ITINERARIO DI DON BOSCO
1.QUI DOVE TUTTO È COMINCIATO DUECENTO ANNI FA
Il Colle
Su questa collina, oggi nota
come Colle don Bosco, nella
borgata Becchi in Frazione
Morialdo
nel
comune
di
Castelnuovo don bosco, il 16
agosto 1815 è nato San
Giovanni Bosco. All’epoca di
Giovannino su questo Colle
c’erano pochi cascinali: cascina
Biglione - canton Cavallo - casa
Graglia e borgata Bechis. La
campagna: vigne e prati, alcuni
coltivati altri semplicemente pascolo. Da qui un panorama stupendo: una catena
alpina straordinaria, uno scenario meraviglioso di colline, gioco di colori... è la bellezza
del creato che affascina: l’orizzonte si stende immenso per chilometri. Facile spaziare
con la fantasia, sognare in grande... Durante la sua visita, il 3 settembre 1988, il Beato
Giovanni Paolo II definì il luogo “Colle delle Beatitudini Giovanili”: il progetto
evangelico di felicità indicato da Gesù è accessibile a tutti, fin da piccoli, come ha
sperimentato Giovannino Bosco e
come, da santo educatore, ha
insegnato e insegna a milioni di
ragazzi di tutto il mondo. La
grande croce collocata sulla
collinetta più elevata vuole proprio
testimoniare la universalità della
salvezza portata da Gesù e del
carisma
missionario
di
don
Bosco. Visitare questi luoghi vuol
dire riscoprire le origini della
straordinaria personalità di don
Bosco e della sua opera diffusa in
tutto il mondo.
La casetta: “Questa è la mia casa”
Cuore storico ed affettivo della
collina è la casetta dove è
cresciuto Giovannino Bosco. La
famiglia si era trasferita qui
dopo la morte improvvisa di
papà Francesco (maggio 1817).
In precedenza la famiglia Bosco
abitava alcune stanze presso
una Cascina di proprietà dei
Biglione, notai e avvocati di
Chieri. Francesco lavorava le
terre
di
Biglione
come
mezzadro e capo campagna.
Rimasto vedovo aveva sposato in seconde nozze Margherita Occhiena, originaria di
Capriglio. Dal loro matrimonio nacquero Giuseppe e Giovanni.
Con la morte di Francesco Bosco, Margherita
si trasferisce nell’umile casetta che il marito
aveva acquistato nel mese di febbraio,
progettando di lasciare Cascina Biglione e
trasferirsi in una casa tutta loro: povera, ma
comunque la loro casetta. Donna saggia, di grande
buon senso, ricca di una fede
semplice e profonda nello
stesso tempo, Margherita si
prende cura della famigliola.
Alla scuola della mamma,
dotata di una personalità
forte e dolce nello stesso
tempo, Giovannino Bosco
apprende
i
valori
fondamentali del cristiano
buono della bontà evangelica
e
del cittadino
onesto,
affidabile e generoso. La vita nella casetta si sgranava con tanto lavoro, tanto
sacrificio, ma anche tanta carità e condivisione. Alla porta venivano a bussare poveri,
mendicanti, persone che sfruttavano i giorni di festa o di mercato per raccogliere
qualcosa e sopravvivere. Un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, un piatto di
minestra, un riparo per la notte o per il maltempo... con serenità e cordialità Mamma
Margherita accoglieva sempre. “I poveri sono un dono di Dio!” affermava con delicata
carità. Qui Dio era di casa! La giornata veniva scandita dalla preghiera quotidiana,
confidente. Si chiudeva con il Rosario, che rasserenava e regalava fiducia nel presente
e per il domani fidando nell’aiuto materno di Maria, la madre di Gesù.
Il prato del sogno: “Ecco il campo del tuo lavoro”
Giovannino, crescendo, sente nascere in
cuore un desiderio grande: studiare. Per
diventare prete. Per prendersi cura dei
ragazzi. E mentre in lui cresce questo
desiderio, Dio gli fa capire in modo
straordinario un suo progetto. Glielo
comunica attraverso un sogno: il primo di una
serie di sogni che don Bosco farà e che gli
sveleranno poco a poco il cammino.
Quando fa questo sogno Giovannino aveva
nove/dieci anni. Era ambientato qui, su questa
distesa che sfociava nel prato, con un grande
orizzonte fino a Buttigliera e oltre. Con bontà,
conquistando il cuore dei ragazzi, deve aiutarli
a trasformarsi da animaletti, lupacchiotti, in
agnelli (da ragazzi poveri, abbandonati e pericolanti e pericolosi in cristiani buoni e
cittadini onesti). Questo sogno traccerà tutta l’esistenza di Don Bosco: prendersi cura
dei ragazzi di tutto il mondo e portarli alla virtù, a Gesù.
La Basilica di Don Bosco
Sorge sul luogo dove si
trovava la Cascina Biglione.
Nel 1929 la Cascina viene
acquistata dai figli di don
Bosco. La Basilica consta di
due chiese sovrapposte. La
prima
pietra
è
stata
benedetta l’11 giugno 1961.
Nel ’65 fu aperta al culto
solo la Chiesa inferiore, con
una capienza di 700 posti.
La Chiesa superiore è stata
consacrate nel 1984 dal
Card. Ballestrero. E’ stata
ristrutturata con la posa del riscaldamento, il miglioramento dell’acustica, la
ridefinizione unitaria delle linee architettoniche interne nel 1999. Un’ampia scalinata
conduce all’ingresso della Basilica. Sopra i portali d’ingresso un affresco di Mario
Bogani rappresenta il lavoro missionario salesiano. L’interno ha una linea sobria e
calda, data dal legno di faggio.
2. CHIERI - UN GIOVANE CERCA LA SUA STRADA
Le scuole pubbliche
Giovanni Bosco le frequenta dal 1831 al
1835. Nell’anno scolastico 1831- 1832 è
inserito nella classe Sesta; dopo due mesi
viene promosso alla classe Quinta e
ancora nello stesso anno passa alla
classe Quarta. Nei tre anni successivi
frequenta, con discreto successo la
Grammatica (1832- 1833), l’Umanità
(1833-1834) e la Retorica (1834-1835).
Casa Marchisio
In questa casa risiedeva, durante l’anno
scolastico,
un’amica
di
mamma
Margherita, Lucia Pianta vedova Matta,
originaria di Morialdo, che si era trasferita
a Chieri per seguire il figlio studente
Giovanni Battista, prendendo in affitto la
casa di Giacomo Marchisio. Qui Giovanni
Bosco negli anni 1831-1832 e 1832-1833
venne accolto per 21 lire al mese. Per la
sua condotta esemplare e giudiziosa si
guadagnò subito la stima di Lucia, che gli chiese di impartire ripetizioni scolastiche al
figlio, già ventunenne ma piuttosto divagato; gli esiti furono soddisfacenti tanto che
Giovanni ottenne l’abbuono della pensione.
Laboratorio del falegname BARZOCHINO
Al pian terreno di Palazzo Valfrè si trovava il
laboratorio
del
falegname
Bernardo
Barzochino, che apparteneva a una famiglia di
artigiani e artisti del legno molto stimata in
Chieri. Probabilmente è qui che Giovanni
Bosco veniva nei momenti liberi a prestare i
suoi servizi e a imparare l’arte di costruire
mobili. Don Lemoyne scrive: “In un laboratorio
di falegnami suoi conoscenti, vicino alla
sua abitazione, imparò con gran
facilità a piallare, squadrare, segare il
legno, ad adoperare il martello, lo
scalpello, le verrine, sicchè riuscì abile
a costruire mobili, grossolani se si
vuole, ma indispensabili per una
stanza. A volte lavorava per conto
proprio, a volte a servigio dei suoi
benefattori”.
Il Caffè Pianta
A pochi passi da piazza Cavour, in casa Vergnano, si trovava il Caffe’ Pianta. Giovanni
Pianta, fratello di Lucia, nell’autunno 1833 viene a Chieri da Morialdo e apre un caffè
con annessa sala da biliardo. Il Caffè Pianta è composto da due sale, una aperta verso
la pubblica via e l’altra, adibita a locale per il biliardo e il pianoforte, collocata verso il
cortile interno. I due ambienti sono collegati da un vano di passaggio (lungo circa
metri 3,50), addossato a una scala, nel quale si trova anche un piccolo forno in
mattoni per la preparazione di caffè e di
dolci. In questa specie di corridoio si apre un
sottoscala di piccole dimensioni, nel quale
viene collocata la brandina di Giovanni.
Il sig. Pianta offre a Giovanni il posto di
garzone: dovrà pulire il locale al mattino,
prima di recarsi a lezione e passerà le ore
serali nel salone di biliardo. In compenso gli
viene data una minestra e offerto un giaciglio
nel sottoscala.
Il sarto Cumino
Durante l’anno scolastico 1834-1835
Giovanni Bosco viene ospitato a pensione
dal sarto Cumino: per alcuni mesi alloggia
in un seminterrato, che era stato
precedentemente usato come stalla; in
seguito, grazie all’intervento di don
Cafasso, il Cumino gli darà una
sistemazione più dignitosa.
Il sarto Cumino è un uomo allegro,
amante dello scherzo, ma un po’ ingenuo
e Giovanni si diverte spesso a stupirlo con
i suoi giochi di prestigio e di destrezza.
Il seminario
In questo palazzo, già convento dei Padri Filippini, nel 1829 venne aperto il terzo
seminario maggiore dell’archidiocesi di Torino (gli altri due erano Torino e Bra). Lo
aveva voluto l’arcivescovo mons. Colombano Chiaveroti per accogliere e formare con
maggior cura i chierici studenti di filosofia e teologia, che andavano aumentando
sempre di più. Don Bosco vi dimorò per 6 anni: dal 30 ottobre 1835 al 10 maggio
1841.
Nel vasto cortile interno, una
bella meridiana attirò l’attenzione
del chierico Bosco e del suo amico
Garigliano al loro primo ingresso.
Vi è scritto: “Afflictis lentae – celeres
gaudentibus horae” cioè “Le ore
passano lentamente per coloro che
sono tristi, velocemente per chi è
nella gioia”. Questo motto fu subito scelto dai due come programma di vita!
Accanto al Seminario, si trova
la
Chiesa
di
san Filippo.
Nell’800 un corridoio metteva
in comunicazione la Chiesa e il
seminario. Di lì ogni mattina,
durante
il
tempo
della
colazione, passava il chierico
Bosco con altri compagni per
ricevere
la comunione
dal
rettore di san Filippo. Infatti
la comunione
poteva
farsi
solamente la domenica e nelle
altre feste; per nutrirsi dell’Eucarestia durante la settimana, bisognava rinunciare alla
colazione e andare in san Filippo, raggiungendo poi gli altri compagni mentre
entravano a scuola o nella sala di studio. Questa manovra era proibita dal
regolamento. Mai superiori, che vedevano benissimo ciò che capitava, non dicevano
niente e tacitamente approvavano.
3. TORINO UN GIOVANE DIVENTA PRETE
La Chiesa della Visitazione
Qui Giovanni Bosco incontra Torino. Arriva qui dal Seminario di Chieri. In questa
chiesa piccola e graziosa, che era stata la cappella dell’antico monastero della
Visitazione (le suore fondate da San Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca
Chantal), il chierico Giovanni Bosco trascorse ore di preghiera e di adorazione nei
giorni immediatamente precedenti alla consacrazione sacerdotale.
Il Convitto Ecclesiastico
Accanto alla chiesa sorgeva il Convitto Ecclesiastico, diretto dal Cafasso. Invitato da
lui, don Bosco si trasferisce nel Convitto. Vi rimarrà per tre anni, arricchendosi
culturalmente e spiritualmente. Don Cafasso lo coinvolse in molte esperienze
pastorali, con i piccoli muratori, gli spazzacamini, lo porta con sé nelle carceri, lo mette
a contatto con altri sacerdoti che in quegli anni stanno iniziando l’esperienza degli
oratori.
Una cosa salta subito agli occhi di tutti: il giovane don Bosco esercita un fascino
straordinario sui ragazzi. Ricorda lui stesso: «Appena entrato nel Convitto di San
Fancesco, subito mi trovai una schiera di giovanetti, che mi seguivano per viali, per le
piazze e nella stessa sacristia della chiesa dell’Istituto. Ma non poteva prendermi
diretta cura di loro per mancanza di locale».
Le prigioni
Il suo amico don Cafasso, che l’aveva preso sotto le sue ali protettive, era conosciuto
come «il prete della forca», perché faceva il cappellano delle prigioni e se qualcuno
veniva condannato a morte, saliva sul carro accanto a lui e lo confortava fino al luogo
del supplizio, che era il Rondò della forca. Questo è il nome che ha ancora la fermata
dei bus all’incrocio di Corso Valdocco e Corso Regina Margherita, dove un tempo finiva
(e cominciava) la città di Torino e venivano giustiziati i condannati a morte. Qui sorge il
monumento a don Cafasso, che è stato dichiarato santo nel 1947 ed è venerato nella
Chiesa della Consolata, dove il suo corpo è esposto in un’urna. Una volta, anche don
Bosco provò ad assistere all’esecuzione di un suo
giovane assistito, ma quando vide il palco con le
forche impallidì e svenne. Don Cafasso, conosciuta
la spiccata propensione al lavoro tra i giova- ni,
mette don Bosco a contatto con le fasce giovanili più
povere e abbandonate della città. Lo coinvolge nei
catechismi ai piccoli muratori e agli spazzacamini; lo
impegna nella assistenza spirituale presso i nuovi
istituti di carità e di istruzione che stanno sorgendo
nella capitale (Cottolengo, Opera Pia Barolo, scuole
della Regia Opera della Mendicità Istruita dirette dai
Fratelli delle Scuole Cristiane); lo porta con sé nelle
carceri. Le prigioni di Torino in quel tempo erano
quattro: due per le donne e due per gli uomini.
Queste ultime erano il correzionale e le prigioni
senatorie.
8 dicembre 1841
Proprio qui, nella chiesa dove ha
celebrato la prima Messa, nella festa
dell’Immacolata Concezione del 1841,
incontra il giovane Bartolomeo Garelli.
Dopo quel primo incontro, ogni
domenica, si raduna al Convitto un
gruppetto di ragazzi che va crescendo:
nel febbraio successivo sono una
ventina; trenta alla fine di marzo; quasi
un centinaio per sant'Anna (26 luglio), festa patronale dei muratori.
I ragazzi che in questi primi tempi frequentano il nascente oratorio sono in
prevalenza operai e manovali che trascorrono a Torino soltanto una parte dell'anno,
quella libera dalle attività agricole (dal tardo autunno alla fine di giugno). Si tratta di
«Savoiardi, Svizzeri, Valdostani, Biellesi, Novaresi, Lombardi» . Questo tipo di giovani,
migratori stagionali, continuerà ad essere prevalente nell'Oratorio di don Bosco fin
verso la metà degli anni Cinquanta, quando l'immigrazione in Torino divenne stabile.
I ragazzi si radunavano nella sacrestia della Chiesa di San Francesco d’Assisi e nel
cortiletto adiacente, per il catechismo e per intrattenersi in allegria. «Fu allora che io
toccai con mano, che i giovanetti usciti dal luo- go di punizione, se trovano una mano
benevola, che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a
lavo- rare presso di qualche onesto padrone, e andandoli qualche volta a visitare
lungo la settimana, questi giovanetti si davano ad una vita onorata, dimenticavano il
passato, divenivano buoni cristiani ed onesti cittadini» (MO 122-123).
Solo un prato
A don Bosco rimaneva il prato affittato dai fratelli Filippi, lontano solo cinquanta
passi. Ogni domenica si rincorrevano e si sbizzarrivano trecento ragazzi. In un angolo,
seduto su una panca, don Bosco confessava.
Ma anche qui durò poco. I fratelli
Filippi chiedono a don Bosco di
andarsene: «I suoi ragazzi, mi dicevano,
calpestando ripetutamente il
nostro prato faranno perdere fino la radice
dell'erba. Noi siamo contenti di condonarle la
pigione scaduta purché entro a quindici giorni
ci dia libero il nostro prato. Maggior dilazione
non le possiamo concedere».
E adesso?
Don Bosco è matto!
Don Borel e gli altri : «Per non esporci a perdere tutto è meglio salvare qualche cosa.
Lasciamo in libertà tutti gli attuali giovanetti, riteniamone soltanto una ventina dei più
piccoli. Mentre continueremo ad istruire costoro nel Catechismo, Dio ci aprirà la via e
l'opportunità di fare di più». Loro risposi: «Non occorre aspettare altra opportunità, il
sito è preparato, vi è un cortile spazioso, una casa con molti fanciulli, porticato, Chiesa,
preti, chierici, tutto ai nostri cenni». «Ma dove sono queste cose?» chiede don
Borel. «Io non so dire dove siano, ma esistono certamente e sono per noi». Allora don
Borel dando in copioso pianto, povero D. Bosco, esclamò, gli è dato la volta al cervello.
Dal cuore di don Bosco si alzò solo una preghiera: «Mio Dio, perché non mi fate
palese il luogo in cui volete che io raccolga questi fanciulli?» Naturalmente Dio
ci pensò.
La cappella pinardi
Un certo Pinardi, tramite Pancrazio Soave, offrì a don Bosco una tettoia appoggiata
ad una casetta
nella zona Valdocco, malsana a malfamata, alla periferia di Torino.
Alla tettoia non c'era nessuna campana, ma c'era il cuore di Don Bosco che chiamava
tutti quei ragazzi, che arrivarono a centinaia.
La tettoia Pinardi fu usata come cappella per sei anni, cioè fino al 20 giugno 1852,
data di inaugurazione della chiesa di san Francesco di Sales. Venne quindi adibita a
sala di studio e di ricreazione ed anche a dormitorio fino al 1856, quando la si demolì
insieme a casa Pinardi.
La casa Pinardi
Piccola, ma tutta sua
Don Bosco pagò 300 lire per
un anno: per lo stanzonetettoia e la striscia di terra
intorno, dove far giocare i suoi
ragazzi. Tornò di corsa ai suoi
ragazzi
e
gridò:
«Allegri!
Abbiamo trovato l'oratorio! A
Pasqua ci andremo: è là, in casa
del signor Pinardi!». Il 12 aprile
era domenica di Pasqua. Tutte
le
campane
della
città
squillarono a festa.
II 5 giugno 1846 don Bosco otteneva in subaffitto da Pancrazio Soave tre camere
attigue, al piano superiore di casa Pinardi, verso levante. Il 3 novembre di quello
stesso anno, don Bosco si trasferisce nelle stanzette di casa Pinardi, lasciando
definitivamente abitazione e lavoro presso l’opera della Barolo. Con lui c’è mamma
Margherita, che ha seguito il figlio, che ora è senza impiego e senza alcun introito. Ma
nulla spaventava don Bosco, che il primo dicembre prese in affitto tutta la casa
Pinardi, con il terreno circostante.
Il prof. Raineri, uno dei primi allievi, che frequentò l'Oratorio dal 1846 al 1853,
ricorda: «Nel pomeriggio d'una domenica del 1851, dopo una lotteria, don Bosco dal
balcone della povera casa Pinardi aveva gettato abbondantemente in mezzo ai
giovani, confetti e caramelle.
Disceso quindi in cortile, dove regnava la più grande allegria, fu attorniato, preso ed
alzato come in trionfo. In quel momento uno studente gli disse: “O don Bosco, se
potesse vedere tutte le parti del mondo ed in ciascuna di esse tanti Oratori!” Don
Bosco (parmi vederlo) volse intorno lo sguardo maestoso e soave, e rispose: “Chi sa
non debba venire il giorno in cui ì figli dell'Oratorio non siano sparsi per tutto il
mondo!”».
La vecchia e povera casa Pinardi con la storica tettoia fu abbattuta nel 1856 e
sostituita con l’edificio che vediamo oggi.
4. NASCE LA CONGREGAZIONE SALESIANA
La chiesa di san Francesco di Sales
La “Porziuncola” salesiana
La Cappella Pinardi, in sei anni di
onorato servizio, era di- ventata sempre
più piccola per i tanti ragazzi che
venivano all'Oratorio. La posa della
prima pietra di una nuova chiesa
dedicata a S. Francesco di Sales fu fatta
il 20 luglio 1851. Fu consacrata il 20
giugno 1852, e per 16 anni (fino al 1868)
rimase il cuore della Congregazione che
nasceva.
Le camerette di don Bosco
Dopo la costruzione della prima parte dell'Ospizio, don Bosco nel novembre del 1853
passò dalla casa Pinardi ad abitare nell'ultima cameretta posta al secondo piano,
nell'ala parallela alla chiesa di San Francesco di Sales, e che in seguito servì da
anticamera
al
suo
nuovo
alloggio. Quest'umile
cameretta
per otto anni fu ad un tempo lo
studio, la sala di ricevimento e la
camera da letto di don Bosco.
Qui, dopo lunghe meditazioni, nel
1854, finiva di elaborare il
Regolamento dell'Oratorio di San
Francesco di Sales. In questa
stanza furono gettate le basi della
Società di San Francesco di Sales
che doveva ereditare lo spirito e l'apostolato di don Bosco; e la sera del 26 gennaio del
1854 i primi suoi figli, presenti Michele Rua e Giovanni Cagliero, per la prima volta
furono chiamati Salesiani.
Nella meditazione, nella preghiera, nel raccoglimento di questa povera stanza, don
Bosco incominciò nel 1855 lo studio per la compilazione delle Regole della Società che
aveva in animo di fondare.
La Basilica di Maria Ausiliatrice
È il cuore di Valdocco e della Famiglia Salesiana; è la chiesa madre da cui sono partiti,
nel 1875, i primi missionari salesiani e da cui ancora, ogni anno, partono per tutto il
mondo. Don Bosco la volle come centro irradiante della devozione alla Madonna.
Portando questa immagine e
questa spiritualità nel cuore, i
salesiani si diffusero in tutto il
mondo.
Scarica

I luoghi di Don Bosco