ERATO
Cultura… Costume… Sindacato… Attualità
IV TRIMESTRE 2015
ottobre - novembre - dicembre
A cura del Gruppo Culturale Ricreativo ERATO CIDA-INPS, costituito
in seno al SINDACATO NAZIONALE DEI DIRIGENTI E DELLE ALTE
PROFESSIONALITÀ DELL’INPS ADERENTE ALLA CIDA EPNE
Via Ciro il Grande n.21- 00144 ROMA -Tel. 06 59057488 -89 Fax 06 86603625
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ERATO CIDA-INPS
note di cultura, costume, sindacato, attualità
destinate agli associati (diffusione online)
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SOMMARIO
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in punta di penna
zig-zagando tra le arti
universo donna
poeti in vetrina
sono passati cento anni e più
nei meandri della storia
alimentazione e salute
pillole di tecnologia
cinema… cinema
l’Europa… per conoscerla…
l’ A B C del condominio
romavagando
un racconto breve
igiene alimentare e benessere
fuori sacco
l’Italia dei campanili
arti e mestieri
la medicina oggi
sognatori, rivoluzionari, riformatori
grafologia
spiritualità
in libreria
block notes
per strappare un sorriso
sindacato… sindacale…sindacato
il nostro organigramma
La foto in copertina: pannello 40x40 (quattro mattonelle 20x20) con scena medievale,
dipinto a mano da Silvana Costa
Scende maestosa dal castello avito
Il volto serio per l’atteso incontro
La damigella già promessa sposa.
Compito il cavaliere a lei s’inchina
Ogni promessa d’amore onorerà
[email protected] - ceramicando blog spot silco – su google: ceramiche silco
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IN PUNTA DI PENNA
di Carmelo Pelle*
IL GIUBILEO
L'evento più importante che ha caratterizzato il quarto trimestre del 2015 è stato,
indubbiamente, l'apertura del Giubileo il 21 dicembre; un evento storico perché l'ultimo,
analogo evento, è avvenuto nel 2000.
Nella Chiesa cattolica il Giubileo è l'anno della remissione dei peccati, della
riconciliazione, della conversione, della penitenza sacramentale.
E' innanzi tutto l'anno di Cristo. Viene comunemente detto "Anno Santo".
Esso può essere ordinario e straordinario: in quest'ultimo caso, è legato a qualche motivo
di particolare importanza.
Giubileo significa momento della felicità.
Ha origine dalla tradizione ebraica che fissava ogni 50 anni un anno di riposo della terra,
con lo scopo pratico di rendere più forti le successive coltivazioni, la restituzione delle terre
confiscate e la liberazione degli schiavi.
Per segnalare l'inizio del Giubileo, si suonava un corno di ariete, in ebraico jobel, da cui
deriva il termine..
Fonti del 24 dicembre 1299, riportano come una massa di pellegrini, a conoscenza della
storia della cosiddetta "Indulgenza Plenaria" si mosse da ogni parte del mondo, arrivando
sin dentro la Basilica di San Pietro per ottenere la remissione completa di tutte le colpe.
Il Papa dell'epoca era Bonifacio VIII.
Il 21 dicembre 2015 Papa Francesco ha rivolto alla Curia Romana un ampio discorso per
gli auguri natalizi che si ritiene di pubblicare, qui di seguito, richiamando quanto aveva
detto un anno fa sui vizi e le tentazioni ma proponendo quest'anno una parte positiva, un
«catalogo delle virtù». I vizi denunciati nel 2014, ha precisato il Papa, ci sono ancora, e
«richiedono prevenzione, vigilanza, cura e, purtroppo, in alcuni casi, interventi dolorosi e
prolungati. Alcune di tali malattie si sono manifestate nel corso di questo anno, causando
non poco dolore a tutto il corpo e ferendo tante anime, anche con lo scandalo. Nonostante
gli scandali, «la riforma andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché
Ecclesia semper reformanda».
Tuttavia, «le malattie e perfino gli scandali non potranno nascondere l’efficienza dei
servizi, che la Curia Romana con fatica, con responsabilità, con impegno e dedizione
rende al Papa e a tutta la Chiesa, e questa è una vera consolazione».
Il Papa richiama gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, dove si legge che «è proprio dello
spirito cattivo rimordere, rattristare, porre difficoltà e turbare con false ragioni, per
impedire di andare avanti; invece è proprio dello spirito buono dare coraggio ed energie,
dare consolazioni e lacrime, ispirazioni e serenità, diminuendo e rimuovendo ogni
difficoltà, per andare avanti nella via del bene». Con il metodo del gesuita Matteo Ricci,
quest'anno Francesco propone un “catalogo delle virtù necessarie”, non rivolto solo alla
Curia e costruito sulle iniziali della parola “Misericordia”.
1. M come «Missionarietà e pastoralità. La missionarietà è ciò che rende, e mostra, la curia fertile e
feconda; è la prova dell’efficacia, dell’efficienza e dell’autenticità del nostro operare. La fede è un
dono, ma la misura della nostra fede si prova anche da quanto siamo capaci di comunicarla». La
pastoralità è «l’impegno quotidiano di seguire il Buon Pastore, che si prende cura delle sue pecorelle e
dà la sua vita per salvare la vita degli altri».
2. I come «Idoneità e sagacia. L’idoneità richiede lo sforzo personale di acquistare i requisiti
necessari e richiesti per esercitare al meglio i propri compiti e attività, con l’intelletto e l’intuizione.
Essa è contro le raccomandazioni e le tangenti». La sagacia «è la prontezza di mente per comprendere
e affrontare le situazioni con saggezza e creatività».
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3. S come «Spiritualità e umanità. La spiritualità è la colonna portante di qualsiasi servizio nella
Chiesa e nella vita cristiana. Essa è ciò che alimenta tutto il nostro operato, lo sorregge e lo protegge
dalla fragilità umana e dalle tentazioni quotidiane». L’umanità «è ciò che incarna la veridicità della
nostra fede. Chi rinuncia alla propria umanità rinuncia a tutto. L’umanità è ciò che ci rende diversi
dalle macchine». «Quando ci risulta difficile piangere seriamente o ridere appassionatamente - sono
due segni - allora è iniziato il nostro declino e il nostro processo di trasformazione da “uomini” a
qualcos’altro».
4. E come «Esemplarità e fedeltà». Esemplarità «per evitare gli scandali che feriscono le anime e
minacciano la credibilità della nostra testimonianza». Fedeltà alla dottrina della fede, ma anche fedeltà
alla morale nei comportamenti.
5. R come «Razionalità e amabilità. La razionalità serve per evitare gli eccessi emotivi e l’amabilità
per evitare gli eccessi della burocrazia e delle programmazioni e pianificazioni». «Il nemico - è ancora
una citazione dagli «Esercizi spirituali» di sant'Ignazio - osserva bene se un’anima è grossolana oppure
delicata; se è delicata, fa in modo di renderla delicata fino all’eccesso, per poi maggiormente
angosciarla e confonderla». «Ogni eccesso - commenta il Papa - è indice di qualche squilibrio, sia
l'eccesso nella razionalità, sia nell'amabilità».
6. I come «Innocuità e determinazione. L’innocuità che rende cauti nel giudizio, capaci di astenerci
da azioni impulsive e affrettate». La determinazione «è l’agire con volontà risoluta, con visione chiara
e con obbedienza a Dio, e solo per la legge suprema della salus animarum».
7. C come «Carità e verità. Due virtù indissolubili dell’esistenza cristiana: “fare la verità nella carità
e vivere la carità nella verità"». Francesco ricorda con Benedetto XVI che «la carità senza verità
diventa ideologia del buonismo distruttivo e la verità senza carità diventa “giudiziarismo” cieco».
8. O come «Onestà e maturità. L’onestà è la rettitudine, la coerenza e l’agire con sincerità assoluta
con noi stessi e con Dio». E chi è onesto è anche maturo, è a buon punto in un «processo di sviluppo
che non finisce mai e che non dipende dall’età che abbiamo».
9. R come «Rispettosità e umiltà. La rispettosità è la dote delle anime nobili e delicate; delle persone
che cercano sempre di dimostrare rispetto autentico agli altri, al proprio ruolo, ai superiori e ai
subordinati, alle pratiche, alle carte, al segreto e alla riservatezza; le persone che sanno ascoltare
attentamente e parlare educatamente». L’umiltà «è la virtù dei santi e delle persone piene di Dio, che
più crescono nell’importanza più cresce in loro la consapevolezza di essere nulla e di non poter fare
nulla senza la grazia di Dio».
10. D come «Doviziosità e attenzione». «Più abbiamo fiducia in Dio e nella sua provvidenza più
siamo doviziosi di anima e più siamo aperti nel dare» e attenti agli altri.
11. I come «Impavidità e prontezza. Essere impavido significa non lasciarsi impaurire di fronte alle
difficoltà, come Daniele nella fossa dei leoni, come Davide di fronte a Golia». Essere pronto vuol dire
«essere sempre in cammino, senza mai farsi appesantire accumulando cose inutili e chiudendosi nei
propri progetti, e senza farsi dominare dall’ambizione».
12. A come «affidabilità e sobrietà. Affidabile è colui che sa mantenere gli impegni con serietà e
attendibilità quando è osservato ma soprattutto quando si trova solo; è colui che irradia intorno a sé un
senso di tranquillità perché non tradisce mai la fiducia che gli è stata accordata». La sobrietà «è la
capacità di rinunciare al superfluo e di resistere alla logica consumistica dominante. La sobrietà è
prudenza, semplicità, essenzialità, equilibrio e temperanza. La sobrietà è guardare il mondo con gli
occhi di Dio». Praticando queste virtù saremo veri «profeti di un futuro che non ci appartiene» e
apostoli nell'Anno Santo della Misericordia.
* [email protected]
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ZIG-ZAGANDO TRA LE ARTI
di Silvana Costa*
L’ARTE DEL PRESEPIO
La parola “presepio” deriva dal latino “praesepium” e significa “greppia”, “mangiatoia” e
richiama un luogo racchiuso da un recinto e la rappresentazione della nascita di Gesù che si fa
nelle chiese e nelle case, riproducendo, con figure formate da vari materiali, le scene della
Natività e dell’Adorazione dei Magi.
Nella simbologia del presepe il bue e l’asinello sono i simboli del popolo ebreo e dei pagani.
I Magi sono considerati come la rappresentazione delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e
vecchiaia. Oppure come le tre razze in cui, secondo il racconto biblico, si divide l’umanità: la
semita, la giapetica, e la camita. I doni dei re Magi hanno il duplice riferimento alla natura
umana di Gesù e alla sua regalità: la mirra per il suo essere uomo, l’incenso per la sua
divinità, l’oro perché dono riservato ai re. I pastori rappresentano l’umanità da redimere e
l’atteggiamento adorante di Maria e Giuseppe serve a sottolineare la regalità del Nascituro.
L'origine del presepe è da ricercarsi nei Vangeli di Luca e Matteo dove si racconta che ai
tempi di re Erode, Maria e Giuseppe giunsero a Betlemme per il censimento indetto da Roma
e, non riuscendo a trovare alloggio in nessuna locanda, si ripararono in una stalla. Lì Maria
diede alla luce il figlio di Dio e, dopo averlo fasciato, lo pose in una mangiatoia.
E poiché in Oriente le grotte naturali servivano da rifugio ai viandanti e da stalla agli animali,
si pensò che Gesù fosse nato in una grotta.
La raffigurazione della natività ha origini molto antiche: i cristiani dipingevano e scolpivano
le scene della nascita di Cristo nei luoghi di incontro come le Catacombe. Quando il
Cristianesimo uscì dalla clandestinità le immagini della natività cominciarono ad arricchire le
pareti delle prime chiese.
Ma è San Francesco d’Assisi, ritenuto il “fondatore” del presepio, quando nel 1223, tornato in
Italia da Betlemme dove aveva assistito ad alcune celebrazioni natalizie, chiese a Papa Onorio
III di poterle ripetere. A quei tempi le rappresentazioni sacre non potevano tenersi in chiesa.
Il Papa gli permise di celebrare una messa all’aperto, a Greccio, in Umbria: i contadini del
paese accorsero numerosi assieme ai pastori, i frati con le fiaccole illuminavano la via e il
paesaggio notturno e all’interno di una grotta fu inserita una mangiatoia riempita di paglia
accanto al bue e all’asino. Quello fu il primo presepio vivente: una tradizione che si rinnova
ancora oggi in piccoli e grandi centri dove si rievoca la Notte Santa.
Il primo esempio di presepio inanimato, invece, è stato realizzato da Arnolfo di Cambio, che
nel 1280 scolpì otto statuette in legno rappresentanti i personaggi della Natività e i Magi.
Alcune delle figure, i tre Magi, San Giuseppe, il bue e l'asinello, sono ancora conservate nella
Cripta della Cappella di Santa Maria Maggiore a Roma.
Nel Trecento, in Italia, l’arte si sviluppò intensamente nella pittura con l’iconografia della
Natività, ma l’uso del presepio diventò popolare solo nella seconda metà del Quattrocento
quando nel Duomo di Volterra fu posta, dalla bottega dei famosi ceramisti Della Robbia, una
Natività a grandi figure a tutto tondo su uno scenario dipinto con un affresco di Benozzo
Gozzoli. Dalla Toscana l’uso del presepio si propagò nel Reame di Napoli, dove
importantissimo è quello conservato parzialmente a Napoli, nella chiesa di San Giovanni a
Carbonara, con figure di legno che rappresentano anche profeti e sibille.
Nel 1600, soprattutto a Napoli, a Genova e in Sicilia, la scena centrale, occupata dal Bambin
Gesù, si circondò con molti altri personaggi con costumi ed ambientazioni contemporanee
all’epoca di realizzazione dell’opera, cosicché ci si trovò di fronte ad un vero e proprio
spaccato di vita.
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Soprattutto è il presepio napoletano, che viene arricchito con statuine vestite con stoffe
preziose; ci sono popolani, commercianti davanti ai banchi di vendita dei loro prodotti,
osterie, e case tipiche dei borghi agricoli. Famoso il personaggio di Ciccibacco, che porta il
vino in un carretto con le botti e impersona il Diavolo; mentre nel presepio bolognese
troviamo come personaggi tipici la Meraviglia, il Dormiglione e la Curiosa.
Alcuni di questi presepi, visibili ancora oggi in musei italiani o stranieri, sono vere e proprie
opere d’arte.
In Sicilia, nell’Ottocento, l’arte dei maestri di Caltagirone si fa avanti con la terracotta
magistralmente modellata dal verismo crudo di Giacomo Bongiovanni. La lavorazione della
terracotta finisce per attirare nel campo del presepio anche scultori rinomati, come Lorenzo
Vaccaro (1655-1706) e il suo allievo Bartolomeo Granucci.
A Napoli si modellano in creta solo le teste delle figure, con occhi di vetro, conservando il
legno per le sole parti estreme degli arti.
Napoli è ancora oggi considerata la patria del presepio. Ogni anno nei giorni dell'Immacolata
San Gregorio Armeno, chiamata la strada dei presepi, viene invasa da turisti provenienti da
qualsiasi parte del mondo che qui trovano tutto il necessario per allestire il proprio presepio
e non solo. E ogni anno i napoletani aggiungono un nuovo personaggio tratto dall'attualità, si
va dal principe Totò, ai personaggi della politica, ai calciatori, ai personaggi del gossip.
Dopo l'affievolirsi della tradizione causata anche dall'introduzione dell'albero di Natale, il
presepio è tornato a fiorire grazie all'impegno di religiosi e privati con associazioni come
quella degli Amici del presepio, e con l’allestimento nei Musei e Mostre. Tipica quella dei
100 Presepi di Piazza del Popolo a Roma, una tra le prime in Italia.
Le rappresentazioni dal vivo, quelle di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto.
Monterano, Sutri, Vetralla e Palestrina nel Lazio e soprattutto gli artigiani napoletani e
siciliani, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze
d'Italia la Natività.
Oggi la tradizione del presepio è diffusa in tutto il mondo e, fatti salvi gli elementi
tradizionali, ogni popolo rappresenta Gesù e la Natività in modo differente: in Francia,
un’antica tradizione provenzale attribuisce a Monna Pica, madre di san Francesco, la nascita
del primo presepio, quindi già presente nel 1200. Nel periodo della Rivoluzione francese la
tradizione fu bruscamente interrotta, per riaffiorare poi nel 1801 con il concordato tra papa
Pio VII e Napoleone Bonaparte.
Nei paesi di lingua tedesca, invece la tradizione è molto sentita. Secondo un’antica leggenda,
nel Duomo di Colonia si trovano le spoglie dei Re Magi trasportate da Milano
dall'imperatore Federico Barbarossa nel 1164.
Solo quattro, le nazioni che nell'est europeo che hanno conservato la tradizionale
rappresentazione della Nascita di Cristo e sono: Ungheria, Russia, Polonia e Slovacchia.
Nelle altre parti del mondo, talvolta il presepio assume aspetti folkloristici.
In America Latina viene dato risalto al sole splendente e all’azzurro del cielo; in Africa e in
Oriente si scelgono scenografie e materiali della tradizione locale.
Ma per saperne di più… bisogna andare a Verona che da vari decenni, durante il periodo
natalizio ospita, nella sua splendida arena, una mostra dei più caratteristici presepi
provenienti da tutto il mondo.
* [email protected]
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UNIVERSO DONNA
di Gabriella Natta*
IN NOME DELLE RELIGIONI
I testi delle tre più importanti religioni monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo e
Islam), dette appunto le “Religioni del Libro” presentano, nei loro contenuti,
atteggiamenti di violenza ed esclusione delle donne. E se, in molti casi, l’impegno
delle donne ha mitigato l’applicazione dei principi più intolleranti, ancora oggi il
fondamentalismo religioso è imperante.
Riporto tre episodi:
Un giorno Sufi Mohammad, dal carcere, emise un proclama in cui si diceva che le
donne non avrebbero dovuto studiare in assoluto, nemmeno nelle madrase per ragazze. “Se
qualcuno è in grado di mostrarmi un esempio nella storia in cui l'Islam abbia permesso una
madrasa per le donne, che venga pure qui e mi pisci sulla barba” disse. Fu allora che Radio
Mullah cominciò a occuparsi delle scuole.” La signorina Tal dei Tali ha smesso di andare a
scuola e andrà in paradiso”, diceva, oppure “La signorina Kulsum del tale villaggio ha
interrotto la sua istruzione alla classe quinta: mi congratulo con lei!” Le ragazze come me,
che ancora andavano a scuola, erano chiamate bufale e pecore. (da Io sono Malala di
Malala Yousafzai - ed. Garzanti febbraio 2015. Malala è premio Nobel per la pace 2014).
Colorado. È di tre morti e nove feriti il bilancio di una sparatoria avvenuta in una clinica
che pratica aborti a Colorado Springs. Le vittime sono due civili e un agente di polizia, A
sparare è stato un uomo bianco di 55 anni. Le forze dell'ordine sono riuscite a liberare
quanti si trovavano all'interno, quasi tutte donne. I servizi di controllo delle nascite
rappresentano il 3% di tutte le attività della clinica, che vanno dalla prevenzione delle
gravidanze indesiderate all'accesso ai metodi contraccettivi, fino ai programmi di
prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. (da L’Avvenire del 28.11.2015).
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Gerusalemme. Questa volta i rabbini delle scuole religiose hanno convocato anche le
ragazze. Un muro di donne per fermare le donne che vogliono pregare al Muro del pianto.
Le femministe hanno cercato di avvicinarsi al luogo più sacro dell’ebraismo: chiedono di
poter pregare come gli uomini, indossando i tallit (lo scialle da preghiera), i tefillin
(scatolette di cuoio legate con le cinghie, contenenti i versetti sacri) e di poter recitare la
Torah ad alta voce; t’fila in ebraico vuol dire preghiera e queste sono le quattro “’T”,
simbolo della protesta che gli haredim leggono come una sola parola: Tradimento
dell’ortodossia.
Attorno a loro un primo cordone della polizia per proteggerle e migliaia di ultraortodossi
che le insultavano, lanciavano pietre e bottiglie d’acqua, urlavano agli agenti: “nazisti”,
“tornatevene in Germania”. (da Dispacci, di Davide Frattini 10 maggio 2013)
Di donne che si impegnano per sconfiggere il patriarcalismo religioso ce ne sono
tante, ma la storia contiene però anche le parole e i gesti di quelle che invece sono
rimaste indifferenti e di quelle che addirittura si sono lasciate attrarre dalla tragicità
del gioco bellico. Appare allora chiaro che una correlazione naturale tra pace e donne
non è sostenibile, ma che comunque esiste una sapienza femminile della pace. Forse
il tempo non è ancora del tutto pronto per ascoltarla.
* [email protected]
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POETI IN VETRINA
QUESTO NOSTRO AMORE
Questo nostro amore
oggi ci regala
un nuovo tempo
di ore dilatate,
di notti senza fine...
di giorni interminabili...
di attimi infiniti...
di attese senza limite,
di silenzi senza pace...
di assenza di certezze...
di mille insicurezze
...di una voglia grande,
forse un po’ banale,
di non sentirsi più
sospesi nel presente...
di vivere l’illusione
dell’attimo fuggente
e sognare ancora
che durerà per sempre
Rita Ferrigno
LA VENDETTA DEL PORCO
Je disse er contadino ar propio
porco,
ner mentre banchettava ne lo
sterco:
sei nato pe’ l’ingrasso e ‘nvedi mai
se è mejo quer che magni o che
rifai!.
Senti chi parla - j’arispose er porco
-appena sarò pronto pe’ l’inforco,
gustandote ‘na fetta de prosciutto,
de ‘ste schifezze te rimagni er
frutto…
perciò nemmeno tu a la differenza
ce penzi mai se devi empi’ la
panza!
Adriano Longhi
RADICI
Non cedere al fascino
delle grandi metropoli…
Qui gli antichi affetti
Qui l’amore perso e ritrovato
Qui riposa la tua gente
Qui è la tua casa
Questa è la tua terra.
Angela Gonnella
ANNO CHE VA
ANNO CHE VIENE
La banda dei vecchi
festosa s’aduna
pe’ fasse l’auguri
de bbona fortuna
pe’ll’anno ch’ariva
che canta beato:
“Dei fij der tempo
so’ l’urtimo nato!
Nun posso promette
de esse mijore
dell’anni passati
ma manco peggiore.
Ve porto le gioie,
ve porto l’affanni
com’hanno già fatto
mijara de anni.
Allora ve dico
che ‘mporta sortanto
che ce rivedemo
‘na vorta ‘gni ttanto
perché l’amicizzia
è come ‘n ber fiore
si tu nun lo curi
se secca e poi more
Giuseppe Tozzi
MESSAGGIO
Sarà vero Natale,
sarà la rinascita
se più non saremo
spettatori del mondo
dagli occhi di pietra,
ma l’abbracceremo
con gli occhi dell’amore,
se andremo incontro
alle altre creature
con il sole nell’anima,
se scioglieremo
anche il più piccolo nodo
che è in noi
sprigionando il cuore
quale mina vagante
di pace.
Rossana Mezzabarba
a cura della Redazione
LA MIA CITTÀ
Tu, Roma,non sei la mia città,
ma t’ho sentito subito mia,
perché sei bella, perché sei vivace,
perché hai un clima un po’ matto.
Ho amato subito tutto di te,
anche il dialetto un po’ greve.
Molto più del “sentimentale”
napoletano
m’è piaciuto il “menefreghismo”
romano.
Ho imparato a scoprire in una
battuta popolana
l’amarezza e l’umanità.
Ho imparato che si può, anche
sfottendo,
offrire tanta solidarietà.
Forse, Roma,quando venni a vivere
qui, tu eri già dentro di me.
Rosy Rotoli
ORE FELICI
Stemperano i colori il giorno
Perdono intensità gli odori
Flebili suoni preludono
a pioggia e vento che arriverà.
Navigo sempre attento,
Ed attendo invano consigli
Cercando luce che mostri la strada
a vita autentica ed ore felici.
Apro finestre di notte
Le strade vuote di gente che dorme
L'amore e il tempo che mi hai dedicato
Riempie tutto lo spazio che c'è
Ma sono curve le spalle che ho
Ancor di più aspettando il Natale
Io genitore attento ai suoi figli
Fragile uomo ... ormai senza te.
Martino Ricupero
NUVOLE
Nuvole nuvole…nuvole…
Perdermi tra le nuvole
nella volta più alta del cielo
posare la mia anima inquieta
su una nuvola rosa…
Lasciarmi cullare dai sogni
un sogno su tutti: un mondo di
liberi e uguali, un mondo di pace.
Carmelo Pelle
* [email protected]
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SONO PASSATI CENT’ANNI E PIÙ
di Silvana Costa*
CENTENARIO di GIULIO BEDESCHI - Alpino, medico e scrittore, come lui stesso
amava definirsi, nasce ad Arzignano, in provincia di Vicenza il 31 gennaio 1915. Figlio
di Edoardo, giornalista e scrittore, compagno di studi del Duce, direttore didattico e
ispettore scolastico presso il Provveditorato agli Studi di Forlì durante la RSI.
Dopo la laurea in medicina a Bologna, frequenta la Scuola Allievi Ufficiali, terminata
nel 1940 e si diploma alla Scuola Militare di Sanità di Firenze.
Viene, quindi, chiamato a far parte della commissione medica incaricata di esaminare i
giovani soldati in partenza per il fronte greco-albanese; questo fa sorgere in lui il
desiderio di arruolarsi volontario, e partire per quello stesso fronte, come ufficiale
medico inquadrato nella divisione alpina Julia. Nell’estate del ‘42, la Julia viene
mandata a supporto delle operazioni dell’Armata Italiana in Russia (Armir), dove Giulio
si unisce al fratello minore Giuseppe.
Ma l’offensiva sovietica costringe gli italiani a una tragica ritirata. Tra il novembre del
1942 e il febbraio del 1943 i comandi delle forze armate italiane, non avendo previsto
l'offensiva russa sul fiume Don, si erano preparati a trascorrere l'inverno nei rifugi dello
sconfinato territorio dell'est. Il 13 dicembre del '42, all'improvviso, arriva l'ordine di
ritirata, dettato dalla constatazione che l'offensiva russa sul Voronez si sarebbe presto
saldata a quella di Stalingrado più a sud.
A rischio di un accerchiamento dalle conseguenze imprevedibili, l'Armata alpina italiana
inizia rapidamente a ritirarsi, percorrendo sentieri non battuti e combattendo in ogni
modo contro i soldati russi. È uno dei momenti più drammatici per i nostri giovani
soldati, giorni e notti dal dicembre ‘42 al gennaio 1943, tra imboscate, pericoli scampati
miracolosamente, notti all'addiaccio con temperature di oltre 30 gradi sotto zero e intere
giornate senza toccare cibo.
Bedeschi è incaricato di tenere il diario di batteria, dove annota, giorno per giorno, le
vicende degli alpini, i combattimenti durante il ripiegamento per aprirsi un varco nella
neve, le temperature gelide, le azioni, i movimenti, le ferite, i nomi dei caduti, le
emozioni e le esperienze vissute. E questo diario diventa la base del suo libro
capolavoro, Centomila gavette di ghiaccio. Cambia i nomi per rispetto, aggiunge
qualche figura di fantasia, ma avvenimenti e date sono estremamente precisi.
Scritto nel 1945-46 e terminato definitivamente nel 1948, viene riscritto in seguito alla
perdita della prima stesura durante l'alluvione del Polesine del 1951. Dopo una serie di
rifiuti dovuti, si dice, al suo essere stato fascista, essendosi iscritto al Partito Fascista
Repubblicano dopo l’8 settembre 1943, finalmente nel 1963 trova un editore, Ugo
Mursia, per paradosso un ex partigiano, che decide per la pubblicazione, creando la
notevole e fortunata collana “Testimonianze tra cronaca e storia. Guerre fasciste e
Seconda Guerra Mondiale”,
Il successo di pubblico è immediato e nel 1964 riceve il Premio Bancarella, proprio quel
libro (stampato fino a oggi in più di 4 milioni di copie) che racchiude i valori di
fratellanza e solidarietà che hanno sempre ispirato la vita di Bedeschi, scrittore sì, ma
prima ancora medico e alpino, che visse sulla sua pelle la dura esperienza della
campagna di Russia, che seppe rendere poesia:“La notte di Natale calò sulla distesa
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bianca; era patetica e struggente come solo i soldati in trincea la sentono, lontani da
ogni bene, dispersi nel silenzio, prossimi alle stelle”
Con Centomila gavette di ghiaccio, per Bedeschi si apre la strada dell’impegno letterario
e del giornalismo, con collaborazioni a “L’Europeo”, “Gente”, “Storia illustrata”.
Non rinuncia, però, all’esercizio della professione di reumatologo, ed opera dapprima a
Brescia, città in cui è domiciliato. Qui nel 1955 sposa Luisa Vecchiato; poi, dal 1960, è
a Milano, dove fonda e dirige il Centro polispecialistico reumatologico.
Nel 1966 esce “Il peso dello zaino” prosecuzione, in terra italiana, delle vicende dei
reduci di Russia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Seguono, nel 1972: “La rivolta
di Abele” e “La mia erba è sul Don”. Il primo dei due risulta vincitore, nel 1973, del
premio letterario “Città di Bergamo” e, nel 1974, del premio “Maria Cristina”, offerto da
una giuria di oltre 3.000 donne abitanti in tutte le regioni d’Italia.
E poi via, sulla scia della memoria che a volte come una carezza calda, più spesso con
uno schiaffo gelido, detta al cuore e alla mano con la voce dell’esperienza, vengono
pubblicati Gli italiani in Russia, Nikolajewka: c’ero anch’io, Fronte greco-albanese:
c’ero anch’io, Fronte d’Africa: c’ero anch’io, Fronte russo: c’ero anch’io, Il Corpo
d’Armata Alpino sul fronte russo. Tutti romanzi a metà strada tra il mondo della
narrazione e il diario di guerra, che hanno rivelato le atrocità del secondo conflitto
mondiale, ma anche dell’assurdità della guerra come mezzo per risolvere i dissidi
umani, oltre al loro indubbio valore letterario. Nel settembre 1990, torna in Veneto, a
Verona, dove si spegne il 29 dicembre dello stesso anno.
Nel 2003, i suoi articoli (anni ’70 e ’80), racconti inediti e lettere diventano “Il Natale
degli alpini”. Nel 2004 esce “Il segreto degli alpini”, che contiene, in particolare, le
lettere spedite dal fronte russo alla moglie nel ‘43, insostituibile testimonianza storica di
un orrore che colpì molte famiglie italiane, mai veramente dimenticato neppure da chi
ebbe la fortuna di tornare. La raccolta è curata dalla moglie Luisa, che scrive anche una
breve e toccante introduzione. Tutte le opere di Giulio Bedeschi sono edite in Italia dalla
Casa editrice Mursia.
Per celebrare l’anniversario, l’Amministrazione comunale di Arzignano mette a
disposizione un centinaio di copie di “Centomila gavette di ghiaccio”, che gli studenti
interessati potranno trovare nella biblioteca civica (intitolata a Bedeschi).
♦Croce di guerra al valor militare - In un lungo periodo operativo, metteva in luce elette qualità
di soldato. In aspro combattimento contro le forze avversarie, assisteva fra i pezzi numerosi
feriti gravi.- medio Don (fronte russo)16-30 gennaio 1943♦Croce di guerra al valor militare -Ufficiale medico di batteria alpina, di provato valore, in una
difficile situazione che portava a continui, durissimi combattimenti difensivi, assolveva il suo
compito di sanitario con serenità, calma e capacità incurante del micidiale fuoco nemico. Con la
parola e con l'esempio trasfondeva in tutti gli elementi della batteria, la sua fede e la sua ferma
fiducia nel successo e contribuiva oltre al suo stretto compito, a tutte le attività della batteria,
specie nei momenti più avversi. Dava così conferma di doti non comuni di valore, di entusiasmo
e di irremovibile tenacia - Iwanowka quota ovest di Nowa Kalitwa (Russia) 17-25 dic.1942♦Croce al merito di guerra
♦Medaglia commemorativa della guerra 1940-1943
* [email protected]
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NEI MEANDRI DELLA STORIA
Fatti e figure tra ieri e domani - Il Congresso di Vienna 200 anni dopo
di Mario Spinelli*
SÌ ALLE “CULOTTES”, NO ALLE PARRUCCHE
Quanti centenari celebriamo! Ma nel 2015 ne ricordiamo uno specialissimo, i 200 anni
dall’inizio dell’età contemporanea. Se qualcuno pensa che sia una boutade, torni con la
mente sui banchi di scuola e ripensi al Congresso di Vienna. Un evento che 2 secoli fa,
nel 1815, secondo gli storici ha dato il la alla nostra epoca. Nel bene e nel male.
Vediamo perché, cominciando dalle “brutte notizie”.
Per quanto ci ricordiamo, specie noi italiani, i testi scolastici e i professori di storia non
ci hanno trasmesso un’immagine idillica del Congresso di Vienna. Dopo la sconfitta di
Napoleone e il suo esilio all’Elba (da reuccio guardato a vista), ministri e diplomatici di
tutta Europa, riunitisi a novembre 1814 nella capitale austriaca per ridisegnare il vecchio
continente, dopo il ciclone giacobino e napoleonico, secondo l’opinione corrente
avrebbero combinato solo danni. Pilotato dal principe di Metternich, rappresentante
dell’impero asburgico, e dagli ambasciatori di Russia, Prussia e Regno Unito, il più
pletorico consesso diplomatico della storia (tra le decine di partecipanti c’era pure il
delegato del Gran Sultano), non avrebbe fatto altro che tirare l’acqua al mulino delle 4
potenze vincitrici. Blindandone l’egemonia, fermando l’orologio della storia e
ingabbiando l’Europa in una rete di regimi parrucconi, dispotici e polizieschi. Come se
la Rivoluzione Francese non ci fosse stata e l’ancien régime godesse ancora di buona
salute.
Un po’ è andata così. Ne sanno qualcosa i polacchi, il cui paese fu spartito tra Russia,
Prussia e impero austriaco. E lo sanno gli italiani, con lo Stivale spezzettato in 10 stati e
staterelli sponsorizzati dall’Austria. Le identità nazionali e le libertà civili uscirono a
pezzi dal Congresso di Vienna. Che paradossalmente, anzi dialetticamente, orientò
malgré soi la storia dell’800, con le associazioni, i movimenti e le guerre risorgimentali
che hanno segnato il secolo.
Rivoltando come un guanto i risultati voluti dai grandi nel 1815.
Ma il Congresso di Vienna non fu solo questo, un fatto reazionario e stop. Dobbiamo per
onestà passare alle “belle notizie”. E per farlo osserviamo il famoso dipinto di Jean
Baptiste Isabey, che ritrae i congressisti intorno al tavolo di lavoro, nella reggia
asburgica di Schonbrunn. Nessuno di loro è in pantaloni, che già trionfavano nel mondo,
e indossano tutti le culottes, il che li rende apparentemente uomini del ‘700, dell’antico
regime. In compenso non ce n’è uno che ostenti la parrucca; nelle pettinature tutti i
congressisti del 1815 sono dei signori più ottocenteschi che settecenteschi. Culottes e
capelli veri (come il fatale Còrso!), un look di compromesso che coincide con quello che
era lo slogan, la parola d’ordine del Congresso: “conservare progredendo”. Non un
impossibile ritorno sic et simpliciter al passato, ma un avvio equilibrato e controllato di
tempi che ormai tutti sentivano nuovi. E inarrestabili.
Allora vediamolo questo progresso, la positività portata dal Congresso.
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Anzitutto l’evento ebbe un suo significato e spessore culturale. Lì si fa risalire l’inizio
dell’età della restaurazione, un periodo fortemente caratterizzato sul piano spiritualeculturale-artistico, che nonostante il nome (“restaurazione”) è del tutto nuovo rispetto
alla temperie del ‘700, è antitetico al razionalismo e all’antistoricismo dell’era
giacobino-napoleonica. C’è un ritorno al sentimento, alla religiosità, alla tradizione.
A Vienna si respira e si comincia a elaborare una cultura nuova, già ottocentesca, e per
capirne l’importanza si pensi alla statura intellettuale dei due maggiori esponenti: Joseph
De Maistre e René de Chateaubriand, icone del primo ‘800.
E dalla cultura della restaurazione al romanticismo il passo è breve, all’inizio
coincidono. Perciò nel Congresso di Vienna gli storici hanno visto come le premesse,
una certa preparazione della fioritura romantica che ci sarebbe stata in tutta la parte
centrale del secolo. Certo i letterati, gli intellettuali e gli agitatori romantici saranno più
“a sinistra” dei diplomatici del 1815, diventeranno liberali e faranno sollevare popoli e
nazioni. Ma senza il primo capitolo di quel grande romanzo storico che è stato l’800,
cioè senza il Congresso, le pagine seguenti sarebbero state differenti.
Gli altri lati positivi riconosciuti dalla storiografia più recente al Congresso di Vienna
investono più direttamente il fronte diplomatico. In quella occasione è nata la
diplomazia moderna. Ministri e ambasciatori avvertirono per la prima volta l’esigenza di
riunirsi e di risolvere assieme i problemi e le controversie internazionali.
Programmarono pure di rivedersi periodicamente - come nei G8 di oggi! - e di
monitorare gli eventi per intervenire con efficacia e tempestività.
Infatti dopo Vienna ci saranno altri convegni, ad Aquisgrana (1818), a Troppau (1820),
a Lubiana (1821), a Verona (1822). Metternich e colleghi scoprirono l’arte preziosa
della realpolitik, imposero il pragmatismo e optarono per il primato della politica e della
diplomazia sulla voce delle armi, che si era fatta udire anche troppo spesso nel passato.
In questo quadro, secondo alcuni storici, va rivalutata anche la Santa Alleanza fra
Prussia, Russia e Austria, stipulata nel corso dei lavori. Non fu un patto farisaico tra
potenze egemoni e reazionarie, per coprire le repressioni sotto il manto della religione,
come si è ritenuto. Oltre tutto la Santa Alleanza fra i tre regni più “bacchettoni” divenne
presto Quadruplice (con la Gran Bretagna protestante e pragmatica) e poi Quintuplice,
con la Francia ormai incline al laicismo anche se non più sanculotta.
In queste architetture diplomatiche gli storici oggi vedono piuttosto il positivo. Ossia un
patto internazionale, il primo della storia, che si può considerare come l’antenato della
Società delle Nazioni e dell’Onu.
Fra l’altro pare che abbia funzionato meglio di queste.
Dopo il Congresso di Vienna, per rivedere il continente europeo sconvolto da una nuova
guerra in grande stile si dovrà attendere il 1814!
L’altro centenario, più inquietante, che ricordiamo quest’anno.
*[email protected]
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ALIMENTAZIONE E SALUTE
di Antonella Bailetti*
LA CELIACHIA
Negli ultimi tempi sempre più spesso si sente parlare di Celiachia, ed è per questo che
affronteremo questo argomento. La celiachia è una malattia cronica infiammatoria,
determinata da un’intolleranza al glutine, una sostanza presente nel grano, nell’avena,
nell’orzo e in altri cereali.
L’assunzione di cibi contenenti glutine, provoca appunto, alterazioni caratteristiche del
rivestimento interno dell’intestino tenue, causando Malassorbimento.
Le cause della celiachia sono ancora sconosciute.
Si tratta di una malattia autoimmune, caratterizzata dalla produzione anomala di
anticorpi, scatenata dall’ingestione di glutine, e si riscontra nei soggetti che presentano
una componente genetica od una certa familiarità. Si manifesta generalmente nei
bambini, ma può comparire anche in età adulta, spesso dopo un evento stressante, quale
una gravidanza, un intervento chirurgico o una infezione intestinale.
I sintomi tipici sono: perdita di peso, diarrea intermittente con feci grasse, dolore
addominale e malessere generale. Talvolta questi sintomi sono più silenti ma può
manifestarsi un’anemia da carenza di ferro, crampi e debolezza muscolare, dolori ossei
e facilità alle fratture, accumulo di liquidi a carico degli arti inferiori.
Nei bambini possono accadere gravi rallentamenti nella crescita, per il mancato
assorbimento di Calcio e Vitamina D.
Attraverso un esame del sangue, è possibile diagnosticare la malattia, con la ricerca di
anticorpi caratteristici: AGA, EMA, e TGA. Per avere una risposta specifica però,
dobbiamo ricorrere ad una biopsia dell’intestino tenue, determinante l’atrofia dei villi
intestinali.
L’unico trattamento da poter effettuare, è seguire una dieta priva di glutine, che porta ad
un miglioramento dei sintomi entro alcune settimane, associando l’assunzione di
integratori vitaminici o di sostanze minerali, per aiutare a correggere le deficienze
alimentari. Una dieta equilibrata, quindi, in modo da garantire un corretto apporto di
carboidrati, escludendo cereali contenenti glutine, facendo uso, in alternativa, di riso e
patate.
Un trattamento con corticosteroidi, come il prednisone, può essere utile nelle forme
refrattarie alla terapia dietetica.
Per una dieta specifica, bisogna rivolgersi, ad un dietologo o ad un nutrizionista, in
quanto possono fornire informazioni relative agli alimenti privi di glutine e ai metodi per
cucinarli.
Sono disponibili molti prodotti dietetici destinati ai celiaci, certificati come privi di
glutine, questi si possono trovare nelle farmacie, nella grande distribuzione e nei negozi
specializzati.
Il Servizio Sanitario Nazionale (S.S.N.), assicura una fornitura mensile di questi
prodotti, per i soggetti con diagnosi confermata di malattia celiaca.
*[email protected]
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PILLOLE DI TECNOLOGIA
di Emilio Tripodi*
Temporary Manager Business Consultant
N. 2 - Dicembre 2015
Bentornati nella rubrica “Pillole di Tecnologia”, mi sento di dire che ormai possiamo considerarci
amici che condividono il piacere di leggere la newsletter periodica ERATO che ospita variegati
argomenti senza mai annoiare il lettore.
Anche oggi continueremo a parlare di un argomento attinente l’utilizzo degli SmartPhone, che
grazie alle innumerevoli applicazioni disponibili, ne hanno ormai determinato uno degli strumenti
più presenti nella vita quotidiana di ciascuno di noi senza distinzione di età, dai 3 ai 100 e oltre
anni ☺ www.emiliotripodi.com +39 3474490551
Emilio
Buona Lettura
WhatsApp Messenger oltre 900 milioni di utenti
È l’applicazione per SmartPhone più diffusa a livello utente per la messaggistica
istantanea, sono oltre novecento milioni gli utenti che a settembre risultano utilizzatori
costanti dell’applicazione che ha soppiantato l’invio degli SMS a zero spese,
quotidianamente sono oltre 30 miliardi i messaggi inviati attraverso whatsapp contro i
20 miliardi di sms.
WhatsApp Messenger è un'applicazione di messaggistica mobile multi-piattaforma che
consente di scambiarsi messaggi senza pagare gli SMS.
WhatsApp Messenger è disponibile per iOS Apple (iPhone), BlackBerry, Android,
Windows Phone e Nokia, e sì, tutti questi telefoni possono scambiarsi messaggi gli
uni con gli altri! Poiché WhatsApp
Messenger si serve dello stesso
piano dati Internet che si usa per le
email e la navigazione web, non ci
sono costi per mandare messaggi e
restare in contatto con i propri
amici.
Oltre alla messaggistica di base gli
utenti di WhatsApp possono creare
gruppi,
scambiarsi
immagini
illimitate, video, messaggi audio
multimediali, condividere contatti
e posizione geografica
La novità del 2015 dell’applicazione WhatsApp, dopo essere stata acquistata dal
colosso di Facebook per la modica cifra di 12 miliardi di dollari, è che può essere
utilizzata anche da PC Desktop attraverso l’applicazione web raggiungibile
all’indirizzo http://web.whatsapp.com, attraverso un sistema estremamente sicuro
si apre un canale di comunicazione e trasferimento dati tra il proprio SmartPhone e
il PC ove tramite qualsiasi Browser disponibile (Safari, Chrome, Internet Explorer,
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Firefox, Opera ecc) e così inviare/ ricevere/ visualizzare/ inoltrare/archiviare e
cancellare contemporaneamente su entrambi i dispositivi i messaggi transati.
L’attivazione è gratuita ed avviene mediante una semplice operazione distinta in
due fasi:
1) avviare sul proprio PC il browser utilizzato raggiungendo l’indirizzo
http://web.whatsapp.com (apparirà un QRCODE da leggere attraverso il
proprio SmartPhone – vedi immagine seguente)
2) avvio sul proprio SmartPhone l’app Whatsapp, dal menu selezionare la
voce WhatsApp Web, si attiverà la telecamera per scansionare il
QRCODE sul monitor del PC
3)
4)
Inquadrare l’immagine e attendere qualche secondo affinché si attivi la
connessione
Si è pronti per gestire contemporaneamente ed in modo anche asincrono
l’applicazione WhatsApp sia da PC che da Smartphone e comunicare con
milioni di utenti.
*[email protected]
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CINEMA: IMPEGNO E DISIMPEGNO
di Giuliana Costantini*
Pioggia, anzi nevicata, data la stagione, di film che invadono le nostre sale: tutti presentano tutto e
sperano negli incassi di un botteghino che, invece, rivela ormai decisamente la crisi del cinema
come svago unico, quello dove una volta portavi la ragazza non solo per vedere il film… altri
tempi, altri lontanissimi tempi, almeno così appaiono in questi anni…
Per l’impegno vi proponiamo:
LE ORIGINI DI MOBY DICK. Regia di Ron Howard, 2015.
Film particolare, che porta sullo schermo una storia vera, il naufragio della baleniera Essex e la
tragica fine di quasi tutto il suo equipaggio; precisiamo subito che ve lo consigliamo soltanto se
amate oltre all’impegno, l’azione. E’da questa vicenda che Melville, incontrando uno dei pochi
superstiti, trae spunto per il suo Moby Dick, che del film non è protagonista. La baleniera, invece,
in questo caso fa da sfondo alla rivalità fra un capitano nobile e borioso che vuole ad ogni costo
inseguire i cetacei, anche se enormi e il suo secondo, molto più umano e rispettoso della natura
che intende non ucciderli ad ogni costo. Scene spettacolari, mentre già nella ricerca spietata degli
animali marini e nella loro non sempre necessaria uccisione,vediamo come alcuni uomini sfoghino
le loro frustrazioni. Molto convincente l’interpretazione di Chris Hemsworth, nella parte del
giovane ufficiale sensibile anche alle necessità dell’equipaggio, mentre il regista, Ron Howard, il
Richy di Happy Days, chi mai l’avrebbe detto, conferma le sue qualità di regista di classe.
IL PONTE DELLE SPIE. Regia di Steven Spielberg con Tom Hanks, 2015.
Oggi il ponte di Glienicke, è soltanto un ponte di Berlino, ma ai tempi della guerra fredda,
collegava la Germania Est a quella Ovest ed era spesso teatro di scambio di prigionieri. Il film
racconta la drammatica vicenda di un brillante avvocato di Brooklyn ingaggiato suo malgrado
dalla CIA per negoziare il rilascio di un pilota USA abbattuto dall’URSS, a bordo di un U2, aereo
spia. Tom Hanhs, convincentissimo nella parte dell’avvocato, ha già dovuto difendere Rudolf
Abel, accusato di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica, attirandosi il disprezzo dei suoi
concittadini e ora il nuovo incarico gli renderà la vita ancora più difficile. Solo, con gli amici e
anche la moglie contro, proseguirà convinto nella dignità della professione e dell’importanza
dell’impegno per il bene del proprio paese. Film che mantiene lo spettatore in tensione è molto
ben dialogato e basato oltre che su una vicenda, in parte realmente accaduta, sull’eterno gioco
dell’essere e dell’apparire.
Per il disimpegno vi consigliamo:
SPECTRE. Regia di Sam Mendes Con Daniel Craig.
Nel lontano 1962, compariva sugli schermi il primo film della serie di 007, l’indimenticabile
Bond. Il romanziere Fleming creò allora un personaggio che non immaginava destinato a tanto
successo nel cinema. Interprete primo e senza dubbio il migliore, fu all’epoca Sean Connery,
ironico,ma non troppo, bello, ma non perfetto,attore sconosciuto e destinato poi a dover
dimostrare di sapere recitare interpretando già anziano altri ruoli, fino all’Oscar per il poliziotto di
quartiere del film “Gli intoccabili.” Da Roger Moore a Pierce Brosnan molti si sono cimentati in
tantissimi agenti 007 al servizio di Sua Maestà, compreso Daniel Craig che in questo caso
interpreta nuovamente Bond, un Bond diverso però, molto taciturno, triste e decisamente affatto
propenso a perdere tempo: niente battute, molto concreto, mira alla vendetta e a salvare la giovane
fanciulla innocente di turno, concedendosi, questo sì, un piacevole intervallo con….Monica
Bellucci. Girato in parte a Roma, quasi tutto di notte, c’è da osservare che quando i romani al
mattino trovavano ancora qualche strada chiusa al traffico e si sentivano dire “Girano un film”,
pronunciavano frasi non ripetibili, ma capito che si trattava di Bond aggiungevano un “Vabbè..”
che ci da la misura della popolarità del personaggio
*[email protected]
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L'EUROPA: PER CONOSCERLA, AMARLA E RISPETTARLA.
DALL’EUROPA ALL’INTEGRAZIONE EUROPEA
(Breve storia di un continente e di un’idea)
di Angela Gonnella*
(Seconda parte)
Tra la seconda metà dell’800 e l’inizio del XX sec., l’Europa visse un periodo di forte
espansione economica, frutto di una felice interazione tra scienza e tecnica a cui si
affiancò l’adozione di nuove fonti energetiche come l’elettricità e il petrolio.
Mentre il proliferare delle industrie imprimeva un forte impulso alla viabilità ferroviaria
e marittima, furono messi a punto straordinari mezzi di trasporto e di comunicazione:
dall’automobile all’aereo, dal telegrafo al telefono; cosicché in molti, maturò la
convinzione che la capacità creativa dell’uomo fosse inesauribile.
Anche nelle grandi Esposizioni allestite dalle capitali europee, le rappresentanze delle
nazioni che vi parteciparono, spesso in conflitto tra loro, magnificavano la storia, le
ricchezze, la genialità del proprio popolo.
In realtà, dall’inizio del XX sec. agli albori del I° conflitto mondiale, l’Europa sembrò
vivere con esaltazione e spensieratezza la sua “Belle Epoque”. Le antiche città, ormai
divenute metropoli, offrivano generosamente occasioni culturali e mondane che
attiravano migliaia di visitatori.
A Parigi, che con Vienna condivideva il ruolo di capitale della civiltà contemporanea, si
svilupparono l’Espressionismo, il Cubismo, l’Astrattismo.
I più autorevoli esponenti di queste correnti, Picasso, Césanne, Kandinskji,
rappresentarono con una straordinaria rivoluzione pittorica la figura umana quasi
dissolta nei colori, nello spazio, nelle linee geometriche; a voler significare la completa
omologazione tra uomo e tecnologia. Anche a Vienna, mentre l’imperatore Francesco
Giuseppe sembrava voler rinnovare gli sfarzi del passato, fioriva una classe di
intellettuali tra i quali Sigmund Freud che, attraverso la psicoanalisi, si proponeva di
raggiungere gli strati più profondi della coscienza, rivelandone problemi e conflitti.
Nella capitale austriaca si affermò, contemporaneamente, in ambito medico-scientifico,
un centro di ricerca avanzata che attirò l’attenzione e il consenso dei più illustri studiosi
del tempo.
Londra, invece, dopo il lungo periodo dell’età vittoriana, sembrava concentrare i suoi
interessi nel cuore della City, centro finanziario e dominio incontrastato di banchieri e di
una classe borghese ambiziosa e sempre più intraprendente.
Notevole fu anche l’ascesa economica della Germania, come l’Italia, politicamente ma
parzialmente unificata. La sua capitale, Berlino, si sviluppò rapidamente avvalendosi
delle masse di immigrati russi, cechi, polacchi, ebrei, pronti ad offrire la loro
manodopera a buon mercato.
Anche la Russia, nonostante fosse in ritardo rispetto agli altri Stati europei, riuscì a
triplicare la produzione del carbone e del ferro e a costruire una moderna linea
ferroviaria, la Transiberiana, vitale per il settore del commercio e dei trasporti.
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Per quanto riguarda l’Italia, l’industria, specie quella siderurgica e meccanica, cominciò
a decollare nei primi anni del ‘900 quando Giovanni Giolitti, nominato per la seconda
volta capo del governo, riorganizzò il sistema bancario che fu in grado di contribuire più
concretamente alla crescita economica del nostro Paese. Molti provvedimenti, presi nel
corso del decennio giolittiano, furono volti a migliorare la legislazione sociale, una delle
più arretrate tra gli Stati europei. Non furono invece affrontati i problemi riguardanti il
divario economico, ambientale e culturale tra nord e sud.
Si tratta della famosa Questione meridionale. Tuttora, purtroppo, irrisolta.
E mentre in quasi tutta l’Europa la borghesia si affermava con la forza prorompente di
un sistema finanziario sempre più avanzato, l’aristocrazia perdeva il suo prestigio
riuscendo a sopravvivere grazie alla vendita dei suoi beni.
Tutto il fervore culturale di cui si è detto e lo stesso benessere rimasero, quindi,
appannaggio delle classi economicamente più elevate e non ebbero ripercussioni sulla
cosiddetta società di massa che dai piccoli centri rurali si era riversata nelle periferie
delle città industrializzate alla ricerca di un’occupazione che assicurasse un tenore di
vita accettabile. Ma il lavoro nelle fabbriche era durissimo, specie per chi veniva
destinato alla catena di montaggio, messa a punto da Henry Taylor allo scopo di
incrementare la produzione dei beni di consumo.
Intanto la diffusione dell’ideologia marxista, mentre rendeva i lavoratori sempre più
consapevoli dei propri diritti, contribuiva a creare forti tensioni sociali che, talvolta,
sfociavano in manifestazioni così violente da mettere in pericolo la stabilità degli assetti
istituzionali.
Il timore che accadesse il peggio spinse, di conseguenza, anche i Paesi più conservatori
a concedere significative riforme, come il suffragio universale maschile, pietra miliare
nel percorso di riscatto della società di massa.
Fu, questo, un periodo storico particolare poiché, nonostante l’Europa avesse
sperimentato una condizione di relativo benessere e crescita civile, tra i suoi Stati e al
loro interno affioravano profondi dissidi, esasperate rivalità e pericolose tensioni.
In tale contesto, nessuno avrebbe mai ipotizzato un progetto di unificazione europea.
Ma ripercorreremo questo sentiero.
Come dimostrerà il prosieguo del nostro viaggio.
*[email protected]
● Annotazione: la prima parte di questo lavoro è stata pubblicata da “Erato, III trimestre 2014 (pagg. 12,13)
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L' A,B,C DEL CONDOMINIO
leggi, regolamenti, giurisprudenza, casistica...
Avv. Maria Pia Salvatore*
La nomina dell’Amministratore
L’amministratore rappresenta con l’assemblea l’organo più importante per la gestione
del condominio.
La legge prevede due modalità di nomina, con effetti giuridici distinti.
La nomina dell’amministratore è necessaria quando i partecipanti al condominio sono
più di otto, sia per la miglior gestione dei rapporti tra i condomini, che tra il condominio
ed i terzi, ed essa avviene generalmente attraverso una delibera assembleare.
Se l’assemblea non provvede, l’art. 1129 c.c. dispone che “la nomina è fatta dall’autorità
giudiziaria su ricorso di uno o più condomini o dell’amministratore dimissionario”.
Tuttavia, se la nomina da parte dell’assemblea conferisce all’amministratore i poteri
stabiliti dalle norme e la rappresentanza del condominio, il provvedimento di nomina
adottato dal presidente del Tribunale a norma dell’art. 1129 c.c., costituisce attività di
carattere non giurisdizionale ma amministrativo, diretta ad assicurare al condominio
unicamente l’esistenza di un organo necessario all’espletamento delle incombenze ad
esso demandate dalla legge.
Il rapporto che lega il condominio all’amministratore è un contratto di mandato regolato
dagli artt. da 1703 a 1730 del codice civile.
Tale contratto si presume a titolo oneroso e l’art. 1129 c.c. prevede espressamente nella
sua nuova formulazione che “ l’amministratore all’atto di accettazione della nomina e
del suo rinnovo, deve specificare analiticamente, a pena di nullità della nomina stessa,
l’importo dovuto a titolo di compenso per l’attività svolta”
Il ruolo di amministratore di condominio può essere ricoperto da un condomino od un
estraneo od una società.
L’art. 71-bis disp. att. c.c., introdotto dalla legge di riforma stabilisce che per svolgere
l’incarico di amministratore di condominio occorre possedere alcuni requisiti, tra cui;
aver frequentato un corso di formazione iniziale in materia di amministrazione
condominiale; svolgere attività di formazione periodica in materia di amministrazione
condominiale.
Per procedere alla nomina, l’assemblea, validamente convocata, deve essere
regolarmente costituita, sia in prima che in seconda convocazione. Il quorum per
deliberare è quello dell’art. 1136 c.c. comma 2, cioè la maggioranza degli intervenuti e
la metà del valore dell’edificio.
La carica di amministratore è temporanea dura un anno, rinnovabile tacitamente per
identico periodo.
Nel caso in cui i condomini decidano di nominare un nuovo amministratore, quello
decaduto continua a svolgere le proprie mansioni sino al concreto avvicendamento della
carica, con obbligo di consegna della documentazione condominiale al suo successore,
cosi come prevede l’art. 1129, comma 9.
*[email protected]
19
ROMAVAGANDO
di Giuliano Cibati*
QUANDO ARRIVA BEFANIA
TUTTE LE FESTE PORTA VIA
Con questo adagio popolare ognuno di noi chiude la parentesi
delle festività e mette in archivio i sentimenti che il ricordo della
natività di Gesù ci ha suscitato.
Panta rei? Tutto scorre? Non è vero, c’è sempre qualcosa che
resta specialmente se legato a un fatto, un’immagine che nei
giorni passati ci ha colpito.
Girare per Roma tra Natale e Capodanno si finisce col trascurare
i monumenti vista l’innumerevole presenza di presepi che
arricchiscono la città.
E ti fermi affascinato dalla bellezza di alcuni usciti dalle mani di
veri artisti. Così come ti fermi bloccato a riflettere per alcune
composizioni frutto di una nostalgia di terre lontane e
manifestazioni di una fede che hanno affascinato un neofita.
Ci vuole una buona dose di forza d’animo per trattenere la
commozione davanti a un presepe composto (realizzato) da
extracomunitari.
Semplice, spoglio, che sta là solo per evocare un evento che
ogni migrante ha vissuto in maniera diretta.
La venuta al mondo di Gesù è un po’, per loro, la venuta in
questo mondo fantastico e sognato nei momenti della tragedia.
Anche se nessuno di loro dimentica la sofferenza e la
crocifissione con cui si è conclusa la storia.
*[email protected]
Presepe dipinto su un coccio di vaso rotto da Silvana Costa
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NATALE
Stanotte a mezzanotte
è nato un bel bambino
……………………
né bianco né rosso
ma nero e ricciolino.
La madre è mussulmana
il padre non si sa
si è perso per l’Europa
un po’ di tempo fa.
Or stanno tutt’e due
su un letto tutto bianco
lei ancora non ci crede
d’averlo lì al suo fianco.
È nato s’un paiolo
fra le puzze di sentina
d’una barca assassina
che stava p’affondà.
Lei guarda sorridente
la suorina che spesso
si ferm’accanto al letto
col suo fare dimesso.
Non sa cosa le dice
ma forse un po’ capisce
le chiede quale nome
lei forse preferisce.
”Lo chiamerò Gesù”
fa cenno alla suorina
che porta sulla bocca
la candida manina.
“Gesù?! È il dio cristiano
e tu sei mussulmana,
vuoi forse battezzarti
e diventar cristiana?”
No, no risponde lei
non voglio cambiar fede
voglio solo che porti
quel nome e così vede
quando sarà più grande
e capirà qualcosa
che la vita a ‘sto mondo
è una strada dolorosa
e se è toccato a Lui
che come dite voi
è il figlio di Dio
ci salveremo noi?
No, non c’è speranza
sarà “un povero Cristo”
così da voi chiamato
chi per soffrire è nato
scusatemi se insisto
lo chiamerò Gesù.
UN RACCONTO BREVE
IL RITORNO
di Silvana Costa*
Il treno “Freccia Rossa” n.9378 delle ore 13 in partenza da Roma per Reggio Calabria è
fermo al binario 11 in attesa del via. Un via che ha già due minuti di ritardo, anche se il
capo stazione con il suo berretto rosso, la paletta in mano e il fischietto in bocca, figura
unica nell’immaginario comune, è stato sostituito da segnali luminosi.
Ma è una fortuna che sia ancora lì, perché, in lontananza, una signora sulla settantina fa
cenni di aspettarla e corre affannata seguita da un facchino con una grossa valigia.
Appena in tempo. È Rosa che sale faticosamente i tre alti gradini e il treno si muove,
prima adagio, poi sempre più veloce fino a sparire dietro la curva con un lungo fischio.
Il ristorante “da Rosa - cucina italiana” in New York, 214 East 52nd Street, è sempre
molto richiesto e affollato.
Le sue matriciane, i suoi spaghetti con aglio, olio e peperoncino calabrese, le sue
fettuccine al ragù sono piatti prelibati per i tanti italiani che vivono a New York da
quando, bambini, sono arrivati in America coi calzoni corti e le scarpe sfondate. Anche i
newyorchesi non disprezzano affatto la sua cucina, anzi sono disposti a fare la fila
davanti al ristorante pur di sedersi ad uno di quei bei tavolini quadrati con la tovaglia a
quadretti bianchi e rossi e le seggiole di legno col sedile impagliato, pronti a gustare le
bontà delle sue ricette. Ma ora i clienti affezionati abituati a congratularsi con Rosa
dopo il pasto, ad averla vicino per il bicchierino di amaro o di limoncello della casa, a
scambiare due parole in un italiano americanizzato, dovranno dire addio a tutto ciò.
Saranno rammaricati e tristi quando sapranno che Rosa è partita per tornare in Italia,
rivedere il suo paese e passare lì il resto della sua vita. Ed anche se la cucina sarà
sempre buona, l’accoglienza simpatica e le persone alle quali ha prima insegnato le sue
buone ricette e poi lasciato lo scettro saranno sempre gentili con tutti e competenti, non
sarà più la stessa cosa.
Sono passate cinque ore. Cinque lunghe ore sola con i suoi pensieri, i suoi ricordi, che
sono tornati prepotenti e così ancora vivi nella sua memoria. Finalmente il treno fischia
l’arrivo in stazione. La piccola stazione del paese dove è nata, che ha lasciato quando
aveva 18 anni e non vi è più tornata. Scende con difficoltà, con la valigia che scivola giù
con un tonfo sordo e si ferma ai suoi piedi. Le tremano le gambe. Si guarda intorno
smarrita. Cerca con lo sguardo qualcuno che la possa aiutare. Tra i passeggeri scesi
dopo di lei c’è un ragazzo al quale chiede aiuto. È Antonio che ogni due settimane, il
venerdì, va al paese per trascorrere il week-end con il nonno. Si ferma, è gentile con
questa signora forestiera dall’accento strano, indefinibile, che parla un italiano
inframmezzando parole americane e dialettali, che ha un aspetto simpatico, un viso
aperto e sorridente, un abbigliamento un po’ casual, si dice adesso, e vagamente gli
ricorda sua nonna. Sì, faranno la strada insieme fino all’albergo, sono pochi metri,
penserà lui a far camminare la valigia, non vuole mance, lo farà con piacere. Rosa lo
ringrazia con un sorriso, e ringrazia anche Iddio per questo incontro fortunato.
L’odore del mare le arriva improvviso facendola sentire a casa.
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L’albergo, sul lungomare, è nuovo ed accogliente. Ha prenotato da N.Y., per un mese
intero, la “suite con vista mare”. Ha spedito i suoi bagagli per tempo e qualcuno ha già
provveduto a sistemare i suoi vestiti e le sue cose negli armadi. Un mese che passerà
presto, un mese che le servirà per ambientarsi, trovare un alloggio, una casetta tutta per
sé, per cercare di capire se sarà capace di restare nella sua terra, tra la sua gente, dopo
una vita trascorsa in America, lavorando sodo ed avendo il successo che si è meritato.
Ora è stanca, stressata dal distacco e dal viaggio. Ma domani… domani comincerà la
sua nuova vita e la sua personale ricerca.
Ed eccolo, il domani, è sabato. Il tempo è bello e l’aria tiepida invita a fare una
passeggiata. Rosa esce e subito la brezza marina l’avvolge leggera come una carezza.
Si immerge con tutta se stessa nei profumi caldi del paese, di pane appena sfornato, di
caffè forte e nero, di bombe alla crema e brioche che fanno bella mostra nelle vetrine
dei bar. Entra nella pasticceria più grande della piazza, la più fornita, cerca un angolino
tranquillo da dove si può vedere il mare, ordina una colazione come non la fa da anni.
Al diavolo la dieta! Oggi è un giorno speciale. Ci vuole una colazione speciale. Vede
passare il ragazzo che le ha portato la valigia, prega il cameriere di chiamarlo, lo vuole
ringraziare ancora, lo vuole conoscere meglio, sapere chi è, cosa fa. Per ora è l’unica
persona, estranea al personale dell’hotel, con la quale ha scambiato qualche parola.
Ma il cameriere, per quanto lesto, non fa in tempo, Antonio è sparito dentro un vicolo.
Finita la colazione esce dalla pasticceria e si avvia su per il paese spinta dal desiderio di
rivivere il suo passato, ripercorrere i luoghi di quando era bambina e poi adolescente,
riprovare quella gioia di vivere, intensa e spensierata, che, più di ogni cosa, le è
mancata. E così tutti i giorni Rosa fa colazione alla pasticceria e poi la sua bella
passeggiata, ammirando i numerosi murales che tappezzano i muri del paese.
Cammina decisa e il suo vestito a grandi fiori colorati, dalla gonna svolazzante, cattura
gli sguardi dei passanti. Il suo modo di parlare un italiano misto a parole americane e
dialettali e il suo forte accento straniero, fanno colpo sugli habitué, persone ormai di una
certa età che nel bar, oziosi, la mattina, per passare il tempo, si fermano a leggere il
giornale; a fare due chiacchiere su ciò che succede in paese e che l’hanno battezzata
“l’Americana”.
Ecco, ecco la scaletta che porta a casa dell’amica! Comincia a salire, Rosa. Si ferma
perplessa dopo pochi gradini: no, non può essere questa, non era così lunga e così
ripida! Si faceva correndo fino su… Torna indietro, prende la strada principale, guarda
le vetrine dei negozi, non li riconosce, niente riconosce, tutto è cambiato, come è
cambiata lei, è invecchiata, ed è stata lontano per troppo tempo. Torna tristemente in
albergo, che è già l’ora di pranzo. Nel pomeriggio esce solo per andare sul lungomare a
respirare la frizzante aria marina.
Passano i giorni. Rosa non demorde. Abituata com’è a vincere tutte le battaglie, esce
ogni mattina in cerca di un alloggio, una casa per restare a vivere nel suo paese, ma
prima di tutto è alla ricerca dei suoi ricordi, specialmente di uno che è rimasto vivido
nel suo cuore. È l’albero della vita e dell’amore che non è riuscita a dimenticare.
Ci sarà ancora? Ma dove? Era in una piazzetta… si salivano quattro scalini e… corri,
corri Rosa, vieni a vedere… lascia la cartella, corri, c’è un ragazzo arrampicato su una
scala che sta disegnando sul muro…
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La voce della sua amica di scuola… la sente nitida nella sua testa. Corro, corro, arrivo,
dov’è, dov’è?
E sono lì, col naso all’insù, gli occhi sgranati, a guardare il ragazzo sulla scala. Poi lui
scende, ha finito la vernice verde. Legge la delusione negli occhi delle ragazze, le
rassicura e guarda Rosa mentre dice, venite ancora domani che lo terminerò, e un
brivido scorre tra i due. Passano tre settimane, l’albero è finito e il loro amore è
sbocciato. Così.
Quanti ricordi peccato essere partita, essere andata tanto lontano… Il trasferimento di
tutta la famiglia in America ha spezzato la magia del loro amore.
E non si sono più visti, ma i loro profili si stagliano ancora nitidi nella corteccia
dell’albero dipinto sul muro.
Rosa continua la sua ricerca, non si ricorda più la strada, anzi non la riconosce più,
dovrebbe chiedere a qualcuno se ancora esiste quel disegno e dove si trova.
Pensa ad Antonio, solo lui potrà aiutarla. Ha deciso, andrà ad aspettarlo alla stazione.
Entra lentamente il treno nella piccola stazione del paese. Non sono tante le presone che
scendono, ma tra queste c’è Antonio. Gli va incontro contenta e anche lui sorride nel
vederla. Cosa fa signora Rosa, vuole partire? No Antonio sono qui per chiedere il tuo
aiuto. Sai che io da bambina e poi fino a 18 anni ho vissuto qui e quando i miei genitori
hanno deciso di trasferirsi in America ho dovuto seguirli, ma ho lasciato il cuore in
questo luogo. Avevo un fidanzatino, eravamo molto innamorati. Lui ha dipinto per me,
sul muro di una piazzetta, l’albero della vita con i nostri profili che si guardano, non
sono riuscita a trovarlo… forse non c’è più.
A quelle parole Antonio ha un sussulto. Quante volte è passato davanti a quel murale
con la sua ragazza, e si sono identificati in quei volti! Quante volte, quando era
bambino, nelle passeggiate con il nonno sono andati a sedersi sugli scalini di quella
piazzetta a guardare il disegno dell’albero. Nonno l’hai dipinto tu? e perche? nonno sei
tu quello nel tronco? e quella è la nonna? nonno le vuoi bene? e perché? e a me vuoi
bene nonno? Domande… e domande… di un bambino curioso.
Sono passati due mesi.
Il treno “Freccia Rossa” n. 3995 diretto a Roma lascia la piccola stazione con un lungo
fischio di saluto. Nel vagone di prima classe una signora sulla settantina è seduta vicino
al finestrino. Il suo vestito a grandi fiori colorati dà una nota allegra a tutto lo
scompartimento. Seduti di fronte a lei un bel giovane e suo nonno guardano molto
interessati un opuscolo pieno di fotografie; foto di palazzi altissimi, di piazze enormi, di
una statua alta 93 metri che svetta all'entrata del porto sul fiume Hudson al centro della
baia di Manhattan, sulla rocciosa Liberty Island. È la statua della Libertà a New York.
Dove sono diretti.
[email protected]
questo murale è uno dei
tanti che fa di Diamante
(CS) il paese dei murales
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IGIENE ALIMENTARE E BENESSERE FISICO
di Daniela Pagnotta*
Il MIELE: chimica, proprietà benefiche e controindicazioni,
caratteristiche di un tesoro considerato elisir di lunga vita.
La composizione del miele rappresenta un elemento di grande interesse dal punto di
vista chimico. La sua ricchezza è sicuramente dovuta al grande lavoro delle api ed ai
fiori e racchiude tutto l’apporto dei diversi composti naturali che determinano le
proprietà del miele: odore, sapore e colore, stato fisico, conservabilità, valori nutrizionali
e virtù salutari.
Il glucosio (C6H12O6) è lo zucchero del miele, delle cellule di tutti gli esseri viventi e
del sangue dell'uomo. È il composto organico più diffuso in natura.
Qualsiasi chimico ci direbbe che il glucosio è una molecola bellissima.
Guardando la sua struttura si capisce perché la natura, nel corso
dell'evoluzione, ne ha fatto l'unità base per dare forma ed energia agli
esseri viventi.
Il glucosio è il prodotto della fotosintesi clorofilliana: gli organismi
autotrofi trasformano l'acqua e l'anidride carbonica in glucosio ed
ossigeno usando la sola energia della luce del Sole.
6 H2O + 6 CO2 + ENERGIA → C6H12O6 + 6 O2
Non ve la voglio fare troppo tecnica ma in due parole direi: Energia = Vita!
Tornando quindi al nostro miele, è liquido appena prodotto dalle api e poi tende a
cristallizzare naturalmente divenendo solido a seconda dei diversi tipi. Questi minuscoli
cristalli, che possono avere una grana più o meno fine, donano la preziosa componente
tattile all'assaggio del miele. Un buon miele si riconosce infatti quando, preso tra
l’indice ed il pollice della mano strofinando i polpastrelli non appiccica, ma rimane
fluido. I cristalli deviano la luce con le loro mille sfaccettature ed è per questo motivo
che il miele perde la sua trasparenza e assume una tonalità di colore più chiara.
Ci sono mieli che hanno un elevato tenore di fruttosio rispetto al glucosio (acacia,
castagno o arancio) o molto poveri in umidità (melata di bosco) che cristallizzano più
lentamente, impiegando molti anni per solidificare. Diventano opachi e al limite
formano venature o cristalli in sospensione, ma in genere si consumano senza mai
vederli cristallizzare.
Il miele non dovrebbe mai invecchiare troppo o essere sottoposto a riscaldamento, ma
dovrebbe essere consumato così com’è, per evitare perdita di genuinità e di freschezza.
Considerando che l’abuso che si fa spesso oggi di zucchero, soprattutto quello raffinato,
di uso più comune, è molto dannoso per l’organismo, così come quello del sale,
possiamo dire che in alternativa il miele è un ottimo dolcificante naturale costituito per
la quasi totalità da zuccheri quali il glucosio, fruttosio e maltosio, ed inoltre contiene
anche sali minerali (ferro, fosforo, magnesio e calcio), vitamine, acqua, proteine e
fosfati.
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Ha quindi un alto valore nutrizionale (300 calorie per 100 g.) ed è facilmente
assimilabile dall'organismo anche giornalmente, a meno che non si abbiano dei
particolari problemi di salute come il diabete per i quali non sia consigliabile, per la
dieta personale, assumere troppi zuccheri.
Il miele è quindi molto indicato per i bambini, soprattutto in età infantile e di crescita al
posto dello zucchero perché aiuta a fissare i sali minerali. Più in particolare, apporta un
alto grado di calcio e magnesio all'organismo ed è quindi utile per rafforzare le ossa in
tutte le fasi della vita. Non solo bambini quindi, ma anche donne in menopausa e
sportivi per l’apporto calorico che aumenta la resistenza della massa muscolare e riduce
la stanchezza, etc….
Inoltre ha molte altre proprietà, infatti è un ottimo calmante per la tosse e per le
infiammazioni dell’apparato respiratorio, per cui è definito l’antibiotico naturale per
eccellenza.
Infine, svolge un'azione protettiva dell'apparato digerente (aiuta anche la regolarità
intestinale) e del fegato. I benefici del miele coinvolgono anche i reni visto che questo
prelibato alimento ha un potere diuretico ed il sangue per la sua azione antianemica.
Per risalire un po’ alle origini storiche possiamo ricordare che il termine “miele” sembra
derivare dall'ittita melit. E’ un prodotto antichissimo che si trovava già nel VI sec. a.C. e
per millenni, ha rappresentato l'unico alimento zuccherino disponibile.
Gli antichi Egizi usavano deporre accanto alle mummie grandi coppe o vasi ricolmi di
miele, che spesso sono stati ritrovati integri, ed è noto che alcune ricette a base di miele
venivano utilizzate non solo ad uso alimentare, ma anche medico, per la cura dei disturbi
digestivi, e per unguenti per piaghe e ferite. Era già usato in un passato, ormai remoto,
anche dai sumeri per fare delle creme per il corpo, e dai babilonesi per uso
gastronomico, per cucinare focaccine con sesamo, farina, datteri e miele.
Per ogni caso specifico ovviamente è più indicato un miele diverso, e già tremila anni fa
la medicina ayurvedica ne conosceva vari tipi: purificante, afrodisiaco, dissetante,
vermifugo, regolatore per la digestione e l’intestino, refrigerante e cicatrizzante.
I Greci lo consideravano "cibo degli dei", e dunque rappresentava una componente
importantissima nei riti che prevedevano offerte votive.
Nella alimentazione medievale il miele aveva un ruolo ancora molto importante, ed era
usato principalmente come agente conservante oltre che dolcificante.
Il miele fu poi purtroppo gradualmente soppiantato nei secoli successivi, soprattutto
dallo zucchero raffinato industrialmente, ma credo che piano piano oggi si sia tornati ad
apprezzarne il grandissimo valore.
Attualmente direi che possiamo continuare ad utilizzarlo per tantissime cose sia in
campo culinario che medico o estetico, ma a me in particolare piace consigliarne l’uso
per le calde tisane aromatiche o per i the in genere, dove l’utilizzo dello zucchero mi
sembra personalmente un vero delitto, oppure per una gustosissima merenda a base di
yogurt greco, frutta, miele, frutta secca e/o corn flakes.
*[email protected]
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FUORISACCO
Michele Salomone*
GLI OCCHIALI DI PASOLINI
Conosco perfettamente il gruppo di case verso le quali Pasolini volgeva lo sguardo nella
primavera del 1964. Per meglio dire, cui restituiva lo sguardo: quelle pietre, infatti, lo stavano a
loro volta guardando ("noi siamo esseri guardati dalle cose, nello spettacolo del mondo" veniva
dicendo Lacan in quelle stesse ore del '64, nel corso di un suo Seminario). Le cose guardano fisso,
anche quando sono morbide come quelle case incerte, umide e segrete dei Sassi di Matera e
Pasolini per sostenere quello sguardo spudorato, per restituirlo senza smarrirsi, si era tolto gli
occhiali.
Li teneva mollemente nella mano destra, che - semicontratta a pugno- gli sosteneva
contemporaneamente il capo, mentre il gomito poggiava sul muretto.
Raramente tra i suoi occhi e il mondo mancava quel diaframma, Pasolini era miope ma usava lenti
oscurate anche e soprattutto per schermirsi e tendere, a un tempo, innocenti agguati visivi.
Senza occhiali, egli era nudo.
Ma lo sguardo dei Sassi che lo interrogavano era
insostenibile; come replicare se non ricorrendo
al duplice effetto prodotto dal denudamento del
suo?
Effetto di esposizione definitiva (senza lenti
oscuranti) , effetto di sfuocamento, con la
restituzione del visus al suo deficit originario.
Quel doppio "movimento" accompagna la
visione alla profezia. Il profeta assoluto è, come
Tiresia, cieco, perché deve essere libero e, come
osservava Leonardo, l'atto iconico delle cose
conduce invece la libertà dell'osservatore nel
carcere dell'amore.
Per attingere a quella libertà profetica, Pasolini si priva degli occhiali, sceglie di pagare il prezzo
dell'amore in pegno di una provvisoria libertà.
Inforcare o meno gli occhiali è condizione che non rettifica tanto la dimensione dello spazio
osservato ma ne muta quella temporale.
Senza occhiali, dunque senza amore, Pasolini si fa profeta e "vede" con ogni probabilità quello
scorcio, come io lo vedo oggi: levigato, ammirato, insonne,... Lo "vede" e non lo ama: quelle
antenne, quel verde estraneo al cuore refrattario del tufo....; ne teme la deriva de-sacralizzata,
destino di ogni arcaismo sottratto alla custodia dei suoi provvidenziali anacronismi, l'inquietudine
mondana introdotta dalla moltitudine degli sguardi turistici che affluiranno a osservarne la
dimensione a-temporale, per ciò stesso "forzando" quelle pietre alla temporalità cui si erano
ostinatamente negate.
Non tenne a lungo quel suo sguardo veggente e menomato
dalla libertà, Pasolini; tornò presto al suo tempo, al suo
presente, ai suoi inseparabili, amorevoli, occhiali neri.
Solo il Profeta di fianco, che molti chiamano Messia, non
ebbe bisogno di lenti per spaziare nel tempo e guarda con
sufficienza il presente di Pasolini, il mio e - con ogni
evidenza - oltre ancora.
* [email protected]
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L'ITALIA DEI CAMPANILI
Annamaria De Ruggieri*
IL PAESE DEI TESORI NASCOSTI - MIGLIONICO
A pochi chilometri da Matera sorge il piccolo borgo di Miglionico, soprannominato
Napulicch perché, secondo un’antica leggenda, il re di Napoli aveva concesso alla
cittadina il nome della capitale, chiamandola scherzosamente piccola Napoli, per
assecondare le richieste di un cittadino nativo di Miglionico.
Situato in bella posizione sulla sommità di un crinale tra i fiumi Bradano e Basento, il
borgo domina l’importante riserva regionale di San Giuliano, area protetta del WWF,
ambiente umido, ricco di bellissimi uccelli acquatici e di una diversificata flora che si
sviluppa attorno al lago.
Uno spettacolo da non lasciarsi sfuggire!
Le origini di Miglionico sono antichissime, quasi si perdono nel tempo: di sicuro
risalgono ad una città enotria, come testimoniato dal ritrovamento di molte tombe e vasi
di quel periodo; la tradizione - invece - racconta che fu fondata da Milone, celebre atleta
del VI secolo a.C. o, secondo altra interpretazione, importante luogotenente di Pirro; il
bellissimo stemma rappresenta un guerriero su cavallo bianco, armato di clava o mazza
ferrata, con tre piume bianche sull'elmo.
In basso vi sono sette M: Milo, Magnus Miles, Me Munivit Magnis Muris (il grande
guerriero Milone mi fortificò con magnifiche mura).
Percorrendo la tortuosa strada che conduce in salita al borgo lo sguardo è attratto dal
castello che, senza alcuna interposizione visiva, si erge imponente sulla sommità della
collina di Cencree.
La storia di Miglionico ha un legame profondo con quella del suo castello: qui si
riunirono nel 1485 i baroni del regno aragonese che, ostili a Ferdinando I - re di Napoli
– tentarono di sottrarsi all’autorità centrale, avvalendosi del sostegno del Papa. Perciò il
castello è detto anche del Malconsiglio.
L’avvenimento della congiura dei baroni merita una sia pur breve digressione storica,
poiché si annovera tra quegli eventi che hanno determinato l’abolizione della feudalità.
Re Ferdinando I di Napoli aveva avviato una politica organica di rinnovamento dello
Stato, ponendo al centro delle scelte lo sviluppo economico del regno.
Proprio il Re, dunque, favoriva ed incoraggiava la nascita di una nuova classe sociale
con forte propulsione imprenditoriale, tipica della borghesia, in opposizione
all’immobilismo dei nobili. Su 1550 centri abitati solo un centinaio erano di proprietà
demaniale, tutti gli altri erano sotto il controllo delle grandi famiglie feudali che,
dunque, gestivano le finanze del regno a proprio esclusivo beneficio.
L’inevitabile scontro tra modernizzazione dello Stato e conservazione degli interessi
privati e dei privilegi si concluse con l’arresto e l’uccisione di tutti i congiurati, in un
groviglio di inganni e tradimenti!
A memoria di questo importante evento, ogni anno a Miglionico nella seconda decade di
agosto, si rievoca la congiura dei baroni con una bellissima manifestazione, di grande
attrattiva turistica, che anima il piccolo e tranquillo borgo.
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Attraversando le strette vie del paese, che si diramano dallo spiazzo antistante il
maniero, può capitare d’essere fermati da qualche anziano pronto a raccontare le
giovanili corse notturne attorno al castello durante le quali, a prova di iniziazione del
proprio coraggio, si poteva incontrare il fantasma di Ettore Fieramosca - conte di
Miglionico – a galoppo sul suo cavallo bianco! O ancora dalla voce degli anziani si può
conoscere la ragione secondo cui i cittadini di Miglionico vengono chiamati
Pappaculumbriedd, ossia mangiatori di fichi, data la grande produzione locale di questi
buonissimi frutti, come testimonia la bellissima… anzi dolcissima sagra dei fichi secchi,
che si svolge nella seconda metà di settembre.
Assolutamente degna d’essere visitata, per il notevole contenuto artistico, è la Chiesa
Madre di Santa Maria Maggiore, edificata nel XIV secolo sul sito di una preesistente, fu
ampliata tra il 1515 e il 1534 con l’aggiunta di cappelle laterali; vi si accede attraverso
un portale del XIII secolo, intagliato nella pietra, e sovrastato da una suggestiva Pietà
scolpita da Altobello Persio, importante scultore lucano.
Al suo interno si possono ammirare pregevoli opere tra cui il bellissimo Polittico di
Cima da Conegliano del 1449 che, quando emerge dal buio della chiesa, produce nel
visitatore una profonda, intensa emozione. Il Polittico è formato da diciotto pannelli di
varie grandezze disposti in quattro ordini, aventi al centro la Madonna in trono col
bambino e ai lati figure intere e a mezzo busto di Santi.
Nella cimasa si trova il commovente "Cristo" morto che, sorto dal sepolcro, mostra a
braccia aperte le proprie ferite, ai lati del Cristo si possono ammirare l'Angelo
annunciante, dalle grandi ali, e la Vergine annunciata. In predella il polittico presenta
quattro formelle quadrangolari con tondi che racchiudono le figure di alcuni martiri
francescani. La chiesa custodisce, inoltre, numerose opere come la Madonna assunta in
cielo del Tintoretto, una pregevole tela del Guercino ed un antico organo a canne di
origine cinquecentesca. Si deve assolutamente vedere il bellissimo Crocifisso, scultura
lignea del 1600, opera di frate Umile da Petralia.
La visione di questa opera d’arte è di grande impatto emotivo per la rappresentazione
violenta, contemporaneamente estatica della sofferenza umana del Cristo, il cui volto
lacerato dalle ferite e dal dolore ispira un sentimento di intima misericordia.
Così bello da suggestionare Mel Gibson durante le riprese del film The Passion.
Miglionico è, insomma, un piccolo minuscolo borgo, che non risiede nei grandi circuiti
turistici, pur essendo un paese di grande respiro emotivo e cultuale.
*[email protected]
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ARTI E MESTIERI
di Antonio Pillucci*
IL BANDITORE
Curo questa rubrica “Arti e mestieri”, privilegiando quelli che ho visto e conosciuto di
persona, spronato da una serie di motivi.
Credo fermamente che la vita dell'umanità segua le stesse regole di quella d'ogni singolo
uomo: nasce, cresce, apprende, scopre, realizza, migliora, sfida... L'uomo primitivo si
rese subito conto dei bisogni che aveva (mangiare, cacciare la preda, ripararsi, salpare i
mari, associarsi, comunicare, costruire, esplorare...) e ad essi dette man mano risposte
sempre migliorative: dalla grotta alla capanna, alle palafitte...; dalla zattera alla barca,
alla nave...; dalla famiglia alla tribù agli accordi con vicini per costituire il villaggio, il
paese, la città...
Molte arti e diversi mestieri, che contribuirono a migliorare e facilitare la vita e
permisero la realizzazione di quegli oggetti, attrezzi, monumenti, acquedotti... che
ancora ammiriamo, si sono estinti, dal momento che quella tale specialità è stata
superata dal progresso.
Penso al fuochista che buttava carbone nel serbatoio del treno, a “lu capellare” (il
raccoglitori di capelli), che passava al mio paese, Castel di Sangro, porta a porta per
raccogliere capelli che sarebbero serviti per le bambole; penso a coloro che
distribuivano “la pianeta” cioè l’oroscopo, scritto su foglietti dai colori accesi e
sgargianti, che mi piaceva collezionare, mestieri che non esistono più, così come il
“carraro”, costruttore e riparatore di carri, l'“armaiolo” (celeberrimo al mio paese Pietro
Cioffo), il “ferraiolo” che metteva la ferratura agli zoccoli dei cavalli, l'amanuense, il
produttore di carta... ; altri, come lo spazzacamino, si sono industrializzati anche in
considerazione che eventuali canne fumarie di camini condominiali si sviluppano per
svariati metri...
Non si pensi che si siano estinti unicamente arti e mestieri antichi perché superati dal
tempo. Di recente, a cavallo degli anni 1960, con lo spopolamento delle terre e
l'abbandono delle botteghe artigiane, si è verificata la perdita del lavoro artigianale e,
con l'avvento dell'informatica e della globalizzazione, la drastica diminuzione di
personale dipendente con conseguente aumento della disoccupazione. Oggi figure come
bigliettaio, cantoniere, usciere... sono quasi scomparse.
E' dovere sociale mantenere il ricordo del passato. Ecco perché mi appassiono a
descrivere i vecchi mestieri avendo visto artigiani al lavoro ed avendone ammirato
tecniche e capacità.
Arriviamo al dunque: affinché tutte queste opportunità, come pure avvisi di vita
comunitaria o ordini o comunicazioni del Sindaco, fossero conosciute e accessibili ai
cittadini, spesso analfabeti, venivano rese note dal “banditore”. Egli era, almeno
nell'espletamento di tale compito, dipendente del Comune.
Doveva, quanto meno, saper leggere o avere una memoria di ferro. Certamente doveva
avere spirito organizzativo e una voce adatta allo scopo e una buona dose di fiato.
Lo spirito organizzativo serviva per coprire, al pari del messo comunale, ordinatamente
e razionalmente tutto il territorio cittadino e le contrade.
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Allo scopo non solo il banditore si preparava un percorso logico da seguire; in aggiunta,
in ogni luogo dove si fermava aveva una sua “postazione”, quale una scalinata, un
muretto, un masso sul quale si metteva affinché fosse notato e la sua comunicazione
raggiungesse tutti.
La voce, certamente, doveva essere possente, impostata e il tono perentorio.
Io ero piccolo e ricordo che non capivo quello che diceva perché parlava con tono
oratorio, decantatorio, tenorile.
Oggi posso accostarlo alla pubblicità fatta dai moderni comunicatori che, per avere
successo, parlano, cantano, mostrano il prodotto, fanno pause ad effetto, cercano in tutti
i modi di attirare l’attenzione del pubblico.
Riprendendo il discorso, poco cambia col tempo.
Prima di iniziare, il banditore, suonava il corno,
uno strumento a fiato, di ottone, a forma di
corno, appunto, per invitare la gente ad affacciarsi
alle finestre o scendere per strada e prestare
attenzione. Man mano che si aprivano le porte e
le finestre delle case cominciava annunciando che
il giorno tal dei tali all' “ammazzatora” (mattatoio)
si poteva acquistare carne macellata; sottaceva che
alla povera gente venivano regalate le parti meno
nobili
(cotiche,
orecchie,
lingua,
code,
interiora...oggi tornate di moda); oppure che
sarebbe mancata l'acqua o la luce il tal giorno
dalle ore alle ore; oppure comunicava l'apertura di
fiere, feste, sagre, più di rado dava lettura di passi
di determinazioni consiliari riguardanti pagamenti,
obblighi, comportamenti... Non era raro il caso
che, appena finito, in procinto di andare oltre, gli
veniva chiesto di ripetere il giorno di un avvenimento, o a chi si riferiva questa o quella
delibera, ecc.. Ovviamente, siccome non tutti erano in casa al momento e taluni si erano
affacciati tardivamente e altri non avevano sentito, da finestra in finestra veniva riferito,
chiarito o travisato, quanto comunicato o parte di esso.
Più raramente, il banditore veniva chiamato da parenti, conoscenti, amici e paesani per
effettuare comunicazioni private o da ortolani e macellai locali per promuovere le loro
specialità.
L'ultimo banditore del mio paese fu certo Ezechiele Fiocca, attivo fino a metà degli anni
'60. La morte dell'ultimo banditore d'Abruzzo, Amerigo Bucciarelli, di Casalbordino,
avvenuta nell'ottobre 2014, è stata riportata dal giornale “Il Fatto quotidiano” perché
termine d'una professione antica, spazzata via alla fine del '900 nel giro di una manciata
d'anni.
Per tutto ciò vale la pena ricordare il banditore, uno speciale “megafono ambulante”.
*
[email protected]
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LA MEDICINA OGGI
(prevenzione...cura... riabilitazione) di Leo Moro*
LE ULCERE VASCOLARI, UNA PATOLOGIA SOTTOVALUTATA
L’ulcera, in senso generale, è una ferita che tende, per diversi motivi, a rimanere aperta e a
cronicizzare invece di guarire. La base della lesione ulcerosa può essere un tessuto necrotico, non
più vitale, oppure infiammato, spesso ulteriormente danneggiato a causa di una sovra-infezione
batterica.Tra le molteplici cause di ulcera a carico degli arti inferiori può essere riconosciuta: una
patologia primitiva del distretto venoso, oppure arterioso, le cause più frequenti; una complicanza
o estensione di un’altra patologia (dermatite, malattie reumatologiche), o ancora in conseguenza
dell’ipertensione arteriosa, diabete mellito, o traumatismi e neoplasie maligne.In particolare, si
stima che il 70 per cento delle ulcere sia su base flebologica, o venosa, e il 15 per cento
esclusivamente di origine arteriosa. Vi è, poi, una componente mista, dove compartecipano fattori
di origine venosa e arteriosa. Una percentuale inferiore di casi, infine, sono imputabili a linfomi,
tumori maligni solidi o patologie autoimmunitarie.
I dati più recenti ci dicono che le ulcere vascolari (venose e arteriose) colpiscono lo 0,8 – 1 per
cento della popolazione generale, con una maggiore incidenza nella popolazione anziana (2 – 3
per cento).
Le ulcere venose
L’ulcera di origine venosa degli arti inferiori è conseguenza di un edema, ossia di un accumulo di
liquido nella gamba. La presenza di un edema impedisce l’apporto di sostanze nutritive alla cute e
al tessuto sottocutaneo, producendo così una lesione.
Il trattamento delle ulcere venose deve, dunque, passare necessariamente attraverso il trattamento
dell’edema. L’edema degli arti inferiori può anche essere una spia di malattia sistemica (tra cui
scompenso cardiaco, insufficienza renale, anemia, e così via) motivo per cui bisogna sempre
valutare con cura le condizioni generali del paziente.
Per ridurre l’edema si ricorre, oltre alla terapia farmacologica, alla compressione, una tecnica con
la quale si applica una forte pressione a livello delle parti più declivi della gamba, attraverso dei
bendaggi vascolari.Quando opportuno, si possono eseguire interventi di chirurgia flebologica o di
scleroterapia. Quest’ultima consiste nella cura delle varici (le dilatazioni patologiche delle vene)
mediante l'iniezione all'interno della vena varicosa di una sostanza farmacologica che provoca una
reazione infiammatoria controllata a livello della parete interna venosa.
Questa reazione comporta l’occlusione e la successiva fibrosi (chiusura) della vena varicosa.
Le ulcere arteriose
Meccanismi patologici analoghi a quelli che, a livello sistemico, possono causare eventi maggiori
quali infarto o ictus sono invece causa delle ulcere arteriose. L’occlusione di un’arteria, per
qualunque causa, priva i tessuti del sangue e della necessaria ossigenazione, fino a causare, in
assenza di trattamento, una loro necrosi (“morte tissutale”).
La cura delle ulcere arteriose, dunque, è incentrata sull’apporto di ossigeno, o meglio di sangue
ossigenato, nelle zone che ne risultano carenti. Risponde a questa finalità l’angioplastica, una
metodica utilizzata per dilatare un restringimento (stenosi) del lume di un vaso sanguigno, causato
nella maggior parte dei casi dalla presenza di una placca ateromasica.
L’alternativa è rappresentata dall’applicazione di un bypass chirurgico, un intervento che ha la
finalità di “superare” la porzione ostruita di vaso arterioso. In entrambi i casi si riesce a ripristinare
il flusso sanguigno per le arterie poste dopo l’ostruzione.
L’importanza di una diagnosi accurata
Il bendaggio, come si è visto, è una tecnica molto utile in presenza di un’ulcera venosa. Potrebbe
diventare, invece, una controindicazione nel trattamento dell’ulcera arteriosa, poiché non facilita,
ma piuttosto impedisce, il flusso di sangue, con il conseguente rischio di ischemia e, nella
peggiore delle ipotesi, di amputazione dell’arto per necrosi.
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Per questa ragione, qualunque percorso terapeutico deve prendere avvio da un’accurata visita
angiologica accompagnata da esami strumentali, tra cui l’ecocolor-doppler (una metodica
diagnostica non invasiva che permette la visualizzazione ecografica dei principali vasi sanguigni e
lo studio del flusso ematico al loro interno). Attraverso questi strumenti è possibile differenziare le
tipologie di ulcere e intraprendere il trattamento più indicato.
Qualora non vi sia risposta alla terapia o comunque non si noti un miglioramento, è opportuno
effettuare ulteriori approfondimenti, per poter escludere patologie primitive di altra natura che
abbiano causato l’ostruzione, come ad esempio tumori maligni, o per diagnosticare l’eventuale
presenza di una sovra-infezione batterica, per la quale è opportuno valutare l’avvio di una
adeguata terapia antibiotica, su stretto controllo dello specialista.
Segnali di rischio Se l’insorgenza di un edema della gamba, il cui segno è il tipico gonfiore, è il
campanello d’allarme, tra le altre condizioni morbose, di una possibile patologia venosa, il dolore
durante la deambulazione e l’arto freddo sono, piuttosto, i segni indicativi di una problematica
arteriosa. In ambedue i casi possono essere osservate alterazioni cutanee via via più significative,
con il progredire del quadro. Dal momento che i primi sintomi della patologia ulcerosa sono
comuni ad altri disturbi, quali patologie articolari, il ricorso ad uno specialista con competenze
flebologiche e nel trattamento delle ulcere è altamente raccomandato.Occorre soprattutto evitare,
infatti, di interpretare le ulcere vascolari come eventi limitati alla cute e di trattarle esclusivamente
come tali, quindi come problemi locali, con il rischio di prolungarne indefinitamente la durata.
Tutte le ulcere riconoscono, in fase avanzata, la possibilità di ricorrere a metodiche per migliorare
lo stato cutaneo, da trattamenti a base di gel piastrinici fino all’utilizzo di terapie sperimentali con
cellule staminali (per il possibile sviluppo di tessuto cutaneo nuovo, a ripristino di quello
necrotico). Perché siano efficaci, tuttavia, tutte queste tecniche richiedono che il tessuto ulceroso
sia preventivamente trattato per rimuovere la necrosi e i segni di infezione, permettendo una
successiva adeguata vascolarizzazione durante le fasi di riparazione tissutale. Occorre pertanto
un’attenta valutazione da parte dello specialista chirurgo plastico.
In altri termini, l’adeguato trattamento locale delle ulcere deve essere seguito da una efficace
rimozione delle cause primarie.
La prevenzione Le ulcere venose si possono prevenire contrastando le condizioni che favoriscono
l’insufficienza venosa: col movimento, la dieta, l’elastocompressione, fino a poter giungere –
come si è detto – a opportuni interventi terapeutici come la scleroterapia o la chirurgia flebologica.
Uno stile di vita sana e regolare resta la migliore modalità di prevenzione, specialmente nel caso
delle ulcere vascolari arteriose. Cambiamenti significativi delle abitudini che consentono di
prevenire o ritardare l’insorgenza di disturbi a carico dei vasi arteriosi includono: la gestione
adeguata dei controlli glicemici e la prevenzione dell’insorgenza di diabete, la riduzione dei livelli
di colesterolo ematico, il controllo e la misurazione della pressione arteriosa per prevenirne
l’innalzamento o diagnosticarlo in fase precoce, la rinuncia all’abitudine al fumo di tabacco,
l’assunzione di cibi a basso contenuto di grassi saturi e calorie, il mantenimento del peso corporeo
ideale, la promozione di attività fisica regolare.
Consiglio dell’esperto Le ulcere vascolari sono generalmente il frutto di un lungo periodo di
mancato o inadeguato trattamento. Per questo è raccomandabile un intervento precoce sulle cause
primarie della patologia che le ha causate.
Per approfondire: Ghauri AS, Nyamekye IK. Leg ulceration: the importance of treating the
underlying pathophysiology. Phlebology 2010; 25 (Suppl 1): 42-51
*[email protected]
Responsabile del Centro di Flebologia,
Policlinico Universitario Campus Bio Medico - Roma
Per approfondire: Rathbun S, Norris A, Stoner J. Efficacy and safety of endovenous foam sclerotherapy:
meta-analysis for treatment of venous disorders. Phlebology. 2012 Apr;27(3):105-17.
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SOGNATORI … RIVOLUZIONARI … RIFORMATORI
di Giuseppe Crifò*
VINCENZO PADÙLA sacerdote, conferenziere, scrittore e poeta.
È nato ad Acri (Cosenza) nel 1819, dove morì, nel 1893, assistito dalla famiglia e da un altro poeta
calabrese Vincenzo Iulia.
Di lui Benedetto Croce scrisse: “L'acrese merita un cenno nella rassegna degli scrittori che, nel
periodo dal 1840 al '70, ondeggiarono tra il vecchio e il nuovo, tra l'accademismo classico o
romantico e l'arte frescamente ispirata alla realtà e alla vita” (cfr. La Letteratura della Nuova Italia,
vol.1, ed. Laterza, 1973, p. 87).
Fu “riscoperto”, nel secondo dopoguerra del Novecento, da Carlo Muscetta, che lo definì “prete
comunista” e da Enzo Frustaci, che vide in lui “tenacia e acume”, avuto riguardo alla sua vasta
produzione letteraria, economica, politico-religiosa e sociologica.
Compose dodici sonetti sulla “morte di Giuda”, (in competizione con Vincenzo Monti, per
descrivere il momento di contare i 30 danari del tradimento poetò: “Numerò il prezzo ed il fatal
argento/ di man gli cadde e tintinnò per terra... roso dalla paura lo fa tornare un po' fanciullo… e
a Dio volge la mente …ei si sovvien/ d'aver fanciullo tre farfalle spente... una stupida pace allor
lo fascia... sul terren s'accascia“.
Compose altresì inni sacri, canti in onore della Vergine, per Cristo e per l'Addolorata,
accompagnandoli con immagini di solennità e di gusto da esteta.
Celebrò particolarmente la Madonna come Eletta, e Gesù, vicino “al dì della passion...”.
“Per sei lustri ha l'Indefesso/ questo giorno di dolore/ aspettato...tra le nubi un nero calice/anzi
gli occhi gli passò”. dinanzi all'Addolorata: ”tremò la terra, il cielo, l'avvenire, il passato... in
mezzo a lor Dio t'apparia/ o benedetta!"
Senza remore ricordò il colloquio amoroso con una donna , che da anni lo turbava, dandole un
commiato “virtuoso”:
“Canzone, mettiti in via/ e vanne in Lombardia; e al Po dove il cavallo/ di Radeschi ha bevuto
delle lacrime mie porta il tributo”.
Sulla scia di Parini osservò e commentò le miserie del popolo partenopeo “Un popolo selvaggio
...brulica e cresce ...dei ben sociali orbato /usa i ben di natura e in ferino/amplesso si profonda;/ e
con le vuote vene e l'affamato/bacio, pure propaga il il suo destino: la povertà è feconda”.
descrivendo i giuochi dei monelli “selvaggi io vidi alle correnti /vostre bighe di tergo
avvincolarsi”.
Rammentò, con sonetti, l'amato fratello ucciso, a somiglianza dei “misteri dolorosi” e dello
“Stabat mater” di Iacopone da Todi: “La madre e le sorelle a chiome passe/ chi arrancar le vide
per le vie/ mi dice che parean le tre Marie/ cercanti Cristo in fra le armate masse; mentre tu
padre... chiedevi un'arma invano!”, concludendo dolorosamente: “Fatti avanti, misero vecchio, il
figlio tuo trafitto....”.
Nel dicembre 1848, per aver scritto in seguito all'insurrezione liberale calabrese un'invettiva
contro l'allora ministro della polizia borbonica, fu esiliato.
In esilio compose il canto poetico “Per la disfatta degli insorti calabresi”.
Nel 1844 scrisse il dramma “Antonello capobrigante calabrese” e nella lettera all'avv. Achille
NIGRO, sotto le vesti di un pastorello suonante la zampogna, identificò la natura e il dolore,
rivelando le più grandi verità della vita dell'uomo.
Per lui l'uomo semplice e l'uomo sventurato sono i soli veri poeti.
"Qual poesia poi?" si chiede. E così risponde: “La natura e il dolore rivelano le più grandi
verità" citando la canzone del pastorello “Quanti astri sono in Cielo, occhi corria /per aiutarmi a
piangere i miei guai./Ed è la luna e al par di me s'avvia, che torna e gira e non riposa mai! / Io
getto un grido alla fortuna mai:/ morte, perché morire non mi fai?/ Ella risponde : O tua fortuna
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ria!Quando sarai contento. allor morrai....”. E “le pecore parvero più felici del pastore. Si mio
caro Achille” e la felicità ci segue come l'Euridice di Orfeo”(cfr: Opere di Vincenzo Padùla,
Prose Narrative, a cura di Muscetta e Frustaci, ed. di Cultura moderna, Laterza,1997, p. 42).
Grande ed illimitato fu il suo amore per la Calabria: “Lungo i decenni che dalla restaurazione
portano all'unità d'Italia si dispiegano …...la lotta e il martirio del popolo calabrese.....”
Scrisse: "Tra le idee-forza di cui si affermava portatrice, prescindendo in questa sede dagli
interessi suoi e delle connesse prospettive socioeconomiche – la borghesia liberale di Calabria …
ebbe accanto alle rivendicazioni della libertà politica e all'auspicio dell'unità anche la
proclamazione della propria identità... nella consapevolezza che, ricca se non di benessere
economico e di sviluppo civile, certo di tradizioni di pensiero e di grande capacità d'opere, la
Calabria potesse arrecare un contributo originale alla costruzione di una società moderna”(cfr
opera citata XLII Introduzione).
Da precettore a Crotone e a Policastro, passò a Napoli, ove fondò “Il secolo XIX”, vivace testata
giornalistica di avanguardia.
Giornalista di razza fondò un altro giornale di denuncia “Il Bruzio”, tanto da far dire al compianto
prefatore “l'opera appassionata più bella di tutta la sua vita e più degna di sopravvivergli: tale
davvero da giustificare la mitologica identificazione di se stesso, si distinse personalmente per una
acuta indagine socioantropologica calabrese e per una correlazione con il mondo intellettuale
dell'epoca, nei decenni successivi all'unificazione della nazione italiana. Un rapporto con
l'intellettualità nazionale certamente protodemocratico.
Basilare fu anche la sua indagine su “Lo stato delle persone in Calabria”, in cui dipinse le
condizioni polticoeconomiche del popolo calabro postunitario. Per i seminari e per la loro
arretratezza inadeguata, a suo dire, per la formazione dei sacerdoti, polemizzò ne “Il calabrese”,
altro suo giornale, con lo scritto “Il cronista ad un teologo”, formidabile satira a mons. Pontillo, il
Messer Teologo, (sic) “se aveste sotto il grugno tante busse per quanti altri benemeriti
sopravanzano, non vi rimarrebbero non dico i denti, neanche le mascelle: tenetevi perciò sempre
a mente che dé Gioberti, dei Rosmini, dei Ventura, dei Passaglia …non è spenta la razza“
La studiosa e biografa Maria Gabriela Chiodo segnalò che, da precettore in casa Berlingieri a
Crotone, Padùla, si dedicò a studi filosofici, senza indicare quali.
Tra i suoi allievi è da ricordare Giambattista Falcone, “uno dei eran trecento giovani e forti” della
spedizione di Sapri, immortalati nella notissima poesia di Luigi Mercantini; tra i critici, oltre a
quelli già richiamati: Natalino Sapegno, che ebbe a definirlo: “la coscienza di dar voce e dignità di
storia alla disperazione e all'angoscia di un mondo, di cui anch'egli si sente parte”; Giustino
Fortunato, “la di lui opera un capolavoro... pagine sulla Calabria”; Emilio Cecchi, “un padre
Bresciani delle sinistre, operante nella nazione appena unificata da riformista liberale”, attuando
un'impresa giornalistica, la quale, paradossalmente, aveva portato alla “débacle”, dopo la prima
inchiesta sul Meridione, che aveva codificato lo stato storico delle persone calabresi e la loro
condizione nell'Ottocento italiano.
Notazione finale: la sua ritrattazione degli scritti contro il potere temporale dei Papi, al limite
dell'eresia, di cui già nel 1878, aveva preso le distanze.
* [email protected]
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GRAFOLOGIA, SPECCHIO DELL'IO
LA GRAFOLOGIA: SCIENZA SENZA OMBRA DI DUBBIO
di Gabriella Bonanno*
LE DIMENSIONI SFERICHE
Cari lettori, eccoci al nostro settimo appuntamento grafologico. Oggi parliamo di un altro aspetto
fondamentale della scrittura: il calibro.
Il calibro è un aspetto importante della scrittura, si riferisce all’occupazione dello spazio nel
foglio. Nel determinare il calibro si guarda alla grandezza del corpo della grafia ,alla dimensione
delle lettere minuscole minori , agli allunghi superiori ed inferiori delle stesse.
Il calibro può essere grande, se superiore ai 3 mm, medio se compreso tra i due e i tre mm,
piccolo se inferiore ai 2 mm.
Se è vero, come è vero, che la scrittura, quindi le lettere, secondo il simbolismo grafico del padre
della grafologia Italiana G. Moretti, rappresenta l’io o il Sè e il foglio l’ambiente in cui si vive, le
dimensioni delle lettere indicano tanto “l’ampiezza espansiva e operativa dell’energia vitale,”
tanto la dimensione ”dell’immaginazione e dell’ ideazione” .
Dall’ampiezza grafica si deduce il grado di potere e di importanza che la persona sente di avere,
l’ampiezza espressiva delle sue tendenze, delle sue emozioni, dei suoi sentimenti , dei suoi
bisogni.
In altre parole si può dire che il calibro riassume e contiene in sé “ l’umore soggettivo “ di chi
scrive , il suo quantum energetico e la sua vivacità e vitalità.
I segni racchiusi in questa categoria grafica sono molti: Calibro grande o Alta, Alta rotonda, Alta
allungata, Solenne, Calibro medio, Calibro piccolo, Minuta, Minuziosa, Spadiforme, Parca. Come
esemplificazione noi tratteremo solo il Calibro grande, Calibro piccolo e il Calibro medio.
Chi scrive con il Calibro Grande ha un bisogno di occupare molto spazio e non vuole passare
inosservato “la personalità di chi scrive grande rappresenta il modo in cui lo scrivente
rappresenta se stesso e la realtà che lo circonda;” ha fiducia in se stesso e tende alla grandiosità
facendosi attrarre solo da qualcosa di molto appariscente.” La persona è inflazionata dal proprio
Io che blocca tutti i processi di scambio con tutte le altre istanze e con la realtà stessa.”
Tutto questo avviene al di fuori della sua volontà.
Fig. 1)
Indicazioni psicologiche generali
Alta rotonda
Aspetti intellettivi – L’intelligenza è vivace ma tende a cogliere soltanto il suggestivo e il più appariscente delle cose e dei
concetti. Questi soggetti tendono a rimanere sulla superficie dei problemi senza approfondire e cercare di conoscere quanto si
può celare dietro le apparenze o nel più intimo delle cose. Si accontentano del più evidente senza indagare oltre per completare
e arricchire le loro conoscenze.
35
Ci troviamo di fronte ad un Calibro Piccolo quando la dimensione delle lettere della zona media è
dai 2 mm. in giù; in senso psicologico è l'atteggiamento di chi “racconta agli altri e soprattutto a
se stesso : mi sento piccolo piccolo” se la scrittura non è sciolta o incerta. Quando invece la
scrittura è accompagnata da scorrevolezza , fluidità e da una buona larghezza delle lettere viene
classificata come Minuta e indica una intelligenza profonda, riflessiva e raffinata con un’attenta ed
equilibrata valutazione di tutti gli aspetti introversivi ed estroversivi di se stessi e delle situazioni.
Calibro piccolo , assenza di fluidità e scorrevolezza
Fig. 2)
“Il rapporto obiettivo tra una cosciente valutazione delle proprie capacità e la portata delle
situazioni che si esaminano viene espresso da un comportamento equilibrato che, nella scrittura, si
manifesta attraverso un calibro medio in cui inconsciamente, lo scrivente evita l’esagerazione sia
in grandezza che in piccolezza”. Il Calibro Medio si riscontra quando l’altezza delle lettere
minuscole della zona media è tra i 2 e i 3 mm. Indica senso di equilibrio in tutto.
Fig. 3)
Calibro medio tendente al piccolo. Le dimensioni oscillano da 2 a 1,8 mm.
Indicazioni psicologiche generali
Aspetti intellettivi – Dal punto di vista intellettivo la vivacità, l’intuito e l’immediatezza sia nel recepire, sia nel rispondere alle
sollecitazioni, le capacità decisionali e operative, la potenza critica e valutativa sono evidenziate dalla presenza dei segni
grafologici che supportano queste indicazioni psicologiche generali. Il calibro medio indica la capacità di osservazione, di
concentrazione e applicative del soggetto. Il segno tende a indicare moderazione, equilibrio valutativo, senso della misura in
tutto, visione non enfatizzata della realtà e concretezza.
Ciao Ciao, miei cari lettori, non sforzatevi di andare a vedere di che “calibro” siete perché il tutto
come sempre, deve essere visto in un insieme di segni che possono modificare radicalmente
queste indicazioni di fondo. Nel prossimo appuntamento ci incontreremo con il capitolo dei
“Legamenti”. Ne vedremo delle belle ……
[email protected]
____________________________________________
Fig. 1) Sergio Deragna “Grafologia in Neuroscienze” pag. 305
Fig. 2) Sergio Deragna “Grafologia in Neuroscienze” pag. 313
Fig. 3) Sergio Deragna “Grafologia in Neuroscienze” pag. 311
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SPIRITUALITÀ
nei sentieri del vissuto quotidiano
di Claudia Pelle *
LA MESSA DI NATALE
A Natale, un appuntamento importante, per i cattolici, è la Santa Messa di mezzanotte del 24
dicembre (la cosiddetta Vigilia).
Infatti, per molti, possiamo dirlo tranquillamente, è l’unico giorno dell’anno in cui viene varcata
la soglia della propria Parrocchia… E’ una tradizione a cui tanti non possono mancare. La chiesa
illuminata, tutti gli amici del quartiere, si vince la pigrizia e ci si veste bene per l’occasione, per
uscire dopo la cena consumata in famiglia e per fare gli auguri a tante persone
contemporaneamente. La Messa diventa così un evento sociale, una continuazione della festa.
Ma quanti di noi considerano anche quell’unico appuntamento annuale “noioso” e non si sognano
neppure di prendere l’abitudine di andare a Messa OGNI domenica?
Quante volte voi genitori che “santificate le feste” quando invitate i vostri figli a seguirvi vi sentite
rispondere “mi annoio, non ho voglia di venire a Messa”?
Possiamo ammettere tranquillamente che tale pensiero ha attraversato molte volte la nostra mente.
In chiesa, a Messa ci si annoia, lo abbiamo pensato tutti almeno una volta nella vita. Le letture,
l’omelia… sono una noia, punto e basta. E’ un pensiero “sacrilego”, ma è purtroppo molto diffuso.
Quanti compiti quotidiani sono considerati insopportabili e noiosi! Fare la spesa, le pulizie di casa,
votare, sottoporsi alle visite mediche… sono attività di cui faremmo spesso a meno, ma sono
indispensabili per noi e per il mondo che ci circonda. Sono “doveri” (ma anche gesti di cura) verso
noi stessi o verso chi ci circonda che hanno comunque un valore e una importanza, non per il
piacere che ne traiamo (che spesso è davvero minimo) ma per il “benessere” che ne scaturisce.
Nessuno, è vero, ci costringe ad andare a Messa. Non siamo costretti a credere, questo no. Ma se
crediamo in Dio sappiamo anche che la Messa è un momento importante per la nostra salute
spirituale. L’anima, esattamente come il corpo (anzi, direi anche molto di più) necessita di
nutrimento.
Ma parliamo un po’ della noia. La noia è un “male” dei nostri tempi, un privilegio che l’uomo di
oggi si concede sempre più spesso. La noia è un male che deriva dal benessere e dal vuoto che
spesso esso genera.
Non si annoia infatti chi ha fame o sete, non si annoia chi ha bisogno. Non si annoia chi è curioso,
non si annoia chi cerca, soprattutto chi cerca Dio. Non si annoia chi ama.
Nei nostri giorni l’uomo pensa a riempire la propria esistenza di emozioni, di esperienze, cerca
continuamente nuovi stimoli, nuovi eroi a cui ispirarsi. L’uomo moderno è convinto che le proprie
emozioni scaturiscano da ciò che lo circonda, non si ferma a pensare, a coltivare il proprio dialogo
interiore perché non ha tempo, nutre poco la propria anima e non medita. L’uomo moderno ascolta
poco e non si ferma mai. Se si ferma ha paura, perché quando ci si ferma si rischia di
ASCOLTARSI.
Andare a Messa significa cercare Dio, fermarsi ed ascoltarlo. Se l’atto di fede è un atto di volontà,
andare a Messa è un atto d’amore. Nel celebrare l’Eucarestia il credente è abbracciato da una
comunità che lo accoglie, da un Dio che lo accoglie che non è affatto noioso. Ciò che Dio ha da
dirci non è mai noioso, siamo noi che facciamo fatica ad ascoltarlo, forse, perché lo amiamo
troppo poco e gli diamo poco spazio nella nostra vita.
Nei prossimi giorni ognuno di noi avrà un po’ più di tempo per fermarsi. Varcheremo la soglia
della casa dei nostri genitori, dei nostri familiari, dei nostri cari. Parleremo con loro, li
ascolteremo. Con la stessa gioia, con lo stesso amore, varchiamo la soglia della nostra chiesa di
quartiere, compiamo un gesto d’amore verso Dio… e verso noi stessi. Chi ama non si annoia.
Parola di Claudia. Ordine Francescano Secolare
[email protected]
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IN LIBRERIA
di Carmelo Pelle*
IL PAGANO DI DIO - Giuliano l'Apostata, l'imperatore maledetto - di Mario Spinelli.
Ed. Aracne, Collana di studi interreligiosi, pag. 375, € 20,00
La Storia è piena di personaggi complessi o controversi, problematici, tormentati o
contraddittori
Flavio Claudio Giuliano, è tutto questo insieme.
Nipote di Costantino il Grande e ultimo imperatore della dinastia costantiniana, è noto al
pubblico e ai lettori di Storia, come Giuliano l'Apostata, cioè il ribelle, il disertore, il
rinnegato.
E' stato un Padre e Dottore della Chiesa, Coriziano di Nanziano, a definire così, per
primo, Giuliano - come un'arma o una maledizione - che si era allontanato dalla fede
cristiana greco-romana.
Questi gli aspetti più conosciuti del complesso e poliedrico personaggio:
• il culto dell'Ellade ha fatto di lui un grande intellettuale, un appassionato fruitore
della cultura, della filosofia e scrittore lui stesso;
• come Cesare di occidente (condottiero e stratega) ed insieme Autore a tutto
tondo, ha ripristinato il laudato limes romanus, salvato la libertà e il territorio
della Gallia dalle invasioni e dai saccheggi dei popoli germanici, avviato nello
stesso tempo, l'integrazione di una parte dei barbari nell'esercito e nella
burocrazia imperiale;
• ha iniziato la riforma dello Stato, della Corte di Costantinopoli, dei governi
municipali, e cercato di realizzare, già in Gallia, la giustizia fiscale.
Aspetti molto ben sottolineati da Spinelli più volte.
Ma Giuliano è sopratutto una figura tragica una delle più grandi icone del IV secolo e più
in generale della tarda antichità, dominata, come lo è lui, dagli epigoni misticheggianti di
Plotino e dai seguaci di Mitra: in cerca di pace, di luce, di verità, all'ombra del sacro
Olimpo.
Nel libro, bellissimo, corredato da una ricca bibliografia, scritto in maniera elegante e
sobria, che intriga, tutto ciò è ricordato, con passaggi, a tratti poetici..
Spinelli inoltre è bravo nel rendere credibili i soliloqui, i pensieri, i colloqui di Giuliano,
facendo dimenticare che, dopo tutto, si tratta di una storia romanzata, anche se basata su
ricerche e testimonianze ineccepibili.
Si pone così, Mario Spinelli, accanto a grandi scrittori italiani, che hanno dominato nel
genere: Altomonte, Gervaso, Montanelli, De Crescenzo.
Nota - Mario Spinelli è stato docente ordinario di greco e latino nei licei classici e professore
incaricato di Lingua Latina nell'istituto Patristico “Agustinianum”.
Giornalista, pubblicista e scrittore di cultura classica, letteratura cristiana antica, medievalista,
agiografia e storia del cristianesimo, è autore di oltre 50 lavori, divisi tra Storia, traduzioni e
biografie, in gran parte tradotte all'estero. È iscritto al Gruppo Culturale Ricreativo ERATO CIDA
INPS, costituito in seno al Sindacato Nazionale CIDA EPNE INPS, del quale è appassionato
militante, e cura, nella rivista on line Erato, la rubrica “Nei meandri della Storia - Fatti e Figure tra
ieri e domani”
*pelleilcalabro.blogspot.com
38
BLOCK NOTES
a cura della redazione*
Il 1° dicembre si è svolto, come da programma, il
ER MENÙ A LA ROMANA
tradizionale incontro conviviale per lo scambio degli
Ben ritrovati amichi, me consola,
auguri di Natale e del nuovo anno. presso il Ristoranteche doppo avenne nominate tante
Pizzeria "La Montagnola", via Benedetto Croce 111-115,
avemo scerto infine er ristorante
Roma.
che grazziaddio, è… la “Montagnola”!
Presenti 91 persone (record!), che hanno fatto onore al
Quarcuno me dirà che so’ de parte,
gustoso menù "romanesco" (affettati vari dei Castelli,
ché abito a du’ passi da ‘sto loco
carciofi alla giudia, polenta al sugo con spuntature di
e che a venì ce metto propio poco…
maiale, vino della casa e bibite varie, insalatina verde e
ma qua c’è Gino che cucina ad arte.
verdura cotta, cantucci in vino dolce dei Castelli, amaro,
E che ce fà er menù a la romana,
caffè), in un'atmosfera gioiosa e familiare.
co’ l’antipasto bbono de montagna
Solo 2 persone, per motivi vari, hanno preferito il menù di
che come vedi è tutt’un magna magna
pesce.
da stacce bene pe’ ‘na settimana.
In seguito sono stati conferiti, per meriti diversi, attestatiEd è così ch’er pranzo prenne er via,
riconoscimenti, su pergamene artisticamente allestite e
e che pe’ primo piatto ce fà pure,
incorniciate dalla Galleria Segni di Sogni, via Fontebuono,
polenta co’ sarsicce e spuntature
e poi er carciofolo fatto a la giudia.
35 Roma, a Angiolina Gonnella, Mimma Magurno,
Rossana Mezzabarba, Rosa Rotoli, Annarosa Trichilo,
A l’urtimo ce resta, niente male,
Isabella Casadei, Aurelio Guerra, Associazione Laziale
da gustà li tozzetti intinti ar vino
de da’ ‘n abbraccio a chi te sta vicino
Motulesi (A.L.M.), Ezio Nurzia.
e augurà a tutti quanti BUON NATALE
Particolarmente festeggiata l'iscritta ERATO, Giovanna
da Silco
Bitto, per tutti Gianna, che il 1° Settembre 2015 ha
compiuto 90 anni!
Dopo il pranzo sono stati messi in palio ricchi premi con opere offerte o acquistate dal Gruppo da:
Silvana Costa pannello “Ninfee” 40X40 su mattonelle dipinte a mano con tecnica rinascimentale da Gina Baldazzi (3) Eva Sciarroni (10) e Claudia Pelle (3) deliziose composizioni - da Valerio
Ricciardi 10 ticket odontoiatrici - da Franca Mazzilli, “Mazzo di gerbere”.dipinto, olio su tela, - da
Pietro Mocci incisione su cartoncino "Prove di volo"- da Giulio Cassani e Federico Pedalino 5
DVD uso TV sull'evento Teatro Cabaret - da Annarita Simmi, Erboristeria Nauralmente 10 tisane
disintossicanti - da Silvana Costa, Carmelo Pelle, Gianluca Bondi, Rossana Mezzabarba, Rosa
Rotoli 10 loro libri.
Per motivi di spazio si citano soltanto i primi 4 vincitori, in quanto contengono la variante del 1°
elemento indicato nel set.
Sono nell'ordine: Angela Gonnella, Pietro Tarantino, Pietro Gaballo e Vincenzo Varì.
Ai saluti, è stato offerto dal Gruppo ERATO, ai presenti, per famiglia, un pacco dono di prodotti
tipici calabresi.
Il servizio fotografico è stato curato egregiamente dagli iscritti Erato, Giulio Cassani e Lorenzo
Pedalino; quello in sala dai gentilissimi e sempre sorridenti e disponibili "addetti" del Ristorante
Pizzeria, “la Montagnola” coordinati dal titolare Gino Govi, iscritto Erato.
●Sabato 5 dicembre nell'auditorium della Scuola della Musica, via Andrea del Castagno, 196, dalle
16 alle 19 si è svolto, come da programma, lo spettacolo di cabaret, suddiviso in tre parti: a)
Omaggio a Roma; b) Siparietto Napoletano c) Tradizioni popolari di Calabria e Sicilia.
Ogni parte è durata dai 40 ai 50 minuti ed è stata seguita con attenzione dal folto pubblico.
L'ingresso è stato libero per gli iscritti al Gruppo ERATO CIDA INPS, al Sindacato Nazionale
CIDA EPNE INPS e loro familiari ed amici. 39
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Presenti 81 persone, alla fine plaudenti e soddisfatte.
Ha condotto il nostro Coordinatore, Carmelo Pelle, con la consueta gioia di vivere.
Tutti gli attori sono stati bravissimi e coinvolgenti con la loro recitazione, il loro canto, la loro
musica. Un bagno di simpatia...
Un breve riepilogo per gli assenti. Ecco il programma svolto:
1° tempo:
Incipit emozionante con il canto, in coro, tutti in piedi, del "La Marsigliese" in onore dei francesi
presenti, iscritti ERATO, e in ricordo delle vittime della strage di Parigi del 13 novembre 20115 ad
opera dell'ISIS.
Canzoni: Paolo Longhi canta la sua canzone inedita Attimi immersi 3° classificata al Festival
Nazionale per cantautori “Premio Battisti” tenutosi a Poggio Bustone il 4 settembre scorso.
Cantate da Paolo e Alessandro Longhi Motocicletta, Il tempo di morire, e Il mio canto libero di
Lucio Battisti
"Quanno ar mattino Roma s'è svegliata" cantata da Rossana Mezzabarba
Poesie: Er pappagallo, Giano bifronte, Lo stornello di Rossana Mezzabarba e la La terra di
Calabria di Carmelo Pelle recitate da Maria Meli - Canzone Calabresella mia, cantata da Anita
Pititto - Poesie: La lunga estate e Donna 1991 di Rosy Rotoli - L'usignolo, Sei la mia alba e il mio
tramonto di Carmelo Pelle, recitate dall'attore regista, Giorgio Lofermo
Performance: Duetto a dispetto in dialetto calabrese: Chi lassa a strata vecchja pè la nova di
Carmelo Pelle, recitata dall'autore e da Mimma Magurno, attrice e regista.
Coro: Fatece largo che passamo noi con attacco di Paolo Longhi.
2° tempo:
Recita: Pianto di Ecuba tratto da Le Trojane di Euripide, monologo interpretato dall’attrice e
cantante, Anita Pititto - Poesie: Quanno si accende er core, La storiella, Quanno mi abbraccichi di
Rossana Mezzabarba - Canzone: Paolo Longhi, (su Roma)
Performance: La ninna nanna di Pippo Franco interpretata da Sandro Longhi
Poesie: Teatro e Una lampada accesa di Rosy Rotoli - Sono stato ramo e foglie, Il cigno di
Carmelo Pelle recitate dall'attore regista Giorgio Lofermo - Performance: Proverbi e battute Maria
Meli - Canzone: Quanto è brutta la mia zzita cantata da Anita Pititto – Performance: Canti funebri
calabresi recitate da Maria Meli - Performance: Zi Nicola Anita Pititto Maria Meli e Carmelo Pelle.
3° tempo
Recita: La panchina interpretata da Mimma Magurno che ne è anche l'autrice, assistita da Rossana
Mezzabarba - Coro: Vitti na crozza con attacco di Anita Pititto.
Ineccepibile il servizio fotografico e di allestimento dei DVD da parte di Giulio Cassani e Lorenzo
Pedalino, iscritti ERATO, e degli operatori della Scuola, addetti alla preparazione del palcoscenico,
suoni e luci compresi e della sala .
*[email protected]
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PER STRAPPARE UN SORRISO di Gianluigi Argento*
Il primo semestre 2016 visto da un Vignettista
in arte GIGI,
Vignettista tra i più
apprezzati d’Italia, ha
cominciato a disegnare
in giovanissima età,
come autodidatta,
disegnando di tutto,
usando la penna per
trasformare in
immagini, fatti,
costumi, storia italiana,
in un'ottica spesso
esilarante, talvolta
ironica e beffarda, ma
sempre fortemente
intrisa di realtà.
Ha collaborato per
diversi anni con
Jacovitti e con
numerosi quotidiani
nazionali.
*[email protected]
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LA VOCE DEI SINDACATI
è la volta del Sindacato Nazionale CIDA EPNE INPS
Si riporta integralmente il comunicato che il Sindacato Nazionale CIDA EPNE INPS
(coordinamento Area Pensionati e Attività Sociali e Culturali) ha inoltrato a firma rispettivamente
dei Coordinatori Rosario Procopio e Carmelo Pelle ai colleghi in pensione e in servizio, relativo al
la sentenza della Corte Costituzionale n°70/2015, sull'annullamento del blocco dell'adeguamento
automatico delle pensioni al costo della vita per gli anni 2012- 2013, sancito a fine anno 2011 dal
Governo Monti, concernente "un ulteriore attacco alle pensioni liquidate col sistema retributivo","
la sentenza del Corte Costituzionale n°70/2015 ed "informazioni sullo stato degli specifici ricorsi
attivati dai Tribunali di Avellino e Paler
FEDERAZIONE NAZIONALE
DEI DIRIGENTI E DELLE ALTE
PROFESSIONALITA’ DELLA
FUNZIONE PUBBLICA CIDA
EPNE - SEZIONE INPS
CIDA ASSOCIAZIONE SINDACALE
NAZIONALE DEI DIRIGENTI E DELLE
ALTE PROFESSIONALITA’ DEGLI ENTI
PUBBLICI NON ECONOMICI – SEZIONE
INPS
VIA CIRO IL GRANDE 21 00144 ROMA TEL.
06.5905.7488 – FAX
06.866.036.25
e-mail: [email protected]
Info PROT. 5/2015
Coordinamento Area Pensionati
Coordinamento Attività Sociali e Culturali
• Ulteriore attacco alle pensioni liquidate con il sistema retributivo.
Il Presidente dell’Inps, dott. Boeri, con un documento di oltre 60 pagine intitolato “Non per cassa
ma per equità” continua la sua battaglia contro le pensioni liquidate con il sistema retributivo, con
una forma di accanimento portata avanti da alcuni anni, che rasenta l’ossessione.
Nel predetto documento il dr. Boeri sostiene che il ricavato dell’abbattimento degli importi delle
pensioni in pagamento per la parte non supportata da giusti contributi, servirebbe a finanziare gli
ultra 55enni disoccupati che sono ancora in età lavorativa. A tal fine bisognerebbe rivedere,
utilizzando il sistema contributivo, i calcoli delle pensioni d’oro, che per l’occasione, dovendo
raggiungere un importo di una certa consistenza, dovrebbero essere quelle con importo pari o
superiore a € 2.000 mensili lordi.
Ci dovrebbe spiegare il bocconiano Presidente perché per raggiungere il pur lodevole scopo si
ostina a prevedere come fonte di finanziamento solo le pensioni da lui definite alte, che subiscono
già un livello di tassazione pari al 65% del loro importo lordo tra Irpef e contributi di solidarietà.
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Per il momento la legge di stabilità per il 2016 non prevede al riguardo alcun intervento.
Una severa stroncatura alle proposte del Presidente Boeri, viene fatta da Lamberto Dini, uno dei
padri dell’attuale sistema pensionistico, in un saggio edito da Guerini e Associati con il titolo
“Una certa idea dell’Italia” scritto a quattro mani dallo stesso Dini con Luigi Tivecci.
In esso, Dini punge: <<Boeri? Ha sbagliato mestiere: lui non è deputato a fare la politica
economica per il Governo. Comunque le sue proposte sono una follia, proposte da
sfasciacarrozze>>.
Sferza anche un attacco al Governo per una politica su mancate privatizzazioni e su sprechi causati
anche da un ipertrofico e inefficiente apparato burocratico oltre che da costose e inutili
municipalizzate. Invita infine Boeri ad abbandonare il proposito di un taglio delle pensioni più alte
in quanto le stesse sono già penalizzate da un livello di tassazione altissimo.
• Sentenza della Corte Costituzionale n. 70/2015
Col precedente comunicato n. 4/2015 abbiamo dato notizia circa l’intervento portato avanti dalla
nostra Confederazione presso i Tribunali di Avellino e di Palermo al fine di ottenere l’emanazione
di nuove ordinanze di rinvio della legge n. 109/2015 alla Consulta per una dichiarazione di
illegittimità costituzionale della stessa; legge con la quale non è stato riconosciuto a tutti i
pensionati il diritto all’integrale restituzione di quanto indebitamente trattenuto a titolo di
adeguamento delle pensioni al costo della vita per gli anni 2012-2013, a suo tempo corrisposto e
che non ha previsto alcun rimborso per i trattamenti pensionistici di importo superiore a 6 volte il
minimo e ne ha previsti in misura irrisoria per tutti gli altri.
Ciò premesso si informa che:
1. il Tribunale di Avellino, nella seduta del 5 ottobre u.s., ha deciso di fissare una
seconda udienza per il prossimo 21.3.2016;
2. il Tribunale di Palermo, riunitosi il 28 ottobre u.s., ha deliberato di aggiornarsi per il
giorno 12.1.2016.
E’ evidente l’importanza di una decisione a noi favorevole da parte della Corte Costituzionale,
anche alla luce del fatto che la legge di stabilità 2016, in sfregio a quanto disposto e
all’orientamento manifestato dalla Consulta, non prevede per l’anno 2016 e per la maggior parte
delle pensioni alcun adeguamento delle stesse al costo della vita. Giova ricordare al riguardo che
per le pensioni si registra dal 1998 ad oggi una perdita del potere di acquisto tra il 15 ed il 20%.
Rosario Procopio
[email protected]
Carmelo Pelle
[email protected]
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IL NOSTRO ORGANIGRAMMA
COMITATO ESECUTIVO
Coordinatore:
Carmelo PELLE
Vice:
Rocco FERRI
Giuseppe SPINELLI
Amministrazione:
Rosario PROCOPIO
Organizzazione:
Silvana COSTA
Relazioni Pubbliche:
Scipione GIOFFRE’
Segretario:
Alberto CECI
COMITATO DI REDAZIONE
Coordinatore:
Redattore Capo:
Redattori:
Carmelo PELLE
Silvana COSTA
Antonio PILLUCCI
Giuliana COSTANTINI
Aurelio GUERRA
RESPONSABILI DI SETTORE:
Giuseppe BEATO
Giuliana COSTANTINI
Antonio DE CARLO
Antonio DE CHIARO
Adriano LONGHI
Ezio NURZIA
Claudia PELLE
Giulio SORDINI
Emilio TRIPODI
Rosario ZIINO
problematiche Cida
cinema
questioni sociali
musica classica
teatro
turismo e visite guidate
spiritualità
poesia in vernacolo
resp. comunicazione & social media
escursioni e sport
RAPPRESENTANTI PERIFERICI:
Attilio AGHEMO (Torino) - Gaetano BARTOLI (Palermo) - Lillo BRUCCOLERI (Genova) - Bruno DE
BIASI (Oristano) - Marino FABBRI (Reggio Emilia) -Giuseppe GIGLIOTTI (Cosenza) - Mario
LOMONACO (Campobasso) - Armando LO PUMO (Genova) - Mario MIRABELLO (Catanzaro) Salvatore PINTUS (Genova) - Gesuino SCANO (Sassari) - Mario SCOCCHIERI (Locri) - Enrico VIGNES
(Latina) - Vincenzo VITRANO (Trapani) - Pietro ZAPPIA (Reggio Calabria).
L’adesione è libera. L’auspicio è di garantire la presenza di rappresentanti del Gruppo in ogni
provincia d’Italia.
INFO: Gli associati al Sindacato Nazionale CIDA-EPNE-INPS possono iscriversi al Gruppo Culturale
Ricreativo ERATO-CIDA-INPS, essendo consentita la doppia iscrizione, trattandosi del Cral di riferimento
dello stesso Sindacato; possono altresì iscriversi, su presentazione di un associato, il personale dell’INPS, in
servizio o in pensione e le persone appartenenti ad altri ambienti di lavoro. ([email protected])
La tessera è gratuita per minori di 18 anni.
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IV Trim. - ERATO CIDA INPS Gruppo Erato