Testimonianze linguistiche
della Daunia preromana
Innanzi tutto, devo avvertire che il mio discorso potrà apparire
poco interessante non soltanto per la mia scarsa scienza, ma anche per gli
esigui materiali sui quali mi riprometto di fondare questa prima
ricostruzione del più antico panorama linguistico della regione dauna.
Ma io preferisco non imbarcarmi in una fantasiosa o fantascientifica
trattazione che, pur se avesse il dubbio merito di apparire vasta e
divertente, avrebbe certo il grave difetto d'essere insincera o, peggio,
falsa.
Non che manchino del tutto le iscrizioni o che siano di difficile
lettura, ma, purtroppo, i documenti epigrafici dell'antica Daunia, oltre ad
essere veramente pochi, o sono scarsamente eloquenti o sono molto
oscuri.
Potremmo, certo, interrogare gli antichi storiografi e studiare i nomi
dei popoli e delle città: e, in parte, lo faremo.
Potremmo chiedere soccorso agli archeologi o ai paletnologi: ma
questi nostri preziosi collaboratori si occupano di monumenti, noi di
parole: essi cercano di studiare la vita dei popoli antichi attraverso gli
oggetti d'uso comune o gli edifici; noi linguisti siamo piú... sofisticati o
piú esigenti e vorremmo sapere come parlavano quei popoli: anzi, forse,
vorremmo addirittura sapere quali fossero i loro pensieri.
E vorrei precisare che, nelle loro ricerche rivolte ad illustrare le
vicende di genti che non sono ancora entrate nella solare vicenda della
storia, i linguisti operano diversamente dai paletnologi. Costoro ricercano
gli elementi culturali che riguardano civiltà affini o diverse o assimilate tra
loro; i linguisti studiano i rapporti tra le parlate che si continuano nel
tempo o si diffondono nello spazio: i primi possono spingere le loro
indagini anche a genti lontanissime che non hanno lasciato altro che
strumenti muti e relitti fossili; i secondi devono limitarsi a studiare parole
testimoniate direttamente da chi le pronuncia ancora o
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indirettamente da testi scritti, però sempre parole che non restino mute,
ma consentano un preciso contatto con le genti che le scrissero o, ancor
oggi, le dicono.
E dovrà, il linguista, sottrarsi alla tentazione di attribuire modi e
tempi paralleli alla diffusione dei fatti di cultura e dei fatti di lingua.
Dovrà, inoltre, tener ben presente che la nostra ignoranza dei piú
antichi elementi di una lingua non nasconde né l'urlo ferino di popoli
selvaggi, né l'attività inventrice di un demiurgo, che, per cosí dire,
costituisca dal nulla, per sé e per i suoi simili, una determinata lingua.
E' ben vero che nelle età antichissime, per scarsità di mezzi di
comunicazione e di trasporto e per primordiali necessità di difesa, i singoli
gruppi etnici restavano chiusi in un rigido isolamento conservatore, ma
ben spesso l'atomismo tribale poteva essere interrotto da drastici
sovvertimenti politici quando un popolo vincitore imponeva a un popolo
vinto la sua egemonia militare e, di conseguenza, culturale e linguistica. E
ancora: pur nella preistoria potevano esistere organismi sovranazionali
capaci di propagandare e di diffondere, insieme con le proprie abitudini
culturali e sacrali o con piú perfezionati corredi tecnici e strumentali,
anche le parole connesse con le nuove idee e con le nuove merci.
Ma i mutamenti culturali e le supremazie militari non sono
condizioni indispensabili per spiegare la diffusione di novità linguistiche;
né, d'altra parte, i cambiamenti linguistici postulano sempre massicce «
invasioni » etniche: non sono rari i casi in cui esigue minoranze, dotate di
largo prestigio culturale, siano state apportatrici e promotrici di profonde
assimilazioni linguistiche negate, invece, a orde barbariche che, se
riescono a imporre ai popoli vinti la loro signoria, non li possono
obbligare a rinunziare alla loro piú raffinata civiltà e, soprattutto, alla loro
lingua, piú illustre per lunga tradizione letteraria.
E mi sia concesso di fare anche un'altra osservazione che potrà
sembrare persino ovvia.
Nelle nostre descrizioni degli antichi movimenti etnici, culturali e
linguistici, noi usiamo metodi e documenti che, ben spesso, richiedono
l'impiego di complesse tecniche scientifiche e comportano attente analisi
critiche. Tra l'altro, noi siamo abituati a compiere rigorosi accertamenti
delle nostre fonti d'informazione e, soprattutto, abbiamo il triste... vizio di
rifiutare le notizie poco sicure anche se molto belle e di preferire, invece,
le notizie piú certe anche se meno poetiche. Ed è per questo che le notizie
trasmesseci dagli antichi storiografi greci, principalmente, e latini, noi
abbiamo il dovere di raccoglierle, di studiarle e di rispettarle, ma abbiamo
anche il compito di vagliarle e di attribuir loro quei limiti che spesso
vengono denunziati dagli stessi autori. Ci piacerebbe, dunque, dar credito
a tutto ciò che gli antichi narravano sulle avventure occorse nella nostra
Capitanata a Diomede e ai suoi amici e nemici, ma, purtroppo, non
avendo a nostra disposizione nessun documento e nessun monumento
che ci aiuti ad effettuare il controllo della veridicità di quelle vicende,
dovremo accontentarci di registrarle senza accettarle, ma senza neppure
rifiutarle definitivamente o totalmente, con la mutria
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di chi crede d'essere, lui soltanto, il depositario della verità, e di tutta la
verità.
***
Cominciamo, intanto a precisare l'area in cui si svolge la nostra
ricerca: ricerchiamo quale fosse il territorio abitato dai Dauni e quali
fossero le loro città. Poi cercheremo di vedere chi fossero i Dauni e con
quali altri popoli avessero in comune l'origine della stirpe e,
probabilmente, della lingua.
La Daunia, nella divisione amministrativa augustea, sembra aver già
perduto ogni individualità etnica, economica e amministrativa: era, infatti,
compresa nella regio II di cui facevano parte l'Apulia (e cioè la Terra di
Bari, sino a Venosa a ovest, Ginosa a sud e Diria-Monopoli a est) e la
Calabria (e cioè l'odierno Salento).
Ma l'area compresa tra il Fortore a nord e l'Ofanto a sud, tra
l'Appennino a ovest e il mare a est, costituiva, secondo antichissime
testimonianze, la terra dei Dauni, affini (come vedremo) agli Apuli e ai
Messapi,, ma distinti per certe loro caratteristiche etniche, storiche e
linguistiche che in parte conosciamo, in parte intravediamo e in parte
immaginiamo.
Ma già nel fissare i limiti del territorio dauno ci imbattiamo in un
problema: Venosa e, specialmente, Canosa facevano parte della Daunia o
dell'Apulia propriamente detta? Probabilmente è un problema insolubile,
non soltanto pel silenzio o l'ambiguità delle fonti d'informazione, ma
anche e soprattutto per lo scarso rilievo che poteva avere, in quei tempi e
in quella zona, una rigida divisione che non interrompeva, né
politicamente né amministrativamente, un territorio fondamentalmente
unitario.
Certo, ci resterebbe il criterio linguistico, ma, purtroppo, quelle
poche notizie che riusciamo a mettere insieme non bastano a dirci se i
Canusini parlassero una lingua uguale in tutto o solo in parte affine a
quella degli Argiripini.
Fermiamoci, dunque, nella Daunia: nel paese dei Dauni.
Chi erano costoro?
Antonino Liberale, seguendo una tradizione raccolta da Nicandro
(ma, bene o male, nota anche a Festo, a Varrone e ad altri autori antichi),
ci racconta che i tre figli di Licaone, Iapige, Dauno e Peucezio, partirono
dall'Illiria con le loro genti; giunsero in Italia, cacciarono gli Ausoni dalle
Puglie e vi si installarono. I nuovi arrivati avevano in comune la lingua; ce
lo disse già Strabone (6.3,11) che però prima (6.3,1) si era espresso in
maniera un po' confusa: « La Iapigia i Greci la chiamano anche Messapia,
ma gli abitanti dividono se stessi in parte in Salentini e, verso il Capo
Iapigio, in Calabri. A nord ci sono i Peuceti e i Dauni: tale è il loro nome
in greco, ma gli abitanti chiamano la loro terra Apulia; altri si chiamano
Pedicli e soprattutto Peuceti ».
C'è poco da dire: il povero Strabone, imbrogliato da tanti nomi,
tutti piú o meno superati già ai suoi tempi, sa distinguere soltanto i
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piú antica) si ha (specialmente nell'adattamento greco e latino) il genere
neutro: cosí abbiamo
Càrbina accanto a *Carbínium, presupposto dall'odierno Carovigno;
Barra e Barium;
Lypia e Lipium;
Celia e Caelium;
Orra e Urium (v. oltre);
Brenda e Brundusium;
*Valetha e Vale(n) tium;
e, infine, le odierne Canosa e Venosa accanto a Canusium e Venusium.
Pertanto, un'alternanza tra il femminile Argu(ri)pia e il neutro (oltre
tutto imposto dal genere della voce greca) Argos Hippion non ci turba.
Ciò che, invece, ci piacerebbe sapere è se il suffisso -ippa (< *-ipia)
sia stato aggiunto a una base *argur- o una base *arg-.
A questo punto preferisco non lasciarmi sedurre da ricerche
etimologiche che sarebbero tanto facili quanto inutili. Per pura curiosità,
potremmo dire che il tema *argur- è quello che indica l'argento, ma, a sua
volta, non è altro che un ampliamento del tema *arg- che anche esso
significa, piú o meno, bianco, splendente e sim.
Piú interessanti possono essere gli accostamenti con altri nomi di
città che abbiano la stessa origine.
Se preferiamo il tema *argur- potremo pensare agli Argurini
dell'Epiro (che, si noti, sono ricordati da Licofrone e da Timeo, e cioè da
due dei sistematori della saga dauna di Diomede!); ma ricorderemo anche
in Dalmazia, tra i Liburni, la città di Argirunto.
A favore del semplice *Arg- possiamo addurre la città degli Argesti,
in Dacia Argedavo e in Tracia Argilo. Se proprio fossimo costretti a fare
una scelta, oseremmo dare una certa preferenza al tema piú semplice, ad
*Arg-, anche perché, com'è ben noto, le forme piú facili sono spesso una
deformazione o una banalizzazione delle forme piú difficili: possiamo,
insomma, pensare che il nome della nostra città sia stato reso dagli
scrittori greci etimologicamente piú facile con l'aggiunta di un po'
d'argento...
Pertanto la nostra preferenza non va ad Argyrippa, ma, attraverso
Arpi (o Arpa), che è la forma meglio documentata, a un *Argipia (o
*Argipion) che ci sembra la forma piú antica e, forse, piú genuina.
***
Ho già detto due parole a proposito di Salapia. Il già ricordato
nome di Vibinum non andò a finire, come Vibo, con i cavalli, ma con i
buoi e divenne Bovino...
C'è chi vede nel nome del lago di Varano la radice indeuropea *var«acqua » (Krahe, Die Sprache._ 1, 93), ma altri autori (Alessio) giurano che
esso deriva invece dal nome proprio latino Varius.
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E ben poco avrei da dire di Siponto (che ci ricorda la seconda parte
del nome di Metaponto, ma l'accostamento potrebbe essere quanto mai
fallace). Ricorderò Herdonia il cui nome, testimoniato anche come Ordaneae
ed Ardaneae, sembra simile a quello di una non meglio identificata (e forse
mai esistita...) città messapica Ardanna.
Con maggior precisione, un migliore accostamento dei Dauni con le
genti dell'altra estremità della regione pugliese, con i Salentini, e con gli
abitanti dell'opposta penisola balcanica, ci verrà offerto e confermato dal
nome di Uria garganica (quella povera città che, senza nessuna sua colpa,
dopo due millenni di silenzio, ha subíto l'oltraggio di quello scrittorúcolo
francese inventore della legge o, come diceva lui, de La loi...) .
Di Uria gli antichi conoscevano anche un'altra forma del nome,
Hyrion - Hirium: essa è, dunque, perfettamente omonima della città
salentina che ancor oggi si chiama Oria.
Secondo me, il nome dell'Uria garganica e dell'Uria salentina
corrisponde perfettamente a quello della città frigia Bria e della città tracia
Brea (e lo stesso elemento onomastico ritorna anche in altri nomi di città):
la base comune è un tema indeuropeo che significa proprio «città».
Ecco, dunque, stabilito, meglio: confermato l'intimo nesso tra gli
antichi popoli della nostra regione, tra i Dauni e i Messapi. Ma tale nesso
non riguarda soltanto una generica origine storica, ma si concretava in
un'intima e antichissima comunanza linguistica.
Solo che dei Messapi noi abbiamo un numero veramente imponente
di iscrizioni che ci danno discrete, anche se non complete notizie sulla
lingua degli antichi abitanti del Salento, mentre, invece, le testimonianze
epigrafiche della lingua dei Dauni sono estremamente scarse e
assolutamente insufficienti a darci un quadro diretto della lingua che si
parlava in Capitanata prima della colonizzazione latina.
Ma non è questo l'unico episodio della... loquacità delle genti
salentine: recentemente il Susini, raccogliendo le iscrizioni latine del
Salento, ha ricordato che in quella zona si ha un numero altissimo (tra i
piú alti di tutto il mondo romano) di epigrafi. Egli giustifica questa
abbondanza con la presenza del Salento di una pietra tanto tenera da
consentire il lusso di un'epigrafe ben economica anche a quegli strati
sociali che, altrove, per ristrettezze finanziare, non potevano concedersi il
piacere di apporre sulla tomba dei defunti un'iscrizione con il nome ed
altre occasionali notizie riguardanti la persona sepolta.
Il problema dei Messapi costituisce un capitolo, anzi: per noi il
capitolo piú interessante di quel libro indecifrato che è la storia dei popoli
di cui ignoriamo tuttora la lingua. E' un capitolo che presenta notevoli
affinità con un altro brano di quel libro: il capitolo degli Etruschi.
Tutto quello che noi sappiamo dei Messapi e degli Etruschi ci è
stato raccontato in greco o in latino: mai in messapico o in etrusco.
Eppure possediamo un gran numero di iscrizioni sicuramente autentiche,
sicuramente scritte nella lingua di questi due popoli; siamo riusciti persino
a precisare che questa epigrafe è piú antica di quella di cento, duecento,
trecento anni; siamo anche giunti a capire il senso generico di quel testo
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o il significato preciso di quella parola, ma siamo ancora ben lontani dal
poter affermare che l'etrusco o il messapico non dico non abbiano piú
segreti per noi, ma che, almeno, ci siano sufficientemente chiari.
Strano destino è, dunque, quello che è toccato agli studiosi italiani e
stranieri che si sono dedicati alla decifrazione di queste due lingue almeno
dall'epoca rinascimentale. Negli ultimi centocinquant'anni la scienza linguistica
ha fatto passi da gigante: è riuscita a leggere l'egiziano, il persiano antico, il
tocario e l'ittito. Da qualche anno siamo in grado di leggere e tradurre le
tavolette micenee; l'interpretazione delle lingue minori della penisola anatolica
precede a ritmo soddisfacente: solo l'etrusco e il messapico segnano il passo. Le
iscrizioni sono là, conservate nei nostri musei; può leggerle anche chi riesce
appena a leggere l'alfabeto greco, ma nessuno può dire onestamente d'aver
capito ciò che ha letto.
Perché questo ritardo?
Certo, è vero: siamo riusciti a leggere i geroglifici, ma l'aiuto
maggiore ci è stato dato dalla pietra di Rosetta e cioè da una lunga
iscrizione redatta in tre lingue di cui una a noi ben nota, il greco, ci ha
offerto la chiave per capire le altre due;
oggi leggiamo le iscrizioni cuneiformi e capiamo l'ittito, ma ciò si
deve al fatto che anche lí abbiamo avuto il compito facilitato da lunghi
testi bilingui, in cui la lingua nota ci aiuta a leggere quella ignota;
e cosí l'interpretazione dei testi tocari ci è stata facilitata dal fatto
che essi contenevano testi buddistici che noi conoscevamo già nelle
redazioni indiane;
la lettura delle tavolette micenee, prima assolutamente disperata, si
è rivelata relativamente facile, quando il Ventris ha avuto la brillante
intuizione che quei segni contenevano scritture greche, in un greco
sicuramente antichissimo, ma pur sempre affine a quello usato da Omero
nei suoi poemi, da Aristotele e da Polibio, a quel greco ancor oggi parlato
dai Greci.
Niente, invece, di tutto ciò per l'etrusco: anche se recentemente
sono state trovate a Pyrgi delle lamine auree bilingui, la loro
interpretazione non ci ha detto molte cose nuove anche perché esse sono
troppo brevi e, soprattutto, perché la redazione punica di quei testi non è
perfettamente parallela e perchè, infine, le nostre conoscenze del punito
non sono neppure tanto ampie...
E anche il messapico è ancora muto: non abbiamo trovato neppure
una misera iscrizioncella bilingue che ci offra utili spunti ermeneutici, né
abbiamo riconosciuto utili punti di contatto, sufficientemente vasti, con
altre lingue meglio conosciute.
Possiamo, ad ogni modo, credere che il messapico, insieme con il
dauno e il peucezio, rappresenti la fase piú antica (priva delle successive
stratificazioni greche, latine, slave e turche) dell'albanese. Alcune
particolarità linguistiche e, soprattutto, una notevole massa di nomi di
persona e di nomi di luogo, testimoniati in maniera pressoché identica
nella penisola balcanica e nella regione pugliese, ha suggerito agli studiosi
l'esistenza di un'antica comune origine tra le genti delle opposte sponde
dell'Adriatico.
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Ma, purtroppo, la lingua albanese ha subíto gravi modifiche nel
corso dei millenni; della forma che essa, insieme con altre lingue piú o
meno affini, quali il trace, il daco e il mesio, aveva prima delle
colonizzazioni greca e latina sappiamo tanto poco che possiamo dire di
non sapere nulla.
Restiamo, dunque, senza alcun valido sussidio per la decifrazione
del dauno, del peucezio e del messapico; l'interpretazione linguistica è
condannata a progredire molto lentamente e, se non vado errato, non sarà
mai compiuta e perfetta...
E, peggio ancora, se le iscrizioni messapiche sono abbondanti,
quelle della Peucezia e della Daunia sono piuttosto scarse. Né io posso,
per impinguare il numero delle epigrafi daune, prendere in prestito quelle
trovate oltre l'Ofanto, a Canosa o a Ruvo di Puglia, anche se appare lecito
credere che tra la zona peuceta e la zona dauna ci fossero larghe affinità
linguistiche.
***
Le iscrizioni daune che sono giunte sino a noi sono di due tipi: o
sono su pietra o su monete; quelle provengono tutte da Vieste (tranne una
trovata a Lucera), queste sono di Arpi e di Salpi.
Dall'elenco che do, ometto le iscrizioni viestine che siano troppo
frammentarie. Abbiamo, dunque:
1.
2.
3.
4.
5.
6.
agol / zon ve/nana
diva / dama/tira
deiva / dama/tira pre / ve zi ve/na
diva / damati/ra / zo-pa kale (de Simone legge opakalgo)
dama(tira?) / klator
blasit agol zei
L'iscrizione lucerina dice
?imeireiv / deinam
Sulle monete di Arpi (III sec.?) si legge
Salpi
1. poulai; 3. poula - 2. poullou, pullu; - 4. eienam - 5. dazou e su quelle di
1.
2.
3.
4.
5.
daze... edamaire
damaire / dazeni
dazu/s dam
domular...
zente
Mi sia concesso di omettere ogni considerazione sull'iscrizione
lucerina e sulle leggende delle monete, non perché esse non siano
interessanti, ma soltanto perché il mio commento sarebbe molto semplice:
non riusciamo a trarne nessuna utile indicazione linguistica (nelle monete
potremmo individuare alcuni nomi propri, certo di magistrati monetari,
Pullos e Dazos, ambedue ben noti anche nell'onomastica messapica;
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potremmo anche dire che edamaire è una forma d'aoristo da cui dipende
dazeni, sia esso un dativo o, piuttosto un accusativo, con lo stesso
elemento -en- che vedremo, tra poco, in un altro accusativo).
Limitiamoci, dunque, a esaminare piú attentamente le iscrizioni
viestine.
Esse possono essere divise in due gruppi: uno, composto dalle
prime tre, era inciso su piccole stele di pietra locale; l'altro si legge su
iscrizioni redatte su materiale vario per forma e per stile epigrafico.
Quest'ultimo gruppo di iscrizioni, insieme con altri pezzi epigrafici, fu
murato sulla facciata di una sua casetta rustica, costruita a poca distanza
dall'abitato di Vieste, da Biagio Abatantuono. Di tutte, però, si ignora il
luogo, la data e le circostanze di ritrovamento.
Le prime tre epigrafi rischiavano invece di restare sconosciute o,
peggio, di essere in perpetuo condannate al grave sospetto di non essere
autentiche, emesso contro di loro dal Whatmough. Ma, in fondo, lo
studioso americano non aveva tutti i torti: né egli né il Ribezzo erano mai
riusciti a vederle, ma ciò sol perché non si erano mai recati a Vieste per
cercarle.
Io, invece, riuscii a ripescarne una (la prima) rovistando sotto il
letto della casa di campagna del fu Abatantonio: e lí la trovai rotta in due
pezzi, ma non la lasciai dove l'avevo trovata: la portai via, senza neppure
chiedere il permesso all'attuale proprietario della casa. Depositai l'epigrafe
nel Municipio di Vieste e lí è ancora e mi auguro che sia onorata a dovere
ché essa è, praticamente, il piú illustre documento linguistico dell'antica
Daunia. Ma, in quell'occasione, fui accolto con grande cortesia dalle
autorità viestine che mi permisero di consultare finche tra certe carte
depositate in Municipio ed ebbi cosí la possibilità di ritrovare le lastre
fotografiche delle prime due iscrizioni che sembrano essere state distrutte.
Cerchiamo ora di affrontare i testi dauni per cavarne quelle poche
notizie che riusciremo a capire.
Lascio da parte ogni interpretazione piú o meno poetica, qual'è
quella, ad esempio, per cui le prime quattro iscrizioni costituirebbero un
unico testo, scritto in una specie di greco dorico. È, invece, assolutamente
certo che la III e la IV iscrizione sono dei testi indipendenti tra loro,
come del resto, dalle stesse III e IV iscrizioni sono indipendenti le prime
due.
Si tratta, per quel che ci è dato di capire, di dediche o di invocazioni
sacre a tre divinità: a Zeus, a Demetra e a Venere.
Il culto di Zeus e quello di Demetra sono largamente documentati
presso le nostre genti iapigie. E’ col nome di Zeus che cominciano i testi
piú importanti che si conservino nella Messapia: essi si aprono con
l'invocazione klaohi zis che può tradursi quasi sicuramente « Ascolta, o
Zeus! » o, forse meglio, « Zeus ascolti! ».
Del culto a Demetra abbiamo sicure testimonianze in tutta l'area
pugliese, dalla Daunia alla Peucezia, alla Messapia. Qui, soprattutto,
abbiamo trovato numerose iscrizioni in cui si parla di sacerdotesse (e di
sacerdoti) di Demetra: spesso le tombe in cui furono deposte le persone
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Insomma, i legami delle genti daune con i vicini Peuceti e Messapi e
con i dirimpettai d'oltre Adriatico si vanno facendo sempre piú chiari, piú
abbondanti e piú precisi.
E certo piú intimi ci si mostrerebbero tali legami se, in genere, le
notizie sin qui scarse e frammentarie sugli antichi Dauni e i documenti
epigrafici a nostra disposizione fossero piú ampi.
O. PARLANGÈLI
NOTA BIBLIOGRAFICA
I testi dauni sono stati pubblicati negli Studi messapici di O. PARLANGÈLI,
Milano 1960 (con tutte le indicazioni della bibliografia precedente) e da C. DE
SIMONE (nel secondo volume di Die Sprache der Illyrier di H. KRAHE, nn. 144, 155,
102, 141, 220, 252, 77, 106 e 286).
Il saggio d'interpretazione piú importante resta pur sempre quello di V.
PISANI (vedi ora nelle Lingue dell'Italia antica oltre il latino, II ed., Torino 1964, p. 235,
n. 70).
Di altre interpretazioni, piú o meno parziali o fantastiche, non mette conto di
parlare.
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