Nome file
010210SP_SC1.pdf
data
10/02/2001
Contesto
SPP
Relatore
S Caniglia
Liv. revisione
Trascrizione
Lemmi
Accidia
Altro
Angoscia
Bambino
Freud, Sigmund
Gratitudine
Invidia primaria
Klein, Melanie
Milton, John
Passione
Psicopatologia da difesa
SEMINARIO DI SCUOLA PRATICA DI PSICOPATOLOGIA 2000-2001
IO. CHI INIZIA. LEGGE, ANGOSCIA, CONFLITTO, GIUDIZIO
10 FEBBRAIO 2001
4° SEDUTA
NON UCCIDERE
MELANCONIA. SCHIZOFRENIA: IL REALE IN PEZZI
INVIDIA E SADISMO PRIMARI IN M. KLEIN E IL PARADISO PERDUTO
DI JOHN MILTON
SILVANA CANIGLIA
Il tema di cui parlerò oggi riguarda la teoria kleiniana dell’invidia primaria e del sadismo primario.
Una teoria che potrei definire una teoria dell’invidia presupposta. Infatti un aspetto fondamentale nell’opera
di Melanie Klein è dato dall’accento posto a problematiche relative appunto all’invidia e al sadismo precoce.
Leggerò alcuni brani tratti dalle sue opere, soprattutto Invidia e gratitudine.
In questo testo scrive:
Sono giunta alla conclusione che l’invidia sia l’espressione di impulsi distruttivi e che essa entri in
azione fin dalla nascita ed abbia una base costituzionale.
Per chiarire meglio l’argomento che sto trattando, penso sia necessario esporre in breve le mie teorie
sull’Io precoce. Ritengo che esso sia già presente all’inizio della vita post-natale. La minaccia di
annientamento dall’interno per opera dell’istinto di morte, secondo il mio punto di vista che in questo
differisce da quello di Freud, è l’angoscia primaria e dell’Io che al servizio dell’istinto di vita deflette in
parte la minaccia che ne deriva verso l’esterno.
Freud attribuiva all’organismo questa difesa fondamentale contro l’istinto di morte. Io invece considero
questo processo come la prima attività dell’Io.
Per quanto riguarda l’invidia primaria scrive:
Il seno buono che nutre e dà inizio al rapporto amoroso con la madre rappresenta l’istinto di vita. La
fame, infatti, che provoca la paura di morire di inedia, viene sentita come una minaccia di morte. Se si
è instaurata in modo stabile l’identificazione con un oggetto internalizzato buono che dà vita vi sarà un
forte impulso alla creatività.
La capacità di dare la vita e di proteggerla è sentita come il dono più grande ed è perciò che la
creatività diventa il più forte motivo di invidia.
Milton, nel suo Paradiso perduto, dove satana invidioso di Dio decide di diventare l’usurpatore del
cielo, illustra bene questa distruzione della creatività implicita nell’invidia.
Ora mi sembra che qui il bambino nasce come una specie di satana, quindi invidioso della ricchezza
dell’Altro, della creatività dell’Altro di cui lui stesso è beneficiario. Quindi c’è un bambino alla nascita che
aspira ad una uguaglianza per principio, come se nascesse con una parte satanica. A me la nascita
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paradossalmente mi ha fatto venire in mente, suggerita l’idea dalla stessa Klein, satana precipitato nel caos
dopo l’espulsione dal paradiso celeste.
Quindi prenderò in esame alcuni passi tratti dai primi sei libri del Paradiso perduto di John Milton.
Nei primi sei libri si tratta della caduta di satana e della progettazione del suo programma perverso:
l’inganno dell’uomo. Non prenderò in esame gli ultimi sei libri che prendono in esame la caduta di Adamo.
Oltre ai passi di Milton leggerò anche alcuni altri passi tratti dai lavori di Melanie Klein.
Il poema di Milton inizia con l’enunciazione da parte di satana alla sua corte infernale del suo
programma perverso:
E se anche la sua provvidenza si dovesse provare a trarre bene dal nostro male, ecco sarà compito
nostro pervertire il fine di tale azione e tentare ogni mezzo per ridurre al male il bene stesso.
Così satana lascia l’inferno che lui stesso ha costruito per intraprendere un viaggio alla ricerca del
nuovo mondo, l’Eden, e delle nuove creature che secondo una profezia Dio avrebbe creato. Saranno loro il
mezzo per vendicarsi di Dio.
Durante questo viaggio satana attraversa stati di dissociazione paragonabili a quelli del bambino descritto da
Melanie Klein, nel viaggio che questo bambino percorrerà dalla scissione all’integrazione dell’Io. Questi
stati di dissociazione sono anche paragonabili a quelli dell’adulto affetto da psicopatologia quali la
schizofrenia e la malinconia.
Ma in che cosa si differenziano satana, l’ammalato di schizofrenia o il malinconico, o il bambino
kleiniano?
Satana agisce in tutta coscienza e secondo il libero arbitrio, per cui la sua a me sembra una patologia
da offesa. Nel mondo kleiniano, quindi nella descrizione che Melanie Klein dà della malinconia, della
schizofrenia e dello sviluppo del bambino viene descritta tutta la patologia come patologia da difesa. Il
bambino nasce distruttivo, invidioso; tutte le strategie che immagina e che poi diventato adulto patologico
metterà in atto, sono meccanismi di difesa. Quindi, anche l’aggressività, la violenza dello schizofrenico, la
catatonia, tutto è difesa. Difesa in fondo da se stesso.
Per il bambino la realtà dell’Altro, con le sue caratteristiche buone o cattive è influenzata dalla
proiezione delle sue fantasie, fantasie che sono innate. Quindi si trova immerso in una realtà immaginaria.
Così anche per il bambino come per satana, la mente è il proprio luogo e poi in sé fare un cielo
dell’inferno e un inferno del cielo.
Vediamo qual è il destino dell’invidia primaria nella teoria di Melanie Klein.
La Klein suddivide il primo anno di vita del bambino in due fasi: una prima fase che chiama schizoparanoide e una seconda fase, la fase depressiva.
Iniziamo dalla fase schizo-paranoide. Leggerò alcuni passi tratti da Note su alcuni meccanismi
schizoidi e dalla Psicoanalisi dei bambini.
L’inizio della fase schizo-paranoide lo potrei definire “la morte entrò nel mondo”, quindi la prima
attività dell’Io è “la morte entrò nel mondo”.
Scrive Melanie Klein:
È mia ferma convinzione che l’angoscia è una conseguenza dell’entrata in azione della pulsione di
morte dell’organismo, che è avvertita inizialmente come paura di annientamento e che si configura
pressoché immediatamente come paura di persecuzione.
La paura della pulsione distruttiva pare venga subito fissata ad un oggetto, o piuttosto vissuta come
paura di un oggetto superpotente e incontrollabile.
Altre fonti importanti di angoscia primaria sono il trauma della nascita e le frustrazioni dei bisogni del
corpo. E anche queste esperienze sono inizialmente sentite come fossero determinate da oggetti.
Anche se gli oggetti sono percepiti come oggetti esterni, mediante l’introiezione diventano persecutori
interni, e rafforzano così la paura della pulsione distruttiva operante all’interno.
L’esigenza vitale di far fronte all’angoscia costringe l’Io primitivo a sviluppare meccanismi e difese di
base. La pulsione distruttiva viene in parte proiettata all’esterno e secondo me fissata al primo oggetto
esterno, il seno della madre.
La paura residua della pulsione distruttiva resta legata in una certa misura dalla libido all’interno
dell’organismo. Tuttavia nessuno dei due processi raggiunge completamente il suo scopo, per cui
l”angoscia della distruzione dall’interno rimane attiva. Sotto la pressione di questa minaccia l’Io tende a
frammentarsi, cosa che per altro mi sembra in armonia con la sua mancanza di coesione.
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La frammentazione dell’Io appare essere appunto alla base degli stati di disintegrazione degli
schizofrenici.
Qualora l’aggressività del bambino e la sua angoscia siano eccedenti, il mondo esterno si tramuterà
per lui in un luogo terrificante, ed i suoi oggetti in nemici, ed egli si sentirà minacciato
persecutoriamente, sia da parte del mondo esterno, che da parte dei suoi oggetti internalizzati.
Se la sua angoscia è troppo smisurata o il suo Io non è capace di tollerarla, egli tenterà di sfuggire alla
paura dei nemici esterni mettendo fine ai suoi meccanismi di proiezione. Ciò a sua volta renderebbe
impossibile ogni ulteriore internalizzazione di oggetti, e resterebbe lo sviluppo del suo rapporto con la
realtà. Inoltre, l’individuo vivrebbe il timore di essere assalito e ferito in vari modi da un nemico che è
dentro di lui e dal quale non vi è scampo. Una paura di questo tipo è probabilmente una delle cause più
profonde dell’ipocondria.
Tutta una serie di fenomeni che sono pertinenti alla sindrome della schizofrenia si può spiegare come
un tentativo di tenere lontano, dominare e combattere un nemico interno. La catatonia, ad esempio, si
potrebbe considerare come un tentativo compiuto per paralizzare l’oggetto introiettato, renderlo
immobile e così renderlo innocuo.
A questo processo di scissione e proiezione e introiezione, conseguono secondo la Klein, man mano
che lo sviluppo procede, altri meccanismi di difesa: l’idealizzazione e il diniego. Quindi una fase che potrei
definire: il bambino trasforma l’inferno in un paradiso. Cioè, si fa piacere l’inferno.
Alla proiezione e all’introiezione sono strettamente collegati alcuni altri meccanismi, quali
l’idealizzazione e il diniego.
Qui me ne occuperò in particolare in quanto connessi con la scissione. Dobbiamo intanto ricordare che
negli stati di appagamento i sentimenti di amore si volgono al seno soddisfacente, mentre negli stati di
insoddisfazione l’odio e l’angoscia di persecuzione si fissano al seno che frustra.
L’idealizzazione è in rapporto con la scissione dell’oggetto in quanto è un’esagerazione degli aspetti
buoni del seno al fine di proteggersi dalla paura del seno persecutore. Sebbene per un verso
l’idealizzazione sia quindi conseguenza della paura di persecuzione, per un altro è frutto della forza dei
desideri pulsionali, che mirano al soddisfacimento illimitato e che determinano perciò l’immagine di un
seno sempre generoso e inesauribile, insomma un seno ideale.
Quindi il bambino, sempre nella teoria, ha creato nella sua mente l’inferno, il caos, e ha trasformato
l’inferno stesso, il persecutore, in un paradiso. Ha creato proprio anche illusoriamente una situazione di
bene.
Via via che questa integrazione prosegue si arriva alla posizione depressiva.
Scrive Melanie Klein:
Finora ho trattato delle angosce, dei meccanismi e delle difese caratteristiche dei primissimi mesi di
vita.
Con l’introiezione dell’oggetto totale…
cioè finalmente questo bambino capisce che la stessa mamma è buona e cattiva, ed è sempre lo stesso
oggetto
l’aspetto amato e quello odiato della madre non sono più sentiti nettamente separati, sicché le pulsioni
aggressive dirette contro di essa sono avvertite come indirizzate all’oggetto d’amore. Il risultato è
l’accrescersi della paura della perdita, l’ingenerarsi di stati simili a quelli del lutto e il determinarsi di un
forte senso di colpa. Questo vuol dire che la posizione depressiva è emersa in pieno. L’autentica
esperienza di sentimenti depressivi ha a sua volta l’effetto di provocare un’integrazione dell’Io perché
promuove una crescita della capacità di cogliere la realtà psichica e una percezione migliore del
mondo esterno, nonché una sintesi maggiore delle situazioni interne ed esterne.
Quindi, siamo giunti all’integrazione dell’Io, direi all’integrazione della parte satanica del bambino.
Qui vorrei aggiungere, citando Meltzer, un allievo di Melanie Klein:
Alla fine satana diviene parte della coscienza del nuovo mondo, un’integrazione creativa di amore e
odio.
Adesso qualche accenno al viaggio di satana. Il poema di Milton si apre con satana precipitato nel
caos, luogo invivibile, tenebra nella quale si scorgono visioni di sventura, regione di dolore e ombre di
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angoscia e il riposo e la pace non si troveranno mai. Allora satana crea l’inferno. All’inferno costruisce uno
splendido palazzo, il pandemonium, ad imitazione del cielo.
Cosa potrebbe mostrare di più di questo il cielo?
Siamo all’idealizzazione dell’inferno. Satana induce gli altri diavoli a rendere questo inferno
tollerabile. I diavoli si adattano, si adattano quindi a un’ignobile accidia, a un pacifico torpore senza pace,
riempiendo il vasto recesso del vuoto infernale di canti, giochi, dissertazioni filosofiche, audaci avventure di
perlustrazione di quel mondo malinconico. Invece satana da solo decide di portare fino in fondo il suo
programma perverso. Intraprende il suo viaggio, ritornando indietro attraverso il caos, per raggiungere il
paradiso terrestre. Durante questo viaggio incontra creature orribili che sono la sua stirpe infernale, nate da
lui: colpa e morte.
Attraverso luoghi percorsi da strepito selvaggio di suoni assordanti e di voci confuse che gli assale
l’orecchio con veemenza estrema.
Giunto in vista dell’Eden è colto da incertezza, angoscia, disperazione. Ma infine confermatosi nel
male procede fino alla realizzazione del suo programma di vendetta.
Leggerò un passo in cui satana è immerso in un soliloquio in cui il suo pensiero si alterna tra
posizioni opposte. Sembra che abbia una coscienza e il potere di scegliere. Infatti in diversi punti del poema
di Milton viene rievocato il libero volere e come questo volere pur essendo libero sia tuttavia mutevole.
Satana è in vista del paradiso terrestre:
Satana stava scendendo a sfogare sul fragile uomo innocente l’esito infernale e però nel suo rapido
volo non trova motivo di gioia. Nessuna ragione di vanto. Dà inizio all’impresa malvagia che al pari di
una macchina diabolica gli si ritorce contro. Il dubbio e l’orrore sconvolgono i suoi pensieri turbati e dal
profondo in lui si agita l’inferno, che egli si porta all’inferno dentro di sé e d’attorno e non può staccare
dall’inferno o da sé di un solo passo nel fuggire mutando luogo.
Come sempre è un catatonico.
La coscienza risveglia la disperazione fino allora assopita, risveglia l’amara memoria di ciò che fu, che
è, che dovrà essere anche peggiore di questo, se azioni peggiori inducono peggiori sofferenze.
E verso l’Eden, che gli si stende piacevole ora alla vista fissa talvolta triste lo sguardo doloroso. Fra sé
meditando così cominciò fra i sospiri.
“La peggiore delle ambizioni e l’orgoglio mi spinsero a guerreggiare il cielo contro il re del cielo che è
senza rivali. E perché mai? Da me non meritava un contraccambio simile, lui che mi aveva creato qual
ero, tenuto in luminosa eminenza. Lui che a nessuno mai rinfacciava i suoi doni e il suo servizio lieve.
Cosa poteva esserci di meno che tributargli lodi, più semplice compenso che dire grazie? E come a lui
dovuti. E tuttavia dentro di me il suo bene si mutò in male e produsse soltanto malizia. Levato così in
alto sdegnai la soggezione pensando che un altro gradino mi avrebbe reso altissimo.
In un attimo solo estinsi il mio debito immenso, l’eterna gratitudine.
Qui però mi sembra che satana, l’unica forma di amore che riesce a concepire è l’idea di un beneficio che
viene dall’Altro, ma che per lui poi diventa un debito immenso da estinguere. E qui siamo un po’ vicini
all’idea di gratitudine che si vedrà nell’opera di Melanie Klein.
Continua satana nel suo soliloquio:
Ma di fatto altre potenze ed altrettanto grandi non caddero.
E piuttosto nell’intimo e all’esterno si
mantennero salde, armate contro ogni tentazione. Avevi tu quel libero volere, la stessa forza capace di
resistere? L’avevi. E allora chi o cosa accusare se non la libertà dell’amore che il cielo ha consentito a
tutti e in egual misura? E quindi maledetto quel suo amore, se l’amore o l’odio, essendo ormai per me
la stessa cosa, mi procura solo un eterno dolore.
Ma no, maledetto piuttosto tu, che liberamente scegliesti la tua volontà contro la sua volontà, e così
giustamente ti rammarichi. Me miserevole! Per quale varco potrò mai fuggire ora l’ira infinita e l’infinita
disperazione? Perché dovunque fugga è sempre inferno. Sono io l’inferno. Oh, finalmente placati. Non
è rimasto alcun luogo per il pentimento? Nessuno doveva ottenere perdono?
Nessuna vera riconciliazione può esistere là dove hanno trafitto così profondamente le ferite inferte
dall’odio mortale. Anzi, la cosa mi sospingerebbe a una peggiore ricaduta. Il mio giustiziere lo sa.
Quindi, da lui lontana l’idea di concedermi pace e da me implorarla.
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Ecco, qui suppone proprio quello che pensa l’Altro.
Così, speranza addio. E insieme alla speranza addio paura, addio rimorso. E se per me tutto il bene è
perduto, male sii tu il mio bene.
Ha un attimo di nuovo di ulteriore incertezza quando vede Adamo ed Eva:
O inferno! Cos’è che con tanto dolore vedono qui i miei occhi? Creature d’altro stampo, innalzate a tal
punto nel luogo della nostra felicità, probabilmente nate dalla terra, non spiriti e tuttavia inferiori di ben
poco agli splendenti spiriti celesti. Il mio pensiero con meraviglia le segue e le potrebbe amare,
talmente viva rifulge in loro la somiglianza divina.
Ora, questo passo mi sembra significativo in quanto a satana si presenta a ogni passaggio almeno
un’alternativa rispetto alla patologia, che per lui quindi diventa una scelta.
Invece nella teoria di Melanie Klein, sia per il bambino, sia per l’adulto divenuto patologico non
esiste alcuna idea di libero arbitrio. La via verso l’integrazione tra normalità e patologia dipende
dall’iniziativa dell’Altro.
Chi inizia, nella teoria di Melanie Klein? Da parte del bambino la prima attività, come abbiamo
visto, è fantasmatica. L’inizio è tutta una fantasia di distruggere l’Altro. È un inizio di sadismo.
Vediamo adesso dalla parte dell’Altro. L’altro, il seno buono che nutre e che rappresenta l’istinto di
vita, dà inizio al rapporto amoroso, rapporto che durante tutta la vita mitigherà l’odio e l’angoscia e che
continuerà a dare appoggio ed appagamento, l’Altro che rimarrà come oggetto interno per identificazione. E
così pure sarà poi nella patologia dell’adulto. È il curante, è l’Altro che accogliendo tutta questa patologia,
diventerà a sua volta l’oggetto interno.
Nella teoria kleiniana c’è una sorta di determinismo psichico.
Vorrei aggiungere altre note di Melanie Klein.
Un elemento di frustrazione da parte del seno entra necessariamente a far parte del rapporto precoce
del bambino con esso, poiché anche una situazione di allattamento felice, non può sostituire
completamente l’unità prenatale con la madre.
Insomma, l’ideale è l’unità prenatale con la madre.
Inoltre, il vivo desiderio del bambino di possedere un seno che non si esaurisca mai e che sia sempre
presente non deriva soltanto da un bisogno di cibo e dalla necessità di soddisfare la libido, poiché
anche agli inizi la spinta ad ottenere la prova costante dell’amore della madre è fondamentalmente
radicata nell’angoscia. La lotta tra gli istinti di vita e di morte, la conseguente minaccia di distruzione del
sé e dell’oggetto da parte degli impulsi distruttivi sono fattori fondamentali nel rapporto iniziale del
bambino con la madre. Infatti i suoi desideri lo hanno convinto che il seno, e più tardi la madre,
debbono avere ragione di quegli impulsi distruttivi e della sofferenza dovuta all’angoscia persecutoria.
Di conseguenza, le prime esperienze emotive sono caratterizzate dalla sensazione di perdere e di
riconquistare l’oggetto buono.
Questo determinismo psichico è dato da una parte dall’invidia primaria, ma anche da questo
desiderio innato del bambino di possedere un seno che non si esaurisca mai e che sia sempre presente.
Sembra che nel rapporto con l’altro non esista la soddisfazione, cioè non esista una meta, o meglio la meta
nella teoria kleiniana sembra essere l’oggetto e non la soddisfazione. E la relazione con l’altro è radicata
nella continua sensazione di angoscia e di perdita. Non esiste iniziativa del soggetto come lavoro di
propiziazione, domanda, istituzione dell’Altro. Cioè l’iniziativa di un soggetto che abbia l’esperienza del
soddisfacimento, quindi un’esperienza che poi si fa memoria, e dispone l’agire in modo tale che la
soddisfazione possa ripetersi.
Nella teoria kleiniana si suppone che il bambino sia mosso fin dall’inizio da angoscia e dal bisogno
di riconquistare l’Altro, buono, che viene di volta in volta perduto e riconquistato. Cioè, l’altro mi sembra un
ansiolitico praticamente.
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L’ iniziativa che dovrebbe portare all’integrazione dell’Io sembra tutta spostata nel campo dell’Altro,
che intuitivamente comprende tutto ciò che il bambino sembrerebbe comunicare. Saranno la perseveranza
dell’Altro, le cure materne, ad avere ragione appunto degli impulsi distruttivi e della sofferenza del bambino
dovuta all’angoscia persecutoria.
Melanie Klein parla di gratitudine: è come se il bambino ricevesse passivamente un beneficio
dall’Altro, al quale spetta tutta la bontà e l’iniziativa. Il moto del soggetto rimane passivo. Non è un moto,
quindi. Mentre in realtà è passivo soltanto nel primo momento dell’allattamento. Il primo moto passivo
dell’allattamento poi ne avvia uno attivo.
Nella teoria kleiniana la fiducia nella propria bontà sembra derivare dall’identificazione con l’Altro.
La normalità del bambino si limita alla non obiezione al rapporto con l’Altro, ma è assente ogni idea invece
di un bambino che abbia iniziativa e che via via sviluppi una capacità di giudizio circa l’apporto dell’Altro.
Quindi, sia nel bambino che poi successivamente nell’adulto, verranno meno l’idea stessa di
domanda e di competenza soggettiva.
Melanie Klein fa riferimento piuttosto alla gratitudine, che all’amore. La gratitudine come desiderio
di ricambiare il piacere che se ne è ottenuto. Qui mi sembra che sia implicita l’idea di debito, di pretesa
insomma. Siamo nella teoria dell’amore presupposto. C’è un altro che offre cure e dedizione, forse in
maniera coatta, e che in un secondo tempo pretende che vengano ricambiate. L’Altro offre cure e dedizione e
poi in un secondo tempo il soggetto, identificatosi all’Altro, riconosce di essere in debito e ricambia il
piacere ricevuto, che in fondo l’Altro reclama. Insomma, un amore presupposto e ricattatorio.
Vorrei ricordare che se l’amore, come viene definito nel pensiero di natura, che se è una sola legge di
moto per due corpi distinti ed il primo beneficio è il desiderio dell’Altro, tutto questo nella teoria kleiniana
viene meno. Viene meno l’idea che la soddisfazione del neonato possa comportare prima o poi la scoperta
che se c’è una madre che riconosce la domanda, da parte di questa madre c’è anche la soddisfazione a
rispondere. Invece nella teoria kleiniana sembra quasi un dovere: amore presupposto, appunto. Il massimo a
cui si può arrivare è appunto la gratitudine.
Volevo fare qualche accenno alla differenza tra la teoria freudiana della psicosi e quella kleiniana.
Nella teoria di Freud mi sembra che ci sia un conflitto fra due impostazioni psichiche nella psicosi:
una normale, che tiene conto della realtà, la realtà della propria competenza soggettiva e vorrei ricordare
quanto scrive Freud nel Compendio di psicoanalisi del 1938:
Persino nello stato confusionale allucinatorio, l’amentia, si apprende, a quanto dicono gli ammalati
dopo la guarigione che allora, in un angolino dell’animo loro, così sogliono esprimersi, si teneva celata
gelosamente una persona normale che osservava come spettatore imparziale il trascorrere della
malattia e del suo tumulto.
Quindi, c’è in Freud un conflitto fra un’impostazione psichica, quella normale, e l’altra,
l’impostazione patologica, in cui dominano le pretese dell’Es e che porterà alla perdita di realtà: la perdita
della realtà della competenza soggettiva e sottomissione quindi alla relazione con l’Altro patogeno. L’esito
dipenderà dall’entità delle forze in campo. Può arrivare fino alla morte della pulsione. Il caso più estremo è il
negativismo catatonico. Il soggetto ingannato respingerà ogni Altro reale.
Cito dal Caso Schreber del 1910:
Nella psicosi il malato ha sottratto alle persone del suo ambiente, dal mondo esterno in generale,
l’investimento libidico. L’investimento libidico adesso è rivolto fino a quel momento, perciò tutto gli è
divenuto indifferente. Questo processo di disinvestimento è un processo muto, che si può dedurre solo
dalle manifestazioni secondarie al conflitto sottostante che sono i sintomi.
Ecco, i sintomi rappresentano un tentativo di guarigione, sono clinicamente visibili e quindi si tratta
di allucinazioni e deliri.
Però l’idea di una psicosi essenzialmente come qualcosa di muto, silente, mi sembra che Freud la riprende
nel Mosé e il monoteismo. Qui Freud va elaborando il concetto di uno stato nello stato e mi sembra che
postuli l’idea che la psicosi possa rimanere muta, anche senza le formazioni secondarie. Infatti distingue,
riferendosi al trauma, due effetti del trauma:
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Gli effetti del trauma sono di due tipi: positivi e negativi. I primi sono sforzi di rimettere in vigore il
trauma, cioè del ricordare l’esperienza dimenticata, o meglio ancora il renderla reale, di viverne di
nuovo una ripetizione. Questi sforzi vengono catalogati insieme come fissazione al trauma e coazione
a ripetere. Attraverso questi sforzi c’è un tentativo e una possibilità di riapertura del processo dove si
era arrestato.
Le reazioni negative invece perseguono lo scopo opposto, cioè che del trauma nulla si è ricordato,
nulla si è ripetuto. Possiamo catalogarle come reazioni di difesa: la loro principale espressione sono le
cosiddette elusioni che possono accrescersi fino a diventare inibizioni e fobie. Queste reazioni negative
concorrono più di ogni altra alla determinazione del carattere, fondamentalmente sono fissazioni al
trauma proprio come il loro opposto, solo che sono fissazioni con un intento contrastante (…) come se
formassero uno stato nello stato, inetto alla collaborazione, che può però riuscire a prevalere sull’altro,
il cosiddetto normale, costringendolo al suo servizio.
Quando ciò accade vuol dire che è raggiunto il predominio di una realtà psichica interna sulla realtà del
mondo esterno, ed è aperta la via alla psicosi. Anche se non si arriva a tanto è impossibile
sopravvalutare il significato pratico di questo modo di essere. L’inibizione verso la vita e l’incapacità di
vivere delle persone dominate da una nevrosi sono un fattore molto importante nella società umana, ed
è lecito riconoscervi la diretta espressione del fatto che quelle persone si sono fissate ad un frammento
lontano del loro passato.
Mi sembra proprio come se questo partito inaccessibile, questo stato nello stato sia la psicosi muta
che dice «No. Nessun beneficio dall’altro, nessuna riapertura del processo» e forse nemmeno sintomi che
potrebbero rilanciare la questione. Non si deve nemmeno pensare.
Poi tutto il discorso del Mosé si svilupperà sulla differenziazione tra questo stato nello stato come psicosi o
la rimozione.
Qual è però il trauma cui fa riferimento Freud? Cos’è traumatico? Per Freud, diversamente da quanto
abbiamo visto nell’opera della Klein, l’angoscia primaria è data dalla minaccia di perdita dell’amore. In
Inibizione, sintomo e angoscia leggiamo:
La prima condizione d’angoscia che l’Io stesso introduce è dunque quella della perdita della
percezione, che viene uguagliata a quella della perdita dell’oggetto. Più tardi l’esperienza insegna che
l’oggetto può rimanere presente ma può essere divenuto cattivo per il bambino. E ora la perdita
d’amore da parte dell’oggetto diventa un nuovo, molto più durevole pericolo e una nuova condizione
d’angoscia.
Io qui aggiungerei che nella psicosi l’altro non soltanto minaccia la perdita dell’amore — questo lo
troviamo anche nella nevrosi — ma ritira il suo investimento al lavoro del soggetto o addirittura impedisce
che il lavoro del soggetto abbia inizio. Allora il soggetto dovrà fare da solo.
Nel Disagio della civiltà Freud si pone la questione di che cosa debba chiamarsi bene o male. E
scrive:
Un influsso estraneo decide che cosa debba chiamarsi bene o male, poiché il proprio sentire non
avrebbe condotto l’uomo lungo questa via, egli deve avere un motivo per sottomettersi a tale influsso
estraneo. È facile scoprire questo motivo nella debolezza dell’uomo e nella sua dipendenza dagli altri.
Può essere indicato meglio come paura di perdere l’amore. Se l’uomo perde l’amore degli altri da cui
dipende, ci rimette anche la protezione contro molti pericoli e soprattutto si espone al rischio che la
persona più forte mostri la sua superiorità punendolo. Pertanto il male è originariamente tutto ciò a
causa di cui si è minacciati dalla perdita d’amore. Bisogna evitarlo per timore di tale perdita.
Mi sembra che la minaccia della perdita d’amore porterà ad inibizione e addirittura a perdita del
processo critico e del giudizio.
Invece nella teoria di Melanie Klein l’angoscia primaria, come abbiamo visto, è quella di morte.
Infatti la teoria della schizofrenia di Melanie Klein è diversa da quella di Freud. Per Melanie Klein la
malattia schizofrenica rappresenta una ricaduta al punto di fissazione, con l’esperienza dell’angoscia schizoparanoide e impiego dei meccanismi schizoidi. I sintomi schizofrenici, quali disordini del pensiero,
aberrazione emotiva e disturbi delle relazioni oggettuali, vengono descritti tutti come conseguenza dei
meccanismi schizoidi. Non c’è proprio l’idea disinvestimento e quindi ritiro della libido dal rapporto con
l’Altro.
Persino il deterioramento del pensiero logico corrisponde ad associazione e pensieri distaccati l’uno
dall’altro, a situazioni scisse una dall’altra. È la scissione che provoca una dispersione dell’angoscia e un
isolamento delle emozioni.
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Quindi se lo schizofrenico arriverà a una situazione di indifferenza, di isolamento, quello che in fondo è
invece è il punto di partenza nella teoria freudiana, per la Klein è un punto di arrivo.
PIETRO R. CAVALLERI
Una parola di commento prima di fare l’intervallo. Abbiamo ribaltato in questa seduta l’ordine che si
è seguito fino a questo momento del Corso, e cioè abbiamo introdotto l’argomento con il commento del caso
letterario. Questa scelta ci ha introdotto immediatamente sulla scena di un delitto, anzi, di un doppio delitto.
Il caso letterario che abbiamo presentato questa mattina, a commento del comandamento Non uccidere che
mettiamo in relazione con schizofrenia e melanconia, il caso letterario che abbiamo presentato è un duplice
caso letterario: è il caso letterario costruito da Milton, che commenta il viaggio di satana e la sua azione
omicida nei confronti dell’uomo, ed è il caso letterario rappresentato dalla costruzione fatta da Melanie
Klein, presa anch’essa come caso letterario.
Si tratta in entrambi i casi di costruzioni letterarie che ci proiettano sulla scena di un delitto, dove il
delitto però è in qualche modo inverso. Nel caso di Milton abbiamo satana omicida il cui atto è atto di
omicidio della psiche e di produzione della perdita del reale, perdita di competenza soggettiva e
frammentazione.
Nel caso della Klein il delitto consiste nel cancellare il delitto. Nel caso della Klein il delitto diventa
la condizione originaria. L’essere umano nasce nella patologia più radicale dell’invidia, ovvero
frammentazione e melanconia.
In questa condizione, costruendo questa condizione come condizione originaria il delitto consiste nel
cancellare il delitto. Non vi è più possibilità di delitto soggettivo, perché la condizione omicida è la
condizione di partenza.
Trovo che pur poi costruendo tutta la sua elaborazione sul concetto di difesa, ma date le premesse il
concetto stesso di difesa sia un concetto assolutamente imbastardito: non si tratta più di difesa giuridica nei
confronti di un atto, o atti imputabili, si tratta di un sistema di giustificazione causalistica. E dunque
sottolineo questa chiave di lettura per ricollocare il concetto di difesa di cui abbiamo sentito parlare essere
così cruciale nella costruzione teorica di Melanie Klein dal concetto di difesa così come lo abbiamo
introdotto e lo utilizziamo nel pensiero di natura .
Ringrazio Silvana e prima di dare la parola a Sandro Alemani direi che possiamo fare un intervallo di
dieci minuti.
© Studium Cartello – 2007
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10/02/2001 - SP4 - trascrizione