BA P Beni Architettonici e Paesaggio Antonella Romano CONTRIBUTI ALLA RESTITUZIONE DELLE BASILICHE PELAGIANA E ONORIANA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA IN ROMA Saggio introduttivo di Alessandro Viscogliosi Copyright MMXIII ARACNE editrice S.r.l www.aracneeditrice.it [email protected] via Raffaele Garofalo, 133/A-B 00173 Roma (06) 93781065 ISBN 978–88–548–6593–8 I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell’Editore. I edizione: ottobre 2013 Antonella Romano CONTRIBUTI ALLA RESTITUZIONE DELLE BASILICHE PELAGIANA E ONORIANA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA IN ROMA Saggio introduttivo di Alessandro Viscogliosi BA P Beni Architettonici e Paesaggio Collana fondata e diretta da Giovanni Carbonara Comitato scientifico: Lia Barelli Corrado Bozzoni Riccardo Dalla Negra Massimo de Vico Fallani Daniela Esposito Donatella Fiorani Ascensión Hernández Martínez Beatriz Mugayar Kühl Dimitris Theodossopoulos Alessandro Viscogliosi Comitato editoriale: Valeria Montanari, Giovanna Tarasco, Marta Acierno Progetto grafico e copertina: Studio Anselmi - Napoli Impaginazione ed editing: Salvatore De Stefano Crediti fotografici Le fotografie delle figg.: 9, 12-14, 16, 18-23, 30, 38, 39, 41, 42, 52, 54, 60-68, 72, 83, 84, 92, 103, sono di Pietro Catarinella (www.pietrocatarinella.com). La fotografia a pag. XIII e quella della fig. 17 sono di Guglielmo Villa. Le altre fotografie, ove non diversamente specificato, sono dell’A. I volumi della collana sono sottoposti ad una procedura di revisione e valutazione da parte di un comitato di referee (blind peer review). L’autore e l’editore sono a disposizione di coloro che ritenessero sottesi i propri diritti morali e/o di utilizzazione di opere o parti di opere ivi presenti. INDICE Rileggendo San Lorenzo al Verano, di Alessandro Viscogliosi Introduzione La basilica di San Lorenzo fuori le Mura: stato attuale 1. Note sul luogo di culto di Lorenzo al Verano dal III al VI secolo 1.1. Il complesso di San Lorenzo nell’attività edilizia dei primi secoli del cristianesimo a Roma. 1.2. Il luogo di sepoltura di San Lorenzo nell’età costantiniana 1.3. Interpretazione dell’area attorno alla tomba di San Lorenzo (scavi degli anni 1947-1949) 1.4. Dalla camera a “L” alla basilica orientale 2. 2.1. 2.2. 2.3. 2.4. 2.5. 2.6. 2.7. 2.8. 2.9. 2.10. 2.11. 2.12. 2.13. 2.14. La basilica di Pelagio II (579-590) La costruzione di Pelagio II Influenza costantinopolitana a Roma nel V e nel VI secolo Impianto planivolumetrico Partiture murarie Pavimentazioni Navata centrale e ordine maggiore Gallerie La tomba del martire Isolamento originario dalla collina circostante Variazioni nell’organizzazione spaziale Unità nella complessità tipologica di chiesa doppia Struttura architettonico-decorativa Conclusioni sull’impianto architettonico pelagiano La basilica orientale fino al XIII secolo: ulteriori modifiche 3. 3.1. 3.2. 3.3. 3.4. 3.5. 3.6. 3.7. La basilica di Onorio III (1216-1227) Impianto planivolumetrico Murature e finestre Portico Navate Pavimentazione e presbiterio Isolamento dalla collina, relazione con il contesto urbano Lo spazio “concreto”: portico, navate, pavimentazione VII IX 3 7 17 17 28 32 38 41 41 49 60 64 74 75 83 85 87 90 93 100 107 110 115 115 117 122 125 130 134 135 3.8. Il sistema degli assi 3.9. Impianto architettonico onoriano 3.10. Realtà dell’opera: ordinamento geometrico e spaziale, visione prospettica, colorismo, linearismo 4. 4.1. 4.2. 4.3. Appendice: le vicende costruttive tra il XIII e il XX secolo Trasformazioni tra il XIII e il XIX secolo Intervento di restauro di Virginio Vespignani (1862-1865) Restauro degli anni 1943-1950 Elenco delle abbreviazioni 144 146 157 165 165 168 193 204 205 Elenco delle Tavole 207 Bibliografia 237 Indice dei nomi 241 Indice dei luoghi 245 Sintesi/Abstracts VIII RILEGGENDO SAN LORENZO AL VERANO Alessandro Viscogliosi La valutazione storico critica dell’architettura del Medioevo romano costituisce una vexata quaestio. Superato, anche se non unanimemente ed uniformemente, un pregiudizio negativo basato su un antistorico confronto con le contemporanee creazioni del romanico del Nord Europa e dell’area padana, riconosciuta l’importanza degli edifici romani – prototipi e non – anche nei confronti di Montecassino e delle grandi chiese dell’Italia meridionale, resta comunque una valutazione - espressa da uno dei più importanti studiosi del settore, Krautheimer, autore per di più del testo di riferimento, ancora autorevole a decenni dalla sua elaborazione - sostanzialmente insoddisfacente dal punto di vista della creatività e dell’innovazione, in quanto le architetture romane tra l’XI e il XIII secolo costituirebbero supine ripetizioni, per quanto splendide ed emozionanti, dei prototipi paleocristiani. A parziale giustificazione di una posizione così critica sta, a giudizio dello scrivente, un approccio più archeologico che storico architettonico, dovuto alla necessità di ristabilire testi architettonici filologicamente corretti, rimandando, però sine die, un reale sforzo di comprensione di ciò che quei testi intendevano esprimere. Ciò è avvenuto, tanto per entrare con un esempio in medias res, anche in un campo cronologicamente limitrofo: una volta stabilito che una nutrita serie di chiese paleocristiane, romane e non, presentano la facciata lievemente disassata rispetto alle navate (e curiosamente sempre di un’angolazione molto simile, facilmente riducibile ad un ristretto range di pochissimi gradi), dopo i brillanti saggi in cui G. De Angelis d’Ossat metteva in luce il fenomeno e additava la via interpretativa, c’è stata una sostanziale eclisse degli studi nel settore. Stabilire con competenze oramai scaltrite le possibili (quando non addirittura accertate) provenienze e datazioni di basi fusti capitelli architravi fregi e cornici che entravano nella composizione delle navate delle chiese in oggetto, ha costituito una piattaforma solidissima da cui partire per elevare l’edificio della comprensione dell’estetica architettonica romana tra il paleocristiano e il tredicesimo secolo, salvo procrastinare e delegare a forze più fresche questo necessario sforzo interpretativo, che per essere effettuato richiede anche la capacità di abbandonare metodologie consolidate, ed imbarcarsi in un mare periglioso di possibili interpretazioni, e probabili errori. La tentazione all’interpretazione riduttiva era forte, e soprattutto mancava una altrettanto forte ed inoppugnabile dimostrazione contraria, di come, cioè, le pretese asimmetrie e irregolarità, che si era cercato di giustificare magari in base a preesistenze IX archeologiche, o al limite a condizionamenti topografici (non tali però da attingere una dimensione urbanistica), potessero costituire, invece, indizio di una estetica inopinatamente matura e sofisticatissima. Esemplare (e provvidenziale) è a questo proposito il saggio che qui si presenta, il quale ha avuto origine nel lavoro di Dottorato di Ricerca in Storia dell’Architettura, che Antonella Romano ha dedicato alla basilica di San Lorenzo al Verano in Roma, nella veste sostanzialmente a noi pervenuta, dovuta ai lavori di Onorio III. Come è noto, negli ultimi decenni molti studi hanno approfondito la conoscenza di temi specifici della millenaria vicenda costruttiva della basilica. Grazie alla ricerca archeologica e allo studio degli elementi architettonici presenti all’interno di San Lorenzo – siano essi provenienti da spoglio di monumenti preesistenti o siano di fattura coeva alla costruzione dell’edificio – la conoscenza analitica dell’edificio ha compiuto progressi notevolissimi, tanto da permetterne finalmente un esame complessivo. L’ottica prescelta in questa occasione implica quindi l’analisi materiale e strutturale, ma soprattutto spaziale dell’insieme, attraverso una capillare opera di rilievo architettonico, sostenuta, come è ovvio, da una ricerca bibliografica, documentale ed iconografica mirata ad ottenere una visione complessiva e per quanto possibile definitiva della storia della basilica. Si è pertanto deciso di partire dal riesame dei due maggiori interventi di restauro che la hanno interessata a distanza relativamente ravvicinata: il primo, voluto da Pio IX, nella seconda metà del XIX secolo, il secondo conseguente ai danneggiamenti subiti a causa dei bombardamenti durante l’ultima guerra. Lo studio di queste campagne di restauro ha peraltro condotto al rinvenimento di una ricca documentazione, finora inedita, formata in gran parte di documenti e disegni relativi all’operato di Alberto Terenzio. Solo a questo punto, ristabiliti i rapporti originari tra le varie parti dell’edificio, lo studio si è concentrato sui due momenti ritenuti fondamentali per la definizione del definitivo aspetto spaziale della basilica: la costruzione della basilica Pelagiana, avvenuta alla fine del VI secolo, e la trasformazione che portò ad una riconfigurazione totale dell’edificio, voluta da Onorio III agli inizi del XIII secolo. Grazie allo studio delle partiture murarie, di molti particolari strutturali e ad una innovativa ricostruzione topografica del Campo Verano, Antonella Romano ha potuto fornire soluzioni inedite circa l’interpretazione della chiesa di Pelagio II, chiesa che risulta essere stata completamente isolata dalla vicina collina e quindi non semiipogeica o interrata su tre lati come si supponeva in precedenza. Gli ingressi principali erano situati nell’endonartece, mentre la facciata orientale si trovava in relazione funzionale di “chiesa doppia” con la preesistente Basilica maior cimiteriale del Verano, orientata in maniera parallela. X L’analisi dell’impianto architettonico interno porta a chiarirne la genesi spaziale, al contempo centralizzata e longitudinale, intorno alla tomba del martire Lorenzo. L’uso del piede bizantino come unità di misura per lo spazio interno, e il parallelo mantenimento dei piedi romani nell’organizzazione del riuso degli elementi architettonici di spoglio del primo ordine, consentono di riconoscere nel doppio involucro dell’impianto primitivo una architettura bizantina realizzata con modalità romana. Ne risulta quindi che alla fine del VI secolo le maestranze romane, nonostante i disastri della guerra gotica, erano ancora attente ad alcuni aspetti caratterizzanti dell’architettura bizantina, e che il livello delle loro capacità tecnico costruttive era ancora sufficientemente elevato da poterli metabolizzare. Di qui la possibilità di attribuire ad una volontà architettonica consapevole i sorprendenti effetti prospettici, sapientemente calcolati e finalmente scientificamente osservati e documentati, quali la rotazione della parete dell’arco absidale rispetto all’asse centrale della chiesa, la maggiore profondità della navata centrale, lo spostamento del punto di vista preferenziale. Tutto ciò obbligherà a riprendere in esame analoghi fenomeni, riscontrabili nelle chiese romane dall’età tardo-antica fino al tredicesimo secolo, come possibile testimonianza di una ricerca prospettica particolarmente sofisticata. Lo stesso metodo, applicato alla basilica Onoriana dimostra come essa si pose in assoluta continuità e complementarità, sia spaziale che prospettica, con la precedente chiesa pelagiana. Lo studio puntuale delle irregolarità della pianta della chiesa di Onorio e la misurazione della rotazione dell’arco trionfale mettono in evidenza come le due basiliche condividano una medesima concezione spaziale unitaria. La rotazione ripete, in maniera speculare, quella realizzata nella basilica pelagiana rivelandone la stessa finalità prospettica, come peraltro evidenzia l’angolo di inclinazione rilevato tra gli assi longitudinali delle due chiese. Non essendo possibile invocare alcun possibile condizionamento esterno che impedisse di costruire la basilica onoriana in esatta prosecuzione di quella pelagiana, Antonella Romano ne conclude che l’architetto del XIII secolo volle esaltare la visione obliqua dei colonnati laterali della basilica pelagiana, così come dovette apparire al momento della demolizione dell’abside originaria, valorizzandola come arricchimento prospettico della visione della nuova navata centrale, che egli andava a costruire. In questo contesto risultano particolarmente significativi alcuni accorgimenti spaziali, come l’aver allineato le colonne delle navate, di diametro diverso una dall’altra, sulla tangente della navata centrale anziché in base al loro centro; a sua volta il nuovo ciborio è posto al centro della nave maggiore pelagiana, orientato però secondo l’asse longitudinale della navata centrale di Onorio. Pertanto il ciborio risulta frontale per XI chi entri dal portale principale e percorra la navata, restando sempre al centro dello spazio presbiterale; in questa chiave non si può escludere che perfino il lieve disassamento rilevato tra il nuovo arredo fisso (plutei, trono papale, sedili per i concelebranti) collocato da Onorio e la navata centrale di Pelagio destinata a costituirne lo splendido fondale, sia assolutamente intenzionale. Che l’ignoto architetto avesse in mente di creare una nuova, unitaria basilica di pianta allungata, con presbiterio sopraelevato e circondato da un deambulatorio, può essere ipotizzato anche in base alle deformazioni impresse alle navate laterali di nuova costruzione, ed alla sapiente maniera in cui ha disarticolato in tre parti non allineate tra loro (ma ovviamente orientate verso il fuoco prospettico costituito dalla veduta della basilica pelagiana come presbiterio inondato di luce) il fastoso pavimento musivo, che svolge un ruolo assolutamente non secondario nella definizione del nuovo spazio integrato. Una risposta romana alle ricerche estetiche degli architetti d’Oltralpe? In attesa di ulteriori studi su queste sollecitazioni critiche dell’Autrice, si constata come la cosiddetta “rinascenza romana” del XII e XIII secolo interpreti non soltanto elementi figurali e stilistici, ma interi schemi compositivi: non ci si limita, cioè, a riprendere modelli paleocristiani, già persistenti nel primo medioevo romano, soprattutto nell’abbondante uso di materiale di spoglio, ma si tende ad evidenziare significati ideologici nuovi. È noto come la basilica di San Lorenzo fosse annessa ad un monastero retto, sin dal 980, dai monaci della Congregazione di Cluny: anche se non paragonabile alla totale ricostruzione della casa madre, non è possibile astrarre il rifacimento (ben più che un raddoppiamento) della basilica romana dalla poetica architettonica dell’Ordine. È una basilica allungata e tendenzialmente modulare, che parte immersa nell’ombra (specie delle navate laterali) e che fa dei rutilanti colori dei pavimenti e degli arredi cosmateschi il corrispettivo delle vetrate che animano le navate d’oltralpe, per animare il percorso verso il presbiterio soprelevato ed inondato di luce dalle finestre di quella che era stata l’antica facciata della chiesa di Pelagio, trasformata in una sui generis “lux continua”. Krautheimer definì San Lorenzo «un edificio stilisticamente antiquato ma imponente»: sarà probabilmente il caso di interrogarsi, alla luce di questo importante contributo, se proporre\imporre all’architettura romana del Medioevo modelli di sviluppo allogeni come parametri di giudizio sia corretto. È oramai comunemente accettato che la ripresa del Paleocristiano costituì per la Chiesa del XIII secolo, all’apogeo del suo potere temporale, una maniera di ribadire ideologicamente i propri valori fondanti (e la scelta del modello petriano per la ricostruenda Montecassino pone Benedettini, XII Navata centrale della basilica Onoriana: la fotografia evidenzia l’allineamento delle colonne sulla tangente della navata centrale anziché in base al loro centro XIII riformati e non, alle origini di questa scelta). Che però questa ripresa non fosse supina ripetizione di modelli volutamente arcaici e pertanto autorevoli, ma piuttosto reinterpretazione e variazione nell’alveo di una tradizione che si riteneva ancora viva e vitale e magari feconda, è uno degli spunti più originali che si possono trarre dalla lettura e dalla meditazione del ricco materiale, acutamente criticato, che Antonella Romano mette a disposizione della comunità degli studiosi con questo saggio. XIV CONTRIBUTI ALLA RESTITUZIONE DELLE BASILICHE PELAGIANA E ONORIANA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA IN ROMA Introduzione 3 Introduzione L’analisi diretta dell’opera architettonica e il continuo confronto di questa con la ricerca bibliografica, con l’indagine archivistica e con tutta la documentazione rinvenuta, hanno sostenuto questo lavoro, volto ad una sempre più approssimata ed attendibile restituzione del monumento: la lettura critica dei risultati ottenuti ha condotto all’approfondimento di due fondamentali momenti della lunghissima storia del monumento, relativi rispettivamente all’originaria basilica Pelagiana, della fine del VI secolo, e al suo ampliamento, avvenuto attraverso la totale riconfigurazione unitaria onoriana agli inizi del XIII secolo. mentre un’ampia produzione bibliografica rende conto degli avanzamenti delle conoscenze su temi particolari relativi alla basilica di San Lorenzo fuori le mura in Roma – grazie a due principali filoni di ricerca: quella archeologica e quella dello studio degli elementi architettonici, di spoglio da monumenti antichi o di fattura medievale –, questo saggio è caratterizzato da un approccio metodologico che guarda alla complessità dell’edificio costruito. Affiancando alla ricerca bibliografica, iconografica e documentale, il rilievo architettonico e un’analisi diretta dell’opera – nei suoi aspetti geometrici, spaziali, strutturali, costruttivi, dimensionali, proporzionali, nonché dei caratteri figurali –, si è teso a una lettura complessiva dell’edificio nel tentativo di tracciarne la storia, anche in relazione alle mentalità architettoniche che ne hanno indotto le trasformazioni nel tempo1. A una preliminare, indispensabile, ricostruzione delle diverse fasi storico-edilizie della fabbrica cristiana ha contribuito in maniera determinante lo studio degli interventi di restauro in San Lorenzo fuori le mura e della sua manutenzione nel tempo, raccolto poi, nella maggior parte, a mo’ di appendice, nell’ultimo capitolo relativo alle vicende storico architettoniche dell’età moderna. La particolare considerazione dei due grandi interventi di restauro – quello ottocentesco e quello conseguente ai danni bellici dell’ultima guerra – ha condotto, fra l’altro, al rinvenimento di un’attinente, interessante, documentazione inedita. L’individuazione delle peculiarità spaziali e costruttive, nel contribuire allo studio restitutivo di San Lorenzo fuori le mura, ha consentito il riconoscimento – nella basilica Lo studio trae origine dai risultati dell’attività di ricerca e di rilievo realizzata sul monumento nel corso del Dottorato di Ricerca in Storia dell’Architettura, svolto presso il Dipartimento di Storia dell’Architet- 1 tura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, nel X ciclo. Quei primi esiti furono discussi in: RomAno 1998. 4 Contributi alla restituzione delle basiliche Pelagiana e Onoriana di San Lorenzo fuori le Mura in Roma Pelagiana – di caratteri di ascendenza orientale (protobizantini) e occidentali (romani) e – in quella onoriana – di modi e caratteri costruttivi romani, nei periodi tardo-romanico e primo-gotico. nelle fondamentali relazioni rilevate nell’articolata fenomenologia architettonica dell’edificio – particolarmente rispetto ai valori della spazialità e figurali della preesistente basilica Pelagiana – è stato possibile ricercare e riconoscere la genesi di idealità architettoniche inerenti non soltanto la continuità spaziale, ma anche la modificazione semantica attraverso l’introduzione di significati e significanti, quali contenuti e figure, nella sintesi di nuove forme. nella originaria basilica Pelagiana è stato possibile porre in evidenza tanto gli aspetti peculiari e caratterizzanti dell’influenza bizantina, quanto le possibilità tecnico-costruttive, alla fine del VI secolo a Roma. L’analisi dell’impianto architettonico nei suoi rapporti dimensionali, nell’impostazione di spazi e di volumi, nell’uso del piede bizantino come unità di misura dello spazio interno e nel contemporaneo mantenimento delle dimensioni in piedi romani degli elementi architettonici di spoglio del primo ordine, ne giustifica lo sviluppo, insieme centrale e longitudinale, attorno al fulcro generatore e centralizzante della tomba del martire e consente di riconoscere, nell’impianto pelagiano a doppio involucro, un’architettura bizantina realizzata secondo un modo romano. Le valutazioni delle partiture murarie, di particolari strutturali, di documentazione relativa alla ricostruzione topografica, forniscono nuove, nodali indicazioni per potere considerare la chiesa di Pelagio II: caratterizzata dalla relazione funzionale di “chiesa doppia”, con la più antica Basilica maior cimiteriale del Verano, di cui si è constatato lo sviluppo ad essa parallelo; non interrata su tre lati e quindi non semiipogeica, ma completamente isolata dalla collina e con ingressi pricipali nell’endonartece, sulla facciata est. Inoltre, l’esame dell’impianto planivolumetrico, delle tecniche costruttive, dei particolari architettonici, delle relazioni dimensionali, ha rivelato sorprendenti e arditi effetti prospettici, evidenziati attraverso una puntuale applicazione di calcolo. I particolari effetti visivi – a cui contribuiscono la rotazione della parete dell’arco absidale, rispetto alla perpendicolare all’asse longitudinale della chiesa; la maggiore ampiezza e profondità visuale della navata centrale verso il lato nord; lo spostamento verso sud del punto di stazione obbligata – sono stati interpretati nell’ambito di quelle raffinate ricerche prospettiche, che rimarcano una prassi costruttiva diffusa dall’età tardo-antica per tutto il medioevo. Le fondamentali indicazioni fornite dai nuovi dati relativi alla basilica di onorio III non possono non evidenziare il condizionamento e la complementarità delle realizzazioni onoriane rispetto a quelle pelagiane, con le quali si integrano in una conce- Introduzione 5 zione spaziale unitaria delle due basiliche. Lo studio dell’irregolarità della pianta e della rotazione dell’arco trionfale (rispetto alla perpendicolare all’asse longitudinale) evidenzia infatti la iterazione, in modo simmetrico, della rotazione effettuata nella basilica Pelagiana e ne rivela la stessa finalità prospettica, qui raggiunta anche attraverso l’angolo di inclinazione, rilevato e calcolato, fra gli assi longitudinali delle due chiese, tenuto conto dell’inversione est-ovest dell’asse pelagiano. Concorrono a tale finalità: l’allineamento tangenziale delle colonne sullo spazio della navata centrale onoriana e la collocazione del ciborio al centro della navata centrale pelagiana, secondo l’asse longitudinale della basilica occidentale. La ricerca, infine, ha approfondito l’indagine sull’impianto planivolumetrico, sull’ampiezza delle campate, sulle relazioni dimensionali, sui particolari architettonici, sulle tecniche costruttive e ha esteso la riflessione agli aspetti materici e visivi. nella trasformazione dell’organismo architettonico in uno con pianta allungata, presbiterio sopraelevato e circondato da deambulatorio; nello sbilanciamento della trabeazione e delle pareti di ambito sui colonnati della navata centrale – con tutti gli accorgimenti statici conseguenti –; nell’articolazione della pavimentazione cosmatesca in tre parti differentemente orientate; nei criteri ordinatori degli intercolumni, nella navata e nel portico, sono state rintracciate quelle novità che all’interno animano gli spazi e all’esterno rendono relazionale e aperta l’espressione architettonica, traducendo, in modo romano, la grammatica del primo gotico. Il contributo che s’è inteso dare allo studio restitutivo dell’organismo architettonico è stato orientato, quindi, a una proposta di lettura delle architetture medioevali in un quadro storico diacronico ricco di criticità e problematicità che, aprendo alla esperienza di vita dell’uomo, liberamente «abitua alla considerazione del vario e del molteplice»2: il confronto di caratteri, l’individuazione di significati originari e nuovi, la definizione e l’ermeneutica di alcune conformazioni che intercorrono nella interpretazione unitaria della spazialità della fabbrica architettonica, hanno condotto alla restituzione critica del monumento in un contesto storico generale, attraverso la verifica di valenze di associazione e di comparazione con altre opere romane coeve, e hanno guidato l’indagine sulla ratio compositiva e costruttiva relativa a due fabbriche che segnano architettonicamente gli estremi cronologici del medioevo romano. 2 PIoVAnI 1966, p. 228. La basilica di San Lorenzo fuori le Mura: stato attuale 7 La basilica di San Lorenzo fuori le Mura: stato attuale Sulla via Tiburtina, a circa un chilometro da Porta San Lorenzo – la Porta Tiburtina delle mura Aureliane – sorge la basilica di San Lorenzo fuori le mura, che fonde in sé l’intervento di Pelagio II (579-590) con quello di onorio III (1216-1227). La basilica ad corpus, Pelagiana, costituisce la cosiddetta basilica orientale ed è disposta secondo l’asse longitudinale est-ovest, mentre quella onoriana ha orientamento opposto, sulla direzione ovest-est ( figg. 1, 2). Al fine di poter risalire alla disposizione planimetrica dell’impianto architettonico originario, agli spazi, alle forme, e poterne tentare un’interpretazione, si è resa indispensabile una preliminare indagine sullo stato dei luoghi, sulla storia e sulla storiografia del monumento, che consentisse di distinguerne le diverse fasi costruttive e le vicende ( figg. 6-8). Attualmente “la chiesa, lunga 80 m, è racchiusa a nord e a est da un’alta collina su cui si estende parte del Verano, il cimitero urbano di Roma; un fossato largo Fig. 1 – Roma, S. Lorenzo f.l.m. Veduta panoramica delle chiese, del convento e del cimitero del Verano nell’agosto del 1954 (Aerofototeca dell’Istituto Centrale del Catalogo e della Documentazione) 8 Contributi alla restituzione delle basiliche Pelagiana e Onoriana di San Lorenzo fuori le Mura in Roma circa 10 m la separa dal fianco della collina. A sud si estende il largo spiazzo, interamente occupato dalla parte più vasta ed antica del cimitero urbano, il cui muro nord della parte a valle del camposanto Verano, corre parallelo al fianco sud della Chiesa a una distanza di 27 m. Tra la Chiesa e il muro del cimitero un viale conduce alla facciata ad arcate del monastero dei Frati Cappuccini, il cui edificio, partendo dall’angolo sudest della Chiesa, si sviluppa ad ovest sulla collina e a sud verso il cimitero; da questa parte sud dell’edificio un’ala si stacca verso ovest e penetra nel recinto del cimitero. Una sagrestia del secolo XIX si affianca esternamente all’estremità della parte sud della Chiesa; poco oltre, ad ovest, sorge il campanile medievale e vicino a questo la Cappella del Sacramento o Cappella di S. Tarcisio, del XIX secolo ( fig. 78). La via Tiburtina, ad ovest della chiesa, si allarga nel piazzale San Lorenzo, di forma irregolare, aperto poco dopo il 1929 e unito alla piazza del XIX secolo, nel cui centro sorge la colonna di Pio IX”3 ( figg. 3, 4). Fig. 2 – Roma, S. Lorenzo fuori le Mura. Il piazzale S. Lorenzo, la colonna votiva eretta da Pio IX e la basilica da nord-ovest KRAUTheImeR, FRAnKL, CoRBeTT 1937-1977, II, 1962, pp. 18-19. Il volume è di fondamentale importanza per la ricostruzione della storia della basilica di San Lorenzo fuori le mura e da qui in avanti sarà in- 3 dicato con: Corpus Basilicarum, II, 1962. Per l’inquadramento generale del complesso si vedano anche gli aggiornamenti in BRAnDenBURg 2004, pp. 87-89; SeRRA 2004 e eAD. 2005.