ha detto una sola parola, è il primo ad andarsene. Uno dei suoi aiutanti ha scovato una vecchia Lancia ancora efficiente. L'ammiraglio Rubartelli ha prontamente fornito la benzina necessaria non senza aver raccomandato alle persone del seguito di consigliare Sua Altezza a non allontanarsi dalla città. A pochi chilometri da Brindisi si spara. Né il pericolo è minore dove non si combatte. Centinaia di operai fino allora impiegati in lavori di fortificazione, potrebbero improvvisare manifestazioni ostili o comunque antipatiche. Meglio perciò rimanere all'ammiragliato, come fanno tutti gli altri, Badoglio in testa. Ma Umberto di Savoia non è certo 1'uomo adatto ad accettare consigli di prudenza. Inutile parlargli di mitragliamenti aerei, di scontri di avanguardie, di manifestazioni ostili. A Brindisi è al sicuro, ma è come se fosse se confinato in una fortezza. Parte perciò subito e non rientra se non a notte inoltrata quando già si parla di mandare qualche reparto volante alla sua ricerca. Umberto coi cittadini e i soldati Da quel giorno la vita del Principe è una sola: girare di continuo, senza una meta, alla ricerca di reparti italiani, nel desiderio continuo di avere contatti diretti coli soldati e cittadini. Mesagne Ostuni, Grottaglie. Copertino, 91 Cisternino, Fasano, Locorotondo, Martina Franca, Taranto non sono che alcune delle prime località visitate. Dovunque entusiasmo indicibile. Le popolazioni si riversano per le strade e improvvisano commoventi manifestazioni. Non meno commoventi sono i contatti che ha il Principe con i nostri soldati che egli incontra per la strada disarmati, laceri, scalzi o con qualche reparto rimasto miracolosamente compatto intorno a un superiore che ha saputo mantenere il prestigio e la fiducia nei suoi uomini. Fa un caldo asfissiante e dappertutto manca l'acqua perché i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare in più punti l'acquedotto pugliese. Ogni tanto, si incontrano reparti alleati. Qualche soldato canadese riconosce il Principe e lo guarda stupito come una bestia rara. Qualche altro, più ardito, ferma la macchina e chiede un autografo. Il Principe è sempre regale e gentile con tutti, tanto che ben presto il suo arrivo è desiderato anche dai soldati alleati. Un giorno il Principe si spinge fino a Potenza dove nessun ufficiale italiano è stato più visto dai primi di settembre. Potenza ha subito dopo l'evacuazione tedesca e dopo la firma dell'armistizio tre violenti bombardamenti aerei che hanno provocato centinaia di vittime e danni materiali gravissimi. La notizia dell'arrivo di Umberto di Savoia si sparge rapidamente. Una folla immensa si riversa per le strade. Tutti vogliono vedere il Principe, tutti vogliono parlare con lui, L'entusiasmo è tale che ne è contaminato lo stesso, freddissimo, governatore inglese della città certo maggiore Middleton alla fine si decide anche lui e si presenta al Principe. Poi è la volta di due giornalisti canadesi che tempestano il Principe di domande. Vogliono sapere com'era vestito l'8 settembre, quando fu l'ultima volta che vide Mussolini, quali sono i suoi hobbies, qual il 92 suo piatto preferito. La guerra è un lusso Rientrando a Brindisi, il Principe mostra ad un aiutante di campo gli enormi cumuli di materiale bellico che si incontrano dovunque ai lati delle strade, poi osserva: « Se avessimo avuto noi la decima parte di tutta questa roba... ». Vorrebbe aggiungere qualche altra osservazione ma si trattiene. Il suo aiutante, però, ne indovina i pensieri e a sua volta, conclude: « Se avessimo avuto noi tanto materiale avremmo fatto scappare a gambe levate gli inglesi dal Mediterraneo e dall'Africa». Umberto di Savoia sorride tristemente, poi dice: «Solo i popoli ricchi possono permettersi il lusso di dichiarare le guerre». Poi, quasi volendo a tutti i costi scacciare un pensiero che torna assillante, egli aggiunge, indicando qua e là case diroccate, binari divelti, ponti saltati: « Se per liberare l'Italia gli Alleati dovranno usare questo stesso rullo compressore, poveri noi! -Meglio sarebbe stato allora seguitare la lotta fino alla fine completa, dal momento che non avremmo subito rovine maggiori». Il Principe è triste e scorato. Sembra anzi che cerchi la morte a tutti i costi. Persino il generale americano Clark, comandante la V Armata, ha questa impressione. In un suo libro di Memorie, tradotto anche in italiano e pubblicato dal Garzanti si legge (a pagina 426: « Di verità nei parve più di una volta che Umberto fosse continuamente travagliato dal sentimento della necessità di riparare al danno recato all'onore dell'Italia dall'alleanza fra Hitler e Mussolini. Più di una volta mi attraversò la mente l'idea che come rappresentante di Casa Savoia non solo egli fosse pronto a morire in battaglia contro i nazisti, ma che 93 in molte occasioni egli si esponesse quasi deliberatamente alla morte ». Clark ha ragione. Come spiegare altrimenti certi gesti di Umberto tutti improntati a un estremo coraggio, a un eccessivo ardimento? Un giorno va ad Aversa. Lo accompagna il maggiore Campello. Duecento metri prima di arrivare in città quattro aerei da caccia tedeschi a volo radente si gettano sull'auto reale che è per caso preceduta da una jeep alleata. La macchina del principe non viene colpita. La jeep invece viene incendiata e si rovescia. Cozzani, l'autista del Principe, frena bruscamente, schizza fuori dal suo posto di guida e si butta lungo disteso il ciglio di un fossato. Il Principe è l'unico a non avere perso la testa. E' anzi calmissimo. Corre verso la macchina alleata che s'è rovesciata seppellendo due soldati. Un altro militare ha avuto la gamba destra squarciata da una pallottola. Umberto soccorre tutti, rincuora i feriti. Poi, aiutato dal maggiore Campello e dall'autista Cozzani, li carica sulla sua macchina e li porta a gran velocità a un posto di pronto soccorso. Quando riprende il viaggio, commenta con Campello: «Anche questa è andata!». In piedi sulla prima linea Ai primi di febbraio 1944 la testa di ponte stabilita dal reggimento inglese Durham, a Sujo, sul Garigliano, parve venisse sopraffatta da un susseguirsi di massicci attacchi mossi dalle truppe di Kesselring. Il difficile rifornimento di questa posizione strategicamente importantissima era affidato ai fanti italiani che facevano parte della 2101 divisione ausiliaria. Presi di mira da mitragliatrici e da mortai tedeschi piazzati a Castelforte, i nostri portatori subivano perdite rilevantissime. In quei giorni visitò la 94 zona il Principe Umberto. Incurante, come sempre, del pericolo, volle cercare di individuare i centri di fuoco nemici più pericolosi. Immediatamente la sua alta figura, ritta su di un costone, venne notata dai tedeschi. Quasi subito si scatenò una tempesta di cannonate e di mitragliate. Gli ufficiali alleati che accompagnavano Umberto si buttarono a terra gridando: « down down! », e cioè: «Giù giù!» . Ma il Principe cercò riparo solo quando, miracolosamente illeso, dopo aver scrutato col binocolo la vampa dei colpi in partenza, riuscì a segnare sulla sua carta topografica i centri di fuoco. Fu così possibile sollecitare l'intervento dell'artiglieria alleata che distrusse le postazioni individuate da Umberto con una energica azione di controbatteria. Da allora i nostri soldati poterono arrivare verso la testa di ponte senza subire perdite eccessive. Episodi del genere non sono unici. Chi è stato vicino al Principe in quelle torbide giornate è pronto a ricordarne molti altri. Non per nulla tra i soldati alleati, Umberto di Savoia diviene popolarissimo proprio perché (così gli confessa ingenuamente un militare statunitense nessuno aveva mai visto - un generale con tante stellette così sprezzante del pericolo così vicino alla linea di fuoco . Ancora una volta lo precisa la testimonianza del generale Clark (vedi . La V Armata Americana , pag. 404 editore Garzanti): « La cooperazione del Principe Ereditario fu sempre vivissima. Egli passava molto tempo con le truppe avanzate pronto a dividere i loro disagi e ad incoraggiarle al combattimento. Un giorno gli americani vollero testimoniare questa loro ammirazione ricevendo il Principe Ereditario al quartier generale. Umberto accettò l'invito. Poche ore prima della preannunciata visita, il maggiore Campello si senti chiamare al telefono, 95 Campello, che parla benissimo 1'inglese e che conosce gli Stati Uniti per avervi a più riprese trascorso lunghe vacanze, si sentì domandare da un ufficiale superiore: «Poiché noi vogliamo ricevere Sua Altezza con tutti gli onori militari ci vuol dire esattamente quale grado riveste il principe?» «Quello di Maresciallo d'Italia», rispose Campello, «Lo stesso grado di Badoglio», tornò a domandare incredulo l'ufficiale alleato. «Certo!» , rispose nuovamente l'aiutante di campo. «Ma se è così giovane», concluse ingenuamente l'interpellante. Dieci minuti dopo altra telefonata: era sempre lo stesso ufficiale americano. «Abbiamo letto il vostro regolamento. Noi dovremmo all'arrivo del Principe suonare la Marcia Reale. Ciò ci pone in un grave imbarazzo. Come lei sa il generale Badoglio non gradisce che venga suonato questo inno... , Badoglio contro la "Marcia Reale" Campello cadde dalle nuvole. Ignorava che ci fosse una simile inutile e cattiva disposizione. Forse l'ufficiale americano era caduto in un equivoco o forse questo era proprio un desiderio di Badoglio. Quelli erano momenti nei quali tutto era possibile. Persino che il capo di un governo monarchico proibisse o comunque sconsigliasse di suonare la Marcia Reale! D'altronde pochi giorni prima il generale Clark non era stato nominato dottore honoris causa dall'università di Napoli con la formula (inventata dal Rettore Omodeo) «in nome del popolo», invece di quella solita « in nome di Sua Maestà il Re?» Campello dunque non approfondì le indagini, ma rispose seccato: Se non volete suonare la Marcia Reale suonate allora l'inno di Mameli o Bandiera Rossa. Quet'ultimo inno lo sentirete dai comunisti chissà quante volte. E 96 riagganciò il microfono con un colpo secco. Quando Umberto arrivò al Comando americano trovò schierato il reparto d'onore. E quasi subito a banda militare intonò la Marcia Reale. Era la prima volta, dalla proclamazione dell'armistizio che una banda alleata suonava la Marcia Reale. Fu quello uno dei pochi episodi positivi che Umberto di Savoia registrò nei suoi rapporti con i nostri ex nemici. In realtà gli americani mostrarono quasi sempre nei riguardi del nostro Principe Ereditario una assoluta deferenza, tanto che qualche ufficiale superiore con la spregiudicatezza propria degli yankees osservò, parlando con Umberto: « Noi non riusciamo a capire come possa lei tollerare che individui del suo governo o comunque molto vicini allo stesso maresciallo Badoglio, possano svolgere una propaganda sistematicamente ostile alla Monarchia ». Il riferimento era chiaro e riguardava soprattutto il conte Sforza e Benedetto Croce. Sforza era sbarcato a Brindisi il 21 ottobre. Quello stesso giorno, rispondendo ad alcune domande rivoltegli dal giornalista Matthews, aveva dichiarato la propria aperta avversione alla Monarchia. Al Congresso di Bari aveva poi rinnovato i suoi velenosi attacchi contro il Re tanto che Umberto di Savoia parlando con il conte Campello aveva osservato, alludendo al fatto che Sforza era insignito del Collare dell'Annunziata: « mio padre dovrebbe togliergli il Collare». Era stata quella la prima volta che il conte Campello aveva udito il Principe censurare una «cosa che il Re avrebbe dovuto fare». Una lettera di Giorgio VI Ma Sforza aveva trovato subito l'appoggio di due persone diversissime tra loro, ambiziose e influenti: Badoglio e 97 Croce. Il 30 ottobre in un comunicato firmato appunto oltre che da Sforza anche da Badoglio e da Croce era stata chiesta ufficialmente e pubblicamente l'abdicazione del Re. Per tutta risposta Vittorio Emanuele III aveva mandato in visione a Croce una lettera estremamente significativa: era di Giorgio VI d'Inghilterra. Riaffermava l'appoggio della Corona inglese a Vittorio Emanuele e il desiderio che nessun mutamento dinastico si verificasse in Italia. Inoltre, ai Comuni, i maneggi di Sforza avevano trovato aspre censure. Una sola voce si era levata in difesa del conte, quella del deputato Ivor Thomas. Ma Eden lo aveva messo rapidamente a posto osservando che sì, il conte Sforza aveva lottato contro il Fascismo ma negli Stati Uniti « dove aveva trovato molto dura la sua battaglia contro Mussolini ». Alla replica di Ivor Thomas (che aveva osservato avere lo Sforza a lungo lottato in Francia assieme con i fuorusciti italiani). Eden aveva caricato la dose: « La battaglia contro Mussolini deve essere stata altrettanto dura anche là .. L'atteggiamento di Eden nei riguardi di Sforza non voleva affatto essere una difesa della Monarchia Italiana. La missione alleata comandata dall'inglese Mac Farlane aveva, per esempio, fatto di tutto per umiliare il nostro Re e per rendere sempre più amari i suoi giorni e quelli del Principe Ereditario, anche quando Umberto, divenuto Luogotenente del Regno, mostrava chiaramente di essere, a breve scadenza, il nuovo sovrano d'Italia, dal momento che nessuno tra gli Alleati era disposto a sostenere Vittorio Emanuele III. Eden si era comportato come un tipico inglese al quale riusciva incomprensibile la pretesa dei fuorusciti italiani di spostare l'armistizio dal suo alveo di conclusione di una guerra perduta per portarlo ad essere 98 un atto rivoluzionario. Che gli italiani avessero fatto la guerra augurandosi di perderla ed adoperandosi addirittura per perderla, all'inglese comune appariva incredibile. Ma questo atteggiamento non significava affatto che il Governo inglese volesse sostenere il nostro Re. Anzi, tutto lasciava indicare che a Londra ci si augurava, malgrado la lettera di Giorgio VI (il prezioso documento, a quanto ci risulta, non è affatto andato perduto ma è conservato in una banca), la caduta di Vittorio Emanuele e la fine della Monarchia Sabauda, una monarchia che era la più antica e la più illustre d'Europa. Che proprio questo fosse l'atteggiamento degli inglesi lo si vide l'11 novembre, genetliaco del Sovrano. Dal 1° ottobre Napoli era stata «liberata». Il Principe di Piemonte era stato tra i primi ad entrare in città, malgrado gli alleati avessero cercato di impedirgli il viaggio. L'entusiasmo dei napoletani per Umberto di Savoia era stato veramente indescrivibile, tanto che i più accesi repubblicani si erano ben guardati dallo spuntare fuori. Avevano preso coraggio nei giorni successivi quando si erano accorti che potevano contare sull'appoggio inglese e sulla tacita indifferenza degli americani. Qualcuno anzi (non facciamo nomi per carità di Patria) aveva avuto una peregrina idea: organizzare un' aviazione repubblicana. Gli alleati avevano lasciato fare. Ma il Principe era energicamente intervenuto ed era riuscito a bloccare quella pericolosa iniziativa che avrebbe visto sui cieli italiani due striminzite aviazioni azzurre, una a tinta monarchica, l'altra a ispirazione repubblicana. Un Te Deum deprimente L'11 novembre, dunque, il cardinale Ascalesi celebrò il Te 99 Deum nella chiesa di San Francesco di Paola, a Piazza Plebiscito. La chiesa era deserta, giacché il Prefetto si era ben guardato di avvertire la cittadinanza della cerimonia, con un pubblico manifesto. Né aveva voluto presenziare alla Messa. Si era invece fatto rappresentare da un modesto funzionario. Assenti totalmente le autorità alleate. Alle undici in punto arrivò in Chiesa il Principe Ereditario: poco dopo su di una «topolino», trovata in prestito, giunse la Duchessa d'Aosta Madre. Umberto, data un'occhiata in giro, si inginocchiò innanzi all'altare maggiore. Forse pregava, forse pensava con amarezza a tutto quanto stava succedendo, se ad una Messa e a un Te Deum solenne celebrati per festeggiare il genetliaco del Sovrano non si erano trovate più di trenta persone disposte a presenziare alla cerimonia religiosa. La Duchessa d'Aosta, invece, investì il funzionario della Prefettura con una sfilza di domande: perché il Prefetto non era intervenuto? Perché non erano stati affissi i manifesti sulle cantonate? Perché non era intervenuto neppure il Vice Prefetto? Il funzionario si fece rosso. Balbettò qualcosa, ma non seppe dire che: «Ci scusi, ci scusi... ». Uscendo dalla Chiesa, Umberto osservò: « Per fortuna che non c'era mio padre! ». Ma anche a Brindisi, dove in quel momento era Vittorio Emanuele, le cose non erano andate diversamente; salvo un po' più di forma. «Alla mensa del governo», ricorda il generale Puntoni, «Acquarone fece portare dello spumante, ma nessuno, nemmeno il Capo del Governo, sentì il dovere di brindare alla salute di Sua Maestà». A farlo fu lo stesso aiutante di campo, guardando in faccia tutti, ma specialmente Badoglio che sembrava seccato e imbarazzato. 100 In questo clima, in questo ambiente il Principe di Piemonte mostrò di avere un carattere degno delle migliori tradizioni sabaude. Finse di ignorare le villanie degli inglesi; cercò, a poco a poco, di appoggiarsi agli americani sperando di guadagnare alleati alla causa monarchica. Inoltre si buttò anima e corpo ad organizzare il nuovo esercito italiano. Badoglio era riuscito ad ottenere dal Re, dopo continui scontri verbali la dichiarazione di guerra alla Germania Ancora oggi molti si domandano l'opportunità di quel gesto che venne a suo tempo instentemente richiesto da Eisenhower. Comunque, una volta dichiarata la guerra, occorreva portare tempestivamente alcuni reparti al combattimento. Ma i primi a nicchiare erano gli Alleati i quali avrebbero voluto che ai nostri reparti fossero solo affidati compiti secondari non comunque operativi. Al nostro comando era stato detto schiettamente che se le truppe italiane si fossero trovate davanti ai tedeschi, sul fronte di Cassino, sarebbero scappate a gambe levate. E nessun alto ufficiale inglese o americano era disposto a mutar parere. Umberto di Savoia riuscì, con tatto e diplomazia ad ottenere dal generale Clarck una promessa: le nostre truppe avrebbero combattuto. Ma anche tra gli americani doveva valere quel tal proverbio nostrano che afferma esservi tra il dire e il fare di mezzo il mare. Passarono diverse settimane. Ormai alcuni reparti erano pronti a sostenere il combattimento. Però seguitavano a venire impiegati nelle retrovie con compiti che gli americani attribuivano solo alle truppe di colore: scaricare automezzi, piantare tende, preparare ospedali da campo, disinfettare paesi. Umberto di Savoia decise di uscire da questa penosa situazione. Egli aveva conosciuto il generale americano 101 Edgar E. Hume uno dei pochi ufficiali stranieri decorati dell'Ordine Militare di Malta. Il Generale Hume (l'episodio che noi raccontiamo è inedito e può solo adesso essere svelato, essendo il generale Hume morto da qualche anno) aveva una ambizione: avrebbe voluto che il figlio, anche lui ufficiale nella Ottava armata, venisse nominato Cavaliere di onore e Devozione dell'Ordine di Malta. Ma per ottenere ciò sarebbe occorso una regolare proposta firmata da due Cavalieri di Malta. Hume confessò questa sua aspirazione al maggiore Campello, aiutante di campo del Principe e anche lui cavaliere di Onore e Devozione. Campello fece in modo che alla fine del primo incontro tra Umberto di Savoia e il generale americano fosse proprio il Principe di Piemonte a proporre la sospirata nomina del figlio di Hume al gran priore dell'ordine, Maresca. Da quel momento ebbe un alleato potente. E fu in gran parte merito di Hume se si riuscì a superare il punto morto per quanto riguardava la nostra partecipazione militare alla guerra. Prima però fu necessario superare una prova antipatica. Il 26 novembre alla presenza di cinquanta giudici di campo americani ci fu una manovra a fuoco a cui prese parte l'intero gruppo di combattimento italiano agli ordini del generale Utili. I nostri soldati (circa 5.000 uomini) destarono l'ammirazione dei giudici di campo. Così le nostre truppe ebbero il «placet» alleato per affrontare i soldati di Kesselring. A manovra finita, Umberto commentò amaramente: « Prima di lasciarci andare al macello hanno voluto controllare se ci sappiamo fare!». Una cruenta battaglia Dodici giorni dopo, i cinquemila uomini del generale Utili 102 entrarono in azione contro i tedeschi a Monte Lungo. Fu un combattimento rapido, condotto con slancio e decisione, come testimoniano le gravi perdite subite, oltre 400 morti. Parlando con il maggior Campello, Umberto di Savoia osservò: «Il compito che ci era stato affidato era sproporzionato per le nostre forze. La mancanza di cooperazione delle truppe americane sulla sinistra e di quelle inglesi sulla destra ha impedito che la posizione conquistata di slancio, si potesse mantenere ». Lo stesso ufficiale era stato il giorno prima testimone di un singolare avvenimento. Era il 7 dicembre. Il cielo era coperto. Tirava un vento fortissimo. Pure, dalle linee alleate, si era alzato in volo un Piper ,un monoplano lento e leggero come una libellula. L'apparecchio aveva cominciato a sorvolare bassissimo il fronte di Cassino, inseguito dalla contraerea tedesca. «Quel fesso va cercando la morte a tutti i costi» aveva osservato Campello. Ed era rimasto a guardare le inspiegabili evoluzioni del «Piper», con interesse professionale. Campello, infatti, era stato ufficiale degli aerosiluranti. Era stato anzi citato il 25 novembre 1942 nel bollettino di guerra numero 914 per aver affondato nelle acque algerine una nave da trasporto di ventiquattromila tonnellate, il più grosso piroscafo che sia mai stato affondato nei nostri mari. Un'ora dopo, il lento «Piper» era rientrato con le ali sforacchiate, atterrando proprio non lontano dal punto dove si trovava il maggiore Campello. Con enorme stupore, l'aiutante di campo del Principe di Piemonte aveva riconosciuto l'unico passeggero dell'apparecchio: era Umberto di Savoia che aveva voluto, poche ore prima che i nostri reparti entrassero in azione a Monte Lungo, 103 individuare personalmente le posizioni da battere col nostro tiro di preparazione di artiglieria. I SAVOIA NELLA BUFERA PARLANO I TESTIMONI Di Giorgio Pillon Come fu negato al Re il ritorno a Roma Il triste Natale del 1943 a Brindisi I trasferimenti a Ravello, a Napoli e a Raito tra mille ostacoli e insolenti imposizioni Vittorio Emanuele nomina Umberto Luogotenente dei Regno dopo un aspro dialogo con Badoglio Un militare inglese spara contro la Regina che pescava L'affetto reverente degli umili era l'unica consolazione dei Sovrani Giunge da Buchenwald la notizia della miseranda morte della Principessa Mafalda e il Re commenta "Povera Mafalda, ora sta meglio lei". Brindisi 25 dicembre l943: è un Natale ben triste e ben diverso da quelli che un tempo si festeggiavano a Villa Savoia, quando la Regina preparava per i figli e per i nipoti l'albero di Natale, strapieno dì piccoli, graziosi 104 regali, nascosti in scatolette legate con filo d'argento. Ora molti sono scorati, persino il Re, che è sempre quello che dimostra maggiore forza d'animo, appare turbato. Pochi giochi prima, però, durante un allarme aereo, ha fatto ridere di cuore tutti. Nel rifugio antiaereo Le sirene avevano annunciato l'arrivo di aerei tedeschi. I Sovrani, come sempre, si erano preparati a scendere nel rifugio dell'Ammiragliato. Era una misura precauzionale ormai quasi inutile. Brindisi a differenza di Bari e di Taranto, non aveva più registrato una sola incursione aerea dopo l'8 settembre. I tedeschi, che pur non ignoravano come questa piccola città fosse ormai la nuova capitale provvisoria d'Italia e la dimora ufficiale del Re, seguitavano a rispettarla quasi di proposito. Ma il Re aveva disposto che, durante gli allarmi aerei, tutti corressero nei rifugi. La cosa seccava non poco specialmente gli aiutanti di campo che dovevano vestirsi di tutto punto, come sempre avveniva quando essi accompagnavano il Sovrano. Anche le signore avevano presa l'abitudine di far con calma un po' di toilette, giacché nessuna avrebbe osato presentarsi nel rifugio, dove il Sovrano attendeva la fine dell'allarme, in abiti succinti, come prima accadeva quando le incursioni alleate facevano di notte alzare tutti precipitosamente dal letto. Una sera, dunque, il Re scese nel rifugio, aiutando la Regina che camminava a fatica. Due giorni prima salendo una scala a chiocciola, la Sovrana si era slogata un piede. Il medico aveva voluto, come misura precauzionale, ingessare l'arto fin quasi al ginocchio. 105 Il Re, mentre la Regina veniva fatta sedere su di una poltrona, si accomodò, a sua volta, su una sdraio. Ad un tratto si udì uno scricchiolio e prima che qualcuno potesse correre in aiuto si vide il Re andare a gambe all'aria. Forse il sostegno non era stato fissate bene o forse la tela si era rotta come spesso avviene in simili casi. Il Re fu come una molta. Si sollevò con un'agilità che nessuno avrebbe supposto in lui. Rassicurò tutti: non s'era fatto alcun male. Mentre si spolverava commentò "E' ancora presto perché tiri le cuoia ». E così dicendo si accarezzò la parte dolente accompagnando il gesto con finte smorfie di dolore così buffe che persino la Regina fu costretta a sorridere, malgrado quel banale incidente l'avesse spaventata non poco. L'albero di Natale Ma il buon umore del Re non era più quello di un tempo, quando egli era solito scherzare con i suoi familiari e con pochi intimi, con i quali amava conservare rapporti semplici, cordiali, lontani da ogni freddezza imposta dall'etichetta di Corte. Ora anche il Re è seccato, ma cerca di non lasciarlo indovinare alla Regina. La Sovrana, a sua volta malgrado non si possa muovere, ha voluto lo stesso preparare l'albero di Natale nel salottino che l'ammiraglio Rubartelli le ha messo a disposizione. Prima però di abbellire il solito pino con festoni multicolori e con piccole lampadine elettriche, la Regina si è preoccupata perché tutti a Brindisi possano passare un Natale tranquillo e sereno per quanto lo 106 permettano le circostanze. Così ha incaricato la signora Rubartelli e la fedele Rosa Gallotti (che la segue dovunque dal 1925) di girare le case dei poveri portando doni e aiuti in denaro. L'antivigilia di Natale la Regina, mentre parla con la signora Rubartelli, domanda, quasi che un pensiero subitaneo le sia tornato alla memoria: « E Badoglio ha anche lui il suo albero di Natale? ». La signora Rubartelli allora racconta come sullo yacht dove Badoglio, Acquarone, Valenzano e qualche altro hanno da più di un mese stabilito la loro casa galleggiante nessuno abbia ancora pensato all'albero di Natale. L'imbarcazione avrebbe dovuto a suo tempo essere destinata come regalo del nostro Governo a Re Zog d'Albania. Gli avvenimenti successivi avevano mandato a monte quel dono divenuto ormai inutile e inopportuno, così lo yacht dopo vicende, varie era stato ancorato a Brindisi e qui miracolosamente salvato dalle requisizioni e dai bombardamenti. Badoglio, consigliato dal suo segretario Valenzano, lo aveva chiesto ed ottenuto, ma aveva dovuto accettare di dividerlo con il duca Acquarone anch'egli scontento della stanza che gli era stata assegnata nella casermetta dei sommergibilisti La riconoscenza dì Badoglio La Regina allora commenta «Bisogna provvedere». Poi vuole che Rosa Gallotti le porti un certo scatolone pieno di carta argentata, di stelle dorate, di code inanellate, simili a quelle che i ragazzi mettono agli aquiloni. Consegna tutto alla signora Rubartelli e dice: «E' per per l'albero di Badoglio». Infine aggiunge: «Poveretto anche lui é lontano dalla sua casa, dalla sua famiglia, dai suoi 107 figlioli». Badoglio ricambia a suo modo preparando un messaggio augurale rivolto alla Nazione in cui però il Re viene ignorato di proposito. Vittorio Emanuele lo previene. Incide, a sua volta, un messaggio e ordina che venga subito trasmesso da Radio Bari. Poi vuole che il testo, riprodotto in migliaia di volantini, sia lanciato su Roma da alcuni aerei; perché non è certo che gli Alleati permetteranno che venga messo in onda il saluto che il Re d'Italia ha preparato per i suoi sudditi. Venti giorni dopo Brindisi cessa di essere la capitale provvisoria d'Italia. I Sovrani si trasferiscono a Ravello nella villa del duca di Sangro, nota come « l'Episcopio» per essere stata un tempo la dimora del Vescovo. Forse il Re avrebbe continuato a rimanere in Puglia se Badoglio non avesse a sua volta deciso di trasferirsi a Salerno per essere più vicino agli alleati e sempre più staccato dal Sovrano. Però ha fatto male i suoi conti: il Re non lo segue a Salerno, ma gli resta vicino, a trenta chilometri circa, sulla costiera amalfitana. Ma Ravello non è più il meraviglioso e tranquillo paese di un tempo, dove Wagner scrisse l'Incantesimo di Parsifal e Ibsen ideò gli Spettri. Villa Rufolo e Villa Cimbrone sono invase dagli Alleati. Dovrebbero essere posti di riposo per i reduci dal fronte. Sono invece carnai di soldati di tutte le razze, perennemente ubriachi e sempre in cerca di donne. Unica oasi di pace la villa del duca Riccardo di Sangro, in via San Giovanni del Toro, n 16. 108 Un barbiere per li Re Fu questa la seconda dimora del Re dopo l'8 settembre. La colonna reale formata da cinque vetture giunse a Ravello l'11 febbraio verso le ore 16 e 30. A ricevere gli ospiti era il duca di Sangro. In disparte emozionato ed attonito c'era anche don Pantaleone Manzi il custode dell'«Episcopio». I Sovrani prima di congedare il loro seguito e di ritirarsi nelle loro stanze indugiarono a lungo sulla terrazza che strapiomba, quasi a picco, sul mare. Quel meraviglioso spettacolo naturale che solo a Ravello è possibile gustare parve rasserenare gli animi. Ma la più felice di tutti fu indubbiamente la Sovrana perché scoprì in un angolo del salone un piano a coda da concerto, di recente riparato e portato al «corista» in modo perfetto. Il duca di Sangro non aveva dimenticato che un pianoforte era per la Regina il più gradito dei doni. «I Sovrani - racconta Giuseppe Vilani, attuale custode dell'Episcopio - rimasero in questa villa fino al 18 giugno 1944, appena quattro mesi, dunque. Ma furono mesi intensi, pieni di avvenimenti ». Villani ha sposato la figlia di don Pantaleone Manzi e, dopo la morte del suocero, è divenuto il nuovo custode della villa. Durante la permanenza dei Sovrani Villani capitava all' Episcopio poi dare una mano a Don Pantaleone. «Un giorno Mio suocero racconta Villani mi disse»: "Il Re vuole un barbiere. Te la senti di fargli la barba? Io da ragazzo avevo fatto il barbiere più tardi però avevo preferito abbracciare la carriera militare. Avevo fatto l'artigliere in Piemonte infine, ero passato nei carabinieri. L'8 settembre mi aveva sorpreso a casa in licenza. Così ero rimasto a Ravello con 109 mia moglie Flora e con mio suocero don Pantaleone. Ma non avevo mai più preso in mano rasoi e pettini. Accettai però lo stesso di radere il Re. Non volevo. davanti a mio suocero mostrarmi incapace. Signo' siate tanto bella Ma la notte prima di iniziare il nuovo mio incarico di barbiere del Re non riuscii a chiudere occhio. Al mattino mi alzai talmente pallido che mia moglie mi chiese Ti senti male? Per tutta risposta stesi la destra: tremava. Gesù pensai cono faccio a radere il Re? E' se gli taglio la faccia? Per farla breve dirò che quando li Sovrano sedette davanti a me io ero tanto emozionato che non m'accorsi neppure che il Re s'era già sbarbato Fu il Re a dirmi "tagliatemi i capelli a zero Allora la mia emozione lasciò il posto alla confusione più profonda. Io non possedevo una tosatrice. Dovetti correre fuori, dal primo barbiere che mi capitò davanti agli occhi, e farmi prestare quanto mi era necessario. Radere una testa farla simile a una palla di bigliardo, lo so, non è un lavoro difficile. Ma per me fu una esperienza ancora più emozionante degli esami che dovetti superare quando divenni appuntato, o del sì che pronunciai in chiesa quando presi moglie. Mentre tosavo e radevo il Re dovevo di tanto in tanto rispondere a qualche domanda: dove avevo fatto il militare? quali città avevo visitato? A volte per ottenere da me una risposta il Re doveva ripetere la domanda. Assorto com'ero ed emozionato io non capivo proprio nulla . Giuseppe Villani non fu il solo ad essere emozionato davanti a Vittorio Emanuele. Un po' tutti a Ravello 110 perdevano la bussola quando il Sovrano si fermava a chiacchierare del più e del meno con le persone più umili. L'unica a non avere la minima soggezione era una donna, una certa Raffaella Crisone. Abitava a Minori dove faceva la fruttivendola. O meglio aveva abitato a Minori perché poche settimane dopo l'arrivo dei Sovrani a Ravello si era anche lei installata all' Episcopio, e nessuno era riuscito a farla sloggiare. Le cose erano andate così: il 20 marzo 1944 la Regina aveva voluto compiere un giro nei dintorni: la macchina, giunta nei pressi di Minori, aveva avuto una panne. Mentre l'autista stava cercando di riparare il guasto, s'era avvicinata una donna con un canestro di arance , « Signo'», aveva detto alla Regina «favorite assaggiate pagherete domani, dopo che avrete mangiato questi meravigliosi portogalli». Poi la fruttivendola aveva chiesto con una certa ingenua furbizia: « Signo', siete tanto bella: chi siete?». « Sono la tua regina», aveva risposto con un dolcissimo sorriso la Sovrana. La fruttivendola era rimasta per un attimo senza parola. Aveva sgranato gli occhi poi aveva soggiunto: « Gesù, Gesù . Ed era scappata via». Intrighi attorno al Sovrano Elena di Savoia era rimasta offesa e un po' amareggiata. Perché quella fuga? Che anche a lei stesse per accadere quello che era successo ad altre regine nella sorte avversa, abbandonate da quelle popolane che le avevano sempre acclamate e benedette? Dunque era vero quanto dicevano i nemici della monarchia che ormai in Italia Casa Savoia non raccoglieva più le simpatie di un tempo, quelle, spontanee manifestazioni di entusiasmo e deferenza che avevano sempre accompagnato la presenza dei Sovrani e 111 del Principe Ereditario? Rientrò a Ravello più triste del solito. Anche il Re non era di buon umore quel giorno (lunedì 20 marzo) nessun ministro era venuto per la firma. Perché queste inspiegabili assenze? Forse perché tutti si erano sentiti punti nel vivo due giorni prima quando Vittorio Emanuele aveva voluto riunire nel salone dell'«Episcopio» il capo del Governo e i ministri in carica. La riunione era cominciata con un esame generale della situazione politica, poi il Re aveva cominciato a parlare. Da un po' di tempo in qua gli continuavano a giungere voci di intrighi, di nuove manovre in seno al Gabinetto: si tornava a chiedere l'abdicazione e la creazione di una Luogotenenza che avrebbe avuto persino l'appoggio di elementi estremisti. Si voleva insomma, salvare Badoglio e sacrificare il Re. Ma Sua Maestà aveva da tempo deciso: egli avrebbe accettato di prendere risoluzioni tanto gravi solo dopo la rioccupazione di Roma, solo dopo il suo rientro al Quirinale. Quasi tutti i ministri, Badoglio compreso, avevano lasciato l'«Episcopio» evidentemente seccati. E si erano vendicati, a loro modo, non presentandosi (com'erano ormai soliti fare ogni lunedì) per la firma dei normali decreti. L'affetto di "Zi' Raffaella" Verso sera, mentre i sovrani contemplavano dalla terrazza della villa il tramontare del sole (uno spettacolo a cui Vittorio Emanuele aveva ormai presa l'abitudine di assistere) s'erano udite delle grida di donna e un parlottare 112 sommesso, rotto da altre urla femminili. Che cosa era successo? Don Pantaleone Manzi aveva chiarito l' incidente. Una donna avrebbe voluto a tutti i costi parlare con la Regina. Ma era stata energicamente allontanata. « Perché mai? », aveva chiesto la sovrana. « Forse quella poveretta aveva bisogno di qualcosa Cercatela dunque». Don Pantaleone, non aveva perso tempo. La donna infatti era sempre lì, sulla breve gradinata che rompe la via San Giovanni del Toro. Era Raffaella Crisone, la fruttivendola di Minori. In presenza della Regina la donna s'era buttata ai piedi della Sovrana piangendo e lamentandosi. Non voleva nulla. Voleva restare con la Regina. Aiutarla, farle le faccende domestiche. Elena di Savoia aveva sorriso. E Raffaella Crisone era rimasta. La sua presenza aveva anzi finito col rallegrare persino il Re. « Zi Raffaella», aveva la lingua lunga e una vivacità di espressioni dialettali veramente simpatiche. Un giorno però ne aveva combinata una delle sue. Trovata chissà dove una comune oleografia della Sovrana (quella con in capo il diadema e al collo la collana che già apparteneva alla Regina Margherita), l'aveva portata in duomo e messa, non vista da nessuno, su di un altare, Più tardi il sagrestano, scoperta l'insolita immagine aveva cercato di toglierla dall'altare Ma Zi' Raffaella che vegliava era intervenuta. Ne era nata una discussione violenta terminata con urla e graffi. Ma l'immagine della Regina era rimasta sull'altare. Una giornata drammatica Raffaella Crisone fu vista l'ultima volti a Ravello il, 18 giugno 1944, quando i Sovrani lasciarono il paese per 113 quello che sarebbe stato il terzo e più amaro dei loro trasferimenti: Villa Maria Pia a Posillipo. Tredici giorni prima, il Re, pressato da tutti, definitivamente abbandonato dagli Alleati, aveva dovuto accettare le imposizioni di Mc Farlane e quelle di Badoglio; ed aveva firmato il passaggio dei poteri e la nomina del Principe Ereditario a Luogotenente del Regno. Era stata una cerimonia non priva di drammaticità Mac Farlane era giunto con Badoglio verso le 15; era in pantaloni corti e in maniche di camicia. Senza preamboli aveva chiesto il passaggio dei poteri, tanto più, aveva. aggiunto testualmente che la presenza di Vostra Maestà a Roma è sconsigliabile. Poi, nella Capitale non si può airivare né per via aerea vie per strada... Il Re aveva fatto un impercettibile movimento con le labbra. Poi rivolto a Badoglio aveva detto: « Sta, bene, firmerò. Ma prima desidero che quanto mi è stato comunicato oralmente mi venga messo per iscritto dal Capo del Governo». Badoglio, con voce falsamente dimessa, aveva risposto: «Manderò la lettera, secondo i desideri di Vostra Maestà». Ma il Re aveva replicato: «Voglio la lettera subito, altrimenti non firmerò proprio nulla». Così Badoglio aveva, dovuto scrivere una lettera infelice, un documento che gli storici un giorno giudicheranno con estrema severità quando passati gli odi e i rancori, sarà possibile renderlo noto, assieme a molti altri, tutti attualmente in possesso di Umberto, a Cascais. Una "lettera di fuoco" Da quel giorno il Re aveva cercato di proposito dì non 114 muoversi da Ravello. Intanto aveva disposto perché venisse preparato il suo trasferimento a Napoli a Vi1la Maria Pia. Non era stato facile ottenere dagli alleati il necessario permesso. Ad un certo momento era persino sembrato che anche il Luogotenente fosse contrario allo spostamento deciso dal vecchio Sovrano ormai già prossimo all'abdicazione e all'esilio. Il Generale Puntoni primo aiutante di campo del Re assicura che la Regina decise anche lei di intervenire. Scrisse una «lettera di fuoco» al figlio. Umberto si affrettò umilmente a rispondere smentendo le voci e assicurando che aveva pregato persino il Santo Padre di usare la sua alta autorità per appianare quella spiacevole disputa. Il generale Puntoni ha poi chiarito ai nostri lettori (vedi puntata precedente) che il «fuoco» era diretto solo ed esclusivamente agli alleati, unici veri responsabili della situazione. Alla fine il Re la spuntò. Il 18 giugno 1944 lasciò Ravello per Napoli e prese alloggio in una palazzina che fa parte dell'intera tenuta Rosebery, ribattezzata « Maria Pia » dai Principi di Piemonte. Questa villa in uno dei più bei punti di Posillipo era stata regalata Mussolini nel '29. Il suo proprietario, Sir Archibald Philip Primrose Rosebery, ministro e storico inglese di parte liberale, l'aveva voluta donare al Capo del Governo italiano, quale testimoninanza di simpatia e dì deferenza. Mussolini, a sua volta, l'aveva ceduta allo Stato. Trasferita al demanio nel 1930, era stata saltuariamente abitata dai Principi di Piemonte e ribattezzata « Maria Pia ». Don Mimì e le alici Qui dunque, giunse il Re in un pomeriggio afoso. Trovò 115 tutto mutato. I mobili rovinati le pareti scrostate e rabberciate qua e là. Il Sovrano decise dì prendere alloggio in una dependance la cosiddetta «villa a mare». Le persone del seguito si installarono nella foresteria. Al Luogotenente venne conservato, per desiderio del Re, l'appartamento che di solito Umberto aveva occupato nella villa vera e propria, durante i suoi soggiorni napoletani. Ma se tutto pareva cambiato c'era qualcosa che non aveva subito mutamenti l'entusiasmo dei napoletani per il Re e la Regina. Fra i primi ad accorrere alla villa (sempre affidata a don Gennaro Giraudo, custode fedele e, all'occorrenza, pescatore del Re) furono don Mimì Morra, don Raffaele Gíanella e l'ostricaro Quacchiariello. Don Mimì Morra, proprietarío del «Giuseppone», uno dei ristoranti più celebri di Posillipo, era di casa a Villa Maria Pia quando c'erano i Sovrani e i Principi di Piemonte. Tutti i martedì e i venerdì, infatti, egli era chiamato a friggere le alici, operazione tutt'altro che facile per chi non è nato all'ombra del Vesuvio. « Alla Regina, ricorda don Mimì Morra «piacevano tanto le alici. Ma non quelle mosce bensì quelle che noi napoletani sappiamo friggere a modo nostro. Io arrivavo nelle cucine della villa con i miei due chili di alici. Allora il cuoco del Re si tirava in disparte e mi lasciava fare. Dopo il pranzo la Regina di solito mi cercava. Alllora io ne approfittavo per raccomandare qualche caso pietoso: una povera donna che non poteva pagare l'affitto, un padre di famiglia che s'era visto costretto a portare al Monte di Pietà materassi e coperte». Don Mimì parlava a cuore aperto perché conosceva la 116 Regina da tempo. Nel 1922 maestro di casa a bordo della Dante Alighieri s'era trovato a dover accompagnare i Sovrani in Spagna ospiti di Re Alfonso. Verso il Golfo del Leone la nave era stata investita da un cattivo tempo che « Dio ne voleva a il cuore», per dirla con le stesse colorite parole di don Mimi'. Tutti a bordo s'erano sentiti indisposti . Solo i Sovrani non avevano sofferto il mal di mare A tavola, don Mimì mentre rollava tutto e beccheggiava, s'era era trovato a spiegare alla Regina come dovevano essere fritte le alici. E la Sovrana ridendo gli aveva detto: «Quando verremo a Napoli la manderemo a chiamare. Sarà lei a friggere il pesce per noi», Proibito pescare Era stata di parola. Don Mimì l'anno dopo s'era sentito invitare a Villa Gallotti. La Regina era ospite con il Principe ereditario allora tredicenne della duchessa d'Aosta. E lui, don Mimi', aveva dovuto friggere le alici. Due gemelli d'oro, un orologio da polso una penna stilografica e alcune fotografie testimoniano il lungo affetto della Regina per don Mimì Morra. Né minore simpatia ebbe la Regina per «Zi' Raffaele» Gianella, detto « o' buvarese» un pescatore anch'egli di Posillipo che era solito accompagnare i Sovrani durante le loro consuete partite di pesca, prima che la guerra mutasse uomini e cose. Tornata a Villa Maria Pia nel 1944 la Regina aveva chiesto notizie di «Zi' Raffaele e dell'ostricaro Quacchiariello un altro personaggio tipico della Posillipo minore. Erano entrambi lì, fuori dai cancelli della villa, in attesa di essere chiamati. Così la Regina riprese a pescare. Ma quel suo innocente 117 passatempo incontrò subito le ostilità di un sergente della polizia militare britannica. L' antipatico incidente accadde a Trentaremi, una spiaggia al Capo di Posillipo, quasi di fronte a Nisida. Il luogo era chiuso alla pesca. Così avevano ordinato le autorità alleate.«Zi' Raffaele» Gianella ignorava la recente disposizione. Sapeva che quel posto era « buono», era pescoso e là aveva diretto remando la sua barchetta. Ad un tratto la Regina e il pescatore avevano udito alcuni Colpi di arma da fuoco. Da terra un agente inglese riconoscibile per il suo berretto rosso aveva urlato parole incomprensibili e sparava in aria. Zi' Raffaele» non aveva avuto bisogno di altre spiegazioni. Imprecando in dialetto e invocando S. Gennaro, aveva diretto la fragile sua barca verso riva. Il militare inglese pareva proprio infuriato. Con fare sprezzante, aveva Chiesto all'anziana Signora «Who are you?» E la Regina con calma aveva risposto «The queen of Italy». Ma il poliziotto non si era accontentato della spiegazione e aveva preteso di vedere i documenti di identità che la Regina però non possedeva. Il Re dove sloggiare Anche il Re dovette registrare un incidente ancora più grave. Era giunto a Villa Maria Pia da pochi giorni quando le autorità alleate gli fecero sapere che la villa doveva essere sgombrata. Giorgio VI d'Inghilterrra stava per giungere a Napoli. Avrebbe alloggiato a Villa Barracco vicinissimo a Villa Maria Pia il generale Wilson comandante delle forze del Mediterraneo aveva ordinato di far sloggiare Vittorio per evitare un eventuale fortuito incontro tra i due Sovrani. 118 Ma non furono queste lo spiegazioni che vennero date al nostro Re .Con brutale franchezza gli si disse:« Villa Maria Pia serve per il seguito di Sua Maestà britannica e per i bagagli Questa volta la pazienza giunse al limite estremo. Il Re rifiutò di lasciare la villa. Si decise a farlo solo quando, partito da Napoli il Re d'Inghilterra da diverse settimane, il nuovo trasferimento non rappresentava ormai più una antipatica ingiunzione. Così il 7 agosto, alle ore 16,45, il Re partì per Raito, ospite del barone Raffaele Guariglia. Ma anche questo trasloco il quarto dopo l'8 settembre venne accompagnato da un nuovo incidente con gli Alleati. La Regina s'era fatta precedere da un autocarro pieno di casse. Il conte di Vigliano e il commendatore Scalici, che avevano personalmente sorvegliato il carico, avevano raccomandato all'autista: «Se la polizia alleata vorrà sapere che cosa ci sia in queste casse, dite subito che si tratta di coperte, indumenti, vestiti e biancheria che Sua Maestà ha destinato alle popolazioni della costiera amalfitana. Era vero Elena di Savoia non aveva voluto che tornasse a ripetersi quanto le era accaduto durante gli altri traslochi. Erano stati trasportati oggetti inutili, ma ai poveri nessuno aveva pensato. Lei, la Regina, era stata costretta a girare un po' dappertutto per poter acquistare roba per i suoi sempre più numerosi protetti (« Mia moglie , soleva dire il Re, ha le mani bucate. Per aiutare i poveri venderebbe anche i suoi vestiti»). La brandina di Vittorio Emanuele Sull'autocarro c'era, infine. una cassa su cui spiccava chiaramente, scritto con un pennello intinto nell'inchiostro 119 nero: «Bagaglio personale di S.M. il Re. Nessun oggetto prezioso era contenuto, ma imballata a dovere era la brandina da campo che il Re era finalmente riuscito a riavere da Villa Savoia. Vittorio Emanuele, infatti, aveva conservato l'abitudine, presa durante la prima guerra mondiale, di dormire su di una modestissima branda. In famiglia questa innocente mania era stata spesso oggetto di frizzi; «La brandina», ci ha raccontato il commendatore Scaldo che fu vicino al Sovrano per oltre quarant'anni e divise con lui le amarezze dell'esilio, « era divenuta leggendaria. Dura come un tavolo, tutta cigolante, la si sarebbe a fatica potuta vendere a un robivecchi. Ma guai a toccargliela al Re! Per questo una delle prime cose alle quali io ero solito pensare ». Conclude Scaldo, « era la branda del Re. Ad ogni trasferimento era quello il primo bagaglio ch'io dovevo spedire ». Così anche la brandina militare partì verso Raito. Ma appena l'autocarro ebbe lasciato Napoli; appena ebbe imboccata l'autostrada Pompei-Salerno (tutta buche e interruzioni) ecco la polizia alleata bloccare l'automezzo. Malgrado le proteste dell'autista vennero aperte tutte le casse, nessuna esclusa. Perché? Una ignota segnalazione aveva fatto sapere che il Re avrebbe portato a Raito armi e munizioni! La visita durò diverse ore. Le casse vennero scaricate, scoperchiate e abbandonate poi lungo la strada. L'autista riuscì, con l'aiuto di alcuni volonterosi a rifare il carico e a ripartire. Innestando la marcia commentò: «Non hanno trovato le armi del Re. Hanno solo trovato le "armi della Regina"..» Povera Mafalda 120 «Le Loro Maestà rimasero nella villa di Raito», ci ha raccontato l'ambasciatore Raffaele Guerriglia, «dal 7 agosto 1944 al 26 aprile 1945. Dopo questa data rientrarono un'ultima volta a Villa Maria Pia. Rimasero a Napoli un altr'anno sempre sognando di tornare a Roma. Invece il 9 maggio 1946 Partirono per l'esilio». Del soggiorno del Re a Raito, l'ambasciatore Guariglia conserva un indimenticabile ricordo. Per i posteri egli ha anzi murato su di una facciata della villa questa lapide: «Dall'agosto 1944 all'aprile 1945 visse in questa casa Vittorio Einanuele III Re d'Italia e di Albania, Imperatore d'Etiopia. «Fu un soggiorno triste», rammenta Guariglia, «reso ancora più amaro dalle villanie degli alleati, dagli insulti che continuamente venivano rivolti al al Re su molti giornali italiani e stranieri e da una notizia che letteralmente sconvolse la Regina: la morte a Bunchenwald della principessa Mafalda. La notizia appresa dai sovrani attraverso un breve comunicato apparso sul Giornale di Napoli venne successivamente confermata da altre fonti. Intanto da Roma il 14 aprile del '45 Umberto di Savoia si era fatto premura di telefonare al Re la tragica notizia, sperando di arrivare prima della stampa anche perché il Luogotenente non attribuiva serio fondamento all'informazione diramata da una agenzia tedesca. Si sperò fino all'ultimo che si trattasse di un'altra principessa d'Assia. Vennero chieste notizie al Papa, agli alleati, al Nunzio apostolico a Parigi, monsignor Roncalli. Purtroppo era vero, La buona, la mite Mafalda d'Assia, la più allegra delle figlie del Re era morta tra atroci 121 sofferenze in un postribolo del campo di Buchenwald dove era stata ricoverata dopo che un bombardamento alleato aveva distrutto gran parte delle baracche degli internati ». Confermando quella dolorosa notizia, gli Alleati aggiunsero, per conto loro, senza alcun riguardo, altra informazione, con lo sprezzo tipico dei vincitori: non avrebbero più concesso benzina al Re Vittorio Emanuele commentando anche quest'ultimo inspiegabile gesto, osservò « Povera Mafalda. ora sta meglio lei». Contributi dei Visitatori 122 Immagine inviata dal Colonnello Umberto Ponzani Bomboniera del matrimonio di Re Umberto II con Maria José del Belgio donata dal Re, allora Principe di Piemonte, al genitore del Colonnello Ponzani, allora Ufficiale di Ordinanza 123 Immagine inviata dal Signor Gino Greco di Collegno che ritrae un suo congiunto, Agostino Maddau, durante la visita che S.M. fece in qualità di Ispettore di Fanteria nel Luglio 1940 124 125 126 Fotografie dalla collezione privata del Signor Maurizio Lodi da Suzzara 127 Celebrazioni per il centenario della nascita di Re Umberto II Il 14 Settembre si apriranno a Racconigi le celebrazioni per il centenario della nascita di Re Umberto II con il significativo gemellaggio tra le città di Racconigi, che Gli diede i natali nel 1904 e la città di Cascais, che lo ospitò tra il 1946 ed il 1983 nel suo esilio. Entrambe le città a distanza di cento anni si onorano di averlo avuto come illustre concittadino. La figura di Re Umberto II viene ignorata dalla storiografia ufficiale, come viene ignorata dalla stampa ufficiale la sua grandezza d’animo. Quando si accenna al Sovrano scomparso si parla di lui come il Re di maggio, non solo perché regnò nel breve periodo compreso tra il maggio ed il giugno del 1946, ma anche per voler sottolineare un ruolo effimero nella storia d’Italia . Tutt’altro. Re Umberto esercitava già dall’8 giugno del 1944 i poteri sovrani dopo che Re Vittorio Emanuele III lo aveva nominato suo Luogotenente Generale. Già dall’8 settembre Umberto, come semplice generale, si era posto al fianco ed alla testa del Regio Esercito che combatteva al fianco degli Alleati. A Mignano Monte Lungo ebbe la menzione con proposta di Medaglia d’Argento dagli americani. E fu al fianco del CVL ( Corpo volontari della Libertà) fino al termine della guerra risalendo insieme ai soldati d’Italia la penisola che veniva man mano liberata. Fu lui ad istituire il 16 marzo del 1946 il referendum istituzionale affinché gli italiani fossero liberi di scegliere tra la monarchia e la repubblica. Fu lui ad invocare per primo la pace e la concordia tra gli animi divisi da una guerra civile. Fu lui a sdrammatizzare un clima gravissimo in tutta Italia dicendo che si 128 sarebbe rimesso alla volontà della maggioranza degli elettori liberamente espressa mentre Nenni, Togliatti, Romita e tutta l’intellighenzia livorosamente andata al potere dopo essersi nascosta per anni , minacciavano:” O la repubblica o il caos!”, alla faccia della democrazia di cui si facevano fautori. Fu lui che messo davanti all’alternativa del subire un colpo di stato o > spargere nuovamente sangue italiano scelse di partire, VOLONTARIAMENTE , per l’esilio sciogliendo dal giuramento di fedeltà al Re quanti lo avevano prestato e vi avevano mantenuto fede nel corso di 5 anni di guerra durissima e sfortunata. Fu lui che dall’esilio mai disse una parola che potesse mettere in difficoltà il nuovo regime, estraneo alle tradizioni nazionali. Fu lui che fu vicino agli italiani, pur dal lontano esilio in ogni momento, fausto o infausto. Non è di molti anni fa il mio ricordo personale di una vecchina di Formia la quale avendo scritto al Re in esilio lamentando le sue condizioni disagiate si vide recapitare , dopo poco tempo, tramite il Ministro Falcone Lucifero, nel 1956 credo, la cifra di 50000 lire. Che lei non spese mai. E come lei tantissimi altri. Il Re fu a Marcinelle, ove perirono decine di minatori italiani, inviò, di tasca sua aiuti per decine di milioni (di allora) per la tragedia del Vajont e per gli alluvionati del Polesine. Più volte nel corso degli anni la sua voce si era alzata per denunciare lo scempio che si stava facendo dello stato italiano e per incitare gli Italiani al rifiuto della violenza degli opposti estremismi: “Con la libertà tutto è possibile senza libertà tutto è perduto”, ammoniva. Più faustamente, nei suoi ultimi mesi di vita gioì per la vittoria dell’Italia ai campionati mondiali del 1982 inviando ad ogni calciatore il suo personale omaggio. Anni prima la nazionale di calcio, in Portogallo per una partita, gli rese omaggio per intero, a Villa Italia. Fu lui a donare al Santo Padre la Santa Sindone, la reliquia più preziosa della Cristianità, da secoli patrimonio del Capo di Casa Savoia. Fu lui a donare allo Stato Italiano gran parte dell’archivio storico di Casa Savoia, come prima di lui Vittorio Emanuele III donò la sua celeberrima e inestimabile collezione di monete, adesso dimenticata in qualche angolo della Banca d’Italia. Quella collezione, per inciso, valeva di più di quanto il Re abbia mai percepito durante i suoi 46 anni di regno. Questo per chiarire le idee a quanti accusano casa Savoia di chissà quale latrocinio. Alla sua morte, in esilio, per lo sciacallaggio di una classe politica inetta, quando non criminale, crollata su sé stessa dopo pochi anni a colpi di avvisi di 129 garanzia, Falcone Lucifero disse: Più grande del dolore per la morte di Umberto II deve essere il rimorso di quanti hanno privato l’Italia di questo Re. Cento anni di Re Umberto. Il Re che ha potuto testimoniare della sua grandezza solo attraverso la silenziosa e dignitosa lontananza da ciò che amava di più. Nella speranza che i suoi cento anni coincidano con il suo ricongiungimento all’Italia. Nel Pantheon naturalmente. Villa Italia E' commovente la vicinanza che esiste tra Cascais e tanta parte del popolo italiano. Umberto Alcune foto sono tratte dal Blog del Signor E. Dezani il quale mi aveva autorizzato a suo tempo alla pubblicazione. Le ripubblico in quanto la pagina cui era collegato il sito non è più reperibile. Altre foto sono prese dalle vecchie riviste di cui sono costantemente alla ricerca. Altre foto ancora mi sono state mandate dai Visitatori. Tutte con lo stesso dispiacere che la casa del Re sia stata trasformata in un albergo a cinque stelle. 130 Le foto più recenti mi sono state inviate dalla mia impareggiabile amica Cristina che non lascia mai inascoltata nessun mia richiesta. La prima Villa Italia, ove il Re abitò dal 1950 al 1961 Il cancello di Villa Italia con il Re e, più recentemente, durante i lavori di demolizione e trasformazione in albergo 131 Prima dei lavori, durante l'abbandono seguito alla morte del Sovrano, e durante i lavori 132 La seconda Villa Italia ove il Re abitò dal 1961 al 1982-1983 ed il progetto per la realizzazione di un grande albergo Il grande albergo realizzato ed una delle sue stanze Il mare per fortuna è rimasto sempre lo stesso 133 Hautecombe. Dopo ventuno anni, nel centenario della nascita di Re Umberto 134 Come ventuno anni fa il tempo è grigio, ma fortunatamente molto più clemente. La strada per raggiungere la Reale Abbazia non è piena di pullman. Anzi. E' vuota. Sistemare la macchina nel piccolo parcheggio non è un problema. Un cortese gendarme avvicinatosi alla macchina fa capire a gesti dove e come parcheggiare. Posto per 10 autobus, forse per venti macchine. Scendo. Mi volto indietro a ripercorrere con la memoria un giorno di 21 anni prima. Quando non avevo un soldo in tasca ma lo stesso avevo voluto partecipare, indebitandomi moralmente con i miei, all'ultimo saluto a Re Umberto. Allora c'era molta più gente: ragazzi, ragazze, anziani. Gente distinta e gente umile, di quelli venuti dalla campagna con il vestito buono, della domenica. Molti di questi portavano al bavero della giacca spilline multicolori. Solo dopo tanto tempo avrei capito che erano decorazioni al valore e che ogni colore diverso rappresentava una "campagna" diversa. In tutti sommessamente il dolore dignitosissimo di aver perso qualcuno. Questo "qualcuno" era un uomo cui la ventura, la sorte, la malasorte, la storia avevano affidato il compito di raccogliere per un breve periodo l'eredità di una guerra persa e di pagarne senza alcuna responsabilità ottima parte delle colpe. Un uomo che era stato Re per soli 34 giorni. E che aveva scontato questa colpa per tutta la restante parte della sua vita. Andato in esilio a quarantadue anni non ne era più tornato. La repubblica, cui il Suo sacrificio aveva consentito di nascere senza ulteriori fardelli di sangue, ne negava praticamente l'esistenza. Lo privava della cittadinanza, lo privava dei suoi beni presenti nel territorio nazionale, lo privava dei suoi diritti di italiano. Lo privava dei suoi diritti di uomo. Alla faccia di tutte le convenzioni internazionali, delle carte di Helsinky sui diritti umani et cetera ceteraque. Il Re, tirannico personaggio, aveva dato agli italiani modo di scegliere. La repubblica si proclamava eterna. La repubblica sanciva l'irreversibilità della scelta fatta in un momento di grave turbamento. Il Re sceglieva l'esilio per amore. La repubblica glielo imponeva per odio. Pochi mesi più tardi dalla sua partenza, allorché Vittorio Emanuele III stava per morire, la repubblica negò ad Umberto di sorvolare l'Italia per giungere in tempo a vederlo vivo. E non lo vide. Ma mai si lamentò di questo. “Ero preparato a questo”. Disse che faceva parte del suo mestiere di Re. Se ad altri era toccato in sorte di essere sovrani in momenti felici a lui era toccato in sorte di testimoniare la propria regalità in momenti tristi. E mai aveva abdicato al suo stato di Re. Re esiliato, solo, ma proprio per questo più grande che mai, nonostante le avverse fortune. A questo grande uomo, che la storietta della repubblica frettolosamente bolla come il Re di maggio, non fu concesso nessuno sconto. Nella parte finale della sua lunga malattia moltissimi si pronunciarono se fosse o meno giusto farlo rientrare. Lui che non aveva mai chiesto niente ma solo dato. Li ricordo quei tristi figuri che sentenziavano di repubblica nata dalla resistenza, di 135 offesa alla costituzione, di assurde condizioni di abiura per consentire il ritorno. Sciacalli. Ricordo un articolo di Umberto Eco su "La repubblica". Sosteneva che a suo giudizio tra Umberto e le Brigate Rosse non vi era differenza, in quanto nessuno dei due riconosceva lo stato. Ne ho conservato il ritaglio. Chissà se ha mai fatto ammenda per tale enorme stupidaggine. Tutto questo ciarpame sarebbe morto di vecchiaia o a colpi di avvisi di garanzia pochi anni dopo. Ma la repubblica era forte. Si era difesa bene. Nessuno si era chiesto del suo poco legale certificato di nascita. E l'ultimo depositario della regalità era morto. Presto lo avrebbero dimenticato di nuovo. E così fu. Ripercorro il tratto dal parcheggio all'ingresso della Abbazia frugando tra i ricordi. Oggi sono in giacca e cravatta. Allora non pensavo neanche che un giorno le avrei messe. Stava per piovere 21 anni fa. I francesi ci tenevano lontani dall'ingresso in vista dell'arrivo di personalità importanti: Juan Carlos, Baldovino, e tanti altri. La gente spingeva per poter salutare il Re. Ricordo che ad un certo punto il cordone dei Francesi fu rotto da alcuni ragazzi che si misero a correre gridando "Viva il Re!". Io mi accodai. E mi piazzai proprio davanti all'ingresso. In prima fila. In tempo per vedere passare tra una folla attonita il feretro avvolto nella Bandiera. Un silenzio assordante. Una ragazza piangeva. Vecchi militari scattavano sugli attenti. Fino a che l'urlo strozzato di un Italiano, si con la "i" maiuscola, chiamò i presenti al saluto d'ordinanza: "Italiani! Saluto al Re!" Gli altri risposero in coro "Viva il Re!". Tre volte. Io non partecipai al coro. Non ero preparato all'uopo. Ma la commozione fu anche mia. Totale. Dietro il feretro un nobiluomo portava un cuscino di velluto con il Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata. Dietro ancora i membri di Casa Savoia. La solennissima funzione l'ascoltai da fuori. Dentro tutta l'Italia. Dal ricco al povero, dal militare al civile, dal professore al contadino. Nessun rappresentante dello stato italiano. Ore ci vollero per sfilare lentamente accanto a quella bara poggiata in terra, semplicemente. Prima di me un ragazzo italiano che viveva a Ginevra confessò a Vittorio Emanuele che era stato lui a verniciare il consolato d'Italia con lo spray. Vidi il principe sinceramente compiaciuto. "Ah sei stato tu?" disse con un sorriso. Ripresi la strada per il pullman mestamente dopo essermi segnato. Il diluvio. Sotto braccio un signore cieco che non aveva voluto mancare e che si faceva condurre docilmente nel buio. Io da una parte. L'anziana moglie dall'altra. Fino a che un autobus stracarico si fermò e li fece salire. Io continuai a piedi per qualche chilometro ancora. Fradicio. L'unica cosa che avevo potuto fare per il Re era stato prendere un enorme acquazzone. Non di più purtroppo. Ventuno anni dopo il Re è ancora sepolto nella bellissima e scomodissima Abbazia. Non ci sono più i monaci benedettini. Hanno traslocato. L'arcivescovo di Chambery ha chiamato un altra comunità a far vivere l'antica Abbazia: Chemin neuf. Nella cappella a destra subito dopo la porta d'ingresso Re Umberto è stato raggiunto dalla Regina. Due foto li ritraggono quando erano giovani e bellissimi. La scritta in latino ricorda che lì riposa il Re d'Italia, Duca di Savoia. L'Italia distratta ha dimenticato in quell'angolo uno dei suoi figli migliori. Quello che l'ha amata di più ricevendo in cambio soltanto indifferenza se non odio. In raccoglimento mi fermo e mi sorprendo a sperare che l'esilio per le anime non esista. Che quando è spirato si sia fermato un po' a 136 riceverci, tutti noi italiani partiti da ogni angolo del mondo per salutarlo, come era sua abitudine durante l'esilio a Cascais. Che abbia atteso che anche l'ultimo dei suoi si ritirasse e poi alla fine del suo funerale, libero da ogni impegno del suo stato, si sia incamminato a fianco dell'ultimo italiano e con il cuore in gola, emozionato come un bambino abbia varcato quel confine che gli avevano chiuso in vita, e poi abbia ricominciato a girare per la sua Italia passando da Aosta, da Torino, da Genova, da Firenze, da Roma, dalla sua Napoli e poi senza più meta in ogni luogo che lo avesse visto giovane tra la gente che amava e che lo ricambiava con tutto il cuore. Pensiero intenso e fugace, rapidamente interrotto. La realtà è che un distinto ed anziano signore mi fa cenno di dover chiudere il cancello posto davanti la piccola cappella. Mi segno ancora. Come ventuno anni prima. E riprendo la strada per il ritorno a casa. Giunto in corrispondenza della macchina non mi fermo. Decido di ripercorrere a piedi per un tratto la strada che avevo percorso al buio con il signore cieco sotto braccio. E cerco di vedere se qualche ricordo ancora si fa vivo. Ma sono solo dettagli. Mentre cammino smetto di ricordare. Avrò fatto bene? Avessi pensato a qualcosa di più concreto, tanti anni fa? Da un punto di vista pratico forse si. I miei amici, più assidui di me, mi dicono che ogni anno siamo un po' di meno. Amen. L'età media non è di sicuro bassa. Certo... Tanti anni fa avevo più cuore che cervello. Anche ora che credo di avere un po' di cervello in più non so se quel poco cervello è sufficiente a vincere le ragioni di un sentimento di affetto e di ribellione all'ingiustizia inflitta ad un uomo buono. Mentre ritorno alla macchina, ventuno anni dopo mi trovo a constatare che non ho cambiato idea, nonostante i capelli grigi, anzi. I recenti presidenti della repubblica hanno dimostrato quale peso può avere un capo dello stato anche in una democrazia parlamentare. Cossiga prese a picconate un sistema partitocratrico ormai sclerotico. Quello stesso sistema si difese eleggendo il più conservatore di tutti. Scalfaro. Scalfaro che stava da una parte. E ben si vide da che parte stava. Impose e mise veti sui ministri. Organizzò il ribaltone e se ne fece garante. I referendum che erano stati appena votati con schiacciante maggioranza ignorati e calpestati. Ricordate il finanziamento pubblico ai partiti? Ricordate il ministero dell'agricoltura? Ricordate? Tutto si ricompose e l'illusione di una seconda repubblica si rivelò presto per quello che era. Grazie anche all'allora capo dello stato. Lo stesso, senatore a vita, presidente emerito, adesso partecipa ai convegni di una delle parti accusando l'altra di attentato alla libertà. La costituzione recita che "Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale". Scalfaro ha rappresentato spudoratamente una parte, e neanche si pone il problema di far finta che non sia così. Mi sia consentito di fare un paragone dopo quanto accaduto qualche tempo fa a Madrid. E' chiaro che il governo di Aznar ha gestito il flusso delle notizie in modo da non perdere le imminenti elezioni. Si è scontrato con la ben nota fermezza del Re. Re per il quale non è importante che a governare sia la Destra o la Sinistra. Il Re è il punto di massimo equilibrio della Nazione. Non eletto non deve rendere conto a consorterie politiche o affaristiche. Deve rendere conto soltanto al suo popolo. E in tanti anni solo due volte ha parlato alla 137 nazione spagnola dalla tv: per il golpe del colonnello Tejero, che fece fallire, ed in quella tristissima occasione di lutto. Questo è un re. Re di un popolo che somiglia infinitamente al nostro. E dopo che Juan Carlos ha dimostrato per l'ennesima volta che un re è supremo e totale garante del popolo, al di sopra delle parti e dei partiti, non posso dimenticare quanto disse l'attuale Sovrano di Spagna in occasione della morte di Re Umberto: "Lo zio Umberto, lui che aveva perso il trono, lui mi ha insegnato come si fa il re". Questa è la persona che abbiamo dimenticato in una sperduta Abbazia della Savoia, su un lago che ispira malinconia al solo avvicinarvisi. Curioso che mai io vi abbia trovato il sole. Quel luogo così triste è specchio della sorte toccata in sorte a quella che reputo una delle migliori persone di cui l'Italia possa vantarsi. Uno dei Grandi d'Italia. E anche se io fossi rimasto l'ultimo in Italia, non smetterò di chiedere che cessi l'esilio, che cessi questa vergogna. Non smetterò di chiedere di restituire Re Umberto all'Italia e l'Italia a Re Umberto. Sarebbe solo un piccolissimo, parziale e tardivo atto di giustizia nei suoi confronti. Articolo pubblicato su www.telefree.it il 15-9-2004 Molte delle immagini seguenti mi sono state inviate dal mio amico Bastiano Contrario, che ringrazio di cuore. 138 139 140 Umberto, Principe di Piemonte, all'età di un anno, tra le braccia della Regina Elena. Alla sua destra la Duchessa madre di Genova, Elisabetta di Sassonia, alla sua sinistra la Regina Madre Margherita. 141 142 143 Umberto, Jolanda, Giovanna e Mafalda 144 Umberto nell'uniforme dei Corazzieri Reali 145 Umberto vestito alla marinara abbraccia Re Vittorio Emanuele 1914 146 147 148 Umberto all'età di dieci anni Umberto in divisa da pioniere 149 Umberto adolescente 150 151 Umberto in divisa della scuola militare della Nunziatella a Napoli Umberto, Principe di Piemonte, nella divisa dei Granatieri di Sardegna, suo Corpo di appartenenza 152 Nel giardino del castello Reale di Racconigi, sua città natale, nel 1922 153 154 Sempre nella divisa dei Granatieri di Sardegna 155 156 157 Umberto, con il grado di Colonnello del Regio Esercito Italiano Grande amante dello sport 158 159 160 Umberto studia le carte di Montelungo 161 Colazione al sacco con il generale Infante ed il generale Morigi della Nembo 162 Umberto passa in rassegna le truppe USA 163 Umberto con un reparto un po' malconcio del Regio Esercito. Da notare la fascia nera al braccio sinistro per la morte di sua sorella Mafalda a Buchenwald 164 Il ritorno a Roma di Umberto, Luogotenente Generale del Re 165 166 Umberto dopo il convegno presieduto da Mac Farlane per la formazione del nuovo governo. Febbraio 1945. Umberto al fronte 167 Umberto al fronte nell'aprile del 1945 168 Umberto al fronte con alcuni militari della Friuli, in divisa inglese, ma con le stellette del Regio Esercito 169 Umberto con il Generale Clark 170 Umberto, Principe di Piemonte, Luogotenente Generale del Re, decora il Generale Mark Clark, comandante della V Armata Foto inviata dal Professor Carlos Miguel Gomes da Cunha da Lisbona, Portogallo 171 L'atto di abdicazione con il quale Re Vittorio Emanuele III passa la corona a Umberto, Principe di Piemonte 172 I romani, in piazza del Quirinale festeggiano Umberto II Re d'Italia 173 La famiglia reale al balcone del Quirinale saluta l'immensa folla Altri particolari della stessa manifestazione 174 175 176 177 178 Re Umberto firma autografi in Piazza del Duomo a Milano Il Re non poté svolgere la campagna referendaria in un clima di serenità per le pesanti intimidazioni del CLN. 179 La Famiglia Reale nei giardini del Quirinale 180 Re Umberto, accompagnato dal generale Infante, si reca in Vaticano a prendere commiato da Sua Santità Pio XII, il 7 giugno 1946 181 Il Re dopo aver firmato il proclama alla nazione esce a ricevere l'ultimo saluto dei Corazzieri e dei Granatieri di Sardegna 182 Il comandante dei Corazzieri, Conte Riario Sforza saluta Sua Maestà con i Corazzieri schierati saluta il Re. Il saluto fu quello rituale: Guardie del Re, saluto al Re! I Corazzieri ed i Granatieri ad una voce: Viva il Re! La bandiera reale continuò a sventolare sul torrino del Quirinale fino a quando l'aereo che portò in esilio il Re non si allontanò dai cieli di Roma 183 Roma 13 giugno 1946, ore 16.00. Re Umberto si affaccia per l'ultima volta dall'aereo SM 95 che lo porterà a Lisbona. Racconterà Re Umberto anni dopo: "Avevo addosso un senso di smarrimento quasi infantile...Ero incapace di pensare, avevo la sensazione di essere immerso in un 184 clima irreale. Poi mi resi conto che l'aereo saliva. Vidi Roma laggiù, in un velo di pioggia: di colpo riacquistai acutissimo, il senso della realtà. E in quel momento, lo confesso, non fui capace né mi curai di trattenere le lacrime". Le foto di questa pagina sono tratte dall'opuscolo di Ludovico Zuccolo del 1946 edito in occasione dell'ascesa al trono di Re Umberto II. Le foto sono di dimensioni già grandi. 185 186 187 188 189 190 191 192 Il manifesto di propaganda per la Monarchia più diffuso durante la campagna referendaria 193 La scheda referendaria. Le repubblica, naturalmente al primo posto nella scheda, è rappresentata, curiosamente, da un donna con una corona turrita. In molte zone d'Italia si fece credere che la donna con la corona turrita fosse la Regina. 194 195 196 197 198 199 La Regia Nave Duca degli Abruzzi nel golfo di Napoli. Questa nave aveva portato in esilio il 10 maggio Re vittorio Emanuele III e la Regina Elena ad Alessandria di Egitto. La stessa nave condurrà in Portogallo la regina Maria Josè ed i principi il 5 giugno. 200 Re Umberto appena sbarcato all'aeroporto di Lisbona dopo la partenza da Roma. Il 14 giugno del 1946 iniziò per il Re un esilio che ancora, ferocemente, perdura. Oltre la Sua morte. 201 Re Umberto segue il feretro del Re suo padre Vittorio Emanuele III montato su un affusto di cannone ad Alessandria di Egitto. A Re Umberto non fu possibile arrivare al capezzale del padre morente in quanto il governo gli impedì di sorvolare lo spazio aereo italiano. La salma del vecchio Re fu successivamente portata a spalla da otto operai italiani. 202 Le Forze Armate dell'Egitto, Paese che l'Italia aveva combattuto pochi anni prima, scortano la Salma del Re di Vittorio Veneto alla sua tumulazione provvisoria nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto. 203 204 La Famiglia Reale nei primi anni dell'esilio. Dal 1947 La Regina Maria Josè ed il Principe Vittorio Emanuele si trasferirono in Svizzera. 205 Una bella immagine con tre generazioni di Casa Savoia: Re Vittorio Emanuele III, Umberto, allora Principe di Piemonte, e S.A.R. Vittorio Emanuele Principe di Napoli. 206 Il Re con lo Stendardo di guerra del Reggimento Savoia Cavalleria, incorniciato d'oro, che il Col. Bettoni gli consegnò a Ciampino prima della partenza dicendo: "Il Re me lo ha dato. Al Re lo restituisco." Lo stendardo e' adesso conservato al Sacrario delle Bandiere del Vittoriano per disposizione testamentaria. 207 Il Re nel giardino di Villa Italia a Cascais 208 S. M. il Re Umberto con S.A.R. Il Principe di Napoli e S.A.R. il Duca d'Aosta a Fatima con S. S. Paolo VI il 13 maggio del 1967 209 Sua Maestà il Re Umberto e Sua Santità Giovanni Paolo II si scambiano "l'abbraccio reale" durante l'udienza che il Pontefice concesse al Re durante un suo viaggio apostolico in Portogallo, il 14 maggio del 1982. In questo modo il grande Giovannino Guareschi vede la "sconfitta" della Monarchia al referendum istituzionale e la successiva partenza della Famiglia Reale che , con licenza poetica, immagina imbarcata per intero sulla Regia Nave "Duca degli Abruzzi". I disegni qui sotto riportati sono pubblicati per gentile concessione dei Signori Alberto e Carlotta Guareschi, figli dell'indimenticabile Giovannino. Guareschi inoltre ha scritto, tra i tanti, un bellissimo racconto intitolato "Colpo di stato". Come suo solito, descrive con tratti di vera poesia un "Signore alto" che per rincorrere la sua bambina è costretto, contro la sua volontà, a varcare un confine....... 210 Ne consiglio a tutti la lettura: Mondo Candido 1951-1953, Rizzoli editore, 1997, pagg 120-128 L'AMMAINABANDIERA, disegno di Giovannino Guareschi, da Mondo Candido 1946-1948, Rizzoli, Milano 1991. 211 ULTIMO SALUTO disegno di Giovannino Guareschi, da «Candido» n. 23, 8 giugno 1946. 212 Villa Italia come si presenta attualmente. Questa foto è pubblicata grazie alle mie amiche (rigorosamente in ordine alfabetico) Antonella, Letizia e Patrizia che l'estate scorsa hanno trascorso le loro vacanze in Portogallo ed hanno pensato a me. Testamento spirituale di Sua Maestà UmbertoII 213 «Dal testamento di San Pietro I Vladika del Montenegro. "Io mi avanzo pieno di speranza alle soglie del Tuo Divino Santuario la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato dai miei passi mortali. Alla Tua chiamata io vengo tranquillo..." ». 214 «Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed neque me ipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum sed non in hoc iustificatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est». Da tradurre così «Poco importa a me d'essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini) né mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché; ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore». 215 I funerali di S.M. Il Re ad Hautecombe il 24 marzo 1983. Assente qualsivoglia rappresentante della repubblica. Presenti gli Italiani. 216 217 218 219 220