Climatizzazione
Le condizioni climatiche degli anni passati hanno dato un
notevole impulso all’acquisto di impianti di condizionamento dell’aria. Si installa
un impianto di climatizzazione perché si vuole ricreare un microclima, in termini di
temperatura, umidità relativa e qualità dell’aria, che si avvicini il più possibile a quelle
che sono le condizioni ambientali ideali per la vita di una persona.
Per alcuni impianti, superiori ad una certa potenzialità, è richiesto il progetto da parte di
un progettista termotecnico abilitato, mentre per altri, di piccole dimensioni, solitamente
si procede ad una valutazione semplificata del fabbisogno termico. Ciò non toglie che un
progetto con calcoli dettagliati è sempre comunque consigliabile.
Detto questo, prima di procedere nella scelta e descrizione degli impianti di
climatizzazione, occorre però stabilire quando è necessario il progetto.
Quando sono obbligatori il progetto termotecnico e il rilascio della dichiarazione di
conformità
La risposta alla domanda insita nel titolo la troviamo soprattutto nella legge 46/90 sulla
sicurezza ma anche nella legge 10/91 sul risparmio energetico.
Fino a che non entrerà in vigore il capo V (“Norme per la sicurezza degli impianti”)
del Testo Unico dell’Edilizia DPR 380/01, occorre distinguere l’obbligo di progetto
termotecnico fra edifici adibiti ad uso civile ed edifici adibiti ad attività produttive,
commercio, terziario e altri usi. Dal 1 luglio 2005 (data prevista, per il momento, per
l’entrata in vigore del capo V del suddetto Testo Unico), invece questa distinzione
sparirà; per il momento è sparita solo per le scuole.
In un quadro riassuntivo cerchiamo di sintetizzare la situazione attuale per quanto
riguarda la progettazione e l’installazione di “impianti di riscaldamento e di
climatizzazione azionati da fluido liquido, aeriforme, gassoso e di qualsiasi natura e
specie” (definizione della legge 46/90):

Progettazione

Installazione

Cambiamenti introdotti dal Testo Unico dell’Edilizia
Progettazione
Edifici adibiti ad uso civile ed edifici scolastici di ogni ordine e grado (per il DPR
447/91, regolamento di attuazione della legge 46/90, gli edifici civili sono quelli
destinati ad uso abitativo, a studio professionale, a sede di persone giuridiche private,
associazioni, circoli, conventi e simili):
1. In questo caso il progetto termotecnico è obbligatorio, ai sensi della legge 46/90,
nei seguenti due casi:
o
Impianto di scarico fumi a canne collettive ramificate (ricordiamo a tal
senso che, in base alla norma della UNI 10845 anche i sistemi multipli (“
insieme di più sistemi i cui condotti di aspirazione aria e/o evacuazione
fumi sono alloggiati verticalmente nel medesimo vano tecnico”) e collettivi
(“sistema nel quale più apparecchi similari, alimentati con lo stesso
combustibile, sono raccordati alla stessa canna fumaria collettiva o allo
stesso condotto incubato”) vengono equiparati, come obblighi di progetto
agli impianti di scarico fumi a canne collettive ramificate;
o
Impianti di climatizzazione di potenza pari o superiore a 46,5
kW (40.000 frigorie/ora);
2. Il progetto può essere considerato obbligatorio però, ai sensi anche di altre
disposizioni legislative, e precisamente nei seguenti casi:
o
In base alla legge 10/91 (ora capo VI del DPR 380/01, “Norme per il
contenimento del consumo di energia”), devono essere progettati
gli impianti di riscaldamento, climatizzazione e produzione di acqua calda
di qualsiasi potenza e in edifici di qualsiasi destinazione d’uso. Infatti l’art.
26, comma 3 della legge 10/91 (ora art. 123, comma 3 del capo VI del DPR
380/01), recita “Gli edifici pubblici e privati, qualunque ne sia la
destinazione d'uso, e gli impianti non di processo ad essi associati devono
essere progettati e messi in opera in modo tale da contenere al massimo, in
relazione al progresso della tecnica, i consumi di energia termica ed
elettrica”;
o
In base invece al DM 01/12/75, vanno invece progettati gli impianti termici
con potenza superiore a 38,4 kW;
Edifici adibiti ad attività produttive, commercio, terziario e altri usi (per il DPR
447/91, regolamento di attuazione della legge 46/90, tali edifici sono le sedi di società, le
attività industriali, commerciali, agricole, di intermediazione o produzione di beni o
servizi, edifici di culto, uffici, luoghi di cura, magazzini, depositi, pubbliche finalità
dello Stato, enti istituzionali, territoriali, economici):
1. In questo caso il progetto termotecnico non è obbligatorio, ai sensi della legge
46/90
2. Il progetto può essere considerato obbligatorio però, ai sensi di altre disposizioni
legislative, e precisamente nei seguenti casi:
o
In base alla legge 10/91 (ora capo VI del DPR 380/01, “Norme per il
contenimento del consumo di energia”), devono essere progettati
gli impianti di riscaldamento, climatizzazione e produzione di acqua calda
di qualsiasi potenza e in edifici di qualsiasi destinazione d’uso. Infatti l’art.
26, comma 3 della legge 10/91 (ora art. 123, comma 3 del capo VI del DPR
380/01), recita “Gli edifici pubblici e privati, qualunque ne sia la
destinazione d'uso, e gli impianti non di processo ad essi associati devono
essere progettati e messi in opera in modo tale da contenere al massimo, in
relazione al progresso della tecnica, i consumi di energia termica ed
elettrica”;
o
In base invece al DM 01/12/75, vanno invece progettati gli impianti termici
con potenza superiore a 38,4 kW;
Installazione
Edifici adibiti ad uso civile ed edifici scolastici di ogni ordine e grado (per il DPR
447/91, regolamento di attuazione della legge 46/90, gli edifici civili sono quelli
destinati ad uso abitativo, a studio professionale, a sede di persone giuridiche private,
associazioni, circoli, conventi e simili):
1. In questo caso occorre far installare l’impianto ad una impresa abilitata alla
realizzazione degli impianti di cui all'art. 1 comma 1c) della legge 46/90 e
iscritta nell'albo provinciale delle imprese artigiane. Tale impresa deve rilasciare
al termine dei lavori una dichiarazione di conformità degli impianti completa
degli allegati obbligatori.
Poiché per installare un impianto di climatizzazione occorre effettuare una serie di
collegamenti elettrici necessari al funzionamento della macchina, ci si potrebbe
chiedere se l’impresa installatrice debba possedere anche l’abilitazione 1a)
(impianti elettrici) oltre alla 1c) già detta: la risposta è negativa in quanto si tratta
di una semplice connessione delle unità all’impianto elettrico esistente come
chiarito dalla circolare del Ministero dell’Industria n.3439/C del 27/03/98
“….l’eventuale estensione delle abilitazioni ad altre lettere, indipendentemente
dal possesso dei requisiti di legge, non è necessaria qualora questa sia riferita a
lavori strettamente attinenti all’esecuzione dell’impianto per il quale il soggetto è
abilitato. In tale ipotesi non devono pertanto essere concesse ulteriori
abilitazioni. È evidente quindi, per esemplificare, che un’impresa installatrice di
un impianto idraulico, abilitata ai sensi della legge 46/90 art. 1 comma 1 c), per
provvedere alla sua alimentazione elettrica non ha bisogno dell’abilitazione di
cui alla lettera a) dell’art. 1 della legge 46/90, qualora si tratti di una semplice
connessione con un impianto elettrico già esistente”;
Edifici adibiti ad attività produttive, commercio, terziario e altri usi (per il DPR
447/91, regolamento di attuazione della legge 46/90, tali edifici sono le sedi di società, le
attività industriali, commerciali, agricole, di intermediazione o produzione di beni o
servizi, edifici di culto, uffici, luoghi di cura, magazzini, depositi, pubbliche finalità
dello Stato, enti istituzionali, territoriali, economici):
1. Non occorre alcuna abilitazione da parte dell’impresa installatrice e non occorre
il rilascio di alcuna dichiarazione di conformità, poiché in questo caso non si
applica la legge 46/90. Tale situazione ha però vita breve, in quanto è imminente
l’entrata in vigore del capo V del Testo Unico dell’Edilizia, che estende gli
obblighi dell’abilitazione dell’impresa e del rilascio della dichiarazione anche in
questi ambiti, cioè anche al di fuori degli edifici civili.
Affidamento incarico a
impresa abilitata
RESPONSABILIZZAZIONE
DEL COMMITTENTE
▀
Schema dell'impianto
OPPURE
Deposito in comune
prima
dell'inizio lavori
Progetto (ove previsto)
→
da parte di tecnico
abilitato
←
RESPONSABILIZZAZIONE
DEL PROGETTISTA
Componenti
Costruzione da parte di
→
←
conformi alle norme
impresa abilitata
Osservanza del progetto e
delle norme
▀
↓
IMPIANTO SICURO E
AFFIDABILE
COSTRUZIONE A REGOLA
D'ARTE
↓
Schema dell'impianto
oppure
Dichiarazione di
progetto (ove
→ conformità al progetto e ←
previsto) da parte di
alle norme
tecnico abilitato
↓
↓
Utente
Ente di
controllo
Tipologia dei materiali
impiegati
RESPONSABILIZZAZIONE
DELL'IMPRESA
Figura 1.1 - Percorso previsto dalla legge 46/90 per ottenere un impianto sicuro
(Edilclima)
Ricordiamo che la legge 46/90 garantisce la sicurezza degli impianti attraverso:

L'obbligo di progetto (per determinati impianti) firmato da tecnico abilitato e
depositato presso gli uffici comunali;

L'obbligo di esecuzione ad opera di imprese abilitate, ossia in possesso dei
requisiti tecnico-professionali;

L'obbligo di eseguire gli impianti a regola d'arte usando componenti costruiti a
regola d'arte (secondo norme UNI e CEI);

La responsabilizzazione dell'impresa, che deve rilasciare una dichiarazione di
conformità alle norme ed al progetto dell'impianto eseguito.
Cambiamenti introdotti dal Testo Unico dell’Edilizia
Da ultimo analizziamo i cambiamenti, di cui abbiamo già in parte trattato, già introdotti
o che saranno introdotti in futuro dalTesto Unico per l’Edilizia (DPR 380/01) che è in
vigore dal 1 luglio 2003, tranne il Capo V, la cui entrata in vigore è prorogata al 1 luglio
2005 ad esclusione degli edifici scolastici di ogni ordine e grado per i quali è già in
vigore dal 1 gennaio 2004.
Il Capo V ha per titolo "Norme per la sicurezza degli impianti", comprende gli articoli
dal 107 al 121 e si riferisce agli impianti trattati dalla legge 46/1990, dovrebbe entrare in
vigore il 1 luglio 2005.
Il Capo VI ha per titolo "Norme per il contenimento del consumo di energia",
comprende gli articoli da 122 a 135 e si riferisce alla legge 10/91, è entrato in vigore dal
1 luglio 2003.
Le principali novità che dovrebbero essere introdotte dal capo V sono le seguenti:

è estesa l'applicazione della legge 46/90 a tutti gli edifici senza differenziare tra
uso civile ed industriale;

sono abilitate all'esercizio delle attività impiantistiche le imprese in possesso
di attestazione rilasciata da una SOA, anche in assenza dei requisiti previsti
dalla legge 46/90;

sono introdotte innovazioni per i collaudi degli impianti che verranno eseguiti da
professionisti abilitati non intervenuti nelle fasi di progettazione, direzione lavori
ed esecuzione delle opere;

è preannunciato un nuovo decreto per l'adeguamento dei vecchi impianti non
ancora a regola d'arte, che fisserà nuovi termini e modalità;
Le principali novità introdotte dal capo VI sono le seguenti:

la gran parte delle modifiche è essenzialmente tipografica. Dove si faceva
riferimento alla legge 10/91 ora si fa riferimento ad articoli del DPR 380/01;

la definizione delle tipologie in caso di recupero edilizio è ora l'art. 3 comma 1
del DPR 380/01;

le disposizioni della legge 10/77 art. 9 sono sostituite dall'art. 17 commi 3 e 4
del DPR 380/01;

la consegna del progetto al comune è sostituita dalla consegna allo sportello
unico;

per l'emanazione del decreto sulla certificazione energetica è stato eliminato il
termine temporale ed aggiunto il Consiglio superiore dei lavori pubblici quale
ente da consultare;

in caso di accertamento di difformità l'intervento non è più del sindaco o del
prefetto ma del dirigente o responsabile del competente ufficio comunale;

L'articolo 126 del DPR 380/01 che prevede la possibilità, in determinate
circostanze, di non presentare il progetto prima dell'inizio dei lavori non è
attualmente applicabile in quanto rimanda all'art. 111 che appartiene al capo V
che entrerà in vigore il 1 luglio 2005.
Guida agli impianti di climatizzazione
Una corretta scelta del sistema di climatizzazione di un ambiente (fig. 2.1) presuppone
innanzitutto un calcolo preliminare del fabbisogno termico dell’ambiente da
climatizzare.
Per gli impianti di potenzialità superiore a 46,5 kW (40.000 kcal/h), come sappiamo, la
legge 46/90 prescrive l’obbligo del progetto da parte di un progettista termotecnico
abilitato, mentre per gli impianti di modeste dimensioni, anche se un calcolo dettagliato
sarebbe comunque sempre consigliabile, risulta normalmente sufficiente una valutazione
semplificata del fabbisogno termico.
Il calore
Tutti i corpi, che siano solidi, liquidi o aeriformi, sono formati da molecole in continuo
movimento fra di loro. L’indicazione dell’intensità di agitazione delle molecole ci viene
fornita dalla temperatura.
Nel Sistema Internazionale la temperatura si misura in gradi Celsius mentre
nel Sistema Tecnico in gradi centigradi(°C), in pratica i due valori si equivalgono.
L’agitazione molecolare aumenta se al corpo viene fornito calore, viceversa rallenta,
arrestandosi completamente al raggiungimento dello “zero assoluto” (-273 °C), se viene
sottratto calore.
Il calore assunto da un corpo è in definitiva determinato dal numero e dalla velocità
media delle molecole che lo costituiscono.
Si ricorda che nel Sistema Internazionale l’unità di misura del calore (energia
termica) è il Joule (J), mentre lacaloria (kcal) è l’unità prevista dal Sistema Tecnico.
In Italia per definire in modo specifico ed intuitivo il processo di condizionamento o
refrigerazione spesso si utilizza la Frigoria(Frig) che però non è contemplata da nessun
altro sistema di misura.
Gli inglesi e gli americani usano invece le BTU (BritishThermal Unit).
Nel Sistema Internazionale l’unità di misura della potenza è il kW, mentre
nel Sistema Tecnico è la kcal/h.
Le varie unità di misura sono fra loro convertibili mediante le seguenti relazioni:

1 W = 0,86 kcal/h = 0,86 frig/h = 3,4 BTU/h

1 kcal/h = 1 frig/h = 1,163 W = 3,95 BTU

1 BTU/h=0,25 kcal/h=0,25 frig/h=0,293 W
Una sostanza può trovarsi allo stato solido, liquido o aeriforme. In generale il
passaggio da uno stato all’altro dipende dalla temperatura, dal volume e dalla
pressione. Fornendo o sottraendo energia ad una sostanza, rispettivamente si
indeboliscono o si rinsaldano i legami molecolari, determinando in tal modo il
passaggio da uno stato fisico all’altro (fig. 2.2).
Fornendo ad una sostanza una determinata quantità di calore costante nel tempo si può
osservare che la temperatura aumenta al passare del tempo senza che la sostanza sia
soggetta a nessun cambiamento di stato fisico. Solo in corrispondenza di una determinato
valore di temperatura ha inizio il cambiamento di stato e, pur continuando a fornire la
stessa quantità di calore, la temperatura si mantiene costante fino a che tutta la materia
non è cambiata di stato (un esempio piuttosto comune è quello del cambiamento di stato
del ghiaccio che inizia con la fusione, in corrispondenza degli 0°C, e continua con
l’evaporazione quando si raggiungono i 100 °C).
In prossimità delle temperature che determinano il cambiamento di stato tutta l’energia
somministrata viene utilizzata per sciogliere i legami intermolecolari che caratterizzano lo
stato fisico della sostanza e la temperatura non cambia finché non si è concluso tale
processo.
L’energia che determina l’aumento di temperatura senza cambiamento fisico si chiama
calore sensibile mentre quella utilizzata per la trasformazione da uno stato fisico all’atro
si chiama calore latente. Il calore latente di fusione ed evaporazione è un parametro
caratteristico di ogni sostanza e la quantità di calore necessaria sarà tanto maggiore
quanto più grande sarà la quantità di materia sottoposta a cambiamento di stato. L’energia
spesa per il cambiamento di stato può essere restituita nel processo inverso. Se si sottrae
calore al gas si ottiene il passaggio da gassoso a liquido.
L’energia spesa per il passaggio di stato iniziale ed immagazzinata nel gas viene di nuovo
restituita sottoforma di calore.
I modi di trasmissione del calore
Il calore si trasferisce sempre da un corpo caldo ad uno meno caldo e può trasmettersi nei
seguenti modi:
Conduzione (Fig. 2.3a)
É il sistema di trasmissione tipico all'interno dei solidi, oppure tra solidi in intimo
contatto fra loro. Le molecole del corpo trasferiscono la propria agitazione termica da un
punto più caldo a un punto meno caldo (es. una barra di ferro riscaldata ad una estremità
trasmette il calore fino all’estremità opposta).
Convezione (Fig. 2.3b)
É il metodo di trasmissione del calore caratteristico dei liquidi e degli aeriformi. Le
molecole si trovano in uno stato di agitazione termica e si muovono trasmettendo il calore
a tutto l’ambiente in cui si trova il fluido (es. il calorifero riscalda tutto l’ambiente perché
l’aria riscaldata tende a salire verso l’alto creando moti convettivi all’interno del locale).
Irraggiamento (Fig. 2.3c)
La trasmissione di calore avviene per mezzo di onde elettromagnetiche nella gamma
dell’infrarosso (es. filamento incandescente di una lampada).
La trasmissione del calore nei locali da climatizzare
Nei locali da climatizzare il calore si trasferisce naturalmente da luoghi a
temperatura maggiore verso luoghi a temperatura minore. In un ambiente la
trasmissione del calore si manifesta quindi, attraverso la struttura edilizia (fig. 2.4),
dall’interno verso l’esterno nel periodo invernale e dall’esterno verso l’interno nel
periodo estivo.
In inverno, dall’interno (livello di temperatura più alto) il calore si disperde verso
l’esterno (livello di temperatura più basso) e deve essere compensato dall’impianto di
climatizzazione per conservare, come è auspicabile, un livello di temperatura costante nel
locale.
In estate viceversa il calore si trasferisce dall’esterno verso l’interno, attraverso le pareti,
le finestre e per irraggiamento dei raggi solari (fig. 2.5). A questo devono essere anche
sommati eventuali apporti di calore dovuti a sorgenti interne come ad esempio presenza
di persone, apparecchi di illuminazione, elettrodomestici, ecc.
Carico termico per l'aria di rinnovo
Una persona per il proprio benessere ha bisogno di inspirare una certa quantità di aria
fresca, possibilmente pulita, corrispondente a circa 0,5 m3/h, e di espirare
contemporaneamente nell’ambiente anidride carbonica.
Negli ambienti abitati sono da tener presenti tutta una serie di inquinanti provenienti da
mobili, vestiario, fumi di cottura dei cibi, fumo di tabacco, ecc. che causano cattivi odori
e determinano cause di malessere alle persone (fig. 2.7).
Studi condotti negli Stati Uniti hanno messo in evidenza come le principali cause di
malessere fossero costituite per un 50% da insufficiente ventilazione con aria fresca e per
il 28% da presenza di quantità non tollerabili di inquinanti nell’ambiente abitato.
Negli ambienti residenziali nel periodo invernale la legge n° 373 permette un numero
di ricambi d’aria non superiori a 0,5 volumi-ambiente/ora con un’eccezione, purché di
breve durata, fino a 4-5 volumi ambiente/ora per bagni, cucine e WC privi di aperture.
Nei locali pubblici invece la norma UNI 10339 richiede un ricambio di aria esterna che
è funzione della destinazione d’uso, del numero di persone presenti o della superficie in
pianta o del volume del locale.
Nel computo del carico termico occorre quindi considerare anche il calore perso con
l’immissione di aria esterna necessaria per il ricambio (ad esempio l’immissione di un
m3 di aria esterna a 35 °C con il 60% di umidità relativa richiede circa 10 W per
mantenere le condizioni ambientali interne a 27 °C con un’umidità relativa del 50%).
In definitiva per calcolare il carico termico totale di un locale basta sommare i contributi
dovuti al carico termico della struttura edilizia, al carico termico interno, e al carico
termico per l’aria di ricambio. Il compito del climatizzatore è quello di mantenere una
condizione di equilibrio termico e deve pertanto essere dimensionato in modo che la sua
potenza sia almeno uguale o superiore alla somma dei carichi termici così calcolati (fig.
Esempio di calcolo del carico termico per la scelta della potenza del climatizza
Per creare le migliori condizioni termoigrometriche un impianto di climatizzazione
deve essere in grado di raffreddare e di deumidificare l’ambiente. Nelle grandi strutture
dove si presentano specifiche necessita di controllo dell’umidità relativa, bisogna
calcolare il carico termico totale tenendo conto sia del carico termico dovuto al calore
sensibile sia di quello dovuto al calore latente:

Il carico termico sensibile influisce sulla temperatura dell’ambiente da
climatizzare (ad esempio il calore che si trasmette attraverso la struttura, quello
prodotto da apparecchi elettrici interni, quello dovuto alla presenza di persone e
all’aria di rinnovo);

Il carico termico latente influisce sull’umidità relativa ambiente (respirazione e
sudorazione delle persone, aria di rinnovo, sorgenti di umidità interna).
Negli ambienti residenziali o commerciali non è generalmente necessario suddividere
il carico termico in sensibile e latente perché nella maggior parte dei casi è sufficiente
fare una stima del carico termico totale.
Il calcolo deve essere riferito alle condizioni esterne di temperatura e umidità
relativa del periodo estivo della zona di installazione dell’impianto (indicazioni
relative alle condizioni termoigrometriche sono fornite dalla norma UNI 10339). Di
seguito sono riportati alcuni esempi di calcolo semplificato relativo ad una stanza da
letto di un appartamento tipo (fig. 2.10).
Tab. 2.1 - Tabella per la stima del carico termico per la scelta della potenza del climatizzatore
Carico termico
Carico termico totale
Descrizione
Dimensioni
(Watt)
(Watt)
Persone presenti
A
Lavoro sedentario
numero
x140 =
Finestre o vetrine
Esposte a Nord
m2
x29=
2
Esposte a Sud sole
m
x140=
2
Esposte a Sud ombra
m
x58=
2
B Esposte a Est sole
m
x98=
2
Esposte a Est ombra
m
x29=
2
Esposte a Ovest sole
m
x210=
Esposte a Ovest
m2
x70=
ombra
Pareti esterne (detratta la superficie di finestre o vetrine)
Esposte a Nord o Est
m2
x12=
2
Esposte a Sud sole
m
x29=
2
C Esposte a Sud ombra
m
x17=
2
Esposte a Ovest sole
m
x35=
Esposte a Ovest
m2
x17=
ombra
Pareti interne
Pareti che si
affacciano verso
m2
x9=
locali non climatizzati
Soffitti (solo quando il locale superiore non è climatizzato)
m2
x9=
D Sotto locale abitato
2
Sotto solaio
m
x29=
Sotto tetto o terrazza
m2
x41=
con buon isolamento
Sotto tetto o terrazza
m2
x93=
con scarso isolamento
Pavimenti
Pavimento che si
F affaccia su altro
m2
x12=
pavimento sottostante
non climatizzato
Carico elettrico dovuto ad apparecchi che emettono calore (lampade, macchine per
G ufficio, apparecchi elettrici o a gas, ecc..)
Tipo di apparecchio
Watt
x1=
Totale
A+B+C+D+E+F+G=
Condizioni ambientali di riferimento:
temperatura interna 27 °C - umidità relativa 50%
temperatura esterna 35 °C - umidità relativa 60%
Tab. 2.2 – Stanza da letto di appartamento situato in piano intermedio (appartamento A)
Appartamento A
Carichi termici
Carico termico
interni
Descrizione Dimensio Superfici Superfici Superfici Persone Apparecc
presenti
Unitario Totale
ni
e lorda e finestre e netta
hi
(numero
(W)
(W)
(m)
(m2)
(m2)
(m2)
(W)
)
7,5 X 12
3x3
9
-1,5
7,5
----12
Parete nord
= 90
12 X 12
4x3
12
--12
----12
Pavimento
= 144
12 X 9 =
4x3
12
--12
----9
Soffitto
108
1,5 X 29
Finestra
1 x 1,5
----1,5
----129
= 43,5
Nord
300 X 1
Illuminazion
--------300
31
= 300
e
Persone 2 X 140
--------2
--140
lavoro
= 280
sedentario
Struttura disperdente
Totale
926,5
Tab. 2.3– Stanza da letto di appartamento situato all’ultimo piano con soffitto rivolto verso
sottotetto con buon isolamento (appartamento B)
Appartamento B
Carichi termici
Carico termico
interni
Descrizione Dimensio Superfici Superfici Superfici Persone Apparecc
presenti
Unitario Totale
ni
e lorda e finestre e netta
hi
(numero
(W)
(W)
(m)
(m2)
(m2)
(m2)
(W)
)
7, 5X 12
3x3
9
-1,5
7,5
----12
Parete nord
= 90
12 X 12
4x3
12
--12
----12
Pavimento
= 144
12 X 41
4x3
12
------41
Soffitto
= 492
1,5 X 29
Finestra
1 x 1,5
----1,5
----129
= 43,5
Nord
300 X 1
Illuminazion
--------300
31
= 300
e
Persone 2 X 140
--------2
--140
lavoro
= 280
sedentario
Struttura disperdente
Totale
1349,5
Tab. 2.4 – Stanza da letto di appartamento situato all’ultimo piano con soffitto rivolto verso terrazzo
con scarso isolamento (appartamento C)
Appartamento C
Carichi termici
Carico termico
interni
Descrizione Dimensio Superfici Superfici Superfici Persone Apparecc
presenti
Unitario Totale
ni
e lorda e finestre e netta
hi
(numero
(W)
(W)
(m)
(m2)
(m2)
(m2)
(W)
)
7,5 X 12
3x3
9
-1,5
7,5
----12
Parete nord
= 90
12 X 12
4x3
12
--12
----12
Pavimento
= 144
12 X 93
4x3
12
--12
----93
Soffitto
= 1116
1,5 X 29
Finestra
1 x 1,5
----1,5
----129
= 43,5
Nord
300 X 1
Illuminazion
--------300
31
= 300
e
Persone 2 X 140
--------2
--140
lavoro
= 280
sedentario
Struttura disperdente
1973,5
Totale
Dai tre esempi emerge ovviamente l’importanza che assume la coibentazione degli
edifici: il terzo caso, appartamento C, relativo al locale situato sotto il terrazzo
scarsamente isolato, richiede infatti una potenza quasi doppia rispetto a quella prevista
per l’appartamento situato in posizione intermedia.
Se rapportiamo i carichi termici al volume del locale che nel caso specifico vale
4x3x3=12 m3 si ottiene:

Appartamento A - 926,5/36=25,7 W/m3

Appartamento B - 1349,5/36=37,4 W/m3

Appartamento C - 1973,5/36=54,8 W/m3
Frequentemente si fornisce come carico termico medio di un locale il valore di 35
W/m3. Dal risultato degli esempi precedenti si può notare che questa stima può essere
riferita con una certa approssimazione ad un locale di tipo residenziale ma che potrebbe
condurre a grossolani errori di valutazione se utilizzato anche in situazioni atipiche.
Il metodo semplificato proposto deve quindi essere utilizzato con attenzione e non in
modo indiscriminato anche in considerazione delle approssimazioni adottate nella
valutazione di:

Coefficiente K delle pareti;

Coefficiente di esposizione e di colore;

Carico termico fornito dalle persone (in particolare per quanto riguarda il tipo di
attività fisica);

Condizioni esterne.
Oltre a questo, nella scelta della macchina, occorre tener presente che le potenze
nominali sono fornite a condizioni di funzionamento normali e che temperature esterne
molto elevate (ad esempio su di un terrazzo esposto al sole) determino una resa
notevolmente inferiore (10% e oltre). Da quanto detto si può quindi concludere che è
bene scegliere la macchina con una potenza nominale superiore del 15-20% rispetto al
valore calcolato.
Principio di funzionamento di un climatizzatore
Il funzionamento di un climatizzatore si basa fondamentalmente sul principio di
funzionamento di un sistema frigorifero a compressione (fig. 2.11).
Nel ciclo frigorifero si sfrutta la proprietà di un fluido refrigerante (i fluidi refrigeranti di
uso comune portano le sigle riconosciute internazionalmente di R22, R407C e R410A)
di assorbire calore quando evapora a temperatura e pressione basse e di cedere il calore
assorbito quando condensano a temperatura e pressione alte.
Il gas refrigerante allo stato liquido entra nell’evaporatore dove evapora assorbendo
calore dall’aria presente nell’ambiente. I tipi di gas refrigerante utilizzati evaporano
però, quando si trovano alla pressione atmosferica, ad una temperatura troppo bassa per i
nostri scopi (circa -41°C per l’R22, -44°C per l’R407C e -51°C per l’R410A).
Per questo motivo il sistema viene fatto lavorare con il gas ad una pressione superiore
a quella atmosferica permettendoci, secondo necessità, di elevare la temperatura di
evaporazione e di ottimizzare le funzioni richieste al climatizzatore che sono quelle di
sottrarre calore e umidità all’aria dell’ambiente. In pratica quando il sistema
split opera in raffreddamento la temperatura di evaporazione può essere
compresa tra 0°C e +10°C in funzione della temperatura esterna e del tipo di sistema. Il
calore accumulato dal fluido nella fase di evaporazione deve essere portato fuori
dall’ambiente dal quale è stato prelevato e ceduto all’aria esterna.
Questo può essere ottenuto solo se portiamo il fluido ad una temperatura superiore a
quella dell’aria esterna. Del lavoro necessario si occupa lo stesso compressore che,
riducendo il volume del gas, ne aumenta la pressione e quindi la temperatura durante la
fase di condensazione. Il calore può essere a questo punto ceduto all’esterno per mezzo
del condensatore dotato di ventilatore collocato nell’unità esterna. A questo punto il
fluido in uscita dal condensatore incontra una strozzatura, cosiddetta capillare, che
determina una forte perdita di carico riportando di nuovo il gas refrigerante a bassa
pressione e permettendo in tal modo di ricominciare il ciclo
Il climatizzatore, affinché possa essere garantita la massima soddisfazione del cliente,
deve essere installato seguendo particolari criteri per quanto riguarda i materiali
impiegati, il posizionamento delle unità interne ed esterne e la tecnica dei
collegamenti idraulici ed elettrici.
La diffusione dell’aria nell’ambiente climatizzato
La corretta diffusione dell’aria nell’ambiente assume grande importanza per il
benessere degli occupanti. L’aria diffusa nell’ambiente può essere infatti causa di
fastidio se il flusso viene direzionato direttamente verso le persone o se si creano
correnti d’aria dovute da eccessiva velocità del flusso stesso (fig. 3.1).
Il flusso deve essere distribuito uniformemente per evitare la formazione di correnti
d’aria e la presenza di zone con aria ferma e stagnante. La velocità dell’aria fornisce ai
più sensazioni di benessere quando risulta inferiore a 0,20 m/s ma superiore a 0,08 m/s
poiché una velocità troppo bassa produce sensazioni altrettanto fastidiose a causa
dell’immobilità dell’aria.
Devono essere evitate anche variazioni di temperatura troppo ampie all’interno del
locale o fra locali attigui e “cortocircuiti” fra l’aria di mandata e l’aria di ripresa.
Il fenomeno di “cortocircuito” dell’aria si verifica quando la griglia di ripresa dell’aria
è collocata troppo vicino al diffusore di mandata dell’aria condizionata (fig. 3.2). In
queste condizioni gran parte dell’aria pulita fornita dal climatizzatore potrebbe essere
ripresa prima ancora che si misceli, come dovrebbe, con l’aria inquinata presente
nell’ambiente.
Affinché il climatizzatore possa fornire costantemente aria pulita all’ambiente
l’impianto deve essere sottoposto a regolare opera di manutenzione con attenta pulizia di
tutte quelle parti dove normalmente si ha accumulo di sporcizia (filtri, canali, batterie dei
climatizzatori, ecc..).
Collocazione dell'unità interna
L’unità interna deve essere installata in modo che l’aria diffusa nell’ambiente non
dia fastidio alle persone presenti e per questo deve essere direzionata verso zone di
transito piuttosto che di sosta (fig. 3.3).
Deve essere evitata l’esposizione diretta ai raggi solari, l’installazione nei pressi di
fonti di calore, in luoghi o posizioni molto umidi o bagnati (fig. 3.4),
dietro mobili o tendaggi che possano impedire la corretta diffusione dell’aria (fig. 3.5) e
in punti del locale dove potrebbe essere amplificato il rumore proveniente dalla
macchina (es. angoli).
La superficie della parete di installazione deve essere sufficientemente ampia per
permettere il rispetto delle distanze minime dalle pareti e dal soffitto dichiarate dal
costrittore, priva di asperità e adatta a sostenere il peso della macchina che deve poter
funzionare senza vibrazioni e senza rotture dovute ad una cattiva installazione.
Il posizionamento deve tener conto anche della possibilità di effettuare i collegamenti
dei tubi col minor numero di curve possibili e che l’acqua di condensa che si forma
nel normale funzionamento possa fluire facilmente attraverso uno scarico adeguato).
Quando non è possibile effettuare lo scarico della condensa per gravità si utilizza per
lo svuotamento una pompa (la pompa potrebbe essere però causa di rumore e per
prevenire eventuali fuori servizio della stessa deve essere dotata di dispositivo di
sicurezza che intervenga ad interrompere il funzionamento del macchina di
condizionamento) e, in caso di allacciamento ad uno scarico di tipo civile, è necessario
dotare il tubo della condensa di apposito sifone.
Oltre a quanto detto nell’installazione dell’unità interna occorre in particolare rispettare
le seguenti indicazioni:

La macchina deve essere collocata rispetto pareti e soffitti ad una distanza che
permetta di lavorare con comodità quando si deve chiudere e aprire il coperchio;

Accertarsi che ci sia sufficiente spazio per le manovre di collegamento dei tubi
e per approntare lo scarico della condensa con la giusta pendenza;

Verificare che sia presente una presa per l’alimentazione elettrica e che il
circuito di alimentazione della macchina sia adeguatamente dimensionato e
protetto (conduttori con sezione minima adatta alla potenza elettrica della
macchina e adeguatamente protetti contro le sovracorrenti, protezione contro i
contatti indiretti, ad esempio mediante protezione differenziale opportunamente
coordinata con l’impianto di terra nei sistemi di distribuzione di tipo residenziale);

Segnare sul muro mediante apposita dima di foratura i punti di fissaggio della
piastra assicurandosi che la macchina possa essere installata perfettamente “in
bolla”;

Agganciare saldamente la macchina alla piastra di fissaggio.
Collocazione dell’unità esterna
La collocazione ideale dell’unità è all’esterno, in posizione adiacente al locale da
condizionare, il più vicino possibile all’unità interna (ad esempio su di un balcone o
terrazzo) facendo attenzione a non superare i dislivelli consentiti (fig. 3.6) e di evitare
che i tubi di collegamento siano troppo lunghi
L’installazione in luogo chiuso è, per quanto possibile da evitare. Se l’ambiente fosse
chiuso si produrrebbe un innalzamento di temperatura progressivo dell’ambiente stesso
con conseguente blocco dell’intero sistema. (fig.3.7).
In estate la posizione migliore in cui collocare l’unità esterna è all’aperto in un punto
poco esposto ai raggi solari o a fonti di calore perché la macchina deve cedere all’aria
esterna il calore asportato dall’ambiente più quello prodotto dal compressore. L’aria
viene aspirata ad una determinata temperatura ed immessa nell’atmosfera riscaldata. Nel
periodo invernale invece la collocazione migliore è nel punto più caldo perché la
macchina funziona come pompa di calore e l’unità deve sottrarre calore all’aria esterna.
Risulta evidente che la scelta del punto di installazione dovrà essere il risultato di un
compromesso che tenga conto delle diverse necessità estive ed invernali. Nei casi in cui
non fossero praticabili altre soluzioni e si fosse costretti ad installazioni in luoghi coperti
o chiusi bisogna in ogni caso fare in modo che l’unità aspiri aria dall’esterno e scarichi
all’esterno l’aria riscaldata.
Per risolvere il problema si possono praticare fori di adeguate dimensioni che si
affaccino verso l’esterno e fornire alla macchina un’idonea ventilazione che garantisca
lo smaltimento del calore prodotto. In ogni caso sia all’esterno sia all’interno devono
esser adottati tutti gli accorgimenti utili a garantire una corretta dispersione del calore
evitando quindi di porre ostacoli davanti all’aspirazione o all’espulsione dell’aria (fig.
3.8).
Ad esempio se in uno spazio ristretto devono essere installate più unità esterne occorre
fare attenzione che non si verifichino interferenze fra le macchine (fig. 3.9),
che possa essere trascurabile la possibilità che si presentino venti dominanti tali da
ostacolare la dispersione del calore (fig. 3.10),
e che il funzionamento della macchina non possa essere ostacolato nel periodo invernale
dalla presenza di neve (fig. 3.11) nel funzionamento in pompa di calore.
In definitiva occorre seguire le seguenti indicazioni:

Posizionare l’unità esterna il più vicino possibile all’unità interna;

Posizionare l’unità in piano (in “bolla”) e fissarla mediante staffe e gommini
antivibranti;

Verificare la tenuta del pavimento o della parete, che deve poter sostenere il
peso dell’unità e non deve essere fonte di vibrazioni;

Se si utilizzano staffe di sospensione evitare di installare la macchina al centro
della parete perché potrebbero essere amplificate le eventuali vibrazioni;

Evitare di installare le macchine rivolte verso finestre di abitazioni vicine per
evitare che il rumore venga proiettato a distanza e comunque scegliere per
l’istallazione un’area dove la mandata d’aria ed il rumore dell’unità non rechino
disturbo ai vicini;

Evitare installazioni in cavedio o comunque il luoghi nei quali il rumore possa
essere amplificato;

Evitare aree esposte direttamente alla luce del sole (per il funzionamento
estivo);

Evitare installazioni in vicinanza di fonti di calore, vapore o gas infiammabili;

Evitare zone molto polverose;

Proteggere l’unità da venti che si oppongono al flusso dell’aria (ad esempio nelle
località marine);

Evitare l’ostruzione della mandata e della ripresa dell’aria;

Evitare in caso di più unità interferenze d’aria tra le diverse macchine;

Garantire ai lati e dietro la macchina l’ingresso dell’aria (min. 10 cm);

Garantire lo spazio sufficiente dal lato attacchi per le operazioni
di collegamento;

Evitare sgocciolamenti di condensa verso aree di passaggio porre particolare
attenzione agli sbrinamenti delle pompe di calore;

Scegliere una posizione che consenta di rispettare gli spazi minimi di montaggio
dalle pareti indicati dal costruttore;

Installare l’unità sollevata da terra per drenare l’acqua di sbrinamento durante il
funzionamento in pompa di calore;

Verificare la presenza e l’idoneità dell’alimentazione elettrica;
L’installazione del climatizzatore richiede un’attrezzatura minima indispensabile per
un corretto montaggio dei vari elementi. Oltre ai normali attrezzi d’uso comune come
cacciaviti, pinze, trapani, ecc.. occorrono anche tutta una serie di strumenti specifici fra
i quali si possono segnalare i più importanti (fig.
4.1): tagliatubo; sbavatubo; flangiatubo (detto anche
cartellatrice); allargatubo; piegatubo; pinza schiacciatubo per tubi in rame; pettine
per alette; ecc..
Installazione delle unità
L’unità esterna viene solitamente fissata a pavimento (fig. 4.2a) con appositi supporti
adeguatamente e solidamente imbullonati per evitare che la macchina facendo vela
controvento possa essere scardinata a causa di forti raffiche di vento.
Le unità interne da parete (fig. 4.2b) normalmente vengono montate tramite staffe a
muro che devono essere installate in “bolla”, rispettando gli spazi minimi di manovra per
le operazioni di montaggio e manutenzione e con fissaggi solidi che devono sopportare
con sicurezza il peso dell’unità. Particolare cura deve essere posta all’inclinazione del
foro di attraversamento del muro per far passare con la giusta inclinazione il tubo di
scarico della condensa che per garantire un buon drenaggio deve essere leggermente
inclinato rispetto all’attacco interno del tubo.
Tra il supporto di appoggio e la macchina è sempre utile frapporre degli elementi
antivibranti in gomma per attutire le normali vibrazioni della macchina (fig. 4.3).
Se la macchina funziona anche come pompa di calore l’unità deve essere sollevata dal
pavimento per permettere un regolare drenaggio dell’acqua di condensa nel
funzionamento in riscaldamento.
Tubazioni di collegamento e loro preparazione
I singoli tubi di collegamento sono solitamente di rame coibentato specificatamente
previsti per impianti di refrigerazione e condizionamento con caratteristiche di finitura
e pulizia interna superiori a quelli comunemente utilizzati per i normali impianti
idraulici (le superfici interne devono essere pulite, sgrassate e disossidate con le
estremità tappate ed eventualmente con il tubo caricato con gas inerte come ad esempio
azoto).
Le piccole porosità e imperfezioni tipiche dei tubi per uso idrosanitario che non
influiscono significativamente sul passaggio dell’acqua, potrebbero non essere
invece trascurabili nel caso di fluidi refrigeranti. Oltre a questo, le piccole impurità
presenti potrebbero entrare nel circuito della macchina compromettendone il
funzionamento oppure ostruire il capillare, che presenta un foro di passaggio inferiore al
millimetro, provocando malfunzionamenti o addirittura il blocco della macchina. Per un
corretto funzionamento devono essere adottati alcuni accorgimenti installativi
generalmente indicati dal costruttore.
Devono essere verificati: la distanza e il dislivello tra le unità interna ed esterna,
il diametro del tubo, lo spessore del tubo (in funzione del tipo di gas utilizzato) e
il massimo numero di curve permesse. Le case costruttrici per garantire una certa resa
e la continuità di servizio impongono una lunghezza del tubo e un numero di curve oltre
le quali, a causa dell’inevitabile perdita di carico che il fluido refrigerante subisce nel
suo percorso, non potrebbero essere più mantenute le prestazioni frigorifere dichiarate.
Si deve ricordare a tal proposito che ogni curva inserita nel percorso del fluido
refrigerante comporta una perdita di carico equivalente a circa un metro di tubazione
diritta.
Detto questo si può dire però che, purché se ne tenga conto nel dimensionamento
dell’impianto, entro certi limiti possono essere approntati anche collegamenti con
lunghezze maggiori.
Questi limiti sono imposti dalla potenza del compressore e dalle perdite di carico che si
verificano nelle tubazioni. Se non si rispettano le indicazioni fornite dal costruttore la
potenza frigorifera potrebbe non sostenere più le perdite di carico compromettendo
l’efficienza di tutto il sistema. Oltre a questo la velocità del fluido
refrigerante potrebbe non essere più sufficiente a ricondurre nel compressore l’olio
indispensabile alla sua lubrificazione.
Il lubrificante che circola all’interno del circuito chiuso del sistema inizia il suo
percorso nel compressore per passare poi al condensatore, sciogliersi nel refrigerante
allo stato liquido, essere ripreso sotto forma di nebbia dall’evaporatore ed essere
riportato di nuovo nel compressore. Se la velocità del gas lo consente l’olio diffuso in
microgocce nel gas refrigerante segue normalmente il flusso gassoso (anche se in realtà
alcune microgocce aderiscono comunque alle pareti del tubo formando delle vere e
proprie gocce), ma se l’unità esterna è installata più in alto dell’unità interna il ritorno
dell’olio potrebbe farsi critico.
Per tratti verticali fino a circa tre metri normalmente non si presentano particolari
problemi, ma se i tratti superano i cinque metri si rende necessario inserire un
sifone che possa raccogliere le colature di olio. L’olio progressivamente accumulato
formerà ad un certo punto un’occlusione che verrà espulsa verso l’alto dal gas in
pressione, risolvendo il problema dell’accumulo ma con notevole dispendio di energia e
quindi a spese del potere refrigerante del sistema.
Collegamenti idraulici
Lo spessore minimo dei tubi deve essere scelto in relazione al tipo di gas refrigerante
impiegato (l’R410A lavora con pressioni di esercizio superiori all’R22 ed all’R407C) e
la connessione delle tubazioni è del tipo cosiddetto “a cartella” con una flangia svasata
di 45° (fig. 4.5) realizzabile mediante apposita flangiatrice. La coppia da applicare per il
serraggio dei bocchettoni, che per garantire la buona tenuta del raccordo è preferibile
dosare mediante una chiave dinamometria, è normalmente indicata dal costruttore in
relazione alla pressione di esercizio del gas refrigerante impiegato.
Nell’operazione di flangiatura devono essere evitati i tipici errori nella cartella mostrati
in fig. 4.6. Una corretta flangiatura presuppone un taglio del tubo, ottenibile con
l’apposito tagliatubo, senza sbavature e perfettamente perpendicolare all’asse del tubo
stesso. Tagli effettuati con altri attrezzi, come ad esempio forbici o seghetti, potrebbero
produrre flangiature non corrette con conseguente cattiva tenuta dei raccordi.
Le cartelle come si può capire sono il punto debole di tutto l’impianto. E’ possibile
semplificare la risoluzione del problema impiegando i cosiddetti giunti autocartellanti
che eliminano le operazioni di cartellatura e permettono di eseguire i collegamenti in
modo semplice e pratico (fig. 4.7).
Se il tubo di rame è del tipo con carica di gas inerte prima del taglio occorre
schiacciare il tubo con la pinza schiacciatubo. A taglio avvenuto, con l’estremità del
tubo rivolta verso il basso per evitare l’introduzione di corpi estranei, con l’ausilio di un
appropriato sbavatubo devono essere asportate le eventuali bave presenti alle estremità
del tubo facendo attenzione però a non indebolire troppo la cartella (fig. 4.8).
A volte può presentarsi la necessità di effettuare giunzioni in tubi troppo corti che non
possono essere sostituiti altri più lunghi. L’unione delle due parti può essere realizzata
tramite giunto filettato (nipplo), giunto a compressione oppure giunto a saldare. La
saldatura se ben fatta fornisce maggiori garanzie di tenuta nel tempo.
Le tubazioni devono essere isolate con guainedi adeguato spessore e, se installate in
esterno, protette contro i danneggiamenti meccanici con apposita canalina (fig. 4.9).
Ad impianto ultimato, ed in particolare quando sono state effettuate operazioni di
saldatura, le tubazioni possono essere lavate perasportare le eventuali scorie presenti. A
tal scopo esistono degli appositi set per il lavaggio mediante azoto dell’impianto dopo
qualsiasi intervento sulle condutture (fig. 4.10).
Collegamenti elettrici e messa in servizio
La sezione della linea di alimentazione deve essere dimensionata in relazione alla
massima corrente assorbita dalla macchina e, congiuntamente alla lunghezza del cavo di
alimentazione, in modo tale che la caduta di tensione ai morsetti della macchina non
superi il 4% della tensione nominale (eventualmente tenendo conto anche di possibili
correnti di spunto all’avviamento).
Il cavo di alimentazione è solitamente a tre conduttori di cui uno, di colore/giallo
verde, serve per il collegamento di messa a terra e deve essere collegato all’apposito
morsetto contrassegnato col simbolo di terra, mentre gli altri due, che costituiscono i veri
e propri conduttori di alimentazione, sono contrassegnati dalla lettera N, il neutro, di
colore azzurro chiaro, e dalla lettera L corrispondente al conduttore di fase.
I collegamenti all’apposita morsettiera devono essere eseguiti a regola d’arte
spellando nella giusta misura il terminale di ciascun conduttore e con l’avvertenza di
serrare bene le viti delle morsettiere. Si vuole evitare in questo modo che un conduttore
accidentalmente allentato provochi un aumento della resistenza di contatto con
conseguente surriscaldamento del cavo e invecchiamento precoce dell’isolamento (fig.
4.11).
Messa in servizio della macchina
Terminata l’installazione ed eseguiti i collegamenti si possono avviare le procedure di
vuoto e di caricamento dell’impianto. Si deve estrarre dal circuito l’aria ed il vapore in
essa contenuto o che si è depositato per condensazione all’interno dei circuiti. La
presenza di aria nel circuito può causare un aumento della pressione di mandata del
compressore con conseguente aumento del lavoro utile a parità di effetto frigorifero, con
aumento di temperatura di funzionamento e una diminuzione del coefficiente di
trasmissione termico. Eliminando invece qualsiasi traccia di acqua si vuole evitare che
la sua presenza possa determinare fenomeni corrosivi o il blocco delle valvole o del
capillare.
Il vuoto viene praticato tramite una pompa da vuoto (fig. 4.12) rispettando una
sequenza di operazioni fornite dal costruttore. La pompa deve lavorare per qualche
decina di minuti portando la pressione all’interno dell’impianto a 0 bar, corrispondente
alla pressione di 1 bar indicata dal manometro. Una volta spenta la pompa si attendono
alcuni minuti e si verifica che l’indicazione del manometro non tenda a salire. In caso
contrario significa che entra dell’aria nel circuito e che quindi occorre allentare le
giunzioni, aggiungere un goccio d’olio, serrare con cura e ripetere nuovamente le
operazioni di vuoto.
Terminate le operazioni di vuoto ed accertato che nell’impianto l’impianto non ci siano
perdite si procede alla carica del gas refrigerante (fig. 4.13) con l’avvertenza di non
superare il limite massimo indicato dal costruttore.
Le operazioni di vuoto e carica possono essere eseguite anche per mezzo di sistemi
automatici gestiti tramite microprocessore. La sequenza di operazioni può essere
programmata ed eseguita automaticamente dalla stazione di vuoto e carica (fig. 4.14).
I gas refrigeranti utilizzati negli impianti di climatizzazione sono di seguito brevemente
descritti.

R22 - è un gas monocomponente della gruppo degli
HCFC (Idroclorofluorocarburi contenenti cloro e dannosi per l’ozono
stratosferico. Dal 1° gennaio 2004 ne è vietato l’uso nelle macchine di nuova
costruzione. Gli impianti già installati e le macchine ancora a magazzino possono
ancora utilizzarlo ( regolamento europeo N° 2037/2000 in vigore dal 1° di ottobre
2000) come gas vergine fino al 31/12/2009, e come gas riciclato o rigenerato
potrà essere fino al 31 dicembre 2014. Saranno definitivamente vietati dal 1°
gennaio 2015.

R407C - miscela di refrigeranti della famiglia degli HFC senza cloro. Sono
considerati ecologici perché hanno un Potere di Distruzione dell'Ozono (ODP)
nullo. Nonostante questo anche loro concorrono al cosiddetto effetto serra anche
se in misura ridotta rispetto ai più pericolosi CFC.

R 410A – è un refrigerante chimicamente stabile e poco tossico. Fa parte della
famiglia degli HFC non è esplosivo e nemmeno infiammabile e in condizioni
normali non è corrosivo.
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