1. ARGOMENTI DI MEDICINA GENERALE 2. CARDIOLOGIA 3. CONNETTIVITI Epilessia Coma e disturbi della coscienza Il sonno e le sue alterazioni Malattie cerebrovascolari 4. DERMATOLOGIA Alcol e alcolismo 5. EMATOLOGIA ED INFETTIVOLOGIA Malattie degenerative del sistema 6. ENDOCRINOLOGIA nervoso Infezioni piogene del sistema 7. EPATO-GASTROENTEROLOGIA nervoso centrale 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA Infezioni non piogene del sistema nervoso centrale 9. PNEUMOLOGIA 10. UROLOGIA E NEFROLOGIA RAPIDA GUIDA AGLI ESAMI DI LABORATORIO PRINCIPI DI FARMACOTERAPIA Neuropatie periferiche Argomenti di psichiatria Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EPILESSIA Diagnosi Terapia Definizione e aspetti clinici Il termine epilessia si riferisce a crisi complesse con alterazioni dello stato di coscienza ed aspetti motori, ricorrenti, che sono state riconosciute da H. Jackson più di un secolo fa come la conseguenza di scariche intermittenti, eccessive, improvvise, sincrone, di neuroni cerebrali corticali. Il termine convulsione si applica a qualsiasi crisi epilettica in cui predominano le manifestazioni motorie. Esistono molte forme di crisi epilettiche che variano a seconda della causa, della sede della lesione, dei correlati EEGrafici, e del livello di maturazione del sistema nervoso all’epoca della loro comparsa. In base a queste caratteristiche si possono distinguere due categorie. CRISI EPILETTICHE PRIMARIE GENERALIZZATE, SIMMETRICHE BILATERALI Queste sono di due tipi principali: una nota come grande male e l’altra, consistente in brevi perdite di coscienza, come piccolo male o assenza. La natura delle crisi epilettiche primarie generalizzate è sconosciuta; non è stata identificata una base anatomo-patologica (da qui il termine «idiopatica»). Grande male A volte senza preavvviso e altre volte dopo una breve sensazione viscerale anomala (aura), il paziente improvvisamente perde coscienza ed emette un grido, cade a terra, l’intera muscolatura è coinvolta in una violenta contrazione, le mascelle si serrano, spesso morsicando la lingua; il respiro si ferma, e si ha un rila- sciamento degli sfinteri con perdita di feci e di urine. La contrazione tonica si mantiene per circa 20 secondi e il paziente diventa cianotico. Poi passa ad una serie di contrazioni cloniche, che durano circa un minuto. Al termine della fase clonica finale, il respiro riprende e il paziente giace comatoso, flaccido, e respira stertorosamente. Dopo alcuni minuti, il paziente riacquista coscienza, ma è confuso e soporoso. In seguito, accusa cefalea, lingua secca, amara, dolore muscolare. Raramente si può verificare un serio trauma cerebrale. Se una crisi epilettica si scatena prima della completa remissione di una precedente, e più precisamente prima che venga riacquistata la coscienza, la condizione è nota come stato di male epilettico. Piccolo male (assenza) Il piccolo male consiste in una breve interruzione della coscienza che insorge senza preavviso, dura per 2-10 secondi, ed è seguita da immediata e completa riacquisizione della coscienza. Spesso vi è ammiccamento delle palpebre o movimenti ritmici delle braccia o delle dita. Il paziente rimane seduto o sta in piedi e in seguito può non essere cosciente di quanto gli è accaduto. L’iperventilazione può indurre un attacco. Il piccolo male è una malattia dell’infanzia, con insorgenza fra i 4 e i 12 anni di età. Gli attacchi tendono a diventare meno frequenti nell’adolescenza, epoca in cui per la prima volta può c o m p a r i re una crisi epilettica maggiore. L’EEG mostra una caratteristica anomalia generalizzata punta-onda a una frequenza di 3 per secondo. Varianti del piccolo male In questi tipi di epilessia, la perdita di coscienza non è completa e il mioclono è più evidente che nella tipica assenza. La scarica EEGrafica punta-onda può verificarsi a una frequenza da 2 a 2,5 per secondo, o ci possono essere complessi multionda e punta da 2 a 6 Hz. Un tipo particolare, chiamata sindrome di Lennox-Gastaut, con- Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EPILESSIA siste di crisi posturali atoniche, seguite da varie combinazioni di crisi epilettiche tonico-cloniche minori e crisi posturali, compromissione intellettiva, e un caratteristico pattern EEGrafico punta-onda lento (da 1 a 2,5 per secondo). Spesso questa sindrome è preceduta da mioclono massivo, da un quadro EEGrafico caratterizzato da punte multifocali e onde delta continue di larga ampiezza («ipsiaritmia»), e da un arresto nello sviluppo – una triade nota come sindrome di West. Le crisi epilettiche della sindrome di Lennox-Gastaut sono frequentemente associate a estese lesioni cerebrali, differendo così dalle altre epilessie primarie generalizzate. Queste crisi epilettiche possono persistere nella vita adulta e sono spesso resistenti a qualsiasi forma di terapia. CRISI EPILETTICHE PARZIALI (FOCALI O SECONDARIE) Insorgono localmente. Queste crisi variano con la sede del focolaio di scarica e possono generalizzarsi. Le crisi epilettiche parziali sono anche chiamate crisi focali o secondarie, enfatizzando il fatto che di solito hanno una causa strutturale identificabile. Il riconoscimento del tipo clinico di crisi epilettica focale, particolarmente al suo esordio è di primaria importanza, perché permette di localizzare la sede della lesione che provoca la scarica. Si distinguono crisi parziali, semplici e complesse. Le crisi epilettiche parziali semplici, o elementari, non sono accompagnate da perdita di coscienza se i sintomi motori, sensoriali, o psichici rimangono confinati a un lato. Le crisi epilettiche motorie focali, attribuibili a una lesione del lobo frontale controlaterale sono caratterizzate da rotazione forzata degli occhi e della testa verso il lato opposto al focolaio di scarica, spesso con contrazione tonica e poi movimenti clonici degli arti di quel lato. La crisi motoria jacksoniana, in cui si verifica, entro pochi secondi, una diffusione ordinata (marcia) dei movimenti clonici dai muscoli interessati per primi ad altri omolaterali è abbastanza rara e ha lo stesso significato localizzatorio delle crisi motorie focali del tipo abituale. L’epilessia rolandica e l’epilessia parziale continua sono tipi particolari di epilessia motoria focale. La prima comincia fra i 5 e i 9 anni di età e si manifesta con contrazioni cloniche di un lato del volto e del corpo con punte ad alto voltaggio nell’area rolandica inferiore controlaterale. Le crisi tendono a scomparire durante l’adolescenza. L’epilessia parziale continua è caratterizzata da movimenti clonici di un gruppo di muscoli, più spesso del volto, della mano o del piede, ripetuti a intervalli regolari di alcuni secondi. Può durare per giorni o mesi di fila, senza diffondersi ad altre parti. È legata a una lesione cortico-sottocorticale del lato opposto e risponde scarsamente al trattamento antiepilettico. Le crisi epilettiche somatosensoriali, sia focali che «marcianti», indicano una lesione nel giro postcentrale controlaterale o nelle sue vicinanze. Anche altre crisi sensoriali focali visive, uditive, olfattive, vertiginose hanno discreto valore localizzatorio. Le scariche epilettiche originate nel lobo temporale sono uniche in quanto l’evento iniziale nella crisi, cioè l’aura, è spesso un’allucinazione o un’illusione percettiva, come un sentimento di familiarità, estraneità, paura, sensazione viscerale, e così via. Se queste esperienze soggettive costituiscono l’intero attacco sono classificate come crisi parziali semplici. Se sono seguite da un periodo di non responsività e alterazione del comportamento (far schioccare le labbra, movimenti di masticazione o deglutizione, e camminare in modo stordito, i cosiddetti automatismi) le crisi sono classificate come parziali complesse. Si deve inoltre sottolineare che qualsiasi crisi focale può evolvere in una convulsione generalizzata. Se questo succede rapidamente o se il sintomo focale iniziale non viene riconosciuto, la crisi è indistinguibile dal grande male. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EPILESSIA Cause di crisi ricorrenti nei diversi gruppi di età Tipi più comuni di crisi epilettiche Età d’esordio Causa probabile Caratteristiche cliniche Neonatale Malformazioni congenite, lesioni da parto, anossia, disturbi metabolici (ipocalcemia ipoglicemia, deficit di vitamina B6, fenilchetonuria e altri) Motorie somatiche – Jacksoniane (motorie focali) Giro prerolandico – Masticatorie Nuclei dell’amigdala 1-6 mesi Come sopra; spasmi infantili 6 mesi-3 anni Spasmi infantili, convulsioni febbrili, lesioni e anossia da parto, infezioni, traumi 3-10 anni Anossia perinatale, lesioni successive alla nascita, infezioni, trombosi delle arterie o delle vene cerebrali, oppure causa indeterminata (epilessia «idiopatica») 10-18 anni Epilessia idiopatica, compresi i tipi a trasmissione ereditaria, traumi Epilessia idiopatica, traumi, neoplasie, sospensione di alcol o altri farmaci ad azione sedativa e ipnotica 18-25 anni 35-60 anni Oltre 60 anni Localizzazione – Avversative semplici Frontale – Rotazione del capo e degli Corteccia motoria occhi associata a movimenti di un braccio Somatiche e sensoriali speciali (aure) Somatosensoriali Postrolandica controlaterale Immagini, luci e figure non Occipitale formate – Uditive Giri di Heschl – Vertiginose Temporale superiore – Olfattorie Temporale mesiale – Gustative Opercolo parietale e/o rolandico – Viscerali: vegetative Corteccia fronto, orbito-insulare Traumi, neoplasie, malattie vascolari, sospensione di alcol o sospensione di farmaci Crisi parziali complesse – Allucinazioni formate Malattie vascolari, tumori, malattie degenerative, traumi – Illusioni – Esperienze cognitive alterate – (Dejà-vu, stati sognanti) Neocorteccia temporale o complesso amigdalo-ippocampale (segue) Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EPILESSIA (continua) – Depersonalizzazione – Stati affettivi particolari (paura, depressione o eccitazione) – Automatismi (accessuali e postaccessuali) Assenze Temporale Temporale e frontale Corteccia frontale, complesso amigdalo-ippocampale, sistema reticolocorticale Mioclono epilettico bilaterale Reticolocorticale Problemi clinici particolari Se il disturbo viene inquadrato come una crisi epilettica si deve accertare la situazione clinica in cui si è verificato. E infine, si deve determinare il tipo di crisi, una distinzione che aiuterà nella localizzazione della lesione che scarica e nel decidere la terapia. – Per il pediatra, le crisi epilettiche neonatali sono un problema particolare perché possono essere brevi e frammentarie – una deviazione forzata del capo e degli occhi, un episodio di apnea, un irrigidimento di un arto o una contrazione clonica di alcuni arti e del tronco –. Saper interpretare abilmente l’EEG dei neonati permette spesso di stabilire la diagnosi. Le crisi epilettiche in queste circostanze hanno di solito un significato prognostico sfavorevole, essendo spesso dovute a trauma da parto o a malattia metabolica. Si devono misurare gas ematici, glucosio e calcio. Il fenobarbital è il farmaco antiepilettico più utile. – In un lattante o bambino piccolo, ci possono essere episodi della durata di alcuni secondi di mioclono massivo in flessione («crisi di Saalam» o «a coltello a serramanico»). Tali episodi possono seguire le crisi epilettiche neonatali. Se è presente ipsaritmia è d’obbligo un tentativo con ACTH o un altro antiepilettico. Le crisi epilettiche tendono a diminuire verso i 5 o 6 anni, ma il bambino rimane ritardato mentale nel 90-95% dei casi. – Gli stati febbrili sono accompagnati da una o più crisi generalizzate in un bambino su 20. Questa tendenza scompare dopo i 5-6 anni. Spesso vi è una storia familiare positiva per questo disturbo. La rapida risoluzione, l’assenza di alterazioni all’esame neurologico e un EEG normale sono la regola generale. La terapia dell’infezione e la somministrazione di barbiturici di solito sono suffficienti. Alcuni casi si riveleranno in seguito come esempi di epilessia focale o secondaria. Le crisi epilettiche continueranno poi durante la vita, spesso trasformandosi in crisi di tipo temporale e richiedendo carbamazepina, fenitoina, o altri farmaci. – Un bambino o un adolescente può presentarsi in stato di male epilettico. Spesso si tratta della prima manifestazione di epilessia idiopatica, ma tale condizione può essere causata da meningite o encefalite. Dopo aver istituito un regime terapeutico per lo stato di male epilettico devono essere intrapresi i passi diagnostici adeguati. – Nel caso in cui un bambino o adolescente abbia avuto la sua prima crisi epilettica maggiore generalizzata, pur presentando un esame neurologico normale, si devono richiedere un EEG e una TAC o una risonanza magnetica. Se sono normali, il problema è se aspettare e osservare il paziente o somministrare un farmaco antiepilettico. Quest’ultima prassi è più chiaramente indicata se l’EEG è anormale per la presenza di parossismi. – Altra condizione clinica è quella di un bambino o un adulto noti per essere epilettici che continuano ad avere crisi malgrado siano in terapia. Si devono verificare la compliance del paziente e il dosaggio e i livelli ematici del farmaco. Se il livello è basso lo si adegua, se è normale o alto si cambia il farmaco in accordo con il tipo di crisi. Si deve controllare l’EEG. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EPILESSIA – L’improvvisa insorgenza di crisi epilettiche generalizzate o multifocali solleva numerose possibilità diagnostiche, che ancora una volta dipendono dall’età in cui si verificano: astinenza dall’alcol, barbiturici, o altri farmaci sedativi; abuso di cocaina o altri farmaci; fase di guarigione dall’ipossia o ischemia con coma; ipo- o iperglicemia, ipocalcemia, ipomagnesemia; uremia; shock settico; encefalite; tumore cerebrale; raramente porfiria o aminoaciduria. – Un paziente che continua ad avere frequenti crisi parziali complesse e generalizzate, malgrado tentativi protratti con tutti i farmaci noti, dovrebbe essere inviato a un centro per la cura dell’epilessia, dove con tecniche speciali può essere eseguita una ricerca delle lesioni corticali epilettogene. In tal caso, si possono prendere in considerazione la rimozione chirurgica o altre procedure. – Il problema più serio delle crisi epilettiche è il ripetersi di convulsioni generalizzate a una frequenza che non consente di riprendere coscienza nell’intervallo fra le crisi-stato di grande male epilettico. Si deve intraprendere immediatamente il trattamento, perché lo stato di grande male persistente ha un indice di mortalità molto elevato, e in molti dei sopravvissuti residuano reliquati cerebrali. Si prepara una soluzione salina endovena, e si preleva il sangue per gli esami ematochimici e per il dosaggio delle concentrazioni dei farmaci antiepilettici. Il primo farmaco da somministrare dovrebbe essere una benzodiazepina, preferibilmente il lorazepam, 0,1 mg/kg, per infusione endovenosa (< 2 mg/min). Se le crisi continuano, si somministra fenitoina, 20 mg/kg a infusione lenta (< 50 mg/min), monitorando continuamente la pressione del sangue e l’ECG durante l’infusione. Possono essere somministrate ulteriori dosi di fenitoina, 5 mg/kg, se necessario fino a un massimo di 30 mg/kg. Se lo stato persiste, il paziente deve essere intubato e si deve s o m m i n i s t r a re fenobarbital, 20 mg/kg per infusione endovenosa (< 100 mg/min). Se tali misure non hanno effetto, il paziente deve essere anestetizzato con pentobarbital, 5 mg/kg come dose e.v. iniziale, e quindi mantenuto su una dose da 0,5 fino a 2 mg/kg/ora. La velocità di infusione viene rallentata a intervalli di poche ore per determinare se le crisi si sono arrestate. Nella maggior parte dei pazienti con crisi epilettiche, la terapia medica è il sostegno principale. Occorre comunque ricercare ed eliminare i fattori causali, istituendo una sana igiene fisica e mentale, e nel somministrare farmaci del tipo appropriato e in dosi adeguate. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EPILESSIA Diagnosi La comparsa di una crisi epilettica richiede un’indagine neurologica con puntura lombare. EEG, TAC o risonanza magnetica sono il mezzo migliore per dimostrare la lesione epilettogena. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EPILESSIA Terapia Crisi tonico-cloniche; crisi parziali semplici e complesse – Fenobarbital 60-200 mg/die, livello ematico efficace 10-40 µg/ml – Difenilidantoina 300-400mg/die, livello ematico efficace 10-20 µg/ml – Carbamazepina 600-1200 mg/die, livello ematico efficace 4-10 µg/ml Assenze – Fenobarbital 60-200 mg/die, livello ematico efficace 10-40 µg/ml – Etosuccimide 750-2000 mg/die, livello ematico efficace 50100 µg/ml – Metosuccimide 500-1000 mg/die, livello ematico efficace 40-100 µg/ml – Acido valproico 1000-3000 mg/die, livello ematico efficace 50-100 µg/ml – Clonazepam 1,5-20 mg/die, livello ematico efficace 0,010,07 µg/ml Stato di male epilettico – Diazepam 10-150 mg e.v. – Lorazepam 4 mg e.v. o i.m. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA Il coma profondo, con insensibilità totale a tutte le forme di stimolazione e areattività, è spesso accompagnato da perdita di tutti i riflessi troncoencefalici e spinali. Le pupille sono fisse e Terapia Diagnosi dilatate. La respirazione spontanea e i riflessi di ammiccamento, vestibolo-oculari e orofaringei sono aboliti. In assenza di ipotermia o di un’azione particolarmente grave di farmaci che Definizione e aspetti clinici deprimono la funzione cerebrale e in presenza di un EEG isoelettrico, la condizione corrisponde alla morte cerebrale, come Il coma consiste in una perdita di coscienza, che in termini pra- definita secondo i criteri di Harvard (i criteri di Harvard prevetici significa una perdita di consapevolezza e un’incapacità di dono: una serie di osservazioni ripetute a distanza di un giorno rispondere a stimoli esterni o a bisogni interni. Il coma differi- che includono silenzio elettrico cerebrale all’EEG, areattività sce dal sonno naturale per il fatto che il paziente non è risve- pupillare, assenza di movimenti oculari riflessi, apnea, il tutto gliabile; la sincope differisce in virtù della sua brevità e risolu- in assenza di assunzione di farmaci che deprimono la funzione zione naturale. cerebrale). Tali pazienti raramente sopravvivono per più di Si distinguono gradi differenti di coma. Nel coma profondo, qualche giorno, anche con un supporto respiratorio: anche se tutti gli stimoli, anche quelli più intensamente dolorosi, non avviene il ripristino della respirazione naturale, è inevitabile un hanno effetto. Uno stato più lieve di coma («semicoma») si persistente stato vegetativo. manifesta con gemiti, agitazione, accelerazione del respiro, o L’EEG fornisce conferma di questo stato e costituisce un mezzo con una breve apertura degli occhi quando il paziente viene oggettivo per diff e re n z i a re vari gradi di alterazione della pizzicato o scosso. Gradi ancora minori di compromissione coscienza e alcune delle loro cause. della coscienza, attraverso i quali il paziente può passare ca- La coscienza dipende dal normale funzionamento della fordendo nel coma o emergendone, sono designati come stupor e mazione reticolare del mesencefalo e del talamo e delle loro stato confusionale. Un paziente stuporoso apre gli occhi e può connessioni con tutte le parti della corteccia cerebrale, a cui anche dare qualche semplice risposta allo stimolo verbale o mandano e da cui ricevono fibre. Ne consegue che una persoalla stimolazione vigorosa e ripetuta di una parte del suo na diffusamente decorticata è in coma. Ma le più piccole lesioni corpo, ma non parla spontaneamente. Un paziente confuso ri- che producono coma si trovano sempre nella formazione retivela nella conversazione un’incapacità a rispondere e a pensare colare della parte superiore del tronco; tali lesioni deattivano la con abituale rapidità e chiarezza. corteccia cerebrale. Gradi minori di compromissione di queste Quando esiste soltanto un difetto solo della responsività (il strutture causano sonnolenza, distraibilità e un’incapacità a paziente, pur essendo paralizzato, è sveglio e cosciente del- sostenere un’attività mentale. l’ambiente circostante) la condizione viene definita come sin - I meccanismi tramite i quali l’attivazione reticolare della cortecdrome locked-in (o anche come «stato deafferentato» o «pseudo- cia cerebrale può essere compromessa sono: coma»). È dovuto per lo più a una lesione della base del ponte, – una crisi epilettica generalizzata, in cui l’improvvisa scarica che interrompe le vie motorie discendenti, ma risparmia le vie neuronale si diffonde a tutte le strutture neuronali centrali sensitive ascendenti, sia quelle somatosensoriali che quelle profonde; responsabili della veglia. – concussione cerebrale; COMA E DISTURBI DELLA COSCIENZA Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA COMA E DISTURBI DELLA COSCIENZA – farmaci, in particolare anestetici, barbiturici e altri sedativi, nonché l’alcol; – danni metabolici, come nell’uremia, nell’acidosi diabetica o in altre acidosi, nell’insufficienza epatica, nell’ipoglicemia e nell’ipercapnia; – lesioni distruttive (tumore, infarto ed emorragia) che coinvolgono direttamente la parte superiore del tronco cerebrale e la formazione reticolare talamica; – lesione massiva di un emisfero cerebrale: tumore, emorragia, contusione, o un ematoma subdurale o epidurale che disloca la formazione reticolare della parte alta del tronco cerebrale e del diencefalo, di solito con erniazione del lobo temporale attraverso il tentorio; – caduta critica della pressione arteriosa (sotto i 70 mm la sistolica in individui normotesi), per esempio da emorragia massiva e infarto miocardico. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA COMA E DISTURBI DELLA COSCIENZA Diagnosi È essenziale, quando il paziente viene esaminato per la prima volta, ottenere informazioni da chi lo accompagna sugli eventi che hanno portato al coma. Ma bisogna prima accertarsi che le vie aeree del paziente siano pervie, che egli sia in grado di respirare e che la pressione del sangue sia adeguata. Se non è cosi, vanno intraprese manovre rianimative e vanno monitorate la funzione cardiaca e quella respiratoria. Se sono sopraggiunti shock, emorragia, o ostruzione delle vie aeree, l’immediata messa in atto di determinate misure terapeutiche ha la precedenza: inserimento di un tubo endotracheale, somministrazione di ossigeno, somministrazione di farmaci ipertensivi, di sangue, o di glucosio. A ciò deve far seguito un completo esame obiettivo generale e neurologico, che include una TAC e un esame del liquor, se vi è sospetto di meningite. La dimostrazione di una patologia cerebrale focale o di irritazione meningea con pleiocitosi liquorale permette l’inquadramento della malattia che ha provocato il coma ed è particolarmente utile per la diagnosi differenziale. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA COMA E DISTURBI DELLA COSCIENZA Terapia dosaggio di narcotici è una delle possibilità diagnostiche, va somministrato del naloxone, 0,5 mg e.v. La cura di un paziente in coma richiede i servizi di un gruppo ben coordinato di personale infermieristico sotto la guida costante di un medico. Il trattamento deve cominciare subito. – Nelle lesioni cerebrali massive, è pratica comune per un n e u ro c h i r u rgo intro d u r re nel cranio uno strumento per misurare la pressione. Questo permette un monitoraggio costante della pressione intracranica. Quando la pressione è elevata, va somministrato e.v. il mannitolo, 50 g in una soluzione al 20%, in 10-20 minuti. I corticosteroidi aiutano a mantenere la riduzione della pressione intracranica. Ripetute TAC permettono al medico di seguire la dimensione della lesione e il grado di edema localizzato e di scoprire erniazioni di tessuto cerebrale. – Il trattamento dello shock, se questo è presente, ha la precedenza su tutti gli altri interventi diagnostici e terapeutici. – Le irregolarità del respiro, il respiro stertoroso (che indica un’ostruzione inspiratoria) e la cianosi richiedono che vengano liberate le vie aeree e somministrato ossigeno. Il paziente dovrebbe essere posto in decubito laterale in modo che le secrezioni e il vomito non penetrino nell’albero tracheobronchiale. Di solito i riflessi faringei sono soppressi e pertanto un tubo endotracheale può essere introdotto senza difficoltà. Le secrezioni dovrebbero essere rimosse per aspirazione man mano che si accumulano; altrimenti porteranno ad atelettasia e broncopolmonite. L’ossigeno può essere somministrato tramite una maschera alla concentrazione del 100% per 6-12 ore, alternandolo con concentrazioni al 50% per 5-6 ore. La profondità del respiro può essere aumentata usando anidride carbonica al 5-10% per periodi da 3 a 5 minuti ogni ora. L’atropina non dovrebbe essere somministrata; l’edema polmonare e il fluido nelle vie respiratorie non sono secrezioni ghiandolari. Inoltre, l’atropina addensa questo fluido e può alterare la termoregolazione. L’aminofillina è utile per controllare il respiro di Cheyne-Stokes. Nella paralisi respiratoria è d’obbligo l’uso dell’intubazione endotracheale e di un respiratore a pressione positiva. – In concomitanza, va preparata una via intravenosa e si prelevano campioni di sangue per la conta degli elementi corpuscolati, per il dosaggio del glucosio, delle tossine e degli elettroliti e per gli esami della funzionalità epatica e renale. Bisogna analizzare anche i gas arteriosi. Se l’iper- – Se si sospetta una meningite o un’emorragia subaracnoidea, dovrebbe essere eseguita una rachicentesi. Una TAC può aver evidenziato un’emorragia subaracnoidea, nel qual caso la rachicentesi non è necessaria. – L’aspirazione gastrica e il lavaggio con soluzione salina normale possono essere utili in alcuni casi di coma dovuti a ingestione di farmaci. I salicilati, gli oppiacei e i farmaci anticolinergici (antidepressivi triciclici, fenotiazine, scopolamina), che inducono tutti atonia gastrica, possono essere ritrovati anche diverse ore dopo l’ingestione. In presenza di caustici la lavanda gastrica non deve essere eseguita a causa del pericolo di perforazione. L’esecuzione di una lavanda in presenza di stricnina e di altri farmaci analettici è pericolosa in quanto essa può precipitare delle crisi epilettiche e delle aritmie cardiache. L’induzione di emesi con ipecacuana o apomorfina va riservata ai pazienti vigili. – Possono essere alterati i meccanismi di termoregolazione e si possono verificare estrema ipotermia, ipertermia o poichilotermia. In caso di ipertermia è indicato l’impiego di un materasso refrigerante. (segue) Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA COMA E DISTURBI DELLA COSCIENZA (continua) – Si deve prevenire una condizione di distensione vescicale; se il paziente non urina, va inserito un catetere a permanenza. Se si osserva che la vescica è molto distesa, va eseguita una decompressione lenta durante un periodo di qualche ora. L’escrezione urinaria deve essere mantenuta tra 500 e 1000 ml/dl. Bisogna evitare che il paziente giaccia in un letto bagnato o sporco. – Le patologie del sistema nervoso centrale possono squilibrare il controllo idrico, glicemico e salino. Il paziente privo di coscienza non è in grado di regolare l’introduzione di cibo e di liquidi attraverso la fame e la sete. Nelle patologie cerebrali sono state descritte sia sindromi con perdita salina che sindromi con ritenzione salina. L’intossicazione idrica e l’iponatremia grave possono di per sé essere fatali. Se il coma è prolungato, l’inserzione di un sondino nasogastrico faciliterà l’alimentazione del paziente e il mantenimento dell’equilibrio idroelettrolitico. – La polmonite ab ingestis va evitata prevenendo il vomito (sondino nasogastrico), con l’adeguato posizionamento del paziente e con la restrizione della somministrazione dei liquidi per via orale. Se questa evenienza si verifica, la terapia corticosteroidea è efficace. Gli arti inferiori devono essere esaminati ogni giorno, per notare eventuali segni di flebotrombosi che, se presente, va trattata con anticoagulanti o con misure chirurgiche. La trombosi venosa profonda, che è un’evenienza comune in pazienti in coma o emiplegici, spesso non si manifesta con segni clinici. Essa può essere prevenuta con la somministrazione di basse dosi di warfarin (mantenendo un tempo di protrombina di 15 s) o mediante l’impiego di calze elastiche. – Se il paziente è in grado di muoversi, vanno intraprese le opportune misure per impedirne la caduta dal letto. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA IL SONNO E LE SUE ALTERAZIONI INSONNIA IL SONNO E LE SUE ALTERAZIONI Definizione e aspetti clinici IPERSONNIE Il sonno normale obbedisce a un ritmo elementare di 24 ore (circadiano), il cui controllo nervoso si pensa abbia sede nell’ipotalamo anteriore. Il sonno notturno è di due tipi: sonno a movimenti oculari non rapidi (nonrapid eye movement, NREM) e sonno a movimenti oculari rapidi (REM). Il primo si divide in quattro stadi in base alla sua profondità e alle modificazioni fisiologiche, endocrine ed EEGrafiche che lo accompagnano. Il sonno REM si verifica come fase singola e in condizioni normali segue il sonno NREM. Insieme formano una sequenza prevedibile o ciclo che dura da 70 a 100 minuti e si ripete quattro-sei volte per notte. Il numero di cicli e il rapporto tra sonno NREM e REM variano con l’età. Le ore totali di sonno sono anch’esse legate all’età: da 16 a 20 ore nel neonato, da 10 a 12 nel bambino, da 7 a 8 nell’adolescente, e meno durante la tarda età adulta – ma ci sono ampie variazioni individuali. Appena ci si addormenta, si passa da uno stato di veglia ad uno di addormentamento e poi nello stadio del sonno NREM in cui i muscoli si rilassano, il respiro è rallentato e le palpebre sono chiuse; onde a basso voltaggio, a frequenza mista sostituiscono il ritmo alfa nell’EEG. Nello stadio 2, all’EEG appaiono i fusi del sonno (da 12 a 14 Hz) e i complessi di ampiezza elevata, a onde lente ripide (complessi K). Gli stadi 3 e 4 sono caratterizzati da sonno profondo e onde delta di ampiezza elevata (da 1 a 2 Hz) nell’EEG. Dopo 80-90 minuti, il sonno REM interrompe il ciclo, con episodi di movimenti oculari rapidi, agitazione degli arti, modificazioni nella pressione arteriosa e nella respirazione e onde di basso voltaggio e rapida frequenza nell’EEG; se il soggetto viene risvegliato in questo periodo, riferisce che stava sognando. Dopo un periodo di 5-10 minuti di sonno REM, ricompare il sonno NREM. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA IL SONNO E LE SUE ALTERAZIONI INSONNIA Terapia Il termine insonnia, nella sua accezione più propria, sta a indicare un’incapacità cronica (più di tre settimane) a dormire nei momenti in cui normalmente ci si aspetta che sopraggiunga il sonno, ma tale termine è comunemente usato per designare qualsiasi disturbo di breve o lunga durata nella profondità, durata, o capacità di portare ristoro del sonno. Può manifestarsi come difficoltà nell’addormentarsi, frequenti risvegli durante la notte, o risveglio precoce mattutino. A parte la «pseudo-insonnia», in cui un individuo esprime insoddisfazione per il suo sonno malgrado la normale profondità e durata di esso, ci sono due tipi principali di insonnia: primaria e secondaria. Nell’insonnia primaria c’è un’alterazione cronica del meccanismo del sonno, che interessa la sua qualità e quantità in assenza di qualsiasi malattia, anche psichiatrica. Può essere una condizione che dura tutta la vita. A differenza di rari individui a cui bastano 3-4 ore di sonno, i pazienti con insonnia primaria si lamentano degli effetti della deprivazione di sonno. L’insonnia secondaria (situazionale) è più spesso in relazione a preoccupazioni ed ansia (difficoltà nell’addormentarsi), oppure alla depressione (risveglio precoce al mattino), o ancora all’abuso di alcol e farmaci. Naturalmente, difficoltà respiratorie (per es., dovute a una patologia polmonare cronica ostruttiva) e condizioni mediche o chirurgiche dolorose (per es., dolore alla colonna, dolore addominale da ulcera peptica o carcinoma) possono provocare anomalie del sonno. Inoltre, ci sono numerose condizioni particolari in cui un disturbo del sonno è la principale alterazione e causa sconforto al paziente. Queste sono: 1) la sindrome delle gambe senza riposo, sensazioni sgradevoli di dolore e formicolii agli arti inferiori che provocano continui movimenti delle gambe e ritardo nella comparsa del sonno; 2) movimenti notturni delle gambe, che si verificano ogni 20-40 secondi per lunghi periodi durante il sonno e causano risvegli parziali o completi; 3) acroparestesie delle mani, causate da una sindrome del tunnel carpale; 4) cefalee a grappolo; 5) incubi e pavor notturno, che di solito si verificano in bambini che sono anche sonnambuli, ma che possono persistere nell’età adulta. Fra le malattie più strettamente neurologiche, gli stati confusionali acuti e il delirium sono in grado di alterare il sonno. Nella loro forma più grave, per esempio il delirium tremens, il paziente non riesce a dormire per alcuni giorni di seguito. Negli stati maniacali e ipomaniacali, contraddistinti da iperattività, il paziente sembra richiedere poco sonno per recuperare l’energia. Un infarto pontino può ridurre la quantità e le modalità del sonno. Tale fenomeno può essere osservato anche in alcuni casi di corea di Huntington, in certe degenerazioni cerebellari, nella degenerazione striatonigra e nella paralisi sopranucleare progressiva. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INSONNIA Terapia Se l’insonnia è di tipo secondario, è ragionevole che il trattamento debba essere diretto alla malattia primaria (con conseguente indicazione di farmaci ansiolitici o antidepressivi o di analgesici). Nel paziente con sindrome delle gambe senza riposo, può essere utile una benzodiazepina al momento di coricarsi (diazepam, clonazepam). In alcuni casi, si sono ottenuti risultati con il bloccante α-adrenergico tolazolina. Il Baclofen (da 20 a 40 mg al momento di coricarsi) può ridurre il disturbo del sonno dovuto ai movimenti periodici delle gambe. Il trattamento dell’insonnia primaria è difficile. In generale, l’uso a breve termine di farmaci sedativo-ipnotici è la risposta al problema. Tenendo sempre conto della tendenza allo sviluppo di tolleranza e dipendenza che possono dare le benzodiazepine, in caso di insonnia iniziale sono consigliate benzodiazepine a breve emivita come il triazolam, il temazepam e lo zolpidem. Se si tratta invece di insonnia centrale sono più idonee benzodiazepine ad emivita più lunga come il flurazepam o il lormetazepam. Si deve iniziare sempre con il dosaggio minimo efficace. IL SONNO E LE SUE ALTERAZIONI Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA IL SONNO E LE SUE ALTERAZIONI IPERSONNIE Tra gli stati di ipersonnia, due sono di particolare importanza, per la loro frequenza e per gli effetti disturbanti sulla vita del paziente: la sindrome di narcolessia-cataplessia e l’apnea da sonno con ipersonnia diurna. Alcuni pazienti depressi dormono eccessivamente, come pure i pazienti con grave ipotiroidismo e ipercapnia. SINDROME DI NARCOLESSIA-CATAPLESSIA Questa malattia, di cui sono sconosciute le cause e il quadro anatomo-patologico, è caratterizzata da frequenti (da due a sei al giorno) attacchi di sonnolenza. Le caratteristiche tipiche degli attacchi narcolettici sono di non essere controllabili, di verificarsi in circostanze insolite (per es., stando in piedi, mangiando o conversando). La maggioranza dei soggetti narcolettici manifesta anche occasionali attacchi di cataplessia, un’improvvisa perdita del tono muscolare, provocata da una franca risata o da altre forti emozioni. La cataplessia è momentanea e può interessare solo certi muscoli, come quelli mandibolari o degli arti superiori, oppure può essere completa con conseguente caduta a terra. Lo stato di coscienza è conservato e il recupero è immediato. Possono associarvisi una paralisi da sonno – una breve perdita di forza dei muscoli che si verifica durante il periodo dell’addormentamento o del risveglio – e allucinazioni vivide, completando così la tetrade che costituisce questa sindrome. Tale condizione di solito comincia nell’adolescenza o nella prima età adulta e, una volta iniziata, dura tutta la vita. Terapia Consiste nel fare sonnellini distribuiti in modo strategico durante il giorno e in farmaci analettici – destroamfetamina, da 5 a 20 mg/dì, o metilfenidato, da 10 a 30 mg/dì, e imipramina, 25 mg tre volte al giorno per la cataplessia. Questi farmaci agiscono inibendo il sonno REM. APNEA DA SONNO E IPERSONNIA DIURNA In certi individui, in particolare quelli con ostruzione delle vie aeree superiori o diminuito impulso respiratorio, il sonno può indurre ripetuti episodi di apnea prolungata (>10 sec). L’apnea di tipo ostruttivo, specialmente nei maschi, è spesso associata a obesità e a ipertrofia adenotonsillare e meno spesso a micrognatismo, distrofia miotonica, acromegalia e ipotiroidismo. La base anatomica e la fisiologia del tipo centrale, o primario, sono poco chiare, ma una forma grave di questa malattia è stata identificata come ipoventilazione centrale idiopatica (sindrome di Ondine). La forma centrale è stata osservata anche in pazienti con lesioni bulbari, per esempio infarto bulbare laterale, siringobulbia, poliomielite bulbare, degenerazione olivopontocerebellare. Periodi di apnea ostruttiva di solito si verificano durante il sonno REM. A causa delle frequenti interruzioni del sonno notturno, c’è un’aumentata sonnolenza durante il giorno. In realtà, il verificarsi di ottundimento persistente durante il giorn o dovrebbe far sorgere il sospetto di apnea ostruttiva da sonno, specialmente nei maschi. Terapia Consiste nel calo ponderale e in misure chirurgiche che riducono l’ostruzione nasofaringea. Nell’apnea da sonno primaria, il medrossiprogesterone e la protriptilina possono essere di beneficio. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE CEREBROVASCOLARI ICTUS MALATTIE CEREBROVASCOLARI Definizione e aspetti clinici MANIFESTAZIONI ISCHEMICHE EMORRAGIA INTRACRANICA Il termine malattia cerebrovascolare denota qualsiasi alterazione cerebrale derivante da un processo patologico dei vasi sanguigni. La modificazione patologica nei vasi può avere l’aspetto di un’occlusione da parte di un trombo o di un embolo, oppure di una rottura e le risultanti modificazioni parenchimali nel cervello sono di due tipi: l’ischemia (con e senza infarto) e l’emorragia. Forme più rare di malattie cerebrovascolari sono quelle da alterata permeabilità della parete vasale e da aumentata viscosità o da altre modificazioni delle caratteristiche del sangue. Queste alterazioni sono alla base degli ictus che complicano malattie come l’anemia a cellule falciformi e la policitemia e rendono conto della cefalea, dell’edema cerebrale e delle convulsioni nell’encefalopatia ipertensiva. Cause di malattie cerebrovascolari – Trombosi aterosclerotica. – Attacchi ischemici transitori. – Embolia. – Presenza di aneurismi sacciformi e malformazioni arterovenose e loro rottura. – Arteriti: a) sifilide meningovascolare, arterite secondaria a meningite piogena e tubercolare, varietà infettive rare (tifo, schistosomiasi, malaria, trichinosi, mucormicosi, ecc.); b) malattie del tessuto connettivo (poliarterite nodosa, lupus erythematosus), arterite necrotizzante, arterite di (segue) Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE CEREBROVASCOLARI (continua) Wegener, arterite temporale, malattia di Takayasu, arterite aortica granulomatosa o a cellule giganti e angioite granulomatosa a cellule giganti delle arterie cerebrali. – Tromboflebite cerebrale: secondaria a infezione dell’orecchio, dei seni paranasali, della faccia, ecc. – con meningite ed empiema sottodurale, stati debilitativi, postpartum, postoperatori, insufficienza cardiaca, malattie ematologiche (policitemia, anemia a cellule falciformi) e da causa indeterminata. – Malattie ematologiche: policitemia, anemia a cellule falciformi, porpora trombotica trombocitopenica, trombocitosi, ecc. – Traumatismi a carico delle arterie carotidi. – Aneurisma dissecante dell’aorta. – Ipotensione sistemica con stenosi arteriose: sincope, emorragia acuta, infarto miocardico, sindrome di Adams-Stokes, shock traumatico e chirurgico, ipersensibilità del seno carotideo, ipotensione posturale grave. – Complicanze dell’arteriografia. – Emicrania complicata con deficit persistenti. – Associate a ernie tentoriali, del foramen magnum e sottofalciali. – Miscellanea: displasia fibromuscolare, radiazioni eccessive, infarto del territorio dell’arteria cerebrale media da causa sconosciuta in traumi cranici chiusi, compressione da aneurisma sacciforme integro, dissezione localizzata della carotide o dell’arteria cerebrale media o dell’arteria vertebro-basilare, complicanze della terapia contraccettiva orale. – Cause indeterminate in ragazzi e giovani adulti: moyamoya, occlusioni arteriose intracraniche multiple e progressive. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE CEREBROVASCOLARI ICTUS L’ictus è la modalità caratteristica di presentazione delle malattie cerebrovascolari, ed è definito come deficit neurologico focale acuto non convulsivo. Nella sua forma più grave il paziente diviene emiplegico o comatoso. Se la morte non segue entro ore o giorni, vi è quasi sempre un certo grado di recupero funzionale. Questo profilo temporale con il quale si sviluppa il deficit neurologico, condensato in alcune ore o giorni, è diagnostico. Le variazioni nel profilo temporale riflettono il tipo di lesione vascolare. Gli ictus embolici caratteristicamente esordiscono in maniera del tutto improvvisa e possono recedere rapidamente o perdurare. Gli ictus trombotici possono avere un simile esordio improvviso, ma spesso sono un po’ più lenti nell’evoluzione (alcuni minuti, ore o anche giorni). L’emorragia cerebrale causa un deficit che è costantemente progressivo dal momento dell’esordio per un periodo di ore o più. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE CEREBROVASCOLARI MANIFESTAZIONI ISCHEMICHE INFARTO ATEROSCLEROTICO-TROMBOTICO Le grosse arterie intracraniche, così come l’aorta e le coronarie, sono predisposte allo sviluppo di lesioni aterosclerotiche. Sedi preferenziali sono la carotide comune e interna, la vertebrale, la basilare e i tronchi delle principali arterie cerebrali. I fattori che facilitano questa predisposizione sono l’ipertensione, il diabete mellito e l’iperlipidemia, sia genetica che legata alla dieta. Più della metà dei pazienti che sviluppano un ictus trombotico hanno avuto uno o più episodi di allarme, di breve durata, definiti attacchi ischemici transitori (Transient Ischemic Attacks, TIA), la diagnosi e il trattamento dei quali può prevenire l’ictus. L’ictus trombotico, preceduto o meno da TIA, si sviluppa in uno dei modi seguenti: più spesso vi è un’insorgenza improvvisa del deficit neurologico, che evolve in periodo che va da alcuni minuti fino ad alcune ore; oppure ci può essere un esordio con andamento a singhiozzo che progredisce in modo intermittente per alcune ore o per un giorno, o anche più a lungo; ancora, i sintomi possono regredire per alcune ore e poi progredire di nuovo. Più problematici appaiono i rari casi in cui il deficit avanza «a gradini» per un periodo di settimane. Spesso l’ictus trombotico si verifica durante il sonno; il paziente si sveglia paralizzato. Il tipo del deficit neurologico è determinato dalla sede dell’occlusione arteriosa e dalle possibili modalità anastomotiche. Diagnosi Le tecniche non invasive di studio del flusso ematico, come gli studi della carotide con il Doppler, possono rivelare un’arteria stenotica od occlusa. Questo può essere verificato con l’angiografia, tuttavia tale procedura può provocare, sebbene raramente, un peggioramento del deficit neurologico. L’angiografia digi- tale per sottrazione, preferibilmente per via arteriosa, visualizza in modo più sicuro, ma meno chiaro, l’aorta e i suoi principali rami intracranici. Con queste diverse tecniche possono essere visualizzati sia i segmenti stenotici che l’occlusione delle arterie e a volte i trombi murali che possono diventare embolici. Terapia Esistono opinioni discordi sulla possibilità che la precoce somministrazione e.v. di eparina e di coumadin per os sia capace di arrestare un processo trombotico in evoluzione. La rivascolarizzazione chirurgica di un vaso del collo accessibile può essere efficace se effettuata entro alcune ore, ma tale a p p roccio è possibile soltanto in una piccola quota di pazienti con ictus. L’impiego degli attivatori tissutali del plasminogeno ha dato risultati promettenti. I vasodilatatori possono avere effetti negativi provocando un «furto» di sangue dalle zone circostanti l’area infartuata. Gli steroidi sono indicati solo per controllare l’edema negli infarti massivi e la possibilità di erniazione. La terapia a lungo termine in pazienti con infarto trombotico completo è ugualmente incerta. La fisioterapia previene l’instaurarsi di blocchi articolari dovuti alla spasticità e aiuta il paziente nel far fronte alla sua invalidità, ma non accelera il ritorno delle funzioni. Il trattamento preventivo di futuri ictus o di infarti miocardici mediante l’uso a lungo termine di farmaci anticoagulanti o antiaggreganti piastrinici ha un beneficio parziale. La mortalità è alta nei pazienti comatosi. Nei pazienti con ictus trombotico è presente, per un periodo di anni, un aumentato rischio di mortalità per trombosi coronarica o per un nuovo ictus cerebrale. ATTACCHI ISCHEMICI TRANSITORI (TIA) I TIA sono definiti come deficit neurologici transitori dovuti a Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MANIFESTAZIONI ISCHEMICHE ischemia nel territorio di una data arteria, che durano da qualche minuto a ore e sono seguiti da una completa remissione. Possono verificarsi centinaia di attacchi, o soltanto alcuni. Come sottolineato sopra, tali attacchi possono anticipare un ictus trombotico. Si può dimostrare un arresto temporaneo del flusso ematico locale. Alcuni affermano che tutti i TIA sono embolici, altri che essi rappresentano modificazioni transitorie del flusso locale da alterata viscosità del sangue, ipotensione, o da altri meccanismi ancora sconosciuti. I TIA carotidei si manifestano con cecità mononucleare (amaurosi fugace), emiparesi, sindromi emisensitive, afasia, acalculia e stato confusionale. I TIA vertebro-basilari si manifestano con cecità, emianopsia, diplopia, vertigini, disartria, disfagia, ipostenia o parestesie del volto, emiplegia o quadriplegia e sindromi sensitive, in varie combinazioni. Diagnosi e terapia I pazienti che si presentano con TIA dovrebbero essere esaminati con studi di flusso non invasivi (Doppler), con l’angiografia digitale per sottrazione e l’arteriografia. Se i sintomi sono quelli del TIA carotideo e la lesione è localizzata nell’arteria carotide nel collo (stenosi di grado elevato o placca ulcerata), l’endoarteriectomia può fermare la progressione dei sintomi. Se la patologia appare interessare principalmente la porzione intracranica della carotide interna o il sistema vertebro-basilare, si ricorre alla terapia a lungo termine con coumadin o aspirina. INFARTO EMBOLICO L’embolia cerebrale è da sola la causa più frequente di ictus. La maggior parte degli emboli cerebrali origina nel cuore (fibrillazione atriale, infarto miocardico con trombi murali, MALATTIE CEREBROVASCOLARI endocardite). Altri provengono dai polmoni, dall’aorta o dalle grosse arterie del collo. Diversamente da un trombo, che aderisce alla parete dei vasi, la particella embolica è friabile e migrante. L’embolo può disintegrarsi prima che si verifichi la necrosi tissutale, oppure successivamente, in tal caso l’area infartuata diviene emorragica in seguito al ripristinarsi della circolazione. Tra gli ictus ischemici quello di tipo embolico si sviluppa più rapidamente, entro alcuni secondi o minuti. Benché il cervello sia l’organo più frequentemente interessato da un’embolia di origine cardiaca, anche altre sedi (milza, rene, tratto gastrointestinale, arti inferiori) possono essere coinvolte. Come precedentemente esposto, in relazione alla sede dell’area infartuata si sviluppano diverse sindromi cerebrovascolari. Diagnosi I rami delle arterie cerebrali medie sono quelli più frequentemente coinvolti. Circa un terzo degli infarti embolici diviene emorragico, un fenomeno che può essere evidenziato da TAC seriali. La prognosi a breve termine per un paziente con infarto embolico è più o meno la stessa che per un paziente con infarto trombotico, eccetto che la regressione del deficit neurologico tende ad essere più rapida. Vi è sempre comunque il rischio di embolie ricorrenti. Terapia In pratica, quando un infarto si è già verificato nessuna terapia è realmente efficace e il trattamento è pertanto diretto alla prevenzione dell’embolia ricorrente. Di tutti gli ictus, quelli embolici rispondono meglio al trattamento a lungo termine con anticoagulanti (coumadin) e antiaggreganti piastrinici. Tuttavia, una precoce eparinizzazione di un infarto potenzialmente emorragico, soprattutto se l’area infartuata è estesa e il paziente è iperteso, comporta un aumentato Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MANIFESTAZIONI ISCHEMICHE rischio di sanguinamento. Un’emorragia si verifica in circa il 30% di tutti gli infarti cerebrali embolici e può richiedere da 3 a 4 giorni per rendersi manifesta. Per questa ragione devono essere eseguite una TAC e una rachicentesi a 3-4 giorni di distanza dall’embolia. Se non vi sono segni di emorragia, si procede con eparina e.v., somministrata gradualmente, seguita da coumadin. MALATTIE CEREBROVASCOLARI Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE CEREBROVASCOLARI EMORRAGIA INTRACRANICA Definizione e aspetti clinici Le più importanti cause di emorragia intracranica sono l’emorragia intracerebrale primaria, la rottura di un aneurisma saccul a re o di una malformazione arterovenosa e il trauma, considerando anche gli ematomi epidurali e sottodurali. Cause di emorragia i ntracranica (incluse quelle intracerebrali, subaracnoidee, ventricolari e sottodurali) – Emorragia intracerebrale primaria (ipertensiva). – Rottura di aneurisma sacciforme. – Rottura di malformazione arterovenosa. – Causa non determinata (pressione arteriosa normale, senza aneurismi né malformazione arterovenosa). – Trauma, compresa l’apoplessia post-traumatica ritardata. – Malattie emorragiche: leucemia, anemia aplastica, porpora trombocitopenica, epatopatia, complicanze della terapia anticoagulante, iperfibrinolisi, ipofibrinogenemia, emofilia, ecc. – Emorragia nell’ambito di un tumore primario o secondario. – Embolia settica, aneurisma micotico. – In corso di infarto emorragico, arterioso o venoso. – In corso di malattie infiammatorie delle arterie e delle vene. – In corso di amiloidosi arteriosa. – Tipi rari di varia natura: dopo l’assunzione di farmaci che inducono ipertensione, in corso di esercizio fisico, durante l’angiografia, in corso di esami urologici dolorosi, come complicanza a lungo termine di un occlusione carotidea neonatale, quale complicanza di una fistola arterovenosa carotidea, in corso di anossia, emicrania e malformazioni teratomatose. EMORRAGIA INTRACEREBRALE PRIMARIA Chiamata anche ipertensiva perché nella maggior parte dei casi si verifica in pazienti con ipertensione; tuttavia, l’emorragia cerebrale primaria non è necessariamente correlata alla presenza o al grado di ipertensione. In alcuni casi un fattore importante è rappresentato dall’amiloidosi delle arterie. Di tutte le malattie cerebrovascolari, l’emorragia intracerebrale primaria è la più drammatica: il paziente improvvisamente cade a terra oppure è colto da cefalea e rapidamente va in coma. La morte segue a distanza di ore o giorni. Nel 20-30% dei casi, la cefalea è lieve e può verificarsi un deficit neurologico focale senza perdita di coscienza, in tal caso non è possibile fare una distinzione clinica con un infarto. Solo con la TAC si può riconoscere la lesione emorragica. Si possono osservare tutte le gradazioni, dalle emorragie piccole a quelle ampie. Le sedi più comuni di emorragia cerebrale in ordine di frequenza sono: 1) capsulo-putaminale (50%), 2) lobare, 3) talamica, 4) cerebellare e 5) pontina. Nelle grosse emorragie dei nuclei della base i pazienti cadono rapidamente in uno stato stuporoso e comatoso con emiplegia. L’esordio può essere con cefalea e l’emiplegia evolve in un periodo di 5-30 minuti, con deviazione degli occhi verso il lato della lesione, stato confusionale pro g ressivamente ingravescente, stupor, coma e segni di compressione del tronco cerebrale superiore. Il quadro clinico dell’emorragia lobare dipende naturalmente dalla sua localizzazione: occipitale (dolore intorno all’occhio ipsilaterale ed emianopsia omonima), temporale (dolore in sede auricolare, emianopsia parziale, afasia fluente), frontale (emiplegia controlaterale e cefalea frontale), o parietale (cefalea temporale anteriore e deficit emisensitivo controlaterale). Il verificarsi di una di queste sindromi insieme a una cefalea rapidamente progressiva, a vomito e a stupor è diagnostico e la TAC conferma questo dato. L’assunzione di anticoagulanti e la presenza di una malformazione arterovenosa sottostante o di Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EMORRAGIA INTRACRANICA un tumore metastatico sono altre cause che devono sempre essere prese in considerazione. Nell’emorragia talamica, il difetto sensitivo è piu marcato dell’emiparesi o dell’emianopsia. L’afasia può essere presente nelle lesioni dell’emisfero dominante e l’amorfosintesi in quelle dell’emisfero non dominante. Alterazioni oculari come la deviazione degli occhi verso il basso e la presenza di pupille miotiche non reattive sono frequenti. La prognosi si correla strettamente alle dimensioni dell’emorragia. L’emorragia pontina è caratterizzata dalla rapida evoluzione del coma e da paralisi completa, rigidità decerebrata e pupille miotiche, ma reagenti. La sopravvivenza è possibile nelle piccole emorragie. Nell’emorragia cerebellare, la perdita di coscienza all’esordio è insolita. Vomito, cefalea occipitale, vertigine, atassia marcata, incapacità a stare in piedi o seduti e deviazione forzata degli occhi verso il lato opposto alla lesione sono le manifestazioni più comuni. ROTTURA DI ANEURISMA SACCIFORME Questa è la quarta malattia cerebrovascolare in ordine di frequenza. L’aneurisma consiste in una piccola (da 2 mm a 2 cm, in media da 8 a 10 mm) dilatazione a forma di bacca della superficie di un’arteria. Per lo più gli aneurismi si formano nel punto di biforcazione di un’arteria nel circolo del Willis o in vicinanza. Nella maggior parte dei casi sono piccoli e clinicamente silenti fino ai 35-65 anni; quando si rompono danno origine a un’emorragia subaracnoidea. Occasionalmente, l’aneurisma può, per un processo di stillicidio e di crescita del coagulo, raggiungere grosse dimensioni (da 3 a 4 cm) e comprimere i nervi cranici o altre strutture, ma la maggior parte degli aneurismi vengono riconosciuti solo quando si rompono, causando un’emorragia subaracnoidea. La rottura di un aneurisma si manifesta con comparsa di grave MALATTIE CEREBROVASCOLARI cefalea ad insorgenza improvvisa, nausea, vomito e segni di irritazione meningea. Il verificarsi di questi sintomi in un adulto senza febbre e senza segni neurologici focali o di lato è praticamente diagnostico per la rottura di un aneurisma sacciforme. Tuttavia, alcuni casi di emorragia aneurismatica sono accompagnati da segni neurologici focali. Un aneurisma sito alla giunzione della carotide interna e delle arterie comunicanti posteriori può danneggiare il nervo oculomotore adiacente; un aneurisma situato alla giunzione dell’arteria cerebrale anteriore con la media può danneggiare il nervo ottico adiacente; se l’aneurisma è posto alla prima biforcazione dell’arteria cerebrale media l’emorragia può interessare il parenchima cerebrale e causare emiplegia. Una grossa emorragia subaracnoidea può essere immediatamente fatale, e questa è l’unica forma di malattia cerebrovascolare che dà luogo a morte improvvisa. Diversamente, si può manifestare con una crisi epilettica generalizzata. La maggior parte dei pazienti raggiunge l’ospedale in stato cosciente. C i rca il 40% degli aneurismi che hanno provocato sanguinamento se non trattati si rompono di nuovo entro due mesi (la maggior parte nella seconda o terza settimana) e la maggioranza di queste rotture si rivela fatale. La seconda complicanza principale della rottura di un aneurisma è lo spasmo vascolare e l’infarto cerebrale, che si verifica nel territorio dell’arteria in cui è situato l’aneurisma, più spesso durante la seconda settimana. L’idrocefalo, dovuto al blocco delle vie liquorali da parte del sangue, può svilupparsi 2-4 settimane dopo la rottura. Si possono osservare anche diabete insipido e sindrome da inappropriata secrezione di ADH. Diagnosi Viene stabilita con la TAC e con la rachicentesi. L’angiografia visualizza l’aneurisma nel 95% dei casi. La rachicentesi è necessaria per confermare la presenza di una sindrome meningea non manifesta, anche se attualmente non vengono più praticate Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EMORRAGIA INTRACRANICA ripetute punture lombari per rimuovere il liquor ematico. La diagnosi precoce, l’intervento chirurgico e l’obliterazione dell’aneurisma mediante clippaggio del colletto rappresentano l’unico trattamento sicuro. Tuttavia, se il paziente è in stupor profondo o in coma, la mortalità chirurgica è talmente elevata che l’intervento non è indicato. Si preferisce quindi sedare il paziente, controllare la pressione arteriosa e prevenire le convulsioni fino a che il paziente riacquista coscienza. Terapia Gli agenti antifibrinolitici quali l’acido aminocaproico (1-1,5 g/ora e.v.) o l’acido tranexamico (6-12 mg/die) impediscono la lisi del coagulo, ma l’uso di tali farmaci pro v o c a un’aumentata incidenza di spasmo vascolare e infarto. Non sono note misure adeguate per prevenire quest’ultimo fenomeno: l’espansione del volume intravascolare può essere efficace, ma tale tecnica è sicura solo nel periodo postoperatorio. Negli ultimi anni è stato osservato che l’uso dei calcio-antagonisti (nimodipina, 60 mg ogni 4 ore per 21 giorni) può essere utile nel prevenire il vasospasmo e l’infarto. MALATTIE CEREBROVASCOLARI Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ALCOL E ALCOLISMO Terapia Definizione e aspetti clinici L’alcol etilico o etanolo, contenuto in quantitativi diversi in vino, birra, e in tutte le bevande alcoliche, è la droga piu abbondantemente usata e abusata fra tutte quelle che provocano intossicazione. I suoi effetti acuti sono noti a tutti. Come con tutte le droghe che provocano dipendenza, la tolleranza si sviluppa con l’uso cronico e alla sospensione della droga dopo un periodo di abuso continuato si sviluppano sintomi specifici (sindrome da sospensione o di astinenza). INTOSSICAZIONE ALCOLICA Le manifestazioni caratteristiche dell’intossicazione alcolica sono così comuni da non richiedere spiegazioni. Gradi variabili di allegria e di eccitazione, perdita di controllo, loquacità, irregolarità del comportamento, eloquio impastato, incoordinazione del movimento e della marcia, inattenzione, sonnolenza e – ai livelli estremi – stupor e coma devono solo essere menzionati. Le forme tipiche di intossicazione da alcol presentano poche difficoltà nella diagnosi e nel trattamento. In alcune forme atipiche, tuttavia, la diagnosi può essere difficile ed è richiesto un trattamento urgente. COMA ALCOLICO In passato, l’alcol era usato come un anestetico, ma questa era una pratica rischiosa, dato che il margine di sicurezza fra la dose che provoca coma e quella che provoca una grave depressione dei centri respiratori è molto più ristretto di quello dei comuni anestetici. Questo fatto aggiunge un elemento di urgenza alla diagnosi e al trattamento della narcosi alcolica. La diagnosi di coma alcolico può essere fatta con sicurezza solo dopo esclusione di tutte le altre cause di coma; il volto arrossato e l’odore dell’alcol sono di per sé criteri diagnostici insufficienti. Il livello ematico di alcol è una misura utile ma imperfetta. Una concentrazione di 400 mg/dl può mostrarsi letale in un individuo che non la tollera, ma causare solo lievi sintomi di intossicazione in un bevitore cronico. Livelli plasmatici relativamente bassi in un paziente etilista in coma (200 mg/dl o meno) dovrebbero sempre suggerire la presenza di una intossicazione da parte di altre sostanze (barbiturici, alcol metilico), di un’infezione o di una malattia epatica associata. Il principale obiettivo nel trattamento del coma alcolico è quello di pre v e n i re la depressione respiratoria e le sue complicanze. L’emodialisi dovrebbe essere effettuata nei pazienti con livelli di alcolemia estremamente elevati (> 500 mg/dl), particolarmente in quelli che sono in acidosi o hanno ingerito contemporaneamente metanolo o glicole etilenico o qualche altra sostanza dializzabile. Blackout: a un certo stadio dell’intossicazione alcolica, un individuo può perdere la capacità di memorizzare, malgrado sia capace di svolgere una gamma di attività complesse. In seguito, quando torna sobrio, l’individuo non ricorda queste attività, che possono averlo occupato per un periodo di diverse ore. Tali fenomeni sono conosciuti come blackout, e possono essere utilizzati come misura della gravità dell’intossicazione. INTOSSICAZIONE PATOLOGICA (INTOSSICAZIONE COMPLICATA, STATO PARANOIDEO ALCOLICO, INTOSSICAZIONE ATIPICA) I confini di questa sindrome non sono mai stati chiaramente Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ALCOL E ALCOLISMO stabiliti, come si può del resto osservare dalle sue diverse definizioni. Ben note sono certe reazioni idiosincrasiche all’alcol in cui dopo alcuni bicchieri si scatenano in modo prevedibile alterazioni comportamentali apparentemente estranee alla personalità dell’individuo – tendenza alla discussione, aggressività, paranoia acuta, disinibizione sessuale o criminalità –. Si ritiene che gli effetti di disinibizione dell’alcol, in questi casi, evidenzino un tratto di personalità sociopatica latente. Più spesso il termine intossicazione patologica è riservato a episodi improvvisi di rabbia incontrollata con comportamento aggressivo e distruttivo; si fatica a tenere il paziente sotto controllo e bisogna praticargli una sedazione a dosi massive; in seguito il paziente non ricorda l’episodio. SINDROME DA ASTINENZA O DA SOSPENSIONE È un complesso di sintomi che consiste in tremore, allucinazioni, crisi epilettiche, stato confusionale e iperattività psicomotoria e vegetativa, che si sviluppa in un soggetto alcoldipendente entro alcune ore o giorni dalla sospensione dell’assunzione di alcol. Le strutture cerebrali su cui l’alcol agisce e che diventano tolleranti a quote sempre più crescenti appaiono disinibite e diventano iperattive alla sospensione dell’alcol. Esistono due tipi di sindrome: una minore e una maggiore. La sindrome minore o precoce è caratterizzata da tremori, nausea e vomito, insonnia, faccia arrossata, lieve diaforesi, allucinazioni (visive e uditive, raramente tattili e olfattorie) e convulsioni; disorientamento e stato confusionale sono di grado minimo o assenti. Questi sintomi esordiscono entro 7-8 ore dall’ultima assunzione di alcol, raggiungono il loro picco di intensità entro 24 ore e quindi scompaiono nel giro di qualche giorno, in genere senza sequele. Eccezionalmente, uno stato di astinenza dall’alcol cominciato con allucinazioni uditive non re g redisce e si stabilizza in una psicosi cronica delirante-allucinatoria, che può essere scambiata per una schizo- f renia paranoide. In un numero relativamente piccolo di pazienti, i sintomi precoci di astinenza dall’alcol (particolarmente le crisi epilettiche da astinenza) sono il preludio di un delirium tremens. La sindrome maggiore, tradizionalmente designata come de lirium tremens, è caratterizzata da profondo stato confusionale, tremore grossolano e agitazione, deliri, allucinazioni e iperattività del sistema vegetativo (febbre, tachicardia, pupille dilatate, sudorazione profusa). Questi sintomi insorgono fra le 48 e le 96 ore (picco di esordio, 72 ore) dopo l’interruzione dell’assunzione di alcol. La sindrome maggiore è molto meno frequente di quella minore, ma molto più grave, e nel 5-10% dei casi ha esito fatale. Ipertermia, collasso circolatorio, infezioni e traumi sono le condizioni in genere associate a esito fatale. Lo studio anatomo-patologico del cervello in questi casi non ha mostrato alcuna alterazione istologica significativa. Convulsioni da astinenza. Durante il periodo di privazione dall’alcol, in fase precoce (da 7 a 48 ore dopo la cessazione), vi è una marcata tendenza a sviluppare crisi convulsive, senza storia o traccia EEGrafica di epilessia. L’astinenza da alcol è una causa importante delle crisi convulsive che si verificano per la prima volta nell’età adulta. Durante il periodo di attività epilettica, l’EEG può essere anormale e il paziente può essere sensibile in modo inusuale alla stimolazione stroboscopica, ma queste anomalie recedono in alcuni giorni, anche in pazienti che in seguito sviluppano deli rium tremens (la sequenza convulsioni da astinenza-delirium tremens si verifica in quasi il 30% dei pazienti con crisi epilettiche da astinenza). Di regola, tali crisi epilettiche sono del tipo grande male; possono verificarsi singolarmente o ci possono essere diverse crisi in un periodo di alcune ore o, raramente, uno stato epilettico. Una crisi epilettica focale che si verifica in questo quadro indica la presenza di una lesione cerebrale focale (più spesso traumatica), in aggiunta agli effetti della sospensione di alcol. In pazienti con epilessia idiopatica o post-traumatica, le crisi Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ALCOL E ALCOLISMO epilettiche possono essere precipitate da un breve periodo di assunzione di alcol, ma anche in questi casi le crisi epilettiche non si verificano quando il paziente è intossicato, bensì nella fase di regressione dell’intossicazione. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ALCOL E ALCOLISMO Terapia In presenza dei sintomi da astinenza da alcol, le principali considerazioni riguardano la correzione dei liquidi e degli elettroliti e la somministrazione attenta di farmaci sedativi. Negli alcolisti defedati, l’uso di soluzioni glucosate per via parenterale comporta il pericolo di precipitare in una sindrome di Wernicke: perciò, al trattamento va aggiunta della vitamina B. Vari farmaci sedativi sono ugualmente utili nell’alleviare il tremore, il nervosismo e l’insonnia. Il clordiazepossido e il diazepam sono attualmente i farmaci più popolari ma la loro somministrazione orale non presenta vantaggi rispetto all’uso di paraldeide. Quest’ultimo farmaco è estremamente sicuro (da 8 a 12 ml in succo d’arancia ogni 3-4 ore), stando attenti che sia conservato in bottiglie scure, che prevengono il suo deterioramento. Terapia del delirium tremens: il trattamento di questo stato è più urgente che il trattamento della sindrome minore di astinenza. Comincia con un’attenta ricerca di un trauma o di un’infezione associati, particolarmente di una lacerazione cerebrale, di un ematoma sottodurale, di una polmonite e di una meningite. È consigliabile eseguire in tali pazienti una RX del torace, la rachicentesi, la TAC e le prove di funzionalità epatica. I punti salienti del trattamento sono la somministrazione di liquidi e la correzione delle alterazioni elettrolitiche. Una grave sudorazione richiede la somministrazione di 10 litri di liquidi al giorno, di cui circa un quarto dovrebbe essere soluzione fisiologica con l’aggiunta di vitamine B. Le quantità di glucosio ed elettroliti da aggiungere dipendono dai reperti di laboratorio. Nelle forme gravi di delirium tremens, bisogna monitorare spesso i segni vitali, per prevenire lo shock e l’ipertermia. Lo shock richiede l’uso urgente di trasfusioni di sangue intero, di liquidi e di farmaci vasopressori e l’ipertermia richiede l’uso di un materasso di raffreddamento oltre al trattamento specifico delle infezioni eventualmente associate. I farmaci devono in genere essere somministrati per via parenterale, per esempio diazepam, 10 mg e.v., ripetuto una volta o due a intervalli di 20-30 minuti fino a che il paziente diviene calmo ma sveglio; in alternativa, il fenobarbital o l’amobarbital (10 mg) o l’aloperidolo (10 mg) possono essere somministrati a intervalli di 3-4 ore, ammesso che non vi sia una grave malattia epatica. I corticosteroidi non sono utilizzati nella terapia dei sintomi da astinenza. Terapia delle convulsioni da astinenza. Nella maggior parte dei casi, i farmaci anticonvulsivanti non sono necessari, dal momento che le crisi si presentano solo in un breve periodo limitato agli stadi precoci di astinenza e spesso sono già cessate quando il paziente viene visto dal medico. La somministrazione parenterale di fenobarbital o clordiazepossido nelle fasi precoci del periodo di sospensione può prevenire le crisi. Inoltre, la somministrazione a lungo termine di anticonvulsivanti non è praticabile. Se il paziente continua ad astenersi dall’alcol, non si svilupperanno altre crisi; se riprende a bere, in genere abbandona i farmaci. Lo stato di male epilettico da astinenza da alcol dovrebbe essere trattato come uno stato di male epilettico da qualsiasi altra causa. Ai pazienti con epilessia idiopatica o post-traumatica deve essere proibita l’assunzione di alcol e tali pazienti devono mantenere la loro terapia farmacologica anticonvulsivante. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO FORME CARATTERIZZATE DA DEMENZA MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO Definizione e aspetti clinici PROGRESSIVA FORME ASSOCIATE AD ALTRE ANOMALIE NEUROLOGICHE PATOLOGIA DEL MOTONEURONE Le malattie comprese sotto la denominazione di malattie degenerative del sistema nervoso presentano le seguenti caratteristiche: – hanno un esordio insidioso dopo un lungo periodo di normale funzionamento del sistema nervoso e seguono un decorso gradualmente progressivo per molti anni, spesso una decade o più; – alcune dipendono da fattori genetici, o per lo meno compaiono in più di un membro della stessa famiglia (malattie degenerative ereditarie). Un numero maggiore di tali malattie si verifica sporadicamente; – da un punto di vista anatomo-patologico, le malattie degenerative sono caratterizzate da una perdita graduale di neuroni che vengono sostituiti da gliosi; spesso la perdita neuronale è selettiva, cioè coinvolge un sistema funzionale come le cellule delle corna anteriori nella sclerosi laterale amiotrofica o i n e u roni pigmentati della substantia nigra nel morbo di Parkinson; – l’atrofia dei sistemi funzionali è più o meno simmetrica una volta che la malattia si è completamente stabilita. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO FORME CARATTERIZZATE DA DEMENZA PROGRESSIVA MALATTIA DI ALZHEIMER Definizione e aspetti clinici Questa è la più frequente di tutte le malattie degenerative. Si verifica nell’età adulta avanzata e nella vecchiaia e la sua prevalenza nella popolazione oltre i 60 anni è compresa fra il 4 e il 5%. La malattia è familiare in circa il 15% dei casi e ha un decorso progressivo che dura da 5 a 10 anni. La perdita neuronale interessa per lo più le aree di associazione della corteccia frontale, temporale e parietale di entrambi gli emisferi; la corteccia motoria primaria, quelle somatosensoriale, visiva e uditiva sono risparmiate. A parte la perdita neuronale, le caratteristiche anatomo-patologiche più tipiche sono le placche senili (neurali) di materiale amorfo e un ispessimento e una condensazione della componente neurofibrillare delle cellule nervose che sopravvivono e degenerano (modificazione neurofibrillare di Alzheimer). Questi due tipi di modificazioni si trovano in grado lieve in soggetti normali con l’avanzare dell’età, ma sono estremamente più importanti nella malattia di Alzheimer. Tuttavia, la loro ubiquità ha portato alla convinzione che la malattia di Alzheimer sia per lo più una manifestazione di senescenza insolitamente avanzata o prematura. Il flusso ematico nella corteccia atrofizzata è ridotto, ma non ci sono prove che ciò sia dovuto all’arteriosclerosi. La malattia è più frequente e si verifica più precocemente in soggetti affetti da sindrome di Down, reperto che è stato spiegato sulla base di un’anomalia genetica localizzata a livello de1 cromosoma 21. La sindrome demenziale trova la sua presentazione più evidente proprio nei portatori della malattia di Alzheimer. Esordisce insidiosamente, con una compromissione della memoria, poi, via via, compaiono altri deficit delle funzioni cerebrali. Durante l’eloquio, i pazienti si interrompono per ricercare le parole, la comprensione è meno rapida, vengono compiuti frequenti errori di calcolo e compare un deficit dell’orientamento visuospaziale. Col progredire della malattia, l’esame dello stato mentale conferma la presenza di disorientamento manifesto, amnesia, afasia, aprassia e agnosia. In alcune varianti della malattia, ciascuno di questi deficit può pre c e d e re il disturbo della memoria. L’andatura è conservata fino a stadi avanzati della malattia; i riflessi sono normali, così come la sensibilità, l’udito, il campo visivo, i movimenti oculari e altre funzioni troncoencefaliche. Ancora più tardivamente, diventano evidenti riflessi di grasping e di suzione, l’andatura diviene a piccoli passi e si evidenziano una lieve rigidità (a volte mioclono) e rallentamento motorio. Infine, il paziente resta tutto il giorno seduto, inoperoso e muto, o giace immobile a letto fino a che non muore per un’infezione o un’altra malattia intercorrente. Diagnosi Il quadro clinico rende possibile la diagnosi con un’accuratezza dell’80-85%. La TAC e la risonanza magnetica rivelano un grado di atrofia cerebrale superiore a quello atteso per l’età. L’EEG mostra un rallentamento diffuso. Il liquor è normale. Il quadro clinico può essere complicato da una o più lesioni cerebrovascolari, che sono da attendersi nel 25% degli individui del gruppo di età dei sospetti con malattia di Alzheimer. Terapia Non esiste un trattamento specifico per la malattia di Alz h e i m e r, ma il consulto medico e l’uso di farmaci per combattere certi sintomi fastidiosi (insonnia, agitazione, deliri) si rivelano utili per la famiglia del paziente. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA FORME CARATTERIZZATE DA DEMENZA PROGRESSIVA SCLEROSI LOBARE (MALATTIA DI PICK) Definizione e aspetti clinici Questa rara malattia consiste in un grado estremo di atrofia (molto maggiore che nella malattia di Alzheimer) dei lobi frontali, di quelli temporali o di entrambi. Il quadro anatomopatologico è caratterizzato da perdita neuronale e molti dei neuroni che sopravvivono possono mostrare un peculiare rigonfiamento e inclusioni intracitoplasmatiche argentofile. La grave perdita di neuroni e la gliosi della corteccia coinvolta si associa anche a perdita delle fibre nervose mieliniche nella sostanza bianca centrale. Una importante storia familiare e un interessamento precoce e prevalente dei lobi frontali (marcata apatia e rallentamento psicomotorio; riflessi di grasping e di suzione) o dei lobi temporali (grave, precoce interessamento del linguaggio) suggeriscono la diagnosi di malattia di Pick. Altrimenti, il quadro clinico assomiglia a quello della malattia di Alzheimer. La TAC e la risonanza magnetica rivelano l’estremo approfondimento dei solchi. La malattia di Pick viene probabilmente ereditata come carattere autosomico dominante, ma la causa non è stabilita. Non esiste terapia. MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO FORME ASSOCIATE AD ALTRE ANOMALIE NEUROLOGICHE PARALISI AGITANTE (MORBO DI PARKINSON) Definizione e aspetti clinici COREA DI HUNTINGTON Definizione e aspetti clinici Questa malattia neurologica che si eredita come carattere autosomico dominante esordisce di solito in età medio-adulta e progredisce fino alla morte in 12-15 anni. Sia la corea che il decadimento intellettivo possono essere la prima manifestazione; in seguito sono presenti entrambi. Spesso il decadimento intellettivo è preceduto di molti anni da disturbi emozionali e da alterazioni del comportamento e della personalità. Le varianti consistono in rigidità invece di corea (forma di Westphal) e nei bambini possono esserci anche crisi epilettiche, atassia, distonia e bradicinesia. Diagnosi La principale anomalia anatomo-patologica è una perdita selettiva di alcuni gruppi neuronali nei nuclei caudati con gliosi sostitutiva. Ciò è molto ben evidente alla TAC e alla risonanza magnetica, che mostrano un appiattimento del normale contorno arrotondato delle superfici mediali dei nuclei caudati. Una perdita neuronale meno cospicua si osserva anche nella corteccia cerebrale. L’anomalia genetica è localizzata sul braccio corto del cromosoma 4. Terapia L’aloperidolo in dosi di 2-10 mg al giorno è probabilmente il farmaco più efficace nell’eliminare i sintomi coreici, ma non altera il decorso della malattia. Acinesia, tremore a riposo, rigidità, lentezza nei movimenti (più evidente nei movimenti alternati delle mani), facies amimica e assenza dell’ammiccamento, postura in flessione e andatura festinante costituiscono la sindrome tipica. La risposta dei sintomi alla L-dopa costituisce un altro criterio diagnostico. La malattia, di solito, compare nella tarda età adulta, a volte precocemente intorno ai 40 anni. Circa due terzi dei pazienti diventano invalidi entro cinque anni, ma la malattia può proseguire per vent’anni o più. L’incidenza familiare è bassa. Non vi sono atassia, paralisi o altri segni di interessamento delle vie corticospinali. Le proporzioni di tremore, rigidità e acinesia variano da caso a caso. Il paziente parkinsoniano è spesso depresso. Inoltre la demenza non è rara, in alcuni casi la paralisi agitante è dovuta alla contemporanea presenza della malattia di Alzheimer. Le caratteristiche anatomo-patologiche distintive sono una perdita di cellule pigmentate nella substantia nigra (pars compac ta) e in altri nuclei pigmentati del tronco encefalico e la presenza di inclusioni citoplasmatiche – cosiddetti corpi di Lewy – nelle cellule rimanenti. La popolazione di cellule della substan tia nigra scende da circa 425.000 a meno di 100.000. Come risultato, vi è un deficit di dopamina, sia nelle cellule della sub stantia nigra, in cui la dopamina viene sintetizzata, che nelle terminazioni sinaptiche delle fibre nigrostriatali. Terapia L’utilizzo della L-dopa serve a supplire la deplezione di dopamina striatale. La L-dopa è di solito data in associazione con un inibitore dell’enzima decarbossilasi per prevenire la sua rapida distruzione, in dosi di 10-25 mg di inibitore con 100-250 mg di L-dopa, da 3 a 4 volte al giorno. Nausea, Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA FORME ASSOCIATE AD ALTRE ANOMALIE NEUROLOGICHE ipotensione e depressione sono effetti collaterali comuni che possono di solito essere trattati con terapia farmacologica. L’effetto che causa più problemi è l’induzione di movimenti involontari, che richiedono una riduzione del dosaggio. Utili ausili in pazienti che tollerano scarsamente la L-dopa sono gli agenti dopaminergici, la bromocriptina (10 mg/dì in dosi frazionate, aumentate lentamente fino a 40-60 mg/die) e l’amantadina (50-100 mg due volte al giorno). Il deprenil, 5 mg due volte al giorno, se somministrato precocemente nel corso della malattia, può ritardare l’evoluzione dei sintomi parkinsoniani. Marcate fluttuazioni nella rigidità (fenomeno «on-off»), che caratterizzano gli ultimi stadi della malattia, richiedono un’attenta suddivisione dei dosaggi del farmaco, letteralmente ora per ora. MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO PATOLOGIA DEL MOTONEURONE Il termine malattia del motoneurone designa un disturbo degenerativo dei motoneuroni del midollo spinale, del tronco encefalico e della corteccia motoria, che si manifesta clinicamente con ipostenia muscolare e atrofia (amiotrofia) e segni di interessamento delle vie corticospinali, in varie combinazioni. Per lo più, si tratta di un disturbo della mezza età e progredisce fino alla morte in 2-5 anni, a volte in tempi piu lunghi. SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA (SLA) Definizione e aspetti clinici È la forma più comune di malattia del motoneurone, con un’incidenza annua compresa fra 0,4-1,76 per 100.000 nella popolazione, in tutto il mondo. In circa il 5% dei casi la malattia viene ereditata come carattere autosomico dominante, ma questo tipo non differisce in nessun altro modo dal tipo sporadico. Di solito, l’esordio è caratterizzato da ipostenia e atrofia dei muscoli delle mani, associate a crampi e a fascicolazioni dei muscoli delle braccia e del cingolo scapolare. Meno spesso i sintomi cominciano in un arto inferiore. La triade di ipostenia atrofica delle mani e degli avambracci, lieve spasticità agli arti inferiori e iperreflessia generalizzata – tutto in assenza di modificazioni della sensibilità – lascia pochi dubbi circa la diagnosi. Presto o tardi durante la malattia, compaiono disartria, disfagia e disfonia e la lingua si può assottigliare e presentare fascicolazioni; oppure può diventare evidente una paralisi spastica bulbare (paralisi pseudobulbare). La SLA è l’unica condizione comune in cui coesistono un’atrofia progressiva e una paralisi bulbare spastica. La malattia progredisce inesorabilmente, portando a morte nel giro di 2-5 anni, di solito per paralisi respiratoria. Non vi è terapia. Diagnosi A qualsiasi stadio della malattia, l’elettromiografia rivela segni di atrofia da denervazione diffusa, mentre la velocità di conduzione nervosa motoria è normale o solo lievemente ridotta. Il liquor di regola è normale; eccezionalmente, le proteine totali sono lievemente aumentate. La CK sierica è normale o leggermente aumentata. L’esame neuropatologico mostra solo atrofia e perdita delle cellule delle corna anteriori del midollo spinale, dei nuclei motori della parte inferiore del tronco encefalico e delle cellule di Betz, con degenerazione secondaria dei fasci corticospinali. SCLEROSI MULTIPLA (SM) (SCLEROSI A PLACCHE) Definizione e aspetti clinici È la più comune fra le malattie demielinizzanti, caratterizzate da fenomeni di distruzione focale della guaina mielinica assonale del sistema nervoso centrale, accompagnati da risposta infiammatoria locale; i nervi periferici sono sempre indenni. La lesione demielinizzante appare come un’area grigiastra (cosiddetta placca) che non assume le colorazioni istochimiche specifiche per la mielina; la distribuzione è irregolare, con predilezione per le regioni periventricolari encefaliche ed i cordoni anterolaterali e posteriori del midollo. All’interno della placca la maggior parte dei cilindrassi è normale o presenta alterazioni m o rfologiche minori e secondarie alla flogosi. Si possono distinguere le lesioni più recenti per la spiccata reazione necrotica e flogistica, mentre quelle più datate sono preda di sclerosi da gliosi astrocitaria. Ha un’incidenza globale di 15/100.000 in Italia. La SM si caratterizza per la comparsa, in età giovanile (20-40 anni, sesso femminile nel 60% dei casi) nella maggior parte dei casi, di pousseé Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA PATOLOGIA DEL MOTONEURONE ricorrenti di disfunzione neurologica focale o plurifocale, con andamento remittente o recidivante e frequenza maggiore durante i primi 3-4 anni di malattia. Malattia criptogenica, sono implicati fattori genetici, autoimmuni e forse virali. Durante un episodio tipico i sintomi peggiorano rapidamente, da pochi giorni a 2-3 settimane, per poi lentamente regredire; l’entità del miglioramento nei singoli attacchi varia da caso a caso e da un attacco all’altro nello stesso paziente. La caratteristica clinica fondamentale della SM è il polimorfismo, strettamente dipendente dalla localizzazione dei singoli foci di demielinizzazione. Fra le manifestazioni focali più comuni: i disturbi del visus (calo parziale o totale, associato a dolore da movimento), da neurite ottica retrobulbare; il nistagmo, da localizzazione vestibolare; diplopia, da interessamento del 3°, 4° e 6° nervo cranico; l’oftalmoplegia internucleare, da interessamento del fascicolo longitudinale mediale; le disestesie al volto e le neuralgie trigeminali; tremore intenzionale; paresi e spasticità a carico di uno o più segmenti muscolari; manifestazioni distoniche vescico-uretrale ed ano-rettale, da lesioni midollari basse. Non rari ed intermittenti i sintomi di interesse neuropsichiatrico: euforia, depressione, stato confuso-onirico, transitori, ma di difficile conduzione clinica. Il decorso della SM è molto variabile, da forme lievi ed autolimitantisi a forme gravi con evolutività rapida. Raramente evoluzione fulminante, con exitus in poche settimane. Diagnosi Il primo approccio alla SM è soprattutto clinico e si vale di una attenta anamnesi ed esame obiettivo neurologico. La TC encefalica e del tronco mostra per lo più lesioni periventricolari a carico della sostanza bianca, la RMN è diagnostica nel 90% dei casi per la presenza di lesioni multifocali a livello della sostanza bianca encefalica. Potenziali evocati rilevano i rallentamenti della conduzione degli stimoli visivi, acustici e somatosensoriali dovuti alla alterazione anatomo-fisiologica a carico delle guaine MALATTIE DEGENERATIVE DEL SISTEMA NERVOSO mieliniche. L’esame del liquor mostra un aumento caratteristico delle IgG, mentre la conta cellulare risulta normale in oltre il 90 % dei casi. La diagnosi differenziale si pone con le masse occupanti spazio a livello centrale, le lesioni trombotiche vascolari, le lesioni, ancorché rare, degenerative-nutrizionali, le encefaliti virali (solo per le forme ad esordio acuto o subacuto), le vasculiti sistemiche (il LES in particolare), la criptococcosi e la toxoplasmosi, la sarcoidosi. Terapia Glucorticoidi, per ridurre la sintomatologia della fase acuta, abbattono la risposta flogistica secondaria. – ACTH, 80 U/die, e.v., per 3-7 gg, seguito da schema a scalare per 2-3 settimane. – Prednisone, 0,8-1,0 mg/die per os, a scalare entro 3-6 settimane. – Azatioprina, Ciclofosfamide; l’impiego degli immunosoppressori nella SM è a tutt’oggi controverso. – Dieta povera di grassi insaturi, vita di riposo, modica attività fisica. – Diazepam e doxazepam per le contratture spastiche. – Carbamazepina per le disestesie dolorose e le nevralgie. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE MENINGITE BATTERICA INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE MENINGITE BATTERICA Diagnosi ENCEFALITE BATTERICA EMPIEMA SUBDURALE Terapia Definizione e aspetti clinici TROMBOFLEBITE INTRACRANICA E TROMBOSI VENOSA ASETTICA ASCESSO CEREBRALE MENINGITE TUBERCOLARE È un’infezione batterica della pia madre e dell’aracnoide, e del liquor compreso tra le due membrane. Dal momento che lo spazio subaracnoideo è continuo intorno al cervello, al midollo spinale e ai nervi ottici, un agente infettivo (o sangue o cellule tumorali) che abbia accesso in una parte qualsiasi dello spazio si diffonde a tutte le altre porzioni. L’infezione raggiunge anche i ventricoli sia direttamente dai plessi corioidei che per reflusso dallo spazio subaracnoideo. Lo Streptococcus pneumoniae, la Neisseria meningitidis, l’Hae mophilus influenzae e la Listeria monocytogenes – i batteri più comuni che provocano meningite – sono distribuiti ovunque. Prevalentemente risultano attivi in autunno, in inverno e in primavera. Questa forma di meningite è piu frequente nei bambini e negli adolescenti, ma può verificarsi anche nel corso dell’età adulta. La meningite da Haemophilus influenzae colpisce soprattutto bambini fra i 2 mesi e i 7 anni di età anche se vengono riportati sempre più frequentemente casi in adulti al di sopra dei 50 anni. La meningite pneumococcica predomina nell’individuo molto giovane e nell’anziano. L’Escherichia coli, lo Staphylococcus aureus, gli streptococchi del gruppo A, la Kleb siella, il Proteus e la Listeria monocytogenes si associano a stati di immunodeficienza, a traumi e a interventi neurochirurgici, incluse le derivazioni ventricolari. La via abituale attraverso cui i batteri raggiungono le meningi è il torrente ematico (setticemia). Altre vie sono la propagazione Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MENINGITE BATTERICA diretta dalle orecchie e dai seni infetti, gli interventi chirurgici e raramente le fistole neuroectodermiche congenite e le fratture del cranio. Una volta che i batteri raggiungono il liquor, provocano una reazione infiammatoria acuta, soprattutto a carico dei vasi piali. Nel giro di poche ore si verificano iperemia, trasudazione di proteine plasmatiche e migrazione di neutrofili. Questo essudato continua ad accumularsi per alcuni giorni. Quindi i linfociti e poi le plasmacellule cominciano a comparire nella pia madre come parte di una reazione immunitaria. Le vene della pia madre possono trombizzarsi e causare un infarto c e rebrale. Quando l’essudato meningeo blocca lo spazio subaracnoideo e i forami di Luschka e Magendie, si sviluppa un i d rocefalo iperteso. Vi è anche un’ependimite, che può contribuire all’ostruzione del flusso liquorale. I nervi cranici possono essere interessati quando attraversano l’essudato purulento nello spazio subaracnoideo. Sebbene il pare n c h i m a cerebrale non sia invaso dai batteri, le tossine di questi si d i ffondono attraverso la pia madre e lungo gli spazi di Virchow-Robin e provocano una reazione subpiale. La sottile aracnoide, specialmente nei bambini piccoli, può venir superata provocando lo sviluppo di una reazione infiammatoria subdurale e di un igroma. Febbre, forte cefalea, convulsioni generalizzate, vari gradi di torpore e di stato confusionale e anche coma sono le manifestazioni tipiche negli adulti e nei bambini più grandi. Si manifestano i segni di irritazione meningea: rigidità nucale alla flessione del collo, con flessione delle ginocchia e delle anche (segno di Brudzinski) e impossibilità ad estendere completamente gli arti inferiori (segno di Kernig). Nei bambini molto piccoli e nei neonati, in cui la meningite è spesso letale l’infezione si manifesta con febbre e tensione delle fontanelle, vomito, sonnolenza e in qualche caso convulsioni; può non essere evidente la rigidità nucale. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MENINGITE BATTERICA Diagnosi L’unica tecnica di laboratorio importante è la rachicentesi con l’esame del liquor. Il liquor è di solito a pressione aumentata (da 200 a 400 mm H2O), è torbido per la presenza di cellule (soprattutto polimorfonucleati, da alcune centinaia a 10.000 per mm3) e alla colorazione di Gram sono evidenziabili batteri, proteine in quantità elevata (da 100 a 500 mg/dl) e ridotta concentrazione di glucosio (< 40 mg/dl o < 40% del glucosio ematico, che dovrebbe essere dosato contemporaneamente). Su campioni di liquor deve essere eseguito l’esame colturale. Tale esame deve essere eseguito anche su tampone faringeo e su campioni di sangue. Dopo che il trattamento è stato intrapreso sono indicati esami radiologici dei seni paranasali e del torace; la TAC e la risonanza magnetica vanno eseguite per escludere un ascesso cerebrale o un empiema subdurale (in realtà, l’ascesso cerebrale raramente complica la meningite). Nei neonati e nei bambini è preferibile ricorrere agli ultrasuoni perché non richiedono anestesia. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MENINGITE BATTERICA Terapia La meningite batterica è un’emergenza medica. Ogni ora di ritardo nell’iniziare la terapia antibatterica aumenta il rischio di danno cerebrale permanente. Va iniziato un trattamento con antibiotici ad ampio spettro, in attesa di identificare l’organismo responsabile (ampicillina 12 g/die negli adulti; ampicillina 400 mg/kg e cloramfenicolo 100 mg/kg/die nei bambini). INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE ENCEFALITE BATTERICA Definizione e aspetti clinici Nell’endocardite batterica acuta e subacuta il cervello è disseminato di emboli batterici; nell’endocardite subacuta i batteri responsabili sono tipicamente di bassa virulenza e non producono ascessi cerebrali. Tuttavia, gli emboli dell’endocardite batterica acuta danno origine ad ascessi miliari, infarti, piccole emorragie e meningite batterica; grossi ascessi sono rari. L’endocardite batterica subacuta causa reazioni meningee sterili, infarti e raramente aneurismi micotici ed emorragie. Il trattamento è diretto contro l’endocardite e la setticemia. La malattia dei legionari, le infezioni da Mycoplasma pneu moniae e da Listeria monocytogenes possono causare focolai multipli di infiammazione nel cervello, e rappresentano in pratica quadri di encefalite batterica. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE EMPIEMA SUBDURALE Diagnosi Terapia Definizione e aspetti clinici Si tratta di un’infezione purulenta dello spazio subdurale, che origina di solito da malattie dei seni frontali o etmoidali o dell’orecchio medio e delle cellule mastoidee. Il pus si accumula sulla superficie di un emisfero cerebrale. L’aracnoide impedisce l’ingresso di un numero sufficiente di microrganismi nello spazio subaracnoideo e l’induzione di una meningite batterica. Vi è tuttavia una pleiocitosi polimorfonucleata (da 50 a 1000 per mm3) e un elevato contenuto di proteine nel liquor; la concentrazione di glucosio è normale. Le vene meningee che si trovano sotto l’empiema si trombizzano e danno luogo a infarti corticali, i quali sono causa dei sintomi cerebrali. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EMPIEMA SUBDURALE Diagnosi Si basa sulla presenza di un’infezione nota dell’orecchio o del seno paranasale, cefalea generalizzata e febbre, improvvise crisi epilettiche focali, emisindrome motoria e sensitiva e afasia con un liquor sterile a pressione aumentata. La TAC e la risonanza magnetica rivelano l’accumulo extracerebrale di pus. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA EMPIEMA SUBDURALE Terapia Consiste nella somministrazione di dosi elevate di antibiotici ad ampio spettro (da 20 a 24 milioni di unità di penicillina al giorno piu cloramfenicolo, da 2 a 4 g/die, da modificare secondo i reperti batteriologici) e nel drenaggio chirurgico. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE TROMBOFLEBITE INTRACRANICA E TROMBOSI VENOSA ASETTICA Diagnosi Terapia Definizione e aspetti clinici Il seno laterale può trombizzarsi nel corso di un’infezione dell’orecchio e bloccare così il drenaggio venoso cerebrale in misura sufficiente da causare un aumento della pressione liquorale. Le infezioni della faccia e del naso possono portare a trombosi della parte anteriore del seno cavernoso di uno o entrambi i lati, che si manifesta con edema orbitale e coinvolgimento del III, IV e VI nervo cranico e della branca oftalmica del V. La trombosi del seno longitudinale superiore e delle vene che lo drenano si manifesta con cefalea, crisi epilettiche e paralisi unilaterale o bilaterale prevalentemente a carico degli arti inferiori. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA TROMBOFLEBITE INTRACRANICA E TROMBOSI VENOSA ASETTICA Diagnosi Si dovrebbe sempre sospettare il verificarsi di queste condizioni in presenza di qualche altra forma di suppurazione intracranica – meningite, infezione di un seno paranasale o dell’orecchio, empiema sottodurale, ascesso extradurale o cerebrale – o di qualche malattia che rende il sangue ipercoagulabile (per es., la policitemia, patologie congenite del cuore, le condizioni postpartum e postoperatorie, l’anemia a cellule falciformi). La trombosi dei principali seni venosi può spesso essere evidenziata dalla risonanza magnetica e la diagnosi può essere confermata dalla venografia giugulare diretta o dal mancato riempimento del seno sagittale superiore durante la fase tardiva dell’arteriografia carotidea. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA TROMBOFLEBITE INTRACRANICA E TROMBOSI VENOSA ASETTICA Terapia Consiste nella somministrazione di dosi massive di antibiotici, a cui può far seguito la chirurgia dell’orecchio o del seno paranasale affetto. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE ASCESSO CEREBRALE Diagnosi Terapia Definizione e aspetti clinici Il cervello è resistente alla formazione di ascessi, ma questi possono verificarsi in condizioni che causano necrosi tissutale con infezione batterica simultanea. Gli stati patologici che conducono alla formazione di un ascesso cerebrale sono: infezioni polmonari croniche (polmoniti, bronchiectasie, ascesso polmonare); forme croniche o ricorrenti di sinusite, otite o mastoidite; patologie cardiache congenite o malformazioni vascolari polmonari; infezioni della cute, dell’osso e del rene; e raramente un’endocardite batterica acuta. L’ascesso, la cui formazione richiede un periodo di alcune settimane, passa attraverso diversi stadi – da un’encefalite suppurativa localizzata a un completo incapsulamento –. Ci possono essere uno o più ascessi, in relazione alla causa. Quelli secondari a un’infezione dell’orecchio o di un seno paranasale sono singoli, con uno o più focolai secondari e sono localizzati nella parte del cervello più vicina alla sede d’origine. La cefalea è il sintomo di presentazione più frequente, seguita da sonnolenza, stato confusionale, crisi epilettiche focali o generalizzate e disturbi focali motori, sensitivi, campimetrici o del linguaggio. I segni focali possono variare con la sede dell’ascesso. Negli ascessi frontali, la cefalea frontale, l’emiparesi e le crisi avversative unilaterali sono le manifestazioni più evidenti; negli ascessi del lobo temporale, la cefalea frontotemporale, la quadrantopsia omonima superiore, l’anosmia e altri sintomi afasici se a sinistra; negli ascessi cerebellari, la cefalea retroauricolare, l’atassia ipsilaterale e la paralisi dello sguardo verso il lato della lesione con nistagmo. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ASCESSO CEREBRALE Diagnosi La pressione liquorale è elevata e in genere vi è una pleiocitosi con aumento delle proteine; la concentrazione di glucosio è normale. I sintomi progrediscono per un periodo di due o più settimane. La TAC e la risonanza magnetica rivelano la lesione responsabile. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ASCESSO CEREBRALE Terapia L’encefalite acuta suppurativa richiede la somministrazione di 20-24 milioni di unità di penicillina G e di 4-6 g di cloramfenicolo al giorno e.v. in dosi frazionate. L’aumento iniziale della pressione intracranica viene trattato con mannitolo e.v. seguito da desametazone alla dose di 6-12 mg ogni 6 ore. La mancata risposta a queste misure terapeutiche richiede l’aspirazione dell’ascesso per la diagnosi batteriologica precisa e il drenaggio chirurgico a cielo aperto se l’ascesso è unico e superficiale. Se l’ascesso è profondo, l’aspirazione e l’iniezione di antibiotici rappresentano l’unico trattamento, che può eventualmente essere ripetuto. Gli ascessi multipli possono essere trattati solo con antibiotici per via parenterale (penicillina e cloramfenicolo). INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE MENINGITE TUBERCOLARE Diagnosi Terapia Definizione e aspetti clinici L’agente eziologico, il Mycobacterium tuberculosis, in genere raggiunge il cervello attraverso il torrente ematico, dato che nella tubercolosi polmonare si verifica una batteriemia intermittente. La meningite può essere una manifestazione di tubercolosi miliare o può verificarsi in associazione con uno o più focolai tubercolomatosi nel cervello, che diffondono l’infezione alle meningi. La reazione infiammatoria differisce da quella delle altre meningiti per il fatto che l’essudato meningeo è soprattutto basale e che ci sono miriadi di piccoli tubercoli (focolai di necrosi caseosa, cellule epitelioidi e cellule giganti di Langhans) sulla superficie esterna del cervello e sull’ependima. In genere è presente idrocefalo iperteso. L’infarto cerebrale è frequente a causa dell’arterite meningea. Febbre, cefalea, stato confusionale e letargia evolvono meno acutamente che in altre forme di meningite batterica; sono le paralisi dei nervi cranici ad essere in primo piano. Occasionalmente la malattia si presenta con segni cerebrali focali o con segni di aumentata pressione intracranica. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MENINGITE TUBERCOLARE Diagnosi La formula del liquor è diagnostica: aumentata pressione, pleiocitosi (da 100 a 500 cellule/mm3, con predominanza di linfociti dopo pochi giorni), aumento delle proteine fino a 100-200 mg/dl e bassa concentrazione di glucosio (< 40 mg/dl). I bacilli tubercolari difficilmente si trovano in uno striscio di liquor e le colture non diventano positive prima di 3-4 settimane o anche più. Le radiografie del torace possono dimostrare l’origine dell’infezione e la TAC e la risonanza magnetica possono mostrare idrocefalo, tubercolomi o zone di infarto. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MENINGITE TUBERCOLARE Terapia Il trattamento consiste nella somministrazione di un’associazione di farmaci: 1) isoniazide (5 mg/kg/die negli adulti e 10 mg/kg nei bambini); 2) rifampicina (600 mg/die negli adulti e 15 mg/kg nei bambini) e 3) un terzo farmaco, che può essere l’etambutolo (15 mg/kg/die), l’etionamide (da 750 a 1000 mg/die in dosi frazionate dopo i pasti), o la pirazinamide (da 30 a 50 mg/kg/die). La terapia, di regola, deve essere continuata per 18-24 mesi. INFEZIONI PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE MENINGITE ASETTICA ENCEFALITE VIRALE INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE MENINGITE ASETTICA Definizione e aspetti clinici INFEZIONI CRONICHE DA «VIRUS LENTI» E DA AGENTI NON CONVENZIONALI SINDROME DA IMMUNODEFICIENZA ACQUISITA (AIDS) Il termine meningite asettica indica una sindrome clinica comune caratterizzata da febbre, cefalea e altri segni di irritazione meningea e da pleiocitosi liquorale prevalentemente linfocitaria con glucosio normale. La fotofobia e il dolore al movimento degli occhi sono altri disturbi comunemente lamentati. A volte si associano sonnolenza e stato confusionale, rendendo difficile distinguere una semplice meningite da una meningoencefalite. La reazione liquorale è la stessa in entrambe le condizioni – pleiocitosi, soprattutto linfocitaria, fino a 1000 cellule per mm3, aumento di proteine, ma glucosio normale –. Molto raramente, il livello di glucosio è ridotto. La maggior parte dei casi di meningite asettica sono dovuti ad infezioni virali, ma ci sono anche importanti cause di natura non virale. Cause virali di meningite asettica: – Infezioni enterovirali: echovirus, Coxsackie e poliomielite non paralitica. Questi virus sono responsabili dell’80% dei casi in cui sia stata accertata una eziologia virale. – Parotite: incidenza maggiore nell’inverno avanzato e in primavera. Il rapporto maschi/femmine è di 3:1. – Herpes simplex, tipo 2 (raramente il tipo 1) e virus di Epstein-Barr. – Coriomeningite linfocitaria: la conta dei linfociti nel liquor può essere di 1000/mm3 o superiore. L’infezione è acquisita (segue) Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MENINGITE ASETTICA (continua) per contatto con cavie e topi infetti, soprattutto in autunno avanzato e in inverno. – Infezione da adenovirus. – L’HIV (AIDS) può causare una meningite acuta autolimitantesi, asettica, con un quadro clinico simile a quello della mononucleosi infettiva (virus di Epstein-Barr). Cause non virali di meningite asettica: – Infezioni da spirocheta: meningite sifilitica e malattia di Lyme. La leptospirosi, con un picco di incidenza in agosto, è acquisita per contatto con urina contaminata di ratti, cani, suini e bovini. - Mycoplasma pneumoniae: è diagnostica la presenza nel siero di agglutinine a frigore verso la fine della prima settimana di malattia. – Infezioni batteriche che interessano zone adiacenti alle meningi. – Invasione neoplastica delle meningi da parte di un linfoma o di un carcinoma. – Meningiti infiammatorie ricorrenti di origine oscura: sindrome di Vogt-Koyanagi-Harada (iridociclite, depigmentazione della cute, sordità); meningite in corso di malattia da siero e di malattie del tessuto connettivo come il lupus eritematoso; malattia di Behçet (meningite recidivante, iridociclite, ulcere della bocca e genitali). INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE ENCEFALITE VIRALE Definizione e aspetti clinici Le cause di meningoencefalite acuta virale in ordine approssimativo di frequenza sono le seguenti: – virus della parotite; – arbovirus (virus dell’encefalite equina dell’Est, dell’Ovest e del Venezuela, virus dell’encefalite di St. Louis, della California e virus della febbre da zecca del Colorado); – virus dell’herpes simplex e virus di Epstein-Barr; – virus della coriomeningite linfocitaria; – enterovirus (Coxsackie ed echovirus); – cytomegalovirus; – adenovirus; – virus della rabbia. Il nucleo della sindrome encefalitica è rappresentato da una malattia febbrile acuta con evidente interessamento meningeo, a cui si associano in diverse combinazioni le seguenti alterazioni neurologiche: compromissione della coscienza (confusione, stupor e coma); crisi epilettiche; mutismo o afasia; emiparesi con asimmetria dei riflessi e segno di Babinski; movimenti involontari, atassia cerebellare e polimioclonia; paralisi dei nervi cranici. Ad eccezione dell’encefalite da herpes simplex, le encefaliti virali sono stagionali e si verificano in forma epidemica. La diagnosi fatta in altre circostanze, in genere, risulta errata. In altre parole, l’encefalite virale è in effetti una meningoencefalite e le forme lievi di encefalite, in cui predominano i sintomi meningei e le alterazioni liquorali, non possono essere distinte da una meningite virale (asettica), come già esposto. ENCEFALITE DA HERPES SIMPLEX È la più grave delle encefaliti virali. Si verifica sporadicamente durante tutto l’anno, in pazienti di tutte le età e in tutte le parti del mondo. È causata dal virus dell’herpes simplex di tipo 1, molto raramente dal tipo 2 (Herpes genitalis). I sintomi, che consistono in febbre, cefalea, stato confusionale, stupor e coma, evolvono durante un periodo di alcuni giorni. Sintomi aggiuntivi in alcuni pazienti includono allucinazioni olfattorie e gustative, crisi temporali, modificazioni della personalità e del comportamento e afasia. Questi ultimi sintomi indicano che il processo patologico è localizzato nelle parti inferiori e mediali dei lobi temporali e nelle parti orbitali dei lobi frontali. Le lesioni sono caratterizzate da intensa infiammazione, spesso emorragica, e da necrosi massiva di quasi tutti gli elementi tissutali. Nei neuroni e nelle cellule gliali si trovano inclusioni eosinofile intranucleari. Diagnosi Le lesioni possono essere viste alla TAC e alla risonanza magnetica. I reperti liquorali sono simili a quelli di altre encefaliti (prevalentemente pleiocitosi mononucleare, aumento delle proteine, con glucosio normale), eccetto che vi possono essere fino ad alcune migliaia di globuli rossi. Certi reperti EEG (onde ripide periodiche ad alto voltaggio nelle derivazioni temporali e complessi di onde lente a intervalli di 2 o 3 per secondo) dovrebbero suggerire la diagnosi. Se la diagnosi è ragionevolmente certa, è preferibile procedere immediatamente al trattamento. La biopsia cerebrale comporta un rischio maggiore dell’uso inappropriato di agenti antivirali. Circa metà dei pazienti con questa malattia non sopravvive e molti di quelli che sopravvivono manifestano un grave stato amnesico e crisi epilettiche. Terapia Consiste nella somministrazione di acyclovir (30 mg/kg/die per 14 giorni). L’inizio del trattamento precocemente (prima Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ENCEFALITE VIRALE dell’insorgenza di stupor e coma) riduce in maniera significativa la mortalità e la gravità dei deficit neurologici residui. INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE INFEZIONI CRONICHE DA «VIRUS LENTI» E DA AGENTI NON CONVENZIONALI PANENCEFALITE SUBACUTA SCLEROSANTE Si tratta di una malattia infiammatoria a lenta evoluzione che compare nei bambini e negli adolescenti diversi anni dopo un’infezione da morbillo. È caratterizzata da demenza, crisi epilettiche focali o generalizzate, atassia della marcia e mioclono. L’EEG è tipico: scariche periodiche di onde lente ad alto voltaggio seguite da un tracciato piatto. Le gammaglobuline e gli anticorpi diretti contro il virus del morbillo sono molto elevati nel l i q u o r. Dal momento che il vaccino antimorbillo è entrato ampiamente in uso, la malattia neurologica è virtualmente scomparsa. È stata anche identificata una panencefalite subacuta progressiva che si verifica molti anni dopo una rosolia congenita. LEUCOENCEFALOPATIA MULTIFOCALE PROGRESSIVA Questa malattia è di solito associata a morbo di Hodgkin, linfomi non Hodgkin, o leucemia cronica e meno spesso a tubercolosi, sarcoidosi, AIDS, o altri stati di immunosoppressione. Si sviluppa in un periodo da 3 a 6 mesi, con segni focali cerebrali, troncoencefalici e cerebellari. Le lesioni sono di tipo demielinizzante. Negli oligodendrociti si trovano corpi inclusi, gli astrociti sono giganti e mostrano mitosi similtumorali. È stato isolato dalle lesioni un poliomavirus, designato come virus JC. Non si conosce un trattamento efficace. ENCEFALOPATIA SPONGIFORME SUBACUTA Questa malattia, conosciuta anche come malattia di Creutfeld-Jakob, è caratterizzata da una demenza rapidamente progressiva associata ad atassia cerebellare, eccessive reazioni d’allarme e scosse miocloniche diffuse. Il liquor è normale. In molti casi, l’EEG è diagnostico: onde lente e ripide ad alto voltaggio che si inseriscono su un tracciato di fondo progressivamente sempre piu appiattito (burst suppression). Con l’av a n z a re della malattia, il paziente diventa totalmente aresponsivo e l’esito è invariabilmente fatale, in genere in meno di un anno. La malattia interessa soprattutto la corteccia cerebrale e cerebellare, dove vi sono una diffusa perdita di neuroni, gliosi e una m a rcata vacuolizzazione dei tessuti. Le modificazioni infiammatorie sono assenti e non si sono osservati corpi inclusi. La malattia è dovuta a un agente similvirale non convenzionale e può essere trasmessa agli scimpanzè con un periodo di incubazione superiore a un anno. Dal punto di vista anatomopatologico ed epidemiologico, l’encefalopatia spongiform e subacuta assomiglia a una malattia che è stata per la prima volta riconosciuta negli indigeni della Nuova Guinea ed è nota come kuru. Non si conosce alcun trattamento. Devono essere prese precauzioni nell’assistenza medica di questi pazienti, come quelle raccomandate nell’epatite B. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE SINDROME DA IMMUNUDEFICENZA ACQUISITA (AIDS) Diagnosi Terapia Definizione e aspetti clinici La sindrome da immunodeficienza acquisita (A c q u i re d ImmunoDeficiency Syndrome, AIDS) è caratterizzata da una depressione acquisita e insolitamente grave dell’immunità cellulo-mediata (anergia cutanea, linfopenia, inversione del rapporto fra cellule T-helper e T-suppressor e risposta linfoproliferativa ridotta in vitro a vari antigeni e mitogeni). L’agente eziologico è il virus dell’immunodeficienza umana (Human ImmunoDefi ciency Virus, HIV o HIV-1). Le malattie che induce, dovute all’effetto del virus stesso e a un’ampia gamma di infezioni opportunistiche e di neoplasie, sono raggruppate sotto il nome di AIDS. L’AIDS è soprattutto una malattia che colpisce maschi omosessuali e bisessuali (72%) e tossicodipendenti maschi e femmine (17%). Un gruppo più piccolo di soggetti a rischio è rappresentato dagli emofilici (e altri pazienti sottoposti a trasfusioni o a iniezioni di prodotti plasmatici) e da bambini nati da madri con AIDS. Variano da uno stato di sieropositività asintomatico a una linfoadenopatia diffusa, con diarrea e perdita di peso (A I D S Related Complex o ARC) sino all’AIDS conclamata. In circa un terzo dei pazienti il sistema nervoso centrale o quello periferico sono coinvolti a livello clinico prima della morte anche se a un esame autoptico in quasi tutti i pazienti si riscontrano lesioni del SNC. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA SINDROME DA IMMUNODEFICIENZA ACQUISITA (AIDS) Diagnosi Molti test di screening sono ora disponibili, tutti basati su metodiche immunoenzimatiche (ELISA). Benché altamente sensibili, vi è un’alta incidenza di falsi positivi. Il Western blot, che identifica gli anticolpi diretti contro proteine virali, è più specifico e viene usato per confermare un test di screening positivo. INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA SINDROME DA IMMUNODEFICIENZA ACQUISITA (AIDS) Terapia Non vi è ancora un trattamento soddisfacente per l’infezione primaria da HIV. L’azidotimidina (AZT) si è rivelata utile nel controllare le infezioni da Pneumocystis carinii e probabilmente l’infezione da HIV. INFEZIONI NON PIOGENE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA NEUROPATIE PERIFERICHE SINDROME DI GUILLAIN-BARRÈ NEUROPATIE PERIFERICHE SINDROME DI GUILLAIN-BARRÈ NEUROPATIA DIABETICA Terapia MYASTENIA GRAVIS Definizione e aspetti clinici Si tratta di una poliradicoloneuropatia infiammatoria non stagionale, non epidemica che viene preceduta nei due terzi dei casi da una infezione respiratoria o gastrointestinale. La manifestazione clinica principale è la perdita di forza che evolve più o meno simmetricamente nell’arco di alcuni giorni. In genere vengono prima coinvolti gli arti inferiori e successivamente i muscoli del tronco, gli intercostali, quelli del collo e i muscoli cranici; più raramente la progressione è in senso inverso. Invariabilmente i riflessi tendinei sono inizialmente ridotti e poi assenti. Dolore muscolare, sintomi e segni sensitivi e disturbi vegetativi si verificano frequentemente anche se di lieve entità. Le proteine liquorali aumentano dopo qualche giorno e le velocità di conduzione nervosa sono tipicamente rallentate. La sindrome di Guillain-Barré è la forma di polineuropatia che evolve più rapidamente ed è potenzialmente fatale (progressione verso paralisi completa e morte per insufficienza respiratoria in pochi giorni). Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA SINDROME DI GUILLAIN-BARRÈ Terapia Il paziente deve essere ricoverato presso un’unità di terapia intensiva: l’assistenza respiratoria dovrebbe essere istituita al primo segno di dispnea o atelettasia. In pazienti con paralisi in rapida evoluzione e insufficienza respiratoria, un ciclo di plasmaferesi accelera la guarigione. Dosi elevate di corticosteroidi possono migliorare le capacità di recupero. La maggior parte dei pazienti guarisce spontaneamente e completamente in alcuni mesi. NEUROPATIE PERIFERICHE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA NEUROPATIE PERIFERICHE NEUROPATIA DIABETICA Terapia Definizione e aspetti clinici Le complicanze neuropatiche del diabete mellito sono estremamente comuni, particolarmente nei pazienti sopra i 50 anni. Si distinguono alcune sindromi cliniche: Oftalmoplegia diabetica: è dovuta a un infarto del sesto o del terzo nervo cranico, più spesso di quest’ultimo. La paralisi oculomotoria è a insorgenza acuta ed è accompagnata da grave dolore intorno all’occhio e alla fronte. Le fibre pupillocostrittrici, situate perifericamente nel terzo nervo, sono risparmiate dall’infarto, che coinvolge in maniera caratteristica la porzione centrale del nervo; perciò la funzionalità pupillare è intatta. M o n o n e u ropatia acuta: nel diabete è stato descritto praticamente l’interessamento di tutti i principali nervi periferici ma quelli più comunemente interessati sono il femorale e lo sciatico. Le mononeuropatie acute periferiche, come quelle craniche, sono probabilmente dovute a infarto del nervo e in entrambe la prognosi per la guarigione è buona. Mononeuropatia multipla: assume l’aspetto di una neuropatia a evoluzione rapida, dolorosa, asimmetrica, prevalentemente motoria, che interessa nervi multipli con una distribuzione casuale. Tende a verificarsi nei pazienti anziani con diabete lieve (o non riconosciuto), ma può complicare anche un diabete presente da lungo tempo. Ipostenia e atrofia muscolare sono più evidenti al cingolo pelvico e ai muscoli della coscia, e per questa ragione la condizione è a volte indicata come amiotro fia diabetica. Un secondo tipo di neuropatia diabetica prossimale è ca- ratterizzata da indebolimento e atrofia simmetrica dei muscoli pelvici e prossimali della coscia, con esordio insidioso ed evoluzione graduale. I muscoli della scapola e degli arti superiori sono interessati più raramente. Il dolore non è una caratteristica importante e i disturbi sensitivi, se presenti, sono di grado lieve e di tipo distale simmetrico. Il tipo più comune di neuropatia diabetica è caratterizzato da intorpidimento e parestesie persistenti, che interessano i piedi e gli arti inferiori in modo simmetrico. Nei casi gravi, possono e s s e re interessate le mani. Occasionalmente, la sensibilità profonda è compromessa, con atassia e atonia vescicale (pseu dotabe diabetica). Sintomi di coinvolgimento vegetativo includono alterazioni pupillari e della lacrimazione, compromissione della sudorazione e dei riflessi vascolari, diarrea notturna, atonia g a s t rointestinale e vescicale, impotenza e ipotensione posturale. Questi sintomi sono frequentemente combinati ad altre forme di neuropatia diabetica, particolarmente al tipo sensitivo distale. Una complicanza relativamente rara del diabete assume l’aspetto di dolore grave con disestesia a distribuzione segmentaria toracoaddominale. A livello della cute interessata si può riscontrare perdita della sensibilità superficiale. Questa complicanza si osserva nel diabete di lunga data ed in genere è accompagnata da marcato calo ponderale. È verosimilmente dovuta a una radicolopatia diffusa, sulla base delle modificazioni elettromiografiche (fibrillazione dei muscoli paraspinali in miotomi multipli). In tutte le forme di neuropatia diabetica le proteine liquorali possono essere elevate, da 50 a 200 mg/dl e talvolta anche più. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA NEUROPATIA DIABETICA Terapia È richiesto un controllo attento della glicemia. Si osserva raramente un rapido miglioramento, ma la terapia sintomatica per un periodo di mesi in genere permette la regressione delle manifestazioni più spiacevoli. Sono stati sperimentati gli inibitori dell’aldoso-reduttasi. NEUROPATIE PERIFERICHE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA NEUROPATIE PERIFERICHE MYASTENIA GRAVIS Diagnosi Terapia Definizione e aspetti clinici Nella myastenia gravis (MG) l’anomalia fondamentale consiste nella ridotta trasmissione neuromuscolare e nel deficit di forza di alcuni muscoli, che peggiora enormemente con l’attività. Esiste una relazione tra MG e ghiandola timica. Nei bambini, negli adolescenti e nei giovani adulti si trova in genere un’iperplasia timica. Negli individui più anziani, i tumori timici diventano progressivamente più frequenti. Questi ultimi possono precedere di anni la comparsa di MG. Frequentemente, i soggetti miastenici più giovani sono colpiti da qualche altro tipo di malattia autoimmune: tireotossicosi, artrite reumatoide, lupus eritematoso o polimiosite. A parte la patologia timica, l’unica anomalia riscontrata è a livello della giunzione neuro m u s c o l a re, dove vi sono una semplificazione della regione postsinaptica e un ampliamento della fessura sinaptica primaria. Il numero e la dimensione delle vescicole presinaptiche, così come il loro contenuto di acetilcolina (ACh), sono normali. Tuttavia, sul lato postsinaptico della giunzione neuromuscolare, il numero di siti recettoriali per l’ACh (AChR) è enormemente ridotto e sulla membrana postsinaptica sono depositati degli immunocomplessi (IgG e frazioni del complemento). In circa l’85% dei pazienti con MG generalizzata si trovano anticorpi diretti contro i recettori per l’ACh, sebbene il livello di anticorpi plasmatici non si correli con la gravità dell’ipostenia. Questa malattia si verifica sporadicamente in individui di tutte le età e di entrambi i sessi. Caratteristicamente, la forza di contrazione dei muscoli interessati si esaurisce durante l’attività ripetuta o persistente e si ripristina con il riposo, sebbene non ritorni a un livello normale. Le modalità di coinvolgimento muscolare sono caratteristiche: i muscoli oculari, facciali e bulbari sono quelli più colpiti. Soltanto nei casi avanzati sono indeboliti i muscoli degli arti e del tronco. L’esordio è in genere insidioso e la progressione è subacuta, per un periodo di settimane. La malattia si manifesta con varie combinazioni di ptosi palpebrale, diplopia e strabismo, disfonia, disartria e disfagia. La velocità di pro g ressione varia. Nella maggior parte dei pazienti i sintomi migliorano con il trattamento, ma in alcuni l’ipostenia progredisce tanto da costringere a letto il paziente, che oltretutto necessita di supporto respiratorio. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MYASTENIA GRAVIS Diagnosi L ’ e l e t t romiogramma (EMG) rivela una riduzione altamente caratteristica nell’ampiezza dei potenziali d’azione composti evocati in risposta alla stimolazione ripetitiva di un nervo periferico alla frequenza di 3 per secondo. Nella EMGrafia di singole fibre, vi è un aumento della variabilità dell’intervallo fra i potenziali delle singole fibre di una unità motoria in risposta alla stimolazione del nervo. Ugualmente diagnostico è il test all’edrofonio: inizialmente si iniettano 2 mg e.v.; se questa dose viene tollerata e non si verifica un miglioramento della forza dopo 45 sec si somministrano altri 3 mg; dopo ulteriori 45 sec, si possono somministrare altri 5 mg. Un test positivo consiste in un miglioramento oggettivo della contrattilità muscolare, che dura in genere da 4 a 5 minuti. L’associazione di dati clinici (in particolare l’affaticabilità miastenica dei piccoli muscoli della testa e il rapido re c u p e ro con il riposo), la tipica risposta EMGrafica, un test all’edrofonio positivo e la presenza di anticorpi AChR nel plasma lasciano pochi dubbi sulla diagnosi. I tumori timici possono essere evidenziati alla TAC o alla risonanza magnetica. NEUROPATIE PERIFERICHE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA MYASTENIA GRAVIS Terapia I pazienti vengono trattati con farmaci anticolinesterasici: la neostigmina e la piridostigmina. La dose orale di neostigmina varia da 7,5 a 45 mg ogni 2-6 ore e la dose media di mantenimento è di 150 mg al giorno. La dose di piridostigmina è due volte più elevata. Un iperdosaggio può causare una crisi colinergica (nausea, vomito, pallore, sudorazione, coliche, diarrea, con deficit di forza crescente); questi sintomi devono essere trattati con l’infusione lenta e.v. di atropina solfato (0,6 mg). La timectomia è ora raccomandata in tutti i pazienti con tumori timici: la quota di remissione nei pazienti timectomizzati è di circa il 35% mentre una percentuale uguale o maggiore migliora in misura variabile. Nei pazienti che non rispondono ai farmaci anticolinesterasici e alla timectomia, specialmente nei pazienti anziani, si impiegano i corticosteroidi. La dose orale giornaliera di prednisone è di 40-45 mg, preferibilmente somministrando il doppio di questa dose a giorni alterni. Il trattamento corticosteroideo deve essere iniziato in ospedale perché è possibile una lieve esacerbazione dei sintomi miastenici. Si somministrano contemporaneamente farmaci anticolinesterasici, supplementi di potassio e antiacidi. La dose di steroidi va ridotta gradualmente, non appena il paziente migliora. La plasmaferesi e i farmaci immunosoppressori come l’azatioprina sono riservati ai pazienti con MG grave che non rispondono in modo adeguato a nessuno degli altri provvedimenti terapeutici e a quelli con crisi miastenica in corso. NEUROPATIE PERIFERICHE Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ARGOMENTI DI PSICHIATRIA SCHIZOFRENIA ARGOMENTI DI PSICHIATRIA SCHIZOFRENIA DISTURBI DELL’UMORE Terapia PSICONEVROSI D’ANSIA Definizione e aspetti clinici Con il termine di «schizofrenia» si designa un insieme di quadri clinici caratterizzati, nella fase attiva della malattia, da molteplici sintomi psicotici (allucinazioni, deliri, turbe dell’affettività e della volontà, alterazioni formali del pensiero...), da decadimento rispetto ai livelli di funzionamento psicosociale precedentemente raggiunti. Non di rado sintomi prodromici precedono l’esordio clinico della malattia e, molto spesso, permangono anche nelle fasi di remissione sintomi residui. La schizofrenia colpisce dallo 0,5 al 2% della popolazione; per i soggetti che hanno parenti di primo grado con schizofrenia il rischio di ammalarsi è 10 volte superiore rispetto alla popolazione generale. Gli studi genetici hanno dimostrato un ruolo eziopatogenetico rilevante del fattore genetico, ma indicano altresì l’importanza dei fattori socioambientali. L’età media di esordio della malattia si colloca verso la fine dei 20 anni. L’esordio della malattia è spesso insidioso e subdolo, ma non sono eccezionali gli esordi acuti ed improvvisi. Nella fase di malattia i sintomi piu caratteristici possono essere così descritti: – Disturbi della forma del pensiero: perdita dei nessi associativi (dissociazione del pensiero), con passaggio da un argomento all’altro; l’eloquio è ridotto, ripetitivo, stereotipato e scarsamente comunicativo. – Disturbi del contenuto del pensiero: deliri di persecuzione e Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA SCHIZOFRENIA di riferimento, deliri multipli, frammentari, bizzarri. – Disturbi delle percezioni: allucinazioni uditive (persecutorie, offensive, elogiative...), espresse da voci familiari o sconosciute; tipiche della schizofrenia sono le voci dialoganti. Allucinazioni somatiche: scariche elettriche, formicolii, sensazione di alterazione dei vari organi ed apparati o di animali che si muovono all’interno del corpo. Meno frequenti le allucinazioni visive, olfattive e gustative (che, in assenza di allucinazioni uditive, devono far pensare ad un disturbo mentale organico). – Disturbi dell’affettività: appiattimento e inadeguatezza affettiva, cioè incapacità di provare sentimenti adeguati alle circostanze; non eccezionali sono le variazioni dell’umore improvvise ed apparentemente immotivate. – Disturbi della coscienza dell’Io: perdita dei confini del proprio Io, con perplessità nei confronti della propria identità, sentimenti di fusione con gli altri, ecc. – Disturbi della volontà: alterazioni dell’iniziativa finalizzata, abulia o impulsività incontrollata, interessi o motivazioni inadeguate, ambivalenza. – Disturbi dei rapporti interpersonali: ritiro e chiusura sociale (autismo); più di rado si osserva un comportamento «appiccicoso». – Disturbi della psicomotricità: riduzione della reattività all’ambiente, dei movimenti spontanei e delle attività (stupor catatonico), o aumento dell’attività motoria afinalistica (eccitamento catatonico); i manierismi e le stereotipie. – Disturbi generali del comportamento: comportamento disorganizzato tanto da ostacolare le attività della vita quotidiana (alimentazione, igiene, abbigliamento, sessualità, ecc.). Non sempre i sintomi ora descritti sono tutti presenti nel quadro clinico, ma possono variamente combinarsi tra loro: a seconda del prevalere di alcuni sintomi rispetto ad altri, si distinguono diverse forme cliniche: paranoide, disorganizzata (o ebefrenica), catatonica, indifferenziata e residua. ARGOMENTI DI PSICHIATRIA SCHIZOFRENIA PARANOIDE Caratterizzata dalla presenza di deliri sistematizzati e/o allucinazioni uditive. L’esordio è generalmente più tardivo, il deterioramento più limitato ed il quadro clinico più stabile. SCHIZOFRENIA DISORGANIZZATA (O EBEFRENICA) Prevalgono l’incoerenza, il comportamento disorganizzato, l’allentamento dei nessi associativi, l’appiattimento affettivo, l’isolamento sociale; sono frequenti manierismi, stereotipie, neologismi ed altre bizzarrie; i deliri non sono sistematizzati. L’esordio è di solito precoce, l’andamento è cronico con scarsa tendenza alle remissioni spontanee, il deterioramento precoce e marcato. SCHIZOFRENIA INDIFFERENZIATA In questa forma manca la netta prevalenza di una categoria di sintomi e non è quindi possibile classificarla in uno dei sottotipi specifici (catatonico, paranoide o disorganizzato). SCHIZOFRENIA RESIDUA In questa forma mancano rilevanti deliri, allucinazioni, incoerenza ideica o alterazioni della psicomotricità, mentre sono presenti evidenti sintomi «negativi» (appiattimento affettivo, perdita dell’iniziativa pragmatica, povertà del linguaggio). Il decorso della schizofrenia può essere distinto in due fasi: – fase attiva: preceduta dalla fase prodromica, nella quale l’individuo va incontro ad un chiaro deterioramento rispetto al livello di funzionamento precedente, caratterizzata da progressivo ritiro sociale, compromissione delle attività sociali e professionali, comportamento strano, trascuratezza, inadeguatezza Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA SCHIZOFRENIA affettiva, esperienze strane ed inconsuete; spesso i familiari o gli amici riferiscono che il paziente «è come se non fosse piu la stessa persona». Durante la fase attiva, i sintomi psicotici emergono configurando i quadri clinici che abbiamo sopra descritto; – fase residua: presenta caratteristiche simili a quelle della fase prodromica con maggiori appiattimenti. ARGOMENTI DI PSICHIATRIA Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA SCHIZOFRENIA Terapia Fase attiva: neurolettici di tipo sedativo (clorpromazina, levomepromazina, tioridazina, perfenazina...) o di tipo incisivo (aloperidolo, flupentixolo, sulpiride, pimozide...) a seconda che prevalgano l’agitazione psicomotoria o i sintomi produttivi (deliri, allucinazioni...). Fase residua: terapia di mantenimento con neurolettici ad azione pronta o depot, generalmente a dosi più contenute rispetto alla fase attiva. Trattamento psicoterapeutico (individuale, di gruppo, della famiglia) e interventi socioterapeutici miranti a recuperare, per quanto possibile, il ruolo sociale del paziente. Farmaci di tipo anticolinergico (orfenadrina) per contrastare i sintomi extrapiramidali che insorgono in seguito al trattamento neurolettico (crisi oculogire, iperestensione del collo, protrusione della lingua). ARGOMENTI DI PSICHIATRIA Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ARGOMENTI DI PSICHIATRIA DISTURBI DELL’UMORE Definizione e aspetti clinici Il tono dell’umore può andare incontro ad alterazioni rilevanti e stabili (almeno per periodi definiti di tempo) sia in senso depressivo che in senso euforico. Sono queste alterazioni che caratterizzano i disturbi dell’umore che, sul piano sintomatologico, si possono distinguere in: – episodio maniacale; – episodio ipomaniacale; – episodio depressivo maggiore (con o senza melanconia); – distimia. Fattori ereditari giocano un ruolo primario nell’eziologia di questa patologia (maggiore comunque nelle forme bipolari rispetto a quelle unipolari). Importanti sono gli aspetti psicosociali (eventi di perdita e situazioni che riducono il livello di autostima) che, con notevole frequenza, si incontrano all’esordio degli episodi di malattia. Nella patogenesi dei disturbi dell’umore un ruolo fondamentale spetta ai neurotrasmettitori. L’alterata modulazione (disponibilità, produzione) di questi neuromediatori è il meccanismo che sta alla base della patologia affettiva. Ognuno di questi quadri può presentarsi una sola volta nella vita di un individuo (episodio singolo) o con una certa periodicità, ripresentandosi cioè dopo periodi di remissione completa della sintomatologia (disturbi ricorrenti dell’umore). EPISODIO MANIACALE È un quadro clinico caratterizzato da umore stabilmente (per più di una settimana) elevato, euforico, espansivo, che si associa a compromissione delle funzioni lavorative, sociali ed inter- personali a causa dello stato di eccitamento psicomotorio con inadeguata ipervalutazione delle proprie capacità (fino a livello delirante), aumento dell’iniziativa psicomotoria, riduzione del bisogno di sonno, logorrea, fuga delle idee, distraibilità. Il paziente ha una ridotta consapevolezza dei propri limiti e dei rischi oggettivi, per cui si avventura in situazioni, affari, iniziative potenzialmente pericolose. Talora sono presenti deliri, per lo più di grandezza, ma anche, in alcuni casi, incongrui all’umore (persecutori, di gelosia, ecc.); il paziente si veste, si trucca, si comporta in maniera eccessiva e bizzarra; non infrequente è la disinibizione sessuale. EPISODIO IPOMANIACALE È un episodio maniacale attenuato tale da non compromettere le funzioni lavorative, sociali ed interpersonali del soggetto. Perché si possa parlare di «episodio» è necessario che il disturbo sia presente per almeno 4 giorni. EPISODIO MISTO Si parla di episodio misto quando, per almeno una settimana, il quadro clinico presentato dal paziente risponde ai criteri tanto per l’episodio depressivo che per quello maniacale. EPISODIO DEPRESSIVO MAGGIORE La depressione del tono dell’umore e/o la perdita della capacità di provare interesse e piacere nelle attività e nelle circostanze in cui il soggetto prima provava piacere ed interesse (anedonia) è la caratteristica essenziale dell’episodio depressivo maggiore (EDM). Associata a questi sintomi cardinali vi è una riduzione globale dell’attivita psicomotoria e delle attività neurovegetati- Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA DISTURBI DELL’UMORE ve: riduzione del sonno (meno frequente è l’aumento del sonno) e dell’appetito (in alcuni casi si ha aumento di appetito e di peso), rallentamento psicomotorio (talora agitazione), perdita dell’iniziativa con mancanza di energia e facile stancabilità, immotivati sentimenti di autosvalutazione o di colpa (anche deliranti), ridotta capacità di pensare, di concentrarsi e di decidere, idee ricorrenti di morte fino a progetti o tentativi di suicidio. Frequenti sono il risveglio mattutino precoce e l’alternanza diurna della sintomatologia (sintomi più gravi al mattino e miglioramento serale). La depressione è una condizione che provoca marcata sofferenza e/o significativa compromissione dell’attività lavorativa, del ruolo sociale e personale. DISTIMIA Si tratta di una alterazione cronica dell’umore in senso depressivo, associata ad aumento o riduzione del sonno e dell’appetito, facile affaticabilità o scarsa energia, bassa autostima, difficoltà a prendere decisioni o scarsa concentrazione, sentimento di disperazione. Il quadro clinico deve durare per almeno due anni, durante i quali non vi è mai stata una riduzione significativa della sintomatologia. Quando gli episodi si presentano sempre con le stesse caratteristiche (in genere si tratta di episodi depressivi, eccezionalmente di episodi maniacali), si parla di disturbo unipolare o ricorrente; se sono presenti episodi sia depressivi che maniacali (o anche semplicemente ipomaniacali), si parla di disturbo bipolare; quando il soggetto ha presentato un solo episodio (quasi sempre si tratta di depressione) nel corso della sua vita si parla di episodio singolo. Disturbi dell’umore simili a quelli primari che abbiamo descritto, si possono osservare come conseguenza di patologia somatica (ipo- ed ipertiroidismo, ipo- ed ipercorticosteroidismo, iperparatiroidismo, diabete mellito, sclerosi multipla, epilessia, malattia di Parkinson, malattia di Huntington, demenza, ARGOMENTI DI PSICHIATRIA influenza, mononucleosi, polmonite virale, epatite, TBC, carcinoma della testa del pancreas, carcinoma polmonare, tumori cerebrali, lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide...), di farmaci (reserpina, bloccanti α-adrenergici, α-metildopa, guanetidina, levodopa, contraccettivi orali, corticosteroidi, antiblastici, cimetidina, indometacina, ranitidina, benzodiazepine, neurolettici...), di sostanze da abuso (alcol, allucinogeni, amfetaminici, cocaina...). Terapia della depressione – Antidepressivi triciclici: imipramina (ed i suoi derivati desimipramina, clomipramina...) ed amitriptilina (ed i suoi derivati nortriptilina, butriptilina...). – Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) (fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina). – IMAO (inibitori delle monoaminoossidasi, un enzima necessario per il catabolismo dei sopracitati neurotrasmettitori), i quali però risultano meno maneggevoli, poiché pongono delle limitazioni dietetiche e farmacologiche. – RIMA: la moclobemide, che agisce selettivamente sulle MAO di tipo A ed il cui blocco è reversibile (Reversible Inhi bitor of MAO A – RIMA) e che per queste ragioni non solleva tutte le problematiche dei vecchi IMAO. Una volta scelto il farmaco ritenuto più adatto per il paziente, si inizia il trattamento partendo da dosi medio-basse che saranno progressivamente aumentate fino a dosi sicuramente efficaci in base alla risposta terapeutica ed alla tollerabilità. Questo, unitamente al fatto che l’effetto terapeutico degli antidepressivi si manifesta dopo 10-20 giorni di trattamento, comporta un monitoraggio assai stretto del paziente ed un valido supporto psicologico almeno nelle prime fasi del trattamento. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA DISTURBI DELL’UMORE Terapia della mania – Neurolettici: clorpromazina, perfenazina, tioridazina, aloperidolo, flufenazina. Il trattamento con gli stabilizzanti dell’umore (sali di litio, carbamazepina...) deve essere protratto per almeno sei mesi dopo la remissione della sintomatologia, nel caso si tratti di un episodio isolato di mania, altrimenti dovrà essere protratto a tempo indeterminato come nel caso del trattamento a lungo termine. Terapia a lungo termine Il trattamento a lungo termine deve essere messo in atto tanto nelle forme di depressione ricorrente, quanto nel disturbo bipolare allorché gli episodi di malattia hanno una frequenza tale da compromettere seriamente l’equilibrio bio-psico-sociale del paziente. Nel trattamento a lungo termine del disturbo bipolare trovano specifica indicazione i cosiddetti stabilizzanti dell’umore, in primo luogo i sali di litio, ma anche la carbamazepina e l’acido valproico. La loro somministrazione deve essere continua ed a tempo indeterminato. È necessario effettuare periodici controlli del livello ematico di questi farmaci (il range terapeutico della litiemia è compreso fra 0,6 e 1,2 mEq/l, per la carbamazepina il livello ematico deve essere compreso fra 5 e 10 µg/ml) e controllare (basalmente e successivamente, ma ad intervalli più lunghi) la crasi ematica, la funzionalità renale, tiroidea e cardiaca. Per la depressione ricorrente è invece necessario proseguire il trattamento con l’antidepressivo usato nella fase acuta, ma a dosi ridotte; alcune forme di depressione unipolare rispondono bene al trattamento con i sali di litio. ARGOMENTI DI PSICHIATRIA Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA ARGOMENTI DI PSICHIATRIA PSICONEVROSI D’ANSIA Definizione e aspetti clinici L’ansia, che può essere definita come un sentimento penoso, terribile, di attesa per una catastrofe imminente, non individuabile, ed alla quale non è possibile sottrarsi, si accompagna pressoché costantemente ad una serie di disturbi somatici che possono interessare qualsiasi organo ed apparato, da quello respiratorio (sensazione di soffocamento o di non inspirare a sufficienza, polipnea, tachipnea...) a quello cardiocircolatorio (tachicardia, precordialgie, extrasistolia, vasodilatazione o vasocostrizione periferica...), da quello gastroenterico (secchezza della bocca, bolo esofageo, spasmi gastrici ed intestinali, nausea, vomito, diarrea, tenesmo rettale...) a quello genito-urinario (pollachiuria, tenesmo vescicale, difficoltà sessuali...), da quello muscolare (tremori, spasmi...) a quello sensoriale (ronzii auricolari, visione offuscata, iperestesia sensoriale...). I disturbi d’ansia si riscontrano con maggior frequenza nella popolazione generale e fra questi il più frequente sembra essere la fobia semplice; il disturbo da attacchi di panico (DAP) è invece il disturbo che più degli altri spinge il paziente a rivolgersi al medico. L’ansia è il sintomo prevalente nel DAP e nel disturbo d’ansia generalizzata (GAD); nei disturbi fobici si manifesta solo in presenza dell’oggetto o della situazione temuti; nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) si presenta allorché l’individuo cerca di opporsi alle ossessioni o alle compulsioni. Il comportamento di evitamento è quasi sempre presente nei disturbi fobici, frequente nel DOC e nei DAP con agorafobia. Gli attacchi di panico e l’agorafobia sono sintomi che si possono osservare in diversi disturbi d’ansia. ATTACCO DI PANICO L’attacco di panico è un episodio acuto di intensa paura o di malessere accompagnato da una serie di sintomi somatici e/o cognitivi. L’attacco insorge bruscamente, raggiunge rapidamente (in meno di 10 minuti) il suo acme; è accompagnato da una ricca ed intensa sintomatologia neurovegetativa (palpitazioni, senso di soffocamento, di oppressione toracica, nodo alla gola, vampe di caldo o di freddo, formicolii, tremori, sudorazione, sensazioni di vertigini, di instabilità, di svenimento) che si associa ad un vissuto psicopatologico di terrore, di sensazione di morte imminente, di derealizzazione, di depersonalizzazione, di timore di perdere il controllo sui propri pensieri o sulle proprie azioni («timore di impazzire»). L’episodio è di breve durata e spesso lascia sensazioni di fatica, di vuoto alla testa, apprensione, senso di vertigini, depersonalizzazione o derealizzazione, ecc., che possono protrarsi anche per qualche giorno. I pazienti riferiscono, dopo il primo attacco di panico, un’intensa paura di morire, di perdere il controllo, di avere un infarto o un ictus cerebrale, o di impazzire, una spinta impellente a fuggire dal posto in cui l’attacco si è manifestato. AGORAFOBIA L’agorafobia si può osservare sia da sola che nel contesto del disturbo da attacco di panico (nel tipo con agorafobia); è caratterizzata dal fatto che il soggetto prova ansia, marcata, per il fatto di trovarsi in un luogo o in una situazione dalla quale può essere difficile o imbarazzante fuggire o impossibile ricevere aiuto nel caso di un attacco di panico. L’ansia porta all’evitamento di una serie di situazioni (uscire da soli o stare in casa da soli, stare in mezzo ad una folla, viaggiare in auto, treno o aereo, passare sopra un ponte o dentro una galleria, ecc.). Alcuni soggetti possono superare le loro paure se sono accompagnati da persone di loro fiducia. L’evitamento spesso com- Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA PSICONEVROSI D’ANSIA ARGOMENTI DI PSICHIATRIA promette gravemente le capacità socio-lavorative del soggetto. DISTURBI DA ATTACCHI DI PANICO (DAP) CON O SENZA AGORAFOBIA Questo disturbo è caratterizzato dagli attacchi di panico che si presentano in maniera ricorrente. Il primo episodio, generalmente intenso, si manifesta inaspettatamente e generalmente rimane indelebilmente nella memoria del paziente. Il paziente tende ad elaborare il disturbo in chiave ipocondriaca (è convinto o teme di avere una malattia fisica) ed inizia una catena di visite generiche e specialistiche, di corse al Pronto Soccorso, di esami ed indagini di ogni tipo, anche perché la ricca componente somatica porta spesso alla formulazione. Il ripetersi degli episodi ingenera di solito uno stato di apprensione continua, di ipervigilanza, di attesa del ripetersi di un nuovo attacco (ansia anticipatoria). Le condotte di evitamento si instaurano allorché il paziente fa mentalmente un’equazione tra attacchi di panico e circostanze in cui questi si sono verificati ed incomincia ad evitarli (luoghi chiusi, luoghi aperti, ecc.). Di solito la presenza di un familiare o di una persona al corrente del disturbo del paziente consente di sottrarsi piu o meno completamente alle condotte di evitamento. La fascia di età piu a rischio è quella che va dall’adolescenza fino ai 30-35 anni; insorgenze piu tardive sono possibili ma non frequenti. Il decorso spontaneo è cronico, ma con alti e bassi e, talora, anche con remissioni spontanee. È nettamente più frequente la presenza che non l’assenza di agorafobia. È ampiamente documentata la frequente associazione del DAP con il prolasso della valvola mitrale (5% nella popolazione generale, 35-40% nei soggetti con DAP): al momento non sono state evidenziate relazioni eziopatogenetiche, prognostiche e terapeutiche tra le due condizioni. Terapia La terapia del DAP, con o senza agorafobia, si basa sull’uso di antidepressivi triciclici e serotoninergici selettivi, o con IMAO. L’effetto di questi farmaci sembra essere indipendente dall’attività antidepressiva, verificandosi anche in assenza di sintomi depressivi. L’uso delle benzodiazepine può essere di qualche utilità nel trattamento a breve termine, soprattutto ai primi attacchi o quando gli episodi di panico sono sporadici, mentre sono controindicate nel trattamento a lungo termine per il rischio di indurre dipendenza. Esiste ormai accordo generale sul fatto che il trattamento deve essere protratto a dosi piene per almeno 6-8 mesi dopo la completa scomparsa della sintomatologia, che deve far seguito una fase protratta (1-2 anni) di mantenimento a dosi ridotte (circa la metà di quella della fase terapeutica) e che la sospensione deve essere graduale (da 1 a 3 mesi). DISTURBI DA ANSIA GENERALIZZATA (GAD) Il GAD può essere definito come una condizione persistente di ansia ed apprensione, con manifestazioni a carico della sfera somatica e cognitiva, ma senza sintomi come attacchi di panico, fobie, ossessioni o compulsioni. Il quadro clinico è caratterizzato da una eccessiva preoccupazione, che il soggetto non riesce a controllare, per molteplici situazioni della vita di tutti i giorni (il lavoro, la salute, le condizioni economiche, la famiglia, i figli, un appuntamento, i vicini e mille altre cose), associata a sintomi quali ipervigilanza, allarme, irrequietezza motoria, agitazione, astenia, facile affaticabilità, difficoltà di concentrazione, sensazione di testa vuota, di incapacità di pensare, irritabilità, iperattività neurovegetativa, disturbi del sonno. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA PSICONEVROSI D’ANSIA ARGOMENTI DI PSICHIATRIA Il decorso è generalmente protratto (anche molti anni), con fasi di esacerbazione della sintomatologia. L’ansia, la preoccupazione, i sintomi fisici provocano rilevante sofferenza e possono c o m p o r t a re una compromissione del funzionamento socio-lavorativo del paziente. Di solito sono i sintomi neurovegetativi, l’astenia o i disturbi del sonno a motivare la richiesta di intervento del medico. l’esposizione, anche se questo interferisce negativamente con il ruolo professionale, con le attività sociali o con le relazioni interpersonali. La fobia sociale è un disturbo assai frequente che si manifesta generalmente nell’età giovane-adulta e che può portare ad un grado notevole di invalidazione psicosociale, anche perché l’andamento tende ad essere di tipo cronico. Terapia Il trattamento più comune è con benzodiazepine ma, date le caratteristiche del disturbo, è molto elevato il rischio di assuefazione e dipendenza. Gli antidepressivi si sono dimostrati superiori alle benzodiazepine e particolarmente utili si sono dimostrati quelli maggiormente sedativi (imipramina, paroxetina). I β-bloccanti si sono dimostrati abbastanza efficaci sulla componente somatica dell’ansia, ma non risolutivi. Terapia I β-bloccanti e gli IMAO sono i farmaci di più costante efficacia nel trattamento di questo disturbo. Tra i β-bloccanti si preferiscono quelli a prevalente azione periferica ed in particolare l’atenololo (200 mg/die). La risposta si ottiene in 2-3 settimane, ma il trattamento deve essere protratto per almeno 5-6 mesi. Buoni risultati sono stati ottenuti con gli antidepressivi serotoninergici (fluvoxamina, paroxetina, fluoxetina). FOBIA SOCIALE FOBIE SEMPLICI (O SPECIFICHE) La fobia sociale può essere definita come la persistente paura di situazioni in cui il soggetto è esposto al possibile giudizio degli altri e la paura di poter agire in modo imbarazzante o umiliante. Le situazioni in cui di solito si manifesta la fobia sociale sono il parlare, lo scrivere o il mangiare in pubblico, l’usare bagni pubblici, il ballare davanti ad estranei, l’entrare in un luogo dove sono riunite altre persone, l’incontrare persone dell’altro sesso o situazioni analoghe, per il timore di risultare ridicoli. L’esposizione alla situazione fobica provoca una immediata risposta ansiosa (marcata ansia soggettiva, palpitazioni, vertigini, rossore, tremori, sudorazione, difficoltà respiratoria, bocca asciutta...) e perciò il soggetto, pur rendendosi perfettamente conto dell’irrazionalità delle sue paure, cerca di evitare Rispetto all’agorafobia ed alla fobia sociale, nella fobia semplice lo stimolo fobico è rappresentato da un unico oggetto o situazione. I più comuni stimoli fobici sono rappresentati da animali (grandi o piccoli), dalle altezze, dal buio, dal sangue, dai temporali, ecc. Data la specificità dello stimolo fobico, questo può essere facilmente evitato e quindi la fobia semplice difficilmente interferisce significativamente col funzionamento sociale, lavorativo, familiare. La paura, associata in genere anche a repulsione e disgusto per l’oggetto fobico, è riconosciuta dal paziente stesso come irrazionale e sproporzionata rispetto allo stimolo e induce a condotte di evitamento il cui grado di invalidazione è proporzionale alla possibilità di incontrare lo stimolo fobico. Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA PSICONEVROSI D’ANSIA Terapia Mancano terapie farmacologiche specifiche per questo disturbo. Efficaci le tecniche comportamentali, ed in particolare la desensibilizzazione sistematica, che consiste nell’esposizione graduale alla situazione o all’oggetto fobico, secondo tecniche particolari che portano ad una sorta di tolleranza nei confronti dello stimolo fobico. DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO (DOC) Le ossessioni sono pensieri, idee, impulsi o immagini persistenti, non prodotti volontariamente, vissuti come intrusivi, senza senso, assurdi, che il soggetto cerca di ignorare, di sopprimere o di neutralizzare con altri pensieri o azioni. Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi, finalizzati, intenzionali, eseguiti secondo certe regole o in maniera stereotipata, in risposta ad una ossessione. La compulsione ha lo scopo di neutralizzare o prevenire disagi o eventi o situazioni temute, anche se in realtà l’azione non è connessa in modo realistico con ciò che dovrebbe neutralizzare o prevenire, è generalmente eccessiva, è compiuta per lo più con una sensazione soggettiva di coercizione e con un desiderio di resisterle e, per quanto la sua esecuzione comporti una attenuazione della tensione e dell’ansia, il soggetto non ne trae piacere. Ossessioni e compulsioni sono generalmente egodistoniche (cioè non sono vissute dal paziente come coerenti con la propria personalità, con i propri orientamenti e desideri) e causano perciò malessere e/o interferiscono con il suo funzionamento sociale. Le manifestazioni più comuni del DOC sono: – idee e pensieri ricorrenti di contaminazione (sporco, germi, sostanze tossiche, veleni...) cui si associano i rituali di pulizia di se stessi e/o dell’ambiente; ARGOMENTI DI PSICHIATRIA – ossessioni dubitative, che vanno dal timore di non aver eseguito semplici e banali incombenze, fino alle preoccupazioni esistenziali, etiche, religiose. Le prime sono generalmente associate a rituali di controllo, mentre le seconde rimangono a livello puramente psichico. L’ossessione dubitativa riguarda spesso temi aggressivi, con timore di poter commettere azioni aggressive, per cui il paziente evita accuratamente oggetti e situazioni potenzialmente pericolosi; – ossessioni di esattezza e di simmetria cui si associano rituali numerici (contare, sommare, ecc.), di ordine e di simmetria. L’andamento è di solito cronico e persistente, anche se con fasi di remissione. La complicanza più frequente e la depressione secondaria (o demoralizzazione). Terapia Antidepressivi serotoninergici (clomipramina, fluoxetina, fluvoxamina...) sono in grado di svolgere un’azione terapeutica sul DOC: solitamente sono necessari alti dosaggi ed il trattamento deve essere protratto talora anche per 1-2 anni. L’effetto terapeutico può manifestarsi anche dopo 2-4 mesi ed è pertanto necessario, una volta raggiunte dosi sicuramente terapeutiche di un farmaco, proseguire il trattamento per un tempo adeguato prima di prendere in considerazione l’impiego di altri farmaci. Se l’effetto terapeutico è incompleto, si puo prendere in considerazione l’associazione di due antidepressivi serotoninergici e/o di sali di litio o carbamazepina. DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS Il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) insorge a seguito di un evento traumatico di notevole significato emotivo per il Indice 8. NEUROLOGIA E PSICHIATRIA PSICONEVROSI D’ANSIA paziente (rischio di morte o di grave pericolo per se stesso, per familiari o persone care), il quale presenta intensa paura, orrore o senso di impotenza, tende a rivivere ripetutamente l’evento stesso sotto forma di ricordi improvvisi e vivaci (e sgraditi, invasivi) o di sogni o incubi che compromettono la qualità del sonno, reagisce con intensa sofferenza e con reazioni psicofisiologiche a stimoli (interni ed esterni) che ricordano o simbolizzano l’evento traumatico. Il paziente tende ad evitare stimoli correlati al trauma (pensieri, discorsi, luoghi, persone, ecc.) e può avere difficoltà a ricordare importanti aspetti del trauma. È presente uno stato di ipervigilanza, di allarme nei confronti delle stimolazioni esterne, irritabilità, disforia, improvvisi scoppi d’ira e di aggressività, distacco emotivo nei confronti dell’ambiente, ansia, riduzione degli interessi e delle capacità affettive, senso di estraneità, di ridotte prospettive esistenziali. Nella maggior parte dei casi il disturbo insorge entro 3 mesi dal trauma, ma non sono eccezionali i casi ad insorgenza più tardiva. Terapia L’intervento prioritario è quello psicoterapeutico (psicoterapia cognitiva, di gruppo, ipnosi) che mira alla rielaborazione dell’esperienza traumatica ed alla sua «storicizzazione». L’intervento farmacologico è indicato per il controllo dei sintomi più disturbanti: le benzodiazepine sono indicate nei trattamenti a breve termine, quando prevale l’ansia; gli antidepressivi triciclici sono più indicati nel trattamento prolungato. Di recente sono stati indicati come efficaci la fluoxetina (a dosi elevate), la clonidina (che è usata anche nel trattamento della sindrome da astinenza da oppiacei), i sali di litio e la carbamazepina. ARGOMENTI DI PSICHIATRIA DISTURBO ACUTO DA STRESS (DAS) La caratteristica essenziale del disturbo acuto da stress (DAS) è la comparsa di una specifica sintomatologia subito dopo l’esposizione ad un evento traumatico del tipo di quelli descritti per il DPTS; la sintomatologia dura almeno due giorni, ma non più di un mese. La sintomatologia può essere caratterizzata da sentimento soggettivo di distacco, di insensibilità, di perdita della reattività emotiva, ridotta coscienza dell’ambiente circostante, depersonalizzazione, derealizzazione, amnesia psicogena, evitamento fobico di tutto ciò che può essere collegato all’evento traumatico o che può ricordarlo, ansia, stato di ipervigilanza. Terapia L’intervento prioritario è, in questo caso, quello farmacologico per il controllo dei sintomi più disturbanti: le benzodiazepine sono indicate nei trattamenti a breve termine, quando prevale l’ansia; gli antidepressivi triciclici e quelli serotoninergici sono più indicati nel trattamento prolungato.