Programma Triennale di Ricerca Agricola, Agroambientale, Agroalimentare ed Agroindustriale della Regione Lazio PRAL 2003-2005 U.O.: Dipartimento di Produzioni Animali Università degli Studi della Tuscia Relazione tecnico-scientifica Programma di ricerca 2003/25 SVILUPPO DI LEGUMINOSE DA GRANELLA PER ALIMENTAZIONE ZOOTECNICA DA INSERIRE IN AVVICENDAMENTI COLTURALI ECOSOSTENIBILI NELL'ITALIA CENTRALE Area tematica 8.1: Qualità della vita e gestione delle risorse del vivente Azione chiave : 8.1 b Agricoltura sostenibile, pesca, foreste e sviluppo integrato delle aree rurali, incluse aree di montagna Responsabile dell’U.O. Prof. Bruno Ronchi I INDICE LISTA DELLE ABBREVIAZIONI ............................................................................................................................ III 1. INTRODUZIONE E OBIETTIVI DELLA SPERIMENTAZIONE ....................................................... 1 1.1. GENERALITÀ E CARATTERI NUTRIZIONALI DI DUE LEGUMINOSE TRADIZIONALI .................................... 3 1.1.1. Il cece (Cicer arietinum L.) ............................................................................................................. 3 1.1.2. Il lupino azzurro (Lupinus angustifolius L.) .................................................................................... 4 1.2. PRINCIPALI FATTORI ANTINUTRIZIONALI E METODICHE ANALITICHE .................................................... 5 1.3. OBIETTIVI DELLA SPERIMENTAZIONE .................................................................................................... 7 2. MATERIALE E METODI.......................................................................................................................... 8 2.1. 2.2. PRETRATTAMENTO DEI CAMPIONI DI CECE E LUPINO ............................................................................. 8 METODICHE ANALITICHE PER LA DETERMINAZIONE QUANTITATIVA DEI COSTITUENTI CHIMICI DEGLI ALIMENTI ............................................................................................................................................................. 9 2.3. METODICA ANALITICA PER LA DETERMINAZIONE DEL PROFILO AMINOACIDICO .................................... 9 2.4. METODICHE ANALITICHE PER LA DETERMINAZIONE QUANTITATIVA DEI FATTORI ANTINUTRIZIONALI 13 2.5. METODICA ANALITICA IN VITRO PER LA VALUTAZIONE DELLA FERMENTESCIBILITÀ .......................... 19 2.6. ANALISI STATISTICA ........................................................................................................................... 19 3. RISULTATI ............................................................................................................................................... 20 3.1 CECE ........................................................................................................................................................ 20 3.1.1 Costituzione chimica centesimale .................................................................................................. 20 3.1.2 Composizione aminoacidica delle proteine ................................................................................... 24 3.1.3 Contenuto in fattori antinutrizionali .............................................................................................. 26 3.1.4 Fermentescibilità ........................................................................................................................... 32 3.2 LUPINO AZZURRO..................................................................................................................................... 37 3.2.1 Costituzione chimica centesimale .................................................................................................. 37 3.2.2 Composizione aminoacidica delle proteine ................................................................................... 41 3.2.3 Contenuto in fattori antinutrizionali .............................................................................................. 43 3.2.4 Fermentescibilità ........................................................................................................................... 45 4 CONSIDERAZIONI FINALI E CONCLUSIONI .................................................................................. 50 BIBLIOGRAFIA ................................................................................................................................................. 55 II Lista delle abbreviazioni ADF Fibra al detergente acido/Acid Detergent Fiber ADL CEN/ASH Lignina al detergente acido/Acid Detergent Lignin Fibra al detergente neutro saggiata con amilasi e espressa sulle ceneri reside/Neutral detergent fibre assayed with a heat stable amylase and expressed exclusive of residual ash Ceneri/Ash dSO/OMd Digeribilità della Sostanza Organica/Organic Matter Digestibility EE Estratto Etereo/Ether Extract EI/NFE Estrattivi inazotati/Nitrogen Free Extract EL/GE Energia Lorda/Gross Energy EM/ME Energia Metabolizzabile/Metabolizable Energy FG/CF Fibra Grezza/Crude Fiber LOD Limit of Detection LOQ Limit of Quantification NDF Fibra al detergente neutro/Neutral Detergent Fiber PDI Proteine digeribili intestinali/Intestinal digestible protein PDIA PG/CP Proteine digeribili intestinali della dieta/Intestinal Digestible Protein of Dietary PDIA+PDI della proteina microbica provenienti dalla sostanza organica fermentata/PDIA+PDI supplied by microbial protein from rumen-fermented organic matter PDIA+PDI fornite dalle proteine microbiche dovute all’N degradato nel rumine/PDIA+PDI supplied by microbial protein from rumen-degraded protein Proteina Grezza/Crude Protein RDP Proteine rumine degradabili/Rumen Degradable Protein SS/DM Sostanza Secca/Dry Matter UDP Proteine rumine indegradabili/Undegradable Rumen Protein UFL Unità Foraggera Latte/Feed Unit of Lactation UFV Unità Foraggera Carne/Feed Unit of Maintenance and Meat Production aNDFom PDIE PDIN III 1. INTRODUZIONE E OBIETTIVI DELLA SPERIMENTAZIONE La nutrizione proteica degli animali di interesse zootecnico risulta di fondamentale importanza, non solo per il miglioramento della produttività e della redditività ma anche per limitare l’impatto ambientale degli allevamenti. I concentrati più frequentemente utilizzati in zootecnia, quali apportatori di proteina nella razione, sono i semi e i sottoprodotti di piante prevalentemente appartenenti alla Famiglia delle leguminose (soia, pisello e altre leguminose minori) e semi interi o sottoprodotti degli stessi di altre specie botaniche. Tra i più usati cotone, girasole, lino, colza e derivati proteici di cereali, quali i vari tipi di glutine. L`impiego di diverse materie prime a livello di razione, avviene in funzione principalmente dei seguenti parametri: - livello produttivo dell`animale; - fabbisogni proteici degli animali in funzione dello stato fisiologico; - quantità di proteina contenuta nei singoli alimenti; - quantità massima utilizzabile all`interno della razione di ogni singolo alimento; - valore biologico, ovvero qualità nutrizionale della proteina apportata dai singoli alimenti; - costo delle varie materie prime; - disponibilità aziendale delle varie materie prime; - facilità di reperimento, stoccaggio e conservabilità dei singoli alimenti. Alla luce di quanto sopra esposto, le scelte attuabili a livello aziendale sono diverse e funzione di una molteplicità di circostanze, per le quali è difficile indicare una soluzione univoca ottimale per un corretto razionamento. Prendendo, a titolo esemplificativo, i fabbisogni medi della bovina da latte durante la lattazione, generalmente riassumibili in un tenore in proteina greggia tra il 16 e il 18% della sostanza secca della razione, sembra che l’assunzione di azoto (quindi di proteina) da parte dell’animale non sia generalmente influenzata dalla fonte delle proteine stesse. L`uso di fonti diverse o alternative non dovrebbe pertanto generare problemi in allevamento (salvo inconvenienti dovuti alla presenza di fattori antinutrizionali o di sostanze indesiderate contenute negli stessi alimenti). Un aumento del tenore proteico della razione sino a valori del 22% in proteina greggia, produce un incremento della produzione di latte (NRC, 2001). Va inoltre detto che la capacità d’ingestione degli animali tende ad aumentare in dipendenza del tenore in proteine. A queste considerazioni vanno contrapposte quelle di carattere economico legate al costo della proteina e all’inquinamento ambientale, dovuto alla maggiore escrezione azotata. In aggiunta è stato dimostrato come in diete correttamente bilanciate con buone capacità d’ingestione degli animali ed elevati standard qualitativi degli alimenti utilizzati, non si notano effetti negativi sulle produzioni di lat- 1 te con razioni anche a moderato (per non dire basso) contenuto in proteine (15% di PG nella razione) (Groff e Wu, 2005). Nelle stesse il bilanciamento aminoacidico risulta importante. Un`ulteriore considerazione va formulata rispetto alla degradabilità ruminale delle proteine; essa è una caratteristica di ogni alimento e dipende dall’ammontare delle singole frazioni proteiche. Processi tecnologici, quali l`applicazione di calore, tendono a aumentare la quota di proteina by-pass1 a livello ruminale, ma anche a rendere meno disponibili aminoacidi essenziali come la lisina, fenomeno indesiderato che determina un minor valore biologico della proteina metabolizzabile. Per quanto concerne le proteaginose, la soia resta tutt’oggi la principale fonte di approvvigionamento nella forma di farina d`estrazione. Il profilo aminoacidico della soia è notoriamente ad elevato valore biologico, almeno rispetto a quello di altre fonti proteiche vegetali. Sfruttando le capacità detossificanti del rumine, nei contronti dei fattori antinutrizionali, diversamente che per i monogastrici, sussiste la possibilità di impiego del seme non trattato termicamente. In questo modo si viene a fornire anche una quota d`energia sotto forma di lipidi. Altre forme in cui si può utilizzare la soia sono i fiocchi che, per il modesto trattamento termico subito, possiedono una buona quantità di proteina degradabile e la soia estrusa il cui trattamento termico più intenso produce una maggiore quota di proteina by-pass. In entrambi i casi occorre porre attenzione alla conservabilità, soprattutto in ordine alla frazione lipidica, che potrebbe essere suscettibile di fenomeni di irrancidimento. Questa problematica è invece molto più modesta a carico della farina d`estrazione che contiene un bassissimo tenore di lipidi. Tra le altre proteaginose una buona fonte di proteina by-pass e di energia è indubbiamente il cotone-seme. Possono anche essere utilizzati panelli o farine d`estrazione di lino, colza, girasole rispetto ai quali, trattandosi di semi frantumati sensibili all`ossidazione, occorre sempre porre grande attenzione alla qualità della materia prima. Rispetto al tenore proteico, grandi differenze si notano prevalentemente in funzione dell`intensità del trattamento termico, che determina variazioni della degradabilità ruminale e della disponibilità di aminoacidi essenziali. L’impiego di altre proteaginose (favino, pisello proteico, lenticchia, cicerchia, cece, lupino, ecc.) nel razionamento animale, pur se oggetto di diverse trattazioni scientifiche e tecniche che ne dimostrano l’importanza, valutandone parametri nutrizionali, modalità di somministrazione e percentuali di inclusione nella dieta per le diverse specie animali, ha trovato difficoltà di sviluppo principalmente per la mancanza di quantitativi idonei ad una espansione di massa. La necessità di reperimento di fonti proteiche alternative sorte per effetto della BSE e del timore di effetti non definiti dei prodotti transgenici (tra cui la soia, principale fonte di proteine per l’industria mangimistica), ha tuttavia riattivato l’interesse per queste colture. Tra le prospettive di rilancio delle leguminose da granella in Italia, si può annoverare, quindi, la crescente richiesta da parte dei consumatori di carni biologiche, provenienti da allevamenti zootecnici condotti secondo precise prescrizioni tecniche. In tale nuovo contesto, l’alimentazione del bestia1 Proteine che passano intatte dalla distruzione microbica del rumine ed arrivano integre all’intestino, dove sono assorbite ed utilizzate tali e quali dall’animale e non utilizzati dai batteri. 2 me assume importanza strategica, in quanto la normativa che regola il settore, a partire dal Regolamento CE 1804/1999 ed i successivi Decreti e Leggi di recepimento, prevedono l’utilizzo esclusivo di erbe, mangimi e foraggi di provenienza aziendale o extraziendale ottenuti con le metodologie dell’agricoltura biologica, vietando, parallelamente, il ricorso a fonti alimentari di origine animale. Le leguminose, e le proteaginose da granella in particolare, sono quindi una importante fonte di energia ed aminoacidi nelle diete utilizzate nell’alimentazione animale, in particolar modo per i monogastrici (James et al., 2005). Tali alimenti sono caratterizzati, come ampiamente riportato nei capitoli successivi, da un notevole contenuto di proteine ma, parallelamente, la loro inclusione nella dieta può essere limitata dalla presenza di fattori antinutrizionali endogeni del seme, potenzialmente in grado di produrre effetti biologici negativi negli animali. Tuttavia alcuni lavori scientifici recenti dimostrano l’effetto positivo di alcune sostanze, considerate storicamente con antinutrizionali, sulla produttività degli animali di interesse zootecnico. È il caso, ad esempio, dei tannini condensati (proantocianidine), metaboliti secondari dei vegetali, che per la loro capacità di legare le proteine e renderle indisponibili per la nutrizione erano considerati per lo più deleteri per le performances degli animali. Negli ultimi anni l’incremento delle conoscenze sui processi digestivi dei ruminanti, ha permesso di considerare questi composti come benefici, soprattutto nelle diete e/o pascoli ad elevato contenuto proteico e povere in fibra, sia per la loro azione di attenuazione della degradabilità delle proteine, sia per l’azione contro i parassiti gastro-intestinali e, non da ultimo, la riduzione delle emissioni di metano dovuto alle fermentazioni ruminali (Waghorn, 2008). 1.1. Generalità e caratteri nutrizionali di due leguminose tradizionali 1.1.1. Il cece (Cicer arietinum L.) Note nutrizionali Il cece è utilizzato in quasi tutte le parti del mondo sia per l’alimentazione umana sia animale; il suo discreto valore nutrizionale è dovuto essenzialmente alla cospicua presenza di proteine (22% circa) di vitamine del gruppo B (tiamina, riboflavina e niacina), amminoacidi essenziali (lisina in particolar modo – 1,32%) (Piccioni, 1979) e sali minerali (ferro, zinco e calcio) (Carnovale et al., 1987) Assume un ruolo primario nella dieta alimentare di molti paesi in via di sviluppo rappresentando un valido sostituto della carne tanto da assumere, come altre leguminose, l’appellativo di “carne dei poveri”. In generale si può affermare che il cece, insieme ad altri legumi, ha un’importante funzione di regolazione del metabolismo lipidico e glucidico, oltre che dell’attività gastro-intestinale, in funzione della presenza di carboidrati complessi (amido e fibra) oltre che di costituenti minori (Jenkins et al., 1980; Crapo, 1985). 3 Interessante è il contenuto di lipidi, notevolmente più elevato di quello di altri legumi (fava, pisello, fagiolo) nei quali si aggira intorno all’1-2 %, responsabili del caratteristico sapore e di alcune sue caratteristiche tecnologiche (Carnovale et al., 1987). Per quanto riguarda i carboidrati solubili, essi comprendono il saccarosio ed il glucosio, nonché gli zuccheri responsabili della flautolenza (raffinosio, stachiosio e verbascosio). Il profilo aminoacidico è simile a quello caratteristico dei legumi, con un alto contenuto in lisina ed un basso contenuto in amminoacidi solforati, particolarmente adatto alla complementazione con i cereali. L’impiego del cece per l’alimentazione animale può assumere il ruolo di sostituto parziale degli altri alimenti proteici di origine vegetale (prima fra tutti la soia) (Hadjipanayiotou, 2002; Salgado et al., 2001), sia per la sua importanza nutrizionale che per il basso costo di produzione (Clemente et al., 1998). A fronte di un alto valore nutritivo dovuto all’elevata presenza di proteine, la digeribilità della fibra e dell’amido del cece può risultare ridotta, in particolar modo nei monogastrici (Bengala-Freire et al., 1991); la presenza inoltre di fattori antinutrizionali quali tannini, inibitori di proteasi, lectine, glicosidi cianogenici, saponine, ecc., può alterare/ridurre l’assorbimento di molti elementi nutritivi e/o cagionare danni fisiologici diretti e indiretti agli animali. Questo argomento verrà affrontato in modo più approfondito nei capitoli successivi. Differenze abbastanza evidenti nella composizione chimica e nel valore nutrizionale, sono state rilevate tra le due principali linee (Desi e Kabuli) coltivate (Salgado et al., 2001). 1.1.2. Il lupino azzurro (Lupinus angustifolius L.) Specie di lupino selvatico e parzialmente addomesticato vennero coltivate migliaia di anni fa, sia nell’area del Mediterraneo, come testimoniano i ritrovamenti dei semi nelle tombe dei Faraoni, che nelle zone andine del Sud America, prima del Regno Inca. La coltivazione del lupino fu praticata anche da Greci e Romani, come testimoniano le opere degli antichi scrittori, tra cui il poeta Virgilio (7019 DC) e Plinio il Vecchio (c. 23-79 AC). L’etimologia del nome si fa risalire al greco “sapore amaro”, in allusione al sapore dei semi, dovuto alla presenza di alcaloidi acri, sgradevoli e tossici, che venivano rimossi bollendo e mettendo a bagno ripetutamente i semi prima del loro consumo. Fu non prima del 1900 che le originarie specie di lupino vennero sostituite da specie “dolci” a basso contenuto di alcaloidi, grazie agli studi condotti da Reinhold von Sengbusch (1898-1986) che mise a punto un metodo semplice e rapido per la selezione di vaste popolazioni di piante, sulla base del contenuto di alcaloidi. Egli selezionò le prime cultivars di lupino giallo e azzurro a basso contenuto di alcaloidi fin dal 1928, partendo da mutanti delle specie amare. Fino ad allora il lupino amaro era diffuso nell’Europa meridionale e nel Nord Africa; venne introdotto nell’Europa settentrionale nel 1781 quando Federico il Grande di Prussia inviò semi di lupino dall’Italia nel Nord della Germania, 4 per migliorarne la fertilità del suolo. Il lupino giallo venne ampiamente coltivato sul suolo sabbioso e acido delle pianure costiere dei Balcani, dopo il 1860, e divenne importante anche nell’industria Sassone della lana Merinos, finché un avvelenamento da lupinosi (malattia causata dal fungo Phomopsis leptostromiformis che attacca le parti verdi della pianta) causò la morte di numerose pecore. Note nutrizionali Il lupino, utilizzato principalmente come farina di semi, è anch’esso apprezzato per l’elevato contenuto proteico (30 % di P.G.) e risulta in crescente espansione in Europa. Il problema principale per l’alimentazione animale è l’alto contenuto in alcaloidi tossici (lupanina, sparteina, lupinina, isolupanina, angustifolina, L-17-idrossilupanina) (fino a 20 g/kg in alcune varietà amare) e il rivestimento eccessivamente fibroso del seme che ha effetti negativi sulla digeribilità, specialmente nei monogastrici. La farina può avere un contenuto in EM di 11,5 MJ/kg s.s. per i polli e di 13,2 MJ/Kg s.s. per i ruminanti; il contenuto in energia digeribile per i suini risulta pari a 17,3 MJ/Kg di s.s. (McDonald et al., 1992). Il contenuto in aminoacidi non è molto equilibrato e le diete che contengono notevoli quantità di queste farine possono essere carenti in metionina, che ne rappresenta il primo aminoacido limitante, seguita da cistina, valina e triptofano. La massima quantità di inclusione nella dieta per ruminanti è di 15 kg per 100 kg di razione, mentre nei mangimi per polli e suini la farina di lupini può essere impiegata in ragione di 10 kg/100 kg di razione e di 50 kg /100 kg di razione per i giovani suinetti ed i broilers. Inoltre a causa della rapida ossidazione dei grassi che contengono, le farine devono essere utilizzate immediatamente o protette da antiossidanti (McDonald et al, 1992). 1.2. Principali fattori antinutrizionali e metodiche analitiche Decisivo, per la qualità nutrizionale dei legumi, risulta il contenuto in fattori antinutrizionali, sostanze che così come tali o attraverso loro metaboliti, interferiscono con l'utilizzazione degli alimenti, influenzando la salute e, nel settore zootecnico, la produzione animale. Una prima distinzione può permettere di suddividere i fattori antinutrizionali in intrinseci all'alimento ed in acquisiti. I primi si riferiscono a molecole naturalmente presenti negli alimenti e sotto controllo genetico; i secondi sono acquisiti dall'alimento dall'ambiente, sia pure più o meno favoriti da una naturale predisposizione. Gli antinutrizionali possono essere classificati in quattro gruppi (De Lange et al., 2000): - fattori che influenzano l'utilizzazione e la digestione delle proteine: tannini, inibitori delle proteasi, lectine e saponine; - fattori hanno effetti negativi sulla digestione dei carboidrati (inibitori dell’amilosio, composti polifenolici, fattori responsabili della flautolenza); - fattori che influenzano l'utilizzazione dei minerali: fitati, ossalati, glucosinolati; - antivitaminici; - fattori che stimolano la risposta immunitaria (proteine antigeniche) 5 - fattori con attività varia: micotossine, mimosine, cianogeni, nitrati, alcaloidi, agenti fotosensibilizzanti, fitoestrogeni. Come rilevato da diversi studiosi la presenza di fattori antinutrizionali nei diversi alimenti è estremamente varia, anche all’interno di una stessa varietà (Huisman e Tolman, 1992; Jansman, 1993; Bell, 1993). La tabella seguente (Tab. 1) riassume i principali effetti sui monogastrici dei fattori antinutrizionali elencati in precedenza, con una panoramica generale sugli altri antinutrizionali che possono creare problemi alla produzione animale (De Lange et al., 2000). Tab. 1 - Principali effetti dei fattori antinutrizionali sui monogastrici in vivo Fattore antinutrizionale Effetto (in vivo) - Precipitazione di minerali e proteine Acido Fitico - Riduzione dell’assorbimento di minerali - Ipocalcemia Acido Ossalico - Gastroenteriti - Danni renali - Disturbi neurologici Alcaloidi - Riduzione dell’appetibilità Fattori della flautolenza - Disagio gastrointestinale - Alterazione dell’attività tiroidea (gozzo e cretinismo) Glicosidi cianogenici - Interazione con il ciclo del selenio - Gozzo, soppressione della produzione di T3 e T4 Glucosinolati - Lesioni nel fegato e nei reni - Anemia dovuta alla precipitazione del Ferro Gossipolo - Riduzione del peso delle uova - Precipitazione con l’amilasi dei secreti salivari e pancreatici Inibitori dell’alfa-amilasi - Riduzione della disponibilità di amido - Riduzione dell’attività della (chimo-) tripsina Inibitori delle proteasi (tripsina e chimo- Ipertrofia del pancreas tripsina) - Decremento della digestione - Danneggiamento della parete intestinale - Reazioni immunologiche Lectine - Alterazione dell’assorbimento dei nutrienti - Incremento della sintesi delle proteine delle mucose - Tossicità metabolica - Danneggiamento della parete intestinale Proteine antigeniche - Risposta immunitaria - Emolisi Saponine - Permeabilità intestinale Sinapine - Odore di pesce nelle uova - Precipitazione con enzimi e proteine alimentari Tannini e composti polifenolici - Riduzione della digeribilità proteica - Anemia emolitica Vicina/Convicina - Interferenza con la fertilità e covabilità delle uova 6 1.3. Obiettivi della sperimentazione Con il presente studio sono stati sottoposti a prove e valutazioni di laboratorio due varietà di cece e un qualificato gruppo di genotipi di lupino azzurro identificati dalle altre UU.OO., determinandone la composizione chimica centesimale, il profilo aminoacidico delle proteine ed i principali fattori antinutrizionali eventualmente presenti nelle relative granelle. Tale studio aveva la finalità di fornire indicazioni per selezionare le linee genetiche più meritevoli di maggiori approfondimenti in ambito agronomico e zootecnico, nonché al fine di determinare l’optimum di inclusione nella dieta dei ruminanti. A questo proposito è utile notare che lo stato delle conoscenze sulle proprietà nutrizionali di queste proteaginose, soprattutto in ambito zootecnico, appaiono frammentarie, soprattutto se messe in relazione con il possibile effetto antinutrizionale di alcuni composti presenti nei semi. Ancor più lacunose appaiono le metodiche analitiche messe a punto per la loro determinazione, soprattutto per quel che riguarda tannini e lectine (De Lange et al., 2000). Il presente studio si propone quali obiettivi: a) la determinazione della composizione chimica centesimale (umidità, sostanza secca, proteina grezza, estratto etereo, fibra grezza, frazioni della fibra secondo Van Soest NDF, ADF, ADL e ceneri); b) la valutazione della composizione aminoacidica delle proteine; c) la determinazione dei principali fattori antinutrizionali (glicosidi cianogenici, inibitori della tripsina, tannini totali e condensati). Inoltre sono stati determinati fitati e αgalattosidi, non previsti dal programma di ricerca finanziato. d) prove in vitro per la valutazione della fermentescibilità ruminale. I dati analitici ottenuti sono stati confrontati mediante test statistici per individuare differenze tra le specie/linee genetiche, epoche e densità di semina, al fine di discriminare le condizioni ottimali di coltivazione. 7 2. MATERIALE E METODI La sperimentazione, condotta in collaborazione con le altre U.O. coinvolte nel progetto, ha riguardato la quantificazione delle componenti nutrizionali ed antinutrizionali di granelle di due varietà di cece e alcune linee genetiche di lupino azzurro derivanti dalla sperimentazione condotta dall’U.O. 1 (Dipartimento Biotecnologie, Agroindustria e Protezione della Salute – ENEA C.R. Casaccia) e dall’U.O. 2 (Dipartimento di Produzione Vegetale, Università degli Studi della Tuscia – Viterbo), nonché la valutazione della degradabilità, della digeribilità e della fermentescibilità tramite prove in vitro. Le prove agronomiche, meglio descritte nella relazione del’U.O. 2, hanno previsto 3 epoche nel 2007 e nel 2008 (Dicembre, Gennaio e Marzo, rispettivamente denominate di seguito E1, E2 ed E3) e 4 densità di semina nel 2008 (40 piante/m2, 55 piante/m2, 70 piante/m2 e 85 piante/m2, rispettivamente denominate di seguito D1, D2, D3 e D4). Per eventi meteorici avversi il raccolto dell’epoca di semina E2 del 2008 è andato perduto. In una prima fase di screening e messa a punto delle metodiche sono stati utilizzati semi di due varietà di cece (Pascià e Sultano) fornite dall’U.O. 2 (Dipartimento di Produzione Vegetale – Università degli Studi della Tuscia) e semi di 12 accessioni di lupino (20A, 18, 12A, 17B, 26A, 30A, 32A, 43A, 48A, 4A, 65-3, 50A) fornite dall’U.O. 1 (Dipartimento Biotecnologie, Agroindustria e Protezione della Salute – ENEA C.R. Casaccia) frutto di un precedente programma di miglioramento genetico diretto dall’ENEA (Bozzini, 1997), con l'obiettivo di introgressione di caratteri di domesticazione (fiore bianco, portamento determinato e indeterminato, semi dolci, precocità, resa elevata, indeiscenza del baccello e ridotto contenuto di alcaloidi) provenienti da varietà non autoctone in popolazione autoctone del Centro Italia. Nella successiva fase sono stati analizzati semi di cece e lupino provenienti dalle coltivazione delle annate agrarie 2006-2007 e 2007-2008. 2.1. Pretrattamento dei campioni di cece e lupino Ai campioni è stata assegnata una codifica alfanumerica progressiva corrispondente alle differenti specie, varietà e condizioni di prova colturale. Una parte del campione (150 g) è stato essiccato in stufa ventilata alla temperatura di 65° C fino a peso costante e successivamente macinato utilizzando un mulino a ciclone Cyclotec 1093 Sample Mill (TECATOR; Hoganas, Sweden), equipaggiato con griglia da 1 mm, avendo cura di pulire accuratamente l’apparecchiatura dopo ogni macinazione al fine di minimizzare eventuale contaminazioni tra i campioni (AOAC 950.02, 2000) La restante aliquota non è stata né essiccata né macinata in quanto alcune metodiche analitiche prevedono la macinazione in umido o poco prima della processazione. 8 2.2. Metodiche analitiche per la determinazione quantitativa dei costituenti chimici degli alimenti Sui singoli campioni sono state eseguite le analisi chimiche secondo quanto previsto dalle metodiche ASPA (Martillotti, 1987), adottando lo schema classico “Weende” per le determinazioni analitiche secondo cui la composizione chimica di un alimento è riconducibile a quella descritta nella tabella che segue (Tab. 2): Tab. 2: Schema Weende per la determinazione quantitativa dei costituenti chimici degli alimenti Tipo analisi Componenti chimici (significato) Umidità Acqua, eventuali composti volatili Sostanza Secca (gravimetria) Residuo dopo essiccazione a 65° fino a p.c. Proteina Grezza (Metodo Kijeldal) Proteine, aminoacidi, ammine, ammidi glicosidi azotati, alcune vitamine del complesso B, acidi nucleici, urea, sali d’ammonio Estratto Etereo (Soxlet) Grassi, oli, cere, pigmenti vegetali, steroidi, vitamine liposolubili Fibra Grezza (Metodo Weende) Frazioni della fibra secondo Van Soest (NDF, ADF, ADL) Ceneri (combustione) Cellulosa, emicellulose, lignina Parte della cellulosa, delle emicellulose, della lignina, zuccheri semplici, amidi, pectine, acidi inorganici, resine, tannini, alcune vitamine idrosolubili Sali ed ossidi di elementi inorganici 2.3. Metodica analitica per la determinazione del profilo aminoacidico Il metodo adottato si basa sul processo di derivatizzazione degli aminoacidi liberi mediante il carbamato eterociclico AQC2 proposto da Cohen & Michaud (1993). L’agente derivatizzante AQC è in grado di convertire sia gli aminoacidi primari che secondari in derivati ureici stabili ed altamente fluorescenti a 395 nm. La reazione di derivatizzazione porta alla presenza di 6-aminoquinoline che, tuttavia, non crea significative interferenze con l’eluizione dei derivati in HPLC. Il metodo ha trovato interessanti applicazioni per l’analisi degli alimenti in grani (Cohen & De Antonis, 1994) ed in alimenti complessi ad uso zootecnico (Liu et al., 1995). Al fine di ottenere condizioni standard di analisi a beneficio della ripetibilità e/o riproducibilità delle determinazioni, si preferisce impiegare i reagenti e la colonna HPLC resi disponibili in kit da Waters (Waters Corporation, USA). 2 6-aminoquinolyl-N-hydrossisuccinimidyl carbamate 9 La procedura di derivatizzazione pre-colonna con ACQ, prevede che il campione sia completamente idrolizzato così da consentire l’attacco dell’agente derivatizzante direttamente sui residui aminoacidici liberi. Per tale motivo il primo passaggio di trattamento del campione consiste nella macinazione fine (blending a secco per 5 min’ oppure mediante mulino a martelli attrezzato con griglia da 1 mm) e successivamente viene trattato per idrolisi acida. Nel dettaglio, a 100 ± 5 mg di campione macinato posti in un tubo pirex della capacità di 10 ml precedentemente pirolizzato a 400°C per 4 h, sono aggiunti 5 ml di HCl 6N. Dal tubo viene evacuata l’aria previo flussaggio con azoto puro (Rivoira, Italy) per 60 secondi, velocemente sigillato mediante tappo a vite con guarnizione in teflon e quindi posto in stufa termostata a 112 – 116 °C per 24 ore. Dopo il trattamento termico, i campioni idrolizzati vengono lasciati raffreddare a temperatura ambiente. Il digerito viene centrifugato a 1500 g ed un’aliquota del surnatante viene diluita con acqua ultrapura3 nel rapporto 1:50. La reazione di derivatizzazione viene condotta in ambiente basico. Le prove effettuate da Cohen & Michaud (1993) indicano che le condizioni ottimali si ottengono impiegando un tampone borato a pH 8,8 mantenendo un rapporto volumico tampone/campione pari a 4:1. Nella fattispecie il rapporto è stato ulteriormente alzato aggiungendo a 70 µl di tampone borato 10 µl di campione diluito. Quindi vengono aggiunti alla reazione 20 μl del derivatizzante (10 mM ACQ in MetCN equivalenti a ca. 3,0 mgACQ/ml in MetCN anidro). Per velocizzare la derivatizzazione della Tyr è necessario riscaldare a 55°C in bagnetto termostatato. Dopo un tempo d’incubazione di 10 min’ 10 µl di campione sono iniettati nel sistema HPLC descritto nel seguito. Il sistema HPLC impiegato per l’analisi aminoacidica, è stato così composto e settato: Degasatore: Thermo Finnigan Vacuum Degaser Pompa: ThermoFinnigan Spectrasystem P4000, quaternaria per la formazione di gradienti Colonna separativa: Waters AccQ●Tag Amino Acid Analysis Column, C18 Silica Based, 150 mm (L) x 3,9 mm (ID), 4 μm4 Solventi: H2O, MetCN e Tampone “A”5 diluito 1:6. Detector UV: ThermoFinnigan Spectrasystem UV6000, λ=254 nm Autocampionatore e settaggi tray/forno: ThermoFinnigan Spectrasystem AS3000, Ttray = 0°C; Toven = 37°C Software di gestione e calcolo: ChromQuest 3.0 Filtro precolonna: 0,2 μm Loop di caricamento da 20 μl 3 ASTM Type I, resistività specifica pari a 18,2 Mcm Cod WAT052885 - Waters Corporation, MA, USA 5 Kit Waters, cod. WAR052890 4 10 Programmazione del gradiente: Tempo (min) 0 0,5 18 19 28 35 38 47 H2O% MetCN% 0 0 0 1 0 5 0 9 0 17 40 60 0 0 0 0 Tampone A% 100 99 95 91 83 0 100 100 Flusso (ml/min’) 1,0 1,0 1,0 1,0 1,0 1,0 1,0 1,0 Tipo grad. Step finale Lineare Lineare Lineare Step finale Step finale - Per l’identificazione univoca dei diversi aminoacidi presenti nei campioni di leguminose pretrattati, si ricorre all’impiego di Stock Solution per singolo amminoacido in purezza (>99%) (Sigma, USA) alla concentrazione nominale di 100 μmol/ml in HCl 0,1 M. Nella sottostante Tabella 3 si riportano i quantitativi dei singoli aminoacidi da pesare al decimo di mg con bilancia analitica Mettler AE200 (Mettler-Toledo, Italy) e risospendere in HCl 0,1 M per ottenere la concentrazione standardizzata a 100 μmol/ml. Tab. 3 – Tabella riepilogativa della preparazione degli standard aminoacidici in purezza (Stock Solution) AMINOACIDO Alanine Arginine Asparagine Aspartic acid Cysteine Glutamic acid Glutamine Glycine Histidine Isoleucine Leucine Lysine Methionine Phenilalanine Proline Serine Threonine Tryptophan Tyrosine Valine SIGLA COD MW ALA ARG ASN ASP CYS GLU GLN GLY HIS ILE LEU LYS MET PHE PRO SER THR TRP TYR VAL A R N D C E Q G H I L K M F P S T W Y V 89 174 132 133 121 147 146 75 155 131 131 146 149 165 115 105 119 204 181 117 CONC μmol/ml 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 V ml M (mg) 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 10 89,0 174,0 132,0 133,0 121,0 147,0 146,0 75,0 155,0 131,0 131,0 146,0 149,0 165,0 115,0 105,0 119,0 204,0 181,0 117,0 Nelle Figg. 1 e 2 si riportano, a titolo d’esempio, i cromatogrammi relativi alla miscela standard di amminoacidi e cece con identificazione dei picchi cromatografici. 11 8,3 6,3 32,8 3292567 30,1 3146133 4,2 30,9 5,3 31,5 5146617 5,0 PHE ILE mAU 114656 44,2 28959 84111 38,5 TRP 0,2 38,9 8485 39,4 0,1 0,0 36,9 37,7 728998 384269 8,4 26,3 0,2 0,0 TYR 5219503 0,0 0,6 1,2 0,0 LYS VAL 2611689 MET 3012745 CYS 3939484 27,4 3451942 PRO ALA 0,4 LEU 26,0 5,2 23,3 5,6 5,7 21,2 3262353 3,4 21,9 3541908 3511305 20,6 ARG 2134787 THR 1,4 0,6 18,3 1,2 NH3 GLU 0,8 889009 HYS SER 747501 1733807 1595406 ASP 2,6 136772211,4 0,2 AMQ 1626990 mAU 0,4 12,8 3108749 2,2 0,6 17,3 14,3 5,0 14,8 3358878 2,6 15,6 4310119 2,8 16,1 5,4 16,6 GLY 6,9 0,8 5,5 P4000 - Solvent: MetCN 4,8 27,9 UV6000-254nm Name Area Retention Time Area Percent -0,2 10,0 12,5 15,0 17,5 20,0 22,5 -0,2 25,0 27,5 30,0 32,5 35,0 37,5 40,0 42,5 45,0 Minutes Fig. 1 – Cromatogramma di una miscela standard di aminoacidi (V inj. 5 μl) UV6000-254nm 5 10 30,1 632191 4,5 m AU PH E 359585 32,8 31,0 328735 0,4 0,3 M ET 27,9 21217 0,00 29,2 26,1 26697 4,6 504521 326604 0,7 TYR 1,6 27,4 26,3 C YS 115374 ILE 31,5 5,0 VA L LEU 4,6 7,1 PR O 23,3 517221 8,2 NH3 RG A402662 7,2 TH R 4,3 21,9 318422 A LA 306352 20,7 21,2 47683 0,02 -0,02 14,8 -0,04 0,04 945956 12,8 676331 AMQ -0,02 A SP 13,3 9,5 0,00 44090 21,5 0,6 21618 22,7 0,3 16,6 (H YS) 9,3 (SER ) 17479 0,02 0,08 0,06 151176 0,2 m AU 0,04 18,3 14,3 383283 404698 0,06 16,1 GLU 5,4 GLY 2,1 583068 5,7 5,6 Retention Time Area Name Area Percent LYS 8,9 1a.dat 0,08 -0,04 15 20 25 30 35 40 45 Minutes Fig. 2 – Cromatogramma di una campione idrolizzato si seme di cece La risposta strumentale per singolo componente è dedotta dall’analisi di mix standard commerciali (miscela amminoacidi 100 pmol/µl per ognuno eccetto cisteina a 50 pmol/µl in HCl 0,1 M; Waters Corporation, USA). Per ogni aminoacido rivelato dal detector durante la corsa cromatografica, la concentrazione viene stimata confrontando l’area del picco con apposite curve di calibrazione nel range 10-100 pmol/μl (eccetto cisteina: 5-50 pmol/μl). 12 2.4. Metodiche analitiche per la determinazione quantitativa dei fattori antinutrizionali 2.4.1 Glicosidi cianogenici Per la determinazione del contenuto in glicosidi cianogenici sono state utilizzate alcune delle metodiche analitiche più diffuse; una metodica semi-quantitativa che permette un primo screening del contenuto di cianogeni (Aikman et al, 1996) una che prevede l’idrolisi acida (Bradbury et al., 1991; Egan et al., 1998; Haque e Bradbury, 2002), una l’idrolisi enzimatica (Nambisan e Sundaresan, 1984; Kobaisy et al., 1996), e l’idrolisi alcalina (Onwuka G. I., 2006; AOAC, 1990). Screening del contenuto di cianogeni Al fine di testare in via preventiva i campioni di cece e lupino per la presenza di glicosidi cianogenici e del relativo enzima endogeno è stata utilizzata la metodica di Aikman et al. (1996), già elaborata da Feigl e Anger (1966), e utilizzata da Tantisewie et al. (1969) e da Brinker e Seigler (1989), che permette una determinazione semiquantitativa per via colorimetrica. La metodica originale è stata adattata alle condizioni operative di laboratorio e prevede l’uso di uno standard esterno come controllo, l’amigdalina6, glicoside contenuto nei semi di diverse Rosacee ed in quelli di mandorle amare in grado di liberare acido cianidrico in presenza dell’enzima β-glucosidasi o di acido solforico. Il protocollo operativo prevede la preparazione di dischi di carta da filtro (Whatman n° 1) di 1 cm di diametro imbibiti con una soluzione di 10 mg di Copper ethylacetoacetate7 e 4-4’methylenebis(N,N’-dimethylaniline)8 in 4 ml di tricloroetano (cloroformio)9 e di uno standard esterno di controllo costituito da 10 mg/g di amigdalina (0,02 g amigdalina + 1,98 mg campione). In 4 provette da 3 ml è posto 1 g di campione finemente macinato diluito 0, 2, 4, e 6 volte con una farina in cui sono certamente assenti glicosidi cianogenici. In altre 4 provette lo standard diluito 10, 20, 40 e 80 volte (1, 0,5, 0,25, 0,125 mg/g). Si inumidisce con 1,5 ml di acqua distillata e 1 goccia di antibiotico. Al tutto, si pone immediatamente sopra il disco di carta da filtro imbibita facendo attenzione a non toccare il campione, si sigilla con parafilm e si introduce in stufa termostatata a 20°C per 24 ore. La lettura del colore blu della carta da filtro è effettuata tramite un programma di image tool (UTHSCSA) che analizza l’intensità di colore, previa scansione dei dischetti (Fig. 3) 6 Amygdalin, BioChemika, ≥97.0% (HPLC) (Fluka) Ethyl acetoacetate, copper derivative (Aldrich) 8 4,4′-Methylenebis(N,N-dimethylaniline), 98% (Aldrich) 9 Chloroform , ≥99%, contains amylenes as sTabilizer (Sigma-Aldrich) 7 13 Fig. 3: scansione dei discetti colorati dopo la reazione. A sinistra due campioni di lupino e a destra lo standard esterno (amigdalina) Dalla comparazione dei dischetti relativi ai campioni con quelli dello standard è stato possibile definire aemi-quantitativamente il contentuto di cianogeni nei semi di lupino azzurro e cece. Metodo dell’idrolisi acida Tale metodica prevede una fase di estrazione, una fase di digestione in ambiente acido ed una fase di lettura spettrofotometrica (Bradbury et al., 1991; Egan et al., 1998; Haque e Bradbury, 2002) Operativamente, 2 g di campione macinato sono estratti per shaking con 6 ml di H3PO410 0,1 M per 10 minuti. La miscela è filtrata con un filtro Whatman® No 111 e lavata due volte con H3PO4 0,1 M oppure posta a + 4 °C per un eventuale stoccaggio (12 ore – uno stoccaggio fino ad un mese ha prodotto un aumento di HCN libero, ma non di quello totale). Il filtrato è portato a 100 ml con H 3PO4 0,1 M. A 2 ml di estratto vengono addizionati 2 ml di H2SO412 4 M in una provetta di vetro con tappo, riscaldata in acqua bollente per 50 minuti e successivamente raffreddata (possibilità di stoccaggio 12 ore a 4 °C).Si aggiunge 5 ml di NaOH13 3,6 M e si agita (potrebbe essere necessaria una filtrazione). Attendere la decomposizione dell’acetone cianoidrina in cianuro (5-10 min.). Preparare provette (in doppio) da 10 ml contenenti 7 ml di buffer fosfato (PBS)14 (pH 6) 0,2 M ed aggiungerci 1 ml di campione. In una aggiungere 2 ml di acqua (da usare come bianco) e nell’altra aggiungere 0,4 ml di soluzione di cloramina-T15 (5 g di cloramina T ogni litro di acqua). Porre in ghiaccio per 5 min. Aggiunge- 10 Phosphoric acid, puriss., ≥99% (Riedel-de Haën) Filter papers circles, 110 mm, Whatman ®, Schleicher & Schuell GmbH 12 Acido solforico, Carlo Erba Reagenti, > 98% 13 Sodium hydroxide, Ultra: 98.0% (T), BioChemika – Fluka Chemie GmbH 14 Phosphate Buffered Saline, Sigma Chemie GmbH 15 Chloramine T hydrate, Sigma Chemie GmbH 11 14 re 1,6 ml di soluzione di piridina16/acido barbiturico17 (40 ml di pyridina a 1 g di acido barbiturico e dissolto in 200 ml di acqua). Attendere 60-90 minuti e leggere a 583 nm contro il bianco. Gli autori citati hanno impiegato per la calibrazione cianuro di potassio (KCN) ma data la pericolosità di questo sale e le vigenti norme di sicurezza in Italia, risulta difficoltoso e costoso utilizzare tale standard. Al fine di superare tale problema si è utilizzato una soluzione standard per la calibrazione di elettrodi sensibili al cianuro di Zn(CN)2, KCN e H2O della Fluka18 alla concentrazione di 0.998 g/l19 di CN-. La curva di calibrazione è costruita nel range di concentrazione 0.1 – 4.0 µg CN-/ml (4, 2, 1, 0.5, 0.25, 0.125, 0.0625 µg CN-/ml). Metodo dell’idrolisi enzimatica Tale metodica prevede una fase di estrazione, una fase di idrolisi enzimatica ed una fase di lettura spettrofotometrica (Nambisan e Sundaresan, 1984; Kobaisy et al., 1996). Essa consiste nel centrifugare per 10 min a 4.000 rpm l’estratto ottenuto con la modalità già descritta nella precedente metodica, raccogliere il surnatante, riestrarre allo stesso modo il pellet, raccogliere nuovamente il surnatante, unirlo al precedente e annotare il volume. Aggiustare il pH a 6.0, prelevare 0.2 ml di estratto e portare a secco, aggiungere 0.5 ml di buffer acetato di sodio20 0,1 M, incubare con 0.5 ml di B – glucosidasi21 per 1 ora a 30 °C, fermare la reazione aggiungendo 1 ml di 0.2 N NaOH. Dopo 5 minuti aggiungere 1 ml di HCl 0.2 N. Aggiungere 1 ml di soluzione di Cloramina T 1% e dopo 1 minuto 3 ml di soluzione acido barbiturico/piridina. Misurare l’assorbanza dopo 4 minuti a 570 nm dopo 10 minuti. Metodo d’idrolisi alcalina Porre 20 g di campione finemente macinato in una beuta ed aggiungere 200 ml di acqua distillata lasciando macerare per 4 ore; connettere la beuta ad un distillatore e raccogliere 150 ml di distillato in 20 ml di una soluzione di NaOH 25 %22. Portare a 250 ml con acqua distillata e trasferire 100 ml di tale soluzione in un cilindro; aggiungere 8 ml di soluzione di idrossido di ammonio (NH4OH)23 6 N e 3 ml di soluzione di ioduro di potassio (KI)24 al 5 %. Eseguire la titolazione con una soluzione di nitrato d’argento (AgNO3)25 0,02 N ponendo sotto il cilindro un foglio di carta nera al fine di osservare la torbidità che indica la saturazione della soluzione. Il contenuto in HCN del campione (mg/kg o %) è calcolato nel modo seguente: 16 Pyridine, for UV-spectroscopy, ≥99.5% (GC), Fluka Chemie GmbH Barbituric acid puriss. p.a., for the determination of cyanide, ≥99.5% (HPLC), Fluka Chemie GmbH 18 Cyanide Ion Chromatography Standard Solution Fluka, 1 g/l, Fluka Chemie GmbH 19 Certificate of Analysis Lot. N° 1382986 del 15 aprile 2008. 20 Sodium acetate, ≥99.0%, anhydrous, Sigma-Aldrich 21 β-Glucosidase from almonds, BioChemika, lyophilized, powder, ≥6 units/mg 22 Sodium hydroxide, BioUltra, ≥98.0% (T), pellets, Fluka 23 Ammonium hydroxide solution puriss. p.a., 25% NH 3 in H2O (T), Fluka Chemie GmbH 24 Potassium iodide puriss. p.a., ACS reagent, =99.0% (AT), Fluka Chemie GmbH 25 Silver nitrate solution volumetric standard, 0.1 N in H2O, 0.0950-0.1050 N, Sigma-Aldrich Chemie GmbH 17 15 1 ml di 0,02 N AgNO3 = 1,08 mg HCN HCN (mg/kg) = (1,08 x Vf / Va x 1000 / w) χ Dove Vf indica il volume totale distillato (250 ml), V a è l’aliquota di distillato utilizzato per la titolazione (100 ml), w è il peso del campione analizzato (20 g) e χ è il volume di AgNO3 necessario per la titolazione. 2.4.2 Tannini totali È stato utilizzato il metodo con reagente di Folin-Ciocalteu26 con lettura spettrofotometrica a 725 nm (Riedl et al., 2007; Zielinski & Kozlowska, 2000). Questa metodica prevede tre fasi: estrazione, reazione e lettura. Operativamente 1 g di campione finemente macinato è estratto per agitazione in 5 ml di metanolo (MetOH) per 30 minuti in provette Falcon® di plastica da 15 ml e centrifugato (IEC CL30R, Thermo Electrono Corporation) a 6.500 giri al minuto a temperatura ambiente per 10 min. Dopo aver effettuato l’estrazione 0,25 ml di estratto sono miscelati in una provetta da 10 ml con 4 ml di acqua ultrapura e 0,25 ml di reagente di Folin-Ciocalteu, precedentemente diluito con acqua ultrapura 1:1 (v/v) (Zielinski e Kozlowska, 2000). Tale miscela è vortexata per 30 s e lasciata incubare per 5 minuti a temperatura ambiente. Successivamente all’aggiunta di 0,5 ml di soluzione satura di carbonato di sodio (Na2CO3)27 si è lasciato incubare per 30 minuti al buio a temperatura ambiente e poi centrifugato a 5.000 giri al minuto per 10 minuti (Riedl et al., 2007). L’assorbanza del surnatante è misurata a 725 nm in cuvetta di polistirolo con C.O. di 1 cm; la quantificazione è effettuata per estrapolazione da una curva di calibrazione a diverse concentrazioni di catechina. Tutti i campioni sono stati analizzati in doppio. Il risultato è espresso in mg/100 g di catechina equivalenti (CE). 2.4.3 Tannini condensati Per questa tipologia di analisi è stata utilizzata la metodica della vanillina acidificata (Burns, 1971). 26 27 Folin-Ciocalteu reagent BioChemika, 2 N (with respect to acid), Fluka Chemie GmbH. Na2CO3 anidro 99.5%, Carlo Erba Reagenti. 16 Per la fase di estrazione sono stati utilizzati 3 g di campione estratti per shaking in 10 ml di MetOH per 20 minuti entro tubi Falcon® di plastica da 15 ml e centrifugato a 6.500 giri al minuto a temperatura ambiente per 10 minuti. Ad 1 ml di estratto vengono addizionati 5 ml di cromogeno fresco costituito da una soluzione di Vanillina (VLA) al 5% in MetOH / HCl 8% in MetOH 1:1 (v/v); dopo un passaggio in vortex si è incubato in bagnetto termostatato a 30° C per 20 minuti esatti. La lettura è effettuata in cuvetta di polistirolo (C.O. 1 cm) a 500 nm contro il bianco, costituito da MetOH. Anche in questo caso il contenuto in tannini condensati è espresso in catechina equivalenti CE) calcolata attraverso una calibrazione effettuata utilizzando la (+) Catechina (1; 0,5; 0,25; 0,125 mg/ml). Ad 1 ml di calibratore vengono aggiunti 5 ml di cromogeno e si procede come per i campioni incogniti. La concentrazione in tannini viene ottenuta da quella in CE dividendo per un fattore 2 (Abs500=0,2) fino ad un fattore 3 (Abs500=1,4). In ogni caso il risultato viene espresso in mg/g secondo le formule: C.E.sample C.E. 10 FD 3 TANN .sample 1 / 2 C.E. 10 FD 3 dove FD è il fattore di diluizione eventualemente applicato all’estratto per adattare l’assorbanza del campione entro il range di linearità della calibrazione con la CTA. Il fattore 2 è valido solo nel caso che la lettura a 500 nm sia inferiore a 0,2 UA (Price et al., 1978; Wang et al., 1998). 2.4.4 Alfa-galattosidi Per la determinazione degli α-galattosidi (chiamati anche raffinose-family oligosaccharides, RFOs) ci si è avvalsi della collaborazione del Departemento de Tecnologia des Alimentos dell’INIA di Madrid, dove è stata applicata la metodica descritta da Muzquiz et al. (1992). Questo metodo prevede una fase di estrazione di 100 mg di campione, omogeneizzandolo con un Ultraturrax con 5 ml di etanolo acquoso (50%) per 1 minuto in ghiaccio. Tale miscela è centrifugata per 10 minuti a 12.100 g e poi è recuperato il surnatante. Il pellet è nuovamente estratto per due volte ed il surnatante unito. Il campione estratto è deionizzato usando delle minicolonne C18 (Waters, 500 mg/6cc) attraverso un sistema sottovuoto (Supelco, Bellefonte, PA, USA). L’eluito è portato a secco, risospeso in acqua Milli-Q e iniettato in un sistema HPLC (Beckman System Gold) equipaggiato con un lettore dell’indice di rifrazione; come stardard per la quantificazione è utilizzato uno standard commerciale, i risultati sono espressi in mg/g di s.s. e tutti i campioni sono analizzati in doppio. 17 2.4.5 Fitati I fitati o fosfato-inositoli (IPs) sono stati determinati in collaborazione con il Departemento de Tecnologia des Alimentos dell’INIA di Madrid, utilizzando la metodica descritta da Cuadrado et al. (1996). Tale metodica prevede l’estrazione di 500 mg di campione macinato con 10 ml di HCl 0.5 M per 1 minuto utilizzando un omogeneizzatore Ultraturrax e poi centrifugato per 15 minuti a 27.000 g a 4 °C. A 5 ml di estratto sono poi aggiunti 25 ml di acqua MilliQ e tale estratto diluito fatto eluire attraverso delle colonne SAX (500 mg/3cc) (Varian, Harbor City, CA, USA). IPs (IP3, IP4, IP5 e IP6) sono recuperate con 2 ml of HCl 2M, essiccati e poi risospesi in 0,5 ml di buffer. I campioni sono stati iniettati in un sistema (Beckman System Gold) con un detector ad indice di rifrazione. I risultati sono espressi come mgIP/g di s.s., utilizzando un idrolizzato di acido fitico come standard. Tutti i campioni sono stati analizzati in doppio. 2.4.6 Inibitori della tripsina Gli inibitori della tripsina (TI) sono stati determinati in collaborazione con il Departemento de Tecnologia des Alimentos dell’INIA di Madrid, utilizzando la metodica descritta da Kakade et al. (1974) e ripresa da diversi autori tra i quali Page et al. (2000) utilizzando l’α-N-benzoyl-DL-argininep-nitroanilidehydrochloride (BAPNA) come substrato per la tripsina. Tale metodica prevede una fase di estrazione, una fase di reazione e lettura. L’attività inibitoria (Trypsin inhibitor activity - TIA) è estrapolata dalla retta di calibrazione ed espressa in Trypsin Unit (TU), unità di misura definita arbitrariamente come un incremento di 0,01 unità di assorbanza a 410 nm per 10 ml di soluzione (Kakade et al., 1974). Una TU corrisponde quindi all’incremento dell’1% di inibizione (I %) (in riferimento al controllo) per mg di peso secco. TU mg-1 = Pendenza/(0,01 x concentrazione del campione (mg cm-3) La percentuale di inibizione è calcolata comparando l’assorbanza del campione con la media dell’assorbanza del bianco (ADS100%): I% = (ADS100% - ADScamp./ ADS100%) x 100. La pendenza della retta di regressione riferita alle percentuali di inibizione contro la quantità teorica di campione macinato corrisponde alle TUs per mg di campione fresco (TUfw). Si corregge poi tale valore riferendolo alla sostanza secca (h %) ottenendo le TUs per mg di s.s. (TUdw) = TUfw x h %. 18 Si sono prese in considerazione solo le percentuali di inibizione compresi tra il 40 – 60%, perché fuori questi limiti la relazione tra quantità teorica del campione macinato e assorbanza non è più lineare. 2.5. Metodica analitica in vitro per la valutazione della fermentescibilità Le prove di fermentescibilità sono state condotte in vitro mediante la tecnica della “Gas Production” seguendo la procedura proposta da Theodorou et al. (1993, 1994) e modificata come segue. Il substrato (0.5 g) (equivalente all’alimento da testare) viene posto in bottiglie di vetro con capacità nominale di 125 ml e addizionato di 40 ml di un medium costituito da una soluzione tampone e da soluzioni minerali oltre a un agente riducente. In un secondo momento vengono aggiunti 40 ml di inoculo ruminale, prelevato da due manze alimentate con una razione a base di fieno di graminacee integrato con 1 kg/capo/giorno di concentrato che apporta anche la necessaria integrazione vitaminicominerale. Tutte le operazioni di movimentazione del liquido ruminale e del medium vengono condotte sotto corrente di anidride carbonica. Ogni bottiglietta viene quindi a rappresentare un fermentatore indipendente. Ogni materrale è stato incubato in quadruplo. La misurazione del gas prodotto nel corso delle fermentazioni è stata effettuata mediante un manometro collegato a un ago con il quale è stato perforato il tappo in gomma delle bottigliette. In tal modo è possibile misurare la pressione presente all’interno della bottiglia che viene poi convertita in volume di gas mediante una curva di calibrazione pressione-volume precedentemente predisposta nel rispetto delle medesime condizioni operative delle prove in vitro. Le misurazioni della pressione sono state effettuate 9 volte nel corso delle fermentazioni, protratte fino a 48 ore. La quantità cumulata di gas prodotto ai diversi tempi è stata interpolata mediante un modello esponenziale [y= b *(1-e-ct)], dove: y = produzione di gas al tempo t (in ore) b = produzione potenziale di gas (ml/g di sostanza organica) c = velocità di fermentazione oraria t = tempo (ore) 2.6. Analisi statistica Tutti i dati sono stati sottoposti all’analisi della varianza (ANOVA), le medie comparate con il test Least Significant Difference (LSD) e dichiarate significativamente differenti per p<0,05. È stato utilizzato il sofware Statistica 7.0 (StatSoft,Inc.USA). 19 3. RISULTATI 3.1 Cece 3.1.1 Costituzione chimica centesimale Lo studio della composizione chimica centesimale delle granelle di cece ha evidenziato un discreto contenuto in proteina grezza (20-23% sulla s.s.) associato a un elevato contenuto di amido (4748% sulla s.s.), che ne fanno un alimento bilanciato nell’apporto proteico ed energetico. Interessante è il contenuto di lipidi grezzi (fino al 5,9% sulla s.s.), notevolmente più elevato di quello di altri legumi, nei quali normalmente si aggira intorno all’1-2%; il contenuto in fibra grezza risulta relativamente basso (2-4% sulla s.s). La stima delle UF ha portato alla definizione di un valore pari a circa 116 UFL/s.s. e di 129 UFC/s.s.. Nelle tabelle seguenti (Tabb. 4 e 5) sono riportati i valori analitici medi delle granelle ottenute dalle coltivazioni sperimentali realizzate dall’UO 2 nel 2007 e nel 2008: Tab. 4: costituzione chimica dei semi di cece (raccolto 2007) (% S.S. ± D.S.) Varietà Protidi grezzi Lipidi grezzi Fibra grezza Ceneri Amido Pascià 21,02±0,77 4,68±0,18 2,48±0,14 3,22±0,12 47,49±0,93 Sultano 20,23±1,92 4,79±0,24 3,37±0,41 3,09±0,15 47,79±1,46 Tab. 5: costituzione chimica dei semi di cece (raccolto 2008) (% S.S. ± D.S.) Varietà Protidi grezzi Lipidi grezzi Fibra grezza Ceneri Amido 4,91±0,40 2,53±0,25 3,71±0,26 47,81±1,32 Pascià 23,06±0,98 22,55 ±2,04 4,91 ±0,70 3,48 ±0,31 3,37±0,48 48,46±1,65 Sultano L’analisi statistica dei dati relativi alla composizione chimica ha evidenziato alcune differenze rilevanti tra le due varietà e tra i due anni di sperimentazione. Per quanto riguarda la differenze tra le varietà si evidenzia una differenza significativa (p=0,0148) per il contenuto in ceneri, come è possibile osservare nella figura seguente (Fig. 4); non emergono altre differenze tra le due varietà per gli altri parametri, eccetto una tendenza alla significatività per il contenuto in amido più elevato in Sultano rispetto a Pascià (p=0,052). 20 Fig. 4: il grafico evidenzia il contenuto in ceneri più elevato nella variatà Pascià rispetto a Sultano. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Per quanto riguarda la differenza tra gli anni, invece si evidenziano differenze a carico del contenuto proteico (p=0,0001) e di ceneri (p=0,0038), così come meglio evidenziato nei grafici seguenti (Figg. 5 e 6). Fig. 5: il grafico evidenzia che nel 2008 il contenuto proteico è stato più elevato rispetto al 2007 . a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 6: il grafico evidenzia che nel 2008 il contenuto in ceneri è stato più elevato rispetto al 2007 . a,b p<0,05; A,B p<0,01 21 Per quanto riguarda le differenze nella composizione chimica in funzione della densità e dell’epoca di semina, si evidenzia che questi parametri agronomici incidono fortemente sia sulla produttività sia sulla composizione chimica e quindi sulla qualità nutrizionale delle granelle. In particolare da questo studio è emerso che il livello proteico e di amido, per entrambe le varietà, è maggiore per l’epoca di semina primaverile (p=0.000012 e p=0.0255) (Figg. 7 e 8). Fig. 7: il grafico evidenzia il maggiore contenuto proteico dei semi per l’epoca di semina primaverile . a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 8: il grafico evidenzia il maggiore contenuto di amido nei semi per l’epoca di semina primaverile. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Diversamente, il contenuto lipidico risulta superiore per l’epoca di semina autunnale (Fig. 9). 22 Fig. 9: il grafico evidenzia il maggiore contenuto di lipidi grezzi nei semi per l’epoca di semina autunnale. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Per quanto riguarda l’effetto della densità di semina sui valori nutrizionali si evidenzia per l’amido un contenuto significativamente minore per la densità D3 (70 piante/m2), come riportato in Fig. 10, rispetto alle altre densità. Fig. 10: differenze nel contenuto in amido per le diverse densità di semina. a,b p<0,05; A,B p<0,01 23 3.1.2 Composizione aminoacidica delle proteine Dallo studio della composizione aminoacidica si potuto rilevare la buona rappresentativià di tutti gli aminoacidi essenziali. Il profilo aminoacidico medio è riportato nella seguente tabella (Tab. 6). Tab. 6: profilo aminoacidico dei semi di cece (mg/g±D.S.) Alanina Arginina Ac. Aspartico Cisteina Glutamine Glicina Istidina Isoleucina Leucina Lisina Metionina Serina Fenilalanina Prolina Treonina Triptofano Tirosina Valina Totale essenziali Totale solforati Totale aromatici ALA ARG ASP CYS GLU GLY HIS ILE LEU LYS MET SER PHE PRO THR TRP TYR VAL Sultano 11,77±1,26 26,74±3,08 25,07±4,52 1,16±0,28 41,91±8,03 9,78±1,17 7,06±0,77 12,15±3,91 16,40±1,84 14,46±3,62 1,12±0,44 10,59±0,87 13,29±1,94 10,56±0,79 8,84±0,74 1,98±0,18 4,77±1,47 10,97±1,16 79,21±8,03 2,28±0,69 20,04±3,02 Pascià 10,17±1,76 24,20±2,62 25,02±4,39 1,40±0,52 44,77±6,16 10,06±0,83 7,19±0,61 11,82±1,61 18,49±2,66 13,71±3,49 0,87±0,25 13,24±8,26 11,24±2,13 11,21±1,34 8,72±1,00 1,88±0,29 5,71±0,82 11,22±1,53 77,93±10,12 2,27±0,57 18,83±2,22 Dall’analisi statistica dei dati è emersa una discreta variabilità della componente aminoacidica in funzione della densità di semina, denotandosi una concentrazione maggiore per le alte densità rispetto alle basse. I grafici seguenti mostrano chiaramente tale effetto sia per gli aminoacidi aromatici (Fig. 11), sia per quelli essenziali (Fig. 12) che per quelli solforati (Fig. 13). 24 Fig. 11: effetto della densità di semina sul contenuto di aminoacidi aromatici. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 12: effetto della densità di semina sul contenuto di aminoacidi essenziali. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 13: effetto della densità di semina sul contenuto di aminoacidi solforati. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Analogamente si evidenziano differenze per le due epoche di semina, significative solo per quel che riguarda il contenuto di aminoacidi essenziali (Fig. 14). 25 Fig. 14: effetto dell’epoca di semina sul contenuto di aminoacidi essenziali. a,b p<0,05; A,B p<0,01 3.1.3 Contenuto in fattori antinutrizionali Tannini Il contenuto in tannini totali medio rilevato è stato pari a 185 mg/100 g CE (Tab. 7), mentre il contenuto in tannini condensati è risultato sotto il limite di quantificazione. Tab. 7: contenuto in tannini totali (mg/100g C.E. ± D.S.) dei semi di cece Varietà Tannini totali Pascià 167,83±22,98 Sultano 203,09±24,40 L’analisi statistica ha messo in evidenza che la varietà Pascià contiene meno tannini totali rispetto alla varietà Sultano (p=0,000074), così come meglio evidenziato nel grafico seguente (Fig. 15). Fig. 15: contenuto in tannini totali delle due varietà. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Rispetto all’epoca di semina, inoltre si riscontra un quantitativo nettamente inferiore di tannini totali nei semi provenienti dalle piante seminate in epoca primaverile (p=0.0305) (Fig. 16). 26 Fig. 16: variazione del contenuto in tannini tra le due epoche di semina. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Non sono evidenziabili differenze significative per le diverse densità di semina e non esiste una variabilità significativa tra i due anni di sperimentazione. Alfa-galattosidi Per quanto riguarda il contenuto di α-galattosidi (o RFOs) sono stati rilevati valori medi di 73,60 ± 6,18 mg/g come somma di tutti gli zuccheri analizzati; i singoli valori sono riportati nelle Tabelle seguenti (Tabb. 8 e 9): Tab. 8: contenuto di α-galattosidi (mg/g±D.S.) dei semi di cece (raccolto 2007) Varietà Saccarosio Maltosio Galactinolo Raffinosio Ciceritolo Stachiosio RFOs Totali 4,43±0,47 30,81±1,23 17,88±1,10 78,55±3,93 Pascià 21,46±0,47 1,79±0,54 2,18±0,37 4,89±0,42 38,74±2,72 16,99±1,19 81,11±4,71 Sultano 14,86±0,42 2,90±0,41 2,73±0,14 Tab. 9: contenuto di α-galattosidi (mg/g±D.S.) dei semi di cece (raccolto 2008) Varietà Saccarosio Maltosio Galactinolo Raffinosio Ciceritolo Stachiosio RFOs Totali 5,14±0,62 26,91±1,91 18,51±1,87 72,84±4,79 Pascià 16,23±1,51 3,27±0,64 2,77±0,68 Sultano 13,42±2,32 2,32±0,73 2,26±0,68 5,34±0,98 30,16±2,15 16,20±1,31 69,70±5,29 Il contenuto di α-galattosidi mostra variazioni significative tra due anni di sperimentazione (Fig. 17) ma, pur analizzando singolarmente i campioni di ogni anno, non si evidenziano differenze significative tra le due varietà né tra le diverse epoche di semina. 27 Fig. 17: contenuto di galattosidi nei due anni di sperimentazione. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Si sono rilevati, invece, differenze tra le diverse densità di semina (Fig. 18); in particolare è evidenziabile un contenuto significativamente minore per le densità più elevate (D3 e D4). Fig. 18: effetto delle densità di semina sul contenuto in alfagalattosidi totali. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fitati Lo studio del contenuto di fitati ha evidenziato un contenuto medio di 8,29±1,20 mg/g, con una netta prevalenza di IP6 (84%) rispetto agli altri inositol fosfati. Di seguito sono riportati i valori rilevati per i due anni di sperimentazione (Tabb. 10 e 11). Tab. 10: contenuto di fitati (mg/g±D.S.) dei semi di cece (raccolto 2007) Varietà IP3 IP4 IP5 IP6 IP totali Pascià 0,13±0,00 0,28±0,02 1,18±0,18 5,74±1,93 7,32±2,08 Sultano 0,13±0,00 0,23±0,05 1,08±0,21 6,25±1,53 7,68±1,78 Tab. 11: contenuto di fitati (mg/g±D.S.) dei semi di cece (raccolto 2008) Varietà IP3 IP4 IP5 IP6 IP totali Pascià 0,13±0,00 0,23±0.03 0,95±0,10 7,47±0,75 8,78±0,82 Sultano 0,13±0,00 0,20±0,03 0,85±0,08 7,21±0,76 8,38±0,80 28 L’analisi statistica dei dati ha mostrato che nell’anno 2008 il contenuto di IP totali è stato più elevato rispetto al 2007 (Fig. 19), pur non evidenziando differenze significative tra le due varietà. Fig. 19: il grafico evidenzia che nel 2008 il contenuto in fitati totali è stato più elevato rispetto al 2007. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Per quanto riguarda le epoche di semina, invece, si è rilevato un quantitativo maggiore di fitati totali per le granelle provenienti dalle coltivazioni seminate in primavera (E3) (Fig. 20), così come un quantitativo superiore è stato rilevato per la densità di semina più bassa (Fig. 21). Fig. 20: differenza tra le due epoche di semina nel contenuto di fitati totali nelle granelle. a,b p<0,05; A,B p<0,01 29 Fig. 21: differenza tra le 4 densità di semina nel contenuto di fitati totali nelle granelle. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Inibitori della tripsina Il contenuto di inibitori della tripsina medio rilevato è stato di 15,59 ± 3,66 TIU/10 ml di estratto, corrispondente a 155,9 ± 36,60 TIU (mg/g s.s. ± D.S.); i valori rilevati per i due anni e per le differenti densità ed epoche di semina sono riportati di seguito (Tabb. 12 e 13). Tab. 12: contenuto di inibitori della tripsina dei semi di cece (raccolto 2007) Varietà TIU/10ml estratto±D.S. TIU (mg/g s.s.) ±D.S. 19,78±2,94 197,78±29,37 Pascià 18,75±0,54 187,54±5,40 Sultano Tab. 13: contenuto di inibitori della tripsina dei semi di cece (raccolto 2008) Varietà TIU/10ml estratto±D.S. Pascià 13,42±2,66 Sultano 14,99±3,59 TIU (mg/g s.s.) ±D.S. 134,21±26,60 149,89±35,93 L’analisi statistica ha evidenziato differenze significative tra i due anni di sperimentazione (Fig. 22) e per le due epoche di semina (Fig. 23). 30 Fig. 22: il grafico evidenzia che nel 2007 il contenuto in inibitori della tripsina è stato più elevato rispetto al 2008. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 23: effetto dell’epoca di semina sul contenuto di inibitori della tripsina. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Non ci sono differenze significative tra le due varietà e tra le 4 densità di semina. Per quanto riguarda gli altri fattori antinutrizionali indagati e previsti nel progetto di ricerca si sono rilevati valori inferiori al limite di quantificazione delle metodiche adottate. 31 3.1.4 Fermentescibilità Le prove di fermentescibilità condotte in vitro hanno evidenziato per il cece una elevata velocità di fermentazione che ha portato a concentrare oltre il 50% della produzione complessiva di gas, indice del grado di digestione ruminale, nelle sole prime 8 h di incubazione (Fig. 24). 350 (ml/g OM) 300 250 200 150 100 50 0 0 10 20 Ore 30 40 50 Fig. 24: Andamento della produzione di gas derivante dalla fermentazione in vitro di farina di cece. La comparazione tra le due varietà (Fig. 25) e le tre diverse epoche di semina (Fig. 26) poste a confronto nel corso dell'anno 2007 non ha posto in evidenza differenze significative nella fermentescibilità complessiva, valutata mediante la quantità di gas complessivamente prodotta per grammo di sostanza organica nel corso delle complessive 48 h di fermentazione in vitro, tra le due varietà considerate (Pascià e Sultano) mentre un effetto altamente significativo è risultato attribuibile all’epoca di semina. (ml/g s.o.) 340 338 336 334 332 330 328 326 Pascià Sultano Fig. 25: Produzione media complessiva di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano e ottenute nell’anno 2007. In particolare la semina più tardiva (epoca 3) si è tradotta in una minore fermentescibilità (P<0.01) rispetto alle due semine più precoci. Non è invece risultata significativa l'interazione varietà epoca di semina. 32 (ml/g s.o.) 340 338 336 334 332 330 328 326 324 322 320 Epoca 1 Epoca 2 Epoca 3 Fig. 26: Produzione media complessiva di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano seminate a tre diverse epoche nell’anno 2007. L’elaborazione delle cinetiche di produzione di gas ha fornito risultati interessanti in quanto hanno da un lato confermato i risultati relativi alla fermentescibilità potenziale appena sopra ricordati, ma hanno anche posto in luce differenze significative nella velocità di fermentazione. Differenze che si sono evidenziate fra le due varietà poste a confronto, in quanto la varietà Pascià è risultata più rapidamente digerita rispetto alla varietà Sultano (0.074 vs. 0.068, P<0.01) (Fig. 27). 7.50 7.40 7.30 7.20 7.10 7.00 6.90 6.80 6.70 6.60 6.50 (% / h) Pascià Sultano 2007 Fig. 27: Velocità oraria di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano seminate nell’anno 2007. Significativo è stato anche l’effetto dell’epoca di semina, in quanto il materiale proveniente dalla semina più tardiva si è dimostrato essere digerito più velocemente rispetto ai prodotti derivanti dalle due epoche di semina precedenti, tra i quali non sono invece state riscontrate differenze significative. Si può comunque notare una tendenza all’aumento della velocità di fermentazione con il progressivo posticipo dell’epoca di semina (Fig. 28). 33 7.4 (%/h) 7.3 7.2 7.1 7.0 6.9 6.8 6.7 Epoca 1 Epoca 2 Epoca 3 Fig. 28: Velocità oraria media di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano seminate in tre epoche diverse nell’anno 2007. Le prove agronomiche condotte nel corso dell'anno 2008 hanno permesso di valutare l'effetto della varietà, della densità di semina e dell’epoca di semina, nonché ovviamente le relative interazioni. Con riferimento alla quantità di gas complessivamente prodotto, la varietà Sultano si è dimostrata significativamente superiore rispetto a Pascià (336.2 vs. 333.7 ml / g sostanza organica; P<0.05) (Fig. 29). (ml/g s.o.) 340 339 338 337 336 335 334 333 332 331 330 Pascià Sultano Fig. 29: Produzione media complessiva di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano e ottenute nell’anno 2008. Per quanto concerne l'effetto della diversa densità di semina si è osservato un andamento di tipo quadratico, in quanto la fermentescibilità è aumentata dal primo al terzo livello di densità di semina per poi diminuire leggermente con la densità massima. Le differenze tra le tesi a confronto non hanno però raggiunto la significatività statistica (Fig. 30). 34 (mg/g s.o.) 340 338 336 334 332 330 D1 D2 D3 D4 Fig. 30: Velocità oraria media di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano seminate a quattro diverse densità nell’anno 2008. Con riferimento alla epoca di semina, il materiale seminato più precocemente ha dimostrato una più elevata digeribilità (336.9 vs. 333.0 ml/g s.o.; P<0.01) (Fig. 31). (mg/g s.o.) 340 338 336 334 332 330 Epoca 1 Epoca 2 Fig. 31: Produzione complessiva media di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano seminate in due epoche diverse nell’anno 2008. Significative sono risultate anche le interazioni tra densità ed epoca di semina come pure tra varietà ed epoca di semina. I risultati della elaborazione delle cinetiche di fermentescibilità in vitro hanno confermato i risultati relativi alla digeribilità potenziale dei materiali considerati (Fig. 32) mentre non sono state evidenziate differenze significative per quanto concerne la velocità di fermentazione che si è attestata mediamente al 7.8%/ora (Fig. 33). 35 (ml/g s.o.) 360 355 350 345 340 Pascià Sultano Fig. 32: Produzione potenziale media di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano e ottenute nell’anno 2008. (%/h) 8.00 7.90 7.80 7.70 7.60 7.50 Pascià Sultano Fig. 33: Velocità oraria di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di cece di varietà Pascià e Sultano seminate nell’anno 2008. 36 3.2 Lupino azzurro 3.2.1 Costituzione chimica centesimale Lo studio della composizione chimica centesimale delle granelle di lupino azzurro ha evidenziato un elevato contenuto in proteina grezza (mediamente il 32-33% sulla s.s.). Tale pregio, viene da un lato enfatizzato dalla presenza di carboidrati non amidacei come fonte energetica, ma nello stesso tempo sminuito in quanto larga parte di tali carboidrati appartengono alla famiglia degli α-galattosidi, responsabili della flautolenza intestinale (Martıń ez-Villaluenga et al., 2005), così come meglio evidenziato in seguito. Interessante è il contenuto di lipidi grezzi (fino al 5,8% sulla s.s.), notevolmente più elevato di quello di altri legumi dove normalmente si aggira intorno all’1-2%. Il contenuto in fibra grezza risulta mediamente pari al 18-20 % sulla s.s.. Le Tabelle seguenti (Tabb. 14, 15, 16, 17 e 18) mostrano i valori analitici delle componenti nutrizionali considerate, nonché una stima delle UFC e UFL di ciascuna linea genetica. Tab. 14 – Composizione chimica centesimale delle granelle fornite da UO 1 – ENEA Casaccia (% s.s.) Linea genetica Protidi grezzi Lipidi grezzi Fibra grezza NDF ADF ADL Ceneri 20A 32,13 5,10 19,51 36,80 25,22 2,07 3,89 18 31,78 5,42 16,63 33,88 23,59 2,04 3,72 12A 31,00 5,22 13,52 31,64 23,93 1,61 3,81 17B 34,94 5,20 15,92 33,11 21,47 1,27 3,28 26A 30,83 5,58 18,10 32,73 12,62 1,82 3,25 30A 33,24 5,83 14,66 32,83 25,45 2,87 4,02 32A 30,51 5,44 15,72 38,83 28,81 1,55 2,92 43A 29,31 5,19 18,09 34,52 24,58 2,41 3,99 48A 33,05 5,73 41,95 35,69 17,59 2,11 3,31 4A 34,36 5,73 15,57 31,35 15,41 2,03 3,65 65-3 28,44 4,92 18,64 35,59 27,63 2,42 3,79 50A 28,12 4,89 18,41 31,79 22,04 2,80 3,92 Tab. 15: UFL e UFC riferiti alla s.s. e al t.q. Linea genetica UFL/TQ UFL/SS UFC/TQ UFC/SS 20A 85,12 93,29 76,34 87,06 18 92,14 99,17 84,29 94,22 12A 96,98 104,45 90,33 101,14 17B 93,68 101,10 85,96 95,92 26A 90,16 97,14 81,80 91,10 30A 93,24 103,13 86,22 99,36 32A 91,91 101,73 84,65 96,52 43A 87,15 95,57 79,03 90,27 48A 49,41 53,63 32,21 36,16 4A 91,58 101,88 84,23 97,25 65-3 85,07 94,37 76,89 88,66 50A 84,24 91,48 77,28 87,35 MEDIA 86,72 94,74 78,27 88,75 37 Tab. 16: Composizione chimica centesimale delle granelle oggetto di sperimentazione dell’annata agraria 2006-2007 – UO 2 (% sulla s.s.) Linea genetica Protidi grezzi Lipidi grezzi Fibra grezza NDF ADF ADL Amido Ceneri 30A 26,65 5,44 19,79 30,2 23,2 5,12 0,24 3,37 65/4 30,7 4,46 17,81 29 21,7 4,01 0,26 3,71 43A 30,04 3,67 16,62 30,7 22,5 7,31 0,35 3,49 65/1 28,39 3,1 17,14 30,6 21,2 3,57 0,7 3,79 65/2 26,94 3,97 18,4 34,5 23,4 3,18 0,35 3,78 12A 27,07 3,09 19,25 30 25,3 7,36 0,3 3,56 18 27,55 5,39 19,81 34,2 26 5,65 0,33 3,24 20A 33,4 5,05 15,54 30,3 22,2 4,69 0,27 3,69 65/3 30,8 4,12 16,27 31,7 22,6 3,84 0,31 3,58 17 30,9 5,63 17,00 31,9 20,5 4,47 0,4 3,51 26A 25,49 5,24 21,28 30,9 20 2,52 0,35 3,4 32A 24,04 3,41 22,28 28,7 22,7 5,51 0,35 3,41 48A 30,6 4,93 19,44 30,5 20,9 3,07 0,32 3,53 51B 28,55 2,97 22,74 40,4 23,5 4,47 0,41 3,6 50A 29,45 0,42 19,87 33,3 24,1 4,09 0,45 3,29 4A 31,47 3,47 21,51 36 23.1 1,65 0,41 3,58 42A 28,79 9,95 17,10 30,8 21,4 3,61 0,59 3,44 Tab. 17: UFL e UFC riferiti alla s.s. e al t.q. delle granelle dell’annata agraria 2006/2007 Linea genetica UFL/TQ UFL/SS UFC/TQ UFC/SS 30A 83,26 90,56 73,80 83,32 65/4 86,52 93,41 77,68 87,37 43A 86,81 94,62 78,51 88,96 65/1 85,46 92,43 77,06 86,91 65/2 83,02 90,65 74,15 84,45 12A 83,29 88,85 74,11 82,18 18 83,62 90,79 74,10 83,39 20A 90,61 98,83 82,52 93,78 65/3 90,48 96,52 82,27 91,24 17 88,71 96,68 80,14 90,81 26A 79,73 87,00 69,73 79,03 32A 74,56 81,95 64,31 73,43 48A 86,86 91,76 77,36 84,89 51B 74,80 81,21 64,15 72,49 50A 81,36 85,30 71,92 78,10 4A 78,29 84,82 67,98 76,62 42A 93,96 102,35 85,28 96,52 MEDIA 84,20 91,86 75,00 84,32 Tab. 18: composizione chimica dei semi di lupino azzurro (raccolto 2008) (% S.S.) Linea genetica Protidi grezzi Lipidi grezzi Fibra grezza NDF ADF ADL Ceneri 26A 30,55±1,74 4,87±0,69 18,32±0,31 30,46±0,35 22,14±1,50 5,46±0,48 4,07±0,15 42A 32,79±3,07 4,27±1,06 19,93±0,14 29,33±0,43 22,12±0,53 5,66±2,34 3,91±0,09 48A 34,00±1,34 4,94±1,15 18,74±0,67 33,08±3,53 22,31±1,55 4,62±2,03 3,76±0,13 L’analisi statistica, condotta sulle linee genetiche più promettenti dal punto di vista produttivo (26A, 42A e 48A) ed oggetto della prova sperimentale con epoche di semina differenti (autunnali e primaverili), ha evidenziato alcuni aspetti significativi sotto l’aspetto nutrizionale. In primo luogo si evidenza una differenza significativa tra le linee genetiche nel contenuto proteico (Fig. 34), della fibra grezza (Fig. 35) e delle ceneri (Fig. 36). 38 Fig. 34: differenza tra le linee genetiche nel contenuto proteico. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 35: differenza tra le linee genetiche nel contenuto in fibra grezza. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 36: differenza tra le linee genetiche nel contenuto in ceneri. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Per quanto riguarda l’effetto dell’epoca di semina si sono evidenziate differenze significative per il contenuto di lipidi grezzi (Fig. 37) e per l’ADF (Fig. 38). 39 Fig. 37: effetto dell’epoca di semina sul contenuto in lipidi grezzi. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 38: effetto dell’epoca di semina sul contenuto di ADF. a,b p<0,05; A,B p<0,01 40 3.2.2 Composizione aminoacidica delle proteine I valori medi della composizione aminoacidica dei campioni relativi alle diverse accessioni di lupino azzurro è riportata di seguito (Tab. 19. Tab. 19: profilo aminoacidico dei semi di lupino azzurro (mg/g±D.S.) Alanina ALA 14,81±2,31 Arginina ARG 32,49±4,50 Ac. Aspartico ASP 31,56±5,26 Cisteina CYS 1,97±0,27 Ac. Glutammico GLU 69,98±14,63 Glicina GLY 18,88±5,40 Istidina HIS 10,06±0,84 Isoleucina ILE 17,75±3,16 Leucina LEU 23,43±3,57 Lisina LYS 15,93±2,58 Metionina MET 0,93±0,34 Fenilalanina PHE 11,70±1,4 Prolina PRO 17,28±5,13 Serina SER 19,25±8,50 Treonina THR 12,87±1,08 Triptofano TRP 2,47±0,33 Tirosina TYR 9,34±2,25 Valina VAL 15,39±1,38 Totale essenziali 23,51±3,41 Totale solforati 100,47±7,42 Totale aromatici 2,90±0,25 L’epoca di semina incide significativamente sul contenuto di aminoacidi aromatici (p=0,000007) (Fig. 39), così come esistono differenze significative per il contenuto dei singoli aminoacidi. Fig. 39: effetto dell’epoca di semina sul contenuto di aminoacidi aromatici. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Tra le linee genetiche testate si nota una differenza significativa tra loro sia per il contenuto di aminoacidi essenziali, che solforati e aromatici (Figg. 40, 41 e 42), nonché per i singoli aminoacidi. 41 Fig. 40: differenza nel contenuto di aminoacidi aromatici tra le linee studiate. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 41: differenza nel contenuto di aminoacidi essenziali tra le linee studiate. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 42: differenza nel contenuto di aminoacidi solforati tra le linee studiate. a,b p<0,05; A,B p<0,01 42 3.2.3 Contenuto in fattori antinutrizionali Tannini Il contenuto in tannini totali medio rilevato è stato pari a 308,05±37,78 mg/100 g CE s.s (Tab. 20), mentre il contenuto in tannini condensati è risultato sotto il limite di quantificazione. Tab. 20: contenuto in tannini totali (mg/100g CE s.s.±D.S.) dei semi di lupino azzurro (raccolto 2008) Varietà 26 A 42 A 48 A Tannini totali 327,46±5,09 287,65±46,82 309,04±55,71 Pur non evidenziandosi differenze tra le linee genetiche, si evidenziano variazioni significative tra le due epoche di semina, con valori nettamente più bassi per la semina primaverile (Fig. 43). Fig. 43: effetto dell’epoca di semina sul contenuto in tannini totali. a,b p<0,05; A,B p<0,01 α-galattosidi Per quanto riguarda il contenuto di α-galattosidi (o RFOs) sono stati rilevati valori medi di 86,62 ± 15,81 mg/g come somma di tutti gli zuccheri analizzati; i singoli valori sono riportati nella Tabella seguente (Tab. 21): Tab. 21: contenuto di α-galattosidi (RFOs) (mg/g s.s.) dei semi di lupino azzurro (raccolto 2008) Linea genetica 26A Saccarosio Maltosio Raffinosio Ciceritolo Stachiosio Galactopinitolo Verbascosio RFOs Totali 14,72±2,73 1,64±0,73 4,36±1,09 2,68±0,07 25,25±4,38 4,21±0,21 18,12±2,85 70,98±12,05 42A 20,87±0,13 0,70±0,25 7,31±1,70 4,52±03,7 30,02±5,28 3,71±0,27 23,26±0,94 90,39±7,98 48A 21,63±3,56 1,16±0,78 7,78±1,03 4,00±0,30 34,21±6,84 5,64±1,08 24,06±1,95 98,48±15,55 43 Dall’analisi statistica dei dati emergono differenze significative sia tra le diverse linee genetiche che tra le due epoche di semina (Figg. 44 e 45). Fig. 44: differente contenuto in galattosidi nelle tre linee genetiche indagate. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 45: differenze nel contenuto di galattosidi tra le due epoche di semina. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fitati Lo studio del contenuto di fitati ha evidenziato un contenuto medio di 8,83±0,80 mg/g, con una netta prevalenza di IP6 (91%) rispetto agli altri inositol fosfati. Di seguito sono riportati i valori rilevati per le 3 linee genetiche oggetto di sperimentazione nel 2008 (Tab. 22). Tab. 22: concenuto di fitati (mg/g s.s. ±D.S.) dei semi di lupino azzurro (raccolto 2008) Linea genetica IP3 IP4 IP5 IP6 IP totali 26A 0,13±0,00 0,15±0,00 0,47±0,00 8,88±0,64 9,57±0,67 42A 0,13±0,00 0,17±0,00 0,43±0,02 8,20±0,18 8,93±0,16 48A 0,13±0,00 0,17±0,00 0,45±0,01 7,27±0,47 8,00±0,51 L’analisi statitistica ha messo in evidenza differenza significative sia tra le linee genetiche che tra le epoce di semina, come mostrato di seguito (Figg. 46 e 47). 44 Fig. 46: differenze nel contenuto di fitati tra le linee genetiche nell’anno 2008. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Fig. 47: effetto dell’epoca di semina sul contenuto di fitati nell’anno 2008. a,b p<0,05; A,B p<0,01 Per quanto riguarda gli altri fattori antinutrizionali indagati e previsti nel progetto di ricerca si sono rilevati valori inferiori al limite di quantificazione delle metodiche adottate. 3.2.4 Fermentescibilità I campioni disponibili per questa leguminosa e derivanti dalle prove agronomiche condotte negli anni 2007 i 2008 hanno consentito di porre a confronto genotipi diversi e diverse epoche di semina, queste ultime limitatamente all'anno 2008. Va innanzitutto posto in evidenza come la quantità di gas complessivamente prodotta da tal lupino sia risultata leggermente inferiore rispetto alla equivalente produzione ottenuta con il cece (321.4 vs 350.3 ml/g s.o.), in accordo con le differenze di composizione chimica esistenti tra queste due granelle e che vedono il cece più ricco in carboidrati fermentescibili e il lupino più ricco invece in 45 lipidi che non vengono fermentati dalla microflora ruminale ma possono comunque fornire energia all’animale. Le differenze varietali sono state valutate complessivamente per il biennio 2007-2008 e, per quanto concerne la produzione complessiva di gas misurata in vitro, sono risultati significativi sia l'effetto dell'anno di coltivazione sia l'effetto della varietà. Con riferimento al primo fattore, le granelle prodotte nel corso del 2007 hanno generato una quantità di gas significativamente superiore (326.5 vs. 316.4 ml/g s.o.; P<0.01) (Fig. 48). (ml/g s.o.) 330 325 320 315 310 2007 2008 Fig. 48: Produzione media complessiva di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di lupino di quattro differenti varietà seminate negli anni 2007 e 2008. I confronti varietali hanno fornito indicazioni favorevoli soprattutto per i genotipi 26A e 48A rispetto ai rimanenti 42A e 4A, con scostamenti spesso significativi (Fig. 49). 322 (ml/g s.o.) 322 321 321 320 320 319 319 318 26A 42A 48A 4A Fig. 49: Produzione media complessiva di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di lupino di quattro differenti varietà seminate negli anni 2007 e 2008. Entrambi i fattori considerati, annata agraria e varietà, hanno invece inciso significativamente sulle cinetiche di fermentazione e in particolar modo sulla velocità di produzione di gas. Le granelle 46 prodotte nel corso del 2007 sono risultate più rapidamente fermentate rispetto a quelle prodotte nel corso del 2008 (7.62 vs 6.83 %/h; P<0.01) (Fig. 50). (%/h) 7.8 7.6 7.4 7.2 7.0 6.8 6.6 6.4 2007 2008 Fig. 50: Velocità media oraria di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di Lupino di differenti varietà seminate nell’anno 2008. Per quanto concerne le differenze tra le diverse popolazioni genetiche non è stata invece riscontrata alcuna differenza significativa nella velocità di digestione (Fig. 51). 10 (%/h) 9 8 7 6 5 4 26A 42A 48A 4A Fig. 51: Velocità oraria di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di lupino di differenti varietà seminate negli anni 2007 e 2008. Nel corso del 2008 i fattori sperimentali posti a confronto sono stati relativi alle differenze genetiche e di densità di semina. Le differenze tra varietà sono risultate ai limiti della significatività statistica, con la varietà 42A che ha prodotto più gas rispetto alle altre (P<0.10). Non è stato invece riscontrato alcun effetto significativo dell’epoca di semina sulla quantità di gas generato durante le incubazioni (Fig. 52). 47 (ml/g s.o.) 325 320 315 310 26A 42A 48A 4A Fig. 52: Produzione complessiva di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di lupino di quattro differenti varietà seminate nell’annata 2008. I parametri derivanti dalla elaborazione delle curve di produzione cumulata di gas hanno permesso di porre in maggior risalto la maggiore produzione potenziale di gas della varietà 42A che risultata sempre e significativamente (P<0.01) superiore rispetto alle altre (Fig. 53). 340 (ml / g s.o.) 335 330 325 26A 42A 48A 4A Fig. 53: Produzione potenziale di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di lupino di quattro differenti varietà seminate nell’annata 2008. Non significativo è invece risultato l'effetto del patrimonio genetico sulla velocità di produzione di gas, con differenze tra le tre varietà poste a confronto sempre quantitativamente contenute. L'epoca di semina non ha invece parimenti influenzato significativamente questo parametro (Figg. 54 e 55). 48 10 (%/h) 9 8 7 6 5 4 26A 42A 48A 4A Fig. 54: Velocità oraria di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di lupino di differenti varietà seminate nell’anno 2008. (%/h) 6.80 6.78 6.76 6.74 6.72 6.70 Epoca 1 Epoca 2 Fig. 55: Velocità oraria di produzione di gas ottenuta dall’incubazione delle granelle di lupino di differenti varietà seminate nell’anno 2008 a due differenti densità. 49 4 Considerazioni finali e conclusioni Dal raffronto con i dati riportati in bibliografia, sia con le stesse specie oggetto del presente studio sia con altre proteaginose di utilizzo comune, in particolare con la soia, è possibile asserire che i valori di composizione chimica e fattori antinutrizionali del cece e del lupino azzurro, coltivati nelle condizioni sperimentali descritte nei capitoli precedenti, appaiono perfettamente in linea e di sicuro interesse per l’alimentazione animale. L’elevata rusticità di queste specie di leguminose consente livelli produttivi simili rispetto a quelli conseguibili da altre proteaginose. I pregi nutrizionali si devono essenzialmente a: - buon contenuto proteico, che nel caso del lupino azzurro risulta maggiormente disponibile a livello intestinale poiché accumulata nel seme sotto forma di globuline dotate di minore potere emulsionante alle albumine caratterizzanti altre proteaginose (Van Berneveld, 1999); - elevato contenuto di energetico, fornito nel caso del cece dall’amido e nel caso del lupino azzurro da zuccheri solubili non amidacei, che in parte sono tuttavia rappresentati da α-galattosidi, considerati antinutrizionali in quanto responsabili della flautolenza ed in parte rappresentati da β-(1-4)-galattani (Carre et al., 1985). Non è da sottovalutare, inoltre, il contenuto di vitamine del gruppo B (tiamina, riboflavina e niacina), di amminoacidi essenziali (in particolar modo della lisina) (Piccioni, 1979) e di sali minerali (ferro, zinco e calcio) (Carnovale et al., 1987), unitamente ad un limitato contenuto in lignina. Interessante è il contenuto di lipidi grezzi, notevolmente più elevato di quello di altri legumi dove normalmente si aggira intorno all’1-2%. Il profilo aminoacidico è simile a quello di altri legumi, con un alto contenuto in lisina ed un basso contenuto in amminoacidi solforati presentando, tuttavia, carenze di metionina e lisina ed un eccesso di arginina (Van Barneveld, 1999), che rende cece e lupino azzurro particolarmente adatti alla complementazione con i cereali. La Tabella seguente (Tab. 23) pone a contronto i dati acquisiti con altri alimenti utilizzati come fonte proteica per l’alimentazione animale. Data la rilevante presenza di carboidrati complessi (amido e fibra) oltre che di costituenti minori, si può affermare in generale che il cece ed il lupino azzurro, come altri legumi, svolge un’importante funzione di regolazione del metabolismo lipidico e glucidico, oltre che dell’attività gastro-intestinale (Jenkins et al., 1980; Crapo, 1985). 50 Tab. 23: confronto del profilo aminoacidico di alcune fonti proteiche (g/16gN) Lupino bianco Cece Cece (Pascià e Lupino Soia* Pisello proteico* var Multitalia* tipo Kabuli** Sultano)*** azzurro*** ALA 4,39 4,19 3,31 4,4 3,16 3,23 ARG 7,67 6,68 9,99 10,3 13,55 9,74 ASP 10,84 12,47 11,87 11,4 12,37 12,00 CYS 1,49 1,41 1,43 1,3 2,06 1,74 GLU 12,99 16,28 23,02 17,3 16,48 31,86 GLY 4,24 4,00 3,88 4,1 2,19 1,36 HYS 2,64 1,79 2,34 3,4 8,76 8,26 ILE 5,03 4,09 4,65 4,1 3,76 3,30 LEU 7,80 6,64 7,45 7 7,70 7,23 LYS 6,30 1,41 4,25 7,7 4,19 3,30 MET 1,44 0,85 0,68 1,6 0,60 0,53 PHE 5,21 4,47 4,19 5,9 4,02 2,95 PRO 5,43 4,00 4,28 4,6 2,44 2,86 SER 5,63 5,32 6,22 4,9 3,58 3,54 THR 3,99 2,40 3,71 3,6 3,45 2,71 TRP 1,35 0,85 0,60 1,1 TYR 3,84 2,92 4,56 3,7 2,17 1,71 VAL 5,06 4,28 3,94 3,6 1,87 2,67 22,06 14,40 18,46 21,70 18,31 16,09 Totale solforati 9,05 7,39 8,76 9,60 6,19 4,66 Totale aromatici 24,85 31,27 33,70 25,82 23,18 Totale essenziali 36,30 *Prandini et al. (2005); ** El-Adawy (1999); *** campioni oggetto della presente sperimentazione I semi di lupino azzurro contengono un buon quantitativo di oligosaccaridi della famiglia dello stachiosio (35-38 g/kg s.s.) (Van Kempen et al., 1994) e del raffinosio (4-9 g/kg s.s.); quest’ultimo, tuttavia, può provocare diversi effetti negativi aumentando la produzione di gas ed interferendo con la digestione di altri nutrienti (Van Barneveld, 1999). Il contenuto in lipidi grezzi risulta piuttosto elevato, con valori prossimi al 5% sulla s. s. I principali acidi grassi presenti sono l’acido linoleico (483 g/kg), l’oleico (312 g/kg), il palmitico (76 g/kg) e il linolenico (54 g/kg) (Hansen e Czochanska, 1974), risultando anche resistenti all’ossidazione (Petterson, 1998). Nel caso della farina di lupino azzurro McDonald e collaboratori (1992), riportano un contenuto in Energia Metabolizzabile (EM) pari a 11,5 MJ/kg s.s. per i polli e 13,2 MJ/Kg s.s. per i ruminanti; il contenuto in energia digeribile per i suini risulta pari a 17,3 MJ/Kg s.s.. Il problema principale per l’alimentazione animale è rappresentato dal contenuto in alcaloidi tossici (lupanina, sparteina, lupinina, isolupanina, angustifolina, L-17-idrossilupanina), che possono raggiungere valori anche di 20 g/kg in alcune varietà amare. Non del tutto trascurabili appaiono i problemi posti dal rivestimento fibroso del seme, che ha effetti negativi sulla digeribilità, in particolare nei monogastrici. Tali fattori limitanti possono essere in buona parte ridotti sottoponendo il seme a diversi trattamenti tecnologici (bagnatura, estrusione, espansione, tostatura). 51 Alcuni trattamenti tecnologici producono sugli alimenti ad uso zootecnico modificazioni chimicofisiche, influenzandone il valore nutrizionale complessivo, la degradabilità ruminale, (Tabella 3) l’utilizzazione digestiva, la disponibilità di nutrienti, l’appetibilità e lo stato igienico sanitario. Tali modifiche indotte da trattamenti tecnologici riguardano soprattutto: - gelatinizzazione e destrinizzazione degli amidi (incremento anche fino al 15-20% dell’efficienza digestiva); - diminuzione della degradabilità ruminale delle proteine nei poligastrici; - riduzione dell’ossidazione dei grassi (inattivazione delle lipasi); - riduzione della carica batterica. Per il cece ed il lupino azzurro, i trattamenti tecnologici possono risolvere i problemi relativi ad alcuni fattori antinutrizionali, che con diverse modalità interagiscono con l’utilizzazione digestiva dei nutrienti provocando perdite di produzione. Occorre tuttavia porre attenzione agli effetti sulla qualità della materia prima in funzione del tipo e dell’intensità del trattamento tecnologico; ad esempio sono noti effetti negativi del trattamento termico sulla disponibilità di alcuni aminoacidi essenziali, lisina in modo particolare. La nutrizione proteica degli animali d’interesse zootecnico risulta di fondamentale importanza sia per gli allevamenti da latte che per quelli da carne; il fattore comune è il miglioramento della produttività, riducendo i costi di alimentazione e mitigando al contempo la quantità di azoto escreto. Tenendo conto del livello produttivo e dei fabbisogni proteici degli animali in funzione del loro stato fisiologico, l`impiego di diverse materie prime nella razione, avviene in funzione principalmente dei seguenti parametri: - quantità di proteina; - quantità massima utilizzabile all`interno della razione; - valore biologico, ovvero qualità nutrizionale della proteina; - costo; - disponibilità aziendale; - facilità di reperimento, stoccaggio e conservabilità. Alla luce di quanto sopra esposto, le scelte attuabili sono diverse in funzione di una molteplicità di circostanze, per le quali è difficile indicare una soluzione univoca ottimale per un corretto razionamento. A queste considerazioni vanno aggiunte quelle di carattere economico legate al costo della proteina ed, a parità di altre condizioni, quelle inerenti le esternalità ambientali dovute all’escrezione azotata. L’impiego delle proteaginose considerate “minori” (favino, pisello proteico, lenticchia, cicerchia, cece, lupino) nel razionamento animale, pur se oggetto di diverse trattazioni scientifiche e tecniche che ne dimostrano l’importanza, ha trovato difficoltà di sviluppo principalmente per la mancanza di quantitativi idonei ad una espansione di massa. 52 Tuttavia la necessità di reperimento di fonti proteiche alternative o complementari, sorta per effetto dell’aumento del costo della soia (sia GM che non) e del blocco agli OGM in Europa, sta riattivando l’interesse per le proteaginose “minori”. È da sottolineare, inoltre, il fatto che l’industria mangimistica italiana dipende in larga misura dalle importazioni di mais e soia da USA, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay dove le coltivazioni transgeniche sono sempre più diffuse. Il blocco nei confronti degli OGM porterà, secondo uno studio della Commissione Europea (http://ec.europa.eu/agricultu-re/envir/gmo/economic_impactGMOs_en.pdf, ad un deficit di soia di 32 milio-ni di tonnellate nel 2010, con ovvie forti ripercussioni sulla produzione zoo-tecnica. Tra le prospettive di rilancio delle leguminose da granella in Italia ed in Europa, si può annoverare, inoltre, la crescente richiesta da parte dei consumatori di carni biologiche, pro-venienti da allevamenti condotti secondo precise prescrizioni tecniche. In tale nuovo contesto, l’alimentazione del bestiame assume importanza strategica, in quanto la normativa che regola il settore, a partire dal Regolamento CE 2092/91 (che sarà abrogato dal Reg. Ce 834/2007 a far data dal 1 Gennaio 2009), prevedono l’utilizzo esclusivo di erbe, mangimi e foraggi di provenienza aziendale o extraziendale ottenuti con le metodologie dell’agricoltura biologica. Le leguminose, e le proteaginose da granella in particolare, sono quindi un’importante fonte di energia ed aminoacidi per l’alimentazione animale, in particolar modo per i monogastrici (James et al., 2005).Tali alimenti sono caratterizzati, da un notevole contenuto di proteine ma, parallelamente, la loro inclusione nella dieta può essere limitata dalla presenza di fattori antinutrizionali endogeni del seme, potenzialmente in grado di produrre effetti biologici negativi negli animali con effetti indesiderati sulle performance. Un supporto scientifico con approccio multidisciplinare può contribuire alla diffusione delle proteaginose “minori”, attraverso contributi all’azione gestionale in sede di pianificazione della politica agricola e attraverso la messa a disposizione di conoscenze approfondite di carattere genetico, agronomico e zootecnico. Il successo di tali colture in ambito zootecnico dipenderà in larga parte dall’attivazione delle relative filiere (dalla produzione di seme certificato alla trasformazione ad opera dei mangimifici, fino all’inclusione nelle razioni alimentari) e dal raggiungimento della competitività sul mercato nei confronti della soia. La disponibilità e la qualità degli alimenti concentrati gioca un ruolo cruciale nella gestione dei sistemi di allevamento, influendo sul benessere animale, sulla sua efficienza produttiva, sulla qualità degli alimenti e sulla redditività dell’impresa. Nel caso degli allevamenti ad indirizzo biologico, le regole poste dalla Comunità Europea avranno un impatto crescente sulle scelte degli allevatori, a causa degli elevati costi delle materie prime derivanti dall’agricoltura biologica e a causa della non facile e costante disponibilità di mercato. Sia per l’allevamento degli erbivori domestici, sia soprattutto per l’allevamento dei monogastrici non è infatti prospettabile un sistema di gestione che non preveda un adeguato apporto di alimenti ad elevata concentrazione energetica e proteica. La diffusa presenza di 53 tipi genetici animali a medio-elevato livello produttivo implica necessariamente l’adozione di piani alimentari adeguati in ogni fase del ciclo di allevamento. Nel caso degli erbivori, ruminanti in particolare, la qualità dei foraggi rappresenta un obiettivo irrinunciabile, condizione per migliorare la digeribilità della razione e ridurre l’apporto di concentrati entro i limiti posti dalle normative vigenti. Nell’impossibilità di utilizzare fonti di alimenti concentrati derivanti da manipolazioni genetiche (OGM) e nella difficoltà crescente di reperire soia e mais non OGM, si rende necessario implementare la produzione nazionale di fonti energetiche e proteiche sostitutive, anche attraverso la valorizzazione di produzioni tradizionali che si adattano alla coltivazione anche in aree collinari e con limitati input agronomici. Le aziende zootecniche ad indirizzo biologico potranno raggiungere condizioni di sostenibilità gestionale ed economica soprattutto se riusciranno raggiungere un ottimale livello di integrazione con le attività di produzione agricola. La mangimistica aziendale rappresenta una prospettiva di estremo interesse in questa direzione. Restano tuttavia aperti i problemi della conservazione delle materie prime per evitare alterazioni e contaminazioni, nonché i problemi del trattamento tecnologico per neutralizzare la presenza di eventuali fattori antinutrizionali e per migliorare il loro livello di utilizzazione digestiva. L’inserimento di fonti proteiche alternative o complementari a quelle più largamente diffuse nella alimentazione dei ruminanti e dei monogastrici deve essere preceduto da una attenta valutazione anche di aspetti legata alla digeribilità ed alla qualità della proteina alimentare. Entro tali scenari, alcune leguminose da granella, considerate proteaginose “minori” per la loro scarsa diffusione, tra i quali il cece (Cicer arietinum L., 1753) e il lupino azzurro (Lupinus angustifolius L., 1753) possono fornire un contributo importante per l’affermarsi di tali indirizzi produttivi. Tali leguminose possono costituire alternative colturale in sistemi agricoli basati su monosuccessione di cereali, determinano un arricchimento azotato del suolo, sono utili per la preparazione dei terreni per la conversione a produzioni biologiche, costituiscono un valido sistema per la copertura e la protezione del suolo, sono fonte di proteine per il razionamento degli animali da reddito e anche, nel caso del cece, per l’alimentazione umana. Il progetto di ricerca ha avuto la finalità di approfondire le conoscenze riguardo alla qualità nutrizionale di leguminose tradizionali da destinare all’alimentazione animale, in particolare di due varietà di cece ed alcune linee genetiche sperimentali di lupino azzurro, proponendosi, in un ambito più ampio la possibilità di inserire tali alimenti nella dieta degli animali di interesse zootecnico, supportando strategie agronomiche e di miglioramento genetico volte a offrire una valida alternativa alle colture proteiche industriali. 54 BIBLIOGRAFIA - Aikman K., Bergman D., Ebinger J., Seigler D., 1996. Variation of cyanogenesis in some plant species of the Midwestern United States. Biochemical Systematics and Ecology, 24 (7/8): 637-645. - AOAC (Association of Official Analytical Chemist), 1990. Official Methods of Analysis, Asso- ciation of Official Analytical Chemists. 15th Ed. Gaithersburg, USA: AOAC Press. - AOAC (Association of Official Analytical Chemist), 2000. Official Methods of Analysis, Asso- ciation of Official Analytical Chemists. 17th Ed. Gaithersburg, USA: AOAC Press - Bell J. M., 1993. Factors affecting the nutritional value of Canola meal: a review. Canadian Jour- nal of Animal Science, 73: 679-697. - Bengala-Freire J., Aumaitre A., Peiniau J., Freire J. B., 1991. Effects of feeding raw and extruded peas on ileal digestibility, pancreatic enzymes and plasma glucose and insulin in early weaned pigs. Journal of Animal Physiology and Animal Nutrition, 65 (3-4): 154-164. - Bradbury J. H., Egan S. V., Lynch M. J. 1991. Analysis of cyanide in cassava using acid hydroly- sis of cyanogenic glucosides. Journal of the Science of Food and Agriculture, 55: 277-290. - Brinker A. M., Seigler D. S., 1989. Methods for the detection and quantitative determination of cynide in plant materials. Pytochemistry Bulletin, 21: 24-31. - Burns R. E. , 1971. Method for estimation of tannin in grain sorghum. Agronomy Journal, 63 (May-June): 511-512. - Carnovale E, Lombardi-Boccia G, Lugaro E , 1987. Phytate and zinc content of Italian diets. Hu- man Nutrition - Applied Nutrition, 41A: 180-86. - Carre B., Brillouet J. M., Thibault J. F. 1985. Characterization of polysaccharides from white lu- pin (Lupinus albus L.) cotyledons. Journal of Agriculture and Food Chemistry 33: 285-292. - Chavan J. K., Kadam S. S., Salunkhe D. K. 1989. Biochemistry and technology of chickpea (Ci- cer arietinum) seeds. Critical Reviews in Food Science and Nutrition, 25 (2): 107-109. - Clemente A., Sanchez-Vioque R., Vioque J., Bautista J., Millàn F., 1998. Effect of cooking on protein quality of chickpea (Cicer arietinum) seeds. Food Chemistry, 62 (1): 1-6. - Cohen, S., Michaud, D., 1993. Synthesis of a fluorescent derivatizing reagent, 6-Aminoquinolyl- N-Hydroxysuccinimidyl Carbamate, and its application for the analysis of hydrolysate Amino Acids via High-Performance Liquid Chromatography. Analytical Biochemistry, 211:279-287. - Cohen, S., De Antonis, K. M., 1994. Applications of Amino Acid derivatization with 6- Aminoquinolyl-N-hydroxysuccinimidyl carbamate. Analysis of feed grains, intravenous solutions, and glycoproteins. Journal of Chromatography A, 661:25-34. - Crapo, P. A., 1985. Simple versus complex carbohydrate use in the diabetic diet. Annual Review of Nutrition, 5: 95-114. 55 - Cuadrado C., Ayet A., Robredo L. M., Tabera J., Villa R., Pedrosa M. M., Burbano C., Muzquiz M., 1996. Effect of natural fermentation on the content of inositol phosphates in lentils. Z Lebensm. Unters. Forsch., 203: 268–271. - De Lange C. F. M., Nyachoti C. M., Verstegen M. W. A., 2000. The significance of antinutritional factors in feedstuffs for monogastric animals. In “Feed evaluation – principles and practice”, Moughan P J., Verstegen M. W. A., Visser-Reyneveld M. I. (eds). Wageningen Pers., Wageningen, The Netherlands: 169-183. - Egan S.V., Yeoh H. H., Bradbury J.H., 1998. Simple picrate paper kit for determination of the cyanogenic potential of cassava flour. Journal of the Science of Food and Agriculture, 76: 39-48.ù - Feigl F., Anger V., 1966. Replacement of benzidine by copper ethylacetoacetate and tetra base as spot-test reagent for hydrogen cynide and cyanogen. Analyst, 91: 282-284. - Groff E. B., Wu Z., 2005. Milk production and nitrogen excretion of dairy cows fed different amounts of protein and varying proportions of alfalfa and corn silage. Journal of Dairy Science, 88: 3619-3632. - Hadjipanayiotou M., 2002. Replacement of soybean meal and barley grain by chickpeas in lamb and kid fattening diets. Animal Feed Science and Technology, 96: 103-109. - Hansen R. P., Czochanska Z., 1974. Composition of the lipids of lupin seed. Journal of the Sci- ence of Food and Agriculture 25: 409. - Haque M.R., Bradbury H.J., 2002. Total cyanide determination of plants and foods using the picrate and acid hydrolysis methods. Food Chemistry, 77: 107-114. - Huisman J, Tolman G.H, 1992. Anti-nutritional factors in the plant proteins of diets for non- ruminants. In: “Recent Advances in Animal Nutrition”, P.C. Garnsworthy, W. Haresign and D.J.A. Cole, Editors, , Butterworths, London: 3–31. - James K. A. C., Butts C. A., Morrison S. C., Koolaard J. P., Scott M. F., Scott R. E., Griffin W. B., Bang L. M., 2005. The effects of cultivar and heat treatment on protein quality and trypsin inhibitor content of New Zealand field peas. New Zealand Journal of Agricultural Research, 48: 117-124. - Jansman, A. J. M., 1993. Tannins in feedstuffs for simplestomached animals. Nutrition Research Reviews, 6 (1): 209-236. - Jenkins D. J. A., Wolever T. M. S., Taylor R. H., Barker H., Fielden H., 1980. Exceptionally low blood glucose response to dried beans: comparison with other carbohydrate foods. British Medical Journal, 281: 518-580. - Kakade, M. L., Rackies J.J., McGhee J. E., Puski G., 1974. Determination of trypsin inhibitor ac- tivity of soy products: a collaborative analysis of an improved procedure. Cereal Chemistry, 51: 376382. - Kobaisy M., Oomah B. D., Mazza G., 1996. Determination of Cyanogenic Glycosides in flaxseed by Barbituric Acid-Pyridine, Pyridine-Pyrazolone, and High-Performance Liquid Chromatography Methods. Journal of Agriculture and Food Chemistry, 44: 3178-3181. 56 - Liu, H. J., Chang, B. Y., Yan, H. W., Yu, F. H., Liu., X. X., 1995. Determination of Amino Acids in food and feed by derivatization with 6-Aminoquionolyl-N-Hydroxysuccinimidyl Carbamate and Reversed-Phase Liquid Chromatographic Separation. Journal of AOAC International, 78(3): 736-743. - Martillotti F., Antongiovanni M., Rizzi L. Santi E., Bittante G., 1997. Metodi di analisi per gli a- limenti d’impiego zootecnico. Quaderni metodologici n. 8, CNR-IPRA, Roma. - Martın ́ ez-Villaluenga C., Frıá s J., Vidal-Valverde C., 2005. Raffinose family oligosaccharides and sucrose contents in 13 Spanish lupin cultivars. Food Chemistry, 91 (4): 645-649. - McDonald P., Edwards R.A., Greenhalgh J. F., 1992. Nutrizione Animale. Tecniche Nuove Edito- re: 453 – 458. - Muzquiz M., Rey C., Cuadrado C., Fenwick G. R., 1992. Effect of germination on the oligosac- charide content of lupin species. J. Chromatogr., 607: 349–352. - Nambisan B., Sundaresan S., 1984. Spectrophotometric determination of cyanoglucosides in cas- sava. J Assoc Off Anal Chem., 67 (3): 641-643. - NRC, 2001. Nutrient Requirements of Dairy Cattle: Seventh Revised Edition. - Onwuka G. I., 2006. Soaking, boiling and antinutritional factors in pigeon peas (Cajanus cajan) and cowpeas (Vigna unguiculata). Journal of Food Processing and Preservation, 30: 616-630. - Page D., Quillien L., Duc G., 2000. Trypsin inhibitory activity measurement: simplification of the standard procedure used for pea seed. Crop Science, 40: 1482-1485. - Petterson D. S., Harris D.J., Rayner C. J., Blakeney A. B., Choct M., 1999. Methods for the analy- sis of premium livestock grains. Australian Journal of Agricultural Research, 50: 775-787. - Piccioni M, 1979. Dizionario degli alimenti per il bestiame - IV ed. Edagricole, Bologna. - Price M. L. Van Scoyoc S., Butler L. G., 1978. A critical evaluation of the vanillin reaction as an assay for tannin in sorghum grain. Journal of Agriculture and Food Chemistry, 26 (5): 1214-1218. - Riedl K. M.Lee J. H., Renita M., Martin S. K. S., Schwartz S. J., Vodovotz Y., 2007. Isoflavone profiles, phenol content, and antioxidant activity of soybean seeds as influenced by cultivar and growind location in Ohio. Journal of the Science of Food and Agriculture, 87: 1197-1206. - Salunkhe, D. K., Chavan, J. K., Kadam, S.S., 1990. Dietary tannins: consequences and remedies. Boca Raton, Floride, Etats-Unis, CRC Press. - Singh U., Jambunathan R. D., 1981. Studies on desi and kabuli chickpea (Cicer arietinum, L.) cul- tivars: levels of protease inhibitors, levels of polyphenolic compound and in vitro protein digestibility. Journal of Food Science, 46: 1364-1367. - Tantisewie B., Ruijgrok H.W.L., Hegnauer R., 1969. Die Verbreitung der blausäure bei den Cor- mophyten. 5. Mitteilung: Über cyanogene Verbindungen bei den Parietales und bei einigen weiteren. Sippen. Pharm. Weekblad, 104: 1341–1355. - Theodorou M. K., 1993. A new laboratory procedure for determining the fermentation kinetics of ruminant feeds. Ciencia e Investigacion Agraria 20, 332-344. 57 - Theodorou, M. K., Williams, B. A., Dhanoa, M. S., McAllan, A. B., France, J., 1994. A simple gas production method using a pressure transducer to determine the fermentation kinetics of ruminant feeds. Animal Feed Science and Technology, 48: 185-197. - Van Barneveld R. J., 1999. Understanding the nutritional chemistry of lupin (Lupinus spp.) seed to improve livestock production efficiency. Nutrition Research Reviews, 12: 203-230. - Van Kempen, R. J., & Hughes, R. J.,1994. The nutritive value of lupin for pigs and poultry. In Proceedings of the first Australian lupin technical symposium: 49–57. - Waghorn G., 2008. Beneficial and detrimental effects of dietary condensed tannins for sustainable sheep and goat production . Progress and chellenges. Animal Feed Science and Technology, 147: 116139. - Wang X., Warkentin T. D., Briggs C. J., Oomah B. D., Campbell C. G., Woods S., 1998. Total phenolics and condensed tannins in field pea (Pisum sativum L.) and grass pea (Lathyrus sativus L.). Euphytica, 101: 97-102. - Zielinski H., Kozlowska H., 2000. Antioxidant activity and total phenolics in selected cereal grains and their different morphological fractions. Journal of Agriculture and Food Chemistry, 48: 2008-2016. 58