CONFIMI Rassegna Stampa del 03/03/2014 La proprietà intellettuale degli articoli è delle fonti (quotidiani o altro) specificate all'inizio degli stessi; ogni riproduzione totale o parziale del loro contenuto per fini che esulano da un utilizzo di Rassegna Stampa è compiuta sotto la responsabilità di chi la esegue; MIMESI s.r.l. declina ogni responsabilità derivante da un uso improprio dello strumento o comunque non conforme a quanto specificato nei contratti di adesione al servizio. INDICE CONFIMI Il capitolo non contiene articoli CONFIMI WEB 01/03/2014 www.adnkronos.com Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 9 01/03/2014 ilcittadino.it 13:57 Lavoro: Confimi, giù cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 10 01/03/2014 www.ilsussidiario.net 14:12 Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 11 01/03/2014 www.bergamonews.it 13:20 Decreto Salva Roma|Paolo Agnelli: "Ora|si salvino le imprese" 12 01/03/2014 www.liberoquotidiano.it 14:27 Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 13 01/03/2014 www.wallstreetitalia.com 16:36 Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 14 01/03/2014 corrieredelweb.it 14:24 AGNELLI: "DOPO SALVA BANCHE, SALVA ROMA, ORA SALVIAMO LE IMPRESE SE SI VOGLIONO "SALVARE" I POSTI DI LAVORO 15 02/03/2014 www.giornaledibergamo.com 21:52 "Dopo il SalvaRoma ora si salvino le imprese 16 01/03/2014 freenewspos.com Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 17 01/03/2014 olbianotizie.it Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 18 01/03/2014 www.guidasicilia.it 14:23 Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 19 SCENARIO ECONOMIA 01/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale e Pagano sempre gli Stessi 21 01/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale «Vertice Telecom più indipendente Il mercato lo riconoscerà» 22 01/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale Quando la crescita uccide se stessa 24 02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale Il premier, Sorgenia e il salvataggio pagato dallo Stato 25 02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale Gabriel: la sfida di Matteo è riportare in Italia gli investimenti 28 02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale Università senza ricerca, Paese senza futuro 30 02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale Ferrari-Apple, la coppia dei record insieme per creare l'auto intelligente 32 02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale I Piccoli e la nuova rivoluzione «fablab» 34 02/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale Bernabè: una spinta alla crescita? Si faccia una banca per le imprese 36 03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale «Con più donne la nostra Rai sarà un modello per la parità» 38 03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale «Sorgenia è una questione aziendale e non politica» 41 03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale IL CONSENSO A CARO PREZZO 42 03/03/2014 Corriere della Sera - Nazionale L'energia e le famiglie: le bollette di luce e gas in una sola pagina 44 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Il mondo corre con WhatsApp, l'Italia affonda nei suoi ritardi 46 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Giovani, disoccupazione record al 42,4% 48 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Così il merito può guidare le nomine pubbliche 50 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Il rompicapo della crescita 52 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Il Dragone all'attacco del «serpente» valutario 54 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Scacco alla crisi in sole tre mosse: bad bank, fusioni e fondi di garanzia 56 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Arriva il piano casa da 1,3 miliardi 58 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Patti ambigui verso il 2015 60 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Lavoro in tre mosse: cuneo, sussidio e contratti 61 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Padoan, 15 giorni per «due diligence» e nodo coperture 63 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pmi a caccia di mercati alternativi 65 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Governo-Expo: partita da 260 milioni 67 02/03/2014 Il Sole 24 Ore TERRITORIO COME PIATTAFORMA INNOVATIVA 68 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Reportage in fabbrica 69 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Super-Tasi al test degli sconti 71 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Bonus, partita da 90 miliardi 74 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Donne al lavoro 12 giorni in più per la parità 76 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Start up innovative: con incubatori e fondi banche in prima fila 77 01/03/2014 La Repubblica - Nazionale "Sgravi per chi reinveste utili meno tasse e stop all'austerity così rilanceremo l'economia" 79 01/03/2014 La Repubblica - Nazionale Slitta al 2015 la banda larga per tutti 81 01/03/2014 La Repubblica - Nazionale Bruxelles lancia l'allarme app "Costi nascosti, bimbi ingannati" 82 02/03/2014 La Repubblica - Nazionale Addio alla Cassa in deroga dal 2015 si cerca la copertura per il sussidio unico 83 02/03/2014 La Repubblica - Nazionale Mani straniere nel risiko degli aeroporti 84 03/03/2014 La Repubblica - Nazionale "Ora tempi più corti dei processi e interventi sulla prescrizione" 86 03/03/2014 La Repubblica - Nazionale Cresce la rivolta contro la Super-Tasi Confindustria: tagli all'Irap, non all'Irpef 88 03/03/2014 La Repubblica - Nazionale "Bene il sussidio unico a chi perde il lavoro ma serve un piano straordinario per i giovani" 90 03/03/2014 La Repubblica - Nazionale Il Nobel anti-austerity lascia l'università dei ricchi "No alle diseguaglianze" 92 01/03/2014 La Stampa - Nazionale "Tutele allargate ma non per tutti" 93 01/03/2014 La Stampa - Nazionale Il disastro del lavoro Spariti 478 mila posti 94 01/03/2014 La Stampa - Nazionale Quote Bankitalia, l'Ue chiede spiegazioni 96 02/03/2014 La Stampa - Nazionale Cancellate 90 imprese al giorno 97 03/03/2014 La Stampa - Nazionale Squinzi: la Tasi? Un'altra botta 98 03/03/2014 La Stampa - Nazionale "Più servizi via Internet per diffondere la banda larga" 100 03/03/2014 La Stampa *Caccia al super dividendo Le occasioni di Piazza Affari 102 01/03/2014 Il Messaggero - Nazionale Tasi, pagheranno anche Chiesa e no profit la tassa può aumentare dello 0,8 per mille 104 02/03/2014 Il Messaggero - Nazionale «Immobili sempre più tassati una specie di bancomat che viene spremuto all'infinito» 105 02/03/2014 Il Messaggero - Nazionale Per agganciare la ripresa puntare sull'innovazione 106 02/03/2014 Il Messaggero - Nazionale Banco, partner per gli immobili c'è la candidatura di Hines Italia 107 03/03/2014 Il Messaggero - Nazionale Il petrolio divide Così la Scozia si prepara al referendum 108 03/03/2014 Il Messaggero - Nazionale Irap o Irpef rebus del governo 110 01/03/2014 Il Giornale - Nazionale Bankitalia: alle banche regali e bastonate 113 03/03/2014 Il Giornale - Nazionale «Debiti con le aziende: dal governo solo parole» 115 02/03/2014 Avvenire - Nazionale FERMARE L'IMPOVERIMENTO E L'ITALIA SI RISOLLEVERÀ 116 02/03/2014 Avvenire - Nazionale Sangalli: «Renzi cominci col ridurre l'Irpef fino ai 28mila euro» 118 02/03/2014 Avvenire - Nazionale Il Non profit: occasione da non perdere 119 02/03/2014 QN - Il Giorno - Lodi «Tagli al personale? Sindacati d'accordo» 120 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza Privatizzazioni: avanti, sempre più piano 121 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza Poletti, un ministro da 140 miliardi così le coop vanno al governo 123 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza Pitruzzella "L'Antitrust è in campo" 125 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza Consumi, trend e stili di vita l'Osservatorio Conad-Nielsen per le famiglie 127 03/03/2014 Corriere Economia Euro troppo forte: un pericolo da non ignorare 129 03/03/2014 Corriere Economia Previdenza Pensioni più basse Ecco i conti di quanto perdiamo 130 03/03/2014 Corriere Economia Lezioni americane: le micro-imprese tech possono diventare un motore della crescita 132 01/03/2014 Milano Finanza Eurotower d'avorio 133 01/03/2014 Milano Finanza Ultima chiamata per i capitali all'estero 135 02/03/2014 Il Fatto Quotidiano DA ENEL ALLE BANCHE, L'OMBRA FEDELE DEL MINISTRO GUIDI 136 SCENARIO PMI Il capitolo non contiene articoli CONFIMI WEB 11 articoli 01/03/2014 www.adnkronos.com Sito Web La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare pagerank: 7 Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 9 01/03/2014 13:57 ilcittadino.it Sito Web pagerank: 6 (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfaré facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. (Red/Zn/Adnkronos) CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 10 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giù cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 01/03/2014 14:12 www.ilsussidiario.net Sito Web pagerank: 6 Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 11 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 01/03/2014 13:20 www.bergamonews.it Sito Web pagerank: 5 Dopo l'approvazione del Decreto Salva Roma il presidente di Confimi Impresa Paolo Agnelli richiama il governo sulle urgenze del lavoro e dell'occupazione: "Ora salviamo le imprese: saranno loro il vero Welfare, facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse". "Dopo il Salva Banche e il Salva Roma ora salviamo le imprese, se si vogliono 'salvare' i posti di lavoro": il presidente di Confimi Impresa, la confederazione dell'industria manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25mila imprese per 360mila addetti, Paolo Agnelli detta la linea dopo la recente approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del Decreto Salva Roma, richiamando l'attenzione sui temi del lavoro e dell'occupazione. "Ora - continua Agnelli - è necessario invertire l'automatismo della tassazione. Salvando le imprese saranno le imprese il 'vero Welfare', facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse. Come? Rendendo subito le imprese competitive sul piano internazionale, soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". "Con queste azioni, che devono essere immediate - conclude il presidente bergamasco di Confimi - si potranno salvare posti di lavoro e risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme all'aumento dei gettiti Iva e Ires provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la detassazione sul costo del lavoro e dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al reddito: è dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte". CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 12 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Decreto Salva Roma|Paolo Agnelli: "Ora|si salvino le imprese" 01/03/2014 14:27 www.liberoquotidiano.it Sito Web pagerank: 5 Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. "Con queste azioni, che devono essere immediate, -sottolinea Agnelli- si potranno salvare posti di lavoro e risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme all'aumento dei gettiti Iva e Ires provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la detassazione sul costo del lavoro e dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al reddito: è dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte". CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 13 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 01/03/2014 16:36 www.wallstreetitalia.com Sito Web pagerank: 5 Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 14 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 01/03/2014 14:24 corrieredelweb.it Sito Web pagerank: 4 "Ora necessario invertire l'automatismo della tassazione, dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte", così Paolo Agnelli - Presidente di Confimi Impresa la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. "Salvando le imprese - attacca il Presidente Agnelli - saranno le imprese il "vero Welfare" facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse. Come? Rendendo subito le imprese competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Con queste azioni che devono essere immediate - conclude Agnelli - si potranno salvare posti di lavoro e risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme all'aumento dei gettiti IVA e IRES provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la detassazione sul costo del lavoro e dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al reddito: dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte". CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 15 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato AGNELLI: "DOPO SALVA BANCHE, SALVA ROMA, ORA SALVIAMO LE IMPRESE SE SI VOGLIONO "SALVARE" I POSTI DI LAVORO 02/03/2014 21:52 www.giornaledibergamo.com Sito Web pagerank: 4 Il presidente di Confimi Impresa Agnelli: "Dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte" Facebook Twitter Oknotizie Delicious RSS Print Increase Font Decrease font 02 marzo 2014 | POLITICA Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, Paolo Agnelli, è intervenuto all'indomani della discussa approvazione del Salva-Roma, rimarcando l'esigenza di salvare le imprese per tutelare i posti di lavoro. "Ora è necessario invertire l'automatismo della tassazione, dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte", così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa (la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti). "Salvando le imprese- ha sottolineato Agnelli- saranno le imprese il "vero Welfare" facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse. Come? Rendendo subito le imprese competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia"."Con queste azioni che devono essere immediate - conclude Agnelli - si potranno salvare posti di lavoro e risparmiare di conseguenza sugli ammortizzatori sociali che, insieme all'aumento dei gettiti IVA e IRES provenienti dalle imprese, restituiranno allo Stato il costo per la detassazione sul costo del lavoro e dell'energia, invertendo così il senso della tassazione dal consumo al reddito: dannoso mungere la mucca prima che faccia il latte". CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 16 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato "Dopo il SalvaRoma ora si salvino le imprese 01/03/2014 freenewspos.com Sito Web Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Cos Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 17 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 01/03/2014 olbianotizie.it Sito Web Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 18 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare 01/03/2014 14:23 www.guidasicilia.it Sito Web Roma, 1 mar. - (Adnkronos)- "Salvando le imprese saranno loro il 'vero Welfare' facendo risparmiare allo Stato ingenti risorse, rendendole subito competitive sul piano internazionale soprattutto riducendo il cuneo fiscale e le tasse sull'energia". Così Paolo Agnelli, presidente di Confimi Impresa, la Confederazione dell'Industria Manifatturiera e dell'impresa privata che raggruppa circa 25 mila imprese per 360 mila addetti. CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 03/03/2014 19 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lavoro: Confimi, giu' cuneo e tasse energia, imprese saranno vero welfare SCENARIO ECONOMIA 69 articoli 01/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) e Pagano sempre gli Stessi MASSIMO FRACARO e NICOLA SALDUTTI Gira e gira la tassa è rimasta. Ha cambiato innumerevoli nomi (chi ricorda la Trise, o l'imposta unica comunale, detta Iuc?), innumerevoli aliquote (annunciate, ritirate, negoziate). Ma poi è rimasta in carica. Anzi, si è allargata. Il terreno delle imposte è molto tortuoso non solo a causa di norme incomprensibili, ma anche per le trappole verbali: teoricamente l'Imu, l'ex Imposta municipale, sulla prima casa è stata (formalmente) abolita. In realtà la Tasi, la neonata tassa sui servizi indivisibili (dall'illuminazione ai vigili urbani), vale sia per l'abitazione principale (prelievo che può salire dal 2,5 al 3,3 per mille) sia per le seconde (in questo caso si sale fino all'11,4 per mille). Allora perché non dire che sarebbe tornata la tassa (o patrimoniale) sulla prima casa? Il punto è sempre lo stesso, i cittadini non sono sudditi fiscali, ma contribuenti che hanno il diritto di conoscere quanto e come devono pagare. Senza alchimie verbali del tipo «si paga, forse no, forse sì. Sì ma non tutto». In una, due o forse tre rate. Lo psicodramma dell'Imu evidentemente non è servito da lezione. Il motivo? Leggiamo la nota ufficiale diffusa ieri da Palazzo Chigi al termine della riunione che ha deciso l'aumento: l'incremento può essere deliberato dai comuni a condizione che il gettito relativo sia destinato a finanziare detrazioni o altre misure relative all'abitazione principale in modo tale che gli effetti sul carico dell'imposta Tasi siano equivalenti a quelli dell'Imu prima casa. Traduzione più o meno fedele: spetta ai sindaci decidere come e in che misura e a chi applicare i bonus, ad esempio per i figli. Dunque ci risiamo. Per la Tasi c'è da scommettere che assisteremo a un altro caos in occasione dei pagamenti. Perché non imporre ai comuni quello che il governo ha annunciato di voler fare per il modello «730» dei dipendenti pubblici e dei pensionati? I sindaci mandino ai contribuenti i bollettini precompilati per il pagamento di tutte le loro imposte (Imu, Tari, Tasi). © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 21 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Imposte locali 01/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) «Vertice Telecom più indipendente Il mercato lo riconoscerà» Federico De Rosa Di FEDERICO DE ROSA A PAGINA 42 MILANO - La spinta era arrivata dal mercato e al mercato Marco Patuano adesso chiede di cambiare «dal basso» la governance di Telecom Italia. Gli strumenti ci sono. Su proposta dell'amministratore delegato il board del gruppo giovedì scorso ha approvato un documento, una raccomandazione per il consiglio che si insedierà all'assemblea di aprile, e ai soci in vista delle nomine, che invita a mettere in pratica, prima che nello Statuto, i nuovi principi di corporate governance per dare più spazio alle minoranze e un peso maggiore ai consiglieri indipendenti. È un primo passo, non c'è dubbio. Lo Statuto però non viene toccato. Non si poteva fare uno sforzo in più? «Credo che il modo in cui si è arrivati alla condivisione del documento e la forte determinazione da parte dell'intero consiglio nel trovare un punto di sintesi rappresentino un grande risultato. È stato fatto un percorso trasparente, aperto alle indicazioni dei soci e del mercato, un esperimento che ritengo possa essere di interesse per tutto il mondo della finanza italiana». Perché lasciare delle raccomandazioni al nuovo board invece di consegnargli già una Telecom più moderna? «Abbiamo discusso a lungo se fosse da parte del consiglio uscente proporre dei cambiamenti permanenti nella governance o se fosse più giusto lasciare ai soci e al nuovo consiglio questa valutazione, come poi abbiamo scelto di fare». La raccomandazione è stata approvata all'unanimità ma qualche discussione c'è stata. Sul tavolo c'era anche la proposta alternativa del comitato guidato da Lucia Calvosa: che fine ha fatto quel documento? «Sono molto grato alla professoressa Calvosa per aver fatto un lavoro molto approfondito che come management e come consiglio abbiamo cercato di includere nella deliberazione finale, e molti dei punti che sono stati recepiti hanno migliorato il documento. L'unico punto su cui non è stata trovata l'unanimità è sulla scelta tra le modifiche allo Statuto e l'utilizzo dello strumento dell'autodisciplina». Ha avuto modo di condividere queste proposte con la Findim di Marco Fossati, che da tempo chiede di mettere mano alla governance? «Nelle ultime settimane abbiamo avuto molti incontri: Norges, Brandes Investment, Dodge & Cox. Siamo andati a Bruxelles da Iss, il proxy advisor che aveva raccomandato la revoca del board, e a Milano abbiamo incontrato Glass Lewis. Ne abbiamo parlato con Assogestioni, con Findim e informalmente con la Consob. Il documento approvato dal consiglio è la sintesi delle istanze emerse in tutti questi incontri». La raccomandazione del board va nella direzione auspicata da Findim? «Abbiamo recepito molte delle sue indicazioni. Fossati ha dimostrato un atteggiamento molto costruttivo e gli va dato atto di un decisivo impulso per avviare questo cambiamento. Io credo che una governance moderna e trasparente sia un valore finanziario che il mercato è in grado di riconoscere come capacità di ottenere risultati migliori grazie a un diverso assetto. Ma il merito non va riconosciuto solo a Fossati». A chi altro? «Telco ha accettato una revisione molto profonda del proprio ruolo in Telecom». Che tipo di azionariato immagina per Telecom e che tipo di rappresentanza in consiglio? «Stiamo assistendo a un cambiamento nell'azionariato: gli investitori speculativi stanno progressivamente lasciando il posto a chi acquista azioni perché guarda al lungo periodo e crede nella ricostruzione della storia industriale di Telecom. Immagino quindi un azionariato stabile, molto internazionale, con due altri grandi attori: i soci italiani, di piccola e media dimensione, che comprano Telecom per tenerla in portafoglio, e i dipendenti da parte dei quali c'è una forte domanda per acquistare azioni della loro azienda». E il consiglio, come lo immagina? SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 22 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato INTERVISTA Parla Patuano 01/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 23 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato «Abbiamo raccomandato di aumentare il numero dei consiglieri indipendenti, con un'adeguata rappresentanza per le quote di genere, e di cercare tra persone con esperienze nel mondo delle telecomunicazioni, anche internazionali, esperti di Information technology e media content. Ma anche nel mondo dell'economia, della finanza, legale, fiscale e regolatorio e in questa ricerca credo serva dare maggior peso alle esperienze aziendali rispetto a quelle accademiche, che pure sono importantissime». Nonostante le novità la Borsa ha picchiato duro sul titolo. Quanto ha influito l'avvertimento di Fitch su un possibile taglio del rating? «Più che Fitch credo che abbiano inciso le dichiarazioni di Telefonica sul consolidamento del mercato in Brasile, che per il momento non ci sarà». Quindi non crede che la decisione presa mercoledì da Telefonica di separare le attività in Brasile dal resto del Sud America possa esser legata a un qualche progetto che coinvolgerebbe Tim Brasil? «Da quando i rappresentanti di Telefonica hanno lasciato il consiglio Telecom non ho molte occasioni di confronto. Non ne sapevo nulla». Tra una settimana Telecom approverà i conti. Come sono? «I target di profittabilità e riduzione del debito sono stati raggiunti. Mi auguro che il mercato riconosca il lavoro fatto». È' vero che la decisone spetta agli azionisti, ma lei sarebbe disponibile per un nuovo mandato? «Lavoro in Telecom Italia da 24 anni e, se i soci me ne daranno l'opportunità, credo di avere il dovere di completare il percorso di trasformazione che è stato avviato. Non sento di aver finito». © RIPRODUZIONE RISERVATA Un anno in Borsa I soci Telecom Telco Blackrock Findim Chi c'è dentro Telco 22,4% 10% 5% 66%* Telefonica Intesa Sanpaolo Mediobanca *46% diritti di voto Generali Foto: Manager Marco Patuano, 49 anni, in Telecom da 24, è amministratore delegato del gruppo delle tlc dal 2011 01/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 51 (diffusione:619980, tiratura:779916) Quando la crescita uccide se stessa Stiamo troppo bene per volerci migliorare, scrive Ricolfi nel suo nuovo libro Piero Ostellino Con il suo ultimo libro - L'enigma della crescita , editore Mondadori - Luca Ricolfi, sociologo all'Università di Torino, si conferma l'apprezzato «analista dei dati» del quale dà regolarmente prova come editorialista della Stampa . La peculiarità di Luca - che lo distingue dai giornalisti che, utilizzando i fatti con pelosi intenti polemici e senza coglierne i nessi causali col sistema politico, fanno dello scandalismo una ben remunerata professione - sta nella sua rigorosa preoccupazione di evitare di conferire ai fatti una valenza ideologica; in definitiva, egli non cade nella tentazione di fare propaganda per l'ideologia palingenetica che è, poi, quella di una certa sinistra, pregiudizialmente ostile alla democrazia liberale, al capitalismo e al mercato in nome di un utopico «dover essere». Ricolfi è un intellettuale che nasce culturalmente e politicamente a sinistra, ma che oggi è inviso alla sinistra proprio perché, grazie alla propria impostazione metodologica rigorosamente empirica, aiuta il lettore ad approdare a giudizi che - pur non essendo la trasformazione di giudizi di fatto in giudizi di valore e pur, come si suol dire, mettendo il dito nella piaga delle mistificazioni e delle distorsioni ideologiche del nostro tempo finiscono con l'avere una indubitabile importanza etico-politica. È noto il clamore polemico che aveva suscitato il suo primo libro - Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori - col quale, sempre sulla base di evidenze empiriche, aveva denunciato la pretesa dell'uomo di sinistra di essere antropologicamente superiore all'uomo di destra, se non addirittura a quello liberale. Da un nostro felice incontro, dopo l'uscita di quel libro, è nata, del resto, la Fondazione Hume il cui proposito è proprio quello di evitare la confusione fra giudizi di fatto e giudizi di valore e l'errore, denunciato dal filosofo scozzese, di pervenire a proposizioni prescrittive partendo da proposizioni descrittive (la cosiddetta «legge di Hume»). La tesi di L'enigma della crescita è che la crescita uccide se stessa. Essa - scrive Ricolfi - «fa aumentare il benessere, ma l'aumento del benessere fa aumentare i costi di produzione e riduce gli incentivi a migliorare se stessi». È questa, del resto, la principale ragione per la quale il tasso di crescita delle economie delle società del benessere è in costante declino rispetto a quello dei Paesi in via di sviluppo; insomma, stiamo troppo bene per essere indotti a migliorare la nostra condizione e tendiamo ad adagiarci nello statu quo ... Ciò non esclude, peraltro, si debba anche riflettere criticamente sulla cultura politica che persegue la redistribuzione del reddito, conferendo - scrive ancora Ricolfi - «più arbitrio ai governanti nell'allocazione delle risorse»; forse, la vera ragione (sovra)strutturale del rallentamento della nostra crescita... Una nuova occasione, da parte della sinistra statalista e dirigista, per polemizzare con l'onesto Ricolfi? [email protected] © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 24 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Il dubbio 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) Il premier, Sorgenia e il salvataggio pagato dallo Stato FABRIZIO MASSARO e SERGIO RIZZO Il capacity payment è un salvagente pubblico per i produttori di energia che possiedono centrali a gas. Uno dei maggiori beneficiari potrebbe essere Sorgenia che fa capo a Carlo De Benedetti. II gruppo, con debiti per 1,9 miliardi, sta trattando con le banche. L'aiuto dello Stato è una possibilità che è già diventata un caso politico. A PAGINA 13 Si chiama in gergo tecnico capacity payment , ed è un salvagente formidabile per quanti oggi producono ancora energia elettrica con il gas: a causa del boom delle energie rinnovabili e della crisi economica che ha affossato i consumi di energia le loro centrali restano spente la maggior parte del tempo. E i bilanci vanno a picco. Ecco allora spuntare quella miracolosa formula inglese, che si può tradurre così: i proprietari degli impianti termoelettrici vengono pagati lo stesso anche se le turbine non girano, semplicemente perché potrebbero produrre. Una specie di imposta sulla riserva di capacità produttiva che entrerebbe in azione quando ce ne fosse la necessità, in grado di dare un bel sollievo ai conti malandati di alcuni produttori. Quella tassa esiste già, ma i produttori vogliono molto più dei 150 milioni del vecchio capacity payment . Secondo Assoelettrica ed Energia concorrente, per tenerli a galla servono almeno 600 milioni l'anno fino al 2017. L'hanno scritto in un dossier di una decina di pagine spedito nelle stanze che contano con la dicitura «Riservato». Chi sta peggio di tutti è Sorgenia, gruppo che fa capo alla Cir di Carlo De Benedetti, editore di Repubblica e del gruppo L'Espresso. Si trova a un passo dall'avvitamento finanziario: fra tre settimane finirà i soldi in cassa. Il debito sfiora quota 1,9 miliardi. A metà degli anni Duemila le banche le avevano concesso generosi finanziamenti per realizzare centrali a turbogas. Ma allora il mercato tirava. Poi, in soli cinque anni, è cambiato tutto. Alla crisi economica e al boom delle rinnovabili si è aggiunto l'alto costo dei contratti di acquisto del gas a lungo termine, i cosiddetti take or pay . Risultato: con una produzione ridotta al 20 per cento e un debito diventato insostenibile per almeno 600 milioni, nel solo terzo trimestre 2013 Sorgenia ha messo a bilancio una perdita di 434 milioni: cento in più di quanti De Benedetti ne abbia incassati da Silvio Berlusconi dopo la sentenza sul caso Mondadori. E qui si apre uno scenario incandescente. Con tre protagonisti: il premier, l'editore di Repubblica e il suo avversario di sempre, Berlusconi. Il marchio di fabbrica è come sempre di Beppe Grillo: «Mettete Renzi e al posto del burattino Pinocchio e Berlusconi e De Benedetti nei ruoli del Gatto e della Volpe». Rispettando il gioco delle parti, da settimane i giornali e i commentatori della destra non danno tregua a De Benedetti, individuato come il manovratore occulto del governo di Matteo Renzi. E non soltanto da loro, se è vero che «il Secolo XIX», certo non un quotidiano berlusconiano, raccontando come ai colloqui per il governo avesse partecipato nella delegazione socialista Vito Gamberale, amministratore del fondo F2i «in trattativa con il gruppo «L'Espresso» per il nuovo operatore delle frequenze digitali», commenta: «Una presenza che non contribuisce ad allontanare l'ombra di De Benedetti dal tentativo di Renzi». Tutto parte dall'ormai famosa telefonata di Fabrizio Barca con l'imitatore di Nichi Vendola mandata in onda dalla «Zanzara», in cui l'ex ministro parlava delle pressioni subite «dal padrone di Repubblica, con un forcing diretto di sms, attraverso un suo giornalista» per accettare l'incarico di responsabile dell'Economia. Ma poi la cosa dilaga. Il tam tam è inarrestabile. Intervistato dal giornale online ilsussidiario.net l'economista Francesco Forte, editorialista del «Foglio» di Giuliano Ferrara, si chiede: «Non è un caso che la nomina di Renzi sia arrivata, con un'accelerata, nel momento delle nomine? Lui, forse, quest'accelerata, non la desiderava neanche ma ora sarà tenuto a renderne il servizio...» E dopo che «Repubblica», a poche ore di distanza dalla formazione del governo, ha puntato il dito contro il conflitto d'interessi del ministro dello Sviluppo, l'ex presidente dei giovani di Confindustria Federica Guidi, stigmatizzandone anche le presunte simpatie berlusconiane, il «Giornale» della famiglia Berlusconi titola: «Repubblica attacca la Guidi per i debiti di De SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 25 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Il caso 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 26 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Benedetti». Sottolineando proprio la difficile situazione di Sorgenia. Il fatto è che questa vicenda è destinata a incrociare tanto la strada del governo Renzi quanto quella delle prossime nomine pubbliche nelle aziende di Stato. E magari anche quella del Cavaliere. Ma qui è necessario fare un passo indietro, tornando alle ultime settimane del governo di Enrico Letta. Le pressioni della Confindustria perché si risolva quel problemino dei produttori termoelettrici sono incessanti. Finché nella legge di Stabilità spunta una norma che apre la strada proprio a quella formuletta inglese: «capacity payment». Fissando però soltanto il principio: a stabilire quanti soldi e a chi concretamente andranno, toccherà al ministero dello Sviluppo, sentita l'Authority, entro la fine di marzo 2014. Al ministero c'è il bersaniano Flavio Zanonato, attorniato da altri bersaniani. Il segretario generale è Antonio Lirosi e il capo di gabinetto Goffredo Zaccardi, che aveva lo stesso incarico con Pier Luigi Bersani: il quale non può certo essere considerato nemico di De Benedetti. Anzi. Sorgenia esiste proprio grazie alle liberalizzazioni introdotte dall'ex ministro dell'Industria Bersani. E ora il salvataggio è nelle mani di Renzi e Guidi. Il nemico rischia di essere il tempo. Le banche hanno chiuso i rubinetti, il socio austriaco Verbund non vuole più tirare fuori un euro e Rodolfo De Benedetti, il figlio di Carlo, è disposto a mettere nel buco nero soltanto un centinaio di milioni. Il rischio di dover portare i libri in tribunale è reale. E l'eventuale fallimento non risparmierebbe le banche, la cui esposizione è vertiginosa. Tanto che queste stanno valutando la possibilità di trasformare parte dei loro crediti in capitale, ripetendo il copione già sperimentato con l'immobiliare Risanamento di Luigi Zunino e con la Tassara di Romain Zaleski. Se ne parlerà domani a un vertice forse decisivo. Ben sapendo due cose. La prima: senza l'aiutino dello Stato Sorgenia rischia comunque di andare a picco, come riconosce lo stesso piano finanziario della società. La seconda: la soluzione definitiva è la cessione del gruppo energetico che fa capo a De Benedetti. E di candidati italiani con le spalle abbastanza grandi non ce n'è che uno. L'Eni di Paolo Scaroni: un manager che nel 2002 è stato designato alla guida dell'Enel e che poi è stato nominato per ben tre volte ai vertici del grande gruppo petrolifero ancora controllato dal Tesoro. Cementando anche attraverso l'assidua presenza dell'Eni in Russia i rapporti tra l'ex premier Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. Corre voce che nei colloqui con Matteo Renzi il Cavaliere abbia chiesto (e ottenuto?) un impegno a preservare, con le nomine che il governo dovrà fare nelle prossime settimane, le posizioni di Scaroni e dell'attuale capo dell'Enel Fulvio Conti all'interno del sistema delle grandi aziende pubbliche. Da una parte il capacity payment rinforzato. Dall'altra l'intervento successivo dell'Eni. Gli ingredienti per uno dei classici feuilleton all'italiana, nei quali la politica e gli affari si amalgamano in un abbraccio incestuoso, ci sono tutti. Con effetti pirotecnici a cascata. Perché se trasformando i crediti in azioni le banche diventeranno proprietarie di Sorgenia, magari lo Stato, attraverso l'Eni, darà un aiutino determinante anche a loro. Il secondo, dopo quello della rivalutazione delle quote di Bankitalia che ha fatto imbestialire i grillini. La prima della lista, la più esposta di tutte? Il Monte dei Paschi di Siena, nelle mani di una fondazione già a trazione Pd... © RIPRODUZIONE RISERVATA D'ARCO Sorgenia e il mercato dell'energia Ricavi Margine operativo lordo* Risultato netto* Indebitamento netto** Fonte: Sorgenia Termoli (Campobasso) Modugno (Bari) Bertonico-Turano Lodigiano (Lodi) Aprilia (Latina) 2006 2010 2011 2012 LA CLASSIFICA DEI PRODUTTORI del termoelettrico in cui Sorgenia è presente Quota % Fonte: Autorità per l'energia, relazione annuale 2013, dati al 2012 * ** post svalutazioni per circa 400 milioni a fine gennaio 2014 *partecipata al 39% indirettamente da Sorgenia I CONTI GLI IMPIANTI DEL GRUPPO dati al terzo trimestre 2013 CENTRALI A CICLO COMBINATO DA 800 MW Anno di entrata in produzione ENERGIE ALTERNATIVE impianti eolici tra Italia e Francia impianti fotovoltaici 200 mw 8 mw 0 5 10 15 20 Eni Edison Enel GDF SUEZ E.On Edipower Sorgenia Iren Axpo Group Tirreno Power * A2A ERG BG Group plc Burgo Group Repower Alpiq Italia Alpiq Holding Tenaris EDF Altri operatori E.ON (50%) A2A (50%) DATI MILIONI 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 27 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato 600 milioni di euro L'ammontare dello stanziamento che secondo le associazioni di categoria dei produttori di energia Assoelettrica ed Energia concorrente sarebbe necessario come sostegno alle centrali a gas attraverso il meccanismo del «capacity payment» rinnovato in via transitoria con la legge di Stabilità fino al 2016 La vicenda Il debito Oltre 1,8 miliardi di finanziamenti Il gruppo Sorgenia, controllato al 52% dalla Cir della famiglia De Benedetti e al 46% dall'austriaco Verbund, ha un debito netto di 1,86 miliardi, di cui circa 600 milioni ora in eccesso. Sono stati accumulati negli anni Duemila per la costruzione di 4 centrali a ciclo combinato Gli istituti Serve un aumento di capitale Le 21 banche creditrici - in testa Mps che ha 600 milioni di esposizione - chiedono alla Cir di versare almeno 150 milioni di aumento di capitale. La holding di De Benedetti punta a non versarne più di 100. Il resto dei 600 milioni in eccesso dovrà essere coperto dalle banche La governance La conversione in azioni Le banche puntano a convertire almeno 300 milioni di debiti in azioni o in «nuovi strumenti partecipativi»; altri 150 milioni sarebbero stralciati o trasformati in prestito convertendo. Resta il tema del cambio di controllo di Sorgenia: alcune banche non vogliono diventare produttori di energia L'aiuto Il contributo dell'esecutivo Una mano d'aiuto a Sorgenia (e agli altri produttori a gas) dovrebbe arrivare dalla nuova regola del «capacity payment», la remunerazione della flessibilità di produzione. Ammontare e criteri per la distribuzione del contributo vanno fissati dal ministero dello Sviluppo economicoRodolfo De Benedetti, figlio di Carlo, è presidente di Cir, la holding che controlla Sorgenia , la casa editrice l'Espresso, Sogefi e Kos Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico, dovrà stabilire criteri e ammontare del «capacity payment», il contributo pubblico per i produttori Alessandro Profumo, presidente di Mps. L'istituto senese è il più esposto - tra le 21 banche creditrici - con 600 milioni. In totale i debiti sono 1,8 miliardi 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 11 (diffusione:619980, tiratura:779916) Gabriel: la sfida di Matteo è riportare in Italia gli investimenti Il vice cancelliere: è sulla strada giusta su burocrazia e semplificazione Inaccettabile il dumping fiscale: un artigiano italiano non può pagare più tasse di Amazon Paolo Valentino ROMA - Sigmar Gabriel è vice-cancelliere tedesco e ministro socialdemocratico dell'Economia e dell'Energia nel governo di «Grosse Koalition» guidato da Angela Merkel. In che modo i socialisti europei pensano di risolvere la contraddizione tra la necessità per un Paese di avere conti a posto e quella di rilanciare crescita e occupazione? «Non c'è contraddizione, perché si può avere consolidamento durevole solo se si ha crescita sostenibile. Nessuno di noi socialisti è contro il consolidamento e il risanamento dei conti nazionali. Nessuno sa meglio di noi quanto sia importante ridurre debito e deficit. Ma il risparmio unilaterale non porta alcuna crescita. Senza crescita, non c'è lavoro. E senza lavoro non c'è futuro per giovani che lavorano e senza giovani non potremo avere i conti a posto. Nel mio Paese, in Germania, abbiamo risolto i nostri problemi perché nel momento della crisi finanziaria abbiamo investito nella crescita». Matteo Renzi, il nuovo premier italiano , propone di contabilizzare diversamente gli investimenti infrastrutturali, per esempio quelli per la scuola, togliendoli dal calcolo del 3% del deficit di bilancio. Lei che ne pensa? «In primo luogo Matteo dice una cosa molto interessante: noi avremo crescita solo se libereremo gli imprenditori italiani dai troppi lacci che li frenano, ridurremo il peso della burocrazia riorganizzando in modo più efficiente l'amministrazione pubblica, riformeremo il sistema di tassazione rendendolo più semplice e trasparente. Credo che abbia ragione, perché questo consentirebbe di risparmiare denaro da investire in crescita e occupazione. Renzi capisce che le riforme strutturali sono essenziali per lo sviluppo. Quello che mi dicono molti imprenditori tedeschi sull'Italia è che il freno burocratico è talmente forte che perfino le aziende italiane preferiscono investire all'estero piuttosto che nel loro Paese». Ma l'idea di scorporare dal calcolo del deficit gli investimenti per la scuola? «È una discussione aperta anche da noi. Ma io penso che alla fine la cosa decisiva sia di creare nel Paese un clima favorevole agli investimenti. Matteo Renzi mostra di averlo capito e sta formulando ottime proposte». Qual è la sfida per il Partito socialista europeo nelle prossime elezioni per il Parlamento dell'Unione? «Si tratta di difendere il progetto europeo dall'assalto dei movimenti nazional-populisti e di destra. L'Unione Europea è il più grande progetto di civilizzazione degli ultimi cento anni. Nessun altro continente al mondo, così ricco di culture diverse, è riuscito a fare altrettanto. Dopo la Seconda guerra mondiale l'Europa era a pezzi, la Germania un Paese sconfitto e devastato. Ma l'Europa ci aiutò a rimetterci in piedi e costruire un futuro. L'Ucraina ci mostra in queste ore cosa succede quando l'Europa non lavora insieme per la pace. Ma l'Europa dev'essere qualcosa in più in futuro. Dovrà crescere sempre più unita, perché solo così potrà avere un ruolo nel mondo di domani. Un presidente cinese o un premier indiano non telefonerà a 28 capi di governo, per chiedere quale sia l'opinione dell'Europa. O avremo una sola voce, oppure i nostri figli e nipoti non avranno alcuna voce». Una voce per dire cosa? «Una voce per più libertà, più democrazia, più solidarietà. L'altra sfida è infatti di mettere giustizia sociale ed equità al centro delle preoccupazioni dell'Unione. Un esempio: non è accettabile che in Italia ogni artigiano, fornaio, piccolo imprenditore paghi più tasse di Amazon, solo perché questa può pagarli in Paesi europei con minore pressione fiscale. Il dumping fiscale è inaccettabile. Abbiamo bisogno di maggior eguaglianza di condizioni per chi investe e per chi lavora». SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 28 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'intervista Il ministro dell'Economia della Spd: smaschereremo le bugie dei populisti, nel mondo globalizzato neppure la Germania può farcela da sola 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 11 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 29 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato In che modo pensate di riuscire a contrastare l'ondata populista e anti-europea? «Passando all'offensiva e smascherandone le bugie. La rinazionalizzazione non crea alcuna opportunità per i popoli europei, anzi fa l'esatto opposto. Neppure la Germania da sola può farcela nel mondo globalizzato. Siamo 7 miliardi oggi, saremo presto 9 e soltanto insieme l'Europa potrà generare crescita, prosperità e sicurezza». © RIPRODUZIONE RISERVATA Chi è Vicecancelliere Sigmar Gabriel, 54 anni, dal 2009 è il presidente dell'Spd, il partito socialdemocra-tico tedesco. Dal dicembre 2013 ricopre il ruolo di vicecancelliere e di ministro dell'Economia e dell'Energia nel governo Merkel retto dalla maggioranza Cdu-Spd (la cosiddetta Grosse Koalition ). È stato presidente della Bassa Sassonia Foto: Dal palco Il leader spd Sigmar Gabriel, 54 anni, durante il suo intervento al congresso Pse. Sulla candidatura Schulz ha detto: «Grazie per aver scelto un tedesco»( Ansa ) 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 31 (diffusione:619980, tiratura:779916) Università senza ricerca, Paese senza futuro SEBASTIANO MAFFETTONE L o scorso weekend ho visto, come molti italiani, Smetto quando voglio . Un film leggero che racconta una storia pesante. Il cuore della vicenda riguarda i nostri laureati più bravi e il fatto che purtroppo il Paese non sa che farsene. Risultano, come si dice in gergo, overqualified , cioè troppo preparati per il mercato del lavoro che li aspetta. Chiunque, come chi scrive, viva nel mondo dell'università è pienamente, e tristemente, consapevole della situazione. Il problema consiste nel sapere che cosa si possa fare per uscirne. E, innanzitutto, nel rendersi conto dei segnali che non diamo e delle direzioni sbagliate che prendiamo. Di questi errori, teorici e pratici assieme, mi permetto di segnalare i tre che sono all'origine di ripetute proposte di riforma. Il primo errore sta nell'insistere sul fatto che l'esperienza della research university sia definitivamente al tramonto. Università di ricerca sono quelle che, come Harvard e Oxford, impegnano enormi risorse non solo economiche nella ricerca di base. E vedono l'insegnamento come un'attività non indipendente da questa stessa ricerca. Ritengono che la teoria sia un lusso necessario senza il quale anche la prassi perde valore. Queste benemerite istituzioni attraversano davvero un periodo di crisi, ma non si vede chi e che cosa possa prendere il loro posto. Gli esperimenti di e-learning e insegnamento a distanza sono lontani dal raggiungere un livello adeguato. Il secondo errore consiste nel ritenere che bisognerebbe puntare tutto sul rapporto tra formazione e mercato del lavoro. Nessuno sottovaluta la tragedia della disoccupazione giovanile. Tuttavia, pensare che si risolva il problema dell'università italiana, e più ancora del Paese intero, sfornando solo tecnici possibilmente con laurea breve è una sonora sciocchezza. Non lo dico solo per amore delle humanities o per nostalgia della cultura letteraria di una volta. Ma piuttosto perché mai come adesso l'Italia ha bisogno di creatività e dialogo tra diversi approcci scientifici e tematici. Tutto ciò non lo si ottiene trasformando le università in agenzie interinali, ma gettando le basi per un futuro in cui l'immaginazione aiuti la produzione. Bisogna evitare soprattutto di confondere le acque: i problemi che abbiamo non sono tanto dell'università ma del tessuto produttivo italiano. La proposta di rito di tagliare i fondi alla ricerca non serve quindi a niente, perché è fondamentalmente l'economia del Paese che non funziona. Il terzo errore dipende dal credere che la competenza accademica e scientifica si possa misurare con standard esterni puramente formali. La sfilza infinita di tabelle, indici, mediane e così via non produce giovani studiosi migliori. Tutt'al più produce specialisti nel farsi inserire nei ranking nazionali e internazionali. Come sa chiunque abbia fatto ricerca, la capacità di farla dipende dalla passione, dal contesto intellettuale e dagli esempi che abbiamo a portata di mano. Non certo dalle classifiche. In tutti i casi, svuotare le istituzioni accademiche di finanziamenti e risorse, come accade ormai da troppo tempo, non può che condurre alla fine dell'attività di ricerca di un Paese, indipendentemente dai criteri di valutazione che si vogliano adottare. Continuando così arriveremo al paradossale mondo in cui tutte le nostre energie si concentrano sul tentativo di «misurare», senza sapere bene come e perché, qualcosa che sta inesorabilmente scomparendo. Si potrà essere più o meno convinti dalle mie tesi. Certamente, però, ci si chiederà perché questi tre mantra sull'università siano, a mio avviso, così pericolosi. Lo sono perché nel loro insieme tendono ad annichilire la priorità dello studio e della ricerca nell'ambito della formazione accademica. E una conseguenza del genere è assai rischiosa perlomeno per due ragioni. In primo luogo, l'università italiana non è poi così male, soprattutto se si considera l'investimento economico, morale e politico su cui può contare. Avendo avuto l'opportunità di insegnare in alcuni dei migliori atenei del mondo, ho la consapevolezza che gli studenti e ricercatori italiani in media non sono peggio degli altri. Tanto è vero che quando vanno all'estero hanno di solito ottimi risultati. Se noi insistessimo a commettere gli errori di cui ho parlato, invece, peggioreremmo la qualità scientifica del Paese e annulleremmo l'amore per la ricerca dei nostri futuri studenti. In secondo luogo, l'Italia vive un SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 30 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato RIFORME & TAGLI 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 31 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 31 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato periodo di crisi profonda legato alla presenza di mercati globali che ci rendono comparativamente meno produttivi. L'unico modo per uscirne - in un Paese che gode tra l'altro di una straordinaria storia culturale consiste nell'investire in capitale umano. Gli errori che ho indicato vanno invece nella direzione opposta. © RIPRODUZIONE RISERVATA 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 23 (diffusione:619980, tiratura:779916) Ferrari-Apple, la coppia dei record insieme per creare l'auto intelligente Il Cavallino: «Sistemi modificati per dialogare con iOs» Massimo Sideri La notizia è di quelle che farebbero invidia a James Bond, in arte 007: una Ferrari che dialoga con il sistema operativo Apple, iOs. Sali sulla tua super-car e l'iPhone, tramite lo standard Bluetooth, si collega con i monitor della Ferrari trasferendovi le principali icone quadrate con gli angolini smussati che ormai sono un marchio di fabbrica Apple. A questo punto i comandi potranno essere attivati con la voce grazie al sistema Siri e non bisognerà più abbassare lo sguardo verso lo smartphone durante la guida (esercizio sempre più diffuso) rischiando di investire qualcuno. Il lancio della partnership tra i due brand più quotati al mondo - Apple è l'azienda più ammirata secondo Fortune , Ferrari è il marchio più potente per Brand Finance - è stato anticipato ieri dal Financial Times . L'ufficializzazione dovrebbe avvenire la prossima settimana al Motor Show di Ginevra e dovrebbe riguardare anche Volvo e Mercedes. Non siamo ancora a un vero sistema operativo per l'auto e, dunque, all'iCar. «Abbiamo modificato internamente il sistema della Ferrari per permettere il dialogo con iOs» racconta una fonte vicina al progetto. Ma è comunque il primo passo verso l'auto intelligente o connected car . Lo sviluppo di un sistema operativo completo per automobili è il sogno di molti produttori di smartphone anche perché fino ad oggi - a parte qualche auto futuribile che si può incrociare nelle fiere di settore, com'è avvenuto al Mobile World Congress di Barcellona solo la settimana scorsa - l'industria dell'automotive è rimasta abbastanza chiusa sulle proprie posizioni per il timore di perdere il controllo del business. Tanto che, anche senza avere una Ferrari e anche senza avere un iPhone, la distanza che ancora oggi passa dalla tecnologia di un qualunque smartphone a quella che gira dentro le automobili anche di fascia alta è abissale. Basterebbe pensare alle mappe dei navigatori preinstallati che per aggiornare le strade richiedevano ancora fino a poco fa l'acquisto dei cd da caricare, mentre un qualunque smartphone anche da 150 euro permette di scaricare dai market place dei vari sistemi operativi in commercio un navigatore gratuito e aggiornato in tempo reale. Il fatto che il progetto con la Apple sia il risultato di una partnership più commerciale che tecnologica è la riprova del braccio di ferro tra le due industrie. Le case automobilistiche coinvolte nel lancio non hanno confermato né smentito. Ma la mossa della Apple è data ormai per certa. Il gruppo di Cupertino si sta muovendo in ritardo rispetto a Google che ha già lanciato diversi progetti per portare Android dentro l'automobile del futuro. L'integrazione non è solo sensata dal punto di vista tecnologico ma anche da quello dei servizi. Avere ancora due memorie per ascoltare la musica è un nonsense. Inoltre la connessione dell'automobile a Internet ha una serie infinita di declinazioni possibili: dalla ricerca del parcheggio dimenticato alla gestione degli incidenti. Nell'era dell'internet delle cose, dove anche le lavatrici e i frigoriferi verranno collegati alla rete, mancava solo l'automobile. L'auto intelligente sarà comunque qualcosa di più di una semplice automobile connessa: a Barcellona sono stati presentati dei modelli capaci di «vedere» cosa c'è intorno, persone, ostacoli, altri mezzi, sulla falsariga dell'auto che si guida da sola sperimentata da Google in California. Anche se questi prototipi, oltre che dovere attendere delle normative che le rendano legali, trovano nei costi di produzione lo scoglio più alto alla loro commercializzazione. In definitiva montare dei radar e dei supercomputer nell'automobile non è così economico, senza pensare ai danni in caso di furto. C'era un'epoca, pochi anni fa, in cui rubare l'autoradio (devastando il mezzo per poche decine di euro o poche migliaia di lire) era una specializzazione verticale dei ladri di città. Con l'auto intelligente è purtroppo facile profetizzare il ritorno di questo odioso «mestiere». @massimosideri © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 32 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Il caso Via alla collaborazione tra i due marchi leader nel mondo. E l'azienda di Cupertino salirà a bordo anche di Mercedes e Volvo 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 23 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 33 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato 2,3 Foto: Miliardi È il valore record del fatturato, in euro, realizzato dalla Ferrari nel 2013 (+ 5%). Primato anche per l'utile della gestione ordinaria, arrivato a quota 363,5 milioni (+8,3%) e per l'utile netto che supera i 246 milioni (+5,4%) Miliardi È il fatturato, in euro, della Apple relativo all'ultimo trimestre 2013. In questo periodo sono stati venduti 51 milioni di iPhone e 26 milioni di iPad (al di sotto delle aspettative). Le vendite internazionali hanno rappresentato il 63% del fatturato trimestrale 42 Foto: Miliardi È il valore record del fatturato, in euro, realizzato dalla Ferrari nel 2013 (+ 5%). Primato anche per l'utile della gestione ordinaria, arrivato a quota 363,5 milioni (+8,3%) e per l'utile netto che supera i 246 milioni (+5,4%) Miliardi È il fatturato, in euro, della Apple relativo all'ultimo trimestre 2013. In questo periodo sono stati venduti 51 milioni di iPhone e 26 milioni di iPad (al di sotto delle aspettative). Le vendite internazionali hanno rappresentato il 63% del fatturato trimestrale Riconoscibilità Foto: Ferrari Per il secondo anno consecutivo, è il marchio più forte e riconoscibile al mondo. L'azienda modenese lascia dietro di sé Coca Cola , seconda; Google , quarta; Hermes e Rolex , settima e ottava e anche la Disney , decima nella classifica di Brand Finance. Questa graduatoria prende in considerazione i risultati economici dell'azienda, ma anche la notorietà, la fedeltà dei clienti e la qualità delle risorse umane Valore Foto: Apple È al primo posto nella classifica dei brand di maggior valore stilata da Brand Finance Global 500. E per il terzo anno consecutivo l'azienda di Cupertino si conferma leader. Apple è seguita da Samsung , Google e Microsoft . Ciò che distingue Apple dagli altri è la sua capacità di monetizzare il suo marchio. Un esempio sono i tablet, che esistevano prima dell'iPad ma che la Apple ha trasformato in oggetto di culto 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 27 (diffusione:619980, tiratura:779916) I Piccoli e la nuova rivoluzione «fablab» Il garante delle Pmi: le stampanti 3D offrono delle opportunità I numeri del 2013 I dati del 2013 sono catastrofici con oltre 10 mila fallimenti negli ultimi 12 mesi Il boom La vendita delle macchine che riproducono gli oggetti ha toccato i 2,2 miliardi Antonella Baccaro ROMA - Il nuovo artigiano lavora in 3D. Se c'è un futuro per l'attività manifatturiera delle piccole e medie imprese italiane, si trova in un laboratorio che è una via di mezzo tra un garage e una piccola fabbrica a alta tecnologia, ribattezzato dagli addetti ai lavori «fablab»: laboratorio di fabbricazione. Tutto gira intorno alla rivoluzionaria innovazione della stampante tridimensionale che rende possibile la produzione di prototipi ma anche di piccole serie di prodotti, di elevata qualità ma con costi limitati e, come si dice in gergo, taylor made , cuciti addosso al cliente. Che questa possa rappresentare una svolta per le Pmi anche in Italia se ne è accorto il garante delle stesse, Giuseppe Tripoli, che ha registrato il fenomeno nella sua relazione annuale al presidente del Consiglio, di recente pubblicazione. Accanto a dati catastrofici relativi al 2013, tra cui il saldo tra iscrizioni e cessazioni peggiore degli ultimi anni (oltre 10 mila i fallimenti nei 12 mesi), «livello mai raggiunto nel decennio precedente», l'analisi del garante delle Pmi, introduce qualche elemento di speranza. «L'impatto del 3d printing e della diffusione capillare di questo nuovo "impianto industriale" sui nuovi modi di produzione e sui modelli di consumo, è tale - scrive Tripoli - che non sembra retorico parlare di "nuova rivoluzione industriale". Per l'impresa capitalista e taylorista, la fabbrica, il "luogo del fare", era basato sulle economia di scala e il prodotto era quello per il consumo indistinto di massa. Oggi il luogo della produzione è un mix tra garage, bottega artigiana e laboratorio» e il prodotto è «fatto su misura». L'idea della stampa 3D risale agli anni 90, e quello che agli inizi del 2000 si chiamava «rapid prototyping» era già utilizzato per produrre i componenti delle monoposto dal team Renault F1. A incentivarne la diffusione c'è stato il crollo del costo (a partire da 1.000-1.500 euro), con vendite che nel 2012 hanno raggiunto i 2,2 miliardi di dollari, che saliranno a 6 entro il 2017. Ma anche il salto di paradigma avvenuto con le stampanti industriali (già usate negli Usa) che con ceramica e composti metallici consentono la produzione di componenti per elicotteri, auto, moto. In questo scenario, si registra nella relazione, i «fablab» sono in crescita e rappresentano un'occasione di investimento pubblico-privato. Secondo un recente censimento della rivista Wired.it, in Italia sarebbero 43, «non tutti laboratori di fabbricazione in senso stretto, ma tutti riconducibili alla filosofia di collaborazione e sperimentazione che promette di rivoluzionare (e rilanciare) la manifattura». Questo fenomeno, osserva il garante, sta rendendo nuovamente attrattive per i giovani molte attività manuali e dovrebbe lanciare una sfida agli attuali percorsi della formazione professionale, a cominciare dai programmi del nuovo sistema di istruzione tecnica superiore (Its) che si pone come livello di formazione a elevato profilo tecnico intermedio tra scuola superiore e Università, che dovrebbe essere modellato sulle esigenze espresse dalle nuove filiere del manifatturiero italiano. L'obiettivo nemmeno troppo nascosto è «rinnovare le filiere produttive colpite dalla crisi». La produzione in casa con la fabbricazione digitale ha il vantaggio di essere più conveniente perché consente agli operatori di «rimanere in un contesto che assicuri qualità e riduca i costi impliciti delle delocalizzazioni». L'avvento dei «fablab» s'incrocia con un'altra novità importante nel panorama produttivo italiano: nel 2012 per la prima volta è stata introdotta la definizione di «start up innovativa», una società di capitali costituita da meno di quattro anni, con un'elevata dotazione tecnologica, e per la quale sono stati introdotti dei benefici. A gennaio 2014 le start up registrate nella sezione speciale del Registro delle Imprese, osserva il garante, sono 1.554. Le Regioni più densamente popolate, Lombardia (314), Emilia Romagna (169), Lazio (164), Veneto (134) e Piemonte (128). SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 34 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Lo studio Tripoli: mescolare tecnologie e capacità artigianali per il rilancio del «made in Italy» 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 27 (diffusione:619980, tiratura:779916) La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 35 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 27 (diffusione:619980, tiratura:779916) Bernabè: una spinta alla crescita? Si faccia una banca per le imprese «Serve un istituto specializzato nei finanziamenti a lungo termine» Bisogna tornare agli ingegneri, basta con i super esperti di finanza Fabio Tamburini «Oggi viviamo un momento magico per l'Italia, con un afflusso di capitali importante. Occorre cogliere l'attimo e applicare il metodo Renzi anche in economia». Franco Bernabé ne ha viste di tutti i colori, da amministratore delegato dell'Eni e da presidente operativo di Telecom, da manager e da imprenditore, ma non ha perso la passione per la ricerca di nuove strade e ritiene che ci siano le condizioni per mettere in cantiere «operazioni finanziarie di carattere straordinario per ridurre il debito pubblico e rilanciare gli investimenti». L'appello è «di smetterla con nuove tasse o i discorsi sulla patrimoniale» che definisce «controproducenti e che rischiano di rivelarsi il colpo finale, ammazzando quel poco d'impresa che è rimasto». Cosa intende per operazioni straordinarie? «È arrivato il momento di pensare in grande. Lo Stato deve mettere in campo tutti gli strumenti disponibili per raccogliere liquidità utilizzando i capitali raccolti per valorizzare i propri attivi e ridurre la pressione del debito pubblico. Contemporaneamente va data una spinta forte allo sviluppo economico attraverso il credito industriale a medio e lungo termine, che oggi in Italia è praticamente scomparso. In passato avevamo l'Imi, che è stato decisivo per rilanciare l'economia degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi è necessario rifare qualcosa del genere. Partiamo dalla raccolta di capitali. Perché ritiene che lo Stato riesca ad intercettarli? «Negli ultimi anni i grandi investitori internazionali si sono arricchiti, e molto, raccogliendo denaro negli Stati Uniti o in Giappone al 2-3 per cento e reinvestendolo al 7-8 per cento nei mercati emergenti. In più, siccome lo facevano tutti sugli stessi mercati, guadagnavano pure sui cambi. Ora la festa è finita e la situazione è cambiata radicalmente. Così i flussi di capitale hanno cercato nuovi mercati, trovando opportunità interessanti nei Paesi periferici dell'area euro dove ci sono stabilità della moneta e rendimenti apprezzabili. In più gli asset italiani hanno prezzi bassi, davvero molto bassi». La riduzione dello spread tra bond e Btp è frutto di questo fenomeno? «Esatto, soprattutto di questo». Quanto durerà? «Difficile dirlo. Probabilmente non tantissimo, ma si è aperta una finestra di opportunità da non perdere. In finanza il problema è cogliere rapidamente le opportunità. Si è creata una situazione che soltanto sei mesi fa non c'era e che tra sei mesi potrebbe non esserci più. Sono necessarie operazioni innovative, spiazzanti. E per questo dico che anche in finanza va applicato lo stile Matteo Renzi, che sta andando nella direzione giusta». Faccia qualche proposta concreta... «Costituire delle società in cui far confluire immobili, aziende, partecipazioni e poi quotarle. O, in alternativa, creare una grande Spac di Stato (le Spac sono un nuovo strumento, contenente esclusivamente cassa, ndr) da dedicare a investimenti selezionati in attivi dello Stato. L'altra possibilità è ricreare un istituto specializzato nel finanziamento a lungo termine delle imprese che possa raccogliere capitali attraverso emissioni obbligazionarie garantite dallo Stato. Avrebbero, mi creda, un successo assicurato». A quali tassi d'interesse? «Sui mercati c'è abbondanza di capitali che cercano impieghi, pronti a essere investiti in bond al 3-4 per cento anche senza garanzia dello Stato. Ciò permetterebbe di prestare denaro, per esempio al 5 per cento, alle imprese che vogliono investire e crescere». SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 36 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Intervista «Costituire una società in cui far confluire gli immobili, magari una Spac, con emissioni garantite dallo Stato» 02/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 27 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 37 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Non potrebbero farlo le banche? «Le banche sono appesantite dalle sofferenze, hanno strutture patrimoniali deboli e, di conseguenza, hanno difficoltà nella raccolta. Servono iniziative diverse, senza il peso degli scheletri negli armadi». Ma come scegliere le aziende su cui puntare? «Può provvedere un nuovo Imi, che era un grande serbatoio di professionalità, fucina di competenze straordinarie. Bisogna tornare agli ingegneri, che conoscono le aziende e sanno come funzionano. Basta con i super esperti di finanza e di rating». Lo ritiene davvero possibile? «Stiamo raschiando il fondo, ma l'Italia ha le risorse finanziarie e imprenditoriali per risalire e la situazione dei mercati internazionali può dare un aiuto straordinario a questo rilancio. L'importante è avere la voglia di percorrere strade nuove e il coraggio di realizzare progetti complessi. Senza timori reverenziali». © RIPRODUZIONE RISERVATA 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) «Con più donne la nostra Rai sarà un modello per la parità» Maria Silvia Sacchi Di MARIA SILVIA SACCHI A PAGINA 21 «La Rai sa bene quali sono le cose da fare. Il piano strategico varato dal consiglio di amministrazione è frutto di un'analisi molto seria che va dal palinsesto alle news, dalle procedure interne alla digitalizzazione. Ci sono questioni che la Bbc, che abbiamo preso come punto di riferimento, sta iniziando a guardare adesso». Anna Maria Tarantola, presidente Rai, sottolinea con decisione quanto fatto dal cda insediato un anno e mezzo fa. «Abbiamo trovato un'azienda tecnologicamente molto arretrata - dice - ma con grandi potenzialità. Un'azienda che ha su di sé un'enorme responsabilità perché ciò che fa ha un impatto su tutto il Paese. Questo richiede equilibrio, capacità di capire e di prendere le decisioni; e anche di rallentare quando le modifiche sono delicate, per poi riprendere il cammino. L'importante è sapere dove si sta andando e noi l'abbiamo ben chiaro». La conversazione parte dalla due-giorni dedicata alla «differenza di genere come risorsa» che la Rai ha organizzato per mercoledì 5 e giovedì 6 marzo prossimi in occasione del 90° anniversario della radio e del 60° della televisione. Titolo dell'iniziativa «Donna è», cui seguirà sabato una serata dedicata alla violenza sulle donne. Il discorso, però, necessariamente si allarga. Anche se sulle polemiche in corso - da Sanremo alle nomine - Tarantola mette un freno, rispondendo che «queste sono questioni che devono essere discusse all'interno del cda». Perché un evento sulle donne? «Il convegno ha due grandi scopi. Il primo è svolgere il nostro ruolo di servizio pubblico e dare attuazione a un obbligo che abbiamo - sulla base del contratto di servizio 2010-2012 ancora in vigore - di dare spazio a una rappresentazione corretta e non stereotipata delle donne. Lo facciamo sia intervenendo sulla qualità della nostra programmazione, sia aumentando il peso delle donne nella Rai, sia con iniziative come questo convegno con il quale vogliamo acquisire informazioni, conoscere meglio il Paese e metterci a confronto con gli altri per aprire un grande dibattito». Il secondo scopo? «Mettere in evidenza modelli positivi per diffondere il valore delle donne. Tutte le ricerche economiche e politiche ci dicono, ormai da tempo, che per un Paese è importante avere più donne nei ruoli decisionali: c'è una migliore amministrazione, un aumento del Pil... Voglio essere chiara: non intendo dire che le donne sono migliori degli uomini, quello che funziona è il mix uomo-donna, il fatto di portare e condividere modi e pensieri diversi». La Rai ha approvato, prima in Europa tra i servizi pubblici, una policy di genere. Con quali risultati? «Dal monitoraggio commissionato all'Osservatorio di Pavia emergono risultati positivi. Abbiamo una qualità ottima sulle fiction, nelle quali oggi troviamo donne reali: nel comune sentire deve passare l'idea che è normale che una donna sia avvocato o tenente di vascello o magistrato e che abbia una sua vita e capacità di contribuire alla crescita del Paese. È aumentato il numero delle giornaliste, che ora rappresentano più del 40 per cento del totale, ed è cresciuta anche la loro presenza in video. Così come è aumentato il numero delle conduttrici e la presenza delle concorrenti nei quiz. Da settembre 2012, quando è entrato in carica questo cda, a settembre 2013, inoltre, sono state nominate 12 dirigenti donne». Dove si deve fare di più? «Sulle esperte-donne che vengono consultate, un tema sul quale abbiamo comunque iniziato un lavoro di mappatura. E sulle persone intervistate e di cui si parla. Questo, purtroppo, non è un terreno sul quale la Rai può fare da sola: i portavoce dei politici sono prevalentemente uomini, così come i personaggi di cui si parla. È il riflesso del fatto che le posizioni apicali sono maschili. Noi possiamo fare di più ma dobbiamo fare i conti con la realtà». SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 38 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato INTERVISTA Anna Maria Tarantola 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 39 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato La realtà dice che la Rai, così, è in calo di ascolti. «La Rai ha sempre uno share del 40 per cento come media settimanale, che è di ben 5 punti sopra la concorrenza. Detto questo, se diamo una rappresentazione più sobria perdiamo ascolti? Ma noi siamo il servizio pubblico e il contratto di servizio ci dice che dobbiamo muoverci in questa direzione. Dobbiamo essere molto bravi. Io non sono una creativa e dico, con umiltà, che ho bisogno di autori che sappiano creare una fascinazione senza rappresentare la donna come un oggetto ma come una risorsa pensante. Si possono avere ottimi risultati, come con Don Matteo , Montalbano , anche con un tema triste come Braccialetti rossi ». Per ogni promozione avete dato indicazione di esaminare il curriculum almeno di una donna. «È una parte della nostra policy di genere sulla quale c'è stato consenso in azienda e che stiamo attuando. Tante volte, infatti, la discriminazione è implicita: si è portati a non prendere in considerazione le donne anche senza avere intenzione di escluderle. È la discriminazione più subdola». Quali sono state le reazioni interne? «Nei grandi processi di cambiamento è normale che ci possa essere del disorientamento, ma la struttura Rai ci sta seguendo». La concorrenza è sempre più forte e le risorse scarse. «Quando il nuovo cda si è insediato si è posto tre obiettivi: il riequilibrio economico-finanziario, gli investimenti in tecnologie e l'eccellenza dell'offerta. Su tutti e tre abbiamo perseguito buoni risultati, soprattutto sul riequilibrio economico-finanziario dove siamo in linea con il budget e, anzi, andiamo meglio. Quanto alle tecnologie, abbiamo investito moltissimo nella digitalizzazione: abbiamo digitalizzato il Tg2, in maggio toccherà al Tg3, poi al Tg1 e alla Tgr. Abbiamo, inoltre, avviato un importante processo di digitalizzazione aziendale. Sul fronte dell'offerta i miglioramenti si vedono. Infine, attraverso Rai Fiction e Rai Cinema investiamo oltre 250 milioni che vanno ai produttori indipendenti, i casi sono molti, per esempio Mamma imperfetta (co-prodotto con il Corriere della Sera ). Significa che la Rai crea valore». La consigliera di amministrazione Luisa Todini ha criticato la governance Rai e ha proposto di avere un amministratore delegato con diritto di voto e consiglieri con meno poteri di oggi. È d'accordo? «Sono una presidente di garanzia, devo tutelare tutti e rispettare il quadro normativo in cui tutti devono lavorare. La governance è l'argomento per cui sono stata chiamata qui: cerco di ottenere il massimo di indipendenza e di funzionalità nel rispetto dell'attuale legge. Se il Parlamento e il governo volessero chiedermi un'opinione la dirò in quelle sedi». Come è stato il suo impatto con la Rai? «Delicato, perché mi sono trovata in una realtà che non conoscevo e che aveva grandi complessità: alcune che riguardavano aspetti organizzativi-gestionali che sono comuni a tutte le aziende, altre completamente nuove. Ho passato i primi 6-8 mesi a studiare. Poi, questa è un'azienda che ha una grande potenzialità e una responsabilità enorme e che sta vivendo un momento di grande cambiamento. Forse va un po' lentamente, ma non è che la Rai non ha capito che molto è cambiato. Anzi» . © RIPRODUZIONE RISERVATA Le frasi Tra gli esperti che consultiamo e le persone intervistate o di cui si parla molti sono ancora uomini Quello che funziona è il mix tra uomini e donne, il fatto di portare modi e pensieri diversi Abbiam0 sempre uno share del 40% come media settimanale, anche se siamo sobri Chi è Le origini Anna Maria Tarantola, 69 anni, è nata a Casalpuster-lengo (Lodi) Gli studi Nel 1969 si è laureata 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 40 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato in Economia e commercio all'Università Cattolica di Milano ed è stata ricercatrice alla London School of Economics Il curriculum Nel 1971 è stata assunta in Banca d'Italia. Nel 2009 è stata nominata vicedirettore generale e da luglio 2012 è presidente Rai Foto: Tv di Stato Anna Maria Tarantola è presidente della Rai da luglio del 2012 (foto di Massimo Percossi/Ansa) 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) «Sorgenia è una questione aziendale e non politica» Rodolfo De Benedetti Di RODOLFO DE BENEDETTI A PAGINA 12 con un articolo di Fabrizio Massaro Caro direttore, l'articolo «Il premier, Sorgenia e il salvataggio pagato dallo Stato» (Corriere della Sera, 2/3/2014), mette insieme in modo improprio la situazione di Sorgenia e la necessità di ristrutturarne il debito, il capacity payment per i produttori di energia elettrica, le presunte pressioni nei confronti dell'ex ministro Barca e addirittura le nomine ai vertici delle aziende pubbliche. Mi preme in primo luogo precisare che mio padre non ha alcun ruolo in Sorgenia: come ampiamente noto, lui ha lasciato ogni incarico esecutivo in Cir nel gennaio del 2009 e un anno fa ha trasferito la quota di controllo del gruppo industriale ai miei due fratelli e a me. Mio padre, pertanto, non è in alcun modo coinvolto nella situazione di Sorgenia né nelle trattative di recente intraprese per la ristrutturazione del suo debito, che vengono condotte dal management di Sorgenia e, per quanto riguarda l'azionista Cir, dal sottoscritto e dall'amministratore delegato Monica Mondardini. Entrando poi nel merito dei contenuti dell'articolo, si attribuisce al cosiddetto capacity payment il carattere di una misura «pro Sorgenia». Ciò è strumentale in quanto: 1) il capacity payment è un meccanismo di remunerazione di un servizio necessario alla sicurezza del sistema elettrico. Si tratta, infatti, di una misura legata al mercato, adottata o in corso di adozione anche in altri paesi d'Europa e in Nord America, che remunera impianti flessibili e in grado di garantire la sicurezza della rete compensando gli sbalzi di domanda e in particolare l'intermittenza delle fonti rinnovabili, non programmabili e cresciute negli ultimi anni in misura molto superiore alle previsioni; 2) il provvedimento, che è già in vigore dal 2003 e tornerà stabilmente dal 2017 (la discussione di oggi è sul periodo transitorio 2014-2016), riguarda determinati impianti di generazione e non le aziende. L'articolo cita esplicitamente la sola Sorgenia, ma le aziende con centrali coinvolte nel capacity payment sono numerose e di dimensioni anche maggiori. La Legge di Stabilità, peraltro, prevede che tale misura non pesi in alcun modo sulle bollette. Inoltre, è fuorviante accostare alle attuali difficoltà di Sorgenia il cosiddetto «caso Barca» e alcune posizioni espresse dal quotidiano «la Repubblica». La prima questione non esiste, in quanto mio padre ha dichiarato pubblicamente - senza essere stato in alcun modo smentito - di non avere contatti con l'ex ministro da diverso tempo. La seconda questione, che lega alcuni articoli di «Repubblica» al caso Sorgenia, è priva di fondamento: Cir non ha mai condizionato le autonome opinioni de «la Repubblica». E', infine, infondata anche l'ipotesi di una integrazione di Sorgenia in Eni. Mi spiace constatare che si cerchi in tutti i modi, per ragioni che fatico a comprendere, di creare un «caso politico» su quello che, nei fatti, è unicamente un problema aziendale che coinvolge azionisti e istituti finanziatori. presidente Cir © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 41 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato la lettera Il presidente Cir 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) IL CONSENSO<br/>A CARO PREZZO ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA Qual è la causa profonda della crisi italiana, che ormai sappiamo bene essere una crisi niente affatto congiunturale? Un filo per imbastire una risposta adeguata lo si trova leggendo i saggi di un volume curato da Gianni Toniolo - L'Italia e l'economia mondiale dall'unità a oggi - e pubblicato nella bella collana storica della Banca d'Italia. Come spesso capita, la prospettiva dei tempi lunghi, soprattutto centrale nel saggio introduttivo del curatore, serve a far vedere meglio le cose. All'incirca verso il 1990 lo sviluppo del nostro Paese aveva più o meno raggiunto quello dell'Europa occidentale. Un'impresa ragguardevolissima, se si considera che solo un secolo prima rispetto a quella parte del continente non eravamo ancora usciti dalla decadenza secolare che ci aveva colpito dalla fine del Cinquecento. Ma dai primissimi del Novecento sopraggiunge una crescita sostenuta e pressoché costante, divenuta impetuosa a cominciare dalla Grande Guerra alla fine degli anni Venti e quindi nel trentennio 19501980, durante il quale diminuirono anche - e non di pochissimo - la distanza tra Nord e Sud e la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza tra i gruppi sociali. Da allora, invece, se non proprio un precipizio, quasi. Basti dire che il rapporto tra il Prodotto interno lordo pro capite italiano e quello degli Usa è tornato nel 2010 ai livelli del 1973. In questo secolo, insomma, la nostra crescita è semplicemente inesistente, e da un certo punto in poi inizia addirittura una decrescita. Un deterioramento complessivo di cui può essere considerato un preannuncio simbolicamente esemplare ciò che a cominciare dagli anni Ottanta avviene del rapporto debito/Pil: da circa il 60 per cento nel 1979 si passa in un solo decennio al 90, per arrivare nel 1992 al 105 per cento. Che cosa è successo per giustificare la drammatica inversione avutasi nello sviluppo italiano? In queste pagine si danno parecchie spiegazioni (poche grandi imprese, mancato inserimento nell'imponente rivoluzione tecnologica e dei servizi di fine Novecento, aumento eccessivo del costo del lavoro, eccetera), ma se ne affaccia di continuo, mi sembra, una in particolare, benché mai sviscerata fino in fondo. Vale a dire che in Italia ciò che è venuto meno non è qualcosa che attiene direttamente all'economia, ma è piuttosto una generale «capacità sociale di crescita» (Toniolo). Diviene allora impossibile non collegare il ciclo economico a quello politico, e chiedersi se negli Anni 70/80, data di inversione del primo, non sia cominciato ad accadere anche nel secondo qualcosa di significativo che possa essere messo in relazione con esso. Ebbene, questo qualcosa è senz'altro accaduto, e si chiama avvento di un consenso elettorale ad alto tasso di contrattazione. Mi spiego: fino a quegli anni il voto appare in gran parte determinato da forti motivazioni di appartenenza ideologica. Il voto mobile, cosiddetto d'opinione, è piccola cosa, e specialmente lo spostamento da uno all'altro dei due grandi blocchi elettorali democristiano e comunista - è decisamente limitato dalla natura del Pci quale partito sostanzialmente delegittimato a governare. Le cose però cominciano a cambiare dopo il Sessantotto. Gruppi sempre più consistenti di elettorato «d'ordine» si staccano dalla vecchia fedeltà elettorale; gli strati giovanili in quanto tali mostrano una spiccata tendenza a sinistra; la sindacalizzazione coinvolge vasti strati del ceto medio; si alza in generale il livello di richiesta di servizi e di garanzie sociali (previdenza, assistenza, eccetera). Al tempo stesso l'immagine del Partito comunista va perdendo i caratteri negativi che fin lì aveva avuto ed esso pertanto diviene un competitore credibile al governo del Paese. Questo svolgersi delle cose rappresentava di certo una crescita democratica, un positivo ampliamento degli spazi di azione sociale: da una dimensione ideologicamente ingessata e asfissiante a una assai più libera. Ma come sempre maggiore libertà avrebbe richiesto maggiore responsabilità. Di cui invece, per varie ragioni qui troppo lunghe a dirsi, la società italiana non era certo pronta a farsi carico. In Italia maggiori spazi di democrazia vollero dire che a partire dagli anni Settanta si aprì un mercato elettorale nel quale diveniva SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 42 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato LE CAUSE (POLITICHE) DELLA DECRESCITA 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 43 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato sempre più difficile per il compratore politico opporsi alle richieste molteplici e inevitabilmente settoriali dei diversi gruppi sociali decisi a sfruttare al meglio il proprio voto. Si spiega in questo modo tutta una serie di fenomeni destinati nei decenni successivi ad aggravarsi e a produrre conseguenze negative molto importanti: l'espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi indiscriminati alle imprese, il peggioramento della qualità dell'istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni «permissiviste» dall'alto e pansindacalismi e agitazioni democraticiste dal basso. Nel mentre l'istituzione delle Regioni e le varie «riforme» non mancavano di produrre una progressiva perdita di controllo del centro su tutte le periferie e su tutti gli insiemi. Storicamente, dal '45 in poi, la democrazia italiana ha voluto dire i partiti, non la società: che anzi, nel lungo Dopoguerra, è stata piuttosto da essi dominata, organizzata e disciplinata. È peraltro impossibile negare che, in una misura significativa, il grande sviluppo economico del Paese fu reso possibile proprio grazie ai partiti: all'efficacia delle loro scelte e della loro direzione. Ma a partire dagli Anni 70/80 la tendenza si rovescia. In un certo senso la società reclama il suo primato «democratico» e comincia a sfuggire ai partiti, i quali ne perdono progressivamente il controllo fino a conoscere la virtuale dissoluzione del loro sistema con le inchieste di Mani pulite. E da allora in avanti, non a caso, essi vivono e sono vissuti soprattutto come qualcosa di superfluo, di parassitario, precisamente come una «casta». A questo punto, però, la società che prende il sopravvento si rivela per ciò che è: una società con un assai debole «capitale civico», familistica e corporativizzata, complessivamente poco istruita e poco interessata a informarsi, il cui interesse per la libera discussione è scarsissimo, dislocata geograficamente, divisa in interessi particolari accanitamente decisi ad autotutelarsi; dove il privato tende sempre a prevalere su ciò che è pubblico o a piegarlo al proprio servizio; dove non esistono élite sociali e culturali unanimemente riconosciute. Dove sì, le energie non mancano, ma dove si manifesta sempre fortissima la resistenza al cambiamento, al merito, alla mobilità. È compatibile - questo è il punto - una società del genere con un moderno sviluppo economico? E soprattutto: può riuscire a esprimere una strategia appena appena coerente rispetto allo sviluppo anzidetto un sistema politico che deve operare in un tale clima «democratico»? Che è costretto a contrattare periodicamente il proprio consenso con una tale società? Ecco altrettanti interrogativi cruciali a cui peraltro s'incarica la realtà, mi sembra, di dare una risposta ogni giorno più netta. © RIPRODUZIONE RISERVATA Foto: di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA Foto: di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) L'energia e le famiglie: le bollette di luce e gas in una sola pagina STEFANO AGNOLI Verrà realizzata quest'anno una prima selezione del contatore «superintelligente»: si tratta di un sistema in grado di tenere insieme i conti di gas, luce, acqua e magari teleriscaldamento. È il futuro remoto: ma dalle prossime settimane, per le famiglie e i consumatori, scatterà la «bolletta 2.0», capace di sostituire le setteotto pagine spesso incomprensibili e pesanti, alle quali gli italiani sono ormai abituati. Un solo e sintetico foglio formato A4 che conterrà tutto l'essenziale in una o due facciate: anagrafiche, spesa e dati per cambiare operatore. A PAGINA 13 Il futuro remoto, di là da venire, è quello del contatore «superintelligente», per il quale si inizierà a fare una prima selezione già quest'anno. Un sistema in grado di tenere i conti di gas, luce, acqua tutti insieme. E perché no, teleriscaldamento e magari anche qualche consiglio ritagliato su misura per l'uso più razionale dell'energia. Ma il futuro prossimo, che scatta già dalle prossime settimane, sarà comunque sufficientemente rivoluzionario per tutte le famiglie e i consumatori italiani: si partirà dalla nuova «bolletta 2.0», che sostituirà le sette-otto spesso incomprensibili e pesanti pagine alle quali gli italiani sono stati abituati fino ad oggi, con un solo, sintetico e possibilmente chiaro foglio in formato A4, che conterrà tutto l'essenziale (anagrafiche, spesa e dati per poter cambiare operatore) in una o due facciate. In parallelo si metteranno in movimento altri «cantieri»: quello per avviare comunque l'installazione nelle abitazioni dei contatori «intelligenti» per il gas (i «cugini» di quelli per l'elettricità già installati); un altro per riformare la tariffa sui servizi di rete in vigore dagli Anni 70, in modo da incentivare l'utilizzo di tecnologie efficienti come le cosiddette «pompe di calore» al posto delle tradizionali caldaie (e si parla anche delle cucine a induzione); infine la nuova tariffa per l'acqua, passata forse sotto silenzio, ma scattata dal primo gennaio scorso. Sono già due anni che l'Autorità per l'energia ha anche la competenza sull'acqua. Ora, con il nuovo sistema tariffario, l'obiettivo di contenere gli sprechi e di rilanciare gli investimenti per rimettere in sesto una rete conciata male, sembra essere a portata. Non che negli ultimi tre anni trascorsi dall'insediamento per l'attuale Autorità il lavoro non sia mancato. L'ultimo sforzo ha riguardato dodici mesi fa la riforma della materia prima gas, che sganciando il prezzo da quello del petrolio e legandolo all'andamento dei mercati «spot» ha fatto scendere nel 2013 le bollette dell'8%. «Quando ci siamo insediati - afferma il presidente dell'Autorità Guido Bortoni - abbiamo deciso di aprire una stagione di grandi e piccole riforme. Le maggiori, come quella gas, fanno parlare molto di sé, ma anche le tante piccole fanno il rumore di una foresta che cresce». L'attenzione rimane alta su diversi altri fronti, e non potrebbe essere altrimenti. Per le imprese e per i consumatori italiani i prezzi dell'energia continuano a rimanere drammaticamente alti, soprattutto nel paragone europeo. Un differenziale che gioca contro le prospettive di rilancio dell'economia, soprattutto nel confronto con i «competitors». Nell'ambito delle sue attribuzioni anche il regolatore-Autorità è ben conscio del problema, che riguarda, tra l'altro, questioni sensibili come l'integrazione delle fonti rinnovabili nel sistema e la revisione degli «oneri di sistema», le voci «parafiscali» che appesantiscono la bolletta e che sono cresciute ben oltre le attese (oltre agli incentivi alle fonti rinnovabili anche gli sconti per le imprese energivore o i costi dello smantellamento del «vecchio» nucleare). Non è un mistero che la crescita della componente fiscale nelle bollette abbia come effetto quello di ridurre lo spazio lasciato alla concorrenza sul mercato tra le diverse aziende fornitrici di gas e elettricità. Uno spiraglio però si sta aprendo, visto che l'Autorità ha inserito nel suo programma anche questa riforma. Un obiettivo da raggiungere a tappe entro il 2016. «Che l'incremento degli oneri sia per noi un elemento di forte preoccupazione - dice Bortoni - lo diciamo da tempo. Ma per fare queste riforme ci vuole coraggio da parte di tutti, istituzioni e operatori. Se si vuole una vera riduzione dei prezzi dell'energia le posizioni di rendita vanno abbandonate da tutte le parti, dando prova di responsabilità». Va da sé che agli occhi dei consumatori l'iniziativa più evidente sarà quella della nuova bolletta, che dovrebbe essere più vicina al modello Usa piuttosto che a quello francese o tedesco. «Iniziamo la semplificazione dai SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 44 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Tariffe, consumi e contatori: cosa cambia 03/03/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 45 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato servizi di maggior tutela ma è ovvio che anche il mercato libero non potrà ignorare questa nuova prassi», aggiunge Bortoni. Leggibilità e trasparenza saranno maggiori. Certo, per uguagliare il modello Usa bisognerebbe avere anche prezzi di elettricità e gas paragonabili. La strada è ancora lunga ma ben avviata: «È finita l'epoca in cui eravamo subalterni nell'Europa dell'energia, ora su parecchi temi le nostre regole sono prese ad esempio». Stefano Agnoli @stefanoagnoli © RIPRODUZIONE RISERVATA @ Domani la videochat La nuova «bolletta 2.0», ma non solo. Domani dalle 14.30 il presidente dell'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico, Guido Bortoni e il componente Luigi Carbone, risponderanno (su www.corriere.it ) alle domande dei lettori su tutte le novità in arrivo. Tutti i confronti sul Web Il confronto tra la vecchia bolletta di luce e gas con un (possibile) modello della nuova fattura che le famiglie riceveranno dal 2015. Che cosa accadrà sul fronte delle tariffe, dei contatori «intelligenti» del gas, dell'acqua. Da questa mattina nello speciale «le Nuove Bollette» su www.corriere.it 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Il mondo corre con WhatsApp, l'Italia affonda nei suoi ritardi Guido Gentili «Allucinante» è la parola con la quale il capo del Governo Matteo Renzi ha commentato il dato sulla disoccupazione: 12,9% a gennaio dopo un 2013 che ha visto la perdita di mezzo milione di occupati. A sua volta questo dato ne porta in grembo un altro: la disoccupazione giovanile è al 42,4%. In entrambi i casi, siamo ai dati peggiori dal 1977, quando Renzi aveva due anni, nell'Italia insanguinata dalle Br esordivano (con due lustri di ritardo rispetto agli altri Paesi europei) le trasmissioni a colori della Rai Tv e negli Usa usciva il primo episodio della saga cinematografica "Guerre Stellari". In una biografia nazionale dove pure abbondano le belle pagine, certi dati e confronti provocano in effetti allucinazioni. L'Espresso era ieri in edicola con l'inchiesta sulla "Fuga dei laureati" e la perdita nazionale della classe dirigente del futuro. Chi può se ne va, dal Paese dove 2,2 milioni di "under 30" non trovano lavoro, non lo cercano e non partecipano ad alcun processo di formazione. L'Italia bloccata che ha bruciato speranze allo stesso ritmo con cui ha aumentato il suo debito pubblico, s'affaccia in un mondo dove le guerre stellari, e non solo quelle virtuali del cinema, erano già in corso negli anni Settanta, mentre noi decretavamo le "domeniche a piedi" come contromossa per il rialzo choc del prezzo del petrolio. Uno dei due fondatori di WhatsApp (il gigante della messaggistica mobile nato nel 2009 e acquisito ora da Facebook per 19 miliardi dollari), Jan Koum, classe 1976, è più giovane di Renzi. Ebreo ucraino costretto a 16 anni a trasferirsi con la famiglia a Mountain View, in California, qui i servizi sociali gli assegnano una casa e un primo sostegno. La madre, casalinga a Kiev, trova un impiego come babysitter e Koum "esordisce" sul mercato del lavoro facendo le pulizie in un negozio di alimentari. Autodidatta programmatore e solo dopo iscrittosi alla facoltà di Scienze informatiche, oggi, a 38 anni (il co-fondatore di WhatsApp Brian Acton ne ha 42) ha venduto la sua quota incassando 6,8 miliardi di dollari, in pratica il budget annuale di San Francisco. Guido Gentili E togliendosi anche la soddisfazione di firmare simbolicamente l'accordo con Facebook davanti alla palazzina un tempo sede di quei servizi sociali americani che l'accolsero e lo salvarono. Ma anche l'Italia, si dirà, ha i suoi servizi pubblici. Prendiamo il caso dei Centri per l'impiego così come l'ha raccontato con una lettera una preside di liceo al senatore Pietro Ichino. La preside viene a conoscenza che gli enti pubblici possono avvalersi della collaborazione dei lavoratori in mobilità per impiegarli nei lavori "socialmente utili". Si rivolge allora al Centro d'impiego della sua città e «dopo l'iniziale sconcerto dell'impiegata - scrive - che mi scrutava per cercare di scorgere le antenne verdi, sono riuscita a carpire qualche vaga informazione sugli elenchi nominativi di questi ex lavoratori detenuti dall'Inps che forse... chissà quando, me li potrebbe rilasciare ma... privi di profilo professionale. Rifletto: migliaia di lavoratori stretti dalla crisi non sanno che fare, ricevono un sussidio e nessuno li interpella? Possibile? Che benefici trarrebbe una scuola dalla presenza di operai, tecnici etc che collaborano al funzionamento della stessa in più settori...». Risposta di Ichino. «Questa è la situazione di molti Centri. Qualcuno a Roma e negli assessorati regionali dovrebbe chiedersi: se i Cpi non dispongono neppure della lista dei disoccupati che dovrebbero collocare (per non parlare dei rispettivi professionali) come è pensabile che svolgano la loro funzione essenziale di collocamento? E prima ancora, come è pensabile che le imprese si rivolgano a questi Centri per trovare i lavoratori di cui hanno bisogno?». Non è pensabile e infatti non accade: il servizio è una foglia morta. Ma non negli Stati Uniti del famoso, e antisolidale, "liberismo selvaggio", ma qui in Italia. Che però è il Paese, vedi il caso, dove nel 2014 il direttore generale della Banca d'Italia Salvatore Rossi pone all'evidenza che «le ragioni del libero mercato attendono ancora pieno riconoscimento», con ciò indicando non un inciampo contingente ma un ritardo storico. SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 46 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato LAVORO E GIOVANI 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 47 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato «Allucinante, subito il Jobs Act», ha detto Renzi. Ma questo è ancora un titolo con delle buone indicazioni, non un provvedimento articolato del Governo il cui successo in chiave pro-crescita dipenderà, e molto, da ciò che in parallelo verrà fatto sui terreni della spending review e della riduzione del cuneo fiscale. Nell'attesa, mentre sta per entrare in pista il "Piano garanzia" per 900mila giovani sul cui programma di spesa la sorveglianza dovrà essere massima (perché lo spiega Davide Colombo a pag. 5) potrebbe essere utile per il nuovo ministro del Lavoro Giuliano Poletti esaminare come funzionano e cosa offrono in Svezia i servizi all'impiego per i giovani (modello citato alla Leopolda, a dicembre scorso, dallo stesso Renzi). Il piano "Labour market initiatives for young people" è facilmente rintracciabile sul sito del governo svedese. Brevissima introduzione del ministro, tre cartelle in tutto, strategia chiara tradotta da tempo in fatti. [email protected] @guidogentili1 © RIPRODUZIONE RISERVATA 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Giovani, disoccupazione record al 42,4% Renzi: «Allucinante, subito il Jobs act. Entro 15 giorni la proposta» Claudio Tucci In gennaio il tasso di disoccupazione si è attestato al 12,9% (massimo dal 1977), in aumento dello 0,2% rispetto a dicembre e dell'1,1% nei dodici mesi. I disoccupati risultano 3 milioni 293mila. Ancora più pesante il bilancio sul fronte dei giovani: i senza lavoro nella fascia 15-24 anni sono 690mila, con un tasso medio salito al 42,4% (51,6% al Sud). Dal 2008, anno d'inizio della crisi, si contano 984mila occupati in meno, 478mila solo nel 2013, l'anno peggiore secondo l'Istat. «Cifre allucinanti» commenta il premier Renzi su twitter. «Ecco perché il primo provvedimento sarà il Jobs act». Tucci e Colombo u pagina 2 ROMA Torna a crescere il tasso di disoccupazione che a gennaio sale a quota 12,9% (+0,2 punti sul mese, +1,1 punti nel confronto tendenziale), al top dal 1977 (inizio delle serie trimestrali dell'Istat). I senza lavoro arrivano a tre milioni e 293mila unità (+60mila in un solo mese, +1,9%, e addirittura +260mila persone su base annua); un bacino in cui confluisce anche una buona fetta di inattivi (vale a dire, chi si rimette alla ricerca di un lavoro, ma non lo trova). Dal 2008, anno d'inizio della crisi, si contano 984mila occupati in meno. Rimane fortemente critica la situazione dei giovani, in particolare al Sud. A gennaio il tasso di disoccupazione degli under25 schizza al 42,4% (+0,7 punti rispetto a dicembre, e +4 punti a livello tendenziale). In Eurolandia (confrontando il dato ufficiale di gennaio) siamo al secondo posto, dietro solo al 54,6% della Spagna. La Croazia è a quota 49,8% (ma il dato è di dicembre 2013). Anche la Grecia segna una percentuale di disoccupazione giovanile più elevata della nostra (59%). Però pure qui la percentuale non è aggiornata (si è fermi a novembre 2013). Tuttavia il dato della Grecia (e questo fa riflettere) è di poco inferiore al picco registrato nel Mezzogiorno dove il tasso dei senza lavoro tra gli under25 ha sforato lo scorso anno il 50% (51,6% per la precisione - addirittura 53,7% tra le giovani donne meridionali - contro il 31,2% del Nord). I dati diffusi ieri dall'Istat (gennaio 2014 e la media del 2013) e da Eurostat (con il confronto internazionale) evidenziano tutte le difficoltà del mercato del lavoro italiano. A gennaio nella zona Euro la disoccupazione rimane stabile al 12%, in Italia aumenta al 12,9%, confermando un trend di crescita che difficilmente è destinato a rallentare nei prossimi mesi (come indicano anche le ultime stime della commissione Ue). E ciò dimostra come «la ripresa produttiva dovrà assumere un passo ben più deciso per generare una domanda di lavoratori, da parte del tessuto produttivo, in grado di assorbire la dinamica crescente di persone che si mettono in cerca di una occupazione», sottolinea Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma. In Eurolandia, a gennaio, il tasso di disoccupazione più basso si registra in Austria (4,9%), Germania (5%), Lussemburgo (6,1%); i valori più alti si sono segnati in Grecia (28% - ma il dato è di novembre) e Spagna (25,8%). L'Italia, con il 12,9%, si colloca quindi sopra la media Ue a 18, in una posizione intermedia, ma distante dai paesi migliori. I dati Istat certificano, poi, un 2013 "annus orribilis" per l'occupazione: sono stati persi 478mila posti, tutti tra le fasce d'età 15-34 anni e 35-49 anni. Gli occupati over50 sono invece cresciuti per effetto dell'allungamento dell'età pensionabile targato Monti-Fornero. I dipendenti a tempo indeterminato sono diminuiti di 190mila unità; ma in calo sono anche gli "indipendenti" (-143mila unità) e i cosiddetti precari (-200mila, circa, pari a meno 146mila contratti a termine e meno 51mila collaboratori). Guardando ai principali settori economici, nell'industria in senso stretto c'è stato un calo di 89mila occupati, nelle costruzioni si sale a un preoccupante 163mila unità. Anche il terziario, nella media del 2o13, perde 191mila posti. Il dato di gennaio 2014, invece, evidenzia una occupazione stabile (nel confronto con dicembre), e questo potrebbe indicare «come probabilmente si sia toccato il fondo della crisi - spiega l'economista del lavoro, Carlo Dell'Aringa -. Ora SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 48 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato A gennaio il tasso dei senza lavoro sale al 12,9%, top dal 1977 - Nel 2013 perduti 478mila posti 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 49 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato servono interventi sulla domanda aggregata, con un taglio del cuneo che riguardi anche l'Irpef, nuove risorse per i sussidi da collegare, in prospettiva, a politiche attive più incisive». © RIPRODUZIONE RISERVATA Valori percentuali Gennaio 2014 In punti percentuali Variazioni congiunturali Variazioni tendenziali Tasso di occupazione 55,3 -0,1 -0,7 Tasso di disoccupazione 12,9 0,2 1,1 Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) 42,4 0,7 4,0 Tasso di inattività 36,4 -0,1 0,1 Foto: IL CALO DEGLI OCCUPATI Numero di lavororatori per tipologia e contratto - Dati 2013 in migliaia IL CONFRONTO Tassi di occupazione, disoccupazione e inattività - Dati destagionalizzati IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE Gennaio 2013-gennaio 2014.Valori %. Dati destagionalizzati AL SUD PIÙ GIOVANI SENZA LAVORO Tasso di disoccupazione giovanile per area geografica - Valori % 2013 - Fonte: Istat 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Così il merito può guidare le nomine pubbliche Luigi Zingales Il governo Renzi è alla prova del fuoco. Deve dimostrare che le speranze nel giovane primo ministro sono ben riposte. Deve dare un segnale di cambiamento che ridia fiducia al Paese. Deve fare qualche cosa per rilanciare subito l'economia. Ma cosa? Il vincolo di bilancio imposto dall'Europa rende difficile una manovra fiscale espansiva. La maggioranza disomogenea rallenta qualsiasi riforma, tantomeno la possibilità di una riforma al mese. E anche se le riforme venissero approvate a ritmo battente, la lentezza della macchina burocratica non ne renderebbe percepibili gli effetti per molti mesi (se non anni). Stiamo ancora aspettando i decreti attuativi di molte delle riforme approvate dal governo Monti. Ma allora che fare? Uno dei pochi campi in cui il potere del governo è assoluto e immediato è quello delle nomine. Nei prossimi mesi ci sono più di 400 nomine da effettuare: dall'amministratore delegato dell'Eni al commissario Consob scaduto già a dicembre. T radizionalmente queste nomine sono viste come un'opportunità per distribuire prebende ed ingraziarsi persone, non come una decisione di politica economica. E fintantoché rimangono un puro esercizio di potere, non potranno avere alcun effetto benefico sull'economia. Eppure un cambiamento radicale non solo nelle persone, ma nel metodo, un'affermazione del principio della meritocrazia - sconosciuto in Italia - potrebbe avere un enorme effetto positivo non solo sul morale degli italiani, ma anche sulla nostra economia. Gestite da persone competenti, le imprese pubbliche comincerebbero a funzionare meglio e le agenzie governative a essere più efficienti. Ancora più importante sarebbe il fatto che i nominati per merito sarebbero liberi di operare nell'interesse dell'azienda, non limitati nelle loro azioni dalla necessità di restituire il favore a chi li ha nominati. Dal vertice delle imprese e delle agenzie governative, il principio della meritocrazia comincerebbe a diffondersi a cascata all'interno delle varie organizzazioni, motivando i dipendenti capaci e isolando faccendieri e intriganti. Quante ore-uomo vengono sprecate ogni giorno nelle nostre imprese in office politics? Se un nuovo metodo di nomina riducesse solo di un terzo questo spreco, il beneficio in termini di efficienza sarebbe enorme. Non basta. Una rivoluzione meritocratica spingerebbe i giovani a studiare (che serve lo studio se la nomina avviene per conoscenze) e a non emigrare. Una rivoluzione meritocratica ridarebbe speranza a una gioventù che l'ha persa. Ma come dare inizio a questa rivoluzione meritocratica? Il grande rischio che corre Renzi è quello di pensare di essere in grado di fare meglio di chi lo ha preceduto semplicemente perché lui è diverso (più bravo, più onesto, più giovane, più...). È l'illusione in cui cadono tutti: che sia principalmente un problema che affligge gli altri, non un problema di metodo, che affligge tutti fintantoché il metodo non cambia. In realtà, anche il politico più onesto e ben intenzionato cade vittima di pressioni e raccomandazioni (la fila dei questuanti è pressoché infinita). Tanto più un politico inesperto come Renzi. Lui dovrà inevitabilmente appoggiarsi a consigli di amici e sostenitori. Al vecchio sottobosco se ne sostituirà uno nuovo, forse più giovane, ma non necessariamente migliore. Non basta neppure la foglia di fico della società di head hunting, usata dal governo Letta. Queste società adempiono un mandato. Se il mandato (esplicito o implicito) è quello di trovare il meno peggio (o il più ammanicato) tra gli amici di chi sta al potere, la maggior parte delle società di revisione si adegua (anche se per fortuna ci sono delle nobili eccezioni). Per funzionare il metodo di selezione deve essere trasparente e deve ridurre al minimo la discrezionalità del governo nella scelta della persona, pur lasciando al governo stesso la scelta degli obiettivi che questa persona dovrebbe raggiungere. A questo scopo propongo il seguente metodo. Innanzitutto, il governo annuncia dei criteri oggettivi di performance e numero di mandati sulla base dei quali decide se confermare la persona esistente al suo poso. Se la persona va sostituita il governo dichiara pubblicamente le caratteristiche SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 50 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato LA GOVERNANCE DELLE AZIENDE DI STATO 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 51 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato della persona che vorrebbe in quella posizione e gli obiettivi che questa persona dovrebbe conseguire. Sulla base di questa indicazione si chiede alle prime cinque società di cacciatori di teste sul territorio nazionale di presentare un nome ciascuna. Dalla rosa di cinque nomi il governo elimina i due che considera meno adatti e poi sorteggia (in modo pubblico) il nominato tra i tre rimanenti. Le due società di head hunting che hanno proposto il candidato scartato non vengono pagate, le altre tre si dividono la parcella equamente. Alla fine del mandato, se il candidato non ha raggiunto gli obiettivi stabiliti, la società di head hunting che ha proposto il nome del candidato scadente sarà esclusa dalle cinque che presentano un candidato e un'altra verrà inserita nella lista. In questo modo si premia la qualità della scelta e si riduce il rischio che i cacciatori di teste presentino un candidato indicato in modo informale dal governo. Liberi da debiti di riconoscenza (il governo non nomina, elimina solo) e con precisi obiettivi da conseguire, i nominati potranno finalmente gestire le imprese in modo efficiente e non clientelare. Sarebbe una vera rivoluzione. Una rivoluzione che Renzi può e deve fare. Altrimenti la colpa è solo sua. © RIPRODUZIONE RISERVATA 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 12 (diffusione:334076, tiratura:405061) Il rompicapo della crescita A confronto due scenari (poco edificanti): Summers contro Mit Jean Pisani-Ferry Per i governi, il tasso di crescita che è ragionevole aspettarsi in futuro è questione cruciale. Se il passato è di valido aiuto per pronosticare il domani, dobbiamo concludere che le prospettive sono deprimenti. Dal 2008 la crescita ha disatteso le aspettative di continuo. Tra i Paesi più colpiti dalla crisi solo pochi - Usa, Germania e Svezia - hanno riscoperto una crescita sostenuta. Anche per loro però nel 2013 il Pil si è mantenuto al di sotto dei livelli previsti. L'opinione di economisti e policy-maker è che la crisi finanziaria e dell'euro abbiano nuociuto alla domanda e all'offerta, anche se è iniziato un processo di ristabilimento. Sul versante della domanda, i postumi dell'indebitamento privato antecedente alla crisi e dell'indebitamento pubblico generato dalla crisi continuano a pesare sulla domanda interna. È probabile che il fenomeno durerà parecchi anni, anche se il suo peso si ridurrà. Poco alla volta i consumatori inizieranno a spendere e torneranno a investire (come negli Usa), e la politica fiscale tornerà neutra (come in Germania). Sul versante dell'offerta, la crisi ha diminuito la crescita potenziale della produzione perché le aziende hanno investito meno e hanno ostacolato l'adozione di nuove tecnologie. E, in alcuni casi, le riduzioni dei salari e normative flessibili sui licenziamenti hanno incoraggiato le aziende a sostituire la manodopera col capitale, abbassando la produzione per lavoratore. Mercati del capitale intasati e resistenza a sacrifici collettivi hanno contribuito a ritardare l'avvicendarsi di aziende già presenti sul mercato con società più efficienti. Il risultato è stata una produttività inferiore alle aspettative: nel Regno Unito per produrre un medesimo articolo nel 2013 sono state necessarie molte più ore di lavoro a testa rispetto al 2007. Anche in questo caso l'effetto sul versante dell'offerta della crisi durerà fino a quando le aziende non investiranno in innovazione. L'opinione secondo cui le economie avanzate si starebbero riprendendo, però, è messa in discussione da entrambi i lati. Iniziando dalla domanda, Larry Summers, dirigente di alto grado negli Usa sotto le presidenze di Clinton e Obama, ha suggerito che le economie avanzate si stiano ritrovando nella morsa di una stagnazione secolare. È opinione di Summers che l'indebitamento di prima della crisi non fosse un'anomalia esogena, ma la conseguenza di una domanda globale insufficiente. La distribuzione globale del reddito è passata dalle classi medie dei Paesi avanzati alle economie ricche ed emergenti, determinando un'eccedenza di risparmio ovunque. L'unico modo di scongiurare la stagnazione consisteva nello spingere la classe media a indebitarsi maggiormente, con tassi di interesse bassi e normative tolleranti al riguardo dell'erogazione dei prestiti. L'eccesso di risparmio ha anticipato la crisi e potrebbe continuare a influire sulla domanda globale, a meno che la classe media dei Paesi emergenti non fornisca all'economia globale l'ultima risorsa di un nuovo consumatore. È verosimile che alla fine una cosa del genere accadrà, ma - malgrado gli sforzi degli Usa e dell'Fmi - questo processo di ribilanciamento non è stato ancora completato. Dal versante dell'offerta la sfida nasce da una nuova controversia sorta tra economisti ed esperti di tecnologia al riguardo del ritmo del progresso tecnologico. Per Robert Gordon della Northwestern University, le tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno già apportato alla produttività buona parte dello slancio che ci si poteva aspettare. Non ci sarebbe nessuna nuova sensazionale ondata di innovazione in vista, tale da neutralizzare il rallentamento della crescita potenziale. I ritardatari potranno guardare al futuro, raccogliere dividendi e recuperare. Ma i Paesi che si trovano all'avanguardia della tecnologia dovrebbero accettare il fatto che una crescita pro-capite annua molto lenta, diventi da ora in poi la normalità. Al contrario, gli studiosi Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee dell'Mit sostengono che la Seconda rivoluzione industriale debba ancora arrivare. I due affermano che il potere informatico, la connettività planetaria e la possibilità pressoché illimitata di generare nuove innovazioni innescheranno trasformazioni significative nella SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 52 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato COME USCIRE DALLA CRISI 01/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 12 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 53 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato produzione e nei consumi, nello stesso modo in cui il motore a vapore trasformò il mondo nel XIX secolo. La crescita dovrebbe aumentare di conseguenza, quanto meno se adeguatamente misurata. Se si mettono insieme le sfide citate da Gordon e Summers e l'opinione secondo cui le economie avanzate si stanno riprendendo si arriva ad alcune conclusioni sconfortanti. Se ha ragione Gordon sulla lenta crescita della produttività, l'eccedenza di indebitamento ereditato dalla crisi e dalle calamità che si sono abbattute sulle finanze pubbliche durerà molto più a lungo di quanto si prevedesse. Se ha ragione Summers quando afferma che la domanda è destinata a restare inadeguata, i problemi finanziari sommati alla persistente disoccupazione di massa probabilmente potranno spingere i governi verso soluzioni radicali, come il default del debito, l'inflazione o il protezionismo finanziario. Se invece dovessero avere ragione Brynjolfsson e McAfee, la crescita sarà molto più solida e la faccenda dell'indebitamento sarà dimenticata prima del previsto. La sfida, a quel punto, sarà gestire la riduzione della manodopera e le ripercussioni delle disparità di reddito derivanti dalle tecnologie emergenti. Ciò è vero a maggior ragione se si considera che queste trasformazioni sono in atto sullo sfondo di una persistente disoccupazione di massa. Il rischio è che i problemi sociali diventino ingestibili, dato che i progressi tecnologici potrebbero essere considerati un vantaggio per i ceti abbienti e causa di più gravi difficoltà per le masse. In uno scenario di questo genere, i governi dovranno saper trovare risposte innovative. (Traduzione di Anna Bissanti) © PROJECT SYNDICATE, 2014. 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Il Dragone all'attacco del «serpente» valutario Guido Rossi Le dilaganti povertà e disuguaglianze provocate dalla crisi finanziaria ed economica del 2008, la peggiore in più di settantacinque anni di storia, sono all'origine del riaffacciarsi violento di guerre civili, come la terribile carneficina in Siria e i bagni di sangue sortiti dalla "primavera araba". A queste si aggiungono il fenomeno che va sotto il nome di "guerra al terrorismo", con varie e devastanti conseguenze, oltre alle guerre di dominio antico in giro per il mondo, come quella dilaniante e a noi assai vicina che si sta svolgendo in Ucraina. I sistemi di governo, dalle democrazie alle autocrazie, si sono via via moltiplicati, soprattutto a partire dalla fine della guerra fredda. Con caratteristiche diverse vecchie e nuove democrazie e vecchi e nuovi regimi autocratici han cercato di confondersi in strutture ibride, ovvero democrazie autoritarie, competitive o controllate. È così che ha più che mai preso piede l'estrema incertezza del diritto, sicché si è prospettata attuale la tesi di Carl Schmitt della difficoltà, o forse dell'impossibilità, di trovare un varco fra la Scilla del legalismo e la Cariddi dello "Stato d'eccezione", fra la sovranità della legge e la sovranità sulla legge. La vittoria in questa fase storica dell'economia finanziaria sul diritto ha tolto centralità e sovranità alla politica, riversandole sul governo della moneta. Intorno al denaro ruotano gli Stati, le democrazie e le autocrazie, sicché è proprio questo governo della moneta a determinare in larga misura il destino dei popoli nella nuova globalizzazione. È così che le Banche centrali, che di quel governo hanno la leadership, costituiscono ormai il vero e indiscusso potere delle nazioni e mai come in questo periodo le loro decisioni ne hanno condizionato la vita. La rapidità con cui le Banche centrali possono agire sull'andamento delle economie globalizzate, in continua variabilità, è superiore a qualunque politica di Stati democratici o autocratici, in ogni caso allentati dalle difficoltà procedurali e burocratiche sconosciute alle istituzioni monetarie nazionali e internazionali, come è avvenuto finora con l'imposizione di politiche rigorose di bilancio di austerità, rischiosamente deflattive. In questo quadro complesso e nuovo due significativi avvenimenti si sono appena verificati. Il primo è stato il tentativo, portato all'estremo, di sganciare completamente la moneta dalla vigilanza e da qualunque influsso politico. Si tratta, come è noto, della moneta virtuale, il Bitcoin, scollegato da qualsivoglia valuta di governo, ma moneta il cui valore, a puri fini speculativi, è stabilito dalla comunità degli utenti in evidente populistico disprezzo verso le istituzioni finanziarie. Ebbene, la principale borsa per gli scambi virtuali del Bitcoin, l'Mt.Gox, venerdì scorso è fallita ed è ricorsa al Tribunale di Tokyo dichiarando una perdita di circa 470 milioni di dollari, che coinvolgono circa centomila clienti, senza purtroppo contare le creazioni di incontrollati e opachi derivati che sul Bitcoin sono stati costruiti. La moneta virtuale voleva vivere e imporsi fuori delle leggi degli Stati ed è stata infine ignominiosamente costretta a ricorrere ad una qualunque legge fallimentare. Insomma, il rapporto moneta-governo può essere anche incestuoso ed equivoco, ma non può venire eliminato. Il secondo avvenimento, dagli incerti risultati, è l'improvviso cambiamento della politica monetaria della Banca centrale cinese la quale, insieme ai tradizionali consistenti acquisti in dollari, sta spingendo al ribasso lo yuan. Lo scopo dichiarato, oltre quello di raffreddare la speculazione, è di creare via via una moneta fluttuante adatta agli scambi internazionali. Nelle due ultime decadi Cina e Stati Uniti hanno goduto di una quasi perfetta simbiosi, ma questa "Chimerica", come fu chiamata da Ferguson, sembra ora definitivamente scomporsi. Se gli Stati Uniti hanno ancora bisogno che la Cina continui ad acquistare i loro Treasury Bills e compiere altri diversificati investimenti, la Cina è più che mai sospettosa che la politica del "Quantitative easing", cioè dell'immissione di liquidità da parte della Fed, tenda a minacciare la ricchezza cinese e addirittura a metterne in discussione il modello politico, soprattutto per il successo di cui sta godendo nei Paesi emergenti. La fine di Chimerica può preludere a una nuova forma di guerra: la "guerra delle monete", dove il predominio di queste sulla potenza militare può avere devastanti effetti sulla sovranità e sui poteri SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 54 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato CINA CONTRO USA 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 55 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato degli Stati, condannandoli ad insicurezze e devastazioni economiche e politiche. Il fallimento del dollaro, come moneta di riserva della nuova globalizzazione finanziaria, ha alimentato anche altri tipi di illusioni, come è successo con l'abortito tentativo dei Paesi produttori di petrolio, di sostituire, per il valore del barile la moneta locale al dollaro. Ma la strada non par certo quella della "guerra delle monete", se è bene di nuovo ricordarlo, come già altra volta ho fatto, che proprio al G20 del 2009, il presidente della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan chiarì che né il dollaro né alcuna altra moneta erano più in grado di costituire la riserva internazionale che garantisse stabilità e crescita economica mondiale. Le monete del singolo Stato sono infatti sempre più destinate a risolvere esclusivamente problemi interni e pertanto incapaci di garantire una liquidità globale. Ma cinque anni fa il dollaro era certamente più forte e lo yuan più debole e forse oggi il presidente della Banca centrale cinese non è più della stessa opinione. A questo punto solo l'Europa può subito aiutare a fermare la pericolosa "guerra delle monete". Un governo federale europeo, con più ampi poteri garantiti alla Bce da una sempre maggiore integrazione monetaria, fiscale, economica e politica può essere un punto di partenza indiscutibile e forse anche esemplare per un nuovo ordine monetario mondiale. Credo pertanto che le prossime elezioni e, per quel che ci riguarda da vicino, il prossimo semestre italiano, possano presentare un'occasione che non deve essere abbandonata ai margini della storia. © RIPRODUZIONE RISERVATA 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Scacco alla crisi in sole tre mosse: bad bank, fusioni e fondi di garanzia Alberto Quadrio Curzio Sono frequenti in Italia lamentele delle imprese verso le banche per la gestione del credito e delle banche verso Bankitalia per i metodi della vigilanza. In questa dialettica sembra si dimentichi la portata della grande crisi che in taluni Paesi (non l'Italia) è nata dalle banche mentre in altri Paesi (tra cui l'Italia) le stesse vi sono state coinvolte per il deterioramento dei crediti concessi e per la crisi dei titoli di Stato. Alberto Quadrio Curzio Il primo dato è che le nostre banche hanno avuto meno (bisogno di) fondi pubblici per le ricapitalizzazioni rispetto agli altri Paesi Uem. In Italia sono stati lo 0,2% del Pil contro lo 0,3% in Francia, l'1,8% in Germania, il 4,3% in Belgio, il 5,1% nei Paesi Bassi, il 5,5% in Spagna. Fuori dall'euro, il Regno Unito è arrivato al 4,1%. Adesso però le nostre banche sono affaticate con conseguenze sull'economia reale. Due sono allora i perché a cui rispondere (resilienza; affaticamento) per cercare poi soluzioni. Il presente e le Banche. Nei giorni scorsi su queste colonne c'è stato un vivace dibattito a proposito delle prescrizioni dell'Eba e della Banca d'Italia in tema di vigilanza sul sistema bancario italiano. Rinviando per l'analisi al dibattito (e in particolare alle condivisibile argomentazioni del responsabile della vigilanza di Bankit) consideriamo tre temi più generali. Il primo tema è se Bankit eserciti una vigilanza adeguata sul nostro sistema bancario. Riteniamo di sì sulla base di due elementi: i casi di intervento pubblico a sostegno delle banche e le crisi di singole banche sono stati in Italia ,come già detto, tra i più contenuti dell'Eurozona; le banche (unanimemente) affermano che la vigilanza di Bankit è sempre più penetrante, come conferma anche il recente apprezzamento dell'Fmi. Il secondo tema è se in conseguenza alla nuova normativa le banche siano state costrette a classare come crediti deteriorati affidamenti che in realtà tali non sono, con la conseguenza di restringere il credito e/o di dover affrontare nuovi aumenti di capitale. In realtà la vigilanza di Bankit non ha fatto solo emergere l'entità degli affidamenti deteriorati nelle loro differenze qualitative (evitando che aumentasse l'erogazione del credito da banche con una qualità dell'attivo sempre più deteriorata) ma ha anche contribuito a miglioramenti della governance aziendale. Ciò è andato a protezione dei risparmiatori e degli azionisti che adesso sanno quanto solide sono le loro banche. Inoltre, se Bankit ha anticipato norme che adesso tutte le banche devono affrontare in vista della prossima "asset quality review" e di "stress testing", propedeutiche all'Unione bancaria europea, ciò è servito alle banche o per una graduale trasformazione o per una presa d'atto che gli obblighi della vigilanza europea impongono un salto qualitativo e dimensionale. Il futuro. Banche e imprese. Questo è il problema di fronte al quale si trovano molte banche italiane piccole e medie sottoposte a un onere grande sia per gli adempimenti sia per requisiti di capitale. Ne soffrono di conseguenza i mutuatari e in particolare le imprese, sia perché il razionamento del credito non si attenuerà presto sia per la maggiore selettività nell'erogazione per contenere le sofferenze (cresciute anche per l'effetto perverso e moltiplicativo dei debiti non pagati dalle Pa) sia per l'acquisto (voluto o necessitato al momento dei disinvestimenti esteri) di titoli del nostro debito pubblico sia perché la stessa domanda di credito sano scarseggia causa la non-crescita. Questa situazione può trovare almeno tre correttivi che coinvolgono le banche e le imprese. Il primo correttivo è ricorrere a strutture ad hoc per la gestione di crediti deteriorati. Si parla in tal caso di "bad bank" che può essere creata o di fondi specializzati a rilevare tali crediti, così liberando nelle banche risorse umane e patrimoniali per il finanziamento dell'economia. Il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha espresso recentemente un parere di apertura a tale ipotesi. Al proposito vogliamo qui ricordare la nostra proposta, reiterata spesso tra il 2012 e il 2013, che il governo italiano avrebbe dovuto chiedere, come quello spagnolo, un prestito al Fondo europeo Esm da usare a tal fine. Per l'Italia sarebbe stato più facile perché le sue banche non erano e non sono danneggiate come quelle spagnole. Adesso è tardi per farlo. SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 56 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato COME USCIRE DAL CREDIT CRUNCH 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 57 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Il secondo correttivo è la crescita dimensionale delle banche piccole e medie attraverso aggregazioni che possano favorire una maggiore efficienza, sia per ridurre i costi degli adempimenti richiesti adesso dalla vigilanza europea sia per dare una migliore assistenza alla gestione finanziaria delle imprese. E anche facilitare gli aumenti di capitale che in questo momento sarebbero fattibili su banche ripulite che crescendo si rafforzano e innovano. Il terzo correttivo è che vanno subito aumentati i fondi di garanzia mentre il sistema bancario-finanziario deve attrezzarsi meglio per sostenere le imprese al potenziamento dell'accesso ai mercati dei capitali. Questo richiede anche una crescita dimensionale delle imprese, sia per avere un più agevole accesso ai finanziamenti diretti sul mercato azionario e obbligazionario sia per aumentare la loro forza su scala internazionale. Il IV capitalismo manifatturiero italiano è il modello al quale puntare. Dire che le banche piccole e medie servono l'economia reale e territoriale meglio di quelle medio-grandi non tiene conto che la crisi ha modificato funzioni e scale di misura. In conclusione. Il dialogo tra Bankit e il sistema bancario può e deve essere costruttivo così come quello tra banche e imprese, soprattutto tramite le loro associazioni che per noi sono molto importanti in forza del principio di sussidiarietà. È quel principio che ci porta anche a sottolineare (considerato che i nostri governi sono spesso deboli per qualità e durata) quanto Bankit ha fatto, nel rispetto dei ruoli istituzionali, sia quale neutrale valutatore del nostro sistema economico per contribuire a rafforzarlo sia quale riferimento nazionale in organismi europei e internazionali dove molto contano (anche in forza delle professionalità) i suoi pareri e indirizzi, senza perciò assolutizzazioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Arriva il piano casa da 1,3 miliardi Giorgio Santilli Giorgio Santilli u pagina 6 ROMA Il decreto Lupi per il rilancio del mercato degli affitti arriverà in Consiglio dei ministri questa settimana. il ministero delle Infrastrutture e la Ragioneria generale hanno messo a punto gli ultimi aspetti delle coperture del decreto che comporta per lo Stato una spesa di 1.350 milioni in quattro anni. Il provvedimento punta soprattutto a risolvere i problemi di affitto per la fascia sociale e di reddito più basso dove oggi il problema è più drammatico, cercando di rilanciare lo strumento del canone concordato mediante più robuste agevolazioni fiscali per proprietari e affittuari nelle aree ad alta tensione abitativa o a domanda insoddisfatta. Per i proprietari c'è l'ulteriore riduzione dal 15 al 10 per cento dell'aliquota della cedolare secca, già ridotta dal 20 al 15 per cento con il decreto del fare, per gli affittuari con basso reddito sale a 900 euro annui il tetto della detrazione Irpef della spesa di affitto. Sono stati stralciati dal decreto, invece, l'Imu al 4 per mille per i proprietari che affittano a canone concordato (costavano 400 milioni) e gli sconti Iva (oltre che premi di cubatura) per i costruttori che si impegnano ad affittare a canoni sociali una quota degli appartamenti realizzati. Le agevolazioni fiscali valgono in tutto 441 milioni mentre altri 568 milioni saranno destinati a un piano straordinario di recupero di alloggi Iacp e altri 341 milioni andranno ad accrescere le risorse del fondo affitto e del fondo "morosità incolpevoli". Il piano per il recupero degli alloggi Iacp viene finanziato in gran parte, circa 500 milioni, con fondi del ministero delle Infrastrutture recuperati con le revoche dei fondi a opere bloccate per cui è pronto il decreto. Anche i restanti 68 milioni saranno messi a disposizione dal ministero delle Infrastrutture con il recupero di fondi non spesi nel settore dell'edilizia residenziale. Continua quindi la politica già adottata da Lupi con il decreto del fare per alcune grandi opere di prendere le risorse dove sono ferme e spostarle là dove è più facile arrivare effettivamente al cantiere e alla spesa. Nell'attuazione del piano straordinario di recupero degli alloggi Iacp avranno poi un ruolo centrale le Regioni che molto hanno spinto perché l'iniziativa si traducesse in decreto. Un altro aspetto del decreto che invece le Regioni hanno contrastato fino alla fine è quello che prevede sconti per l'acquisto di alloggi popolari da parte di inquilini che li abitano. Alla fine il compromesso con il ministro, che spingeva per questa parte, è che gli sconti saranno definiti in ambito locale, caso per caso. Resta da capire se ci saranno agevolazioni che favoriranno le operazioni locali. Certamente nel decreto ci saranno invece alcune norme per potenziare e rendere più favorevole lo strumento del «Rent to buy», lo strumento che consente all'inquilino di riscattare l'appartamento utilizzando i canoni di affitto pagati come rate anticipate da scalare dal prezzo di acquisto dell'immobile. La novità dovrebbe consentire di differire il momento della proprietà per lasciare accollate le imposte sull'immobile sull'ente proprietario nella prima fase. © RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAROLA CHIAVE Cedolare secca La "cedolare secca" è un regime facoltativo che prevede il pagamento di un'imposta sostitutiva dell'Irpef e delle addizionali (per la parte derivante dal reddito dell'immobile). In più, per i contratti sotto cedolare secca non andranno pagate l'imposta di registro e l'imposta di bollo dovute per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione La spesa per lo Stato in quattro anni Le coperture del decreto affitti - In milioni Piano straordinario di recupero e manutenzione straordinaria alloggi degli Iacp Integrazione risorse fondi Agevolazioni fiscali 341 441 568 1.350 241 100 Fondo affitti (50 milioni nel 2014 e 50 milioni nel 2015) Fondo morosità incolpevole TOTALE LE AGEVOLAZIONI FISCALI 10% La cedolare secca SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 58 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato AL PROSSIMO CONSIGLIO DEI MINISTRI 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 59 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Riduzione della cedolare secca dal 15 al 10% per 4 anni per gli affitti a canone concordato nelle aree ad alta tensione abitativa 900 euro Le detrazioni Il tetto di detrazione dell'affitto per inquilini a basso reddito con contratto a canone concordato 40-60% Sconti Ires e Irap decennali Quelli concessi agli investitori istituzionali che investono nel social housing 7 anni Il riscatto nel Rent to buy Per gli alloggi popolari la proprietà scatta dopo 7 anni di versamento del canone per far restare l'Imu a carico dell'ente cedente 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Patti ambigui verso il 2015 Stefano Folli Il punto di ambiguità su cui è nato del governo Renzi resta tale. Si riassume così: è più forte il sodalizio fra il premier e la sua maggioranza, compresi Alfano e la minoranza del Pd; oppure il vero asse strategico è quello che lega sotto traccia Renzi e Berlusconi, quest'ultimo solo in apparenza capo dell'opposizione? A seconda della risposta avremo anche la chiave dell'altro quesito: questa legislatura finisce in pochi mesi o durerà due o tre anni? Il neo premier è stato molto bravo finora a tenere coperte le sue carte. Nessuno può rivendicare, allo stato delle cose, di conoscere il suo pensiero recondito. Per cui l'astuto fiorentino sta con ogni probabilità giocando su due tavoli. Da un lato tenta di strumentalizzare Berlusconi (sarebbe il primo a riuscirci...) con l'idea di mandare avanti la legislatura e il piano di riforme anche costituzionali (Senato, titolo V, eccetera). Dall'altro invece finge di rassicurare Alfano, ma è pronto ad andare alle elezioni il più presto possibile, con il pieno accordo di Forza Italia, non appena ottenuta la riforma elettorale. Inutile spremersi troppo le meningi. Una prospettiva certa ancora non c'è e il giovane presidente del Consiglio non ha deciso in modo definitivo quale strada imboccare. Per la verità Renzi ha l'aria di uno che ha dato affidamenti contraddittori un po' a tutti, dai centristi ai berlusconiani, essendo il prezzo da pagare per entrare a Palazzo Chigi. Poi vedremo. Dipenderà dalle circostanze, dallo stato dell'economia, dal grado di popolarità che il leader sarà riuscito a mantenere nei prossimi non facili mesi. E anche dalla congiuntura internazionale: la crisi in Ucraina, nella sua imprevedibile drammaticità, potrebbe diventare uno di quei "cigni neri" che talvolta appaiono all'orizzonte, del tutto imprevisti, e cambiano in radice gli scenari. Aspettiamo, allora. Senza sottovalutare gli indizi che si presentano. Ieri Ugo Magri, sulla "Stampa", accreditava l'idea del patto segreto fra il leader del Pd e il partito di Berlusconi e lasciava intendere che "i fuochi artificiali di settembre", adombrati in ambienti di Forza Italia ma non specificati, potrebbero coincidere con la corsa alle elezioni. In fondo anche ieri Berlusconi è tornato sul tema e ha parlato di votare nel 2015. Difficile credere che il premier sia insensibile a questa sirena. Tuttavia il problema di Renzi, l'hanno scritto molti osservatori, riguarda la riforma elettorale. Senza avere in mano la pistola carica di una legge ipermaggioritaria (e, aggiungiamo, senza la ragionevole certezza che nessuno dei suoi competitori raggiungerà la soglia del 37 per cento al primo turno, permettendogli così di giocare le sue carte al ballottaggio) l'uomo del "veni, vidi, vici" non ha interesse a bruciare le tappe. O meglio: questo è quello che dice ad Alfano, per il quale una lunga legislatura e il castello governativo nel quale si è rifugiato sono la vera garanzia di sopravvivenza. C'è un modo sicuro per capire dove risiede la verità. Verificare l'iter della riforma elettorale, i tempi, ma soprattutto gli accordi per modificare questo o quel punto dell'impianto già approvato senza entusiasmo in commissione. I centristi delle varie confessioni sono sul sentiero di guerra e si preparano a un conflitto parlamentare per ottenere significative modifiche della legge. Renzi non li sconfessa, ma chiede che la riforma sia approvata in tempi certi e brevi. Lo scontro sarà duro e senza dubbio decisivo per capire se voteremo fra un anno oppure se questa legislatura ha un futuro. Berlusconi attende sulla riva del fiume. E il giovane, brillante toscano dovrà decidere presto da che parte stare. Altrimenti avranno ragione quanti si dichiarano certi che l'ipotesi A è quella giusta. Quindi riforma elettorale e poi di corsa al voto, al limite anche in autunno, cioè prima del 2015, facendo leva sulle prime, inevitabili difficoltà del governo. © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 60 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato IL PUNTO 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 8 (diffusione:334076, tiratura:405061) Lavoro in tre mosse: cuneo, sussidio e contratti Giorgio Pogliotti ROMA Contro l'emergenza disoccupazione che ha raggiunto il livello record degli ultimi 35 anni (12,9%) Matteo Renzi studia un intervento in tre mosse con l'obiettivo di dare una scossa al mercato del lavoro e ampliare la rete di protezione sociale favorendo la creazione di nuovi posti. Taglio da 10 miliardi del cuneo fiscale, estensione dell'ammortizzatore universale ai parasubordinati (8-9 miliardi di costo) e semplificazioni contrattuali. Sono questi i tre punti del piano lavoro che il team di esperti chiamati dal premier - sotto la regia del responsabile economico del Pd Filippo Taddei e della responsabile Lavoro Marianna Madia (divenuta nel frattempo ministro della Pa) - sta completando e che dalla prossima settimana sarà sul tavolo del neo ministro del Lavoro. A Giuliano Poletti il delicato compito di trovare una sintesi tra la proposta del Pd e quella degli alleati di governo, per elaborare una proposta condivisa, insieme al ministro dello Sviluppo economico e al Mef impegnati nella ricerca delle coperture. Poletti nei prossimi giorni terrà incontri informali con i rappresentanti delle parti sociali, ma il tempo corre: il premier ha annunciato che tra 15 giorni la proposta del governo sarà pronta. Sul taglio del cuneo fiscale è noto l'ammontare dell'intervento (10 miliardi), mentre va definito se verrà fatto esclusivamente attraverso una riduzione dell'Irap o solo in parte a vantaggio delle imprese (circa 2,5 miliardi), lasciando il resto delle risorse alle detrazioni per i lavoratori dipendenti come chiesto dai sindacati. Tre forme di tutela La proposta del Jobs act del Pd che è ancora allo stadio di bozza, prevede un intervento sugli ammortizzatori sociali che poggia su tre pilastri. Il mantenimento della costanza del rappporto di lavoro nelle aziende in crisi rimarrebbe assicurato da un utilizzo più "virtuoso" della cassa integrazione, che non verrà più concessa per mantenere in vita aziende decotte, ma solo quando vi sono i presupposti per la ripresa. Tra le ipotesi c'è anche l'anticipo di un anno della fine della cassa in deroga, che per la legge Fornero dovrebbe cessare dopo il 2016. Un secondo pilastro è il cosiddetto ammortizzatore universale esteso ai parasubordinati, una sorta di nuova Aspi, che conservando un principio mutualistico-assicurativo sarà su base contributiva. Si ipotizza una durata di 2 anni (l'Aspi va da 8 a 14 mesi, a seconda si abbiano meno di 50 o 55 anni), l'importo dovrebbe restare quello dell'Aspi (75% della retribuzione mensile con il limite a 1.180 euro). Secondo i tecnici che stanno lavorando sul dossier servirebbero grosso modo le stesse cifre che si spendono per Aspi e cassa in deroga, ovvero circa 8-9 miliardi di euro annui. A beneficiare dell'ammortizzatore, oltre ai collaboratori, ci sarebbero anche gli attuali destinatari della cassa in deroga. Essenziale sarà lo stretto legame con le politiche attive: la mancata accettazione del lavoro offerto farà decadere il sussidio. Il terzo pilastro è rappresentato da uno strumento di sostegno alla povertà, disponibile per chi non ha requisiti contributivi. Il contratto di inserimento Allo studio c'è anche un contratto di inserimento a tutele crescenti a tempo indeterminato. Sono due le opzioni per l'applicazione: solo per il primo contratto (compresi i disoccupati di lunga durata), o per i giovani. Per la prima fase, in caso di licenziamento non verrà applicato l'articolo 18 - il diritto alla reintegra scatta solo in caso di licenziamento discriminatorio - che viene sostituito da un'indennità risarcitoria. Per i contratti a tempo determinato sono due le ipotesi; la conferma dell'attuale disciplina o l'allungamento dagli attuali 12 a 36 mesi della durata del contratto acausale, per cui l'impresa non deve motivare le ragioni del ricorso. Ncd: priorità apprendistato Il contratto di inserimento, tuttavia, è a rischio. Potrebbe essere soggetto a modifiche profonde, in fase di discussione a livello di governo. «Con la collega Madia, oggi buon ministro del lavoro pubblico, abbiamo convenuto tre linee comuni di intervento - spiega il presidente dei senatori del Nuovo centro destra Maurizio SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 61 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Jobs Act. Piano entro due settimane, ma prima Poletti dovrà trovare la sintesi fra le proposte del Pd e quelle Ncd - Nei prossimi giorni incontri informali con le parti sociali 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 8 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 62 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Sacconi -. Occorre investire molto sull'apprendistato che rappresenta il vero contratto a tutele progressive, bisogna promuoverne la diffusione con incentivi più robusti. Per far ciò bisogna evitare forme di cannibalismo come il contratto unico». Gli altri due punti concordati, ricorda Sacconi, sono il «taglio del cuneo fiscale e l'aumento delle tutele attive e passive dei senza lavoro». © RIPRODUZIONE RISERVATA La proposta dei tecnici di Renzi CONTRATTO UNICO Il lavoro standard Il contratto di inserimento a tutele crescenti è a tempo indeterminato e prevede per la prima fase la non applicazione dell'articolo 18 (rimane per licenziamenti discriminatori): al posto della reintegra scatta un indennizzo. Si prevede di applicarlo solo per il primo contratto (e per i disoccupati di lunga durata) o per i giovani SUSSIDIO UNIVERSALE Estensione dell'Aspi L'ammortizzatore universale verrebbe esteso ai parasubordinati, al massimo per 2 anni, sempre su base contributiva. Secondo le stime dei tecnici servirebbero tra gli 8 e i 9 miliardi, pari a quanto si spende per l'Aspi e per la cassa in deroga. Pe la Cigd si ipotizza la cessazione a fine 2015, un anno prima della legge Fornero FLESSIBILITÀ Doppia ipotesi per l'acausalità Per i contratti a tempo determinato restano sul piatto due ipotesi: la conferma dell'attuale disciplina oppure l'estensione del contratto acausale dagli attuali 12 mesi a 36. Il contratto a termine si intende «acausale» poichè le imprese non hanno l'obbligo di motivare le ragioni per cui non hanno fatto ricorso al contratto standard AGENZIA UNICA Più coordinamento tra i Cpi Altra priorità del piano lavoro la creazione di un'Agenzia unica federale che coordini e inidirizzi i centri per l'impiego, la formazione e l'erogazione degli ammortizzatori sociali. L'assegno universale è accompagnato dall'obbligo di seguire un corso di formazione priofessionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 8 (diffusione:334076, tiratura:405061) Padoan, 15 giorni per «due diligence» e nodo coperture IL PIANO COTTARELLI Si lavora al potenziamento della "dote" prevista quest'anno dalla spending review che potrebbe salire dai 3 a 4-5 miliardi Dino Pesole Due settimane per la due diligence sui conti pubblici e il via al «Jobs act», ma soprattutto per individuare coperture certe, a prova di mercati e Unione europea. La velocità delle decisioni, chiesta a più riprese dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi per dare una risposta immediata al dramma della disoccupazione si intreccia con l'obiettiva complessità del reperimento delle relative risorse. Ai 10 miliardi da individuare da qui a maggio, quando dovrebbe vedere la luce il pacchetto fiscale con annesso l'annunciato taglio del cuneo fiscale, andrebbe ad aggiungersi il costo dell'eventuale estensione del sussidio di disoccupazione, tuttora da cifrare nel dettaglio. Tutti dossier sul tavolo del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, cui spetta garantire la compatibilità finanziaria delle misure in cantiere. Nella road map di Via XX Settembre, in primo piano compare il check sullo stato dei conti pubblici, che costituirà la base per la messa a punto dei documenti programmatici di metà aprile: il nuovo «Def» e il «Piano nazionale di riforma», da trasmettere a Bruxelles secondo il calendario fissato dal cosiddetto «semestre europeo». I tecnici della Ragioneria guidati da Daniele Franco sono già al lavoro, ma i margini sul deficit 2014 si confermano alquanto ridotti. Stando alla Commissione europea, a bocce ferme già siamo al 2,6% del Pil, a fronte di una crescita che non supererà lo 0,6 per cento. Se la "scossa" che Renzi intende imprimere all'economia non darà i suoi frutti in tempi ragionevolmente ravvicinati, difficilmente si apriranno spazi aggiuntivi. Ecco perché diviene prioritaria l'esatta definizione dei risparmi che sarà possibile conseguire già nell'anno in corso. Sui tagli poi si dovrà discutere con la Commissione europea, che spinge perché le relative risorse siano dirottate alla riduzione del deficit strutturale, mentre il Governo intende utilizzarle per abbattere il prelievo fiscale e contributivo sul lavoro. Padoan ha incontrato la scorsa settimana il commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Il piano è pronto per l'esame da parte dell'apposito comitato interministeriale. Poi la palla passerà al Consiglio dei ministri: 32 miliardi da realizzare nel triennio 2014-2016, e si lavora al potenziamento della "dote" prevista per l'anno in corso, che potrebbe salire dagli annunciati 3 a 4-5 miliardi. Poi si faranno i calcoli sul risparmio in conto interessi propiziato dal calo dello spread. Anche in questo caso, occorrerà trattare con Bruxelles, poiché nelle recenti stime sul deficit 2014 la Commissione ha già incorporato parte dei minori oneri per il servizio del debito, rispetto al quadro ipotizzato a settembre scorso dal governo guidato da Enrico Letta. Il pacchetto delle coperture potrà comprendere l'eventuale ritocco della tassazione sulle rendite finanziarie, con esclusione dei titoli di Stato, e dunque con maggiori incassi che non paiono decisivi. Infine, la partita del rientro dei capitali esportati illegalmente. Ora che la squadra del Mef è completata, Padoan che la scorsa settimana ha esordito intervenendo di persona alla Camera nel corso dell'iter di approvazione della delega fiscale in attesa della nomina di vice ministri e sottosegretari, da domani potrà dedicarsi a tempo pieno ai dossier più urgenti. Poi, il 10 e 11 marzo sarà a Bruxelles per le riunioni dell' Eurogruppo ed Ecofin. Occasione propizia per un primo contatto diretto con il commissario agli Affari economici, Olli Rehn. Settimane che appaiono di grande importanza per il successo, anche diplomatico, dell'azione di politica economica in via di definizione. In sostanza, una volta ribadito l'impegno del governo al rispetto del target del 3% nel rapporto deficit/pil, si tratta di verificare tutti gli spazi negoziali possibili per spuntare maggiore flessibilità (prima di tutto nel timing in direzione della riduzione del debito e del conseguimento del pareggio di bilancio in termini strutturali), in cambio di un pacchetto già definito di riforme. © RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAROLA CHIAVE Due diligence Con il termine tecnico «due diligence» si intende la fase di analisi dettagliata di una società al fine di approfondirne attività, strategie, prospettive, SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 63 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Le priorità di Via XX Settembre 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 8 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 64 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato ambito concorrenziale, risultati economici e finanziari. Normalmente è condotta da un'altra società prima di una fusione o un'acquisizione. Il termine può essere impiegato anche in altri settori con il significato di un'operazione tesa a valutare nel dettaglio l'andamento dei conti di un organismo 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 17 (diffusione:334076, tiratura:405061) Pmi a caccia di mercati alternativi Zegna: «Imperativo sostenere il nostro export - Le grandi aziende fanno da traino» LE PROSPETTIVE La Penisola arabica intende ridurre la propria dipendenza dal petrolio, puntando su energie alternative Ma anche viabilità e trasporti Nicoletta Picchio Una presenza da aumentare, per scalare posizioni rispetto agli altri paesi. In un'economia, come quella dell'Arabia Saudita, che cresce a ritmi consistenti, 5,1% è la previsione del 2014, e che ha risorse da destinare agli investimenti, con la volontà di fondo di ridurre la dipendenza economica dal petrolio e far crescere nuovi settori. Paolo Zegna, presidente del Comitato tecnico di Confindustria per l'internazionalizzazione, sintetizza i motivi che sono all'origine di questa nuova missione di imprese a Ryad che comincia oggi e continua fino al 5 marzo, promossa dai ministeri dello Sviluppo e degli Esteri, organizzata da Confindustria e dall'Agenzia Ice, oltre a Gse e Simest. In passato le imprese italiane sono già state in Arabia Saudita, nel 2010, una grande missione multisettoriale, poi nel 2012 sono venuti gli arabi a Milano. Ora sono di nuovo sono le aziende italiane a tornare, per stringere maggiori rapporti commerciali. Stavolta, spiega Zegna, ci sono obiettivi strategici mirati: grandi infrastrutture, clean technologies, comparto medicale. Sono i settori su cui il governo saudita vuole puntare: «con il budget 2013 sono stati stanziati fondi per la costruzione di cinque nuove città mediche e di 19 ospedali», spiega Zegna, aggiungendo che verrà a Ryad il Policlinico Gemelli. Complessivamente alla missione parteciperanno 70 aziende, 3 associazioni imprenditoriali e 6 istituti bancari, per un totale di oltre 160 partecipanti. Oltre a Zegna, ci sarà anche Alberto Baban, presidente della Piccola industria di Confindustria. «Le grandi aziende già ci sono, è importante però che abbiano un ruolo di traino anche per le pmi, coinvolgendo tutta la filiera», continua Zegna. Tra le grandi c'è il gruppo SaliniImpregilo, Trevi, Italcementi, Gavazzi. I sauditi, ad oggi primi produttori di petrolio, vogliono diversificare la propria economia, in particolare in campo energetico c'è l'obiettivo di arrivare nel 2030 a produrre un terzo del fabbisogno da fonti rinnovabili. Quindi occorrono infrastrutture e impianti, specie petrolchimici. Per il periodo 2010-2014, spiega Zegna, sono stati stanziati e impegnati circa 400 miliardi di dollari. Entro l'anno decideranno i progetti per il futuro. Tra i progetti decisi, rafforzare la viabilità e la rete metropolitana di Ryad. «C'è la volontà di aprirsi alle imprese estere, ma ci sono ancora condizionamenti», continua il presidente del Comitato tecnico di Confindustria. Per esempio, l'obbligo di assumere tra il 10 e il 30% di manodopera locale, una scelta dei sauditi per impiegare la popolazione, in costante aumento. Il costo del lavoro, quindi, per questo motivo sta crescendo rispetto al passato. Tra l'altro la manodopera non è formata in modo adeguato. Inoltre c'è il vincolo di stipulare joint-venture con aziende locali, in alcuni casi a maggioranza saudita. «In ogni caso è un paese che offre grandi opportunità ed è importante esserci per noi». È proprio la crescita della popolazione, stimata del 3,5% nei prossimi cinque anni, a determinare una crescente necessità di infrastrutture, in particolare case, mentre l'aumento dei consumi energetici rende necessaria una politica attenta di gestione delle risorse. L'Italia si colloca circa tra il diciottesimo e il ventesimo posto come paese fornitore e la bilancia commerciale è ancora negativa a favore dei sauditi. Ora Medio Oriente, poi prossimi appuntamenti il Messico e il Mozambico: cercare e consolidarci su nuovi mercati, dice Zegna, è un imperativo. Anche perchè il 2014 si prospetta meno brillante del 2013 per l'export, sia per le difficoltà competitive delle imprese italiane, condizionate da forti handicap legati al sistema paese, sia per la forza della nostra moneta rispetto al dollaro. «Una strategia degli Stati Uniti per rafforzare il loro sistema industriale e puntare sull'export», continua il presidente del Comitato tecnico di Confindustria per l'internazionalizzazione. L'Italia ha ottime carte da giocare, sui settori tradizionali del made in Italy ma anche SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 65 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Internazionalizzazione. Da oggi missione di Confindustria con 70 aziende in Arabia Saudita, dove il Pil crescerà di oltre 5 punti 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 17 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 66 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato sulle produzioni a più alta tecnologia. «Esporta chi ha qualcosa di diverso, di assolutamente competitivo». In questo scenario la strategia è di puntare sulle missioni mirate piuttosto che su quelle più grandi di sistema, necessarie quando si tratta di creare o rafforzare anche rapporti politici. «Una scelta di maggiore specializzazione, che ci fa presentare nei vari paesi come partner più solidi». © RIPRODUZIONE RISERVATA Stati Uniti Francia Regno Unito Germania Italia Russia Variazione % del Pil LE PROSPETTIVE DEI PRINCIPALI PAESI DI SBOCCO Nuoverotte per le imprese italiane Arabia S. Brasile Sudafrica India Cina Giappone Export italiano Gennaio ottobre 2013 Import italiano Gennaio ottobre 2013 previsioni Fonte: EIU sett 2013 3,7mld € +16,5% rispetto al 2012 4,9mld € -22,0% rispetto al 2012 02/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 18 (diffusione:334076, tiratura:405061) Governo-Expo: partita da 260 milioni Al centro del vertice di domani anche il nodo infrastrutture e vie d'acqua UNA BUONA NOTIZIA Inaugurate ieri due nuove fermate della Metro5: le stazioni Isola e Garibaldi Da affrontare resta invece la Via della RhoMonza Sara Monaci MILANO Domani i rappresentanti del governo Renzi arriveranno a Milano per parlare di Expo con i vertici degli enti locali e con il commissario Giuseppe Sala, alla guida della società di gestione dell'evento. I ministri Maurizio Lupi (Infrastrutture), Maurizio Martina (Agricoltura), Federica Guidi (Sviluppo economico) e Dario Franceschini (Cultura) si riuniranno già dal mattino con Sala, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e con il governatore lombardo Roberto Maroni e insieme faranno il punto della situazione sulla manifestazione del 2015, che ha ancora diversi nodi da risolvere. Il nuovo esecutivo guidato da Renzi, appena insediatosi, è stato già criticato dalle autorità lombarde per non aver preso un impegno esplicito su Expo. Due giorni fa tuttavia il governo, presentando il disegno di legge Salva-Roma, ha inserito una norma per l'evento universale, necessaria a ripristinare 25 milioni per il Comune di Milano per le spese di Expo, da inserire nel bilancio consuntivo del 2013 e da non calcolare nel patto di stabilità. Un piccolo "regalo" per Milano, che tuttavia da oltre un anno chiede una deroga ai parametri contabili nazionali per le spese di Expo, non ancora concessa né dal governo Monti, né dal governo Letta. Ora sarà da vedere quale sarà la decisione del governo Renzi. Dal punto di vista delle risorse da sbloccare nell'immediato, il nuovo esecutivo dovrà concedere i finanziamenti per il trasporto pubblico locale, che tra la Lombardia e Milano ammontano a 70 milioni; poi ci sono le cosiddette "city operations", cioè le attività che servono a riorganizzare la città per ospitare 20 milioni di visitatori, dalla sicurezza agli eventi culturali, per un investimento di oltre 130 milioni; infine bisognerà trovare il modo per ricapitalizzare la società di gestione di Expo, a cui mancano ancora 60 milioni non versati dalla Provincia di Milano, che esce dall'azionariato, e a cui il governo aveva deciso settimane fa di subentrare. Tutte queste partite sono da sciogliere nel giro di pochi mesi. Poi il vertice di domani servirà anche a fare il punto, non proprio roseo, delle infrastrutture cittadine e regionali connesse all'evento, alcune delle quali in difficoltà. Pochi giorni fa Palazzo Marino e la società di gestione di Expo hanno preso atto che dovranno riscrivere il progetto delle "vie d'acqua", negli ultimi 12 chilometri. L'opera, che servirà a portare acqua al sito espositivo di Rho, è stata fortemente contrastata dai comitati ambientalisti nel percorso finale, e quindi dopo giorni di picchettamenti ai cantieri i lavori si sono fermati. Tra 15 giorni la società di gestione presenterà il piano alternativo. Oltre a questo il governo dovrà anche valutare come sbloccare la Valutazione di impatto ambientale sulla Rho-Monza: l'ex ministro all'Ambiente Andrea Orlando (oggi al dicastero della Giustizia) aveva concesso una Via "a metà", chiedendo cioè la riapertura di un tavolo di concertazione per il tratto di Paderno-Dugnano, dove comitati cittadini si oppongono alla strada e chiedono l'interramento del percorso. Questi i due nodi infrastrutturali più urgenti. Ma la lista può continuare: dalla metro 4 di Milano alla Pedemontana fino alle metrotramvie. Intanto ieri una buona notizia: la metro 5 ha inaugurato altre due fermate, Isola e Garibaldi. © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 67 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Grandi eventi. Domattina l'incontro con i ministri Lupi, Martina e Franceschini - Attesi impegni sulle risorse mancanti LOMBARDIA 02/03/2014 Il Sole 24 Ore - Nova Pag. 9 (diffusione:334076, tiratura:405061) TERRITORIO COME PIATTAFORMA INNOVATIVA Luca De Biase La dimensione più sofisticata e generativa di una politica disegnata per accelerare lo sviluppo dell'innovazione è la dimensione territoriale. L'Italia è un paese più ospitale per le startup innovative grazie alle novità introdotte dai governi degli ultimi due anni. Ma il capitolo territoriale non è andato avanti altrettanto. Il capitolo sulla dimensione territoriale del rapporto Restart Italia, una raccolta di istanze strategiche per facilitare la vita delle startup realizzato dalla task force voluta dal governo nel 2012, deve essere ancora scritto. Non è un caso. Mentre è relativamente facile concepire una politica per ridurre le barriere che frenano l'innovazione, è molto più difficile pensare una strategia per alimentare l'energia umana, culturale e sociale che serve a concepire l'opportunità di lanciare una startup e a decidere di farlo. Molte città e regioni, anche in Italia, si stanno dotando dell'attrezzatura concettuale necessaria ad affrontare il tema, come mostra il servizio pubblicato in questo numero di Nòva. Il contesto territoriale può essere reso più o meno favorevole dalla qualità delle infrastrutture che connettono all'economia internazionale, dalla diversità di esperienze offerte ai giovani, dalla presenza di role model che ispirano all'imprenditività, dalla disponibilità di competenze, dall'accesso a centri di formazione e ricerca, dall'esistenza di aziende già grandi che sanno che l'ecosistema dell'innovazione costituisce un ambiente decisivo per il loro stesso sviluppo. E da una leadership che riesca a interpretare la missione del territorio nel contesto della globalizzazione. Non si tratta solo di precondizioni quanto di una rete di legami dinamici tra gruppi sociali, realtà aziendali, eredità culturali, azioni pubbliche che hanno conseguenze sull'approccio al futuro della popolazione. Il territorio è la piattaforma fondamentale per leggere la prospettiva. E per passare all'azione. © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 68 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Crossroads 02/03/2014 Il Sole 24 Ore - Domenica da collezione Pag. 39 (diffusione:334076, tiratura:405061) Reportage in fabbrica Giuseppe Berta si misura con la stretta attualità e la storia della grande impresa e dei laboratori del nuovo capitalismo Dalla Fiat di Pomigliano all'Italsider di Taranto, dalla Dalmine confluita nella Techint alla ProTocuBe. Il rifiuto della retorica che avvolge le start-up Paolo Bricco «Chiedete a chiunque di provare a tratteggiare i contorni dell'Italia industriale e vi troverete dinanzi all'afasia, tanto il compito potrà riuscire impossibile, persino a chi si è applicato anni e anni all'osservazione e allo studio della produzione». Così, nel suo ultimo saggio Produzione intelligente, Giuseppe Berta sintetizza bene il senso di frustrazione che, negli ultimi quindici anni, ha colto quanti - da accademici o da cronisti economici, da consulenti d'azienda o da economisti teorici - hanno tentato di delineare l'essenza del mutamento italiano. Una frustrazione, però, eccitante. Frustrazione perché la complessità della nostra transizione - con lo schianto di buona parte dell'economia pubblica, la crisi del paradigma della grande impresa privata e l'emergere di una élite produttiva perfettamente a suo agio sui mercati globali - è difficile da "maneggiare" con gli strumenti più ortodossi dell'analisi economica, da mainstream per intenderci, e soprattutto richiede un costante (e faticoso) aggiornamento dei risultati. Eccitante perché proprio l'inadeguatezza dei codici da Fondo Monetario Internazionale - sempre a rischio di ossificazione - rappresenta una sfida ermeneutica quotidiana interessante negli esiti e utile sotto il profilo del metodo. Proprio il metodo, in questo saggio, risulta accattivante e convincente. Nel senso che l'intelaiatura concettuale - dichiarata - è rappresentata da due pensatori classici: l'Alfred Marshall dei Principles of Economics e il Karl Marx di Macchine e grande industria, il tredicesimo capitolo del primo libro del Capitale. Entrambi sono accomunati dalla centralità della fabbrica. In Marx essa è «la leva da cui muove la catena del valore, all'interno di una rappresentazione dello sviluppo che è insieme dinamica e concettuale. È il teatro di un confronto incessante, che non si estingue mai, una forza organizzatrice e impersonale costantemente protesa alla ricerca dei modi per estrarre valore dal lavoro vivo (i lavoratori), mediante lo sviluppo di un sistema di macchine che culmina nella creazione della fabbrica automatica». Invece, Marshall è attento al rapporto fra l'organizzazione produttiva e l'ambiente che le fa da involucro: «A farcela saranno soltanto le imprese che passeranno con successo attraverso la prova selettiva della lotta per l'esistenza». Per superarla dovranno dimostrare di saper attingere alle risorse dell'ambiente che le circonda: «La legge della sopravvivenza dei più adatti - scrive Marshall nei Principles - afferma che tendono a sopravvivere quegli organismi che sono i meglio idonei a utilizzare l'ambiente per i loro scopi». Perché la scelta di Marshall e di Marx? Perché per entrambi la fabbrica è appunto il luogo elettivo di sperimentazione di una economia della conoscenza capace di rimodellare incessantemente se stessa. Una idea che si attaglia perfettamente all'Italia di oggi, il cui paesaggio industriale costituisce una delle ossature identitarie ed economiche, culturali e sociali di un Paese sempre sospeso fra originalità e marginalità, ricchezza e povertà, staticità e dinamismo. Perché, questo, sono oggi le fabbriche, vecchie e nuove: i luoghi in cui accadono le cose. Dunque, con un box of tools formato dai classici per cui l'osservazione diretta sul campo contava non poco (Manchester per Marx, Sheffield per Marshall), Berta dà vita a un gustoso reportage in quel che resta della grande impresa italiana e nei laboratori del nuovo capitalismo a prato basso, che prova ad agganciarsi alle catene internazionali del valore attraverso, appunto, la produzione intelligente. Ecco che Berta si misura con la realtà e la suggestione, la stretta attualità e la storia. Una delle tappe di questo viaggio è Pomigliano, dove la Fiat - secondo il principio ordinatore del world class manufacturing - ha trasformato in un plant modello una delle fabbriche che meglio rappresentavano il disordine e il disfacimento di una parte dell'economia di matrice Iri. Contraltare di Pomigliano è Taranto. Nell'Italsider pubblica vigeva il caos: negli anni Ottanta vi era perfino insediata la gang criminale di Antonio Modeo, detto il Messicano. Con la privatizzazione, nel 1995 arrivano i Riva, che conducono l'acciaieria all'eccellenza produttiva, ma senza risolvere gli enormi problemi ambientali. Diversa la sorte di Dalmine, confluita nel 1996 nella Techint della SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 69 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato l'italia industriale 02/03/2014 Il Sole 24 Ore - Domenica da collezione Pag. 39 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 70 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato famiglia Rocca. «Nella tersa giornata di fine gennaio in cui la visito - scrive Berta - spiccano i rilievi degli edifici e delle strutture produttive in un alternarsi di forme che corrispondono a una stratificazione di epoche, ognuna delle quali ha recato il proprio contributo a scolpire il profilo di una fabbrica in cui passato e presente si mescolano senza interruzioni visibili». E che mostrano come l'Italia sia in grado di conservare un presidio nelle lavorazioni più complesse, come i tubi sottili per le pipelines oceaniche. Il mosaico si completa con la tessera della ProTocuBe, una microimpresa di Torino specializzata nella stampa tridimensionale. Berta non accetta la dimensione retorica e mitizzante che avvolge le start-up. Anche se si chiede se questa specifica attività possa o no dischiudere la porta per una nuova rivoluzione industriale. Ma, soprattutto, in questo saggio che completa un itinerario personale di ricerca scandito nel 2001 da L'Italia delle fabbriche (Il Mulino, nuova edizione nel 2013) e nel 2004 da Metamorfosi. L'industria italiana fra declino e trasformazione (Egea), adopera il particolare (dell'impresa) per spiegare - o, meglio per raccontare, per fare balenare agli occhi del lettore - il generale (dell'economia italiana): «Quando si varca la sua soglia - scrive a proposito di ProTocuBe - , si entra in un ambiente che sta a metà fra la società di servizi, con alcune persone che lavorano allo schermo del computer, e il laboratorio artigiano, con le stampanti, un piccolo magazzino, i pacchi accatastati e quel po' di disordine che è inseparabile da un lavoro eterogeneo, compiuto da un gruppetto di lavoratori professionali con poco spazio a disposizione». Sembra proprio il ritratto di interni di un Paese, il nostro, che deve ancora decidere dove andare. © RIPRODUZIONE RISERVATA Giuseppe Berta, Produzione intelligente. Un viaggio nelle nuove fabbriche, Einaudi, Torino, pagg. 158, € 16,50 Foto: foto d'antan|Questa foto della fine degli anni Trenta è tratta dall' Archivio Fondazione Dalmine e ritrae il reparto bombole (foto Studio Da Re) 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Super-Tasi al test degli sconti Ai sindaci la scelta tra le detrazioni e le riduzioni d'aliquota Cristiano Dell'Oste Giovanni Parente Il via libera del Governo ai rincari della Tasi sull'abitazione principale apre il "cantiere" degli sconti. La possibilità di alzare l'aliquota fino al 3,3 per mille, infatti, è condizionata all'obbligo di destinare il maggior gettito alle detrazioni o alle «altre misure» per contenere l'impatto della nuova tassa sui servizi comunali indivisibili. Torna d'attualità, allora, il catalogo delle agevolazioni varate dai Comuni nel 2012 per modulare il prelievo dell'Imu sulla prima casa. Due le opzioni maggiormente utilizzate: riduzioni del prelievo collegate alle caratteristiche dell'immobile (per esempio la categoria catastale) o detrazioni maggiorate in base alla condizione individuale o famigliare del proprietario, misurata con il parametro del reddito imponibile o dell'indicatore Isee. Resta sullo sfondo il nodo delle risorse che potrebbe condizionare la misura dello sconto e il livello di complicazione a carico dei contribuenti. Dell'Oste, Lungarella e Parente u pagina 5 L'Imu lascia in eredità alla Tasi un pacchetto di sconti sulla prima casa. Detrazioni maggiorate e riduzioni d'aliquota che i Comuni hanno messo a punto nel 2012 - quando l'abitazione principale era pienamente tassata - e che potrebbero ispirare le agevolazioni sulla nuova service tax. La possibilità di aumentare l'aliquota Tasi sulla prima casa dal 2,5 al 3,3 per mille è stata introdotta dal Governo venerdì scorso proprio per permettere ai sindaci di finanziare gli sconti. Anche perché il nuovo tributo non ha alcuna detrazione fissa, diversamente dall'Imu, e senza correttivi rischia di addossare i maggiori rincari su chi abita in case dal valore catastale più modesto. Per dirla con le parole del sottosegretario a Palazzo Chigi, Graziano Delrio, «la Tasi è una tassa municipale che andrà regolata dai sindaci, che saranno in grado di renderla più equa e flessibile, come è giusto che sia». Le due opzioni Nell'impianto messo a punto dal Governo, i Comuni potranno introdurre delle detrazioni, ma anche «altre misure». Una formulazione molto ampia, che andrà riempita di contenuto anche secondo le indicazioni del dipartimento delle Finanze. Per adesso si può immaginare che le delibere locali avranno due leve da azionare: da un lato, le detrazioni, cioè le classiche riduzioni dell'imposta; dall'altro, le aliquote, che potrebbero essere diminuite o aumentate. E qui entra in gioco l'eredità dell'Imu, che offre un campionario di situazioni soggettive e oggettive a cui legare le agevolazioni. Diversi Comuni capoluogo nel 2012 hanno differenziato il prelievo sull'abitazione principale in base alla categoria catastale del fabbricato. Un'opzione che resta valida, almeno in parte, anche nel 2014: è vero che le prime case di lusso (categorie A/1, A/8 e A/9) pagano ancora l'Imu, ma molte città avevano modulato la tassazione anche in base ad altre categorie. Per esempio la A/7, in cui ricadono più di 2 milioni di «villini». Nella maggior parte dei casi, però, le delibere Imu hanno guardato al proprietario, non all'immobile. Considerando, innanzitutto, il reddito del possessore o l'indicatore Isee della famiglia che vive nell'abitazione. Ancora più numerose, poi, sono le città che hanno previsto sconti suppelementari alle famiglie in cui ci sono disabili, portatori di handicap o magari minori in affido. E questo, spesso, anche a prescindere dal reddito. Meno frequenti, invece, i Comuni che hanno riservato le agevolazioni a chi ha perso il lavoro, a chi si è appena trasferito in città o alle coppie di giovani o anziani con un reddito sotto una certa soglia. Guardare alla situazione soggettiva del proprietario ha un vantaggio: attenua le iniquità delle rendite catastali, anche se non bisogna dimenticare - per le città in cui si utilizza l'Isee - che l'indicatore conteggia anche il valore catastale dei fabbricati. D'altra parte, il riferimento al reddito imponibile rischia di premiare, insieme ai poveri, anche gli evasori fiscali. Si spiega anche così il tentativo dei Comuni di bilanciare fattori SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 71 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Gli interventi consentiti dopo l'innalzamento del prelievo fino al 3,3 per mille 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 72 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato diversi, anche a costo di complicare la vita ai contribuenti. Il nodo delle risorse Resta un dato di fondo: le agevolazioni Imu sono state introdotte da una minoranza di Comuni in un momento in cui tutte le prime case avevano per legge 200 euro di sconto base, aumentato di 50 euro per ogni figlio fino a 26 anni di età. È probabile che il primo obiettivo dei sindaci alle prese con la Tasi sia proprio quello di ripristinare una sorta di detrazione universale - magari potenziata per le famiglie numerose - che avrebbe l'effetto di attenuare il prelievo sulle case di minor valore catastale e di essere semplice da gestire. I margini di manovra sulla Tasi, però, sono più grandi di quelli che c'erano con l'Imu. E se le risorse dovessero rivelarsi più scarse, il risultato finale potrebbero essere sconti piccoli, diversificati sul territorio e piuttosto complicati da calcolare. © RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAROLA CHIAVE Abitazione principale Le detrazioni Tasi non sono limitate all'abitazione principale in senso stretto (cioè l'unità immobiliare in cui risiedono e dimorano il possessore e la sua famiglia), ma riguardano anche le situazioni «parificate». E cioè le case dei residenti all'estero e dei disabili e degli anziani ricoverati, se lo prevede il Comune. Così come le case date in comodato gratuito ai parenti in primo grado in linea retta - sempre se lo prevede il Comune - per la parte di rendita catastale fino a 500 euro o a condizione che il comodatario abbia un Isee non superiore a 15mila euro. Sono assimilate per legge, invece, le case delle cooperative edilizie, gli alloggi sociali, l'ex casa familiare assegnata al coniuge e gli immobili posseduti dal personale delle forze armate e di polizia. Le scelte possibili per i Comuni AGEVOLAZIONI LEGATE AL PROPRIETARIO REDDITO IMPONIBILE Previste agevolazioni se il proprietario ha un reddito imponibile sotto una certa soglia (esempio: 15mila euro). Il reddito può essere abbinato ad altri requisiti: che il proprietario non possieda altri immobili in Italia, che in famiglia ci siano portatori di handicap o almeno quattro figli Bari, Chieti, Crotone, Vicenza INDICATORE ISEE Sconti concessi se l'indicatore Isee famigliare è inferiore a una certa soglia (esempio: 7.500 euro). Insieme all'Isee può essere richiesta la presenza in famiglia di soggetti svantaggiati Alessandria, Macerata, Novara, Pescara, Verona SOGGETTI SVANTAGGIATI Sgravi alle famiglie in cui ci sono «soggetti svantaggiati», individuati secondo i criteri scelti dal Comune: portatori di handicap ex legge 104/1992; invalidi oltre una certa percentuale, eventualmente con indennità di accompagnamento; soggetti con disabilità grave; ricoverati in lungodegenza; titolari di assegno sociale Bolzano, Frosinone, Monza, Padova, Venezia, Verona, Vicenza FIGLI IN DIFFICOLTÀ Famiglie con figli invalidi, disabili o in affido, con o senza limitazioni d'età Bergamo, Lodi, Vercelli CAMBIO DI RESIDENZA Abitazioni possedute da un contribuente che ha preso la residenza da un altro Comune Venezia PROPRIETARIO DISOCCUPATO Soggetto passivo disoccupato per dismissione aziendale o riorganizzazione e reddito personale non superiore a una certa soglia Chieti ETÀ DEL POSSESSORE Abitazioni possedute da coniugi sopra i 65 anni o sotto i 35, abbinato al reddito e alla categoria catastale dell'immobile 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 73 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Teramo I criteri in base ai quali i Comuni potranno applicare le detrazioni dalla Tasi sull'abitazione principale, alla luce delle delibere Imu adottate dai capoluoghi nel 2012 e 2013 AGEVOLAZIONI LEGATE ALL'IMMOBILE CATEGORIA CATASTALE Agevolazioni o penalizzazioni per le abitazioni iscritte in certe categorie catastali. Caso più frequente, i rincari per quelle in categoria A/1, A/8 e A/9 (le stesse che pagano ancora l'Imu sulla prima casa), con l'eventuale aggiunta dei «villini» in A/7, e le riduzioni per le abitazioni iscritte nelle categorie A/4, A/5 e A/6 Arezzo, Catania, Milano, Piacenza, Pistoia, Rimini LAVORI EDILIZI Sconti alle abitazioni in cui siano in corso lavori di manutenzione ordinaria o straordinaria che ne impediscano l'immediato utilizzo Venezia MUTUO IN CORSO Abitazioni gravate da un mutuo ipotecario Pescara ZONA DELL'EDIFICIO Case collocate in un determinato sobborgo o quartiere svantaggiato AlessandriaIMU E TASI SULLE CASE AFFITTATE Quanto pagheranno nel 2014 proprietari e inquilini ipotizzando quattro diverse aliquote Imu di partenza e tre diverse aliquote Tasi (1, 2,5 e 3,3 per mille) su un'abitazione-tipo con una rendita catastale di 1.000 euro. Gli importi minimi e massimi si riferiscono all'ipotesi in cui l'inquilino paghi il 10 o il 30% della Tasi, a seconda delle decisioni comunali 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Bonus, partita da 90 miliardi Revisione delle agevolazioni per eliminare le voci «non più attuali» Cristiano Dell'Oste Giovanni Parente Vale più di 90 miliardi il dossier dei bonus fiscali, che la delega votata la scorsa settimana dalla Camera rimette in primo piano nell'agenda del Governo. In gioco ci sono le detrazioni d'imposta e le deduzioni di cui beneficiano i contribuenti persone fisiche, ma anche le altre tra le 720 tax expenditures monitorate nel corso del 2011. Il testo approvato da Montecitorio impone di intervenire sulle agevolazioni ingiustificate, superate o comunque "doppie" rispetto ad altre misure, tutelando al tempo stesso diverse forme di reddito (come quelli di lavoro) e di esigenze sociali e culturali. Quello avviato dalla delega è solo l'ultimo tentativo in ordine di tempo di rimettere mano al paniere degli sconti fiscali, su cui si sono infranti tutti i progetti avviati dal 2011 in poi. Acierno, Dell'Oste e Parente u pagina 3 Il riordino delle agevolazioni torna in cima all'agenda del Governo, dopo l'approvazione della delega fiscale da parte della Camera, giovedì scorso. Messe tutte in fila, le tax expenditures di cui beneficiano i contribuenti italiani - imprese escluse - valgono più di 90 miliardi di euro. Una cifra cui si arriva conteggiando le detrazioni d'imposta (61,9 miliardi), gli oneri deducibili (22 miliardi) e la deduzione Irpef sull'abitazione principale (8,5 miliardi). Le agevolazioni a favore delle persone fisiche sono la fetta più grande del paniere dei 720 sconti fiscali monitorati nel 2011 dal gruppo di lavoro guidato da Vieri Ceriani, che include tra l'altro le aliquote Iva ridotte, gli incentivi alle imprese, i regimi agevolati, gli sconti sui tributi locali, le accise e le altre imposte indirette. La delega traccia già una prima road map per il riordino. Nel mirino dovranno finire le agevolazioni «ingiustificate o superate» e quelle che raddoppiano altre misure già esistenti. Garantendo, però, la tutela dei redditi di lavoro dipendente e autonomo, delle imprese minori e di pensione, oltre a proteggere la famiglia, la salute, i soggetti svantaggiati, il patrimonio artistico, l'ambiente, la ricerca e l'innovazione. Da questo punto di vista, diventa decisivo il censimento delle agevolazioni effettuato proprio dal gruppo Ceriani. Ad esempio, la detrazione sui redditi di lavoro dipendente e pensione - che vale 41,5 miliardi - era stata classificata tra quelle "blindate". Così come quella per i famigliari a carico, che vale altri 11,5 miliardi. Importi che bastano, da soli, a mettere in luce la sfida che attende il nuovo ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. Le agevolazioni "facili" da tagliare sono poche, non danno grandi risparmi di gettito e - in diversi casi - sono già state rimodulate nei mesi scorsi: si pensi, ad esempio, all'Iva sugli snack e le bevande delle macchinette, che è stata allineata al 10% da quest'anno. Oltretutto, è evidente che ogni limatura dei bonus si traduce - per chi la subisce - in un aumento della pressione fiscale. Forse anche per questo la delega prevede che i risparmi di spesa ottenuti con l'operazione riordino servano a finanziare un fondo speciale per la riduzione delle tasse. Oltre alle difficoltà di consenso legate al taglio dei bonus, bisogna fare i conti con le caratteristiche del sistema fiscale italiano, in cui il grosso delle persone fisiche dichiara redditi medi o bassi, anche a causa dell'evasione fiscale. Il risultato è che tagliare gli sconti a chi dichiara di più - al di là di ogni valutazione di equità - non porta grandi risparmi alle casse dello Stato: ad esempio, i contribuenti oltre i 55mila euro di reddito complessivo "usano" meno di 2 miliardi di detrazioni su un totale di oltre 60. Un'altra difficoltà riguarda l'eventuale taglio di tutte quelle agevolazioni che hanno una funzione di sostegno all'economia. Come le detrazioni per l'edilizia, il risparmio energetico e i mobili - potenziate e prorogate per il 2014 - che sono state tra i provvedimenti più popolari del Governo Letta. Non è un caso che l'operazione di riordino dei bonus sia stata più volte tentata - e mai realizzata - dall'estate del 2011. Di fatto, ogni volta che gli ultimi Governi si sono trovati a dover scegliere tra un taglio lineare e un SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 74 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato IL NUOVO FISCOCon il via alla legge delega parte il maxi-riordino delle 720 «tax expenditures» 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 75 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato taglio selettivo, hanno preferito puntare su qualcos'altro: aumento dell'Iva (a ottobre) o spending review (a fine gennaio). La delega, però, impone di imboccare la strada del riordino selettivo. Ed è una partita che si intreccerà a quella del contrasto d'interessi in chiave anti-evasione. La stessa delega, infatti, prevede la possibilità di introdurre agevolazioni o misure che "convincano" i clienti a farsi rilasciare lo scontrino o la ricevuta dagli operatori economici. È quella che, con uno slogan, viene chiamata la detraibilità degli scontrini. Ma è evidente che si tratterebbe di una nuova tax expenditure di cui tenere conto. @c_delloste @par_gio © RIPRODUZIONE RISERVATA Il monitoraggio delle agevolazioni fiscali. Dati in miliardi I numeri Contrib. previdenziali e assistenziali Abitazione principale Altro TOTALE Lavoro dipendente e pensione Carichi di famiglia Altro TOTALE Deduzioni Detrazioni Il peso degli sconti LA DIVISIONE PER FASCE DI REDDITO La distribuzione delle agevolazioni fiscali in base al reddito complessivo dichiarato dai contribuenti. Miliardi di euro Reddito complessivo Deduzioni (abitazione principale e oneri deducibili) Detrazioni d'imposta Imposta netta IL DETTAGLIO INDIVIDUALE Reddito medio, agevolazioni e imposta pro capite. Dati in euro CONTRIBUENTI DEDUZIONI Contributi previdenziali e assistenziali 17,8 Abitazione principale 8,5 Previdenza complementare 2,0 Assegno al coniuge 0,8 Contributi colf e badanti 0,4 Altro 1,1 IL PESO DEGLI SCONTI L'incidenza dei diversi tipi di deduzioni e detrazioni. Dati in euro Fonte: elaborazione su Dichiarazioni fiscali 2012 GLI INTERVENTI E I TENTATIVI DAL 2003 A OGGI 2003: la prima riforma Tremonti Rivoluzione per le imprese con Ires, «participation exemption» e «thin cap» Addio all'Irpeg, riscritte le regole per le società. Nel progetto compare anche un'Irpef con due sole aliquote (mai attuata) 2007: la seconda riforma Visco Via la no tax area, si torna alle detrazioni Niente «Ire», resta l'Irpef Rivisto il sistema di deduzioni per le persone fisiche, si torna alle detrazioni e l'Irpef passa a cinque aliquote 2011: la bozza di Tremonti Cinque imposte in tutto, tre aliquote Irpef ma incombe la tempesta finanziaria A giugno il Governo presenta un Ddl per rivedere il sistema fiscale. Ma è l'estate dei richiami Ue e del maxi-spread 2014: la riforma Padoan Il progetto Tremonti, le proposte di Monti, il varo finale con il governo Renzi Nella delega del 2014 la revisione del Catasto, l'abuso del diritto, nuove regole per le imprese e il lavoro autonomo AGF LAPRESSE IMAGOECONOMICA LAPRESSE Giulio Tremonti Romano Prodi Silvio Berlusconi Pier Carlo Padoan Foto: Il monitoraggio delle agevolazioni fiscali. Dati in miliardi Foto: - Fonte: elaborazione su Dichiarazioni fiscali 2012 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Donne al lavoro 12 giorni in più per la parità u pagina 17 Dodici giorni di lavoro in più all'anno per raggiungere la parità in busta paga. È il tempo necessario alle donne per azzerare il gender pay gap, il divario retributivo che le separa dai lavoratori maschi. Una differenza che - in base all'elaborazione realizzata dal centro studi Red-Sintesi per Il Sole 24 Ore - nel 2013 è stata del 15,4%, con uno stipendio mensile netto degli uomini pari a 1.300 euro, duecento in più rispetto al gentil sesso. «Il gap - precisano gli autori della ricerca - si ridimensiona al 3,7% a livello di paga oraria: visto che le donne lavorano in media 36 ore alla settimana rispetto alle 40 degli uomini, per arrivare alla parità dovrebbero lavorare 12 giorni in più». Ma quali sono le ragioni del divario? A livello legislativo la parità retributiva è sancita (stesso salario per lo stesso stipendio) ma si innescano altri meccanismi che penalizzano le lavoratrici. In primis, una sorta di "segregazione" femminile, con le donne concentrate in pochi ambiti, che se da un lato le hanno protette di più perché più impermeabili alla crisi, dall'altro le hanno relegate a retribuzioni più basse. Servizi alle persone, sanità, istruzione: in questi settori trova impiego oltre il 40% delle dipendenti contro l'11,7% degli uomini. Qui le lavoratrici dovrebbero lavorare ben 26 giorni in più per arrivare alla parità e considerando tutto il settore dei servizi, dove si concentra un terzo degli uomini e il 62% delle donne, il dislivello sale ancora: 36 giorni di "fatiche" extra per ripristinare l'equilibrio tra i sessi. Fa eccezione solo l'edilizia dove la sparuta rappresentanza femminile (appena l'1% di tutte le occupate) guadagna più degli uomini, probabilmente perché impiegata in ruoli impiegatizi con paga superiore al semplice manovale. Più istruite, ma non nei settori che contano: anche le laureate faticano molto per colmare il gap, che a livello di retribuzione oraria è dell'11,3% e si traduce in 39 giorni di lavoro aggiuntivo. E dal confronto tra tipologie di laurea emerge che le più penalizzate sono le graduate in architettura e ingegneria (80 giorni di lavoro extra), che rappresentano appena il 5,9% di tutte le occupate laureate, seguite a ruota dalle donne medico (71 giorni). Mentre il match ha punteggio invertito tra i laureati in materie umanistiche (6 giorni di vantaggio per le donne) e tra quelli di scienze e matematica (19 giorni a favore delle laureate), dove è maggiore la presenza femminile. Timidi segnali di ripresa, però, ci sarebbero. La Commissione Ue nei giorni scorsi ha evidenziato che a livello di salario lordo il gap dell'Italia è tra i più bassi d'Europa: 7% rispetto a una media del 16%. Una tendenza legata soprattutto al fatto che la crisi si è fatta sentire di più sugli uomini. Fr.Ba. © RIPRODUZIONE RISERVATA I giorni di lavoro in più delle donneper raggiungere la parità retributiva. 2013 Il gap Settore Giorni di lavoro in più Agricoltura 38 Industria 38 Costruzioni -34 Commercio 5 Alberghi e ristoranti 5 Trasporti e magazzino 4 Istruzione, sanità e servizi sociali 26 Attività finanziaria e assicurativa 53 Attività immobiliari e servizi alle imprese 15 Amministrazione pubblica 34 Fonte: Elaborazioni Red su dati Istat 15,4% Gender pay gap La differenza della retribuzione mensile netta tra uomini e donne Foto: I giorni di lavoro in più delle donne per raggiungere la parità retributiva. 2013 - Fonte: Elaborazioni Red su dati Istat SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 76 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato GENDER PAY GAP 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Start up innovative: con incubatori e fondi banche in prima fila Chiara Bussi L Linee di credito dedicate L, ma soprattutto piattaforme, incubatori L, capitale di rischio e attività di scouting. Le banche sono in prima fila per sostenere lo sviluppo delle start up innovative, che con il L« d Lecreto Crescita 2.0» e le successive conversioni hanno ottenuto una normativa ritagliata su misura. Unicredit e Che Banca! hanno scelto la strada delle piattaforme, Intesa Sanpaolo Lha creato un sistema di fondi di capitale di rischio, Ubi offre Luna gamma di finanziamenti e Credem gioca in tan d Lem con il Fondo europeo per gli investimenti. Servizio u pagina 15 Linee di credito ad hoc, ma soprattutto piattaforme, servizi di incubazione, capitale di rischio e scouting. Le banche fanno rotta sulle start up innovative - che con il «Decreto Crescita 2.0» e le successive leggi di conversione hanno ottenuto una normativa ritagliata su misura - mettendo in campo nuovi strumenti. Uno spiraglio che si apre in tempi di credit crunch. La settimana scorsa Unicredit ha alzato il sipario su Unicredit Start Lab, la nuova piattaforma di formazione, coaching, servizi di incubazione e risorse finanziarie per supportare le imprese che muovono i primi passi nei settori life science, digitale, energie rinnovabili e nanotecnologie. Le start up selezionate avranno accesso a percorsi di formazione, servizi di incubazione possibilità di effetture incontri con investitori. Che Banca!, l'istituto retail del gruppo Mediobanca, ha circoscritto il campo d'azione ai giovani talenti del settore finanziario e tecnologico, con il lancio di «Gran Prix», una competizione in collaborazione con StartupItalia! e il Politecnico di Milano. C'è tempo fino al 21 maggio per iscriversi. «L'obiettivo - afferma il direttore generale Roberto Ferrari - è creare un ecosistema per sostenere lo sviluppo del settore innovativo che ruota intorno al mondo bancario. A giugno selezioneremo 10 start up che parteciperanno a una fase di formazione». I 4 vincitori, oltre a un premio in denaro, potranno usufruire di un anno di consulenza. «Il successo delle start up innovative - sottolinea Livio Scalvini, responsabile Servizio Innovazione di Intesa Sanpaolo - si fonda sul fattore temporale, ovvero sulla capacità di accelerare le tappe del suo sviluppo. Gli imprenditori innovativi hanno bisogno essenzialmente di due elementi: le competenze per scalare efficacemente il mercato offrendo un prodotto o un servizio con un altissimo valore aggiunto e i capitali di rischio iniziali». Per raggiungere questo obiettivo la banca ha creato il sistema di fondi "Atlante", in particolare Atlante Seed, con una dotazione di 10 milioni dedicato alle prime fasi di vita delle imprese. Il veicolo investe anche in incubatori selezionati e acceleratori d'impresa. Intanto dal 2009 a oggi con la piattaforma Intesa Sanpaolo Start Up Initiative sono stati realizzati 62 investment forum a livello internazionale, che hanno fatto incontrare 450 start up con oltre 5mila investitori e imprese. Il gruppo Credem fa gioco di squadra con il Fei, il Fondo europeo per gli investimenti. All'inizio di febbraio l'istituto ha infatti siglato un accordo da 80 milioni per il sostegno delle Pmi, garantiti al 50% del Fei. «Il 10% del plafond di garanzie - spiega Massimo Arduini, responsabile marketing & business imprese di Credem sarà destinato a start up innovative». Ubi ha una gamma di finanziamenti per le start up che possono essere utilizzati anche per quelle innovative. Dal lancio del maggio 2013 sono state finanziate circa 700 nuove iniziative. La galassia delle Banche di credito cooperativo ha scelto un approccio ritagliato su misura a partire dal progetto «Buona Impresa!», al momento veicolata in oltre 2mila sportelli delle Bcc e Casse rurali. Alcuni istituti hanno anche attivato incubatori e acceleratori di impresa. Banca Sella ha messo a punto il finanziamento «My project»: un mutuo chirografario della durata massima di 72 mesi e ha creato a Biella l'acceleratore SellaLab. Il gruppo investe poi nei principali fondi di venture capital. Ing ha ideato un concorso di idee innovative, mentre Banca Marche, dopo «YouStartup!» del 2012 lancerà nei prossimi mesi un'offerta commerciale dedicata alle nuove imprese innovative, in collaborazione con le Università e gli incubatori del SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 77 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Le iniziative per aiutare le nuove imprese 03/03/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 78 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato territorio. © RIPRODUZIONE RISERVATA Le opportunità allo sportello Start Up Initiative. Piattaforma di accelerazione, ha all'attivo 450 start up Atlante. Fondi di venture capital INTESA SANPAOLOUnicredit Start Lab. Piattaforma di formazione, coaching, incubazione e risorse per start up nei settori altamente innovativi UNICREDITFinanziamento start up. Linea di credito aperta anche a nuove imprese innovative, con prestiti fino a 50mila euro UBIAccordo con il Fei. Riservato il 10% del plafond da 80 milioni siglato a febbraio con il Fondo europeo per gli investimenti CREDEMProgetto «Buona Impresa!». Approccio su misura con crediti agevolati, servizi di consulenza e attivazione di incubatori BCCFocus sul settore finanziario. Per i quattro vincitori premio in denaro, sostegno e consulenza per 12 mesi CHE BANCA! «BitBumBam». Concorso concluso a febbraio con 300 candidature. Finalisti affiancati per due mesi da un incubatore ING «My project». Mutuo chirografario della durata massima di 72 mesi. Creato anche l'acceleratore SellaLab BANCA SELLA Sulla rampa di lancio. Allo studio una nuova offerta grazie ad accordi con università e incubatori BANCA MARCHE 01/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 2 (diffusione:556325, tiratura:710716) "Sgravi per chi reinveste utili meno tasse e stop all'austerity così rilanceremo l'economia" Serve equità Vorrei contribuire alla creazione di un'economia con una più equa distribuzione delle risorse Garanzia giovani Il primo capitolo del Jobs Act consentirà ai giovani che perdono l'impiego di trovarne un altro in 4 mesi ROBERTO MANIA ROMA - Giuliano Poletti è da una settimana il ministro del Lavoro. Siede su una delle poltrone più scomode del governo Renzi. Perché questo esecutivo si giudicherà in gran parte su quanto riuscirà a far scendere il tasso di disoccupazione comunicato ieri dall'Istat, il 12,9%. Questo sarà il benchmarking del governo. Poletti, ex presidente della Legacoop, ex sindaco di Imola con tessera Pci, dice che sul suo comodino tiene "L'economia giusta" di Edmondo Berselli. «Ci sono scritte le cose che vorrei fare. Vorrei essere giudicato per il mio contributo a creare un'economia nella quale, come spiega Berselli, ci sia una più equa distribuzione delle risorse». Intanto, ministro, c'è l'emergenza occupazione. Renzi ha annunciato più volte l'arrivo del Jobs act. Quando lo approverete? «Il Jobs act è un insieme di azioni, di capitoli da riempire». Ecco: quando li riempirete? «Il primo a partire sarà la cosiddetta "garanzia giovani", un programma europeo per consentire a tutti i giovani che escono dalla scuola o perdono il lavoro di trovare un'opportunità entro i successivi quattro mesi. La "garanzia giovani" traccia una linea molto chiara di intervento. Un modo per connettere tra loro le politiche passive con le politiche attive per il lavoro». Lo stesso schema del Jobs act? «Esattamente. La "garanzia giovani" è il primo elemento per promuovere opportunità di impiego». Quando cominceràa produrre qualche effetto? «Entro un mese partirà il progetto. Ma il meccanismo sarà lo stesso del più generale piano per il lavoro: a ciascuna persona, giovane, adulta o anche anziana va offerta un'opportunità di impiego. Nessuno deve essere lasciato a non fare nulla, perché si traduce in una gravissima condanna. Su questo si giudica pure il grado di civiltà di un Paese». Lei viene dal mondo delle imprese e sa bene che sono loro a creare il lavoro, non le norme. Incentiverete la assunzioni dal punto di vista fiscale? «È vero che sono le imprese a creare lavoro ma serve pure un contesto favorevole. Ci vogliono buoni imprenditori e penso anche che gli utili reinvestiti nell'azienda in innovazione del processo e del prodotto vadano accompagnati dal pubblico». Il che vuol dire sgravi. Giusto? «Giusto». Ma dove troverete le risorse necessarie? Avete promesso di tagliare il cuneo fiscale, pensate di estendere il sussidio di disoccupazione e anche di incentivare gli investimenti. Quanto costa tutto questo? «Non so dirle ora il costo complessivo. Ma abbiamo fatto delle stime altrimenti non proporremmo un progetto non sostenibile sul piano finanziario». Fino a meno di una settimana fa lei era il presidente dell'Alleanza delle cooperative. Ha in mente un patto sociale per sostenere il jobs act? «Prima di pensare a un patto voglio avviare, e lo farò nei prossimi giorni, un confronto informale con sindacati e imprenditori. Ho un trascorso nel dialogo sociale e continuerò a farlo». Nella prefazione di un libro il premier Renzi scrive che il sindacato che dovrebbe essere più ascoltato è "quello che non c'è", cioè quello dei giovani e precari. Che ne pensa? «Capisco Renzi perché c'è un parte della società che fa faticaa trovare una voce che la rappresenti. La crisi della rappresentanza riguarda tutti, la politica e il sociale. Io rimango rispettoso del ruolo delle associazioni sociali». Non crede che i dati dell'Istat segnino anche il fallimento delle politiche di austerity e che si debba voltare pagina? «Non c'è dubbio che sia così. I dati dell'Istat sono la stampa di una fotografia scattata quattro anni fa quando migliaia di aziende sono entrate nel circolo della crisi. Va aperto un nuovo ciclo». SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 79 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'intervista Il ministro Poletti: va offerta un'opportunità d'impiego a tutti, nessuno resti indietro 01/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 2 (diffusione:556325, tiratura:710716) La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Aumentando la spesa pubblica? «No. Riducendo le tasse per liberare risorse per il lavoro» Foto: IL MINISTRO Giuliano Poletti, titolare del dicastero del Lavoro SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 80 01/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 24 (diffusione:556325, tiratura:710716) Le Regioni fanno saltare il piano di Letta. In arrivo dalla Ue 1,2 miliardi Alcune amministrazioni hanno esaurito i fondi per le gare e aspettano la Ue ALESSANDRO LONGO ROMA - Coprire con Internet banda larga tutti gli italiani e tutte le imprese: obiettivo rinviato, ancora una volta. Se ne riparlerà nel 2015, salvo ulteriori sorprese, per colpa delle lentezze burocratiche nel dialogo Stato-Regioni e per la difficoltà a sbloccare i fondi pubblici necessaria colmarei "buchi" di copertura. È quanto si apprende dai tecnici del ministero dello Sviluppo economico che si stanno occupando dei bandi di gara per portare Internet veloce nelle zone più sfortunate del Paese (quelle del cosiddetto «digital divide»). Queste sono adesso pari al 4% della popolazione, contro il 5 dell'anno scorso. Un piccolo miglioramento ottenuto quasi solo grazie allo sviluppo della banda larga mobile. È ferma invece ancora all'8% la quota di popolazione che non può avere la banda larga di tipo Adsl (su rete fissa), pari a circa 1.500 comuni (secondo dati dell'osservatorio Between). Nero su bianco, c'era nel decreto Sviluppo Bis di ottobre 2012 l'impegno del governo Monti a dare banda larga a tutti entro dicembre 2013, come anche richiesto dalla Commissione europea. Obiettivo rimandato al 2014, sotto il governo Letta. Ora si apprende del nuovo rinvio. «Le prime Regioni che elimineranno il digital divide saranno Lazio, Liguria e Marche, a febbraio 2015. Sono anche le prime infatti ad aver assegnato - quest'anno - le gare per fare coperture banda larga, con 15 milioni di euro di fondi pubblici europei (dalla programmazione 2007-2013)», spiega infatti Salvatore Lombardo, direttore generale di Infratel, società del ministero che si occupa di questi bandi (i quali sovvenzionano gli operatori che costruiranno le reti nelle zone sfortunate). «Contiamo di ultimare la rete banda larga italiana tra giugno e settembre 2015, ma dipende dagli accordi tra ministero e Regioni, necessari per fare le gare. Purtroppo i tempi burocratici di negoziazione sono a volte più lunghi di quelli per creare la rete», aggiunge. «Ci vogliono 12 mesi, dopo l'assegnazione della gara, per portare la banda larga ai cittadini. Ma ci sono Regioni come la Sicilia che ci stanno facendo aspettare da due anni per la firma dell'accordo. L'aspettiamo anche dalla Sardegna. La Basilicata invece ha firmato ma per ora l'ha messo in stand by», continua Lombardo. Nell'elenco delle regioni sfortunate ci sono anche Piemonte ed Emilia Romagna, «che hanno esaurito i fondi per queste gare e aspettano giugno 2014 per poter contare su quelli della programmazione 2014-2020», spiega Rossella Lehnus, responsabile del piano nazionale banda larga presso il ministero. «Il cambio di Governo non ci ha fermati, però. La settimana prossima assegneremo i bandi che elimineranno il digital divide in Campania e Umbria. A marzo lanceremo quelli di Calabria, Veneto e Toscana», aggiunge Lehnus. È una partita che sarà seguita da Antonello Giacomelli, nominato ieri sottosegretario con delega su tlc e frequenze presso lo Sviluppo economico. Ed è destinata a diventare importante nei prossimi mesi, quando arriveranno i fondi Ue 2014-2020: previsti 1,260 miliardi di euro per le reti banda larga e - soprattutto - per quelle a banda ultralarga, da realizzare con questo sistema di gare pubbliche. ADSL, ADSL FULL, ADSL2+, VDSL, FTTH Foto: DENTRO I CONDOMINI La fibra più veloce arriva in casa del cliente Meno valida quella che si ferma negli armadi in strada Foto: NEL NOSTRO PAESE CRESCE SOLO LA ADSL 2+ (FONTE BETWEEN, 2013) In Italia cresce soltanto un tipo di Adsl con velocità intermedia: la Adsl 2+. Raggiunge potenzialmente l'81% della nostra popolazione SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 81 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Slitta al 2015 la banda larga per tutti 01/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 25 (diffusione:556325, tiratura:710716) Appello ai Garanti: subito le regole, dovete proteggerli ALDO FONTANAROSA ROMA - Così colorate, così simpatiche. Così false e traditrici, certe volte. Le app che scarichiamo sul telefonino o sul tablet possono riservare delle amare sorprese, di quelle che scopri solo quando scorri l'estratto conto della carta di credito. Credevi che la app fosse gratis, perché così lei si era presentata; invece hai sganciato un sacco di euro senza neanche capire come e quando. I trucchi delle app sanguisuga allarmano la Commissione Ue che ha convocato a Bruxelles, ieri e giovedì, i rappresentanti di tutte le autorità nazionali di garanzia (inclusa la nostra Antitrust) per organizzare una qualche difesa. La trappola è la più antica del mondo: quella del cavallo di Troia. Accendi il tablet, ti colleghi a un negozio virtuale di app e ne scarichi alcune, magari per far giocare i tuoi ragazzi. Costo dell'operazione, zero euro. Le app sono gratuite. Poi il tablet passa a tuo figlio che cominciaa divertirsi e a cliccare su varie frecce luccicanti senza capire che le sue dita innocenti stanno accedendo ai contenuti "premium" della app. Contenuti che si pagano. In teoria, il negozio virtuale dovrebbe chiederti la password e il consenso ogni volta che una tua azione sul tablet comporta un esborso di denaro. Ma evidentemente ci sono tante app che succhiano i soldi senza avvisare - cavalli di Troia della nostra era - se migliaia di famiglie protestano presso le autorità nazionali di garanzia e la stessa Commissione europea. Dice Viviane Reding, commissario Ue per la Giustizia, alquanto alterata: «Dall'industria delle app mi aspetto risposte concrete all'allarme, sia nostro sia delle famiglie». Un sondaggio della "Bitkom" valuta in un milione gli utilizzatori di app che hanno tra i 9 e i 19 anni in Germania. E il numero non cambia molto, in Italia. La società "Distimo" calcola invece che le imprese delle app hanno un fatturato annuo di 10 miliardi, qui in Europa.E l'80% di questi ricavi arriva proprio dagli acquisti "in-app". Sono soldi che noi paghiamo (con carta di credito) quando cominciamo a navigare dentro la app e a fruire dei suoi servizi. Le app sono gratuite, i servizi interni invece no. Ora, buona parte di questo denaro ci viene tolta con il nostro benestare e in modo lecito. Ma una fetta è il bottino succulento delle applicazioni sanguisuga. L'Antitrust inglese (Uk Office of Fair Trading) ha avvistato per In Europa i fornitori di app hanno un fatturato di 10 miliardi prima il problema. E le sue regole piacciono a Bruxelles, che le indica ad esempio alle altre autorità nazionali. Gli inglesi sono severi, nel loro documento. Parlano di «abuso della credulità» dei minori, anche piccolissimi. Di «pratiche commerciali violente». Di «finti giochi» che sono invece l'esca per strappare un clic ed estorcere dei soldi «senza esplicita autorizzazione del genitore». Quindi gli inglesi mettono in campo i primi anticorpi. Chi tenterà di scaricare un'app, subito si troverà di fronte un cartello con le regole della partita: se spari alla papera è gratis, se spari al gabbiano paghi. Nessuna sterlina, poi, uscirà dal conto senza che mamma e papà abbiano digitato sul tablet la loro magica password. Giusto. E se ora provassimo a tutelare anche i nostri euro? I punti LE ESORTAZIONI App gratuite esortano i bimbi a scaricare degli elementi aggiuntivi, a pagamento. Poi i soldi sono sottratti via carta di credito e senza preavviso L'IRREPERIBILITÀ Per Bruxelles, i consumatori Ue si lamentano perché le app non danno una e-mail dove spedire reclami e richieste di risarcimento IL RISCHIO L'Ue crede nella industria delle app che potrà fatturare 63 miliardi entro 5 anni. Ma la crescita frenerà se l'offerta al cliente non sarà leale e trasparente Foto: CONVOCATI DALL'UE L'Ue ha convocato tutte le Autorità nazionali di garanzia sul caso dei costi delle app SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 82 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Bruxelles lancia l'allarme app "Costi nascosti, bimbi ingannati" 02/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 13 (diffusione:556325, tiratura:710716) Addio alla Cassa in deroga dal 2015 si cerca la copertura per il sussidio unico Parte con il Jobs Act la riforma totale degli ammortizzatori sociali La Cig finanziata dallo Stato continuerà ad essere erogata ancora quest'anno VALENTINA CONTE ROMA - Far saltare la cassa integrazione in deroga dal 2015. E intanto per quest'anno tutelare in qualche modo i precari che perderanno il lavoro, in vista del debutto del Naspi, il nuovo sussidio di disoccupazione universale. Sono i due punti chiave al centro dei ragionamenti del governo in queste ore, mentre il Jobs Act voluto dal premier Renzi prende forma e sostanza. Da una parte dunque, la riforma totale del sistema di ammortizzatori sociali, ma non immediata. Dall'altra un segnale da dare comunque, sin da subito, ai collaboratori a progetto che oggi ben difficilmente intascano sussidi quando i «progetti» finiscono. Ma per coprire tutti quelli senza rete, che il piano stilato dal professor Stefano Sacchi - e considerato come base di partenza per il confronto politico ancora del tutto aperto - calcola in circa un milione e duecentomila, ci vorrebbero almeno 1,6 miliardi in più rispetto alla spesa attuale per Aspi e miniAspi (7,2 miliardi nel 2013). Dove prendere questi denari? Dalla Cig in deroga, ipotizza Sacchi. Soluzione plausibile, per Renzi. Ma dal prossimo anno, quando la riforma complessiva - superare l'attuale sistema di ammortizzatori - libererà molti più spazi. Mentre i soldi attuali - o poco più - dovrebbero bastare per un primo «gesto» ad horas verso i cocopro. Renzi vuole un sistema di sussidi più razionale ed equo, le risorse meglio distribuite, così da proteggere più persone possibili e più a lungo. Un sistema che a regime si autoalimenta con i contributi di lavoratori e imprese, dunque interamente assicurativo, automatico e universale. E che non contempla più la cassa integrazione in deroga, da «superare con gradualità», oggi interamente a carico dello Stato per una cifra che oramai varia tra 2,5e3 miliardi annui. Soldi che potrebbero invece confluire sul Naspi - in tutto o in parte - proprio per includere quanti oggi ne sono privi: atipici e dipendenti non in grado di corrispondere ai requisiti Fornero per Aspi e mini-Aspi. Una riforma complessa, non priva di scogli e salite. E forse anche per questo fatta slittare al 2015. «Per quest'anno la cassa in deroga sarà rifinanziata», è il messaggio che filtra da Palazzo Chigi. «L'anno prossimo cambia tutto, ma i lavoratori devono stare tranquilli. Nessuno sarà lasciato senza sostegno», Che si vada nella direzione di una soppressione della Cig in deroga era già chiaro dalle prime mosse del Pd di Renzi e del gruppo che più ha lavorato al Jobs Act, da Filippo Taddei, responsabile economico,a Marianna Madia, ex responsabile lavoro, oggi ministro della Pubblica amministrazione. I tempi sembrerebbero maturi - è la tesi - per dare un freno a uno strumento - la Cig in deroga - partito come emergenziale, diventato strutturale, privo di un quadro di regole certo, frutto di tavoli e di trattative, ridiscusso ogni sei mesi, alla fine non pienamente solidale e inclusivo. Meglio stanziare quelle risorse per il Naspi - si ragiona - che ha criteri fissi, non è soggetto a spinte e controspinte. Un messaggio neanche troppo velato ai sindacati, in nome di un «universalismo selettivo» - aiutare veramente chi ha bisogno - tutto però ancora da dimostrare. Le cifre 1.100-700€ L'ASSEGNO All'inizio del periodo l'assegno Naspi sarà di 1.100-1.200 euro. Negli ultimi mesi 700 euro 1,6 mld IL COSTO Il costo aggiuntivo per lo Stato sarebbe di 1,6 miliardi, oltre ai 7,2 già destinati ai disoccupati 2,5-3 mld LA CIG IN DEROGA Gli 1,6 miliardi verrebbero prelevati dalle risorse oggi destinate alla Cig in deroga: 2,5-3 miliardi Foto: IL MINISTRO Giuliano Poletti ministro del Lavoro SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 83 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Il governo vuole abolirla ma non subito, e intanto studia la copertura del Naspi per chi perde il lavoro Il progetto 02/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 24 (diffusione:556325, tiratura:710716) L'argentino Eurnekian punta su Firenze e Pisa e insidia il dominio italiano nel settore Il suo obiettivo è fondere i due scali toscani. F2i, Sea, Benetton e Save i campioni nazionali LUCA PAGNI MILANO - Cieli italiani sempre piu in mano a società straniere. Mentre Alitalia sta per finire sotto il controllo degli arabi di Etihad, un gruppo sudamericano entra prepotentemente nel processo di privatizzazione degli scali nazionali. E tutto fa pensare che sarà l'apripista per altri gruppi del settore mano a mano che comuni, regioni e camere di commercio metteranno in gara le loro quote. Il tycoon argentino Eduardo Eurnekian, infatti, dopo il lancio dell'Opa su AdF, la società quotata a Piazza Affari proprietaria dell'aeroporto di Firenze, è diventato a tutti gli effetti il quarto "incomodo" nella partita per la conquista degli aeroporti italiani che fino a oggi era stata tutta nazionale. Il magnate sudamericano, proprietario di giornali e tv in Argentina, già gestisce con la sua controllata Corporacion America da un paio d'anni lo scalo di Trapani. Ma il suo obiettivo è diventare uno dei protagonisti del settore aeroportuale italiano. Ha infatti tentato di conquistare anche l'aeroporto "Catullo" di Verona, ma la sua offerta non è stata presa in considerazione e lo scalo da cui partonoe atterranoi jet privati a Milano Linate, per il quale ha fatto ricorso al Tar, dopo aver perso la gara (forte anche di una indagine dell'Antitrust nei confronti del suo avversario). E ora, con l'aeroporto di Firenze, sembra aver fatto centro. L' imprenditore di origine armena, negli anni Novanta è stato al centro delle contestate privatizzazioni nel suo paese sotto la presidenza di Carlos Menem di cui era amico; in particolare, quando ha rilevato i 33 scali dell'Argentina, a partire da quello di Buenos Aires. E siccome la storia si ripete sempre, a vincere la gara per diventare socio industriale del gruppo sudamericano fu la Sea, la società controllata dal Comune di Milano che acquistò un 30% delle quote, salvo poi rivenderle in perdita poche stagioni dopo. La stessa Sea - che gestisce Linate e Malpensa - che ora si è trovata sul fronte opposto Eurnekian nella gara per aggiudicarsi l'Ata, lo scalo privato del capoluogo lombardo, dall'Acqua Marcia di Bellavista Caltagirone. Per l'aeroporto di Firenze, Eurnekian vuole raccogliere più azioni possibili, contando sul fatto che gli enti locali proprietari potrebbero far cassa. Mentre è certo che a vendere sarà il fondo F2i, guidato da Vito Gamberale: ha ceduto il 33,4% agli argentini facendo scattare l'Opa. F2i è l'altro attore sul palcoscenico aeroportuale. Ha conquistato Torino Caselle dai Benetton - che si sono concentrati ormai solo su Fiumicino - e una quota di minoranza della Sea (operazione per cui Gamberale è indagato per turbativa d'asta dalla procura di Milano). Inoltre, F2i da una decina d'anni controlla Napoli Capodichino. E ora ha fatto un passo indietro da Firenze, mentre Eurnekian possiede già il 23,4% dell'aeroporto di Pisa ed è in trattative con Mps per rilevarne un altro 3,9%. Punta a mettere insieme i due scali, contando sul fatto che nel piano strategico nazionale del ministro Lupi, il governo parla di "Sistema aeroportuale toscano" e spinge per la fusione per evitare inutili sovrapposizioni. Se il progetto di Eurnekian andasse in porto, l'imprenditore argentino arriverebbe a insidiare il terzo posto negli scali aeroportuali italiani per numero di passeggeri, oggi detenuto dal gruppo Save. La società quotata dei finanzieri Marchie De Vivo controlla gli scali di Venezia e Treviso, difesi con i denti quando Generali ha deciso di uscire dal capitale. Ha rinunciatoa comprare Trieste mentrea nord-est ha preferito puntare su Verona e su Lubiana, quando il governo sloveno deciderà di privatizzare. Ma tutto fa pensare che il processo di consolidamento sia solo all'inizio. © RIPRODUZIONE RISERVATA IL PIANO NAZIONALE DEGLI AEOROPORTI AEOROPORTI STRATEGICI / CON I RESPETIVI BACINI D'UTENZA I protagonisti SEA È la società del comune di Milano che controlla gli aeroporti di Linate e Malpensa F2I Il fondo di Gamberale ha gli scali di Torino Caselle, Napoli Capodichino e una quota della Sea BENETTON La famiglia veneta si è concentrata sullo scalo romano di Fiumicino con Adr e ha lasciato Torino SAVE La SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 84 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Mani straniere nel risiko degli aeroporti 02/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 24 (diffusione:556325, tiratura:710716) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 85 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato società dei finanzieri Marchi e De Vivo ha gli scali di Venezia e Treviso e punta Verona e Lubiana Foto: IL TYCOON Eduardo Eurnekian, argentino, classe 1932, proprietario di aeroporti, tv e giornali in Sud America 03/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 9 (diffusione:556325, tiratura:710716) "Ora tempi più corti dei processi e interventi sulla prescrizione" Il procuratore Roberti: la corruzione frena l'economia LIANA MILELLA ROMA - La riforma fondamentale? «Un processo in tempi ragionevoli come vuole la Costituzione». Un intervento urgente? «Quello sulla prescrizione». Un reato necessario? «Lancette indietro sul falso in bilancio». Beni confiscati? «Un'agenzia che funzioni». Così risponde al premier il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Ha letto Renzi su "Repubblica"? Che gliene pare? «È un manifesto pieno di buoni propositi, il primo dei quali mi sembra il più importante, quando Renzi assume l'impegno che la lotta alla mafia diventi per davvero la priorità dell'azione di governo. Nessun politico in Italia l'aveva detto con questa determinazione. Ma va ricordato che il Parlamento europeo ce lo ha suggerito più volte». Nel merito, la ricetta la convince o darebbe al premier qualche buon consiglio? «Le proposte sono condivisibili, ma non bastano». Che cosa manca? «Sicuramente non c'è il riferimento al problema vero, cioè la funzionalità del processo penale e di quello civile». Immagino che parli dei processi troppo lunghi, ma forse Renzi dà per scontato che il Guardasigilli Orlando ci metterà una pezza. «Giusto sabato Orlando, parlando alla convention di Libera in Campidoglio, ha ricordato che i tempi troppo lunghi del processo sono un fattore di forza per la mafia. Io direi che è il più grande regalo che possiamo fare alle mafie. Ergo, da qui bisogna partire. Se non funziona la tutela dei diritti nel processo civile c'è la tendenza a ricorrere alla giustizia più spiccia dei clan. E questo rafforza le mafia. Ancora di più sul piano penale. I reati spia, come la corruzione, che è una modalità tipica dell'agire mafioso, sono repressi in modo inefficace per la lunghezza dei tempi processuali e per la falcidia della prescrizione». Davvero la mossa giusta è cominciare dal commissario anticorruzione? «Non c'è dubbio che questa figura vada nominata perché la prevenzione è comunque fondamentale, e si spera che l'ufficio funzioni davvero. Ma il punto è un altro. La corruzione, anche nell'ottica europea, è il più grave reato contro l'economia. Anzi, è una vera e propria minaccia per l'euro sistema». Le faccio una domanda banale, ma che rapporto c'è tra la mafia e la corruzione? «Le organizzazioni mafiose trasnazionali, come quelle italiane, sono soggetti economici globali, ormai infiltrati nell'economia legale in numerosi paesi della Ue, proprio attraverso la corruzione e il finanziamento delle imprese che sta crescendo per via della crisi e delle difficoltà d'accesso al credito bancario». Quindi la mafia, che dispone di moltissimo denaro, inquina l'economia sana? «Esattamente. Ciò crea situazioni di concorrenza sleale, altera gli equilibri di mercato, scoraggia gli investitori onesti. L'economia italiana non cresce anche perché gli investitori onesti sono scoraggiati dalla concorrenza sleale e dalla corruzione che dilaga. C'è il rischio, segnalato dalla commissione Ue nel documento sull'Italia del 3 febbraio, che essa impedisca il corretto funzionamento dell'unione monetaria». Se la situazione è questa, quali sono gli interventi più urgenti? «La riforma della prescrizione, che falcidia ogni anno oltre il 30% dei reati, corruzione compresa. Senza contare tutti i reati spia, da quelli ambientali, agli urbanistici, agli economico-finanziari». La prescrizione è da sempre un tabù. Riforma difficilissima da fare. Lei come la cambierebbe? «Oggi la prescrizione comincia a decorrere dal momento della commissione del reato e i suoi termini sono stati ridotti con la legge ex-Cirielli del 2005. Questo sistema non ha alcun senso, perché molto spesso il reato viene accertato anni dopo la sua consumazione e questi anni persi sono un favore agli autori del delitto. La prescrizione, invece, dovrebbe decorrere dal momento in cui viene esercitata l'azione penale perché è a quel punto che lo Stato la sua volontà punitiva e gli eventuali ritardi possono dimostrare il venir meno di tale SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 86 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'intervista 03/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 9 (diffusione:556325, tiratura:710716) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 87 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato volontà». Lo sa che i nemici di questa riforma chiederebbero subito il processo breve? «La prospettiva della prescrizione contribuisce a far approdare ogni anno in Cassazione 50mila ricorsi penali. In quella francese, dove la prescrizione è come la propongo io, ce ne sono solo 8mila». Reati economici. Oltre all'autoriciclaggio, sollecitato e atteso da anni, bisogna fare marcia indietro sul falso in bilancio? «Bisognerebbe tornare a sanzionarlo severamente in quanto spesso è strumentale alla corruzione, perché falsando i bilanci si costituiscono i fondi neri impiegati per corrompere i pubblici funzionari e amministratori». Beni confiscati. La convince la proposta di Renzi? «Sì, l'agenzia nazionale deve funzionare per gestire i beni e le imprese confiscate e destinarli a uso pubblico. È una "sfida" che lo Stato deve assolutamente vincere. Bisogna che l'agenzia sia condotta con efficienzae managerialità. La proposta della commissione Garofoli va in questa direzione, purché nella prassi si eviti il rischio che l'Agenzia diventi un carrozzone lottizzato». SU REPUBBLICA Sopra, la lettera a Repubblica con cui Saviano ha fatto appello contro l'economia criminale. Sotto, la risposta di Matteo Renzi Foto: MAGISTRATO Il procuratore antimafia Franco Roberti: "Renzi ha dimostrato determinazione" 03/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 14 (diffusione:556325, tiratura:710716) Centro-destra e imprese: la tassa sulla casa è una batosta peggio dell'Imu LUISA GRION ROMA - La Tasi sarà un'altra «botta», parola di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che così ha sentenziato dopo aver letto le previsioni sull'impatto che la nuova tassa per i servizi indivisibili (dall'illuminazione alla manutenzione delle strade) avrà su famiglie e imprese. Analisi spietate sia per quanto riguarda le aziende - per le quali secondo la Cgia è in arrivo una stangata da un miliardo - che per quanto riguarda le famiglie, visto che, secondo le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori, si troveranno a pagare, al netto delle detrazioni, importi medi dai 247 ai 326 euro. Le proteste contro la nuova tassa stanno velocemente aumentando. «Ho visto i numeri» ha detto Squinzi, «sorrido, ma non c'è molto da sorridere. Ancora una volta, per recuperare risorse, si aumenta il carico fiscale invece che incidere sui costi; mi auguro che il lavoro che Cottarelli ha avviato sulla spending review sia portato fino in fondo». Confindustria teme la scorciatoia fiscale, la tentazione del governoa fare cassa aumentando le tasse, e invita Renzi a mettere invece in atto «interventi incisivi in tempi rapidi». Prima di tutto il taglio al cuneo fiscale «perché l'emergenza numero uno è quella del lavoro». Il giudizio delle imprese sul premier e sull'esecutivo è sospeso: «Renzi, la potenza sul motore ce l'ha, auguriamoci che sia capace di scaricarla a terra - ha detto Squinzi - Gli invidio l'età, ma anche l'energia. Quanto al governo, alcuni ministri sono di ottimo livello, altri o non hanno esperienze specifiche di gestione amministrativa o politica, oppure sono io che non li conosco, aspettiamo alcuni mesi per vedere come operano». Ma sulla ricetta da utilizzare per rilanciare ripresa e occupazione le parti sociali non sono affatto d'accordo. Per Squinzi la priorità resta il taglio dell'Irap, l'imposta pagata dalle imprese sull'attività produttiva, da preferire, secondo lui, alla riduzione dell'Irpef perché «nell'immediato darebbe un impatto più forte sulla competitività delle imprese e sul costo del lavoro». Alla platea del Micam, la fiera della calzatura a Rho inaugurata ieri, il leader degli industriali ha raccontato: «Come imprenditore pago le tasse in 40 Paesi nel mondo e produco in 32con un tasso medio di incidenza fiscale del 34 per cento: in Italia negli ultimi dieci anni il livello di tassazione non è mai sceso sotto il 50 per cento e questo è addebitabile principalmente all'Irap». Una netta indicazione, la sua, che si scontra con quella fornita dai sindacati. Per Raffaele Bonanni, leader della Cisl, «il fisco ha messo in difficoltà le famiglie che non spendono più. Ora quei pochi soldi che ha, lo Stato li deve impiegare per ridurre le tasse a lavoratorie pensionati». La precedenza va data all'Irpef perché «se manca il mercato nazionale l'economia si blocca». Ridare soldi alle imprese tagliando l'Irap, secondo Bonanni «può andare anche, magari dopo», dopo un intervento a favore dell'imposta sui redditi, perché oggi «le aziende non hanno commesse e metterebbero quella liquidità in banca». Una battaglia, quella contro la Tasi, che il centro-destra fa sua. Per Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato di Forza Italia: «Altro che rivoluzione fiscale, quella del governo Renzi si annuncia come una rapina fiscale ai danni degli italiani, colpiti su un bene fondamentale come la casa. L'aumento della Tasi è una vergogna, il governo parte malissimo». Per la collega di partito Anna Maria Bernini «la Tasi di Renzi in qualche caso è addirittura più pesante dell'Imu di Monti. Colpisce l'80 per cento degli italiani che pensavano di aver costruito il risparmio sugli immobilie si trovano oggia stringere la cinghia per paura del futuro». 1324 318 174 833 1064 258 165 641 670 170 133 367 cuneo in miliardi: 303 511 342 91 78 retribuzioni nette cuneo su imprese cuneo su lavoratori 24 13 63 15 24 60 20 25 55 Ripartizione della retribuzione in miliardi Ripartizione della retribuzione in % Dalla retribuzione lorda alla netta: il cuneo cuneo in %: 45% 18 15 67 Germania Francia Italia Spagna Germania Francia Italia Spagna Fonte: SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 88 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Cresce la rivolta contro la Super-Tasi Confindustria: tagli all'Irap, non all'Irpef 03/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 14 (diffusione:556325, tiratura:710716) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 89 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Servizio Studi Bnl I precari esclusi finora dall'assegno di disoccupazione TOTALE 922.588 (ma secondo il governo sarebbero saliti già a 1.200.000) 675.883 54.210 52.459 49.179 27.032 24.021 13.532 13.015 8.913 4.344 Fonte: Isfol Cocopro Collaboratori pubblica amministraz. Associati in partecipazione Dottorato di ricerca Enti locali Venditori porta a porta Autonomi occasionali (meno di 500 euro anno) Altre collaborazioni Medici specializzati Collaboratori giornali e riviste Foto: SQUINZI "La Tasi è un'altra botta. Così aumentano le tasse" Foto: LA DISOCCUPAZIONE Il tasso generale di disoccupazione è salito al 12,9%, mentre quello che riguarda i giovani è salito al 42,4 per cento 03/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 15 (diffusione:556325, tiratura:710716) "Bene il sussidio unico a chi perde il lavoro ma serve un piano straordinario per i giovani" Camusso apre a Renzi e replica a Bersani: "Articolo 18, dibattito vecchio" La Cig in deroga Attenti ad abolire la Cig in deroga. Ben venga però l'assegno universale di disoccupazione Il servizio civile Lo Stato dovrebbe organizzare a sue spese una specie di servizio civile per la difesa del patrimonio artistico PAOLO GRISERI TORINO - Tre consigli, naturalmente «sommessi», da chi guida un sindacato con 6 milioni di iscritti. Di Matteo Renzi, Susanna Camusso apprezza «il fatto che al primo posto del suo programma di governo ci sia il lavoro. Un ottimo inizio che però genera molte attese. La nostra principale preoccupazione è che vengano deluse». Camusso, tra le indiscrezioni sul piano del lavoro di Renzi c'è quella dell'abolizione della cassa integrazione in deroga e l'introduzione di un sussidio di disoccupazione. Vi convince? «Bisogna capire che cosa significa intervenire sulla cassa integrazione. Quella in deroga, in molti casi viene utilizzata nei settori che non hanno la cassa integrazione». Ma in molti casi la cassa in deroga è una finzione per mantenere in vita rapporti di lavoro senza prospettiva.. «Nella maggior parte dei casi abolire la cassa in deroga significa far cessare rapporti di lavoro che, superata la crisi, possono tornare ad essere produttivi. In ogni caso una riforma degli ammortizzatori sociali è necessaria e urgente. E' evidente che la cassa in deroga non può essere la regola. E' una contraddizione anche etimologica». Con la riforma della cassa integrazione si può introdurre il sussidio di disoccupazione? «Penso che sarebbe una norma positiva. Un sussidio universale è una misura necessaria. Serve però che anche i datori di lavoro precario e discontinuo contribuiscano. I precedenti ministri del Lavoro non hanno voluto chiedere alle imprese contributi che garantissero l'universalità della cassa integrazione e versamenti per i dipendenti precari in caso di perdita del lavoro. Non solo penso che sia ora di farlo ma che sia ormai indispensabile. Il sistema sarebbe in equilibrio se la cassa integrazione venisse utilizzata per far fronte a situazioni di crisi transitoria o per ristrutturazioni. Il sussidio di disoccupazione dovrebbe intervenire in caso di perdita del rapporto di lavoro». Sabato, al congresso del Pse, lei ha avuto un lungo colloquio con Renzi. Qual è l'atteggiamento della Cgil nei confronti del nuovo governo? «La Cgil è sempre attenta nei confronti di tutti i governi. Lo è di più quando il governo, come nel caso di Renzi, mette il lavoro al primo posto nel suo programma. Su questo c'è totale sintonia. Al punto che temiamo piuttosto la gigantesca delusione che arriverebbe se alle premesse non seguissero i fatti. Per questo mi permetto sommessamente di dare tre suggerimenti al nuovo capo del governo». Da quale cominciamo? «Abbiamo bisogno di un ammortizzatore sociale universale, che valga per tutti coloro che hanno perso il lavoro. E' anche giusto che il sussidio venga perso se qualcuno rifiuta offerte di lavoro. Ma questo è già previsto dalle leggi di oggi. Solo che il sistema della formazione professionale nonè in grado di formare adeguatamente». Chi ha guadagnato in questi anni da un sistema della formazione tanto inefficiente? «Nonè tutto inefficiente maa guadagnare dalle inefficienze sono stati tanti. Bisogna superare il meccanismo degli accreditamenti e concentrare le risorse senza distribuirle in mille rivoli improduttivi». Il secondo suggerimento? «Si sentono tante cifre sulla riduzione della tassazione sulle imprese e sul lavoro. Ecco: è decisivo cominciare dal lavoro». Teme che la riduzione delle tasse vada tutta alle imprese e non nelle buste paga? «C'è questo rischio. E' già successo in passato. Ridurre le tasse alle impresee non ai lavoratori non ha effetti sui consumi. Mettere più denaro nelle buste paga è l'unica strada per far ripartire l'economia». Come far ripartire l'occupazione? «E' il terzo sommesso suggerimento che mi permetto di dare a Renzi. Abbiamo bisogno di un piano straordinario per i giovani occupandoli nella conservazione del nostro Paese. Alla vigilia dell'Expo 2015 sarebbe molto utile SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 90 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'intervista 03/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 15 (diffusione:556325, tiratura:710716) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 91 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato utilizzare i ragazzi per difendere il nostro patrimonio artistico. Pompei cadea pezzi: sarebbe tanto strano istituire una specie di servizio civile per quei restauri?». Il professor Gallino propone che lavori come questi siano pagati dallo Stato. E' d'accordo? «Certo. Non vedo come altrimenti si potrebbe fare.E non c'è solo il patrimonio artistico. Un secondo settore in cui impiegare lavoro giovanileè quello del ciclo dei rifiuti: nel trattamento siamo gli ultimi d'Europa». In un'intervista a Repubblica, Pierluigi Bersani dice che il superamento dell'articolo 18 non sarebbe un dramma se ci fosse un'indennità di disoccupazione di anni. E' d'accordo? «Non mi sembra un dibattito di stretta attualità. Non inchioderei un ragazzo senza lavoro da due anni a una discussione sulle modalità per perderlo». In queste settimane si tengono i congressi territoriali della Cgil. Come definirebbe il clima che si respira? «Stiamo svolgendo centinaia di assemblee nei luoghi di lavoro e nei territori. Da tutti viene la richiesta di nuova occupazione, di diritti sul lavoro e di cambiare le norme sulle pensioni. Questoè il cuore del dibattito». Al congresso di maggio inviterete il presidente del Consiglio? «Certamentee speriamo che venga. La Cgil ha sempre invitato al suo congresso tutti i presidenti del Consiglio». Tutti? «Tutti... tranne uno». Tasso di disoccupazione 15-24 anni per sesso e ripartizione geografica IV trim. 2013 maschi e femmine VALORI % maschi femmine 43,5 40,3 47,7 maschi e femmine maschi VARIAZIONI % SU IV TRIM. 2012 femmine +4,4 +3,2 +6,0 35,3 33,0 38,3 +5,5 +3,4 +8,3 41,7 34,1 49,9 +2,3 -2,1 +6,3 55,3 52,4 59,8 +4,8 +5,7 +3,7 Foto: LEADER Susanna Camusso, segretario generale della Cgil 03/03/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 17 (diffusione:556325, tiratura:710716) Il reddito Il mio lavoro si sta concentrando sempre di più sui problemi della diseguaglianza di reddito Krugman: addio a Princeton per un college pubblico Scelta di vita A sessantuno anni è ora di riflettere in profondità su quello che voglio veramente fare in questa fase della mia vita L'economista "liberal" snobba altre offerte d'élite "Lo faccio per coerenza" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FEDERICO RAMPINI NEW YORK - È il più celebre avversario dell'austerity, l'economista "liberal" per eccellenza, il continuatore delle idee progressiste di John Maynard Keynes. Ora Paul Krugman diventa anche un esempio di coerenza. Lascia una delle migliori università del mondo, privata, per andare a insegnare in un college pubblico. Il premio Nobel dell'Economia, che è anche un divulgatore e polemista coni suoi editoriali sul New York Times, dà l'annuncio sul suo blog. «A 61 anni - scrive Krugman - è ora di riflettere in profondità su quello che voglio veramente fare in questa fase della mia vita». La conseguenza di quella riflessione è l'addio a Princeton, una delle più prestigiose istituzioni accademiche. Fondata nel 1746 nell'omonima cittadina del New Jersey, Princeton fa parte dell'esclusivo club dell'Ivy League che riunisce l'aristocrazia degli studi superiori, alla pari con Harvard, Columbia e Yale. Avendo istruito l'élite americana, generazioni di leader politici, grandi imprenditori e top manager, Princeton viene ripagata generosamente dalle donazioni dei suoi ex alunni. Grazie al mecenatismo questa università privata oggi sta "seduta" su un tesoro di 18,2 miliardi: è il fondo di dotazione le cui rendite (oltre alle rette studentesche) pagano stipendi, borse di studio ai meno abbienti, progetti di ricerca. Con 1.172 professori per ottomila studenti, Princeton vanta un "quoziente" docentiallievi ideale per garantire l'alto livello degli studi. Un paradiso accademico, dove tutto funziona a perfezione. Krugman gliene dà atto, è pieno di gratitudine verso «la qualità intellettuale di Princeton, un luogo meraviglioso per me sia dal punto di vista professionale che personale». Da quest'estate, Krugman andrà in un'istituzione molto più povera. Snobbando le offerte di due altri poli privati di Manhattan, Columbia e Nyu, ha scelto Cuny (City University of New York) che è la più grande università pubblica newyorchese. Una "fabbrica di laureati" democratica e di massa. Il confronto nei numeri è impressionante. Cuny ha 540.000 studenti cioè 67 volte quelli di Princeton. E ha un bilancio di soli 3 miliardi l'anno. Le donazioni private sono un rigagnolo rispetto ai ricchi lasciti degli ex alunni di Princeton. Questo non ha impedito a Cuny di sfornare nel corso della sua storia ben 12 premi Nobel: la qualità non è associata per forza all'élitismo. Nella storia di Cuny c'è un fiore all'occhiello che la distingue dal club privato dell'Ivy League: fondata nel 1847 come City College of New York, questa università negli anni Trenta spalancò le sue porte all'intellighenzia ebraica newyorchese che era ancora discrminata nelle università "Wasp" (white, anglosaxon, protestant). La scelta "di classe" di Krugman è anche legata ai contenuti dei suoi studi. Lo scrive sul suo blog: «Il mio lavoro si sta concentrando sempre più sui problemi della diseguaglianza di reddito». Uno dei centri d'eccellenza per gli studi delle diseguaglianze è proprio a Cuny, nel settore postlaurea (dove cioè si formano studenti che seguono i master o i PhD., dottorati di ricerca), in un dipartimento specializzato che si chiama Luxembourg Income Study. Una università di massa, istituzione democratica e progressista, è il luogo ideale per portare avanti la ricerca su questo tema che Krugman propone spesso nei suoi editoriali: l'attuale Slow Economy, la ripresa debole degli Stati Uniti,è frenata dal modello diseguale che concentra troppe risorse in una ristretta oligarchia, e lesina il potere d'acquisto nella maggioranza della popolazione. Fustigatore implacabile dell'austerity europea, che condanna senza attenuanti, Krugman accetta però un po' di austerity nel proprio stipendio personale: Cuny non può pagare i suoi docenti come Princeton. PER SAPERNE DI PIÙ krugman.blogs.nytimes.com www.gc.cuny.edu SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 92 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Il Nobel anti-austerity lascia l'università dei ricchi "No alle diseguaglianze" 01/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:309253, tiratura:418328) "Tutele allargate ma non per tutti" ALESSANDRO BARBERA ROMA INTERVISTA DI Barbera A PAG. 5 Taddei, fino a ieri la politica ci ha raccontato la favola secondo la quale la crisi è alle nostre spalle, poi arrivano i dati sulla disoccupazione e ci raccontano un altra verità. Lei che ne pensa? «Nell'ultimo trimestre dell'anno si è certamente arrestata la caduta del prodotto. Ma l'esperienza nei Paesi sviluppati mostra che dopo la fine di una recessione passano sei-nove mesi prima che l'occupazione riparta». Significa che prima di giugno la situazione non migliorerà. È così? «E' lo scenario più probabile. Questa è la ragione per la quale occorre intervenire con urgenza per l'allargamento delle tutele dalla disoccupazione. Faccio notare che nell'ultimo anno hanno perso il lavoro 330mila persone. Di queste, 140mila sono lavoratori atipici con sussidi minimi o pari a zero». Renzi ha promesso un pacchetto lavoro pronto per il primo vertice con Angela Merkel fra due settimane. Da dove inizierete? Ci sarà anche il contratto unico? «Il primo passo è dare tutele a chi oggi non le ha, poi stimolare l'economia con la riforma fiscale. Solo allora parleremo di forme contrattuali». Nel suo progetto c'è l'allargamento della tutela dalla disoccupazione dei lavoratori atipici. Ma quanto costerà davvero? Secondo alcuni ci vorrebbero miliardi. «Come sempre i costi dipendono dall'ampiezza di una riforma. Noi pensiamo che l'attuale Aspi (il minisussidio garantito dalla riforma Fornero, ndr) possa essere esteso ai lavoratori a progetto e allungata nella copertura con una spesa comparabile alla somma dell'Aspi e della cassa integrazione in deroga». Quindi non ci sarà la cosiddetta universalizzazione delle tutele. Non è così? «No, ma coprirà molti più lavoratori di oggi. La platea dei potenziali beneficiari si allargherebbe di oltre trecentomila lavoratori attualmente sprovvisti di una vera protezione dalla disoccupazione». Parliamo ora della riforma fiscale. La sensazione è che non abbiate ancora deciso se privilegiare un taglio corposo dell'Irap - ve lo chiedono le imprese - o quello dell'Irpef, caldeggiato dai sindacati. Per fare entrambe le cose le risorse non ci sono. Dunque? «L'unica cosa che non possiamo fare è un mini-taglio: rischieremmo di spendere i soldi dei contribuenti senza ottenere effetti significativi sulla crescita». Le imprese sostengono che un taglio visibile dell'Irap costerebbe meno ed avrebbe un impatto più rapido sull'economia. Lei che ne pensa? «Non si può dire che costerebbe meno in sé, ma è ragionevole pensare che avrebbe un effetto più veloce sul costo del lavoro. Ciò detto i lavoratori di questo Paese si aspettano un miglioramento delle proprie buste paga attraverso una riduzione dell'Irpef. Questo è il dilemma sul quale ci stiamo interrogando». Dalla revisione della spesa quest'anno avrete nella migliore delle ipotesi sei miliardi di euro. Il resto arriverà dall'aumento dell'imposta di tutte le aliquote finanziarie? «Anche su questo è in corso una riflessione. Certo è che l'obiettivo complessivo è la riduzione della pressione fiscale partendo dalle tasse sul lavoro». Renzi ha ipotizzato uan tassazione diversa solo per alcuni prodotti finanziari. Ci può spiegare meglio cosa significa? «Il tema è molto delicato, le posso dire solo che stiamo valutando le opzioni possibili». Contate anche su un po' di flessibilità nel rispetto del deficit da parte dell'Europa? Di questo Renzi parlerà con la Merkel? «Dalla Germania ci aspettiamo rispetto per gli sforzi che ci apprestiamo a fare. La logica dovrebbe essere quella degli accordi contrattuali, potenzialmente la più importante innovazione dell'architettura istituzionale europea». Un'innovazione congelata, per il momento: di accordi contrattuali se ne parlerà solo dopo le europee. Ma il capo dell'Eurogruppo Dijsselbloem ha ipotizzato un generico scambio flessibilità-riforme. Stiamo parlando di questo? «Sui dettagli vedremo come evolverà il dibattito. Quel che conta è il principio: sostegno da parte delle istituzioni europee in cambio di riforme. Non chiediamo solidarietà pelosa, ma cooperazione europea». Twitter @alexbarbera Foto: Filippo Taddei Responsabile economia del Partito Democratico SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 93 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato TADDEI 01/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 4 (diffusione:309253, tiratura:418328) Il disastro del lavoro Spariti 478 mila posti I disoccupati sono 3,2 milioni, fra i giovani il tasso cresce al 42,4% LUIGI GRASSIA Il 2013 del lavoro è stato un disastro e anche l'avvio del 2014 porta solo cattive notizie: la ripresa non si vede. I numeri diffusi ieri dall'Istat dicono che l'anno scorso è stato perso quasi mezzo milione di posti di lavoro, si è registrata una media mensile di 3,1 milioni di disoccupati e la quota di senza lavoro fra i giovani al Sud ha superato il 50%. Nessuna inversione di tendenza a gennaio 2014 con il numero dei disoccupati che cresce a 3,3 milioni. Il record dal 1977 Il tasso della disoccupazione a gennaio ha toccato il massimo da quando si registrano le serie storiche mensili (2004) e le serie trimestrali (1977): adesso siamo al 12,9% in crescita di 0,2 punti su dicembre e di 1,1 punti su gennaio 2013. I disoccupati conteggiati nel mese sono 3.293.000, più che raddoppiati rispetto a gennaio 2007 (1.513.000) quando la crisi non era ancora cominciata. Quanto al tasso di occupazione (cioè la percentuale degli occupati) scende al 55,3%, un numero basso rispetto alla media europea. Fra i giovani la disoccupazione vola al 42,4%. Il 2013 l'anno peggiore L'anno scorso gli occupati sono diminuiti di 478.000 unità rispetto al 2012 (-2,1%), un dato peggiore anche di quello del 2009 che finora risultava il momento più nero della crisi. E' Calata soprattutto l'occupazione maschile (-350.000) mentre l'occupazione femminile è scesa dell'1,4% (-128.000 unità). Fra il 2008 e il 2013 l'economia italiana ha perso quasi un milione di posti di lavoro (984.000). Al lavoro sempre più vecchi Nel 2013 il calo degli occupati è dovuto soprattutto al crollo dell'occupazione giovanile (482.000 occupati in meno tra i 15 e i 34 anni) e della fascia centrale (-235.000 unità tra i 35 e i 49 anni) mentre la fascia più anziana guadagna terreno (+239.000 gli over 50). Il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni arriva al 40% con un picco del 51,6% nel Sud (e del 53,7% le giovani donne nel Mezzogiorno). Industria e costruzioni Nel 2012 l'occupazione nell'industria in senso stretto diminuisce di 89.000 unità (-1,9%). Si accentua la flessione nelle costruzioni (163.000 unità pari a un -9,3%). I posti di lavoro si riducono anche nel terziario (-1,2% cioè 191.000 unità in meno) con cali soprattutto nella pubblica amministrazione e nel commercio. Gli scoraggiati Crescono in maniera sostenuta (+11,6%) coloro che rinunciano a cercare lavoro perché pensano di non trovarlo (i cosiddetti scoraggiati) arrivati in cifre assolute a 1.790.000. L'incidenza della disoccupazione di lunga durata (12 mesi) sale al 56,4 per cento nel 2013. Inflazione a gennaio -0,1% Ieri l'Istat ha dato anche i numeri dell'inflazione, che purtroppo vanno nello stesso senso di quelli dell'occupazione, cioè ci dicono che la crisi è grave e non è finita. A febbraio l'inflazione su base annua frena in maniera ancora più decisa del recente passato: l'indice dei prezzi risulta in crescita di appena lo 0,5% (da paragonare con lo 0,7%, di gennaio). È il valore più basso da ottobre 2009. Su base mensile, cioè nel confronto fra gennaio e febbraio 2014, l'indice è addirittura in calo (-0,1%) e questo rafforza il timore della deflazione. Di solito un calo dei prezzi è una buona notizia ma non lo è per niente se è dovuto al regresso generale dei consumi; e purtroppo è questo il caso dell'Italia nel 2014. È un circolo vizioso: meno consumi, meno crescita, meno consumi eccetera. L'Istat sottolinea la diminuzione mensile dell'indice dei prezzi dei vegetali freschi (-4,6%) e della frutta fresca (1,0%). In discesa anche i carburanti: dalla benzina (-0,5% su gennaio e -3,6% sull'anno) al gasolio per i mezzi di trasporto (-0,6% sul mese e -3,4% in termini tendenziali). 12,9% i senza impiego La quota è la più alta da quando si registrano le serie storiche mensili e trimestrali, cioè dal 1977 55,3% gli occupati La percentuale italiana di chi ha lavoro è bassa rispetto alla media dell'Unione europea L'occupazione negli ultimi governi 22.975 +541 mila 23.516 23.395 -386 mila 23.009 22.965 -493 mila 22.472 22.423 -164 mila - LA STAMPA -La Stampa su dati Istat Occupati mensili, dati destagionalizzati, valori in migliaia Prodi Berlusconi Monti Letta 2 2 2 2 2 2 2 2 2 SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 94 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato LA CRISI I PROBLEMI E I RIMEDI 01/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 4 (diffusione:309253, tiratura:418328) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 95 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato La sofferenza del Nord Est Il Nord Est d'Italia è stato per generazioni una zona depressa e di emigrazione non troppo diversa dal Sud, ma alla fine del secolo scorso aveva vissuto un grande boom economico che a sua volta aveva portato alla piena occupazione. Adesso la crisi ha spazzato via un po' di quel sogno. Il grafico qui sopra mostra che nel 2008 il Triveneto offriva 5 milioni e 123 mila posti di lavoro, nel 2012 5 milioni e 87 mila, nel 2013 solo 4 milioni e 997 mila. Fra il 2009 e il 2010 c'è stata una parziale ripresa seguita da un altro tonfo. Nel confronto fra il 2008 (cioè al primo anno della grande crisi) e il 2013 la perdita è stata di 126 mila impieghi e in un solo anno (fra il 2012 e il 2013) la caduta è stata di 91 mila. Il Nord Est ha perso meno di altre zone d'Italia, ma è in regresso. -126 (-2,5%) -126 (-2,5%) -126 (-2,5%) La Stampa su dati Istat 5.123 5.042 5.032 5.091 5.087 Occupati nel Nord Est e posti persi nel 2013 rispetto al 2008 e al 2012 Valori in migliaia 2008 2009 2010 2011 2012 2013 Dramma infinito nel Mezzogiorno Occupati nel Mezzogiorno e posti persi nel 2013 rispetto al 2008 e al 2012 Valori in migliaia Quella del lavoro Sud è un problema cronico che con la recessione è peggiorato all'inverosimile. Il grafico mostra che nel 2008 il Mezzogiorno aveva 6 milioni e 482 mila posti di lavoro, nel 2013 solo 5 milioni 899 mila con una perdita di 583 mila (cioè il 9% in meno, in una zona dell'Italia già penalizzata in partenza). La transizione dal 2012 al 2013 è costata da sola 282 mila impieghi (con una perdita del 4,6%). A prescindere dal grafico, nei numeri dell'Istat si legge che nella media nazionale del 2013 il tasso di disoccupazione italiano è stato pari al 12,2% ma nel Mezzogiorno ha raggiunto il 19,7% (per fare un confronto: nel Nord è stato contenuto all'8,4% e nelle regioni del Centro al 10,9%). In Calabria i disoccupati sono il 22,2% e in Campania il 21,5%. Meno stranieri È la prima volta Anche nei momenti peggiori della crisi, quando i posti di lavoro diminuivano per gli italiani, l'occupazione è cresciuta fra gli immigrati. Questo per due motivi: perché i famosi posti di lavoro rifiutati dagli italiani ma appetibili dagli stranieri poveri continuavano a esserci, ed era necessario che qualcuno li coprisse; e perché gli immigrati, soprattutto in alcune specifiche comunità nazionali, hanno manifestato una spiccata propensione all'impresa, creando aziende a getto continuo. Ma alla fine persino loro, gli stranieri in Italia, hanno dovuto gettare la spugna, e come si vede dal grafico nel secondo e terzo trimestre del 2013 l'incremento dei loro posti di lavoro si è quasi azzerato e nel quarto trimestre la variazione è stata addirittura negativa. GLI IMMIGRATI 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 Variazione degli occupati stranieri alle dipendenze rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente Foto: Una manifestazione di disoccupati 01/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 22 (diffusione:309253, tiratura:418328) Quote Bankitalia, l'Ue chiede spiegazioni Nel mirino la rivalutazione del capitale da 7,5 miliardi. Il Tesoro: abbiamo ricevuto la lettera, la stiamo valutando Visco aveva difeso il provvedimento: non c'è alcun regalo agli istituti azionisti I nodi dei dividendi e del riacquisto delle partecipazioni eccedenti il 3 per cento ANTONIO PITONI ROMA L'Europa ha fatto la sua mossa. «Ora sta alle autorità italiane rispondere alla nostra richiesta di informazioni», spiega il portavoce del commissario alla concorrenza, Joaquin Almunia. Il Tesoro ha confermato di aver ricevuto la richiesta d'informazioni: la stiamo valutando, fanno sapere fonti del ministero. Sotto la lente dell'Ue c'è il discusso decreto sulla rivalutazione da 7,5 miliardi delle quote della Banca d'Italia. Prima grana per il governo Renzi che dovrà fugare i sospetti sul possibile aiuto di stato che il provvedimento nasconderebbe in favore delle banche (azioniste). A cominciare da Intesa e Unicredit che, da sole, detengono oltre il 60% del capitale. Richiesta, niente di più per il momento, formalizzata con una lettera già all'attenzione del Tesoro per mettere a punto la risposta ai rilievi della commissione Ue. Nell'attesa, fanno testo le posizioni del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, esposte a conclusione dell'iter di conversione del decreto, tra tagliole, ostruzionismo e risse andate in scena alla Camera. Nessun «regalo alle banche», aveva assicurato. Anzi, aumentare il capitale sociale a 7,5 miliardi di euro (attraverso fondi già iscritti a riserva e, quindi, senza esborsi per lo Stato) potrebbe tramutarsi in un «incentivo a fare credito», favorendo così la ripresa. Fermo restando che la banca centrale rimarrà un «un ente pubblico». Se gli istituti privati non potranno usare i vantaggi nell'esame della Bce e nei successi stress test, sotto la lente di Almunia, che ha chiesto sul punto specifici chiarimenti, resta il fatto che vedranno, però, aumentare da subito i dividendi percepiti: dai 70 milioni di euro del 2012 fino ad un massimo di 450 (il 6% del capitale). Ma nel tempo, chiariva Via Nazionale, i flussi di dividendi saranno equivalenti: per lo Stato non ci sarà né una spesa né un ammanco e le risorse che ogni anno la banca restituisce all'Erario dagli utili (3,4 miliardi nel 2013) saranno più o meno invariate. Sul tavolo c'è anche l'ulteriore vantaggio conseguente dall'alienazione delle quote per tornare sotto al 3% come imposto dalla legge. Oltre al dubbio sollevato da Bruxelles sulla possibilità che la Banca d'Italia sia costretta ad acquistare, temporaneamente, le quote dalle banche che, dopo 3 anni, siano rimaste invendute. Di fatto, si tratta degli stessi rilievi sollevati in un'interrogazione presentata il 20 febbraio dall'eurodeputato Niccolò Rinaldi, vice presidente del gruppo dell'Alde a Strasburgo. Nonostante il portavoce di Almunia abbia tenuto a precisare che la lettera con la richiesta di chiarimenti sia stata spedita alle autorità italiane «prima dell'iniziativa» dell'europarlamentare. «Sul fatto che non ci sia connessione tra la mia interrogazione e la lettera del commissario mi permetto di manifestare i miei dubbi - commenta a La Stampa Rinaldi -. Detto ciò, sia sul piano delle normative europee che su quello del diritto di informazione e alla trasparenza del cittadino italiano, senza contare il profilo della gestione delle nostre risorse, la mia iniziativa mi è sembrata più che doverosa». Un successo, la lettera del commissario Ue, lo considera il M5S. Perché, fanno sapere i deputati del Movimento di Grillo, «dimostra adesso che la nostra lotta e il nostro ostruzionismo in aula», contro «un favore alla lobby dei banchieri», erano «più che sacrosanti». Ma anche FI, con il presidente della Commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone, accoglie l'iniziativa con favore: «Corrisponde alle nostre inascoltate denunce». A difesa del provvedimento si è schierato, invece, il Pd. Foto: L'ingresso della sede Bankitalia, in via Nazionale SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 96 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato LA COMMISSIONE VUOLE CHIARIMENTI MA NESSUNA PROCEDURA FORMALE: «STA A ROMA RISPONDERE ALLA NOSTRA DOMANDA DI INFORMAZIONI» 02/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 30 (diffusione:309253, tiratura:418328) Cancellate 90 imprese al giorno Non si ferma la crisi dei consumi. Il ministro: marchio unico per l'agroalimentare Per la Cia il costo della burocrazia per le imprese è di 7 miliardi l'anno MAURIZIO TROPEANO TORINO Per colpa della crisi dei consumi, ma anche del maltempo, che ha colpito diverse colture hanno chiuso i battenti 90 aziende agricole al giorno, quasi 33 mila in tutto il 2013. I numeri di AgrOsserva, l'osservatorio IsmeaUnioncamere sulla congiuntura dell'agroalimentare italiano, raccontano di un settore ancora in difficoltà che continua a perdere reddito a vantaggio del sistema distributivo: su 100 euro di spesa di prodotti agricoli freschi, solo 1,8 euro, al netto di salari e ammortamenti, rimangono nelle tasche degli agricoltori. Tiene meglio l'industria alimentare: 802 aziende in più, pari all'1,5%. Ma questo non blocca l'inversione di rotta sul fronte occupazione: anche l'agricoltura, infatti, dopo aver resistito per tutto il 2012 (+3,6%) e per i primi mesi del 2013, inverte il trend positivo e chiude l'anno con un calo del 4,2 per cento. Sul fronte dei consumi la flessione del 2,1% dei quantitativi acquistati restituisce l'immagine di un Paese alle prese con un'ulteriore perdita del potere d'acquisto, costretto a ricorrere a modelli di consumo low cost. Quei numeri fanno dire al neo-ministro dell'Agricoltura, Maurizio Martina, «che con questa fotografia del sistema agroalimentare italiano possiamo fare scelte tutt'altro che banali e dare l'avvio a un piano di azione ragionato, coordinato e strategico». E tra le iniziative da mettere in campo ci potrebbe essere anche l'esordio in occasione di Expo 2015 di un «marchio unico dell'agro-alimentare italiano», spiega il ministro all'Unità. L'industria alimentare regge meglio degli altri settori la crisi, con una produzione in crescita del 2,9% su base tendenziale, grazie soprattutto alle esportazioni che tra gennaio e novembre sono aumentate del 4,7%, stimate per fine anno a 33 miliardi; migliori le performance verso i paesi extra europei (+6,7% su base annua) rispetto a quelle dirette verso i paesi Ue (+3,8%). Una domanda estera che sta compensando la contrazione dei consumi interni ma la spinta ha subito una progressiva decelerazione, passando da +12,8% nel 2010 all'attuale +4,7%. Da notare, infine che i settori di punta del made in Italy sono avanzati a ritmo leggermente inferiore rispetto al totale dell'agroalimentare (+4,4% contro +4,7%). Ma questo potrebbe non bastare a dare respiro al settore. Si spiega così perchè il neo-presidente della Cia, Dino Scanavino, punti il dito contro il peso eccessivo della burocrazia che negli ultimi dieci ha cancellato quasi 100 mila imprese. La Confederazione Italiana Agricoltori ha calcolato che il costo della farraginosità della burocrazia è di 7 miliardi l'anno: per la singola azienda equivale a due euro per ogni ora di lavoro, 20 euro al giorno, 600 euro al mese, 7.200 euro l'anno. Ecco perché Mario Guidi, presidente di Confagricoltura, va all'attacco: «L'agricoltura è sottoposta ogni giorno ad un doppio furto da una parte di identità e immagine per il commercio di cibo finto italiano proveniente da chissà quale parte del mondo, dall'altra quello del valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera lunga ed inefficiente». Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, prova a tracciare uno scenario meno nero: gli acquisti degli italiani nei mercati degli agricoltori aumentano del 67% «in netta controtendenza con l'andamento negativo dei consumi alimentari, in calo del 4 per cento nel 2013». 1,8 euro È la somma che rimane agli agricoltori ogni 100 euro di spesa per prodotti agricoli - 4,2 per cento È la percentuale di posti di lavoro persi nel settore agricolo nel corso del 2013 miliardi È il costo che devono sostenere le imprese agricole a causa della burocrazia SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 97 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'OSSERVATORIO ISMEA E UNIONCAMERE 03/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:309253, tiratura:418328) Squinzi: la Tasi? Un'altra botta ROSARIA TALARICO ROMA Il leader di Confindustria: l'Irap è più urgente, solo il taglio fiscale alle imprese può creare lavoro Giovannini A PAGINA 9 «Renzi potenza nel motore ce l'ha, auguriamoci che sia capace di scaricarla per terra». Così il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi descrive il premier e il suo auspicio rispetto alle prossime mosse del suo governo. Metafora a parte, Squinzi chiede «interventi incisivi in tempi rapidi, specie sul cuneo fiscale nel lavoro, perché l'emergenza lavoro è quella numero uno di cui si deve occupare, da lì può venire occupazione». Specie in un momento in cui sta per arrivare « un'altra botta » , come Squinzi definisce la Tasi, la tassa sui servizi indivisibili. Per il numero uno degli industriali,«aumentare l'occupazione, del resto, significa anche creare lavoro per le nostre imprese facendo ripartire i consumi interni». L'importante è che il nuovo esecutivo sappia accompagnare le imprese alla ripresa: «È la sfida fondamentale del governo». Sulla Tasi, dopo il via libera in consiglio dei ministri, si moltiplicano ora le congetture sulle modalità di calcolo. «Ho visto i numeri e la Tasi sembra un'altra botta - ironizza Squinzi - ne sorrido, ma non c'è molto da sorridere. Ancora una volta si aumenta il carico fiscale per recuperare risorse al posto di incidere sui costi. Mi auguro che il lavoro che Cottarelli ha avviato sulla spending review sia portato fino in fondo». Quanto al dibattito sul ridurre prima Irapo Irpef, Squinzi sembra preferire gli interventi sull'imposta per le attività produttive: «Tagliare l'Irap darebbe un impatto più forte nell'immediato sulla competitività delle imprese e sul costo del lavoro». Altra questione spinosa è il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. «Renzi sembra aver centrato il problema - afferma Squinzi - ha detto che i 71 miliardi di debiti della p.a si possono pagare, per me si devono pagare. I consumi in calo derivano anche dalla crisi di liquidità delle imprese che si riverbera sulle famiglie italiane». Ieri invece è rispuntata la web tax il cui iter travagliato finora ha visto la sua introduzione nella legge di stabilità dal Parlamento, poi la sospensione con il governo Letta e quindi la cancellazione del governo Renzi nel decreto salva Roma. Ora è riemersa nella delega fiscale, approvata dalla Camera giovedì scorso. La norma non è comunque direttamente operativa, perché la delega fiscale è una legge che, appunto, delega l'esecutivo a varare entro un anno una serie di decreti legislativi che attuano i principi indicati. La delega afferma infatti che uno dei decreti legislativi dovrà «prevedere l'introduzione, in linea con le raccomandazioni degli organismi internazionali e con le eventuali decisioni in sede europea, di sistemi di tassazione delle attività transnazionali, ivi comprese quelle connesse alla raccolta pubblicitaria, basati su adeguati meccanismi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale». In pratica si tratta di far pagare alle multinazionali con sede fiscale all'estero, le tasse in Italia per la parte di ricavi che si stima siano stati prodotti nel nostro Paese. La parola ora passa il governo che, in teoria, dovrebbe esercitare la delega emanando un decreto legislativo che contiene la «web tax». 1I Defiscalizzazione n Il mese di marzo vedrà il governo impegnato sul fronte del lavoro: in arrivo misure per favorire l'ingresso dei giovani nelle imprese. Renzi pensa a diminuire l'Irap ma si deciderà più avanti come modulare il taglio annunciato di 10 miliardi del cuneo fiscale. Energia n L'ipotesi per garantire più competitività rispetto al resto dei Paesi europei è ridurre del 10 per cento il costo delle bollette per le aziende, soprattutto per le piccole e medie imprese che sono quelle che soffrono di più il gap nei confronti dei concorrenti Contratti n L'assegno di sostegno al reddito previsto dal Jobs act varrebbe 30 miliardi in due anni. Inoltre è prevista una riduzione delle riforme contrattuali: attualmente sono decine. Sul tavolo inoltre l'introduzione di un contratto di inserimento a tutele crescenti. 4Pagamenti n Il pagamento dei 60 miliardi di debiti della Pubblica Amministrazione e il fondo di garanzia per le Pmi (si parla di 2 miliardi) - due strumenti che passano per la Cassa depositi e prestiti - sono considerati fondamentali per sbloccare lo stallo. SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 98 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Le mosse dell'esecutivo 03/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:309253, tiratura:418328) La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Foto: Giorgio Squinzi SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 99 03/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 22 (diffusione:309253, tiratura:418328) "Più servizi via Internet per diffondere la banda larga" L'ad Calcagno: "L'Agenda digitale non si misura solo in chilometri di fibra Un consolidamento? Non serve, anche da soli creiamo valore per l'azionista" Per chi investe come noi è cruciale che l'Agcom mantenga basse le tariffe Non cederemo la quota Metroweb Vogliamo evolverci nel business mobile FRANCESCO SPINI MILANO «Abbiamo portato a compimento il 60% del nostro progetto che di qui a fine anno ci porterà a coprire il 20% della popolazione italiana con la tecnologia Ftts, che porta la fibra ottica fino agli armadi stradali e quindi Internet superveloce (fino a 100 Mbps) nelle case. Sul fronte delle infrastrutture, c'è molto da lavorare, certo, ma in generale sono ottimista sul raggiungimento degli obiettivi dell'Agenda digitale. Ma per sviluppare la diffusione della banda ultralarga l'attenzione è troppo concentrata sulla rete, su quanti chilometri di fibra vengono posati». Secondo Alberto Calcagno, amministratore delegato di Fastweb, invece, si perde di vista un aspetto importante. Occorre «spingere di più la "service adoption", ossia la penetrazione dei servizi Internet nelle famiglie, e creare così una diffusa cultura digitale che oggi ancora manca». A che punto siamo? «Una famiglia su due non ha Internet. Solo il 15% della popolazione utilizza l'e-commerce come alternativa alla normale compravendita di beni, appena un quinto riesce a dialogare in maniera digitale con la Pubblica amministrazione, molto meno che nel resto dell'Ue». Forse perché non sperimentano ancora una banda decente, non crede? «Ovviamente serve investire nell'infrastruttura e nella tecnologia e noi lo abbiamo fatto per 7 miliardi nella nostra storia e altri ne verranno - ma il tema è anche creare una cultura digitale in modo che l'infrastruttura venga usata da sempre più clienti. Chi fino ad oggi non ha mai usato Internet non lo userà nemmeno con una banda a 100 Mega. Non conta tanto la performance della tecnologia, quanto iniziare a far capire a chi vive senza Internet che il Web può migliorare la vita di tutti i giorni». Cosa suggerisce di fare? «Serve una collaborazione tra operatori, imprese e istituzioni pubbliche per incentivare la penetrazione dei servizi, creando una consuetudine con la banda larga a partire dal mondo della scuola, delle certificazioni, agevolando l'e-commerce. In preparazione di un mondo che tra 5-10 anni vedrà miliardi di strumenti collegati in Rete, dai tablet e smartphone alle tv, alle case, alle lavatrici, alle macchine. La banda ultralarga sarà la linfa vitale della nostra esistenza». Ma le famiglie sono alle prese con la crisi, le connessioni veloci costano. Anche il presidente dell'Agcom, Angelo Cardani, dice che il taglio delle tariffe dell'ultimo miglio non serve a ridurre i costi per i clienti finali... «I prezzi del fisso, in Italia, sono allineati con la media europea. Nel mobile sono anche inferiori che negli altri Paesi Ue. Ma tutti gli operatori alternativi, oggi, non producono cassa, la bruciano. È fondamentale che una società come la nostra che investe il 30% dei ricavi in innovazione, incontri un ambiente regolatorio che ne tuteli e supporti l'impegno. La riduzione da parte dell'Agcom dei prezzi dell'unbundling (affitto dell'ultimo miglio da Telecom) e, in ottica futura, il calo soprattutto di quelli del subloop (il tratto dall'armadio stradale a casa) sono cruciali. Servono per investire: la vera competizione non è sul prezzo ma sulla qualità». Veniamo però da una durissima guerra sui prezzi, almeno nel mobile... «Guardi, negli ultimi due anni abbiamo registrato 180 mila nuovi clienti, contro i 50 mila di tutti i nostri concorrenti messi insieme. È la prova che un appetito per servizi di qualità esiste già adesso. Non solo: i nostri clienti in fibra generano 3-4 volte più traffico rispetto a chi ha un'Adsl. Segno che chi ha banda a disposizione, poi la usa...». Come la mettiamo con le cosiddette aree a fallimento di mercato? «Prendiamo l'esempio della Basilicata: è un'area tipicamente a rischio fallimento di mercato. L'anno scorso è stata indetta una gara pubblica utilizzando fondi strutturali europei. Noi quella gara l'abbiamo vinta e porteremo la banda a 43 comuni che faranno parte integrante del processo di ammodernamento dell'Italia». Sempre il presidente dell'Agcom sostiene che il rischio, in tema di investimenti, è che gli operatori non mantengano le promesse... «I nostri investimenti sono già in buona parte realizzati, finiremo il programma entro i tempi annunciati. Parlo per la nostra società, vedremo cosa faranno gli altri operatori. Siamo contenti però che il governo rilanci il tema dell'agenda digitale. Il fatto di mettere l'Agcom a controllare che i piani di investimenti non restino solo SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 100 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato tutto soldi/l'intervista / FASTWEB 03/03/2014 La Stampa - Ed. nazionale Pag. 22 (diffusione:309253, tiratura:418328) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 101 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato sulla carta è qualcosa che va nella giusta direzione. Ma ripeto: occorrerebbe misurare anche la parte relativa alla "service adoption"». Per voi è un problema se Telecom non procederà allo scorporo della rete? «La società di rete non rientra nella nostra strategia, che si fonda nell'avere una nostra infrastruttura, proprio per competere sulla qualità dei servizi. Per noi è indifferente che ci sia o non ci sia una società delle reti. Quello che è importante è che venga sempre salvaguardata la competizione e la libera concorrenza». Secondo il «Rapporto Caio» Metroweb, basata sulla tecnologia Ftth (la fibra fino a casa), ha subito uno stop dal prevalere dell'Fttc, la tecnologia che porta la fibra fino agli armadi stradali. Venderete il vostro 11%? «No, siamo azionisti soddisfatti. Bisogna ricordarsi di come Metroweb è nata e si è sviluppata: è un operatore in fibra di Milano e che negli anni ha saputo incrementare ricavi e profittabilità. Non è in stallo, semplicemente continuerà a sviluppare il proprio business a Milano». Come crescerete nel mobile? «Il mobile è parte integrante del nostro servizio da offrire alla clientela, abbiamo investito molto e continueremo a investire. L'intenzione è diventare un operatore "full mvno", come Poste Mobile, ossia un operatore virtuale con il controllo totale delle sim e del traffico dei clienti». La rete mobile su cui vi appoggiate resterà quella di 3 Italia? «Per noi conta la qualità e la tecnologia che l'operatore sa offrire, attraverso gli investimenti nello sviluppo della rete Lte. Bisognerà capire i piani di sviluppo del nostro partner». Sul mercato da tempo si scommette che non appena si troverà un accordo sul prezzo Swisscom venderà Fastweb a Vodafone. Cosa può dire al riguardo? «E' un fatto acclarato che nel mercato globale delle telecomunicazioni ci sarà un consolidamento. Ma bisogna chiedersi a che cosa serve: a creare valore per gli azionisti in un mondo dove i margini si riducono». E nel vostro caso? «Fastweb è un'azienda che oggi, come società autonoma, sta creando valore per il proprio azionista: siamo gli unici a crescere in ogni mercato e ad aver alzato nel 2013 il margine operativo lordo. Per quanto riguarda le sfide tecnologiche del futuro, siamo molto più avanti dei nostri concorrenti. Dunque anche in futuro continueremo a creare valore. Quando da Swisscom dicono che Fastweb non è in vendita si riferiscono proprio a questo: Fastweb crea valore anche restando da sola». Sicurezza Fastweb mette a disposizione dei propri clienti il Security Operation Center dedicato al mondo business e offre un livello unico di servizio, che comprende sia la connessione di rete sia i servizi di Information Technology. Nella foto in alto la centrale operativa della sicurezza Clienti L'azienda in cifre 1,942 1,597 505 35% 35 milioni miliardi Rete in fibra Ricavi 2013 raggiunge il 50% mila chilometri -1% rispetto al 2012 Margine operativo lordo Investimenti totali milioni di euro (+1%) di cui 50 mila attivi nella nuova tecnologia Fttsc (fibra fino agli armadi stradali) con velocità in downstream di almeno 70 Mbps miliardi È l'investimento in infrastrutture e tecnologie fatto da Fastweb nella sua storia Foto: Ai vertici Foto: Alberto Calcagno è entrato nel gruppo nel 2000 Dal 2010 guida la società tecnologica 03/03/2014 La Stampa Pag. 21 (diffusione:309253, tiratura:418328) *Caccia al super dividendo Le occasioni di Piazza Affari In Italia Eni e Snam pagano più del 6%. Ma attenzione a chi offre il 10 e oltre SANDRA RICCIO Si avvicina la primavera e, come da tradizione, parte la stagione dello stacco dei dividendi. Gli investitori che hanno pazientato per tutto l'anno si preparano a incassare ricche quote sui propri conti correnti. A premiare saranno soprattutto le azioni europee con i principali panieri dell'area che offrono rendimenti medi da dividendo più alti di quelli Oltreoceano. La differenza può avvicinarsi ai due punti percentuali: l'EuroStoxx arriva a un tasso delle cedole del 3,8% di poco superiore al nostro FtseMib (3,7%) mentre il Dow Jones è fermo al 2,10%. Anche per questo i flussi dei grandi capitali si stanno dirigendo sempre di più verso l'Europa. I big americani che se ne erano andati spaventati dalla crisi dell'euro stanno tornando in gran forza e hanno sottoscritto fondi azionari europei per quasi 5 miliardi di dollari già nelle prime cinque settimane dell'anno. Un trend inarrestabile che è in forte crescita: nell'intero ultimo trimestre del 2013 il movimento era stato di 7,6 miliardi. Il dato è stato rilevato da Lipper, società di ricerca che fornisce analisi finanziarie, che evidenzia come questa corsa regga incessantemente da 32 settimane ormai, la sequenza più lunga da quando sono iniziate le rilevazioni nel 1992. Per l'Europa è un grande segnale di fiducia. A convincere i money manager è anche la crescita attesaper i listini dell'Europa. Gli esperti non si stancano di ripetere che è nell'area dell'euro che si trovano le opportunità più interessanti. Un clima positivo continua a caratterizzare i mercati azionari, soprattutto grazie ai dati che indicano una ripresa della crescita economica mondiale. A ciò si aggiunge la liquidità che le banche centrali di tutto il mondo ancora offrono. «In questa visione dei mercati preferiamo i titoli europei, le cui valutazioni sono migliori rispetto ai loro omologhi statunitensi» dice Oliver Pfeil, gestore azionario per i fondi ad alto dividendo di DeAwm, divisione del risparmio gestito del Gruppo Deutsche Bank. «Preferiamo in questa fase le aziende dell'Europa anche per gli alti dividendi offerti» conferma Daniel Farley, strategist glo-bale di State Street Global Advisor. Ma dove è meglio guardare? I campioni europei In media, l'Europa offre una gamma interessante di titoli ad alto dividendo con rendimenti che in molti Paesi sono compresi tra il 2,5% e il 4%. Ci sono poi picchi più alti intorno al 5-6% ma che arrivano anche all'8%. «Si tratta di valori importanti, ancor più se confrontati ai bassi rendimenti dei titoli di Stato e delle obbligazioni societarie» dice Pfeil. Tra le società che pagano di più nell'area euro ci sono Gdf Suez con un buon 8,9% ma anche Banco Santander (7,8%) e Telefonica (6,6%). Nella corsa a chi paga di più, queste aziende battono le americane più generose come Diamond Offshore Drilling (7,4%) o First Energy (7,2%).Non solo cedole «Se si guarda solo ai dividendi, l'Europa ha un vantaggio rispetto all'America e ad altri Paesi - spiega Loris Centola, responsabile Ricerca Wealth Management di Ubs -. Tuttavia, in un periodo di accelerazione come quello descritto, penso che si perdano opportunità, concentrandosi su titoli ad alti dividendi. Infatti, mentre gli utili delle società americane sono attesi crescere del 8% nel 2014 e quelle dei paesi emergenti del 9%, quelle dell'Eurozona dovrebbero accelerare del 14%. Questo è quindi un ambiente per titoli ciclici, piuttosto che conservativi». CONTINUA A PAGINA 24SEGUE DA PAGINA 21 I campioni d'Italia Cresce anche a Piazza Affari la voglia di cedola, soprattutto ora che il Btp sta scivolando ai minimi. L'asta che si è tenuta in settimana ha visto il cinque anni andare al 2,14% mentre il decennale è sceso al 3,42%. L'attenzione è quindi più alta per le azioni che pagano il dividendo. Attenzione però perché il confronto non può essere alla pari: i titoli di Stato garantiscono il capitale investito a scadenza mentre le azioni sono sempre in balìa del mercato. Da noi primeggiano Eni e Snam che si attestano sopra il 6 per cento. Il suggerimento degli esperti è tuttavia quello di mettere insieme bond di Stato e azioni ad alto dividendo: una buona strategia di diversificazione del portafoglio. Va detto poi che in Italia ci sono azioni che per tipologia di business sono più simili ai titoli sovrani e sono quelle relative ai network. Vale a dire Snam, Terna e Atlantia. Titoli che hanno business stabili senza scossoni, mentre le utility e le azioni telecom sono più in balìa del mercato. Il lungo termine paga I maratoneti in questo tipo di strategia riescono a guadagnare di più. Intanto, dicono gli esperti, nella scelta delle società è SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 102 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato tutto soldi/ l'inchesta 03/03/2014 La Stampa Pag. 21 (diffusione:309253, tiratura:418328) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 103 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato meglio guardare a quelle che ogni anno alzano la cedola pagata. E poi è bene tenere a lungo in portafoglio questo tipo di azioni. «Guardiamo ad esempio agli Stati Uniti - rileva Stuart Rhodes, gestore del fondo M&G Global Dividend -. Negli ultimi dieci anni, un periodo raffigurato come un decennio in perdita per gli azionisti, il total return dell'S&P 500, che include anche il reinvestimento dei dividendi, è stato del 32%. Chi invece ha messo i suoi soldi solo sulle aziende con dividendi in crescita per almeno 25 anni consecutivi ha goduto di un total return del 137%». Attenti a chi promette troppo Sulla piazza ci sono società che arrivano a pagare anche il 13 per cento in cedole. E' il caso per esempio dell'americana WindStream, società quotata al Nasdaq. Ma c'è da fidarsi? «Attualmente cerchiamo di evitare i titoli con i dividendi più elevati perché riteniamo non siano sostenibili - spiega Pfeil -. Molte volte un valore esagerato del dividend yield è infatti il risultato di un titolo in caduta che spesso segnala a sua volta una situazione problematica dei fondamentali della società. L'esperienza insegna che, spesso, le promesse dei più alti rendimenti non vengono mantenute, proprio perché i fondamentali problematici impongono al management un taglio del dividendo». Insomma gli investitori devono prendere atto che i titoli con dividendi molto alti, di solito, comportano rischi altrettanto elevati. didascalia: Un operatore di Borsa al lavoro didascalia: Quando i titoli di Stato rendono sempre meno si cercano alternative in Borsa SCHEDE: L'andamento dei fondi comuni Codice Isin Le categorie IT0001076600 IT0004366719 IT0004786395 IT0004695463 IT0001164950 IT0000380326 IT0004168826 IT0004253651 IT0000388535 IT0001076626 IT0003677553 IT0004253784 IT0003940738 IT0000386562 IT0000386489 IT0001073425 IT0001394300 IT0001023669 IT0000390069 IT0001010476 IT0003108161 IT0003162440 Europe OE Italy Equity Fondersel P.M.I. Pioneer Azionario Crescita A Media Europe OE EUR Diversified Bond Consultinvest Reddito A2 UBI Pramerica Active Duration Media Europe OE EUR Government Bond Anima Tricolore A Agora Income Media Europe OE EUR Cautious Allocation 8a+ Latemar Amundi Equipe 1 Media Europe OE EUR Flexible Allocation Advam Alarico Re Agoraflex R Media PERFORMANCE DA 23/02/2013 A 22/02/2014 DEVIAZIONE STANDARD ANNUALIZZATA Europe OE US Large-Cap Blend Equity Fideuram MS Equity Usa Allianz Azioni America Media Europe OE Asia-Pacific inc. Japan Equity AcomeA Asia Pacifico A1 Gestnord Azioni Pacifico A Media Europe OE EUR Flexible Allocation - Global Gestnord Asset Allocation GI Focus Obbligazionario Media Europe OE Europe Large-Cap Value Equity AcomeA Europa A1 Consultinvest Azione A2 Media Europe OE Global Large-Cap Value Equity AcomeA Globale A1 Azimut Trend Media Europe OE EUR Aggressive Allocation - Global UBI Pramerica Privilege 4 Amundi Equipe 4 Media 01/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:210842, tiratura:295190) Tasi, pagheranno anche Chiesa e no profit la tassa può aumentare dello 0,8 per mille Luca Cifoni Nel suo primo decreto legge, il governo Renzi porta a termine l'impianto della Tasi che era stato impostato dal precedente esecutivo. Con alcune novità. Continua a pag. 6 segue dalla prima pagina I Comuni avranno un margine pari allo 0,8 per mille per incrementare la nuova tassa sui servizi, al di là dei limiti previsti, con l'obbligo però di destinare il gettito ricavato alle detrazioni per le abitazioni principali. Ma tra le norme compaiono anche alcuni chiarimenti: uno riguarda gli immobili della Chiesa, che saranno sottoposti al prelievo con l'eccezione di circa 25 indicati nei Patti Lateranensi. La soluzione formalizzata ieri sostanzialmente soddisfa i Comumi, che incassano anche un incremento delle risorse a loro assegnate. LA SCELTA DEI SINDACI Dunque i sindaci potranno andare oltre i tetti fissati per l'imposta (per il 2014 il 2,5 per mille sulle abitazioni principali e il 10,6 comprensivo dell'Imu sugli altri immobili) applicando fino a un massimo dello 0,8 per mille in più e distribuendolo come preferiscono tra le diverse tipologie purché sia rispettato il vincolo complessivo. Ad esempio l'aliquota sugli altri immobili potrà salire all'11,4 ma allora quella sull'abitazione principale non potrà superare il 2,5. Oppure l'aumento potrà essere diviso a metà, 0,4 e 0,4, e così via. È probabile che la maggioranza delle amministrazioni scelga di non caricare troppo le prime case. In ogni caso il gettito derivante dalle maggiorazioni stabilite dovrà andare a finanziare detrazioni di imposta finalizzate a ridurre il prelievo sulle abitazioni principali: questo per evitare aggravi sulle case con bassa rendita catastale che pagavano un'Imu molto bassa o non la pagavano affatto. Misura e caratteristiche degli sconti dovranno essere decisa dai singoli Comuni, ma nel lavoro di preparazione condiviso tra ministero dell'Economia e Anci era stata ipotizzata una detrazione media di 75 euro, contro le 200 dell'Imu. Con questa cifra il nuovo regime sarebbe comunque più vantaggioso per la maggior parte degli immobili, salvo il rischio di aggravi limitati per quelli di più basso valore catastale. FONDI AUMENTATI I Comuni incasseranno poi 625 milioni a compensazione della perdita per i loro bilanci derivante dal passaggio dall'Imu alla Tasi per quel che riguarda l'abitazione principale. Si tratta di 500 che erano già stati stanziati con la legge di stabilità, ma erano vincolati all'applicazione delle detrazioni, e di altri 125 aggiuntivi: il vincolo ora viene meno visto che lo stesso obiettivo dovrebbe essere raggiunto attraverso gli incrementi di aliquota. Arrivano poi alcune precisazioni importanti per l'effettiva applicazione della nuova imposta. I terreni agricoli saranno esenti, mentre per quanto riguarda gli immobili ecclesiastici l'esclusione riguarderà solo 25 espressamente indicati nei Patti lateranensi: sugli altri e sui fabbricati di proprietà degli enti no profit la tassa sui servizi dovrebbe quindi essere dovuta. Toccherà alle stesse amministrazioni comunali decidere le scadenze di pagamento sia per la Tasi che per la Tari sui rifiuti. Ce ne dovranno essere comunque almeno due semestrali e dunque è probabile che il primo appuntamento con la cassa sia il 16 giugno. Quanto alle modalità, il versamento dovrà essere fatto tramite modello F24 oppure con bollettino postale; questo perché altre forme di pagamento quali strumenti elettronici o interbancari non permetterebbero al fisco di disporre dei dati in tempo reale. Luca Cifoni Foto: Per la casa arriva la Tasi SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 104 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Le misure 02/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 7 (diffusione:210842, tiratura:295190) «Immobili sempre più tassati una specie di bancomat che viene spremuto all'infinito» PER IL PRESIDENTE DELL'ANCE DIFFICILE USCIRE DALLA CRISI, NECESSARIO RILANCIARE I MUTUI Umberto Mancini ROMA «La tassa ha cambiato tante volte nome, aliquota, modalità e tempi di riscossione, ma alla fine il risultato non è cambiato. Anzi. Con l'arrivo della Tasi, messa a punto dal governo in maniera definitiva, ci sarà alla fine un incremento delle imposte sulla casa, considerata ancora una volta come una sorta di bancomat da spremere all'infinito». Va dritto al punto Paolo Buzzetti, presidente dell'Ance, preoccupato per l'impatto che il carico fiscale complessivo potrà avere su un settore, quello immobiliare, già stremato dalla crisi congiunturale. Presidente Buzzetti, dopo tante polemiche sulla Tasi è stata fatta finalmente chiarezza. Ora il quadro è definito o quasi. Cosa ne pensa? «Al di là del balletto sulle cifre a cui abbiamo assistito per quasi un anno, possiamo dire che è vero che è stata fatta finalmente chiarezza e che molti nodi sono stati sciolti. E' altrettanto vero però che a conti fatti ci sarà un incremento dell'imposizione, soprattutto sulle seconde case. E va sottolineato subito che chi ha una seconda abitazione non è detto che sia un miliardario. Rispetto all'Imu è una dato di fatto - la situazione è peggiorata». Spetterà però ai Comuni modulare le tasse, gestire il livello di imposizione e le detrazioni... «Avevamo chiesto una stabilizzazione della situazione per cercare di avere delle certezze e ridare fiato ad un settore in forte difficoltà. Adesso saranno i Comuni a gestire caso per caso, ad aumentare le aliquote per mettere mano alle detrazioni. Dopo l'esperienza maturata con la Tasi e la Tari non c'è molto da stare allegri, c'è poi ancora incertezza sui tempi di pagamenti». Qualche calcolo l'avrete fatto sul peso fiscale complessivo? «Guardi siamo a quota 26 miliardi all'anno. Un vero record. Una stangata che colpisce i proprietari come le imprese. E' poi davvero assurdo colpire con le tasse anche i terreni su cui si deve costruire o l'invenduto, così come i capannoni industriali. Così si rischia di bloccare la fragile ripresa di cui si cominciano a vedere i primi timidi segnali». Che previsioni fa? E' ottinmista? «Il mercato è sostanzialmente fermo, ci sono solo, come le dicevo, piccoli segnali. Ma che non costituiscono certamente un'inversione di tendenza anche perchè la congiuntura non mostra sintomi di miglioramento. Di certo questo livello di tassazione non aiuta. Ci aspettiamo molto invece dall'accordo tra Abi e Cassa Depositi e prestiti per rilanciare i mutui sulla casa. Si tratta di una iniziativa che potrebbe dare ossigeno e rimettere in moto il settore. Ora ci auguriamo che gli istituti di credito facciano la loro parte per favorire questo processo e che sui prestiti vengano applicati tassi vantaggiosi. Bisogna infatti ricordare che tra le cause della gelata c'è proprio la stretta creditizia oltre che l'incertezza normativa. Se si vuole far ripartire il Paese e riattivare la domanda interna si doveva scegliere una strada diversa, favorendo l'unico settore, l'edilizia, che crea occupazione». Foto: Paolo Buzzetti SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 105 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Intervista Paolo Buzzetti 02/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 16 (diffusione:210842, tiratura:295190) LE AZIENDE ITALIANE FANNO FATICA A REGGERE IL PASSO DELLA CONCORRENZA BISOGNA CRESCERE SUI MERCATI ESTERI Enrico Cisnetto Lo spread non è mai, né quando sale né quando scende, la spia della congiuntura politica interna. Tuttavia i livelli delle ultime settimane riflettono la buona predisposizione che i mercati finanziari hanno verso il "rischio Italia", e più in generale le notevoli aspettative maturate verso l'esperimento Renzi da parte degli investitori internazionali. In giro c'è enorme liquidità, e chi muove i grandi capitali vede nella decisione della Federal Reserve di ridurre gradualmente gli stimoli monetari un buon motivo per disinvestire dai mercati emergenti e, con una consistente rotazione di portafoglio, spostarsi verso paesi come l'Italia che, nell'Eurozona tenuta sotto sedativo dalla Bce di Draghi, diventano un buon target sia per i fondi a caccia di rendimenti sia per l'equity a caccia di aziende da comprare e business da finanziare. Guai, dunque, a farci scappare l'occasione di «sentiment» così positivi, dopo 4 anni di recessione (sugli ultimi sei) e un periodo buio di depressione collettiva. Il Paese ha voglia di rialzarsi e riprendere prima a camminare e poi a correre, e a torto o ragione ha la sensazione che Renzi sia l'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. E questo vale, in particolare, per gli imprenditori. Per riuscire a cogliere l'attimo, però, occorre avere consapevolezza dell'effettivo stato di salute del nostro esercito produttivo e da quella farne discendere precise scelte di politica economica e industriale. Se sono vere, e io credo che lo siano, le stime del Censis, le imprese italiane sopravissute non sono ancora uscite dalla crisi: il 31,5% si trova in una fase di ridimensionamento, il 52,1% di stazionarietà e solo il 16,4% è in crescita. Tuttavia, una buona parte del tessuto produttivo ha avviato processi di riorganizzazione - solo il 21,4% delle aziende con oltre 20 addetti è rimasto inerte - anche se i tentativi di innovazione si sono spesso accompagnati a dolorosi processi di ristrutturazione aziendale. Secondo un'indagine Istat, se tra il 2010 e il 2013 la quota delle aziende che ha aumentato il fatturato si ferma al 51% è colpa del magro bottino ottenuto sul mercato interno, dove hanno riscosso un guadagno solo il 39% delle imprese. Ecco perché l'Istat divide le imprese in quattro classi: le «vincenti», quelle con vendite in positivo sia in Italia che all'estero (sono 4.600, il 18,1% del totale); le «crescenti all'estero», che crescono sui mercati stranieri ma calano in Italia (sono 8.500, il 33%); le «crescenti in Italia», che registrano rialzi esclusivamente sul mercato interno (sono solo 3.400, il 13,3%); quelle «in ripiegamento», che sono in difficoltà dappertutto (sono il gruppo più numeroso: 9.100, il 35,6%). A questo si aggiunga che un'azienda su 3 ha un indebitamento superiore al patrimonio netto, e per il 38% il debito è superiore ai mezzi propri (ricerca condotta da Ria Grant Thornton su un campione di 60 mila aziende). Insomma, il sistema produttivo italiano evidenzia fenomeni di propensione all'innovazione e di crescita abbastanza intensi, ma ha subito un deterioramento che non lascia pensare a una significativa capacità di ripresa. Per questo occorre dirottare tutte le risorse possibili verso investimenti che vadano a sostenere quel che c'è e a riempire i vuoti - misurabili in circa il 25% della capacità produttiva ante 2008 - creati dalla crisi. Vogliamo cominciare a fare sul serio, già che finalmente tira una buona aria? (twitter @ecisnetto) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 106 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Per agganciare la ripresa puntare sull'innovazione 02/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 16 (diffusione:210842, tiratura:295190) Banco, partner per gli immobili c'è la candidatura di Hines Italia Sì dei soci all'aumento di capitale. Saviotti confermato per 3 anni Rosario Dimito dal nostro inviato LODIC'è un partner in pista per gli immobili del Banco Popolare, molti dei quali portati in dote da Italease, la banca del leasing salvata dal gruppo scaligero con l'opa di cinque anni fa. «Per il patrimonio immobiliare auspichiamo di coinvolgere un project manager, abbiamo una proposta molto seria», ha detto Pierfrancesco Saviotti durante l'assemblea del Banco Popolare che ha approvato con il 99% (9.052 i sì, 56 i no) l'aumento di capitale da 1,5 miliardi «pensiamo dal 31 marzo al 17 aprile» - per anticipare gli asset quality review. Il partner dovrebbe essere Hines Italia, uno dei principali operatori del settore, nel cui capitale c'è il Qatar (40%). Il banchiere non ha fatto nomi ma ha spiegato che il progetto «prevede il conferimento in una newco ad hoc dei cespiti» con l'obiettivo di affidarne la gestione, manutenzione ed anche vendita ad uno specialista. A parte Hines, il Banco è pronto a valutare altre candidature. In bilancio gli asset sono in carico per 1,8 miliardi e se l'operazione dovesse andare in porto, darebbe un'altra spinta al piano industriale al 2016 con vista al 2018 dove si prevede un utile di 609 milioni tra due anni e quasi 800 tra quattro, attraverso una strategia che punta sulla multicanalità, lo sviluppo delle masse gestite, 250 mila nuovi clienti e un common equity tier1 al 10,8%, uno dei più alti fra le banche italiane. «Io la ripresa non la vedo», ha spiegato Saviotti ai giornalisti ma il suo è realismo puro. Vede il ritorno al dividendo nel 2015, non nel 2014. Mostra grande attenzione verso il test europeo che parte lunedì 17. «La politica di provisioning (accantonamenti, ndr) ispirata da Bankitalia avviene con un atteggiamento rigido - ha detto Saviotti - abbiamo fatto le rettifiche (1,7 miliardi nel 2013, ndr) perchè consapevoli che gli asset quality saranno severi». DEUTSCHE E FONSPA Nella pulizia dell'attivo rientra la cessione del 51% di Release dove ci sono cinque pretendenti: Primus Partners, Apollo BlackRock, Lone star e l'accoppiata Fortress-Prelios alle prese con una fusione tra loro. E per quanto riguarda i crediti dubbi (non performing loan) di 1,5 miliardi ci sarebbero trattative con Deutsche e Fonspa. Qualche socio ha chiesto spiegazioni su alcuni dei dossier di pubblico dominio, come Sorgenia, il gruppo energetico controllato dalla Cir che ha 2,2 miliardi di debiti. «Il Banco giudica le posizioni secondo il merito di credito e non fa sconti a nessuno, nemmeno alla famiglia De Benedetti, se farà la sua parte anche le banche faranno un adeguato intervento». Un altro cliente di cui si parla è Pandette, la società degli eredi di Giuseppe Rotelli, patron delle cliniche titolare del 3,3% di Rcs e dei diritti di voto su un altro 0,91% ancora intestato al Banco: nei giorni scorsi il Banco ha esercitato l'opzione put (vendita) prevista da un contratto del 2006 della Bpi, rinegoziato nel 2009, sull'ultima tranche al prezzo di 4,1 euro (venerdì ha chiuso a 1,6 euro) per un totale di 113 milioni. Pandette, invece, eccepisce un'interpretazione del contratto secondo il quale in caso di perdite e asumenti di capitale, il controvalore scende a 31 milioni. «Non siamo interessati a fare sconti», incalza Saviotti che, come ha annunciato Carlo Fratta Pasini sarà confermato ovviamente per un altro mandato. «La lista per il rinnovo del cda, verrà depositata lunedì», ha precisato il presidente. «IL PIANO ELECTROLUX DEVE CAMBIARE, IN ITALIA I PRODOTTI DI MEDIA-ALTA GAMMA» Claudio De Vincenti Vice ministro allo Sviluppo Foto: Pierfrancesco Saviotti guida il Banco Popolare SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 107 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'ASSEMBLEA 03/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:210842, tiratura:295190) Il petrolio divide Così la Scozia si prepara al referendum Indipendenza Il petrolio divide Così la Scozia si prepara al referendum/ Ameri a pag. 17 LONDRA Il braccio di ferro si fa sempre più stringente. Il primo ministro inglese David Cameron contro il first minister scozzese Alex Salmond. In palio c'è l'indipendenza della Scozia e quindi il futuro del Regno Unito, che il 18 settembre (giorno del referendum per gli scozzesi) potrebbe perdere un pezzo. Ma in ballo non ci sono solo sentimenti patriottici e confini. Al centro della campagna, fin dall'inizio, è stato posto qualcosa di molto più lucroso: il petrolio e il gas del Mare del Nord, su cui si affaccia la Scozia, e che finora ha portato miliardi di sterline nelle casse di Londra. Ma cosa succederà se Edimburgo deciderà di abbandonare l'Unione? Tutte le ricchezze naturali sarebbero di proprietà della sola Scozia che quindi avrebbe il diritto di sfruttarle. Uno scenario che Londra paventa. Per questo a pochi mesi dal voto decisivo è scoppiata la guerra del petrolio. Salmond sostiene che senza l'Inghilterra i guadagni per gli scozzesi sarebbero più sostanziosi: 300.000 sterline per ogni cittadino, promette il first minister . Cameron invece spiega che senza i necessari investimenti l'industria petrolifera è destinata ad arenarsi. IL RAPPORTO Una teoria che trova conferma in un recente rapporto, guarda caso commissionato da Londra, compilato da Sir Ian Wood, uomo d'affari ed esperto di politiche energetiche. Secondo Westminster un buon investimento produrrebbe tra i 3 e i 4 miliardi di barili in più. Attualmente la produzione sta rallentando. Dopo aver raggiunto il picco nel 1999 adesso estrarre il greggio è sempre più costoso e complicato. Per questo il denaro di Londra farebbe comodo. Le risorse non dureranno per sempre. Gli esperti calcolano che ci siano da raccogliere ancora 12-14 miliardi di barili nei prossimi 30-40 anni, per un profitto che va da 1 a 2 trilioni di sterline. Per sottolineare le due posizioni opposte i due governi, quello scozzese e quello inglese, questa settimana si sono incontrati ad Aberdeen, a pochi chilometri di distanza l'uno dall'altro, proprio per parlare di oro nero. Il premier Cameron è andato a visitare un impianto e non ha mancato di affossare i sogni di indipendenza degli scozzesi: «Le spalle larghe dell'Inghilterra potrebbero meglio sostenere l'industria petrolifera del Mare del Nord e proteggerla dalla volatilità del mercato del greggio. La Scozia non è la Norvegia ed è troppo dipendente da gas e petrolio». IL VALORE Già, la Norvegia. Il Paese che si affaccia sullo stesso mare e che prospera da anni grazie all'oro nero. È proprio il modello cui si ispira Salmond. Il first minister ha presentato il suo progetto: nel caso di indipendenza la Scozia accantonerà un decimo delle tasse petrolifere (circa 1 miliardo di sterline l'anno) in un fondo nazionale simile a quello che la Norvegia ha aperto nel 1990 per proteggere il Paese del mercato fluttuante. Oggi vale circa 500 miliardi di sterline. «Con questo sistema potremmo creare un tesoro nazionale di 30 miliardi nel giro di una generazione - ha spiegato Salmond - E gestiremmo gli impianti molto meglio degli inglesi. Abbiamo bisogno di un approccio come quello dei norvegesi, non quello che ci propone Westminster. Negli ultimi 40 anni Londra ha accumulato profitti enormi provenienti dal nostro petrolio. Adesso è il nostro turno». E poi l'ultima stoccata: «Io lavoravo nel campo dell'energia quando ancora Cameron se la spassava a Eton», ha scherzato, riferendosi al college dell'élite inglese dove vanno a studiare re e primi ministri. Petrolio a parte, la campagna per l'indipendenza scozzese si fa sempre più feroce. Con Edimburgo che promette di tenersi la sterlina anche se Londra di fatto glielo ha proibito. E con l'Unione Europea che ha avvertito Salmond: sarebbe estremamente difficile per una Scozia indipendente fare parte della Ue. L'ultimo sondaggio vede le differenze tra le due fazioni assottigliarsi: il 47% è favorevole a restare nel Regno Unito mentre il 37% sogna l'autonomia. Deborah Ameri I pozzi e l'indipendenza: la Scozia verso il referendum del 18 settembre per prendere le distanze dalla Gran Bretagna Il braccio di ferro con il governo centrale è sempre più serrato: sono in gioco gli immensi giacimenti del mare del Nord Il petrolio spacca il Regno 14 I miliardi di barili di petrolio stimati nel mare del Nord, per un profitto potenziale tra 1 e 2 trilioni di sterline 37% É la percentuale degli scozzesi favorevoli all'autonomia: rispetto al passato i fautori della situazione attuale sono diminuiti SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 108 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Indipendenza 03/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:210842, tiratura:295190) La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Foto: Gli impianti off-shore sono la grande risorsa britannica SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 109 03/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:210842, tiratura:295190) Irap o Irpef rebus del governo Luca cifoni Irap o Irpef? È il dilemma che il governo dovrà affrontare in tema di riduzione delle tasse sul lavoro. Cifoni a pag. 11 ROMA Irap o Irpef? O un po' di tutte e due? E quindi maggiori benefici alle imprese oppure alle famiglie? Il dilemma che il governo dovrà affrontare, in tema di riduzione delle tasse sul lavoro, ricalca in parte quello già vissuto dal governo Prodi nel 2006-2007. E già si fanno sentire le voci delle categorie interessate. Un taglio dell'Irap «darebbe un impatto più forte nell'immediato sulla competitività delle imprese e sul costo del lavoro» ha fatto sapere ieri il numero uno di Confindustria Giorgio Squinzi, il quale ha anche definito «un'altra botta» i probabile incremento della Tasi per i capannoni industriali. A Squinzi risponde indirettamente il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. «Le vendite all'estero vanno discretamente - ha fatto notare il leader sindacale - ma se manca il mercato nazionale è chiaro che l'economia si blocca». Per cui secondo Bonanni «ridare soldi alle imprese per l'Irap può andare anche, magari dopo; ma oggi non avendo commesse, queste liquidità le imprese vanno a metterle in banca». In realtà entrambi gli interventi hanno potenziali vantaggi e controindicazioni: vediamo quali sono e quali strategie potrà di conseguenza adottare il governo. Luca Cifoni Fatto 100 il costo del lavoratore tipo in Italia, il cuneo fiscale è a quota 47,6, il sesto più alto in Area Ocse (Belgio 56; Francia 50,2; Germania 49,7) Contributi del lavoratore Il cuneo fiscale italiano Gettito Irp ef Gettito Irap 7,2% cuneo 23,7 65,4 0,6 24,4 47,6% TOTALE TOTALE 165,7 34,3 16,1% 24,3% 13,1 62,9 29,9 costo del lavoro 100 Contributi a carico del datore di lavoro Ritenute dipendenti privati Ritenute dipendenti pubblici Altre ritenute Ritenute lavoratori autonomi Soggetti privati Fonte: Ocse (dati 2012) Imposte sul reddito a carico del lavoratore Amministrazioni pubbliche 2012, dati in miliardi Versamenti in autoliquidazione 2012, dati in miliardi Qual è l'incidenza del cuneo fiscale? Con il suo 47,6 per cento l'Italia è tra i Paesi dell'Ocse con il più alto cuneo fiscale, anche se inferiore a quello di altri Paesi tra cui Francia e Germania. Concretamente, per un lavoratore medio senza carichi familiare il costo complessivo sostenuto dal datore di lavoro è pari a 38.182; ma di questi solo 20.006 finiscono in tasca al dipendente. La restante parte pari a 18.176 euro è appunto cuneo fiscale-contributivo. Ne fanno parte i SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 110 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Cuneo fiscale 03/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:210842, tiratura:295190) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 111 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato contributi sociali a carico del datore di lavoro e quelli pagati invece al dipendente. Poi c'è la componente fiscale vera e propria. Per quanto riguarda il lavoratore, sempre considerando lo stesso esempio, l'imposta sul reddito pesa per il 30,8 per cento sulla retribuzione lorda; a questa voce vanno poi aggiunte le addizionali prelevate a livello locale, la cui incidenza è cresciuta notevolmente nel corso degli ultimi anni. Si possono ridurre gli oneri sociali? Anche se l'incidenza dei contributi sociali è rilevante (come del resto anche in Francia e in Germania) i margini di intervento su questa componente sono limitati perche si tratta in larghissima parte di contributi previdenziali; la quota residua di oneri impropri, che potrebbero essere "fiscalizzati" ossia posti a carico dello Stato, è molto limitata. Tagliare la contribuzione previdenziale avrebbe l'effetto indesiderato di ridurre le pensioni future dei lavoratori visto che ormai dal 2012 tutti sono passati al sistema contributivo. Nonostante un'aliquota contributiva effettiva del 33 per cento (circa il 9 a carico del dipendente e il resto del datore di lavoro) le pensioni contributive proiettate nei prossimi decenni risultano più basse di quelle riconosciute fino ad oggi con il sistema retributivo, e questo è particolarmente vero per i lavoratori precari, con una carriera discontinua. A quale strategia pensa l'esecutivo? Le due principali modalità di intervento che si prospettano sono una riduzione dell'Irap a carico delle imprese ed un taglio dell'Irpef in particolare a beneficio dei lavoratori dipendenti. Secondo quanto emerso dai piani a cui lavorano i collaboratori del premier Matteo Renzi, su una disponibilità ipotetica di circa 7-8 miliardi l'anno, che potrebbero salire a 10, l'intervento sull'Irpef assorbirebbe circa 5,5 miliardi, quello sull'Irap 2,3. Ma lo stesso presidente del Consiglio ha anche ipotizzato di concentrare tutte le risorse disponibili sull'Irap, per arrivare eventualmente ad una riduzione di un terzo dell'attuale gettito dell'imposta. Al momento non è stata ancora presa una decisione definitiva. Per avere effetti sul ciclo economico e sull'occupazione l'operazione di alleggerimento del carico fiscale dovrebbe comunque avere effetto già sull'anno in corso. Come ottenere più occupazione? L'imposta regionale sulle attività produttive grava oltre che sull'eventuale utile delle imprese anche sul costo del lavoro e su quello del debito. La conseguenza, che rende questo tributo particolarmente inviso, è che l'Irap è spesso dovuta anche quando l'azienda è in perdita, come avviene più facilmente in una situazione di crisi economica. La soluzione proposta e in parte attuata negli ultimi anni è la deducibilità del costo del lavoro dall'imposta. Sulla carta, una scelta del genere oltre a favorire in generale la competitività avrebbe l'effetto di rendere molto più convenienti le assunzioni (lo sgravio potrebbe anche essere condizionato all'effettiva immissione di nuovo personale); dunque quando nei prossimi mesi inizierà a manifestarsi con più forza la ripresa del ciclo economico le imprese potrebbero avere un'incentivo ad assumere. Perché questo incentivo sia reale e in grado di incidere è però necessario che - a differenza del passato - la riduzione di importo sia consistente. A chi andrebbero maggiori benefici? L'effetto di un intervento di riduzione dell'Irap per le imprese, ed in particolare della componente che grava sul costo del lavoro, dipende in modo cruciale dal modo in cui questo viene congegnato. È probabile che ne ricevano un maggiore beneficio le imprese più piccole, sulle quali il peso percentuale dell'imposta è generalmente più alto. Un fattore che in generale risulta rilevante è l'incidenza della spesa per il personale sul totale dei costi: il taglio dell'Irap premierebbe in misura maggiore le aziende nelle quali questa incidenza è alta. Questo elemento può essere connesso alle dimensioni delle imprese ma anche ad altri aspetti. Ad esempio il settore delle banche e dei servizi finanziari è normalmente labour intensive e quindi in questa chiave risulta penalizzato dall'Irap, che per di più è attualmente applicata alle imprese in questione con aliquote più alte. 6Come spingere i consumi interni? Una riduzione dell'Irpef avrebbe l'effetto di dare sollievo alle famiglie e incrementare il loro reddito disponibile. Per questa via dovrebbe crescere la loro propensione alla spesa e dunque i consumi riceverebbero una spinta. L'effetto positivo sulla domanda interna sarebbe più probabile se la riduzione dell'imposta fosse 03/03/2014 Il Messaggero - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:210842, tiratura:295190) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 112 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato concentrata sui contribuenti a reddito basso, che più degli altri tendono a riversare in consumi le maggiori disponibilità. Questo obiettivo però non è così facile da raggiungere nella pratica: occorre che la riduzione di imposta sia di importo tale da risultare visibile agli interessati e duratura; altrimenti c'è il rischio che il reddito in più venga risparmiato in previsione di successive e più gravi necessità. Nella prospettiva di una ripresa la riduzione del carico fiscale potrebbe anche l'effetto di aumentare la partecipazione al lavoro, in particolare per segmenti quali le donne o i giovani. Sarebbero favoriti solo i dipendenti? Nel caso si scelga di puntare in tutto o in parte su una riduzione dell'Irpef il focus del governo sarebbe sul mondo del lavoro dipendente. Allo studio c'è ad esempio un notevole potenziamento - in particolare per i redditi più bassi - delle specifiche detrazioni per lavoro dipendente, che sono state incrementate seppur in misura contenuta già nell'ultima legge di stabilità, con effetto da 2014. In aggiunta si valuta anche un intervento sulle aliquote, probabilmente la terza (38% che si applica sulla porzione di reddito compresa tra i 28 mila e i 55 mila euro). Dunque i dipendenti riceverebbero in ogni caso un beneficio maggiore rispetto ad altre categorie, compresi anche i pensionati. In futuro l'intervento potrebbe in teoria essere combinato con interventi specifici a favore delle famiglie, attraverso un aumento delle relative detrazioni per coniuge o per figli a carico. Sono disponibili risorse sufficienti? Quello delle risorse finanziarie è un punto decisivo per la credibilità dell'intera operazione. Le coperture a compensazione del minor gettito devono essere tali da garantire uno sforzo di riduzione del prelievo consistente, visibile, e permanente nel corso degli anni. In altre parole per i comportamenti delle imprese ma anche per quelli dei lavoratori è importante non solo l'impatto immediato, ma anche la certezza che le riduzioni proseguiranno se possibile con intensità crescente. Il governo pensa di finanziare gli interventi prevalentemente con una riduzione della spesa corrente, grazie all'azione di revisione della spesa avviata dal commissario straordinario Carlo Cottarelli. Ma una parte della copertura necessaria potrebbe arrivare anche da un inasprimento del prelievo su voci diverse dal lavoro, ad esempio con un aumento delle imposte sulle rendite finanziarie. 01/03/2014 Il Giornale - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:192677, tiratura:292798) Bankitalia: alle banche regali e bastonate Nicola Porro Bankitalia: alle banche regali e bastonate a pagina 6 Aparlare male delle banche sono buoni in molti, a difenderle solo i banchieri. Ieri, apparentemente, anche la Commissione europea ha alzato un sopracciglio. Mettendo in dubbio la cosiddetta rivalutazione delle quote sociali di banca d'Italia. Bankitalia appartiene ad una nutrita pattuglia di istituzioni finanziarie oggi più o meno private. Intesa e Unicredit ne detengono la maggioranza. Anche se formalmente è un'anomalia il fatto che il controllato controlli il controllore. Nei fatti gli uomini di Bankitalia, negli anni, più che difendere la singola banca, con le quali sono piuttosto rigorosi, difendono il club al completo. Ebbene il governo Letta ha deciso di cambiare le cose e ha stabilito in 7,5 miliardi il valore delle quote del prestigioso istituto. Le banche private azioniste, dicono i critici, si sono così viste materializzare in casa una gigantesca plusvalenza patrimoniale, grazie ad un tratto di penna. Il solito regalo alle banche. L'alzata di sopracciglio europeo può far pensare che costoro abbiano qualche buona ragione. Chi conosce questa zuppa sa, come più volte scritto, che per quanto ci riguarda le banche italiane più che azioniste di Bankitalia sono azioniste di riferimento di qualsiasi inquilino metta piede a Palazzo Chigi. Sono state le banche ad ingozzarsi di titoli del debito pubblico quando privati e stranieri li gettavano nel cestino. Pretendono riconoscenza, ma soprattutto esigono di essere politicamente considerate per ciò che sono: i detentori delle ipoteche sulla nostra casa comune. Interpretare la rivalutazione delle quote di Palazzo Koch solo come un regalo alle banche è riduttivo. Dal punto di vista europeo è anche ridicolo: nel resto dei paesi comunitari, compresa la Germania, lo Stato centrale ha impiegato decine di miliardi di euro sonanti per salvarle. Non si capisce dunque per quale dannato motivo i salvataggi degli altri siano possibili, i nostri arrangiamenti invece no. Posto che la rivalutazione di un cespite (pensate che il capitale nominale pre decreto era pari a 156mila euro) è più che legittima. Dal punto di vista domestico non si considera poi che il vero regalo se lo è autoconcesso il Tesoro. Su questo giochetto contabile Saccomanni ha incassato quanto necessario per far quadrare i conti pubblici: più di un miliardo di euro. Un domani quando le banche cederanno le loro quote (sono infatti stati introdotti dei vincoli stringenti) potranno realizzare delle plusvalenze; e anche sul fronte dei dividendi già dal 2014 le cose potrebbero migliorare, posto che sono distribuiti in funzione del capitale ora rivalutato. Ma oggi per le banche è un regalo poco più che virtuale dal punto di vista del conto economico, più sostanzioso dal punto di vista patrimoniale ai fini delle burocrazie di Bruxelles. D'altronde la valutazione finale di queste quote, senza offesa, sembra più simile a quella dei bitcoin che a quella di un ragioniere. Bankitalia ha un attivo, comprendendo l'oro, superiore ai 100 miliardi, e un patrimonio di circa 23 miliardi: il numeretto magico di 7,5 miliardi sembra uscito più considerando il gettito che serviva al Tesoro che al reale valore contabile di una banca centrale la cui redditività e patrimonio sono molto difficili valutare. Per avere un quadro completo conviene vedere tutto ciò che ha fatto il governo per le banche negli ultimi mesi dell'anno scorso. Le quote di Bankitalia sono un regalino virtuale a fronte di una tassa subito esigibile. Il governo in compenso ha aumentato le imposte sul reddito di impresa bancaria della bellezza di 7,5 punti. Con la solita idea per la quale le tasse non si traslano, si pensa di colpire i banchieri cattivi e non il sistema economico nel suo complesso. Vabbè. Comunque si tratta di una botta secca. Ad Intesa SanPaolo, per citare la numero uno, la manovra di Letta&co costerà la bellezza di 200 milioni di euro aggiuntivi di tasse. Il saldo tra banca d'Italia e Ires non è ancora positivo per le banche. Ma può mai essere? Certo che no. La vera chiave di volta si chiama deducibilità degli accantonamenti per perdite. La facciamo semplice: fino a ieri le banche ci mettevano diciotto anni a scontarsi fiscalmente i prestiti morti. Da oggi potranno accantonare fino ad un quinto. Un favore potentissimo in un momento come questo in cui le sofferenze si avvicinano al 10 per cento del Pil. Tanto che si prevede che le banche dalle spalle patrimoniali solide nel quarto trimestre del 2013 aumentino considerevolmente gli accantonamenti su perdite: prendendo sempre Intesa, il mercato inizia a prevedere che gli accantonamenti possano passare dai 5,5 miliardi previsti a quasi sei. Vedremo. Quel che è SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 113 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Zuppa di Porro 01/03/2014 Il Giornale - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:192677, tiratura:292798) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 114 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato certo è che la deducibilità diventa ora simile a quella che avviene negli altri paesi europei e dunque la rettifica della norma penalizzante introdotta a sua tempo dal governo Berlusconi (in un decreto sviluppo del 2008, sic!) sarà il vero grande regalo fiscale (meritato?) che gli istituti creditizi si portano a casa. Con un piccolo paradosso fiscale, come sempre in Italia: grandi vantaggi a chi ha un mucchio di crediti in sofferenza o inesigibili e pochi utili, e grande sfiga tributaria nei confronti di quegli istituti finanziari che non hanno sofferenze (e dunque non godono del beneficio della riduzione degli anni di accantonamento) e forti utili (decapitati dall'aumento monstre dell'Ires bancaria). 03/03/2014 Il Giornale - Ed. nazionale Pag. 6 (diffusione:192677, tiratura:292798) «Debiti con le aziende: dal governo solo parole» Il vicepresidente della Commissione Ue: «Non c'è più tempo, l'Italia rischia multe» Gian Battista Bozzo Roma «Il governo Renzi vuole pagare per intero, e rapidamente, i debiti commerciali della Pubblica amministrazione? Benissimo. Però alle parole devono seguire i fatti. Le segnalazioni che provengono alla Commissione europea dalle imprese italiane non sono confortanti». Il vicepresidente della Commissione, Antonio Tajani, attende il nuovo governo alla prova della concretezza. E i tempi, ormai, stringono. Se Palazzo Chigi non risponderà entro il 10 marzo alla lettera con la richiesta di chiarimenti delle autorità europee, scatterà il secondo passo della procedura di infrazione già avviata: la messa in mora del Paese. E attenzione, avverte Tajani, «non dimentichiamoci di quanto l'Italia ha dovuto pagare con la vicenda delle quote latte». Multe per centinaia di milioni di euro. Tajani, nella tabella di marcia di Renzi, i debiti della Pa sono ai primi posti. «Molto bene. Ma il governo deve essere concreto e superare le resistenze di natura burocratica. Il governo Letta ha restituito 25 miliardi, ma in realtà noi non sappiamo ancora a quanto ammonta l'intero debito, l'Associazione bancaria parla di oltre 100 miliardi. E poi ci sono gli interessi di mora dei pagamenti ritardati nel 2013. Guardi, ci sono solo cinque Asl in tutta Italia che pagano rispettando i tempi della direttiva europea. In Sicilia si paga ancora a 1.200 giorni». Si tratta di cifre enormi. Pagare tutto insieme non mette l'Italia nei guai con il debito pubblico? «Abbiamo tolto la foglia di fico dell'Europa. Si tratta di esborsi che non contano ai fini del Patto di stabilità. Ma, ripeto, bisogna fare in fretta. Perché dal 1 luglio 2015 scattano le regole del fiscal compact , molto più restrittive per quanto riguarda il debito pubblico». Quali segnali ricevete dalle nostre imprese sui ritmi di pagamento? «Per il momento, i segnali sono sempre negativi. Nel 2013, nonostante l'entrata in vigore della direttiva sui pagamenti, i ritardi sono ancora all'ordine del giorno. Arrivano denunce di aperte violazioni della normativa europea nei capitolati di appalto della Pubblica amministrazione: ad esempio, l'impresa deve impegnarsi ad accettare pagamenti ritardati senza pretendere gli interessi di mora, che sono cospicui, l'8% più il tasso Bce». In fondo, basterebbe copiare quanto hanno fatto altri Paesi europei in proposito, come la Spagna. «Non spetta alla Commissione indicare il sistema per pagare l'arretrato. Credo che la Cassa depositi e prestiti possa fungere da garanzia, ma ripeto: le scelte spettano al governo italiano. Riscontro che la Spagna ha estinto l'arretrato quasi per intero, gli imprenditori iberici sono molto contenti e ce lo hanno fatto sapere. Questa iniezione di liquidità ha permesso alla Spagna una ripresa dell'economia più sensibile rispetto al modesto 0,6% che le previsioni della Commissione stimano per l'Italia quest'anno. La nostra economia deve ripartire, e la restituzione dei debiti commerciali può rappresentare, a questo fine, la "manovra perfetta", come ha scritto il Financial Times . Però, ripeto, bisogna fare in fretta. E ricordarci che un po' di crescita in più sarebbe ben vista dai mercati. Noto che lo spread spagnolo è molto, molto migliorato». Insomma, tutti - Bruxelles, governo italiano, mercati - sono d'accordo sul fatto che i pagamenti potrebbero rappresentare una spinta per l'economia; ma allora, perché le procedure arrancano? «Credo che ci sia, a livello politico ma anche burocratico, un partito della spesa pubblica che non gradisce un'iniezione così forte di danaro nel mercato libero. Si tratta di soldi sottratti alla discrezionalità delle amministrazioni e dei "mandarini" dei ministeri. Ma queste resistenze vanno superate. L'inflazione sotto l'1% e la crescita allo 0,6% indicano, se ce ne fosse bisogno, l'urgenza di immettere liquidità nel nostro sistema economico. Servono decisioni politiche, e non solo ricette da parte di esperti di economia». Servono decisioni, non solo ricette economiche "Il «partito della spesa pubblica» frena tutto Scelte politiche La Pa non paga SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 115 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'intervista Antonio Tajani 02/03/2014 Avvenire - Ed. nazionale Pag. 3 (diffusione:105812, tiratura:151233) FERMARE L'IMPOVERIMENTO E L'ITALIA SI RISOLLEVERÀ Leonardo Becchetti avvio della strategia economica del nuovo governo Renzi sembra tener conto - consapevolmente o inconsapevolmente - che il gran problema dell'Italia è, come dicono gli economisti, quello della «debolezza della domanda aggregata» (cioè della domanda di beni e servizi da parte delle famiglie, ovvero dei consumi interni). E che la sua gravità non pare attenuarsi perché, a fronte di conti sostanzialmente in ordine, il dato sulla disoccupazione continua a peggiorare. Per questo motivo, schiacciarsi sul lato di visioni mercantiliste che guardano solo alla competitività dell'offerta (magari riducendo i salari e, quindi, la capacità di acquisto dei lavoratori) rischia di non produrre alcun rilancio. Il programma annunciato dal nuovo presidente del Consiglio prevede, assieme a una riduzione di almeno 10 miliardi di cuneo fiscale, lo sblocco immediato dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione, un piano (peraltro urgente) di ammodernamento dell'edilizia scolastica da 7 miliardi (che avvierebbe attività ad alta intensità di lavoro) e un sussidio universale di disoccupazione (in alterativa alla proposta di reddito di cittadinanza presentata da Acli e Caritas) che non costerebbe meno di altri 10 miliardi. Per compensare tutte queste uscite dal lato delle entrate, la "luna di miele" (ma ancor più la politica monetaria espansiva a lungo perseguita da Stati Uniti e Giappone) producono per ora un potenziale tesoretto di 2-3 miliardi. L'aumento dell'aliquota sulle rendite finanziarie, che tanto ha spaventato, può portare nelle casse dello Stato non più di 2 miliardi. Per il saldo dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione, Renzi intende a quanto pare usare la Cassa Depositi e Prestiti per lo sconto delle fatture secondo un modello attuato in Spagna. I progetti di cui abbiamo letto sinora sono di fatto partite di giro che coinvolgono le banche che guadagneranno dall'anticipo delle fatture. E perciò finiranno all'esame della commissione Ue, per capire in che misura rientrano sotto il perimetro del debito. Insomma, nonostante l'obiettivo corretto sembri essere quello di una riqualificazione della spesa, si oscilla ancora una volta tra Scilla - una manovra a saldo zero sulla domanda aggregata (qualora si trovassero le coperture e dunque tagli che compensino le spese) - e Cariddi, uno sforamento dei vincoli europei sul deficit qualora le coperture non fossero trovate. Intanto, la situazione dell'inflazione europea - i prezzi stanno decelerando in modo così vistoso da prefigurare, secondo alcuni osservatori, uno scenario deflattivo - continua a essere preoccupante, aggravando il costo reale del debito del Paese e rendendo salatissimo il conto prossimo venturo del Fiscal Compact. Il governo ha sicuramente bisogno dell'aiuto di tutte le migliori forze ed energie del Paese per rendere questo progetto più chiaro e sostenibile. Bisogna allargare il gioco a livello internazionale su alcuni tavoli decisivi se vogliamo uscire dall'impasse. Primo, è opportuno o no chiedere uno sforamento del 3% per coprire le uscite previste? Sono ormai in molti a pensare che questa sia l'unica possibilità a breve per emergere dall'impasse. Soprattutto se si dimostra ai nostri partner che si hanno buone idee, visto che la sostenibilità dei rapporti deficit/Pil, debito/Pil non migliora grazie a mere riduzioni del numeratore (il deficit e il debito) che spesso, anzi, deprimono l'economia facendo calare ancor più il denominatore (il Prodotto interno lordo), ma attraverso una riqualificazione che può anche aumentare il valore che sta sopra, se costruita attorno a iniziative che danno uno slancio fondamentale al valore che sta sotto. Secondo, bisogna spingere, sfruttando l'opportunità del semestre italiano, affinché arrivi dalla politica fiscale comunitaria uno stimolo diretto alla domanda aggregata dei Paesi membri. Terzo, con il contrasto all'elusione fiscale (cosa più articolata della "Google tax") attraverso una serie di direttive la Ue cercherà di metter mano a un "tesoretto" di ben mille miliardi (per noi circa 60). Abbiamo tutto l'interesse a portare avanti questo processo. Quarto, la riforma della finanza con il ripristino della separazione tra banca commerciale e banca d'affari può aumentare il credito all'economia, e il progetto europeo a undici di tassazione delle transazioni finanziarie può portare in dote altri 2-3 miliardi. Quinto, servirebbe molta meno timidezza nei confronti del gioco d'azzardo, dato che dal condono della maxi evasione denunciata dalla Corte dei Conti è finora uscita una multa- topolino. Sesto, un progetto ancora più ambizioso anche se non foriero di risultati a breve è quello SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 116 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Sette consigli per la politica economica del governo 02/03/2014 Avvenire - Ed. nazionale Pag. 3 (diffusione:105812, tiratura:151233) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 117 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato di spingere per riforme della Banca centrale europea spostando l'attuale consenso Ue in direzione di strategie e comportamenti più simili a quanto avviene oltreoceano. Settimo, all'interno del nostro Paese bisogna fare di tutto per colmare il gap di competitività con i maggiori partner europei (banda larga, efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione) e per valorizzare i nostri vantaggi competitivi non delocalizzabili, cioè lo shale gas del nostro Paese che è rappresentato dai giacimenti culturali, ambientali, artistici. Mettendo il genius loci dei nostri territori dentro beni, servizi e turismo. La freschezza, l'ariosità e l'impostazione di questo governo lasciano prefigurare il potenziale di una visione non riduzionista della persona, dell'impresa e del valore proprio secondo i princìpi che la scuola dell'economia civile sta portando avanti da anni nella sua missione culturale. Ma tutto questo rischia di diventare un pericoloso boomerang se non si passasse l'esame decisivo di dare risposte al Paese sulle urgenze della disoccupazione e della povertà di ritorno. Dobbiamo vincere con concretezza la sfida di sempre se vogliamo cambiare la cultura di questo Paese. 02/03/2014 Avvenire - Ed. nazionale Pag. 8 (diffusione:105812, tiratura:151233) Sangalli: «Renzi cominci col ridurre l'Irpef fino ai 28mila euro» AIl nr.1 di Confcommercio: «Le coperture? Ormai si sa che 100 miliardi di spesa sono aggredibili» EUGENIO FATIGANTE Anche per Confcommercio il taglio dell'Irpef è da preferire, nella riduzione del costo del lavoro, all'azione sull'Irap di cui beneficerebbero solo le imprese: «La riduzione del cuneo - afferma il presidente Carlo Sangalli - è la conditio sine qua non per favorire la competitività e dare, al tempo stesso, una boccata d'ossigeno ai redditi delle famiglie, il cui livello attuale è tornato a quello di 27 anni fa. Per questo l'alleggerimento della pressione fiscale è la priorità numero uno che il governo deve affrontare. Prima ancora che agire sull'Irap occorre rivedere la struttura dell'Irpef, riducendo le aliquote d'imposta per lavoratori e imprese. In che modo? La nostra proposta, da attuare nell'immediato, è quella di ridurre di un punto percentuale le aliquote dei primi due scaglioni dell'Irpef (fino a 28mila euro, ndr ). Solo così si può stimolare la domanda interna che è il vero problema strutturale della nostra economia e che, per consumi e investimenti, vale ben l'80% del Pil. E il non averla stimolata è il principale limite avuto dai governi Monti e Letta. Confcommercio è stata meno "aggressiva" di Confindustria verso il governo Letta. Lo sarete anche verso Renzi? Noi siamo abituati da sempre a giudicare nel merito e anche questa volta non faremo eccezioni. È evidente che le prime misure annunciate vanno nella giusta direzione. Ma è altrettanto evidente che agli annunci devono seguire i fatti. Solo allora potremo dare il nostro giudizio. È credibile sbloccare in 15 giorni arretrati della P.A. per 60 miliardi? Bisogna fare presto e bene perché le imprese, soprattutto quelle che vivono di domanda interna, sono stremate da una crisi che sembra non finire mai. Aver colto l'urgenza di ridare subito un po' di liquidità potrebbe essere una vera boccata d'ossigeno. Certo, rimane un obiettivo ambizioso, vedremo se sarà realizzato. Il governo riuscirà a trovare le coperture dalla revisione della spesa pubblica? Dopo sette commissari che si sono esercitati, mi pare che le analisi descrittive siano sufficienti. Una cosa è ormai certa: ci sono 100 miliardi di spesa "aggredibili", che possono dare cioè risparmi concreti e immediati. Spero, dunque, che si proceda senza esitazione e con determinazione su questa via, l'unica percorribile per ridurre la pressione fiscale. Intanto l'Istat ha certificato che torna la fiducia delle imprese. È così? La fiducia delle imprese riflette oggi solo la consapevolezza che il peggio sia passato. Ma il problema, come indicato dalla produzione industriale di febbraio, nuovamente in calo, e dai dati sul mercato del lavoro di gennaio è che la ripresa è ancora tutta da costruire. Senza un'immediata, semplice e chiara azione a sostegno dell'economia reale la fiducia tornerà presto in territorio negativo. E il Jobs Act? Il mercato del lavoro soffre di costi troppo alti per le imprese e di poca flessibilità. È qui che si deve intervenire, anche attraverso una pluralità di strumenti, perché solo così è possibile rispondere alle specifiche esigenze delle imprese dei diversi settori economici, in particolare quelle del terziario di mercato, e favorire le opportunità di impiego. La riforma Fornero ha già dimostrato, purtroppo, come interventi penalizzanti sulla flessibilità abbiano ridotto le opportunità di occupazione. Il governo deve semplificare la gestione dei rapporti di lavoro, riformare i servizi pubblici con una seria spending review anche sui centri per l'impiego e valorizzare strumenti come l'apprendistato che si è dimostrato uno straordinario canale per l'inserimento dei giovani: ogni mese nel terziario di mercato sono 3mila gli apprendisti confermati. In ogni caso, l'Italia ora ha un premier di 39 anni. Che significato dà a questa novità? Se siamo scesi in piazza in 60mila per denunciare la disperazione delle nostre imprese vuol dire una cosa sola: non c'è più un minuto da perdere. E allora speriamo che l'energia e la vitalità di un quarantenne vinca la sfida del tempo. Economia a parte, quali sono le riforme che ritenete prioritarie? Certamente una riforma elettorale che, oltre a garantire governabilità e stabilità al Paese, consenta anche un riavvicinamento dei cittadini alla politica. Foto: Carlo Sangalli SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 118 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'intervista 02/03/2014 Avvenire - Ed. nazionale Pag. 9 (diffusione:105812, tiratura:151233) Le voci dell'economia civile: «Ora costruiamo insieme il nuovo Welfare» Il banchiere L'economista Morganti (Banca Prossima): «Mi aspetto una riforma della legge sull'impresa sociale» Stefano Zamagni: «Le premesse per una vera svolta "civile" ci sono tutte» Giuseppe Guerini (presidente Alleanza cooperative): «È un riconoscimento al ruolo avuto dalle nostre realtà negli ultimi venti anni» MAURIZIO CARUCCI Le sfide non mancano. Le priorità del Terzo settore in questo tempo di crisi sono davvero tante: dal lavoro che manca alla famiglia in difficoltà, dai giovani all'integrazione, dalle droghe e dalle dipendenze alle adozioni internazionali, dalle pari opportunità al servizio civile. Anche le aspettative per gli interventi del Governo Renzi in questo comparto hanno ridestato l'attenzione di tanti. «L'economia sociale - spiega Marco Morganti , ad di Banca Prossima - è al centro dell'attenzione politica di questo esecutivo. La nomina a ministro di Poletti è il punto di ancoraggio di questo ruolo primario del Terzo settore. Mentre Bobba è da sempre un esponente di spicco del nostro mondo. Ora mi aspetto una riforma della legge istitutiva dell'impresa sociale, che è stata annunciata tante volte. Mentre mi auguro che la cooperazione sociale, riconosciuta come un modello anche all'estero, abbia finalmente un trattamento migliore. Serve una maggiore semplificazione, occorre recuperare i crediti dalla Pubblica amministrazione. E soprattutto rafforzare l'efficienza gestionale e organizzativa». Anche il professore Stefano Zamagni , nella veste di presidente del comitato scientifico dell'Osservatorio per la famiglia, si aspetta grandi cose da questo Governo: «Le premesse per una vera svolta ci sono tutte, visto che gli ultimi due precedenti Governi non hanno fatto nulla. Prima di tutto va chiarito in maniera forte e chiara il ruolo produttivo dei soggetti del Terzo settore, che hanno a tutti gli effetti un compito di sviluppo economico e occupazionale. E poi ci sono quattro priorità a cui Renzi e i vari esponenti che provengono da questo comparto sono chiamati a rispondere entro l'estate. Intanto va fissata la data della III Conferenza nazionale sulla famiglia: abbiamo 20 progetti specifici a sostegno dei nuclei familiari (dal fisco alla conciliazione lavorofamiglia). Poi occorre avviare una corsia preferenziale per stabilizzare il 5 per mille. E va attivato il servizio sociale europeo. Infine è da correggere la legge 155/2006 per favorire l'impresa sociale». È fiducioso anche Giuseppe Guerini , presidente di Federsolidarietà-Confcooperative e di Alleanza cooperative sociale. «Il Terzo settore è ben rappresentato - sottolinea -. È un riconoscimento del ruolo avuto in questi 20 anni. Mi auguro che questi nostri ex esponenti abbiano una proposta valida. Abbiamo bisogno di correggere la crescita delle disuguaglianze. Servono modelli più solidali e di condivisione. A partire dal lavoro. Il Terzo settore è uno dei pochi comparti ad aver creato occupazione in questi anni di crisi: è necessario un riconoscimento normativo dell'attività cooperativistica e dell'impresa sociale. Servono maggiori risorse per il servizio civile: può essere una leva per inserire i giovani nella vita sociale e lavorativa. E poi si punti a inserire i lavoratori svantaggiati attraverso gli appalti pubblici, come previsto dalla normativa europea. Infine va sostenuta la capacità di spesa delle famiglie che si prendono cura degli anziani e dei disabili pensando a misure per la deducibilità e la detraibilità». Sulla stessa lunghezza d'onda Gian Paolo Gualaccini , coordinatore dell'Osservatorio sull'economia sociale presso il Cnel. «C'è stata una generale miopia della politica negli anni precedenti - afferma Gualaccini -. Il Terzo settore rappresenta una ricchezza enorme. Ora ci aspettiamo un'inversione di tendenza. Tra le priorità che il Governo Renzi deve affrontare: la stabilizzazione del 5 per mille, la correzione della legge sull'impresa sociale e l'esenzione dall'Imu per tutte le realtà del non profit». Foto: Marco Morganti Stefano Zamagni SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 119 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Il Non profit: occasione da non perdere 02/03/2014 QN - Il Giorno - Lodi Pag. 2 (diffusione:69063, tiratura:107480) «Tagli al personale? Sindacati d'accordo» - LODI - Dottor Saviotti, nel piano industriale appena approvato sono previsti utili per il 2016 e per il 2018, ma nel 2014 e nel 2015 cosa succederà? «Il 2014 sarà un anno pesante, non nel senso che non ci saranno utili ma sarà caratterizzato da un costo del credito ancora robusto. Io non so chi di voi ha mai sentito parlare di ripresa, ma io per ora questa ripresa non la vedo. Finora non siamo stati così rilassati e ci auguriamo che effettivamente la ripresa ci possa essere. Noi comunque cominceremo a riprendere quota nel 2014, cresceremo nel 2015 e nel 2016 saremo sui livelli che abbiamo scritto nel piano industriale (+609 milioni per il 2016, + 787 milioni per il 2018, ndr). Il dividendo nel 2014 non è previsto. Si comincerà a pagare nel 2015 e poi si irrobustirà nel 2016». Alla presentazione del piano e dell'aumento di capitale qualcuno ha detto che il Banco potrebbe diventare un polo aggregante di altri istituti, visto anche il movimento fra le popolari. Cosa ne pensa? «È indubbio che l'aumento di capitale ci darà spalle molto più robuste. Prima di tutto dobbiamo pensare a consolidarci e a guadagnare, ma non è escluso che, se in futuro ci saranno opportunità interessanti, non ci tireremo indietro. Però non è il motivo dell'aumento di capitale. Per prima cosa abbiamo dovuto adeguarci alle regole europee, secondo vogliamo andare sul territorio più aggressivo. Finora abbiamo lavorato di precisione con colleghe e colleghi che sono forti e competenti, adesso vogliamo smetterla di fare i conti col bilancino. Vogliamo essere più attivi sul territorio». Spieghi meglio in cosa consisteranno i tagli che coinvolgeranno 750 persone? «Al momento restano in sospeso le uscite del 2015, che dovrebbero essere 330. Per quanto riguarda le altre, 400 entreranno in un fondo di solidarietà e 70 avranno incentivi all'esodo. I costi dell'operazione sono addebitati nel bilancio 2013, tutto concordato con i sindacati». Nel piano industriale si parla della possibilità di fare collaborazioni industriali con altri soggetti, di cosa si tratta? «Sono cose sensibili, non credo sia il caso di parlarne, visto che al momento sono solo valutazioni. C'è comunque un'iniziativa nel campo immobiliare che potrebbe andare a buon fine fra non molto tempo e vedrà il conferimento di nostri immobili non strumentali a una società che sarà gestita con la collaborazione di un manager esterno. Parliamo di immobili che sono a bilancio per 1,8 miliardi. Ma.Mi. SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 120 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato INTERVISTA- BANCO POPOLARE - L'AMMINISTRATORE DELEGATO PARLA DI PIANO INDUSTRIALE 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) Federico Fubini Per certi aspetti, il dettaglio che ha colpito di più è stato quello che mancava: il premier non ne ha parlato. Nei suoi discorsi di presentazione del programma di governo prima al Senato e poi alla Camera, il premier Matteo Renzi non ha pronunciato la parola "privatizzazioni". Non ha fatto niente né per smentire, né per accreditare un fattore di continuità con il suo predecessore Enrico Letta. E' il primo governo da molti anni a questa parte che nel presentarsi non ne fa menzione. Sotto la guida dell'ormai ex ministro Fabrizio Saccomanni, l'esecutivo caduto il mese scorso era arrivato ad abbozzare un piano di dismissioni di società pubbliche (o semi-pubbliche) che, negli annunci, doveva valere fino a 12 miliardi. A dire la verità invece si muoveva piuttosto, nel migliore dei casi, nella fascia fra gli otto e i dieci miliardi di euro di ricavi. Ma non importa: forte o debole che fosse, un piano c'era. segue alle pagine 2 e 3 con un'intervista di Eugenio Occorsio segue dalla prima Da Renzi invece su questo c'è stato un provvisorio silenzio, che però il ministero dell'Economia non ha interpretato come un segnale di stop. Più che un'omissione, in Via XX Settembre quella del premier viene considerata una "dimenticanza". E che sia sincera o solo diplomatica, una definizione del genere contiene un segnale preciso: con Pier Carlo Padoan come ministro al posto che era stato di Saccomanni, la macchina del Tesoro continua a girare in vista di collocamenti in Borsa e vendite sul mercato di un certo numero di attività. Rivediamo il timing previsto. Si dovrebbe partire in primavera con il collocamento in Borsa e la cessione del 40% di Fincantieri. La società successiva nella lista delle privatizzazioni poi avrebbe dovuto essere la Sace, la società di assicurazione all'export, ma su questo dossier già nella coda del governo Letta si erano aperte controversie che lasciavano prevedere uno slittamento a dopo l'estate. Il primo problema, per la verità poco discusso, è il fatto che in realtà Sace è già stata venduta dal Tesoro. Dal 2012 il nuovo azionista è la Cassa Depositi e Prestiti, la quale conta sì ben sette esponenti dello stesso Tesoro in consiglio d'amministrazione e ne è sì controllata all'80% (l'altro 20% è in mano alle Fondazioni). Ma resta il fatto che lo Stato, ai termini del codice civile, ha già venduto Sace. La vendita di una quota della stessa azienda da parte di Cdp, quanto a questo, non potrebbe contare come "privatizzazione" e lo Stato non dovrebbe poter incassare due volte un ricavo dalla vendita dello stesso bene. Per aggirare questo scoglio, in termini contabili, il governo Letta aveva pensato che la Cdp poteva corrispondere al Tesoro suo azionista un dividendo straordinario una volta che la Cassa si fosse disfatta di una quota di Sace. Così il governo avrebbe il doppio incasso: prima dalla vendita a Cdp e poi da quella da parte di Cdp a terzi. Ammesso che ciò sia formalmente corretto, un'operazione del genere rischia di creare incentivi controversi. Il Tesoro sa che può moltiplicare le entrate della cessione di un'attività, incassando più del valore dell'attività stessa, se la fa transitare da Cdp per poi farsi consegnare da questa un extra-dividendo a seconda vendita avvenuta. Il rischio è evidente: potrebbe soffrirne il patrimonio della Cassa depositi e, di conseguenza la sua capacità di sostenere l'economia. La (ri)vendita di Sace presenta poi un ulteriore problema, perché la società è sotto pressione dal governo perché garantisca sempre maggiori operazioni di imprese italiane. Anche oltre ciò che la sua forza patrimoniale suggerirebbe. Per garantire queste operazioni nel modo migliore, Sace chiede che il governo stesso la garantisca finanziariamente. Ma anche su questo non c'è ancora accordo, tra l'altro perché una garanzia pubblica a Sace rischia di attrarre ancora una volta la censura di Bruxelles in quanto aiuto di Stato. Più probabile dunque che il Tesoro cerchi di dare la precedenza ad altri dossier. Si lavora all'idea della quotazione di Poste, con conseguente cessione di un 40% per un incasso stimato (forse con ottimismo) fra i 4 e i 4,8 miliardi, al quale segue il progetto di vendere altre quote nel 2015. Ancora più concretamente, si continua a preparare la vendita del 49% di Enav, l'ente del controllo aereo che il Tesoro di Saccomanni sperava garantisse proventi per circa un miliardo. Concreto poi è anche il progetto di vendere una quota sotto il 50% di Cdp Reti, la scatola societaria dentro la quale la Cassa Depositi e Prestiti ha raccolto Snam e il gestore Terna. Anche in questo caso il Tesoro beneficerebbe dunque di una doppia entrata dalla cessione dello stesso bene, perché SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 121 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Privatizzazioni: avanti, sempre più piano 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 122 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato ha già "privatizzato" le società di rete elettrica e del gas cedendole a Cdp. In questo caso però l'effetto è in parte attenuato dal fatto che Cassa Depositi ha messo entrambe le aziende in una holding e formalmente sarebbe quest'ultima ad andare sul mercato. In questo caso, chissà quanto seriamente, State Grid China avrebbe già segnalato un proprio potenziale interesse. Tempi più lunghi invece per l'Eni. Il progetto prevede che il gruppo dell'energia riacquisti azioni proprie in misura sufficiente a far salire la quota del Tesoro dal 30% al 33%, perché poi lo Stato possa vendere un altro 3% senza in teoria perdere il controllo in assemblea. Ma un'operazione così complessa non sembra fattibile entro fine anno. Quali che siano i dettagli e la solidità di questa o quella cessione, restano però almeno due domande di fondo. La prima riguarda Matteo Renzi, perché il neo-premier potrebbe voler cambiare o allungare la lista delle società pubbliche in vendita. Da sindaco di Firenze ha già ceduto (alle Ferrovie dello Stato) un ramo d'azienda dell'Ataf, la società comunale di trasporti pubblici. Nei suoi ultimi mesi a Palazzo Vecchio poi il neo-premier ha anche spianato la strada alla quotazione a Piazza Affari della Mukki, la centrale del latte di Firenze. È dunque possibile che Palazzo Chigi, per marcare la discontinuità con NEL DISCORSO PROGRAMMATICO DI RENZI NON C'È TRACCIA DI QUESTO CHE SEMBRAVA UN PROGETTO BASILARE. LE OPERAZIONI DOVREBBERO DARE UN GETTITO DI QUASI DIECI MILIARDI NEL 2014, MA SONO ANCORA MOLTI I PROBLEMI DA SUPERARE 1 2 Letta, ora inizi a spingere verso la dismissione di altre società di servizi locali in Italia. L'altro interrogativo irrisolto del piano di privatizzazioni ereditato dal Tesoro è però anche più radicale, perché riguarda la sua utilità. Perché vendere una tantum e in modo più o meno solido beni per 8 o 10 miliardi - meno dell'1% del Pil - quando i vincoli europei chiedono riduzioni del debito di dimensioni almeno triple su ciascuno dei prossimi vent'anni? Telos A&S, uno studio indipendente di relazioni istituzionali e consulenza, su questi aspetti raccoglie da mesi lo sconcerto di diversi grandi investitori esteri. Fra loro, riferisce Marco Sonsini di Telos A&S, è diffuso uno "scetticismo di fondo sulla reale efficacia del piano dismissioni" e sulla sua "razionalità economica" per la riduzione del rapporto fra debito e Pil. L'esperienza dimostra che il debito potrà scendere solo se l'Italia sarà in grado di intervenire sugli ingranaggi del sistema che ne frenano la crescita. «La più grande preoccupazione degli investitori - spiega Sonsini - è che il debito divenga insostenibile non per la sua dimensione in termini assoluti ma per la stagnazione dell'economia». Fare un po' di cassa in modo più o meno convincente può far guadagnare qualche tempo. Ma se Renzi non lo userà per mettere il Paese su tutt'altro sentiero di crescita, i grandi investitori globali non sono pronti a dargli più credito che ai suoi predecessori. LE OPERAZIONI SULLA PISTA DI DECOLLO ENAV Massimo Garbini , classe 1957, amministratore unico dell' Enav , di cui è anche dal 2009 direttore generale CDP RETI Giovanni Gorno Tempini , amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti ENI Nella foto, Paolo Scaroni , classe 1946, amministratore delegato dell' Eni dal primo giugno 2005 FINCANTIERI Giuseppe Bono , amministratore delegato del gruppo Fincantieri , creato in ambito Iri nel 1959 SACE Alessandro Castellano , amministratore delegato della Sace , gruppo assicurativo-finanziario di crediti all'export Foto: [ I PERSONAGGI ] Il neo-ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (1) e Fabrizio Pagani (2), il suo capo della segreteria tecnica Il piano di riacquisto delle azioni Eni da parte del Tesoro è stato rinviato ad un momento più conveniente Foto: Nella foto, Massimo Sarmi , ad del gruppo Poste Italiane dal maggio 2002 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) Poletti, un ministro da 140 miliardi così le coop vanno al governo Giovanni Valentini alle pagine 4 e 5 con un articolo di Giorgio Lonardi Roma Èun colosso a tre teste che fattura 140 miliardi di euro all'anno e incide sul Pil per circa l'8%. Una holding virtuale che raggruppa 43mila imprese, con un milione 200mila occupati e oltre 12 milioni di soci. Ed è proprio questa la "constituency" di quel variegato movimento cooperativo che ora arriva al governo con la nomina di Giuliano Poletti, già presidente di Lega Coop, a ministro del Lavoro. Annunciata ufficialmente nelle settimane scorse a Roma, dopo tre anni di "fidanzamento", l'Alleanza tricolore delle Cooperative italiane è la sua ultima creatura: "L'obiettivo - come ha spiegato lo stesso Poletti all'Assemblea nazionale - è quello di favorire il protagonismo sociale dei cittadini, in modo da formare una comunità di persone impegnate a realizzare la partecipazione attiva e responsabile alla vita collettiva e alla gestione dei beni comuni". C'è dunque un progetto condiviso di società alla base dell'intesa sottoscritta da Lega Coop, Confcooperative e Agci (Associazione generale cooperative italiane): quelle cioè che storicamente sono state considerate le cooperative rosse, bianche e verdi. "L'Alleanza secondo le parole di Poletti - è prima di tutto il contenitore di un pensiero nuovo, non semplicemente la razionalizzazione della rappresentanza". E con un totale di oltre un milione di occupati alle spalle, il neoministro può rivendicare a buon diritto il merito di aver sempre "creato lavoro" nel corso della propria attività. Queste sono oggi le cooperative di consumo e di governo. Al primo punto del loro programma, c'è "l'esigenza di promuovere opportunità di lavoro per i giovani, ma anche quella di far vincere in Italia l'idea di una nuova società e di una nuova economia". Più che di crisi, Poletti preferisce parlare perciò di "crisalide", cioè di una trasformazione come quella del bruco che diventa farfalla. "Il problema fondamentale che abbiamo davanti - continua il ministro nel suo eloquio colorito e torrenziale - si chiama equità, giustizia sociale. Io non credo che con le competenze, il know-how, la tecnologia, il sapere, la finanza, tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, l'umanità non sia in grado oggi di produrre beni, servizi, condizioni di vita migliori di quanto non ha fatto fino a ieri". E se questo però non accade? "Allora vuol dire che esiste un problema: non di quantità, ma di come viene distribuita la ricchezza che si produce". Ma qui il leader delle Coop avanza un'ipotesi che lui stesso considera "molto azzardata": "Penso che l'idea secondo cui l'equità, nelle società avanzate come la nostra, si riproduce per via fiscale, è un'idea priva di qualsiasi fondamento. Nel momento in cui la forbice tra i redditi più bassi e quelli più alti si allarga a dismisura, non c'è nessun fisco in grado di gestire una distanza così grande. E si tratta di un fatto non solo eticamente riprovevole, ma anche economicamente drammatico perché inceppa i meccanismi della domanda, della produzione, della circolazione dei beni e delle merci". Quale può essere, dunque, la soluzione praticabile? Qual è la via d'uscita? "Bisogna provare a immaginare che, all'interno del pluralismo delle forme di impresa, deve avere un posto importante una forma di impresa che ha nelle sue regole fondanti l'equa distribuzione delle ricchezza tra coloro i quali partecipano a produrla". Nelle Cooperative vige infatti la regola "una testa, un voto": "E se i soci hanno tutti un voto ciascuno, è piuttosto improbabile che decidano di dare a se stessi 1 euro e a qualcun altro 400 o 4.000 euro". Né Poletti né gli altri partners dell'Alleanza tricolore, il presidente dell'Agci Rosario Altieri e quello di Confcooperative Maurizio Gardini, pensano evidentemente a una sorta di "Repubblica delle Cooperative". Il campo d'intervento delle loro organizzazioni è quello del "terzo settore" fra Stato e mercato. "La governance democratica dell'impresa cooperativa - ribadisce ancora il ministro - produce un effetto economico, ridistribuisce in maniera più equilibrata la ricchezza; contribuisce, insomma, ad attutire il problema dell'iniquità o della diseguaglianza generale". Proprio in questo "humus" è maturata l'esperienza che ha portato Poletti alla guida del ministero del Lavoro, il più esposto ai contraccolpi della crisi economica e sociale. Da qui, la necessità di una "piccola rivoluzione culturale" auspicata dal neo-ministro: "In questo Paese, c'è in tanti l'idea che l'impresa è un guaio che va sopportato perché dà lavoro, ma se si potesse sarebbe meglio non averlo perché l'impresa è il posto dove si sfrutta il lavoro. Qualche volta è vero, ma molte SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 123 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato [ IL CASO ] 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 124 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato volte non è così. L'impresa è una condizione, un'infrastruttura sociale indispensabile se vogliamo avere il lavoro". Lui stesso perciò rilancia: "Dobbiamo cominciare a pensare che l'impresa è un bene della collettività e che il 1° maggio sarebbe giusto celebrare la Festa del lavoro e dell'impresa". Quella a cui mira il movimento cooperativo è, quindi, "un'economia sociale e solidale". E Poletti aggiunge anche "liberale, perché deve essere nel mercato, deve essere capace di competere, deve essere efficiente, efficace e capace di interpretare questa modernità". Il modello, insomma, è quello del "liberalismo comunitario" a cui s'ispirava l'attività sociale di un imprenditore illuminato come Adriano Olivetti. Per valutare la consistenza e l'impatto dell'Alleanza tricolore, di cui il nuovo ministro del Lavoro è stato l'artefice principale, si può ricordare che un italiano su cinque e socio di una cooperativa e che uno su tre acquista nelle cooperative. I settori in cui operano le imprese aderenti vanno da quello dell'abitazione, con 2.200 occupati e un fatturato di 1,8 miliardi di euro, a quello agro-alimentare che realizza una produzione "made in Italy" di circa 35 miliardi. Poi vengono le Banche di credito cooperativo (13,4% sul totale degli sportelli bancari e una raccolta diretta di 157 miliardi); la distribuzione e il consumo al dettaglio (34% del mercato e un fatturato di 28 miliardi); i servizi e le utilities (16mila imprese con 500mila addetti); e infine la cooperazione sociale con 355mila occupati che eroga servizi socio-sanitari a 7 milioni di persone. All'interno delle cooperative, le donne sono la maggioranza degli occupati (52,8%) e rappresentano il 25% della governance. Rilevante la presenza degli stranieri, con 290mila lavoratori. Nel settore del consumo, Coop è il marchio leader con una quota di mercato del 18,5%, un fatturato di oltre 13 miliardi, 1.470 strutture di vendita sul territorio nazionale e 56mila addetti. Ma è anche una rete di imprese che appartiene a 7 milioni e 900mila soci. Nel comparto del dettaglio, le sigle più rappresentative sono Conad, Sigma, Crai, Coal, con un totale di 8mila punti vendita, 70mila occupati, un giro d'affari pari a 20 miliardi e una quota di mercato del 17,4%. Tra le sei maggiori imprese della grande distribuzione, una recente indagine della rivista "Altroconsumo" ha attribuito a Coop il primato nella graduatoria degli standard qualitativi, in ordine ai rapporti con i fornitori e alle politiche di prezzo. "L'impegno etico - si legge nella motivazione - è autentico, trasparente e condiviso". Mentre la crisi economica scatena la "guerra dei prezzi" sul mercato, provocando l'abbassamento della qualità dei prodotti e del loro assortimento, l'insegna Coop - secondo "Atroconsumo" - "è l'unica che può dimostrare di attuare tutte le politiche etiche che dichiara", garantendo che "i fornitori corrispondano il salario giusto ai dipendenti e termini di pagam e n t o e d i p r o d u z i o n e ragionevoli". Ora che le cooperative sono arrivate nella "stanza dei bottoni", c'è da augurarsi che i valori fondamentali di questo movimento - come l'equità, la solidarietà, il consumo etico possano trovare applicazione concreta nell'azione di governo. E non solo nel campo del lavoro, presidiato adesso da Poletti, ma più in generale in tutto il sistema produttivo ed economico del Paese. 1 Foto: Giuliano Poletti Foto: Nel grafico, la ripartizione dei ricavi della Alleanza delle Cooperative per settore economico: l'agroalimentare è quello più corposo. Dal punto di vista geografico, il 76% del valore prodotto è localizzato nelle regioni del nord Foto: il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini (1) e quello dell'Agci Rosario Altieri (2) Qui sopra, il neoministro del Lavoro Giuliano Poletti , già presidente di Lega Coop 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) Pitruzzella "L'Antitrust è in campo" Giovanni Pitruzzella * Illustre Direttore, leggo sul numero di Affari e Finanza di lunedì 24 febbraio un articolo di Federico Fubini dal titolo "L'Antitrust fantasma-cartelli e spot ingannevoli nessuno il persegue più" in cui sono contenute diverse inesattezze e molte omissioni, come si può peraltro evincere già solo dalle informazioni presenti sul sito dell'Autorità. Sono indispensabili alcune precisazioni. Per quanto attiene ai c.d "raid" presso le imprese di cui, ad avviso dell'Autore, si sarebbe persa memoria, tra il 2012 e il 2013 sono state ispezionate 256 imprese (ovvero più che nei due anni precedenti e quasi il doppio della media annuale di sempre) di cui 149 per ragioni legate a possibili illeciti concorrenziali. Il minor numero di concentrazioni vagliate dall'Autorità nel 2013, invece, dipende non da una inerzia dell'Antitrust ma dalle modifiche legislative intervenute che, avendo cambiato le soglie oltre le quali le imprese devono comunicare l'operazione, hanno ridotto di quasi il 90% il numero delle operazioni notificate. In ogni caso, negli ultimi due anni la percentuale di istruttorie rispetto ai casi notificati è stata la più elevata di sempre. segue a pagina 10 segue dalla prima In relazione alle concentrazioni, ricordo che l'operazione Unipol-Fonsai è stata dapprima sospesa, poi autorizzata con il vincolo di severe prescrizioni e, da ultimo, oggetto dell'avvio di una procedura di inottemperanza che potrebbe concludersi con una sanzione. Già questi primi dati consentono di ritenere quantomeno affrettata l'affermazione, contenuta nell'articolo, secondo cui l'Antitrust sarebbe "una polizia stradale che si tiene alla larga dalle principali arterie del traffico". È sufficiente rivolgere uno sguardo alle istruttorie concluse (tutte però, non solo alcune) e a quelle in corso, per avere la percezione del raggio di azione dell'attività svolta. A titolo esemplificativo, ricordo nel settore delle telecomunicazioni, la sanzione di 104 milioni erogata nel 2013 a Telecom Italia per abuso di posizione dominante e i due procedimenti in corso relativi a possibili cartelli. Analoghe istruttorie per intesa sono in corso nel settore delle assicurazioni, una relativa al comportamento delle compagnie assicuratrici in relazione al divieto di plurimandato, la seconda relativa a un possibile cartello nell'Rc auto del trasporto pubblico locale. Nel settore postale l'Antitrust ha imposto a Poste Italiane di pagare l'Iva su servizi aperti alla concorrenza, eliminando un ingiustificato privilegio che falsava la competizione e arrecava danno all'erario. Anche l'importanza del turismo nel nostro paese non è sottovalutata dall'Antitrust, che ha condannato per intesa le imprese operanti nel trasporto marittimo in Sardegna, ha in corso due istruttorie e ha chiuso diversi procedimenti per pratiche commerciali scorrette (dal settore aereo alle agenzie di viaggi online). Ovviamente, doveroso è il riserbo su ulteriori denunce nel settore del turismo. Ancor più stupore desta il riferimento al farmaceutico, che ha visto l'Antitrust italiana in prima fila in Europa nel fronteggiare condotte anticoncorrenziali delle grandi imprese: la rete delle autorità europee sta attendendo con interesse la chiusura delle tre istruttorie in corso e il Consiglio di Stato ha da poco confermato la sanzione di 10,6 milioni comminata nel 2012 alla Pfizer per abuso di posizione dominante a danno della possibilità per gli utenti e per il Ssn di utilizzare i più economici farmaci generici. L'elenco potrebbe proseguire, facendo riferimento ai casi in corso o già chiusi nel settore della grande distribuzione, in quello ferroviario, dell'energia e dei servizi pubblici locali. Il settore dei servizi pubblici locali e delle società pubbliche è stato il principali ambito di applicazione, contrariamente a quanto si sostiene nell'articolo, del nuovo potere di impugnazione degli atti amministrativi lesivi della concorrenza, da esercitare previo parere motivato che il più delle volte ha condotto le Amministrazioni a fare retromarcia e a modificare i propri atti nel senso (pro-concorrenziale) indicato dall'Antitrust. Quanto alla scarsa diffusione dei "pentiti" (i programmi di clemenza) negli ultimi anni, l'Autorità ha scelto di privilegiare lo strumento sanzionatorio proprio per dare un segnale di deterrenza al mercato e, di conseguenza, indurre una maggiore adesione delle imprese al programma di clemenza. Così, negli ultimi due anni, l'Autorità ha chiuso le istruttorie per intesa o abuso con l'irrogazione di una sanzione molto più frequentemente che in passato (62% contro il 36% della media). Altrettanta attenzione è stata dedicata dall'Autorità alla tutela del consumatore, ambito nel quale il minor numero di procedimenti è derivato SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 125 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato [ LA LETTERA ] 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 126 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato esclusivamente dalla limitazione a intervenire nei settori regolati, conseguente a un orientamento della giurisprudenza e a previsioni legislative che hanno precluso l'azione dell'Antitrust, che è invece proseguita senza titubanze in tutti i settori non regolati, con risultati apprezzati in Europa (dal caso Apple alle sanzioni alle compagnie low-cost, alla lotta alla contraffazione internazionale, portata avanti con strumenti innovativi ed oggetto di riconoscimenti internazionali). Non è un caso che il legislatore sia di recente intervenuto per restituire all'Autorità la competenza piena sulle pratiche commerciali scorrette, anche nei settori regolati, con una norma di imminente entrata in vigore. Infine, tengo a precisare che la mia retribuzione, come facilmente desumibile dal sito della Autorità, non gode di alcuna deroga rispetto al limite di 301mila euro fissato per tutti gli incarichi di vertice e non è, quindi di 450mila euro. L'unico scopo di queste considerazioni è quello di offrire ai lettori dati corretti e completi sull'attività dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato; spetterà poi ai cittadini valutare la bontà dell'azione svolta, con l'intima convinzione dell'utilità di ogni critica che, se costruttiva e fondata su dati effettivi, non potrà che fungere da stimolo all'ulteriore miglioramento dei risultati raggiunti. * Presidente dell'Autorità Antitrust 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) Consumi, trend e stili di vita l'Osservatorio Conad-Nielsen per le famiglie Paola Jadeluca Consumi, trend e stili di vita l'Osservatorio Conad-Nielsen per le famiglie/ a pagina 23 Roma Appena partito il programma Masterchef si era registrata un'impennata di vendite di farine, uova e tutti gli ingredienti per preparare gustosi piatti fai-date . Nel momento più buio della crisi, invece, era emerso un dato che all'inizio aveva portato a interpretazioni errate: crescevano i consumi degli over 65. «Se ci fossimo attenuti al dato in senso stretto avremmo dovuto dare il via a una campagna di focalizzazione sui prodotti per anziani - racconta Francesco Pugliese, direttore generale Conad - invece attraverso un'analisi dettagliata del basket d'acquisto è emerso che dentro c'erano i prodotti per i figli, a partire dai pannolini per i nipotini»: scontrino dopo scontrino, prima ancora che negli istituti di ricerca è alla cassa del negozio e del supermercato che è stato intercettato al suo nascere il fenomeno del welfare generazionale . La mamma e il nonno che fanno la spesa per figli e nipoti. E' solo un esempio delle mille realtà che possono emergere analizzando i comportamenti d'acquisto quotidiani delle persone. Una lettura sul campo capace di intercettare in anteprima i più piccoli spostamenti di trend e di opinione degli italiani, prima ancora di interviste a campione o survey accademiche. Ecco, è nato cosi - dall'idea di mettere a frutto anche all'esterno questo flusso di informazioni Osserva Italia (www.osservaitalia.it) il sito realizzato da Repubblica Affari & Finanza, all'interno della sezione Economia del portale di Repubblica.it, in collaborazione con Conad e Nielsen. Una piattaforma comune che mette insieme tre punti di vista diversi. Partiamo dal primo, quello di Conad, appunto: ogni settimana 7,2 milioni di famiglie entrano in uno dei 3.037 punti vendita Conad: la più grande cooperativa di imprenditori associati, con oltre 3mila soci in tutta Italia e con un fatturato che, nonostante la crisi, cresce anche nel 2013 del 5% pari a 11,5 miliardi di euro (+92% negli ultimi dieci anni). Come gli uffici postali, il network Conad ha una distribuzione capillare sul territorio, dal nord al sud. Antenne lunghe che arrivano nelle aree metropolitane come nei centri minori. Abbiamo poi Nielsen, la più famosa multinazionale delle analisi di mercato, presente in oltre 100 Paesi, un'azienda globale specializzata nella misurazione dei comportamenti dei consumatori, anche sulla tv, sull'online e sugli altri media. Il gruppo, guidato per l'Italia da Giovanni Fantasia, misura e analizza cosa, dove e con quale frequenza acquista nei punti di vendita, i motivi delle sue scelte, la fruizione e il consumo dei media, con approfondimenti sui diversi schermi utilizzati (televisione, pc, smartphone, tablet). «Gli stimoli ricevuti nel corso degli ultimi anni sono stati ricchi e numerosi per effetto di cambiamenti determinati non solo dall'attuale situazione economica ma anche da innovazioni e tendenze di lungo periodo», racconta Giovanni Fantasia. Nielsen fornirà a sua volta oltre alla rilevazione settimanale, una mensile e una trimestrale che registrano le variazioni raggruppate in sei diversi panieri che rappresentano le principali categorie merceologiche di acquisto. A gennaio 2014 rispetto all'anno prima, per esempio, ben quattro panieri presentano incrementi: "benessere e salute", a testimonianza del crescente interesse per la qualità dell'alimentazione; rialzi consistenti fanno registrare anche "consumer trendy" e "chef a casa". Infine l'apporto giornalistico che fa da comune denominatore, metabolizzando e raccontando numeri e trend nell'ambito di scenari d riferimento, con interviste e commenti che spiegano e approfondiscono le novità di volta in volta emergenti. Un osservatorio quotidiano sull'andamento dei consumi degli italiani, sulle loro scelte, sugli stili di vita e sulle aspettative per il futuro. Una piattaforma multimediale che viaggia online con il sito dedicato; sulla carta con i focus mensili di Affari&Finanza pubblicati l'ultimo lunedì di ogni mese; sul territorio con convegni che coinvolgeranno i protagonisti della vita economica nazionale. Osserva Italia online propone tre appuntamenti fissi che fotografano, grazie alle elaborazioni fornite da Nielsen, con stile e numeri esclusivi il reale andamento dei consumi e dell'economia italiana. Ogni settimana il trend dei fatturati della Gdo in Italia, diviso per le cinque aree Nielsen. Ogni mese l'andamento di sei panieri esclusivi elaborati da Nielsen per misurare l'effettivo trend del costo della vita. Un indice reale dei consumi e delle spese degli italiani, monitorato giorno per giorno, Ogni trimestre l'indice di fiducia degli italiani con un'analisi dettagliata non solo SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 127 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato economia italiana 03/03/2014 La Repubblica - Affari Finanza - N.8 - 3 marzo 2014 Pag. 1 (diffusione:581000) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 128 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato dei consumi, ma anche degli stili di vita e delle aspettative della famiglie. Osserva Italia svilupperà poi, ogni giorno, storie e racconti, fatti e numeri, inchieste e interviste sull'economia reale con l'obiettivo di diventare contemporaneamente un contenitore e un "media" innovativo per raccontare e capire l'economia del Paese. 1 2 Foto: Nei grafici, i risultati della prima rilevazione condotta da Osserva Italia , il portale Web realizzato da Affari & Finanza con la collaborazione di Conad e della Nielsen e che è online all'indirizzo www.repubblica.i t/economia/rapp orti/osservaitalia/ Qui sopra, il direttore generale della Conad Francesco Pugliese (1) e l'amministratore delegato di Nielsen Italia Giovanni Fantasia (2) 03/03/2014 Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014 Pag. 1 Euro troppo forte: un pericolo da non ignorare Danilo TAINO Sembra che stiamo assistendo alla fine - forse prematura ma prevedibile - del G20. Nel 2009, quando il vertice delle economie più rilevanti del mondo si riunì a Londra nel pieno della crisi finanziaria, l'emergenza e la paura di una catastrofe globale concentrarono le menti: furono prese misure di salvataggio coordinate. Oggi, a crisi superata almeno in qualche regione, ognuno va per i fatti suoi, come si è visto al G20 australiano di dieci giorni fa. Comprensibile. Senonché nel mondo ci sono Paesi con responsabilità diverse. Il governatore della banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ha di recente denunciato l'assenza di coordinamento internazionale di fronte alla manovra, pienamente in atto, di riduzione dell'immissione di liquidità nel sistema operata dalla Federal Reserve americana. Operazione che ha provocato un'uscita di capitali da una serie di economie emergenti e conseguenti tensioni. Ora: se queste economie, quella indiana in testa, fossero state gestite meglio dai loro governi le conseguenze sarebbero minime. Però è indiscutibile il fatto che, ogni volta che la Fed cambia politica - anche a causa di errori domestici -, sui mercati mondiali si creino onde alte. La nuova presidente della banca centrale americana, Janet Yellen, ha garantito al Congresso di Washington che il suo solo riferimento è l'economia Usa, e dal punto di vista della legittimità democratica è giusto che sia così. Ciò non toglie che forme di coordinamento nel G20 possano essere utili anche quando non si ha la pistola della crisi puntata alla tempia. Ad esempio per evitare battaglie valutarie. Per dire qualcosa che ci riguarda: nonostante l'aumento dei tassi d'interesse in America, il dollaro resta debole rispetto all'euro; e il recente improvviso deprezzamento del renminbi cinese pone altri problemi di competitività all'economia dell'Eurozona, anche alle esportazioni italiane fuori dal continente. Problema molto serio, la forza dell'euro, nella stagnante Europa. Non contiamo però sul G20. @danilotaino © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 129 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato IL PUNTO 03/03/2014 Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014 Pag. 1 ROBERTO E. BAGNOLI E DOMENICO COMEGNA La crescita zero dell'economia danneggia i futuri pensionati perché nel sistema contributivo la rivalutazione del montante (il gruzzolo che diventa poi l'assegno) è legata all'aumento del Pil. Ecco i calcoli per capire che cosa succede e una simulazione per conteggiare quanto bisognerebbe investire in previdenza integrativa per parare i colpi Alle pagine 18 e 19 La brusca frenata dell'Azienda Italia blocca la crescita dei contributi dai quali otterremo le nostre pensioni. La rendita non riesce a star dietro all'inflazione, con una perdita secca in termini di potere d'acquisto. E la coperta rischia di essere sempre più corta. Il collegamento tra rivalutazione dei contributi accantonati e la crescita del Pil - che ultimamente invece di salire scende o al massimo resta fermo - è uno dei meccanismi meno evidenti della macchina previdenziale. Eppure va tenuto d'occhio e pesato con attenzione. Vediamo perché. Esempio Prendiamo un dipendente trentenne che andrà in pensione a 67 anni e un mese. Il rapporto fra la sua pensione e la sua ultima retribuzione può arrivare al 71% se il Pil cresce del 2% in termini reali, cioè al netto dell'inflazione: un'ipotesi che, con l'andamento dell'economia negli ultimi anni, appare poco probabile. Se il Pil non aumenta (come succede ora) la copertura si riduce al 49%, precipitando del 22%. Anche per un autonomo il divario è pesante: dal 50% se l'economia tira si scende al 35% se, invece, è in recessione. Ed è quello che avvenuto negli ultimi anni nel nostro paese, come conferma il dato recentemente pubblicato dall'Istat sul Pil nel 2013. Malgrado un primo segnale di ripresa nell'ultimo trimestre (+0,1% rispetto a quello precedente), anche l'anno scorso il Prodotto interno lordo è diminuito, con il -1,9%, che segue il -2,5% del 2012. A partire dal 2000 ci sono stati quattro anni di recessione: 2008, 2009, 2012 e, appunto, 2013. Che cosa vuol dire per le pensioni? Progetica, società di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria, ha provato a fare qualche simulazione. «Insieme all'andamento della speranza di vita e alla dinamica di carriera, nel sistema contributivo la crescita economica rappresenta una delle tre variabili che incidono sul montante e quindi sulla pensione», spiega Andrea Carbone, partner di Progetica. «E il contributivo interessa ormai la stragrande maggioranza dei lavoratori: riguarda in modo integrale o parziale tutti gli iscritti all'Inps, e buona parte di quelli che fanno capo alle altre casse previdenziali». La riforma Dini del 1995 ha stabilito che il montante contributivo (il gruzzolo finale che viene poi convertito nell'assegno pensionistico) viene rivalutato in base alla media del Pil nei cinque anni precedenti. «Questo meccanismo attenua i picchi annuali, ma di fronte al -5,5% del 2009 non c'è media quinquennale che tenga - sottolinea Carbone -. Dunque a partire dalla media del 2010, che si basa sul quinquennio 2005-2009, i contributi vengono rivalutati meno dell'inflazione». Le simulazioni mostrano cosa succederà se, da oggi al momento del pensionamento, il Pil dovesse continuare ad essere quello di un Italia in crisi. Oppure se si convertirà in uno scenario di crescita moderata e sostenuta, con tassi rispettivamente dello 0, 1% e 2% in termini reali (cioè al netto dell'inflazione). Le conseguenze sul tasso di copertura - il rapporto tra pensione e ultimo reddito - saranno tanto più ampie man mano che diminuisce l'età e ci si allontana dal pensionamento. Così, per esempio, per un dipendente quarantenne si andrà dal 49% al 57% e al 66%: per un cinquantenne dal 65% del primo caso, al 70% del secondo e al 76% del terzo. Negli esempi l'età di pensionamento dei 30enni e 40enni è inferiore a quella dei 50enni perché, a differenza di questi ultimi, i primi ricadono integralmente nel contributivo. E in questo sistema si può accedere alla pensione con 63 anni (incrementati secondo la speranza di vita), invece dei normali 66 richiesti per il trattamento di vecchiaia. Ma solo se l'assegno pensionistico è superiore a 2,8 volte l'assegno sociale (5.819 euro nel 2014): nelle simulazioni s'ipotizza che entrambi i profili superino questa soglia. SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 130 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Previdenza Pensioni più basse Ecco i conti di quanto perdiamo 03/03/2014 Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014 Pag. 1 SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 131 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Effetti pesanti Le simulazioni di Progetica mostrano anche il potenziale impatto sull'assegno pensionistico provato dalla grave recessione del biennio 2008-2009 (-6,7%) e 2012-2013 (-4,4%). E il conto è decisamente pesante: per un dipendente 50enne con un reddito mensile netto di 2mila euro, il taglio rispetto all'assegno che si avrebbe con un'economia che tira è di quasi cento euro al mese. Una differenza che, rapportata all'aspettativa media di vita al pensionamento, determina una riduzione complessiva di quasi 24.900 euro. «Le simulazioni hanno sostituito quei quattro anni di recessione con un Pil positivo del 2%, e lo stesso valore è stato utilizzato per stimare la crescita media futura - spiega Carbone -. Più tempo si ha per recuperare, come nel caso dei giovani, minore sarà il calo potenziale del vitalizio». www.iomiassicuro.it © RIPRODUZIONE RISERVATA Fonte: Swg GLI ITALIANI E LA PREVIDENZA Dopo le riforme del sistema previdenziale, per garantirsi una pensione adeguata, lei pensa che le persone dovranno ricorrere a forme di previdenza integrativa: S. Avaltroni ? 12% Senza troppa fretta 41% Prima possibile 3% Non sarà necessario 44% Con una certa urgenza Ipotesi demografiche: scenario Istat previsionale medio. Ipotesi lavorative: crescita reale annua retribuzione 1,5% Altre ipotesi: Date di nascita e di inizio contribuzione: 1° giugno età di inizio contribuzione: 25 anni . Continuità lavorativa dai 25 anni fino al momento del pensionamento. Reddito prima del pensionamento: 2.000€ netti mensili. Tutti i valori sono espressi a parità di potere di acquisto (reali) e al netto della fiscalità. Assegno pensionistico > 2.8 volte l'assegno sociale (requisito pensione anticipata). Speranza di vita: media M-F tavole IPS55 Fonte: e laborazioni Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria Ipotesi demografiche: scenario Istat previsionale medio. Ipotesi lavorative: crescita reale annua retribuzione 1,5% Altre ipotesi: date di nascita e di inizio contribuzione: 1° giugno. Età di inizio contribuzione: 25 anni. Continuità lavorativa dai 25 anni fino al momento del pensionamento. Reddito prima del pensionamento: 2.000€ netti annui. Tutti i valori sono espressi a parità di potere di acquisto (reali) e al netto della fiscalità. Assegno pensionistico > 2.8 volte l'assegno sociale (requisito pensione anticipata) La sforbiciata Di quanto si è ridotta la pensione mensile a causa delle recessioni 2008-2009-2012-2013 rispetto a una crescita del Pil del 2%. E a quanto ammonta la perdita totale ipotizzando la durata della vita media. Dati in euro ...e l'impatto sulle pensioni L'andamento della media quinquennale del Pil dal 2000 che viene usata nel metodo contributivo. Nota: l'Inps usa la media nominale; i dati si riferiscono a quella reale, al netto dell'inflazione Cercasi sviluppo Come cambia il tasso di copertura, cioè il rapporto tra pensione e ultimo stipendio a seconda del tasso di crescita del Pil. Con una crescita al 2% il tasso di copertura può aumentare anche del 22%0,1%Il Pil nell'ultimo trimestre del 2013: un segnale di arresto della caduta? 03/03/2014 Corriere Economia - N.8 - 3 febbraio 2014 Pag. 13 Lezioni americane: le micro-imprese tech possono diventare un motore della crescita Eppur si muove. La difficoltà delle Pmi a finanziarsi è ormai un fatto conclamato. E non a caso una delle prime promesse del nuovo governo riguarda proprio il modo di affrontare questo tema. La ritrosia delle banche pressate da Basilea III, e da sofferenze di livello drammatico, hanno reso la situazione davvero preoccupante, talvolta insostenibile. In tutto ciò si è creato negli anni un vero e proprio dualismo nel sistema economico che si traduce in un trattamento differenziato tra le imprese che si sono ristrutturate, che hanno investito in ricerca e che si sono aperte ai mercati internazionali, rispetto a quelle focalizzate sul mercato domestico che si trovano spesso in grande difficoltà. Rafforzare la patrimonializzazione delle imprese, sottocapitalizzate rispetto ai concorrenti europei, è sempre più una priorità. Da questo punto di vista - purtroppo solo per le aziende più dinamiche - si stanno però aprendo nuove prospettive. Il successo che sta riscuotendo Aim Italia arriva dopo una lunga serie di fallimenti nel tentativo di creare un mercato specializzato per le Pmi, quindi va considerato con prudenza. Sino ad ora banche non sufficientemente attente a promuovere il ricorso all'equity, l'assenza di investitori dedicati ed eccessi di costi e formalismi ne avevano impedito il decollo. Il confronto con il mercato specializzato di Londra è tuttora impietoso. Ma la situazione sta cambiando rapidamente. Pmi dinamiche mettono in fila investitori internazionali e cresce una nuova realtà di operatori specializzati. Aim Italia - il mercato delle small cap - presenta attualmente trentanove società quotate, di cui quindici collocate nel 2013 e già tre nel 2014. La capitalizzazione complessiva a fine febbraio supera quota 1,3 miliardi, i capitali raccolti complessivamente con le offerte pubbliche sono di 336 milioni di euro (168 nel 2013, con l'indice Ftse Aim Italia che ha segnato un +14.6%, a cui si deve aggiungere un altro 4,8% da inizio 2014). L'ultima arrivata a febbraio - Expert System società tecnologica di Modena, che vende prodotti per la sicurezza anche sul mercato Usa - ha esordito con un +13%, con ampia partecipazioni di investitori. Guardiamo un attimo agli Stati Uniti. Se consideriamo Apple, Google, Facebook, Amazon, EBay, Yahoo, LinkedIn e Twitter (in rigoroso ordine di valore di mercato) la capitalizzazione di queste otto società nel 2003 era di poco superiore a 20 miliardi di dollari. Ora il loro valore sfiora i 1.400 miliardi di dollari. Se si pensa che il contributo al Pil di tutte queste aziende messe insieme si può stimare in circa 150 miliardi di dollari, si comprende quanto rilevante sia stato l'effetto ricchezza creato per i cittadini di quel Paese dall'essere diventate «public». Quasi dieci volte il Pil generato direttamente. Il paragone può sembrare persino ridicolo se trasferito dalle nostre parti, ma quel miliardo e trecento milioni di ricchezza creata e diffusa grazie al mercato azionario può essere l'embrione, il tassello fondamentale di una nuova crescita. Occorre coltivare questo germoglio, senza sovraccaricarlo di aspettative (e di burocrazia), sapendo che questa strada è irrinunciabile se vogliamo rafforzare la parte più dinamica del tessuto imprenditoriale italiano. E tornare finalmente a crescere sul serio. © RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 132 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato L'analisi 01/03/2014 Milano Finanza - N.043 - 1 marzo 2014 Pag. 8 (diffusione:100933, tiratura:169909) Eurotower d'avorio Marcello Bussi In Europa «avremmo bisogno di più inflazione». Parola di Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma. Non sembra pensarla allo stesso modo il presidente della Bce, Mario Draghi, che giovedì 27 febbraio a un convegno organizzato a Francoforte dalla Bundesbank, ha ribadito che «chiaramente non siamo in deflazione» e «non ci sono indicazioni di consumatori che rinviano le spese, cosa che osserveremmo in un contesto deflazionistico». Quanto all'inflazione, che resta ben al di sotto dell'obiettivo della Bce, cioè una variazione dell'indice dei prezzi al consumo prossima al 2%, Draghi non ha dato segni di particolare preoccupazione. E così gli economisti hanno cominciatoa pensare che giovedì 6 marzo la Bce rimarrà ancora una volta con le mani in mano, senza prendere nuovi provvedimenti. Il sentiment sui mercati è tale che venerdì 28 è bastato che il tasso di inflazione in Eurolandia a febbraio fosse leggermente più alto delle attese (+0,8% invece dello 0,7%), ma fermo ai livelli di gennaio, per provocare un breve ribasso delle borse. Mentre gli economisti di Intesa Sanpaolo ritengono che un taglio dei tassi d'interesse alla riunione del 6 marzo «sia una decisione appesa a un filo», secondo Janet Herny, economista di Hsbc, la Bce rimarrà ferma, ma sarà costretta a introdu rre «ulteriori misure di aumento della liquidità nei prossimi mesi, per rispondere ai rischi al ribasso dei prezzi». Di queste possibili misure si parla da tempo,e vanno da un taglio dei tassi d'interesse di 15 punti base allo 0,10% alla mancata sterilizzazione degli acquisti di titoli di Stato, dal tasso negativo sui depositi per impedire alle banche di parcheggiare liquidità in Bce, al lancio di una nuova operazione di rifinanziamento a lungo termine delle banche (Ltro). Davvero non si capisce cosa induca Draghi ad aspettare, se non la linea durissima della Bundesbank. Nel frattempo la situazione continua a peggiorare, soprattutto in Italia. Venerdì 28 Eurostat si è limitato a dare il dato sull'inflazione in Eurolandia, senza entrare nei dettagli dei vari Paesi membri. Ma l'Istat ha diffuso quello dell'Italia, dove l'indice dei prezzi al consumo a febbraio è sceso al +0,5% su base annua dal +0,7% di gennaio, al nuovo minimo dal 2009, mentre rispetto al mese precedente ha segnato un -0,1% (l'indice armonizzato Ue è sceso addirittura dello 0,3%). La Bce sembra dimenticare che livelli così bassi d'inflazione rendono ancora più pesante il fardello del debito pubblico. E non spingono certo le imprese a fare nuovi investimenti. Il tutto mentre la situazione del mercato del lavoro resta drammatica. Sempre venerdì 28 l'Istat ha diffuso il dato sulla disoccupazione in Italia, salita a gennaio al 12,9%, il nuovo massimo storico. Paolo Mameli, economista del Servizio Studi di Intesa Sanpaolo, ha sottolineato che gli occupati sono scesi di appena8 mila unità, ma l'aumento consistente della forza-lavoro (+52 mila) ha fatto sì che il numero dei disoccupati crescesse in misura significativa (di 60 mila unità). «Il miglioramento congiunturale», ha spiegato De Nardis di Nomisma, «attenua gli effetti di scoraggiamento e favorisce il ritorno di più persone, in particolare nelle famiglie in difficoltà, alla ricerca attiva di un posto di lavoro. Ma se la ripresa viaggia su ritmi troppo modesti il risultato di questi movimenti non può che essere un aumento del tasso di disoccupazione». E altri segnali negativi vengono dal fatto che il tasso di occupazione (rapporto tra occupati e popolazione) è rimasto fermo al 55,3%, che rappresenta un minimo della serie storica, e soprattutto che il tasso di disoccupazione giovanile (nella fascia di età 15-24 anni) ha toccato un nuovo massimo storico a 42,4% (in Eurolandia solo in Grecia e Spagna si registra una disoccupazione più elevata tra i giovani). In totale, i senza lavoro in Italia sono quasi 3,3 milioni. Dopo aver visto questi dati, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha subito twittato: «La disoccupazione è al 12,9%. Cifra allucinante, la più alta da 35 anni. Ecco perché il primo provvedimento sarà il JobsAct». Che si muova, perché dalla Bce sembra non siano disposti a dare alcuna mano. (riproduzione riservata) Quotazioni, altre news e analisi su www.milanofinanza.it/bce INFLAZIONE AREA EURO INFLAZIONE ITALIA 31 gen '13 28 feb '14 31 gen '13 28 feb '14 INFLAZIONE GERMANIA 31 gen '13 28 feb '14 INFLAZIONE FRANCIA INFLAZIONE SPAGNA 31 gen '13 31 gen '14 31 gen '13 28 feb '14 GRAFICA MF-MILANO FINANZA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 133 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato # ! EUROCRISI 01/03/2014 Milano Finanza - N.043 - 1 marzo 2014 Pag. 8 (diffusione:100933, tiratura:169909) La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Foto: Mario Draghi SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 134 01/03/2014 Milano Finanza - N.043 - 1 marzo 2014 Pag. 11 (diffusione:100933, tiratura:169909) PierEmilio Gadda Ultima chiamata per i capitali detenuti illegalmente all'estero. Secondo gli esperti di consulenza fiscale e legale, la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) disciplinata dal decreto n. 4 del 28 gennaio, in fase di conversione, potrebbe essere l'occasione definitiva per fare la pace con il fisco. Prima che sia troppo tardi. «In un mutato contesto internazionale e alla luce della sempre maggiore diffusione dello scambio di informazioni tra Stati promosse in sede Ocse, le strategie di occultamento di capitale e redditi oltre frontiera hanno le ore contate», avverte Gabriele Labombarda, partner di Bernoni Grant Thornton, intervenuto a un convegno organizzato a Milano dalla società di consulenza in collaborazione con Schroders Wealth Management. Va detto che il costo della voluntary disclosure è molto più elevato rispetto al precedente scudo fiscale: le imposte dovute devono essere pagate per intero, non c'è anonimato, è previsto solo uno sconto sulle sanzioni amministrative per omessa o errata compilazione del quadro RW, ridotte alla metà del minimo se il contribuente decide di rimpatriare capitali o mantenerli in Paesi «white list» (altrimenti il bonus è il 25% del minimo di legge), con una copertura solo parziale rispetto ad alcuni reati penali. Senza dimenticare gli oneri legati alla ricostruzione analitica dei redditi che servirono a costituire i capitali detenuti all'estero, con relativa documentazione. «Ma il confronto va fatto con i rischi di accertamento», sempre più difficili da eludere in vista dello scambio automatico dei dati e dell'accordo bilaterale con la Svizzera in fase di gestazione, chiarisce Labombarda. Ci sono situazioni in cui l'adesione alla procedura di autodenuncia è sostanzialmente ovvia. Il caso tipico è quello di un erede che intenda regolarizzare un lascito prodotto da redditi evasi in passato. Qui le sanzioni riguardano la sola omessa compilazione del quadro RW e, anche se si tratta di un Paese in black list, per esempio la Svizzera, e il periodo accertabile è di 10 anni, dal 2003 al 2012, il costo massimo sarà del 10% circa rispetto al capitale detenuto all'inizio della finestra temporale. «In caso di mancata adesione alla voluntary disclosure e di successivo accertamento da parte dell'amministrazione finanziaria il rischio è di pagare fino a un massimo del 99% del capitale iniziale». Ci sono ipotesi molto più onerose, come quella di capitali costituiti da imprenditori a seguito di evasione fiscale in periodi ancora accertabili, circostanza che richiederebbe il versamento di aliquote Irpef, addizionali Iva e interessi, più le sanzioni. A influenzare i costi della procedura sarà soprattutto il periodo in cui sono state costituite le attività all'estero, oltre che il luogo di detenzione dei capitali, l'entità degli stessi (soglie di rilevanza penale) e la tipologia degli attivi. In tema di rilievi penali, infine, Labombarda precisa: «L'adesione alla procedura mette al riparo dai reati di omessa e infedele dichiarazione ma costituisce solo un'attenuante per i reati di dichiarazione fraudolenta e utilizzo di fatture false». Nessun salvacondotto è contemplato per altri eventuali reati di natura tributaria o connessi all'evasione. (riproduzione riservata) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 135 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato Ultima chiamata per i capitali all'estero 02/03/2014 Il Fatto Quotidiano Pag. 7 (tiratura:100000) ALLO SVILUPPO DIETRO LA DEBUTTANTE FEDERICA C'È L'ETERNO PIERO GNUDI di Stefano Feltri e Valeria Pacelli Allo Sviluppo economico c'è un ministro ombra, Piero Gnu-di, l'ex presidente Enel, negli anni di gloria era noto come il "Cuccia di Bologna". È stata la prima nomina del ministro Federica Guidi: consigliere economico a titolo gratuito, una figura di cui i suoi due precedessori Corrado Passera e Pier Luigi Bersani non avevano sentito il bisogno. Ma per la Guidi, Gnudi è molto più di un consulente, è un mentore: 76 anni, amico da sempre di Guidalberto Guidi, il papà del ministro. Il commercialista di Bologna e l'industriale di Modena hanno fatto carriera insieme, negli anni Novanta sono stati commissari liquidatori della Filippo Fochi, azienda della meccanica molto indebitata con le banche, poi si sono incrociati sempre in Confindustria e dal 1998 al 2000 Gnudi è stato anche presidente del collegio sindacale della Ducati Energia, l'azienda della famiglia Guidi sui cui conti vigilava. AMICO DI TUTTI i politici bolognesi che contano, da Romano Prodi a Pier Ferdinando Casini, Gnudi non è più attivo nel grosso studio di commercialisti che ha fondato, ma ha ancora alcune cariche societarie. Presiede la Profingest, una società bolognese che si occupa di organizzare master in business administration post universitari. Tra gli alunni eccellenti della Profingest c'è proprio Federica Guidi che dopo gli studi ha lavorato un paio d'anni come analista finanziaria alla Rolo Finance, società di Rolo Banca di cui vicepresidente è stato dal 1996 al 2002 proprio Gnudi, poi Rolo è stata incorporata da Unicredit. La Profingest è di proprietà di Unicredit, di Unindustria Bologna, di Anci Emilia Romagna e dell'istituto per lo sviluppo del commercio e del turismo in Emilia Romagna. MENTRE LA GUIDI si dedicava all'associazionismo più che all'azienda, scalando i giovani di Confindustria fino a diventarne presidente nel 2008, Gnudi era presidente dell'Enel, dal 2002 al 2011, che di Confindustria è sempre più un pilastro (l'ad Fulvio Conti guida il centro studi). Da tre anni Gnudi è lontano dall'Enel, dopo essere stato ministro per il Turismo e gli affari regionali nel governo Monti oggi è tornato a fare il banchiere: è presidente della Fonspa, banca dalla vita recente difficile. Da poco è passata dall'americana Morgan Stanley - guidata in Italia dall'ex ministro del Tesoro Domenico Siniscalco - a una cordata di finanzieri italiani che la controlla tramite Tages Holding (con l'85 per cento), l'ad è Guido Lombardo, ex dirigente di Morgan Stanley, il presidente di Tagest è il banchiere d'affari Panfilo Tarantelli. Appena diventata ministro, Federica Guidi si è dimessa da vicepresidente di Ducati Energia, il rischio di conflitto di interessi era molto forte perché la società bolognese è fornitrice di molte pubbliche amministrazioni ed è tra gli aspiranti acquirenti di Bredamenarinibus, importante produttore di autobus che Fin-meccanica, controllata dal Tesoro, ha messo in vendita. La Guidi si è anche dimessa dal Fondo d'investimento sgr, era stata indicata dal ministero del Tesoro nel cda del fondo pubblico-privato che dovrebbe favorire lo sviluppo delle imprese italiane. Per Gnudi, che è soltanto un consulente gratuito, non ci sono parametri da rispettare sui conflitti di interesse anche se, di certo, tutti gli azionisti che tuttora gli danno fiducia come presidente saranno contenti di saperlo ben inserito nel governo Renzi. Si potrebbe notare, però, che Gnudi è l'ex presidente dell'Enel, cioè una delle aziende che più sono interessate all'operato del ministero dello Sviluppo: dalla Guidi dipenderanno decisioni pesantissime, come quelle sulla capacity payment (una forma di assicurazione per garantire la fornitura di energia, pagando i grandi produttori per tenere in attività anche centrali non remunerative), una partita che per il settore, quindi in gran parte per l'Enel, vale fino a 2 miliardi l'anno. Poi c'è il nodo dei sostegni alle centrali a olio combustibile, quasi tutte dell'Enel (e dall'Enel è arrivato anche il nuovo portavoce del ministro, Gerardo Orsini, ex capo ufficio stampa dell'azienda energetica). A CAPO DEL DIPARTIMENTO Energia del ministero c'era fino a dicembre un manager ex McKinsey, Leonardo Senni, poco propenso a concedere questi sostegni all'Enel e agli altri produttori. Senni ora è tornato nel settore privato. Prima di andarsene, l'ex ministro Flavio Zanonato ha riorganizzato il ministero con un'impostazione più verticistica: via i capi dipartimento, c'è solo un segretario generale, il bersaniano Antonio Lirosi. Quindi la Guidi dovrebbe avere sul ministero una presa più salda di Zanonato, mai SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 136 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato DA ENEL ALLE BANCHE, L'OMBRA FEDELE DEL MINISTRO GUIDI 02/03/2014 Il Fatto Quotidiano Pag. 7 (tiratura:100000) SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 03/03/2014 137 La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato capace di controllare la struttura. E comunque a fianco di Federica ci sarà sempre Piero Gnudi. IL MINISTRO Federica Guidi appena nominata; il suo consulente Piero Gnudi Ansa