LA BACHECA Sussidio aperto a cura dell’Ufficio del Cappellano Coordinatore Nazionale della Polizia di Stato ANNO III – N.5 Direttore responsabile Padre Franco Stano www.cappellanipolizia.it - e-mail: [email protected] - tel. 06/46535574 - fax 06/46535311 Presentazione Questo “sussidio aperto” ha lo scopo di proporsi come una piccola agenzia al servizio dei Cappellani della Polizia di Stato e di quanti - poliziotti e non - frequenteranno questo sito internet. Esso si prefigge di contenere poche ed essenziali cose, utili per tensione formativa e cultura generale. Alcune rubriche fisse, su tematiche religiose e di vario interesse, avranno l’intento di enunciare alcuni contenuti e di sollecitare i Cappellani, che lo desiderino, a definire lo schema base di una “Bacheca” da affiggere, a mo’ di giornale murale, nelle strutture di propria competenza. La Bacheca prende avvio a partire dal primo dicembre 2004 e si rinnoverà periodicamente, sia nelle rubriche di fondo, sia nelle comunicazioni di supporto; è anche aperta nei riguardi di quanti intendono corrispondere epistolarmente con essa, su argomenti particolari oppure riguardo a chiarimenti sui temi in essa trattati. Il Signore benedica il lavoro di tutti e sostenga i nostri migliori desideri. La Redazione LA PREGHIERA Devotamente ti adoro, Dio nascosto, e, tuttavia, presente sotto questi sacri segni. Il mio cuore ti si sottomette completamente perché ti contemplo, e tutto il resto svanisce. Di fronte a te si annullano sguardo, tatto e gusto: solo può crederti l’orecchio che ascolta. Ed io credo tutto ciò che ha proclamato il Figlio di Dio.: ché nessuna parola è più vera della sua parola, Sulla croce, o Signore, era nascosta la tua divinità, sull’altare si nasconde anche la tua umanità. Ma io credo te e in te confido, Dio e uomo, e chiedo a te quel che ti chiese in croce il ladro pentito. Qui non fisso le tue piaghe, come già fece Tommaso, ma ti confesso ugualmente presente, Dio mio. Fa’ che io creda sempre e sempre più, fa’ che ti ami, che situi in te la mia speranza. O sacro memoriale della morte del Signore, pane vivi che doni vita agli uomini, concedi che il mio spirito viva di te e che gusti sempre del tuo dolce sapore. Cristo Gesù, pellicano divino, monda col tuo sangue me peccatore poiché una sola goccia di quel sangue può redimere da ogni delitto il mondo intero. Ti prego, Signore, mentre ti contemplo nascosto, di concedermi ciò che profondamente desidero: che io possa goderti in cielo viso a viso e vivere la beatitudine della tua eterna gloria. Amen. Tommaso D’Aquino, XIII secolo Filosofo e teologo domenicano, è una delle menti più alte del pensiero cristiano, autore, fra l’altro, della “Summa Theologiae”. Un santo che incarnò al massimo il carisma del suo ordine: “Contemplata aliis tradere” - “Partecipare agli altri pensieri profondamente meditati”. IL SANTO DEL MESE S. ATANASIO (296-373) Nato ad Alessandria d’Egitto, iniziò la sua carriera ecclesiastica come diacono denunciando l’eresia di Ario, il quale non voleva riconoscere la divinità do Gesù. Atanasio accompagnò il suo Vescovo al Concilio di Nicea e al suo ritorno ad Alessandria fu fatto patriarca di quelle città, che governò per più di quaranta anni. L’opera cui Atanasio dedicò la sua vita fu la sconfitta dell’arianesimo e la conseguente divinità di Cristo. Per questa ragione egli fu esiliato più volte. Nonostante l’esilio, riuscì tuttavia a governare sapientemente la sua diocesi e a scrivere trattati illuminati sul dogma cattolico. Atanasio è venerato dalla Chiesa universale come uno dei quattro grandi dottori greci e, in realtà, fu un teologo di altissima levatura. Il suo nome, che naturalmente deriva dal greco, significa “immortale”. E, noi aggiungiamo, certamente tale egli è, per le sue opere e per la sua santità. PP. PAPI DEL NOSTRO TEMPO PIO XI, IL PAPA DEI PATTI LATERANENSI (ritorno alla politica attiva dei cattolici) Nato il 31 maggio 1857 a Desio, Achille Ratti studiò da seminarista a Monza, a Milano e a Roma; terziario francescano dal 1874, venne ordinato sacerdote nel 1879; uomo di vasta erudizione, ottenne un triplice dottorato in filosofia, diritto canonico e teologia all' Università gregoriana. Con una forte passione per Dante, Manzoni ma, pure, per gli studi scientifici, fu grande amico e, per un certo periodo, collaboratore di Don Giuseppe Mercalli, noto geologo. Appassionato alpinista, scalò diverse vette delle Alpi e fu il primo - nel luglio 1889 - a raggiungere la cima del Monte Rosa dalla parete orientale e ad aprire un nuovo itinerario per il Monte Bianco ancora oggi denominato "Via Ratti Grasselli". Fu membro, collaboratore e redattore di articoli per il Club Alpino Italiano. La competenza negli studi filosofici portò Ratti all' attenzione del Papa Leone XIII; partecipò ad alcune missioni diplomatiche, insegnò presso il seminario di Milano e nel 1888 entrò a far parte del collegio dei dottori della Biblioteca Ambrosiana. Chiamato da Pio X a Roma, divenne vice prefetto della Biblioteca Vaticana. Nel 1918 il Papa Benedetto XV lo nominò legato pontificio, in Polonia, dove riuscì ad instaurare buoni rapporti tra la Chiesa e il nuovo governo e ad aiutare i cristiani residenti in Russia. Nel 1919, alla nascita ufficiale del nuovo Stato polacco divenne Nunzio Apostolico in Polonia e fu elevato al rango di arcivescovo. Nominato nel 1921 arcivescovo di Milano, Cardinale nel concistoro del 13 giugno 1921, fu eletto Papa il 6 febbraio 1922 alla quattordicesima votazione. Il conclave era stato in effetti contrastato: da un lato i conservatori (c.d. intransigenti) puntavano sul cardinale Merry del Val, ex Segretario di Stato di Papa Pio X, mentre i cardinali più liberali sostenevano il Segretario di Stato in carica, il cardinale Pietro Gasparri. Il novello Pontefice - contrariamente ai suoi immediati predecessori - decise di affacciarsi su Piazza San Pietro sia pur senza nulla dire, limitandosi a benedire il popolo presente, ed i fedeli di Roma gli risposero con applausi e grida di gioia. Il gesto "dovuto" ma che si verificava dopo i fatti del 20 settembre 1870, era da considerare di portata storica: Pio XI era convinto che la fine del potere temporale, sia pure in maniera "violenta" era, per la missione della Chiesa nel Mondo, la liberazione dalle catene delle passioni umane. La sua prima enciclica Ubi arcano Dei consilio, del 23 dicembre 1922, manifestò il programma del suo pontificato, peraltro ben riassunto nel suo motto "pax Christi in regno Christi", la pace di Cristo nel Regno di Cristo; a fronte della tendenza a ridurre la fede a questione privata, Papa Pio XI pensava invece che i cattolici dovessero operare per creare una società totalmente cristiana, nella quale Cristo regnasse su ogni aspetto della vita. Questo programma fu completato dalle encicliche, Quas primas (1925), con la quale fu pure istituita la festa di Cristo Re e Miserentissimus Redemptor (1928), sul culto del Sacro Cuore. Per richiamare i laici ad un maggiore coinvolgimento religioso, nel 1923 venne riorganizzata l' Azione Cattolica (di cui disse "questa è la pupilla dei miei occhi"). In campo missionario, si batté per l' integrazione con le culture locali invece dell' imposizione di una cultura occidentale; nell' enciclica Rerum Orientalium (1928) richiamò i cristiani dell' Est ad una maggiore comprensione della religione Ortodossa e nella Quadragesimo Anno del 1931 richiamò l' urgenza delle riforme sociali già indicate quaranta anni prima da Papa Leone XIII Nel 1929 il Papa fu l' artefice della firma dei Patti Lateranensi tra il Cardinale Pietro Gasparri ed il governo fascista di Benito Mussolini, con i quali veniva data alla Santa Sede la sovranità sullo stato della Città del Vaticano, come enclave nella città di Roma, in cambio dell' abbandono da parte del Vaticano di pretese territoriali sul precedente Stato Pontificio. A compensazione delle perdite territoriali e come supporto nel periodo transitorio, il governo garantiva un trasferimento di denaro che pose le basi per l' attuale struttura economica del Vaticano. Il papa assistette alla fine dell' Italia liberale e alla scomparsa dei partiti fra i quali pure il Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo di ispirazione cattolica e si trovò - non più di due anni dopo la firma dei Patti Lateranensi - già in rotta di collisione con il Duce a causa del ruolo della Chiesa nell' educazione dei giovani, che il regime voleva sempre più ridurre. Il conflitto raggiunse un primo massimo con la chiusura da parte del governo nel 1931 delle sedi dell' Azione Cattolica - spesso oggetto di violenze e devastazioni - e con l' emissione dell' enciclica Non Abbiamo Bisogno, nella quale si affermava l' impossibilità di essere allo stesso tempo cattolici e fascisti, ma anche che il papa e Mussolini traevano troppi vantaggi dalla reciproca intesa per romperla. Nel 1933, pochi mesi dopo l' ascesa di Adolf Hitler al potere, fu concluso - dopo anni di trattative - un concordato con la Germania, ma negli anni successivi i nazisti impedirono in tutti i modi che le clausole del concordato di garanzia per la Chiesa fossero realmente rispettate. Nel 1937, a seguito delle continue interferenze del nazismo sulla vita dei cattolici e per il sempre più evidente carattere neopagano dell' ideologia nazista, il Papa emise l' enciclica Mit brennender Sorge (con viva ansia), scritta eccezionalmente in tedesco e non in latino, con la quale condannava fermamente l' ideologia nazista, seguita poco dopo dalla Divini Redemptoris, con un' analoga condanna dell' ideologia comunista. Appassionato delle scienze fin dalla gioventù e attento osservatore dello sviluppo tecnologico, fondò la Radio Vaticana, modernizzò la Biblioteca Vaticana e ricostituì con la collaborazione di Padre Agostino Gemelli nel 1936 l' Accademia Pontificia delle Scienze, ammettendovi anche personalità non cattoliche e pure non credenti. Dopo alcuni anni di relativa calma, il progressivo avvicinarsi dell' Italia fascista alla Germania nazista raffreddò nuovamente i rapporti tra Santa Sede e il regime. L' emanazione di un' altra enciclica - probabilmente dal titolo Societatis Unio (l' unità della razza umana), che condannava in modo ancora più diretto l' ideologia nazista della razza superiore - non poté tuttavia essere portata a termine perché il Papa morì il 10 febbraio 1939. Alcuni concetti furono tuttavia ripresi da Pio XII nell' enciclica Summi Pontificatus. Nicla Filippi LA FRASE Il nostro è il mondo in cui la gente non sa quello che vuole ma è disposta anche a rinnegare Dio pur di averlo (D. Marquis) DALLA FEDE ALL’IMPEGNO DECIMO SECOLO Il decimo è, certamente, uno dei secoli più duri dell’intera storia della Chiesa romana. Il Sacro Romano Impero vive una situazione sempre più incerta. Cresce l’anarchia e sale il potere dei signori locali. Il papato non esprime figure di rilievo e l’unico tentativo di rinascita è collegato ad Ottone I il quale il 2 febbraio del 962 viene unto imperatore in Roma e proclamato Augusto. Si tratta di un tentativo mal riuscito non fosse altro che per quel privilegio concesso dal Papa ad Ottone in base al quale il Papa è tenuto a giurare fedeltà all’imperatore. Durante l’arco dell’intero secolo i rapporti fra la Chiesa di oriente e quella di occidente peggiorano ancora e, questa volta, per ragioni di dottrina e di costume. Roma, per tradizione, non suole porre alcun limite al matrimonio dei vedovi. Bisanzio, che mal tollera un possibile terzo matrimonio, non concepisce assolutamente il quarto. Nasce un problema proprio perché l’imperatore di Bisanzio, Leone, rimasto vedovo per la terza volta, desidera accedere ad un quarto matrimonio. Il Patriarca di Costantinopoli, in coerenza con la consuetudine orientale, gli inibisce tale possibilità. Non ottiene, tuttavia, il conforto del Papa cui l’imperatore si è rivolto, giacché il Papa, in ossequio alla tradizione latina, sconfessa il Patriarca e acconsente al matrimonio. Accade, così, per la prima volta che Roma appoggi l’imperatore contro il Patriarca. E’ vero che , in questo caso, non ci sono questioni di principio; ma è altrettanto vero che il fatto rallenta la simpatia, peraltro non molto cordiale, fra le due Chiese. Al suo interno, la Chiesa d’occidente vive grossissimo problemi di natura morale. Nonostante le norme celibatarie, quasi tutti i preti convivono con una donna e molti sono addirittura regolarmente sposati. Sorge il grande problema della simonia e si aggrava il controllo sulle istituzioni ecclesiastiche dell’imperatore e dei signori locali. Sintomatica, riguardo a questo, è la situazione dei monasteri. Gli abati, in genere, sono designati dai laici, i quali, pur affidando ad un monaco la guida del monastero, ricevono benefici e prebende. Una riforma importante subisce l’Ordine benedettino a Cluny nel 910: una riforma che sottolinea fortemente l’aspetto liturgico e clericale della regola. Fino ad allora, infatti, la più parte dei monaci benedettini non erano sacerdoti; d’allora in poi il numero dei sacerdoti tenderà ad aumentare. Cluny visse un riconosciuto splendore che, durante i secoli, crebbe via via fino a vantare la più grande chiesa della cristianità: una chiesa che a noi non è dato di conoscere perché distrutta ai tempi della rivoluzione francese. da “Il Canto Perenne” Ed. Pro Sanctitate ILPUNTO HUMUS CULTURALE E FUTURO Questa generazione pare troppo compresa di se stessa… E’ come se la storia fossimo noi, come se noi fossimo il pensiero, come fossimo i primi e gli ultimi… Prima di noi il vuoto, dopo di noi, il nulla… In mezzo, noi, solo noi… Un noi che si accanisce a respingere il passato come se il passato fossero soltanto gli altri e come se il tempo avesse deciso di fermarsi con noi e di starsene con noi per sempre. Forse occorrerebbero un pizzico di umiltà e di buon senso. Questa tendenza a ritenersi soli ed unici pare che sia anche, però, una questione di superficialità… La mancanza di conoscenza rende assolute le cose presenti e mitiche le piccole notizie del nostro piccolo presente: le piccole notizie di ogni giorno, per intenderci. Da bambini, per esempio, ritenevamo straordinarie cose di cui fuori dal borgo non si sarebbe accorto nessuno e ridevamo a crepapelle di cose che fuori contesto non avrebbero fatto ridere nemmeno i santi, disponibili per eccellenza. Uscire dal proprio mondo e tornarci dopo aver fatto una lenta e attenta camminata nella storia o nello spazio, forse potrebbe equilibrare questa nostra assurda pretesa… Ma qui è il punto: né storia né spazio, come fossero, queste, cose di un altro mondo, o, almeno, di un’altra dimensione… Oggi non si approfondisce nemmeno più il significato delle parole e dei nomi. Si preferisce pronunciarli. O, comunque, accade sempre meno che li si approfondisca… E questo non certo a livello di studi specialistici: a livello di humus culturale… Sarebbe interessante domandare d’acchito l’autore de «La leggenda del Piave». E ammesso che si sappia chi ne ha scritto le parole, sarebbe facile per esempio rispondere ad una domanda che ci chiedesse chi ha scritto la musica dell’ultimamente tanto cantato e suonato «Inno di Mameli». Sarebbe oggi facile indovinare l’epoca del «La bandiera dei tre colori». La verità è che senza humus culturale adeguato né ci si apre in direzione del mondo né si ritorna nel clima della propria storia: si muore, piuttosto. Come si accennava, senza humus culturale, la nostra terra, priva di se stessa, resterà anche priva della sua lingua. L’italiano è destinato a diventare una lingua soltanto colta e letteraria; una lingua per pochi, al passato… Sono patetici e perdenti i tentativi di risuscitare il latino… Ciò che muore, muore per sempre… E a ciò che muore si addicono il ricordo e la memoria, non il futuro… Il futuro è altrove. Se una piccola lingua non interpreta il presente esprimendolo in canti nobili e in nobili tradizioni, non credo abbia futuro. Del resto, a parlare l’italiano siamo soltanto 50 milioni di persone. 50 milioni su cinque miliardi… Cosa vuoi che siano… Un soffio… Se non torna alla poesia, al canto e alla tradizione, la nostra lingua muore, essa che non può competere con gli altri idiomi né per il numero di coloro che li parlano, né per le sue qualità economiche e commerciali… Siamo pochi e l’economia mondiale, come il commercio, procede benissimo su altre strade… Svuotare la nostra lingua del nostro humus culturale, significa ucciderla. Cinquanta anni ancora e l’italiano sarà un ricordo, una memoria, uno studio specializzato cui applicarsi e nel quale laurearsi… «Io sono laureato in lingue morte: latino e italiano»… Impressionante e malinconico, fossimo capaci di raccontare la malinconia del vivere! La malinconia è uno degli aspetti fondamentali della vita! Brio all’alba, malinconia al tramonto: questo è la vita! E fra l’alba e il tramonto, l’esistere, come tra l’incudine e il martello! Non è pessimismo, questo! La letteratura nostra più grande, ha cantato l’evidente rapporto fra malinconia e tramonto; un rapporto talmente evidente da esprimersi in autentiche contratture somatiche… Cos’è quella sorta di malessere che c’incoglie al tramonto di ogni giorno se non proprio la consapevolezza che il giorno si dispone a morire, e, ormai, per sempre? Ciò che passa, lascia il segno e il segno lasciato da ciò che passa cresce via via col passare cresciuto di tutto ciò che passa… La malinconia è nella vita, non nella volontà di chi vive. Ed è nel dire queste cose o nel meditare intorno ad esse, nel lasciarsi da esse afferrare e trasportare che fu la nostra grandezza: L’età… Il tempo perduto… Le occasioni mancate… La consapevolezza di una macchia che non si cancella mai del tutto… E la consapevolezza, tuttavia ribelle, d’una splendida lingua per nostra incuria destinata ad innestarsi fra le scansie della storia. Una lingua il cui futuro è nelle nostre mani, come nelle nostre mani è il futuro del nostro humus culturale… Felice Schiena NUTRIRSI BENE PER VIVERE MEGLIO (Conclusa la rubrica “Dialoghi in famiglia”, sulla bioetica, che una casa editrice romana sta valutando se pubblicare, il nostro biologo e il nostro medico - attenti a questi due – iniziano una nuova rubrica: Nutrirsi bene per vivere meglio. Non si tratterà, naturalmente, di consigli dietetici; si tratterà piuttosto di suggerire un sapere che aiuti la persona a gestire con intelligenza il rapporto col cibo) 1 – IL PESO IDEALE PREMESSA Passare davanti ad una vetrina, in una bella e luminosa giornata di luglio, e doversi specchiare nostro malgrado... Trovarsi in una folla di persone e magari essere costretti a salire su un autobus che non passa da 20 minuti... Affrontare qualche rampa di scale perché l' ascensore è guasto…Guardarsi semplicemente allo specchio, un giorno che ci si sente un po'giù... Insomma, queste sono solo alcune delle situazioni che possono essere motivo di disagio per le persone grasse… Per non parlare poi dell’estate al mare, sulla spiaggia, in costume da bagno! Il disagio è aggravato dal fatto che psicologicamente ognuno di noi desidera avere (tranne probabilmente i lottatori di "SUMO"!) un fisico da statua greca del periodo ellenistico classico. Purtroppo, è un dato di fatto: il peso del corpo influisce parecchio sul nostro benessere psichico e fisico. Non a caso di antichi dicevano: "mens sana in corpore sano". In questa serie di articoli ci proponiamo di illustrare le regole basilari dietetiche e scientifiche che possono aiutarci a raggiungere il benessere così inteso! QUANTO DOBBIAMO PESARE? La prima cosa da capire è che nel nostro organismo si distinguono due principali compartimenti: la massa magra e la massa grassa. Massa magra Ha un ruolo molto importante nel nostro corpo; è costituita dai MUSCOLI, dalle OSSA, dai VISCERI, dagli organi (FEGATO, RENI, CUORE...), dall' ACQUA. Massa grassa È il cosiddetto tessuto adiposo, una vera e propria riserva di energia; infatti è costituito da cellule che sono letteralmente stipate di grassi (detti scientificamente TRIGLICERIDI). La massa grassa rappresenta un vero e proprio deposito di riserva di cibo a cui possiamo attingere in caso di bisogno: per esempio, durante uno sforzo fisico prolungato, l' organismo preleva una determinata quantità di grasso dai depositi e la trasporta nel fegato, dove viene trasformato in GLUCOSIO, che costituisce la vera fonte energetica per le cellule. La massa grassa non è un elemento di secondaria importanza, tutt’altro: oltre a costituire una riserva di cibo (grazie all' immagazzinamento di energia nel tessuto adiposo un individuo di peso normale può vivere anche due mesi a digiuno totale!!!), essa ha anche un' importante funzione di equilibrio, garantendo la tenuta termica (il grasso sottocutaneo è come un isolante termico che funge da coibente tra organismo e ambiente esterno). Il grasso interno inoltre funge da "ammortizzatore" nei confronti dei numerosi microtraumi che sollecitano quotidianamente il nostro corpo durante i movimenti! IL PROBLEMA DELLA MASSA GRASSA Quando la massa grassa è in eccesso si verificano vari fenomeni negativi: 1) il grasso in eccesso non fa disperdere bene il calore, per cui se la temperatura esterna è eccessiva, o se vi è febbre, le persone grasse hanno più disagi di quelle magre. 2) il grasso in eccesso rende meno agile il nostro corpo, appesantito da una massa superflua e per di più inerte. 3) La cosa più grave, però, è che un eccesso di grasso favorisce lo sviluppo di alcune importanti malattie quali l’ IPERTENSIONE, il DIABETE e l’ IPERLIPIDEMIA (= aumento di grassi nel sangue), che insieme al fumo costituiscono le più importanti cause di danno cardiovascolare!!! È noto infatti (e di questo tengono conto le grandi compagnie assicurative nello stipulare le polizze vita) che più si è al di sopra del peso normale, più alta è l' incidenza di morte precoce! In altre parole, più si eccede nel peso e prima si muore!!! 1 metro OK! IL PESO E’ GIUSTO! Fatta questa premessa, per stabilire se abbiamo un peso accettabile, o se dobbiamo perdere qualche chilo, possiamo utilizzare diversi parametri. Il più tradizionale e, occorre dirlo, il più grossolano, è dato dalla seguente regola: Peso teorico = (altezza - 1 metro) Ad esempio, per una persona alta 172 centimetri, il peso teorico dovrebbe essere di 72 kg (ossia: 172 cm - 100 cm) In realtà non per tutte le persone di 172 centimetri, 72 kg rappresenta il peso giusto! Esistono infatti soggetti longilinei (cosiddetti " LONGITIPI") il cui peso ottimale sarà certamente inferiore ai 72 kg e, per contro, soggetti robusti (cosiddetti "BRACHITIPI") il cui peso ottimale, per la stessa altezza, sarà superiore a 72 Kg! A causa di ciò sono state approntate delle tabelle differenziate a seconda che una persona sia longitipo, normotipo o brachitipo. Ne riportiamo di seguito una. Come si può notare, c' è differenza tra persone di sesso maschile e persone di sesso femminile: nelle donne, infatti, la massa magra (muscoli, ossa, ecc…), a parità di altezza, è inferiore rispetto all' uomo. È da specificare, inoltre, che per i bambini esistono delle tabelle apposite per l' età evolutiva, che esulano dal nostro attuale interesse. DIETA CON…RISO Nel prossimo articolo prenderemo in considerazione altri parametri utilizzabili per individuare il peso accettabile per ciascuno. Roberto Pacini e Giuseppe Polino PER UN APPROCCIO CON LA LETTERTATURA UNIVERSALE di Angelo di Nicola HEMINGWAY L’angoscia del vivere e la ricerca del senso profondo dell’esistenza (trovato o no), che tanta parte ha avuto nella cultura e nell’arte del novecento, non risparmiò neppure gli scrittori d’oltre oceano, anche se questi ultimi svilupparono tematiche e stili talvolta peculiari che sembrano distaccarsi dal modello tipicamente “esistenzialista” Europeo. Tra gli scrittori Americani più significativi un posto di riguardo spetta senza dubbio ad Ernest Hemingway che, pur condendo i suoi romanzi e racconti di “vitalismo Americano”, pure li impregna abbondantemente di inquietudine e ricerca di “sensum vitae”. Hemingway nacque nel 1899 ad Oak Park, nello stato Americano dell’Illinois e dopo molte avventure e peregrinazioni in giro per il mondo morì suicida, manco a dirlo, nel 1961 presso Ketchum, nell’Idaho. Dopo gli studi aveva iniziato a lavorare come cronista per il “Kansas City Star”, ma già sul finire della prima guerra mondiale aveva abbandonato l’incarico ed era partito volontario per il fronte Italiano, dove rimase ferito. Al termine del conflitto divenne corrispondente di un altro giornale, il “Toronto Star” e si trasferì a Parigi, sorta di seconda patria per molti Americani trasferitisi in Europa e dove, tra gli altri, ebbe modo di conoscere un altro grande scrittore Statunitense molto spesso a lui accomunato: Francis Scott Fitzgerald. Viaggiò anche in Africa e in Spagna dove fu corrispondente durante la sanguinosa guerra civile che oppose il Fronte Popolare alla Falange di Francisco Franco; e corrispondente fu anche nel corso del secondo conflitto mondiale, questa volta per l’esercito Statunitense, ritirandosi infine a Cuba dove rimase fin quasi alla tragica morte. Nelle sue opere Hemingway, pur non trascurando la condanna di ingiustizie economiche e sociali, descrive in maniera emblematica uomini che, persa in buona parte la propria fede in valori morali positivi, spesso conducono un’esistenza cinica e materialista o uomini che, più semplicemente, si battono contro le circostanze e le avversità che la vita gli riserva, ma sempre con l’amara consapevolezza dell’inanità della prova. Suoi primi capolavori sono considerati “Fiesta” del 1926 (noto anche con il titolo “Il sole sorge ancora”), che narra le vicende di un gruppo di Americani un pò bohemienne i quali, accomunati dalla delusione e dal disincanto, vivono alla giornata, attratti dal mondo delle corride (per i quali venne coniato per la prima volta la fortunatissima definizione di lost generation), e “Addio alle armi” (1929), essenzialmente una storia d’amore tra un ufficiale Americano ed un infermiera Inglese, ambientato sul fronte Italiano durante il primo conflitto mondiale. Da entrambe i romanzi, segno dei tempi che cambiano, vennero tratti film di grande successo. Dopo i famosissimi “Quarantanove racconti” (1938), alcuni dei quali effettivamente molto belli e paradigmatici dell’opera di Hemingway, nel 1940 fu pubblicato un altro romanzo molto fortunato: “Per chi suona la campana”, per il quale lo scrittore trasse spunto dalle esperienze personali maturate durante la guerra civile Spagnola e dal quale fu tratto un altro famosissimo film. Nel 1952, infine, fu pubblicato “Il vecchio e il mare”, il quale oltre ad ispirare l’ennesima produzione cinematografica, contribuì notevolmente all’assegnazione allo scrittore Statunitense del premio Nobel nell’edizione del 1954. In realtà inizialmente il racconto doveva costituire parte di un’opera più vasta, che non vide mai la luce, che lo stesso Hemingway definiva “libro del mare”.Il racconto narra la storia di un vecchio pescatore cubano male in arnese che non riesce a catturare pesci per molto tempo, ma che un mattino, spintosi un po’ più al largo del solito, aggancia all’amo un marlin (sorta di pesce spada) gigantesco. Il vecchio tenta di catturarlo, ma a causa dell’enormità della mole non vi riesce, anzi viene trainato ancora più al largo. Inizia così una sorta di lotta per la sopravvivenza tra l’uomo e il pesce finché il vecchio non riesce ad arpionarlo ma, non potendolo issare, lo lega al fianco della barca per trainarlo in porto. Durante il tragitto però un branco di squali attratto dal sangue del pesce, nonostante la strenue difesa del vecchio, assalgono ripetutamente la preda, spolpandola. All’arrivo in porto, del pesce non rimane che una magnifica carcassa. Il vecchio e il mare é una storia emblematica di vita e di morte, sconfitta e riscatto, ma anche sul rapporto tra l’uomo e la natura; il vecchio, nonostante tutto, sente la natura circostante come fraterna ed il pesce stesso non rappresenta un nemico da distruggere, ma una specie di compagno di viaggio cui si rivolge, persino durante le fasi concitate della caccia, con rispetto ed addirittura simpatia. La natura, dal canto suo, appare meravigliosa e crudele al tempo stesso ed il pescatore, che se ne sente parte, ne accetta, tutto sommato con serenità, gioie e dolori, speranze e sconfitta. Il pescatore, inoltre, incarna l’ideale eroico, puramente laico, di Hemingway, dell’uomo cioè che non soccombe di fronte alle avversità, ma che le affronta con determinazione ed anzi cerca di dimostrare la propria dignità e grandezza attraverso azioni di valore. POLIZIA DI STATO: RACCONTI DAL DI DENTRO di Damiano Tommasi FOTO STORICHE ECCEZIONALI Vedevo Sindaci e personalità del Trentino passare davanti al Papa per salutarlo. Ad un tratto, riconosco un mio compagno di banco: Istituto salesiano di Via Barbacovi, anno 1966, sesta fila di banchi. Il cuore mi batte forte. “Ma... Lei che cosa fa qui?”. “Io sono l’architetto.., e sono responsabile della Sovrintendenza alle Belle Arti del Trentino”. “Non mi conosce?”. Lui sembrava dirmi: “Ma... che cosa vuole questo qui?”. E io sottovoce: “sesto banco, primo posto sulla destra” L’architetto non afferrava, stentava a connettere. “Ma Lei... ha studiato dai Salesiani, in Via Barbacovi, nel 1966?”. Egli rimase di stucco. “Quanti compiti mi hai passato di nascosto, secchione?”. Un abbraccio e un saluto affettuosissimo, con scambio d’indirizzi. Improvvisamente vedo sbucare il collega Maurizio , vestito come uno straccione. Non mi raccapezzo, poiché lui teneva molto a vestirsi elegantemente. Si era conciato così per infiltrarsi agevolmente tra i malintenzionati. Mi sussurra ad un orecchio: “Sono venuto in cerca di te, perché il capo ti sta cercando. Io gli ho già detto che tu, sir Thomas, conte di Loreo, sei sul palco papale: e lui s’è messo a ridere. Poi mi ha raccomandato di cercarti e riferirti di rimanere comunque li’, perché le esigenze di controllo erano terminate in quanto il Papa avrebbe compiuto un giro diverso da quello programmato”. Ormai mancava un’ora alla partenza del Pontefice in elicottero dallo stadio di calcio della città di Trento. “Guarda, Maurizio: adesso ti farò vedere e toccare il Papa, Sua Santità Giovanni Paolo Il E Maurizio: “Stai impazzendo? Ci spareranno addosso i franchi tiratori! “Non ti preoccupare! E vedrai che cosa faremo noi due miserabili poliziotti d’Italia”. Ci dirigemmo verso lo stadio, dove sostavano l’elicottero bianco della Marina militare e due elicotteri della Polizia di Stato. Dissi sottovoce al capellone Maurizio : “Vedrai che avremo anche le foto con il Papa polacco Karol Wojtila”. “Sei il solito gradasso e burlone!”, mi gracchiò in faccia. Verso le ore 18 noi due eravamo già nello stadio di Trento. Sugli spalti delle tribune erano piazzati 6 tiratori scelti della Polizia di Stato, che avevano inquadrato sùbito il mio amico Maurizio per il suo stravagante abbigliamento. Ma lui aveva una placca della Polizia di Stato che luccicava. Io estrassi da una tasca il mio tesserino con la placca e l’esposi verso i colleghi che mi controllavano con potenti binocoli applicati sui fucili. Essi capirono e abbassarono i fucili. Nello stadio un tappeto rosso e i piloti degli elicotteri. Noi due sembravamo i padroni dello stadio di Trento. “Maurizio, siamo i padroni della situazione e la scorta esclusiva dell’elicottero papale”, dissi con importanza. Mi avvicinai a un medico che sostava ai bordi dello stadio davanti a un’ambulanza, poiché teneva tra le mani una potente macchina ibtografìca dotata di un releobiettivo. Gli domandai gentilmente se poteva scattare alcune foto mentre il Pontefice si accingeva a partire con l’elicottero della Marina militare. Lo stadio cominciava a riempirsi (in forma riservata) delle varie autorità e personale, che camminavano su una corsia rossa. Il bianco elicottero era sorvegliato da due carabinieri in alta uniforme con pennacchi rosso-blu. Io dissi all’amico Maurizio di non spostarsi neppure di un millimetro perché ci avrebbero fatti spostare, privandoci di una grande storica occasione di “gloria immortale”. Arrivò il Pontefice. Prima di entrare nell’elicottero, diede una benedizione ai presenti. E poi, rivolgendosi dalla nostra parte, sembrò dirci paternamente: “Grazie anche a voi per la vigilanza perfetta!”. Io sorrisi “in modo perfettissimo”. Dopo qualche istante, il bianco elicottero della Marina militare s’alzò, scortato dai due elicotteri della Polizia di Stato, mentre la piccola folla applaudiva e salutava commossa il Pontefice. Io andai a ringraziare il medico che aveva immortalato la storica scena, da me organizzata rocambolescamente. Egli mi promise d’inviarmi le preziose foto (che conservo tra i più cari e preziosi ricordi della mia avventurosa vita di poliziotto). All’uscita dallo stadio, trovai (guarda caso!) proprio il funzionario della Polizia di Stato che mi stava cercando per tutta la città di Trento. Egli mi domandò preoccupato: “Ma Lei, Tommasi, dov’è stato fino a questo momento?”. E io gli risposi candidamente: “Dottore, come d’accordo: ero di scorta al Pontefice, perché la Polizia di Stato non deve mai mancare in queste occasioni . Scoppiò in una fragorosa risata. E mi batté una mano su una spalla, molto divertito e soddisfatto. E il capellone Maurizio , detto “il cobra”: “Glielo avevo detto, dottore: questo qui, sir Thomas, conte di Loreo, quando sente odore d’incenso e olezzo di Vaticano, è sempre tra i piedi di pontefici, cardinali, vescovi, abati, frati e suore”. L’ANGOLO MUSICALE di Angelo Franco Umberto Giordano Nato a Foggia nel 1867, dopo i primi studi musicali nella sua città natale, a quattordici anni entra al Conservatorio di Napoli, seguendo i corsi di composizione con Paolo Serrao, maestro anche di Leoncavallo e Cilea. Partecipando nel 1888 al concorso Sonzogno, edizione, questa, vinta da Mascagni con Cavalleria rusticana, si segnala all’attenzione del mondo musicale con la sua prima opera Marina. Successivamente, l’editore Sonzogno gli commissiona una nuova opera: Mala vita, poi rielaborata col titolo Il voto, con la quale aderisce, col suo spiccato temperamento esuberante e virulento, agli ideali del gusto verista. Nel 1894, dopo il fiasco della sua nuova opera Regina Margherita, viene licenziato dall’editore Sonzogno, mettendosi ad insegnare scherma, soluzione, questa, tanto gradita al padre che mai tollerò che il figlio si dedicasse alla carriera artistica. Dopo lunghe mediazioni, Giordano è di nuovo assunto da Sonzogno, il quale gli commissiona una nuova opera Andrea Chenier, che, dopo numerose vicissitudini, è rappresentata con trionfo nel 1896. Due anni dopo segue un nuovo successo: Fedora, seconda opera alla quale è legata la fama dell’Autore, e nella cui prima rappresentazione si svelarono le qualità artistiche di un grande tenore italiano: Enrico Caruso. Il successo è enorme, Giordano e Caruso sono subissati di applausi. Le opere successive: Siberia (1903), Marcella (1907), La cena delle beffe (1924) ed, infine il Re (1929) non riscuotono quel successo di pubblico e della critica pari a quello delle due grandi opere Andrea Chenier e Fedora. Oltre alla produzione teatrale, Giordano ha lasciato poche liriche ed alcuni pezzi per pianoforte, oltre ad un Inno per il Decennale per orchestra. Muore a Milano nel 1948. STORIA DEL CIBO TIELLA La Tiella, una elaborazione della pizza, è un piatto caratteristico della cittadina di Gaeta. Le sue origini sono antichissime e la più antica testimonianza risale ad un documento dell’anno 997 nel quale si parla delle “pizze di Gaeta”; questa data è riportata anche in un articolo del mensile Focus (n°70 dell’agosto 1998). Il documento dimostra l’importanza di tale cibo che era utilizzato anche come pagamento in natura, insieme alla spalla di un maiale e ad alcuni polli, per l’affitto di un mulino, e nello stesso tempo era considerato un alimento da “recupero” perché il popolo usava riutilizzare per la farcitura i cibi avanzati. Il ripieno veniva posto su un disco di pasta all’interno di una teglia, da qui il nome, e il tutto veniva poi ricoperto con un secondo disco. La storia di questa pietanza è legata indissolubilmente agli antichi borghi di Gaeta perché la Tiella permetteva a contadini e pescatori, che non potevano tornare a casa per il pranzo, di avere un pasto completo che si conservasse anche per alcuni giorni. La Tiella, infatti, mantiene inalterato il suo gusto ed è saporitissima anche se mangiata fredda. Si narra che Ferdinando IV di Borbone ne fosse un estimatore; anzi, forse proprio l’inventore della versione moderna. Sembra che il sovrano nei suoi soggiorni a Gaeta amasse confondersi con gli abitanti del borgo marinaro e contadino, posto fuori le mura, e che stupito dall’abilità con la quale le massaie preparavano la pizza, elaborasse il doppio strato di pasta con il ripieno di pesce o di verdura. Ovviamente ogni famiglia gaetana detiene il segreto della vera ricetta della Tiella che era o è un vero e proprio rito. La Tiella è composta, come già detto, da due sottili strati circolari di pasta, uno posto sull’altro, chiusi lungo i bordi; il ripieno è costituito da prodotti della terra (zucchine, cipolle, scarola, melanzane, olive, peperoncino, aglio, prezzemolo) o del mare (polpi, sarde, baccalà, alici) oppure da entrambi. Gli ingredienti della pasta sono: farina, lievito di birra e sale; il condimento è rappresentato da olio extra vergine di oliva e nient’altro. Non è una pietanza semplice da fare perché una buona Tiella deve risultare morbida e non inzuppata nella pasta esterna che deve essere sottile e ben cotta anche nella sfoglia inferiore e umida nel ripieno. A Gaeta si usa una tecnica particolare che lascia il bordo tutto ondulato, forse un inconsapevole omaggio a quel mare che per secoli è stato praticamente l’unica fonte di sostentamento della città. Per la pizza occorre una farina di grano molto fine che era abbondantemente disponibile per la facilità con cui il grano veniva macinato nei vicini mulini ad acqua di Mola (l’attuale Formia) e sul fiume Garigliano. La Tiella richiede l’impiego del forno ma Gaeta era povera di frasche perciò conveniva cuocerla insieme al pane, quando per consumare meno frasche, si poteva utilizzare il forno già caldo. Nel libro Gaeta-Guida Turistica di Pasquale di Ciaccio (Gaeta 1976) si legge: “(La Tiella) la si mangia a quarti, senza l’aiuto delle posate. Non c’è gusto se non la si prende tra le dita. In un esemplare che si rispetti il lembo inferiore non deve essere gommoso da appiccicarsi ai denti o al palato, né spenzolare dalle dita come la lingua di un cane affannato. I nostri antenati la preferivano condita abbondantemente. L’olio – dicevano – deve poter scorrere sulle avambraccia. Difatti si rimboccavano le maniche prima di mettersi a tavola”. Un vero Gaetano, anche se astemio, quando mangia la Tiella, non berrà altro che vino: l’acqua è un insulto alla Tiella. I vecchi dicono che bere l’acqua sulla Tiella significa “farsela rimanere ‘nganna” (in gola)! Un altro capolavoro di arte culinaria contadina, sempre col nome di Tiella, lo troviamo in Puglia. Si tratta però di una specie di minestrone. Il nome viene utilizzato per indicare nello stesso tempo sia il contenitore che il contenuto. Questo piatto è un retaggio della dominazione spagnola in Puglia, la sua composizione non ha regole fisse, ogni zona ha la sua, perché ogni famiglia, al ritorno dai campi, metteva a cuocere insieme tutto quello che c’era nella dispensa. Se non avete mai assaggiato questi due tipi di Tielle, provateli perché sono una vera e propria prelibatezza. Lillibeo LETTERE IN REDAZIONE (a cura di P. Franco Stano) “Caro Direttore, … Crede lei che alla fine impareremo donde si sale in bus e donde se ne esce? O anche lei è fra quelli che il bus non prendendo mai non saprebbe nemmeno dire che cosa accade alle singole fermate…?” (Cesare di Cesare). “Caro signor Di Cesare, appartengo, e ne sono felice, alla categoria delle persone che il bus lo prendono certo! E lo prendono, come direbbe, benché in altro contesto, Gian Battista Marino “due tre volte e quattro e sei” al giorno, così che so perfettamente quello che accade alle singole fermate e anche dentro l’automezzo. Che dirle? Siamo talmente geniali che a volte, per un a strana e poco intelligente furbizia, complichiamo le cose semplici per aver l’illusione di risolvere chissà che cosa! E’ uno dei modi, mi lasci dire, per esaltare le nostre possibilità e per ritenerci all’altezza più degli altri. Impareremo l’ordine? Credo di sì, ma ci vorrà molto tempo, forse un paio di generazioni. Se si comincia a parlarne da subito, però!”(P.F.S.). “Egregio Direttore, … Si torna a sputare per terra. E’ malcostume, segno di inciviltà. Ai miei tempi, vi furono campagne scolastiche per educarci a non farlo. Che cosa sta succedendo…?” (Angelo Mari). “Cosa vuole che succeda, signor Mari! Ogni generazione è necessario che si rieduchi da capo. Le cose non sono mai scontate. E se è vero, come diceva don Abbondio, che il coraggio uno ce l’ha se ce l’ha e se non ce là non se lo può dare, forse questo può essere vero anche per la creanza. Ad essa ci si educa certo, ma sulla base, vorrei dire, di un fatto istintivo, che è il presupposto della buona e della non buona educazione. Speriamo che con gli sputi non ritornino malattie che si ritenevano battute. Non credo che ci sia molto da temere, tuttavia: la medicina ha fatto passi da gigante in questi ultimi tempi e anche se scarseggia l’acqua, non è detto che…!”(P.F.S.). “Rev.do padre, perché sulle due tavole della Legge mosaica, si scrivono tre comandamenti da una parte e sette dall’altra? Non se ne potrebbero scrivere armonicamente cinque per parte… “(Livia D’Angelo). “Sa, signora D’Angelo? I primi tre sono di carattere religioso, gli altri sette di carattere morale. Distinguerli è utile anche per ragioni educative. E se i primi tre riguardano il nostro rapporto con Dio, i secondi sette riguardano il nostro rapporto fra noi e con la storia che dobbiamo costruire insieme nel nome di Dio” (P.F.S.).