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Tavole:
Copertina:
Ultima di copertina:
Pagina 13:
Pagina 73:
Tav. III - Vulcano (olio su tela di C. S.)
Tav. III - Cratere (olio su tela di C. S.)
Tav. III - Satiro (olio su tela di C. S.)
Tav. Iv - le Gole dell’Alcantara (olio su tela di C. S.)
LIBERTÀ DI PENSIERO
opinioni, riflessioni, considerazioni, pubblicate sul quotidiano «libertà»
con riferimenti alla Sicilia ed a racalmuto dal «Piacentino di Sicilia»
Carmelo SCIaSCIa
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«Lo scrivere è un atto di speranza». E’ per questo motivo che Carmelo Sciascia,
da circa un quarto di secolo, scrive e rende pubbliche le sue riflessioni, le sue annotazioni e i suoi pensieri su vicende, avvenimenti, fatti, uomini e cose del nostro tempo.
Se non avesse posto questa «speranza» nello scrivere, oggi non avremmo questo
volume che raccoglie una serie di articoli pubblicati sul quotidiano piacentino
«Libertà» e i suoi interventi tenuti in vari incontri.
Gli argomenti trattati in questa raccolta spaziano dalla politica alla letteratura,
dal costume all’arte, dai ricordi giovanili al disincanto del presente! Tuttavia, al
disincanto dell’età matura si affianca la forza della speranza nel cambiamento futuro,
proprio ad opera della scrittura (e della pittura).
La scrittura, appunto, non solo come speranza ma anche come mezzo per superare
l’esistente, atto di libertà, meta intellettuale e morale per le nuove generazioni.
Carmelo Sciascia, «Piacentino di Sicilia», come ama definirsi, non ha mai spezzato
il filo che lo lega alla Sicilia e in modo particolare al suo paese: Racalmuto.
Anche se per ragioni di lavoro, finiti gli studi universitari, l’ha dovuto abbandonare,
ha sempre tenuto vivi i rapporti con gli amici di infanzia, con i compagni di partito,
con gli intellettuali e gli artisti racalmutesi.
In questi scritti, anche quando si occupa di questioni nazionali, traspare la sua
Racalmuto, la sua Sicilia.
I suoi riferimenti costanti sono gli scrittori e gli artisti siciliani (e racalmutesi):
Sciascia, Camilleri, Consolo, Bufalino, Guttuso, Pietro d’Asaro e tanti altri artisti...
Con occhio vigile e interessato segue le nostre vicende sia che riguardino l’arte,
il costume, la politica che le trasformazioni economico-sociali e culturali della nostra
comunità.
Il comune di Racalmuto, pertanto, con il patrocinio dato a questa pubblicazione,
ne ha voluto riconoscere oltre il valore culturale e sociale anche l’alto impegno
morale e civile.
Salvatore Sardo
Consigliere Comunale del PD
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Carmelo Sciascia,
un piacentino di Sicilia
Il giornale è una sorta di quotidiana preghiera laica per ogni cittadino che vuole
informarsi. Contiene notizie, ma non solo. E’ una piazza in cui i lettori possono
discutere pubblicamente. Il primo giornale esce in Germania nel 1609. A Piacenza
nel gennaio 1883 nasce Libertà che oggi ha 127 anni.
Su Libertà, il quotidiano dei piacentini, in quest’ultimo decennio, i lettori sono
intervenuti molto con i loro articoli, testimonianze, opinioni ed hanno posto al centro
dell’attenzione migliaia di pagine di compartecipazione alla vita culturale, sociale e
politica della città.
Il contributo dei piacentini al giornale è, ed è stato, notevole, e si è espresso – e
continua ad esprimersi – sotto varie forme: l’intervento, il dibattito, le analisi, il caso,
le riflessioni, gli approfondimenti. A metà strada, tra il giornale come cronaca, ed il
pamphlet come genere letterario, spesso polemico. Un giornale sempre utile per il
cittadino per capire Piacenza, l’Italia, il mondo.
Ed è su queste pagine che Carmelo Sciascia ha espresso le proprie riflessioni che
spaziano dall’osservazione di episodi di quotidiana vita cittadina a fatti di cultura
nazionali.
Ero presente all’inaugurazione dell’ultima mostra pittorica di Carmelo, e lì ho
espresso parole di apprezzamento per la sua arte ma soprattutto per il suo modo di
essere intellettuale, di essere un siciliano speciale.
Nelle cose che scrive e racconta c’è molto dell’altro Sciascia, di quel Leonardo
con cui ho lavorato dal 1968 al 1979, allo storico giornale L’ORA di Palermo.
Sì, Carmelo Sciascia si è portato da Racalmuto a Piacenza, sulle rive del Po dove
vive, il meglio della cultura e della passione siciliana. Sa infatti esprimere ogni giorno
una voglia di concreta di positività, trasformando la tragedia isolana in sensazioni
forti di vita.
Carmelo ha così saputo unire inchiostro e colore. Ha rappresentato aspetti della
bella terra piacentina con i caldi colori della terra di Sicilia. Ha scritto di cose siciliane
con riflessioni proprie della terra padana.
«Piacentino di Sicilia», questa è la sua firma. E’ il suo biglietto da visita. Mai
pseudonimo è stato più vero a svelare, più che a nascondere una bella personalità!
Gaetano rizzuto
Direttore quotidiano «Libertà»
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I Siciliani, la Sicilia e la Pianura Padana
Si può essere siciliani anche senza aver mai messo piede in Sicilia,... tornando indietro lungo il filo delle pagine, ciascun lettore può provare a tracciare
la propria topografia. Un luogo che ognuno racconta, a modo suo. Questo
quanto afferma il Savatteri congedandosi dal lettore, nel «quasi un epilogo»
del suo I siciliani.
ed io, a modo mio, traccio la mia carta geografica che comprende la Sicilia
e la Pianura Padana, l’accecante sole del sud e la fitta nebbia del Po: ambedue
i sistemi climatici offuscano la vista ed intorbidiscono l’intelletto.
appunto per ciò, acuiscono di contro l’ingegno speculativo. racalmuto, il
paese che costituisce l’humus culturale di Savatteri, è il paese dove è bàndita
la ragione, come ebbe ad affermare lo stesso Sciascia ne Le parrocchie di
Regalpetra: ma forse proprio per questo gli amministratori di quel paese negli
anni ottanta, titolarono l’estate racalmutese come l’estate del paese della
ragione. e fu una sciagura!
mi sono sorpreso che di questi fatti e di mafia a racalmuto nel libro non
se ne parli. eugenio Napoleone messana, un insegnante che aveva scelto
l’appennino romagnolo, come volontario esilio dopo il fallimento della sua
esperienza politica a sindaco di racalmuto, mi confidò anni addietro (molti!),
che avendo gemellato le scuole, quella dove lui in esilio insegnava e la scuola
media Pietro d’asaro di racalmuto, aveva rilevato le osservazioni dei
ragazzi romagnoli: tutta la corrispondenza dei ragazzi della scuola siciliana
grondava folclore! Non vorrei che quest’osservazione fosse adesso mossa nei
riguardi di questo libro. Io propendo a dare, a quest’opera un’interpretazione
come di finzione, o meglio ogni capitolo, tutti i capitoli come «inquisiciones» di borgesiana memoria.
Come per Borges la letteratura non è altro che un giuoco: con l’eternità,
coi miti e gli specchi, per Sciascia un giuoco con la tradizione e con il potere,
per il Nostro diventa il giuoco della ricerca dell’uomo «di tenace concetto»,
che diventa a sua volta l’eresia e l’impostura del potere.
«Noi siciliani siamo soggetti ad ammalarci di noi stessi: un male che
consiste nell’essere contemporaneamente il febbricitante e la febbre, la cosa
che soffre e quella che fa soffrire». la mafia: Cosa nostra da una parte, Falcone
e Borsellino dall’altra. Salvatore Giuliano e Salvatore Carnevale, il bandito ed
il sindacalista (tutti e due Salvatore tutti e due uccisi violentemente), Impastato
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e Badalamenti (i cento passi di filmica memoria), e tutti gli altri personaggi di
questo libro: gente di tenace concetto, che sono opposti e simili, così diversi e
così eguali. e vitaliano Brancati, che questa frase l’ebbe a scrivere? Fu fascista
ed antifascista, disinvolto apparentemente, ineccepibile formalmente; e Pirandello? Fu addirittura Uno, nessuno e centomila e Sciascia fu il teorico del si
contraddisse contraddicendo e Tomasi di lampedusa? Se vogliamo che tutto
rimanga come è, bisogna che tutto cambi ed ancora il filosofo empedocle che
fa’ risalire la vita ed il divenire dell’universo dall’odio e dall’amore? e così
via, via, via! Tutto questo per affermare la libertà assoluta dell’uomo siciliano.
Così come massima è la libertà in letteratura, dove Sciascia, partendo dal manzoni, usava la scrittura come fioretto, di contro ad un vivace Camilleri che
come barbaro berbero usa la scimitarra! Il fatalismo, che tutto fa dipendere dal
destino, così è perché diversamente non può essere, contiene in sé i germi della
libertà assoluta: siccome non vi è scelta nell’operare umano, possiamo fare
qualsiasi cosa, tanto la storia non cambia. ed in questa assoluta libertà possiamo
affermare tutto ed il contrario di tutto: alla faccia dell’esistenzialismo,
dell’aut-aut di Kierkgardiana memoria.
la libertà assoluta nella mancanza, o meglio nell’annullare la scelta! Fra
Diego la matina è nello stesso tempo frate agostiniano, eretico, assassino, ed
infine uomo che grazie alle fiamme del rogo lascia alla storia la definizione di
sé: uomo di tenace concetto!
Fu più bravo il verga a scrivere «I malavoglia» o luchino visconti a
filmare «la terra trema»?
Fu più profondo il Catanese a scrivere dei vinti o il Padano a riprenderli
in bianco e nero?
Fu più bravo Tomasi di lampedusa a scrivere il Gattopardo o luchino
visconti a rappresentarlo cinematograficamente? ed ancora, visto che siamo
a Piacenza e di siciliani si parla, fu più coerente il nobile Corrado Confalonieri
nell’esercitare i suoi privilegi nobiliari o rinunziandovi per diventare il Santo
Notino? e per diventar santo, dopo essere stato assassino (e torniamo alla dualità
del Brancati e di altri), un piacentino deve andare in Sicilia? oppure: per essere
così tenuta in tanta considerazione dai bambini, una santa da Siracusa (Santa
lucia), in groppa ad un asinello, deve venire a Piacenza a portar doni?
Queste alcune, ma sicuramente tanti altri sono i rimandi, le analogie, le
similitudini e le opposte cose, che accomunano le genti di questa pianura, alle
genti isolane. Gli uomini sono tutti uguali, e l’uomo è cittadino del mondo
come disse elio vittorini, probabilmente questa frase l’ebbe, se non a scrivere,
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a pensare, alla stazione ferroviaria di racalmuto dove il padre prestava
servizio, ed eccoci tornati al punto di partenza!
Il professore Fulvio sosteneva che il paese era al centro dell’universo,
perché la via appia che collegava roma alle province africane, passava proprio
sotto la piazza, dove adesso sorge il bel monumento allo scrittore, secondo
questa teoria storico-matematica, perché si affidava a complicate formule
matematiche per convalidare questa sua verità, racalmuto era al centro del
mondo di allora e dell’universo di oggi. Perché «Racalmuto è davvero un paese
straordinario,... che ha una dimensione un pò folle. La gente (ma non tutta) è
molto intelligente, tutti sono come personaggi in cerca d’autore», oggi fra noi
un autore, un buon autore, di scoglio e di mare aperto, comunque l’abbiamo
incontrato: Gaetano Savatteri!
Copertina del libro «I siciliani»
di Gaetano Savatteri
Nota: Scritto in occasione della presentazione del libro «I Siciliani» di Gaetano Savatteri
al Circolo Pirandello di Piacenza.
Pubblicato il 19.04.2005
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Accade nella terra di Leonardo Sciascia
mi ha fatto molto piacere, prendere atto di un nuovo giornale che viene
scritto, stampato e ampiamente diffuso a racalmuto, in Sicilia, la terra natale
di leonardo Sciascia. Questo foglio cittadino di riflessione e commento titolato
«la citalena», propone degli articoli di notevole interesse; non solo di spicciola
polemica, che a volte fa anche piacere, ma anche di notevole interesse culturale, quale quello dedicato alla sacralità dell’acqua nell’altopiano racalmutese.
e tramite questo foglio ho appreso, di alcune novità nel panorama toponomastico e non solo. alcune riflessioni è doveroso farle sugli eventi che spesso ci
circondano, ci interessano, ci toccano personalmente. Per fare delle riflessioni
abbiamo bisogno di pungoli, interiori od esterni, a volte voluti a volte casuali.
Il pretesto di questa mia riflessione è dato dal cambiamento del nome del teatro
da «regina margherita» a quello di «leonardo Sciascia».
la storia si sa è spesso non solo logica continuità di fatti che si sviluppano
verso «sorti progressive», ma è anche fatta da rotture repentine, contrasti
laceranti e fughe pericolose che ci portano verso futuri incerti, tutti da scrivere
e verificare.
la storia in questo nostro beneamato-odiato paese è invece sempre più
spesso, ritorno al passato, – parafrasando il Nostro, nel passato il presente –.
Si dice che errare è umano ma, diabolico il perseverare.
e così è. mi spiego: vi era un luogo della memoria, un luogo dove si era
svolta per tanti lustri, la vita politica con i suoi comizi popolari e popolani, la
vita economica con il bracciantato, luogo sacro per essere stato sede di uno
dei riti più ignominiosi della religione nostra e dei nostri padri, nel ‘600 e non
solo: il luogo di «lu cuddaru».
Il collare che la controriforma impone ai bestemmiatori che venivano esposti
al pubblico ludibrio.
«Il collare… esisteva in tutti i paesi, a racalmuto era nell’odierna piazzetta
F. Crispi» questo quanto riporta eugenio Napoleone messana nel suo libro
«Racalmuto nella storia della Sicilia» edito nel ‘69, libro adesso introvabile
che al di là di limiti palesi, andrebbe comunque riproposto alle stampe, così
come si è fatto con la storia di Nicolò Tinebra martorana che, pour parler, di
dette pratiche ecclesiastico-repressive non fa cenno.
Questo luogo, all’improvviso, anni fa, a racalmuto scompare, sostituito
da un moderno e quanto mai anonimo fontanone. Come se all’improvviso la
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giunta Capitolina decidesse di fare scomparire Campo dei Fiori, luogo simbolo
della libertà di pensiero che a volte, quasi sempre, l’eresia ha rappresentato: a
roma Giordano Bruno, a racalmuto fra Diego la matina.
ma ancor prima, un’altra violenza era sta perpetrata nel tessuto urbano del
nostro centro storico. ancora ragazzo ho assistito alla costruzione del monumento ai caduti in guerra di Piazza Castello, un luogo che per secoli aveva
resistito e testimoniato una concezione urbanistica medioevale veniva deturpato con un manufatto di maniera… ma erano altri tempi! Poteva in qualche
modo giustificarsi come una delle tante tendenze al progresso espresse dal
modernismo: gli anni ‘60, anni nefasti, di scempi per tutte le città italiane!
e che dire della piazzetta di San Pasquale? Dal monumento ai caduti in
guerra si passa al monumento ai caduti sul lavoro! Nulla da eccepire che queste
vittime innocenti della barbarie militare o civile venissero onorate e ricordate,
anzi credo debba essere un dovere oltre che civico, morale. ma non è questo
il problema. e proseguiamo. Si ergeva una magnifica fontana con relativa
inferriata circolare, estetica che conferiva un’atmosfera di sacralità e di indescrivibile armonia ad un luogo più magico ed unico che caratteristico. Con
sorprendente miopia (?) questa fontana un bel dì scompare, sostituita da un
monumento dedicato ai caduti sul lavoro. anche questa volta si violentava un
luogo della memoria, così come i caduti in guerra, adesso anche i caduti sul
lavoro venivano «malgrado loro» avrebbe detto il Nostro, a loro insaputa,
diciamo noi, ferire monumenti di civiltà.
Questi manufatti, dei quali non si mette minimamente in dubbio il loro
valore estetico, potevano benissimo essere collocati in posti diversi, dove non
avrebbero danneggiato «presenze preesistenti» ed al contempo avrebbero
magari valorizzato angoli diversi e nuovi del Paese che di fermare l’espansione
non vuole sentirne.
errori umani tutti, comprensibili a volte, incomprensibili e diabolici
continuare a farli oggi. Il campo sportivo vecchio è ormai da anni sottoposto
ad una martellante opera di sistemazione, ristrutturazione, cambi repentini
d’uso, dove è stato fatto di tutto e di più in un frenetico susseguirsi di fontane,
luci, piante, stele, madonne, piscine… si dice che dove passava attila non
cresceva filo d’erba, dove scorre denaro pubblico è un’alluvione di interventi
e di manufatti a volte più distruttiva dell’orda dei barbari. vi sono le guerre e
le guerre civili; quello cui noi assistiamo è paragonabile alla seconda, una
guerra civile dove non si capisce bene chi è il nemico perché nello stesso tempo
tutti sono amici e nemici di tutti: il sindaco, i politici, gli amministratori, i
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cittadini… e la storia si ripete. viene smantellata la pescheria: «corpo estraneo»,
viene cambiato nome al Teatro: sic et simpliciter, voluntas…
Si toglie e si modifica continuamente il nostro passato, le nostre radici
vengono martoriate e ferite, le fronde in perenne stato autunnale seccheranno;
così come già in agonia il senso di appartenenza ad una comunità che volente
o nolente è stato l’humus di tante intelligenze sparse nel mondo, come di quel
tal leonardo che senza quell’humus non sarebbe stato l’uomo di tenace
concetto che-ebbe a scrivere: «Racalmuto è davvero (è stato) un paese straordinario,... che ha una dimensione un po’ folle. La gente (ma non tutta) è molto
intelligente, tutti sono come personaggi in cerca d’autore (speriamo ne trovino
dei buoni)».
La statua di Leonardo Sciascia
realizzata dallo scultore Giuseppe Agnello
Pubblicato il 21.05.2005
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Tanti candidati, poche idee
Sono stato giorni addietro a racalmuto, paese che ancora sento mio, per
crescita (sono nato all’estero), ma soprattutto per formazione culturale.
Premesso che ho una concezione della cittadinanza che mi accomuna ad elio
vittorini: l’uomo è cittadino del mondo e non può essere quindi uomo di
«campanile».
Sento e sostengo la necessità di essere ancorato ad una realtà, come
substrato dell’anima, che corrisponde ad una realtà che è quella della nostra
formazione primaria. leonardo Sciascia sosteneva che, anche se si lascia la
Sicilia, appena maggiorenni, per approdare in lontani lidi, in realtà si rimane
isolani, come dire che il «danno» ormai è stato fatto. In parte sarà così, ma
penso anche ci sia gente che pur essendo nata o essendosi formata in Sicilia,
di isolano non abbia molto, avendo sempre esercitato l’intelletto a vedere oltre
l’orizzonte visivo, a veder il «noumeno» di kantiana memoria, e di non essersi
fermato all’apparenza del fenomeno, che come è solito viene dai più scambiato
per l’essenza della realtà.
riprendiamo il discorso: sono stato a racalmuto, uno dei tanti paesi dove
si terranno le elezioni amministrative. Beh? ed allora direte voi cosa c’è di
così strano? Si vota in tante altre realtà, anche a Piacenza, ad esempio. vero è!
ma il quid, non è costituito dalla tornata elettorale, ma dalla particolarità in
cui questa avviene.
Innanzitutto vi sono dei partiti che ribaltano le scelte nazionali, e degli
individui che ribaltano le scelte dei loro partiti. Per essere più precisi: la
margherita (con il sindaco uscente, che era stato eletto con il centro sinistra)
si è schierata con il centro destra. altri che facevano parte dello schieramento
di centro destra appoggiano un candidato sindaco che gode dell’appoggio del
centro sinistra. Non preoccupatevi in fin dei conti tutto si giustifica. Non
godeva, in tempi non sospetti, l’amministrazione regionale milazzo a Palazzo
dei Normanni, dell’appoggio dei fascisti e dei comunisti? erano anni di
barriere ideologiche insuperabili, ma nonostante tutto ciò è avvenuto, ed allora
perché non ripeterlo? Ci saranno senz’altro motivazioni diverse, uomini
diversi, una cosa sempre uguale c’è comunque, e ci sarà sempre, l’interesse
particolare e contingente di partito (si diceva una volta), personale, oggi!
Guicciardini docet! Ho trovato un paese, con circa, uno in più uno in meno,
duecento candidati. Famiglie divise per la presenza di più candidati all’interno
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delle stesse e persone con equidistante grado di parentela con diversi candidati,
che è, e sarà veramente travagliata al momento della scelta preferenziale.
Un paese straordinariamente strano, con una assenza di programmi e
programmazione inversamente proporzionale al numero dei candidati.
e dire che l’unica cosa di cui il cittadino medio di quella realtà, come della
maggior parte di molte realtà economicamente sofferenti, non è il giuoco
funestamente famoso delle tre carte, ma una semplice e lineare programmazione per soddisfare i bisogni primari dell’essere sociale.
aprire i rubinetti e vedere scorrere acqua corrente, uscire per le strade e
trovarle pulite, partire o tornare dal Paese e trovare i collegamenti adeguati,
poter fare una passeggiata nel corso principale senza essere investito o intossicato da «macchine umane». Questo delle macchine merita un capitolo a parte.
Per andare in piazza, comprare le sigarette, fare la spesa, andare a scuola,
passeggiare, è indispensabile prendere l’auto. Non solo, le macchine oltre a
sostituire le gambe delle persone ne sostituiscono rumorosamente la bocca: ci
si saluta strombazzando colpi di clacson, ci si ferma in pieno centro bloccando
ulteriormente un traffico già bloccato, per far chiacchiere da salotto! Si diceva:
torno per votare, voto per restare. Si diceva… ma questa è un’altra storia!
adesso ci interessa il presente ed il presente è fatto di persone che vanno,
vanno e non ritornano, né per votare, né per restare. ma in Italia siamo bravi
a risolvere i problemi, l’emigrazione non esiste più perché siamo tutti cittadini
europei, l’inquinamento (dell’acqua, dell’aria… di tutto) è sempre entro i limiti
perché ne alziamo i valori… ho parlato di Italia… e se anche qui a Piacenza
la politica diventa come quella di racalmuto? Può veramente essere che il
microcosmo di una dispersa realtà del Sud rispecchia o anticipa quella del
macrocosmo, in questo caso, nazionale?
le premesse politiche ci sono e, discendono da quelle nazionali, tutti i
partiti e gli schieramenti politici dicono ad esempio che la legge elettorale non
andava bene ed è stata cambiata, tutti dicono che quella attuale non va bene e
deve essere cambiata, tutti dicevano e dicono e diranno che i parlamentari son
troppi ed andrebbero dimezzati, tutti dicevano e dicono e diranno che l’esercito
italiano ha una funzione difensiva ma con l’avallo di tutti continuiamo a
mandare soldati e soldi in imprese militari, che non sono belliche ma di pace!
ma pensate veramente che il numero dei parlamentari venga dimezzato o
i loro stipendi, adeguati agli stipendi medi degli italiani? mi sono andato a
cacciare in un vicolo cieco, non ci sono vie di scampo!
e sì, quanti sono a Piacenza i candidati e le liste? e la gente che strombazza
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con le macchine? (poche, ma molti ahimè, lanciano cartacce e quant’altro dai
finestrini). ed i valori dell’inquinamento? ed il verde pubblico? e l’integrazione degli extracomunitari? I cittadini vigilano e si indignano? lo vorrei
tanto!
Come Candido di voltaire vorrei che la soluzione al migliore dei mondi
possibile fosse trovata nel lavoro, come il Candido di Sciascia vorrei invece
fare un sogno che non riguardasse solo la Sicilia, come il cittadino Candido
«qual sono e fui» vorrei, da parte di tutti, e soprattutto nel contingente, dai
candidati a queste votazioni, un po’ più di serietà ed onestà, per continuare a
Piacenza come a racalmuto, non solo a sopravvivere ma anche a vivere!
Panorama di Racalmuto
Pubblicato il 14.05.2007
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Scrivere per non dimenticare: la scrittura come speranza
avevo voglia di fare una chiacchierata su Sciascia, di quelle che si fanno
nei bar, d’estate nei paesi.
riportare alla memoria, fatti, luoghi, accadimenti, cosi come spesso fa
Camilleri con i suoi libri. Il vivace Camilleri che come barbaro berbero usa la
scrittura come scimitarra, mentre Sciascia invece , partendo dal manzoni,
usava la scrittura come fioretto. e dal punto di vista stilistico, il Nostro per il
‘900 rappresenta nella ricerca linguistica ciò che per l’ottocento ha rappresentato
il manzoni.
ma fare un incontro e parlare di uno scrittore, come Sciascia, è un impresa
non da poco, la vastità delle pubblicazioni e dell’operato, con le implicazioni
annesse e connesse, lascia perplessi, bisognerebbe non fare un solo incontro
di una serata di metà settimana, come stasera, ma programmare una serie di
incontri, con temi diversi che possano in qualche modo fare emergere i diversi
risvolti dell’opera sciasciana. ed allora lasciamo l’analisi propriamente letteraria
e cerchiamo di attualizzare gli eventi che questi fatti letterari hanno determinato.
Ho pensato sarebbe stato meglio parlare di Sciascia considerando la
quotidianità del rapporto dello scrittore con alcune vicende del suo paese,
discuterne come passeggiando con le persone e nei luoghi a lui cari, ed è per
ciò che mi sono ricordato di un filmato degli anni ‘80, che ha per titolo «Il
sogno della ragione», un viaggio intorno a Sciascia.
la scelta di iniziare il servizio su una vettura delle ferrovie, forse non è
casuale, visto l’amore dello scrittore per i viaggi in treno e perché nulla ci vieta
di pensare che l’affermazione che «l’uomo è cittadino del mondo» probabilmente
elio vittorini l’ebbe a pensare, se non a scrivere, alla stazione ferroviaria di
racalmuto dove il padre prestava servizio.
Nell’intervista, una delle prime battute richiama Borges: la mia nascita è
posteriore alla mia residenza. ed infatti, così come per Borges la letteratura
non è altro che un giuoco: con l’eternità, coi miti e gli specchi; per Sciascia è
un altro giuoco: con la tradizione e, con il potere. Quindi il Nostro, risiedeva
a racalmuto ancor prima di nascervi! ed allora da lì bisogna partire, girare il
mondo ed inevitabilmente ritornarci.
Sciascia-racalmuto binomio inscindibile, già dall’origine del termine,
arabo l’uno e l’altro: il cognome, dovrebbe significare una particolare bardatura
di cavallo (o velo da sposa – secondo il messana – storico racalmutese) il
paese, villaggio abbandonato o paese morto.
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In realtà, gli arabi trovarono un villaggio che era stato abbandonato, non
sappiamo di preciso se in seguito a una qualsiasi pestilenza oppure proprio per
paura della loro venuta, fatto sta che il nucleo abitativo venne ricostituito un
po’ più a valle.
Il Paese è in quasi tutti i libri di Sciascia. Si appartengono reciprocamente,
ed i racalmutesi, primi attori o comparse, ci si ritrovano, qualcuno non a caso
ha detto e continua a dire: «nel libro ci sono io, preciso preciso, come mi fossi
guardato allo specchio!».
racalmuto, oltre che nelle Parrocchie, sarà menzionato ed analizzato ne
Gli zii di Sicilia, Morte dell’inquisitore, Feste religiose in Sicilia, Candido –
ovvero un sogno fatto in Sicilia –, ed altre ancora.
racalmuto, un paese se pur dista solo 20 km dalla costa, può essere considerato come un paese dell’entroterra dell’isola, posto sull’altipiano dei monti
Sicani, da un lato un paesaggio nudo e desertico, il regno della zolfara, dall’altro
vigne, uliveti, mandorleti. Qui leonardo Sciascia nacque nel 1921 e più precisamente il 18 gennaio, morirà a Palermo il 20 novembre 1989; sarà seppellito nel
cimitero di racalmuto e sulla lastra di marmo orizzontalmente disposta è stata
incisa la seguente frase: «Ce ne ricorderemo di questo pianeta».
Quaranta anni di vita letteraria e politica che sono stati attraversati e segnati
dal Nostro.
Scrive Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene
via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante,
nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Ma non è facile starci tranquillo».
e Sciascia ci sta comunque tranquillo in contrada Noce, dove continuò a
recarvisi, soprattutto per scrivere, da Caltanissetta e poi da Palermo, anche se
venticinquenne ebbe ad affermare: «Quando saremo lontani da questo piccolo
paese in cui siamo nati e viviamo, quando finalmente ci sentiamo nascere dentro
amore e nostalgia per le cose che adesso ci circondano e mortalmente ci
annoiano… quello sarà veramente il nostro paese: perché la lontananza darà
dolci cadenze alla noia di oggi e all’ingiustizia; e diventerà un po’ amore quel
che ora è insofferenza e reazione».
lui si tiene sempre informatissimo di tutto ciò che accade a racalmuto:
dalle vicende politiche a quelle di costume.
Dei politici, del paese dice: «Tutti coloro che finora hanno amministrato
questo paese avrebbero di che vergognarsi…» ed ironia della sorte il sindaco
di oggi è un suo boy, nel senso che si è formato all’ombra dello scrittore, il
padre è stato collega insegnate ed amico di Sciascia e tanto si prodiga adesso
per la Fondazione. ed entra in scena, a questo punto Cammilleri, cittadino
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della vicina vigata (Porto empedocle) che oltre ad essere cittadino onorario
di racalmuto è anche il direttore artistico del teatro.
Il Sindaco restivo, su suggerimento del Cammilleri, ha tentato di cambiare
nome al teatro comunale «regina margherita», inaugurato personalmente da
Ciampi, in quello di Sciascia. Questa scelta ha provocato una grossa reazione
nel paese, un paese che comunque pur riconoscendosi nello scrittore, ha
reclamato con forza una identità propria, identità che rischia di scomparire se
tutti i luoghi dovessero allo scrittore essere intestati. C’era già stato il cambiamento di una via da regina margherita in via leonardo Sciascia, ad opera del
precedente Sindaco Petrotto, ciò aveva suscitato una larga reazione sulla
stampa nazionale e vivaci proteste da parte di varie associazioni monarchiche.
la presa di posizione del Consiglio Comunale, la petizione di cittadini, la
presa di posizione di personalità di primo piano (si ricorda anche l’intervento
sul Corriere della Sera di matteo Collura, pubblicato il giorno stesso che in
questo Circolo se ne era parlato), hanno fatto sì che il Sindaco restivo
recidesse dalle sue posizioni.
e quindi il teatro, che per essere restaurato ha richiesto un’impresa faraonica,
e si è realizzata solo e grazie alla volontà dello scrittore, ha mantenuto il nome
che aveva affascinato lo stesso Sciascia, che lì da giovane, aveva assistito alle
prime rappresentazioni teatrali ed operistiche.
al riguardo del sindaco va detto che fa parte di una generazione di giovani
che sono cresciuti intorno ad un foglio, un giornale cui lo stesso Sciascia aveva
suggerito il titolo un pò alla francese «malgrado Tutto» – malgrè tout. In
questo foglio hanno scritto autori come Bufalino e Consolo e giornalisti
altrettanto noti.
Pochi lo sanno, ma non è certo comune avere in un paese di circa diecimila
abitanti un foglio con quelle firme.
li, ad esempio, da ragazzo ha scritto anche Savatteri, che abbiamo
avuto il piacere di ospitare in questa associazione, per la presentazione dei
suoi I siciliani.
arrivando in treno a racalmuto, non si sa fino a quando, visto che lo smantellamento delle linee improduttive comprende anche la Canicattì-agrigento,
si imbocca un viale in discesa, adornato ai lati da due file di pini. Questo viale
era sovrastato da una vecchia centrale dell’ enel da tempo abbandonata e lì è
sorta la Fondazione Sciascia. Questa Fondazione era stata fortemente voluta
dallo scrittore e vi si era dedicato insistentemente negli ultimi anni, perché in
fondo poca fiducia aveva nei politici locali e più in generale nei concittadini
(nemo profeta in patria).
Si potrebbe dire che quest’edificio assurge a simbolo di un monumento a
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futura memoria, in realtà, dice qualcuno, si è preparato da vivo il monumento
che lo avrebbe ricordato da morto: la sua Perpetua, dove perpetua indica non
la domestica del prete, ma una tomba di famiglia, un monumento appunto a
futura memoria. Questo le malelingue!
mentre gli adulatori, abbiamo visto voler cambiare nome alle cose di cui
Sciascia era innamorato!
Il teatro e non solo, visto che anche la pescheria del paese è stata fatta fuori,
letteralmente demolita, perché dichiarato o fatto dichiarare corpo estraneo ad
una chiesa cui era appoggiata: la chiesa del Collegio di maria.
Purtroppo, e questo è comune malcostume, dove scorre denaro pubblico
è spesso un’alluvione di interventi e di manufatti più distruttiva di un’orda
barbarica, perché nello stesso tempo tutti sono amici e nemici: il sindaco, gli
amministratori, i cittadini… e la storia si ripete!
a proposito di personaggi e di teorie originali Sciascia scrisse: «racalmuto
è davvero un paese straordinario…, che ha una dimensione un po’ folle… tutti
sono come personaggi in cerca d’autore».
Ditemi se un personaggio come il professore Fulvio, personaggio di raffinata
espressione culturale e popolare non può non collegarsi ad uno dei personaggi
che hanno colorato il mare del colore del vino. Il professore Fulvio (me lo ricordo
quando ragazzo passavo ore ad ascoltarlo nelle «putii di vinu» impropriamente
bettole) sosteneva che racalmuto era al centro dell’universo, perché la via
appia che, collegava roma alle provincie africane, passava proprio sotto la
piazza e la matrice. ed era per riportare alla luce questo monumento, la via
appia appunto che la Chiesa madre, il Duomo, doveva essere abbattuto. Secondo
questa teoria, storico-matematica (perché si affidava anche a complicate formule
matematiche per convalidare questa sua verità) racalmuto era al centro del
mondo di allora e dell’universo di oggi.
Questo il paradosso: la chiesa è chiusa da circa 30 anni ma non per scavi
archeologici come avrebbe voluto il nostro prof. Fulvio, ma per restauri, si
dice… si dice anche per interessi che ruotano intorno agli appalti per il
restauro… si dice… (muta la parola).
e visto che di chiese si parla, c’entra forse qualcosa con l’eretico Fra Diego
la matina? Frate dell’ordine degli agostiniani, «famoso non per la sua eresia che
professò, e di cui nulla si seppe e si sa (sappiamo soltanto di un libro scritto di
sua mano con molti spropositi ereticali), ma per avere ucciso a colpi di manette,
durante un interrogatorio, l’inquisitore di Sicilia Juan lopez de Cisneros».
Fatto sta che il nostro sentì molto il fascino di questo monaco racalmutese
ed il libro In morte dell’Inquisitore altro non è che un atto di accusa contro
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ogni forma di intolleranza religiosa, e Sciascia riesuma questo personaggio
che la tradizione popolare aveva cercato di rimuovere dalla memoria collettiva,
perché il senso comune, allora come adesso, aveva condannato chi al potere
si era opposto.
Per inciso va detto che numerosi sono stati i gesuiti, si badi bene gesuiti,
cui il paese ha dato i natali. tra questi un «papa nero» Nalbone S. J., Generale
dei gesuiti.
Nel 1984/85 una grande mostra venne allestita a racalmuto, era stata suggerita da Sciascia che partecipò in osmosi costruttiva all’allestimento, anche con
una bellissima prefazione al catalogo sul monoculus racalmutensis. Questi era
il pittore del 600 Pietro d’asaro, orbo di un occhio, conoscitore della pittura del
Caravaggio (sosteneva il prof. eugenio Napoleone messana che il Caravaggio
stesso fu a racalmuto, ospite del d’asaro), che operò oltre che in Sicilia a roma
ed a Genova. a proposito di pittura vorrei segnalare la diversità dell’essere siciliano con Guttuso, questi ad esempio, sosteneva che i migliori lavori li aveva
creati fuori dall’isola ed in particolare nella brumosa velate, in Brianza, lontano
dalla sua Bagheria, anche se da lì si fa spedire tutto ciò che gli serve a dipingere
un capolavoro come la «vucciaria». Frutta, carne, verdura, pesce che prima
dipinge e poi divora.
Sciascia si era detto mantiene costantemente i rapporti con il paese e della
vita del paese sa tutto, ad informarlo provvedono oltre agli amici, soprattutto
suo cugino Nanà, diminuitivo di leonardo, solo che per lui, come avveniva
per le persone poco note, si anteponeva il cognome al nome. Fumatore anch’egli
di tenace concetto, passeggiavamo spesso insieme intere mattinate nei tiepidi
assolati inverni isolani. e fu lui, a riferire di un viaggio fatto in russia, ex
UrSS, di un certo Pippo di Falco, attuale componente del consiglio comunale,
credo faccia parte anche della giunta come assessore, che ricopre un incarico
di grande responsabilità a livello nazionale nella CIa, non quella americana
ma più semplicemente quella agricola italiana.
Questo a dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, che non c’è quindi
scarto tra l’essere un semplice racalmutese ed il ritrovarsi, con qualche leggero
aggiustamento, ad essere protagonista di un libro di Sciascia in questo caso,
Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia.
Pippo era un giovane comunista che si era recato nell’UrSS, quando il
muro di Berlino divideva ancora non solo l’europa, ma il mondo intero, in
blocchi.
Candido è un racconto che riprende il titolo e l’impianto del romanzo
dell’illuminista voltaire. l’ironia prende il sopravvento nella narrazione delle
alternative politiche sperimentate dal protagonista, alla vana ricerca della felicità.
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lo scrittore si vedeva, di tanto in tanto, d’estate soprattutto, passeggiare
in paese attorniato da amici. Schivo nell’intraprendere discussioni, amava
ascoltare, «chi si dici?» era solito chiedere.
l’ho incontrato qualche volta alla libreria Flaccovio di Palermo, e mi ricordo
in particolare una discussione, che riguardava majorana.
era uscito in quei giorni La scomparsa di Majorana, tutti sapranno che
il libro tratta la vicenda di un giovane e brillante fisico, misteriosamente
scomparso nel ‘38.
Italiano e siciliano, italiano per il ruolo che ha avuto e la rilevanza scientifica,
siciliano per il particolare carattere solitario e solipsista, come quello tipico di
molti intellettuali isolani. la tesi del libro, era quella di far capire al lettore
che il majorana, appunto perché uomo di profonda conoscenza scientifica e
d’intuito, fosse riuscito ad intravedere la possibilità della costruzione della
bomba atomica, e quindi a coglierne la drammaticità delle conseguenze nefaste
per l’umanità. In quella occasione io invece così mi espressi: se il concetto di
fondo e cioè che l’episodio della scomparsa dello scienziato possa essere utilizzata come denuncia delle responsabilità della scienza quando si mette al
servizio del potere, può essere condiviso; non condividevo assolutamente
l’idea che realmente il majorana fosse giunto alla possibilità di costruire una
bomba atomica e di coglierne gli effetti conseguenziali.
Questo, a mio dire, perché mancavano ancora degli importanti passaggi a
livello matematico, senza i quali l’atomica era impensabile (tesi tra l’altro
sostenuta anche dal nostro amaldi). la conoscenza di questi processi mi era
data dalla lettura di numerose pubblicazioni scientifiche visto che stavo lavorando
alla tesi di laurea di filosofia della scienza, che aveva per titolo: «le dottrine
epistemologiche di einstein».
Si era detto prima che il Nostro aveva seguito personalmente il restauro
del Teatro comunale, come il nascere della Fondazione, questo perché poca
fiducia nutriva per i politici locali e non solo, visto il giudizio negativo che
esprimerà quando sarà consigliere comunale a Palermo nel ‘75 o parlamentare
alla Camera nel ‘79. Se gli anni ‘60 sono stati caratterizzati dall’impegno della
lotta alla mafia, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, gli anni ‘70 sono
stati quelli dell’impegno politico Il contesto, Todo modo. Duro il giudizi sul ‘68,
tutta la generazione è accusata di velleitarismo (duro il giudizio su Danilo
Dolci). la sua posizione è molto vicina a quella di Pasolini, con cui aveva una
fitta e nutrita corrispondenza. e sappiamo quale era stato il legame di Pasolini
con il suo paese, quello contadino friulano prima, quello del sottoproletariato
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cittadino e romano in particolare, dopo. Sciascia come Pasolini, un tema da
approfondire, perché hanno delle affinità notevoli: tutti e due infatti hanno
rappresentato la coscienza critica del sistema Italia, ed hanno dimostrato come
incisivo era e doveva essere il ruolo dell’intellettuale, al di là di qualsiasi
organicità di gramsciana memoria.
Tutto ciò per sottolineare il fallimento della politica, che sosteneva Sciascia
esserci, soprattutto nel campo della giustizia. Tema sempre attuale in Italia,
vedasi al riguardo il libro Porte aperte che ad un giudice racalmutese si ispira:
il giudice Petrone, che fino al ‘69, anno della sua morte, veniva a villeggiare da
Palermo, dove aveva esercitato il ruolo di giudice, in campagna a racalmuto.
e così come la politica falliva miseramente a livello nazionale con l’uccisione
di moro così qualche manciata di anni dopo la politica falliva miseramente
nel suo paese, dove mancanza di lavoro e di qualsiasi forma di prospettiva
generava stragi nelle piazze, che stavano lì come un atto d’accusa, a dimostrare
ancora una volta, ce ne fosse stato bisogno, che racalmuto non è il paese della
ragione, titolo con cui è stato fregiato il paese da qualche amministratore da
poco, ma «sia lontana la realtà di questo paese dalla verità e dalla giustizia,
quindi dalla ragione».
aldo moro era stato ucciso nel ‘78 (l’Affaire Moro); il Gen. Carlo alberto
Dalla Chiesa, già cap. Bellodi de Il giorno della civetta, è stato ucciso nell’82:
«Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non
dimenticare» ebbe a dire il Nostro in quell’occasione; (nell’87 la polemica sui
professionisti dell’ antimafia); Dieci anni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa nel
‘92, Falcone e Borsellino salteranno in aria, il pool antimafia sarà smantellato,
gli affari continuano a fruttare: «munnu è, e munnu è statu» (il mondo è sempre
uguale a se stesso), purtroppo! mi permetto di aggiungere io.
e visto che a racalmuto abbiamo gironzolato, facciamo una capatina in
municipio, perché proprio lì c’è un elemento architettonico che ha sempre
affascinato lo scrittore, e che è stato usato a metafora anche del carattere dei
siciliani: lo stemma comunale.
vi è raffigurato un uomo nudo con l’indice sulle labbra, in segno di silenzio,
che guarda una torre. Nel cartiglio la scritta in latino: «nel silenzio mi fortificai».
Questa raffigurazione la dice lunga proprio sul carattere dei siciliani e sulla
loro capacità espositiva, più che alla parola ci si affida allo scritto, e scrivere
a Sciascia riesce sicuramente meglio che il parlare. Non solo, perché per il
Nostro è meglio spesso tacere che parlare.
Si potrebbe collegare anche alle avversità storiche: «calati iuncu ca passa
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la china», (abbassati giunco che passa la fiumana). e Sciascia ha scritto fino
ad arrivare all’ultimo libro: Una storia semplice, pubblicato il giorno della sua
scomparsa!
Bellissimo il film con lo stesso titolo di emidio Greco del ‘91 con Gian
maria volontè ed anche per questo straordinario attore, credo sia stato l’ultimo
film da protagonista prima della morte, come il Nostro! Dello stesso Greco
nel 2001 abbiamo visto Il consiglio d’Egitto con una stupenda interpretazione
dell’attore piacentino Tommaso ragno, nelle vesti dell’avv. Di Blasi.
Sulla trasposizione cinematografica delle sue opere molto vi sarebbe ancora
da dire, visto che si sono impegnati registi come elio Petri (A ciascuno il suo
nel ‘67 e Todo modo nel ‘76), Damiano Damiani (Il giorno della civetta nel ‘68),
Gianni Grimaldi (Un caso di coscienza nel ‘70), Francesco rosi (Cadaveri
eccellenti nel ‘76 tratto da Il contesto), aldo Florio (Una vita venduta nel ‘76,
tratto dall’Antimonio), Gianni amelio (Porte aperte nel ‘90).
Si può a questo punto dire che il cerchio si chiude: scrittore di gialli (a
proposito di gialli sarebbe interessante analizzare le analogie con uno scrittore
svizzero quale il Dùrrenmatt) che parlano di mafia, mafia ancora arroccata ad
una realtà rurale o di piccoli appalti, finisce con l’essere scrittore di mafia a
noi più vicina: quella del traffico di droga, del trafugamento di opere d’arte,
quella dove, poveri noi! tutta la società è stata permeata di affarismo e d’interesse
mafioso: la chiesa (l’uomo vestito da prete), la polizia (il commissario ed anche
il questore) ed infine il procuratore che si distingue per la sua incapacità al
«ragionare».
Il viaggio, a questo punto potrebbe finire dove è iniziato, a racalmuto, ma
potrebbe ricominciare... e nonostante tutto o meglio come avrebbe detto Sciascia
alla francese malgrè tout (ricordate il giornale di paese da lui caldeggiato) c’è un
atto di fuducia nello scrivere e nella libertà: «quale che sia la materia, triste o
disperata… c’è della disperazione, ma c’è l’allegria della scrittura… Lo scrivere
è sempre un atto di speranza» e conseguenzialmente diventa un atto liberatorio
«Dio è morto, Marx è morto ed io mi sento bene, voglio essere libero!».
Nota: Scritto in occasione dell’incontro del 15.03.2006, all’associazione Culturale luigi
Pirandello di Piacenza. «Appunti per un viaggio attorno allo scrittore» – Sciascia parla
di Sciascia – seguito dalla proiezione del filmato di M. Pia Farinelli «Il sogno della
ragione».
Pubblicato il 07.06.2007
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Il mio ‘68
Bellissima l’idea di libertà di portare avanti dei servizi monotematici sulla
città. Focalizzare i quartieri e/o le frazioni, gli eventi di spettacolo e culturali,
il Po ed i fiumi e le vallate ed i borghi della provincia; vuol dire fare una operazione che trasforma il nostro giornale da quotidiano, semplice registratore
di eventi ed accadimenti, (rosa, neri o di qualsiasi altro colore), in un organismo
di promozione civile e culturale, in un motore di stimolo alla politica ed alla
società civile tutta.
Questo preambolo per dire che ho apprezzato tantissimo questa scelta
editoriale che tanti dibattiti ha stimolato.
Personalmente mi sono sentito stimolato ad intervenire su un dibattito che
ampio spazio ha trovato in questo periodo sul giornale, un argomento quale il
sessantotto, che oggi nel quarantesimo rivela ancora l’urgenza del confronto e
della discussione su temi sempre attuali, che da quel movimento erano stati
posti in evidenza e ritenuti di vitale importanza.
vorrei dare una mia personale visione di quel movimento, da una angolazione diversa da tutti gli altri punti di vista che finora si sono succeduti. Nel ‘68
ero appena quindicenne, un liceale quindicenne, di un paese sperduto
dell’estremo sud. Un ragazzo che abitava a racalmuto e frequentava il liceo ad
agrigento. Una provincia che è un’isola nell’isola e che con altre due province
siciliane formavano il triangolo della fame, in opposizione al triangolo dello
sviluppo economico ed industriale rappresentato allora da Genova, Torino e
milano. ero giovanissimo allora, ma come tutte le nuove tendenze culturali il
‘68 arrivò al Sud con qualche anno di ritardo, quindi dopo, di preciso non saprei,
comunque è un fenomeno che si può collocare storicamente più che fine anni
sessanta, inizi anni settanta. Nell’età giusta per parteciparvi a pieno titolo, con
le azioni tipiche del caso. azioni tipiche: occupazione del liceo, manifestazioni
di piazza, volantinaggio, vendita giornali, creazione di un foglio dattiloscritto e
ciclostilato che si chiamava, provate ad indovinare, «Il rivoluzionario» (di cui
gelosamente conservo ancora qualche copia).
adesso le immagini mi scorrono davanti, elementi reali e materiali frammisti a pennellate di sentimenti e sensazioni intimiste. Tutto ciò crea un effetto
dissolvenza, un effetto che impedisce di fare una analisi fredda, precisa e puntigliosa dei fatti. e sono passati 40 anni! la difficoltà ad analizzare quegli
eventi è chiaro, dipende dall’essere stati coinvolti, e dall’essere stati coinvolti
nel momento in cui lo sviluppo materiale della crescita fisica in divenire si
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mescolava in un unicum alle più intime e profonde vibrazioni dell’animo, (il
ribollire del brodo primordiale del diventare individuo).
l’età della prima giovinezza, è l’età dei primi amori, è l’età in cui tutto ciò
che si fa ci coinvolge, – come l’estasi i santi –.
Il politico è stato il personale, tout-court! Scrisse qualche anno fa, come
presentazione in un catalogo ad una mia mostra di pittura un politico, assessore
comunale, Totò Sardo: «…una lunga amicizia mi lega a Carmelo Sciascia, ci
conosciamo da oltre 35 anni, da quando nell’autunno 1968, ancora adolescenti, incominciammo a viaggiare come studenti pendolari da Racalmuto ad
Agrigento per frequentare il liceo. Erano gli anni della contestazione: da lì a
qualche mese sarebbe scoppiato il Maggio francese (1967) e dopo l’autunno
caldo italiano(1969). Incominciavano ad imperversare le lotte operaie, prendeva corpo il Movimento Studentesco, le nuove generazioni venivano prese
dal mito del “Che” e di Ho Chi Minh, scendevano nelle piazze contro l’imperialismo americano, sognavano la Rivoluzione e vivevamo nella illusione
dell’avvento di una società senza classi, senza sfruttati ne sfruttatori». anche
noi, poco più che ragazzini, affascinati da queste idee di uguaglianza e di libertà iniziammo la nostra militanza nelle file della FGCI prima e del PCI dopo
assieme ad altri amici comuni: enzo alfano, Giovanni Chiodo, Pino volpe,
Federico martorana, Pippo Di Falco, angelo lauricella, luigi Capitano, Pio
martorana ed altri ancora.
Questi nomi, avendoli conosciuti molto bene mi aiutano a comprendere
meglio cosa è stato per me il ‘68, e lo voglio esprimere più in poesia che nella
fredda analisi politica cui ci aveva abituati la paxis comunista che partiva
dall’autocritica per giungere alla critica, come dalla politica internazionale si
giungeva poi all’analisi della politica nazionale e di poi a quella locale. Si
potrebbe partire dai tanti chilometri che si percorrevano a piedi per giungere
da casa alla stazione ferroviaria del paese e poi arrivati ad agrigento, dalla
stazione al liceo, in tutto circa cinque chilometri, percorsi in fretta ed in ansia
perchè spesso il treno giungeva in ritardo ed il preside, un certo Cecè, legato com’era ad una visione autoritaria ci accoglieva con il cancello chiuso. Chiudo
questa parentesi dalle tinte cinematografiche neo realiste (mi viene in mente quel
bellissimo film «Un ragazzo di Calabria»), per tornare al discorso sugli amici.
amici, con i quali si condivideva, quasi tutto, i viaggi in logore cinquecento, confidenze sentimentali, discussioni interminabili sul senso del comunismo e della libertà. l’oggi non esisteva, parafrasando lidia ravera, si può
dire che avevamo solo ali, sogni… senza pensare ai bisogni! Sarà anche per
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questo se alcuni dei nomi su menzionati non sono più tra noi! e dire che sono
stati poeti e pensatori ma… soprattutto sognatori. Qualcuno è ancora tra noi,
con cariche e prebende, probabilmente chi ha pensato a risolvere nell’immediato
i propri bisogni. Qualcun altro si è trascinato negli anni sempre in modo
ondulatorio tra sogni e bisogni… è sopravvissuto in un mondo proprio, avulso,
isolato, qualcun altro ancora si è mimetizzato nella mediocrità, nella quotidianità,
in ciò che oggi rappresenta il modello-cardine della società, il borghese che
può vantare nel proprio biglietto da visita, qualche titolo onorifico.
mi tornano, di tanto in tanto, alla memoria canzoni tipo Signora Contessa
e simili e li sento come lontanissime nel tempo, ricordi da rimuovere quasi, ma,
poi ascolto «Compagni di scuola» di venditti e rivivo il senso di allora che continua nell’oggi con canzoni come «eravamo quattro amici al bar» di Gino Paoli,
ed ascolto e canticchio addio lugano Bella e capisco che il senso dei sogni di
allora non è finito, e come vecchi alpini di fronte ad un bicchiere di grappa, mi
commuovo e piango nel ricordo di scene di film come «uomini contro».
Cos’era e cos’è oggi il ‘68? Una domanda che potrebbe avere tante risposte
retoriche.
È stato ed è l’anelito di cambiamento e di libertà di ogni nuova generazione.
e la retorica con il suo rimando continuo, ci fa forse giungere a qualche
verità.
Del ‘68 ricordo i comizi politici con emanuele macaluso allora segretario
regionale in Sicilia del PCI, e le serate di recital di poesie con Ignazio Buttitta,
e le serate con le canzoni gridate di Franco Trincale e le melodie strazianti
delle canzoni di rosa Balistreri, ed il vino… il vino (non era ancora conosciuto
il nero d’avola, c’era solo «vinu buonu e vinu tintu» e credetemi era quasi tutto
vino «tintu».
C’era un professore nel mio paese eugenio Napoleone messana, era stato
sindaco, è stato storico e poeta, forse sarebbe stato meglio definirlo un poeta
della storia e della politica. a casa di eugenio, si andava la sera a parlare di
politica, di rivoluzione, di intrighi e complotti locali, lui ci metteva il vino,
così ci invitava, noi dovevamo portare la salsiccia.
e la politica era la vita, il sangue che ci alimentava come latte il poppante.
Forse sarebbe meglio dire come il vino…
le patate bollite delle bettole, le uova sode, le lumache, ed il vino… può
essere questo il ‘68?
ebbene sì, è stato, se non solo, anche questo. Si sentivano le urla
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dell’attentato alla Banca dell’agricoltura di milano, le urla degli attentati di
Piazza della loggia a Brescia, le urla dei braccianti di avola e di Battipaglia.
ed intanto i treni degli emigrati dal mio paese continuavano a partire per
l’estero, il Belgio, la Germania, si tornava qualche volta per votare ma, non si
avverava mai un vecchio slogan che nella seconda parte diceva che si votava
per restare. Perché il ‘68 partito da Berkley, passato da Parigi, dalla statale di
milano, da villa Giulia di roma, poi giungeva anche al Sud, quel Sud che per
buona parte specchiava ancora la realtà descritta dalle Parrocchie di Regalpetra,
una realtà che spesso veniva assimilata dalla cultura marcusiana del settentrione come sottosviluppo indiano, lo stesso Danilo Dolci non capì mai appieno
la peculiarità della realtà siciliana, pur vivendoci degli anni (anche se per inciso
debbo dire che è stato bello il convegno che si è tenuto a Piacenza qualche
tempo addietro su Danilo Dolci e la sua scuola).
ed i Quaderni Piacentini… ebbene sì, anche questi erano cercati e letti, al
mio amico Pippo ne manca solo un numero e mi chiede sempre di procurarglielo, ma puntualmente dimentica di dirmi quale… sarà un modo, quando ci
incontriamo per illuderci che lo scorrere del tempo non ci appartiene!
Il cercare di affermare il proprio ideale di «potenza», il sentirsi fuoco tra i
fuochi come su una lunghissima spiaggia nelle notti di ferragosto. e’ amare
ed odiare il mondo, amarlo in ciò che di simile ha con noi e di odiarlo in tutto
ciò che alla nostra meta è di ostacolo.
Il ‘68 è il posto della mia anima (liceo ed università) come poteva esserlo
per un operaio la propria fabbrica.
Il ‘68 è il mio paese, come può esserlo il paese nativo per l’emigrato.
Il ‘68 è la voluttà del corpo.
Il ‘68 è esperienza dei sensi ed anelito al loro superamento.
Il ‘68 è stato il barlume iniziale della conoscenza.
Il ‘68 è stato lo splendore di ogni conoscenza ed il dolore che da essa deriva!
Il ‘68 è stata la primavera di Praga.
Il ‘68 è Guccini e le sue canzoni… è Buttitta e le sue poesie.
Il ‘68 sono le donne che abbiamo amato e che amiamo.
Il ‘68 è ciò che ancora ci fa riempire di sdegno di fronte alle ingiustizie.
Il ‘68 è ciò che ci fa porgere la mano al diverso.
Il ‘68 è la poesia del mondo che ancora, malgrè tout, ci fa vivere!
Pubblicato il 10.10.2008
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Considerazioni letterarie sulla sirenetta
Dovrei studiare un po’ di diritto, ho un esame fra un mese circa, ma non so
perché (o forse lo so talmente bene che ne nego la consapevolezza con l’ignoranza), i miei pensieri vagano, aiutati in questo, dal leggero ticchettio della
pioggia autunnale, verso arcane riflessioni letterarie.
Ho letto, come tantissimi altri lettori, visto che è sempre ai primi posti nella
graduatoria dei libri più letti e venduti (a volte mi chiedo se c’è reale corrispondenza tra libri comprati e letti, conosco persone che hanno scaffali, librerie
ma anche stanze intere piene di libri, ma ne hanno letto ben pochi, ahimè!), il
volumetto di Camilleri dal titolo Maruzza Musumeci edito da Sellerio.
leggo quest’autore sempre volentieri perché mi riporta, mi rimanda
sarebbe meglio dire, ai ricordi delle estati siciliane della mia fanciullezza, visto
che adesso, non sapendo bene quando inizia la maturità, penso di vivere la
giovinezza!
maruzza, donna bellissima e strana, che divora il suo Ulisse, quello storico,
per sposarne un altro, quello della cronaca quotidiana, un pò quello che fanno
le donne tutte: l’«uccisione» del principe azzurro per la sicurezza del focolare
domestico.
ma il punto non è Camilleri ed i suoi libri, quanto, la riflessione che mi ha
fatto scaturire. ed è la seguente. Il Nostro narra di una sirena, di una sirena
che si fa donna, per vivere come gli umani una storia di privazioni e sofferenze,
come redenzione per ritornare nello stato primordiale di sirena, o meglio, per
perpetuare la storia mitologica di una creatura immaginaria di cui l’uomo non
può farne a meno. ma il punto non è questo! È il rimando appunto alla sirena
e quindi alla sirena nella letteratura, alla sirena come rimando della realtà
femminile tout court.
ed allora, eccoci catapultati all’improvviso in compagnia di omero, solo
Ulisse sfugge alla morte, facendosi legare all’albero della nave, mentre i suoi
uomini sono resi sordi con tappi di cera agli orecchi.
Un’altro eroe che si salva è Giasone con la nave degli argonauti, perché
un fuoriclasse canoro come orfeo le sconfigge in campo canoro. ma se
andiamo ancora indietro le sirene le ritroviamo nella tradizione orientale, con
la metà del corpo aerea anziché acquatica, e cioè con il corpo metà donna e
metà uccello, le arpie. mostri che facevano naufragare i naviganti per divorarli.
Bellissima la descrizione delle arpie, dal punto di vista fisico di Durrenmatt
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nell’indimenticabile opuscoletto «la morte della Pizia», incommensurabile il
favoloso ed intrinseco valore filosofico dello stesso. ma sorvoliamo.
la sirena che a noi piace ricordare è la bellissima creatura, metà pesce
metà donna, donna dalle splendide sembianze nordiche come quelle indicate
da andersen nella Sirenetta, pesce dalle splendide squame argentate, dalla
cintola in giù.
Il danese andersen – chi non ha visto la splendida scultura della sirenetta
di Copenaghen? – e siamo giunti all’ottocento. ma ne è piena la letteratura
ossianica nordica e mediterranea. e non solo europea, basti pensare al racconto
ligeia dell’americano edgard allan Poe. Nome mutuato dal nome di una delle
tre sirene della cultura classica – Partenope, leucosia, ligia –.
Un uomo ci parla della propria donna, stupenda la descrizione dei tratti
fisici che sarebbe lungo ripetere, ma che invito il lettore attento a rivedere, la
donna muore, viene sostituita, con un secondo matrimonio da lady rowena,
ma nell’atto stesso in cui costei muore, rivive con le sembianze di ligea. Come
dire: il primo amore non si scorda mai! e come non ricordare la valenza salvifica del vampiro? – mors tua, vita mea! – o meglio, la morte che ritorna vita,
per dissanguare e fare nello stesso tempo rivivere le proprie vittime, questa è
comunque un’altra storia, in questo nostro piccolo caso consideriamo solo
come corrispettivo maschile della sirena il Tritone, il figlio di Poseidone, Dio
del mare e della nereide anfitrite.
e, per tornare alle italiche memorie come non ricordarsi del bellissimo
racconto di Tomasi di lampedusa: lighea. lighea è il nome dato al racconto
dalla moglie, la sirena è più esatto dire.
Scritto, anzi narrato dall’autore stesso, quasi atto notarile, prima della morte.
e cosa c’è di più tragico e più violento dell’amore e della morte? e della
storia aggiungerei io!
la collocazione storica è durante il fascismo e si evince facilmente qual è
la considerazione del Nostro riguardo al minculpop, mentre in seguito, durante
la liberazione, gli alleati bombardano Palermo cancellando residui di civiltà
antiche, delusione e stanchezza, come, se non ancora maggiore, del Gattopardo;
e quanta attualità: «I libri furono depositati nel sottosuolo dell’Università ma
poichè mancano i fondi per le scaffalature essi vanno imputridendo lentamente», questa la frase che chiude il racconto. era la proiezione dei tagli che
saranno effettuati in seguito alla riforma Gelmini? I tagli nell’istruzione e nella
cultura, purtroppo in Italia, non sono stati prerogativa di moltissimi, ahimè, se
non di tutti i governi che si sono succeduti, almeno negli ultimi decenni?
– 31 –
ma torniamo a noi, alla sirena! al valore e significato della seduzione
femminile, lighea è una giovane sedicenne (qual è quella donna che non è
bella a sedici anni? – la bellezza dell’asino, direbbe un piacentino), ha i denti
aguzzi e si riga di sangue il mento, mentre si nutre con la carne viva di pesci,
la voce «un po’ gutturale, velata, risonante…» di ex fumatrice direi quasi…
ed è incantevole, provate a ricordarvi la particolare sonorità di qualche amica
che ha rinnegato Tabacco!
la presenza stessa della sirena è trasgressione della realtà, dove per realtà
si intende l’espressione del paesaggio costiero isolano, ma nel momento stesso
che lo trasgredisce lo esalta, lo divinizza, è facente parte di una natura dove
hanno soggiornato gli dei.
Il paesaggio come metafora della rappresentazione erotica, trait d’union
tra il fantastico ed il reale, solare giaciglio dove dispiegare tutta l’energia
sensuale, che sarà narrata in seguito.
a volte mi perdo in questi divertissement letterari, ma sempre con i piedi
piantati per terra sto, cosa volete, in fondo sono un semplice impiegato statale,
uno dei tanti «fannulloni» direbbe Brunetta!
Uno che ama l’otium al negotium, nell’accezione latina, direi io!
Questo discorso sulla sirena lo sto facendo perché oltre ad essere stato
stimolato dal successo letterario di Camilleri, sono stato colpito anche da
un’altra coincidenza, a Piacenza si terrà in primavera uno spettacolo teatrale
al municipale, la Sirena tratto appunto dal racconto di Giuseppe Tomasi di
lampedusa, e sarà interpretato da un artista come luca Zingaretti, niente poco
di meno che dal commissario montalbano «in pirsona pirsunalmente», direbbe
Catarella, di televisiva memoria.
Quando l’estate finisce, la sirena ritorna sotto gli abissi marini, con la
promessa che ci aspetterà sempre.
l’unico momento felicissimo che abbiamo vissuto in vita, ci rende fedeli
e casti sempre, come dire… di amore ce ne è solo uno, a volte forse anche
due… (che non è amore viscerale quello del professore del racconto per lo studio
delle antiche lingue?)
Il racconto finisce bene, come è giusto finisca un racconto solare e mediterraneo, il professore scompare in mare, si suppone, si ricongiunga alla sirena,
con l’unico, vero amore della sua vita, non come la triste fiaba della sirenetta
di andersen, dove gli amori restano chimere e sofferenza… o forse sto
sbagliando tutto, perché mi chiedo, nella vita reale… è proprio cosi?
Pubblicato il 19.12.2008
– 32 –
Discorso di un pittore su se medesimo
ringrazio tutti quelli che questo evento hanno reso possibile, perché questa
mostra è un evento, unico ed irripetibile, per il luogo, le persone presenti, le
opere e tutto il patos che questo mix riesce a sprigionare, l’hic et nunc! ed
entro subito nel merito delle considerazioni: ogni opera d’arte rappresenta
l’unicità di un evento ed esprime la solitudine dell’autore, a volte la disperazione.
– ed è per questo che a voi, più che parlare io, preferisco far parlare
direttamente l’animo mio –.
Ho scritto, un po’ di tempo addietro delle considerazioni sull’arte, partendo da
un libricino di rainer maria rilke (Lettere a un poeta), e mettevo in risalto delle
frasi che coincidevano con il mio modo di intendere la pittura. le opere d’arte
sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno che la critica.
e partendo da questa solitudine, può essere facilmente detto che solo una
corrispettiva solitudine, può entrare in sintonia con l’opera d’arte e con l’autore,
perché all’unisono possono provare le medesime perturbazioni dell’animo!
Come amanti: opera d’arte e fruitore, direttamente senza mediazione alcuna!
Cesare Sermenghi, così scriveva nel lontano 83: «In una terra, dove la
solitudine dei giorni a volte diventa un esilio e il mondo ideale, chiuso così
nel di dentro, limita la ricerca del piano di proiezione, l’incontro di un autentico amico assume la forza di un miracolo, sentendosi in quel momento di
avere guadagnato alla comunicabilità dell’animo il giusto interlocutore».
e Piero molinari nel 92: «un’urgenza espressiva determinata dalla convinzione che la pittura può essere mezzo e strumento di comunicazione, di riflessione
e di approfondimento personale ed interpersonale» quindi la pittura come esigenza personale di comunicare e di fare incontrare «solitudini» affinché possa
scaturirne un rapporto non solo fisico ma di conoscenza: «si tratta propriamente
di spirito, ed (ancora una volta) di anima… e ne proviamo un certo stordimento» questo scrisse nel 2003 il nostro carissimo amico, Stefano Fugazza.
Ho stralciato alcune righe per far capire che oggi trovate ed incontrate dei
quadri e vorrei mostrare come dietro ad ogni pennellata ci sia un pensiero, un
sentimento, un moto dell’animo, in una parola un pittore che in primis è un uomo
solo che vive e percepisce la vita solo perché riesce ad entrare in comunione con
voi, che siete fruitori ma istintivamente, attraverso i vostri sensi e la vostra sensibilità, riuscite a gustare l’opera per quello che vi trasmette in questo istante.
oggi, cercate, se vi riesce di incontrare questi quadri come l’amata, l’amato; e,
– 33 –
la magia dell’arte si celebrerà in quel rito che così bene ci ha descritto antoine
de Saint-exupèry nell’incontro con la volpe: «io non sono per te che una volpe
uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno
dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo».
Questo è l’incontro che deve esserci tra il visitatore e l’opera d’arte, ma
non in un tempo indefinito, ma oggi, in questo momento, nel momento in cui
si incontrano le solitudini e ci si accorge di non esserlo più!
Guardare un quadro è come ebbe a scrivere la Bruna milani, in una stupenda
poesia che mi ha dedicato e di cui estrapolo solo dei versi «…quando taci e pensi
e sorridi, – ti allontani senza muoverti – e approdi a chissà cosa di te…» ed in
una variazione della stessa poesia: «…è un volo di aquila fiero – il pensiero offerto
alle ciglia – che brilla e che sogna – e che non si arrende – alla vita com’è».
Non si arrende mai alla vita com’è, perché la vita è crescita continua, è ricerca,
è tensione continua, in una parola la vita è anche sogno, ed ognuno di noi, artisti
e non, il proprio sogno, cui tendere con tutta la tensione possibile, con il fascio
di nervi scoperti del proprio pensiero, ce l’ha!
ma oltre ai sogni ci sono i bisogni.
e la vita non è solo sogno, è quotidianità, e la quotidianità è fatta di cose
reali, di fatti.
«La pittura… ha dei contenuti che esistono ineludibilmente» scrisse il Dadati,
sottolineando il mio essere abbarbicato ed invischiato, come edera alla realtà
oggettiva del mondo reale.
ebbene sì! Io vivo «una realtà molto più materia e densa, molto più
raggrumata, cicatrizzata» di quella che probabilmente vivono gli altri. ma
non ho mai creduto alla poesia, ai sogni, come unica vera e sola realtà, ma
come necessità e coronamento di una vita che si nutre di carne e sangue.
l’incontro dell’artista con il fruitore è l’incontro tra il vampiro e la vergine:
nel mordere dà l’immortalità all’amata che, e questo è il paradosso, morendo
diventa immortale.
l’immortalità è quella delle emozioni, è l’urlo di munch che diventa l’urlo di
tutti noi umanità sofferente. Il fuoco ed i vulcani (miei) che diventano il calore
ed il propagarsi della lava come analogia del calore e della forza del sentimento
di ogni uomo, l’urlo delle forze della natura che diventa l’urlo del sentimento
umano.
Pubblicato il 09.03.2009 (discorso letto dall’attrice Paola del gruppo teatrale Le
Stagnotte, in occasione dell’inaugurazione della mostra di sé medesimo presso l’U.P.A.
di Piacenza il 27.02.2009 alle ore 17.00).
– 34 –
La trilogia narrativa di Camilleri
avevo dai giornali appreso di questa trilogia narrativa di Camilleri, l’ho
letta in ordine di pubblicazione credo, visto che leggo ogni libro appena fresco
di stampa del Nostro.
I libri facenti parte di questa trilogia sono: Maruzza Musumeci, Il casellante
ed Il sonaglio, editi rispettivamente il 2007, il 2008 e l’ultimo quest’anno.
avevo scritto tempo addietro che leggere i libri di Camilleri era piacevole non
tanto per il contenuto o per la forma linguistica, ma soprattutto come intrattenimento, era in altre parole, come trascorrere una piacevole serata al bar con
gli amici, la lettura serale dei suoi libri. la forma ho sempre creduto potesse
essere di ostacolo ad un lettore «settentrionale» o anche meridionale di seconda
generazione, ed in questo le vendite mi hanno sempre smentito, e non potevano
comprarli solo i siciliani questi libri, anche perché nelle classifiche delle letture
la regione Sicilia risulta essere agli ultimi posti. Dopo esser stato smentito dalla
bontà del linguaggio, lungi dall’essere «sciacquato» nelle rive dell’arno ed
anche dalla scuola isolana dei tempi dell’imperatore Federico, mi sono sentito
scalzato dall’altra convinzione: che fosse lettura amena di semplice e veloce
(anche se complice) serata da bar!
e di tutto ciò sono contentissimo. avevo in seguito alla lettura di maruzza
musumeci fatto delle riflessioni (pubblicate su questo giornale), e dei collegamenti con il racconto di Tomasi di lampedusa (magnificamente interpretato da
Zingaretti al municipale quest’inverno) e con altri racconti e storie intorno alle
sirene, da andersen ad edgard allan Poe. ma le mie osservazioni si muovevano
forse più da un punto di vista storico che propriamente letterario. adesso ho
finalmente scoperto e ne sono entusiasta, lo scrittore non di storie siciliane, (il
cantastorie alla Ciccio Busacca), ma il cantore di un sentimento universale ed
unico come l’amore. Una volta era più semplice parlare agli uomini con i miti
e di miti, i miti spiegavano tutto, il mondo fisico ed il mondo dei sentimenti.
adesso per la spiegazione del mondo fisico, del fenomeno, ci sono le scienze
che si fondono su procedimenti fisico-matematici, ma per la spiegazione
del mondo non visibile, del noumeno per dirla kantianamente, ci sono altre
scienze (?) quelle che spiegano le passioni, non basandosi su procedimenti
matematici ma basandosi proprio sui miti. ed allora ecco a proposito di passioni
e di amore che nel nostro caso interessa, venire fuori il discorso sui miti, e quali
miti sono più idonei a spiegarcelo se non i miti delle metamorfosi?
– 35 –
Una divinità come Giove, il capo degli dei, la carica più alta che essere
umano possa immaginare, si tramuta in animale, in toro per europa, in cigno
per leda. e numerosissimi sono nella mitologia antica queste trasformazioni,
trasformazioni che hanno alla base di tutto un sentimento di amore. e se il
capo degli dei si trasforma in animale per amore, può benissimo accadere che
ad un uomo succeda di amare un animale. « – amuri mè – dissi Giurlà stinnennosi supra di lei e abbrazzannola. – Bee – fici anita con una voci precisa
‘intifica a quella di Beba. e arridì». Queste righe terminano il racconto Il
sonaglio e rappresentano l’identificazione della donna (anita) con la capra
(Beba), ambedue innamorate allo stesso modo di un pastore ed il pastore allo
stesso modo ama una capra che non c’è più, perché morta ed una donna che
ne ha preso i modi, il sentimento che unisce i personaggi, umani o animali è
sempre lo stesso, uguale per gli uni e per gli altri: l’amore!
la storia è semplice: un pastore che si innamora di una capra, e poi alla
morte di questa, di una donna (una marchesina – nobiltà come divinità?), che
come la capretta si era innamorata di lui, fino a rischiare la morte se ostacolata.
Ne Il casellante la trasformazione riguarda ancora una donna, donna
minica, che dopo aver visto la «tragedia» che stravolge la sua vita, non vive
più, si limita a vegetare, si pianta e si annaffia, ed il marito Nino l’asseconda,
l’asseconda con pazienza e con una dedizione che può esserci solo se c’è solo
e vero amore, finchè…
Chi non ricorda Niobe che diventa sasso o Dafne che assume le sembianze
dell’alloro!
Donne che si trasformano per amore ed uomini che si trasformano per
sempre per un semplice atto d’amore.
In Maruzza Musumeci, maruzza è una donna-sirena che incontra il suo
Ulisse, un contadino, Gnazio, si sposano e continuano a perpetuare l’inscindibile legame tra le donne della sua famiglia ed il mare, generando una figlia
chiamata resina.
Donne che si trasformano, che amano e sono fortemente ricambiate, è
l’eterna storia dei sentimenti e dell’amore, è la storia di adamo ed eva che si
fa mito o viceversa, è comunque la storia dell’uomo e dei suoi sentimenti.
ed i racconti di Camilleri non sono raccontati come semplici «cunti»,
Camilleri non è il semplice cronista, diventa, il fine affabulatore, colui che
prendendoci per mano ci fa immergere in un mondo di favola, l’unico capace
di svelarci i misteri più reconditi dell’animo umano.
affascinanti romanzi, dove la storia ed il paesaggio si fondono, dove il
– 36 –
mare e la montagna sono l’identico palcoscenico dove ognuno di noi è
chiamato a recitare la propria parte, come in un teatro, siamo personaggi tutti
in cerca di un ruolo, di… no! Di un autore proprio no! Perché l’autore c’è,
anzi ci sono, e gli autori sono tutti coloro i quali hanno saputo rappresentare
bene i sentimenti e le passioni, da omero a virgilio, da Dante a… e perché
no, Camilleri?
La sirenetta
Pubblicato il 16.05.2009
– 37 –
Stefano, un amico
appresa la notizia alla lettura mattutina della libertà, pur sapendolo da
tempo, della gravità della malattia, della dipartita di Stefano, resto pietrificato.
Ho avuto col Nostro un rapporto molto particolare, l’ho sempre considerato
un amico, io che di amici, a volte credo non averne, fin dal momento in cui ci
siamo conosciuti.
era il 2003, dovevo organizzare una mia personale che mi era stata proposta
dal Comune di racalmuto, volevo fosse presente e presentata da un personaggio
di cultura, legato al mondo dell’arte, autorevole, ma cordiale, disponibile.
Conoscevo Stefano, come direttore della ricci oddi, per tutte quelle iniziative
che aveva progettato e realizzate nella Galleria, la domenica mattina, e che poi
sono state pubblicate in semplici ed eleganti libri. Ha dato modo così di fare
uscire la Galleria, da semplice luogo di deposito di quadri a teatro di incontri
e dibattito attuali. I molti letterati che sono venuti hanno portato area nuova,
contributi di idee nuove, una visione anche generale del dibattito attuale sull’arte,
hanno mostrato, come l’incontro di arte e letteratura potesse essere non un fine
ma la via per rivitalizzare una galleria un po’ chiusa in se stessa (come quasi
tutte le istituzioni piacentine e delle piccole province italiane).
Con molto impegno e pochi mezzi è riuscito a fare quello che siamo abituati
a veder fare con molti mezzi e scarso risultato (con mostre ahimé anche recentissime, purtroppo!). È riuscito a coniugare arte e letteratura con uno scambio
sinergico quasi naturale, come dovrebbe essere. Perché è difficile, se non impossibile, parlare e fare arte senza fare critica d’arte e per far critica è impossibile
senza mezzi, strumenti e conoscenza letteraria.
affermarlo teoricamente sembra facile, farlo non lo è affatto. Di questo
messaggio, ne ho fatto tesoro. ogni mostra che ho tenuto è stato sempre un
cercare una contestualizzazione letteraria, ho cercato di collegare l’arte visiva
a quella musicale, letteraria, poetica e filmica.
Dicevo, dovevo realizzare una mostra a racalmuto, in un Castello Chiaramontano che era stato restaurato e riportato a livello di fruizione accettabile. e
chi portare se non Stefano? Glielo proposi andandolo a trovare in Galleria, sua
dimora abituale, ha accettato, abbiamo realizzato.
e adesso penso sia stato sempre per quel suo amore verso la letteratura, in
questo caso per la letteratura del 900 (Pirandello, Sciascia, per fare solo due
nomi, logisticamente prossimi al luogo della mostra) che così bene conosceva
– 38 –
ed amava. ma soprattutto il richiamo di luoghi mitici, studiati ed ammirati fin
dal liceo. e vorrei riportare una frase della sua presentazione al catalogo che
si stampò allora: «Di fronte a quest’arte di robusta intonazione, costruita con
pennellate decise, quasi risentite, di una matrice che si vorrebbe definire
espressionista, rinunciamo subito, noi che osserviamo, alle sottigliezze del
pensiero lento, umbratile, crepuscolare; ci sentiamo invece trasportati – e ne
proviamo un certo stordimento – in una realtà lontana dalla nostra, affondata
in un tempo mitico, abitata da uomini parenti stretti degli dei, come è giusto
orgogliosi e sicuri di sé e appagati dal rapporto stretto che riescono a istituire
con la natura mitica e selvaggia in cui vivono».
…Ci sentiamo trasportati – e ne proviamo un certo stordimento… e lui
venne trasportato da questa sua grande ed inappagata curiosità, perché ogni
nuova conoscenza, umana o letteraria in senso lato, era per lui un essere trasportato, un andare incontro, un provarne un certo stordimento!
È questa la vera anima dello studioso, del ricercatore, dell’amante dell’arte,
è la molla che lo portava ad indagare, a studiare ogni fenomeno, a porsi con
umiltà di fronte ad ogni nuovo artista conosciuto, per questo a volte veniva
anche criticato!
Siamo in un periodo in cui ciò che più conta è forse l’apparire e l’arroganza,
la presunzione cui certi critici e bellimbusti televisivi ci hanno abituati. la
Galleria era stata posta al centro di un sistema del fare cultura cittadino, dove
ogni evento veniva realizzato con spontaneità e naturalezza.
Numerosi i cataloghi realizzati in più lingue, l’apertura ai nuovi strumenti
informatici, la progettualità di una galleria in continuo divenire, dove spesso
le opere di magazzino venivano rispolverate, esposte al pubblico, riconsiderate
da un punto di vista critico e rivalutate. a tale proposito basti pensare alle
esposizioni in comuni della provinca, rivergaro e Castell’arquato ad esempio.
alle idee sull’incremento dell’area espositiva con il palazzo dell’ex enel di
via S. Siro.
Io, anche se non ci vedevamo spesso, tenevo con lui un legame particolare,
fatto di sms, di impressioni su visite a musei o ad eventi culturali che mi capitava
fare in varie città. e la risposta alle osservazioni non si faceva attendere più di
tanto, immediata, precisa.
Il tutto era finalizzato ad essere argomento di discussione al primo incontro.
Ciao Stefano, ce ne ricorderemo di questo pianeta!
Pubblicato il 21.05.2009
– 39 –
Mostre Personali
1983
1985
1986
1987
1990
1991
1992
1994
2000
2003
2004
2005
2008
2009
2010
Biblioteca Comunale - Bivona (aG)
Biblioteca Comunale - Binasco (mI)
Palazzo Centori - vercelli
Galleria la meridiana - Piacenza
Galleria la meridiana - Piacenza
Salone Nelson mandela -CGIl - Piacenza
Galleria ars Italica - milano
Centro Culturale P.P.Pasolini - agrigento
Galleria la meridiana - Piacenza
Castello Chiaramontano - racalmuto (aG)
antica Tenuta Pegazzetta - Casteggio (Pv)
libreria Fahrenheit 451 - Piacenza
rist. Castelchiaramontano - racalmuto (aG)
U.P.a. Federimpresa - Piacenza
rap-presentazione Teatro verdi - Fiorenzuola
Pubblicazioni
1991
2003
la memoria facile
antologica
Piacenza
racalmuto
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Riflessioni sulla festa piacentina del P.D.
Ho frequentato in questi giorni il festival cittadino che si è svolto sui
bastioni di Porta Borghetto, mi interessava ascoltare dalla viva voce i tre
candidati a segretario di questo partito «festaiolo» che ha molto poco da
festeggiare da un bel po’ di anni a questa parte. Capire le loro proposte, senza
intermediazioni e lenti giornalistiche distorsive di qualsiasi colore e sfumatura.
Ho ascoltato nell’ordine Bersani, Franceschini ed in ultimo marino (sono
stati disposti in questo modo da una regia in qualche modo interessata, in ordine
alla probabilità di elezione? o secondo un preciso mandato sulla parità dei
partecipanti che vige in democrazia, l’ordine è stato affidato a sorteggio? Forse
sono supposizioni «supponenti» le mie, in realtà tutto è dipeso da personali
impegni dei candidati stessi – suppongo –). Qualche giorno dopo, ho ascoltato
lo spettacolo, il sabato – 5 settembre – prima della chiusura definitiva, di
Davide riondino. ed è da quest’ultimo che vorrei partire per delle considerazioni
politiche o supposte tali.
Il riondino era stato a Piacenza già almeno altre due volte: durante la
bellissima kermesse sul cibo di diversi anni addietro, che aveva visto la partecipazioni di cuochi e filosofi di notevole spessore di palato e di pensiero, a
Palazzo Gotico; in seguito, durante uno spettacolo in una serata tiepida a
Gragnano, anche questa inserita in una manifestazione più generale, in una
villa del centro, qualche anno addietro e, infine la serata di sabato al suddetto
festival. In tutte e tre le serate lo spettacolo è stato lo stesso, con qualche
leggera sfumatura, ma la struttura portante sicuramente identica, nelle canzoni,
nell’escursus storico con riferimento dagli anni 60 ad oggi, nella scelta e recite
delle poesie.
Così come i discorsi dei politici, la ricerca del nuovo doveva restare una
semplice ed immaginaria chimera, nel senso che le proposte, l’analisi della realtà
e la speranza del cambiamento che ogni politico deve saper trasmettere ai
cittadini, erano state dejà vu, – scontate, fin troppo! –.
Il nuovo che sarebbe dovuto venir fuori è purtroppo tristemente vecchio!
ecco perché lo spettacolo del riondino (piacevolissimo, per carità!), ripetitivo
purtroppo, era in sintonia con il discorso dei nostri politici aspiranti segretari.
Comunque la ricerca di qualcosa di nuovo che mi ero caparbiamente imposto
nel frequentare questa festa, è stata in qualche modo premiata: nei banchetti
dei libri esposti (sempre meno, per la verità, in queste feste come in tante altre
– 41 –
iniziative simili), ho trovato, alla non spiacevole offerta di un euro, la serie di
quattro libricini che erano stati pubblicati dall’Unità come supplemento al giornale
nel ‘93, editore l’Unità/Sellerio, direttore Walter veltroni (il nome qualcosa
suggerirà) i libricini erano dedicati a leonardo Sciascia ed erano una ristampa
di piccole storie, di «cronachette», di «faits», genere non nuovo nella storia
della letteratura ma che il Nostro aveva saputo elevare a pamphlet politico-sociali
come solo pochi avevano saputo fare, si pensi ad esempio, al j’accuse del
francese Zolà.
Chicca finale di questa raccolta l’appendice, niente poco di meno che cinque
articoli usciti sulla terza pagina dell’Unità tra il dicembre 1971 ed il febbraio
dell’anno successivo a firma di michele rago, Napoleone Colajanni, renato
Guttuso, emanuele macaluso e lucio lombardo radice.
Sono interventi che hanno in comune il «recensire» uno dei più controversi
romanzi del Nostro: Il Contesto. In realtà è l’avvisaglia che da lì a qualche
anno si consumerà il divorzio tra lo scrittore ed il PCI, che si manifesterà con
l’abbandono del Consiglio comunale di Palermo, dove era stato eletto proprio
in quelle liste, come indipendente.
Perché riprendo questo discorso e ne faccio partecipi i piacentini? Innanzi
tutto bisogna ricordare come dalle pagine di questo giornale sono stati lanciati
suggerimenti agli amministratori affinché organizzino qualche giornata di studio
per ricordare questo scrittore e la sua opera, proprio per il suo essere attuale,
suggerimento che ci viene fornito da un ex sindaco quale Pareti, secondo motivo
perché spontaneamente, poco tempo fa, da parte di studenti di una scuola
piacentina è partita una lodevole iniziativa, leggere alcune pagine delle opere
dello scrittore in vari angoli del centro storico, il cosiddetto «Sciascia day»,
terzo per la sensibilità politica e culturale di una città che ha visto nascere e
divulgare «I quaderni Piacentini».
Tornando a noi, dalla rilettura degli interventi su menzionati, si nota come,
ad eccezione del primo (quello di michele rago), tutti gli altri, partendo da
una malcelata critica letteraria, in realtà mostrano una intolleranza di fatto a
qualsiasi critica politica ed una visione ormai sorpassata dell’intellettuale
organico, di gramsciana memoria. Questo perché?
Ne Il Contesto si percepisce come l’opposizione tour court, in qualche
modo, è coimplicata nella degenerazione politica e sociale, come facente parte
organicamente di un «contesto» degenerato: «milazzianamente» generato
(frutto della politica di Togliatti in Sicilia).
«Ho cominciato a scriverla con divertimento e l’ho finita che non mi
– 42 –
divertivo più» è il post scriptum del libro, è la fine di un sodalizio, è la fase
conclusiva di qualsiasi rapporto, è il guardare in faccia la realtà, una realtà
amara, quella marcusiana della politica italiana di cui Sciascia si rende conto
e ce ne fa partecipi. Noi, abbiamo certamente sbagliato e tante volte, come
partito, hanno detto Bersani, Franceschini e marino ed adesso vogliamo ricominciare, guardando e parlando soprattutto a tutti quegli iscritti e simpatizzanti
che per troppo amore se ne sono allontanati, allontanati da partiti che hanno
espresso sempre più spesso la semplice e sordida bramosia di potere! Davide
riondino è stato bravissimo nell’interpretare il fallimento delle ultime avventure politiche del PD con la poesia «Katà-strofè”» interpretazione futurista di
un fallimento politico annunciato!
«Guai a credere a quel che Sciascia fa dire al suo scrittore in versi pasoliniani,
il seme di Marx rivive negli uomini senza bandiera. Questo va bene per i
collaboratori della stampa borghese, i combattenti non l’accetteranno mai» –
Napoleone Colaianni: dalla Sicilia alla metafisica, 1972.
oggi possiamo e dobbiamo dire che era ed è metafisica un certo modo di
fare politica, come quello della concertazione a tutti i livelli, vergognosi
soprattutto quelli sindacali!
È metafisica il preoccupante distacco dalla realtà della politica anche di
questo PD che fa scorrere, più che tracimare, voti alla lega e a Di Pietro! È
metafisica il lasciare ai bordi della politica le intelligenze più acute della società
civile e lasciare trascorrere anni di governo senza affrontare e risolvere il conflitto
di interessi, modificare la legge elettorale, il cosiddetto porcellum che tutti i
partiti criticano ma in fin dei conti tutti si prodigano a non modificare, perché
permette un’arbitrarietà assoluta ai partiti (PD compreso); potrei elencare ancora
leggi non fatte o quelle fatte, fatte male (vedi ultima modifica legge sulle pensioni
di Prodi che anziché stabilizzare o diminuire l’età pensionabile, come promesso
nella realtà l’aumentava di un anno), potrei additare la assoluta mancanza
dell’opposizione all’innalzamento dell’età pensionabile per le donne, etc… etc…
Finirei per annoiarvi.
ritorno al letterario: «…mi avviene – dice Sciascia (leonardo, Carmelo
fa proprio) – di ripetere qualcosa che ho già detto. ma mi sa che il ripetere
giova: a me certamente, anche se non a tutti i lettori». I partiti di opposizione
sono stati e purtroppo lo sono ancora coimplicati nella degenerazione del
«contesto» sociale e politico in cui ci troviamo. È da questa affermazione che
bisogna partire per fare politica in senso alternativo, nel senso della ricostruzione
come rinascita.
– 43 –
Pasolini e Sciascia, da letterati sono stati profeti unici di questa nostra Italia.
«ora – diceva lucio lombardo radice – a un pamphlet politico-ideologico
si risponde sul terreno della battaglia politico-ideale», ma visto il fallimento
di questo tipo di risposte (generiche, inconcludenti, astratte), a distanza di anni,
anzi di decenni, non sarebbe più semplice e risolutivo per tutti dare risposte
semplici e chiare ai problemi dei cittadini comuni, con proposte concrete e
comprensibili da tutti, per iniziare ad esempio dica Bersani, che se vince le
elezioni, come molto probabilmente sarà, non permetterà la rielezione a sindaco
di Napoli di Bassolino (che lo sostiene) o, che D’alema (che lo sostiene) non
sarà messo in condizioni, in caso di rielezioni di dare spallate a Prodi e così
seguitando…
Bene ha fatto comunque il caro presidente Napolitano, nel recarsi a racalmuto
quest’anno, nell’anniversario della scomparsa del Nostro, dove ha ribadito il
valore, letterario ma non solo, di Sciascia ed a reso giustizia al Sciascia politico,
così come si era «permesso» di sostenere michele rago, il 15 dicembre del
lontanissimo 1971: «E’ un’analisi spietata – quella dello scrittore – condotta
attraverso immagini grottesche, quasi a dire che i problemi che viviamo sono
incarnati in uomini, gruppi, vicende umane e possono trasformarsi nell’ingranaggio più disumano».
Pubblicato il 12.09.2009
– 44 –
Il cinema oggi: il premio Efebo 2009
Il 3 ottobre, pochi giorni fa, al museo archeologico di agrigento, nella New
York della magna Grecia (definizione di luciano De Crescenzo), veniva
assegnato il premio l’efebo d’oro al film di marco Bellocchio, «vincere». era
il 22 maggio di quest’anno, quando in un cinema del centro, andavo a vedere,
in una tiepida serata primaverile, di quelle che rimangono scolpite nella
memoria, per patinati profumi mariani, il film, nella prima proiezione nazionale.
Ne rimasi talmente colpito, che mi sarei aspettato una valanga di riconoscimenti,
a partire dai maggiori premi a Cannes ad arrivare alla candidatura agli oscar.
Parlare di questo film equivale fare l’elogio di tutto il cinema italiano ad iniziare
dai protagonisti, come la straordinaria interpretazione di Giovanna mezzogiorno
(la tragica Ida Dalser, amante e moglie di mussolini giovane, che qualcuno
sostiene essere la vera eroina e la vincitrice morale di tutta la storia, finire in
manicomio, fino a poco tempo addietro, era come finire sul rogo per le «streghe»
per i secoli precedenti!) o, come l’autore della bellissima fotografia Daniele
Ciprì, che qualche anno fa a Bobbio abbiamo avuto il piacere di incontrare,
nell’ambito delle splendide programmazioni cinematografiche estive («Il ritorno
di Cagliostro»? Con certezza ricordo la presenza anche di maresca).
È stato il 25 del mese appena trascorso, che andai sempre in centro a vedere
l’ennesimo film in prima nazionale «Baarìa» di Giuseppe Tornatore. Un film
epico, un film che ripropone la visione storica dagli anni 20 ad oggi, di un
paese Bagheria (Pa), così come, in carta lucida ce l’avevano mostrata gli
almanacchi del PCI dagli anni ‘70 in poi. Un film notevole, lunghissimo, che
risulta pesante ed incomprensibile in certi passaggi, un film che riporta alla
memoria il Novecento di Bernardo Bertolucci, e che come quest’ultimo doveva
essere diviso in due parti, approfondendo alcuni momenti: due film, oppure,
ridurlo di una mezz’ora, come era stato fatto con la versione definitiva di
«Nuovo Cinema Paradiso» – che l’oscar, meritatamente vinse! –. li ho visti
come faccio sempre, quando un film mi interessa, se riesco, appena inizia la
programmazione, onde evitare farmi influenzare dai giudizi di falsi farisei
(come spesso lo sono quelli dei critici, cinematografici e non solo).
Comunque, Baarìa è un bel film: di quelli che ti riempiono la serata (aspetto
ricreativo), ti commuovono (coinvolgimento sentimentale), ti rendono comunque
partecipe della storia (momento politico), ti fanno capire certi periodi storici
(momento didattico). Non sono i principi di una nuova estetica cinematografica
ma soltanto una improvvisata griglia di lettura personale.
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Perché dopo vincere, Baarìa? Perché ambedue i film sono stati premiati
ad agrigento o, meglio, di Tornatore è stato premiato il libro, scritto con Pietro
Calabrese ed edito da rizzoli.
a questo punto sorge spontanea una domanda: si premia il libro di Tornatore
per non premiare il suo film o si premia Bellocchio come risarcimento dei
mancati riconoscimenti a Cannes e/o della esclusione alla Nomination? Non
dimentichiamo: siamo nel paese di Pirandello, certe sottigliezze e distinguo
sono di prassi. Pirandello, che Bellocchio conosce bene per aver avuto a che
fare da regista, con l’enrico Iv ed il racconto La balia. Ben venga quindi un
premio dal rilievo nazionale ed internazionale, quale quello assegnato dal Centro
di ricerca per la Narrativa e il Cinema di agrigento. Ben venga anche il premio
letterario assegnato a Tornatore. e finalmente si premia, aggiungo io, il Cinema
Italiano. Si rende omaggio e giustizia al grande cinema di questi due registi,
che con le dovute differenze, esprimono al meglio: il Festival di venezia assegna
premi a film stranieri, (una certa sudditanza culturale verso i paesi emergenti
l’Italia l’ha sempre avuta); il festival di Cannes premia soprattutto la Francia
o chi con i francesi mostra affinità elettive!
l’efebo d’oro ha assegnato il premio a due grandi artisti, a due artisti che
hanno fatto e continuano a fare la storia del cinema e questi due film, di storia
appunto trattano, quella del ventennio fascista l’uno, quello che si spinge più
avanti fin agli anni ottanta l’altro. Di storia trattavano gli altri film di Tornatore,
da Nuovo cinema paradiso, a Malena, a Nuovomondo e di cronaca che nel suo
divenire diventa storia: la sconosciuta, ad esempio per citare alcune tra le
recenti produzioni.
e marco Bellocchio fa più che storia, cronaca (L’ora di religione, ad esempio),
una cronaca che diventa la storia individuale di ognuno di noi, esprime la
contraddizione e la critica della società borghese, è il piccolo borghese che
guardandosi allo specchio, rifiuta il mondo cui appartiene, ne coglie le
contraddizioni e cerca il loro superamento attraverso una personale rivolta
esistenziale.
Tutti e due attingono a pieni mani nella migliore filmografia storica, e direi
quasi, anzi tolgo il quasi, allo stesso scenario geografico (Bagheria e la sua
storia per Baarìa, le ville principesche e quella dei Palagonia per Il regista di
matrimoni del Bellocchio per il primo è luogo fisico, geografico e storico, per
il secondo è luogo dell’anima e delle contraddizioni), riportano frasi apparentamenti comuni che diventano epitaffi, oggi quasi una sfida al senso comune.
Dice ad esempio, il padre morente, nel film Baarìa, Cicco il pastore: «la
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politica è bella, la politica è bella» e sappiamo benissimo come quotidianamente di questa frase ne ha percezione il nostro «Caro Bellocchio, (…che)
per finire questo nostro dialogo di isolati le auguro, come devono suonare le
conclusioni, di turbare di più le coscienze dell’Esercito, della Magistratura,
del Clero reazionario, e insomma della Piccola Borghesia italiana, a cui abbiamo il disonore d’appartenere». Saluti affettuosi dal suo P. P. Pasolini…
e dal piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia.
Locandina del film «Vincere»
di Marco Bellocchio
Copertina del libro «Baarìa»
edito da Rizzoli
Pubblicato il 13.10.2009
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L’isola in me – In viaggio con Vincenzo Consolo
Stasera (lunedì 19 ottobre ‘09) ho visto un bel film, anzi più che un film
nel senso tradizionale, si è trattato di un bel documentario.
Il primo della rassegna cinematografica «Cineclub - Grandi film su grande
schermo», il primo di un percorso dedicato a grandi scrittori siciliani dai quali
sono stati tratti importanti film, ad esempio, tra il più noto, il Gattopardo di
visconti. Il film di stasera aveva per titolo «l’isola in me - viaggio con
vincenzo Consolo» della giovane regista ludovica Tortora De Falco.
Il film in bianco e nero, vedeva la presenza, anche dello scrittore che
personalmente ne ha illustrato le linee guida, più in verità che del film, del
proprio porsi nell’ambito della produzione letteraria. l’esca di abbinare il film
alla presenza e della regista e dello scrittore ha funzionato magnificamente,
per la presenza del pubblico e per l’attenzione mostrata durante e dopo la
proiezione cinematografica. Personalmente sono stato mosso dalla presenza
dello scrittore, dal sentirlo e vederlo «dal vivo», con tutta la connessa implicazione di sensazioni che deriva dall’incontro con una personalità di un certo
spessore letterario come il Nostro. Il documentario è stato uno spaccato della
storia nazionale ed isolana in particolare dagli anni 50 agli ultimi anni del
secolo passato. Una storia che lo scrittore ha vissuto, per la maggior parte
standosene a milano, dove si era recato per studiarvi e dove rimase per lavoro,
alla mondadori (quando la mondadori era del Signor mondadori) collaborando con personaggi quali Calvino ed intrattenendo contatti con le massime
espressioni letterarie del nostro novecento: Quasimodo, moravia, levi, Pasolini, Sciascia. Quello che mi ha colpito di più non è stato il documentario,
freddo ed immobile nella sua storicizzazione, ma le affermazioni di qualche
spettatore e della regista a fine proiezione. Quindi non si vuole discutere del
valore letterario del personaggio Consolo, che personalmente ho sempre
ammirato come scrittore e giornalista, la capacità innegabile di avere iniziato
e trovato un percorso personale ed originale nell’ambito della letteratura
contemporanea, di avere «inventato» un linguaggio nuovo, di avere nobilitato
ed inserito vocaboli di antica origine, anche dialettali, nella scrittura. Chi non
ricordo la raffinatezza dell’estetica di un libro quale retablo, o, come la parola
dialettale «minne» (seno-mammelle) diventa un termine carico di arcaici
significati onnicomprensivi, perché e giustamente, racchiude il significato
della procreazione, della beatitudine e del martirio (di Sant’agata vergine),
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dei dolci di crema di ricotta e pasta reale, della sensualità provocatrice al limite
della lussuria, che il termine evoca! la regista e qualche spettatore intervenuto
in sala, sostenevano che il documentario e l’opera dello scrittore stesso
lanciassero un messaggio di speranza verso un avvenire di riscatto delle
condizioni dell’isola, si partiva cioè da una constatazione della realtà storica
– dalle disillusioni dell’unità d’Italia, alle condizione dei minatori, alla realtà
dell’abbandono post terremoto della valle del Belice, all’emigrazione, agli
attentati mafiosi – per giungere ad una speranza per uno sviluppo futuro della
Sicilia.
e qui si citavano le varie associazioni antiracket, dalle cooperative
«Placido rizzotto», all’intervento dell’associazionismo alla Don Ciotti. Su un
film e su un testo letterario, può essere detto tutto ed il contrario di tutto! ma
non si può partire da una bella scrittura «barocca» (termine positivamente
inteso, tanta letteratura isolana ha accompagna il testè passato novecento
basandosi su una ricerca linguistica in tal senso, basta ricordare un libro come
«Diceria dell’untore» di Gesualdo Bufalino), per lanciare messaggi di speranza
che in un autore come Consolo non ci sono!!! anzi, c’è tanto pessimismo e
rassegnazione, come nella quasi totalità degli scrittori isolani. Basta riportare
una frase da retablo, edito da Sellerio nel 1987, che in questa direzione è
illuminante: «siamo castrati, tutti quanti vogliamo rappresentare questo
mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore… stiamo ai margini, ai bordi
della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia
struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre per davanti».
È una frase che mi aveva tantissimo colpito allora e che ripresi per una pubblicazione che avevo curato «la memoria facile» (poesie di Iasimone, disegni
di Sciascia, per la ricorrenza del centenario della Camera del lavoro di Torino,
milano e Piacenza, era il lontano 1991!). la creatura umana, per Consolo è
strana, contraddittoria, incerta. Unica via d’uscita è il viaggio, e lui ne è stato
ed è un riflesso reale, il viaggio di Ulisse che tornato alla sua Itaca, non la
riconosce e… riparte! ed a proposito il nostro testualmente dice: «Così ora
capisco coloro che viaggiano, capisco gli eterni erranti, i nomadi, i gitani:
vivono ancor più dei sedentari, dilatano il tempo, ingannano la morte». Quindi
grande merito al Consolo scrittore, come chi ha cercato e cerca linguaggi
nuovi, a chi ha rinnovato il modo di fare scrittura, con l’inserimento di vocaboli
nuovi e pregni di significati, dalle radici per lo più greche, latine, arabe.
Calvino, moravia, Sciascia, hanno usato una lingua «orizzontale», formalmente perfetta, ed hanno rappresentato il purismo manzoniano del/nel novecento.
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Pasolini ha arricchito questo linguaggio con il dare importanza letteraria alla
lingua degli esclusi e degli emarginati borgatari. Consolo ha rielaborato il
linguaggio, lo ha costruito con pazienza artigianale, folgorato dall’incisività
del dialetto che purifica e rende poetico.
Cammilleri si spinge oltre, usa il dialetto, non per purificarlo, ma per
comunicare, per dare pennellate improvvise di immediato istinto espressivo,
ma questa è un’altra storia!
Non c’è messaggio di speranza e/o di lotta in Consolo, il suo pessimismo
si spinge nell’evocare addirittura una qualche scossa tellurica purificatrice, (in
un vecchio articolo sul Corriere della Sera, mi pare, lo dica espressamente),
una scossa che faccia un po’ di pulizia di tutti gli scempi e le speculazioni che
si sono perpetrati e continuano a consumarsi in Sicilia e non solo… (sarà tra
questi compreso il ponte sullo stretto?…).
È vero l’unità d’Italia, non ha fatto bene all’isola, sosteneva qualcuno, per
cui il resto d’Italia dovrebbe in qualche modo risarcire del danno arrecato, ma
al di là dei piemontesi (allora) o dei lombardi (adesso), i siciliani son bravi a
farsi male anche da soli. Sappiamo che la più grave offesa per un uomo è quella
di morire lontano dalla terra cui è nato, ma per attuarlo ce la mettiamo tutta!
Il documentario è stato bello, fedele ai luoghi dell’anima e della geografia
di Consolo, ma non cerchiamo messaggi o proposte politiche risolutorie che
non ci sono, perché solo allora potremo dire brava ludovica (la regista)!
Il sottoscritto (come pittore) si è sempre sentito molto legato al Consolo
poeta – «conjunto de figuras que rappresentan la serie de una istoria ò
suceso» – è la definizione di retablo, libro classico in senso letterario, e grande
affresco pittorico dell’animo siciliano: «addio, promessa d’ogni essenza,
sorgente di fragranza, corona delle zagare, goliera dell’aurora. addio ramo di
miele, fanciulla fantasiosa, stellaria vanigliata, regina dei giardini…» poesia,
pura poesia… (chiudete gli occhi e sappiate goderne!).
Pubblicato il 26.10.2009
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Un onorevole siciliano
Il 20 novembre ricorre il ventennale della morte di leonardo Sciascia e,
ricorre anche il trentennale del suo ingresso nel Parlamento italiano con i radicali,
avendo optato per la Camera dei Deputati anziché per l’aula del Parlamento
europeo, dove era pure stato eletto, era il mese di settembre, il 24 per la precisione,
e nel mese di maggio dello stesso anno, così motivava la sua scelta (quella di
candidarsi con il P.r.): «vado a guastare i giochi».
Pochi in verità i suoi interventi, undici in tutto, con in più la relazione di
minoranza della «Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage e
l’assassinio di via Fani, il sequestro e l’assassinio di aldo moro, la strategia e
gli obiettivi perseguiti dai terroristi».
Gli argomenti non potevano che essere i casi di cronaca riguardanti episodi
mafiosi e/o di «etica politica». Il suo aderire ai partiti politici, al fare politica,
derivava da un suo bisogno etico: «Qualcuno dirà che questa è la mia confusione
o il mio errore: voler scambiare la politica con l’etica» (Tuttolibri-la Stampa
1979). Perché della politica (ed a ragione), non aveva un’alta opinione, era, a
suo dire attività mediocre, fatta da uomini mediocri. Fine ultimo della politica
spesso in Italia si è infatti rivelato essere il «particulare» di guicciardiana memoria,
aggiungo io. Fu in questo contesto infatti che scrisse la frase del «contraddisse
e si contraddisse» come auspicabile epigrafe sulla sua vita.
le analisi politiche dei suoi scritti sono comunque attualissime e ce ne dà
dimostrazione il bellissimo libro di andrea Cammilleri. «Un onorevole siciliano»
le interpellanze parlamentari di leonardo Sciascia. Bompiani editore. Con una
fava due piccioni, è il caso di dire e sottoscrivere: gli interventi dello scrittore
racalmutese e le osservazioni dello scrittore empedoclino, che di meno non
sono! Prima dell’esperienza con i radicali, Sciascia aveva da indipendente aderito
alle liste del PCI, e non perché fosse comunista, ma perché come aveva
dichiarato vitaliano Brancati, per essere veramente liberali, in Sicilia, bisogna
essere almeno comunisti. Ne ho avuta esperienza diretta: ho partecipato ai
movimenti giovanili e studenteschi, facendo parte della FGCI, propagine
giovanile del PCI, mentre in altre parti di Italia si contestava (e giustamente)
il centralismo democratico dello stesso partito come impedimento ad una
partecipazione reale dei giovani alle scelte politiche.
Chi ha letto i suoi libri ed in particolare il Contesto, Todo modo o L’Affaire
Moro, non troverà nulla di nuovo, perché il Sciascia scrittore non si allontana
di una virgola dal Sciascia politico.
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ed è una voce, come quasi sempre, fuori dal coro quando parla di moro,
di cui non nutre simpatia alcuna, un uomo pragmatico, per cui esistono le
mediazione e la trattativa perenne. ed è strano come moro venga eliminato
proprio per la mancanza della messa in atto delle sue doti più riconosciute!
vien fuori dai suoi interventi, la costante preoccupazione della salvaguardia
dei valori e dei principi delle libertà individuali. Contro l’inutilità di qualsiasi
legge speciale, di leggi speciali contro il terrorismo, abbiamo visto a cosa hanno
portato le leggi sul terrorismo americano: gli orrori di Guantanamo e quelle sul
terrorismo in Italia: gli obbrobri dei fatti del G8 a Genova, scuola Diaz e caserma
di Bolzaneto. «Voglio insomma dire che non di leggi speciali, di poteri più vasti
e arbitrari, la polizia ha bisogno; ma di una buona istruzione, di un addestramento accurato, di una direzione intelligente, soprattutto». Questo, potrebbe essere ripetuto oggi, che tanto parlare si fa intorno alla sicurezza ed alle ronde!
ed ancora le sue osservazioni su Cossiga, ministro degli Interni, durante il caso
moro, presidente del Consiglio prima e della repubblica dopo.
la finalità della sua azione politica, in fin dei conti mirava a far nascere
una opposizione nel Paese, una coscienza d’opposizione, perché «comunisti e
democristiani sono due immagini riflesse, specchi gli uni degli altri». e quanto,
ancora è attuale questa osservazione se riferita a certe scelte scellerate condivise
oggi dal centro destra e dal centro sinistra? Spesso e lo dico a malincuore, oggi
si creano maggioranze palesi e trasversali che hanno lo scopo di annientare
l’idea stessa del Diritto!
Si parla oggi della riforma della giustizia, già della giustizia, che non è mai
stata celere «ma affermare che arrivando dopo una dozzina di anni può significare
ancora giustizia, vuol dire avere smarrito il senso della realtà» (seduta del 23
gennaio 1980 sulle misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della
sicurezza pubblica). ed ancora in altre interpellanze, lucidamente definisce
cosa è la mafia, «una associazione a delinquere, con fini di illecito, arricchimento per i propri associati, che si poneva come intermediazione parassitaria
imposta con mezzi di violenza fra la proprietà ed il lavoro, tra la produzione ed
il consumo, tra il cittadino e lo Stato» e come si combatte? Con il controllo
sugli illeciti arricchimenti, ad iniziare dai parlamentari, alle assemblee regionali
e nei consigli comunali e non trascurando certi funzionari ed ufficiali preposti
allo scopo. Non è stato per questo che è stato ucciso Pio la Torre? e qui mi
piace terminare, tacendo sulla seconda parte del libro, quello relativo al caso
moro; si potrebbe dire che quella è un’altra storia?
Pubblicato il 20.11.2009
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Nella storia delle BR e della mafia
Ho appena finito di leggere il libro di Giovanni vignali La primula nera,
la storia di Paolo Bellini, il protagonista oscuro di trent’anni di misteri italiani,
un libro presentato direttamente dall’autore a Piacenza, qualche settimana
addietro. e subito mi imbatto in un altro scritto su «il fatto» di marco Travaglio
che narra della storia di un magistrato, alfonso Sabella, che riprende il discorso
della dissociazione, elemento fondamentale de «il papello». ed ancora, casualmente in questi giorni, trovo in edicola una rivista che compro per l’accattivante titolo di copertina: «Parla rizzuto – ecco chi trema» (rizzuto è un nuovo
pentito della famiglia di Sambuca, nell’agrigentino), in questa rivista trovo
altre interessanti notizie collegate al papello: una lettera di vito Ciancimino al
Presidente Silvio Berlusconi (1994), padre di quel massimo Ciancimino che
ha avuto la grande capacità di tirare in ballo politici nazionali (sarà la discoperta del terzo livello?) e una serie di documenti e lettere che sembravano
essere stati dimenticati dalla Cronaca e che adesso la Storia riporta alla luce!
letture casuali che mi sono capitate di libri ed articoli, come tanti che ne
circolano nella ancora libera editoria italica. Perché mi hanno colpito queste
letture e le ho collegato fra loro? In fondo noi viviamo in una piccola e calma
provincia della benestante Padania. In fondo, in fondo così comunque non è,
perché bisogna ricordare come in questo stato, in questo mondo direi, ogni
microcosmo geografico come ogni accadimento di cronaca locale, ha un
addentellato, un collegamento con il tutto, con gli avvenimenti politici della
storia generale.
Piacenza, si ritrova nella storia delle Brigate rosse per una sede logistica,
un cosiddetto covo che si trovava in centro città. Si ritrova nel libro di vignali:
«Bellini va dall’ispettore Procaccia e con estremo, disperato tentativo prova
a farsi accreditare presso la Dia. Il 21 settembre 1992 incontra a Piacenza
Francesco messina, funzionario di pubblica sicurezza in servizio presso la
Direzione investigativa antimafia di milano».
Quindi torniamo a noi: la trattativa, ormai lo sanno tutto, tra mafia e stato,
è dei primi anni novanta.
ma episodi oscuri nella storia nazionale ne abbiamo già avuti tantissimi,
quest’ultimo è solo uno dei tanti tasselli misteriosi che si aggiunge agli altri.
Nel 1943 avviene lo sbarco degli americani in Sicilia, a Cassibile, sbarco
preparato dalla mafia siculo-americana. la liberazione dell’Isola coincide con
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l’occupazione dei comuni da parte della mafia che fa nominare dal comando
americano sindaci, esponenti di primo piano o affiliati della mafia locale.
Il primo episodio della liberazione dalla dittatura nazi-fascista coincide
con un primo bagliore di mala-democrazia nel nostro paese. e così purtroppo
si procederà in seguito, potrei elencare i tantissimi episodi oscuri della prima
repubblica che continuano nella seconda e che ahimè ci saranno nella terza,
se mai ce ne sarà una terza! la mia è chiaro e solo una riflessione da cittadino
della strada, di chi sbircia i giornali senza magari approfondire le notizie, di
chi bombardato da tanti stimoli, barcolla nelle proprie convinzioni, ma che
vede in episodi oscuri e continui di questa nostra repubblica, tornare spesso,
sotto vesti diverse le stesse trame oscure, le stesse stragi, che una volta erano
definite di Stato e che adesso dovrebbero forse più giustamente essere definite
in modo globale, nel senso che sono progettate ed organizzate da quel grande
fratello, da un grande fratello, che ha tanto a cuore i destini dell’umana progenie.
ma questa non è certamente una realtà astratta.
È purtroppo una realtà, fatta da uomini che uccidono altri uomini, di potere
e sangue, di comando e sopraffazione, di scelte politiche che non sono scelte,
di politiche diverse attributi della stessa Politica! Di contesti e di Contesto.
Quel contesto dove tutte le ideologie si piegano ad una ragione Superiore,
dove su tutto domina un potere che «sempre più degrada nella impenetrabile
forma di concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa».
ed eccoci senza determinazione alcuna giungere a Sciascia, al Contesto di
Sciascia. ai Cadaveri eccellenti frutto del Contesto. Un contesto che si
espande a macchia d’olio, da regionale, a nazionale ed internazionale. riprendendo brevemente il mio escursus storico della nostra repubblica: dopo la
liberazione, Portella della Ginestra ministro Scelba, un uso politico della mafia
ed una mafia che usa la politica, come si era visto con lo sbarco degli alleati
americani. ed ancora: il caso mattei. e tralasciando i casi «minori» (non me
ne vogliano le vittime); gli attentati di cui ho personalmente memoria: la strage
di Piazza Fontana (milano1969), di Piazza della loggia (Brescia 1974), del
treno Italicus (1974), uccisione del detenuto Br il Presidente aldo moro
(1978), di Ustica (1980), Stazione di Bologna (1980), treno rapido 904 (1984),
Falcone e Borsellino (Palermo1992), le chiese ed i monumenti di varie città
italiane (1992-93).
«Lo strumento d’azione sarebbe l’infiltrazione in gruppi giovanili, spinti
più o meno consapevolmente a compiere azioni tali da creare allarme nell’opinione pubblica, al fine di giustificare misure quali l’instaurazione di uno stato
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di polizia, o di destabilizzare la posizione dell’Italia nelle sue alleanze, anche
attraverso la realizzazione di attentati stragisti» (vignali).
Un altro elemento poco chiaro è quel magma spesso indistinto di figuri
legati in qualche modo allo Stato, pezzi dello Stato che condividono destini
di personaggi equivoci al limite della legalità o nell’illegalità più completa,
(P2 e servizi segreti, tanto per citarne alcuni). e la mafia?
Come la prima repubblica era nata da una guerra di liberazione, che aveva
visto come primo atto di affermazione militare, l’accordo degli americani con
la grande mafia per lo sbarco, così la seconda nasce, non dalla fine di tangentopoli (novella guerra di liberazione), ma dalla trattativa mafiosa condotta in
porto per porre fine agli attentati, in questa ottica va interpretato e letto l’arresto
di riina e tanti aspetti giudiziari susseguenti. Non datemi del pessimista o del
disfattista, senza arte nè parte, perché a sostenere questa tesi non sono il solo.
Il magistrato Sabella, che ha lavorato alla Procura antimafia a Palermo diretta
allora da Gian Carlo Caselli, che ha scritto anche un libro avvincente
«Cacciatore di mafiosi», termina testualmente l’articolo citato, in questo modo:
«E da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato dal Dap e quasi dal
Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno
favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose».
«Occorre liberare questo stato, da coloro che lo detengono» (pensa l’ispettore rogas nel Contesto), peccato che un ispettore, è parte integrante dello
stato, e comunque… «Non in questo momento. Capisco – disse Cusan, – Non
in questo momento». a quando… libera nos a malo?
La strage di Piazza Fontana
(Milano dicembre 1969)
Pubblicato il 30.11.2009
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Sulla poesia di Alda Merini
Basterebbe segnare due date, 21 marzo 1931 e 1 novembre 2009, per racchiudere una vita, come quella di ogni uomo: una la nascita, l’altra la fine. In questo
caso le due date racchiudono l’esistenza di alda merini. ma può la vita di una
poetessa racchiudersi in due date? Può la poesia avere un inizio ed una fine?
«Forse che sì, forse che no» c’è scritto ad un incrocio di due vie del centro storico
di Piacenza. Nel caso della merini no di certo. la data della sua morte non
coincide sicuramente con quella della sua fine. la sua poesia, come tutta la
poesia (quella vera, autentica), non può mai avere fine. Perché la poesia è il
sentimento allo stato puro, è l’essere bambino dell’uomo, è l’istinto che permette
la sopravvivenza dell’animo, è la storia che si fa fiaba, è il bisogno che diventa
sogno! e nulla è più vero nella merini, dove la poesia si identifica con l’amore
tout-court. la concezione che sta alla base della sua visione poetica è una concezione panteista: tutto è alimentato dall’unica divinità , quinta essenza dell’uomo
e dell’universo: l’amore!
l’amore, per la merini è una coperta avvolgente larga quanto il cielo «A
volte Dio / uccide gli amanti / perché non vuole / essere superato in amore».
Tutto è alimentato dall’amore che come lievito permea ogni singola esistenza.
e l’amore è cantato, osannato,odiato, sempre, mentre è in corso, durante…
nell’essere in potenza, avrebbe detto aristotele, e nell’atto compiuto e definitivo,
cioè nel ricordo.
l’amore è riconosciuto ed urlato nell’orgasmo e nel ricordo dell’orgasmo
«Dio: si indigna del nostro piacere e sconvolgiamo / la terra, dibattendoci
come due rettili infami / mentre perdiamo l’anima». Questo è quello che ne
viene fuori dall’opera più bella ed immediata che della merini, io abbia letto:
Folle, folle, folle di amore per te (Salani editore, con un pensiero di roberto
vecchioni ed una nota di Daniele Gamba).
Un piccolo libro, come tutte le opere sue, inserito giustamente in una serie
di libri che parlano di poesia per giovani innamorati. Quale migliore stato di
grazia possa esistere, che l’essere: giovane, innamorato ed amante della poesia!
Per un uomo?
l’ho conosciuta casualmente ad un pubblico incontro diversi decenni addietro,
si parlava di politica e di poesia, lì c’era la merini, non l’ avevo mai vista, né
letto le sue poesie. ma sono stato attratto dal suo modo di porsi, spontaneo,
immediato, istintivo, perfino ingenuo. Difficile trovare modi siffatti in un qualsiasi
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relatore oggi! e dalla franchezza del linguaggio, il dire pane al pane, del mettere
in piazza la propria storia, una storia personale fatta di ricoveri (15 anni
complessivi), di elettroshock (37 in tutto), di incontri (tantissimi), matrimoni
(due) e di adii (…E mi hai lasciato solo le tue lettere / onde ne ribevessi la mia
assenza!).
ed è stata subito empatia! Sarà perchè ho avuto sempre una grande simpatia
per il diverso, l’originale, l’anticonformista, il folle, sarà perché ho sempre
visto la pazzia come una forma di normalità (e la normalità una forma di pazzia)
che mi sono innamorato della poesia di alda merini.
In fondo, questo concetto sulla pazzia è a tutti noto come quello di pirandelliana memoria.
«I matti sono simpatici, non così i dementi, che son tutti fuori, nel mondo»
ci dice la merini, che specifica «Il manicomio è una follia come concetto: bisogna
essere matti per fondare un manicomio».
ed è la stessa poetessa a ricordarci che la pazzia è un insieme di patologie,
tra queste patologie c’è l’amore! e che cos’è l’amore? Ingenuamente la poetessa
ci dice di non saperlo! bisognerebbe scrivere libri su libri, l’argomento non
sarebbe mai sviscerato completamente, ed infine dovremmo rassegnarci a
rimanere ignoranti! Diceva infatti la poetessa alla domanda: cos’è l’amore?
Non lo so! era la sua risposta.
C’è un poeta che mi è venuto in mente leggendo la merini ed è rilke, quel
rilke di cui ho già parlato e scritto su questo giornale a proposito dell’arte:
«…ogni opera d’arte rappresenta l’unicità di un evento ed esprimono la solitudine dell’autore, a volte la disperazione e ripeto, come tale “nulla può raggiungerle meno che la critica”. Solo una corrispettiva solitudine, aggiungerei io, può
entrare in sintonia ed all’unisono provare le medesime perturbazioni dell’animo.
Come amanti: opera d’arte e fruitore, direttamente senza mediazione alcuna!».
Sentire una poetessa fare considerazioni sulla 180, la legge Basaglia, con
una conoscenza diretta non è comune, e fare proposte su centri per pazzi, ancora
meno, era il periodo dove ancora si dibatteva di queste cose (leggasi proposta
Tobino). Qual è la dimensione dell’amore in alda merini? l’amore sacro o
quello profano? la fisicità dell’atto sessuale o il sentire platonico, sentimento
puro ed astratto? È un amore religioso, dono divino o, immanenza e presenza
primordiale? ed ancora mille e mille domande potremmo porre e porci
sull’amore, ma la risposta ci viene data da pochi e semplicissimi versi di una
sua poesia: «chi ama è il genio dell’amore», sono versi che rispecchiano, in
campo letterario, per bellezza e semplicità, le leggi basilari delle più importanti
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scoperte scientifiche. vorrei terminare, come si fa di solito nelle feste paesane,
dopo i riti religiosi e gli eventi pagani: si va tutti a vedere e sentire i fuochi
d’artificio, a notte inoltrata, con un cielo buio, dove si infrangono i petardi,
che lanciati in alto si disperdono in mille colori che come pioggia ricade sulle
teste dei partecipanti. ed è un alternarsi e mescolarsi di luci e botti che
sottolineano il tripudio della chiusura del festeggiamento. Così vorrei terminare,
con una sciarada di versi, tratti dalle poesie della raccolta citata Folle, folle,
folle di amore per te: …ed è un canto d’amore che matura / questa mia eternità
senza confini – abbi pietà di me miseramente / poiché ti amo tanto dolcemente –
Ho conosciuto in te meraviglie / meraviglie d’amore… – Occorre un amore
grande per viverti accanto, amore mio – Io ti ho gemmato e l’ho detto –
dibattiamoci come rettili infami / mentre perdiamo l’anima, perché, aggiungo
io, come sostiene la stessa merini, mentre tutte queste emozioni ci permettono
di vivere e come arabeschi ci ricamano l’esistenza, …la mancanza d’amore /
è la mia pestilenza.
Pubblicato l’11.12.2009
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Ritorno alla marina: Camilleri-Pirandello
Casualmente, sabato giorno 23 sono in Sicilia, su un quotidiano leggo la
notizia dell’inaugurazione di una mostra a Porto empedocle, ad un tiro di
schioppo da agrigento.
la mostra fa notizia per due motivi: uno è l’essere dedicata ad un grande
artista del nostro novecento, Fausto Pirandello, l’altro che è stata realizzata,
come inaugurazione, dalla neo costituenda Fondazione Camilleri. ad inaugurarla
è stato lo stesso andrea, che come a sua volta aveva realizzato leonardo Sciascia,
si è voluto creare la sua «perpetua», nel senso di monumento celebrativo di
tutta l’attività letteraria da tramandare ai posteri (e da buon – o meglio diffidente – siciliano, non fidandosi del prossimo, se l’è costruita da sé).
Il titolo della mostra è alquanto suggestivo: «ritorno alla marina», ma a
ben vedere come insinua il Savatteri, chi torna alla marina? Fausto Pirandello,
figlio di quel luigi, nato al Caos, drammaturgo, premio Nobel, che fondazione
non ha (perché non è stato previgente, come altri lo sono stati dopo), o Camilleri
stesso? o, e sarebbe meglio, sostengo io, tutti e due, contemporaneamente,
scrittore e pittore. Tornare alla marina, in questo senso è il tornare non al mare
in senso stretto, anche se di paese di mare si tratta, ma il tornare al paese di
origine, quel paese di cui nessuno di noi, esuli e non, può fare a meno, come
sosteneva il Pavese.
ormai Porto empedocle somiglia sempre più a vigata, quella città dove il
commissario montalbano di letteraria memoria, ci ha abituato a vivere le sue
prodezze investigative. Non a caso, scendendo nel corso principale, ci si imbatte
nella statua di montalbano, appoggiato ad un palo della luminaria cittadina,
l’autore è lo stesso scultore che anni addietro realizzò la scultura di Sciascia
che passeggia in piazza a racalmuto, Giuseppe agnello. ma quanta diversità!
Penso sia meglio sempre, gli artisti dovrebbero essere lasciati liberi di potere
realizzare il proprio estro creativo, l’anima, «elain vital» che caratterizza ogni
opera d’arte, può darla solo l’autore stesso. In questo caso i «suggerimenti»
dello scrittore, sono a mio avviso, stati eccessivi; ci sarà stata la mano dello
scultore, ma non l’animo dell’artista-creatore. In altre parole, la caratterizzazione
che ne ha voluto dare Camilleri, creando il personaggio montalbano-Germi
(il commissario Ingravallo, protagonista del cinematografico «Un maledetto
imbroglio») rimane distaccata, fredda, nulla a che vedere con il montalbano,
sanguigno ed arguto cui ci ha abituati lo scrittore stesso. Cosa ben diversa era
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successo nella creazione dell’altra statua, quella racalmutese, caratterizzata da
un’espressione un po’ sorniona che caratterizzava il personaggio e ne fa intravedere l’arguzia e la sottigliezza del pensiero. Si dice a Piacenza: «offelè fa ‘l to
mistè» (pasticciere fa il tuo mestiere – l’ofelleria lombarda era in via Cavour –),
che tradotto suona nel prosaico ma più comune: ad ognuno il suo mestiere! e
spesso succede che lo scrittore, ormai famoso voglia fare anche lo scultore,
come nel nostro caso, così come lo scrittore luigi Pirandello voleva fare con
il figlio: imporre la propria visione estetica, oramai sorpassata, ottocentesca,
a Fausto, che per potere proseguire nella propria ricerca estetica era dovuto
portarsi a Parigi, con Caporossi, frequentando il gruppo degli italiani, Campigli,
De Chirirco, Severino e Savinio.
Gli errori purtroppo anche se conosciuti si ripetono e, spero nel caso descritto,
sia stato involontario intervento, da attribuire ad una benevola interferenza,
che fatta a fin di bene, ha avuto un effetto negativo. Continuando in via roma,
sempre per il corso, alzando gli occhi si nota la statua dedicata a luigi Pirandello,
scrittore dalla doppia località di nascita (agrigentino il luogo – il caos –, di
Porto empedocle tutto il resto, sarà il presupposto dell’essere Uno, nessuno e
centomila?).
È una scultura, il monumento dedicato allo scrittore Pirandello, ma sembra
una statua realizzata nel periodo del realismo sovietico e dimenticata in qualche
piccolo borgo russo. Non ti curar di loro, ma guarda e passa! lo scopo della
nostra visita è raggiungere la ex chiesa di San Gerlando, spazio ben ristrutturato
e trasformato in auditorium, a pochi passi dalla abitazione dello scrittore, dove
si inaugura la mostra dedicata a Fausto Pirandello.
Tante cose si son dette su vigata, «un paese, in parte vero, della Sicilia
inventata» ebbe a dire il Camilleri. Un paese devastato di una Sicilia mal
messa, direi io, a malincuore. e basta alzare gli occhi per vedere i palazzi sul
costone collinoso che sovrasta il paese, paese che porta il nome del noto filosofo
empedocle di agrigento, di quella città dove, già dal periodo della magna grecia,
si costruiva (e si costruisce, purtroppo!) come se non si dovesse morire mai,
mentre si continua ad apprezzare i fasti culinari come se ogni volta che ci si
siede a tavola dovesse essere l’ultima.
C’è in quel lontano lembo di terra una concentrazione culturale da brivido,
un intersecarsi di parchi letterari unico: Pirandello (agrigento), Tomasi di
lampedusa (Palma di montechiaro), Sciascia (racalmuto), Camilleri (Porto
empedocle).
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Porto empedocle è stato sempre un paese attivo, di commercio e di produzione industriale, non come agrigento-montelusa città parassita ed inanimata.
Camilleri ha conosciuto direttamente Fausto Pirandello a roma, e pensare
che si ritrovano nel loro paese di origine insieme, come vecchi amici, è quasi
commovente. Questo al di là delle considerazioni estetiche sulla mostra, che
lasciano quanto meno perplesso il visitatore.
Uno dei pochi quadri su cui si sofferma lo scrittore, il giorno dell’inaugurazione, è «ritratto di signora con cappello». Questo la dice lunga sulla mostra
ed il suo significato. la ricerca di Fausto come pittore è stata una ricerca solitaria,
di introspezione psicologica, è in qualche modo l’indagine del padre, che da
verbo si trasforma in colore. ed ecco venir fuori il rapporto padri-figli, spesso
più ci si vuole allontanare e distinguere dal padre, più ci si compenetra! ma
questa è un’altra storia, che lasciamo all’indagine psicologica. Sta di fatto che
Fausto Pirandello, fu un ricercatore nel senso più vero e proprio del termine,
come quasi tutti, d’altronde, della scuola romana. ma in lui è più forte il
rapportarsi continuo con le maggiori espressioni artistiche del momento (da
Cezanne al cubismo). la definizione che ne dà il Contini è forse quella che
più gli calza: esempio di vera pittura espressionista. Di tutto questo, devo dire
mio malgrado, c’è poco, i migliori quadri sono assenti (i grandi olii di nudi e
bagnanti), rischia questa mostra di dare una visione molto limitativa dell’autore,
vi sono solo molti lavori preparatori, appunti, impressioni (sono solo quadri
della galleria Gian Ferrari di milano). resta il fatto che si è con questa mostra
inaugurata comunque l’attività della Fondazione Camilleri, un’altra istituzione
che sicuramente saprà dare un valido contributo al riscatto di una terra tra le
più depresse d’Italia (ultima nella graduatoria il Sole 24 ore), e soprattutto
contribuire a cambiare atteggiamento mentale a che fatti come quello avvenuto
a Favara, triste episodio, dolorosissimo, perché sono morti due bambini innocenti,
non avvengano più: stessa provincia, pochi chilometri da Porto empedocle,
concomitante alla inaugurazione della mostra!
Pubblicato l’11.02.2010
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Mostra Schiele: Il diario dal carcere
Il fatto: giovedì 25 sono stato a milano, a visitare a Palazzo reale la mostra
su egon Schiele, titolata «Schiele e il suo tempo», inaugurata il 24 febbraio,
ci sarà fino al 6 giugno 2010.
a fine visita ho comprato il libro: Diario dal carcere dello stesso pittore, con
premessa di arthur roessler e postfazione di Federica armiraglio, Skira editore.
Dalla lettura di questo libro, alcune considerazioni, che esulano dal fatto,
ma da questo generate: il 13 aprile dell’anno 1912 egon Schiele viene arrestato,
ce lo dice lui stesso nella pagina del diario del 17 aprile: «il tredici di aprile
venni arrestato e messo sotto chiave nel carcere distrettuale di Neulengbach»
(il diario inizia con il giorno 16 dello stesso mese).
Il giorno 8 maggio, ultimo giorno del Diario, testualmente: «Sono stato in
carcere ventiquattro giorni! ventiquattro giorni o cinquecentosettantasei ore! –
un’eternità! l’indagine è andata avanti in modo vergognoso, – io ho sofferto
cose indicibili. Ho subito una terribile punizione pur senza alcuna condanna».
ma 24 giorni, non considerando l’otto, giorno del rilascio, ed andando a ritroso,
si arriva al 14 di aprile, non al 13! Un giorno su 24, per uno che conta le ore
è eccessivo! Tanto più per chi scrive: «Intorno a me si sono spenti tutti i colori.
e’ una cosa terribile. Il mondo dei dannati deve essere così, incolore» ed ancora
nella pagina in «Un giorno qualsiasi» del diario, compresa tra il primo maggio
e l’otto: «Da quanto tempo sono prigioniero?» e poi ancora: «il procedimento
relativo alla corruzione di minore è archiviato da tempo, ma l’indagine riguardante
i disegni pornografici verrà portata avanti». Perplesso sulle date del Diario e
sulla querelle giudiziaria in particolare, cerco altre fonti, su un testo di Dietmar
elger sull’espressionismo – una rivoluzione dell’arte tedesca – trovo testualmente: «nel 1912 venne perfino accusato di diffusione di disegni pornografici
e condannato a tre giorni di carcere», mentre sulla biografia dello stesso catalogo
Taschen c’è scritto: «1912 partecipa alla mostra del Blaue reiter; tre pene
detentive per diffusione di disegni pornografici». la Federica armaglio nella
postfazione al Diario annota: “«Certamente le tre settimane di carcere furono
per il giovane pittore un’esperienza scioccante…».
ed allora, rimangono aperte le seguenti questioni: 1) se i giorni di prigionia
sono stati 24, non possono andare dal 13 aprile al 18 maggio, 2) se i giorni
sono stati 24, le settimane non possono essere tre, se no sarebbero 21 giorni,
3) se i giorni sono stati 24, la condanna non può limitarsi ai tre giorni di carcere,
4) se la prigionia e la condanna è stata una sola, non possono essere tre le pene
detentive. Ci saranno altre fonti da cui attingere ma bisogna tenere presente
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che: «l’affaire di Neulengbach non fu uno scandalo: nel 1912 Schiele non era
abbastanza famoso e la vicenda fu ripresa soltanto da un giornale locale». Così
riporta la postfazione della Federica armiraglio, la quale sostiene che: «la pubblicazione postuma (avvenuta nel 1922) e lo svolgimento della narrazione
hanno sempre suscitato moltissimi dubbi sulla sua autenticità. Nessun manoscritto
è stato trovato e il contenuto delle pagine è costruito con troppa accortezza per
essere realmente spontaneo».
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la premessa di arthur roessler, saggista, critico d’arte ed amico di Schiele,
ci dice il contrario e che cioè il pittore gli scrive: «Ho trascorso 24 giorni in
carcere, non ha saputo? Ho subito di tutto e nei prossimi giorni le scriverò per
raccontarle ciò che mi è accaduto».
la Peruzzo editore nei «Giganti della pittura» riporta nelle annotazioni
critiche dedicate a Schiele parti del Diario come note vere, autobiografiche,
chiarificatrici dell’autore stesso: «mi hanno tenuto in prigione 24 giorni! ventiquattro giorni o cinquecentosettantasei ore! Un’eternità… chi ripudia il sesso
è un individuo sporco che diffama nella maniera più volgare i propri genitori
che lo hanno generato».
Quindi , e lo si apprende dalla sua indiscussa biografia, fu una questione
giudiziaria ed una questione legata al sesso: quale e quanto materiale per disquisire
oggi! Un episodio legato al modo dell’arte, dell’espressionismo, ma anche a
quello psicoanalitico freudiano, in un periodo, quello di inizio secolo, in cui
personaggi come musil, dicono che si era credenti e scettici, naturalisti e raffinati,
si sognava di hascisc e di malattie, di coppie primitive, etc… etc… il lirismo
di rilke si palesa nello smarrimento espressionista dell’anima che si dissolve
nelle proprie impressioni percepite come inesistenti, così come «in pittura
l’espressionismo portò il terremoto nello spazio euclideo tridimensionale…»
ma questa è tutta un’altra storia!
Bisognerebbe parlare e scrivere di letteratura, di poesia, di pittura ma e,
soprattutto di filosofia, per capire il periodo in cui si trova ad agire il Nostro;
io qui volevo solo incuriosire il lettore per spingerlo a vedere una grande ed
affascinante mostra, ed anche per suggerire a qualche autore che di questi equivoci giudiziari ed artistici è indiscusso maestro, materiale per un prossimo
scritto (visto i precedenti successi su Caravaggio e renoir).
Io vorrei solo ricordare che Schiele muore giovanissimo a 28 anni, come
Catullo, certe coincidenze saranno casuali? Perché nessuno come questi due
autori, lontanissimi nella cronologia storica, uno con la penna l’altro col pennello,
«hanno saputo interpretare meglio di altri, l’eros, i ghigni e le eccitazioni della
gioventù». Dal diario, le note più liriche: «amo la vita. amo penetrare nel profondo di tutti gli esseri viventi; ma detesto la coercizione che ostilmente mi
incatena… Si comprende, se si ama, e chi comprende dovrebbe sempre
amare».
Pubblicato il 01.04.2010
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Fatti e misfatti dell’avvocato-detective
Ci sono delle letture che rimandano ad altre: autori che rimandano ad altri
autori, scrittori che ci invogliano e ci coinvolgono a leggere tutto ciò che hanno
prodotto. Così come altri si fanno presto dimenticare e ci costringono a chiudere
il libro, spesso per non riaprirlo più, dopo le prime pagine.
Dei secondi è meglio tacere. Dei primi invece è bene parlarne (e scriverne),
se non altro per comunicare ed esternare le proprie impressioni (positive) cercando
di condividere, con quanti più lettori possibile, i benefici effetti delle conoscenze
e delle emozioni che ci trasmettono.
Ho capito che spesso sono i testi più brevi a contenere verità più profonde
ed universali. Come non ricordare La storia della colonna infame del manzoni,
testo che affronta il tema della giustizia, in termini sempre attuali, purtroppo!
o, come non ricordare La morte della pizia del Durrenmatt, testo sorprendente
sul senso della vita e sull’interpretazione delle manifestazioni cui la psicoanalisi
ha fondato le sue certezze! (tantissimo ci sarebbe da dire su questo autore, mi
piace riportare solo una frase, per stuzzicarne la curiosità: «la verità resiste
in quanto tale soltanto se non la si tormenta», e rimandare ad alcune note
interessanti, trovate in rete del nostro Salvatore mortilla).
libricini piccoli, che contengono grandi temi di riflessione…, come non
ricordare ad esempio la frase conclusiva de Il procuratore della Giudea di anatole
France: Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia… «Gesù?» – mormorò – «Gesù
il Nazareno? No, non ricordo» (massima espressione dell’apologia dello
scetticismo?).
Quindi dicevo libri piccoli, ma la mia non vuole essere un’apologia del
«piccolo è bello», ma a sottolineare come spesso dalle piccole, meglio brevi
affermazioni, possono nascere e svilupparsi grandi riflessioni.
riprendo il discorso iniziale, – ci sono delle letture che rimandano ad
altre –, tra queste, un autore di grande successo che ho conosciuto, proprio a
Piacenza, un pò di anni addietro, Gianrico Carofiglio.
È un autore che a volte implicitamente, spesso esplicitamente, rimanda ad
altri autori.
È questo uno dei motivi di forza del suo successo, a mio avviso, un successo
che si basa su fatti attuali, su vicende di una regione la Puglia e di una città
Bari, di un campanile che diventa lo specchio della nazione e ne esprime tutto
il disagio «mala tempora…».
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e la storia si ripete, così come Camilleri, con il suo commissario montalbano,
esprimeva il disagio di fatti casualmente avvenuti in Sicilia ma potevano benissimo essere successi a vigoleno anziché a vigata, così Carofiglio con l’avvocato
Guerrieri, narra di fatti e misfatti, collocati geograficamente a Bari, ma che
potrebbero, come penso avvengano in qualsiasi Procura della repubblica.
Quale il motivo del successo? la certezza del diritto! I casi del Nostro
avvocato-detective si chiariscono, si risolvono, ci sono dei colpevoli e degli
innocenti (che spesso sono i primi indiziati perché i soggetti più deboli della
società: le donne, gli exstracomunitari, i giovani), tutti fatti che nella realtà
sono lungi dal verificarsi.
e ci sono i rimandi, rimandi espliciti: «C’è una frase di Paul valery… dice,
più o meno, così: «il modo migliore per realizzare i propri sogni è svegliarsi»
e quelli impliciti: «tempo fa ho letto un bel libro, di uno psicologo olandese,
mi pare. Si intitola: Perché la vita accelera con l’età, parla di questo fenomeno.
È molto interessante». Come resistere ad andare a cercare i libri e gli autori
che suggerisce? Questo esempio è tratto solo dall’ultimo libro, Le perfezioni
provvisorie. ma notevoli e tutti degni di nota, che non elencherò, i riferimenti
ad altri autori, film, racconti, fumetti contenuti in altri libri.
Ci sono poi i riferimenti a luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, i ricordi
del periodo universitario, a tutti quei luoghi tipici e topici che fanno del passato
dell’autore i luoghi dell’anima di ogni singolo e diverso lettore. (come l’Uno
per tutti di Gaetano Savatteri, stesso editore, stessa collana, di cui qualche
volta parlerò in modo singolare ed approfondito, ma non molto, visti gli spazi
del giornale).
È di questo tenore il libro memoire Né qui né altrove, dove la narrazione
di una notte a Bari, è il pre-testo per miscelare passato e presente, per mettere
in discussioni certezze e capovolgere le apparenze. Quale il motivo del successo?
Questo può essere un altro. Il prenderci con mano e condurci verso un passato
prossimo o remoto, con l’attesa di qualche epifania che si trasforma ben presto
in un doloroso pugno nello stomaco.
Il libro appena citato è edito da laterza, mentre quasi tutti gli altri sono
pubblicati da Sellerio.
Siamo a più di ottocento testi pubblicati nella collana la memoria della
casa editrice palermitana, una collana nata nel 1979 sotto la consulenza di quel
tal leonardo che ne diede il nome e vi pubblicò il primo volume, Dalla parte
degli infedeli.
Carofiglio si inserisce in un filone «giallo», un giallo di qualità che vede
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autori quale montalban, lucarelli, Camillieri, alicia Gimenez-Bartlett ed altri
ancora.
e la ragione del successo di questa letteratura? È la ragione, direi proprio
così: la capacità del ragionare.
e parafrasando Durrenmatt: dicono delle verità, tormentando la realtà, perché
«l’italiano non è l’italiano: è il ragionare» (Una storia semplice – l. Sciascia).
Copertina del libro di Leonardo Sciascia
«Dalle parti degli infedeli», edito da Sellerio
Pubblicato il 16.04.2010
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«La caccia al tesoro» di Camilleri
anche sull’ultimo libro di andrea Camillieri è sceso il sipario della «fine
lettura»: è un sipario, perché rimane in memoria la rappresentazione della
narrazione, come scena di teatro.
ripeto: so il modo di scrivere di Camilleri, conosco i personaggi e la
tematica dei suoi racconti, la tecnica e la lingua, è inutile che continui a leggerne!
Poi come in automatico, ogni nuova pubblicazione, non so come, finisce nelle
mie mani ed in un fiat è divorata.
l’ultimo libro, La caccia al tesoro, edito da Sellerio, reca in copertina una
bella riproduzione del Donghi, un quadro del 1926, «il giocoliere». Questo
dipinto, cioè l’immagine di copertina, uno dei motivi per cui ho preso libro.
avevo visto una mostra al Complesso del vittoriale a roma nell’inverno 2007,
il Donghi è un autore che colloca i suoi personaggi e con loro lo spettatore in
un mondo sospeso, immobile, con una rappresentazione realistica ed una tecnica
raffinata. avevo anche in una bancarella, nei pressi di Termini, visto un catalogo
completo su quest’autore, che ahimé ha voluto tenere il mio amico Pippo.
Comunque, tornando a noi, non è del Donghi che volevo parlare, ma di un
libro dello scrittore di Porto empedocle, La caccia al tesoro.
mi accorgo comunque, ad ogni battuta, che è difficile scrivere di quest’autore,
senza un continuo rimando. ed è questo il bello forse di un libro, ne avevo
accennato a proposito di Carofiglio, continuo a ripeterlo per Camilleri.
lasciamo la copertina ed andiamo al contenuto: il contenuto, ci rimanda ad
episodi letterari abbastanza controversi e strani. In primis un altro artista, niente
poco di meno che Kokoschka. Kokoschka aveva avuto una relazione con alma
mahler (moglie del musicista Gustav) per due anni, poi era stato abbandonato
per l’architetto Walter Gropius, mentre lui era al fronte (partito per la grande
guerra). l’artista, si faceva fabbricare, perseguitato dalla «presenza» di alma,
una bambola a sua immagine, che un paio di anni appresso distruggeva «uccidendola». Quindi abbiamo già, senza ancora entrare nel merito del libro,
(non so se ce ne addentreremo), accennato a due rimandi, di due pittori, diversi
tra loro che comunque col libro sono in combutta, visto che il libro parla di
bambole, di perversioni, di atmosfere sopite ed inerti. altro riferimento letterario,
nel senso di scrittore stavolta, il libro di Tommaso landolfi, titolato La moglie
di Gogol. anche qui il riferimento ad una bambola gonfiabile che veniva
accudita come «moglie» e che infine viene «uccisa» facendola esplodere in
mille pezzi. Quest’ultimo libro di Camilleri è un vero e proprio noir, svolto
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secondo i canoni classici, partendo da una rappresentazione calma, sopita alla
Donghi – «troppo tempo stava passando senza che era capitato nenti e perciò
la probabilità che continuava a non capitari nenti si era arridotta di assà» –
per poi giungere, in un crescendo dalle forti pennellate espressioniste alla
Kokoschka, alla bambola gonfiabile – «aviva perso ‘na parte dei capelli, le
ammancava un occhio, una minna era addivintata grinzosa e aviva il corpo
qua e là cosparso di tondini e rettangoli di gomma grigia» –.
ad una prima bambola, danneggiata per il tempo e l’usura, se ne aggiunge
una seconda, quella rinvenuta nel cassonetto, dove i danni sono stati provocati
artificialmente. Questa seconda bambola ha gli stessi guasti quindi della prima,
cui ha tratto ispirazione, così come l’opera del landolfi non poteva esimersi
dal considerare gli aspetti della biografia di oscar Kokoschka.
e così in un crescendo di note per una oscura caccia al tesoro, il racconto
sale di tono, aumenta la tensione, ci fa partecipe di una follia. «no, a considerari e a riconsiderari bono, sempri cchiù si faciva persuaso che la caccia al
tesoro non era un joco per nenti ‘nnuccenti, anzi era decisamenti periglioso». –
puzzava di sangue, di marciume, di carne decomposta, di malattia –.
la scena clou di un odierno noir cinematografico: «Pirchì il corpo nudo
era sì quello di Ninetta, non c’era dubbio, sulo che quel corpo era stato cangiato in quello di ‘na bambola gonfiabile, precisa ‘ntifica alle altre dù». e
siamo alla terza Bambola! Questa bambola non ha niente a che vedere con le
altre due, che possono essere viste come modello di una esperienza di esaltazione, umiliazione e vaneggiamento, questa è in carne ed ossa! Questa è una
ragazza bella, buona e vergine. Il colpo di teatro. Il salto, da una rappresentazione
alla realtà. È la follia.
ma la follia, (come la razionalità), è spesso legata alle parole, al significato
delle parole: «ex ore tuo te judico». attraverso la comprensione dei versi, dei
termini usati per la caccia al tesoro si può arrivare al colpevole. Capire la scrittura
è capire ed interpretare la realtà: «la civiltà dell’omo non è fatta dalle parole?
E che viene a diri che in principio era il verbo?» un rimando filosofico – ed il
personaggio negativo di questa storia è uno studente di filosofia – come questo
lo lascio volentieri a quei 25 lettori che hanno avuto la pazienza di giungere a
questo punto della riflessione!
Siamo di fronte, impietriti, ad una manifestazione crudele, a una psicopatia,
come se ne vedono in quei film dell’orrore che mi sono sempre persuaso sarebbe
meglio non vedere (ed io non ne ho visti).
Il riferimento all’attualità, mi pare lapalissiano.
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Si vuole (o è stato già fatto?) creare un mondo, dove la realtà è
pre-annunciata dalle parole.
Infatti, un uso distorto ed ossessivo delle parole (e delle immagini) creano
un mondo che, in quanto a crudeltà, intesa come negazione della dignità
umana, nulla ha da invidiare a quello rappresentato.
Forse corro con la fantasia, anche perché nella nota di fine racconto l’autore
dice che il romanzo è frutto della sua fantasia… ed allora, anziché costruirci
interpretazioni sociologiche, nulla togliendo al valore letterario dell’opera,
sarebbe meglio scomodare Freud?
Il giocoliere di Donghi
Pubblicato il 01.08.2010
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aPPeNDICe
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Si parlava di cultura e rivoluzione...
Il pittore Carmelo Sciascia, «piacentino di Sicilia», come si autodefinisce,
ci ha inviato un’inedita intervista, di venticinque anni fa, al poeta siciliano Ignazio
Buttitta: alquanto insolita, perché poco canonica, questa sorta di «intervista»
è nata, in realtà da una chiacchierata fra amici attorno alla poesia, alla letteratura,
alla politica. la riproponiamo così come è stata trascritta dalla registrazione
nel gusto della musicalità delle parole a ruota libera, del recital di quella speciale
serata siciliana.
(nota del giornale Libertà su cui è comparso l’articolo nella pagina culturale
del 26 febbraio 2001).
Un giorno qualsiasi, compreso tra gennaio e marzo del 1975. a casa del
Poeta, ad aspra, sul mare, in una grande stanza che mi riporta a futura memoria
l’ultimo dipinto incompiuto di renato: nella stanza le donne vanno e vengono,
la stagione delle quaglie l’aveva fatta, gli restava il vizio. Il vizio nasce con
l’uomo (e muore con l’uomo). Più che per le donne – che c’erano quel giorno –
quanto per una atmosfera di via vai, di gioventù, di colori, di realtà che si
confondeva con la fantasia, di poesia. erano anni in cui i sogni erano ancora
possibili e si pensava potessero realizzarsi a breve, c’era nell’aria la svolta che
avrebbe rappresentato l’avanzata della sinistra e che da lì, a qualche anno, poi
nei fatti si realizzò. Sogni... Il ‘68... il ‘77… e Poesia tanta Poesia. Inverno
1975, a casa del Poeta, ad aspra, sul mare, non per intervistare ma per conversare, con interlocutori anche sconosciuti, per questo l’altro (l’interlocutore)
viene indicato soltanto con la lettera D. – che non rappresenta l’abbreviazione
di chi domanda – ma del diverso, del non essere Poeta, dell’altro appunto.
Nel nostro caso particolare, degli altri, perché diverse sono le voci e non tutte
identificabili, dei personaggi della registrazione. Sì della registrazione, perché
di registrazione si tratta, una vecchia cassetta impolverata, ripescata in un cassetto
di una vecchia libreria liberty, e rispolverata, riportata alla luce o meglio e più
semplicemente «sbobinata». Sbobinare, riportare per iscritto il contenuto di
una registrazione, sembra facile, ma vi assicuro che facile non è! e non lo è,
nella contingenza nostra, perché è come leggere le poesie di Buttitta, adesso
da un libro, ed avere assistito ad un suo recital, in una piazza qualsiasi, di un
qualsiasi paese siciliano. e non solo. molte frasi sono dette in dialetto, qui si
è reso tutto in italiano, per facilitarmi e facilitarvi e la scrittura e la lettura.
– 77 –
Tutta la poesia di Buttitta, come ha scritto Carlo levi, è poesia orale… per
questo, per essere del tutto siciliana, pensata e detta in siciliano, con le inflessioni,
le cadenze, le rime, le violenze, le dolcezze siciliane, va letta nel suo testo
siciliano, ed è veramente intraducibile, se non a costo di un notevole impoverimento, in lingua italiana.
e questo è quello che abbiamo fatto con questa stesura.
aspra (Bagheria) Inverno 1975
D. Come genere letterario, prima era più impegnato... tipo... i primi libri
che ha scritto, Le Parrocchie di Regalpetra... ora invece Il Contesto, Toto
Modo.
B. «lo so… lo so... ma Toto Modo è impegnato, anzi impegnatissimo,
come una rinascita, la caduta là era, nel Contesto».
D. I rapporti che ha con il P.C.I., come sono? e’ ancora tesserato?
B. «Con chi?».
D. Con il P.C.I…
B. «Chi, leonardo?».
D. Si, leonardo.
e. «No! Buoni, sono buoni...».
D. Tu sei d’accordo con questa linea politica del P.C.I. adesso, con il
Congresso d’ora...
B. «Si».
D. Con il «Compromesso Storico?».
B. «In Italia, in Italia…, è difficile potersi coltivare, potersi comprare un
libro, ma la causa qual è? la causa è che il libraio guadagna il 40%, perciò
per un libro di 3000, il libraio guadagna 1200 lire, prima; perciò sono il 40%
che l’editore perde, poi c’è il 15% che l’editore dà all’autore e sono io, poi c’è
il 10% per la distribuzione, poi c’è il 50% di spese generali… un libro di 3000
all’editore ci vanno qualche 1200 lire, ci deve guadagnare anche lui… Si
potrebbero fare edizioni economiche, come quelle tascabili. No! In un primo
momento non si può lanciare un libro tascabile…».
D. …e l’antologia, la farà Feltrinelli?
B. «Sì, Feltrinelli la farà, è il quarto libro da Feltrinelli».
…omìssis...
– 78 –
B. …io, cercavo di rendermi indipendente economicamente, capisci?
Cercavo di potermi liberare e rendermi economicamente libero e non avere
bisogno per potermi dedicare a scrivere ... lo scopo era questo, capisci? e si,
portavo dentro d. me, leggevo di notte, non è che abbandonavo, scrivevo e
poi c’è tutta la storia ne “la paglia bruciata”
…omissis…
«Poi c’era Sciascia che diceva — Neruda queste cose non le scriveva –
poi, intervenne Pasolini, ultimo, che disse – Neruda è un cattivo poeta, Ignazio
Buttitta un buon poeta – e un articolo di due pagine sulla rivista».
D. Nei confronti di Quasimodo hai avuto qualche alterco, per quanto
riguarda la forma poetica, cioè a dire, Quasimodo si rivolgeva più che altro
...cioè abbastanza culturalmente elevato, non si rivolgeva ai contadini…
B. «ecco, questo è importante, c’è stato ora un convegno su Quasimodo a
modica e a Siracusa, dove io sono intervenuto all’ultimo, all’ultimo sono
intervenuto, io ho parlato di Quasimodo, di Quasimodo… e ora stanno pubblicando tutti gli atti del Convegno, e parlavano tutti i professori… parlavano
sulla poesia di Quasimodo, poi sono intervenuto io… leggere i giornali, perché
io in dieci anni accanto a Quasimodo, sapevo tutta la vita di Quasimodo, la
mia non era una critica, io parlai… ad esempio erano aneddoti… per esempio
uno… Lu pani si chiama pani che era stato tradotto da lui, una sera mi disse: –
Ignazio, io ti voglio bene perché tu sei poeta – No! – Gli ho detto – no! Tu mi
vuoi bene perché io scrivo in dialetto. Perché a Quasimodo se tu gli parlavi di
Ungaretti… di qualsiasi grande poeta, rideva… erano niente gli altri… montale…
niente, rideva… poi aveva come una mania di persecuzione, come se tutti fossero
contro di lui, contro di lui, poi, aveva un brutto difetto, non pagava mai! mi
ricordo che noi andavamo a mangiare a “la scala”, al ristorante qui sotto, no!
Non mi ricordo mai che avesse pagato una cena, un caffè non l’ha mai pagato!
va bene che soldi ne aveva pochi, prima del premio Nobel, ma lui non ha pagato
mai niente, anche quella dottoressa che ha tenuto per quarant’anni… l’ha sfruttata
in maniera…».
D. era un poeta!
B. «Non è stato un grande poeta, un buon poeta, non un grandissimo poeta».
D. Nei confronti di Brancati...
B. «No, io Brancati l’ho conosciuto così, di vista, Brancati l’ho conosciuto
a roma, era amico di renato».
D. la curiosità spicciola del cinema, che cerca di farne cosa commerciale...
B. «Sai cosa si può dire di Brancati che è morto giovane, questo si può
dire, non so cosa avrebbe potuto scrivere».
– 79 –
D. anche moravia ha detto che Brancati ancora doveva. sviluppare il
pensiero… erotico…
B. «…e parliamo di leonardo, leonardo per me, fra dieci anni, sarà il più
grande scrittore italiano, oggi no!».
D. Io sto leggendo La corda pazza di leonardo che e… io quando leggo quel
libro mi sembra di essere… il modo di porgere e il modo di scrivere, in questo
periodo di gerghi di linguaggio pornografico, no pornografico, standardizzato
D. Per me Le parrocchie di Regalpetra è insuperabile, sì, mi piace in una
maniera… terribile…
B. «Sì».
D. lo scrivere documenti perchè sono una serie di documenti, scriverli in
quella maniera Todo Modo per esempio mi è piaciuto meno de La corda pazza,
con Il Contesto…
B. «Beh, con Il Contesto siamo in un altro campo, i racconti belli sono ne
Il mare colore del vino che poi a me... quel titolo del Il mare colore del vino è
nella Paglia bruciata… c’è un racconto dove dico “il mare colore del vino”…
però la cosa più interessante è In morte dell’Inquisitore, almeno fino a questo
momento. Però io leonardo lo vedo fra dieci anni. leonardo Sciascia, ad esempio,
tutto l’opposto di Quasimodo, leonardo voleva pagare sempre lui…».
D. e’ racalmutese!
B. «ad esempio, io alla sera, non mi posso comprare le sigarette, io camminando con leonardo, le sigarette non le posso comprare, perché vuole pagare
sempre lui, e allora, io alle volte non ho sigarette e mi privo... – gli dico – no!
Ce l’ho le sigarette! andiamo nella libreria…, tutto al contrario… ad esempio
leonardo... nella Corda Pazza c’e un capitolo sulla mia poesia».
D. la vera storia di Giuliano.
B. «Sì! C’è un capitolo sulla mia poesia... ci incontriamo la sera, parliamo,
discorriamo, non mi disse mai che aveva scritto quest’ articolo, mai!».
D. Infatti, io devo cercare di impostarlo… su «la madre: la chiave della
poesia di Buttitta». mettere a confronto la madre di Giuliano e la madre di
Carnevale. Il contrasto…
B. «e poi era molto più polemico l’articolo, egli un pezzo l’ha tagliato, per
non toccare a rosi, perché rosi, di Giuliano ne ha fatto un mito, vestito di
bianco… lo stavamo stampando, disse, Ignazio, dobbiamo tagliarlo… perché…
però accenna… Dunque volevi dire?».
D. volevo dire, leggendo le poesie, in un certo qual senso le parole sono
sempre le stesse, ad esempio: «Sangu» fa rima con «fangu», non pensi di fare
– 80 –
semplicemente una poesia e non tante poesie?… di essere monotono, specialmente per quanto riguarda le parole… non trova questi vocaboli…
B. «Se ti accorgi, qua, è tutta poesia non rimata».
D. ma, in Io faccio il poeta c’è questo accenno di nuove parole, ma va a
finire che sono sempre le stesse che fanno rima: fangu - sangu, meli - feli, e
tutte queste cose qua...
B. «Senti una cosa…».
D. I neghi o lu mari, sono due termini ricorrenti nella tua poesia, il mare…
la natura insomma.
D. Questo balcone qui è sovrastante ... ha vissuto sempre, questo panorama
che incombe nella natura e nel nostro stato d’animo...
B. «Il mare, non c’è dubbio!».
D. Tra l’altro, il mare, che avrebbe bisogno di tanti aggettivi, visto che qui…
io venivo col dattilografo alle cinque di mattina e mi mettevo sul terrazzo, di
sopra, e dettavo e dalle cinque alle dieci, io dettavo…, ecco perché il marinaio
è diverso dal montanaro! e c’era questo catino che continuava a modificarsi.
B. «Parliamo di questo, parliamo di questo, ciò è una cosa molto grossa,
qui ci sono poesie, come ce n’è qualcuna, come Io faccio il poeta, Lu latti di
la matri, una grande lirica… bella… qua c’è una poesia che è la più bella poesia,
e non c’è… uno, che facendo la critica si accorge di questo!».
B. «Stasira... – recita tutta la poesia – ...una poesia veramente angosciante...»
ripete la poesia, con sottolineature e commento.
B. «ora ti volevo dire un’altra cosa, la cosa più interessante di ciò, è il
Poeta in piazza questo scorcio politico-culturale che non ha fatto mai nessuno,
che non lo fanno i politici, capisci… il politico vuoto, sempre le stesse cose,
questo discorso politico; che leggi compagno? abbassi sempre la testa, che fai
non ci pensi ai libri, allo studio, alle antologie, che fai compagno? l’ignorante
non vale niente, un sacco vuoto è, una pietra in un fosso, che fai compagno?
Compagno, hai dimenticato quelli uccisi dalla mafia? Se tu oggi lavori sette
ore al giorno, è perché quelli si sono fatti uccidere dalla mafia, tu l’hai dimenticato, compagno! Dove vai la sera, che leggi? Che vedi alla televisione? ecco
compagno, sei analfabeta, sei ignorante, perché non leggi? Questo libro è il
problema, questa è la cosa più importante del libro!».
D. Cultura e rivoluzione sono la stessa parola…
B. «Cultura e rivoluzione sono la stessa cosa».
D. …e l’omu cangia sorti e destinu ca asciuga l’umido dell’ignoranza.
– 81 –
B. «Quello che i politici non ti dicono è che noi abbiamo questa massa di
80% d’analfabeti, semianalfabeti, ignoranti, questo è terribile, capisci che
anche una rivoluzione, un passaggio oggi, con una massa così ignorante che
non ha coscienza politica e che questa massa non essendo preparata politicamente,
lo sai cosa vede? Cosa vede, vede il padrone e odia naturalmente il padrone,
ma pensa di prendere il posto del padrone, questo è il guaio! Non pensa ad
un’umanità di fratelli, questo è un discorso importantissimo».
D. molti lo confondono come Cristianesimo, come Cattolicesimo… non è
socialismo, un socialismo cristiano più che altro…
B. «Un minuto, stai attento, che la concezione, la concezione cristiana, quella
è la concezione nostra del socialismo: – ama il prossimo tuo come te stesso, ama
il prossimo tuo come te stesso – è facile, è più facile che un cammello entri nella
cruna di un ago… San Paolo… non sfruttare gli altri… la concezione cristiana
è vicina alla nostra… che c’è dubbio! Un mondo nuovo; un mondo nuovo, non
riesci a crearlo: prima, per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, prima cosa è il
lavoro per tutti, ma tu non arrivi al socialismo, fra due, tre secoli, non c’è per
ora, non arrivi ad un mondo nuovo se non arrivi alla fratellanza, se non vedi
nell’uomo te stesso, e allora la nostra teoria-socialismo è teoria d’amore, di fratellanza... lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, al lavoro, per tutti, assistenza per
tutti, ma senza l’amore no, non si regge una società, questa è la concezione, e
allora questa casa non è, non è nel senso, per esempio, che pensi tu, di una società
di gente che si rispetta soltanto perché crede di andare all’inferno… No! e’ una
concezione di coscienza, è la coscienza di vedere nell’uomo sé stesso… e si
arriva al socialismo, all’uguaglianza».
Ignazio Buttitta
Nota: Pretesto dell’incontro, la tesina di maturità di Calogero Mendola, propiziatore
dell’evento Eugenio Napoleone Messana.
Pubblicato il 26.02.2010
– 82 –
Sull’espressionismo
Siamo nel 1900. In Germania c’è l’imperatore Guglielmo II, kaiser del II
reich. a Berlino nel 1902 veniva inaugurato il viale della vittoria, ornato da
32 statue in marmo di Carrara. Il discorso testualmente riportato è il seguente:
«Un’arte che non tiene conto delle leggi e dei limiti da me indicati, non è più
un’arte, è un’industria, è un mestiere, e l’arte non deve mai essere questo. Con
l’abusata parola “libertà” e sotto la sua bandiera, si giunge troppo spesso
alla presunzione e alla perdita di ogni limite. Chiunque si stacca dalle leggi
che regolano la bellezza e dal senso estetico e armonico che ogni uomo sente
nel suo cuore, anche se non lo sa esprimere, chiunque attribuisce un’importanza fondamentale a una particolare tendenza, a una determinata soluzione
di questioni puramente tecniche, costui pecca contro le fonti dell’arte.
Ma vi è qualcosa di più: l’arte deve contribuire a educare il popolo, deve
dare la possibilità anche alle classi inferiori di elevarsi, dopo il lavoro e la
dura fatica, mediante l’ideale. Noi, popolo tedesco, siamo gli eredi dei grandi
ideali, mentre altri popoli li hanno più o meno perduti. Il popolo tedesco è chiamato a difendere, a coltivare e a perseguire questi grandi ideali, e uno di questi
ideali consiste nel dare la possibilità alle classi lavoratrici di elevarsi verso
ciò che è bello, di trovare la strada che porta fuori e sopra ai loro soliti pensieri. Se l’arte, come ora accade spesso, non fa altro che mostrare la miseria
in una forma ancora più orrenda di quanto già sia, allora pecca contro il popolo tedesco». ad un documento storico, come quello appena letto, ne opponiamo un altro, che esprime una visione completamente diversa: la prefazione
al catalogo della terza mostra della Nuova Secessione nel 1911 che espone il
programma del gruppo degli espressionisti: «Una decorazione derivata dalle
idee cromatiche dell’impressionismo: questo è il programma dei giovani artisti
di tutti i paesi; le loro leggi cioè non derivano più dall’oggetto, del quale gli
impressionisti miravano a ottenere un’impressione con i mezzi della pittura
pura, ma pensano invece alla parete e per la parete, e in termini di colore…
Zone di colore vengono contrapposte in modo che quelle imprevedibili leggi
di equilibrio imposte dalle quantità del colore sostituiscono le rigide leggi
scientifiche sulle qualità del colore con una nuova libertà personale di movimento. Queste zone di colore non distruggono le linee di base degli oggetti
rappresentati, ma la linea viene usata ancora una volta coscientemente come
un fattore non per esprimere o creare forme, ma per descriverle, per caratterizzare l’espressione di una sensazione e fissare la vita figurativa fermamente
sulla superficie. Rimanendo ogni volume appiattito alla superficie, viene
completamente negato il suo significato reale. Ogni oggetto è solo il portatore
– 83 –
di un colore, di una composizione cromatica e tutta l’opera non mira a una
impressione della natura, ma a una espressione dei sentimenti. La scienza e
l’imitazione scompaiono di nuovo a favore di una creazione originale». Siamo
nel 1900, anno in cui muore Nietsche. Questa contrapposizione, cioè la visione
ufficiale del Kaiser e quella contrapposta degli espressionisti, non è altro che
la contrapposizione teorizzata proprio dal filosofo. Nietsche individuò due atteggiamenti culturali fondamentali nella genesi della cultura: da una parte il principio simbolizzato da apollo, che si esprime nella ricerca dell’armonia,
dell’equilibrio, della bellezza, della serenità dello spirito, della razionalità; e
quello, che trova il suo simbolo in Dionisio ed è originario nell’uomo, che invece è espressione dell’istinto, della volontà, dell’irrazionalità, del desiderio
di trasgredire ad ogni ordine ed ad ogni legge. Poiché il principio apollineo
che aveva guidato fino ad allora l’umanità aveva prodotto il conformismo, la
passività, il dogmatismo della scienza e la decadenza della società, era necessario tornare al principio dionisiaco, alle gioie alle passioni, abbandonare
quindi la morale da schiavi per esaltare la volontà indomabile dell’uomo.
la massima espressione di tale volontà è il superuomo, un essere totalmente libero, al di sopra del bene e del male. Nietsche è dunque il filosofo
della liberazione dell’individuo da tutte le strutture sociali. molti pittori di questo
periodo lo leggono e lo studiano, anche in appositi cenacoli. e citando Nietsche
non si può non parlare di una donna che è un po’ il simbolo di questo periodo:
lou Salomè. (la ricorderà chi ha visto nell’ormai lontano 1977, il film di liliana
Cavani «al di là del bene e del male» con una splendida Dominique Sanda).
Donna, russa ma di origine francese, che ha avuto relazioni con Nietsche, rilke
e Freud. Basterebbe citare questi tre nomi – il filosofo, il poeta e lo scienziato –
per sintetizzare tutta la cultura mitteleuropea. È sempre del 1900 la pubblicazione
«l’interpretazione dei sogni» di Sigmund Freud. Scrisse lou Salomè: «La vita
dell’uomo, sì, la vita è in sé Poesia. Noi la viviamo ignari, giorno dopo giorno,
un poco alla volta, e intanto, nella sua sconfinata vastità, essa vive in noi,
compone con noi la sua Poesia». Nel 1893 munch aveva dipinto l’urlo. ed è
proprio il grido il preambolo, il pre-testo dell’espressionismo. È il manifesto
dell’insicurezza ontologica, il grido della coscienza soggettiva di fronte alla
realtà dell’esistenza: è il grido di chi nasce. È il grido che ha visto su una mummia
peruviana al musèe de l’homme di Parigi e che aveva ispirato anche Gauguin.
Così nel 1920 Hermann Bahar: «l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo
grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre,
chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’espressionismo». munch ha dipinto
anche il Bacio, opera che riempie d’orrore rilke (terza elegia duinese). 1903
in Germania vengono esposte opere di: Cezanne, van Gough, Gauguin,
munch. van Gogh si identifica con il colore, Gauguin con le linee, Cezanne
– 84 –
con la costruzione logica: occhio più intelletto, munch con il tormento
dell’angoscia esistenzialista, che differenzia l’espressionismo tedesco delle
Secessioni da quello francese dei Fauves. 1904 in Italia Pirandello pubblica
«Il fu Mattia Pascal». 1905 einstein formula la Teoria della relatività. a Parigi
nasce il movimento dei Fauves (le belve), ne fanno parte: matisse, rouault,
Derain, De vlaminck. È un movimento che dura solo tre anni finisce nel 1908,
quando nasce il cubismo. Picasso ha dipinto l’anno prima le demoiselles
d’avignon. I Fauves non sono altro che gli espressionisti francesi, infatti questa
la definizione di Wikipedia: «La loro arte si basava sulla semplificazione delle
forme, sull’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro, sull’uso di colori
vivaci e innaturali, sull’uso incisivo del colore puro, spesso spremuto direttamente
dal tubetto sulla tela e una netta e marcata linea di contorno. L’importante
non era più, come nell’arte accademica, il significato dell’opera, ma la forma,
il colore, l’immediatezza. Partendo da suggestioni e stimoli diversi, ricercavano
un nuovo modo espressivo fondato sull’autonomia del quadro: il rapporto
con la realtà visibile non era più naturalistico, in quanto la natura era intesa
come repertorio di segni al quale attingere per una loro libera trascrizione».
I gusti estetici di questo periodo sono quelli comuni dello jugendstil, versione
tedesca dell’art nouveau o liberty.
Caratteristica principale di questo stile è liberare l’ornamento e valorizzare
le forme naturali, linee e superfici. Come esempio architettonico basta citare
la facciata della Filo di via San Siro a Piacenza. Nel 1905 nasce il gruppo Die
Brucke (Il Ponte), architetti che scoprono la carica del colore unitamente alla
forza delle linee (Xilografia: incisione sul legno), i promotori sono: Kirchner,
Bleyl, Heckel, Schmidt-rotluff, a cui si aggiungono in seguito Nolde,
Pechstein e muller. l’esperienza della Brucke dura sei anni, termina nel 1911.
Nel 1909 a Parigi sul giornale le Figarò, marinetti pubblica «Il manifesto del
Futurismo», corrente che in Italia più si avvicina allo spirito espressionista:
significativo il concetto, tra i tanti, di volere uccidere il chiaro di luna, concetto
già espresso in «Così parlò Zarathustra» da Nietsche, quando afferma che bisogna sostenere un’energia nuova contro la «depressiva lascivia lunare». Nel
1912 troviamo una Nuova Secessione: nasce il Gruppo Der Blaue reiter (Il
Cavaliere azzurro). Fondatori Franz marc, e vassijli Kandinskij che ebbe a
scrivere: «Noi due amavamo l’azzurro, Marc i cavalli, io i cavalieri». Si
aggiungerà presto, anche per l’amicizia che lo legava a Kandinskij, Paul Klee.
Nuova Secessione a Berlino (Beckmann) ed a vienna.
l’epigono dell’espressionismo è proprio quello viennese che ha i massimi
rappresentanti in Kokoschka e Schiele. Klimt merita una parentesi a parte: è
il ritrattista della vienna borghese, dei salotti buoni del centro città, l’opposto
di Schiele che sceglie la periferia, i volti segnati dalla fame, uno sceglie
– 85 –
l’aristocrazia, l’altro il sottoproletariato, entrambi esclusero le classi medie.
Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale, l’Italia entra in guerra il ‘15. la
guerra termina il 1918 ed è la stessa data cui si fa risalire la fine dell’espressionismo, il manifesto Dadaista così scriveva: «l’espressionismo… non ha
nulla a che fare con le aspirazioni degli uomini attivi». Nel 1918 con la fine
dell’espressionismo, crollano anche gli Imperi Centrali. Ci sono delle coincidenze nella nostra storia, come in tutte le storie, in questa, la morte di Klimt e
di Schiele, maestro ed allievo, soprattutto amici e con-fratelli (simbolo il quadro
di Schiele che li rappresenta entrambi vestiti in saio monacale). Nel 1916
era morto, in seguito ad una caduta da cavallo, Boccioni, l’unico grande
espressionista, a mio avviso, della pittura italiana. (bellissimo il quadro della
ricci oddi: «ritratto della madre»). Un’altra coincidenza: Schiele muore a 28
anni come Catullo, lontani cronologicamente, ma che uno con la penna e l’altro
col pennello «hanno saputo interpretare meglio di altri, l’eros, i ghigni e le
eccitazioni della gioventù». molti altri muoiono in guerra, come Franz marc,
altri in conseguenza della guerra. ma di certo non muoiono le loro opere e le
loro idee. a proposito, ne vorrei riportare alcune: ricordate Karl Schmidt-rottluff? Il fondatore, tra l’altro, della Brucke, così dichiarava: «…So solo che
l’arte si manifesta sempre in nuove forme, poiché ci sono sempre nuove personalità; la sua essenza, credo, resta immutabile. Può darsi che mi sbagli. Ma se
devo parlare di me, so che non ho un programma, ho soltanto il desiderio
inesplicabile di afferrare ciò che vedo e sento e trovarne l’espressione più
pura». e Franz marc nell’almanacco Der Blaue reiter aveva scritto: «In questa
nostra epoca di grandi lotte per l’arte nuova noi ci battiamo come Fauves,
come artisti non organizzati contro un vecchio potere organizzato. Sembra che
la lotta sia impari; ma nel campo dello spirito non vince mai il numero bensì
la forza delle idee. Le temute armi dei fauves sono le loro nuove idee; queste
uccidono più dell’acciaio e spezzano ciò che era ritenuto infrangibile». Gli
stessi artisti evitano di usare il termine espressionismo e Kandinskij, in una nota
scrive: «Rappresentare la natura non come fenomeno esteriore ma, soprattutto,
l’elemento dell’impressione interiore, che recentemente è stata chiamata
espressione…». Con l’impetuoso entusiasmo della gioventù, questa generazione
«gridava» la libertà per un’arte nuova come simbolo ed espressione di un uomo
nuovo. avevano un elevato senso del Gruppo e degli elementi che li univano,
tanto che si potrebbe dire con le parole del contemporaneo Franz Kafka: «Esiste
una sola meta. Ciò che chiamiamo strada è esitazione».
Scritto pro-memoria in occasione dell’incontro tenuto il 21.05.2010 a Cortemaggiore,
nell’ambito del ciclo: «Parliamo di pittura ad olio». organizzato dall’ I.C. di Fiorenzuola.
– 86 –
INDICE
Carmelo Sciascia, un piacentino di Sicilia ………………………………………… Pag. 17
I siciliani, la Sicilia e la Pianura Padana ……………………………………………… » 19
accade nella terra di leonardo Sciascia ……………………………………………… » 12
Tanti candidati, poche idee …………………………………………………………………… » 15
Scrivere per non dimenticare: la scrittura come speranza ………………… » 18
Il mio ‘68 ………………………………………………………………………………………………… » 26
Considerazioni letterarie sulla sirenetta ……………………………………………… » 30
Discorso di un pittore su se medesimo ………………………………………………… » 33
la trilogia narrativa di Camilleri …………………………………………………………… » 35
Stefano, un amico …………………………………………………………………………………… » 38
mostre personali ……………………………………………………………………………………… » 40
riflessioni sulla festa piacentina del P.D. …………………………………………… » 41
Il cinema oggi: il premio efebo 2009 …………………………………………………… » 45
l’isola in me – In viaggio con vincenzo Consolo …………………………… » 48
Un onorevole siciliano …………………………………………………………………………… » 51
Nella storia delle Br e della mafia ……………………………………………………… » 54
Sulla poesia di alda merini …………………………………………………………………… » 57
ritorno alla marina: Camilleri-Pirandello …………………………………………… » 60
mostra Schiele: Il diario dal carcere …………………………………………………… » 64
» 67
Fatti e misfatti dell’avvocato-detective …………………………………………………
» 70
«la caccia al tesoro» di Camilleri …………………………………………………………
appendice ………………………………………………………………………………………………… » 75
– Si parlava di cultura e rivoluzione... …………………………………………… » 77
– Sull’espressionismo ……………………………………………………………………… » 83
eDITo a CUra Del ComUNe DI raCalmUTo
STamPa TIPoGraFIa moDerNa
vIa FIlIPPo vIlla, 65 - Tel. 0922 942266
raCalmUTo (aG)
– SeTTemBre 2010 –
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