Storia medievale
prof. Marco Bartoli
7. Gli eretici
Le eresie antiche
Sin dagli inizi l’incontro della nuova religione con
le suggestioni del pensiero greco non era stato
privo di difficoltà. L’inserzione della dialettica e del
neoplatonismo nell’esegesi del messaggio evangelico aveva suscitato divergenze di opinioni e
contrasti determinati dall’intensa passione intellettuale con cui si cercavano di spiegare e poi di
esprimere con linguaggio adeguato, i rapporti tra
padre e Figlio nella loro natura e nella loro
reciproca derivazione. Dispute queste che nel
permanere di un vivo entusiasmo religioso,
percepito come condizione prima per avvicinarsi a
Dio, potevano facilmente trasmodare nell’intolleranza più acuta.
Le eresie: un problema politico
L’atto con cui nel 325 il sovrano si vedeva
costretto, sebbene con riluttanza, a convocare a
Nicea e poi a presiedere il primo concilio
ecumenico era il preannuncio di quella
successiva
e
ambivalente
collusione
tra
autocrazia e cristianesimo in virtù della quale
l’episcopato investiva l’autocrazia del compito di
preservare la vera fede… la dissidenza religiosa
veniva
da
quel
momento
equiparata
all’indisciplina civica.
M.Gallina, Ortodossia ed
eterodossia, in Storia del
cristianesimo, a c. di Filoramo e
Menozzi, Bari 1997, p. 112 e 115
Le eresie in Occidente dopo il
1000
• Le eresie cristologiche e trinitarie perdurano a
lungo (si pensi all’arianesimo in Occidente)
• L’ultima grande eresia di questo genere è la
lotta iconoclasta (Leone III Isaurico)
• L’Occidente medievale, attorno all’anno mille,
appare pacificato da un punto di vista
dell’ortodossia
• Eppure sorgono nuovi fermenti religiosi che
condurranno alla formazione di gruppi
eterodossi.
La Pataria
• Nel gennaio del 1045 muore l’arcivescovo di
Milano Ariberto da Intimiano.
• L’assemblea cittadina presenta una rosa di
quattro
candidati
per
la
successione
arcivescovile, che sottopone all’attenzione
dell’imperatore Enrico III: Anselmo da Baggio,
Landolfo Cotta, Arialdo da Carimate e Attone.
• Ma Enrico preferisce un favorire un esponente
della nobiltà feudale: Guido da Velate.
Ariberto da Intimiano arcivescovo di Milano (970/ 980 - Milano 1045). Diede alla città una
posizione preminente nel regno d’Italia avversando l’imperatore Corrado II. Durante l’assedio
posto da questo a Milano (1037-1038), seppe creare una solidarietà cittadina che scoraggiò
l’assediante e fu la base del futuro Comune
• due
degli
sconfitti
all’elezione
arcivescovile
milanese, Arialdo, magister artium, e Landolfo,
noto come “Cotta” dettero luogo ad una forte
azione moralizzatrice, inizialmente favoriti anche
dalla prematura scomparsa dell'imperatore Enrico,
che mise in difficoltà Guido da Velate.
• Un primo scontro “armato” tra i simpatizzanti di
Landolfo e Arialdo e i loro avversari si registra in
occasione della processione in onore di san Nazario,
il 10 maggio del 1057.
• Guido da Velate, impegnato a tutelare i propri
interessi presso la curia imperiale, in un primo
momento non dette troppa importanza al fatto, ma
quando i Patarini pretesero dal clero milanese un
giuramento formale di osservare la castità, si
appellò a Roma.
• Stessa cosa fecero, però, anche i suoi avversari e
Stefano IX non vide altra soluzione, al fine di
riportare un po’ di calma, che imporre la
convocazione di un sinodo per discutere la
situazione che rischiava di farsi sempre più
complicata, dal momento che Arialdo e i suoi si
rifiutavano di far rientrare in città l’arcivescovo
Guido.
• Nel 1060 giunse a Milano la missione annunciata da
Stefano IX e inviata dal suo successore Niccolò II
(1059-1061). Di essa faceva parte lo stesso Pier
Damiani e Anselmo da Baggio, allora vescovo di
Lucca, che era stato designato alla possibile
successione arcivescovile di Ariberto (e che nel 1061
venne eletto papa col nome di Alessandro II)
• Tra il 1061 e il 1062 morì il compagno di
Arialdo, Landolfo Cotta, per complicazioni
polmonari a seguito di un attentato alla sua
vita avvenuto due anni prima mentre pregava
in chiesa, e gli successe, sia pur con
riluttanza, il fratello Erlembaldo.
• Alessandro II (ovvero Anselmo di Baggio), per
affermare il primato di Roma, lo appoggiò
apertamente, consegnandogli il vessillo della
Croce o di San Pietro (il vexillum Petri), che
sempre, da questo momento in poi, sarà
presente nelle vicende della Pataria.
Investito direttamente dal pontefice di questo
forte riconoscimento, Erlembaldo votò tutto sé
stesso nel movimento, giungendo a sfidare in
campo aperto gli avversari (arrivando a imporre
l’elezione del nuovo arcivescovo). Confortato da
tutto
questo,
Arialdo
acutizzò
la
lotta
antisimoniaca, combattendo direttamente nel
suo
contado
Guido
da
Velate,
mentre
Erlembaldo, nel 1066, recatosi nuovamente a
Roma, fece ritorno con due bolle pontificie: una
con la quale si scomunicava l’arcivescovo e
l’altra con la quale si chiedeva al clero milanese
di sottomettersi alle decisioni di Roma.
La situazione politica, però, andava cambiando:
Enrico IV, uscito dalla minore età, nel 1065
diventa imperatore.
Guido da Velate, che contava sul suo appoggio,
convocò, nel giugno dell'anno successivo,
un’assemblea cui parteciparono gli stessi Arialdo
ed Erlembaldo. Sfruttò l’occasione per prendersi
beffa della bolla di scomunica e, facendo leva
sullo spirito autonomistico milanese, accusò il
movimento patarino Pataria di essere asservito
alla chiesa romana.
Arialdo e Erlembaldo si salvarono a stento da un
tentativo di linciaggio. Guido lanciò l’interdizione
su Milano, finché Arialdo fosse rimasto in città,
costringendo quest’ultimo a lasciare Milano.
Sant’Arialdo
Catturato dai sicari di Guido, Arialdo venne
ucciso e il suo corpo fu gettato nelle acque del
Lago Maggiore. Quando, alcuni mesi dopo, nel
1067, il suo corpo venne ritrovato (e la leggenda
vuole che fosse miracolosamente integro),
Erlembaldo, nel 1068, riuscì a ottenere da papa
Alessandro II la beatificazione di Arialdo e la
scomunica dell’arcivescovo.
Cfr. Andrea da Strumi,
Passione di sant’Arialdo,
trad. it. in La Pataria, p. 69108, in part. p. 72-73
• Alla morte di Guido da Velate, i suoi partigiani
riuscirono a far eleggere arcivescovo Goffredo
da Castiglione, designazione accettata da
Enrico IV, che pretese dal candidato una
congrua somma in danaro e l’impegno di
sradicare la Pataria dalla città. Alessandro II
reagì scomunicando Goffredo e incaricò
Erlembaldo di impedirgli l’ accesso in città.
Erlembaldo contrappose la candidatura di
Attone, subito accettata dal neopontefice
Gregorio VII (1073-1085).
• Gli eventi precipitarono e nel 1075, in una
serie di tumulti, venne assassinato lo stesso
Erlembaldo.
Pietro de Bruis
Le fonti: di lui scrisse brevemente Abelardo
[Introductio ad Theologiam II,4 in PL 178, 1056]
e gli diresse un vero trattato Pietro il Venerabile, abate di Cluny [Contra petrobrusianos
hereticos, PL 189, 723; Tournhoult 1968].
L'attività ereticale di Pietro de Bruis si sviluppò
nello spazio di circa 20 anni, a partire dal 11121113.
Pietro de Bruis vagò dalle Alpi, dove le scarse
fonti lo vedono nascere, alle regioni della
Provenza, predicando di terra in terra la sua
fede, compì atti che suscitarono rumore intorno
al suo nome, come quando egli e i suoi seguaci,
il giorno del Venerdì Santo, arsero delle croci e vi
arrostirono delle carni, cibandosene di fronte al
popolo.
Il suo metodo di predicazione lo espose a
numerosi pericoli fino a quando fu catturato e
arso sul rogo a St-Gilles, imprigionato dallo
stesso popolo che lo aveva acclamato ma che
non tollerò più le modalità eccessive con cui
Pietro protestava contro la Chiesa.
Pietro considerava come unica fonte da seguire il
Vangelo. Riteneva che le testimonianze evangeliche
avevano in sé una forza intrinseca di credibilità che
escludeva ogni errore, tutte le altre scritture, Vecchio e
Nuovo Testamento, erano soggette a dubbio per il fatto
che esse poggiavano la loro validità sulla Chiesa stessa.
Per Pietro de Bruis la Chiesa era testimone
secondario e tramandava quanto aveva appreso e udito.
I pietrobrusiani credevano che la Chiesa fosse la
congregazione dei fedeli, di coloro cioè che credevano
nel Vangelo, inteso come unica e vera testimonianza
apostolica, rifiutando ogni gerarchia e ogni esteriorità
formale.
Nella Chiesa di Pietro de Bruis quello che contava era
il Vangelo e la fede, e ognuno poteva essere salvo solo
per la sua propria fede e non per l'intervento degli altri.
Pietro de Bruis sosteneva che il battesimo
cattolico, somministrato ad un neonato, non era
altro che un lavacro corporeo, che avrebbe pulito
le sue membra, ma non avrebbe dato certo la
remissione dei peccati. Da questa teoria
derivavano due conseguenze molto importanti:
– 1. la necessità di dare il battesimo in età di
ragione;
– 2. l'affermazione della presenza del peccato
originale in chi non era battezzato.
I cristiani veri potevano pregare Dio ovunque.
I pietrobrusiani erano così convinti dell'inutilità
delle chiese come sede fisica ecclesiastica, da
non esitare ad abbattere gli edifici stessi.
Anche la croce fu oggetto di distruzione in
quanto elemento che ricordava la passione e la
morte di Cristo.
Nelle teorie pietrobrusiane anche l'eucarestia
rientrava tra i culti ecclesiastici negati.
Pietro de Bruis sosteneva che l'atto di
condividere il pane e il vino come suo corpo e
sangue nel corso dell'ultima cena da parte di
Cristo, fu un atto unico, mai più ripetuto dopo di
lui. Il sacramento dell’Eucaristia non ha dunque
valore.
Il sogno di Pietro de Bruis era una Chiesa tutta
spirituale, senza edifici di culto, senza riti
esteriori, come la messa, senza segni materiali
come la croce.
Cfr. R. Manselli, Il
secolo XII:
religione popolare
ed eresia, Roma
1983, pp.101-ss.
Il monaco Enrico
Le dottrine di Pietro de Bruis non svanirono con la morte
sul rogo. La sua eresia fu infatti ripresa da un suo seguace,
il monaco Enrico.
La più importante fonte sul monaco è il resoconto di un
contraddittorio tenuto tra l'eretico e il monaco Guglielmo in
un codice di Parigi e in uno di Nizza.
Dalle fonti il monaco Enrico risulta di nascita e di lingua
francese e lo ritroviamo a predicare nella città di Le Mans e
in molte altre zone della Francia, a partire dal 1116.
Proprio a Le Mans il monaco Enrico iniziò con grande
successo la sua predicazione, seguito da un grande ardore
religioso. Da esso si passò ad una vera e propria
insurrezione dei cittadini contro il clero.
• Le Mans, nel secolo XI, aveva più volte
provato, soprattutto nel 1070, di erigersi a
libero comune cercando di spezzare le catene
con l'ordinamento normanno.
• Così la situazione era già movimentata quando
apparve il monaco Enrico. Il popolo reagì con
tale fervore alle sue predicazioni che solo
l’intervento del vescovo Ildeberto di Lavardin
consentì di superare la crisi, fino a che gli fu
ritirata l'autorizzazione a predicare.
• Alla base della sua dottrina Enrico poneva in
rilievo i vizi del clero e sobillava il popolo
contro di esso. Ma la sua ancora non può
definirsi "eresia".
• Si presume infatti che dopo l'episodio di Le
Mans, Enrico avesse incontrato Pietro de Bruis.
Quest'ultimo, con le sue idee, e influendo su
un animo già esacerbato, spinse Enrico
decisamente sulla via della rottura completa
con la Chiesa.
• Nel 1132-1135 Enrico spezza, coscientemente,
ogni rapporto con la Chiesa.
• La base della sua fede è il Nuovo Testamento.
Come per Pietro de Bruis, anche per Enrico il
battesimo costituisce un rito di adesione alla
fede cristiana con la sola acqua, senza le
unzioni con olio.
A differenza di Pietro, Enrico negava del tutto il
peccato originale: secondo lui il bimbo che moriva
senza essere stato battezzato, si salvava senz'altro.
Riguardo al sacramento della comunione, rispetto a
Pietro de Bruis, Enrico non negava che si potesse
celebrare la messa e dare la comunione, sempre però
che il sacerdote fosse degno di compiere questi riti.
Enrico sostiene l'idea della confessione reciproca tra
i fedeli e con essa la perdita del valore della gerarchia
ecclesiastica.
Infine Enrico sosteneva l'importanza della povertà
nella gerarchia ecclesiastica. I vescovi, i sacerdoti, i
cardinali non dovevano avere onori né denaro, non
dovevano spendere in indumenti di Chiesa.
Nel 1134 Enrico fu condotto di fronte al Concilio
di Pisa e tra le varie questioni anche le dottrine
enriciane furono solennemente condannate.
Enrico si mostrò arrendevole, rilasciò una piena
confessione e abiurò completamente, accettando
di entrare nel monastero di Citeaux.
Qui Enrico non arrivò mai o ne fuggì prestissimo.
Della sua morte non si sa molto.
Il catarismo
“l’eresia catara [appare] come la manifestazione,
sul piano religioso, dell’inquietudine esistenziale
di una larga parte delle masse, specialmente
urbane, tra i secoli XII-XIV, in relazione alle
difficoltà d’ogni genere, sociali, economiche e
politiche relative alla formazione di una nuova
società, quella che sarà poi la società del
Quattrocento e dell’età moderna.
R. Manselli, Studi sulle eresie del
secolo XII Roma 1972 (Studi storici
5) 309-10
• Questo movimento… raccoglie e, per molti
aspetti, mette in evidenza il malessere vario,
diffuso,
molteplice
d’una
società
che
faticosamente, tormentosamente, spesso tra
lotte non di rado anche sanguinose, si viene
costruendo le sue articolazioni, le sue nuove
forme di vita in un incessante travaglio, nel
quale vengono eliminate direzioni sbagliate,
tentativi vari ed inutili, speranze mal riposte o
addirittura infondate, mentre i partecipi di
questo processo di trasformazione n’avvertono
- e spesso ne soffrono in prima persona e
direttamente - tutta la durezza e spesso
l’indifferente crudeltà”
• Del pari, parlano il più possibile ai laici della
vita dissoluta dei chierici e dei preti della
Chiesa di Roma. Riferiscono nel dettaglio della
superbia, della cupidigia, dell'avarizia,
dell'immoralità e di tute le altre colpe che
conoscono. E a sostegno di ciò invocano
l'autorità, secondo quanto ne capiscono e ne
riescono a citare, del Vangelo e delle loro
lettere contro la condizione dei preti, dei
chierici e dei religiosi, che chiamano farisei e
falsi profeti, capaci di dire, ma non di fare.
B.
GUI,
Manuel
de
l'Inquisiteur,
ed.
G.
MOLLAT, Paris 1964, vol. I,
pp. 58-62
I valdesi
Il domenicano Bernardo Gui (1261-1331) scrisse un
manuale, la Practica inquisitionis heretice pravitatis,
dove si caratterizzano le idee e i comportamenti
degli eretici più pericolosi e diffusi nel XIII secolo.
«Qui bisogna toccare in breve del metodo di
insegnamento e di predicazione proprio degli eretici
Valdesi. Vi sono tra loro due categorie: alcuni sono
perfetti, e questi si chiamano propriamente Valdesi.
Costoro, dopo un'adeguata preparazione, sono
ricevuti nell'ordine secondo un rito apposito col
compito di istruire altri…
Essi dichiarano di non avere nulla di proprio, né
case né proprietà né dimora; se qualcuno di loro
aveva già preso moglie, la lascia quando viene
accolto. Dicono di essere i successori degli
apostoli, e sono i maestri e i confessori degli altri
Valdesi: essi vanno per il paese facendo visita ai
discepoli e confermandoli nell'eresia. I discepoli e
coloro che si definiscono «credenti» provvedono
alle loro necessità. Ovunque arrivino i perfetti, i
credenti si comunicano a vicenda la notizia della
loro presenza, e ci si riunisce nella casa dove sono
ospitati per vederli e udirli. Mandano a loro ogni
sorta di buone cose da mangiare e da bere,
ascoltano poi la loro predicazione in assemblee che
si tengono soprattutto di notte, quando gli altri
dormono o si riposano…
Talvolta predicano sul Vangelo e le Epistole
oppure degli esempi e delle sentenze dei santi; e
allegando queste autorità esclamano: «Questo è
detto nel Vangelo o nella lettera di san Pietro o
di san Paolo o di san Giacomo». Oppure dicono:
«Questo dice il tal santo o il tale dottore»; e ciò
fanno perché le loro parole siano più credute da
chi ascolta. Hanno Vangeli e Epistole di solito in
volgare e anche in latino, perché qualcuno di
loro lo capisce. Alcuni sanno leggere e talvolta
leggono ciò che dicono o predicano; ma a volte
predicano senza libro. Così fanno ovviamente
quelli che non sanno leggere, ma che hanno
imparato ogni cosa a memoria. Come si è già
detto, essi predicano nelle case dei loro credenti,
ma talvolta anche in viaggio o sulle strade…».
Salmbene de Adam,
Chronica, cit. in Fra
Dolcino, a cura di
Orioli, Europia 1984,
p.43
Gerardo Segarelli
• 1260 in coincidenza con l’anno che per i
gioachimiti doveva segnare l’inizio dell’età
dello Spirito santo, a Parma inizia la sua vita
apostolica Gerardo Segarelli
• 1274 il 2° Concilio di Lione abolisce tutti gli
ordini mendicanti, eccetto Minori, Predicatori,
Agostiniani e Serviti
• Gerardo continua a predicare:
« Penitençagite.» attorno a lui si raccolgono
dei discepoli, anche se lui rifiuta di farsi
riconoscere come capo
• 1300 Gerardo è messo al rogo
Bernard Gui, Manuel..
Cit. in fra Dolcino, a cura
di Orioli, p. 124-26
Fra Dolcino
• 1300 appare alla ribalta fra Dolcino con la sua
prima lettera
• 1303 Zaccaria di Sant’Agata è messo al rogo,
Dolcino è in diocesi di Trento e scrive la sua
seconda lettera
• 1305 Clemente V è eletto papa. A Bologna
continuano i processi contro gli Apostolici
• 1306 Dolcino scrive la terza lettera. Con
un’epica marcia giunge nel vercellese, sul
monte
Zebello.
Clemente
V
concede
l’indulgenza a chi combatterà gli eretici
• 1307 gli eretici sono sconfitti, il 1 luglio
Dolcino è suppliziato.
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Storia medievale - 7. gli eretici