CONFIMI
Rassegna Stampa del 03/03/2014
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INDICE
CONFIMI
Il capitolo non contiene articoli
CONFIMI WEB
01/03/2014 www.adnkronos.com
Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
9
01/03/2014 ilcittadino.it 13:57
Lavoro: Confimi, giù cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
10
01/03/2014 www.ilsussidiario.net 14:12
Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
11
01/03/2014 www.bergamonews.it 13:20
Decreto Salva Roma|Paolo Agnelli: "Ora|si salvino le imprese"
12
01/03/2014 www.liberoquotidiano.it 14:27
Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
13
01/03/2014 www.wallstreetitalia.com 16:36
Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
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01/03/2014 corrieredelweb.it 14:24
AGNELLI: "DOPO SALVA BANCHE, SALVA ROMA, ORA SALVIAMO LE IMPRESE SE
SI VOGLIONO "SALVARE" I POSTI DI LAVORO
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02/03/2014 www.giornaledibergamo.com 21:52
"Dopo il SalvaRoma ora si salvino le imprese
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01/03/2014 freenewspos.com
Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
17
01/03/2014 olbianotizie.it
Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
18
01/03/2014 www.guidasicilia.it 14:23
Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
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SCENARIO ECONOMIA
01/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
e Pagano sempre gli Stessi
21
01/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
«Vertice Telecom più indipendente Il mercato lo riconoscerà»
22
01/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Quando la crescita uccide se stessa
24
02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Il premier, Sorgenia e il salvataggio pagato dallo Stato
25
02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Gabriel: la sfida di Matteo è riportare in Italia gli investimenti
28
02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Università senza ricerca, Paese senza futuro
30
02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Ferrari-Apple, la coppia dei record insieme per creare l'auto intelligente
32
02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
I Piccoli e la nuova rivoluzione «fablab»
34
02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Bernabè: una spinta alla crescita? Si faccia una banca per le imprese
36
03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
«Con più donne la nostra Rai sarà un modello per la parità»
38
03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
«Sorgenia è una questione aziendale e non politica»
41
03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
IL CONSENSO A CARO PREZZO
42
03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale
L'energia e le famiglie: le bollette di luce e gas in una sola pagina
44
01/03/2014 Il Sole 24 Ore
Il mondo corre con WhatsApp, l'Italia affonda nei suoi ritardi
46
01/03/2014 Il Sole 24 Ore
Giovani, disoccupazione record al 42,4%
48
01/03/2014 Il Sole 24 Ore
Così il merito può guidare le nomine pubbliche
50
01/03/2014 Il Sole 24 Ore
Il rompicapo della crescita
52
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Il Dragone all'attacco del «serpente» valutario
54
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Scacco alla crisi in sole tre mosse: bad bank, fusioni e fondi di garanzia
56
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Arriva il piano casa da 1,3 miliardi
58
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Patti ambigui verso il 2015
60
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Lavoro in tre mosse: cuneo, sussidio e contratti
61
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Padoan, 15 giorni per «due diligence» e nodo coperture
63
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Pmi a caccia di mercati alternativi
65
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Governo-Expo: partita da 260 milioni
67
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
TERRITORIO COME PIATTAFORMA INNOVATIVA
68
02/03/2014 Il Sole 24 Ore
Reportage in fabbrica
69
03/03/2014 Il Sole 24 Ore
Super-Tasi al test degli sconti
71
03/03/2014 Il Sole 24 Ore
Bonus, partita da 90 miliardi
74
03/03/2014 Il Sole 24 Ore
Donne al lavoro 12 giorni in più per la parità
76
03/03/2014 Il Sole 24 Ore
Start up innovative: con incubatori e fondi banche in prima fila
77
01/03/2014 La Repubblica - Nazionale
"Sgravi per chi reinveste utili meno tasse e stop all'austerity così rilanceremo
l'economia"
79
01/03/2014 La Repubblica - Nazionale
Slitta al 2015 la banda larga per tutti
81
01/03/2014 La Repubblica - Nazionale
Bruxelles lancia l'allarme app "Costi nascosti, bimbi ingannati"
82
02/03/2014 La Repubblica - Nazionale
Addio alla Cassa in deroga dal 2015 si cerca la copertura per il sussidio unico
83
02/03/2014 La Repubblica - Nazionale
Mani straniere nel risiko degli aeroporti
84
03/03/2014 La Repubblica - Nazionale
"Ora tempi più corti dei processi e interventi sulla prescrizione"
86
03/03/2014 La Repubblica - Nazionale
Cresce la rivolta contro la Super-Tasi Confindustria: tagli all'Irap, non all'Irpef
88
03/03/2014 La Repubblica - Nazionale
"Bene il sussidio unico a chi perde il lavoro ma serve un piano straordinario per i
giovani"
90
03/03/2014 La Repubblica - Nazionale
Il Nobel anti-austerity lascia l'università dei ricchi "No alle diseguaglianze"
92
01/03/2014 La Stampa - Nazionale
"Tutele allargate ma non per tutti"
93
01/03/2014 La Stampa - Nazionale
Il disastro del lavoro Spariti 478 mila posti
94
01/03/2014 La Stampa - Nazionale
Quote Bankitalia, l'Ue chiede spiegazioni
96
02/03/2014 La Stampa - Nazionale
Cancellate 90 imprese al giorno
97
03/03/2014 La Stampa - Nazionale
Squinzi: la Tasi? Un'altra botta
98
03/03/2014 La Stampa - Nazionale
"Più servizi via Internet per diffondere la banda larga"
100
03/03/2014 La Stampa
*Caccia al super dividendo Le occasioni di Piazza Affari
102
01/03/2014 Il Messaggero - Nazionale
Tasi, pagheranno anche Chiesa e no profit la tassa può aumentare dello 0,8 per mille
104
02/03/2014 Il Messaggero - Nazionale
«Immobili sempre più tassati una specie di bancomat che viene spremuto all'infinito»
105
02/03/2014 Il Messaggero - Nazionale
Per agganciare la ripresa puntare sull'innovazione
106
02/03/2014 Il Messaggero - Nazionale
Banco, partner per gli immobili c'è la candidatura di Hines Italia
107
03/03/2014 Il Messaggero - Nazionale
Il petrolio divide Così la Scozia si prepara al referendum
108
03/03/2014 Il Messaggero - Nazionale
Irap o Irpef rebus del governo
110
01/03/2014 Il Giornale - Nazionale
Bankitalia: alle banche regali e bastonate
113
03/03/2014 Il Giornale - Nazionale
«Debiti con le aziende: dal governo solo parole»
115
02/03/2014 Avvenire - Nazionale
FERMARE L'IMPOVERIMENTO E L'ITALIA SI RISOLLEVERÀ
116
02/03/2014 Avvenire - Nazionale
Sangalli: «Renzi cominci col ridurre l'Irpef fino ai 28mila euro»
118
02/03/2014 Avvenire - Nazionale
Il Non profit: occasione da non perdere
119
02/03/2014 QN - Il Giorno - Lodi
«Tagli al personale? Sindacati d'accordo»
120
03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza
Privatizzazioni: avanti, sempre più piano
121
03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza
Poletti, un ministro da 140 miliardi così le coop vanno al governo
123
03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza
Pitruzzella "L'Antitrust è in campo"
125
03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza
Consumi, trend e stili di vita l'Osservatorio Conad-Nielsen per le famiglie
127
03/03/2014 Corriere Economia
Euro troppo forte: un pericolo da non ignorare
129
03/03/2014 Corriere Economia
Previdenza Pensioni più basse Ecco i conti di quanto perdiamo
130
03/03/2014 Corriere Economia
Lezioni americane: le micro-imprese tech possono diventare un motore della
crescita
132
01/03/2014 Milano Finanza
Eurotower d'avorio
133
01/03/2014 Milano Finanza
Ultima chiamata per i capitali all'estero
135
02/03/2014 Il Fatto Quotidiano
DA ENEL ALLE BANCHE, L'OMBRA FEDELE DEL MINISTRO GUIDI
136
SCENARIO PMI
Il capitolo non contiene articoli
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11 articoli
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Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare
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Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo
Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione
dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti.
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(Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfaré facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse,
rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse
sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria
Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti.
(Red/Zn/Adnkronos)
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Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare'
facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul
piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così
Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria
Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360
mila addetti.
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Dopo l'approvazione del Decreto Salva Roma il presidente di Confimi Impresa Paolo Agnelli richiama il
governo sulle urgenze del lavoro e dell'occupazione: "Ora salviamo le imprese: saranno loro il vero Welfare,
facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse".
"Dopo il Salva Banche e il Salva Roma ora salviamo le imprese, se si vogliono 'salvare' i posti di lavoro": il
presidente di Confimi Impresa, la confederazione dell'industria manifatturiera e dell'impresa privata che
raggruppa circa 25mila imprese per 360mila addetti, Paolo Agnelli detta la linea dopo la recente
approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del Decreto Salva Roma, richiamando l'attenzione sui temi
del lavoro e dell'occupazione.
"Ora - continua Agnelli - è necessario invertire l'automatismo della tassazione. Salvando le imprese saranno
le imprese il 'vero Welfare', facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse. Come? Rendendo subito le imprese
competitive sul piano internazionale, soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia".
"Con queste azioni, che devono essere immediate - conclude il presidente bergamasco di Confimi - si
potranno salvare posti di lavoro e risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme
all'aumento dei gettiti Iva e Ires provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la detassazione
sul costo del lavoro e dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al reddito: è
dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte".
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Decreto Salva Roma|Paolo Agnelli: "Ora|si salvino le imprese"
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Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo
Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione
dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti.
"Con queste azioni, che devono essere immediate, -sottolinea Agnelli- si potranno salvare posti di lavoro e
risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme all'aumento dei gettiti Iva e Ires
provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la detassazione sul costo del lavoro e
dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al reddito: è dannoso mungere la mucca
prima che faccia il latte".
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Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo
Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione
dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti.
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"Ora necessario invertire l'automatismo della tassazione, dannoso mungere la mucca prima che faccia il
latte", così Paolo Agnelli - Presidente di Confimi Impresa la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e
dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti.
"Salvando le imprese - attacca il Presidente Agnelli - saranno le imprese il "vero Welfare" facendo risparmiare
allo Stato ingenti risorse.
Come? Rendendo subito le imprese competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia".
Con queste azioni che devono essere immediate - conclude Agnelli - si potranno salvare posti di lavoro e
risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme all'aumento dei gettiti IVA e IRES
provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la detassazione sul costo del lavoro e
dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al reddito: dannoso mungere la mucca
prima che faccia il latte".
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AGNELLI: "DOPO SALVA BANCHE, SALVA ROMA, ORA SALVIAMO LE
IMPRESE SE SI VOGLIONO "SALVARE" I POSTI DI LAVORO
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Il presidente di Confimi Impresa Agnelli: "Dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte"
Facebook Twitter Oknotizie Delicious RSS Print Increase Font Decrease font 02 marzo 2014 | POLITICA
Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, Paolo Agnelli, è intervenuto all'indomani della discussa
approvazione del Salva-Roma, rimarcando l'esigenza di salvare le imprese per tutelare i posti di lavoro. "Ora
è necessario invertire l'automatismo della tassazione, dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte",
così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa (la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e
dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti). "Salvando le imprese- ha
sottolineato Agnelli- saranno le imprese il "vero Welfare" facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse.
Come? Rendendo subito le imprese competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia"."Con queste azioni che devono essere immediate - conclude Agnelli - si
potranno salvare posti di lavoro e risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme
all'aumento dei gettiti IVA e IRES provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la
detassazione sul costo del lavoro e dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al
reddito: dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte".
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Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia". Cos Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione
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Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione
dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti.
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01/03/2014
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Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo
Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo
fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione
dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti.
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SCENARIO ECONOMIA
69 articoli
01/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:619980, tiratura:779916)
e Pagano sempre gli Stessi
MASSIMO FRACARO e NICOLA SALDUTTI
Gira e gira la tassa è rimasta. Ha cambiato innumerevoli nomi (chi ricorda la Trise, o l'imposta unica
comunale, detta Iuc?), innumerevoli aliquote (annunciate, ritirate, negoziate). Ma poi è rimasta in carica. Anzi,
si è allargata.
Il terreno delle imposte è molto tortuoso non solo a causa di norme incomprensibili, ma anche per le trappole
verbali: teoricamente l'Imu, l'ex Imposta municipale, sulla prima casa è stata (formalmente) abolita. In realtà
la Tasi, la neonata tassa sui servizi indivisibili (dall'illuminazione ai vigili urbani), vale sia per l'abitazione
principale (prelievo che può salire dal 2,5 al 3,3 per mille) sia per le seconde (in questo caso si sale fino
all'11,4 per mille). Allora perché non dire che sarebbe tornata la tassa (o patrimoniale) sulla prima casa? Il
punto è sempre lo stesso, i cittadini non sono sudditi fiscali, ma contribuenti
che hanno il diritto di conoscere quanto e come devono pagare. Senza alchimie verbali del tipo «si paga,
forse no, forse sì. Sì ma non tutto». In una, due o forse tre rate.
Lo psicodramma dell'Imu evidentemente non è servito da lezione. Il motivo? Leggiamo la nota ufficiale diffusa
ieri da Palazzo Chigi al termine della riunione che ha deciso l'aumento:
l'incremento può essere deliberato dai comuni a condizione che il gettito relativo sia destinato a finanziare
detrazioni o altre misure relative all'abitazione principale in modo tale che gli effetti sul carico dell'imposta
Tasi siano equivalenti a quelli dell'Imu prima casa.
Traduzione più o meno fedele: spetta ai sindaci decidere come e in che misura e a chi applicare i bonus, ad
esempio per i figli. Dunque ci risiamo. Per la Tasi c'è da scommettere che assisteremo a un altro caos in
occasione dei pagamenti. Perché non imporre ai comuni quello che il governo ha annunciato di voler fare per
il modello «730» dei dipendenti pubblici e dei pensionati? I sindaci mandino ai contribuenti i bollettini
precompilati per il pagamento di tutte le loro imposte (Imu, Tari, Tasi).
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Imposte locali
01/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:619980, tiratura:779916)
«Vertice Telecom più indipendente Il mercato lo riconoscerà»
Federico De Rosa
Di FEDERICO DE ROSA A PAGINA 42
MILANO - La spinta era arrivata dal mercato e al mercato Marco Patuano adesso chiede di cambiare «dal
basso» la governance di Telecom Italia. Gli strumenti ci sono. Su proposta dell'amministratore delegato il
board del gruppo giovedì scorso ha approvato un documento, una raccomandazione per il consiglio che si
insedierà all'assemblea di aprile, e ai soci in vista delle nomine, che invita a mettere in pratica, prima che
nello Statuto, i nuovi principi di corporate governance per dare più spazio alle minoranze e un peso maggiore
ai consiglieri indipendenti.
È un primo passo, non c'è dubbio. Lo Statuto però non viene toccato. Non si poteva fare uno sforzo in più?
«Credo che il modo in cui si è arrivati alla condivisione del documento e la forte determinazione da parte
dell'intero consiglio nel trovare un punto di sintesi rappresentino un grande risultato. È stato fatto un percorso
trasparente, aperto alle indicazioni dei soci e del mercato, un esperimento che ritengo possa essere di
interesse per tutto il mondo della finanza italiana».
Perché lasciare delle raccomandazioni al nuovo board invece di consegnargli già una Telecom più moderna?
«Abbiamo discusso a lungo se fosse da parte del consiglio uscente proporre dei cambiamenti permanenti
nella governance o se fosse più giusto lasciare ai soci e al nuovo consiglio questa valutazione, come poi
abbiamo scelto di fare».
La raccomandazione è stata approvata all'unanimità ma qualche discussione c'è stata. Sul tavolo c'era anche
la proposta alternativa del comitato guidato da Lucia Calvosa: che fine ha fatto quel documento?
«Sono molto grato alla professoressa Calvosa per aver fatto un lavoro molto approfondito che come
management e come consiglio abbiamo cercato di includere nella deliberazione finale, e molti dei punti che
sono stati recepiti hanno migliorato il documento. L'unico punto su cui non è stata trovata l'unanimità è sulla
scelta tra le modifiche allo Statuto e l'utilizzo dello strumento dell'autodisciplina».
Ha avuto modo di condividere queste proposte con la Findim di Marco Fossati, che da tempo chiede di
mettere mano alla governance?
«Nelle ultime settimane abbiamo avuto molti incontri: Norges, Brandes Investment, Dodge & Cox. Siamo
andati a Bruxelles da Iss, il proxy advisor che aveva raccomandato la revoca del board, e a Milano abbiamo
incontrato Glass Lewis. Ne abbiamo parlato con Assogestioni, con Findim e informalmente con la Consob. Il
documento approvato dal consiglio è la sintesi delle istanze emerse in tutti questi incontri».
La raccomandazione del board va nella direzione auspicata da Findim?
«Abbiamo recepito molte delle sue indicazioni. Fossati ha dimostrato un atteggiamento molto costruttivo e gli
va dato atto di un decisivo impulso per avviare questo cambiamento. Io credo che una governance moderna
e trasparente sia un valore finanziario che il mercato è in grado di riconoscere come capacità di ottenere
risultati migliori grazie a un diverso assetto. Ma il merito non va riconosciuto solo a Fossati».
A chi altro?
«Telco ha accettato una revisione molto profonda del proprio ruolo in Telecom».
Che tipo di azionariato immagina per Telecom e che tipo di rappresentanza in consiglio?
«Stiamo assistendo a un cambiamento nell'azionariato: gli investitori speculativi stanno progressivamente
lasciando il posto a chi acquista azioni perché guarda al lungo periodo e crede nella ricostruzione della storia
industriale di Telecom. Immagino quindi un azionariato stabile, molto internazionale, con due altri grandi
attori: i soci italiani, di piccola e media dimensione, che comprano Telecom per tenerla in portafoglio, e i
dipendenti da parte dei quali c'è una forte domanda per acquistare azioni della loro azienda».
E il consiglio, come lo immagina?
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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INTERVISTA Parla Patuano
01/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:619980, tiratura:779916)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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«Abbiamo raccomandato di aumentare il numero dei consiglieri indipendenti, con un'adeguata
rappresentanza per le quote di genere, e di cercare tra persone con esperienze nel mondo delle
telecomunicazioni, anche internazionali, esperti di Information technology e media content. Ma anche nel
mondo dell'economia, della finanza, legale, fiscale e regolatorio e in questa ricerca credo serva dare maggior
peso alle esperienze aziendali rispetto a quelle accademiche, che pure sono importantissime».
Nonostante le novità la Borsa ha picchiato duro sul titolo. Quanto ha influito l'avvertimento di Fitch su un
possibile taglio del rating?
«Più che Fitch credo che abbiano inciso le dichiarazioni di Telefonica sul consolidamento del mercato in
Brasile, che per il momento non ci sarà».
Quindi non crede che la decisione presa mercoledì da Telefonica di separare le attività in Brasile dal resto del
Sud America possa esser legata a un qualche progetto che coinvolgerebbe Tim Brasil?
«Da quando i rappresentanti di Telefonica hanno lasciato il consiglio Telecom non ho molte occasioni di
confronto. Non ne sapevo nulla».
Tra una settimana Telecom approverà i conti. Come sono?
«I target di profittabilità e riduzione del debito sono stati raggiunti. Mi auguro che il mercato riconosca il lavoro
fatto».
È' vero che la decisone spetta agli azionisti, ma lei sarebbe disponibile per un nuovo mandato?
«Lavoro in Telecom Italia da 24 anni e, se i soci me ne daranno l'opportunità, credo di avere il dovere di
completare il percorso di trasformazione che è stato avviato. Non sento di aver finito».
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Un anno in Borsa I soci Telecom Telco Blackrock Findim Chi c'è dentro Telco 22,4% 10% 5% 66%*
Telefonica Intesa Sanpaolo Mediobanca *46% diritti di voto Generali
Foto: Manager Marco Patuano, 49 anni, in Telecom da 24, è amministratore delegato del gruppo delle tlc dal
2011
01/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 51
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Quando la crescita uccide se stessa
Stiamo troppo bene per volerci migliorare, scrive Ricolfi nel suo nuovo libro
Piero Ostellino
Con il suo ultimo libro - L'enigma della crescita , editore Mondadori - Luca Ricolfi, sociologo all'Università di
Torino, si conferma l'apprezzato «analista dei dati» del quale dà regolarmente prova come editorialista della
Stampa . La peculiarità di Luca - che lo distingue dai giornalisti che, utilizzando i fatti con pelosi intenti
polemici e senza coglierne i nessi causali col sistema politico, fanno dello scandalismo una ben remunerata
professione - sta nella sua rigorosa preoccupazione di evitare di conferire ai fatti una valenza ideologica; in
definitiva, egli non cade nella tentazione di fare propaganda per l'ideologia palingenetica che è, poi, quella di
una certa sinistra, pregiudizialmente ostile alla democrazia liberale, al capitalismo e al mercato in nome di un
utopico «dover essere».
Ricolfi è un intellettuale che nasce culturalmente e politicamente a sinistra, ma che oggi è inviso alla sinistra
proprio perché, grazie alla propria impostazione metodologica rigorosamente empirica, aiuta il lettore ad
approdare a giudizi che - pur non essendo la trasformazione di giudizi di fatto in giudizi di valore e pur, come
si suol dire, mettendo il dito nella piaga delle mistificazioni e delle distorsioni ideologiche del nostro tempo finiscono con l'avere una indubitabile importanza etico-politica. È noto il clamore polemico che aveva
suscitato il suo primo libro - Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori - col quale, sempre
sulla base di evidenze empiriche, aveva denunciato la pretesa dell'uomo di sinistra di essere
antropologicamente superiore all'uomo di destra, se non addirittura a quello liberale. Da un nostro felice
incontro, dopo l'uscita di quel libro, è nata, del resto, la Fondazione Hume il cui proposito è proprio quello di
evitare la confusione fra giudizi di fatto e giudizi di valore e l'errore, denunciato dal filosofo scozzese, di
pervenire a proposizioni prescrittive partendo da proposizioni descrittive (la cosiddetta «legge di Hume»).
La tesi di L'enigma della crescita è che la crescita uccide se stessa. Essa - scrive Ricolfi - «fa aumentare il
benessere, ma l'aumento del benessere fa aumentare i costi di produzione e riduce gli incentivi a migliorare
se stessi». È questa, del resto, la principale ragione per la quale il tasso di crescita delle economie delle
società del benessere è in costante declino rispetto a quello dei Paesi in via di sviluppo; insomma, stiamo
troppo bene per essere indotti a migliorare la nostra condizione e tendiamo ad adagiarci nello statu quo ...
Ciò non esclude, peraltro, si debba anche riflettere criticamente sulla cultura politica che persegue la
redistribuzione del reddito, conferendo - scrive ancora Ricolfi - «più arbitrio ai governanti nell'allocazione delle
risorse»; forse, la vera ragione (sovra)strutturale del rallentamento della nostra crescita... Una nuova
occasione, da parte della sinistra statalista e dirigista, per polemizzare con l'onesto Ricolfi?
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Il dubbio
02/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Il premier, Sorgenia e il salvataggio pagato dallo Stato
FABRIZIO MASSARO e SERGIO RIZZO
Il capacity payment è un salvagente pubblico per i produttori di energia che possiedono centrali a gas. Uno
dei maggiori beneficiari potrebbe essere Sorgenia che fa capo a Carlo De Benedetti. II gruppo, con debiti per
1,9 miliardi, sta trattando con le banche. L'aiuto dello Stato è una possibilità che è già diventata un caso
politico. A PAGINA 13
Si chiama in gergo tecnico capacity payment , ed è un salvagente formidabile per quanti oggi producono
ancora energia elettrica con il gas: a causa del boom delle energie rinnovabili e della crisi economica che ha
affossato i consumi di energia le loro centrali restano spente la maggior parte del tempo. E i bilanci vanno a
picco. Ecco allora spuntare quella miracolosa formula inglese, che si può tradurre così: i proprietari degli
impianti termoelettrici vengono pagati lo stesso anche se le turbine non girano, semplicemente perché
potrebbero produrre. Una specie di imposta sulla riserva di capacità produttiva che entrerebbe in azione
quando ce ne fosse la necessità, in grado di dare un bel sollievo ai conti malandati di alcuni produttori. Quella
tassa esiste già, ma i produttori vogliono molto più dei 150 milioni del vecchio capacity payment . Secondo
Assoelettrica ed Energia concorrente, per tenerli a galla servono almeno 600 milioni l'anno fino al 2017.
L'hanno scritto in un dossier di una decina di pagine spedito nelle stanze che contano con la dicitura
«Riservato».
Chi sta peggio di tutti è Sorgenia, gruppo che fa capo alla Cir di Carlo De Benedetti, editore di Repubblica e
del gruppo L'Espresso. Si trova a un passo dall'avvitamento finanziario: fra tre settimane finirà i soldi in
cassa. Il debito sfiora quota 1,9 miliardi. A metà degli anni Duemila le banche le avevano concesso generosi
finanziamenti per realizzare centrali a turbogas. Ma allora il mercato tirava. Poi, in soli cinque anni, è
cambiato tutto. Alla crisi economica e al boom delle rinnovabili si è aggiunto l'alto costo dei contratti di
acquisto del gas a lungo termine, i cosiddetti take or pay . Risultato: con una produzione ridotta al 20 per
cento e un debito diventato insostenibile per almeno 600 milioni, nel solo terzo trimestre 2013 Sorgenia ha
messo a bilancio una perdita di 434 milioni: cento in più di quanti De Benedetti ne abbia incassati da Silvio
Berlusconi dopo la sentenza sul caso Mondadori.
E qui si apre uno scenario incandescente. Con tre protagonisti: il premier, l'editore di Repubblica e il suo
avversario di sempre, Berlusconi. Il marchio di fabbrica è come sempre di Beppe Grillo: «Mettete Renzi e al
posto del burattino Pinocchio e Berlusconi e De Benedetti nei ruoli del Gatto e della Volpe». Rispettando il
gioco delle parti, da settimane i giornali e i commentatori della destra non danno tregua a De Benedetti,
individuato come il manovratore occulto del governo di Matteo Renzi. E non soltanto da loro, se è vero che «il
Secolo XIX», certo non un quotidiano berlusconiano, raccontando come ai colloqui per il governo avesse
partecipato nella delegazione socialista Vito Gamberale, amministratore del fondo F2i «in trattativa con il
gruppo «L'Espresso» per il nuovo operatore delle frequenze digitali», commenta: «Una presenza che non
contribuisce ad allontanare l'ombra di De Benedetti dal tentativo di Renzi».
Tutto parte dall'ormai famosa telefonata di Fabrizio Barca con l'imitatore di Nichi Vendola mandata in onda
dalla «Zanzara», in cui l'ex ministro parlava delle pressioni subite «dal padrone di Repubblica, con un forcing
diretto di sms, attraverso un suo giornalista» per accettare l'incarico di responsabile dell'Economia. Ma poi la
cosa dilaga. Il tam tam è inarrestabile. Intervistato dal giornale online ilsussidiario.net l'economista Francesco
Forte, editorialista del «Foglio» di Giuliano Ferrara, si chiede: «Non è un caso che la nomina di Renzi sia
arrivata, con un'accelerata, nel momento delle nomine? Lui, forse, quest'accelerata, non la desiderava
neanche ma ora sarà tenuto a renderne il servizio...» E dopo che «Repubblica», a poche ore di distanza dalla
formazione del governo, ha puntato il dito contro il conflitto d'interessi del ministro dello Sviluppo, l'ex
presidente dei giovani di Confindustria Federica Guidi, stigmatizzandone anche le presunte simpatie
berlusconiane, il «Giornale» della famiglia Berlusconi titola: «Repubblica attacca la Guidi per i debiti di De
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Il caso
02/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Benedetti». Sottolineando proprio la difficile situazione di Sorgenia.
Il fatto è che questa vicenda è destinata a incrociare tanto la strada del governo Renzi quanto quella delle
prossime nomine pubbliche nelle aziende di Stato. E magari anche quella del Cavaliere. Ma qui è necessario
fare un passo indietro, tornando alle ultime settimane del governo di Enrico Letta. Le pressioni della
Confindustria perché si risolva quel problemino dei produttori termoelettrici sono incessanti. Finché nella
legge di Stabilità spunta una norma che apre la strada proprio a quella formuletta inglese: «capacity
payment». Fissando però soltanto il principio: a stabilire quanti soldi e a chi concretamente andranno,
toccherà al ministero dello Sviluppo, sentita l'Authority, entro la fine di marzo 2014. Al ministero c'è il
bersaniano Flavio Zanonato, attorniato da altri bersaniani. Il segretario generale è Antonio Lirosi e il capo di
gabinetto Goffredo Zaccardi, che aveva lo stesso incarico con Pier Luigi Bersani: il quale non può certo
essere considerato nemico di De Benedetti. Anzi. Sorgenia esiste proprio grazie alle liberalizzazioni introdotte
dall'ex ministro dell'Industria Bersani. E ora il salvataggio è nelle mani di Renzi e Guidi.
Il nemico rischia di essere il tempo. Le banche hanno chiuso i rubinetti, il socio austriaco Verbund non vuole
più tirare fuori un euro e Rodolfo De Benedetti, il figlio di Carlo, è disposto a mettere nel buco nero soltanto
un centinaio di milioni. Il rischio di dover portare i libri in tribunale è reale. E l'eventuale fallimento non
risparmierebbe le banche, la cui esposizione è vertiginosa. Tanto che queste stanno valutando la possibilità
di trasformare parte dei loro crediti in capitale, ripetendo il copione già sperimentato con l'immobiliare
Risanamento di Luigi Zunino e con la Tassara di Romain Zaleski. Se ne parlerà domani a un vertice forse
decisivo. Ben sapendo due cose. La prima: senza l'aiutino dello Stato Sorgenia rischia comunque di andare a
picco, come riconosce lo stesso piano finanziario della società. La seconda: la soluzione definitiva è la
cessione del gruppo energetico che fa capo a De Benedetti.
E di candidati italiani con le spalle abbastanza grandi non ce n'è che uno. L'Eni di Paolo Scaroni: un manager
che nel 2002 è stato designato alla guida dell'Enel e che poi è stato nominato per ben tre volte ai vertici del
grande gruppo petrolifero ancora controllato dal Tesoro. Cementando anche attraverso l'assidua presenza
dell'Eni in Russia i rapporti tra l'ex premier Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. Corre voce che nei colloqui con
Matteo Renzi il Cavaliere abbia chiesto (e ottenuto?) un impegno a preservare, con le nomine che il governo
dovrà fare nelle prossime settimane, le posizioni di Scaroni e dell'attuale capo dell'Enel Fulvio Conti all'interno
del sistema delle grandi aziende pubbliche.
Da una parte il capacity payment rinforzato. Dall'altra l'intervento successivo dell'Eni. Gli ingredienti per uno
dei classici feuilleton all'italiana, nei quali la politica e gli affari si amalgamano in un abbraccio incestuoso, ci
sono tutti. Con effetti pirotecnici a cascata. Perché se trasformando i crediti in azioni le banche diventeranno
proprietarie di Sorgenia, magari lo Stato, attraverso l'Eni, darà un aiutino determinante anche a loro. Il
secondo, dopo quello della rivalutazione delle quote di Bankitalia che ha fatto imbestialire i grillini. La prima
della lista, la più esposta di tutte? Il Monte dei Paschi di Siena, nelle mani di una fondazione già a trazione
Pd...
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D'ARCO Sorgenia e il mercato dell'energia Ricavi Margine operativo lordo* Risultato netto* Indebitamento
netto** Fonte: Sorgenia Termoli (Campobasso) Modugno (Bari) Bertonico-Turano Lodigiano (Lodi) Aprilia
(Latina) 2006 2010 2011 2012 LA CLASSIFICA DEI PRODUTTORI del termoelettrico in cui Sorgenia è
presente Quota % Fonte: Autorità per l'energia, relazione annuale 2013, dati al 2012 * ** post svalutazioni per
circa 400 milioni a fine gennaio 2014 *partecipata al 39% indirettamente da Sorgenia I CONTI GLI IMPIANTI
DEL GRUPPO dati al terzo trimestre 2013 CENTRALI A CICLO COMBINATO DA 800 MW Anno di entrata in
produzione ENERGIE ALTERNATIVE impianti eolici tra Italia e Francia impianti fotovoltaici 200 mw 8 mw 0 5
10 15 20 Eni Edison Enel GDF SUEZ E.On Edipower Sorgenia Iren Axpo Group Tirreno Power * A2A ERG
BG Group plc Burgo Group Repower Alpiq Italia Alpiq Holding Tenaris EDF Altri operatori E.ON (50%) A2A
(50%) DATI MILIONI
02/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 1
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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600 milioni di euro L'ammontare dello stanziamento che secondo le associazioni di categoria dei produttori di
energia Assoelettrica ed Energia concorrente sarebbe necessario come sostegno alle centrali a gas
attraverso il meccanismo del «capacity payment» rinnovato in via transitoria con la legge di Stabilità fino al
2016
La vicenda Il debito Oltre 1,8 miliardi di finanziamenti
Il gruppo Sorgenia, controllato al 52% dalla Cir della famiglia De Benedetti e al 46% dall'austriaco Verbund,
ha un debito netto di 1,86 miliardi, di cui circa 600 milioni ora in eccesso. Sono stati accumulati negli anni
Duemila per la costruzione di 4 centrali a ciclo combinato Gli istituti Serve un aumento di capitale
Le 21 banche creditrici - in testa Mps che ha 600 milioni di esposizione - chiedono alla Cir di versare almeno
150 milioni di aumento di capitale. La holding di De Benedetti punta a non versarne più di 100. Il resto dei 600
milioni in eccesso dovrà essere coperto dalle banche La governance La conversione in azioni
Le banche puntano a convertire almeno 300 milioni di debiti in azioni o in «nuovi strumenti partecipativi»; altri
150 milioni sarebbero stralciati o trasformati in prestito convertendo. Resta il tema del cambio di controllo di
Sorgenia: alcune banche non vogliono diventare produttori di energia L'aiuto Il contributo dell'esecutivo
Una mano d'aiuto a Sorgenia (e agli altri produttori a gas) dovrebbe arrivare dalla nuova regola del «capacity
payment», la remunerazione della flessibilità di produzione. Ammontare e criteri per la distribuzione del
contributo vanno fissati dal ministero dello Sviluppo economicoRodolfo De Benedetti, figlio di Carlo, è
presidente di Cir, la holding che controlla Sorgenia , la casa editrice l'Espresso, Sogefi e Kos Federica Guidi,
ministro dello Sviluppo economico, dovrà stabilire criteri e ammontare del «capacity payment», il contributo
pubblico per i produttori Alessandro Profumo, presidente di Mps. L'istituto senese è il più esposto - tra le 21
banche creditrici - con 600 milioni. In totale i debiti sono 1,8 miliardi
02/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 11
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Gabriel: la sfida di Matteo è riportare in Italia gli investimenti
Il vice cancelliere: è sulla strada giusta su burocrazia e semplificazione Inaccettabile il dumping fiscale: un
artigiano italiano non può pagare più tasse di Amazon
Paolo Valentino
ROMA - Sigmar Gabriel è vice-cancelliere tedesco e ministro socialdemocratico dell'Economia e dell'Energia
nel governo di «Grosse Koalition» guidato da Angela Merkel.
In che modo i socialisti europei pensano di risolvere la contraddizione tra la necessità per un Paese di avere
conti a posto e quella di rilanciare crescita e occupazione?
«Non c'è contraddizione, perché si può avere consolidamento durevole solo se si ha crescita sostenibile.
Nessuno di noi socialisti è contro il consolidamento e il risanamento dei conti nazionali. Nessuno sa meglio di
noi quanto sia importante ridurre debito e deficit. Ma il risparmio unilaterale non porta alcuna crescita. Senza
crescita, non c'è lavoro. E senza lavoro non c'è futuro per giovani che lavorano e senza giovani non potremo
avere i conti a posto. Nel mio Paese, in Germania, abbiamo risolto i nostri problemi perché nel momento della
crisi finanziaria abbiamo investito nella crescita».
Matteo Renzi, il nuovo premier italiano , propone di contabilizzare diversamente gli investimenti
infrastrutturali, per esempio quelli per la scuola, togliendoli dal calcolo del 3% del deficit di bilancio. Lei che ne
pensa?
«In primo luogo Matteo dice una cosa molto interessante: noi avremo crescita solo se libereremo gli
imprenditori italiani dai troppi lacci che li frenano, ridurremo il peso della burocrazia riorganizzando in modo
più efficiente l'amministrazione pubblica, riformeremo il sistema di tassazione rendendolo più semplice e
trasparente. Credo che abbia ragione, perché questo consentirebbe di risparmiare denaro da investire in
crescita e occupazione. Renzi capisce che le riforme strutturali sono essenziali per lo sviluppo. Quello che mi
dicono molti imprenditori tedeschi sull'Italia è che il freno burocratico è talmente forte che perfino le aziende
italiane preferiscono investire all'estero piuttosto che nel loro Paese».
Ma l'idea di scorporare dal calcolo del deficit gli investimenti per la scuola?
«È una discussione aperta anche da noi. Ma io penso che alla fine la cosa decisiva sia di creare nel Paese
un clima favorevole agli investimenti. Matteo Renzi mostra di averlo capito e sta formulando ottime proposte».
Qual è la sfida per il Partito socialista europeo nelle prossime elezioni per il Parlamento dell'Unione?
«Si tratta di difendere il progetto europeo dall'assalto dei movimenti nazional-populisti e di destra. L'Unione
Europea è il più grande progetto di civilizzazione degli ultimi cento anni. Nessun altro continente al mondo,
così ricco di culture diverse, è riuscito a fare altrettanto. Dopo la Seconda guerra mondiale l'Europa era a
pezzi, la Germania un Paese sconfitto e devastato. Ma l'Europa ci aiutò a rimetterci in piedi e costruire un
futuro. L'Ucraina ci mostra in queste ore cosa succede quando l'Europa non lavora insieme per la pace. Ma
l'Europa dev'essere qualcosa in più in futuro. Dovrà crescere sempre più unita, perché solo così potrà avere
un ruolo nel mondo di domani. Un presidente cinese o un premier indiano non telefonerà a 28 capi di
governo, per chiedere quale sia l'opinione dell'Europa. O avremo una sola voce, oppure i nostri figli e nipoti
non avranno alcuna voce».
Una voce per dire cosa?
«Una voce per più libertà, più democrazia, più solidarietà. L'altra sfida è infatti di mettere giustizia sociale ed
equità al centro delle preoccupazioni dell'Unione. Un esempio: non è accettabile che in Italia ogni artigiano,
fornaio, piccolo imprenditore paghi più tasse di Amazon, solo perché questa può pagarli in Paesi europei con
minore pressione fiscale. Il dumping fiscale è inaccettabile. Abbiamo bisogno di maggior eguaglianza di
condizioni per chi investe e per chi lavora».
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
L'intervista Il ministro dell'Economia della Spd: smaschereremo le bugie dei populisti, nel mondo globalizzato
neppure la Germania può farcela da sola
02/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 11
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
In che modo pensate di riuscire a contrastare l'ondata populista e anti-europea?
«Passando all'offensiva e smascherandone le bugie. La rinazionalizzazione non crea alcuna opportunità per i
popoli europei, anzi fa l'esatto opposto. Neppure la Germania da sola può farcela nel mondo globalizzato.
Siamo 7 miliardi oggi, saremo presto 9 e soltanto insieme l'Europa potrà generare crescita, prosperità e
sicurezza».
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Chi è Vicecancelliere
Sigmar Gabriel, 54 anni, dal 2009 è il presidente dell'Spd, il partito socialdemocra-tico tedesco.
Dal dicembre 2013 ricopre il ruolo di vicecancelliere e di ministro dell'Economia e dell'Energia nel governo
Merkel retto dalla maggioranza Cdu-Spd (la cosiddetta Grosse Koalition ). È stato presidente della Bassa
Sassonia
Foto: Dal palco Il leader spd Sigmar Gabriel, 54 anni, durante il suo intervento al congresso Pse. Sulla
candidatura Schulz ha detto: «Grazie per aver scelto un tedesco»( Ansa )
02/03/2014
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Pag. 31
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Università senza ricerca, Paese senza futuro
SEBASTIANO MAFFETTONE
L o scorso weekend ho visto, come molti italiani, Smetto quando voglio . Un film leggero che racconta una
storia pesante. Il cuore della vicenda riguarda i nostri laureati più bravi e il fatto che purtroppo il Paese non sa
che farsene. Risultano, come si dice in gergo, overqualified , cioè troppo preparati per il mercato del lavoro
che li aspetta. Chiunque, come chi scrive, viva nel mondo dell'università è pienamente, e tristemente,
consapevole della situazione. Il problema consiste nel sapere che cosa si possa fare per uscirne. E,
innanzitutto, nel rendersi conto dei segnali che non diamo e delle direzioni sbagliate che prendiamo. Di questi
errori, teorici e pratici assieme, mi permetto di segnalare i tre che sono all'origine di ripetute proposte di
riforma.
Il primo errore sta nell'insistere sul fatto che l'esperienza della research university sia definitivamente al
tramonto. Università di ricerca sono quelle che, come Harvard e Oxford, impegnano enormi risorse non solo
economiche nella ricerca di base. E vedono l'insegnamento come un'attività non indipendente da questa
stessa ricerca. Ritengono che la teoria sia un lusso necessario senza il quale anche la prassi perde valore.
Queste benemerite istituzioni attraversano davvero un periodo di crisi, ma non si vede chi e che cosa possa
prendere il loro posto. Gli esperimenti di e-learning e insegnamento a distanza sono lontani dal raggiungere
un livello adeguato.
Il secondo errore consiste nel ritenere che bisognerebbe puntare tutto sul rapporto tra formazione e mercato
del lavoro. Nessuno sottovaluta la tragedia della disoccupazione giovanile. Tuttavia, pensare che si risolva il
problema dell'università italiana, e più ancora del Paese intero, sfornando solo tecnici possibilmente con
laurea breve è una sonora sciocchezza. Non lo dico solo per amore delle humanities o per nostalgia della
cultura letteraria di una volta. Ma piuttosto perché mai come adesso l'Italia ha bisogno di creatività e dialogo
tra diversi approcci scientifici e tematici. Tutto ciò non lo si ottiene trasformando le università in agenzie
interinali, ma gettando le basi per un futuro in cui l'immaginazione aiuti la produzione. Bisogna evitare
soprattutto di confondere le acque: i problemi che abbiamo non sono tanto dell'università ma del tessuto
produttivo italiano. La proposta di rito di tagliare i fondi alla ricerca non serve quindi a niente, perché è
fondamentalmente l'economia del Paese che non funziona.
Il terzo errore dipende dal credere che la competenza accademica e scientifica si possa misurare con
standard esterni puramente formali. La sfilza infinita di tabelle, indici, mediane e così via non produce giovani
studiosi migliori. Tutt'al più produce specialisti nel farsi inserire nei ranking nazionali e internazionali. Come sa
chiunque abbia fatto ricerca, la capacità di farla dipende dalla passione, dal contesto intellettuale e dagli
esempi che abbiamo a portata di mano. Non certo dalle classifiche. In tutti i casi, svuotare le istituzioni
accademiche di finanziamenti e risorse, come accade ormai da troppo tempo, non può che condurre alla fine
dell'attività di ricerca di un Paese, indipendentemente dai criteri di valutazione che si vogliano adottare.
Continuando così arriveremo al paradossale mondo in cui tutte le nostre energie si concentrano sul tentativo
di «misurare», senza sapere bene come e perché, qualcosa che sta inesorabilmente scomparendo.
Si potrà essere più o meno convinti dalle mie tesi. Certamente, però, ci si chiederà perché questi tre mantra
sull'università siano, a mio avviso, così pericolosi. Lo sono perché nel loro insieme tendono ad annichilire la
priorità dello studio e della ricerca nell'ambito della formazione accademica. E una conseguenza del genere è
assai rischiosa perlomeno per due ragioni. In primo luogo, l'università italiana non è poi così male, soprattutto
se si considera l'investimento economico, morale e politico su cui può contare. Avendo avuto l'opportunità di
insegnare in alcuni dei migliori atenei del mondo, ho la consapevolezza che gli studenti e ricercatori italiani in
media non sono peggio degli altri. Tanto è vero che quando vanno all'estero hanno di solito ottimi risultati. Se
noi insistessimo a commettere gli errori di cui ho parlato, invece, peggioreremmo la qualità scientifica del
Paese e annulleremmo l'amore per la ricerca dei nostri futuri studenti. In secondo luogo, l'Italia vive un
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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RIFORME & TAGLI
02/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
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periodo di crisi profonda legato alla presenza di mercati globali che ci rendono comparativamente meno
produttivi. L'unico modo per uscirne - in un Paese che gode tra l'altro di una straordinaria storia culturale consiste nell'investire in capitale umano. Gli errori che ho indicato vanno invece nella direzione opposta.
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02/03/2014
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Ferrari-Apple, la coppia dei record insieme per creare l'auto intelligente
Il Cavallino: «Sistemi modificati per dialogare con iOs»
Massimo Sideri
La notizia è di quelle che farebbero invidia a James Bond, in arte 007: una Ferrari che dialoga con il sistema
operativo Apple, iOs. Sali sulla tua super-car e l'iPhone, tramite lo standard Bluetooth, si collega con i monitor
della Ferrari trasferendovi le principali icone quadrate con gli angolini smussati che ormai sono un marchio di
fabbrica Apple. A questo punto i comandi potranno essere attivati con la voce grazie al sistema Siri e non
bisognerà più abbassare lo sguardo verso lo smartphone durante la guida (esercizio sempre più diffuso)
rischiando di investire qualcuno. Il lancio della partnership tra i due brand più quotati al mondo - Apple è
l'azienda più ammirata secondo Fortune , Ferrari è il marchio più potente per Brand Finance - è stato
anticipato ieri dal Financial Times . L'ufficializzazione dovrebbe avvenire la prossima settimana al Motor Show
di Ginevra e dovrebbe riguardare anche Volvo e Mercedes. Non siamo ancora a un vero sistema operativo
per l'auto e, dunque, all'iCar. «Abbiamo modificato internamente il sistema della Ferrari per permettere il
dialogo con iOs» racconta una fonte vicina al progetto. Ma è comunque il primo passo verso l'auto intelligente
o connected car . Lo sviluppo di un sistema operativo completo per automobili è il sogno di molti produttori di
smartphone anche perché fino ad oggi - a parte qualche auto futuribile che si può incrociare nelle fiere di
settore, com'è avvenuto al Mobile World Congress di Barcellona solo la settimana scorsa - l'industria
dell'automotive è rimasta abbastanza chiusa sulle proprie posizioni per il timore di perdere il controllo del
business. Tanto che, anche senza avere una Ferrari e anche senza avere un iPhone, la distanza che ancora
oggi passa dalla tecnologia di un qualunque smartphone a quella che gira dentro le automobili anche di
fascia alta è abissale. Basterebbe pensare alle mappe dei navigatori preinstallati che per aggiornare le strade
richiedevano ancora fino a poco fa l'acquisto dei cd da caricare, mentre un qualunque smartphone anche da
150 euro permette di scaricare dai market place dei vari sistemi operativi in commercio un navigatore gratuito
e aggiornato in tempo reale.
Il fatto che il progetto con la Apple sia il risultato di una partnership più commerciale che tecnologica è la
riprova del braccio di ferro tra le due industrie. Le case automobilistiche coinvolte nel lancio non hanno
confermato né smentito. Ma la mossa della Apple è data ormai per certa. Il gruppo di Cupertino si sta
muovendo in ritardo rispetto a Google che ha già lanciato diversi progetti per portare Android dentro
l'automobile del futuro. L'integrazione non è solo sensata dal punto di vista tecnologico ma anche da quello
dei servizi. Avere ancora due memorie per ascoltare la musica è un nonsense. Inoltre la connessione
dell'automobile a Internet ha una serie infinita di declinazioni possibili: dalla ricerca del parcheggio
dimenticato alla gestione degli incidenti. Nell'era dell'internet delle cose, dove anche le lavatrici e i frigoriferi
verranno collegati alla rete, mancava solo l'automobile. L'auto intelligente sarà comunque qualcosa di più di
una semplice automobile connessa: a Barcellona sono stati presentati dei modelli capaci di «vedere» cosa
c'è intorno, persone, ostacoli, altri mezzi, sulla falsariga dell'auto che si guida da sola sperimentata da Google
in California. Anche se questi prototipi, oltre che dovere attendere delle normative che le rendano legali,
trovano nei costi di produzione lo scoglio più alto alla loro commercializzazione. In definitiva montare dei
radar e dei supercomputer nell'automobile non è così economico, senza pensare ai danni in caso di furto.
C'era un'epoca, pochi anni fa, in cui rubare l'autoradio (devastando il mezzo per poche decine di euro o
poche migliaia di lire) era una specializzazione verticale dei ladri di città. Con l'auto intelligente è purtroppo
facile profetizzare il ritorno di questo odioso «mestiere».
@massimosideri
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Il caso Via alla collaborazione tra i due marchi leader nel mondo. E l'azienda di Cupertino salirà a bordo
anche di Mercedes e Volvo
02/03/2014
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2,3
Foto: Miliardi È il valore record del fatturato, in euro, realizzato dalla Ferrari nel 2013 (+ 5%). Primato anche
per l'utile della gestione ordinaria, arrivato a quota 363,5 milioni (+8,3%) e per l'utile netto che supera i 246
milioni (+5,4%) Miliardi È il fatturato, in euro, della Apple relativo all'ultimo trimestre 2013. In questo periodo
sono stati venduti 51 milioni di iPhone e 26 milioni di iPad (al di sotto delle aspettative). Le vendite
internazionali hanno rappresentato il 63% del fatturato trimestrale
42
Foto: Miliardi È il valore record del fatturato, in euro, realizzato dalla Ferrari nel 2013 (+ 5%). Primato anche
per l'utile della gestione ordinaria, arrivato a quota 363,5 milioni (+8,3%) e per l'utile netto che supera i 246
milioni (+5,4%) Miliardi È il fatturato, in euro, della Apple relativo all'ultimo trimestre 2013. In questo periodo
sono stati venduti 51 milioni di iPhone e 26 milioni di iPad (al di sotto delle aspettative). Le vendite
internazionali hanno rappresentato il 63% del fatturato trimestrale Riconoscibilità
Foto: Ferrari Per il secondo anno consecutivo, è il marchio più forte e riconoscibile al mondo. L'azienda
modenese lascia dietro di sé Coca Cola , seconda; Google , quarta; Hermes e Rolex , settima e ottava e
anche la Disney , decima nella classifica di Brand Finance. Questa graduatoria prende in considerazione i
risultati economici dell'azienda, ma anche la notorietà, la fedeltà dei clienti e la qualità delle risorse umane
Valore
Foto: Apple È al primo posto nella classifica dei brand di maggior valore stilata da Brand Finance Global 500.
E per il terzo anno consecutivo l'azienda di Cupertino si conferma leader. Apple è seguita da Samsung ,
Google e Microsoft . Ciò che distingue Apple dagli altri è la sua capacità di monetizzare il suo marchio. Un
esempio sono i tablet, che esistevano prima dell'iPad ma che la Apple ha trasformato in oggetto di culto
02/03/2014
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I Piccoli e la nuova rivoluzione «fablab»
Il garante delle Pmi: le stampanti 3D offrono delle opportunità I numeri del 2013 I dati del 2013 sono
catastrofici con oltre 10 mila fallimenti negli ultimi 12 mesi Il boom La vendita delle macchine che riproducono
gli oggetti ha toccato i 2,2 miliardi
Antonella Baccaro
ROMA - Il nuovo artigiano lavora in 3D. Se c'è un futuro per l'attività manifatturiera delle piccole e medie
imprese italiane, si trova in un laboratorio che è una via di mezzo tra un garage e una piccola fabbrica a alta
tecnologia, ribattezzato dagli addetti ai lavori «fablab»: laboratorio di fabbricazione. Tutto gira intorno alla
rivoluzionaria innovazione della stampante tridimensionale che rende possibile la produzione di prototipi ma
anche di piccole serie di prodotti, di elevata qualità ma con costi limitati e, come si dice in gergo, taylor made ,
cuciti addosso al cliente.
Che questa possa rappresentare una svolta per le Pmi anche in Italia se ne è accorto il garante delle stesse,
Giuseppe Tripoli, che ha registrato il fenomeno nella sua relazione annuale al presidente del Consiglio, di
recente pubblicazione. Accanto a dati catastrofici relativi al 2013, tra cui il saldo tra iscrizioni e cessazioni
peggiore degli ultimi anni (oltre 10 mila i fallimenti nei 12 mesi), «livello mai raggiunto nel decennio
precedente», l'analisi del garante delle Pmi, introduce qualche elemento di speranza.
«L'impatto del 3d printing e della diffusione capillare di questo nuovo "impianto industriale" sui nuovi modi di
produzione e sui modelli di consumo, è tale - scrive Tripoli - che non sembra retorico parlare di "nuova
rivoluzione industriale". Per l'impresa capitalista e taylorista, la fabbrica, il "luogo del fare", era basato sulle
economia di scala e il prodotto era quello per il consumo indistinto di massa. Oggi il luogo della produzione è
un mix tra garage, bottega artigiana e laboratorio» e il prodotto è «fatto su misura».
L'idea della stampa 3D risale agli anni 90, e quello che agli inizi del 2000 si chiamava «rapid prototyping» era
già utilizzato per produrre i componenti delle monoposto dal team Renault F1. A incentivarne la diffusione c'è
stato il crollo del costo (a partire da 1.000-1.500 euro), con vendite che nel 2012 hanno raggiunto i 2,2 miliardi
di dollari, che saliranno a 6 entro il 2017. Ma anche il salto di paradigma avvenuto con le stampanti industriali
(già usate negli Usa) che con ceramica e composti metallici consentono la produzione di componenti per
elicotteri, auto, moto.
In questo scenario, si registra nella relazione, i «fablab» sono in crescita e rappresentano un'occasione di
investimento pubblico-privato. Secondo un recente censimento della rivista Wired.it, in Italia sarebbero 43,
«non tutti laboratori di fabbricazione in senso stretto, ma tutti riconducibili alla filosofia di collaborazione e
sperimentazione che promette di rivoluzionare (e rilanciare) la manifattura».
Questo fenomeno, osserva il garante, sta rendendo nuovamente attrattive per i giovani molte attività manuali
e dovrebbe lanciare una sfida agli attuali percorsi della formazione professionale, a cominciare dai programmi
del nuovo sistema di istruzione tecnica superiore (Its) che si pone come livello di formazione a elevato profilo
tecnico intermedio tra scuola superiore e Università, che dovrebbe essere modellato sulle esigenze espresse
dalle nuove filiere del manifatturiero italiano.
L'obiettivo nemmeno troppo nascosto è «rinnovare le filiere produttive colpite dalla crisi». La produzione in
casa con la fabbricazione digitale ha il vantaggio di essere più conveniente perché consente agli operatori di
«rimanere in un contesto che assicuri qualità e riduca i costi impliciti delle delocalizzazioni».
L'avvento dei «fablab» s'incrocia con un'altra novità importante nel panorama produttivo italiano: nel 2012 per
la prima volta è stata introdotta la definizione di «start up innovativa», una società di capitali costituita da
meno di quattro anni, con un'elevata dotazione tecnologica, e per la quale sono stati introdotti dei benefici. A
gennaio 2014 le start up registrate nella sezione speciale del Registro delle Imprese, osserva il garante, sono
1.554. Le Regioni più densamente popolate, Lombardia (314), Emilia Romagna (169), Lazio (164), Veneto
(134) e Piemonte (128).
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Lo studio Tripoli: mescolare tecnologie e capacità artigianali per il rilancio del «made in Italy»
02/03/2014
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Bernabè: una spinta alla crescita? Si faccia una banca per le imprese
«Serve un istituto specializzato nei finanziamenti a lungo termine» Bisogna tornare agli ingegneri, basta con i
super esperti di finanza
Fabio Tamburini
«Oggi viviamo un momento magico per l'Italia, con un afflusso di capitali importante. Occorre cogliere l'attimo
e applicare il metodo Renzi anche in economia». Franco Bernabé ne ha viste di tutti i colori, da
amministratore delegato dell'Eni e da presidente operativo di Telecom, da manager e da imprenditore, ma
non ha perso la passione per la ricerca di nuove strade e ritiene che ci siano le condizioni per mettere in
cantiere «operazioni finanziarie di carattere straordinario per ridurre il debito pubblico e rilanciare gli
investimenti». L'appello è «di smetterla con nuove tasse o i discorsi sulla patrimoniale» che definisce
«controproducenti e che rischiano di rivelarsi il colpo finale, ammazzando quel poco d'impresa che è
rimasto».
Cosa intende per operazioni straordinarie?
«È arrivato il momento di pensare in grande. Lo Stato deve mettere in campo tutti gli strumenti disponibili per
raccogliere liquidità utilizzando i capitali raccolti per valorizzare i propri attivi e ridurre la pressione del debito
pubblico. Contemporaneamente va data una spinta forte allo sviluppo economico attraverso il credito
industriale a medio e lungo termine, che oggi in Italia è praticamente scomparso. In passato avevamo l'Imi,
che è stato decisivo per rilanciare l'economia degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi è necessario rifare
qualcosa del genere.
Partiamo dalla raccolta di capitali. Perché ritiene che lo Stato riesca ad intercettarli?
«Negli ultimi anni i grandi investitori internazionali si sono arricchiti, e molto, raccogliendo denaro negli Stati
Uniti o in Giappone al 2-3 per cento e reinvestendolo al 7-8 per cento nei mercati emergenti. In più, siccome
lo facevano tutti sugli stessi mercati, guadagnavano pure sui cambi. Ora la festa è finita e la situazione è
cambiata radicalmente. Così i flussi di capitale hanno cercato nuovi mercati, trovando opportunità interessanti
nei Paesi periferici dell'area euro dove ci sono stabilità della moneta e rendimenti apprezzabili. In più gli asset
italiani hanno prezzi bassi, davvero molto bassi».
La riduzione dello spread tra bond e Btp è frutto di questo fenomeno?
«Esatto, soprattutto di questo».
Quanto durerà?
«Difficile dirlo. Probabilmente non tantissimo, ma si è aperta una finestra di opportunità da non perdere. In
finanza il problema è cogliere rapidamente le opportunità. Si è creata una situazione che soltanto sei mesi fa
non c'era e che tra sei mesi potrebbe non esserci più. Sono necessarie operazioni innovative, spiazzanti. E
per questo dico che anche in finanza va applicato lo stile Matteo Renzi, che sta andando nella direzione
giusta».
Faccia qualche proposta concreta...
«Costituire delle società in cui far confluire immobili, aziende, partecipazioni e poi quotarle. O, in alternativa,
creare una grande Spac di Stato (le Spac sono un nuovo strumento, contenente esclusivamente cassa, ndr)
da dedicare a investimenti selezionati in attivi dello Stato. L'altra possibilità è ricreare un istituto specializzato
nel finanziamento a lungo termine delle imprese che possa raccogliere capitali attraverso emissioni
obbligazionarie garantite dallo Stato. Avrebbero, mi creda, un successo assicurato».
A quali tassi d'interesse?
«Sui mercati c'è abbondanza di capitali che cercano impieghi, pronti a essere investiti in bond al 3-4 per
cento anche senza garanzia dello Stato. Ciò permetterebbe di prestare denaro, per esempio al 5 per cento,
alle imprese che vogliono investire e crescere».
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Intervista «Costituire una società in cui far confluire gli immobili, magari una Spac, con emissioni garantite
dallo Stato»
02/03/2014
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Non potrebbero farlo le banche?
«Le banche sono appesantite dalle sofferenze, hanno strutture patrimoniali deboli e, di conseguenza, hanno
difficoltà nella raccolta. Servono iniziative diverse, senza il peso degli scheletri negli armadi».
Ma come scegliere le aziende su cui puntare?
«Può provvedere un nuovo Imi, che era un grande serbatoio di professionalità, fucina di competenze
straordinarie. Bisogna tornare agli ingegneri, che conoscono le aziende e sanno come funzionano. Basta con
i super esperti di finanza e di rating».
Lo ritiene davvero possibile?
«Stiamo raschiando il fondo, ma l'Italia ha le risorse finanziarie e imprenditoriali per risalire e la situazione dei
mercati internazionali può dare un aiuto straordinario a questo rilancio. L'importante è avere la voglia di
percorrere strade nuove e il coraggio di realizzare progetti complessi. Senza timori reverenziali».
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03/03/2014
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«Con più donne la nostra Rai sarà un modello per la parità»
Maria Silvia Sacchi
Di MARIA SILVIA SACCHI A PAGINA 21
«La Rai sa bene quali sono le cose da fare. Il piano strategico varato dal consiglio di amministrazione è frutto
di un'analisi molto seria che va dal palinsesto alle news, dalle procedure interne alla digitalizzazione. Ci sono
questioni che la Bbc, che abbiamo preso come punto di riferimento, sta iniziando a guardare adesso».
Anna Maria Tarantola, presidente Rai, sottolinea con decisione quanto fatto dal cda insediato un anno e
mezzo fa. «Abbiamo trovato un'azienda tecnologicamente molto arretrata - dice - ma con grandi potenzialità.
Un'azienda che ha su di sé un'enorme responsabilità perché ciò che fa ha un impatto su tutto il Paese.
Questo richiede equilibrio, capacità di capire e di prendere le decisioni; e anche di rallentare quando le
modifiche sono delicate, per poi riprendere il cammino. L'importante è sapere dove si sta andando e noi
l'abbiamo ben chiaro».
La conversazione parte dalla due-giorni dedicata alla «differenza di genere come risorsa» che la Rai ha
organizzato per mercoledì 5 e giovedì 6 marzo prossimi in occasione del 90° anniversario della radio e del
60° della televisione. Titolo dell'iniziativa «Donna è», cui seguirà sabato una serata dedicata alla violenza
sulle donne. Il discorso, però, necessariamente si allarga. Anche se sulle polemiche in corso - da Sanremo
alle nomine - Tarantola mette un freno, rispondendo che «queste sono questioni che devono essere discusse
all'interno del cda».
Perché un evento sulle donne?
«Il convegno ha due grandi scopi. Il primo è svolgere il nostro ruolo di servizio pubblico e dare attuazione a
un obbligo che abbiamo - sulla base del contratto di servizio 2010-2012 ancora in vigore - di dare spazio a
una rappresentazione corretta e non stereotipata delle donne. Lo facciamo sia intervenendo sulla qualità
della nostra programmazione, sia aumentando il peso delle donne nella Rai, sia con iniziative come questo
convegno con il quale vogliamo acquisire informazioni, conoscere meglio il Paese e metterci a confronto con
gli altri per aprire un grande dibattito».
Il secondo scopo?
«Mettere in evidenza modelli positivi per diffondere il valore delle donne. Tutte le ricerche economiche e
politiche ci dicono, ormai da tempo, che per un Paese è importante avere più donne nei ruoli decisionali: c'è
una migliore amministrazione, un aumento del Pil... Voglio essere chiara: non intendo dire che le donne sono
migliori degli uomini, quello che funziona è il mix uomo-donna, il fatto di portare e condividere modi e pensieri
diversi».
La Rai ha approvato, prima in Europa tra i servizi pubblici, una policy di genere. Con quali risultati?
«Dal monitoraggio commissionato all'Osservatorio di Pavia emergono risultati positivi. Abbiamo una qualità
ottima sulle fiction, nelle quali oggi troviamo donne reali: nel comune sentire deve passare l'idea che è
normale che una donna sia avvocato o tenente di vascello o magistrato e che abbia una sua vita e capacità di
contribuire alla crescita del Paese. È aumentato il numero delle giornaliste, che ora rappresentano più del 40
per cento del totale, ed è cresciuta anche la loro presenza in video. Così come è aumentato il numero delle
conduttrici e la presenza delle concorrenti nei quiz. Da settembre 2012, quando è entrato in carica questo
cda, a settembre 2013, inoltre, sono state nominate 12 dirigenti donne».
Dove si deve fare di più?
«Sulle esperte-donne che vengono consultate, un tema sul quale abbiamo comunque iniziato un lavoro di
mappatura. E sulle persone intervistate e di cui si parla. Questo, purtroppo, non è un terreno sul quale la Rai
può fare da sola: i portavoce dei politici sono prevalentemente uomini, così come i personaggi di cui si parla.
È il riflesso del fatto che le posizioni apicali sono maschili. Noi possiamo fare di più ma dobbiamo fare i conti
con la realtà».
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INTERVISTA Anna Maria Tarantola
03/03/2014
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La realtà dice che la Rai, così, è in calo di ascolti.
«La Rai ha sempre uno share del 40 per cento come media settimanale, che è di ben 5 punti sopra la
concorrenza. Detto questo, se diamo una rappresentazione più sobria perdiamo ascolti? Ma noi siamo il
servizio pubblico e il contratto di servizio ci dice che dobbiamo muoverci in questa direzione. Dobbiamo
essere molto bravi. Io non sono una creativa e dico, con umiltà, che ho bisogno di autori che sappiano creare
una fascinazione senza rappresentare la donna come un oggetto ma come una risorsa pensante. Si possono
avere ottimi risultati, come con Don Matteo , Montalbano , anche con un tema triste come Braccialetti rossi ».
Per ogni promozione avete dato indicazione di esaminare il curriculum almeno di una donna.
«È una parte della nostra policy di genere sulla quale c'è stato consenso in azienda e che stiamo attuando.
Tante volte, infatti, la discriminazione è implicita: si è portati a non prendere in considerazione le donne anche
senza avere intenzione di escluderle. È la discriminazione più subdola».
Quali sono state le reazioni interne?
«Nei grandi processi di cambiamento è normale che ci possa essere del disorientamento, ma la struttura Rai
ci sta seguendo».
La concorrenza è sempre più forte e le risorse scarse.
«Quando il nuovo cda si è insediato si è posto tre obiettivi: il riequilibrio economico-finanziario, gli investimenti
in tecnologie e l'eccellenza dell'offerta. Su tutti e tre abbiamo perseguito buoni risultati, soprattutto sul
riequilibrio economico-finanziario dove siamo in linea con il budget e, anzi, andiamo meglio. Quanto alle
tecnologie, abbiamo investito moltissimo nella digitalizzazione: abbiamo digitalizzato il Tg2, in maggio
toccherà al Tg3, poi al Tg1 e alla Tgr. Abbiamo, inoltre, avviato un importante processo di digitalizzazione
aziendale. Sul fronte dell'offerta i miglioramenti si vedono. Infine, attraverso Rai Fiction e Rai Cinema
investiamo oltre 250 milioni che vanno ai produttori indipendenti, i casi sono molti, per esempio Mamma
imperfetta (co-prodotto con il Corriere della Sera ). Significa che la Rai crea valore».
La consigliera di amministrazione Luisa Todini ha criticato la governance Rai e ha proposto di avere un
amministratore delegato con diritto di voto e consiglieri con meno poteri di oggi. È d'accordo?
«Sono una presidente di garanzia, devo tutelare tutti e rispettare il quadro normativo in cui tutti devono
lavorare. La governance è l'argomento per cui sono stata chiamata qui: cerco di ottenere il massimo di
indipendenza e di funzionalità nel rispetto dell'attuale legge. Se il Parlamento e il governo volessero
chiedermi un'opinione la dirò in quelle sedi».
Come è stato il suo impatto con la Rai?
«Delicato, perché mi sono trovata in una realtà che non conoscevo e che aveva grandi complessità: alcune
che riguardavano aspetti organizzativi-gestionali che sono comuni a tutte le aziende, altre completamente
nuove. Ho passato i primi 6-8 mesi a studiare. Poi, questa è un'azienda che ha una grande potenzialità e una
responsabilità enorme e che sta vivendo un momento di grande cambiamento. Forse va un po' lentamente,
ma non è che la Rai non ha capito che molto è cambiato. Anzi» .
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Le frasi
Tra gli esperti che consultiamo e le persone intervistate o di cui si parla molti sono ancora uomini
Quello che funziona è il mix tra uomini e donne, il fatto di portare modi e pensieri diversi
Abbiam0 sempre uno share del 40% come media settimanale, anche se siamo sobri
Chi è Le origini
Anna Maria Tarantola, 69 anni, è nata
a Casalpuster-lengo (Lodi)
Gli studi
Nel 1969
si è laureata
03/03/2014
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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in Economia
e commercio all'Università Cattolica
di Milano ed è stata ricercatrice alla London School of Economics
Il curriculum
Nel 1971 è stata assunta in Banca d'Italia. Nel 2009 è stata nominata vicedirettore generale e da luglio 2012
è presidente Rai
Foto: Tv di Stato Anna Maria Tarantola è presidente della Rai da luglio del 2012 (foto di Massimo
Percossi/Ansa)
03/03/2014
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«Sorgenia è una questione aziendale e non politica»
Rodolfo De Benedetti
Di RODOLFO DE BENEDETTI A PAGINA 12 con un articolo di Fabrizio Massaro
Caro direttore,
l'articolo «Il premier, Sorgenia e il salvataggio pagato dallo Stato» (Corriere della Sera, 2/3/2014), mette
insieme in modo improprio la situazione di Sorgenia e la necessità di ristrutturarne il debito, il capacity
payment per i produttori di energia elettrica, le presunte pressioni nei confronti dell'ex ministro Barca e
addirittura le nomine ai vertici delle aziende pubbliche.
Mi preme in primo luogo precisare che mio padre non ha alcun ruolo in Sorgenia: come ampiamente noto, lui
ha lasciato ogni incarico esecutivo in Cir nel gennaio del 2009 e un anno fa ha trasferito la quota di controllo
del gruppo industriale ai miei due fratelli e a me. Mio padre, pertanto, non è in alcun modo coinvolto nella
situazione di Sorgenia né nelle trattative di recente intraprese per la ristrutturazione del suo debito, che
vengono condotte dal management di Sorgenia e, per quanto riguarda l'azionista Cir, dal sottoscritto e
dall'amministratore delegato Monica Mondardini.
Entrando poi nel merito dei contenuti dell'articolo, si attribuisce al cosiddetto capacity payment il carattere di
una misura «pro Sorgenia». Ciò è strumentale in quanto:
1) il capacity payment è un meccanismo di remunerazione di un servizio necessario alla sicurezza del
sistema elettrico. Si tratta, infatti, di una misura legata al mercato, adottata o in corso di adozione anche in
altri paesi d'Europa e in Nord America, che remunera impianti flessibili e in grado di garantire la sicurezza
della rete compensando gli sbalzi di domanda e in particolare l'intermittenza delle fonti rinnovabili, non
programmabili e cresciute negli ultimi anni in misura molto superiore alle previsioni;
2) il provvedimento, che è già in vigore dal 2003 e tornerà stabilmente dal 2017 (la discussione di oggi è sul
periodo transitorio 2014-2016), riguarda determinati impianti di generazione e non le aziende. L'articolo cita
esplicitamente la sola Sorgenia, ma le aziende con centrali coinvolte nel capacity payment sono numerose e
di dimensioni anche maggiori. La Legge di Stabilità, peraltro, prevede che tale misura non pesi in alcun modo
sulle bollette.
Inoltre, è fuorviante accostare alle attuali difficoltà di Sorgenia il cosiddetto «caso Barca» e alcune posizioni
espresse dal quotidiano «la Repubblica». La prima questione non esiste, in quanto mio padre ha dichiarato
pubblicamente - senza essere stato in alcun modo smentito - di non avere contatti con l'ex ministro da diverso
tempo. La seconda questione, che lega alcuni articoli di «Repubblica» al caso Sorgenia, è priva di
fondamento: Cir non ha mai condizionato le autonome opinioni de «la Repubblica». E', infine, infondata
anche l'ipotesi di una integrazione di Sorgenia in Eni.
Mi spiace constatare che si cerchi in tutti i modi, per ragioni che fatico a comprendere, di creare un «caso
politico» su quello che, nei fatti, è unicamente un problema aziendale che coinvolge azionisti e istituti
finanziatori.
presidente Cir
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
la lettera Il presidente Cir
03/03/2014
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IL CONSENSO<br/>A CARO PREZZO
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Qual è la causa profonda della crisi italiana, che ormai sappiamo bene essere una crisi niente affatto
congiunturale? Un filo per imbastire una risposta adeguata lo si trova leggendo i saggi di un volume curato da
Gianni Toniolo - L'Italia e l'economia mondiale dall'unità a oggi - e pubblicato nella bella collana storica della
Banca d'Italia. Come spesso capita, la prospettiva dei tempi lunghi, soprattutto centrale nel saggio introduttivo
del curatore, serve a far vedere meglio le cose.
All'incirca verso il 1990 lo sviluppo del nostro Paese aveva più o meno raggiunto quello dell'Europa
occidentale. Un'impresa ragguardevolissima, se si considera che solo un secolo prima rispetto a quella parte
del continente non eravamo ancora usciti dalla decadenza secolare che ci aveva colpito dalla fine del
Cinquecento. Ma dai primissimi del Novecento sopraggiunge una crescita sostenuta e pressoché costante,
divenuta impetuosa a cominciare dalla Grande Guerra alla fine degli anni Venti e quindi nel trentennio 19501980, durante il quale diminuirono anche - e non di pochissimo - la distanza tra Nord e Sud e la
diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza tra i gruppi sociali.
Da allora, invece, se non proprio un precipizio, quasi. Basti dire che il rapporto tra il Prodotto interno lordo pro
capite italiano e quello degli Usa è tornato nel 2010 ai livelli del 1973. In questo secolo, insomma, la nostra
crescita è semplicemente inesistente, e da un certo punto in poi inizia addirittura una decrescita. Un
deterioramento complessivo di cui può essere considerato un preannuncio simbolicamente esemplare ciò
che a cominciare dagli anni Ottanta avviene del rapporto debito/Pil: da circa il 60 per cento nel 1979 si passa
in un solo decennio al 90, per arrivare nel 1992 al 105 per cento.
Che cosa è successo per giustificare la drammatica inversione avutasi nello sviluppo italiano? In queste
pagine si danno parecchie spiegazioni (poche grandi imprese, mancato inserimento nell'imponente
rivoluzione tecnologica e dei servizi di fine Novecento, aumento eccessivo del costo del lavoro, eccetera), ma
se ne affaccia di continuo, mi sembra, una in particolare, benché mai sviscerata fino in fondo. Vale a dire che
in Italia ciò che è venuto meno non è qualcosa che attiene direttamente all'economia, ma è piuttosto una
generale «capacità sociale di crescita» (Toniolo).
Diviene allora impossibile non collegare il ciclo economico a quello politico, e chiedersi se negli Anni 70/80,
data di inversione del primo, non sia cominciato ad accadere anche nel secondo qualcosa di significativo che
possa essere messo in relazione con esso. Ebbene, questo qualcosa è senz'altro accaduto, e si chiama
avvento di un consenso elettorale ad alto tasso di contrattazione. Mi spiego: fino a quegli anni il voto appare
in gran parte determinato da forti motivazioni di appartenenza ideologica. Il voto mobile, cosiddetto
d'opinione, è piccola cosa, e specialmente lo spostamento da uno all'altro dei due grandi blocchi elettorali democristiano e comunista - è decisamente limitato dalla natura del Pci quale partito sostanzialmente
delegittimato a governare.
Le cose però cominciano a cambiare dopo il Sessantotto. Gruppi sempre più consistenti di elettorato
«d'ordine» si staccano dalla vecchia fedeltà elettorale; gli strati giovanili in quanto tali mostrano una spiccata
tendenza a sinistra; la sindacalizzazione coinvolge vasti strati del ceto medio; si alza in generale il livello di
richiesta di servizi e di garanzie sociali (previdenza, assistenza, eccetera). Al tempo stesso l'immagine del
Partito comunista va perdendo i caratteri negativi che fin lì aveva avuto ed esso pertanto diviene un
competitore credibile al governo del Paese.
Questo svolgersi delle cose rappresentava di certo una crescita democratica, un positivo ampliamento degli
spazi di azione sociale: da una dimensione ideologicamente ingessata e asfissiante a una assai più libera.
Ma come sempre maggiore libertà avrebbe richiesto maggiore responsabilità. Di cui invece, per varie ragioni
qui troppo lunghe a dirsi, la società italiana non era certo pronta a farsi carico. In Italia maggiori spazi di
democrazia vollero dire che a partire dagli anni Settanta si aprì un mercato elettorale nel quale diveniva
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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LE CAUSE (POLITICHE) DELLA DECRESCITA
03/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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sempre più difficile per il compratore politico opporsi alle richieste molteplici e inevitabilmente settoriali dei
diversi gruppi sociali decisi a sfruttare al meglio il proprio voto. Si spiega in questo modo tutta una serie di
fenomeni destinati nei decenni successivi ad aggravarsi e a produrre conseguenze negative molto importanti:
l'espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi indiscriminati alle imprese, il peggioramento della
qualità dell'istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni «permissiviste» dall'alto e
pansindacalismi e agitazioni democraticiste dal basso. Nel mentre l'istituzione delle Regioni e le varie
«riforme» non mancavano di produrre una progressiva perdita di controllo del centro su tutte le periferie e su
tutti gli insiemi.
Storicamente, dal '45 in poi, la democrazia italiana ha voluto dire i partiti, non la società: che anzi, nel lungo
Dopoguerra, è stata piuttosto da essi dominata, organizzata e disciplinata. È peraltro impossibile negare che,
in una misura significativa, il grande sviluppo economico del Paese fu reso possibile proprio grazie ai partiti:
all'efficacia delle loro scelte e della loro direzione. Ma a partire dagli Anni 70/80 la tendenza si rovescia. In un
certo senso la società reclama il suo primato «democratico» e comincia a sfuggire ai partiti, i quali ne
perdono progressivamente il controllo fino a conoscere la virtuale dissoluzione del loro sistema con le
inchieste di Mani pulite. E da allora in avanti, non a caso, essi vivono e sono vissuti soprattutto come
qualcosa di superfluo, di parassitario, precisamente come una «casta».
A questo punto, però, la società che prende il sopravvento si rivela per ciò che è: una società con un assai
debole «capitale civico», familistica e corporativizzata, complessivamente poco istruita e poco interessata a
informarsi, il cui interesse per la libera discussione è scarsissimo, dislocata geograficamente, divisa in
interessi particolari accanitamente decisi ad autotutelarsi; dove il privato tende sempre a prevalere su ciò che
è pubblico o a piegarlo al proprio servizio; dove non esistono élite sociali e culturali unanimemente
riconosciute. Dove sì, le energie non mancano, ma dove si manifesta sempre fortissima la resistenza al
cambiamento, al merito, alla mobilità.
È compatibile - questo è il punto - una società del genere con un moderno sviluppo economico? E
soprattutto: può riuscire a esprimere una strategia appena appena coerente rispetto allo sviluppo anzidetto un
sistema politico che deve operare in un tale clima «democratico»? Che è costretto a contrattare
periodicamente il proprio consenso con una tale società? Ecco altrettanti interrogativi cruciali a cui peraltro
s'incarica la realtà, mi sembra, di dare una risposta ogni giorno più netta.
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Foto: di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
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03/03/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
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L'energia e le famiglie: le bollette di luce e gas in una sola pagina
STEFANO AGNOLI
Verrà realizzata quest'anno una prima selezione del contatore «superintelligente»: si tratta di un sistema in
grado di tenere insieme i conti di gas, luce, acqua e magari teleriscaldamento. È il futuro remoto: ma dalle
prossime settimane, per le famiglie e i consumatori, scatterà la «bolletta 2.0», capace di sostituire le setteotto pagine spesso incomprensibili e pesanti, alle quali gli italiani sono ormai abituati. Un solo e sintetico
foglio formato A4 che conterrà tutto l'essenziale in una o due facciate: anagrafiche, spesa e dati per cambiare
operatore. A PAGINA 13
Il futuro remoto, di là da venire, è quello del contatore «superintelligente», per il quale si inizierà a fare una
prima selezione già quest'anno. Un sistema in grado di tenere i conti di gas, luce, acqua tutti insieme. E
perché no, teleriscaldamento e magari anche qualche consiglio ritagliato su misura per l'uso più razionale
dell'energia. Ma il futuro prossimo, che scatta già dalle prossime settimane, sarà comunque sufficientemente
rivoluzionario per tutte le famiglie e i consumatori italiani: si partirà dalla nuova «bolletta 2.0», che sostituirà le
sette-otto spesso incomprensibili e pesanti pagine alle quali gli italiani sono stati abituati fino ad oggi, con un
solo, sintetico e possibilmente chiaro foglio in formato A4, che conterrà tutto l'essenziale (anagrafiche, spesa
e dati per poter cambiare operatore) in una o due facciate. In parallelo si metteranno in movimento altri
«cantieri»: quello per avviare comunque l'installazione nelle abitazioni dei contatori «intelligenti» per il gas (i
«cugini» di quelli per l'elettricità già installati); un altro per riformare la tariffa sui servizi di rete in vigore dagli
Anni 70, in modo da incentivare l'utilizzo di tecnologie efficienti come le cosiddette «pompe di calore» al posto
delle tradizionali caldaie (e si parla anche delle cucine a induzione); infine la nuova tariffa per l'acqua,
passata forse sotto silenzio, ma scattata dal primo gennaio scorso. Sono già due anni che l'Autorità per
l'energia ha anche la competenza sull'acqua. Ora, con il nuovo sistema tariffario, l'obiettivo di contenere gli
sprechi e di rilanciare gli investimenti per rimettere in sesto una rete conciata male, sembra essere a portata.
Non che negli ultimi tre anni trascorsi dall'insediamento per l'attuale Autorità il lavoro non sia mancato.
L'ultimo sforzo ha riguardato dodici mesi fa la riforma della materia prima gas, che sganciando il prezzo da
quello del petrolio e legandolo all'andamento dei mercati «spot» ha fatto scendere nel 2013 le bollette
dell'8%. «Quando ci siamo insediati - afferma il presidente dell'Autorità Guido Bortoni - abbiamo deciso di
aprire una stagione di grandi e piccole riforme. Le maggiori, come quella gas, fanno parlare molto di sé, ma
anche le tante piccole fanno il rumore di una foresta che cresce».
L'attenzione rimane alta su diversi altri fronti, e non potrebbe essere altrimenti. Per le imprese e per i
consumatori italiani i prezzi dell'energia continuano a rimanere drammaticamente alti, soprattutto nel
paragone europeo. Un differenziale che gioca contro le prospettive di rilancio dell'economia, soprattutto nel
confronto con i «competitors». Nell'ambito delle sue attribuzioni anche il regolatore-Autorità è ben conscio del
problema, che riguarda, tra l'altro, questioni sensibili come l'integrazione delle fonti rinnovabili nel sistema e la
revisione degli «oneri di sistema», le voci «parafiscali» che appesantiscono la bolletta e che sono cresciute
ben oltre le attese (oltre agli incentivi alle fonti rinnovabili anche gli sconti per le imprese energivore o i costi
dello smantellamento del «vecchio» nucleare). Non è un mistero che la crescita della componente fiscale
nelle bollette abbia come effetto quello di ridurre lo spazio lasciato alla concorrenza sul mercato tra le diverse
aziende fornitrici di gas e elettricità. Uno spiraglio però si sta aprendo, visto che l'Autorità ha inserito nel suo
programma anche questa riforma. Un obiettivo da raggiungere a tappe entro il 2016. «Che l'incremento degli
oneri sia per noi un elemento di forte preoccupazione - dice Bortoni - lo diciamo da tempo. Ma per fare queste
riforme ci vuole coraggio da parte di tutti, istituzioni e operatori. Se si vuole una vera riduzione dei prezzi
dell'energia le posizioni di rendita vanno abbandonate da tutte le parti, dando prova di responsabilità».
Va da sé che agli occhi dei consumatori l'iniziativa più evidente sarà quella della nuova bolletta, che dovrebbe
essere più vicina al modello Usa piuttosto che a quello francese o tedesco. «Iniziamo la semplificazione dai
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Tariffe, consumi e contatori: cosa cambia
03/03/2014
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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servizi di maggior tutela ma è ovvio che anche il mercato libero non potrà ignorare questa nuova prassi»,
aggiunge Bortoni. Leggibilità e trasparenza saranno maggiori. Certo, per uguagliare il modello Usa
bisognerebbe avere anche prezzi di elettricità e gas paragonabili. La strada è ancora lunga ma ben avviata:
«È finita l'epoca in cui eravamo subalterni nell'Europa dell'energia, ora su parecchi temi le nostre regole sono
prese ad esempio».
Stefano Agnoli
@stefanoagnoli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
@
Domani la videochat
La nuova «bolletta 2.0», ma non solo. Domani dalle 14.30 il presidente dell'Autorità per l'energia elettrica, il
gas e il sistema idrico, Guido Bortoni e il componente Luigi Carbone, risponderanno (su www.corriere.it ) alle
domande dei lettori su tutte le novità in arrivo. Tutti i confronti sul Web
Il confronto tra la vecchia bolletta di luce e gas con un (possibile) modello della nuova fattura che le famiglie
riceveranno dal 2015. Che cosa accadrà sul fronte delle tariffe, dei contatori «intelligenti» del gas, dell'acqua.
Da questa mattina nello speciale «le Nuove Bollette» su www.corriere.it
01/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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Il mondo corre con WhatsApp, l'Italia affonda nei suoi ritardi
Guido Gentili
«Allucinante» è la parola con la quale il capo del Governo Matteo Renzi ha commentato il dato sulla
disoccupazione: 12,9% a gennaio dopo un 2013 che ha visto la perdita di mezzo milione di occupati. A sua
volta questo dato ne porta in grembo un altro: la disoccupazione giovanile è al 42,4%.
In entrambi i casi, siamo ai dati peggiori dal 1977, quando Renzi aveva due anni, nell'Italia insanguinata dalle
Br esordivano (con due lustri di ritardo rispetto agli altri Paesi europei) le trasmissioni a colori della Rai Tv e
negli Usa usciva il primo episodio della saga cinematografica "Guerre Stellari".
In una biografia nazionale dove pure abbondano le belle pagine, certi dati e confronti provocano in effetti
allucinazioni. L'Espresso era ieri in edicola con l'inchiesta sulla "Fuga dei laureati" e la perdita nazionale della
classe dirigente del futuro. Chi può se ne va, dal Paese dove 2,2 milioni di "under 30" non trovano lavoro, non
lo cercano e non partecipano ad alcun processo di formazione.
L'Italia bloccata che ha bruciato speranze allo stesso ritmo con cui ha aumentato il suo debito pubblico,
s'affaccia in un mondo dove le guerre stellari, e non solo quelle virtuali del cinema, erano già in corso negli
anni Settanta, mentre noi decretavamo le "domeniche a piedi" come contromossa per il rialzo choc del prezzo
del petrolio.
Uno dei due fondatori di WhatsApp (il gigante della messaggistica mobile nato nel 2009 e acquisito ora da
Facebook per 19 miliardi dollari), Jan Koum, classe 1976, è più giovane di Renzi. Ebreo ucraino costretto a
16 anni a trasferirsi con la famiglia a Mountain View, in California, qui i servizi sociali gli assegnano una casa
e un primo sostegno. La madre, casalinga a Kiev, trova un impiego come babysitter e Koum "esordisce" sul
mercato del lavoro facendo le pulizie in un negozio di alimentari. Autodidatta programmatore e solo dopo
iscrittosi alla facoltà di Scienze informatiche, oggi, a 38 anni (il co-fondatore di WhatsApp Brian Acton ne ha
42) ha venduto la sua quota incassando 6,8 miliardi di dollari, in pratica il budget annuale di San Francisco.
Guido Gentili
E togliendosi anche la soddisfazione di firmare simbolicamente l'accordo con Facebook davanti alla
palazzina un tempo sede di quei servizi sociali americani che l'accolsero e lo salvarono.
Ma anche l'Italia, si dirà, ha i suoi servizi pubblici. Prendiamo il caso dei Centri per l'impiego così come l'ha
raccontato con una lettera una preside di liceo al senatore Pietro Ichino. La preside viene a conoscenza che
gli enti pubblici possono avvalersi della collaborazione dei lavoratori in mobilità per impiegarli nei lavori
"socialmente utili". Si rivolge allora al Centro d'impiego della sua città e «dopo l'iniziale sconcerto
dell'impiegata - scrive - che mi scrutava per cercare di scorgere le antenne verdi, sono riuscita a carpire
qualche vaga informazione sugli elenchi nominativi di questi ex lavoratori detenuti dall'Inps che forse... chissà
quando, me li potrebbe rilasciare ma... privi di profilo professionale. Rifletto: migliaia di lavoratori stretti dalla
crisi non sanno che fare, ricevono un sussidio e nessuno li interpella? Possibile? Che benefici trarrebbe una
scuola dalla presenza di operai, tecnici etc che collaborano al funzionamento della stessa in più settori...».
Risposta di Ichino. «Questa è la situazione di molti Centri. Qualcuno a Roma e negli assessorati regionali
dovrebbe chiedersi: se i Cpi non dispongono neppure della lista dei disoccupati che dovrebbero collocare
(per non parlare dei rispettivi professionali) come è pensabile che svolgano la loro funzione essenziale di
collocamento? E prima ancora, come è pensabile che le imprese si rivolgano a questi Centri per trovare i
lavoratori di cui hanno bisogno?».
Non è pensabile e infatti non accade: il servizio è una foglia morta. Ma non negli Stati Uniti del famoso, e
antisolidale, "liberismo selvaggio", ma qui in Italia. Che però è il Paese, vedi il caso, dove nel 2014 il direttore
generale della Banca d'Italia Salvatore Rossi pone all'evidenza che «le ragioni del libero mercato attendono
ancora pieno riconoscimento», con ciò indicando non un inciampo contingente ma un ritardo storico.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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LAVORO E GIOVANI
01/03/2014
Il Sole 24 Ore
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(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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«Allucinante, subito il Jobs Act», ha detto Renzi. Ma questo è ancora un titolo con delle buone indicazioni,
non un provvedimento articolato del Governo il cui successo in chiave pro-crescita dipenderà, e molto, da ciò
che in parallelo verrà fatto sui terreni della spending review e della riduzione del cuneo fiscale.
Nell'attesa, mentre sta per entrare in pista il "Piano garanzia" per 900mila giovani sul cui programma di
spesa la sorveglianza dovrà essere massima (perché lo spiega Davide Colombo a pag. 5) potrebbe essere
utile per il nuovo ministro del Lavoro Giuliano Poletti esaminare come funzionano e cosa offrono in Svezia i
servizi all'impiego per i giovani (modello citato alla Leopolda, a dicembre scorso, dallo stesso Renzi). Il piano
"Labour market initiatives for young people" è facilmente rintracciabile sul sito del governo svedese.
Brevissima introduzione del ministro, tre cartelle in tutto, strategia chiara tradotta da tempo in fatti.
[email protected]
@guidogentili1
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01/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Giovani, disoccupazione record al 42,4%
Renzi: «Allucinante, subito il Jobs act. Entro 15 giorni la proposta»
Claudio Tucci
In gennaio il tasso di disoccupazione si è attestato al 12,9% (massimo dal 1977), in aumento dello 0,2%
rispetto a dicembre e dell'1,1% nei dodici mesi. I disoccupati risultano 3 milioni 293mila. Ancora più pesante il
bilancio sul fronte dei giovani: i senza lavoro nella fascia 15-24 anni sono 690mila, con un tasso medio salito
al 42,4% (51,6% al Sud). Dal 2008, anno d'inizio della crisi, si contano 984mila occupati in meno, 478mila
solo nel 2013, l'anno peggiore secondo l'Istat. «Cifre allucinanti» commenta il premier Renzi su twitter. «Ecco
perché il primo provvedimento sarà il Jobs act».
Tucci e Colombo u pagina 2
ROMA
Torna a crescere il tasso di disoccupazione che a gennaio sale a quota 12,9% (+0,2 punti sul mese, +1,1
punti nel confronto tendenziale), al top dal 1977 (inizio delle serie trimestrali dell'Istat). I senza lavoro arrivano
a tre milioni e 293mila unità (+60mila in un solo mese, +1,9%, e addirittura +260mila persone su base
annua); un bacino in cui confluisce anche una buona fetta di inattivi (vale a dire, chi si rimette alla ricerca di
un lavoro, ma non lo trova). Dal 2008, anno d'inizio della crisi, si contano 984mila occupati in meno.
Rimane fortemente critica la situazione dei giovani, in particolare al Sud. A gennaio il tasso di
disoccupazione degli under25 schizza al 42,4% (+0,7 punti rispetto a dicembre, e +4 punti a livello
tendenziale). In Eurolandia (confrontando il dato ufficiale di gennaio) siamo al secondo posto, dietro solo al
54,6% della Spagna. La Croazia è a quota 49,8% (ma il dato è di dicembre 2013). Anche la Grecia segna
una percentuale di disoccupazione giovanile più elevata della nostra (59%). Però pure qui la percentuale non
è aggiornata (si è fermi a novembre 2013). Tuttavia il dato della Grecia (e questo fa riflettere) è di poco
inferiore al picco registrato nel Mezzogiorno dove il tasso dei senza lavoro tra gli under25 ha sforato lo scorso
anno il 50% (51,6% per la precisione - addirittura 53,7% tra le giovani donne meridionali - contro il 31,2% del
Nord).
I dati diffusi ieri dall'Istat (gennaio 2014 e la media del 2013) e da Eurostat (con il confronto internazionale)
evidenziano tutte le difficoltà del mercato del lavoro italiano. A gennaio nella zona Euro la disoccupazione
rimane stabile al 12%, in Italia aumenta al 12,9%, confermando un trend di crescita che difficilmente è
destinato a rallentare nei prossimi mesi (come indicano anche le ultime stime della commissione Ue). E ciò
dimostra come «la ripresa produttiva dovrà assumere un passo ben più deciso per generare una domanda di
lavoratori, da parte del tessuto produttivo, in grado di assorbire la dinamica crescente di persone che si
mettono in cerca di una occupazione», sottolinea Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma. In
Eurolandia, a gennaio, il tasso di disoccupazione più basso si registra in Austria (4,9%), Germania (5%),
Lussemburgo (6,1%); i valori più alti si sono segnati in Grecia (28% - ma il dato è di novembre) e Spagna
(25,8%). L'Italia, con il 12,9%, si colloca quindi sopra la media Ue a 18, in una posizione intermedia, ma
distante dai paesi migliori.
I dati Istat certificano, poi, un 2013 "annus orribilis" per l'occupazione: sono stati persi 478mila posti, tutti tra
le fasce d'età 15-34 anni e 35-49 anni. Gli occupati over50 sono invece cresciuti per effetto dell'allungamento
dell'età pensionabile targato Monti-Fornero. I dipendenti a tempo indeterminato sono diminuiti di 190mila
unità; ma in calo sono anche gli "indipendenti" (-143mila unità) e i cosiddetti precari (-200mila, circa, pari a
meno 146mila contratti a termine e meno 51mila collaboratori). Guardando ai principali settori economici,
nell'industria in senso stretto c'è stato un calo di 89mila occupati, nelle costruzioni si sale a un preoccupante 163mila unità. Anche il terziario, nella media del 2o13, perde 191mila posti. Il dato di gennaio 2014, invece,
evidenzia una occupazione stabile (nel confronto con dicembre), e questo potrebbe indicare «come
probabilmente si sia toccato il fondo della crisi - spiega l'economista del lavoro, Carlo Dell'Aringa -. Ora
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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A gennaio il tasso dei senza lavoro sale al 12,9%, top dal 1977 - Nel 2013 perduti 478mila posti
01/03/2014
Il Sole 24 Ore
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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servono interventi sulla domanda aggregata, con un taglio del cuneo che riguardi anche l'Irpef, nuove risorse
per i sussidi da collegare, in prospettiva, a politiche attive più incisive».
© RIPRODUZIONE RISERVATA Valori percentuali Gennaio 2014 In punti percentuali Variazioni
congiunturali Variazioni tendenziali Tasso di occupazione 55,3 -0,1 -0,7 Tasso di disoccupazione 12,9 0,2 1,1
Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) 42,4 0,7 4,0 Tasso di inattività 36,4 -0,1 0,1
Foto: IL CALO DEGLI OCCUPATI Numero di lavororatori per tipologia e contratto - Dati 2013 in migliaia IL
CONFRONTO Tassi di occupazione, disoccupazione e inattività - Dati destagionalizzati IL TASSO DI
DISOCCUPAZIONE Gennaio 2013-gennaio 2014.Valori %. Dati destagionalizzati AL SUD PIÙ GIOVANI
SENZA LAVORO Tasso di disoccupazione giovanile per area geografica - Valori % 2013 - Fonte: Istat
01/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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Così il merito può guidare le nomine pubbliche
Luigi Zingales
Il governo Renzi è alla prova del fuoco. Deve dimostrare che le speranze nel giovane primo ministro sono
ben riposte. Deve dare un segnale di cambiamento che ridia fiducia al Paese. Deve fare qualche cosa per
rilanciare subito l'economia. Ma cosa?
Il vincolo di bilancio imposto dall'Europa rende difficile una manovra fiscale espansiva. La maggioranza
disomogenea rallenta qualsiasi riforma, tantomeno la possibilità di una riforma al mese. E anche se le riforme
venissero approvate a ritmo battente, la lentezza della macchina burocratica non ne renderebbe percepibili gli
effetti per molti mesi (se non anni). Stiamo ancora aspettando i decreti attuativi di molte delle riforme
approvate dal governo Monti. Ma allora che fare? Uno dei pochi campi in cui il potere del governo è assoluto
e immediato è quello delle nomine. Nei prossimi mesi ci sono più di 400 nomine da effettuare:
dall'amministratore delegato dell'Eni al commissario Consob scaduto già a dicembre.
T radizionalmente queste nomine sono viste come un'opportunità per distribuire prebende ed ingraziarsi
persone, non come una decisione di politica economica. E fintantoché rimangono un puro esercizio di potere,
non potranno avere alcun effetto benefico sull'economia. Eppure un cambiamento radicale non solo nelle
persone, ma nel metodo, un'affermazione del principio della meritocrazia - sconosciuto in Italia - potrebbe
avere un enorme effetto positivo non solo sul morale degli italiani, ma anche sulla nostra economia.
Gestite da persone competenti, le imprese pubbliche comincerebbero a funzionare meglio e le agenzie
governative a essere più efficienti. Ancora più importante sarebbe il fatto che i nominati per merito sarebbero
liberi di operare nell'interesse dell'azienda, non limitati nelle loro azioni dalla necessità di restituire il favore a
chi li ha nominati. Dal vertice delle imprese e delle agenzie governative, il principio della meritocrazia
comincerebbe a diffondersi a cascata all'interno delle varie organizzazioni, motivando i dipendenti capaci e
isolando faccendieri e intriganti. Quante ore-uomo vengono sprecate ogni giorno nelle nostre imprese in
office politics? Se un nuovo metodo di nomina riducesse solo di un terzo questo spreco, il beneficio in termini
di efficienza sarebbe enorme.
Non basta. Una rivoluzione meritocratica spingerebbe i giovani a studiare (che serve lo studio se la nomina
avviene per conoscenze) e a non emigrare. Una rivoluzione meritocratica ridarebbe speranza a una gioventù
che l'ha persa.
Ma come dare inizio a questa rivoluzione meritocratica? Il grande rischio che corre Renzi è quello di pensare
di essere in grado di fare meglio di chi lo ha preceduto semplicemente perché lui è diverso (più bravo, più
onesto, più giovane, più...). È l'illusione in cui cadono tutti: che sia principalmente un problema che affligge gli
altri, non un problema di metodo, che affligge tutti fintantoché il metodo non cambia. In realtà, anche il politico
più onesto e ben intenzionato cade vittima di pressioni e raccomandazioni (la fila dei questuanti è pressoché
infinita). Tanto più un politico inesperto come Renzi. Lui dovrà inevitabilmente appoggiarsi a consigli di amici
e sostenitori. Al vecchio sottobosco se ne sostituirà uno nuovo, forse più giovane, ma non necessariamente
migliore.
Non basta neppure la foglia di fico della società di head hunting, usata dal governo Letta. Queste società
adempiono un mandato. Se il mandato (esplicito o implicito) è quello di trovare il meno peggio (o il più
ammanicato) tra gli amici di chi sta al potere, la maggior parte delle società di revisione si adegua (anche se
per fortuna ci sono delle nobili eccezioni).
Per funzionare il metodo di selezione deve essere trasparente e deve ridurre al minimo la discrezionalità del
governo nella scelta della persona, pur lasciando al governo stesso la scelta degli obiettivi che questa
persona dovrebbe raggiungere. A questo scopo propongo il seguente metodo. Innanzitutto, il governo
annuncia dei criteri oggettivi di performance e numero di mandati sulla base dei quali decide se confermare la
persona esistente al suo poso. Se la persona va sostituita il governo dichiara pubblicamente le caratteristiche
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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LA GOVERNANCE DELLE AZIENDE DI STATO
01/03/2014
Il Sole 24 Ore
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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della persona che vorrebbe in quella posizione e gli obiettivi che questa persona dovrebbe conseguire. Sulla
base di questa indicazione si chiede alle prime cinque società di cacciatori di teste sul territorio nazionale di
presentare un nome ciascuna. Dalla rosa di cinque nomi il governo elimina i due che considera meno adatti e
poi sorteggia (in modo pubblico) il nominato tra i tre rimanenti. Le due società di head hunting che hanno
proposto il candidato scartato non vengono pagate, le altre tre si dividono la parcella equamente. Alla fine del
mandato, se il candidato non ha raggiunto gli obiettivi stabiliti, la società di head hunting che ha proposto il
nome del candidato scadente sarà esclusa dalle cinque che presentano un candidato e un'altra verrà inserita
nella lista. In questo modo si premia la qualità della scelta e si riduce il rischio che i cacciatori di teste
presentino un candidato indicato in modo informale dal governo.
Liberi da debiti di riconoscenza (il governo non nomina, elimina solo) e con precisi obiettivi da conseguire, i
nominati potranno finalmente gestire le imprese in modo efficiente e non clientelare. Sarebbe una vera
rivoluzione. Una rivoluzione che Renzi può e deve fare. Altrimenti la colpa è solo sua.
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01/03/2014
Il Sole 24 Ore
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Il rompicapo della crescita
A confronto due scenari (poco edificanti): Summers contro Mit
Jean Pisani-Ferry
Per i governi, il tasso di crescita che è ragionevole aspettarsi in futuro è questione cruciale.
Se il passato è di valido aiuto per pronosticare il domani, dobbiamo concludere che le prospettive sono
deprimenti. Dal 2008 la crescita ha disatteso le aspettative di continuo. Tra i Paesi più colpiti dalla crisi solo
pochi - Usa, Germania e Svezia - hanno riscoperto una crescita sostenuta. Anche per loro però nel 2013 il Pil
si è mantenuto al di sotto dei livelli previsti.
L'opinione di economisti e policy-maker è che la crisi finanziaria e dell'euro abbiano nuociuto alla domanda e
all'offerta, anche se è iniziato un processo di ristabilimento.
Sul versante della domanda, i postumi dell'indebitamento privato antecedente alla crisi e dell'indebitamento
pubblico generato dalla crisi continuano a pesare sulla domanda interna. È probabile che il fenomeno durerà
parecchi anni, anche se il suo peso si ridurrà. Poco alla volta i consumatori inizieranno a spendere e
torneranno a investire (come negli Usa), e la politica fiscale tornerà neutra (come in Germania).
Sul versante dell'offerta, la crisi ha diminuito la crescita potenziale della produzione perché le aziende hanno
investito meno e hanno ostacolato l'adozione di nuove tecnologie. E, in alcuni casi, le riduzioni dei salari e
normative flessibili sui licenziamenti hanno incoraggiato le aziende a sostituire la manodopera col capitale,
abbassando la produzione per lavoratore. Mercati del capitale intasati e resistenza a sacrifici collettivi hanno
contribuito a ritardare l'avvicendarsi di aziende già presenti sul mercato con società più efficienti. Il risultato è
stata una produttività inferiore alle aspettative: nel Regno Unito per produrre un medesimo articolo nel 2013
sono state necessarie molte più ore di lavoro a testa rispetto al 2007. Anche in questo caso l'effetto sul
versante dell'offerta della crisi durerà fino a quando le aziende non investiranno in innovazione.
L'opinione secondo cui le economie avanzate si starebbero riprendendo, però, è messa in discussione da
entrambi i lati. Iniziando dalla domanda, Larry Summers, dirigente di alto grado negli Usa sotto le presidenze
di Clinton e Obama, ha suggerito che le economie avanzate si stiano ritrovando nella morsa di una
stagnazione secolare.
È opinione di Summers che l'indebitamento di prima della crisi non fosse un'anomalia esogena, ma la
conseguenza di una domanda globale insufficiente. La distribuzione globale del reddito è passata dalle classi
medie dei Paesi avanzati alle economie ricche ed emergenti, determinando un'eccedenza di risparmio
ovunque. L'unico modo di scongiurare la stagnazione consisteva nello spingere la classe media a indebitarsi
maggiormente, con tassi di interesse bassi e normative tolleranti al riguardo dell'erogazione dei prestiti.
L'eccesso di risparmio ha anticipato la crisi e potrebbe continuare a influire sulla domanda globale, a meno
che la classe media dei Paesi emergenti non fornisca all'economia globale l'ultima risorsa di un nuovo
consumatore. È verosimile che alla fine una cosa del genere accadrà, ma - malgrado gli sforzi degli Usa e
dell'Fmi - questo processo di ribilanciamento non è stato ancora completato.
Dal versante dell'offerta la sfida nasce da una nuova controversia sorta tra economisti ed esperti di
tecnologia al riguardo del ritmo del progresso tecnologico. Per Robert Gordon della Northwestern University,
le tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno già apportato alla produttività buona parte dello
slancio che ci si poteva aspettare. Non ci sarebbe nessuna nuova sensazionale ondata di innovazione in
vista, tale da neutralizzare il rallentamento della crescita potenziale. I ritardatari potranno guardare al futuro,
raccogliere dividendi e recuperare. Ma i Paesi che si trovano all'avanguardia della tecnologia dovrebbero
accettare il fatto che una crescita pro-capite annua molto lenta, diventi da ora in poi la normalità.
Al contrario, gli studiosi Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee dell'Mit sostengono che la Seconda rivoluzione
industriale debba ancora arrivare. I due affermano che il potere informatico, la connettività planetaria e la
possibilità pressoché illimitata di generare nuove innovazioni innescheranno trasformazioni significative nella
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COME USCIRE DALLA CRISI
01/03/2014
Il Sole 24 Ore
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produzione e nei consumi, nello stesso modo in cui il motore a vapore trasformò il mondo nel XIX secolo. La
crescita dovrebbe aumentare di conseguenza, quanto meno se adeguatamente misurata.
Se si mettono insieme le sfide citate da Gordon e Summers e l'opinione secondo cui le economie avanzate
si stanno riprendendo si arriva ad alcune conclusioni sconfortanti. Se ha ragione Gordon sulla lenta crescita
della produttività, l'eccedenza di indebitamento ereditato dalla crisi e dalle calamità che si sono abbattute
sulle finanze pubbliche durerà molto più a lungo di quanto si prevedesse. Se ha ragione Summers quando
afferma che la domanda è destinata a restare inadeguata, i problemi finanziari sommati alla persistente
disoccupazione di massa probabilmente potranno spingere i governi verso soluzioni radicali, come il default
del debito, l'inflazione o il protezionismo finanziario.
Se invece dovessero avere ragione Brynjolfsson e McAfee, la crescita sarà molto più solida e la faccenda
dell'indebitamento sarà dimenticata prima del previsto. La sfida, a quel punto, sarà gestire la riduzione della
manodopera e le ripercussioni delle disparità di reddito derivanti dalle tecnologie emergenti.
Ciò è vero a maggior ragione se si considera che queste trasformazioni sono in atto sullo sfondo di una
persistente disoccupazione di massa. Il rischio è che i problemi sociali diventino ingestibili, dato che i
progressi tecnologici potrebbero essere considerati un vantaggio per i ceti abbienti e causa di più gravi
difficoltà per le masse. In uno scenario di questo genere, i governi dovranno saper trovare risposte
innovative.
(Traduzione di Anna Bissanti)
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02/03/2014
Il Sole 24 Ore
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Il Dragone all'attacco del «serpente» valutario
Guido Rossi
Le dilaganti povertà e disuguaglianze provocate dalla crisi finanziaria ed economica del 2008, la peggiore in
più di settantacinque anni di storia, sono all'origine del riaffacciarsi violento di guerre civili, come la terribile
carneficina in Siria e i bagni di sangue sortiti dalla "primavera araba". A queste si aggiungono il fenomeno che
va sotto il nome di "guerra al terrorismo", con varie e devastanti conseguenze, oltre alle guerre di dominio
antico in giro per il mondo, come quella dilaniante e a noi assai vicina che si sta svolgendo in Ucraina.
I sistemi di governo, dalle democrazie alle autocrazie, si sono via via moltiplicati, soprattutto a partire dalla
fine della guerra fredda. Con caratteristiche diverse vecchie e nuove democrazie e vecchi e nuovi regimi
autocratici han cercato di confondersi in strutture ibride, ovvero democrazie autoritarie, competitive o
controllate. È così che ha più che mai preso piede l'estrema incertezza del diritto, sicché si è prospettata
attuale la tesi di Carl Schmitt della difficoltà, o forse dell'impossibilità, di trovare un varco fra la Scilla del
legalismo e la Cariddi dello "Stato d'eccezione", fra la sovranità della legge e la sovranità sulla legge.
La vittoria in questa fase storica dell'economia finanziaria sul diritto ha tolto centralità e sovranità alla politica,
riversandole sul governo della moneta. Intorno al denaro ruotano gli Stati, le democrazie e le autocrazie,
sicché è proprio questo governo della moneta a determinare in larga misura il destino dei popoli nella nuova
globalizzazione. È così che le Banche centrali, che di quel governo hanno la leadership, costituiscono ormai il
vero e indiscusso potere delle nazioni e mai come in questo periodo le loro decisioni ne hanno condizionato
la vita. La rapidità con cui le Banche centrali possono agire sull'andamento delle economie globalizzate, in
continua variabilità, è superiore a qualunque politica di Stati democratici o autocratici, in ogni caso allentati
dalle difficoltà procedurali e burocratiche sconosciute alle istituzioni monetarie nazionali e internazionali,
come è avvenuto finora con l'imposizione di politiche rigorose di bilancio di austerità, rischiosamente
deflattive.
In questo quadro complesso e nuovo due significativi avvenimenti si sono appena verificati.
Il primo è stato il tentativo, portato all'estremo, di sganciare completamente la moneta dalla vigilanza e da
qualunque influsso politico. Si tratta, come è noto, della moneta virtuale, il Bitcoin, scollegato da qualsivoglia
valuta di governo, ma moneta il cui valore, a puri fini speculativi, è stabilito dalla comunità degli utenti in
evidente populistico disprezzo verso le istituzioni finanziarie. Ebbene, la principale borsa per gli scambi
virtuali del Bitcoin, l'Mt.Gox, venerdì scorso è fallita ed è ricorsa al Tribunale di Tokyo dichiarando una perdita
di circa 470 milioni di dollari, che coinvolgono circa centomila clienti, senza purtroppo contare le creazioni di
incontrollati e opachi derivati che sul Bitcoin sono stati costruiti. La moneta virtuale voleva vivere e imporsi
fuori delle leggi degli Stati ed è stata infine ignominiosamente costretta a ricorrere ad una qualunque legge
fallimentare. Insomma, il rapporto moneta-governo può essere anche incestuoso ed equivoco, ma non può
venire eliminato.
Il secondo avvenimento, dagli incerti risultati, è l'improvviso cambiamento della politica monetaria della
Banca centrale cinese la quale, insieme ai tradizionali consistenti acquisti in dollari, sta spingendo al ribasso
lo yuan. Lo scopo dichiarato, oltre quello di raffreddare la speculazione, è di creare via via una moneta
fluttuante adatta agli scambi internazionali. Nelle due ultime decadi Cina e Stati Uniti hanno goduto di una
quasi perfetta simbiosi, ma questa "Chimerica", come fu chiamata da Ferguson, sembra ora definitivamente
scomporsi. Se gli Stati Uniti hanno ancora bisogno che la Cina continui ad acquistare i loro Treasury Bills e
compiere altri diversificati investimenti, la Cina è più che mai sospettosa che la politica del "Quantitative
easing", cioè dell'immissione di liquidità da parte della Fed, tenda a minacciare la ricchezza cinese e
addirittura a metterne in discussione il modello politico, soprattutto per il successo di cui sta godendo nei
Paesi emergenti. La fine di Chimerica può preludere a una nuova forma di guerra: la "guerra delle monete",
dove il predominio di queste sulla potenza militare può avere devastanti effetti sulla sovranità e sui poteri
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CINA CONTRO USA
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
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degli Stati, condannandoli ad insicurezze e devastazioni economiche e politiche.
Il fallimento del dollaro, come moneta di riserva della nuova globalizzazione finanziaria, ha alimentato anche
altri tipi di illusioni, come è successo con l'abortito tentativo dei Paesi produttori di petrolio, di sostituire, per il
valore del barile la moneta locale al dollaro.
Ma la strada non par certo quella della "guerra delle monete", se è bene di nuovo ricordarlo, come già altra
volta ho fatto, che proprio al G20 del 2009, il presidente della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan chiarì
che né il dollaro né alcuna altra moneta erano più in grado di costituire la riserva internazionale che
garantisse stabilità e crescita economica mondiale. Le monete del singolo Stato sono infatti sempre più
destinate a risolvere esclusivamente problemi interni e pertanto incapaci di garantire una liquidità globale. Ma
cinque anni fa il dollaro era certamente più forte e lo yuan più debole e forse oggi il presidente della Banca
centrale cinese non è più della stessa opinione.
A questo punto solo l'Europa può subito aiutare a fermare la pericolosa "guerra delle monete". Un governo
federale europeo, con più ampi poteri garantiti alla Bce da una sempre maggiore integrazione monetaria,
fiscale, economica e politica può essere un punto di partenza indiscutibile e forse anche esemplare per un
nuovo ordine monetario mondiale. Credo pertanto che le prossime elezioni e, per quel che ci riguarda da
vicino, il prossimo semestre italiano, possano presentare un'occasione che non deve essere abbandonata ai
margini della storia.
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02/03/2014
Il Sole 24 Ore
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Scacco alla crisi in sole tre mosse: bad bank, fusioni e fondi di garanzia
Alberto Quadrio Curzio
Sono frequenti in Italia lamentele delle imprese verso le banche per la gestione del credito e delle banche
verso Bankitalia per i metodi della vigilanza. In questa dialettica sembra si dimentichi la portata della grande
crisi che in taluni Paesi (non l'Italia) è nata dalle banche mentre in altri Paesi (tra cui l'Italia) le stesse vi sono
state coinvolte per il deterioramento dei crediti concessi e per la crisi dei titoli di Stato.
Alberto Quadrio Curzio
Il primo dato è che le nostre banche hanno avuto meno (bisogno di) fondi pubblici per le ricapitalizzazioni
rispetto agli altri Paesi Uem. In Italia sono stati lo 0,2% del Pil contro lo 0,3% in Francia, l'1,8% in Germania, il
4,3% in Belgio, il 5,1% nei Paesi Bassi, il 5,5% in Spagna. Fuori dall'euro, il Regno Unito è arrivato al 4,1%.
Adesso però le nostre banche sono affaticate con conseguenze sull'economia reale. Due sono allora i perché
a cui rispondere (resilienza; affaticamento) per cercare poi soluzioni.
Il presente e le Banche. Nei giorni scorsi su queste colonne c'è stato un vivace dibattito a proposito delle
prescrizioni dell'Eba e della Banca d'Italia in tema di vigilanza sul sistema bancario italiano. Rinviando per
l'analisi al dibattito (e in particolare alle condivisibile argomentazioni del responsabile della vigilanza di Bankit)
consideriamo tre temi più generali.
Il primo tema è se Bankit eserciti una vigilanza adeguata sul nostro sistema bancario. Riteniamo di sì sulla
base di due elementi: i casi di intervento pubblico a sostegno delle banche e le crisi di singole banche sono
stati in Italia ,come già detto, tra i più contenuti dell'Eurozona; le banche (unanimemente) affermano che la
vigilanza di Bankit è sempre più penetrante, come conferma anche il recente apprezzamento dell'Fmi.
Il secondo tema è se in conseguenza alla nuova normativa le banche siano state costrette a classare come
crediti deteriorati affidamenti che in realtà tali non sono, con la conseguenza di restringere il credito e/o di
dover affrontare nuovi aumenti di capitale. In realtà la vigilanza di Bankit non ha fatto solo emergere l'entità
degli affidamenti deteriorati nelle loro differenze qualitative (evitando che aumentasse l'erogazione del credito
da banche con una qualità dell'attivo sempre più deteriorata) ma ha anche contribuito a miglioramenti della
governance aziendale. Ciò è andato a protezione dei risparmiatori e degli azionisti che adesso sanno quanto
solide sono le loro banche. Inoltre, se Bankit ha anticipato norme che adesso tutte le banche devono
affrontare in vista della prossima "asset quality review" e di "stress testing", propedeutiche all'Unione bancaria
europea, ciò è servito alle banche o per una graduale trasformazione o per una presa d'atto che gli obblighi
della vigilanza europea impongono un salto qualitativo e dimensionale.
Il futuro. Banche e imprese. Questo è il problema di fronte al quale si trovano molte banche italiane piccole e
medie sottoposte a un onere grande sia per gli adempimenti sia per requisiti di capitale. Ne soffrono di
conseguenza i mutuatari e in particolare le imprese, sia perché il razionamento del credito non si attenuerà
presto sia per la maggiore selettività nell'erogazione per contenere le sofferenze (cresciute anche per l'effetto
perverso e moltiplicativo dei debiti non pagati dalle Pa) sia per l'acquisto (voluto o necessitato al momento dei
disinvestimenti esteri) di titoli del nostro debito pubblico sia perché la stessa domanda di credito sano
scarseggia causa la non-crescita.
Questa situazione può trovare almeno tre correttivi che coinvolgono le banche e le imprese.
Il primo correttivo è ricorrere a strutture ad hoc per la gestione di crediti deteriorati. Si parla in tal caso di "bad
bank" che può essere creata o di fondi specializzati a rilevare tali crediti, così liberando nelle banche risorse
umane e patrimoniali per il finanziamento dell'economia. Il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha
espresso recentemente un parere di apertura a tale ipotesi. Al proposito vogliamo qui ricordare la nostra
proposta, reiterata spesso tra il 2012 e il 2013, che il governo italiano avrebbe dovuto chiedere, come quello
spagnolo, un prestito al Fondo europeo Esm da usare a tal fine. Per l'Italia sarebbe stato più facile perché le
sue banche non erano e non sono danneggiate come quelle spagnole. Adesso è tardi per farlo.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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COME USCIRE DAL CREDIT CRUNCH
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
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Il secondo correttivo è la crescita dimensionale delle banche piccole e medie attraverso aggregazioni che
possano favorire una maggiore efficienza, sia per ridurre i costi degli adempimenti richiesti adesso dalla
vigilanza europea sia per dare una migliore assistenza alla gestione finanziaria delle imprese. E anche
facilitare gli aumenti di capitale che in questo momento sarebbero fattibili su banche ripulite che crescendo si
rafforzano e innovano.
Il terzo correttivo è che vanno subito aumentati i fondi di garanzia mentre il sistema bancario-finanziario deve
attrezzarsi meglio per sostenere le imprese al potenziamento dell'accesso ai mercati dei capitali. Questo
richiede anche una crescita dimensionale delle imprese, sia per avere un più agevole accesso ai
finanziamenti diretti sul mercato azionario e obbligazionario sia per aumentare la loro forza su scala
internazionale. Il IV capitalismo manifatturiero italiano è il modello al quale puntare.
Dire che le banche piccole e medie servono l'economia reale e territoriale meglio di quelle medio-grandi non
tiene conto che la crisi ha modificato funzioni e scale di misura.
In conclusione. Il dialogo tra Bankit e il sistema bancario può e deve essere costruttivo così come quello tra
banche e imprese, soprattutto tramite le loro associazioni che per noi sono molto importanti in forza del
principio di sussidiarietà. È quel principio che ci porta anche a sottolineare (considerato che i nostri governi
sono spesso deboli per qualità e durata) quanto Bankit ha fatto, nel rispetto dei ruoli istituzionali, sia quale
neutrale valutatore del nostro sistema economico per contribuire a rafforzarlo sia quale riferimento nazionale
in organismi europei e internazionali dove molto contano (anche in forza delle professionalità) i suoi pareri e
indirizzi, senza perciò assolutizzazioni.
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02/03/2014
Il Sole 24 Ore
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Arriva il piano casa da 1,3 miliardi
Giorgio Santilli
Giorgio Santilli u pagina 6
ROMA
Il decreto Lupi per il rilancio del mercato degli affitti arriverà in Consiglio dei ministri questa settimana. il
ministero delle Infrastrutture e la Ragioneria generale hanno messo a punto gli ultimi aspetti delle coperture
del decreto che comporta per lo Stato una spesa di 1.350 milioni in quattro anni.
Il provvedimento punta soprattutto a risolvere i problemi di affitto per la fascia sociale e di reddito più basso
dove oggi il problema è più drammatico, cercando di rilanciare lo strumento del canone concordato mediante
più robuste agevolazioni fiscali per proprietari e affittuari nelle aree ad alta tensione abitativa o a domanda
insoddisfatta. Per i proprietari c'è l'ulteriore riduzione dal 15 al 10 per cento dell'aliquota della cedolare secca,
già ridotta dal 20 al 15 per cento con il decreto del fare, per gli affittuari con basso reddito sale a 900 euro
annui il tetto della detrazione Irpef della spesa di affitto. Sono stati stralciati dal decreto, invece, l'Imu al 4 per
mille per i proprietari che affittano a canone concordato (costavano 400 milioni) e gli sconti Iva (oltre che
premi di cubatura) per i costruttori che si impegnano ad affittare a canoni sociali una quota degli appartamenti
realizzati.
Le agevolazioni fiscali valgono in tutto 441 milioni mentre altri 568 milioni saranno destinati a un piano
straordinario di recupero di alloggi Iacp e altri 341 milioni andranno ad accrescere le risorse del fondo affitto e
del fondo "morosità incolpevoli". Il piano per il recupero degli alloggi Iacp viene finanziato in gran parte, circa
500 milioni, con fondi del ministero delle Infrastrutture recuperati con le revoche dei fondi a opere bloccate
per cui è pronto il decreto. Anche i restanti 68 milioni saranno messi a disposizione dal ministero delle
Infrastrutture con il recupero di fondi non spesi nel settore dell'edilizia residenziale. Continua quindi la politica
già adottata da Lupi con il decreto del fare per alcune grandi opere di prendere le risorse dove sono ferme e
spostarle là dove è più facile arrivare effettivamente al cantiere e alla spesa. Nell'attuazione del piano
straordinario di recupero degli alloggi Iacp avranno poi un ruolo centrale le Regioni che molto hanno spinto
perché l'iniziativa si traducesse in decreto.
Un altro aspetto del decreto che invece le Regioni hanno contrastato fino alla fine è quello che prevede
sconti per l'acquisto di alloggi popolari da parte di inquilini che li abitano. Alla fine il compromesso con il
ministro, che spingeva per questa parte, è che gli sconti saranno definiti in ambito locale, caso per caso.
Resta da capire se ci saranno agevolazioni che favoriranno le operazioni locali. Certamente nel decreto ci
saranno invece alcune norme per potenziare e rendere più favorevole lo strumento del «Rent to buy», lo
strumento che consente all'inquilino di riscattare l'appartamento utilizzando i canoni di affitto pagati come rate
anticipate da scalare dal prezzo di acquisto dell'immobile. La novità dovrebbe consentire di differire il
momento della proprietà per lasciare accollate le imposte sull'immobile sull'ente proprietario nella prima fase.
© RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAROLA CHIAVE Cedolare secca La "cedolare secca" è un regime
facoltativo che prevede il pagamento di un'imposta sostitutiva dell'Irpef e delle addizionali (per la parte
derivante dal reddito dell'immobile). In più, per i contratti sotto cedolare secca non andranno pagate l'imposta
di registro e l'imposta di bollo dovute per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione
La spesa per lo Stato in quattro anni Le coperture del decreto affitti - In milioni Piano straordinario di
recupero e manutenzione straordinaria alloggi degli Iacp Integrazione risorse fondi Agevolazioni fiscali 341
441 568 1.350 241 100 Fondo affitti (50 milioni nel 2014 e 50 milioni nel 2015) Fondo morosità incolpevole
TOTALE
LE AGEVOLAZIONI FISCALI 10%
La cedolare secca
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AL PROSSIMO CONSIGLIO DEI MINISTRI
02/03/2014
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Riduzione della cedolare secca dal 15 al 10% per 4 anni per gli affitti a canone concordato nelle aree ad alta
tensione abitativa
900 euro
Le detrazioni
Il tetto di detrazione dell'affitto per inquilini a basso reddito con contratto a canone concordato
40-60%
Sconti Ires e Irap decennali
Quelli concessi agli investitori istituzionali che investono nel social housing
7 anni
Il riscatto nel Rent to buy
Per gli alloggi popolari la proprietà scatta dopo 7 anni di versamento del canone per far restare l'Imu a carico
dell'ente cedente
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
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Patti ambigui verso il 2015
Stefano Folli
Il punto di ambiguità su cui è nato del governo Renzi resta tale. Si riassume così: è più forte il sodalizio fra il
premier e la sua maggioranza, compresi Alfano e la minoranza del Pd; oppure il vero asse strategico è quello
che lega sotto traccia Renzi e Berlusconi, quest'ultimo solo in apparenza capo dell'opposizione? A seconda
della risposta avremo anche la chiave dell'altro quesito: questa legislatura finisce in pochi mesi o durerà due
o tre anni?
Il neo premier è stato molto bravo finora a tenere coperte le sue carte. Nessuno può rivendicare, allo stato
delle cose, di conoscere il suo pensiero recondito. Per cui l'astuto fiorentino sta con ogni probabilità giocando
su due tavoli. Da un lato tenta di strumentalizzare Berlusconi (sarebbe il primo a riuscirci...) con l'idea di
mandare avanti la legislatura e il piano di riforme anche costituzionali (Senato, titolo V, eccetera). Dall'altro
invece finge di rassicurare Alfano, ma è pronto ad andare alle elezioni il più presto possibile, con il pieno
accordo di Forza Italia, non appena ottenuta la riforma elettorale.
Inutile spremersi troppo le meningi. Una prospettiva certa ancora non c'è e il giovane presidente del
Consiglio non ha deciso in modo definitivo quale strada imboccare. Per la verità Renzi ha l'aria di uno che ha
dato affidamenti contraddittori un po' a tutti, dai centristi ai berlusconiani, essendo il prezzo da pagare per
entrare a Palazzo Chigi. Poi vedremo. Dipenderà dalle circostanze, dallo stato dell'economia, dal grado di
popolarità che il leader sarà riuscito a mantenere nei prossimi non facili mesi. E anche dalla congiuntura
internazionale: la crisi in Ucraina, nella sua imprevedibile drammaticità, potrebbe diventare uno di quei "cigni
neri" che talvolta appaiono all'orizzonte, del tutto imprevisti, e cambiano in radice gli scenari.
Aspettiamo, allora. Senza sottovalutare gli indizi che si presentano. Ieri Ugo Magri, sulla "Stampa",
accreditava l'idea del patto segreto fra il leader del Pd e il partito di Berlusconi e lasciava intendere che "i
fuochi artificiali di settembre", adombrati in ambienti di Forza Italia ma non specificati, potrebbero coincidere
con la corsa alle elezioni. In fondo anche ieri Berlusconi è tornato sul tema e ha parlato di votare nel 2015.
Difficile credere che il premier sia insensibile a questa sirena. Tuttavia il problema di Renzi, l'hanno scritto
molti osservatori, riguarda la riforma elettorale. Senza avere in mano la pistola carica di una legge ipermaggioritaria (e, aggiungiamo, senza la ragionevole certezza che nessuno dei suoi competitori raggiungerà la
soglia del 37 per cento al primo turno, permettendogli così di giocare le sue carte al ballottaggio) l'uomo del
"veni, vidi, vici" non ha interesse a bruciare le tappe. O meglio: questo è quello che dice ad Alfano, per il
quale una lunga legislatura e il castello governativo nel quale si è rifugiato sono la vera garanzia di
sopravvivenza.
C'è un modo sicuro per capire dove risiede la verità. Verificare l'iter della riforma elettorale, i tempi, ma
soprattutto gli accordi per modificare questo o quel punto dell'impianto già approvato senza entusiasmo in
commissione. I centristi delle varie confessioni sono sul sentiero di guerra e si preparano a un conflitto
parlamentare per ottenere significative modifiche della legge. Renzi non li sconfessa, ma chiede che la
riforma sia approvata in tempi certi e brevi. Lo scontro sarà duro e senza dubbio decisivo per capire se
voteremo fra un anno oppure se questa legislatura ha un futuro. Berlusconi attende sulla riva del fiume. E il
giovane, brillante toscano dovrà decidere presto da che parte stare. Altrimenti avranno ragione quanti si
dichiarano certi che l'ipotesi A è quella giusta. Quindi riforma elettorale e poi di corsa al voto, al limite anche
in autunno, cioè prima del 2015, facendo leva sulle prime, inevitabili difficoltà del governo.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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IL PUNTO
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 8
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Lavoro in tre mosse: cuneo, sussidio e contratti
Giorgio Pogliotti
ROMA
Contro l'emergenza disoccupazione che ha raggiunto il livello record degli ultimi 35 anni (12,9%) Matteo
Renzi studia un intervento in tre mosse con l'obiettivo di dare una scossa al mercato del lavoro e ampliare la
rete di protezione sociale favorendo la creazione di nuovi posti. Taglio da 10 miliardi del cuneo fiscale,
estensione dell'ammortizzatore universale ai parasubordinati (8-9 miliardi di costo) e semplificazioni
contrattuali. Sono questi i tre punti del piano lavoro che il team di esperti chiamati dal premier - sotto la regia
del responsabile economico del Pd Filippo Taddei e della responsabile Lavoro Marianna Madia (divenuta nel
frattempo ministro della Pa) - sta completando e che dalla prossima settimana sarà sul tavolo del neo
ministro del Lavoro.
A Giuliano Poletti il delicato compito di trovare una sintesi tra la proposta del Pd e quella degli alleati di
governo, per elaborare una proposta condivisa, insieme al ministro dello Sviluppo economico e al Mef
impegnati nella ricerca delle coperture. Poletti nei prossimi giorni terrà incontri informali con i rappresentanti
delle parti sociali, ma il tempo corre: il premier ha annunciato che tra 15 giorni la proposta del governo sarà
pronta. Sul taglio del cuneo fiscale è noto l'ammontare dell'intervento (10 miliardi), mentre va definito se verrà
fatto esclusivamente attraverso una riduzione dell'Irap o solo in parte a vantaggio delle imprese (circa 2,5
miliardi), lasciando il resto delle risorse alle detrazioni per i lavoratori dipendenti come chiesto dai sindacati.
Tre forme di tutela
La proposta del Jobs act del Pd che è ancora allo stadio di bozza, prevede un intervento sugli ammortizzatori
sociali che poggia su tre pilastri. Il mantenimento della costanza del rappporto di lavoro nelle aziende in crisi
rimarrebbe assicurato da un utilizzo più "virtuoso" della cassa integrazione, che non verrà più concessa per
mantenere in vita aziende decotte, ma solo quando vi sono i presupposti per la ripresa. Tra le ipotesi c'è
anche l'anticipo di un anno della fine della cassa in deroga, che per la legge Fornero dovrebbe cessare dopo
il 2016. Un secondo pilastro è il cosiddetto ammortizzatore universale esteso ai parasubordinati, una sorta di
nuova Aspi, che conservando un principio mutualistico-assicurativo sarà su base contributiva. Si ipotizza una
durata di 2 anni (l'Aspi va da 8 a 14 mesi, a seconda si abbiano meno di 50 o 55 anni), l'importo dovrebbe
restare quello dell'Aspi (75% della retribuzione mensile con il limite a 1.180 euro). Secondo i tecnici che
stanno lavorando sul dossier servirebbero grosso modo le stesse cifre che si spendono per Aspi e cassa in
deroga, ovvero circa 8-9 miliardi di euro annui. A beneficiare dell'ammortizzatore, oltre ai collaboratori, ci
sarebbero anche gli attuali destinatari della cassa in deroga. Essenziale sarà lo stretto legame con le politiche
attive: la mancata accettazione del lavoro offerto farà decadere il sussidio. Il terzo pilastro è rappresentato da
uno strumento di sostegno alla povertà, disponibile per chi non ha requisiti contributivi.
Il contratto di inserimento
Allo studio c'è anche un contratto di inserimento a tutele crescenti a tempo indeterminato. Sono due le
opzioni per l'applicazione: solo per il primo contratto (compresi i disoccupati di lunga durata), o per i giovani.
Per la prima fase, in caso di licenziamento non verrà applicato l'articolo 18 - il diritto alla reintegra scatta solo
in caso di licenziamento discriminatorio - che viene sostituito da un'indennità risarcitoria. Per i contratti a
tempo determinato sono due le ipotesi; la conferma dell'attuale disciplina o l'allungamento dagli attuali 12 a
36 mesi della durata del contratto acausale, per cui l'impresa non deve motivare le ragioni del ricorso.
Ncd: priorità apprendistato
Il contratto di inserimento, tuttavia, è a rischio. Potrebbe essere soggetto a modifiche profonde, in fase di
discussione a livello di governo. «Con la collega Madia, oggi buon ministro del lavoro pubblico, abbiamo
convenuto tre linee comuni di intervento - spiega il presidente dei senatori del Nuovo centro destra Maurizio
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Jobs Act. Piano entro due settimane, ma prima Poletti dovrà trovare la sintesi fra le proposte del Pd e quelle
Ncd - Nei prossimi giorni incontri informali con le parti sociali
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 8
(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Sacconi -. Occorre investire molto sull'apprendistato che rappresenta il vero contratto a tutele progressive,
bisogna promuoverne la diffusione con incentivi più robusti. Per far ciò bisogna evitare forme di cannibalismo
come il contratto unico». Gli altri due punti concordati, ricorda Sacconi, sono il «taglio del cuneo fiscale e
l'aumento delle tutele attive e passive dei senza lavoro».
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La proposta dei tecnici di Renzi
CONTRATTO UNICO
Il lavoro standard
Il contratto di inserimento a tutele crescenti è a tempo indeterminato e prevede per la prima fase la non
applicazione dell'articolo 18 (rimane per licenziamenti discriminatori): al posto della reintegra scatta un
indennizzo. Si prevede di applicarlo solo per il primo contratto (e per i disoccupati di lunga durata) o per i
giovani
SUSSIDIO UNIVERSALE
Estensione dell'Aspi
L'ammortizzatore universale verrebbe esteso ai parasubordinati, al massimo per 2 anni, sempre su base
contributiva. Secondo le stime dei tecnici servirebbero tra gli 8 e i 9 miliardi, pari a quanto si spende per l'Aspi
e per la cassa in deroga. Pe la Cigd si ipotizza la cessazione a fine 2015, un anno prima della legge Fornero
FLESSIBILITÀ
Doppia ipotesi per l'acausalità
Per i contratti a tempo determinato restano sul piatto due ipotesi: la conferma dell'attuale disciplina oppure
l'estensione del contratto acausale dagli attuali 12 mesi a 36. Il contratto a termine si intende «acausale»
poichè le imprese non hanno l'obbligo di motivare le ragioni per cui non hanno fatto ricorso al contratto
standard
AGENZIA UNICA
Più coordinamento tra i Cpi
Altra priorità del piano lavoro la creazione di un'Agenzia unica federale che coordini e inidirizzi i centri per
l'impiego, la formazione e l'erogazione degli ammortizzatori sociali. L'assegno universale è accompagnato
dall'obbligo di seguire un corso di formazione priofessionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di
lavoro
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 8
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Padoan, 15 giorni per «due diligence» e nodo coperture
IL PIANO COTTARELLI Si lavora al potenziamento della "dote" prevista quest'anno dalla spending review
che potrebbe salire dai 3 a 4-5 miliardi
Dino Pesole
Due settimane per la due diligence sui conti pubblici e il via al «Jobs act», ma soprattutto per individuare
coperture certe, a prova di mercati e Unione europea. La velocità delle decisioni, chiesta a più riprese dal
presidente del Consiglio, Matteo Renzi per dare una risposta immediata al dramma della disoccupazione si
intreccia con l'obiettiva complessità del reperimento delle relative risorse. Ai 10 miliardi da individuare da qui
a maggio, quando dovrebbe vedere la luce il pacchetto fiscale con annesso l'annunciato taglio del cuneo
fiscale, andrebbe ad aggiungersi il costo dell'eventuale estensione del sussidio di disoccupazione, tuttora da
cifrare nel dettaglio. Tutti dossier sul tavolo del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, cui spetta
garantire la compatibilità finanziaria delle misure in cantiere.
Nella road map di Via XX Settembre, in primo piano compare il check sullo stato dei conti pubblici, che
costituirà la base per la messa a punto dei documenti programmatici di metà aprile: il nuovo «Def» e il «Piano
nazionale di riforma», da trasmettere a Bruxelles secondo il calendario fissato dal cosiddetto «semestre
europeo». I tecnici della Ragioneria guidati da Daniele Franco sono già al lavoro, ma i margini sul deficit 2014
si confermano alquanto ridotti. Stando alla Commissione europea, a bocce ferme già siamo al 2,6% del Pil, a
fronte di una crescita che non supererà lo 0,6 per cento. Se la "scossa" che Renzi intende imprimere
all'economia non darà i suoi frutti in tempi ragionevolmente ravvicinati, difficilmente si apriranno spazi
aggiuntivi. Ecco perché diviene prioritaria l'esatta definizione dei risparmi che sarà possibile conseguire già
nell'anno in corso. Sui tagli poi si dovrà discutere con la Commissione europea, che spinge perché le relative
risorse siano dirottate alla riduzione del deficit strutturale, mentre il Governo intende utilizzarle per abbattere il
prelievo fiscale e contributivo sul lavoro.
Padoan ha incontrato la scorsa settimana il commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Il piano è
pronto per l'esame da parte dell'apposito comitato interministeriale. Poi la palla passerà al Consiglio dei
ministri: 32 miliardi da realizzare nel triennio 2014-2016, e si lavora al potenziamento della "dote" prevista per
l'anno in corso, che potrebbe salire dagli annunciati 3 a 4-5 miliardi. Poi si faranno i calcoli sul risparmio in
conto interessi propiziato dal calo dello spread. Anche in questo caso, occorrerà trattare con Bruxelles,
poiché nelle recenti stime sul deficit 2014 la Commissione ha già incorporato parte dei minori oneri per il
servizio del debito, rispetto al quadro ipotizzato a settembre scorso dal governo guidato da Enrico Letta.
Il pacchetto delle coperture potrà comprendere l'eventuale ritocco della tassazione sulle rendite finanziarie,
con esclusione dei titoli di Stato, e dunque con maggiori incassi che non paiono decisivi. Infine, la partita del
rientro dei capitali esportati illegalmente.
Ora che la squadra del Mef è completata, Padoan che la scorsa settimana ha esordito intervenendo di
persona alla Camera nel corso dell'iter di approvazione della delega fiscale in attesa della nomina di vice
ministri e sottosegretari, da domani potrà dedicarsi a tempo pieno ai dossier più urgenti. Poi, il 10 e 11 marzo
sarà a Bruxelles per le riunioni dell' Eurogruppo ed Ecofin. Occasione propizia per un primo contatto diretto
con il commissario agli Affari economici, Olli Rehn. Settimane che appaiono di grande importanza per il
successo, anche diplomatico, dell'azione di politica economica in via di definizione.
In sostanza, una volta ribadito l'impegno del governo al rispetto del target del 3% nel rapporto deficit/pil, si
tratta di verificare tutti gli spazi negoziali possibili per spuntare maggiore flessibilità (prima di tutto nel timing in
direzione della riduzione del debito e del conseguimento del pareggio di bilancio in termini strutturali), in
cambio di un pacchetto già definito di riforme.
© RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAROLA CHIAVE Due diligence Con il termine tecnico «due diligence»
si intende la fase di analisi dettagliata di una società al fine di approfondirne attività, strategie, prospettive,
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Le priorità di Via XX Settembre
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 8
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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ambito concorrenziale, risultati economici e finanziari. Normalmente è condotta da un'altra società prima di
una fusione o un'acquisizione. Il termine può essere impiegato anche in altri settori con il significato di
un'operazione tesa a valutare nel dettaglio l'andamento dei conti di un organismo
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 17
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Pmi a caccia di mercati alternativi
Zegna: «Imperativo sostenere il nostro export - Le grandi aziende fanno da traino» LE PROSPETTIVE La
Penisola arabica intende ridurre la propria dipendenza dal petrolio, puntando su energie alternative Ma anche
viabilità e trasporti
Nicoletta Picchio
Una presenza da aumentare, per scalare posizioni rispetto agli altri paesi. In un'economia, come quella
dell'Arabia Saudita, che cresce a ritmi consistenti, 5,1% è la previsione del 2014, e che ha risorse da
destinare agli investimenti, con la volontà di fondo di ridurre la dipendenza economica dal petrolio e far
crescere nuovi settori.
Paolo Zegna, presidente del Comitato tecnico di Confindustria per l'internazionalizzazione, sintetizza i motivi
che sono all'origine di questa nuova missione di imprese a Ryad che comincia oggi e continua fino al 5
marzo, promossa dai ministeri dello Sviluppo e degli Esteri, organizzata da Confindustria e dall'Agenzia Ice,
oltre a Gse e Simest.
In passato le imprese italiane sono già state in Arabia Saudita, nel 2010, una grande missione
multisettoriale, poi nel 2012 sono venuti gli arabi a Milano. Ora sono di nuovo sono le aziende italiane a
tornare, per stringere maggiori rapporti commerciali. Stavolta, spiega Zegna, ci sono obiettivi strategici mirati:
grandi infrastrutture, clean technologies, comparto medicale. Sono i settori su cui il governo saudita vuole
puntare: «con il budget 2013 sono stati stanziati fondi per la costruzione di cinque nuove città mediche e di 19
ospedali», spiega Zegna, aggiungendo che verrà a Ryad il Policlinico Gemelli.
Complessivamente alla missione parteciperanno 70 aziende, 3 associazioni imprenditoriali e 6 istituti
bancari, per un totale di oltre 160 partecipanti. Oltre a Zegna, ci sarà anche Alberto Baban, presidente della
Piccola industria di Confindustria. «Le grandi aziende già ci sono, è importante però che abbiano un ruolo di
traino anche per le pmi, coinvolgendo tutta la filiera», continua Zegna. Tra le grandi c'è il gruppo SaliniImpregilo, Trevi, Italcementi, Gavazzi. I sauditi, ad oggi primi produttori di petrolio, vogliono diversificare la
propria economia, in particolare in campo energetico c'è l'obiettivo di arrivare nel 2030 a produrre un terzo del
fabbisogno da fonti rinnovabili. Quindi occorrono infrastrutture e impianti, specie petrolchimici. Per il periodo
2010-2014, spiega Zegna, sono stati stanziati e impegnati circa 400 miliardi di dollari. Entro l'anno
decideranno i progetti per il futuro. Tra i progetti decisi, rafforzare la viabilità e la rete metropolitana di Ryad.
«C'è la volontà di aprirsi alle imprese estere, ma ci sono ancora condizionamenti», continua il presidente del
Comitato tecnico di Confindustria. Per esempio, l'obbligo di assumere tra il 10 e il 30% di manodopera locale,
una scelta dei sauditi per impiegare la popolazione, in costante aumento. Il costo del lavoro, quindi, per
questo motivo sta crescendo rispetto al passato. Tra l'altro la manodopera non è formata in modo adeguato.
Inoltre c'è il vincolo di stipulare joint-venture con aziende locali, in alcuni casi a maggioranza saudita.
«In ogni caso è un paese che offre grandi opportunità ed è importante esserci per noi». È proprio la crescita
della popolazione, stimata del 3,5% nei prossimi cinque anni, a determinare una crescente necessità di
infrastrutture, in particolare case, mentre l'aumento dei consumi energetici rende necessaria una politica
attenta di gestione delle risorse.
L'Italia si colloca circa tra il diciottesimo e il ventesimo posto come paese fornitore e la bilancia commerciale
è ancora negativa a favore dei sauditi.
Ora Medio Oriente, poi prossimi appuntamenti il Messico e il Mozambico: cercare e consolidarci su nuovi
mercati, dice Zegna, è un imperativo. Anche perchè il 2014 si prospetta meno brillante del 2013 per l'export,
sia per le difficoltà competitive delle imprese italiane, condizionate da forti handicap legati al sistema paese,
sia per la forza della nostra moneta rispetto al dollaro. «Una strategia degli Stati Uniti per rafforzare il loro
sistema industriale e puntare sull'export», continua il presidente del Comitato tecnico di Confindustria per
l'internazionalizzazione. L'Italia ha ottime carte da giocare, sui settori tradizionali del made in Italy ma anche
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Internazionalizzazione. Da oggi missione di Confindustria con 70 aziende in Arabia Saudita, dove il Pil
crescerà di oltre 5 punti
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 17
(diffusione:334076, tiratura:405061)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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sulle produzioni a più alta tecnologia. «Esporta chi ha qualcosa di diverso, di assolutamente competitivo». In
questo scenario la strategia è di puntare sulle missioni mirate piuttosto che su quelle più grandi di sistema,
necessarie quando si tratta di creare o rafforzare anche rapporti politici. «Una scelta di maggiore
specializzazione, che ci fa presentare nei vari paesi come partner più solidi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA Stati Uniti Francia Regno Unito Germania Italia Russia Variazione % del Pil
LE PROSPETTIVE DEI PRINCIPALI PAESI DI SBOCCO Nuoverotte per le imprese italiane Arabia S. Brasile
Sudafrica India Cina Giappone Export italiano Gennaio ottobre 2013 Import italiano Gennaio ottobre 2013
previsioni Fonte: EIU sett 2013 3,7mld € +16,5% rispetto al 2012 4,9mld € -22,0% rispetto al 2012
02/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 18
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Governo-Expo: partita da 260 milioni
Al centro del vertice di domani anche il nodo infrastrutture e vie d'acqua UNA BUONA NOTIZIA Inaugurate
ieri due nuove fermate della Metro5: le stazioni Isola e Garibaldi Da affrontare resta invece la Via della RhoMonza
Sara Monaci
MILANO
Domani i rappresentanti del governo Renzi arriveranno a Milano per parlare di Expo con i vertici degli enti
locali e con il commissario Giuseppe Sala, alla guida della società di gestione dell'evento. I ministri Maurizio
Lupi (Infrastrutture), Maurizio Martina (Agricoltura), Federica Guidi (Sviluppo economico) e Dario
Franceschini (Cultura) si riuniranno già dal mattino con Sala, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e con il
governatore lombardo Roberto Maroni e insieme faranno il punto della situazione sulla manifestazione del
2015, che ha ancora diversi nodi da risolvere. Il nuovo esecutivo guidato da Renzi, appena insediatosi, è
stato già criticato dalle autorità lombarde per non aver preso un impegno esplicito su Expo. Due giorni fa
tuttavia il governo, presentando il disegno di legge Salva-Roma, ha inserito una norma per l'evento
universale, necessaria a ripristinare 25 milioni per il Comune di Milano per le spese di Expo, da inserire nel
bilancio consuntivo del 2013 e da non calcolare nel patto di stabilità. Un piccolo "regalo" per Milano, che
tuttavia da oltre un anno chiede una deroga ai parametri contabili nazionali per le spese di Expo, non ancora
concessa né dal governo Monti, né dal governo Letta. Ora sarà da vedere quale sarà la decisione del
governo Renzi.
Dal punto di vista delle risorse da sbloccare nell'immediato, il nuovo esecutivo dovrà concedere i
finanziamenti per il trasporto pubblico locale, che tra la Lombardia e Milano ammontano a 70 milioni; poi ci
sono le cosiddette "city operations", cioè le attività che servono a riorganizzare la città per ospitare 20 milioni
di visitatori, dalla sicurezza agli eventi culturali, per un investimento di oltre 130 milioni; infine bisognerà
trovare il modo per ricapitalizzare la società di gestione di Expo, a cui mancano ancora 60 milioni non versati
dalla Provincia di Milano, che esce dall'azionariato, e a cui il governo aveva deciso settimane fa di
subentrare.
Tutte queste partite sono da sciogliere nel giro di pochi mesi. Poi il vertice di domani servirà anche a fare il
punto, non proprio roseo, delle infrastrutture cittadine e regionali connesse all'evento, alcune delle quali in
difficoltà. Pochi giorni fa Palazzo Marino e la società di gestione di Expo hanno preso atto che dovranno
riscrivere il progetto delle "vie d'acqua", negli ultimi 12 chilometri. L'opera, che servirà a portare acqua al sito
espositivo di Rho, è stata fortemente contrastata dai comitati ambientalisti nel percorso finale, e quindi dopo
giorni di picchettamenti ai cantieri i lavori si sono fermati. Tra 15 giorni la società di gestione presenterà il
piano alternativo.
Oltre a questo il governo dovrà anche valutare come sbloccare la Valutazione di impatto ambientale sulla
Rho-Monza: l'ex ministro all'Ambiente Andrea Orlando (oggi al dicastero della Giustizia) aveva concesso una
Via "a metà", chiedendo cioè la riapertura di un tavolo di concertazione per il tratto di Paderno-Dugnano,
dove comitati cittadini si oppongono alla strada e chiedono l'interramento del percorso. Questi i due nodi
infrastrutturali più urgenti. Ma la lista può continuare: dalla metro 4 di Milano alla Pedemontana fino alle
metrotramvie. Intanto ieri una buona notizia: la metro 5 ha inaugurato altre due fermate, Isola e Garibaldi.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Grandi eventi. Domattina l'incontro con i ministri Lupi, Martina e Franceschini - Attesi impegni sulle risorse
mancanti LOMBARDIA
02/03/2014
Il Sole 24 Ore - Nova
Pag. 9
(diffusione:334076, tiratura:405061)
TERRITORIO COME PIATTAFORMA INNOVATIVA
Luca De Biase
La dimensione più sofisticata e generativa di una politica disegnata per accelerare lo sviluppo
dell'innovazione è la dimensione territoriale.
L'Italia è un paese più ospitale per le startup innovative grazie alle novità introdotte dai governi degli ultimi
due anni. Ma il capitolo territoriale non è andato avanti altrettanto. Il capitolo sulla dimensione territoriale del
rapporto Restart Italia, una raccolta di istanze strategiche per facilitare la vita delle startup realizzato dalla
task force voluta dal governo nel 2012, deve essere ancora scritto.
Non è un caso. Mentre è relativamente facile concepire una politica per ridurre le barriere che frenano
l'innovazione, è molto più difficile pensare una strategia per alimentare l'energia umana, culturale e sociale
che serve a concepire l'opportunità di lanciare una startup e a decidere di farlo.
Molte città e regioni, anche in Italia, si stanno dotando dell'attrezzatura concettuale necessaria ad affrontare
il tema, come mostra il servizio pubblicato in questo numero di Nòva. Il contesto territoriale può essere reso
più o meno favorevole dalla qualità delle infrastrutture che connettono all'economia internazionale, dalla
diversità di esperienze offerte ai giovani, dalla presenza di role model che ispirano all'imprenditività, dalla
disponibilità di competenze, dall'accesso a centri di formazione e ricerca, dall'esistenza di aziende già grandi
che sanno che l'ecosistema dell'innovazione costituisce un ambiente decisivo per il loro stesso sviluppo. E da
una leadership che riesca a interpretare la missione del territorio nel contesto della globalizzazione.
Non si tratta solo di precondizioni quanto di una rete di legami dinamici tra gruppi sociali, realtà aziendali,
eredità culturali, azioni pubbliche che hanno conseguenze sull'approccio al futuro della popolazione. Il
territorio è la piattaforma fondamentale per leggere la prospettiva. E per passare all'azione.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Crossroads
02/03/2014
Il Sole 24 Ore - Domenica da collezione
Pag. 39
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Reportage in fabbrica
Giuseppe Berta si misura con la stretta attualità e la storia della grande impresa e dei laboratori del nuovo
capitalismo Dalla Fiat di Pomigliano all'Italsider di Taranto, dalla Dalmine confluita nella Techint alla
ProTocuBe. Il rifiuto della retorica che avvolge le start-up
Paolo Bricco
«Chiedete a chiunque di provare a tratteggiare i contorni dell'Italia industriale e vi troverete dinanzi all'afasia,
tanto il compito potrà riuscire impossibile, persino a chi si è applicato anni e anni all'osservazione e allo studio
della produzione». Così, nel suo ultimo saggio Produzione intelligente, Giuseppe Berta sintetizza bene il
senso di frustrazione che, negli ultimi quindici anni, ha colto quanti - da accademici o da cronisti economici,
da consulenti d'azienda o da economisti teorici - hanno tentato di delineare l'essenza del mutamento italiano.
Una frustrazione, però, eccitante. Frustrazione perché la complessità della nostra transizione - con lo
schianto di buona parte dell'economia pubblica, la crisi del paradigma della grande impresa privata e
l'emergere di una élite produttiva perfettamente a suo agio sui mercati globali - è difficile da "maneggiare" con
gli strumenti più ortodossi dell'analisi economica, da mainstream per intenderci, e soprattutto richiede un
costante (e faticoso) aggiornamento dei risultati. Eccitante perché proprio l'inadeguatezza dei codici da
Fondo Monetario Internazionale - sempre a rischio di ossificazione - rappresenta una sfida ermeneutica
quotidiana interessante negli esiti e utile sotto il profilo del metodo. Proprio il metodo, in questo saggio, risulta
accattivante e convincente. Nel senso che l'intelaiatura concettuale - dichiarata - è rappresentata da due
pensatori classici: l'Alfred Marshall dei Principles of Economics e il Karl Marx di Macchine e grande industria,
il tredicesimo capitolo del primo libro del Capitale. Entrambi sono accomunati dalla centralità della fabbrica. In
Marx essa è «la leva da cui muove la catena del valore, all'interno di una rappresentazione dello sviluppo che
è insieme dinamica e concettuale. È il teatro di un confronto incessante, che non si estingue mai, una forza
organizzatrice e impersonale costantemente protesa alla ricerca dei modi per estrarre valore dal lavoro vivo (i
lavoratori), mediante lo sviluppo di un sistema di macchine che culmina nella creazione della fabbrica
automatica». Invece, Marshall è attento al rapporto fra l'organizzazione produttiva e l'ambiente che le fa da
involucro: «A farcela saranno soltanto le imprese che passeranno con successo attraverso la prova selettiva
della lotta per l'esistenza». Per superarla dovranno dimostrare di saper attingere alle risorse dell'ambiente
che le circonda: «La legge della sopravvivenza dei più adatti - scrive Marshall nei Principles - afferma che
tendono a sopravvivere quegli organismi che sono i meglio idonei a utilizzare l'ambiente per i loro scopi».
Perché la scelta di Marshall e di Marx? Perché per entrambi la fabbrica è appunto il luogo elettivo di
sperimentazione di una economia della conoscenza capace di rimodellare incessantemente se stessa. Una
idea che si attaglia perfettamente all'Italia di oggi, il cui paesaggio industriale costituisce una delle ossature
identitarie ed economiche, culturali e sociali di un Paese sempre sospeso fra originalità e marginalità,
ricchezza e povertà, staticità e dinamismo. Perché, questo, sono oggi le fabbriche, vecchie e nuove: i luoghi
in cui accadono le cose. Dunque, con un box of tools formato dai classici per cui l'osservazione diretta sul
campo contava non poco (Manchester per Marx, Sheffield per Marshall), Berta dà vita a un gustoso reportage
in quel che resta della grande impresa italiana e nei laboratori del nuovo capitalismo a prato basso, che prova
ad agganciarsi alle catene internazionali del valore attraverso, appunto, la produzione intelligente. Ecco che
Berta si misura con la realtà e la suggestione, la stretta attualità e la storia. Una delle tappe di questo viaggio
è Pomigliano, dove la Fiat - secondo il principio ordinatore del world class manufacturing - ha trasformato in
un plant modello una delle fabbriche che meglio rappresentavano il disordine e il disfacimento di una parte
dell'economia di matrice Iri. Contraltare di Pomigliano è Taranto. Nell'Italsider pubblica vigeva il caos: negli
anni Ottanta vi era perfino insediata la gang criminale di Antonio Modeo, detto il Messicano. Con la
privatizzazione, nel 1995 arrivano i Riva, che conducono l'acciaieria all'eccellenza produttiva, ma senza
risolvere gli enormi problemi ambientali. Diversa la sorte di Dalmine, confluita nel 1996 nella Techint della
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famiglia Rocca. «Nella tersa giornata di fine gennaio in cui la visito - scrive Berta - spiccano i rilievi degli
edifici e delle strutture produttive in un alternarsi di forme che corrispondono a una stratificazione di epoche,
ognuna delle quali ha recato il proprio contributo a scolpire il profilo di una fabbrica in cui passato e presente
si mescolano senza interruzioni visibili». E che mostrano come l'Italia sia in grado di conservare un presidio
nelle lavorazioni più complesse, come i tubi sottili per le pipelines oceaniche. Il mosaico si completa con la
tessera della ProTocuBe, una microimpresa di Torino specializzata nella stampa tridimensionale. Berta non
accetta la dimensione retorica e mitizzante che avvolge le start-up. Anche se si chiede se questa specifica
attività possa o no dischiudere la porta per una nuova rivoluzione industriale. Ma, soprattutto, in questo
saggio che completa un itinerario personale di ricerca scandito nel 2001 da L'Italia delle fabbriche (Il Mulino,
nuova edizione nel 2013) e nel 2004 da Metamorfosi. L'industria italiana fra declino e trasformazione (Egea),
adopera il particolare (dell'impresa) per spiegare - o, meglio per raccontare, per fare balenare agli occhi del
lettore - il generale (dell'economia italiana): «Quando si varca la sua soglia - scrive a proposito di ProTocuBe
- , si entra in un ambiente che sta a metà fra la società di servizi, con alcune persone che lavorano allo
schermo del computer, e il laboratorio artigiano, con le stampanti, un piccolo magazzino, i pacchi accatastati
e quel po' di disordine che è inseparabile da un lavoro eterogeneo, compiuto da un gruppetto di lavoratori
professionali con poco spazio a disposizione». Sembra proprio il ritratto di interni di un Paese, il nostro, che
deve ancora decidere dove andare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giuseppe Berta, Produzione intelligente. Un viaggio nelle nuove fabbriche, Einaudi, Torino,
pagg. 158, € 16,50
Foto: foto d'antan|Questa foto della fine degli anni Trenta è tratta dall' Archivio Fondazione Dalmine e ritrae il
reparto bombole (foto Studio Da Re)
03/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Super-Tasi al test degli sconti
Ai sindaci la scelta tra le detrazioni e le riduzioni d'aliquota
Cristiano Dell'Oste Giovanni Parente
Il via libera del Governo ai rincari della Tasi sull'abitazione principale apre il "cantiere" degli sconti. La
possibilità di alzare l'aliquota fino al 3,3 per mille, infatti, è condizionata all'obbligo di destinare il maggior
gettito alle detrazioni o alle «altre misure» per contenere l'impatto della nuova tassa sui servizi comunali
indivisibili.
Torna d'attualità, allora, il catalogo delle agevolazioni varate dai Comuni nel 2012 per modulare il prelievo
dell'Imu sulla prima casa. Due le opzioni maggiormente utilizzate: riduzioni del prelievo collegate alle
caratteristiche dell'immobile (per esempio la categoria catastale) o detrazioni maggiorate in base alla
condizione individuale o famigliare del proprietario, misurata con il parametro del reddito imponibile o
dell'indicatore Isee. Resta sullo sfondo il nodo delle risorse che potrebbe condizionare la misura dello sconto
e il livello di complicazione a carico dei contribuenti.
Dell'Oste, Lungarella e Parente
u pagina 5
L'Imu lascia in eredità alla Tasi un pacchetto di sconti sulla prima casa. Detrazioni maggiorate e riduzioni
d'aliquota che i Comuni hanno messo a punto nel 2012 - quando l'abitazione principale era pienamente
tassata - e che potrebbero ispirare le agevolazioni sulla nuova service tax.
La possibilità di aumentare l'aliquota Tasi sulla prima casa dal 2,5 al 3,3 per mille è stata introdotta dal
Governo venerdì scorso proprio per permettere ai sindaci di finanziare gli sconti. Anche perché il nuovo
tributo non ha alcuna detrazione fissa, diversamente dall'Imu, e senza correttivi rischia di addossare i
maggiori rincari su chi abita in case dal valore catastale più modesto. Per dirla con le parole del
sottosegretario a Palazzo Chigi, Graziano Delrio, «la Tasi è una tassa municipale che andrà regolata dai
sindaci, che saranno in grado di renderla più equa e flessibile, come è giusto che sia».
Le due opzioni
Nell'impianto messo a punto dal Governo, i Comuni potranno introdurre delle detrazioni, ma anche «altre
misure». Una formulazione molto ampia, che andrà riempita di contenuto anche secondo le indicazioni del
dipartimento delle Finanze. Per adesso si può immaginare che le delibere locali avranno due leve da
azionare: da un lato, le detrazioni, cioè le classiche riduzioni dell'imposta; dall'altro, le aliquote, che
potrebbero essere diminuite o aumentate. E qui entra in gioco l'eredità dell'Imu, che offre un campionario di
situazioni soggettive e oggettive a cui legare le agevolazioni.
Diversi Comuni capoluogo nel 2012 hanno differenziato il prelievo sull'abitazione principale in base alla
categoria catastale del fabbricato. Un'opzione che resta valida, almeno in parte, anche nel 2014: è vero che
le prime case di lusso (categorie A/1, A/8 e A/9) pagano ancora l'Imu, ma molte città avevano modulato la
tassazione anche in base ad altre categorie. Per esempio la A/7, in cui ricadono più di 2 milioni di «villini».
Nella maggior parte dei casi, però, le delibere Imu hanno guardato al proprietario, non all'immobile.
Considerando, innanzitutto, il reddito del possessore o l'indicatore Isee della famiglia che vive nell'abitazione.
Ancora più numerose, poi, sono le città che hanno previsto sconti suppelementari alle famiglie in cui ci sono
disabili, portatori di handicap o magari minori in affido. E questo, spesso, anche a prescindere dal reddito.
Meno frequenti, invece, i Comuni che hanno riservato le agevolazioni a chi ha perso il lavoro, a chi si è
appena trasferito in città o alle coppie di giovani o anziani con un reddito sotto una certa soglia.
Guardare alla situazione soggettiva del proprietario ha un vantaggio: attenua le iniquità delle rendite
catastali, anche se non bisogna dimenticare - per le città in cui si utilizza l'Isee - che l'indicatore conteggia
anche il valore catastale dei fabbricati. D'altra parte, il riferimento al reddito imponibile rischia di premiare,
insieme ai poveri, anche gli evasori fiscali. Si spiega anche così il tentativo dei Comuni di bilanciare fattori
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Gli interventi consentiti dopo l'innalzamento del prelievo fino al 3,3 per mille
03/03/2014
Il Sole 24 Ore
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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diversi, anche a costo di complicare la vita ai contribuenti.
Il nodo delle risorse
Resta un dato di fondo: le agevolazioni Imu sono state introdotte da una minoranza di Comuni in un
momento in cui tutte le prime case avevano per legge 200 euro di sconto base, aumentato di 50 euro per
ogni figlio fino a 26 anni di età. È probabile che il primo obiettivo dei sindaci alle prese con la Tasi sia proprio
quello di ripristinare una sorta di detrazione universale - magari potenziata per le famiglie numerose - che
avrebbe l'effetto di attenuare il prelievo sulle case di minor valore catastale e di essere semplice da gestire.
I margini di manovra sulla Tasi, però, sono più grandi di quelli che c'erano con l'Imu. E se le risorse
dovessero rivelarsi più scarse, il risultato finale potrebbero essere sconti piccoli, diversificati sul territorio e
piuttosto complicati da calcolare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAROLA CHIAVE Abitazione principale Le detrazioni Tasi non sono
limitate all'abitazione principale in senso stretto (cioè l'unità immobiliare in cui risiedono e dimorano il
possessore e la sua famiglia), ma riguardano anche le situazioni «parificate». E cioè le case dei residenti
all'estero e dei disabili e degli anziani ricoverati, se lo prevede il Comune. Così come le case date in
comodato gratuito ai parenti in primo grado in linea retta - sempre se lo prevede il Comune - per la parte di
rendita catastale fino a 500 euro o a condizione che il comodatario abbia un Isee non superiore a 15mila
euro. Sono assimilate per legge, invece, le case delle cooperative edilizie, gli alloggi sociali, l'ex casa
familiare assegnata al coniuge e gli immobili posseduti dal personale delle forze armate e di polizia.
Le scelte possibili per i Comuni
AGEVOLAZIONI LEGATE AL PROPRIETARIO REDDITO IMPONIBILE
Previste agevolazioni se il proprietario ha un reddito imponibile sotto una certa soglia (esempio: 15mila
euro). Il reddito può essere abbinato ad altri requisiti: che il proprietario non possieda altri immobili in Italia,
che in famiglia ci siano portatori di handicap o almeno quattro figli
Bari, Chieti, Crotone, Vicenza
INDICATORE ISEE
Sconti concessi se l'indicatore Isee famigliare è inferiore a una certa soglia (esempio: 7.500 euro). Insieme
all'Isee può essere richiesta la presenza in famiglia di soggetti svantaggiati
Alessandria, Macerata, Novara, Pescara, Verona
SOGGETTI SVANTAGGIATI
Sgravi alle famiglie in cui ci sono «soggetti svantaggiati», individuati secondo i criteri scelti dal Comune:
portatori di handicap ex legge 104/1992; invalidi oltre una certa percentuale, eventualmente con indennità di
accompagnamento; soggetti con disabilità grave; ricoverati in lungodegenza; titolari di assegno sociale
Bolzano, Frosinone, Monza, Padova, Venezia, Verona, Vicenza
FIGLI IN DIFFICOLTÀ
Famiglie con figli invalidi, disabili o in affido, con o senza limitazioni d'età
Bergamo, Lodi, Vercelli
CAMBIO DI RESIDENZA
Abitazioni possedute da un contribuente che ha preso la residenza da un altro Comune
Venezia
PROPRIETARIO DISOCCUPATO
Soggetto passivo disoccupato per dismissione aziendale o riorganizzazione e reddito personale non
superiore a una certa soglia
Chieti
ETÀ DEL POSSESSORE
Abitazioni possedute da coniugi sopra i 65 anni o sotto i 35, abbinato al reddito e alla categoria catastale
dell'immobile
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Il Sole 24 Ore
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Teramo I criteri in base ai quali i Comuni potranno applicare le detrazioni dalla Tasi sull'abitazione principale,
alla luce delle delibere Imu adottate dai capoluoghi nel 2012 e 2013
AGEVOLAZIONI LEGATE ALL'IMMOBILE
CATEGORIA CATASTALE
Agevolazioni o penalizzazioni per le abitazioni iscritte in certe categorie catastali. Caso più frequente, i rincari
per quelle in categoria A/1, A/8 e A/9 (le stesse che pagano ancora l'Imu sulla prima casa), con l'eventuale
aggiunta dei «villini» in A/7, e le riduzioni per le abitazioni iscritte nelle categorie A/4, A/5 e A/6
Arezzo, Catania, Milano, Piacenza, Pistoia, Rimini
LAVORI EDILIZI
Sconti alle abitazioni in cui siano in corso lavori di manutenzione ordinaria o straordinaria che ne
impediscano l'immediato utilizzo
Venezia
MUTUO IN CORSO
Abitazioni gravate da un mutuo ipotecario
Pescara
ZONA DELL'EDIFICIO
Case collocate in un determinato sobborgo o quartiere svantaggiato
AlessandriaIMU E TASI SULLE CASE AFFITTATE Quanto pagheranno nel 2014 proprietari e inquilini
ipotizzando quattro diverse aliquote Imu di partenza e tre diverse aliquote Tasi (1, 2,5 e 3,3 per mille) su
un'abitazione-tipo con una rendita catastale di 1.000 euro. Gli importi minimi e massimi si riferiscono
all'ipotesi in cui l'inquilino paghi il 10 o il 30% della Tasi, a seconda delle decisioni comunali
03/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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Bonus, partita da 90 miliardi
Revisione delle agevolazioni per eliminare le voci «non più attuali»
Cristiano Dell'Oste Giovanni Parente
Vale più di 90 miliardi il dossier dei bonus fiscali, che la delega votata la scorsa settimana dalla Camera
rimette in primo piano nell'agenda del Governo. In gioco ci sono le detrazioni d'imposta e le deduzioni di cui
beneficiano i contribuenti persone fisiche, ma anche le altre tra le 720 tax expenditures monitorate nel corso
del 2011. Il testo approvato da Montecitorio impone di intervenire sulle agevolazioni ingiustificate, superate o
comunque "doppie" rispetto ad altre misure, tutelando al tempo stesso diverse forme di reddito (come quelli di
lavoro) e di esigenze sociali e culturali.
Quello avviato dalla delega è solo l'ultimo tentativo in ordine di tempo di rimettere mano al paniere degli
sconti fiscali, su cui si sono infranti tutti i progetti avviati dal 2011 in poi.
Acierno, Dell'Oste e Parente
u pagina 3
Il riordino delle agevolazioni torna in cima all'agenda del Governo, dopo l'approvazione della delega fiscale
da parte della Camera, giovedì scorso. Messe tutte in fila, le tax expenditures di cui beneficiano i contribuenti
italiani - imprese escluse - valgono più di 90 miliardi di euro. Una cifra cui si arriva conteggiando le detrazioni
d'imposta (61,9 miliardi), gli oneri deducibili (22 miliardi) e la deduzione Irpef sull'abitazione principale (8,5
miliardi).
Le agevolazioni a favore delle persone fisiche sono la fetta più grande del paniere dei 720 sconti fiscali
monitorati nel 2011 dal gruppo di lavoro guidato da Vieri Ceriani, che include tra l'altro le aliquote Iva ridotte,
gli incentivi alle imprese, i regimi agevolati, gli sconti sui tributi locali, le accise e le altre imposte indirette.
La delega traccia già una prima road map per il riordino. Nel mirino dovranno finire le agevolazioni
«ingiustificate o superate» e quelle che raddoppiano altre misure già esistenti. Garantendo, però, la tutela dei
redditi di lavoro dipendente e autonomo, delle imprese minori e di pensione, oltre a proteggere la famiglia, la
salute, i soggetti svantaggiati, il patrimonio artistico, l'ambiente, la ricerca e l'innovazione. Da questo punto di
vista, diventa decisivo il censimento delle agevolazioni effettuato proprio dal gruppo Ceriani.
Ad esempio, la detrazione sui redditi di lavoro dipendente e pensione - che vale 41,5 miliardi - era stata
classificata tra quelle "blindate". Così come quella per i famigliari a carico, che vale altri 11,5 miliardi. Importi
che bastano, da soli, a mettere in luce la sfida che attende il nuovo ministro dell'Economia, Pier Carlo
Padoan. Le agevolazioni "facili" da tagliare sono poche, non danno grandi risparmi di gettito e - in diversi casi
- sono già state rimodulate nei mesi scorsi: si pensi, ad esempio, all'Iva sugli snack e le bevande delle
macchinette, che è stata allineata al 10% da quest'anno.
Oltretutto, è evidente che ogni limatura dei bonus si traduce - per chi la subisce - in un aumento della
pressione fiscale. Forse anche per questo la delega prevede che i risparmi di spesa ottenuti con l'operazione
riordino servano a finanziare un fondo speciale per la riduzione delle tasse.
Oltre alle difficoltà di consenso legate al taglio dei bonus, bisogna fare i conti con le caratteristiche del
sistema fiscale italiano, in cui il grosso delle persone fisiche dichiara redditi medi o bassi, anche a causa
dell'evasione fiscale. Il risultato è che tagliare gli sconti a chi dichiara di più - al di là di ogni valutazione di
equità - non porta grandi risparmi alle casse dello Stato: ad esempio, i contribuenti oltre i 55mila euro di
reddito complessivo "usano" meno di 2 miliardi di detrazioni su un totale di oltre 60.
Un'altra difficoltà riguarda l'eventuale taglio di tutte quelle agevolazioni che hanno una funzione di sostegno
all'economia. Come le detrazioni per l'edilizia, il risparmio energetico e i mobili - potenziate e prorogate per il
2014 - che sono state tra i provvedimenti più popolari del Governo Letta.
Non è un caso che l'operazione di riordino dei bonus sia stata più volte tentata - e mai realizzata - dall'estate
del 2011. Di fatto, ogni volta che gli ultimi Governi si sono trovati a dover scegliere tra un taglio lineare e un
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
IL NUOVO FISCOCon il via alla legge delega parte il maxi-riordino delle 720 «tax expenditures»
03/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
taglio selettivo, hanno preferito puntare su qualcos'altro: aumento dell'Iva (a ottobre) o spending review (a
fine gennaio).
La delega, però, impone di imboccare la strada del riordino selettivo. Ed è una partita che si intreccerà a
quella del contrasto d'interessi in chiave anti-evasione. La stessa delega, infatti, prevede la possibilità di
introdurre agevolazioni o misure che "convincano" i clienti a farsi rilasciare lo scontrino o la ricevuta dagli
operatori economici. È quella che, con uno slogan, viene chiamata la detraibilità degli scontrini. Ma è evidente
che si tratterebbe di una nuova tax expenditure di cui tenere conto.
@c_delloste
@par_gio
© RIPRODUZIONE RISERVATA Il monitoraggio delle agevolazioni fiscali. Dati in miliardi I numeri Contrib.
previdenziali e assistenziali Abitazione principale Altro TOTALE Lavoro dipendente e pensione Carichi di
famiglia Altro TOTALE Deduzioni Detrazioni Il peso degli sconti LA DIVISIONE PER FASCE DI REDDITO La
distribuzione delle agevolazioni fiscali in base al reddito complessivo dichiarato dai contribuenti. Miliardi di
euro Reddito complessivo Deduzioni (abitazione principale e oneri deducibili) Detrazioni d'imposta Imposta
netta IL DETTAGLIO INDIVIDUALE Reddito medio, agevolazioni e imposta pro capite. Dati in euro
CONTRIBUENTI DEDUZIONI Contributi previdenziali e assistenziali 17,8 Abitazione principale 8,5
Previdenza complementare 2,0 Assegno al coniuge 0,8 Contributi colf e badanti 0,4 Altro 1,1 IL PESO DEGLI
SCONTI L'incidenza dei diversi tipi di deduzioni e detrazioni. Dati in euro Fonte: elaborazione su Dichiarazioni
fiscali 2012
GLI INTERVENTI E I TENTATIVI DAL 2003 A OGGI 2003: la prima riforma Tremonti Rivoluzione per le
imprese con Ires, «participation exemption» e «thin cap» Addio all'Irpeg, riscritte le regole per le società. Nel
progetto compare anche un'Irpef con due sole aliquote (mai attuata) 2007: la seconda riforma Visco Via la no
tax area, si torna alle detrazioni Niente «Ire», resta l'Irpef Rivisto il sistema di deduzioni per le persone fisiche,
si torna alle detrazioni e l'Irpef passa a cinque aliquote 2011: la bozza di Tremonti Cinque imposte in tutto, tre
aliquote Irpef ma incombe la tempesta finanziaria A giugno il Governo presenta un Ddl per rivedere il sistema
fiscale. Ma è l'estate dei richiami Ue e del maxi-spread 2014: la riforma Padoan Il progetto Tremonti, le
proposte di Monti, il varo finale con il governo Renzi Nella delega del 2014 la revisione del Catasto, l'abuso
del diritto, nuove regole per le imprese e il lavoro autonomo AGF LAPRESSE IMAGOECONOMICA
LAPRESSE Giulio Tremonti Romano Prodi Silvio Berlusconi Pier Carlo Padoan
Foto: Il monitoraggio delle agevolazioni fiscali. Dati in miliardi
Foto: - Fonte: elaborazione su Dichiarazioni fiscali 2012
03/03/2014
Il Sole 24 Ore
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Donne al lavoro 12 giorni in più per la parità
u pagina 17 Dodici giorni di lavoro in più all'anno per raggiungere la parità in busta paga. È il tempo
necessario alle donne per azzerare il gender pay gap, il divario retributivo che le separa dai lavoratori maschi.
Una differenza che - in base all'elaborazione realizzata dal centro studi Red-Sintesi per Il Sole 24 Ore - nel
2013 è stata del 15,4%, con uno stipendio mensile netto degli uomini pari a 1.300 euro, duecento in più
rispetto al gentil sesso. «Il gap - precisano gli autori della ricerca - si ridimensiona al 3,7% a livello di paga
oraria: visto che le donne lavorano in media 36 ore alla settimana rispetto alle 40 degli uomini, per arrivare
alla parità dovrebbero lavorare 12 giorni in più». Ma quali sono le ragioni del divario? A livello legislativo la
parità retributiva è sancita (stesso salario per lo stesso stipendio) ma si innescano altri meccanismi che
penalizzano le lavoratrici. In primis, una sorta di "segregazione" femminile, con le donne concentrate in pochi
ambiti, che se da un lato le hanno protette di più perché più impermeabili alla crisi, dall'altro le hanno relegate
a retribuzioni più basse. Servizi alle persone, sanità, istruzione: in questi settori trova impiego oltre il 40%
delle dipendenti contro l'11,7% degli uomini. Qui le lavoratrici dovrebbero lavorare ben 26 giorni in più per
arrivare alla parità e considerando tutto il settore dei servizi, dove si concentra un terzo degli uomini e il 62%
delle donne, il dislivello sale ancora: 36 giorni di "fatiche" extra per ripristinare l'equilibrio tra i sessi. Fa
eccezione solo l'edilizia dove la sparuta rappresentanza femminile (appena l'1% di tutte le occupate)
guadagna più degli uomini, probabilmente perché impiegata in ruoli impiegatizi con paga superiore al
semplice manovale.
Più istruite, ma non nei settori che contano: anche le laureate faticano molto per colmare il gap, che a livello
di retribuzione oraria è dell'11,3% e si traduce in 39 giorni di lavoro aggiuntivo. E dal confronto tra tipologie di
laurea emerge che le più penalizzate sono le graduate in architettura e ingegneria (80 giorni di lavoro extra),
che rappresentano appena il 5,9% di tutte le occupate laureate, seguite a ruota dalle donne medico (71
giorni). Mentre il match ha punteggio invertito tra i laureati in materie umanistiche (6 giorni di vantaggio per le
donne) e tra quelli di scienze e matematica (19 giorni a favore delle laureate), dove è maggiore la presenza
femminile.
Timidi segnali di ripresa, però, ci sarebbero. La Commissione Ue nei giorni scorsi ha evidenziato che a livello
di salario lordo il gap dell'Italia è tra i più bassi d'Europa: 7% rispetto a una media del 16%. Una tendenza
legata soprattutto al fatto che la crisi si è fatta sentire di più sugli uomini.
Fr.Ba.
© RIPRODUZIONE RISERVATA I giorni di lavoro in più delle donneper raggiungere la parità retributiva.
2013 Il gap Settore Giorni di lavoro in più Agricoltura 38 Industria 38 Costruzioni -34 Commercio 5 Alberghi e
ristoranti 5 Trasporti e magazzino 4 Istruzione, sanità e servizi sociali 26 Attività finanziaria e assicurativa 53
Attività immobiliari e servizi alle imprese 15 Amministrazione pubblica 34 Fonte: Elaborazioni Red su dati Istat
15,4%
Gender pay gap
La differenza della retribuzione mensile netta tra uomini e donne
Foto: I giorni di lavoro in più delle donne per raggiungere la parità retributiva. 2013 - Fonte: Elaborazioni Red
su dati Istat
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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GENDER PAY GAP
03/03/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
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Start up innovative: con incubatori e fondi banche in prima fila
Chiara Bussi
L Linee di credito dedicate L, ma soprattutto piattaforme, incubatori L, capitale di rischio e attività di scouting.
Le banche sono in prima fila per sostenere lo sviluppo delle start up innovative, che con il L« d Lecreto
Crescita 2.0» e le successive conversioni hanno ottenuto una normativa ritagliata su misura. Unicredit e Che
Banca! hanno scelto la strada delle piattaforme, Intesa Sanpaolo Lha creato un sistema di fondi di capitale di
rischio, Ubi offre Luna gamma di finanziamenti e Credem gioca in tan d Lem con il Fondo europeo per gli
investimenti.
Servizio u pagina 15
Linee di credito ad hoc, ma soprattutto piattaforme, servizi di incubazione, capitale di rischio e scouting. Le
banche fanno rotta sulle start up innovative - che con il «Decreto Crescita 2.0» e le successive leggi di
conversione hanno ottenuto una normativa ritagliata su misura - mettendo in campo nuovi strumenti. Uno
spiraglio che si apre in tempi di credit crunch.
La settimana scorsa Unicredit ha alzato il sipario su Unicredit Start Lab, la nuova piattaforma di formazione,
coaching, servizi di incubazione e risorse finanziarie per supportare le imprese che muovono i primi passi nei
settori life science, digitale, energie rinnovabili e nanotecnologie. Le start up selezionate avranno accesso a
percorsi di formazione, servizi di incubazione possibilità di effetture incontri con investitori. Che Banca!,
l'istituto retail del gruppo Mediobanca, ha circoscritto il campo d'azione ai giovani talenti del settore finanziario
e tecnologico, con il lancio di «Gran Prix», una competizione in collaborazione con StartupItalia! e il
Politecnico di Milano. C'è tempo fino al 21 maggio per iscriversi. «L'obiettivo - afferma il direttore generale
Roberto Ferrari - è creare un ecosistema per sostenere lo sviluppo del settore innovativo che ruota intorno al
mondo bancario. A giugno selezioneremo 10 start up che parteciperanno a una fase di formazione». I 4
vincitori, oltre a un premio in denaro, potranno usufruire di un anno di consulenza.
«Il successo delle start up innovative - sottolinea Livio Scalvini, responsabile Servizio Innovazione di Intesa
Sanpaolo - si fonda sul fattore temporale, ovvero sulla capacità di accelerare le tappe del suo sviluppo. Gli
imprenditori innovativi hanno bisogno essenzialmente di due elementi: le competenze per scalare
efficacemente il mercato offrendo un prodotto o un servizio con un altissimo valore aggiunto e i capitali di
rischio iniziali». Per raggiungere questo obiettivo la banca ha creato il sistema di fondi "Atlante", in particolare
Atlante Seed, con una dotazione di 10 milioni dedicato alle prime fasi di vita delle imprese. Il veicolo investe
anche in incubatori selezionati e acceleratori d'impresa. Intanto dal 2009 a oggi con la piattaforma Intesa
Sanpaolo Start Up Initiative sono stati realizzati 62 investment forum a livello internazionale, che hanno fatto
incontrare 450 start up con oltre 5mila investitori e imprese.
Il gruppo Credem fa gioco di squadra con il Fei, il Fondo europeo per gli investimenti. All'inizio di febbraio
l'istituto ha infatti siglato un accordo da 80 milioni per il sostegno delle Pmi, garantiti al 50% del Fei. «Il 10%
del plafond di garanzie - spiega Massimo Arduini, responsabile marketing & business imprese di Credem sarà destinato a start up innovative». Ubi ha una gamma di finanziamenti per le start up che possono essere
utilizzati anche per quelle innovative. Dal lancio del maggio 2013 sono state finanziate circa 700 nuove
iniziative.
La galassia delle Banche di credito cooperativo ha scelto un approccio ritagliato su misura a partire dal
progetto «Buona Impresa!», al momento veicolata in oltre 2mila sportelli delle Bcc e Casse rurali. Alcuni
istituti hanno anche attivato incubatori e acceleratori di impresa. Banca Sella ha messo a punto il
finanziamento «My project»: un mutuo chirografario della durata massima di 72 mesi e ha creato a Biella
l'acceleratore SellaLab. Il gruppo investe poi nei principali fondi di venture capital. Ing ha ideato un concorso
di idee innovative, mentre Banca Marche, dopo «YouStartup!» del 2012 lancerà nei prossimi mesi un'offerta
commerciale dedicata alle nuove imprese innovative, in collaborazione con le Università e gli incubatori del
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Le iniziative per aiutare le nuove imprese
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Le opportunità allo sportello Start Up Initiative. Piattaforma di accelerazione, ha all'attivo 450 start up
Atlante. Fondi di venture capital INTESA SANPAOLOUnicredit Start Lab. Piattaforma di formazione,
coaching, incubazione e risorse per start up nei settori altamente innovativi UNICREDITFinanziamento start
up. Linea di credito aperta anche a nuove imprese innovative,
con prestiti fino a 50mila euro UBIAccordo con il Fei. Riservato il 10% del plafond da 80 milioni siglato a
febbraio con il Fondo europeo per gli investimenti CREDEMProgetto «Buona Impresa!». Approccio su misura
con crediti agevolati, servizi di consulenza e attivazione di incubatori BCCFocus sul settore finanziario.
Per i quattro vincitori premio in denaro, sostegno
e consulenza per 12 mesi
CHE BANCA!
«BitBumBam». Concorso concluso a febbraio con 300 candidature. Finalisti affiancati per due mesi da un
incubatore ING
«My project». Mutuo chirografario della durata massima di 72 mesi. Creato anche l'acceleratore SellaLab
BANCA SELLA
Sulla rampa di lancio. Allo studio una nuova offerta grazie ad accordi con università e incubatori BANCA
MARCHE
01/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 2
(diffusione:556325, tiratura:710716)
"Sgravi per chi reinveste utili meno tasse e stop all'austerity così
rilanceremo l'economia"
Serve equità Vorrei contribuire alla creazione di un'economia con una più equa distribuzione delle risorse
Garanzia giovani Il primo capitolo del Jobs Act consentirà ai giovani che perdono l'impiego di trovarne un altro
in 4 mesi
ROBERTO MANIA
ROMA - Giuliano Poletti è da una settimana il ministro del Lavoro. Siede su una delle poltrone più scomode
del governo Renzi. Perché questo esecutivo si giudicherà in gran parte su quanto riuscirà a far scendere il
tasso di disoccupazione comunicato ieri dall'Istat, il 12,9%. Questo sarà il benchmarking del governo. Poletti,
ex presidente della Legacoop, ex sindaco di Imola con tessera Pci, dice che sul suo comodino tiene
"L'economia giusta" di Edmondo Berselli. «Ci sono scritte le cose che vorrei fare. Vorrei essere giudicato per
il mio contributo a creare un'economia nella quale, come spiega Berselli, ci sia una più equa distribuzione
delle risorse».
Intanto, ministro, c'è l'emergenza occupazione. Renzi ha annunciato più volte l'arrivo del Jobs act. Quando lo
approverete? «Il Jobs act è un insieme di azioni, di capitoli da riempire».
Ecco: quando li riempirete? «Il primo a partire sarà la cosiddetta "garanzia giovani", un programma europeo
per consentire a tutti i giovani che escono dalla scuola o perdono il lavoro di trovare un'opportunità entro i
successivi quattro mesi. La "garanzia giovani" traccia una linea molto chiara di intervento. Un modo per
connettere tra loro le politiche passive con le politiche attive per il lavoro».
Lo stesso schema del Jobs act? «Esattamente. La "garanzia giovani" è il primo elemento per promuovere
opportunità di impiego».
Quando cominceràa produrre qualche effetto? «Entro un mese partirà il progetto. Ma il meccanismo sarà lo
stesso del più generale piano per il lavoro: a ciascuna persona, giovane, adulta o anche anziana va offerta
un'opportunità di impiego. Nessuno deve essere lasciato a non fare nulla, perché si traduce in una gravissima
condanna. Su questo si giudica pure il grado di civiltà di un Paese».
Lei viene dal mondo delle imprese e sa bene che sono loro a creare il lavoro, non le norme. Incentiverete la
assunzioni dal punto di vista fiscale? «È vero che sono le imprese a creare lavoro ma serve pure un contesto
favorevole. Ci vogliono buoni imprenditori e penso anche che gli utili reinvestiti nell'azienda in innovazione del
processo e del prodotto vadano accompagnati dal pubblico».
Il che vuol dire sgravi. Giusto? «Giusto».
Ma dove troverete le risorse necessarie? Avete promesso di tagliare il cuneo fiscale, pensate di estendere il
sussidio di disoccupazione e anche di incentivare gli investimenti.
Quanto costa tutto questo? «Non so dirle ora il costo complessivo. Ma abbiamo fatto delle stime altrimenti
non proporremmo un progetto non sostenibile sul piano finanziario».
Fino a meno di una settimana fa lei era il presidente dell'Alleanza delle cooperative.
Ha in mente un patto sociale per sostenere il jobs act? «Prima di pensare a un patto voglio avviare, e lo farò
nei prossimi giorni, un confronto informale con sindacati e imprenditori. Ho un trascorso nel dialogo sociale e
continuerò a farlo». Nella prefazione di un libro il premier Renzi scrive che il sindacato che dovrebbe essere
più ascoltato è "quello che non c'è", cioè quello dei giovani e precari. Che ne pensa? «Capisco Renzi perché
c'è un parte della società che fa faticaa trovare una voce che la rappresenti. La crisi della rappresentanza
riguarda tutti, la politica e il sociale. Io rimango rispettoso del ruolo delle associazioni sociali».
Non crede che i dati dell'Istat segnino anche il fallimento delle politiche di austerity e che si debba voltare
pagina? «Non c'è dubbio che sia così. I dati dell'Istat sono la stampa di una fotografia scattata quattro anni fa
quando migliaia di aziende sono entrate nel circolo della crisi. Va aperto un nuovo ciclo».
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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L'intervista Il ministro Poletti: va offerta un'opportunità d'impiego a tutti, nessuno resti indietro
01/03/2014
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Aumentando la spesa pubblica? «No. Riducendo le tasse per liberare risorse per il lavoro»
Foto: IL MINISTRO Giuliano Poletti, titolare del dicastero del Lavoro
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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01/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 24
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Le Regioni fanno saltare il piano di Letta. In arrivo dalla Ue 1,2 miliardi Alcune amministrazioni hanno esaurito
i fondi per le gare e aspettano la Ue
ALESSANDRO LONGO ROMA
- Coprire con Internet banda larga tutti gli italiani e tutte le imprese: obiettivo rinviato, ancora una volta. Se ne
riparlerà nel 2015, salvo ulteriori sorprese, per colpa delle lentezze burocratiche nel dialogo Stato-Regioni e
per la difficoltà a sbloccare i fondi pubblici necessaria colmarei "buchi" di copertura. È quanto si apprende dai
tecnici del ministero dello Sviluppo economico che si stanno occupando dei bandi di gara per portare Internet
veloce nelle zone più sfortunate del Paese (quelle del cosiddetto «digital divide»). Queste sono adesso pari al
4% della popolazione, contro il 5 dell'anno scorso. Un piccolo miglioramento ottenuto quasi solo grazie allo
sviluppo della banda larga mobile. È ferma invece ancora all'8% la quota di popolazione che non può avere la
banda larga di tipo Adsl (su rete fissa), pari a circa 1.500 comuni (secondo dati dell'osservatorio Between).
Nero su bianco, c'era nel decreto Sviluppo Bis di ottobre 2012 l'impegno del governo Monti a dare banda
larga a tutti entro dicembre 2013, come anche richiesto dalla Commissione europea.
Obiettivo rimandato al 2014, sotto il governo Letta. Ora si apprende del nuovo rinvio. «Le prime Regioni che
elimineranno il digital divide saranno Lazio, Liguria e Marche, a febbraio 2015. Sono anche le prime infatti ad
aver assegnato - quest'anno - le gare per fare coperture banda larga, con 15 milioni di euro di fondi pubblici
europei (dalla programmazione 2007-2013)», spiega infatti Salvatore Lombardo, direttore generale di Infratel,
società del ministero che si occupa di questi bandi (i quali sovvenzionano gli operatori che costruiranno le reti
nelle zone sfortunate). «Contiamo di ultimare la rete banda larga italiana tra giugno e settembre 2015, ma
dipende dagli accordi tra ministero e Regioni, necessari per fare le gare. Purtroppo i tempi burocratici di
negoziazione sono a volte più lunghi di quelli per creare la rete», aggiunge. «Ci vogliono 12 mesi, dopo
l'assegnazione della gara, per portare la banda larga ai cittadini.
Ma ci sono Regioni come la Sicilia che ci stanno facendo aspettare da due anni per la firma dell'accordo.
L'aspettiamo anche dalla Sardegna. La Basilicata invece ha firmato ma per ora l'ha messo in stand by»,
continua Lombardo.
Nell'elenco delle regioni sfortunate ci sono anche Piemonte ed Emilia Romagna, «che hanno esaurito i fondi
per queste gare e aspettano giugno 2014 per poter contare su quelli della programmazione 2014-2020»,
spiega Rossella Lehnus, responsabile del piano nazionale banda larga presso il ministero. «Il cambio di
Governo non ci ha fermati, però.
La settimana prossima assegneremo i bandi che elimineranno il digital divide in Campania e Umbria. A
marzo lanceremo quelli di Calabria, Veneto e Toscana», aggiunge Lehnus.
È una partita che sarà seguita da Antonello Giacomelli, nominato ieri sottosegretario con delega su tlc e
frequenze presso lo Sviluppo economico. Ed è destinata a diventare importante nei prossimi mesi, quando
arriveranno i fondi Ue 2014-2020: previsti 1,260 miliardi di euro per le reti banda larga e - soprattutto - per
quelle a banda ultralarga, da realizzare con questo sistema di gare pubbliche. ADSL, ADSL FULL, ADSL2+,
VDSL, FTTH
Foto: DENTRO I CONDOMINI La fibra più veloce arriva in casa del cliente Meno valida quella che si ferma
negli armadi in strada
Foto: NEL NOSTRO PAESE CRESCE SOLO LA ADSL 2+ (FONTE BETWEEN, 2013) In Italia cresce
soltanto un tipo di Adsl con velocità intermedia: la Adsl 2+. Raggiunge potenzialmente l'81% della nostra
popolazione
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Slitta al 2015 la banda larga per tutti
01/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 25
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Appello ai Garanti: subito le regole, dovete proteggerli
ALDO FONTANAROSA ROMA
- Così colorate, così simpatiche. Così false e traditrici, certe volte. Le app che scarichiamo sul telefonino o sul
tablet possono riservare delle amare sorprese, di quelle che scopri solo quando scorri l'estratto conto della
carta di credito. Credevi che la app fosse gratis, perché così lei si era presentata; invece hai sganciato un
sacco di euro senza neanche capire come e quando.
I trucchi delle app sanguisuga allarmano la Commissione Ue che ha convocato a Bruxelles, ieri e giovedì, i
rappresentanti di tutte le autorità nazionali di garanzia (inclusa la nostra Antitrust) per organizzare una
qualche difesa. La trappola è la più antica del mondo: quella del cavallo di Troia. Accendi il tablet, ti colleghi a
un negozio virtuale di app e ne scarichi alcune, magari per far giocare i tuoi ragazzi. Costo dell'operazione,
zero euro. Le app sono gratuite. Poi il tablet passa a tuo figlio che cominciaa divertirsi e a cliccare su varie
frecce luccicanti senza capire che le sue dita innocenti stanno accedendo ai contenuti "premium" della app.
Contenuti che si pagano.
In teoria, il negozio virtuale dovrebbe chiederti la password e il consenso ogni volta che una tua azione sul
tablet comporta un esborso di denaro. Ma evidentemente ci sono tante app che succhiano i soldi senza
avvisare - cavalli di Troia della nostra era - se migliaia di famiglie protestano presso le autorità nazionali di
garanzia e la stessa Commissione europea. Dice Viviane Reding, commissario Ue per la Giustizia, alquanto
alterata: «Dall'industria delle app mi aspetto risposte concrete all'allarme, sia nostro sia delle famiglie». Un
sondaggio della "Bitkom" valuta in un milione gli utilizzatori di app che hanno tra i 9 e i 19 anni in Germania. E
il numero non cambia molto, in Italia. La società "Distimo" calcola invece che le imprese delle app hanno un
fatturato annuo di 10 miliardi, qui in Europa.E l'80% di questi ricavi arriva proprio dagli acquisti "in-app". Sono
soldi che noi paghiamo (con carta di credito) quando cominciamo a navigare dentro la app e a fruire dei suoi
servizi. Le app sono gratuite, i servizi interni invece no. Ora, buona parte di questo denaro ci viene tolta con il
nostro benestare e in modo lecito. Ma una fetta è il bottino succulento delle applicazioni sanguisuga.
L'Antitrust inglese (Uk Office of Fair Trading) ha avvistato per In Europa i fornitori di app hanno un fatturato di
10 miliardi prima il problema. E le sue regole piacciono a Bruxelles, che le indica ad esempio alle altre
autorità nazionali. Gli inglesi sono severi, nel loro documento. Parlano di «abuso della credulità» dei minori,
anche piccolissimi.
Di «pratiche commerciali violente». Di «finti giochi» che sono invece l'esca per strappare un clic ed estorcere
dei soldi «senza esplicita autorizzazione del genitore». Quindi gli inglesi mettono in campo i primi anticorpi.
Chi tenterà di scaricare un'app, subito si troverà di fronte un cartello con le regole della partita: se spari alla
papera è gratis, se spari al gabbiano paghi. Nessuna sterlina, poi, uscirà dal conto senza che mamma e papà
abbiano digitato sul tablet la loro magica password. Giusto. E se ora provassimo a tutelare anche i nostri
euro?
I punti LE ESORTAZIONI App gratuite esortano i bimbi a scaricare degli elementi aggiuntivi, a pagamento.
Poi i soldi sono sottratti via carta di credito e senza preavviso L'IRREPERIBILITÀ Per Bruxelles, i consumatori
Ue si lamentano perché le app non danno una e-mail dove spedire reclami e richieste di risarcimento IL
RISCHIO L'Ue crede nella industria delle app che potrà fatturare 63 miliardi entro 5 anni. Ma la crescita
frenerà se l'offerta al cliente non sarà leale e trasparente
Foto: CONVOCATI DALL'UE L'Ue ha convocato tutte le Autorità nazionali di garanzia sul caso dei costi delle
app
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Bruxelles lancia l'allarme app "Costi nascosti, bimbi ingannati"
02/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 13
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Addio alla Cassa in deroga dal 2015 si cerca la copertura per il sussidio
unico
Parte con il Jobs Act la riforma totale degli ammortizzatori sociali La Cig finanziata dallo Stato continuerà ad
essere erogata ancora quest'anno
VALENTINA CONTE
ROMA - Far saltare la cassa integrazione in deroga dal 2015. E intanto per quest'anno tutelare in qualche
modo i precari che perderanno il lavoro, in vista del debutto del Naspi, il nuovo sussidio di disoccupazione
universale. Sono i due punti chiave al centro dei ragionamenti del governo in queste ore, mentre il Jobs Act
voluto dal premier Renzi prende forma e sostanza. Da una parte dunque, la riforma totale del sistema di
ammortizzatori sociali, ma non immediata. Dall'altra un segnale da dare comunque, sin da subito, ai
collaboratori a progetto che oggi ben difficilmente intascano sussidi quando i «progetti» finiscono. Ma per
coprire tutti quelli senza rete, che il piano stilato dal professor Stefano Sacchi - e considerato come base di
partenza per il confronto politico ancora del tutto aperto - calcola in circa un milione e duecentomila, ci
vorrebbero almeno 1,6 miliardi in più rispetto alla spesa attuale per Aspi e miniAspi (7,2 miliardi nel 2013).
Dove prendere questi denari? Dalla Cig in deroga, ipotizza Sacchi. Soluzione plausibile, per Renzi. Ma dal
prossimo anno, quando la riforma complessiva - superare l'attuale sistema di ammortizzatori - libererà molti
più spazi. Mentre i soldi attuali - o poco più - dovrebbero bastare per un primo «gesto» ad horas verso i
cocopro. Renzi vuole un sistema di sussidi più razionale ed equo, le risorse meglio distribuite, così da
proteggere più persone possibili e più a lungo. Un sistema che a regime si autoalimenta con i contributi di
lavoratori e imprese, dunque interamente assicurativo, automatico e universale. E che non contempla più la
cassa integrazione in deroga, da «superare con gradualità», oggi interamente a carico dello Stato per una
cifra che oramai varia tra 2,5e3 miliardi annui. Soldi che potrebbero invece confluire sul Naspi - in tutto o in
parte - proprio per includere quanti oggi ne sono privi: atipici e dipendenti non in grado di corrispondere ai
requisiti Fornero per Aspi e mini-Aspi. Una riforma complessa, non priva di scogli e salite. E forse anche per
questo fatta slittare al 2015. «Per quest'anno la cassa in deroga sarà rifinanziata», è il messaggio che filtra da
Palazzo Chigi. «L'anno prossimo cambia tutto, ma i lavoratori devono stare tranquilli.
Nessuno sarà lasciato senza sostegno», Che si vada nella direzione di una soppressione della Cig in deroga
era già chiaro dalle prime mosse del Pd di Renzi e del gruppo che più ha lavorato al Jobs Act, da Filippo
Taddei, responsabile economico,a Marianna Madia, ex responsabile lavoro, oggi ministro della Pubblica
amministrazione. I tempi sembrerebbero maturi - è la tesi - per dare un freno a uno strumento - la Cig in
deroga - partito come emergenziale, diventato strutturale, privo di un quadro di regole certo, frutto di tavoli e
di trattative, ridiscusso ogni sei mesi, alla fine non pienamente solidale e inclusivo. Meglio stanziare quelle
risorse per il Naspi - si ragiona - che ha criteri fissi, non è soggetto a spinte e controspinte. Un messaggio
neanche troppo velato ai sindacati, in nome di un «universalismo selettivo» - aiutare veramente chi ha
bisogno - tutto però ancora da dimostrare.
Le cifre 1.100-700€ L'ASSEGNO All'inizio del periodo l'assegno Naspi sarà di 1.100-1.200 euro. Negli ultimi
mesi 700 euro 1,6 mld IL COSTO Il costo aggiuntivo per lo Stato sarebbe di 1,6 miliardi, oltre ai 7,2 già
destinati ai disoccupati 2,5-3 mld LA CIG IN DEROGA Gli 1,6 miliardi verrebbero prelevati dalle risorse oggi
destinate alla Cig in deroga: 2,5-3 miliardi
Foto: IL MINISTRO Giuliano Poletti ministro del Lavoro
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Il governo vuole abolirla ma non subito, e intanto studia la copertura del Naspi per chi perde il lavoro Il
progetto
02/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 24
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L'argentino Eurnekian punta su Firenze e Pisa e insidia il dominio italiano nel settore Il suo obiettivo è fondere
i due scali toscani. F2i, Sea, Benetton e Save i campioni nazionali
LUCA PAGNI
MILANO - Cieli italiani sempre piu in mano a società straniere.
Mentre Alitalia sta per finire sotto il controllo degli arabi di Etihad, un gruppo sudamericano entra
prepotentemente nel processo di privatizzazione degli scali nazionali. E tutto fa pensare che sarà l'apripista
per altri gruppi del settore mano a mano che comuni, regioni e camere di commercio metteranno in gara le
loro quote.
Il tycoon argentino Eduardo Eurnekian, infatti, dopo il lancio dell'Opa su AdF, la società quotata a Piazza
Affari proprietaria dell'aeroporto di Firenze, è diventato a tutti gli effetti il quarto "incomodo" nella partita per la
conquista degli aeroporti italiani che fino a oggi era stata tutta nazionale. Il magnate sudamericano,
proprietario di giornali e tv in Argentina, già gestisce con la sua controllata Corporacion America da un paio
d'anni lo scalo di Trapani. Ma il suo obiettivo è diventare uno dei protagonisti del settore aeroportuale italiano.
Ha infatti tentato di conquistare anche l'aeroporto "Catullo" di Verona, ma la sua offerta non è stata presa in
considerazione e lo scalo da cui partonoe atterranoi jet privati a Milano Linate, per il quale ha fatto ricorso al
Tar, dopo aver perso la gara (forte anche di una indagine dell'Antitrust nei confronti del suo avversario). E
ora, con l'aeroporto di Firenze, sembra aver fatto centro.
L' imprenditore di origine armena, negli anni Novanta è stato al centro delle contestate privatizzazioni nel suo
paese sotto la presidenza di Carlos Menem di cui era amico; in particolare, quando ha rilevato i 33 scali
dell'Argentina, a partire da quello di Buenos Aires. E siccome la storia si ripete sempre, a vincere la gara per
diventare socio industriale del gruppo sudamericano fu la Sea, la società controllata dal Comune di Milano
che acquistò un 30% delle quote, salvo poi rivenderle in perdita poche stagioni dopo. La stessa Sea - che
gestisce Linate e Malpensa - che ora si è trovata sul fronte opposto Eurnekian nella gara per aggiudicarsi
l'Ata, lo scalo privato del capoluogo lombardo, dall'Acqua Marcia di Bellavista Caltagirone.
Per l'aeroporto di Firenze, Eurnekian vuole raccogliere più azioni possibili, contando sul fatto che gli enti
locali proprietari potrebbero far cassa. Mentre è certo che a vendere sarà il fondo F2i, guidato da Vito
Gamberale: ha ceduto il 33,4% agli argentini facendo scattare l'Opa.
F2i è l'altro attore sul palcoscenico aeroportuale. Ha conquistato Torino Caselle dai Benetton - che si sono
concentrati ormai solo su Fiumicino - e una quota di minoranza della Sea (operazione per cui Gamberale è
indagato per turbativa d'asta dalla procura di Milano). Inoltre, F2i da una decina d'anni controlla Napoli
Capodichino. E ora ha fatto un passo indietro da Firenze, mentre Eurnekian possiede già il 23,4%
dell'aeroporto di Pisa ed è in trattative con Mps per rilevarne un altro 3,9%. Punta a mettere insieme i due
scali, contando sul fatto che nel piano strategico nazionale del ministro Lupi, il governo parla di "Sistema
aeroportuale toscano" e spinge per la fusione per evitare inutili sovrapposizioni. Se il progetto di Eurnekian
andasse in porto, l'imprenditore argentino arriverebbe a insidiare il terzo posto negli scali aeroportuali italiani
per numero di passeggeri, oggi detenuto dal gruppo Save.
La società quotata dei finanzieri Marchie De Vivo controlla gli scali di Venezia e Treviso, difesi con i denti
quando Generali ha deciso di uscire dal capitale. Ha rinunciatoa comprare Trieste mentrea nord-est ha
preferito puntare su Verona e su Lubiana, quando il governo sloveno deciderà di privatizzare. Ma tutto fa
pensare che il processo di consolidamento sia solo all'inizio. © RIPRODUZIONE RISERVATA IL PIANO
NAZIONALE DEGLI AEOROPORTI AEOROPORTI STRATEGICI / CON I RESPETIVI BACINI D'UTENZA
I protagonisti SEA È la società del comune di Milano che controlla gli aeroporti di Linate e Malpensa F2I Il
fondo di Gamberale ha gli scali di Torino Caselle, Napoli Capodichino e una quota della Sea BENETTON La
famiglia veneta si è concentrata sullo scalo romano di Fiumicino con Adr e ha lasciato Torino SAVE La
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Mani straniere nel risiko degli aeroporti
02/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 24
(diffusione:556325, tiratura:710716)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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società dei finanzieri Marchi e De Vivo ha gli scali di Venezia e Treviso e punta Verona e Lubiana
Foto: IL TYCOON Eduardo Eurnekian, argentino, classe 1932, proprietario di aeroporti, tv e giornali in Sud
America
03/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 9
(diffusione:556325, tiratura:710716)
"Ora tempi più corti dei processi e interventi sulla prescrizione"
Il procuratore Roberti: la corruzione frena l'economia
LIANA MILELLA
ROMA - La riforma fondamentale? «Un processo in tempi ragionevoli come vuole la Costituzione». Un
intervento urgente? «Quello sulla prescrizione». Un reato necessario? «Lancette indietro sul falso in
bilancio». Beni confiscati? «Un'agenzia che funzioni». Così risponde al premier il procuratore nazionale
antimafia Franco Roberti.
Ha letto Renzi su "Repubblica"? Che gliene pare? «È un manifesto pieno di buoni propositi, il primo dei quali
mi sembra il più importante, quando Renzi assume l'impegno che la lotta alla mafia diventi per davvero la
priorità dell'azione di governo. Nessun politico in Italia l'aveva detto con questa determinazione. Ma va
ricordato che il Parlamento europeo ce lo ha suggerito più volte».
Nel merito, la ricetta la convince o darebbe al premier qualche buon consiglio? «Le proposte sono
condivisibili, ma non bastano».
Che cosa manca? «Sicuramente non c'è il riferimento al problema vero, cioè la funzionalità del processo
penale e di quello civile».
Immagino che parli dei processi troppo lunghi, ma forse Renzi dà per scontato che il Guardasigilli Orlando ci
metterà una pezza.
«Giusto sabato Orlando, parlando alla convention di Libera in Campidoglio, ha ricordato che i tempi troppo
lunghi del processo sono un fattore di forza per la mafia. Io direi che è il più grande regalo che possiamo fare
alle mafie.
Ergo, da qui bisogna partire. Se non funziona la tutela dei diritti nel processo civile c'è la tendenza a ricorrere
alla giustizia più spiccia dei clan. E questo rafforza le mafia. Ancora di più sul piano penale. I reati spia, come
la corruzione, che è una modalità tipica dell'agire mafioso, sono repressi in modo inefficace per la lunghezza
dei tempi processuali e per la falcidia della prescrizione». Davvero la mossa giusta è cominciare dal
commissario anticorruzione? «Non c'è dubbio che questa figura vada nominata perché la prevenzione è
comunque fondamentale, e si spera che l'ufficio funzioni davvero. Ma il punto è un altro. La corruzione, anche
nell'ottica europea, è il più grave reato contro l'economia. Anzi, è una vera e propria minaccia per l'euro
sistema». Le faccio una domanda banale, ma che rapporto c'è tra la mafia e la corruzione? «Le
organizzazioni mafiose trasnazionali, come quelle italiane, sono soggetti economici globali, ormai infiltrati
nell'economia legale in numerosi paesi della Ue, proprio attraverso la corruzione e il finanziamento delle
imprese che sta crescendo per via della crisi e delle difficoltà d'accesso al credito bancario».
Quindi la mafia, che dispone di moltissimo denaro, inquina l'economia sana? «Esattamente. Ciò crea
situazioni di concorrenza sleale, altera gli equilibri di mercato, scoraggia gli investitori onesti. L'economia
italiana non cresce anche perché gli investitori onesti sono scoraggiati dalla concorrenza sleale e dalla
corruzione che dilaga. C'è il rischio, segnalato dalla commissione Ue nel documento sull'Italia del 3 febbraio,
che essa impedisca il corretto funzionamento dell'unione monetaria».
Se la situazione è questa, quali sono gli interventi più urgenti? «La riforma della prescrizione, che falcidia
ogni anno oltre il 30% dei reati, corruzione compresa.
Senza contare tutti i reati spia, da quelli ambientali, agli urbanistici, agli economico-finanziari».
La prescrizione è da sempre un tabù. Riforma difficilissima da fare. Lei come la cambierebbe? «Oggi la
prescrizione comincia a decorrere dal momento della commissione del reato e i suoi termini sono stati ridotti
con la legge ex-Cirielli del 2005. Questo sistema non ha alcun senso, perché molto spesso il reato viene
accertato anni dopo la sua consumazione e questi anni persi sono un favore agli autori del delitto. La
prescrizione, invece, dovrebbe decorrere dal momento in cui viene esercitata l'azione penale perché è a quel
punto che lo Stato la sua volontà punitiva e gli eventuali ritardi possono dimostrare il venir meno di tale
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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L'intervista
03/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 9
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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volontà».
Lo sa che i nemici di questa riforma chiederebbero subito il processo breve? «La prospettiva della
prescrizione contribuisce a far approdare ogni anno in Cassazione 50mila ricorsi penali. In quella francese,
dove la prescrizione è come la propongo io, ce ne sono solo 8mila». Reati economici. Oltre all'autoriciclaggio, sollecitato e atteso da anni, bisogna fare marcia indietro sul falso in bilancio? «Bisognerebbe
tornare a sanzionarlo severamente in quanto spesso è strumentale alla corruzione, perché falsando i bilanci
si costituiscono i fondi neri impiegati per corrompere i pubblici funzionari e amministratori».
Beni confiscati. La convince la proposta di Renzi? «Sì, l'agenzia nazionale deve funzionare per gestire i beni
e le imprese confiscate e destinarli a uso pubblico. È una "sfida" che lo Stato deve assolutamente vincere.
Bisogna che l'agenzia sia condotta con efficienzae managerialità. La proposta della commissione Garofoli va
in questa direzione, purché nella prassi si eviti il rischio che l'Agenzia diventi un carrozzone lottizzato». SU
REPUBBLICA Sopra, la lettera a Repubblica con cui Saviano ha fatto appello contro l'economia criminale.
Sotto, la risposta di Matteo Renzi
Foto: MAGISTRATO Il procuratore antimafia Franco Roberti: "Renzi ha dimostrato determinazione"
03/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 14
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Centro-destra e imprese: la tassa sulla casa è una batosta peggio dell'Imu
LUISA GRION
ROMA - La Tasi sarà un'altra «botta», parola di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che così ha
sentenziato dopo aver letto le previsioni sull'impatto che la nuova tassa per i servizi indivisibili
(dall'illuminazione alla manutenzione delle strade) avrà su famiglie e imprese.
Analisi spietate sia per quanto riguarda le aziende - per le quali secondo la Cgia è in arrivo una stangata da
un miliardo - che per quanto riguarda le famiglie, visto che, secondo le associazioni dei consumatori Adusbef
e Federconsumatori, si troveranno a pagare, al netto delle detrazioni, importi medi dai 247 ai 326 euro.
Le proteste contro la nuova tassa stanno velocemente aumentando. «Ho visto i numeri» ha detto Squinzi,
«sorrido, ma non c'è molto da sorridere. Ancora una volta, per recuperare risorse, si aumenta il carico fiscale
invece che incidere sui costi; mi auguro che il lavoro che Cottarelli ha avviato sulla spending review sia
portato fino in fondo».
Confindustria teme la scorciatoia fiscale, la tentazione del governoa fare cassa aumentando le tasse, e invita
Renzi a mettere invece in atto «interventi incisivi in tempi rapidi». Prima di tutto il taglio al cuneo fiscale
«perché l'emergenza numero uno è quella del lavoro». Il giudizio delle imprese sul premier e sull'esecutivo è
sospeso: «Renzi, la potenza sul motore ce l'ha, auguriamoci che sia capace di scaricarla a terra - ha detto
Squinzi - Gli invidio l'età, ma anche l'energia.
Quanto al governo, alcuni ministri sono di ottimo livello, altri o non hanno esperienze specifiche di gestione
amministrativa o politica, oppure sono io che non li conosco, aspettiamo alcuni mesi per vedere come
operano».
Ma sulla ricetta da utilizzare per rilanciare ripresa e occupazione le parti sociali non sono affatto d'accordo.
Per Squinzi la priorità resta il taglio dell'Irap, l'imposta pagata dalle imprese sull'attività produttiva, da
preferire, secondo lui, alla riduzione dell'Irpef perché «nell'immediato darebbe un impatto più forte sulla
competitività delle imprese e sul costo del lavoro». Alla platea del Micam, la fiera della calzatura a Rho
inaugurata ieri, il leader degli industriali ha raccontato: «Come imprenditore pago le tasse in 40 Paesi nel
mondo e produco in 32con un tasso medio di incidenza fiscale del 34 per cento: in Italia negli ultimi dieci anni
il livello di tassazione non è mai sceso sotto il 50 per cento e questo è addebitabile principalmente all'Irap».
Una netta indicazione, la sua, che si scontra con quella fornita dai sindacati. Per Raffaele Bonanni, leader
della Cisl, «il fisco ha messo in difficoltà le famiglie che non spendono più. Ora quei pochi soldi che ha, lo
Stato li deve impiegare per ridurre le tasse a lavoratorie pensionati». La precedenza va data all'Irpef perché
«se manca il mercato nazionale l'economia si blocca». Ridare soldi alle imprese tagliando l'Irap, secondo
Bonanni «può andare anche, magari dopo», dopo un intervento a favore dell'imposta sui redditi, perché oggi
«le aziende non hanno commesse e metterebbero quella liquidità in banca». Una battaglia, quella contro la
Tasi, che il centro-destra fa sua.
Per Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato di Forza Italia: «Altro che rivoluzione fiscale, quella del
governo Renzi si annuncia come una rapina fiscale ai danni degli italiani, colpiti su un bene fondamentale
come la casa. L'aumento della Tasi è una vergogna, il governo parte malissimo». Per la collega di partito
Anna Maria Bernini «la Tasi di Renzi in qualche caso è addirittura più pesante dell'Imu di Monti. Colpisce l'80
per cento degli italiani che pensavano di aver costruito il risparmio sugli immobilie si trovano oggia stringere
la cinghia per paura del futuro». 1324 318 174 833 1064 258 165 641 670 170 133 367 cuneo in miliardi: 303
511 342 91 78 retribuzioni nette cuneo su imprese cuneo su lavoratori 24 13 63 15 24 60 20 25 55
Ripartizione della retribuzione in miliardi Ripartizione della retribuzione in % Dalla retribuzione lorda alla netta:
il cuneo cuneo in %: 45% 18 15 67 Germania Francia Italia Spagna Germania Francia Italia Spagna Fonte:
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Cresce la rivolta contro la Super-Tasi Confindustria: tagli all'Irap, non
all'Irpef
03/03/2014
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Servizio Studi Bnl
I precari esclusi finora dall'assegno di disoccupazione TOTALE 922.588 (ma secondo il governo sarebbero
saliti già a 1.200.000)
675.883
54.210
52.459
49.179
27.032
24.021
13.532
13.015
8.913
4.344 Fonte: Isfol Cocopro Collaboratori pubblica amministraz. Associati in partecipazione Dottorato di ricerca
Enti locali Venditori porta a porta Autonomi occasionali (meno di 500 euro anno) Altre collaborazioni Medici
specializzati Collaboratori giornali e riviste
Foto: SQUINZI "La Tasi è un'altra botta. Così aumentano le tasse"
Foto: LA DISOCCUPAZIONE Il tasso generale di disoccupazione è salito al 12,9%, mentre quello che
riguarda i giovani è salito al 42,4 per cento
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"Bene il sussidio unico a chi perde il lavoro ma serve un piano
straordinario per i giovani"
Camusso apre a Renzi e replica a Bersani: "Articolo 18, dibattito vecchio" La Cig in deroga Attenti ad abolire
la Cig in deroga. Ben venga però l'assegno universale di disoccupazione Il servizio civile Lo Stato dovrebbe
organizzare a sue spese una specie di servizio civile per la difesa del patrimonio artistico
PAOLO GRISERI
TORINO - Tre consigli, naturalmente «sommessi», da chi guida un sindacato con 6 milioni di iscritti. Di
Matteo Renzi, Susanna Camusso apprezza «il fatto che al primo posto del suo programma di governo ci sia il
lavoro. Un ottimo inizio che però genera molte attese. La nostra principale preoccupazione è che vengano
deluse».
Camusso, tra le indiscrezioni sul piano del lavoro di Renzi c'è quella dell'abolizione della cassa integrazione
in deroga e l'introduzione di un sussidio di disoccupazione. Vi convince? «Bisogna capire che cosa significa
intervenire sulla cassa integrazione.
Quella in deroga, in molti casi viene utilizzata nei settori che non hanno la cassa integrazione».
Ma in molti casi la cassa in deroga è una finzione per mantenere in vita rapporti di lavoro senza prospettiva..
«Nella maggior parte dei casi abolire la cassa in deroga significa far cessare rapporti di lavoro che, superata
la crisi, possono tornare ad essere produttivi. In ogni caso una riforma degli ammortizzatori sociali è
necessaria e urgente. E' evidente che la cassa in deroga non può essere la regola. E' una contraddizione
anche etimologica».
Con la riforma della cassa integrazione si può introdurre il sussidio di disoccupazione? «Penso che sarebbe
una norma positiva. Un sussidio universale è una misura necessaria. Serve però che anche i datori di lavoro
precario e discontinuo contribuiscano. I precedenti ministri del Lavoro non hanno voluto chiedere alle imprese
contributi che garantissero l'universalità della cassa integrazione e versamenti per i dipendenti precari in caso
di perdita del lavoro. Non solo penso che sia ora di farlo ma che sia ormai indispensabile. Il sistema sarebbe
in equilibrio se la cassa integrazione venisse utilizzata per far fronte a situazioni di crisi transitoria o per
ristrutturazioni. Il sussidio di disoccupazione dovrebbe intervenire in caso di perdita del rapporto di lavoro».
Sabato, al congresso del Pse, lei ha avuto un lungo colloquio con Renzi.
Qual è l'atteggiamento della Cgil nei confronti del nuovo governo? «La Cgil è sempre attenta nei confronti di
tutti i governi. Lo è di più quando il governo, come nel caso di Renzi, mette il lavoro al primo posto nel suo
programma. Su questo c'è totale sintonia. Al punto che temiamo piuttosto la gigantesca delusione che
arriverebbe se alle premesse non seguissero i fatti. Per questo mi permetto sommessamente di dare tre
suggerimenti al nuovo capo del governo». Da quale cominciamo? «Abbiamo bisogno di un ammortizzatore
sociale universale, che valga per tutti coloro che hanno perso il lavoro. E' anche giusto che il sussidio venga
perso se qualcuno rifiuta offerte di lavoro. Ma questo è già previsto dalle leggi di oggi. Solo che il sistema
della formazione professionale nonè in grado di formare adeguatamente».
Chi ha guadagnato in questi anni da un sistema della formazione tanto inefficiente? «Nonè tutto inefficiente
maa guadagnare dalle inefficienze sono stati tanti. Bisogna superare il meccanismo degli accreditamenti e
concentrare le risorse senza distribuirle in mille rivoli improduttivi».
Il secondo suggerimento? «Si sentono tante cifre sulla riduzione della tassazione sulle imprese e sul lavoro.
Ecco: è decisivo cominciare dal lavoro».
Teme che la riduzione delle tasse vada tutta alle imprese e non nelle buste paga? «C'è questo rischio. E' già
successo in passato. Ridurre le tasse alle impresee non ai lavoratori non ha effetti sui consumi. Mettere più
denaro nelle buste paga è l'unica strada per far ripartire l'economia». Come far ripartire l'occupazione? «E' il
terzo sommesso suggerimento che mi permetto di dare a Renzi. Abbiamo bisogno di un piano straordinario
per i giovani occupandoli nella conservazione del nostro Paese. Alla vigilia dell'Expo 2015 sarebbe molto utile
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L'intervista
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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utilizzare i ragazzi per difendere il nostro patrimonio artistico. Pompei cadea pezzi: sarebbe tanto strano
istituire una specie di servizio civile per quei restauri?».
Il professor Gallino propone che lavori come questi siano pagati dallo Stato. E' d'accordo? «Certo. Non vedo
come altrimenti si potrebbe fare.E non c'è solo il patrimonio artistico. Un secondo settore in cui impiegare
lavoro giovanileè quello del ciclo dei rifiuti: nel trattamento siamo gli ultimi d'Europa».
In un'intervista a Repubblica, Pierluigi Bersani dice che il superamento dell'articolo 18 non sarebbe un
dramma se ci fosse un'indennità di disoccupazione di anni. E' d'accordo? «Non mi sembra un dibattito di
stretta attualità. Non inchioderei un ragazzo senza lavoro da due anni a una discussione sulle modalità per
perderlo». In queste settimane si tengono i congressi territoriali della Cgil. Come definirebbe il clima che si
respira? «Stiamo svolgendo centinaia di assemblee nei luoghi di lavoro e nei territori. Da tutti viene la
richiesta di nuova occupazione, di diritti sul lavoro e di cambiare le norme sulle pensioni. Questoè il cuore del
dibattito». Al congresso di maggio inviterete il presidente del Consiglio? «Certamentee speriamo che venga.
La Cgil ha sempre invitato al suo congresso tutti i presidenti del Consiglio». Tutti? «Tutti... tranne uno». Tasso
di disoccupazione 15-24 anni per sesso e ripartizione geografica IV trim. 2013 maschi e femmine VALORI %
maschi femmine 43,5 40,3 47,7 maschi e femmine maschi VARIAZIONI % SU IV TRIM. 2012 femmine +4,4
+3,2 +6,0 35,3 33,0 38,3 +5,5 +3,4 +8,3 41,7 34,1 49,9 +2,3 -2,1 +6,3 55,3 52,4 59,8 +4,8 +5,7 +3,7
Foto: LEADER Susanna Camusso, segretario generale della Cgil
03/03/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 17
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Il reddito Il mio lavoro si sta concentrando sempre di più sui problemi della diseguaglianza di reddito
Krugman: addio a Princeton per un college pubblico Scelta di vita A sessantuno anni è ora di riflettere in
profondità su quello che voglio veramente fare in questa fase della mia vita L'economista "liberal" snobba
altre offerte d'élite "Lo faccio per coerenza"
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - È il più celebre avversario dell'austerity, l'economista "liberal" per eccellenza, il continuatore
delle idee progressiste di John Maynard Keynes. Ora Paul Krugman diventa anche un esempio di coerenza.
Lascia una delle migliori università del mondo, privata, per andare a insegnare in un college pubblico. Il
premio Nobel dell'Economia, che è anche un divulgatore e polemista coni suoi editoriali sul New York Times,
dà l'annuncio sul suo blog. «A 61 anni - scrive Krugman - è ora di riflettere in profondità su quello che voglio
veramente fare in questa fase della mia vita». La conseguenza di quella riflessione è l'addio a Princeton, una
delle più prestigiose istituzioni accademiche. Fondata nel 1746 nell'omonima cittadina del New Jersey,
Princeton fa parte dell'esclusivo club dell'Ivy League che riunisce l'aristocrazia degli studi superiori, alla pari
con Harvard, Columbia e Yale. Avendo istruito l'élite americana, generazioni di leader politici, grandi
imprenditori e top manager, Princeton viene ripagata generosamente dalle donazioni dei suoi ex alunni.
Grazie al mecenatismo questa università privata oggi sta "seduta" su un tesoro di 18,2 miliardi: è il fondo di
dotazione le cui rendite (oltre alle rette studentesche) pagano stipendi, borse di studio ai meno abbienti,
progetti di ricerca. Con 1.172 professori per ottomila studenti, Princeton vanta un "quoziente" docentiallievi
ideale per garantire l'alto livello degli studi. Un paradiso accademico, dove tutto funziona a perfezione.
Krugman gliene dà atto, è pieno di gratitudine verso «la qualità intellettuale di Princeton, un luogo
meraviglioso per me sia dal punto di vista professionale che personale».
Da quest'estate, Krugman andrà in un'istituzione molto più povera. Snobbando le offerte di due altri poli
privati di Manhattan, Columbia e Nyu, ha scelto Cuny (City University of New York) che è la più grande
università pubblica newyorchese. Una "fabbrica di laureati" democratica e di massa. Il confronto nei numeri è
impressionante. Cuny ha 540.000 studenti cioè 67 volte quelli di Princeton. E ha un bilancio di soli 3 miliardi
l'anno. Le donazioni private sono un rigagnolo rispetto ai ricchi lasciti degli ex alunni di Princeton. Questo non
ha impedito a Cuny di sfornare nel corso della sua storia ben 12 premi Nobel: la qualità non è associata per
forza all'élitismo.
Nella storia di Cuny c'è un fiore all'occhiello che la distingue dal club privato dell'Ivy League: fondata nel
1847 come City College of New York, questa università negli anni Trenta spalancò le sue porte
all'intellighenzia ebraica newyorchese che era ancora discrminata nelle università "Wasp" (white, anglosaxon, protestant). La scelta "di classe" di Krugman è anche legata ai contenuti dei suoi studi. Lo scrive sul
suo blog: «Il mio lavoro si sta concentrando sempre più sui problemi della diseguaglianza di reddito».
Uno dei centri d'eccellenza per gli studi delle diseguaglianze è proprio a Cuny, nel settore postlaurea (dove
cioè si formano studenti che seguono i master o i PhD., dottorati di ricerca), in un dipartimento specializzato
che si chiama Luxembourg Income Study. Una università di massa, istituzione democratica e progressista, è
il luogo ideale per portare avanti la ricerca su questo tema che Krugman propone spesso nei suoi editoriali:
l'attuale Slow Economy, la ripresa debole degli Stati Uniti,è frenata dal modello diseguale che concentra
troppe risorse in una ristretta oligarchia, e lesina il potere d'acquisto nella maggioranza della popolazione.
Fustigatore implacabile dell'austerity europea, che condanna senza attenuanti, Krugman accetta però un po'
di austerity nel proprio stipendio personale: Cuny non può pagare i suoi docenti come Princeton.
PER SAPERNE DI PIÙ krugman.blogs.nytimes.com www.gc.cuny.edu
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Il Nobel anti-austerity lascia l'università dei ricchi "No alle diseguaglianze"
01/03/2014
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 1
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"Tutele allargate ma non per tutti"
ALESSANDRO BARBERA ROMA
INTERVISTA DI Barbera A PAG. 5 Taddei, fino a ieri la politica ci ha raccontato la favola secondo la quale la
crisi è alle nostre spalle, poi arrivano i dati sulla disoccupazione e ci raccontano un altra verità. Lei che ne
pensa? «Nell'ultimo trimestre dell'anno si è certamente arrestata la caduta del prodotto. Ma l'esperienza nei
Paesi sviluppati mostra che dopo la fine di una recessione passano sei-nove mesi prima che l'occupazione
riparta». Significa che prima di giugno la situazione non migliorerà. È così? «E' lo scenario più probabile.
Questa è la ragione per la quale occorre intervenire con urgenza per l'allargamento delle tutele dalla
disoccupazione. Faccio notare che nell'ultimo anno hanno perso il lavoro 330mila persone. Di queste,
140mila sono lavoratori atipici con sussidi minimi o pari a zero». Renzi ha promesso un pacchetto lavoro
pronto per il primo vertice con Angela Merkel fra due settimane. Da dove inizierete? Ci sarà anche il contratto
unico? «Il primo passo è dare tutele a chi oggi non le ha, poi stimolare l'economia con la riforma fiscale. Solo
allora parleremo di forme contrattuali». Nel suo progetto c'è l'allargamento della tutela dalla disoccupazione
dei lavoratori atipici. Ma quanto costerà davvero? Secondo alcuni ci vorrebbero miliardi. «Come sempre i
costi dipendono dall'ampiezza di una riforma. Noi pensiamo che l'attuale Aspi (il minisussidio garantito dalla
riforma Fornero, ndr) possa essere esteso ai lavoratori a progetto e allungata nella copertura con una spesa
comparabile alla somma dell'Aspi e della cassa integrazione in deroga». Quindi non ci sarà la cosiddetta
universalizzazione delle tutele. Non è così? «No, ma coprirà molti più lavoratori di oggi. La platea dei
potenziali beneficiari si allargherebbe di oltre trecentomila lavoratori attualmente sprovvisti di una vera
protezione dalla disoccupazione». Parliamo ora della riforma fiscale. La sensazione è che non abbiate ancora
deciso se privilegiare un taglio corposo dell'Irap - ve lo chiedono le imprese - o quello dell'Irpef, caldeggiato dai
sindacati. Per fare entrambe le cose le risorse non ci sono. Dunque? «L'unica cosa che non possiamo fare è
un mini-taglio: rischieremmo di spendere i soldi dei contribuenti senza ottenere effetti significativi sulla
crescita». Le imprese sostengono che un taglio visibile dell'Irap costerebbe meno ed avrebbe un impatto più
rapido sull'economia. Lei che ne pensa? «Non si può dire che costerebbe meno in sé, ma è ragionevole
pensare che avrebbe un effetto più veloce sul costo del lavoro. Ciò detto i lavoratori di questo Paese si
aspettano un miglioramento delle proprie buste paga attraverso una riduzione dell'Irpef. Questo è il dilemma
sul quale ci stiamo interrogando». Dalla revisione della spesa quest'anno avrete nella migliore delle ipotesi
sei miliardi di euro. Il resto arriverà dall'aumento dell'imposta di tutte le aliquote finanziarie? «Anche su questo
è in corso una riflessione. Certo è che l'obiettivo complessivo è la riduzione della pressione fiscale partendo
dalle tasse sul lavoro». Renzi ha ipotizzato uan tassazione diversa solo per alcuni prodotti finanziari. Ci può
spiegare meglio cosa significa? «Il tema è molto delicato, le posso dire solo che stiamo valutando le opzioni
possibili». Contate anche su un po' di flessibilità nel rispetto del deficit da parte dell'Europa? Di questo Renzi
parlerà con la Merkel? «Dalla Germania ci aspettiamo rispetto per gli sforzi che ci apprestiamo a fare. La
logica dovrebbe essere quella degli accordi contrattuali, potenzialmente la più importante innovazione
dell'architettura istituzionale europea». Un'innovazione congelata, per il momento: di accordi contrattuali se
ne parlerà solo dopo le europee. Ma il capo dell'Eurogruppo Dijsselbloem ha ipotizzato un generico scambio
flessibilità-riforme. Stiamo parlando di questo? «Sui dettagli vedremo come evolverà il dibattito. Quel che
conta è il principio: sostegno da parte delle istituzioni europee in cambio di riforme. Non chiediamo solidarietà
pelosa, ma cooperazione europea». Twitter @alexbarbera
Foto: Filippo Taddei Responsabile economia del Partito Democratico
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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TADDEI
01/03/2014
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Pag. 4
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Il disastro del lavoro Spariti 478 mila posti
I disoccupati sono 3,2 milioni, fra i giovani il tasso cresce al 42,4%
LUIGI GRASSIA
Il 2013 del lavoro è stato un disastro e anche l'avvio del 2014 porta solo cattive notizie: la ripresa non si vede.
I numeri diffusi ieri dall'Istat dicono che l'anno scorso è stato perso quasi mezzo milione di posti di lavoro, si è
registrata una media mensile di 3,1 milioni di disoccupati e la quota di senza lavoro fra i giovani al Sud ha
superato il 50%. Nessuna inversione di tendenza a gennaio 2014 con il numero dei disoccupati che cresce a
3,3 milioni. Il record dal 1977 Il tasso della disoccupazione a gennaio ha toccato il massimo da quando si
registrano le serie storiche mensili (2004) e le serie trimestrali (1977): adesso siamo al 12,9% in crescita di
0,2 punti su dicembre e di 1,1 punti su gennaio 2013. I disoccupati conteggiati nel mese sono 3.293.000, più
che raddoppiati rispetto a gennaio 2007 (1.513.000) quando la crisi non era ancora cominciata. Quanto al
tasso di occupazione (cioè la percentuale degli occupati) scende al 55,3%, un numero basso rispetto alla
media europea. Fra i giovani la disoccupazione vola al 42,4%. Il 2013 l'anno peggiore L'anno scorso gli
occupati sono diminuiti di 478.000 unità rispetto al 2012 (-2,1%), un dato peggiore anche di quello del 2009
che finora risultava il momento più nero della crisi. E' Calata soprattutto l'occupazione maschile (-350.000)
mentre l'occupazione femminile è scesa dell'1,4% (-128.000 unità). Fra il 2008 e il 2013 l'economia italiana ha
perso quasi un milione di posti di lavoro (984.000). Al lavoro sempre più vecchi Nel 2013 il calo degli occupati
è dovuto soprattutto al crollo dell'occupazione giovanile (482.000 occupati in meno tra i 15 e i 34 anni) e della
fascia centrale (-235.000 unità tra i 35 e i 49 anni) mentre la fascia più anziana guadagna terreno (+239.000
gli over 50). Il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni arriva al 40% con un picco del 51,6% nel
Sud (e del 53,7% le giovani donne nel Mezzogiorno). Industria e costruzioni Nel 2012 l'occupazione
nell'industria in senso stretto diminuisce di 89.000 unità (-1,9%). Si accentua la flessione nelle costruzioni (163.000 unità pari a un -9,3%). I posti di lavoro si riducono anche nel terziario (-1,2% cioè 191.000 unità in
meno) con cali soprattutto nella pubblica amministrazione e nel commercio. Gli scoraggiati Crescono in
maniera sostenuta (+11,6%) coloro che rinunciano a cercare lavoro perché pensano di non trovarlo (i
cosiddetti scoraggiati) arrivati in cifre assolute a 1.790.000. L'incidenza della disoccupazione di lunga durata
(12 mesi) sale al 56,4 per cento nel 2013. Inflazione a gennaio -0,1% Ieri l'Istat ha dato anche i numeri
dell'inflazione, che purtroppo vanno nello stesso senso di quelli dell'occupazione, cioè ci dicono che la crisi è
grave e non è finita. A febbraio l'inflazione su base annua frena in maniera ancora più decisa del recente
passato: l'indice dei prezzi risulta in crescita di appena lo 0,5% (da paragonare con lo 0,7%, di gennaio). È il
valore più basso da ottobre 2009. Su base mensile, cioè nel confronto fra gennaio e febbraio 2014, l'indice è
addirittura in calo (-0,1%) e questo rafforza il timore della deflazione. Di solito un calo dei prezzi è una buona
notizia ma non lo è per niente se è dovuto al regresso generale dei consumi; e purtroppo è questo il caso
dell'Italia nel 2014. È un circolo vizioso: meno consumi, meno crescita, meno consumi eccetera. L'Istat
sottolinea la diminuzione mensile dell'indice dei prezzi dei vegetali freschi (-4,6%) e della frutta fresca (1,0%). In discesa anche i carburanti: dalla benzina (-0,5% su gennaio e -3,6% sull'anno) al gasolio per i
mezzi di trasporto (-0,6% sul mese e -3,4% in termini tendenziali).
12,9%
i senza impiego La quota è la più alta da quando si registrano le serie storiche mensili e trimestrali, cioè dal
1977
55,3%
gli occupati La percentuale italiana di chi ha lavoro è bassa rispetto alla media dell'Unione europea
L'occupazione negli ultimi governi 22.975 +541 mila 23.516 23.395 -386 mila 23.009 22.965 -493 mila
22.472 22.423 -164 mila - LA STAMPA -La Stampa su dati Istat Occupati mensili, dati destagionalizzati, valori
in migliaia Prodi Berlusconi Monti Letta 2 2 2 2 2 2 2 2 2
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LA CRISI I PROBLEMI E I RIMEDI
01/03/2014
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La sofferenza del Nord Est Il Nord Est d'Italia è stato per generazioni una zona depressa e di emigrazione
non troppo diversa dal Sud, ma alla fine del secolo scorso aveva vissuto un grande boom economico che a
sua volta aveva portato alla piena occupazione. Adesso la crisi ha spazzato via un po' di quel sogno. Il
grafico qui sopra mostra che nel 2008 il Triveneto offriva 5 milioni e 123 mila posti di lavoro, nel 2012 5 milioni
e 87 mila, nel 2013 solo 4 milioni e 997 mila. Fra il 2009 e il 2010 c'è stata una parziale ripresa seguita da un
altro tonfo. Nel confronto fra il 2008 (cioè al primo anno della grande crisi) e il 2013 la perdita è stata di 126
mila impieghi e in un solo anno (fra il 2012 e il 2013) la caduta è stata di 91 mila. Il Nord Est ha perso meno di
altre zone d'Italia, ma è in regresso. -126 (-2,5%) -126 (-2,5%) -126 (-2,5%) La Stampa su dati Istat 5.123
5.042 5.032 5.091 5.087 Occupati nel Nord Est e posti persi nel 2013 rispetto al 2008 e al 2012 Valori in
migliaia 2008 2009 2010 2011 2012 2013
Dramma infinito nel Mezzogiorno Occupati nel Mezzogiorno e posti persi nel 2013 rispetto al 2008 e al
2012 Valori in migliaia Quella del lavoro Sud è un problema cronico che con la recessione è peggiorato
all'inverosimile. Il grafico mostra che nel 2008 il Mezzogiorno aveva 6 milioni e 482 mila posti di lavoro, nel
2013 solo 5 milioni 899 mila con una perdita di 583 mila (cioè il 9% in meno, in una zona dell'Italia già
penalizzata in partenza). La transizione dal 2012 al 2013 è costata da sola 282 mila impieghi (con una perdita
del 4,6%). A prescindere dal grafico, nei numeri dell'Istat si legge che nella media nazionale del 2013 il tasso
di disoccupazione italiano è stato pari al 12,2% ma nel Mezzogiorno ha raggiunto il 19,7% (per fare un
confronto: nel Nord è stato contenuto all'8,4% e nelle regioni del Centro al 10,9%). In Calabria i disoccupati
sono il 22,2% e in Campania il 21,5%.
Meno stranieri È la prima volta Anche nei momenti peggiori della crisi, quando i posti di lavoro diminuivano
per gli italiani, l'occupazione è cresciuta fra gli immigrati. Questo per due motivi: perché i famosi posti di
lavoro rifiutati dagli italiani ma appetibili dagli stranieri poveri continuavano a esserci, ed era necessario che
qualcuno li coprisse; e perché gli immigrati, soprattutto in alcune specifiche comunità nazionali, hanno
manifestato una spiccata propensione all'impresa, creando aziende a getto continuo. Ma alla fine persino
loro, gli stranieri in Italia, hanno dovuto gettare la spugna, e come si vede dal grafico nel secondo e terzo
trimestre del 2013 l'incremento dei loro posti di lavoro si è quasi azzerato e nel quarto trimestre la variazione
è stata addirittura negativa. GLI IMMIGRATI 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 Variazione degli
occupati stranieri alle dipendenze rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente
Foto: Una manifestazione di disoccupati
01/03/2014
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 22
(diffusione:309253, tiratura:418328)
Quote Bankitalia, l'Ue chiede spiegazioni
Nel mirino la rivalutazione del capitale da 7,5 miliardi. Il Tesoro: abbiamo ricevuto la lettera, la stiamo
valutando Visco aveva difeso il provvedimento: non c'è alcun regalo agli istituti azionisti I nodi dei dividendi e
del riacquisto delle partecipazioni eccedenti il 3 per cento
ANTONIO PITONI ROMA
L'Europa ha fatto la sua mossa. «Ora sta alle autorità italiane rispondere alla nostra richiesta di informazioni»,
spiega il portavoce del commissario alla concorrenza, Joaquin Almunia. Il Tesoro ha confermato di aver
ricevuto la richiesta d'informazioni: la stiamo valutando, fanno sapere fonti del ministero. Sotto la lente dell'Ue
c'è il discusso decreto sulla rivalutazione da 7,5 miliardi delle quote della Banca d'Italia. Prima grana per il
governo Renzi che dovrà fugare i sospetti sul possibile aiuto di stato che il provvedimento nasconderebbe in
favore delle banche (azioniste). A cominciare da Intesa e Unicredit che, da sole, detengono oltre il 60% del
capitale. Richiesta, niente di più per il momento, formalizzata con una lettera già all'attenzione del Tesoro per
mettere a punto la risposta ai rilievi della commissione Ue. Nell'attesa, fanno testo le posizioni del
governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, esposte a conclusione dell'iter di conversione del decreto, tra
tagliole, ostruzionismo e risse andate in scena alla Camera. Nessun «regalo alle banche», aveva assicurato.
Anzi, aumentare il capitale sociale a 7,5 miliardi di euro (attraverso fondi già iscritti a riserva e, quindi, senza
esborsi per lo Stato) potrebbe tramutarsi in un «incentivo a fare credito», favorendo così la ripresa. Fermo
restando che la banca centrale rimarrà un «un ente pubblico». Se gli istituti privati non potranno usare i
vantaggi nell'esame della Bce e nei successi stress test, sotto la lente di Almunia, che ha chiesto sul punto
specifici chiarimenti, resta il fatto che vedranno, però, aumentare da subito i dividendi percepiti: dai 70 milioni
di euro del 2012 fino ad un massimo di 450 (il 6% del capitale). Ma nel tempo, chiariva Via Nazionale, i flussi
di dividendi saranno equivalenti: per lo Stato non ci sarà né una spesa né un ammanco e le risorse che ogni
anno la banca restituisce all'Erario dagli utili (3,4 miliardi nel 2013) saranno più o meno invariate. Sul tavolo
c'è anche l'ulteriore vantaggio conseguente dall'alienazione delle quote per tornare sotto al 3% come imposto
dalla legge. Oltre al dubbio sollevato da Bruxelles sulla possibilità che la Banca d'Italia sia costretta ad
acquistare, temporaneamente, le quote dalle banche che, dopo 3 anni, siano rimaste invendute. Di fatto, si
tratta degli stessi rilievi sollevati in un'interrogazione presentata il 20 febbraio dall'eurodeputato Niccolò
Rinaldi, vice presidente del gruppo dell'Alde a Strasburgo. Nonostante il portavoce di Almunia abbia tenuto a
precisare che la lettera con la richiesta di chiarimenti sia stata spedita alle autorità italiane «prima
dell'iniziativa» dell'europarlamentare. «Sul fatto che non ci sia connessione tra la mia interrogazione e la
lettera del commissario mi permetto di manifestare i miei dubbi - commenta a La Stampa Rinaldi -. Detto ciò,
sia sul piano delle normative europee che su quello del diritto di informazione e alla trasparenza del cittadino
italiano, senza contare il profilo della gestione delle nostre risorse, la mia iniziativa mi è sembrata più che
doverosa». Un successo, la lettera del commissario Ue, lo considera il M5S. Perché, fanno sapere i deputati
del Movimento di Grillo, «dimostra adesso che la nostra lotta e il nostro ostruzionismo in aula», contro «un
favore alla lobby dei banchieri», erano «più che sacrosanti». Ma anche FI, con il presidente della
Commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone, accoglie l'iniziativa con favore: «Corrisponde alle
nostre inascoltate denunce». A difesa del provvedimento si è schierato, invece, il Pd.
Foto: L'ingresso della sede Bankitalia, in via Nazionale
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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LA COMMISSIONE VUOLE CHIARIMENTI MA NESSUNA PROCEDURA FORMALE: «STA A ROMA
RISPONDERE ALLA NOSTRA DOMANDA DI INFORMAZIONI»
02/03/2014
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 30
(diffusione:309253, tiratura:418328)
Cancellate 90 imprese al giorno
Non si ferma la crisi dei consumi. Il ministro: marchio unico per l'agroalimentare Per la Cia il costo della
burocrazia per le imprese è di 7 miliardi l'anno
MAURIZIO TROPEANO TORINO
Per colpa della crisi dei consumi, ma anche del maltempo, che ha colpito diverse colture hanno chiuso i
battenti 90 aziende agricole al giorno, quasi 33 mila in tutto il 2013. I numeri di AgrOsserva, l'osservatorio
IsmeaUnioncamere sulla congiuntura dell'agroalimentare italiano, raccontano di un settore ancora in difficoltà
che continua a perdere reddito a vantaggio del sistema distributivo: su 100 euro di spesa di prodotti agricoli
freschi, solo 1,8 euro, al netto di salari e ammortamenti, rimangono nelle tasche degli agricoltori. Tiene meglio
l'industria alimentare: 802 aziende in più, pari all'1,5%. Ma questo non blocca l'inversione di rotta sul fronte
occupazione: anche l'agricoltura, infatti, dopo aver resistito per tutto il 2012 (+3,6%) e per i primi mesi del
2013, inverte il trend positivo e chiude l'anno con un calo del 4,2 per cento. Sul fronte dei consumi la
flessione del 2,1% dei quantitativi acquistati restituisce l'immagine di un Paese alle prese con un'ulteriore
perdita del potere d'acquisto, costretto a ricorrere a modelli di consumo low cost. Quei numeri fanno dire al
neo-ministro dell'Agricoltura, Maurizio Martina, «che con questa fotografia del sistema agroalimentare italiano
possiamo fare scelte tutt'altro che banali e dare l'avvio a un piano di azione ragionato, coordinato e
strategico». E tra le iniziative da mettere in campo ci potrebbe essere anche l'esordio in occasione di Expo
2015 di un «marchio unico dell'agro-alimentare italiano», spiega il ministro all'Unità. L'industria alimentare
regge meglio degli altri settori la crisi, con una produzione in crescita del 2,9% su base tendenziale, grazie
soprattutto alle esportazioni che tra gennaio e novembre sono aumentate del 4,7%, stimate per fine anno a
33 miliardi; migliori le performance verso i paesi extra europei (+6,7% su base annua) rispetto a quelle dirette
verso i paesi Ue (+3,8%). Una domanda estera che sta compensando la contrazione dei consumi interni ma
la spinta ha subito una progressiva decelerazione, passando da +12,8% nel 2010 all'attuale +4,7%. Da
notare, infine che i settori di punta del made in Italy sono avanzati a ritmo leggermente inferiore rispetto al
totale dell'agroalimentare (+4,4% contro +4,7%). Ma questo potrebbe non bastare a dare respiro al settore. Si
spiega così perchè il neo-presidente della Cia, Dino Scanavino, punti il dito contro il peso eccessivo della
burocrazia che negli ultimi dieci ha cancellato quasi 100 mila imprese. La Confederazione Italiana Agricoltori
ha calcolato che il costo della farraginosità della burocrazia è di 7 miliardi l'anno: per la singola azienda
equivale a due euro per ogni ora di lavoro, 20 euro al giorno, 600 euro al mese, 7.200 euro l'anno. Ecco
perché Mario Guidi, presidente di Confagricoltura, va all'attacco: «L'agricoltura è sottoposta ogni giorno ad un
doppio furto da una parte di identità e immagine per il commercio di cibo finto italiano proveniente da chissà
quale parte del mondo, dall'altra quello del valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza
alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera lunga ed inefficiente». Roberto Moncalvo, presidente
di Coldiretti, prova a tracciare uno scenario meno nero: gli acquisti degli italiani nei mercati degli agricoltori
aumentano del 67% «in netta controtendenza con l'andamento negativo dei consumi alimentari, in calo del 4
per cento nel 2013».
1,8
euro È la somma che rimane agli agricoltori ogni 100 euro di spesa per prodotti agricoli
- 4,2
per cento È la percentuale di posti di lavoro persi nel settore agricolo nel corso del 2013
miliardi È il costo che devono sostenere le imprese agricole a causa della burocrazia
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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L'OSSERVATORIO ISMEA E UNIONCAMERE
03/03/2014
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:309253, tiratura:418328)
Squinzi: la Tasi? Un'altra botta
ROSARIA TALARICO ROMA
Il leader di Confindustria: l'Irap è più urgente, solo il taglio fiscale alle imprese può creare lavoro Giovannini A
PAGINA 9 «Renzi potenza nel motore ce l'ha, auguriamoci che sia capace di scaricarla per terra». Così il
presidente di Confindustria Giorgio Squinzi descrive il premier e il suo auspicio rispetto alle prossime mosse
del suo governo. Metafora a parte, Squinzi chiede «interventi incisivi in tempi rapidi, specie sul cuneo fiscale
nel lavoro, perché l'emergenza lavoro è quella numero uno di cui si deve occupare, da lì può venire
occupazione». Specie in un momento in cui sta per arrivare « un'altra botta » , come Squinzi definisce la
Tasi, la tassa sui servizi indivisibili. Per il numero uno degli industriali,«aumentare l'occupazione, del resto,
significa anche creare lavoro per le nostre imprese facendo ripartire i consumi interni». L'importante è che il
nuovo esecutivo sappia accompagnare le imprese alla ripresa: «È la sfida fondamentale del governo». Sulla
Tasi, dopo il via libera in consiglio dei ministri, si moltiplicano ora le congetture sulle modalità di calcolo. «Ho
visto i numeri e la Tasi sembra un'altra botta - ironizza Squinzi - ne sorrido, ma non c'è molto da sorridere.
Ancora una volta si aumenta il carico fiscale per recuperare risorse al posto di incidere sui costi. Mi auguro
che il lavoro che Cottarelli ha avviato sulla spending review sia portato fino in fondo». Quanto al dibattito sul
ridurre prima Irapo Irpef, Squinzi sembra preferire gli interventi sull'imposta per le attività produttive: «Tagliare
l'Irap darebbe un impatto più forte nell'immediato sulla competitività delle imprese e sul costo del lavoro».
Altra questione spinosa è il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. «Renzi sembra aver
centrato il problema - afferma Squinzi - ha detto che i 71 miliardi di debiti della p.a si possono pagare, per me
si devono pagare. I consumi in calo derivano anche dalla crisi di liquidità delle imprese che si riverbera sulle
famiglie italiane». Ieri invece è rispuntata la web tax il cui iter travagliato finora ha visto la sua introduzione
nella legge di stabilità dal Parlamento, poi la sospensione con il governo Letta e quindi la cancellazione del
governo Renzi nel decreto salva Roma. Ora è riemersa nella delega fiscale, approvata dalla Camera giovedì
scorso. La norma non è comunque direttamente operativa, perché la delega fiscale è una legge che,
appunto, delega l'esecutivo a varare entro un anno una serie di decreti legislativi che attuano i principi
indicati. La delega afferma infatti che uno dei decreti legislativi dovrà «prevedere l'introduzione, in linea con le
raccomandazioni degli organismi internazionali e con le eventuali decisioni in sede europea, di sistemi di
tassazione delle attività transnazionali, ivi comprese quelle connesse alla raccolta pubblicitaria, basati su
adeguati meccanismi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale». In pratica si
tratta di far pagare alle multinazionali con sede fiscale all'estero, le tasse in Italia per la parte di ricavi che si
stima siano stati prodotti nel nostro Paese. La parola ora passa il governo che, in teoria, dovrebbe esercitare
la delega emanando un decreto legislativo che contiene la «web tax».
1I
Defiscalizzazione n Il mese di marzo vedrà il governo impegnato sul fronte del lavoro: in arrivo misure per
favorire l'ingresso dei giovani nelle imprese. Renzi pensa a diminuire l'Irap ma si deciderà più avanti come
modulare il taglio annunciato di 10 miliardi del cuneo fiscale.
Energia n L'ipotesi per garantire più competitività rispetto al resto dei Paesi europei è ridurre del 10 per cento
il costo delle bollette per le aziende, soprattutto per le piccole e medie imprese che sono quelle che soffrono
di più il gap nei confronti dei concorrenti
Contratti n L'assegno di sostegno al reddito previsto dal Jobs act varrebbe 30 miliardi in due anni. Inoltre è
prevista una riduzione delle riforme contrattuali: attualmente sono decine. Sul tavolo inoltre l'introduzione di
un contratto di inserimento a tutele crescenti.
4Pagamenti n Il pagamento dei 60 miliardi di debiti della Pubblica Amministrazione e il fondo di garanzia per
le Pmi (si parla di 2 miliardi) - due strumenti che passano per la Cassa depositi e prestiti - sono considerati
fondamentali per sbloccare lo stallo.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Le mosse dell'esecutivo
03/03/2014
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Pag. 1
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Foto: Giorgio Squinzi
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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03/03/2014
La Stampa - Ed. nazionale
Pag. 22
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"Più servizi via Internet per diffondere la banda larga"
L'ad Calcagno: "L'Agenda digitale non si misura solo in chilometri di fibra Un consolidamento? Non serve,
anche da soli creiamo valore per l'azionista" Per chi investe come noi è cruciale che l'Agcom mantenga basse
le tariffe Non cederemo la quota Metroweb Vogliamo evolverci nel business mobile
FRANCESCO SPINI
MILANO «Abbiamo portato a compimento il 60% del nostro progetto che di qui a fine anno ci porterà a
coprire il 20% della popolazione italiana con la tecnologia Ftts, che porta la fibra ottica fino agli armadi stradali
e quindi Internet superveloce (fino a 100 Mbps) nelle case. Sul fronte delle infrastrutture, c'è molto da
lavorare, certo, ma in generale sono ottimista sul raggiungimento degli obiettivi dell'Agenda digitale. Ma per
sviluppare la diffusione della banda ultralarga l'attenzione è troppo concentrata sulla rete, su quanti chilometri
di fibra vengono posati». Secondo Alberto Calcagno, amministratore delegato di Fastweb, invece, si perde di
vista un aspetto importante. Occorre «spingere di più la "service adoption", ossia la penetrazione dei servizi
Internet nelle famiglie, e creare così una diffusa cultura digitale che oggi ancora manca». A che punto siamo?
«Una famiglia su due non ha Internet. Solo il 15% della popolazione utilizza l'e-commerce come alternativa
alla normale compravendita di beni, appena un quinto riesce a dialogare in maniera digitale con la Pubblica
amministrazione, molto meno che nel resto dell'Ue». Forse perché non sperimentano ancora una banda
decente, non crede? «Ovviamente serve investire nell'infrastruttura e nella tecnologia e noi lo abbiamo fatto
per 7 miliardi nella nostra storia e altri ne verranno - ma il tema è anche creare una cultura digitale in modo
che l'infrastruttura venga usata da sempre più clienti. Chi fino ad oggi non ha mai usato Internet non lo userà
nemmeno con una banda a 100 Mega. Non conta tanto la performance della tecnologia, quanto iniziare a far
capire a chi vive senza Internet che il Web può migliorare la vita di tutti i giorni». Cosa suggerisce di fare?
«Serve una collaborazione tra operatori, imprese e istituzioni pubbliche per incentivare la penetrazione dei
servizi, creando una consuetudine con la banda larga a partire dal mondo della scuola, delle certificazioni,
agevolando l'e-commerce. In preparazione di un mondo che tra 5-10 anni vedrà miliardi di strumenti collegati
in Rete, dai tablet e smartphone alle tv, alle case, alle lavatrici, alle macchine. La banda ultralarga sarà la
linfa vitale della nostra esistenza». Ma le famiglie sono alle prese con la crisi, le connessioni veloci costano.
Anche il presidente dell'Agcom, Angelo Cardani, dice che il taglio delle tariffe dell'ultimo miglio non serve a
ridurre i costi per i clienti finali... «I prezzi del fisso, in Italia, sono allineati con la media europea. Nel mobile
sono anche inferiori che negli altri Paesi Ue. Ma tutti gli operatori alternativi, oggi, non producono cassa, la
bruciano. È fondamentale che una società come la nostra che investe il 30% dei ricavi in innovazione, incontri
un ambiente regolatorio che ne tuteli e supporti l'impegno. La riduzione da parte dell'Agcom dei prezzi
dell'unbundling (affitto dell'ultimo miglio da Telecom) e, in ottica futura, il calo soprattutto di quelli del subloop
(il tratto dall'armadio stradale a casa) sono cruciali. Servono per investire: la vera competizione non è sul
prezzo ma sulla qualità». Veniamo però da una durissima guerra sui prezzi, almeno nel mobile... «Guardi,
negli ultimi due anni abbiamo registrato 180 mila nuovi clienti, contro i 50 mila di tutti i nostri concorrenti
messi insieme. È la prova che un appetito per servizi di qualità esiste già adesso. Non solo: i nostri clienti in
fibra generano 3-4 volte più traffico rispetto a chi ha un'Adsl. Segno che chi ha banda a disposizione, poi la
usa...». Come la mettiamo con le cosiddette aree a fallimento di mercato? «Prendiamo l'esempio della
Basilicata: è un'area tipicamente a rischio fallimento di mercato. L'anno scorso è stata indetta una gara
pubblica utilizzando fondi strutturali europei. Noi quella gara l'abbiamo vinta e porteremo la banda a 43
comuni che faranno parte integrante del processo di ammodernamento dell'Italia». Sempre il presidente
dell'Agcom sostiene che il rischio, in tema di investimenti, è che gli operatori non mantengano le promesse...
«I nostri investimenti sono già in buona parte realizzati, finiremo il programma entro i tempi annunciati. Parlo
per la nostra società, vedremo cosa faranno gli altri operatori. Siamo contenti però che il governo rilanci il
tema dell'agenda digitale. Il fatto di mettere l'Agcom a controllare che i piani di investimenti non restino solo
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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tutto soldi/l'intervista / FASTWEB
03/03/2014
La Stampa - Ed. nazionale
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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sulla carta è qualcosa che va nella giusta direzione. Ma ripeto: occorrerebbe misurare anche la parte relativa
alla "service adoption"». Per voi è un problema se Telecom non procederà allo scorporo della rete? «La
società di rete non rientra nella nostra strategia, che si fonda nell'avere una nostra infrastruttura, proprio per
competere sulla qualità dei servizi. Per noi è indifferente che ci sia o non ci sia una società delle reti. Quello
che è importante è che venga sempre salvaguardata la competizione e la libera concorrenza». Secondo il
«Rapporto Caio» Metroweb, basata sulla tecnologia Ftth (la fibra fino a casa), ha subito uno stop dal
prevalere dell'Fttc, la tecnologia che porta la fibra fino agli armadi stradali. Venderete il vostro 11%? «No,
siamo azionisti soddisfatti. Bisogna ricordarsi di come Metroweb è nata e si è sviluppata: è un operatore in
fibra di Milano e che negli anni ha saputo incrementare ricavi e profittabilità. Non è in stallo, semplicemente
continuerà a sviluppare il proprio business a Milano». Come crescerete nel mobile? «Il mobile è parte
integrante del nostro servizio da offrire alla clientela, abbiamo investito molto e continueremo a investire.
L'intenzione è diventare un operatore "full mvno", come Poste Mobile, ossia un operatore virtuale con il
controllo totale delle sim e del traffico dei clienti». La rete mobile su cui vi appoggiate resterà quella di 3
Italia? «Per noi conta la qualità e la tecnologia che l'operatore sa offrire, attraverso gli investimenti nello
sviluppo della rete Lte. Bisognerà capire i piani di sviluppo del nostro partner». Sul mercato da tempo si
scommette che non appena si troverà un accordo sul prezzo Swisscom venderà Fastweb a Vodafone. Cosa
può dire al riguardo? «E' un fatto acclarato che nel mercato globale delle telecomunicazioni ci sarà un
consolidamento. Ma bisogna chiedersi a che cosa serve: a creare valore per gli azionisti in un mondo dove i
margini si riducono». E nel vostro caso? «Fastweb è un'azienda che oggi, come società autonoma, sta
creando valore per il proprio azionista: siamo gli unici a crescere in ogni mercato e ad aver alzato nel 2013 il
margine operativo lordo. Per quanto riguarda le sfide tecnologiche del futuro, siamo molto più avanti dei nostri
concorrenti. Dunque anche in futuro continueremo a creare valore. Quando da Swisscom dicono che
Fastweb non è in vendita si riferiscono proprio a questo: Fastweb crea valore anche restando da sola».
Sicurezza Fastweb mette a disposizione dei propri clienti il Security Operation Center dedicato al mondo
business e offre un livello unico di servizio, che comprende sia la connessione di rete sia i servizi di
Information Technology. Nella foto in alto la centrale operativa della sicurezza
Clienti
L'azienda in cifre
1,942
1,597
505
35%
35 milioni miliardi Rete in fibra Ricavi 2013 raggiunge il 50% mila chilometri -1% rispetto al 2012 Margine
operativo lordo Investimenti totali milioni di euro (+1%) di cui 50 mila attivi nella nuova tecnologia Fttsc (fibra
fino agli armadi stradali) con velocità in downstream di almeno 70 Mbps
miliardi È l'investimento in infrastrutture e tecnologie fatto da Fastweb nella sua storia
Foto: Ai vertici
Foto: Alberto Calcagno è entrato nel gruppo nel 2000 Dal 2010 guida la società tecnologica
03/03/2014
La Stampa
Pag. 21
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*Caccia al super dividendo Le occasioni di Piazza Affari
In Italia Eni e Snam pagano più del 6%. Ma attenzione a chi offre il 10 e oltre
SANDRA RICCIO
Si avvicina la primavera e, come da tradizione, parte la stagione dello stacco dei dividendi. Gli investitori che
hanno pazientato per tutto l'anno si preparano a incassare ricche quote sui propri conti correnti. A premiare
saranno soprattutto le azioni europee con i principali panieri dell'area che offrono rendimenti medi da
dividendo più alti di quelli Oltreoceano. La differenza può avvicinarsi ai due punti percentuali: l'EuroStoxx
arriva a un tasso delle cedole del 3,8% di poco superiore al nostro FtseMib (3,7%) mentre il Dow Jones è
fermo al 2,10%. Anche per questo i flussi dei grandi capitali si stanno dirigendo sempre di più verso l'Europa.
I big americani che se ne erano andati spaventati dalla crisi dell'euro stanno tornando in gran forza e hanno
sottoscritto fondi azionari europei per quasi 5 miliardi di dollari già nelle prime cinque settimane dell'anno. Un
trend inarrestabile che è in forte crescita: nell'intero ultimo trimestre del 2013 il movimento era stato di 7,6
miliardi. Il dato è stato rilevato da Lipper, società di ricerca che fornisce analisi finanziarie, che evidenzia
come questa corsa regga incessantemente da 32 settimane ormai, la sequenza più lunga da quando sono
iniziate le rilevazioni nel 1992. Per l'Europa è un grande segnale di fiducia. A convincere i money manager è
anche la crescita attesaper i listini dell'Europa. Gli esperti non si stancano di ripetere che è nell'area dell'euro
che si trovano le opportunità più interessanti. Un clima positivo continua a caratterizzare i mercati azionari,
soprattutto grazie ai dati che indicano una ripresa della crescita economica mondiale. A ciò si aggiunge la
liquidità che le banche centrali di tutto il mondo ancora offrono. «In questa visione dei mercati preferiamo i
titoli europei, le cui valutazioni sono migliori rispetto ai loro omologhi statunitensi» dice Oliver Pfeil, gestore
azionario per i fondi ad alto dividendo di DeAwm, divisione del risparmio gestito del Gruppo Deutsche Bank.
«Preferiamo in questa fase le aziende dell'Europa anche per gli alti dividendi offerti» conferma Daniel Farley,
strategist glo-bale di State Street Global Advisor. Ma dove è meglio guardare? I campioni europei In media,
l'Europa offre una gamma interessante di titoli ad alto dividendo con rendimenti che in molti Paesi sono
compresi tra il 2,5% e il 4%. Ci sono poi picchi più alti intorno al 5-6% ma che arrivano anche all'8%. «Si tratta
di valori importanti, ancor più se confrontati ai bassi rendimenti dei titoli di Stato e delle obbligazioni
societarie» dice Pfeil. Tra le società che pagano di più nell'area euro ci sono Gdf Suez con un buon 8,9% ma
anche Banco Santander (7,8%) e Telefonica (6,6%). Nella corsa a chi paga di più, queste aziende battono le
americane più generose come Diamond Offshore Drilling (7,4%) o First Energy (7,2%).Non solo cedole «Se
si guarda solo ai dividendi, l'Europa ha un vantaggio rispetto all'America e ad altri Paesi - spiega Loris
Centola, responsabile Ricerca Wealth Management di Ubs -. Tuttavia, in un periodo di accelerazione come
quello descritto, penso che si perdano opportunità, concentrandosi su titoli ad alti dividendi. Infatti, mentre gli
utili delle società americane sono attesi crescere del 8% nel 2014 e quelle dei paesi emergenti del 9%, quelle
dell'Eurozona dovrebbero accelerare del 14%. Questo è quindi un ambiente per titoli ciclici, piuttosto che
conservativi». CONTINUA A PAGINA 24SEGUE DA PAGINA 21 I campioni d'Italia Cresce anche a Piazza
Affari la voglia di cedola, soprattutto ora che il Btp sta scivolando ai minimi. L'asta che si è tenuta in settimana
ha visto il cinque anni andare al 2,14% mentre il decennale è sceso al 3,42%. L'attenzione è quindi più alta
per le azioni che pagano il dividendo. Attenzione però perché il confronto non può essere alla pari: i titoli di
Stato garantiscono il capitale investito a scadenza mentre le azioni sono sempre in balìa del mercato. Da noi
primeggiano Eni e Snam che si attestano sopra il 6 per cento. Il suggerimento degli esperti è tuttavia quello di
mettere insieme bond di Stato e azioni ad alto dividendo: una buona strategia di diversificazione del
portafoglio. Va detto poi che in Italia ci sono azioni che per tipologia di business sono più simili ai titoli sovrani
e sono quelle relative ai network. Vale a dire Snam, Terna e Atlantia. Titoli che hanno business stabili senza
scossoni, mentre le utility e le azioni telecom sono più in balìa del mercato. Il lungo termine paga I maratoneti
in questo tipo di strategia riescono a guadagnare di più. Intanto, dicono gli esperti, nella scelta delle società è
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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tutto soldi/ l'inchesta
03/03/2014
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
meglio guardare a quelle che ogni anno alzano la cedola pagata. E poi è bene tenere a lungo in portafoglio
questo tipo di azioni. «Guardiamo ad esempio agli Stati Uniti - rileva Stuart Rhodes, gestore del fondo M&G
Global Dividend -. Negli ultimi dieci anni, un periodo raffigurato come un decennio in perdita per gli azionisti, il
total return dell'S&P 500, che include anche il reinvestimento dei dividendi, è stato del 32%. Chi invece ha
messo i suoi soldi solo sulle aziende con dividendi in crescita per almeno 25 anni consecutivi ha goduto di un
total return del 137%». Attenti a chi promette troppo Sulla piazza ci sono società che arrivano a pagare anche
il 13 per cento in cedole. E' il caso per esempio dell'americana WindStream, società quotata al Nasdaq. Ma
c'è da fidarsi? «Attualmente cerchiamo di evitare i titoli con i dividendi più elevati perché riteniamo non siano
sostenibili - spiega Pfeil -. Molte volte un valore esagerato del dividend yield è infatti il risultato di un titolo in
caduta che spesso segnala a sua volta una situazione problematica dei fondamentali della società.
L'esperienza insegna che, spesso, le promesse dei più alti rendimenti non vengono mantenute, proprio
perché i fondamentali problematici impongono al management un taglio del dividendo». Insomma gli
investitori devono prendere atto che i titoli con dividendi molto alti, di solito, comportano rischi altrettanto
elevati. didascalia: Un operatore di Borsa al lavoro didascalia: Quando i titoli di Stato rendono sempre meno
si cercano alternative in Borsa SCHEDE: L'andamento dei fondi comuni Codice Isin Le categorie
IT0001076600 IT0004366719 IT0004786395 IT0004695463 IT0001164950 IT0000380326 IT0004168826
IT0004253651 IT0000388535 IT0001076626 IT0003677553 IT0004253784 IT0003940738 IT0000386562
IT0000386489 IT0001073425 IT0001394300 IT0001023669 IT0000390069 IT0001010476 IT0003108161
IT0003162440 Europe OE Italy Equity Fondersel P.M.I. Pioneer Azionario Crescita A Media Europe OE EUR
Diversified Bond Consultinvest Reddito A2 UBI Pramerica Active Duration Media Europe OE EUR
Government Bond Anima Tricolore A Agora Income Media Europe OE EUR Cautious Allocation 8a+ Latemar
Amundi Equipe 1 Media Europe OE EUR Flexible Allocation Advam Alarico Re Agoraflex R Media
PERFORMANCE DA 23/02/2013 A 22/02/2014 DEVIAZIONE STANDARD ANNUALIZZATA Europe OE US
Large-Cap Blend Equity Fideuram MS Equity Usa Allianz Azioni America Media Europe OE Asia-Pacific inc.
Japan Equity AcomeA Asia Pacifico A1 Gestnord Azioni Pacifico A Media Europe OE EUR Flexible Allocation
- Global Gestnord Asset Allocation GI Focus Obbligazionario Media Europe OE Europe Large-Cap Value
Equity AcomeA Europa A1 Consultinvest Azione A2 Media Europe OE Global Large-Cap Value Equity
AcomeA Globale A1 Azimut Trend Media Europe OE EUR Aggressive Allocation - Global UBI Pramerica
Privilege 4 Amundi Equipe 4 Media
01/03/2014
Il Messaggero - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:210842, tiratura:295190)
Tasi, pagheranno anche Chiesa e no profit la tassa può aumentare dello
0,8 per mille
Luca Cifoni
Nel suo primo decreto legge, il governo Renzi porta a termine l'impianto della Tasi che era stato impostato dal
precedente esecutivo. Con alcune novità. Continua a pag. 6 segue dalla prima pagina I Comuni avranno un
margine pari allo 0,8 per mille per incrementare la nuova tassa sui servizi, al di là dei limiti previsti, con
l'obbligo però di destinare il gettito ricavato alle detrazioni per le abitazioni principali. Ma tra le norme
compaiono anche alcuni chiarimenti: uno riguarda gli immobili della Chiesa, che saranno sottoposti al prelievo
con l'eccezione di circa 25 indicati nei Patti Lateranensi. La soluzione formalizzata ieri sostanzialmente
soddisfa i Comumi, che incassano anche un incremento delle risorse a loro assegnate. LA SCELTA DEI
SINDACI Dunque i sindaci potranno andare oltre i tetti fissati per l'imposta (per il 2014 il 2,5 per mille sulle
abitazioni principali e il 10,6 comprensivo dell'Imu sugli altri immobili) applicando fino a un massimo dello 0,8
per mille in più e distribuendolo come preferiscono tra le diverse tipologie purché sia rispettato il vincolo
complessivo. Ad esempio l'aliquota sugli altri immobili potrà salire all'11,4 ma allora quella sull'abitazione
principale non potrà superare il 2,5. Oppure l'aumento potrà essere diviso a metà, 0,4 e 0,4, e così via. È
probabile che la maggioranza delle amministrazioni scelga di non caricare troppo le prime case. In ogni caso
il gettito derivante dalle maggiorazioni stabilite dovrà andare a finanziare detrazioni di imposta finalizzate a
ridurre il prelievo sulle abitazioni principali: questo per evitare aggravi sulle case con bassa rendita catastale
che pagavano un'Imu molto bassa o non la pagavano affatto. Misura e caratteristiche degli sconti dovranno
essere decisa dai singoli Comuni, ma nel lavoro di preparazione condiviso tra ministero dell'Economia e Anci
era stata ipotizzata una detrazione media di 75 euro, contro le 200 dell'Imu. Con questa cifra il nuovo regime
sarebbe comunque più vantaggioso per la maggior parte degli immobili, salvo il rischio di aggravi limitati per
quelli di più basso valore catastale. FONDI AUMENTATI I Comuni incasseranno poi 625 milioni a
compensazione della perdita per i loro bilanci derivante dal passaggio dall'Imu alla Tasi per quel che riguarda
l'abitazione principale. Si tratta di 500 che erano già stati stanziati con la legge di stabilità, ma erano vincolati
all'applicazione delle detrazioni, e di altri 125 aggiuntivi: il vincolo ora viene meno visto che lo stesso obiettivo
dovrebbe essere raggiunto attraverso gli incrementi di aliquota. Arrivano poi alcune precisazioni importanti
per l'effettiva applicazione della nuova imposta. I terreni agricoli saranno esenti, mentre per quanto riguarda
gli immobili ecclesiastici l'esclusione riguarderà solo 25 espressamente indicati nei Patti lateranensi: sugli altri
e sui fabbricati di proprietà degli enti no profit la tassa sui servizi dovrebbe quindi essere dovuta. Toccherà
alle stesse amministrazioni comunali decidere le scadenze di pagamento sia per la Tasi che per la Tari sui
rifiuti. Ce ne dovranno essere comunque almeno due semestrali e dunque è probabile che il primo
appuntamento con la cassa sia il 16 giugno. Quanto alle modalità, il versamento dovrà essere fatto tramite
modello F24 oppure con bollettino postale; questo perché altre forme di pagamento quali strumenti elettronici
o interbancari non permetterebbero al fisco di disporre dei dati in tempo reale. Luca Cifoni
Foto: Per la casa arriva la Tasi
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Le misure
02/03/2014
Il Messaggero - Ed. nazionale
Pag. 7
(diffusione:210842, tiratura:295190)
«Immobili sempre più tassati una specie di bancomat che viene spremuto
all'infinito»
PER IL PRESIDENTE DELL'ANCE DIFFICILE USCIRE DALLA CRISI, NECESSARIO RILANCIARE I MUTUI
Umberto Mancini
ROMA «La tassa ha cambiato tante volte nome, aliquota, modalità e tempi di riscossione, ma alla fine il
risultato non è cambiato. Anzi. Con l'arrivo della Tasi, messa a punto dal governo in maniera definitiva, ci sarà
alla fine un incremento delle imposte sulla casa, considerata ancora una volta come una sorta di bancomat
da spremere all'infinito». Va dritto al punto Paolo Buzzetti, presidente dell'Ance, preoccupato per l'impatto che
il carico fiscale complessivo potrà avere su un settore, quello immobiliare, già stremato dalla crisi
congiunturale. Presidente Buzzetti, dopo tante polemiche sulla Tasi è stata fatta finalmente chiarezza. Ora il
quadro è definito o quasi. Cosa ne pensa? «Al di là del balletto sulle cifre a cui abbiamo assistito per quasi un
anno, possiamo dire che è vero che è stata fatta finalmente chiarezza e che molti nodi sono stati sciolti. E'
altrettanto vero però che a conti fatti ci sarà un incremento dell'imposizione, soprattutto sulle seconde case. E
va sottolineato subito che chi ha una seconda abitazione non è detto che sia un miliardario. Rispetto all'Imu è una dato di fatto - la situazione è peggiorata». Spetterà però ai Comuni modulare le tasse, gestire il livello di
imposizione e le detrazioni... «Avevamo chiesto una stabilizzazione della situazione per cercare di avere delle
certezze e ridare fiato ad un settore in forte difficoltà. Adesso saranno i Comuni a gestire caso per caso, ad
aumentare le aliquote per mettere mano alle detrazioni. Dopo l'esperienza maturata con la Tasi e la Tari non
c'è molto da stare allegri, c'è poi ancora incertezza sui tempi di pagamenti». Qualche calcolo l'avrete fatto sul
peso fiscale complessivo? «Guardi siamo a quota 26 miliardi all'anno. Un vero record. Una stangata che
colpisce i proprietari come le imprese. E' poi davvero assurdo colpire con le tasse anche i terreni su cui si
deve costruire o l'invenduto, così come i capannoni industriali. Così si rischia di bloccare la fragile ripresa di
cui si cominciano a vedere i primi timidi segnali». Che previsioni fa? E' ottinmista? «Il mercato è
sostanzialmente fermo, ci sono solo, come le dicevo, piccoli segnali. Ma che non costituiscono certamente
un'inversione di tendenza anche perchè la congiuntura non mostra sintomi di miglioramento. Di certo questo
livello di tassazione non aiuta. Ci aspettiamo molto invece dall'accordo tra Abi e Cassa Depositi e prestiti per
rilanciare i mutui sulla casa. Si tratta di una iniziativa che potrebbe dare ossigeno e rimettere in moto il
settore. Ora ci auguriamo che gli istituti di credito facciano la loro parte per favorire questo processo e che sui
prestiti vengano applicati tassi vantaggiosi. Bisogna infatti ricordare che tra le cause della gelata c'è proprio la
stretta creditizia oltre che l'incertezza normativa. Se si vuole far ripartire il Paese e riattivare la domanda
interna si doveva scegliere una strada diversa, favorendo l'unico settore, l'edilizia, che crea occupazione».
Foto: Paolo Buzzetti
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Intervista Paolo Buzzetti
02/03/2014
Il Messaggero - Ed. nazionale
Pag. 16
(diffusione:210842, tiratura:295190)
LE AZIENDE ITALIANE FANNO FATICA A REGGERE IL PASSO DELLA CONCORRENZA BISOGNA
CRESCERE SUI MERCATI ESTERI
Enrico Cisnetto
Lo spread non è mai, né quando sale né quando scende, la spia della congiuntura politica interna. Tuttavia i
livelli delle ultime settimane riflettono la buona predisposizione che i mercati finanziari hanno verso il "rischio
Italia", e più in generale le notevoli aspettative maturate verso l'esperimento Renzi da parte degli investitori
internazionali. In giro c'è enorme liquidità, e chi muove i grandi capitali vede nella decisione della Federal
Reserve di ridurre gradualmente gli stimoli monetari un buon motivo per disinvestire dai mercati emergenti e,
con una consistente rotazione di portafoglio, spostarsi verso paesi come l'Italia che, nell'Eurozona tenuta
sotto sedativo dalla Bce di Draghi, diventano un buon target sia per i fondi a caccia di rendimenti sia per
l'equity a caccia di aziende da comprare e business da finanziare. Guai, dunque, a farci scappare l'occasione
di «sentiment» così positivi, dopo 4 anni di recessione (sugli ultimi sei) e un periodo buio di depressione
collettiva. Il Paese ha voglia di rialzarsi e riprendere prima a camminare e poi a correre, e a torto o ragione ha
la sensazione che Renzi sia l'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. E questo vale, in particolare,
per gli imprenditori. Per riuscire a cogliere l'attimo, però, occorre avere consapevolezza dell'effettivo stato di
salute del nostro esercito produttivo e da quella farne discendere precise scelte di politica economica e
industriale. Se sono vere, e io credo che lo siano, le stime del Censis, le imprese italiane sopravissute non
sono ancora uscite dalla crisi: il 31,5% si trova in una fase di ridimensionamento, il 52,1% di stazionarietà e
solo il 16,4% è in crescita. Tuttavia, una buona parte del tessuto produttivo ha avviato processi di
riorganizzazione - solo il 21,4% delle aziende con oltre 20 addetti è rimasto inerte - anche se i tentativi di
innovazione si sono spesso accompagnati a dolorosi processi di ristrutturazione aziendale. Secondo
un'indagine Istat, se tra il 2010 e il 2013 la quota delle aziende che ha aumentato il fatturato si ferma al 51%
è colpa del magro bottino ottenuto sul mercato interno, dove hanno riscosso un guadagno solo il 39% delle
imprese. Ecco perché l'Istat divide le imprese in quattro classi: le «vincenti», quelle con vendite in positivo sia
in Italia che all'estero (sono 4.600, il 18,1% del totale); le «crescenti all'estero», che crescono sui mercati
stranieri ma calano in Italia (sono 8.500, il 33%); le «crescenti in Italia», che registrano rialzi esclusivamente
sul mercato interno (sono solo 3.400, il 13,3%); quelle «in ripiegamento», che sono in difficoltà dappertutto
(sono il gruppo più numeroso: 9.100, il 35,6%). A questo si aggiunga che un'azienda su 3 ha un
indebitamento superiore al patrimonio netto, e per il 38% il debito è superiore ai mezzi propri (ricerca
condotta da Ria Grant Thornton su un campione di 60 mila aziende). Insomma, il sistema produttivo italiano
evidenzia fenomeni di propensione all'innovazione e di crescita abbastanza intensi, ma ha subito un
deterioramento che non lascia pensare a una significativa capacità di ripresa. Per questo occorre dirottare
tutte le risorse possibili verso investimenti che vadano a sostenere quel che c'è e a riempire i vuoti - misurabili
in circa il 25% della capacità produttiva ante 2008 - creati dalla crisi. Vogliamo cominciare a fare sul serio, già
che finalmente tira una buona aria? (twitter @ecisnetto)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Per agganciare la ripresa puntare sull'innovazione
02/03/2014
Il Messaggero - Ed. nazionale
Pag. 16
(diffusione:210842, tiratura:295190)
Banco, partner per gli immobili c'è la candidatura di Hines Italia
Sì dei soci all'aumento di capitale. Saviotti confermato per 3 anni
Rosario Dimito
dal nostro inviato LODIC'è un partner in pista per gli immobili del Banco Popolare, molti dei quali portati in
dote da Italease, la banca del leasing salvata dal gruppo scaligero con l'opa di cinque anni fa. «Per il
patrimonio immobiliare auspichiamo di coinvolgere un project manager, abbiamo una proposta molto seria»,
ha detto Pierfrancesco Saviotti durante l'assemblea del Banco Popolare che ha approvato con il 99% (9.052 i
sì, 56 i no) l'aumento di capitale da 1,5 miliardi «pensiamo dal 31 marzo al 17 aprile» - per anticipare gli asset
quality review. Il partner dovrebbe essere Hines Italia, uno dei principali operatori del settore, nel cui capitale
c'è il Qatar (40%). Il banchiere non ha fatto nomi ma ha spiegato che il progetto «prevede il conferimento in
una newco ad hoc dei cespiti» con l'obiettivo di affidarne la gestione, manutenzione ed anche vendita ad uno
specialista. A parte Hines, il Banco è pronto a valutare altre candidature. In bilancio gli asset sono in carico
per 1,8 miliardi e se l'operazione dovesse andare in porto, darebbe un'altra spinta al piano industriale al 2016
con vista al 2018 dove si prevede un utile di 609 milioni tra due anni e quasi 800 tra quattro, attraverso una
strategia che punta sulla multicanalità, lo sviluppo delle masse gestite, 250 mila nuovi clienti e un common
equity tier1 al 10,8%, uno dei più alti fra le banche italiane. «Io la ripresa non la vedo», ha spiegato Saviotti ai
giornalisti ma il suo è realismo puro. Vede il ritorno al dividendo nel 2015, non nel 2014. Mostra grande
attenzione verso il test europeo che parte lunedì 17. «La politica di provisioning (accantonamenti, ndr) ispirata
da Bankitalia avviene con un atteggiamento rigido - ha detto Saviotti - abbiamo fatto le rettifiche (1,7 miliardi
nel 2013, ndr) perchè consapevoli che gli asset quality saranno severi». DEUTSCHE E FONSPA Nella pulizia
dell'attivo rientra la cessione del 51% di Release dove ci sono cinque pretendenti: Primus Partners, Apollo
BlackRock, Lone star e l'accoppiata Fortress-Prelios alle prese con una fusione tra loro. E per quanto
riguarda i crediti dubbi (non performing loan) di 1,5 miliardi ci sarebbero trattative con Deutsche e Fonspa.
Qualche socio ha chiesto spiegazioni su alcuni dei dossier di pubblico dominio, come Sorgenia, il gruppo
energetico controllato dalla Cir che ha 2,2 miliardi di debiti. «Il Banco giudica le posizioni secondo il merito di
credito e non fa sconti a nessuno, nemmeno alla famiglia De Benedetti, se farà la sua parte anche le banche
faranno un adeguato intervento». Un altro cliente di cui si parla è Pandette, la società degli eredi di Giuseppe
Rotelli, patron delle cliniche titolare del 3,3% di Rcs e dei diritti di voto su un altro 0,91% ancora intestato al
Banco: nei giorni scorsi il Banco ha esercitato l'opzione put (vendita) prevista da un contratto del 2006 della
Bpi, rinegoziato nel 2009, sull'ultima tranche al prezzo di 4,1 euro (venerdì ha chiuso a 1,6 euro) per un totale
di 113 milioni. Pandette, invece, eccepisce un'interpretazione del contratto secondo il quale in caso di perdite
e asumenti di capitale, il controvalore scende a 31 milioni. «Non siamo interessati a fare sconti», incalza
Saviotti che, come ha annunciato Carlo Fratta Pasini sarà confermato ovviamente per un altro mandato. «La
lista per il rinnovo del cda, verrà depositata lunedì», ha precisato il presidente.
«IL PIANO ELECTROLUX DEVE CAMBIARE, IN ITALIA I PRODOTTI DI MEDIA-ALTA GAMMA» Claudio
De Vincenti Vice ministro allo Sviluppo
Foto: Pierfrancesco Saviotti guida il Banco Popolare
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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L'ASSEMBLEA
03/03/2014
Il Messaggero - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:210842, tiratura:295190)
Il petrolio divide Così la Scozia si prepara al referendum
Indipendenza Il petrolio divide Così la Scozia si prepara al referendum/ Ameri a pag. 17 LONDRA Il braccio di
ferro si fa sempre più stringente. Il primo ministro inglese David Cameron contro il first minister scozzese Alex
Salmond. In palio c'è l'indipendenza della Scozia e quindi il futuro del Regno Unito, che il 18 settembre
(giorno del referendum per gli scozzesi) potrebbe perdere un pezzo. Ma in ballo non ci sono solo sentimenti
patriottici e confini. Al centro della campagna, fin dall'inizio, è stato posto qualcosa di molto più lucroso: il
petrolio e il gas del Mare del Nord, su cui si affaccia la Scozia, e che finora ha portato miliardi di sterline nelle
casse di Londra. Ma cosa succederà se Edimburgo deciderà di abbandonare l'Unione? Tutte le ricchezze
naturali sarebbero di proprietà della sola Scozia che quindi avrebbe il diritto di sfruttarle. Uno scenario che
Londra paventa. Per questo a pochi mesi dal voto decisivo è scoppiata la guerra del petrolio. Salmond
sostiene che senza l'Inghilterra i guadagni per gli scozzesi sarebbero più sostanziosi: 300.000 sterline per
ogni cittadino, promette il first minister . Cameron invece spiega che senza i necessari investimenti l'industria
petrolifera è destinata ad arenarsi. IL RAPPORTO Una teoria che trova conferma in un recente rapporto,
guarda caso commissionato da Londra, compilato da Sir Ian Wood, uomo d'affari ed esperto di politiche
energetiche. Secondo Westminster un buon investimento produrrebbe tra i 3 e i 4 miliardi di barili in più.
Attualmente la produzione sta rallentando. Dopo aver raggiunto il picco nel 1999 adesso estrarre il greggio è
sempre più costoso e complicato. Per questo il denaro di Londra farebbe comodo. Le risorse non dureranno
per sempre. Gli esperti calcolano che ci siano da raccogliere ancora 12-14 miliardi di barili nei prossimi 30-40
anni, per un profitto che va da 1 a 2 trilioni di sterline. Per sottolineare le due posizioni opposte i due governi,
quello scozzese e quello inglese, questa settimana si sono incontrati ad Aberdeen, a pochi chilometri di
distanza l'uno dall'altro, proprio per parlare di oro nero. Il premier Cameron è andato a visitare un impianto e
non ha mancato di affossare i sogni di indipendenza degli scozzesi: «Le spalle larghe dell'Inghilterra
potrebbero meglio sostenere l'industria petrolifera del Mare del Nord e proteggerla dalla volatilità del mercato
del greggio. La Scozia non è la Norvegia ed è troppo dipendente da gas e petrolio». IL VALORE Già, la
Norvegia. Il Paese che si affaccia sullo stesso mare e che prospera da anni grazie all'oro nero. È proprio il
modello cui si ispira Salmond. Il first minister ha presentato il suo progetto: nel caso di indipendenza la Scozia
accantonerà un decimo delle tasse petrolifere (circa 1 miliardo di sterline l'anno) in un fondo nazionale simile
a quello che la Norvegia ha aperto nel 1990 per proteggere il Paese del mercato fluttuante. Oggi vale circa
500 miliardi di sterline. «Con questo sistema potremmo creare un tesoro nazionale di 30 miliardi nel giro di
una generazione - ha spiegato Salmond - E gestiremmo gli impianti molto meglio degli inglesi. Abbiamo
bisogno di un approccio come quello dei norvegesi, non quello che ci propone Westminster. Negli ultimi 40
anni Londra ha accumulato profitti enormi provenienti dal nostro petrolio. Adesso è il nostro turno». E poi
l'ultima stoccata: «Io lavoravo nel campo dell'energia quando ancora Cameron se la spassava a Eton», ha
scherzato, riferendosi al college dell'élite inglese dove vanno a studiare re e primi ministri. Petrolio a parte, la
campagna per l'indipendenza scozzese si fa sempre più feroce. Con Edimburgo che promette di tenersi la
sterlina anche se Londra di fatto glielo ha proibito. E con l'Unione Europea che ha avvertito Salmond:
sarebbe estremamente difficile per una Scozia indipendente fare parte della Ue. L'ultimo sondaggio vede le
differenze tra le due fazioni assottigliarsi: il 47% è favorevole a restare nel Regno Unito mentre il 37% sogna
l'autonomia. Deborah Ameri I pozzi e l'indipendenza: la Scozia verso il referendum del 18 settembre per
prendere le distanze dalla Gran Bretagna Il braccio di ferro con il governo centrale è sempre più serrato: sono
in gioco gli immensi giacimenti del mare del Nord Il petrolio spacca il Regno
14 I miliardi di barili di petrolio stimati nel mare del Nord, per un profitto potenziale tra 1 e 2 trilioni di sterline
37% É la percentuale degli scozzesi favorevoli all'autonomia: rispetto al passato i fautori della situazione
attuale sono diminuiti
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Indipendenza
03/03/2014
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Foto: Gli impianti off-shore sono la grande risorsa britannica
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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03/03/2014
Il Messaggero - Ed. nazionale
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Irap o Irpef rebus del governo
Luca cifoni
Irap o Irpef? È il dilemma che il governo dovrà affrontare in tema di riduzione delle tasse sul lavoro. Cifoni a
pag. 11 ROMA Irap o Irpef? O un po' di tutte e due? E quindi maggiori benefici alle imprese oppure alle
famiglie? Il dilemma che il governo dovrà affrontare, in tema di riduzione delle tasse sul lavoro, ricalca in
parte quello già vissuto dal governo Prodi nel 2006-2007. E già si fanno sentire le voci delle categorie
interessate. Un taglio dell'Irap «darebbe un impatto più forte nell'immediato sulla competitività delle imprese e
sul costo del lavoro» ha fatto sapere ieri il numero uno di Confindustria Giorgio Squinzi, il quale ha anche
definito «un'altra botta» i probabile incremento della Tasi per i capannoni industriali. A Squinzi risponde
indirettamente il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. «Le vendite all'estero vanno discretamente - ha fatto
notare il leader sindacale - ma se manca il mercato nazionale è chiaro che l'economia si blocca». Per cui
secondo Bonanni «ridare soldi alle imprese per l'Irap può andare anche, magari dopo; ma oggi non avendo
commesse, queste liquidità le imprese vanno a metterle in banca». In realtà entrambi gli interventi hanno
potenziali vantaggi e controindicazioni: vediamo quali sono e quali strategie potrà di conseguenza adottare il
governo. Luca Cifoni
Fatto 100 il costo del lavoratore tipo in Italia, il cuneo fiscale è a quota 47,6, il sesto più alto in Area Ocse
(Belgio 56; Francia 50,2; Germania 49,7)
Contributi del lavoratore
Il cuneo fiscale italiano Gettito Irp ef Gettito Irap
7,2%
cuneo
23,7
65,4
0,6
24,4
47,6%
TOTALE
TOTALE
165,7
34,3
16,1%
24,3%
13,1
62,9
29,9
costo del lavoro
100 Contributi a carico del datore di lavoro Ritenute dipendenti privati Ritenute dipendenti pubblici Altre
ritenute Ritenute lavoratori autonomi Soggetti privati Fonte: Ocse (dati 2012) Imposte sul reddito a carico del
lavoratore Amministrazioni pubbliche 2012, dati in miliardi Versamenti in autoliquidazione 2012, dati in
miliardi
Qual è l'incidenza del cuneo fiscale?
Con il suo 47,6 per cento l'Italia è tra i Paesi dell'Ocse con il più alto cuneo fiscale, anche se inferiore a quello
di altri Paesi tra cui Francia e Germania. Concretamente, per un lavoratore medio senza carichi familiare il
costo complessivo sostenuto dal datore di lavoro è pari a 38.182; ma di questi solo 20.006 finiscono in tasca
al dipendente. La restante parte pari a 18.176 euro è appunto cuneo fiscale-contributivo. Ne fanno parte i
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
110
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Cuneo fiscale
03/03/2014
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
111
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contributi sociali a carico del datore di lavoro e quelli pagati invece al dipendente. Poi c'è la componente
fiscale vera e propria. Per quanto riguarda il lavoratore, sempre considerando lo stesso esempio, l'imposta
sul reddito pesa per il 30,8 per cento sulla retribuzione lorda; a questa voce vanno poi aggiunte le addizionali
prelevate a livello locale, la cui incidenza è cresciuta notevolmente nel corso degli ultimi anni.
Si possono ridurre gli oneri sociali? Anche se l'incidenza dei contributi sociali è rilevante (come del resto
anche in Francia e in Germania) i margini di intervento su questa componente sono limitati perche si tratta in
larghissima parte di contributi previdenziali; la quota residua di oneri impropri, che potrebbero essere
"fiscalizzati" ossia posti a carico dello Stato, è molto limitata. Tagliare la contribuzione previdenziale avrebbe
l'effetto indesiderato di ridurre le pensioni future dei lavoratori visto che ormai dal 2012 tutti sono passati al
sistema contributivo. Nonostante un'aliquota contributiva effettiva del 33 per cento (circa il 9 a carico del
dipendente e il resto del datore di lavoro) le pensioni contributive proiettate nei prossimi decenni risultano più
basse di quelle riconosciute fino ad oggi con il sistema retributivo, e questo è particolarmente vero per i
lavoratori precari, con una carriera discontinua.
A quale strategia pensa l'esecutivo?
Le due principali modalità di intervento che si prospettano sono una riduzione dell'Irap a carico delle imprese
ed un taglio dell'Irpef in particolare a beneficio dei lavoratori dipendenti. Secondo quanto emerso dai piani a
cui lavorano i collaboratori del premier Matteo Renzi, su una disponibilità ipotetica di circa 7-8 miliardi l'anno,
che potrebbero salire a 10, l'intervento sull'Irpef assorbirebbe circa 5,5 miliardi, quello sull'Irap 2,3. Ma lo
stesso presidente del Consiglio ha anche ipotizzato di concentrare tutte le risorse disponibili sull'Irap, per
arrivare eventualmente ad una riduzione di un terzo dell'attuale gettito dell'imposta. Al momento non è stata
ancora presa una decisione definitiva. Per avere effetti sul ciclo economico e sull'occupazione l'operazione di
alleggerimento del carico fiscale dovrebbe comunque avere effetto già sull'anno in corso.
Come ottenere più occupazione?
L'imposta regionale sulle attività produttive grava oltre che sull'eventuale utile delle imprese anche sul costo
del lavoro e su quello del debito. La conseguenza, che rende questo tributo particolarmente inviso, è che
l'Irap è spesso dovuta anche quando l'azienda è in perdita, come avviene più facilmente in una situazione di
crisi economica. La soluzione proposta e in parte attuata negli ultimi anni è la deducibilità del costo del lavoro
dall'imposta. Sulla carta, una scelta del genere oltre a favorire in generale la competitività avrebbe l'effetto di
rendere molto più convenienti le assunzioni (lo sgravio potrebbe anche essere condizionato all'effettiva
immissione di nuovo personale); dunque quando nei prossimi mesi inizierà a manifestarsi con più forza la
ripresa del ciclo economico le imprese potrebbero avere un'incentivo ad assumere. Perché questo incentivo
sia reale e in grado di incidere è però necessario che - a differenza del passato - la riduzione di importo sia
consistente.
A chi andrebbero maggiori benefici?
L'effetto di un intervento di riduzione dell'Irap per le imprese, ed in particolare della componente che grava sul
costo del lavoro, dipende in modo cruciale dal modo in cui questo viene congegnato. È probabile che ne
ricevano un maggiore beneficio le imprese più piccole, sulle quali il peso percentuale dell'imposta è
generalmente più alto. Un fattore che in generale risulta rilevante è l'incidenza della spesa per il personale sul
totale dei costi: il taglio dell'Irap premierebbe in misura maggiore le aziende nelle quali questa incidenza è
alta. Questo elemento può essere connesso alle dimensioni delle imprese ma anche ad altri aspetti. Ad
esempio il settore delle banche e dei servizi finanziari è normalmente labour intensive e quindi in questa
chiave risulta penalizzato dall'Irap, che per di più è attualmente applicata alle imprese in questione con
aliquote più alte.
6Come spingere i consumi interni?
Una riduzione dell'Irpef avrebbe l'effetto di dare sollievo alle famiglie e incrementare il loro reddito disponibile.
Per questa via dovrebbe crescere la loro propensione alla spesa e dunque i consumi riceverebbero una
spinta. L'effetto positivo sulla domanda interna sarebbe più probabile se la riduzione dell'imposta fosse
03/03/2014
Il Messaggero - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:210842, tiratura:295190)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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concentrata sui contribuenti a reddito basso, che più degli altri tendono a riversare in consumi le maggiori
disponibilità. Questo obiettivo però non è così facile da raggiungere nella pratica: occorre che la riduzione di
imposta sia di importo tale da risultare visibile agli interessati e duratura; altrimenti c'è il rischio che il reddito
in più venga risparmiato in previsione di successive e più gravi necessità. Nella prospettiva di una ripresa la
riduzione del carico fiscale potrebbe anche l'effetto di aumentare la partecipazione al lavoro, in particolare per
segmenti quali le donne o i giovani.
Sarebbero favoriti solo i dipendenti? Nel caso si scelga di puntare in tutto o in parte su una riduzione
dell'Irpef il focus del governo sarebbe sul mondo del lavoro dipendente. Allo studio c'è ad esempio un
notevole potenziamento - in particolare per i redditi più bassi - delle specifiche detrazioni per lavoro
dipendente, che sono state incrementate seppur in misura contenuta già nell'ultima legge di stabilità, con
effetto da 2014. In aggiunta si valuta anche un intervento sulle aliquote, probabilmente la terza (38% che si
applica sulla porzione di reddito compresa tra i 28 mila e i 55 mila euro). Dunque i dipendenti riceverebbero in
ogni caso un beneficio maggiore rispetto ad altre categorie, compresi anche i pensionati. In futuro l'intervento
potrebbe in teoria essere combinato con interventi specifici a favore delle famiglie, attraverso un aumento
delle relative detrazioni per coniuge o per figli a carico.
Sono disponibili risorse sufficienti?
Quello delle risorse finanziarie è un punto decisivo per la credibilità dell'intera operazione. Le coperture a
compensazione del minor gettito devono essere tali da garantire uno sforzo di riduzione del prelievo
consistente, visibile, e permanente nel corso degli anni. In altre parole per i comportamenti delle imprese ma
anche per quelli dei lavoratori è importante non solo l'impatto immediato, ma anche la certezza che le
riduzioni proseguiranno se possibile con intensità crescente. Il governo pensa di finanziare gli interventi
prevalentemente con una riduzione della spesa corrente, grazie all'azione di revisione della spesa avviata dal
commissario straordinario Carlo Cottarelli. Ma una parte della copertura necessaria potrebbe arrivare anche
da un inasprimento del prelievo su voci diverse dal lavoro, ad esempio con un aumento delle imposte sulle
rendite finanziarie.
01/03/2014
Il Giornale - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:192677, tiratura:292798)
Bankitalia: alle banche regali e bastonate
Nicola Porro
Bankitalia: alle banche regali e bastonate a pagina 6 Aparlare male delle banche sono buoni in molti, a
difenderle solo i banchieri. Ieri, apparentemente, anche la Commissione europea ha alzato un sopracciglio.
Mettendo in dubbio la cosiddetta rivalutazione delle quote sociali di banca d'Italia. Bankitalia appartiene ad
una nutrita pattuglia di istituzioni finanziarie oggi più o meno private. Intesa e Unicredit ne detengono la
maggioranza. Anche se formalmente è un'anomalia il fatto che il controllato controlli il controllore. Nei fatti gli
uomini di Bankitalia, negli anni, più che difendere la singola banca, con le quali sono piuttosto rigorosi,
difendono il club al completo. Ebbene il governo Letta ha deciso di cambiare le cose e ha stabilito in 7,5
miliardi il valore delle quote del prestigioso istituto. Le banche private azioniste, dicono i critici, si sono così
viste materializzare in casa una gigantesca plusvalenza patrimoniale, grazie ad un tratto di penna. Il solito
regalo alle banche. L'alzata di sopracciglio europeo può far pensare che costoro abbiano qualche buona
ragione. Chi conosce questa zuppa sa, come più volte scritto, che per quanto ci riguarda le banche italiane
più che azioniste di Bankitalia sono azioniste di riferimento di qualsiasi inquilino metta piede a Palazzo Chigi.
Sono state le banche ad ingozzarsi di titoli del debito pubblico quando privati e stranieri li gettavano nel
cestino. Pretendono riconoscenza, ma soprattutto esigono di essere politicamente considerate per ciò che
sono: i detentori delle ipoteche sulla nostra casa comune. Interpretare la rivalutazione delle quote di Palazzo
Koch solo come un regalo alle banche è riduttivo. Dal punto di vista europeo è anche ridicolo: nel resto dei
paesi comunitari, compresa la Germania, lo Stato centrale ha impiegato decine di miliardi di euro sonanti per
salvarle. Non si capisce dunque per quale dannato motivo i salvataggi degli altri siano possibili, i nostri
arrangiamenti invece no. Posto che la rivalutazione di un cespite (pensate che il capitale nominale pre
decreto era pari a 156mila euro) è più che legittima. Dal punto di vista domestico non si considera poi che il
vero regalo se lo è autoconcesso il Tesoro. Su questo giochetto contabile Saccomanni ha incassato quanto
necessario per far quadrare i conti pubblici: più di un miliardo di euro. Un domani quando le banche
cederanno le loro quote (sono infatti stati introdotti dei vincoli stringenti) potranno realizzare delle
plusvalenze; e anche sul fronte dei dividendi già dal 2014 le cose potrebbero migliorare, posto che sono
distribuiti in funzione del capitale ora rivalutato. Ma oggi per le banche è un regalo poco più che virtuale dal
punto di vista del conto economico, più sostanzioso dal punto di vista patrimoniale ai fini delle burocrazie di
Bruxelles. D'altronde la valutazione finale di queste quote, senza offesa, sembra più simile a quella dei bitcoin
che a quella di un ragioniere. Bankitalia ha un attivo, comprendendo l'oro, superiore ai 100 miliardi, e un
patrimonio di circa 23 miliardi: il numeretto magico di 7,5 miliardi sembra uscito più considerando il gettito che
serviva al Tesoro che al reale valore contabile di una banca centrale la cui redditività e patrimonio sono molto
difficili valutare. Per avere un quadro completo conviene vedere tutto ciò che ha fatto il governo per le banche
negli ultimi mesi dell'anno scorso. Le quote di Bankitalia sono un regalino virtuale a fronte di una tassa subito
esigibile. Il governo in compenso ha aumentato le imposte sul reddito di impresa bancaria della bellezza di
7,5 punti. Con la solita idea per la quale le tasse non si traslano, si pensa di colpire i banchieri cattivi e non il
sistema economico nel suo complesso. Vabbè. Comunque si tratta di una botta secca. Ad Intesa SanPaolo,
per citare la numero uno, la manovra di Letta&co costerà la bellezza di 200 milioni di euro aggiuntivi di tasse.
Il saldo tra banca d'Italia e Ires non è ancora positivo per le banche. Ma può mai essere? Certo che no. La
vera chiave di volta si chiama deducibilità degli accantonamenti per perdite. La facciamo semplice: fino a ieri
le banche ci mettevano diciotto anni a scontarsi fiscalmente i prestiti morti. Da oggi potranno accantonare fino
ad un quinto. Un favore potentissimo in un momento come questo in cui le sofferenze si avvicinano al 10 per
cento del Pil. Tanto che si prevede che le banche dalle spalle patrimoniali solide nel quarto trimestre del 2013
aumentino considerevolmente gli accantonamenti su perdite: prendendo sempre Intesa, il mercato inizia a
prevedere che gli accantonamenti possano passare dai 5,5 miliardi previsti a quasi sei. Vedremo. Quel che è
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Zuppa di Porro
01/03/2014
Il Giornale - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:192677, tiratura:292798)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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certo è che la deducibilità diventa ora simile a quella che avviene negli altri paesi europei e dunque la rettifica
della norma penalizzante introdotta a sua tempo dal governo Berlusconi (in un decreto sviluppo del 2008,
sic!) sarà il vero grande regalo fiscale (meritato?) che gli istituti creditizi si portano a casa. Con un piccolo
paradosso fiscale, come sempre in Italia: grandi vantaggi a chi ha un mucchio di crediti in sofferenza o
inesigibili e pochi utili, e grande sfiga tributaria nei confronti di quegli istituti finanziari che non hanno
sofferenze (e dunque non godono del beneficio della riduzione degli anni di accantonamento) e forti utili
(decapitati dall'aumento monstre dell'Ires bancaria).
03/03/2014
Il Giornale - Ed. nazionale
Pag. 6
(diffusione:192677, tiratura:292798)
«Debiti con le aziende: dal governo solo parole»
Il vicepresidente della Commissione Ue: «Non c'è più tempo, l'Italia rischia multe»
Gian Battista Bozzo
Roma «Il governo Renzi vuole pagare per intero, e rapidamente, i debiti commerciali della Pubblica
amministrazione? Benissimo. Però alle parole devono seguire i fatti. Le segnalazioni che provengono alla
Commissione europea dalle imprese italiane non sono confortanti». Il vicepresidente della Commissione,
Antonio Tajani, attende il nuovo governo alla prova della concretezza. E i tempi, ormai, stringono. Se Palazzo
Chigi non risponderà entro il 10 marzo alla lettera con la richiesta di chiarimenti delle autorità europee,
scatterà il secondo passo della procedura di infrazione già avviata: la messa in mora del Paese. E attenzione,
avverte Tajani, «non dimentichiamoci di quanto l'Italia ha dovuto pagare con la vicenda delle quote latte».
Multe per centinaia di milioni di euro. Tajani, nella tabella di marcia di Renzi, i debiti della Pa sono ai primi
posti. «Molto bene. Ma il governo deve essere concreto e superare le resistenze di natura burocratica. Il
governo Letta ha restituito 25 miliardi, ma in realtà noi non sappiamo ancora a quanto ammonta l'intero
debito, l'Associazione bancaria parla di oltre 100 miliardi. E poi ci sono gli interessi di mora dei pagamenti
ritardati nel 2013. Guardi, ci sono solo cinque Asl in tutta Italia che pagano rispettando i tempi della direttiva
europea. In Sicilia si paga ancora a 1.200 giorni». Si tratta di cifre enormi. Pagare tutto insieme non mette
l'Italia nei guai con il debito pubblico? «Abbiamo tolto la foglia di fico dell'Europa. Si tratta di esborsi che non
contano ai fini del Patto di stabilità. Ma, ripeto, bisogna fare in fretta. Perché dal 1 luglio 2015 scattano le
regole del fiscal compact , molto più restrittive per quanto riguarda il debito pubblico». Quali segnali ricevete
dalle nostre imprese sui ritmi di pagamento? «Per il momento, i segnali sono sempre negativi. Nel 2013,
nonostante l'entrata in vigore della direttiva sui pagamenti, i ritardi sono ancora all'ordine del giorno. Arrivano
denunce di aperte violazioni della normativa europea nei capitolati di appalto della Pubblica amministrazione:
ad esempio, l'impresa deve impegnarsi ad accettare pagamenti ritardati senza pretendere gli interessi di
mora, che sono cospicui, l'8% più il tasso Bce». In fondo, basterebbe copiare quanto hanno fatto altri Paesi
europei in proposito, come la Spagna. «Non spetta alla Commissione indicare il sistema per pagare
l'arretrato. Credo che la Cassa depositi e prestiti possa fungere da garanzia, ma ripeto: le scelte spettano al
governo italiano. Riscontro che la Spagna ha estinto l'arretrato quasi per intero, gli imprenditori iberici sono
molto contenti e ce lo hanno fatto sapere. Questa iniezione di liquidità ha permesso alla Spagna una ripresa
dell'economia più sensibile rispetto al modesto 0,6% che le previsioni della Commissione stimano per l'Italia
quest'anno. La nostra economia deve ripartire, e la restituzione dei debiti commerciali può rappresentare, a
questo fine, la "manovra perfetta", come ha scritto il Financial Times . Però, ripeto, bisogna fare in fretta. E
ricordarci che un po' di crescita in più sarebbe ben vista dai mercati. Noto che lo spread spagnolo è molto,
molto migliorato». Insomma, tutti - Bruxelles, governo italiano, mercati - sono d'accordo sul fatto che i
pagamenti potrebbero rappresentare una spinta per l'economia; ma allora, perché le procedure arrancano?
«Credo che ci sia, a livello politico ma anche burocratico, un partito della spesa pubblica che non gradisce
un'iniezione così forte di danaro nel mercato libero. Si tratta di soldi sottratti alla discrezionalità delle
amministrazioni e dei "mandarini" dei ministeri. Ma queste resistenze vanno superate. L'inflazione sotto l'1%
e la crescita allo 0,6% indicano, se ce ne fosse bisogno, l'urgenza di immettere liquidità nel nostro sistema
economico. Servono decisioni politiche, e non solo ricette da parte di esperti di economia». Servono
decisioni, non solo ricette economiche "Il «partito della spesa pubblica» frena tutto Scelte politiche La Pa non
paga
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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L'intervista Antonio Tajani
02/03/2014
Avvenire - Ed. nazionale
Pag. 3
(diffusione:105812, tiratura:151233)
FERMARE L'IMPOVERIMENTO E L'ITALIA SI RISOLLEVERÀ
Leonardo Becchetti
avvio della strategia economica del nuovo governo Renzi sembra tener conto - consapevolmente o
inconsapevolmente - che il gran problema dell'Italia è, come dicono gli economisti, quello della «debolezza
della domanda aggregata» (cioè della domanda di beni e servizi da parte delle famiglie, ovvero dei consumi
interni). E che la sua gravità non pare attenuarsi perché, a fronte di conti sostanzialmente in ordine, il dato
sulla disoccupazione continua a peggiorare. Per questo motivo, schiacciarsi sul lato di visioni mercantiliste
che guardano solo alla competitività dell'offerta (magari riducendo i salari e, quindi, la capacità di acquisto dei
lavoratori) rischia di non produrre alcun rilancio. Il programma annunciato dal nuovo presidente del Consiglio
prevede, assieme a una riduzione di almeno 10 miliardi di cuneo fiscale, lo sblocco immediato dei crediti delle
imprese verso la pubblica amministrazione, un piano (peraltro urgente) di ammodernamento dell'edilizia
scolastica da 7 miliardi (che avvierebbe attività ad alta intensità di lavoro) e un sussidio universale di
disoccupazione (in alterativa alla proposta di reddito di cittadinanza presentata da Acli e Caritas) che non
costerebbe meno di altri 10 miliardi. Per compensare tutte queste uscite dal lato delle entrate, la "luna di
miele" (ma ancor più la politica monetaria espansiva a lungo perseguita da Stati Uniti e Giappone) producono
per ora un potenziale tesoretto di 2-3 miliardi. L'aumento dell'aliquota sulle rendite finanziarie, che tanto ha
spaventato, può portare nelle casse dello Stato non più di 2 miliardi. Per il saldo dei crediti delle imprese
verso la pubblica amministrazione, Renzi intende a quanto pare usare la Cassa Depositi e Prestiti per lo
sconto delle fatture secondo un modello attuato in Spagna. I progetti di cui abbiamo letto sinora sono di fatto
partite di giro che coinvolgono le banche che guadagneranno dall'anticipo delle fatture. E perciò finiranno
all'esame della commissione Ue, per capire in che misura rientrano sotto il perimetro del debito. Insomma,
nonostante l'obiettivo corretto sembri essere quello di una riqualificazione della spesa, si oscilla ancora una
volta tra Scilla - una manovra a saldo zero sulla domanda aggregata (qualora si trovassero le coperture e
dunque tagli che compensino le spese) - e Cariddi, uno sforamento dei vincoli europei sul deficit qualora le
coperture non fossero trovate. Intanto, la situazione dell'inflazione europea - i prezzi stanno decelerando in
modo così vistoso da prefigurare, secondo alcuni osservatori, uno scenario deflattivo - continua a essere
preoccupante, aggravando il costo reale del debito del Paese e rendendo salatissimo il conto prossimo
venturo del Fiscal Compact. Il governo ha sicuramente bisogno dell'aiuto di tutte le migliori forze ed energie
del Paese per rendere questo progetto più chiaro e sostenibile. Bisogna allargare il gioco a livello
internazionale su alcuni tavoli decisivi se vogliamo uscire dall'impasse. Primo, è opportuno o no chiedere uno
sforamento del 3% per coprire le uscite previste? Sono ormai in molti a pensare che questa sia l'unica
possibilità a breve per emergere dall'impasse. Soprattutto se si dimostra ai nostri partner che si hanno buone
idee, visto che la sostenibilità dei rapporti deficit/Pil, debito/Pil non migliora grazie a mere riduzioni del
numeratore (il deficit e il debito) che spesso, anzi, deprimono l'economia facendo calare ancor più il
denominatore (il Prodotto interno lordo), ma attraverso una riqualificazione che può anche aumentare il valore
che sta sopra, se costruita attorno a iniziative che danno uno slancio fondamentale al valore che sta sotto.
Secondo, bisogna spingere, sfruttando l'opportunità del semestre italiano, affinché arrivi dalla politica fiscale
comunitaria uno stimolo diretto alla domanda aggregata dei Paesi membri. Terzo, con il contrasto all'elusione
fiscale (cosa più articolata della "Google tax") attraverso una serie di direttive la Ue cercherà di metter mano
a un "tesoretto" di ben mille miliardi (per noi circa 60). Abbiamo tutto l'interesse a portare avanti questo
processo. Quarto, la riforma della finanza con il ripristino della separazione tra banca commerciale e banca
d'affari può aumentare il credito all'economia, e il progetto europeo a undici di tassazione delle transazioni
finanziarie può portare in dote altri 2-3 miliardi. Quinto, servirebbe molta meno timidezza nei confronti del
gioco d'azzardo, dato che dal condono della maxi evasione denunciata dalla Corte dei Conti è finora uscita
una multa- topolino. Sesto, un progetto ancora più ambizioso anche se non foriero di risultati a breve è quello
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Sette consigli per la politica economica del governo
02/03/2014
Avvenire - Ed. nazionale
Pag. 3
(diffusione:105812, tiratura:151233)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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di spingere per riforme della Banca centrale europea spostando l'attuale consenso Ue in direzione di
strategie e comportamenti più simili a quanto avviene oltreoceano. Settimo, all'interno del nostro Paese
bisogna fare di tutto per colmare il gap di competitività con i maggiori partner europei (banda larga, efficienza
della giustizia e della pubblica amministrazione) e per valorizzare i nostri vantaggi competitivi non
delocalizzabili, cioè lo shale gas del nostro Paese che è rappresentato dai giacimenti culturali, ambientali,
artistici. Mettendo il genius loci dei nostri territori dentro beni, servizi e turismo. La freschezza, l'ariosità e
l'impostazione di questo governo lasciano prefigurare il potenziale di una visione non riduzionista della
persona, dell'impresa e del valore proprio secondo i princìpi che la scuola dell'economia civile sta portando
avanti da anni nella sua missione culturale. Ma tutto questo rischia di diventare un pericoloso boomerang se
non si passasse l'esame decisivo di dare risposte al Paese sulle urgenze della disoccupazione e della
povertà di ritorno. Dobbiamo vincere con concretezza la sfida di sempre se vogliamo cambiare la cultura di
questo Paese.
02/03/2014
Avvenire - Ed. nazionale
Pag. 8
(diffusione:105812, tiratura:151233)
Sangalli: «Renzi cominci col ridurre l'Irpef fino ai 28mila euro»
AIl nr.1 di Confcommercio: «Le coperture? Ormai si sa che 100 miliardi di spesa sono aggredibili»
EUGENIO FATIGANTE
Anche per Confcommercio il taglio dell'Irpef è da preferire, nella riduzione del costo del lavoro, all'azione
sull'Irap di cui beneficerebbero solo le imprese: «La riduzione del cuneo - afferma il presidente Carlo Sangalli
- è la conditio sine qua non per favorire la competitività e dare, al tempo stesso, una boccata d'ossigeno ai
redditi delle famiglie, il cui livello attuale è tornato a quello di 27 anni fa. Per questo l'alleggerimento della
pressione fiscale è la priorità numero uno che il governo deve affrontare. Prima ancora che agire sull'Irap
occorre rivedere la struttura dell'Irpef, riducendo le aliquote d'imposta per lavoratori e imprese. In che modo?
La nostra proposta, da attuare nell'immediato, è quella di ridurre di un punto percentuale le aliquote dei primi
due scaglioni dell'Irpef (fino a 28mila euro, ndr ). Solo così si può stimolare la domanda interna che è il vero
problema strutturale della nostra economia e che, per consumi e investimenti, vale ben l'80% del Pil. E il non
averla stimolata è il principale limite avuto dai governi Monti e Letta. Confcommercio è stata meno
"aggressiva" di Confindustria verso il governo Letta. Lo sarete anche verso Renzi? Noi siamo abituati da
sempre a giudicare nel merito e anche questa volta non faremo eccezioni. È evidente che le prime misure
annunciate vanno nella giusta direzione. Ma è altrettanto evidente che agli annunci devono seguire i fatti.
Solo allora potremo dare il nostro giudizio. È credibile sbloccare in 15 giorni arretrati della P.A. per 60
miliardi? Bisogna fare presto e bene perché le imprese, soprattutto quelle che vivono di domanda interna,
sono stremate da una crisi che sembra non finire mai. Aver colto l'urgenza di ridare subito un po' di liquidità
potrebbe essere una vera boccata d'ossigeno. Certo, rimane un obiettivo ambizioso, vedremo se sarà
realizzato. Il governo riuscirà a trovare le coperture dalla revisione della spesa pubblica? Dopo sette
commissari che si sono esercitati, mi pare che le analisi descrittive siano sufficienti. Una cosa è ormai certa:
ci sono 100 miliardi di spesa "aggredibili", che possono dare cioè risparmi concreti e immediati. Spero,
dunque, che si proceda senza esitazione e con determinazione su questa via, l'unica percorribile per ridurre
la pressione fiscale. Intanto l'Istat ha certificato che torna la fiducia delle imprese. È così? La fiducia delle
imprese riflette oggi solo la consapevolezza che il peggio sia passato. Ma il problema, come indicato dalla
produzione industriale di febbraio, nuovamente in calo, e dai dati sul mercato del lavoro di gennaio è che la
ripresa è ancora tutta da costruire. Senza un'immediata, semplice e chiara azione a sostegno dell'economia
reale la fiducia tornerà presto in territorio negativo. E il Jobs Act? Il mercato del lavoro soffre di costi troppo
alti per le imprese e di poca flessibilità. È qui che si deve intervenire, anche attraverso una pluralità di
strumenti, perché solo così è possibile rispondere alle specifiche esigenze delle imprese dei diversi settori
economici, in particolare quelle del terziario di mercato, e favorire le opportunità di impiego. La riforma
Fornero ha già dimostrato, purtroppo, come interventi penalizzanti sulla flessibilità abbiano ridotto le
opportunità di occupazione. Il governo deve semplificare la gestione dei rapporti di lavoro, riformare i servizi
pubblici con una seria spending review anche sui centri per l'impiego e valorizzare strumenti come
l'apprendistato che si è dimostrato uno straordinario canale per l'inserimento dei giovani: ogni mese nel
terziario di mercato sono 3mila gli apprendisti confermati. In ogni caso, l'Italia ora ha un premier di 39 anni.
Che significato dà a questa novità? Se siamo scesi in piazza in 60mila per denunciare la disperazione delle
nostre imprese vuol dire una cosa sola: non c'è più un minuto da perdere. E allora speriamo che l'energia e la
vitalità di un quarantenne vinca la sfida del tempo. Economia a parte, quali sono le riforme che ritenete
prioritarie? Certamente una riforma elettorale che, oltre a garantire governabilità e stabilità al Paese,
consenta anche un riavvicinamento dei cittadini alla politica.
Foto: Carlo Sangalli
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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L'intervista
02/03/2014
Avvenire - Ed. nazionale
Pag. 9
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Le voci dell'economia civile: «Ora costruiamo insieme il nuovo Welfare» Il banchiere L'economista Morganti
(Banca Prossima): «Mi aspetto una riforma della legge sull'impresa sociale» Stefano Zamagni: «Le premesse
per una vera svolta "civile" ci sono tutte» Giuseppe Guerini (presidente Alleanza cooperative): «È un
riconoscimento al ruolo avuto dalle nostre realtà negli ultimi venti anni»
MAURIZIO CARUCCI
Le sfide non mancano. Le priorità del Terzo settore in questo tempo di crisi sono davvero tante: dal lavoro
che manca alla famiglia in difficoltà, dai giovani all'integrazione, dalle droghe e dalle dipendenze alle adozioni
internazionali, dalle pari opportunità al servizio civile. Anche le aspettative per gli interventi del Governo Renzi
in questo comparto hanno ridestato l'attenzione di tanti. «L'economia sociale - spiega Marco Morganti , ad di
Banca Prossima - è al centro dell'attenzione politica di questo esecutivo. La nomina a ministro di Poletti è il
punto di ancoraggio di questo ruolo primario del Terzo settore. Mentre Bobba è da sempre un esponente di
spicco del nostro mondo. Ora mi aspetto una riforma della legge istitutiva dell'impresa sociale, che è stata
annunciata tante volte. Mentre mi auguro che la cooperazione sociale, riconosciuta come un modello anche
all'estero, abbia finalmente un trattamento migliore. Serve una maggiore semplificazione, occorre recuperare i
crediti dalla Pubblica amministrazione. E soprattutto rafforzare l'efficienza gestionale e organizzativa». Anche
il professore Stefano Zamagni , nella veste di presidente del comitato scientifico dell'Osservatorio per la
famiglia, si aspetta grandi cose da questo Governo: «Le premesse per una vera svolta ci sono tutte, visto che
gli ultimi due precedenti Governi non hanno fatto nulla. Prima di tutto va chiarito in maniera forte e chiara il
ruolo produttivo dei soggetti del Terzo settore, che hanno a tutti gli effetti un compito di sviluppo economico e
occupazionale. E poi ci sono quattro priorità a cui Renzi e i vari esponenti che provengono da questo
comparto sono chiamati a rispondere entro l'estate. Intanto va fissata la data della III Conferenza nazionale
sulla famiglia: abbiamo 20 progetti specifici a sostegno dei nuclei familiari (dal fisco alla conciliazione lavorofamiglia). Poi occorre avviare una corsia preferenziale per stabilizzare il 5 per mille. E va attivato il servizio
sociale europeo. Infine è da correggere la legge 155/2006 per favorire l'impresa sociale». È fiducioso anche
Giuseppe Guerini , presidente di Federsolidarietà-Confcooperative e di Alleanza cooperative sociale. «Il
Terzo settore è ben rappresentato - sottolinea -. È un riconoscimento del ruolo avuto in questi 20 anni. Mi
auguro che questi nostri ex esponenti abbiano una proposta valida. Abbiamo bisogno di correggere la
crescita delle disuguaglianze. Servono modelli più solidali e di condivisione. A partire dal lavoro. Il Terzo
settore è uno dei pochi comparti ad aver creato occupazione in questi anni di crisi: è necessario un
riconoscimento normativo dell'attività cooperativistica e dell'impresa sociale. Servono maggiori risorse per il
servizio civile: può essere una leva per inserire i giovani nella vita sociale e lavorativa. E poi si punti a inserire
i lavoratori svantaggiati attraverso gli appalti pubblici, come previsto dalla normativa europea. Infine va
sostenuta la capacità di spesa delle famiglie che si prendono cura degli anziani e dei disabili pensando a
misure per la deducibilità e la detraibilità». Sulla stessa lunghezza d'onda Gian Paolo Gualaccini ,
coordinatore dell'Osservatorio sull'economia sociale presso il Cnel. «C'è stata una generale miopia della
politica negli anni precedenti - afferma Gualaccini -. Il Terzo settore rappresenta una ricchezza enorme. Ora
ci aspettiamo un'inversione di tendenza. Tra le priorità che il Governo Renzi deve affrontare: la
stabilizzazione del 5 per mille, la correzione della legge sull'impresa sociale e l'esenzione dall'Imu per tutte le
realtà del non profit».
Foto: Marco Morganti Stefano Zamagni
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Il Non profit: occasione da non perdere
02/03/2014
QN - Il Giorno - Lodi
Pag. 2
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«Tagli al personale? Sindacati d'accordo»
- LODI - Dottor Saviotti, nel piano industriale appena approvato sono previsti utili per il 2016 e per il 2018, ma
nel 2014 e nel 2015 cosa succederà? «Il 2014 sarà un anno pesante, non nel senso che non ci saranno utili
ma sarà caratterizzato da un costo del credito ancora robusto. Io non so chi di voi ha mai sentito parlare di
ripresa, ma io per ora questa ripresa non la vedo. Finora non siamo stati così rilassati e ci auguriamo che
effettivamente la ripresa ci possa essere. Noi comunque cominceremo a riprendere quota nel 2014,
cresceremo nel 2015 e nel 2016 saremo sui livelli che abbiamo scritto nel piano industriale (+609 milioni per il
2016, + 787 milioni per il 2018, ndr). Il dividendo nel 2014 non è previsto. Si comincerà a pagare nel 2015 e
poi si irrobustirà nel 2016». Alla presentazione del piano e dell'aumento di capitale qualcuno ha detto che il
Banco potrebbe diventare un polo aggregante di altri istituti, visto anche il movimento fra le popolari. Cosa ne
pensa? «È indubbio che l'aumento di capitale ci darà spalle molto più robuste. Prima di tutto dobbiamo
pensare a consolidarci e a guadagnare, ma non è escluso che, se in futuro ci saranno opportunità
interessanti, non ci tireremo indietro. Però non è il motivo dell'aumento di capitale. Per prima cosa abbiamo
dovuto adeguarci alle regole europee, secondo vogliamo andare sul territorio più aggressivo. Finora abbiamo
lavorato di precisione con colleghe e colleghi che sono forti e competenti, adesso vogliamo smetterla di fare i
conti col bilancino. Vogliamo essere più attivi sul territorio». Spieghi meglio in cosa consisteranno i tagli che
coinvolgeranno 750 persone? «Al momento restano in sospeso le uscite del 2015, che dovrebbero essere
330. Per quanto riguarda le altre, 400 entreranno in un fondo di solidarietà e 70 avranno incentivi all'esodo. I
costi dell'operazione sono addebitati nel bilancio 2013, tutto concordato con i sindacati». Nel piano industriale
si parla della possibilità di fare collaborazioni industriali con altri soggetti, di cosa si tratta? «Sono cose
sensibili, non credo sia il caso di parlarne, visto che al momento sono solo valutazioni. C'è comunque
un'iniziativa nel campo immobiliare che potrebbe andare a buon fine fra non molto tempo e vedrà il
conferimento di nostri immobili non strumentali a una società che sarà gestita con la collaborazione di un
manager esterno. Parliamo di immobili che sono a bilancio per 1,8 miliardi. Ma.Mi.
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INTERVISTA- BANCO POPOLARE - L'AMMINISTRATORE DELEGATO PARLA DI PIANO INDUSTRIALE
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Federico Fubini
Per certi aspetti, il dettaglio che ha colpito di più è stato quello che mancava: il premier non ne ha parlato. Nei
suoi discorsi di presentazione del programma di governo prima al Senato e poi alla Camera, il premier Matteo
Renzi non ha pronunciato la parola "privatizzazioni". Non ha fatto niente né per smentire, né per accreditare
un fattore di continuità con il suo predecessore Enrico Letta. E' il primo governo da molti anni a questa parte
che nel presentarsi non ne fa menzione. Sotto la guida dell'ormai ex ministro Fabrizio Saccomanni,
l'esecutivo caduto il mese scorso era arrivato ad abbozzare un piano di dismissioni di società pubbliche (o
semi-pubbliche) che, negli annunci, doveva valere fino a 12 miliardi. A dire la verità invece si muoveva
piuttosto, nel migliore dei casi, nella fascia fra gli otto e i dieci miliardi di euro di ricavi. Ma non importa: forte o
debole che fosse, un piano c'era. segue alle pagine 2 e 3 con un'intervista di Eugenio Occorsio segue dalla
prima Da Renzi invece su questo c'è stato un provvisorio silenzio, che però il ministero dell'Economia non ha
interpretato come un segnale di stop. Più che un'omissione, in Via XX Settembre quella del premier viene
considerata una "dimenticanza". E che sia sincera o solo diplomatica, una definizione del genere contiene un
segnale preciso: con Pier Carlo Padoan come ministro al posto che era stato di Saccomanni, la macchina del
Tesoro continua a girare in vista di collocamenti in Borsa e vendite sul mercato di un certo numero di attività.
Rivediamo il timing previsto. Si dovrebbe partire in primavera con il collocamento in Borsa e la cessione del
40% di Fincantieri. La società successiva nella lista delle privatizzazioni poi avrebbe dovuto essere la Sace,
la società di assicurazione all'export, ma su questo dossier già nella coda del governo Letta si erano aperte
controversie che lasciavano prevedere uno slittamento a dopo l'estate. Il primo problema, per la verità poco
discusso, è il fatto che in realtà Sace è già stata venduta dal Tesoro. Dal 2012 il nuovo azionista è la Cassa
Depositi e Prestiti, la quale conta sì ben sette esponenti dello stesso Tesoro in consiglio d'amministrazione e
ne è sì controllata all'80% (l'altro 20% è in mano alle Fondazioni). Ma resta il fatto che lo Stato, ai termini del
codice civile, ha già venduto Sace. La vendita di una quota della stessa azienda da parte di Cdp, quanto a
questo, non potrebbe contare come "privatizzazione" e lo Stato non dovrebbe poter incassare due volte un
ricavo dalla vendita dello stesso bene. Per aggirare questo scoglio, in termini contabili, il governo Letta aveva
pensato che la Cdp poteva corrispondere al Tesoro suo azionista un dividendo straordinario una volta che la
Cassa si fosse disfatta di una quota di Sace. Così il governo avrebbe il doppio incasso: prima dalla vendita a
Cdp e poi da quella da parte di Cdp a terzi. Ammesso che ciò sia formalmente corretto, un'operazione del
genere rischia di creare incentivi controversi. Il Tesoro sa che può moltiplicare le entrate della cessione di
un'attività, incassando più del valore dell'attività stessa, se la fa transitare da Cdp per poi farsi consegnare da
questa un extra-dividendo a seconda vendita avvenuta. Il rischio è evidente: potrebbe soffrirne il patrimonio
della Cassa depositi e, di conseguenza la sua capacità di sostenere l'economia. La (ri)vendita di Sace
presenta poi un ulteriore problema, perché la società è sotto pressione dal governo perché garantisca
sempre maggiori operazioni di imprese italiane. Anche oltre ciò che la sua forza patrimoniale suggerirebbe.
Per garantire queste operazioni nel modo migliore, Sace chiede che il governo stesso la garantisca
finanziariamente. Ma anche su questo non c'è ancora accordo, tra l'altro perché una garanzia pubblica a
Sace rischia di attrarre ancora una volta la censura di Bruxelles in quanto aiuto di Stato. Più probabile dunque
che il Tesoro cerchi di dare la precedenza ad altri dossier. Si lavora all'idea della quotazione di Poste, con
conseguente cessione di un 40% per un incasso stimato (forse con ottimismo) fra i 4 e i 4,8 miliardi, al quale
segue il progetto di vendere altre quote nel 2015. Ancora più concretamente, si continua a preparare la
vendita del 49% di Enav, l'ente del controllo aereo che il Tesoro di Saccomanni sperava garantisse proventi
per circa un miliardo. Concreto poi è anche il progetto di vendere una quota sotto il 50% di Cdp Reti, la
scatola societaria dentro la quale la Cassa Depositi e Prestiti ha raccolto Snam e il gestore Terna. Anche in
questo caso il Tesoro beneficerebbe dunque di una doppia entrata dalla cessione dello stesso bene, perché
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Privatizzazioni: avanti, sempre più piano
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ha già "privatizzato" le società di rete elettrica e del gas cedendole a Cdp. In questo caso però l'effetto è in
parte attenuato dal fatto che Cassa Depositi ha messo entrambe le aziende in una holding e formalmente
sarebbe quest'ultima ad andare sul mercato. In questo caso, chissà quanto seriamente, State Grid China
avrebbe già segnalato un proprio potenziale interesse. Tempi più lunghi invece per l'Eni. Il progetto prevede
che il gruppo dell'energia riacquisti azioni proprie in misura sufficiente a far salire la quota del Tesoro dal 30%
al 33%, perché poi lo Stato possa vendere un altro 3% senza in teoria perdere il controllo in assemblea. Ma
un'operazione così complessa non sembra fattibile entro fine anno. Quali che siano i dettagli e la solidità di
questa o quella cessione, restano però almeno due domande di fondo. La prima riguarda Matteo Renzi,
perché il neo-premier potrebbe voler cambiare o allungare la lista delle società pubbliche in vendita. Da
sindaco di Firenze ha già ceduto (alle Ferrovie dello Stato) un ramo d'azienda dell'Ataf, la società comunale
di trasporti pubblici. Nei suoi ultimi mesi a Palazzo Vecchio poi il neo-premier ha anche spianato la strada alla
quotazione a Piazza Affari della Mukki, la centrale del latte di Firenze. È dunque possibile che Palazzo Chigi,
per marcare la discontinuità con NEL DISCORSO PROGRAMMATICO DI RENZI NON C'È TRACCIA DI
QUESTO CHE SEMBRAVA UN PROGETTO BASILARE. LE OPERAZIONI DOVREBBERO DARE UN
GETTITO DI QUASI DIECI MILIARDI NEL 2014, MA SONO ANCORA MOLTI I PROBLEMI DA SUPERARE
1 2 Letta, ora inizi a spingere verso la dismissione di altre società di servizi locali in Italia. L'altro interrogativo
irrisolto del piano di privatizzazioni ereditato dal Tesoro è però anche più radicale, perché riguarda la sua
utilità. Perché vendere una tantum e in modo più o meno solido beni per 8 o 10 miliardi - meno dell'1% del Pil
- quando i vincoli europei chiedono riduzioni del debito di dimensioni almeno triple su ciascuno dei prossimi
vent'anni? Telos A&S, uno studio indipendente di relazioni istituzionali e consulenza, su questi aspetti
raccoglie da mesi lo sconcerto di diversi grandi investitori esteri. Fra loro, riferisce Marco Sonsini di Telos
A&S, è diffuso uno "scetticismo di fondo sulla reale efficacia del piano dismissioni" e sulla sua "razionalità
economica" per la riduzione del rapporto fra debito e Pil. L'esperienza dimostra che il debito potrà scendere
solo se l'Italia sarà in grado di intervenire sugli ingranaggi del sistema che ne frenano la crescita. «La più
grande preoccupazione degli investitori - spiega Sonsini - è che il debito divenga insostenibile non per la sua
dimensione in termini assoluti ma per la stagnazione dell'economia». Fare un po' di cassa in modo più o
meno convincente può far guadagnare qualche tempo. Ma se Renzi non lo userà per mettere il Paese su
tutt'altro sentiero di crescita, i grandi investitori globali non sono pronti a dargli più credito che ai suoi
predecessori.
LE OPERAZIONI SULLA PISTA DI DECOLLO ENAV Massimo Garbini , classe 1957, amministratore unico
dell' Enav , di cui è anche dal 2009 direttore generale CDP RETI Giovanni Gorno Tempini , amministratore
delegato della Cassa Depositi e Prestiti ENI Nella foto, Paolo Scaroni , classe 1946, amministratore delegato
dell' Eni dal primo giugno 2005
FINCANTIERI Giuseppe Bono , amministratore delegato del gruppo Fincantieri , creato in ambito Iri nel 1959
SACE Alessandro Castellano , amministratore delegato della Sace , gruppo assicurativo-finanziario di crediti
all'export
Foto: [ I PERSONAGGI ] Il neo-ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (1) e Fabrizio Pagani (2), il suo
capo della segreteria tecnica Il piano di riacquisto delle azioni Eni da parte del Tesoro è stato rinviato ad un
momento più conveniente
Foto: Nella foto, Massimo Sarmi , ad del gruppo Poste Italiane dal maggio 2002
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Poletti, un ministro da 140 miliardi così le coop vanno al governo
Giovanni Valentini
alle pagine 4 e 5 con un articolo di Giorgio Lonardi Roma Èun colosso a tre teste che fattura 140 miliardi di
euro all'anno e incide sul Pil per circa l'8%. Una holding virtuale che raggruppa 43mila imprese, con un
milione 200mila occupati e oltre 12 milioni di soci. Ed è proprio questa la "constituency" di quel variegato
movimento cooperativo che ora arriva al governo con la nomina di Giuliano Poletti, già presidente di Lega
Coop, a ministro del Lavoro. Annunciata ufficialmente nelle settimane scorse a Roma, dopo tre anni di
"fidanzamento", l'Alleanza tricolore delle Cooperative italiane è la sua ultima creatura: "L'obiettivo - come ha
spiegato lo stesso Poletti all'Assemblea nazionale - è quello di favorire il protagonismo sociale dei cittadini, in
modo da formare una comunità di persone impegnate a realizzare la partecipazione attiva e responsabile alla
vita collettiva e alla gestione dei beni comuni". C'è dunque un progetto condiviso di società alla base
dell'intesa sottoscritta da Lega Coop, Confcooperative e Agci (Associazione generale cooperative italiane):
quelle cioè che storicamente sono state considerate le cooperative rosse, bianche e verdi. "L'Alleanza secondo le parole di Poletti - è prima di tutto il contenitore di un pensiero nuovo, non semplicemente la
razionalizzazione della rappresentanza". E con un totale di oltre un milione di occupati alle spalle, il
neoministro può rivendicare a buon diritto il merito di aver sempre "creato lavoro" nel corso della propria
attività. Queste sono oggi le cooperative di consumo e di governo. Al primo punto del loro programma, c'è
"l'esigenza di promuovere opportunità di lavoro per i giovani, ma anche quella di far vincere in Italia l'idea di
una nuova società e di una nuova economia". Più che di crisi, Poletti preferisce parlare perciò di "crisalide",
cioè di una trasformazione come quella del bruco che diventa farfalla. "Il problema fondamentale che
abbiamo davanti - continua il ministro nel suo eloquio colorito e torrenziale - si chiama equità, giustizia
sociale. Io non credo che con le competenze, il know-how, la tecnologia, il sapere, la finanza, tutti gli
strumenti che abbiamo a disposizione, l'umanità non sia in grado oggi di produrre beni, servizi, condizioni di
vita migliori di quanto non ha fatto fino a ieri". E se questo però non accade? "Allora vuol dire che esiste un
problema: non di quantità, ma di come viene distribuita la ricchezza che si produce". Ma qui il leader delle
Coop avanza un'ipotesi che lui stesso considera "molto azzardata": "Penso che l'idea secondo cui l'equità,
nelle società avanzate come la nostra, si riproduce per via fiscale, è un'idea priva di qualsiasi fondamento.
Nel momento in cui la forbice tra i redditi più bassi e quelli più alti si allarga a dismisura, non c'è nessun fisco
in grado di gestire una distanza così grande. E si tratta di un fatto non solo eticamente riprovevole, ma anche
economicamente drammatico perché inceppa i meccanismi della domanda, della produzione, della
circolazione dei beni e delle merci". Quale può essere, dunque, la soluzione praticabile? Qual è la via
d'uscita? "Bisogna provare a immaginare che, all'interno del pluralismo delle forme di impresa, deve avere un
posto importante una forma di impresa che ha nelle sue regole fondanti l'equa distribuzione delle ricchezza
tra coloro i quali partecipano a produrla". Nelle Cooperative vige infatti la regola "una testa, un voto": "E se i
soci hanno tutti un voto ciascuno, è piuttosto improbabile che decidano di dare a se stessi 1 euro e a qualcun
altro 400 o 4.000 euro". Né Poletti né gli altri partners dell'Alleanza tricolore, il presidente dell'Agci Rosario
Altieri e quello di Confcooperative Maurizio Gardini, pensano evidentemente a una sorta di "Repubblica delle
Cooperative". Il campo d'intervento delle loro organizzazioni è quello del "terzo settore" fra Stato e mercato.
"La governance democratica dell'impresa cooperativa - ribadisce ancora il ministro - produce un effetto
economico, ridistribuisce in maniera più equilibrata la ricchezza; contribuisce, insomma, ad attutire il
problema dell'iniquità o della diseguaglianza generale". Proprio in questo "humus" è maturata l'esperienza
che ha portato Poletti alla guida del ministero del Lavoro, il più esposto ai contraccolpi della crisi economica e
sociale. Da qui, la necessità di una "piccola rivoluzione culturale" auspicata dal neo-ministro: "In questo
Paese, c'è in tanti l'idea che l'impresa è un guaio che va sopportato perché dà lavoro, ma se si potesse
sarebbe meglio non averlo perché l'impresa è il posto dove si sfrutta il lavoro. Qualche volta è vero, ma molte
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[ IL CASO ]
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volte non è così. L'impresa è una condizione, un'infrastruttura sociale indispensabile se vogliamo avere il
lavoro". Lui stesso perciò rilancia: "Dobbiamo cominciare a pensare che l'impresa è un bene della collettività
e che il 1° maggio sarebbe giusto celebrare la Festa del lavoro e dell'impresa". Quella a cui mira il movimento
cooperativo è, quindi, "un'economia sociale e solidale". E Poletti aggiunge anche "liberale, perché deve
essere nel mercato, deve essere capace di competere, deve essere efficiente, efficace e capace di
interpretare questa modernità". Il modello, insomma, è quello del "liberalismo comunitario" a cui s'ispirava
l'attività sociale di un imprenditore illuminato come Adriano Olivetti. Per valutare la consistenza e l'impatto
dell'Alleanza tricolore, di cui il nuovo ministro del Lavoro è stato l'artefice principale, si può ricordare che un
italiano su cinque e socio di una cooperativa e che uno su tre acquista nelle cooperative. I settori in cui
operano le imprese aderenti vanno da quello dell'abitazione, con 2.200 occupati e un fatturato di 1,8 miliardi
di euro, a quello agro-alimentare che realizza una produzione "made in Italy" di circa 35 miliardi. Poi vengono
le Banche di credito cooperativo (13,4% sul totale degli sportelli bancari e una raccolta diretta di 157 miliardi);
la distribuzione e il consumo al dettaglio (34% del mercato e un fatturato di 28 miliardi); i servizi e le utilities
(16mila imprese con 500mila addetti); e infine la cooperazione sociale con 355mila occupati che eroga servizi
socio-sanitari a 7 milioni di persone. All'interno delle cooperative, le donne sono la maggioranza degli
occupati (52,8%) e rappresentano il 25% della governance. Rilevante la presenza degli stranieri, con 290mila
lavoratori. Nel settore del consumo, Coop è il marchio leader con una quota di mercato del 18,5%, un
fatturato di oltre 13 miliardi, 1.470 strutture di vendita sul territorio nazionale e 56mila addetti. Ma è anche una
rete di imprese che appartiene a 7 milioni e 900mila soci. Nel comparto del dettaglio, le sigle più
rappresentative sono Conad, Sigma, Crai, Coal, con un totale di 8mila punti vendita, 70mila occupati, un giro
d'affari pari a 20 miliardi e una quota di mercato del 17,4%. Tra le sei maggiori imprese della grande
distribuzione, una recente indagine della rivista "Altroconsumo" ha attribuito a Coop il primato nella
graduatoria degli standard qualitativi, in ordine ai rapporti con i fornitori e alle politiche di prezzo. "L'impegno
etico - si legge nella motivazione - è autentico, trasparente e condiviso". Mentre la crisi economica scatena la
"guerra dei prezzi" sul mercato, provocando l'abbassamento della qualità dei prodotti e del loro assortimento,
l'insegna Coop - secondo "Atroconsumo" - "è l'unica che può dimostrare di attuare tutte le politiche etiche che
dichiara", garantendo che "i fornitori corrispondano il salario giusto ai dipendenti e termini di pagam e n t o e d
i p r o d u z i o n e ragionevoli". Ora che le cooperative sono arrivate nella "stanza dei bottoni", c'è da
augurarsi che i valori fondamentali di questo movimento - come l'equità, la solidarietà, il consumo etico possano trovare applicazione concreta nell'azione di governo. E non solo nel campo del lavoro, presidiato
adesso da Poletti, ma più in generale in tutto il sistema produttivo ed economico del Paese. 1
Foto: Giuliano Poletti
Foto: Nel grafico, la ripartizione dei ricavi della Alleanza delle Cooperative per settore economico:
l'agroalimentare è quello più corposo. Dal punto di vista geografico, il 76% del valore prodotto è localizzato
nelle regioni del nord
Foto: il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini (1) e quello dell'Agci Rosario Altieri (2) Qui sopra, il
neoministro del Lavoro Giuliano Poletti , già presidente di Lega Coop
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Pitruzzella "L'Antitrust è in campo"
Giovanni Pitruzzella *
Illustre Direttore, leggo sul numero di Affari e Finanza di lunedì 24 febbraio un articolo di Federico Fubini dal
titolo "L'Antitrust fantasma-cartelli e spot ingannevoli nessuno il persegue più" in cui sono contenute diverse
inesattezze e molte omissioni, come si può peraltro evincere già solo dalle informazioni presenti sul sito
dell'Autorità. Sono indispensabili alcune precisazioni. Per quanto attiene ai c.d "raid" presso le imprese di cui,
ad avviso dell'Autore, si sarebbe persa memoria, tra il 2012 e il 2013 sono state ispezionate 256 imprese
(ovvero più che nei due anni precedenti e quasi il doppio della media annuale di sempre) di cui 149 per
ragioni legate a possibili illeciti concorrenziali. Il minor numero di concentrazioni vagliate dall'Autorità nel
2013, invece, dipende non da una inerzia dell'Antitrust ma dalle modifiche legislative intervenute che, avendo
cambiato le soglie oltre le quali le imprese devono comunicare l'operazione, hanno ridotto di quasi il 90% il
numero delle operazioni notificate. In ogni caso, negli ultimi due anni la percentuale di istruttorie rispetto ai
casi notificati è stata la più elevata di sempre. segue a pagina 10 segue dalla prima In relazione alle
concentrazioni, ricordo che l'operazione Unipol-Fonsai è stata dapprima sospesa, poi autorizzata con il
vincolo di severe prescrizioni e, da ultimo, oggetto dell'avvio di una procedura di inottemperanza che
potrebbe concludersi con una sanzione. Già questi primi dati consentono di ritenere quantomeno affrettata
l'affermazione, contenuta nell'articolo, secondo cui l'Antitrust sarebbe "una polizia stradale che si tiene alla
larga dalle principali arterie del traffico". È sufficiente rivolgere uno sguardo alle istruttorie concluse (tutte
però, non solo alcune) e a quelle in corso, per avere la percezione del raggio di azione dell'attività svolta. A
titolo esemplificativo, ricordo nel settore delle telecomunicazioni, la sanzione di 104 milioni erogata nel 2013 a
Telecom Italia per abuso di posizione dominante e i due procedimenti in corso relativi a possibili cartelli.
Analoghe istruttorie per intesa sono in corso nel settore delle assicurazioni, una relativa al comportamento
delle compagnie assicuratrici in relazione al divieto di plurimandato, la seconda relativa a un possibile cartello
nell'Rc auto del trasporto pubblico locale. Nel settore postale l'Antitrust ha imposto a Poste Italiane di pagare
l'Iva su servizi aperti alla concorrenza, eliminando un ingiustificato privilegio che falsava la competizione e
arrecava danno all'erario. Anche l'importanza del turismo nel nostro paese non è sottovalutata dall'Antitrust,
che ha condannato per intesa le imprese operanti nel trasporto marittimo in Sardegna, ha in corso due
istruttorie e ha chiuso diversi procedimenti per pratiche commerciali scorrette (dal settore aereo alle agenzie
di viaggi online). Ovviamente, doveroso è il riserbo su ulteriori denunce nel settore del turismo. Ancor più
stupore desta il riferimento al farmaceutico, che ha visto l'Antitrust italiana in prima fila in Europa nel
fronteggiare condotte anticoncorrenziali delle grandi imprese: la rete delle autorità europee sta attendendo
con interesse la chiusura delle tre istruttorie in corso e il Consiglio di Stato ha da poco confermato la sanzione
di 10,6 milioni comminata nel 2012 alla Pfizer per abuso di posizione dominante a danno della possibilità per
gli utenti e per il Ssn di utilizzare i più economici farmaci generici. L'elenco potrebbe proseguire, facendo
riferimento ai casi in corso o già chiusi nel settore della grande distribuzione, in quello ferroviario, dell'energia
e dei servizi pubblici locali. Il settore dei servizi pubblici locali e delle società pubbliche è stato il principali
ambito di applicazione, contrariamente a quanto si sostiene nell'articolo, del nuovo potere di impugnazione
degli atti amministrativi lesivi della concorrenza, da esercitare previo parere motivato che il più delle volte ha
condotto le Amministrazioni a fare retromarcia e a modificare i propri atti nel senso (pro-concorrenziale)
indicato dall'Antitrust. Quanto alla scarsa diffusione dei "pentiti" (i programmi di clemenza) negli ultimi anni,
l'Autorità ha scelto di privilegiare lo strumento sanzionatorio proprio per dare un segnale di deterrenza al
mercato e, di conseguenza, indurre una maggiore adesione delle imprese al programma di clemenza. Così,
negli ultimi due anni, l'Autorità ha chiuso le istruttorie per intesa o abuso con l'irrogazione di una sanzione
molto più frequentemente che in passato (62% contro il 36% della media). Altrettanta attenzione è stata
dedicata dall'Autorità alla tutela del consumatore, ambito nel quale il minor numero di procedimenti è derivato
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[ LA LETTERA ]
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esclusivamente dalla limitazione a intervenire nei settori regolati, conseguente a un orientamento della
giurisprudenza e a previsioni legislative che hanno precluso l'azione dell'Antitrust, che è invece proseguita
senza titubanze in tutti i settori non regolati, con risultati apprezzati in Europa (dal caso Apple alle sanzioni
alle compagnie low-cost, alla lotta alla contraffazione internazionale, portata avanti con strumenti innovativi
ed oggetto di riconoscimenti internazionali). Non è un caso che il legislatore sia di recente intervenuto per
restituire all'Autorità la competenza piena sulle pratiche commerciali scorrette, anche nei settori regolati, con
una norma di imminente entrata in vigore. Infine, tengo a precisare che la mia retribuzione, come facilmente
desumibile dal sito della Autorità, non gode di alcuna deroga rispetto al limite di 301mila euro fissato per tutti
gli incarichi di vertice e non è, quindi di 450mila euro. L'unico scopo di queste considerazioni è quello di offrire
ai lettori dati corretti e completi sull'attività dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato; spetterà poi
ai cittadini valutare la bontà dell'azione svolta, con l'intima convinzione dell'utilità di ogni critica che, se
costruttiva e fondata su dati effettivi, non potrà che fungere da stimolo all'ulteriore miglioramento dei risultati
raggiunti. * Presidente dell'Autorità Antitrust
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Consumi, trend e stili di vita l'Osservatorio Conad-Nielsen per le famiglie
Paola Jadeluca
Consumi, trend e stili di vita l'Osservatorio Conad-Nielsen per le famiglie/ a pagina 23 Roma Appena partito il
programma Masterchef si era registrata un'impennata di vendite di farine, uova e tutti gli ingredienti per
preparare gustosi piatti fai-date . Nel momento più buio della crisi, invece, era emerso un dato che all'inizio
aveva portato a interpretazioni errate: crescevano i consumi degli over 65. «Se ci fossimo attenuti al dato in
senso stretto avremmo dovuto dare il via a una campagna di focalizzazione sui prodotti per anziani - racconta
Francesco Pugliese, direttore generale Conad - invece attraverso un'analisi dettagliata del basket d'acquisto
è emerso che dentro c'erano i prodotti per i figli, a partire dai pannolini per i nipotini»: scontrino dopo
scontrino, prima ancora che negli istituti di ricerca è alla cassa del negozio e del supermercato che è stato
intercettato al suo nascere il fenomeno del welfare generazionale . La mamma e il nonno che fanno la spesa
per figli e nipoti. E' solo un esempio delle mille realtà che possono emergere analizzando i comportamenti
d'acquisto quotidiani delle persone. Una lettura sul campo capace di intercettare in anteprima i più piccoli
spostamenti di trend e di opinione degli italiani, prima ancora di interviste a campione o survey accademiche.
Ecco, è nato cosi - dall'idea di mettere a frutto anche all'esterno questo flusso di informazioni Osserva Italia
(www.osservaitalia.it) il sito realizzato da Repubblica Affari & Finanza, all'interno della sezione Economia del
portale di Repubblica.it, in collaborazione con Conad e Nielsen. Una piattaforma comune che mette insieme
tre punti di vista diversi. Partiamo dal primo, quello di Conad, appunto: ogni settimana 7,2 milioni di famiglie
entrano in uno dei 3.037 punti vendita Conad: la più grande cooperativa di imprenditori associati, con oltre
3mila soci in tutta Italia e con un fatturato che, nonostante la crisi, cresce anche nel 2013 del 5% pari a 11,5
miliardi di euro (+92% negli ultimi dieci anni). Come gli uffici postali, il network Conad ha una distribuzione
capillare sul territorio, dal nord al sud. Antenne lunghe che arrivano nelle aree metropolitane come nei centri
minori. Abbiamo poi Nielsen, la più famosa multinazionale delle analisi di mercato, presente in oltre 100
Paesi, un'azienda globale specializzata nella misurazione dei comportamenti dei consumatori, anche sulla tv,
sull'online e sugli altri media. Il gruppo, guidato per l'Italia da Giovanni Fantasia, misura e analizza cosa, dove
e con quale frequenza acquista nei punti di vendita, i motivi delle sue scelte, la fruizione e il consumo dei
media, con approfondimenti sui diversi schermi utilizzati (televisione, pc, smartphone, tablet). «Gli stimoli
ricevuti nel corso degli ultimi anni sono stati ricchi e numerosi per effetto di cambiamenti determinati non solo
dall'attuale situazione economica ma anche da innovazioni e tendenze di lungo periodo», racconta Giovanni
Fantasia. Nielsen fornirà a sua volta oltre alla rilevazione settimanale, una mensile e una trimestrale che
registrano le variazioni raggruppate in sei diversi panieri che rappresentano le principali categorie
merceologiche di acquisto. A gennaio 2014 rispetto all'anno prima, per esempio, ben quattro panieri
presentano incrementi: "benessere e salute", a testimonianza del crescente interesse per la qualità
dell'alimentazione; rialzi consistenti fanno registrare anche "consumer trendy" e "chef a casa". Infine l'apporto
giornalistico che fa da comune denominatore, metabolizzando e raccontando numeri e trend nell'ambito di
scenari d riferimento, con interviste e commenti che spiegano e approfondiscono le novità di volta in volta
emergenti. Un osservatorio quotidiano sull'andamento dei consumi degli italiani, sulle loro scelte, sugli stili di
vita e sulle aspettative per il futuro. Una piattaforma multimediale che viaggia online con il sito dedicato; sulla
carta con i focus mensili di Affari&Finanza pubblicati l'ultimo lunedì di ogni mese; sul territorio con convegni
che coinvolgeranno i protagonisti della vita economica nazionale. Osserva Italia online propone tre
appuntamenti fissi che fotografano, grazie alle elaborazioni fornite da Nielsen, con stile e numeri esclusivi il
reale andamento dei consumi e dell'economia italiana. Ogni settimana il trend dei fatturati della Gdo in Italia,
diviso per le cinque aree Nielsen. Ogni mese l'andamento di sei panieri esclusivi elaborati da Nielsen per
misurare l'effettivo trend del costo della vita. Un indice reale dei consumi e delle spese degli italiani,
monitorato giorno per giorno, Ogni trimestre l'indice di fiducia degli italiani con un'analisi dettagliata non solo
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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economia italiana
03/03/2014
La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014
Pag. 1
(diffusione:581000)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
dei consumi, ma anche degli stili di vita e delle aspettative della famiglie. Osserva Italia svilupperà poi, ogni
giorno, storie e racconti, fatti e numeri, inchieste e interviste sull'economia reale con l'obiettivo di diventare
contemporaneamente un contenitore e un "media" innovativo per raccontare e capire l'economia del Paese. 1
2
Foto: Nei grafici, i risultati della prima rilevazione condotta da Osserva Italia , il portale Web realizzato da
Affari & Finanza con la collaborazione di Conad e della Nielsen e che è online all'indirizzo www.repubblica.i
t/economia/rapp orti/osservaitalia/ Qui sopra, il direttore generale della Conad Francesco Pugliese (1) e
l'amministratore delegato di Nielsen Italia Giovanni Fantasia (2)
03/03/2014
Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014
Pag. 1
Euro troppo forte: un pericolo da non ignorare
Danilo TAINO
Sembra che stiamo assistendo alla fine - forse prematura ma prevedibile - del G20. Nel 2009, quando il
vertice delle economie più rilevanti del mondo si riunì a Londra nel pieno della crisi finanziaria, l'emergenza e
la paura di una catastrofe globale concentrarono le menti: furono prese misure di salvataggio coordinate.
Oggi, a crisi superata almeno in qualche regione, ognuno va per i fatti suoi, come si è visto al G20 australiano
di dieci giorni fa. Comprensibile. Senonché nel mondo ci sono Paesi con responsabilità diverse. Il
governatore della banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ha di recente denunciato l'assenza di
coordinamento internazionale di fronte alla manovra, pienamente in atto, di riduzione dell'immissione di
liquidità nel sistema operata dalla Federal Reserve americana. Operazione che ha provocato un'uscita di
capitali da una serie di economie emergenti e conseguenti tensioni. Ora: se queste economie, quella indiana
in testa, fossero state gestite meglio dai loro governi le conseguenze sarebbero minime. Però è indiscutibile il
fatto che, ogni volta che la Fed cambia politica - anche a causa di errori domestici -, sui mercati mondiali si
creino onde alte. La nuova presidente della banca centrale americana, Janet Yellen, ha garantito al
Congresso di Washington che il suo solo riferimento è l'economia Usa, e dal punto di vista della legittimità
democratica è giusto che sia così. Ciò non toglie che forme di coordinamento nel G20 possano essere utili
anche quando non si ha la pistola della crisi puntata alla tempia. Ad esempio per evitare battaglie valutarie.
Per dire qualcosa che ci riguarda: nonostante l'aumento dei tassi d'interesse in America, il dollaro resta
debole rispetto all'euro; e il recente improvviso deprezzamento del renminbi cinese pone altri problemi di
competitività all'economia dell'Eurozona, anche alle esportazioni italiane fuori dal continente. Problema molto
serio, la forza dell'euro, nella stagnante Europa. Non contiamo però sul G20.
@danilotaino
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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IL PUNTO
03/03/2014
Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014
Pag. 1
ROBERTO E. BAGNOLI E DOMENICO COMEGNA
La crescita zero dell'economia danneggia i futuri pensionati perché nel sistema contributivo la rivalutazione
del montante (il gruzzolo che diventa poi l'assegno) è legata all'aumento del Pil. Ecco i calcoli per capire che
cosa succede e una simulazione per conteggiare quanto bisognerebbe investire in previdenza integrativa per
parare i colpi Alle pagine 18 e 19
La brusca frenata dell'Azienda Italia blocca la crescita dei contributi dai quali otterremo le nostre pensioni. La
rendita non riesce a star dietro all'inflazione, con una perdita secca in termini di potere d'acquisto. E la
coperta rischia di essere sempre più corta. Il collegamento tra rivalutazione dei contributi accantonati e la
crescita del Pil - che ultimamente invece di salire scende o al massimo resta fermo - è uno dei meccanismi
meno evidenti della macchina previdenziale. Eppure va tenuto d'occhio e pesato con attenzione. Vediamo
perché.
Esempio
Prendiamo un dipendente trentenne che andrà in pensione a 67 anni e un mese. Il rapporto fra la sua
pensione e la sua ultima retribuzione può arrivare al 71% se il Pil cresce del 2% in termini reali, cioè al netto
dell'inflazione: un'ipotesi che, con l'andamento dell'economia negli ultimi anni, appare poco probabile. Se il Pil
non aumenta (come succede ora) la copertura si riduce al 49%, precipitando del 22%. Anche per un
autonomo il divario è pesante: dal 50% se l'economia tira si scende al 35% se, invece, è in recessione.
Ed è quello che avvenuto negli ultimi anni nel nostro paese, come conferma il dato recentemente pubblicato
dall'Istat sul Pil nel 2013. Malgrado un primo segnale di ripresa nell'ultimo trimestre (+0,1% rispetto a quello
precedente), anche l'anno scorso il Prodotto interno lordo è diminuito, con il -1,9%, che segue il -2,5% del
2012. A partire dal 2000 ci sono stati quattro anni di recessione: 2008, 2009, 2012 e, appunto, 2013.
Che cosa vuol dire per le pensioni? Progetica, società di consulenza in educazione e pianificazione
finanziaria, ha provato a fare qualche simulazione. «Insieme all'andamento della speranza di vita e alla
dinamica di carriera, nel sistema contributivo la crescita economica rappresenta una delle tre variabili che
incidono sul montante e quindi sulla pensione», spiega Andrea Carbone, partner di Progetica. «E il
contributivo interessa ormai la stragrande maggioranza dei lavoratori: riguarda in modo integrale o parziale
tutti gli iscritti all'Inps, e buona parte di quelli che fanno capo alle altre casse previdenziali». La riforma Dini
del 1995 ha stabilito che il montante contributivo (il gruzzolo finale che viene poi convertito nell'assegno
pensionistico) viene rivalutato in base alla media del Pil nei cinque anni precedenti. «Questo meccanismo
attenua i picchi annuali, ma di fronte al -5,5% del 2009 non c'è media quinquennale che tenga - sottolinea
Carbone -. Dunque a partire dalla media del 2010, che si basa sul quinquennio 2005-2009, i contributi
vengono rivalutati meno dell'inflazione».
Le simulazioni mostrano cosa succederà se, da oggi al momento del pensionamento, il Pil dovesse
continuare ad essere quello di un Italia in crisi. Oppure se si convertirà in uno scenario di crescita moderata e
sostenuta, con tassi rispettivamente dello 0, 1% e 2% in termini reali (cioè al netto dell'inflazione). Le
conseguenze sul tasso di copertura - il rapporto tra pensione e ultimo reddito - saranno tanto più ampie man
mano che diminuisce l'età e ci si allontana dal pensionamento. Così, per esempio, per un dipendente
quarantenne si andrà dal 49% al 57% e al 66%: per un cinquantenne dal 65% del primo caso, al 70% del
secondo e al 76% del terzo.
Negli esempi l'età di pensionamento dei 30enni e 40enni è inferiore a quella dei 50enni perché, a differenza
di questi ultimi, i primi ricadono integralmente nel contributivo. E in questo sistema si può accedere alla
pensione con 63 anni (incrementati secondo la speranza di vita), invece dei normali 66 richiesti per il
trattamento di vecchiaia. Ma solo se l'assegno pensionistico è superiore a 2,8 volte l'assegno sociale (5.819
euro nel 2014): nelle simulazioni s'ipotizza che entrambi i profili superino questa soglia.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Previdenza Pensioni più basse Ecco i conti di quanto perdiamo
03/03/2014
Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014
Pag. 1
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Effetti pesanti
Le simulazioni di Progetica mostrano anche il potenziale impatto sull'assegno pensionistico provato dalla
grave recessione del biennio 2008-2009 (-6,7%) e 2012-2013 (-4,4%). E il conto è decisamente pesante: per
un dipendente 50enne con un reddito mensile netto di 2mila euro, il taglio rispetto all'assegno che si avrebbe
con un'economia che tira è di quasi cento euro al mese. Una differenza che, rapportata all'aspettativa media
di vita al pensionamento, determina una riduzione complessiva di quasi 24.900 euro. «Le simulazioni hanno
sostituito quei quattro anni di recessione con un Pil positivo del 2%, e lo stesso valore è stato utilizzato per
stimare la crescita media futura - spiega Carbone -. Più tempo si ha per recuperare, come nel caso dei
giovani, minore sarà il calo potenziale del vitalizio».
www.iomiassicuro.it
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Fonte: Swg GLI ITALIANI E LA PREVIDENZA Dopo le riforme del sistema previdenziale, per garantirsi una
pensione adeguata, lei pensa che le persone dovranno ricorrere a forme di previdenza integrativa: S.
Avaltroni ? 12% Senza troppa fretta 41% Prima possibile 3% Non sarà necessario 44% Con una certa
urgenza Ipotesi demografiche: scenario Istat previsionale medio. Ipotesi lavorative: crescita reale annua
retribuzione 1,5% Altre ipotesi: Date di nascita e di inizio contribuzione: 1° giugno età di inizio contribuzione:
25 anni . Continuità lavorativa dai 25 anni fino al momento del pensionamento. Reddito prima del
pensionamento: 2.000€ netti mensili. Tutti i valori sono espressi a parità di potere di acquisto (reali) e al netto
della fiscalità. Assegno pensionistico > 2.8 volte l'assegno sociale (requisito pensione anticipata). Speranza di
vita: media M-F tavole IPS55 Fonte: e laborazioni Progetica, società indipendente di consulenza in
educazione e pianificazione finanziaria Ipotesi demografiche: scenario Istat previsionale medio. Ipotesi
lavorative: crescita reale annua retribuzione 1,5% Altre ipotesi: date di nascita e di inizio contribuzione: 1°
giugno. Età di inizio contribuzione: 25 anni. Continuità lavorativa dai 25 anni fino al momento del
pensionamento. Reddito prima del pensionamento: 2.000€ netti annui. Tutti i valori sono espressi a parità di
potere di acquisto (reali) e al netto della fiscalità. Assegno pensionistico > 2.8 volte l'assegno sociale
(requisito pensione anticipata) La sforbiciata Di quanto si è ridotta la pensione mensile a causa delle
recessioni 2008-2009-2012-2013 rispetto a una crescita del Pil del 2%. E a quanto ammonta la perdita totale
ipotizzando la durata della vita media. Dati in euro ...e l'impatto sulle pensioni L'andamento della media
quinquennale del Pil dal 2000 che viene usata nel metodo contributivo. Nota: l'Inps usa la media nominale; i
dati si riferiscono a quella reale, al netto dell'inflazione Cercasi sviluppo Come cambia il tasso di copertura,
cioè il rapporto tra pensione e ultimo stipendio a seconda del tasso di crescita del Pil. Con una crescita al 2%
il tasso di copertura può aumentare anche del 22%0,1%Il Pil nell'ultimo trimestre del 2013: un segnale di
arresto della caduta?
03/03/2014
Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014
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Lezioni americane: le micro-imprese tech possono diventare un motore
della crescita
Eppur si muove. La difficoltà delle Pmi a finanziarsi è ormai un fatto conclamato. E non a caso una delle
prime promesse del nuovo governo riguarda proprio il modo di affrontare questo tema.
La ritrosia delle banche pressate da Basilea III, e da sofferenze di livello drammatico, hanno reso la
situazione davvero preoccupante, talvolta insostenibile. In tutto ciò si è creato negli anni un vero e proprio
dualismo nel sistema economico che si traduce in un trattamento differenziato tra le imprese che si sono
ristrutturate, che hanno investito in ricerca e che si sono aperte ai mercati internazionali, rispetto a quelle
focalizzate sul mercato domestico che si trovano spesso in grande difficoltà.
Rafforzare la patrimonializzazione delle imprese, sottocapitalizzate rispetto ai concorrenti europei, è sempre
più una priorità.
Da questo punto di vista - purtroppo solo per le aziende più dinamiche - si stanno però aprendo nuove
prospettive. Il successo che sta riscuotendo Aim Italia arriva dopo una lunga serie di fallimenti nel tentativo di
creare un mercato specializzato per le Pmi, quindi va considerato con prudenza.
Sino ad ora banche non sufficientemente attente a promuovere il ricorso all'equity, l'assenza di investitori
dedicati ed eccessi di costi e formalismi ne avevano impedito il decollo. Il confronto con il mercato
specializzato di Londra è tuttora impietoso.
Ma la situazione sta cambiando rapidamente. Pmi dinamiche mettono in fila investitori internazionali e cresce
una nuova realtà di operatori specializzati. Aim Italia - il mercato delle small cap - presenta attualmente
trentanove società quotate, di cui quindici collocate nel 2013 e già tre nel 2014. La capitalizzazione
complessiva a fine febbraio supera quota 1,3 miliardi, i capitali raccolti complessivamente con le offerte
pubbliche sono di 336 milioni di euro (168 nel 2013, con l'indice Ftse Aim Italia che ha segnato un +14.6%, a
cui si deve aggiungere un altro 4,8% da inizio 2014).
L'ultima arrivata a febbraio - Expert System società tecnologica di Modena, che vende prodotti per la
sicurezza anche sul mercato Usa - ha esordito con un +13%, con ampia partecipazioni di investitori.
Guardiamo un attimo agli Stati Uniti. Se consideriamo Apple, Google, Facebook, Amazon, EBay, Yahoo,
LinkedIn e Twitter (in rigoroso ordine di valore di mercato) la capitalizzazione di queste otto società nel 2003
era di poco superiore a 20 miliardi di dollari. Ora il loro valore sfiora i 1.400 miliardi di dollari. Se si pensa che
il contributo al Pil di tutte queste aziende messe insieme si può stimare in circa 150 miliardi di dollari, si
comprende quanto rilevante sia stato l'effetto ricchezza creato per i cittadini di quel Paese dall'essere
diventate «public». Quasi dieci volte il Pil generato direttamente.
Il paragone può sembrare persino ridicolo se trasferito dalle nostre parti, ma quel miliardo e trecento milioni di
ricchezza creata e diffusa grazie al mercato azionario può essere l'embrione, il tassello fondamentale di una
nuova crescita. Occorre coltivare questo germoglio, senza sovraccaricarlo di aspettative (e di burocrazia),
sapendo che questa strada è irrinunciabile se vogliamo rafforzare la parte più dinamica del tessuto
imprenditoriale italiano. E tornare finalmente a crescere sul serio.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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L'analisi
01/03/2014
Milano Finanza - N.043 - 1 marzo 2014
Pag. 8
(diffusione:100933, tiratura:169909)
Eurotower d'avorio
Marcello Bussi
In Europa «avremmo bisogno di più inflazione». Parola di Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma.
Non sembra pensarla allo stesso modo il presidente della Bce, Mario Draghi, che giovedì 27 febbraio a un
convegno organizzato a Francoforte dalla Bundesbank, ha ribadito che «chiaramente non siamo in
deflazione» e «non ci sono indicazioni di consumatori che rinviano le spese, cosa che osserveremmo in un
contesto deflazionistico». Quanto all'inflazione, che resta ben al di sotto dell'obiettivo della Bce, cioè una
variazione dell'indice dei prezzi al consumo prossima al 2%, Draghi non ha dato segni di particolare
preoccupazione. E così gli economisti hanno cominciatoa pensare che giovedì 6 marzo la Bce rimarrà ancora
una volta con le mani in mano, senza prendere nuovi provvedimenti. Il sentiment sui mercati è tale che
venerdì 28 è bastato che il tasso di inflazione in Eurolandia a febbraio fosse leggermente più alto delle attese
(+0,8% invece dello 0,7%), ma fermo ai livelli di gennaio, per provocare un breve ribasso delle borse. Mentre
gli economisti di Intesa Sanpaolo ritengono che un taglio dei tassi d'interesse alla riunione del 6 marzo «sia
una decisione appesa a un filo», secondo Janet Herny, economista di Hsbc, la Bce rimarrà ferma, ma sarà
costretta a introdu rre «ulteriori misure di aumento della liquidità nei prossimi mesi, per rispondere ai rischi al
ribasso dei prezzi». Di queste possibili misure si parla da tempo,e vanno da un taglio dei tassi d'interesse di
15 punti base allo 0,10% alla mancata sterilizzazione degli acquisti di titoli di Stato, dal tasso negativo sui
depositi per impedire alle banche di parcheggiare liquidità in Bce, al lancio di una nuova operazione di
rifinanziamento a lungo termine delle banche (Ltro). Davvero non si capisce cosa induca Draghi ad aspettare,
se non la linea durissima della Bundesbank. Nel frattempo la situazione continua a peggiorare, soprattutto in
Italia. Venerdì 28 Eurostat si è limitato a dare il dato sull'inflazione in Eurolandia, senza entrare nei dettagli
dei vari Paesi membri. Ma l'Istat ha diffuso quello dell'Italia, dove l'indice dei prezzi al consumo a febbraio è
sceso al +0,5% su base annua dal +0,7% di gennaio, al nuovo minimo dal 2009, mentre rispetto al mese
precedente ha segnato un -0,1% (l'indice armonizzato Ue è sceso addirittura dello 0,3%). La Bce sembra
dimenticare che livelli così bassi d'inflazione rendono ancora più pesante il fardello del debito pubblico. E non
spingono certo le imprese a fare nuovi investimenti. Il tutto mentre la situazione del mercato del lavoro resta
drammatica. Sempre venerdì 28 l'Istat ha diffuso il dato sulla disoccupazione in Italia, salita a gennaio al
12,9%, il nuovo massimo storico. Paolo Mameli, economista del Servizio Studi di Intesa Sanpaolo, ha
sottolineato che gli occupati sono scesi di appena8 mila unità, ma l'aumento consistente della forza-lavoro
(+52 mila) ha fatto sì che il numero dei disoccupati crescesse in misura significativa (di 60 mila unità). «Il
miglioramento congiunturale», ha spiegato De Nardis di Nomisma, «attenua gli effetti di scoraggiamento e
favorisce il ritorno di più persone, in particolare nelle famiglie in difficoltà, alla ricerca attiva di un posto di
lavoro. Ma se la ripresa viaggia su ritmi troppo modesti il risultato di questi movimenti non può che essere un
aumento del tasso di disoccupazione». E altri segnali negativi vengono dal fatto che il tasso di occupazione
(rapporto tra occupati e popolazione) è rimasto fermo al 55,3%, che rappresenta un minimo della serie
storica, e soprattutto che il tasso di disoccupazione giovanile (nella fascia di età 15-24 anni) ha toccato un
nuovo massimo storico a 42,4% (in Eurolandia solo in Grecia e Spagna si registra una disoccupazione più
elevata tra i giovani). In totale, i senza lavoro in Italia sono quasi 3,3 milioni. Dopo aver visto questi dati, il
presidente del Consiglio Matteo Renzi ha subito twittato: «La disoccupazione è al 12,9%. Cifra allucinante, la
più alta da 35 anni. Ecco perché il primo provvedimento sarà il JobsAct». Che si muova, perché dalla Bce
sembra non siano disposti a dare alcuna mano. (riproduzione riservata) Quotazioni, altre news e analisi su
www.milanofinanza.it/bce INFLAZIONE AREA EURO INFLAZIONE ITALIA 31 gen '13 28 feb '14 31 gen '13
28 feb '14 INFLAZIONE GERMANIA 31 gen '13 28 feb '14 INFLAZIONE FRANCIA INFLAZIONE SPAGNA 31
gen '13 31 gen '14 31 gen '13 28 feb '14 GRAFICA MF-MILANO FINANZA
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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# ! EUROCRISI
01/03/2014
Milano Finanza - N.043 - 1 marzo 2014
Pag. 8
(diffusione:100933, tiratura:169909)
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Foto: Mario Draghi
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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01/03/2014
Milano Finanza - N.043 - 1 marzo 2014
Pag. 11
(diffusione:100933, tiratura:169909)
PierEmilio Gadda
Ultima chiamata per i capitali detenuti illegalmente all'estero. Secondo gli esperti di consulenza fiscale e
legale, la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) disciplinata dal decreto n. 4 del 28
gennaio, in fase di conversione, potrebbe essere l'occasione definitiva per fare la pace con il fisco. Prima che
sia troppo tardi. «In un mutato contesto internazionale e alla luce della sempre maggiore diffusione dello
scambio di informazioni tra Stati promosse in sede Ocse, le strategie di occultamento di capitale e redditi oltre
frontiera hanno le ore contate», avverte Gabriele Labombarda, partner di Bernoni Grant Thornton, intervenuto
a un convegno organizzato a Milano dalla società di consulenza in collaborazione con Schroders Wealth
Management. Va detto che il costo della voluntary disclosure è molto più elevato rispetto al precedente scudo
fiscale: le imposte dovute devono essere pagate per intero, non c'è anonimato, è previsto solo uno sconto
sulle sanzioni amministrative per omessa o errata compilazione del quadro RW, ridotte alla metà del minimo
se il contribuente decide di rimpatriare capitali o mantenerli in Paesi «white list» (altrimenti il bonus è il 25%
del minimo di legge), con una copertura solo parziale rispetto ad alcuni reati penali. Senza dimenticare gli
oneri legati alla ricostruzione analitica dei redditi che servirono a costituire i capitali detenuti all'estero, con
relativa documentazione. «Ma il confronto va fatto con i rischi di accertamento», sempre più difficili da eludere
in vista dello scambio automatico dei dati e dell'accordo bilaterale con la Svizzera in fase di gestazione,
chiarisce Labombarda. Ci sono situazioni in cui l'adesione alla procedura di autodenuncia è sostanzialmente
ovvia. Il caso tipico è quello di un erede che intenda regolarizzare un lascito prodotto da redditi evasi in
passato. Qui le sanzioni riguardano la sola omessa compilazione del quadro RW e, anche se si tratta di un
Paese in black list, per esempio la Svizzera, e il periodo accertabile è di 10 anni, dal 2003 al 2012, il costo
massimo sarà del 10% circa rispetto al capitale detenuto all'inizio della finestra temporale. «In caso di
mancata adesione alla voluntary disclosure e di successivo accertamento da parte dell'amministrazione
finanziaria il rischio è di pagare fino a un massimo del 99% del capitale iniziale». Ci sono ipotesi molto più
onerose, come quella di capitali costituiti da imprenditori a seguito di evasione fiscale in periodi ancora
accertabili, circostanza che richiederebbe il versamento di aliquote Irpef, addizionali Iva e interessi, più le
sanzioni. A influenzare i costi della procedura sarà soprattutto il periodo in cui sono state costituite le attività
all'estero, oltre che il luogo di detenzione dei capitali, l'entità degli stessi (soglie di rilevanza penale) e la
tipologia degli attivi. In tema di rilievi penali, infine, Labombarda precisa: «L'adesione alla procedura mette al
riparo dai reati di omessa e infedele dichiarazione ma costituisce solo un'attenuante per i reati di
dichiarazione fraudolenta e utilizzo di fatture false». Nessun salvacondotto è contemplato per altri eventuali
reati di natura tributaria o connessi all'evasione. (riproduzione riservata)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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Ultima chiamata per i capitali all'estero
02/03/2014
Il Fatto Quotidiano
Pag. 7
(tiratura:100000)
ALLO SVILUPPO DIETRO LA DEBUTTANTE FEDERICA C'È L'ETERNO PIERO GNUDI
di Stefano Feltri e Valeria Pacelli
Allo Sviluppo economico c'è un ministro ombra, Piero Gnu-di, l'ex presidente Enel, negli anni di gloria era
noto come il "Cuccia di Bologna". È stata la prima nomina del ministro Federica Guidi: consigliere economico
a titolo gratuito, una figura di cui i suoi due precedessori Corrado Passera e Pier Luigi Bersani non avevano
sentito il bisogno. Ma per la Guidi, Gnudi è molto più di un consulente, è un mentore: 76 anni, amico da
sempre di Guidalberto Guidi, il papà del ministro. Il commercialista di Bologna e l'industriale di Modena hanno
fatto carriera insieme, negli anni Novanta sono stati commissari liquidatori della Filippo Fochi, azienda della
meccanica molto indebitata con le banche, poi si sono incrociati sempre in Confindustria e dal 1998 al 2000
Gnudi è stato anche presidente del collegio sindacale della Ducati Energia, l'azienda della famiglia Guidi sui
cui conti vigilava. AMICO DI TUTTI i politici bolognesi che contano, da Romano Prodi a Pier Ferdinando
Casini, Gnudi non è più attivo nel grosso studio di commercialisti che ha fondato, ma ha ancora alcune
cariche societarie. Presiede la Profingest, una società bolognese che si occupa di organizzare master in
business administration post universitari. Tra gli alunni eccellenti della Profingest c'è proprio Federica Guidi
che dopo gli studi ha lavorato un paio d'anni come analista finanziaria alla Rolo Finance, società di Rolo
Banca di cui vicepresidente è stato dal 1996 al 2002 proprio Gnudi, poi Rolo è stata incorporata da Unicredit.
La Profingest è di proprietà di Unicredit, di Unindustria Bologna, di Anci Emilia Romagna e dell'istituto per lo
sviluppo del commercio e del turismo in Emilia Romagna. MENTRE LA GUIDI si dedicava all'associazionismo
più che all'azienda, scalando i giovani di Confindustria fino a diventarne presidente nel 2008, Gnudi era
presidente dell'Enel, dal 2002 al 2011, che di Confindustria è sempre più un pilastro (l'ad Fulvio Conti guida il
centro studi). Da tre anni Gnudi è lontano dall'Enel, dopo essere stato ministro per il Turismo e gli affari
regionali nel governo Monti oggi è tornato a fare il banchiere: è presidente della Fonspa, banca dalla vita
recente difficile. Da poco è passata dall'americana Morgan Stanley - guidata in Italia dall'ex ministro del
Tesoro Domenico Siniscalco - a una cordata di finanzieri italiani che la controlla tramite Tages Holding (con
l'85 per cento), l'ad è Guido Lombardo, ex dirigente di Morgan Stanley, il presidente di Tagest è il banchiere
d'affari Panfilo Tarantelli. Appena diventata ministro, Federica Guidi si è dimessa da vicepresidente di Ducati
Energia, il rischio di conflitto di interessi era molto forte perché la società bolognese è fornitrice di molte
pubbliche amministrazioni ed è tra gli aspiranti acquirenti di Bredamenarinibus, importante produttore di
autobus che Fin-meccanica, controllata dal Tesoro, ha messo in vendita. La Guidi si è anche dimessa dal
Fondo d'investimento sgr, era stata indicata dal ministero del Tesoro nel cda del fondo pubblico-privato che
dovrebbe favorire lo sviluppo delle imprese italiane. Per Gnudi, che è soltanto un consulente gratuito, non ci
sono parametri da rispettare sui conflitti di interesse anche se, di certo, tutti gli azionisti che tuttora gli danno
fiducia come presidente saranno contenti di saperlo ben inserito nel governo Renzi. Si potrebbe notare, però,
che Gnudi è l'ex presidente dell'Enel, cioè una delle aziende che più sono interessate all'operato del ministero
dello Sviluppo: dalla Guidi dipenderanno decisioni pesantissime, come quelle sulla capacity payment (una
forma di assicurazione per garantire la fornitura di energia, pagando i grandi produttori per tenere in attività
anche centrali non remunerative), una partita che per il settore, quindi in gran parte per l'Enel, vale fino a 2
miliardi l'anno. Poi c'è il nodo dei sostegni alle centrali a olio combustibile, quasi tutte dell'Enel (e dall'Enel è
arrivato anche il nuovo portavoce del ministro, Gerardo Orsini, ex capo ufficio stampa dell'azienda
energetica). A CAPO DEL DIPARTIMENTO Energia del ministero c'era fino a dicembre un manager ex
McKinsey, Leonardo Senni, poco propenso a concedere questi sostegni all'Enel e agli altri produttori. Senni
ora è tornato nel settore privato. Prima di andarsene, l'ex ministro Flavio Zanonato ha riorganizzato il
ministero con un'impostazione più verticistica: via i capi dipartimento, c'è solo un segretario generale, il
bersaniano Antonio Lirosi. Quindi la Guidi dovrebbe avere sul ministero una presa più salda di Zanonato, mai
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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DA ENEL ALLE BANCHE, L'OMBRA FEDELE DEL MINISTRO GUIDI
02/03/2014
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014
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capace di controllare la struttura. E comunque a fianco di Federica ci sarà sempre Piero Gnudi. IL MINISTRO
Federica Guidi appena nominata; il suo consulente Piero Gnudi Ansa
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