LA
BACHECA
Sussidio aperto a cura dell’Ufficio del Cappellano
Coordinatore Nazionale della Polizia di Stato
ANNO III – N.5
Direttore responsabile
Padre Franco Stano
www.cappellanipolizia.it - e-mail: [email protected] - tel. 06/46535574 - fax 06/46535311
Presentazione
Questo “sussidio aperto” ha lo scopo di proporsi come una piccola agenzia al
servizio dei Cappellani della
Polizia di Stato e di quanti - poliziotti e non -
frequenteranno questo sito internet.
Esso si prefigge di contenere poche ed essenziali cose, utili per tensione
formativa e cultura generale.
Alcune rubriche fisse, su tematiche religiose e di vario interesse, avranno
l’intento di enunciare alcuni contenuti e di sollecitare i Cappellani, che lo desiderino,
a definire lo schema base di una “Bacheca” da affiggere, a mo’ di giornale murale,
nelle strutture di propria competenza.
La Bacheca prende avvio a partire dal primo dicembre 2004 e si rinnoverà
periodicamente, sia nelle rubriche di fondo, sia nelle comunicazioni di supporto; è
anche aperta nei riguardi di quanti intendono corrispondere epistolarmente con essa,
su argomenti particolari oppure riguardo a chiarimenti sui temi in essa trattati.
Il Signore benedica il lavoro di tutti e sostenga i nostri migliori desideri.
La Redazione
LA PREGHIERA
Devotamente ti adoro, Dio nascosto,
e, tuttavia, presente sotto questi sacri segni.
Il mio cuore ti si sottomette completamente
perché ti contemplo, e tutto il resto svanisce.
Di fronte a te si annullano sguardo, tatto e gusto:
solo può crederti l’orecchio che ascolta.
Ed io credo tutto ciò che ha proclamato il Figlio di Dio.:
ché nessuna parola è più vera della sua parola,
Sulla croce, o Signore, era nascosta la tua divinità,
sull’altare si nasconde anche la tua umanità.
Ma io credo te e in te confido, Dio e uomo,
e chiedo a te quel che ti chiese in croce il ladro pentito.
Qui non fisso le tue piaghe, come già fece Tommaso,
ma ti confesso ugualmente presente, Dio mio.
Fa’ che io creda sempre e sempre più,
fa’ che ti ami, che situi in te la mia speranza.
O sacro memoriale della morte del Signore,
pane vivi che doni vita agli uomini,
concedi che il mio spirito viva di te
e che gusti sempre del tuo dolce sapore.
Cristo Gesù, pellicano divino,
monda col tuo sangue me peccatore
poiché una sola goccia di quel sangue
può redimere da ogni delitto il mondo intero.
Ti prego, Signore, mentre ti contemplo nascosto,
di concedermi ciò che profondamente desidero:
che io possa goderti in cielo viso a viso
e vivere la beatitudine della tua eterna gloria. Amen.
Tommaso D’Aquino, XIII secolo
Filosofo e teologo domenicano, è una delle menti più alte del pensiero cristiano, autore, fra l’altro,
della “Summa Theologiae”. Un santo che incarnò al massimo il carisma del suo ordine:
“Contemplata aliis tradere” - “Partecipare agli altri pensieri profondamente meditati”.
IL SANTO DEL MESE
S. ATANASIO
(296-373)
Nato ad Alessandria d’Egitto, iniziò la sua carriera ecclesiastica come diacono
denunciando l’eresia di Ario, il quale non voleva riconoscere la divinità do Gesù.
Atanasio accompagnò il suo Vescovo al Concilio di Nicea e al suo ritorno ad
Alessandria fu fatto patriarca di quelle città, che governò per più di quaranta anni.
L’opera cui Atanasio dedicò la sua vita fu la sconfitta dell’arianesimo e la
conseguente divinità di Cristo. Per questa ragione egli fu esiliato più volte.
Nonostante l’esilio, riuscì tuttavia a governare sapientemente la sua diocesi e a
scrivere trattati illuminati sul dogma cattolico.
Atanasio è venerato dalla Chiesa universale come uno dei quattro grandi dottori greci
e, in realtà, fu un teologo di altissima levatura.
Il suo nome, che naturalmente deriva dal greco, significa “immortale”. E, noi
aggiungiamo, certamente tale egli è, per le sue opere e per la sua santità.
PP.
PAPI DEL NOSTRO TEMPO
PIO XI, IL PAPA DEI PATTI LATERANENSI
(ritorno alla politica attiva dei cattolici)
Nato il 31 maggio 1857 a Desio, Achille Ratti studiò da seminarista a Monza, a
Milano e a Roma; terziario francescano dal 1874, venne ordinato sacerdote nel 1879;
uomo di vasta erudizione, ottenne un triplice dottorato in filosofia, diritto canonico e
teologia all'
Università gregoriana.
Con una forte passione per Dante, Manzoni ma, pure, per gli studi scientifici, fu
grande amico e, per un certo periodo, collaboratore di Don Giuseppe Mercalli, noto
geologo. Appassionato alpinista, scalò diverse vette delle Alpi e fu il primo - nel
luglio 1889 - a raggiungere la cima del Monte Rosa dalla parete orientale e ad aprire
un nuovo itinerario per il Monte Bianco ancora oggi denominato "Via Ratti Grasselli". Fu membro, collaboratore e redattore di articoli per il Club Alpino
Italiano.
La competenza negli studi filosofici portò Ratti all'
attenzione del Papa Leone XIII;
partecipò ad alcune missioni diplomatiche, insegnò presso il seminario di Milano e
nel 1888 entrò a far parte del collegio dei dottori della Biblioteca Ambrosiana.
Chiamato da Pio X a Roma, divenne vice prefetto della Biblioteca Vaticana. Nel
1918 il Papa Benedetto XV lo nominò legato pontificio, in Polonia, dove riuscì ad
instaurare buoni rapporti tra la Chiesa e il nuovo governo e ad aiutare i cristiani
residenti in Russia. Nel 1919, alla nascita ufficiale del nuovo Stato polacco divenne
Nunzio Apostolico in Polonia e fu elevato al rango di arcivescovo.
Nominato nel 1921 arcivescovo di Milano, Cardinale nel concistoro del 13 giugno
1921, fu eletto Papa il 6 febbraio 1922 alla quattordicesima votazione. Il conclave
era stato in effetti contrastato: da un lato i conservatori (c.d. intransigenti) puntavano
sul cardinale Merry del Val, ex Segretario di Stato di Papa Pio X, mentre i cardinali
più liberali sostenevano il Segretario di Stato in carica, il cardinale Pietro Gasparri.
Il novello Pontefice - contrariamente ai suoi immediati predecessori - decise di
affacciarsi su Piazza San Pietro sia pur senza nulla dire, limitandosi a benedire il
popolo presente, ed i fedeli di Roma gli risposero con applausi e grida di gioia. Il
gesto "dovuto" ma che si verificava dopo i fatti del 20 settembre 1870, era da
considerare di portata storica: Pio XI era convinto che la fine del potere temporale,
sia pure in maniera "violenta" era, per la missione della Chiesa nel Mondo, la
liberazione dalle catene delle passioni umane.
La sua prima enciclica Ubi arcano Dei consilio, del 23 dicembre 1922, manifestò il
programma del suo pontificato, peraltro ben riassunto nel suo motto "pax Christi in
regno Christi", la pace di Cristo nel Regno di Cristo; a fronte della tendenza a ridurre
la fede a questione privata, Papa Pio XI pensava invece che i cattolici dovessero
operare per creare una società totalmente cristiana, nella quale Cristo regnasse su
ogni aspetto della vita.
Questo programma fu completato dalle encicliche, Quas primas (1925), con la quale
fu pure istituita la festa di Cristo Re e Miserentissimus Redemptor (1928), sul culto
del Sacro Cuore.
Per richiamare i laici ad un maggiore coinvolgimento religioso, nel 1923 venne
riorganizzata l'
Azione Cattolica (di cui disse "questa è la pupilla dei miei occhi"). In
campo missionario, si batté per l'
integrazione con le culture locali invece
dell'
imposizione di una cultura occidentale; nell'
enciclica Rerum Orientalium (1928)
richiamò i cristiani dell'
Est ad una maggiore comprensione della religione Ortodossa
e nella Quadragesimo Anno del 1931 richiamò l'
urgenza delle riforme sociali già
indicate quaranta anni prima da Papa Leone XIII
Nel 1929 il Papa fu l'
artefice della firma dei Patti Lateranensi tra il Cardinale Pietro
Gasparri ed il governo fascista di Benito Mussolini, con i quali veniva data alla Santa
Sede la sovranità sullo stato della Città del Vaticano, come enclave nella città di
Roma, in cambio dell'
abbandono da parte del Vaticano di pretese territoriali sul
precedente Stato Pontificio. A compensazione delle perdite territoriali e come
supporto nel periodo transitorio, il governo garantiva un trasferimento di denaro che
pose le basi per l'
attuale struttura economica del Vaticano.
Il papa assistette alla fine dell'
Italia liberale e alla scomparsa dei partiti fra i quali
pure il Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo di ispirazione cattolica e si trovò
- non più di due anni dopo la firma dei Patti Lateranensi - già in rotta di collisione
con il Duce a causa del ruolo della Chiesa nell'
educazione dei giovani, che il regime
voleva sempre più ridurre. Il conflitto raggiunse un primo massimo con la chiusura da
parte del governo nel 1931 delle sedi dell'
Azione Cattolica - spesso oggetto di
violenze e devastazioni - e con l'
emissione dell'
enciclica Non Abbiamo Bisogno, nella
quale si affermava l'
impossibilità di essere allo stesso tempo cattolici e fascisti, ma
anche che il papa e Mussolini traevano troppi vantaggi dalla reciproca intesa per
romperla.
Nel 1933, pochi mesi dopo l'
ascesa di Adolf Hitler al potere, fu concluso - dopo anni
di trattative - un concordato con la Germania, ma negli anni successivi i nazisti
impedirono in tutti i modi che le clausole del concordato di garanzia per la Chiesa
fossero realmente rispettate. Nel 1937, a seguito delle continue interferenze del
nazismo sulla vita dei cattolici e per il sempre più evidente carattere neopagano
dell'
ideologia nazista, il Papa emise l'
enciclica Mit brennender Sorge (con viva
ansia), scritta eccezionalmente in tedesco e non in latino, con la quale condannava
fermamente l'
ideologia nazista, seguita poco dopo dalla Divini Redemptoris, con
un'
analoga condanna dell'
ideologia comunista.
Appassionato delle scienze fin dalla gioventù e attento osservatore dello sviluppo
tecnologico, fondò la Radio Vaticana, modernizzò la Biblioteca Vaticana e ricostituì
con la collaborazione di Padre Agostino Gemelli nel 1936 l'
Accademia Pontificia
delle Scienze, ammettendovi anche personalità non cattoliche e pure non credenti.
Dopo alcuni anni di relativa calma, il progressivo avvicinarsi dell'
Italia fascista alla
Germania nazista raffreddò nuovamente i rapporti tra Santa Sede e il regime.
L'
emanazione di un'
altra enciclica - probabilmente dal titolo Societatis Unio (l'
unità
della razza umana), che condannava in modo ancora più diretto l'
ideologia nazista
della razza superiore - non poté tuttavia essere portata a termine perché il Papa morì il
10 febbraio 1939. Alcuni concetti furono tuttavia ripresi da Pio XII nell'
enciclica
Summi Pontificatus.
Nicla Filippi
LA FRASE
Il nostro è il mondo in cui la gente non sa quello che vuole ma è disposta anche a
rinnegare Dio pur di averlo (D. Marquis)
DALLA FEDE ALL’IMPEGNO
DECIMO SECOLO
Il decimo è, certamente, uno dei secoli più duri dell’intera storia della Chiesa romana.
Il Sacro Romano Impero vive una situazione sempre più incerta. Cresce l’anarchia e
sale il potere dei signori locali. Il papato non esprime figure di rilievo e l’unico
tentativo di rinascita è collegato ad Ottone I il quale il 2 febbraio del 962 viene unto
imperatore in Roma e proclamato Augusto.
Si tratta di un tentativo mal riuscito non fosse altro che per quel privilegio concesso
dal Papa ad Ottone in base al quale il Papa è tenuto a giurare fedeltà all’imperatore.
Durante l’arco dell’intero secolo i rapporti fra la Chiesa di oriente e quella di
occidente peggiorano ancora e, questa volta, per ragioni di dottrina e di costume.
Roma, per tradizione, non suole porre alcun limite al matrimonio dei vedovi.
Bisanzio, che mal tollera un possibile terzo matrimonio, non concepisce
assolutamente il quarto. Nasce un problema proprio perché l’imperatore di Bisanzio,
Leone, rimasto vedovo per la terza volta, desidera accedere ad un quarto matrimonio.
Il Patriarca di Costantinopoli, in coerenza con la consuetudine orientale, gli inibisce
tale possibilità. Non ottiene, tuttavia, il conforto del Papa cui l’imperatore si è rivolto,
giacché il Papa, in ossequio alla tradizione latina, sconfessa il Patriarca e acconsente
al matrimonio. Accade, così, per la prima volta che Roma appoggi l’imperatore
contro il Patriarca. E’ vero che , in questo caso, non ci sono questioni di principio; ma
è altrettanto vero che il fatto rallenta la simpatia, peraltro non molto cordiale, fra le
due Chiese.
Al suo interno, la Chiesa d’occidente vive grossissimo problemi di natura morale.
Nonostante le norme celibatarie, quasi tutti i preti convivono con una donna e molti
sono addirittura regolarmente sposati. Sorge il grande problema della simonia e si
aggrava il controllo sulle istituzioni ecclesiastiche dell’imperatore e dei signori locali.
Sintomatica, riguardo a questo, è la situazione dei monasteri. Gli abati, in genere,
sono designati dai laici, i quali, pur affidando ad un monaco la guida del monastero,
ricevono benefici e prebende.
Una riforma importante subisce l’Ordine benedettino a Cluny nel 910: una riforma
che sottolinea fortemente l’aspetto liturgico e clericale della regola. Fino ad allora,
infatti, la più parte dei monaci benedettini non erano sacerdoti; d’allora in poi il
numero dei sacerdoti tenderà ad aumentare.
Cluny visse un riconosciuto splendore che, durante i secoli, crebbe via via fino a
vantare la più grande chiesa della cristianità: una chiesa che a noi non è dato di
conoscere perché distrutta ai tempi della rivoluzione francese.
da “Il Canto Perenne”
Ed. Pro Sanctitate
ILPUNTO
HUMUS CULTURALE E FUTURO
Questa generazione pare troppo compresa di se stessa… E’ come se la storia fossimo
noi, come se noi fossimo il pensiero, come fossimo i primi e gli ultimi… Prima di noi
il vuoto, dopo di noi, il nulla… In mezzo, noi, solo noi… Un noi che si accanisce a
respingere il passato come se il passato fossero soltanto gli altri e come se il tempo
avesse deciso di fermarsi con noi e di starsene con noi per sempre. Forse
occorrerebbero un pizzico di umiltà e di buon senso.
Questa tendenza a ritenersi soli ed unici pare che sia anche, però, una questione di
superficialità… La mancanza di conoscenza rende assolute le cose presenti e mitiche
le piccole notizie del nostro piccolo presente: le piccole notizie di ogni giorno, per
intenderci.
Da bambini, per esempio, ritenevamo straordinarie cose di cui fuori dal borgo non si
sarebbe accorto nessuno e ridevamo a crepapelle di cose che fuori contesto non
avrebbero fatto ridere nemmeno i santi, disponibili per eccellenza. Uscire dal proprio
mondo e tornarci dopo aver fatto una lenta e attenta camminata nella storia o nello
spazio, forse potrebbe equilibrare questa nostra assurda pretesa… Ma qui è il punto:
né storia né spazio, come fossero, queste, cose di un altro mondo, o, almeno, di
un’altra dimensione…
Oggi non si approfondisce nemmeno più il significato delle parole e dei nomi. Si
preferisce pronunciarli. O, comunque, accade sempre meno che li si approfondisca…
E questo non certo a livello di studi specialistici: a livello di humus culturale…
Sarebbe interessante domandare d’acchito l’autore de «La leggenda del Piave». E
ammesso che si sappia chi ne ha scritto le parole, sarebbe facile per esempio
rispondere ad una domanda che ci chiedesse chi ha scritto la musica dell’ultimamente
tanto cantato e suonato «Inno di Mameli». Sarebbe oggi facile indovinare l’epoca del
«La bandiera dei tre colori». La verità è che senza humus culturale adeguato né ci si
apre in direzione del mondo né si ritorna nel clima della propria storia: si muore,
piuttosto.
Come si accennava, senza humus culturale, la nostra terra, priva di se stessa, resterà
anche priva della sua lingua. L’italiano è destinato a diventare una lingua soltanto
colta e letteraria; una lingua per pochi, al passato… Sono patetici e perdenti i
tentativi di risuscitare il latino… Ciò che muore, muore per sempre… E a ciò che
muore si addicono il ricordo e la memoria, non il futuro… Il futuro è altrove. Se una
piccola lingua non interpreta il presente esprimendolo in canti nobili e in nobili
tradizioni, non credo abbia futuro.
Del resto, a parlare l’italiano siamo soltanto 50 milioni di persone. 50 milioni su
cinque miliardi… Cosa vuoi che siano… Un soffio… Se non torna alla poesia, al
canto e alla tradizione, la nostra lingua muore, essa che non può competere con gli
altri idiomi né per il numero di coloro che li parlano, né per le sue qualità economiche
e commerciali… Siamo pochi e l’economia mondiale, come il commercio, procede
benissimo su altre strade… Svuotare la nostra lingua del nostro humus culturale,
significa ucciderla. Cinquanta anni ancora e l’italiano sarà un ricordo, una memoria,
uno studio specializzato cui applicarsi e nel quale laurearsi… «Io sono laureato in
lingue morte: latino e italiano»… Impressionante e malinconico, fossimo capaci di
raccontare la malinconia del vivere! La malinconia è uno degli aspetti fondamentali
della vita! Brio all’alba, malinconia al tramonto: questo è la vita! E fra l’alba e il
tramonto, l’esistere, come tra l’incudine e il martello! Non è pessimismo, questo! La
letteratura nostra più grande, ha cantato l’evidente rapporto fra malinconia e
tramonto; un rapporto talmente evidente da esprimersi in autentiche contratture
somatiche… Cos’è quella sorta di malessere che c’incoglie al tramonto di ogni giorno
se non proprio la consapevolezza che il giorno si dispone a morire, e, ormai, per
sempre? Ciò che passa, lascia il segno e il segno lasciato da ciò che passa cresce via
via col passare cresciuto di tutto ciò che passa… La malinconia è nella vita, non nella
volontà di chi vive. Ed è nel dire queste cose o nel meditare intorno ad esse, nel
lasciarsi da esse afferrare e trasportare che fu la nostra grandezza: L’età… Il tempo
perduto… Le occasioni mancate… La consapevolezza di una macchia che non si
cancella mai del tutto… E la consapevolezza, tuttavia ribelle, d’una splendida lingua
per nostra incuria destinata ad innestarsi fra le scansie della storia. Una lingua il cui
futuro è nelle nostre mani, come nelle nostre mani è il futuro del nostro humus
culturale…
Felice Schiena
NUTRIRSI BENE PER VIVERE MEGLIO
(Conclusa la rubrica “Dialoghi in famiglia”, sulla bioetica, che una casa editrice
romana sta valutando se pubblicare, il nostro biologo e il nostro medico - attenti a
questi due – iniziano una nuova rubrica: Nutrirsi bene per vivere meglio. Non si
tratterà, naturalmente, di consigli dietetici; si tratterà piuttosto di suggerire un
sapere che aiuti la persona a gestire con intelligenza il rapporto col cibo)
1 – IL PESO IDEALE
PREMESSA
Passare davanti ad una vetrina, in una bella e luminosa giornata di luglio, e doversi
specchiare nostro malgrado... Trovarsi in una folla di persone e magari essere
costretti a salire su un autobus che non passa da 20 minuti... Affrontare qualche
rampa di scale perché l'
ascensore è guasto…Guardarsi semplicemente allo specchio,
un giorno che ci si sente un po'giù... Insomma, queste sono solo alcune delle
situazioni che possono essere motivo di disagio per le persone grasse… Per non
parlare poi dell’estate al mare, sulla spiaggia, in costume da bagno!
Il disagio è aggravato dal fatto che psicologicamente
ognuno di noi desidera avere (tranne probabilmente i
lottatori di "SUMO"!) un fisico da statua greca del
periodo ellenistico classico.
Purtroppo, è un dato di fatto: il peso del corpo influisce
parecchio sul nostro benessere psichico e fisico. Non a
caso di antichi dicevano: "mens sana in corpore sano".
In questa serie di articoli ci proponiamo di illustrare le regole basilari dietetiche e
scientifiche che possono aiutarci a raggiungere il benessere così inteso!
QUANTO DOBBIAMO PESARE?
La prima cosa da capire è che nel nostro organismo si distinguono due
principali compartimenti: la massa magra e la massa grassa.
Massa magra
Ha un ruolo molto importante nel nostro corpo; è
costituita dai MUSCOLI, dalle OSSA, dai VISCERI,
dagli
organi
(FEGATO,
RENI,
CUORE...),
dall'
ACQUA.
Massa grassa
È il cosiddetto tessuto adiposo, una vera e propria riserva di
energia; infatti è costituito da cellule che sono letteralmente stipate
di grassi (detti scientificamente TRIGLICERIDI).
La massa grassa rappresenta un vero e proprio deposito di riserva di cibo a cui
possiamo attingere in caso di bisogno: per esempio, durante uno sforzo fisico
prolungato, l'
organismo preleva una determinata quantità di grasso dai depositi e la
trasporta nel fegato, dove viene trasformato in GLUCOSIO, che costituisce la vera
fonte energetica per le cellule.
La massa grassa non è un elemento di secondaria importanza, tutt’altro: oltre a
costituire una riserva di cibo (grazie all'
immagazzinamento di energia nel tessuto
adiposo un individuo di peso normale può vivere anche due mesi a digiuno totale!!!),
essa ha anche un'
importante funzione di equilibrio, garantendo la tenuta termica (il
grasso sottocutaneo è come un isolante termico che funge da coibente tra organismo e
ambiente esterno).
Il grasso interno inoltre funge da "ammortizzatore" nei confronti dei numerosi
microtraumi che sollecitano quotidianamente il nostro corpo durante i movimenti!
IL PROBLEMA DELLA MASSA GRASSA
Quando la massa grassa è in eccesso si verificano vari fenomeni
negativi:
1) il grasso in eccesso non fa disperdere bene il calore, per cui se la
temperatura esterna è eccessiva, o se vi è febbre, le persone grasse
hanno più disagi di quelle magre.
2) il grasso in eccesso rende meno agile il nostro corpo, appesantito da
una massa superflua e per di più inerte.
3) La cosa più grave, però, è che un eccesso di grasso favorisce lo sviluppo di alcune
importanti malattie quali l’ IPERTENSIONE, il DIABETE e l’ IPERLIPIDEMIA (=
aumento di grassi nel sangue), che insieme al fumo costituiscono le più importanti
cause di danno cardiovascolare!!!
È noto infatti (e di questo tengono conto le grandi compagnie assicurative nello
stipulare le polizze vita) che più si è al di sopra del peso normale, più alta è
l'
incidenza di morte precoce! In altre parole, più si eccede nel peso e prima si
muore!!!
1 metro
OK! IL PESO E’ GIUSTO!
Fatta questa premessa, per stabilire se abbiamo un peso
accettabile, o se dobbiamo perdere qualche chilo, possiamo
utilizzare diversi parametri.
Il più tradizionale e, occorre dirlo, il più grossolano, è dato dalla
seguente regola:
Peso teorico = (altezza - 1 metro)
Ad esempio, per una persona alta 172 centimetri, il peso teorico
dovrebbe essere di 72 kg (ossia: 172 cm - 100 cm)
In realtà non per tutte le persone di 172
centimetri, 72 kg rappresenta il peso giusto!
Esistono
infatti
soggetti
longilinei
(cosiddetti " LONGITIPI") il cui peso
ottimale sarà certamente inferiore ai 72 kg
e, per contro, soggetti robusti (cosiddetti
"BRACHITIPI") il cui peso ottimale, per
la stessa altezza, sarà superiore a 72 Kg!
A causa di ciò sono state approntate delle tabelle differenziate a seconda che una
persona sia longitipo, normotipo o brachitipo. Ne riportiamo di seguito una.
Come si può notare, c'
è differenza tra persone di sesso maschile e persone di sesso
femminile: nelle donne, infatti, la massa magra (muscoli, ossa, ecc…), a parità di
altezza, è inferiore rispetto all'
uomo.
È da specificare, inoltre, che per i bambini esistono delle tabelle apposite per l'
età
evolutiva, che esulano dal nostro attuale interesse.
DIETA
CON…RISO
Nel prossimo articolo prenderemo in considerazione altri
parametri utilizzabili per individuare il peso accettabile per
ciascuno.
Roberto Pacini e Giuseppe Polino
PER UN APPROCCIO CON LA LETTERTATURA UNIVERSALE
di Angelo di Nicola
HEMINGWAY
L’angoscia del vivere e la ricerca del senso profondo dell’esistenza (trovato o no),
che tanta parte ha avuto nella cultura e nell’arte del novecento, non risparmiò
neppure gli scrittori d’oltre oceano, anche se questi ultimi svilupparono tematiche e
stili talvolta peculiari che sembrano distaccarsi dal modello tipicamente
“esistenzialista” Europeo.
Tra gli scrittori Americani più significativi un posto di riguardo spetta senza dubbio
ad Ernest Hemingway che, pur condendo i suoi romanzi e racconti di “vitalismo
Americano”, pure li impregna abbondantemente di inquietudine e ricerca di “sensum
vitae”.
Hemingway nacque nel 1899 ad Oak Park, nello stato Americano dell’Illinois e dopo
molte avventure e peregrinazioni in giro per il mondo morì suicida, manco a dirlo, nel
1961 presso Ketchum, nell’Idaho. Dopo gli studi aveva iniziato a lavorare come
cronista per il “Kansas City Star”, ma già sul finire della prima guerra mondiale
aveva abbandonato l’incarico ed era partito volontario per il fronte Italiano, dove
rimase ferito. Al termine del conflitto divenne corrispondente di un altro giornale, il
“Toronto Star” e si trasferì a Parigi, sorta di seconda patria per molti Americani
trasferitisi in Europa e dove, tra gli altri, ebbe modo di conoscere un altro grande
scrittore Statunitense molto spesso a lui accomunato: Francis Scott Fitzgerald.
Viaggiò anche in Africa e in Spagna dove fu corrispondente durante la sanguinosa
guerra civile che oppose il Fronte Popolare alla Falange di Francisco Franco; e
corrispondente fu anche nel corso del secondo conflitto mondiale, questa volta per
l’esercito Statunitense, ritirandosi infine a Cuba dove rimase fin quasi alla tragica
morte.
Nelle sue opere Hemingway, pur non trascurando la condanna di ingiustizie
economiche e sociali, descrive in maniera emblematica uomini che, persa in buona
parte la propria fede in valori morali positivi, spesso conducono un’esistenza cinica e
materialista o uomini che, più semplicemente, si battono contro le circostanze e le
avversità che la vita gli riserva, ma sempre con l’amara consapevolezza dell’inanità
della prova.
Suoi primi capolavori sono considerati “Fiesta” del 1926 (noto anche con il titolo “Il
sole sorge ancora”), che narra le vicende di un gruppo di Americani un pò
bohemienne i quali, accomunati dalla delusione e dal disincanto, vivono alla giornata,
attratti dal mondo delle corride (per i quali venne coniato per la prima volta la
fortunatissima definizione di lost generation), e “Addio alle armi” (1929),
essenzialmente una storia d’amore tra un ufficiale Americano ed un infermiera
Inglese, ambientato sul fronte Italiano durante il primo conflitto mondiale. Da
entrambe i romanzi, segno dei tempi che cambiano, vennero tratti film di grande
successo.
Dopo i famosissimi “Quarantanove racconti” (1938), alcuni dei quali effettivamente
molto belli e paradigmatici dell’opera di Hemingway, nel 1940 fu pubblicato un altro
romanzo molto fortunato: “Per chi suona la campana”, per il quale lo scrittore trasse
spunto dalle esperienze personali maturate durante la guerra civile Spagnola e dal
quale fu tratto un altro famosissimo film.
Nel 1952, infine, fu pubblicato “Il vecchio e il mare”, il quale oltre ad ispirare
l’ennesima produzione cinematografica, contribuì notevolmente all’assegnazione allo
scrittore Statunitense del premio Nobel nell’edizione del 1954. In realtà inizialmente
il racconto doveva costituire parte di un’opera più vasta, che non vide mai la luce,
che lo stesso Hemingway definiva “libro del mare”.Il racconto narra la storia di un
vecchio pescatore cubano male in arnese che non riesce a catturare pesci per molto
tempo, ma che un mattino, spintosi un po’ più al largo del solito, aggancia all’amo un
marlin (sorta di pesce spada) gigantesco. Il vecchio tenta di catturarlo, ma a causa
dell’enormità della mole non vi riesce, anzi viene trainato ancora più al largo. Inizia
così una sorta di lotta per la sopravvivenza tra l’uomo e il pesce finché il vecchio non
riesce ad arpionarlo ma, non potendolo issare, lo lega al fianco della barca per
trainarlo in porto. Durante il tragitto però un branco di squali attratto dal sangue del
pesce, nonostante la strenue difesa del vecchio, assalgono ripetutamente la preda,
spolpandola. All’arrivo in porto, del pesce non rimane che una magnifica carcassa.
Il vecchio e il mare é una storia emblematica di vita e di morte, sconfitta e riscatto,
ma anche sul rapporto tra l’uomo e la natura; il vecchio, nonostante tutto, sente la
natura circostante come fraterna ed il pesce stesso non rappresenta un nemico da
distruggere, ma una specie di compagno di viaggio cui si rivolge, persino durante le
fasi concitate della caccia, con rispetto ed addirittura simpatia. La natura, dal canto
suo, appare meravigliosa e crudele al tempo stesso ed il pescatore, che se ne sente
parte, ne accetta, tutto sommato con serenità, gioie e dolori, speranze e sconfitta. Il
pescatore, inoltre, incarna l’ideale eroico, puramente laico, di Hemingway, dell’uomo
cioè che non soccombe di fronte alle avversità, ma che le affronta con determinazione
ed anzi cerca di dimostrare la propria dignità e grandezza attraverso azioni di valore.
POLIZIA DI STATO:
RACCONTI DAL DI DENTRO
di Damiano Tommasi
FOTO STORICHE ECCEZIONALI
Vedevo Sindaci e personalità del Trentino passare davanti al Papa per salutarlo. Ad
un tratto, riconosco un mio compagno di banco: Istituto salesiano di Via Barbacovi,
anno 1966, sesta fila di banchi. Il cuore mi batte forte.
“Ma... Lei che cosa fa qui?”.
“Io sono l’architetto.., e sono responsabile della Sovrintendenza alle Belle Arti del
Trentino”.
“Non mi conosce?”.
Lui sembrava dirmi: “Ma... che cosa vuole questo qui?”.
E io sottovoce: “sesto banco, primo posto sulla destra”
L’architetto non afferrava, stentava a connettere.
“Ma Lei... ha studiato dai Salesiani, in Via Barbacovi, nel 1966?”.
Egli rimase di stucco.
“Quanti compiti mi hai passato di nascosto, secchione?”.
Un abbraccio e un saluto affettuosissimo, con scambio d’indirizzi.
Improvvisamente vedo sbucare il collega Maurizio , vestito come uno straccione.
Non mi raccapezzo, poiché lui teneva molto a vestirsi elegantemente. Si era conciato
così per infiltrarsi agevolmente tra i malintenzionati.
Mi sussurra ad un orecchio: “Sono venuto in cerca di te, perché il capo ti sta
cercando. Io gli ho già detto che tu, sir Thomas, conte di Loreo, sei sul palco papale:
e lui s’è messo a ridere. Poi mi ha raccomandato di cercarti e riferirti di rimanere
comunque li’, perché le esigenze di controllo erano terminate in quanto il Papa
avrebbe compiuto un giro diverso da quello programmato”.
Ormai mancava un’ora alla partenza del Pontefice in elicottero dallo stadio di calcio
della città di Trento.
“Guarda, Maurizio: adesso ti farò vedere e toccare il Papa, Sua Santità Giovanni
Paolo Il
E Maurizio: “Stai impazzendo? Ci spareranno addosso i franchi tiratori!
“Non ti preoccupare! E vedrai che cosa faremo noi due miserabili poliziotti d’Italia”.
Ci dirigemmo verso lo stadio, dove sostavano l’elicottero bianco della Marina
militare e due elicotteri della Polizia di Stato. Dissi sottovoce al capellone Maurizio :
“Vedrai che avremo anche le foto con il Papa polacco Karol Wojtila”.
“Sei il solito gradasso e burlone!”, mi gracchiò in faccia.
Verso le ore 18 noi due eravamo già nello stadio di Trento. Sugli spalti delle tribune
erano piazzati 6 tiratori scelti della Polizia di Stato, che avevano inquadrato sùbito il
mio amico Maurizio per il suo stravagante abbigliamento.
Ma lui aveva una placca della Polizia di Stato che luccicava.
Io estrassi da una tasca il mio tesserino con la placca e l’esposi verso i colleghi che
mi controllavano con potenti binocoli applicati sui fucili. Essi capirono e abbassarono
i fucili.
Nello stadio un tappeto rosso e i piloti degli elicotteri.
Noi due sembravamo i padroni dello stadio di Trento.
“Maurizio, siamo i padroni della situazione e la scorta esclusiva dell’elicottero
papale”, dissi con importanza. Mi avvicinai a un medico che sostava ai bordi dello
stadio davanti a un’ambulanza, poiché teneva tra le mani una potente macchina
ibtografìca dotata di un releobiettivo. Gli domandai gentilmente se poteva scattare
alcune foto mentre il Pontefice si accingeva a partire con l’elicottero della Marina
militare.
Lo stadio cominciava a riempirsi (in forma riservata) delle varie autorità e personale,
che camminavano su una corsia rossa. Il bianco elicottero era sorvegliato da due
carabinieri in alta uniforme con pennacchi rosso-blu.
Io dissi all’amico Maurizio di non spostarsi neppure di un millimetro perché ci
avrebbero fatti spostare, privandoci di una grande storica occasione di “gloria
immortale”. Arrivò il Pontefice. Prima di entrare nell’elicottero, diede una
benedizione ai presenti. E poi, rivolgendosi dalla nostra parte, sembrò dirci
paternamente: “Grazie anche a voi per la vigilanza perfetta!”. Io sorrisi “in modo
perfettissimo”.
Dopo qualche istante, il bianco elicottero della Marina militare s’alzò, scortato dai
due elicotteri della Polizia di Stato, mentre la piccola folla applaudiva e salutava
commossa il Pontefice.
Io andai a ringraziare il medico che aveva immortalato la storica scena, da me
organizzata rocambolescamente. Egli mi promise d’inviarmi le preziose foto (che
conservo tra i più cari e preziosi ricordi della mia avventurosa vita di poliziotto).
All’uscita dallo stadio, trovai (guarda caso!) proprio il funzionario della Polizia di
Stato che mi stava cercando per tutta la città di Trento. Egli mi domandò
preoccupato: “Ma Lei, Tommasi, dov’è stato fino a questo momento?”.
E io gli risposi candidamente: “Dottore, come d’accordo: ero di scorta al Pontefice,
perché la Polizia di Stato non deve mai mancare in queste occasioni .
Scoppiò in una fragorosa risata. E mi batté una mano su una spalla, molto divertito e
soddisfatto.
E il capellone Maurizio , detto “il cobra”:
“Glielo avevo detto, dottore: questo qui, sir Thomas, conte di Loreo, quando sente
odore d’incenso e olezzo di Vaticano, è sempre tra i piedi di pontefici, cardinali,
vescovi, abati, frati e suore”.
L’ANGOLO MUSICALE
di Angelo Franco
Umberto Giordano
Nato a Foggia nel 1867, dopo i primi studi musicali nella sua città natale, a
quattordici anni entra al Conservatorio di Napoli, seguendo i corsi di composizione
con Paolo Serrao, maestro anche di Leoncavallo e Cilea.
Partecipando nel 1888 al concorso Sonzogno, edizione, questa, vinta da Mascagni
con Cavalleria rusticana, si segnala all’attenzione del mondo musicale con la sua
prima opera Marina. Successivamente, l’editore Sonzogno gli commissiona una
nuova opera: Mala vita, poi rielaborata col titolo Il voto, con la quale aderisce, col
suo spiccato temperamento esuberante e virulento, agli ideali del gusto verista.
Nel 1894, dopo il fiasco della sua nuova opera Regina Margherita, viene licenziato
dall’editore Sonzogno, mettendosi ad insegnare scherma, soluzione, questa, tanto
gradita al padre che mai tollerò che il figlio si dedicasse alla carriera artistica.
Dopo lunghe mediazioni, Giordano è di nuovo assunto da Sonzogno, il quale gli
commissiona una nuova opera Andrea Chenier, che, dopo numerose vicissitudini, è
rappresentata con trionfo nel 1896.
Due anni dopo segue un nuovo successo: Fedora, seconda opera alla quale è legata la
fama dell’Autore, e nella cui prima rappresentazione si svelarono le qualità artistiche
di un grande tenore italiano: Enrico Caruso. Il successo è enorme, Giordano e Caruso
sono subissati di applausi.
Le opere successive: Siberia (1903), Marcella (1907), La cena delle beffe (1924) ed,
infine il Re (1929) non riscuotono quel successo di pubblico e della critica pari a
quello delle due grandi opere Andrea Chenier e Fedora.
Oltre alla produzione teatrale, Giordano ha lasciato poche liriche ed alcuni pezzi per
pianoforte, oltre ad un Inno per il Decennale per orchestra.
Muore a Milano nel 1948.
STORIA DEL CIBO
TIELLA
La Tiella, una elaborazione della pizza, è un piatto caratteristico della cittadina di
Gaeta. Le sue origini sono antichissime e la più antica testimonianza risale ad un
documento dell’anno 997 nel quale si parla delle “pizze di Gaeta”; questa data è
riportata anche in un articolo del mensile Focus (n°70 dell’agosto 1998). Il
documento dimostra l’importanza di tale cibo che era utilizzato anche come
pagamento in natura, insieme alla spalla di un maiale e ad alcuni polli, per l’affitto di
un mulino, e nello stesso tempo era considerato un alimento da “recupero” perché il
popolo usava riutilizzare per la farcitura i cibi avanzati. Il ripieno veniva posto su un
disco di pasta all’interno di una teglia, da qui il nome, e il tutto veniva poi ricoperto
con un secondo disco.
La storia di questa pietanza è legata indissolubilmente agli antichi borghi di Gaeta
perché la Tiella permetteva a contadini e pescatori, che non potevano tornare a casa
per il pranzo, di avere un pasto completo che si conservasse anche per alcuni giorni.
La Tiella, infatti, mantiene inalterato il suo gusto ed è saporitissima anche se
mangiata fredda.
Si narra che Ferdinando IV di Borbone ne fosse un estimatore; anzi, forse proprio
l’inventore della versione moderna. Sembra che il sovrano nei suoi soggiorni a Gaeta
amasse confondersi con gli abitanti del borgo marinaro e contadino, posto fuori le
mura, e che stupito dall’abilità con la quale le massaie preparavano la pizza,
elaborasse il doppio strato di pasta con il ripieno di pesce o di verdura.
Ovviamente ogni famiglia gaetana detiene il segreto della vera ricetta della Tiella che
era o è un vero e proprio rito. La Tiella è composta, come già detto, da due sottili
strati circolari di pasta, uno posto sull’altro, chiusi lungo i bordi; il ripieno è costituito
da prodotti della terra (zucchine, cipolle, scarola, melanzane, olive, peperoncino,
aglio, prezzemolo) o del mare (polpi, sarde, baccalà, alici) oppure da entrambi. Gli
ingredienti della pasta sono: farina, lievito di birra e sale; il condimento è
rappresentato da olio extra vergine di oliva e nient’altro. Non è una pietanza semplice
da fare perché una buona Tiella deve risultare morbida e non inzuppata nella pasta
esterna che deve essere sottile e ben cotta anche nella sfoglia inferiore e umida nel
ripieno. A Gaeta si usa una tecnica particolare che lascia il bordo tutto ondulato, forse
un inconsapevole omaggio a quel mare che per secoli è stato praticamente l’unica
fonte di sostentamento della città.
Per la pizza occorre una farina di grano molto fine che era abbondantemente
disponibile per la facilità con cui il grano veniva macinato nei vicini mulini ad acqua
di Mola (l’attuale Formia) e sul fiume Garigliano.
La Tiella richiede l’impiego del forno ma Gaeta era povera di frasche perciò
conveniva cuocerla insieme al pane, quando per consumare meno frasche, si poteva
utilizzare il forno già caldo.
Nel libro Gaeta-Guida Turistica di Pasquale di Ciaccio (Gaeta 1976) si legge: “(La
Tiella) la si mangia a quarti, senza l’aiuto delle posate. Non c’è gusto se non la si
prende tra le dita. In un esemplare che si rispetti il lembo inferiore non deve essere
gommoso da appiccicarsi ai denti o al palato, né spenzolare dalle dita come la lingua
di un cane affannato. I nostri antenati la preferivano condita abbondantemente. L’olio
– dicevano – deve poter scorrere sulle avambraccia. Difatti si rimboccavano le
maniche prima di mettersi a tavola”.
Un vero Gaetano, anche se astemio, quando mangia la Tiella, non berrà altro che
vino: l’acqua è un insulto alla Tiella. I vecchi dicono che bere l’acqua sulla Tiella
significa “farsela rimanere ‘nganna” (in gola)!
Un altro capolavoro di arte culinaria contadina, sempre col nome di Tiella, lo
troviamo in Puglia. Si tratta però di una specie di minestrone. Il nome viene utilizzato
per indicare nello stesso tempo sia il contenitore che il contenuto. Questo piatto è un
retaggio della dominazione spagnola in Puglia, la sua composizione non ha regole
fisse, ogni zona ha la sua, perché ogni famiglia, al ritorno dai campi, metteva a
cuocere insieme tutto quello che c’era nella dispensa.
Se non avete mai assaggiato questi due tipi di Tielle, provateli perché sono una vera e
propria prelibatezza.
Lillibeo
LETTERE IN REDAZIONE
(a cura di P. Franco Stano)
“Caro Direttore,
… Crede lei che alla fine impareremo donde si sale in bus e donde se ne esce?
O anche lei è fra quelli che il bus non prendendo mai non saprebbe nemmeno dire che
cosa accade alle singole fermate…?” (Cesare di Cesare).
“Caro signor Di Cesare, appartengo, e ne sono felice, alla categoria delle
persone che il bus lo prendono certo! E lo prendono, come direbbe, benché in altro
contesto, Gian Battista Marino “due tre volte e quattro e sei” al giorno, così che so
perfettamente quello che accade alle singole fermate e anche dentro l’automezzo.
Che dirle? Siamo talmente geniali che a volte, per un a strana e poco intelligente
furbizia, complichiamo le cose semplici per aver l’illusione di risolvere chissà che
cosa! E’ uno dei modi, mi lasci dire, per esaltare le nostre possibilità e per ritenerci
all’altezza più degli altri. Impareremo l’ordine? Credo di sì, ma ci vorrà molto
tempo, forse un paio di generazioni. Se si comincia a parlarne da subito,
però!”(P.F.S.).
“Egregio Direttore,
… Si torna a sputare per terra. E’ malcostume, segno di inciviltà. Ai miei
tempi, vi furono campagne scolastiche per educarci a non farlo. Che cosa sta
succedendo…?” (Angelo Mari).
“Cosa vuole che succeda, signor Mari! Ogni generazione è necessario che si
rieduchi da capo. Le cose non sono mai scontate. E se è vero, come diceva don
Abbondio, che il coraggio uno ce l’ha se ce l’ha e se non ce là non se lo può dare,
forse questo può essere vero anche per la creanza. Ad essa ci si educa certo, ma sulla
base, vorrei dire, di un fatto istintivo, che è il presupposto della buona e della non
buona educazione. Speriamo che con gli sputi non ritornino malattie che si
ritenevano battute. Non credo che ci sia molto da temere, tuttavia: la medicina ha
fatto passi da gigante in questi ultimi tempi e anche se scarseggia l’acqua, non è
detto che…!”(P.F.S.).
“Rev.do padre, perché sulle due tavole della Legge mosaica, si scrivono tre
comandamenti da una parte e sette dall’altra? Non se ne potrebbero scrivere
armonicamente cinque per parte… “(Livia D’Angelo).
“Sa, signora D’Angelo? I primi tre sono di carattere religioso, gli altri sette di
carattere morale. Distinguerli è utile anche per ragioni educative. E se i primi tre
riguardano il nostro rapporto con Dio, i secondi sette riguardano il nostro rapporto
fra noi e con la storia che dobbiamo costruire insieme nel nome di Dio” (P.F.S.).
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