Indice
Intervenire nel paesaggio
Comprendere il paesaggio
Il paesaggio marchigiano di fronte a un bivio:
aspetti evolutivi recenti
Pratiche di intervento compatibile
Tratturi e sentieri camporili
Strade in misto terra e inerti fini
Strade in ghiaia pressata su sottofondo leggero
Strade in macadam
Strade depolverizzate e con trattamenti bituminosi tipo Emulcolorbit
Terreno misto a calce
Trattamento indurente e drenante tipo Glorit o Stabileco
Trattamento deidratante tipo Levostab
Stabilizzanti di inerti fini tipo Grevelit
Trattenere il terreno
Tecniche di ingegneria naturalistica da utilizzare per un intervento
coerente con il paesaggio
La qualità e le forme della vegetazione nella composizione del
paesaggio rurale
Dall’intervento sporadico alla cura responsabile del paesaggio:
un cambiamento di natura politica e sociale nella gestione del
territorio
I materiali locali, le tecniche, le nuove possibilità
La terra cruda
La terra cotta
Il legname
Materiali vegetali: canne e vimini
Un territorio come laboratorio
intervenire nel paesaggio
l’indifferenza al contesto e l’aggressività con cui i processi dello sviluppo economico agiscono
sul territorio inducono molti di coloro che si pongono in posizione critica rispetto a tali processi
a vedere nel paesaggio una sorta di baluardo da difendere e da conservare.
Una posizione politica comprensibile ma fondamentalmente errata per almeno due motivi.
Il primo motivo è che il paesaggio non è qualcosa che si può conservare, come un quadro, o
un’altra opera d’arte frutto di un momento creativo definito nello spazio e nel tempo, e quindi
concluso. Il paesaggio è una rappresentazione sincera, incessante e continuamente mutevole,
della terra abitata dagli uomini. Il paesaggio perciò si declina necessariamente al presente. Un
paesaggio al passato è un non senso, una mistificazione.
Il secondo motivo è che usare il paesaggio come arma contro un determinato sistema economico
e sociale dominante è concettualmente sbagliato e quindi destinato a perdere. Il rischio è che si
verifichi al massimo una spartizione del territorio in uno spazio dello sviluppo economico ed in
uno, assai ridotto e simile ad una “riserva”, della tutela del paesaggio. Un risultato certo non
auspicabile, soprattutto se si tiene conto della natura olistica del concetto di paesaggio.
Il paesaggio non è un’arma. Il paesaggio è l’espressione di un modo di abitare un territorio da
parte di una società umana.
Se siamo in grado di affermare un diverso modo di concepire l’economia ed il progresso sociale,
e quindi un diverso modo di abitare, allora il paesaggio sarà l’immagine viva di quella cultura.
Se non siamo in grado di farlo il paesaggio diverrà sempre più immagine dell’indifferenza
propria della cultura del produttivismo.
Spesso si considera il paesaggio rurale come qualcosa che resiste ancora al modello della crescita
economica illimitata, affermatosi invece nelle aree urbane, nelle periferie, nelle vallate segnate
dalle grandi infrastrutture.
In realtà si confonde lo scarso interesse immobiliare nelle aree meno accessibili dell’interno
rispetto a quelle più facilmente urbanizzabili, con una coscienza alternativa che in effetti non si
manifesta se non in rarissime situazioni.
In altre parole l’approccio culturale che pone al centro lo sviluppo del PIL e il massimo
sfruttamento del suolo è il medesimo sia nelle aree urbanizzate che in quelle rurali interne. I
paesaggi che ne derivano sono, in entrambi i casi, modificazioni rispetto al passato coerenti con
quel pensiero. L’unica differenza è l’entità apparente della modificazione, più evidente delle
periferie urbane che nelle campagne, ma la profondità reale della mutazione è la medesima.
L’evoluzione delle forme del paesaggio rurale marchigiano, negli ultimi cinquanta anni,
testimonia in modo drammatico un processo di allontanamento della società locale dal
particolare legame di necessità con la terra, tipico della tradizione mezzadrile.
Aspetti evidenti sono la scomparsa delle alberate e del particolare frazionamento poderale;
l’estensione dei seminativi; l’eliminazione delle siepi interpoderali che intralciano il lavoro
affidato ormai esclusivamente a terzisti; la specializzazione aziendale (zootecnia, produzione di
vino o olio,..); l’abbandono delle case coloniche meno accessibili; l’abbandono dei percorsi
campestri.
E’ la scomparsa di una cultura basata, appunto per necessità, sulla cura del terreno al fine di
garantire la stabilità e la riproducibilità della sua fertilità.
La nuova cultura considera invece il suolo come supporto indifferenziato su cui sviluppare la
produzione, alla pari di quanto avviene nei processi di urbanizzazione di fondovalle.
Ne consegue, nell’ambito rurale come in quello urbano, l’evidenziarsi dei problemi legati al
dissesto idrogeologico, alla riduzione della biodiversità, all’inquinamento del sottosuolo.
Se la cultura mezzadrile era cosciente dell’importanza di manutenere i fossi, di regimare le
acque, di conservare le siepi e i sentieri camporili, tanto da dedicare parte del proprio lavoro alla
cura di questi beni sebbene non direttamente legati alla produzione agricola ed a volte anche
esterni alla proprietà, si assiste oggi alla concentrazione di attenzione esclusivamente sul fondo
agricolo produttivo e limitatamente alla sola funzione del produrre. Tutto il resto non interessa
più l’agricoltore, anch’egli culturalmente orientato solo a massimizzare la produttività.
E il paesaggio registra quanto accade e ce lo ritrasmette, palesandolo nell’affiorare dei substrati
argillosi, nella comparsa sempre più vasta dei calanchi, nell’allentamento delle superfici di
terreno nudo, nelle frane, nell’intasamento di vegetazione infestante nei fossi e nelle forre più
inaccessibili.
E’ l’immagine di un territorio sfruttato fino ai limiti della desertificazione.
Si usa il territorio finchè può produrre poi lo si abbandona, come accade per una fabbrica
dismessa.
Esistono però, per fortuna, anche altri paesaggi.
Laddove si afferma un diverso approccio all’economia ed alla società rurale, fondato sulla
produzione agroalimentare di qualità, sulla rivalutazione delle tradizioni artigianali, sulla storia e
sul turismo come ingredienti essenziali di una offerta integrata e fortemente ancorata all’identità
del territorio, ecco che assistiamo anche ad un nuovo interesse nell’ambiente naturale e nella
cultura popolare, come garanzia di genuinità, qualità e bontà del prodotto.
Se il territorio assume valore in quanto sistema complesso di naturalità, di storia, di tradizioni
proprie di quella determinata società umana, allora emerge il problema di rendere riproducibile
quella ricchezza.
Ma, mentre il territorio ridotto a valore-suolo può essere trasformato in mero suolo di
produzione, attraverso tecniche di fertilizzazione chimica o soluzioni di bio-genetica, senza
perdite economiche, così non è per il territorio come sistema complesso.
L’insieme di fattori che in questo caso danno valore al territorio, che comprendiamo nel concetto
esteso di paesaggio, non possono essere sostituiti dalla tecnica. Possiamo definire questo insieme
come un sistema di beni non riproducibili, ma connotati anche da un’intima fragilità tale che
l’alterazione di un solo aspetto della complessità determina la degradazione di altri aspetti,
rischiando così di pregiudicare il tutto.
Appare così evidente come la conservazione del paesaggio dipenda dall’affermazione del
concetto di sostenibilità dell’intervento umano nel territorio.
Ma comprendiamo anche come la sostenibilità dell’agire non sia sufficiente all’avvio di un
processo di valorizzazione del paesaggio. In altri termini non è sufficiente garantire la
riproducibilità delle risorse primarie per riuscire a “fare” paesaggio in modo qualificato, che si
esprima come bellezza ed armonia al nostro sguardo.
Occorre una comprensione intima dei molteplici legami che vincolano il nostro stesso pensare, e
quindi il nostro agire, agli equilibri ed alle leggi dell’ambiente fisico, all’ecosistema naturale,
alla società umana, alla evoluzione di questi stessi rapporti nella storia, al loro depositarsi in
forme tangibili nel disegno del territorio.
Occorre che ogni nostro gesto, anche il più semplice, appaia come un’assonanza nello splendido
coro del paesaggio, una voce che si aggiunge a quella armonia, senza disturbarla, anzi,
arricchendola di nuove sonorità.
per quanto tu ti sforzi a suddividere l’uno
non riuscirai mai ad arrivare al nulla…
proverbio sufi
Comprendere il paesaggio
La comprensione del paesaggio è un processo complesso che può tuttavia seguire diversi
percorsi, a seconda della profondità e del tipo di comprensione che intendiamo raggiungere, che
dipende a sua volta dagli obiettivi che ci poniamo.
L’approccio scientifico pluridisciplinare ha sviluppato da tempo esperienze metodologiche che
intendono classificare e misurare i diversi aspetti che concorrono nel concetto di paesaggio.
Si tratta per lo più di ricerche finalizzate a fissare criteri “oggettivi” e quindi riproducibili (su
cartografie o database), applicabili prescindere sia dal contesto osservato che dall’osservatore.
Consapevolmente, tale approccio vuole semplificare un sistema naturalmente complesso per
poterlo rendere universalmente intelleggibile e decodificabile.
Scomporre e identificare i singoli componenti indipendentemente dal sistema di relazioni da cui
gli elementi stessi acquistano senso nel paesaggio non è infatti né semplice né intrinsecamente
corretto e siamo lontani dal poterci dire soddisfatti nella capacità di questi metodi di descrivere la
realtà di un paesaggio, la sua ricchezza e le sue qualità.
Tuttavia questo approccio, proprio in quanto misurabile in quantità numeriche, è il solo che, al
momento, sia riconosciuto utile ad un trasferimento dei risultati in regolamenti ed apparati
normativi attraverso i quali tentare un controllo dei processi di trasformazione del territorio, al
fine di evitare la distruzione di ciò ci è stato tramandato dal passato.
E’ evidente qui un secondo limite connaturato all’approccio scientifico. Cioè quello di vedere nel
paesaggio un aspetto della realtà contrapposto ad un altro aspetto che è quello della necessità
dello sviluppo economico, dal quale è minacciato.
La tripartizione dei paesaggi contenuta nella Convenzione europea del paesaggio, a cui fanno
riferimento gli ultimi adeguamenti legislativi, pone una chiara individuazione del ruolo
compensativo delle politiche sul paesaggio.
Esiste, secondo tale interpretazione, un paesaggio di qualità – da conservare, un paesaggio
ordinario – da riqualificare, un paesaggio degradato – da innovare.
Il giudizio sul tipo di paesaggio anticipa in questo caso e pre-ordina la conoscenza e la
comprensione del paesaggio stesso, divenendo pre-giudizio.
Non si vuole qui entrare nel merito della riflessione sul significato dei termini conservazione,
riqualificazione, innovazione applicati al paesaggio e se e come questi riconducano ad analoghi
significati riferiti alla società umana di cui il paesaggio è immagine. E’ sufficiente aver
evidenziato quali sono i motivi, le capacità, ma anche i limiti, dell’approccio scientifico al
paesaggio, soprattutto per marcare una differenza con altri approcci al paesaggio, che esistono,
seppure meno considerati in quanto meno strumentali.
Esiste infatti, tra gli altri, un secondo approccio, senz’altro meno ambizioso ma più speditivo,
che “taglia” la conoscenza della realtà per mezzo della teoria. La quale tuttavia non può che
poggiarsi su una adeguata dotazione culturale preventiva e su una capacità di elaborazione
logico-deduttiva.
Nel presente lavoro sarà questo secondo tipo di approccio ad essere utilizzato, per una serie di
motivi: dalla limitatezza delle risorse economiche e strumentali disponibili, dalla scarsità di
tempo a disposizione, dall’obiettivo applicativo e divulgativo proprio del “quaderno di lavoro”,
dalla capacità dell’approccio teorico di esprimere quella “vicinanza” tra l’osservatore ed il
paesaggio osservato che è forse, in sintesi, ciò che ci interessa veramente raggiungere.
Se infatti l’approccio scientifico tende a risolvere il conflitto tra l’indifferenza con cui si
muovono i processi di trasformazione del territorio e la qualità del paesaggio in un compromesso
basato su bilanci quantitativi e suddivisioni di territori per gradi di modificazione possibili,
l’approccio teorico si affida alla chiarezza dei postulati dai quali dedurre logicamente le modalità
di azione su un determinata realtà conosciuta. Ciò porta implicitamente a mettere in discussione
l’attuale indifferenza dell’agire, pretendendo un discernimento ed una scelta sull’agire derivato
dalla comprensione dei legami di necessità che costruiscono il paesaggio e dal primato di quei
legami sulle esigenze dello sviluppo economico. In altri termini là dove l’approccio scientifico
prelude al compromesso, l’approccio teorico pretende una scelta ed un cambiamento nei modi e
nelle finalità dell’agire.
Ed è quel cambiamento che noi ci proponiamo di affermare.
La lettura del paesaggio deve fondarsi su una conoscenza olistica del paesaggio, che pur
utilizzando i diversi saperi specialistici non perda mai di vista il peso determinante dei legami tra
i diversi aspetti che compongono la realtà. Questa conoscenza deve poi essere confortata da una
vicinanza soggettiva al paesaggio per cogliere quegli aspetti che le discipline scientifiche non
sono in grado di registrare e che afferiscono al vitalismo proprio del paesaggio.
Verranno qui sinteticamente enunciati alcuni aspetti caratterizzanti derivati dalla lettura del
paesaggio rurale marchigiano considerato, suddivisi, per facilitarne la lettura, in tematismi.
Aspetti geomorfologici
Il rilievo su cui sorgono gli abitati di Monte San Vito e Morro d’Alba è caratterizzato
dall’alternanza di argille (di formazione pleistocenica) e strati sottili misti di arenarie e sabbie.
Una composizione di materiali ben diversa da quella della piana alluvionale, composta da limi e
depositi di inerti fini.
Questa conformazione fisica determina alcuni aspetti necessari:
-
La diversa qualità dei terreni condiziona il prevalere di alcune colture agricole rispetto ad
altre. Più vocati per le colture legnose (viti e ulivi) i terreni in pendio. Più favorevoli
all’orticoltura i terreni irrigui di fondovalle che si rivelano però anche particolarmente
soggetti a fenomeni di alluvioni e ristagni d’acqua.
Le aspettative urbanistiche o di escavazione sono però così forti nei terreni di fondovalle da
limitare le potenzialità d’uso agricolo di questi terreni, molti dei quali sono sfruttati a
seminativo o colture che necessitano pochi investimenti produttivi (barababietole, mais,…) ,
come fossero in stand-by in vista di più proficue destinazioni d’uso.
-
Le parti del territorio più indicate a fini insediativi sono i poggi ed i crinali, specie se questi
individuano le formazioni arenacee più consistenti. I versanti argillosi sono invece soggetti al
dilavamento ed all’allentamento per effetto delle piogge. Per tale motivo i centri abitati sono
tradizionalmente insediati nei poggi e nei crinali mentre i versanti sono solcati da percorsi
alberati ad andamento diagonale, in modo da contribuire al drenaggio superficiale delle
acque meteoriche.
-
Sotto lo strato arenaceo superiore che “sorregge” l’edificato dei centri storici, si trovano uno
o più strati drenanti che portano le acque sotterranee a scaturire a mezzacosta, lì dove sono
state realizzate le antiche fonti murate. Si tratta di falde acquifere ad escursione stagionale
ma con portate sufficientemente stabili da garantire acqua agli abitanti anche in periodi di
siccità.
Questo aspetto della morfologia collinare mostra la particolare vulnerabilità ambientale dei
versanti immediatamente sottostanti i centri storici.
Le fonti, rispetto alla costruzione compatta del centro abitato storico, hanno anche
l’importante funzione di regolare le pressioni idrostatiche. La modificazione delle fonti, sia
si tratti di incrementare la captazione che di chiuderla, sono spesso causa di dissesti nelle
strutture edilizie soprastanti.
-
La fragilità dei versanti argillosi rispetto ai fenomeni di dilavamento superficiale ed alle
escursioni termiche è particolarmente evidente nella marcata differenza tra i versanti esposti
a sud, a declivio più morbido per effetto dei successivi movimenti franosi, rispetto ai versanti
a nord, che presentano naturalmente una maggiore copertura vegetazionale ed una più
marcata acclività. La relazione tra l’edificato di poggio ed il versante nord acclive ha
generato nel tempo il permanere di rapporti netti tra la cinta muraria urbana e il versante sul
quale si “affaccia”, rapporti fondamentalmente non intaccati dalle recenti espansioni edilizie.
La fragilità dei versanti tuttavia non va considerata come un fattore originario, ma è una
conseguenza della perdita di copertura vegetale, la quale garantirebbe naturalmente il forte
rallentamento dei fenomeni erosivi. E’ l’utilizzo a fini agricoli dei suoli a rendere questi
particolarmente fragili, laddove il sottile strato di terreno vegetale, lasciato nudo, è
facilmente dilavato dalle piogge. Questo spiega la serie innumerevole di “accorgimenti” che
la cultura agricola ha sviluppato per fare fronte al problema e che costituiscono, anche in
questo caso, aspetti necessari e costitutivi del paesaggio rurale: l’uso della fertilizzazione dei
terreni con letame bovino, la brucatura delle stoppie, il disegno delle culture a “ritocchino”
per favorire il buon drenaggio superficiale, le siepi interpoderali, i percorsi di versante, i
lagoni di accumulo delle acque piovane, sono tutti aspetti non casuali e difficilmente
sostituibili senza compromettere quello che possiamo definire, in senso lato, un “ecosistema”
dove l’azione consapevole dell’uomo appare ormai determinante al mantenimento di un
fragile equilibrio ambientale.
-
La vicinanza alla superficie delle falde idriche, se favorisce le colture “tipiche” del paesaggio
rurale, come la vite e l’ulivo, e la presenza di essenze arboree d’alto fusto, determina però
una grande vulnerabilità all’assorbimento di inquinanti depositati al suolo o sulle colture
agrarie. Questo spiega come mai ormai la quasi totalità delle acque sotterranee nel territorio
rurale risultino inquinate da nitrati e fosfati, derivati in gran parte dai fertilizzanti usati in
agricoltura.
La “maturazione” del letame un tempo effettuata prima di spargere la materia organica nei
campi ed il modo con cui questo veniva aggregato alla terra erano dovuti anche alla necessità
di non compromettere la qualità delle acque di falda per garantirne l’utilizzo potabile.
-
La presenza di sostanza organica rallenta il rilascio delle acque e favorisce il depositarsi di
materiale nelle incisioni vallive. Ciò comporta che il letto dei fossi principali si mantenga
alto e, in caso di piena, le acque invadano ampie porzioni della piana alluvionale rallentando
ulteriormente il flusso idrico. Più violento è il ruscellamento delle acque, dovuto alla
mancanza di tenore organico dei suoli, più forte sarà invece l’erosione del letto del corso
d’acqua che si troverà infossato e incanalato, incapace di disperdere energia all’intorno,
generando così gravi effetti di inondazione a valle.
Aspetti naturalistici
L’originaria copertura vegetazionale che doveva interessare l’intera superficie territoriale è stata
sostituita, nel paesaggio rurale, da una “intelaiatura” verde composta dalla vegetazione ripariale,
dalle siepi, dalle alberature stradali, dalle selve che occupano i territori più acclivi, dai parchi
connessi alla presenza di ville storiche. Una maglia che tuttavia consente una ricca presenza di
specie vegetali e faunistiche pur comportando una certa selezione soprattutto per ciò che riguarda
i grandi vertebrati, che non trovano, nell’elevata antropizzazione del territorio rurale collinare,
adeguati spazi ed adeguate risorse alimentari per la loro sopravvivenza, rimanendo così confinati
agli ambienti montani.
La naturalità del paesaggio rurale marchigiano è quindi sostanzialmente una naturalità
“addomesticata”. Anche qui la necessità, o in altri termini la capacità umana di rendere utili gli
elementi naturali, ha permesso la conservazione dei biotipi fondamentali, come il saliceto, il
pioppeto ed il querceto.
L’uso dei vimini per la produzione di manufatti, di legname da ardere per riscaldamento e
cucina, delle ghiande per l’alimentazione degli animali, ha aggiunto nuove motivazioni che,
unite a quelle di natura idrogeologica, hanno comportato il mantenimento di un buon livello di
biodiversità nel territorio rurale. Contributo non indifferente era dato anche dalla diffusione delle
“alberate” che, in assenza di sostegni in cemento e fili di ferro, permettevano la coltivazione
della vite. Aceri, olmi, gelsi , allineati lungo la linea di massima pendenza disegnavano i versanti
collinari offendo riparo agli spostamenti della fauna.
La vegetazione, nel paesaggio rurale della tradizione, è una vegetazione “asservita” all’uso. Forti
potature limitavano l’altezza degli alberi d’alto fusto forzando una maggiore produzione di
legname. Tuttavia, quasi a sottolineare un intimo rispetto verso la forza della natura, era diffusa
la conservazione dei “grandi alberi”: mori ombrosi lasciati sviluppare al massimo della loro
estensione in prossimità delle abitazioni, querce o lecci secolari lasciati a caratterizzare incroci
viari assieme ai tabernacoli religiosi, testimoniano come il legame tra la cultura umana e le
forme viventi naturali si trasferisca nelle forme proprie e nei luoghi del paesaggio.
Aspetti socio-culturali
Abbiamo già evidenziato come gli abitati, la loro localizzazione, i materiali da costruzione
utilizzati, siano legati ai caratteri fisici e geomorfologici del territorio.
Il fatto che sia preferibile costruire sui poggi o sui crinali, più stabili e salubri, rispetto al
fondovalle non rende ragione però della particolare diffusione dell’abitare umano in piccoli paesi
piuttosto che in città di dimensioni maggiori.
La gerarchia delle forme dell’abitare e la straordinaria diffusione nel territorio dipendono infatti
da un tipo di organizzazione sociale che sembra avere poco a che fare con le condizioni fisicobiologiche preesistenti all’insediamento umano.
Esistono, di fatto, nel paesaggio collinare marchigiano, due diversi orizzonti: un orizzonte basso,
fatto di vallate incise dai fossi e dominato dai versanti coltivati e dalle case rurali sparse, dove
sembra di essere isolati nel tempo e nello spazio; ed un orizzonte alto, fatto di paesi che si
susseguono a perdita d’occhio, fino al Mare ed ai monti dell’Appennino, un orizzonte di spazi
aperti e di sensazione di infinito capace di ispirare la poeticità di un Leopardi.
E’ senza dubbio questo orizzonte alto, a costituire l’immagine del paesaggio marchigiano
nell’immaginario dei più e sembra quasi che l’orizzonte basso sia soltanto l’espansione, il
sottoprodotto, di questo.
Niente di più sbagliato, come sbagliato è pensare che l’organizzazione insediativa del paesaggio
marchigiano sia slegata dalle condizioni fisico-biologiche originarie.
Anche in questo caso, il paesaggio marchigiano si conferma come il risultato, l’espressione di
una necessità.
Così come lo sbocciare dei fiori sono il risultato di una struttura biologica che trae vita
dall’affondarsi delle radici nella terra, i paesi che punteggiano le colline nell’orizzonte alto
devono la loro amena bellezza all’esistenza della struttura insediativa dell’orizzonte basso, quella
struttura poderale, di tipo mezzadrile, che ha misurato lo spazio tra le case, la loro distribuzione,
la dimensione del campo e la varietà delle colture sulla necessità di sopravvivenza per un nucleo
familiare.
La famiglia e il podere sono il mattone con cui è costruita la società rurale marchigiana.
Un certo numero di famiglie determina la necessità di un luogo sociale di servizio, dove vi sia
una chiesa, un mercato, qualche artigiano: ecco il paese, sulla cima della collina. Un certo
numero di paesi determina la necessità di servizi più importanti, una cattedrale, una scuola, un
tribunale, uno spazio commerciale: ecco la città, che può essere posta sulla collina più visibile e
centrale o sul fondovalle, o sulla costa, dove passano le strade che collegano la Marca con le
altre regioni.
Tutto ciò che è necessario, e nulla di più. Questo potrebbe essere il motto del paesaggio
marchigiano, che è in fondo l’espressione del carattere e della cultura dei marchigiani, poco
appariscenti, concreti e misurati. Una cultura che a ben vedere, e molto più proiettata verso il
futuro di quanto non siamo stati abituati a credere.
Il paesaggio marchigiano di fronte ad un bivio: aspetti evolutivi recenti
Il paesaggio marchigiano è stato assunto da qualche anno come l’oggetto di discussione preferito
nelle conferenze e nei seminari che vedono coinvolti gli urbanisti, gli amministratori pubblici, le
università nelle varie città delle Marche.
La domanda in fondo è sempre la stessa: come possiamo coniugare la tutela del paesaggio con le
ragioni dello sviluppo economico-infrastrutturale?
Di volta in volta si cerca di delinare il possibile compromesso tra due aspetti che vengono posti
come antagonisti: così lo sviluppo è necessariamente impattante nel paesaggio, e il paesaggio
non può che essere un limite allo sviluppo.
Calcoli di ingegneria ambientale,compensazioni, valutazioni, impegnano schiere di professori,
studenti, professionisti nel tentativo di giustificare, sul piano paesaggistico, un concetto di
sviluppo che per sua natura si basa sull’indifferenza del fare al luogo ed alla cultura locale.
Viene spontaneo chiedersi come mai queste energie non siano invece profuse nella messa in
discussione di quell’indifferenza, nella ricerca di forme del fare compatibili col paesaggio e con
le sue chiare ed evidenti leggi di necessità. Ma rispondere a questa domanda richiede un
impegno che va ben al di là delle finalità di questo quaderno che vuole invece, semplicemente,
addentrarsi in questa ricerca di un fare coerente con il paesaggio.
Ci limiteremo, in questo quaderno, ad indagare soltanto alcuni aspetti del fare, quelli che
riguardano la cura dei percorsi e dei versanti, la manutenzione della vegetazione, i materiali
reperibili in loco ed utilizzati nella costruzione dei manufatti.
Restano aperti molti altri aspetti su cui riflettere ed indagare, e sono quegli aspetti che delineano
la progressiva perdita di “senso” e quindi di valore del nostro paesaggio.
Basti pensare, solo per fare alcuni esempi:
- al modo con cui le città si espandono lungo i versanti collegandosi al fondovalle, andando ad
occupare proprio quelle zone vulnerabili nell’assetto idrogeologiico delle colline, la fascia
delle fonti, determinando fenomeni di cattiva regimazione delle acque e dissesti.
- ai processi di inurbamento che tendono a fondere i diversi abitati, le loro identità, in un unicum
indistinto di periferia urbana fatta di case e capannoni artigianali.
- ai continui tentativi di edificare villette in campagna; al recupero delle case coloniche a fini
abitativi adattati a modelli di vita urbani, alla riduzione degli orti intorno degli abitati storici.
- alla privatizzazione delle strade vicinali, all’incuria delle strade rurali, dei sentieri e dei fossi.
- all’eccessiva captazione idrica dalle sorgenti montane che riduce la portata dei fiumi e con essa
il trasporto solido, contribuendo ai processi di erosione costiera ed alla riduzione della fauna
ittica.
- all’agricoltura estensiva, gestita da terzisti, che elimina la vegetazione d’alto fusto dai suoli
agricoli, destinati per lo più a seminativo, innescando processi di vera e propria
desertificazione e generando una diffusa situazione di instabilità geologica dei versanti, con
dilavamento dei terreni superficiali che finiscono per intasare i corsi d’acqua di limi e sostanze
nutrienti
- all’invasività delle infrastrutture viarie, che continuano ad intersecare diagonalmente alvei
fluviali, ad incidere montagne, a portare rumore ed inquinamento anche là dove il silenzio e la
qualità ambientale costituirebbero le vere opportunità economiche.
Pratiche di intervento compatibile
Percorrere, sostare, osservare il paesaggio è un percepire le cose dall’interno, è il lento formarsi
di in un legame tra il soggetto che osserva e ciò che viene osservato; un legame che si consolida
ed affina nel tempo, tra sensazioni e pensieri.
Così all’interno del progetto M.A.R.I.N.A.S. è stato individuato nel “percorso verde” la forma
più semplice e diretta di approccio al paesaggio.
Per questo il nostro ragionare sulla coerenza dell’intervento nel paesaggio si rivolge in prima
istanza alle percorrenze, a quella ricca trama di sentieri, tratturi, strade e viottoli che consentono
di muoversi all’interno stesso del luogo in cui il paesaggio si rappresenta.
Le modalità di cura e manutenzione dei percorsi non si devono differenziare da quello che è
l’uso corrente che ne fa, o ne faceva, la popolazione locale, con adeguamenti legati alla piena
funzionalità del camminare anche, ove possibile, per consentitire l’accesso ai soggetti dalle
limitate capacità motorie.
Nella realtà territoriale di Monte San Vito e Morro d’Alba i percorsi possono essere così
classificati:
- tratturi e sentieri camporili
- strade in misto terra e inerti fini
- strade in ghiaia pressata su sottofondo leggero
- strade in macadam
- strade bitumate
altri modi per il trattamento del fondo stradale, con l’utilizzo di nuove tecniche, sono comunque
compatibili:
-
terreno misto a calce
trattamento indurente e drenante tipo Glorit o Stabileco
trattamento deidratante tipo Levostab
stabilizzanti di inerti fini tipo Grevelit
trattamenti bituminosi leggeri
per ognuno di questi tipi di percorso si forniscono indicazioni circa la loro realizzazione,.
l’adeguamento e la cura
tratturi e sentieri camporili
Sono tracciati in semplice terra battuta ai margini dei campi, solitamente utilizzati dai mezzi
agricoli. Sono di solito situati in zone dove minore è il ristagno di acqua, ma l’uso di mezzi e
trattori sempre più pesanti è spesso causa della deformazione del fondo che spesso determinano
solchi profondi e zone di ristagno.
Al fine di ovviare a questi problemi e consentire la piena fattibilità pedonale va previsto un
percorso laterale per i trattori, diviso da un fossetto in terra per il drenaggio delle acque.
Il fondo va mantenuto complanare, a sezione convessa, con successivi riporti di terreno misto a
sabbia ed inerbito con tagli almeno mensili nella stagione estiva.
L’attraversamento del percorso da parte dei mezzi agricoli dovrà avvenire in luoghi prestabiliti e
previa stesura di corsie in gomma o in idoneo materiale, a protezione del fondo.
Per i sentieri di mezzacosta va curato il drenaggio delle acque provenienti dal livello superiore
mediante la realizzazione di un fossetto di guardia con uno o più punti di scarico che
convogliano l’acqua attraverso tomboli e condutture interrate al versante sottostante il
camminamento. Per questi motivi va garantita la disponibilità di una fascia di almeno 5 metri di
spessore, non coltivata, a monte della scarpata superiore del percorso e va curata la
piantumazione delle scarpate superiore ed inferiore, al fine di evitare effetti di dilavamento da
parte delle acque meteoriche.
Le riparazioni dei danni provocati dal ruscellamento anomalo delle acque vanno effettuate con le
appropriate tecniche di bio-ingegneria .
Nei tratti ombrosi, dove l’inerbimento non è praticabile, si consiglia di addittivare il terreno di
fondo con sabbia e foglie secche i modo da creare un fondo soffice e drenante, oppure di
intervenire con limitati apporti di calce al terreno di fondo per poi applicare una buona rullatura,
o con l’aggiunta di indurenti tipo Glorit.
I sentieri camporili si presentano in una grande
varietà di situazioni, tra i quali i percorsi di
servizio per le colture viticole che sono vere e
proprie strade in terra battuta
strade in misto terra e inerti fini
Si tratta di adeguamenti semplici dei percorsi camporili, per lo più utilizzati in tratti subpianeggianti per contenere il rischio di un eccessivo allentamento del fondo.
Importante è assicurare il buon drenaggio delle acque con canalette laterali, anche in terra, e
traverse in legno, in modo da evitare che l’acqua individui il percorso stesso come sede del
ruscellamento, incidendo il fondo.
Anche in questo caso, al fine di assicurare una maggiore tenuta del fondo, possono essere
adottate additivazioni del terreno naturale con sabbia, calce o prodotti indurenti.
strade in ghiaia pressata su sottofondo leggero
Si usano dove c’è maggiore pendenza o dove c’è un maggior transito di veicoli
sono quelli più a rischio di erosione, perché il tipo di fondo e la consistenza del pacchetto
stradale, con alta percentuale di terra, spesso non regge alla forte azione dilavante delle piogge.
Importante è un buon drenaggio laterale, con canalette in legno o in cemento , e l’uso di traverse
in legno.
In casi particolari, per tratti molto lunghi, è consigliabile intervenire con caditoie, stramazzi e
canali interrati di evacuazione delle acque.
E’ consigliabile eseguire periodicamente la rullatura del fondo stradale bagnato o la
compattazione attraverso il transito ripetuto di mezzi pesanti gommati.
strade in macadam
le strade maggiormente frequentate, utilizzate per l’accesso carrabile alle abitazioni rurali, sono
solitamente realizzate con un buon sottofondo in pietrame su cui sono compressi più strati di
stabilizzato, a grana via via più fine. Sono strade che richiedono interventi periodici di
ricompattazione dello strato superficiale, specie se la strada è utilizzata da trattori e mezzi
agricoli pesanti. Si tratta tuttavia di interventi solitamente gestiti dalle amministrazioni comunali,
responsabili della corretta manutenzione.
strade depolverizzate e con trattamenti bituminosi superficiali tipo Emulcolorbit
qualora l’intensità del traffico o l’eccessiva pendenza comportino problemi di tenuta del fondo o
la produzione di polvere, si può prevedere un intervento di depolverizzazione mediante la
formazione di uno strato superficiale di ghiaino misto a bitume.
Da qualche anno sono in commercio anche prodotti che usano bitumi colorati, che possono
quindi uniformarsi al colore proprio del fondo stradale, o soluzioni a base di resine che appaiono
completamente trasparenti, dando luogo ad una superficie compatta ed impermeabile anche in
presenza di forti pendenze. Questi prodotti tuttavia vanno limitati a situazioni particolari, quali
aree limitrofe ai centri storici ed a monumenti, aree attrezzate ad alta frequentazione ed in
generale dove la superficie del fondo fa parte di spazi fortemente denotati in termini di
architettura.
altri trattamenti del fondo stradale
terreno misto a calce
La stabilizzazione delle terre con calce e/o cemento consente l'utilizzo di materiali argillosi e/o
limosi non propriamente idonei per la formazione di strade o rilevati in genere attraverso il solo
trattamento in sito del materiale medesimo.
Tale trattamento consente la stabilizzazione nel tempo del materiale lavorato rendendolo
insensibile alle azioni dell'acqua (sotto il profilo volumetrico) ed a alle azioni del gelo-disgelo al
fine di sostenere carichi sovrastanti notevoli.
La stabilizzazione a calce può essere applicata ogni qualvolta si debbano consolidare strati di
terreno prevalentemente limosi o argillosi, sia presente in sito sia di riporto, al fine di ottenere
piani di posa e/o rilevati con elevate e stabili capacità portanti.
Tale applicazione sostituisce la metodologia tradizionale che prevede la rimozione con trasporto
a rifiuto dei materiali a forte componente argillosa, (considerati di scarto) e la successiva
sostituzione con materiali inerti ghiaiosi, che risultano sempre più costosi e di scarsa reperibilità.
Prima di dare inizio alle lavorazioni, si dovrà effettuare uno studio di laboratorio per definire la
formulazione precisa delle miscele da utilizzare attraverso:
- identificazione granulometrica del terreno;
- determinazione caratteristiche geotecniche dello stesso;
- studio di miscele sperimentali;
- realizzazione di un campo di prova per la verifica in scala reale dei dati ottenuti in laboratorio ;
- scelta dell'opportuno legante (calce/cemento) e sue percentuali da utilizzare.
Dopo questa fase di studio si procede alla fase esecutiva con la stesa del legante, la immediata
miscelazione dello stesso al terreno e il successivo costipamento ed eventualmente si procederà
ad innaffiatura in relazione al tasso di umidità presente al momento sullo strato di terreno da
trattare. Queste operazioni vengono effettuate mediante l’impiego di appositi macchinari
progettati e costruiti allo scopo, quali la stabilizzatrice, lo spandi-calce a dosaggio regolabile, i
rulli a piastre vibranti ed i rulli gommati di adeguato peso.
I vantaggi di questa tecnica sono:
- ambientali, vengono recuperati materiali limo-argillosi presenti in sito;
- netta separazione tra gli strati trattati e strati sottostanti senza utilizzo di geotessili;
- notevole incremento dell’indice CBR;
- notevole incremento della resistenza all’erosione e all’azione del gelo/disgelo;
- lento e costante processo di indurimento in ragione dei processi chimici attivati dalle reazioni
pozzolaniche leganti nei minerali argillosi e nei componenti silicei presenti nelle terre, una
volta legate alla calce;
- tempi brevi di esecuzione;
- costi contenuti.
trattamento indurente e drenante tipo Glorit o Stabileco
L'utilizzo del Glorit consente di ottenere un manufatto che esteriormente assume l'aspetto della
terra battuta, ma che presenta ottime caratteristiche di stabilità interna, portanza e resistenza agli
agenti atmosferici.
Con questa tecnologia, unica nel suo genere, è possibile realizzare piste ciclabili, strade forestali,
percorsi in parchi e giardini, parcheggi, canali e laghetti.
L'azione del Glorit/A si esplica:
- eliminando le sostane organiche attive;
- aumentando le forze di coesione intergranulare;
- omogeneizzando gli effetti deleteri derivanti dal ritiro durante la presa;
- diminuendo le cause distruttive causate dai cicli di gelo-disgelo sullo strato già indurito.
Nei terreni humici e torbosi le pellicole organiche che avvolgono i microgranuli di terra ,
assorboni gli ioni liberi del calcio ostacolando l'idratazione del cemento.
La soluzione acqua-Glorit/A, rimuove le pellicole organiche attive consentendo una
soddisfacente cementazione intergranulare derivante dall'azione del cemento disperso nella terra
da trattare.
Glorit/A attiva anche la reazione degli ioni allineando e stabilizzando altresì i granuli di terra.
Durante questi processi, i granuli di terra vengono successivamente sciolti, dispersi ed infine
addensati in un insieme compatto che aumenta l'effetto cementante del legante idraulico e la
densità finale dello strato; in altri termini, questi effetti si traducono nella migliore coesione
possibile tra i granuli che compongono la terra da trattare.
Le caratteristiche del prodotto Glorit sono state sperimentate in laboratorio e in fase di
costruzioni di importanti opere d'ingegneria civile da oltre un decennio in Giappone.
Dalla ricerca volta alla realizzazione di pavimentazioni che siano dal punto di vista paesaggistico
le più naturali possibili, è nata una tecnologia che consente la realizzazione di pavimentazioni
con materiale terroso aventi medio spessore (10 – 20 cm) utilizzando dei materiali terrosi
naturali superficiali volgarmente chiamati “cappellaccio” cioè quei materiali che nelle cave si
trovano a separare il terreno vegetale dal materiale inerte sottostante.
La tecnologia che consente la realizzazione di queste pavimentazione, che conservano l’aspetto
proprio della terra battuta, utilizza un prodotto italiano: lo Stabileco.
Le pavimentazioni realizzate con la tecnologia Stabileco, oltre ad avere un aspetto estetico
assolutamente naturale, rispetto alle pavimentazioni in sola terra battuta presentano il vantaggio
di non creare eccessiva formazione di polvere, eliminare la presenza di fanghi durante i periodi
di pioggia, di distribuire la presenza del carico su una superficie notevolmente maggiore e di
conseguenza risentire di meno degli eventuali cedimenti del terreno.
Consentono inoltre di avere una superficie resistente agli agenti atmosferici ed ai fenomeni di
gelo-disgelo presentando buone caratteristiche di elasticità e resistenza alla compressione, la
buona elasticità si manifesta nella non esigenza di realizzare dei giunti di dilatazione nella
pavimentazione.
trattamento deidratante tipo Levostab
Levostab 99 è un prodotto eco-compatibile, stabilizzante e consolidante, costituito da ossidi
inorganici selezionati e fibre polimeriche inerti. Levostab 99 ha un impatto ambientale
trascurabile se paragonato al consolidamento tradizionale realizzato con l’impiego di un
conglomerato cementizio, costituito da inerti e cemento o calce e con l’eventuale applicazione di
un manto di asfalto.
La sola aggiunta di Levostab 99, garantisce la compattezza e la durabilità di una strada bianca,
senza alterare le caratteristiche cromatiche ed ecologiche riducendo i costi rispetto all’intervento
tradizionale (conglomerato cementizio-asfalto). Con l’impiego di Levostab 99 è possibile
utilizzare attrezzature normalmente disponibili in cantiere, determinando così un risparmio
economico e la soddisfazione delle prescrizioni tecniche di capitolato, condizione non sempre
possibile con i metodi di stabilizzazione convenzionali.
La modalità d'azione del prodotto si basa sul riscontro che l’umidità presente nello strato da
stabilizzare è la principale responsabile della perdita delle caratteristiche meccaniche di una zona
transitabile.
Levostab 99 sfrutta l’umidità presente per l’idratazione degli ossidi di cui è costituito. La
reazione di idratazione degli ossidi presenti genera composti idrati insolubili che, distribuendosi
nelle microporosità del sistema terreno (argille, inerti ecc…) riducono la porosità, limitano il
rigonfiamento e aumentano la compattezza. Questa azione si traduce in una diminuzione della
plasticità dello strato oltre ad un miglioramento delle sue proprietà meccaniche con un
incremento della portanza (CBR) e un aumento della curabilità all’usura ed ai cicli di
gelo/disgelo.
Levostab 99 svolge quindi un’azione stabilizzante sulle proprietà meccaniche del terreno in situ,
inertizzandolo rispetto alle azioni termo-igrometriche dell’ambiente.
L’indagine sperimentale rappresenta un momento di fondamentale importanza ed è propedeutica
per la buona riuscita del cantiere in quanto, oltre a far luce sulla situazione esistente del cantiere,
serve per la determinazione del dosaggio di Levostab 99.
L’indagine sperimentale è costituita principalmente da due fasi:
Fase I:
finalizzata alla determinazione delle caratteristiche fisico-meccaniche del terreno naturale
Fase II:
finalizzata alla determinazione delle caratteristiche fisico-meccaniche della miscela “terreno/
Levostab 99”
Indagine Sperimentale Fase I
prove da eseguirsi sul terreno naturale:
classificazione del terreno naturale: analisi granulometrica (UNI-CNR 10006)
limiti di Atterberg e dell’Indice Plasticità (UNI 10014)
condizioni ottimali di costipamento (densità ed umidità) procedura AASHTO Mod. (CNR-BU
69-30/11/78)
indice CBR (CNR-UNI 10009)
resistenza alla rottura per compressione ad ELL (ASTM D 2166/91)
Indagine Sperimentale Fase II
prove da eseguirsi sulla miscela terreno naturale + Levostab 99:
analisi granulometrica della miscela per setacciatura (UNI-CNR 10006)
limiti di Atterberg e dell’Indice Plasticità a 1 e 7 giorni (UNI 10014)
condizioni ottimali di costipamento procedura AASHTO Mod. (CNR-BU 69-30/11/78)
indice CBR a 1 e 7 giorni (CNR-UNI 10009)
resistenza alla rottura per compressione ad ELL (ASTM D 2166/91)
A seguito dell’indagine sperimentale si determina il dosaggio che può variare dal 3 al 5% sul
peso del terreno, corrispondenti mediamente a circa 6-10 kg per mq per uno spessore trattato di
10 cm.
Le fasi realizzative devono seguire il seguente ordine:
1. distribuzione e miscelazione dello stabilizzante sul terreno naturale o riportato,
precedentemente fresato
2. verifica del contenuto in acqua dello strato da stabilizzare in funzione dell’umidità ottimale
per la compattazione (come da prove di laboratorio). Sarà necessario aggiungere acqua se
mancante o lasciare asciugare nel caso l’umidità sia superiore a quella ottimale
3. fresatura finale dopo la verifica dell’umidità e, se necessario, sagomatura e profilatura della
sede stradale
4. compattazione del terreno trattato con mezzi adeguati, fino al raggiungimento di una densità
di compattazione consigliata non inferiore al 98% (AASTHO Modificata come da prove di
laboratorio)
Nel caso in cui sia richiesto, è possibile eseguire l’operazione di miscelazione in un sistema
meccanico (betoniera, dumper ecc.). Questo permetterà di saltare i punti 1 e 3, fermo restando i
punti 2 e 4 come sopra riportati.
L’utilizzo di Levostab 99 consente di:
• migliorare le qualità geo-meccaniche della miscela (coesione, angolo di attrito interno,
portanza, resistenza all’acqua e al gelo)
• stabilizzare le caratteristiche della miscela al variare del tempo, delle condizioni ambientali,
dell’umidità, dell’invecchiamento, ecc.
• ridurre i rigonfiamenti legati alle variazioni del contenuto in acqua
• migliorare la durabilità in esercizio
• aumentare la lavorabilità delle terre ad elevata % di finissimo
• incrementare le resistenze alle azioni di gelo e disgelo
• graduare le reazioni di indurimento
• Levostab 99 è particolarmente efficace con terre limo-argillose (aventi, cioè, scadenti proprietà
geo-meccaniche) con le quali interagisce sia fisicamente sia chimicamente, fornendo un
prodotto finale in grado di soddisfare i requisiti imposti dai CS d’Appalto (salvo
controindicazioni derivanti dai risultati delle analisi di laboratorio propedeutiche alle
applicazioni, in particolare per la realizzazione di strati di usura).
Levostab 99 è definibile un prodotto eco-compatibile in quanto la sua composizione chimicofisica e mineralogica è molto simile a quella dello strato da stabilizzare. Le fibre di polipropilene,
parte integrante della formulazione del prodotto, sono completamente inerti e rendono duttile lo
strato stabilizzato.
In questo modo vengono mantenute le proprietà chimico fisiche garantendo la compatibilità
ambientale e quindi il rispetto dell’ecosistema esistente.
Il prodotto va conservato ad una temperatura compresa tra +5°C e +40°C, è sensibile
all’umidità, e deve essere conservato in ambiente coperto ed asciutto.
stabilizzanti di inerti fini tipo Grevelit
Il Grevelit è un formulato monocomponente non tossico per pavimentazioni in inerte stabilizzato
E’ impiagato nella realizzazione di pavimentazione di finitura in inerte pulito e stabilizzato per
interni ed esterni
E' un formulato mono-componente non tossico, non infiammabile a base di resine modificate,
additivate, di ottima qualità con funzioni leganti
Le pavimentazioni si presentano antisdrucciolo, resistente agli agenti atmosferici ed ai fenomeni
di gelo-disgelo
Le confezioni standard da 20 e 200 litri
Le finiture devono essere sempre realizzate su un sottofondo solido
Gli spessori utilizzati variano da 1 a 1,5 cm in funzione delle granulometrie degli inerti utilizzati
Prima e dopo la stesa dovrà essere applicato un primer adeguato.
Trattenere il terreno
Uno dei principali problemi nella cura e manutenzione delle strade è il contenimento del terreno
laterale o sottostante il percorso, dovuto alla frequenza del manifestarsi nel tempo di movimenti
plastici, anche di piccole dimensioni, tipico dei versanti argillosi, ma anche a fenomeni di
dilavamento superficiale o all’azione destabilizzante che a volte determina lo sviluppo della
vegetazione arborea.
Diversi sono i modi di intervento da ritenersi compatibili, tutti selezionati e desunti dalle
tecniche consolidate di ingegneria naturalistica, molte delle quali derivano dalla tradizione
popolare.
La compatibilità dell’intervento nel contesto del paesaggio deriva dalla rispondenza ad una serie
di requisiti che tendono ad evitare l’introduzioni di materiali non-naturali o non-locali favorendo
quelle tecniche di semplice realizzazione e riproduzione anche da parte di operatori non dotati di
mezzi ed attrezzature specializzate.
Sono quindi preferibili quelle soluzioni che preludono ad una cura costante del territorio
piuttosto che interventi più invasivi e di più lunga durata. L’azione di cura costante comporta
infatti minori costi, specie quelli relativi all’utilizzo di grandi macchine, consentendo di adattare
e correggere il lavoro in modo idoneo a favorire lo sviluppo spontaneo della vegetazione e la
qualità del risultato finale.
Sono quindi da evitare, in linea di principio: le gabbionate, i geotessuti, le geocelle, e tutti i
prodotti realizzati con materiali sintetici di derivazione chimica, a base di resine, gomme e
idrocarburi. Le scogliere ed i dispositivi modulari in cls utilizzati per il contenimento del terreno
sono impropri in quanto utilizzano materiali estranei al contesto locale. Le terre armate, che pur
utilizzano materiali propri del contesto, determinano forme e pendenze del terreno visivamente
“innaturali” e vanno quindi prese in considerazione solo dopo aver vagliato tutte le possibilità
derivanti da una più ampia visione dell’intervento (modifica delle pendenze su una maggiore
area del versante, modifica dell’infrastruttura da sostenere,…)
esempio di una sistemazione di versante tecnicamente
funzionale ma incoerente con il paesaggio locale.
Tecniche di ingegneria naturalistica da utilizzare per un
intervento coerente con il paesaggio
Non sempre le tecniche di ingegneria naturalistica risultano rispondenti ai criteri di coerenza
con le forme del paesaggio. Non è sufficiente, infatti, utilizzare i materiali idonei, ma occorre
farlo anche nel modo appropriato.
Spesso l’utilizzo del materiale vegetale dà luogo a forme che rispondono ai criteri di
funzionalità, rispetto al rapporto di causa-effetto, e di serialità operativa ma non a quelli di un
corretto inserimento nel paesaggio.
Ciò che ne deriva è comunque qualcosa di evidentemente estraneo al contesto,proprio in quanto
ad esso indifferente, come lo sono, ad esempio, certi rimboschimenti monocolturali rispetto alla
forma del bosco spontaneo.
Qualsiasi intervento umano “pesa” nel paesaggio, anche se usiamo i materiali e le tecniche
giuste. Sta al progettista comprendere quando questo intervento debba farsi il più possibile
“misurato”, secondo quell’atteggiamento saggiamente minimalista che dovrebbe costituire la
normalità del nostro agire, ovvero debba denotarsi apertamente come un’opera che vuole
intenzionalmente modificare e caratterizzare il paesaggio, arricchendolo di nuove forme.
L’importante, in ogni caso, è di non limitarsi a soddisfare la sola esigenza funzionale, ma fare sì
che l’intervento risponda ad una pluralità di aspetti, paesaggistici, estetici, naturalistici e perfino
culturali.
Fatta questa necessaria premessa possiamo selezionare alcune soluzioni di ingegneria
naturalistica che appaiono teoricamente coerenti al paesaggio del territorio di Monte San Vito e
Morro d’Alba, in virtù dei materiali impiegati e della semplicità delle tecniche di realizzazione:
soluzione 1
soluzione 2
soluzione 3
soluzione 4
soluzione 5
soluzione 6
-
inerbimento
viminate e fascinate
palificate
modellamento scarpata con talee e gradonate
grate vive
opere accessorie
Sono soluzioni che consentono un particolare “adattamento” al luogo in quanto, come
sperimentato nel cantiere, permettono l’utilizzo di materiale di recupero locale, derivante dalle
potature e dalla manutenzione della vegetazione, di modo che le operazioni di manutenzione e
riqualificazione del paesaggio possano coesistere in un processo di cura costante del territorio.
soluzione 1 – inerbimento.
Semina a spaglio
Funzioni: copertura e completamento su versanti soggetti ad erosione e su sponde.
Descrizione: consiste nella semina manuale di un miscuglio di sementi di specie selezionate e, se
necessario, di fertilizzanti. Spesso si usa a completamento di altri tipi di opere di stabilizzazione.
La composizione della miscela e la quantità di sementi per metro quadro sono stabilite in
funzione del contesto ambientale ovvero delle caratteristiche, geolitologiche e geomorfologiche,
pedologiche, microclimatiche floristiche e vegetazionali della stazione (in genere valgono
quantità da 30 a 60 g/m2). La provenienza delle sementi e germinabilità dovranno essere
certificate.
Effetto: l’inerbimento è veloce e permette di ottenere rapidamente la protezione delle superfici
dal fenomeni di erosione superficiale.
Campi di applicazione: aree sulle quali è necessaria una rapida protezione del terreno da
fenomeni erosivi superficiali, o un’integrazione di precedenti operazioni di semina e versanti
poco inclinati caratterizzati da fenomeni erosivi poco incisivi in ambiente con microclima fresco.
La presenza di una copertura erbacea continua sul versante in frana può contribuire a limitare
l’infiltrazione delle acque meteoriche all’interno dei corpi di frana e quindi a ridurre un possibile
incremento delle pressioni neutre.
Modalità di dimensionamento e limiti di applicabilità: si prevedono le seguenti verifiche
principali, basate sulla quantificazione delle grandezze necessarie:
. verifica idraulica (per i valori di portata significativa in condizioni di moto uniforme o
permanente o vario, valutazione di livelli idrici, tensione tangenziale, velocità, ecc.);
. stabilità del pendio (in diverse condizioni di carico e di drenaggio);
. protezione dall.erosione superficiale e/o incanalata;
. la tecnica non è idonea su versanti o sponde con pendenze >20° o su terreni poveri di suolo e
soggetti a dilavamento.
Materiali impiegati:
. sementi di specie autoctone. I miscugli di sementi saranno scelti in base alle caratteristiche
stazionali della località dell’intervento, si utilizzeranno specie capaci di produrre velocemente
il manto protettivo, alcune formando un reticolo superficiale di rizomi, altre spingendo le
radici in profondità. La provenienza delle sementi e la percentuale di germinabilità devono
essere certificate. Distribuzione delle sementi: 10 ÷ 100 g/m2;
. concimi e fertilizzanti: si possono aggiungere, secondo i casi, torba, sabbia o ammendanti di
vario tipo e, se necessario dopo la semina, fertilizzanti organici (30 ÷ l00 g/m2).
Modalità di esecuzione: la prima fase consiste nella preparazione del terreno che deve essere ben
drenato. È utile disporre di uno strato superficiale di terreno soffice e ricco di humus e perciò,
quando è necessario, se ne migliorano le caratteristiche chimiche e fisiche con ammendanti e
concimi. Il terreno deve essere lavorato manualmente o meccanicamente; quindi si rastrella e si
rimuovono sassi e radici. Si compatta poi il terreno con un rullo, scegliendo un momento in cui è
asciutto. A questo punto si procede alla semina a spaglio. Per evitare di seminare due volte la
stessa superficie o di lasciare spazi non seminati, è opportuno delimitare strisce larghe 1 m circa
con dei picchetti e procedere su queste con il lavoro. Infine si rastrella la superficie seminata e,
se si ritiene opportuno, si distribuisce del fertilizzante organico.
Accorgimenti: con substrati argillosi o comunque poco permeabili è opportuno, nella fase di
preparazione del terreno, realizzare fossi di scolo e drenaggi.
Vantaggi: l’esecuzione è semplice e conveniente anche per piccole superfici. Permette di
ottenere rapidamente il rivestimento, contribuendo in modo efficace ad evitare l’erosione
superficiale. Particolarmente indicata per interventi integrativi.
Svantaggi: la funzione di protezione del suolo esercitata dal manto erboso è superficiale.
L’azione più profonda è esercitata da arbusti ed alberi.
Periodo di intervento: all’inizio del periodo vegetativo. Su molti interventi di ingegneria
naturalistica la semina costituisce l’operazione finale.
Manutenzione: annaffiatura, concimazione e taglio quando si ritenga necessario.
Semina con fiorame
Funzioni: copertura e completamento su versanti soggetti ad erosione e su sponde.
Descrizione: consiste nel disporre sulla superficie da inerbire lo sfalciato, che porta il fiorame
con i semi, prelevato da formazioni erbacee in zone con caratteristiche stazionali analoghe a
quelle dell’area di intervento.
La quantità di fiorame per mq è stabilita in funzione del contesto ambientale ovvero delle
condizioni edafiche, microclimatiche e dello stadio vegetazionale di riferimento, delle
caratteristiche geolitologiche e geomorfologiche, pedologiche, microclimatiche floristiche e
vegetazionali della stazione ed è in genere tra 30 e 60 g/mq.
Effetto: protezione del suolo dall’erosione superficiale.
Campi di applicazione: dove sia necessaria l’utilizzazione di sementi non reperibili in
commercio e si voglia intervenire con specie autoctone, per esempio in aree di pregio o soggette
a tutela particolare quali parchi e aree protette. Gli interventi d’inerbimento forniscono una
protezione del suolo nei confronti dell’erosione superficiale. Inoltre, sui versanti in frana
possono contribuire a limitare l’infiltrazione delle acque meteoriche all’interno dei corpo di
frana e quindi a ridurre un possibile incremento delle pressioni neutre.
Modalità di dimensionamento e limiti di applicabilità: si prevedono le seguenti verifiche
principali,basate sulla quantificazione delle grandezze necessarie:
. verifica idraulica (per i valori di portata significativa in condizioni di moto uniforme o
permanente o vario, valutazione di livelli idrici, tensione tangenziale, velocità, ecc.);
. stabilità del pendio (in diverse condizioni di carico e di drenaggio);
. protezione dall’erosione superficiale e/o incanalata;
. la tecnica non è idonea su versanti o sponde con pendenze >20° o su terreni poveri di suolo e
soggetti a dilavamento, in questi casi la semina con sfalciato richiede l’impiego di supporti
antierosivi.
Materiali impiegati:
. sfalciato in quantità sufficiente a coprire completamente la superficie da inerbire;
. teloni per raccogliere il materiale prelevato;
. attrezzi per il taglio dell’erba;
. strutture idonee alla conservazione del materiale;
. supporto antierosivo di copertura, se necessario;
. fertilizzanti organici: 50 ÷ 100 g/m2.
Modalità di esecuzione: per prelevare il materiale vegetale tramite sfalcio si individuano zone
con caratteristiche stazionali paragonabili a quella su cui sarà eseguito l’intervento, quindi si
verifica che non vi siano state effettuate semine negli ultimi 3 ÷ 4 anni prima di procedere al
prelievi. Si esegue lo sfalcio a mano o con falciatrici meccaniche e si depone il materiale
prelevato su teli, avendo cura di non disperdere i semi durante le operazioni di prelievo e di
trasporto. All’inizio della stagione vegetativa si procede alla semina della superficie da inerbire
con lo sfalciato fino a ricoprimento completo di essa e, se si ritiene necessario, si aggiungono
fertilizzanti.
Accorgimenti: l’area da cui prelevare il materiale deve essere scelta accuratamente. Il materiale
sfalciato deve essere conservato in ambiente asciutto con le dovute precauzioni, tenendo
presente che può essere attaccato da animali granivori.
Vantaggi: questa tecnica rende possibile la ricostituzione di un manto erboso che tenda
verso dinamiche paranaturali.
Svantaggi: la tecnica richiede molta mano d’opera ed una struttura idonea per la conservazione
dello sfalciato dal momento della raccolta a quello della posa in opera.
Periodo di intervento: per assicurare le sementi sia delle fioriture primaverili sia di quelle più
tarde si eseguono sfalci alla fine della primavera e alla fine dell’estate o anche più tardi se lo
studio della vegetazione indica la presenza di specie che lo richiedono. Si procede alla semina
all’inizio della stagione vegetativa.
Manutenzione: annaffiatura, concimazione e taglio quando si ritenga necessario.
Semina a paglia e bitume (sistema Schiechteln)
Descrizione sintetica: realizzazione di un inerbimento su di una superficie piana o inclinata
mediante la semina di un miscuglio di sementi di specie erbacee selezionate e idonee al sito, su
di un letto di paglia distribuita uniformemente ed aspersione di un’emulsione bituminosa
instabile con funzione protettiva, mediante l’uso di pompe irroratrici a zaino, esclusa la
preparazione del piano di semina.
. spargimento manuale di paglia a fibra lunga a formare uno strato continuo di 2-4 cm di
spessore;
. semina a spaglio con miscela di specie idonea alle condizioni locali;
. spargimento di concimanti organici ed inorganici;
. bitumatura a freddo mediante soluzione idrobituminosa spruzzata a pressione atta a formare
una pellicola protettiva e di La composizione della miscela e la qualità di sementi per mq
sono stabilite in funzione del contesto ambientale ovvero delle condizioni edafiche,
microclimatiche e dello stadio vegetazionale di riferimento (in genere si prevedono 30-40
g/mq).
La provenienza e germinabilità delle sementi dovranno essere certificate.
Modalità di esecuzione:
. preparazione del terreno con eventuale riporto di terreno vegetale (spessore di 3 - 4 cm);
. eventuale messa a dimora di talee:
. preparazione delle buche per mezzo di stanghe di ferro;
. posa in opera delle talee (6 talee per metro quadro).
Nel caso si dovesse intervenire in periodi diversi da quello primaverile le talee potrebbero
essere sostituite da paletti di legno di qualsiasi specie o da picchetti di ferro.
. spargimento di uno strato continuo di paglia di segale o di altri cereali o di fieno (0.3 - 1
kg/mq). Il materiale a culmo lungo è idoneo per una più rapida ed economica distribuzione e
per una migliore e duratura protezione del terreno in quanto interviene una possibile
asportazione a causa di eventi naturali;
. collegamenti delle talee con filo di ferro (? ?6 mm) o con corda, fissato a picchetti e steso in
diagonale dall’alto verso il basso;
. semina di un apposito miscuglio di sementi foraggere e di piante rustiche (10 - 50 gr/mq)
eseguita a spaglio sopra lo strato di paglia;
. distribuzione di concime organico (50 - 150 gr/mq);
. aspersione di un’emulsione bituminosa stabile tramite motopompa (700 gr/mq) già diluita in
acqua per stabilizzare fisicamente lo strato di paglia ed evitare erosioni da parte del vento o
dell’acqua.
Note: la paglia viene trasportata sul posto in balle pressate e con paglia asciutta, onde evitare
che, all’atto della semina il seme rimanga attaccato allo strato più superficiale del manto
vegetale distribuito. La sfogliatura delle balle di paglia va eseguita a mano per evitare che si
formino ammassi eterogenei. Al fine di favorire la degradazione della paglia si può arricchirla
con enzimi.
Vantaggi: il metodo sopra descritto assolve a diverse funzioni:
. riduzione dell’effetto erosivo delle precipitazioni atmosferiche e del vento;
. riduzione delle perdite di seme per dilavamento a causa della predazione degli animali (uccelli,
roditori, insetti);
. realizzazione di un particolare microclima in prossimità del terreno sia in relazione alla
temperatura (minori sbalzi termici) che all’umidità (riduzione dell’evaporazione): effetto
serra..
Accorgimenti: sui terreni con pendenza elevata, il suolo potrà eventualmente essere consolidato
mediante la posa di reti o griglie metalliche, sintetiche o in fibra naturale a maglia stretta fissate
al suolo con graffe e successivamente inerbito. È un metodo idoneo anche per inerbire superfici
caratterizzate da suoli poco profondi e aridi o situate a quote elevate (piste da sci). Il miscuglio
di sementi deve essere distribuito in maniera omogenea e, perciò, nel caso in cui le sementi siano
di dimensioni e pesi diversi è consigliato effettuare la semina in più fasi.
L’aspetto economico è legato all’eventuale messa dimora delle talee e alla posa di reti o di
griglie.
Periodo di intervento: il periodo più adatto è quello primaverile.
Semina con matrice a fibre legate
Descrizione sintetica: è un prodotto naturale, derivato dalla lavorazione del legno, che viene
spruzzato assieme ad altri prodotti nella idroseminatrice e sostituisce le tradizionali georeti (juta,
cocco, paglia).
Materiali impiegati: l’idrosemina sarà composta da matrice fibre legate ovvero:
. 88% fibre vergini di ontano prodotte termomeccanicamente e per questo esenti da tannino con
lunghezza di 10 mm per oltre 50%;
. 10 %di collante premiscelato polisaccaride estratto da legume di Guar con capacità di creare
legami stabili tra le fibre ed il terreno. Le caratteristiche del collante Full Tack sono l’alta
viscosità (oltre 14.000 cps) e di non dilavare se ribagnato; questo rende le fibre legate resistenti
alla trazione;
. 2% di attivatori organici e minerali atti a stimolare la germinazione. Alla matrice di fibre
legate si dovranno aggiungere le altre componenti (le quantità potranno variare in funzione del
contesto ambientale);
. miscela di sementi idonea alle condizioni locali in quantità minima di 35 gr/m2;
. concime organico minerale bilanciato in quantità di circa 120 gr/m2;
. acqua in quantità di circa 7 lt/m2.
Ambiti di applicazione: la matrice a fibre legate è adatta per le applicazioni che richiedono un
controllo temporaneo dell’erosione fino allo stabilirsi della vegetazione; in particolare per il
controllo dell’erosione superficiale causata dal vento o dalle piogge su aree trattate. La matrice a
fibre legate può essere applicata anche su scarpate non regolarizzate.
Vantaggi:
. aderenza perfetta alla superficie del terreno, che consente di evitare rigonfiamenti e
ruscellamenti sotterranei;
. l’applicazione in un solo passaggio non necessita della stesura della rete e del fissaggio dei
chiodi riducendo notevolmente i tempi e i costi di manodopera;
. la matrice a fibre legate lega il seme e il fertilizzante al suolo, ma permette all’umidità, alla
luce del sole e alle piante di penetrarla. Crea perciò un microclima per la germinazione e la
crescita della vegetazione. Inoltre non sottrae al suolo azoto e non impedisce alla vegetazione
già esistente di crescere;
. una volta asciutta, la matrice a fibre legate diventa un tappeto flessibile che minimizza anche
l’impatto della pioggia pesante ed agendo da idroretentore, rilascia poi lentamente l’umidità al
terreno. Anche quando è completamente satura, la matrice resta aderente al terreno. Il risultato
è una notevole riduzione della perdita d’acqua e di terreno uguale o addirittura superiore delle
tradizionali coperture di stuoie;
. poichè la matrice a fibre legate richiede meno manodopera e molto meno tempo per
l’applicazione, il costo totale di un’applicazione è significativamente minore dei tradizionali
sistemi di controllo per l’erosione;
. il prodotto è atossico e completamente biodegradabile ed è formato da una miscela di fibre di
legno, un agente collante naturale e una miscela di attivatori organici e minerali;
. la matrice a fibre legate viene legata naturalmente, non con reti plastiche, per cui non è
dannosa all’ambiente e non lascia residui inquinanti;
. è un sistema facile da applicare e non richiede manutenzione, è facile da trasportare e da
immagazzinare.
Svantaggi:
. non è adatta per la prevenzione di fenomeni franosi, su terreni che manifestano profonde
instabilità o sono soggetti a distacchi della superficie;
. non adatta a controllare l’erosione dove non è prevista la rivegetazione;
. non è adatta al rinverdimento di alvei fluviali o in aree soggette a frequenti inondazioni.
Note: la quantità di .matrice a fibre legate. Applicata non dovrà mai essere inferiore a 370 gr/mq
per ottenere una copertura perfetta del suolo e svolgere la funzione di idroretenzione (oltre 900
volte il proprio peso), creando un microclima ideale alla germinazione. La copertura non dovrà
presentare interstizi superiori a 1 mm. Tutte le componenti della matrice di fibre legate sono
100% naturali e contenute in un unica confezione da 23 kg adatta per la copertura di circa 60
mq. L’applicazione della miscela deve avvenire con idonea idroseminatrice che garantisca
l’omogeneità del prodotto e con un tipo di pompa (volumetrica) che mantenga l’integrità della
semente.
Idrosemina
Funzioni: copertura e completamento su versante.
Descrizione: consiste nello spargimento meccanico di una miscela di sementi, fertilizzanti,
ammendanti, leganti ed eventualmente fitoregolatori in acqua, effettuato con un dispositivo,
idroseminatrice, costituito da una cisterna, una pompa e delle manichette. I componenti della
miscela creano un substrato ottimale per la germinazione dei semi e per le
prime fasi di sviluppo delle plantule. Il collante ha la funzione di legare assieme sementi,
concimi ed ammendanti e di aderire bene al terreno, impedendo l’asportazione delle sementi
nella fase germinativa, fino alla sua degradazione. L’acqua, oltre a veicolare la miscela,favorisce
l’imbibizione delle sementi accelerandone la germinazione ed il primo stadio di sviluppo.
L’idrosemina contiene:
. miscela di sementi idonea alle condizioni locali;
. collante in quantità idonea al fissaggio dei semi e alla creazione di una pellicola antierosiva
sulla superficie del terreno, senza inibire la crescita e favorendo il trattenimento dell’acqua nel
terreno nelle fasi iniziali di sviluppo;
. concime organico e/o inorganico;
. acqua in quantità idonea alle diluizioni richieste;
. altri ammendanti e inoculi.
La composizione della miscela e la quantità di sementi per m2 sono stabilite in funzione del
contesto ambientale ovvero delle condizioni edafiche, microclimatiche e dello stadio
vegetazionale di riferimento, delle caratteristiche geolitologiche, podologiche,microclimatiche
flogistiche e vegetazionali (in genere si prevedono 30 – 40 g/mq). La provenienza e
germinabilità delle sementi dovranno essere certificate e la loro miscelazione con le altre
componenti dell’idrosemina dovrà avvenire in loco, onde evitare fenomeni di stratificazione
gravitativa dei semi all’interno della cisterna.
Effetto: l’inerbimento è generalmente rapido e quindi si ottiene in maniera veloce la protezione
del suolo dall’erosione superficiale operata dalle acque di dilavamento e dal vento.
Contesto ambientale ovvero delle condizioni edafiche, microclimatiche e dello stadio
vegetazionale di riferimento, delle caratteristiche geolitologiche e geomorfologiche,
podologiche, microclimatiche flogistiche e vegetazionali (in genere si prevedono 30-40 g/mq).
La provenienza e la terminabilità delle sementi dovranno essere certificate e la loro miscelazione
con le alte componenti dell’idrosemina dovrà avvenire in loco, onde evitare fenomeni di
stratificazione gravitativa dei semi all’interno della cisterna.
Campi di applicazione: pendii ripidi fino a 35° e fino a 40° nel caso di idrosemine potenziate
(fino a 20° idrosemina semplice, fino a 35° idrosemina con mulch, cioè con materiali come fibra
di paglia, sfarinato di torba, ecc.. che migliorano la resistenza meccanica e la capacità di
ritenzione idrica; fino a 50à-60à con mulch a fibre legate), scarpate, versanti rocciosi.
Si tratta di un intervento ad alto gradimento e per questo viene utilizzato talvolta anche in
superfici a ridotta inclinazione.
Gli interventi di inerbimento, mediante l’impiego prevalente di specie erbacee, forniscono
soprattutto una protezione del suolo nei confronti dell’erosone superficiale. Inoltre la presenza di
una copertura erbacea continua su tutto il versante in frana può anche contribuire ad una
limitazione dell’infiltrazione delle acque meteoriche all’interno del corpo di frana e quindi a
ridurre un possibile incremento delle pressioni neutre.
Modalità di dimensionamento e limiti di applicabilità: si prevedono le seguenti verifiche
principali basate sulla quantificazione delle grandezze necessarie:
. stabilità del pendio (in diverse condizioni di carico e drenaggio)
. protezione dall’erosione superficiale e/o incanalata
Si utilizzano sa 1 a 30 l/mq di miscela in funzione dello spessore al suolo che si vuole ottenere.
Tale spessore varia di solito tra 0,5 a 2 cm. Ed è in funzione delle caratteristiche stazionali
(inclinazione ,periodo arido, rischio erosione, ecc.). La tecnica non è idonea su pareti rocciose
compatte (pendenza > 35°) o particolari formazioni geologiche che vanno lasciate alla
rivegetazione spontanea.
Materiali impiegati: esistono diversi procedimenti per l’esecuzione di idrosemine, alcuni dei
quali sono stati brevettati. Ognuno di essi prevede l’utilizzo di specifici materiali, in dosi precise:
. .acqua 1-30 l/mq
. concimi minerali (semplici, complessi, a lenta cessione di azoto) od organici (miscele, prodotti
vegetali, stallatico) o ancora organo-minerali: 50 – 200 g/mq,
. ammendanti (torba,paglia, cellulosa): 60 – 300 g/mq
. collanti (colloidi organici, colloidi argillo-umici, ) : 10 – 100 g/mq.
. semi d specie erbacee e legnose: 20 – 40 g/mq
. fitoregolatori (ormoni vegetali)
Modalità di esecuzione: si miscelano i componenti fino a formare un liquido denso che viene
spruzzato con idonee pompe su superfici da rinverdire.
La miscela viene spruzzata fino al raggiungimento dello spessore necessario in base al tipo di
superficie; per zone a forte pendenza o con elementi litologici affioranti si possono raggiungere
spessori di 2-4 cm. In genere lo spessore si aggira null’ordine di 0,5 cm.
Qualora l’area non sia raggiungibile da un’autopompa l’operazione può essere effettuata con
l’elicottero.
Accorgimenti: su pendii assai ripidi può essere fissata una rete di juta sulla quale spruzzare
successivamente la miscela.
Vantaggi: tecnica che permette un rinverdimento veloce della superficie interessata. Anche in
situazioni moderatamente diffidi dal punto di vista podologico e climatico si riesce ad innescare
il processo di ricostruzione della copertura vegetale. Tecnica che consente elevate produttività
Svantaggi: è necessario che il cantiere sia accessibile ai mezzi meccanici (autobotte con
pompa); è possibile utilizzare tubi flessibili fino a 150 – 200 m. per aumentare il raggio d’azione
della pompa.
Se la superficie da rinverdire è sufficientemente grande si sfrutta al meglio la capacità
dell’autobotte e si riducono i costi.
Non sempre dà buoni risultati in stazioni aride o con elevato rischio di dilavamento superficiale.
Periodo di intervento: il periodo di semina deve essere scelto nell’arco dell’anno in base alle
caratteristiche della stazione, al grado di ombreggiamento ed al grado di umidità. Sono da evitare
i periodi asciutti, in particolare tutto il periodo estivo per le zone costiere e le aree più siccitose.
In generale si effettua la semina nel periodo vegetativo.
Manutenzione: annaffiatura, concimazione e taglio quando si ritenga necessario.
inerbimento con supporti antierosivi di fibre naturali nelle semine
Funzioni: copertura e completamento su versante.
Descrizione: consiste nel rivestimento di versanti mediante reti, feltri, stuoie, griglie, tessuti,
ecc. che possono essere di materiale naturale, sintetico e misto.
Effetto: rendono possibile e velocizzano l’inerbimento anche di superfici difficili.
Campi d’applicazione: la semina con supporti antierosivi è consigliabile ai fini del rivestimento
vegetale (soprattutto per il ripristino della vegetazione erbacea) in caso di pericolo di erosione
diffusa, dovuto a condizioni stazionali estreme, per esempio scarpate molto acclivi esposte al
vento o povere di suolo. Nel consolidamento di fenomeni franosi queste opere di protezione
superficiale contribuiscono alla riduzione, se pur indiretta, delle pressioni neutre all’interno del
corpo di frana non solo contenendo l’azione erosiva superficiale esercitata dalle acque
meteoriche ma, soprattutto, limitando l’infiltrazione delle stesse all’interno del corpo di frana.
Per quello che riguarda gli interventi di regimazione fluviale se ne prevede l’applicazione su
sponde di corsi d’acqua con velocità della corrente non eccessiva e trasporto solido non
grossolano. Pertanto, a meno di non dover contrastare esclusivamente fenomeni erosivi
superficiali, sia in interventi su versante che su sponda fluviale, le opere di rivestimento vegetale
con l’impiego dei supporti antierosivi devono essere sempre abbinate ad altre tipologie di opera.
Gli interventi di protezione superficiale possono ottenersi per mezzo dell’impiego di tecniche di
Ingegneria Naturalistica utilizzando materiali naturali
Modalità di dimensionamento e limiti di applicabilità: si prevedono le seguenti verifiche
principali basate sulla quantificazione delle grandezze necessarie:
. stabilità strutturale e globale dell’opera;
. verifica idraulica (per i valori di portata significativa in condizioni di moto uniforme o
permanente o vario, valutazione di livelli idrici, tensione tangenziale, velocità, ecc.);
. stabilità del pendio (in diverse condizioni di carico e di drenaggio).
. protezione dall’erosione diffusa e/o incanalata.
Su pendii con materiale grossolano incoerente e roccia affiorante è necessario effettuare il
disgaggio del materiale lapideo instabile e, talvolta, ricorrere all’accoppiamento con reti
paramassi. Le resistenze a trazione dei supporti antierosivi variano in funzione del tipo utilizzato
Materiali impiegati: a proposito dei supporti antierosivi occorre fare alcune precisazioni. In
commercio ne esistono di vari tipi, distinguibili sulla base del materiale impiegato per la loro
realizzazione, naturale o sintetico, e delle modalità costruttive. Le ditte produttrici ne immettono
sul mercato ogni anno nuove varianti; perciò, essendo impossibile in questa sede elencarle tutte,
ci limiteremo a menzionare quelle più diffuse.
I supporti a base naturale sono biodegradabili e la loro durata è conseguente alla natura del
materiale che li costituisce, maggiore nel caso del legno o del cocco, minore nel caso della
paglia. Quelli sintetici sono chiaramente più duraturi, ma non biodegradabili. Le caratteristiche
fisiche e meccaniche di ciascun prodotto vengono fornite dalla ditta costruttrice .In sintesi, si
possono distinguere, tra i supporti a base naturale:
. biostuoie: materassini costituiti da paglia, cocco o trucioli di legno, contenuti in retine di
plastica fotodegradabile oppure di juta; hanno in genere una buona capacità di assorbimento
dell’acqua (più bassa per il cocco) e resistenze a trazione generalmente non superiori a 3 - 4
kN/m;
. biotessili: tessuti: veri e propri tessuti, con trama ed ordito, di fibre naturali come juta, cocco
ed agave, le resistenze a trazione sono molto elevate (fino a 40 kN/m), secondo la fibra
impiegata e la larghezza delle maglie; la capacità di assorbimento dell’acqua è discreta;
. biofeltri: biotessili non tessuti costituiti da fibre naturali anche di diversa natura, tenute insieme
tramite agugliatura; assorbimento dell’acqua da medio ad alto, resistenza alla trazione di 3 - 4
kN/m o maggiore qualora rinforzati da biotessili tessuti;
. bioreti: simili a tessuti a maglia larga, ma le corde vengono intrecciate ed annodate e quindi
non si possono allargare; biodegradabili in tempi lunghi.
. biocelle; costituite da materiale naturale (cocco in genere) la posa sul terreno è lievemente
diversa da quella degli altri supporti, poiché vanno ancorate mediante chiodatura dei punti di
giunzione dei vari alveoli e conseguentemente saturate di terreno naturale; la resistenza
meccanica a trazione delle giunzioni varia da 0,35 ad 1 kN/m.
Altri materiali necessari:
. picchetti in legname (può essere utilizzato anche materiale vivo) da utilizzarsi soprattutto come
rinforzi all.ancoraggio di monte e di valle; la loro lunghezza deve essere di almeno 30 ÷ 40 cm
e diam. ?>3 cm oppure chiodi in ferro di lunghezza 30 ÷ 40 cm e diam. ?12 ÷ 16 mm;
. eventualmente piante.
Modalità di esecuzione: modellamento e preparazione della scarpata per la regolarizzazione
delle asperità naturali del terreno ed eventuale eliminazione di pietre e ramaglia. Scavo di un
solco di 20 ÷ 30 cm di profondità in sommità ed al piede della scarpata da proteggere. Semina
delle specie scelte (è preferibile, per le reti, seminare dopo la posa, oppure sia prima che dopo).
Posa in opera del supporto antierosivo (fornito dalle ditte in rotoli di lunghezza ed altezza
variabile) che deve essere inserito nel solco di monte ripiegandolo in doppio strato per almeno
20 cm, e ricoperto con il terreno proveniente dallo scavo. In alcuni casi potranno essere utilizzati
dei picchetti in ferro oppure in legno per rinforzare l’ancoraggio. Il supporto viene poi steso sul
pendio lungo la massima pendenza, in maniera da aderire al suolo quanto più possibile, facendo
attenzione a non tenderlo troppo ed a garantire una sovrapposizione tra i vari teli contigui
minimo di 10 ÷ 15 cm.
Nel caso di protezione spondale le stuoie vanno sovrapposte procedendo controcorrente per
evitare che l’acqua s’infiltri fra una stuoia e l’altra. Fissaggio del supporto con picchetti di legno
in caso di substrato sciolto oppure ad “U” in ferro acciaioso nel caso di strato roccioso
affiorante.
I picchetti dovranno essere disposti ad una distanza di circa 1 m l’uno dall’altro, lungo le
sovrapposizioni laterali dei teli, sui bordi esterni e nei punti dove cambia la pendenza della
scarpata per mantenere l’aderenza del supporto al terreno. In caso di pendenze elevate, oppure di
superfici con asperità, la densità dei picchetti viene aumentata ed estesa anche
All’interno del singolo telo (pendenza .p. della scarpata p < 20 - 30° un picchetto per mq, p >
30° da 2 - 3 picchetti per mq anche in funzione della consistenza del substrato). Ancoraggio alla
base del supporto mediante inserimento dello stesso nel solco precedentemente scavato a valle,
con le stesse modalità dell’ancoraggio di monte. Eventuale semina sopra il supporto antierosivo.
È anche possibile la messa a dimora di piantine su di un versante rivestito, dopo aver fatto dei
tagli a croce nel telo ed avendo cura di fissare nuovamente i lembi residui.
Accorgimenti: particolare attenzione deve essere posta nelle seguenti operazioni: preparare la
superficie, picchettare il supporto a monte ed a valle con formazione delle risvolte,sovrapporre
lateralmente i teli, picchettandoli, e mantenere l’aderenza del supporto antierosivo al suolo. In
commercio esistono anche vari supporti antierosivi preseminati. Il loro impiego non garantisce
comunque sempre gli stessi risultati che si avrebbero con una semina “mirata” alle caratteristiche
stazionali. In questi casi dovranno inoltre essere certificate le miscele utilizzate e la loro
provenienza e germinabilità delle sementi, nonché la grammatura (rapporto peso/superficie) del
supporto. Se la semina viene eseguita successivamente alla posa dei supporto antierosivo,è
necessario ricordarsi d’intervenire con supporto asciutto, affinché il seme possa penetrare sotto
al supporto stesso.
Vantaggi:
. per tutte le tipologie di supporto: immediatamente dopo la posa in opera i supporti esercitano
un’azione protettiva nel confronti della perdita di suolo e di semi dovuta all’azione della
pioggia e del vento;
. nel caso di supporti a base naturale: sono biodegradabili(non inquinanti) e decomponendosi
incrementano la fertilità del terreno; nel caso di scarpate assai soleggiate, dove possono essere
raggiunte temperature molto elevate, sono utili inoltre per l’azione ombreggiante e di
ritenzione idrica;
. nel caso di supporti a base sintetica: hanno una durata molto elevata nel tempo, le reti
metalliche a doppia torsione, in particolare, esercitano anche una certa funzione strutturale di
contenimento, per esempio quando si deve riportare uno spessore di terreno sciolto su una
superficie rocciosa.
Svantaggi:
. per tutte le tipologie di supporto: le variabili da considerare nella scelta di un supporto
antierosivo sono molte e di diversa natura (climatica, pedologica, morfologica, economica),
nonché legate alle sollecitazioni meccaniche delle forze esterne. Non esistono ancora studi
approfonditi che possano fornire regole per la scelta da adottare e bisogna basarsi molto
sull’esperienza. In tutti i casi gli interventi preparatori alla messa in opera del supporto sono
piuttosto lunghi, e specialmente nel caso di opere di difesa spondale, i supporti devono essere
fissati a regola d’arte, in modo da non essere asportati dalla piena insieme alla sistemazione
viva;
. nel caso di supporti a base naturale: sono poco duraturi e le resistenze a trazione sono in genere
molto basse, quindi sono anche più delicati nelle fasi di posa in opera;
. nel caso di supporti a base sintetica: non si decompongono e quindi costituiscono un elemento
estraneo a rivestimento vegetale avvenuto.
Alcuni tipi, in particolari situazioni, per il troppo ombreggiamento o, viceversa, per il troppo
assorbimento della radiazione solare, possono “soffocare” la nascita delle piante.
Periodo di intervento: preferibilmente durante il periodo di ripresa della vegetazione (periodo
idoneo per le semine). Per l’eventuale posa di piante è consigliabile operare durante il riposo
vegetativo.
Manutenzione: concimazione e irrigazione soprattutto durante la prima estate dopo la semina.
Soluzione 2 - viminate e fascinate
Viminata viva
Descrizione sintetica: consiste nel fissare al terreno, tramite picchetti di legno o tondini di ferro,
un intreccio di verghe di specie con capacità vegetativa. Possono essere disposte a file
orizzontali o in diagonale).
Campi di applicazione: pendii e sponde di corsi d’acqua. Per interventi su opere in terra in
combinazione con copertura diffusa o fascine drenanti.
Modalità di esecuzione: si realizza una fila di picchetti in legno (larice, castagno) ad una distanza
di 1-3 m. intervallata ogni 30 cm circa da paletti in legno o talee vive di dimensioni più piccole
(40 – 50 cm). I picchetti più lunghi (80 – 100 cm) vengono infissi nel terreno (altezza fuori terra
15 -30 cm) con direzione intermedia tra la verticale e la normale al pendio, poi vengono
intrecciati con rami di salice, almeno 7-8, lunghi e flessibili che dovranno essere compressi l’uno
sull’altro, fino a formare una parete. Nel caso che non sia possibile reperire il materiale
sufficiente si inserisce materiale morto opportunamente mescolato a quello vivo.E’ necessario
che la viminata viva abbia una parte sufficientemente interrata per evitare fenomeni di
scalzamento al piede e permettere alle verghe di vegetare a contatto con il terreno. Le viminate
vive si eseguono in linea (distanza tra le file 1,2 – 2 m) o a formare rombi ed altre figure
geometriche e, nel secondo caso svolgono meglio la funzione di trattenere il terreno.
Materiali impegati:
. picchetti in legno vivo o morto; lunghezza 50 -100 cm; diam. 3-10 cm.
. verghe elastiche di piante con alta capacità di propagazione vegetativa: lunghezza circa1,5 m.
Vantaggi: effetto immediato di trattenuta del terreno su sponde fluviali e pendii in erosione di
modeste dimensioni.
Svantaggi: tecnica che richiede verghe lunghe, di materiale vivo e molta manodopera. Costi
elevati rispetto ad altri interventi di stabilizzazione. Scarso attecchimento delle talee. Tecnica
non utilizzabile su terreni argillosi, rocciosi o sassosi. Restringimento della sezione nei corsi
d’acqua minori, con conseguente necessità di un’attenta manutenzione.
Periodo di intervento: durante il periodo di riposo vegetativo.
Manutenzione: controllo della radicazione delle talee. Interventi di riparazione di tratti spezzati;
paletti scalzati al piede.
Fascinata drenante su pendio
Descrizione sintetica: consiste nella realizzazione di dreni superficiali o subsuperficiali, disposti
lungo il percorso più breve che seguirebbe l’acqua lungo il pendio, con eventuali diramazioni
laterali per il miglioramento del drenaggio su tutta la scarpata (fig. 14.29).
Effetto: il drenaggio e la capacità di traspirazione delle fascine vive aumentano la stabilità del
terreno e la copertura della vegetazione impedisce l’erosione superficiale per ruscellamento.
Campi di applicazione: l’intervento si presta per la captazione delle acque sotterranee nel caso
in cui esse possono essere intercettate a profondità ridotte rispetto alla quota di campagna.
Materiali impiegati:
. ramaglia viva ed astoni con diam. circa 3 cm di specie scelte in base alle caratteristiche
stazionali, in gran parte con capacità di diffusione vegetativa;
. paletti in legname con diametro medio di 8 -12 cm; sono comunque preferibili picchetti in
ferro (tondini ad aderenza migliorata) con diam. 8 -14 mm e lunghezza di 80 ˜ 150 cm;
. filo di ferro per legature: diam. 2 - 3 mm;
. eventuale ghiaia e tubo drenante microforato.
Modalità di esecuzione: scavo di una fossa di larghezza pari al diametro di una o due fascine
(40-80 cm) e di profondità non superiore ai 40 cm. La pendenza minima è intorno al 2%.
Collocazione di fascine all’interno del fosso in modo tale da garantirne il completo riempimento.
Le fascine vengono successivamente ricoperte di un sottile strato di terreno e quindi fermate con
paletti di legno vivi, oppure con aste di ferro che vengono spinte obliquamente ad intervalli di
minimo 80 cm (in corrispondenza delle legature), attraverso le fascine nel terreno.
Il numero dei picchetti Ë proporzionale alla pendenza del terreno o del fosso. Se il pendio è
molto ripido le fascine possono essere fermate da funi di acciaio legate a pali ben fissi nel
terreno, al fine di contrastare le forze di trazione esercitate dall’acqua.
Vantaggi: materiali facilmente reperibili in zona; in un intervento complessivo che prevede la
realizzazione di altre opere con tecniche di Ingegneria Naturalistica può essere utilizzato
anche il materiale che deriva dagli scarti della preparazione delle talee. Immediata azione
drenante “meccanica” migliorata in seguito all’azione evapotraspirante delle piante.
Economicamente conveniente in aree argillose dove il reperimento di ciottoli e ghiaia Ë difficile
ed oneroso. Esteticamente gradevole ed adatto anche per un prosciugamento diffuso delle acque
sotterranee in zone d’emergenza, attraverso una disposizione dei solchi a “V” e successivo
collettamento in un canale principale di allontanamento
delle acque dall’area instabile.
Svantaggi: è necessaria una grande quantità di materiale vivo e molta manodopera. Non
possono essere realizzati con questo schema drenaggi profondi (maggiori di 80 cm dal piano
campagna).
Manutenzione: tagli frequenti della vegetazione arbustiva che si sviluppa dalle fascine al fine
di mantenerla elastica, in modo da permettere il passaggio dell’acqua in superficie (qualora,come
spesso succede, le linee di drenaggio con fascine siano anche via preferenziale per lo
scorrimento delle acque meteoriche).
Soluzione 3 – palificate
Palificata viva spondale
Descrizione dell’opera: manufatto a gravità formato da una struttura cellulare in pali di legno
abbinato alla posa di piante. Il deterioramento (marcescenza) del legname, in alcuni decenni,
presuppone che i parametri di stabilità del manufatto vengano riferiti ad un paramento esterno
assimilabile ad una pendice ben vegetata e ad un terreno con buone caratteristiche di attrito.
In presenza di adeguata manutenzione (taglio periodico delle piante al fine di impedire
l’appesantimento delle ceppaie) si possono raggiungere accettabili stabilità per pendenze del
paramento esterno dell’ordine di 60°.
Campi di applicazione: consolidamento, ricostruzione di sponda, soggette ad erosione. La
variante ad una parete è preferibile in situazioni di spazio limitato.
Limiti di fattibilità: velocità della corrente superiori a 4 m/s.
Materiali impiegati:
. tondame di specie a legno durabile (robinia, castagno) di diametro almeno 20 cm; ï pioli,
tondini in metallo ad aderenza migliorata diam. 12 - 14 mm;
. talee e piantine di latifoglie diam 20 - 30 cm;
. pietrame;
. Inerte terroso.
Grado di reperibilità: per tutti i materiali una buona reperibilità. Per quanto riguarda il legname
si puntualizza come in particolari condizioni, ovvero operando all’interno o in prossimità di zone
a bosco, possa risultare economico l’utilizzo di legno proveniente da tagli e diradamenti,
potendo utilizzare per la costruzione delle palificate anche legname con caratteristiche
tecnologiche (cipollatura, legno di torsione, ecc.) non altrimenti utilizzabile se non come legna
da ardere. Il materiale vegetale da utilizzarsi è facilmente reperibile presso i vivai pubblici e
privati, fanno eccezione alcune specie arbustive.
Modalità di esecuzione:
. montaggio legname: il piano di posa va realizzato con una contropendenza verso monte
stabilita in sede di calcolo di stabilità (5° -15°); il tipo di manufatto si presta alla posa anche su
piani non complanari nel senso dello sviluppo in lunghezza; si procede alla posa della prima
fila di legname in senso parallelo alla pendice, curando il posizionamento in bolla, durante la
posa del tondame si realizzano i collegamenti tra un legno ed il successivo realizzando gli
incastri ed i fissaggi con il tondino i ferro; il montaggio prosegue con la posa del successivo
ordine di tondame da posizionarsi in senso ortogonale alla prima fila ed alla pendice: questi
legni avranno lunghezza variabile desunta dai calcoli progettuali ed in considerazione delle
caratteristiche biotecniche e del terreno (capacità di approfondimento dell’apparato radicale) e
variabile da 1,5 a 3 m. Si procede quindi al fissaggio dei legni con la fila sottostante sempre
tramite tondino in ferro. Nella variante ad una parete, i pali con punta perpendicolare alla
sponda al disopra del tronco orizzontale,
vengono inseriti nel terreno a spinta mediante escavatore; per quanto riguarda la realizzazione
del fissaggio con il tondino si può rilevare come vada curata la completa perforazione dei due
tronchi da fissare e si debba quindi disporre di punte da legno di adeguata lunghezza (doppia
del diametro dei tronchi), almeno 40 cm: la foratura parziale può originare fessurazioni e
rotture del legno al momento dell’inserimento forzato del tondino con colpi di mazza; nel
procedere alla realizzazione dei piani successivi si segue lo schema descritto, con l’avvertenza
di posizionare i legni longitudinali alla pendice sempre in posizione arretrata rispetto al
sottostante ordine di legni longitudinali e, ciò, per conferire al manufatto la pendenza del
paramento scelta in sede progettuale; eventuali variazioni di pendenza del paramento possono
essere ottenute rinunciando alla posa del legno longitudinale sul retro del manufatto e
realizzando il fissaggio a carico dell’ordine di legno longitudinale sottostante;
. riempimento struttura e posa materiale vegetale: dopo aver realizzato il montaggio di 1 o 2
ordini di tondame, occorre procedere al riempimento della struttura cellulare con inerti e
terreno ed alla posa delle talee e delle piantine; il terreno posato negli spazi voti tra i pali va
opportunamente compattato e si procede quindi alla posa delle talee in posizione coricata
ovvero delle piantine sempre in posizione coricata ovvero delle piantine sul fronte a vista in
posizione eretta; le talee posate dovranno avere una lunghezza pari alla profondità della
palificata (1,5 - 3 m) onde consentire una radicazione profonda, ed è sufficiente che emergano
fuori terra per 10 - 30 cm; le talee o le piantine radicate vengono posate in ragione di una ogni
10 - 15 cm di fronte per ogni ordine di fondame longitudinale ovvero per circa 20 - 30
talee/piantine per ogni m2 di paramento esterno della palificata;
. palificata a una parete: la palificata ad una parete viene montata con le stesse modalità previste
per il tipo a due pareti ma rinunciando alla posa del tondame longitudinale posizionato sul
retro della struttura; in particolare si realizza questa tipologia in presenza di spazi limitati per
quanto attiene le possibilità di realizzare strutture profonde ovvero per scelta progettuale che
ritenga sufficiente la realizzazione di un manufatto leggero con prevalenza della funzione di
rivestimento rispetto a quella di sostegno; la posa dei legni ortogonali alla sponda, nella
costruzione della palificata ad una parete può essere realizzata con l’ausilio di una trivella,
manuale o portata sul retro di una trattrice con punta da 15 - 20 cm, che realizzi il foro nel
fronte terroso solido. Tale modalità consente di contenere al minimo i movimenti di terra ma
soprattutto assicura il mantenimento della solidità di quella porzione di pendice non ancora
oggetto di scoscendimento; in questa modalità costruttiva è importante battere i pali nel foro
realizzato con la trivella dopo averli opportunamente appuntiti.
Parametri e modalità di calcolo: la palificata deve essere calcolata come manufatto a gravità
tenendo presente come il volume occupato dal legname è pari a circa il 15 - 20% del volume
totale del manufatto.
Prescrizioni:
. qualora la palificata funga da difesa spondale, al piede della stessa verrà collocata una fila di
massi legati con fune di acciaio diam 16 mm e pilotis metallici L = 2 m, infissi per i 3/4 della
lunghezza;
. le talee dovranno avere una lunghezza tale da passare l’opera fino a toccare il terreno
retrostante e in tal modo radicare, mentre nella parte frontale dovranno sporgere per più di 10
cm;
. il fronte della palificata dovrà avere una pendenza inferiore a 60° per consentire la crescita
delle piante;
. i tronchi trasversi andranno disposti alternati per garantire una maggiore elasticità e resistenza
della palificata stessa;
. sul fronte della palificata è possibile inserire geotessili per il contenimento del materiale più
fine.
Limiti di impiego e scelta delle specie vegetali: Ë conveniente utilizzare abbondante materiale
vegetale vivo (talee, astoni, ramaglia), da reperire prevalentemente in alveo. » quindi opportuno
realizzare palificate spondali soprattutto in abbinamento a tagli della vegetazione riparia.
Vantaggi: rapido consolidamento della sponda.
Svantaggi:
. il legno col tempo marcisce, per cui oltre a buone chiodature, è necessario che le talee e le
fascine inserite nella struttura siano vive e radichino in profondità, cosÏ da sostituire la
funzione di sostegno e consolidamento della scarpata, una volta che il legno ha perso le sue
funzioni;
. lunghi tempi di realizzazione.
Effetto: il consolidamento della scarpata è immediato. La struttura a camere sovrapposte funge
anche da riparo e tane per piccoli animali e pesci.
Periodo di intervento: durante il periodo di riposo vegetativo.
Possibili errori:
. scelta errata del periodo per la posa di materiale vegetale vivo;
. diametro dei tronchi sottodimensionato;
. inserimento di un numero insufficiente di talee;
. inserimento di fascine con scarsità di materiale vegetale vivo idoneo;
. impiego di specie prive di capacità propagativa;
. insufficiente chiodatura dei tronchi.
Note: la scortecciatura dei pali aumenta la durabilità del legname.
Da curare il posizionamento della palificata ad almeno 0,5 - 1 m al di sotto del fondo ovvero
realizzare la struttura appoggiata al di sopra di una base in massi.
La gestione di un lavoro con tondame di diametro 30 - 40 cm, preferibile dal punto di vista
costruttivo, presenta la necessità di disporre di un escavatore per la movimentazione dei
tronchi. La costruzione con tondame di diametro massimo 20 cm può presupporre la
realizzazione di un cantiere con mezzi manuali. A mente delle attuali normative sulla sicurezza
del lavoro la movimentazione manuale deve essere limitata a tondame, gestito da due operatori,
di peso unitario non superiore a 40 kg (donne) o 60 kg (uomini). Un accorgimento della
palificata viva a doppia parete è quello di conficcare i pali ortogonali rispetto alla corrente
(montanti) dopo averli predisposti con punta nella sponda, per contrastare la “spinta di
Archimede”. Eventualmente si può appesantire la struttura riempiendola, nei primi strati con
sassi.
Palificata viva di sostegno
Descrizione sintetica: manufatto in legname costituito da una struttura a celle, formate da pali di
legno disposti perpendicolarmente, con posa di piante o talee. In pochi anni lo sviluppo
dell’apparato radicale della vegetazione crea un’armatura nel terreno, con effetto stabilizzante.
Si realizzano palificate a parete semplice, a parete doppia e spondali.
Campi di applicazione: stabilizzazione di parti di versante, piede di pendio e difesa spondale.
Si tratta di opere deformabili e permeabili, che si adattano bene ad interventi su pendii instabili.
Fattibilità: semplice realizzazione e rapido consolidamento dell’area interessata. L’effetto
stabilizzante della struttura in legno, una volta marcita, sarà sostituito dallo sviluppo
dell’apparato radicale. L’altezza di una palificata a parete semplice è in genere modesta (1 -1,5
m); per altezze maggiori si usano palificate a parete doppia. Queste ultime, se costituiscono
opere con funzione permanente non devono superare i 2 - 2,5 m di altezza, poichè la capacità
consolidante delle piante si limita a 2 - 3 m di profondità. Nei calcoli di stabilità la palificata
deve essere considerata come manufatto a gravità, costituito per il 15 - 20% del volume da
legname.
Materiali impiegati:
. tondame scortecciato (larice o castagno), avente diam = 20 - 30 cm e lunghezza > 1,5 – 2 m;
. chiodi in ferro o tondini in ferro con diam 10 – 14 mm;
. filo di ferro zincato: diam = 3 mm;
. talee o piantine di specie legnose, dotate di buona capacità vegetativa, con lunghezza di 25 cm
maggiore rispetto alla profondità della palificata fino ad arrivare al terreno naturale;
. ramaglie di salice: lunghezza 30 - 40 cm > della profondità dell’opera;
. stuoie e georeti in materiale biodegradabile (paglia-legno, juta, fibra di cocco, ecc.).
Modalità di esecuzione:
. si realizza dapprima il piano di posa, a reggipoggio con inclinazione di circa 10° - 15° verso
monte;
. si posa quindi la prima fila di legname parallelamente al pendio (corrente), controllandone il
posizionamento in bolla e realizzando gli appoggi e i fissaggi con tondini in ferro tra legni
successivi;
. si posa in seguito la seconda fila di tondame in senso ortogonale alla prima (traverso),
fissandola alla sottostante tramite tondini in ferro. Nel caso della palificata a parete semplice si
mette in opera una sola fila orizzontale esterna di “correnti” ed i “traversi” sono appuntiti ed
infissi nel pendio; nel caso della palificata a parete doppia si posano due file di “correnti”,
all’interno ed all’esterno dello scavo, mentre i “traversi” sono privi di punta;
. va sottolineato che per operare un fissaggio corretto con i tondini in ferro bisogna perforare
completamente i due tronchi da fissare; la foratura parziale può, infatti, provocare rotture o
fessurazioni dei legno stesso;
. gli strati successivi di legname vengono messi in posto ripetendo lo schema su descritto,
posizionando però i diversi ordini di correnti in posizione pi¢ arretrata rispetto al sottostante, in
modo da conferire al fronte un’inclinazione di 20° - 30° per garantire la migliore crescita delle
piante;
. i diversi ordini di legname traverso devono essere collocati in posizione sfalsata tra di loro. Il
posizionamento sfalsato dei traversi è a favore della stabilità. Una volta messi in opera 2 o 4
ordini di legname si procede al riempimento della struttura con inerti, provenienti dallo scavo e
terreno vegetale, opportunamente compattato;
. le talee vengono messe in posto negli interstizi tra i tondami orizzontali, generalmente in
posizione coricata; esse devono sporgere di circa 25 cm dal fronte della palificata e
raggiungere il terreno naturale nella parte posteriore della struttura. Nel caso in cui questa
opera venga utilizzata come difesa spondale, è opportuno porre una fila di massi al piede della
palificata, al contatto con l’acqua ed ulteriormente fissati con piloti in legno o in profilato
metallico di lunghezza di 2 m, infissi nel fondo per almeno 3/4, della lunghezza;
. gli interstizi tra i tondami vengono riempiti con sassi e terreno vegetale;
. drenaggio: poichè il piano di posa viene fatto a reggipoggio, in alcuni casi è opportuno evitare
che le acque si accumulino lungo di esso, appesantendo il terreno sottostante. In tal caso si
consigliano elementi drenanti longitudinali, posti alla quota più bassa sul retro dei piano di
posa, collegati con elementi ortogonali con pendenza verso valle.
. posa di stuoie o georeti sul paramento esterno (eventuale): prevengono l’asportazione parziale
del terreno di riempimento da parte delle acque di ruscellamento superficiale nel primo
periodo; possono essere messe in opera contemporaneamente alle operazioni di riempimento
realizzando sul fronte a vista delle sacche terrose, ricoperte dalle stuoie o georeti, oppure
successivamente, coprendo tutto il paramento esterno ad eccezione della parte terminale dei
traversi.
Interventi collegati: altre opere di stabilizzazione dei versanti. Può servire da appoggio per grate
vive.
Periodo di intervento: durante il periodo di riposo vegetativo delle piante. In condizioni
climatiche favorevoli le piante radicate possono essere trapiantate anche durante l’estate, purchè
non vengano danneggiate durante la costruzione.
Vantaggi:
. immediato consolidamento del versante;
. materiale vivo facilmente reperibile in zona;
. costi di manutenzione contenuti;
. flessibilità strutturale.
Svantaggi:
. limitato sviluppo in altezza dell’opera;
. necessità di mezzi meccanici per compiere gli scavi.
Manutenzione e durata dell’opera: nel corso del primo anno si consiglia una sorveglianza
costante per evitare lo scalzamento dell’opera. Se si verifica una forte crescita Ë utile eseguire il
taglio delle piante a livello del terreno, in modo da favorire la formazione delle radici. La durata
dell’opera dipende dal tipo di legname utilizzato per realizzare la struttura: se si usa il legname
di larice la durata è di 20 - 40 anni, mentre è maggiore per legname di castagno.
Palificata tipo Roma
Descrizione sintetica: struttura in legname tondo costituita da un’incastellatura di tronchi a
formare camere nelle quali vengono inserite fascine e talee di salici. L’opera, posta alla base
della scarpata, è completata dal riempimento con materiale terroso inerte misto a pietrame nella
parte sotto il livello medio.
Campi di applicazione: versanti instabili, sponde fluviali soggette ad erosione.
Applicabilità della tecnica in funzione statica, idraulica, naturalistica: piede di versanti, corsi
d’acqua ad alta energia con trasporto solido anche di grosse dimensioni.
Materiali impiegati:
. tronchi di castagno o resinosa scortecciati diam 20 - 25 cm;
. chiodature acciaio a.m. diam 12 - 14 mm e barre acciaio filettato con dadi e rondelle diam 12
– 14 mm;
. rete metallica a doppia torsione zincata e plastificata 6 x 8 cm;
. talee l = 2 - 3 m. diam 2 - 5 cm e fascine vive di salice diam 25 - 30 cm;
. arbusti radicati autoctoni;
. pietrame D 25 - 30 cm;
. inerte terroso.
Modalità di esecuzione:
. scavo di fondazione in contropendenza (10° - 15°);
. fondazione in massi ciclopici o in gabbioni (solo ambito idraulico);
. posa della prima serie di tronchi correnti, paralleli alla sponda;
. posa della prima serie di tronchi trasversali al di sopra dei correnti e chiodati ad essi, con
interasse 1,5 m; successivamente, dopo un riempimento con terreno o pietrame di pezzatura
superiore al diametro dei tronchi (in ambito idraulico), si posa sui trasversi una rete in acciaio
zincata e plastificata di maglia 6 x 8 cm, per la ripartizione del carico del terreno di
riempimento sulla fondazione;
. al trasverso di base, dopo realizzazione di idonei fori nella rete zincata, verranno incernierati, il
montante posteriore con una pendenza intorno ai 65° e, ad idonea distanza, il tirante di
collegamento con la base, formando un triangolo con il lato prolungato oltre la cerniera
superiore di collegamento. Tale disposizione consentirà il posizionamento dei correnti
orizzontali successivi (il primo chiodato sul traverso, il secondo semplicemente appoggiato su
un elemento distanziatore in legno di circa 20 cm, il terzo chiodato sul tirante e gli altri
appoggiati sui distanziatori in legno senza chiodature;
. successivamente sarà posizionato il montante anteriore, in aderenza al corrente di fondazione,
con una pendenza intorno ai 65°, incernierato al trasverso di base ed al tirante di collegamento
e fissato ulteriormente, per una migliore stabilizzazione della struttura,con barre filettate di
acciaio al montante posteriore attraverso i correnti non ancora chiodati. Per tale operazione, si
richiede l’uso di punte di trapano e barre filettate della lunghezza di almeno 60 cm;
. inserimento di pietrame di pezzatura superiore al diametro del trasverso nelle camere al di
sotto del livello medio dell’acqua sul fronte esterno e riempimento con inerte nella zona
retrostante (in ambito idraulico);
. inserimento delle fascine vive di salici e talee di specie con capacità di propagazione
vegetativa nelle camere al di sopra del livello medio dell’acqua e riempimento con inerte (in
ambito idraulico);
. riempimento con inerte e inserimento delle talee di specie con capacità di propagazione
vegetativa e degli arbusti radicati autoctoni;
. riempimento con il materiale inerte proveniente dallo scavo fino a completa copertura
dell’opera e riprofilatura di raccordo con la scarpata.
Prescrizioni:
. qualora la palificata funga da difesa spondale, al piede della stessa verrà collocata una fila di
massi legati con fune di acciaio diam 16 mm e piloti metallici L = 2 m, infissi per i 3/4 della
lunghezza;
. le talee dovranno avere una lunghezza superiore allo spessore dell’opera fino a toccare il
terreno retrostante e in tal modo radicare, mentre nella parte frontale dovranno sporgere per più
di 10 cm;
. il fronte della palificata dovrà avere una pendenza massima di 65° per consentire la crescita
delle piante;
. sul fronte della palificata è possibile inserire geotessili per il contenimento del materiale più
fine.
Limiti di applicazione: data la particolarità costruttiva la palificata Roma ha un campo ottimale
di realizzazione per altezze da 1,8 a 2,2 m.
Vantaggi: rapido consolidamento della scarpata. Rispetto alla tradizionale palificata doppia
presenta un risparmio di legname e chiodature.
Svantaggi:
. il legno col tempo marcisce, per cui oltre a buone chiodature, è necessario che le talee e le
fascine inserite nella struttura siano vive e radichino in profondità, cosÏ da sostituire la
funzione di sostegno e consolidamento della scarpata, una volta che il legno ha perso le sue
funzioni;
. lunghi tempi di realizzazione.
Effetto: il consolidamento della scarpata è immediato. La struttura funge anche da riparo e tane
per piccoli animali e pesci.
Periodo di intervento: durante il periodo di riposo vegetativo.
Possibili errori:
. scelta errata del periodo per la posa di materiale vegetale vivo;
. diametro dei tronchi sottodimensionato;
. inserimento di un numero insufficiente di talee;
. inserimento di fascine con scarsità di materiale vegetale vivo idoneo;
. impiego di specie prive di capacità vegetativa;
. insufficiente chiodatura dei tronchi.
Soluzione 4 - modellamento scarpata con talee e gradonate
Messa a dimora di talee
Descrizione sintetica: infissione nel terreno o nelle fessure tra massi di pezzi di talee di specie
vegetali con capacità di propagazione vegetativo (tamerici o altre specie).
Fornitura e messa a dimora di talee legnose di specie arbustive idonee a questa modalità di
trapianto vegetativo prelevate dal selvatico di due o più anni di età, di diam. 1 - 5 cm e
lunghezza minima di 50 cm, messe a dimora nel verso di crescita previo taglio a punta e con
disposizione perpendicolare o leggermente inclinata rispetto al piano di scarpata. Le talee
verranno infisse a mazza di legno o con copritesta in legno, previa eventuale apertura di un foro
con punta di ferro, e dovranno sporgere al massimo per un quarto della loro lunghezza
adottando, nel caso, un taglio netto di potatura dopo l’infissione.
La densità di impianto dovrà essere di 2 -10 talee per mq a seconda delle necessità di
consolidamento. Le talee dovranno essere prelevate, trasportate e stoccate in modo da
conservare le proprietà vegetative adottando i provvedimenti cautelativi in funzione delle
condizioni climatiche e dei tempi di cantiere.
La messa a dimora dovrà essere effettuata di preferenza nel periodo invernale e a seconda delle
condizioni stagionali anche in altri periodi con esclusione del periodo di fruttificazione.
Materiali:
. talee di salice: L = 80 cm; diam = 5 - 8 cm;
. getti non ramificati, di 2 o più anni (di specie con capacità di propagazione vegetativa: ad
esempio, tamerici): diam = 3 - 5 cm, L = 0,60 -1,0 m.
Modalità di esecuzione:
. apertura di un foro, con una punta di ferro, nelle fessure delle difese spondali in pietrame
o creazione di un foro nel terreno;
. introduzione delle talee: devono sporgere all’esterno al massimo per un quarto (10 cm circa)
della loro lunghezza (pari alla presenza di 7 - 8 gemme avventizie) e, nel caso di scogliere,
devono essere poste a contatto con il terreno a tergo dei massi.
L’infissione delle talee nel terreno deve essere perpendicolare o leggermente inclinata,
mediante mazza in legno e secondo il verso di crescita delle piante.
. riempimento degli spazi vuoti con terreno vegetale o con materiale fine e successivo
costipamento.
Campi di applicazione: scarpate a pendenza limitata, sponde fluviali e lacustri; interstizi e
fessure di scogliere, muri, gabbionate; come picchetti vivi nelle posa di reti, stuoie, fascinate,
viminate.
Applicabilità della tecnica in funzione statica, idraulica, naturalistica: applicabilità universale
con esclusione di substrati litoidi e particolarmente xerici o, in ambito fluviale, di correnti e
trasporto solido particolarmente elevati.
Limiti di applicabilità: altitudine e condizioni microclimatiche (relativamente alle specie
impiegate); natura del substrato.
Vantaggi:
. sistemazione a basso prezzo e semplice reperibilità dei materiali;
. di semplice realizzazione;
. puntuale inizialmente, ma coprente dopo lo sviluppo;
. favorisce l’evoluzione degli ecosistemi, soprattutto in ambienti umidi (se si usano i culmi di
canna).
Svantaggi:
. la stabilità della scarpata ed il consolidamento superficiale del terreno sono limitati sino allo
sviluppo di un adeguato apparato radicale;
. l’attecchimento delle piante non è garantito, a meno che le condizioni della stazione siano
particolarmente favorevoli.
Effetto: copertura delle scarpate con cespugli. Più lunghe sono le talee conficcate nel terreno,
maggiore l’effetto stabilizzante e consolidante in profondità. Effetto di drenaggio dovuto ad
assorbimento e traspirazione del materiale vivo impiegato.
Periodo di intervento: periodo di riposo vegetativo.
Possibili errori:
. talee troppo corte (lunghezza inferiore a 60 cm);
. diametro della talea eccessivamente piccolo;
. le talee non sono infisse nel terreno in contropendenza rispetto alla scarpata;
. le talee vengono infisse nel verso contrario a quello di crescita;
. la parte che rimane fuori dal terreno, si secca perchè troppo lunga e quindi eccessivamente
esposta agli agenti atmosferici (gelo, vento, sole).
. scelta del periodo di raccolta e messa a dimora inadeguato.
Note:
. la densità d’impianto è di 2 -10 talee per mq in relazione alle sollecitazioni cui sarà sottoposta
la struttura ed alle sue caratteristiche costruttive (l’uso di massi di piccole dimensioni nelle
difese spondali comporta l’impiego di un maggior numero di talee);
. la densità d’impianto aumenta all’aumentare della pendenza del terreno: da 2-5 talee per mq a
5-10 talee per mq;
. nel caso in cui le talee vengano raccolte molto tempo prima della messa a dimora, dovranno
essere conservate a basse temperature (4 - 5 °C) in celle frigorifere o in vasche di acqua fredda,
ma comunque utilizzate nel periodo di ripresa vegetativa;
. è opportuno preventivare una fallanza del 30 - 40% nell’attecchimento ed un relativo
risarcimento dopo 1 -2 anni;
. per facilitare l’introduzione nel terreno delle talee la parte terminale va tagliata a punta;
se viene utilizzata la mazza per battere le talee è preferibile che essa sia di legno o che venga
usato un legno copritesta, al fine di evitare di danneggiare la talea;
. la disposizione delle talee deve essere casuale sia per motivi estetici, che funzionali;
. trattasi di una sistemazione a verde estremamente conveniente dal punto di vista economico,
sia per il materiale di propagazione impiegato, sia per la relativa semplicità d’esecuzione.
Messa a dimora di arbusti ed alberi
Funzioni: stabilizzazione e completamento su versanti e su sponde.
Descrizione: questa tecnica si usa per incrementare lo sviluppo della vegetazione in aree in
erosione o prive di copertura arbustiva e arborea e negli interventi di consolidamento del dissesto
superficiale
Effetto: il ripristino della vegetazione costituisce un consolidamento del substrato e un
miglioramento ambientale dal punto di vista ecosistemico; la vegetazione ripariale, inoltre, può
rappresentare, specialmente in aree planiziali, l’unico elemento boschivo più o meno continuo
per facilitare la diffusione di specie animali, anche in considerazione della forma dendritica del
reticolo idrografico che sul territorio svolge la funzione di rete ecologica.
Campi di applicazione: nelle opere dove si utilizzano talee, per incrementare la vegetazione;
quando non è possibile utilizzare le talee; quando si vogliano consolidare zone e sponde con
problemi di dissesto non troppo grave; nei dintorni di un’opera complessa per aumentare
l’efficacia; nei corsi d’acqua dove è necessario rallentare la velocità della corrente; nelle aree ad
elevato valore vegetazionale per il ripristino di ecosistemi; nelle scarpate in scavo e in riporto e
nella stabilizzazione superficiale di rilevati e accumuli di materiale sciolto.
Modalità di dimensionamento e limiti d’applicabilità: si prevedono le seguenti verifiche
principali, basate sulla quantificazione delle grandezze necessarie:
. stabilità strutturale e globale dell’opera;
. stabilità del pendio (in diverse condizioni di carico e di drenaggio);
. protezione dall’erosione superficiale e/o incanalata.
Gli alberi possono migliorare la resistenza del terreno fino ad una profondità di 3 m o più in
funzione della morfologia dell’apparato radicale della specie, possono però provocare effetti
negativi sull’opera a causa delle dimensioni, dei pesi e delle masse notevoli rispetto a quelle
degli arbusti. Su sponde, arginature, briglie possono provocare delle infiltrazioni e rischi di
sifonamento. Nel caso di vegetazione arbustiva l’azione di rinforzo si estende in genere a
qualche decimetro fino ad una profondità di circa 1,5 m. Lo sviluppo di alberi su sponde,
arginature, paramento a valle di briglie in terra possono provocare fenomeni di infiltrazione e
riforamento. Impossibilità di applicare la tecnica in luoghi rocciosi o privi di suolo.
Materiali impiegati:
. materiali da vivaio:
. alberi: in generale un esemplare di altezza fra 50 -150 cm ogni 5 -30 mq (secondo la specie e le
condizioni stazionali del sito);
. arbusti: in generale un esemplare di altezza compresa fra 30 -120 cm ogni 3 - 20 mq (secondo
la specie e le condizioni stazionali del sito);
. materiale reperito in loco con le dovute autorizzazioni:
. trapianti di specie arboree e arbustive;
. ammendanti e fertilizzanti naturali.
Modalità di esecuzione: alberi e arbusti di specie autoctone possono essere utilizzati a radice
nuda, in fitocella, in vaso o con pane di terra. Le piante a radice nuda sono più soggette a subire
danni anche nel trasporto e non danno, in genere, buoni risultati perchè le condizioni
pedoclimatiche delle aree dove vengono eseguiti gli interventi di Ingegneria Naturalistica sono
spesso critiche. Le piante in vaso, fitocella o con pane di terra, attecchiscono più facilmente e
sono meno soggette ai danni da trasporto. Le piante a radice nuda si dispongono in buche grandi
più o meno come il volume radicale e in buche di dimensioni circa il doppio negli altri casi (con
pane di terra, ecc.). In seguito si riempie la buca col materiale preventivamente asportato, fino al
colletto della pianta. Si compatta il terreno (la pianta deve opporre resistenza all’estrazione)
formando una piccola concavità per una migliore captazione dell’acqua.
Accorgimenti: nel caso di terreni poveri si possono eseguire riporti di paglia, torba, cellulosa,
mentre in zone soggette a siccità estiva prolungata si consiglia l’uso di ritentori idrici (di solito
polimeri). Inoltre, per evitare il soffocamento dovuto a specie erbacee, si esegue una
pacciamatura con biofeltri o strato di corteccia di resinose.
Vantaggi: applicabile in molte opere sia come supporto sia come completamento, inoltre è
fondamentale per la rinaturalizzazione delle aree di sponda e su versante.
Svantaggi: interventi che richiedono molto materiale vegetale e molto lavoro per la
realizzazione, sono quindi possibili in aree limitate. Difficoltà di reperimento delle specie scelte
presso i vivai. Limiti dovuti alla stagionalità e alle esigenze fitoclimatiche delle specie.
Periodo di intervento: le piante a radice nuda devono essere trapiantate durante il riposo
vegetativo, le altre anche in altri periodi secondo la situazione climatica del luogo escludendo
sempre i periodi estivi aridi e invernali freddi.
Manutenzione: potature, risarcimenti e annaffiature, se necessario. Controllo fitosanitario. Sulle
sponde interventi ordinari di potatura per mantenere flessibili i rami e non creare ingombro
nell’alveo.
Gradonata viva
Descrizione dell’opera e funzioni principali: è un’opera che prevede la realizzazione di
banchine orizzontali o suborizzontali, costituite da uno scavo inclinato a reggipoggio di circa 5°
-10°, nel quale viene posto a dimora materiale vegetale vivo. Ha una funzione di stabilizzazione
di tipo meccanico del pendio ed inoltre interrompe il deflusso superficiale delle acque
meteoriche. L‘impiego di alcune specie vegetali (salici, frassini) favorisce la diminuzione del
contenuto d’acqua nel terreno rendendolo più stabile.
Normalmente vengono realizzate tre diverse tipologie di gradonate:
a. la gradonata con talee (sistemazione a cespuglio secondo Schiechtl);
b. la gradonata con piantine (sistemazione a siepe secondo Schiechtl);
c. la gradonata mista con talee e piantine (sistemazione a siepe-cespuglio secondo Schiechtl).
a) con messa a dimora in appoggio al gradone di ramaglia con tutte le ramificazioni di piante
legnose con capacità di riproduzione vegetativa (salici, tamerici, ecc.) disposta in modo
incrociato alternando le diverse specie e i diversi diametri (età) dei rami. I rami devono sporgere
per almeno 1/4 della loro lunghezza e gli interstizi tra i rami devono essere accuratamente
intasati di terreno per evitare eccessive circolazioni di aria e disseccamento;
b) con messa a dimora in appoggio al gradone di piante radicate di latifoglie resistenti
all’inghiaiamento e in grado di formare radici avventizie, di 2 - 3 anni, in ragione di 5 – 20
piante per 1 m, a seconda della specie, ed aggiunta di terreno vegetale o paglia o compost di
corteccia per il miglioramento delle condizioni di crescita. Le piante dovranno sporgere per
almeno 1/3 della loro lunghezza;
c) vengono formate file alterne di gradonate con ramaglia e gradonate con piantine radicatecon
le modalità di cui alle varianti a) e b);
La messa a dimora della ramaglia viva avviene durante la costruzione a strati dei rilevati (ad
esempio stradali, ferroviari o arginali). La ramaglia (10 - 30 rami per 1 m) viene appoggiata sul
ciglio del rilevato, può avere lunghezza di 2 m o più e viene ricoperta dallo strato successivo del
rilevato. Indipendentemente dalla lunghezza i rami non dovranno sporgere più di 25 cm dal
terreno. L’insieme funge anche da terra rinforzata aumentando la stabilità del rilevato; se
necessario può essere utilizzato un rinforzo con una striscia di carta catramata (od altro materiale
sintetico) a rivestire orizzontalmente la parte esterna del gradone per circa 30 cm.
Campi di applicazione: utile per la stabilizzazione superficiale di scarpate naturali ed artificiali,
di rilevati e accumuli di materiale sciolto, di zone in erosione e frane:
- gradonate con talee: sono la tipologia di gradonate pi¢ adatte a terreni ripidi, poveri e
caratterizzati da movimenti superficiali, perchè consentono un rapido consolidamento del
terreno;
- gradonate con piantine: generalmente utilizzate su terreni buoni, ricchi di sostanze nutritive, in
località climatiche favorevoli. Sonoinoltre utili su terreni dove non è necessaria una notevole
stabilizzazione del pendio, quanto piuttosto la realizzazione di un soprassuolo arboreo
definitivo, senza fasi intermedie con vegetazione pioniera;
- gradonata mista con talee e piantine: Ë la tipologia di gradonata più sicura per la sistemazione
di modeste frane superficiali.
Fattibilità:
- gradonate con talee: Ë una sistemazione stabilizzante con un ottimo effetto in profondità; non
è adatta a trattenere il terreno vegetale;
- gradonate con piantine: forniscono un consolidamento mediocre del terreno, efficace, però
immediatamente dopo la messa a dimora; grazie alla radicazione lungo tutto il fusto interrato si
ottiene una coesione del terreno più profonda ed estensiva. fattibile solo su
stazioni favorevoli; richiede una notevole quantità di materiale;
- gradonata mista con talee e piantine: ha costi più elevati rispetto agli altri tipi di gradonate, ma
presenta il vantaggio di un rapido raggiungimento di un’associazione vegetale stabile,
costituita sia da specie preparatrici (salici) che da specie definitive (ontani);
- non possono essere utilizzate per scarpate in roccia o con roccia subaffiorante.
Materiali impiegati:
. talee o ramaglia di salicecon L 1? 00 cm (10 - 20 cm > della profondità dello scavo) e diam. = 1
- 7 cm.
. piantine radicate di latifoglie resistenti (spesso ontano) di h =100 cm (10 - 20 cm >della
profondità dello scavo) e diam. = 1 - 3 cm.
Modalità di esecuzione:
lungo le curve di livello vengono scavate delle banchine di profondità compresa tra 50 - 100 cm,
con una contropendenza di circa 10°.
Alla base della trincea viene disposto un letto di talee a pettine (gradonata con talee), che
vengono interrate per 3/4 della loro lunghezza; in alternativa si possono mettere a dimora
piantine di 2 - 3 anni (gradonata con piantine) oppure talee e piantine contemporaneamente
(gradonata mista con talee e piantine); i gradoni vengono scavati partendo dal basso in modo che
lo scavo della banchina soprastante possa venire utilizzato come rinterro della precedente. Per
inclinazioni del pendio di 25° ˜ 30° si consiglia una distanza tra gradoni successivi compresa tra
1 -1,5 m. mentre per inclinazioni inferiori a 20° si consiglia una distanza tra gradoni successivi
compresa tra 2 - 3 m. La distanza reciproca tra i gradoni Ë inoltre funzione del grado di umidità
del terreno: quanto maggiore è il tasso di umidità, tanto minore sarà l’interasse;ï i gradoni
possono venire realizzati secondo le curve di livello o leggermente inclinati a valle in modo da
favorire il drenaggio.
E’ possibile utilizzare rinforzi longitudinali (carta catramata, biostuoie o materiale sintetico)
come previsto dalla variante delle gradonate con talee secondo Rainer: la parte esterna di una
trincea artificiale gradinata viene rivestita con carta catramata o altro al fine di ridurre l’erosione
superficiale e favorire l’attecchimento delle specie vegetali grazie ad una maggiore ritenuta
idrica.
Interventi collegati:
. rimodellamenti delle scarpate;
. controllo dell’erosione con biostuoie, bioreti o geostuoie o altre strutture.
Periodo di intervento: esclusivamente durante il periodo di riposo vegetativo (novembre-marzo).
Vantaggi:
. esecuzione semplice e rapida;
. consolidamento in profondità;
. diminuisce la velocità di deflusso delle acque di ruscellamento, riducendo i movimenti franosi.
Svantaggi:
. richiedono abbondante materiale vivo;
. se impiegate latifoglie, la crescita e lenta;
. se impiegata ramaglia, non e adatta a trattenere il terreno vegetale.
Manutenzione e durata dell’opera:
- gradonata con talee: taglio dei cespi eseguito a livello del terreno ogni 3 – 5 mesi;
- gradonate con piantine: sono utili sfollo e taglio;
- gradonate miste con talee e piantine: possono venire utilizzate per ricavare delle talee di salice
per ulteriori interventi. Anche se i salici non vengono riutilizzati, Ë conveniente tagliarli fino a
livello del terreno al fine di favorire la crescita delle essenze legnose piu pregiate.
Soluzione 5 – grate vive
Grata viva
Descrizione sintetica: la grata viva è un’opera realizzata con pali in legname, disposti tra loro
perpendicolarmente, e successiva messa a dimora di talee e/o piantine radicate. Utilizzata per il
consolidamento di versanti o sponde acclivi con substrato compatto e per la stabilizzazione di
pendii con fenomeni di erosione superficiale dove, per l’elevata acclività, non è possibile
applicare altre tecniche di ingegneria naturalistica.
La grata viva agisce quindi come sostegno del terreno fino a che non si sono sviluppati gli
elementi costruttivi vivi che, con lo sviluppo degli apparati radicali producono un effetto
consolidante.
Campi di applicazione: può essere utilizzata su sponde e su versanti che presentano acclività
anche superiori a 45° - 50°, su nicchie di frana dove sono possibili solo modesti rimodellamenti
e su scarpate stradali o ferroviarie molto ripide.
Fattibilità: l’altezza massima che si può raggiungere con questo tipo di intervento è di 15 - 20 m.
E’ possibile operare su fronti con altezza maggiore qualora sia realizzabile una gradonatura
intermedia. In presenza di venute d’acqua bisogna realizzare dei drenaggi con materiale
granulare ed eventuali tubi fessurati per allontanare le acque captate.
Materiali impiegati: la grata viva viene realizzata mediante l’impiego di:
. tondame in legno scortecciato (castagno, robinia, larice o altro legname con buone
caratteristiche di resistenza) con dian. = 15 – 30 cm e L = 2 -5 m, per la realizzazione
dell’impalcatura principale;
. picchetti in legno con diam. = 8 -12 cm e L > 1 m o tondini in ferro di dimensioni idonee a
sostenere la struttura;
. chiodi (tondini di ferro acciaioso aderenza migliorata);
. talee, ramaglia e/o piantine di specie arbustive con buon radicamento;
. eventuale rete metallica per meglio trattenere il materiale di riempimento;
. palificata spondale in legno al piede.
Modalità di esecuzione:
. realizzazione del piano di appoggio che può essere costituito da un piano in leggera
contropendenza dove viene realizzata una eventuale palificata in legname, quando esiste una
reale possibilità di scalzamento al piede;
. sul tondame della palificata vengono fissati (con chiodi) perpendicolarmente elementi
reticolari distanti 80 - 150 cm che vengono resi solidali al terreno con picchetti in legno o
ferro; successivamente, al tondame cosÏ ancorato, viene fissato trasversalmente altro tondame,
in modo da formare delle maglie quadrate o rettangolari (a seconda degli interassi che si
scelgono, indicativamente 80 - 150 cm);
. riempimento della grata mediante materiale terroso e inerte alternato a talee e ramaglia
disposta a strati, ed eventuali piantine, in corrispondenza del tondame trasversale;
. eventuale inerbimento dell’intera superficie;
. è opportuno posare una rete metallica, biostuoia o geojuta per trattenere il terreno riportato;
. per proteggere la testata della grata da eventuali fenomeni di erosione, si può rivestire la testa
posando e ancorando una striscia di biostuoie o materiale sintetico, al di sopra della quale può
essere inserita una fila di talee; in alternativa può essere realizzata una canaletta di sgrondo.
Interventi collegati: opere di consolidamento di versante.
Prescrizioni:
. l’interasse degli elementi orizzontali varia a seconda della pendenza del versante;
. le altezze massime delle grate vive non superano i 15 - 20 m;
. le talee dovranno avere una lunghezza tale da raggiungere il terreno retrostante la grata;
. a protezione dei fronti con pendenze elevate e come metodo di contenimento del materiale può
essere posta una griglia metallica o una rete metallica a doppia torsione;
. una grata di piccole dimensioni può essere eseguita anche con l’impiego di astoni vivi.
Limiti di applicabilità: dimensioni ed inclinazione della sponda in erosione.
Vantaggi:
. immediata stabilizzazione della sponda;
. l’effetto di stabilizzazione aumenta una volta che le specie vegetali inserite hanno cominciato a
radicare;
. le specie vegetali svolgono anche un’azione drenante in quanto assorbono l’acqua necessaria al
loro sviluppo;
. intervento efficace in luoghi ristretti, dove risulta difficile effettuare rimodellamenti.
Svantaggi:
. realizzazione lunga e costosa;
. con il tempo il legname marcisce;
. non è idonea su versanti con rocce affioranti.
Periodo di intervento: le talee e le piantine radicate vanno posate durante il riposo vegetativo, le
semine vanno invece eseguite durante il periodo vegetativo.
Manutenzione e durata dell’opera: l’opera, se ben realizzata, non necessita di particolari
manutenzioni, se non la sostituzione delle talee o delle piantine che non hanno attecchito.
Possibili errori: scelta errata del periodo per la posa di materiale vegetale vivo.
Soluzione 6 - opere accessorie
Canaletta in legname
Funzioni: regimazione idraulica su versante.
Descrizione: opere di drenaggio in terreni incoerenti. Le canalette in legname si realizzano in
terreni instabili che necessitano di un’apposita struttura in grado di mantenere nel tempo, fino a
consolidamento avvenuto, il profilo del canale impostato.
Effetto: intercettazione ed allontanamento immediato delle acque di scorrimento subsuperficiali.
Campi di applicazione: strutture realizzate per il contenimento e lo smaltimento delle acque
meteoriche e di scorrimento sub-superficiale e per limitare i fenomeni di erosione e dilavamento
dei versanti, principali cause di instabilità degli stessi.
Materiali impiegati:
. pali di castagno per la realizzazione dei telai diam.8-15 cm e lunghezza 2,5- 3 m. (anche
cipresso o altre resinose)
. pali di castagno o cipresso ed altre resinose per i rivestimenti interni diam. 8 – 12 cm,
lunghezza variabile
. tavolame di castagno spessore 2.5 cm., larghezza 15-25 cm- lunghezza 2,0 – 2,5 m.
. chiodi da edilizia aventi lunghezza 12 – 15 cm.
. filo di ferro cotto diam 1.5 – 2,5 mm
. paleria di castagno e in farro ad aderenza migliorata per gli ancoraggi
Modalità di esecuzione: generalmente presentano sezione ad U , a V,o trapezia.
Sono costruite con tavolame o pali di castagno di diversa larghezza, diametro e lunghezza
eventualmente tagliati lungo l’asse longitudinale.
Con l’ausilio di idoneo mezzo meccanico o manualmente si realizza lo scavo e si iniziano a
posare i legnami preventivamente assemblati secondo il profilo prescelto che costituiscono
l’ossatura della cabaletta. Su questi telai verranno chiodati all’interno i legnami che
costituiscono la base per le pareti. In genere, nei versanti, la parete a monte dovrà avere un
maggiore sviluppo in altezza in grado di contenere l’eventuale franamento di materiale. Al
contempo, nei casi in cui si voglia aumentare l’effetto drenante delle acque sub-superficiali, sarà
opportuno distanziare gli ultimi ordini di legname in modo
da realizzare una sorta di griglia filtrante.
Una volta realizzata la struttura portante, si procederà, per impermeabilizzarla, all’intasamento
delle fessure con ghiaino bitumato a freddo e quindi alla semina con idoneo miscuglio. A volte
in presenza di portate ridotte ma costanti con scarso trasporto di materiale fine, oppure nei tratti
in cui risulta oneroso questo procedimento, può essere conveniente posare internamente alla
struttura un tessuto impermeabile del tipo di quelli comunemente impiegati nei drenaggi. Questi
tessuti sintetici permettono di trattenere anche il particolato in sospensione.
Successivamente il tutto può essere seminato con metodi tradizionali o con idrosemina.
Qualora invece in zona sia presente del materiale litoide, quest’ultimo può essere proficuamente
impiegato per la realizzazione delle cabalette stesse. Questa tipologia di intervento risulta infatti
di conveniente applicazione nei piccoli corsi d’acqua, dove l’impermeabilizzazione del fondo è
data dal progressivo accumulo, negli interstizi delle pietre, di materiale pi¢ fine che satura le
fughe tra le pietre stesse.
Accorgimenti: è opportuno procedere alla posa dei legnami longitudinali in modo e maniera tal
che due pali affiancati non abbiano inizio e fine nello stesso punto, ma risultino sfalsati tra di
loro e posizionare, in corrispondenza di ogni telaio, dei distanziatori in legname chiodandoli
all’interno delle due pareti laterali. Nei casi in cui lo sviluppo della canaletta sia elevato e con
forti pendenze, Ë consigliabile realizzare lungo il percorso briglie, pozzetti di contenimento e
opere trasversali costituite da legname chiodato in modo da trattenere il materiale più grossolano
e far passare quello pi¢ fine.
Vantaggi: facilità di esecuzione, leggerezza e adattabilità del manufatto. Costi contenuti.
Svantaggi: rispetto ai drenaggi tradizionali la fase di posa e messa in opera richiede più tempo.
I costi aumentano quanto più difficile risulta l’approvvigionamento del materiale sul cantiere.
Periodo di intervento: durante tutto l’arco dell’anno.
Manutenzione: ripristino funzionalità mediante sostituzioni di parti danneggiate; irrobustimento
strutturale con chiodatura di nuovi traversi; sostituzione tessuto danneggiato e ripristino
impermeabilizzazione.
Palizzata viva filtrante
Funzioni: stabilizzazione e regimazione idraulica in impluvi.
Descrizione: consiste nella sistemazione di solchi a “V” profondi a portate intermittenti, in
terreni soffici a granulometria fine (fig. 14.53).
Effetto: riduzione della pendenza di fondo con conseguente diminuzione della velocità della
corrente e rallentamento dell’erosione del fondo.
Campi di applicazione: impluvi, fossi e corsi d’acqua ripidi con sezione a “V”, portate
intermittenti e trasporto solido prevalentemente in sospensione.
Modalità di dimensionamento e limiti di applicabilità: si prevedono le seguenti verifiche
principali, basate sulla quantificazione delle grandezze necessarie:
. stabilità strutturale e globale dell’opera;
. verifica idraulica (per i valori di portata significativa in condizioni di moto uniforme o
permanente o vario, valutazione di livelli idrici, tensione tangenziale, velocità, ecc.);
. dinamica d’alveo (stabilità plano- altimetrica, capacità di trasporto e apporto solido).
La tecnica è applicabile per sezioni del fosso non superiori ai 5 - 6 m ed altezze sino a 4 m. Non
è molto efficiente in corsi d’acqua con portate costanti e/o con trasporto solido grossolano.
Materiali impiegati:
. astoni vivi, quanto più possibile diritti, di specie scelte in base alle caratteristiche stazionali,
con capacità di propagazione vegetativa;
. pali di castagno o altro legname a lunga durata, diam > 10 cm;
. filo di ferro per legature: diam 2 - 3 mm oppure rami elastici di salice.
Modalità di esecuzione: riprofilatura a mano delle pareti del solco di erosione esistente.
Infissione nel terreno di pali vivi di diam.min 5 cm per circa 1/3 della loro lunghezza, disposti
uno accanto all’altro, lungo la sezione del solco. I pali devono essere appuntiti in basso e segati
diritti in alto. I pali vengono poi legati con filo di ferro ad uno o due tronchi trasversali, ben
ammorsati alle pareti laterali del fosso.
Accorgimenti: i pali devono essere infissi oltre che all’interno del solco, anche sui fianchi, per
uno sviluppo valutato sulla base delle portate massime raggiungibili e dalle caratteristiche di
erodibilità dei litotipi che costituiscono i fianchi del solco. Le pendenze del fosso non devono
essere inoltre elevate.
Vantaggi: molto rapida da costruire, la palizzata svolge la funzione di trattenimento subito
dopo la sua realizzazione. I costi sono molto limitati.
Svantaggi: è necessaria una grande quantità di materiale vivo e selezionato. I pali vivi,
considerate le modalità di posa in opera, hanno bisogno di condizioni di crescita favorevoli per
l’attecchimento.
Periodo di intervento: durante il periodo di riposo vegetativo.
Manutenzione: taglio frequente e selettivo della vegetazione che si sviluppa dai pali, in modo da
poter controllare l’azione filtrante della palizzata.
Rivestimento vegetale di fossi e solchi di erosione
Funzioni: stabilizzazione, copertura, regimazione idraulica su versante.
Descrizione: consiste nel rivestire con materiale vivo i solchi di erosione che si possono formare
nei pendii per ruscellamento delle acque superficiali.
Effetto: forte azione di protezione “meccanica” dall’erosione immediatamente dopo la posa in
opera della ramaglia; successivamente, con lo sviluppo della vegetazione, la radicazione e
l’azione di traspirazione delle piante, rallentano fortemente l’azione erosiva, e trattengono il
materiale solido facendolo depositare fra i rami. I salici sopportano bene l’inghiaiamento e
crescono consolidando prima il fondo del fosso e poi l’intero corpo terroso. Occorre tuttavia che
non restino sepolti più di 2/3 dei getti nuovi. Occasionalmente nel fosso può esserci dell’acqua.
Campi di applicazione: l’intervento si presta per il controllo dell’erosione lineare in aree
argillose o comunque caratterizzate dall’affioramento di litotipi a granulometria fine. Può essere
impiegato anche, per gli stessi scopi, in corsi d’acqua di piccole dimensioni (profondità massima
di 3 m; cfr. Schiechtl, 1992), con portate intermittenti e con trasporto solido prevalentemente in
sospensione. Tecnica usata in combinazione con pietrame, gabbioni, fascine e viminate.
Modalità di dimensionamento e limiti di applicabilità: si prevedono le seguenti verifiche
principali, basate sulla quantificazione delle grandezze necessarie:
. stabilità strutturale e globale dell’opera;
. verifica idraulica (per i valori di portata significativa in condizioni di moto uniforme o
permanente o vario, valutazione di livelli idrici, tensione tangenziale, velocità, ecc.);
. dinamica d’alveo (stabilità plano-altimetrica, capacità di trasporto e apporto solido);
. stabilità del pendio (in diverse condizioni di carico e di drenaggio);
. protezione dall’erosione diffusa e/o incanalata.
La distanza minima tra i pali che devono “fermare” la ramaglia ed il terreno sovrastante deve
essere di 2 m, ma può arrivare anche a 50 cm in caso di pendenze notevoli del versante (> 45°).
L’opera non è idonea nel caso di solchi di erosione in terreni a granulometria grossolana e di
corsi d’acqua con portate costanti e/o con trasporto solido grossolano.
Materiali impiegati:
. ramaglia viva di specie arbustive scelte in base alle caratteristiche stazionali, con capacità di
propagazione vegetativa;
. paletti in legname con diam. medio di 6 - 8 cm e lunghezza leggermente superiore alla
larghezza del fosso;
. picchetti in legname (anche materiale vivo). ï filo di ferro per legature: diam 2 - 3 mm.
Modalità di esecuzione: riprofilatura a mano delle pareti del solco o del fosso di erosione
esistente. Posa della ramaglia viva (si può aggiungere anche una modesta percentuale di
ramaglia morta) che viene disposta, in grande quantità (fino ad uno spessore di 50 cm), “a spina
di pesce”, con la punta dei rametti rivolta verso l’esterno. Lo strato di ramaglia deve aderire
quanto pi¢ possibile alle pareti ed al fondo del solco, in modo da aumentare la possibilità di
radicazione. La ramaglia viene fermata con paletti di legno disposti trasversalmente (ogni 1˜2
metri) sul fondo del fosso e tenuti fermi da uno o due picchetti in legno, legati ad essi con filo di
ferro. Il numero dei paletti trasversali è proporzionale alla pendenza del fosso da rivestire
(l’intervallo medio tra un paletto e l’altro in genere è di circa 150 cm). Lo strato di ramaglia
viene successivamente ricoperto da un sottile strato di terreno.
Vantaggi: materiali facilmente reperibili in zona. In un intervento complessivo che prevede la
realizzazione di altre opere con tecniche dell’Ingegneria Naturalistica, può essere utilizzato il
materiale che deriva dagli scarti della preparazione di talee. Impiego limitato di manodopera.
Svantaggi: è necessaria una grande quantità di materiale vivo.
Tecnica non adatta in caso di deposizioni di materiale superiori a 50 cm per ogni singolo evento.
Periodo di intervento: durante il periodo di riposo vegetativo.
Manutenzione: tagli frequenti della vegetazione arbustiva che si sviluppa dalla ramaglia al fine
di mantenerla elastica, in modo da permettere il passaggio dell’acqua in superficie (il flusso deve
essere rallentato, non ostacolato completamente).
La qualità e le forme della vegetazione nella composizione
del paesaggio rurale
Negli interventi di sistemazione di scarpate e versanti in erosione, vanno utilizzate le essenze
vegetazionali autoctone aventi elevate proprietà di propagazione e/o uno sviluppo
particolarmente rapido.
Tra le essenze a portamento arbustivo, per l’area considerata, il sambuco è una pianta spontanea
che si comporta come un’infestante ma ha una grande capacità di propagazione. La tamerice e lo
spina christi, sono essenze meno spontanee, ma utilizzate tradizionalmente dagli agricoltori
lungo le strade o nelle siepi proprio per la loro capacità di trattenere il terreno. Altre essenze
sono il biancospino, l’alloro, il prunus spinosa. Meno efficaci, ma facenti comunque parte delle
essenze tipiche delle scarpate sono la rosa canina e il rovo, facilmente reperibili in loco.
E’ evidente che l’uso delle diverse essenze andrà determinato in base alle forme nelle quali si
presentano nel paesaggio rurale. Così le essenze spontanee vanno utilizzate su ampie superfici
miste a forme arboree, a formare zone di “macchia” vegetazionale, mentre le tamerici e la spina
christi vanno composte a filari, preferibilmente singoli, a margine dei campi o delle strade.
Per gli alberi d’alto fusto il discorso è più complesso in considerazione del “ruolo” che essi
assumono nel contesto paesaggistico, dove emergono, oggi anche più di ieri, con una loro
individualità ed un loro specifico valore simbolico.
Le norme di tutela delle essenze arboree autoctone hanno permesso, negli ultimi anni, uno
sviluppo vegetazionale delle singole essenze che solo raramente poteva essere visibile nel
paesaggio rurale della mezzadria,dove anche gli alberi erano in qualche modo “coltivati”, potati
e regolati in funzione della necessità di ottenere legna da ardere.
Le grandi querce, le grandi chiome ad ombrello dei gelsi, gli olmi, sono divenuti oggi nuovi
importanti attori della rappresentazione del nuovo paesaggio rurale marchigiano.
Alcune essenze, come i gelsi, non sono propriamente autoctone, ma parlano di quel periodo in
cui nelle nostre campagne si allevavano i bachi da seta, allo stesso modo di come lo fa
l’architettura rurale, con le tradizionali bigattiere. Altre essenze fanno parte integrante della
“costruzione” del paesaggio, come le querce e gli olmi, chiamati spesso a sostenere strade e
scarpate con il loro poderoso apparato radicale, garantendo un intenso quanto prezioso
ombreggiamento ai viandanti.
Altre essenze assumono un valore simbolico-culturale per la loro duttilità e perché hanno saputo
accompagnare il lavoro e l’esistenza degli uomini: gli aceri, i salici, i pioppi,.. Altre ancora
fanno parte della “macchia”, come il frassino, l’ornello, il sorbo…
Anche in questo caso occorrerà tenere conto del loro modo proprio di inserirsi nella
composizione del paesaggio. Ad esempio le querce e gli olmi vanno associati a strade, a sentieri
interpoderali o a quelle fratte caratterizzate da un deciso salto di quota nel versante, i salici fanno
parte della vegetazione ripariale o delle zone umide. Per i pioppi occorre tenere conto che se il
pioppo nero e il bianco sono presenti praticamente in ogni ambiente del territorio considerato,
pur privilegiando i terreni umidi, il pioppo cipressino, per il suo portamento slanciato, è tipico
delle situazioni di pianura, usato spesso in lunghi filari, o associato alla vegetazione ripariale.
In virtù della loro velocità di crescita e delle caratteristiche tipiche, negli interventi di ingegneria
naturalistica, in funzione degli ambienti di intervento, andranno usati preferibilmente i salici, i
pioppi, gli aceri.
Le essenze vegetazionali, arbustive ed arboree, costituiscono quella “rete” ecologica che si
dispone in modo fondamentalmente lineare lungo il reticolo idrografico, lungo le strade e le
demarcazioni poderali. I “vuoti” di questa trama, sono occupati dalle coltivazioni agrarie.
Esistono qui delle grandi differenze in funzione del tipo di coltura, del frazionamento poderale,
del modo con cui si svolge la lavorazione dei campi. Queste differenze non incidono
necessariamente sul giudizio di “valore” di un paesaggio, specie se ci riferiamo ad un giudizio di
natura estetica, ma parlano di una maggiore o minore vitalità e ricchezza, in termini culturali,
della società umana che partecipa alla costruzione di quel paesaggio.
Nelle Marche, come in altre regioni del centro Italia, la presenza delle colture arboree della vite,
dell’ulivo e dei frutteti, sono diventate ormai distintive di una società rurale attiva, capace di
innovarsi e trovare spazio nel mercato globale.
Il particolare “disegno” dei campi, frammentati dalle trame regolari degli uliveti e dei vigneti,
che spesso danno luogo a suggestive geometrie e composizioni che rimandano alla pittura
astratta, si associa anche ad una “cura” del territorio che si manifesta nell’applicazione dei
principi fissati dal “codice di buona pratica agricola”. Non si tratta quindi solo di un bel
paesaggio, ma di un paesaggio “sano” e soprattutto derivato da una assunzione di
“responsabilità” da parte delle aziende agrarie.
Laddove invece il paesaggio si presenta più uniforme, dominato dalle grandi estensioni di
seminativo, lì assistiamo anche all’abbandono ed all’incuria nella regimazione della acque, nella
conservazione del tenore organico dei terreni, nella conservazione dei sentieri e della
vegetazione diffusa. Lì assistiamo alla negazione dei rapporti di necessità che mantengono in
equilibrio la struttura del paesaggio e quindi al progressivo ma inesorabile degrado, al “crollo”
del paesaggio rurale. Il nuovo paesaggio che ne prenderà il posto si ricostituirà attraverso un
processo di “rinaturalizzazione” spontanea, fino a raggiungere un nuovo equilibrio, dove l’uomo
sarà tuttavia una presenza fondamentalmente estranea.
Dall’intervento sporadico alla cura responsabile del paesaggio:
un cambiamento di natura politica e sociale nella gestione del
territorio.
L’aspetto culturale che porta a vedere nel paesaggio lo spazio dilatato, ma riconoscibile, del
proprio “abitare” il territorio e quindi ad averne cura come si ha cura della propria stessa casa, si
manifesta anche nel modo con cui gli interventi di riqualificazione vanno gestiti nel tempo.
Spesso, anche nei rari casi in cui si assiste ad interventi tecnicamente corretti nel paesaggio,
attraverso un utilizzo responsabile dell’ingegneria naturalistica, la successiva fase di gestione
degli interventi o non viene svolta, rendendo rapidamente inutili gli intervento stessi, o viene
affidata ad imprese ed addetti incompetenti che, nel migliorerei casi, agisce nel paesaggio così
come agirebbe in un’area a verde attrezzato nella periferia residenziale di Milano.
La cura del territorio richiede competenza e costanza. Spesso per ragioni di carattere burocratico,
derivanti dai meccanismi di trasferimento e di contabilizzazione dei finanziamenti, o dalle
modalità di conduzione degli appalti, si preferisce concentrare l’intervento manutentivo in un
mese piuttosto che dilazionarlo nel corso di un anno. Questo comporta l’utilizzo di mezzi costosi
ed invasivi anche laddove non sarebbero altrimenti necessari ed il rischio di svolgere i lavori nei
periodi meno appropriati rispetto alle esigenze del sistema bio-ecologico.
Gestire gli interventi nel tempo, svolgendo i lavori nel momento opportuno, essendo pronti a
svolgere l’azione preventiva o correttiva con la necessaria tempestività è senza dubbio il modo
più efficiente ed a minore impatto. Il solo che consente di concepire la manutenzione come
“cura” costante del territorio, comprendente quelle azioni di valorizzazione (inserimento di
nuove essenze, agevolazione di processi spontanei, recupero e riuso dei materiali) altrimenti
impensabili nell’attuale prassi.
Questa modalità “dolce” od a “low tech” (per usare un termine opposto all’high technology che
pervade la moderna cultura dell’ingegneria e dell’architettura) presuppone l’individuazione di
nuovi soggetti responsabili della cura del territorio, che siano meno vincolati alla
programmazione e disponibilità dei finanziamenti pubblici e più presenti nel territorio.
Ciò non vuol significare necessariamente la sostituzione dell’ente locale nel governo del
territorio che è e resta, ad oggi, il solo garante della utilitas pubblica. Occorre pensare piuttosto
ad una integrazione dell’azione istituzionale con un coinvolgimento diretto dei soggetti privati
(aziende, associazioni) in quanto appartenenti ad una medesima comunità.
Un patto sociale, che può prendere forma di un consorzio o di una fondazione,che restituisca alle
aziende agricole e turistiche, a coloro che in quanto cittadini vivono e lavorano in un territorio la
responsabilità di essere artefici e tutori del paesaggio, parimenti responsabili accanto all’ente
pubblico e non più semplici deleganti.
La creazione di un fondo annuale, con risorse private e pubbliche, ma con una modalità di
esercizio libera dagli obblighi propri della gestione pubblica, può consentire di avviare quella
gestione costante, che abbiamo chiamato “cura”, del territorio e del paesaggio, riducendo la
spesa ed aumentando la qualità e l’efficienza degli interventi.
Si potrà così pensare alla formazione di maestranze locali culturalmente e tecnicamente
preparate, allo sviluppo di metodologie di intervento locali coerenti con i caratteri propri del
paesaggio e della cultura di cui quel paesaggio è espressione. Si potrà così assistere al recupero
ed all’innovazione delle tecniche desunte dalla tradizione, a nuove opportunità di imprenditoria
giovanile e di occupazione nel settore dell’artigianato artistico e delle lavorazioni agroalimentari.
Queste possibilità saranno tanto maggiori e concrete quanto si riuscirà a costituire un gruppo di
lavoro locale – un laboratorio di progettualità – capace di coordinare, guidare e stimolare i nuovi
processi.
Non si tratta quindi di adottare semplicemente le “buone pratiche” desunte dalla pratica e dalle
esperienze già condotte altrove, ma di promuovere un processo culturale, un vero “rinascimento”
che veda nel paesaggio il suo obiettivo e, al contempo, la sua fonte di ispirazione.
esempio di “trattamento” improprio della
vegetazione:
nella foto sopra l’area di sosta del progetto
Triponzio-Esino nelle vicinanze di Morro d’Alba
con il grande moro che copre gli arredi.
Sotto il risultato dell’intervento di “pulizia”
laddove bastava semplicemente pulire il
cascame nella parte inferiore dell’albero
mantenendo la splendida chioma.
I materiali locali, le tecniche, le nuove possibilità.
Ogni paesaggio parla della sapienza con cui gli uomini hanno adattato la natura, originariamente
al contempo prodiga ma ostile, minimizzando i fattori di ostilità e massimizzando la prodigalità.
Ogni paesaggio parla del modo con cui gli abitanti hanno costruito la loro cultura dell’abitare e
del produrre, utilizzando le materie disponibili, distillando le tecniche in ragione della efficienza
e della semplicità.
Cos’ come abbiamo selezionato i tipi di percorsi e le modalità di intervento nelle scarpate perché
siano coerenti con l’ambiente ed il paesaggio locale, così possiamo riflettere sull’uso dei
materiali e delle tecniche, cercando di recuperare attraverso il loro riuso, una parte della cultura
locale soffocata dai processi di globalizzazione.
E’ questo modo di “ri-considerare il territorio”, diverso da luogo a luogo in virtù delle specificità
delle situazioni ma accomunato nello sguardo degli abitanti verso la loro terra, che può costituire
un fattore in cui riconoscere una nuova koinè adriatica, la quale ha senso, in effetti, soltanto se è
capace di proporsi come un contesto di elaborazione culturale identificabile.
Nel caso del territorio dei comuni di Monte San Vito e Morro d’Alba, il paesaggio ci offre pochi
materiali, che tuttavia sono stati oggetto di una incredibile varietà di espressioni formali, di
conoscenze e di tecniche, in gran parte sostituite solo recentemente da quelle modalità
standardizzate che vogliono le strade, le periferie, le aree artigianali, le insegne, fatte allo stesso
modo, dello stesso grigiore, in ogni angolo del pianeta.
Possiamo individuare, in realtà, solo quattro materiali locali di base:
-
la terra cruda
la terra cotta
il legname
la materia vegetale
Valuteremo ora per ciascuno di questi quattro materiali: i modi in cui sono stati utilizzati nella
tradizione locale, come sono stati utilizzati in altre culture in cui sono disponibili e le possibilità
d’uso derivanti dalle nuove applicazioni legate alla bioedilizia ed al risparmio energetico.
La terra cruda
L’uso della terra cruda come materiale da
costruzione nell’area di Monte San Vito e Morro
d’Alba è testimoniato dalla presenza di alcuni
edifici di piccole dimensioni, oggi utilizzati come
annessi agricoli. Sono probabilmente gli ultimi
esemplari rimasti di un numero ben maggiore di
costruzioni che fino al secolo scoro dovevano
essere molto comuni qui come in tutte le marche
centrali.
L’utilizzo della terra in queste zone è stato senza
dubbio favorito dalla natura del terreno, argilloso
ma con presenza di limi e sabbie in buona
quantità.
L’esempio più significativo è visibile a Morro
d’Alba, lungo la strada che dalla chiesa di
S.Maria del Fiore porta a Monte San Vito.
Il basamento in mattoni consente di isolare il
materiale terroso, fortemente igroscopico, e di
offrire una superficie di appoggio piana ed
uniforme.
La parete in terra mista a paglia sembra costruita
con la tecnica a massone, ma a piccoli strati
appoggiati con angolo a 45° a direzione
alternata, come testimonia la lesione a zig-zag
che parte dallo stipite della finestra.
Lo spessore del muro non è molto grande,intorno
ai 60 cm., con una leggera scarpa verso il basso.
Originariamente l’esterno doveva essere protetto
e uniformato da uno strato di intonaco a calce
idraulica, a forte componente argillosa, di cui
restano alcuni frammenti all’attacco della
copertura in un angolo della base.
Gli infissi sono realizzati completamente in legno,
con un evidente sovradimensionamento della
lunghezza dell’ammorsamento degli elementi
orizzontali nella muratura, al fine di ripartire i
carichi su una superficie maggiore.
La copertura è realizzata col tradizionale sistema
di travi, travetti, pianelle e coppi, con la
particolaritàdell’assenza di capriate, per cui le
travi si scaricano direttamente sulla muratura dei
lati più corti dell’edificio (fronte e retro) che
appare,per questo motivo, di maggiore spessore
rispetto ai lati lunghi.
L’esposizione alle intemperie e l’assenza di
manutenzione nel tempo permette di evidenziare
i punti di debolezza della costruzione, come la
non uniforme ripartizione dei carichi, che
determina cedimenti negli appoggi della
copertura.
All’interno è singolare notare come l’effetto delle
infiltrazioni di acqua dal tetto sulle pareti
determini veri e propri colamenti di materiale
terroso che finiscono per reimpastarsi con la
pavimentazione in terra battuta, evidenziando la
totale reversibilità del materiale in terreno
naturale.
Per quanto la forma delle costruzioni ed il loro
utilizzo possano far pensare all’uso della terra
cruda come surrogato dei mattoni, sviluppatosi
per ragioni di economicità negli anni
dell’increento demografico dei secoli XVIII° e
XIX° alcuni studiosi, come G. Volpe, hanno
evidenziato come l’uso della terra cruda faccia
parte della storia più antica del costruire in questi
territori, applicata sia alle abitazioni ma anche
alla costruzione di manufatti semplici, come i
pulàri ed i forni.
Il forno in mattoni e terra cruda
L’incontro con Giuseppe Marcellini, ottantenne
cittadino di Monte San Vito che ha abitato in gioventù
in una casa in terra, ci ha permesso di ottenere
informazioni circa i materiali e le tecniche costruttive
utilizzate per le costruzioni in terra cruda.
Veniva utilizzata una terra particolare, detta del
cerretano, proveniente dalle zone di pianura vicine al
torente Triponzio, evidentemente più cariche di limi e
sabbie. Impastata con la paglia e “lavorata” a lungo
per essere resa omogenea, veniva stesa a piccoli
rotoli a formare le murature che poi venivano rifilate
all’esterno per rendere la superficie complanare.
L’ambiente interno, intonacato normalmente, era
particolarmente confortevole e migliore rispetto alle
case in mattoni: caldo d’inverno e fresco l’estate.
Ma la terra cruda era utilizzata anche per la
realizzazione di forni con una tecnica semplice e
funzionale che Marcellini ci ha descritto avendone
costruiti diversi durante la sua attività di muratorecarpentiere:
Realizzato il piano di appoggio, solitamente alto da un
metro a un metro e venti, con mattoni refrattari,veniva
posizionata per prima cosa l’imboccatura in ferro,
dotata di un telaio esterno dello spessore idoneo ad
ammorsare la testa di un mattone. Venivano così
realizzati i primi giri di mezzi-mattoni (per consentire
una migliore disposizione circolare) che andavano a
stringere in forma di cupola. Utilizzando un appoggio
interno fatto passare dalla bocca del forno, si
chiudeva la cupola con pezzi di mattone
opportunamente disposti, poi si iniziava a ricoprire
l’esterno della cupola con la terra del cerretano, fino a
raggiungere uno spessore di circa 40 cm alla base e
30 circa in sommità.
Le tecniche costruttive
La tecnica dei massoni utilizza terra argillo-limosa con
buona percentuale di sabbia e una proporzione abbondante
di fibre vegetali e paglia. L’impasto è denso e viene
preparato in una buca aggiungendo acqua ai materiali di
base fino ad ottenere un composto sostenuto e plastico,
abbastanza coesivo e non granuloso o troppo secco.
Vengono realizzati blocchi cilindrici irregolari, che variano di
dimensione e peso in base al tipo di muratura (in genere
vanno dai 2 ai 10 kg), disposti in strati sovrapposti e pigiati
camminandoci sopra. I muri vengono elevati per 1-1,5 m. e
quindi lasciati essiccare per almeno 15 giorni prima di
procedere con una nuova elevazione
Quando ancora il materiale è fresco, le superfici delle
murature sono spianate con bastoni, mentre dopo un primo
periodo di stagionatura e a muro quasi asciutto tutti i piani
esterni sono rifiniti e rifilati con pale a bordo tagliente.
La tecnica consente di realizzare mrature di 80-100 cm di
spessore alla base che si riducono fino a 40-50 cm in
corrispondenza della copertura
L’uso di casseforme per consolidare e dare forma al muro
dà luogo alla tecnica del pisè (dal francese pisè de terre)
L’argilla è usata in una percentuale del 14-16 per cento per
legare una miscela di limo, sabbia e persino ghiaia sottile, in
un impasto mescolato con acqua fino a ottenere un prodotto
denso, umido ma non bagnato, plasmabile e di consistenza
magra, così da limitare i fenomeni fessurativi da ritiro.
Talvolta la massa può essere alleggerita con paglia tritata,
fibre vegetali oppure i trucioli di legno, aumentando la
porosità del composto asciutto e favorendo lo smaltimento
dell’umidità anche dalle parti più interne
La cassaforma dove la terra viene costipata è formata da
due parti laterali in legno con lunghezza variabile da 2,5 a 3
metri e con altezza di poco superiore al metro. Questa viene
fissata per mezzo di montanti laterali e di traversini
orizzontali con distanziatori mantenuti in posizione da
legature o da lunghi morsetti. Ogni strato è compattato
in verticale con un attrezzo in legno a manico lungo
che termina dalla parte battente con una testa a
cuneo, larga e con punta arrotondata
Quando la terra del blocco è sufficientemente indurita, si
procede al disarmo e i paramenti laterali sono spostati di
fianco e montati in continuità con la parte realizzata in
precedenza. I giunti tra i filari orizzontali di terra vengono
tenuti obliqui e sfalsati su ogni corso di mezzo blocco per un
buon ammorsmento.
La terra mista a paglia e legno può essere usata anche
come semplice tamponatura o riempimento su strutture in
legno. Si hanno così le tecniche miste della terra-paglia,
della terra legno e del torchis, particolarmente usate in
Francia e nel nord Europa
L’adobe costituisce invece la tecnica più antica usata
dall’uomo (il termine deriva da una parola egizia che indica il
mattone). Si tratta di un mattone in terra cruda realizzato
con impasto di sabbia e limo con una percentuale di argilla
non dissimile da quella del pisè. Dopo essere stato
realizzato su apposito telaio in legno il mattone viene
essiccato al sole su un letto in paglia per un periodo che va
dai 3 ai 30 giorni in funzione della stagione.
La malta di allettamento è sempre in terra cruda nella stessa
composizione del mattone. La terra dell’adobe può essere
addittivata a calce, cemento o leganti naturali.
Architetture di terra cruda nel mondo
La terra cruda è senza alcun dubbio il materiale da
costruzione più utilizzato al mondo e che ha dato luogo alla
più grande varietà di architetture.
Erroneamente è ritenuto un materiale proprio delle regioni
aride, dove la scarsità delle piogge garantisce maggiore
durevolezza ad un materiale per sua natura sensibile
all’acqua.
In realtà l’uso della terra cruda è indipendente dalle
condizioni climatiche, mentre sembra essere legato alla
reperibilità di materiale argilloso di buona qualità.
Questo è forse il motivo per cui l’uso della terra cruda in
Italia appare limitato a regioni come le Marche, l’Abruzzo,la
Sardegna ed il Piemonte, mentre in Europa è diffuso per lo
più in Francia in Inghilterra ed in Germania.
Se in Italia ed in Europa l’architettura delle case in terra non
è dissimile a quella della case a mattoni o in legno-mattone,
nel resto del mondo si assiste ad un uso espressivo più
originale e tecnicamente appropriato del materiale terroso.
L’uso dell’adobe, diffuso in tutto il nord africa e nel vicino
oriente, raggiunge i più alti livelli di capacità costruttiva nelle
città storiche dello Yemen, con edifici verticali che
raggiungono fino a sei e più piani di altezza.
In tutto il Sahel domina invece la tecnica del pisè, che
evidenzia, come avvenuto con il cemento, le possibilità
plastiche della terra, modellando le forme in modo più libero
ed espressivo.
In Senegal la struttura lignea di base viene rivestita da uno
strato uniformante di terra che diviene muro, colonna, arco,
assimilando praticamente tutte le soluzioni formali proprie
delle architetture realizzate con altri materiali ed importate
dalla cultura europea giunta dal mare.
Nelle aree più interne del Mali e del Niger,la cultura locale
ha invece dato vita ad un’architettura del tutto originale e
tecnicamente perfetta, in considerazione del materiale da
costruzione utilizzato.
Gli alti pinnacoli delle moschee, di forma conica o cilindrica,
ma terminanti a punta in modo da facilitare il dilavamento
dell’acqua. Le forme arrotondate, senza spigoli che offrano
inutile resistenza alle tempeste di sabbia. Le impalcature in
legno lasciate a vista ma disposte in modo che facciano
parte integrante dell’architettura, utili ali frequenti ma
semplici interventi di ricostituzione della superficie esterna.
Sono questi gli aspetti più appariscenti di una cultura del
costruire raffinata, un esempio di architettura che per la sua
essenzialità, bellezza e funzionalità. Risponde pienamente
ai canoni posti da Vitruvio
Occorre però spostarsi per migliaia di chilometri ad oriente
per vedere un’architettura di pari valore, sempre costruita in
terra cruda, ma questa volta in ambienti particolarmente
umidi e piovosi.
In Cina , nella regione del fujan, le abitazioni collettive dette
tulou, veri e proprie casa-villaggio, sorprendono per la
modernità di impianto, la chiarezza e la sapienza costruttiva.
Sono edifici imponenti, costruiti su due o tre livelli, di forma
circolare o quadrata. Il muro esterno, pressoché privo di
aperture, è realizzato in terra, così come i muri che
radicalmente da questo separano i diversi ambienti che si
affacciano all’interno su un ballatoio porticato in legno. Il
tutto è sormontato da un tetto poderoso con falde che
sporgono dalla parete per 3-4 metri, in modo da proteggere
la parete dalle frequenti piogge.
Sono questi sono alcuni esempi di come un materiale
ritenuto “povero” possa comunque dare vita ad architetture
di grande qualità
La riscoperta della terra cruda nell’architettura
contemporanea
Non è un caso quindi che l’architettura moderna abbia
guardato con estremo interesse alle forme espressive
proprie del costruire in terra cruda.
Sappiamo quanto l’architettura delle città nordafricane abbia
influenzato il movimento moderno e Le Corbusier in modo
particolare.
Un suo discepolo, l’architetto egiziano Hassan Fathy, ha
saputo coniugare la lezione del modernismo europeo con la
tradizione costruttiva egiziana dell’adobe e della volta
nubiana, dando vita ad interessanti forme abitative, sia in
forma di ville isolate che in quartieri popolari urbani
Il fascino delle opere di Fathy e la riscoperta delle
architetture tipiche del Sahel, ha suscitato, soprattutto in
Francia, l’interesse verso lo studio e l’applicazione di un
materiale solo all’apparenza “esotico” ma in realtà
semplicemente dimenticato.
A partire dagli anni ’70 nascono in Francia le prime
esperienze che utilizzano la terra cruda come materiale da
costruzione. E non si tratta di applicazioni estemporanee odi
nicchia. Vicino a Digione nasce un quartiere di abitazioni
popolari realizzate in tecnica mista dove la struttura in ferro
è completata da tamponature in terra cruda, realizzate con
la tecnica del pisè.
Le residenze sono ancora oggi in perfetto stato di
conservazione e mostrano invidiabili valori di coibentazione
termica e di qualità bioabitativa.
Proprio in virtù delle ottime qualità proprie del materiale
argilloso, si moltiplicano in tutto il mondo le ricerche, le
sperimentazioni e le realizzazioni di edifici del tutto i in parte
realizzati in terra cruda.
Se tuttavia in Italia la ricerca si limita agli interventi di
recupero delle costruzioni esistenti, come nell’abitato di
Casacontrada in Abruzzo o nel quartiere di Ficana a
Macerata, all’estero il materiale viene utilizzato nella
realizzazione di architetture contemporanee.
In Australia vengono edificati ormai diffusamente ville e
cottages dove i setti murarii portanti sono realizzati in
pisè,con una miscela di componenti ottimizzata e prodotta
industrialmente
In California, la ormai tipica architettura minimalista e
rarefatta, ispirata alla scuola di R.Neutra, predilige l’uso
della salubre terra cruda associata alle grandi vetrate
panoramiche.
Si sta ormai consolidando anche un linguaggio
architettonico associato alle caratteristiche proprie del
materiale terroso: come struttura portante ,viene utilizzato
preferibilmente per edifici ad un piano ed utilizzando le
tecniche dell’adobe e del pisè; come tamponatura esterna,
viene associato a strutture con telaio in ferro preferibilmente
in legno, anche per edifici pluripiano.
Per la sua duttilità e plasticità si assiste anche ad un uso per
così dire espressionista ed organicista della terra cruda,
come in alcune esperienze condotte negli Stati Uniti, in
Israele e in alcune recenti esperienze di architetti
mediorientali e soprattutto in Iran.
Ciò che limita in Italia la ricerca su un materiale che pur è da
sempre utilizzato in architettura e che appartiene alla nostra
stessa tradizione del costruire è anche la mancanza di una
legislazione al riguardo, che definisca i parametri ed i criteri
di calcolo per l’ammissibilità delle murature in terra cruda,
nelle applicazioni strutturali e non, nelle zone sismiche, così
come avviene per gli altri materiali oggi in uso.
Scarsa è la ricerca nelle stesse università, anche laddove si
nota un particolare impegno verso lo studio dei materiali
applicati alla bioedilizia.
Eppure non mancano gli studi e le applicazioni che hanno
visto i maestri dell’architettura cimentarsi con l’uso della
terra cruda
A parte il già citato Hassan Fathy, possiamo citare la Pottery
house di Frank L. Wright, dalle caratteristiche forme
plastiche, il modulo abitativo studiato da Sverre Fehn,
realizzato con spessi muri in terra cruda e copertura in
legno, l’Eden Project visitor centre realizzato in Cornovaglia
da Nicholas Grimshaw.
L’architettura minimale dell’architetto giapponese Kengo
Kuma si caratterizza per l’uso dell’adobe .
Sempre più diffusa è anche la sperimentazione dell’uso di
semplici setti o pareti in terra cruda nella realizzazione di
grandi spazi o complessi d’uso collettivo.
Mentre in Italia i cantieri della terra cruda si pongono fuori
dal mercato dell’edilizia, altrove si assiste ad un rapido
processo di sviluppo tecnico che inserisce ormai la terra
cruda nei normali processi produttivi, ottimizzandone le
prestazioni, i tempi occorrenti per la realizzazione ed i costi.
La realtà di Morro d’Alba e di Monte San Vito, dove la
valorizzazione del paesaggio deve potersi fondare anche
sull’ innovazione delle tecniche tradizionali, appare un
ottimo luogo di sperimentazione ed utilizzo dell’architettura
della terracruda, specie per la realizzazione di piccoli spazi
coperti a supporto della attività turisitca (wine houses, spazi
per degustazione prodotti, piccole unità ricettive,…).
Il “laboratorio per la valorizzazione del paesaggio” potrebbe
svolgere, in questo senso, una importante funzione
propulsiva, coinvolgendo gli operatori turistici ed
enogastronomci locali, ma anche le imprese edili della zona,
nella caratterizzazione dell’offerta locale anche attraverso la
realizzazione di architetture in terra cruda
L’uso dell’argilla nella bioedilizia
L’argilla è da tempo utilizzata negli intonaci a base di calce
idrata anche se questi erano considerati d minore qualità
rispetto alle soluzioni che offrivano una più ridotta
traspirabilità ed una superficie più uniforme alla successiva
verniciatura.
Proprio le caratteristiche che facevano dell’argilla un
materiale di seconda scelta e “povero”, si sono rivelate
quelle che garantivano le migliori condizioni di salubrità degli
ambienti e di corretto isolamento termico.
La capacità igroscopica propria dell’argilla consente infatti di
regolare la presenza di umidità nell’ambiente, assorbendo le
polveri ed i fumi, riducendo la ionizzazione dell’aria.
E’ un ottimo materiale isolante che, al contrario della
maggior parte degli isolanti sintetici, garantisce una ottima
traspirabilità, riducendo l’effetto dei ponti termici e la
presenza delle muffe.
L’effetto leggermente maculato, detto alla “provenzale”, che
si ottiene dalla verniciatura dell’argilla con vernici naturali a
base di acqua risulta molto gradevole ed apprezzato
secondo il gusto contemporaneo.
Questo giustifica il crescente uso degli intonaci a base di
argilla e l’uso del materiale nelle ricerche della bioedilizia.
In particolare, l’intonaco a base di argilla trova interessanti
applicazioni nell’abbinamento con i pannelli radianti a muro,
per la sua capacità di distribuire il calore sulla sua
superficie, diventando così una vera superficie riscaldante
ad elevata inerzia termica.
Altre ricerche recuperano il tradizionale abbinamento tra
intonaco di argilla e cannucciaia, per formare strati ad
elevata capacità isolante ed a basso costo.
Recentemente è stato sperimentato l’uso di vere e proprie
pareti in terra cruda, senza finitura superficiale, che ha dato
ottimi risultati per la capacità di regolare la temperatura
interna, fungendo da elemento rinfrescante in caso di
temperature troppo elevate o da straordinario isolante in
caso di basse temperature.
Una struttura alberghiera realizzata in Sud-Tirolo, secondo i
più avanzati canoni della bio-edilizia, ha proposto addirittura
la realizzazione di un setto divisorio interno in terra cruda al
cui interno è installato il dispositivo radiante con funzioni di
riscaldamento invernale e condizionamento estivo, con
impianto alimentato da pannelli solari.
MATERIALI PER UNA TIPOLOGIA DEI PRINCIPI
COSTRUTTIVI IN TERRA CRUDA
Dalle analisi e dalle riflessioni sopra sinteticamente riportate,
il Laboratorio ha definito un primo abaco dei principi
costruttivi in terra cruda come primo passo per lo sviluppo
un linguaggio architettonico proprio del materiale
considerato e delle sue caratteristiche peculiari.
Elemento primario della costruzione in terra è l’idea del
muro o terrapieno, la cui funzione è quella di delimitare una
direzione dello spazio in senso orizzontale.
Per le sue caratteristiche di scarsa resistenza all’azione
dell’acqua il muro va isolato dal terreno con un cordolo di
ripartizione dei carichi e protetto in sommità con un
elemento sporgente di altro materiale idoneo.
All’idea di muro segue quello di riparo semplice, costituito da
una copertura in altro materiale, capace di dare protezione
all’azione dell’acqua, aggettante su un lato a formare una
pensilina. La sua funzione è quella di delimitare una
direzione dello spazio in senso orizzontale e lo spazio in
senso verticale
La specchiatura del riparo semplice da luogo a due muri
contrapposti che definiscono uno spazio delimitato in due
direzioni nel senso orizzontale e concluso anche in senso
verticale da una copertura poggiante uniformemente sulla
sommità di entrambi i muri.
E’ il prototipo dello spazio concluso (box) ottenibile
semplicemente delimitando ulteriormente le altre due
direzioni in senso orizzontale e ulteriormente divisibile al suo
interno.
Occorre considerare però che l’argilla possiede, per sua
natura, una scarsa resistenza alla compressione rispetto ad
altri materiali senz’altro più efficienti sotto questo aspetto.
Appare quindi più coerente scaricare il peso della copertura
su montanti in materiale idoneo (legno, ferro,…) staccati
dalle pareti in terra, che tornano così ad assumere il ruolo di
muri: semplici delimitazioni dello spazio orizzontale internoesterno.
Si noti come questa soluzione sia stata proprio quella
adottata nell’edilizia popolare realizzata in Francia nei pressi
di Digione.
Seguendo il principio della separazione tra pareti e
copertura autoportante si può dare luogo ad un ricco
linguaggio formale derivante dallo sviluppo dell’idea di telaio
coperto (con falde inclinate, con più appoggi, con strutture
interne o esterne alle pareti…) e dalla liberazione
dell’andamento planimetrico della parete dalle direttrici
lineari.
Questo secondo aspetto avvicina le possibilità di sviluppo
espressivo del linguaggio architettonico proprio del
materiale terra cruda alle ricerche formali dell’architettura
contemporanea evidenziando l’attualità e le concrete
possibilità di utilizzo in architettura del materiale.
Da questa riflessione derivano nuove considerazioni circa
l’opportunità di implementare la ricerca sul recupero e
l’innovazione di questa tecnica che appartiene alla cultura
locale del territorio di Monte San Vito e Morro d’Alba.
Opportunità che, se colta con la dovuta energia, può
trasformarsi in una eccezionale risorsa economica.
La terra cotta
La terra cotta resta in ogni caso il materiale da costruzione
fondamentale nella cultura del territorio di Monte San Vito e
Morro d’Alba.
La casa rurale è l’esempio di come il laterizio costituisca
ogni parte dell’edificio: murature, pavimenti, setti divisori,
cornici e decorazioni, coperture, comignoli,…
La colorazione del mattone, giallo chiaro appena rosato è
nella maggior parte dei casi, del tutto simile a quella del
terreno.
Questo tipo di mattoni , privi del ferro che dà alla terra cotta
la particolare colorazione rossa, sono detti albàsi. Sono
considerati laterizi di qualità inferiore, più fragili, ma hanno
ottime capacità isolanti e soprattutto, per la loro maggiore
porosità, legano ottimamente con malte povere o del tutto
prive di cemento, come erano quelle della tradizione locale
del costruire.
Non solo le case coloniche, ma le città, le chiese, le fortezze
e qualsiasi altro manufatto nella dorsale collinare
marchigiana è costruito in laterizio.
Le fonti, i pozzi da cui attingere l’acqua,le cappelle votive ed
i tabernacoli lungo la via.
Poco c’è da aggiungere a quello che il paesaggio mostra
sulla cultura del costruire con il laterizio.
Una esperienza plurimillenaria ha dato vita a canoni
costruittivi e forme linguistiche consolidate, dove il mattone,
a seconda della disposizione, diviene muro portante,
cornice, parete ventilante, frangisole e il coppo si trasforma
in canaletta
di scolo, in dispositivo di chiusura dei
comignoli.
Il sintomo evidente della capacità tecnica raggiunta dall’uso
della terra cotta è dato dalla semplicità. L’essenzialità come
frutto di un processo secolare di distillazione.
Tutto ciò che è costruito in questa parte del territorio è fatto
a partire da tre elementi di forma e dimensioni severamente
definite:
il mattone, la pianella, il coppo.
Con questi tre elementi i nostri antenati hanno saputo dare
vita ad architetture di straordinaria bellezza, a ricordarci, nel
tempo, che la tecnica resta strumento, e non fine, dell’arte
del costruire.
Oggi il laterizio ha subìto una notevole evoluzione, specie in
riferimento all’uso abbinato al cemento armato o alle
esigenze di assicurare la massima prestazione in termini di
capacità termoisolante.
Componenti per i solai in latero-cemento, blocchi termici per
le murature auto-portanti, forati per uso interno od esterno.
Il mercato oggi offre una varietà elevatissima di forme e
prodotti.
La specializzazione tecnica ha portato però alla drastica
riduzione delle fornaci che un tempo invece erano presenti
quasi in tutti i paesi.
Ne deriva che il prodotto industriale ha assunto una
dimensione impersonale rispetto al contesto. Sebbene molte
nuove costruzioni siano realizzate in laterizio, il materiale
usato appare diverso ed estraneo rispetto al paesaggio
costruito tradizionale tanto quanto lo è, ad esempio, il
cemento armato.
Se consideriamo l’incidenza dei trasporti nel costo dei
materiali, possiamo immaginare come il recupero di una
tradizione locale della fabbricazione di coppi e mattoni
potrebbe oggi risultare economicamente vincente e ritrovare
la continuità perduta con una cultura, quella del costruire
con la terra cotta, un tempo veramente appartenente
all’intera popolazione ed oggi quasi in via di estinzione.
Chi lavora nel mondo dell’edilizia sa quanto sia difficile oggi
trovare maestranze veramente preparate nella realizzazione
di murature in mattoni. Quelle stesse maestranze che fino a
qualche decennio fa le altre regioni ci invidiavano.
Anche in questo caso, se è vero, come è vero, che il nostro
paesaggio esprime ancora oggi la forza di una cultura locale
del costruire con la terra cotta, sta a noi riconoscere in quel
carattere un aspetto della nostra identità e saperlo
valorizzare economicamente . Questo è l’esempio di come
la nostra politica economica può e deve essere coerente
con il paesaggio.
E’ il paesaggio che ci guida. Se sappiamo sfruttare le
opportunità che ci suggerisce, allora il nostro produrre sarà
naturalmente in sintonia col paesaggio, altrimenti, se
partiamo da strade diverse, la ricomposizione a posteriori
sarà impossibile.
Se la nostra idea di economia nasce “fuori” del paesaggio,
non può pensare di rientrarvi poi.
Eppure, nonostante la tecnica della costruzione in laterizio
sia stata esplorata nei millenni in tutele sue potenzialità,
esistono ancora delle possibilità di ricerca ed applicazione
connesse al processo di recupero dei materiali.
Il laterizio è di per sé l’esempio di un materiale riciclabile.
I mattoni ed i coppi sono infinitamente riutilizzati fino a
quando non si rompono.
Allora solitamente vengono macinati per realizzare
conglomerati semplici o sottofondi stradali.
Un modo come un altro per recuperare materiale di scarto,
ma forse un modo che squalifica una materia come la terra
cotta, dalle grandi proprietà termoisolanti e decorative.
Un esempio di come gli antichi sapevano riutilizzare
adeguatamente il materiale è dato dalla tecnica del
cocciopesto, già diffusissima nella civiltà romana e poi in
quella veneziana.
Il cocciopesto si produce con la frantumazione di laterizio a
pasta molle, mattoni, tavelle e coppi fatti a mano, scelti con
criterio ed esperienza. Impastato con calce era utilizzato
come rivestimento o componente per pavimentazione in
ambienti, anche umidi, sfruttando l’alta capacità traspirante
e igroscopica dell’argilla, in particolare in ambienti termali,
cantine, nei parchi di ville ove era utilizzato come fondo per
mosaici e decorazioni.
Per realizzare il cocciopesto occorre usare terra cotta a
pasta molle fatta a mano. Il materiale laterizio derivante da
trafilature industriali non è assolutamente adatto. Con il
cocciopesto si ottengono malte per murature portanti ed a
faccia vista, intonaci di fondo e finiture con proprietà e
qualità superiori. Effetti e durata che hanno per secoli
contribuito alla conservazione del patrimonio edilizio,
artistico e culturale italiano.
Questo è solo un esempio di come una tecnica desunta
dalla tradizione ed ingiustamente accantonata per effetto del
dominio della standardizzazione produttiva, possa, se
adeguatamente incentivata da una saggia politica
economica, dare vita a nuova imprenditoria e nuove
possibilità occupazionali, verso un mercato di qualità non
necessariamente più costoso di quello a cui ci ha abituato
l’attuale mercato dell’edilizia.
Il legname
Il paesaggio rurale collinare marchigiano non mostra una
presenza diffusa ma quantitativamente limitata di
vegetazione. Non ci sono foreste o boschi d’alto fusto
capaci di fornire legname di qualità e soprattutto di favorire
la crescita di un0industria del legno da costruzione.
Nella cultura rurale la figura del carpentiere di fonde con
quella del falegname. L’artigiano costruiva travi e travetti per
solai e mobili. Il resto era frutto di una pratica di
autocostruzione.
Le piante d’alto fusto venivano abbattute assai raramente,
in caso di morte o malattia, se colpita da fulmini. Pertanto le
dimensioni delle travi dovevano essere ridotte ed ottimizzate
per risparmiare materiale ed usare il più passibile la pianta
abbattuta.
Ecco perchè le travi del solai sono di norma non più lunghe
dei 4,5 - 5 m. (mediamente contenute dai 3 ai 4 m.) e
spesso le pianelle poggiano direttamente sulle travi.
Le capriate, sempre di tipo semplice, sono rare in quanto si
preferiva poggiare le travi direttamente sulla muratura
portante.
Oltre questa carpenteria essenziale, e gli infissi e serramenti
principali, il resto era costruito direttamente dal proprietario
della casa.
Ecco perché gli architravi, i cancelli di chiusura delle stalle,le
recinzioni e le balaustre sono per lo più costituite da rami e
tronchi non lavorati od appena sgrezzati.
Dato questo scenario di riferimento pensare oggi un uso del
legno coerente e compatibile con il paesaggio evidenzia
alcune problematicità.
Il nuovo interesse al legno come materiale da costruzione
nella bio-edilizia rischia di determinare una sorta di
sovraesposizione rispetto alla tradizione locale del costruire,
dove l’uso del legno era, come già detto, ben limitato.
D’altra parte, anche qualora trovassimo la “giusta misura”
nell’uso del legno, coerentemente con la tradizione locale
del costruire, è evidente che non può nascere, almeno in
tempi brevi, una economia locale del legno e che quindi il
material che verrà usato sarà materiale di importazione e di
produzione essenzialmente industriale (lamellari, impregnati
etc…).
C’è da capire dove può essere individuata e dove può
arrivare una eventuale microeconomia locale del legno, che
può essere riferita oggi soltanto ai materiali derivanti dalle
manutenzioni, alle coltivazioni simili a quelle della filiera
agroenergetica od al riciclaggio dei materiali usati.
Abbiamo già visto come sia possibile utilizzare parte del
materiale derivante dalle manutenzioni per la realizzazione
di piccoli interventi di ingegneria naturalistica o per piccoli
manufatti accessori,come staccionate, sedute, etc…
Per quanto riguarda invece il materiale di scarto di più
piccole dimensioni, così come per le coltivazioni da legno a
rapido accrescimento, l’alternativa è un utilizzo energetico o
per materiali derivati da fibre di legno.Soluzioni che passano
entrambe attraverso un processo di coppatura o trinciatura
fine del materiale.
Le potenzialità dell’uso della fibra di legno dell’edilizia sono
oggi assai estese ed occorrerebbe valutare, sul piano
economico,la convenienza di questa soluzione rispetto a
quella energetica.
Occorre anche considerare che i prodotti derivati dalla fibra
di legno acquisiscono particolari proprietà se associati con
altre materie vegetali, come il trinciato di canna palustre, il
sughero, la canapa, ecc..
Su questo settore la ricerca è tuttora in corso sebbene
esista già sul mercato una straordinaria varietà di prodotti
derivati dal legno, usati sia come componenti costruttivi
(pannelli, pareti ventilate,…) che come pannelli isolanti sia
monocomponente che composti con cementi ed altri adittivi.
I pannelli di fibra sottile di legno compressa, dalla
consistenza simile alla lana di roccia, possono essere
considerati i migliori materiali isolati oggi disponibili sul
mercato. Sono prodotti in diversi spessori , ma consentono
comunque di ottenere il valore isolante di un pari pannello di
polistirolo espanso ma con la metà dello spessore. Da
notare però che i costi, così come accade con il sughero,
sono sensibilmente più elevati.
Un altro
materiale isolante molto duttile in quanto
applicabile sia in verticale che in orizzontale in virtù della
sua resistenza a compressione è il composto ottenuto con
fibre grezze di legno e cemento.
Per la sua caratteristica può essere convenientemente
utilizzato in aderenza al cemento armato, rispetto al quale
garantisce una ottima presa.
Può così garantire l’abbattimento dei ponti termici in
prossimità delle strutture portanti dell’edificio.
Questi pannelli hanno anche un buon coefficiente di
abbattimento delle onde sonore.
I pannelli in fibra di legno possono essere utilizzati veri e
propri componenti costruttivi, specie se utilizzati a doppio
strato, con telaio e camera d’aria interna, in modo da
costituire una vera e propria parete divisoria o di finitura
interna dei un’abitazione.
I pannelli sono forniti dotati di maschiettatura per un rapido
montaggio
In ragione della dimensione delle fibre, della compressione
esercitata sul materiale in fase di realizzazione e dei collanti
naturali utilizzati, si ha una grande varietà di materiali finiti,
fino all’MDF (medium density) ottenuto con polvere di legno
fine che soddisfa svariati di utilizzi, dalla realizzazione di
pareti leggere, stand, controsoffitti, fino alla produzione di
mobili ed arredi.
Anche le fibre di legno, associate alle fibre vegetali,
meriterebbero una maggiore attenzione a partire dalla
ricerca sui materiali effettuata in ambito universitario.
Materiali vegetali: canne e vimini
Materiali solo apparentemente secondari, le canne sono
anch’esse espressione di una cultura del costruire diffusa a
livello planetario e che trova nel territorio marchigiano
un’applicazione limitata solo dalla minore disponibilità della
materia prima rispetto a quella assolutamente dominante
dell’argilla.
Nella tradizione locale occorre distinguere tra due diversi tipi
di canna: la canna di palude ((Phragmites australis) e la
canna comune (Arundo donax), assai più diffusa della prima
per la sua caratteristica infestante e la capacità di
espandersi anche su terreni
non paludosi ma
sufficientemente umidi e nelle aree incolte.
La canna di palude trova applicazione all’interno delle
abitazioni nella realizzazione di controsoffitti, per la sua
capacità di aderire all’intonaco e la scarsa deperibilità anche
in ambienti umidi.
La canna comune, al contrario, essendo composta da fibre
più grossolane, appare più sensibile all’azione dell’umidità
ed al rischio di infradiciamento, specie se raccolta nella
stagione sbagliata o utilizzata senza un adeguato periodo di
essiccazione.
Altro utilizzo della canna comune è quella di sostegno alle
piante dell’orto
Ma la deperibilità è compensata dalla grande disponibilità
della canna comune in prossimità dei fossi, per cui, anche in
ambiente collinare, la cannucciaia semplice, ottenuta
legando le canne in successione con del filO d ferro o delle
fibre vegetali, costituiva il materiale di recinzione, frangisole
o frangivento più diffuso in assoluto nel paesaggio
marchigiano.
Quando si trattava di coprire superfici più grandi, come
quella dei fienili,le canne erano rinforzate con altre canne o
rami di salice disposti in orizzontale.
Con lo stesso criterio, qualora ci fosse una particolare
necessità di proteggere l’ambiente interno dai raggi del sole,
si usava legare all’esterno anche uno strato di foglie sottili,
essiccate, secondo tecniche che si mostrano comuni tra
popolazioni abitanti nei più diversi angoli della terra.
Canne e vimini poi costituiscono la materia prima di quella
che potremmo chiamare l’ “ingegneria agricola”
nel
paesaggio marchigiano. Vere e proprie “costruzioni” a
sostegno delle colture vegetali, senza le quali il paesaggio
sarebbe un altro paesaggio e l’agricoltura non avrebbe
potuto raggiungere gli attuali livelli qualità del prodotto finale.
Si pensi all’uso del vimini per sostenere la vite e
l’importanza determinante che ha avuto tanto nella
produzione vinicola quanto nel regolare la distanza tra i
sostegni naturali (aceri o gelsi) e quindi nel delineare la
distribuzione dei filari degli alberi nei campi
Si pensi all’orticoltura ed a disegno geometrico delle
strutture di sostegno.
Anche l’uso di questo materiale sta scomparendo, in favore
delle recinzioni di rete metallica o dei sostegni per i
pomodori in plastica.
Eppure ci si lamenta che i fossi sono pieni di canne e ci si
aspetta che qualcuno li pulisca da quella risorsa che oggi
consideriamo solo come un fattore di degrado
Quando sosteniamo che la tecnica con cui nelle Marche si
utilizza la canna comune è del tutto simile a quella di culture
che utilizzano le canne per realizzare veri e propri edifici,
facciamo riferimento anche alla conoscenza di manufatti
tradizionali, oggi di fatto scomparsi, che erano forse
testimonianza e relitto di una applicazione del materiale ben
più complessa sotto il profilo architettonico, forse utilizzata
un tempo per vere e proprie abitazioni in situazioni
ambientali che si presentavano assai diverse da quelle
attuali.
I pulàri diffusi un tempo nell’entroterra della provincia di
Pesaro e, a quanto pare, anche di Ancona, avevano
l’aspetto simile a costruzioni ancora oggi utilizzate egli
altopiani africani, ma servivano in realtà a custodire la pula,
e cioè il materiale di scarto della battitura del grano.
Attorno ad un palo centrale, così come si faceva per i pajàri,
veniva realizzato una sorta di colonnato esterno in tronchetti
di legno, congiunti al palo centrale con una trama di vimini.
La copertura era fatta in paglia e/o canne, mentre le pareti
erano realizzate in cannucciaia a uno o due strati.
In alcuni casi sembra che la cannuccia fosse rivestita di
terra cruda.
Accanto ai pulàri, soprattutto nell’interno della provincia di
Pesaro e nel Montefeltro, erano utilizzati anche i cestòni,
ovvero dei grandi contenitori cilindrici realizzati con tronchi
sottili di legno intrecciati in orizzontale con i vimini, allo
stesso modo di come di realizzano del comuni ceste.
Il contenitore, alto fino a tre metri, era coperto con un
coperchio sempre realizzato in vimini.
Il materiale e le tecniche
Le tecniche di raccolta, essiccazione e lavorazione sono le
stesse per la canna di palude e per la canna comune, con la
differenza che per quest’ultima incidono in modo
determinante sulla durata del materiale finito.
L’arundo donax viene normalmente raccolta laddove cresce
spontanea, lungo i fossi e le aree incolte, ma può essere
coltivata, in modo da far giungere a maturazione le canne in
modo uniforme.
Per la sua rapidità di crescita l’arundo donax è una delle
essenze vegetazionali con più alte possibilità di utilizzo per
la produzione di biomasse a fini energetici.
La pianta è usata anche per la produzione di fibre tessili
come il rayon e per produrre ance per strumenti musicali e
flauti (launeddas).
Le canne vanno tagliate appena giunte a maturazione,
modate delle foglie e raccolte in fascine di circa 40 cm di
diametro, accatastate in verticale e lasciate all’aria aperta.
Poi vengono tagliate e portate nell’essicatoio dove
rimangono,in ambiente asciutto per circa un anno.
Successivamente vengono realizzate le stuoie accostando
le canne e legandole con del filo di ferroLe stuoie variano in relazione al diametro delle canne
utilizzate.
Nel mercato sono disponibili stuoie di canne comuni già
confezionate e fornite in rotoli, sia utilizzando canne intere
che le mezze canne, tagliate in senso longitudinale.
Le utilizzazioni attualmente più com’unisono le pareti
frangivento ed i frangisole per gazebo e pergolati.
Alcune volte le stuoie vengono utilizzate come materiale da
rivestimento o, sperimentalmente, al posto delle pianelle o
del tavolato in legno nelle coperture a falde, disposte in
doppio o triplo strato sotto i coppi, che vengono trattenuti
con le canne legate orizzontalmente.
L’uso delle stoie è particolarmente diffuso in ambito
mediterraneo, e nel centro-sud italia, per la capacità di
fornire un buon riparo dal sole senza surriscaldarsi, grazie
alla particolare struttura naturalmente dotata di una
intercapedine d’aria
Architetture di canne nel mondo
Le conoscenze tecniche nell’uso della canna comune e
della canna palustre riscontrabile delle marche centrosettentrionali devono considerarsi quindi autoctone e del
tutto simili alle vicine culture della pianura padana, sia in
ambiente romagnolo, che soprattutto, nei piatti paesaggi del
delta del Po della laguna veneta
I casoni della laguna veneta sono uno splendido esempio di
costruzione che utilizza soltanto materiali vegetali, dalle
intelaiature portanti in legno alle pareti ed alla copertura
realizzate in cannucciaia, ma, si badi bene, con l’utilizzo di
canna di palude e non della canna comune.
Le pareti di canne sostenevano il più delle volte uno spesso
strato di argilla nella parte interna dell’edificio, che garantiva
una maggiore protezione dal sole estivo e dal freddo
dell’inverno.
La costruzione del tetto era la parte più impegnativa anche
perché doveva garantire una perfetta tenuta all’acqua.
Per chiudere il colmo si utilizzavano altre erbe palustri dalle
foglie filamentose, con le quali si legavano le teste delle
canne alla trave di colmo cosi da rinsaldare la struttura e
permettere all’acqua di scivolare sulla canne senza infiltrarsi
all’interno.
Altre varianti sono riscontrabili sia nel trevigiano che in
romagna, dove ciò che si differenzia maggiormente è la
forma e lo spessore del tetto, dove la maggiore pendenza
del tipo lagunare è sostituita da un maggiore spessore di
canne a conformare le falde, grazie al quale si ottiene
comunque di isolare l’interno dalle infiltrazioni d’acqua oltre
ad una migliore coibenza termica.
Sembra comunque che il prototipo di questi tipi edilizi derivi
addirittura dalla cultura lagunare dell’antica città-emporio di
Spina, nei pressi di Comacchio, alla quale quindi devono far
riferimento anche le pur minori applicazioni delle marche
centro-settentrionali.
Tuttavia dobbiamo notare come l’uso delle canne nelle
coperture delle abitazioni, con spessori e conformazioni del
tutto simili ai tipi romagnolo e trevigiano, sono diffuse in tutti
i balcani nell’area danubiana.
Qui a fianco,ad esempio, è riportato in dettaglio il manto di
copertura di un’abitazione tradizionale in Serbia.
Dire che ciò derivi dal fatto che Spina costituiva il punto
d’arrivo di una importante via commerciale che, attraverso il
Danubio e la Sava, collegava il mar nero con l’Adriatico
oppure ritenere che popoli con culture diverse giungono
indipendentemente a soluzioni costruttive simili utilizzando,
secondo gli stessi principi logici, materiali a disposizione
simili, ha poca importanza.
Ciò che ci interessa è avviarci a considerare che la canna
palustre e la canna comune non sono materiali di scarto,
come oggi si ritiene, ma materiali che hanno contribuito a
alla formazione di una cultura umana del costruire, veri e
propri materiali d’architettura.
In quanto “materiali nobili” sono in grado di darci ancora
molti spunti e molte opportunità d’uso se solo siamo in
grado di saperli osservare con intelligenza, in riferimento
alle nuove esigenze del costruire.
Al dil là delle variabili tipologiche, derivanti da tradizioni
culturali o dall’adattamento a particolari condizioni
ambientali, la tecnica di costruzione delle case in legno e
canna o legno e altro materiale vegetale appare simile in
ogni parte dell’emisfero, con le dovute eccezioni.
In Nuova Guinea, ad esempio, o sul lago Titicaca nel Perù
meridionale, ambienti lontanissimi e diversi per altitudine, il
modo di costruire le pareti in canne intrecciandole
orizzontalmente con vimini,o liane, appare identica e del
tutto simile a quella utilizzata nei casoni della laguna veneta
o nei pulàri marchigiani.
Anche qui, a parte la differenza della “palafitta” utilizzata in
nuova Guinea per proteggersi dalle alluvioni o dall’insidia di
animali della giungla, notiamo la variazione della tecnica con
cui si “risolve” il problema della copertura:
In Nuova Guinea si predilige la pendenza e la scorrevolezza
della superficie mentre in Perù ci si affida allo spessore, che
dà anche maggiori garanzie di protezione dal freddo.
Proprio le diverse condizioni climatiche motivano la
differenze di volume delle due abitazioni, dove il volume più
ampio garantisce un microclima interno più fresco
nell’ambiente caldo umido della Nuova Guinea, mentre il
volume ridotto protetto da muri più spessi conserva meglio il
calore all’interno quando la notte, ai 4.000 m. di altitudine
del lago Titicaca, la temperatura scende decisamente sotto
lo zero.
Questo per capire come l’architettura costituisce la migliore
risposta, la più semplice ed essenziale, alle esigenze
abitative di un particolare ambiente.
A conferma di questo assunto basti vedere che soluzione
architettonica hanno elaborato gli abitanti della zona del
delta dell’Eufrate, in Irak, noti come gli “arabi delle paludi”.
In un ambente del tutto particolare, dove esistono solo
acqua e isolotti coperti di canneto, la canna costituisce
l’unico vero materiale da costruzione disponibile.
Allora la struttura portante, altrove fatta di legno, deve
essere fatta anch’essa di canne.
Ecco che allora gli arabi delle paludi dispongono le canne in
lunghi fasci legandole ogni 20-30 cm.
I fasci vengono piegati ad arco e legati in orizzontale ad altri
fasci più piccoli che costituiscono l’intelaiatura secondaria.
Il telaio così formato è una struttura portante stabile e
indeformabile. Su questa struttura viene steso il manto di
copertura fatto con le foglie intrecciate in modo da costituire
una superficie liscia dove l’acqua può facilmente defluire.
Alla base, nei primi due metri dal terreno, la trama del
tessuto di foglie si allarga per far passare l’aria, generando
così una ventilazione naturale che rinfresca l’ambiente
interno.
Chi ha potuto visitare questi ambienti,oggi quasi del tutto
scomparsi, ha detto che sembrava che all’interno ci fosse un
impianto di condizionamento d’aria rispetto al caldo torrido
dell’estate del golfo persico.
Secondo alcuni studiosi queste costruzioni sono identiche a
quelle che gli antichi sumeri costruivano più di 5000 anni fa.
Che siano stati i sumeri o gli arabi delle paludi ad ideare
questo tipo di costruzione non lo premo mai con certezza.
Sta di fatto che chiunque sia stato era un grande architetto.
L’uso dei materiali vegetali nella bioedilizia
Per la struttura naturale della canna, le stuoie sovrapposte
hanno la caratteristica di formare uno strato composto per
più del 60% da aria e per il 40% da un materiale vegetale
con alte capacità di coibenza termina.
La ricerca sulla bio-edilizia sta quindi da tempo studiando la
possibilità di applicazione dei pannelli di canne comuni
come isolante termico nelle sezioni murarie perimetrali.
I risultati sono molto interessanti perché consentono di
ottenere buoni risultati in termini di isolamento aggiungendo
semplicemente uno strato di materiale assai poco costoso al
normle pacchetto murario composto da mattoni isolanti tipo
poroton o dal composto mattone pieno e forato interno.
La soluzione con muro isolante poroton (riportato nelle foto
a lato) predilige l’applicazione sul pacchetto isolante di
canne, di un intonaco di argilla naturale, in modo da
ottenere nel complesso un muro dalle elevate caratteristiche
bioclimatiche per una migliore abitabilità degli spazi interni.
La ricerca tuttavia è solo agli inizi e potrà portare
interessanti ricadute economiche a quei territori che
sapranno proporre e commercializzare prodotti di pratico
utilizzo nel cantiere edile, anche sviluppando soluzioni
composte come pannelli sandwich misti di stuoie e lastre di
fibre vegetali.
Ma l’uso delle stuoie di canne può anche trovare
applicazione nella caratterizzazione di alcuni edifici di
servizio o di arredo, anche al solo fine di “ammorbidire”
l’impatto visivo di volumi costruiti in ambiente rurale (si pensi
ai piccoli depuratori, ai serbatoi idrici etc…)
Interessante potrebbe essere la ricerca abbinata con altri
materiali da riscoprire, come la terra cruda, per realizzare
prototipi di costruzioni adibite a nuove funzioni integrate con
il turismo rurale e quindi capaci di caratterizzare in modo
nuovo il paesaggio.
Si pensi ai “luoghi di degustazione”, ancora non previsti
nella legislazione marchigiana sull’agriturismo ma che
stanno avendo un grande sviluppo in Trentino ed in
Toscana. Questi ambienti in cui degustare i prodotti
enogastromonici prodotti nell’azienda potrebbero essere
ospitati nelle cantine storiche oppure in nuove costruzioni
realizzate in terra cruda e tetto misto in legno e canne, che
garantisce migliori condizioni microclimatiche interne con un
minor carico statico sulle murature.
Queste costruzioni potrebbero anche entrare a far parte
delle offerte ricettive di agriturismi e Bed&Breakfast.
Alcuni esempi di queste nuove applicazioni sono stati
realizzati con successo in Sicilia, dove operano già aziende
specializzate nella produzione e commercializzazione di
stuoie realizzate con la canna comune
Un territorio come laboratorio
Il progetto M.A.R.I.N.A.S. si è posto l’obiettivo di elaborare nuove strategie per la
valorizzazione turistica delle aree interne della regione adriatica attraverso la formazione di
laboratori dislocati in alcune aree campione.
Il laboratorio locale di Monte San Vito e Morro d’Alba ha affrontato il problema della
“costruzione” di un’offerta turistica locale a partire dal paesaggio e ricercando la massima
coerenza con la cultura locale di cui il paesaggio è espressione vivente.
Questa costruzione non può che essere una costruzione collettiva, fatta con la gente ed a partire
dalle esigenze reali di chi opera ed investe sull’agricoltura e sul turismo.
Una costruzione collettiva che coinvolge insieme la “coscienza” del paesaggio, la pratica e le
tecniche di intervento, il modo di amministrare quel bene comune che chiamiamo territorio e le
reciproche competenze pubbliche e private.
Il laboratorio, nel poco tempo e nelle scarse energie a disposizione, ha voluto gettare le
fondamenta di un possibile cambiamento di orizzonti che può e deve coinvolgere l’intera
comunità locale. Ha voluto dimostrare che questo percorso non è soltanto “possibile”, ma
conveniente e necessario, anche ai fini di quell’interesse produttivo-economico che sembra
ancora essere il motore inanimato di ogni nostro agire.
Per la prima volta si è discusso con insistenza sul che cosa rappresenti il paesaggio nella
coscienza comune, di quale valore abbia nell’immagine di qualità delle produzioni locali. Si è
offerta una chiave di lettura del paesaggio rurale della tradizione – il paesaggio della necessità- e
delle modificazioni in atto.
E’ stato avviato un dialogo diffuso tra operatori privati e operatori pubblici definendo un
percorso comune per la valorizzazione del territorio e d elaborando un patto, sotto forma di
protocollo d’intesa, in cui per la prima volta l’amministrazione pubblica, le imprese ed i cittadini
accettano di riconoscersi e di operare all’unisono, di “fare squadra” come una vera comunità,
ripartendosi con cognizione di causa compiti, ruoli e responsabilità.
Sono state definite le modalità con cui deve configurarsi un’offerta turistica “responsabile” e
coerente con l’identità della cultura del luogo. Dove un turista possa sentirsi una persona che
incontra e fa esperienza con altre persone, un “viaggiatore” ed un’ospite, non un consumatore
passivo di prodotti turistici preconfezionati.
Sono stati definiti i criteri del nostro stesso intervenire nel paesaggio, affinché il nostro operato
sia sempre espressione di una cultura e di una coerenza con il paesaggio, che si manifesta nel
rispetto dei suoi caratteri e delle sue relazioni costitutive. Sono stati catalogate le tecniche da
utilizzare e sono state sperimentate in un apposito cantiere di cui questo quaderno costituisce al
contempo la guida e la documentazione.
Ciò che è emerso non è tanto il successo del laboratorio rispetto agli obiettivi prefissati, non è
questo che ci interessa. Ciò che è emerso è la naturalezza con cui quegli obiettivi sono stati
raggiunti. Senza sforzo apparente, semplicemente con un po’ di pazienza, competenza e
chiarezza di idee. La gente ha risposto, le amministrazioni hanno condiviso il progetto, gli
operatori privati sembrano non aspettare altro che questo.
Pensiamo per un attimo che cosa si potrebbe fare, quali altri obiettivi si potrebbero raggiungere
avendo a disposizione un Laboratorio permanente che implementi quanto fondato con
M.A.R.I.N.A.S. attraverso uno staff tecnico adeguato a disposizione e con un più largo
coinvolgimento delle associazioni locali.
Nel buio della crisi economico-energetica, ma anche sociale, nella quale stiamo entrando, a
Monte San Vito ed a Morro d’Alba è apparsa una piccola luce all’orizzonte.
Sta alla comunità locale ed all’Amministrazione fare sì che quella luce possa rappresentare
l’inizio di un nuovo giorno.
Interpretare il territorio come laboratorio non è semplicemente individuare uno strumento per
dinamizzare qualche attività economica nel settore agrituristico, è un modo di vedere le cose
diverso da quello attuale: diviso per settori, spazi di competenza, interessi privati.
Un modo nuovo, che è quello proprio di una comunità che abita la sua terra e che,
responsabilmente, se ne prende cura.
Documentazione fotografica del cantiere
Il cantiere ha interessato alcuni interventi di sistemazione del percorso che oltre alla loro valenza
funzionale, assumono un carattere esemplificativo del modo con cui operare nel paesaggio.
Accanto agli interventi di sistemazione stradale e di consolidamento spondale con interventi di
ingegneria naturalistica, sono stati realizzati manufatti per la segnalazione e la sosta studiati su
disegno originale e realizzati con materiali di recupero o come applicazione sperimentale di
materiali locali in disuso, come ad esempio la copertura per seduta realizzata in canne comuni.
I manufatti in legno sono stati progettati dall’Arch. Omar Pasquinelli, la costruzione in canne
comuni è stata ideata da Renato Moschini.
La realizzazione è stata curata dalla AESIS Soc. Coop. a.r.l.
Il tratto del sentiero di fonte delle cannelle prima dell’intervento
Le fasi della sistemazione del versante in frana.
Sul terreno sagomato è stata fatta una prima semina a
spaglio, rimandando l’immissione delle talee nel
periodo idoneo (mesi ottobre. novembre)
Pulizia e ripristino della canaletta di scolo in cls
microinterventi che utilizzano il materiale reperito in
loco
palificata per il sostegno del terreno
La frana di fonte delle cannelle prima dopo l’intervento
La sistemazione della strada vicinale di Malviano,
sotto la “Country House”
Interventi per il drenaggio delle acque
Il sentiero nei pressi di Morro
d’alba
Si evidenzia lo stato di incuria
in cui è lasciato il sentiero,
rovinato per effetto del
mancato drenaggio superficiale
E’ stato installato un tombolo
di 100 cm di diametro.
E’ stato realizzato un canale di
raccolta delle acque che
termina in corrispondenza di
una serie di tombini e tubi
interrati, i quali convogliano
l’acqua a valle del sentiero.
Il sentiero
sistemato
con
il
fondo
Manufatto: paletto segnalatore
Manufatto: panchina
Manufatto: panchina
Manufatto: tavolo illustrativo del paesaggio
Manufatto: riparo in canne comuni
Manufatto: pannello informativo
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Quaderno Tecnico nr.1 - MARINAS