Conferenza AISRe 2009 POLITICHE DEL LAVORO E DISTRIBUZIONE REGIONALE DELLA DISOCCUPAZIONE IN ITALIA: LETTURA DELLE EVIDENZE NEL DECENNIO 1996 – 2006 IN CHIAVE EUROPEA Autore principale: Massimo Battaglia Scuola Superiore Sant’Anna – MAIN Lab P.zza Martiri della Libertà 33, Pisa +39 050 883815 [email protected] Co-autori: Fabio Iraldo, Tiziana Barsotti It is widely known that one of the most important economic and social facts concerning the European Union consists in the mismatch among its regions in terms of unemployment rates. The purpose of this paper is that of analysing the role of the geographical mobility of production inputs (in particular of labour) in the automatic adjustment mechanisms; in particular, it aims at examining and measuring the efficiency of Italian policies for labour market carried out in the last 10 years, in terms of reduction of the regional disparities in comparison with the whole European distribution of unemployment. The theoretical framework basically consists in the Growth Theories: the classical ones (Borts and Stein 1964, 1968; Richardson, 1969; Coelho and Shepherd, 1979), the New economic Geography (Krugman 1991; Krugman and Venables, 1996; Krugman 1998), and, finally, the literature on convergence across countries and regions (Barro and Sala – i – Martin, 1995). According to many authors (such as: Blanchard and Katz, 1992; Nickell, 1997; Obstfeld and Peri, 1998; Nickell and Layard, 1998; Mauro, Prasad and Spilimbergo, 1999; Overman e Puga, 2002), the mismatches characterizing the geographical concentration of unemployment in some EU regions (especially when compared with US ones) are indicative of strong labour market rigidities, that raise aggregate unemployment and hinder automatic adjustments to exogenous shocks. In particular, wages do not seem to reflect local labour market conditions: as a result, neither capital nor labour migrates sufficiently to reduce regional unemployment disparities. In this context, Italy has been always characterized by a wide and persistent dualistic development process between the richer North-Centre regions and the poorer Southern ones. Since the seventies, Italian geographical mobility has decreased constantly despite the persistent economic disparities between Centre-North and South of Italy. Italy at the beginning of the Nineties was among those EU Member States imposing stricter legal bounds in terms of employment protection, obstacles to discharges, market regulation and tax burdens, while allowing inadequate wage variability, insufficient geographical mobility, low flexibility in working time and scant resort to part time and to term contracts (Faini, 1995; Frey, 1996; Galli, 1996; De Nardis and Galli, 1997; Moro, 1998; Padoa Schioppa Kostoris, 1999). This explains why, in the second half of the nineties, the government adopted a series of policies addressed to the labour and house markets, in order to restore flexibility and so to reduce the geographical mismatch between labour demand and supply. In this paper, we question if these policies have been successful or the territorial dimension has still a role on the unemployment problem of Italy. We try to answer to this question by calculating Theil Index (Walsh and O’Kelly, 1979) using data from 1996 to 2006 on unemployment and participation from Eurostat on NUTS 2 level. We have chosen Theil Index because of its properties that make it a powerful instrument to produce data and to analyze patterns and dynamics of inequality. The analysis focuses on the position of Italy in comparison with the other EU countries (in the ten considered years) and on the contribution of each EU country to European regional distribution of unemployment. Our results show that Italy has still a prominent role in the geographical disparities among regions and that its contribute to the geographical concentration of unemployment is still high (especially if we consider female and youth unemployment). In the final part we resume the most convincing policies prescriptions suggested in these years in order to stimulate workers’ geographical mobility in Italy. 1 Conferenza AISRe 2009 1. INTRODUZIONE: QUADRO TEORICO DI RIFERIMENTO E REALTA’ DEL MERCATO DEL LAVORO IN EUROPA Il contesto europeo si è caratterizzato in questi anni per la profonda e persistente polarizzazione della disoccupazione a livello regionale non controbilanciata da flussi migratori rilevanti di lavoratori dalle regioni meno sviluppate verso quelle con maggiori possibilità di trovare un impiego. Effettivamente, soprattutto se si considerano i livelli regionali, la convergenza in Europa, contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti, si presenta molto lenta e caratterizzata da periodi in cui si assiste ad una tendenza opposta di divergenza o di persistenza dei divari. In questo dibattito, inoltre, vi è quasi unanime consenso sul fatto che i processi di convergenza/divergenza in Europa siano fortemente influenzati dalle condizioni economiche e istituzionali che regolamentano il mercato del lavoro (Daniele 2002; Commissione Europea 2007): da qui il crescente interesse verso studi ed indagini orientati a indagare tali meccanismi di regolamentazione e gli effetti che tali meccanismi producono sui fattori di aggiustamento automatici di mercato. Secondo quanto rilevabile dai modelli teorici classici, in assenza di fattori di rigidità che caratterizzino il mercato del lavoro e in condizioni di remunerazione dei fattori alla loro produttività marginale, gli squilibri regionali dovrebbero essere un fenomeno di breve periodo (Layard et al., 1991, Manacorda, Petrongolo, 2005), ed ogni eccesso di offerta di lavoro dovrebbe scomparire nel lungo periodo, sia perché i lavoratori migrano dalle regioni povere verso quelle ricche (mobilità del lavoro) spinti da remunerazioni più elevate, sia perché l’aumento dell’offerta di lavoro dovrebbe creare la sua stessa domanda attraendo investimenti di capitali (sotto forma di trasferimenti da parte di imprese già esistenti o di creazione di nuove imprese) nelle regioni povere (mobilità di capitale) (Borts, Stein 1964; Borts, Stein 1968; Richardson, 1969; Coelho, Shepherd, 1979). In realtà il persistere di squilibri a livello regionale europeo suggerisce che la mobilità dei fattori non sia sufficiente per colmare il gap tra regioni ricche e regioni deboli, e che inefficienze nei meccanismi di aggiustamento nei mercati del lavoro tendano a ripercuotersi sulla distribuzione della disoccupazione dei diversi paesi, soprattutto in un’ottica di lungo periodo, creando flussi di mobilità di capitale e lavoro opposti rispetto a quelli attesi. In particolare, in caso di assenza di fattori di differenziazione salariale tra aree a diverso livello di sviluppo, la tendenza alla concentrazione delle attività economiche può condurre ad una prevalenza delle forze della divergenza su quelle della convergenza regionale, un fenomeno cui avrebbe contribuito anche la maggiore integrazione economica derivante dalla formazione dell’Unione Europea (tra gli altri Krugman, 1995; Frujita, Krugman, Venables, 1999). Da questo punto di vista, l’evidenza empirica ha mostrato negli studi tesi a confrontare la realtà europea con quella degli Stati Uniti, ampiamente il perdurare di condizioni di squilibrio nel nostro continente rispetto a quanto non avvenga (e non sia accaduto già in passato) oltreoceano. Tra i principali studi si possono richiamare Blanchard, Katz (1992), Overman, Puga (2002), Obstfeld, Peri (1998), Decressin, Fatas (1994). Tra i fattori di freno alla mobilità che sono stati identificati in Europa e che hanno dimostrato in questo contesto di rappresentare elementi di criticità rispetto a meccanismi di corretta allocazione, un ruolo predominante è stato indubbiamente attribuito alla rigidità salariale; se i salari calassero nelle regioni caratterizzate da disoccupazione alta e permanente, il minore costo per unità di lavoro attrarrebbe investimenti (imprese) in queste regioni, e i bassi salari relativi agirebbero come un incentivo in più per i lavoratori ad emigrare verso le regioni con un tasso di disoccupazione relativo più basso (Mauro, Prasad, Spilimbergo, 1999; Obstfeld, Peri, 1998). Diversamente l’evidenza empirica mostra come i salari siano molto più rigidi in Europa che negli Usa (Obstfeld, Peri, 1998) e come gli stessi rispondano molto poco 2 Conferenza AISRe 2009 ai differenziali di produttività e di disoccupazione del mercato del lavoro locale, impendendo l’innesco automatico di quei meccanismi di mobilità dei fattori produttivi capaci di ridurre le disparità regionali della disoccupazione (Bertola, 1999). Gli elementi che impediscono tale flessibilità risultano molteplici e riguardano sia l’assetto della contrattazione delle retribuzioni (contrattazione centralizzata vs. negoziazione decentrata a livello di impresa e/o a livello territoriale), le varie regolamentazioni del mercato del lavoro (scarsi differenziali nei salari, nelle forme di orario ridotto, scarsa flessibilità nella determinazione dei salari per i contratti atipici, fissazione di salari minimi), la tendenza a fissare in alcuni paesi sussidi di disoccupazione elevati, ed infine gli effetti distorti prodotti dal cuneo fiscale sui salari. Dal primo punto di vista la maggior parte degli studi fino ad oggi effettuati hanno dimostrato come i paesi caratterizzati da un sistema di contrattazione salariale centralizzato, in cui i salari siano determinati soprattutto a livello nazionale, risultino caratterizzati da differenziali salariali interregionali meno marcati, con l’effetto di una riduzione, anche significativa, degli incentivi alla mobilità sia del lavoro che del capitale. Questo implica che contrattare una moderazione salariale e dei prezzi a livello aggregato potrebbe avere effetti di rilievo sulla disoccupazione, senza assicurare quelle variazioni relative dei salari necessarie a favorire il riequilibrio del mercato del lavoro mediante la mobilità regionale e settoriale (Nickell, 1997; Buti e al. 1998, Pench, Sestito, Frontini, 1999; OECD, 1999; Bertola, 1999). Inoltre la contrattazione centralizzata tende a perseguire un obiettivo egualitario, che non permette ai salari di adattarsi alle condizioni locali del mercato del lavoro, ma anzi tende a comprimere fortemente la dispersione dei tassi di salario tra lavoratori in tutte le unità geografiche e in tutti i settori (Bertola, 1999; Caroleo e Coppola, 2006). Diversamente i paesi caratterizzati da una contrattazione decentrata a livello di impresa hanno sempre dimostrato le performance occupazionali migliori (Calmfors, Driffill, 1988; Calmfors, 1993). Con riferimento alle regolamentazioni del mercato del lavoro, è opportuno sottolineare come queste abbiano teso a tutelare (in particolare nei paesi del sud Europa) coloro che già operassero nel mercato del lavoro (insider), a scapito di coloro che fossero alla ricerca di una occupazione (outsider), con l’effetto di diminuire i flussi in entrata e in uscita dal bacino dei disoccupati aumentandone la durata, e con il conseguente risultato di una diminuzione della disoccupazione di breve periodo e un aumento di quella di lungo periodo (Nickell-Layard, 1998; Blanchard, 1998; Moro, 1998; Moro, Sylos Labini, Modigliani, 1998; Buti, Franco e Pench, 1999). Inoltre regolamentazioni troppo stringenti hanno stimolato l’aumento di posti di lavoro irregolari, scaricando il carico fiscale sul settore regolare e rallentando l’innovazione di prodotto e di processo (Buti e al. 1999; Blanchard 1999; Buti, Franco e Pench, 1999). Un’ulteriore istituzione che tende ad allentare l’aggiustamento del mercato del lavoro è il sussidio di disoccupazione che in molti paesi dell’Europa continentale sarebbe sostanzialmente più alto, di durata significativamente più lunga rispetto ad altre economie avanzate extraeuropee e di entità non decrescente con la durata della disoccupazione. I sussidi agiscono sui salari di mercato alzando il salario di riserva dei disoccupati, con il duplice effetto di spingerli a non accettare le offerte di lavoro esistenti (Casavola et al, 1995) e a stimolare una riduzione della pressione degli outsiders ad abbassare i salari nelle aree caratterizzate da alta disoccupazione, con conseguente chiusura dei differenziali salariali (Mauro, Prasad e Spilimbergo, 1999; Caroleo, 2000). Tuttavia non mancano in letteratura dimostrazioni su come l’impatto di un sistema di benefici relativamente generoso potrebbe essere bilanciato dalle giuste politiche attive che aiutino i lavoratori a rientrare nel mercato del lavoro (Nickell, 1997; FMI, 1999). Tali politiche sembrano funzionare particolarmente bene se affiancate da un sistema di sussidi limitato nel tempo: in questo modo si riduce la disoccupazione di lungo periodo e si allevia il disagio sociale che potrebbe essere causato da semplici benefici discontinui nel tempo, senza offrire assistenza attiva per trovare un lavoro (Nickell, 1997). L’ultimo aspetto riguarda infine il cuneo fiscale, costituito dalle tasse sul reddito, dai contributi sociali e dalle tasse indirette 3 Conferenza AISRe 2009 sui beni di consumo che divaricano il salario percepito dai lavoratori dal costo del lavoro. Tale sistema di tassazione non avrebbe effetti significativi sull’occupazione aggregata e sulla produzione ma, a suo livello globale e in caso di concorrenza imperfetta, contribuirebbe ad innalzare il costo del lavoro e a determinare l’incentivo al lavoro, aumentando la conflittualità salariale e la resistenza alle riduzioni salariali verso il basso (Nickell, 1997; FMI, 1999). La letteratura in materia ha dunque ben messo in evidenza come le rigidità che affliggono la determinazione del salario non siano solo molteplici e complesse, ma anche intercorrelate. Inoltre, a titolo di completezza, è opportuno ricordare come queste non rappresentino le uniche forme di rigidità presenti nel mercato del lavoro europeo, ma, collegati alle rigidità salariali, ci siano anche altri fattori di natura istituzionale e sociale che caratterizzano il mercato del lavoro europeo e che possono concorrere a spiegare i persistenti tassi di disoccupazione. Tra questi si evidenzia, ad esempio, la presenza di inefficienti istituzioni preposte a facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, che alzano i costi di informazione associati alla ricerca di un impiego in altre regioni e scoraggiano la propensione ad emigrare delle forze lavoro, o ancora fattori di tipo sociale, culturale e di tradizione e altre barriere intangibili che spingono all’immobilismo sia all’interno di uno stesso paese, che oltre i suoi confini (barriere linguistiche e amministrative, asimmetria informativa, sistemi educativi, professionali e sociali diversi tra stati membri) (tra gli altri, De Nardis, Galli, 1997; Moro e al. 1998; Kostoris Padoa Schioppa, Basile, 2002; Commissione Europea, 2007). In conclusione possiamo affermare che il basso livello di mobilità del lavoro in Europa è il prodotto dell’interazione tra le caratteristiche istituzionali e gli incentivi economici. Infatti, la migrazione dei lavoratori europei, sia all’interno che oltre i confini nazionali, massiccia nei primi decenni post-bellici, si è ridimensionata quando il differenziale di reddito si è ridotto, ed è cessata del tutto quando, intorno agli anni ’70, le relazioni industriali e le istituzioni del mercato del lavoro hanno realizzato una configurazione rigida del mercato del lavoro stesso. Attualmente soltanto il 2% della popolazione dell’UE risiede in un Paese dell’Unione diverso da quello di origine e la mobilità del lavoro è bassa sia all’interno che attraverso i confini nazionali (Commissione Europea, 2008). 2. LA REALTA’ ITALIANA FINO A META’ ANNI ‘90 E LE SUCCESSIVE POLITICHE DEL LAVORO Nel quadro europeo l’Italia si è sempre distinta per l’ampio e persistente divario di sviluppo tra le ricche regioni settentrionali e le più arretrate regioni meridionali. Nonostante questo, a partire dagli anni Settanta, si è assistito ad un costante e progressivo calo della mobilità interna dei lavoratori che non ha in generale coinciso con il superamento degli squilibri nelle condizioni dei mercati del lavoro regionali: a metà degli anni ’90, i forti differenziali nei tassi di disoccupazione e le disparità nei tassi di partecipazione al mercato occupazionale sono ancora una realtà ma, contrariamente a quanto avveniva negli anni ’50 e ’60, non sono tali da alimentare i cospicui flussi migratori dalle regioni svantaggiate del Mezzogiorno verso quelle del Nord Italia. A metà anni ’90 il tasso di disoccupazione era pari al 21,2% nel Mezzogiorno e al 7,6% nel resto del paese, e diveniva addirittura pari al 56% per i giovani del Sud sino a 24 anni (contro il 33,3% del resto del paese) e al 64,3% per le giovani donne meridionali, contro il 16,5% delle altre regioni. In nessun altro paese dell’OCSE erano presenti divari così ampi per regioni, sesso ed età. (ISTAT, 1996). Da questo ritratto emerge dunque che, a metà degli anni Novanta, in Italia la disoccupazione non solo era concentrata a livello geografico (nel Mezzogiorno), ma anche distribuita per categorie e prevalente tra i nuovi entranti nel mercato del lavoro (giovani) e tra la popolazione attiva femminile. 4 Conferenza AISRe 2009 All’elevata concentrazione di disoccupazione tra i giovani e le donne faceva riscontro un’elevata permanenza nello stato di disoccupazione: in Italia quasi il 60% dei disoccupati era tale da più di 1 anno (percentuale che scendeva a 42,9% nella media europea e a 12% negli USA). Nel decennio 1983-1993 l’Italia risultava il paese con la più bassa incidenza dei disoccupati in senso stretto (cioè di coloro che avevano perso o lasciato un precedente lavoro) sul totale delle forze lavoro. Questo dato indica che in Italia la perdita del posto di lavoro o l’abbandono di un posto per cercarne uno diverso e/o migliore era un evento molto più raro che negli altri paesi, mentre era massima la disoccupazione tra i nuovi entranti (5,2% a fronte di valori che oscillavano tra lo 0,4% e l’1,7% in altri paesi) (Bureau of Labour Statistics 19831993). Inoltre, sempre secondo la definizione del BLS, l’Italia risultava il paese con il più alto tasso di disoccupazione allargato: cioè, se ai disoccupati convenzionali si aggiungevano i lavoratori scoraggiati (coloro che avrebbero voluto un lavoro ma avevano rinunciato a cercarlo, e quelli che lavoravano a tempo parziale, ma avrebbero voluto lavorare a tempo pieno) il tasso di disoccupazione italiano (media del decennio 1983-1993) balzava dall’8% al 17,5%, il più alto tra tutti i paesi considerati. È evidente la connessione tra i due fenomeni (cioè tra il basso tasso di disoccupati in senso stretto e l’alto tasso di disoccupazione allargato): in Italia, più che nel resto d’Europa, chi era fuori dal mercato del lavoro (outsiders) aveva poche probabilità di entrarvi in tempi ragionevoli, mentre chi era dentro (insiders) aveva un grado di protezione superiore a quello di quasi tutti gli altri paesi (Frey, 1996; Moro, 1998) Sul piano della distribuzione territoriale della disoccupazione, sempre nel confronto europeo l’Italia era inoltre il paese, tra quelli più rilevanti in termini di contributo al Valore Aggiunto europeo, con la più alta disparità regionale nei tassi di disoccupazione (Cafiero, Bianchi 1997): Disparità regionali di disoccupazione – Dati 1993 STATI MEMBRI Indice di disparità regionale* Italia Spagna Regno Unito Francia Olanda Germania esclusi i nuovi Laender 5,9 5,5 2,4 2,0 0,7 1,9 * L’indice è costruito come scarto quadratico medio tra i tassi regionali e il tasso medio nazionale di disoccupazione. Gli scarti sono poi stati ponderati in relazione all’offerta di lavoro di ogni regione. (Fonte: Cafiero, Bianchi 1997) A fronte di una realtà quale quella sopra descritta, a metà degli anni Novanta i flussi di emigrazione dal Mezzogiorno hanno subito una significativa contrazione, con la conseguente accettazione di condizioni di disoccupazione o di sotto-occupazione destinate a protrarsi anche per lunghi periodi; un fenomeno che, oltre alle classi di età più elevate, ha interessato anche le classi giovanili tra le quali la propensione alla mobilità avrebbe dovuto essere maggiore (Livi Bacci, 1996). Gli studi condotti dalla metà degli anni ’90 fino alla fine del secolo hanno identificato una serie di fattori di distorsione presenti in Italia che agivano come vincoli a freno della mobilità e che impedivano il corretto funzionamento dei tradizionali meccanismi di redistribuzione dell’occupazione; tali vincoli erano riconducibili sia a fattori legati alla struttura del mercato del lavoro italiano, sia alle distorsioni presenti nel mercato delle abitazioni, sia quale risultato delle politiche assistenzialiste dello Stato promosse in favore del Mezzogiorno. Le rigidità che caratterizzavano il mercato del lavoro italiano riguardavano diversi aspetti; innanzitutto i meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro, la cui intermediazione 5 Conferenza AISRe 2009 era gestita da inefficienti agenzie pubbliche di collocamento che operavano in regime di monopolio statale e che risultavano incapaci di garantire un servizio che oltre alla dimensione locale fosse in grado di mettere in comunicazione le necessità delle diverse aree del paese (Bosco, 2000). A questo si aggiungevano le scarse possibilità di utilizzo di forme flessibili di occupazione: limitazioni nella stipula di contratti a termine (che potevano essere adottati solo in condizioni limitate temporalmente, predeterminate dal legislatore e previo accordo sindacale), elevata onerosità per le aziende nell’utilizzo di lavoro part-time, stringente regolamentazione del licenziamento (giusta causa e/o giustificato motivo, con obbligo al reintegro, e tempi di giudizio molto lunghi) (Boeri, 1997; Pelaggi, Piccininno, 1997). Un altro elemento cardine caratterizzante il mercato del lavoro italiano rendendolo estremamente rigido e tale da non favorire la mobilità né dei lavoratori né delle imprese da e verso il Sud Italia era dato dalla sostanziale uniformità nella distribuzione salariale tra aree geografiche, a seguito dei minimi salariali stabiliti a livello nazionale (Gavosto, Rossi, 1997; Caroleo, Pastore, 2000; Sestito, 2002); nel contesto europeo, nel 1994 l’Italia era il paese in cui risultava più bassa la dispersione delle retribuzioni (OECD, 1994). La prevalenza di un sistema centralizzato di determinazione dei salari avrebbe impedito, secondo la maggioranza degli economisti (tra gli altri: Gavosto, Rossi, 1997; Boeri, 1997; Faini, 1999; Kostoris Padoa Schioppa F., Basile, 2002), il raggiungimento di differenziali salariali che rispecchiassero le profonde differenziazioni che si manifestavano sul territorio, sia in termini di produttività del lavoro e di livelli di disoccupazione, che in termini di costo della vita (Campiglio, 1996). Questo avrebbe ridotto i margini di redditività delle imprese operanti nelle aree meridionali (dove la crescita della produttività era più bassa) e avrebbe mantenuto il saggio del salario sopra il livello che avrebbe assicurato il pieno impiego (Casavola et al.1995). Alle rigidità richiamate del mercato del lavoro italiano, come anticipato, vanno poi aggiunte le distorsioni che hanno caratterizzato il mercato delle abitazioni nazionale. L’evidenza empirica dimostra che il differenziale nei prezzi delle abitazioni tra Nord e Sud del paese è un fattore importante nello spiegare la progressiva diminuzione della mobilità in Italia (Cannari, Nucci, Sestito, 2000). Oltre alla mancanza di una differenziazione salariale capace di coprire i maggiori oneri che i lavoratori del Mezzogiorno avrebbero dovuto sostenere per un affitto nelle regioni settentrionali, un ruolo determinante lo ha giocato la legge 392/78 (il cosiddetto “equo canone”) che, bloccando la crescita degli affitti, ha reso poco remunerativa la locazione di un immobile, causando un progressivo calo dell’offerta delle abitazioni in affitto. Tutto ciò ha prodotto una serie di distorsioni profonde nel mercato dell’abitazione, non solo per la crescita abnorme della quota dello stock abitativo in proprietà, ma soprattutto per effetto della creazione di un duplice mercato degli affitti: quello vincolato a prezzi d’uso delle abitazioni, progressivamente calanti in termini reali, e quello parallelo e illegale delle abitazioni affittate a prezzi nettamente superiori, con la conseguenza ultima di un forte freno alla mobilità (Livi Bacci, 1996; Ricci, 1996; Cannari, Nucci, Sestito 1997; Cipolletta e al. 2005; Baldini, Chiarolanza 2007; Coppo, 2008). Alle leggi che regolavano il mercato dell’affitto, si aggiungeva poi una legislazione della compravendita che penalizzava i trasferimenti tra privati, con un sistema di tassazione che colpiva gli immobili tutte le volte che si verificasse un passaggio di proprietà (Galli, 1996; Cipolletta e al. 2005). Un giudizio negativo, infine, spetta anche alla gestione dello stock dell’edilizia pubblica in funzione della mobilità potenzialmente attivabile (Ricci, 1996; Coppo, 2008). Infine, alle rigidità del mercato del lavoro e alle distorsioni di quello delle abitazioni, vanno aggiunte le politiche pubbliche in favore del Mezzogiorno che hanno scoraggiato l’iniziativa dei giovani in termini di mobilità verso aree a maggiore crescita. L’ampia presenza di posti di lavoro nella Pubblica Amministrazione o nella grande industria sempre di proprietà pubblica (Faini, 1999), gli ingenti trasferimenti pubblici diretti sotto forma di pensioni sociali, spese pubbliche e sussidi finanziari agli investimenti (Manacorda, Petrongolo, 2004) e infine lo 6 Conferenza AISRe 2009 sviluppo di una economia sommersa capace di impiegare “al nero” giovani lavoratori disoccupati (Brunetta, 1995; Meldolesi, 1996; Faini, Galli, Rossi, 1996; Rossi, 1997), avrebbero concorso a alimentare il cosiddetto fenomeno della “disoccupazione d’attesa” (wait unemployment). Di fatto, tali fattori spingevano i giovani del Mezzogiorno ad aspettare il lavoro sicuro e a condizioni retributive mediamente più favorevoli nel settore pubblico, piuttosto che accettare un lavoro immediato, ma meno sicuro nel settore privato e situato nelle regioni centro settentrionali del paese (Bishop, 1997; Kostoris Padoa Schioppa F., Lupi, 1998; Mencarini, 1999; Niccoli, 2002), un’attesa supportata dalla possibilità di svolgere nel frattempo impieghi al nero (Attanasio, Kostoris Padoa Schioppa F., 1991; Casavola e al., 1995; Meldolesi, 1996; Mencarini, 1999). È proprio a partire da queste considerazioni e per adeguarsi alle prescrizioni della Strategia Europea dell’Occupazione (SEO)1 che, negli anni Novanta, si avvia in Italia un processo di riforme strutturali del mercato del lavoro volte ad accrescerne la flessibilità, sia attraverso la riforma del sistema di contrattazione salariale, sia attraverso l’introduzione di forme contrattuali più flessibili, in un quadro di mantenimento della regolamentazione sul lavoro standard. Da questo punto di vista, i cambiamenti più importanti in Italia sono derivati da tre passaggi: il cosiddetto “Pacchetto Treu” del 1997, la normativa dei contratti a tempo determinato del 2001 e la “legge Biagi” del 2003 (Dell’Aringa, 2009). La legge che ha avviato un profondo processo di riforma del diritto del lavoro italiano e che ha introdotto le prime importanti innovazioni nel mercato del lavoro è la legge 196 del 1997 (più nota come “pacchetto Treu”). Con il pacchetto Treu, grazie alle profonde modifiche alla precedente normativa in tema di contratti a tempo determinato, part-time, formazione lavoro, apprendistato, e all’introduzione di nuove forme contrattuali (cosiddetti “contratti atipici”), si è cercato di abbassare i vincoli al potere di assunzione e licenziamento delle imprese e di ampliare le possibilità di accesso al mercato del lavoro soprattutto di quelle fasce della popolazione considerate a maggiore difficoltà (donne e giovani). Un secondo tassello importante sulla strada della flessibilizzazione arriva nel 2001 con il decreto legislativo n.368/2001 che liberalizza fortemente il ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato, ampliando significativamente, sia dal punto di vista organizzativo che tecnico – produttivo, la gamma dei casi cui si possa farvi riferimento. Nonostante tutto, nel settembre del 2001 la Commissione Europea, in occasione della presentazione del pacchetto di raccomandazioni agli Stati membri per l’attuazione dei provvedimenti in tema di occupazione per il 2002, sottolinea il permanere di “numerosi problemi strutturali del mercato del lavoro italiano”, riguardanti in particolar modo “l’occupazione giovanile e femminile e i forti divari occupazionali che ancora caratterizzano il nord e il sud del Paese” (Commissione delle Comunità Europee, 2001). Partendo proprio dalle criticità espresse a livello europeo, il governo pubblica nell’ottobre del 2001 il “Libro Bianco” in materia di occupazione, provvedimento che apre la strada alla legge delega n.30 del 14 febbraio 2003 (Legge Biagi) e ai successivi decreti attuativi che ridisegnano la riforma del mercato del lavoro varata da Treu nel 1997. L’obiettivo è quello di ottenere regole più moderne, modulabili e adatte alle esigenze dei lavoratori e delle imprese, favorire l’emersione del lavoro nero e garantire una tutela più equa per tutti coloro che si affacciano sul mercato (ISFOL, 2004). Le novità introdotte dal decreto riguardano, da una parte l’innovazione degli istituti preposti all’incontro fra domanda e offerta di lavoro al fine di renderli più efficienti e competitivi aprendo il mercato anche ad 1 La SEO, pone una forte enfasi sulla flessibilità e sulla mobilità del lavoro facendo riferimento alla teoria delle aree monetarie ottimali e in particolare ai meccanismi di aggiustamento richiesti da shocks esogeni. Tuttavia il modello dell’Unione Europea non considera solo le politiche per la concorrenza, ma anche l’introduzione o il potenziamento di interventi di politica sociale che preservino l’equità. (Consiglio Europeo di Lussemburgo, 13 dicembre 1997, Bollettino UE 12-1997) 7 Conferenza AISRe 2009 operatori privati, e dall’altra il riassetto e l’ampliamento delle tipologie contrattuali flessibili, allargando il campo di applicazione di istituti già esistenti (lavoro part-time e contratto di apprendistato) e introducendone di nuovi (lavoro a chiamata, lavoro ripartito e lavoro a progetto). Lo stesso Libro Bianco evidenzia che “ancora limitati appaiono i movimenti di coloro che sono in cerca di lavoro, ostacolati da una struttura eccessivamente rigida delle retribuzioni e da elevati costi indiretti (abitazione, trasporti)” [Libro Bianco, pag. 22], ad evidenziare l’importanza che la dimensione spaziale assume in questo ambito. Peraltro, l’introduzione di forme contrattuali flessibili, la riduzione dei vincoli all’assunzione e al licenziamento, le politiche volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, riducendo la durata dei rapporti di lavoro e stimolando gli individui alla ricerca di occupazione, avrebbero dovuto anche incentivare i passaggi da un’impresa ad un’altra (mobilità lavorativa) e da una regione ad un’altra (mobilità geografica) (Leombruni, Malpede, 2002). Con riferimento invece alle distorsioni sul mercato delle abitazioni, già a seguito della parziale liberalizzazione delle locazioni per uso abitativo introdotta con i cosiddetti “patti in deroga” (legge 359/92), si è registrata una crescita sia dell’offerta delle abitazioni in affitto che di domanda delle stesse da parte delle famiglie. In seguito, con la legge 431/98 viene abrogata buona parte della normativa in materia di equo canone (L.392/78), sfratti (L.61/89) e patti in deroga (L.359/92), in modo da avviare una liberalizzazione controllata dei canoni delle abitazioni in affitto, eliminare le distorsioni e le speculazioni che la regolamentazione dell’equo canone ha contribuito a determinare, cercare di fermare la progressiva riduzione dell’offerta di case in affitto e porre le premesse per una sua espansione. L’azione coordinata di queste due linee normative avrebbe dovuto innescare effetti positivi, non solo in termini di incremento assoluto dell’occupazione (soprattutto tra i giovani e le donne, che risultavano classi sociali più colpite dalla disoccupazione), ma anche nel ridurre le disparità territoriali che ancora interessavano il paese alla fine del secolo scorso. In effetti, in Italia, dal 1999 al 2006, si assiste ad un calo costante dei tassi di disoccupazione (dal 10,9% del 1999 al 6,8% del 2006) e ad un aumento del tasso di occupazione (dal 53,7% al 58,4%), con effetti positivi sulla riduzione della disoccupazione a livello assoluto. Fig. 1 Occupazione in Italia dal 1993 al 2006 23500 23000 Legge Contratto a termine 2001 22500 22000 Pacchetto Treu 1997 21500 Legge Biagi 2003 21000 Occupati. Migliaia di unità 20500 20000 19500 19000 2006 2005 2004 2003 2002 2001 2000 1999 1998 1997 1996 1995 1994 1993 18500 Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 8 Conferenza AISRe 2009 Fig. 2 Disoccupazione in Italia dal 1993 al 2006 3000 2500 Pacchetto Treu 1997 2000 Legge Contratto a termine 2001 1500 Disoccupati. Migliaia di unità 1000 Legge Biagi 2003 500 2006 2005 2004 2003 2002 2001 2000 1999 1998 1997 1996 1995 1994 1993 0 Fonte: elaborazioni su dati ISTAT A questo punto, nell’ambito del presente lavoro, interessa capire se queste politiche siano state efficaci anche nell’eliminare, o quantomeno ridurre, quelle disparità di carattere territoriale che interessavano l’Italia rispetto agli altri paesi europei; a noi interessa cioè verificare se, a livello totale e per ripartizione di genere e età, le politiche sopra richiamate abbiano prodotto effetti sulla dimensione spaziale della distribuzione della disoccupazione, avvicinando l’Italia al resto d’Europa. 3. DISTRIBUZIONE DELLA DISOCCUPAZIONE IN ITALIA NEL DECENNIO 1996 – 2006 ALL’INTERNO DEL CONTESTO EUROPEO Per misurare l’efficacia delle politiche di riforma del mercato del lavoro nel ridurre le disparità regionali italiane anche in relazione al contesto europeo, si è compiuta un’analisi che ci permettesse di calcolare il livello di concentrazione e polarizzazione della disoccupazione tra le varie regioni europee. Lo strumento di misurazione che è stato utilizzato per il calcolo è l’indice di concentrazione (o di disuguaglianza) di Theil (Walsh, O’Kelly, 1979) impiegato in letteratura per misurare la dispersione a livello territoriale di un qualsiasi fenomeno economico (come, ad esempio, la disuguaglianza salariale o di PIL pro capite). In questa sede è stato scelto l’indice di concentrazione di Theil perché presenta alcune caratteristiche particolarmente utili ai fini dell’analisi. Anzitutto l’indice di concentrazione di Theil ha la proprietà di avere un limite inferiore (ovvero un minimo) e un limite superiore (ovvero un massimo), e questo determina la sua prima caratteristica importante, cioè la possibilità di essere normalizzato, consentendo di confrontare i risultati dell’indice stesso fra aree differenti. La seconda proprietà particolarmente interessante consiste nel fatto che questo indice può essere disaggregato in due componenti misuranti, entrambe, un aspetto diverso della concentrazione: la componente beetween, che misura la concentrazione tra gruppi di regioni, e la componente within, che misura il livello di concentrazione entro gli stessi gruppi (Walsh e O’Kelly, 1979; Terrasi, 1995). In particolare, per costruire l’indice, sono stati utilizzati dati di fonte EUROSTAT relativi ai paesi dell’Unione Europea, scomposti a livello NUTS 2, e relativi a disoccupazione 9 Conferenza AISRe 2009 e partecipazione della forza lavoro; l’indice è stato calcolato sia a livello assoluto che per la forza lavoro femminile e giovanile (fascia di età 15 - 24), vista la particolare criticità di queste classi di lavoratori nei confronti di occupazione e di disoccupazione. Per prima cosa si è calcolato l’Indice normalizzato di concentrazione di Theil per gli anni 1996, 2001 e 2006 al fine di capire se il fenomeno della concentrazione territoriale della disoccupazione all’interno di ciascun paese fosse cresciuto, diminuito o fosse rimasto costante nel tempo, ponendo particolare attenzione all’evoluzione di tale indice per l’Italia. Inoltre ci si è domandati quale sia il contributo, allo stato attuale (2006), di ciascun paese dell’Unione Europea alla distribuzione regionale della disoccupazione dell’intera Unione, anche alla luce dell’allargamento ad Est degli ultimi anni, sfruttando il valore della componente intraregionale dell’Indice come di seguito dettagliato. Al fine di valutare l’evoluzione dell’Indice di Theil normalizzato relativo a ciascun paese dell’Unione Europea (negli anni 1996-2001-2006) si sono calcolate le grandezze di riferimento che sono alla base dell’indice stesso per ciascun anno: - quota di disoccupati di ciascuna regione del paese rispetto al totale della disoccupazione del paese (yr) - quota di forza lavoro di ogni regione rispetto al totale della forza lavoro del paese (xr). Dopodiché, l’indice di concentrazione totale di ciascun paese dell’Unione Europea è stato calcolato nel seguente modo: I.C.TOT. = ∑r yr * ln( yr / xr ) Successivamente, sfruttando la prima proprietà dell’indice (esistenza di un limite superiore), si è adottato un procedimento di normalizzazione, dividendo gli indici relativi a ciascun Paese per il valore massimo che ciascuno di essi può assumere (pari al logaritmo negativo della quota di forza lavoro regionale minore). Un secondo obiettivo dell’analisi, come anticipato, era poi quello di misurare il contributo alla distribuzione territoriale della disoccupazione a livello UE della concentrazione della disoccupazione interna a ciascun paese, ovvero di individuare il peso che la distribuzione della disoccupazione interna ad ogni singolo paese ha nella concentrazione di disoccupazione dell’intera UE. Per trovare tale misura si è sfruttata la seconda peculiarità dell’indice, e cioè il fatto che l’indice di concentrazione di Theil sia scomponibile in due componenti: I.C.U.E.= I.C.tra paesi + I.C.entro paesi dove: I.C.tra paesi = ∑N yN * ln( yN / xN ) e I.C.entro paesi = ∑N yN * {∑r ( yr / yN ) * ln [( yr / yN ) / ( xr / xN )]} con yN e xN le quote di disoccupati e forza lavoro di ogni singolo paese rispetto al totale dell’Unione Europea. Per definire tale contributo è stato necessario considerare il valore dell’I.C.entro paesi e da questo rilevare, per ogni paese, i valori parziali pesati per le relative quote di disoccupati nazionali, e poi dividere ciascuno di questi valori per il massimo che l’indice di concentrazione può assumere a livello complessivo europeo, secondo la seguente formula: [yn] * ∑ r [(yr/yn) * Ln [(yr/yn)/(xr/xn)] ___________________________________________________ - Ln [quota della regione europea più piccola in termini di forza lavoro rispetto al totale di forza lavoro UE] 10 Conferenza AISRe 2009 Prima di guardare i risultati dell’analisi che è stata condotta, sono necessari alcuni chiarimenti in merito alle modalità con cui si è deciso di trattare i dati disponibili. Anzitutto, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta e Slovenia non sono scomponibili a livello NUTS-2, e quindi sono stati trattati come un’unica regione amministrativa. Per la Danimarca, che è divisa a livello NUTS-2 in cinque regioni, non sono disponibili dati a livello regionale da parte di Eurostat ed anche in questo caso si è provveduto a trattare il paese come un’unica regione. Questo significa che, mentre i paesi sopra elencati hanno contribuito al calcolo dell’indice di concentrazione dell’intera Unione Europea, per essi non è stato possibile calcolare né l’indice di concentrazione relativo a ciascun paese, né il peso della concentrazione della disoccupazione all'interno di ciascun paese rispetto alla concentrazione della disoccupazione a livello europeo. Infine, per alcune regioni particolarmente piccole o situate in zone particolarmente remote (es: Guyana Francese, Canarie, Guadalupe), ci si è trovati di fronte a serie di dati su disoccupati e forza lavoro incomplete o mancanti: in questi casi si è proceduto a stimare i dati mancanti o basandosi sul dato relativo alla stessa unità statistica rilevato per gli anni precedenti e per gli anni successivi. Come si è già evidenziato all’inizio del presente contributo, a metà degli anni Novanta il nostro paese era caratterizzato da una forte concentrazione della disoccupazione nel Mezzogiorno, soprattutto fra le donne e giovani. A tale proposito, i risultati del calcolo sulla concentrazione misurata attraverso l’indice di Theil confermano la presenza della forte polarizzazione che caratterizzava l’Italia in quel periodo, anche nel confronto con gli altri paesi dell’Unione Europea (Tab. 1). Tab. 1 Indice di concentrazione di Theil nel 1996: generale, donne e giovani (dati normalizzati) I.C. THEIL I.C. THEIL DONNE I.C. THEIL GIOVANI (15-24) PAESI I.C. normalizzati PAESI I.C. normalizzati PAESI I.C. normalizzati Olanda 0,001013021 Olanda 0,000959663 Olanda 0,001794513 Regno Unito 0,00176936 Regno Unito 0,001077337 Finlandia 0,001810065 Finlandia 0,002176947 Svezia 0,001759395 Regno Unito 0,001953937 Francia 0,002575667 Francia 0,002729472 Spagna 0,002037993 Svezia 0,002919757 Finlandia 0,002851427 Francia 0,004092803 Spagna 0,004789063 Spagna 0,004083125 Grecia 0,004667189 Grecia 0,010845718 Grecia 0,006780792 Svezia 0,005641576 Portogallo 0,01200347 Belgio 0,011502857 Germania 0,009400991 Germania 0,013969718 Portogallo 0,015290914 Portogallo 0,016596231 Belgio 0,020547079 Italia 0,022233268 Italia 0,025855122 Italia 0,0269011 Germania 0,02291514 Belgio 0,031723502 Fonte: elaborazioni su dati Eurostat (1996) Dal confronto europeo (tab.1) emerge che in nessun altro paese (tranne in qualche misura in Belgio e in Germania) il fenomeno della diseguaglianza della distribuzione della disoccupazione sul territorio, per classi di età e genere, è così marcato come in Italia; questo paese presenta infatti il dato assoluto peggiore nel confronto europeo (indice di concentrazione di Theil normalizzato pari a 0,0269011), mentre a livello femminile e giovanile presentano dati peggiori solo, rispettivamente, Belgio e Germania (che nel 1996 risentiva ancora degli effetti della riunificazione). Tuttavia, come si è visto nel capitolo precedente, a partire dalla metà degli anni Novanta si avvia in Italia (come del resto anche in molti altri paesi europei, su raccomandazione della stessa Commissione Europea) un profondo processo di modifica delle istituzioni del mercato 11 Conferenza AISRe 2009 del lavoro, al fine di rendere il mercato stesso più flessibile e di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In effetti, dal 1996 al 2001 il tasso di disoccupazione dell’intera area europea (EU-15) passa dal 10,1% al 7,7% con andamenti positivi in quasi tutti i paesi. Anche in Italia si registrano andamenti positivi con l’occupazione che passa dal 52,1% al 55,9% e la disoccupazione che diminuisce dall’11,2% al 9,1%, con un tasso di disoccupazione giovanile che passa dal 30,4% al 24,1% ed uno femminile cha decresce dal 15,2% al 12,2%. Questi miglioramenti a livello assoluto sono sicuramente in parte ascrivibili alle forme contrattuali (cosiddette) atipiche introdotte dal “pacchetto Treu” del 1997; tuttavia, nonostante i notevoli miglioramenti del Sud Italia, registrati in termini di occupazione e disoccupazione, in questi stessi anni il Nord registra performance ancora migliori provocando, quindi, un ampliamento del divario tra queste due macro-aree. In effetti, come si evince dalla tabella 2, mentre al Nord si ha un decremento della disoccupazione di 2,6 punti percentuali, al Sud tale miglioramento si ferma a 1,2 punti percentuali (con uno speculare incremento dell’occupazione di 4,5 punti percentuali al Nord e di “soli” 2,7 punti al Sud). Tab. 2 Tassi di disoccupazione e occupazione in Italia nel 1996 e nel 2001 DISOCCUPAZIONE NORD SUD 2001 OCCUPAZIONE NORD 1996 2001 SUD 1996 2001 1996 1996 2001 TOTALE 7% 4,4% 18,5% 17,3% 58,8% 63,3% 42,8% 45,5% DONNE 9,9% 5,9% 25,2% 24,3% 46,6% 53,1% 26,5% 29,8% GIOVANI 19,9% 11,1% 45,3% 40,6% 38,5% 40,3% 18,3% 20,4% Fonte: ISTAT (2001) A conferma di quanto sopra richiamato, calcolando l’indice di concentrazione di Theil normalizzato i risultati per il 2001 mettono in luce come, nonostante i positivi dati rilevabili a livello aggregato, si sia verificata una divergenza dei tassi di disoccupazione quasi sempre significativa all’interno dei paesi europei (tab. 3), con la sola eccezione della Grecia. In particolare l’Italia risulta ancora il paese che a livello di Unione Europea presenta il più alto indice di concentrazione di Theil, sia di tipo assoluto che per le due categorie di lavoratori specifiche (donne e giovani), a dimostrare la persistenza di una problematica di carattere territoriale che risulta meno riscontrabile negli altri paesi europei. 12 Conferenza AISRe 2009 Tab. 3 Indice di concentrazione di Theil nel 2001: generale, donne e giovani (dati normalizzati) I.C. THEIL PAESI Grecia Olanda Irlanda Regno Unito Finlandia Svezia Portogallo Spagna Francia Austria Germania Belgio Italia I.C. normalizzati 0,003461016 0,003941837 0,006865210 0,006937999 0,007320063 0,008688167 0,009681966 0,009992131 0,010608945 0,019454101 0,036162524 0,036427327 I.C. THEIL DONNE PAESI Grecia Olanda Regno Unito Portogallo Austria Svezia Finlandia Francia Spagna Irlanda Germania Belgio 0,046403831 Italia Fonte: elaborazioni su dati Eurostat (2001) I.C. normalizzati 0.003633784 0,004962108 0,007541128 0,007637145 0,007685598 0,008213718 0,009359770 0,009930045 0,011541857 0,016356198 0,034487924 0,040802504 0,042935582 I.C. THEIL GIOVANI (15-24) PAESI Grecia Spagna Olanda Finlandia Svezia Regno Unito Irlanda Francia Portogallo Austria I.C. normalizzati 0,004392821 0,005619912 0,005773945 0,005989381 0,006374633 0,009322474 0,009830213 0,010307471 0,013235844 0,019583268 Italia 0,040834657 Belgio 0,041065868 Germania: dato non disponibile* * Sulle 39 regioni in cui è suddivisa la Germania, nel 2001, erano disponibili dati sulla disoccupazione giovanile solo per 14 e quindi non è stato possibile calcolare l’indice di concentrazione per questa categoria per questo anno. Il ruolo di primo piano dell’Italia rilevabile per il 2001 in termini di distribuzione della disoccupazione a livello regionale, si viene confermando anche al termine del quinquennio successivo; i dati normalizzati relativi al 2006 (tabella 4) mettono in evidenza come, nonostante l’apertura a Est dell’Europa, l’Italia sia ancora uno dei paesi dell’Unione con il valore dell’indice maggiore; tra i nuovi entranti, solo la Slovacchia e la Repubblica Ceca presentano una polarizzazione territoriale della disoccupazione più accentuata, cui si aggiungono le non brillanti prestazioni di Austria e Belgio. 13 Conferenza AISRe 2009 Tab. 4 Indice di Concentrazione di Theil nel 2006: generale, donne e giovani (dati normalizzati) I.C. THEIL PAESI Irlanda Polonia Svezia Grecia Olanda Finlandia Portogallo Spagna Regno Unito Francia Romania Bulgaria Germania Ungheria Italia Austria Belgio Slovacchia Rep. Ceca I.C. normalizzati I.C. THEIL DONNE PAESI 0,000405764 Polonia 0,001879815 Svezia 0,002064583 Spagna 0,002127248 Irlanda 0,002722417 Grecia 0,004924925 Regno Unito 0,005500125 Francia 0,005983815 Olanda 0,006947495 Portogallo 0,007487850 Romania 0,010896210 Finlandia 0,014522163 Germania 0,014669749 Bulgaria 0,020574755 Ungheria 0,025045269 Italia 0,026342220 Slovacchia 0,037788739 Austria 0,038112670 Belgio 0,044546543 Rep. Ceca Fonte: elaborazioni su dati Eurostat (2006) I.C. normalizzati 0,001157963 0,001557016 0,002955223 0,003117488 0,005006427 0,005724306 0,006045874 0,006385682 0,006472291 0,007066453 0,010595796 0,010981982 0,015155859 0,016987820 0,019323969 0,026253642 0,029403237 0,036032770 0,036343032 I.C. THEIL GIOVANI (15-24 ANNI) PAESI Polonia Grecia Svezia Olanda Irlanda Portogallo Finlandia Francia Spagna Regno Unito Austria Germania Romania Ungheria Bulgaria Italia Belgio Slovacchia Rep. Ceca I.C. normalizzati 0,002719234 0,003523834 0,003554068 0,004040798 0,004682186 0,004830173 0,005371657 0,006516133 0,006808433 0,007484069 0,011015181 0,013328225 0,014178464 0,018083425 0,020261026 0,024002353 0,033885340 0,043675972 0,047642181 Se nel quadro europeo le politiche promosse tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000 in Italia non hanno portato a modificare significativamente la propria posizione rispetto agli altri paesi dell’Unione, andando a guardare specificatamente l’andamento dell’IC Theil relativo a questo paese per gli anni 1999 – 2006 si rileva un andamento diverso tra i primi quattro anni e i successi tre. Tra il 1999 e il 2001 l’Italia vede un aumento dell’Indice di disparità regionale da 0,22228 a 0,2799637 (figura 3), valore rimasto stabile fino al 2003; dal 2003 al 2004 si ha un abbassamento repentino dell’Indice, che continua anche nel biennio successivo fino a raggiungere, nel 2006, un valore pari a 0,1520016. 14 Conferenza AISRe 2009 Fig. 3 Andamento dell’indice di concentrazione di Theil in Italia dal 1999 al 2006 0,30000 0,25000 0,20000 IC ITALIA 0,15000 0,10000 0,05000 0,00000 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 Fonte: elaborazioni su dati Eurostat Analoghi sono risultati gli andamenti relativi a donne e giovani (Figure 4 e 5): Fig. 4 Andamento dell’indice di concentrazione di Theil relativo alle donne in Italia dal 1999 al 2006 0,3 0,25 0,2 IC ITALIA 0,15 0,1 0,05 0 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 Fonte: elaborazioni su dati Eurostat 15 Conferenza AISRe 2009 Fig. 5 Andamento dell’Indice di concentrazione di Theil relativo ai giovani in Italia dal 2001 al 2006 0,3 0,25 0,2 IC ITALIA 0,15 0,1 0,05 0 2001 2002 2003 2004 2005 2006 Fonte: elaborazioni su dati Eurostat Considerando anche i tassi di disoccupazione suddivisi per area territoriale, il quinquennio 1996 – 2001 si è caratterizzato per una diminuzione del valore nel Sud di soli 1,2 punti percentuali (da 18,5% a 17,3%) e quella del Nord di ben 2,6 punti (dal 7,0% al 4,4%); nel quinquennio successivo il Sud registra un miglioramento pari a 5 punti percentuali contro solo lo 0,4 % del Nord. Questi dati, in unione con i risultati dell’andamento dell’Indice di Theil sopra riportato, risulterebbero coerenti con i processi di diffusione delle forme contrattuali atipiche che hanno avuto, nella fase iniziale, un maggiore successo nel Nord della Penisola, favorendo i processi di ristrutturazione industriale delle imprese localizzate in quell’area (Caroleo, Pastore, 2000; Riefolo, 2002; CNEL, 2002). Con riferimento all’andamento dei tassi di disoccupazione territoriali, la situazione risulta analoga per quanto riguarda la disoccupazione femminile, mentre diverso è stato l’andamento per le classi di età giovanili. Con riferimento a queste ultime, anche nel primo quinquennio (1996-2001), nel Mezzogiorno si è assistito ad una diminuzione significativa della disoccupazione (- 4,7%). Nella tabella 5 sono riportati in sintesi i risultati emersi sino ad ora. 16 Conferenza AISRe 2009 Tab. 5 Variazione percentuale disoccupazione in Italia dal 1996 al 2006 e IC Theil: quadro di sintesi VARIAZIONE % NEL TASSO DI DISOCCUPAZIONE SUD NORD TOTALE 1996-2001 2001-2006 - 1,2 - 5,0 - 2,6 - 0,4 DONNE 1996-2001 2001-2006 - 0,9 - 8,2 - 4,0 - 0,5 GIOVANI 1996-2001 2001-2006 - 4,7 - 5,6 - 8,8 + 2,4 INDICE DI THEIL 1999 2001 2006 TOTALE DONNE 0,222280518 0,200233546 0,279963704 0,274691662 0,152001621 0,144397717 Fonte: elaborazioni su dati ISTAT e Eurostat GIOVANI --0,251488862 0,124856278 In realtà, se i dati mettono in evidenza un processo positivo caratterizzato da convergenza tra le due aree del paese e diminuzione progressiva dei tassi di disoccupazione sia nel nord che nel sud, non mancano posizioni scettiche circa l’interpretazione di questi fenomeni. Se da una parte infatti il processo di convergenza sarebbe il risultato di una nuova crescita della mobilità dei lavoratori dal Mezzogiorno della Penisola verso le aree a maggiore crescita, dall’altra questo processo di convergenza si sarebbe affiancato ad una sensibile contrazione della ricerca di lavoro (cfr. anche SVIMEZ, 2007; Scarlato 2007). La fuoriuscita dei disoccupati verso la “non attività” costituisce un forte elemento di criticità nel mercato del lavoro, non solo perché riflette effetti di scoraggiamento legati alle difficoltà che incontrano (soprattutto) le donne e i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, ma anche perché è molto probabile che questi flussi in uscita vadano ad alimentare il mercato del lavoro irregolare/sommerso, stimato nel Mezzogiorno per il 2006 intorno al 20,5% delle unità di lavoro, a fronte di una media nazionale del 12,1% (SVIMEZ, 2007). In questo senso il forte calo della disoccupazione al Sud celerebbe, in realtà, “effetto di scoraggiamento” e non una reale creazione di nuova occupazione. Inoltre la mobilità che si sarebbe attivata non avrebbe interessato tutte le categorie di disoccupati, ma soltanto quelli più scolarizzati (SVIMEZ, 2007), alimentando quella migrazione selettiva che porta a ridurre le probabilità di creazione di condizioni di sviluppo autonomo delle aree più disagiate. Nella seconda parte di questa analisi ci si è posti l’obiettivo di misurare il contributo alla distribuzione territoriale della disoccupazione a livello UE della concentrazione della disoccupazione interna a ciascun paese, cioè individuare il peso che la distribuzione della disoccupazione interna ad ogni singolo paese ha nella concentrazione di disoccupazione dell’intera U.E. Alla luce dell’allargamento dell’Unione Europea da 15 Paesi a 25 (nel 2004) e poi a 27 (a partire dal 1° gennaio 2007), è stata effettuata un’analisi di tipo statico su dati del 2006 includendo anche Romania e Bulgaria (entrate ufficialmente nell’Unione solo dal 1° gennaio 2007). 17 Conferenza AISRe 2009 Tab. 6 Indice di Concentrazione di Theil entro paesi (dati normalizzati rispetto alla UE 27) - anno 2006 TOTALE PAESI Irlanda Svezia Olanda Grecia Finlandia Portogallo Bulgaria Ungheria Polonia Austria Romania Slovacchia Repubblica Ceca Ceca Regno Unito Belgio Spagna Francia Italia Germania I.C. normalizzati 0,000000273 0,000011932 0,000018496 0,000020356 0,000028268 0,000049422 0,000052680 0,000083255 0,000088099 0,000093011 0,000103681 0,000150332 0,000194197 0,000283696 0,000287434 0,000394586 0,000655338 0,001358411 0,001690442 DONNE PAESI Irlanda Svezia Olanda Finlandia Austria Grecia Portogallo Ungheria Bulgaria Romania Polonia Slovacchia Repubblica Ceca Belgio Regno Unito Spagna Francia Italia Germania I.C. normalizzati 0,000002662 0,000021006 0,000028957 0,000031997 0,000041715 0,000045288 0,000051067 0,000072621 0,000075383 0,000106529 0,000129195 0,000168766 0,000235077 0,000269018 0,000271529 0,000541162 0,000601086 0,001390248 0,001429427 GIOVANI (15-24 ANNI) PAESI Irlanda Svezia Grecia Bulgaria Portogallo Olanda Ungheria Polonia Finlandia Romania Slovacchia Austria Repubblica Ceca Spagna Belgio Regno Unito Francia Germania Italia I.C. normalizzati 0,000002562 0,000013415 0,000040869 0,000043184 0,000043944 0,000044594 0,000053099 0,000055388 0,000079930 0,000080949 0,000104645 0,000118620 0,000150392 0,000205735 0,000238192 0,000373970 0,000557864 0,000766717 0,001113575 Fonte: elaborazioni su dati Eurostat (2006) L’indice di concentrazione di Theil per l’intera UE - 27 nel 2006 è risultato pari a 0,101356082 con una componente tra paesi pari a 0,047284772 e una componente entro paesi pari a 0,054071308. Quindi, sebbene la quota maggiore della disuguaglianza sia spiegata dalla componente tra paesi (il 53,34%) e la quota minore dalla componente entro paesi (46,66%), tuttavia le distanze che separano le due percentuali non risultano molto elevate. Come si evince dalla prima colonna della tabella 6, nonostante i notevoli miglioramenti delle regioni del Sud Italia nella diminuzione dei loro tassi di disoccupazione, le disparità regionali presenti hanno ancora un peso molto elevato nello spiegare le disparità regionali a livello europeo (potendo “vantare” un risultato peggiore solo la Germania), con pesi che risultano sempre doppi o più che doppi rispetto agli altri paesi. Da notare, inoltre, che l’apertura ad Est dell’Unione Europea non pare aver modificato il ruolo di primo piano di alcuni dei vecchi paesi membri nel contribuire alla distribuzione spaziale della disoccupazione europea, ad evidenziare come i nuovi entranti, pur essendo caratterizzati mediamente da livelli nei tassi di disoccupazione maggiori rispetto a quelli delle aree più sviluppate dell’UE, non presentino forti disparità al loro interno, ma risultino caratterizzati da una distribuzione più omogenea del fenomeno. Con riferimento alla componente femminile della disoccupazione, l’Indice di Theil relativo all’intera UE-27 nel 2006 è risultato pari a 0,108786851 con una componente tra paesi pari a 0,055815160 ed una componente entro paesi pari a 0,052971691. Anche in questo caso si può ragionevolmente evidenziare una sostanziale omogeneità tra le due componenti che avrebbero contribuito in egual misura a spiegare le disparità territoriali presenti in Europa. Dai risultati della disaggregazione si può dedurre come anche la distribuzione della disoccupazione femminile italiana rivesta un ruolo di primo piano (insieme 18 Conferenza AISRe 2009 alla Germania) nel contribuire alla concentrazione della disoccupazione sul territorio europeo, con differenziali tra paesi analoghi a quelli riscontrati per il valore complessivo dell’Indice. Infine a livello giovanile l’analisi che è stata condotta tramite l’indice di concentrazione di Theil mette in evidenza come questo nel 2006 fosse pari a 0,102173764, con una componente tra paesi pari a 0,060734268 e una componente entro paesi di 0,041439496; tale risultato evidenzia una minore incidenza della componente entro paesi (40,55%) rispetto a quella tra paesi. Andando poi a verificare il contributo di ciascun paese, emerge che l’Italia fornisce in questo caso il contributo più elevato alla concentrazione della disoccupazione in Europa (0,001113575), con un peso superiore anche rispetto alla Germania. Volendo sintetizzare le evidenze emerse nell’analisi sopra condotta, possiamo sottolineare come, sebbene negli ultimi anni si sia assistito ad un generale processo di avvicinamento tra i livelli di crescita delle diverse regioni europee (guidato soprattutto dai miglioramenti delle regioni più arretrate), le disparità regionali nei tassi di disoccupazione all’interno dell’Europa a 27 rimangono ancora molto elevate. In questo quadro l’Italia pare ricoprire ancora un ruolo piuttosto significativo, soprattutto in merito allo storico dualismo territoriale che la caratterizza. Infatti, nel decennio considerato, l’Italia ha mantenuto la peggiore posizione nel confronto con gli altri paesi europei in termini di disparità territoriale della disoccupazione, oltre ad evidenziare anche un “peso” delle disuguaglianze interne al territorio rispetto all’Unione Europea nettamente superiore a quello degli altri paesi membri. Diversamente il trend dell’IC Theil relativo all’Italia per il periodo 1999 – 2006 ha messo in evidenza un cambiamento di tendenza intorno al 2003, anno a partire dal quale l’andamento dell’Indice ha iniziato a diminuire continuativamente e significativamente, dimostrando una attenuazione del fenomeno della concentrazione della disoccupazione. Sulle modalità di interpretazione di questo risultato si tornerà nelle conclusioni. Prima di passare alle conclusioni è opportuno fare un’ulteriore precisazione, utile proprio in fase conclusiva per valutare complessivamente i risultati dell’analisi condotta. Al quadro descritto fa infatti da cornice un ulteriore dato interessante relativo alla crescita dell’Italia nel contesto europeo; dal 2001 al 2006, infatti, si è ampliato il divario di crescita in termini di PIL fatto registrare dal Sud rispetto alle altre aree deboli dell’Unione. Mentre in Italia in questo periodo si è assistito ad una crescita dell’occupazione senza un’altrettanto sostanziale crescita del PIL, a livello continentale gli anni dal 2000 al 2006 sono stati caratterizzati da un significativo processo di convergenza (Svimez, 2007), con una crescita superiore alla media europea sia dei Nuovi Stati membri (oltre il 5% in media), sia delle altre regioni dell’Obiettivo 1 dell’UE a 15 (+ 3,8%), a fronte di uno scarso 0,4% relativo alle regioni del Mezzogiorno (Svimez, 2007). Si aggiunga che, confrontando la dinamica del prodotto interno lordo pro-capite del Mezzogiorno con quella dei paesi deboli dell’Unione allargata, nel periodo 2000-2006 non solo il tasso di crescita dell’economia meridionale (1,4%) è stato largamente inferiore a quello di Spagna (4,4%), Irlanda (5,2%) e Grecia (6,2%), ma, tra i Nuovi Stati membri (Slovenia, Ungheria, Estonia e Repubblica Ceca) nel 2006 avevano già raggiunto il livello di sviluppo del Mezzogiorno (Svimez, 2007). 4. CONCLUSIONI DELL’ANALISI E IMPLICAZIONI DI POLICY Il problema che ci siamo posti all’inizio del presente contributo era quello di verificare se e quanto le politiche adottate in Italia nel decennio 1996 – 2006 sul mercato del lavoro (e, in modo indiretto, su quello immobiliare), avessero effettivamente contribuito a stimolare processi di aggiustamento su scala regionale, tali da diminuire i divari nei livelli di disoccupazione che caratterizzano le diverse aree della Penisola; in particolare si è voluto verificare se tali interventi avessero effettivamente stimolato la mobilità dei fattori capitale e 19 Conferenza AISRe 2009 lavoro verso una loro più equa redistribuzione su scala regionale. I risultati emersi sembrano da una parte fornire evidenze positive, con una inversione di tendenza dell’I.C. Theil relativo all’Italia in progressiva diminuzione dal 2003 e per il triennio successivo, e dall’altra mettono in luce nel confronto con il resto dei paesi dell’Unione Europea una situazione di maggiore criticità, che pare essersi ormai cronicizzata e manifestatasi anche rispetto ai Nuovi Entrati. L’inversione di tendenza dell’Indice intorno al 2003 potrebbe essere il risultato del rilancio della mobilità che in quegli anni ha caratterizzato i lavoratori disoccupati del Mezzogiorno, spinti a ricercare una occupazione nelle regioni settentrionali. In realtà, come evidenziato anche da altri studi (Ciriaci, 2005; SVIMEZ 2007; SVIMEZ, 2008), tale mobilità ha interessato per lo più qualifiche elevate e soggetti spesso spinti alla emigrazione non per scelta ma per necessità, ritenendo difficilmente modificabile la situazione attuale del Mezzogiorno. Tra il 1997 e il 2007 il Sud ha registrato notevoli progressi nella scolarizzazione della propria popolazione (il tasso di conseguimento del diploma è passato dal 65% al 78% raggiungendo i livelli del Centro-Nord, e ci sono stati progressi rilevanti anche nel conseguimento della laurea); diversamente, sempre nello stesso periodo, oltre 600 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno, gran parte delle quali giovani e ad elevata scolarità (nel 2005, oltre la metà di coloro che hanno lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro Nord, aveva un titolo di studio medio-alto: diploma superiore il 35,8%, laurea il 16,4%) (SVIMEZ, 2008). Questo fenomeno di emigrazione selettiva, cosiddetto brain drain, rappresenta un fattore di criticità in quanto toglie ad aree depresse il migliore capitale umano locale, diminuendo le probabilità di innovazione e di crescita autonoma delle zone di provenienza (Viesti, 2005; Piras, 2005). Tale criticità viene ad aumentare nel caso in cui le tendenze migratorie non siano accompagnate da politiche di sviluppo guidato delle aree più depresse (incentivi al trasferimento di capitali in queste aree) e da politiche orientate a favorire il rientro degli stessi soggetti emigrati per ritrasferire alle aree di origine le competenze acquisite all’esterno (Stark, 2004; Beine, Docquier, Rapoport, 2006; Docquier, 2006; Mariani, 2006). Nel caso dell’Italia, le qualifiche dei lavoratori migranti da una parte e la scarsa crescita economica che ha caratterizzato il Mezzogiorno nello stesso periodo con bassa nascita di nuove imprese dall’altra (SVIMEZ 2007), parrebbero fornire indicazioni tutt’altro che rassicuranti sulla natura della migrazione dei lavoratori dal Mezzogiorno al Centro-Nord dell’Italia. Tutto ciò ci fa supporre che, anche quando i risultati della nostra analisi abbiano fornito indicazioni di attenuazione delle criticità del fenomeno a livello territoriale, questi non sottendessero un reale mutamento nelle dinamiche di aggiustamento sul mercato del lavoro nazionale e non fossero indicativi di una soluzione strutturale al problema della distribuzione del fenomeno su scala territoriale. Diversamente tali andamenti parrebbero risultare come effetto di una maggiore attrattività che le politiche di flessibilizzazione sul mercato del lavoro avrebbero prodotto nelle aree più ricche, con la conseguente attrazione di skill qualificati dalle aree più depresse. Tale interpretazione risulta peraltro confermata nel momento in cui si è confrontata la situazione nazionale con quella degli altri paesi dell’Unione Europea, sia in chiave di confronto diretto, che in termini di contributo agli squilibri spaziali del fenomeno di ciascun paese. Da tale confronto, considerando anche l’allargamento dell’Unione e le dinamiche evolutive del mercato del lavoro che hanno interessato l’intera Europa tra fine anni ’90 e primi del nuovo secolo, è emerso che la posizione dell’Italia è rimasta sostanzialmente la stessa, evidenziando il carattere strutturale della problematica territoriale e la mancata attivazione di forze che, a seguito delle nuove normative, avrebbero potuto modificarne il posizionamento. Sebbene da più parti si riconosca il merito alle riforme di aver apportato alcuni benefici nell’occupazione anche al Sud (Confindustria, 2007; SVIMEZ, 2007), tuttavia gli interventi non pare siano stati sufficienti a rimuovere i fattori di rigidità che caratterizzano il mercato del lavoro nel Mezzogiorno e nell’attenuare i fattori alla base degli squilibri territoriali tra le 20 Conferenza AISRe 2009 diverse aree del Paese. Del resto, da più parti si è ribadita l’opinione che per paesi come l’Italia, caratterizzati da profondi squilibri territoriali e in cui l’ineguaglianza non solo è profondamente radicata nel tessuto economico e sociale (Checchi, Lucifora, 2000) ma trova anche origini lontane nel tempo, siano necessarie politiche di intervento sistematiche, strutturali e di lungo periodo elaborate all’interno di un vero e proprio disegno strategico in cui anche la dimensione spaziale risulti centrale (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2001; Meldolesi, 2003; Mariucci, 2005; Padovani, Bianchi, 2007; Novacco, 2007; Novacco 2008). In sintesi pare chiaro (e le evidenze riportate supportano tale opinione) che le politiche di riforma adottate sono state insufficienti a risolvere i problemi del Meridione e che in termini di policy nei prossimi anni sia opportuno promuovere l’attivazione di un mix di leve economiche che vadano ad agire sia sulla domanda di lavoro che sull’offerta e che siano in grado di favorire nuova mobilità di lavoratori ed imprese. In particolare, per quanto riguarda l’offerta, si ritiene che, mentre fino ad oggi si sia agito quasi esclusivamente sulla flessibilità quantitativa dell’offerta di lavoro, sia invece necessario introdurre nel mercato anche una flessibilità di prezzo, ossia di salario, finalizzata a rendere quest’ultimo più rispondente ai differenziali di produttività delle diverse aree del Paese e in linea con il costo della vita delle diverse regioni. La rivisitazione, anche in chiave territoriale, dell’assetto della contrattazione salariale potrebbe realmente favorire l’appetibilità delle aree del Mezzogiorno, stimolando il trasferimento in queste aree di nuovi capitali e favorendo nel medio periodo il ritorno di lavoratori qualificati (Libro Bianco, 2001; Carmeci, Mauro, 2002; Faini, 2006; Boeri, Garibaldi, 2008). Dall’altro lato, per quanto riguarda gli interventi sulla domanda di lavoro, è opportuno soddisfare il bisogno per il Sud di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali e in capitale umano e sociale, tali da favorire un processo di sviluppo endogeno, con attrazione di nuove imprese che portino queste regioni ad aumentare la loro domanda di lavoro, favorendo nuove alternative a clientelismo, corruzione e parassitismo (Kostoris Padoa Schioppa, 1999; Ciocca, 2003; Meldolesi, 2003). Dal punto di vista della ricerca, infine, il presente lavoro può dare stimolo ad altre due linee di approfondimento: la prima riguardante il contesto europeo e la seconda più specifica sulle dinamiche di aggiustamento italiane. Dal primo punto di vista una linea di ricerca interessante potrebbe essere quella orientata ad approfondire quale sia stato il rapporto tra l’evoluzione del mercato del lavoro su scala europea e il processo di allargamento dell’Unione Europea ai Nuovi Entrati, in chiave di convergenza o divergenza nella distribuzione spaziale del fenomeno della disoccupazione; dal secondo punto di vista può essere interessante invece approfondire, a livello italiano, quale sia stato l’effettivo rapporto esistente tra sviluppo economico a livello regionale e distribuzione spaziale della disoccupazione, considerando ancora come periodo di riferimento il decennio 1996 – 2006 e valutando le prospettive anche in considerazione dell’attuale fase di crisi economica. 21 Conferenza AISRe 2009 BIBLIOGRAFIA • Attanasio O. e Kostoris Padoa Schioppa F., Regional Inequalities, Migrations and Mismatch in Italy, 1960-1986, in Kostoris Padoa Schioppa F. 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