La città di Fiume dalla Prima Guerra Mondiale ai giorni nostri:
Asburgica, indipendente, italiana, nazista, jugoslava e croata.
Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com'a Pola, presso del Carnaro
che l'Italia chiude e i suoi termini bagna,
fanni i sepulcri tutt'il loco varo. (Inferno, IX)
Il primo dopoguerra, in Italia, fu teatro di avvenimenti sempre più drammatici, e le rivendicazioni
della nazione venivano schiacciate dal peso dei due alleati dell'Intesa e dagli Stati Uniti. Il Presidente
americano Wilson non volle ascoltare le ragioni di Orlando (Presidente del Consiglio) e Sonnino
(Ministro degli Esteri), che guidavano la delegazione italiana a Parigi, chiedendo l'annessione di
Fiume in aggiunta ai territori promessi nel 1915 con il patto di Londra, ma fu deciso nei trattati di
Pace che la città non sarebbe stata concessa, come invece avvenne per Trieste e l'Istria. Anche a livello
coloniale, nessuno dei territori africani tedeschi fu assegnato agli italiani (cfr. tavola I e tavola II).
L'espressione Vittoria mutilata, coniata da D'Annunzio, divenne di uso comune.
Nelle piazze si accese un sentimento nazionalista molto forte, e il mito di quella
“Vittoria mutilata” crebbe non solo per via della mancata annessione di Fiume, ma in
generale per lo scarso peso che venne dato alle richieste italiane sul tavolo dei negoziati.
Il governo presieduto da Orlando cadde nel giugno del 1919, e lo sostituì il ministro
Nitti, che si ritrovò alla guida di un paese sconvolto dalla crisi economica, dal carovita e
dalla disoccupazione. Vi furono tumulti e agitazioni popolari sia nelle campagne che
nelle città; il paese era sconvolto da scioperi e cortei. In città, i negozi venivano assaltati Il Biennio
dalla folla affamata, in campagna alcune terre vennero espropriate con la forza dai Rosso
braccianti, il 1919 e il 1920 sono definiti dagli storici il “biennio rosso”.
Dando uno sbocco alle pretese degli irredentisti, D'Annunzio decise di reclutare
La reazione di
alcuni militari che vedevano in lui il “vate”, il “comandante”, il poeta che li avrebbe
D'Annunzio
guidati verso un destino migliore, e prese così il via una spedizione militare senza all'impotenza
precedenti, non autorizzata dal governo: l'occupazione di Fiume da parte di alcuni del Governo
reparti che si erano insubordinati ed altri volontari di estrazione diversa (futuristi,
arditi, sindacalisti rivoluzionari).
Nella canzone composta da un Anonimo si legge la speranza di un giovane idealista
italiano che vide quel gesto di D'Annunzio come l'inizio di un sogno ad occhi aperti:
Eravam sulla linea d'armistizio,
D'Annunzio allor ci scrisse un bigliettino,
ci demmo disertori a precipizio
fuggendo dall'Italia un bel mattino
per Fiume liberar città italiana.
Appena giunti a Fiume liberata
per sempre dal servaggio secolare,
Francesi e Inglesi batton ritirata
credendo ad occhi aperti di sognare
e la bandiera nostra fu innalzata.
Più realista e più concreto, dal punto di vista politico, è invece il giudizio di Gaetano Salvemini:
«Una fra le più clamorose conquiste di quel parossismo dissennato fu la spedizione di D'Annunzio su
Fiume. Per impedire che quella città fosse presidiata da truppe britanniche e francesi, D'Annunzio,
capitanando uomini delle truppe regolari ribellatisi al governo civile, la occupò. Fu una guerra privata
contro Inghilterra, Francia e Stati Uniti, condotta da un poeta privo di senso morale e di senso
comune».
Per il governo Nitti l'impresa di D'Annunzio rappresentava una incredibile perdita di credibilità.
Poco dopo l'occupazione di Fiume, il trattato di Saint Germain en Laye ratificava per l'Italia il
possesso di Trieste e dell'Istria, ma non quello della Dalmazia.
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1. La “Reggenza del Carnaro”
Nella notte fra l'11 e il 12 settembre 1919, un manipolo formato da militari che si sono insubordinati
(non senza il tacito assenso di alcuni dei loro superiori) partiva da Ronchi (oggi Ronchi dei Legionari,
in onore dell'impresa fiumana), per varcare la Frontiera del Friuli Venezia Giulia e penetrare nel
territorio di Fiume, che era presidiata da un contingente Anglo-Francese. A D'Annunzio si uniscono
sindacalisti rivoluzionari, nazionalisti, futuristi, socialisti, reduci della Grande Guerra, arditi.
L'eterogeneo contingente viene accolto in città come un esercito liberatore, la folla festante lo
applaude, i militari sfilano in parata per le vie del centro, e i soldati che presidiavano la città (molti
sono italiani), non intervengono per evitare un inutile spargimento di sangue (cfr. tavola III). Il 26
ottobre si vota il plebiscito per l’annessione all’Italia, vincono i sì.
A Fiume si stampano dei francobolli commemorativi (cfr. tavola IV), vengono create delle
specifiche onorificenze per i volontari che hanno preso parte all'impresa (cfr. tavola V e tavola VI) e
viene anche promulgata la “Carta del Carnaro”, che è una vera e propria Costituzione scritta
specificamente per la città di Fiume da Alceste de Ambris, un anarco-sindacalista rivoluzionario.
Premessa - Il Popolo della Libera città di Fiume, in nome delle sue secolari franchigie e dell'inalienabile
diritto di autodecisione, riconferma di voler far parte integrante dello Stato Italiano mediante esplicito atto
d'annessione; ma poiché l'altrui prepotenza gli vieta per ora il compimento di questa legittima volontà,
delibera di darsi una Costituzione per l'ordinamento politico ed amministrativo del territorio [...].
Il supplemento illustrato del Corriere della Sera, la Domenica del Corriere, pubblica un disegno che
ritrae una folla in festa che sventola le bandiere dell'Italia (alcune senza lo scudetto sabaudo) e fra di
esse anche una bandiera azzurra della Dalmazia ed una di Trieste, rossa, con l'alabarda di San Sergio
(cfr. tavola VII). A Fiume, durante quei giorni di occupazione, furono sperimentati per la prima volta
quei rituali collettivi dei quali si serviranno poco dopo i movimenti totalitari: adunate di piazza
coreografiche, sfilate, comizi e discorsi aperti alla folla. Si trattava di una sorta di “liturgia” del potere.
D'Annunzio non perse occasione di mettersi in luce come il Comandante che aveva risolto la
questione adriatica, sfilando alla testa dei soldati in uniforme (cfr. tavola VIII).
Fiume, con un porto di una certa importanza, sebbene situata in territorio
Una crisi politica Jugoslavo, era una città di lingua veneta, nella quale vi erano anche popolazioni
porta alla caduta slave, ma che aveva goduto sempre, anche durante l'impero Austro-ungarico, dello
del governo Nitti status di città indipendente, come Amburgo in Germania. Era giusto riconoscere ai
serbi, ai croati e agli sloveni un loro stato (la Jugoslavia, stato degli slavi del sud),
ma era impossibile non considerare che il caso di Fiume costituiva un reale
problema che non poteva essere risolto in una scrivania a Parigi. La soluzione di
forza, decisa da D'Annunzio, era però inaccettabile dal punto di vista politico, e
aveva incrinato le già difficili relazioni con Francia ed Inghilterra. Non appena fu
occupata la città, immediatamente venne costituito un governo provvisorio, la
Reggenza del Carnaro, e questo governo chiese l'annessione della città all'Italia. Il
Governo Nitti, che non poteva scavalcare la diplomazia internazionale per dare
Il quinto
compimento alle aspettative dei Legionari di Ronchi, entrò in crisi. La situazione
ministero Giolitti era di estrema gravità, ed il governo venne affidato a Giolitti, quasi ottantenne.
Giolitti accettò l'incarico di primo ministro (era la sua quinta volta da premier) e provò a mettere in
atto una strategia che mirava a: 1) impegnare i socialisti nelle riforme, per evitare che diventassero una
forza eversiva e rivoluzionaria 2) ridurre il potere e l'influenza dei Popolari 3) utilizzare il nascente
fascismo come deterrente contro l'estremismo socialista. 4) risolvere la questione di Fiume con il
Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) che concedeva Zara all'Italia e garantiva a Fiume lo status di
città autonoma. Giolitti però fallì nel suo compito, ormai gli era venuto meno l'appoggio della grande
industria e di molti liberali.
{2}
1.1 Riepilogo:
La situazione di Fiume fino al
trattato di Rapallo, prima del
tragico epilogo del Natale
1920 (Natale di Sangue).
1.2 Il Natale di sangue
D'Annunzio ed il governo provvisorio di Fiume non accettano il Trattato di Rapallo, e rifiutano di
abbandonare la città. L'esercito italiano, per ordine di Giolitti, decise di intervenire con decisione e di
piegare la resistenza dei Legionari. Nonostante i tentativi di limitare i morti, visto che si trattava di
italiani schierati contro altri italiani, i militari caduti furono 25, e ad essi vanno aggiunti altri 5 civili,
ed almeno un centinaio di feriti. La resistenza, iniziata il 24 dicembre, durò in tutto cinque giorni. Si
trattava di un epilogo davvero tragico, che non risolveva in modo del tutto soddisfacente la questione
di Fiume, e che permise ai nazionalisti di screditare ulteriormente lo stato liberale, ormai sull'orlo del
collasso per la crisi economica.
Il quotidiano Fiumano, La vedetta d'Italia, e lo stesso D'Annunzio, sapranno sfruttare al massimo, a
livello mediatico, quell'azione militare che aveva il sapore di una piccola guerra civile (cfr. tavola IX e
X). Mussolini, a cui D'Annunzio aveva scritto prima di partire da Ronchi (cfr. tavola XI) sperando in
un suo plateale appoggio, ebbe l'astuzia politica di rimanere ai margini della questione, per poter
giocare le sue carte due anni più tardi, con la Marcia su Roma. Anche in quell'occasione, però, rimase
in disparte finché non ebbe la certezza che il Re non fosse pronto a trattare.
{3}
2. Dal trattato di Roma (1924) alla Repubblica Croata (1991).
Durante il fascismo la questione adriatica riacquistò un peso politico incalcolabile. Benito
Mussolini, incaricò Salvatore Contarini, Segretario generale del ministero degli Esteri, di aprire una
trattativa con il Regno di Jugoslavia, detto anche Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (cfr.
tavola XII). Dopo lunghe trattative a Belgrado, il 27 gennaio 1924 fu firmato il Trattato di Roma, che
concedeva alla Jugoslavia tutto il delta del fiume Eneo (cfr. tavola XIII), e all'Italia la sovranità sulla
città di Fiume, che diveniva capoluogo di provincia.
Il Re Vittorio Emanuele III si recò poco dopo a Fiume, a bordo della Brindisi, per godere di
qualche momento di popolarità, e venne accolto da una folla esultante (cfr. tavola XIV). Per il
momento, la questione sembrava risolta, ma non dobbiamo dimenticare che la Convenzione di
Nettuno (20 luglio 1925), che avrebbe dovuto ratificare i confini fra Italia e Jugoslavia, non venne
ratificata da Belgrado fino al 1928, perché le destre nazionaliste si opponevano ad una politica
favorevole all'Italia. Gli accordi segreti di Londra del 1915, d'altronde, avevano promesso anche alla
Serbia grandi compensi territoriali, poi disattesi nel dopoguerra (cfr. tavola XV).
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, in Jugoslavia ci fu un'occupazione militare
congiunta di truppe tedesche ed italiane (cfr. tavola XVI). La crudeltà di molti gerarchi fascisti, in
particolare l'efferatezza di certi crimini compiuti dai fascisti in Slovenia, creò un forte risentimento nei
confronti degli italiani, che alla fine della Guerra vennero cacciati (nella migliore delle ipotesi),
oppure eliminati (Foibe). Altri finirono sotto il regime pseudo-comunista di Tito, e non poterono più
espatriare per ricongiungersi con i parenti nel Triveneto.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Fiume, l'Istria e la Dalmazia ritornarono agli slavi, Trieste
divenne una sorta di territorio cuscinetto (Stato libero di Trieste) diviso in due zone di influenza (la
Zona A agli Alleati, la Zona B agli Jugoslavi). Nel 1945 nacque la Repubblica Socialista Federale di
Jugoslavia (cfr. tavola XVII), e Fiume rimase nel territorio soggetto al controllo di Tito.
Nel 1991, quando la Slovenia e la Croazia si dichiararono indipendenti, Fiume (nota ormai come
Rijeka) rimase Croata (cfr. tavola XVIII).
3. Altre imprese eclatanti di D'Annunzio durante la prima Guerra Mondiale
BEFFA DI BUCCARI
L'azione della notte dell'11 febbraio 1918, passò alla storia come la beffa di Buccari, ed ebbe una
"influenza morale incalcolabile" per risollevare gli animi dei combattenti. All'azione presero parte i
M.A.S. 94, 95 e 96 (al comando di Luigi Rizzo, con a bordo Gabriele D'Annunzio; cfr. tav. XIX).
Dopo 14 ore di navigazione, alle 22.00 del 10 febbraio, i tre M.A.S. iniziarono il loro pericoloso
trasferimento dalla zona compresa tra l'isola di Cherso e la costa istriana sino alla baia di Buccari
dove, secondo le informazioni dello spionaggio, si ancoravano navi nemiche mercantili e militari.
L'audacia dell'impresa trova ragione di essere nel percorso di 50 miglia tra le maglie della difesa
costiera nemica, anche se l'attacco non riuscì, dato che i siluri lanciati dai tre M.A.S. si impigliarono
nelle reti che erano a protezione dei piroscafi. Le unità italiane riuscirono successivamente a
riguadagnare il largo tra l'incredulità dei posti di vedetta austriaci che non credettero possibile che
unità italiane fossero entrate fino in fondo al porto, e che non reagirono con le armi ritenendo
dovesse trattarsi di qualche imbarcazione austriaca.
Dal punto di vista propriamente operativo, emerse un elemento importante dalla scorreria dei
M.A.S. a Buccari: le facili smagliature ed il mancato coordinamento del sistema di vigilanza costiero
austriaco che finiva per prestare il fianco all'intraprendenza dei marinai italiani sempre più audaci.
L'impresa di Buccari ebbe poi una grande risonanza, in una guerra in cui gli aspetti psicologici
cominciavano ad avere un preciso rilievo, anche per la partecipazione diretta di Gabriele D'Annunzio,
{4}
che abilmente orchestrò i risvolti propagandistici dell'azione e che lascio in mare davanti alla costa
nemica, tre bottiglie ornate di nastri tricolori recanti un satirico messaggio così concepito:
In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la
gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo
rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare
l'inosabile. E un buon compagno, ben noto - il nemico capitale, fra tutti i nemici il
nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro - è venuto con loro a beffarsi della taglia».
VOLO SOPRA VIENNA
Sempre nel 1918, D'Annunzio decide di dare il via ad una operazione ancora più audace di quella
navale del mese di febbraio. Tredici aeroplani ad elica presero il volo verso Vienna, e nove di essi, fra
cui quello con a bordo Gabriele D'Annunzio, riuscirono a raggiungere il cielo della capitale asburgica
il 9 agosto. Si trattava di un volo lungo quasi mille kilometri, che creava problemi di autonomia per i
velivoli, noie tecniche ai motori per la durata della trasvolata, e comportava naturalmente il rischio di
essere avvistati ed abbattuti dall'artiglieria austriaca.
Una volta raggiunto il cielo di Vienna, dagli aeroplani vennero lanciati 350.000 volantini (cfr. tavola
XX) che recavano un messaggio provocatorio e scherzoso:
VIENNESI!
Imparate a conoscere gli italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori:
i tre colori della libertà.
Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne.
Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele
governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d'odio e d'illusioni.
VIENNESI!
Voi avete fama di essere intelligenti. Ma perché vi siete messi l'uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il
mondo s'è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra? Continuatela, è il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi
dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell'Ucraina: si muore aspettandola.
POPOLO DI VIENNA, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ! VIVA L'ITALIA!
VIVA L'INTESA!
Il testo di questo messaggio era opera di Ugo Ojetti. Vennero stampati anche 50.000 volantini con
un messaggio colmo di retorica ed immagini scritto dallo stesso D'Annunzio, ma il testo fu giudicato
intraducibile in tedesco, e perciò meno accattivante ed efficacie del breve proclama di Ojetti.
In questo mattino d'agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e
luminosamente incomincia l'anno della nostra piena potenza, l'ala tricolore vi apparisce all'improvviso come
indizio del destino che si volge.
Il destino si volge. Si volge verso di noi con una certezza di ferro. È passata per sempre l'ora di quella
Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte,
ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine. I combattenti vittoriosi del Piave, i
combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l'impeto. Ma, se
l'impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro
uno. L'Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori
che hanno colorato l'Ourcq di sangue tedesco. Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non
siamo venuti se non per la gioia dell'arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo
osare e fare quando vorremo, nell'ora che sceglieremo. Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a
quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino. Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il
Graben (cfr. tavola XXI) una sentenza non revocabile, o Viennesi. Viva l'Italia!
{5}
CANZONI ANONIME DEI LEGIONARI DI FIUME
Il nostro grido: «O Fiume o morte»
sarà più forte - d'ogni viltà
E tu, mia Fiume, dolorosa garibaldina,
Tu sei l'amore d'ogni Italian!
I volontari vengono a schiere
con le bandiere - di libertà;
e le bandiere portan la scritta:
«A Fiume invitta - ci consacriam!»
E tu, mia Fiume, dolorosa garibaldina,
Tu sei l'amore d'ogni Italian!
I nostri petti faran barriera
e Fiume fiera - difenderan;
e Fiume fiera di santo ardore
agli oppressori si strapperà!
E tu, mia Fiume, dolorosa garibaldina,
Tu sei l'amore d'ogni Italian!
La bandiera dei Fiumani
al tricolore accoppieremo,
noi col sangue le daremo
la bramata libertà!
(1919) Anonimo
4. Tavole fuori testo
Tavola I
{6}
Tavola II
Tavola III
Tavola IV
{7}
Tavola V
Tavola VI
{8}
Tavola VII
Il “rappresentante della Madre Patria” era il Generale Grazioli.
{9}
Tavola VIII
Tavola IX
{10}
Tavola X
Tavola XI
{11}
Tavola XII
Tavola XIII
{12}
Tavola XIV
{13}
Tavola XV
Tavola XVI
{14}
Tavola XVII
Tavola XVIII
{15}
Tavola XIX
Gabriele D'Annunzio, al centro, fra Luigi Rizzo (con il passamontagna) e Costanzo Ciano
(con il cappello da ufficiale).
Tavola XX
Tavola XXI
{16}
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La città di Fiume dalla Reggenza del Carnaro alla