Rassegna stampa - CONFIMI
Rassegna del 09/02/2015
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INDICE
CONFIMI
08/02/2015 Il Gazzettino - Pordenone
Autotrasporto alle corde nuova frenata a gennaio
9
07/02/2015 Corriere dell'Umbria
"CINQUANTA MILIONI DI EXPORT, CENTO DI PRODOTTI IMPORTATI"
10
07/02/2015 Gazzetta di Mantova - Nazionale
Mutti alla presidenza di Api Energia
11
08/02/2015 Gazzetta di Modena - Nazionale
«Non si devono disperdere i legami con il territorio»
12
07/02/2015 Il Tirreno - Nazionale
L'arte delle donne conquista la scena e sfida la violenza
14
09/02/2015 La Voce di Mantova
Corso di contabilità per le aziende La prima lezione è dopodomani
15
08/02/2015 Prima Pagina Reggio
Imposte locali, stangata media da 25mila euro all'anno per un'azienda di Reggio
Emilia
16
06/02/2015 Banca Finanza
Finanza per le pmi di Mantova
18
CONFIMI WEB
07/02/2015 www.adnkronos.com 09:55
"china day", vicepresidente casciari: "in cina avviate iniziative di grande interesse
per le imprese umbre
20
08/02/2015 www.giornaledimontesilvano.com 12:18
CONFIMI APRE LA STRADA PER LA POLONIA ALLE P.M.I. ABRUZZESI
22
04/02/2015 ediliziaeterritorio.ilsole24ore.com
Aniem: «Bene spinta alla riqualificazione in Emilia Romagna»
23
06/02/2015 tuttoggi.info 18:11
China Day, economia e cultura a Perugia / Sulla rampa di lancio per l'Expo2015
24
06/02/2015 umbriajournal.com 18:20
China Day, Casciari: "Avviate iniziative per le imprese umbre"
27
SCENARIO ECONOMIA
07/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Martina: «Il diritto al cibo va inserito nella Costituzione L'Italia sia prima in Europa»
30
07/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Dopo il riassetto Moretti vuole cambiare nome a Finmeccanica
32
07/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Carige, la Fondazione vende tutto
33
07/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
La fusione tra gli Aeroporti di Firenze e Pisa
35
08/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Il «giallo» sul deficit di Atene in tribunale cinque anni dopo «Così è partita
l'austerità»
36
08/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
«Mercato elettrico da riformare Il rischio di una giungla dei prezzi»
38
08/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Il commercio riparte, con tanti stranieri e forte rotazione
40
08/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Confindustria: un errore modificare il Jobs act sui licenziamenti collettivi
41
09/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
riscoprire la cultura del lavoro
43
09/02/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Tsipras avverte: manterrò le promesse Scontro con Padoan sul debito italiano
45
07/02/2015 Il Sole 24 Ore
F2i apre il capitale degli aeroporti a nuovi soci: in vista maxi-polo europeo*
47
07/02/2015 Il Sole 24 Ore
«Un'Unione dell'energia per l'autosufficienza»
49
07/02/2015 Il Sole 24 Ore
Padoan: riforma da accelerare per le popolari
52
07/02/2015 Il Sole 24 Ore
Valeri: «Ora l'Italia sta ripartendo»*
54
07/02/2015 Il Sole 24 Ore
«Con il Jobs act un passo importante per chi vuole investire in Italia»
56
07/02/2015 Il Sole 24 Ore
L'ad Ravanelli: «Per Metroweb un partner a breve, pronti a supportare lo sviluppo
delle infrastrutture»
58
08/02/2015 Il Sole 24 Ore
Ora via a due grandi riforme
60
08/02/2015 Il Sole 24 Ore
QUASI UNA «PRIVATIZZAZIONE»
61
08/02/2015 Il Sole 24 Ore
«Effetto Bce, Pil oltre lo 0,5% nel 2015»
62
08/02/2015 Il Sole 24 Ore
«Se il fine è pubblico, è giusto che ci sia lo Stato»
64
08/02/2015 Il Sole 24 Ore
Banda larga, Piano in dirittura
66
08/02/2015 Il Sole 24 Ore
Poste Italiane, svolta in vista dell'Ipo
68
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
Cercando altre Svizzere
70
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
I segnali di una ripresa con i piedi d'argilla
72
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
Traffico, capannoni, turismo: tra industria e servizi in cerca di tendenze positive
74
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
Longobardi: «Ultima chiamata per la regolarizzazione»
76
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
Il jolly della flessibilità
77
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
Non c'è solo l'euro nel braccio di ferro tra Atene e Bruxelles
78
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
regole complesse e Costi elevati ma la «voluntary» PRENDE QUOTA
80
07/02/2015 La Repubblica - Nazionale
"Eurolandia e Draghi imparino dagli Usa serve la solidarietà per avviare la ripresa"
85
07/02/2015 La Repubblica - Nazionale
Fondazione Carige mette in vendita tutto il suo 19% ma il partner ancora non si trova
86
07/02/2015 La Repubblica - Nazionale
Risparmi elettrici in bolletta per famiglie e piccole imprese 2,7 miliardi di costi in
meno
87
08/02/2015 La Repubblica - Nazionale
Allarme "Grexit" per la Ue ecco cosa può succedere con Atene fuori dall'euro
89
08/02/2015 La Repubblica - Nazionale
TSIPRAS SOGNA UN'ALTRA EUROPA E L'ITALIA COSA FA?
91
08/02/2015 La Repubblica - Nazionale
Ghizzoni: "La ripresa c'è abbiamo già esaurito i primi 7,75 miliardi e daremo nuovo
credito"
94
08/02/2015 La Repubblica - Nazionale
Pensioni d'oro la proposta Boeri tenta il governo ma ora il dossier resta chiuso
96
08/02/2015 La Repubblica - Nazionale
Tfr in busta paga, rischio flop chi non lo lascia in azienda rinuncia al 40 per cento
97
09/02/2015 La Repubblica - Nazionale
Conti in Svizzera, ecco l'elenco tra re e star anche 7mila italiani
99
08/02/2015 La Stampa - Nazionale
I DUE FRONTI DELL'EUROPA
101
08/02/2015 La Stampa - Nazionale
"Bene le riforme, l'Italia crescerà"
103
09/02/2015 La Stampa - Nazionale
Nel Nord-Est vince il campanilismo Tutti contro le nozze fra le Popolari
104
09/02/2015 La Stampa - Nazionale
Comprare casa, è il momento buono Tasse e spese, gli errori da evitare
105
09/02/2015 La Repubblica - Affari Finanza
LA GIUSTA DISTANZA TRA GOVERNO E FINANZIERI
106
09/02/2015 La Repubblica - Affari Finanza
Popolari e quantitative easing il ritorno della Banca d'Italia
107
09/02/2015 La Repubblica - Affari Finanza
Banca Generali, Azimut, Fineco in Borsa la festa non è finita
110
09/02/2015 La Repubblica - Affari Finanza
Auto, meccanica e Nordest ecco dove si affaccia la ripresa
112
09/02/2015 La Repubblica - Affari Finanza
Aziende pubbliche ora tagli selettivi
115
09/02/2015 La Repubblica - Affari Finanza
Salini Impregilo, Telecom, Fiat neolaureati ai posti di partenza
117
09/02/2015 Corriere Economia
Esodati I forzati del riposo anticipato rischiano un taglio del venti per cento
119
09/02/2015 Corriere Economia
Borsa Fiere, Ferrovie, Media Si accendono i titoli dell'Expo
121
07/02/2015 Milano Finanza
ORSI & TORI
123
07/02/2015 Milano Finanza
Meglio Casa del Btp
126
07/02/2015 Milano Finanza
Obama leader d'Europa
128
07/02/2015 Milano Finanza
C'è una busta per te
130
SCENARIO PMI
09/02/2015 Corriere della Sera - Milano
Segnali positivi da export e produzione «Così cresce la fiducia delle imprese»
133
09/02/2015 Corriere della Sera - Milano
«Resistere è stato durissimo Oggi vedo più luci che ombre»
135
08/02/2015 Il Sole 24 Ore
Alimentare, sprint sull'export l'obiettivo è a 50 miliardi
136
09/02/2015 Il Sole 24 Ore
Destinazione Italia accelera su Ice e settori prioritari
138
07/02/2015 La Repubblica - Bari
BANCA POPOLARE DI PUGLIA E BASILICATA E SACE: ACCORDO PER
L'INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE PMI DEL MEZZOGIORNO
140
08/02/2015 La Stampa - Nazionale
Coop agricole, otto italiane tra le prime cento in Europa
141
07/02/2015 Il Messaggero - Pesaro
Bielorussia, nuovo mercato aperto all'economia pesarese
142
07/02/2015 Avvenire - Nazionale
«Revisione necessaria Ma serve confronto»
143
09/02/2015 La Repubblica - Affari Finanza
I distretti del manifatturiero scaldano i motori
144
09/02/2015 Corriere Economia
«Piazza Affari può battere Wall Street di 15 punti»
145
09/02/2015 ItaliaOggi Sette
Garanzia ai microimprenditori
146
07/02/2015 Milano Finanza
Nuove sfide dietro la normalità apparente
148
07/02/2015 Milano Finanza
Il piatto è servito
149
07/02/2015 Il Sole 24 Ore - PLUS 24
Dove andranno i flussi liberati dal Qe di Draghi
150
06/02/2015 Banca Finanza
Il braccio finanziario dello stato
151
CONFIMI
8 articoli
08/02/2015
Il Gazzettino - Pordenone
Pag. 10
(diffusione:86966, tiratura:114104)
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
NUOVO ALLARME Confartigianato e Api concordi. In crisi anche l'agroalimentare
Autotrasporto alle corde nuova frenata a gennaio
UDINE - L'autotrasporto non vede la ripresa. Se la «gomma» è un osservatorio privilegiato per tastare il polso
alle condizioni dell'economia, la diagnosi che arriva dalle imprese del settore è una doccia gelata. Dopo un
2014 altalenante, sia pure in lieve crescita, il 2015 è infatti incominciato con un gennaio inaspettatamente
lento. «Rispetto allo scorso anno - denuncia Bernardino Ceccarelli, titolare dell'omonimo gruppo con sede a
Udine e responsabile regionale Api per l'autotrasporto - il calo è consistente, tra il 5 e il 7%. Non è soltanto un
fenomeno locale, perché è così in tutto il Paese, e riguarda anche comparti in salute come l'agroalimentare».
Per Ceccarelli si tratta della conferma di un trend negativo incominciato a ottobre, nove mesi in crescita.
E se c'è chi aveva invece visto qualche segnale positivo anche a fine 2014, come il presidente di
Confartigianato Trasporti Pierino Chiandussi, nessuno intravede sintomi di ripresa: «Ci piacerebbe essere
ottimisti - dichiara Chiandussi - ma per parlare di ripresa ci sarebbe bisogno di segnali più forti e soprattutto
più stabili. La fine del tunnel noi non la vediamo». Difficile vederla anche nei dati di Autovie venete sul traffico
pesante, che documentano nel 2014 un incremento davvero contenuto, sotto al punto percentuale, rispetto ai
numeri del 2013.
Ma la crescita del traffico, già modesta di suo, non ha una targa italiana. «Per rendersene conto - commenta
Chiandussi - basta prendere l'autostrada fino a Venezia. La stragrande maggioranza delle targhe sono
straniere. Non solo perché siamo una regione di passaggio, ma soprattutto perché la concorrenza dell'Europa
dell'Est diventa ogni giorno più insostenibile. È il mercato? Io credo che sia soprattutto l'assenza di regole
contro questa invasione straniera». La committenza «vuole essere libera di scegliere il prezzo più basso prosegue - con effetti devastanti sulle nostre piccole imprese di trasporto e sui lavoratori, costretti spesso a
lavorare a salari bulgari o romeni. Non credo che sia questa l'Europa che vogliamo».
L'ennesimo grido d'allarme di un settore che ha perso, solo in regione, un terzo delle tremila aziende che
contava nel 2008. Da qui l'incontro che Confartigianato ha chiesto al commissario di Governo, il Prefetto di
Trieste, in programma il 18 febbraio. «Potevamo chiedere all'Europa fino a 12 mesi di moratoria per fermare il
cabotaggio dei trasportatori stranieri, in attesa di definire nuove regole per governare meglio questo settore,
ma non l'abbiamo fatto. Non rivendichiamo protezioni, ma solo di operare a parità di condizioni con i nostri
concorrenti stranieri, favorito anche dalla carenza di controlli».
Il problema numero uno per Confartigianato è il cabotaggio, cioè i tre tragitti sul territorio nazionale oggi
consentiti ai trasportatori stranieri tra il viaggio di andata e quello di ritorno, che qualcuno vorrebbe azzerare,
altri liberalizzare. Confartigianato mette sul tavolo anche il tema del costo dei carburanti per le imprese di
trasporeto e qullo connesso delle accise, con l'obiettivo di limare il differenziale di costo a danno dei vettori
italiani, e l'aumento dei controlli su strada. «Perché il dumping - denuncia Chiandussi - è anche sulle regole:
per noi controlli e burocrazia, per chi viene da fuori carta bianca». (((detomar)))
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
9
07/02/2015
Corriere dell'Umbria
Pag. 11
(diffusione:21210, tiratura:34012)
"CINQUANTA MILIONI DI EXPORT, CENTO DI PRODOTTI IMPORTATI"
PERUGIA La grande muraglia del Castello di Solfagnano ha ospitato l'ultimo appuntamento del China Day,
con la partecipazione le autorità politiche, economiche ed imprenditoriali protagoniste della cooperazione
umbro-cinese. L'incontro si è aperto dal saluto di Carla Casciari, vice presidente della Regione Umbria, con
Zhang Chi, consigliere e Wu Cong, rappresentante dell'ufficio commerciale Ambasciata Repubblica Popolare
Cinese. Luigi Rossetti , coordinatore dell' area Impresa, lavoro, formazione ed internazionalizzazione della
Regione Umbria, insieme ad Andrea Canapa della Fondazione Italia Cina, hanno introdotto il dibattito sul
"Sostegno alle imprese sul mercato cinese, attrazione investimenti, eventi e strumenti di promozione
dell'Umbria". Al primo approfondimento riguardo "Le iniziative dell'Umbria verso la Cina ", sono intervenuti
Confindustria Umbria, Confimi Perugia, Centro Estero, Bank of China, Parco Tecnologico Agroalimentare
dell'Umbria, Exid- Architecture/Engeneering, Polycart, Farchioni, Casa Umbria Shanghai,Umbria Jazz e
China Radio International. "L'attrazione di investimenti, di eventi, turismo e studenti in Umbria", il secondo
tema, è stato discusso da Hollysis, Arpa Umbria, Adisu - Umbria Academy, Bazzoni Italia,
Chiocchini&Partners Progettisti Associati, e Ciro Becchetti, coordinatore area Agricoltura, Turismo, Cultura e
responsabile del progetto Expo Milano 2015 della Regione Umbria. "Questo China Day sarà ci auguriamo il
primo di una lunga serie, in cui condividere i traguardi raggiunti ed i percorsi da avviare" ha esordito Casciari,
di fronte alla sala piena dei rappresentanti del mondo economico ed istituzionale, del cuore verde e del Sol
levante, che hanno seguito gli interventi in traduzione simultanea. La vice presidente ha ricordato tra i
successi della cooperazione gli accordi della Regione "con almeno quattro province del sud-ovest della Cina",
una delle "caselle piazzate nel territorio cinese che nel 2015 dobbiamo riempire di contenuti e di operatività".
Il consigliere d'ambasciata Zhang Chi ha illustrato i rapporti economici che legano i due stati, come le 4000
imprese italiane in Cina, affermando che del Made in Italy si apprezza la qualità, e le 200 imprese cinesi in
Italia, a cui si aggiungerà in Umbria la Hollysis. In particolare ha poi specificato che gli ultimi bilanci registrano
"50 milioni di euro di prodotti umbri esportati in Cina e 100 milioni di prodotti cinesi importati in Umbria". Tra i
relatori, il più applaudito è stato Renzo Arbore, graditissimo alle platee cinesi, ma che si dichiara soprattutto
"conosciuto e stimato all'estero come presidente della Fondazione Umbria Jazz, uno tra i primi festival al
mondo". B Stefania Piccotti Occasione per gli umbri La Cina offre opportunità economiche per l'artigianato e
le grandi manifestazioni del cuore verde
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
10
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
IL CONVEGNO I numeri forniti dal consigliere d'ambasciata Zhan Chi nell'incontro conclusivo al Castello di
Solfagnano. Accordi con almeno quattro province del sud-ovest
07/02/2015
Gazzetta di Mantova - Ed. nazionale
Pag. 18
(diffusione:33451, tiratura:38726)
Mutti alla presidenza di Api Energia
Mutti alla presidenza di Api Energia
il consorzio
Il castiglionese Gian Battista Mutti è il nuovo presidente del consorzio energia di Apindustria, a cui fa capo un
volume di quasi 100 gwh con 11 utenze. Nella foto il nuovo direttivo: da sinistra Paolo Zangrandi, consulente
del consorzio, Oscar Beschi, il neopresidente Gian Battista Mutti, Massimo Ravagnani, Marcella Manni, Luigi
Marani e Giuseppe Corradini.
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
11
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Mutti alla presidenza di Api Energia il consorzio
08/02/2015
Gazzetta di Modena - Ed. nazionale
Pag. 13
(diffusione:10626, tiratura:14183)
«Non si devono disperdere i legami con il territorio»
«Non si devono disperdere
i legami con il territorio»
«I flussi del credito non vanno concentrati a danno della nostra economia»
Il decreto non convince e si spera in una revisione. Carretti voce fuori dal coro
Il decreto di riforma delle 10 maggiori banche Popolari italiane, destinate a essere trasformate da
cooperative a società per azioni, fa discutere e coinvolge a pieno titolo il mondo imprenditoriale modenese. A
Modena ha sede Bper per non parlare di Bsgsp, controllato dal Banco Popolare. Ecco allora una serie di
valutazioni e pareri di imprenditori e loro rappresentanti sui possibili mutamenti dei rapporti fra aziende e
settore bancario. Silvia Manicardi, imprenditrice del commercio, è anche presidente Lapam della zona di
Modena: «Il modello dell'economia globalizzata - afferma - va coniugato con i sistemi di economie locali che
hanno fatto la storia e il successo del made in Italy. Proprio le banche popolari sono state e devono
continuare a essere protagoniste di questo processo perché, anche grazie alla loro struttura societaria, sono
attente e rispettose delle esigenze delle piccole imprese radicate nel territorio. Nella nostra zona lo sviluppo
delle pmi commerciali e artigianali è storicamente legato a istituti bancari attenti alle esigenze degli
imprenditori e capaci di "leggere" con sapienza le singole situazioni e di intervenire in modo adeguato. Ci
auguriamo che le banche popolari non siano messe nelle condizioni di dovere perdere lo stretto rapporto con
il territorio e con il tessuto economico del Paese, per questo siamo contrari alla riforma». «Innanzitutto - dice
Umberto Venturi, presidente di Cna Modena - occorre sgombrare il campo da un equivoco: la forma
cooperativa delle banche non è di per sé un disvalore. A dimostrarlo ci sono esempi europei come quello
tedesco, dove landesbanke e le sparkasse operano al fianco dei grandi gruppi, ciascuno con la sua
peculiarità giuridica. E mi pare anche che la crisi finanziaria non sia stata provocata dalle piccole banche, ma
piuttosto dai grandi gruppi. Detto questo, è evidente che alcune Popolari abbiano raggiunto una dimensione
tale da rendere necessaria una riforma. Nel perseguirla, però, occorre tenere conto dei legami con il territorio
di gran parte di questi istituti di credito e che "liberalizzarle" in toto, ovvero trasformarle in spa, implica il
rischio che queste possano diventare prede di grandi fondi internazionali che a loro volta potrebbero decidere
di investire la raccolta in altri Paesi. La proposta di autoriforma presentata da Assopopolari va tenuta in
considerazione, non fosse altro perché i provvedimenti condivisi sono quelli che hanno più efficacia». Gilberto
Luppi, imprenditore meccanico di Camposanto e San Felice, è anche membro di Giunta Lapam: «Il problema
dell'accesso al credito è un problema generale - dice Luppi - Ovviamente gli istituti che lavorano di più sono
quelli che hanno più radicamento sul territorio, perché hanno anche un valore sociale. Non si deve andare
verso l'uniformità del sistema bancario, crediamo ci debba essere un equilibrio e che l'offerta debba essere
ampia e diversificata: di per sé diventare grandi non è necessariamente un fatto positivo. Dobbiamo registrare
come il localismo bancario abbia contribuito allo sviluppo del sistema produttivo italiano rappresentato per il
95% da piccole e piccolissime imprese. Per questo siamo contrari alle ipotesi di riforma delle banche popolari
e chiediamo un ripensamento e una revisione del provvedimento». Giacomo Ferraresi, responsabile Area
economico-finanziaria di Apmi Confimi Impresa Modena: «La principale preoccupazione delle nostre imprese,
anche in relazione a questo annuncio, è la disponibilità di credito, che ha a che fare con la capacità delle
banche di essere a stretto contatto con l'azienda e con l'imprenditore, di conoscerne la storia e, non ultimo, di
poterne valutare la visione e i progetti. La tenuta e la crescita delle nostre pmi non può essere accompagnata
da robot che stilano asetticamente indici e statistiche. Risulta quindi elemento sempre più indispensabile che
la banca sia davvero "vicina" all'impresa, che "respiri la stessa aria", che ne conosca storia e uomini. Non
spaventa quindi l'eventualità di lavorare con istituti di grandi dimensioni, la tendenza è in questa direzione;
abbiamo esempi assolutamente positivi di grandi banche molto vicine al territorio e alle nostre piccole e
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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«Non si devono disperdere i legami con il territorio» «I flussi del credito non vanno concentrati a danno della
nostra economia» Il decreto non convince e si spera in una revisione. Carretti voce fuori dal coro
08/02/2015
Gazzetta di Modena - Ed. nazionale
Pag. 13
(diffusione:10626, tiratura:14183)
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
13
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
medie imprese. La nostra preoccupazione è che l'eventuale mutata morfologia del sistema bancario
corrisponda a una volontà di concentrare anche i flussi del credito, a danno delle economie come la nostra. È
soprattutto su questo pericolo che occorre vigilare». Sicuramente aperto alla riforma l'imprenditore carpigiano
Giorgio Carretti, titolare di un'azienda tessile di Carpi. «Oggi - dice Carretti - l'imprenditore che si rapporta con
un istituto di credito non guarda certo la ragione sociale del partner finanziario. A fare la differenza sono le
condizioni praticate, l'assistenza: è il mercato, e non la forma societaria, il soggetto che impone le regole per
fare profitto. Di sicuro le banche sono imprese come tutte le altre, per cui comunque, opereranno in una
logica di profitto indipendentemente dal modello di governance adottato. Rimane da valutare l'impatto che
potrebbe avere l'ingresso, nel management delle popolari, di gruppi stranieri, facilitati in queste operazioni
dalla trasformazione in spa. Ma non si deve demonizzare questa eventualità: credo che una delle motivazioni
che potrebbero spingere grandi investitori ad acquisire banche locali sia proprio il valore delle relazioni che
queste ultime non vorranno azzerare». Andrea Abbruzzese, patron della Next Italia, azienda attiva nella
produzione e nel commercio di capi tech e di borse e accessori: «È evidente come sia stata proprio la
struttura cooperativa delle banche popolari a garantire un forte legame tra credito e sistema economicoproduttivo territoriale, capace di fare crescere le imprese locali - è il parere di Abbruzzese - Dunque la
prospettata riforma pone interrogativi seri su come potrebbe essere cambiata la vocazione delle banche
popolari a cui siamo affezionati. Ma l'auspicio è che la loro possibile trasformazione in spa porti con sé una
ventata di aria fresca, prima ancora che un nuovo apporto di capitali, capace di fare tornare con vigore la
voglia di investire e accompagnare sui mercati internazionali pmi di assoluto valore e per le quali, di fronte a
un mercato interno sempre più asfittico, quella dell'export è strada obbligata». Eugenia Bergamaschi di
Confagricoltura Modena: «Cosa comporterà questa riforma per il mondo dell'agroalimentare ancora non è
possibile saperlo, ma rimaniamo vigili su come evolverà e su quali saranno le ripercussioni. Non è una novità
che queste banche si interessino a noi: investendo nel settore agricolo, le banche hanno sempre perso poco,
il loro rischio è vicino allo zero, perché la maggior parte delle aziende agricole rispetta gli impegni».
07/02/2015
Il Tirreno - Ed. nazionale
Pag. 32
(diffusione:80832, tiratura:102004)
L'arte delle donne conquista la scena e sfida la violenza
L'arte delle donne
conquista la scena
e sfida la violenza
danza e musica
LIVORNO Si chiama "Dance with your v!" ed è una piattaforma, un movimento che vuole animare la città e
portare la gente a danzare per far sì che le donne siano sempre più centrali nella vita pubblica, oltre che
privata. «Tutto questo - spiegano gli organizzatori - vuol dire porre fine alle infinite, striscianti forme di
violenza che scaturiscono dal nostro modo di concepire la società. E tutto questo può succedere solo
attraverso l'arte». Oggi il gruppo proporrà l'incontro "Con i nostri occhi", «incontro in cui - spiegano - la parola
non sarà data a politici o rappresentanti (quasi sempre uomini), dagli incarichi altisonanti, ma ci saremo noi,
donne comuni, impegnate in svariati ambiti della società, che testimonieremo la nostra volontà di stare nel
mondo per il mondo». Si parlerà di lavoro, scienza, arte, letteratura, famiglia. Ci saranno testimonianze di
storie di lotta alla violenza, allo stalking, alla marginalizzazione. A seguire è prevista una prova aperta di
Riserevolution (campagna V - Day 2015) e il concerto di Le misstLe missteryke, band tutta al femminile di
autrici, compositrici e musiciste (dalle 16.30 a Percorsi Musicali, Via delle Sorgenti 183). Sabato 14 Febbraio
è prevista una grande mobilitazione in città (ore 18, Piazza Grande) per One billion rising revolution 2015,
manifestazione mondiale ideata da Eve Ensler contro la violenza sulle donne. Sabato 21 Febbraio (sempre a
Percorsi Musicali ore 21.15) andrà in scena TUA, Spettacolo di TeatroDanza scritto e interpretato da
Simonetta Ottone, nato da storie vere. A conclusione le donne che hanno danzato in piazza il 14, danzeranno
ancora la loro Riserevolution. Sabato 28 Febbraio il Gruppo di Scrittura di Barbara Idda presenterà
"Cantargliele", Reading su Donna e Canzone Italiana, all'ex Cinema Aurora alle 16. E le parole si
concluderanno ancora in Danza, con "La mia rivoluzione inizia nel corpo" di Eve Ensler Le iniziative sono
organizzate da Associazione Compagnia DanzArte, con il sostegno di Percorsi Musicali, SalusCompany,
Vertigo Teatro e l'adesione di innumerevoli realtà, tra cui APID Toscana, Parole dal Corpo Teatrodanza
Openlab, C.I.F Livorno, ITI Livorno, Consigliera di Parità Provincia Livorno, Rete - Blog Politica Femminile
Regione Toscana. Info: http://www.simonettaottone.it/news/dance-with-your-v/
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
14
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L'arte delle donne conquista la scena e sfida la violenza danza e musica
09/02/2015
La Voce di Mantova
Pag. 9
Corso di contabilità per le aziende La prima lezione è dopodomani
Cos'è la contabilità? Come funziona il metodo della partita doppia? Cosa sono il conto economico e lo stato
patrimoniale? A queste e altre domande risponderà il corso organizzato da Apindustria che inizierà mercoledì
alle 14.30 nella sede di via Ilaria Alpi 4. Sono sempre più numerose le aziende che puntano a gestire
internamente la contabilità aziendale e la redazione del bilancio o in ogni caso ad avere dei collaboratori
amministrativi in grado di interfacciarsi con professionisti o consulenti a ragion veduta e senza subirne in
modo passivo le decisioni. Il corso, che avrà come docenti Elisabetta Sandrin e Gabriella Gerotto , ha proprio
l'obiettivo di formare specificatamente il personale d'azienda che deve occuparsi del bilancio e
dell'amministrazione trasferendogli i fondamentali della tenuta della contabilità. Info: 0376-221823 oppure
[email protected]. Appuntamento in via Ilaria Alpi
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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IN I Z I AT I VA DI APINDUSTRIA
08/02/2015
Prima Pagina Reggio
Pag. 17
Imposte locali, stangata media da 25mila euro all'anno per un'azienda di
Reggio Emilia
di ALESSANDRA FERRETTI Per un'azienda di Reggio Emilia le imposte locali calcolate tra Imu, Tari e Tasi
sono in media 25mila euro all'anno. A Rolo si registra invece la tassazione più bassa (7.930 euro). Sono dati
emersi dalla nona edizione dell'indagine di Unindustria che monitora l'operato delle 45 amministrazioni
comunali della nostra provincia sul fronte dell'imposizione fiscale a carico delle imprese e che è stata
presentata giovedì nel quartier generale di via Toschi. Mauro Severi, presidente del l'Associazione reggiana,
spiega: «Se parliamo dell'Imu, il 2014 ha visto nella nostra provincia il consolidarsi del trend di crescita delle
aliquote applicate agli immobili produttivi D iniziato nel 2012 con il passaggio da Ici a Imu. L'aliquota media
Imu 2014 (9,20 per mille), per questa categoria di immobili, è risultata, nella nostra Provincia, di quasi il 39%
superiore all 'analoga aliquota media Ici 2011 (6,62 per mille). Occorre inoltre considerare che la deducibilità
dell'Imu ai fini della determinazione della base imponibile Ires o Irpef si è ridotta nel 2014 al 20% rispetto alla
misura del 30% prevista per il solo 2013. Permane inoltre l'i n d e d u c i b i l ità totale dell'Imu dall'I r ap » .
Così come nel 2013 anche nel 2014 è rimasta la riserva, introdotta dalla legge n. 228/2012, legge di stabilità
2013, a favore dello Stato, dell'intero gettito Imu derivante dagli immobili ad uso produttivo classificati nel
gruppo catastale D, calcolato ad aliquota standard del 7,6 per mille. A questa riserva è collegata la possibilità
da parte dei Comuni di aumentare l'aliquota di un massimo di tre punti percentuali e di trattenere il maggiore
gettito derivante dall'a um ent o. Molti Comuni della nostra Provincia si sono avvalsi della facoltà di fissare
l'aliquota Imu sui fabbricati in oggetto sul valore massimo del 10,6 per mille principalmente per fare fronte a
nuovi tagli nei trasferimenti dei fondi statali. Prosegue Severi: «L'anno appena concluso è stato caratterizzato
dall'introduzione della Tasi che per il legislatore avrebbe dovuto consentire ai Comuni di recuperare le risorse
perse con l'eliminazione, dal 2013, dell'Imu s ul l'abitazione principale. In realtà l'applicazione della Tasi si è
trasformata, tanto per i Comuni che per i contribuenti, in una specie di corsa ad ostacoli risoltasi spesso solo
a ridosso del versamento del saldo del mese di dicembre». Quanto alla Tasi, un discorso a parte viene fatto
per gli immobili invenduti delle imprese edili. Riferisce Severi: «Tali immobili, esentati nel 2014 dal pagamento
dell'Imu, sono stati purtroppo assoggettati nella maggior parte dei Comuni della Provincia alla nuova tassa sui
servizi indivisibili. Con l'ap p li c azione della Tasi sull'i nve n d u t o delle imprese edili si ripropone l'assurdità
contro cui l'Ance (Associazione Nazionale Imprese Edili aderente a Confindustria) si era a lungo battuta in
vigenza dell'Imu, di una forma di imposizione che va a colpire il "mag azzino" di questa tipologia di imprese e
non, come deve essere, il suo reddito o il suo patrimonio». La nota positiva è che, salvo il Comune di Albinea,
nessun altro Comune della provincia ha previsto nel 2014 l'ap p l i c a z i o n e della Tasi ai fabbricati
industriali e agli uffici. Sul fronte delle tasse sullo smaltimento dei rifiuti il 2014 è stato caratterizzato dall'in
troduzione dalla Tari (sui rifiuti) in sostituzione della Tares (Tributo comunale su rifiuti e sui servizi). Il
vicepresidente di Unindustria, Savino Gazza, ha riferito: « L'avvento della Tari non ha prodotto l'effetto atteso
dalle imprese dell'esclusione dalla tassazione delle superfici dove vengono prodotti i rifiuti speciali che per
loro natura non possono essere raccolti dal servizio pubblico, ma devono essere smaltiti a parte con i
conseguenti aggravi di spesa. Le imprese produttive si vedono applicare la tassa sulle superfici dei propri
stabilimenti calcolate con criteri che non tengono conto dell'effettiva produzione dei rifiuti». Unindustria ha più
volte ha segnalato alle amministrazioni locali la propria disponibilità per un percorso che progressivamente
porti alla determinazione puntuale dei rifiuti prodotti superando i vetusti e scarsamente equi coefficienti. Ha
aggiunto Gazza: «Al di là dei consueti incrementi che ogni anno si registrano, la categoria industriale vede
come profondamente iniquo un atteggiamento che tende a difendere lo status quo ed usa lo strumento
regolamentare per vanificare importanti novità normative che potrebbero riequilibrare la tassazione tra le
categorie di utenza». «Per questo motivo», continua Gazza, «venendo meno al fair play che finora ci aveva
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L'INDAGINE Unindustria provinciale ha fatto i conti in tasca ai suoi associati
08/02/2015
Prima Pagina Reggio
Pag. 17
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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caratterizzato, il 2 luglio 2014, abbiamo proceduto come Unindustria Reggio Emilia ad impugnare davanti al
Tar di Parma la delibera di approvazione del regolamento per la disciplina della tassa sui rifiuti del Comune di
Reggio Emilia. Riprende Severi: «Non ci stanchiamo di dire che sono proprio le imprese ad avere pagato il
prezzo più elevato nel passaggio dall'Ici all'Imu come dimostra il quasi raddoppio dell'i mpos ta mediamente
dovuta sui fabbricati industriali avutosi, in molti Comuni della nostra Provincia, tra il 2011 e il 2014, per effetto
della combinazione di aumento delle aliquote e di allargamento della base imponibile». «Siamo consapevoli»,
aggiunge ancora il presidente, «delle difficoltà incontrate in questi ultimi anni dai Comuni, che si sono trovati
schiacciati tra calo di gettito dovuto alla recessione e riduzione drastica dei trasferimenti statali, ma riteniamo
che non solo non sia immaginabile un'ulteriore utilizzo della leva fiscale ma al contrario sia urgente la messa
a punto, da parte degli enti locali, di una strategia condivisa che porti negli anni ad una progressiva riduzione
dell'imposizione in primo luogo sulle imprese. In merito alla TARI mentre permangono le criticità segnalate
per il 2014, le aziende non sono nelle condizioni di sopportare ulteriori incrementi tariffari». Mauro Severi e
Savino Gazza di Unindustria Reggio Emilia SETTE GIORNI IN BORSA AZIENDA VENERDI 30 gennaio 2015
VENERDì 06 febbraio 2015 VARIAZIONE % 1,03 1,08 4,85% Servizi Italia 4,19 4,372 4,34% 0,9045 0,893 1,27% 1,029 1,035 0,58% Credem 6,91 6,62 -4,20% Interpump 12,61 12,76 1,19% Ceramiche Ricchetti
0,232 0,2739 18,06%
06/02/2015
Banca Finanza - N.2 - febbraio 2015
Pag. 57
(diffusione:10000, tiratura:15000)
Finanza per le pmi di Mantova
La banca mette a disposizione delle imprese associate specifiche linee di finanziamento e conti correnti a
condizioni agevolate.
A cura di Fabio Sgroi • [email protected]
Banca popolare di Vicenza e Associazione piccole e medie industrie di Mantova hanno rinnovato la
partnership che ha l'obiettivo di supportare il tessuto produttivo mantovano. Grazie all'intesa, la banca berica
mette a disposizione delle imprese associate specifiche linee di finanziamento a condizioni agevolate
finalizzate alla copertura dei fabbisogni connessi al rafforzamento patrimoniale e al sostegno della gestione
aziendale, nonché all'operatività con l'estero e la gestione della tesoreria aziendale. Inoltre, viene data la
possibilità di aderire alla gamma di conti correnti SemprePiù a condizioni riservate esclusivamente alle
imprese associate, agli imprenditori e ai dipendenti per le loro posizioni personali. L'offerta di conto corrente
comprende anche l'adesione al programma artigiani e a quello relativo alle piccole aziende. Negli ultimi
quattro anni, Banca popolare di Vicenza ha sostenuto il sistema imprenditoriale mantovano con finanziamenti
per circa 45 milioni di euro, di cui circa il 60% destinati alle Pmi. Il rinnovo dell'accordo è stato presentato da
Samuele Sorato, direttore generale di Banca popolare di Vicenza, e da Elisa Govi, vice presidente di
Apindustria con delega al credito.
Foto: Samuele Sorato
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POPOLARE DI VICENZA Corporate Banking
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07/02/2015
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(aun) - perugia, 6 feb. 015 - "Tra la nostra Regione e la Cina è stato avviato uno scambio di iniziative e di
azioni che stanno portando a concretizzare esperienze anche in Umbria, con risvolti significativi dal punto di
vista economico": lo ha affermato la vicepresidente della Regione Umbria, Carla Casciari, a margine
dell'iniziativa che si terrà nel pomeriggio di oggi al Castello di Solfagnano (Perugia) in occasione del "China
Day" e che vedrà la partecipazione dei rappresentanti del mondo dell'economia regionale che si
confronteranno sui temi del "sostegno alle imprese sul mercato cinese, l'attrazione investimenti, gli eventi e
gli strumenti di promozione dell'Umbria". "Il nostro compito - ha detto - sarà quello di mettere in campo
un'azione di sistema regionale che possa dare operatività ai partenariati territoriali, accompagnare le nostre
imprese negli spazi di mercato aperti dall'iniziativa istituzionale, attrarre iniziative e investimenti cinesi in
Umbria, con il supporto della Fondazione Italia Cina, di Sviluppumbria, in stretto coordinamento con il Centro
Estero Umbria e con le altre Agenzie regionali". La vicepresidente ha evidenziato che, nel corso della
missione compiuta in autunno in Cina dalla Regione, "ho potuto constatare l'importanza e la bontà del lavoro
svolto sinora, visto che non solo abbiamo concretizzato tutti gli obiettivi, ma abbiamo lavorato per favorire
nuove relazioni. In Cina la Regione Umbria ha presentato in maniera integrata le eccellenze e le opportunità
che la nostra terra può offrire da un punto di vista formativo, economico e culturale". La vicepresidente ha
fatto quindi riferimento all'avvio di importanti contatti nel settore dell'agroalimentare, della sicurezza
alimentare e delle filiere della qualità nelle produzioni agricole, dell'agromeccanica, bioplastica, design,
mobile d'arredo, mestieri artistici, nonché scambi di tecnologie e conoscenze nel controllo ambientale: "Sono
solo alcuni dei settori - ha detto - su cui sono stati avviati rapporti e relazioni fattive che, in taluni ambiti,
porteranno a breve alla firma di protocolli d'intesa, alla nascita di joint venture, allo scambio di visite e ad
attività congiunte in occasione dell' Expo 2015". "A Kunming - ha aggiunto - è stata avviata una procedura di
partenariato tra l'Umbria e la Provincia dello Yunnan che ha rappresentato l'avvio del comune percorso tra
Umbria e Cina di collaborazione per l'insediamento di un impianto produttivo della Hollysys nel comune di
Corciano. Si tratta di un risultato molto positivo per la nostra regione, visto che la multinazionale, attiva nel
settore dell'automazione industriale per la farmaceutica e la meccanica, dell'energia e dell'elettronica
applicata agli apparati di controllo per la mobilità ferroviaria, ha un fatturato di oltre 500 milioni di dollari e
impiega oltre 3 mila 500 addetti in Cina e nel Sud Est Asiatico". "Contestualmente - ha sottolineato la
vicepresidente - è stato definito un protocollo, che oltre all'insediamento della Hollysys in Umbria, definisce
altri progetti di interscambio industriale, commerciale e formativo". Tra le iniziative da realizzare il documento
prevede la realizzazione di una "model farm", ovvero un centro di sperimentazione incentrato sul
miglioramento delle produzioni agricole, l'utilizzo delle tecnologie agricole, la certificazione e
commercializzazione dei prodotti agroalimentari di qualità, verifiche di fattibilità tra imprese umbre e cinesi per
scambi commerciali e/o joint venture nei settori dell'agromeccanica e della bioplastica; collaborazioni
commerciali ed industriali nel settore del mobile ed arredo casa; corsi brevi di livello universitario nei settori
della sicurezza alimentare e del design; verifica di fattibilità del progetto di apertura di uno Show Room di
tecnologie e prodotti nel settore agromeccanico ed agroalimentare a Kunming. All'incontro che si terrà al
Castello di Solfagnano a partire dalle ore 17, oltre alla vicepresidente Casciari, interverranno il consigliere
dell'Ambasciata cinese, Zhang Chi, il rappresentante dell'Ufficio commerciale dell'Ambasciata Wu Cong, il
coordinatore dell'Area Impresa Lavoro, Formazione e internazionalizzazione della Regione Umbria, Luigi
Rossetti, Andrea Canapa della Fondazione Italia Cina, il coordinatore dell'Area Agricoltura, Turismo e Cultura
e responsabile del Progetto EXPO per la Regione Umbria, Ciro Becchetti, nonché i rappresentanti di
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"china day", vicepresidente casciari: "in cina avviate iniziative di grande
interesse per le imprese umbre
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Confindustria Umbria, di Confimi Perugia, del Centro estero, di Bank of China, del Parco Tecnologico
Agroalimentare dell'Umbria, di Umbria Jazz, di China Radio International, dell'Arpa Umbria, dell'Adisu, e delle
aziende presenti a "Casa Umbria Shanghai" e di quelle che hanno avviato iniziative verso la Cina.
08/02/2015
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Confimi Impresa Abruzzo e lo studio legale Innangi - Nardella di Pescara insieme in Polonia per aprire un
canale preferenziale di import - export e delocalizzazione per le aziende abruzzesi.
Il Segretario Regionale di Confimi Impresa Abruzzo, Dott. Ernesto Petricca, ed il legale, esperto di diritto
internazionale e fondi europei, Senior Partner dello studio, Paolo Nardella, dopo intense giornate di incontri
con istituzioni ed imprenditori, non ultimi quelli con l'Ambasciatore Italiano in Polonia, Dott. Allessandro De
Pedys, ed il Direttore dell'ICE (Istituto Nazionale per il Commercio estero) Varsavia, Dott. Giuseppe Federico,
si ritengono soddisfatti dei presupposti creati e della possibile apertura di un canale diretto, che colleghi le
nostre aziende abruzzesi con quella che oggi è definita 'la terra della speranza', la Polonia.
In rappresentanza di quasi 300 aziende abruzzesi appartenenti a vari settori industriali, il Dott. Petricca
(Confimi Impresa Abruzzo) ha richiesto ed ottenuto un'approfondita analisi del mercato polacco che ha
evidenziato l'esistenza di molteplici opportunità d'investimento e di crescita per le aziende abruzzesi.
In una nota riporta i principali settori di interesse e di investimento e quelli di maggiori opportunità , con dati
che appaiono rosei e davvero stimolanti.
MECCANICA ED APPARECCHIATURE, settori dai quali la Polonia, nel solo 2013, ha importato beni e
materiali per oltre 10 miliardi di Euro, presenta dati in aumento nel biennio 2014-2015.
Anche il settore delle INFRASTRUTTURE, al centro della politica comunitaria della Polonia, ottiene un
notevole incremento ed apre enormi prospettive di crescita, poiché al centro del programma di finanziamento
comunitario, che - sottolinea il legale Nardella - sarà di circa 111 miliardi di euro per il settennio 2014 - 2020
per i vari settori.
Il mercato polacco dei prodotti AGRO - ALIMENTARI ed ENOLOGICO è in continuo avanzamento in termini
di domanda interna, sia per i prodotti di produzione polacca, che per quelli di importazione. L'aumento del
reddito disponibile sta determinando un cambiamento delle abitudini alimentari polacche. I consumatori
apprezzano sempre di più i cibi sani e l'offerta alimentare italiana viene considerata un ottimo compromesso
da questo punto di vista. Il settore agroalimentare ed enologico, come tutti gli altri settori, è in decisa crescita,
ma richiede un forte spirito di adattamento per le industrie produttrici abruzzesi, essendo incentrato su una
quasi maniacale attenzione al prodotto biologico, ai generi alimentari di quarta gamma (prodotti ortofrutticoli
pronti per il consumo) ed ai prodotti precotti. Sotto questo punto di vista c'è da rilevare però che l'interesse
per tali i generi alimentari è controbilanciata da una contemporanea diminuzione dei prodotti alimentari di
base.
Altro settore che appare in irrefrenabile crescita è quello della COSMETICA: + 43,20% nel solo biennio 2011
- 2013. Tra le note negative, però, c'è da rilevare purtroppo che l'Italia non è sul podio per quanto riguarda
l'offerta di tali prodotti, dove invece troviamo Germania, Francia e Regno Unito.
ABBIGLIAMENTO E CALZATURE hanno subito un incremento del 6% rispetto al 2012, per un totale di 3,5
miliardi di Euro di fatturato.
Alla luce di questi confortanti dati, Confimi Impresa Abruzzo, in collaborazione con lo studio legale Innangi Nardella, ha fissato i parametri per l'approfondimento delle criticità legali e burocratiche relative all'approccio
al mercato polacco. In particolare, il legale Nardella invita le aziende abruzzesi, per come già fatto in passato,
a puntare sui 'COTRATTTI DI RETE', poiché secondo il suo giudizio, questo innovativo strumento legislativo,
abbinato alle opportunità che il mercato polacco offre, potrebbe dare ottimi risultati in tema di partecipazione
ai vantaggi offerti da tale territorio.
Confimi e lo studio legale Innangi - Nardella hanno stipulato convenzioni atte a ridurre al minimo i costi per
l'effettuazione di indagini di mercato e l'individuazione mirata di partner, buyers ed importatori. In questa
ottica è prevista nei prossimi mesi un convegno proprio sul tema dell'ingresso in Polonia.
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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CONFIMI APRE LA STRADA PER LA POLONIA ALLE P.M.I. ABRUZZESI
04/02/2015
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L'Aniem - Associazione Nazionale delle Imprese Edili Manifatturiere aderente a Confimi Impresa - esprime
apprezzamento per la scelta della Regione Emilia Romagna di incentivare la riqualificazione del patrimonio
edilizio, rimuovendo vincoli ed ostacoli fissati 50 anni fa in un contesto di sviluppo urbano e sociale
assolutamente diverso da quello attuale.
Il Presidente dell'Associazione, Dino Piacentini sottolinea come «Aniem continua a ritenere fondamentale il
tema della riqualificazione immobiliare e d urbana, per i connessi aspetti sociali, ambientali, economici e di
responsabilità civile verso le nuove generazioni. Non possiamo restare prigionieri di vincoli che ostacolano
progetti di demolizione e ricostruzione che sono fondamentali se vogliamo veramente incidere sulla qualità
della vita. Mettiamo al centro delle politiche urbani ed industriali il risparmio energetico, la sicurezza sismica,
gli spazi condivisi. Diamo ossigeno a progetti che abbiamo queste finalità ed abbandoniamo approcci
puramente speculativi che tendono a divorare territorio e non a migliorare gli standard di vita collettiva. Una
volta verificata la sussistenza degli interessi generali, non devono esserci più resistenze nei confronti
dell'attuazione di progetti di demolizione e ricostruzione, anche con scostamenti che derogano dal limite
nazionale di 10 metri fissato nel 1968 e, soprattutto, con premialità volumetriche in sopraelevazione rispetto
all'edificio originario.
Apprezzabile, infine, anche la disposizione regionale che chiarisce come tali nuove norme siano valide in
tutto il territorio regionale, prevalendo sulle disposizioni comunali».
«Ci auguriamo che questa iniziativa - conclude Piacentini - venga presa come esempio anche dalle altre
Regioni».
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Aniem: «Bene spinta alla riqualificazione in Emilia Romagna»
06/02/2015
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Con le unghie e con i denti: Palazzo Donini c'è al fianco di Pechino, e lo fa sentire. La Cina è vicina, qualcuno
potrebbe ridire, eppure in Umbria, almeno fino a qualche mese fà , sembrava allontanarsi sempre più,
complice il tanto famoso calo degli studenti iscritti all'Università per Stranieri. Ma certo il tessuto umbro,
culturale ed economico, non vuole perdere la sua internazionalizzazione. Per questo motivo nel Salone
d'Onore di Palazzo Donini e a Palazzo gallenga c'erano proprio tutti per il China Day, la cui prima parte si è
svolta appunto questa mattina in Regione, ed alla quale hanno preso parte anche l'ambasciatore in Italia
della Repubblica popolare cinese, Li Ruiyu, il presidente della Fondazione Italia Cina, Cesare Romiti, il
Country manager We Chat Italy, Andrea Ghizzoni, il rettore dell'Università degli Studi di Perugia, Franco
Moriconi, il direttore centrale per l'internazionalizzazione del Sistema Paese del Ministero Affari Esteri e
Cooperazione, Vincenzo De Luca, alla presenza inoltre del vice presidente della Giunta regionale, Carla
Casciari, il Rettore dell'Università per gli Stranieri, Giovanni Paciullo, il direttore dell'Area Programmazione
della Regione Umbria, Lucio Caporizzi, e il direttore di Sviluppumbria, Mauro Agostini. L'incontro è stato
coordinato dal giornalista Giuliano Giubilei.
La cooperazione economica - 'L'Umbria potrà essere sempre più protagonista di una maggiore cooperazione
economica, turistica e culturale con la Repubblica Popolare di Cina - ha affermato Marini - se saprà operare
in quanto 'sistema regione', rappresentando al meglio non solo l'Umbria del paesaggio e delle bellezze
artistiche, ma anche le sue eccellenze del sistema economico e industriale. Negli ultimi anni la nostra
Regione ha sviluppato una intensa attività di cooperazione in settori di grande importanza, dalla meccano
tecnica all'agricoltura, dal settore delle energie rinnovabili alla moda ed all'abbigliamento. Significativa anche
l'attività di scambio nel turismo e nella formazione, con il recente progetto 'Umbria accademy', grazie al quale
ancora più studenti cinesi potranno frequentare le università umbre'.
La presidente Marini ha poi ricordato il protocollo d'intesa da lei stessa sottoscritto con il governatore della
Provincia dello Shandong (per la cooperazione nel campo agroalimentare e del controllo degli alimenti) e
quello con la Provincia dello Yunnan (per lo scambio sui temi delle nuove tecnologie in agricoltura, scambi
universitari, design nel settore del mobile): 'Noi siamo consapevoli che le nostre conquiste potranno essere
difese e consolidate soltanto dentro una grande opera di internazionalizzazione del nostro sistema territoriale
a tutti i livelli e che le innovazioni che dobbiamo rapidamente introdurre potranno venire solo da un concreto
confronto con le realtà più vive della scena internazionale'.
Obiettivo Expo 2015 - 'Per questo - ha aggiunto Marini - la Cina rappresenta oggi per noi un partner
essenziale con tutta la sua complessità , le sue tante specificità e con l'energia che irradia nelle relazioni
economiche, sociali, culturali e politico-istituzionali nel mondo di oggi. Vorremmo, inoltre, cogliere al meglio le
opportunità che deriveranno dal prossimo appuntamento di EXPO 2015, favorendo al massimo la presenza in
Umbria di delegazioni e turisti cinesi che saranno in Italia per visitare l'esposizione universale di Milano'.
'I rapporti bilaterali Cina-Italia - ha detto l'ambasciatore cinese - hanno conosciuto negli ultimi mesi una
straordinaria accelerazione e intensificazione. In questo quadro la cooperazione locale tra la Regione Umbria
e alcune Province cinesi rappresenta un elemento positivo ed una opportunità che entrambi dobbiamo saper
cogliere. Il mio auspicio è che sempre più cittadini cinesi vengano in visita nella vostra regione, una realtà
accogliente e ricchissima di bellezze paesaggistiche, artistiche e anche di produzioni di qualità come olio e
vino, quest'ultimo particolarmente apprezzato dai cinesi'.
L'ambasciatore Li Ruiyu ha quindi invitato tutti a rafforzare la cooperazione tra Umbria e Cina, ed ha invitato a
rendere periodica l'iniziativa realizzata oggi di 'China Day', e si è impegnato - come Ambasciata della
Repubblica popolare di Cina - a sostenere ed assistere la Regione Umbria in questo percorso di
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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China Day, economia e cultura a Perugia / Sulla rampa di lancio per
l'Expo2015
06/02/2015
18:11
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collaborazione.
Parole di particolare apprezzamento per il lavoro svolto in questi anni dalla Regione Umbria, in direzione della
cooperazione con la Cina, le ha avute il presidente della Fondazione Italia Cina, Cesare Romiti, che ha
definito l'Umbria 'la Regione d'Italia più attiva e dinamica', mentre il rappresentante del Ministero degli Esteri
De Luca ha richiamato l'attenzione sul prossimo appuntamento di EXPO 2015 quale straordinaria occasione
per l'Umbria di potenziare e qualificare ulteriormente i rapporti di scambio con la Cina.
La giornata è proseguita a Solfagnano. 'Tra la nostra Regione e la Cina è stato avviato uno scambio di
iniziative e di azioni che stanno portando a concretizzare esperienze anche in Umbria, con risvolti significativi
dal punto di vista economico': lo ha affermato la vicepresidente della Regione Umbria, Carla Casciari, a
margine dell'iniziativa che si terrà nel pomeriggio di oggi al Castello di Solfagnano (Perugia) in occasione del
'China Day' e che vedrà la partecipazione dei rappresentanti del mondo dell'economia regionale che si
confronteranno sui temi del 'sostegno alle imprese sul mercato cinese, l'attrazione investimenti, gli eventi e gli
strumenti di promozione dell'Umbria'.
'Il nostro compito - ha detto - sarà quello di mettere in campo un'azione di sistema regionale che possa dare
operatività ai partenariati territoriali, accompagnare le nostre imprese negli spazi di mercato aperti
dall'iniziativa istituzionale, attrarre iniziative e investimenti cinesi in Umbria, con il supporto della Fondazione
Italia Cina, di Sviluppumbria, in stretto coordinamento con il Centro Estero Umbria e con le altre Agenzie
regionali'.
La vicepresidente ha evidenziato che, nel corso della missione compiuta in autunno in Cina dalla Regione,
'ho potuto constatare l'importanza e la bontà del lavoro svolto sinora, visto che non solo abbiamo
concretizzato tutti gli obiettivi, ma abbiamo lavorato per favorire nuove relazioni. In Cina la Regione Umbria
ha presentato in maniera integrata le eccellenze e le opportunità che la nostra terra può offrire da un punto di
vista formativo, economico e culturale'.
La vicepresidente ha fatto quindi riferimento all'avvio di importanti contatti nel settore dell'agroalimentare,
della sicurezza alimentare e delle filiere della qualità nelle produzioni agricole, dell'agromeccanica,
bioplastica, design, mobile d'arredo, mestieri artistici, nonché scambi di tecnologie e conoscenze nel controllo
ambientale: 'Sono solo alcuni dei settori - ha detto - su cui sono stati avviati rapporti e relazioni fattive che, in
taluni ambiti, porteranno a breve alla firma di protocolli d'intesa, alla nascita di joint venture, allo scambio di
visite e ad attività congiunte in occasione dell' Expo 2015'.
'A Kunming - ha aggiunto - è stata avviata una procedura di partenariato tra l'Umbria e la Provincia dello
Yunnan che ha rappresentato l'avvio del comune percorso tra Umbria e Cina di collaborazione per
l'insediamento di un impianto produttivo della Hollysys nel comune di Corciano. Si tratta di un risultato molto
positivo per la nostra regione, visto che la multinazionale, attiva nel settore dell'automazione industriale per la
farmaceutica e la meccanica, dell'energia e dell'elettronica applicata agli apparati di controllo per la mobilità
ferroviaria, ha un fatturato di oltre 500 milioni di dollari e impiega oltre 3 mila 500 addetti in Cina e nel Sud Est
Asiatico'.
'Contestualmente - ha sottolineato la vicepresidente - è stato definito un protocollo, che oltre all'insediamento
della Hollysys in Umbria, definisce altri progetti di interscambio industriale, commerciale e formativo'. Tra le
iniziative da realizzare il documento prevede la realizzazione di una 'model farm', ovvero un centro di
sperimentazione incentrato sul miglioramento delle produzioni agricole, l'utilizzo delle tecnologie agricole, la
certificazione e commercializzazione dei prodotti agroalimentari di qualità , verifiche di fattibilità tra imprese
umbre e cinesi per scambi commerciali e/o joint venture nei settori dell'agromeccanica e della bioplastica;
collaborazioni commerciali ed industriali nel settore del mobile ed arredo casa; corsi brevi di livello
universitario nei settori della sicurezza alimentare e del design; verifica di fattibilità del progetto di apertura di
uno Show Room di tecnologie e prodotti nel settore agromeccanico ed agroalimentare a Kunming.
All'incontro che si terrà al Castello di Solfagnano a partire dalle ore 17, oltre alla vicepresidente Casciari,
interverranno il consigliere dell'Ambasciata cinese, Zhang Chi, il rappresentante dell'Ufficio commerciale
06/02/2015
18:11
tuttoggi.info
Sito Web
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
26
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
dell'Ambasciata Wu Cong, il coordinatore dell'Area Impresa Lavoro, Formazione e internazionalizzazione
della Regione Umbria, Luigi Rossetti, Andrea Canapa della Fondazione Italia Cina, il coordinatore dell'Area
Agricoltura, Turismo e Cultura e responsabile del Progetto EXPO per la Regione Umbria, Ciro Becchetti,
nonché i rappresentanti di Confindustria Umbria, di Confimi Perugia, del Centro estero, di Bank of China, del
Parco Tecnologico Agroalimentare dell'Umbria, di Umbria Jazz, di China Radio International, dell'Arpa
Umbria, dell'Adisu, e delle aziende presenti a 'Casa Umbria Shanghai' e di quelle che hanno avviato iniziative
verso la Cina.
06/02/2015
18:20
umbriajournal.com
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"Tra la nostra Regione e la Cina è stato avviato uno scambio di iniziative e di azioni che stanno portando a
concretizzare esperienze anche in Umbria, con risvolti significativi dal punto di vista economico": lo ha
affermato la vicepresidente della Regione Umbria, Carla Casciari, a margine dell'iniziativa che si terrà nel
pomeriggio di oggi al Castello di Solfagnano (Perugia) in occasione del "China Day" e che vedrà la
partecipazione dei rappresentanti del mondo dell'economia regionale che si confronteranno sui temi del
"sostegno alle imprese sul mercato cinese, l'attrazione investimenti, gli eventi e gli strumenti di promozione
dell'Umbria".
"Il nostro compito - ha detto - sarà quello di mettere in campo un'azione di sistema regionale che possa dare
operatività ai partenariati territoriali, accompagnare le nostre imprese negli spazi di mercato aperti
dall'iniziativa istituzionale, attrarre iniziative e investimenti cinesi in Umbria, con il supporto della Fondazione
Italia Cina, di Sviluppumbria, in stretto coordinamento con il Centro Estero Umbria e con le altre Agenzie
regionali".
La vicepresidente ha evidenziato che, nel corso della missione compiuta in autunno in Cina dalla Regione,
"ho potuto constatare l'importanza e la bontà del lavoro svolto sinora, visto che non solo abbiamo
concretizzato tutti gli obiettivi, ma abbiamo lavorato per favorire nuove relazioni. In Cina la Regione Umbria
ha presentato in maniera integrata le eccellenze e le opportunità che la nostra terra può offrire da un punto di
vista formativo, economico e culturale".
La vicepresidente ha fatto quindi riferimento all'avvio di importanti contatti nel settore dell'agroalimentare,
della sicurezza alimentare e delle filiere della qualità nelle produzioni agricole, dell'agromeccanica,
bioplastica, design, mobile d'arredo, mestieri artistici, nonché scambi di tecnologie e conoscenze nel controllo
ambientale: "Sono solo alcuni dei settori - ha detto - su cui sono stati avviati rapporti e relazioni fattive che, in
taluni ambiti, porteranno a breve alla firma di protocolli d'intesa, alla nascita di joint venture, allo scambio di
visite e ad attività congiunte in occasione dell' Expo 2015".
"A Kunming - ha aggiunto - è stata avviata una procedura di partenariato tra l'Umbria e la Provincia dello
Yunnan che ha rappresentato l'avvio del comune percorso tra Umbria e Cina di collaborazione per
l'insediamento di un impianto produttivo della Hollysys nel comune di Corciano.
Si tratta di un risultato molto positivo per la nostra regione, visto che la multinazionale, attiva nel settore
dell'automazione industriale per la farmaceutica e la meccanica, dell'energia e dell'elettronica applicata agli
apparati di controllo per la mobilità ferroviaria, ha un fatturato di oltre 500 milioni di dollari e impiega oltre 3
mila 500 addetti in Cina e nel Sud Est Asiatico".
"Contestualmente - ha sottolineato la vicepresidente - è stato definito un protocollo, che oltre all'insediamento
della Hollysys in Umbria, definisce altri progetti di interscambio industriale, commerciale e formativo".
Tra le iniziative da realizzare il documento prevede la realizzazione di una "model farm", ovvero un centro di
sperimentazione incentrato sul miglioramento delle produzioni agricole, l'utilizzo delle tecnologie agricole, la
certificazione e commercializzazione dei prodotti agroalimentari di qualità, verifiche di fattibilità tra imprese
umbre e cinesi per scambi commerciali e/o joint venture nei settori dell'agromeccanica e della bioplastica;
collaborazioni commerciali ed industriali nel settore del mobile ed arredo casa; corsi brevi di livello
universitario nei settori della sicurezza alimentare e del design; verifica di fattibilità del progetto di apertura di
uno Show Room di tecnologie e prodotti nel settore agromeccanico ed agroalimentare a Kunming.
All'incontro che si terrà al Castello di Solfagnano a partire dalle ore 17, oltre alla vicepresidente Casciari,
interverranno il consigliere dell'Ambasciata cinese, Zhang Chi, il rappresentante dell'Ufficio commerciale
dell'Ambasciata Wu Cong, il coordinatore dell'Area Impresa Lavoro, Formazione e internazionalizzazione
della Regione Umbria, Luigi Rossetti, Andrea Canapa della Fondazione Italia Cina, il coordinatore dell'Area
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China Day, Casciari: "Avviate iniziative per le imprese umbre"
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18:20
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Agricoltura, Turismo e Cultura e responsabile del Progetto EXPO per la Regione Umbria, Ciro Becchetti,
nonché i rappresentanti di Confindustria Umbria, di Confimi Perugia, del Centro estero, di Bank of China, del
Parco Tecnologico Agroalimentare dell'Umbria, di Umbria Jazz, di China Radio International, dell'Arpa
Umbria, dell'Adisu, e delle aziende presenti a "Casa Umbria Shanghai" e di quelle che hanno avviato
iniziative verso la Cina.
SCENARIO ECONOMIA
54 articoli
07/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 24
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Martina: «Il diritto al cibo va inserito nella Costituzione L'Italia sia prima in
Europa»
Il ministro dell'Agricoltura: non è l'Expo delle multinazionali Il futuro dei terreni L'idea dell'Università Statale di
spostare sui terreni dell'Esposizione le sue facoltà mi piace Il governo è pronto a fare la sua parte La
Leopolda di Milano Oggi a Milano, con 42 tavoli di lavoro e 500 esperti, vorremmo un confronto aperto in stile
Leopolda per mettere in circuito energie e idee
Elisabetta Soglio
MILANO «Portiamo nelle Costituzioni, a partire dalla nostra, il diritto al cibo». Il ministro alle Politiche agricole
e delegato all'Expo, Maurizio Martina, lancerà la richiesta durante la giornata di lavori che si svolge oggi
all'Hangar Bicocca, prova generale dell'esposizione e momento di riflessione sui contenuti della futura Carta
di Milano.
In quarantadue tavoli di lavoro si incroceranno cinquecento esperti, ci sarà un messaggio di papa Francesco,
dell'ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e anche, annunciato giusto ieri, del neo presidente della
Repubblica Sergio Mattarella. La chiusura è affidata al premier Matteo Renzi che approda a Milano con una
dozzina di ministri per ribadire il proprio sostegno all'Expo.
Ministro, questa idea della Costituzione?
«La nostra esposizione è dedicata al tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Dobbiamo dare un
contributo autentico per far sì che il cibo venga assunto come diritto fondamentale. Ad oggi sono 23 i Paesi
che hanno in Costituzione questa voce, dal Brasile all'India al Messico: nessun Paese europeo tra questi. Poi
un altro centinaio, tra cui noi, lo assumono indirettamente perché hanno firmato accordi internazionali. Ma
sarebbe importante assumere questo impegno e portarlo nella prima parte della nostra Costituzione, perché
sia la Repubblica a promuovere politiche per una adeguata alimentazione per tutti. È una sfida per il Paese:
ci misureremo su quanto sapremo chiamare alle loro responsabilità le nazioni. E questo tema incrocia le
sensibilità di molte delle personalità che ascolteremo domani, dal Papa in poi, e incrocia il lavoro che faremo
con i tavoli».
L'obiettivo di questa giornata di consultazioni?
«Vogliamo svelare l'anima di Expo, far comprendere la potenza dei suoi contenuti, raccontare idee che
possono essere condivise e possono diventare buone pratiche per il mondo. Avremo 20 milioni di visitatori
che potranno ascoltare, vedere e imparare. Abbiamo tentato l'avventura dei 42 tavoli tematici, di momenti veri
di approfondimento: può essere riconosciuto come metodo nuovo importante».
Una sorta di Leopolda, come direbbe Renzi?
«L'impostazione aperta è quella: mettere in circuito idee ed energie, finalizzando il lavoro alla stesura della
Carta di Milano, eredità immateriale che immaginiamo possa essere ponte ideale tra quello che accadrà nei
sei mesi di Expo e quello che accadrà soprattutto dopo».
Il direttore della Fao, José Graziano da Silva, vuole usare Expo per lanciare gli Obiettivi del Millennio post
2015.
«E siamo in totale sintonia. Il filo conduttore di tutto il nostro impegno e il nostro sforzo si inseriscono
nell'agenda internazionale: vogliamo vivere il passaggio di Expo come fondamentale verso la discussione sui
prossimi obiettivi del Millennio e siamo felici che tanti abbiano accettato di confrontarsi con noi».
Dopo questi tavoli cosa ci sarà?
«Questo è un punto di partenza. Nei prossimi mesi e soprattutto durante l'esposizione questi tavoli e questi
titoli andranno sviluppati e saranno lo scheletro fondamentale del significato di questo evento».
A Palazzo Marino, sede del Comune, oggi ci sarà un convegno di chi considera questa come l'Expo «delle
multinazionali». Come risponde al dissenso?
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
30
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L'intervista
07/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 24
(diffusione:619980, tiratura:779916)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
31
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«Con noi all'Hangar ci saranno associazioni che stanno animando il Padiglione di Cascina Triulza, dove
avranno sede e voce la società civile e le associazioni non governative. Ci sarà la presidente
dell'organizzazione mondiale dei sindacati agricoli; ci saranno esperienze che arrivano dalla terra e legate a
impegni sociali e civili molto importanti. Io invito a non vivere Expo in modo ideologico: abbiamo bisogno di
tutti se vogliamo affrontare questo tema, abbiamo bisogno delle imprese consapevoli e responsabili, dei
cittadini, delle istituzioni, delle associazioni...».
Ministro Martina, qui parliamo dell'eredità immateriale di Expo. E l'eredità materiale? Cosa sarà di questo
milione di metri quadrati di terra?
«Anche l'eredità materiale è una bella sfida e l'ipotesi formulata dall'Università di Milano che vorrebbe
trasferire lì i suoi dipartimenti di Agraria, Scienze e così via è una grande occasione. Mi piace molto, davvero,
e sono sicuro sia questa la strada da percorrere per il dopo Expo: lasciare a Milano e all'Italia un grande polo
formativo e di innovazione».
Il governo è pronto a fare la sua parte?
«Se si muovono anche realtà importanti come la Statale, sicuramente Milano può ambire a costruire un
progetto di grande portata, utile a tutto il nostro Paese. E se ci sarà un buon gioco di squadra il Governo non
si tirerà indietro, farà la propria parte».
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I lavori
Oggi all'Hangar Bicocca di Milano si tiene «Idee di Expo». All'appunta-mento parteciperanno 500 esperti dei
temi legati all'alimentazio-ne. Ci sarà il premier Matteo Renzi. Il Papa e il capo dello Stato invieranno
videomessaggi
Chi è
Maurizio Martina è nato a Calcinate (Bergamo) il 9 settembre '78: diploma all'Istituto agrario e laurea in
Scienze politiche, è ministro dell'Agricoltura
Foto: I preparativi
di ieri all'Hangar Bicocca
(nella foto,
le torri di Anselm Kiefer)
per l'evento «Le idee
di Expo 2015» che getterà
le basi
della futura «Carta
di Milano»,
che vorrebbe diventare un Protocollo di Kyoto sui temi dell'alimenta-zione
07/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 40
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Dopo il riassetto Moretti vuole cambiare nome a Finmeccanica
Giuliana Ferraino
Più piccola ma più redditizia e con un nome nuovo. Così Mauro Moretti vuole cambiare Finmeccanica, che
guida dallo scorso maggio. Nei prossimi 2 anni il gruppo controllato con il 30% dal Tesoro perderà almeno 3
mila dipendenti (su 54 mila), soprattutto attraverso la cessione di asset, e il giro d'affari diminuirà di quasi il
20%, ma per far crescere tutto quello che resterà, ha anticipato il manager al Financial Times . E per
segnalare il nuovo corso è pronto anche a mettere da parte il nome nato 70 anni fa.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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La Lente
07/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 40
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Chiesta al Tesoro l'autorizzazione a cedere il 19%. In corsa Bonomi, Malacalza e due private equity La quota
Il valore intorno ai 700 milioni
Erika Dellacasa
GENOVA Il presidente di Fondazione Carige, Paolo Momigliano, avrebbe voluto cedere una quota delle
proprie azioni a un socio con cui stringere patti di governance entro la fine del 2014, ma non è stato possibile
e il tempo a disposizione è sempre meno. Fra maggio e giugno dovrebbe partire l'iter per l'aumento di
capitale di Banca Carige (per massimi 700 milioni) richiesto dalla Bce e Fondazione non ha risorse per
sottoscriverlo. Ieri il consiglio ha cercato di dare un'accelerata - si direbbe una vera e propria spinta - alle
manifestazioni di interesse che l'advisor Banca Imi ha messo sul tavolo. Sono quattro: il fondo americano
Apollo (che ha già acquistato il ramo assicurativo di Banca Carige), Investindustrial dell'imprenditore Andrea
Bonomi, il gruppo Malacalza, il fondo Center Bridge. Le manifestazioni sarebbero in fase abbastanza
avanzata (sono «vestite» dice una fonte) ma non sono ancora offerte formali e dunque ieri il cda della
Fondazione ha preferito rinviare le decisioni non avendo elementi sufficienti. Ha però deliberato di chiedere al
ministero del Tesoro l'autorizzazione a vendere tutta la quota, ossia il 19% di Banca Carige (era già
autorizzato a scendere al 12%).
«Tutte le opzioni sono aperte - ha detto il presidente Momigliano - cerchiamo un socio forte per la banca ma
se nessuno si fa avanti c'è la possibilità di tagliare il cordone ombelicale». Un invito ai quattro proponenti a
«farsi avanti» in modo più netto, con piani precisi e - magari - di far intendere che la porta è sempre aperta a
eventuali new entry. Ma soprattutto con la sua mossa Fondazione vuole rendere chiara l'intenzione di avere
le mani libere. Per vendere tutto il pacchetto tagliando il «cordone ombelicale» con Carige, magari a un unico
socio, oppure per andare sul mercato e giocarsi una partita che, oggi, sembra meno ardua di un mese fa
grazie al rialzo del titolo.
I rumors dicono che all'interno del consiglio ci sono opinioni contrarie alla vendita tout-court, con l'uscita di
scena della Fondazione, e che la richiesta di autorizzazione al ministero ha una valenza più tattica che
concreta. L'obiettivo reale sarebbe quello di mantenere comunque una piccola quota di Banca Carige, fra il 2
e il 4%.
Un bel passo indietro considerato che attualmente Fondazione è socio di riferimento. Ma in questo momento
l'ente sta lottando per la sopravvivenza. E il segnale che Momigliano ha deciso di lanciare è: ci sentiamo liberi
di intraprendere qualunque strada. In ogni caso, vuole andare alla stretta finale: rumors dicono che una delle
quattro proposte (sembra quella di Bonomi) sarebbe più articolata e vicina a una conclusione, ma non ci sono
conferme. Momigliano si è dato un mese per decidere se stringere un accordo con un socio forte o
presentarsi sul mercato.
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I principali azionisti di Banca Carige d'Arco Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia 19,179%
Ieri in Borsa 0,0642 euro +3,05% Bpce Iom sa 9,98% Ubs Group ag 4,624% Altri azionisti 66,217% di cui
12,14% in proprietà 7,037% a Mediobanca come prestatario 646,9 milioni Capitalizzazione Indice delle Borse
Dati di New York aggiornati alle ore 20.00 FTSE MIB 20.760,74 -0,28% Dow Jones 17.859,96 -0,14%
Nasdaq 4.756,68 -0,18% S&P 500 2.060,15 -0,11% Londra 6.853,44 -0,18% Francoforte 10.846,39 -0,54%
Parigi (Cac40) 4.691,03 -0,26% Madrid 10.573,10 0,36% Tokio (Nikkei) 17.648,50 0,82% 1euro 1,1447 dollari
0,32% 1euro 134,2800 yen 0,22% 1euro 0,7473 sterline -0,12% 1euro 1,0534 fr.sv. -0,50% Titolo Ced. Quot.
06-02 Rend. netto% Btp13-22/04/17 1,125% 104,01 0,33 Btp14-23/04/20 1,650% 105,36 0,48 Btp1401/03/30 3,500% 118,77 1,65 Btp14-01/09/46 3,250% 113,53 2,25 Cambi Titoli di Stato
Vertice
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Carige, la Fondazione vende tutto
07/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 40
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L'avvocato Paolo Momigliano
a capo della fondazione Carige
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
34
07/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 43
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La fusione tra gli Aeroporti di Firenze e Pisa
( m. gas. ) L'ultimo ostacolo alla fusione degli aeroporti di Pisa (4,7 milioni di passeggeri annui) e Firenze
(2,2) è caduto durante un consiglio comunale, quello di Pisa, che a sorpresa ha approvato un ordine del
giorno con il quale si dà il via libera all'operazione anche se condizionata a «precise garanzie» e tra queste
l'assicurazione che lo sviluppo di Firenze (realizzazione di una nuova pista e infrastrutture) non peserà sulla
nuova società, ma sarà garantito da un finanziamento pubblico di 150 milioni. È un evento che proietta la
nuova società (si chiamerà Toscana Aeroporti spa) al quarto posto nella classifica dei sistemi aeroportuali
nazionali con 7 milioni di passeggeri annui e un obiettivo di 12 milioni entro il 2029. Gli ultimi due atti della
fusione sono le assemblee dei soci della Adf (Firenze) che si terrà lunedì e della Sat (Pisa) che si svolgerà il
giorno dopo e difficilmente, dopo il «sì» del consiglio comunale pisano, la parte più critica alla fusione, si
potranno avere sorprese. Motore della nuova società è Corportation America del magnate argentino Edoardo
Eurnekian che detiene la maggioranza delle azioni dei due scali toscani ed è proprietario nel mondo di altri 65
scali civili. Secondo alcune indiscrezioni, presidente di Toscana Aeroporti, potrebbe essere Marco Carrai (
nella foto ), l'attuale presidente di Adf e grande amico del premier Matteo Renzi.
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Mediobanca, esce Cereda
( f. ta. ) Mediobanca ha voltato pagina puntando sulla internazionalizzazione e, di conseguenza, cambiano
anche gli uomini al vertice. La prossima uscita è quella del vice direttore generale, Maurizio Cereda, che
lascia la banca d'affari dopo 23 anni di onorato servizio. L'accordo prevede che le strade si separino a fine
marzo ed è stato raggiunto pochi giorni fa, ma era nell'aria da diversi mesi. Nel settembre scorso, nei lavori
preparatori dell'assemblea annuale di ottobre, il manager non era stato confermato consigliere di
amministrazione. Maurizio Cereda seguiva per Mediobanca i grandi gruppi industriali come Enel,
Finmeccanica, Enel. È cresciuto nel gruppo dell'area finanza, che ha rappresentato la forza d'urto dell'istituto,
dopo essere stato assunto nel febbraio 1992. In precedenza aveva lavorato per Rasfin.
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Sangemini, sì al concordato
( ms. s. ) Adesso Sangemini può davvero ripartire. Il Tribunale di Terni ha infatti omologato il concordato
preventivo del gruppo delle acque minerali (marchi Sangemini, Fabia, Grazia, Amerino e Vita di Sangemini),
al termine di un'articolata operazione che era iniziata nel marzo del 2013. L'operazione, il cui valore
complessivo ammonta a circa 150 milioni di euro, è stata attuata mediante un concordato «misto», che ha
previsto, nel corso della procedura, l'affitto a una nuova società delle aziende facenti capo alle società
ammesse a concordato e, dopo l'omologa, la loro cessione alla newco. A rilevare Sangemini è stato il gruppo
Norda, leader nel settore dell'imbottigliamento e della vendita di acque minerali con i marchi Norda e
Gaudianello.
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Sussurri & Grida
08/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 12
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Il «giallo» sul deficit di Atene in tribunale cinque anni dopo «Così è partita
l'austerità»
L'utopia dell'Europa «La Grecia per recuperare non ha alternative all'uscita dalla moneta unica»
Maria Serena Natale
DALLA NOSTRA INVIATA
ATENE Alle 8 di un sabato mattina la professoressa Zoe Georganta riceve una telefonata: «Erano in cinque,
armati, sono entrati senza mandato e mi hanno preso il computer, ora verranno anche da te». Afferra laptop e
chiavi dell'auto, infila il cappotto sul pigiama e si precipita fuori. «Chiesi ospitalità a una collega dell'università
- racconta oggi al Corriere -. Alla fine nessuno venne a cercarmi, ma da allora il mio telefono fu messo sotto
controllo, i miei collaboratori ed io subimmo forti pressioni, partì la macchina del fango». Era il 2010, si
profilava lo scandalo del deficit greco gonfiato dall'Istituto nazionale di Statistica Elstat, Zoe Georganta faceva
parte del Consiglio direttivo ed era stata la prima ad accusare il presidente, Andreas Georgiou, di aver fatto
lievitare le cifre causando un danno stimato in 200 miliardi di euro e l'apertura del secondo durissimo
memorandum d'intesa con la troika. «Senza quel salto dal 13,6% al 15,4% nel calcolo del deficit sul Pil, tutto
sarebbe stato diverso per la Grecia e l'eurozona». Un caso ancora aperto, nel quale si mescolano rivalità tra
partiti e sospetti di conflitti d'interesse sull'asse Atene-Bruxelles. All'origine dei numeri gonfiati ci fu una serie
di spostamenti di società, nei criteri di calcolo, dal settore pubblico a quello privato. Queste manovre
permisero di inglobare nei conti dello Stato anche il debito di enti in difficoltà, come le ferrovie, che non
rispondevano alle condizioni previste dalle norme comunitarie rispetto a entità e durata delle perdite. Il tutto
complicato da Eurostat, che nel 2010 considerò pubbliche società riclassificate come private l'anno dopo.
Accusato di aver compromesso l'interesse nazionale, Georgiou è in attesa di giudizio. Ha sempre sostenuto
di aver rispettato le leggi.
Professoressa Georganta, a chi segnalò l'errore?
«All'allora ministro delle Finanze George Papakonstantinou, finito a sua volta sotto processo per aver
manipolato la Lista Lagarde (l'elenco dei duemila potenziali evasori greci con conti in Svizzera, ndr ), e al
premier George Papandreou. Mi scontrai con un muro di silenzio e intimidazioni».
Come lo spiega?
«Erano coinvolti il direttore generale di Eurostat, il tedesco Walter Radermacher, e l'ex commissario agli Affari
economici Olli Rehn, che avevano consentito le violazioni consegnando il nostro sistema statistico a un
tecnico estraneo alla realtà greca. Georgiou arrivò all'Elstat dopo 25 anni ai piani alti del Fondo monetario,
mise sempre a tacere le critiche del Consiglio. Concordò i dati diffusi il 15 novembre 2010 solo con
Radermacher».
Perché lo avrebbe fatto? All'epoca si ipotizzò una manovra per spianare la strada alle misure d'austerità .
«Nell'aprile 2010 Eurostat fissò il deficit del 2009 al 13,6% del Pil, con possibili aggiustamenti dello 0,3-0,5%.
Su quelle basi furono siglati gli accordi bilaterali tra la Grecia e i Paesi che accettarono il primo memorandum,
80 miliardi sembravano sufficienti. Quel 15,4% fu uno choc e si corse ai ripari con il secondo pacchetto. Ce
n'è abbastanza per sospettare un piano europeo anti Grecia».
Non crede che salvare Atene sia interesse anche dell'Europa?
«La Grecia è sprofondata e per recuperare competitività non ha alternative all'uscita dall'euro. L'Europa
federale è un'utopia».
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Il profilo
Zoe Georganta nel 2010 faceva parte del Consiglio direttivo dell'istituto nazionale di statistica Elstat. Fu la
prima
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
36
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L'intervista
08/02/2015
Corriere della Sera - Ed. nazionale
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ad accusare
il presidente Andreas Georgiou
di aver fatto lievitare il deficit pubblico
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08/02/2015
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Bortoni (Autorità): non va eliminato il paracadute della «maggior tutela» per le famiglie Le misure Due
caratteristiche della riforma: segnali di prezzo di lungo termine e maggior stabilità
Stefano Agnoli
MILANO L'appuntamento a Bruxelles non è ufficialmente fissato ma è imminente. Si muoveranno il ministero
dello Sviluppo e l'Autorità per l'energia, per spiegare all'Ue come funzionerà il «mercato della capacità»
italiano, primo passo per rimettere in carreggiata un sistema elettrico da tempo sotto stress. I problemi sono
noti: la crisi dei consumi e l'affermazione delle fonti rinnovabili hanno messo in ginocchio i produttori
tradizionali. La sovraccapacità è diventata un male endemico che mette a repentaglio non solo gli
investimenti fatti (e pregiudica quelli futuri) ma ha anche risvolti occupazionali. E d'altra parte la sicurezza va
salvaguardata, soprattutto in un periodo di tensioni internazionali.
Insomma, l'ora di una riforma complessiva del mercato elettrico è giunta. Lo ha ammesso il governo. Lo
riconosce il presidente dell'Autorità Guido Bortoni. «Dieci anni di mercato - dice - sono stati positivi, ci sono
stati recuperi di efficienza importanti rispetto al prezzo amministrato del 2004, ma la criticità sono sotto gli
occhi di tutti». E allora da dove si parte? «Dalle esigenze di riforma che vanno soddisfatte - aggiunge - e in
primo luogo dal fatto che sul versante dell'offerta mancano affidabili segnali di prezzo di lungo termine». La
struttura attuale del mercato elettrico è basata sul breve termine, il che ha certamente contribuito ai
sovrainvestimenti del recente passato sui cicli combinati a gas, che insieme agli incentivi alle rinnovabili
hanno mandato in fibrillazione il sistema.
Se la prima caratteristica della riforma è «l'allungamento della visuale» sui prezzi, la seconda dovrà però
essere quella della maggior stabilità.
Ma come conciliare queste richieste con la necessità di un'offerta «adeguata», cioè con margini di sicurezza
rassicuranti, e con l'obiettivo della «decarbonizzazione» del sistema? Proprio il «capacity market», secondo
l'Autorità, garantisce diversi vantaggi, soprattutto al consumatore, anche se da subito dovrà essere affiancato
da nuovi strumenti di mercato .
Introdotto lo scorso giugno dal Mise, prevede che Terna gestisca delle aste di capacità produttiva di lungo
termine per la fornitura elettrica, e potrebbe partire entro il 2017. Per sue caratteristiche potrà fornire a
produttori e consumatori i segnali a lungo termine desiderati (tra gli altri dall'Enel), ma incontra le resistenze
dei produttori eolici e fotovoltaici, che al contrario di termoelettrici, idroelettrici e biomasse sono più
difficilmente programmabili. Così però mancherebbe un «pezzo» della progettata riforma, quello che, una
volta esaurita la stagione degli incentivi, dovrebbe garantire la remunerazione di lungo termine alle fonti
rinnovabili, anche di nuova generazione. Soluzioni? «Ce ne sono», spiega ancora Bortoni, ma implicano
scelte «politiche» sui tipi di tecnologia da adottare e sulle quantità che potrebbero essere inserite in nuove
aste di capacità.
E i consumatori, ovvero la domanda di imprese e famiglie? Anche qui i nodi da sciogliere non mancano. Due
in particolare: difficile, ad esempio, che grandi imprese «energivore» siano disposte a sottoscrivere contratti
di fornitura più «lunghi» di un paio d'anni. E così per le piccole imprese. Se anche si potesse contare su
famiglie e pubblica amministrazione non si supererebbe comunque un quarto del mercato. Come uscirne?
Probabilmente puntando su aggrega-zioni, formazione di consorzi e regole che li favoriscano, e che fissino
meccanismi di uscita non penalizzanti. L'Autorità potrebbe lavorarci sopra.
Nel frattempo, però, pesa sulle famiglie la prospettiva di un'abolizione tout court della «maggior tutela»,
l'istituto paracadute, parallelo al mercato libero, che ha assicurato spesso ai consumatori «domestici» prezzi
più economici. La possibilità, auspicata dall'Antitrust, potrebbe diventare concreta in nome della concorrenza
e del disegno di legge in preparazione. Per Bortoni, però, una prospettiva del genere non è convincente: «Il
valore aggiunto della maggior tutela - dice - è che dà alle famiglie un segnale di prezzo concreto e praticabile.
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«Mercato elettrico da riformare Il rischio di una giungla dei prezzi»
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Se lo si eliminasse, tra un anno potremmo ritrovarci a chiedere se i consumatori domestici paghino o meno
un prezzo congruo per l'elettricità, e non avremmo più un riferimento di mercato a cui guardare» .
stefanoagnoli
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Terna 339.481 (-0,1%) ENERGIA ELETTRICA RICHIESTA IL BILANCIO ENERGETICO Variazioni
percentuali della richiesta rispetto all'anno precedente La richiesta di energia elettrica in Italia dall'inizio
dell'anno mercato d'Arco 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 320.268 (-5,7%) 330.455 (+3,2%) 334.640
(+1,3%) 328.220 (-1,9%) 318.475 (-3,0%) 309.006 (-4,0%) PRODUZIONE NETTA 8.067 TOTALE 267.557
5.541 Geotermoelettrica 14.966 Eolica 23.299 Fotovoltaica Idroelettrica 165.684 Termoelettrica 2014
309 mila Gigawattora
la richiesta
di energia elettrica nel 2014. Nove mila in meno rispetto all'anno 2013
267 mila
Gigawattora la produzione
di energia elettrica
in Italia nel 2014, undici mila in meno del 2013
Chi è
Guido Pier Paolo Bortoni, 54 anni, è presidente dell'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico da
febbraio 2011. Ingegnere elettrico, master post-universitario
al Politecnico
di Milano, è stato il Capo dipartimento per l'Energia
al ministero dello Sviluppo
08/02/2015
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Il commercio riparte, con tanti stranieri e forte rotazione
Dario Di Vico
Il commercio è ripartito. La notizia ha del sorprendente ma la fonte è al di sopra di ogni sospetto: la
Confesercenti che in questi anni di vacche magrissime ha sempre documentato la chiusura delle
saracinesche ovvero la «ruggine italiana». Il secondo semestre del '14 ha visto, dunque, una secca
inversione di tendenza: rispetto al primo semestre dello stesso anno si registrano 57 mila occupati in più di
cui 31 mila in attività gestite da imprenditori stranieri. Analizzando l'intero 2014 la chiusura di punti-vendita
prevale ancora ma rallenta e in alcuni segmenti ci sono inaspettati revamping. Crescono l'ambulantato
(+5.400 imprese),
i negozi di prodotti moda (+7 mila), gli alimentari specializzati ed etnici (+580) e gli shop di informatica (+314).
Continua il trend negativo delle tradizionali botteghe di alimentari generici (-6.238) e delle edicole
(-824). Nella zona di Roma e del Lazio si segnala, poi, il boom dei negozi di frutta e verdura gestiti da
imprenditori africani. In attesa di rilevazioni più robuste alcune considerazioni si possono cominciare a fare.
Innanzitutto il dinamismo degli stranieri capaci non solo di offrire soluzioni low cost per tutti i consumatori ma
anche di creare un circuito commerciale parallelo rivolto agli extracomunitari. In più gli stranieri stanno
occupando (facilmente) nel commercio ambulante spazi lasciati dal ritiro di una parte degli italiani. Ma, al di là
di loro, il commercio appare anche come l'attività più facile da intraprendere per i giovani in cerca di autoimpiego e i dati sulle scelte di indirizzo delle nuove partite Iva lo dimostrano mensilmente. È chiaro che
spesso si tratta di tentativi e non di vere attività strutturate, per cui è facile pensare a una rotazione vorticosa
nelle aperture e nelle chiusure che sta riducendo la durata media di un esercizio. L'arrivo di giovani fa da
pendant allo svecchiamento forzoso indotto dalla recessione che ha spinto i commercianti più anziani ad
anticipare un ritiro che comunque sarebbe avvenuto in tempi non lunghi. In presenza di questi fermenti se si
vuole consolidare il trend positivo diventa decisivo formare e supportare i neo-imprenditori. Stupisce però che
il segretario generale della Confesercenti, Mauro Bussoni, carichi quest'impegno sulle spalle addirittura del
governo. Ma allora le associazioni e le camere di commercio che ci stanno a fare?
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57 mila gli occupati in più nel commercio nel secondo semestre del 2014. Circa 31 mila le attività
gestite da imprenditori stranieri
6.238 le botteghe di alimentari generici in meno rispetto al 2013. Saldo negativo anche per le edicole:
nel 2014 sono 824 ad aver chiuso
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Il caso
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Confindustria: un errore modificare il Jobs act sui licenziamenti collettivi
Il vicepresidente Dolcetta: decreti da varare senza stravolgimenti I contratti a progetto aboliti? Nelle pmi sono
utili
Enrico Marro
ROMA Confindustria è preoccupata. Proprio ora che si intravedono timidi segnali di ripresa, sarebbe
sbagliato, sostiene, fare marcia indietro sui primi decreti attuativi del Jobs act, attenuando quegli elementi di
flessibilità e semplificazione da tanto tempo attesi dalle imprese, spiega Stefano Dolcetta, vicepresidente per
le relazioni industriali .
Ammetterà che il Jobs act del governo Renzi risponde alle vostre richieste?
«Infatti il nostro giudizio sulla legge delega di riforma del mercato del lavoro è sostanzialmente positivo. In
Italia c'è bisogno di una riduzione del costo del lavoro, che non significa taglio dei salari netti ma del cuneo
fiscale e contributivo, e di una maggiore flessibilità. I primi due decreti legislativi di attuazione della delega, sui
quali si stanno esprimendo con i loro pareri le commissioni parlamentari, vanno nella giusta direzione. Il
problema è che ora il governo non deve né fare marcia indietro accogliendo tutte le richieste di modifica né
fermarsi nella sua azione riformatrice, che richiede il varo degli altri decreti necessari all'attuazione del Jobs
act».
Confindustria è preoccupata per le richieste della commissione Lavoro della Camera. Il presidente Cesare
Damiano (Pd) vorrebbe che il governo, varando definitivamente i primi decreti del Jobs act, escludesse i
licenziamenti collettivi dalle procedure semplificate (indennizzo), ripristinasse la discrezionalità del giudice e
aumentasse l'indennizzo minimo.
«Noi pensiamo che sia sbagliato ricominciare la discussione su questi contenuti, perché tra l'altro si sa dove
si comincia e non si sa dove si finisce. Sarebbe meglio varare definitivamente i due decreti legislativi senza
stravolgerli e senza perdere altro tempo, altrimenti si rischia di perdere il treno di una possibile ripresa».
Le chiedo però di rispondere nel merito. Estendere il licenziamento semplificato anche a quelli collettivi
significherebbe saltare le procedure di accordo con i sindacati. Non crede che così i lavoratori siano meno
garantiti?
«Guardi, le aziende non assumono le persone per poi licenziarle. I licenziamenti collettivi sono necessari
quando l'azienda non può fare a meno di ristrutturarsi. Oggi le procedure sono troppo complesse e ciò frena il
rilancio delle aziende. Una semplificazione, dunque, è opportuna, sul modello, tra l'altro, dei Paesi con i quali
dobbiamo competere».
Damiano dice anche che se si toglie la discrezionalità al giudice, questi deve convalidare anche il
licenziamento di un lavoratore che, per esempio, timbra il cartellino con 3 minuti di ritardo .
«Non credo che un'azienda licenzi un dipendente perché una volta arriva in ritardo. Se però il ritardo è
sistematico, grave e ingiustificato, magari è giusto che l'imprenditore possa far capire che così non si fa».
Con il Jobs act crescerà l'occupazione?
«Forse nella seconda parte del 2015 perché, visto che gli sgravi contributivi finiranno il 31 dicembre, molte
aziende potrebbero avere interesse ad assumere o a stabilizzare i lavoratori. La condizione indispensabile
però è la ripresa, il mercato lo fa la domanda».
Col prossimo decreto di attuazione del Jobs act potrebbero essere cancellati i contratti a progetto.
Favorevole?
«Nelle imprese industriali non sono molto usati, ma in altri settori e nelle piccole aziende potrebbero essere
utili».
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Il profilo
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L'intervista
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Stefano Dolcetta,
65 anni, è vicepresidente per la relazioni industriali e
il welfare di Confindustria da maggio 2012. Amministrato-re delegato di Fiamm Spa,
è stato membro
del comitato
di presidenza dell'Anie
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riscoprire la cultura del lavoro
Maurizio Ferrera
Per il mercato del lavoro italiano il 2015 potrebbe davvero essere l'anno di svolta. Grazie alla ripresa
dell'economia, le imprese dovrebbero tornare ad assumere. E il Jobs act le incentiverà a offrire occupazione
stabile, disciplinata dal nuovo contratto a tutele crescenti. Secondo gli esperti, entro la fine dell'anno questo
tipo di contratto sarà adottato per circa la metà delle nuove
assunzioni. Non si tratterà solo di un cambiamento di regole. Gradualmente si affermerà una nuova logica di
rapporti fra imprese, lavoratori e Stato: più simile a quella degli altri Paesi europei, più efficace e inclusiva. È
una grande scommessa, che sarà vinta solo nella misura in cui ciascuno capirà qual è la posta in gioco e
come interpretare bene la propria parte.
Per le imprese, tornare
ad assumere in forma stabile significa recuperare la cultura del lavoro (quello
dei propri dipendenti)
come investimento, come
un fattore produttivo che va coltivato dall'interno.
Le statistiche segnalano
che negli ultimi vent'anni
in Italia non si sono
registrati molti progressi,
ad esempio, in termini
di addestramento on thejob o di formazione permanente.
I dipendenti precari
sono stati poi relegati su binari secondari, spesso utilizzati come risorsa
«usa e getta». Non è un
caso che i lavoratori
italiani si sentano molto meno impegnati e coinvolti nell'organizzazione
aziendale rispetto ai loro colleghi Ue.
Lo scarso successo (sinora) dell'apprendistato e di tutte le forme di raccordo fra scuola e imprese è, almeno
in parte, un segnale di poca attenzione per l'insostituibile ruolo che i datori di lavoro devono giocare nel
contesto educativo e culturale dal quale reclutano il proprio capitale umano.
Anche per i lavoratori è necessario un cambiamento di mentalità. Veniamo da una tradizione in cui il posto
fisso a vita è stato per generazioni l'obiettivo più ambito. Ancora oggi, a dispetto del precariato, l'Italia è il
Paese Ue in cui la durata media del rapporto di lavoro è più lunga (15 anni) e in cui il numero di impieghi nel
corso della vita è il più basso: due, rispetto ai quattro della Francia e ai cinque della Danimarca. Si tratta di
una media che sconta l'inamovibilità del nostro pubblico impiego e l'onda lunga dell'articolo 18. Ma
l'aspettativa del tempo indeterminato a vita è ancora molto radicata, anche fra i giovani. Contrariamente a
quanto è successo nei Paesi nord europei, l'avvento della flessibilità in Italia ha coinciso con la
precarizzazione, ossia uno stato di perenne insicurezza, frequenti interruzioni di reddito, «intrappolamento»
nei settori meno qualificati del mercato del lavoro. Non sarà facile recuperare il significato positivo della
parola flessibilità e convincere i giovani che - se si svolgono in contesti adeguati - la mobilità territoriale, il
cambiamento del posto di lavoro o delle mansioni non sono un dramma e anzi possono diventare
un'occasione di crescita. Senza questo salto culturale, le nuove logiche occupazionali sottese al Jobs act non
potranno dare i frutti sperati.
Per ottenere effetti virtuosi dalla riforma deve cambiare soprattutto lo Stato. Non so se il governo Renzi ne sia
pienamente consapevole, ma la sfida è enorme. La flessibilità non degenera in precarietà solo se
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Dipendenti, imprese
09/02/2015
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l'amministrazione pubblica è in grado di fornire efficienti servizi di ricollocazione e formazione. Il nostro deficit
inizia dalle scuole: la metà degli studenti italiani dichiara di non aver ricevuto alcun consiglio e consulenza
mirata sui percorsi lavorativi post licenza e sulle proprie potenzialità. Negli altri Paesi questa è la norma per la
quasi totalità degli allievi. La metà, di nuovo, dei lavoratori italiani dichiara che, in caso di perdita del posto di
lavoro, la probabilità di trovarne un altro è molto bassa. Il dato medio Ue è inferiore di venti punti. Il segnale è
chiaro: i servizi per l'impiego sono totalmente inadeguati rispetto alle esigenze di un mercato del lavoro
flessibile. Difficile pensare di poterci allineare in tempi rapidi ai modelli nordici. Ma è urgente avviare un
processo di riforma almeno simile a quello seguito da Francia e (soprattutto) Germania.
Qualche settimana fa l' Economist ha aperto una discussione sulla crescente diffusione del «lavoro a
rubinetto»: la produzione di servizi in forma completamente decentrata da parte di mini-imprese capaci di
sfruttare app , cellulari e tecnologia. Sarebbe la fine del lavoro dipendente come l'abbiamo conosciuto finora.
È uno scenario futuribile da rivista settimanale, ma anche un segnale di quanto rapidamente l'economia stia
cambiando grazie al progresso delle conoscenze. Vista dall'Italia, l'epoca del lavoro a rubinetto sembra un
film di fantascienza. Ma non possiamo tirarci indietro rispetto alle concrete sfide di adattamento che oggi ci si
pongono davanti. Rimbocchiamoci le maniche e facciamo uno sforzo collettivo per oltrepassare la soglia della
flexicurity . Sarebbe un grande successo, e basterebbe per almeno una generazione.
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BEPPE GIACOBBE
09/02/2015
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Varoufakis: insostenibile l'esposizione di Roma. La replica su Twitter: dichiarazioni fuori luogo, è solida I
danni di guerra Il premier greco: un «obbligo storico» richiedere i danni di guerra alla Germania
Maria Serena Natale
DALLA NOSTRA INVIATA
ATENE «Onore e rispetto». Alexis Tsipras ha la gola secca e l'aria tesa, manda giù lunghe sorsate d'acqua
tra gli applausi. «Manterremo tutte le promesse elettorali - dice al Parlamento greco -. La strada per la
ricostruzione della nostra patria sarà lunga ma renderemo il nostro sogno realtà». Sogno significa cibo e luce
gratis ai più poveri, «risolvere la crisi umanitaria, curare le profonde ferite del piano di salvataggio». Nessun
passo indietro, ma il messaggio è sul filo perché l'Europa ascolta. «Non vogliamo un'estensione del piano di
aiuti. Il memorandum è stato un fallimento. Chiediamo un nuovo accordo-ponte sino a giugno per rinegoziare
il debito». È il guanto di sfida che apre una settimana decisiva, attesa in un clima da duello finale. Nel primo
grande discorso da premier Tsipras evoca più volte la «dignità nazionale» mortificata da anni di sacrifici e
«barbarie», promette tolleranza zero sull'evasione fiscale e lotta agli sprechi, annuncia una Commissione
parlamentare d'inchiesta sull'accordo con la troika, conferma i punti principali che hanno portato la sinistra
radicale al governo, cita «l'obbligo morale di reclamare le riparazioni per l'occupazione nazista». Parla ai greci
che vedono in lui l'ultima speranza ma pensa all'Eurogruppo straordinario di dopodomani, al quale Atene
dovrà presentarsi con una exit strategy credibile per risolvere il problema del debito: «Un problema politico.
La Grecia vuole pagare ma anche raggiungere un'intesa comune con i partner nell'interesse di tutti». Nelle
stesse ore le agenzie rilanciano le dichiarazioni del ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, sostenitore di
una revisione organica delle politiche europee di rigore nella quale inserire il dibattito sulla Grecia, che ai
microfoni Rai di PresaDiretta mette anche l'Italia tra i candidati alla bancarotta. Gli risponde su Twitter Pier
Carlo Padoan: «Il debito italiano è solido e sostenibile. Parole fuori luogo». Guerra di nervi, scrivono i giornali.
Conto alla rovescia. Tsipras chiede tempo e accumula consenso. Il primo sondaggio realizzato dopo le
elezioni registra il 75% di fiducia nella determinazione dell'esecutivo a mantenere la parola. «Questione di
onore e rispetto» dice il premier. Ma le pressioni crescono su tutti i fronti. L'ex presidente della Federal
Reserve, Alan Greenspan, definisce l'uscita della Grecia dall'Eurozona inevitabile. Anche il cancelliere dello
scacchiere britannico George Osborne esprime preoccupazione per lo stallo che si profila nella trattativa, «un
grave rischio per l'economia globale», e avverte che Londra prepara un piano d'emergenza in caso di "Grexit"
e conseguente instabilità finanziaria. Allarmi lanciati alla vigilia del G20 di Istanbul e dell'incontro tra Angela
Merkel e Barack Obama a Washington, nel quale si parlerà anche di Grecia. La Casa Bianca sta premendo
sui leader dell'Eurozona perché aprano al compromesso con Atene. In Parlamento è cominciato il dibattito sul
programma di governo, il voto di fiducia è atteso per la mezzanotte di domani. Ancora due giorni, poi si torna
al tavolo.
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La vicenda
Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha detto ieri in Parlamento che non chiederà ai leader europei
un'estensione del piano di salvataggio dell'Unione europea
e del Fmi Ha aggiunto che è possibile negoziare
un accordo di transizione con i prestatori entro la fine del mese per fare andare avanti la Grecia finché non
verrà raggiunto un nuovo patto
sul debito Intanto scoppia la polemica tra Italia e Grecia sui conti pubblici. Il neo ministro delle Finanze Yanis
Varoufakis ha detto a «Presa Diretta» che anche «l'Italia è a rischio bancarotta per il suo debito, ma teme
ritorsioni dalla Germania» Parole forti che hanno obbligato il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Tsipras avverte: manterrò le promesse Scontro con Padoan sul debito
italiano
09/02/2015
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a una replica su Twitter:
«Il debito e sostenibile, le dichiarazioni
di Varoufakis sono fuori luogo». Dialettica aspra a due giorni dalla riunione dell'Eurogruppo in cui i due
dovranno incontrarsi. Oggi comincia il G20 a Istanbul:
la questione greca è sul tavolo
Foto: Il premier greco Alexis Tsipras ieri durante il discorso sul programma
presentato
in Parlamento.
Il leader del partito Syriza ha detto
di voler mantenere
le promesse anti-austerity
Foto: Alle 16.37 di ieri la replica del ministro dell'Economia Padoan alle dichiarazioni del collega greco
Varoufakis sul debito italiano
Foto: «Moratoria», sulla prima pagina
di «Avgi», il quotidiano di Syriza,
il partito del premier Tsipras
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1.19.21
(diffusione:334076, tiratura:405061)
F2i apre il capitale degli aeroporti a nuovi soci: in vista maxi-polo
europeo*
Laura Galvagni
Laura Galvagnipagine 19 e 21
F2i ha ceduto il 49% di F2i Aeroporti alla cordata composta da Ardian (60%) e Credit Agricole Assurances
(40%). L'accordo di compravendita è stato firmato ieri e ha portato nella casse del fondo infrastrutturale 400
milioni di euro, tutti destinati ai sottoscrittori del Fondo I. La cessione, è il punto di partenza di una strategia di
più ampio respiro. Quello che può sembrare un passo atto a dare il via a una successiva valorizzazione
dell'investimento negli scali italiani è in realtà una mossa funzionale a crescere ulteriormente nel settore.
«L'operazione segna l'avvio di una solida alleanza strategica volta a proseguire la politica di investimento e
sviluppo di F2i Aeroporti», è scritto nella nota diffusa dalla società.
Oggi F2i Aeroporti è proprietario del 35,7% di Sea (Malpensa e Linate), del 70% di Gesac ( Napoli) e del
54,5% di Sagat (Torino). Indirettamente, queste società detengono poi partecipazioni in Sacbo (Bergamo) e
in Sab (Bologna). Peraltro, non va dimenticato che il Secondo fondo F2i detiene un ulteriore 8,6% di Sea.
Complessivamente gli scali che fanno capo al fondo infrastrutturale nel 2014 hanno gestito circa 37 milioni di
passeggeri (+ 4,7% rispetto al 2013), pari al 25% circa del traffico nazionale, per un volume d'affari aggregato
di 900 milioni di euro. Come detto questo è il punto di avvio di una strategia che punta a crescere nel settore
con un occhio alle strutture nazionali e a quelle oltreconfine.
pagina 21 25% Napoli Torino Milano Malpensa Milano Linate Bergamo Bologna La filiera aeroportuale di F2i
SAGAT Torino Bologna SEA Malpensa Linate Bergamo GESAC Napoli 37 milioni Passeggeri totali nel 2014
Quota di mercato Le partecipazioni F2i ha ceduto il 49% di F2i Aeroporti alla cordata composta da Ardian
(asset manager che figura peraltro tra gli sponsor del fondo e già partner in 2i Rete gas) e Credit Agricole
Assurances. L'accordo di compravendita è stato firmato ieri e ha portato nella casse del fondo infrastrutturale
400 milioni di euro, tutti destinati ai sottoscrittori del Fondo I. Con un ritorno sull'investimento che, conti alla
mano, appare interessante. Complice il fatto che, per acquistare le partecipazioni custodite nella holding, F2i
ha speso poco meno di 600 milioni di euro. Peraltro, la cessione, è solo il punto di partenza di una strategia di
più ampio respiro. Quello che può sembrare un passo atto a dare il via a una successiva valorizzazione
dell'investimento negli scali italiani è in realtà una mossa funzionale a crescere ulteriormente nel settore.
«L'operazione segna l'avvio di una solida alleanza strategica volta a proseguire la politica di investimento e
sviluppo di F2i Aeroporti», è scritto nella nota diffusa dalla società. In quest'ottica, merita venga ricordato che
Ardian e Credit Agricole Assurances vantano un know how rilevante nel comparto infrastrutturale, in primis in
quello aeroportuale,dove sono presenti, rispettivamente, nell'aeroporto di London-Luton e negli Aéroports de
Paris. Ardian, tra l'altro, opera in Italia con fondi dedicati alle infrastrutture dal 2007. Fino ad oggi aveva
investito nel settore delle rinnovabili (in partnership con il gruppo Tozzi), nei progetti in ambito ospedaliero
con il gruppo Techint e nella distribuzione gas, con la già citata 2i Rete Gas. Oggi F2i Aeroporti è proprietario
del 35,7% di Sea (Malpensa e Linate), del 70% di Gesac ( Napoli) e del 54,5% di Sagat (Torino).
Indirettamente, queste società detengono poi partecipazioni in Sacbo (Bergamo) e in Sab (Bologna). Peraltro,
non va dimenticato che il Secondo fondo F2i detiene un ulteriore 8,6% di Sea. Complessivamente gli scali
che fanno capo al fondo infrastrutturale nel 2014 hanno gestito circa 37 milioni di passeggeri (+ 4,7% rispetto
al 2013), pari al 25% circa del traffico nazionale, per un volume d'affari aggregato di 900 milioni di euro.
Come detto questo è il punto di avvio di una strategia che punta a crescere nel settore con un occhio a tutte
le strutture nazionali e oltreconfine. Il primo step sarà il closing dell'operazione che, una volta ottenuto il sigillo
dell'Antitrust, dovrebbe venire al più tardi entro i prossimi due o tre mesi. F2i è stata assistita da Hsbc e
Unicredit come advisor finanziari e dallo Studio Legale Giliberti Pappalettera Triscornia e Associati come
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. INFRASTRUTTURE
07/02/2015
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advisor legale. Ardian e Credit Agricole Assurances sono state assistite da Société Generale, Crédit Agricole
CIB, Mediobanca, Banca IMI e lo Studio Legale Bonelli Erede Pappalardo. © RIPRODUZIONE Napoli Torino
Milano Malpensa Milano Linate Bergamo Bologna IL NETWORK AEROPORTUALE La rete che fa capo a F2i
LA STRATEGIA DEL FONDO Gli investimenti in F2i nei diversi settori SAGAT Torino Bologna SEA Malpensa
Linate Bergamo GESAC Napoli 25% Quota di mercato Alerion Hfv Infracis Mediterranea delleAcque Gesac
Sea Sagat Metroweb Sasternet Trm Sia TRASPORTI WASTE TO ENERGY GAS ACQUA AEROPORTI TLC
ENERGIE RINNOVABILI RETI IMMATERIALI EnelReteGas 2iGas (exE.OnRete) G6ReteGas Gli investimenti
di F2i
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
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«Un'Unione dell'energia per l'autosufficienza»
Adriana Cerretelli
di Adriana Cerretelli
L'Europa paga l'energia il triplo degli Stati Uniti: per forza finisce in recessione e poi, quando cresce, lo fa a
fatica mentre l'America corre. Al contrario dell'Europa, poi, gli Stati Uniti si muovono, agiscono e reagiscono
di fronte agli eventi. Sarà anche e inevitabilmente molto "energicentrico" Claudio Descalzi (nella foto accanto)
nella sua visione del mondo.
Continua pagina 17
Continua da pagina 1
Però mette subito il dito in una delle grandi piaghe della mentalità e del modello di sviluppo europeo.
Importatrice netta per oltre la metà del suo fabbisogno, il grosso dalla Russia e quasi tutto il resto da Medio
Oriente e Africa, la Ue si trova esposta ai grandi venti di instabilità politica e geo-strategica che le soffiano
addosso, dalle regioni limitrofe e non, e che ne aumentano la vulnerabilità strutturale ai ricatti esterni di ogni
colore.
Bisogna rompere le catene di questa dipendenza sempre più rischiosa e potenzialmente ingestibile puntando
a un mix energetico corretto e sostenibile, bisogna fare e al più presto l'Unione dell'energia. E per costruirla
bisogna riunire intorno a uno stesso tavolo non solo i Governi ma anche i grandi gruppi industriali del settore,
avverte in questa intervista al Sole 24 Ore l'amministratore delegato di Eni, reduce da un lungo incontro a
Bruxelles con Maros Sefcovic, il vicepresidente della Commissione Ue che si prepara a lanciare il grande
patto europeo di stabilità e sicurezza energetica. L'incontro Governi-industria dovrebbe avvenire in aprile.
Salvo sorprese, la proposte concrete di Sefcovic arriveranno il 25 febbraio e proveranno per l'ennesima volta
a colmare una lacuna storica scandalosa, e oggi anche molto pericolosa, che il progetto di euro-integrazione
si trascina dietro dalle origini. I tentativi fatti finora sono finiti in poco o nulla. Non agire questa volta
equivarrebbe però ad esporsi a mani nude alle crescenti tensioni con la Russia di Vladimir Putin che mesta
imperturbabile nella guerra civile ucraina, affonda repentinamente il South Stream, corteggia la Turchia di
Tayyip Erdogan e la nuova Grecia di Alexis Tsipras con l'evidente intento di dividere Europa e Nato.
Significherebbe anche affrontare disarmati il contagio islamista e le minacce terroriste che scuotono i paesi
dell'arco afro-mediterraneo e del Golfo. E forniture relative.
Sarebbe una follia. Soprattutto perché l'Europa oggi è in grado di procurarsi margini di relativa sicurezza e
autosufficienza energetica. Basta procurarle le interconnessioni giuste, spiega Descalzi, andare oltre il
corridoio Est-Ovest per crearne uno Nord-Sud.
Un esempio per tutti. Tra gas nordafricano e gas liquefatto oggi Italia e Spagna dispongono insieme di circa
200 miliardi di metri cubi. Di questi l'Italia ne consuma circa 60, la Spagna 25. C'è dunque un'eccedenza di
quasi 120 miliardi da sfruttare, che potrebbe approvvigionare abbondantemente il mercato europeo quasi
azzerando la dipendenza dai 140 miliardi di gas che ogni anno importiamo dalla Russia, che in certi Paesi è il
fornitore unico. Non è un sogno ma oggi è una mission impossible perché mancano interconnessioni e
meccanismi di reverse flow, cioè il mercato unico europeo.
Le interconnessioni fisiche però non bastano. Quelle regolatorie sono altrettanto essenziali. Perché non si
può immaginare di programmare i massicci investimenti richiesti dalla sfida in un'Unione dai mercati nazionali
compartimentati, con 28 diversi sistemi normativi, spesso fatti apposta per essere tra loro impenetrabili.
Un'armonizzazione a livello europeo deve, continua l'ad di Eni, prevedere vari obiettivi. Prima di tutto deve
favorire lo sviluppo delle risorse nazionali di gas per aumentare la liquidità del mercato, ridurre il prezzo e
stimolare l'economia nel quadro di una normativa e di un piano d'azione europei che assicurino l'applicazione
bilanciata delle normative ambientali e al tempo stesso individuino target nazionali e regionali di esplorazione
e produzione .
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IL COLLOQUIO/parla descalzi, ad di eni
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D'altra parte la politica energetica europea deve uscire dal paradosso che attualmente la vede stretta tra
l'insostenibilità dei sussidi alle energie rinnovabili e il consumo crescente i carbone nella produzione elettrica.
Se si vogliono raggiungere gli obiettivi di emissione di Co2 fissati per il 2030, si deve ribaltare
progressivamente il mix energetico per renderlo più competitivo e sostenibile dal punto di vista ambientale. In
prospettiva il contributo del gas in Europa deve salire e non scendere come avviene oggi, di pari passo con la
graduale decarbonizzazione delle centrali elettriche. Il tutto accompagnato dalla riforma del sistema ETS per
lo scambio delle emissioni.
La dottrina energetica europea di Descalzi , come il suo gruppo, si ritrovano oggi a fare i conti anche con
l'inatteso calo dei prezzi del petrolio, indotto dalla rivoluzione americana dello shale che sta cambiando la
dinamica strutturale del mercato e mettendo l0Opec in serie difficoltà. Durerà la discesa ed è plausibile un
prezzo intorno ai 50 dollari a barile dopo i 120 ancora di sette mesi fa? E con quali conseguenze sull'Europa
dell'energia? Domande obbligate.
Siamo in una fase nuova per i prezzi, risponde il nostro, perché la produzione da shale è in grado di seguire
rapidamente il mercato. È cresciuta di 3 milioni di barili negli ultimi tre anni, un fatto sconvolgente per l'Opec.
Dove l'Arabia Saudita è in una posizione difficile: se taglia da sola la produzione di 3-4 milioni di barili fa un
favore non solo agli altri membri del cartello che non riducono ma soprattutto ai produttori americani di shale
che aumenterebbero la produzione erodendone le quote di mercato. Tra luglio e novembre il greggio da scisti
ha creato sul mercato uno squilibrio di 1,5 milioni di barili al giorno su una domanda complessiva di 92 milioni:
una quantità irrisoria che da sola non può spiegare il crollo dei prezzi da 120 a 45 dollari.
Determinanti sono stati sia la decisione dell'Arabia Saudita in novembre di lasciare invariata la produzione,
dando spazio al mercato e annunciando di potersi permettere un calo fino a 20 dollari, sia l'attivismo della
speculazione finanziaria, delle transazioni di carta sul petrolio, che valgono 15-20 volte quelle sul mercato
fisico.
Conclusione? Che l'Opec intervenga o no, a un certo punto il prezzo tornerà a salire perché il ribasso attuale
carbura la crescita economica in Europa e Cina, le due aree del mondo più sensibili ai rincari energetici,
quelle che più delle altre hanno visto rallentare la crescita industriale nel quadriennio di prezzi stabili ed
elevati che ha preceduto l'attuale fase depressiva. I prezzi bassi stanno poi provocando tagli del 15-20% dei
grandi investimenti, riducendo l'offerta nel medio-lungo termine che farà a sua volta lievitare i prezzi.
Insomma, il messaggio è chiaro: la manna dei mini-prezzi non sarà per sempre. Anche per questo l'Europa
dell'energia integrata resta una priorità strategica irrinunciabile. Da realizzare in fretta smentendo per una
volta i tempi biblici europei.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Il gas russo verso l'Europa 0 20 40 60 80 100 Quota % di gas importato
dalla Russia Gasdotti Grecia 40 Cipro 3 Malta 2 Spagna 14 Irlanda 1 Portogallo 10 Regno Unito 13 Bulgaria
90 Germania 30 R. Ceca 73 Polonia 91 Lituania 92 Lettonia 72 Estonia 69 Romania 47 Austria 9 Francia 17
Belgio 30 Olanda 34 Danimarca 10 Svezia 46 Finlandia RUSSIA Nord Stream Yamal Trans Balcan Soyuz B
ratstvo UCRAINA 76 Italia 28 Slovenia 24 Croazia 34 Slovacchia 98 Ungheria 86 95 mln di m3 al giorno
Export senza passaggio dall'Ucraina 175 mln di m3 al giorno Export via Ucraina
NUMERI E PROSPETTIVE
28
La percentuale italiana
È la percentuale del gas che il nostro Paese importa dalla Russia; per la Germania la quota che viene da
Mosca è del 30%.
200
Miliardi di metri cubi
Tra gas nordafricano e gas liquefatto oggi Italia e Spagna dispongono insieme di circa 200 miliardi di metri
cubi. Di questi l'Italia ne consuma circa 60, la Spagna 25. Vi è dunque un'eccedenza di quasi 120 miliardi da
sfruttare, che potrebbe approvvigionare abbondantemente il mercato europeo quasi azzerando la dipendenza
07/02/2015
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Pag. 1
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dai 140 miliardi di gas che ogni anno importiamo dalla Russia.
1,5
Milioni di barili
Tra luglio e novembre il greggio da scisti ha creato sul mercato uno squilibrio di 1,5 milioni di barili al giorno
su una domanda complessiva di 92 milioni: una quantità irrisoria che da sola non può spiegare il crollo dei
prezzi da 120 a 45 dollari.
Foto:
Claudio Descalzi. Da poco meno di un anno è amministratore delegato di Eni, dove lavora dal 1981
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1,19,20
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Padoan: riforma da accelerare per le popolari
Bufacchi
Il ministro dell'Economia, Padoan, e il vicedirettore generale della Banca d'Italia, Panetta, hanno blindato la
riforma delle banche popolari: il sistema bancario nazionale deve adeguarsi al nuovo quadro internazionale e
contribuire a centrare gli obiettivi dell'Unione bancaria: il rafforzamento e l'efficienza per sostenere la crescita.
pagine 19 e 20
La riforma delle banche popolari va fatta. Va fatta da tempo e ora si farà in accelerazione perché il sistema
bancario nazionale deve adeguarsi all'evoluzione del quadro internazionale e contribuire a centrare gli
obiettivi dell'Unione Bancaria europea: il rafforzamento e la maggiore efficienza degli istituti di credito per
meglio sostenere la crescita e la creazione di posti di lavoro. Così ieri il ministro dellìEconomia Pier Carlo
Padoan e il vice direttore generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta hanno blindato la riforma delle banche
popolari. Un intervento che favorisce l'integrazione bancaria e finanziaria in Europa.Intervenuti alla
conferenza organizzata dalla Foundation for European Progressive Studies (Feps) e dalla Fondazione
Italianieuropei a Roma, sul tema «luci e ombre dell'Unione Bancaria e della nuova architettura finanziaria
europea», Padoan e Panetta hanno entrambi sottolineato i progressi fatti finora nel sistema bancario
europeo, e anche italiano, per fermare la spirale perversa tra banche e debito pubblico scatenata dalla crisi
greca del 2010.
Continua pagina 20 Isabella Bufacchi
Continua da pagina 19
Impensabile solo qualche anno fa che l'Europa si sarebbe dotata di una lunga serie di nuovi strumenti:
Efsf/Esm, Meccanismo di vigilanza unico (SSM), Meccanismo unico di risoluzione delle banche e fondo di
risoluzione, QE, Unione del mercato dei capitali e Piano Juncker.
Tutte iniziative che favoriscono una maggiore integrazione. In questo contesto va dunque collocata la riforma
delle banche popolari, necessaria perché «il sistema finanziario globale é cambiato profondamente» ha
sottolineato il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. Il decreto del governo sulle popolari é arrivato
perché «riteniamo sia necessaria un'accelerazione e il sistema bancario nazionale deve adeguarsi al nuovo
quadro internazionale». «Le ragioni della riforma - ha spiegato Padoan - sono duplici. Riaffermare che le
popolari sono una parte importante del sistema bancario italiano, che ha fatto bene e farà ancora meglio nelle
nuove condizioni. E poi il sistema bancario deve prendere atto che il mondo é cambiato e la riforma delle
popolari é stata in qualche cassetto per un paio di decenni».
Padoan ha però anche sottolineato la necessità di andare avanti nella mutualizzazione e integrazione
europea, nelle riforme e nel rafforzamento del sistema perchè «bisogna essere molto cauti a voler essere
ottimisti», il calo del prezzo del petrolio, l'euro debole e il QE sono tutti fattori che rendono il quadro
macroeconomico soltanto «un po' più favorevole». Per Padoan «il quantitative easing è molto importante,
sarà un game changer» e il suo impatto potenziale per come aggredirà la bassa crescita e la deflazione è
stato sottovalutato. «Sono molto in disaccordo con chi critica la politica monetaria espansiva della Bce perché
toglie la pressione dagli Stati che devono fare le riforme - ha tuonato il ministro -. Per fare le riforme serve la
consapevolezza del paese che servono e non la pressione esterna».
Fabio Panetta, ripercorrendo i punti di forza dell'Unione bancaria, ha evidenziato che il recente decreto sulle
banche popolari «è parte di un più vasto sforzo di riforma per portare l'economia italiana al livello dei migliori
standard europei di efficienza». «L'iniziativa - ha aggiunto - è il risultato di anni di riflessione sulle lacune della
struttura cooperativa per le quotate o le grandi banche». Per Panetta, l'Unione bancaria abbinata alle
politiche nazionali e alla politica monetaria della Bce sta già contribuendo alla normalizzazione delle
condizioni del credito per famiglie e imprese. Ma ha anche auspicato una maggiore integrazione e
convergenza dell'intero impianto delle regole, comprese quelle riguardanti a livello nazionale le procedure
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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FOCUS BANCHE
07/02/2015
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fallimentari, la tassazione. «Occorre adesso potenziare gli strumenti di finanziamento alternativi al sistema
bancario», ha affermato con vigore promuovendo un'accelerazione della creazione del mercato dei capitali
unico, «un obiettivo ambizioso».
Alla conferenza, Danièle Nouy, presidente del consiglio di vigilanza della Bce e del Meccanismo unico di
sorveglianza ha spiegato come la nuova istituzione, con la formula del "bottom-up", riesce a integrare le
diverse vigilanze a livello nazionale trasformandole in controllori europei: «abbiamo messo insieme il meglio
di due mondi: all'esperienza di Bankitalia, abbiamo aggiunto la 'distanza' di Francoforte». E per far capire
come funziona la vigilanza unica, Nouy ha detto che Fabio Panetta è ora ascoltato dalle banche francesi
tanto quanto da quelle italiane. «Vogliamo essere rigorosi ed equi - ha aggiunto, parlando in prospettiva - le
banche devono essere assolutamente certe della parità di trattamento. E più le banche sono forti, maggiore è
la loro capacità di erogare credito».
.@isa_bufacchi
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA Isabella Bufacchi
Foto:
Bce . Danièle Nouy
Mef. Il ministro Pier Carlo Padoan
Bankitalia. Il vice dg Fabio Panetta
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1.19.22
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Valeri: «Ora l'Italia sta ripartendo»*
Monica D'Ascenzo
«Migliora la domanda di credito, per la prima volta vediamo forti richieste di prestiti per l'investimento». Per
Flavio Valeri, chief country manager di Deutsche Bank, in Italia aumentano i segnali di ripresa dell'economia
reale e iniziano a porsi le basi per una ripresa dell'attività economica.
«In Italia ci sono una serie di condizioni prodromiche allo sviluppo del Paese: le riforme passate e presenti,
l'elezione molto lineare del Presidente della Repubblica, la politica espansiva della Bce, l'andamento dei
cambi, i bassi tassi d'interesse, il basso prezzo del petrolio. Le condizioni sono molto propizie». Flavio Valeri,
chief country officer di Deutsche Bank in Italia, è ottimista sulle prospettive 2015 dell'economia italiana, anche
in virtù dei dati sul settore manifatturiero e sui trasporti arrivati nei giorni scorsi: «sono segnali che arrivano
dall'economia reale, bisognerà vedere se saranno confermati nei prossimi mesi ». Fiducia sul fronte del
credito: «L'ultimo comunicato dell'Abi - ricorda - riporta sia la domanda sia l'erogazione in aumento. Inoltre c'è
un contestuale rallentamento dei crediti deteriorati». Monica D'Ascenzou pagina pagina 22
«C'è un allineamento delle stelle positivo per l'Italia. Ci sono una serie di condizioni prodromiche allo sviluppo
del Paese: le riforme passate e presenti, l'elezione molto lineare del Presidente della Repubblica, la politica
espansiva della Bce, l'andamento dei cambi, i bassi tassi d'interesse, il basso prezzo del petrolio. Le
condizioni sono molto propizie». Flavio Valeri, chief country officer di Deutsche Bank in Italia, è ottimista sulle
prospettive 2015 dell'economia italiana, anche in virtù dei dati sul settore manifatturiero e sui trasporti arrivati
nei giorni scorsi: «sono segnali che arrivano dall'economia reale, bisognerà vedere se saranno confermati nei
prossimi mesi».
Siete ottimisti anche sul credito?
L'ultimo comunicato dell'Abi riporta sia la domanda sia l'erogazione in aumento. Inoltre c'è un contestuale
rallentamento dei crediti deteriorati. D'altra parte un'economia in crescita investe, esporta e per questo chiede
più supporto finanziario. Ottimo per le banche.
Negli ultimi anni spesso il credito alle imprese è andato a finanziare il circolante. È ancora così?
Per la prima volta rivediamo una forte richiesta di credito per gli investimenti. Questo è certamente un
segnale importante.
Sul fronte dei crediti deteriorati, invece, si è tornati a parlare di "bad bank". Il ministro dell'Economia
Pier Carlo Padoan ha riaperto all'ipotesi a Davos e il governatore di Banca d'Italia Ignazio Visco,l'ha
definita «un'idea interessante». Cosa ne pensa?
È senz'altro un'idea interessante e va studiata. Alcune banche, peraltro, hanno già provveduto in proprio da
tempo costituendo una propria bad bank. Deutsche Bank, ad esempio, ha costituito tre anni fa una "non core
unit", che si occupa di dismettere attività non più parte del perimetro del gruppo. Per le banche è chiaro che le
partite non core devono essere gestite con società ad hoc. Se diventa una scelta di sistema vedremo come
verrà organizzata.
Il sistema bancario italiano è in mutamento dopo la spinta del decreto sulle Popolari. Se si arrivasse
alla conversione in Spa, ibride o non, potreste valutare operazioni straordinarie in Italia?
Per Deutsche Bank l'Italia è il secondo mercato per importanza dopo la Germania, con 650 punti vendita (tra
filiali, sedi dei promotori e financial shops), 5.500 collaboratori e 25 miliardi di raccolta nel private banking.
Abbiamo assunto 500 promotori Finanza&Futuro e aperto 70 nuove filiali in tre anni arrivando a 340. Per il
futuro intendiamo continuare a crescere, ma per linea organica, nelle gestioni patrimoniali e nel transaction
banking. Non siamo interessati ad avere ruoli di aggregatori, neanche di sportelli. Si tratta di una scelta fatta
cinque anni fa. Come banca d'affari, invece, ci candidiamo a essere advisor o global coordinator in caso di
aumenti di capitale o operazioni straordinarie.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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intervista
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1.19.22
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Il consolidamento del sistema bancario italiano potrebbe portare nuovi gruppi stranieri in Italia. Vi
aspettate un aumento della concorrenza?
Secondo i dati Aibe circa il 25% delle attività finanziarie sono già fatte da banche straniere. Già ora il
comparto è molto competitivo, anche perché alcune banche italiane sono molto forti anche su prodotti
sofisticati.
Le banche dovranno affrontare anche la sfida dell'innovazione con competitor, nell'offerta di servizi,
che non sono di origine bancaria...
Sul tema del Fintech ci possiamo attendere delle novità importanti. Le banche da utenti della tecnologia
potranno diventare imprenditori nell'It sia investendo in start up del settore sia attraverso la ricerca delle loro
divisioni tecnologiche. In questa direzione abbiamo ampi margini di crescita.
Un'ultima domanda: come giudica questi primi mesi di unione bancaria europea?
È il primo anno di attuazione e l'interazione con il nuovo sistema di sorveglianza è partita molto bene da
quanto possiamo vedere.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Monica D'Ascenzo
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Il ceo di Db Italia. Flavio Valeri
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 5
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«Con il Jobs act un passo importante per chi vuole investire in Italia»
Rossella Bocciarelli
La politica monetaria può sostenere la crescita ma non basta:
ci vogliono le riforme
«Abbiamo bisogno in ogni paese Ue di strutture competitive e di un'industria efficiente. Io credo nella base
industriale dell'Italia. Rafforziamo l'industria, così rafforziamo l'Italia e l'Europa». Matthias Wissmann,
Presidente del VDA (Verband der Automobilindustrie) e vice-presidente del BDI (Bundesverband der
Deutschen Industrie) è convinto delle potenzialità dello sviluppo europeo. «Dobbiamo solo far sì che questo
grande spazio si apra» osserva.
Angela Merkel ha detto a Matteo Renzi che i manager tedeschi, dopo l'implementazione del Jobs act,
ricominceranno a investire e ad assumere. È così?
L'Italia fa parte dei paesi europei particolarmente colpiti dalla crisi. Negli scorsi tre anni il Pil ha registrato un
calo, mentre per il 2015 si prevede per la prima volta una piccola ripresa. Le prospettive lasciano dunque
sperare. La riforma del mercato del lavoro è un passo importante per ottenere la fiducia di coloro che
intendono investire in questo bel paese. Il cammino verso una crescita sostenibile è infatti ancora duro e
pietroso. È decisivo per tutti i paesi europei rafforzare la competitività delle imprese.
Ci sono provvedimenti che l'Italia dovrebbe realizzare per seguire l'esempio tedesco?
Dieci anni fa la Germania era considerata "il malato d'Europa", questo "esempio" non doveva seguirlo
nessuno. Più di cinque milioni di persone erano senza lavoro. Non l'abbiamo dimenticato. Ci sono voluti
grandi sforzi per superare resistenze e realizzare riforme profonde. Ancora più importante era limitare, nella
partnership tra datori di lavoro e sindacati, i costi salariali unitari. Il risultato incoraggia: la competitività è
aumentata, così come la produzione e le esportazioni. È poi seguita un'occupazione maggiormente soggetta
all'obbligo assicurativo, che oggi è a livelli record.
Quindi?
Dal punto di vista italiano ciò significa: mettere in pratica le riforme necessarie con coraggio e
determinatezza, vale la pena.
Secondo gli economisti italiani la Germania dovrebbe importare di più affinché altri paesi Ue possano
crescere.
La Germania è diventata per l'Europa la locomotiva della congiuntura. Se le esportazioni tedesche
aumentano del 10%, le nostre importazioni di prestazioni preliminari, dunque prodotti o servizi dall'Italia e da
altri paesi Ue, incrementano del 9%. Il valore d'importazione pro capite della Germania è maggiore di quello
della Francia. Dal 2007 l'eccedenza delle partite correnti della Germania si è più che dimezzata rispetto
all'Eurozona.
Come si è arrivati a questi risultati?
L'eccedenza commerciale tedesca non è un risultato di provvedimenti politici o interventi statali sul mercato,
bensì frutto di numerose singole decisioni di economia privata prese proprio da medie imprese come quelle
che determinano la struttura economica anche in Italia. L'economia deve riconquistare una tale competitività
giorno per giorno. Non solo alcuni grandi gruppi, ma anche medie imprese a conduzione familiare hanno
osato esporsi verso i mercati mondiali.
Anche l'Italia ha bisogno di ritrovare la strada della crescita.
Certo, l'Italia ha bisogno di crescita economica allo stesso modo della Germania. A tale scopo è necessario
del capitale, che al momento è abbondantemente presente in Europa. E sono necessari soprattutto sforzi da
parte di tutti i paesi Ue.
In che modo?
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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INTERVISTA MATTHIAS WISSMANN
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 5
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Anche l'Italia nel 2014 ha conseguito un'eccedenza di esportazione. Giustamente adesso a Roma non
verrebbe a nessuno l'idea di far abbassare le esportazioni. Le esportazioni di auto dalla Germania all'Italia nel
2014 sono aumentate a 236.900 unità, ma sono circa un terzo al di sotto del livello del 2011. In altre parole:
se l'Italia sta meglio, la gente riprende ad acquistare più vetture nuove.
Ritiene che l'integrazione tra l'industria tedesca e italiana stia progredendo?
L'Italia è uno dei grandi paesi dell'automobile, con un'orgogliosa tradizione e forti marchi. È cosa che
apprezziamo molto: efficienti subfornitori provenienti dall'Italia sono persino membri nella federazione
dell'industria automobilistica VDA, come Magneti Marelli o lo specialista di freni Brembo. Ma anche imprese
come la Alcantara dell'Umbria riforniscono costruttori di automobili tedeschi. Partnership anche nel settore dei
motocicli: la Ducati è società controllata della Audi, la Mercedes-AMG partecipa alla MV Agusta.
La debolezza dell'euro, come conseguenza delle misure della Bce, darà ancora un contributo alla
ripresa nell'Eurozona?
Gli euro in più procureranno sicuramente maggiore liquidità. Le esportazioni dall'Eurozona in altri mercati
costeranno di meno, ma le importazioni diventeranno più care, ad esempio dalla Svizzera o dall'area dollaro.
Fondamentalmente vale questo principio: la politica monetaria può sostenere la crescita, ma non la può
generare da sola.
E dunque riforme...
Tutti i paesi devono svolgere i loro compiti: riforme strutturali, anche sul mercato del lavoro, disciplina nei
costi salariali unitari, flessibilità sul mercato del lavoro, investimenti in ricerca e sviluppo. Anche per le
economie politiche vale il principio: gli antidolorifici portano sollievo, ma non guariscono. L'Europa deve
puntare sull'industria e sui servizi affini, alcuni paesi hanno addirittura bisogno di una reindustrializzazione,
allora avanzano anche crescita e occupazione.
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IN CIFRE
236.900 auto
Export Germania-Italia
Il numero di automobili esportate dalla Germania in Italia lo scorso anno. Ma l'export verso il nostro paese
resta comunque inferiore di un terzo rispetto ai livelli 2011
+9%
Il traino sulle importazioni
Di tanto aumentano le importazioni tedesche di prestazioni preliminari, cioè di prodotti o servizi,dall'Italia e da
altri paesi Ue, se le esportazioni dalla Germania aumentano del 10%
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Case automobilistiche tedesche. Matthias Wissmann, presidente Vda
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 19,21
(diffusione:334076, tiratura:405061)
L'ad Ravanelli: «Per Metroweb un partner a breve, pronti a supportare lo
sviluppo delle infrastrutture»
Laura Galvagni
Di Laura Galvagni
L'operazione aeroporti è tutto fuorché funzionale a ridurre l'esposizione di F2i sul settore. Anzi, «segna l'avvio
di una solida alleanza strategica volta a cogliere nuove opportunità e a proseguire nella politica di
investimento sul comparto». Lo assicura Renato Ravanelli, amministratore delegato di F2i che, in questo
colloquio con Il Sole 24 Ore traccia il profilo del fondo infrastrutturale privato «più importante» d'Italia e tra i
più grandi in Europa: oltre 70 investitori istituzionali come sottoscrittori, il 20% dei quali di matrice estera e 11
con quote di investimento superiori ai 100 milioni (tra queste le due principali banche del paese, Intesa
Sanpaolo e UniCredit). Ravanelli traccia un ritratto dettagliato anche nel tentativo di lanciare un messaggio al
paese: «Il sistema economico italiano ha bisogno di un soggetto come noi capace di convogliare la liquidità
disponibile lungo direttrici compatibili con le necessità di sviluppo industriale. Siamo perfettamente
consapevoli che le infrastrutture possono svolgere un ruolo di motore per l'economia nazionale».
Continua pagina 21
Continua da pagina 19
E in quest'ottica l'operazione Metroweb potrebbe rivelarsi un tassello cruciale. Ma non solo, gli occhi del
fondo sono puntati anche sul comparto delle utility, passione antica del manager, sul ciclo idrico integrato,
sulle rinnovabili e pure sulle autostrade. Ecco perché, mentre il secondo fondo ha già raccolto 800 milioni, in
calendario è già pronto il piano per dare avvio a un terzo fondo.
Cedere il 49% di F2i Aeroporti è un primo passo per dirottare le risorse su altri settori?
Tutt'altro, puntiamo a crescere, in Italia e all'estero. Tanto che abbiamo già allo studio alcune operazioni volte
ad ampliare il portafoglio aeroportuale.
Il controllo di Sea potrebbe essere una di queste?
Come noto siamo già presenti in Sea e guarderemo con attenzione a ogni iniziativa del Comune di Milano
volta a valorizzare la partecipazione che ha nello scalo. Detto questo, intendiamo continuare a supportare gli
aeroporti che controlliamo o a cui partecipiamo. Gli aeroporti sono la porta d'ingresso nel nostro paese e, per
quanto ci compete, lavoriamo perché sia la più accogliente possibile. D'altra parte, deve essere ben chiaro
che F2i non opera secondo l'ottica di un fondo di private equity, i nostri investimenti hanno un orizzonte
temporale di lungo periodo. Noi cerchiamo di creare valore riducendo la frammentazione di quei comparti in
cui l'efficienza è strettamente connessa alla scala, oltre che alla buone gestione manageriale.
E' una politica che paga?
Il patrimonio gestito dalla società di cui sono amministratore delegato è investito in 13 società capogruppo,
sette delle quali sono controllate. Nel 2014 hanno generato un giro d'affari vicino ai 2,3 miliardi di euro con un
margine operativo lordo di 1 miliardo. Il rendimento derivante dal solo dividendo, nel passato esercizio, è
stato superiore al 6% mentre l'Irr si attesta attorno al 12%.
Tra le società in portafoglio, Metroweb ha recentemente catalizzato l'interesse del mercato. Che piani
avete in mente per la società?
Conosco bene Metroweb perché ho contribuito alla sua nascita alla fine degli anni '90. Così quando sono
arrivato in F2i mi sono chiesto se il modello di sviluppo della società fosse ancora adeguato. Stante l'attuale
quadro regolatorio, la risposta è negativa. Oggi Metroweb investe con scarso controllo delle leve che attivano
la domanda quindi con un profilo di rischio troppo sbilanciato. Per questo abbiamo aperto un confronto con
Telecom e Vodafone.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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INTERVISTA
07/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 19,21
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Telecom però vorrebbe acquistare la società.
Noi ci siamo attivati per condividere un piano industriale di sviluppo e sceglieremo, insieme a Fsi, nostro
socio in Metroweb, nel più breve tempo possibile quel partner che ci assicuri il rispetto di due condizioni
fondamentali: un piano sostenibile dal punto di vista economico -finanziario e la garanzia che quel progetto
venga realizzato. Senza questo è inutile parlare di governance, è un tema che affronteremo solo nel caso in
cui vengano soddisfatte queste attese.
I patti con Fastweb non impongono dei vincoli alla vendita di Metroweb?
I patti parasociali con Fastweb non costituiscono un ostacolo rispetto ai piani di sviluppo e verranno
pienamente rispettati.
Siete al lavoro per lanciare un terzo fondo? Si dice che guardiate con interesse al settore delle utility,
dal quale lei proviene peraltro.
Un terzo fondo è immaginabile. Quanto alla destinazione delle risorse, guardiamo a quelle aree di business
che devono superare l'eccessiva frammentazione e dove le economie di scala sono un elemento di
differenziazione e di forza importante. Per intenderci, attraverso operazioni di acquisizione e successive
fusioni F2i oggi controlla il secondo operatore nazionale nella distribuzione del gas 2iRetiGas. È questo il
modello che intendiamo replicare.
Il governo sta spingendo perché le utility diano vita a un percorso di aggregazione.
Il governo permette agli enti che cedono quote di municipalizzate di poter investire le risorse raccolte, in
deroga al patto di stabilità, sul territorio per opere infrastrutturali. Questo potrebbe innescare il tanto atteso
percorso di consolidamento al quale noi guarderemo con attenzione. Ovviamente non ci interesseremo solo a
questo. Stiamo investendo molto anche nelle rinnovabili. Abbiamo acquistato il 70% della società eolica di
Edison, a breve pensiamo di trovare l'accordo per l'acquisto del solare di E On che fonderemo con Hfv per
tornare a una redditività adeguata. E poi c'è il ciclo idrico integrato: se si creeranno le condizioni di carattere
regolatorio F2i si candida a entrare nel settore o ad accompagnare le grandi utility nella necessaria
accelerazione della politica di investimenti.
Sentite di aver perso la partita per le torri Wind?
Finché il contratto tra Abertis e Wind non verrà firmato mi sento in gara. Certamente è un'operazione che è
coerente con la nostra strategia. Ritengo, tra l'altro, che sia stata fatta un'offerta molto buona sia
contrattualmente che economicamente. E spero che il venditore la valuti con grande attenzione. Ma ogni
operazione ha un prezzo giusto oltre al quale non bisogna andare.
In quasi nove mesi dalla sua uscita da A2A ha preferito non commentare la fine di quella lunga
esperienza. Oggi si sente di trarre un breve bilancio?
È stata una splendida esperienza manageriale, industriale e umana. Ho preso il timone nel 2012, alla
scomparsa di Giuliano Zuccoli, e mi sono trovato a dover gestire una situazione complessa. Eravamo in
piena crisi finanziaria, il mercato dell'energia era crollato e il titolo era minimi (0,3 euro). Ho lasciato l'azienda
ventiquattro mesi dopo con il le azioni a oltre 1 euro e il debito ridotto di circa 1,2 miliardi. Ora è una solida
realtà industriale che sono certo farà bene anche nei prossimi anni.
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Al vertice di F2i. Renato Ravanelli
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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Ora via a due grandi riforme
Riccardo Sorrentino
Riccardo Sorrentino pagina 3
Torna la ripresa. Anche se timidissima. Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha spiegato ieri che la
nuova politica monetaria della Bce potrà portare a un aumento del Pil italiano a oltre lo 0,5% quest'anno e a
oltre l'1,5% l'anno prossimo.
Dopo tre anni di flessione dell'attività economica e una tendenza negativa che risale al 2008, è una buona
notizia. Anche perché dal calcolo sono esclusi l'effetto del calo del petrolio e del deprezzamento dell'euro, la
cui durata è circondata da troppa incertezza. In ogni caso non ci si può nascondere il fatto - come lo stesso
Visco ha sottolineato - che si tratta comunque di poca cosa. Come poca cosa sarà la crescita del Pil nominale
(Pil reale + inflazione) che definisce la sostenibilità dei debiti: in Italia sia lo Stato che le imprese - non le
famiglie, per fortuna - hanno un'esposizione piuttosto elevata in rapporto al Pil.
Occorre quindi fare di più, e tanto. Anche Mario Draghi, da Francoforte, ricorda sempre che la politica
monetaria non arriva dappertutto. Nessuno ha evocato l'immagine della banca centrale che cerca di spingere
un nastro - compito quasi impossibile: si piega - probabilmente perché ingenerosa verso i poteri delle autorità
monetarie; ma è sicuramente più complicato stimolare la crescita e i prezzi che frenarli.
Il Governatore ha allora elogiato e nello stesso tempo stimolato il Governo per le misure prese e per quelle in
arrivo, che «vanno nella giusta direzione»; e ha sottolineato anche come sia diventato più "aperto" il quadro
europeo su investimenti pubblici e regole di bilancio.
L'aspetto più interessante del suo discorso è però l'indicazione delle altre riforme da fare. Oltre alla necessità
di migliorare la «dotazione di capitale umano» del paese, «insufficiente rispetto allo status di paese
avanzato», Visco ha suggerito due cose sole - scelte quindi con cura, non un mero omaggio retorico - difficili
e decisamente dirompenti.
La prima riforma è economica e civile insieme. «L'intrusione della corruzione e della criminalità organizzata
nel tessuto economico e sociale rimane su livelli intollerabili», ha detto. La corruzione non è una questione
morale, né le mafie solo un problema giudiziario e di ordine pubblico: «Garantire la legalità, anche attraverso
una maggiore efficacia dell'amministrazione della giustizia, consente il buon funzionamento del sistema
produttivo, incoraggia l'attività di impresa, attrae nel Paese risorse umane e finanziarie».
La seconda riforma è finanziaria, non è per nulla nuova, ma è significativa perché suggerita da chi vigila sul
settore bancario. «Nel nostro Paese - ha aggiunto - va proseguita con tenacia l'opera tesa a rendere
l'ambiente più favorevole all'attività di impresa. Una ripresa non effimera degli investimenti richiede che il
risparmio affluisca alle imprese non solo con il ritorno alla crescita del credito bancario ma anche con un
maggiore accesso diretto al mercato dei capitali, non limitato alle imprese più grandi. Ne potranno beneficiare
i settori più innovativi, maggiormente in grado di creare nuova occupazione». Se la Grande recessione ha
fatto emergere i limiti dei mercati finanziari, la crisi di Eurolandia ha mostrato quelli di un sistema in cui le fonti
di finanziamento sono dominate dalle banche.
Il messaggio è chiaro. La ripresa ciclica non basta. Non è sufficiente dare benzina - monetaria e fiscale - al
sistema, ma cambiare decisamente il motore dell'economia e del Paese: la crescita potenziale dell'Italia - in
un certo senso la velocità massima raggiungibile "in sicurezza" - è ormai diventata molto, troppo bassa.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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LE ANALISI
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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Alessandro Graziani
La prossima trasformazione in società per azioni delle banche popolari, che storicamente non hanno azionisti
rilevanti, è assimilabile a una «privatizzazione» del settore bancario. Stavolta non ci saranno azioni in
vendita, a differenza di quanto accadde dal 1992 in poi con Credit e Comit. Ma, ora come allora, ci sarà un
vuoto nell'azionariato da provare a riempire. All'epoca fu lo Stato a uscire di scena. Ora saranno gli azionisti
dipendenti-clienti che, dopo l'eliminazione del voto capitario, non conteranno più. Chi li sostituirà?
Continua pagina 5
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Per i vertici delle banche popolari, individuare un futuro nucleo di azionisti forti, che diano stabilità alla
governance mantenendosi complessivamente sotto la soglia di Opa, è la nuova priorità. E già dai prossimi
giorni, il tema sarà oggetto dei contatti tra i banchieri e gli azionisti interessati ad assumere posizioni rilevanti
nell'azionariato delle Popolari. I tentativi di resistere alla trasformazione in Spa decisa per decreto dal
Governo Renzi appaiono ormai puramente come strumenti negoziali, utili casomai per cercare di stemperare
la riforma «annacquandola» con tetti di voto al 3-5% o con l'introduzione di nuove modalità di voto multiplo. A
tutti è chiaro che, anche dopo l'appoggio incondizionato alla riforma annunciato ieri da parte del Governatore
di Bankitalia Ignazio Visco, l'addio al voto capitario e la trasformazione in Spa sono inevitabili. E che la
battaglia parlamentare, a cui la lobby delle popolari non rinuncerà a partecipare, potrà portare solo a rinvii nei
tempi di attuazione (da 18 a 24 mesi?) o all'introduzione di clausole per evitare che si creino in tempi rapidi
posizioni di controllo individuali. Ecco perché, prima ancora di pensare a studiare aggregazioni all'interno del
settore, gli attuali vertici delle principali banche popolari si avviano a promuovere la creazione di nuclei stabili
di soci che ne preservino il controllo. In molti casi (Ubi Banca, Banco Popolare, Bper, Bpm) esistono posizioni
d'investimento precostituite che complessivamente si collocano tra il 5 e il 10% del capitale. Per
incrementarle, si pensa a coinvolgere gruppi industriali locali. Ma c'è anche chi guarda alle grandi e medie
Fondazioni, spesso ormai poco rilevanti negli assetti delle ex banche conferitarie e interessate a rientrare in
gioco in istituti legati al territorio. Ma su questo punto si rischia di aprire un nuovo fronte di tensione con il
Governo.
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C LA PAROLA CHIAVE
Fondazione
Una fondazione di origine bancaria è una persona giuridica privata, autonoma e senza fini di lucro che
persegue scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico. Le fondazioni bancarie sono state
introdotte per la prima volta nell'ordinamento italiano con la legge n. 218 del 1990, la cosiddetta «leggedelega Amato-Carli»; l'associazione di settore che ne coordina l'attività è l'Acri.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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QUASI UNA «PRIVATIZZAZIONE»
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 3
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«Effetto Bce, Pil oltre lo 0,5% nel 2015»
Visco: riforme nella giusta direzione, ok Jobs Act e Pa - Ora procedere, soprattutto con l'attuazione
Rossella Bocciarelli
MISURE PER LA CRESCITA
«L'acquisto di titoli pubblici non rende meno necessarie, né meno probabili, le riforme per rilanciare i Paesi
Ue.
Le può anzi favorire»
L'allarme criminalità
«L'intrusione della corruzione e della criminalità organizzata nel tessuto economico e sociale rimane su livelli
intollerabili»
MILANO
Nell'economia dell'eurozona e in Italia si stanno manifestando «alcuni sviluppi incoraggianti», grazie alla
politica monetaria espansiva e grazie al fatto che «oggi c'è spazio per un sostegno alla domanda». Per
tornare a una crescita stabile e durevole, però, «nel nostro paese va proseguita con tenacia l'opera tesa a
rendere l'ambiente più favorevole all'attività d'impresa». E, per consentire alle banche di destinare più risorse
al finanziamento dell'economia, è opportuno anche un intervento pubblico che agevoli lo smobilizzo dei
prestiti deteriorati, pesante eredità della recessione.
Di fronte alla gremita platea di banchieri e operatori finanziari venuti ad ascoltarlo all'assemblea annuale del
Forex il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, torna a battere sull'esigenza di continuare sulla
strada delle riforme, dando attuazione a tutto ciò che serve a rendere più competitiva la nostra economia e
puntando su capitale umano e legalità: «L'intruzione della corruzione e della criminalità organizzata nel
tessuto economico e sociale rimane su livelli intollerabili», avverte. Ma sottolinea che «nell'insieme, le misure
introdotte vanno nella giusta direzione» a cominciare dal Jobs act. E, per la prima volta dopo molto tempo, il
Governatore si trova a poter registrare anche un miglioramento di clima: la riduzione della disoccupazione in
dicembre, il miglioramento del sentiment di fiducia di famiglie e imprese. Tutti elementi sui quali, spiega,
«hanno verosimilmente influito il calo del prezzo del petrolio e le variazioni dei tassi d'interesse e del cambio
determinate dalle attese di misure espansive di politica monetaria». Secondo il governatore, però, ai fini del
consolidamento della ripresa, serve una vera e propria "svolta" per gli investimenti. E un contributo decisivo
nel far diradare gli atteggiamenti di attesa e incertezza di imprese e consumatori certamente verrà dal
Quantitative easing da 1.140 miliardi deciso a Francoforte, in una quantità superiore alle attese dei mercati e
senza un limite temporale rigidamente definito. Per quanto ci riguarda «gli acquisti di titoli di stato italiani da
parte della Banca d'Italia potrebbero essere dell'ordine di 130 miliardi». Naturalmente, il Qe «non rende meno
necessarie né meno probabili le riforme volte ad aumentare il potenziale di crescita dei paesi dell'area»,
sottolinea Visco. «Le può anzi favorire, con il miglioramento e la minore incertezza delle prospettive
macroeconomiche».
Bankitalia ha riconsiderato le proprie stime, assumendo che per il nostro paese a parità di condizioni il Qe
vale ben un punto di Pil nel biennio 2015-2016. In tal modo, anche la crescita quest'anno potrà essere
superiore al mezzo punto percentuale e superiore all'1,5% nel 2016 (all'inizio di gennaio via Nazionale aveva
previsto incrementi di Pil pari rispettivamente, allo 0,4% e all'1,2%). Dunque, il miglioramento è netto, anche
se Visco ha ammesso margini d'incertezza connessi all'evolversi delle condizioni geopolitiche (di Grecia,
invece, il governatore non ha parlato, ma ha spiegato che nell'euro area i rischi di contagio oggi sono minori
rispetto al passato). Quanto alle banche, Visco ha ricordato che l'incidenza delle sofferenze in settembre era
al 10,6% e al 18,3% per il totale delle partite deteriorate. E, dopo aver chiarito entro quali, precisi confini di
rispetto della normativa europea sulla concorrenza un intervento pubblico è possibile, ha spiegato che «lo
smobilizzo dei crediti deteriorati è cruciale per consentire alle banche di reperire risorse da destinare al
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Il Forex a Milano L'INTERVENTO DEL GOVERNATORE
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 3
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finanziamento dell'economia reale». Infatti «opportune agevolazioni fiscali» oppure la prestazione di garanzie
pubbliche sulle attività derivanti dalla dismissione dei prestiti in sofferenza «creerebbero condizioni più
favorevoli allo sviluppo di un mercato privato delle partite deteriorate».
Poi, Visco ha svolto una considerazione che accoglie in pieno le argomentazioni del sistema bancario italiano
rispetto all'esigenza di una normativa di vigilanza chiara e non pro-ciclica: «Negli ultimi anni - ha osservato la necessità di adeguarsi a più stringenti requisiti patrimoniali ha influito sulla propensione delle banche a
erogare credito in una fase congiunturale avversa»; adesso però, avverte il Governatore, «per non ostacolare
il consolidamento dei segnali di ripresa delle economie, occorrerà calibrare con cautela le ulteriori richieste di
incremento delle dotazioni di capitale». Infine, Visco ha affermato che la riforma delle banche popolari
risponde a esigenze da tempo segnalate da Bankitalia, oltre che dal Fmi e dalla Commissione, esigenze
«rese ora più pressanti dal passaggio al sistema di vigilanza unica». La riforma chiede infatti alle banche
popolari più grandi di trasformarsi in spa. E ha una serie di vantaggi, puntualmente elencati da Visco: con la
partecipazione più ampia dei soci in assemblea si riduce il rischio di concentrazioni di potere in capo a gruppi
organizzati di soci minoritari; aumentano gli incentivi al controllo sull'operato degli amministratori. E, quanto
alle banche più piccole, rimane disponibile per loro il modello tradizionale di banca popolare.
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C LA PAROLA CHIAVE
Quantitative easing
È una politica monetaria non convenzionale con cui una banca centrale mira a rilanciare l'economia. La
banca centrale acquista sul mercato titoli di vario tipo (generalmente titoli di stato,ma non solo) stampando
moneta. Con l'obiettivo, da un lato, di tenere bassi i tassi d'interesse e dall'altro, di iniettare sul mercato una
grande massa di liquidità a basso costo.Il quantitative easing della Bce è stato lanciato il 22 gennaio scorso e
servirà a immettere nel sistema economico 1.140 miliardi complessivi. Banca d'Italia (16 gennaio) Fmi (20
gennaio) Commissione Ue (5 febbraio) Banca d'Italia (7 febbraio) 0,5 1,5 0,4 1,2 0,6 1,1 0,4 0,8 2015 2016
Le stime sul Pil dell'Italia a confronto Variazione percentuale annua
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«Sviluppi incoraggianti». Il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, durante l'intervento al Forex di
Milano
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 4
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«Se il fine è pubblico, è giusto che ci sia lo Stato»
Marco Ferrando
Appropriato nei toni
il discorso di Visco:
il Qe andava fatto
anche prima
Un intervento dello Stato per favorire lo smobilizzo dei crediti in sofferenza in pancia alle banche? Il Governo
ci lavora da settimane, Bankitalia approva (e spinge, viste le parole di ieri del governatore), le banche
guardano con interesse, come si è visto al Forex. Resta il fatto che un'eventuale operazione-sofferenze nessuno parla di bad bank, che in effetti sarebbe assai complessa da mettere in piedi - non sarà facile da
spendere dal punto di vista politico, perché ogni qualvolta si affronta il tema, l'accusa del regalo ai banchieri è
sempre dietro l'angolo.
«Se l'interesse è pubblico, può essere lecito utilizzare risorse pubbliche», osserva il presidente del Consiglio
di Gestione di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro. Che ragiona da economista, prima ancora che da
banchiere: «Se c'è un obiettivo di pubblica utilità che il singolo privato non ha convenienza a perseguire,
allora è giusto che si usino mezzi pubblici. Ma naturalmente, tutte le regole devono essere rispettate: sia il
governo a scegliere e siano i regolatori a vigilare, e non si tratti di un regalo».
Se l'operazione andrà in porto, come si muoverà Intesa Sanpaolo?
Se ci sarà un'iniziativa pubblica, saremo disposti a collaborare principalmente in termini di idee ed
esperienza.
In che senso?
Da anni operiamo attivamente sui non performing loans con i nostri mezzi, quindi privati. È bene ricordare
che quello dei crediti deteriorati è un universo composito, fatto di posizioni diverse che meritano trattamenti
diversi e che richiedono l'apporto delle diverse professionalità che esistono all'interno della Banca.
La gestione delle sofferenze impatta anche sul capitale, un altro dei temi affrontati ieri dal
governatore. In questa fase di avvio della vigilanza unica europea, c'è effettivamente un problema di
aleatorietà dei requisiti, come lamentato da molte banche?
Premesso che il livello di capitale deve essere tale da dare sicurezza e ridurre i rischi, per procurarsi capitale
le banche devono rivolgersi al mercato, e per farlo devono essere in grado di prospettare una situazione
prevedibile. Le richieste devono essere definite anticipatamente e non possono essere unilateralmente
modificate, altrimenti il mercato non riceve proposte credibili.
Vale anche per chi, come Intesa Sanpaolo, si trova molto al di sopra dei requisiti fissati?
Per noi il passaggio alla Vigilanza unica non ha comportato alcun problema: abbiamo avuto indicazioni
chiare, e ci muoviamo in piena sicurezza. La conoscenza preventiva dei requisiti da raggiungere è
fondamentale anche per chi, come Intesa Sanpaolo, vuole sempre restarne ampiamente al di sopra, per
rimare al top in Europa.
L'ha sorpresa, nei toni, il discorso di Visco?
Più che esserne sorpreso, ho notato il tono deciso. credo che sia appropriato alla situazione.
Con il governatore della Bundesbank Jens Weidmann, ad esempio, la distanza rimane notevole.
Nessun governatore dice cose non vere, però l'accento è diverso. Weidmann ritiene che siamo lontani dalla
deflazione, e che molto dipende dalla discesa dei costi energetici; il nostro governatore, in modo più
oggettivo, sostiene che siamo stabilmente lontani dall'obiettivo che la Bce si è posta in tema di dinamica di
inflazione, anche al netto dei costi energetici. I fatti sono gli stessi, ma l'accento è diverso.
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INTERVISTA GIAN MARIA GROS-PIETRO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI GESTIONE DI INTESA
SANPAOLO
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
Però il Qe, alla fine, è partito e le stime sulla crescita finalmente salgono.
È la prova che il quantitative easing era opportuno e sta funzionando. Ma da solo, come ricorda sempre
Visco, non basta. E se fosse stato avviato prima male non avrebbe fatto.
Infine, le popolari. A maggior ragione con l'avallo, peraltro prevedibile, del governatore, non si torna
più indietro. Che ne pensa?
Come ha detto il presidente Bazoli, questo provvedimento non è un attacco alle popolari ma una presa d'atto
del fatto che le banche partite da questa formula hanno avuto una crescita tale da arrivare a una situazione
diversa da quella originaria, dove i soci - relativamente pochi - si conoscevano e si facevano credito a
vicenda. Certamente una diversa struttura giuridica accompagnata a una ormai mutata struttura proprietaria e
dimensionale pone dei problemi di governance e di controllo che vanno considerati. Pensare a cosa succede
dopo è sempre importante, ma più si ritarda più quello che succede può essere un problema.
.@marcoferrando77
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Presidente. Gian Maria Gros-Pietro
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
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Banda larga, Piano in dirittura
Allo studio misure per incentivare anche la domanda di servizi in fibra ottica
Andrea Biondi
IL TIMING
Il via libera di Palazzo Chigi
consentirà agli operatori
di prenotare entro il 31 marzo gli interventi per i quali
richiedere le agevolazioni
MILANO
Mappa delle aree in cui sarà possibile investire che è ormai pronta; Piano nazionale per la banda ultralarga
varato in via definitiva dal Consiglio dei ministri entro fine mese al più tardi; misure allo studio per incentivare
non solo la dotazione infrastrutturale, ma anche la domanda di servizi attraverso la fibra.
È attorno a questi tre pilastri che si snoda lo stato di avanzamento del programma del governo per tirare
l'Italia fuori dalle secche di un endemico (e più che mai preoccupante) ritardo digitale. Le speranze in tal
senso sono riposte nel Piano banda ultralarga del governo, arrivato all'ultima curva prima dell'avvio operativo
- che arriverà dopo il via libera del Consiglio dei ministri - ora che a disposizione c'è anche la mappatura del
Mise, fatta attraverso la sua società in house Infratel. In base a questa mappa, a quanto risulta al Sole 24 Ore
sarebbero infatti 96mila le aree bianche (a fallimento di mercato) a 30 e 100 Megabit per secondo (Mbps)
individuate come destinatarie di possibili investimenti "agevolati" in modo tale da raggiungere gli obiettivi:
entro il 2020 banda ultralarga ad almeno 100 Mbps fino all'85% della popolazione assicurando al resto degli
italiani collegamenti da 30 megabit in su. Nessuna conferma dal Mise sui numeri, ma con 96mila aree a
disposizione c'è insomma una torta che per gli operatori pronti a scommettere (mettendo ovviamente le mani
nel portafogli) si prospetta decisamente ampia quanto a dimensioni, ma anche a possibilità. Del resto la
mappa è stata particolarmente dettagliata proprio per permettere anche ai piccoli operatori di partecipare al
banchetto degli investimenti agevolati nelle aree bianche.
Alla base della strategia del governo c'è un mix di agevolazioni che possono essere messe in campo per
favorire l'"offerta" di infrastrutture digitali: da garanzie sul debito e credito d'imposta (al 50% come già previsto
dall'articolo 6 dello Sblocca Italia), fino al fondo perduto e all'intervento diretto, a seconda della dotazione
infrastrutturale che ha permesso una categorizzazione del territorio nazionale in 4 cluster. Il via libera
definitivo di Palazzo Chigi sbloccherà tutto il meccanismo e permetterà agli operatori di partire con le
prenotazioni delle aree nelle quali c'è l'interesse a investire. Cosa che dovrà avvenire entro il 31 marzo. Ci
sarà tempo poi fino al 31 maggio per presentare i progetto che andranno approvati, o meno, entro il 15
giugno.
Si attende quindi solo questo passaggio in Consiglio dei ministri del Piano che è stato in consultazione
pubblica dal 20 novembre al 20 dicembre. Al Mise si sono tenuti incontri con tutti gli operatori tlc e alla fine
sono arrivati da tutti gli stakeholder complessivamente 350 contributi in termini di pareri e idee. Il varo del
Consiglio dei ministri, che renderà il Piano impegno vincolante nei confronti della Ue, avverrà dunque entro
fine mese, preceduto dal preventivo vaglio "informale" di Bruxelles. Un ping pong, quello con gli uffici della
Commissione Ue tutto giocato sul tema dei meccanismi di incentivazione.
Certo, non va dimenticato che di tutto questo si parla mentre i numeri del ritardo digitale dell'Italia pesano
come macigni. Secondo gli ultimi dati disponibili di fonte europea, l'Italia infatti insegue sia come copertura
con la banda larga ad almeno 30 Mbps (21% delle abitazioni contro 62% europeo), sia nelle penetrazioni: la
banda larga ultra-veloce ad almeno 30 Mbps in Italia è utilizzata da meno dell'1% della popolazione contro
una media europea del 6 per cento. L'eco del problema si è sentita addirittura nelle parole del neo presidente
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Tlc. Entro febbraio prevista l'approvazione definitiva in Consiglio dei ministri - Il Mise ha mappato 96mila aree
su cui investire LA RIPARTIZIONE TERRITORIALE
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 17
(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel suo discorso di insediamento ha fatto cenno al digital divide,
definendolo non compatibile con la Costituzione. Anche per questo il governo vuole ora andare spedito su un
Piano che prevede un utilizzo di risorse pubbliche superiore ai 6 miliardi, ma che deve fare i conti anche con
una dotazione di contributi pubblici che - per paradosso - rischia di essere in eccesso per l'obiettivo dei 30
Mbps nelle regioni del Centro-Sud (in particolare Sicilia, Puglia e Campania) e insufficienti per alcuni territori
del nord (per esempio Piemonte e Veneto).
Nel frattempo, c'è un altro filone di discussione che sta avanzando all'interno del "pensatoio" per il piano
banda ultralarga che vede la partecipazione del vice-segretario generale alla Presidenza del consiglio
Raffaele Tiscar, del sottosegretario per le Comunicazioni Antonello Giacomelli, del presidente della Cdp
(nonché presidente di Metroweb) Franco Bassanini, e dei consulenti governativi Andrea Guerra e Yoram
Gutgeld. In particolare quest'ultimo sarebbe il più convinto sostenitore di misure di incentivazione per la
domanda, senza concentrarsi solo sull'offerta e quindi sulla dotazione infrastrutturale. Consumatori e telco,
ovviamente, ringrazierebbero.
.@An_Bion
© RIPRODUZIONE RISERVATA Caratteristiche, misure e incentivi per tipologia di copertura Cluster A B C D
Copertura attuale (luglio 2014) 30 Mbps (FTTC) 30 Mbps (FTTC) in 102 comuni ADSL ADSL (97%)
Copertura pianif. (dicembre 2016) 30 Mbps (FTTC) 30 Mbps (FTTC) ADSL ADSL Target Upgrade da 30 a
100 Mbps Upgrade da 2-30 a 100 Mbps Upgrade da 2 a 100 Mbps Upgrade da 2 a 30 Mbps Costo €
1.021.297.963 6.143.539.043 4.229.439.807 985.504.122 Misure di incentivazione 7 Defiscalizzazione 7
Defiscalizzazione 7 Defiscalizzazione 7 Il pubblico interviene realizzando direttamente l'infrastruttura di sua
proprietà 7 Credito agevolato 7 Credito agevolato 7 Credito agevolato 7 Intervento realizzato esclusivamente
dal mercato 7 Minimo impiego di risorse pubbliche a fondo perduto 7 Risorse pubbliche a fondo perduto
proporzionalmente maggiore rispetto al cluster B Fonte: Infratel
Cluster A B C D Copertura attuale (luglio 2014) 30 Mbps (FTTC) 30 Mbps (FTTC)
in 102 comuni ADSL ADSL (97%) Copertura pianif. (dicembre 2016) 30 Mbps (FTTC) 30 Mbps (FTTC)
ADSL ADSL Target Upgrade
da 30 a 100 Mbps Upgrade da 2-30
a 100 Mbps Upgrade da 2 a 100 Mbps Upgrade
da 2 a 30 Mbps Costo € 1.021.297.963 6.143.539.043 4.229.439.807 985.504.122 Misure di incentivazione
Defiscalizzazione
Defiscalizzazione Defiscalizzazione Il pubblico
interviene realizzando direttamente
l'infrastruttura di
sua proprietà Credito agevolato Credito agevolato Credito agevolato Intervento realizzato
esclusivamente dal
mercato Minimo impiego
di risorse pubbliche
a fondo perduto Risorse pubbliche a fondo perduto proporzionalmente
maggiore rispetto al cluster B
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 21
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Poste Italiane, svolta in vista dell'Ipo
Previsto il lancio di nuovi prodotti finanziari in capitale di rischio di imprese non quotate
Laura Serafini
L'OBIETTIVO
L'ad Caio vuole portare
la raccolta a 500 miliardi
entro il 2020
Il cambio nel board
all'assemblea del 28 aprile
Le Poste Italiane avviano un processo di metamorfosi in vista della privatizzazione. Ci sono due aspetti,in
particolare, che sono destinati a cambiare l'attività dell'azienda ed entrambi sono legati a uno dei motori della
crescita del gruppo, il Bancoposta. Nel giro di un paio di mesi la società guidata da Francesco Caio e
presieduta da Luisa Todini dovrà rivedere la governance all'interno del cda. Di pari passo si sta lavorando,
come annunciato con la presentazione del piano industriale, al lancio di nuovi prodotti finanziari che diano
maggiori opportunità (sia in termini di rendimento che di soluzioni su misura) ma anche più rischio, come
pacchetti di investimento in capitale di rischio di realtà imprenditoriali italiane non quotate. Nuovi strumenti
che in queste settimane stanno destando qualche preoccupazione tra i sindacati.
Partiamo dalla governance. Poste Italiane dovrà aumentare il numero dei consiglieri presenti nel board: oggi
sono cinque, oltre a Caio e al presidente Todini, Antonio Campo Dall'Orto, Elisabetta Fabbri e Roberto Rao.
La necessità di un adeguamento in realtà nasce dalle disposizioni di vigilanza bancaria emanate dalla Banca
d'Italia, che in Poste diverranno pienamente operative a partire da giugno 2015. Le disposizioni devono
essere applicate al gruppo dei recapiti per via della presenza del Bancoposta, che dal 2011 ha un patrimonio
separato dal quello di altre attività. Il Bancoposta dovrà quindi attenersi ai requisiti patrimoniali richiesti per chi
svolge attività bancaria, ma poichè lo stesso costituisce una divisione del gruppo, anche Poste Italiane dovrà
dotarsi delle governance prevista per la banche. In particolare, nell'ambito del cda devono poter essere
costituiti i diversi comitati previsti dalle disposizioni. Poste Italiane viene equiparata alle banche di maggiori
dimensioni e complessità, per cui con tutta probabilità dovranno essere presenti tre comitati endo-consiliari, i
componenti non possono essere gli stessi (almeno uno deve variare): comitato nomine, comitato rischi e
comitato remunerazioni. Nel board di Poste oggi sarebbe presente solo il comitato remunerazioni.
L'innovazione, con relativa modifica dello statuto, verrà portata all'approvazione - nella parte straordinaria dell'assemblea di bilancio già convocata per il prossimo 28 aprile. Le disposizioni lasciano facoltà alla società
di scegliere il numero dei consiglieri, con un minimo di 7 e un massimo di 12. La società guidata da Caio
probabilmente deciderà di ampliare il cda a 9 consiglieri, predisponendosi in questo modo anche per i
cambiamenti determinati dalla quotazione in Borsa, quando dovranno trovare rappresentanza nel board i
fondi di investimento. Il nuovo assetto richiederà, dunque, l'integrazione di 4 componenti, di cui almeno due
dovrebbero essere donne, nel rispetto delle norme sulle quote rosa. È probabile che, nella scelta dei nuovi
consiglieri, si decida di nominare 3 figure interne al gruppo, in modo tale che queste possano lasciare il posto
ai rappresentanti dei fondi investimento dopo il debutto di Poste a Piazza Affari, atteso per la fine dell'anno.
Sul fronte dell'innovazione degli strumenti finanziari va detto che oggi il Bancoposta vende già, attraverso i
suoi sportelli, prodotti complessi. Ci sono i libretti e i buoni postali, che rendono sempre meno, e costituiscono
lo strumento di raccolta che le Poste fanno per conto della Cassa depositi e prestiti, e dal quale Cdp incassa
circa 250 miliardi l'anno. Il resto della raccolta (168 miliardi su totali 420 miliardi inclusa la quota di Cdp)
proviene da conti correnti, vendita di obbligazioni, certificates, azioni, fondi di investimento, polizze. L'ad
vuole portare la raccolta a 500 miliardi entro il 2020 e per raggiungere questo obiettivo deve inventarsi
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Privatizzazioni. Il gruppo dovrà aumentare il numero di consiglieri da 5 a 9 per ottemperare alle disposizioni di
Bankitalia
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 21
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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strumenti nuovi che, in regime di tassi bassi, offrano rendimenti più interessanti e siano più tarati sulle
esigenze della clientela. I pacchetti di investimento in capitale di rischio - o nell'economia reale come ama
dire l'ad - sono qualcosa che esce dal tracciato sinora seguito dal Bancoposta. L'idea, ovviamente, non è
quella di rivolgersi per questo tipo di prodotti ai pensionati. L'interlocutore saranno clienti più sofisticati, come
le piccole e medie imprese o i professionisti; il target di investimento sono realtà solide con rendimenti
interessanti, come posso essere, ad esempio, progetti nella green economy. L'approccio innovatore dell'ad,
però, sta creando qualche apprensione tra i sindacati, che si preoccupano degli eventuali rischi a carico dei
dipendenti addetti alla vendita di prodotti finanziari un po' più aggressivi. E ricordano come sia ancora in
corso un'istruttoria della Consob per le procedure di vendita adottate in passato, non sempre rigorose, di
prodotti molto più tradizionali.
© RIPRODUZIONE RISERVATA c LA PAROLA CHIAVE 7Governance è l'organizzazione interna di
un'impresa, che regola le relazioni fra i soggetti interni all'impresa stessa che a diverso titolo intervengono
nello svolgimento dell'attività e alle forme di tutela dei diversi interessi esterni coinvolti. L'obiettivo di una
buona corporate governance è quello di affidare la gestione dell'impresa alle persone più adatte, tutelando
nello stesso tempo gli interessi di piccoli azionisti, creditori e dipendenti. Governance Nota: dopo rettifiche di
consolidamento ed elisioni di operazioni infragruppo 24.069 26.268 2012 2013 +9,1% VARIAZIONE % VAR.
% 13.833 16.166 5.312 5.390 4.657 4.452 267 260 +16,9 +1,5% -4,4% -2,6% Servizi assicurativi Servizi
finanziari Servizi postali e commerciali Altri servizi I ricavi di Poste Italiane Dati in milioni di euro
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Cercando altre Svizzere
Stefano Elli
di Stefano Elli
Tempi duri per i renitenti al fisco. San Marino è oramai nella White list, la Svizzera entro il 2017 ratificherà gli
accordi per lo scambio di informazioni in automatico con l'Italia, anche l'Austria rinuncerà a un segreto
bancario non più al riparo della Costituzione. E poi ci sono Ocse, Gafi e Moneyval e le altre organizzazioni
sovranazionali di sorveglianza antiterrorismo e antiriciclaggio.
Continua pagina 3
Continua da pagina 1
Tutti organismi che puntano i loro binocoli sugli altri avamposti della segretezza bancaria, Vaticano incluso. Il
«grande fratello» antievasione, insomma, lavora a cottimo e su scala internazionale.
Dalla Svizzera, dove si susseguono i convegni sul tema (sensibilissimo anche per ragioni occupazionali) si
lanciano moniti contro i tentativi di adozione di tattiche diversive. Così Paolo Bernasconi, avvocato ed ex
procuratore pubblico della procura ticinese, di recente ha tenuto a suggerire la massima cautela a quei
banchieri elvetici che già hanno pensato ad aprire succursali, consociate, filiali in Paesi tradizionalmente affini
(come Singapore, paese in cui sono state aperte molte branch di banche elvetiche), tradizionali mete
alternative alla Confederazione dei capitali in fuga. In primo luogo perché l'autorità bancaria di Berna, la
Finma(Financial market supervisory authority), riterrà le case madri direttamente responsabili di ogni
«nefandezza» eventualmente commessa dalle proprie «subsidiaries» ovunque si trovino.
Oltretutto pure Singapore, per effetto del recepimento di alcuni «suggerimenti» del Gafi ha, da almeno un
triennio, adottato una legislazione più restrittiva sul tema: con l'entrata in vigore del Cdsa (Corruption drug
trafficking and other serious crime act). Legge recepita e trasformata dalla locale authority monetaria (la Mas)
in una circolare che ha imposto alle banche residenti un censimento degli asset in giacenza e dei loro
beneficiari effettivi. Si fa dunque ardua la ricerca di un approdo invisibile agli occhiuti scanner della vigilanza
finanziaria planetaria. Ultimamente sono in molti ad avere puntato lo sguardo lontano. Anzi lontanissimo. Agli
Emirati Arabi Uniti e, in particolare a Dubai. Paesi accoglienti per molte ragioni, oltre a quelle climatiche: un
sistema bancario efficiente (i dati del Gafi elencano 46 insegne bancarie di cui 21 locali e 25 internazionali,
una trentina di intermediari finanziari, cento broker di borsa) il tutto unito a una tassazione a zero per le
persone giuridiche. Ma anche qui creare una holding di diritto locale non è né costoso, né complicato.
Meglio ancora, come suggeriscono molte brochure facilmente reperibili sul web, se si agisce in tandem con
consociate basate a Cipro o a Malta. L'operatività, poi, può essere gestita agevolmente su internet, e non vi
sono fastidiose limitazioni al prelievo di contanti. Certo potrebbe essere imbarazzante trovarsi in coda allo
sportello con taluni latitanti italiani (noti o meno) che hanno scelto proprio Dubai come meta del proprio
espatrio forzoso, oppure con qualche finanziatore di cause e combattenti del terrorismo islamico. Ma ove si
concordi con il principio che «pecunia non olet» ciò potrebbe diventare problema secondario.
Analogo il caso di Cipro: Paese, specie nella zona di influenza turca, piuttosto impermeabile a moniti, moral
suasion, pressioni internazionali. Qui però va fatta attenzione: siamo in piena zona di confine. Un crocevia tra
legale, paralegale, illegale e criminale. Mafie russe si intersecano con quelle cecene, traffici d'armi e servizi
segreti di ogni paese. Occorre essere estremamente risoluti per scegliere una tale piazza e deporvi il proprio
risparmio. Un poco come coloro che a metà degli anni 90 scelsero di investire in azioni di un'emittente che
cavava pregiato marmo nero in Perù. Il denaro da San Marino proseguiva verso i Caraibi. A Saint Vincent alle
isole Grenadines, dove veniva custodito in una banca locale denominata dapprima Owens bank e poi The
New Bank limited. Banca fondata da alcuni membri della famiglia Nano. La banca alla fine degli anni '90
assunse un nuovo dipendente, un signore di etnia giapponese esperto in contabilità che però anziché ad
Harvard, si era laureato a Quantico. Era un agente infiltrato dell'Fbi che, in seguito intervenne con un
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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PARADISI FISCALI
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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spettacolare blitz e fece chiudere d'autorità la banca e i suoi conti.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
I segnali di una ripresa con i piedi d'argilla
Stefano Manzocchi
Nel districarci tra le recenti previsioni economiche per il nostro Paese, e parafrasando Mao Tze Tung,
potremmo dire: grande è la confusione sotto il cielo, speriamo che la situazione divenga eccellente. Nelle
ultime settimane si sono susseguiti molti aggiornamenti delle stime del Pil italiano nel 2015/16, accompagnati
da interpretazioni e comunicazioni che talvolta sono apparse piuttosto discordanti. Il mestiere del previsore
economico di questi tempi è arduo: per anni le stime della crescita italiana (e in generale europea) sono state
riviste al ribasso trimestre dopo trimestre. La crisi finanziaria, il lento deleveraging, la brusca contrazione del
commercio mondiale nel 2009, e poi le difficoltà ancora irrisolte dell'Eurozona e delle sue politiche
economiche che ci hanno condotto in deflazione. Tutto ha contribuito a frustrare le aspettative (le speranze?)
di una ripresa sostenuta e generalizzata. Per comprendere le pene del previsore, occorre tener conto di
almeno tre aspetti. In primo luogo, il potenziale di crescita dell'Italia e dell'Europa appare modesto rispetto a
qualche decennio fa, e inferiore a quello di altre macro-aree mondiali. La crescita potenziale è quella che si
stima quando c'è pieno impiego dei fattori produttivi, e dipende dalla crescita degli input e della loro
produttività. Ci si riferisce qui alla cosiddetta Produttività Totale dei Fattori (PTF), che in Italia ristagna da
molto tempo: nei 12 anni prima della crisi è diminuita dello 0,14% in media annua, mentre aumentava anche
di 2 o 3 punti l'anno in tutti gli altri Paesi Ue eccezion fatta per la Spagna (-0,18%).
L'aumento della PTF è favorito da molti elementi, ad esempio innovazione, progresso tecnico, introduzione di
nuovi beni e servizi, buone istituzioni e giusti incentivi per gli attori economici. Rilevano a tal proposito la
qualità del capitale umano, lo sviluppo del sistema finanziario locale, le infrastrutture di trasporto che ad
esempio sembrano dar conto di circa il 10% della dinamica della competitività manifatturiera in Italia.
Continua pagina 5
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Ma le stime della crescita potenziale sono di scarso aiuto quando si tratta di fare previsioni a medio termine
per un Paese, o un Continente, dove l'output gap (scostamento del Pil effettivo da quello potenziale) è così
pronunciato come in questa fase. L'Italia è sotto di un decimo rispetto al Pil degli anni pre-crisi, e di un quarto
se consideriamo la produzione industriale, secondo le valutazioni più accreditate. Quanto di tale scostamento
dipende dal vuoto di domanda generatosi dopo la crisi, o invece dagli "shock strutturali" che hanno investito
la nostra economia rendendo meno competitive le nostre risorse strumentali ed umane? Tra questi shock,
non possiamo trascurare l'avvento della moneta unica che ha cristallizzato l'enorme surplus commerciale
tedesco che grava tuttora sui destini dell'Eurozona, nonostante i proclami della Commissione Ue di
sanzionarlo.
L'ulteriore difficoltà per il previsore è che la crescita potenziale e i divari di competitività sono interconnessi: la
stasi della nostra PTF dal 1995 ha deteriorato nel profondo la competitività dell'industria italiana che
all'esplodere della crisi globale si è scoperta più vulnerabile di altre. E sarebbe illusorio immaginare che il
mercato interno da solo possa nel medio termine sostenere l'industria: remano contro la nostra demografia,
tecnologia e distribuzione del reddito.
Stretto tra tendenze della crescita potenziale, output gap e divari di competitività, il previsore economico ha
spesso un compito difficile. Anche gli sviluppi recenti, come il crollo del prezzo del petrolio, si possono
leggere in modo opposto: come stimolo alla crescita per la maggior competitività delle imprese importatrici di
energia e per la spinta ai consumi per via dell'aumento del potere d'acquisto; oppure come ulteriore tassello
di un quadro deflazionistico assai preoccupante per un'economia che "danza" su oltre 2000 miliardi di debito
pubblico (si veda la nota di Nomisma del 16 gennaio 2015 - Insidie petrolifere). Gli spunti di ripresa sembrano
tuttavia confermati dalla batteria di indicatori che Il Sole 24 Ore pubblica in questo numero e che provengono
da fonti diverse, anche se non mancano come sempre segnali discordanti. La sensazione complessiva è che
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
NUMERI & STIME
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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molte condizioni sistemiche per un'inversione di tendenza della congiuntura si siano materializzate, come
confermano i principali istituti di ricerca italiani e internazionali. Ma la fragilità dell'Eurozona ha radici
profonde, e senza nuovi sviluppi istituzionali e una diversa rotta delle politiche comunitarie, le prospettive
economiche sono tuttora esposte a molte incertezze che possono minare la fiducia degli operatori.
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09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Traffico, capannoni, turismo: tra industria e servizi in cerca di tendenze
positive
Enrico Netti
Netti pagina 4
I consumi di carburanti segnano un +4,5%, il dato destagionalizzato del consumo di cemento non vede il
segno "meno", il grado di utilizzo degli impianti nell'ultimo trimestre registra una leggerissima ripresa. Non
solo: a dicembre sono stati creati 93mila posti di lavoro, a gennaio il numero dei visitatori nei centri
commerciali è aumentato del 2,3% rispetto allo stesso mese del 2014. E ancora: in un rapido tour tra gli
indicatori congiunturali non possono mancare i dati relativi alla fiducia di imprese e consumatori: alla fine di
gennaio l'Istat ha certificato un leggero miglioramento.
Ci stiamo avvicinando alla fine del tunnel della lunga crisi? È ancora presto per dirlo. Certo, i fattori esogeni
favorevoli - mini-euro, prezzo del greggio intorno ai 50 dollari e Quantitative easing della Bce che partirà il
prossimo mese - aiutano, ma le ombre della Grecia e dell'instabilità geopolitica internazionale (dall'Ucraina al
mondo arabo) restano minacciose all'orizzonte. Comunque i dati ricordati all'inizio si possono senz'altro
interpretare come dei flebili bagliori, germogli di una possibile potenziale ripresa. E i loro effetti si
intravvedono già, visto che venerdì scorso la Commissione Ue ha riconfermato la stima 2015 di crescita del
Pil italiano: dopo sette anni di calo, ora potrebbe salire dello 0,6% (pur sempre, però, la metà dell'Eurozona).
Il motore della ripartenza sarà l'export, mentre la domanda interna avrà un ruolo modesto.
Tra i segnali positivi dell'economia reale ci sono l'aumento dei consumi di carburante (il diesel segna un
+6%), l'incremento della percorrenza dei veicoli pesanti e la crescita a due cifre (+18%) nelle vendite dei
veicoli commerciali. Rimbalzo anche per le immatricolazioni auto: a gennaio sono aumentate di quasi l'11%
rispetto al gennaio 2014. Buone notizie anche dai corrieri aerei, che nell'ultimo trimestre del 2014 hanno
aumentato di quasi il 5% le tonnellate di merci trasportate.
Fanno sperare il saldo 2014 positivo del numero delle imprese, con il dato migliore degli ultimi cinque anni,
l'aumento di mezzo punto del tasso di utilizzo degli impianti e il trend negativo dell'andamento delle scorte.
«C'è ancora un'ampia quota di capacità non utilizzata, che fa da freno ai nuovi investimenti - spiega Sergio
De Nardis, capo economista di Nomisma -, ma gli indicatori del manifatturiero mostrano un minimo
miglioramento, anche se non si vede ancora una vera ripartenza».
Conferme in tal senso arrivano dai consumi elettrici: a parità di temperatura e calendario, continuano a calare
e lo scorso mese, secondo Terna, gestore della rete elettrica nazionale, hanno fatto segnare un -1,1% su
gennaio 2014. Il dato congiunturale mostra però un +0,1% su dicembre, in un trend che «comunque resta
discendente».
Chi si sta muovendo per tornare a pieno regime - «banche permettendo» premette Massimo Moretti,
presidente Cncc - è il comparto dei centri commerciali. «Nei prossimi 2-3 anni saranno realizzati o avviati
progetti per circa un milione di metri quadri di nuovi shopping center». Un effetto anticipatore? Forse,
soprattutto alla luce del maggiore afflusso di clienti registrato a gennaio dall'Experian Footfall index.
Anche dal turismo, pur in un anno che dal punto di vista climatico non ha certo aiutato, Federalberghi
annuncia il +1,1% di presenze negli hotel, mentre l'Osservatorio di Bit2015 rivela che i vacanzieri nel periodo
natalizio hanno aumentato (+3%) la spesa media procapite (a quota 622 euro).
Il grande ammalato resta il comparto dell'edilizia. Nel primo semestre 2014 la superficie autorizzata dai
permessi di costruire (fonte Istat) vede flessioni a due cifre, intorno all'11 per cento. Diminuisce il consumo di
cemento, che lo scorso anno è arretrato del 7,5 per cento. A dicembre, dato destagionalizzato, c'è stato un
rimbalzino sul mese precedente. «Servono riforme strutturali e politiche che puntino sui fattori "reali" di
sviluppo, tra cui il rilancio dell'edilizia - dice Giacomo Marazzi, presidente di Aitec (industria del cemento) -. La
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
CONGIUNTURA
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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maggiore flessibilità nell'applicazione del patto di stabilità va esercitata in questa direzione, concentrando le
risorse sul finanziamento delle infrastrutture e sulla riqualificazione del territorio».
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72,9
Tasso % di utilizzo degli impianti nell'ultimo trimestre 2014
IL CRUSCOTTO DEGLI INDICATORI
CONSUMI DI CARBURANTI
+4,5%
I consumi di benzina, gasolio e Gpl sono passati alle 2.972 migliaia di tonnellate del dicembre 2014 (+4,5%)
dalle 2.672 del dicembre 2013 (fonte: Mise-Unione Petrolifera)
TRAFFICO VEICOLI PESANTI
+3,7%
A dicembre cresce (+3,7%) il traffico dei veicoli pesanti rispetto al dicembre 2013. Su base annuale c'è un
aumento dello 0,7% (fonte: Aiscat)
VENDITA VEICOLI COMMERCIALI
+18%
Le consegne nel novembre 2014 crescono dell'8,3% e nel periodo da gennaio a novembre 2014 segnano un
+18% (fonte: Centro studi Promotor)
EDILIZIA PER IL SETTORE INDUSTRIALE
+12,9%
Ricavi a 3,95 miliardi (+1,3%) dai 3,9 del 2013. I metri quadri costruiti sono 2,1 milioni (+12,9%) dai 1,86 del
2013 (fonte: Scenari Immobiliari)
NUOVI PERMESSI DI COSTRUIRE
-10,8%
Nel non residenziale nel primo semestre 2014 il calo della superficie autorizzata è del -10,8% sullo stesso
periodo del 2013. Nel residenziale del 11,4% (fonte: Istat)
CONSUMO DI CEMENTO
+6,9%
Il dato destagionalizzato di dicembre mostra un aumento del 6,9%, a 1.717mila tonnellate, rispetto a
novembre. I consumi dell'anno sul 2013 segnano un -7,5% (fonte: Mise-Aitec)
UTILIZZO DEGLI IMPIANTI
72,9%
Nell'ultimo trimestre si è arrivati al 72,9% contro il precedente 72,4%. Bisogna tornare al 1° trim 2011 per
trovare un valore analogo (fonte: Istat)
PRESENZE IN HOTEL
+1,1%
Saldo positivo nel 2014 con le presenze che segnano un +1,1% sul 2013 grazie al +1,5% degli ospiti stranieri
(fonte: Osservatorio Federalberghi)
MERCI VIA AEREA
+4,7%
Nel 4° trimestre il traffico merci è stato di 252,2 migliaia di tonnellate (+4,7% sul 4° trimestre 2013). Per
l'intero anno l'aumento è del +5% (fonte: Assaeroporti)
VISITATORI DI CENTRI COMMERCIALI
+2,3%
Indice a gennaio 2015 è pari a 109,45 con un aumento del 2,3% sullo stesso mese del 2014 (fonte: Experian
footfall index)
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Longobardi: «Ultima chiamata per la regolarizzazione»
Valentina Melis
Valentina Melis pagina 2
«Per descrivere la differenza tra gli scudi fiscali del passato e la voluntary disclosure, possiamo dire che quelli
erano una fotografia, e questa è un film vero e proprio».
Usa questa immagine Gerardo Longobardi, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti e degli
esperti contabili, per spiegare che la voluntary disclosure è una ricostruzione storica, quindi lunga e
complessa, del comportamento di chi ha nascosto ricchezze all'estero. E aggiunge: «È davvero l'ultima
spiaggia per chi ha disponibilità finanziarie oltre confine e vuole evitare il rischio di non poterle più usare».
Perché secondo lei la voluntary disclosure è l'ultima spiaggia, Presidente Longobardi?
Per diversi motivi. Innanzitutto, dal 2009, anno dell'ultimo scudo fiscale, la sensibilità e l'etica internazionali
sono cambiate moltissimo. C'è un atteggiamento completamente diverso nei confronti dell'occultamento di
ricchezze nei paradisi fiscali, che infatti oggi sono definiti "Stati canaglia".
Lo scambio di informazioni tra i Paesi è sempre più intenso: con l'accordo siglato a Berlino a ottobre del
2014, 58 Paesi si sono impegnati ad adottare come standard lo scambio automatico di informazioni dal 2017
e dall'anno successivo i Paesi aderenti diventeranno quasi 100. Anche la lotta al terrorismo internazionale
rafforza questa tendenza alla collaborazione e a monitorare come si muove il denaro.
Bisogna tenere conto, poi, dell'introduzione del reato di autoriciclaggio (con la stessa legge sulla voluntary
disclosure, ndr): chi sceglie l'emersione non è perseguibile, su questo fronte, per i fatti commessi fino al 30
settembre 2015, fino a quando, cioè, sarà possibile aderire alla procedura.
I professionisti avranno un ruolo di primo piano nella voluntary disclosure. Che impegno comporterà,
concretamente, per voi commercialisti?
Per ogni cittadino che aderirà all'emersione, ci sarà un vero e proprio accertamento dell'agenzia delle Entrate.
Le verifiche del professionista dovranno essere molto approfondite, in molti casi sarà necessario andare
all'estero, confrontarsi direttamente con le banche coinvolte nelle operazioni. Insomma, potrebbe non essere
sufficiente la finestra di tempo individuata, con la scadenza delle domande al 30 settembre 2015.
Quali sono, a suo avviso, i punti più critici della voluntary disclosure all'italiana, disegnata con la
legge 186/2014?
Una prima criticità è data dal fatto che la legge sulla voluntary disclosure non esclude esplicitamente l'obbligo
per i professionisti di segnalare operazioni sospette ai fini della normativa antiriciclaggio. Su questo punto,
crediamo che sia necessario un intervento normativo.
Sul fronte operativo sarà difficile fare il calcolo delle somme dovute dai contribuenti tra imposte, interessi e
sanzioni.
L'importo può infatti variare, a seconda dei casi e dei Paesi coinvolti, dal 4,6% a oltre il 90% del capitale
investito.Ed è complicato capire come giocano il cumulo delle sanzioni e gli eventuali sconti.
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A Telefisco. Gerardo Longobardi
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Intervista. IL PRESIDENTE DEI COMMERCIALISTI
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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Il jolly della flessibilità
di Giuseppe Chiellino
Grazie alla decisione della Commissione europea di allentare, per quanto possibile, la morsa dell'austerità,
quest'anno l'Italia potrà aumentare il deficit di due decimi di punto e spendere circa 3,6 miliardi di euro, senza
violare il patto di stabilità e di crescita. È la cosiddetta "clausola per gli investimenti" che dopo tre anni di
pressioni, è stata sbloccata.
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Continua da pagina 1
Quei 3,6 miliardi sono destinati a cofinanziare gli investimenti previsti dai fondi europei, quasi tutti del vecchio
periodo di programmazione 2007-2013. Un'opportunità che è figlia di un paradosso: i ritardi accumulati negli
anni scorsi (l'Italia è di gran lunga il Paese più indietro nella spesa) consentono ora di avere le mani un po'
più libere sui conti.
Sarebbe una negligenza irresponsabile, anche alla luce del nuovo corso di Bruxelles sulla flessibilità, se
regioni e ministeri responsabili dei programmi 2014-2020 non utilizzassero tutti gli strumenti disponibili e le
strategie individuabili per accelerare in modo finalmente efficace l'attuazione dei programmi operativi e
dunque gli investimenti. Altrimenti non solo si sprecano risorse pubbliche preziose, ma viene vanificato il
risultato (per certi versi insperato) ottenuto dal governo in termini di flessibilità.
Le cause della cronica incapacità di spesa dei fondi strutturali sono state ampiamente discusse anche su
queste colonne. È diffusa la consapevolezza che si tratta di una partita difficile, perché tocca tanti punti deboli
del sistema-Paese: dalle competenze amministrative alla complessità della macchina burocratica oltre che
dei programmi. Affrontare e sciogliere questi nodi, anche sotto la spinta delle istituzioni comunitarie, sarebbe
un risultato - in termini di modernizzazione - ben al di là di un uso efficace delle risorse. Questa settimana si
riunisce a Palazzo Chigi per la prima volta lo steering commettee per avviare il monitoraggio dei Piani di
rafforzamento amministrativo con cui regioni e ministeri devono accompagnare i programmi operativi.
Insieme all'Agenzia per la Coesione, che muove i primi passi, si tratta della principale innovazione del nuovo
ciclo di programmazione dei fondi. Per non sprecare ciò che di buono è stato fatto sinora, è indispensabile
che il governo non perda l'occasione di partire con il piede giusto ed eviti gli errori del passato.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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L'ANALISI
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
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Non c'è solo l'euro nel braccio di ferro tra Atene e Bruxelles
Adriana Cerretelli
di Adriana Cerretelli
«Siamo d'accordo sul nostro disaccordo», ha riassunto Wolfgand Schauble al termine del tete à tete a Berlino
con Yanis Varufakis. «No, non siamo d'accordo nemmeno sul disaccordo», gli ha ritorto immediatamente il
greco.
Non poteva essere più gelida e insieme volutamente manifesta la divergenza tra i due protagonisti di quella
che potrebbe diventare la seconda devastante crisi dell'eurozona. Gli ingredienti di una rottura, mentre
ancora non è cominciato il vero negoziato, purtroppo ci sono tutti. La speranza è che alla fine il buon senso e
il senso della misura prevalgano insieme alla consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca e, se uno
dell'equipaggio affoga, anche gli altri inevitabilmente ne saranno travolti. Anche se nessuno può dire con
esattezza in quale misura. Nell'incertezza, però, meglio evitare di provare a scoprirlo.
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I segnali che l'eurozona sta imboccando una china pericolosa sono inequivocabili. Se a Berlino Schauble e
Varufakis non hanno fatto niente per nascondere l'abisso che li divide, probabilmente anche a uso delle
rispettive opinioni pubbliche che stanno su opposte barricate, quell'abisso insieme alla decisione della Bce di
chiudere dall'11 febbraio i rubinetti della liquidità alla banche elleniche ha spinto i greci a rinserrare i ranghi, a
scendere in piazza ad Atene per esprimere il sostegno al Governo.
«Syriza manterrà le promesse elettorali, il Governo negozierà duramente per la prima volta da anni e metterà
la parola fine alla troika e alla sue politiche», ha dichiarato in parlamento subito dopo l'incontro di Berlino il
premier Alexis Tzipras. «Non cederemo ai ricatti, non soccomberemo, non abbiamo paura, non torneremo
indietro», gridavano intanto i manifestanti fuori, in piazza Syntagma.
Brutti segni. Il nazionalismo greco è un'idra pericolosa, può diventare suicida e incontrollabile, dice la storia
del paese. «Quella dell'Europa è una storia di disaccordi e compromessi», aveva ricordato qualche giorno
Tzipras in visita a Bruxelles alle istituzioni europee. «Io devo tener conto del voto democratico e degli impegni
europei», aveva aggiunto fissando i suoi paletti negoziali.
Questa volta nessuno può permettersi il lusso di tirare troppo in lungo le trattative né di arroccarsi su una
mitragliata di no inamovibili. Bisogna decidere presto per non risvegliare troppo i mercati. Anche per questo,
memore del contagio scatenatosi tre anni fa, Draghi ha fischiato subito la fine della ricreazione: per la Grecia
ma anche per l'Eurogruppo, chiamato a decidere al più presto su una crisi che tra l'altro ha già visto scendere
in campo l'America di Obama e la Russia di Putin a fianco delle rivendicazioni della nuova Grecia: la prima
spezzando la sua lancia a favore dei suoi appelli alla crescita per sanare i debiti, la seconda pronta a erogarle
aiuti qualora quelli europei venissero meno.
Oggi e domani di Grecia si parlerà al G-20 dei ministri finanziari a Istanbul. Il giorno dopo, mercoledì 11, cioè
lo stesso giorno in cui la Bce cesserà l'erogazione di fondi ad Atene, si terrà a Bruxelles la riunione
straordinaria dei ministri Eurogruppo alla quale Varufakis si presenterà con il piano preciso circa le intenzioni
del suo Governo, apparentemente deciso a non chiedere la proroga del programma di assistenza europeo,
che scadrà a fine mese. Il giorno dopo sarà il vertice Ue dei capi di Stato e di Governo a pronunciarsi, si
spera anche con indicazioni precise. Da trasmettere alla nuova riunione dell'Eurogruppo in calendario per il
lunedì successivo.
Se prevalesse lo spirito costruttivo, nel giro di una settimana la partita greca potrebbe dunque chiudersi
rapidamente, senza morti né feriti. Ma notoriamente l'Europa non si distingue per i riflessi pronti. E poi
l'accordo è obiettivamente molto difficile da raggiungere: per i creditori come per il debitore. Se i primi non
intendono perdere (troppi) soldi, il secondo non può perdere (troppo) la faccia.
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DAL G20 ALL'EUROGRUPPO
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
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Di mezzo ci sono non solo la credibilità e gli interessi dei singoli attori. Ci sono le reazioni delle pubbliche
opinioni europee, più o meno tutte sedotte dalle sirene del nazionalismo, del populismo e del sempre più
scarso europeismo, ostili per una ragione o per l'altra ai partiti tradizionali e ai governi in carica. C'è l'esigenza
di fare qualche inevitabile concessione alla Grecia senza però creare precedenti che inducano gli altri Paesi
sotto programma a pretenderne altrettante. C'è l'imperativo di salvare l'euro da se stesso. Per combinare
insieme tutte le tessere di questo puzzle apparentemente impossibile, ci vogliono una volontà politica
collettiva forte e una lungimiranza non da meno. Ci saranno?
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09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 2
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regole complesse e Costi elevati ma la «voluntary» PRENDE QUOTA
Cento professionisti confermano l'interesse per la regolarizzazione
a cura di Rossella Cadeo Mauro Meazza Valentina M
Giovedì 29 gennaio, il direttore dell'agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, non ha nascosto l'ottimismo
rispetto alle aspettative della voluntary disclosure: «Dai primi segnali - ha dichiarato in apertura dei lavori del
Telefisco 2015 - ci aspettiamo un'adesione massiccia. Stiamo attrezzando gli uffici e formando il personale».
Il giorno successivo è arrivato il rilascio del modello e delle istruzioni definitive ed è così partita ufficialmente
la "collaborazione volontaria" con il fisco per regolarizzare capitali o patrimoni detenuti all'estero (o anche in
Italia) in violazione delle norme fiscali.
Sarà un ottimismo ben riposto, quello del direttore? «Il Sole 24 Ore» ha provato a verificarlo con un
sondaggio in sette domande, inviate a professionisti e operatori del risparmio. E l'esito sembra confortare la
posizione delle Entrate. Del resto, i roadshow e i convegni che si stanno svolgendo in queste settimane in
molte città d'Italia per illustrare la novità fanno spesso il tutto esaurito. All'appuntamento milanese organizzato
ancora a fine gennaio da Mps con gli esperti del Sole 24 Ore si sono presentati in 600 (il roadshow prosegue
in altre città, date e sedi sono visibili su www.eventi.ilsole24ore.com/mps). E incontri di formazione e
informazione vengono organizzati anche nella vicina Svizzera, che è stata per decenni meta privilegiata per i
capitali desiderosi di sottrarsi al fisco italiano.
I risultati del sondaggio
Analizzando le risposte raccolte dal sondaggio, la voluntary risulta sicura destinataria di un elevato interesse
e accreditata di considerevoli aspettative di successo. Più contenuta è l'attenzione per il rimpatrio solo
giuridico e molto ridotta la curiosità per l'emersione del "nero" domestico. Sono questi, in estrema sintesi, i
giudizi che emergono dai risultati visibili in queste due pagine.
Il sondaggio è stato condotto presso un centinaio di professionisti, tra notai, commercialisti, esperti di diritto
tributario, consulenti finanziari, responsabili di grandi istituti di credito e società di gestioni finanziarie (l'elenco
su www.ilsole24ore.com, all'interno del dossier dedicato al rientro dei capitali). Ma ecco i dettagli.
Per quanto riguarda la prima domanda, l'interesse è innegabile: in 31 (su cento rispondenti) lo percepiscono
elevato tra la loro clientela e in 17 molto elevato (quasi la metà). Che lo strumento abbia ottime possibilità di
partecipazione lo confermano le risposte al secondo quesito: in 40 hanno risposto positivamente e in 6 molto
positivamente. Se si aggiungono i 35 che si aspettano un risultato medio, si supera l'80% di aspettative
ottimistiche. Più contenuta la propensione alla voluntary disclosure con rimpatrio giuridico, cioè lasciando i
patrimoni all'estero, dopo averli riportati in chiaro. E molto più bassa la predisposizione alla "sanatoria"
domestica, cioè relativa agli investimenti e alle attività di natura finanziaria detenuti in Italia: in questo caso,
meno di un quarto ha rivelato qualche interesse.
Quanto alle motivazioni che potrebbero spingere ad aderire, vincono di larga misura gli «accordi
internazionali per lo scambio di informazioni». A una certa distanza seguono l'opportunità di garantirsi una
«tutela dagli accertamenti dell'amministrazione finanziaria» (18 risposte) o una «copertura per i reati tributari
e l'autoriciclaggio» (15).
L'elemento che invece più fa da freno è il notevole costo dell'operazione (47 interpellati su 100), seguito dal
timore per la propria "privacy fiscale". Un orientamento confermato dall'ultimo quesito, quello sul rapporto
costi/benefici, dove quasi la metà degli esperti interpellati giudica l'adesione «costosa», mentre il 40% la
definisce «equa».
A ciascuno la sua disclosure
A margine del sondaggio, emergono poi chiaramente alcune caratteristiche della disclosure 2015, segnalate
anche dalle schede che presentiamo in queste due pagine e richiamate negli altri articoli. In primo luogo, le
differenze con gli scudi fiscali degli anni zero, rispetto ai quali la voluntary si presenta senza il tratto
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Rientro dei capitali IL SONDAGGIO
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 2
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dell'anonimato e con costi notevolmente più alti.
Ma proprio dal lato dei costi emerge un'altra caratteristica importante: è di fatto impossibile poter stimare un
costo medio dell'emersione per tutti i contribuenti. Le variabili nei conteggi di imposte e sanzioni, le infinite
vicende che possono aver interessato patrimoni e capitali negli anni da considerare fanno sì che la procedura
possa essere definita "sartoriale".
© RIPRODUZIONE RISERVATA QUANTO È ELEVATO L'INTERESSE MOSTRATO FINORA DAI SUOI
CLIENTI PER LA VOLUNTARY DISCLOSURE? 1 Nullo 7% 2 Basso 15% 3 Medio 30% 4 Elevato 31% 5
Molto elevato 17% 1 0 10 20 30 40 50 QUALE POTREBBE ESSERE, A SUO GIUDIZIO, L'ELEMENTO PIÙ
IMPORTANTE PER ADERIRE ALLA VOLUNTARY DISCLOSURE? Accordi internazionali per lo scambio di
informazioni 48% Ostilità di banche e gestori verso investimenti passibili di contestazioni fiscali 13%
Possibilità di disporre di nuova liquidità 6% Tutela da accertamenti dell'amministrazione finanziaria 18%
Copertura per i reati tributari e l'autoriciclaggio 15% 4 0 10 20 30 40 50 QUALE POTREBBE ESSERE, A
SUO GIUDIZIO, L'ELEMENTO PIÙ IMPORTANTE PER NON ADERIRE ALLA VOLUNTARY DISCLOSURE?
1 Inefficacia degli accordi internazionali per lo scambio di informazioni 9% 2 Difficoltà nei conteggi necessari
all'adesione 5% 3 Perdita di anonimato ed eventuali denunce di terzi 21% 4 Inadeguatezza della normativa
18% 5 Eccessivo costo dell'operazione 47% 5 0 10 20 30 40 50 Il bilancio dei precedenti «scudi» Le somme
rientrate in Italia con i provvedimenti del 2001-2003 e 2009-2010 77,75 104,56 Miliardi scudo 2001-2003
Miliardi scudo 2009-2010 di cui Rimpatri 46,042 mld Regolarizzazioni 31,719 mld di cui Rimpatri 102,057 mld
Regolarizzazioni 2,503 mld TOTALE 182,3 Miliardi Capitali totali riemersi Fonte: Uic e ministero
dell'Economia QUALE PREVISIONE SI SENTE DI FARE SULLA PERCENTUALE DI SUCCESSO DELLA
VOLUNTARY DISCLOSURE? 1 Scarso o nullo successo 7% 2 Basso successo 12% 3 Medio 35% 4 Elevato
40% 5 Molto elevato 6% 2 0 10 20 30 40 50 QUANTI CLIENTI SI SONO MOSTRATI INTERESSATI AL
RIMPATRIO SOLO DI TIPO GIURIDICO, SENZA RIPORTARE GLI ASSET IN ITALIA? 1 Bassa o nulla 21%
2 Scarsa 22% 3 Media 27% 4 Elevata 24% 5 Molto elevata 6% 3 0 10 20 30 40 50 HA OSSERVATO TRA I
SUOI CLIENTI QUALCHE INTERESSE PER LA VOLUNTARY DISCLOSURE DOMESTICA? 1 Nullo 32% 2
Basso 45% 3 Medio 16% 4 Elevato 7% 5 Molto elevato 0% 6 0 10 20 30 40 50 IN ESTREMA SINTESI,
QUAL È IL SUO GIUDIZIO SUI COSTI / BENEFICI DELLA VOLUNTARY DISCLOSURE? 1 Troppo costosa
11% 2 Costosa 36% 3 Equa 40% 4 Conveniente 11% 5 Molto conveniente 2% 7 0 10 20 30 40 50
DOPPIO AIUTO ONLINE
Il forum con gli esperti
Gli esperti per la voluntary disclosure: su internet è attivo da oggi un forum per sottoporre quesiti agli esperti
del Sole 24 Ore. Sarà data priorità alle questioni di carattere generale e le domande potranno fornire spunti
per articoli sul sito e sul quotidiano. È possibile anche effettuare ricerche sulle risposte già disponibili.
L'indirizzo è www.ilsole24ore.com/
forumrientrocapitali
Il dossier digitale
Sul sito del Sole 24 Ore (www.ilsole24ore.com) è gratuitamente a disposizione dei navigatori il dossier online
sulla voluntary disclosure e il rientro dei capitali. Con il testo dei provvedimenti ufficiali diffusi dalle Entrate,
articoli e commenti apparsi sul Sole 24 Ore. Il dossier - realizzato con il contributo del Monte dei Paschi di
Siena - viene via via aggiornato con nuovi contributi e documenti. L'indirizzo rapido per raggiungerlo è
www.ilsole24ore.com/rientro
capitali
IL SONDAGGIO CON I CENTO ESPERTI
Le risposte di professionisti e operatori alle sette domande del Sole 24 Ore
Il questionario
Sette domande per testare la temperatura della voluntary disclosure, in vista del suo debutto operativo: nei
giorni scorsi «Il Sole 24 Ore» ha interpellato cento professionisti (dottori commercialisti, avvocati, esperti
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Il Sole 24 Ore
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contabili, operatori di banche e gestori) per verificare l'interesse nei confronti della «collaborazione» lanciata
dalla legge 186 del 15 dicembre 2014, in vigore dal 1° gennaio
Le domande
Le sette domande intendono evidenziare le aspettative nei confronti della voluntary disclosure, sia valutando
il comportamento tenuto finora dalla clientela, sia esprimendo alcuni giudizi sulla normativa e sulla
convenienza dell'operazione. Tutti i partecipanti hanno avuto a disposizione una sola risposta, così da
evidenziare (specie nel caso delle domande n. 4 e n. 5, relative ai motivi per aderire o per non aderire)
l'argomento percepito come assolutamente più importante
I partecipanti
L'elenco completo dei partecipanti al sondaggio è riportato sul sito internet del Sole 24 Ore, all'interno del
dossier sul rientro dei capitali. Il dossier - accessibile gratuitamente a tutti i navigatori, grazie alla
collaborazione con Mps - contiene articoli e documentazione sulla voluntary disclosure e viene via via
aggiornato con nuovi contributi. L'indirizzo da digitare è www.ilsole24ore.com/rientrocapitali
LE CARATTERISTICHE
LE REGOLE
ISTANZA TELEMATICA
La domanda per aderire alla disclosure dovrà essere trasmessa telematicamente. Venerdì 30 gennaio
l'agenzia delle Entrate ha approvato il modello definitivo e il software per la compilazione. L'adesione può
riguardare sia le violazioni internazionali sia quelle nazionali. Possono essere sanate le violazioni commesse
entro il 30 settembre 2014
LA DOCUMENTAZIONE
La richiesta dovrà essere accompagnata dall'invio (entro 30 giorni) tramite posta elettronica certificata di una
relazione e dalla documentazione che dovrà servire a ricostruire, tra l'altro, gli investimenti e le attività
finanziarie all'estero e i redditi che sono serviti a costituirli o acquistarli. Tutta la procedura per aderire alla
collaborazione volontaria si dovrà concludere entro il 30 settembre di quest'anno
LE PUNTATE PRECEDENTI
GLI SCUDI FISCALI
Un carniere da oltre 182 miliardi. A tanto ammontano i capitali rientrati in Italia con gli «scudi fiscali» del 20012003 e 2009-2010. Nel dettaglio con il provvedimento previsto dal Dl 350/01 esteso con lo «scudo bis» del
2003 sono stati effettuati rimpatri per oltre 46 miliardi e regolarizzazioni per 31,7. Il remake del 2009 ha poi
aperto un paracadute per 104,56 miliardi, dei quali rimpatri per oltre 102 miliardi. Ai primi posti tra i Paesi di
origine delle emersioni figurano Svizzera, Lussemburgo e San Marino
LE DIFFERENZE
IL FORFAIT E L'ANONIMATO
Il meccanismo degli scudi fiscali dei primi anni 2000 era essenzialmente basato sul pagamento di un forfait
che consentiva di sanare gli illeciti derivanti dalle attività estere non dichiarate al fisco italiano. In più veniva
garantito l'anonimato per chi aderiva alla sanatoria
LO SCONTO SULLE SANZIONI
L a voluntary disclosure si basa su un meccanismo molto diverso, in base al quale il contribuente che vuole
accedere alla procedura deve ricostruire interamente la sua posizione fiscale e contributiva. Di fatto, si arriva
a un "recupero" della tassazione di tutte le attività patrimoniali e finanziarie detenute illecitamente all'estero
con un vantaggio in termini di sconti sulle sanzioni. Quindi non è più possibile regolarizzare soltanto in parte il
proprio patrimonio oltre confine
GLI ACCORDI
LA DATA SPARTIACQUE
Bisognerà cerchiare sul calendario la data del prossimo 2 marzo. È il giorno entro cui, secondo la scansione
temporale prevista dalla legge sul rientro dei capitali (la 186/2014), i Paesi black list potranno sottoscrivere
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Il Sole 24 Ore
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un'intesa con l'Italia per lo scambio di informazioni. La firma dell'accordo farà in modo che non si applichi il
raddoppio della sanzione previsto dal Dl 78/09 sul contrasto ai paradisi fiscali per i contribuenti che intendono
regolarizzare violazioni in quei Paesi
L'ACCORDO CON LA SVIZZERA
Proprio in quest'ottica c'è grande attesa per l'accordo con la Svizzera. L'intesa (compresa anche la parte sui
frontalieri) è stata raggiunta nei giorni scorsi e la firma vera e propria dell'accordo da parte dei ministri delle
Finanze arriverà a metà febbraio
Schede a cura di Chiara Bussi e Giovanni Parente
LE DISCLOSURE DEGLI ALTRI
FRANCIA
In Francia lo scudo fiscale è stato introdotto nel 2009 sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy. La misura, che
concedeva uno sconto sulle imposte per chi faceva rientrare i capitali, è stata abrogata un anno dopo
I BENEFICIARI
16.350
USA
Gli Usa hanno introdotto una sanatoria nel 2009 . A chi rimpatriava i capitali offshore era richiesto il
pagamento delle tasse e degli interessi per i precedenti sei periodi d'imposta e una sanzione del 20% delle
somme rientrate
LE ADESIONI
14.700
GERMANIA
Il cancelliere Schroeder ha scelto la strada dello scudo fiscale nel dicembre 2002 per finanziare le
infrastrutture. Prevista un'aliquota fissa del 25% sul denaro rimpatriato. L'iniziativa si è però rivelata un flop
I CAPITALI RIMPATRIATI
224 mln euro
GRAN BRETAGNA
Londra ha introdotto la Ndo (New Discosure Opportunity) nel maggio 2011. Imposto il pagamento di tutte le
tasse dovute anno per anno fino a un massimo di 20 anni oltre una sanzione del 10% degli asset rimpatriati
IL RICAVATO
445 mln sterline
LA COPERTURA DELLA VD
I REATI TRIBUTARI
Uno dei principali vantaggi della voluntary disclosure è rappresentato dalla copertura per chi aderisce dalla
contestazione di alcuni reati tributari. Si tratta per l'esattezza di: dichiarazione fraudolenta mediante uso di
fatture o altri documenti per operazioni inesistenti o mediante altri artifici, dichiarazione infedele, omessa
dichiarazione, omessa versamento di ritenute certificate, omesso versamento dell'Iva
L'AUTORICICLAGGIO
La legge sulla voluntary disclosure ha anche introdotto il reato di autoriciclaggio. L'adesione alla procedura di
rientro dei capitali garantisce al contribuente interessato uno «scudo» anche da questa nuova fattispecie così
come dalle conseguenze penali per le violazioni relative al riciclaggio
DA TELEFISCO
I SOGGETTI «COLLEGATI»
La voluntary disclosure è stata al centro di alcuni chiarimenti forniti dalle Entrate durante Telefisco 2015. Sui
soggetti «collegati» a chi presenta l'istanza, l'Agenzia ha precisato che vanno considerati tali quanti hanno
una posizione rilevante rispetto alle attività estere da regolarizzare oppure un «collegamento» con il reddito
evaso. Tutti questi dovranno essere indicati nel modello per la richiesta
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 2
(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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I TITOLARI EFFETTIVI
La legge europea dello scorso anno ha esteso l'obbligo di dichiarare al fisco le attività estere anche ai titolari
effettivi di quei patrimoni. A Telefisco l'Agenzia ha chiarito che la voluntary disclosure è possibile anche per
questa tipologia di contribuenti per sanare le violazioni commesse a partire dal periodo d'imposta 2013
LA STIMA DI GETTITO
PRENOTATI 671 MILIONI
In base alle stime del Governo Letta a febbraio 2014, gli incassi derivanti dal rientro dei capitali per lo Stato
potrebbero arrivare a 8 miliardi. Sulla voluntary disclosure regolata dalla legge 186/2014 non ci sono stime
ufficiali di incasso. Il Governo, però, ha già prenotato 671 milioni delle entrate attese: è l'importo che sarebbe
dovuto arrivare dall'aumento delle tasse sui carburanti, previsto dal 1° gennaio 2015 ,poi congelato dal
decreto milleproroghe, nell'ipotesi di recuperare questa somma grazie al rimpatrio dei capitali. Sotto, la
pagina del Sole 24 Ore che ha dato notizia dello stop agli aumenti sulla benzina
07/02/2015
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 15
(diffusione:556325, tiratura:710716)
"Eurolandia e Draghi imparino dagli Usa serve la solidarietà per avviare la
ripresa"
Fitoussi: i dati americani dimostrano che il rigore non paga e la Bce poteva rinviare la decisione sui titoli della
Grecia Italia e Francia non sostengono Tsipras per colpa del regime del terrore della Merkel
EUGENIO OCCORSIO
ROMA. «Che amarezza questa differenza fra Europa e America. Tsipras e Varoufakis sono tornati a casa a
mani vuote, e non è un gran momento per chi sperava che almeno riuscissero a far cominciare il dibattito in
Europa sulla rigidità dell'austerity imposta dalla Germania, e sulle sue conseguenze drammatiche per le
economie più deboli. Intanto assistiamo ai dati sulla crescita straordinaria dell'occupazione negli Usa». JeanPaul Fitoussi aveva salutato con grandi speranze la vittoria di Syriza firmando con altri economisti liberal un
manifesto di sostegno. Ora è frastornato per il fallimento della missione europea dei due leader. «I dati Usa
sono la miglior prova, quasi inoppugnabile, che una politica di espansione iniziale porta sul medio termine
frutti certi. Esattamente l'opposto di quanto si sta facendo in Europa».
Però i patti sono stati sottoscritti da tutti i governi. Non crede che quello che spaventi è che uno di questi
affermi di non volerli rispettare senza presentare piani alternativi? «E' una questione di realismo, di verificare
come la terapia adottata non abbia avuto altro effetto che quello di aggravare il male. Cos'altro deve
accadere perché ci si renda conto dell'eccezionale sforzo di solidarietà che è richiesto dai fatti? Mi stupisco
soprattutto per il comportamento di Draghi». Draghi? Non le risulta che il capo della Bce non potesse fare
diversamente, e che una volta verificata dalla viva voce di Varoufakis la decisione greca di non stare ai patti
non potesse fare altro che chiudere il rubinetto del credito? «E perché? Aveva una serie di opzioni,a partire
dal rinvio di una mossa così drastica. Prima che i fondi alla Grecia potessero essere considerati aiuti agli Stati
contro i trattati, c'era una serie di altri passaggi. Poteva aspettare e non fare nulla».
Perché Tsipras non ha ottenuto nulla neanche dai potenziali alleati Francia e Italia? «Per l'equilibrio del
terrore instaurato dalla Merkel. La paura che qualsiasi apertura esplicita ad Atene possa ritorcersi contro di
loro e far schizzare lo spread. Spero che almeno in privato questo sostegno ci sia». Ma Tsipras e Varoufakis
non hanno fatto nessun errore? «Beh, un po' di intemperanze verbali, come il riferimento al nazismo in
Germania. Il guaioè cheè un problema vero, ce l'hanno in casa con Alba Dorata». Come giudica l'apertura di
Obama alla Grecia? L'America teme che nasca l'unione economica ortodossa con Mosca e Belgrado?
«Guardi che la Russia non ha i soldi neanche per aiutare se stessa, figurarsi la Grecia. No,è che lì la scuola
economica razionale, non dico neanche keynesiana ma ragionante, ha più seguito che in Europa».
Foto: Jean-Paul Fitoussi
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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INTERVISTA
07/02/2015
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 24
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Fondazione Carige mette in vendita tutto il suo 19% ma il partner ancora
non si trova
La mossa di Momigliano per evitare un possibile tracollo in vista del nuovo aumento di capitale da 700 milioni
GIOVANNI PONS
MILANO. La Fondazione Carige in difficoltà si gioca l'ultima carta per non scomparire.
Chiedendo al Tesoro l'autorizzazione a poter vendere per intero la quota del 19% che ancora possiede della
banca genovese, cerca di mettere alle strette i potenziali compratori e chiudere l'operazione prima che si
avvicini troppo l'aumento di capitale. Entro fine febbraio dovrebbe essere approvato dalla Bce il piano messo
a punto dalla banca per colmare la carenza di capitale emersa nell'ottobre scorso a seguito di stress test e
asset quality review. All'appello mancano circa 700 milioni e l'unica strada è ormai l'aumento di capitale,
considerando anche la vendita delle assicurazioni peraltro non ancora completata. E si sa che, con un
aumento annunciato nella sua dimensione, il mercato fa presto a fare i conti e ad adeguare il prezzo di Borsa
al futuro livello della sottoscrizione. Per fortuna della Fondazione, la quotazione di Carige è salita non poco
dopo Natale, complici le indiscrezioni su gruppi interessati a quel 19% che però ancora non sono venuti allo
scoperto. Dunque o il presidente Paolo Momigliano riesce a trovare un accordo con un compratore nei
prossimi giorni, oppure la situazione si fa molto difficile e vi è anche la possibilità di un collocamento integrale
del 19% sul mercato.
Nell'uno o nell'altro caso sarà comunque difficile per l'Ente portare a casa più di quei 120 milioni che servono
a coprire l'indebitamento. Tra i pretendenti ci sono il fondo di Andrea Bonomi e la famiglia Malacalza,
entrambi con offerte a prezzi ben inferiori a quelli di Borsa. In teoria, il tempo gioca a favore dei potenziali
compratori, visto che il prezzo andrà adeguandosi all'aumento. Ma nello stesso tempo a nessuno conviene
far fallire la Fondazione ed entrare a Genova facendo la figura dello sciacallo. Quindi è possibile che nei
prossimi giorni le trattative con Bonomi o con Malacalza entrino nel vivo in modo da poter dare a Carige un
nuovo azionista forte in grado di giocare la partita delle aggregazioni con le Popolari.
Foto: AL TIMONE Il presidente della Fondazione Carige, Paolo Momigliano
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IL PUNTO
07/02/2015
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 24
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Le stime del ministero dello Sviluppo. I fondi vengono in gran parte dal taglio agli incentivi del fotovoltaico e
dalla risoluzione anticipate del Cip6 Il fronte dell'eolico polemizza con il governo: "Il settore vola ma non in
Italia" L'incognita dei ricorsi presentati dalle associazioni del solare e dai fondi internazionali
LUCA PAGNI
ROMA. I primi sconti sono arrivati con l'aggiornamento trimestrale delle bollette, in vigore dal primo gennaio
scorso. Un meno 3 per cento medio complessivo per le famiglie e le Pmi frutto del calo dei prezzi della
materia prima, connessi al crollo del greggio. Ma nel corso dell'anno, il costo dell'energia elettrica dovrebbe
scendere ancora, mano a mano che avranno applicazione pratica le disposizioni contenute nel decreto
Competitività.. Quando tutti i provvedimenti saranno in vigore, i risparmi dovrebbe arrivare a quota 2,7
miliardi, di cui 1,7 miliardi per le piccolee medie imprese e il rimanente per le famiglie. A prendersi la
responsabilità dei numeri è il ministero per lo Sviluppo economico retto da Federica Guidi. Sotto certi aspetti
si tratta di una stima di massima, visto che per raggiungere questa cifra in parte ci sono stati tagli che si
possono già quantificare, in parte dipendono da quanti operatori del fotovoltaico aderiranno a un meccanismo
volontario che allunga i tempi degli incassi per l'energia prodotta. Sullo sfondo rimane poi l'incognita dei
ricorsi presentati dalle associazioni industriali del solare e dai fondi internazionali contro lo Sblocca-Italia per i
tagli retroattivi contro gli incentivi.
Al netto di queste possibile incognite, il ministero dello Sviluppo economico ha reso note le cifre delle
manovre approvate dal governo anche per ricordare che il taglio delle bollette per le Pmi era stata una delle
prime promesse del governo Renzi, addirittura citata dal presidente del Consiglio nel suo discorso di
insediamento. Ma da dove sono stati presi i fondi per i risparmi ai consumatori? Come si legge in un
documento del ministero, la voce principale arriva proprio dal fotovoltaico: 420 milioni di incentivi tagliati agli
impianti più grandi (oltre i 200kilowatt) con un sistema di rimodulazione su più anni, cui si aggiungono altri
600 milioni grazie a un meccanismo per cui si paga solo il 90 per cento degli incentivi durante l'anno e il
rimanente 10 per cento l'anno successivo «dopo la misura reale delle produzione».
Un'altra cifra consistente (600 milioni) arriva dalla risoluzione anticipata dalle convenzioni Cip6, la tariffa di
"favore" concessa agli operatori che nel corso dell'ultimo decennio hanno riconvertito - rendendoli più
efficienti - impianti per la produzione di energia. Altri 150 milioni arrivano dalla riduzione dei benefici alle
grandi industrie "energivore". Tra le altre voci significative, la riduzione di 23 milioni dagli sconti sul prezzo
dell'energia riconosciuti ai dipendenti delle imprese di distribuzione per arrivare a un milione e mezzo che il
Vaticano dovrà pagare in più per la fornitura di energia, visto che è stata cancellata parte del beneficio di cui
godeva per elettricità a prezzi ridotti.
La linea del governo sul bollette soddisfa Pmi e consumatori, ma quella sulle energie rinnovabili non trova
l'apprezzamento degli operatori. Oltre al fotovoltaico, anche il fronte dell'eolico polemizza con il ministero. Lo
ha fatto ieri il presidente di Anev, l'associazione nazionale energia del vento Simone Togni. «L'eolico vola - si
legge in una nota - ma non in Italia. Un'analisi di Bloomberg dice infatti che negli Usa il mercato è cresciuto di
sei volte nel 2014. E in Cina le installazioni sono aumentate del 38% rispetto al 2013. Un trend significativo
che rappresenta un punto di svolta per l'attenzione mondiale alle energie rinnovabili».
Ma non è così nel nostro paese: «In Italia siamo al palo, con una logica perversa e autolesionista nel giro di
due anni si è consumato il delitto perfetto da paese pioniere della tecnologia e leader nel settore della
componentistica elettrica e meccanica, siamo diventati fanalino di coda in Europa con soli 107 megawatt
installati nel 2014». I motivi? Un sistema delle aste che non ha funzionato e un sistema di incentivi ridotti.
dati in milioni di euro Risparmio annuo atteso
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Risparmi elettrici in bolletta per famiglie e piccole imprese 2,7 miliardi di
costi in meno
07/02/2015
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 24
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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a favore Pmi
di cui di cui
70
70
313
0X
694
1.008
30 30 0 X
420 420 0 X
23 23 0 X
80 80 0 X
600 287 313 X 1.223 910
150 150
104 50 54 X
140 60 80 X
614 293 321 X
1,5 0,6 0,9 X
456 218 238 X 1.466 271
2.689 1.681 I risparmi nella bolletta elettrica Pacchetto taglia bollette Le altre misure FONTE: ministero
sviluppo economico Estensione della platea dei soggetti al pagamento degli oneri di sistema Totale A favore
di tutti gli altri consumatori già in bolletta da gen 2015 Oneri di funzionamento del Gse Spa Rimodulazione
incentivi al fotovoltaico Cancellazione sconto per i dipendenti del settore elettrico Rimodulazione del sistema
tari!ario elettrico delle Ferrovie dello Stato Rimodulazione meccanismo di pagamento al fotovoltaico di cui di
cui Rimodulazione incentivi alle fonti rinnovabili non fotovoltaiche di cui Recupero prelievo componente A2
Riduzione beneÞci del sistema di interrompibilità Risoluzioni anticipate convenzioni Cip6 Riduzione beneÞci
Vaticano Riduzione spesa per i certiÞcati verdi di cui TOTALE RISPARMI di cui di cui di cui di cui in bolletta
nel corso del 2015
Foto: AL TIMONE Il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi
08/02/2015
La Repubblica - Ed. nazionale
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Allarme "Grexit" per la Ue ecco cosa può succedere con Atene fuori
dall'euro
FEDERICO RAMPINI
A PAGINA 11 Allarme "Grexit" per la Ue ecco cosa può succedere con Atene fuori dall'euro NEW YORK. É
allarme Grexit. L'uscita della Grecia dall'euro torna ad essere possibile.
Tutte le capitali, da Berlino a Washington, da Bruxelles a Roma, devono misurarsi con questo scenario. E
quindi chiedersi cosa succederebbe: quali costi, quali benefici, chi ci guadagna, chi ci perde. Grexit è la crasi
di "Greece exit", indica appunto l'uscita dalla Grecia. Un evento senza precedenti: finora nell'unione
monetaria si entrava soltanto. Una via d'uscita non è prevista nei trattati, è un percorso extra-costituzionale.
Non basta chiedersi i pro e i contro per Atene. Quali gli effetti sugli altri Paesi? Si scontrano due dottrine. Una
è la teoria della zavorra diffusa in Germania: la Grecia è un peso morto, se ci lascia la nave dell'euro
procederà più leggera e veloce. La seconda è la dottrina del precedente: Grexit crea un precedente, dimostra
che l'unione monetaria si può disfare, è un club da cui si esce; questo genera un'incertezza sulle possibili
uscite di altri come Spagna o Italia; e di conseguenza i mercati esigono dai titoli del debito pubblico italiano o
spagnolo rendimenti più alti per proteggersi dal rischio.
Non a caso molti cercano di esorcizzare questa possibilità: il presidente dell'Eurogruppo, l'olandese Jeroen
Dijsselbloem, tuona che «non esiste una mappa, un manuale d'istruzioni per l'uscita della Grecia».
A questi esorcismi si contrappone una visione celestiale di Grexit: la panacea, il rimedio miracoloso per tutti i
mali di cui soffre il piccolo Paese mediterraneo dissanguato da sei anni di austerity. Finalmente libero di
tornare alla sua moneta nazionale, la dracma, quindi di svalutarla a gogò. E attraverso l'arma della
svalutazione competitiva: boom dell'export, boom del turismo straniero, fine dei tagli alla spesa, ripresa
dell'occupazione. Lieto fine hollywoodiano. Gli scenari che stiamo usando, possono spingere Angela Merkel,
Mario Draghi, o Alexis Tsipras, verso scelte irreversibili, magari fondate su calcoli sbagliati? Il settimanale
tedesco Der Spiegel sostiene che Berlino non ha più paura di Grexit. É la stessa sensazione che ha
l'Amministrazione Obama, preoccupata dai segnali che riceve. Citando le parole di un alto dirigente tedesco
in visitaa Washington: «Sarebbe una catastrofe solo peri greci. Per l'eurozona sarebbe uno shock minore, di
modesta entità.
In quanto all'economia globale: un nonevento». La Grecia, in fondo, è un nano economico: 2% del Pil
europeo, zero virgola qualcosa dell'economia mondiale. Le due narrazioni possono allearsi, convergere,
rafforzarsi. Da una parte i tedeschi che si convincono di poter affrontare Grexit. Dall'altra i greci attratti
dall'idea di una rinascita economica propiziata dal ritorno alla dracma. Due studi autorevoli invitano alla
prudenza. Un terzo, invece, tifa per l'uscita (o l'espulsione) della Grecia. L'istituto economico Ifo, importante
centro studi tedesco, sostiene che alla Germania conviene lasciare che Tspiras se ne vada dall'euro. Anche
calcolando le perdite per le banche tedesche creditrici, alla fine Berlino risparmierebbe. I tedeschi in caso di
Grexit ci rimetterebbero 75,8 miliardi, sì, ma salvare la Grecia in queste condizioni gliene costerebbe 77,1. La
Fondazione Bruegel di Bruxelles,e la Ieseg School of Management di Lilla, propendono per la tesi opposta:
Grexit sarebbe un disastro per tutti.
Vediamo la "sequenza Grexit". Primo, constatata l'impossibilità di trovare un nuovo accordo fra Tsipras e la
Troika europea, Atene annuncia la sua secessione. Secondo, tutti i contratti locali - stipendi e pensioni, debiti
e crediti, depositi bancari - vengono convertiti dallo Stato greco in dracma, d'autorità. Questo apre un enorme
contenzioso, nei casi in cui vi siano controparti estere che pretendono la restituzione in euro e fanno ricorsi in
tribunali stranieri: complicazione grave e potenzialmente costosa, ma soprattutto foriera d'incertezza; nella
transizione possono verificarsi fenomeni di panico, corsa agli sportelli, a cui il governo reagisce con blocco
dei conti correnti e divieto di esportare capitali (i ricchi e i politici li hanno già esportati...). La dracma viene poi
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LO SCENARIO
08/02/2015
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svalutata in modo poderoso, per esempio del 50%. Fenomenale aiuto per l'industria greca che deve
esportare all'estero, e che ora offre uno sconto automatico, meno 50% sui prezzi.
Idem per il turismo, le coste greche diventano molto più a buon mercato di quelle italiane o spagnole. Ma altri
ci rimettono all'interno della Grecia: i risparmi sono svalutati, petrolio e materie prime costano molto di più, si
scatena una forte inflazione che diminuisce il potere d'acquisto delle famiglie. Infine la Grecia è tagliata fuori almeno per qualche anno - dai prestiti internazionali, come accadde all'Argentina dopo il default. Le banche
greche isolate dal mondo rischiano di fallire: un'opzione è nazionalizzarle a spese del contribuente. Il saldo
finaleè incerto. Nonè escluso che Atene governata dalla sinistra di Syriza debba nuovamente far ricorso a
tagli di spesa e nuove tasse, sia pure in una versione più equa rispetto all'euro-austerity.
De te fabula narratur: la sequenza illustrata qui sopra si applicherebbe a uno scenario di uscita dell'Italia o
della Spagna.
Con una variante in positivo, nel caso italiano. Gli studi Ifoe Bruegel concordano nell'avvertire i greci che per
loro i benefici dalla maxi-svalutazione rischiano di essere deludenti: la Grecia ha poca industria esportatrice,
non basta svalutare per avere prodotti appetibili sui mercati esteri. L'Italia, al contrario, è la seconda potenza
manifatturiera europea dietro la Germania. Sotto questo aspetto un'uscita dell'Italia e un ritorno alla lira ha più
senso di Grexit. Tutti gli altri costi - svalutazione dei risparmi, iperinflazione, rischi sistemici per le banche restano validi per l'Italia. Ma perché evocare l'uscita di Italia e Spagna? A parte il fatto che alcune forze
politiche auspicano proprio questo, la vera rispostaè che Grexit scatenerebbe questo gioco di aspettative.
Una volta dimostrato che si può, perché fermarsi a una sola uscita dall'euro? I mercati comincerebberoa
scommettere su chi sarà il prossimo. Gli investitori chiederebbero un risarcimento anticipato, per proteggersi,
prima di comprare Btp italiani: con enorme aggravio del debito pubblico. L'austerity, in quel caso, non farebbe
che cominciare. E la preoccupazione dell'America, che la Grecia finisca nell'orbita di Vladimir Putin, passa
quasi in secondo piano...
PER SAPERNE DI PIÙ www.ecb.europa.eu www.imf.org
L'ipotesi dracma.
Si ricomincia a parlare di un eventuale ritorno alla moneta nazionale greca
La Germania non ha più paura, convinta che per l'unione monetaria sarebbe solo uno shock di lieve entità Ma
per altri sarebbe la dimostrazione che il patto si può disfare e che Italia e Spagna potrebbero seguire
Quali conseguenze per l'Europa se la Grecia uscisse dall'euro TESI DELLA "ZAVORRA" Tanto meglio per
chi resta: L'eurozona andrà avanti con meno problemi e meno incognite.
Contagio meno probabile che nel 2012 Maggiore omogeneità tra i paesi membri (Portogallo e Irlanda sono
riabilitate) TESI DEL "PRECEDENTE" Grexit crea un precedente, e dimostra che l'unione monetaria si può
fare e disfare Aumento Incertezza e possibili attacchi speculativi sui paesi più indebitati, prossimi candidati a
uscire (Aumento spread tra Germania e paesi indebitati)
FONTE: Sole 24 Ore
Esposizione al debito greco. Dati in miliardi di euro I CREDITORI DELLA GRECIA
TOTALE PAESI
315,1 187,4
5,8 7,2 1,2 42,0 36,8 0,9 11,8 1,4 25,0 32,5 26,0 69,2 Fondo monetario internazionale Bce 10,3% 8,3%
59,4% 22,0% Altri TOTALE CREDITORI Esposizione dei Paesi: Efsf e prestiti bilaterali 187,4 Belgio Austria
Francia Germania Irlanda Italia Portogallo Spagna Olanda Finlandia 55,3
08/02/2015
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 1
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EUGENIO SCALFARI
L'ITALIA e la Grecia nel loro rapporto con l'Europa e con i propri elettori si trovano in due situazioni molto
diverse tra loro ma anche accomunate da alcune importanti analogie. Entrambi i loro leader hanno promesso
molto, i due Paesi sono funestati da pesanti debiti e vorrebbero cambiare la politica economica europea.
Entrambi infine sono ammirati e politicamente amati dalla maggioranza degli elettori nei loro rispettivi Paesi.
Comincerò dunque ad occuparmi di Alexis Tsipras e concluderò con Renzi: ci riguarda molto più da vicino e
si merita dunque il finale. Il governo greco guidato da Tsipras e dal suo ministro delle Finanze si poneva
all'inizio quattro obiettivi: trasferire il suo debito all'Europa per cinquanta anni e senza interessi; ottenere nuovi
prestiti senza rimborsare quelli già scaduti ed effettuati da vari Paesi, tra i quali anche l'Italia, e dalla Bce;
rifiutare la "Troika" e gli impegni da lei imposti; negoziare una nuova politica economica europea ed anche
istituzioni più democratiche e meno burocratiche alla guida dell'Europa. Il primo obiettivo è stato ovviamente
rifiutato e fu Draghi qualche giorno fa a dirglielo con la dovuta fermezza. Del resto, avrebbe suscitato proteste
più che giustificate da parte del Portogallo e di altri Paesi membri dell'Eurozona che la "Troika" ha assistito
imponendogli i massimi sacrifici da essa presunti come inevitabili medicine.
Il secondo (nuovi prestitie prolungamento di quelli in scadenza)è stato anch'esso rifiutato: un Paese
fortemente debitore non può contrarne altri a cuor leggero senza neppure accettare il controllo della "Troika".
< PAGINA SU questo punto Draghi ha chiesto il rimborso immediato del prestito concesso direttamente dalla
Bce, in mancanza del quale la Banca centrale non rinnoverà il suo sostegno alle banche greche in stato di
pre-fallimento.
Il terzo obiettivo, la politica di crescita, sarà il vero oggetto delle consultazioni che si apriranno nei prossimi
giorni e che probabilmente avranno soluzione positiva; se vogliamo evitare il default della Grecia e lo
scossone che ne deriverebbe all'intera economia europea è su questo tema che bisogna lavorare. Questo,
del resto, è un obiettivo condiviso da gran parte dei Paesi dell'Eurozona e dalla stessa Banca centrale.
Infine la revisione delle istituzioni di Bruxelles. Il significato di questa richiesta è verosimilmente un passo
verso l'Unione federata anziché confederata, con le relative cessioni di sovranità da parte degli Stati
nazionali. Questa a me sembra la posizione più positiva tra quelle che Tsipras spera di ottenere; non riguarda
solo la Grecia e dovrebbe essere quella di tutta l'Unione.
Purtroppo non lo è, neppure dell'Italia, ma lo è però della Bce. Può sembrare paradossale che la spinta
verso gli Stati Uniti d'Europa venga da un Paese che si trova sull'orlo d'un precipizio e grida anche nelle
piazze la propria disperazione. Potrebbe esser messo in condizione di uscire dall'euro e chiede non solo
flessibilità e soccorso monetario ma addirittura la nascita di uno Stato che si chiami Europa ed abbia i poteri
finora dispersi su 28 Paesi.
Se si verificasse su questo punto una coincidenza politica tra Tsipras e Draghi, anche l'adempimento degli
impegni economici della Grecia diventerebbe più facile. Ma gli avversari sono molti, anzi tutti, Renzi
compreso: i governi nazionali non vogliono perdere la loro sovranità.
Ecco un tema sul quale Renzi dovrebbe dare le dovute ma mai fornite spiegazioni. La sua passione per il
cambiamento riguarda solo l'Italia e non l'Unione europea della quale siamo perfinoi fondatori? Siamo così al
tema Renzi che direttamente riguarda noi, europei ed italiani.
Il nostro presidente del Consiglio ha fatto, con l'elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, un vero capolavoro
politico, l'abbiamo scritto domenica scorsa e lo ripetiamo. Personalmente ho parecchie riserve su Renzi ma la
verità va riconosciuta e sottolineata proprio da chi su altri temi ha manifestato e dovrà ancora manifestare
ampi motivi di dissenso.
Si parla, a proposito del Pd renziano, di partito della Nazione. Esiste già oppure è un obiettivo per il quale
Renzi lavora alacremente? E qual è il significato di un'immagine che prende quel nome come vessillo? Ci
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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TSIPRAS SOGNA UN'ALTRA EUROPA E L'ITALIA COSA FA?
08/02/2015
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sono due modi di intendere quel nome. Uno, indicato nei suoi scritti, è sostenuto da Alfredo Reichlin e
significa un partito che ha capito quali sono i concreti interessi del nostro Paese e cerca di attuarli utilizzando
gli insegnamenti della Storia e dell'esperienza.
Pienamente accettabile.
L'altro modo di intendere quel nome è un partito che riscuote un tale consenso elettorale da essere di fatto
un partito unico avendo ridotto gli altri a piccole formazioni di pura testimonianza.
Questo è il senso che Renzi ha dato a quel nome, naturalmente non escludendo affatto il primo significato
ma subordinandolo al potere concreto e quasi esclusivo del partito della Nazione.
Per ora tuttavia quel partito non c'è: nell'attuale Parlamento, diretta espressione del popolo sovrano, siamo in
presenza di una situazione tripolare. Fu eletto col "Porcellum" e il Pd lucrò il premio di maggioranza alla
Camera, ma restarono tre grandi schieramenti: Pd, Pdl (i berlusconiani allora avevano il nome di Popolo della
Libertà) e il Movimento 5 Stelle.
Tripolare. E tale durerà fino al 2018, stando all'impegno assunto e sempre ripetuto da Renzi nelle sue
pubbliche esternazioni.
Un Parlamento tripolare non consente l'inverarsi del partito della Nazione, ma ne permette l'avvio, anche con
le riforme della Costituzione e in particolare con quella che riguarda il Senato, sempre che arrivi in porto, visto
l'ultimo voltafaccia di Berlusconi. L'ex Cavaliere, bruciato dall'elezione di Mattarella, ha improvvisamente
scoperto che c'è una deriva autoritaria nelle riforme che aveva sostenuto fino a ieri. E che quindi il patto del
Nazareno non c'è più: vedremo quanto a lungo manterrà questa posizione. L'uomo, si sa, non è famoso per
la sua coerenza. Ma vale comunque la pena di riprendere il tema del Senato, specie ora che spetterà al
nuovo Capo dello Stato promulgare le leggi una volta che arrivino sul suo tavolo. Quella legge di riforma
prevede che il Senato (continuare a chiamarlo così mi sembra ridicolo) diventi Camera delle Regioni, ne
sostenga gli interessi in Parlamento, sia il custode dei loro poteri amministrativi e legislativi, ne sorvegli la
legalità dei comportamenti ed eventualmente ne punisca quelli ritenuti politicamente illegittimi. Quanto al
resto, il Senato previsto perderà quasi tutti i suoi poteri attuali salvo quelli che riguardano leggi costituzionali e
trattati europei. Sono favorevole a riservare il potere di fiducia soltanto alla Camera, in nessun Paese
europeo di solida democrazia la cosiddetta Camera Alta detiene quel potere e ben venga dunque su questo
punto il regime monocamerale.
Ma proprio perché dare o togliere la fiducia non spetterà più ai senatori, possiamo e anzi dobbiamo lasciare
intatti i loro poteri di controllo sull'Esecutivo e sulla pubblica amministrazione.
Il potere Legislativo ha un duplice ruolo: quello di approvare le leggi e quello di controllare il governo nei suoi
atti esecutivi. Ridurre al monocamerale anche questi atti dell'Esecutivo ha il solo significato di accrescere la
sua libertà di azione; la rapidità è un bene che l'esistenza di due Camere non ha mai danneggiato, come
molti sostengono ma come i dati smentiscono. Quindi la legge di riforma può e deve su questo punto essere
emendata.
Ancor più necessario - perché può rischiare anche l'incostituzionalità - è modificare il testo di legge per
quanto riguarda l'elezione dei senatori. La riforma attualmente prevede che siano designati dai Consigli
regionali. Qui c'è un'incoerenza di estrema gravità: un organo preposto alla vigilanza sulle Regioni, i cui
membri sono eletti da chi dovrebbe essere da quell'organo controllato ed eventualmente sanzionato, anziché
dal popolo sovrano. Per di più in un Paese dove una delle maggiori fonti di malgoverno e corruzione è
presente proprio nei Consigli regionali. Mi sembra assolutamente necessario che sia il popolo ad eleggere
direttamente i senatori. Mi permetto di segnalare quest'aspetto della legge di riforma costituzionale affinché
sia adeguatamente modificato. La forma attuale è un fallo e l'arbitro ha diritto e dovere di fischiare
indicandone la punizione (in questo caso la modifica). Post scriptum . In una recente intervista televisiva a
Maria Latella, il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha preannunciato un suo disegno di legge che
presenterà nei prossimi giorni. Riguarda l'obbligo del vincolo di mandato che attualmente è escluso da un
articolo della Costituzione. Ora anche i Cinquestelle dicono la stessa cosa. Dunque Grillo e Salvini vogliono
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che un membro del Parlamento eletto su candidatura del partito cui aderisce non possa in alcun caso votare
contro il suo partito del quale ha l'obbligo di eseguire pedissequamente gli ordini. Se la sua coscienza glielo
impedisce, la sola via di fuga che può adottare sono le dimissioni dal Parlamento. Se questa proposta
venisse accolta, sarebbe sufficiente un numero di parlamentari estremamente limitato. Magari una
cinquantina, che rappresentino proporzionalmente i consensi ottenuti dal partito cui appartengono.
Per di più non ci sarebbe nemmeno bisogno di discussioni e basterebbe spingere dei bottoni per registrare il
voto di quel gruppetto di persone. Una proposta così può essere fatta soltanto da chi vuole instaurare per
legge una dittatura. Oppure da un pazzo. Scelgano Salvini e Grillo in quale di questi due ruoli si ravvisino.
PER SAPERNE DI PIÙ www.syriza.gr www.partitodemocratico.it
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Ghizzoni: "La ripresa c'è abbiamo già esaurito i primi 7,75 miliardi e
daremo nuovo credito"
L'amministratore delegato di Unicredit: "Stiamo vedendo segnali concreti" "Le riforme spingono ad assumere:
da noi disponibili 1.500 posti"
ANDREA GRECO
MILANO. Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit, la crescita italiana di cui parla il
governatore Visco è realmente solida? «Negli ultimi tre-quattro mesi vediamo segnali concreti e fattuali,
facilitati dall'indebolimento dell'euro che favorisce l'export, dal calo dei costi energetici e dai tassi bassi che
aiutano le imprese. E anche dall'impatto di riforme del governo come quella del lavoro, che spinge ad
assumere: noi stessi andiamo avanti con il programma di 1.500 assunzioni». Vale anche per la domanda di
credito? «La domanda cresce: l'accelerazione di fine 2014 s'è confermata a gennaio, al punto che i 7,75
miliardi presi dalla Bce lo scorso settembre con l'operazione Tltro pensavamo di impiegarli in nove mesi
invece li abbiamo già esauriti per le tante richieste di credito buono, da aziende di alta qualità. Principalmente
medie imprese, che non hanno bisogno delle banche per finanziarsi a breve termine, ma che tornano a
pianificare investimenti a medio lungo».
Ci sono rischi di gelata sui germogli? «I maggiori sono geopolitici: i problemi in Russia, Ucraina, Grecia
possono influire negativamente. Allo stesso modo il mancato completamento delle riforme da parte dei
governi potrebbe riportare il nervosismo sui mercati nell'area euro, che si stanno posizionando per cogliere
una ripresa ancora fragile».
Cosa indicano i flussi delle sofferenze creditizie? «Unicredit ha visto stabilizzarsi le sofferenze a fine 2014, e
pensiamo chei nostri crediti classificati (tutti quelli in mora, ndr ) scenderanno nel 2015. Anche la mortalità
delle aziende si sta stabilizzando, come segnalato da alcuni dati recenti».
Lei già da un anno parla di nuovo scenario di fusioni per le banche italiane. Con la riforma delle Popolari
siamo al dunque? «Una vera attività di consolidamento si avvierà solo dopo la riforma annunciata della
governance delle popolari, e una volta affrontato il problema delle sofferenze, con la creazione di un veicolo
che consenta alle banche di ridurre il peso dei vecchi crediti. Oggi è complicato per un operatore investire in
banche con sofferenze significative nel bilancio; comunque confermo che noi non siamo interessati».
Nemmeno alla Banca popolare di Milano, che vanta una fitta rete nel cuore lombardo dove voi avete maglie
larghe? «Certo occorre restare sempre vigili su quel che succede intorno. Ma in questo momento non è una
nostra opzione strategica, e per due ragioni: una che la nostra quota di mercato sta salendo in tutte le aree di
business, quindi stiamo già crescendo e non vogliamo distrarci: l'altra che abbiamo intrapreso un percorso di
sviluppo interno con forti investimenti, anche sulla rete informatica, per ridurre i costi».
Verrà prima la legge sulle Popolari o le loro fusioni? «Se guidassi una popolare, legge o non legge penserei
che la riforma va avanti e cercherei di anticipare i tempi. Può darsi che qualcuno lo faccia: il treno è partito,
chi ha più forza può muovere e anticipare il trend».
Come valuta l'ipotesi allo studio di una bad bank di sistema? «Noi abbiamo già affrontato il problema del
credito, e non saremo coinvolti. Vediamo quale sarà il progetto tecnico, che dovrebbe riguardare le banche
medio-piccole. Il discorso più critico sarà evitare gli aiuti di Stato, e l'eventuale impatto sui contribuenti italiani.
Per me si possono creare le condizioni per evitare sia uno che altro, se si crea un veicolo destinato a
comprare sofferenze a prezzi conformi a quelli di mercato, e che le gestisca per ottenere un ritorno positivo.
Bisogna, insomma, sgombrare il campo dal pensiero di favori alle banche. Per le banche medio-piccole
sarebbe un'occasione unica, perché troverebbero compratori per i loro crediti deteriorati».
A tre mesi dall'avvio, qual è il bilancio preliminare sulla vigilanza europea? «Intanto che è un fatto concreto:
c'è stato un vero takeover delle responsabilità dei regolatori locali. Finora i rapporti sono buoni, noto un
approccio molto pragmatico e diretto da parte di Francoforte: che non vuol dire sia tenero, ma con relazioni
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INTERVISTA
08/02/2015
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molto costruttive. Ovvio che è ancora un periodo di adattamento, e c'è la necessità di armonizzare sempre
più le regole e le interpretazioni: e mi pare che il ruolo della Bce finora sia più questo che non la vigilanza
spicciola. Il percorso è molto costruttivo».
Settimana prossima, su richiesta della Bce, le banche anticiperanno i conti del 2014. Quali sono le
tendenze? «Intanto i bilanci bancari saranno caratterizzati dai maggiori accantonamenti emersi dai test Aqr e
di stress, che su richiesta di Francoforte saranno caricati sui conti d'esercizio. Per qualcuno l'effetto sarà di
finire l'anno in rosso, non per Unicredit perché anticipammo molte svalutazioni nel 2013. Sul fronte ricavi,
molto dipenderà dalla capacità delle banche di riprezzare i crediti, dopo la nuova liquidità fornita dalla Bce
nell'ultima parte dell'anno. Poi sarà interessante vedere il costo del rischio, e il tasso di conversione dei crediti
in bonis a classificati».
e medie imprese programmano investimenti a lungo termine
Non siamo interessati alle popolari, ma occorre restare sempre vigili "AMMINISTRATORE DELEGATO DI
UNICREDIT FEDERICO GHIZZONI
08/02/2015
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Pensioni d'oro la proposta Boeri tenta il governo ma ora il dossier resta
chiuso
Un taglio del 10% sugli assegni oltre i 3 mila euro farebbe incassare ogni anno 4 miliardi
VALENTINA CONTEc
ROMA. Sarà l'anno della sforbiciata alle pensioni d'oro? «Quando verrà il momento, faremo discussioni su
tutto», si è lasciato sfuggire ieri Giuliano Poletti, uscendo dal convegno sull'occupazione organizzato dal Pd a
Torino. Il ministro del Lavoro non esclude dunque che la proposta di equità, battezzata così dall'economista
Tito Boeri prima di diventare presidente Inps, possa essere esaminata dal governo. Sarà dura però.
«Mi sento di escluderlo», aveva detto il premier Renzi nella conferenza stampa di fine anno. Aggiungendo
che «la leadership è mettersi accanto persone più brave di se stessi», come nel caso di Boeri. Ma «questo
non vuol dire che le loro idee diventano programma di governo».
Pietra tombale? Non secondo Poletti, ben conscio che se la riforma Fornero non cambia «rischiamo un
problema sociale». E che «uno strumento flessibile» per chi è vicino alla pensione ed è senza reddito, in
quanto esodato o licenziato, è ormai ineludibile.
Dove trovare i soldi? La proposta di equità di Boeri, ad esempio, potrebbe garantire 4 miliardi all'anno. Lo
ricorda lo stesso professore della Bocconi, in un'intervista andata in onda domenica scorsa nella puntata di
Presa diretta su Raitre, ma precedente alla sua nomina a numero uno dell'istituto di previdenza. «C'è un
problema di fondo qui», spiega Boeri.
«Nel passato abbiamo fatto promesse previdenziali eccessive. Persone che andavano in pensione a 404243 anni, in condizioni di salute ottime, potendo continuare a lavorare. E alle quali abbiamo garantito
pensioni piene, cioè molto più di quanto avevano versato. Il peso di tutto questo l'hanno pagato e lo pagano i
giovani. Un'iniquità pazzesca». Ecco dunque la proposta «per ridurre almeno in parte l'iniquità». Introdurre un
prelievo «del 20-30%» sulla sola differenza tra l'assegno pieno e i contributi versati. In totale, spiega Boeri, un
sacrificio «al massimo del 10% e riservato alle pensioni più alte, diciamo dai tremila euro in su al mese».
Poletti ci pensa, Renzi non vuole. Che farà Boeri?
Foto: AL GOVERNO Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti
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IL PUNTO VALENTINA CONTE
08/02/2015
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Ecco le prime stime di quanto si perde con l'anticipo costi ancora più alti rispetto a chi investe in un fondo I
confronti di Progetica a parità di reddito. Manca ancora un decreto attuativo
VALENTINA CONTE
ROMA. Optare per il Tfr in busta paga, dal prossimo primo marzo, può costare caro. Il 40% in meno di
ricchezza futura, se si scelgono i soldi subito anziché lasciarli in azienda. Addirittura tra due e tre volte in
meno, se si rinuncia al fondo pensione. Anche per questo, la misura inserita dal governo Renzi nella legge di
Stabilità rischia il flop. In ogni caso, nelle più rosee previsioni, l'auspicato impatto sui consumi non andrà oltre
lo 0,1%. L'ufficio parlamentare di Bilancio, nella sua analisi della Finanziaria 2015, lo scrive chiaro: solo 2,7
miliardi dei possibili 4 miliardi richiesti verrebbero consumati. Il restoa bollette, rate, tasse.
Se dunque pure il caos burocratico fosse superato in tempo utile (manca ancora il decreto attuativo della
norma a pochi giorni dalla sua entrata in vigore), i lavoratori ci penseranno bene. Primo, perché non si tratta
di risorse extra (come il bonus da 80 euro), ma di soldi propri, di fatto un trasferimento di patrimonio.
Secondo, perché le tasse sono più alte (l'anticipo è soggetto agli scaglioni ordinari Irpef e non alla più
conveniente tassazione separata riservata alla liquidazione futura). La relazione tecnica alla legge di Stabilità
quantifica queste entrate extra in 2,2 miliardi quest'anno e 2,7 il prossimo. Denari che andranno a
compensare l'Inps, per i mancati incassi del Tfr dalle aziende più grandi, sopra i 50 addetti. Terzo motivo,
perché ci si perde.
Basta guardare ai conti fatti per Repubblica da Progetica.
Un trentenne che oggi guadagna mille euro netti al mese, può certo avere 2.800 euro nei prossimi 40 mesi
(dal primo marzo al 30 giugno 2018). Ma rinuncia a 4.500 euro futuri, ottenuti lasciando i soldi in azienda,
oppure ad 8 mila euro, destinando il Tfr alla previdenza integrativa. Peggio ancora per un quarantenne con
busta paga da duemila euro: incassa circa 5.500 euro in poco più di tre anni, da qui al 2018, ma rinuncia nei
due casi a 9.200 e addirittura 13.600 euro. Un cinquantenne con salario da 2.500 euro, porta a casa oltre 7
mila euro ora grazie all'idea del premier Renzi, sacrificando però oltre 11 mila e 13 mila euro, nei due casi
(azienda e fondi), quando dovrà andare in pensione. E le perdite future, avverte Progetica, potrebbero essere
anche più ingenti, se la speranza di vita del lavoratore fosse più ampia di quella stimata dall'Istat (nei tre casi,
paria 22, 21 e 20 anni, con età della pensione a 67 anni). Augurabile.
Il possibile flop della misura non è d'altronde legato solo al mero ed ovvio calcolo delle convenienze
personali. Ma anche ad alcuni dati di fatto. Se, come scrivono gli esperti dell'ufficio parlamentare di Bilancio,
almeno un terzo dei più bisognosi saranno tentati (redditi bassi e difficoltà di reperire credito), tra questi non vi
saranno i giovani precari. I cocopro non hanno Tfr, i contratti a tempo determinato sono abituati a ricevere la
liquidazione ad ogni cambio di contratto. E questo purtroppo avviene spesso. Chi ha già optato per i fondi è
fuori.
Come pure gli statali. L'operazione è poi irreversibile: si sceglie ora, si incassa fino al 30 giugno 2018, senza
possibilità di rinunciarvi. In aggiunta, problemi di liquidità e contabilità per le aziende (soprattutto piccole).
Infine, il segnale contraddittorio a giovani e famiglie: dopo aver caldeggiato il secondo pilastro per integrare
magre pensioni, ora si spinge al consumo. Non solo, si aumentano anche le tasse sui fondi pensione
(dall'11,5 al 20%).
Un capolavoro. AZIENDA O BUSTA PAGA
-37% MILLE EURO AL MESE Per un trentenne il costo di avere oggi il Tfr è del 37% rispetto a lasciarlo in
azienda
-41% DUEMILA EURO AL MESE Per un quarantenne il costo dell'anticipo del Tfr sale al 41 per cento
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Tfr in busta paga, rischio flop chi non lo lascia in azienda rinuncia al 40
per cento
08/02/2015
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-37% TREMILA EURO AL MESE Per un cinquantenne il costo dell'anticipo del Tfr si aggira sul 37 per cento
Meglio il Tfr in busta paga o in un fondo pensione? (fondo pensione linea bilanciata)
Maggior rendita vitalizia in pensione
31 euro
70 euro
2.800 euro
137 euro
5.480 euro
181 euro
7.240 euro
8.184 euro +192%
54 euro
13.608 euro +148%
56 euro
13.440 euro +86% FONTE: Progetica mese durata 3 anni e 4 mesi > 22 anni TOTALE 30enne, 1.000 euro
netti mensili Tfr netto in busta paga oggi mese durata 3 anni e 4 mesi > 21 anni TOTALE 40enne, 2.000 euro
netti mensili Tfr netto in busta paga oggi Maggior rendita vitalizia in pensione mese durata 3 anni e 4 mesi >
20 anni TOTALE 50enne, 2.500 euro netti mensili Tfr netto in busta paga oggi Maggior rendita vitalizia in
pensione
Foto: AL GOVERNO Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan
09/02/2015
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Conti in Svizzera, ecco l'elenco tra re e star anche 7mila italiani
GIANLUCA DI FEO LEO SISTI
UNSISTEMA opaco, che in alcuni casi ha esplicitamente aiutato i protagonisti dei traffici più biechi e gli
evasori fiscali, permettendogli di nascondere capitali colossali nei forzieri svizzeri. Dopo voci e smentite la
celebre lista Falciani viene finalmente resa nota: si tratta dell'elenco di quasi 100mila clienti di tutto il mondo
che avevano affidato circa cento miliardi di dollari alla banca Hsbc. ALLE PAGINE 12 E 13 UN sistema
opaco, che in alcuni casi ha esplicitamente aiutato i protagonisti dei traffici più biechi e gli evasori fiscali,
permettendogli di nascondere capitali colossali nei forzieri svizzeri. Dopo voci e smentite la celebre lista
Falciani viene finalmente resa nota: si tratta dell'elenco di quasi 100 mila clienti di tutto il mondo che avevano
affidato circa cento miliardi di dollari alla banca Hsbc. L'esame del database realizzato dal network di
giornalismo Icij, che verrà pubblicato in Italia da l'Espresso , è un atto d'accusa ai metodi più spregiudicati
della finanza offshore. Perché tra i correntisti ci sono uomini che si sono arricchiti grazie alle dittature, al
commercio di armi e di "diamanti insaguinati", ci sono politici di moltissimi paesi e soprattutto una sterminata
lista di imprenditori sospettati di evasione fiscale: solo gli ispettori britannici ne hanno individuati 3600.
Solo i cittadini italiani compresi nella lista sono più di settemila, con quasi sei miliardi e mezzo affidati
all'istituto fino al 2008. Anche a livello internazionale, moltissimi i nomi noti: dalla top model australiana Elle
MacPherson agli attori Christian Slater, John Malkovich e Joan Collins; dal re di Giordania Abdullah II al
monarca del Marocco Mohammed VI; dal nobile arabo Bandar Bin Sultan al principe del Bahrain Salman bin
Hamad al Khalifa; dai piloti di Formula Uno Fernando Alonsoe Heikki Kovalainen ai cantanti Phil Collins e
Tina Turner.
L'operazione "Swissleaks" porta la firma del network di Washington International Consortium of Investigative
Journalists (ICIJ): lo stesso team di giornalismo investigativo che ha smascherato i meccanismi usati dal
Lussemburgo per concedere tasse ridotte alle società di mezzo mondo, facendo finire sotto accusa il
presidente della Commissione Ue Jean-Claude Junker. Questa volta si tratta invece dei documenti raccolti da
Hervé Falciani, un funzionario italo-francese di Hsbc. Nel 2008 la banca svizzera lo ha accusato di avere
sottratto le informazioni, ma il suo arresto in Costa Azzurra su richiesta delle autorità svizzere si è trasformato
in un clamoroso autogol: Falciani ha collaborato con i magistrati francesi e consegnato gli elenchi dei conti.
Materiali analizzati adesso da Icij che per portare avanti le verifiche ha coinvolto più di 140 giornalisti di 45
testate: tra queste Le Monde , Guardian , Bbc , Suddeutsche Zeitung e, per l'Italia, l'Espresso .
L'esame dei conti mostra come all'ombra dell'anonimato garantito da Hsbc, politici inglesi, russi, ucraini,
indiani, tunisini o egiziani hanno curato affari d'ogni genere. Ci sono numerosi conti di Rami Maklouf, cugino
del presidente siriano Bashar al Assad considerato la mente finanziaria del regime di Damasco. Rachid
Mohamed Rachid, ministro egiziano del Commercio con l'estero, scappato dal Cairo durante la rivolta contro
Mubarak, aveva 31 milioni di dollari. Ingenti i depositi di Gennady Timchenko, miliardario e amico intimo dal
presidente russo Vladimir Putin, finito nella lista nera delle sanzioni americane dopo la crisi ucraina. E c'è un
deposito perfino riconducibile a Li Xiaolin, figlia dell'ex primo ministro cinese Li Peng che fu protagonista della
repressione di piazza Tienammen.
Molti i capitoli neri della lista. Include almeno duemila commercianti di pietre preziosi, tra cui alcuni broker
che si ritiene abbiamo trafficato quei "diamanti insanguinati" usati per finanziare le guerre africane.
In un caso i documenti mostano come i funzionari della banca fossero a conoscenza dei sospetti. Nel file di
Emmanuel Shallop, successivamente condannato per questi traffici, annotano: «Abbiamo aperto un conto per
lui basato a Dubai... Il cliente è molto cauto attualmente perché sente la pressione delle autorità belghe per le
sue attività nelle frodi fiscali sui diamanti». Avevano conti alla Hsbc pure faccendieri accusati di avere fornito
armi per i massacri in Liberia e una serie di mediatori coinvolti nelle indagini per il pagamento di tangenti sulle
vendite di sistemi bellici sofisticati. Ci sono addirittura depositi intestati agli esponenti di una Ong saudita
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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ARMI E DIAMANTI: SU L'ESPRESSO I SEGRETI DELLA HSBC
09/02/2015
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indicata tra i finanziatori di Al Qeada. I vertici di Hsbc hanno inizialmente intimato al network giornalistico di
distruggere tutti i dati. Poi, davanti alla mole di elementi scoperti dai cronisti, l'istituto ha riconosciuto che «la
cultura e gli standard dei controlli erano molto più bassi di quanto avviene oggi. La banca ha intrapreso passi
significativi per aumentare le verifiche e respingere i clienti che non rispettano i nuovi parametri». Resta però
il problema della finanza oscura, che muove i capitali nel mondo per sottrarli ai controlli di ogni tipo. Di fronte
alle rivelazioni di Swissleaks, l'economista Thomas Piketty ha sottolineato: «L'industria off-shore è la
maggiore minaccia per le nostre istituzioni democratichee per le basi del nostro contratto sociale. L'opacità
finanziaria è uno degli elementi chiave delle diseguaglianze».
La lista Falciani sui conti di Hsbc 81.458 conti di 106.458 clienti per un totale di 102 miliardi di dollari Belgio
3003 conti 6,2 miliardi Brasile 8660 conti 7miliardi Francia 9198 conti 12,4 miliardi Israele 6571 conti 10
miliardi Italia 7463 conti 7,4 miliardi Libano 2972 conti 4,8 miliardi Paesi Bassi 649 conti 4,6 miliardi
Lussemburgo 259 conti 2,8 miliardi Germania 2096 conti 4,4 miliardi Turchia 3105 conti 3,4 miliardi Arabia
Saudita 1508 conti 5,8 miliardi Spagna 2688 conti 2,3 miliardi Emirati Arabi Uniti 1124 conti 3,4 miliardi Stati
Uniti 4491 conti 13,6 miliardi Venezuela 1138 conti 14,7 miliardi Regno Unito 8828 conti 21,7 miliardi di
dollariL'INCHIESTA
GIORNALISTI E INVESTIGATORI Le nuove rivelazioni sulla lista Falciani si possono leggere sul sito
dell'Espresso, che fa parte del Consorzio internazionale di giornalisti investigativi Icij per cui lavorano
un'ottantina di giornalisti appartenenti a trenta testate
Russia 704 conti 1,7 miliardi Siria 684 conti 1,2 miliardiI VIP
RE, MODELLE E SPORTIVI Tra i correntisti della banca svizzera Hsbc ci sono la supermodella Elle
MacPherson, il re del Marocco Mohammed VI, il pilota di Formula Uno, Fernando Alonso (nelle foto dall'alto
in basso). I conti rivelati sono circa 100 mila su cui sono depositati circa 100 miliardi di dollari. I clienti italiani
sono circa settemila
Foto: COLOSSO Hsbc è uno dei più grandi gruppi bancari del mondo. La sua sede è a Londra.
I conti rivelati nel 2009 dal tecnico informatico Hervè Falciani sono quelli di circa 100 mila depositi in
Svizzera
08/02/2015
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BILL EMMOTT
L'Europa si trova di fronte a due trattative importanti ma pericolose: quella tra la Russia, la Germania e la
Francia sull'Ucraina, l'altra tra la Grecia e la Germania sul futuro dell'euro. Quale ha maggiori probabilità di
successo? Beh, è difficile dirlo. Ma le due trattative condividono una caratteristica comune che può offrire un
indizio. Tale caratteristica è che in entrambi i casi le parti opposte nei negoziati hanno iniziato con analisi
completamente diverse del problema su cui stanno negoziando. Quando si analizza un problema, o si
diagnostica una malattia, in modo opposto è molto difficile concordare una soluzione o una cura.
Nell'Ucraina, la Russia di Vladimir Putin vede un Paese che storicamente e culturalmente è stato a lungo
parte della Russia, e vede la ribellione che sta sostenendo nell'Est come uno sforzo legittimo per mantenere
l'Ucraina e la Russia l'una vicina all'altra. La tedesca Angela Merkel e il francese François Hollande, così
come la maggior parte dei loro colleghi dell'Unione europea, vedono invece un Paese sovrano che viene
violato dal suo potente vicino di casa, dopo ll precedente dell'annessione della Crimea. Non ci può davvero
essere un terreno comune tra queste posizioni. Un cessate il fuoco in Ucraina orientale potrebbe calmare le
acque per un po', ma il fatto è che l'Ucraina o è indipendente o non lo è. L'alternativa, che l'America fornisca
al governo ucraino un equipaggiamento migliore, così da metterla in grado di fronteggiare i ribelli foraggiati
dalla Russia, potrebbe convincere Putin che la battaglia non si può vincere - ma potrebbe anche convincerlo
a voler vedere il bluff dell'America e portare a un escalation del conflitto. Cerchiamo quindi di concentrarci su
un tema più allegro: il confronto tra il nuovo governo greco la Germania della signora Merkel. In questo caso
la negoziazione offre qualche speranza in più. E' vero che le analisi di base delle due parti sui problemi
economici della Grecia, e in effetti quelle sulla zona euro nel suo complesso, sono completamente diverse.
La Germania vede una malattia causata dal debito greco e per la quale l'austerità è la cura principale. La
Grecia vede un debito causato dallo sconsiderato credito tedesco, vede che gli ultimi pacchetti di salvataggio
hanno aiutato soprattutto le banche tedesche, e vede l'austerità come causa solo di povertà e non di
recupero. Come nel caso dell'Ucraina, non ci può essere via di mezzo tra un creditore che insiste sul fatto
che tutti i debiti devono essere pagati per intero, perché condonare i debiti sarebbe immorale e un debitore
che dice che l'onere di tali crediti deve essere ridotto, altrimenti le conseguenze saranno, quelle sì, immorali.
Il tour delle capitali europee, compresa Berlino, compiuto la settimana scorsa dal nuovo, anticonformista
minis t ro d e l l e Fi n a n z e g re co, Yanis Varoufakis, ha chiarito quanto grande sia il divario tra le due parti.
Detto questo, c'è una differenza fondamentale tra la politica nazionalista vista nel conflitto ucraino e
l'economia nazionalista del caso greco. E' che in economia, e in particolare nelle transazioni finanziarie, c'è
più spazio per la creatività. Se le due parti vogliono una soluzione pacifica, in una trattativa economica ci
sono abbastanza variabili e dimensioni per rendere possibile un tale accordo. Per la Grecia, due aspetti di
quella trattativa potrebbero offrire una via d'uscita - e un anche un modo per far convergere le diverse analisi
della Germania e della Grecia. Il primo risiede nel modo di affrontare il peso del debito sovrano della Grecia.
Un'ulteriore cancellazione è inaccettabile. Un accordo speciale per la Grecia sarebbe insostenibile tra gli altri
membri della zona euro. Quindi, occorre convertire la proposta iniziale della Grecia, di uno scambio di parte
del debito in nuovi bond legati alla sua crescita economica, in una regola che può essere applicata non solo
alla Grecia, ma a tutti i membri della zona euro, ora e in futuro. Tale norma deve lasciare ai governi l'obbligo
di rimborsare i loro debiti, ma con l'opportunità di ridurre l'onere degli interessi annui e del rischio in cambio di
condizioni concordate sulla riforma economica interna. Quelle riforme economiche nazionali possono essere
inquadrate nel contesto di un'iniziativa a livello europeo per estendere e completare il mercato unico,
secondo le linee proposte diversi anni fa da Mario Monti, prima di diventare presidente del Consiglio. Queste
riforme interne sono anche la sede per il secondo elemento che può indurre alla speranza. Qui, c'è già un
terreno comune nelle analisi tedesca e greca. Syriza, il nuovo partito di governo in Grecia, sarà pure di
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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I DUE FRONTI DELL'EUROPA
08/02/2015
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 1
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estrema sinistra, ma afferma di voler porre fine al capitalismo clientelare che in Grecia è dominato da
oligarchi miliardari e di voler combattere la corruzione e l'evasione fiscale. Questo dovrebbe essere musica
per le orecchie tedesche. Il modo migliore per avere sia la competitività che la trasparenza. In altre parole, un
mercato unico liberalizzato. Quindi un percorso saggio verso l'accordo potrebbe partire da quel terreno
comune. Se le riforme possono essere concordate, trovare modi per rendere il debito abbordabile sarebbe
più facile. E può essere attuato come progetto europeo e non solo greco. Una dimostrazione di solidarietà
europea è esattamente ciò di cui l'Unione europea ha bisogno. Perché qui sta la ragione ultima per essere
più fiduciosi sulla Grecia che sull'Ucraina. L'esistenza del pericolo chiaro e presente di un allargamento della
guerra alle frontiere dell'Ue in Ucraina deve rendere tutti gli Stati membri, ma soprattutto la Germania, ansiosi
di mantenere l'unità e la solidarietà, e quindi appassionarli a una vera soluzione europea al problema greco.
Così, l'irriducibilità della situazione ucraina dovrebbe rendere più facile da affrontare la natura irriducibile della
situazione greca. Syriza è un po' troppo amichevole con la Russia per il gusto tedesco. Ma sicuramente
lasciar perdere quell'amicizia sarebbe un prezzo che vale la pena pagare. traduzione di Carla Reschia
Foto: Illustrazione di Koen Ivens
08/02/2015
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 13
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"Bene le riforme, l'Italia crescerà"
Visco: nelle Popolari meno gruppi di potere, col piano Draghi il Pil salirà oltre lo 0,5%
FRANCESCO SPINI MILANO
La decisione della Bce di procedere all'acquisto di titoli di Stato avrà un effetto sul Pil di oltre un punto
percentuale nel biennio 2015-2016. Di conseguenza la crescita italiana ora è «valutabile al di sopra dello
0,5% quest'anno e dell'1,5% il prossimo» contro gli 0,4% e 1,2% indicati in precedenza, annuncia il
governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, nella cornice del congresso Assiom Forex di Milano. Qui
spiega che l'impegno di Via Nazionale nell'acquisto di titoli di Stato italiani dovrebbe essere «dell'ordine di
130 miliardi». Non solo Bce. In occasione dell'incontro con la comunità finanziaria, l'inquilino di Via Nazionale
promuove l'azione del governo Renzi, dà l'imprimatur alla riforma delle banche popolari e dice di sì alla «bad
bank» a cui sta lavorando il ministero dell'Economia a stretto contatto con Palazzo Koch. Criminalità
intollerabile Visco sa bene che le misure di politica monetaria non bastano a «consolidare e rafforzare i
segnali di ripresa». Ma a suo giudizio «nell'insieme le misure sinora introdotte vanno nella giusta direzione»,
a cominciare dalle nuove norme sul lavoro. In un contesto economico ancora non facile, chiede impegno per
«una migliore qualità dell'offerta formativa» per i giovani in quanto «la dotazione di capitale umano in Italia è
bassa nel confronto internazionale». E segnala come «l'intrusione della corruzione e della criminalità
organizzata nel tessuto economico e sociale» rimanga «su livelli intollerabili». «Spazi per aggregazioni» Per
le banche auspica «strutture di costo più snelle» e segnala «spazi per aggregazioni» per «razionalizzare le
strutture organizzative» e «innovare i processi produttivi e distributivi». Quando affronta il capitolo Popolari
non accoglie obiezioni alla trasformazione in Spa delle maggiori. La riforma, spiega, «risponde a esigenze da
tempo segnalate da noi, dall'Fmi e dalla Commissione Ue e rese ora più pressanti dal passaggio al sistema di
vigilanza unica». La Spa, dice «accresce la capacità di ricorso al mercato dei capitali», una «più ampia
partecipazione dei soci in assemblea riduce il rischio di concentrazioni di potere in capo a gruppi organizzati
di soci minoritari». E ci sono maggiori incentivi «al controllo sull'operato degli amministratori». Insomma, la
riforma risponde a un adeguamento al nuovo quadro internazionale, come ha detto il ministro Padoan, e ciò,
spiega Visco, «non vuol dire soccombere a un non meglio definito capitale straniero» ma «accrescere la
capacità produttiva, organizzativa e patrimoniale» in un contesto più ampio. Restano le Bcc le loro
«debolezze» che derivano «dalla dimensione» e «dalla concentrazione, a volte eccessiva, dei rischi di
credito». Preferibile, anche qui, un «maggior grado di integrazione». La bad bank di Stato Sui crediti che le
banche faticano a riscuotere, Visco dà l'ok all'ipotesi bad bank. Sì all'intervento diretto dello Stato «nel
rispetto della disciplina europea sulla concorrenza» con «il pieno coinvolgimento delle banche nei costi
dell'operazione e un'adeguata remunerazione del sostegno pubblico». Auspica «opportune agevolazioni
fiscali o la prestazione di garanzie pubbliche sulle attività» che derivano dalla vendita dei prestiti in
sofferenza. Questo per alleviare il pesante fardello che le banche si sono caricate con la crisi e ridare fiato al
credito per famiglie e imprese.
ALLARME CORRUZIONE Come la criminalità rimane su livelli intollerabili, attraverso la giustizia
bisogna garantire più legalità
REGOLE E CREDITO Per non ostacolare la ripresa occorrerà calibrare con cautela le richieste di aumentare
le dotazioni di capitale Ignazio Visco Governatore della Banca d'Italia
Foto: Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia
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ECONOMIA &FINANZA /IL GOVERNATORE DI BANCA D'ITALIA AL FOREX: SÌ ALL'INTERVENTO DELLO
STATO PER I CREDITI DETERIORATI DELLE BANCHE
09/02/2015
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 2
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Nel Nord-Est vince il campanilismo Tutti contro le nozze fra le Popolari
Veneto Banca e Vicenza a rischio scalata dopo il decreto Renzi
ALESSANDRO BARBERA INVIATO A VICENZA
Guido Piovene raccontava la sua Vicenza come «una piccola Roma, un'invenzione scenografica, dalla
cultura svaporante in capriccio e dalla vanità patrizia d'un gruppo di signori di media potenza». Piazza dei
Signori ha la stessa immutabile bellezza di quello che nel Medioevo era il mercato cittadino. Uno dei pochi
segni di modernità sono le insegne di una filiale di Veneto Banca, aperta da pochi mesi fra la Basilica
Palladiana e il palazzo del Monte di Pietà. Veneto Banca non è di Vicenza, e a dispetto del nome è ancora
una popolare, una di quelle in cui ogni socio ha un voto. Non è quotata in Borsa, e secondo il decreto Renzi
dovrà trasformarsi in società per azioni entro 18 mesi. All'ultima assemblea, lo scorso aprile, c'è voluta una
tensostruttura montata in un campo di Montebelluna, non lontano dalla sede. Partecipano più di seimila soci,
fra i quali Roberto Bettega. Il momento è delicato: due ispezioni della Banca d'Italia e della Consob avevano
fatto emergere «carenze del governo societario e nei controlli interni», carenze «nella capacità di reddito e
dei livelli patrimoniali». Quell'assemblea decide l'azzeramento del consiglio e il ridimensionamento a direttore
generale di Vincenzo Consoli, l'uomo che con piglio decisionista aveva trasformato la piccola popolare in una
banca così grande da rientrare fra quelle vigilate direttamente dalla Banca centrale europea. La Banca d'Italia
invita i vertici a valutare la fusione con l'altra popolare veneta non quotata, quella di Vicenza. Fra Natale e
Capodanno del 2014 si riuniscono per discuterne con il presidente Gianni Zonin. È già il secondo tentativo.
La riunione va male. Veneto è in difficoltà, non abbastanza da accettare quella che a Montebelluna giudicano
una resa incondizionata ai rivali vicentini. «Mentre in Lombardia nascevano campioni europei, quella delle
banche del Nord est è una storia di litigi e di occasioni perse», racconta Maurizio Sacconi. Cattolica
assicurazioni, Antonveneta, Cassamarca, le Casse di risparmio di Padova, Rovigo, Venezia, la Popolare di
Marostica sono tutte state assorbite da altri gruppi. All'appello ne mancano tre: oltre a Vicenza e Veneto, la
Popolare di Verona. Se quest'ultima è già quotata e con un modello di gestione simile ad una società di
capitali, le altre due devono iniziare da zero, o quasi. Se domani si trasformassero in società per azioni, non
ci sarebbe nessun
44 miliardi Sono gli attivi della Popolare di Vicenza, quinta banca del Paese
35 miliardi Sono gli attivi della Veneto banca di Montebelluna, sesta banca italiana
Il buon senso vorrebbe che almeno due banche venete decidessero di fondersi Giorgio Santini
Senatore per il Veneto del Partito democratico
Sul risiko delle Popolari ci vuole un atterraggio morbido per evitare devastanti conseguenze sociali
Luca Zaia Presidente della Regione Veneto
334 miliardi Il totale degli impieghi delle 36 banche popolari censite da Mediobanca
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Reportage
09/02/2015
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 17
(diffusione:309253, tiratura:418328)
Comprare casa, è il momento buono Tasse e spese, gli errori da evitare
I rischi: calcolare male imposte e costi. Attenzione a non sforare il budget a disposizione
SANDRA RICCIO
Comprare casa è il principale investimento nella vita della maggior parte degli italiani. Oggi l'acquisto è
diventato più accessibile. Questo perché i prezzi degli immobili sono scesi e i tassi dei mutui sono finalmente
ai minimi. Un'occasione da non perdere. A patto però di non commettere errori. Questione di timing
Innanzitutto va detto che oggi i tassi sui mutui sono di nuovo a livelli minimi con il variabile sotto all'1,6% e il
fisso intorno al 3%. Un buon livello che però potrebbe calare ancora nei prossimi mesi. Occorre quindi farsi
bene i conti e capire se è il caso di aspettare ancora. Le spese accessorie E' questo uno degli sbagli più
frequenti che commette chi compra casa. Non sembra ma tante volte la complessità dell'operazione di
compravendita fa perdere di vista quei particolari che possono sembrare solo dettagli ma che finiscono con il
pesare sul conto finale. Sono le tante spese legate ad un immobile, da quelle condominiali agli interventi
straordinari sul palazzo. Se gli interventi sono già stati deliberati dall'assemblea L'assegno finale lo dovrà
staccare chi ha appena acquistato, Si tratta quindi sempre di verificare se il palazzo ha stabilito interventi
importanti. Occhio al Fisco Al prezzo finale dell'immobile va sempre aggiunto un 10% di costi aggiuntivi legati
alle imposte catastali, all'iva o all'imposta di registro. Meglio eccedere nel calcolo della somma necessaria. Le
ristrutturazioni Tante volte chi compra casa non mette in conto i costi per la ristrutturazione o i tanti costi
inattesi che si possono presentare. Per esempio gli impianti elettrici e idraulici tante volte possono essere
sottodimensionati o usurati e chi acquista se ne accorge solo a operazione avvenuta. Vale lo stesso per
l'isolamento termico o acustico. Una soluzione può essere quella di guardare alla data di costruzione
dell'immobile o meglio ancora indagare su eventuali problemi interrogando i vicini. Sconti, non tirare la corda
Le trattative in genere portano sempre a una riduzione sul prezzo iniziale che si ferma al 1015% circa.
Tentare di ottenere molto di più può far sfumare l'affare, soprattutto se la casa è appena stata messa in
vendita. Impegni troppo pesanti Chi acquista con il mutuo deve ragionare bene sul reale budget che ha a
disposizione e sui futuri impegni finanziari che potrebbero riguardare l'intero nucleo familiare. In questo
conteggio rientra anche la decisione sul tipo di tasso sul mutuo. «Il variabile oggi è molto basso e parte
dall'1,6% vale a dire un punto e mezzo in meno del fisso che è al 3% - spiega Roberto Anedda, Direttore
Marketing Mutuionline -. Il tasso fisso costa quindi un po' di più ma offre la garanzia di una rata costante e
certa per tutta la durata del finanziamento». Nel caso la scelta vada sul variabile è sempre meglio mettere da
parte ogni mese una quota che corrisponda a metà della rata in modo da avere le spalle protette in caso di
imprevisti rialzi repentini dei tassi. E' bene poi mai fermarsi alla prima proposta di mutuo ma confrontare le
varie banche sul mercato. I costi sul mutuo Sono voci di cui molte volte le famiglie non sono nemmeno a
conoscenza e che possono far salire il costo finale. E' il caso delle polizze vita sui finanziamenti. Arrivano a
valere diverse migliaia di euro, non sono obbligatorie e nel caso di rottamazione del mutuo vanno ristipulate e
pagate da capo. Non pensare agli sgravi Un vantaggio che offre il mutuo è quello della possibilità di detrarre
gli interessi passivi dall'Irpef. Ogni anno si può arrivare a una quota che è al massimo di 800 euro. Si riesca a
usufruire di questo bonus soprattutto nei primi anni del finanziamento quando la componente degli interessi è
più alta.
Trend, spread e tassi 2 1,15 1,10 2,16 1,85 4,0000 2,8571 1,7142 0,5714 4,51% 5,24% 3,07% 1,65%
Variabile - LA STAMPA Febbraio 2008-2015 Fisso Fonte: Elaborazione su rilevazioni www.mutuionline.it
Evoluzione spread medio su mutui casa, durata 20 anni Evoluzione migliori tassi su mutui casa, durata 20
anni 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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tutto SOLDI LAVORO IN CORSO
09/02/2015
La Repubblica - Affari Finanza - N.5 - 9 febbraio 2015
Pag. 1
(diffusione:581000)
Federico Fubini
Guardate quelle carte. Mercoledì 14 gennaio i titoli del Banco Popolare, della Popolare dell'Emilia-Romagna
e della Popolare di Sondrio hanno iniziato a decollare. Mancano due giorni all'uscita di un lancio Ansa delle
17:58 di venerdì 16 gennaio che annuncia: «Banche, in arrivo norme per riforma Popolari». Quello è il flash di
agenzia da cui sarebbe partito uno dei più grandi boom di Borsa della storia recente in questo Paese. Martedì
20 gennaio il governo avrebbe inserito nell' Investment Compact l'abolizione dei vincoli agli investimenti e del
principio "una testa-un voto" nel capitale delle principali banche popolari. Gli istituti diventano contendibili,
dunque più interessanti per gli investitori. Ma la corsa sui listini di alcuni di essi inizia prima di venerdì sera.
Quel giorno il Banco Popolare era già salito del 4,35%. È l'ennesimo paradosso italiano. Quella delle Popolari
è una riforma in nome della trasparenza, di un mercato finalmente maturo e aperto. Basta patti fra amici e
cerchie chiuse. Peccato che in quei giorni alcune procedure non assecondino lo spirito della riforma. Non solo
i movimenti di Borsa di alcune delle Popolari prima dell'annuncio, che hanno innescato indagini della Consob
per il sospetto di insider trading: acquisti eseguiti grazie a informazioni riservate. Dubbi di opportunità - non di
legalità o legittimità - li apre anche la scelta di Renzi sulla sede da cui annunciare quella riforma: la direzione
del Pd, venerdì 16 febbraio verso le 17.30. Il Pd è il perno del sistema politico, il premier ne è il leader e ha
diritto di scegliere cosa dire ai suoi. Ma la riforma delle Popolari non era una misura in quel momento già
varata, ed era in grado di spostare molti miliardi in pochi minuti. A volte la forma è il contenuto, ogni
informazione ha la sua sede appropriata. Un finanziere da tempo vicino al premier, Davide Serra del fondo
Algebris, non nasconde di aver investito sulle Popolari «fin dal marzo del 2014» e di aver registrato
plusvalenze. Anche qui, niente di illegittimo. Fino a prova del contrario - di cui non c'è alcun sentore - niente
indica che Serra abbia agito grazie a informazioni riservate. Esistono però anche per lui valutazioni di
opportunità. Quest'anno Serra agli incontri del Pd alla Leopolda, come ha fatto notare Walter Galbiati su
Repubblica, ha proposto norme (sensate) per consentire alle banche di pignorare più in fretta gli immobili se
un mutuo non viene pagato. Intanto lui stesso investe in un fondo proprio sui crediti incagliati in Italia. E il
governo (anche qui: finalmente) si appresta appunto a prendere misure per affrontare il tema dei crediti
deteriorati: una misura che può interessare anche Serra. Il finanziere di Algebris fa legalmente il proprio
lavoro, e il governo il suo. Se possibile con sobrietà, stile e la giusta reciproca distanza.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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LA GIUSTA DISTANZA TRA GOVERNO E FINANZIERI
09/02/2015
La Repubblica - Affari Finanza - N.5 - 9 febbraio 2015
Pag. 1
(diffusione:581000)
Marco Panara
Con il decreto di Palazzo Chigi per la trasformazione delle grandi popolari in spa, di cui regolerà l'attuazione,
e con il quantitative easing della Bce, di cui sarà il braccio operativo per i titoli di stato italiani, la Banca d'Italia
ritrova una centralità che sembrava aver perduto. Negli anni della politica assente il suo spazio si era
allargato, uomini suoi erano entrati al vertice dei ministeri e sino al Quirinale, l'Italia "malata d'Europa" faceva
perno su via Nazionale. Poi la politica ha cambiato segno, al governo è arrivato un giovane fiorentino che
ogni giorno ne riafferma il primato e gli spazi per gli altri, Bankitalia compresa, si sono chiusi. Nel frattempo
c'è stato il passaggio a Francoforte anche della vigilanza bancaria dopo la politica monetaria. segue a pagina
2 Privata del ruolo politico che aveva svolto per qualche lustro, ceduti i due poteri chiave e relegata al suo
ruolo funzionale, benché importantissimo, Via Nazionale pareva essersi spostata lentamente dal ruolo di
policy maker a quello di grande macchina, efficiente e competente, ma non più "potente". LE FUNZIONI E
invece le carte girano e il potere uscito da una porta rientra dall'altra, mentre quel ruolo di gestore di
essenziali funzioni rivela che dentro contiene ancora leve potenti. Se cominciamo da queste ci rendiamo
subito conto di cosa parliamo. Tra le funzioni dell'istituto centrale ci sono la gestione della tesoreria del
Ministero dell'Economia e del sistema dei pagamenti, ma c'è anche l'antiriclaggio (attraverso l'Uif, l'Unità per
l'informazione finanziaria) importantissimo visto il peso della criminalità organizzata nel nostro paese,
cresciuto con la nuova attenzione di Washington nei confronti dei capitali che vagano tra i paradisi fiscali e
diventata delicatissima per il controllo dei denari che si muovono da e verso i paesi soggetti a sanzioni e
ancora di più verso i focolai del terrorismo islamico e di altra natura. E poi c'è, senza esaurire un elenco che
sarebbe lungo, anche il controllo sull'onorabilità di vertici e azionisti delle imprese finanziarie. Potere delicato,
come sa bene Silvio Berlusconi, al quale dopo la condanna definitiva per frode fiscale la Banca d'Italia ha
imposto di liberarsi del 20 per cento di Mediolanum, oggi la perla più preziosa dell'impero dell'ex Cavaliere.
Anche le funzioni portano poteri, anche se meno vistosi di quelli del passato. POPOLARI E BAD BANK Ma la
novità è che anche il mutato rapporto con la politica porta i suoi frutti. La trasformazione delle grandi popolari
in società per azioni è un vecchio obiettivo della Banca d'Italia, la cui moral suasion non era bastata a
smuovere i rocciosi sistemi di interessi che stanno dietro il consevatorismo di quel settore. Via Nazionale non
ha i poteri per imporre e la politica debole di ieri se aveva i poteri non aveva la forza né la volontà di usarli. Il
governo decisionista ha cambiato il quadro, e la Banca d'Italia evidentemente ha trovato nei consiglieri
economici del capo del governo e in Renzi stesso orecchie attente, ottenendo alla fine quella trasformazione
che considera essenziale per ridare slancio al sistema creditizio italiano. Ora la patata bollente è la creazione
di una bad bank per sollevare i bilanci delle banche dalle troppe sofferenze e ridare vigore al credito. Se ne
parla da anni e pare che il nodo stia venendo al pettine: anche in questo caso il rapporto tra via Nazionale e
Palazzo Chigi sarà determinante per trovare una soluzione. DAL POTERE ASSOLUTO AL POTERE
CONDIVISO Il passaggio più importante però ha un nome: Bce. E' un passaggio sostanziale che cambia nel
profondo il ruolo della Banca d'Italia, che da una parte diventa un pezzo di un sistema più grande e dall'altra
una sorta di ponte tra Roma e Francoforte, Bruxelles, Basilea, i luoghi dove si decidono le regole su moneta,
finanza, banche e credito, che incidendo sulle scelte di imprese e famiglie finiscono per disegnare i modelli
economici e le strutture sociali di ciascun paese, dell'Eurozona e dell'intera Unione Europea. Qui l'evoluzione
di via Nazionale è tanto profonda quanto silenziosa. La Banca d'Italia è da sempre la scuola numero uno del
paese in una materia speciale: il potere. Nella sua accezione particolare di potere istituzionale. Nel Palazzo di
Via Nazionale si viene allevati quotidianamente e con cura al culto di questa materia per la quale non ci sono
manuali. Quando i settori sui quali principalmente quel potere si esercitava, la politica monetaria prima e ora
la vigilanza bancaria, sono emigrati a Francoforte, a Palazzo Koch, dove questa migrazione era stata vissuta
con passione protagonista ai tempi di Ciampi e Padoa Schioppa e poi subita con astio ai tempi di Antonio
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Popolari e quantitative easing il ritorno della Banca d'Italia
09/02/2015
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Fazio, non hanno fatto una piega. Hanno semplicemente riorientato il percorso verso una ulteriore
specializzazione, quella del potere istituzionale "condiviso". Materia nuova e complicata assai, come
testimoniano i duelli nel consiglio direttivo della Bce tra il governatore italiano Ignazio Visco e Jens
Weidmann, numero uno della Bundesbank, che mentre si scontrano sul quantitative easing gestiscono
insieme - sei mesi comanda l'uno e sei mesi comanda l'altro - il sistema europeo dei pagamenti, la macchina
più complessa che c'è. Quella - per intenderci - che garantisce che ogni pagamento arrivi con certezza al suo
destinatario. La gestione del potere condiviso è la farina con la quale la Banca d'Italia, insieme agli altri chef
dei 19 paesi di Eurolandia, deve cucinare oggi le sue torte. Nella speranza che dal forno venga fuori un
prodotto che non sia per noi, che siamo cittadini europei e nello stesso tempo cittadini italiani, troppo
indigesto. LA POLITICA MONETARIA Cominciamo col capire come funziona questa condivisione. Sulla
politica monetaria, che ha già un discreto cammino dietro le spalle, quello che avviene è che quotidianamente
sulla tavola di Ignazio Visco e di ciascuno dei governatori dei 19 paesi di Eurolandia, arriva una piccola
montagna di carte in questi giorni di rinnovata crisi greca la montagna è altissima - che riguardano la
definizione della politica monetaria (abbassare i tassi o no, farlo ora o farlo dopo, aumentare la liquidità del
sistema, come farlo: nel 2013 le decisioni sono state oltre 500) e le operazioni conseguenti che vengono fatte
non dalla Bce direttamente ma attraverso le banche centrali attrezzate per fare operazioni sui mercati dei titoli
o delle valute. Su quelle scrivanie arrivano carte sulla gestione interna della Bce, arrivano e partono
documenti, analisi, temi di discussione. La sintesi si compie nelle riunioni del consiglio direttivo a Francoforte,
ma la preparazione e la gestione sono collettive e quotidiane. Con discussioni animate e scontri feroci. Nei
quali pesa chi ha credibilità scientifica e posizioni forti sostenute da una capacità di analisi riconosciuta e da
una struttura solida. Non è un caso che siano la Banca d'Italia e la Bundesbank a gestire il sistema dei
pagamenti europeo, o che siano la Banca d'Italia, la Banca di Francia e la Bundesbank a lavorare insieme
per il sistema europeo integrato per tutti i titoli. Il peso scientifico, organizzativo e tecnologico si trasferisce
nelle decisioni di politica monetaria, e la posizione di Ignazio Visco per esempio ha inciso in misura rilevante
sulle riduzioni dei tassi e sul varo del quantitative easing, mentre è stata sconfitta sulla condivisione dei rischi,
alla quale Visco e altri erano favorevoli e Weidmann guidava una maggioranza di contrari. Il quantitative
easing tuttavia è arrivato ed è probabile che i suoi effetti contro la deflazione e per la ripresa dell'economia
siano positivi. LA VIGILANZA Sulla vigilanza le cose sono assai confuse, si sta appena cominciando a
imparare a lavorare insieme e già è scoppiata la prima contraddizione: quella tra una politica monetaria
fortemente espansiva e una politica bancaria invece fortemente restrittiva. A farla esplodere platealmente è
stato proprio il quantitative easing, deciso dal Consiglio direttivo della Bce nel momento in cui nel Consiglio di
vigilanza (l'organo che elabora le politiche di vigilanza da sottoporre al Consiglio direttivo della Bce che poi le
adotta) si discuteva se aumentare ancora i requisiti patrimoniali delle banche. Il punto è che il primo effetto
dell'aumento dei requisiti patrimoniali è una diminuzione del credito, ovvero l'esatto contrario di quello che la
stessa Bce si propone con il quantitative easing: aumentare il flusso di denaro all'economia per far risalire i
prezzi e contrastare la deflazione. Questa partita è esemplare per comprendere quel nuovo ruolo di ponte tra
Roma e Francoforte che la Banca d'Italia è chiamata a svolgere. Le regole che sono state varate negli ultimi
anni hanno avuto al centro il rafforzamento patrimoniale e operativo delle banche. Giusto obiettivo. Il metodo
adottato per raggiungerlo tuttavia ri1 vela qualcosa di più. Oltre ad avere un sistema più solido, i regolatori
vogliono costruire anche un sistema diverso. Nel quale la banca abbia un ruolo meno centrale nell'economia
e si allarghi invece quello del mercato. Le aziende insomma dovrebbero finanziarsi meno andando agli
sportelli e di più con capitale di rischio ed emettendo titoli. Anche questo obiettivo è condivisibile, l'Italia per
esempio è un sistema fortemente bancocentrico, con gli istituti che finanziano oltre l'80 per cento delle attività
delle imprese, contro il 30 per cento degli Stati Uniti: è troppo. E infatti le nostre imprese sono
sottocapitalizzate e troppo indebitate. IL PONTE TRA ROMA E FRANCOFORTE Tuttavia anche in questa
come in tutte le cose non c'è un modello che sia giusto per tutti. Se troppa banca non fa bene, non è detto
che troppa finanza sia sempre la cura giusta. In Italia c'è un grandissimo numero di imprese piccole e
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piccolissime che non hanno le dimensioni per accedere al mercato dei capitali e delle obbligazioni. Devono
crescere e devono aprirsi, lo sappiamo, ma in tempi accettabili e nella misura ottimale per le caratteristiche
del nostro sistema. E qui (è uno dei casi) la Banca d'Italia nell'esercizio del potere "condiviso" è chiamata ad
esercitare il suo nuovo ruolo di ponte. Le sue posizioni a Francoforte (come a Bruxelles e a Basilea) devono
contribuire a decisioni condivise che non prescindano dalle caratteristiche e anche dai problemi del modello
italiano. Un esempio di come le regole di vigilanza incidono sulla vita di famiglie e aziende è la "ponderazione
degli attivi in base al rischio". Vuol dire che gli impieghi delle banche non vengono valutati tutti nello stesso
modo in relazione a quanto patrimonio bisogna avere a fronte di quegli impieghi. Nella revisione degli attivi
fatta dalla Bce la scorsa estate, il credito alle imprese (che è l'impiego prevalente delle banche italiane) è
stato considerato assai più rischioso per esempio dell'investimento in derivati finanziari (che è l'impiego
prevalente per esempio della Deutsche Bank e di alcune banche francesi). Tecnicalità? Niente affatto. Vuol
dire una pressione più forte sulle banche italiane che sulla Deusche Bank, e quindi più difficoltà per le banche
italiane nel fare credito alle imprese, quindi meno investimenti, meno crescita, meno occupazione. E una
domanda di fondo: siamo sicuri che il nostro modello sarebbe migliore se le banche facessero meno credito
alle imprese e si riempissero invece di derivati? In quel caso la Banca d'Italia ha fatto e continua a fare le sue
battaglie nelle varie sedi, non ottenendo molto al momento. Ma l'auspicio è che alla fine il "potere condiviso"
porti a risultati più soddisfacenti anche nelle politiche bancarie oltre che in quelle monetarie. Naturalmente un
ponte solo non basta per rappresentare gli interessi dell'Italia in Europa. Ce ne vorrebbe almeno un altro che
abbia la solidità e la continuità che la Banca d'Italia è in grado di assicurare. Quel ponte dovrebbe costruirlo il
governo con Bruxelles, con il G7, il G20 il Financial Stability Board e tutti gli altri luoghi dove si decide insieme
per tutti. Visco ricorda spesso che negli appuntamenti in queste sedi, nei quali la Banca d'Italia è presente
insieme al ministro dell'Economia, nei tre anni da quando è governatore ha accompagnato a ogni
appuntamento un ministro diverso mentre dall'altra parte (per fare un esempio) accanto al suo amico
Weidmann c'era sempre Wolfgang Scheuble. Ora forse le cose almeno a livello di mobilità dei ministri
cambieranno. Sarà bene che cambino anche le amministrazioni, la cui qualità e continuità di presenza nella
preparazione delle decisioni europee, fino ad oggi non ha brillato affatto. s di meo , bce,
Foto: 1 2 3 4 Il direttore generale Salvatore Rossi (1) e i tre vicedirettori generali che compongono insieme al
governatore Ignazio Visco (nella foto grande) il Direttorio della Banca d'Italia, che dalla recente riforma è un
organo collegiale: Fabio Panetta (2), Luigi Federico Signorini (3) e Valeria Sannucci (4) La Banca d'Italia si è
sottoposta negli ultimi anni a una robusta cura dimagrante che ha portato alla riduzione di un terzo delle sedi
e del personale Il presidente della Bce Mario Draghi (1) e la presidente del Consiglio di Vigilanza Daniele
Nouy (2) [ LA SQUADRA DEL GOVERNATORE ]
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Banca Generali, Azimut, Fineco in Borsa la festa non è finita
Adriano Bonafede
Banca Generali Azimut, Fineco la festa in Borsa non è finita a pagina 16 Giovedì scorso 5 febbraio Piermario
Motta ha stappato con i suoi più stretti collaboratori una bottiglia di champagne. L'amministratore delegato di
Banca Generali aveva ben di che festeggiare: il titolo aveva raggiunto un nuovo massimo assoluto a 25,2
euro. E non era tutto: dal 2008 la rivalutazione dell'azione è stata a quattro cifre, avendo di poco superato il
1000 per cento. Festeggiamenti a parte, il caso Banca Generali non è isolato. Per la verità, sia guardando i
conti di fine anno sia avendo sottomano i primi risultati di gennaio, tutte le società di asset gathering e
management quotate in Borsa da Mediolanum ad Azimut, da Finecobank ad Anima - possono ben essere
soddisfatte. Non soltanto il 2014 si è rivelato il miglior anno della loro storia, ma il 2015 - guardando i primi
dati di gennaio - si annuncia come altrettanto buono. Mediolanum e Banca Generali hanno raccolto (al netto
dei riscatti) qualcosa come 4 miliardi di euro nel 2015. Mentre Azimut e Finecobank sono soltanto un gradino
più giù, a circa 3,6 miliardi. E se il buon giorno si vede dal mattino, è sorprendente il più 80 per cento (a 406
milioni) di Banca Generali a gennaio 2015 sul gennaio precedente. Raccolta molto positiva nel primo mese
dell'anno anche per Mediolanum - che da sei anni di seguito risulta prima nella classifica della raccolta netta
annuale - e per tutte le altre. La verità è che le società dell'asset gathering - ovvero le reti di promotori
(benché il mix di business di ognuna sia differente e peculiare mentre Anima, ad esempio, è solo una sgr che
utilizza per i suoi prodotti il solo canale bancario) - stanno vivendo da un paio d'anni un momento d'oro. Che
ha raggiunto il culmine lo scorso anno ma che potrebbe toccare nuovi record anche quest'anno, sempre che
non accadano fatti imprevisti in grado di turbare i mercati. Gli addetti ai lavori parlano di una fortunata
coincidenza astrale che favorisce la raccolta e l'allocazione del risparmio in prodotti gestiti come i fondi
d'investimento o le polizze vita. «Innanzitutto - dice Piermario Motta, amministratore delegato di Banca
Generali, non si è mai visto nell'ultimo mezzo secolo uno scenario del genere con rendimenti dei Bot a breve
praticamente a zero e con un tasso a tre anni dello 0,5-0,6. Con tassi così bassi il risparmiatore cerca altre
strade e si rivolge ai promotori finanziari, che hanno una preparazione professionale». Un concetto rimarcato
anche da Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum, che spiega anche dove alla fine
vengono indirizzati i soldi dei clienti: «Circa la metà del nostro patrimonio gestito è investito in fondi azionari.
Siamo la società che ha più azionario rispetto agli altri. Ma per i nostri clienti troviamo sempre un mix di
investimenti coerenti con il loro profilo di rischio e sempre con una visione di lungo termine (circa 10 anni)».
Anche la crisi del mattone fa la sua parte. «Negli ultimi cinque anni - dice Motta - i prezzi degli immobili,
tradizionale rifugio dei risparmiatori italiani, sono crollati e anche nei centri storici delle grandi città i valori
sono mediamente inferiori del 30 per cento rispetto al picco del 2008. Questo contribuisce a spostare i
risparmi verso il gestito». Il felice momento dell'asset gathering è fotografato anche dagli analisti sentiti da
Bloomberg che hanno passato in rassegna i conti delle società quotate in Borsa e che assegnano a tutte una
percentuale di "buy" superiore o uguale al 50 per cento: 63,6 per cento per Mediolanum (e 18,2 "hold"); 50
sia per Generali che per Azimut; 57,1 per Finecobank (con il 42,9 di hold); addirittura 90 per cento per Anima.
Gian Luca Ferrari, equity analist di Mediobanca, titola significativamente il suo ultimo report del 2 febbraio
scorso sul settore "Bei tempi a venire" e parla della coincidenza sia dei bassi tassi d'interesse che del
momento positivo vissuto dai mercati azionari. Tutto questo spiega perché massicci acquisti di azioni delle
cinque società quotate siano arrivati anche dall'estero. «Dopo il lancio del quantitative easing da parte della
Bce - dice Matteo Ghilotti, head of Italian equity research di Equita - gli investitori esteri, che sono quelli che
muovono il mercato, sono tornati a comprare titoli finanziari dei cosiddetti paesi periferici. Un po' sono tornati
sulle banche, anche se permane ancora una certa prudenza, ma molto invece sulle società di asset
gathering». I titoli del comparto si sono mossi in maniera significativa nell'ultimo mese: più 24 per cento
Mediolanum, più 10 Banca Generali, più 20 Azimut, più 9 Finecobank e più 11 Anima. Anche il 2015 si è
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finanza e borsa
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avviato sotto una buona stella. s. di meo
Foto: Qui sopra, Massimo Doris (1), ad di Mediolanum, Alessandro Foti (2), ad di Finecobank e Pietro Giuliani
(3), presidente e ad di Azimut Qui sopra, Piermario Motta , ad di Banca Generali
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Giorgio Lonardi Eugenio Occorsio
«Light is back», dice Adolfo Guzzini che di luce se ne intende. «Così ho aperto la convention dei nostri
venditori in Nordamerica», racconta il re dei sistemi di illuminazione, base a Recanati, 206 milioni di vendite
2014, 1250 dipendenti. «La recessione è finita e sarà un grande 2015. Noi partiamo da Milano: l'Expo
innanzitutto, dove illumineremo una dozzina di padiglioni, e poi Sant'Ambrogio con il sistema appena
installato, il Duomo che avvieremo fra poco, il Cenacolo dove abbiamo riportato la luce». segue alle pagine 2
e 3 con un articolo di Christian Benna Tanto entusiasmo si coniuga con la raffica di dati degli ultimi giorni.
L'indice manifatturiero calcolato dall'inglese Markit è salito in gennaio a 51,2 punti dai 49,4 di dicembre e
quello dei servizi tiene lo stesso passo (la soglia dei 50 è lo spartiacque fra espansione e contrazione del
ciclo). Il saldo fra imprese aperte e chiuse redatto dall'Unioncamere è stato nel 2014 superiore alle 30mila
unità tanto da far affermare a Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere stessa, che «siamo davanti a
una reale opportunità di invertire la rotta». La disoccupazione è scesa in dicembre al 12,9% dal precedente
13,3 e sono stati creati 100mila posti di lavoro. E poi la madre di tutte le cifre: in gennaio sono state
immatricolate 131.385 auto con un aumento del 10,9% sullo stesso mese del 2014, e addirittura il gruppo Fca
ha fatto meglio del mercato (+11,4%). «Anche il nostro settore, quello dei componenti, nell'ultimo mese ha
registrato segnali positivi che confortano la prospettiva di un ritorno alla crescita economica del Paese», dice
Alberto Bombassei, presidente di Brembo, leader dei freni di alta qualità. «I dati del ministero dei Trasporti ci
lasciano quasi increduli. L'uscita dalla crisi non è dietro l'angolo ma i segnali sono incoraggianti e fanno
scorgere i primi spiragli di una crescita. Non promesse questa volta, ma risultati concreti e tangibili». Anche
Brunello Cucinelli, uno dei signori della moda italiana che ha chiuso il 2014 in crescita di oltre il 10% a quota
355,8 milioni, sprizza ottimismo: «Guardando ai nostri ordini per la collezione Primavera-estate 2015 e ai
sellout finali invernali 2014, siamo convinti che il 2015 sarà davvero speciale. Per noi prefiguriamo una
crescita dei ricavi e delle marginalità a due cifre». Cucinelli, di ritorno da Milano Unica, fiera dedicata ai
tessuti, vede rosa per l'intero settore: «C'è una bella atmosfera, una gran voglia di fare, la chiamerei una
leggera ripartenza». Leggera e forse qualcosa di più. Tirano venti di ripresa, Grecia (e soprattutto Ucraina)
permettendo. Tassi insistentemente bassi, petrolio a buon mercato, liquidità offerta dalle banche rimpinguate
dal quantitative easing, euro in ribasso: un mix di fattori positivi che sta facendo sentire i suoi effetti. Certo,
sulle cifre, in ogni caso positive dopo sei anni di rosso, bisogna intendersi. Il premier Matteo Renzi, al quale
va comunque dato credito di una certa stabilità politica che è un fattore non ultimo di ripresa economica, la
settimana scorsa a Porta a Porta si è sbilanciato: «Nella Legge di Stabilità abbiamo inserito una crescita dello
0,5% nel 2015, la Confindustria ora prevede il 2». In verità, la Confindustria non aveva detto esattamente
questo, almeno a leggere "Congiuntura flash" datato Gennaio 2015: «C'è una combinazione favorevole di
elementi esterni - energia, tassi, cambi, ripresa del commercio mondiale - e sommando i loro effetti si arriva a
una spinta per l'Italia pari al 2,1% di Pil potenziale, e 2,5 nel 2016». Ma bisogna «fare la tara», al pieno
concretizzarsi di questi fattori, scrive sempre il Centro studi di viale dell'Astronomia, tenendo conto delle
difficoltà del contesto di grave crisi. E servono «politiche più orientate per dare sostegno alla crescita e
all'occupazione tenendo conto della flessibilità conquistata a Bruxelles». A conti fatti difficilmente si arriverà
ad una crescita così clamorosa però, fanno capire nei corridoi confindustriali, all'1% si potrebbe arrivare. Ma il
numero degli ottimisti è sostanzioso: la Banca d'Italia, per bocca del vicedirettore Fabio Panetta, dopo
l'annuncio del Qe ha detto che si potrà fare «meglio di quanto indicato nel bollettino di gennaio». Anche
l'Unione europea è più ottimista del governo, per una volta, arrivando allo 0,6 di crescita 2015. Perfino il
Fondo Monetario si sbilancia a nostro favore: «L'Italia può fare ancora meglio di quanto previsto
ufficialmente», è arrivato a dire venerdì scorso Carlo Cottarelli, non dimenticato commissario alla spending
review (che è stata per inciso un'occasione perduta) e oggi executive director all'Fmi. «Tutto questo fa proprio
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Auto, meccanica e Nordest ecco dove si affaccia la ripresa
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rabbia», riflette Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia e consigliere di Acqua San Benedetto
Spa. Perché rabbia? «Perché se si allentasse il peso fiscale sulle imprese, in presenza di una domanda
interna tendenzialmente in ripresa, si potrebbe fare davvero molto di più». Riccardo Illy invece, pur
condividendo gli scenari di moderato ottimismo, punta sulla semplificazione legislativa: «Perché in Italia ci
devono essere quarantamila leggi e in Germania solo cinquemila? Così si scoraggiano gli investimenti
esteri». In ogni caso, la ripresa avanza. Nel quarto trimestre del 2014 gli ordini di macchine utensili sono
cresciuti del 19,1% sullo stesso periodo dell'anno scorso. E questo, precisa l'Ucimu, non è dovuto solo
all'export ma alla forte domanda interna (+18,8%). Una conferma che l'industria meccanica ha ricominciato a
investire e si sta rimettendo in moto arriva dai dati Istat sull'import di macchinari (si tratti di dati "ibridi" che
riguardano non solo la meccanica ma anche segmenti dell'impiantistica e alcuni semilavorati). In questo caso
a tirare la volata è la Lombardia che da sola copre il 45,9% dell'import con un incremento del 21,7% rispetto
allo stesso periodo dell'anno precedente, seguita dall'Emilia Romagna (+16,6%). Insomma il manifatturiero
investe e si approvvigiona anche all'estero. In un altro comparto ancora del made in Italy , le piastrelle, si
respira un clima frizzante. A Sassuolo, capitale mondiale del settore, parlano di una crescita dei fatturati del
5,5% nel quarto trimestre, e di un impulso ancora maggiore per l'anno in corso. Lo certifica la partecipazione
di 120 aziende al Coverinx, la Fiera americana del settore, 15 in più dell'anno scorso. Il dollaro in rialzo
spinge le aziende a puntare sul mercato Usa. E ha convinto il gruppo Concorde a investire alcune decine di
milioni di euro in una fabbrica in Tennessee. Del resto, calcola la Confindustria, ogni 60mila euro di ordini in
più equivalgono ad un occupato e mezzo. Un po' in tutti i settori: e vale 100 milioni l'investimento che
interessa il gruppo armatoriale D'Amico di Salerno che ha varato il 2 febbraio in Giappone la nave "Cielo
d'Italia" e sta costruendo gemella attesa nel primo trimestre del 2016. L'ordine fa parte di un piano di sviluppo
da 1,2 miliardi che prevede il varo di 38 navi entro il 2016. Andiamo avanti. Uno dei malati più gravi, il
mercato immobiliare, riprende a crescere, segnando per le compravendite un rialzo del 3,7% su base annua.
Lo rileva l'Istat, che nell'ultimo trimestre dell'anno scorso registra un'impennata del 13,9% per mutui e
finanziamenti con ipoteca. La ripresa si insinua in ogni ganglio dell'economia: «A gennaio dopo quattro anni
le vendite di libri cartacei sono aumentate, +1,2% sul gennaio 2014», dice Alberto Ottieri, ad delle
Messaggerie Italiane, la holding editoriale che controlla i marchi del gruppo Gems (Garzanti, Longanesi,
Bollati Boringhieri, Vallardi) ed è il maggior distributore italiano. Perfino il carrello della spesa torna a
gonfiarsi: negli ultimi 15 giorni di gennaio le vendite di Conad sono cresciute dell'1% rispetto allo stesso
periodo del 2014. Poco, ma in confronto alla rovinosa caduta dei consumi delle famiglie segna la fine del
crollo. Così come per il turismo: Gabriele Burgio, ad di Alpitour, è sicuro che «il 2015 sarà un anno migliore
del 2014, gli italiani hanno ricominciato a viaggiare. E gli stranieri stanno imparando a guardare l'Italia con
occhi nuovi. Basta guardare alla richiesta crescente per le località di mare per giugno e settembre". Intanto, in
vista dell'Expo il gruppo Uvet oltre ad acquistare 500mila biglietti ha già prenotato quasi un milione di notti in
200 alberghi di Milano e dell'hinterland. Negli ultimi sei mesi del 2014, precisano alla controllata American
Express, i viaggi d'affari sono aumentati del 6%, una tendenza che si consoliderà nel 2015. Calici in alto al
Grand Hotel Courmayeur Mont Blanc appena inaugurato (investimento di quasi 50 milioni) da parte di una
trentina d'imprenditori guidati dal professore della Bocconi Severino Salvemini, fra i quali Marco Drago (De
Agostini) tramite Blu Acquario Prima, quindi Franco Bernabè, e alcuni finanzieri come Antonio Tazartes di
Investitori Associati, Antonio Belloni di Bc Partners e Giancarlo Aliberti di Apax. Ci sono zone d'Italia dove la
ripresa procede già spedita. Nel Nordest dal 2014 sono ripartiti i consumi di beni durevoli: Treviso (+4,2%),
Verona (+3,8%), Padova (+3%). Segnali incoraggianti anche dal mondo dell'industria, sempre nell'area: la
Ryoma di Treviso, (macchine professionali per il caffè), segnala rispetto al gennaio dello scorso anno, spiega
l'ad Federico Gallia, «gli ordini in Italia in crescita del 3,5%. Possiamo guardare ai prossimi mesi con
maggiore tranquillità e ottimismo rispetto al recente passato». S DI MEO, meryll lynch ,
[ I SETTORI ] 1 2
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Foto: Riccardo Illy (1) e Adolfo Guzzini (2): i loro gruppi industriali stanno potenziando gli investimenti per
cogliere la probabile riscossa dei mercati
Foto: A fianco, alcuni dei comparti più rappresentativi del made in Italy che si preparano alla ripresa del
mercato in arrivo: auto (1); illuminazione per grandi impianti (2), meccanica di precisione (3), moda e design
(4) Alberto Bombassei (1) e Brunello Cucinelli (2), due industriali fra i leader in altrettanti settori storicamente
forti del made in Italy: meccanica e moda
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Aziende pubbliche ora tagli selettivi
Paolo De Ioanna
La questione della caduta degli investimenti pubblici è ora finalmente al centro della discussione. Il sistema
delle partecipazioni degli enti territoriali in aziende che erogano servizi pubblici a carattere industriale (servizi
idrici, elettricità, trasporti, smaltimento rifiuti, ecc) ha sempre svolto nel nostro paese, ma anche in Europa, un
ruolo sostanziale nello sviluppo economico. Recenti lavori (Istat, Corte dei Conti e Ragioneria generale dello
Stato) offrono una base conoscitiva esauriente, che conferma la funzione strategica di queste imprese.
Dall'esame dei dati emergono tre ordini di criticità: la governance; le fonti di finanziamento; l'assetto
industriale, mono o plurisettoriale. Sembra chiaro che il riordino del sistema delle partecipate deve partire da
una chiara distinzione, operativa e organizzativa, tra le società industriali che gestiscono servizi pubblici e
quelle cui sono stati intestati compiti strumentali di ordine logistico-amministrativo. Con l'emanazione delle
direttive comunitarie su appalti, concessioni e utility (nn.23, 24 e 25/2014) scopriamo che le economie dei
nostri partner europei considerano le società in house che gestiscono partecipazioni industriali che hanno ad
oggetto servizi pubblici essenziali, una tipologia ordinaria, a certe condizioni. segue a pagina 10 segue dalla
prima Scopriamo, esplorando i dati europei sulle partecipate, che viene affidato alle società locali un ruolo
cruciale nella manutenzione e sviluppo infrastrutturale dei territori. Il nodo dunque non è la forma giuridica, a
cui abbiamo dedicato fiumi di norme alla ricerca di improbabili liberalizzazioni e privatizzazioni dall'alto, ma
l'equilibrio economico patrimoniale delle gestioni, la loro reale capacità di creare reddito, sviluppo e lavoro
produttivo e di non premere con oneri non giustificati sulle comunità locali o sullo Stato. Dunque ci sono gli
elementi per riprendere un discorso costruttivo su questo settore e il Governo sembra intenzionato a
promuoverlo sulla base di una nuova delega contenuta nel disegno di legge sulla riforma delle pubbliche
amministrazioni. Questa nuova delega si fonda proprio sulla distinzione tra società che gestiscono servizi
strumentali e funzioni amministrative e società che gestiscono servizi pubblici di interesse economico
generale con la definizione, in conformità con la disciplina dell'Ue, di criteri e strumenti di gestione volti ad
assicurare il perseguimento dell'interesse pubblico ed evitare effetti distorsivi sulla concorrenza. La delega,
tra l'altro, prevede la razionalizzazione e il rafforzamento dei criteri pubblicistici per gli acquisti e il
reclutamento del personale, per i vincoli alle assunzioni e le politiche retributive, finalizzati al contenimento
dei costi, nonché l'eliminazione di sovrapposizioni tra istituti pubblicistici e privatistici ispirati alle medesime
esigenze di disciplina e controllo. Proviamo a indicare poche questioni che andrebbero bene messe a fuoco.
Primo punto. I processi di aggregazione produttiva sui territori non si realizzano spontaneamente ma neppure
per decreto; la leva più forte sembra essere quella della progettazione e messa in campo di interventi di
intensificazione e razionalizzazione degli investimenti sul territorio dai quali emergano benefici netti in termini
di efficienza, innovazione e qualità dei servizi. La scelta della monosettorialità o della forma multi-utility
dovrebbe scaturire dall'analisi delle specifiche situazioni territoriali, attraverso un coinvolgimento reale delle
classi dirigenti locali. In sostanza, la promozione dei processi di aggregazione deve essere realizzata
mediante politiche pubbliche interconnesse, in grado di creare sistemi incentivanti. Dunque torna in pieno il
tema delle politiche pubbliche e del loro grado di integrazione sul territorio. Secondo punto. Dove si trovano i
capitali che mancano? I cavalieri bianchi del capitalismo finanziario mondiale non sono alle viste e quando
arrivano non sembrano disposti a considerare le esigenze dei territori e delle popolazioni; è opportuno
cercare di coinvolgere fondi pensione e fondi assicurativi, fondi sovrani e banche di sviluppo, ma forse è
meglio iniziare facendo affidamento sulle nostre forze. Ma quali? Gli istituti finanziari che storicamente hanno
il compito di sostenere gli investimenti produttivi a lungo termine degli enti locali: la Cassa depositi e prestiti è
il primo soggetto da considerare insieme alle altre banche pubbliche di sviluppo. Le esperienze europee ci
indicano che la creazione di una inhouse unica per ambito può essere talora la forma più semplice per
procedere rapidamente all'unificazione della gestione, sfruttando economie di scala, quando la presenza di
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[ IL COMMENTO ]
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storie locali complesse rende lungo e difficile il raggiungimento di dimensioni razionali, o quando la scarsa
conoscenza delle condizioni delle infrastrutture, il carente livello di servizio e la scarsa efficienza del ciclo
attivo rendono problematico e incerto l'avvio di un percorso alternativo, quale la creazione di una società
mista o l'affidamento a terzi. Infine, occorre capire bene come si possono mettere in campo formule di
finanziamento degli investimenti, senza garanzia diretta o indiretta dello Stato, che utilizzino a fondo la
capacità di raccolta di Cdp e delle altre banche di investimento pubbliche. Formule da realizzare entro schemi
produttivi ben costruiti in termini finanziari e industriali. In fondo gran parte dell'area degli investimenti
territoriali (trasporti, rifiuti, reti idriche) realizzati da tedeschi e francesi è di mercato, ma passa attraverso
soggetti societari controllati direttamente o indirettamente da enti territoriali. Forse è il momento di studiare
bene queste esperienze, e utilizzare i tassi bassi per mettere in campo iniziative industriali economicamente
valide.
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IN ITALIA I SEGNALI POSITIVI PER L'OCCUPAZIONE, NELLE ULTIME SETTIMANE, COMINCIANO A
ESSERE NUMEROSI. SONO SEMPRE DI PIÙ MOLTE LE GRANDI IMPRESE CHE RIAPRONO I
CANCELLI IN ENTRATA O, ALMENO, ANNUNCIANO DI VOLERLO FARE
Filippo Santelli
«Per noi le competenze fanno la differenza». Salini Impregilo ha un piano di sviluppo ambizioso. Cavalcare la
ripresa degli investimenti in infrastrutture, in Italia e all'estero, raddoppiando entro il 2017 i ricavi, a 7 miliardi
di euro. E aumentando i dipendenti di 15mila unità: «Nel 2014 ne abbiamo assunti 2mila e 500, quest'anno
saranno altrettanti», spiega Gianluca Grondona, 44 anni, responsabile delle Risorse umane. A breve,
soprattutto personale per le commesse già in portafoglio, tecnici specializzati e project manager con cinque,
sette anni di esperienza. Ma nel medio periodo, dice, la scommessa è sui giovani: «Stiamo selezionando un
centinaio di ingegneri neolaureati che manderemo a farsi le ossa nei nostri cantieri in giro per il mondo».
Pionieri, li hanno definiti, considerato che finiranno in Paesi come Etiopia, Qatar, Namibia o Malesia.
«L'obiettivo è avere, fra cinque anni, una nuova classe di manager dal profilo internazionale. In un settore
come il nostro in cui il ricambio generazionale è rimasto a lungo limitato». Una rondine non farà la ripresa,
certo. Eppure in Italia i segnali positivi, nelle ultime settimane, cominciano a essere numerosi. Aziende che
riaprono i cancelli in entrata o, almeno, annunciano di volerlo fare. «Se il Jobs Act passerà, potremo
assumere tra le 3mila e 4mila persone in due anni», va ripetendo da un paio di mesi l'amministratore delegato
di Telecom Marco Patuano. Ma più che le nuove leggi sul lavoro targate Renzi, ancora in attesa di attuazione,
il primo motore di occupazione sono gli investimenti industriali. Quello sulla banda larga, nel caso di Telecom.
I nuovi modelli prodotti a Melfi per Fiat Chrysler, che nello stabilimento inserirà mille e 500 (giovani) lavoratori.
L'apertura di una decina di ristoranti per McDonald's, che solo a dicembre ha reclutato 500 persone nello
Stivale. «Ecco il nostro Jobs Act», ha scritto sui manifesti la catena di fast food: di questi tempi un piano di
assunzioni è anche una campagna di marketing. Più che i c o s i d d e t t i M c J o b s però, impieghi a basso
valore aggiunto, a fare da termometro della ripresa italiana sono le figure più qualificate, i laureati. Gli ultimi
dati del consorzio Almalaurea mostrano che tra i dottori magistrali della classe 2012 solo il 55% ha trovato
lavoro entro un anno. E nelle discipline più richieste, come ingegneria, uno su tre non risulta occupato. Per i
cento posti del suo programma di formazione, del resto, Salini Impregilo ha ricevuto in pochi giorni oltre mille
e 600 curriculum. «Non fatichiamo a reperire laureati con competenze di livello», conferma Mauro Sirani
Fornasini, 60 anni, a capo degli stabilimenti produttivi di Intertaba, controllata italiana di Philip Morris. La
multinazionale del tabacco ha appena posato la prima pietra del nuovo impianto di Crespellano, nel
Bolognese, investimento da 500 milioni di euro e 600 posti di lavoro, dove dal 2016 verrà prodotta una nuova
sigaretta tecnologica, iQos: tabacco riscaldato anziché bruciato, senza cenere né fumo. Nell'attesa le
assunzioni sono già partite: «Abbiamo creato un training center nel vicino stabilimento di Zola Predosa»,
racconta il manager. «Lo scopo è validare il processo produttivo di iQos, che ha standard comparabili a quelli
del settore farmaceutico, e certificare le competenze dei lavoratori». Esperti di chimica, elettronica e
meccanica, sia ingegneri che periti tecnici. I primi sono stati reclutati proprio con l'aiuto di Almalaurea. «Per i
secondi la difficoltà è maggiore, gli istituti tecnici non sono stati valorizzati a sufficienza negli ultimi anni - nota
Sirani Fornasini - così abbiamo iniziato un esperimento pilota con una scuola, prendendo in stage venti
ragazzi dell'ultimo anno». Assaggeranno come si lavora in impresa, l'aspetto su cui gli studenti sono meno
pronti. E colmare il divario tra formazione e lavoro è anche parte della strategia di Salini, che da quest'anno
offrirà a 500 universitari al secondo o terzo anno, cento italiani e 400 stranieri, un percorso di tutoraggio e uno
stage in azienda. L'alternativa, per il reclutamento, è usare le nuove tecnologie. Nel travagliato settore del
credito Banca Ifis è una mosca bianca: l'anno scorso ha assunto 120 persone, incrementando del 20% la
forza lavoro. Altrettanto dovrebbe fare quest'anno, anticipa il direttore Risorse umane, il 58enne Paolo
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Salini Impregilo, Telecom, Fiat neolaureati ai posti di partenza
09/02/2015
La Repubblica - Affari Finanza - N.5 - 9 febbraio 2015
Pag. 30
(diffusione:581000)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Zennaro: «Cerchiamo soprattutto due profili. Addetti commerciali per la nostra attività di finanziamento alle
piccole e medie imprese, giovani laureati con background economico. E consulenti del credito per le famiglie
che faticano a ripagare i debiti». Tutta Italia va coperta, ecco la difficoltà. Per questo, oltre a utilizzare molto
LinkedIn e a fianco agli open day fisici, dall'anno scorso la società organizza anche giornate di reclutamento
virtuali: «Cominciamo con una presentazione in streaming, proseguiamo con un colloquio via Skype e solo
per quelli che lo superano c'è la valutazione faccia a faccia». Il contratto iniziale è a tempo determinato, un
anno più un anno, oppure di apprendistato. Accanto allo stipendio fisso, per i commerciale, una parte
variabile legata al risultato che arriva a raddoppiare la busta paga. «Ma a fare la differenza - spiega Zennaro è che nella nostra banca, in crescita ma ancora piccola, un neolaureato fa in breve tempo un'esperienza di
lavoro a 360 gradi. E può valorizzare il suo potenziale». Tutti i direttori del personale in effetti sono convinti
che sia proprio questo il fattore decisivo per trattenere i giovani in azienda. Forse non un problema urgente,
visti i tempi di magra sul mercato del lavoro, me che lo potrebbe diventare con la ripresa, quando la battaglia
per assicurarsi i talento più qualificati si scatenerà anche in Italia. «In Intertaba facciamo moltissima rotazione
del personale - dice Sirani Fornasini - in modo che tutti abbiano una visione ampia dei processi. Inoltre
coinvolgiamo i dipendenti nella valutazione dei risultati, costruendo insieme a loro un piano di carriera».
Quanto a Salini impregilo, Grondano spiega che le retribuzioni sono sopra la media dei concorrenti: «Davvero
decisive però sono la formazione e la possibilità di prendere parte a progetti di eccellenza. È questo che fa
crescere il valore di un giovane professionista». © RIPRODUZIONE RISERVATA 2 1 S di Meo
Fonte:ALMALAUREA
Foto: Qui sopra, Marco Patuano (1), ad di Telecom Italia e Mauro Sirani Fornasini (2), direttore Operations di
Intertaba, Gruppo Philip Morris
Foto: Qui sopra, Paolo Zennaro (1), responsabile Risorse umane di Banca Ifis, Ginaluca Grondona (2),
responsabile Risorse umane di Salini Impregilo
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Corriere Economia - N.5 - 9 febbraio 2015
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Esodati I forzati del riposo anticipato rischiano un taglio del venti per
cento
Smettere di versare all'Inps troppo presto adesso provoca un doppio danno: con i nuovi limiti di età si resta
senza redditi più lungo e la copertura si accorcia Per i co.co.pro se i versamenti sono continuativi assegno al
54% dello stipendio Il sistema contributivo non fa crescere in modo proporzionale l'assegno di chi fa carriera
ROBERTO E. BAGNOLI
Rappresentano una nuova categoria sociale, nata con il deciso allungamento della vita lavorativa disposto
dalla riforma Monti-Fornero del 2011. E per loro è stato addirittura coniato un nuovo vocabolo. Sono gli
esodati, lavoratori espulsi dal mondo del lavoro prima di aver maturato il diritto a una pensione sempre più
lontana nel tempo.
Le conseguenze del fenomeno sono pesantissime: per un trentenne di oggi (che già dovrà mettere in conto
un vitalizio molto ridotto), interrompere forzatamente il lavoro a cinquant'anni significherà avere un tasso di
copertura della pensione rispetto all'ultima retribuzione più basso anche di venti punti percentuali, rispetto a
quello che otterrebbe arrivando regolarmente al traguardo. Le elaborazioni realizzate in esclusiva per
CorrierEconomia da Progetica, società di consulenza in pianificazione finanziaria e previdenziale mostrano
anche questo fenomeno del pianeta pensioni.
Gli esempi
«Le elaborazioni sono dedicate ai possibili esodati - spiega Andrea Carbone, partner di Progetica - cioè a
lavoratori, in particolare dipendenti, che interrompono l'attività prima del pensionamento; negli esempi si è
ipotizzato che lo stop avvenga a cinquanta, cinquantacinque o sessant'anni, anziché alla scadenza normale
di sessantotto. Oltre che per il periodo in cui non si lavora e non si riceve la pensione, l'impatto è pesante
anche sull'importo del vitalizio, che in molti casi scende sotto la quota del 50%».
Così, per esempio, per un dipendente trentenne che dovrebbe staccare con un rapporto del 51% fra
pensione e ultima retribuzione, la copertura precipita al 32% se smette di lavorare a cinquant'anni, al 38% e
45% rispettivamente se, invece, interrompe a cinquantacinque o sessant'anni. Per un cinquantenne, il tasso
di sostituzione (rapporto tra rendita e ultima retribuzione) è del 59% senza interruzioni: diventa meno della
metà (il 24%) se stacca subito, il 43% e 51%, rispettivamente, se interrompe a cinquantacinque o
sessant'anni. Per un autonomo la coperta è ancora più corta: dal 43% senza interruzione dell'attività,
scenderebbe rispettivamente al 28%, 32% e 38%.
Nel caso di un cinquantenne che lavora in proprio, il rapporto fra pensione e ultima retribuzione passa dal
45% con un lavoro continuativo sino alla pensione al 17%, 30% e 38% per chi invece interrompe a cinquanta,
cinquantacinque e sessant'anni.
Gestione separata
Infine gli ultimi casi, relativi a lavoratori iscritti alla gestione separata: per questa categoria, a parità di reddito
netto mensile sono più elevati il lordo su cui si calcola l'aliquota contributiva Inps (pari al 30,72%, interamente
a carico del lavoratore) e il rapporto fra pensione e ultima retribuzione.
Così, per esempio, a fronte del netto mensile ipotizzato negli esempi, pari a mille euro, il lordo si attesta a
20.822, contro i 16.695 euro di un dipendente. Per un co.co.pro trentenne il rapporto fra pensione e ultima
retribuzione è pari al 54% con continuità di lavoro; scende però al 33% con due buchi contributivi e
interruzione a cinquant'anni, al 38% e 46% se invece s'interrompe, rispettivamente a cinquantacinque e
sessanta.
I numeri
Nelle simulazioni realizzate da Progetica sul tema degli esodati sono stati ipotizzati età d'inizio lavoro a
trent'anni e di pensionamento a sessantotto, un reddito netto mensile di mille euro per il trentenne, duemila
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Come investire e risparmiare Dopo la Fornero Gli effetti perversi di requisiti sempre più rigidi e di mondo del
lavoro che espelle anzitempo
09/02/2015
Corriere Economia - N.5 - 9 febbraio 2015
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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per il quarantenne e tremila per il cinquantenne, un buco contributivo per dipendenti e autonomi e due per i
lavoratori in gestione separata, caratterizzati generalmente da una vita lavorativa più discontinua.
Tutti i valori sono al netto delle tasse ed espressi in termini reali, cioè al netto dell'inflazione. Secondo una
stima fornita nei mesi scorsi dal governo, malgrado i sei interventi di salvaguardia varati dopo la riforma
Monti-Fornero rimangono ancora da tutelare quasi 50 mila esodati. La legge di Stabilità per il 2015 non ha
previsto alcun provvedimento a favore di questa categoria di lavoratori.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ETÀ ETÀ INTERRUZIONE ATTIVITÀ' LAVORATIVA TASSO DI SOSTITUZIONE SENZA INTERRUZIONE
TASSO DI SOSTITUZIONE CON INTERRUZIONE 50 55 60 32% 38% 45% 50 55 60 34% 39% 47% 50 55
60 24% 43% 51% 50 55 60 28% 32% 38% 50 55 60 26% 30% 36% 50 55 60 17% 30% 38% 50 55 60 33%
38% 46% 50 55 60 31% 37% 45% LA FORBICE DEL TEMPO Come cambia rapporto pensione/ultimo
stipendio se si smette di lavorare prima del tempo IPOTESI: Età della pensione: 68 anni Età di inizio lavoro:
30 anni Crescita media Pil reale: 0% Crescita reddito passato: 1,5% Redditi netti mensili: 1.000€ 30enne,
2.000€ 40enne, 3.000€ 50enne Buchi contributivi: (dipendenti autonomi) 2 (gestione separata) 30,40 e 50
anni. Tutti i valori sono al netto della fiscalità ed espressi in termini reali al netto dell'inflazione Fonte:
elaborazioni Progetica
09/02/2015
Corriere Economia - N.5 - 9 febbraio 2015
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Borsa Fiere, Ferrovie, Media Si accendono i titoli dell'Expo
Il primo maggio è lontano ma c'è già chi punta sulle azioni legate alla vendita dei biglietti e alla gestione
dell'Esposizione
ADRIANO BARRI'
Si compra sulle voci e si vende sulle notizie. Mancano ottanta giorni ad Expo 2015 ma il mercato ha già
iniziato a scommettere sulle società quotate in Piazza Affari che possono trarre i maggiori benefici dall'Expo,
l'esposizione universale di Milano che inizia il primo maggio 2015.
Rialzi a doppia cifra per una pattuglia di titoli che appartengono ai settori più disparati: le infrastrutture e i
trasporti, la finanza, i media, la gestione di manifestazioni. In cima al podio della classifica stilata da
Websim.it, c'è la Popolare di Milano che da inizio anno guadagna poco meno del 40%. Un balzo su cui hanno
influito anche le speculazioni circa il cambio della normativa sul sistema di governo delle banche popolari.
Alle sue spalle gli editori Rcs Media group (che pubblica il Corriere della Sera ) e L'Espresso che, da gennaio,
hanno già guadagnato rispettivamente il 22% e del 20%.
«La società Expo - spiega Mauro Vicini direttore di Websim.it - si aspetta di vendere 24 milioni di biglietti di
cui almeno il 50% stranieri. Per ora ne sarebbero stati venduti 8 milioni di cui 5 a stranieri e prenotate 3
milioni di camere di albergo. Solo nel campo dell'ospitalità e della ristorazione si potrebbe arrivare a una
spesa pari all'1% del Pil. Anche se non si dovesse trattare di un dato incrementale rappresenterebbe pur
sempre un beneficio per le società coinvolte direttamente e indirettamente nell'evento, alcune quotate in
Piazza Affari e sulle quali da mesi si riscontra un forte interesse del mercato».
L'Expo è quindi una ciliegina sulla torta. Almeno per la Popolare di Milano il cui rally da inizio anno è legato
principalmente al provvedimento del governo che punta all'abolizione del voto capitario e favorisce l'ingresso
nel capitale dei investitori istituzionali, alla finestra da molti anni. «L'istituto guidato da Giuseppe Castagna continua Vicini - ha un bilancio solido e rimane tra i nostri titoli bancari preferiti, anche per la sua forte
presenza in una delle aree più ricche del Paese. Due terzi del business sono sviluppati in Lombardia, la
regione con il Pil più alto del Paese. Le sofferenze sono sotto controllo e la visibilità sui prossimi dividendi è
ora più alta: l'istituto ha già accantonato il 50% degli utili conseguiti finora nell'ipotesi pagamento dei dividendi
sul 2014. Stimiamo una cedola di 2 centesimi per azione pari a un rendimento del 3,4%».
L'impatto di Expo si vedrà anche sulle infrastrutture e sui trasporti sia dell'area milanese che nazionale.
Ferrovie Nord Milano è il principale gruppo integrato nel trasporto e nella mobilità in Lombardia e insieme a
Trenitalia svolge l'esercizio dell'attività di trasporto pubblico locale ferroviario. Da inizio anno il titolo guadagna
circa il 6% ma a partire da fine 2013 il rialzo è stato superiore al 60%. Il mercato potrebbe avere quindi in
parte già scontato le attese positive circa l'impatto dell'Expo. Occhi puntati anche su Atlantia che gestisce il
più importante sistema di trasporti autostradali in Italia e lo scalo aereo di Fiumicino attraverso la società Adr.
La scorsa settimana Goldman Sachs ha tolto il titolo dalla Conviction Buy List, confermando comunque il
giudizio Buy (acquistare ndr). Da inizio anno Atlantia guadagna il 18% grazie anche a un certo appeal
speculativo. Secondo alcune indiscrezioni di stampa Adia, fondo sovrano di Abu Dhabi, starebbe discutendo
con Adr per arrivare a una partnership.
Riflettori accesi anche su Fiera Milano, società che gestisce l'area fieristica di Rho-Pero adiacente a quella di
Expo. «Tra i vari progetti in campo - continua Vicini - c'è un piattaforma informativa messa a punto con la
Camera di Commercio e PWC per mettere in contatto le aziende italiane con i Paesi Expo mentre il servizio
di coordinamento della gestione del sito durante i mesi dell'evento è attualmente in fase di negoziazione».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Società Prezzo attuale Perf.% da inizio anno 22,9 4,0 0,7 9,2 1,1 1,2 2,9 7,3 0,6 0,9 0,7 Atlantia Mediaset
Bpm Sias Rcs MediaGroup Gr. Ed. L'Espresso Tamburi Fiera Milano Fnm Arnoldo Mondadori Ed. Il Sole 24
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Trend Da Atlantia ai treni locali, passando per gli alberghi e le banche radicate in Lombardia, come la
Popolare di Milano
09/02/2015
Corriere Economia - N.5 - 9 febbraio 2015
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Ore Capitaliz. (milioni euro) 18,4% 16,6% 37,9% 15,5% 22,5% 20,6% 10,5% 14,8% 5,7% 6,5% 15,0%
18.605 4.559 3.284 2.098 592 454 398 301 256 244 89 Da seguire Una selezione di titoli appartenenti a
Piazza Affari esposti favorevolmente a Expo2015 Fonte: elaborazione Corriere Economia, dati al 3/2/2015Su
& giù L'andamento di Piazza Affari 23.000 22.000 21.000 20.000 19.000 18.000 5 feb 2014 5 feb 2015 gen
2015 mar apr mag giu lug ago set ott nov dic Ftse Mib 40% La rivalutazione della Popolare di Milano, legata
anche alla riforma bancaria
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Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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Paolo Panerai
Bruno Vespa. Lei ha definito per decreto che le banche popolari devono cambiare profondamente: se un
azionista ha 100 mila azioni non può contare per un solo voto come chi possiede una sola azione. È
successo l'ira di Dio, nonostante di riforma delle popolari si parli da 20 anni senza cambiare niente perché, si
dice, questo è solidarismo cattolico, mentre con il decreto le banche diventano un'altra cosa: 20 mila persone
per strada, non verranno più finanziate le piccole imprese e le famiglie... Matteo Renzi. Perché ora, invece, si
stanno finanziando? Per favore... V. E allora? questo le sembra normale che oggi un gruppo di dipendenti di
una banca conti quanto uno che vuole investirci per trasformare l'istituto in una banca in grado di stare sul
mercato globale? Questo meccanismo non può funzionare, abbiamo detto, le dieci banche più grandi devono
trasformarsi, non essere più cooperative, devono trasformarsi, in semplici spa, solo le dieci banche più
grandi. In Europa dicono che il sistema bancario italiano non funziona, il sistema non ha credibilità: abbiamo
voluto inviare il messaggio agli investitori che chi ci mette più soldi è più credibile, non è pensabile che
indipendentemente da quanto si metta ciascuno con una azione valga come un altro soggetto contante. Così
si supera un modello di banca, posso dirglielo male? Molto legata a interessi localistici, perché poi, non
bisogna dimenticarlo, una parte delle banche locali ha combinato pasticci, basta prendere i giornali degli
ultimi dieci anni per capire che razza di pasticci alcuni banchieri popolari hanno combinato: reticolati di
amicizie, protezioni, privilegi; lo sappiamo tutti. La prima volta che si ha il coraggio di cambiare, parte il
pregiudizio: non viene attaccato il solidarismo cattolico. Uno come Giovanni Bazoli, il capo di Banca Intesa,
che non mi sembra propriamente un sostenitore delle nostre riforme, ha detto una cosa sacrosanta. Ha detto:
sulle banche popolari, su quelle era giusto intervenire. Con calma, senza troppi pregiudizi andiamo avanti. V.
Come giudica una voce di speculazione in atto su questi titoli? Tra l'altro il rastrellamento è stato cominciato
dal suo amico Serra finanziere a Londra che ha messo insieme importanti quote. R. Su questo punto della
speculazione, voglio essere molto esplicito: io non faccio operazioni di borsa ma rispetto chi le fa, chiunque
esso sia, perché non è un reato; ma diventa reato se per investire ha utilizzato informazioni riservate. Io sono
il primo a chiedere che si facciano indagini le più rigorose possibili e se qualcuno ha fatto il furbo è giusto che
paghi fino all'ultimo giorno e all'ultimo centesimo. Ma che l'obbligo di trasformarsi in spa abbia fatto salire il
valore in borsa delle banche popolari è un dato sicuramente positivo. Infatti, vuol dire che c'è più valore per
gli azionisti; diciamo che la gente investe perché crede in quelle banche: più investimenti ci sono in quei titoli,
più forte diventano le banche, più posti di lavoro si creano, più prestiti saranno erogati. Però si deve essere
chiari, io sono il primo a dire: la Consob indaghi tutti i soggetti (... ) io richiedo chiarezza. Detto anche questo,
c'è l'intervento del governo e del Parlamento su alcune banche popolari italiane perché sono in mano ai
signorotti di territorio che continuano a spartirsi gli accordi.... V. Quindi, Presidente Renzi, il decreto resta
così? R. Assolutamente sì: si va verso la trasformazione in spa e su questo sono pronto a mettere la fiducia
perché è un provvedimento che dà il senso del cambiamento richiestoci in Europa e che toglie le banche ai
soliti noti per darle a regole chiare di mercato, senza scherzi. Se qualcuno viola le leggi mettiamolo in carcere
ma non cerchiamo di fare i furbi su questa vicenda perché è l'Italia che diventa seria sul mercato bancario,
non accettiamo nessun giochino su questo cambiamento. Trascrizione del dialogo a Porta a Porta di martedì
3 febbraio Ho trascritto l'intero dialogo sulla riforma delle Popolari, perché il giorno dopo sono stati colti solo
pochi passaggi nelle cronache dei giornali e in particolare tutto si è focalizzato sulla minaccia che il
presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lanciato su stimolo di Bruno Vespa. In realtà ci sono molti altri punti
da analizzare di interesse dell'intero Paese. Alcuni evidenziano che Renzi ha risposto di pancia, senza fare
riferimento ai dati; altri, come quella rassicurazione ai clienti delle Banche di credito cooperativo (Bcc),
appaiono non chiarissimi e quindi può tornare utile anche al capo del governo saperne di più. Per esempio,
che anche una Bcc, quella di Roma, arriva agli 8 miliardi di patrimonio netto e quindi non è vero che chi ha i
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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ORSI & TORI
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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conti presso la più grande delle Bcc non osserverà nessun cambiamento se il decreto sarà convertito così
com'è. Mi pare che su un argomento tanto importante come il futuro del complesso di banche che insieme
rappresenta il 25% circa del sistema regni molta confusione e molto interessata. Per esempio, nelle categorie
delle risposte di pancia del presidente del Consiglio va catalogata quella secondo cui non ( segue da pagina
3 sarebbe vero che il sistema delle popolari ha continuato a finanziare le imprese e le famiglie nei lunghi anni
della crisi. Basta leggere il rapporto di R&S di Mediobanca, per scoprire che dal 2005 al 2013 le popolari
hanno aumentato i prestiti di quasi il 7% all'anno (+68% cumulato) mentre le altre banche si sono mantenute
stabili con una crescita media di appena lo 0,6% all'anno. In valore assoluto le popolari hanno aumentato il
credito di 162 miliardi di euro, una cifra tripla rispetto a quella delle banche commerciali. Anche le popolari
hanno inevitabilmente risentito della crisi e dei vincoli crescenti dal 2011 e hanno ridotto i prestiti alla clientela
di 25 miliardi, ma questa flessione è infinitamente inferiore a quella decisa dalle altre banche. Quindi, almeno
su questo punto, il presidente Renzi deve ricredersi. Se proprio lui ha giustamente lamentato, fin da quando
era solo segretario del Pd, della mancanza di credito, pensi cosa sarebbe successo se le banche popolari
fossero state banche ordinarie. Su un punto, invece, il presidente Renzi ha perfettamente ragione: quando
dice che sul mercato borsistico non possono esistere società/banche che non consentono a chi investe di
avere pari potere del suo investimento. È oltretutto un corretto ragionamento di pura democrazia finanziaria e
non è insignificante che lo faccia un politico per il quale, come categoria, la democrazia si misura per teste.
Quindi se il decreto che impone di abbandonare la forma di cooperativa per azioni e diventare semplici
società per azioni si fosse focalizzato sulle sole popolari quotate in borsa, avrebbe centrato in pieno
l'obiettivo. Non è sostenibile che chi compra 1 milione di azioni in borsa conti quanto chi ne ha una sola.
Anche se poi nei fatti il governo ha introdotto nella normativa societaria il voto plurimo, che è di segno
esattamente opposto a quello perseguito dal decreto sulla riforma delle popolari: infatti si dà la possibilità a
chi possiede un certo numero di azioni da un congruo tempo di trasformare le azioni con voto plurimo, cioè,
per esempio, con dieci voti ogni azione invece del classico uno. Per fortuna nessuno si è permesso di dire
che fra i primi a usufruire di questo vantaggio ai fini del controllo delle società sarà la FCA guidata da Sergio
Marchionne: con l'assegnazione delle azioni di Ferrari agli azionisti, la finanziaria Exor del giovane John
Elkann avrà circa il 30% della Ferrari, ma con la trasformazione di azioni a voto multiplo il comando della
grande casa, risanata e sviluppata da Luca Montezemolo, sarà assicurato. Chi ha insinuato che con il decreto
di riforma delle popolari Renzi abbia fatto un gran regalo al suo amico Davide Serra, certamente uno dei
possibili consiglieri del decreto almeno in termini filosofici seguendo la religione della City, potrebbe anche
insinuare che abbia fatto un regalo all'amico Sergio e al suo giovin signore Yaki. In realtà, la creazione delle
azioni a voto plurimo è nel mondo finanziariamente evoluto da molti anni. In Usa prima che altrove, lì
giustificandosi con la dimensione del capitale delle società, sì da dare la possibilità a chi ha fondato una
società di continuare a tenerla sotto controllo con le azioni a voto plurimo. Per fare un esempio comprensibile
da un numero crescente di telespettatori italiani che seguono i canali di Discovery, il comando della società
televisiva è di Liberty Media con appena l'11% del capitale, mentre una quota quasi tripla la possiede Condé
Nast. Quindi, via ai sospetti e un applauso a Renzi per aver avuto il coraggio di dire che in borsa deve valere
la regola della democrazia finanziaria. Chi si quota sa che deve rispettare regole più stringenti di chi si tiene
le società fuori dal mercato. Ma proprio in base al principio di democrazia liberale, il discorso cambia se si
decide di imporre le stesse regole anche a chi non è quotato e ha il difetto di essersi sviluppato superando gli
8 miliardi di patrimonio. La logica che viene esposta per i casi delle banche popolari non quotate ma grandi è
che per la dimensione raggiunta e per il numero di soci raccolti, di fatto viene a cadere lo spirito della
cooperazione. MF-Milano Finanza ritiene che questa sia una visione faziosa. Se non lo fosse, come
provvedimento immediato il governo dovrebbe decidere che la Coop debba trasformarsi immediatamente in
una semplice spa. Eppure nelle singole Coop sparse per l'Italia e riunite in super colossi pluriregionali esiste
sempre uno spazio riservato ai soci. Che hanno un trattamento migliore che gli acquirenti non soci.
Esattamente come per le popolari, dove la condizione per essere clienti è di essere anche soci. Il punto
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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delicato è proprio qui: l'abuso di questo schema. È notorio che una importante popolare che recentemente ha
dovuto cambiare consiglio e vertici, anche secondo le ispezioni di Bankitalia, abbia concesso prestiti a
condizione che fino a un 40% di essi fossero reinvestiti in azioni della stessa banca, sì da rafforzare
nominalmente il patrimonio. Si tratta di veri e propri abusi e se è questa una delle motivazioni che hanno
spinto Bankitalia a sostenere il decreto governativo, male hanno fatto gli uomini del direttorio guidato da
Ignazio Visco a non distinguere da banca a banca. Della stessa categoria di problematiche fa parte la
difficoltà crescente delle banche popolari non quotate di garantire la liquidità delle azioni in capo ai soci
clienti. Infatti, la Bce ha progressivamente imposto la riduzione del Fondo acquisto azioni proprie e
indiscutibilmente ora tutte le banche popolari sane non quotate hanno difficoltà a garantire di trovare un
acquirente a chi ha bisogno di vendere. Per questo qualcuno sta pensando a soluzioni moderne, ma senza
rinunciare alla natura cooperativa, che come dimostrano i numeri di Mediobanca ha fatto più di tutte le altre
banche per non togliere l'ossigeno alle aziende in difficoltà durante i lunghi anni di crisi. C'è una sola banca
popolare, quotata, che non ha aumentato negli ultimi anni i finanziamenti. Ma è una banca speciale perché
nasce dal genio di Giovanni Bazoli, creatore di Intesa Sanpaolo. Ha cominciato a guidare i consigli di banche
nella sua Brescia, dove c'erano due banche private. Quando si pose la necessità di integrazione, individuò
nella Popolare di Bergamo il partner ideale per le banche bresciane. Obiettivo centrato, con un colpo a
sorpresa: dare natura di banca popolare alla nuova entità, cioè Ubi (Unione banche italiane). È sorprendente
due volte, quindi, l'affermazione di Bazoli che Renzi ha citato a suo favore del suo decreto. Dove si dimostra
che la formula di cooperativa-banca popolare può tornare buona anche come cavallo di Troia per costruire
grandi banche. (riproduzione riservata) Paolo Panerai
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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Meglio Casa del Btp
• Rende di più, anche dopo le tasse • Non è un debito altrui • I prezzi sono ancora fermi • I tassi dei mutui mai
stati così bassi
Teresa Campo
R. Su questo argomento ci sono infiniti pregiudizi, come non vedevo da anni. Per chi ci ascolta da casa:
avete un conto in una banca di credito cooperativo? Sì. Non vi cambia niente. Le banche di credito
cooperativo sono fuori da questa storia, anche se io penso che le banche di credito cooperativo siano in
alcuni casi troppo piccole, ma è anche la loro specificità e la loro missione per cui non siamo intervenuti su
questa tipologia, ma solo sulle popolari con più di 8 miliardi di patrimonio. Punto 1: abbiamo detto alle banche
di credito cooperativo: ragazzi, fate una riflessione, ce ne sono 380 in Italia mi pare, forse bisogna avere una
dimensione diversa. Punto 2: fra le banche popolari ce ne sono dieci più grandi, sono ormai solo
nominalmente banche popolari, hanno snaturato il concetto di banca popolare cui fa riferimento lei a
proposito di solidarismo cattolico movimentista operaista del passato. Per fare Uno degli effetti del
Quantitative easing americano è stato quello di far ripartire il mercato immobiliare d'Oltreoceano. A dicembre
negli Stati Uniti le vendite di nuove abitazioni sono aumentate rispetto al mese precedente dell'11%,
attestandosi a 481 mila unità. Favorito da prestiti bancari più facili per i costruttori e nonostante l'attesa di un
futuro rialzo dei tassi, il mattone a stelle e strisce va a gonfie vele. E questa è una buona notizia per tutta
l'economia americana. Dopo anni di stagnazione per il mercato immobiliare italiano è bene chiedersi se il Qe
europeo da oltre mille miliardi di euro fino al 2016 possa avere lo stesso effetto sul mattone tricolore. Lo
crede Alessandro Mazzanti, ceo di Cbre Italia. «Uno degli effetti del Qe sarà quello di tenere a lungo i tassi
bassi», afferma Mazzanti, «e un periodo più lungo di bassi tassi d'interesse rende il settore immobiliare più
appetibile. In questo contesto il valore degli immobili potrebbe crescere. Infatti, la diminuzione attesa sui
rendimenti dei bond governativi, già su livelli molto bassi, potrebbe velocizzare l'inizio della fase di
diminuzione dei rendimenti immobiliari, soprattutto nei mercati più periferici come l'Italia dove la ripresa è più
lenta». Quindi bisogna approfittarne in fretta per non perdere il treno. Non solo. Secondo Mazzanti il
combinato disposto di tassi d'interesse bassi e tassi di cambio più competitivi avrà un effetto positivo
sull'economia. Ciò dovrebbe riflettersi sul mercato degli utilizzatori attraverso un rafforzamento della domanda
e, di conseguenza stimolare un aumento dei canoni di locazione, favorito anche, in Italia, dalla carenza di
spazi di qualità. «Anche le famiglie potrebbero beneficiare dal miglioramento dell'economia in generale,
acquistando più fiducia sul futuro e tornando a far crescere la domanda interna e far ripartire i consumi»,
aggiunge Mazzanti Guarda al mattone europeo con maggiore ottimismo anche Standard & Poor's. Nell'ultimo
rapporto sul settore immobiliare residenziale in Europa si legge: «I tassi di interesse molto bassi, un euro più
debole e bassi prezzi del petrolio potrebbero sostenere una ripresa dei prezzi delle case in Europa nel corso
dei prossimi 24 mesi». D'altronde una certa ripresa dei prezzi in Spagna e Irlanda c'è già stata e ora potrebbe
essere il turno dell'Italia. Sottolinea uno studio Cbre: «Rispetto alla Spagna, in Italia il numero e la tipologia
degli investitori attivi nel 2014 sono stati più esigui. Ad esempio, nel 2014 le Socimis, i nuovi Reit spagnoli,
hanno rappresentato circa un terzo degli investimenti totali e anche gli investitori domestici sono tornati attivi.
In Italia invece, le Siiq non sono mai decollate e gli investitori nazionali sono stati pressoché assenti negli
ultimi due anni, con investimenti stabilizzati intorno al miliardo di euro anche nel 2014». Anche perché
qualche segnale di inversione di trend si inizia a percepire. Secondo i primi dati elaborati da Cbre Italia, è
incrementato il volume degli investimenti immobiliari nel Paese nell'ultima parte dell'anno: 2,6 miliardi di euro,
oltre il 50% in più rispetto al trimestre precedente. Ciò ha portato il volume annuale a 5,3 miliardi di euro, un
aumento dell'11% rispetto allo scorso anno. Ancora una volta è stato il capitale straniero a guidare la ripresa,
rappresentando l'80% degli investimenti totali protagonisti nel trimestre, con oltre4 miliardi investiti. «Il
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CONFRONTI Con la liquidità in arrivo dalla Bce, finanziarsi sarà più a buon mercato E le alternative sono
ormai a tassi rasoterra. Ma dove conviene comprare?
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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risultato, pur se ancora preliminare, non ci sorprende e conferma quanto emerso dall'indagine sulle intenzioni
degli investitori presentata a marzo scorso: un rinnovato interesse degli investitori stranieri sul nostro
mercato, a prescindere dai fondamentali. Ciò che sorprende è il sorpasso della Spagna che, dati quasi
definitivi, dovrebbe chiudere l'anno con un volume eccezionalmente elevato, poco meno del doppio rispetto
all'Italia», continua Mazzanti. Il volume annuo registrato sul mercato immobiliare italiano mette in evidenza un
recupero significativo dalla crisi più acuta del 2012 (+104%) ed è incoraggiante per il settore, ma dimostra
ancora una volta il ritardo cronico del Paese nei confronti dell'Europa che corre a velocità più che doppie, con
un volume complessivo che nel 2014 dovrebbe superare di oltre il 30% quello dello scorso anno. Un numero
interessante emerso dall'analisi è quello relativo alla differenza di capitale domestico e straniero investito in
Italia tra il 2007 e il 2014. Se gli investimenti stranieri sono in linea rispetto al 2007, quelli domestici sono
inferiori dell'80%. Sempre dalla ricerca emerge che la maggior parte degli investimenti domestici è stata
realizzata da fondi legati alle casse di previdenza di alcune categorie: commercialisti, medici, architetti.
Mancano quindi i privati. Continua Mazzanti: «L'attendismo degli investitori italiani è forse una delle cause
che ha impedito all'Italia di agganciare l'Europa nella forte crescita degli investimenti: gli investitori
internazionali, invece, hanno confermato una fiducia elevata, a prescindere dalla debole economia del Paese.
Certo ciò si riflette nel rischio maggiore attribuito all'immobiliare rispetto al passato, i rendimenti sui Bot sono
ai minimi storici in Italia mentre i rendimenti immobiliari sono ancora superiori al picco minimo precedente, ma
è comunque un dato che fa riflettere». E conclude: «Siamo comunque sulla buona strada per la ripresa,
grazie anche ai segnali positivi del governo, con la riforma sui contratti di locazione e sulle Siiq. Ci auguriamo
che prosegua in questa direzione e soprattutto che ciò possa stimolare il mercato degli investimenti
attraverso la creazione di nuovi strumenti e il ritorno degli investitori nazionali. La ripresa c'è, ma il mercato è
cambiato rispetto al ciclo passato». Una maggiore fiducia nell'economia potrebbe far ripartire anche quel
mercato dei mutui cruciale per la domanda residenziale. Ormai l'offerta da parte degli istituti di credito non
manca e i prezzi del mercato sono diventati appetibili. Anche se l'inizio della crisi in tutto il mondo data dalla
seconda metà del 2007, in realtà in Italia gli effetti hanno cominciato a farsi sentire molto più tardi. Prima sono
scese lentamente le compravendite, con anche un breve rimbalzo nel 2010, poi le quotazioni. Lungo tutto
questo periodo, i valori di vendita delle abitazioni non hanno fatto altro che seguire la debolezza della
domanda: dopo le iniziali resistenze hanno cominciato a scendere davvero, ma per così dire un po' in
sordina, con una brusca accelerazione solo nell'ultimo biennio (quando le transazioni sono crollate del 50%),
accelerazione che ha portato la svalutazione complessiva degli ultimi cinque anni a un buon 20%. Dalla parte
dell'acquirente, il risultato è che le occasioni, come accennato, oggi non mancano. E chi compra ora potrà
contare su una buona rivalutazione, simile a quella ottenuta da chi ha puntato sul mattone Usa nel 2008.
(riproduzione riservata)
DISTANZA TRA I RENDIMENTI IMMOBILIARI E QUELLI DEI BOT
L'ITALIA È RIMASTA INDIETRO RISPETTO ALLA SPAGNA 2007 2008 2003 2009 2004 2000 2010 2005
2001 2011 2006 2002 2012 2014 2013 Rendimenti percentuali GRAFICA MF-MILANO FINANZA Investimenti
immobiliari in miliardi di euro 1% 2% 4% 5% 6% 7% 3% 8% Shopping Centres Uffici Rendimento Bot a 10
anni Fonte: Cbre Research 2007 2008 2003 2009 2004 2010 2005 2011 2006 2012 2014 2013 0 2% 6% 8%
10% 12% 4% Fonte: Cbre Research Spagna Italia 5,7 mld di € (-16%) 4,6 mld di € (+20%)
PER SPAGNA E IRLANDA IL 2014 È STATO UN ANNO DA RECORD
IRLANDA ITALIA SPAGNA GRAFICA MF-MILANO FINANZA Fonte: Cbre Research Investimenti immobiliari
a confronto - In milioni di euro 0 2.000 4.000 6.000 8.000 10.000 2012 2013 2014
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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Obama leader d'Europa
Mariangela Pira
«La Grecia si salverà grazie alle pressioni Usa sulla Germania». Parola di Alberto Forchielli, managing
partner di Mandarin Capital Partners. Forchielli da tempo risiede negli Usa dove lavora al secondo fondo della
società di private equity. Domanda. Come vede la situazione della Grecia? Risposta. Il Paese si salverà. Il
nuovo governo è partito male ma ha cambiato atteggiamento. La cosa più importante è che riesca a generare
un avanzo primario sul bilancio pubblico. D. Chi gioca il ruolo più importante nella vicenda? R. Sono gli Usa a
fare da traino. Obama non vuole che il Paese cada nell'orbita di Putin e diventi una zona franca tra Balcani ed
Europa. La pressione americana sui tedeschi conta molto. D. Intanto come giudica l'operato della Bce? R. Se
ci riferiamo al Qe, penso che Draghi abbia fatto troppo poco e troppo tardi. Nessun Paese si è messo a posto
con quella manovra, soprattutto non ha avuto effetti sulla ricchezza del cittadino medio, cosa che invece è
avvenuta negli Usa. D. Ci sono voci di nuovi interventi della Banca centrale svizzera per evitare un eccessivo
apprezzamento del franco. R. La Banca centrale svizzera temeva di andare in bancarotta con troppi euro
svalutati in portafoglio. Ma le autorità monetarie non possono fallire perché possono stampare moneta.
Quindi ritengo che la mossa della Bns sia stata inopportuna. D. Qual è il più grande rischio per l'economia
italiana? R. Più che rischio è una certezza. Quella che il Paese rimarrà indietro rispetto all'Europa, che è già
indietro rispetto al resto del mondo. Il nostro debito aumenterà rispetto al pil. Il punto è: di quanto? Se ci
paragoniamo al Giappone, il debito potrà aumentare di altri 100 punti. Il Sol Levante è ancora lì con il suo
rapporto debito/ pil del 240%. Certo, non saremo più ricchi e Milano non sarà più bella di com'è ora. D. Ma
l'Expo non potrebbe dare un impulso? R. Nell'era internet una simile manifestazione non serve a nulla, se
non ad alimentare il sistema degli appalti. Io vivo fra tre continenti e non ho mai letto un articolo sull' Expo. Se
ne parla solo sui giornali italiani. D. È partito il nuovo round di trattative per l'accordo di libero scambio tra Usa
ed Europa. Alcune stime parlano di effetti positivi sul pil europeo di mezzo punto percentuale. R. Per gli Usa è
un grande affare. Il problema è europeo perché qui ci sono ancora tanti ostacoli da superare prima della
firma. Non ritengo probabile un accordo in tempi ragionevoli. D. E sul patto di libero scambio tra Usa e Paesi
del Pacifico a eccezione della Cina? R. Ha ottime probabilità di essere approvato. I rumor che vengono dal
Congresso repubblicano, dominato dal big business, raccontano che Obama il mese prossimo otterrà la Free
Trade Authority, ovvero la delega a chiudere questo accordo. D. Aiuterà l'economia Usa? R. La bilancia dei
pagamenti Usa peggiorerà, ma l'accordo ha grande valore politico e strategico perché gli Usa tengono fuori i
cinesi e i Paesi dell'area possono contrastare una Cina che si sta facendo fastidiosa. D. Obama ha proposto
di regolarizzare 5 milioni di immigrati da anni negli Usa, rendere gratuiti i community college (scuole di
avviamento professionale), tassare la liquidità all'estero delle multinazionali. Come legge queste mosse? R.
Prima Obama era frenato dalle elezioni. Ora non ha nulla da perdere e vuole lasciare un'eredità. Proponendo
cose giuste. Negli Usa la vita dell'americano medio non migliora, i nuovi posti di lavoro offrono 10 euro l'ora.
Con tali proposte i sondaggi su Obama, che erano pessimi, stanno migliorando. D. Il che è utile ai fini delle
prossime presidenziali. R. Sì, perché se l'americano medio vede che il Congresso repubblicano boccia le
proposte di Obama si chiede se valga la pena eleggere un altro repubblicano. D. Jeb Bush può farcela? R.
Avrà i voti di repubblicani e democratici moderati che non se la sono sentita di votare Romney, ma anche
della comunità ispanica, dato che parla spagnolo ed è sposato a una messicana.È stato eletto per due
mandati in Florida proprio perché amato dalla comunità ispanica. D. La Clinton? R. Non ha possibilità contro
Jeb. I democratici potrebbero farcela solo se Hillary rinunciasse e i suoi fondi andassero a Elizabeth Warren,
candidata di sinistra e vicina alle proposte di Obama. D. Il più grande rischio per l'economia cinese? R. Mi
preoccupa la chiusura verso il mondo esterno: bloccare i programmi con cui si possono eludere i controlli
internet e accedere così a Twitter o Facebook, fa sì che gli studenti cinesi siano isolati dall'influenza
occidentale. E perché le banche cinesi non possono utilizzare tecnologia occidentale? Fatico a capire come
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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INTERVISTA VISIONI
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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si concili lo sviluppo economico con l' autarchia tecnologica. D. Lo yuan salirà a medio termine? R. Difficile,
perché non c'è crescita e soprattutto è in atto un forte deflusso di capitali dal Paese. (riproduzione riservata)
Foto: Alberto Forchielli
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
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C'è una busta per te
Carla Signorile Class Cnbc
Arriveranno in primavera i frutti del Jobs Act e dell'iniziativa Garanzia Giovani. Ne è convinto il ministro del
Lavoro, Giuliano Poletti, che si prepara a lanciare un'offensiva contro la precarietà lavorativa dei giovani.
Nell'intervista alla trasmissione televisiva di Class Cnbc I vostri soldi, la prima dedicata alla finanza personale,
il ministro svela le prossime mosse, a cominciare dal 20 febbraio quando varerà il disboscamento dei contratti
precari. Domanda. Ministro, quando vedremoi primi effetti della Garanzia Giovani e del Jobs Act sul tasso di
disoccupazione giovanile? Risposta. Ad aprile, maggio e giugno, ovvero nel secondo trimestre di quest'anno.
Solo allora entreranno pienamente a regime gli interventi che abbiamo previsto nella legge di stabilità con il
bonus occupazionale. D. Perché è ottimista? R. In questi giorni Unicredit ha dichiarato che assumerà 1.500
giovani. Poche settimane fa l'aveva già fatto la Fiat, lo ha detto Telecom, quindi cominciamo ad avere
testimonianze importanti. Sull'iniziativa Garanzia Giovani abbiamo già 400 mila ragazzi che si sono registrati,
ma stiamo facendo uno sforzo ulteriore. D. Quale? R. Facciamo in modo che sia possibile sommare il bonus
occupazionale previsto dalla Garanzia Giovani a quello previsto dalla Legge di stabilità. Quindi tra qualche
mese i numeri si vedranno eccome. D. Intanto tra pochi giorni, il 20 febbraio, varerete il Codice dei contratti.
Daremo l'addio al contratto a chiamata? R. Il 20 febbraio presenteremo il decreto attuativo sul riordino dei
contratti precari. Elimineremo alcune tipologie di contratto che hanno prodotto precarietà, ristruttureremo le
altre in modo che siano pienamente coerenti con la loro missione. D. Che cosa intende? R. Se un lavoratore
è dipendente deve avere un contratto di lavoro dipendente, se è un lavoratore autonomo vero deve avere un
contratto di lavoro da autonomo vero. Faremo in modo che anche questi lavoratori, almeno nella fascia più
debole, abbiano tutele adeguate. Questa scelta si affianca alla nostra scelta di promuovere il contratto a
tempo indeterminato a tutele crescenti, sostenuto sul piano economico dalla decontribuzione nei primi tre
anni di assunzione. Questi due elementi - nuovo contratto e disboscamento delle tipologie esistenti sicuramente ci porterannoa un panorama del sistema contrattuale molto più stabile, molto più chiaro. D. Che
cosa risponde a chi la critica di aver creato un profondo solco trai dipendenti che hanno il vecchio regime,
quindi ancora protetti dall'articolo 18, e chi invece verrà assunto dopo il Jobs Act? Potrà durare a lungo
questo sistema duale? R. Solo l'esperienza ci potrà dire se bisogna tornare su questo problema. Queste due
tipologie sono compatibili perché è legittimo che chi ha il vecchio contratto lo mantenga. Dall'altro lato,i nuovi
assunti che vengono da una situazione di disoccupazione o di contratti precari avranno le tutele crescenti. D.
A proposito di solco, ce n'è un altro che riguarda i pensionati, tra chi va in pensione con le vecchie regole e
chi andrà con il nuovo sistema contributivo. La critica principale che vi viene rivolta è quella di non pensare ai
pensionati di domani. Dall'innalzamento delle tasse sui fondi pensione al Tfr in busta paga: misure che
alleggeriranno ulteriormente le future pensioni... R. Andiamo con ordine. Sul tema della tassazione c'è stata
una modifica tra l'avvio della legge di Stabilità e la sua conclusione. È stato introdotto un credito d'imposta per
quei fondi che investiranno sull'economia reale italiana. Quindi, è vero che è stata innalzata la tassazione, ma
questa tassazione può essere ridotta se i fondi investono sull'economia reale italiana. D. Basterà? R. Di certo
otteniamo due risultati: un buon rendimento peri fondi e un'economia che cresce di più. Da questo punto di
vista il problema è stato affrontato, anche se non risolto completamente. D. Altra critica da parte dei fondi è
che da marzo consentirete di ottenere il Tfr in busta paga. Il rischio è avere di più oggi a fronte di una
pensione decisamente più povera tra 20 anni. Sarà chiaro agli italiani? R. È una facoltà che lasciamo ai
cittadini. Il Tfr in busta verrà utilizzato da tutti quegli italiani che in maniera autonoma e consapevole
valuteranno che per loro è più utile e opportuno avere subito risorse a disposizione piuttosto che conservarle
per il futuro. È un atto che fondamentalmente mette sulle spalle del cittadino la responsabilità di questa
decisione. Noi pensiamo che i nostri connazionali abbiano la maturità per compiere questa scelta. D. Ministro,
Leiè sempre stato favorevolea una maggiore flessibilità in uscita dopo la Riforma Fornero del 2011. Che cosa
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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INTERVISTA
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
Pag. 25
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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intende in pratica? R. Innanzitutto con la legge di Stabilità si sono tolte le penalizzazioni per coloro che vanno
in pensione in questi anni non avendo ancora raggiunto i requisiti, mentre prima venivano penalizzati.
Vogliamo affrontare un grave problema sociale, quello delle persone che arrivano a un'età vicina al
pensionamento e magari perdono il posto di lavoro e non riescono, con gli ammortizzatori sociali, a
raggiungere la pensione. Questo, a nostro avviso, è un problema socialmente rilevante e l'esigenza è quindi
trovare forme di flessibilità, ovvero modalità che consentano a queste persone di arrivare alla pensione. D.
Un'idea è quella dell'autoprestito. Ovvero anticipare una piccola somma per consentire di avere un reddito
fino al momento della pensione e poi la restituzione in piccole rate nell'assegno pensionistico.È fattibile? R. Ci
sono molte opzioni e ipotesi in campo, tra cui questa. Fondamentalmente stiamo cercando, da una parte, di
rispondere alle esigenze da cui è partita la legge Fornero - che erano quelle di avere un sistema stabile e non
avere problemi nel bilancio pubblico dall'altra coniugarlo con la legittima aspettativa dei cittadini italiani di
poter maturare la pensione. Bilanciare le due cose non è semplice, ma è quello che ci apprestiamo a fare e
che discuteremo con il nuovo presidente dell'Inps Tito Boeri, non appena sarà insediato. D. Il problema sonoi
soldi. Dove li troverete? R. Il tema dei fondi ce l'abbiamo ben presente, oltre al fatto che dobbiamo rispettare
le norme a livello comunitario. Quindi abbiamo bisogno di studiare una forma che, oltre a darci le risorse
necessarie, non vada a impattare sui parametri europei che noi ci auguriamo siano sempre più flessibili e
aperti e ci consentano di intervenire in particolare sul versante degli investimenti. D.A proposito dei
pensionati, quando arriverà la busta arancione? R. L'Inps ha avviato una fase di sperimentazione e sta
monitorando gli esiti per avere uno strumento il più efficace possibile. Una cosa dev'essere chiara per tutti:
l'Inps lo farà nei prossimi mesi, comincerà a farlo, ma noi dobbiamo sapere che, più la data della pensione è
lontana, più il rischio di avere una valutazione non equa del risultato è alto. L'assegno pensionistico è
influenzato da alcuni parametri, come il pil e sapere quale sarà il prodotto interno lordo del nostro Paese tra
10, 20 e 30 anni è problematico. D. Quindi, addio alla busta arancione? R. Nient'affatto. Io credo comunque
che sia giusto fare un lavoro di proiezione di questo genere perché rende i cittadini consapevoli del loro futuro
e quindi saranno liberi di scegliere. Potranno decidere, ad esempio, se mettere una parte dei loro risparmi nei
fondi pensione o comunque in forme assicurative tali da garantire una migliore pensione. D. Entro l'anno può
prendere anche questo impegno, ministro? R. Direi proprio di sì anche se penso che si partirà per categorie
perché, naturalmente, ci vuole un po' di tempo per metterlo a regime. Sicuramente la partenza ci sarà. D. In
questi giorni avete lanciato l'iniziativa #diamociunamano. Di cosa si tratta? R. Questo è un progetto cui stiamo
lavorando da tempo e che risponde a un'idea generale, ovvero: «Nessun italiano deve stare a casa ad
aspettare». Noi siamo alla ricerca di una società coesa, impegnata e responsabile a partire da ogni singolo
cittadino. In questo caso abbiamo scelto di promuovere un progetto secondo cui, chi ha avuto un sostegno che non è solo la cassa integrazione, ma anche un aiuto dal proprio comune per pagare l'affitto - può essere
interpellato o può offrirsi come volontario per andare a dare una mano alla propria comunità. D. Che cosa
bisogna fare in pratica? R. Si deve passare attraverso un'Associazione di volontariato, che organizzi il lavoro.
Il Comune o l'ente locale stabilirà se quel progetto è utile o meno alla comunità. Noi, come Stato, abbiamo
deciso di pagare l'assicurazione ai volontari. Quindi, chi si trova in queste condizioni e vuole dare una mano,
può rivolgersi o al proprio comune o alla propria associazione di volontariato e dire: «Io sono qui, sono
disponibile». Poi, nel momento in cui parte il progetto, noi lo assicuriamo. Se ci diamo una mano tutti insieme
l'Italia ripartirà e ripartirà molto bene. (riproduzione riservata) ha collaborato Simone Cerroni
Foto: Giuliano Poletti
SCENARIO PMI
15 articoli
09/02/2015
Corriere della Sera - Milano
Pag. 2
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Assolombarda: dati incoraggianti dal settore manifatturiero, ma pesa la disoccupazione di Raffaella Polato Il
fattore petrolio La corsa alla ripresa è cominciata anche grazie al calo del prezzo del petrolio La tendenza
Aumentano gli ordini interni, mentre l'estero migliora ma rimane a «saldo negativo»
In fondo anche le sensazioni si possono fotografare. E le sensazioni fotografate a Milano - che nel caso
specifico è già la Grande Milano: confini ben al di là delle tangenziali cittadine - perdono finalmente i toni del
grigio. Non c'entra Expo, per una volta. Né la moda. Né il design. Tutto questo ha certamente un grosso
ruolo, nella ripartenza della metropoli.
Ma ci eravamo dimenticati di essere, anche, una delle capitali industriali del Paese. Avevamo scordato che, di
quel Paese, è la manifattura la spina dorsale. Non abbiamo mai dubitato del nostro essere una cittàlaboratorio, un'avanguardia, un avamposto anticipatore di molte tendenze. Non ricordavamo forse più, però,
di essere non soltanto il motore ma anche una sorta di termometro dello stato di salute nazionale. E di
esserlo grazie proprio all'industria, unico vero comun denominatore dell'economia della penisola.
Quel termometro oggi dice che la febbre non è ancora sparita del tutto, però non manca poi troppo. La
«locomotiva Milano» è pronta ad agganciare le occasioni offerte dagli scenari nazionale e internazionale, e a
far da traino alla ripresa di un'Italia sfiancata dai sette lunghi anni di crisi.
Non hanno la presunzione dei primi della classe, gli imprenditori della metropoli. Lo sanno benissimo, che il
convoglio non lo guidano da soli: la ripartenza del Paese ci sarà se i segnali saranno replicati dal resto della
Lombardia, da Torino e dintorni, dal Veneto nordestino, dall'Emilia Romagna (le quattro aree che da sole
«fanno» quasi la metà del Prodotto interno lordo nazionale). Resta il fatto che questo è l'avamposto.
Nella skyline milanese i grattacieli di uffici avranno anche - e da decenni - preso il posto delle ciminiere. I
Falck, la Breda saranno anche scomparsi dall'anagrafe della grande imprenditoria cittadina, Sesto San
Giovanni non sarà più la nostra Stalingrado. Ma via Pantano 9, palazzo firmato Gio Ponti, è sempre la sede di
Assolombarda. Che a sua volta è sempre la più potente associazione territoriale (milanese, a dispetto del
nome, non dell'intera regione) di Confindustria. Per una regione semplicissima: con le sue 4.751 imprese
piccole, medie e grandi, nazionali e multinazionali, tradizionali e dell'hi tech, dà lavoro a 280 mila persone e
davvero è in sé uno spaccato - e il cuore - dell'«azienda Italia».
Da lì, dal comitato di presidenza di Assolombarda, giovedì sono stati «timbrati» i numeri che di quest'industria
fotografano realtà presenti e sensazioni per il futuro. L'ufficio studi certifica che, fin qui, la ripresa rimane lenta
e faticosa: nel terzo trimestre 2014 la produzione nell'intera Lombardia è cresciuta solo dello 0,3%, l'export ha
messo a segno un +1,3% insufficiente a far risalire oltre lo 0,3% il totale dei primi nove mesi, la
disoccupazione è salita un altro po' fino al 7,7%. Però. Però la produzione, in tutta Italia, nello stesso
trimestre continuava a scendere: -1,1%, intorno ai minimi storici. L'export non andava granché meglio. E la
disoccupazione correva a ritmi dell'11,8% (e poi 13,4% in novembre e 12,9% un mese dopo).
Con questi numeri, è evidente come non possa bastare far meglio della media per essere autorizzati
all'ottimismo. Che è invece proprio quel che si respira nel manifatturiero milanese, dove il clima di fiducia è
quasi raddoppiato tra novembre e dicembre: da +2,3% a +4,3%. E qui colpisce particolarmente il divario con
il dato Italia: non solo sempre negativo, ma in peggioramento a -6,3% (e ancora più giù a gennaio, -6,9%).
Non è l'immagine - non in questo caso - di un Paese schizofrenico o totalmente spaccato. Semplicemente,
torna il concetto di Milano città-pilota: avverte prima le crisi ma, poi, in genere fa lo stesso con la ripresa. Se
sono fiduciosi, gli industriali, lo sono sulla base di segnali concreti. Dagli ordini totali, per esempio. Sì, per ora
a crescere in modo deciso sono quelli interni, mentre l'estero migliora ma rimane a «saldo negativo».
Il dettaglio è che, nel frattempo, la politica della Banca centrale europea ha indebolito l'euro. Per chi compra
in dollari tutto, qui, costa suppergiù il 18% in meno. Per chi vende - le nostre imprese - tutto diventa di colpo
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Segnali positivi da export e produzione «Così cresce la fiducia delle
imprese»
09/02/2015
Corriere della Sera - Milano
Pag. 2
(diffusione:619980, tiratura:779916)
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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più competitivo. E con il parallelo calo del prezzo del petrolio, la corsa alla ripresa è cominciata. Milano in
prima fila .
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Il rapporto economico d'Arco La situazione in Italia (a dicembre 2014) I dati sul lavoro Il giudizio degli
imprenditori L'attività produttiva 2005 2007 2009 2011 2013 2014 7,1 13,4 43,9 55,6 55,7 42,0 12,9 4,1 3,4
6,7 7,3 7,7 10,0 11,8 3,9 4,0 Italia Lombardia Piemonte Emilia Romagna Veneto Milano Germania Spagna
Italia Francia Dato al III trimestre (in percentuale) in miliardi di euro Variazione percentuale su anno
precedente Variazione sul trimestre dell'anno precedente -40 -30 -20 -10 0 10 20 2005 2006 2007 2008 2009
2010 2011 2012 2013 2014 2015 In Lombardia prosegue la risalita della produzione manifatturiera 2008 2009
2010 2011 2012 2013 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2013 2014 I trim II trim III trim IV trim I trim II trim III
trim -0,6 -0,3 0,0 0,3 0,6 0,9 1,2 -0,6 0,3% -0,3% 1,3% 0,2% 0,0% 0,0% 104 82 94 104 108 108 80 100 120
Export in Lombardia Fonte: Osservatorio Assolombarda, Update Lombardia Il tasso di disoccupazione
Disoccupazione: il confronto Disoccupazione giovanile Tasso di occupazione nov dic nov dic nov dic Il clima
di fiducia del manifatturiero nell'area milanese Il clima di fiducia del terziario innovativo nel quarto trimestre
2014 +2,3% 0,6% +4,3% nov dic livelli minimi da un anno L'andamento della fiducia Indice mensile
destagionalizzato L'export accelera lievemente la crescita +0,3% +0,3% +1,3% nel terzo trimestre 2014 sul
2013 nei primi nove mesi del 2014 -25 -20 -15 -10 -5 0 5 10 15 -21,0% 14,3% 10,8% 3,8% 3,8% -0,1%
Il leader
Gianfelice Rocca
(nella foto ), presidente del gruppo Techint, è al vertice di Assolombar-da, la più importante associazione
territoriale di Confindustria L'associa-zione riunisce 4.751 imprese piccole, medie e grandi, nazionali e
multinazionali, tradizionali
e dell'hi tech, che danno lavoro a 280 mila persone L'ufficio studi di Assolombarda ha presentato un report da
cui emergono
i primi segnali di ripresa, soprattutto
se messi a confronto con
il resto d'Italia Nel manifatturiero milanese il clima di fiducia è quasi raddoppiato tra novembre e dicembre: da
+2,3% a +4,3%
Scenario
l segnali
di ripresa arrivano
in un contesto favorevole:
la politica della Bce ha indebolito l'euro (per
chi compra in dollari tutto costa circa il 18% in meno) Nella stessa fase si è registrato un calo del prezzo del
petrolio
09/02/2015
Corriere della Sera - Milano
Pag. 3
(diffusione:619980, tiratura:779916)
«Resistere è stato durissimo Oggi vedo più luci che ombre»
R. Po.
Ossigeno, azoto, argon. E via con gli altri gas «tecnici», o miscele, o relativi impianti, servizi, tecnologie usati
in campi che vanno dall'alimentare alla siderurgia. E alla medicina: metà dei quasi 600 milioni di fatturato Sol
2013 arrivano dall'assistenza domiciliare quotidiana, 24 su 24, di 270 mila persone che in tutta Europa hanno
bisogno dell'ossigenoterapia o di nutrimento liquido per endovena. Né qui, né la parte di produzione destinata
all'industria sarebbe possibile essere tra i leader europei - e guadagnare: un margine operativo del 22% sui
ricavi - senza alta tecnologia, conseguenti alti investimenti, precedente alta attenzione a mantenersi
abbastanza «liquidi» da poter finanziare la crescita e l'internazionalizzazione anche attraverso acquisizioni.
Per Aldo Fumagalli Romario, presidente e amministratore delegato, «è questo che ci ha consentito di reggere
durante la crisi». Lo dice cone fosse semplice, poi corregge l'impressione: «È stata durissima». Però sì,
quella crisi vista da Monza (dove ha sede la Sol) e da Milano (Fumagalli è anche vicepresidente di Gianfelice
Rocca in Assolombarda) «ha passato il fondo: i segnali sono ancora a singhiozzo, ma lo vediamo, c'è
qualche luce in più rispetto alle ombre». Poiché quelle luci le hanno accese soprattutto il rafforzamento del
dollaro sull'euro e il prezzo del petrolio precipitato anche sotto i 50 dollari il barile, c'è una «buona base per la
competitività del manifatturiero italiano». A patto che abbia investito, innovi, si sia internazionalizzato .
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Chi è
Aldo Fumagalli Romario è presidente e amministratore
delegato della Sol, un'impresa quotata
in Borsa La Sol si occupa di produzione e distribuzione di gas tecnici per l'industria e l'assistenza medicale a
domicilio (assistendo 270 mila persone ) Il fatturato
di Sol nel 2013 è stato di 600 milioni di euro
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Aldo Fumagalli Romario (Sol)
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 10
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Alimentare, sprint sull'export l'obiettivo è a 50 miliardi
Scordamaglia: «Il nostro è modello unico e vincente»
Emanuele Scarci
PARTENZA INCORAGGIANTE
Overbooking e liste d'attesa
per «Cibus è Italia»
Auricchio: «Storia aziende
è miglior manifesto
per questa unica expertise»
MILANO
Il business dell'industria alimentare è strategico per il nostro Paese: l'anno scorso il fatturato è arrivato a 132
miliardi, di cui 27 all'export. Tra il 2007 e il 2014 il settore agroalimentare ha perso soltanto 3 punti percentuali
di produzione, contro i 24 punti del manifatturiero nel suo complesso. Ha incrementato l'export di 48 punti,
contro i 9 punti dell'export totale. «Ma si può fare di più - dice Luigi Scordamaglia presidente di
Federalimentare - vogliamo spingere l'export agroalimentare da 30 a 50 miliardi entro la fine del decennio.
Garantiremmo così un aumento degli occupati diretti ed indiretti di circa 100mila unità. Un obiettivo
ambizioso, ma raggiungibile grazie al coordinamento delle istituzioni nell'impiego delle risorse e nel
contrastare i principali ostacoli alla competitività del settore: contraffazione, barriere tariffarie e non tariffarie,
campagne aggressive verso il nostro modello alimentare mediterraneo».
I primi segnali sono incoraggianti. Overbooking e lista d'attesa per entrare nel tempio del food di Expo: per il
Padiglione "Cibus è Italia" le prenotazioni hanno superato del 30% la disponibilità degli spazi (almeno così
assicurano gli organizzatori). I 5mila mq saranno assegnati a 400 tra imprese e consorzi con mille marchi del
made in Italy. «La costruzione del padiglione è già conclusa - afferma Scordamaglia, - Ora stiamo
occupandoci dell'impiantistica».
I visitatori di Expo potranno vivere l'esperienza di come nasce il food & drink made in Italy grazie ad un
percorso di edutainment che racconta 12 filiere agroalimentari e 3 aree tematiche correlate al tema food con
le aziende che ne hanno fatto la storia. Il programma prevede inoltre che i buyer stranieri, in 50 delegazioni,
verranno accompagnati nei territori di produzione. Il tempio del food tricolore, collocato di fronte all'ingresso
Est di Expo, sarà una delle strutture più grandi e si svilupperà su due piani espositivi, più una terrazza per
incontri ed eventi. Il padiglione è stato realizzato da Federalimentare4Expo, società controllata
pariteticamente da Federalimentare e Fiere di Parma, con un contributo del ministero delle Politiche agricole.
Scordamaglia ha sottolineato la spinta alla valorizzazione che l'industria alimentare ha saputo dare alle
tradizioni produttive agroalimentari e al sistema Paese. «Non c'è industria alimentare senza territorio. Sono
due cose legate», ha detto il presidente. Secondo il Centro studi Federalimentare, su circa 1,2 miliardi di
persone che ogni anno comprano nel mondo un prodotto o una bevanda made in Italy, ben 720 milioni sono
consumatori non episodici e già fidelizzati. «Esportando i suoi prodotti - ha detto Scordamaglia - l'industria
esporta anche valori e know how di un modello alimentare unico e vincente per qualità, sicurezza e
sostenibilità, fondato sulla valorizzazione della produzione agricola: acquistiamo e lavoriamo il 72% delle
materie prime prodotte dall'agricoltura italiana».
E sul tema della valorizzazione del modello italiano è intervenuto anche Gian Domenico Auricchio, presidente
di Fiere di Parma: «La storia delle aziende alimentari è il miglior manifesto di questa unica expertise, che
intendiamo condividere con il pianeta».
© RIPRODUZIONE RISERVATA 24 28 32 36 40 44 48 52 '07 '08 '09 '10 '11 '12 '13 '14 '15 '20 Esportazioni
(in miliardi di euro) Obiettivi 50 La crescita esponenziale Le esportazioni dell'intera filiera agroalimentare negli
anni a partire dal periodo pre-crisi e le previsioni al 2020
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Grandi eventi VERSO L'ESPOSIZIONE UNIVERSALE LA CRESCITA ESPONENZIALE
08/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 10
(diffusione:334076, tiratura:405061)
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Foto:
Previsioni positive. Lavorazione per la produzione di formaggi italiani
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
137
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 13
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Destinazione Italia accelera su Ice e settori prioritari
Aziende in crisi: selezionare quelle da rilanciare con capitali esteri
Micaela Cappellini
IL BILANCIO
Entro la fine del 2015
il governo sostiene
che sarà approvato il 65%
dei punti lanciati nel 2013
dal programma di Letta
Sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico ci sono oggi 160 vertenze aperte di crisi aziendali e, di
queste, una sessantina potrebbero essere papabili per un'iniezione di capitali esteri che ne risollevino le sorti
È la prossima mossa del governo per facilitare lo sbarco degli investitori esteri in Italia: selezionare fra le
aziende in crisi quelle più adatte a una partecipazione straniera e sottoporle a un gruppo qualificato di
potenziali investitori.
Due parole chiave domineranno la strategia italiana per l'attrazione dei capitali nei prossimi mesi:
informatizzazione e promozione.
«Oltre ai dossier sulle aziende in crisi - spiega Andrea Napoletano, direttore dell'ufficio per l'attrazione degli
investimenti esteri dell'Ice - entro un mese il ministero dello Sviluppo economico stilerà, per poi renderle note
anche all'Ice, le linee guida dei settori prioritari per gli investimenti esteri. Inoltre firmerà il protocollo d'intesa
con le Regioni e l'Ice per condividere le informazioni, dirimere le controversie di attribuzione e creare un
paniere dell'offerta agli investitori. Il tutto attraverso un sistema informatizzato di rete».Fra dieci giorni, invece,
si riunirà il primo Comitato interministeriale sugli investimenti esteri, nato con il decreto Sblocca Italia. Mentre
«prevediamo a breve - prosegue Napoletano - di potenziare la struttura dell'Ice che si occupa di attrazione
degli investimenti, oggi composta da 10 persone, con altre dieci provenienti da Invitalia, più un'altra decina da
insediare all'estero nelle dieci piazze finanziarie più importanti come Londra, Dubai, Shanghai, New York o
Istanbul».
Che cosa resta ancora da fare, del grande progetto "Destinazione Italia" lanciato dal governo Letta? A conti
fatti, tra quanto promette di fare il Consiglio dei ministri che si riunirà il prossimo 20 febbraio e quanto ancora
rimane da implementare nel corso dell'anno con il decreto Competitività, al ministero dello Sviluppo
sostengono di aver centrato il 65% degli obiettivi che si era prefissato l'ex presidente del Consiglio nel suo
documento programmatico del 2013 (si veda anche Il Sole 24 Ore del 19 gennaio).
Certo, sui tax agreements - gli accordi che congelano le condizioni fiscali al momento in cui è stato siglato il
piano d'investimento (riga 1 della tabella a fianco)- si potrebbe fare di meglio. Doveva occuparsene il decreto
Investment compact del 20 gennaio, ma la norma all'ultimo è slittata. Così come la valorizzazione dei beni
demaniali (obiettivo n. 24 del Piano Destinazione Italia, nella tabella) è da considerarsi come avviata, ma non
come terminata.
Anche la predisposione del piano di dismissioni delle partecipazioni statali (riga 17) è solo agli inizi. Mentre il
tanto auspicato salto di qualità nella costruzione di una miglior reputazione dell'Italia nel mondo (riga 48), a
oggi, è affidata esclusivamente al video contro gli stereotipi presentato a Davos e al portale Verybello lanciato
in vista dell'Expo.
http://24o.it/RHPXTM
Per scaricare la tabella a fianco arricchita con tutti
i riferimenti normativi
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SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Competitività. Le prossime mosse per attuare il piano di attrazione degli investimenti
09/02/2015
Il Sole 24 Ore
Pag. 13
(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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LE 50 MISURE DEL PIANO DESTINAZIONE ITALIA: A CHE PUNTO SIAMO?
N. MISURE APPROVATE DA APPROVARE MANCANTI 1 Accordi fiscali per gli investitori esteri e desk
dedicato 2 Riforma della conferenza dei servizi 3 Modelli standard per le autorizzazioni 4 Adattare le regole
contrattuali alle specificità dei nuovi investimenti 5 Testo unico della normativa del lavoro 6 Rito per la
gestione delle controversie di lavoro na 7 Sottoscrivere le convenzioni internazionali in materia di sicurezza
sociale na 8 Revisione dell'abuso del diritto 9 Rideterminare le sanzioni tributarie 10 Revisione del
contenzioso tributario 11 Rivedere la disciplina della "black list" 12 Attuare la strategia energetica nazionale
per abbassare il prezzo di elettricita' e gas 13 Rafforzare il tribunale delle imprese 14 Alleggerire i
procedimenti 15 Elevare il tasso di interesse moratorio na 16 Rendere più efficiente il ciclo import/export na
17 Piano di dismissioni di alcune società partecipate dallo stato 18 Ampliare le fonti di finanziamento per le
pmi 19 Rivitalizzare il mercato azionario 20 Investimenti per sostenere le micro, piccole e medie imprese del
made in italy 21 Attrarre capitali e competenze per far crescere le startup 22 Un turismo capace di cogliere le
opportunità globali 23 Valorizzare il nostro patrimonio culturale 24 Valorizzare i beni demaniali 25 Valorizzare
gli immobili inutilizzati 26 Liberalizzare il mercato delle grandi locazioni a uso non abitativo 27 Favorire il
cambio di destinazione d'uso degli immobili 28 Sviluppo delle società di investimento immobiliare quotate
(SIIQ) 29 Credito d'imposta per la ricerca & sviluppo 30 Favorire spin-off di università e ricerca 31
Internazionalizzare il sistema della formazione 32 Ricerca a vocazione internazionale 33 Digitalizzare la
pubblica amministrazione e i cittadini 34 Creazione di un meccanismo di reazione rapida per far fronte alle
crisi aziendali 35 Facilitare le bonifiche ambientali 36 Coinvolgere il capitale privato nelle grandi opere 37
Sviluppo dei partenariati pubblico-privati (ppp) nelle piccole e medie infrastrutture 38 Riforma dei porti 39 Il
piano degli aeroporti 40 Attrarre investimenti a beneficio dei territori 41 Produzione nazionale di idrocarburi 42
Investire nell'efficienza energetica 43 Attrarre investimenti nei settori green 44 I visti come strumento di
attrazione 45 Formare gli investitori del futuro 46 Campagna Destinazione Italia 47 Presidiare per attrarre:
mercati, persone e strumenti 48 Costruirsi una migliore reputazione nel mondo 49 Mobilitare gli italiani globali
50 Usare le leve della cultura e dello sport per una diplomazia dell'attrazione
07/02/2015
La Repubblica - Bari
Pag. 6
(diffusione:556325, tiratura:710716)
BANCA POPOLARE DI PUGLIA E BASILICATA E SACE: ACCORDO PER
L'INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE PMI DEL MEZZOGIORNO
Altamura/Roma, 6 febbraio 2015 - Banca Popolare di Puglia e Basilicata e il gruppo SACE annunciano la
finalizzazione di un importante accordo di collaborazione per sostenere in maniera sempre più efficace le
esigenze di internazionalizzazione delle Pmi clienti dell'Istituto. Con l'accordo le imprese clienti di BPPB
potranno infatti accedere a condizioni vantaggiose all'offerta dei servizi assicurativo- finanziari sviluppati dal
gruppo SACE per rispondere alle diverse esigenze delle imprese che competono dentro e fuori dall'Italia:
assicurazione delle vendite dal rischio di mancato pagamento; protezione degli investimenti esteri dai rischi
politici; garanzie fideiussorie per gare e commesse; servizi di recupero del credito; assistenza e formazione in
materia di internazionalizzazione e anticipazione dei crediti vantati verso controparti sia pubbliche che private,
grazie a un'ampia gamma di servizi di factoring, oggi particolarmente richiesti per regolarizzare flussi di
cassa. "I processi di internazionalizzazione richiedono risorse e investimenti adeguati, oltre che un approccio
informato alla comprensione del mercato di riferimento - ha dichiarato Alessandro Maria Piozzi, Direttore
Generale della BPPB. Accordi come questo - continua - sono risposte concrete alle esigenze di tutte quelle
aziende che guardano lontano per crescere". "L'accordo con SACE - ha aggiunto Francesco Paolo Acito,
Vice Direttore Generale Area Mercato - conferma l'attenzione alle esigenze espresse dal territorio ed in
particolare a quelle aziende che intendono rafforzare la propria presenza e la propria competitività sui mercati
internazionali". "Nell'attuale congiuntura, le imprese che hanno saputo guardare lontano sono riuscite a
reagire e crescere - ha dichiarato Simonetta Acri, Direttore Rete Italia di SACE -. Per intraprendere un
percorso di internazionalizzazione che oggi appare ormai non più rimandabile, quest'accordo offre
un'importante opportunità in più per le Pmi di questo territorio, che possono trovare nel nostro ufficio di Bari
un punto di riferimento unico per identificare le migliori soluzioni assicurativo-finanziarie messe a disposizione
da tutto il nostro gruppo SACE per crescere". "Nella finalizzazione di quest'accordo, ha giocato un ruolo
fondamentale la nostra presenza in queste regioni, in particolare le rete agenziale di SACE BT, la società del
gruppo specializzata in assicurazione del credito a breve termine, cauzioni e protezione dei rischi della
costruzione - ha aggiunto Claudio Andreani, Direttore Generale di SACE BT -. Grazie alla collaborazione con
una realtà radicata come BPPB, sono certo che la partnership con SACE potrà davvero fare la differenza,
sostenendo le imprese nel reperimento di risorse finanziarie, competenze specifiche e strumenti appropriati
per tutelarsi dai rischi e rafforzare la competitività". La BPPB conta 137 sportelli, circa 1.200 dipendenti, circa
270.000 clienti, oltre 30.000 soci distribuiti su tutto il territorio nazionale, con una forte presenza in Puglia e
Basilicata, da sempre guidata da un senso di responsabilità sociale, per creare un valore economico che è
basato su un rapporto costante con imprese e famiglie. SACE offre servizi di export credit, assicurazione del
credito, protezione degli investimenti all'estero, garanzie finanziarie, cauzioni e factoring. Con 70 miliardi di
operazioni assicurate in 189 paesi, il gruppo SACE sostiene la competitività delle imprese in Italia e all'estero,
garantendo flussi di cassa più stabili e trasformando i rischi di insolvenza delle imprese in opportunità di
sviluppo.
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
140
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08/02/2015
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 14
(diffusione:309253, tiratura:418328)
Coop agricole, otto italiane tra le prime cento in Europa
Le eccellenze sono vino, carni e ortofrutticolo. E il fatturato cresce del 5,8%
MAURIZIO TROPEANO TORINO
Le cooperative agricole italiane rappresentano il 25% di quelle dell'Unione Europea. Solo otto, però, sono tra
le prime cento che hanno fatto registrare un incremento del 14% del loro fatturato. A livello settoriale la
cooperazione tricolore ne piazza nove ai primi dieci posti nel vino, tre su dieci nelle carni e quattro
nell'ortofrutticolo. I dati sono contenuti nel rapporto 2014 del Cogega (il comitato delle coop agricole nell'Ue)
pubblicato nei giorni scorsi. L'Italia vanta il numero maggiore di cooperative nell'Ue: sono 5.834 con un
fatturato di 34,3 miliardi. Il numero delle imprese nell'Europa unita sfiora le 22 mila unità con un giro d'affari di
oltre 347 miliardi. Francia e Germania hanno meno della metà delle imprese italiane (2.400 a testa) ma
fatturano oltre 84 e 67 miliardi. Dietro l'Italia ci sono i Paesi Bassi dove 215 coop realizzano 32 miliardi. ALa
classifica La prima coop italiana delle cento europee - il report prende in esame i bilanci del 2013 - è
Agricoltura tre valli che conquista il ventiduesimo posto con un giro d'affari di oltre 3 miliardi. Poi ci sono
Consorzio cooperativo Gesco, Conserve Italia, Granarolo, Grandi salumifici italiani, Virgilio, Consorzio latte e
Unipeg. Per il presidente del Cogeca, Christian Pees, il rapporto mostra «che la migliore performance
economica in agricoltura si trova negli Stati membri e settori che hanno una quota maggiore di coop».
L'analisi di Pees è condivisa anche da Maurizio Gardini, presidente di Conserve Italia: «Continuiamo ad
essere competitivi pur in un mercato globalizzato a conferma della bontà del nostro modello». In effetti, anche
in Italia, le proiezioni del fatturato 2103 mostrano un giro d'affari in crescita del 5,8% rispetto al 2012. Almeno
è quello che sostiene il report dell'osservatorio sulla cooperazione italiana (sostenuto da Agci-Agrital, FedagriConfcooperative, Legacoop e Unicoop) che sarà pubblicato a giorni. Italia a due velocità Sicilia ed Emilia
Romagna sono le regioni dove si concentra il maggior numero di imprese cooperative seguite da Puglia,
Veneto, Piemonte, Lombardia, Toscana e Trentino Alto Adige. Ma il peso economico è molto diverso e indice
di una differente evoluzione del tessuto produttivo cooperativo: il 45% delle cooperative del Nord Italia
genera, infatti, l'82% del fatturato del sistema, grazie a dimensioni medie di impresa di 13 milioni di euro,
contro i poco meno di 2 milioni di quelle del Sud. Difesa del made in Italy Il rapporto mette anche in evidenza
come la cooperazione italiana rappresenta il 37% della Plv agricola (la produzione lorda) e, sul versante della
trasformazione dei prodotti, costituisce il 23% del fatturato alimentare italiano mentre le esportazioni che
valgono quasi miliardi rappresentano il 13% del totale dell'export. Da sottolineare anche che le cooperative di
conferimento effettuano il 73% dei propri approvvigionamenti su scala locale. Solo il 26% della materia prima
viene acquistata nel bacino nazionale ed appena l'1% è di provenienza estera che serve alle grandi imprese
per «completare la gamma della loro offerta». Si spiega anche così perché il ministro dell'Agricoltura,
Maurizio Martina, spiega che il compito del «governo sarà di creare le condizioni più opportune sul piano
legislativo e normativo per sostenere gli sforzi per acquisire un maggiore potere contrattuale nella
competizione internazionale».
Foto: ANTONELLA DI GIROLAMO/BUENAVISTA
Foto: I numeri In Italia ci sono 5834 coop agricole con un fatturato di 34,3 miliardi
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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I risultati del 2014
07/02/2015
Il Messaggero - Pesaro
Pag. 37
(diffusione:210842, tiratura:295190)
IMPRENDITORIA
La geografia del commercio cambia. C'è un nuovo fronte da esplorare e la Camera di Commercio assieme
alle altre associazioni di categoria hanno deciso di puntarci forte. Il paese si chiama Bielorussia e il motivo è
semplice. A spiegarlo il presidente Camerale Alberto Drudi nel corso di un incontro tra circa cento
imprenditori e il vice ambasciatore italiano a Minsk Ugo Boni. «E' un paese in forte crescita dove verranno
costruiti 800 mila appartamenti da qui a qualche anno, 240 mila solo a Minsk. Per questo è un'opportunità per
le nostre imprese di ogni settore: dal mobile alla meccanica, dall'agroalimentare alla moda, senza tralasciare
l'aspetto turistico. Non a caso quest'anno dall'11 al 13 giugno le nostre imprese saranno impegnate al
Samm.it, il salone del mobile italiano a Minsk. E' un paese dove al contrario della Russia non ci sono sanzioni
ed embarghi». Già stretto l'accordo con un trasportatore locale grazie al quale sarà il cliente finale a pagare il
dazio doganale sui mobili venduti.
L'export della nostra provincia in quel Paese è ancora scarsamente significativo: 8 milioni di euro nel 2013 (10,9% rispetto al 2012) e 3,6 milioni nei primi nove mesi del 2014 (-40,2% rispetto allo stesso periodo del
2012). «Ma oggi c'è un clima nuovo in cui dobbiamo inserirci».
Di fronte a decine di imprenditori, il vice ambasciatore d'Italia in Bielorussia, Ugo Boni, ha parlato di un Paese
con «un'economia dinamica, caratterizzata da alti tassi di sviluppo, prerequisito fondamentale per rendere
conveniente l'entrata in un nuovo mercato geografico. Si tratta di un Paese ancora inesplorato dalle aziende
italiane e dalle potenzialità assolutamente inespresse». Il presidente della federazione degli ordini degli
architetti delle Marche, Pasquale Piscitelli, ha in questo senso un'esperienza diretta: porta la firma anche del
suo studio, il progetto di riqualificazione residenziale a Brest, «altro spazio operativo interessante - ha
sottolineato - anche per le aziende locali, soprattutto quelle della filiera delle costruzioni e dell'arredamento».
Al lavoro anche per quanto riguarda il turismo come spiega il vicepresidente camerale Amerigo Varotti:
«Abbiamo già presentato il territorio e continueremo a lavorare in quel paese. Per questa estate sono attesi
3000 bielorussi a Pesaro e stiamo lavorando per avere un volo su Falconara». Drudi ha concluso spiegando
che «le piccole imprese pesaresi, come tante in Italia, non hanno la possibilità di accedere a mercati grandi
ed estremamente competitivi per carenza di liquidità e preferiscono mercati più ridotti, con meno competitors,
che al tempo stesso diano loro la possibilità di crescere e accedere in maniera diretta a spazi economici
importanti: caratteristiche che sono proprie della Bielorussia». Da qui l'invito ai mobilieri «perché aderiscano
al Samm.it': può diventare punto di riferimento commerciale per il nostro settore dell'arredamento».
Luigi Benelli
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Bielorussia, nuovo mercato aperto all'economia pesarese
07/02/2015
Avvenire - Ed. nazionale
Pag. 8
(diffusione:105812, tiratura:151233)
«Revisione necessaria Ma serve confronto»
«Le motivazioni del governo? Sono cortine fumogene. Capiamo prima quale capitalismo vogliamo»
EUGENIO FATIGANTE
Francesco Boccia, presidente Pd della commissione Bilancio della Camera, cosa pensa della riforma delle
Banche popolari? Io non sono contro la riforma in sé. Va fatta? Facciamola, anche se sono fra quanti non
comprendono l'idea di ricorrere a un decreto anziché un normale ddl. Diventi però una grande occasione di
confronto. E allora diciamoci prima tutta la verità. Sul perché facciamo questo intervento. E su che tipo di
capitalismo vogliamo in Italia. Pretendo trasparenza e rigore. I motivi addotti dal governo non la convincono?
Sono cortine fumogene. Il ministro Padoan dice che la riforma serve a migliorare il credito? È una
motivazione che non regge. Dire così significa che o non si conosce il mondo creditizio o non si è in buona
fede. Per Padoan escludo senz'altro la seconda ipotesi, ma certo non mi consola nemmeno la prima. Non
pensa che si vogliano creare dei big del credito, capaci di essere "predatori" nel nuovo mercato
internazionale? In questi anni in Italia io ho visto più prede che predatori, a dire il vero. Comunque, pur
accreditando questo scenario, dobbiamo prima partire da quale idea di capitalismo abbiamo in testa:
crediamo ancora in quello familiare e legato al territorio che ha caratterizzato lo sviluppo italiano o vogliamo
passare a uno di stampo più renano e liberista? La sua risposta? Guardo alla realtà nazionale, che conosco
abbastanza: noi abbiamo 200 bacini territoriali che producono un fatturato fra i 300 e i 500 milioni di euro
ciascuno, e poi solo una cinquantina di grandi imprese che dovrebbero trainarci alla conquista del mondo
economico, e non ce n'è una del Sud. Partendo da questa base, vogliamo migliorare il credito? Basta mettere
in campo un po' di soldi veri, creare un maxi-fondo di 10 miliardi a disposizione della Cassa depositi e prestiti
coi quali consentire alle nostre Pmi di ristrutturare i debiti a medio e lungo termine. E ampliamo poi le
chances di raccolta di risorse finanziarie. Bankitalia dice che dobbiamo «adeguarci agli standard di
efficienza» Ue. . Altra motivazione difficile da comprendere. Vorrei sommessamente ricordare che la
produzione di "rifiuti" finanziari negli ultimi anni è stata opera delle banche globali. Renzi vuol togliere queste
banche ai «signorotti locali». Al premier faccio notare che, in tutte le vicende, esistono i signorotti "bravi" e
quelli approfittatori. I primi dopotutto, se fanno il bene della banca, che male c'è? E ai secondi ci deve
pensare la magistratura più che la politica. A quali correttivi pensa? Vorrei una riforma che non consentisse a
un fondo estero di acquisire il controllo di questi istituti. Concordo quindi sull'idea di aumentare le quote di
partecipazione dei singoli operatori ponendo però un tetto ai diritti di voto, magari più vicino al 3 che al 5%.
Ma non va cancellata la natura di questi istituti. Così come ha un senso limitare la riforma alle sole quotate in
Borsa, 7 su 10. Chiederà un confronto nel Pd? Abbiamo già delle occasioni programmate, martedì c'è un
seminario promosso da Fassina. Non sarebbe male se un grande partito come il Pd organizzasse un evento
conclusivo di questa riflessione, alla presenza del segretario.
Foto: La facciata della sede di Bankitalia, in via Nazionale a Roma.
Foto: Francesco Boccia
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Francesco Boccia (Pd)
09/02/2015
La Repubblica - Affari Finanza - N.5 - 9 febbraio 2015
Pag. 4
(diffusione:581000)
I distretti del manifatturiero scaldano i motori
STRUMENTI PER L'INDUSTRIA A BRESCIA, OCCHIALI NEL BELLUNESE, PELLETTERIA A FIRENZE: I
COMPARTI FORTI DEL MADE IN ITLAYA A PIÙ ALTA SPECIALIZZAZIONE FANNO GIÀ REGISTRARE
RIALZI RECORD E SI PREPARANO AD UN NUOVO BOOM DI MERCATO
Christian Benna
Idistretti manifatturieri del Made in Italy si preparano alla grande occasione della ripresa. A gennaio l'indice
Pmi composito è balzato a 51,2 punti da 49,4 di dicembre, ingranando così la marcia che porta la produzione
industriale (oltre i 50 punti) in territorio espansivo. Il risultato fa il paio con la notizia del boom di ordini di
macchine utensili (+18,8%) registrato nell'ultimo trimestre 2014. «Non possiamo ancora parlare di una
ripartenza vera e propria - dice Gregorio De Felice, capo economista di Intesa SanPaolo e responsabile del
Monitor dei distretti industriali- ma i segnali di un cambiamento di rotta, o perlomeno di germogli di ripresa, ci
sono tutti. Intanto l'indice di fiducia delle imprese è salito al livello più alto da settembre 2011. Poi la
produzione industriale a novembre è cresciuta dello 0,3%. E anche sul fronte della redditività delle imprese ci
sono riscontri positivi». Ma è soprattutto la schiarita sullo scenario internazionale che promette di fare da
rampa di lancio dell'industria nazionale. «Tutti questi segnali si inseriscono in un contesto estremamente
favorevole: con un prezzo del petrolio dimezzato del suo valore e una politica monetaria espansiva che
avvantaggia l'export delle imprese, grazie all'indebolimento del cambio». In particolare, secondo De Felice il
deprezzamento del greggio favorisce i distretti dei settori più energivori, «quindi i settori della carta, delle
piastrelle e prodotti della casa», appesantiti in questi anni dal caro-energia. Il cambio debole si traduce in «i
prodotti del nostro tessuto manifatturiero che costano il venti per cento in meno rispetto all'anno scorso.
Pertanto abbigliamento, occhialeria, meccanica, alimentare e mobili ne beneficeranno su tutti i mercati
extraeuropei». Le opportunità di sviluppo non mancano. Già nel terzo trimestre 2014, le esportazioni dei
distretti hanno viaggiato con il vento in poppa nei paesi fuori dall'area euro, negli Stati Uniti (+9,3%) e in
Svizzera (+9,3%), registrando nel complesso una crescita del 2,2%, per il 19esimo trimestre di sviluppo
consecutivo. E c'è da attendersi quindi una volata delle vendite per il 2015. In particolare c'è un'attesa
positiva per quei distretti che si sono dimostrati flessibili nell'affrontare la perdita di uno sbocco di mercato
come la Russia, reso inaccessibile da sanzioni e crollo del rublo. L'anno scorso la crisi di Mosca ha rallentato
l'export italiano (350 milioni in meno rispetto al 2013), in particolare nei settori dell'agro-alimentare,
dell'abbigliamento e della calzatura. Stando agli ultimi dati del Monitor Intesa SanPaolo sono 86 i distretti che
hanno migliorato i volumi delle esportazioni, mentre 58 sono quelli in calo. Viaggia quindi a due velocità il
tessuto industriale che prova a cogliere i segnali di ripresa del 2015. Ci sono realtà come quella del distretto
delle macchine per il food di Parma che pur perdendo il -31,9% di ricavi nei primi nove mesi del 2014 a causa
della crisi russa, è riuscito a guadagnare terreno (+12%) grazie alle esportazioni negli Stati Uniti. A livello
regionale, il Nord Ovest ha fatto passi da gigante, con i distretti del Piemonte (rubinetterie e valvolame, vini
delle Langhe, oreficeria, caffé e cioccolata) in progresso tendenziale dell'8%, seguito a distanza Veneto
(+4%) ed Emilia Romagna (+3,7%). Sul territorio nazionale i distretti che si arrivano più tonici
all'appuntamento di ripresa sono l'oreficeria di Valenza (+23,7%, per un valore di 340 milioni di euro nel terzo
trimestre 2014), la meccanica strumentale del bresciano (17,6%, 766 milioni), l'occhialeria di Belluno (14%,
545 milioni), la pelletteria di Firenze (+13%, 763 milioni) e l'elettrodomestico della Inox Valley (+9%, 337
milioni). fonte centro di studi confindustria , S di Meo
Foto: Le conseguenze previste del ribasso del greggio sull'economia mondiale
Foto: Il distretto dell'occhialeria di Belluno già nel terzo trimestre del 2014 era salito del 14% nel fatturato
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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[ L'ANALISI ]
09/02/2015
Corriere Economia - N.5 - 9 febbraio 2015
Pag. 25
«Piazza Affari può battere Wall Street di 15 punti»
Riboldi (Banor): riforme, euro debole, petrolio ai minimi. Tre condizioni forse irripetibili per il listino «Il Pil può
crescere dello 0,8%. Per la prima volta siamo più ottimisti della media
PIEREMILIO GADDA
Archiviato il 2014 con un deludente segno meno, a gennaio Piazza Affari ha messo il turbo, più 9%. Il 2015
sarà l'anno del riscatto? «La Borsa Italiana può battere la performance di Wall Street di 15 o 20 punti
percentuali. A tre condizioni - precisa Luca Riboldi, direttore investimenti di Banor Sim -. Euro debole fino a
dicembre, sotto 1,20 contro il biglietto verde. Greggio a prezzi inferiori ai 60 dollari al barile tutto l'anno. E
nessuna battuta d'arresto al passo lento ma progressivo delle riforme».
Alcuni titoli hanno già corso molto, soprattutto chi fa profitti in dollari. In un solo mese, nomi come Moncler,
Salvatore Ferragamo e Luxottica hanno guadagnato tra il 15 e il 30%. I multipli di Borsa hanno già anticipato
l'effetto del biglietto verde sugli utili. Resta invece ancora da giocare il tema della ripresa domestica. A
gennaio l'indice Pmi composto dell'Italia, che esprime la fiducia dei responsabili degli acquisti nel settore
manifatturiero e dei servizi, è salito a 51,2 punti dai 49,4 di dicembre: sopra la soglia dei 50 punti che separa
la contrazione dall'espansione del ciclo.
Le ultime stime di Bankitalia sulla crescita del Pil nel 2015 sono dello 0,4%, lo 0,6% per la Commissione
europea. «Il valore potrebbe essere anche più elevato: 0,7% o 0,8%. Per la prima volta da qualche anno a
questa parte, siamo più ottimisti del consensus», ricorda il direttore degli investimenti di Banor Sim, convinto
che le migliori opportunità si possano cercare in quattro settori: banche, media, turismo e real estate.
La bozza trasmessa dalla Banca centrale europea a inizio anno, con la richiesta alle banche d'innalzare
ulteriormente i coefficienti patrimoniali ai requisiti minimi fissati ad hoc per ciascun istituto, ha destato qualche
preoccupazione. I rendimenti schiacciati ai minimi sui titoli di Stato probabilmente faranno dimagrire gli utili
legati all'attività di trading. «Ma se l'economia dovesse compiere il giro di boa, come crediamo, le sofferenze
bancarie inizierebbero a scendere, aprendo la strada ad un aumento degli impieghi», osserva Riboldi,
secondo cui un altro cavallo su cui puntare sono i media: dai livelli del 2007-2008, la raccolta pubblicitaria ha
subito un crollo del 60%.
«Una parte si è trasferita sui canali digitali - premette Riboldi - ma si può recuperare almeno un terzo di
quanto perso. Vale la pena ricordare che in Spagna la raccolta è già tornata a crescere lo scorso anno, più
20%; l'Italia è rimasta un po' indietro e ha un ampio margine di miglioramento. E poi c'è il turismo: l'effetto
euro dovrebbe favorire l'arrivo di visitatori da America, Asia e Svizzera». Quest'anno dovremmo assistere secondo Riboldi - a un aumento delle compravendite immobiliari, «dal 2016 i prezzi del mattone potrebbero
tornare a salire».
Ammesso che Milano possa superare Wall Street del 15-20%, come ipotizza Riboldi, occorre chiedersi quale
sia il termine di paragone: come andrà la Borsa americana? Secondo il direttore degli investimenti di Banor,
gli Stati Uniti stanno scontando uno scenario idilliaco: ma «è sufficiente che qualcosa vada storto, ad esempio
una revisione al ribasso delle stime sulla crescita degli utili, per alimentare una correzione». Il listino
americano deve fare i conti con una valuta molto più forte di un anno fa, e con una probabile svolta monetaria
restrittiva nel corso del 2015.
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Foto: Ottimista Luca Riboldi è il direttore degli investimenti di Banor Sim
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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L'opinione Secondo il gestore la Borsa Usa viene collocata in uno scenario ancora idilliaco. Ma i prezzi sono
elevati e qualcosa può andare storto
09/02/2015
ItaliaOggi Sette - N.33 - 9 febbraio 2015
Pag. 14
(diffusione:91794, tiratura:136577)
Garanzia ai microimprenditori
Il fondo pmi copre fi no all'80% del prestito concesso
CINZIA DE STEFANIS
Il fondo Pmi a supporto degli operatori finanziari del microcredito per lo sviluppo di piccole attività
imprenditoriali. Con una garanzia diretta del fondo Pmi fi no all'80% del fi nanziamento concesso. Il fondo di
garanzia sosterrà lo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese italiane concedendo una garanzia pubblica
a fronte di fi nanziamenti concessi dagli operatori fi nanziari del microcredito. Dal 16 dicembre, il microcredito
sostiene la nascita di attività imprenditoriali esercitate sotto forma di impresa in forma individuale, di
associazione, di società di persone, di società a responsabilità limitata semplifi cata o di società cooperativa.
L'impresa costituenda che otterrà i fi nanziamenti potrà chiedere all'operatore del microcredito di garantire
l'operazione mediante la garanzia pubblica. Con l'intervento del fondo il finanziamento, in relazione alla quota
garantita, sarà a rischio zero per gli istituti di microcredito che, in caso di insolvenza dell'impresa, verranno
risarciti dal fondo centrale di garanzia e in caso di eventuale esaurimento di fondi di quest'ultimo,
direttamente dallo Stato. In alternativa, l'impresa può attivare la cosiddetta «controgaranzia» rivolgendosi a
un confi di o ad altro fondo di garanzia che provvederanno a inviare la domanda di controgaranzia al fondo. In
sostanza è il confi di a garantire il fi nanziamento concesso dall'istituto di medio credito e a garantirsi a sua
volta grazie all'intervento del fondo. Lo prevede un dm del ministero dello sviluppo economico del 24
dicembre 2014 e pubblicato sul Gazzetta Uffi ciale del 3 febbraio 2015 n. 27. Le nuove norme si
applicheranno a partire dal giorno successivo alla data di pubblicazione delle disposizioni operative del fondo
nel sito internet (www. fondidigaranzia.mcc.it). Finanziamenti. Con il decreto del 17 ottobre 2014, n. 176 del
ministero dell'economia e delle fi nanze (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1° dicembre 2014 n. 279)
dopo ben 16 anni è arrivata la riforma del microcredito. La concessione da parte del microcredito di fi
nanziamenti per l'avvio di un'attività di lavoro autonomo e imprenditoriale è finalizzata, alternativamente
all'acquisto di beni, ivi incluse le materie prime necessarie alla produzione di beni o servizi e le merci
destinate alla rivendita, o di servizi strumentali all'attività svolta, compreso il pagamento dei canoni delle
operazioni di leasing e il pagamento delle spese connesse alla sottoscrizione di polizze assicurative. I fi
nanziamenti possono essere concessi anche nella forma di microleasing fi nanziario, alla retribuzione di nuovi
dipendenti o soci lavoratori, al pagamento di corsi di formazione volti a elevare la qualità professionale e le
capacità tecniche e gestionali del lavoratore autonomo, dell'imprenditore e dei relativi dipendenti, i fi
nanziamenti concessi alle società, di persone e alle società cooperative possono essere destinati anche a
consentire la partecipazione a corsi di formazione da parte dei soci, al pagamento di corsi di formazione
anche di natura universitaria o post-universitaria volti ad agevolare l'inserimento nel mercato del lavoro delle
persone fi siche benefi ciarie del fi nanziamento. L'operatore verifi ca l'effettiva destinazione dei fi nanziamenti
anche richiedendo apposita attestazione al soggetto fi nanziato. Concessione della garanzia. La garanzia
diretta del fondo sui fi nanziamenti sarà concessa su richiesta del soggetto finanziatore fino alla misura
massima dell'80% dell'ammontare del fi nanziamento da questi concesso. Entro il predetto limite, la garanzia
diretta del fondo copre fi no all'80% dell'ammontare dell'esposizione per capitale, interessi, contrattuali e di
mora, del soggetto finanziatore richiedente nei confronti del soggetto benefi ciario fi nale. Con riferimento ai fi
nanziamenti la controgaranzia del fondo è concessa fi no alla misura massima dell'80% dell'importo garantito
dal confidi o da altro fondo di garanzia, a condizione che le garanzie da questi rilasciate non superino la
percentuale massima di copertura dell'80%. Entro il predetto limit e, la controgaranzia copre fino all'80% della
somma liquidata dal confi di o da altro fondo di garanzia al soggetto finanziator e. La garanzia diretta e la
controgaranzia di cui saranno concesse con le modalità previste dalle disposizioni operative del fondo. Le
operazioni saranno ammesse alla garanzia del fondo senza la valutazione economico-finanziaria del soggetto
benefi ciario fi nale da parte del gestore del fondo. Sulle operazioni la garanzia del fondo è rilasciata a titolo
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Le novità introdotte con decreto del Mise del 24/12/14, pubblicato nella G.U. n. 27/2015
09/02/2015
ItaliaOggi Sette - N.33 - 9 febbraio 2015
Pag. 14
(diffusione:91794, tiratura:136577)
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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gratuito.
Le novità del dm Fondo Pmi L'ombrello dello Stato a garanzia dei fi nanziamenti concessi dal micro credito
per lo sviluppo nascita di piccole attività imprenditoriali Garanzia La garanzia diretta del fondo Pmi sui fi
nanziamenti sarà concessa su richiesta del soggetto fi nanziatore fi no alla misura massima dell'80%
dell'ammontare del fi nanziamento da questi concesso. Entro il predetto limite, la garanzia diretta del fondo
coprirà fi no all'80% dell'ammontare dell'esposizione per capitale, interessi, contrattuali e di mora, del
soggetto fi nanziatore richiedente nei confronti del soggetto benefi ciario fi nale Entrata in vigore Le nuove
norme si applicheranno a partire dal giorno successivo alla data di pubblicazione delle disposizioni operative
del fondo nel sito internet ( www.fondidigaranzia.mcc.it)
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
Pag. 19
(diffusione:100933, tiratura:169909)
Massimo Arrighi*
Il barometro della redditività bancaria per il triennio 2013-2015 segna tempo in miglioramento. Lo dicono le
stime preliminari sui risultati dello anno scorso e le previsioni degli analisti per quello appena cominciato.
L'intero sistema sembra aver raggiunto a fine 2014 un sostanziale assestamento patrimoniale e, con alcune
note eccezioni, pare orientato verso una ripresa della redditività, seppur lenta e con valori ancora modesti.
Sappiamo tutti che l'obiettivo del 5%, massima ambizione di crescita per una banca di oggi, avrebbe messo in
allarme qualunque consiglio di amministrazione pre-crisi. Ma attenzione: questa nuova normalità,
perfettamente compatibile con le attuali condizioni economiche e industriali al contorno, è a nostro avviso
solo apparente. Dietro l'angolo, importanti sfide attendono ancora il sistema bancario italiano. 1) Il percorso di
digitalizzazione dell'operatività bancaria è ancora lontano dall'esser completato: si profilano nuove e profonde
trasformazioni del modello distributivo, con uno spostamento dal canale fisico (lo sportello) alle piattaforme
on-line. Ne conseguirà una ulteriore riduzione delle filiali e del personale e una sempre maggiore attenzione
ad attività e servizi consulenziali a elevato valore aggiunto. Le banche saranno chiamate a significativi
investimenti e cambiamenti del proprio modello di competenze, con impatti probabilmente più radicali di
quanto previsto al momento. 2) Guardando poi al segmento corporate, più complesso e articolato, i recenti
stress test hanno messo in evidenza come per le banche italiane il fabbisogno di capitale per supportare il
sistema imprenditoriale sia superiore a quello di altre nazioni (ad esempio la Germania, dotata come l'Italia di
un tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese); il problema è che le nostre aziende, oltre alla
dimensione ridotta, presentano anche una bassa patrimonializzazione e rating spesso non eccellenti a causa
dell'eccessivo ricorso alla leva finanziaria. Per supportarne lo sviluppo, le banche avranno bisogno di nuovo
capitale, dovranno spendere di più per raccoglierlo, con un conseguente ulteriore impatto sui livelli di
remunerazione agli azionisti. Dall'altro lato, il sistema industriale potrà reagire attivando forme di credito
alternative non necessariamente intermediate dalle banche (come i mini-bond, al momento a uno stadio di
sviluppo ancora embrionale), oppure dovrà cercare di attirare capitale di rischio esterno. Quest'ultimo, non
potrà che imporre una gestione più manageriale e meno familiare delle nostre imprese, cambiamento
strutturale ma necessario perché le Pmi italiane possano accedere al credito a costi ragionevoli. (riproduzione
riservata) * partner At Kearney
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/02/2015 - 09/02/2015
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Nuove sfide dietro la normalità apparente
07/02/2015
Milano Finanza - N.27 - 7 febbraio 2015
Pag. 49
(diffusione:100933, tiratura:169909)
Il piatto è servito
Guido Lorenzon
L'inquilino del Cremlino riceve a cena i propri ospiti mettendo in tavola piatti in porcellana italiani prodotti a
Casier (Treviso) dal Gruppo Tognana. «È vero, noi siamo i fornitori di un nostro importatore moscovita che ha
il Cremlino tra la propria clientela», ha detto Giusto Morosi, amministratore delegato della società, avviata nel
1775 dalla famiglia Tognana. Pur importante, il mercato russo e in genere l'export realizzano quote di
fatturato non molto elevate. «Tuttavia l'export è in crescita», ha precisato Morosi, «e nel 2014 siamo al 25%
delle vendite, contro il 15% dell'anno precedente. E i programmi per quest'anno prevedono l'apertura di nuovi
mercati». Non solo l'export è stato in crescita, ma tutta l'azienda. Il fatturato dell'ultimo esercizio è salito infatti
a 39 milioni di euro, contro i 31,4 milioni dell'anno prima, con un incremento tra il 20 e il 25%. Tognana
Porcellane si rivela azienda di quel Nordest manifatturiero pronto a crescere e, soprattutto, con programmi di
sviluppo ben formulati. Produttrice di porcellane con i marchi Tognana 1775, Andrea Fontebasso 1760 e
Forme, è stata totalmente controllata dalla famiglia dei fondatori fino al 1998, in quell'anno la famiglia
lombarda Morosi (originaria di Rho) ne acquisì il 50% e il resto due anni più tardi come socio unico. Nella
sede originaria di Casier opera in 33 mila metri quadrati di spazi coperti su una superficie complessiva di 70
mila, 180 sono gli addetti, alcuni dei quali assunti negli ultimi mesi. «Anzi», ha detto Morosi, «in queste ore
abbiamo colloqui aperti per ulteriori assunzioni, in particolare per rinforzare il settore commerciale: in questo
settore si stanno concentrando i nostri investimenti». La presentazione del prodotto è fatta attraverso cinque
diversi cataloghi in ragione della segmentazione del mercato, raggiunto comunque nella Gdo (catene food e
non-food), le catene commerciali specializzate per la casa (il mondo Eldom), il retail in particolare per le
vendite di liste nozze, il promozionale di aziende e di catene commerciali e, infine, l'Horeca. «Se si esclude il
comparto Horeca», ha detto Morosi, «nel 2014 tutte le nostre linee commerciali sono state in crescita; oltre al
prodotto storico dell'azienda, ossia le porcellane a marchi e destinazioni diversi, possiamo contare sulla linea
cottura, avviata da tre anni con tegami e casseruole di nuova concezione. Anche questo comparto è in
crescita e, soprattutto, promette di espandersi velocemente». I due principali e antichi brand danno
all'azienda trevigiana un importante vantaggio sul mercato, dove è considerata forse come il maggior
produttore, «ma ci si impone nella competizione con la qualità e con la proposta di nuove forme, nuovi decori
e prodotti nuovi: la strategia è di coprire tutti gli spazi della casa, quindi non solo piatti e tazze in porcellana,
ma anche elementi di cottura, di arredo, in acciaio come la coltelleria e del relax come, per esempio, le linee
di infusiere», ha detto Morosi. Oltre alla campagna di pubblicità in televisione, il Gruppo Tognana (controlla
infatti anche Sebring, Tognana Usa e Tognana Hong Kong) fa un uso intenso delle manifestazioni fieristiche.
A breve sarà a Francoforte dove «naturalmente presenteremo delle novità», ha detto l'ad, è stato presente
alla Homi di Milano, poi a quelle di Parigi, alla biennale di Milano dell'Horeca, e da cinque anni ha partecipato
alle manifestazioni fieristiche di Mosca, una ogni sei mesi. (riproduzione riservata)
Foto: Giusto Morosi
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TOGNANA
07/02/2015
Il Sole 24 Ore - PLUS 24
Pag. 25
Borsa italiana potrà beneficiare di una parte ridotta della liquidità Puntare sui titoli ciclici e legati alle
esportazioni
Laura Magna
Alla fine il bazooka di Draghi ha sparato, con un'onda d'urto da 1.100 miliardi. Miliardi che saranno usati per
acquistare titoli di Stato, Abs e obbligazioni garantite, 60 miliardi al mese fino a settembre 2016. Quanta di
questa potenza di fuoco arriverà in Italia, con effetti positivi su finanza ed economia?
«L'abbassamento dei tassi di interesse - dice a Plus24 Gianpaolo Nodari, amministratore delegato di J.
Lamarck - unito al probabile aumento dell'inflazione, incoraggerà decisioni di investimento orientate ad asset
class più redditizie e rischiose, come le azioni. Ma è probabile che i risparmiatori italiani si affidino a fondi
internazionali e gestori specializzati in settori particolari che potrebbero garantire maggiori rendimenti, mentre
l'indebolimento dell'euro potrebbe portare una maggior domanda di asset denominati in altre valute. Il
Quantitative easing, insomma, andrà ancora una volta a privilegiare mercati più dinamici ed efficienti di quello
italiano».
L'impatto sulla Borsa, sempre più piccola e rarefatta, sarà giocoforza limitato. Ma non si può dire lo stesso per
l'economia reale. «L'obiettivo del qe - afferma Gilles Guibout, gestore azionario Europa e Italia di Axa Im - è
abbassare il costo di finanziamento per le pmi e in Italia l'obiettivo sarà centrato. Il punto è che non basta,
bisogna anche creare un clima di fiducia per gli investitori e dunque fare le riforme. Intanto, i flussi sono
tornati positivi sull'Italia».
Sono tornati in generale su tutte le Borse europee. «La manovra - spiega Francesco Citta, analista dell'ufficio
studi di Copernico Sim - ha già portato i tassi di interesse dei BTp a zero: per avere un investimento superiore
all'1% si deve investire su scadenze di sei anni e sui Bund il rendimento positivo non si ha prima dei sette
anni». Inevitabile, dunque la fuga e il ritrovato entusiasmo per le azioni. Ma anche questo potrebbe rivelarsi
un fuoco di paglia, come già avvenuto lo scorso anno. «La differenza - sostiene Stefano Fabiani,
responsabile delle gestioni patrimoniali di Zenit Sgr - è che ora c'è il Qe e l'euro si è indebolito. Dunque il
terreno è fertile. Da inizio anno la Borsa italiana ha fatto meglio dell'Eurostoxx e meglio di Wall Street. Il
beneficio del Qe nell'immediato è evidente. Più a lungo termine, in Borsa saranno avvantaggiate le aziende
esportatrici e quelle legate alla ripresa di investimenti e consumi interni, come i cementieri».
Così, nei prossimi mesi, «potremmo vedere - aggiunge Guibout - una ripresa degli utili generalizzata. A
partire dall'industria quotata, titoli come Prysmian, Luxottica, Datalogic, con fatturati molto sbilanciati
all'estero. E dalle banche, che inizieranno a beneficiare del ciclo favorevole. L'Italia è una sorta di miniatura
dell'Europa, amplifica al rialzo e al ribasso tutto ciò che accade nel complesso. Dal punto di vista
dell'investitore, si può puntare sugli effetti di breve del Qe e cercare esposizione sul mercato italiano per
giocarsi il beta (la capacità di amplificare, appunto, i movimenti generali, Ndr). Se invece si vuole guardare
più sul lungo periodo, meglio puntare su società che hanno vantaggi competitivi tali da permettere loro di
attraversare fasi di mercato diverse».
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Dove andranno i flussi liberati dal Qe di Draghi
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Banca Finanza - N.2 - febbraio 2015
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Il braccio finanziario dello stato
Dal l'Ansa Ido a Uva, da Telecom ai fondi sovrani, la Cdp è sempre più coinvolta nei dossier più strategici
dell'industria italiana.
• GIAN MARIA DE FRANCESCO
Una banca "diversa" e potentissima oppure una nuova Iri che si ripresenta in altre forme? È difficile dare una
definizione precisa della Cassa depositi e prestiti (Cdp) che ne misuri esclusivamente la forza finanziaria
perché non c'è operazione portata avanti dall'istituto guidato dal presidente Franco Bassanini e
dall'amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini per la quale non si possa trovare un risvolto "politico".
Basti pensare che il governo sta studiando la modalità per coinvolgerla nel salvataggio dell'Uva di Taranto
con nazionalizzazione temporanea. Senza contare che sono anni che nel momento in cui si parla della
possibilità di scorporare e valorizzare la rete di Telecom Italia oppure di investire sulla fibra ottica, anche qui
compare il nome della Cdp. Si vuole puntare sull'attrazione di investimenti esteri? Ecco che i fondi della
Cassa entrano in campo per stringere partnership ad hoc con i grandi sovereign funds asiatici. Tanto che c'è
chi malignamente afferma che il vero fondo sovrano italiano sia proprio la Cdp. E il tanto sbandierato piano
Juncker da 325 miliardi per rilanciare la crescita in Europa? Visto che gli stati sono piegati dalla crisi, l'idea
della Commissione Uè è coinvolgere le singole Casse nazionali, Cdp inclusa. I NUMERI La Cassa, grazie alla
riforma di una decina d'anni fa, ha cessato di essere un ente totalmente pubblico in mano al Tesoro e si è
aperta ai soci esterni che, però, un legame con la politica lo mantengono: il 18,4% è delle fondazioni di
origine bancaria tra le quali un ruolo primario è svolto dal presidente di Cariplo e Acri, Giuseppe Guzzetti. Al
ministero dell'Economia è rimasto l'80,l% (le azioni proprie sono l'I,5%). Quest'ultimo sceglie l'amministratore
delegato, l'ex Intesa e Mittel, Gorno Tempini, mentre gli enti nominano il presidente: il giurista ed ex ministro
Bassanini. L'attivo patrimoniale allo scorso 30 giugno si attestava a 344 miliardi (+8,3% su fine 2013), il triplo
del valore della "vecchia" Iri nel 1983. Un piccolo problema è rappresentato dal fatto che il patrimonio netto
sia leggermente inferiore al valore delle partecipazioni (20,5 contro 26,7 miliardi), una circostanza
normalmente vietata a una banca commerciale. L'utile tuttavia è calato del 31% a 981 milioni. Ma, come
detto, la Cdp è un po' "speciale": il core business è il collocamento dei libretti di risparmio e dei buoni fruttiferi
presso gli sportelli postali: un affare da 244,8 miliardi nei primi sei mesi del 2014. Gli impieghi, invece, sono
rappresentati dai finanziamenti agli enti pubblici per consentire loro di infrastrutturarsi. Successivamente alla
riforma, l'oggetto sociale è stato esteso al «sostegno dell'economia e del sistema imprenditoriale nazionale».
Da una parte tramite la creazione del Fondo strategico italiano (Fsi), guidato dall'ex Merrill Lynch Maurizio
Tamagnini, che opera acquisendo quote di imprese di "rilevante interesse nazionale", in equilibrio economicofinanziario e con prospettive significative di redditività e di sviluppo. Inoltre la Cdp ha progressivamente
"sostituito" le banche finanziando più di 100 mila Pmi, con un erogato alle imprese che ormai supera gli
impieghi allo stato (oltre 6 miliardi contro 1,8). In ogni caso, il Roe ha raggiunto il 13%, mentre l'incidenza
delle sofferenze sul totale degli impieghi è dello 0,3 per cento. «Nell'ultimo piano industriale», ha affermato
l'amministratore delegato, «Cdp continuerà a fecalizzarsi sui motori sani dello sviluppo e mobilitando risorse
fino a circa 90 miliardi di euro». Senza contare che, dal 2009, sono state impiegate risorse per 58 miliardi, in
maggioranza destinate alle Pmi. «Nel corso del 2015 ne faremo una terza versione», ha dichiarato ricordando
come «il nostro ruolo sulle imprese è figlio della crisi e del ruolo anticiclico che si è voluto dare a Cdp». Lo
stesso discorso vale per il coinvolgimento nel piano Juncker per il quale gli stati Uè metteranno solo 21
miliardi su 325 attesi di investimenti nelle infrastrutture. «Le casse dei vari stati europei potrebbero potenziare
i finanziamenti», ha detto Bassanini ricordando che nel prossimo incontro con il vicepresidente e commissario
agli Affari economici, Jyrki Katainen, «studieremo forme di coinvolgimento delle casse, oltre al ruolo centrale
della Bei». TORNANO LE PARTECIPAZIONI STATALI? Nel portafoglio di Cdp ci sono i pacchetti di controllo
di tre blue chip di stato: Eni (25,76%), Terna (29,85%) e Snam (32,38%). Queste ultime sono controllate
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INTERVISTA CASSA DEPOSITI E PRESTITI TRADIZIONE E INNOVAZIONE Protagonisti
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attraverso la scatola Cdp Reti che detiene il 28,98% di Snam e il 29,8% di Terna. A fine luglio è stato venduto
a State grid corporation of China il 35% della holding per circa 2 miliardi di euro. Così come non bisogna
dimenticare che attraverso il 100% di Fintecna, Cdp detiene il 72,5% di Fincantieri, sbarcata a Piazza Affari
da un anno e mezzo. «Vendere una minoranza di una società non quotata a premio rispetto al valore di
Borsa delle partecipazioni è un affare e poi il controllo resta saldamente in mani italiane», ha osservato
Bassanini. Il problema, ora, è comprendere come mai una società pubblica abbia accumulato tutte queste
quote. C'è chi dice che siano 250, chi addirittura 300. Non è una questione di trasparenza, ma di estensione
del gruppo. Come si evince dalla natura molto strategica delle partecipate, lo stato grazie alla Cdp ha potuto
dismettere alcune quote e tenere i parametri del deficit sotto controllo (per quanto Cdp, in questi casi,
recuperi liquidità tramite la cessione di titoli di stato). Insomma, i governi hanno privatizzato parzialmente
senza svendere a investitori esteri. Inoltre la Cdp ha consentito allo stato di tenere un piede dentro alcuni
comparti di interesse. In primo luogo, tramite Fsi è stato possibile "sgravare" in parte Finmeccanica, altra
holding pubblica, delle perdite di Ansaldo Energia e valorizzarla con la cessione del 40% a Shanghai Electric
per 400 milioni. Lo stesso vale per Metroweb di cui Fsi e il "gemello" F2i hanno complessivamente il 100%. In
pratica lo stato si è riservato un potere di interdizione nella strategia per l'installazione di rete in fibra.
Analogamente i fondi hanno consentito di stringere partnership internazionali non solo con la Cina ma anche
con Russia, Qatar e Kuwait (il fondo sovrano dell'emirato è socio di minoranza di Fsi). Qual è la ragione di
tutto questo? Probabilmente anche quella di svolgere un ruolo di supplenza, al posto dello stato. Per
esempio, tra gli asset di Fsi c'è Sia, la società per l'automazione bancaria, di cui il 59% è stato rilevato a fine
2013 assieme ad altri partner dai vecchi proprietari: le principali banche italiane così hanno potuto usufruire di
un cachet nella tragedia delle rettifiche sui crediti deteriorati. E lo stesso vale per la quota detenuta da
Bankitalia in Generali, scambiata per evitare che Via Nazionale potesse avere problemi di conflitti di
interesse, visto che l'Ivass è passata da qualche tempo sotto la sua ala. Una supplenza a 360 gradi, anche
sulla questione delle cosiddette "politiche industriali". Bisogna promuovere il turismo come volano del made in
Italy? E Fsi acquista, assieme al partner kuwaitiano, il 23% del gruppo internazionale Rocco Forte hotels per
76 milioni. ILVA E BANDA LARGA, NODI STRATEGICI Insomma, quando c'è un problema si tende a
pensare a Cdp come se fosse Wolf di Pulp Fiction. Lo statuto della cassa non consente di entrare in aziende
in perdita, come detto. Eppure per risolvere il pasticcio dell'Uva, il governo Renzi pensa proprio a Bassanini &
C. Anche Ansaldo Energia ha visto un intervento sulla carta "anomalo", ma qui la situazione è più complessa.
«Stiamo dando tutto il nostro contributo, in termini di tempo, persone per sviluppare il progetto», ha dichiarato
Gorno Tempini precisando che nel caso fossero individuate «forme di supporto a garanzie del nostro
impiego, lo scenario potrebbe cambiare». In ogni caso, «il coinvolgimento dei correntisti postali sarà nullo
perché a intervenire sarà l'altra controllata Fintecna che non ha nessun legame con il risparmio». In ogni
caso, bisognerà trovare il modo per entrare sul campo e aspettare che i commissari scorporino la bad
company e possano utilizzare i circa 2 miliardi messi a disposizione dal governo. Il discorso relativo alla
banda ultralarga è decisamente meno triste, ma evidenzia ugualmente alcune carenze strutturali
dell'economia italiana. Bassanini ha adombrato «una Metroweb in grado di investire molto nel potenziamento
e nella realizzazione dell'infrastruttura di rete di nuova generazione». Un progetto che non può non essere
condiviso con gli altri operatori, a cominciare da Telecom Italia e finendo con Vodafone, Fastweb e
Wind/Infostrada. A favore della costituzione di un veicolo che comprenda operatori e la Cdp si sono schierati
tutti tranne Telecom il cui amministratore delegato Marco Patuano ritiene possibile gestire il passaggio
tecnologico con la vecchia rete in rame. Perplessità comprensibili considerato che la rete è l'asset principale
della società. E dire che due anni fa, quando sembrava che si procedesse allo scorporo, proprio la Cdp, con
Bassanini, si era detta disponibile a darle una mano. • DUE AZIONISTI Dopo l'apertura ai privati, il 18,4%
della Cdp è finito sotto il controllo delle fondazioni bancarie, mentre al ministero dell'Economia è rimasto
l'80,l%. Quest'ultimo sceglie l'amministratore delegato (attualmente Giovanni Gorno Tempini, in basso a
sinistra), mentre gli enti nominano il presidente: l'ex ministro Franco Bassanini (sotto).
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FUTURO NELL'ILVA? Lo statuto della Cdp non consente di entrare in aziende in perdita. Eppure per
risolvere il pasticcio dell'Uva, il governo Renzi pensa di coinvolgere l'istituto presieduto da Franco Bassanini.
ECONOMIA REALE Dopo la riforma, l'oggetto sociale della Cassa depositi e prestiti è stato esteso al
«sostegno dell'economia e del sistema imprenditoriale nazionale». Da una parte tramite la creazione del
Fondo strategico italiano (Fsi), guidato dall'ex Merrill Lynch Maurizio Tamagnini, a lato, che opera acquisendo
quote di imprese di "rilevante interesse nazionale".
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