–1– Tavole: Copertina: Ultima di copertina: Pagina 13: Pagina 73: Tav. III - Vulcano (olio su tela di C. S.) Tav. III - Cratere (olio su tela di C. S.) Tav. III - Satiro (olio su tela di C. S.) Tav. Iv - le Gole dell’Alcantara (olio su tela di C. S.) LIBERTÀ DI PENSIERO opinioni, riflessioni, considerazioni, pubblicate sul quotidiano «libertà» con riferimenti alla Sicilia ed a racalmuto dal «Piacentino di Sicilia» Carmelo SCIaSCIa –4– «Lo scrivere è un atto di speranza». E’ per questo motivo che Carmelo Sciascia, da circa un quarto di secolo, scrive e rende pubbliche le sue riflessioni, le sue annotazioni e i suoi pensieri su vicende, avvenimenti, fatti, uomini e cose del nostro tempo. Se non avesse posto questa «speranza» nello scrivere, oggi non avremmo questo volume che raccoglie una serie di articoli pubblicati sul quotidiano piacentino «Libertà» e i suoi interventi tenuti in vari incontri. Gli argomenti trattati in questa raccolta spaziano dalla politica alla letteratura, dal costume all’arte, dai ricordi giovanili al disincanto del presente! Tuttavia, al disincanto dell’età matura si affianca la forza della speranza nel cambiamento futuro, proprio ad opera della scrittura (e della pittura). La scrittura, appunto, non solo come speranza ma anche come mezzo per superare l’esistente, atto di libertà, meta intellettuale e morale per le nuove generazioni. Carmelo Sciascia, «Piacentino di Sicilia», come ama definirsi, non ha mai spezzato il filo che lo lega alla Sicilia e in modo particolare al suo paese: Racalmuto. Anche se per ragioni di lavoro, finiti gli studi universitari, l’ha dovuto abbandonare, ha sempre tenuto vivi i rapporti con gli amici di infanzia, con i compagni di partito, con gli intellettuali e gli artisti racalmutesi. In questi scritti, anche quando si occupa di questioni nazionali, traspare la sua Racalmuto, la sua Sicilia. I suoi riferimenti costanti sono gli scrittori e gli artisti siciliani (e racalmutesi): Sciascia, Camilleri, Consolo, Bufalino, Guttuso, Pietro d’Asaro e tanti altri artisti... Con occhio vigile e interessato segue le nostre vicende sia che riguardino l’arte, il costume, la politica che le trasformazioni economico-sociali e culturali della nostra comunità. Il comune di Racalmuto, pertanto, con il patrocinio dato a questa pubblicazione, ne ha voluto riconoscere oltre il valore culturale e sociale anche l’alto impegno morale e civile. Salvatore Sardo Consigliere Comunale del PD –5– –6– Carmelo Sciascia, un piacentino di Sicilia Il giornale è una sorta di quotidiana preghiera laica per ogni cittadino che vuole informarsi. Contiene notizie, ma non solo. E’ una piazza in cui i lettori possono discutere pubblicamente. Il primo giornale esce in Germania nel 1609. A Piacenza nel gennaio 1883 nasce Libertà che oggi ha 127 anni. Su Libertà, il quotidiano dei piacentini, in quest’ultimo decennio, i lettori sono intervenuti molto con i loro articoli, testimonianze, opinioni ed hanno posto al centro dell’attenzione migliaia di pagine di compartecipazione alla vita culturale, sociale e politica della città. Il contributo dei piacentini al giornale è, ed è stato, notevole, e si è espresso – e continua ad esprimersi – sotto varie forme: l’intervento, il dibattito, le analisi, il caso, le riflessioni, gli approfondimenti. A metà strada, tra il giornale come cronaca, ed il pamphlet come genere letterario, spesso polemico. Un giornale sempre utile per il cittadino per capire Piacenza, l’Italia, il mondo. Ed è su queste pagine che Carmelo Sciascia ha espresso le proprie riflessioni che spaziano dall’osservazione di episodi di quotidiana vita cittadina a fatti di cultura nazionali. Ero presente all’inaugurazione dell’ultima mostra pittorica di Carmelo, e lì ho espresso parole di apprezzamento per la sua arte ma soprattutto per il suo modo di essere intellettuale, di essere un siciliano speciale. Nelle cose che scrive e racconta c’è molto dell’altro Sciascia, di quel Leonardo con cui ho lavorato dal 1968 al 1979, allo storico giornale L’ORA di Palermo. Sì, Carmelo Sciascia si è portato da Racalmuto a Piacenza, sulle rive del Po dove vive, il meglio della cultura e della passione siciliana. Sa infatti esprimere ogni giorno una voglia di concreta di positività, trasformando la tragedia isolana in sensazioni forti di vita. Carmelo ha così saputo unire inchiostro e colore. Ha rappresentato aspetti della bella terra piacentina con i caldi colori della terra di Sicilia. Ha scritto di cose siciliane con riflessioni proprie della terra padana. «Piacentino di Sicilia», questa è la sua firma. E’ il suo biglietto da visita. Mai pseudonimo è stato più vero a svelare, più che a nascondere una bella personalità! Gaetano rizzuto Direttore quotidiano «Libertà» –7– –8– I Siciliani, la Sicilia e la Pianura Padana Si può essere siciliani anche senza aver mai messo piede in Sicilia,... tornando indietro lungo il filo delle pagine, ciascun lettore può provare a tracciare la propria topografia. Un luogo che ognuno racconta, a modo suo. Questo quanto afferma il Savatteri congedandosi dal lettore, nel «quasi un epilogo» del suo I siciliani. ed io, a modo mio, traccio la mia carta geografica che comprende la Sicilia e la Pianura Padana, l’accecante sole del sud e la fitta nebbia del Po: ambedue i sistemi climatici offuscano la vista ed intorbidiscono l’intelletto. appunto per ciò, acuiscono di contro l’ingegno speculativo. racalmuto, il paese che costituisce l’humus culturale di Savatteri, è il paese dove è bàndita la ragione, come ebbe ad affermare lo stesso Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra: ma forse proprio per questo gli amministratori di quel paese negli anni ottanta, titolarono l’estate racalmutese come l’estate del paese della ragione. e fu una sciagura! mi sono sorpreso che di questi fatti e di mafia a racalmuto nel libro non se ne parli. eugenio Napoleone messana, un insegnante che aveva scelto l’appennino romagnolo, come volontario esilio dopo il fallimento della sua esperienza politica a sindaco di racalmuto, mi confidò anni addietro (molti!), che avendo gemellato le scuole, quella dove lui in esilio insegnava e la scuola media Pietro d’asaro di racalmuto, aveva rilevato le osservazioni dei ragazzi romagnoli: tutta la corrispondenza dei ragazzi della scuola siciliana grondava folclore! Non vorrei che quest’osservazione fosse adesso mossa nei riguardi di questo libro. Io propendo a dare, a quest’opera un’interpretazione come di finzione, o meglio ogni capitolo, tutti i capitoli come «inquisiciones» di borgesiana memoria. Come per Borges la letteratura non è altro che un giuoco: con l’eternità, coi miti e gli specchi, per Sciascia un giuoco con la tradizione e con il potere, per il Nostro diventa il giuoco della ricerca dell’uomo «di tenace concetto», che diventa a sua volta l’eresia e l’impostura del potere. «Noi siciliani siamo soggetti ad ammalarci di noi stessi: un male che consiste nell’essere contemporaneamente il febbricitante e la febbre, la cosa che soffre e quella che fa soffrire». la mafia: Cosa nostra da una parte, Falcone e Borsellino dall’altra. Salvatore Giuliano e Salvatore Carnevale, il bandito ed il sindacalista (tutti e due Salvatore tutti e due uccisi violentemente), Impastato –9– e Badalamenti (i cento passi di filmica memoria), e tutti gli altri personaggi di questo libro: gente di tenace concetto, che sono opposti e simili, così diversi e così eguali. e vitaliano Brancati, che questa frase l’ebbe a scrivere? Fu fascista ed antifascista, disinvolto apparentemente, ineccepibile formalmente; e Pirandello? Fu addirittura Uno, nessuno e centomila e Sciascia fu il teorico del si contraddisse contraddicendo e Tomasi di lampedusa? Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi ed ancora il filosofo empedocle che fa’ risalire la vita ed il divenire dell’universo dall’odio e dall’amore? e così via, via, via! Tutto questo per affermare la libertà assoluta dell’uomo siciliano. Così come massima è la libertà in letteratura, dove Sciascia, partendo dal manzoni, usava la scrittura come fioretto, di contro ad un vivace Camilleri che come barbaro berbero usa la scimitarra! Il fatalismo, che tutto fa dipendere dal destino, così è perché diversamente non può essere, contiene in sé i germi della libertà assoluta: siccome non vi è scelta nell’operare umano, possiamo fare qualsiasi cosa, tanto la storia non cambia. ed in questa assoluta libertà possiamo affermare tutto ed il contrario di tutto: alla faccia dell’esistenzialismo, dell’aut-aut di Kierkgardiana memoria. la libertà assoluta nella mancanza, o meglio nell’annullare la scelta! Fra Diego la matina è nello stesso tempo frate agostiniano, eretico, assassino, ed infine uomo che grazie alle fiamme del rogo lascia alla storia la definizione di sé: uomo di tenace concetto! Fu più bravo il verga a scrivere «I malavoglia» o luchino visconti a filmare «la terra trema»? Fu più profondo il Catanese a scrivere dei vinti o il Padano a riprenderli in bianco e nero? Fu più bravo Tomasi di lampedusa a scrivere il Gattopardo o luchino visconti a rappresentarlo cinematograficamente? ed ancora, visto che siamo a Piacenza e di siciliani si parla, fu più coerente il nobile Corrado Confalonieri nell’esercitare i suoi privilegi nobiliari o rinunziandovi per diventare il Santo Notino? e per diventar santo, dopo essere stato assassino (e torniamo alla dualità del Brancati e di altri), un piacentino deve andare in Sicilia? oppure: per essere così tenuta in tanta considerazione dai bambini, una santa da Siracusa (Santa lucia), in groppa ad un asinello, deve venire a Piacenza a portar doni? Queste alcune, ma sicuramente tanti altri sono i rimandi, le analogie, le similitudini e le opposte cose, che accomunano le genti di questa pianura, alle genti isolane. Gli uomini sono tutti uguali, e l’uomo è cittadino del mondo come disse elio vittorini, probabilmente questa frase l’ebbe, se non a scrivere, – 10 – a pensare, alla stazione ferroviaria di racalmuto dove il padre prestava servizio, ed eccoci tornati al punto di partenza! Il professore Fulvio sosteneva che il paese era al centro dell’universo, perché la via appia che collegava roma alle province africane, passava proprio sotto la piazza, dove adesso sorge il bel monumento allo scrittore, secondo questa teoria storico-matematica, perché si affidava a complicate formule matematiche per convalidare questa sua verità, racalmuto era al centro del mondo di allora e dell’universo di oggi. Perché «Racalmuto è davvero un paese straordinario,... che ha una dimensione un pò folle. La gente (ma non tutta) è molto intelligente, tutti sono come personaggi in cerca d’autore», oggi fra noi un autore, un buon autore, di scoglio e di mare aperto, comunque l’abbiamo incontrato: Gaetano Savatteri! Copertina del libro «I siciliani» di Gaetano Savatteri Nota: Scritto in occasione della presentazione del libro «I Siciliani» di Gaetano Savatteri al Circolo Pirandello di Piacenza. Pubblicato il 19.04.2005 – 11 – Accade nella terra di Leonardo Sciascia mi ha fatto molto piacere, prendere atto di un nuovo giornale che viene scritto, stampato e ampiamente diffuso a racalmuto, in Sicilia, la terra natale di leonardo Sciascia. Questo foglio cittadino di riflessione e commento titolato «la citalena», propone degli articoli di notevole interesse; non solo di spicciola polemica, che a volte fa anche piacere, ma anche di notevole interesse culturale, quale quello dedicato alla sacralità dell’acqua nell’altopiano racalmutese. e tramite questo foglio ho appreso, di alcune novità nel panorama toponomastico e non solo. alcune riflessioni è doveroso farle sugli eventi che spesso ci circondano, ci interessano, ci toccano personalmente. Per fare delle riflessioni abbiamo bisogno di pungoli, interiori od esterni, a volte voluti a volte casuali. Il pretesto di questa mia riflessione è dato dal cambiamento del nome del teatro da «regina margherita» a quello di «leonardo Sciascia». la storia si sa è spesso non solo logica continuità di fatti che si sviluppano verso «sorti progressive», ma è anche fatta da rotture repentine, contrasti laceranti e fughe pericolose che ci portano verso futuri incerti, tutti da scrivere e verificare. la storia in questo nostro beneamato-odiato paese è invece sempre più spesso, ritorno al passato, – parafrasando il Nostro, nel passato il presente –. Si dice che errare è umano ma, diabolico il perseverare. e così è. mi spiego: vi era un luogo della memoria, un luogo dove si era svolta per tanti lustri, la vita politica con i suoi comizi popolari e popolani, la vita economica con il bracciantato, luogo sacro per essere stato sede di uno dei riti più ignominiosi della religione nostra e dei nostri padri, nel ‘600 e non solo: il luogo di «lu cuddaru». Il collare che la controriforma impone ai bestemmiatori che venivano esposti al pubblico ludibrio. «Il collare… esisteva in tutti i paesi, a racalmuto era nell’odierna piazzetta F. Crispi» questo quanto riporta eugenio Napoleone messana nel suo libro «Racalmuto nella storia della Sicilia» edito nel ‘69, libro adesso introvabile che al di là di limiti palesi, andrebbe comunque riproposto alle stampe, così come si è fatto con la storia di Nicolò Tinebra martorana che, pour parler, di dette pratiche ecclesiastico-repressive non fa cenno. Questo luogo, all’improvviso, anni fa, a racalmuto scompare, sostituito da un moderno e quanto mai anonimo fontanone. Come se all’improvviso la – 12 – giunta Capitolina decidesse di fare scomparire Campo dei Fiori, luogo simbolo della libertà di pensiero che a volte, quasi sempre, l’eresia ha rappresentato: a roma Giordano Bruno, a racalmuto fra Diego la matina. ma ancor prima, un’altra violenza era sta perpetrata nel tessuto urbano del nostro centro storico. ancora ragazzo ho assistito alla costruzione del monumento ai caduti in guerra di Piazza Castello, un luogo che per secoli aveva resistito e testimoniato una concezione urbanistica medioevale veniva deturpato con un manufatto di maniera… ma erano altri tempi! Poteva in qualche modo giustificarsi come una delle tante tendenze al progresso espresse dal modernismo: gli anni ‘60, anni nefasti, di scempi per tutte le città italiane! e che dire della piazzetta di San Pasquale? Dal monumento ai caduti in guerra si passa al monumento ai caduti sul lavoro! Nulla da eccepire che queste vittime innocenti della barbarie militare o civile venissero onorate e ricordate, anzi credo debba essere un dovere oltre che civico, morale. ma non è questo il problema. e proseguiamo. Si ergeva una magnifica fontana con relativa inferriata circolare, estetica che conferiva un’atmosfera di sacralità e di indescrivibile armonia ad un luogo più magico ed unico che caratteristico. Con sorprendente miopia (?) questa fontana un bel dì scompare, sostituita da un monumento dedicato ai caduti sul lavoro. anche questa volta si violentava un luogo della memoria, così come i caduti in guerra, adesso anche i caduti sul lavoro venivano «malgrado loro» avrebbe detto il Nostro, a loro insaputa, diciamo noi, ferire monumenti di civiltà. Questi manufatti, dei quali non si mette minimamente in dubbio il loro valore estetico, potevano benissimo essere collocati in posti diversi, dove non avrebbero danneggiato «presenze preesistenti» ed al contempo avrebbero magari valorizzato angoli diversi e nuovi del Paese che di fermare l’espansione non vuole sentirne. errori umani tutti, comprensibili a volte, incomprensibili e diabolici continuare a farli oggi. Il campo sportivo vecchio è ormai da anni sottoposto ad una martellante opera di sistemazione, ristrutturazione, cambi repentini d’uso, dove è stato fatto di tutto e di più in un frenetico susseguirsi di fontane, luci, piante, stele, madonne, piscine… si dice che dove passava attila non cresceva filo d’erba, dove scorre denaro pubblico è un’alluvione di interventi e di manufatti a volte più distruttiva dell’orda dei barbari. vi sono le guerre e le guerre civili; quello cui noi assistiamo è paragonabile alla seconda, una guerra civile dove non si capisce bene chi è il nemico perché nello stesso tempo tutti sono amici e nemici di tutti: il sindaco, i politici, gli amministratori, i – 13 – cittadini… e la storia si ripete. viene smantellata la pescheria: «corpo estraneo», viene cambiato nome al Teatro: sic et simpliciter, voluntas… Si toglie e si modifica continuamente il nostro passato, le nostre radici vengono martoriate e ferite, le fronde in perenne stato autunnale seccheranno; così come già in agonia il senso di appartenenza ad una comunità che volente o nolente è stato l’humus di tante intelligenze sparse nel mondo, come di quel tal leonardo che senza quell’humus non sarebbe stato l’uomo di tenace concetto che-ebbe a scrivere: «Racalmuto è davvero (è stato) un paese straordinario,... che ha una dimensione un po’ folle. La gente (ma non tutta) è molto intelligente, tutti sono come personaggi in cerca d’autore (speriamo ne trovino dei buoni)». La statua di Leonardo Sciascia realizzata dallo scultore Giuseppe Agnello Pubblicato il 21.05.2005 – 14 – Tanti candidati, poche idee Sono stato giorni addietro a racalmuto, paese che ancora sento mio, per crescita (sono nato all’estero), ma soprattutto per formazione culturale. Premesso che ho una concezione della cittadinanza che mi accomuna ad elio vittorini: l’uomo è cittadino del mondo e non può essere quindi uomo di «campanile». Sento e sostengo la necessità di essere ancorato ad una realtà, come substrato dell’anima, che corrisponde ad una realtà che è quella della nostra formazione primaria. leonardo Sciascia sosteneva che, anche se si lascia la Sicilia, appena maggiorenni, per approdare in lontani lidi, in realtà si rimane isolani, come dire che il «danno» ormai è stato fatto. In parte sarà così, ma penso anche ci sia gente che pur essendo nata o essendosi formata in Sicilia, di isolano non abbia molto, avendo sempre esercitato l’intelletto a vedere oltre l’orizzonte visivo, a veder il «noumeno» di kantiana memoria, e di non essersi fermato all’apparenza del fenomeno, che come è solito viene dai più scambiato per l’essenza della realtà. riprendiamo il discorso: sono stato a racalmuto, uno dei tanti paesi dove si terranno le elezioni amministrative. Beh? ed allora direte voi cosa c’è di così strano? Si vota in tante altre realtà, anche a Piacenza, ad esempio. vero è! ma il quid, non è costituito dalla tornata elettorale, ma dalla particolarità in cui questa avviene. Innanzitutto vi sono dei partiti che ribaltano le scelte nazionali, e degli individui che ribaltano le scelte dei loro partiti. Per essere più precisi: la margherita (con il sindaco uscente, che era stato eletto con il centro sinistra) si è schierata con il centro destra. altri che facevano parte dello schieramento di centro destra appoggiano un candidato sindaco che gode dell’appoggio del centro sinistra. Non preoccupatevi in fin dei conti tutto si giustifica. Non godeva, in tempi non sospetti, l’amministrazione regionale milazzo a Palazzo dei Normanni, dell’appoggio dei fascisti e dei comunisti? erano anni di barriere ideologiche insuperabili, ma nonostante tutto ciò è avvenuto, ed allora perché non ripeterlo? Ci saranno senz’altro motivazioni diverse, uomini diversi, una cosa sempre uguale c’è comunque, e ci sarà sempre, l’interesse particolare e contingente di partito (si diceva una volta), personale, oggi! Guicciardini docet! Ho trovato un paese, con circa, uno in più uno in meno, duecento candidati. Famiglie divise per la presenza di più candidati all’interno – 15 – delle stesse e persone con equidistante grado di parentela con diversi candidati, che è, e sarà veramente travagliata al momento della scelta preferenziale. Un paese straordinariamente strano, con una assenza di programmi e programmazione inversamente proporzionale al numero dei candidati. e dire che l’unica cosa di cui il cittadino medio di quella realtà, come della maggior parte di molte realtà economicamente sofferenti, non è il giuoco funestamente famoso delle tre carte, ma una semplice e lineare programmazione per soddisfare i bisogni primari dell’essere sociale. aprire i rubinetti e vedere scorrere acqua corrente, uscire per le strade e trovarle pulite, partire o tornare dal Paese e trovare i collegamenti adeguati, poter fare una passeggiata nel corso principale senza essere investito o intossicato da «macchine umane». Questo delle macchine merita un capitolo a parte. Per andare in piazza, comprare le sigarette, fare la spesa, andare a scuola, passeggiare, è indispensabile prendere l’auto. Non solo, le macchine oltre a sostituire le gambe delle persone ne sostituiscono rumorosamente la bocca: ci si saluta strombazzando colpi di clacson, ci si ferma in pieno centro bloccando ulteriormente un traffico già bloccato, per far chiacchiere da salotto! Si diceva: torno per votare, voto per restare. Si diceva… ma questa è un’altra storia! adesso ci interessa il presente ed il presente è fatto di persone che vanno, vanno e non ritornano, né per votare, né per restare. ma in Italia siamo bravi a risolvere i problemi, l’emigrazione non esiste più perché siamo tutti cittadini europei, l’inquinamento (dell’acqua, dell’aria… di tutto) è sempre entro i limiti perché ne alziamo i valori… ho parlato di Italia… e se anche qui a Piacenza la politica diventa come quella di racalmuto? Può veramente essere che il microcosmo di una dispersa realtà del Sud rispecchia o anticipa quella del macrocosmo, in questo caso, nazionale? le premesse politiche ci sono e, discendono da quelle nazionali, tutti i partiti e gli schieramenti politici dicono ad esempio che la legge elettorale non andava bene ed è stata cambiata, tutti dicono che quella attuale non va bene e deve essere cambiata, tutti dicevano e dicono e diranno che i parlamentari son troppi ed andrebbero dimezzati, tutti dicevano e dicono e diranno che l’esercito italiano ha una funzione difensiva ma con l’avallo di tutti continuiamo a mandare soldati e soldi in imprese militari, che non sono belliche ma di pace! ma pensate veramente che il numero dei parlamentari venga dimezzato o i loro stipendi, adeguati agli stipendi medi degli italiani? mi sono andato a cacciare in un vicolo cieco, non ci sono vie di scampo! e sì, quanti sono a Piacenza i candidati e le liste? e la gente che strombazza – 16 – con le macchine? (poche, ma molti ahimè, lanciano cartacce e quant’altro dai finestrini). ed i valori dell’inquinamento? ed il verde pubblico? e l’integrazione degli extracomunitari? I cittadini vigilano e si indignano? lo vorrei tanto! Come Candido di voltaire vorrei che la soluzione al migliore dei mondi possibile fosse trovata nel lavoro, come il Candido di Sciascia vorrei invece fare un sogno che non riguardasse solo la Sicilia, come il cittadino Candido «qual sono e fui» vorrei, da parte di tutti, e soprattutto nel contingente, dai candidati a queste votazioni, un po’ più di serietà ed onestà, per continuare a Piacenza come a racalmuto, non solo a sopravvivere ma anche a vivere! Panorama di Racalmuto Pubblicato il 14.05.2007 – 17 – Scrivere per non dimenticare: la scrittura come speranza avevo voglia di fare una chiacchierata su Sciascia, di quelle che si fanno nei bar, d’estate nei paesi. riportare alla memoria, fatti, luoghi, accadimenti, cosi come spesso fa Camilleri con i suoi libri. Il vivace Camilleri che come barbaro berbero usa la scrittura come scimitarra, mentre Sciascia invece , partendo dal manzoni, usava la scrittura come fioretto. e dal punto di vista stilistico, il Nostro per il ‘900 rappresenta nella ricerca linguistica ciò che per l’ottocento ha rappresentato il manzoni. ma fare un incontro e parlare di uno scrittore, come Sciascia, è un impresa non da poco, la vastità delle pubblicazioni e dell’operato, con le implicazioni annesse e connesse, lascia perplessi, bisognerebbe non fare un solo incontro di una serata di metà settimana, come stasera, ma programmare una serie di incontri, con temi diversi che possano in qualche modo fare emergere i diversi risvolti dell’opera sciasciana. ed allora lasciamo l’analisi propriamente letteraria e cerchiamo di attualizzare gli eventi che questi fatti letterari hanno determinato. Ho pensato sarebbe stato meglio parlare di Sciascia considerando la quotidianità del rapporto dello scrittore con alcune vicende del suo paese, discuterne come passeggiando con le persone e nei luoghi a lui cari, ed è per ciò che mi sono ricordato di un filmato degli anni ‘80, che ha per titolo «Il sogno della ragione», un viaggio intorno a Sciascia. la scelta di iniziare il servizio su una vettura delle ferrovie, forse non è casuale, visto l’amore dello scrittore per i viaggi in treno e perché nulla ci vieta di pensare che l’affermazione che «l’uomo è cittadino del mondo» probabilmente elio vittorini l’ebbe a pensare, se non a scrivere, alla stazione ferroviaria di racalmuto dove il padre prestava servizio. Nell’intervista, una delle prime battute richiama Borges: la mia nascita è posteriore alla mia residenza. ed infatti, così come per Borges la letteratura non è altro che un giuoco: con l’eternità, coi miti e gli specchi; per Sciascia è un altro giuoco: con la tradizione e, con il potere. Quindi il Nostro, risiedeva a racalmuto ancor prima di nascervi! ed allora da lì bisogna partire, girare il mondo ed inevitabilmente ritornarci. Sciascia-racalmuto binomio inscindibile, già dall’origine del termine, arabo l’uno e l’altro: il cognome, dovrebbe significare una particolare bardatura di cavallo (o velo da sposa – secondo il messana – storico racalmutese) il paese, villaggio abbandonato o paese morto. – 18 – In realtà, gli arabi trovarono un villaggio che era stato abbandonato, non sappiamo di preciso se in seguito a una qualsiasi pestilenza oppure proprio per paura della loro venuta, fatto sta che il nucleo abitativo venne ricostituito un po’ più a valle. Il Paese è in quasi tutti i libri di Sciascia. Si appartengono reciprocamente, ed i racalmutesi, primi attori o comparse, ci si ritrovano, qualcuno non a caso ha detto e continua a dire: «nel libro ci sono io, preciso preciso, come mi fossi guardato allo specchio!». racalmuto, oltre che nelle Parrocchie, sarà menzionato ed analizzato ne Gli zii di Sicilia, Morte dell’inquisitore, Feste religiose in Sicilia, Candido – ovvero un sogno fatto in Sicilia –, ed altre ancora. racalmuto, un paese se pur dista solo 20 km dalla costa, può essere considerato come un paese dell’entroterra dell’isola, posto sull’altipiano dei monti Sicani, da un lato un paesaggio nudo e desertico, il regno della zolfara, dall’altro vigne, uliveti, mandorleti. Qui leonardo Sciascia nacque nel 1921 e più precisamente il 18 gennaio, morirà a Palermo il 20 novembre 1989; sarà seppellito nel cimitero di racalmuto e sulla lastra di marmo orizzontalmente disposta è stata incisa la seguente frase: «Ce ne ricorderemo di questo pianeta». Quaranta anni di vita letteraria e politica che sono stati attraversati e segnati dal Nostro. Scrive Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo». e Sciascia ci sta comunque tranquillo in contrada Noce, dove continuò a recarvisi, soprattutto per scrivere, da Caltanissetta e poi da Palermo, anche se venticinquenne ebbe ad affermare: «Quando saremo lontani da questo piccolo paese in cui siamo nati e viviamo, quando finalmente ci sentiamo nascere dentro amore e nostalgia per le cose che adesso ci circondano e mortalmente ci annoiano… quello sarà veramente il nostro paese: perché la lontananza darà dolci cadenze alla noia di oggi e all’ingiustizia; e diventerà un po’ amore quel che ora è insofferenza e reazione». lui si tiene sempre informatissimo di tutto ciò che accade a racalmuto: dalle vicende politiche a quelle di costume. Dei politici, del paese dice: «Tutti coloro che finora hanno amministrato questo paese avrebbero di che vergognarsi…» ed ironia della sorte il sindaco di oggi è un suo boy, nel senso che si è formato all’ombra dello scrittore, il padre è stato collega insegnate ed amico di Sciascia e tanto si prodiga adesso per la Fondazione. ed entra in scena, a questo punto Cammilleri, cittadino – 19 – della vicina vigata (Porto empedocle) che oltre ad essere cittadino onorario di racalmuto è anche il direttore artistico del teatro. Il Sindaco restivo, su suggerimento del Cammilleri, ha tentato di cambiare nome al teatro comunale «regina margherita», inaugurato personalmente da Ciampi, in quello di Sciascia. Questa scelta ha provocato una grossa reazione nel paese, un paese che comunque pur riconoscendosi nello scrittore, ha reclamato con forza una identità propria, identità che rischia di scomparire se tutti i luoghi dovessero allo scrittore essere intestati. C’era già stato il cambiamento di una via da regina margherita in via leonardo Sciascia, ad opera del precedente Sindaco Petrotto, ciò aveva suscitato una larga reazione sulla stampa nazionale e vivaci proteste da parte di varie associazioni monarchiche. la presa di posizione del Consiglio Comunale, la petizione di cittadini, la presa di posizione di personalità di primo piano (si ricorda anche l’intervento sul Corriere della Sera di matteo Collura, pubblicato il giorno stesso che in questo Circolo se ne era parlato), hanno fatto sì che il Sindaco restivo recidesse dalle sue posizioni. e quindi il teatro, che per essere restaurato ha richiesto un’impresa faraonica, e si è realizzata solo e grazie alla volontà dello scrittore, ha mantenuto il nome che aveva affascinato lo stesso Sciascia, che lì da giovane, aveva assistito alle prime rappresentazioni teatrali ed operistiche. al riguardo del sindaco va detto che fa parte di una generazione di giovani che sono cresciuti intorno ad un foglio, un giornale cui lo stesso Sciascia aveva suggerito il titolo un pò alla francese «malgrado Tutto» – malgrè tout. In questo foglio hanno scritto autori come Bufalino e Consolo e giornalisti altrettanto noti. Pochi lo sanno, ma non è certo comune avere in un paese di circa diecimila abitanti un foglio con quelle firme. li, ad esempio, da ragazzo ha scritto anche Savatteri, che abbiamo avuto il piacere di ospitare in questa associazione, per la presentazione dei suoi I siciliani. arrivando in treno a racalmuto, non si sa fino a quando, visto che lo smantellamento delle linee improduttive comprende anche la Canicattì-agrigento, si imbocca un viale in discesa, adornato ai lati da due file di pini. Questo viale era sovrastato da una vecchia centrale dell’ enel da tempo abbandonata e lì è sorta la Fondazione Sciascia. Questa Fondazione era stata fortemente voluta dallo scrittore e vi si era dedicato insistentemente negli ultimi anni, perché in fondo poca fiducia aveva nei politici locali e più in generale nei concittadini (nemo profeta in patria). Si potrebbe dire che quest’edificio assurge a simbolo di un monumento a – 20 – futura memoria, in realtà, dice qualcuno, si è preparato da vivo il monumento che lo avrebbe ricordato da morto: la sua Perpetua, dove perpetua indica non la domestica del prete, ma una tomba di famiglia, un monumento appunto a futura memoria. Questo le malelingue! mentre gli adulatori, abbiamo visto voler cambiare nome alle cose di cui Sciascia era innamorato! Il teatro e non solo, visto che anche la pescheria del paese è stata fatta fuori, letteralmente demolita, perché dichiarato o fatto dichiarare corpo estraneo ad una chiesa cui era appoggiata: la chiesa del Collegio di maria. Purtroppo, e questo è comune malcostume, dove scorre denaro pubblico è spesso un’alluvione di interventi e di manufatti più distruttiva di un’orda barbarica, perché nello stesso tempo tutti sono amici e nemici: il sindaco, gli amministratori, i cittadini… e la storia si ripete! a proposito di personaggi e di teorie originali Sciascia scrisse: «racalmuto è davvero un paese straordinario…, che ha una dimensione un po’ folle… tutti sono come personaggi in cerca d’autore». Ditemi se un personaggio come il professore Fulvio, personaggio di raffinata espressione culturale e popolare non può non collegarsi ad uno dei personaggi che hanno colorato il mare del colore del vino. Il professore Fulvio (me lo ricordo quando ragazzo passavo ore ad ascoltarlo nelle «putii di vinu» impropriamente bettole) sosteneva che racalmuto era al centro dell’universo, perché la via appia che, collegava roma alle provincie africane, passava proprio sotto la piazza e la matrice. ed era per riportare alla luce questo monumento, la via appia appunto che la Chiesa madre, il Duomo, doveva essere abbattuto. Secondo questa teoria, storico-matematica (perché si affidava anche a complicate formule matematiche per convalidare questa sua verità) racalmuto era al centro del mondo di allora e dell’universo di oggi. Questo il paradosso: la chiesa è chiusa da circa 30 anni ma non per scavi archeologici come avrebbe voluto il nostro prof. Fulvio, ma per restauri, si dice… si dice anche per interessi che ruotano intorno agli appalti per il restauro… si dice… (muta la parola). e visto che di chiese si parla, c’entra forse qualcosa con l’eretico Fra Diego la matina? Frate dell’ordine degli agostiniani, «famoso non per la sua eresia che professò, e di cui nulla si seppe e si sa (sappiamo soltanto di un libro scritto di sua mano con molti spropositi ereticali), ma per avere ucciso a colpi di manette, durante un interrogatorio, l’inquisitore di Sicilia Juan lopez de Cisneros». Fatto sta che il nostro sentì molto il fascino di questo monaco racalmutese ed il libro In morte dell’Inquisitore altro non è che un atto di accusa contro – 21 – ogni forma di intolleranza religiosa, e Sciascia riesuma questo personaggio che la tradizione popolare aveva cercato di rimuovere dalla memoria collettiva, perché il senso comune, allora come adesso, aveva condannato chi al potere si era opposto. Per inciso va detto che numerosi sono stati i gesuiti, si badi bene gesuiti, cui il paese ha dato i natali. tra questi un «papa nero» Nalbone S. J., Generale dei gesuiti. Nel 1984/85 una grande mostra venne allestita a racalmuto, era stata suggerita da Sciascia che partecipò in osmosi costruttiva all’allestimento, anche con una bellissima prefazione al catalogo sul monoculus racalmutensis. Questi era il pittore del 600 Pietro d’asaro, orbo di un occhio, conoscitore della pittura del Caravaggio (sosteneva il prof. eugenio Napoleone messana che il Caravaggio stesso fu a racalmuto, ospite del d’asaro), che operò oltre che in Sicilia a roma ed a Genova. a proposito di pittura vorrei segnalare la diversità dell’essere siciliano con Guttuso, questi ad esempio, sosteneva che i migliori lavori li aveva creati fuori dall’isola ed in particolare nella brumosa velate, in Brianza, lontano dalla sua Bagheria, anche se da lì si fa spedire tutto ciò che gli serve a dipingere un capolavoro come la «vucciaria». Frutta, carne, verdura, pesce che prima dipinge e poi divora. Sciascia si era detto mantiene costantemente i rapporti con il paese e della vita del paese sa tutto, ad informarlo provvedono oltre agli amici, soprattutto suo cugino Nanà, diminuitivo di leonardo, solo che per lui, come avveniva per le persone poco note, si anteponeva il cognome al nome. Fumatore anch’egli di tenace concetto, passeggiavamo spesso insieme intere mattinate nei tiepidi assolati inverni isolani. e fu lui, a riferire di un viaggio fatto in russia, ex UrSS, di un certo Pippo di Falco, attuale componente del consiglio comunale, credo faccia parte anche della giunta come assessore, che ricopre un incarico di grande responsabilità a livello nazionale nella CIa, non quella americana ma più semplicemente quella agricola italiana. Questo a dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, che non c’è quindi scarto tra l’essere un semplice racalmutese ed il ritrovarsi, con qualche leggero aggiustamento, ad essere protagonista di un libro di Sciascia in questo caso, Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia. Pippo era un giovane comunista che si era recato nell’UrSS, quando il muro di Berlino divideva ancora non solo l’europa, ma il mondo intero, in blocchi. Candido è un racconto che riprende il titolo e l’impianto del romanzo dell’illuminista voltaire. l’ironia prende il sopravvento nella narrazione delle alternative politiche sperimentate dal protagonista, alla vana ricerca della felicità. – 22 – lo scrittore si vedeva, di tanto in tanto, d’estate soprattutto, passeggiare in paese attorniato da amici. Schivo nell’intraprendere discussioni, amava ascoltare, «chi si dici?» era solito chiedere. l’ho incontrato qualche volta alla libreria Flaccovio di Palermo, e mi ricordo in particolare una discussione, che riguardava majorana. era uscito in quei giorni La scomparsa di Majorana, tutti sapranno che il libro tratta la vicenda di un giovane e brillante fisico, misteriosamente scomparso nel ‘38. Italiano e siciliano, italiano per il ruolo che ha avuto e la rilevanza scientifica, siciliano per il particolare carattere solitario e solipsista, come quello tipico di molti intellettuali isolani. la tesi del libro, era quella di far capire al lettore che il majorana, appunto perché uomo di profonda conoscenza scientifica e d’intuito, fosse riuscito ad intravedere la possibilità della costruzione della bomba atomica, e quindi a coglierne la drammaticità delle conseguenze nefaste per l’umanità. In quella occasione io invece così mi espressi: se il concetto di fondo e cioè che l’episodio della scomparsa dello scienziato possa essere utilizzata come denuncia delle responsabilità della scienza quando si mette al servizio del potere, può essere condiviso; non condividevo assolutamente l’idea che realmente il majorana fosse giunto alla possibilità di costruire una bomba atomica e di coglierne gli effetti conseguenziali. Questo, a mio dire, perché mancavano ancora degli importanti passaggi a livello matematico, senza i quali l’atomica era impensabile (tesi tra l’altro sostenuta anche dal nostro amaldi). la conoscenza di questi processi mi era data dalla lettura di numerose pubblicazioni scientifiche visto che stavo lavorando alla tesi di laurea di filosofia della scienza, che aveva per titolo: «le dottrine epistemologiche di einstein». Si era detto prima che il Nostro aveva seguito personalmente il restauro del Teatro comunale, come il nascere della Fondazione, questo perché poca fiducia nutriva per i politici locali e non solo, visto il giudizio negativo che esprimerà quando sarà consigliere comunale a Palermo nel ‘75 o parlamentare alla Camera nel ‘79. Se gli anni ‘60 sono stati caratterizzati dall’impegno della lotta alla mafia, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, gli anni ‘70 sono stati quelli dell’impegno politico Il contesto, Todo modo. Duro il giudizi sul ‘68, tutta la generazione è accusata di velleitarismo (duro il giudizio su Danilo Dolci). la sua posizione è molto vicina a quella di Pasolini, con cui aveva una fitta e nutrita corrispondenza. e sappiamo quale era stato il legame di Pasolini con il suo paese, quello contadino friulano prima, quello del sottoproletariato – 23 – cittadino e romano in particolare, dopo. Sciascia come Pasolini, un tema da approfondire, perché hanno delle affinità notevoli: tutti e due infatti hanno rappresentato la coscienza critica del sistema Italia, ed hanno dimostrato come incisivo era e doveva essere il ruolo dell’intellettuale, al di là di qualsiasi organicità di gramsciana memoria. Tutto ciò per sottolineare il fallimento della politica, che sosteneva Sciascia esserci, soprattutto nel campo della giustizia. Tema sempre attuale in Italia, vedasi al riguardo il libro Porte aperte che ad un giudice racalmutese si ispira: il giudice Petrone, che fino al ‘69, anno della sua morte, veniva a villeggiare da Palermo, dove aveva esercitato il ruolo di giudice, in campagna a racalmuto. e così come la politica falliva miseramente a livello nazionale con l’uccisione di moro così qualche manciata di anni dopo la politica falliva miseramente nel suo paese, dove mancanza di lavoro e di qualsiasi forma di prospettiva generava stragi nelle piazze, che stavano lì come un atto d’accusa, a dimostrare ancora una volta, ce ne fosse stato bisogno, che racalmuto non è il paese della ragione, titolo con cui è stato fregiato il paese da qualche amministratore da poco, ma «sia lontana la realtà di questo paese dalla verità e dalla giustizia, quindi dalla ragione». aldo moro era stato ucciso nel ‘78 (l’Affaire Moro); il Gen. Carlo alberto Dalla Chiesa, già cap. Bellodi de Il giorno della civetta, è stato ucciso nell’82: «Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare» ebbe a dire il Nostro in quell’occasione; (nell’87 la polemica sui professionisti dell’ antimafia); Dieci anni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa nel ‘92, Falcone e Borsellino salteranno in aria, il pool antimafia sarà smantellato, gli affari continuano a fruttare: «munnu è, e munnu è statu» (il mondo è sempre uguale a se stesso), purtroppo! mi permetto di aggiungere io. e visto che a racalmuto abbiamo gironzolato, facciamo una capatina in municipio, perché proprio lì c’è un elemento architettonico che ha sempre affascinato lo scrittore, e che è stato usato a metafora anche del carattere dei siciliani: lo stemma comunale. vi è raffigurato un uomo nudo con l’indice sulle labbra, in segno di silenzio, che guarda una torre. Nel cartiglio la scritta in latino: «nel silenzio mi fortificai». Questa raffigurazione la dice lunga proprio sul carattere dei siciliani e sulla loro capacità espositiva, più che alla parola ci si affida allo scritto, e scrivere a Sciascia riesce sicuramente meglio che il parlare. Non solo, perché per il Nostro è meglio spesso tacere che parlare. Si potrebbe collegare anche alle avversità storiche: «calati iuncu ca passa – 24 – la china», (abbassati giunco che passa la fiumana). e Sciascia ha scritto fino ad arrivare all’ultimo libro: Una storia semplice, pubblicato il giorno della sua scomparsa! Bellissimo il film con lo stesso titolo di emidio Greco del ‘91 con Gian maria volontè ed anche per questo straordinario attore, credo sia stato l’ultimo film da protagonista prima della morte, come il Nostro! Dello stesso Greco nel 2001 abbiamo visto Il consiglio d’Egitto con una stupenda interpretazione dell’attore piacentino Tommaso ragno, nelle vesti dell’avv. Di Blasi. Sulla trasposizione cinematografica delle sue opere molto vi sarebbe ancora da dire, visto che si sono impegnati registi come elio Petri (A ciascuno il suo nel ‘67 e Todo modo nel ‘76), Damiano Damiani (Il giorno della civetta nel ‘68), Gianni Grimaldi (Un caso di coscienza nel ‘70), Francesco rosi (Cadaveri eccellenti nel ‘76 tratto da Il contesto), aldo Florio (Una vita venduta nel ‘76, tratto dall’Antimonio), Gianni amelio (Porte aperte nel ‘90). Si può a questo punto dire che il cerchio si chiude: scrittore di gialli (a proposito di gialli sarebbe interessante analizzare le analogie con uno scrittore svizzero quale il Dùrrenmatt) che parlano di mafia, mafia ancora arroccata ad una realtà rurale o di piccoli appalti, finisce con l’essere scrittore di mafia a noi più vicina: quella del traffico di droga, del trafugamento di opere d’arte, quella dove, poveri noi! tutta la società è stata permeata di affarismo e d’interesse mafioso: la chiesa (l’uomo vestito da prete), la polizia (il commissario ed anche il questore) ed infine il procuratore che si distingue per la sua incapacità al «ragionare». Il viaggio, a questo punto potrebbe finire dove è iniziato, a racalmuto, ma potrebbe ricominciare... e nonostante tutto o meglio come avrebbe detto Sciascia alla francese malgrè tout (ricordate il giornale di paese da lui caldeggiato) c’è un atto di fuducia nello scrivere e nella libertà: «quale che sia la materia, triste o disperata… c’è della disperazione, ma c’è l’allegria della scrittura… Lo scrivere è sempre un atto di speranza» e conseguenzialmente diventa un atto liberatorio «Dio è morto, Marx è morto ed io mi sento bene, voglio essere libero!». Nota: Scritto in occasione dell’incontro del 15.03.2006, all’associazione Culturale luigi Pirandello di Piacenza. «Appunti per un viaggio attorno allo scrittore» – Sciascia parla di Sciascia – seguito dalla proiezione del filmato di M. Pia Farinelli «Il sogno della ragione». Pubblicato il 07.06.2007 – 25 – Il mio ‘68 Bellissima l’idea di libertà di portare avanti dei servizi monotematici sulla città. Focalizzare i quartieri e/o le frazioni, gli eventi di spettacolo e culturali, il Po ed i fiumi e le vallate ed i borghi della provincia; vuol dire fare una operazione che trasforma il nostro giornale da quotidiano, semplice registratore di eventi ed accadimenti, (rosa, neri o di qualsiasi altro colore), in un organismo di promozione civile e culturale, in un motore di stimolo alla politica ed alla società civile tutta. Questo preambolo per dire che ho apprezzato tantissimo questa scelta editoriale che tanti dibattiti ha stimolato. Personalmente mi sono sentito stimolato ad intervenire su un dibattito che ampio spazio ha trovato in questo periodo sul giornale, un argomento quale il sessantotto, che oggi nel quarantesimo rivela ancora l’urgenza del confronto e della discussione su temi sempre attuali, che da quel movimento erano stati posti in evidenza e ritenuti di vitale importanza. vorrei dare una mia personale visione di quel movimento, da una angolazione diversa da tutti gli altri punti di vista che finora si sono succeduti. Nel ‘68 ero appena quindicenne, un liceale quindicenne, di un paese sperduto dell’estremo sud. Un ragazzo che abitava a racalmuto e frequentava il liceo ad agrigento. Una provincia che è un’isola nell’isola e che con altre due province siciliane formavano il triangolo della fame, in opposizione al triangolo dello sviluppo economico ed industriale rappresentato allora da Genova, Torino e milano. ero giovanissimo allora, ma come tutte le nuove tendenze culturali il ‘68 arrivò al Sud con qualche anno di ritardo, quindi dopo, di preciso non saprei, comunque è un fenomeno che si può collocare storicamente più che fine anni sessanta, inizi anni settanta. Nell’età giusta per parteciparvi a pieno titolo, con le azioni tipiche del caso. azioni tipiche: occupazione del liceo, manifestazioni di piazza, volantinaggio, vendita giornali, creazione di un foglio dattiloscritto e ciclostilato che si chiamava, provate ad indovinare, «Il rivoluzionario» (di cui gelosamente conservo ancora qualche copia). adesso le immagini mi scorrono davanti, elementi reali e materiali frammisti a pennellate di sentimenti e sensazioni intimiste. Tutto ciò crea un effetto dissolvenza, un effetto che impedisce di fare una analisi fredda, precisa e puntigliosa dei fatti. e sono passati 40 anni! la difficoltà ad analizzare quegli eventi è chiaro, dipende dall’essere stati coinvolti, e dall’essere stati coinvolti nel momento in cui lo sviluppo materiale della crescita fisica in divenire si – 26 – mescolava in un unicum alle più intime e profonde vibrazioni dell’animo, (il ribollire del brodo primordiale del diventare individuo). l’età della prima giovinezza, è l’età dei primi amori, è l’età in cui tutto ciò che si fa ci coinvolge, – come l’estasi i santi –. Il politico è stato il personale, tout-court! Scrisse qualche anno fa, come presentazione in un catalogo ad una mia mostra di pittura un politico, assessore comunale, Totò Sardo: «…una lunga amicizia mi lega a Carmelo Sciascia, ci conosciamo da oltre 35 anni, da quando nell’autunno 1968, ancora adolescenti, incominciammo a viaggiare come studenti pendolari da Racalmuto ad Agrigento per frequentare il liceo. Erano gli anni della contestazione: da lì a qualche mese sarebbe scoppiato il Maggio francese (1967) e dopo l’autunno caldo italiano(1969). Incominciavano ad imperversare le lotte operaie, prendeva corpo il Movimento Studentesco, le nuove generazioni venivano prese dal mito del “Che” e di Ho Chi Minh, scendevano nelle piazze contro l’imperialismo americano, sognavano la Rivoluzione e vivevamo nella illusione dell’avvento di una società senza classi, senza sfruttati ne sfruttatori». anche noi, poco più che ragazzini, affascinati da queste idee di uguaglianza e di libertà iniziammo la nostra militanza nelle file della FGCI prima e del PCI dopo assieme ad altri amici comuni: enzo alfano, Giovanni Chiodo, Pino volpe, Federico martorana, Pippo Di Falco, angelo lauricella, luigi Capitano, Pio martorana ed altri ancora. Questi nomi, avendoli conosciuti molto bene mi aiutano a comprendere meglio cosa è stato per me il ‘68, e lo voglio esprimere più in poesia che nella fredda analisi politica cui ci aveva abituati la paxis comunista che partiva dall’autocritica per giungere alla critica, come dalla politica internazionale si giungeva poi all’analisi della politica nazionale e di poi a quella locale. Si potrebbe partire dai tanti chilometri che si percorrevano a piedi per giungere da casa alla stazione ferroviaria del paese e poi arrivati ad agrigento, dalla stazione al liceo, in tutto circa cinque chilometri, percorsi in fretta ed in ansia perchè spesso il treno giungeva in ritardo ed il preside, un certo Cecè, legato com’era ad una visione autoritaria ci accoglieva con il cancello chiuso. Chiudo questa parentesi dalle tinte cinematografiche neo realiste (mi viene in mente quel bellissimo film «Un ragazzo di Calabria»), per tornare al discorso sugli amici. amici, con i quali si condivideva, quasi tutto, i viaggi in logore cinquecento, confidenze sentimentali, discussioni interminabili sul senso del comunismo e della libertà. l’oggi non esisteva, parafrasando lidia ravera, si può dire che avevamo solo ali, sogni… senza pensare ai bisogni! Sarà anche per – 27 – questo se alcuni dei nomi su menzionati non sono più tra noi! e dire che sono stati poeti e pensatori ma… soprattutto sognatori. Qualcuno è ancora tra noi, con cariche e prebende, probabilmente chi ha pensato a risolvere nell’immediato i propri bisogni. Qualcun altro si è trascinato negli anni sempre in modo ondulatorio tra sogni e bisogni… è sopravvissuto in un mondo proprio, avulso, isolato, qualcun altro ancora si è mimetizzato nella mediocrità, nella quotidianità, in ciò che oggi rappresenta il modello-cardine della società, il borghese che può vantare nel proprio biglietto da visita, qualche titolo onorifico. mi tornano, di tanto in tanto, alla memoria canzoni tipo Signora Contessa e simili e li sento come lontanissime nel tempo, ricordi da rimuovere quasi, ma, poi ascolto «Compagni di scuola» di venditti e rivivo il senso di allora che continua nell’oggi con canzoni come «eravamo quattro amici al bar» di Gino Paoli, ed ascolto e canticchio addio lugano Bella e capisco che il senso dei sogni di allora non è finito, e come vecchi alpini di fronte ad un bicchiere di grappa, mi commuovo e piango nel ricordo di scene di film come «uomini contro». Cos’era e cos’è oggi il ‘68? Una domanda che potrebbe avere tante risposte retoriche. È stato ed è l’anelito di cambiamento e di libertà di ogni nuova generazione. e la retorica con il suo rimando continuo, ci fa forse giungere a qualche verità. Del ‘68 ricordo i comizi politici con emanuele macaluso allora segretario regionale in Sicilia del PCI, e le serate di recital di poesie con Ignazio Buttitta, e le serate con le canzoni gridate di Franco Trincale e le melodie strazianti delle canzoni di rosa Balistreri, ed il vino… il vino (non era ancora conosciuto il nero d’avola, c’era solo «vinu buonu e vinu tintu» e credetemi era quasi tutto vino «tintu». C’era un professore nel mio paese eugenio Napoleone messana, era stato sindaco, è stato storico e poeta, forse sarebbe stato meglio definirlo un poeta della storia e della politica. a casa di eugenio, si andava la sera a parlare di politica, di rivoluzione, di intrighi e complotti locali, lui ci metteva il vino, così ci invitava, noi dovevamo portare la salsiccia. e la politica era la vita, il sangue che ci alimentava come latte il poppante. Forse sarebbe meglio dire come il vino… le patate bollite delle bettole, le uova sode, le lumache, ed il vino… può essere questo il ‘68? ebbene sì, è stato, se non solo, anche questo. Si sentivano le urla – 28 – dell’attentato alla Banca dell’agricoltura di milano, le urla degli attentati di Piazza della loggia a Brescia, le urla dei braccianti di avola e di Battipaglia. ed intanto i treni degli emigrati dal mio paese continuavano a partire per l’estero, il Belgio, la Germania, si tornava qualche volta per votare ma, non si avverava mai un vecchio slogan che nella seconda parte diceva che si votava per restare. Perché il ‘68 partito da Berkley, passato da Parigi, dalla statale di milano, da villa Giulia di roma, poi giungeva anche al Sud, quel Sud che per buona parte specchiava ancora la realtà descritta dalle Parrocchie di Regalpetra, una realtà che spesso veniva assimilata dalla cultura marcusiana del settentrione come sottosviluppo indiano, lo stesso Danilo Dolci non capì mai appieno la peculiarità della realtà siciliana, pur vivendoci degli anni (anche se per inciso debbo dire che è stato bello il convegno che si è tenuto a Piacenza qualche tempo addietro su Danilo Dolci e la sua scuola). ed i Quaderni Piacentini… ebbene sì, anche questi erano cercati e letti, al mio amico Pippo ne manca solo un numero e mi chiede sempre di procurarglielo, ma puntualmente dimentica di dirmi quale… sarà un modo, quando ci incontriamo per illuderci che lo scorrere del tempo non ci appartiene! Il cercare di affermare il proprio ideale di «potenza», il sentirsi fuoco tra i fuochi come su una lunghissima spiaggia nelle notti di ferragosto. e’ amare ed odiare il mondo, amarlo in ciò che di simile ha con noi e di odiarlo in tutto ciò che alla nostra meta è di ostacolo. Il ‘68 è il posto della mia anima (liceo ed università) come poteva esserlo per un operaio la propria fabbrica. Il ‘68 è il mio paese, come può esserlo il paese nativo per l’emigrato. Il ‘68 è la voluttà del corpo. Il ‘68 è esperienza dei sensi ed anelito al loro superamento. Il ‘68 è stato il barlume iniziale della conoscenza. Il ‘68 è stato lo splendore di ogni conoscenza ed il dolore che da essa deriva! Il ‘68 è stata la primavera di Praga. Il ‘68 è Guccini e le sue canzoni… è Buttitta e le sue poesie. Il ‘68 sono le donne che abbiamo amato e che amiamo. Il ‘68 è ciò che ancora ci fa riempire di sdegno di fronte alle ingiustizie. Il ‘68 è ciò che ci fa porgere la mano al diverso. Il ‘68 è la poesia del mondo che ancora, malgrè tout, ci fa vivere! Pubblicato il 10.10.2008 – 29 – Considerazioni letterarie sulla sirenetta Dovrei studiare un po’ di diritto, ho un esame fra un mese circa, ma non so perché (o forse lo so talmente bene che ne nego la consapevolezza con l’ignoranza), i miei pensieri vagano, aiutati in questo, dal leggero ticchettio della pioggia autunnale, verso arcane riflessioni letterarie. Ho letto, come tantissimi altri lettori, visto che è sempre ai primi posti nella graduatoria dei libri più letti e venduti (a volte mi chiedo se c’è reale corrispondenza tra libri comprati e letti, conosco persone che hanno scaffali, librerie ma anche stanze intere piene di libri, ma ne hanno letto ben pochi, ahimè!), il volumetto di Camilleri dal titolo Maruzza Musumeci edito da Sellerio. leggo quest’autore sempre volentieri perché mi riporta, mi rimanda sarebbe meglio dire, ai ricordi delle estati siciliane della mia fanciullezza, visto che adesso, non sapendo bene quando inizia la maturità, penso di vivere la giovinezza! maruzza, donna bellissima e strana, che divora il suo Ulisse, quello storico, per sposarne un altro, quello della cronaca quotidiana, un pò quello che fanno le donne tutte: l’«uccisione» del principe azzurro per la sicurezza del focolare domestico. ma il punto non è Camilleri ed i suoi libri, quanto, la riflessione che mi ha fatto scaturire. ed è la seguente. Il Nostro narra di una sirena, di una sirena che si fa donna, per vivere come gli umani una storia di privazioni e sofferenze, come redenzione per ritornare nello stato primordiale di sirena, o meglio, per perpetuare la storia mitologica di una creatura immaginaria di cui l’uomo non può farne a meno. ma il punto non è questo! È il rimando appunto alla sirena e quindi alla sirena nella letteratura, alla sirena come rimando della realtà femminile tout court. ed allora, eccoci catapultati all’improvviso in compagnia di omero, solo Ulisse sfugge alla morte, facendosi legare all’albero della nave, mentre i suoi uomini sono resi sordi con tappi di cera agli orecchi. Un’altro eroe che si salva è Giasone con la nave degli argonauti, perché un fuoriclasse canoro come orfeo le sconfigge in campo canoro. ma se andiamo ancora indietro le sirene le ritroviamo nella tradizione orientale, con la metà del corpo aerea anziché acquatica, e cioè con il corpo metà donna e metà uccello, le arpie. mostri che facevano naufragare i naviganti per divorarli. Bellissima la descrizione delle arpie, dal punto di vista fisico di Durrenmatt – 30 – nell’indimenticabile opuscoletto «la morte della Pizia», incommensurabile il favoloso ed intrinseco valore filosofico dello stesso. ma sorvoliamo. la sirena che a noi piace ricordare è la bellissima creatura, metà pesce metà donna, donna dalle splendide sembianze nordiche come quelle indicate da andersen nella Sirenetta, pesce dalle splendide squame argentate, dalla cintola in giù. Il danese andersen – chi non ha visto la splendida scultura della sirenetta di Copenaghen? – e siamo giunti all’ottocento. ma ne è piena la letteratura ossianica nordica e mediterranea. e non solo europea, basti pensare al racconto ligeia dell’americano edgard allan Poe. Nome mutuato dal nome di una delle tre sirene della cultura classica – Partenope, leucosia, ligia –. Un uomo ci parla della propria donna, stupenda la descrizione dei tratti fisici che sarebbe lungo ripetere, ma che invito il lettore attento a rivedere, la donna muore, viene sostituita, con un secondo matrimonio da lady rowena, ma nell’atto stesso in cui costei muore, rivive con le sembianze di ligea. Come dire: il primo amore non si scorda mai! e come non ricordare la valenza salvifica del vampiro? – mors tua, vita mea! – o meglio, la morte che ritorna vita, per dissanguare e fare nello stesso tempo rivivere le proprie vittime, questa è comunque un’altra storia, in questo nostro piccolo caso consideriamo solo come corrispettivo maschile della sirena il Tritone, il figlio di Poseidone, Dio del mare e della nereide anfitrite. e, per tornare alle italiche memorie come non ricordarsi del bellissimo racconto di Tomasi di lampedusa: lighea. lighea è il nome dato al racconto dalla moglie, la sirena è più esatto dire. Scritto, anzi narrato dall’autore stesso, quasi atto notarile, prima della morte. e cosa c’è di più tragico e più violento dell’amore e della morte? e della storia aggiungerei io! la collocazione storica è durante il fascismo e si evince facilmente qual è la considerazione del Nostro riguardo al minculpop, mentre in seguito, durante la liberazione, gli alleati bombardano Palermo cancellando residui di civiltà antiche, delusione e stanchezza, come, se non ancora maggiore, del Gattopardo; e quanta attualità: «I libri furono depositati nel sottosuolo dell’Università ma poichè mancano i fondi per le scaffalature essi vanno imputridendo lentamente», questa la frase che chiude il racconto. era la proiezione dei tagli che saranno effettuati in seguito alla riforma Gelmini? I tagli nell’istruzione e nella cultura, purtroppo in Italia, non sono stati prerogativa di moltissimi, ahimè, se non di tutti i governi che si sono succeduti, almeno negli ultimi decenni? – 31 – ma torniamo a noi, alla sirena! al valore e significato della seduzione femminile, lighea è una giovane sedicenne (qual è quella donna che non è bella a sedici anni? – la bellezza dell’asino, direbbe un piacentino), ha i denti aguzzi e si riga di sangue il mento, mentre si nutre con la carne viva di pesci, la voce «un po’ gutturale, velata, risonante…» di ex fumatrice direi quasi… ed è incantevole, provate a ricordarvi la particolare sonorità di qualche amica che ha rinnegato Tabacco! la presenza stessa della sirena è trasgressione della realtà, dove per realtà si intende l’espressione del paesaggio costiero isolano, ma nel momento stesso che lo trasgredisce lo esalta, lo divinizza, è facente parte di una natura dove hanno soggiornato gli dei. Il paesaggio come metafora della rappresentazione erotica, trait d’union tra il fantastico ed il reale, solare giaciglio dove dispiegare tutta l’energia sensuale, che sarà narrata in seguito. a volte mi perdo in questi divertissement letterari, ma sempre con i piedi piantati per terra sto, cosa volete, in fondo sono un semplice impiegato statale, uno dei tanti «fannulloni» direbbe Brunetta! Uno che ama l’otium al negotium, nell’accezione latina, direi io! Questo discorso sulla sirena lo sto facendo perché oltre ad essere stato stimolato dal successo letterario di Camilleri, sono stato colpito anche da un’altra coincidenza, a Piacenza si terrà in primavera uno spettacolo teatrale al municipale, la Sirena tratto appunto dal racconto di Giuseppe Tomasi di lampedusa, e sarà interpretato da un artista come luca Zingaretti, niente poco di meno che dal commissario montalbano «in pirsona pirsunalmente», direbbe Catarella, di televisiva memoria. Quando l’estate finisce, la sirena ritorna sotto gli abissi marini, con la promessa che ci aspetterà sempre. l’unico momento felicissimo che abbiamo vissuto in vita, ci rende fedeli e casti sempre, come dire… di amore ce ne è solo uno, a volte forse anche due… (che non è amore viscerale quello del professore del racconto per lo studio delle antiche lingue?) Il racconto finisce bene, come è giusto finisca un racconto solare e mediterraneo, il professore scompare in mare, si suppone, si ricongiunga alla sirena, con l’unico, vero amore della sua vita, non come la triste fiaba della sirenetta di andersen, dove gli amori restano chimere e sofferenza… o forse sto sbagliando tutto, perché mi chiedo, nella vita reale… è proprio cosi? Pubblicato il 19.12.2008 – 32 – Discorso di un pittore su se medesimo ringrazio tutti quelli che questo evento hanno reso possibile, perché questa mostra è un evento, unico ed irripetibile, per il luogo, le persone presenti, le opere e tutto il patos che questo mix riesce a sprigionare, l’hic et nunc! ed entro subito nel merito delle considerazioni: ogni opera d’arte rappresenta l’unicità di un evento ed esprime la solitudine dell’autore, a volte la disperazione. – ed è per questo che a voi, più che parlare io, preferisco far parlare direttamente l’animo mio –. Ho scritto, un po’ di tempo addietro delle considerazioni sull’arte, partendo da un libricino di rainer maria rilke (Lettere a un poeta), e mettevo in risalto delle frasi che coincidevano con il mio modo di intendere la pittura. le opere d’arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno che la critica. e partendo da questa solitudine, può essere facilmente detto che solo una corrispettiva solitudine, può entrare in sintonia con l’opera d’arte e con l’autore, perché all’unisono possono provare le medesime perturbazioni dell’animo! Come amanti: opera d’arte e fruitore, direttamente senza mediazione alcuna! Cesare Sermenghi, così scriveva nel lontano 83: «In una terra, dove la solitudine dei giorni a volte diventa un esilio e il mondo ideale, chiuso così nel di dentro, limita la ricerca del piano di proiezione, l’incontro di un autentico amico assume la forza di un miracolo, sentendosi in quel momento di avere guadagnato alla comunicabilità dell’animo il giusto interlocutore». e Piero molinari nel 92: «un’urgenza espressiva determinata dalla convinzione che la pittura può essere mezzo e strumento di comunicazione, di riflessione e di approfondimento personale ed interpersonale» quindi la pittura come esigenza personale di comunicare e di fare incontrare «solitudini» affinché possa scaturirne un rapporto non solo fisico ma di conoscenza: «si tratta propriamente di spirito, ed (ancora una volta) di anima… e ne proviamo un certo stordimento» questo scrisse nel 2003 il nostro carissimo amico, Stefano Fugazza. Ho stralciato alcune righe per far capire che oggi trovate ed incontrate dei quadri e vorrei mostrare come dietro ad ogni pennellata ci sia un pensiero, un sentimento, un moto dell’animo, in una parola un pittore che in primis è un uomo solo che vive e percepisce la vita solo perché riesce ad entrare in comunione con voi, che siete fruitori ma istintivamente, attraverso i vostri sensi e la vostra sensibilità, riuscite a gustare l’opera per quello che vi trasmette in questo istante. oggi, cercate, se vi riesce di incontrare questi quadri come l’amata, l’amato; e, – 33 – la magia dell’arte si celebrerà in quel rito che così bene ci ha descritto antoine de Saint-exupèry nell’incontro con la volpe: «io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo». Questo è l’incontro che deve esserci tra il visitatore e l’opera d’arte, ma non in un tempo indefinito, ma oggi, in questo momento, nel momento in cui si incontrano le solitudini e ci si accorge di non esserlo più! Guardare un quadro è come ebbe a scrivere la Bruna milani, in una stupenda poesia che mi ha dedicato e di cui estrapolo solo dei versi «…quando taci e pensi e sorridi, – ti allontani senza muoverti – e approdi a chissà cosa di te…» ed in una variazione della stessa poesia: «…è un volo di aquila fiero – il pensiero offerto alle ciglia – che brilla e che sogna – e che non si arrende – alla vita com’è». Non si arrende mai alla vita com’è, perché la vita è crescita continua, è ricerca, è tensione continua, in una parola la vita è anche sogno, ed ognuno di noi, artisti e non, il proprio sogno, cui tendere con tutta la tensione possibile, con il fascio di nervi scoperti del proprio pensiero, ce l’ha! ma oltre ai sogni ci sono i bisogni. e la vita non è solo sogno, è quotidianità, e la quotidianità è fatta di cose reali, di fatti. «La pittura… ha dei contenuti che esistono ineludibilmente» scrisse il Dadati, sottolineando il mio essere abbarbicato ed invischiato, come edera alla realtà oggettiva del mondo reale. ebbene sì! Io vivo «una realtà molto più materia e densa, molto più raggrumata, cicatrizzata» di quella che probabilmente vivono gli altri. ma non ho mai creduto alla poesia, ai sogni, come unica vera e sola realtà, ma come necessità e coronamento di una vita che si nutre di carne e sangue. l’incontro dell’artista con il fruitore è l’incontro tra il vampiro e la vergine: nel mordere dà l’immortalità all’amata che, e questo è il paradosso, morendo diventa immortale. l’immortalità è quella delle emozioni, è l’urlo di munch che diventa l’urlo di tutti noi umanità sofferente. Il fuoco ed i vulcani (miei) che diventano il calore ed il propagarsi della lava come analogia del calore e della forza del sentimento di ogni uomo, l’urlo delle forze della natura che diventa l’urlo del sentimento umano. Pubblicato il 09.03.2009 (discorso letto dall’attrice Paola del gruppo teatrale Le Stagnotte, in occasione dell’inaugurazione della mostra di sé medesimo presso l’U.P.A. di Piacenza il 27.02.2009 alle ore 17.00). – 34 – La trilogia narrativa di Camilleri avevo dai giornali appreso di questa trilogia narrativa di Camilleri, l’ho letta in ordine di pubblicazione credo, visto che leggo ogni libro appena fresco di stampa del Nostro. I libri facenti parte di questa trilogia sono: Maruzza Musumeci, Il casellante ed Il sonaglio, editi rispettivamente il 2007, il 2008 e l’ultimo quest’anno. avevo scritto tempo addietro che leggere i libri di Camilleri era piacevole non tanto per il contenuto o per la forma linguistica, ma soprattutto come intrattenimento, era in altre parole, come trascorrere una piacevole serata al bar con gli amici, la lettura serale dei suoi libri. la forma ho sempre creduto potesse essere di ostacolo ad un lettore «settentrionale» o anche meridionale di seconda generazione, ed in questo le vendite mi hanno sempre smentito, e non potevano comprarli solo i siciliani questi libri, anche perché nelle classifiche delle letture la regione Sicilia risulta essere agli ultimi posti. Dopo esser stato smentito dalla bontà del linguaggio, lungi dall’essere «sciacquato» nelle rive dell’arno ed anche dalla scuola isolana dei tempi dell’imperatore Federico, mi sono sentito scalzato dall’altra convinzione: che fosse lettura amena di semplice e veloce (anche se complice) serata da bar! e di tutto ciò sono contentissimo. avevo in seguito alla lettura di maruzza musumeci fatto delle riflessioni (pubblicate su questo giornale), e dei collegamenti con il racconto di Tomasi di lampedusa (magnificamente interpretato da Zingaretti al municipale quest’inverno) e con altri racconti e storie intorno alle sirene, da andersen ad edgard allan Poe. ma le mie osservazioni si muovevano forse più da un punto di vista storico che propriamente letterario. adesso ho finalmente scoperto e ne sono entusiasta, lo scrittore non di storie siciliane, (il cantastorie alla Ciccio Busacca), ma il cantore di un sentimento universale ed unico come l’amore. Una volta era più semplice parlare agli uomini con i miti e di miti, i miti spiegavano tutto, il mondo fisico ed il mondo dei sentimenti. adesso per la spiegazione del mondo fisico, del fenomeno, ci sono le scienze che si fondono su procedimenti fisico-matematici, ma per la spiegazione del mondo non visibile, del noumeno per dirla kantianamente, ci sono altre scienze (?) quelle che spiegano le passioni, non basandosi su procedimenti matematici ma basandosi proprio sui miti. ed allora ecco a proposito di passioni e di amore che nel nostro caso interessa, venire fuori il discorso sui miti, e quali miti sono più idonei a spiegarcelo se non i miti delle metamorfosi? – 35 – Una divinità come Giove, il capo degli dei, la carica più alta che essere umano possa immaginare, si tramuta in animale, in toro per europa, in cigno per leda. e numerosissimi sono nella mitologia antica queste trasformazioni, trasformazioni che hanno alla base di tutto un sentimento di amore. e se il capo degli dei si trasforma in animale per amore, può benissimo accadere che ad un uomo succeda di amare un animale. « – amuri mè – dissi Giurlà stinnennosi supra di lei e abbrazzannola. – Bee – fici anita con una voci precisa ‘intifica a quella di Beba. e arridì». Queste righe terminano il racconto Il sonaglio e rappresentano l’identificazione della donna (anita) con la capra (Beba), ambedue innamorate allo stesso modo di un pastore ed il pastore allo stesso modo ama una capra che non c’è più, perché morta ed una donna che ne ha preso i modi, il sentimento che unisce i personaggi, umani o animali è sempre lo stesso, uguale per gli uni e per gli altri: l’amore! la storia è semplice: un pastore che si innamora di una capra, e poi alla morte di questa, di una donna (una marchesina – nobiltà come divinità?), che come la capretta si era innamorata di lui, fino a rischiare la morte se ostacolata. Ne Il casellante la trasformazione riguarda ancora una donna, donna minica, che dopo aver visto la «tragedia» che stravolge la sua vita, non vive più, si limita a vegetare, si pianta e si annaffia, ed il marito Nino l’asseconda, l’asseconda con pazienza e con una dedizione che può esserci solo se c’è solo e vero amore, finchè… Chi non ricorda Niobe che diventa sasso o Dafne che assume le sembianze dell’alloro! Donne che si trasformano per amore ed uomini che si trasformano per sempre per un semplice atto d’amore. In Maruzza Musumeci, maruzza è una donna-sirena che incontra il suo Ulisse, un contadino, Gnazio, si sposano e continuano a perpetuare l’inscindibile legame tra le donne della sua famiglia ed il mare, generando una figlia chiamata resina. Donne che si trasformano, che amano e sono fortemente ricambiate, è l’eterna storia dei sentimenti e dell’amore, è la storia di adamo ed eva che si fa mito o viceversa, è comunque la storia dell’uomo e dei suoi sentimenti. ed i racconti di Camilleri non sono raccontati come semplici «cunti», Camilleri non è il semplice cronista, diventa, il fine affabulatore, colui che prendendoci per mano ci fa immergere in un mondo di favola, l’unico capace di svelarci i misteri più reconditi dell’animo umano. affascinanti romanzi, dove la storia ed il paesaggio si fondono, dove il – 36 – mare e la montagna sono l’identico palcoscenico dove ognuno di noi è chiamato a recitare la propria parte, come in un teatro, siamo personaggi tutti in cerca di un ruolo, di… no! Di un autore proprio no! Perché l’autore c’è, anzi ci sono, e gli autori sono tutti coloro i quali hanno saputo rappresentare bene i sentimenti e le passioni, da omero a virgilio, da Dante a… e perché no, Camilleri? La sirenetta Pubblicato il 16.05.2009 – 37 – Stefano, un amico appresa la notizia alla lettura mattutina della libertà, pur sapendolo da tempo, della gravità della malattia, della dipartita di Stefano, resto pietrificato. Ho avuto col Nostro un rapporto molto particolare, l’ho sempre considerato un amico, io che di amici, a volte credo non averne, fin dal momento in cui ci siamo conosciuti. era il 2003, dovevo organizzare una mia personale che mi era stata proposta dal Comune di racalmuto, volevo fosse presente e presentata da un personaggio di cultura, legato al mondo dell’arte, autorevole, ma cordiale, disponibile. Conoscevo Stefano, come direttore della ricci oddi, per tutte quelle iniziative che aveva progettato e realizzate nella Galleria, la domenica mattina, e che poi sono state pubblicate in semplici ed eleganti libri. Ha dato modo così di fare uscire la Galleria, da semplice luogo di deposito di quadri a teatro di incontri e dibattito attuali. I molti letterati che sono venuti hanno portato area nuova, contributi di idee nuove, una visione anche generale del dibattito attuale sull’arte, hanno mostrato, come l’incontro di arte e letteratura potesse essere non un fine ma la via per rivitalizzare una galleria un po’ chiusa in se stessa (come quasi tutte le istituzioni piacentine e delle piccole province italiane). Con molto impegno e pochi mezzi è riuscito a fare quello che siamo abituati a veder fare con molti mezzi e scarso risultato (con mostre ahimé anche recentissime, purtroppo!). È riuscito a coniugare arte e letteratura con uno scambio sinergico quasi naturale, come dovrebbe essere. Perché è difficile, se non impossibile, parlare e fare arte senza fare critica d’arte e per far critica è impossibile senza mezzi, strumenti e conoscenza letteraria. affermarlo teoricamente sembra facile, farlo non lo è affatto. Di questo messaggio, ne ho fatto tesoro. ogni mostra che ho tenuto è stato sempre un cercare una contestualizzazione letteraria, ho cercato di collegare l’arte visiva a quella musicale, letteraria, poetica e filmica. Dicevo, dovevo realizzare una mostra a racalmuto, in un Castello Chiaramontano che era stato restaurato e riportato a livello di fruizione accettabile. e chi portare se non Stefano? Glielo proposi andandolo a trovare in Galleria, sua dimora abituale, ha accettato, abbiamo realizzato. e adesso penso sia stato sempre per quel suo amore verso la letteratura, in questo caso per la letteratura del 900 (Pirandello, Sciascia, per fare solo due nomi, logisticamente prossimi al luogo della mostra) che così bene conosceva – 38 – ed amava. ma soprattutto il richiamo di luoghi mitici, studiati ed ammirati fin dal liceo. e vorrei riportare una frase della sua presentazione al catalogo che si stampò allora: «Di fronte a quest’arte di robusta intonazione, costruita con pennellate decise, quasi risentite, di una matrice che si vorrebbe definire espressionista, rinunciamo subito, noi che osserviamo, alle sottigliezze del pensiero lento, umbratile, crepuscolare; ci sentiamo invece trasportati – e ne proviamo un certo stordimento – in una realtà lontana dalla nostra, affondata in un tempo mitico, abitata da uomini parenti stretti degli dei, come è giusto orgogliosi e sicuri di sé e appagati dal rapporto stretto che riescono a istituire con la natura mitica e selvaggia in cui vivono». …Ci sentiamo trasportati – e ne proviamo un certo stordimento… e lui venne trasportato da questa sua grande ed inappagata curiosità, perché ogni nuova conoscenza, umana o letteraria in senso lato, era per lui un essere trasportato, un andare incontro, un provarne un certo stordimento! È questa la vera anima dello studioso, del ricercatore, dell’amante dell’arte, è la molla che lo portava ad indagare, a studiare ogni fenomeno, a porsi con umiltà di fronte ad ogni nuovo artista conosciuto, per questo a volte veniva anche criticato! Siamo in un periodo in cui ciò che più conta è forse l’apparire e l’arroganza, la presunzione cui certi critici e bellimbusti televisivi ci hanno abituati. la Galleria era stata posta al centro di un sistema del fare cultura cittadino, dove ogni evento veniva realizzato con spontaneità e naturalezza. Numerosi i cataloghi realizzati in più lingue, l’apertura ai nuovi strumenti informatici, la progettualità di una galleria in continuo divenire, dove spesso le opere di magazzino venivano rispolverate, esposte al pubblico, riconsiderate da un punto di vista critico e rivalutate. a tale proposito basti pensare alle esposizioni in comuni della provinca, rivergaro e Castell’arquato ad esempio. alle idee sull’incremento dell’area espositiva con il palazzo dell’ex enel di via S. Siro. Io, anche se non ci vedevamo spesso, tenevo con lui un legame particolare, fatto di sms, di impressioni su visite a musei o ad eventi culturali che mi capitava fare in varie città. e la risposta alle osservazioni non si faceva attendere più di tanto, immediata, precisa. Il tutto era finalizzato ad essere argomento di discussione al primo incontro. Ciao Stefano, ce ne ricorderemo di questo pianeta! Pubblicato il 21.05.2009 – 39 – Mostre Personali 1983 1985 1986 1987 1990 1991 1992 1994 2000 2003 2004 2005 2008 2009 2010 Biblioteca Comunale - Bivona (aG) Biblioteca Comunale - Binasco (mI) Palazzo Centori - vercelli Galleria la meridiana - Piacenza Galleria la meridiana - Piacenza Salone Nelson mandela -CGIl - Piacenza Galleria ars Italica - milano Centro Culturale P.P.Pasolini - agrigento Galleria la meridiana - Piacenza Castello Chiaramontano - racalmuto (aG) antica Tenuta Pegazzetta - Casteggio (Pv) libreria Fahrenheit 451 - Piacenza rist. Castelchiaramontano - racalmuto (aG) U.P.a. Federimpresa - Piacenza rap-presentazione Teatro verdi - Fiorenzuola Pubblicazioni 1991 2003 la memoria facile antologica Piacenza racalmuto – 40 – Riflessioni sulla festa piacentina del P.D. Ho frequentato in questi giorni il festival cittadino che si è svolto sui bastioni di Porta Borghetto, mi interessava ascoltare dalla viva voce i tre candidati a segretario di questo partito «festaiolo» che ha molto poco da festeggiare da un bel po’ di anni a questa parte. Capire le loro proposte, senza intermediazioni e lenti giornalistiche distorsive di qualsiasi colore e sfumatura. Ho ascoltato nell’ordine Bersani, Franceschini ed in ultimo marino (sono stati disposti in questo modo da una regia in qualche modo interessata, in ordine alla probabilità di elezione? o secondo un preciso mandato sulla parità dei partecipanti che vige in democrazia, l’ordine è stato affidato a sorteggio? Forse sono supposizioni «supponenti» le mie, in realtà tutto è dipeso da personali impegni dei candidati stessi – suppongo –). Qualche giorno dopo, ho ascoltato lo spettacolo, il sabato – 5 settembre – prima della chiusura definitiva, di Davide riondino. ed è da quest’ultimo che vorrei partire per delle considerazioni politiche o supposte tali. Il riondino era stato a Piacenza già almeno altre due volte: durante la bellissima kermesse sul cibo di diversi anni addietro, che aveva visto la partecipazioni di cuochi e filosofi di notevole spessore di palato e di pensiero, a Palazzo Gotico; in seguito, durante uno spettacolo in una serata tiepida a Gragnano, anche questa inserita in una manifestazione più generale, in una villa del centro, qualche anno addietro e, infine la serata di sabato al suddetto festival. In tutte e tre le serate lo spettacolo è stato lo stesso, con qualche leggera sfumatura, ma la struttura portante sicuramente identica, nelle canzoni, nell’escursus storico con riferimento dagli anni 60 ad oggi, nella scelta e recite delle poesie. Così come i discorsi dei politici, la ricerca del nuovo doveva restare una semplice ed immaginaria chimera, nel senso che le proposte, l’analisi della realtà e la speranza del cambiamento che ogni politico deve saper trasmettere ai cittadini, erano state dejà vu, – scontate, fin troppo! –. Il nuovo che sarebbe dovuto venir fuori è purtroppo tristemente vecchio! ecco perché lo spettacolo del riondino (piacevolissimo, per carità!), ripetitivo purtroppo, era in sintonia con il discorso dei nostri politici aspiranti segretari. Comunque la ricerca di qualcosa di nuovo che mi ero caparbiamente imposto nel frequentare questa festa, è stata in qualche modo premiata: nei banchetti dei libri esposti (sempre meno, per la verità, in queste feste come in tante altre – 41 – iniziative simili), ho trovato, alla non spiacevole offerta di un euro, la serie di quattro libricini che erano stati pubblicati dall’Unità come supplemento al giornale nel ‘93, editore l’Unità/Sellerio, direttore Walter veltroni (il nome qualcosa suggerirà) i libricini erano dedicati a leonardo Sciascia ed erano una ristampa di piccole storie, di «cronachette», di «faits», genere non nuovo nella storia della letteratura ma che il Nostro aveva saputo elevare a pamphlet politico-sociali come solo pochi avevano saputo fare, si pensi ad esempio, al j’accuse del francese Zolà. Chicca finale di questa raccolta l’appendice, niente poco di meno che cinque articoli usciti sulla terza pagina dell’Unità tra il dicembre 1971 ed il febbraio dell’anno successivo a firma di michele rago, Napoleone Colajanni, renato Guttuso, emanuele macaluso e lucio lombardo radice. Sono interventi che hanno in comune il «recensire» uno dei più controversi romanzi del Nostro: Il Contesto. In realtà è l’avvisaglia che da lì a qualche anno si consumerà il divorzio tra lo scrittore ed il PCI, che si manifesterà con l’abbandono del Consiglio comunale di Palermo, dove era stato eletto proprio in quelle liste, come indipendente. Perché riprendo questo discorso e ne faccio partecipi i piacentini? Innanzi tutto bisogna ricordare come dalle pagine di questo giornale sono stati lanciati suggerimenti agli amministratori affinché organizzino qualche giornata di studio per ricordare questo scrittore e la sua opera, proprio per il suo essere attuale, suggerimento che ci viene fornito da un ex sindaco quale Pareti, secondo motivo perché spontaneamente, poco tempo fa, da parte di studenti di una scuola piacentina è partita una lodevole iniziativa, leggere alcune pagine delle opere dello scrittore in vari angoli del centro storico, il cosiddetto «Sciascia day», terzo per la sensibilità politica e culturale di una città che ha visto nascere e divulgare «I quaderni Piacentini». Tornando a noi, dalla rilettura degli interventi su menzionati, si nota come, ad eccezione del primo (quello di michele rago), tutti gli altri, partendo da una malcelata critica letteraria, in realtà mostrano una intolleranza di fatto a qualsiasi critica politica ed una visione ormai sorpassata dell’intellettuale organico, di gramsciana memoria. Questo perché? Ne Il Contesto si percepisce come l’opposizione tour court, in qualche modo, è coimplicata nella degenerazione politica e sociale, come facente parte organicamente di un «contesto» degenerato: «milazzianamente» generato (frutto della politica di Togliatti in Sicilia). «Ho cominciato a scriverla con divertimento e l’ho finita che non mi – 42 – divertivo più» è il post scriptum del libro, è la fine di un sodalizio, è la fase conclusiva di qualsiasi rapporto, è il guardare in faccia la realtà, una realtà amara, quella marcusiana della politica italiana di cui Sciascia si rende conto e ce ne fa partecipi. Noi, abbiamo certamente sbagliato e tante volte, come partito, hanno detto Bersani, Franceschini e marino ed adesso vogliamo ricominciare, guardando e parlando soprattutto a tutti quegli iscritti e simpatizzanti che per troppo amore se ne sono allontanati, allontanati da partiti che hanno espresso sempre più spesso la semplice e sordida bramosia di potere! Davide riondino è stato bravissimo nell’interpretare il fallimento delle ultime avventure politiche del PD con la poesia «Katà-strofè”» interpretazione futurista di un fallimento politico annunciato! «Guai a credere a quel che Sciascia fa dire al suo scrittore in versi pasoliniani, il seme di Marx rivive negli uomini senza bandiera. Questo va bene per i collaboratori della stampa borghese, i combattenti non l’accetteranno mai» – Napoleone Colaianni: dalla Sicilia alla metafisica, 1972. oggi possiamo e dobbiamo dire che era ed è metafisica un certo modo di fare politica, come quello della concertazione a tutti i livelli, vergognosi soprattutto quelli sindacali! È metafisica il preoccupante distacco dalla realtà della politica anche di questo PD che fa scorrere, più che tracimare, voti alla lega e a Di Pietro! È metafisica il lasciare ai bordi della politica le intelligenze più acute della società civile e lasciare trascorrere anni di governo senza affrontare e risolvere il conflitto di interessi, modificare la legge elettorale, il cosiddetto porcellum che tutti i partiti criticano ma in fin dei conti tutti si prodigano a non modificare, perché permette un’arbitrarietà assoluta ai partiti (PD compreso); potrei elencare ancora leggi non fatte o quelle fatte, fatte male (vedi ultima modifica legge sulle pensioni di Prodi che anziché stabilizzare o diminuire l’età pensionabile, come promesso nella realtà l’aumentava di un anno), potrei additare la assoluta mancanza dell’opposizione all’innalzamento dell’età pensionabile per le donne, etc… etc… Finirei per annoiarvi. ritorno al letterario: «…mi avviene – dice Sciascia (leonardo, Carmelo fa proprio) – di ripetere qualcosa che ho già detto. ma mi sa che il ripetere giova: a me certamente, anche se non a tutti i lettori». I partiti di opposizione sono stati e purtroppo lo sono ancora coimplicati nella degenerazione del «contesto» sociale e politico in cui ci troviamo. È da questa affermazione che bisogna partire per fare politica in senso alternativo, nel senso della ricostruzione come rinascita. – 43 – Pasolini e Sciascia, da letterati sono stati profeti unici di questa nostra Italia. «ora – diceva lucio lombardo radice – a un pamphlet politico-ideologico si risponde sul terreno della battaglia politico-ideale», ma visto il fallimento di questo tipo di risposte (generiche, inconcludenti, astratte), a distanza di anni, anzi di decenni, non sarebbe più semplice e risolutivo per tutti dare risposte semplici e chiare ai problemi dei cittadini comuni, con proposte concrete e comprensibili da tutti, per iniziare ad esempio dica Bersani, che se vince le elezioni, come molto probabilmente sarà, non permetterà la rielezione a sindaco di Napoli di Bassolino (che lo sostiene) o, che D’alema (che lo sostiene) non sarà messo in condizioni, in caso di rielezioni di dare spallate a Prodi e così seguitando… Bene ha fatto comunque il caro presidente Napolitano, nel recarsi a racalmuto quest’anno, nell’anniversario della scomparsa del Nostro, dove ha ribadito il valore, letterario ma non solo, di Sciascia ed a reso giustizia al Sciascia politico, così come si era «permesso» di sostenere michele rago, il 15 dicembre del lontanissimo 1971: «E’ un’analisi spietata – quella dello scrittore – condotta attraverso immagini grottesche, quasi a dire che i problemi che viviamo sono incarnati in uomini, gruppi, vicende umane e possono trasformarsi nell’ingranaggio più disumano». Pubblicato il 12.09.2009 – 44 – Il cinema oggi: il premio Efebo 2009 Il 3 ottobre, pochi giorni fa, al museo archeologico di agrigento, nella New York della magna Grecia (definizione di luciano De Crescenzo), veniva assegnato il premio l’efebo d’oro al film di marco Bellocchio, «vincere». era il 22 maggio di quest’anno, quando in un cinema del centro, andavo a vedere, in una tiepida serata primaverile, di quelle che rimangono scolpite nella memoria, per patinati profumi mariani, il film, nella prima proiezione nazionale. Ne rimasi talmente colpito, che mi sarei aspettato una valanga di riconoscimenti, a partire dai maggiori premi a Cannes ad arrivare alla candidatura agli oscar. Parlare di questo film equivale fare l’elogio di tutto il cinema italiano ad iniziare dai protagonisti, come la straordinaria interpretazione di Giovanna mezzogiorno (la tragica Ida Dalser, amante e moglie di mussolini giovane, che qualcuno sostiene essere la vera eroina e la vincitrice morale di tutta la storia, finire in manicomio, fino a poco tempo addietro, era come finire sul rogo per le «streghe» per i secoli precedenti!) o, come l’autore della bellissima fotografia Daniele Ciprì, che qualche anno fa a Bobbio abbiamo avuto il piacere di incontrare, nell’ambito delle splendide programmazioni cinematografiche estive («Il ritorno di Cagliostro»? Con certezza ricordo la presenza anche di maresca). È stato il 25 del mese appena trascorso, che andai sempre in centro a vedere l’ennesimo film in prima nazionale «Baarìa» di Giuseppe Tornatore. Un film epico, un film che ripropone la visione storica dagli anni 20 ad oggi, di un paese Bagheria (Pa), così come, in carta lucida ce l’avevano mostrata gli almanacchi del PCI dagli anni ‘70 in poi. Un film notevole, lunghissimo, che risulta pesante ed incomprensibile in certi passaggi, un film che riporta alla memoria il Novecento di Bernardo Bertolucci, e che come quest’ultimo doveva essere diviso in due parti, approfondendo alcuni momenti: due film, oppure, ridurlo di una mezz’ora, come era stato fatto con la versione definitiva di «Nuovo Cinema Paradiso» – che l’oscar, meritatamente vinse! –. li ho visti come faccio sempre, quando un film mi interessa, se riesco, appena inizia la programmazione, onde evitare farmi influenzare dai giudizi di falsi farisei (come spesso lo sono quelli dei critici, cinematografici e non solo). Comunque, Baarìa è un bel film: di quelli che ti riempiono la serata (aspetto ricreativo), ti commuovono (coinvolgimento sentimentale), ti rendono comunque partecipe della storia (momento politico), ti fanno capire certi periodi storici (momento didattico). Non sono i principi di una nuova estetica cinematografica ma soltanto una improvvisata griglia di lettura personale. – 45 – Perché dopo vincere, Baarìa? Perché ambedue i film sono stati premiati ad agrigento o, meglio, di Tornatore è stato premiato il libro, scritto con Pietro Calabrese ed edito da rizzoli. a questo punto sorge spontanea una domanda: si premia il libro di Tornatore per non premiare il suo film o si premia Bellocchio come risarcimento dei mancati riconoscimenti a Cannes e/o della esclusione alla Nomination? Non dimentichiamo: siamo nel paese di Pirandello, certe sottigliezze e distinguo sono di prassi. Pirandello, che Bellocchio conosce bene per aver avuto a che fare da regista, con l’enrico Iv ed il racconto La balia. Ben venga quindi un premio dal rilievo nazionale ed internazionale, quale quello assegnato dal Centro di ricerca per la Narrativa e il Cinema di agrigento. Ben venga anche il premio letterario assegnato a Tornatore. e finalmente si premia, aggiungo io, il Cinema Italiano. Si rende omaggio e giustizia al grande cinema di questi due registi, che con le dovute differenze, esprimono al meglio: il Festival di venezia assegna premi a film stranieri, (una certa sudditanza culturale verso i paesi emergenti l’Italia l’ha sempre avuta); il festival di Cannes premia soprattutto la Francia o chi con i francesi mostra affinità elettive! l’efebo d’oro ha assegnato il premio a due grandi artisti, a due artisti che hanno fatto e continuano a fare la storia del cinema e questi due film, di storia appunto trattano, quella del ventennio fascista l’uno, quello che si spinge più avanti fin agli anni ottanta l’altro. Di storia trattavano gli altri film di Tornatore, da Nuovo cinema paradiso, a Malena, a Nuovomondo e di cronaca che nel suo divenire diventa storia: la sconosciuta, ad esempio per citare alcune tra le recenti produzioni. e marco Bellocchio fa più che storia, cronaca (L’ora di religione, ad esempio), una cronaca che diventa la storia individuale di ognuno di noi, esprime la contraddizione e la critica della società borghese, è il piccolo borghese che guardandosi allo specchio, rifiuta il mondo cui appartiene, ne coglie le contraddizioni e cerca il loro superamento attraverso una personale rivolta esistenziale. Tutti e due attingono a pieni mani nella migliore filmografia storica, e direi quasi, anzi tolgo il quasi, allo stesso scenario geografico (Bagheria e la sua storia per Baarìa, le ville principesche e quella dei Palagonia per Il regista di matrimoni del Bellocchio per il primo è luogo fisico, geografico e storico, per il secondo è luogo dell’anima e delle contraddizioni), riportano frasi apparentamenti comuni che diventano epitaffi, oggi quasi una sfida al senso comune. Dice ad esempio, il padre morente, nel film Baarìa, Cicco il pastore: «la – 46 – politica è bella, la politica è bella» e sappiamo benissimo come quotidianamente di questa frase ne ha percezione il nostro «Caro Bellocchio, (…che) per finire questo nostro dialogo di isolati le auguro, come devono suonare le conclusioni, di turbare di più le coscienze dell’Esercito, della Magistratura, del Clero reazionario, e insomma della Piccola Borghesia italiana, a cui abbiamo il disonore d’appartenere». Saluti affettuosi dal suo P. P. Pasolini… e dal piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia. Locandina del film «Vincere» di Marco Bellocchio Copertina del libro «Baarìa» edito da Rizzoli Pubblicato il 13.10.2009 – 47 – L’isola in me – In viaggio con Vincenzo Consolo Stasera (lunedì 19 ottobre ‘09) ho visto un bel film, anzi più che un film nel senso tradizionale, si è trattato di un bel documentario. Il primo della rassegna cinematografica «Cineclub - Grandi film su grande schermo», il primo di un percorso dedicato a grandi scrittori siciliani dai quali sono stati tratti importanti film, ad esempio, tra il più noto, il Gattopardo di visconti. Il film di stasera aveva per titolo «l’isola in me - viaggio con vincenzo Consolo» della giovane regista ludovica Tortora De Falco. Il film in bianco e nero, vedeva la presenza, anche dello scrittore che personalmente ne ha illustrato le linee guida, più in verità che del film, del proprio porsi nell’ambito della produzione letteraria. l’esca di abbinare il film alla presenza e della regista e dello scrittore ha funzionato magnificamente, per la presenza del pubblico e per l’attenzione mostrata durante e dopo la proiezione cinematografica. Personalmente sono stato mosso dalla presenza dello scrittore, dal sentirlo e vederlo «dal vivo», con tutta la connessa implicazione di sensazioni che deriva dall’incontro con una personalità di un certo spessore letterario come il Nostro. Il documentario è stato uno spaccato della storia nazionale ed isolana in particolare dagli anni 50 agli ultimi anni del secolo passato. Una storia che lo scrittore ha vissuto, per la maggior parte standosene a milano, dove si era recato per studiarvi e dove rimase per lavoro, alla mondadori (quando la mondadori era del Signor mondadori) collaborando con personaggi quali Calvino ed intrattenendo contatti con le massime espressioni letterarie del nostro novecento: Quasimodo, moravia, levi, Pasolini, Sciascia. Quello che mi ha colpito di più non è stato il documentario, freddo ed immobile nella sua storicizzazione, ma le affermazioni di qualche spettatore e della regista a fine proiezione. Quindi non si vuole discutere del valore letterario del personaggio Consolo, che personalmente ho sempre ammirato come scrittore e giornalista, la capacità innegabile di avere iniziato e trovato un percorso personale ed originale nell’ambito della letteratura contemporanea, di avere «inventato» un linguaggio nuovo, di avere nobilitato ed inserito vocaboli di antica origine, anche dialettali, nella scrittura. Chi non ricordo la raffinatezza dell’estetica di un libro quale retablo, o, come la parola dialettale «minne» (seno-mammelle) diventa un termine carico di arcaici significati onnicomprensivi, perché e giustamente, racchiude il significato della procreazione, della beatitudine e del martirio (di Sant’agata vergine), – 48 – dei dolci di crema di ricotta e pasta reale, della sensualità provocatrice al limite della lussuria, che il termine evoca! la regista e qualche spettatore intervenuto in sala, sostenevano che il documentario e l’opera dello scrittore stesso lanciassero un messaggio di speranza verso un avvenire di riscatto delle condizioni dell’isola, si partiva cioè da una constatazione della realtà storica – dalle disillusioni dell’unità d’Italia, alle condizione dei minatori, alla realtà dell’abbandono post terremoto della valle del Belice, all’emigrazione, agli attentati mafiosi – per giungere ad una speranza per uno sviluppo futuro della Sicilia. e qui si citavano le varie associazioni antiracket, dalle cooperative «Placido rizzotto», all’intervento dell’associazionismo alla Don Ciotti. Su un film e su un testo letterario, può essere detto tutto ed il contrario di tutto! ma non si può partire da una bella scrittura «barocca» (termine positivamente inteso, tanta letteratura isolana ha accompagna il testè passato novecento basandosi su una ricerca linguistica in tal senso, basta ricordare un libro come «Diceria dell’untore» di Gesualdo Bufalino), per lanciare messaggi di speranza che in un autore come Consolo non ci sono!!! anzi, c’è tanto pessimismo e rassegnazione, come nella quasi totalità degli scrittori isolani. Basta riportare una frase da retablo, edito da Sellerio nel 1987, che in questa direzione è illuminante: «siamo castrati, tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore… stiamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre per davanti». È una frase che mi aveva tantissimo colpito allora e che ripresi per una pubblicazione che avevo curato «la memoria facile» (poesie di Iasimone, disegni di Sciascia, per la ricorrenza del centenario della Camera del lavoro di Torino, milano e Piacenza, era il lontano 1991!). la creatura umana, per Consolo è strana, contraddittoria, incerta. Unica via d’uscita è il viaggio, e lui ne è stato ed è un riflesso reale, il viaggio di Ulisse che tornato alla sua Itaca, non la riconosce e… riparte! ed a proposito il nostro testualmente dice: «Così ora capisco coloro che viaggiano, capisco gli eterni erranti, i nomadi, i gitani: vivono ancor più dei sedentari, dilatano il tempo, ingannano la morte». Quindi grande merito al Consolo scrittore, come chi ha cercato e cerca linguaggi nuovi, a chi ha rinnovato il modo di fare scrittura, con l’inserimento di vocaboli nuovi e pregni di significati, dalle radici per lo più greche, latine, arabe. Calvino, moravia, Sciascia, hanno usato una lingua «orizzontale», formalmente perfetta, ed hanno rappresentato il purismo manzoniano del/nel novecento. – 49 – Pasolini ha arricchito questo linguaggio con il dare importanza letteraria alla lingua degli esclusi e degli emarginati borgatari. Consolo ha rielaborato il linguaggio, lo ha costruito con pazienza artigianale, folgorato dall’incisività del dialetto che purifica e rende poetico. Cammilleri si spinge oltre, usa il dialetto, non per purificarlo, ma per comunicare, per dare pennellate improvvise di immediato istinto espressivo, ma questa è un’altra storia! Non c’è messaggio di speranza e/o di lotta in Consolo, il suo pessimismo si spinge nell’evocare addirittura una qualche scossa tellurica purificatrice, (in un vecchio articolo sul Corriere della Sera, mi pare, lo dica espressamente), una scossa che faccia un po’ di pulizia di tutti gli scempi e le speculazioni che si sono perpetrati e continuano a consumarsi in Sicilia e non solo… (sarà tra questi compreso il ponte sullo stretto?…). È vero l’unità d’Italia, non ha fatto bene all’isola, sosteneva qualcuno, per cui il resto d’Italia dovrebbe in qualche modo risarcire del danno arrecato, ma al di là dei piemontesi (allora) o dei lombardi (adesso), i siciliani son bravi a farsi male anche da soli. Sappiamo che la più grave offesa per un uomo è quella di morire lontano dalla terra cui è nato, ma per attuarlo ce la mettiamo tutta! Il documentario è stato bello, fedele ai luoghi dell’anima e della geografia di Consolo, ma non cerchiamo messaggi o proposte politiche risolutorie che non ci sono, perché solo allora potremo dire brava ludovica (la regista)! Il sottoscritto (come pittore) si è sempre sentito molto legato al Consolo poeta – «conjunto de figuras que rappresentan la serie de una istoria ò suceso» – è la definizione di retablo, libro classico in senso letterario, e grande affresco pittorico dell’animo siciliano: «addio, promessa d’ogni essenza, sorgente di fragranza, corona delle zagare, goliera dell’aurora. addio ramo di miele, fanciulla fantasiosa, stellaria vanigliata, regina dei giardini…» poesia, pura poesia… (chiudete gli occhi e sappiate goderne!). Pubblicato il 26.10.2009 – 50 – Un onorevole siciliano Il 20 novembre ricorre il ventennale della morte di leonardo Sciascia e, ricorre anche il trentennale del suo ingresso nel Parlamento italiano con i radicali, avendo optato per la Camera dei Deputati anziché per l’aula del Parlamento europeo, dove era pure stato eletto, era il mese di settembre, il 24 per la precisione, e nel mese di maggio dello stesso anno, così motivava la sua scelta (quella di candidarsi con il P.r.): «vado a guastare i giochi». Pochi in verità i suoi interventi, undici in tutto, con in più la relazione di minoranza della «Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage e l’assassinio di via Fani, il sequestro e l’assassinio di aldo moro, la strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi». Gli argomenti non potevano che essere i casi di cronaca riguardanti episodi mafiosi e/o di «etica politica». Il suo aderire ai partiti politici, al fare politica, derivava da un suo bisogno etico: «Qualcuno dirà che questa è la mia confusione o il mio errore: voler scambiare la politica con l’etica» (Tuttolibri-la Stampa 1979). Perché della politica (ed a ragione), non aveva un’alta opinione, era, a suo dire attività mediocre, fatta da uomini mediocri. Fine ultimo della politica spesso in Italia si è infatti rivelato essere il «particulare» di guicciardiana memoria, aggiungo io. Fu in questo contesto infatti che scrisse la frase del «contraddisse e si contraddisse» come auspicabile epigrafe sulla sua vita. le analisi politiche dei suoi scritti sono comunque attualissime e ce ne dà dimostrazione il bellissimo libro di andrea Cammilleri. «Un onorevole siciliano» le interpellanze parlamentari di leonardo Sciascia. Bompiani editore. Con una fava due piccioni, è il caso di dire e sottoscrivere: gli interventi dello scrittore racalmutese e le osservazioni dello scrittore empedoclino, che di meno non sono! Prima dell’esperienza con i radicali, Sciascia aveva da indipendente aderito alle liste del PCI, e non perché fosse comunista, ma perché come aveva dichiarato vitaliano Brancati, per essere veramente liberali, in Sicilia, bisogna essere almeno comunisti. Ne ho avuta esperienza diretta: ho partecipato ai movimenti giovanili e studenteschi, facendo parte della FGCI, propagine giovanile del PCI, mentre in altre parti di Italia si contestava (e giustamente) il centralismo democratico dello stesso partito come impedimento ad una partecipazione reale dei giovani alle scelte politiche. Chi ha letto i suoi libri ed in particolare il Contesto, Todo modo o L’Affaire Moro, non troverà nulla di nuovo, perché il Sciascia scrittore non si allontana di una virgola dal Sciascia politico. – 51 – – 52 – ed è una voce, come quasi sempre, fuori dal coro quando parla di moro, di cui non nutre simpatia alcuna, un uomo pragmatico, per cui esistono le mediazione e la trattativa perenne. ed è strano come moro venga eliminato proprio per la mancanza della messa in atto delle sue doti più riconosciute! vien fuori dai suoi interventi, la costante preoccupazione della salvaguardia dei valori e dei principi delle libertà individuali. Contro l’inutilità di qualsiasi legge speciale, di leggi speciali contro il terrorismo, abbiamo visto a cosa hanno portato le leggi sul terrorismo americano: gli orrori di Guantanamo e quelle sul terrorismo in Italia: gli obbrobri dei fatti del G8 a Genova, scuola Diaz e caserma di Bolzaneto. «Voglio insomma dire che non di leggi speciali, di poteri più vasti e arbitrari, la polizia ha bisogno; ma di una buona istruzione, di un addestramento accurato, di una direzione intelligente, soprattutto». Questo, potrebbe essere ripetuto oggi, che tanto parlare si fa intorno alla sicurezza ed alle ronde! ed ancora le sue osservazioni su Cossiga, ministro degli Interni, durante il caso moro, presidente del Consiglio prima e della repubblica dopo. la finalità della sua azione politica, in fin dei conti mirava a far nascere una opposizione nel Paese, una coscienza d’opposizione, perché «comunisti e democristiani sono due immagini riflesse, specchi gli uni degli altri». e quanto, ancora è attuale questa osservazione se riferita a certe scelte scellerate condivise oggi dal centro destra e dal centro sinistra? Spesso e lo dico a malincuore, oggi si creano maggioranze palesi e trasversali che hanno lo scopo di annientare l’idea stessa del Diritto! Si parla oggi della riforma della giustizia, già della giustizia, che non è mai stata celere «ma affermare che arrivando dopo una dozzina di anni può significare ancora giustizia, vuol dire avere smarrito il senso della realtà» (seduta del 23 gennaio 1980 sulle misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica). ed ancora in altre interpellanze, lucidamente definisce cosa è la mafia, «una associazione a delinquere, con fini di illecito, arricchimento per i propri associati, che si poneva come intermediazione parassitaria imposta con mezzi di violenza fra la proprietà ed il lavoro, tra la produzione ed il consumo, tra il cittadino e lo Stato» e come si combatte? Con il controllo sugli illeciti arricchimenti, ad iniziare dai parlamentari, alle assemblee regionali e nei consigli comunali e non trascurando certi funzionari ed ufficiali preposti allo scopo. Non è stato per questo che è stato ucciso Pio la Torre? e qui mi piace terminare, tacendo sulla seconda parte del libro, quello relativo al caso moro; si potrebbe dire che quella è un’altra storia? Pubblicato il 20.11.2009 – 53 – Nella storia delle BR e della mafia Ho appena finito di leggere il libro di Giovanni vignali La primula nera, la storia di Paolo Bellini, il protagonista oscuro di trent’anni di misteri italiani, un libro presentato direttamente dall’autore a Piacenza, qualche settimana addietro. e subito mi imbatto in un altro scritto su «il fatto» di marco Travaglio che narra della storia di un magistrato, alfonso Sabella, che riprende il discorso della dissociazione, elemento fondamentale de «il papello». ed ancora, casualmente in questi giorni, trovo in edicola una rivista che compro per l’accattivante titolo di copertina: «Parla rizzuto – ecco chi trema» (rizzuto è un nuovo pentito della famiglia di Sambuca, nell’agrigentino), in questa rivista trovo altre interessanti notizie collegate al papello: una lettera di vito Ciancimino al Presidente Silvio Berlusconi (1994), padre di quel massimo Ciancimino che ha avuto la grande capacità di tirare in ballo politici nazionali (sarà la discoperta del terzo livello?) e una serie di documenti e lettere che sembravano essere stati dimenticati dalla Cronaca e che adesso la Storia riporta alla luce! letture casuali che mi sono capitate di libri ed articoli, come tanti che ne circolano nella ancora libera editoria italica. Perché mi hanno colpito queste letture e le ho collegato fra loro? In fondo noi viviamo in una piccola e calma provincia della benestante Padania. In fondo, in fondo così comunque non è, perché bisogna ricordare come in questo stato, in questo mondo direi, ogni microcosmo geografico come ogni accadimento di cronaca locale, ha un addentellato, un collegamento con il tutto, con gli avvenimenti politici della storia generale. Piacenza, si ritrova nella storia delle Brigate rosse per una sede logistica, un cosiddetto covo che si trovava in centro città. Si ritrova nel libro di vignali: «Bellini va dall’ispettore Procaccia e con estremo, disperato tentativo prova a farsi accreditare presso la Dia. Il 21 settembre 1992 incontra a Piacenza Francesco messina, funzionario di pubblica sicurezza in servizio presso la Direzione investigativa antimafia di milano». Quindi torniamo a noi: la trattativa, ormai lo sanno tutto, tra mafia e stato, è dei primi anni novanta. ma episodi oscuri nella storia nazionale ne abbiamo già avuti tantissimi, quest’ultimo è solo uno dei tanti tasselli misteriosi che si aggiunge agli altri. Nel 1943 avviene lo sbarco degli americani in Sicilia, a Cassibile, sbarco preparato dalla mafia siculo-americana. la liberazione dell’Isola coincide con – 54 – l’occupazione dei comuni da parte della mafia che fa nominare dal comando americano sindaci, esponenti di primo piano o affiliati della mafia locale. Il primo episodio della liberazione dalla dittatura nazi-fascista coincide con un primo bagliore di mala-democrazia nel nostro paese. e così purtroppo si procederà in seguito, potrei elencare i tantissimi episodi oscuri della prima repubblica che continuano nella seconda e che ahimè ci saranno nella terza, se mai ce ne sarà una terza! la mia è chiaro e solo una riflessione da cittadino della strada, di chi sbircia i giornali senza magari approfondire le notizie, di chi bombardato da tanti stimoli, barcolla nelle proprie convinzioni, ma che vede in episodi oscuri e continui di questa nostra repubblica, tornare spesso, sotto vesti diverse le stesse trame oscure, le stesse stragi, che una volta erano definite di Stato e che adesso dovrebbero forse più giustamente essere definite in modo globale, nel senso che sono progettate ed organizzate da quel grande fratello, da un grande fratello, che ha tanto a cuore i destini dell’umana progenie. ma questa non è certamente una realtà astratta. È purtroppo una realtà, fatta da uomini che uccidono altri uomini, di potere e sangue, di comando e sopraffazione, di scelte politiche che non sono scelte, di politiche diverse attributi della stessa Politica! Di contesti e di Contesto. Quel contesto dove tutte le ideologie si piegano ad una ragione Superiore, dove su tutto domina un potere che «sempre più degrada nella impenetrabile forma di concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa». ed eccoci senza determinazione alcuna giungere a Sciascia, al Contesto di Sciascia. ai Cadaveri eccellenti frutto del Contesto. Un contesto che si espande a macchia d’olio, da regionale, a nazionale ed internazionale. riprendendo brevemente il mio escursus storico della nostra repubblica: dopo la liberazione, Portella della Ginestra ministro Scelba, un uso politico della mafia ed una mafia che usa la politica, come si era visto con lo sbarco degli alleati americani. ed ancora: il caso mattei. e tralasciando i casi «minori» (non me ne vogliano le vittime); gli attentati di cui ho personalmente memoria: la strage di Piazza Fontana (milano1969), di Piazza della loggia (Brescia 1974), del treno Italicus (1974), uccisione del detenuto Br il Presidente aldo moro (1978), di Ustica (1980), Stazione di Bologna (1980), treno rapido 904 (1984), Falcone e Borsellino (Palermo1992), le chiese ed i monumenti di varie città italiane (1992-93). «Lo strumento d’azione sarebbe l’infiltrazione in gruppi giovanili, spinti più o meno consapevolmente a compiere azioni tali da creare allarme nell’opinione pubblica, al fine di giustificare misure quali l’instaurazione di uno stato – 55 – di polizia, o di destabilizzare la posizione dell’Italia nelle sue alleanze, anche attraverso la realizzazione di attentati stragisti» (vignali). Un altro elemento poco chiaro è quel magma spesso indistinto di figuri legati in qualche modo allo Stato, pezzi dello Stato che condividono destini di personaggi equivoci al limite della legalità o nell’illegalità più completa, (P2 e servizi segreti, tanto per citarne alcuni). e la mafia? Come la prima repubblica era nata da una guerra di liberazione, che aveva visto come primo atto di affermazione militare, l’accordo degli americani con la grande mafia per lo sbarco, così la seconda nasce, non dalla fine di tangentopoli (novella guerra di liberazione), ma dalla trattativa mafiosa condotta in porto per porre fine agli attentati, in questa ottica va interpretato e letto l’arresto di riina e tanti aspetti giudiziari susseguenti. Non datemi del pessimista o del disfattista, senza arte nè parte, perché a sostenere questa tesi non sono il solo. Il magistrato Sabella, che ha lavorato alla Procura antimafia a Palermo diretta allora da Gian Carlo Caselli, che ha scritto anche un libro avvincente «Cacciatore di mafiosi», termina testualmente l’articolo citato, in questo modo: «E da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato dal Dap e quasi dal Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose». «Occorre liberare questo stato, da coloro che lo detengono» (pensa l’ispettore rogas nel Contesto), peccato che un ispettore, è parte integrante dello stato, e comunque… «Non in questo momento. Capisco – disse Cusan, – Non in questo momento». a quando… libera nos a malo? La strage di Piazza Fontana (Milano dicembre 1969) Pubblicato il 30.11.2009 – 56 – Sulla poesia di Alda Merini Basterebbe segnare due date, 21 marzo 1931 e 1 novembre 2009, per racchiudere una vita, come quella di ogni uomo: una la nascita, l’altra la fine. In questo caso le due date racchiudono l’esistenza di alda merini. ma può la vita di una poetessa racchiudersi in due date? Può la poesia avere un inizio ed una fine? «Forse che sì, forse che no» c’è scritto ad un incrocio di due vie del centro storico di Piacenza. Nel caso della merini no di certo. la data della sua morte non coincide sicuramente con quella della sua fine. la sua poesia, come tutta la poesia (quella vera, autentica), non può mai avere fine. Perché la poesia è il sentimento allo stato puro, è l’essere bambino dell’uomo, è l’istinto che permette la sopravvivenza dell’animo, è la storia che si fa fiaba, è il bisogno che diventa sogno! e nulla è più vero nella merini, dove la poesia si identifica con l’amore tout-court. la concezione che sta alla base della sua visione poetica è una concezione panteista: tutto è alimentato dall’unica divinità , quinta essenza dell’uomo e dell’universo: l’amore! l’amore, per la merini è una coperta avvolgente larga quanto il cielo «A volte Dio / uccide gli amanti / perché non vuole / essere superato in amore». Tutto è alimentato dall’amore che come lievito permea ogni singola esistenza. e l’amore è cantato, osannato,odiato, sempre, mentre è in corso, durante… nell’essere in potenza, avrebbe detto aristotele, e nell’atto compiuto e definitivo, cioè nel ricordo. l’amore è riconosciuto ed urlato nell’orgasmo e nel ricordo dell’orgasmo «Dio: si indigna del nostro piacere e sconvolgiamo / la terra, dibattendoci come due rettili infami / mentre perdiamo l’anima». Questo è quello che ne viene fuori dall’opera più bella ed immediata che della merini, io abbia letto: Folle, folle, folle di amore per te (Salani editore, con un pensiero di roberto vecchioni ed una nota di Daniele Gamba). Un piccolo libro, come tutte le opere sue, inserito giustamente in una serie di libri che parlano di poesia per giovani innamorati. Quale migliore stato di grazia possa esistere, che l’essere: giovane, innamorato ed amante della poesia! Per un uomo? l’ho conosciuta casualmente ad un pubblico incontro diversi decenni addietro, si parlava di politica e di poesia, lì c’era la merini, non l’ avevo mai vista, né letto le sue poesie. ma sono stato attratto dal suo modo di porsi, spontaneo, immediato, istintivo, perfino ingenuo. Difficile trovare modi siffatti in un qualsiasi – 57 – relatore oggi! e dalla franchezza del linguaggio, il dire pane al pane, del mettere in piazza la propria storia, una storia personale fatta di ricoveri (15 anni complessivi), di elettroshock (37 in tutto), di incontri (tantissimi), matrimoni (due) e di adii (…E mi hai lasciato solo le tue lettere / onde ne ribevessi la mia assenza!). ed è stata subito empatia! Sarà perchè ho avuto sempre una grande simpatia per il diverso, l’originale, l’anticonformista, il folle, sarà perché ho sempre visto la pazzia come una forma di normalità (e la normalità una forma di pazzia) che mi sono innamorato della poesia di alda merini. In fondo, questo concetto sulla pazzia è a tutti noto come quello di pirandelliana memoria. «I matti sono simpatici, non così i dementi, che son tutti fuori, nel mondo» ci dice la merini, che specifica «Il manicomio è una follia come concetto: bisogna essere matti per fondare un manicomio». ed è la stessa poetessa a ricordarci che la pazzia è un insieme di patologie, tra queste patologie c’è l’amore! e che cos’è l’amore? Ingenuamente la poetessa ci dice di non saperlo! bisognerebbe scrivere libri su libri, l’argomento non sarebbe mai sviscerato completamente, ed infine dovremmo rassegnarci a rimanere ignoranti! Diceva infatti la poetessa alla domanda: cos’è l’amore? Non lo so! era la sua risposta. C’è un poeta che mi è venuto in mente leggendo la merini ed è rilke, quel rilke di cui ho già parlato e scritto su questo giornale a proposito dell’arte: «…ogni opera d’arte rappresenta l’unicità di un evento ed esprimono la solitudine dell’autore, a volte la disperazione e ripeto, come tale “nulla può raggiungerle meno che la critica”. Solo una corrispettiva solitudine, aggiungerei io, può entrare in sintonia ed all’unisono provare le medesime perturbazioni dell’animo. Come amanti: opera d’arte e fruitore, direttamente senza mediazione alcuna!». Sentire una poetessa fare considerazioni sulla 180, la legge Basaglia, con una conoscenza diretta non è comune, e fare proposte su centri per pazzi, ancora meno, era il periodo dove ancora si dibatteva di queste cose (leggasi proposta Tobino). Qual è la dimensione dell’amore in alda merini? l’amore sacro o quello profano? la fisicità dell’atto sessuale o il sentire platonico, sentimento puro ed astratto? È un amore religioso, dono divino o, immanenza e presenza primordiale? ed ancora mille e mille domande potremmo porre e porci sull’amore, ma la risposta ci viene data da pochi e semplicissimi versi di una sua poesia: «chi ama è il genio dell’amore», sono versi che rispecchiano, in campo letterario, per bellezza e semplicità, le leggi basilari delle più importanti – 58 – scoperte scientifiche. vorrei terminare, come si fa di solito nelle feste paesane, dopo i riti religiosi e gli eventi pagani: si va tutti a vedere e sentire i fuochi d’artificio, a notte inoltrata, con un cielo buio, dove si infrangono i petardi, che lanciati in alto si disperdono in mille colori che come pioggia ricade sulle teste dei partecipanti. ed è un alternarsi e mescolarsi di luci e botti che sottolineano il tripudio della chiusura del festeggiamento. Così vorrei terminare, con una sciarada di versi, tratti dalle poesie della raccolta citata Folle, folle, folle di amore per te: …ed è un canto d’amore che matura / questa mia eternità senza confini – abbi pietà di me miseramente / poiché ti amo tanto dolcemente – Ho conosciuto in te meraviglie / meraviglie d’amore… – Occorre un amore grande per viverti accanto, amore mio – Io ti ho gemmato e l’ho detto – dibattiamoci come rettili infami / mentre perdiamo l’anima, perché, aggiungo io, come sostiene la stessa merini, mentre tutte queste emozioni ci permettono di vivere e come arabeschi ci ricamano l’esistenza, …la mancanza d’amore / è la mia pestilenza. Pubblicato l’11.12.2009 – 59 – Ritorno alla marina: Camilleri-Pirandello Casualmente, sabato giorno 23 sono in Sicilia, su un quotidiano leggo la notizia dell’inaugurazione di una mostra a Porto empedocle, ad un tiro di schioppo da agrigento. la mostra fa notizia per due motivi: uno è l’essere dedicata ad un grande artista del nostro novecento, Fausto Pirandello, l’altro che è stata realizzata, come inaugurazione, dalla neo costituenda Fondazione Camilleri. ad inaugurarla è stato lo stesso andrea, che come a sua volta aveva realizzato leonardo Sciascia, si è voluto creare la sua «perpetua», nel senso di monumento celebrativo di tutta l’attività letteraria da tramandare ai posteri (e da buon – o meglio diffidente – siciliano, non fidandosi del prossimo, se l’è costruita da sé). Il titolo della mostra è alquanto suggestivo: «ritorno alla marina», ma a ben vedere come insinua il Savatteri, chi torna alla marina? Fausto Pirandello, figlio di quel luigi, nato al Caos, drammaturgo, premio Nobel, che fondazione non ha (perché non è stato previgente, come altri lo sono stati dopo), o Camilleri stesso? o, e sarebbe meglio, sostengo io, tutti e due, contemporaneamente, scrittore e pittore. Tornare alla marina, in questo senso è il tornare non al mare in senso stretto, anche se di paese di mare si tratta, ma il tornare al paese di origine, quel paese di cui nessuno di noi, esuli e non, può fare a meno, come sosteneva il Pavese. ormai Porto empedocle somiglia sempre più a vigata, quella città dove il commissario montalbano di letteraria memoria, ci ha abituato a vivere le sue prodezze investigative. Non a caso, scendendo nel corso principale, ci si imbatte nella statua di montalbano, appoggiato ad un palo della luminaria cittadina, l’autore è lo stesso scultore che anni addietro realizzò la scultura di Sciascia che passeggia in piazza a racalmuto, Giuseppe agnello. ma quanta diversità! Penso sia meglio sempre, gli artisti dovrebbero essere lasciati liberi di potere realizzare il proprio estro creativo, l’anima, «elain vital» che caratterizza ogni opera d’arte, può darla solo l’autore stesso. In questo caso i «suggerimenti» dello scrittore, sono a mio avviso, stati eccessivi; ci sarà stata la mano dello scultore, ma non l’animo dell’artista-creatore. In altre parole, la caratterizzazione che ne ha voluto dare Camilleri, creando il personaggio montalbano-Germi (il commissario Ingravallo, protagonista del cinematografico «Un maledetto imbroglio») rimane distaccata, fredda, nulla a che vedere con il montalbano, sanguigno ed arguto cui ci ha abituati lo scrittore stesso. Cosa ben diversa era – 60 – successo nella creazione dell’altra statua, quella racalmutese, caratterizzata da un’espressione un po’ sorniona che caratterizzava il personaggio e ne fa intravedere l’arguzia e la sottigliezza del pensiero. Si dice a Piacenza: «offelè fa ‘l to mistè» (pasticciere fa il tuo mestiere – l’ofelleria lombarda era in via Cavour –), che tradotto suona nel prosaico ma più comune: ad ognuno il suo mestiere! e spesso succede che lo scrittore, ormai famoso voglia fare anche lo scultore, come nel nostro caso, così come lo scrittore luigi Pirandello voleva fare con il figlio: imporre la propria visione estetica, oramai sorpassata, ottocentesca, a Fausto, che per potere proseguire nella propria ricerca estetica era dovuto portarsi a Parigi, con Caporossi, frequentando il gruppo degli italiani, Campigli, De Chirirco, Severino e Savinio. Gli errori purtroppo anche se conosciuti si ripetono e, spero nel caso descritto, sia stato involontario intervento, da attribuire ad una benevola interferenza, che fatta a fin di bene, ha avuto un effetto negativo. Continuando in via roma, sempre per il corso, alzando gli occhi si nota la statua dedicata a luigi Pirandello, scrittore dalla doppia località di nascita (agrigentino il luogo – il caos –, di Porto empedocle tutto il resto, sarà il presupposto dell’essere Uno, nessuno e centomila?). È una scultura, il monumento dedicato allo scrittore Pirandello, ma sembra una statua realizzata nel periodo del realismo sovietico e dimenticata in qualche piccolo borgo russo. Non ti curar di loro, ma guarda e passa! lo scopo della nostra visita è raggiungere la ex chiesa di San Gerlando, spazio ben ristrutturato e trasformato in auditorium, a pochi passi dalla abitazione dello scrittore, dove si inaugura la mostra dedicata a Fausto Pirandello. Tante cose si son dette su vigata, «un paese, in parte vero, della Sicilia inventata» ebbe a dire il Camilleri. Un paese devastato di una Sicilia mal messa, direi io, a malincuore. e basta alzare gli occhi per vedere i palazzi sul costone collinoso che sovrasta il paese, paese che porta il nome del noto filosofo empedocle di agrigento, di quella città dove, già dal periodo della magna grecia, si costruiva (e si costruisce, purtroppo!) come se non si dovesse morire mai, mentre si continua ad apprezzare i fasti culinari come se ogni volta che ci si siede a tavola dovesse essere l’ultima. C’è in quel lontano lembo di terra una concentrazione culturale da brivido, un intersecarsi di parchi letterari unico: Pirandello (agrigento), Tomasi di lampedusa (Palma di montechiaro), Sciascia (racalmuto), Camilleri (Porto empedocle). – 61 – – 62 – Porto empedocle è stato sempre un paese attivo, di commercio e di produzione industriale, non come agrigento-montelusa città parassita ed inanimata. Camilleri ha conosciuto direttamente Fausto Pirandello a roma, e pensare che si ritrovano nel loro paese di origine insieme, come vecchi amici, è quasi commovente. Questo al di là delle considerazioni estetiche sulla mostra, che lasciano quanto meno perplesso il visitatore. Uno dei pochi quadri su cui si sofferma lo scrittore, il giorno dell’inaugurazione, è «ritratto di signora con cappello». Questo la dice lunga sulla mostra ed il suo significato. la ricerca di Fausto come pittore è stata una ricerca solitaria, di introspezione psicologica, è in qualche modo l’indagine del padre, che da verbo si trasforma in colore. ed ecco venir fuori il rapporto padri-figli, spesso più ci si vuole allontanare e distinguere dal padre, più ci si compenetra! ma questa è un’altra storia, che lasciamo all’indagine psicologica. Sta di fatto che Fausto Pirandello, fu un ricercatore nel senso più vero e proprio del termine, come quasi tutti, d’altronde, della scuola romana. ma in lui è più forte il rapportarsi continuo con le maggiori espressioni artistiche del momento (da Cezanne al cubismo). la definizione che ne dà il Contini è forse quella che più gli calza: esempio di vera pittura espressionista. Di tutto questo, devo dire mio malgrado, c’è poco, i migliori quadri sono assenti (i grandi olii di nudi e bagnanti), rischia questa mostra di dare una visione molto limitativa dell’autore, vi sono solo molti lavori preparatori, appunti, impressioni (sono solo quadri della galleria Gian Ferrari di milano). resta il fatto che si è con questa mostra inaugurata comunque l’attività della Fondazione Camilleri, un’altra istituzione che sicuramente saprà dare un valido contributo al riscatto di una terra tra le più depresse d’Italia (ultima nella graduatoria il Sole 24 ore), e soprattutto contribuire a cambiare atteggiamento mentale a che fatti come quello avvenuto a Favara, triste episodio, dolorosissimo, perché sono morti due bambini innocenti, non avvengano più: stessa provincia, pochi chilometri da Porto empedocle, concomitante alla inaugurazione della mostra! Pubblicato l’11.02.2010 – 63 – Mostra Schiele: Il diario dal carcere Il fatto: giovedì 25 sono stato a milano, a visitare a Palazzo reale la mostra su egon Schiele, titolata «Schiele e il suo tempo», inaugurata il 24 febbraio, ci sarà fino al 6 giugno 2010. a fine visita ho comprato il libro: Diario dal carcere dello stesso pittore, con premessa di arthur roessler e postfazione di Federica armiraglio, Skira editore. Dalla lettura di questo libro, alcune considerazioni, che esulano dal fatto, ma da questo generate: il 13 aprile dell’anno 1912 egon Schiele viene arrestato, ce lo dice lui stesso nella pagina del diario del 17 aprile: «il tredici di aprile venni arrestato e messo sotto chiave nel carcere distrettuale di Neulengbach» (il diario inizia con il giorno 16 dello stesso mese). Il giorno 8 maggio, ultimo giorno del Diario, testualmente: «Sono stato in carcere ventiquattro giorni! ventiquattro giorni o cinquecentosettantasei ore! – un’eternità! l’indagine è andata avanti in modo vergognoso, – io ho sofferto cose indicibili. Ho subito una terribile punizione pur senza alcuna condanna». ma 24 giorni, non considerando l’otto, giorno del rilascio, ed andando a ritroso, si arriva al 14 di aprile, non al 13! Un giorno su 24, per uno che conta le ore è eccessivo! Tanto più per chi scrive: «Intorno a me si sono spenti tutti i colori. e’ una cosa terribile. Il mondo dei dannati deve essere così, incolore» ed ancora nella pagina in «Un giorno qualsiasi» del diario, compresa tra il primo maggio e l’otto: «Da quanto tempo sono prigioniero?» e poi ancora: «il procedimento relativo alla corruzione di minore è archiviato da tempo, ma l’indagine riguardante i disegni pornografici verrà portata avanti». Perplesso sulle date del Diario e sulla querelle giudiziaria in particolare, cerco altre fonti, su un testo di Dietmar elger sull’espressionismo – una rivoluzione dell’arte tedesca – trovo testualmente: «nel 1912 venne perfino accusato di diffusione di disegni pornografici e condannato a tre giorni di carcere», mentre sulla biografia dello stesso catalogo Taschen c’è scritto: «1912 partecipa alla mostra del Blaue reiter; tre pene detentive per diffusione di disegni pornografici». la Federica armaglio nella postfazione al Diario annota: “«Certamente le tre settimane di carcere furono per il giovane pittore un’esperienza scioccante…». ed allora, rimangono aperte le seguenti questioni: 1) se i giorni di prigionia sono stati 24, non possono andare dal 13 aprile al 18 maggio, 2) se i giorni sono stati 24, le settimane non possono essere tre, se no sarebbero 21 giorni, 3) se i giorni sono stati 24, la condanna non può limitarsi ai tre giorni di carcere, 4) se la prigionia e la condanna è stata una sola, non possono essere tre le pene detentive. Ci saranno altre fonti da cui attingere ma bisogna tenere presente – 64 – che: «l’affaire di Neulengbach non fu uno scandalo: nel 1912 Schiele non era abbastanza famoso e la vicenda fu ripresa soltanto da un giornale locale». Così riporta la postfazione della Federica armiraglio, la quale sostiene che: «la pubblicazione postuma (avvenuta nel 1922) e lo svolgimento della narrazione hanno sempre suscitato moltissimi dubbi sulla sua autenticità. Nessun manoscritto è stato trovato e il contenuto delle pagine è costruito con troppa accortezza per essere realmente spontaneo». – 65 – la premessa di arthur roessler, saggista, critico d’arte ed amico di Schiele, ci dice il contrario e che cioè il pittore gli scrive: «Ho trascorso 24 giorni in carcere, non ha saputo? Ho subito di tutto e nei prossimi giorni le scriverò per raccontarle ciò che mi è accaduto». la Peruzzo editore nei «Giganti della pittura» riporta nelle annotazioni critiche dedicate a Schiele parti del Diario come note vere, autobiografiche, chiarificatrici dell’autore stesso: «mi hanno tenuto in prigione 24 giorni! ventiquattro giorni o cinquecentosettantasei ore! Un’eternità… chi ripudia il sesso è un individuo sporco che diffama nella maniera più volgare i propri genitori che lo hanno generato». Quindi , e lo si apprende dalla sua indiscussa biografia, fu una questione giudiziaria ed una questione legata al sesso: quale e quanto materiale per disquisire oggi! Un episodio legato al modo dell’arte, dell’espressionismo, ma anche a quello psicoanalitico freudiano, in un periodo, quello di inizio secolo, in cui personaggi come musil, dicono che si era credenti e scettici, naturalisti e raffinati, si sognava di hascisc e di malattie, di coppie primitive, etc… etc… il lirismo di rilke si palesa nello smarrimento espressionista dell’anima che si dissolve nelle proprie impressioni percepite come inesistenti, così come «in pittura l’espressionismo portò il terremoto nello spazio euclideo tridimensionale…» ma questa è tutta un’altra storia! Bisognerebbe parlare e scrivere di letteratura, di poesia, di pittura ma e, soprattutto di filosofia, per capire il periodo in cui si trova ad agire il Nostro; io qui volevo solo incuriosire il lettore per spingerlo a vedere una grande ed affascinante mostra, ed anche per suggerire a qualche autore che di questi equivoci giudiziari ed artistici è indiscusso maestro, materiale per un prossimo scritto (visto i precedenti successi su Caravaggio e renoir). Io vorrei solo ricordare che Schiele muore giovanissimo a 28 anni, come Catullo, certe coincidenze saranno casuali? Perché nessuno come questi due autori, lontanissimi nella cronologia storica, uno con la penna l’altro col pennello, «hanno saputo interpretare meglio di altri, l’eros, i ghigni e le eccitazioni della gioventù». Dal diario, le note più liriche: «amo la vita. amo penetrare nel profondo di tutti gli esseri viventi; ma detesto la coercizione che ostilmente mi incatena… Si comprende, se si ama, e chi comprende dovrebbe sempre amare». Pubblicato il 01.04.2010 – 66 – Fatti e misfatti dell’avvocato-detective Ci sono delle letture che rimandano ad altre: autori che rimandano ad altri autori, scrittori che ci invogliano e ci coinvolgono a leggere tutto ciò che hanno prodotto. Così come altri si fanno presto dimenticare e ci costringono a chiudere il libro, spesso per non riaprirlo più, dopo le prime pagine. Dei secondi è meglio tacere. Dei primi invece è bene parlarne (e scriverne), se non altro per comunicare ed esternare le proprie impressioni (positive) cercando di condividere, con quanti più lettori possibile, i benefici effetti delle conoscenze e delle emozioni che ci trasmettono. Ho capito che spesso sono i testi più brevi a contenere verità più profonde ed universali. Come non ricordare La storia della colonna infame del manzoni, testo che affronta il tema della giustizia, in termini sempre attuali, purtroppo! o, come non ricordare La morte della pizia del Durrenmatt, testo sorprendente sul senso della vita e sull’interpretazione delle manifestazioni cui la psicoanalisi ha fondato le sue certezze! (tantissimo ci sarebbe da dire su questo autore, mi piace riportare solo una frase, per stuzzicarne la curiosità: «la verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta», e rimandare ad alcune note interessanti, trovate in rete del nostro Salvatore mortilla). libricini piccoli, che contengono grandi temi di riflessione…, come non ricordare ad esempio la frase conclusiva de Il procuratore della Giudea di anatole France: Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia… «Gesù?» – mormorò – «Gesù il Nazareno? No, non ricordo» (massima espressione dell’apologia dello scetticismo?). Quindi dicevo libri piccoli, ma la mia non vuole essere un’apologia del «piccolo è bello», ma a sottolineare come spesso dalle piccole, meglio brevi affermazioni, possono nascere e svilupparsi grandi riflessioni. riprendo il discorso iniziale, – ci sono delle letture che rimandano ad altre –, tra queste, un autore di grande successo che ho conosciuto, proprio a Piacenza, un pò di anni addietro, Gianrico Carofiglio. È un autore che a volte implicitamente, spesso esplicitamente, rimanda ad altri autori. È questo uno dei motivi di forza del suo successo, a mio avviso, un successo che si basa su fatti attuali, su vicende di una regione la Puglia e di una città Bari, di un campanile che diventa lo specchio della nazione e ne esprime tutto il disagio «mala tempora…». – 67 – e la storia si ripete, così come Camilleri, con il suo commissario montalbano, esprimeva il disagio di fatti casualmente avvenuti in Sicilia ma potevano benissimo essere successi a vigoleno anziché a vigata, così Carofiglio con l’avvocato Guerrieri, narra di fatti e misfatti, collocati geograficamente a Bari, ma che potrebbero, come penso avvengano in qualsiasi Procura della repubblica. Quale il motivo del successo? la certezza del diritto! I casi del Nostro avvocato-detective si chiariscono, si risolvono, ci sono dei colpevoli e degli innocenti (che spesso sono i primi indiziati perché i soggetti più deboli della società: le donne, gli exstracomunitari, i giovani), tutti fatti che nella realtà sono lungi dal verificarsi. e ci sono i rimandi, rimandi espliciti: «C’è una frase di Paul valery… dice, più o meno, così: «il modo migliore per realizzare i propri sogni è svegliarsi» e quelli impliciti: «tempo fa ho letto un bel libro, di uno psicologo olandese, mi pare. Si intitola: Perché la vita accelera con l’età, parla di questo fenomeno. È molto interessante». Come resistere ad andare a cercare i libri e gli autori che suggerisce? Questo esempio è tratto solo dall’ultimo libro, Le perfezioni provvisorie. ma notevoli e tutti degni di nota, che non elencherò, i riferimenti ad altri autori, film, racconti, fumetti contenuti in altri libri. Ci sono poi i riferimenti a luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, i ricordi del periodo universitario, a tutti quei luoghi tipici e topici che fanno del passato dell’autore i luoghi dell’anima di ogni singolo e diverso lettore. (come l’Uno per tutti di Gaetano Savatteri, stesso editore, stessa collana, di cui qualche volta parlerò in modo singolare ed approfondito, ma non molto, visti gli spazi del giornale). È di questo tenore il libro memoire Né qui né altrove, dove la narrazione di una notte a Bari, è il pre-testo per miscelare passato e presente, per mettere in discussioni certezze e capovolgere le apparenze. Quale il motivo del successo? Questo può essere un altro. Il prenderci con mano e condurci verso un passato prossimo o remoto, con l’attesa di qualche epifania che si trasforma ben presto in un doloroso pugno nello stomaco. Il libro appena citato è edito da laterza, mentre quasi tutti gli altri sono pubblicati da Sellerio. Siamo a più di ottocento testi pubblicati nella collana la memoria della casa editrice palermitana, una collana nata nel 1979 sotto la consulenza di quel tal leonardo che ne diede il nome e vi pubblicò il primo volume, Dalla parte degli infedeli. Carofiglio si inserisce in un filone «giallo», un giallo di qualità che vede – 68 – autori quale montalban, lucarelli, Camillieri, alicia Gimenez-Bartlett ed altri ancora. e la ragione del successo di questa letteratura? È la ragione, direi proprio così: la capacità del ragionare. e parafrasando Durrenmatt: dicono delle verità, tormentando la realtà, perché «l’italiano non è l’italiano: è il ragionare» (Una storia semplice – l. Sciascia). Copertina del libro di Leonardo Sciascia «Dalle parti degli infedeli», edito da Sellerio Pubblicato il 16.04.2010 – 69 – «La caccia al tesoro» di Camilleri anche sull’ultimo libro di andrea Camillieri è sceso il sipario della «fine lettura»: è un sipario, perché rimane in memoria la rappresentazione della narrazione, come scena di teatro. ripeto: so il modo di scrivere di Camilleri, conosco i personaggi e la tematica dei suoi racconti, la tecnica e la lingua, è inutile che continui a leggerne! Poi come in automatico, ogni nuova pubblicazione, non so come, finisce nelle mie mani ed in un fiat è divorata. l’ultimo libro, La caccia al tesoro, edito da Sellerio, reca in copertina una bella riproduzione del Donghi, un quadro del 1926, «il giocoliere». Questo dipinto, cioè l’immagine di copertina, uno dei motivi per cui ho preso libro. avevo visto una mostra al Complesso del vittoriale a roma nell’inverno 2007, il Donghi è un autore che colloca i suoi personaggi e con loro lo spettatore in un mondo sospeso, immobile, con una rappresentazione realistica ed una tecnica raffinata. avevo anche in una bancarella, nei pressi di Termini, visto un catalogo completo su quest’autore, che ahimé ha voluto tenere il mio amico Pippo. Comunque, tornando a noi, non è del Donghi che volevo parlare, ma di un libro dello scrittore di Porto empedocle, La caccia al tesoro. mi accorgo comunque, ad ogni battuta, che è difficile scrivere di quest’autore, senza un continuo rimando. ed è questo il bello forse di un libro, ne avevo accennato a proposito di Carofiglio, continuo a ripeterlo per Camilleri. lasciamo la copertina ed andiamo al contenuto: il contenuto, ci rimanda ad episodi letterari abbastanza controversi e strani. In primis un altro artista, niente poco di meno che Kokoschka. Kokoschka aveva avuto una relazione con alma mahler (moglie del musicista Gustav) per due anni, poi era stato abbandonato per l’architetto Walter Gropius, mentre lui era al fronte (partito per la grande guerra). l’artista, si faceva fabbricare, perseguitato dalla «presenza» di alma, una bambola a sua immagine, che un paio di anni appresso distruggeva «uccidendola». Quindi abbiamo già, senza ancora entrare nel merito del libro, (non so se ce ne addentreremo), accennato a due rimandi, di due pittori, diversi tra loro che comunque col libro sono in combutta, visto che il libro parla di bambole, di perversioni, di atmosfere sopite ed inerti. altro riferimento letterario, nel senso di scrittore stavolta, il libro di Tommaso landolfi, titolato La moglie di Gogol. anche qui il riferimento ad una bambola gonfiabile che veniva accudita come «moglie» e che infine viene «uccisa» facendola esplodere in mille pezzi. Quest’ultimo libro di Camilleri è un vero e proprio noir, svolto – 70 – secondo i canoni classici, partendo da una rappresentazione calma, sopita alla Donghi – «troppo tempo stava passando senza che era capitato nenti e perciò la probabilità che continuava a non capitari nenti si era arridotta di assà» – per poi giungere, in un crescendo dalle forti pennellate espressioniste alla Kokoschka, alla bambola gonfiabile – «aviva perso ‘na parte dei capelli, le ammancava un occhio, una minna era addivintata grinzosa e aviva il corpo qua e là cosparso di tondini e rettangoli di gomma grigia» –. ad una prima bambola, danneggiata per il tempo e l’usura, se ne aggiunge una seconda, quella rinvenuta nel cassonetto, dove i danni sono stati provocati artificialmente. Questa seconda bambola ha gli stessi guasti quindi della prima, cui ha tratto ispirazione, così come l’opera del landolfi non poteva esimersi dal considerare gli aspetti della biografia di oscar Kokoschka. e così in un crescendo di note per una oscura caccia al tesoro, il racconto sale di tono, aumenta la tensione, ci fa partecipe di una follia. «no, a considerari e a riconsiderari bono, sempri cchiù si faciva persuaso che la caccia al tesoro non era un joco per nenti ‘nnuccenti, anzi era decisamenti periglioso». – puzzava di sangue, di marciume, di carne decomposta, di malattia –. la scena clou di un odierno noir cinematografico: «Pirchì il corpo nudo era sì quello di Ninetta, non c’era dubbio, sulo che quel corpo era stato cangiato in quello di ‘na bambola gonfiabile, precisa ‘ntifica alle altre dù». e siamo alla terza Bambola! Questa bambola non ha niente a che vedere con le altre due, che possono essere viste come modello di una esperienza di esaltazione, umiliazione e vaneggiamento, questa è in carne ed ossa! Questa è una ragazza bella, buona e vergine. Il colpo di teatro. Il salto, da una rappresentazione alla realtà. È la follia. ma la follia, (come la razionalità), è spesso legata alle parole, al significato delle parole: «ex ore tuo te judico». attraverso la comprensione dei versi, dei termini usati per la caccia al tesoro si può arrivare al colpevole. Capire la scrittura è capire ed interpretare la realtà: «la civiltà dell’omo non è fatta dalle parole? E che viene a diri che in principio era il verbo?» un rimando filosofico – ed il personaggio negativo di questa storia è uno studente di filosofia – come questo lo lascio volentieri a quei 25 lettori che hanno avuto la pazienza di giungere a questo punto della riflessione! Siamo di fronte, impietriti, ad una manifestazione crudele, a una psicopatia, come se ne vedono in quei film dell’orrore che mi sono sempre persuaso sarebbe meglio non vedere (ed io non ne ho visti). Il riferimento all’attualità, mi pare lapalissiano. – 71 – Si vuole (o è stato già fatto?) creare un mondo, dove la realtà è pre-annunciata dalle parole. Infatti, un uso distorto ed ossessivo delle parole (e delle immagini) creano un mondo che, in quanto a crudeltà, intesa come negazione della dignità umana, nulla ha da invidiare a quello rappresentato. Forse corro con la fantasia, anche perché nella nota di fine racconto l’autore dice che il romanzo è frutto della sua fantasia… ed allora, anziché costruirci interpretazioni sociologiche, nulla togliendo al valore letterario dell’opera, sarebbe meglio scomodare Freud? Il giocoliere di Donghi Pubblicato il 01.08.2010 – 72 – – 74 – aPPeNDICe – 76 – Si parlava di cultura e rivoluzione... Il pittore Carmelo Sciascia, «piacentino di Sicilia», come si autodefinisce, ci ha inviato un’inedita intervista, di venticinque anni fa, al poeta siciliano Ignazio Buttitta: alquanto insolita, perché poco canonica, questa sorta di «intervista» è nata, in realtà da una chiacchierata fra amici attorno alla poesia, alla letteratura, alla politica. la riproponiamo così come è stata trascritta dalla registrazione nel gusto della musicalità delle parole a ruota libera, del recital di quella speciale serata siciliana. (nota del giornale Libertà su cui è comparso l’articolo nella pagina culturale del 26 febbraio 2001). Un giorno qualsiasi, compreso tra gennaio e marzo del 1975. a casa del Poeta, ad aspra, sul mare, in una grande stanza che mi riporta a futura memoria l’ultimo dipinto incompiuto di renato: nella stanza le donne vanno e vengono, la stagione delle quaglie l’aveva fatta, gli restava il vizio. Il vizio nasce con l’uomo (e muore con l’uomo). Più che per le donne – che c’erano quel giorno – quanto per una atmosfera di via vai, di gioventù, di colori, di realtà che si confondeva con la fantasia, di poesia. erano anni in cui i sogni erano ancora possibili e si pensava potessero realizzarsi a breve, c’era nell’aria la svolta che avrebbe rappresentato l’avanzata della sinistra e che da lì, a qualche anno, poi nei fatti si realizzò. Sogni... Il ‘68... il ‘77… e Poesia tanta Poesia. Inverno 1975, a casa del Poeta, ad aspra, sul mare, non per intervistare ma per conversare, con interlocutori anche sconosciuti, per questo l’altro (l’interlocutore) viene indicato soltanto con la lettera D. – che non rappresenta l’abbreviazione di chi domanda – ma del diverso, del non essere Poeta, dell’altro appunto. Nel nostro caso particolare, degli altri, perché diverse sono le voci e non tutte identificabili, dei personaggi della registrazione. Sì della registrazione, perché di registrazione si tratta, una vecchia cassetta impolverata, ripescata in un cassetto di una vecchia libreria liberty, e rispolverata, riportata alla luce o meglio e più semplicemente «sbobinata». Sbobinare, riportare per iscritto il contenuto di una registrazione, sembra facile, ma vi assicuro che facile non è! e non lo è, nella contingenza nostra, perché è come leggere le poesie di Buttitta, adesso da un libro, ed avere assistito ad un suo recital, in una piazza qualsiasi, di un qualsiasi paese siciliano. e non solo. molte frasi sono dette in dialetto, qui si è reso tutto in italiano, per facilitarmi e facilitarvi e la scrittura e la lettura. – 77 – Tutta la poesia di Buttitta, come ha scritto Carlo levi, è poesia orale… per questo, per essere del tutto siciliana, pensata e detta in siciliano, con le inflessioni, le cadenze, le rime, le violenze, le dolcezze siciliane, va letta nel suo testo siciliano, ed è veramente intraducibile, se non a costo di un notevole impoverimento, in lingua italiana. e questo è quello che abbiamo fatto con questa stesura. aspra (Bagheria) Inverno 1975 D. Come genere letterario, prima era più impegnato... tipo... i primi libri che ha scritto, Le Parrocchie di Regalpetra... ora invece Il Contesto, Toto Modo. B. «lo so… lo so... ma Toto Modo è impegnato, anzi impegnatissimo, come una rinascita, la caduta là era, nel Contesto». D. I rapporti che ha con il P.C.I., come sono? e’ ancora tesserato? B. «Con chi?». D. Con il P.C.I… B. «Chi, leonardo?». D. Si, leonardo. e. «No! Buoni, sono buoni...». D. Tu sei d’accordo con questa linea politica del P.C.I. adesso, con il Congresso d’ora... B. «Si». D. Con il «Compromesso Storico?». B. «In Italia, in Italia…, è difficile potersi coltivare, potersi comprare un libro, ma la causa qual è? la causa è che il libraio guadagna il 40%, perciò per un libro di 3000, il libraio guadagna 1200 lire, prima; perciò sono il 40% che l’editore perde, poi c’è il 15% che l’editore dà all’autore e sono io, poi c’è il 10% per la distribuzione, poi c’è il 50% di spese generali… un libro di 3000 all’editore ci vanno qualche 1200 lire, ci deve guadagnare anche lui… Si potrebbero fare edizioni economiche, come quelle tascabili. No! In un primo momento non si può lanciare un libro tascabile…». D. …e l’antologia, la farà Feltrinelli? B. «Sì, Feltrinelli la farà, è il quarto libro da Feltrinelli». …omìssis... – 78 – B. …io, cercavo di rendermi indipendente economicamente, capisci? Cercavo di potermi liberare e rendermi economicamente libero e non avere bisogno per potermi dedicare a scrivere ... lo scopo era questo, capisci? e si, portavo dentro d. me, leggevo di notte, non è che abbandonavo, scrivevo e poi c’è tutta la storia ne “la paglia bruciata” …omissis… «Poi c’era Sciascia che diceva — Neruda queste cose non le scriveva – poi, intervenne Pasolini, ultimo, che disse – Neruda è un cattivo poeta, Ignazio Buttitta un buon poeta – e un articolo di due pagine sulla rivista». D. Nei confronti di Quasimodo hai avuto qualche alterco, per quanto riguarda la forma poetica, cioè a dire, Quasimodo si rivolgeva più che altro ...cioè abbastanza culturalmente elevato, non si rivolgeva ai contadini… B. «ecco, questo è importante, c’è stato ora un convegno su Quasimodo a modica e a Siracusa, dove io sono intervenuto all’ultimo, all’ultimo sono intervenuto, io ho parlato di Quasimodo, di Quasimodo… e ora stanno pubblicando tutti gli atti del Convegno, e parlavano tutti i professori… parlavano sulla poesia di Quasimodo, poi sono intervenuto io… leggere i giornali, perché io in dieci anni accanto a Quasimodo, sapevo tutta la vita di Quasimodo, la mia non era una critica, io parlai… ad esempio erano aneddoti… per esempio uno… Lu pani si chiama pani che era stato tradotto da lui, una sera mi disse: – Ignazio, io ti voglio bene perché tu sei poeta – No! – Gli ho detto – no! Tu mi vuoi bene perché io scrivo in dialetto. Perché a Quasimodo se tu gli parlavi di Ungaretti… di qualsiasi grande poeta, rideva… erano niente gli altri… montale… niente, rideva… poi aveva come una mania di persecuzione, come se tutti fossero contro di lui, contro di lui, poi, aveva un brutto difetto, non pagava mai! mi ricordo che noi andavamo a mangiare a “la scala”, al ristorante qui sotto, no! Non mi ricordo mai che avesse pagato una cena, un caffè non l’ha mai pagato! va bene che soldi ne aveva pochi, prima del premio Nobel, ma lui non ha pagato mai niente, anche quella dottoressa che ha tenuto per quarant’anni… l’ha sfruttata in maniera…». D. era un poeta! B. «Non è stato un grande poeta, un buon poeta, non un grandissimo poeta». D. Nei confronti di Brancati... B. «No, io Brancati l’ho conosciuto così, di vista, Brancati l’ho conosciuto a roma, era amico di renato». D. la curiosità spicciola del cinema, che cerca di farne cosa commerciale... B. «Sai cosa si può dire di Brancati che è morto giovane, questo si può dire, non so cosa avrebbe potuto scrivere». – 79 – D. anche moravia ha detto che Brancati ancora doveva. sviluppare il pensiero… erotico… B. «…e parliamo di leonardo, leonardo per me, fra dieci anni, sarà il più grande scrittore italiano, oggi no!». D. Io sto leggendo La corda pazza di leonardo che e… io quando leggo quel libro mi sembra di essere… il modo di porgere e il modo di scrivere, in questo periodo di gerghi di linguaggio pornografico, no pornografico, standardizzato D. Per me Le parrocchie di Regalpetra è insuperabile, sì, mi piace in una maniera… terribile… B. «Sì». D. lo scrivere documenti perchè sono una serie di documenti, scriverli in quella maniera Todo Modo per esempio mi è piaciuto meno de La corda pazza, con Il Contesto… B. «Beh, con Il Contesto siamo in un altro campo, i racconti belli sono ne Il mare colore del vino che poi a me... quel titolo del Il mare colore del vino è nella Paglia bruciata… c’è un racconto dove dico “il mare colore del vino”… però la cosa più interessante è In morte dell’Inquisitore, almeno fino a questo momento. Però io leonardo lo vedo fra dieci anni. leonardo Sciascia, ad esempio, tutto l’opposto di Quasimodo, leonardo voleva pagare sempre lui…». D. e’ racalmutese! B. «ad esempio, io alla sera, non mi posso comprare le sigarette, io camminando con leonardo, le sigarette non le posso comprare, perché vuole pagare sempre lui, e allora, io alle volte non ho sigarette e mi privo... – gli dico – no! Ce l’ho le sigarette! andiamo nella libreria…, tutto al contrario… ad esempio leonardo... nella Corda Pazza c’e un capitolo sulla mia poesia». D. la vera storia di Giuliano. B. «Sì! C’è un capitolo sulla mia poesia... ci incontriamo la sera, parliamo, discorriamo, non mi disse mai che aveva scritto quest’ articolo, mai!». D. Infatti, io devo cercare di impostarlo… su «la madre: la chiave della poesia di Buttitta». mettere a confronto la madre di Giuliano e la madre di Carnevale. Il contrasto… B. «e poi era molto più polemico l’articolo, egli un pezzo l’ha tagliato, per non toccare a rosi, perché rosi, di Giuliano ne ha fatto un mito, vestito di bianco… lo stavamo stampando, disse, Ignazio, dobbiamo tagliarlo… perché… però accenna… Dunque volevi dire?». D. volevo dire, leggendo le poesie, in un certo qual senso le parole sono sempre le stesse, ad esempio: «Sangu» fa rima con «fangu», non pensi di fare – 80 – semplicemente una poesia e non tante poesie?… di essere monotono, specialmente per quanto riguarda le parole… non trova questi vocaboli… B. «Se ti accorgi, qua, è tutta poesia non rimata». D. ma, in Io faccio il poeta c’è questo accenno di nuove parole, ma va a finire che sono sempre le stesse che fanno rima: fangu - sangu, meli - feli, e tutte queste cose qua... B. «Senti una cosa…». D. I neghi o lu mari, sono due termini ricorrenti nella tua poesia, il mare… la natura insomma. D. Questo balcone qui è sovrastante ... ha vissuto sempre, questo panorama che incombe nella natura e nel nostro stato d’animo... B. «Il mare, non c’è dubbio!». D. Tra l’altro, il mare, che avrebbe bisogno di tanti aggettivi, visto che qui… io venivo col dattilografo alle cinque di mattina e mi mettevo sul terrazzo, di sopra, e dettavo e dalle cinque alle dieci, io dettavo…, ecco perché il marinaio è diverso dal montanaro! e c’era questo catino che continuava a modificarsi. B. «Parliamo di questo, parliamo di questo, ciò è una cosa molto grossa, qui ci sono poesie, come ce n’è qualcuna, come Io faccio il poeta, Lu latti di la matri, una grande lirica… bella… qua c’è una poesia che è la più bella poesia, e non c’è… uno, che facendo la critica si accorge di questo!». B. «Stasira... – recita tutta la poesia – ...una poesia veramente angosciante...» ripete la poesia, con sottolineature e commento. B. «ora ti volevo dire un’altra cosa, la cosa più interessante di ciò, è il Poeta in piazza questo scorcio politico-culturale che non ha fatto mai nessuno, che non lo fanno i politici, capisci… il politico vuoto, sempre le stesse cose, questo discorso politico; che leggi compagno? abbassi sempre la testa, che fai non ci pensi ai libri, allo studio, alle antologie, che fai compagno? l’ignorante non vale niente, un sacco vuoto è, una pietra in un fosso, che fai compagno? Compagno, hai dimenticato quelli uccisi dalla mafia? Se tu oggi lavori sette ore al giorno, è perché quelli si sono fatti uccidere dalla mafia, tu l’hai dimenticato, compagno! Dove vai la sera, che leggi? Che vedi alla televisione? ecco compagno, sei analfabeta, sei ignorante, perché non leggi? Questo libro è il problema, questa è la cosa più importante del libro!». D. Cultura e rivoluzione sono la stessa parola… B. «Cultura e rivoluzione sono la stessa cosa». D. …e l’omu cangia sorti e destinu ca asciuga l’umido dell’ignoranza. – 81 – B. «Quello che i politici non ti dicono è che noi abbiamo questa massa di 80% d’analfabeti, semianalfabeti, ignoranti, questo è terribile, capisci che anche una rivoluzione, un passaggio oggi, con una massa così ignorante che non ha coscienza politica e che questa massa non essendo preparata politicamente, lo sai cosa vede? Cosa vede, vede il padrone e odia naturalmente il padrone, ma pensa di prendere il posto del padrone, questo è il guaio! Non pensa ad un’umanità di fratelli, questo è un discorso importantissimo». D. molti lo confondono come Cristianesimo, come Cattolicesimo… non è socialismo, un socialismo cristiano più che altro… B. «Un minuto, stai attento, che la concezione, la concezione cristiana, quella è la concezione nostra del socialismo: – ama il prossimo tuo come te stesso, ama il prossimo tuo come te stesso – è facile, è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago… San Paolo… non sfruttare gli altri… la concezione cristiana è vicina alla nostra… che c’è dubbio! Un mondo nuovo; un mondo nuovo, non riesci a crearlo: prima, per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, prima cosa è il lavoro per tutti, ma tu non arrivi al socialismo, fra due, tre secoli, non c’è per ora, non arrivi ad un mondo nuovo se non arrivi alla fratellanza, se non vedi nell’uomo te stesso, e allora la nostra teoria-socialismo è teoria d’amore, di fratellanza... lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, al lavoro, per tutti, assistenza per tutti, ma senza l’amore no, non si regge una società, questa è la concezione, e allora questa casa non è, non è nel senso, per esempio, che pensi tu, di una società di gente che si rispetta soltanto perché crede di andare all’inferno… No! e’ una concezione di coscienza, è la coscienza di vedere nell’uomo sé stesso… e si arriva al socialismo, all’uguaglianza». Ignazio Buttitta Nota: Pretesto dell’incontro, la tesina di maturità di Calogero Mendola, propiziatore dell’evento Eugenio Napoleone Messana. Pubblicato il 26.02.2010 – 82 – Sull’espressionismo Siamo nel 1900. In Germania c’è l’imperatore Guglielmo II, kaiser del II reich. a Berlino nel 1902 veniva inaugurato il viale della vittoria, ornato da 32 statue in marmo di Carrara. Il discorso testualmente riportato è il seguente: «Un’arte che non tiene conto delle leggi e dei limiti da me indicati, non è più un’arte, è un’industria, è un mestiere, e l’arte non deve mai essere questo. Con l’abusata parola “libertà” e sotto la sua bandiera, si giunge troppo spesso alla presunzione e alla perdita di ogni limite. Chiunque si stacca dalle leggi che regolano la bellezza e dal senso estetico e armonico che ogni uomo sente nel suo cuore, anche se non lo sa esprimere, chiunque attribuisce un’importanza fondamentale a una particolare tendenza, a una determinata soluzione di questioni puramente tecniche, costui pecca contro le fonti dell’arte. Ma vi è qualcosa di più: l’arte deve contribuire a educare il popolo, deve dare la possibilità anche alle classi inferiori di elevarsi, dopo il lavoro e la dura fatica, mediante l’ideale. Noi, popolo tedesco, siamo gli eredi dei grandi ideali, mentre altri popoli li hanno più o meno perduti. Il popolo tedesco è chiamato a difendere, a coltivare e a perseguire questi grandi ideali, e uno di questi ideali consiste nel dare la possibilità alle classi lavoratrici di elevarsi verso ciò che è bello, di trovare la strada che porta fuori e sopra ai loro soliti pensieri. Se l’arte, come ora accade spesso, non fa altro che mostrare la miseria in una forma ancora più orrenda di quanto già sia, allora pecca contro il popolo tedesco». ad un documento storico, come quello appena letto, ne opponiamo un altro, che esprime una visione completamente diversa: la prefazione al catalogo della terza mostra della Nuova Secessione nel 1911 che espone il programma del gruppo degli espressionisti: «Una decorazione derivata dalle idee cromatiche dell’impressionismo: questo è il programma dei giovani artisti di tutti i paesi; le loro leggi cioè non derivano più dall’oggetto, del quale gli impressionisti miravano a ottenere un’impressione con i mezzi della pittura pura, ma pensano invece alla parete e per la parete, e in termini di colore… Zone di colore vengono contrapposte in modo che quelle imprevedibili leggi di equilibrio imposte dalle quantità del colore sostituiscono le rigide leggi scientifiche sulle qualità del colore con una nuova libertà personale di movimento. Queste zone di colore non distruggono le linee di base degli oggetti rappresentati, ma la linea viene usata ancora una volta coscientemente come un fattore non per esprimere o creare forme, ma per descriverle, per caratterizzare l’espressione di una sensazione e fissare la vita figurativa fermamente sulla superficie. Rimanendo ogni volume appiattito alla superficie, viene completamente negato il suo significato reale. Ogni oggetto è solo il portatore – 83 – di un colore, di una composizione cromatica e tutta l’opera non mira a una impressione della natura, ma a una espressione dei sentimenti. La scienza e l’imitazione scompaiono di nuovo a favore di una creazione originale». Siamo nel 1900, anno in cui muore Nietsche. Questa contrapposizione, cioè la visione ufficiale del Kaiser e quella contrapposta degli espressionisti, non è altro che la contrapposizione teorizzata proprio dal filosofo. Nietsche individuò due atteggiamenti culturali fondamentali nella genesi della cultura: da una parte il principio simbolizzato da apollo, che si esprime nella ricerca dell’armonia, dell’equilibrio, della bellezza, della serenità dello spirito, della razionalità; e quello, che trova il suo simbolo in Dionisio ed è originario nell’uomo, che invece è espressione dell’istinto, della volontà, dell’irrazionalità, del desiderio di trasgredire ad ogni ordine ed ad ogni legge. Poiché il principio apollineo che aveva guidato fino ad allora l’umanità aveva prodotto il conformismo, la passività, il dogmatismo della scienza e la decadenza della società, era necessario tornare al principio dionisiaco, alle gioie alle passioni, abbandonare quindi la morale da schiavi per esaltare la volontà indomabile dell’uomo. la massima espressione di tale volontà è il superuomo, un essere totalmente libero, al di sopra del bene e del male. Nietsche è dunque il filosofo della liberazione dell’individuo da tutte le strutture sociali. molti pittori di questo periodo lo leggono e lo studiano, anche in appositi cenacoli. e citando Nietsche non si può non parlare di una donna che è un po’ il simbolo di questo periodo: lou Salomè. (la ricorderà chi ha visto nell’ormai lontano 1977, il film di liliana Cavani «al di là del bene e del male» con una splendida Dominique Sanda). Donna, russa ma di origine francese, che ha avuto relazioni con Nietsche, rilke e Freud. Basterebbe citare questi tre nomi – il filosofo, il poeta e lo scienziato – per sintetizzare tutta la cultura mitteleuropea. È sempre del 1900 la pubblicazione «l’interpretazione dei sogni» di Sigmund Freud. Scrisse lou Salomè: «La vita dell’uomo, sì, la vita è in sé Poesia. Noi la viviamo ignari, giorno dopo giorno, un poco alla volta, e intanto, nella sua sconfinata vastità, essa vive in noi, compone con noi la sua Poesia». Nel 1893 munch aveva dipinto l’urlo. ed è proprio il grido il preambolo, il pre-testo dell’espressionismo. È il manifesto dell’insicurezza ontologica, il grido della coscienza soggettiva di fronte alla realtà dell’esistenza: è il grido di chi nasce. È il grido che ha visto su una mummia peruviana al musèe de l’homme di Parigi e che aveva ispirato anche Gauguin. Così nel 1920 Hermann Bahar: «l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’espressionismo». munch ha dipinto anche il Bacio, opera che riempie d’orrore rilke (terza elegia duinese). 1903 in Germania vengono esposte opere di: Cezanne, van Gough, Gauguin, munch. van Gogh si identifica con il colore, Gauguin con le linee, Cezanne – 84 – con la costruzione logica: occhio più intelletto, munch con il tormento dell’angoscia esistenzialista, che differenzia l’espressionismo tedesco delle Secessioni da quello francese dei Fauves. 1904 in Italia Pirandello pubblica «Il fu Mattia Pascal». 1905 einstein formula la Teoria della relatività. a Parigi nasce il movimento dei Fauves (le belve), ne fanno parte: matisse, rouault, Derain, De vlaminck. È un movimento che dura solo tre anni finisce nel 1908, quando nasce il cubismo. Picasso ha dipinto l’anno prima le demoiselles d’avignon. I Fauves non sono altro che gli espressionisti francesi, infatti questa la definizione di Wikipedia: «La loro arte si basava sulla semplificazione delle forme, sull’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro, sull’uso di colori vivaci e innaturali, sull’uso incisivo del colore puro, spesso spremuto direttamente dal tubetto sulla tela e una netta e marcata linea di contorno. L’importante non era più, come nell’arte accademica, il significato dell’opera, ma la forma, il colore, l’immediatezza. Partendo da suggestioni e stimoli diversi, ricercavano un nuovo modo espressivo fondato sull’autonomia del quadro: il rapporto con la realtà visibile non era più naturalistico, in quanto la natura era intesa come repertorio di segni al quale attingere per una loro libera trascrizione». I gusti estetici di questo periodo sono quelli comuni dello jugendstil, versione tedesca dell’art nouveau o liberty. Caratteristica principale di questo stile è liberare l’ornamento e valorizzare le forme naturali, linee e superfici. Come esempio architettonico basta citare la facciata della Filo di via San Siro a Piacenza. Nel 1905 nasce il gruppo Die Brucke (Il Ponte), architetti che scoprono la carica del colore unitamente alla forza delle linee (Xilografia: incisione sul legno), i promotori sono: Kirchner, Bleyl, Heckel, Schmidt-rotluff, a cui si aggiungono in seguito Nolde, Pechstein e muller. l’esperienza della Brucke dura sei anni, termina nel 1911. Nel 1909 a Parigi sul giornale le Figarò, marinetti pubblica «Il manifesto del Futurismo», corrente che in Italia più si avvicina allo spirito espressionista: significativo il concetto, tra i tanti, di volere uccidere il chiaro di luna, concetto già espresso in «Così parlò Zarathustra» da Nietsche, quando afferma che bisogna sostenere un’energia nuova contro la «depressiva lascivia lunare». Nel 1912 troviamo una Nuova Secessione: nasce il Gruppo Der Blaue reiter (Il Cavaliere azzurro). Fondatori Franz marc, e vassijli Kandinskij che ebbe a scrivere: «Noi due amavamo l’azzurro, Marc i cavalli, io i cavalieri». Si aggiungerà presto, anche per l’amicizia che lo legava a Kandinskij, Paul Klee. Nuova Secessione a Berlino (Beckmann) ed a vienna. l’epigono dell’espressionismo è proprio quello viennese che ha i massimi rappresentanti in Kokoschka e Schiele. Klimt merita una parentesi a parte: è il ritrattista della vienna borghese, dei salotti buoni del centro città, l’opposto di Schiele che sceglie la periferia, i volti segnati dalla fame, uno sceglie – 85 – l’aristocrazia, l’altro il sottoproletariato, entrambi esclusero le classi medie. Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale, l’Italia entra in guerra il ‘15. la guerra termina il 1918 ed è la stessa data cui si fa risalire la fine dell’espressionismo, il manifesto Dadaista così scriveva: «l’espressionismo… non ha nulla a che fare con le aspirazioni degli uomini attivi». Nel 1918 con la fine dell’espressionismo, crollano anche gli Imperi Centrali. Ci sono delle coincidenze nella nostra storia, come in tutte le storie, in questa, la morte di Klimt e di Schiele, maestro ed allievo, soprattutto amici e con-fratelli (simbolo il quadro di Schiele che li rappresenta entrambi vestiti in saio monacale). Nel 1916 era morto, in seguito ad una caduta da cavallo, Boccioni, l’unico grande espressionista, a mio avviso, della pittura italiana. (bellissimo il quadro della ricci oddi: «ritratto della madre»). Un’altra coincidenza: Schiele muore a 28 anni come Catullo, lontani cronologicamente, ma che uno con la penna e l’altro col pennello «hanno saputo interpretare meglio di altri, l’eros, i ghigni e le eccitazioni della gioventù». molti altri muoiono in guerra, come Franz marc, altri in conseguenza della guerra. ma di certo non muoiono le loro opere e le loro idee. a proposito, ne vorrei riportare alcune: ricordate Karl Schmidt-rottluff? Il fondatore, tra l’altro, della Brucke, così dichiarava: «…So solo che l’arte si manifesta sempre in nuove forme, poiché ci sono sempre nuove personalità; la sua essenza, credo, resta immutabile. Può darsi che mi sbagli. Ma se devo parlare di me, so che non ho un programma, ho soltanto il desiderio inesplicabile di afferrare ciò che vedo e sento e trovarne l’espressione più pura». e Franz marc nell’almanacco Der Blaue reiter aveva scritto: «In questa nostra epoca di grandi lotte per l’arte nuova noi ci battiamo come Fauves, come artisti non organizzati contro un vecchio potere organizzato. Sembra che la lotta sia impari; ma nel campo dello spirito non vince mai il numero bensì la forza delle idee. Le temute armi dei fauves sono le loro nuove idee; queste uccidono più dell’acciaio e spezzano ciò che era ritenuto infrangibile». Gli stessi artisti evitano di usare il termine espressionismo e Kandinskij, in una nota scrive: «Rappresentare la natura non come fenomeno esteriore ma, soprattutto, l’elemento dell’impressione interiore, che recentemente è stata chiamata espressione…». Con l’impetuoso entusiasmo della gioventù, questa generazione «gridava» la libertà per un’arte nuova come simbolo ed espressione di un uomo nuovo. avevano un elevato senso del Gruppo e degli elementi che li univano, tanto che si potrebbe dire con le parole del contemporaneo Franz Kafka: «Esiste una sola meta. Ciò che chiamiamo strada è esitazione». Scritto pro-memoria in occasione dell’incontro tenuto il 21.05.2010 a Cortemaggiore, nell’ambito del ciclo: «Parliamo di pittura ad olio». organizzato dall’ I.C. di Fiorenzuola. – 86 – INDICE Carmelo Sciascia, un piacentino di Sicilia ………………………………………… Pag. 17 I siciliani, la Sicilia e la Pianura Padana ……………………………………………… » 19 accade nella terra di leonardo Sciascia ……………………………………………… » 12 Tanti candidati, poche idee …………………………………………………………………… » 15 Scrivere per non dimenticare: la scrittura come speranza ………………… » 18 Il mio ‘68 ………………………………………………………………………………………………… » 26 Considerazioni letterarie sulla sirenetta ……………………………………………… » 30 Discorso di un pittore su se medesimo ………………………………………………… » 33 la trilogia narrativa di Camilleri …………………………………………………………… » 35 Stefano, un amico …………………………………………………………………………………… » 38 mostre personali ……………………………………………………………………………………… » 40 riflessioni sulla festa piacentina del P.D. …………………………………………… » 41 Il cinema oggi: il premio efebo 2009 …………………………………………………… » 45 l’isola in me – In viaggio con vincenzo Consolo …………………………… » 48 Un onorevole siciliano …………………………………………………………………………… » 51 Nella storia delle Br e della mafia ……………………………………………………… » 54 Sulla poesia di alda merini …………………………………………………………………… » 57 ritorno alla marina: Camilleri-Pirandello …………………………………………… » 60 mostra Schiele: Il diario dal carcere …………………………………………………… » 64 » 67 Fatti e misfatti dell’avvocato-detective ………………………………………………… » 70 «la caccia al tesoro» di Camilleri ………………………………………………………… appendice ………………………………………………………………………………………………… » 75 – Si parlava di cultura e rivoluzione... …………………………………………… » 77 – Sull’espressionismo ……………………………………………………………………… » 83 eDITo a CUra Del ComUNe DI raCalmUTo STamPa TIPoGraFIa moDerNa vIa FIlIPPo vIlla, 65 - Tel. 0922 942266 raCalmUTo (aG) – SeTTemBre 2010 –