ERATO Cultura… Costume… Sindacato… Attualità III TRIMESTRE 2014 luglio - agosto - settembre A cura del Gruppo Culturale Ricreativo ERATO CIDA-INPS, costituito in seno al SINDACATO NAZIONALE DEI DIRIGENTI E DELLE ALTE PROFESSIONALITÀ DELL’INPS ADERENTE ALLA CIDA EPNE Via Ciro il Grande n.21- 00144 ROMA -Tel. 06 59057488 -89 Fax 06 5915686 email: [email protected] - sito web: www.cidainps.it ERATO CIDA-INPS note di cultura, costume, sindacato, attualità destinate agli associati (diffusione online) Tutti i diritti sono riservati In caso di riproduzione totale o parziale citare la fonte SOMMARIO 3 4 5 6 7 8 9 11 12 14 15 16 18 19 21 22 25 26 27 28 29 34 in punta di penna zig-zagando tra le arti poeti in vetrina sono passati cent’anni e più cinema… cinema: impegno e disimpegno alimentazione e salute spiritualità universo donna l’Europa: per conoscerla, amarla, rispettarla forum: leggi e regolamenti grafologia: specchio dell’io un racconto breve a tavola con lo chef in giro per il mondo l’Italia dei campanili arti e mestieri alle radici della storia mostre e concerti in libreria block notes sindacato… sindacale…sindacato il nostro organigramma Il progetto grafico e la foto in copertina sono di Silvana Costa in arte Silco. “Fenicotteri in volo sulla laguna”- Pannello 80x80 dipinto a mano. Sulla silente laguna I fenicotteri rosa danzano... Le grandi ali protese Corrono verso il cielo dorato. Ovunque intorno è poesia. www.silvanacosta.it - [email protected] - ceramicando blog spot silco 2 IN PUNTA DI PENNA di Carmelo Pelle* DISPATRIO Sì, dispatrio, il titolo è esatto, non è un refuso. Di-spa-trio... scandito in metrica. Si tratta di un vocabolo introdotto nel linguaggio letterario da Luigi Meneghello, partigiano, poeta e narratore di chiara fama. Con "Dispatrio", un suo romanzo, uscito nel 1993. Con tale termine Meneghello ha voluto descrivere il perenne “pendolare” tra il modo di pensare, agire, divertirsi, soffrire, cibarsi, ecc di una persona nella località in cui si trova, per motivi e tempi vari, e quelli analoghi del proprio “paesello natio” spesso più povero e più arretrato. Un “pendolare” che peraltro avviene anche all'interno delle grandi città, tra coloro che si trasferiscono, sempre per tempi e modi diversi, da un quartiere all'altro, ad esempio, a Roma, dai Parioli, dal Celio, da Trastevere, dal Quadraro, da Tor bella Monaca, ecc, in un altro. Ciò accade anche in località di minore dimensione, sia al loro interno, sia nelle immediate vicinanze. Ciascuno di noi può portare la propria testimonianza. L'effetto di espatrio si verifica quasi in tutti i momenti della nostra esistenza. Paragoni ed oscillazioni pendolari al moltiplicatore... Non è escluso in campo della politica, anzi è quella che più si presta, viste le varie sfaccettature e... le scarse qualità dei protagonisti (popolo compreso). Ne sa qualcosa il ragazzo di Firenze Matteo Renzi, dapprima come Sindaco di Firenze, poi come Segretario del P.D., con plebiscitarie primarie e, dopo queste, da Presidente del Consiglio, ed ancora, dopo le elezioni europee, come capo del più forte partito europeo, il PSE, rappresentato a Strasburgo, con un pendolare incessante tra le varie capitali Parigi, Bonn, Londra, Lisbona, Madrid, la Cina, il Giappone, altri Paesi asiatici, gli Stati Uniti. Non male, visti i risultati, resi noti da tutti i mezzi di informazione nazionali e internazionali. La nomina di Federica Mogherini a capo della politica estera dell'Unione Europea è di importanza epocale. Molti apprezzabili risultati, nel trimestre di Luglio-Agosto-Settembre 2014, Renzi ha registrato anche in Italia, ma qui il dispatrio non c'entra. Ne parleremo nel prossimo numero, quando saranno completati i provvedimenti in itinere e avviati quelli annunciati, quali la legge elettorale, il mercato del lavoro (Jobs Act), la riforma della Pubblica Amministrazione e quella della Giustizia. C'è molta carne al fuoco che, se ben..." cucinata", cambierà l'Italia. *[email protected] 3 ZIG-ZAGANDO TRA LE ARTI di Silvana Costa* LA DONNA PRIMITIVA TRA ARTE E MAGIA Le testimonianze più salienti nella storia dell’arte, risalgono al paleolitico e si riferiscono alla pittura e alla scultura, come è stato rilevato da graffiti e dipinti realizzati all’interno di caverne e da piccole statuette. Rudimentali gli strumenti utilizzati: disegni effettuati con penne di uccello o con le dita, colori di origine naturale o vegetale e utensili in pietra oppure ossi acuminati per le incisioni scultoree. Anche i primi oggetti prodotti dall'uomo che sono arrivati fino a noi e ai quali possiamo attribuire una validità di arte appartengono per la maggior parte al periodo del paleolitico, dal greco palaios, antico, e lithos, pietra, ossia all’età della pietra antica, circa 2,5 milioni di anni fa, in cui si sviluppò la tecnologia umana con l'introduzione dei primitivi manufatti da parte di diverse specie di ominidi che riproducevano piccole sculture rappresentanti entità femminili di dimensioni minute scolpite o incise in materiali come corno, osso, avorio o pietra. Si riconosce quindi una intenzionalità artistica quando nell'oggetto non si ritrova una evidente utilità pratica, né intenti artistici, ma una forte capacità fantastica, testimonianza di un linguaggio spirituale, magico-mistico dell’essere umano, di ogni essere umano, che ci parla delle paure e delle passioni nella propria visione di vita. Numerosi reperti archeologici consistono in statuette femminili con forme molto marcate. Non essendoci dei corrispettivi maschili (non è stata trovata neanche una statuetta maschile paleolitica o neolitica!), gli studiosi sono giunti alla conclusione che la donna così rappresentata dovesse far parte di credenze culturali e spirituali. Caratteristica comune è l’esagerata accentuazione di alcuni attributi anatomici della donna, cioè fianchi, seni, e ventre, e la quasi totale inesistenza di altri particolari come viso, mani e piedi. Evidente il loro magico significato che ne chiarisce e ne motiva la deformità: propiziare la fertilità della donna e se seppellite nella terra favorire la disponibilità di cibo. Create in pietra calcarea o ocra rossa non sembrano essere state realizzate a fini estetici né decorativi, ma il loro significato va ricercato all’interno della magia e dei riti propiziatori mediante i quali si credeva di poter intervenire sulla realtà modificando, a proprio vantaggio, le leggi e gli eventi della natura. La più famosa scultura è la Venere di Willendorf, ritrovata in un sito austriaco e conservata presso il museo di storia naturale di Vienna. Tali oggetti dovevano avere una valenza positiva su avvenimenti e su attività intrinseche alla sopravvivenza, come la pioggia, i temporali, la nascita e perfino la morte. E soprattutto la nascita di un bambino doveva apparire, all'uomo preistorico, come un evento magico ed inspiegabile, tutto riconducibile alla donna. Non è escluso quindi che si trattasse di vere e proprie celebrazioni del potere proprio di generare la vita poiché non ci sono raffigurati bambini, né donne gravide e non c’è statuina che rappresenti l’atto del concepimento e il ruolo che l’uomo vi svolgeva. Quindi furono soprattutto le donne, maghe e mamme, misteriose fonti di vita e profonde conoscitrici della natura che contribuirono a creare un mondo mistico e magico, di cui sono state a lungo depositarie. Direttamente coinvolte nella direzione delle cerimonie religiose, si riteneva avessero un legame speciale con il mondo della magia e con le divinità. Una sorta di “stregone”, al femminile, un posto di rilievo all’interno di una comunità che riconosceva il valore delle donne, addette alla trasmissione delle storie degli avi e delle leggende, che mantenevano saldo il legame con il passato e conferivano un'identità al gruppo. In epoche successive sono state trovate ancora tantissime statuette femminili, spesso astratte, molte delle quali sotto forma di un triangolo. Nella simbologia primitiva, il triangolo era associato alla donna ed ai riti legati alla fertilità. La donna seguitò quindi a ricoprire, in modo più elaborato, una posizione eminente anche nella simbologia delle comunità preistoriche sedentarie, che continuarono a celebrarne ed onorarne la posizione e le capacità. *[email protected] 4 POETI IN VETRINA SETTEMBRE Settembre, con tenero abbraccio carezza e ristora i campi riarsi, le membra provate, che rese roventi la torrida estate. Settembre, pittore di tinte velate di oblio cui s’affidano anima e mente, fantastiche mete nel sogno a cercare. Settembre la pioggia s’alterna in folate leggere a sprazzi di sole che linfa ridanno a Lantana soave a Ginepro gentile. Giuseppe Tozzi IL RAGNO Sei lì, agli sguardi celato da una verde parete di foglie. Attento, paziente, immobile. Ti poni in agguato, guerriero solitario, in attesa di incaute prede. Ecco, un battito d’ali, un fremito, un sussulto. Fugge la vita tra lievi fili di seta dorati, illuminati, dall’ultimo raggio di sole. Silvana Costa ORIZZONTI Ho visto tanti Soli tramontare e sorgere e cieli e oceani tingersi d'azzurro e ventagli di luci come arcobaleni contendersi orizzonti irraggiungibili e perduti Ho visto... Angela Gonnella È QUESTA LA SPERANZA È questa la speranza che il cuore mai si trasformi in rudere o si perda quale lucciola errante, ma che abbia un’ancora e sempre stilli gocce d’amore, che respiri a fondo le ventate di gioia e irraggi l’entusiasmo del fanciullo che sogna il suo domani… Rossana Mezzabarba DA UN ANGOLO DIVERSO Mio Dio, potessi correre veloce oltre le umane misure del tempo che ci sommerge tutti, opaco e muto potessi riguardare a questo nodo che ci separa inerti e ci imprigiona, dall'angolo lontano della stella, segreto approdo di un segreto viaggio, premio all'assurda ostinata speranza! Giovanna Breccia DOPO LA TEMPESTA Nel bosco tutto era fermo, ferme le foglie sui rami bagnati, fermi nelle tane gli animali impauriti, ferme nello stagno le papere ad osservare quella natura bloccata dalla pioggia. Il sole rischiarò il cielo coperto da nubi ancora minacciose grigie come le rocce che spuntavano dal terreno. Nessuno osava uscire in quel luogo così bagnato, qua e là qualche insetto volava via… lontano. Poi gli animali iniziarono a venir fuori esitanti. E il bosco tornò ad animarsi di vita, il vento riprese a soffiare fischiando forte come per intonare un canto di gioia. Davide Moretti nato il 3.2.2000 (scritta a 11 anni) LA GLORIA Doppo cacciato l’urtimo piccione che stava tutt’er giorno appennicato su la testa de bronzo d’un prelato, morto da santo, ma prima birbone l’addetto comunale cor’ sapone coll’acqua e co’ coscenza da impiegato ridà a quer busto zozzo e scacarciato ‘na lucentezza manco fosse ottone. Prima de scenne alliscia la pelata come a pulije puro la memoria po’ dice sconsolato co’ ‘n’occhiata: “eccola qua la luce de la gloria che brilla solo quanno c’hai raschiata tutta la merda che sta ne la storia” Giuliano Cibati PASTELLI DI CIELO Quando il tramonto incontra l’aurora Il cielo si tinge di mille colori: usa i pastelli più belli per ricordare l’Amica operosa, per dire grazie al lavoro dei giusti, per dare calore a chi ne ha bisogno, per dire a tutti che è sempre Giorno. Daniela Troina Magrì CLOWN Affascini il cuore fanciullo di ogni età, con il tuo incedere buffo, le vesti colorate, il naso a palloncino, lo sguardo perso… Cantileni con voce stridula petulante sciocchezze incomprensibili. Inciampi su te stesso di proposito e voli maldestramente sull’arena. La gente ride e applaude anche quando il tuo cuore piange. Carmelo Pelle [email protected] 5 SONO PASSATI CENT’ANNI E PIÙ di Silvana Costa* CENTENARIO DI PIETRO GERMI - Regista e attore cinematografico italiano nasce il 14 settembre 1914 a Genova da Giovanni Germi, portiere d'albergo, e Armellina Castiglioni, casalinga e sarta. Unico maschio dopo tre sorelle, che lavorano in una nota sartoria, rimane orfano di padre quando ha solo 10 anni. Nel 1931 si iscrive al'Istituto Nautico San Giorgio della sua città e sogna di diventare capitano e di viaggiare. Frequenta la scuola fino all'ultimo anno, ma non consegue il diploma perché non si presenta agli esami finali nonostante gli eccellenti voti. Nel 1939 inizia la sua carriera di attore in Retroscena, in cui lavora anche come aiuto sceneggiatore e ancora con Gli ultimi filibustieri nel 1941, anno in cui sposa a Genova Anna Bancio che lo renderà padre nel 1947 con la nascita della figlia Marialinda. Intanto approfondisce le sue competenze studiando a Roma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, dove segue i corsi di regia di Alessandro Blasetti. Nel 1945 esordisce alla regia con Il testimone, di cui firma anche il soggetto, un giallo psicologico del tutto insolito negli anni del neorealismo. Seguono numerosi film: Gioventù perduta nel 1947 e In nome della legge nel 1949 con Massimo Girotti, uno dei primi film italiani sulla mafia, campione d'incassi, per il quale Germi riceve tre Nastri d'Argento e un Nastro d'Argento speciale che lo consacra come autore e con il dramma neorealista Il cammino della speranza del 1950 raggiunge per la prima volta un livello internazionale. Il film, presentato in concorso a Cannes, vince l'Orso d'argento e poi l'Orso d'oro al Festival di Berlino. E nel 1951 viene premiato come miglior film italiano al Festival di Venezia. Resta inattivo per quasi due anni, ma nel 1955, con Il ferroviere, gira una delle sue opere più riuscite ed intense. Ma la critica cinematografica di sinistra lo giudica negativamente più per le sue posizioni politiche che per l'effettivo valore estetico del film. Germi infatti aveva osato mettere in discussione lo stereotipo che la sinistra si era costruito della figura dell'operaio. Insomma il vero operaio non può essere un crumiro come il ferroviere di Germi, che già aveva intuito la trasformazione sociale della classe operaia. Critiche, queste della sinistra, che vengono però contraddette dal successo che la pellicola incontra presso il pubblico popolare in Italia, a Mosca e a Leningrado durante “La settimana del film italiano” e che viene considerato uno dei capolavori del regista genovese e una fra le ultime grandi espressioni del neorealismo cinematografico italiano. Ad esso succedono film come L'uomo di paglia (1958), e Un maledetto imbroglio (1959) tratto dal romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda: uno dei primi esempi di poliziesco italiano apprezzato, tra gli altri, da Pier Paolo Pasolini. Nel 1961 spiazza pubblico e critica dando alla sua carriera una svolta imprevedibile: comincia infatti a girare commedie pungenti, satiriche e grottesche. Con il capolavoro Divorzio all'italiana in cui tratteggia l'indimenticabile barone Cefalù interpretato da Marcello Mastroianni irretito dall'adolescente Stefania Sandrelli, apre questa nuova fortunata stagione della sua carriera; il film, scritto con Ennio De Concini e Alfredo Giannetti e incentrato sul malinteso senso siciliano dell'onore, riceve una nomination all'Oscar per la miglior regia, un'altra a Mastroianni come miglior attore ed ottiene quello per il miglior soggetto e sceneggiatura originale oltre ad altri prestigiosi riconoscimenti. Dal titolo del film ha preso il nome un certo tipo di commedia prodotta in Italia in quel periodo nota come commedia all'italiana. Nel marzo del 1966 sposa a Roma l’attrice Olga D’Ajello dalla quale ha tre figli, i gemelli Francesco e Francesca e poi Armellina, ma il matrimonio finisce presto, la moglie lo abbandona lasciandolo con i figli ancora piccoli. Nel 1968 ottiene uno strepitoso successo di pubblico con Serafino, interpretato dallo straordinario Adriano Celentano. Il suo ultimo film è Alfredo Alfredo del 1972, con Dustin Hoffman e Stefania Sandrelli. Inizia a lavorare allo straordinario progetto di Amici miei, che uscirà nelle sale nel 1975 con la regia di Mario Monicelli e sarà a lui dedicato, poiché Pietro Germi muore a Roma il 5 dicembre 1974. Le sue spoglie riposano accanto a quelle della prima moglie Anna nel piccolo cimitero di Castel di Guido, nelle vicinanze di Roma. “Divertire non significa soltanto far ridere, ma far ridere e far piangere o emozionare o tenere sospesi con il fiato in gola” *[email protected] 6 CINEMA: IMPEGNO E DISIMPEGNO di Giuliana Costantini* Occuparsi di cinema nei giorni di inizio settembre, non può innanzi tutto significare che parlare di Venezia e di un Festival, fra i più importanti del mondo, quando si specchia nella laguna la crema della cinematografia odierna. Gli appassionati del settore, sanno che spesso il successo di botteghino non corrisponde ai titoli più premiati alla Mostra, ma questo si ripete quasi ogni anno e sembra che non stupisca nessuno. Venezia 2014 propone comunque un cinema di qualità, quindi la scelta non è agevole, almeno nell’immediato: torneremo a presentarvi altri film della Mostra e, intanto… Per l’impegno vi proponiamo: ●ANIME NERE regia di F.Muzi, con Peppino Mazziotta e Barbara Bobulova. Produzione Italia-Francia 2014. Questo film, ci racconta senza sbavature e senza eccessi, le vicende di tre giovani calabresi legati alla “cultura” delle faide e ai clan della “ndrangheta”; girato ad Africo, centro nevralgico della malavita calabrese, Anime Nere, è il racconto di forti contrasti e, insieme, del ritorno all’antica necessità inderogabile di vendetta, anche da parte di chi non vive più ad Africo, ma ancora ne respira l’atmosfera carica di tensione. Tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Ciriaco ed edito da Rubbettino, il film ha la struttura di una tragedia greca ed è decisamente coraggioso, anche se può apparire come una “presentazione” del fenomeno ndrangheta più che una denuncia. Presentata alla Mostra di Venezia ed applaudita calorosamente, ritroviamo fra gli interpreti della pellicola un Peppino Mazziotta che si scrolla di dosso il “Fazio” di Montalbano, rivelandosi attore convincente. ●HUNGRY HEARTS regia di S. Costanzo, con Adam Driver e, Alba Rohrwacher, Italia, 2014. L’ossessione del cibo sano, porta una madre ansiosa e possessiva a nutrire il suo bambino solo con gli ortaggi coltivati sul terrazzo di casa. Quando il giovane marito si accorge della gravità della situazione e decide di portare il neonato da un medico, esplode, anzi implode in Mina, la mamma, un violento e ossessivo accesso di rabbia e senso della proprietà che mira ad escludere il coniuge dalla vita del figlio. Ritenendosi decisamente la sola depositaria di sapere “cosa è veramente bene” per il bimbo, Mina annulla se stessa, vittima di una nevrosi molto accentuata, fino a diventare un vero pericolo. L’ossessione nutrizionistica che appare come motivo di base per ogni sua azione, trasforma la madre in una donna capace per troppo e malinteso amore di distruggere più che far crescere un piccolo essere che ritiene soltanto suo. Tratto dal romanzo di Marco Franzoso,”Il bambino indaco” ed. Einaudi, il film presentato con successo alla Mostra di Venezia, ha visto assegnare la prestigiosa Coppa Volpi quali migliori attori ai due protagonisti, Alba Rohrwacher e Adam Driver. Per il disimpegno vi proponiamo: ● SEX TAPE. FINITI IN RETE regia di J. Kasdian con Cameron Diaz e G. Siegel . Usa,2 014-09-09 Commedia brillante dedicata ironicamente a quanti vogliono riaccendere la passione in un matrimonio. Questo film infatti, ci presenta due coniugi con figli, sposati da un decennio che, ancora molto giovani, pensano di ricorrere ad una trovata “hard” per ritrovare i momenti di intimità bollente dei primi anni. Così, sicuri che il tutto non sarà mai visto da altri che da loro due, filmano gli attimi di passione. Quando però cancellano il video, avviene un errore e il tutto va in rete, gettando gli sposi nel panico più completo. Monito abbastanza garbato a quanti pensano che la tecnologia sia sempre una infallibile alleata e che la passione abbia bisogno di aiuti esterni. Si sorride, ma si riflette anche sui pericoli che possono derivare dalla mania di filmare tutto e tutti. *[email protected] 7 ALIMENTAZIONE E SALUTE di Antonella Bailetti* SALUTE E BENESSERE Allenare la mente per un corpo più sano Con il passare degli anni il cervello, come del resto tutti i nostri organi, va incontro agli inevitabili processi di degenerazione, che determinano disturbi cognitivi, che possono riguardare una limitazione dell’attenzione, della memoria e persino del pensiero. Il processo d’invecchiamento comporta varie patologie, tutte legate all’età, tra le quali le demenze che possono essere aggravate da altre malattie, quali le malattie cardiovascolari, il diabete, l’abuso di alcol, il fumo, l’ipertensione arteriosa; ma è proprio quest’ultima quella che maggiormente ne favorisce l’insorgenza. Infatti una pressione alta, può danneggiare il tessuto cerebrale. Si possono ridurre i rischi delle malattie cardiovascolari con una adeguata prevenzione, rappresentata dalla fondamentale ed importantissima combinazione e interazione tra l’attività mentale e l’esercizio fisico. Per quanto concerne l’esercizio mentale rammentarsi che: se si stimolano costantemente le funzioni del cervello, esso si mantiene più efficiente e pertanto si deteriora molto meno. A questo scopo è soprattutto importante: cercare di affrontare e capire argomenti nuovi e partecipare ad attività culturali e sociali. La complessità delle aree che vengono messe in gioco da questi impegni, è tale da poter contrastare e, nella migliore delle maniere, ciò che si definisce il “DISUSO” del cervello. Se si esercitano costantemente le proprie abilità cognitive, attraverso lo svolgimento di un lavoro mentale impegnativo, si potranno, per anni, ottenere da esso prestazioni molto simili a quelle di un ventenne che non si eserciti. Altri modi per preservare e salvaguardare le funzioni cognitive sono: ascoltare musica, leggere molto (libri, giornali), scrivere, fare parole crociate, studiare una nuova lingua, partecipare a gruppi legati da interessi personali, imparare ad usare internet (è raccomandabile), interessarsi ai programmi culturali della tv, aiutare i nipoti a fare i compiti di scuola, saper ascoltare per poi dare consigli alle persone che stanno vicino e che hanno bisogno di aiuto, organizzare incontri con amici e familiari, volgere attività di volontariato, non isolarsi mai dal contesto sociale, ma attivarsi per farne parte in maniera attiva. E’ vero che il decadimento fisico, rappresenta un processo inevitabile, connesso con l’invecchiamento stesso, ma esso può venire rallentato da una regolare attività fisica. Pertanto le persone anziane, non dovrebbero mai rinunciare a fare del moto. Una recente ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma, ha dimostrato che una regolare attività fisica, svolta ininterrottamente, per un periodo di 18 mesi, ha fatto guadagnare in autonomia e salute, tutte le persone che vi avevano partecipato. Ecco gli importanti risultati che si ottengono da una attività fisica motoria: aumenta la funzione dell’endotelio: l’endotelio è quel tessuto dal quale, dipende la capacità delle coronarie, di dilatarsi e quindi di diventare più elastiche; miglioramento della funzione muscolare e polmonare e del sistema immunitario; perdita del peso corporeo; maggiore flessibilità della colonna vertebrale; diminuzione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa (nei valori normali); aumento della concentrazione, dell’autostima, del contatto sociale e della comunicazione. Accettare di fare dello sport e quindi di sottoporre il proprio corpo ad esercizi, che lo aiutino a mantenersi in forma, può indurre l’anziano ad avere atteggiamenti diversi, nei confronti del proprio corpo che invecchia, e il processo naturale di invecchiamento, risulterà molto più equilibrato e lento, Naturalmente ci sono delle regole che, le persone anziane sopra i sessant’anni, devono tenere in mente prima di cominciare a praticare attività fisica. Innanzitutto sottoporsi ad una visita medica, prima di iniziare qualsiasi esercizio fisico, per controllare la funzione cardiaca e lo stato generale della salute. Per le persone che soffrono di malattie cardiovascolari, diabete, osteoporosi, sono consigliati PROGRAMMI PERSONALIZZATI. È preferibile frequentare la palestra da tre a cinque volte la settimana, con sedute non superiori ad un’ora ciascuna (rammentarsi che l’esercizio fisico deve essere praticato con regolarità, altrimenti gli effetti svaniscono in fretta). Iniziare l’attività sempre lentamente, per poi aumentarla gradualmente. Iniziare con un riscaldamento e finire sempre con uno stretching. Gli sport migliori da praticare per le persone anziane sono: camminare, andare in bicicletta, nuotare, ginnastica posturale e medica, tai chi. [email protected] 8 SPIRITUALITÀ nei sentieri del vissuto quotidiano di Claudia Pelle* LA SPERANZA Nel periodo quaresimale abbiamo parlato della Fede, la prima delle tre Virtù Teologali, doni che si esercitano in Dio, offerti da Dio stesso all’uomo. Le Virtù Teologali, lo ricordiamo, sono la Fede, la Speranza e la Carità. Lo scopo di queste riflessioni è CONOSCERE il patrimonio che Dio ci mette a disposizione grazie alla Rivelazione fattaci attraverso le scritture e l’incarnazione del Figlio: la nostra è infatti una religione rivelata in cui Dio cerca l’uomo e gli dona se stesso, quindi, come la Fedeltà (Fede), la Speranza e l"Amore. I doni del Signore ci trasformano, ci convertono: tale percorso è un cambiamento perpetuo, siamo in viaggio verso Casa, potremmo dire, per tutta la nostra vita. La nostra esistenza è dunque una tensione perpetua alla conversione e ciò può sembrare un percorso doloroso, perché cambiare è la cosa più difficile per un essere umano. Cambiare significa cercare, lasciare andare il vecchio, far spazio a qualcosa di nuovo. Sono le virtù gli strumenti che ci aiutano a lasciare l’uomo vecchio per diventare un uomo nuovo. Conoscere Dio infatti non significa solo “sapere di Dio”, ma soprattutto vivere con Lui, credere, sperare, amare IN LUI. Abbiamo ricordato la Fede come dono ma anche come atto di volontà insegnatoci da Gesù stesso: nelle ore trascorse nell’orto degli ulivi, notte di attesa in cui tutta l’umanità si è fermata, il Figlio di Dio ha detto il suo sì al Padre ed ha potuto farlo solo esercitando la virtù della Fede. Possiamo considerare questa prima virtù la RADICE dell’albero della vita, realtà concreta ma che non si vede, che cresce al buio e prende forza anche da eventi difficili; la Speranza è dunque il FUSTO di questa pianta, la forza per ergersi dell’albero e per tendere al cielo i suoi rami, mentre i suoi FRUTTI sono la Carità. La Fede ha quindi la pazienza di restare in profondità e al buio, ma senza radici non ci sarebbe nessuna pianta e senza pianta non ci sarebbe alcun frutto… Nel catechismo della Chiesa Cattolica si parla di Speranza come virtù per la quale desideriamo il regno dei Cieli e la vita eterna come nostra felicità. Se cambiare è difficile per l’uomo è certo che egli desidera e aspira ad essere felice. L’uomo è fatto per la vita, per la felicità. Ed inoltre essere felici è proprio del cristiano. La nostra religione è un annuncio di gioia, non di morte e di sacrificio come alcuni sacerdoti preconciliari ci hanno raccontato! La gioia che viene annunciata non resta un augurio, ma può diventare una realtà in Cristo. Il nostro Papa Francesco rivolgendosi ai giovani ha spesso ripetuto “non lasciatevi rubare la speranza”. Anche l’Antico Testamento, in particolare i Salmi, parlano spesso di speranza. Il Salmo 24 recita “Chiunque spera in te non resta deluso”; il 39 “Ho sperato, ho sperato (….) nella tua fedeltà e nella tua salvezza ho creduto”. Gli ebrei sapevano bene che la fede non basta. Per questo nelle scritture la parola speranza è nominata moltissime volte. Ma possiamo considerare la nostra fede una certezza? La certezza del cristiano risiede in Dio e nella sua rivelazione. Se so che Dio non mi abbandona, nel buio di una situazione perché devo credere che non mi ascolterà? La speranza, dunque, è la CERTEZZA DEL COMPIMENTO. La virtù della speranza intercetta il bisogno dell’uomo di essere vivo. Dio comprende questo bisogno e lo compie. Pensiamo ad Abramo, uomo di fede e di speranza. Nel libro della Genesi Dio gli promette una terra e una discendenza molto numerosa. Abramo vive secondo le promesse di Dio, per non avendo ricevuto ancora nulla. Ma è così difficile credere a Dio? Le sue promesse non sembrano seguire la logica umana: la moglie di Abramo è avanti con l’età e sterile, per questo riderà quando le viene profetizzata la nascita di un figlio e questa risata darà il nome a Isacco; la terra che Dio gli promette non gli appartiene). 9 Certamente la fede di Abramo rende credibili le promesse del Signore. Egli resta saldo nel credere che ciò che gli è stato promesso si realizzerà. Egli crede, egli spera. Sperare per l’uomo nuovo significa orientare la propria vita in direzione di ciò in cui si crede. Tendete i rami verso il cielo. Sperare, per l’uomo nuovo, significa essere certo. Si potrebbe confondere la speranza con l’ottimismo, ma si tratta di concetti molto diversi. Pensiamo al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: il primo sarà percepito dall’ottimista, il secondo dal pessimista. Il cristiano che spera vede il bicchiere d’acqua e crede che ne avrà sempre a sufficienza e non gli mancherà mai. Sperare significa avvertire con certezza la presenza del Signore nella propria storia, continuare a mantenere la mente fissa su di Lui, esercitandosi e chiedendola a Dio stesso. Come Abramo, uscire verso l’ignoto, non solo attendendo (la speranza non è pigra!), ma dandosi da fare, muovendosi verso la terra promessa. La speranza non è pigra, dicevo, ma produce. Chi spera vive e dona la vita. La fede e la speranza ci trasformano e cambiano la nostra maniera di vedere le cose. San Francesco, nella preghiera rivolta al crocifisso di San Damiano, chiese a Dio “Dammi fede retta, speranza certa, perfetta carità…” ebbe il coraggio di cambiare, Francesco, non solo la propria vita, ma anche la Chiesa, strappandola dal buio del suo tempo. Con umiltà, spesso piegati dalle nostre miserie personali, quante volte sappiamo tendere i nostri rami al cielo e vestire il nostro cuore del manto della speranza? Chiediamo Signore di nutrirci con questo dono perché possa parlarci con infinita tenerezza. [email protected] http://eccola.blogspot.co 10 UNIVERSO DONNA PRENDERSI CURA di Gabriella Natta* La parola cura, al di là del significato prettamente medico, è sinonimo di sollecitudine, preoccupazione, accuratezza, assistenza. E’ altra cosa dal “prestare cura”: le due cose si intrecciano ma non coincidono. E’ importante riconoscere che siamo tutti interconnessi e dipendiamo gli uni dagli altri: la vita inizia nella dipendenza e finisce nella dipendenza. Prendersi cura va quindi inteso in senso relazionale, dialettico. E’ noto che in inglese “i care” vuol dire “mi riguarda” ed era il motto della Scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani. Non ci si può prendere cura degli altri se prima non si impara ad avere cura di sé, ad amarsi, ad accettarsi per quello che si è. La cura di sé è distacco da ciò che è codificato, è disimparare, è disfarsi delle cattive abitudini, delle opinioni standardizzate, dei cattivi maestri. E’ la capacità di sentirsi in debito. Si tramanda l’esempio di quell’uomo che in punto di morte lasciò in dono al suo migliore amico la richiesta di prendersi cura dei suoi figli. Chi esercita un lavoro di cura in ospedali, case di riposo, nidi e scuole materne, servizi ai portatori di handicap, accumula esperienze, si costituisce un sapere su coloro cui insegna, su cui vigila. E’ un sapere che conferisce potere, anche se non sempre questo potere è frutto di una strategia consapevole. Esiste uno stretto legame tra cura e potere ed è facile passare dall’una all’altro. Di fronte ad anziani non autosufficienti, quando sia il corpo che l’anima “dolgono”, la cura dei corpi è un tutt’uno con la cura delle anime. Non ricordo chi ha detto che “è bello far sorridere volti e lenzuola di bucato”. L’importante è non subire il rapporto di cura, ma interrogarsi fino a che punto arriva il dover fare e quando inizia il voler fare: il come trasforma la relazione. E la relazione nasce quando si è animati da compassione e ci si sente legati alla sorte di chi ci sta accanto, condividendone i problemi (cum-patire). Non si può negare, dice la giornalista e saggista Letizia Paolozzi, che lavorare nel campo della cura sia pesante, eppure il concetto di lavoro usurante viene collegato a lavori tipo fonderia, miniera, guida di treni, ecc., tutti lavori “produttivi” tipicamente maschili. Il lavoro di cura è mal retribuito e non riconosciuto; e quasi esclusivamente femminile. Ma anche al di là del lavoro retribuito si sa che nel mondo tutti i giorni le donne danno e curano la vita, acquisendo un grande patrimonio di sapienza e di competenze. La stessa Paolozzi ci ricorda che le donne sanno, per esempio, che molto di ciò che producono (cibo, pulizia, …) è effimero, consumato in un tempo assai più breve di quello necessario a produrlo. Questo può provocare un senso di frustrazione; eppure, se si sposta lo sguardo dal prodotto al processo, allora si capisce che il vero risultato è la rete relazionale entro cui ciò che produciamo è pensato e acquista senso, è lo scambio con l’altro/l’altra, è il piacere di contribuire a vivere e a far vivere meglio. Forse le donne dovrebbero porre un limite a quel “troppo” di slancio che mettono nelle relazioni fino a rinunciare a se stesse, imparare a non nascondere le proprie fragilità e paure, fare tesoro dell’incertezza. All’interno dei rapporti familiari poi è di primaria importanza il rapporto madre e figlio/figlia nel quale la madre deve combattere tra senso di onnipotenza e senso del limite. Prendersi cura dei figli richiede “senso della misura per non diventare madri divoranti, distruttive, incapaci di accettare la rottura della simbiosi con il figlio o la figlia (Lella Ravasi Bellocchio, psicoanalista). Importante anche il rapporto tra genitori e figli adolescenti. L’adolescenza è un’età in cui “si nasce al mondo” (Vanna Boffo, pedagogista) e un’opportunità per i genitori di “ri-nascere”. Un periodo della vita in cui si può curare attraverso la parola, ossia il dialogo, ma anche con il silenzio, l’attenzione, l’ascolto, l’interesse, l’empatia. Occorre imparare l’arte di saper attendere, di aspettare sulla soglia. A livello generale infine, se i nostri governanti improntassero la loro azione al prendersi cura, presterebbero più attenzione alla qualità dello sviluppo, alla messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case, instaurando un ordine simbolico diverso da quello del dominio, della competizione, dello sfruttamento. Sembra impossibile che mettendo in pratica queste due semplici parole (prendersi cura) si riesca a provocare mutamenti radicali nella propria vita, in quella degli altri e persino del pianeta nel quale viviamo. Eppure dovremmo provarci tutti. *[email protected] 11 L' EUROPA: PER CONOSCERLA, AMARLA E RISPETTARLA. DALL’EUROPA ALL’INTEGRAZIONE EUROPEA (Breve storia di un continente e di un’idea) di Angela Gonnella* Il viaggio, considerato nella sua dimensione simbolica quanto reale, è per l’uomo non solo fonte di conoscenza, ma anche ricerca di sé, delle sue radici, della propria coscienza. L’Odisseo di Omero, l’Enea di Virgilio, la Commedia di Dante, la Recherche di M. Proust, ne costituiscono autorevoli esempi. E’ per l’appunto un viaggio, seppure breve e non privo di insidie, quello che ci introdurrà nella vicenda storica del continente Europa, cogliendo di essa insieme agli aspetti edificanti, quelli che turbano ancora fortemente le nostre coscienze. Dunque, passeremo dall’Europa al concetto di Europeismo che è l’atteggiamento mentale e culturale di chi auspica una politica di integrazione per garantire ai popoli pace, sicurezza e benessere salvaguardando, nel contempo, lo sviluppo sostenibile, la difesa ambientale, il rispetto dei diritti umani. L’idea dell’Europa, intesa come entità geografica, è molto antica. Nel V sec a.C. lo storico greco Erodoto divideva il mondo in tre parti: Europa, Asia e Libia, identificando quest’ultima con il continente africano. Quattro secoli dopo il geografo Strabone definì con maggiore precisione i suoi confini, costituiti dal Mediterraneo, dall’oceano Atlantico e dal mar Nero. I Greci chiamarono Europa (Terra d’Occidente) la vasta penisola che si estende all’estremità Nordoccidentale del continente asiatico, abitata dall’uomo in epoca imprecisata. Sappiamo, comunque, che circa 3000 anni a.C., mentre gli Egizi innalzavano templi e piramidi, molte tribù sparse nel continente europeo vivevano su palafitte e all’interno di profonde foreste. Tuttavia, esse raggiunsero traguardi fondamentali nel periodo del Neolitico quando iniziarono a praticare l’agricoltura (per cui da nomadi divennero stanziali) e ad utilizzare metalli come il rame e lo stagno dalla cui fusione ottennero il bronzo. La lunga Era durante la quale si sviluppò la civiltà di questi primi abitanti dell’Europa (3500-1200 circa a.C.) fu chiamata, appunto, Età del bronzo. Tra il II ed il I millennio a.C. si verificò un avvenimento grandioso allorchè nelle regioni orientali del mar Mediterraneo, e più precisamente nelle isole dell’Egeo e della penisola greca (ben piccola cosa rispetto ai grandi imperi d’Egitto e di Babilonia) si sviluppò una straordinaria cultura che, dopo aver dato vita a strabilianti racconti epici e mitologici, si avventurò nel campo della filosofia, della scienza e dell’arte portata a tali livelli di perfezione che ancora oggi, con commosso stupore, contempliamo ciò che di essa ci rimane. Questa civiltà, inoltre, riuscì a realizzare una delle più perfette forme di governo: la Democrazia. E mentre la maggior parte dell’Europa rimaneva ancora sepolta nel buio delle sue foreste, al centro della penisola italica si andava sviluppando la civiltà degli Etruschi (la cui origine rimane tuttora misteriosa) e, sulle coste dell’Italia meridionale, quella delle colonie greche le quali raggiunsero una tale prosperità e potenza da meritare il nome di Magna Grecia, come riferisce Polibio. Determinante fu l’influenza della cultura greca, nel suo ultimo periodo storico (Ellenismo) sulla civiltà di Roma che andava realizzando poderose conquiste: dalla Britannia alla Gallia, dalla Germania alla penisola Iberica fino all’Europa dell’Est (Pannonia, Dalmazia, Tracia). A tanta forza di espansione concorsero, tra gli altri, due fattori fondamentali: un’organizzazione dello Stato tra le più razionali e dinamiche che il mondo di allora avesse mai attuato e l’affermazione del diritto, cioè della legge come forza di unione e di ordine. Inoltre, la diffusione della lingua latina e la concessione della cittadinanza agli uomini liberi dei popoli conquistati, conferirono alla civiltà di Roma quel carattere di Universalità che fu poi ereditato e fatto proprio dalla Chiesa. E così, in pochi secoli, l’Europa delle foreste e delle paludi fu solcata dalle lunghe strade che i Romani avevano imparato a costruire; mentre sugli accampamenti militari, sorgevano piazze e templi, ponti e acquedotti, terme, mercati e città circondate da mura possenti. 12 Alla caduta dell’Impero romano d’Occidente (V secolo d. C.) l’esercito era costituito prevalentemente da barbari (Vandali, Visigoti, Ostrogoti, Franchi, Longobardi). I loro regni, chiamati romano-barbarici furono deboli e di breve durata. Il più saldo fu quello dei Franchi che riuscirono a fermare a Poitiers (732 d.C.) l’avanzata degli Arabi. Tuttavia, il Sacro Romano Impero che Carlo Magno volle tenacemente creare a somiglianza di quello romano, fu caratterizzato da una struttura tipicamente germanica: quella feudale. Pertanto, intorno all’anno Mille, l’Europa appariva frazionata da una moltitudine di Stati, spesso in lotta tra di loro e al loro interno. Il Cristianesimo, invece, rimasto saldo di fronte alle invasioni barbariche che per circa otto secoli (III-X secolo d.C.) funestarono l’Europa, divenne strumento di equilibrio territoriale, politico e legislativo per intere popolazioni, pressappoco fino al dilagare della Riforma protestante. A partire dal II secolo d.C., la religione cristiana si era, difatto, diffusa rapidamente attraverso vari canali; non ultimi per importanza i “Clerici vagantes” che, viaggiando in gran parte del continente, divulgarono insieme alla fede cristiana, il latino che della Chiesa rimarrà per secoli la lingua ufficiale. Elementi unificanti e significativi della cultura europea furono anche i luoghi di culto: chiese, basiliche, monasteri che caratterizzarono una nuova urbanistica evidenziando soprattutto l’accentuata spiritualità (non scevra da false credenze e superstizioni) che connota la società di questa epoca per molti studiosi contraddittoria; apparentemente “barbarica” ma ricca di fermenti vitali che di lì a poco avrebbero generato uno dei periodi più fecondi e affascinanti della nostra storia. E così mentre il Feudalesimo esauriva il suo ciclo vitale, minato dalla debolezza dei sovrani, da un’economia ostinatamente chiusa e da una società ingabbiata in rigide gerarchie, sorgevano sempre più numerose, in ogni parte d’Europa, le città comunali. Esse, rese economicamente forti dai nuovi mercati che si aprivano ad Oriente come ad Occidente, fondavano scuole e Università, costruivano possenti centri di culto e grandiosi edifici pubblici e privati. Inoltre, l’appassionata ricerca e lo studio delle opere classiche (non più appannaggio di pochi, grazie all’invenzione della stampa), la splendida cultura e l’arte raffinata che l’Umanesimo e il Rinascimento seppero esprimere in Italia, costituirono, in un’epoca di debolezza politica, elementi di unità culturale e civile, dal momento che tutti i Paesi europei ne accolsero i motivi di fondo e ne tentarono l’imitazione. Verso la fine del XVIII secolo l’Europa fu interessata da eventi destinati a cambiare il corso della sua storia: la Rivoluzione industriale che coinvolse soprattutto l’economia e il mondo del lavoro e la Rivoluzione francese di matrice più specificatamente politica. Conseguenze significative della prima furono: l’esodo di enormi masse di contadini dalle campagne alle città; le profonde innovazioni nei sistemi di lavoro e la conseguente questione sociale; la corsa all’approvvigionamento delle materie prime a spese soprattutto dell’Africa e dell’Asia; il vertiginoso sviluppo delle scienze e della tecnica. La Rivoluzione francese, accogliendo ed elaborando le idee dell’Illuminismo, che esaltava l’autonomia della ragione ed il suo affrancamento da ogni pregiudizio, affermò quei principi di libertà e di uguaglianza che ritroviamo, come denominatore comune, a fondamento delle moderne Costituzioni democratiche europee. Il Romanticismo, movimento culturale nato in Germania e sviluppatosi nella prima metà del XIX secolo, esaltando i caratteri particolari, la storia e le tradizioni di ogni popolo non mirò ad elaborare un progetto di unificazione europea. Ma autorevoli studiosi e pensatori del tempo affrontarono il problema. Tra essi Giuseppe Mazzini che si fece assertore di un’associazione di popoli europei liberi ed indipendenti uniti da un comune programma politico ed economico. Tuttavia, in questo momento storico, gli obiettivi degli Stati europei andavano in tutt’altra direzione poiché ciascuno mirava ad espandere il proprio territorio o ad affermare la propria supremazia o a conquistare la propria indipendenza. Neanche l’ideologia di Carlo Marx che invocava l’unione di tutti i lavoratori per il riscatto “dalle catene del bisogno e dell’oppressione”, valse a generare un movimento che si ponesse come obiettivo l’unità europea. Che sembrava ormai un’ipotesi, una speranza, forse un sogno… Ma non fu così, come dimostrerà il seguito del nostro viaggio… (1 - continua) *[email protected] 13 FORUM: LEGGI E REGOLAMENTI… NOTE A SENTENZA…GIURISPRUDENZA di Federico Luciano Ferri * RIVALSA CONTRIBUTIVA. Si profilano sulla “rivalsa contributiva” novità per quanto concerne il possibile avvio di nuove azioni legali. Come è noto, in un recente passato si è stati costretti ad accettare “ob torto collo” la legittimità delle trattenute operate dall’Istituto a tale titolo, nonostante che sulla vicenda esistevano anche evidenti profili di incostituzionalità legati alla disparità di trattamento tra pubblici dipendenti. La trattenuta della rivalsa contributiva era stata indicata dall’art.3 della Legge 297/1982, che prevedeva una copertura economica per gli oneri derivanti da miglioramenti apportati al sistema previdenziale di tipo retributivo, applicando le disposizioni contenute in detto articolo. Ma la Legge 335/1995, la cosiddetta “Legge Dini”, innovando il suddetto sistema previdenziale di tipo retributivo, ha previsto che per tutti i lavoratori, che al 31/12/1995 non potessero far valere una anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni, gli fosse liquidata, a decorrere dall’1/1/1996, una quota di pensione calcolata con il sistema “contributivo”. Successivamente, poi, la Legge 201 del 6/12/2011 ha disposto per tutti i dipendenti, con decorrenza 1/1/2012, la sospensione della liquidazione della pensione retributiva, sostituendo la stessa, in pro rata, con la pensione contributiva relativa al lavoro svolto dal 1°gennaio 2012 in poi. Conseguentemente, poichè le disposizioni delle due leggi sopraindicate riguardano esclusivamente la liquidazione delle pensioni con il sistema retributivo, si ritiene che la trattenuta della rivalsa contributiva che attualmente viene operata dall’Istituto sia illegittima. Pertanto, ne deriva quanto segue: per i dipendenti ancora in servizio: - che non possono far valere una anzianità contributiva al 31/12/1995 pari o superiore a 18 anni, devono chiedere all’INPS, con apposita istanza, di revisionare la somma che appare sul cedolino stipendiale quale futura trattenuta per rivalsa contributiva, bloccando il ricalcolo della stessa alla data del 31 dicembre 1995; - che hanno maturato il diritto alla futura liquidazione della pensione retributiva fino al 31/12/2011 (cioè, in sostanza coloro che alla data del 31/12/1995 possono far valere una anzianità contributiva superiore a 18 anni), devono chiedere all’Ente, con apposita istanza, che l’evidenza contabile riguardante la rivalsa contributiva che risulta sul cedolino stipendiale debba essere calcolata e bloccarsi al 31/12/2011. per i dipendenti cessati dal servizio: - che sono andati in pensione dopo il 31/12/2011, cioè, come sopra evidenziato, titolari di pensione retributiva fino al 31/12/2011 e di pensione contributiva pro rata per il periodo successivo, devono chiedere mediante una azione legale il rimborso della rivalsa contributiva dall’1/1/2012 fino alla data di cessazione del rapporto di lavoro, che è stata trattenuta sul trattamento di fine servizio; - che sono andati in pensione da meno di cinque anni, che hanno optato per la pensione solo contributiva, devono chiedere mediante sempre una apposita azione legale il rimborso totale della rivalsa contributiva che è stata trattenuta sulla liquidazione. DECADENZA TRIENNALE SULLE PRESTAZIONI PENSIONISTICHE. Infine, si porta a conoscenza dei nostri iscritti che l’Istituto, con la circolare n.95 della Direzione Centrale Pensioni del 31/07/2014, ha introdotto, ai sensi del comma 6 dell’art.47 del D.P.R. n.639/1970, il termine di decadenza triennale entro il quale proporre azione giudiziaria avverso il riconoscimento parziale della prestazione pensionistica o il pagamento di accessori del credito. Poiché il comma 6 è stato introdotto dal decreto legge 6 luglio 2011, n.98, questa disposizione si applica esclusivamente alle prestazioni pensionistiche riconosciute dal 6 luglio 2011 in poi; per le altre prestazioni pensionistiche continua ad applicarsi l’ordinaria prescrizione decennale. Il termine di decadenza triennale si applica ovviamente anche ai ricorsi amministrativi o alle istanze di riesame in sede amministrativa. Per interpretare che cosa si intende per riconoscimento parziale della prestazione pensionistica, si fa riferimento alla prima liquidazione del trattamento pensionistico, che è il momento in cui il rapporto contributivo origina l’erogazione della prestazione. *[email protected] Studio Legale Fucci-Ferri via A.Bevignani,9 00162 Roma tel.06.86323144 - fax 06. 14 GRAFOLOGIA, SPECCHIO DELL'IO LA GRAFOLOGIA: SCIENZA SENZA OMBRA DI DUBBIO di Gabriella Bonanno* FONDAMENTI DELLA GRAFOLOGIA DI GIROLAMO MORETTI. Moretti, caposcuola della grafologia italiana, a differenza degli altri che individuano nel comportamento grafologico il profilo psicologico di chi scrive, considera il gesto grafico come una “ diretta registrazione della struttura costituzionale e psicologica del soggetto scrivente: una diretta registrazione della struttura e della dinamica del cervello” atta quindi a rappresentare le funzioni più delicate dello stesso. Il tracciato grafico per Moretti è “la combinazione del linguaggio interno con quello comunicato e fa un tutt’uno del comportamento neuro-fisio-psicologico interiore con quello scrittorio manifesto, per cui l’impronta morfologica neuro-psico-fisico-somatica e quella grafologica sono inseparabili. Quindi la grafologia morettina pone in evidenza non solo gli aspetti psicologici comportamentali ma anche quelli somatici. Prendiamo subito in esame la Dimensione sferica della scrittura, quella rappresentata dalla linea curvilinea o angolosa, due diverse strutture di immediata osservazione: grafia Curva e grafia Angolosa. Alla base del metodo o sistema grafologico morettiano c’è la curvilineità e l’angolosità. La curva rimanda al cerchio e suggerisce l’abbraccio, la necessità di stare con…, l’attitudine all’accoglienza, la curva rappresenta la morbidezza, il “femminile”, l’anima junghiana. Una scrittura è curva quando le lettere “a, o, ovale della d, g, q” e i collegamenti tra lettere mostrano una forma tonda; quando tutti i punti della circonferenza sono equidistanti dal centro, si manifesta il massimo della rotondità e quindi si avranno 10/10 di curva; il grado curva si ridurrà qualora le lettere si ridurranno nella loro rotondità mostrando la presenza progressiva di angoli. L’angolo invece, con le sue punte, rappresenta difesa, resistenza, spigolosità, il “maschile” l'animus junghiano; una scrittura è angolosa quando il tratto ascendente degli ovali combacia quasi con il tratto discendente delle stesse lettere. In questo caso si avrà 10/10 di angolo. La scrittura curvilinea psicologicamente indica altruismo, bontà, carattere benevolo, profondità di sentimento, naturale attenzione verso gli altri, disponibilità alla comprensione e al compatimento. Nella donna il segno curva non dovrebbe superare i 6/10 in quanto, essendo il suo psichismo già portato naturalmente al sentimento, un accentuato altruismo la condurrebbe a una perdita della propria dignità, a non impegnarsi in situazioni critiche e all’inattività. La scrittura angolosa è espressione di egoismo, risentimento, aggressività, istinto di difesa del proprio io, irritabilità, ostinazione, intransigenza, insensibilità ai dolori altrui, ma anche attività, reattività, grinta. Per la misurazione degli angoli bisogna considerare se questi sono smussati o appuntiti. Tale conformazione si manifesta alla base delle lettere ovali, vicino al rigo di base che simbolicamente rappresenta la realtà, l'ambiente esterno; dal modo in cui la lettera, che simboleggia l’Io, impatta con il rigo si può dedurre il rapporto che la persona ha con l'ambiente; se dolcemente (curva) il soggetto è capace di adattarvisi; in caso contrario saremo in presenza di un soggetto fortemente reattivo, che afferma con decisione le esigenze del proprio io e che si adatterà agli altri e accetterà osservazioni e contestazioni con difficoltà. Se gli angoli sono smussati, quale giusta correzione del Curva, indicano giusta moderazione alla spinta esagerata dell’altruismo, legittima difesa dell’io; se invece si presentano appuntiti, indicano egoismo esagerato, caratterizzato da risentimento verso tutto e tutti e aggressività. Nel prossimo articolo tratteremo la pressione che rappresenta un altro elemento importante che ogni analisi grafologica deve considerare. *[email protected] curva angolosa 15 UN RACCONTO BREVE L’INCONTRO di Silvana Costa ● - Da dietro il vetro del mio ufficio, che mi separa dalla gente che viene in Banca per le usuali operazioni, ti vedo entrare, ti guardi intorno con aria smarrita, poi prendi il numero di prenotazione e paziente ti siedi per aspettare il tuo turno. Hai un libro e ti metti a leggere. Ho tutto il tempo per scrutarti, mi piacciono i tuoi capelli castani, i ricci ribelli che non riesci a domare, il modo di accavallare le gambe, le mani lunghe e affusolate. Ti senti osservata e alzi gli occhi, a cercare lo sguardo di qualcuno che, pensi, ti stia guardando, ma quando ti giri verso di me, subito chino la testa sulle mie carte per nascondere il mio imbarazzo. ♥ - Appena entro in Banca e ti scorgo dietro al vetro del tuo ufficio, mi sorride il cuore. Prendo il numero e mi siedo in un posto da dove posso vederti, apro il libro che porto sempre con me, le poesie di Prévert. Faccio finta di leggere e quando non te ne accorgi ti guardo, assorto, mentre scrivi, i capelli corti e biondi, gli zigomi pronunciati, un filo di barba sul mento volitivo. Ti alzi, è entrata una persona, la tua bella figura si staglia nitida attraverso il vetro. Esci, ti giri verso di me e i nostri sguardi si incrociano, è un attimo, poi le vai incontro, le stringi la mano, non capisco le parole, ma il tuo sorriso è dolce e seducente. Lo vorrei per me quel sorriso. ● - È arrivato il tuo turno, ma non te ne accorgi immersa come sei nella lettura. Ti alzi di scatto quando chiamano forte i tuo numero e con grazia sorridi all’impiegato che ti sta di fronte per scusarti, e il tuo sorriso illumina la stanza come un raggio di sole e scalda il mio cuore, freddo da troppo tempo. ♥ - Hanno dovuto chiamare forte il mio numero perché mi ridestassi dal pensiero di te. Cosa mi è successo, mi chiedo, esistono i colpi di fulmine come dicono? Sembra proprio di sì, almeno per me. Quando sono entrata e ti ho visto il mio cuore ha fatto le capriole come non faceva da anni. ● - Passano pochi giorni e ti rivedo, hai dei conti correnti da pagare, e poi scopro che non sono i tuoi, forse di colleghi, ma quello che conta è che sei qui, si incrociano di nuovo i nostri sguardi. Nei tuoi occhi scuri mille pagliuzze dorate si sono accese e tutto me stesso è come avvolto dalle fiamme, faccio fatica a staccarmi da quel fuoco. ♥ - L’altro giorno per rivederti, con la scusa che dovevo pagare dei bollettini, che però non avevo, ho detto che sarei andata in Banca e una mia collega mi ha dato i suoi ben contenta di togliersi il fastidio. E così prendo la borsa, il libro, e arrivo; sono emozionata. Ti vedo subito, sei fuori ufficio che parli con un impiegato, forse dai ordini, il tuo volto è serio, ma poi mi scorgi e mi guardi, mi sorridi, e il tuo sguardo mi avvolge e mi accarezza e nei tuoi occhi azzurri si formano, come dice il mio amato Prévert, due piccole onde per farmi annegare… . ● - Per due settimane ho dovuto lavorare fuori città e dal mio rientro sono passati già dieci lunghi giorni e non ti sei fatta vedere, non sei venuta. Perché? In tutto questo tempo ti ho pensato sempre e ho preso la decisione di esternarti i miei sentimenti e non lasciarti più. Ma dove sei? Guardo la porta e ogni volta che si apre si accende in me la speranza di rivederti e il mio cuore batte più forte e il mio pensiero vola, per poi cadere come una foglia in balia del vento. Il tentativo di portare il tuo bel viso sulla tela che tristemente langue sul cavalletto, non mi è riuscito appieno, troppo forti sono i sentimenti che nutro per te ed è difficile esternarli, ma un giorno quando ti avrò come modella… 16 ♥ - La voglia di vederti è stata tanta. Attività impreviste non mi hanno permesso di venire da te. Il cuore piange. Poi la notizia. Tempo addietro avevo chiesto il trasferimento ed ora è arrivato. Proprio adesso. Andrò in una città lontana per accudire i miei genitori che hanno bisogno di me. Non so quando potrò tornare, forse tra un po’ di tempo, forse mai. Sono passata per le pratiche di chiusura, ma tu non c’eri. Come farò a stare tutta la vita senza te? Ho scritto, con l’anima, una poesia dedicata a te, e chissà, può darsi che arriverà il momento in cui te la leggerò… ● - Ogni giorno aspetto e spero d’incontrarti, fino all’ora di chiusura, poi vado via con l’anima triste e desolata. E non ti ho più vista, i miei occhi ti hanno sempre cercata. Poi ho preso coraggio ed ho chiesto di te e ho saputo che sei andata via. La mia mente continua a sognarti, il mio cuore a palpitare per te. Inutilmente. ♥ - Inutilmente il pensiero corre sulle ali del vento per raggiungerti. È passato tanto tempo, una vita intera. Ma ora, sono tornata. È già mezzogiorno. Faccio il più presto possibile, corro con le ali ai piedi, entro in Banca e mi tremano le gambe e il cuore, in delirio, batte all’impazzata. Ti cerco dietro il vetro, non ci sei, mi guardo intorno, vedo un certo fermento, sorrisi sui volti delle persone, chiedo di te. La risposta mi gela. Sei andato via da poco, dopo i festeggiamenti per la tua pensione. Faccio la sfacciata e con una scusa qualunque, chiedo dove abiti. ● - Mi hanno festeggiato con gioia, regali, e qualche sfottò. La pensione è arrivata come una tegola frantumando le mie speranze di rivederti. Sono a pezzi. Non so nulla di te. Di dove stai, di cosa fai. Sorrido e ringrazio tutti, ma il mio cuore piange. ♥ - Non mi dò per vinta. Nel pomeriggio sono dalle tue parti, non oso suonare alla tua porta dopo così tanto tempo, non so dove andare. Ah come mi piacerebbe incontrarti! Attraverso la piazza. Cammino a lungo. Arrivo in un piccolo parco pieno di alberi spogli con il sole che lo illumina passando tra i rami nudi e accende i colori delle foglie cadute sul sentiero dove mi sono avviata. Un cane mi corre incontro festoso e dietro a lui ci sei tu che ti scusi e poi mi sorridi, e mi riconosci, non siamo cambiati, e non riesci a dire nulla, non hai parole. ● - Sono disorientato, la mente è un vortice di parole meravigliose che non escono dalle mie labbra, il cuore è in subbuglio. Vorrei abbracciarti, ma temo un tuo rifiuto. Ti prendo per mano e… camminiamo vicini e chiacchieriamo, le parole volano via inutili come le foglie che calpestiamo, è autunno, anche nella nostra vita, ma nei nostri cuori è sbocciata, come per incanto, la primavera. [email protected] Racconto ispirato dalla poesia “Incanto” di Carmelo Pelle (pag.47 del libro “Nella volta più alta del cielo”) INCANTO Prenderti per mano e condurti docile verso mondi ignoti. Abbracciarti forte e sentire il battito del tuo cuore smarrito. Cercare lieve le tue labbra schiuse e sussurrarti t’amo. 17 A TAVOLA CON LO CHEF di Gina Baldazzi* LE CASTAGNE Il 23 settembre secondo il calendario è entrato l’Autunno. Un Autunno dispettoso che ha rubato tante giornate all’Estate, che si è divertito a portarci vento, freddo e pioggia, che ha rovinato le vacanze a chi stava passando le sospirate ferie al mare e avrebbe voluto godersi il sole. Ora fa di nuovo caldo e sembra estate. Solo le giornate iniziano a accorciarsi, e quindi si trascorre più tempo in casa, e durante i weekend si sta con gli amici e magari si accende il caminetto abbandonato nel periodo estivo. Ed ecco che allora compaiono le castagne, il più buon frutto autunnale. Le castagne, sono da sempre presenti sul nostro territorio, tanto che la loro prima apparizione su un testo scritto risale al IV secolo a.C., quando Senofonte parlava del castagno come dell’albero del pane. Ed infatti in passato le castagne erano anche dette il pane dei poveri per il loro elevato potere nutrizionale. Nonostante siano catalogabili come frutti, la loro composizione è ricca di carboidrati complessi, soprattutto l’amido, che le rende simili ai cereali. È proprio la trasformazione degli amidi in zuccheri durante la cottura a dar loro la caratteristica nota dolciastra tanto apprezzata dagli estimatori e dai golosi, ed inoltre si comportano anche come afrodisiaci. Ci sono quelle più saporite e speciali, dotate di carta di identità come l’indicazione geografica protetta (IGP), o la denominazione di origine protetta (DOP): è il caso della castagna dell’Amiata IGP o del marrone del Mugello sempre IGP oppure del marrone di San Zeno DOP. La cottura delle castagne è un rito soprattutto quando si parla delle caldarroste, in cui il frutto, precedentemente inciso con un coltello, viene posto sulla brace in un’apposita padella bucherellata. Un’altra modalità di preparazione è la bollitura (ballotte) che assicura una cottura più omogenea, oppure vengono utilizzate per preparare il marron glacé, prodotto dolciario ottenuto sciroppando e in seguito zuccherando il frutto, o la farina di castagne che viene utilizzata nella realizzazione del castagnaccio, dolce tipico della tradizione culinaria tutta italiana dal Piemonte, Abruzzo e Toscana. Così recita una filastrocca popolare. La castagna in acqua cotta, prende il nome di ballotta, se la macini è farina, deliziosa e sopraffina, e se la impasto, cosa faccio? Un gustoso castagnaccio”. Ed ecco due ricettine facili, facili: ●TARTE ARDECHOISE (da Ardeche, Regione della Francia ricca di castagneti) - 2 uova, 100 gr di zucchero, 2 cucchiai di rhum, un pizzico di sale, 100 gr di farina 00, un cucchiaio di lievito, 100 gr di burro, 200 gr di crema di marroni alla vaniglia. Lavorare le uova intere, lo zucchero, il rhum e il sale. Aggiungere la farina e il lievito. Mescolare bene. A parte lavorare il burro ammorbidito con la crema dei marroni. Unire i due composti versando il tutto in uno stampo imburrato. Far cuocere per 40 minuti. ● CASTAGNACCIO TOSCANO - farina di castagne 500 gr, latte 700 ml, 2 cucchiai di zucchero, 2 cucchiai d’olio vergine d’oliva, pinoli 100 gr, uvetta 80 gr, noci 100 gr, un pizzico di sale 1 manciata di aghi di rosmarino. Preriscaldare il forno a 200°. Mettere l'uvetta a mollo in acqua tiepida per farla rinvenire, e la farina in una ciotola capiente. Versare poco per volta nella farina di castagne il latte, mescolando il tutto con una frusta fino ad ottenere una pastella ben amalgamata e morbida. A questo punto aggiungere l’uvetta, i pinoli le noci tritate grossolanamente. Tenere da parte un piccolo quantitativo di questi tre ingredienti che servirà per cospargere la superficie del castagnaccio prima di infornarlo. In una teglia bassa, del diametro di 40 cm, spennellata d’olio versare l'impasto. Cospargere il castagnaccio con gli ingredienti messi da parte e con gli aghi di rosmarino freschissimi, poi versarvi sopra a filo altri due cucchiai di olio. Infornare per 30 minuti a 200° fino a che si sarà formata una bella crosticina tutta crepata e la frutta secca abbia preso un bel colore dorato. Una romantica leggenda narra che le foglioline di rosmarino utilizzate per profumare il castagnaccio, costituissero un potente elisir d’amore e che il giovane che avesse mangiato il dolce offertogli da una ragazza, si sarebbe subito innamorato di lei e l’avrebbe chiesta in sposa. *[email protected] 18 IN GIRO PER IL MONDO relazioni internazionali... notizie e curiosità dalle varie parti del pianeta di Adriano Donaggio* IL RECENTE VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO IN COREA: RISVOLTI POLITICI A volte le cose si capiscono dopo. Molti giornali non avevano capito l’importanza del viaggio di Papa Francesco in Corea. “France 24”, per citare un esempio, non ne ha mai parlato. Altri telegiornali, nel fare i titoli, lo mettevano al quarto, quinto posto. Eppure, dal punto di vista giornalistico, i motivi di interesse erano molti. Il più perturbante: quali sarebbero state le reazioni della Cina. Come avrebbero reagito i giovani asiatici a quell’incontro? Ci sarebbero stati i giovani? Si, ma quanti? Anche la gente? Il Ministero degli Esteri ha osservato, studiato i discorsi del Papa, i suoi comportamenti, prima di dare una risposta, un timido riscontro che sembra aprire l’inizio di un dialogo che sarà difficile, lungo, forse estenuante, ma da qualche parte, per arrivare, bisogna pur partire. La Cina ritiene che è la Chiesa ad avere fretta, i cinesi non ne hanno. Credo sia un errore. Ad avere fretta è proprio la Cina, così vasta, così articolata, difforme al suo interno, bisognosa di forti nuclei di coesione: nuclei che siano al servizio dell’umanità della Cina. La partecipazione della gente nelle diverse tappe del viaggio del Papa in Corea è stata quella che abbiamo visto alla TV, che si è impressa nei nostri occhi. Folle così vaste da perdersi all’orizzonte del nostro sguardo tanto erano numerose. Quello che questo Papa dice, fa, il modo in cui si comporta, piace, attrae anche in queste terre che pur sono così lontane geograficamente e culturalmente. La verità è che si parla a proposito e a sproposito di un mondo globalizzato. Si ignora che pur nel permanere di situazioni tra di loro diversissime, i popoli del mondo si rendono conto di essere, più o meno vittime della cultura dello scarto (i vecchi, i poveri, i disoccupati, i sofferenti, gli inabili, i giovani sospinti ai margini, la sterilità della disoccupazione.) Papa Francesco acutamente, con forza, ha detto: i giovani non sono il futuro. sono il presente. Se non potranno vivere il loro presente, difficilmente potranno rendere feconda la terra con il loro futuro. Anche chi gode del benessere avverte che, in questo mondo globalizzato che non fa eccezioni e non ha scrupoli, un pericolo sta corrodendo le sue sicurezze. La crisi può raggiungere strati di popolazione (la classe media, per esempio) che prima si riteneva al sicuro. In questo senso Papa Francesco, anche se parla poche lingue, dice significativamente ai popoli che parlano le lingue più diverse: non lasciatevi rubare la speranza, non accettate l’emarginazione, di essere considerati esseri inutili. E questo riguarda tutto il mondo e anche in questo senso il suo messaggio è universale. Ma chi minaccia la speranza? Luciano Gallino, nel libro " Il colpo di Stato di banche e governi" (Ed Einaudi, pag.352, €19,00) straordinario per lucidità di analisi, ricchezza e dominio di fonti autorevolissime a livello internazionale, di dati provenienti da serissime istituzioni internazionali , frutto di ricerche di commissioni di indagine di indiscutibile prestigio, parla di colpo di stato di banche e di mondo della finanza. E precisa che per colpo di Stato intende: la presa del potere senza un’elezione democratica, una delega che viene dai cittadini. La Finanza, in questo mondo da essa dominato ha preso il potere e impone a governi e a intere popolazioni, pseudo valori e povertà di grandi masse al solo scopo di arricchire spropositatamente pochi. È la Finanza stessa che ha costretto i Governi a svenarsi, a rovinare molte famiglie per mettere riparo alle follie incontrollate di una parte diabolica dei suoi economisti. 19 È da loro che nascono sottrazioni di capitali da parte degli Stati che per inseguire follie: sono costretti a sottrarre danaro utile agli investimenti, alle scuole, alle università, al welfare, obbligati come sono a coprire voragini di debiti creati dal mondo della Finanza. Molta parte dei deficit pubblici deriva, infatti, dall’agire incontrollato e irresponsabile del mondo della Finanza. Ormai si sa, questo è un dato appurato. La crisi nasce dal fatto che i governi hanno dovuto salvare banche, società di assicurazioni, società finanziarie che, a proposito di libero mercato, hanno agito in modo sconsiderato, senza rispettare alcuna regola, causando danni sociali gravissimi da cui non siamo certamente fuori e che a molti costano sangue. Anche in questo, Papa Francesco è un Papa oltre che acuto, consapevole, che parla a persone di molti paesi diversi. Sa benissimo che le teorie degli economisti neoliberisti portano una nazione al disastro, che la politica della pianificazione vecchio stampo comunista non sta né in cielo, né in terra. Che le moderne teorie economiche hanno superato i vecchi arnesi pseudoscientifici degli economisti che non hanno saputo prevedere la crisi e che oggi propongono ricette disastrose (anche attraverso autorevoli giornali italiani). La gente in molti Paesi si è resa perfettamente conto che Papa Francesco ha capito i limiti di numerosi sapientoni che si ritengono dei brillanti economisti (visti i risultati, economisti del nulla).e che il Papa offre la fede di una realtà che non è piegata dall’interesse materiale, ma che allo stesso tempo non ne ignora le esigenze. Una fede che è libera, come è libero Lui, di parlare di economia partendo dai bisogni dell’uomo, di tutti gli uomini. Da questo punto di vista è un Papa ideologico, ateo... Lui, in qualsiasi momento potrebbe ripetere un’affermazione di un Padre della Chiesa, Clemente Alessandrino (2°/3°secolo dopo Cristo:" Noi siamo i veri atei. Più atei di tutti coloro che pretendono di essere Dio". Sono passati millenni e c’è ancora gente che crede e adora il vitello d’oro. Nel 1897, un sociologo francese, Emile Durkheim, pubblicò "Il suicidio" una indagine a vasto raggio del tragico gesto (cfr. Enciclopedia delle Scienze Sociali -Treccani), e quindi anche al suicidio determinato da una situazione sociale. Diffuse sulla base di rilievi statistici ineccepibili, che, nei momenti di crisi o di depressione economica, aumentano nella società i suicidi (è quello che abbiamo constatato anche in questi anni). Ha anche detto Durkheim che questo dipende dal fatto che quando c’è una crisi economica grave si verifica una situazione che lui chiama di anomia, di caduta delle leggi, di rottura degli equilibri, di sconvolgimento dei valori su cui si basa la vita della società. Anomia. I nomi, come sotto la torre di Babele sono a-nomen. Le parole (onestà, etica, solidarietà, realtà, pace, dialogo) non hanno più un senso, diventano senza nome. Di ritorno da Seul, in modo apparentemente piano, ma con una forza prepotente, il Papa ha lanciato un allarme che non ammette superficialità. Ha confidato “Qualcuno mi ha detto, Padre, siamo nella terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi, a capitoli”. Non solo gli individui si possono suicidare, ma anche le Nazioni. E prima aveva detto “La gente è stanca della guerra” Ma purtroppo il mondo, a pezzi, va verso la guerra. Papa Francesco, che non ha nulla da difendere se non la sua fede, ha capito perfettamente dove ci portano questi disastri che esplodono in tutte le parti del mondo, come le metastasi di un cancro diventato incontrollabile. Di questa terribile crisi fa parte anche l’economia che sconvolge equilibri e valori, o meglio la vita di esseri umani, vittime di sopraffazioni che non possono controllare. La gente nelle più diverse parti del mondo guarda a Lui con attenzione acuta, empatica perché capisce che interpreta le loro angosce, la disperazione, ma è anche in grado di esprimere una forza che sa dire no, sa dare speranza, forza di valori che non sono assoggettati a guerre di dominio o di speculazione finanziaria. A Lui, come dice il Vangelo, bastano due calzari e una bisaccia, ma sa che se la sua missione è povera, grande è la risposta che deve dare. La gente ha capito che su questo si impegnerà senza risparmiare né coraggio, né energie. Se c’è una speranza comincerà da Lui. *[email protected] 20 L'ITALIA DEI CAMPANILI Annamaria De Ruggieri* MATERA Matera è una città antichissima, ubicata in un territorio che testimonia l’unicità e la continuità degli insediamenti umani dal paleolitico ai nostri giorni, perciò in questa città ciascuno di noi può sentire pulsare la vita dell’umanità dalle radici più profonde della propria memoria storica, in un fluire ininterrotto. A ridosso di un profondo burrone si abbarbicano i due antichi rioni della città: Sasso Barisano e Caveoso che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità nel 1993. I Sassi di Matera sono la sintesi materiale e storica delle varie forme di civilizzazione ed antropizzazione che qui si sono succedute nel tempo. Case scavate nella roccia, spazi vuoti ricavati dal pieno e riempiti di vita umana, abitazioni raffinate, grotte contadine producono uno scenario di singolare bellezza e poesia della memoria vitale: visitare i Sassi è un po’ come ridisegnare il proprio paesaggio interiore e ritrovare se stessi. La città dei Sassi è famosa, inoltre, per le innumerevoli chiese rupestri. A partire dall’VIII secolo monaci benedettini e bizantini si stabilirono nelle grotte della gravina, trasformandole in chiese. Anche nei due rioni dei Sassi è possibile visitarne molte, ben inserite nel contesto urbano; la visione di questi luoghi mistici arricchisce lo sguardo del visitatore di ulteriori emozioni e suggestioni. Ma quali chiese visitare? Quella che si consiglia assolutamente di non lasciarsi sfuggire è la Cripta del Peccato Originale, conosciuta come la Cappella Sistina della pittura rupestre. La denominazione deriva da una delle scene rappresentate dagli affreschi, ma la chiesa è nota anche come "Grotta dei cento santi", per la presenza di tanti santi affrescati sulle pareti. La Cripta si raggiunge attraverso un sentiero che ne anticipa la suggestione emotiva: non appena si entra l’evocazione mistica della Creazione risplende all’improvviso e sullo sfondo, dal buio, appaiono le scene narranti episodi biblici di commovente bellezza. Una targa posta all’ingresso della Cripta - un tempo ricovero di uomini e animali, oggi modello esemplare di restauro - nomina gli scopritori i di questo luogo, soci fondatori dell’importante e storico circolo culturale “La Scaletta”. Molti artisti, intellettuali e uomini di cultura sono stati suggestionati dal fascino di questa città. La bellezza prepotente di Matera influenzò la semantica espressiva di Ortega; l’artista spagnolo, fuggito dal regime franchista, nel 1973 si trasferì a Matera dove avviò il suo laboratorio nella sede del circolo culturale “La Scaletta”. Quando l’artista - nel giorno della festa della Madonna della Bruna - vide il carro di cartapesta attraversare le vie della città, fu come illuminato da nuove prospettive pittoriche: volle conoscere i maestri cartapestai, utilizzare la cartapesta in modo innovativo, dare una dimensione tridimensionale ai suoi quadri. Oggi Matera lo ricorda attraverso una articolata iniziativa che rifugge dalle ordinarie e consuete forme di celebrazione: il progetto “La casa di Ortega”, contemporaneamente museo e centro delle arti applicate, luogo simbolico e concreto della simbiosi tra artigianato ed arte. Pur con differenti ragioni e stili linguistici, numerosi registi hanno girato i loro film a Matera: Lattuada, Pasolini, Mel Gibson. Nel '49 Carlo Lizzani realizza un documentario di denuncia: coglie il mondo contadino nella propria sofferta miseria, come descritto da Carlo Levi in Cristo si è fermato ad Eboli: “Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l'inferno di Dante... Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone... Le strade sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto... vedevo l'interno delle grotte che non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall'alto, attraverso botole e scalette". Matera non ha nulla di scontato, qui la cultura non è merce di consumo o sbandieramento di grandi eventi: si pensi, ad esempio, all’importantissima mostra di sculture che ogni anno espone le opere di artisti di valore internazionale; nel suggestivo complesso rupestre della Madonna delle Virtù e di San Nicola dei Greci il visitatore ha la possibilità di vivere un silenzioso percorso di profondo effetto culturale in cui la visione delle forme dell’arte si intreccia a quelle dell’ambiente, tra passaggi suggestivi di luce ed ombra, interni ed esterni. Proiettata dal suo passato verso il futuro, Matera è città candidata a capitale europea della cultura con una posizione davvero prestigiosa. Mi piace concludere riportando alcuni passi tratti dal dossier di candidatura: Matera è infatti un luogo speciale, che scatena in tutti pensieri ed emozioni profonde. Qui si prende coscienza degli elementi fondamentali del cosmo e delle fragilità dell’esistere, dei cicli della vita e della morte e dei processi naturali. Qui il vuoto e il pieno, il suono e il silenzio, le tenebre e la luce sono parte di un tutto armonico che lega indissolubilmente l’uomo alla natura… Ci candidiamo per dimostrare che arte, economia, abitare, ambiente sono un tutt'uno. La nostra non è una candidatura di grandi eventi, ma di cittadinanza culturale, che consenta ogni giorno di fare incontri sorprendenti e di immaginare nuovi modelli di vita, cultura ed economia. *[email protected] 21 ARTI E MESTIERI di Antonio Pillucci La natura ha dotato ciascun essere vivente di strumenti o peculiarità per difendersi, dal freddo o dai predatori, e procacciarsi da vivere. I peli, quella formazione cornea filiforme che si forma in varie parti della cute dei mammiferi, servono principalmente a proteggere la cute medesima e a difendere alcune parti del corpo da elementi estranei. Quindi capelli, barba, baffi, e peli sub ascellari, puberali, ecc... sono stati presenti nell'uomo sin dall'inizio. Che farne? Ben presto sorse il problema di come regolarli. Fin dalla remota antichità, comunque, fu noto il rasoio: di bronzo prima e successivamente in ferro. La sua forma non differiva sostanzialmente dal rasoio moderno, costituito da una lama d'acciaio fuso con una impugnatura. Naturalmente, per sistemarsi capelli e barba bisognava possedere il rasoio e saperlo usare. Nacquero così i barbieri, o tonsores, come li chiamavano i Romani, che esercitavano tale mestiere… nei confronti dei ricchi, credo! Se penso che, anche nell'era attuale, ricorrendone l'esigenza, molte mogli fanno i capelli ai mariti! A Roma nacquero persino le Corporazioni delle arti e mestieri, chiamate Universitas. Ognuna aveva la propria chiesa, luogo di aggregazione, con annesso ospedale e ospizio, sede della Confraternita che coordinava gli aderenti. La Confraternita dei barbieri era presso la chiesa dei Ss. Cosma e Damiano prossima al Foro di Vespasiano, la cui festa cadeva il 26 settembre; e poi c’era quella di S. Ludovico re, che si festeggia il 25 agosto. I barbieri esercitavano anche la bassa chirurgia come cavare denti o applicare sanguisughe, fare flebotomie e salassi tanto che nel fronte delle porte era appesa un’insegna luminosa e girevole di forma cilindrica a strisce bianche e rosse dove le bianche significavano le bende e le rosse il sangue e la forma cilindrica ad indicarvi il bastone dove il paziente si appoggiava per tenere alzato il braccio quando il pseudo chirurgo faceva la flebo. Era il segnale per il viaggiatore stanco o ferito, che poteva riconoscere a distanza ed ivi ricorrervi. A parte quelle usate da Egizi, Caldei e Assiri per proteggersi dal sole, dal XIV secolo la nobiltà iniziò a portare parrucche, con trecce posticce per le dame, monumentali con boccoli rigidi, a più piani sotto Luigi XIV, alla spagnola fino alle spalle...In definitiva, però, bisognava sistemare capelli, barba e baffi. Tra i molteplici tipi di barba e baffi, è opportuno scegliere un tipo che si adatti al proprio viso, al colore del pelo e della pelle, alla conformazione dell'intero corpo, per esaltarne i pregi e camuffare i difetti. Avere o non avere barba, baffi, basette; averla corta o lunga, a punta o circolare, liscia o ispida... rende diverso dal naturale il soggetto, talora irriconoscibile. A me, che non ho mai portato la barba, perché credo si faccia prima a radersi completamente, a chi è calvo con la barba, viene l’impulso di rigirargli la testa. Ma, tant'è, il cambio di look, i tipi di barba e baffi sono “ad libitum”: ognuno può sbizzarirsi come vuole. Impossibile, pertanto, fare un elenco di tipi di barbe. Tra di esse le più note sono quelle portate da Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Francis Drake, Giuliano Ferrara (fluente e spinosa), Jovanotti, Salvator Dalì (eccentrica)... 22 I baffi possono essere “a matita” o “a penna” (come Clark Gable), all'americana (tagliati al livello del labbro), alla Guglielmo II (arricciati all'insù), alla militare, a manubrio, a ferro di cavallo (John Lemmon), a spazzolino (Hitler), a tricheco... Ma non è di hair style che voglio parlare; né voglio fare la storia di esso. Desidero invece lumeggiare la figura del barbiere come l'abbiamo conosciuta e vissuta noi, tra gli anni '50 fino alla prima decade del presente secolo. Ogni paese aveva un certo numero di botteghe di barbieri. Il loro locale si chiamava “salone”. Era composto da una sala, un cui lato era provvisto di un paio di lavandini, specchi e altrettante poltrone. Lungo tutto il muro una mensola sulla quale v'erano i ferri del mestiere e il materiale necessario; tra i più noti:accappatoio, acqua ossigenata, allume, belletto, brillantina, ceretta, cerone, cesoie, cipria, forcina, lozione, pennello da barba, pettini, piumino, polverizzatore, pomata, profumi, rasoio, sapone... Nella parte restante sedie per i clienti in attesa. Sì, chi andava da Gaetano o Peppino o Carletto... andava a servirsi solo da lui, o perché bravo o perché vicino o perché parente. A volte c'era un garzone, talora anche con mire di apprendista, che scopava i capelli caduti per terra, faceva qualche servizio comandatogli e sistemava sciarpe e cappelli dei clienti sull'attaccapanni, ricevendone, alla fine, nel mentre dava loro una ennesima passata di spazzola alle spalle, una mancetta. La gente, inoltre, non aveva fretta. Anzi, andava al salone anche per scaldarsi, fare due chiacchiere, avere o dare notizie su vicende paesane. Non c'era da leggere, essendo alta la analfabetizzazione. Se proprio bisognava indirizzare gli occhi a qualche scritto, v'era un calendario con donne discinte o provocanti. Per questi motivi, il barbiere era sempre gentile. Indossava una giacca-casacca, a tinta unita o a righe, nere o rosse o blu. Chi si affacciava alla porta o al vetro veniva invitato ad entrare e sedersi. All'occorrenza, il barbiere suggeriva a chi faceva presente di dover assolvere ad un compito urgente, di andare pure e magari di tornare. Mancavano sempre poche persone, ad avviso del barbiere. Lui non partecipava direttamente ai discorsi ma interveniva sempre annuendo, convenendo, dando ragione a tutti: si, si, si: un continuo. Il salone era chiuso il lunedì. Il barbiere era disposto a recarsi pure a domicilio di qualche anziano o malato o all'ospedale, per sistemare qualche ricoverato. Quando veniva il proprio turno, ti sentivi sollevare d'un palmo. Sederti in quella poltrona girevole, ammantato da un ampio accappatoio affinché nessun capello ti si posasse addosso, eri invitato a scegliere, a comandare: barba o capelli? Taglio o shampoo? Corti o sfoltiti? La doppia insaponatura di shampoo, l'approfondito lavaggio ed energico massaggio, l'asciugatura e la fissatura del capello col phon, salvo la scomoda posizione della testa nel lavandino e qualche ravvicinata vampata di caldissima aria dal phon, ti ravvivavano, rinvigorivano, avviluppavano come un vestito nuovo. Poi seguivi con attenzione il veloce, ritmico levigare della lama su una stuoia di gomma, per accertarti che fosse idonea all'uso. L'insaponatura era una carezza, un massaggio: il volteggiare rapido del pennello, l'addensarsi uniforme del sapone sul viso, vicinissimo alla bocca, al naso, ma mai dentro... ti dava sonnolenza. Ti riprendevi quando il barbiere impugnava il rasoio. Sapevano inclinarlo, girarlo, usarlo di netto ... Raramente, ma accadeva, un taglietto: stizza nostra, scuse sue, matita emostatica, cerottino... 23 Uscire col cerottino era un disdoro per ambedue! E poi, l'arte del taglio! L'importante era non fare “scalette”. A tale scopo, i capelli vanno alzati col pettine e tagliata la parte sporgente: un'arte. E poi, le rifiniture: basette, peli nel naso, nell'orecchio; eventualmente su qualche neo. Vedendoti allo specchio, potevi anche suggerire: accorcia qui, spiana li, gonfia là... Alla fine, volteggiando lui con lo specchio in mano dietro di te, riflesso in quello di fronte, ti faceva vedere il collo; l'occhio correva a controllare se fossero presenti i primi sintomi di insorgenza della chierica. E tu, di solito, mormoravi: va bene. Lui ti ridava la libertà: ti liberava dall'accappatoio, ti spazzolava le spalle, ti riconsegna sciarpa, cappello, cappotto o giaccotto e, al di là d'un tavolinetto, riscuotendo il dovuto, ti salutava. Io ricordo Salvatore (ancora attivo), Pesciolino (Nicolino Caruso), D'amico Antonio e Amerigo (col salone sotto i portici della piazza), Edmondo, Mascellone, Pavone, Peppino... i barbieri del mio paese, Castel di Sangro! Su indicazione di mio fratello, andavo da Peppino, perchè nostro lontano parente: incontrarlo con i capelli fatti da altri sarebbe stato un'offesa, professionale ed umana! Ma ognuno avrà memoria e ricordi di quelli del proprio luogo di nascita e residenza. Poi, alla fine del XIX secolo l'americano Gillette inventò un “rasoio di sicurezza” nel quale la disposizione di una sottile lama d'acciaio, da lui stesso ideata, evita a chi l'usa di tagliarsi. Più di recente, il rasoio elettrico, composto da un motorino elettrico, della potenza da 4 a 10 W, posto entro una custodia che ne forma l'impugnatura per l'impiego. Il motore aziona sia un gioco di lame, a pettine, in moto alternativo, sia uno o più dischi o coltelli rotanti. Entrambi i tipi tranciano i peli invece di piallarli, mentre una reticella metallica molto sottile mantiene diritti i peli durante il movimento delle lame. Ai barbieri sono subentrati i parrucchieri, i coiffeur, gli acconciatori, per uomo e donna, dotati anche di manicure, pedicure ed altro. I locali arredati con lavabi moderni, pieni di luci e specchi. Lo shampoo vien fatto con la testa in su, racchiusa in un apposito, anatomico raccoglitore d'acqua. Il personale è vario, pronto a servire. Alla fine ne conosci i nomi, maturi preferenze per questo o quello: assurge ad amicizia? Se scopri un parrucchiere a miglior prezzo sei tentato di provarlo. La gente non ha tempo di aspettare e normalmente necessita la prenotazione. Nel breve periodo di attesa del proprio turno o per lasciar asciugare smalti, tinture o altro... si sfogliano riviste di divi, auspicando di uscirne un pò più simili a loro! *[email protected] 24 ALLE RADICI DELLA STORIA EVENTI EPICI... MITI... LEGGENDE. di Daniela Ferraro* SEMINARA E L’ENIGMA DELLE MADONNE NERE E’ chiamata “Maria Santissima dei poveri” la splendida statua in legno di cedro poggiante su un trono in oro e argento laminato e che, per le particolari fattezze, richiama senz’altro l’arte arabobizantina. In braccio, la statua pure lignea raffigurante Gesù Bambino con il saio legato da un cingolo, in una mano un globo sormontato da una piccola croce, nell’altra un rametto. Leggendarie le sue origini: sembra che il simulacro, originariamente appartenuto al vescovo Basilio di Cesarea, sia stato poi portato in Occidente da alcuni monaci basiliani in fuga a causa delle persecuzioni iconoclaste di Leone III L’Isaurico. Distrutta la città di Taureana (dove esso aveva trovato un primo alloggio) a seguito di un’incursione saracena, fu abbandonato dai fuggiaschi lungo la strada nei pressi di Seminara. Rinvenuto in seguito nella campagna circostante sotto un mucchio di sassi, alcuni nobili cercarono di trasportarlo, ma inutilmente: era troppo pesante! Riuscì invece nell’intento la povera gente alla quale il simulacro risultò, invece, decisamente leggero (da qui l’appellativo di “Madonna dei poveri”.) Nel corso del ‘700 il gruppo ligneo ricevette in dono l’attuale trono in argento laminato da parte di una ricca famiglia spagnola per poi (scampato miracolosamente a ben due terremoti) trovare posto nell’attuale santuario di Seminara (1975) che da lui prese il nome. Lo strano particolare: gli incarnati della Vergine e del figlio sono bruni! Ed è così che anche la Madonna dei poveri si colloca all’interno dello strano mistero aleggiante attorno a diverse altre statue dal nero colorito diffuse non solo in Calabria (la Madonna Nera dei Carbonari a Longobucco, la Madonna della Sacra Lettera a Palmi , la Maria Santissima di Patmos a Rosarno, la Madonna Nera di Capocolonna di Crotone) ma anche in altre diverse parti d’Italia e dell’Europa (specie in Francia dove ve ne sono ben 180) e del mondo (America latina, Africa, Filippine). In alcuni casi il particolare colorito è dovuto a motivazioni di carattere naturale come, ad esempio: il colore bianco originario del volto è stato annerito dal fumo (delle candele o di un incendio) o è solo conseguenza dell'alterazione dei pigmenti a base di piombo della pittura o è dovuto a fenomeni di ossidazione del metallo che lo rivestiva. Si ritiene, ancora, che esso sia dovuto a un adattamento ai caratteri somatici di popolazioni non europee o che derivi da una precisa scelta stilistica e teologica che preferisce oscurare la fisicità a vantaggio di una rappresentazione più decisamente spirituale del divino. Nel caso della Madonna di Seminara, ad es., molti studiosi sostengono che il suo colore bruno sia dovuto semplicemente a un’alterazione dei pigmenti a base di ossidi di ferro seguita all’esposizione al fuoco dell’incendio della città di Taureana. È indiscutibile, comunque, che nella maggior parte dei casi il culto della “Madonna nera” sia da collegarsi a qualcosa di molto antico quanto misterioso. Farebbe esso, infatti, riferimento al culto pagano della “Grande Madre” venerata in tempi remoti in diverse parti del globo e sotto i nomi più diversi quali Gea, Iside, Demetra, Artemide, Diana, Epona. Era essa appunto la dea Myrionyme (la dea dai mille nomi) e non si può non evidenziare quanto la stessa parola Myrionyme ricordi da vicino Myrion, il nome di "Maria". Gea, la dea della terra, si presentava per l’appunto sotto un duplice aspetto: uno positivamente luminoso in quanto legato alla fertilità e all’abbondanza, l’altro negativo, oscuro, facente riferimento all’infertilità e alla carestia. Egualmente duplici il volto di Iside e di Demetra e delle altre divinità tutte legate al ciclo eterno e continuo della vita, dalla nascita alla morte per poi la rinascita all’interno di un misterioso susseguirsi di simboli e allegorie. Iside, in particolare, veniva rappresentata col figlioletto Horus tra la braccia (come le nostre Madonne), il volto oscurato anche per la perdita del suo Osiride e lo stesso valeva per Demetra, sofferente per la ciclica perdita della figlia Persefone divisa tra il mondo dell’Ade e quello della superficie. Una religione primigenia, dunque, di carattere matriarcale che solo in tempi più recenti sarebbe stata sostituita da quella di carattere patriarcale ma che ancora vive nel cattolicesimo all’interno del suo particolare sincretismo con culti e leggende derivate dal mondo pagano. *[email protected] 25 MOSTRE E CONCERTI di Rocco Ferri* ●MEMLING. RINASCIMENTO FIAMMINGO - SCUDERIE DEL QUIRINALE ROMA - Piazza del Quirinale – fino al 18 gennaio 2015 Orario: da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00; venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. L'ingresso è consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura. Biglietti: intero € 12,00; ridotto € 9,50. Il biglietto ridotto è valido per i seguenti visitatori: - giovani fino a 26 anni- insegnanti in attività (esclusi professori universitari)- gruppi convenzionati - forze dell'ordine e militari con tessera di riconoscimento- giornalisti con regolare tessera dell'Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti) ridotto speciale € 7,00 L'ingresso gratuito è valido per i seguenti visitatori:- bambini fino a 6 anni- disabile (accompagnatore gratuito)- invalido (accompagnatore gratuito)- guide turistiche Regione Lazio In prima assoluta in Italia mostra monografica sul pittore fiammingo Hans Memling, grande protagonista della scena internazionale del suo tempo, tanto da influenzare di ritorno la pittura italiana del primo Cinquecento. In particolare il focus della mostra sarà quello di gettare uno sguardo approfondito sulla relazione di Memling con le grandi nobiltà italiane che formavano la sua ricca committenza. Tra i suoi capolavori il Trittico Donne (1470), il Giudizio Universale del Trittico di Danzica (1473), il Trittico del Matrimonio mistico di Santa Caterina (1479), il Reliquiario di sant'Orsola (1480). ● VAN GOGH. L'UOMO, LA TERRA, IL LAVORO - PALAZZO REALE MILANO – Piazza del Duomo, 12 - fino all’8 marzo 2015 Orario: lunedì dalle 14.30 alle 19.30; da martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30. Giovedì e sabato apertura prolungata fino alle 22.30 (ultimo ingresso un'ora prima della chiusura). Biglietti: € 11; ridotto € 9.50; ridotto speciale € 5.50. Speciale famiglia: 1 o 2 adulti + bambini (da 6 a 14 anni), € 9.50 adulto e € 5.50 bambino. Una retrospettiva dedicata a Van Gogh, genio pittorico olandese - molto poco compreso in vita attivo nella seconda parte dell'Ottocento. Il tema della mostra evoca gli spazi contadini tanto cari a Van Gogh - tanto da aspirare egli stesso per molto tempo di fare il pastore - in cui l'uomo si confronta con la natura e la sua forza, tentando di domarla coi propri mezzi per averne un vantaggio che è sempre dapprima la sopravvivenza. ●ESCHER – CHIOSTRO DEL BRAMANTE – fino al 22 febbraio 2015 ROMA – Arco della Pace, 5 Orario: ogni giorno dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 20.00. Sabato e domenica dalle 10 alle 21. Lunedì chiuso. La biglietteria chiude una ora prima. Biglietti: - Intero € 13,00 (audioguida inclusa) - Ridotto € 11,00 (audioguida inclusa): ragazzi da 11 a 18 anni non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti (con documento); militari di leva e appartenenti alle forze dell’ordine; portatori di handicap. 150 opere di Escher (17.6.1898/27.3.1972), artista grafico e incisore olandese conosciuto per le sue incisioni su legno, mezzetinte e litografie che stravolgono i principi naturali della fisica proponendo uno sconvolgimento delle dimensioni sorprendentemente ordinato nella sua geometria. *[email protected] . 26 IN LIBRERIA di Carmelo Pelle* OPERE - ROMANZI BREVI E RACCONTI di Corrado Alvaro. Ed. Classici Bompiani, pag. 933, indice escluso. €16.00. Questo secondo volume delle Opere di Corrado Alvaro contiene i più bei racconti del grande scrittore calabrese. Da Il mare ai Settantacinque racconti a La moglie e i quaranta racconti, vengono qui presentate storie varie, di vita contadina, di analisi psicologica e di costume. Storie in cui Alvaro si presenta al tempo stesso sia come narratore puro che osservatore, cronista appassionato di un'Italia che, pur non esistendo quasi più, è rimasta nel cuore di tutti come fondamento di una insopprimibile nostalgia. La raccolta è curata da Geno Pampaloni, con una prefazione datata 1994, sempre attuale. Corrado Alvaro ha inseguito sino agli ultimi anni delle sua vita, il progetto di un grande romanzo, ma il meglio di sé va ricercato nei racconti, dove trova il giusto ritmo di narratore allusivo. Sorprende in Alvaro la conoscenza del mondo contadino e della media e alta borghesia: in sintesi, la conoscenza dell'animo umano al femminile e al maschile, senza distinzione di censo e di cultura. Gente in perenne attesa...e una speranza segnata dal destino, nei canoni del fatalismo meridionale. I racconti, i cui protagonisti si trovano in località italiane o all'estero, sono tagliati nella “stessa stoffa”: un moto pendolare tra le diverse città e paesi di origine, immancabilmente poveri e arretrati, segnati da una struggente nostalgia, nella solitudine. Moto che Luigi Meneghello, partigiano, giornalista e scrittore, di chiara fama, nel 1993, definisce “dispatrio” in un suo libro così intitolato. I racconti sono tutti bellissimi e c'è l'imbarazzo della scelta. Mi limito a segnalare: Il mare (pag.5), L'ultima delle mille e una notte (pag.85), Gelosia (pag.615), La ricchezza (pag.821), La moglie (pag.919). Non è possibile analizzarli tutti, anche per ragioni di spazio, ma un saggio della grandezza espressiva di Alvaro può desumersi dalla lettura dei 3 racconti dei quali si trascrive: l'incipit del racconto La Cavalla nera; il brano intermedio estrapolato da Solitudine e la romantica conclusione de Gli Uomini. Da Cavalla nera (a pag.133, incipit): Il mio vicino pareva un uomo di coccio; anch'io sembro di coccio (...) come quelle figurine che vengono su dagli scavi, e di quei pupazzi che si fanno ancora con la creta: il tipo del vecchio uomo da vecchio seme. Il surrealismo di Alvaro, il linguaggio allegorico delle "cose", costantemente lirico, disincantato.. Da Solitudine (pag.29, brano intermedio): “Come nel sonno, riandavo ai tratti del suo volto, riconoscendo un paesaggio caro, e sentivo che ella sorrideva; avevo l'impressione di chi tocchi un fiore. Mi scossi e gridai: “Ti amo! ti voglio amare, Elfrida, aiutami tu!” L'irrefrenabile bisogno di amare e di essere amati, un retaggio dei poeti del 300, con l'aggiunta di una “possessività” inimmaginabile, delirante... Da Gli uomini (pag.808, brano finale): “E poi perché ha seguitato a giocare? Mi dice perché ha seguitato, mi spieghi bene il perché" Egli aprì la mano: "Così, tanto per..così, per niente! " Ella lo interruppe:" Come si sta bene qui" Ora si accomodava in una posa tranquilla e debole,ed era questo il modo di allontanare la vergogna ,per essere superiore a lui, Infatti era bella... “Non vuol dirmi perché ?” Lo sfiorò con la mano, e per poco egli la trattenne sino al polso. “Per vederla, ecco.” egli disse battendo gli occhi. La vide più vicina, come una grande luna, e come questa, il suo viso pareva sfumato e opaco. Ella replicò semplicemente: “Eccomi” Si sentì il cannone del mezzogiorno; una campana troppo vicina si mise a suonare e vinceva i colpi del cuore. Ella si levò in fretta, certo pensando che era necessario andasse a presiedere ai preparativi per il pranzo. “Come siete strani voi uomini; non si sa mai cosa pensate” disse , rassettandosi tranquillamente. Tutto in quella stanza ricadde nella solitudine; le cose che ella aveva guardato, e che si erano rallegrate della sua chiara presenza, tornarono solitarie e senza ricordi. Un atto d'amore fugace, senza fronzoli e senza domani, da donna moderna, libera, disinibita con il contorno del solito linguaggio delle “cose” distaccato ed indifferente... Note - Corrado Alvaro, letterato, poeta, giornalista, nato a San Luca di Aspromonte, Reggio Calabria, il 15 aprile 1895, e morto a Roma l'11 giugno 1956, è ritenuto il più grande tra gli scrittori calabresi dell'epoca moderna. Tra le sue numerosissime opere (fu molto prolifero) si segnalano; Poesie giovanili (1917), La siepe e l'orto (1920), Vent'anni (1930), Gente d'Aspromonte (1930), Quasi una vita (1950) vincitrice del Premio Strega 1951. Sempre nel 1950 Mastrangelina (1960, postumo) secondo romanzo del ciclo Memorie del mondo sommerso. [email protected] pelleilcalabro.blogspot.com 27 BLOCK NOTES di Carmelo Pelle * Com'è noto, la rubrica “Per strappare un sorriso", condotta, da tempo, dal dr. Giuseppe Spinelli, con grande humour e molto apprezzato dai lettori, è quindi una rubrica fissa. Anche per questo numero era stata allestita e impaginata ma inaspettata è giunta in redazione, poi diffusa in tutta la famiglia CIDA EPNE INPS ed ERATO CIDA INPS, la notizia della tragica morte avvenuta l’11 settembre, in ufficio, del dr. Dario Cacciavillani, di anni 38, dirigente del Settore Rimborsi per Affari Istituzionali del ministero dell'Economia e Finanze, in Roma, genero del dr. Spinelli. In segno di rispetto per il dr. Spinelli, la redazione unanime ha deciso di sospendere momentaneamente la rubrica. Il dr. Cacciavillani lascia due figli, Margherita di 7 anni, Giovannino di 5 anni, e la moglie, Simona, 37 anni, vice prefetto in servizio al ministero degli Interni,in Roma. Una fine estate 2014 tremenda per la CIDA EPNE INPS e il gruppo ERATO: L'11 agosto, minato da un male incurabile, è scomparso il dr. Mario Montesi, 89 anni compiuti, già Vice Direttore Generale dell'INPS, fedele servitore dell'istituto, innamorato della CIDA-INPS e del Gruppo ERATO, presente ad ogni evento e sempre pronto a partecipare generosamente alle nostre iniziative benefiche. Lascia la moglie Luisa Marchetti, iscritta ERATO, sposata nel lontano 7 settembre1958, ed il figlio Andrea di 47 anni. Il 5 agosto è scomparso anche il dr. Alfredo Terzo, minato da un tumore al cervello, consigliere nazionale e Segretario Vicario della Sezione ex CIDA INPDAP, dirigente della Struttura Provveditorato e Approvvigionamento presso la Direzione Generale INPS, di anni 50. Lascia la moglie Simonetta Evangelisti, di anni 49, la figlia Lavinia di 11. Il dr. Terzo era entusiasta del Gruppo ERATO, al quale si era iscritto ed era destinato, per la sua bella penna, a curare la rubrica “L'Italia dei campanili”. Suo l'allestimento del sito www.cidainps.it con le sottovoci Erato Gruppo ed Erato Rivista, che a breve entrerà in funzione. Ci mancheranno.. Con un groppo alla gola per la commozione, utilizzando questa pagina, porgo le più sentite condoglianze alle famiglie Spinelli, Cacciavillani, Montesi e Terzo, anche a nome dell'intera CIDA EPNE INPS (Presidente, Segretario Generale, Segreteria, Responsabili Regionali ed il Segretario della CIDA EPNE della Direzione Generale INPS). Gesù disse: “Io sono la Risurrezione e la Vita; chi ha fede in me, anche se muore, tornerà a vivere...”. Vale per i credenti. Per i non credenti, come per i credenti, è valido anche l'invito a ricordare Dario, Mario e Alfredo, continuamente, come se fossero ancora con noi. In tal modo li sentiremo sempre vivi e vicini Per credenti e non credenti, all'unisono, una preghiera semplice, convinta: “Sia per loro lieve la terra...” *[email protected] 28 SINDACATO… SINDACALE… SINDACATO PASSI AVANTI DEL DIALOGO SOCIALE EUROPEO IN ITALIA. di Paolo Cannavò* Nel corso del primo semestre di quest’anno due eventi significativi hanno caratterizzato l’evoluzione del Dialogo Sociale Europeo in Italia: a) Il 14 marzo si è svolto a Roma a Palazzo del Gallo il Convegno “Dialogo Sociale Europeo, forza di modernizzazione e cambiamento” promosso dalla Associazione Italiana di Studio del Lavoro per lo viluppo organizzativo, prima iniziativa specifica che si svolge nella Capitale. Ha aperto i lavori il Presidente, dr.ssa Maria Grazia DE ANGELIS, la quale ha sostenuto che “L’attuazione nelle imprese e nei gruppi di imprese di dimensioni comunitarie di una procedura per l’informazione e la consultazione dei lavoratori rappresenta un banco di prova per chi vuole veramente dare impulso a un ammodernamento delle relazioni industriali anche in chiave organizzativa nell’ambito del Dialogo Sociale Europeo. Da questo punto di vista nel prossimo semestre di presidenza italiana sia le parti sociali che il Governo Renzi possono misurarsi in una sfida costruttiva dove possono vincere tutti”. E nelle conclusioni ha sottolineato che il Dialogo Sociale Europeo “dovrebbe determinare i contenuti del rapporto di lavoro e provvedere alla distribuzione della ricchezza prodotta dal Paese secondo criteri di equità e solidarietà sociale”. Il dibattito, ricco e qualificato, è stato coordinato dal dr. Romano BENINI docente di Politiche del Lavoro, che – tra l’altro – ha affermato “solo dalla condivisione di regole e strumenti comuni sulle relazioni industriali e per il dialogo sociale è possibile un’Europa del lavoro e della collaborazione tra le nazioni e limitare gli effetti distorsivi del mercato finanziario e della competizione.” Tra i temi più “forti” è stato segnalato, in particolare dal dr. Luigi CAPRIOGLIO Segretario Generale della Conféderation Européenne des Cadres, che la Unione Europea, rendendo esplicito sul piano normativo il dialogo sociale, riconosce alle parti sociali la possibilità di diventare i principali operatori nella costruzione dell’Europa sociale. In concreto con lo strumento del Dialogo Sociale Europeo, le parti sociali hanno la possibilità di affrontare e regolamentare a livello europeo temi rilevanti quali l’occupazione, la modernizzazione del mercato del lavoro, il miglioramento delle competenze e delle qualifiche dei lavoratori, la promozione delle pari opportunità, la prevenzione di tutti quei fenomeni che creano disagio lavorativo, quali lo stress, il mobbing, le molestie. Da questo punto di vista, e in particolare, l'Avv. Maurizio CERCHIARA, presidente Confederazione degli Studi di Logistica Internazionale, ha evidenziato come “..nell’ambito del Dialogo Sociale Europeo sono auspicati accordi per l’applicazione dell'istituto della partecipazione del lavoratore subordinato ai profitti dell'azienda e per la regolamentazione della Finanza affinché non scarichi più i suoi devastanti effetti sull'economia reale, fondata sul lavoro e sull'impresa”. Decisamente significativa è la “vision” proposta dall'Associazione Italiana Direzione del Personale, attraverso il dr. Michele TRIPALDI, Vice Presidente nazionale e Presidente nel Lazio “E’ forse giunto il momento in Italia, partendo dagli spunti e dalle indicazioni provenienti dal Dialogo Sociale Europeo, di riprende quella parte “sana” della nostra tradizione sindacale legata alle relazioni industriali “responsabili” e che ha visto, ad esempio nella politica dei redditi e nella concertazione degli anni 90, un importante strumento di confronto e di gestione delle principali leve socio-economiche del sistema paese. Per troppo tempo, nell’illusione di “liberarsi” da lacci e lacciuoli si è inteso “procedere divisi”, nell’illusione che la vera libertà sia la solitudine e non invece una sana e costruttiva “partecipazione responsabile”. Questa crisi, che non è più congiunturale ma “geologica”, ce lo impone!”. 29 Il dr. Fernando CECCHINI, esperto del disagio lavorativo e mobbing, ha ampliato questi ultimi contenuti. denunciando "La scarsa sensibilità e attenzione, da parte di tutte le parti sociali italiane e degli stessi media, all’applicazione di accordi quadro europei già consolidati come quello in tema di stress da lavoro correlato e quello riguardante le violenze morali in ambito lavorativo”. I motivi per cui in Italia il Dialogo Sociale Europeo sia poco conosciuto, sono stati stigmatizzati dal dr. Sergio GRAZIOSI, Presidente onorario della Federation Européenne des Cadres des Transports, il quale ha avuto modo di constatare come la stessa “abbia più volte tentato di inserirsi nelle commissioni del dialogo europeo settoriale senza però riuscirci. Infatti tali commissioni, dove siedono rappresentanti del mondo delle imprese e del mondo sindacale sono praticamente monopolizzate dalla Confederazione Europea dei Sindacati, dove militano le nostre CGIL, CISL e UIL.” Una sorta di numero chiuso, praticamente blindato. La Federazione Europea dei Manager delle Costruzioni, tramite il sottoscritto, che ne è il Presidente ha proposto che: “Il Dialogo Sociale Europeo sia uno strumento complesso, ma efficace in Europa, in grado di creare un’etica industriale condivisa in EU27. Il sistema integrato delle Costruzioni sembra essere quello più idoneo a introdurlo inizialmente in Italia”. b) Il Programma del “Semestre italiano 2014” proposto dal Presidente RENZI che - quasi in risposta ai temi e all’invito del Convegno appena illustrato - dopo aver messo in evidenza anche il ruolo dei porti europei come terminali logistici, la Macro Regione Adriatico-Jonica, le politiche per l’Occupazione e i Giovani - ha posto esplicitamente l’esigenza di rafforzare il dialogo sociale europeo - e di cogliere le opportunità del Vertice sociale trilaterale di Ottobre. Un evento eccezionale i cui frutti non tarderanno a maturare. *[email protected] Presidente FECC Federazione Europea dei Manager delle Costruzioni 30 IL TORMENTONE SUI TAGLI ALLE “PENSIONI ALTE” È ORA DI SMETTERLA! di Aurelio Guerra* Il tormentone "tagli alle pensioni alte" continua: è ora di finirla! E dunque ancora non siamo usciti dal periodo di ferie ferragostane e già, come si era intuito, ricomincia l’attacco alle cosiddette “pensioni d’oro” ora più pudicamente ma anche più pericolosamente definite “pensioni alte”. Tale è infatti l’espressione con cui il Ministro Poletti individua il nuovo bersaglio di una politica previdenziale destinata a salvaguardare non meglio precisati “esodati” o ancor più vaghe esigenze di equità. Che vale rammentare che contributi di solidarietà già esistono in varia misura, che le pensioni di importo anche solo medio sono da tempo praticamente prive di rivalutazione, che normative sempre più stringenti colpiscono già le pensioni di invalidità e quelle di reversibilità? Niente da fare. Il Ministro dice che le risorse del sistema previdenziale vanno usate per un’operazione di redistribuzione interna che tuteli la fasce più deboli. Niente quindi diritti quesiti, niente rispetto del patto sociale stipulato da decenni tra stato e cittadini, niente validità dei trattamenti liquidati sulla base delle normative vigenti perché prioritaria è l’esigenza di assicurare l’equità previdenziale tra i cittadini e la redistribuzione delle risorse economiche nel tempo disponibili. Qualche ingenuo potrebbe timidamente chiedere se a questo scopo non sia già preposto il sistema fiscale che pure è ispirato da una sensibile progressività e se ben diverso sia il sistema e la finalità della contribuzione che è strettamente connessa ai compensi percepiti nella vita lavorativa tanto da far definire la pensione “retribuzione differita”. Perché quindi utilizzare le retribuzioni individuali per interventi di solidarietà sociale che devono invece gravare su tutti i cittadini attraverso la fiscalità e a che scopo allora differenziare le contribuzioni se poi non si ha una corrispondenza con i futuri trattamenti pensionistici? Ed inoltre, dove è finita la "certezza del diritto calpestando i diritti acquisiti?" Perchè propiziare estenuanti e costosi azioni giudiziarie? C’è molto da riflettere quindi per non assumere decisioni demagogiche ed improvvisate e soprattutto per non aggiungere ulteriori incertezze ai già non indifferenti problemi dell'età avanzata. Ma ecco in questi ultimi giorni il colpo di scena: Renzi, Presidente del Consiglio, dichiara che la questione non è nell'ordine del giorno del Governo. Gli fa eco suo vice, Delrio. che parla di colpo di sole di qualche membro del Governo, con chiara allusione al ministro Poletti. E' auspicabile, pertanto, che la questione non venga riaperta, per batter cassa, da qualche economista d'accatto, in autunno, che, sotto l' aspetto sindacale, molti esperti prevedono caldo. *[email protected] 31 FUORI DAL CORO di Giuseppe Beato* In un'atmosfera resa un po’ surreale dalle vacanze estive, si è compiuta l’unificazione definitiva (speriamo non definitiva diciamo noi) dei servizi della tecnostruttura dell’Istituto, che - ancora dopo due anni e otto mesi dalla soppressione di INPDAP ed ENPALS del dicembre 2011 perdurava in buona parte differenziata fra uffici di responsabilità dirigenziale generale “INPS” ed uffici “ex-INPDAP” gestione pubblica: a metà luglio, il nuovo Ordinamento dei servizi è stato approvato. Ciò significa che una parte importante -quella che riguarda la configurazione e distribuzione degli uffici più importanti al centro e sul territorio- del processo di integrazione in INPS delle risorse umane e strumentali e dei processi di lavoro degli Enti soppressi è stata effettuata. Né banale è stato il seguito all’emanazione delle due Determine di riorganizzazione, cioè l’attribuzione degli uffici lì previsti ai diversi dirigenti delle tre realtà unificate. Sono tutti contenti dopo questo difficile e lungo parto? Sicuramente non sono contenti molti dirigenti provenienti dagli Enti soppressi, ma domani potrebbero essere scontenti i veri proprietari dell’INPS: gli utenti. Cerchiamo di spiegare di seguito le ragioni. Il nuovo Ordinamento dei servizi è stato varato sulla base dei presupposti sanciti dal precedente Piano industriale – aprile 2014 – che era stato a sua volta richiesto due anni prima dal Ministro del Lavoro Fornero agli Organi dell’Istituto in stretta relazione con l’accorpamento in INPS delle funzioni istituzionali dei soppressi INPDAP ed ENPALS. Ma non solo. L’INPS ha acquisito negli ultimi anni anche la gestione pressoché completa degli adempimenti amministrativi tecnici ed erogativi relativi alle pensioni di invalidità prima gestiti da altri Enti pubblici, nonché il compito di realizzare e gestire il casellario dell’assistenza e la banca dati degli ammortizzatori sociali. Il tema chiaro del piano industriale richiesto era - come in tutte le realtà aziendali che incrementano e modificano le proprie “mission” - la ridefinizione degli assetti fondamentali dell’Istituto alla luce delle accresciute attribuzioni istituzionali ricevute dal Parlamento. Ben lungi da essere una partita da gestire solo in termini di risparmi e di tagli finanziari e di personale, il legislatore ha affidato all’INPS, in ragione dei meriti gestionali acquisiti nel corso degli ultimi tre decenni, il compito di ridefinirsi come Ente di gestione generale di una parte preponderante del welfare italiano: previdenza, assistenza, supporto alle imprese in crisi, credito agevolato ai lavoratori non solo pubblici, gestione delle pensioni d’invalidità, ruolo attivo dal punto di vista gestionale-informativo nella politica del lavoro. Il ruolo e il peso dell’INPS nel nostro Paese è sintetizzabile in pochi dati: flusso finanziario annuo di circa 750 miliardi di euro fra entrate e uscite (le spese dell’Amministrazione statale si attestano sui 450 miliardi di euro l’anno); 23 milioni di lavoratori iscritti alle gestioni previdenziali e 21 di pensionati (la quasi totalità dei cittadini italiani è ora destinataria di erogazioni finanziarie dall’INPS a titolo di previdenza, assistenza o sostegno alle politiche del lavoro); 4 miliardi per spese di funzionamento gestite (importo pari a circa il doppio del bilancio di Comuni quali quelli di Roma, Milano, Napoli e Palermo). A ciò si aggiunga che l’acquisizione di circa 6 milioni di utenti del pubblico impiego – fra dipendenti e pensionati – e i compiti di realizzazione delle banche dati dell’assistenza e degli ammortizzatori sociali implicano la circostanza ,affatto nuova per l’INPS, del prodursi di un orizzonte di circa 20.000 nuovi rapporti istituzionali, corrispondenti alle Amministrazioni pubbliche Queste le premesse. Di questo contesto di riferimento si doveva tenere debito conto in occasione della predisposizione del Piano industriale e dell’Ordinamento, rafforzando e potenziando anche la Tecnostruttura, centrale e periferica. Chi scrive aveva proposto - all’inizio su questa rivista poi come Associazione dei dirigenti e professionisti ex INPDAP - di istituire cinque poli di gestione delle macrofunzioni dell’Istituto 32 (pensionistico, assistenziale, degli ammortizzatori sociali, della banca dati e dei beni e servizi di funzionamento), ciascuno con un vertice di responsabilità dirigenziale generale a diretto riporto del Direttore generale. Poi c’era la possibilità e l’utilità di creare sul Territorio almeno 6 aree metropolitane, come del resto previsto in un’informativa del Direttore generale ai Sindacati diffusa due anni fa. Sarebbe stato utile istituire dei distretti territoriali interregionali con competenza specifica: patrimonio, anticorruzione, rapporti con le autonomie locali per la realizzazione delle banche dati dell’assistenza e degli ammortizzatori sociali. Non stravagante era anche l’ipotesi di elevare tre Sedi regionali alla responsabilità dirigenziale generale. Si sarebbero utilizzati i 48 posti di responsabilità generale assegnati all’Istituto al termine della spending review per funzioni strategiche di supporto, rafforzando gli uffici territoriali, nell’ottica di una dialettica più ravvicinata che in passato con le autonomie locali. Invece, il Piano industriale “a tendere” e l’Ordinamento dei servizi che ne è conseguito hanno sviluppato un quadro di attività e di organizzazione dell’INPS delineato in termini di assoluta continuità con il passato, come se negli ultimi anni non si fosse prodotto alcun cambiamento istituzionale, non solo sul piano delle dimensioni ma, anche e soprattutto, della varietà delle attribuzioni conferite dal legislatore. Ne è derivata, un mese fa, una tecnostruttura immutata sul Territorio ed incrementata al centro di 7 direzioni centrali, senza alcuna distribuzione in dipartimenti di area. Sono stati “dispersi” 13 preziosi posti di responsabilità dirigenziale generale regolarmente assegnati dal Governo - destinati ad altrettante Strutture di progetto “temporanee” le quali, pur formalmente legittime (a termini dell’articolo 16 del d.lgs 165/01), potranno arrecare benefici minori rispetto all’efficacia che avrebbe avuto una loro diversa configurazione. Secondo noi, il tema del nuovo Ordinamento dell’INPS rimane aperto, non solo perché è urgente riempire immediatamente di contenuti operativi validi e utili le competenze assegnate alle Strutture di progetto, ma, di più, per modificare le aree da presidiare con i posti di responsabilità dirigenziale generale. C’è, infine, ma non ultimo in ordine d’importanza, un altro tema legato alla nuova organizzazione dell’Istituto: l’integrazione fra risorse umane preesistenti ed acquisite di recente. L’integrazione può e deve essere conseguita cercando di sacrificare al minimo le componenti, dirigenziali e non, del personale “assorbito”. In questo senso, l’elemento che balza subito agli occhi degli osservatori è la recente assegnazione dei posti di Strutture di progetto, concepiti come uffici di seconda fila, riservata solo a dirigenti provenienti dagli Enti soppressi. Non sembra, in questo senso, che siano stati osservati criteri oggettivi di attribuzione degli incarichi, al di là del riferimento teorico - presente nel provvedimento di assegnazione degli incarichi - alla Determinazione n. 188 dell’ottobre 2009, adottata in epoca anteriore all’accorpamento. Questo schema mentale e operativo utilizzato per l’assegnazione dei posti di responsabilità di prima fascia sarà replicato anche al momento dell’assegnazione dei posti di seconda fascia e dei coordinamenti professionali (e degli altri posti di responsabilità nelle aree professionali)? Un’integrazione vera va concepita, non come mero processo di occupazione di posizioni, dirigenziali e non: tale modalità è propria magari di una banca o di aziende private concorrenti, non di un grande Ente pubblico. Un’Amministrazione pubblica deve, invece, prendere atto di un’avvenuta “soppressione” di altro ente pubblico e del successivo trasferimento a sé delle funzioni, ma operare con le risorse acquisite in termini di coinvolgimento attivo. Operare ingiustamente nei confronti di una parte del personale - è sempre utile ricordare che 7.000 degli attuali 30.000 dipendenti INPS provengono da storie ed esperienze lavorative diverse, acquisite proprio nelle materie che il legislatore ha attribuito - significa soprattutto impedire che i nuovi arrivati si identifichino come INPS, che si sentano in una nuova casa comune, non come intrusi, ma come parte utile e necessaria. Un’integrazione condotta con prudenza ed equità, lungi dall’essere operazione “autoreferenziale” di limitato interesse, è di grande utilità per l’utenza dell’Istituto perché valorizza nuove e preziose energie umane e professionali. Riflettiamo bene tutti. *[email protected] 33 IL NOSTRO ORGANIGRAMMA COMITATO ESECUTIVO Coordinatore: Carmelo PELLE Vice: Rocco FERRI Giuseppe SPINELLI Amministrazione: Rosario PROCOPIO Organizzazione: Silvana COSTA Relazioni Pubbliche: Scipione GIOFFRE’ Segretario: Alberto CECI COMITATO DI REDAZIONE Coordinatore: Redattore Capo: Redattori: Carmelo PELLE Silvana COSTA Antonio PILLUCCI Giuliana COSTANTINI Aurelio GUERRA RESPONSABILI DI SETTORE: Giuseppe BEATO Giuliana COSTANTINI Antonio DE CARLO Antonio DE CHIARO Adriano LONGHI Ezio NURZIA Claudia PELLE Giulio SORDINI Rosario ZIINO problematiche Cida cinema questioni sociali musica classica poesia in vernacolo turismo e visite guidate spiritualità teatro in romanesco e pittura escursioni e sport RAPPRESENTANTI PERIFERICI: Attilio AGHEMO (Torino) - Gaetano BARTOLI (Palermo) - Rosario BONTEMPI (Regione Piemonte) Lillo BRUCCOLERI (Genova) - Bruno DE BIASI (Oristano) - Marino FABBRI (Reggio Emilia) Giuseppe GIGLIOTTI (Cosenza) - Mario LOMONACO (Campobasso) - Armando LO PUMO (Genova) - Mario MIRABELLO (Catanzaro) – Elio PELAGGI (Catanzaro) - Salvatore PINTUS (Genova) Gesuino SCANO (Sassari) - Mario SCOCCHIERI (Locri) - Enrico VIGNES (Latina) - Vincenzo VITRANO (Trapani) - Pietro ZAPPIA (Reggio Calabria). L’adesione è libera. L’auspicio è di garantire la presenza di rappresentanti del Gruppo in ogni provincia d’Italia. INFO: sono Associati al Gruppo Erato automaticamente gli iscritti al Sindacato CIDA EPNE INPS e per libera scelta il personale dell’INPS, in servizio o in pensione e le persone appartenenti ad altri ambienti di lavoro su presentazione di un associato. La tessera è gratuita per minori di 18 anni. 34