ERATO
Cultura… Costume… Sindacato… Attualità
III TRIMESTRE 2014
luglio - agosto - settembre
A cura del Gruppo Culturale Ricreativo ERATO CIDA-INPS, costituito
in seno al SINDACATO NAZIONALE DEI DIRIGENTI E DELLE ALTE
PROFESSIONALITÀ DELL’INPS ADERENTE ALLA CIDA EPNE
Via Ciro il Grande n.21- 00144 ROMA -Tel. 06 59057488 -89 Fax 06 5915686
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ERATO CIDA-INPS
note di cultura, costume, sindacato, attualità
destinate agli associati (diffusione online)
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SOMMARIO
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in punta di penna
zig-zagando tra le arti
poeti in vetrina
sono passati cent’anni e più
cinema… cinema: impegno e disimpegno
alimentazione e salute
spiritualità
universo donna
l’Europa: per conoscerla, amarla, rispettarla
forum: leggi e regolamenti
grafologia: specchio dell’io
un racconto breve
a tavola con lo chef
in giro per il mondo
l’Italia dei campanili
arti e mestieri
alle radici della storia
mostre e concerti
in libreria
block notes
sindacato… sindacale…sindacato
il nostro organigramma
Il progetto grafico e la foto in copertina sono di Silvana Costa in arte Silco.
“Fenicotteri in volo sulla laguna”- Pannello 80x80 dipinto a mano.
Sulla silente laguna
I fenicotteri rosa danzano...
Le grandi ali protese
Corrono verso il cielo dorato.
Ovunque intorno è poesia.
www.silvanacosta.it - [email protected] - ceramicando blog spot silco
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IN PUNTA DI PENNA
di Carmelo Pelle*
DISPATRIO
Sì, dispatrio, il titolo è esatto, non è un refuso. Di-spa-trio... scandito in metrica.
Si tratta di un vocabolo introdotto nel linguaggio letterario da Luigi Meneghello,
partigiano, poeta e narratore di chiara fama. Con "Dispatrio", un suo romanzo, uscito nel
1993.
Con tale termine Meneghello ha voluto descrivere il perenne “pendolare” tra il modo di
pensare, agire, divertirsi, soffrire, cibarsi, ecc di una persona nella località in cui si trova,
per motivi e tempi vari, e quelli analoghi del proprio “paesello natio” spesso più povero
e più arretrato.
Un “pendolare” che peraltro avviene anche all'interno delle grandi città, tra coloro che si
trasferiscono, sempre per tempi e modi diversi, da un quartiere all'altro, ad esempio, a
Roma, dai Parioli, dal Celio, da Trastevere, dal Quadraro, da Tor bella Monaca, ecc, in
un altro.
Ciò accade anche in località di minore dimensione, sia al loro interno, sia nelle
immediate vicinanze.
Ciascuno di noi può portare la propria testimonianza.
L'effetto di espatrio si verifica quasi in tutti i momenti della nostra esistenza.
Paragoni ed oscillazioni pendolari al moltiplicatore...
Non è escluso in campo della politica, anzi è quella che più si presta, viste le varie
sfaccettature e... le scarse qualità dei protagonisti (popolo compreso).
Ne sa qualcosa il ragazzo di Firenze Matteo Renzi, dapprima come Sindaco di Firenze,
poi come Segretario del P.D., con plebiscitarie primarie e, dopo queste, da Presidente
del Consiglio, ed ancora, dopo le elezioni europee, come capo del più forte partito
europeo, il PSE, rappresentato a Strasburgo, con un pendolare incessante tra le varie
capitali Parigi, Bonn, Londra, Lisbona, Madrid, la Cina, il Giappone, altri Paesi asiatici,
gli Stati Uniti.
Non male, visti i risultati, resi noti da tutti i mezzi di informazione nazionali e
internazionali.
La nomina di Federica Mogherini a capo della politica estera dell'Unione Europea è di
importanza epocale.
Molti apprezzabili risultati, nel trimestre di Luglio-Agosto-Settembre 2014, Renzi ha
registrato anche in Italia, ma qui il dispatrio non c'entra.
Ne parleremo nel prossimo numero, quando saranno completati i provvedimenti in
itinere e avviati quelli annunciati, quali la legge elettorale, il mercato del lavoro (Jobs
Act), la riforma della Pubblica Amministrazione e quella della Giustizia.
C'è molta carne al fuoco che, se ben..." cucinata", cambierà l'Italia.
*[email protected]
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ZIG-ZAGANDO TRA LE ARTI
di Silvana Costa*
LA DONNA PRIMITIVA TRA ARTE E MAGIA
Le testimonianze più salienti nella storia dell’arte, risalgono al paleolitico e si riferiscono alla pittura
e alla scultura, come è stato rilevato da graffiti e dipinti realizzati all’interno di caverne e da piccole
statuette. Rudimentali gli strumenti utilizzati: disegni effettuati con penne di uccello o con le dita,
colori di origine naturale o vegetale e utensili in pietra oppure ossi acuminati per le incisioni
scultoree.
Anche i primi oggetti prodotti dall'uomo che sono arrivati fino a noi e ai quali possiamo attribuire
una validità di arte appartengono per la maggior parte al periodo del paleolitico, dal greco palaios,
antico, e lithos, pietra, ossia all’età della pietra antica, circa 2,5 milioni di anni fa, in cui si sviluppò
la tecnologia umana con l'introduzione dei primitivi manufatti da parte di diverse specie di ominidi
che riproducevano piccole sculture rappresentanti entità femminili di dimensioni minute scolpite o
incise in materiali come corno, osso, avorio o pietra.
Si riconosce quindi una intenzionalità artistica quando nell'oggetto non si ritrova una evidente utilità
pratica, né intenti artistici, ma una forte capacità fantastica, testimonianza di un linguaggio
spirituale, magico-mistico dell’essere umano, di ogni essere umano, che ci parla delle paure e delle
passioni nella propria visione di vita.
Numerosi reperti archeologici consistono in statuette femminili con forme molto marcate. Non
essendoci dei corrispettivi maschili (non è stata trovata neanche una statuetta maschile paleolitica o
neolitica!), gli studiosi sono giunti alla conclusione che la donna così rappresentata dovesse far parte
di credenze culturali e spirituali.
Caratteristica comune è l’esagerata accentuazione di alcuni attributi anatomici della
donna, cioè fianchi, seni, e ventre, e la quasi totale inesistenza di altri particolari
come viso, mani e piedi. Evidente il loro magico significato che ne chiarisce e ne
motiva la deformità: propiziare la fertilità della donna e se seppellite nella terra
favorire la disponibilità di cibo. Create in pietra calcarea o ocra rossa non sembrano
essere state realizzate a fini estetici né decorativi, ma il loro significato va ricercato
all’interno della magia e dei riti propiziatori mediante i quali si credeva di poter
intervenire sulla realtà modificando, a proprio vantaggio, le leggi e gli eventi della
natura. La più famosa scultura è la Venere di Willendorf, ritrovata in un sito
austriaco e conservata presso il museo di storia naturale di Vienna.
Tali oggetti dovevano avere una valenza positiva su avvenimenti e su attività intrinseche alla
sopravvivenza, come la pioggia, i temporali, la nascita e perfino la morte. E soprattutto la nascita di
un bambino doveva apparire, all'uomo preistorico, come un evento magico ed inspiegabile, tutto
riconducibile alla donna. Non è escluso quindi che si trattasse di vere e proprie celebrazioni del
potere proprio di generare la vita poiché non ci sono raffigurati bambini, né donne gravide e non c’è
statuina che rappresenti l’atto del concepimento e il ruolo che l’uomo vi svolgeva. Quindi furono
soprattutto le donne, maghe e mamme, misteriose fonti di vita e profonde conoscitrici della natura
che contribuirono a creare un mondo mistico e magico, di cui sono state a lungo depositarie.
Direttamente coinvolte nella direzione delle cerimonie religiose, si riteneva avessero un legame
speciale con il mondo della magia e con le divinità. Una sorta di “stregone”, al femminile, un posto
di rilievo all’interno di una comunità che riconosceva il valore delle donne, addette alla trasmissione
delle storie degli avi e delle leggende, che mantenevano saldo il legame con il passato e conferivano
un'identità al gruppo.
In epoche successive sono state trovate ancora tantissime statuette femminili, spesso astratte, molte
delle quali sotto forma di un triangolo. Nella simbologia primitiva, il triangolo era associato alla
donna ed ai riti legati alla fertilità. La donna seguitò quindi a ricoprire, in modo più elaborato, una
posizione eminente anche nella simbologia delle comunità preistoriche sedentarie, che continuarono
a celebrarne ed onorarne la posizione e le capacità.
*[email protected]
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POETI IN VETRINA
SETTEMBRE
Settembre,
con tenero abbraccio
carezza e ristora
i campi riarsi,
le membra provate,
che rese roventi
la torrida estate.
Settembre,
pittore di tinte
velate di oblio
cui s’affidano
anima e mente,
fantastiche mete
nel sogno a cercare.
Settembre
la pioggia s’alterna
in folate leggere
a sprazzi di sole
che linfa ridanno
a Lantana soave
a Ginepro gentile.
Giuseppe Tozzi
IL RAGNO
Sei lì,
agli sguardi celato
da una verde parete di foglie.
Attento,
paziente,
immobile.
Ti poni in agguato,
guerriero solitario,
in attesa di incaute prede.
Ecco, un battito d’ali,
un fremito,
un sussulto.
Fugge la vita
tra lievi fili di seta
dorati,
illuminati,
dall’ultimo raggio di sole.
Silvana Costa
ORIZZONTI
Ho visto tanti Soli
tramontare e sorgere
e cieli e oceani
tingersi d'azzurro
e ventagli di luci
come arcobaleni
contendersi orizzonti
irraggiungibili e perduti
Ho visto...
Angela Gonnella
È QUESTA LA SPERANZA
È questa la speranza
che il cuore
mai si trasformi in rudere
o si perda
quale lucciola errante,
ma che abbia un’ancora
e sempre
stilli gocce d’amore,
che respiri a fondo
le ventate di gioia
e irraggi l’entusiasmo
del fanciullo che sogna
il suo domani…
Rossana Mezzabarba
DA UN ANGOLO DIVERSO
Mio Dio, potessi correre veloce
oltre le umane misure del tempo
che ci sommerge tutti,
opaco e muto
potessi riguardare a questo nodo
che ci separa inerti e ci imprigiona,
dall'angolo lontano della stella,
segreto approdo di un segreto viaggio,
premio all'assurda ostinata speranza!
Giovanna Breccia
DOPO LA TEMPESTA
Nel bosco tutto era fermo,
ferme le foglie sui rami bagnati,
fermi nelle tane gli animali impauriti,
ferme nello stagno le papere
ad osservare
quella natura bloccata dalla pioggia.
Il sole rischiarò il cielo
coperto da nubi
ancora minacciose
grigie come le rocce
che spuntavano dal terreno.
Nessuno osava uscire
in quel luogo così bagnato,
qua e là qualche insetto
volava via… lontano.
Poi gli animali
iniziarono a venir fuori
esitanti.
E il bosco tornò ad animarsi di vita,
il vento riprese a soffiare
fischiando forte
come per intonare
un canto di gioia.
Davide Moretti
nato il 3.2.2000 (scritta a 11 anni)
LA GLORIA
Doppo cacciato l’urtimo piccione
che stava tutt’er giorno appennicato
su la testa de bronzo d’un prelato,
morto da santo, ma prima birbone
l’addetto comunale cor’ sapone
coll’acqua e co’ coscenza da impiegato
ridà a quer busto zozzo e scacarciato
‘na lucentezza manco fosse ottone.
Prima de scenne alliscia la pelata
come a pulije puro la memoria
po’ dice sconsolato co’ ‘n’occhiata:
“eccola qua la luce de la gloria
che brilla solo quanno c’hai raschiata
tutta la merda che sta ne la storia”
Giuliano Cibati
PASTELLI DI CIELO
Quando il tramonto incontra l’aurora
Il cielo si tinge di mille colori:
usa i pastelli più belli
per ricordare
l’Amica operosa,
per dire grazie
al lavoro dei giusti,
per dare calore
a chi ne ha bisogno,
per dire a tutti che
è sempre Giorno.
Daniela Troina Magrì
CLOWN
Affascini
il cuore fanciullo
di ogni età,
con il tuo incedere buffo,
le vesti colorate,
il naso a palloncino,
lo sguardo perso…
Cantileni
con voce stridula
petulante
sciocchezze incomprensibili.
Inciampi su te stesso
di proposito
e voli maldestramente
sull’arena.
La gente ride
e applaude
anche quando il tuo cuore
piange.
Carmelo Pelle
[email protected]
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SONO PASSATI CENT’ANNI E PIÙ
di Silvana Costa*
CENTENARIO DI PIETRO GERMI - Regista e attore cinematografico italiano nasce il 14
settembre 1914 a Genova da Giovanni Germi, portiere d'albergo, e Armellina Castiglioni, casalinga
e sarta. Unico maschio dopo tre sorelle, che lavorano in una nota sartoria, rimane orfano di padre
quando ha solo 10 anni. Nel 1931 si iscrive al'Istituto Nautico San Giorgio della sua città e sogna di
diventare capitano e di viaggiare. Frequenta la scuola fino all'ultimo anno, ma non consegue il
diploma perché non si presenta agli esami finali nonostante gli eccellenti voti.
Nel 1939 inizia la sua carriera di attore in Retroscena, in cui lavora anche come aiuto sceneggiatore
e ancora con Gli ultimi filibustieri nel 1941, anno in cui sposa a Genova Anna Bancio che lo renderà
padre nel 1947 con la nascita della figlia Marialinda. Intanto approfondisce le sue competenze
studiando a Roma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, dove segue i corsi di regia di
Alessandro Blasetti. Nel 1945 esordisce alla regia con Il testimone, di cui firma anche il soggetto, un
giallo psicologico del tutto insolito negli anni del neorealismo. Seguono numerosi film: Gioventù
perduta nel 1947 e In nome della legge nel 1949 con Massimo Girotti, uno dei primi film italiani
sulla mafia, campione d'incassi, per il quale Germi riceve tre Nastri d'Argento e un Nastro d'Argento
speciale che lo consacra come autore e con il dramma neorealista Il cammino della speranza del
1950 raggiunge per la prima volta un livello internazionale. Il film, presentato in concorso a Cannes,
vince l'Orso d'argento e poi l'Orso d'oro al Festival di Berlino. E nel 1951 viene premiato come
miglior film italiano al Festival di Venezia.
Resta inattivo per quasi due anni, ma nel 1955, con Il ferroviere, gira una delle sue opere più riuscite
ed intense. Ma la critica cinematografica di sinistra lo giudica negativamente più per le sue posizioni
politiche che per l'effettivo valore estetico del film. Germi infatti aveva osato mettere in discussione
lo stereotipo che la sinistra si era costruito della figura dell'operaio. Insomma il vero operaio non
può essere un crumiro come il ferroviere di Germi, che già aveva intuito la trasformazione sociale
della classe operaia. Critiche, queste della sinistra, che vengono però contraddette dal successo che
la pellicola incontra presso il pubblico popolare in Italia, a Mosca e a Leningrado durante “La
settimana del film italiano” e che viene considerato uno dei capolavori del regista genovese e una fra
le ultime grandi espressioni del neorealismo cinematografico italiano. Ad esso succedono film come
L'uomo di paglia (1958), e Un maledetto imbroglio (1959) tratto dal romanzo Quer pasticciaccio
brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda: uno dei primi esempi di poliziesco italiano
apprezzato, tra gli altri, da Pier Paolo Pasolini. Nel 1961 spiazza pubblico e critica dando alla sua
carriera una svolta imprevedibile: comincia infatti a girare commedie pungenti, satiriche e
grottesche. Con il capolavoro Divorzio all'italiana in cui tratteggia l'indimenticabile barone Cefalù
interpretato da Marcello Mastroianni irretito dall'adolescente Stefania Sandrelli, apre questa nuova
fortunata stagione della sua carriera; il film, scritto con Ennio De Concini e Alfredo Giannetti e
incentrato sul malinteso senso siciliano dell'onore, riceve una nomination all'Oscar per la miglior
regia, un'altra a Mastroianni come miglior attore ed ottiene quello per il miglior soggetto e
sceneggiatura originale oltre ad altri prestigiosi riconoscimenti. Dal titolo del film ha preso il nome
un certo tipo di commedia prodotta in Italia in quel periodo nota come commedia all'italiana.
Nel marzo del 1966 sposa a Roma l’attrice Olga D’Ajello dalla quale ha tre figli, i gemelli
Francesco e Francesca e poi Armellina, ma il matrimonio finisce presto, la moglie lo abbandona
lasciandolo con i figli ancora piccoli. Nel 1968 ottiene uno strepitoso successo di pubblico con
Serafino, interpretato dallo straordinario Adriano Celentano. Il suo ultimo film è Alfredo Alfredo del
1972, con Dustin Hoffman e Stefania Sandrelli. Inizia a lavorare allo straordinario progetto di
Amici miei, che uscirà nelle sale nel 1975 con la regia di Mario Monicelli e sarà a lui dedicato,
poiché Pietro Germi muore a Roma il 5 dicembre 1974. Le sue spoglie riposano accanto a quelle
della prima moglie Anna nel piccolo cimitero di Castel di Guido, nelle vicinanze di Roma.
“Divertire non significa soltanto far ridere, ma far ridere e far piangere o emozionare o tenere sospesi con il
fiato in gola”
*[email protected]
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CINEMA: IMPEGNO E DISIMPEGNO
di Giuliana Costantini*
Occuparsi di cinema nei giorni di inizio settembre, non può innanzi tutto significare che parlare di
Venezia e di un Festival, fra i più importanti del mondo, quando si specchia nella laguna la crema della
cinematografia odierna.
Gli appassionati del settore, sanno che spesso il successo di botteghino non corrisponde ai titoli più
premiati alla Mostra, ma questo si ripete quasi ogni anno e sembra che non stupisca nessuno. Venezia
2014 propone comunque un cinema di qualità, quindi la scelta non è agevole, almeno nell’immediato:
torneremo a presentarvi altri film della Mostra e, intanto…
Per l’impegno vi proponiamo:
●ANIME NERE regia di F.Muzi, con Peppino Mazziotta e Barbara Bobulova.
Produzione Italia-Francia 2014.
Questo film, ci racconta senza sbavature e senza eccessi, le vicende di tre giovani calabresi legati alla
“cultura” delle faide e ai clan della “ndrangheta”; girato ad Africo, centro nevralgico della malavita
calabrese, Anime Nere, è il racconto di forti contrasti e, insieme, del ritorno all’antica necessità
inderogabile di vendetta, anche da parte di chi non vive più ad Africo, ma ancora ne respira l’atmosfera
carica di tensione. Tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Ciriaco ed edito da Rubbettino, il film ha
la struttura di una tragedia greca ed è decisamente coraggioso, anche se può apparire come una
“presentazione” del fenomeno ndrangheta più che una denuncia.
Presentata alla Mostra di Venezia ed applaudita calorosamente, ritroviamo fra gli interpreti della pellicola
un Peppino Mazziotta che si scrolla di dosso il “Fazio” di Montalbano, rivelandosi attore convincente.
●HUNGRY HEARTS regia di S. Costanzo, con Adam Driver e, Alba Rohrwacher, Italia, 2014.
L’ossessione del cibo sano, porta una madre ansiosa e possessiva a nutrire il suo bambino solo con gli
ortaggi coltivati sul terrazzo di casa. Quando il giovane marito si accorge della gravità della situazione e
decide di portare il neonato da un medico, esplode, anzi implode in Mina, la mamma, un violento e
ossessivo accesso di rabbia e senso della proprietà che mira ad escludere il coniuge dalla vita del figlio.
Ritenendosi decisamente la sola depositaria di sapere “cosa è veramente bene” per il bimbo, Mina annulla
se stessa, vittima di una nevrosi molto accentuata, fino a diventare un vero pericolo. L’ossessione
nutrizionistica che appare come motivo di base per ogni sua azione, trasforma la madre in una donna
capace per troppo e malinteso amore di distruggere più che far crescere un piccolo essere che ritiene
soltanto suo.
Tratto dal romanzo di Marco Franzoso,”Il bambino indaco” ed. Einaudi, il film presentato con successo
alla Mostra di Venezia, ha visto assegnare la prestigiosa Coppa Volpi quali migliori attori ai due
protagonisti, Alba Rohrwacher e Adam Driver.
Per il disimpegno vi proponiamo:
● SEX TAPE. FINITI IN RETE regia di J. Kasdian con Cameron Diaz e G. Siegel .
Usa,2 014-09-09
Commedia brillante dedicata ironicamente a quanti vogliono riaccendere la passione in un matrimonio.
Questo film infatti, ci presenta due coniugi con figli, sposati da un decennio che, ancora molto giovani,
pensano di ricorrere ad una trovata “hard” per ritrovare i momenti di intimità bollente dei primi anni. Così,
sicuri che il tutto non sarà mai visto da altri che da loro due, filmano gli attimi di passione. Quando però
cancellano il video, avviene un errore e il tutto va in rete, gettando gli sposi nel panico più completo.
Monito abbastanza garbato a quanti pensano che la tecnologia sia sempre una infallibile alleata e che la
passione abbia bisogno di aiuti esterni. Si sorride, ma si riflette anche sui pericoli che possono derivare
dalla mania di filmare tutto e tutti.
*[email protected]
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ALIMENTAZIONE E SALUTE
di Antonella Bailetti*
SALUTE E BENESSERE
Allenare la mente per un corpo più sano
Con il passare degli anni il cervello, come del resto tutti i nostri organi, va incontro agli inevitabili processi
di degenerazione, che determinano disturbi cognitivi, che possono riguardare una limitazione
dell’attenzione, della memoria e persino del pensiero.
Il processo d’invecchiamento comporta varie patologie, tutte legate all’età, tra le quali le demenze che
possono essere aggravate da altre malattie, quali le malattie cardiovascolari, il diabete, l’abuso di alcol, il
fumo, l’ipertensione arteriosa; ma è proprio quest’ultima quella che maggiormente ne favorisce
l’insorgenza. Infatti una pressione alta, può danneggiare il tessuto cerebrale.
Si possono ridurre i rischi delle malattie cardiovascolari con una adeguata prevenzione, rappresentata dalla
fondamentale ed importantissima combinazione e interazione tra l’attività mentale e l’esercizio fisico. Per
quanto concerne l’esercizio mentale rammentarsi che: se si stimolano costantemente le funzioni del cervello,
esso si mantiene più efficiente e pertanto si deteriora molto meno.
A questo scopo è soprattutto importante: cercare di affrontare e capire argomenti nuovi e partecipare ad
attività culturali e sociali.
La complessità delle aree che vengono messe in gioco da questi impegni, è tale da poter contrastare e, nella
migliore delle maniere, ciò che si definisce il “DISUSO” del cervello. Se si esercitano costantemente le
proprie abilità cognitive, attraverso lo svolgimento di un lavoro mentale impegnativo, si potranno, per anni,
ottenere da esso prestazioni molto simili a quelle di un ventenne che non si eserciti.
Altri modi per preservare e salvaguardare le funzioni cognitive sono: ascoltare musica, leggere molto (libri,
giornali), scrivere, fare parole crociate, studiare una nuova lingua, partecipare a gruppi legati da interessi
personali, imparare ad usare internet (è raccomandabile), interessarsi ai programmi culturali della tv, aiutare
i nipoti a fare i compiti di scuola, saper ascoltare per poi dare consigli alle persone che stanno vicino e che
hanno bisogno di aiuto, organizzare incontri con amici e familiari, volgere attività di volontariato, non
isolarsi mai dal contesto sociale, ma attivarsi per farne parte in maniera attiva.
E’ vero che il decadimento fisico, rappresenta un processo inevitabile, connesso con l’invecchiamento
stesso, ma esso può venire rallentato da una regolare attività fisica. Pertanto le persone anziane, non
dovrebbero mai rinunciare a fare del moto.
Una recente ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma, ha dimostrato che una regolare attività
fisica, svolta ininterrottamente, per un periodo di 18 mesi, ha fatto guadagnare in autonomia e salute, tutte le
persone che vi avevano partecipato.
Ecco gli importanti risultati che si ottengono da una attività fisica motoria: aumenta la funzione
dell’endotelio: l’endotelio è quel tessuto dal quale, dipende la capacità delle coronarie, di dilatarsi e quindi
di diventare più elastiche; miglioramento della funzione muscolare e polmonare e del sistema immunitario;
perdita del peso corporeo; maggiore flessibilità della colonna vertebrale; diminuzione della frequenza
cardiaca e della pressione arteriosa (nei valori normali); aumento della concentrazione, dell’autostima, del
contatto sociale e della comunicazione.
Accettare di fare dello sport e quindi di sottoporre il proprio corpo ad esercizi, che lo aiutino a mantenersi in
forma, può indurre l’anziano ad avere atteggiamenti diversi, nei confronti del proprio corpo che invecchia, e
il processo naturale di invecchiamento, risulterà molto più equilibrato e lento,
Naturalmente ci sono delle regole che, le persone anziane sopra i sessant’anni, devono tenere in mente prima
di cominciare a praticare attività fisica. Innanzitutto sottoporsi ad una visita medica, prima di iniziare
qualsiasi esercizio fisico, per controllare la funzione cardiaca e lo stato generale della salute. Per le persone
che soffrono di malattie cardiovascolari, diabete, osteoporosi, sono consigliati PROGRAMMI
PERSONALIZZATI.
È preferibile frequentare la palestra da tre a cinque volte la settimana, con sedute non superiori ad un’ora
ciascuna (rammentarsi che l’esercizio fisico deve essere praticato con regolarità, altrimenti gli effetti
svaniscono in fretta). Iniziare l’attività sempre lentamente, per poi aumentarla gradualmente. Iniziare con un
riscaldamento e finire sempre con uno stretching.
Gli sport migliori da praticare per le persone anziane sono: camminare, andare in bicicletta, nuotare,
ginnastica posturale e medica, tai chi.
[email protected]
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SPIRITUALITÀ
nei sentieri del vissuto quotidiano
di Claudia Pelle*
LA SPERANZA
Nel periodo quaresimale abbiamo parlato della Fede, la prima delle tre Virtù Teologali, doni che si
esercitano in Dio, offerti da Dio stesso all’uomo. Le Virtù Teologali, lo ricordiamo, sono la Fede, la
Speranza e la Carità.
Lo scopo di queste riflessioni è CONOSCERE il patrimonio che Dio ci mette a disposizione grazie
alla Rivelazione fattaci attraverso le scritture e l’incarnazione del Figlio: la nostra è infatti una
religione rivelata in cui Dio cerca l’uomo e gli dona se stesso, quindi, come la Fedeltà (Fede), la
Speranza e l"Amore.
I doni del Signore ci trasformano, ci convertono: tale percorso è un cambiamento perpetuo, siamo in
viaggio verso Casa, potremmo dire, per tutta la nostra vita.
La nostra esistenza è dunque una tensione perpetua alla conversione e ciò può sembrare un percorso
doloroso, perché cambiare è la cosa più difficile per un essere umano.
Cambiare significa cercare, lasciare andare il vecchio, far spazio a qualcosa di nuovo. Sono le virtù
gli strumenti che ci aiutano a lasciare l’uomo vecchio per diventare un uomo nuovo.
Conoscere Dio infatti non significa solo “sapere di Dio”, ma soprattutto vivere con Lui, credere,
sperare, amare IN LUI.
Abbiamo ricordato la Fede come dono ma anche come atto di volontà insegnatoci da Gesù stesso:
nelle ore trascorse nell’orto degli ulivi, notte di attesa in cui tutta l’umanità si è fermata, il Figlio di
Dio ha detto il suo sì al Padre ed ha potuto farlo solo esercitando la virtù della Fede.
Possiamo considerare questa prima virtù la RADICE dell’albero della vita, realtà concreta ma che
non si vede, che cresce al buio e prende forza anche da eventi difficili; la Speranza è dunque il
FUSTO di questa pianta, la forza per ergersi dell’albero e per tendere al cielo i suoi rami, mentre i
suoi FRUTTI sono la Carità.
La Fede ha quindi la pazienza di restare in profondità e al buio, ma senza radici non ci sarebbe
nessuna pianta e senza pianta non ci sarebbe alcun frutto… Nel catechismo della Chiesa Cattolica si
parla di Speranza come virtù per la quale desideriamo il regno dei Cieli e la vita eterna come nostra
felicità. Se cambiare è difficile per l’uomo è certo che egli desidera e aspira ad essere felice.
L’uomo è fatto per la vita, per la felicità. Ed inoltre essere felici è proprio del cristiano.
La nostra religione è un annuncio di gioia, non di morte e di sacrificio come alcuni sacerdoti
preconciliari ci hanno raccontato! La gioia che viene annunciata non resta un augurio, ma può
diventare una realtà in Cristo.
Il nostro Papa Francesco rivolgendosi ai giovani ha spesso ripetuto “non lasciatevi rubare la
speranza”. Anche l’Antico Testamento, in particolare i Salmi, parlano spesso di speranza. Il Salmo
24 recita “Chiunque spera in te non resta deluso”; il 39 “Ho sperato, ho sperato (….) nella tua
fedeltà e nella tua salvezza ho creduto”.
Gli ebrei sapevano bene che la fede non basta.
Per questo nelle scritture la parola speranza è nominata moltissime volte. Ma possiamo considerare
la nostra fede una certezza? La certezza del cristiano risiede in Dio e nella sua rivelazione. Se so che
Dio non mi abbandona, nel buio di una situazione perché devo credere che non mi ascolterà? La
speranza, dunque, è la CERTEZZA DEL COMPIMENTO.
La virtù della speranza intercetta il bisogno dell’uomo di essere vivo. Dio comprende questo
bisogno e lo compie. Pensiamo ad Abramo, uomo di fede e di speranza.
Nel libro della Genesi Dio gli promette una terra e una discendenza molto numerosa. Abramo vive
secondo le promesse di Dio, per non avendo ricevuto ancora nulla. Ma è così difficile credere a Dio?
Le sue promesse non sembrano seguire la logica umana: la moglie di Abramo è avanti con l’età e
sterile, per questo riderà quando le viene profetizzata la nascita di un figlio e questa risata darà il
nome a Isacco; la terra che Dio gli promette non gli appartiene).
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Certamente la fede di Abramo rende credibili le promesse del Signore. Egli resta saldo nel credere
che ciò che gli è stato promesso si realizzerà. Egli crede, egli spera.
Sperare per l’uomo nuovo significa orientare la propria vita in direzione di ciò in cui si crede.
Tendete i rami verso il cielo. Sperare, per l’uomo nuovo, significa essere certo.
Si potrebbe confondere la speranza con l’ottimismo, ma si tratta di concetti molto diversi.
Pensiamo al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: il primo sarà percepito dall’ottimista, il secondo
dal pessimista. Il cristiano che spera vede il bicchiere d’acqua e crede che ne avrà sempre a
sufficienza e non gli mancherà mai.
Sperare significa avvertire con certezza la presenza del Signore nella propria storia, continuare a
mantenere la mente fissa su di Lui, esercitandosi e chiedendola a Dio stesso. Come Abramo, uscire
verso l’ignoto, non solo attendendo (la speranza non è pigra!), ma dandosi da fare, muovendosi
verso la terra promessa. La speranza non è pigra, dicevo, ma produce. Chi spera vive e dona la vita.
La fede e la speranza ci trasformano e cambiano la nostra maniera di vedere le cose. San Francesco,
nella preghiera rivolta al crocifisso di San Damiano, chiese a Dio “Dammi fede retta, speranza certa,
perfetta carità…” ebbe il coraggio di cambiare, Francesco, non solo la propria vita, ma anche la
Chiesa, strappandola dal buio del suo tempo.
Con umiltà, spesso piegati dalle nostre miserie personali, quante volte sappiamo tendere i nostri
rami al cielo e vestire il nostro cuore del manto della speranza?
Chiediamo Signore di nutrirci con questo dono perché possa parlarci con infinita tenerezza.
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UNIVERSO DONNA
PRENDERSI CURA
di Gabriella Natta*
La parola cura, al di là del significato prettamente medico, è sinonimo di sollecitudine,
preoccupazione, accuratezza, assistenza. E’ altra cosa dal “prestare cura”: le due cose si intrecciano
ma non coincidono. E’ importante riconoscere che siamo tutti interconnessi e dipendiamo gli uni
dagli altri: la vita inizia nella dipendenza e finisce nella dipendenza. Prendersi cura va quindi inteso
in senso relazionale, dialettico. E’ noto che in inglese “i care” vuol dire “mi riguarda” ed era il motto
della Scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani.
Non ci si può prendere cura degli altri se prima non si impara ad avere cura di sé, ad amarsi, ad
accettarsi per quello che si è. La cura di sé è distacco da ciò che è codificato, è disimparare, è
disfarsi delle cattive abitudini, delle opinioni standardizzate, dei cattivi maestri.
E’ la capacità di sentirsi in debito. Si tramanda l’esempio di quell’uomo che in punto di morte lasciò
in dono al suo migliore amico la richiesta di prendersi cura dei suoi figli.
Chi esercita un lavoro di cura in ospedali, case di riposo, nidi e scuole materne, servizi ai portatori di
handicap, accumula esperienze, si costituisce un sapere su coloro cui insegna, su cui vigila. E’ un
sapere che conferisce potere, anche se non sempre questo potere è frutto di una strategia
consapevole. Esiste uno stretto legame tra cura e potere ed è facile passare dall’una all’altro.
Di fronte ad anziani non autosufficienti, quando sia il corpo che l’anima “dolgono”, la cura dei corpi
è un tutt’uno con la cura delle anime. Non ricordo chi ha detto che “è bello far sorridere volti e
lenzuola di bucato”. L’importante è non subire il rapporto di cura, ma interrogarsi fino a che punto
arriva il dover fare e quando inizia il voler fare: il come trasforma la relazione. E la relazione nasce
quando si è animati da compassione e ci si sente legati alla sorte di chi ci sta accanto,
condividendone i problemi (cum-patire).
Non si può negare, dice la giornalista e saggista Letizia Paolozzi, che lavorare nel campo della cura
sia pesante, eppure il concetto di lavoro usurante viene collegato a lavori tipo fonderia, miniera,
guida di treni, ecc., tutti lavori “produttivi” tipicamente maschili. Il lavoro di cura è mal retribuito e
non riconosciuto; e quasi esclusivamente femminile.
Ma anche al di là del lavoro retribuito si sa che nel mondo tutti i giorni le donne danno e curano la
vita, acquisendo un grande patrimonio di sapienza e di competenze. La stessa Paolozzi ci ricorda
che le donne sanno, per esempio, che molto di ciò che producono (cibo, pulizia, …) è effimero,
consumato in un tempo assai più breve di quello necessario a produrlo. Questo può provocare un
senso di frustrazione; eppure, se si sposta lo sguardo dal prodotto al processo, allora si capisce che il
vero risultato è la rete relazionale entro cui ciò che produciamo è pensato e acquista senso, è lo
scambio con l’altro/l’altra, è il piacere di contribuire a vivere e a far vivere meglio. Forse le donne
dovrebbero porre un limite a quel “troppo” di slancio che mettono nelle relazioni fino a rinunciare a
se stesse, imparare a non nascondere le proprie fragilità e paure, fare tesoro dell’incertezza.
All’interno dei rapporti familiari poi è di primaria importanza il rapporto madre e figlio/figlia nel
quale la madre deve combattere tra senso di onnipotenza e senso del limite. Prendersi cura dei figli
richiede “senso della misura per non diventare madri divoranti, distruttive, incapaci di accettare la
rottura della simbiosi con il figlio o la figlia (Lella Ravasi Bellocchio, psicoanalista). Importante
anche il rapporto tra genitori e figli adolescenti. L’adolescenza è un’età in cui “si nasce al mondo”
(Vanna Boffo, pedagogista) e un’opportunità per i genitori di “ri-nascere”. Un periodo della vita in
cui si può curare attraverso la parola, ossia il dialogo, ma anche con il silenzio, l’attenzione,
l’ascolto, l’interesse, l’empatia. Occorre imparare l’arte di saper attendere, di aspettare sulla soglia.
A livello generale infine, se i nostri governanti improntassero la loro azione al prendersi cura,
presterebbero più attenzione alla qualità dello sviluppo, alla messa in sicurezza del territorio, delle
scuole, delle case, instaurando un ordine simbolico diverso da quello del dominio, della
competizione, dello sfruttamento. Sembra impossibile che mettendo in pratica queste due semplici
parole (prendersi cura) si riesca a provocare mutamenti radicali nella propria vita, in quella degli
altri e persino del pianeta nel quale viviamo.
Eppure dovremmo provarci tutti.
*[email protected]
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L' EUROPA: PER CONOSCERLA, AMARLA E RISPETTARLA.
DALL’EUROPA ALL’INTEGRAZIONE EUROPEA
(Breve storia di un continente e di un’idea)
di Angela Gonnella*
Il viaggio, considerato nella sua dimensione simbolica quanto reale, è per l’uomo non solo fonte di
conoscenza, ma anche ricerca di sé, delle sue radici, della propria coscienza.
L’Odisseo di Omero, l’Enea di Virgilio, la Commedia di Dante, la Recherche di M. Proust, ne
costituiscono autorevoli esempi. E’ per l’appunto un viaggio, seppure breve e non privo di insidie,
quello che ci introdurrà nella vicenda storica del continente Europa, cogliendo di essa insieme agli
aspetti edificanti, quelli che turbano ancora fortemente le nostre coscienze.
Dunque, passeremo dall’Europa al concetto di Europeismo che è l’atteggiamento mentale e culturale
di chi auspica una politica di integrazione per garantire ai popoli pace, sicurezza e benessere
salvaguardando, nel contempo, lo sviluppo sostenibile, la difesa ambientale, il rispetto dei diritti
umani.
L’idea dell’Europa, intesa come entità geografica, è molto antica. Nel V sec a.C. lo storico greco
Erodoto divideva il mondo in tre parti: Europa, Asia e Libia, identificando quest’ultima con il
continente africano. Quattro secoli dopo il geografo Strabone definì con maggiore precisione i suoi
confini, costituiti dal Mediterraneo, dall’oceano Atlantico e dal mar Nero.
I Greci chiamarono Europa (Terra d’Occidente) la vasta penisola che si estende all’estremità Nordoccidentale del continente asiatico, abitata dall’uomo in epoca imprecisata. Sappiamo, comunque,
che circa 3000 anni a.C., mentre gli Egizi innalzavano templi e piramidi, molte tribù sparse nel
continente europeo vivevano su palafitte e all’interno di profonde foreste. Tuttavia, esse raggiunsero
traguardi fondamentali nel periodo del Neolitico quando iniziarono a praticare l’agricoltura (per cui
da nomadi divennero stanziali) e ad utilizzare metalli come il rame e lo stagno dalla cui fusione
ottennero il bronzo. La lunga Era durante la quale si sviluppò la civiltà di questi primi abitanti
dell’Europa (3500-1200 circa a.C.) fu chiamata, appunto, Età del bronzo.
Tra il II ed il I millennio a.C. si verificò un avvenimento grandioso allorchè nelle regioni orientali
del mar Mediterraneo, e più precisamente nelle isole dell’Egeo e della penisola greca (ben piccola
cosa rispetto ai grandi imperi d’Egitto e di Babilonia) si sviluppò una straordinaria cultura che, dopo
aver dato vita a strabilianti racconti epici e mitologici, si avventurò nel campo della filosofia, della
scienza e dell’arte portata a tali livelli di perfezione che ancora oggi, con commosso stupore,
contempliamo ciò che di essa ci rimane. Questa civiltà, inoltre, riuscì a realizzare una delle più
perfette forme di governo: la Democrazia.
E mentre la maggior parte dell’Europa rimaneva ancora sepolta nel buio delle sue foreste, al centro
della penisola italica si andava sviluppando la civiltà degli Etruschi (la cui origine rimane tuttora
misteriosa) e, sulle coste dell’Italia meridionale, quella delle colonie greche le quali raggiunsero una
tale prosperità e potenza da meritare il nome di Magna Grecia, come riferisce Polibio.
Determinante fu l’influenza della cultura greca, nel suo ultimo periodo storico (Ellenismo) sulla
civiltà di Roma che andava realizzando poderose conquiste: dalla Britannia alla Gallia, dalla
Germania alla penisola Iberica fino all’Europa dell’Est (Pannonia, Dalmazia, Tracia). A tanta forza
di espansione concorsero, tra gli altri, due fattori fondamentali: un’organizzazione dello Stato tra le
più razionali e dinamiche che il mondo di allora avesse mai attuato e l’affermazione del diritto, cioè
della legge come forza di unione e di ordine. Inoltre, la diffusione della lingua latina e la
concessione della cittadinanza agli uomini liberi dei popoli conquistati, conferirono alla civiltà di
Roma quel carattere di Universalità che fu poi ereditato e fatto proprio dalla Chiesa.
E così, in pochi secoli, l’Europa delle foreste e delle paludi fu solcata dalle lunghe strade che i
Romani avevano imparato a costruire; mentre sugli accampamenti militari, sorgevano piazze e
templi, ponti e acquedotti, terme, mercati e città circondate da mura possenti.
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Alla caduta dell’Impero romano d’Occidente (V secolo d. C.) l’esercito era costituito
prevalentemente da barbari (Vandali, Visigoti, Ostrogoti, Franchi, Longobardi). I loro regni,
chiamati romano-barbarici furono deboli e di breve durata. Il più saldo fu quello dei Franchi che
riuscirono a fermare a Poitiers (732 d.C.) l’avanzata degli Arabi. Tuttavia, il Sacro Romano Impero
che Carlo Magno volle tenacemente creare a somiglianza di quello romano, fu caratterizzato da una
struttura tipicamente germanica: quella feudale. Pertanto, intorno all’anno Mille, l’Europa appariva
frazionata da una moltitudine di Stati, spesso in lotta tra di loro e al loro interno.
Il Cristianesimo, invece, rimasto saldo di fronte alle invasioni barbariche che per circa otto secoli
(III-X secolo d.C.) funestarono l’Europa, divenne strumento di equilibrio territoriale, politico e
legislativo per intere popolazioni, pressappoco fino al dilagare della Riforma protestante. A partire
dal II secolo d.C., la religione cristiana si era, difatto, diffusa rapidamente attraverso vari canali; non
ultimi per importanza i “Clerici vagantes” che, viaggiando in gran parte del continente, divulgarono
insieme alla fede cristiana, il latino che della Chiesa rimarrà per secoli la lingua ufficiale. Elementi
unificanti e significativi della cultura europea furono anche i luoghi di culto: chiese, basiliche,
monasteri che caratterizzarono una nuova urbanistica evidenziando soprattutto l’accentuata
spiritualità (non scevra da false credenze e superstizioni) che connota la società di questa epoca per
molti studiosi contraddittoria; apparentemente “barbarica” ma ricca di fermenti vitali che di lì a poco
avrebbero generato uno dei periodi più fecondi e affascinanti della nostra storia.
E così mentre il Feudalesimo esauriva il suo ciclo vitale, minato dalla debolezza dei sovrani, da
un’economia ostinatamente chiusa e da una società ingabbiata in rigide gerarchie, sorgevano sempre
più numerose, in ogni parte d’Europa, le città comunali. Esse, rese economicamente forti dai nuovi
mercati che si aprivano ad Oriente come ad Occidente, fondavano scuole e Università, costruivano
possenti centri di culto e grandiosi edifici pubblici e privati.
Inoltre, l’appassionata ricerca e lo studio delle opere classiche (non più appannaggio di pochi, grazie
all’invenzione della stampa), la splendida cultura e l’arte raffinata che l’Umanesimo e il
Rinascimento seppero esprimere in Italia, costituirono, in un’epoca di debolezza politica, elementi
di unità culturale e civile, dal momento che tutti i Paesi europei ne accolsero i motivi di fondo e ne
tentarono l’imitazione. Verso la fine del XVIII secolo l’Europa fu interessata da eventi destinati a
cambiare il corso della sua storia: la Rivoluzione industriale che coinvolse soprattutto l’economia e
il mondo del lavoro e la Rivoluzione francese di matrice più specificatamente politica.
Conseguenze significative della prima furono: l’esodo di enormi masse di contadini dalle campagne
alle città; le profonde innovazioni nei sistemi di lavoro e la conseguente questione sociale; la corsa
all’approvvigionamento delle materie prime a spese soprattutto dell’Africa e dell’Asia; il
vertiginoso sviluppo delle scienze e della tecnica.
La Rivoluzione francese, accogliendo ed elaborando le idee dell’Illuminismo, che esaltava
l’autonomia della ragione ed il suo affrancamento da ogni pregiudizio, affermò quei principi di
libertà e di uguaglianza che ritroviamo, come denominatore comune, a fondamento delle moderne
Costituzioni democratiche europee. Il Romanticismo, movimento culturale nato in Germania e
sviluppatosi nella prima metà del XIX secolo, esaltando i caratteri particolari, la storia e le tradizioni
di ogni popolo non mirò ad elaborare un progetto di unificazione europea. Ma autorevoli studiosi e
pensatori del tempo affrontarono il problema. Tra essi Giuseppe Mazzini che si fece assertore di
un’associazione di popoli europei liberi ed indipendenti uniti da un comune programma politico ed
economico. Tuttavia, in questo momento storico, gli obiettivi degli Stati europei andavano in
tutt’altra direzione poiché ciascuno mirava ad espandere il proprio territorio o ad affermare la
propria supremazia o a conquistare la propria indipendenza.
Neanche l’ideologia di Carlo Marx che invocava l’unione di tutti i lavoratori per il riscatto “dalle
catene del bisogno e dell’oppressione”, valse a generare un movimento che si ponesse come
obiettivo l’unità europea. Che sembrava ormai un’ipotesi, una speranza, forse un sogno… Ma non
fu così, come dimostrerà il seguito del nostro viaggio…
(1 - continua)
*[email protected]
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FORUM: LEGGI E REGOLAMENTI… NOTE A
SENTENZA…GIURISPRUDENZA
di Federico Luciano Ferri *
RIVALSA CONTRIBUTIVA.
Si profilano sulla “rivalsa contributiva” novità per quanto concerne il possibile avvio di nuove azioni legali.
Come è noto, in un recente passato si è stati costretti ad accettare “ob torto collo” la legittimità delle trattenute
operate dall’Istituto a tale titolo, nonostante che sulla vicenda esistevano anche evidenti profili di
incostituzionalità legati alla disparità di trattamento tra pubblici dipendenti.
La trattenuta della rivalsa contributiva era stata indicata dall’art.3 della Legge 297/1982, che prevedeva una
copertura economica per gli oneri derivanti da miglioramenti apportati al sistema previdenziale di tipo
retributivo, applicando le disposizioni contenute in detto articolo.
Ma la Legge 335/1995, la cosiddetta “Legge Dini”, innovando il suddetto sistema previdenziale di tipo
retributivo, ha previsto che per tutti i lavoratori, che al 31/12/1995 non potessero far valere una anzianità
contributiva pari o superiore a 18 anni, gli fosse liquidata, a decorrere dall’1/1/1996, una quota di pensione
calcolata con il sistema “contributivo”.
Successivamente, poi, la Legge 201 del 6/12/2011 ha disposto per tutti i dipendenti, con decorrenza 1/1/2012, la
sospensione della liquidazione della pensione retributiva, sostituendo la stessa, in pro rata, con la pensione
contributiva relativa al lavoro svolto dal 1°gennaio 2012 in poi.
Conseguentemente, poichè le disposizioni delle due leggi sopraindicate riguardano esclusivamente la
liquidazione delle pensioni con il sistema retributivo, si ritiene che la trattenuta della rivalsa contributiva che
attualmente viene operata dall’Istituto sia illegittima.
Pertanto, ne deriva quanto segue:
per i dipendenti ancora in servizio:
- che non possono far valere una anzianità contributiva al 31/12/1995 pari o superiore a 18 anni, devono chiedere
all’INPS, con apposita istanza, di revisionare la somma che appare sul cedolino stipendiale quale futura
trattenuta per rivalsa contributiva, bloccando il ricalcolo della stessa alla data del 31 dicembre 1995;
- che hanno maturato il diritto alla futura liquidazione della pensione retributiva fino al 31/12/2011 (cioè, in
sostanza coloro che alla data del 31/12/1995 possono far valere una anzianità contributiva superiore a 18 anni),
devono chiedere all’Ente, con apposita istanza, che l’evidenza contabile riguardante la rivalsa contributiva che
risulta sul cedolino stipendiale debba essere calcolata e bloccarsi al 31/12/2011.
per i dipendenti cessati dal servizio:
- che sono andati in pensione dopo il 31/12/2011, cioè, come sopra evidenziato, titolari di pensione retributiva
fino al 31/12/2011 e di pensione contributiva pro rata per il periodo successivo, devono chiedere mediante una
azione legale il rimborso della rivalsa contributiva dall’1/1/2012 fino alla data di cessazione del rapporto di
lavoro, che è stata trattenuta sul trattamento di fine servizio;
- che sono andati in pensione da meno di cinque anni, che hanno optato per la pensione solo contributiva, devono
chiedere mediante sempre una apposita azione legale il rimborso totale della rivalsa contributiva che è stata
trattenuta sulla liquidazione.
DECADENZA TRIENNALE SULLE PRESTAZIONI PENSIONISTICHE.
Infine, si porta a conoscenza dei nostri iscritti che l’Istituto, con la circolare n.95 della Direzione Centrale
Pensioni del 31/07/2014, ha introdotto, ai sensi del comma 6 dell’art.47 del D.P.R. n.639/1970, il termine di
decadenza triennale entro il quale proporre azione giudiziaria avverso il riconoscimento parziale della
prestazione pensionistica o il pagamento di accessori del credito.
Poiché il comma 6 è stato introdotto dal decreto legge 6 luglio 2011, n.98, questa disposizione si applica
esclusivamente alle prestazioni pensionistiche riconosciute dal 6 luglio 2011 in poi; per le altre prestazioni
pensionistiche continua ad applicarsi l’ordinaria prescrizione decennale.
Il termine di decadenza triennale si applica ovviamente anche ai ricorsi amministrativi o alle istanze di riesame
in sede amministrativa.
Per interpretare che cosa si intende per riconoscimento parziale della prestazione pensionistica, si fa riferimento
alla prima liquidazione del trattamento pensionistico, che è il momento in cui il rapporto contributivo origina
l’erogazione della prestazione.
*[email protected]
Studio Legale Fucci-Ferri
via A.Bevignani,9 00162 Roma
tel.06.86323144 - fax 06.
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GRAFOLOGIA, SPECCHIO DELL'IO
LA GRAFOLOGIA: SCIENZA SENZA OMBRA DI DUBBIO
di Gabriella Bonanno*
FONDAMENTI DELLA GRAFOLOGIA DI GIROLAMO MORETTI.
Moretti, caposcuola della grafologia italiana, a differenza degli altri che individuano nel
comportamento grafologico il profilo psicologico di chi scrive, considera il gesto grafico come una
“ diretta registrazione della struttura costituzionale e psicologica del soggetto scrivente: una diretta
registrazione della struttura e della dinamica del cervello” atta quindi a rappresentare le funzioni più
delicate dello stesso.
Il tracciato grafico per Moretti è “la combinazione del linguaggio interno con quello comunicato e fa
un tutt’uno del comportamento neuro-fisio-psicologico interiore con quello scrittorio manifesto, per
cui l’impronta morfologica neuro-psico-fisico-somatica e quella grafologica sono inseparabili.
Quindi la grafologia morettina pone in evidenza non solo gli aspetti psicologici comportamentali
ma anche quelli somatici. Prendiamo subito in esame la Dimensione sferica della scrittura, quella
rappresentata dalla linea curvilinea o angolosa, due diverse strutture di immediata osservazione:
grafia Curva e grafia Angolosa. Alla base del metodo o sistema grafologico morettiano c’è la
curvilineità e l’angolosità. La curva rimanda al cerchio e suggerisce l’abbraccio, la necessità di
stare con…, l’attitudine all’accoglienza, la curva rappresenta la morbidezza, il “femminile”, l’anima
junghiana. Una scrittura è curva quando le lettere “a, o, ovale della d, g, q” e i collegamenti tra
lettere mostrano una forma tonda; quando tutti i punti della circonferenza sono equidistanti dal
centro, si manifesta il massimo della rotondità e quindi si avranno 10/10 di curva; il grado curva si
ridurrà qualora le lettere si ridurranno nella loro rotondità mostrando la presenza progressiva di
angoli.
L’angolo invece, con le sue punte, rappresenta difesa, resistenza, spigolosità, il “maschile” l'animus
junghiano; una scrittura è angolosa quando il tratto ascendente degli ovali combacia quasi con il
tratto discendente delle stesse lettere. In questo caso si avrà 10/10 di angolo.
La scrittura curvilinea psicologicamente indica altruismo, bontà, carattere benevolo, profondità di
sentimento, naturale attenzione verso gli altri, disponibilità alla comprensione e al compatimento.
Nella donna il segno curva non dovrebbe superare i 6/10 in quanto, essendo il suo psichismo già
portato naturalmente al sentimento, un accentuato altruismo la condurrebbe a una perdita della
propria dignità, a non impegnarsi in situazioni critiche e all’inattività.
La scrittura angolosa è espressione di egoismo, risentimento, aggressività, istinto di difesa del
proprio io, irritabilità, ostinazione, intransigenza, insensibilità ai dolori altrui, ma anche attività,
reattività, grinta.
Per la misurazione degli angoli bisogna considerare se questi sono smussati o appuntiti. Tale
conformazione si manifesta alla base delle lettere ovali, vicino al rigo di base che simbolicamente
rappresenta la realtà, l'ambiente esterno; dal modo in cui la lettera, che simboleggia l’Io, impatta
con il rigo si può dedurre il rapporto che la persona ha con l'ambiente; se dolcemente (curva) il
soggetto è capace di adattarvisi; in caso contrario saremo in presenza di un soggetto fortemente
reattivo, che afferma con decisione le esigenze del proprio io e che si adatterà agli altri e accetterà
osservazioni e contestazioni con difficoltà.
Se gli angoli sono smussati, quale giusta correzione del Curva, indicano giusta moderazione alla
spinta esagerata dell’altruismo, legittima difesa dell’io; se invece si presentano appuntiti, indicano
egoismo esagerato, caratterizzato da risentimento verso tutto e tutti e aggressività.
Nel prossimo articolo tratteremo la pressione che rappresenta un altro elemento importante che ogni
analisi grafologica deve considerare.
*[email protected]
curva
angolosa
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UN RACCONTO BREVE
L’INCONTRO
di Silvana Costa
● - Da dietro il vetro del mio ufficio, che mi separa dalla gente che viene in Banca per le usuali
operazioni, ti vedo entrare, ti guardi intorno con aria smarrita, poi prendi il numero di
prenotazione e paziente ti siedi per aspettare il tuo turno. Hai un libro e ti metti a leggere. Ho
tutto il tempo per scrutarti, mi piacciono i tuoi capelli castani, i ricci ribelli che non riesci a
domare, il modo di accavallare le gambe, le mani lunghe e affusolate. Ti senti osservata e alzi
gli occhi, a cercare lo sguardo di qualcuno che, pensi, ti stia guardando, ma quando ti giri
verso di me, subito chino la testa sulle mie carte per nascondere il mio imbarazzo.
♥ - Appena entro in Banca e ti scorgo dietro al vetro del tuo ufficio, mi sorride il cuore. Prendo
il numero e mi siedo in un posto da dove posso vederti, apro il libro che porto sempre con me, le
poesie di Prévert. Faccio finta di leggere e quando non te ne accorgi ti guardo, assorto, mentre
scrivi, i capelli corti e biondi, gli zigomi pronunciati, un filo di barba sul mento volitivo. Ti alzi,
è entrata una persona, la tua bella figura si staglia nitida attraverso il vetro. Esci, ti giri verso di
me e i nostri sguardi si incrociano, è un attimo, poi le vai incontro, le stringi la mano, non
capisco le parole, ma il tuo sorriso è dolce e seducente. Lo vorrei per me quel sorriso.
● - È arrivato il tuo turno, ma non te ne accorgi immersa come sei nella lettura. Ti alzi di scatto
quando chiamano forte i tuo numero e con grazia sorridi all’impiegato che ti sta di fronte per
scusarti, e il tuo sorriso illumina la stanza come un raggio di sole e scalda il mio cuore, freddo
da troppo tempo.
♥ - Hanno dovuto chiamare forte il mio numero perché mi ridestassi dal pensiero di te. Cosa mi
è successo, mi chiedo, esistono i colpi di fulmine come dicono? Sembra proprio di sì, almeno
per me. Quando sono entrata e ti ho visto il mio cuore ha fatto le capriole come non faceva da
anni.
● - Passano pochi giorni e ti rivedo, hai dei conti correnti da pagare, e poi scopro che non sono
i tuoi, forse di colleghi, ma quello che conta è che sei qui, si incrociano di nuovo i nostri
sguardi. Nei tuoi occhi scuri mille pagliuzze dorate si sono accese e tutto me stesso è come
avvolto dalle fiamme, faccio fatica a staccarmi da quel fuoco.
♥ - L’altro giorno per rivederti, con la scusa che dovevo pagare dei bollettini, che però non
avevo, ho detto che sarei andata in Banca e una mia collega mi ha dato i suoi ben contenta di
togliersi il fastidio. E così prendo la borsa, il libro, e arrivo; sono emozionata. Ti vedo subito, sei
fuori ufficio che parli con un impiegato, forse dai ordini, il tuo volto è serio, ma poi mi scorgi e
mi guardi, mi sorridi, e il tuo sguardo mi avvolge e mi accarezza e nei tuoi occhi azzurri si
formano, come dice il mio amato Prévert, due piccole onde per farmi annegare… .
● - Per due settimane ho dovuto lavorare fuori città e dal mio rientro sono passati già dieci
lunghi giorni e non ti sei fatta vedere, non sei venuta. Perché? In tutto questo tempo ti ho
pensato sempre e ho preso la decisione di esternarti i miei sentimenti e non lasciarti più. Ma
dove sei? Guardo la porta e ogni volta che si apre si accende in me la speranza di rivederti e il
mio cuore batte più forte e il mio pensiero vola, per poi cadere come una foglia in balia del
vento. Il tentativo di portare il tuo bel viso sulla tela che tristemente langue sul cavalletto, non
mi è riuscito appieno, troppo forti sono i sentimenti che nutro per te ed è difficile esternarli, ma
un giorno quando ti avrò come modella…
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♥ - La voglia di vederti è stata tanta. Attività impreviste non mi hanno permesso di venire da te.
Il cuore piange. Poi la notizia. Tempo addietro avevo chiesto il trasferimento ed ora è arrivato.
Proprio adesso. Andrò in una città lontana per accudire i miei genitori che hanno bisogno di me.
Non so quando potrò tornare, forse tra un po’ di tempo, forse mai. Sono passata per le pratiche
di chiusura, ma tu non c’eri. Come farò a stare tutta la vita senza te? Ho scritto, con l’anima, una
poesia dedicata a te, e chissà, può darsi che arriverà il momento in cui te la leggerò…
● - Ogni giorno aspetto e spero d’incontrarti, fino all’ora di chiusura, poi vado via con l’anima
triste e desolata. E non ti ho più vista, i miei occhi ti hanno sempre cercata. Poi ho preso
coraggio ed ho chiesto di te e ho saputo che sei andata via. La mia mente continua a sognarti, il
mio cuore a palpitare per te. Inutilmente.
♥ - Inutilmente il pensiero corre sulle ali del vento per raggiungerti. È passato tanto tempo, una
vita intera. Ma ora, sono tornata. È già mezzogiorno. Faccio il più presto possibile, corro con le
ali ai piedi, entro in Banca e mi tremano le gambe e il cuore, in delirio, batte all’impazzata. Ti
cerco dietro il vetro, non ci sei, mi guardo intorno, vedo un certo fermento, sorrisi sui volti delle
persone, chiedo di te. La risposta mi gela. Sei andato via da poco, dopo i festeggiamenti per la
tua pensione. Faccio la sfacciata e con una scusa qualunque, chiedo dove abiti.
● - Mi hanno festeggiato con gioia, regali, e qualche sfottò. La pensione è arrivata come una
tegola frantumando le mie speranze di rivederti. Sono a pezzi. Non so nulla di te. Di dove stai,
di cosa fai. Sorrido e ringrazio tutti, ma il mio cuore piange.
♥ - Non mi dò per vinta. Nel pomeriggio sono dalle tue parti, non oso suonare alla tua porta
dopo così tanto tempo, non so dove andare. Ah come mi piacerebbe incontrarti! Attraverso la
piazza. Cammino a lungo. Arrivo in un piccolo parco pieno di alberi spogli con il sole che lo
illumina passando tra i rami nudi e accende i colori delle foglie cadute sul sentiero dove mi sono
avviata. Un cane mi corre incontro festoso e dietro a lui ci sei tu che ti scusi e poi mi sorridi, e
mi riconosci, non siamo cambiati, e non riesci a dire nulla, non hai parole.
● - Sono disorientato, la mente è un vortice di parole meravigliose che non escono dalle mie
labbra, il cuore è in subbuglio. Vorrei abbracciarti, ma temo un tuo rifiuto. Ti prendo per mano
e… camminiamo vicini e chiacchieriamo, le parole volano via inutili come le foglie che
calpestiamo, è autunno, anche nella nostra vita, ma nei nostri cuori è sbocciata, come per
incanto, la primavera.
[email protected]
Racconto ispirato dalla poesia “Incanto” di Carmelo Pelle
(pag.47 del libro “Nella volta più alta del cielo”)
INCANTO
Prenderti per mano
e condurti docile
verso mondi ignoti.
Abbracciarti forte
e sentire il battito
del tuo cuore smarrito.
Cercare lieve
le tue labbra schiuse
e sussurrarti t’amo.
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A TAVOLA CON LO CHEF
di Gina Baldazzi*
LE CASTAGNE
Il 23 settembre secondo il calendario è entrato l’Autunno. Un Autunno dispettoso che ha rubato
tante giornate all’Estate, che si è divertito a portarci vento, freddo e pioggia, che ha rovinato le
vacanze a chi stava passando le sospirate ferie al mare e avrebbe voluto godersi il sole. Ora fa di
nuovo caldo e sembra estate. Solo le giornate iniziano a accorciarsi, e quindi si trascorre più tempo
in casa, e durante i weekend si sta con gli amici e magari si accende il caminetto abbandonato nel
periodo estivo. Ed ecco che allora compaiono le castagne, il più buon frutto autunnale.
Le castagne, sono da sempre presenti sul nostro territorio, tanto che la loro prima apparizione su un
testo scritto risale al IV secolo a.C., quando Senofonte parlava del castagno come dell’albero del
pane. Ed infatti in passato le castagne erano anche dette il pane dei poveri per il loro elevato potere
nutrizionale. Nonostante siano catalogabili come frutti, la loro composizione è ricca di carboidrati
complessi, soprattutto l’amido, che le rende simili ai cereali. È proprio la trasformazione degli amidi
in zuccheri durante la cottura a dar loro la caratteristica nota dolciastra tanto apprezzata dagli
estimatori e dai golosi, ed inoltre si comportano anche come afrodisiaci.
Ci sono quelle più saporite e speciali, dotate di carta di identità come l’indicazione geografica
protetta (IGP), o la denominazione di origine protetta (DOP): è il caso della castagna dell’Amiata
IGP o del marrone del Mugello sempre IGP oppure del marrone di San Zeno DOP.
La cottura delle castagne è un rito soprattutto quando si parla delle caldarroste, in cui il frutto,
precedentemente inciso con un coltello, viene posto sulla brace in un’apposita padella bucherellata.
Un’altra modalità di preparazione è la bollitura (ballotte) che assicura una cottura più omogenea,
oppure vengono utilizzate per preparare il marron glacé, prodotto dolciario ottenuto sciroppando e in
seguito zuccherando il frutto, o la farina di castagne che viene utilizzata nella realizzazione del
castagnaccio, dolce tipico della tradizione culinaria tutta italiana dal Piemonte, Abruzzo e Toscana.
Così recita una filastrocca popolare. La castagna in acqua cotta, prende il nome di ballotta, se la macini è
farina, deliziosa e sopraffina, e se la impasto, cosa faccio? Un gustoso castagnaccio”.
Ed ecco due ricettine facili, facili:
●TARTE ARDECHOISE (da Ardeche, Regione della Francia ricca di castagneti) - 2 uova, 100 gr
di zucchero, 2 cucchiai di rhum, un pizzico di sale, 100 gr di farina 00, un cucchiaio di lievito, 100
gr di burro, 200 gr di crema di marroni alla vaniglia. Lavorare le uova intere, lo zucchero, il rhum e
il sale. Aggiungere la farina e il lievito. Mescolare bene. A parte lavorare il burro ammorbidito con
la crema dei marroni. Unire i due composti versando il tutto in uno stampo imburrato.
Far cuocere per 40 minuti.
● CASTAGNACCIO TOSCANO - farina di castagne 500 gr, latte 700 ml, 2 cucchiai di zucchero,
2 cucchiai d’olio vergine d’oliva, pinoli 100 gr, uvetta 80 gr, noci 100 gr, un pizzico di sale 1
manciata di aghi di rosmarino. Preriscaldare il forno a 200°. Mettere l'uvetta a mollo in acqua
tiepida per farla rinvenire, e la farina in una ciotola capiente. Versare poco per volta nella farina di
castagne il latte, mescolando il tutto con una frusta fino ad ottenere una pastella ben amalgamata e
morbida. A questo punto aggiungere l’uvetta, i pinoli le noci tritate grossolanamente.
Tenere da parte un piccolo quantitativo di questi tre ingredienti che servirà per cospargere la
superficie del castagnaccio prima di infornarlo. In una teglia bassa, del diametro di 40 cm,
spennellata d’olio versare l'impasto. Cospargere il castagnaccio con gli ingredienti messi da parte e
con gli aghi di rosmarino freschissimi, poi versarvi sopra a filo altri due cucchiai di olio.
Infornare per 30 minuti a 200° fino a che si sarà formata una bella crosticina tutta crepata e la frutta
secca abbia preso un bel colore dorato.
Una romantica leggenda narra che le foglioline di rosmarino utilizzate per profumare il castagnaccio,
costituissero un potente elisir d’amore e che il giovane che avesse mangiato il dolce offertogli da una ragazza, si
sarebbe subito innamorato di lei e l’avrebbe chiesta in sposa.
*[email protected]
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IN GIRO PER IL MONDO
relazioni internazionali... notizie e curiosità dalle varie parti del pianeta
di Adriano Donaggio*
IL RECENTE VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO IN COREA: RISVOLTI POLITICI
A volte le cose si capiscono dopo. Molti giornali non avevano capito l’importanza del viaggio di
Papa Francesco in Corea. “France 24”, per citare un esempio, non ne ha mai parlato.
Altri telegiornali, nel fare i titoli, lo mettevano al quarto, quinto posto. Eppure, dal punto di vista
giornalistico, i motivi di interesse erano molti.
Il più perturbante: quali sarebbero state le reazioni della Cina. Come avrebbero reagito i giovani
asiatici a quell’incontro? Ci sarebbero stati i giovani? Si, ma quanti? Anche la gente?
Il Ministero degli Esteri ha osservato, studiato i discorsi del Papa, i suoi comportamenti, prima di
dare una risposta, un timido riscontro che sembra aprire l’inizio di un dialogo che sarà difficile,
lungo, forse estenuante, ma da qualche parte, per arrivare, bisogna pur partire.
La Cina ritiene che è la Chiesa ad avere fretta, i cinesi non ne hanno. Credo sia un errore. Ad avere
fretta è proprio la Cina, così vasta, così articolata, difforme al suo interno, bisognosa di forti nuclei
di coesione: nuclei che siano al servizio dell’umanità della Cina.
La partecipazione della gente nelle diverse tappe del viaggio del Papa in Corea è stata quella che
abbiamo visto alla TV, che si è impressa nei nostri occhi. Folle così vaste da perdersi all’orizzonte
del nostro sguardo tanto erano numerose. Quello che questo Papa dice, fa, il modo in cui si
comporta, piace, attrae anche in queste terre che pur sono così lontane geograficamente e
culturalmente.
La verità è che si parla a proposito e a sproposito di un mondo globalizzato. Si ignora che pur nel
permanere di situazioni tra di loro diversissime, i popoli del mondo si rendono conto di essere, più o
meno vittime della cultura dello scarto (i vecchi, i poveri, i disoccupati, i sofferenti, gli inabili, i
giovani sospinti ai margini, la sterilità della disoccupazione.)
Papa Francesco acutamente, con forza, ha detto: i giovani non sono il futuro. sono il presente. Se
non potranno vivere il loro presente, difficilmente potranno rendere feconda la terra con il loro
futuro.
Anche chi gode del benessere avverte che, in questo mondo globalizzato che non fa eccezioni e non
ha scrupoli, un pericolo sta corrodendo le sue sicurezze. La crisi può raggiungere strati di
popolazione (la classe media, per esempio) che prima si riteneva al sicuro. In questo senso Papa
Francesco, anche se parla poche lingue, dice significativamente ai popoli che parlano le lingue più
diverse: non lasciatevi rubare la speranza, non accettate l’emarginazione, di essere considerati
esseri inutili. E questo riguarda tutto il mondo e anche in questo senso il suo messaggio è universale.
Ma chi minaccia la speranza? Luciano Gallino, nel libro " Il colpo di Stato di banche e governi" (Ed
Einaudi, pag.352, €19,00) straordinario per lucidità di analisi, ricchezza e dominio di fonti
autorevolissime a livello internazionale, di dati provenienti da serissime istituzioni internazionali ,
frutto di ricerche di commissioni di indagine di indiscutibile prestigio, parla di colpo di stato di
banche e di mondo della finanza.
E precisa che per colpo di Stato intende: la presa del potere senza un’elezione democratica, una
delega che viene dai cittadini.
La Finanza, in questo mondo da essa dominato ha preso il potere e impone a governi e a intere
popolazioni, pseudo valori e povertà di grandi masse al solo scopo di arricchire spropositatamente
pochi. È la Finanza stessa che ha costretto i Governi a svenarsi, a rovinare molte famiglie per
mettere riparo alle follie incontrollate di una parte diabolica dei suoi economisti.
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È da loro che nascono sottrazioni di capitali da parte degli Stati che per inseguire follie: sono
costretti a sottrarre danaro utile agli investimenti, alle scuole, alle università, al welfare, obbligati
come sono a coprire voragini di debiti creati dal mondo della Finanza.
Molta parte dei deficit pubblici deriva, infatti, dall’agire incontrollato e irresponsabile del mondo
della Finanza. Ormai si sa, questo è un dato appurato. La crisi nasce dal fatto che i governi hanno
dovuto salvare banche, società di assicurazioni, società finanziarie che, a proposito di libero
mercato, hanno agito in modo sconsiderato, senza rispettare alcuna regola, causando danni sociali
gravissimi da cui non siamo certamente fuori e che a molti costano sangue.
Anche in questo, Papa Francesco è un Papa oltre che acuto, consapevole, che parla a persone di
molti paesi diversi. Sa benissimo che le teorie degli economisti neoliberisti portano una nazione al
disastro, che la politica della pianificazione vecchio stampo comunista non sta né in cielo, né in
terra. Che le moderne teorie economiche hanno superato i vecchi arnesi pseudoscientifici degli
economisti che non hanno saputo prevedere la crisi e che oggi propongono ricette disastrose (anche
attraverso autorevoli giornali italiani).
La gente in molti Paesi si è resa perfettamente conto che Papa Francesco ha capito i limiti di
numerosi sapientoni che si ritengono dei brillanti economisti (visti i risultati, economisti del nulla).e
che il Papa offre la fede di una realtà che non è piegata dall’interesse materiale, ma che allo stesso
tempo non ne ignora le esigenze. Una fede che è libera, come è libero Lui, di parlare di economia
partendo dai bisogni dell’uomo, di tutti gli uomini. Da questo punto di vista è un Papa ideologico,
ateo... Lui, in qualsiasi momento potrebbe ripetere un’affermazione di un Padre della Chiesa,
Clemente Alessandrino (2°/3°secolo dopo Cristo:" Noi siamo i veri atei. Più atei di tutti coloro che
pretendono di essere Dio". Sono passati millenni e c’è ancora gente che crede e adora il vitello
d’oro.
Nel 1897, un sociologo francese, Emile Durkheim, pubblicò "Il suicidio" una indagine a vasto
raggio del tragico gesto (cfr. Enciclopedia delle Scienze Sociali -Treccani), e quindi anche al
suicidio determinato da una situazione sociale. Diffuse sulla base di rilievi statistici ineccepibili,
che, nei momenti di crisi o di depressione economica, aumentano nella società i suicidi (è quello che
abbiamo constatato anche in questi anni). Ha anche detto Durkheim che questo dipende dal fatto che
quando c’è una crisi economica grave si verifica una situazione che lui chiama di anomia, di caduta
delle leggi, di rottura degli equilibri, di sconvolgimento dei valori su cui si basa la vita della società.
Anomia. I nomi, come sotto la torre di Babele sono a-nomen. Le parole (onestà, etica, solidarietà,
realtà, pace, dialogo) non hanno più un senso, diventano senza nome.
Di ritorno da Seul, in modo apparentemente piano, ma con una forza prepotente, il Papa ha lanciato
un allarme che non ammette superficialità. Ha confidato “Qualcuno mi ha detto, Padre, siamo nella
terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi, a capitoli”.
Non solo gli individui si possono suicidare, ma anche le Nazioni.
E prima aveva detto “La gente è stanca della guerra” Ma purtroppo il mondo, a pezzi, va verso la
guerra. Papa Francesco, che non ha nulla da difendere se non la sua fede, ha capito perfettamente
dove ci portano questi disastri che esplodono in tutte le parti del mondo, come le metastasi di un
cancro diventato incontrollabile.
Di questa terribile crisi fa parte anche l’economia che sconvolge equilibri e valori, o meglio la vita
di esseri umani, vittime di sopraffazioni che non possono controllare.
La gente nelle più diverse parti del mondo guarda a Lui con attenzione acuta, empatica perché
capisce che interpreta le loro angosce, la disperazione, ma è anche in grado di esprimere una forza
che sa dire no, sa dare speranza, forza di valori che non sono assoggettati a guerre di dominio o di
speculazione finanziaria. A Lui, come dice il Vangelo, bastano due calzari e una bisaccia, ma sa che
se la sua missione è povera, grande è la risposta che deve dare. La gente ha capito che su questo si
impegnerà senza risparmiare né coraggio, né energie. Se c’è una speranza comincerà da Lui.
*[email protected]
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L'ITALIA DEI CAMPANILI
Annamaria De Ruggieri*
MATERA
Matera è una città antichissima, ubicata in un territorio che testimonia l’unicità e la continuità degli
insediamenti umani dal paleolitico ai nostri giorni, perciò in questa città ciascuno di noi può sentire pulsare la
vita dell’umanità dalle radici più profonde della propria memoria storica, in un fluire ininterrotto.
A ridosso di un profondo burrone si abbarbicano i due antichi rioni della città: Sasso Barisano e Caveoso che
l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità nel 1993. I Sassi di Matera sono la sintesi materiale e storica
delle varie forme di civilizzazione ed antropizzazione che qui si sono succedute nel tempo. Case scavate nella
roccia, spazi vuoti ricavati dal pieno e riempiti di vita umana, abitazioni raffinate, grotte contadine producono
uno scenario di singolare bellezza e poesia della memoria vitale: visitare i Sassi è un po’ come ridisegnare il
proprio paesaggio interiore e ritrovare se stessi.
La città dei Sassi è famosa, inoltre, per le innumerevoli chiese rupestri. A partire dall’VIII secolo monaci
benedettini e bizantini si stabilirono nelle grotte della gravina, trasformandole in chiese. Anche nei due rioni
dei Sassi è possibile visitarne molte, ben inserite nel contesto urbano; la visione di questi luoghi mistici
arricchisce lo sguardo del visitatore di ulteriori emozioni e suggestioni. Ma quali chiese visitare? Quella che si
consiglia assolutamente di non lasciarsi sfuggire è la Cripta del Peccato Originale, conosciuta come la
Cappella Sistina della pittura rupestre. La denominazione deriva da una delle scene rappresentate dagli
affreschi, ma la chiesa è nota anche come "Grotta dei cento santi", per la presenza di tanti santi affrescati sulle
pareti. La Cripta si raggiunge attraverso un sentiero che ne anticipa la suggestione emotiva: non appena si
entra l’evocazione mistica della Creazione risplende all’improvviso e sullo sfondo, dal buio, appaiono le scene
narranti episodi biblici di commovente bellezza. Una targa posta all’ingresso della Cripta - un tempo ricovero
di uomini e animali, oggi modello esemplare di restauro - nomina gli scopritori i di questo luogo, soci
fondatori dell’importante e storico circolo culturale “La Scaletta”.
Molti artisti, intellettuali e uomini di cultura sono stati suggestionati dal fascino di questa città. La bellezza
prepotente di Matera influenzò la semantica espressiva di Ortega; l’artista spagnolo, fuggito dal regime
franchista, nel 1973 si trasferì a Matera dove avviò il suo laboratorio nella sede del circolo culturale “La
Scaletta”. Quando l’artista - nel giorno della festa della Madonna della Bruna - vide il carro di cartapesta
attraversare le vie della città, fu come illuminato da nuove prospettive pittoriche: volle conoscere i maestri
cartapestai, utilizzare la cartapesta in modo innovativo, dare una dimensione tridimensionale ai suoi quadri.
Oggi Matera lo ricorda attraverso una articolata iniziativa che rifugge dalle ordinarie e consuete forme di
celebrazione: il progetto “La casa di Ortega”, contemporaneamente museo e centro delle arti applicate,
luogo simbolico e concreto della simbiosi tra artigianato ed arte.
Pur con differenti ragioni e stili linguistici, numerosi registi hanno girato i loro film a Matera: Lattuada,
Pasolini, Mel Gibson. Nel '49 Carlo Lizzani realizza un documentario di denuncia: coglie il mondo contadino
nella propria sofferta miseria, come descritto da Carlo Levi in Cristo si è fermato ad Eboli: “Questi coni
rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola
immaginavo l'inferno di Dante... Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone... Le strade
sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto... vedevo l'interno delle
grotte che non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra
dall'alto, attraverso botole e scalette".
Matera non ha nulla di scontato, qui la cultura non è merce di consumo o sbandieramento di grandi eventi: si
pensi, ad esempio, all’importantissima mostra di sculture che ogni anno espone le opere di artisti di valore
internazionale; nel suggestivo complesso rupestre della Madonna delle Virtù e di San Nicola dei Greci il
visitatore ha la possibilità di vivere un silenzioso percorso di profondo effetto culturale in cui la visione delle
forme dell’arte si intreccia a quelle dell’ambiente, tra passaggi suggestivi di luce ed ombra, interni ed esterni.
Proiettata dal suo passato verso il futuro, Matera è città candidata a capitale europea della cultura con una
posizione davvero prestigiosa. Mi piace concludere riportando alcuni passi tratti dal dossier di candidatura:
Matera è infatti un luogo speciale, che scatena in tutti pensieri ed emozioni profonde. Qui si prende coscienza
degli elementi fondamentali del cosmo e delle fragilità dell’esistere, dei cicli della vita e della morte e dei
processi naturali. Qui il vuoto e il pieno, il suono e il silenzio, le tenebre e la luce sono parte di un tutto
armonico che lega indissolubilmente l’uomo alla natura… Ci candidiamo per dimostrare che arte, economia,
abitare, ambiente sono un tutt'uno. La nostra non è una candidatura di grandi eventi, ma di cittadinanza
culturale, che consenta ogni giorno di fare incontri sorprendenti e di immaginare nuovi modelli di vita,
cultura ed economia.
*[email protected]
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ARTI E MESTIERI
di Antonio Pillucci
La natura ha dotato ciascun essere vivente di strumenti o peculiarità per difendersi, dal
freddo o dai predatori, e procacciarsi da vivere. I peli, quella formazione cornea
filiforme che si forma in varie parti della cute dei mammiferi, servono principalmente a
proteggere la cute medesima e a difendere alcune parti del corpo da elementi estranei.
Quindi capelli, barba, baffi, e peli sub ascellari, puberali, ecc... sono stati presenti
nell'uomo sin dall'inizio. Che farne? Ben presto sorse il problema di come regolarli.
Fin dalla remota antichità, comunque, fu noto il rasoio: di bronzo prima e
successivamente in ferro. La sua forma non differiva sostanzialmente dal rasoio
moderno, costituito da una lama d'acciaio fuso con una impugnatura.
Naturalmente, per sistemarsi capelli e barba bisognava possedere il rasoio e saperlo
usare. Nacquero così i barbieri, o tonsores, come li chiamavano i Romani, che
esercitavano tale mestiere… nei confronti dei ricchi, credo! Se penso che, anche nell'era
attuale, ricorrendone l'esigenza, molte mogli fanno i capelli ai mariti!
A Roma nacquero persino le Corporazioni delle arti e mestieri, chiamate Universitas.
Ognuna aveva la propria chiesa, luogo di aggregazione, con annesso ospedale e ospizio,
sede della Confraternita che coordinava gli aderenti. La Confraternita dei barbieri era
presso la chiesa dei Ss. Cosma e Damiano prossima al Foro di Vespasiano, la cui festa
cadeva il 26 settembre; e poi c’era quella di S. Ludovico re, che si festeggia il 25
agosto.
I barbieri esercitavano anche la bassa chirurgia come cavare denti o applicare
sanguisughe, fare flebotomie e salassi tanto che nel fronte delle porte era appesa
un’insegna luminosa e girevole di forma cilindrica a strisce bianche e rosse dove le
bianche significavano le bende e le rosse il sangue e la forma cilindrica ad indicarvi il
bastone dove il paziente si appoggiava per tenere alzato il braccio quando il pseudo
chirurgo faceva la flebo. Era il segnale per il viaggiatore stanco o ferito, che poteva
riconoscere a distanza ed ivi ricorrervi.
A parte quelle usate da Egizi, Caldei e Assiri per proteggersi dal sole, dal XIV secolo la
nobiltà iniziò a portare parrucche, con trecce posticce per le dame, monumentali con
boccoli rigidi, a più piani sotto Luigi XIV, alla spagnola fino alle spalle...In definitiva,
però, bisognava sistemare capelli, barba e baffi.
Tra i molteplici tipi di barba e baffi, è opportuno scegliere un tipo che si adatti al proprio
viso, al colore del pelo e della pelle, alla conformazione dell'intero corpo, per esaltarne i
pregi e camuffare i difetti. Avere o non avere barba, baffi, basette; averla corta o lunga,
a punta o circolare, liscia o ispida... rende diverso dal naturale il soggetto, talora
irriconoscibile. A me, che non ho mai portato la barba, perché credo si faccia prima a
radersi completamente, a chi è calvo con la barba, viene l’impulso di rigirargli la testa.
Ma, tant'è, il cambio di look, i tipi di barba e baffi sono “ad libitum”: ognuno può
sbizzarirsi come vuole.
Impossibile, pertanto, fare un elenco di tipi di barbe. Tra di esse le più note sono quelle
portate da Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Francis Drake, Giuliano Ferrara (fluente e
spinosa), Jovanotti, Salvator Dalì (eccentrica)...
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I baffi possono essere “a matita” o “a penna” (come Clark Gable), all'americana
(tagliati al livello del labbro), alla Guglielmo II (arricciati all'insù), alla militare, a
manubrio, a ferro di cavallo (John Lemmon), a spazzolino (Hitler), a tricheco...
Ma non è di hair style che voglio parlare; né voglio fare la storia di esso. Desidero
invece lumeggiare la figura del barbiere come l'abbiamo conosciuta e vissuta noi, tra gli
anni '50 fino alla prima decade del presente secolo.
Ogni paese aveva un certo numero di botteghe di barbieri. Il loro locale si chiamava
“salone”.
Era composto da una sala, un cui lato era provvisto di un paio di lavandini, specchi e
altrettante poltrone. Lungo tutto il muro una mensola sulla quale v'erano i ferri del
mestiere e il materiale necessario; tra i più noti:accappatoio, acqua ossigenata, allume,
belletto, brillantina, ceretta, cerone, cesoie, cipria, forcina, lozione, pennello da barba,
pettini, piumino, polverizzatore, pomata, profumi, rasoio, sapone...
Nella parte restante sedie per i clienti in attesa. Sì, chi andava da Gaetano o Peppino o
Carletto... andava a servirsi solo da lui, o perché bravo o perché vicino o perché parente.
A volte c'era un garzone, talora anche con mire di apprendista, che scopava i capelli
caduti per terra, faceva qualche servizio comandatogli e sistemava sciarpe e cappelli dei
clienti sull'attaccapanni, ricevendone, alla fine, nel mentre dava loro una ennesima
passata di spazzola alle spalle, una mancetta. La gente, inoltre, non aveva fretta. Anzi,
andava al salone anche per scaldarsi, fare due chiacchiere, avere o dare notizie su
vicende paesane. Non c'era da leggere, essendo alta la analfabetizzazione. Se proprio
bisognava indirizzare gli occhi a qualche scritto, v'era un calendario con donne discinte
o provocanti.
Per questi motivi, il barbiere era sempre gentile. Indossava una giacca-casacca, a tinta
unita o a righe, nere o rosse o blu. Chi si affacciava alla porta o al vetro veniva invitato
ad entrare e sedersi. All'occorrenza, il barbiere suggeriva a chi faceva presente di dover
assolvere ad un compito urgente, di andare pure e magari di tornare. Mancavano sempre
poche persone, ad avviso del barbiere. Lui non partecipava direttamente ai discorsi ma
interveniva sempre annuendo, convenendo, dando ragione a tutti: si, si, si: un continuo.
Il salone era chiuso il lunedì. Il barbiere era disposto a recarsi pure a domicilio di
qualche anziano o malato o all'ospedale, per sistemare qualche ricoverato.
Quando veniva il proprio turno, ti sentivi sollevare d'un palmo. Sederti in quella
poltrona girevole, ammantato da un ampio accappatoio affinché nessun capello ti si
posasse addosso, eri invitato a scegliere, a comandare: barba o capelli? Taglio o
shampoo? Corti o sfoltiti? La doppia insaponatura di shampoo, l'approfondito lavaggio
ed energico massaggio, l'asciugatura e la fissatura del capello col phon, salvo la
scomoda posizione della testa nel lavandino e qualche ravvicinata vampata di caldissima
aria dal phon, ti ravvivavano, rinvigorivano, avviluppavano come un vestito nuovo. Poi
seguivi con attenzione il veloce, ritmico levigare della lama su una stuoia di gomma, per
accertarti che fosse idonea all'uso. L'insaponatura era una carezza, un massaggio: il
volteggiare rapido del pennello, l'addensarsi uniforme del sapone sul viso, vicinissimo
alla bocca, al naso, ma mai dentro... ti dava sonnolenza. Ti riprendevi quando il barbiere
impugnava il rasoio. Sapevano inclinarlo, girarlo, usarlo di netto ... Raramente, ma
accadeva, un taglietto: stizza nostra, scuse sue, matita emostatica, cerottino...
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Uscire col cerottino era un disdoro per ambedue! E poi, l'arte del taglio! L'importante
era non fare “scalette”. A tale scopo, i capelli vanno alzati col pettine e tagliata la parte
sporgente: un'arte. E poi, le rifiniture: basette, peli nel naso, nell'orecchio;
eventualmente su qualche neo. Vedendoti allo specchio, potevi anche suggerire:
accorcia qui, spiana li, gonfia là... Alla fine, volteggiando lui con lo specchio in mano
dietro di te, riflesso in quello di fronte, ti faceva vedere il collo; l'occhio correva a
controllare se fossero presenti i primi sintomi di insorgenza della chierica. E tu, di solito,
mormoravi: va bene. Lui ti ridava la libertà: ti liberava dall'accappatoio, ti spazzolava le
spalle, ti riconsegna sciarpa, cappello, cappotto o giaccotto e, al di là d'un tavolinetto,
riscuotendo il dovuto, ti salutava.
Io ricordo Salvatore (ancora attivo), Pesciolino (Nicolino Caruso), D'amico Antonio e
Amerigo (col salone sotto i portici della piazza), Edmondo, Mascellone, Pavone,
Peppino... i barbieri del mio paese, Castel di Sangro! Su indicazione di mio fratello,
andavo da Peppino, perchè nostro lontano parente: incontrarlo con i capelli fatti da altri
sarebbe stato un'offesa, professionale ed umana! Ma ognuno avrà memoria e ricordi di
quelli del proprio luogo di nascita e residenza.
Poi, alla fine del XIX secolo l'americano Gillette inventò un “rasoio di sicurezza” nel
quale la disposizione di una sottile lama d'acciaio, da lui stesso ideata, evita a chi l'usa di
tagliarsi.
Più di recente, il rasoio elettrico, composto da un motorino elettrico, della potenza da 4
a 10 W, posto entro una custodia che ne forma l'impugnatura per l'impiego. Il motore
aziona sia un gioco di lame, a pettine, in moto alternativo, sia uno o più dischi o coltelli
rotanti. Entrambi i tipi tranciano i peli invece di piallarli, mentre una reticella metallica
molto sottile mantiene diritti i peli durante il movimento delle lame.
Ai barbieri sono subentrati i parrucchieri, i coiffeur, gli acconciatori, per uomo e donna,
dotati anche di manicure, pedicure ed altro.
I locali arredati con lavabi moderni, pieni di luci e specchi. Lo shampoo vien fatto con
la testa in su, racchiusa in un apposito, anatomico raccoglitore d'acqua. Il personale è
vario, pronto a servire. Alla fine ne conosci i nomi, maturi preferenze per questo o
quello: assurge ad amicizia?
Se scopri un parrucchiere a miglior prezzo sei tentato di provarlo.
La gente non ha tempo di aspettare e normalmente necessita la prenotazione.
Nel breve periodo di attesa del proprio turno o per lasciar asciugare smalti, tinture o
altro... si sfogliano riviste di divi, auspicando di uscirne un pò più simili a loro!
*[email protected]
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ALLE RADICI DELLA STORIA EVENTI EPICI... MITI... LEGGENDE.
di Daniela Ferraro*
SEMINARA E L’ENIGMA DELLE MADONNE NERE
E’ chiamata “Maria Santissima dei poveri” la splendida statua in legno di cedro poggiante su un
trono in oro e argento laminato e che, per le particolari fattezze, richiama senz’altro l’arte arabobizantina. In braccio, la statua pure lignea raffigurante Gesù Bambino con il saio legato da un
cingolo, in una mano un globo sormontato da una piccola croce, nell’altra un rametto.
Leggendarie le sue origini: sembra che il simulacro, originariamente appartenuto al vescovo
Basilio di Cesarea, sia stato poi portato in Occidente da alcuni monaci basiliani in fuga a causa
delle persecuzioni iconoclaste di Leone III L’Isaurico. Distrutta la città di Taureana (dove esso
aveva trovato un primo alloggio) a seguito di un’incursione saracena, fu abbandonato dai
fuggiaschi lungo la strada nei pressi di Seminara. Rinvenuto in seguito nella campagna circostante
sotto un mucchio di sassi, alcuni nobili cercarono di trasportarlo, ma inutilmente: era troppo
pesante! Riuscì invece nell’intento la povera gente alla quale il simulacro risultò, invece,
decisamente leggero (da qui l’appellativo di “Madonna dei poveri”.) Nel corso del ‘700 il gruppo
ligneo ricevette in dono l’attuale trono in argento laminato da parte di una ricca famiglia spagnola
per poi (scampato miracolosamente a ben due terremoti) trovare posto nell’attuale santuario di
Seminara (1975) che da lui prese il nome. Lo strano particolare: gli incarnati della Vergine e del
figlio sono bruni! Ed è così che anche la Madonna dei poveri si colloca all’interno dello strano
mistero aleggiante attorno a diverse altre statue dal nero colorito diffuse non solo in Calabria (la
Madonna Nera dei Carbonari a Longobucco, la Madonna della Sacra Lettera a Palmi , la Maria
Santissima di Patmos a Rosarno, la Madonna Nera di Capocolonna di Crotone) ma anche in altre
diverse parti d’Italia e dell’Europa (specie in Francia dove ve ne sono ben 180) e del mondo
(America latina, Africa, Filippine). In alcuni casi il particolare colorito è dovuto a motivazioni di
carattere naturale come, ad esempio: il colore bianco originario del volto è stato annerito dal fumo
(delle candele o di un incendio) o è solo conseguenza dell'alterazione dei pigmenti a base di
piombo della pittura o è dovuto a fenomeni di ossidazione del metallo che lo rivestiva. Si ritiene,
ancora, che esso sia dovuto a un adattamento ai caratteri somatici di popolazioni non europee o
che derivi da una precisa scelta stilistica e teologica che preferisce oscurare la fisicità a vantaggio
di una rappresentazione più decisamente spirituale del divino. Nel caso della Madonna di
Seminara, ad es., molti studiosi sostengono che il suo colore bruno sia dovuto semplicemente a
un’alterazione dei pigmenti a base di ossidi di ferro seguita all’esposizione al fuoco dell’incendio
della città di Taureana. È indiscutibile, comunque, che nella maggior parte dei casi il culto della
“Madonna nera” sia da collegarsi a qualcosa di molto antico quanto misterioso. Farebbe esso,
infatti, riferimento al culto pagano della “Grande Madre” venerata in tempi remoti in diverse parti
del globo e sotto i nomi più diversi quali Gea, Iside, Demetra, Artemide, Diana, Epona.
Era essa appunto la dea Myrionyme (la dea dai mille nomi) e non si può non evidenziare quanto
la stessa parola Myrionyme ricordi da vicino Myrion, il nome di "Maria".
Gea, la dea della terra, si presentava per l’appunto sotto un duplice aspetto: uno positivamente
luminoso in quanto legato alla fertilità e all’abbondanza, l’altro negativo, oscuro, facente
riferimento all’infertilità e alla carestia. Egualmente duplici il volto di Iside e di Demetra e delle
altre divinità tutte legate al ciclo eterno e continuo della vita, dalla nascita alla morte per poi la
rinascita all’interno di un misterioso susseguirsi di simboli e allegorie. Iside, in particolare, veniva
rappresentata col figlioletto Horus tra la braccia (come le nostre Madonne), il volto oscurato anche
per la perdita del suo Osiride e lo stesso valeva per Demetra, sofferente per la ciclica perdita della
figlia Persefone divisa tra il mondo dell’Ade e quello della superficie. Una religione primigenia,
dunque, di carattere matriarcale che solo in tempi più recenti sarebbe stata sostituita da quella di
carattere patriarcale ma che ancora vive nel cattolicesimo all’interno del suo particolare
sincretismo con culti e leggende derivate dal mondo pagano.
*[email protected]
25
MOSTRE E CONCERTI
di Rocco Ferri*
●MEMLING. RINASCIMENTO FIAMMINGO - SCUDERIE DEL QUIRINALE
ROMA - Piazza del Quirinale – fino al 18 gennaio 2015
Orario: da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00; venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. L'ingresso è
consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura.
Biglietti: intero € 12,00; ridotto € 9,50. Il biglietto ridotto è valido per i seguenti visitatori:
- giovani fino a 26 anni- insegnanti in attività (esclusi professori universitari)- gruppi convenzionati
- forze dell'ordine e militari con tessera di riconoscimento- giornalisti con regolare tessera dell'Ordine
Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti) ridotto speciale € 7,00
L'ingresso gratuito è valido per i seguenti visitatori:- bambini fino a 6 anni- disabile (accompagnatore
gratuito)- invalido (accompagnatore gratuito)- guide turistiche Regione Lazio
In prima assoluta in Italia mostra monografica sul pittore fiammingo Hans Memling, grande
protagonista della scena internazionale del suo tempo, tanto da influenzare di ritorno la pittura
italiana del primo Cinquecento. In particolare il focus della mostra sarà quello di gettare uno
sguardo approfondito sulla relazione di Memling con le grandi nobiltà italiane che formavano la
sua ricca committenza. Tra i suoi capolavori il Trittico Donne (1470), il Giudizio Universale del
Trittico di Danzica (1473), il Trittico del Matrimonio mistico di Santa Caterina (1479), il
Reliquiario di sant'Orsola (1480).
● VAN GOGH. L'UOMO, LA TERRA, IL LAVORO - PALAZZO REALE
MILANO – Piazza del Duomo, 12 - fino all’8 marzo 2015
Orario: lunedì dalle 14.30 alle 19.30; da martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30. Giovedì e sabato
apertura prolungata fino alle 22.30 (ultimo ingresso un'ora prima della chiusura).
Biglietti: € 11; ridotto € 9.50; ridotto speciale € 5.50.
Speciale famiglia: 1 o 2 adulti + bambini (da 6 a 14 anni), € 9.50 adulto e € 5.50 bambino.
Una retrospettiva dedicata a Van Gogh, genio pittorico olandese - molto poco compreso in vita attivo nella seconda parte dell'Ottocento. Il tema della mostra evoca gli spazi contadini tanto cari a
Van Gogh - tanto da aspirare egli stesso per molto tempo di fare il pastore - in cui l'uomo si
confronta con la natura e la sua forza, tentando di domarla coi propri mezzi per averne un vantaggio
che è sempre dapprima la sopravvivenza.
●ESCHER – CHIOSTRO DEL BRAMANTE – fino al 22 febbraio 2015
ROMA – Arco della Pace, 5
Orario: ogni giorno dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 20.00. Sabato e domenica dalle 10 alle 21. Lunedì
chiuso. La biglietteria chiude una ora prima.
Biglietti: - Intero € 13,00 (audioguida inclusa) - Ridotto € 11,00 (audioguida inclusa): ragazzi da 11 a 18 anni
non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti (con documento); militari di leva e appartenenti alle forze
dell’ordine; portatori di handicap.
150 opere di Escher (17.6.1898/27.3.1972), artista grafico e incisore olandese conosciuto per le sue
incisioni su legno, mezzetinte e litografie che stravolgono i principi naturali della fisica proponendo
uno sconvolgimento delle dimensioni sorprendentemente ordinato nella sua geometria.
*[email protected]
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IN LIBRERIA
di Carmelo Pelle*
OPERE - ROMANZI BREVI E RACCONTI di Corrado Alvaro. Ed. Classici Bompiani,
pag. 933, indice escluso. €16.00.
Questo secondo volume delle Opere di Corrado Alvaro contiene i più bei racconti del grande scrittore
calabrese. Da Il mare ai Settantacinque racconti a La moglie e i quaranta racconti, vengono qui presentate
storie varie, di vita contadina, di analisi psicologica e di costume. Storie in cui Alvaro si presenta al tempo
stesso sia come narratore puro che osservatore, cronista appassionato di un'Italia che, pur non esistendo quasi
più, è rimasta nel cuore di tutti come fondamento di una insopprimibile nostalgia.
La raccolta è curata da Geno Pampaloni, con una prefazione datata 1994, sempre attuale.
Corrado Alvaro ha inseguito sino agli ultimi anni delle sua vita, il progetto di un grande romanzo, ma il meglio
di sé va ricercato nei racconti, dove trova il giusto ritmo di narratore allusivo. Sorprende in Alvaro la
conoscenza del mondo contadino e della media e alta borghesia: in sintesi, la conoscenza dell'animo umano al
femminile e al maschile, senza distinzione di censo e di cultura.
Gente in perenne attesa...e una speranza segnata dal destino, nei canoni del fatalismo meridionale.
I racconti, i cui protagonisti si trovano in località italiane o all'estero, sono tagliati nella “stessa stoffa”: un
moto pendolare tra le diverse città e paesi di origine, immancabilmente poveri e arretrati, segnati da una
struggente nostalgia, nella solitudine. Moto che Luigi Meneghello, partigiano, giornalista e scrittore, di chiara
fama, nel 1993, definisce “dispatrio” in un suo libro così intitolato. I racconti sono tutti bellissimi e c'è
l'imbarazzo della scelta.
Mi limito a segnalare: Il mare (pag.5), L'ultima delle mille e una notte (pag.85), Gelosia (pag.615), La
ricchezza (pag.821), La moglie (pag.919).
Non è possibile analizzarli tutti, anche per ragioni di spazio, ma un saggio della grandezza espressiva di
Alvaro può desumersi dalla lettura dei 3 racconti dei quali si trascrive: l'incipit del racconto La Cavalla nera;
il brano intermedio estrapolato da Solitudine e la romantica conclusione de Gli Uomini.
Da Cavalla nera (a pag.133, incipit): Il mio vicino pareva un uomo di coccio; anch'io sembro di coccio (...)
come quelle figurine che vengono su dagli scavi, e di quei pupazzi che si fanno ancora con la creta: il tipo del
vecchio uomo da vecchio seme. Il surrealismo di Alvaro, il linguaggio allegorico delle "cose", costantemente
lirico, disincantato..
Da Solitudine (pag.29, brano intermedio): “Come nel sonno, riandavo ai tratti del suo volto, riconoscendo un
paesaggio caro, e sentivo che ella sorrideva; avevo l'impressione di chi tocchi un fiore. Mi scossi e gridai: “Ti
amo! ti voglio amare, Elfrida, aiutami tu!” L'irrefrenabile bisogno di amare e di essere amati, un retaggio dei
poeti del 300, con l'aggiunta di una “possessività” inimmaginabile, delirante...
Da Gli uomini (pag.808, brano finale): “E poi perché ha seguitato a giocare? Mi dice perché ha seguitato, mi
spieghi bene il perché" Egli aprì la mano: "Così, tanto per..così, per niente! " Ella lo interruppe:" Come si sta
bene qui" Ora si accomodava in una posa tranquilla e debole,ed era questo il modo di allontanare la
vergogna ,per essere superiore a lui, Infatti era bella... “Non vuol dirmi perché ?” Lo sfiorò con la mano, e
per poco egli la trattenne sino al polso. “Per vederla, ecco.” egli disse battendo gli occhi. La vide più vicina,
come una grande luna, e come questa, il suo viso pareva sfumato e opaco.
Ella replicò semplicemente: “Eccomi” Si sentì il cannone del mezzogiorno; una campana troppo vicina si
mise a suonare e vinceva i colpi del cuore. Ella si levò in fretta, certo pensando che era necessario andasse a
presiedere ai preparativi per il pranzo. “Come siete strani voi uomini; non si sa mai cosa pensate” disse ,
rassettandosi tranquillamente. Tutto in quella stanza ricadde nella solitudine; le cose che ella aveva
guardato, e che si erano rallegrate della sua chiara presenza, tornarono solitarie e senza ricordi. Un atto
d'amore fugace, senza fronzoli e senza domani, da donna moderna, libera, disinibita con il contorno del solito
linguaggio delle “cose” distaccato ed indifferente...
Note - Corrado Alvaro, letterato, poeta, giornalista, nato a San Luca di Aspromonte, Reggio Calabria, il 15
aprile 1895, e morto a Roma l'11 giugno 1956, è ritenuto il più grande tra gli scrittori calabresi dell'epoca
moderna. Tra le sue numerosissime opere (fu molto prolifero) si segnalano; Poesie giovanili (1917), La siepe e
l'orto (1920), Vent'anni (1930), Gente d'Aspromonte (1930), Quasi una vita (1950) vincitrice del Premio
Strega 1951. Sempre nel 1950 Mastrangelina (1960, postumo) secondo romanzo del ciclo Memorie del
mondo sommerso.
[email protected]
pelleilcalabro.blogspot.com
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BLOCK NOTES
di Carmelo Pelle *
Com'è noto, la rubrica “Per strappare un sorriso", condotta, da tempo, dal dr. Giuseppe
Spinelli, con grande humour e molto apprezzato dai lettori, è quindi una rubrica fissa. Anche
per questo numero era stata allestita e impaginata ma inaspettata è giunta in redazione, poi
diffusa in tutta la famiglia CIDA EPNE INPS ed ERATO CIDA INPS, la notizia della tragica
morte avvenuta l’11 settembre, in ufficio, del dr. Dario Cacciavillani, di anni 38, dirigente del
Settore Rimborsi per Affari Istituzionali del ministero dell'Economia e Finanze, in Roma,
genero del dr. Spinelli.
In segno di rispetto per il dr. Spinelli, la redazione unanime ha deciso di sospendere
momentaneamente la rubrica.
Il dr. Cacciavillani lascia due figli, Margherita di 7 anni, Giovannino di 5 anni, e la moglie,
Simona, 37 anni, vice prefetto in servizio al ministero degli Interni,in Roma.
Una fine estate 2014 tremenda per la CIDA EPNE INPS e il gruppo ERATO:
L'11 agosto, minato da un male incurabile, è scomparso il dr. Mario Montesi, 89 anni
compiuti, già Vice Direttore Generale dell'INPS, fedele servitore dell'istituto, innamorato
della CIDA-INPS e del Gruppo ERATO, presente ad ogni evento e sempre pronto a
partecipare generosamente alle nostre iniziative benefiche. Lascia la moglie Luisa Marchetti,
iscritta ERATO, sposata nel lontano 7 settembre1958, ed il figlio Andrea di 47 anni.
Il 5 agosto è scomparso anche il dr. Alfredo Terzo, minato da un tumore al cervello,
consigliere nazionale e Segretario Vicario della Sezione ex CIDA INPDAP, dirigente della
Struttura Provveditorato e Approvvigionamento presso la Direzione Generale INPS, di anni
50.
Lascia la moglie Simonetta Evangelisti, di anni 49, la figlia Lavinia di 11.
Il dr. Terzo era entusiasta del Gruppo ERATO, al quale si era iscritto ed era destinato, per la
sua bella penna, a curare la rubrica “L'Italia dei campanili”.
Suo l'allestimento del sito www.cidainps.it con le sottovoci Erato Gruppo ed Erato Rivista,
che a breve entrerà in funzione.
Ci mancheranno..
Con un groppo alla gola per la commozione, utilizzando questa pagina, porgo le più sentite
condoglianze alle famiglie Spinelli, Cacciavillani, Montesi e Terzo, anche a nome dell'intera
CIDA EPNE INPS (Presidente, Segretario Generale, Segreteria, Responsabili Regionali ed il
Segretario della CIDA EPNE della Direzione Generale INPS).
Gesù disse: “Io sono la Risurrezione e la Vita; chi ha fede in me, anche se muore, tornerà a
vivere...”. Vale per i credenti.
Per i non credenti, come per i credenti, è valido anche l'invito a ricordare Dario, Mario e
Alfredo, continuamente, come se fossero ancora con noi.
In tal modo li sentiremo sempre vivi e vicini
Per credenti e non credenti, all'unisono, una preghiera semplice, convinta: “Sia per loro lieve
la terra...”
*[email protected]
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SINDACATO… SINDACALE… SINDACATO
PASSI AVANTI DEL DIALOGO SOCIALE EUROPEO IN ITALIA.
di Paolo Cannavò*
Nel corso del primo semestre di quest’anno due eventi significativi hanno caratterizzato
l’evoluzione del Dialogo Sociale Europeo in Italia:
a) Il 14 marzo si è svolto a Roma a Palazzo del Gallo il Convegno “Dialogo Sociale Europeo,
forza di modernizzazione e cambiamento” promosso dalla Associazione Italiana di Studio del
Lavoro per lo viluppo organizzativo, prima iniziativa specifica che si svolge nella Capitale.
Ha aperto i lavori il Presidente, dr.ssa Maria Grazia DE ANGELIS, la quale ha sostenuto che
“L’attuazione nelle imprese e nei gruppi di imprese di dimensioni comunitarie di una procedura
per l’informazione e la consultazione dei lavoratori rappresenta un banco di prova per chi vuole
veramente dare impulso a un ammodernamento delle relazioni industriali anche in chiave
organizzativa nell’ambito del Dialogo Sociale Europeo. Da questo punto di vista nel prossimo
semestre di presidenza italiana sia le parti sociali che il Governo Renzi possono misurarsi in una
sfida costruttiva dove possono vincere tutti”. E nelle conclusioni ha sottolineato che il Dialogo
Sociale Europeo “dovrebbe determinare i contenuti del rapporto di lavoro e provvedere alla
distribuzione della ricchezza prodotta dal Paese secondo criteri di equità e solidarietà sociale”.
Il dibattito, ricco e qualificato, è stato coordinato dal dr. Romano BENINI docente di Politiche del
Lavoro, che – tra l’altro – ha affermato “solo dalla condivisione di regole e strumenti comuni
sulle relazioni industriali e per il dialogo sociale è possibile un’Europa del lavoro e della
collaborazione tra le nazioni e limitare gli effetti distorsivi del mercato finanziario e della
competizione.”
Tra i temi più “forti” è stato segnalato, in particolare dal dr. Luigi CAPRIOGLIO Segretario
Generale della Conféderation Européenne des Cadres, che la Unione Europea, rendendo esplicito
sul piano normativo il dialogo sociale, riconosce alle parti sociali la possibilità di diventare i
principali operatori nella costruzione dell’Europa sociale. In concreto con lo strumento del
Dialogo Sociale Europeo, le parti sociali hanno la possibilità di affrontare e regolamentare a
livello europeo temi rilevanti quali l’occupazione, la modernizzazione del mercato del lavoro, il
miglioramento delle competenze e delle qualifiche dei lavoratori, la promozione delle pari
opportunità, la prevenzione di tutti quei fenomeni che creano disagio lavorativo, quali lo stress, il
mobbing, le molestie. Da questo punto di vista, e in particolare, l'Avv. Maurizio CERCHIARA,
presidente Confederazione degli Studi di Logistica Internazionale, ha evidenziato come
“..nell’ambito del Dialogo Sociale Europeo sono auspicati accordi per l’applicazione dell'istituto
della partecipazione del lavoratore subordinato ai profitti dell'azienda e per la regolamentazione
della Finanza affinché non scarichi più i suoi devastanti effetti sull'economia reale, fondata sul
lavoro e sull'impresa”.
Decisamente significativa è la “vision” proposta dall'Associazione Italiana Direzione del
Personale, attraverso il dr. Michele TRIPALDI, Vice Presidente nazionale e Presidente nel Lazio
“E’ forse giunto il momento in Italia, partendo dagli spunti e dalle indicazioni provenienti dal
Dialogo Sociale Europeo, di riprende quella parte “sana” della nostra tradizione sindacale
legata alle relazioni industriali “responsabili” e che ha visto, ad esempio nella politica dei redditi
e nella concertazione degli anni 90, un importante strumento di confronto e di gestione delle
principali leve socio-economiche del sistema paese. Per troppo tempo, nell’illusione di
“liberarsi” da lacci e lacciuoli si è inteso “procedere divisi”, nell’illusione che la vera libertà sia
la solitudine e non invece una sana e costruttiva “partecipazione responsabile”. Questa crisi, che
non è più congiunturale ma “geologica”, ce lo impone!”.
29
Il dr. Fernando CECCHINI, esperto del disagio lavorativo e mobbing, ha ampliato questi ultimi
contenuti. denunciando "La scarsa sensibilità e attenzione, da parte di tutte le parti sociali
italiane e degli stessi media, all’applicazione di accordi quadro europei già consolidati come
quello in tema di stress da lavoro correlato e quello riguardante le violenze morali in ambito
lavorativo”.
I motivi per cui in Italia il Dialogo Sociale Europeo sia poco conosciuto, sono stati stigmatizzati
dal dr. Sergio GRAZIOSI, Presidente onorario della Federation Européenne des Cadres des
Transports, il quale ha avuto modo di constatare come la stessa “abbia più volte tentato di
inserirsi nelle commissioni del dialogo europeo settoriale senza però riuscirci. Infatti tali
commissioni, dove siedono rappresentanti del mondo delle imprese e del mondo sindacale sono
praticamente monopolizzate dalla Confederazione Europea dei Sindacati, dove militano le nostre
CGIL, CISL e UIL.” Una sorta di numero chiuso, praticamente blindato. La Federazione Europea
dei Manager delle Costruzioni, tramite il sottoscritto, che ne è il Presidente ha proposto che: “Il
Dialogo Sociale Europeo sia uno strumento complesso, ma efficace in Europa, in grado di creare
un’etica industriale condivisa in EU27. Il sistema integrato delle Costruzioni sembra essere
quello più idoneo a introdurlo inizialmente in Italia”.
b) Il Programma del “Semestre italiano 2014” proposto dal Presidente RENZI che - quasi in
risposta ai temi e all’invito del Convegno appena illustrato - dopo aver messo in evidenza anche il
ruolo dei porti europei come terminali logistici, la Macro Regione Adriatico-Jonica, le politiche
per l’Occupazione e i Giovani - ha posto esplicitamente l’esigenza di rafforzare il dialogo sociale europeo - e di cogliere le opportunità del Vertice sociale trilaterale di Ottobre.
Un evento eccezionale i cui frutti non tarderanno a maturare.
*[email protected]
Presidente FECC
Federazione Europea
dei Manager delle Costruzioni
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IL TORMENTONE SUI TAGLI ALLE “PENSIONI ALTE” È ORA DI SMETTERLA!
di Aurelio Guerra*
Il tormentone "tagli alle pensioni alte" continua: è ora di finirla!
E dunque ancora non siamo usciti dal periodo di ferie ferragostane e già, come si era intuito,
ricomincia l’attacco alle cosiddette “pensioni d’oro” ora più pudicamente ma anche più
pericolosamente definite “pensioni alte”.
Tale è infatti l’espressione con cui il Ministro Poletti individua il nuovo bersaglio di una politica
previdenziale destinata a salvaguardare non meglio precisati “esodati” o ancor più vaghe esigenze
di equità. Che vale rammentare che contributi di solidarietà già esistono in varia misura, che le
pensioni di importo anche solo medio sono da tempo praticamente prive di rivalutazione, che
normative sempre più stringenti colpiscono già le pensioni di invalidità e quelle di reversibilità?
Niente da fare. Il Ministro dice che le risorse del sistema previdenziale vanno usate per
un’operazione di redistribuzione interna che tuteli la fasce più deboli. Niente quindi diritti quesiti,
niente rispetto del patto sociale stipulato da decenni tra stato e cittadini, niente validità dei
trattamenti liquidati sulla base delle normative vigenti perché prioritaria è l’esigenza di assicurare
l’equità previdenziale tra i cittadini e la redistribuzione delle risorse economiche nel tempo
disponibili.
Qualche ingenuo potrebbe timidamente chiedere se a questo scopo non sia già preposto il sistema
fiscale che pure è ispirato da una sensibile progressività e se ben diverso sia il sistema e la finalità
della contribuzione che è strettamente connessa ai compensi percepiti nella vita lavorativa tanto da
far definire la pensione “retribuzione differita”. Perché quindi utilizzare le retribuzioni individuali
per interventi di solidarietà sociale che devono invece gravare su tutti i cittadini attraverso la
fiscalità e a che scopo allora differenziare le contribuzioni se poi non si ha una corrispondenza
con i futuri trattamenti pensionistici?
Ed inoltre, dove è finita la "certezza del diritto calpestando i diritti acquisiti?" Perchè propiziare
estenuanti e costosi azioni giudiziarie?
C’è molto da riflettere quindi per non assumere decisioni demagogiche ed improvvisate e
soprattutto per non aggiungere ulteriori incertezze ai già non indifferenti problemi dell'età
avanzata.
Ma ecco in questi ultimi giorni il colpo di scena: Renzi, Presidente del Consiglio, dichiara che la
questione non è nell'ordine del giorno del Governo. Gli fa eco suo vice, Delrio. che parla di colpo
di sole di qualche membro del Governo, con chiara allusione al ministro Poletti.
E' auspicabile, pertanto, che la questione non venga riaperta, per batter cassa, da qualche
economista d'accatto, in autunno, che, sotto l' aspetto sindacale, molti esperti prevedono caldo.
*[email protected]
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FUORI DAL CORO
di Giuseppe Beato*
In un'atmosfera resa un po’ surreale dalle vacanze estive, si è compiuta l’unificazione definitiva
(speriamo non definitiva diciamo noi) dei servizi della tecnostruttura dell’Istituto, che - ancora
dopo due anni e otto mesi dalla soppressione di INPDAP ed ENPALS del dicembre 2011 perdurava in buona parte differenziata fra uffici di responsabilità dirigenziale generale “INPS” ed
uffici “ex-INPDAP” gestione pubblica: a metà luglio, il nuovo Ordinamento dei servizi è stato
approvato. Ciò significa che una parte importante -quella che riguarda la configurazione e
distribuzione degli uffici più importanti al centro e sul territorio- del processo di integrazione in
INPS delle risorse umane e strumentali e dei processi di lavoro degli Enti soppressi è stata
effettuata. Né banale è stato il seguito all’emanazione delle due Determine di riorganizzazione,
cioè l’attribuzione degli uffici lì previsti ai diversi dirigenti delle tre realtà unificate.
Sono tutti contenti dopo questo difficile e lungo parto? Sicuramente non sono contenti molti
dirigenti provenienti dagli Enti soppressi, ma domani potrebbero essere scontenti i veri proprietari
dell’INPS: gli utenti.
Cerchiamo di spiegare di seguito le ragioni.
Il nuovo Ordinamento dei servizi è stato varato sulla base dei presupposti sanciti dal precedente
Piano industriale – aprile 2014 – che era stato a sua volta richiesto due anni prima dal Ministro
del Lavoro Fornero agli Organi dell’Istituto in stretta relazione con l’accorpamento in INPS delle
funzioni istituzionali dei soppressi INPDAP ed ENPALS. Ma non solo. L’INPS ha acquisito negli
ultimi anni anche la gestione pressoché completa degli adempimenti amministrativi tecnici ed
erogativi relativi alle pensioni di invalidità prima gestiti da altri Enti pubblici, nonché il compito
di realizzare e gestire il casellario dell’assistenza e la banca dati degli ammortizzatori sociali.
Il tema chiaro del piano industriale richiesto era - come in tutte le realtà aziendali che
incrementano e modificano le proprie “mission” - la ridefinizione degli assetti fondamentali
dell’Istituto alla luce delle accresciute attribuzioni istituzionali ricevute dal Parlamento. Ben lungi
da essere una partita da gestire solo in termini di risparmi e di tagli finanziari e di personale, il
legislatore ha affidato all’INPS, in ragione dei meriti gestionali acquisiti nel corso degli ultimi tre
decenni, il compito di ridefinirsi come Ente di gestione generale di una parte preponderante del
welfare italiano: previdenza, assistenza, supporto alle imprese in crisi, credito agevolato ai
lavoratori non solo pubblici, gestione delle pensioni d’invalidità, ruolo attivo dal punto di vista
gestionale-informativo nella politica del lavoro.
Il ruolo e il peso dell’INPS nel nostro Paese è sintetizzabile in pochi dati: flusso finanziario
annuo di circa 750 miliardi di euro fra entrate e uscite (le spese dell’Amministrazione statale si
attestano sui 450 miliardi di euro l’anno); 23 milioni di lavoratori iscritti alle gestioni
previdenziali e 21 di pensionati (la quasi totalità dei cittadini italiani è ora destinataria di
erogazioni finanziarie dall’INPS a titolo di previdenza, assistenza o sostegno alle politiche del
lavoro); 4 miliardi per spese di funzionamento gestite (importo pari a circa il doppio del bilancio
di Comuni quali quelli di Roma, Milano, Napoli e Palermo). A ciò si aggiunga che l’acquisizione
di circa 6 milioni di utenti del pubblico impiego – fra dipendenti e pensionati – e i compiti di
realizzazione delle banche dati dell’assistenza e degli ammortizzatori sociali implicano la
circostanza ,affatto nuova per l’INPS, del prodursi di un orizzonte di circa 20.000 nuovi rapporti
istituzionali, corrispondenti alle Amministrazioni pubbliche
Queste le premesse. Di questo contesto di riferimento si doveva tenere debito conto in occasione
della predisposizione del Piano industriale e dell’Ordinamento, rafforzando e potenziando anche
la Tecnostruttura, centrale e periferica.
Chi scrive aveva proposto - all’inizio su questa rivista poi come Associazione dei dirigenti e
professionisti ex INPDAP - di istituire cinque poli di gestione delle macrofunzioni dell’Istituto
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(pensionistico, assistenziale, degli ammortizzatori sociali, della banca dati e dei beni e servizi di
funzionamento), ciascuno con un vertice di responsabilità dirigenziale generale a diretto riporto
del Direttore generale. Poi c’era la possibilità e l’utilità di creare sul Territorio almeno 6 aree
metropolitane, come del resto previsto in un’informativa del Direttore generale ai Sindacati
diffusa due anni fa. Sarebbe stato utile istituire dei distretti territoriali interregionali con
competenza specifica: patrimonio, anticorruzione, rapporti con le autonomie locali per la
realizzazione delle banche dati dell’assistenza e degli ammortizzatori sociali. Non stravagante era
anche l’ipotesi di elevare tre Sedi regionali alla responsabilità dirigenziale generale. Si sarebbero
utilizzati i 48 posti di responsabilità generale assegnati all’Istituto al termine della spending
review per funzioni strategiche di supporto, rafforzando gli uffici territoriali, nell’ottica di una
dialettica più ravvicinata che in passato con le autonomie locali.
Invece, il Piano industriale “a tendere” e l’Ordinamento dei servizi che ne è conseguito hanno
sviluppato un quadro di attività e di organizzazione dell’INPS delineato in termini di assoluta
continuità con il passato, come se negli ultimi anni non si fosse prodotto alcun cambiamento
istituzionale, non solo sul piano delle dimensioni ma, anche e soprattutto, della varietà delle
attribuzioni conferite dal legislatore. Ne è derivata, un mese fa, una tecnostruttura immutata sul
Territorio ed incrementata al centro di 7 direzioni centrali, senza alcuna distribuzione in
dipartimenti di area. Sono stati “dispersi” 13 preziosi posti di responsabilità dirigenziale generale regolarmente assegnati dal Governo - destinati ad altrettante Strutture di progetto “temporanee” le
quali, pur formalmente legittime (a termini dell’articolo 16 del d.lgs 165/01), potranno arrecare
benefici minori rispetto all’efficacia che avrebbe avuto una loro diversa configurazione.
Secondo noi, il tema del nuovo Ordinamento dell’INPS rimane aperto, non solo perché è urgente
riempire immediatamente di contenuti operativi validi e utili le competenze assegnate alle
Strutture di progetto, ma, di più, per modificare le aree da presidiare con i posti di responsabilità
dirigenziale generale.
C’è, infine, ma non ultimo in ordine d’importanza, un altro tema legato alla nuova
organizzazione dell’Istituto: l’integrazione fra risorse umane preesistenti ed acquisite di recente.
L’integrazione può e deve essere conseguita cercando di sacrificare al minimo le componenti,
dirigenziali e non, del personale “assorbito”. In questo senso, l’elemento che balza subito agli
occhi degli osservatori è la recente assegnazione dei posti di Strutture di progetto, concepiti come
uffici di seconda fila, riservata solo a dirigenti provenienti dagli Enti soppressi. Non sembra, in
questo senso, che siano stati osservati criteri oggettivi di attribuzione degli incarichi, al di là del
riferimento teorico - presente nel provvedimento di assegnazione degli incarichi - alla
Determinazione n. 188 dell’ottobre 2009, adottata in epoca anteriore all’accorpamento. Questo
schema mentale e operativo utilizzato per l’assegnazione dei posti di responsabilità di prima fascia
sarà replicato anche al momento dell’assegnazione dei posti di seconda fascia e dei coordinamenti
professionali (e degli altri posti di responsabilità nelle aree professionali)?
Un’integrazione vera va concepita, non come mero processo di occupazione di posizioni,
dirigenziali e non: tale modalità è propria magari di una banca o di aziende private concorrenti,
non di un grande Ente pubblico. Un’Amministrazione pubblica deve, invece, prendere atto di
un’avvenuta “soppressione” di altro ente pubblico e del successivo trasferimento a sé delle
funzioni, ma operare con le risorse acquisite in termini di coinvolgimento attivo. Operare
ingiustamente nei confronti di una parte del personale - è sempre utile ricordare che 7.000 degli
attuali 30.000 dipendenti INPS provengono da storie ed esperienze lavorative diverse, acquisite
proprio nelle materie che il legislatore ha attribuito - significa soprattutto impedire che i nuovi
arrivati si identifichino come INPS, che si sentano in una nuova casa comune, non come intrusi,
ma come parte utile e necessaria. Un’integrazione condotta con prudenza ed equità, lungi
dall’essere operazione “autoreferenziale” di limitato interesse, è di grande utilità per l’utenza
dell’Istituto perché valorizza nuove e preziose energie umane e professionali.
Riflettiamo bene tutti.
*[email protected]
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IL NOSTRO ORGANIGRAMMA
COMITATO ESECUTIVO
Coordinatore:
Carmelo PELLE
Vice:
Rocco FERRI
Giuseppe SPINELLI
Amministrazione:
Rosario PROCOPIO
Organizzazione:
Silvana COSTA
Relazioni Pubbliche:
Scipione GIOFFRE’
Segretario:
Alberto CECI
COMITATO DI REDAZIONE
Coordinatore:
Redattore Capo:
Redattori:
Carmelo PELLE
Silvana COSTA
Antonio PILLUCCI
Giuliana COSTANTINI
Aurelio GUERRA
RESPONSABILI DI SETTORE:
Giuseppe BEATO
Giuliana COSTANTINI
Antonio DE CARLO
Antonio DE CHIARO
Adriano LONGHI
Ezio NURZIA
Claudia PELLE
Giulio SORDINI
Rosario ZIINO
problematiche Cida
cinema
questioni sociali
musica classica
poesia in vernacolo
turismo e visite guidate
spiritualità
teatro in romanesco e pittura
escursioni e sport
RAPPRESENTANTI PERIFERICI:
Attilio AGHEMO (Torino) - Gaetano BARTOLI (Palermo) - Rosario BONTEMPI (Regione Piemonte) Lillo BRUCCOLERI (Genova) - Bruno DE BIASI (Oristano) - Marino FABBRI (Reggio Emilia) Giuseppe GIGLIOTTI (Cosenza) - Mario LOMONACO (Campobasso) - Armando LO PUMO (Genova)
- Mario MIRABELLO (Catanzaro) – Elio PELAGGI (Catanzaro) - Salvatore PINTUS (Genova) Gesuino SCANO (Sassari) - Mario SCOCCHIERI (Locri) - Enrico VIGNES (Latina) - Vincenzo
VITRANO (Trapani) - Pietro ZAPPIA (Reggio Calabria).
L’adesione è libera. L’auspicio è di garantire la presenza di rappresentanti del Gruppo in ogni
provincia d’Italia.
INFO: sono Associati al Gruppo Erato automaticamente gli iscritti al Sindacato CIDA EPNE INPS
e per libera scelta il personale dell’INPS, in servizio o in pensione e le persone appartenenti ad altri
ambienti di lavoro su presentazione di un associato.
La tessera è gratuita per minori di 18 anni.
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III Trim. - ERATO CIDA INPS Gruppo Erato