Elisabetta Tarantino, 'Primo Levi e il "dolce mondo". Su un peculiare uso intertestuale di Dante nella prima poesia leviana',
Autografo, 51 (2014): 117-133.
PRIMO LEVI E IL «DOLCE MONDO».
SU UN PECULIARE USO INTERTESTUALE DI DANTE
NELLA PRIMA POESIA LEVIANA1
di Elisabetta Tarantino
Sull’uso di Dante nell’opera di Levi si è già sviluppata una bibliografia notevole, che ha esplorato in dettaglio non solo, com’è ovvio, il capitolo di Se questo è un uomo dedicato al Canto di Ulisse,
ma la ricca serie di riferimenti più o meno palesi a Dante presente
nell’arco di tutta l’opera leviana.2 È ben vero che Levi non include
Dante nella rassegna delle sue influenze letterarie, La ricerca delle
radici (1981), ma, lungi dallo sminuirne l’importanza, ciò stesso la
ribadisce: perché, come spiega Levi stesso, l’esclusione è dovuta
proprio all’universalità della presenza di Dante nel patrimonio culturale non solo suo e degli italiani in genere ma di tutti:
Ho deliberatamente escluso nomi che sono (o dovrebbero essere) patrimonio
di ogni lettore, come Dante, Leopardi, Manzoni, Flaubert, ecc.: se li avessi
messi sarebbe stato come se, in un documento di identità, sul rigo “segni
particolari” si scrivesse “Due occhi”. In altre parole, ho omesso le letture
che dicono qualcosa a tutti, o almeno a tutti gli scrittori italiani della mia
generazione.3
All’interno di questo quadro, il presente saggio aggiunge un ulteriore ed originale elemento, richiamando l’attenzione su un peculiare uso intertestuale di Dante nelle primissime poesie di Levi,
che è reso possibile proprio da quel grado elevato di universalità di
Dante come patrimonio culturale cui Levi accenna nella citazione riportata sopra. Questo particolare uso dell’intertestualità, che abbiamo rilevato solo nella primissima produzione letteraria dell’autore,
si distingue nettamente dal più raffinato ma forse anche più usuale
processo di “ricontestualizzazione” ammirevolmente descritto da
Mirna Cicioni in relazione ad opere più tarde.4 Alcuni tratti del complesso che analizzeremo qui sono già stati menzionati da François
Rastier, ma il presente contributo aggiunge a quanto indicato dal
critico francese l’individuazione, oltre che di qualche ulteriore elemento, anche e soprattutto della precisa sistematicità di quello che
si rivela essere, per l’appunto, un complesso di citazioni, assemblato
secondo una consapevole procedura da parte di Levi, come rivelano
le simmetrie e gli echi incrociati che andremo a evidenziare.5
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Elisabetta Tarantino
La presenza intertestuale di Dante si fa sentire nell’arco di tutto
il periodo di quarant’anni circa nel quale sono state composte le
poesie raccolte in Ad ora incerta (1984).6 Levi stesso ce la segnala
in quattro casi, per un totale di cinque luoghi danteschi:
Inferno III, 57 e Purgatorio V, 135 (134 nell’edizione Petrocchi) per 25 febbraio 1944 (datata 1946) – insieme a T.S. Eliot, The Waste Land («I had not
thought death had undone so many»);
Vita Nuova XXVI per Un altro lunedì (1946);
Purgatorio XXVI, 34 per Schiera bruna (1980);
Inferno XXXIII, 141 per l’ultimo verso de Il superstite (1984) – insieme a S.T.
Coleridge, The Rhyme of the Ancient Mariner, 582 per il verso iniziale.
Come osserva Italo Rosato, questa necessità di identificare le
citazioni sembra indicare che in queste poesie di Levi «il gioco dei
rimandi intertestuali non è sotterraneo, esige che l’affiancamento
del testo evocato al testo evocante non sia affidato solo all’arguzia
del filologo».7 Come cercheremo di mostrare qui, ciò è dovuto, in
alcuni casi almeno, alla necessità di assicurarsi che il lettore completi il testo che ha davanti con il richiamo al testo di origine della
citazione, in quanto si tratta di una strategia non puramente letteraria ma specificatamente comunicativa. Nell’escludere che le poe­
sie di Levi rientrino nell’ambito della poesia lirica, Cesare Segre
giustamente le considera «un messaggio rivolto ad altri, o in forma
di ammonimento, o in forma di apologo. La novità espressiva non
è mai nell’ambito della parola o della frase, ma in quello del discorso, rivelatore nei suoi accostamenti o nelle sue implicazioni».8
In quel che segue vedremo come quegli «accostamenti» e quelle
«implicazioni» risultino ancora più sorprendentemente dotati di
un diretto e profondo significato di quanto non si pensasse.
Torneremo più avanti su due di questi richiami intertestuali,
ovvero quelli relativi a 25 febbraio 1944 e a Il superstite. Per il momento vorrei avviare la nostra analisi soffermandoci su un’eco dantesca della quale Levi, però, contrariamente a quanto detto sopra,
non fa parola. Infatti, l’unica nota che l’autore appone a Buna è: «È
il nome dello stabilimento in cui ho lavorato durante la prigionia».9
Buna, datata 28 dicembre 1945, è la seconda poesia della raccolta, la prima nata dall’esperienza del Lager. E nonostante l’assenza di un rinvio esplicito dell’autore alla Divina Commedia, questa
poesia si presenta come un concentrato di aura dantesca.10 Allo
stesso tempo, è stato notato anche come Buna sia un concentrato e
Primo Levi e il «dolce mondo»
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un’anticipazione di quello che troviamo in Se questo è un uomo.11
Come osserva, ad esempio, Jean-Philippe Bareil: «Tous les thèmes
développés dans Si c’est un homme y sont déjà contenus, qu’il s’agisse de la douleur physique, de la grisaille du paysage, des files de
prisonniers condamnés à une souffrance qu’on devine éternelle»,12
e non è a caso che proprio questi elementi richiamino alla mente
l’Inferno dantesco, allo stesso modo in cui diversi aspetti del primo romanzo utilizzano la Commedia come elemento di paragone
e di struttura.13 Infatti, è noto come la poesia abbia costituito il
primo mezzo letterario con cui Levi ha cercato di esprimere l’orrore dell’esperienza del Lager. E lo stesso rapporto tra gruppi di
poesie e opere in prosa si ritroverà negli anni ottanta, dove poesie
come Il superstite, di cui ci occuperemo sotto, fanno da momento
di incubazione per l’opera memorialistica del 1986, I sommersi e
i salvati.14
Qui, però, vorrei concentrare l’attenzione sugli ultimi versi di
Buna:
Se ancora ci trovassimo davanti
Lassù nel dolce mondo sotto il sole,
Con quale viso ci staremmo a fronte?
(Opere, II, p. 521, vv. 20-22; corsivo aggiunto)
Anche se Levi, come abbiamo visto, non rinvia a Dante nella
nota relativa a questa poesia, quel «dolce mondo» al verso 21 è una
parola chiave dal sapore ovviamente dantesco. Ed è qui che troviamo quel peculiare esempio di intertestualità al quale si è accennato
in apertura.
Se andiamo a controllare il contesto dantesco, una prima constatazione interessante, ma non sorprendente, è che il «dolce mondo»
nella Divina Commedia si trova solo nell’Inferno – è ovvio: le anime
del Purgatorio, e ancora di più quelle del Paradiso, non hanno alcun motivo di provare nostalgia per il “dolce” mondo terreno –.15
François Rastier ha colto l’importanza ricorrente di questo mantra
del «(dolce) mondo» in Levi, facendo ulteriormente riferimento al
brano de I sommersi e i salvati dove si ricorda come i prigionieri
di Auschwitz usavano la formula generica «il mondo» per tutto
ciò che era fuori dal campo di concentramento («Le notizie “dal
mondo”, come si diceva, arrivavano saltuarie e vaghe», Opere, II,
p. 1071) e al racconto Un discepolo in Lilít, in cui il protagonista riceve miracolosamente una «lettera dal dolce mondo», ovvero dalla
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Elisabetta Tarantino
madre (II, p. 27).16 Rastier accosta quest’ultimo brano all’episodio
dantesco della Pia de’ Tolomei, a cui rinvia esplicitamente Levi per
25 febbraio 1944, osservando (in maniera non strettamente corretta) che «[l]e parole “dolce mondo” sono due volte associate alla
dolcezza della madre e dell’amata: attraverso la lettera della madre,
Primo riceve notizie dal mondo dei vivi; attraverso la voce di Pia
dei Tolomei, gli è affidata la missione del ricordo».17 Quest’ultima
asserzione si basa, naturalmente, sull’ingiunzione del personaggio
dantesco in Purg. V, 130-133: «Deh, quando tu sarai tornato al
mondo / […] ricorditi di me, che son la Pia». Allo stesso modo,
Rastier osserva che, in Buna, «l’espressione “nel dolce mondo”
rinvia probabilmente alle parole che Farinata rivolge al narratore
dell’Inferno: “E se tu mai nel dolce mondo regge, / dimmi: perché
quel popolo è sì empio / incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?” (X,
vv. 82-84). Farinata parla qui dei guelfi al potere a Firenze, ma
queste parole possono applicarsi perfettamente alla persecuzione
degli Ebrei da parte dei nazisti».18 Rastier conclude, dunque, che
«Farinata affida la missione della comprensione, la Pia assegnava
quella del ricordo, quando il narratore farà ritorno nel mondo dei
vivi», delineando così le linee essenziali del peculiare uso intertestuale che si intende descrivere in questo saggio.
Il critico rivolge poi la sua attenzione al ricorrere dei “soli” nelle poesie di Levi,19 ma noi resteremo invece sul discorso del «(dolce) mondo», perché quelle identificate da Rastier sono in realtà le
spie di un procedimento intertestuale ancora più preciso e sistematico di quanto non risulti dalle osservazioni del critico francese.
Rastier arriva alle sue conclusioni mettendo insieme due tipi di
riferimenti di carattere diverso in due poesie di Levi: una citazione
dantesca testuale ma non esplicitamente identificata (in Buna) e
un riferimento al «mondo» (non il «dolce mondo» – e infatti la Pia
si trova in Purgatorio, non all’Inferno –) che non è esplicito in 25
febbraio 1944, mentre invece esplicito è il riferimento da parte di
Levi al brano dantesco in questione, sebbene in relazione a un altro marker intertestuale contenuto nella stessa poesia, «che morte
ti ha disfatta» (torneremo più avanti su questi riferimenti).
Ora, vorrei cercare qui di riordinare il quadro di queste citazioni e questi rinvii, mostrando come siamo di fronte, in realtà, a
una forma di pratica intertestuale molto deliberata e di una certa complessità, ma anche, a mio parere, alquanto inusitata. Dato
il carattere preciso e simmetrico delle allusioni intertestuali che
Primo Levi e il «dolce mondo»
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evidenzieremo qui, e il fatto che queste sono in parte identificate
esplicitamente dall’autore, ci sembra di poter escludere che si tratti
di quel fenomeno della citazione inconsapevole di cui Levi pure ha
parlato diverse volte.20
Come prima cosa, va notato che il «dolce mondo», nell’Inferno
dantesco, ricorre in un altro canto, prima di quello degli eresiarchi
e di Farinata. Si tratta del sesto dell’Inferno, ovvero il canto dei golosi e di Ciacco.21 E anche qui, come per il «dolce mondo» in Inf. X
ma contrariamente a quello che avviene di solito con i riferimenti
intertestuali, non è tanto il contenuto degli episodi da cui proviene il marker intertestuale («dolce mondo») ad essere pertinente,
quanto l’immediato contesto linguistico.22
Come per il discorso di Farinata, vediamo, infatti, che cosa succede quando andiamo a “leggere intorno” a questa espressione nel
testo originale. Nel VI canto dell’Inferno, è Ciacco che parla e dice:
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo.
(Inf. VI, 88-90)23
Pertanto, quando andiamo a “spacchettare” la citazione ritroviamo quello stesso tema della memoria che Rastier aveva giustamente rilevato nella citazione della Pia, ma in forma più potente
in quanto qui si tratta di richiamare alla memoria altrui, di rendere
testimonianza. E siamo ora in grado di vedere come l’allusione a
due temi assolutamente fondamentali per Levi, la domanda del
perché e l’imperativo della testimonianza, si realizzi tramite l’uso
dello stesso marker intertestuale all’interno della stessa poesia.
Dunque, il riferimento al «dolce mondo» in questa poesia, che
costituisce il primissimo tentativo da parte di Levi di dare espressione letteraria all’esperienza dei campi di concentramento, gli
consente di alludere, senza dirlo esplicitamente, ai due grandi temi
che lo sospingono in prima istanza, come il Vecchio Marinaio di
Coleridge, ad affrontare il penoso compito della testimonianza letteraria.
C’è poi un’altra dimensione in questo riferimento al «dolce mondo», che richiede che aggiungiamo una precisazione all’affermazione fatta in precedenza che quello che importa qui è l’immediato
contesto linguistico più che non l’ambientazione dei canti danteschi
in cui figura questa espressione. Infatti, le due citazioni dantesche
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Elisabetta Tarantino
di cui ci stiamo occupando non sono legate solo in maniera esteriore, ovvero, da un lato, dal ricorrere del «dolce mondo», dall’altro, dal riunirsi nella coscienza di Levi in quanto portatrici di due
temi per lui fondamentali. I due brani sono legati già all’origine, nel
testo dantesco, il che probabilmente spiega anche il comparire del
«dolce mondo» in entrambi. Infatti, nel parlare con Ciacco Dante
chiede esplicitamente di Farinata, cosa di cui si ricorderà poi Virgilio quando arriveranno nel cerchio degli eresiarchi.24 Questo perché Ciacco e Farinata hanno in comune il fatto di essere fiorentini,
ovvero connazionali di Dante, cosa a cui entrambi i dannati fanno
subito riferimento.25 Il «dolce mondo» è dunque in un certo senso
proprio la madrepatria di tutti e tre questi personaggi (Ciacco, Farinata e Dante). Da un lato, questo collegamento alla fonte, e questa
tematica della patria perduta, rendono ancora più probabile che qui
Levi abbia voluto rinviare deliberatamente ad entrambi i luoghi e ad
entrambe quelle frasi attraverso l’uso del marker intertestuale «nel
dolce mondo». Dall’altro, questa associazione del «dolce mondo»
con la vita e gli affetti di prima del Lager è confermata, come già
menzionato, dall’uso che Levi fa della frase nel racconto Un discepolo in riferimento alla lettera ricevuta dalla madre.26
Nonostante questo importante elemento tematico, il procedimento intertestuale che abbiamo appena descritto resta comunque
alquanto “anomalo”. Solitamente il marker intertestuale ci invita,
sì, come qui, a risalire al testo di origine, ma non per trarne indicazioni così direttamente “verbali” come quelle due frasi di Ciacco
e di Farinata. Solitamente si traggono indicazioni tematiche che
rafforzano, o forse più spesso ci costringono sottilmente a riesaminare, certe connotazioni del testo di destinazione.
Anche nell’opera di Levi si trovano, in realtà, casi di intertestualità dantesca di quest’ultimo tipo. Mirna Cicioni la chiama “ricontestualizzazione” («recontexting»), e ne cita degli esempi in due punti
diversi del suo libro, uno dei quali concerne la poesia di Levi.27 Si
tratta, però, di un componimento di una quarantina di anni più tardo di quelli di cui ci stiamo occupando qui, appartenente al secondo
“grappolo” identificato da Levi stesso,28 ovvero Il superstite, in cui
l’accorata difesa del personaggio eponimo – «Non è mia colpa se
vivo e respiro / E mangio e bevo e dormo e vesto panni» – è sottilmente minata dal riconoscimento della citazione dantesca e del relativo contesto.29 Infatti, nel XXXIII dell’Inferno, la frase «e mangia
e bee e dorme e veste panni» (v. 141) si riferisce all’avatar diaboli-
Primo Levi e il «dolce mondo»
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co di un traditore, Branca Doria, che compie quei gesti quotidiani
sulla terra al posto del traditore stesso, il quale viene così ritenuto
vivo dai contemporanei mentre è già da anni relegato all’Inferno.
Questa citazione aggiunge dunque delle risonanze importanti in una
poesia che tratta di un «superstite». Come osserva efficacemente la
Cicioni, questo «recontexting, which adds the notion of betrayal to
that of guilt and the notion of being only apparently alive to that of
surviving, is chilling in the global context of Levi’s writings».30 A
evidenziare ancora di più la pertinenza all’idea del survivor’s guilt,
ricordiamo inoltre che Branca Doria era nel gruppo dei traditori
degli ospiti, ovvero di amici e parenti.31 Dunque, siamo di fronte qui
a un’operazione intertestuale abbastanza sofisticata, tanto più che
Il superstite inizia con la frase inglese tratta dall’Ancient Mariner di
Coleridge, «Since then, at an uncertain hour», che dà il titolo a tutta
la raccolta di poesie, Ad ora incerta.32
Il tipo di intertestualità che stiamo evidenziando qui in poesie
di quasi quarant’anni prima è, invece, alquanto diverso. Sebbene
ci sia anche, come abbiamo detto, una certa pertinenza tematica –
Ciacco e Farinata sono compatrioti di Dante, e il «dolce mondo»
è specificatamente la patria perduta – il contesto più ampio, in
particolare che tipo di dannati sono questi personaggi, il motivo
per cui sono all’Inferno, non è certo pertinente quanto lo è nel
caso di Branca Doria. Quello che stiamo esaminando qui è un tipo
di intertestualità che si serve di un meccanismo allusivo direttamente “testuale”. È come se Levi avesse inventato, con decenni di
anticipo, il collegamento ipertestuale: si fa clic sul «dolce mondo»
e si leggono le frasi che compaiono: «priegoti ch’a la mente altrui
mi rechi…»; «perché quel popolo è sì empio / incontr’a’ miei…»
Si tratta, ovviamente, di un tipo di operazione intertestuale che
può funzionare solo laddove l’autore può contare sul fatto che i
suoi lettori conoscano a memoria i testi a cui fa riferimento. La
pratica di imparare a memoria brani di poesia, e in particolare di
Dante, nelle scuole italiane fino a tempi piuttosto recenti fornisce
forse uno dei pochi sostrati culturali adatti a sostenere questo tipo
di allusione intertestuale. E infatti lo sforzarsi disperatamente di
ricordare Dante a memoria è l’azione portante del capitolo Il canto
di Ulisse di Se questo è un uomo, che costituisce il nodo centrale e il
momento più esteso dell’uso di Dante nell’opera di Primo Levi. Su
un altro piano, in Breve sogno, ultimo racconto della raccolta Lilít
(1981), ovviamente retto sul rapporto intertestuale con i classici
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Elisabetta Tarantino
del medioevo italiano, viene messa in scena una implicita gara di
citazioni:33
Riccardo si svegliò; la ragazza (totalmente ridimensionata) anche: si stirò, sbadigliò con garbo, abbozzò un sorriso timido, e disse: – Pisa. Vituperio de le
genti –. Aveva proprio un forte accento inglese. Riccardo, ancora confuso dal
sonno e dal sogno, boccheggiò per un istante, e poi replicò correttamente: – …
del bel paese là dove il sì suona, – ma non gli riuscì di rammentare il verso
successivo.34
È esattamente un’operazione di questo tipo che Levi si aspetta
qui dal lettore: data una citazione, completarla con quello che segue (o con quello che viene prima).
Infatti, nonostante la necessità di palesare le citazioni rivelata
nelle note dell’autore alla raccolta Ad ora incerta, Levi lascia comunque qualcosa all’«arguzia filologica» del lettore.35 Come abbiamo già detto, non c’è alcun rinvio a Dante nella nota apposta
a Buna. Ma vorrei vedere ora come, anche in una poesia per cui
abbiamo non uno ma due riferimenti a Dante per lo stesso verso,
applicando il procedimento del “leggere intorno” al marker intertestuale si ottengono risultati importanti per la lettura del componimento in questione.
La poesia, che è anche la prima per cui Levi ci fornisce dei rimandi danteschi, si intitola 25 febbraio 1944 e si riferisce al giorno
prima dell’arrivo di Levi a Auschwitz, e ad una figura di donna
(identificata dai biografi in Vanda Maestro) alla quale Levi allude
anche in Se questo è un uomo, alla fine della penultima sezione del
primo capitolo intitolato Il viaggio: «Ci dicemmo allora, nell’ora
della decisione, cose che non si dicono fra i vivi» (Opere, I, p. 13).
Per questa poesia, che è stata scritta il 9 gennaio 1946, e dunque 12
giorni dopo Buna, le indicazioni di Levi ci indirizzano, come abbiamo visto, a Inf. III, 57 e Purg. V, 134. Levi allude, ovviamente,
al secondo verso della poesia, che qui riportiamo integralmente:
Vorrei credere qualcosa oltre,
Oltre che morte ti ha disfatta.
Vorrei poter dire la forza
Con cui desiderammo allora,
Noi già sommersi,
Di potere ancora una volta insieme
Camminare liberi sotto il sole.
(Opere, II, p. 523; corsivo aggiunto)
Primo Levi e il «dolce mondo»
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Gli intertesti di riferimento sono due luoghi celeberrimi della
Commedia: l’episodio degli ignavi nell’Inferno e quello di Pia de’
Tolomei nel Purgatorio. Levi rinvia inoltre anche ai famosi versi
della Waste Land di Eliot ispirati essi stessi a Inf. III: «I had not
thought death had undone so many» – ma di questo non ci occuperemo qui –. Né è il caso di soffermarsi qui su un’altra importantissima parola chiave leviana di ascendenza dantesca, la cui presenza va però almeno registrata: quel «sommersi» al quinto verso
della poesia.36 In merito ai versi finali, vediamo, invece, che questi
si richiamano direttamente agli ultimi tre versi di Buna, tanto nel
senso generale quanto nella ripresa di «sotto il sole».37 Notiamo
però che quello che manca qui è proprio il «dolce mondo». L’assenza si nota proprio per l’omologia con i versi di Buna.
Se si va a “leggere intorno” a uno dei due brani danteschi a cui
ci rinvia esplicitamente Levi per questa poesia, quello della Pia de’
Tolomei, come già accennato da Rastier, troviamo dei versi (famosissimi) che trasmettono la missione del ricordo:38
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via»
seguitò ’l terzo spirito al secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma».
(Purg. V, 130-136; corsivo aggiunto)
Abbiamo, dunque, qui un brano speculare o omologo per molti
versi a quello di Ciacco («Ma quando tu sarai nel dolce mondo, /
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi») a cui ci aveva rinviato in
Buna il riferimento al «dolce mondo». Ovvero, abbiamo qui una
doppia omologia: tra le due poesie di Levi, e i due brani danteschi
a cui rinviano. Notiamo poi che anche nel brano della Pia, come
nella poesia di Levi che vi fa riferimento, è scomparso il «dolce
mondo», o almeno l’aggettivo «dolce» – perché, come dicevamo,
la terra non è più il “dolce” mondo per le anime non dannate. La
cosa essenziale poi è che anche il brano della Pia ci riconduce al
messaggio del ricordare, sebbene con meno feroce urgenza che
non nel brano di Ciacco, dove si trattava di richiamare alla memoria degli altri.
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Vorrei credere qualcosa oltre,
Oltre che morte ti ha disfatta.
Vorrei poter dire la forza
Con cui desiderammo allora,
Noi già sommersi,
Di potere ancora una volta insieme
Camminare liberi sotto il sole.
(25 febbraio 1944)
Se ancora ci trovassimo davanti
Lassù nel dolce mondo sotto il sole,
Con quale viso ci staremmo a fronte?
(Buna, vv. 20-22)
Elisabetta Tarantino
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via»,
seguitò ’l terzo spirito al secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia.
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma».
(Purg. V, 130-136)
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo.
(Inf. VI, 88-90)
Infatti, a riprova della sofisticatezza di questa operazione in
Levi, vale la pena osservare che con questo struggente profilo di
donna, così umbratile, un po’ misteriosa, Levi sta riproducendo
esattamente quello che aveva fatto Dante con la Pia, finanche nel
numero preciso di versi: la vignetta della Pia in Purg. V è racchiusa
esattamente in sette versi, proprio come questa poesia di Levi.
A questo punto è lecito e doveroso chiedersi che cosa succede
se andiamo a “spacchettare” l’altro riferimento dantesco fornito
esplicitamente da Levi in merito a questo stesso verso di 25 febbraio 1944, ovvero quello relativo al famosissimo episodio degli ignavi
in Inf. III. Anche qui, come nel caso di Ciacco e Farinata, direi che
non è pertinente il motivo per cui questi dannati sono all’Inferno,
o nell’anticamera dell’Inferno: è l’immediato contesto citazionale
che ci interessa.39
La miseranda schiera era stata introdotta da Virgilio con queste
parole: «Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e
giustizia li sdegna: / non ragioniam di lor, ma guarda e passa.» (Inf.
III, 49-51) Questa citazione ci trasporta al centro del paradosso
che soggiace all’identificazione di Auschwitz con l’Inferno, ovvero
il fatto che i “dannati” del campo di concentramento non hanno
meritato la loro punizione.40 E, di fatto, in questo contesto il richiamo serve a rovesciare e raddrizzare la situazione descritta nella
citazione: dare finalmente giustizia al popolo vittima della Shoah:
dare loro «misericordia e giustizia», ragionando di loro, invece di
consentirci di guardare e passare in silenzio.
È chiaro, dunque, che questo tipo così particolare di operazione
intertestuale in Levi è molto più di un gioco linguistico-letterario, e
non solo per l’argomento di cui tratta.41 Il fatto è che questa di Levi
Primo Levi e il «dolce mondo»
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è un’operazione non solo enunciativa ma anche performativa: costringendoci a completare queste sue allusioni richiamando i dati
necessari dalla nostra memoria, Levi ci sta non solo chiedendo di
ricordare: ce lo sta facendo fare.
Questo rende tanto più importante menzionare un ultimo aspetto
peculiare messo in luce dalla nostra indagine sulla funzione intertestuale di Dante nell’opera di Primo Levi, in quanto si tratta di un
aspetto che a tutta prima sembra addirittura far risuonare una nota
falsa, sminuendo quasi l’alta serietà di tale funzione.
Il lettore che giunga al racconto Breve sogno avendo chiaro in
mente il capitolo Il canto di Ulisse di Se questo è un uomo potrebbe
rimanere giustificatamente un po’ interdetto davanti all’ultima frase della citazione che abbiamo riportato sopra: «ma non gli riuscì
di rammentare il verso successivo» (Opere, II, p. 203). Infatti, il
tono di questo racconto è generalmente umoristico, per non dire
vagamente farsesco. Come può Levi richiamare in tale contesto
uno degli aspetti più profondi e pieni di pathos del capitolo di
Ulisse in Se questo è un uomo: «non rammento più se viene prima o
dopo»; «Non ho salvato che un verso» (Opere, I, p. 109); «Darei la
zuppa di oggi per saper saldare “non ne avevo alcuna” col finale»
(p. 110)? Ovvero quell’aspetto su cui osserverà in seguito: «non
mentivo e non esageravo. Avrei dato veramente pane e zuppa, cioè
sangue, per salvare dal nulla quei ricordi, che oggi, col supporto sicuro della carta stampata, posso rinfrescare quando voglio e gratis,
e che perciò sembrano valere poco».42 Forse proprio per quello?
Perché fuori dal Lager quei ricordi sembrano valere poco?
Ma non è un caso isolato. Lo stesso dubbio sorge se si confrontano le pratiche intertestuali che abbiamo evidenziato in questo
lavoro in merito alle prime poesie con quanto individua Jonathan
Usher in un componimento quasi coevo ad esse, ma di carattere
apertamente ludico e occasionale.43 Il testamento del vicecapolaboratorio (1947) giustamente non è incluso nella raccolta Ad ora
incerta in quanto scritto semplicemente come saluto ai colleghi in
occasione delle dimissioni di Levi dalla ditta duco di Avigliana,
dove aveva lavorato per sedici mesi dopo il rientro in Italia (lo
si può leggere ora in Opere, I, p. 1366). Come fa notare Usher,
dietro allo scherzoso rifacimento dantesco «Io vissi in duco sotto
il buon Debove / Al tempo degli dèi falsi e Zanardi» (cfr. Inf. I,
71-72: «e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto / nel tempo de li dèi
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falsi e bugiardi») si cela una sinistra allusione alla definizione che il
parlante, Virgilio, aveva dato di se stesso pochi versi prima: «Non
omo, omo già fui» (v. 67). Il rimando al «se questo è un uomo»
che proprio in quegli anni passerà dall’epigrafe, la poesia Shemà,
al titolo dell’opera più famosa di Levi è tutt’altro che fortuito. La
genesi febbrile delle poesie e di quello che diventerà Se questo è un
uomo proprio durante i mesi in cui l’autore era impiegato presso
la duco viene descritta dal narratore-Levi in un famoso brano del
racconto Cromo (Il sistema periodico, 1975):
Ma io ero ritornato dalla prigionia da tre mesi, e vivevo male. Le cose viste
e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e
colpevole di essere uomo, perché gli uomini avevano edificato Auschwitz, ed
Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseri umani, e molti miei amici, ed una
donna che mi stava nel cuore […]. Scrivevo poesie concise e sanguinose, raccontavo con vertigine, a voce e per iscritto, tanto che a poco a poco ne nacque
poi un libro: scrivendo trovavo breve pace e mi sentivo ridiventare un uomo
[…]. Mi era stata benignamente concessa una scrivania zoppa in laboratorio
[…]. Il libro mi cresceva tra le mani quasi spontaneamente, senza piano né
sistema, intricato e gremito come un termitaio. (Opere, I, pp. 870-871; corsivo
aggiunto).
Il resto del racconto descriverà il “risorgere” di Levi, grazie
all’incontro con la futura moglie, all’operazione stessa della scrittura, e probabilmente anche alla ritrovata utilità professionale. Ma,
come si vede dalla frase che ho evidenziato in corsivo, l’inizio di
questo periodo è descritto in termini che esplicitano l’allusione
identificata da Usher nella poesia che ricapitola, in chiave apparentemente scherzosa, questo stesso periodo e ambientazione. Forse,
però, anche in questo caso l’allusione dantesca viene rovesciata:
nel periodo trascorso alla fabbrica di Avigliana, il non-uomo ridiventa uomo.
In realtà, dunque, anche in questi casi apparentemente “inappropriati” di reminiscenze dantesche, non è il tono scherzoso delle
opere successive che mina l’alta serietà di quelle più direttamente
a ridosso dell’esperienza del Lager, ma viceversa. Come allude giustamente Usher nel definire Il testamento un «ambiguously lighthearted piece», è tale esperienza che rimane come sostrato irremovibile tanto nello scherzo tra colleghi (che però allude all’idea
della morte – reale o virtuale – fin dal titolo) quanto nel caso, che
abbiamo visto in precedenza, di Breve sogno, un «racconto-divagazione» che sembra trasmettere «l’eco di un genere di racconto
Primo Levi e il «dolce mondo»
129
praticato sulle terze pagine dei quotidiani negli anni cinquanta e
sessanta» (Belpoliti, Opere, II, p. 1535).44 Come Dante, l’abominio
del Lager non si dimentica. E spesso ricordare l’uno equivale ricordare l’altro.
1 Questo saggio rielabora un intervento presentato al convegno internazionale
Ricercare le radici. Primo Levi lettore – Lettori di Primo Levi, The International Conference on Jewish Italian Literature (ICOJIL), VI edizione, Ferrara, 4-5 aprile 2013.
Ringrazio gli organizzatori per avermi dato l’opportunità di partecipare a tale evento e
gli altri partecipanti per le osservazioni e i consigli offertimi in quella sede. Vorrei ringraziare inoltre varie persone che, anonimamente e non, hanno letto una prima versione
di questo articolo e hanno offerto consigli e suggerimenti.
2 Un elenco, del resto per nulla esauriente, potrebbe includere, oltre agli studi
citati separatamente in questo saggio, G.C. Oli, Echi danteschi nell’esperienza di un
contemporaneo, in Actele celui de-al XII-lea congres internaţional de lingvistică şi filologie romanică, a cura di A. Rosetti, International Congress of Romance Linguistics
and Philology 1968, Editura Academiei Republicii Socialiste România, Bucarest 1971,
vol. 2, pp. 453-462; R.B. Sodi, A Dante of Our Time. Primo Levi and Auschwitz, Peter
Lang, New York 1990; L. Mondo, Primo Levi e Dante, in Primo Levi: memoria e invenzione, a cura di G. Ioli, Atti del convegno internazionale (San Salvatore Monferrato
26-28 settembre 1991), Edizioni della Biennale “Piemonte e letteratura”, San Salvatore
Monferrato 1995, pp. 224-229; J.-Ph. Bareil, Exil et voyage littéraire dans l’oeuvre de
Primo Levi, Editions Messene, Parigi 1998; M. Belpoliti, Dante Alighieri, in Id., Primo
Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. 60-65; S. Nezri, Primo Levi ou le naufrage
de la déportation, in “Cahiers d’Etudes Romanes”, 1 (1998), pp. 99-107; J. Usher, “Libertinage” Programmatic and Promiscuous Quotation in Primo Levi, in Primo Levi: The
Austere Humanist, a cura di J. Farrell, Peter Lang, Oxford 2004, pp. 91-116; V.M.M.
Traversi, Per dire l’orrore: Primo Levi e Dante, in “Dante”, 5 (2008), pp. 109-125; L.
Pertile, L’Inferno, il lager, la poesia, in “Dante”, 7 (2010), pp. 11-34; G. Ruozzi, Dante
e Levi: Percorsi di letture parallele, Congresso ADI-SD Torino 2011, online www.iger.
org/2012/01/31/dante-e-levi-percorsi-di-letture-parallele (consultato 2.9.13). Ulteriori
indicazioni si troveranno nelle bibliografie di tali studi. Per quanto riguarda Se questo è
un uomo, la recente edizione a cura di A. Cavaglion (Einaudi, Torino 2012) riporta nelle
note, e utilmente indicizza, moltissimi richiami a Dante.
3 Da un’intervista con Giovanni Tesio, Nego di essere gran lettore di classici e di
romanzi, in “Nuovasocietà”, 11 luglio 1981, citata in Primo Levi. Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 154. Lo stesso concetto
è ribadito in un’intervista di poco successiva con Aurelio Andreoli, sempre riguardo a
La ricerca delle radici: «Non c’è Dante e non c’è Manzoni, perché la Divina Commedia
fa parte di tutte le biblioteche universali» (Per Primo Levi questo è un modo diverso di
dire io, in “Paese sera”, 21 agosto 1981, ora in Primo Levi. Conversazioni e interviste,
pp. 123-128: 125).
4 V. sotto, n. 27. Torneremo più avanti su uno di questi esempi in particolare, quello relativo alla poesia Il superstite, del 1986.
5 Qui farò riferimento alla versione italiana del testo di Rastier, Ulisse ad Auschwitz. Primo Levi, il superstite, Liguori, Napoli 2009. Questa è stata preceduta dalla
versione originale in francese, Ulysse à Auschwitz: Primo Levi, le survivant, Cerf, Paris
2005, e dall’articolo Le Survivant ou l’Ulysse juif, in “Littérature”, 126 (giugno 2002),
pp. 96-120.
130
Elisabetta Tarantino
6 Specificatamente sulle poesie di Levi, e sui riferimenti danteschi ivi contenuti, si
veda, ad esempio, G. Tesio, Premesse su Primo Levi poeta, in “Studi piemontesi”, XIV
(marzo 1985), 1, pp. 12-23, ora in Id., Piemonte letterario dell’Otto-Novecento, Bulzoni,
Roma 1991; I. Rosato, Primo Levi. “Ad ora incerta”, in “Autografo”, 2 (1985), 5, pp.
95-99, riportato in Primo Levi: un’antologia della critica, a cura di E. Ferrero, Einaudi,
Torino 1997, pp. 367-372, e Poesia, in Primo Levi, Riga 13, a cura di M. Belpoliti, Marcos y Marcos, Milano 1997, pp. 413-425; J. Losey, “The Pain of Remembering”: Primo
Levi’s Poetry and the Function of Memory, in The Legacy of Primo Levi, a cura di S.G.
Pugliese, Palgrave Macmillan, New York 2005, pp. 119-124; A. Rowland, Poetry as
Testimony: Primo Levi’s Collected Poems, in “Textual Practice”, 22 (September 2008),
3, pp. 487-505.
7 I. Rosato, Primo Levi: sondaggi intertestuali, in “Autografo”, n.s., 6 (1989), 17,
giugno, pp. 31-43: 37.
8 C. Segre, dal saggio introduttivo al secondo volume delle Opere nell’edizione
Einaudi del 1988, ora Primo Levi: un’antologia della critica, con il titolo I romanzi e le
poesie, pp. 91-116: 106.
9 Per i testi di Levi faccio riferimento ai due volumi delle Opere, a cura di M.
Belpoliti, Einaudi, Torino 1997. Per Buna, e la nota in questione, cfr. Opere, II, p. 521.
10 «Buna transforms the slaves of chemical Kommando 98 into sulphurous Dantesque phantoms and legions of the damned. The verse bristles with the influence of
Dante […]», I. Thomson, Primo Levi, Hutchinson, London 2002, p. 225.
11 I rimandi tra le poesie e le opere in prosa di Levi sono studiati in due saggi già
citati di Italo Rosato: Primo Levi: sondaggi intertestuali e Poesia. In quest’ultimo, alle
pp. 415 e 421-422, per Buna Rosato rinvia al brano del capitolo di Se questo è un uomo
intitolato I sommersi e i salvati sulla «massa anonima […] dei non-uomini che marciano
e faticano in silenzio […] già troppo vuoti per soffrire veramente», e all’ultima sezione
del capitolo Kraus, in cui il protagonista evoca per sé e il suo interlocutore ungherese
un’immagine ideale di pace e prosperità post-Lager. I «non-uomini» del brano di Se
questo è un uomo si potrebbero mettere in relazione, su un piano puramente connotativo, anche con gli ignavi danteschi richiamati in 25 febbraio 1944 (v. sotto).
12 J.-Ph. Bareil, Exil et voyage littéraire…, p. 73.
13 Oltre ai saggi citati alla nota 2, si veda L. Gunzberg, Down among the Dead Men:
Levi and Dante in Hell, in “Modern Language Studies”, 16 (Winter 1986), 1, pp. 10-28;
A. Cavaglion, Il termitaio, in “L’Asino d’oro”, 4 (1991), pp. 117-121, ora in Primo Levi:
un’antologia della critica, pp. 76-90; e la sezione 2.1, Lo schema concentrico e l’“Inferno”
di Dante, nel saggio di C. Segre, Lettura di Se questo è un uomo, in Letteratura italiana.
Le Opere, diretta da A. Asor Rosa, IV/2. Il Novecento. La ricerca letteraria, Einaudi, Torino 1992, pp. 493-507, ora anch’esso in Primo Levi: un’antologia della critica, alle pp.
55-75. È importante, ad ogni modo, essere consapevoli del fatto che alcuni riferimenti danteschi non erano presenti nella stesura iniziale del romanzo ma furono aggiunti
nell’edizione Einaudi del 1958: cfr. al riguardo G. Tesio, Su alcune giunte e varianti di
Se questo è un uomo, in “Studi piemontesi”, VI (1977), 2, novembre, pp. 270-278, ora
in Id., Piemonte letterario dell’Otto-Novecento, e G. Falaschi, Ulisse e la sfida ebraica in
Se questo è un uomo di Primo Levi, in “Italianistica”, 1 (2002), pp. 123-131.
14 Levi stesso nota in una conversazione con Giulio Nascimbeni come si sia accorto, nel preparare la raccolta Ad ora incerta, che le poesie si accumulavano in due gruppi,
uno del 1945-46 e uno degli anni 1983-84, come «due grappoli staccati» (Levi: l’ora
incerta della poesia, in “Corriere della Sera”, 28 ottobre 1984; ora in Primo Levi. Conversazioni e interviste, pp. 136-141: 137). Come viene osservato nel resto dell’intervista,
il primo gruppo precede la composizione di Se questo è un uomo, mentre il secondo
gruppo viene «nuovamente naturale» a Levi dopo la crisi del Libano (p. 138). Anche
altrove la critica ha sottolineato come questo secondo gruppo di poesie si possa mettere
in relazione con I sommersi e i salvati: abbiamo dunque due serie parallele di «grappoli»
Primo Levi e il «dolce mondo»
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poetici e memorie del Lager, a sottolineare la funzione preparatoria e catalizzatrice della
poesia nei confronti della denuncia in prosa (cfr., ad esempio, le Note ai testi dell’edizione Belpoliti del 1997, vol. 2, p. 1545).
15 Come ha osservato Eleonora Conti al convegno di Ferrara a cui è stato presentato questo intervento, questo è confermato dal discorso di Catone nel I canto del
Purgatorio, ai vv. 85-90, secondo cui l’adorata moglie Marzia ora «più muover non mi
può, per quella legge / che fatta fu quando me n’usci’ fora». Per contro, Simon Gilson
mi fa notare il perdurare di un senso di nostalgia per vari aspetti dell’esistenza terrena
all’interno del Purgatorio, come documentato in particolare da Attilio Momigliano. Ma
forse si potrebbe dire che quella nostalgia non ha lo stesso carattere di feroce senso di
perdita che hanno i riferimenti al «dolce mondo» nell’Inferno.
16 Va notato che, sebbene la raccolta Lilít esca nel 1981, Un discepolo, nonostante
subisca poi varie modifiche, appartiene originariamente al 1961, e, secondo Belpoliti,
tradisce «l’appartenenza alle atmosfere della Tregua». Siamo dunque più vicini al primo
“grappolo” poetico che non al secondo. Cfr. le Note ai testi in Opere, II, alle pp. 15321534.
17 Rastier, Ulisse ad Auschwitz…, pp. 52-53.
18 Ibi, p. 53 (corsivo aggiunto). Il riferimento di Rastier a Farinata è ripreso in R.
Arqués, Dante nell’inferno moderno: la letteratura dopo Auschwitz, in “Rassegna europea di letteratura italiana”, 33 (2009), pp. 89-110: 108-109.
19 Sul topos ricorrente del sole, come pure sul ruolo delle Iterazioni nell’opera di
Levi, e in particolare nelle poesie, si veda il bel saggio di Sophie Nezri in Riga 13, pp.
372-379.
20 Cfr. il saggio Sic! (1977): «La spinta alla citazione è così forte che alcuni scrittori citano inconsciamente, allo stesso modo come camminano i sonnambuli: quando
rileggono quanto hanno scritto, magari a distanza di anni, ci ritrovano il brano eletto,
che ha trovato la via dal profondo alla pagina senza intervento della volontà» (Opere,
II, 929). In un’intervista del 1980, Levi parla di come a volte si sia reso conto di avere
utilizzato dei frammenti di Dante solo a distanza di anni, «soprattutto controllando le
traduzioni», e dà come esempio una citazione dantesca, «nudi spaventati», nel passo
della selezione in Se questo è un uomo (Conversazione con Daniela Amsallem, Riga 13,
pp. 55-73: 61). Si potrebbe aggiungere che il fenomeno della citazione inconscia forse si
verifica meno facilmente nel mezzo poetico, per via della maggiore concentrazione sullo
specifico materiale linguistico utilizzato.
21 Valeria Traversi rinvia a Ciacco come parte dell’individuazione dell’aura dantesca
di Buna, ma senza andare a “leggere intorno” alla citazione: «in Buna i prigionieri costretti
a lavorare nella fabbrica di gomma di Auschwitz sono descritti con termine dantesco
come una “schiera” di “visi spenti” e il mondo fuori dai cancelli del Lager è indicato con
l’espressione “Lassù nel dolce mondo” che riprende le parole di Ciacco in Inf. VI, 88
ma con l’aggiunta dell’avverbio di luogo “lassù” per rafforzare di contro l’immagine del
Lager come fondo infernale» (V.M.M. Traversi, Per dire l’orrore…, p. 113).
22 Andrebbe, però, preso in considerazione il suggestivo parallelo addotto da Judith Woolf, tra i prigionieri del Lager e i golosi emaciati in Purg. XXIII: «Ne li occhi
era ciascuna oscura e cava, / palida ne la faccia, e tanto scema / che da l’ossa la pelle
s’informava» (vv. 22-24), soprattutto dato che ai vv. 28-30 queste anime sono paragonate da Dante agli Ebrei costretti a morire di fame dall’assedio di Tito. Cfr. J. Woolf, The
Starving of Auschwitz and the Gluttons of Purgatory: Submerged References to Dante’s
Purgatorio Canto 23 in Primo Levi’s If This Is a Man, in “PN Review”, 33 (2007), 4
[174], marzo-aprile, pp. 49-53.
23 Già Oli (Echi danteschi, pp. 458-459) rilevava la «reinvenzione» di un’altra parte
del discorso di Ciacco nel passo di Se questo è un uomo in cui Levi dice «mi fiacco alla
pioggia» (alla fine del capitolo Sul fondo, Opere, I, p. 31; cfr. Inf. VI, 54, dove «a la
pioggia mi fiacco» rima con il nome del personaggio).
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Elisabetta Tarantino
24 Il riferimento al «disio ancor che tu mi taci» in Inf. X, 18 segnalerebbe che Virgilio aveva indovinato, dalla richiesta di vedere i dannati delle tombe ardenti e dal modo
in cui Dante aveva domandato a Ciacco di Farinata, primo in un elenco di compatrioti,
che era con quest’ultimo che il poeta avrebbe particolarmente desiderato parlare.
25 Cf. Inf. VI, 49-51: «La tua città […] seco mi tenne in la vita serena» e Inf. X,
25-27: «La tua loquela ti fa manifesto / di quella nobil patrïa natio, / a la qual forse fui
troppo molesto». Ferma restando la necessità di utilizzare questi temi danteschi come
segni “forti” e immediatamente riconoscibili nell’ambito del discorso leviano, va preso
atto ancora una volta dell’invito da parte dei dantisti a fare attenzione a non appiattire
le connotazioni del testo dantesco in sé, facendo qui della Firenze di Dante un simbolo
univocamente positivo di dolce patria perduta (ringrazio Simon Gilson per le sue sempre acute e vigili osservazioni). Nell’accogliere senz’altro tale avvertimento, notiamo
come esso sia direttamente corroborato dalla presenza di deittici di “distanziamento”
nelle formule utilizzate da Ciacco e da Farinata nel riferirsi a Firenze: «La tua città»;
«quella nobil patrïa».
26 Chi volesse potrebbe confrontare l’uso della formula «dolce mondo» con quanto indicato da Cesare Cases in merito al termine «quivi», anch’esso dal forte sapore
dantesco, come formula indicante l’inferno del Lager in Se questo è un uomo, e dunque
speculare ed opposta a quanto stiamo evidenziando qui. Cfr. la prima sezione del saggio
L’ordine delle cose e l’ordine delle parole, apposto come introduzione al primo volume
dell’edizione Einaudi “Biblioteca dell’Orsa” delle Opere del 1987-1990, ora in Primo
Levi: un’antologia della critica, pp. 5-33.
27 M. Cicioni, Primo Levi. Bridges of Knowledge, Berg, Oxford 1995.
28 V. sopra, n. 14.
29 Opere, II, p. 576.
30 M. Cicioni, Primo Levi. Bridges of Knowledge, p. 133.
31 Come tale si trova, dunque, nella Tolomea. Rastier trova significativo che tale
nome ricorra implicitamente in una delle primissime poesie (con l’allusione alla Pia de’
Tolomei) e in una delle ultime. Cfr. Ulisse ad Auschwitz…, n. 5, p. 53.
32 Questa triangolazione con Dante e Coleridge è analizzata da L. Insana, Arduous
Tasks. Primo Levi, Translation, and the Transmission of Holocaust Testimony, University
of Toronto Press, Toronto 2009, pp. 84-86. V. anche Rastier, Ulisse ad Auschwitz…,
cap. 3.
33 Sembra che da scolaro Primo Levi abbia partecipato a delle vere e proprie gare
in cui il concorrente acquisiva punti completando i brani danteschi che gli venivano
proposti. Cfr., ad es., I. Thomson, The Genesis of If This is a Man, in The Legacy of
Primo Levi, pp. 41-58: 49 e Risa Sodi, La terza via: Dante and Primo Levi, in “MLN”,
127 (Jan. 2012), 1 [Supplement], pp. S199-S203: S200.
34 Opere, II, p. 203 (corsivo aggiunto). Anche il riferimento alla Capraia e alla Gorgona all’inizio del paragrafo immediatamente successivo presuppone che il lettore abbia ben presente alla mente questo brano dell’Inferno dantesco, che è, peraltro, ancora
una volta uno dei più celeberrimi, ovvero quello del Conte Ugolino, che si trova (come
l’episodio summenzionato di Branca Doria) in Inf. XXXIII.
35 V. sopra la valutazione di Italo Rosato, e la n. 7.
36 Come si sa, I sommersi e i salvati doveva essere originariamente il titolo di Se
questo è un uomo, all’interno del quale ricompare come intestazione del nono capitolo,
prima di approdare al libro di memorie del 1986. In relazione al termine «sommersi»,
viene citato più spesso l’incipit del canto XX dell’Inferno («Di nova pena mi conven far
versi / e dar matera al ventesimo canto / de la prima canzon, ch’è d’i sommersi»). Come
è stato notato, però, il termine ricorre anche nel canto di Ciacco: «Cerbero, fiera crudele e diversa, / con tre gole caninamente latra / sovra la gente che quivi è sommersa»
(Inf. VI, 13-159); cf. la nota di Belpoliti in Opere, II, p. 1566. V. anche V.M.M. Traversi,
Per dire l’orrore…, p. 114.
Primo Levi e il «dolce mondo»
133
37 Anche questa è una formula chiave, che incorpora l’idea del ritorno alla vita e agli
affetti da uomo libero. Si veda il brano di Se questo è un uomo in cui Levi vede passare un
treno merci con un vagone italiano e immagina come sarebbe bello poterci saltare sopra e
alla fine poter «uscire fuori, nel sole» (nel capitolo Ka-Be; Opere, I, p. 37). E, soprattutto,
si veda il verso «Un uomo una donna sotto il sole» in 11 febbraio 1946 (Opere, II, p. 532),
una poesia per molti versi parallela a quella di cui ci stiamo occupando qui, in quanto si
tratta di un componimento dedicato alla moglie, anziché all’amore perduto ad Auschwitz.
Cfr. al riguardo Rastier, Ulisse ad Auschwitz…, pp. 55-56.
38 Cfr. ibi, pp. 44 e 53.
39 Ad ogni modo, Rossend Arqués sottolinea come la letteratura dello sterminio,
nel rifarsi immancabilmente all’Inferno di Dante, citi «soprattutto il canto III, quello
in cui Dante scopre la sua visione d’insieme dell’oltretomba» (Dante nell’inferno moderno…, p. 99).
40 «Infatti, noi per i civili siamo gli intoccabili. I civili, più o meno esplicitamente,
e con tutte le sfumature che stanno fra il disprezzo e la commiserazione, pensano che,
per essere stati condannati a questa nostra vita, per essere ridotti a questa nostra condizione, noi dobbiamo esserci macchiati di una qualche misteriosa gravissima colpa. Ci
odono parlare in molte lingue diverse, che essi non comprendono […] mai leggono nei
nostri occhi una luce di ribellione, o di pace, o di fede […] confondendo l’effetto con
la causa, ci giudicano degni della nostra abiezione» (I fatti dell’estate, Se questo è un
uomo; Opere, I, p. 117).
41 Sul legame tra gli atti del citare e del testimoniare, v. L. Insana, Arduous Tasks…:
«Levi’s foregrounding of citation […] constitutes yet another formal articulation of his
central theme of testimony, wherein the witness demands that his message be repeated
(cited, recoded, translated) by each interlocutor who hears it» (p. 74).
42 I sommersi e i salvati, in Opere, II, p. 1100.
43 Cfr. J. Usher, Primo Levi, the Canon and Italian Literature, in The Cambridge
Companion to Primo Levi, a cura di R.S.C. Gordon, Cambridge University Press, Cambridge 2007, pp. 171-188: 173-174.
44 Pur essendo consapevoli del rischio di amplificare arbitrariamente un gioco allusivo che, comunque, sicuramente esiste in Levi vale la pena riportare l’osservazione di
Judith Kelly che, con il racconto Capaneo – allusione a Inf. XIV – collocato come primo
della raccolta Lilít, in cui vengono messi in scena due personaggi legati a Pisa (i quali, tra
l’altro, riproducono la tipologia contrastiva esemplificabile con i fiorentini Ciacco e Farinata) e Breve sogno in chiusura di libro, la raccolta di racconti risulta incorniciata tra due
allusioni a Dante e alla sua nazione nemica (cfr. J. Kelly, Primo Levi. Recording and Reconstruction in the Testimonial Literature, Troubador, Market Harborough 2000, p. 69).
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