Indagini geologiche a supporto della Variante Gestionale al Piano di Fabbricazione
Comune di Campo nell’Elba
Relazione geologico - tecnica – Pag. 1
INDICE
1
PREMESSA E DATI DI PROGETTO ........................................................................2
2
SINTESI DELLE CONOSCENZE..............................................................................5
2.1
2.2
2.3
2.4
2.5
3
VALUTAZIONE DELLE PERICOLOSITA’...........................................................28
3.1
3.2
3.3
4
Elementi geologico - strutturali ....................................................................6
Elementi litologico - tecnici .........................................................................15
Elementi geomorfologici e di dinamica costiera ......................................17
Elementi per la valutazione degli aspetti idraulici ..................................21
Elementi per la valutazione degli aspetti idrogeologici..........................24
Pericolosità geomorfologica e problematiche di dinamica costiera ......28
Pericolosità idraulica ....................................................................................30
Problematiche idrogeologiche ....................................................................31
CONDIZIONI DI ATTUAZIONE E MISURE DI TUTELA RELATIVE
ALLE PREVISIONI URBANISTICHE DELLA VARIANTE IN OGGETTO .....34
4.1
4.2
4.3
4.4
4.5
Condizionamenti dovuti alla Pericolosità Geomorfologica ...................36
Condizionamenti dovuti alla Pericolosità Idraulica ................................38
Misure di salvaguardia dei corsi d’acqua (P.I.T.) ....................................40
Indicazioni per la riduzione del rischio idraulico P.T.C. ........................42
Criteri generali per le situazioni connesse a problematiche
idrogeologiche...............................................................................................44
4.6 Disciplina delle aree di salvaguardia delle acque superficiali e
sotterranee destinate al consumo umano..................................................46
Riferimenti bibliografici....................................................................................................48
dott. geol. Luigi Giammattei
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1
PREMESSA E DATI DI PROGETTO
Su incarico ricevuto dall’Amministrazione Comunale di Campo nell’Elba,
nell’ambito della redazione della Variante Gestionale al Piano di Fabbricazione vigente, sono state svolte indagini geologiche in ottemperanza a quanto indicato nel “Regolamento di Attuazione dell’art.62 della Legge Regionale n.1 del 03.01.2005 (D.P.G.R.
n.26/R del 27.04.2007), al fine di aggiornare e redigere un’esaustiva “Sintesi delle conoscenze” (Quadro Conoscitivo) riguardante gli elementi geologico-strutturali, litologicotecnici, geomorfologici, di dinamica costiera e gli aspetti idrogeologici, necessaria per
valutare e caratterizzare il grado di pericolosità del territorio ed indicare gli eventuali
condizionamenti alla trasformabilità dello stesso.
Il quadro legislativo di riferimento in materia è rappresentato dalla seguente
normativa:
•
D.G.R. n.431 del 19.06.2006, in attuazione dell’O.P.C.M. n.3519 del 28.04.2006,
che modifica l’O.P.C.M. n.3274 del 20.03.2003, riguardante la riclassificazione
del territorio regionale;
•
L.R. n.1 del 03.01.2005 (“Norme per il governo del territorio” e successive modifiche ed integrazioni), pubblicata sul BURT n.2 del 12.01.2005;
•
D.C.R.T. n.72 del 24.07.2007 (Piano di Indirizzo Territoriale – P.I.T.), pubblicata
sul BURT n.42 del 17.10.2007; in speciale modo "Misure di salvaguardia" dettate
dall’art.36 dell’Elaborato n.2;
•
D.P.G.R. n.26/R del 27.04.2007 (“Regolamento di attuazione dell’art.62 della
Legge Regionale n.1 03.01.2005”), pubblicata sul BURT n.11 del 07.05.2007;
•
D.C.P. n.890 del 27.11.1998 (Piano Territoriale di Coordinamento – P.T.C.) della
Provincia di Livorno.
•
Piano di Assetto Idrogeologico redatto dall’Autorità di Bacino Toscana Costa,
adottato con D.G.R.T. n.831 del 23.07.2001 ed approvato con D.C.R.T. n.13 del
25.01.2005.
In considerazione della riclassificazione del territorio regionale approvata con
la D.G.R. n.431 del 19.06.2006, in attuazione dell’O.P.C.M. n.3519 del 28.04.2006, che
modifica l’O.P.C.M. n.3274 del 20.03.2003, il territorio comunale di Campo nell’Elba
risulta classificato sismico e collocato in “Zona 4”, con un valore massimo
dell’accelerazione orizzontale su suolo di categoria “A” pari a “ag=0.05 g”.
Vista la classificazione del territorio comunale in “Zona 4”, ai sensi del D.P.G.R.
n.26/R del 27.04.2007 non viene richiesta una caratterizzazione geologidott. geol. Luigi Giammattei
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co/geomorfologica del territorio finalizzata alla individuazione delle Zone a Maggior
Pericolosità Sismica Locale (ZMPSL).
Si fa presente che la parte montana del territorio del Comune di Campo
nell’Elba ricade nelle “zone a vincolo idrogeologico”, come istituito dal R.D. n.3267 del
30.12.1923, e pertanto risulta soggetta alle direttive indicate nella L.R. n.39 del
21.03.2000 (Legge Forestale della Toscana) e nel Regolamento Regionale n.48 (48/R) del
08.08.2003 (Regolamento Forestale della Toscana).
Attualmente il territorio comunale è gestito da un Programma di Fabbricazione
approvato con D.C.C. n.54 del 28.09.1974 e n.55 del 29.10.1974; successivi aggiornamenti ed integrazioni sono stati apportati nel corso degli anni, senza tuttavia incidere profondamente sull’ impostazione del piano originario.
La Variante Gestionale in oggetto non prevede alcuna modifica alle delimitazione delle zone omogenee, che dunque rimarranno quelle cartografate all’epoca della
redazione della variante (1974), ed è dunque legata alla sola gestione delle aree già individuate.
E’ esclusa da qualsiasi analisi e previsione l’Isola di Pianosa, che, per quanto
rientrante nel territorio comunale di Campo nell’Elba, per la sua peculiarità e per i vigenti vincoli di tutela non è interessata dalla Variante.
Scopo del presente studio geologico, eseguito a corredo della Variante Gestionale al Piano di Fabbricazione vigente, è pertanto quello di evidenziare e tenere conto
dei fattori di pericolosità connessa alle caratteristiche fisiche del territorio, al fine di:
•
valutare le condizioni ed i limiti di trasformabilità;
•
garantire e mantenere condizioni di equilibrio idrogeologico;
•
individuare le situazioni di criticità esistenti.
La presente Relazione geologico – tecnica illustra gli aspetti che concorrono alla
definizione dell’assetto geologico tecnico del territorio come di seguito descritto:
a) inquadramento del territorio attraverso la documentazione relativa al quadro
conoscitivo esistente, che costituisce il riferimento di base per la predisposizione delle successive analisi ed elaborazioni, ed illustrazione degli elementi connessi agli aspetti geologici e strutturali, litologici, geomorfologici, idraulici ed
idrogeologici;
b) descrizione dei passaggi analitici che hanno portato alla delimitazione cartografica delle aree di pericolosità e all’individuazione delle criticità riferite agli specifici fenomeni che le generano;
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c) indicazioni, sulla base delle situazioni di pericolosità e delle criticità riscontrate,
sugli eventuali condizionamenti alla trasformabilità del territorio in termini di
necessità di approfondimenti (progetti di messa in sicurezza o specifiche tipologie di indagine).
La presente Relazione geologico – tecnica è corredata dai seguenti elaborati cartografici:
TAV.A – Carta geologica
TAV.B – Carta litologico-tecnica
TAV.C – Carta geomorfologica e della
dinamica costiera
TAV.D – Carta delle aree allagabili
TAV.E – Carta idrogeologica
TAV.F – Carta della pericolosità
geomorfologica e problematiche di dinamica costiera
TAV.G – Carta della pericolosità idraulica
TAV.H – Carta delle Aree con problematiche
idrogeologiche
CARTE DELLE
SINTESI DELLE
CONOSCENZE
CARTE DELLA
VALUTAZIONE DELLE
PERICOLOSITA’
L’elaborazione cartografica suddetta è stata estesa a tutto il territorio comunale
con l’eccezione dell’Isola di Pianosa.
Come base cartografica usata come riferimento per la redazione delle varie cartografie tematiche è stata utilizzata la Carta Tecnica Regionale (C.T.R.) alla scala
1:10.000, costituita per il territorio comunale di Campo nell’Elba dall’accorpamento dei
Fogli: 328020, 328030, 328040, 328060, 328070 & 328080.
La restituzione della cartografia tematica è stata realizzata utilizzando i seguenti software: ArchView 3.3, AutoCAD LT 2004, AutoCAD Map 2005, con restituzione
finale dei file in formato .dwg.
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SINTESI DELLE CONOSCENZE
Il territorio amministrato dal Comune di Campo nell’Elba (Fig.1), confinante
con i Comuni di Capoliveri, Marciana e Portoferraio, è principalmente caratterizzato
dalla presenza del massiccio del Monte Capanne ad Ovest, dalla pianura di Campo al
centro e dal complesso collinare di San Martino e del Monte Tambone ad Est. Le quote
altimetriche del territorio comunale oscillano da un minimo di 0,0 m s.l.m. (aree costiere) a un massimo di 905,0 m s.l.m. (massiccio M.te Capanne).
Fig.1: ubicazione territorio comunale di Campo nell’Elba
La superficie complessiva del territorio comunale, inclusa l’isola di Pianosa, è
valutata in 55,66 kmq, con circa 4.400 abitanti residenti.
Il territorio comunale risulta avere un alto pregio paesaggistico, in quanto caratterizzato da un’alternanza di varie morfologie e tipologie ambientali terrestri e costiere;
gli insediamenti sono variamente distribuiti tra coste e colline, passando dal capoluogo
di Marina di Campo e le varie frazioni montane (Colle di Palombaia, S. Piero e S. Ilario)
e terrestri (La Pila, Bonalaccia e Filetto) fino a quelle costiere (Cavoli, Seccheto, Marina
di Campo, Pomonte e Fetovaia),oltre all’ isola di Pianosa.
Le varie frazioni, nonostante una notevole valenza turistica, hanno mantenuto
integre le proprie identità formatesi nel corso dei secoli.
Fino ai primi anni 1960 l’ agricoltura è stata la risorsa principale di un territorio
fertile e solo il successivo sviluppo turistico e la conseguente urbanizzazione della zona
pianeggiante hanno modificato e limitato le aree coltivate; restano tuttavia abbondanti
testimonianze del passato le coltivazioni a vigneto ad oliveto e i terrazzamenti a secco
che caratterizzano gran parte delle aree collinari.
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In merito alla definizione delle cartografie tematiche relative alla sintesi delle
conoscenze (quadro conoscitivo) per gli aspetti geologici, strutturali, geomorfologici,
idraulici e idrogeologici e all’elaborazione dei vari geotematismi, ci siamo basati sui
dati acquisiti dagli elaborati cartografici relativi al P.T.C. della Provincia di Livorno,
dagli elaborati del P.A.I. redatto dall’Autorità di Bacino Toscana Costa, dagli elaborati
cartografici prodotti dalla Regione Toscana a seguito del progetto C.A.R.G., e dagli
elaborati cartografici geologico – tecnici commissionati dall’Amministrazione comunale di Campo nell’Elba; i precedenti dati sono stati oggetto di verifica ed integrazione
con gli elementi geologico-strutturali e geomorfologici acquisiti sulla base di nuovi
controlli sul terreno, con particolare disamina delle situazioni in evoluzione mediante
sopralluoghi.
Di seguito, per ogni tematismo, si riportano dettagliatamente tutti gli elementi
conoscitivi trattati e la descrizione di quelli indicati e riportati nei relativi elaborati cartografici, prodotti a corredo della presente relazione.
2.1
Elementi geologico - strutturali
La CARTA GEOLOGICA (TAV.A) proposta contiene tutte le informazioni sulle
unità litostratigrafiche affioranti all’interno del territorio comunale, che vengono distinte sulla base delle caratteristiche litologiche, paleontologiche, sedimentologiche,
petrografiche e mineralogiche, riconoscibili in affioramento e per mezzo delle indagini
in sito. Per la sua redazione, le formazioni geologiche sono state differenziate su base
litostratigrafica ed è stato definito l’assetto strutturale delle varie unità tettoniche, mediante la trasposizione cartografica dei principali elementi strutturali, quali: fratture,
faglie, sovrascorrimenti, pieghe, giacitura degli strati.
In merito alla definizione della CARTA GEOLOGICA proposta ci siamo basati
sui seguenti dati:
•
•
•
acquisizione degli elaborati cartografici relativi al P.T.C. della Provincia di
Livorno (Carta Geologica in formato .pdf);
acquisizione degli elaborati cartografici (Carta Geologica Regionale alla scala
1:10.000 in formato Shape) prodotti dalla Regione Toscana a seguito del progetto
C.A.R.G.;
verifica ed integrazione degli elementi geologico-strutturali attraverso controlli
sul terreno mediante sopralluoghi.
Di seguito si riporta un esaustivo inquadramento geologico-strutturale regionale e locale del territorio in oggetto.
L’isola d’Elba è ubicata nel Mar Tirreno Settentrionale, in una regione interessata da processi estensionali, sviluppatisi dietro il fronte del margine compressionale in
migrazione verso Est, costituente la catena Appenninica. La struttura appenninica iniziò a formarsi a partire dall’Oligocene sup. durante una fase compressiva nella zona di
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collisione tra il blocco Sardo-Corso e la placca Adria (Keller & Pialli, 1990); il sistema
orogenico in compressione migrò da Ovest verso Est, provocando l’apertura del mar
Tirreno (Brunet et alii, 2000).
Fig.2: complesso delle unità tettoniche
In questo contesto, il magma proveniente dal mantello interferì con il magna di
origine crostale, generando la varietà di rocce intrusive ed effusive nota come “La Provincia Magmatica Toscana”; anche l’attività ignea migrò successivamente da Ovest
(14.0 Ma) verso Est (0.2 Ma) come un “extensional ensialic back-arc”.
Nel Miocene sup. numerosi processi estensionali interessarono l’area dell’Isola
d’Elba (a partire da 7.0 Ma), dove diversi laccoliti, un plutone maggiore e dicchi estensionali si “impilarono” nel complesso delle unità tettoniche (Fig. 2).
A grandi linee l’Isola d’Elba risulta quindi geologicamente costituita da cinque
diversi complessi tettonici, sovrascorsi gli uni sugli altri: tre unità inferiori, rappresentate dai Complessi I, II & III, di origine continentale, e due superiori, i Complessi IV &
V, di origine oceanica (Fig. 3).
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Fig.3: assetto geologico-strutturale dell’Isola d’Elba
Le Unità affioranti sull’Isola d’Elba, riferite ai cinque diversi complessi tettonici
(Trevisan, 1955), risultano essere, dall’alto verso il basso:
Complesso V: di affinità ligure, è costituito da due formazioni flyschoidi tettonicamente sovrascorse. Dalla base troviamo le argille del Paleocene-Eocene con intercalazioni di calcare e subordinate arenarie e brecce ofiolitiche; sopra queste, arenarie
quarzoso-feldspatiche e conglomerati che verso l’alto passano a successioni marnosocalcaree (Cretaceo sup.). Il complesso comprende anche filoni ed ammassi porfirici
terziari.
Complesso IV: di affinità ligure interna, è costituito da ofioliti e dalla loro copertura sedimentaria di età compresa tra il Malm ed il Cretaceo inf.-medio. Gli affioramenti si trovano ampiamente rappresentati nell’aureola termo-metamorfica del M.te
Capanne.
Complesso III: rappresentato dalla tipica serie toscana non metamorfica è costituito da rocce con metamorfismo di basso grado appartenenti alla successione sedimentaria di età compresa tra il Carbonifero e il Dogger.
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Complesso II: questo complesso include una successione toscana metamorfica
simile a quella delle Alpi Apuane di età compresa tra il Carbonifero ed il Dogger.
Complesso I: è un complesso metamorfico rappresentato da scisti quarzosimicacei con forte sviluppo in biotite, andalusite e feldspati con rocce quarzitiche e carbonatiche metamorfiche al tetto. Tale complesso, di età incerta (dal Carbonifero
all’Hettangiano), viene considerato dagli Autori come Autoctono.
L’evoluzione tettonica di tali Unità può essere riassunta in due fasi:
•
•
sovrapposizione delle sequenze sedimentarie ed ofiolitiche obdotte durante
uno stadio deformativo legato alla compressione Africa-Europa che ha portato
alla strutturazione fondamentale dell’Appennino settentrionale, avvenuto tra
l’Eocene e il Miocene.
fase distensiva che porta all’apertura del Tirreno con conseguente impilamento
delle diverse unità sedimentarie e intrusione dei principali corpi monzogranitici/granodioritici, di età compresa tra i 7 e i 5 M.a. Le fasi tettoniche tardive,
sempre a carattere distensivo, interessano anche i plutoni pliocenici che, durante il processo intrusivo, hanno deformato le rocce incassanti.
Durante il Miocene superiore, l’Isola d’Elba è stata interessata da processi estensionali associati ad attività ignea: il primo episodio magmatico, con prodotti derivati completamente da una sorgente felsica, si è verificato intorno a 8 M.a., ed è cominciato con la messa in posto dell’aplite porfirica di Capo Bianco, seguita dal microsienogranito di Nasuto.
Entrambe queste unità sono state intruse dal più recente porfido di Portoferraio
a composizione variabile da monzogranito a sienogranito, con prevalenti cristalli di
sanidino. Questa intrusione molto voluminosa ha dato origine al laccolite con classica
forma “Christmas-tree” composto da quattro orizzonti principali collegati da dicchi
(Fig. 4).
L’impilamento del porfido monzogranitico di San Martino ha marcato il secondo episodio magmatico, circa 7.4 M.a. fa: si presenta con fitti orizzonti e dicchi caratterizzati da megacristalli di sanidino (fino a 15 cm) in pasta di fondo microcristallina.
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Fig.4: assetto strutturale del plutone del M.te Capanne
Nell’Elba occidentale, dove è esposta la porzione più profonda della sezione tettonostratigrafica, il porfido di San Martino si presenta solo sottoforma di dicchi con
estensione fino a 2.5 km e spessore da 25 a 50 m. Nei livelli più alti, affioranti nell’Elba
centrale, l’intrusione ha formato un laccolite “Christmas-tree” composto da quattro
livelli paralleli e debolmente immergenti verso Ovest, collegati da dicchi; successivamente il complesso laccolitico si è completamente sviluppato andando a formare un
duomo strutturale con un diametro di circa 10 km.
Il terzo episodio magmatico comincia con la messa in posto del plutone di Monte Capanne, nell’Elba occidentale, con un età di circa 6.9 M.a. (Dini et al., 2002). Il plutone dalla forma approssimativamente circolare con un diametro di circa 10 km, prevalentemente contiene megacristalli di K-feldspato ed ha una composizione monzogranitica, all’interno della quale è possibile distinguere tre facies petrografiche. Come conseguenza dell’intrusione, la roccia incassante, appartenente al complesso IV, è stata interessata da termometamorfismo e da deformazioni. Il plutone è tagliato da molti dicchi
e lenti; sono presenti anche vene e dicchi aplitici e pegmatitici con spessori inferiori ai 2
m ed estensione di qualche metro soltanto.
Il culmine del terzo episodio magmatico è marcato dall’impilamento dell’unità
del porfido di Orano, un insieme di circa 100 dicchi di colore scuro e di composizione
da monzodioritica a granodioritica che intrude tutte le altre unità intrusive, nel periodo
6.8 – 6.9 M.a. (Dini et al., 2002). Lo spessore varia da poco meno di un metro a un massimo di 50 m.
Con l’impilamento del plutone di Monte Capanne e dei dicchi di Orano il duomo strutturale, nei pressi del suo nucleo magmatico, ha cominciato ad essere interessato da instabilità con pendenze dell’ordine dei 25°.
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Da un punto di vista strutturale, l’Isola d’Elba risulta suddivisa dall’azione di
faglie in tre aree geografiche (Fig. 3).
L’Elba occidentale è costituita dal plutone monzogranitico del Monte Capanne
e dalla sua aureola termometamorfica costituita da rocce del Complesso IV, con intrusioni porfiriche ipoabissali. È separata dalla zona centrale dalla “faglia del limite orientale” (EBF) che segue il lato orientale del plutone del Monte Capanne, andando ad interessare la sua aureola di contatto, immergendo verso Est.
L’Elba centrale è costituita invece dalle formazioni del Complesso V e da inclusioni porfiriche; è separata dall’Elba orientale da faglie a basso angolo (ECF), marcate
da un melange tettonico di rocce dei Complessi IV e V
L’Elba orientale è stata caratterizzata da una tettonica complessa; la parte superiore del complesso tettonico in oggetto include parti dell’aureola di contatto del Plutone di Porto Azzurro, datato al Pliocene sup., dislocato di 5-6 km verso est dalla faglia
dello Zuccale (ZF), la cui attività è geometricamente e cinematicamente simile a quella
prodotta dalla ECF.
Il Comune di Campo nell’Elba si colloca nella porzione Sud-occidentale
dell’isola dove, come detto sopra affiora prevalentemente il plutone monzogranitico
del Monte Capanne e la sua aureola termometamorfica.
Oltre ai depositi quaternari rappresentati da depositi di varia natura, che vedremo in seguito, all’interno del territorio comunale affiora la serie magmatica, rappresentata da Porfidi di Orano, Monzograniti del Monte Capanne, Leucograniti e micrograniti e Porfidi di Portoferraio, ed altre formazioni appartenenti ad unità flyschoidi
(Unità di Punta Le Tombe ed Unità del Flysch Cretaceo) e metamorfiche (Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia ed Unità di Punta del Timone).
La lettura di carte di dettaglio redatte dalla Regione Toscana ha permesso di distinguere le formazioni che di seguito vengono brevemente descritte.
DEPOSITI QUATERNARI
•
Depositi alluvionali (al): composti prevalentemente da sabbie, argille e ghiaie,
sono diffusi in corrispondenza delle aree di basso morfologico, quindi nella
piana compresa tra Serra S. Mamiliano ed i rilievi collinari di Colle Palombaia,
Monte Turato e Monte Poro; lungo la valle dei Fossi Galea e La Pila, con le appendici laterali di Bovalico e Filetto.
•
Depositi colluviali ed eluviali (a4): coperture di materiale a granulometria fine (limi e sabbie), con rari frammenti litoidi grossolani. Sono rinvenuti lungo i versanti occidentali del Monte Orlano, ed alla base dei rilievi collinari che delimitano la pianura alluvionale.
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•
Depositi di detrito di falda (a6): falde di detrito, coni di detrito anche a grossi blocchi, prevalentemente al piede di pareti in roccia.
•
Depositi di spiaggia (sp): sabbie da giallo ad ocra, più o meno cementate, che presentano spesso stratificazione incrociata e locali intercalazioni microconglomeratiche. Solitamente mostrano uno spessore variabile da 5 a 10 metri.
SERIE MAGMATICA
•
Porfidi di Orano (Po): sono circa un centinaio di dicchi dal colore scuro che tagliano le altre unità intrusive. Lo spessore di questi dicchi varia da meno di un
metro a un massimo di 50 metri ed il contatto con la roccia incassante è netto e
planare, sebbene con comuni cambi improvvisi di orientazione. Sono stati osservati sia dicchi zonati che non: i dicchi zonati sono più spessi degli altri e differenziati internamente con passaggi netti tra le zone più interne e quelle più
esterne; in particolare le zone più esterne presentano uno spessore di poche decine di centimetri ed una matrice più fine, un più basso contenuto in xenocristalli di k-feldaspato e quarzo ed una più alta concentrazione in minerali ferro
magnesiaci. I livelli più interni sono composizionalmente monzogranitici e gli
xenocristalli presenti mostrano caratteristiche petrografiche molto simili ai minerali del plutone del Monte Capanne. I bordi dei dicchi zonati sono petrograficamente paragonabili ai dicchi non zonati e presentano una composizione da
granodioritica a monzogranitica. I dicchi non zonati mostrano evidenze di mescolamento recente di magma, che comprendono tre tipologie di fenocristalli di
plagioclasio, xenocristalli di quarzo e k-feldspato arrotondati e la coesistenza di
fenocristalli di quarzo, olivina e clinopirosseno. Il porfido di Orano è l’unità intrusiva più recente, sia nell’Elba centrale che occidentale.
•
Monzogranito del Monte Capanne (MSF): il plutone monzogranitico raggiunge,
nel complesso, un’estensione superficiale di 42 km2 e rappresenta il maggior
corpo intrusivo della Toscana: ha forma semicircolare ed è bordato per due terzi
del suo perimetro da rocce interessate da metamorfismo di contatto, prevalentemente derivanti da un protolite appartenente al complesso IV. L’intera massa
intrusiva è caratterizzata dalla presenza diffusa di livelli mafici, microgranulari,
dalle dimensioni e composizioni estremamente variabili e di agglomerati di anfibolo che sono andati a sostituire pirosseno, e plagioclasio con zonatura oscillatoria. Sono inoltre presenti molte tipologie di prodotti felsici. L’intero plutone
non mostra grandi variazioni nelle sue caratteristiche petrografiche, ciononostante sono state riconosciute facies interne. Gli end-members sono rappresentati dalla “facies di San Piero” e dalla “facies di Sant’Andrea” separate da
un’ampia zona (la “facies di San Francesco”) con caratteristiche transazionali.
Le due facies “esterne” sono facilmente distinguibili nella tessitura: la facies di
Sant’Andrea è caratterizzata da un’alta percentuale di fenocristalli grossolani di
k-feldspato, quarzo e biotite, mentre l’altra facies appare omogenea, con granu-
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lometria da fine a media, ed è quasi priva di fenocristalli. Questa suddivisione
petrografica è supportata da studi strutturali che hanno messo in evidenza una
orientazione preferenziale dei minerali NNE-SSW nella regione Sud-orientale,
in contrasto con il fabric più irregolare trovato nella parte Nord-occidentale del
plutone. Le datazioni del plutone del Monte Capanne, effettuate con i metodi
Rb-Sr e U-Pb, hanno portato ad un intervallo compreso tra 5.8 e 7.0 Ma. Le zone
dove affiora questa formazione sono principalmente i versanti montani, dalla
Valle del Fosso di Pomonte a M. Cenno, dalla Valle dell’Inferno a Pietra Murata, dalle Coste dello Svizzero a S. Piero e S. Ilario, fino alla valle del Fosso di
Forcioni.
•
Leucograniti a tormalina e cordierite (LT): si presentano come dicchi dallo spessore
ridotto, di colore bianco, costituiti prevalentemente di quarzo, feldspati, tormalina, muscovite e biotite.
•
Porfidi di Portoferraio (FP): sono caratterizzati da una composizione prevalentemente monzogranitica; si presentano come livelli laccolitici comunemente interconnessi con numerosi dicchi, che possono raggiungere spessori considerevoli.
Vicino al contatto con il plutone del Monte Capanne presentano una forte foliazione milonitica.
UNITA’ DI PUNTA NERA – PUNTA FETOVAIA
•
Calcescisti e argilloscisti (CAr): derivanti dal metasomatismo delle “Argilliti a Palombini”. I livelli di calcescisti raggiungono spessori anche di alcune decine di
metri; si presentano intensamente ricristallizzati, con rari ma evidenti relitti di
deformazioni precedenti a quelle legate alla messa in posto del corpo monzogranitico del Monte Capanne. Gli argilloscisti presentano una fissilità ben sviluppata che, solo localmente, risulta così penetrativa da individuare piani di
scistosità.
•
Marmi e calcescisti (Mca): derivanti dal metasomatismo dei “Calcari a Calpionelle”. Sono marmi e calcescisti con rare intercalazioni filladiche e si presentano intensamente ricristallizzati e deformati.
•
Quarziti (Qtz): derivanti dal metasomatismo dei “Diaspri di Monte Alpe”, sono
costituite da un’alternanza di livelli centimetrici di quarziti a cui si alternano localmente filladi di spessore sub-centimetrico. Talvolta i livelli di quarziti risultano saldati e le filladi totalmente assenti. Presentano intense deformazioni ed
una ricristallizzazione che ne ha cancellato totalmente la struttura originaria.
•
Oficalciti (OFI): brecce sedimentarie di colore rossastro con clasti di gabbro foliato in matrice sabbiosa della stessa natura originate da eventi tettonici ed idrotermali.
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•
Metabasalti (β): si presentano intensamente fratturati, ma con il protolite ben
riconoscibile. Sono presenti inoltre come filoni all’interno dei Metagabbri.
•
Metagabbri (Γ): si presentano localmente deformati e con piani di foliazione ben
sviluppati, sui quali sono cresciuti nuovi minerali, disorientati. È ben riconoscibile l’originario protolite.
•
Metaserpentiniti (Σ): localmente fortemente ricristallizzate e totalmente massive,
sono caratterizzate da locali bande lungo cui si è impostata un’intensa deformazione che ne ha determinato un’evidente foliazione. Dove non risultano alterate sono riconoscibili minerali di neoformazione (granato, magnesite…) collegati al metasomatismo derivante dalla messa in posto del Monzogranito del M.
Capanne.
•
Metabasiti (Mb): risultano piuttosto omogenee e solo localmente sono costituite
da meta gabbri o meta basalti massivi. Localmente, al contatto con le metaserpentiniti è possibile riconoscerne una scaglia interessata da una foliazione più
sviluppata e da relitti di strutture tipo pillow-lavas.
•
Filladi, calcescisti e meta siltiti con lenti di marmi con calcescisti (Fc): la deformazione di questa successione è dovuta alla messa in posto del Monzogranito del
Monte Capanne che ha causato fenomeni di “buckling” e “flattening” con sviluppo di minerali termo metamorfici di alta temperatura sin-cinematici.
SUB – UNITA’ DI PUNTA DEL TIMONE
•
Cornubianiti a granato (CG): derivanti probabilmente dal metamorfismo di un
flysch marnoso-calcareo, mostrano nel loro insieme una relativa omogeneità litologica e strutturale. Presentano una evidente scistosità che, oltre a deformare
le cornubianiti, deforma i Filoni di Portoferraio in esse intrusi.
UNITA’ DI PUNTA LE TOMBE
•
Flysch di Monte Agaciaccio (FMA): strati di calcari marnosi grigio scuro in strati
decimetrici alternati a subordinate argilliti da nocciola a nerastre, siltiti e calcareniti. In prossimità del contatto con le brecce poligeniche basali il contenuto in
argilliti diventa nettamente dominante.
•
Brecce poligeniche (bc): si trovano all’interno del Flysch di Monte Agaciaccio e
sono costituite da clasti provenienti dal substrato ofiolitico e dalla sua copertura
sedimentaria giurassico-cretacea. La matrice è generalmente sabbiosa e più raramente argillosa. Localmente sono presenti livelli di arenarie ofiolitiche.
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UNITA’ DEL FLYSCH CRETACEO
•
2.2
Flysch dell’Elba (Fy): costituito da un’alternanza di siltiti, argilliti e locali intercalazioni arenacee e calcareo-marnose. Localmente è caratterizzato da blando metamorfismo di alta temperatura sviluppatosi durante la messa in posto dei Porfidi di Portoferraio.
Elementi litologico - tecnici
La CARTA LITOLOGICO - LITOTECNICA (TAV.B) proposta contiene informazioni sulle caratteristiche litotecniche dei litotipi affioranti; in questa carta le formazioni e di depositi presenti sono stati raggruppati in litotipi che, indipendentemente
dalla loro posizione stratigrafica e dai relativi rapporti geometrici, presentano caratteristiche litotecniche comuni;
•
•
per i litotipi lapidei sono state recepite le informazioni relative alla litologia, alla
stratificazione, al grado di fratturazione e di alterazione;
per i depositi di copertura sono acquisite le informazioni relative allo spessore
ed al grado di cementazione e/o di consistenza/addensamento, con particolare
riferimento ai terreni che presentano scadenti caratteristiche geotecniche quali
quelli torbosi, limoso-argillosi, terreni con consistenti disomogeneità verticali e
laterali, terreni granulari non addensati, terreni argillosi soggetti a fenomeno di
ritiro e/o rigonfiamento.
In merito alla definizione della CARTA LITOLOGICO - LITOTECNICA proposta ci siamo basati sull’analisi dei seguenti dati:
•
•
•
acquisizione degli elaborati cartografici relativi al P.T.C. della Provincia di Livorno (Carta geologica in formato .pdf);
acquisizione degli elaborati cartografici (Carta Litotecnica Regionale alla scala
1:10.000 in formato Shape) prodotti dalla Regione Toscana a seguito del progetto
C.A.R.G.;
verifica ed integrazione degli elementi geologico-strutturali attraverso controlli
sul terreno mediante sopralluoghi.
Si fa inoltre presente che la carta derivata litotecnica viene definita di tipo qualitativo, in quanto non basata sui dati quantitativi relativi alla geomeccanica dei terreni
(resistenza al taglio, angolo di attrito interno, coesione...), che sono ricavabili da indagini dirette e prove di laboratorio. In questo caso, oltre alle conoscenze specifiche derivanti dall’esperienza diretta, dalle descrizioni di legenda e dai dati di letteratura, sono
state utilizzate tutte le informazioni presenti nella banca dati geologica regionale riportanti i caratteri tessiturali dei depositi quaternari, la tipologia dei depositi franosi e la
presenza di processi geologici particolari (zone cataclastiche, aree interessate da intensa
fratturazione, ecc.).
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Di seguito si riporta la descrizione delle varie classi litotecniche e dei vari litotipi individuati e distinti facendo riferimento alla legenda prodotta dalla Regione Toscana a corredo della Carta Litotecnica Regionale; delle diciotto classi istituite dalla regione Toscana, otto sono state utilizzate per la stesura della carta litotecnica del territorio
comunale.
LITOTIPI COERENTI
•
LC2 – Materiale lapideo monolitologico non stratificato fratturato. Rientrano
in questa classe le formazioni ignee appartenenti alla Serie Magmatica (Po,
MSF, Lt, Pp), e le formazioni interessate da metamorfismo di contatto, a seguito
dell’intrusione del plutone di Monte Capanne (β, Γ, Σ, Mb).
•
LC4 – Materiale lapideo monolitologico stratificato fratturato. Solo una formazione, i Marmi e calcescisti (Mca) dell’Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia,
presentano caratteristiche tali da poter essere collocate in questa classe litotecnica.
•
LC6 – Materiale lapideo plurilitologico stratificato fratturato. Rispondono a
tali requisiti le formazioni che presentano alternanze composizionali: CAr, Qtz,
Fc dell’Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia, le Cornubianiti a granato (CG)
della sub – Unità di Punta del Timone ed il flysch (FMA) dell’Unità di Punta le
Tombe.
LITOTIPI SEMICOERENTI
•
LS1 – Materiale granulare cementato o molto addensato a grana prevalentemente grossolana. Questa descrizione corrisponde alle brecce sedimentarie
dell’Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia (OFI) e dell’Unità di Punta le Tombe
(bc).
LITOTIPI INCOERENTI
•
LI2 – Materiale granulare sciolto o poco addensato a granulometria non definita. Sono stati collocati in questa classe litotecnica i depositi di pianura alluvionale (al), i quali si presentano eterometrici, con coesistenza di sabbie, limi e
ghiaie.
•
LI3 – Materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza grossolana. In
questa classe ricadono le falde di detrito, e comunque quei depositi grossolani
disposti lungo pendii ad acclività maggiore del 25% (a6) e tutte le frane cartografate, indipendentemente dal loro stato di attività, fatta eccezione per quelle
che si sono attivate su coperture detritiche a granulometria più fine.
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•
LI4 – Materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza sabbiosa. Appartengono a questa classe i depositi costieri composti prevalentemente da sabbie eoliche poco cementate (sp).
•
LI5 – Materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza fine. Sono
stati raggruppati in questa classe i depositi di copertura a granulometria fine, e
quei depositi prevalentemente argillosi disposti su pendii con acclività maggiore del 10 – 15 % (e4) e tutte le frane che hanno interessato coltri detritiche a granulometria fine.
2.3
Elementi geomorfologici e di dinamica costiera
La CARTA GEOMORFOLOGICA E DELLA DINAMICA COSTIERA (TAV.C)
proposta contiene tutte le informazioni riguardanti le forme ed i processi geomorfologici legati alla dinamica di versante, alla dinamica fluviale e alla dinamica costiera, valutandone il relativo stato di attività; in merito alla sua definizione, ci siamo basati sui
seguenti dati:
•
•
•
•
•
acquisizione degli elaborati cartografici relativi al P.T.C. della Provincia di
Livorno (dati in formato .pdf);
acquisizione degli elaborati del P.A.I. redatto dall’Autorità di Bacino Toscana
Costa (recepiti integralmente; dati in formato .pdf);
acquisizione degli elaborati cartografici prodotti dalla Regione Toscana a seguito del progetto C.A.R.G. (Carta Geologica Regionale in scala 1:10.000; dati in
formato Shape);
acquisizione e revisione critica degli elaborati cartografici geologico – tecnici
commissionati dall’Amministrazione comunale di Campo nell’Elba e redatti in
data gennaio 1999 dal dott. geol. Cesare Bettini (dati in formato cartaceo e .pdf);
verifica ed integrazione degli elementi geomorfologici attraverso nuovi controlli sul terreno con particolare disamina delle situazioni in evoluzione mediante
sopralluoghi;
Tenuto conto degli eventuali e specifici indirizzi tecnici dettati dalla pianificazione di bacino, sono state dunque cartografate ed analizzate le forme ed i processi
geomorfologici legati alla dinamica di versante, alla dinamica fluviale e alla dinamica
costiera, valutandone il relativo stato di attività, così definito in base alla D.P.G.R.
n.26/R:
- attivo (qualora siano presenti evidenze morfologiche di movimento che, non
avendo esaurito la loro evoluzione, possono considerarsi recenti, riattivabili nel
breve periodo con frequenza e/o con carattere stagionale);
- quiescente (qualora siano presenti evidenze morfologiche che, non avendo esaurito la loro evoluzione, hanno la possibilità di riattivarsi);
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- inattivo (qualora gli elementi morfologici siano riconducibili a condizioni morfoclimatiche diverse dalle attuali o non presentino condizioni di riattivazione o
di evoluzione).
Nelle zone di versante sono stati approfonditi in particolare gli aspetti relativi ai
fenomeni di erosione fluviale di fondo alveo e ai fenomeni franosi; per ogni frana è
stato evidenziato lo stato di attività e la zona di accumulo.
Nelle zone di pianura sono stati particolarmente approfonditi gli aspetti legati
alle forme di erosione e di accumulo fluviale, lacustre, marino, eolico.
Geomorfologicamente l’Isola d’Elba risulta suddivisa in tre zone distinte: ad Est
la regione del Monte Calamita e di Cima del Monte, che giunge sino alla fascia pianeggiante che unisce il golfo di Procchio a quello di Marina di Campo; al centro i colli di S.
Martino-Reciso-Orello, che sono separati dalla parte occidentale dell’isola dalla fascia
pianeggiante posta fra il golfo di Portoferraio e quello di Stella; infine ad Ovest l’area
del Monte Capanne.
La zona orientale è prevalentemente collinare divisa in due dalla piana di Mola,
dominata a nord dalla Cima del Monte (m 516) e a sud dal Monte Calamita (m 413). La
costa è alta, rocciosa e frastagliata, con l’unica grande insenatura del golfo di Porto Azzurro. Presenta una struttura complessa, che può essere divisa in due sottozone, una
meridionale ed una settentrionale. La prima comprende il promontorio meridionale di
Monte Calamita formato da Micascisti gneissici paleozoici, spesso con Tormalina, Calcare cipollino, Dolomie e Marmi, con presenza di Porfidi e masse calcaree nella zona di
Capoliveri e sulla costa da Porto Azzurro a Rio Marina. La zona settentrionale è costituita da Scisti ardesiaci e carboniosi e da Arenarie e Puddinghe del Permiano, oltre che
da Calcari vari mesozoici.
La zona centrale dell’Elba è formata da modesti rilievi collinari e lembi di pianura. La costa è ricca di penisole e insenature: Capo Stella, Fonza, Portoferraio, Capo
Bianco, l’Enfola, Punta Penisola, Agnone. Queste baie riparate hanno favorito gli insediamenti costieri e la creazione di porti e attracchi. Dal punto di vista geologico è costituita ad est da Diabasi e Serpentine, ad ovest da Alberese e Porfido quarzifero con annesso Granito.
La parte occidentale dell’isola è prevalentemente montuosa, caratterizzata dalla
imponente presenza del massiccio del Monte Capanne, che con i suoi 1018 metri di
altezza è la vetta più alta dell’Arcipelago Toscano, mentre più modesti sono i rilievi
vicini alla fascia centrale, tra i quali domina il Monte Tambone con 379 metri. Le coste
sono alte e rocciose, con spiagge di sabbia o ghiaia.
Il Comune di Campo nell’Elba appartiene quindi al settore occidentale
dell’Isola d’Elba: il territorio comunale morfologicamente (TAV.C - CARTA
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GEOMORFOLOGICA E DELLA DINAMICA COSTIERA) è caratterizzato da una porzione occidentale con rilievi che raggiungono quote notevoli, se rapportate al panorama orografico isolano; nella porzione centro-orientale, una vasta pianura, a ventaglio,
costituisce l’entroterra del Golfo; la parte orientale presenta invece un paesaggio generalmente basso collinare, intersecato da valli anguste, confluenti nella piana.
In ampie porzioni del territorio amministrativo sono state evidenziate le “Aree
ad elevata instabilità potenziale”, suddivise in due famiglie sulla base della natura del
materiale disgregato: la prima indica “detrito prevalentemente grossolano su pendio
acclive (acclività > 25%)” e la seconda “detrito prevalentemente fine (argilloso-limoso)
su pendio (acclività > 10%, < 25%)”. Queste coperture possono ricadere al di sopra di
aree a franosità diffusa, che si distinguono sulla base dello stato di attività in attive e
quiescenti. Le placche detritiche prevalentemente grossolano sono molto diffuse nelle
zone montane e collinari; sono state rintracciate anche sui versanti del Monte Capanne,
in corrispondenza delle sponde degli impluvi ed attorno alle frazioni urbanizzate (Fetovaia, Seccheto, Vallebuia, Cavoli, S. Ilario, S. Piero). Nelle zone centro-orientali si
nota invece una prevalenza di materiali detritici prevalentemente fine, che va posta in
relazione alla maggiore propensione alla disgregazione dei litotipi affioranti in
quest’area rispetto al Monzogranito.
Lungo i corsi d’acqua principali, ed in corrispondenza dei limiti della pianura
alluvionale di Marina di Campo, sono state inoltre cartografate le aree corrispondenti
ai “versanti terrazzati”, di cui alcuni sono ancora in esercizio ed adibiti all’uso agricolo,
mentre altri sono in stato di abbandono e ricoperti da vegetazione.
All’interno della pianura alluvionale di Marina di Campo sono state individuate tre aree che presentano difficoltà nel drenaggio delle acque, a causa della natura
prevalentemente argillosa del materiale alluvionale, favorendone il ristagno (“Aree
soggette a ristagno o a deflusso difficoltoso”).
Numerosi sono inoltre i corsi d’acqua che esercitano un’azione erosiva sul fondo dell’alveo, in corrispondenza delle zone in cui l’energia delle acque incanalate di
scorrimento superficiale è più elevata, come nelle porzioni di alveo a pendenza più
elevata; sempre in questi tratti e dove il corso d’acqua crea delle anse nel suo percorso,
si sviluppano fenomeni di erosione laterale che vanno a vulnerare le sponde.
Tra gli elementi geomorfologici creati dall’attività antropica, sono state cartografate le cave attive ed inattive. L’estrazione del granito ha avuto molto sviluppo in
tempi remoti, ma nonostante ciò sono ancora presenti, nel territorio campese, cave attive, ubicate a Nord della frazione di Seccheto e ad Ovest di San Piero in Campo. Molto
più numerose, sparse nel territorio comunale, le cave inattive di dimensioni anche consistenti, collocate lungo i corsi d’acqua principali, o lungo le principali vie di comunicazione.
dott. geol. Luigi Giammattei
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Il Comune di Campo nell’Elba ospita all’interno del suo territorio la discarica
controllata per il conferimento dei RSU dei Comuni dell’isola. Tale discarica risulta
ubicata su un pendio nei pressi del Fosso di Teodolino; fino al 1988 fungeva da sito di
servizio per il conferimento incontrollato dei RSU dei tre comuni di Marciana, Marciana Marina e Campo nell’Elba. Dal 1988 è stata realizzata una discarica controllata adiacente ad essa con lo scopo di regolamentare e definire il processo di smaltimento dei
RSU degli otto Comuni elbani.
Oltre a quanto indicato in precedenza, nella CARTA GEOMORFOLOGICA E
DELLA DINAMICA COSTIERA (TAV.C) sono stati inoltre indicati gli elementi connessi ai fenomeni di dinamica costiera, quali: l’azione del moto ondoso sulle falesie,
l’azione erosiva del moto ondoso sulle coste sabbiose (spiagge) e l’evoluzione dei depositi eolici costituenti le dune.
Per quanto concerne la distribuzione geografica delle falesie, esse si sviluppano
lungo tutto il tratto costiero comunale, con la sola esclusione delle aree costiere caratterizzate dalla presenza di spiagge (Marina di Campo, Fetovaia, Seccheto e Procchio).
Tutte le falesie cartografate risultano essere in stato di erosione, con generali fenomeni
di instabilità per frane di crollo.
Per quanto riguarda l’azione dell’erosione del moto ondoso sulle coste sabbiose,
sono stati analizzati i dati contenuti nel Piano di Indirizzo Territoriale della Toscana
(P.I.T.) e negli elaborati cartografici prodotti dal dott. geol. Cesare Bettini e resi disponibili dall’Amministrazione comunale di Campo nell’Elba.
Da una loro complessiva analisi, emerge come nel territorio del Comune di
Campo nell’Elba si individuino solamente quattro principali coste sabbiose, di seguito
analizzate.
• La spiaggia del capoluogo (Marina di Campo) si estende per 1200 m, dal porto
fino a La Foce; il litorale guarda verso sud-est e, nonostante la debole pendenza
dei fondali antistanti, è investito da mareggiate di notevole intensità, in grado
di muovere grandi quantità di sedimenti. Questa spiaggia, posta al termine
dell’unica pianura presente sull’isola, riceve alimentazione da numerosi corsi
d’acqua che drenano un bacino piuttosto esteso; è stato osservato un avanzamento della linea di riva nel settore meridionale ed una erosione di quello
settentrionale e, ancor più, di quello centrale.
• La spiaggia di Cavoli è posta all’interno di un’insenatura esposta direttamente
ai mari meridionali che vi giungono con una notevole intensità grazie anche alla forte pendenza dei fondali; ciononostante la spiaggia è costituita da sabbia,
anche se grossolana, prodotta dall’erosione del monzogranito del Monte Capanne. La spiaggia risulta divisa in due da un accumulo di grandi massi derivanti dal crollo di uno sperone roccioso: il settore più lungo, 302 metri, ha subito una consistente erosione tra il 1971 ed il 1997, perdendo più di 7 metri di
spiaggia; successivamente a questo periodo, tra il 1997 ed il 2000 la spiaggia ha
subito un modesto avanzamento (0.9 metri). Il tratto più piccolo (51 metri) avedott. geol. Luigi Giammattei
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Relazione geologico - tecnica – Pag. 21
•
•
va subito un’erosione più modesta, inferiore ai 3 metri che si è mantenuta fino
al 2000 (- 1.0 metri).
Per la spiaggia di Seccheto, che risulta esposta agli stessi mari di Cavoli, per il
periodo 1997 – 2000 è stato osservato un avanzamento della spiaggia di 1.3 metri, da mettere però in relazione ad un intervento di ripascimento effettuato nel
1998.
La spiaggia di Fetovaia, inserita all’interno di una profonda insenatura che
guarda verso sud-est, presenta un andamento poco arcuato della linea di riva, a
causa della presenza delle pareti verticali e rettilinee della falesia adiacente che
non esercitano attrito nei confronti dell’onda incidente; la debole pendenza dei
fondali consente comunque la permanenza di una spiaggia sabbiosa. È una
spiaggia lunga 200 metri, bordata da vegetazione: nel periodo 1971 – 1987 subisce una fase di arretramento di 1.42 metri, seguita da una progressione
dell’arenile di 2 metri, nel decennio successivo.
Nonostante siano state generalmente messe in evidenza diverse fasi alterne di
erosione ed avanzamento, in carta le coste sono state indicate prevalentemente in erosione, seguendo la linea di tendenza generale delle coste tirreniche.
Entro tutto il territorio comunale, i depositi eolici costituenti le dune si rinvengono solamente in prossimità della località di Marina di Campo e risultano essere di
dimensioni limitate ed oggetto di intense trasformazioni morfologiche e vegetazionali;
nel suo complesso, l’area di sviluppo della duna risulta occupata in gran parte dalle
abitazioni, alberghi e residence, anche se in numerosi punti, ormai ridotta a corte e
giardino, si riconosce ancora la conformazione originale. La sua copertura vegetale
prevalente è costituita da piante erbacee ed arbustive per una profondità media di 1015 metri lato mare (Calistegia s., Sporobolus, Medicago marittima, Carpobrotus, Rosmarinus o., Cistus monspeliensis, Tamarix sp., Plantago maritima, Calycotome spinosa, Pistacia lentiscus e Phillirea angustifolia). Più all'interno il soprassuolo è costituito
da pini domestici dell'età stimata di 60-70 anni molto densi, in condizioni di forte concorrenza e con chiome ridotte anche per le frequenti potature. Il sottobosco è inesistente, ed in nascosti angoli poco frequentati si rinvengono specie caratteristiche di situazioni edafiche particolari, come il pungitopo, la rubia, Cisto salviefolia l'arisarum, il
ciclamino e un Geranium. Numerosa, poi, nelle zone poco frequentate e fuori copertura, la rinnovazione del pino. Sporadici alcuni pini Aleppo e cipressi esotici.
2.4
Elementi per la valutazione degli aspetti idraulici
Ai fini della definizione della CARTA DELLE AREE ALLAGABILI (TAV.D), in
assenza di specifici studi idrologici-idraulici, ad eccezione di quelli eseguiti
dall’Autorità di Bacino Toscana Costa a corredo del P.A.I. e dall’ing. Luciano Fantoni
(Studio idrologico – idraulico redatto in data Dicembre 2001 e svolto in ottemperanza a
quanto indicato dalla D.C.R. n.230/94, ad oggi abrogata) si è tenuto conto degli indirizzi tecnici dettati dagli atti di pianificazione di Bacino Toscana Costa ed in coerenza
con quanto dagli stessi previsto, sono stati definiti degli ambiti territoriali connessi alla
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probabilità di allagamento per inondazione da corsi d’acqua e per insufficienza di drenaggio.
A tal fine sono stati considerati tutti gli elementi idrologico-idraulici necessari
per caratterizzare la probabilità di esondazione dei corsi d'acqua compresi nel territorio
comunale e facenti parte del reticolo idrografico d'interesse per la difesa del suolo, reperiti dall’analisi dei seguenti dati:
•
•
•
•
acquisizione degli elaborati cartografici relativi al P.T.C. della Provincia di Livorno (dati in formato .pdf);
acquisizione dagli elaborati del P.A.I. redatti dall’Autorità di Bacino Toscana
Costa (recepiti integralmente; dati in formato .pdf) indicanti la aree perimetrate
in classe P.I.M.E. ed a P.I.E;
acquisizione e revisione critica degli elaborati cartografici geologico – tecnici
commissionati dall’Amministrazione comunale di Campo nell’Elba e redatti in
data gennaio 1999 dal dott. geol. Cesare Bettini (dati in formato cartaceo e .pdf),
in particolare quelli in cui si riportano gli elementi aventi probabilità di allagamento per insufficienza di drenaggio in zone depresse, individuati sulla base di
studi eseguiti in data 1998-199;
“Studio idrologico – idraulico” commissionato dall’Amministrazione comunale
di Campo nell’Elba, eseguito in ottemperanza alla D.G.R. n.230/94 e redatto in
data dicembre 2001 a cura dell’ing. Luciano Fantoni (dati in formato cartaceo).
Dall’analisi critica dei precedenti dati sono stati individuati cinque ambiti territoriali aventi diversa propensione ad essere soggetti ad episodi di allagamento per inondazione da corsi d’acqua e/o per insufficienza di drenaggio (TAV.04 - CARTA
DELLE AREE ALLAGABILI); di seguito riportiamo gli elementi utili alla loro caratterizzazione.
•
Aree perimetrate in classe P.I.M.E. (pericolosità idraulica molto elevata) nella
cartografia prodotta a corredo del P.A.I. Toscana Coste (sono considerare aree a
pericolosità idraulica molto elevata tutte le aree individuate sulla base di studi
idrologici e idraulici sui corsi d'acqua di riferimento del P.A.I., all'interno delle
quali defluiscono le portate aventi tempo di ritorno fino a 30 anni). In questa
classe vengono inoltre incluse le aree di pertinenza fluviale.
•
Aree di fondovalle non protette da opere idrauliche adeguate, per le quali vi sono notizie storiche di inondazioni e sono morfologicamente in condizione sfavorevole (ubicate a quota < 2 m rispetto al piede esterno dell'argine o, in mancanza, al ciglio di sponda); aree perimetrate sulla base degli studi idraulici svolti in ottemperanza alla D.G.R. n.230/94.
•
Aree di fondovalle per le quali vi sono notizie storiche di inondazioni, aree
soggette a ristagno o a deflusso difficoltoso oppure ubicate in condizione morfologicamente favorevole (ubicate a quota < 2 m rispetto al piede esterno del-
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l'argine o, in mancanza, al ciglio di sponda); aree perimetrate sulla base degli
studi idraulici svolti in ottemperanza alla D.G.R. n.230/94, eseguiti dal dott.
ing. Luciano Fantoni, e sulla base degli elaborati cartografici prodotti dal dott.
geol. Cesare Bettini, commissionati dall’Amministrazione comunale stessa.
•
Aree di fondovalle per le quali non vi sono notizie storiche di inondazioni e sono in situazione di alto morfologico rispetto alla piana alluvionale adiacente
(ubicate a quota > 2 m rispetto al piede esterno dell'argine o, in mancanza, al
ciglio di sponda); aree perimetrate sulla base degli studi idraulici svolti in ottemperanza alla D.G.R. n.230/94, eseguiti dal dott. ing. Luciano Fantoni, e sulla
base degli elaborati cartografici prodotti dal dott. geol. Cesare Bettini, commissionati dall’Amministrazione comunale stessa, intergrati con i dati della Carta
Geologica Regionale.
•
Aree collinari o montane prossime ai corsi d'acqua per le quali non vi sono notizie storiche di inondazioni e sono in situazioni favorevoli di alto morfologico
(ubicate a quota > 2 m rispetto al piede esterno dell'argine o, in mancanza, al
ciglio di sponda); aree perimetrate sulla base degli elaborati cartografici costituenti la Carta Geologica Regionale, in particolare in base al contatto tra depositi alluvionali quaternari e depositi del complesso pre-quaternario (“bedrock”
costituente il substrato roccioso).
Per quanto concerne inoltre la definizione delle aree di pertinenza fluviale, di
seguito si elencano i corsi d'acqua compresi nel territorio comunale di Campo nell’Elba
classificati nel Quadro Conoscitivo, Allegato n.4, del P.I.T., approvato con D.C.R.T. n.72
del 24 luglio 2007:
FOSSO DEL CANALETTO
RIO DI FILETTO
RIO FORCIONI
FOSSO GALEO O GALEA
RIO GROTTA DELLA E FOSSO DEGLI ALZI
FOSSO DELL'OGLIERA
RIO DELLA PILA E CAMPOTONDO
FOSSO DEL POMONTE E FOSSO BARIONE
RIO PONADESCA E FOSSO BOVALICO E S.FRANCESCA
RIO DEL SECCHETO E DELL'INFERNO
RIO DI SEGAGNANA
FOSSO TOMBINO
LI968
LI2495
LI2120
LI1250
LI2161
LI1474
LI2267
LI2232
LI2276
LI2349
LI2354
LI183
In base alla D.C.R.T. n.72 del 24 luglio 2007, le aree di pertinenza fluviale vengono descritte come: “alvei, golene, argini ed aree comprendenti le due fasce della larghezza di m.10 dal piede esterno dell'argine o, in mancanza, dal ciglio di sponda dei
corsi d'acqua principali”.
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2.5
Elementi per la valutazione degli aspetti idrogeologici
La CARTA IDROGEOLOGICA (TAV.E) proposta contiene informazioni sugli
aspetti idrogeologici principali, come l’andamento della superficie piezometrica
dell’acquifero freatico, l’ubicazione delle sorgenti, l’ubicazione dei pozzi censiti, la rete
idrografica, le aree soggette ad intrusione salina, le informazioni sul tipo di permeabilità in relazione alle modalità di circolazione sotterranea e sul grado di permeabilità dei
terreni affioranti nell’ambito del territorio comunale.
In merito alla definizione della CARTA IDROGEOLOGICA proposta ci siamo
basati sull’analisi dei seguenti dati:
•
•
•
•
acquisizione degli elaborati cartografici relativi al P.T.C. della Provincia di Livorno (Carta geologica in formato .pdf);
acquisizione degli elaborati cartografici (Carta della permeabilità Regionale alla
scala 1:10.000 in formato Shape) prodotti dalla Regione Toscana a seguito del
progetto C.A.R.G.;
acquisizione degli elaborati cartografici (Carta Litotecnica Regionale alla scala
1:10.000 in formato Shape) prodotti dalla Regione Toscana a seguito del progetto
C.A.R.G.;
acquisizione e revisione critica degli elaborati cartografici geologico – tecnici
commissionati dall’Amministrazione comunale di Campo nell’Elba e redatti dal
dott. geol. Cesare Bettini (dati in formato cartaceo e .pdf); sono stati analizzati
in particolare gli elaborati in cui si riportano l’ubicazione dei pozzi, delle sorgenti, l’andamento delle isopieze relative all’acquifero freatico della pianura di
Marina di Campo e le aree vulnerate da fenomeni di ingressione del cuneo salino, entrambe ricostruite sulla base di studi eseguiti in data 1997.
Da un punto di vista idrogeologico, il territorio comunale è caratterizzato prevalentemente dall’affioramento di rocce litoidi costituenti il massiccio del Monte Capanne, ad Ovest, e il complesso collinare di San Martino e del Monte Tambone, ad Est;
nella parte centro-orientale del territorio comunale si sviluppa la pianura di Campo,
formata da depositi di origine alluvionale che costituiscono il principale acquifero di
tutta l’area in esame.
Relativamente alla potenza ed alle caratteristiche litologiche dei depositi alluvionali costituenti la pianura di Marina di Campo, in base all’analisi di 50 stratigrafie
di pozzi perforati nell’area in oggetto ed in base ai risultati delle indagini geofisiche
eseguite da A. Berti (1971), nella piana della Pila e del Fosso Bovalico, e dalla
IDROMIN (1974), nella Valle di Literno, il basamento litoide, costituente il “bedrock”
lapideo pre-quaternario della zona, è stato individuato a partire da 20.0-35.0 m dal piano di campagna. I depositi che costituiscono la coltre alluvionale, sono caratterizzati
prevalentemente da sedimenti limoso-sabbiosi e limoso-argillosi. In prossimità del “bedrock”, sulla base dell’analisi delle stratigrafie dei pozzi trivellati, è stato rilevato
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generalmente un orizzonte costituito da ghiaie e ciottoli, avente spessore variabile, generalmente oscilla da un minimo di circa 5.0 m ad un massimo di circa 8.0 m. In questi
depositi risulta attestata la presenta di due falde:
•
•
una superficiale, rintracciabile dalla profondità di 2.5 m alla profondità di 10.0 m
dal piano campagna, costituita dai sedimenti limoso-sabbiosi e limoso-argillosi,
la cui ricarica è operata dalle acque meteoriche di infiltrazione;
una profonda, rintracciabile dalla profondità di 18.00 m alla profondità di 35.0 m
dal piano campagna e costituita dalle ghiaie e dai ciottoli. Questa ultima risulta
essere la falda più produttiva, alla cui alimentazione concorrono anche le acque
circolanti nelle fratture del “bedrock” incassante.
Relativamente alle aree caratterizzate dall’affioramento del “bedrock” roccioso,
costituente il massiccio del Monte Capanne, ad Ovest, e il complesso collinare di San
Martino e del Monte Tambone, ad Est, la circolazione idrica sotterranea risulta fortemente influenzata dal grado di fratturazione delle rocce e dalla persistenza delle discocontinuità tettoniche. Le sorgenti ivi presenti non sono sorgenti importanti (Bencini A.
et alii, 1986); ciò dipende non tanto dalla scarsità delle piogge ma quanto dalla situazione geologica sfavorevole, con affioramento prevalente di rocce poco permeabili che
consentono una scarsa infiltrazione, dall’estrema frammentarietà dei complessi geologici presenti, che impedisce l’accumulo delle acque di sottosuolo e la loro concentrazione e dall’andamento delle fratture, che tendono a chiudersi in profondità.
Le sorgenti aventi portata maggiore sono quelle del Fosso dei Malocci, nei pressi di Marina di Campo (Bencini A. et alii, 1986).
La ricostruzione delle unità idrogeologiche è stata effettuata in maniera commisurata al grado di approfondimento ritenuto necessario ed alle caratteristiche litologiche, stratigrafiche, granulometriche, strutturali dei litotipi affioranti all’interno del territorio studiato; sono stati inoltre indicati gli eventuali disequilibri in atto conseguenti
ad azioni antropiche sulla risorsa idrica (ingressione del cuneo salino).
Un litotipo (roccia, complesso di rocce o depositi aventi caratteristiche litotecniche simili, indipendentemente dall’età e dalla posizione geometrica occupata) si dice
per definizione “permeabile” se, attraverso i pori di qualsiasi origine ch’esso presenta,
è possibile il passaggio di fluidi, ovvero se possiede proprietà drenanti. Una roccia può
essere porosa ma non permeabile perché è anche necessario che esistano comunicazioni tra i pori, onde i fluidi possano attraversare la roccia stessa; una roccia integra ed
assai compatta che si presenta impermeabile (come alcuni calcari) può divenire permeabile se, per effetto di fenomeni vari (meccanici di origine tettonica, fisicochimici per
dissoluzioni, ecc.) presenta fessurazioni o cavernosità.
Le formazioni e i depositi affioranti all’interno del territorio in esame possono
essere distinti in base a due tipi permeabilità, in relazione alle modalità di circolazione
sotterranea:
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1. permeabilità primaria (detta anche “per porosità”): è una caratteristica acquisita al
momento della genesi della roccia ed è tipica delle rocce incoerenti (terreni),
rappresentate essenzialmente da depositi di tipo alluvionale e dalle coltri detritiche. La circolazione dell’acqua in queste rocce, pur dipendendo dalla gravità,
è condizionata da fenomeni di capillarità e di adesione, in funzione delle dimensioni, della forma e della continuità dei vacuoli;
2. permeabilità secondaria (detta anche “per fessurazione” e/o “per carsismo”): la
denominazione secondaria è riferita alla caratteristica idraulica acquisita da una
roccia coerente, e cioè al formarsi, dopo la fase di consolidamento, per effetto di
movimenti tettonici e/o fenomeni di dissoluzione e di disgregazione superficiale, di una rete di fratture le cui dimensioni e frequenza regolano la quantità di
acqua che si infiltra e percola. Anche la composizione della roccia e le caratteristiche chimiche dell’acqua fanno variare le modalità di circolazione sotterranee,
per cui si possono distinguere due sottotipi di permeabilità secondaria crescente e decrescente. Al sottotipo crescente appartengono le rocce solubili, come i
calcari, le dolomie ed i gessi, che per loro natura favoriscono l’ampliamento delle fessure in una rete di canali, fino alla formazione di cavità e grotte (carsismo),
e quindi l’aumento della permeabilità; al sottotipo decrescente appartengono le
rocce insolubili o poco solubili, che si alterano dando origine a prodotti residuali, i quali otturando le fratture rallentano o impediscono la circolazione.
Sulla base degli studi eseguiti, di seguito si riportano le definizioni delle varie
unità idrogeologiche, individuate qualitativamente sulla base della capacità dei vari
litotipi di contenere acqua (permeabilità), facendo riferimento alla legenda prodotta
dalla Regione Toscana a corredo della Carta della Permeabilità Regionale:
Unità idrogeologiche aventi permeabilità primaria (per porosità):
•
Permeabilità alta (5): rientrano in questa classe di permeabilità i "Depositi di
spiaggia" (sp), costituiti da materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza sabbiosa, di origine eolica, poco cementato.
•
Permeabilità medio-alta (4): rientrano in questa classe di permeabilità i "Depositi di detrito e di falda" (a6), costituiti da materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza grossolana.
•
Permeabilità media (3): rientrano in questa classe di permeabilità i "Depositi alluvionali" (al), costituiti da materiale granulare sciolto o poco addensato a granulometria non definita, in genere eterometrica, con coesistenza di sabbie, limi
e ghiaie.
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•
Permeabilità media-bassa (2): rientrano in questa classe di permeabilità i "Depositi eluvio-colluviali" (e4) e tutte le frane che li interessano, costituiti da materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza fine.
•
Pericolosità bassa (1): rientrano in questa classe di permeabilità le "Brecce poligeniche", descrizione corrispondente alle brecce sedimentarie dell’Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia (OFI) e dell’Unità di Punta le Tombe (bc), costituite da
materiale granulare cementato o molto addensato a grana prevalentemente
grossolana.
Unità idrogeologiche aventi permeabilità secondaria (per fratturazione e/o car-
sismo):
•
Permeabilità medio-alta (IV): rientrano in questa classe di permeabilità la
Formazione dei "Marmi e calcescisti" (Mca) dell’Unità di Punta Nera – Punta
Fetovaia, costituita da materiale lapideo monolitologico stratificato fratturato.
•
Permeabilità media (III): rientrano in questa classe di permeabilità le Formazioni dei "Metabasalti, Metagabbri, Metaserpentiniti e il Porfido di Portoferraio"
(β, Γ, Σ, Pp), costituite da materiale lapideo monolitologico non stratificato fratturato.
•
Permeabilità medio-bassa (II): rientrano in questa classe di permeabilità le seguenti Formazioni: "Leucograniti a tormalina e cordierite, Quarziti, Porfidi di
Orano, Oficalciti, Monzogranito, Metabasiti, Flysch di M.te Agaciacco, Flysch
dell'Elba, Filladi, Calcesciti, Matasiltiti e Cornubianiti a granato" (Po, MSF, Lt,
Qtz, Fc, CG, FMA).
•
Permeabilità bassa (I): rientra in questa classe di permeabilità la Formazione
dei "Calcescisti e argilloscisti" (CAr).
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3
VALUTAZIONE DELLE PERICOLOSITA’
Sulla base di tutti gli elementi emersi e analizzati nella “Sintesi delle conoscenze”, ampiamente descritta in precedenza, il territorio in esame è stato caratterizzato in
funzione dello stato di pericolosità, con la successiva indicazione degli eventuali condizionamenti alla trasformabilità.
Attraverso l’analisi del quadro della “Sintesi delle conoscenze” e in base agli
approfondimenti eseguiti, sono state dunque riconosciute, caratterizzate, evidenziate e
cartografate le aree omogenee dal punto di vista delle pericolosità e delle criticità rispetto agli specifici fenomeni che le generano, oltre ad essere integrate e approfondite
quelle già individuate nei piani di bacino.
Sono pertanto di seguito indicate le aree a pericolosità geomorfologica ed idraulica, nonché le aree che presentano problematiche idrogeologiche e problematiche di
dinamica costiera.
3.1
Pericolosità geomorfologica e problematiche di dinamica costiera
Ai fini della definizione del grado e delle aree aventi pericolosità geomorfologica e delle aree aventi problematiche legate alla dinamica costiera, indicate entrambe
nella CARTA DELLA PERICOLOSITA’ GEOMORFOLOGICA E PROBLEMATICHE
DI DINAMICA COSTIERA (TAV.F), sono stati considerati tutti i fenomeni geomorfologici cartografati nella CARTA GEOMORFOLOGICA E DELLA DINAMICA
COSTIERA (TAV.C), considerando il loro stato di attività e le possibili aree di influenza
(riferite alle aree di possibile evoluzione dei dissesti), valutate coerentemente con la
tipologia dei vari fenomeni in atto e con le ipotesi cinematiche ad essi connesse.
Sono state inoltre considerate le aree cartografate dall’Autorità di Bacino Toscana Costa nel Piano Assetto Idrogeologico (P.A.I.), in vigore dal gennaio 2005, indicate come “aree a pericolosità geomorfologica molto elevata P.F.M.E.” e “aree a pericolosità geomorfologica elevata P.F.E.”, definite rispettivamente come: P.F.M.E. “aree
interessate da fenomeni franosi attivi e relative aree di influenza, nonché le aree che
possono essere coinvolte dai suddetti fenomeni; rientrano comunque nelle aree a pericolosità geomorfologica molto elevata le aree che possono essere coinvolte da processi
a cinematica rapida e veloce quali quelle soggette a colate rapide incanalate di detrito e
terra, nonché quelle che possono essere interessate da accertate voragini per fenomeni
carsici”; P.F.E. “aree interessate da fenomeni franosi quiescenti e relative aree di influenza, le aree con indizi di instabilità connessi alla giacitura, all’acclività, alla litologia, alla presenza di acque superficiali e sotterranee, nonché a processi di degrado di
carattere antropico, le aree interessate da intensi fenomeni erosivi e da subsidenza”.
In ottemperanza alla D.P.G.R. n.26/R del 27.04.2007, alle prime è stata attribuita
una classe di pericolosità molto elevata (G.4), alle seconde è stata attribuita la classe di
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pericolosità elevata (G.3); entrambe sono state distinte in carta mediante uno specifico
sovrassimbolo.
La definizione e la perimetrazione delle aree aventi pericolosità geomorfologica
è stata pertanto eseguita in ottemperanza alle raccomandazioni ed alle indicazioni riportate nella D.P.G.R. n.26/R del 27.04.2007, di seguito riportate.
•
Pericolosità geomorfologica molto elevata (G.4): aree in cui sono presenti fenomeni attivi e relative aree di influenza.
•
Pericolosità geomorfologica elevata (G.3): aree in cui sono presenti fenomeni
quiescenti; aree con indizi di instabilità connessi alla giacitura, all’acclività, alla
litologia, alla presenza di acque superficiali e sotterranee, nonché a processi di
degrado di carattere antropico; aree interessate da intensi fenomeni erosivi e da
subsidenza.
•
Pericolosità geomorfologica media (G.2): aree in cui sono presenti fenomeni
franosi inattivi stabilizzati (naturalmente o artificialmente); aree con elementi
geomorfologici, litologici e giaciturali dalla cui valutazione risulta una bassa
propensione al dissesto.
•
Pericolosità geomorfologica bassa (G.1): aree in cui i processi geomorfologici e
le caratteristiche litologiche, giaciturali non costituiscono fattori predisponenti
al verificarsi di movimenti di massa.
Per quanto concerne i fenomeni di dinamica costiera legati all’azione del moto
ondoso e degli altri agenti del modellamento geomorfologico sulle coste si fa presente
che:
•
per quanto concerne le falesie, che si sviluppano lungo tutto il tratto costiero
comunale con la sola esclusione di quattro ristrette aree caratterizzate dalla presenza di spiagge (Marina di Campo, Fetovaia, Seccheto e Procchio), sono risultate essere in stato di erosione, con generali fenomeni di instabilità per frane di
crollo;
•
per quanto concerne inoltre l’azione erosiva esercitata sulle spiagge (Marina di
Campo, Fetovaia, Seccheto e Procchio), nonostante siano state generalmente
messe in evidenza diverse fasi alterne di erosione ed avanzamento, le coste basse sabbiose sono state indicate prevalentemente in erosione, seguendo la linea
di tendenza generale delle coste tirreniche;
•
per quanto concerne lo stato di conservazione del sistema delle dune, rinvenuto
ricordiamo solamente in località di Marina di Campo, oltre ad essere stato interessato da un'urbanizzazione spesso di tipo irrazionale, esso ha risentito nega-
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tivamente della forte pressione antropica stagionale di tipo turistico, determinando una pressione antropica di proporzioni impensabili.
3.2
Pericolosità idraulica
Ai fini della definizione del grado e delle aree aventi pericolosità idraulica, in
assenza di specifici studi idraulici eseguiti in ottemperanza alla D.P.G.R. n.26/R del
27.04.2007, sono stati utilizzati i dati relativi agli studi idraulici eseguiti dall’Autorità di
Bacino Toscana Costa per la definizione delle aree a P.I.M.E e a P.I.E. (riportate nella
cartografia tematica proposta a corredo del P.A.I.) e i dati relativi allo studio idrologico
– idraulico commissionato dall’Amministrazione comunale di Campo nell’Elba, svolto
in ottemperanza a quanto indicato dalla D.C.R. n.230/94, ad oggi abrogata (Studio idrologico – idraulico redatto in data Dicembre 2001).
Tutti i precedenti elementi sono stati indicati e riportati nella CARTA DELLE
AREE ALLAGABILI (TAV.D), per la cui descrizione si rimanda al §.2.4, che è stata utilizzata come base per la definizione della CARTA DELLA PERICOLOSITA’
IDRAULICA (TAV.G), dove la definizione e la perimetrazione delle aree aventi pericolosità idraulica è stata eseguita in ottemperanza alle raccomandazioni ed alle indicazioni riportate nella D.P.G.R. n.26/R del 27.04.2007, di seguito riportate.
•
Pericolosità idraulica molto elevata (I.4): aree interessate da allagamenti per
eventi con Tr≤30 anni. In assenza di studi idrologici e idraulici, rientrano in
classe di pericolosità molto elevata le aree di fondovalle non protette da opere
idrauliche per le quali ricorrano contestualmente le seguenti condizioni:
a. vi sono notizie storiche di inondazioni;
b. sono morfologicamente in situazione sfavorevole di norma a quote altimetriche inferiori rispetto alla quota posta a metri 2 sopra il piede esterno dell’argine o, in mancanza, sopra il ciglio di sponda.
•
Pericolosità idraulica elevata (I.3): aree interessate da allagamenti per eventi
compresi tra 30<Tr≤200 anni. In assenza di studi idrologici idraulici, rientrano
in classe di pericolosità elevata le aree di fondovalle per le quali ricorra almeno
una delle seguenti condizioni:
a. vi sono notizie storiche di inondazioni;
b. sono morfologicamente in condizione sfavorevole di norma a quote altimetriche inferiori rispetto alla quota posta a metri 2 sopra il piede esterno dell’argine o, in mancanza, sopra il ciglio di sponda.
•
Pericolosità idraulica media (I.2): aree interessate da allagamenti per eventi
compresi tra 200<Tr≤500anni. In assenza di studi idrologici idraulici rientrano
in classe di pericolosità media le aree di fondovalle per le quali ricorrano le seguenti condizioni:
a. non vi sono notizie storiche di inondazioni;
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b. sono in situazione di alto morfologico rispetto alla piana alluvionale adiacente, di norma a quote altimetriche superiori a metri 2 rispetto al
piede esterno dell’argine o, in mancanza, al ciglio di sponda.
•
3.3
Pericolosità idraulica bassa (I.1): aree collinari o montane prossime ai corsi
d’acqua per le quali ricorrono le seguenti condizioni:
a. non vi sono notizie storiche di inondazioni;
b. sono in situazioni favorevoli di alto morfologico, di norma a quote altimetriche superiori a metri 2 rispetto al piede esterno dell’argine o, in
mancanza, al ciglio di sponda.
Problematiche idrogeologiche
Nella CARTA DELLE AREE CON PROBLEMATICHE IDROGEOLOGICHE
(TAV.H) proposta sono evidenziate le aree che presentano situazioni sulle quali porre
attenzione al fine di non generare squilibri idrogeologici.
Per la valutazione della vulnerabilità intrinseca degli acquiferi è stato utilizzato
un metodo semplificato basato sulla zonazione per aree omogenee (valutazione per
complessi e situazioni idrogeologiche - C.S.I.), che si basa sulla stima del grado di vulnerabilità attraverso valutazioni qualitative delle caratteristiche della falda (libera, confinata o semiconfinata), dell’acquifero e talora della copertura, adottando i criteri riportati di seguito, estratti dalle Linee Guida del P.T.C. di Livorno (art. 53), integrate con la
classificazione della vulnerabilità stipulata dalla Provincia di Pistoia.
Di seguito si indicano le varie classi di vulnerabilità riportate nelle Linee Guida
del P.T.C. della Provincia di Livorno:
Estremamente elevata (EE)
Sistemi acquiferi liberi in alluvioni da grossolane a medie, od in materiali fortemente alterati e/o risedimentati, privi di efficace protezione in superficie e, talora,
soggiacenti ad agglomerati di centri di pericolo (urbanizzato).
Estremamente elevata - Elevata (EE - E)
Sistemi acquiferi liberi in complessi ghiaioso-sabbiosi, talvolta debolmente cementati, dotati di elevata permeabilità, con scarsa copertura di suolo attivo.
Elevata - Alta (E - A)
Sistemi acquiferi liberi in rocce prevalentemente carbonatiche e solfatiche fessurate e più o meno carsificate, con soggiacenza notevole, forti acclività superficiali, scarsa copertura, in posizione plano-altimetrica tale da non essere in contatto con la rete
idrografica principale.
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Alta (A)
Sistemi acquiferi liberi, semiconfinati o confinati, generalmente caratterizzati da
notevole anisotropia ed eterogeneità, protetti in superficie da una copertura scarsamente permeabile, a tratti impermeabile.
Alta - Media (A - M)
Sistemi acquiferi liberi in rocce cristalline fratturate, con scarsa protezione di
suolo e di insaturo, elevata capacità di ingestione, media capacità di flusso.
La vulnerabilità di questi acquiferi varia, anche notevolmente, a seconda dello
stato di fratturazione e di alterazione: è più elevata nelle vulcaniti, in particolare nei
basalti, a causa del clivaggio e della scarsa alterabilità.
Media (M)
Sistemi acquiferi in complessi a granulometria media o medio-bassa, più o meno compattati o debolmente cementati, generalmente in posizione dominante rispetto
alla rete idrografica, sovente poggianti su confinanti impermeabili.
Media - Bassa (M - B)
Sistemi acquiferi in arenarie e complessi conglomeratico-arenacei, caratterizzati
da vulnerabilità variabile da media a bassa a seconda dello stato di fratturazione e della percentuale di materiali marmosi presenti.
Bassa (B)
Complessi prevalentemente argillitici con intercalazioni arenacee e/o carbonatiche in cui si sviluppa una circolazione idrica sotterranea molto discontinua; rocce
ignee intrusive normalmente fratturate.
Bassa - Estremamente bassa (B - BB)
Complessi flyschoidi argillo-marnosi e marnoso-arenacei, complessi epimetamorfici, con propagazione degli inquinanti scarsa anche se variabile da membro a
membro.
Estremamente bassa (BB)
Argilloscisti, argille varicolori, argille più o meno sovraconsolidate e sabbiose,
marne: gli inquinanti sversati, in funzione dell’acclività della superficie topografica,
ristagnano o raggiungono direttamente le acque superficiali che li spostano e li distribuiscono in funzione della complessità del reticolo drenante.
All’interno del territorio comunale sono state evidenziate cinque classi di vulnerabilità idrogeologica, comprendenti le formazioni ed i depositi quaternari cartografati, raggruppati sulla base delle loro caratteristiche idrogeologiche; di tutti gli affioramenti dei depositi quaternari rilevati, nella definizione della CARTA DELLA
VULNERABILITA’ IDROGEOLOGICA (TAV.H), sono stati considerati solamente
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quelli aventi uno spessore rilevante (i depositi eolici ed i depositi eluvio-colluviali) in
collegamento idrogeologico con i depositi alluvionali.
Di seguito si riportano le varie classi di vulnerabilità individuate:
•
Vulnerabilità Estremamente Elevata (EE): depositi alluvionali (all). Nelle porzioni in cui affiorano questi depositi siamo infatti in presenza di un acquifero
freatico, libero.
•
Vulnerabilità Elevata - Alta (E - A): depositi di spiaggia (sp); Marmi e calcescisti dell’Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia (Mca). In questa classe rientra
quindi sia una falda acquifera libera in depositi sabbiosi di origine marina, lacustre ed eolica con scarsa o nulla copertura che una rete acquifera in complessi
carbonatici stratificati, interessati da un moderato carsismo e da interstrati argillitici e/o marnosi.
•
Vulnerabilità Media (M): depositi colluviali ed eluviali (a4); Brecce poligeniche
dell’Unità di Punta le Tombe (bc), depositi di detrito di falda (a6). È una falda
acquifera libera in depositi continentali a granulometria mista, sciolti o parzialmente cementati.
•
Vulnerabilità: Bassa (B): Lt, Po, MSF della Serie Magmatica; Qtz, OFI, Mb, Fc
dell’Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia; il Flysch di Monte Agaciaccio
dell’Unità Punta le Tombe (FMA); Flysch dell’Elba dell’Unità di Flysch Cretaceo
(Fy). Sono formazioni litologicamente caratterizzate da rocce ignee normalmente fratturate e da complessi argillitici con intercalazioni arenacee e/o carbonatiche, come i complessi flyschoidi.
•
Vvulnerabilità: Bassa -Estremamente bassa (B - BB): Calcescisti ed argilloscisti
dell’Unità di Punta Nera – Punta Fetovaia (CAr). Sono complessi caotici argillitico-calcarei arenacei con circolazione idrica sotterranea molto compartimentata
e limitata.
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4
CONDIZIONI DI ATTUAZIONE E MISURE DI TUTELA RELATIVE
ALLE PREVISIONI URBANISTICHE DELLA VARIANTE IN OGGETTO
La trasformabilità del territorio è strettamente legata alle situazioni di pericolosità e di criticità rispetto agli specifici fenomeni che le generano, messe in evidenza
dalle indagini geologiche svolte, ed è connessa ai possibili effetti (immediati e permanenti) che possono essere indotti dall’attuazione delle previsioni dell’atto di governo
del territorio.
Durante la fase di formazione, l’Amministrazione comunale di Campo nell’Elba
ha dunque provveduto a corredare la presente Variante Gestionale al Piano di Fabbricazione vigente, con indagini geologico-tecniche dirette a verificare la pericolosità del
territorio sotto il profilo geologico ed idraulico, in attuazione dei Piani di Bacino, del
Piano di Indirizzo Territoriale, dei Piani Territoriali di Coordinamento provinciali, indagini dirette ad individuare le condizioni che garantiscono la fattibilità degli interventi di trasformazione ammessi dalla Variante.
A tal fine si fa presente che, ai sensi del D.P.G.R. n.26/R del 27.04.2007, le condizioni di attuazione delle previsioni urbanistiche ed infrastrutturali vengono differenziate secondo le seguenti quattro categorie di fattibilità:
•
Fattibilità senza particolari limitazioni (F.1): si riferisce alle previsioni
urbanistiche ed infrastrutturali per le quali non sono necessarie prescrizioni
specifiche ai fini della valida formazione del titolo abilitativo all’attività edilizia.
•
Fattibilità con normali vincoli (F.2): si riferisce alle previsioni urbanistiche ed
infrastrutturali per le quali è necessario indicare la tipologia di indagini e/o
specifiche prescrizioni ai fini della valida formazione del titolo abilitativo
all’attività edilizia.
•
Fattibilità condizionata (F.3): si riferisce alle previsioni urbanistiche ed infrastrutturali per le quali, ai fini della individuazione delle condizioni di compatibilità degli interventi con le situazioni di pericolosità riscontrate, è necessario
definire la tipologia degli approfondimenti di indagine da svolgersi in sede di
predisposizione dei piani complessi di intervento o dei piani attuativi o, in loro
assenza, in sede di predisposizione dei progetti edilizi.
•
Fattibilità limitata (F.4): si riferisce alle previsioni urbanistiche ed infrastrutturali la cui attuazione è subordinata alla realizzazione di interventi di messa in
sicurezza che vanno individuati e definiti sulla base di studi e verifiche atti a
determinare gli elementi di base utili per la predisposizione della relativa progettazione.
dott. geol. Luigi Giammattei
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Relazione geologico - tecnica – Pag. 35
Si ricorda che la presente Variante non mira a dare risposte esaustive a tutti i bisogni del territorio del Comune di Campo né contiene previsioni che coprono un arco
temporale che non sia più che immediato; inoltre, in coerenza con le vigenti normative
di salvaguardia, non si prevedono interventi che diminuiscano le aree non edificate e
neppure opere di nuova urbanizzazione o ristrutturazione urbanistica.
I contenuti della Variante non incideranno dunque sulle linee generali e strategiche del vigente strumento urbanistico comunale e risultano coerenti e compatibili con
gli obiettivi e gli indirizzi del Piano Strutturale in fase di formazione, nonché con il
P.I.T. Regionale ed il vigente P.T.C. della Provincia di Livorno, in quanto non comportano consumo di nuovo territorio, e perchè la Variante interessa le zone urbanizzate e
ridefinisce la disciplina delle zone agricole, senza introdurre previsioni di nuove realizzazioni che trasformerebbero il territorio aperto in territorio urbanizzato.
Le condizioni di attuazione delle previsioni urbanistiche previste dalla variante
in oggetto e successivamente esposte (§.4.1 & §.4.2), risultano inoltre coerenti con quanto riportato nelle vigenti Norme di Piano del Piano di Assetto Idrogeologico redatto
dall’Autorità di Bacino Toscana Costa, adottato con D.G.R.T. n.831 del 23.07.2001 ed
approvato con D.C.R.T. n.13 del 25.01.2005.
La valutazione delle condizioni di attuazione e delle misure di tutela da osservare per le previsioni urbanistiche ed infrastrutturali previste dalla Variante Gestionale
al Piano di Fabbricazione vigente, viene dunque definita schematicamente sulla base
del tipo degli interventi proposti e del grado di pericolosità geomorfologica e idraulica
dell’area sede di intervento; vengono inoltre indicate le misure di tutela della risorsa
idrica sotterranea e le prescrizioni da osservare per le trasformazioni previste, ai fini
della sua tutela e salvaguardia.
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4.1
Condizionamenti dovuti alla Pericolosità Geomorfologica
Il seguente abaco permette di codificare, per gli interventi ammessi all’interno
delle varie zone omogenee, l’attribuzione della categoria di fattibilità in base alla pericolosità geomorfologica dell’area e alla tipologia di trasformazione prevista;
l’individuazione di eventuali interventi non elencati negli abachi dovrà avvenire per
analogia tipologica con quelli elencati.
FATTIBILITA'
GRADO DI PERICOLOSITA'
TIPO DI INTERVENTO
Scavi e riporti di terreno, sopraelevazione del
piano di campagna.
Interventi di manutenzione ordinaria e di
manutenzione straordinaria.
Interventi di restauro e risanamento conservativo.
Interventi di ristrutturazione edilizia, esclusa
la demolizione con ricostruzione.
Interventi di sostituzione edilizia e di ristrutturazione edilizia con demolizione e ricostruzione.
Nuove realizzazioni di strutture accessorie
quali: tettoie, porticati, piani di carico ed
affini ad uso privato.
Addizioni volumetriche per adeguarsi agli
standards urbanistici.
Ampliamenti volumetrici di edifici esistenti.
1
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3
4
5
6
7
8
Nuove realizzazioni di fabbricati adibiti a
civile abitazione a saturazione e di fabbricati
adibiti ad uso commerciale - artigianale.
Nuove realizzazione di strutture specifiche
per camping e per l’attività aeroportuale.
Infrastrutture ed impianti pubblici e/o di
interesse pubblico a rete e/o puntuali.
Nuove realizzazioni di annessi agricoli e
serre.
Interventi di viabilità rurale e sentieristica
9
10
11
12
13
G.1
G.2
G.3
G.4
I
II
III
IV
I
I
I
I
I
I
I
I
II
II
III
III
II
II
III
IV
I
I
II
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III
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II
II
III
IV
II
II
III
IV
II
II
III
IV
II
II
III
IV
I
II
II
III
I
I
II
II
Di seguito vengono inoltre indicate le condizioni di attuazione (prescrizioni) relative ai vari interventi previsti dalla Variante in oggetto, definite sulla base della categoria di fattibilità geomorfologica precedentemente attribuita, in ottemperanza a quanto indicato nel D.P.G.R. n.26/R del 27.04.2007.
Classe di
Fattibilità
Geomorfologica
I
PRESCRIZIONI
Nessuna prescrizione specifica dovuta a limitazioni di carattere geomorfologica
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II
III
IV
Si richiede di eseguire delle indagini geologiche e geotecniche in ottemperanza al D.M.
11.03.1988 e al D.M.14.01.2008 (Norme Tecniche per le Costruzioni), richieste sia nel caso di
intervento diretto, sia di Piano Attuativo, al fine di verificare che le trasformazioni previste non modifichino negativamente le condizioni ed i processi geomorfologici presenti
nell’area; in particolare le indagini di supporto alla progettazione edilizia dovranno
essere finalizzate alle consuete valutazioni delle tensioni ammissibili, dei cedimenti
assoluti e differenziali, dei possibili fenomeni di ritiro e rigonfiamento dei terreni per
variazione delle condizioni di umidità del suolo, nonché, nei casi di costruzione su pendio, alla valutazione della stabilità del pendio medesimo.
Si richiede di eseguire delle indagini geologiche e geotecniche in ottemperanza al D.M.
11.03.1988 e al D.M.14.01.2008 (Norme Tecniche per le Costruzioni) per la redazione di
idonei studi geologici, idrogeologici e geotecnici finalizzati alla verifica delle effettive
condizioni di stabilità ed alla progettazione e dimensionamento degli eventuali interventi di messa in sicurezza, che devono essere comunque tali da non pregiudicare le condizioni di stabilità nelle aree adiacenti, da non limitare la possibilità di realizzare interventi
definitivi di stabilizzazione e prevenzione dei fenomeni, da consentire la manutenzione
delle opere di messa in sicurezza. A tal fine possono essere attuati solamente quegli
interventi per i quali venga dimostrato che non determinano condizioni di instabilità e
che non modificano negativamente i processi geomorfologici presenti nell’area.
Della sussistenza di tali condizioni deve essere dato atto nel procedimento amministrativo relativo al titolo abilitativo all’attività edilizia.
In presenza di interventi di messa in sicurezza dovranno essere predisposti ed attivati gli
opportuni sistemi di monitoraggio in relazione alla tipologia del dissesto; l’avvenuta
messa in sicurezza conseguente la realizzazione ed il collaudo delle opere di consolidamento, gli esiti positivi del sistema di monitoraggio attivato e la delimitazione delle aree
risultanti in sicurezza, devono essere certificati.
Non sono da prevedersi interventi di nuova edificazione o nuove infrastrutture che non
siano subordinati alla preventiva esecuzione di interventi di consolidamento, bonifica,
protezione e sistemazione; si fa presente che gli interventi di messa in sicurezza, definiti
sulla base di studi geologici, idrogeologici e geotecnici, devono essere tali da non pregiudicare le condizioni di stabilità nelle aree adiacenti, da non limitare la possibilità di
realizzare interventi definitivi di stabilizzazione dei fenomeni franosi, da consentire la
manutenzione delle opere di messa in sicurezza.
In presenza di interventi di messa in sicurezza dovranno essere predisposti ed attivati gli
opportuni sistemi di monitoraggio in relazione alla tipologia del dissesto; l’avvenuta
messa in sicurezza conseguente la realizzazione ed il collaudo delle opere di consolidamento, gli esiti positivi del sistema di monitoraggio attivato e la delimitazione delle aree
risultanti in sicurezza devono essere certificati.
Possono essere realizzati gli interventi di addizione volumetrica per adeguarsi agli standards urbanistici, per i quali sia dimostrato il non aggravio delle condizioni di instabilità
dell’area, purché siano previsti, ove necessario, interventi mirati a tutelare la pubblica
incolumità, a ridurre la vulnerabilità delle opere esposte (mediante consolidamento o
misure di protezione delle strutture per ridurre l’entità di danneggiamento), nonché
previa installazione di sistemi di monitoraggio per tenere sotto controllo l’evoluzione del
fenomeno.
Della sussistenza delle condizioni di cui sopra deve essere dato atto nel procedimento
amministrativo relativo al titolo abilitativo all’attività edilizia.
Per quanto concerne la salvaguardia dell’ambiente dunare, visto l’elevato grado
di antropizzazione dell’area, gli unici interventi possibili per la sua salvaguardia risultano alcuni diradamenti a Marina di Campo, nei confronti delle pinete e interventi di
protezione delle specie erbaceo arbustive, a Spiaggia Grande, con messa in opera di
cartelli esplicativi e recinzioni.
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4.2
Condizionamenti dovuti alla Pericolosità Idraulica
Il seguente abaco permette di codificare, per gli interventi ammessi all’interno
delle varie zone omogenee, l’attribuzione della categoria di fattibilità in base alla pericolosità idraulica dell’area ed alla tipologia di trasformazione prevista;
l’individuazione di eventuali interventi non elencati negli abachi dovrà avvenire per
analogia tipologica con quelli elencati.
FATTIBILITA'
GRADO DI PERICOLOSITA'
TIPO DI INTERVENTO
Riporti di terreno con sopraelevazione del
piano di campagna.
Interventi di manutenzione ordinaria e di
manutenzione straordinaria.
Interventi di restauro e risanamento conservativo.
Interventi di ristrutturazione edilizia, esclusa
la demolizione con ricostruzione.
Interventi di sostituzione edilizia e di ristrutturazione edilizia con demolizione e ricostruzione.
Nuove realizzazioni di strutture accessorie
quali: tettoie, porticati, piani di carico ed
affini ad uso privato.
Addizioni volumetriche per adeguarsi agli
standards urbanistici.
Ampliamenti volumetrici di edifici esistenti.
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8
Nuove realizzazioni di fabbricati adibiti a
civile abitazione a saturazione e di fabbricati
adibiti ad uso commerciale - artigianale..
Nuove realizzazione di strutture specifiche
per camping e per l’attività aeroportuale.
Infrastrutture ed impianti pubblici e/o di
interesse pubblico a rete e/o puntuali.
Nuove realizzazioni di annessi agricoli e
serre.
Interventi di viabilità rurale e sentieristica
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I.1
I.2
I.3
I.4
I
I
III
III
I
I
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I
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I
II
IV
IV
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I
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IV
IV
I
II
IV
IV
I
I
II
II
I
I
II
II
Di seguito vengono inoltre indicate le condizioni di attuazione (prescrizioni) relative ai vari interventi previsti dalla Variante in oggetto, definite sulla base della categoria di fattibilità idraulica precedentemente attribuita, in ottemperanza a quanto indicato nel D.P.G.R. n.26/R del 27.04.2007.
Classe di
Fattibilità
Idraulica
I
PRESCRIZIONI
Nessuna prescrizione specifica dovuta a limitazioni di carattere idraulico.
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II
III
IV
Per gli interventi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione (5), sostituzione
edilizia (5), adeguamento (7), di ampliamento (8) e per le nuove infrastrutture (9), in
sede di intervento diretto, le quote dei solai dei piani di calpestio dei piani terra e delle
soglie di accesso ai vani interrati dovranno essere rialzate di almeno 20 cm sulla quota
media del piano campagna del lotto di intervento e poste al di sopra della quota delle
infrastrutture lineari (viarie e/o altre) eventualmente presenti e favorenti l’instaurarsi di
locali condizioni di ristagno di acque.
Per gli interventi di ampliamento, adeguamento, ristrutturazione edilizia e nuova edificazione delle infrastrutture pubbliche o di interesse pubblico (11), i progetti dovranno
contenere le opere e/o gli accorgimenti necessari atti a: ridurre la vulnerabilità degli
interventi medesimi; garantire la pubblica incolumità; non incrementare il rischio nelle
aree limitrofe.
Per le nuove realizzazioni di strutture specifiche per camping e per l’attività aeroportuale (10) vengano realizzati con materiali non deteriorabili dall’acqua e dotati di accorgimenti tecnico costruttivi atti a ridurne la vulnerabilità.
Gli annessi di nuova realizzazione (12) devono essere costruiti con materiali non deteriorabili dall’acqua e dotati di accorgimenti tecnico costruttivi atti a ridurne la vulnerabilità.
La viabilità rurale (13) deve essere a raso; la viabilità su rilevato è ammessa purchè debitamente motivata e progettata in maniera tale da escludere la formazione di barriere
idrauliche.
Nel caso di riporti di terreno con sopraelevazione del piano di campagna (1), dovranno
essere svolte indagini di tipo morfologico-topografico ed idraulico volte a progettare gli
interventi compensativi causati dalla sottrazione di volume utile in caso di esondazione
duecentennale e a verificare che non si creino incrementi di rischio idraulico in altre aree.
In assenza di adeguati studi e verifiche atti a determinare gli elementi di base utili per la
predisposizione della progettazione di interventi di messa in sicurezza, le sole previsioni
urbanistiche ed infrastrutturali attuabili sono relative agli interventi di ristrutturazione e
sostituzione edilizia (5), adeguamento (7), ampliamento (8) e di nuova edificazione (9)
previsti nel tessuto insediativo esistente (a), la cui messa in sicurezza rispetto ad eventi
con tempo di ritorno di 200 anni può essere conseguita anche tramite adeguati sistemi di
autosicurezza, nel rispetto delle seguenti condizioni: dimostrazioni dell’assenza o
dell’eliminazione di pericolo per le persone e i beni e dimostrazione che gli interventi
non determinano aumento delle pericolosità in altre aree.
Per gli interventi di ampliamento, adeguamento, ristrutturazione edilizia e nuova edificazione delle infrastrutture pubbliche o di interesse pubblico (11), valgono le precedenti
indicazioni.
In assenza di adeguati studi e verifiche atti a determinare gli elementi di base utili per la
predisposizione della progettazione di interventi di messa in sicurezza, non sono attuabili nuove realizzazioni di strutture specifiche per camping e per l’attività aeroportuale
(10), con la sola esclusione delle strutture mobili stagionali, a condizione comunque che
sia garantita l’incolumità pubblica.
Possono essere previsti interventi per i quali venga dimostrato che la loro natura è tale
da non determinare pericolo per persone e beni, da non aumentare la pericolosità in altre
aree e purché siano adottate, ove necessario, idonee misure atte a ridurne la vulnerabilità
(a titolo di esempio: piscine e pergolati), in relazione alla natura dell’intervento ed al
contesto territoriale.
Sul patrimonio edilizio esistente, sono consentiti gli interventi che non comportino aumenti di superficie coperta né di nuovi volumi interrati, fatti salvi volumi tecnici e tettoie
senza tamponature laterali; sono altresì consentiti gli interventi di ampliamento della
superficie coperta di fabbricati esistenti nei seguenti casi: interventi funzionali alla riduzione della vulnerabilità del fabbricato; interventi necessari alla messa a norma di strutture ed impianti in ottemperanza ad obblighi derivanti da norme vigenti in materia
igienico sanitaria, di sicurezza sull’ambiente di lavori, di superamento delle barriere
architettoniche e di adeguamento antisismico.
dott. geol. Luigi Giammattei
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Relazione geologico - tecnica – Pag. 40
Note:
(a) Tessuto insediativo: forma insediativa nella quale è riconoscibile una stretta complementarietà tra impianto viario e trama edilizia, consistente in una sostanziale giustapposizione ordinata fra trama viaria, isolati e lotti, e spesso caratterizzata dal parallelismo tra gli assi di giacitura dei corpi edilizi
4.3
Misure di salvaguardia dei corsi d’acqua (P.I.T.)
In base a quanto riportato nell’art.36 dell’Elaborato n.2 della D.C.R.T. n.72 del
24.07.2007 (P.I.T. - Disciplina del Territorio), indicante “Lo Statuto del territorio toscano”, di seguito riportato integralmente, i corsi d’acqua compresi all’interno del territorio comunale di Campo nell’Elba che risultano classificati ai sensi del P.I.T., sono soggetti alle seguenti “Misure generali di salvaguardia”:
1. Le previsioni dei vigenti Piani regolatori generali e Programmi di fabbricazione
soggette a piano attuativo, per le quali non sia stata stipulata la relativa convenzione ovvero non sia stata avviata una specifica procedura esproriativa alla
data di pubblicazione sul B.U.R.T. dell’avviso di adozione del piano, sono attuabili esclusivamente alle seguenti condizioni:
- a seguito di esito favorevole della relativa valutazione integrata nel procedimento di formazione del Piano strutturale, per i Comuni che tale
piano non abbiano ancora adottato;
- a seguito di deliberazione comunale che - per i Comuni che hanno approvato ovvero solo adottato il Piano strutturale – verifichi e accerti la
coerenza delle previsioni in parola ai principi, agli obiettivi e alle prescrizioni del Piano strutturale, vigente o adottato, nonché alle direttive e
alle prescrizioni del presente Piano di indirizzo territoriale.
2. In attesa dell’adeguamento degli strumenti di pianificazione di livello comunale alla disciplina paesaggistica contenuta nello statuto del piano di indirizzo territoriale e nelle more dell’attuazione dell’intesa tra la Regione ed il Ministero
dei beni culturali, stipulata ai sensi dell’art.143, comma 3, del D.lgs. n.42/2004, i
Comuni, a far data dalla pubblicazione sul B.U.R.T. dell’avviso di adozione del
piano, trasmettono alla Regione gli atti relativi ai piani attuativi non approvati
degli strumenti urbanistici e dei regolamenti urbanistici attualmente vigenti,
che interessano beni paesaggistici formalmente riconosciuti. La Regione, entro
sessanta giorni dal ricevimento, provvede ad indire apposite conferenze di servizi, con la partecipazione di tutti gli altri enti territoriali interessati nonché dei
competenti uffici del Ministero, allo scopo di verificare in via preliminare
l’adeguatezza alle finalità di tutela paesaggistica di detti piani attuativi, anche
al fine di semplificare il successivo iter autorizzativo che, nel caso di esito positivo, consisterà nella mera verifica di conformità dei singoli interventi con il
piano attuativo. Le varianti ai piani attuativi approvati, recanti modificazioni
progettuali che riguardano l’esteriore aspetto dei luoghi, sono da trasmettere al-
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Relazione geologico - tecnica – Pag. 41
la Regione che li sottopone alla conferenza qualora le modificazioni proposte
siano paesaggisticamente rilevanti.
3. Gli strumenti della pianificazione territoriale e gli atti di governo del territorio a
far data dalla pubblicazione sul B.U.R.T. dell’avviso di adozione del piano, non
devono prevedere nuove edificazioni, manufatti di qualsiasi natura o trasformazioni morfologiche negli alvei, nelle golene, sugli argini e nelle aree comprendenti le due fasce della larghezza di10 metri dal piede esterno dell'argine o,
in mancanza, dal ciglio di sponda dei corsi d'acqua principali ai fini del corretto
assetto idraulico individuati nel Quadro conoscitivo del presente piano come
aggiornato dai piani di bacino vigenti e fermo restando il rispetto delle disposizioni in essi contenute.
4. La prescrizione di cui al precedente comma 3 non si riferisce alle opere idrauliche, alle opere di attraversamento del corso d'acqua, agli interventi trasversali
di captazione e restituzione delle acque, nonché agli adeguamenti di infrastrutture esistenti senza avanzamento verso il corso d'acqua, a condizione che si attuino le precauzioni necessarie per la riduzione del rischio idraulico relativamente alla natura dell'intervento ed al contesto territoriale e si consenta comunque il miglioramento dell'accessibilità al corso d'acqua stesso.
5. Sono fatte salve dalla prescrizione di cui al precedente comma 3 le opere infrastrutturali che non prevedano l’attraversamento del corso d’acqua e che soddisfino le seguenti condizioni:
- non siano diversamente localizzabili;
- non interferiscano con esigenze di regimazione idraulica, di ampliamento e di manutenzione del corso d’acqua;
- non costituiscano ostacolo al deflusso delle acque in caso di esondazione
per tempi di ritorno duecentennali;
- non siano in contrasto con le disposizioni di cui all’art.96 del R.D.
n.523/1904.
6. A far data dalla pubblicazione sul BURT dell’avviso di adozione del piano, non
sono consentiti interventi in contrasto con le prescrizioni in esso previste relativamente agli immobili e alle aree di cui all’art.134 del D.lgs n.42/2004 come individuati ai sensi dell’art.31, comma 3.
dott. geol. Luigi Giammattei
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4.4
Indicazioni per la riduzione del rischio idraulico P.T.C.
Nell’art.51 – Capo II – Titolo IV delle Norme del P.T.C. della Provincia di Livorno, vengono indicati i seguenti indirizzi, al fine di giungere ad uno sviluppo compatibile con le caratteristiche idrauliche del territorio:
-
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corredare la variazione dell’uso del territorio con l’analisi della relativa pericolosità idraulica sulla portata di piena inerente l’unità territoriale minima rappresentata dal Bacino sotteso;
evitare che ogni intervento previsto nelle zone perimetrate con le relative classi
di pericolosità, aggravi il livello di pericolosità a valle;
destinare le due fasce della larghezza di 10 metri dal piede esterno dell'argine o,
in mancanza, dal ciglio di sponda dei corsi d'acqua principali esclusivamente
alla dinamica fluviale;
corredare le variazioni del grado di utilizzazione del territorio con la previsione
di interventi tesi alla messa in sicurezza degli insediamenti esistenti,
nell’ambito delle varie classi di pericolosità idraulica;
sviluppare a livello di bacino la messa in sicurezza dai fenomeni alluvionali,
con interventi sull’assetto agrario-forestale, sulla regimazione delle portate di
piena tramite casse di laminazione e/o di espansione ed, in ultima analisi, con
interventi strutturali lungo i corsi d’acqua;
mantenere e valorizzare a fini idraulici, per le aree di pianura, il regime dei fossi, capifosso e di quanto altro esercita, in modo artificiale o naturale, azione di
raccolta e deflusso delle acque verso i ricettori principali;
salvaguardare i canali naturali di deflusso delle acque tra le pianure alluvionali
retrodunali ed il mare (gorette);
mantenere la copertura boscata, compresa quella a macchia mediterranea, quale
presidio fondamentale per la limitazione dei tempi di deflusso, favorire
l’infiltrazione ed attenuare conseguentemente il ruscellamento superficiale;
conservare il reticolo idrografico nelle zone a sollevamento meccanico, salvo interventi aventi equivalente, o maggiore, efficacia idraulica;
sviluppare interventi che permettono un migliore deflusso delle acque (ponti,
ecc.) attraverso le infrastrutture che incidono trasversalmente i corsi d’acqua;
evitare di intubare i corsi d’acqua naturali e di impermeabilizzarne gli argini e
l’alveo. Eventuali esigenze di attuazione di questi interventi devono garantire il
mantenimento del deflusso idraulico calcolato coerentemente con i dati pluviometrici di massima portata, o il mantenimento delle capacità di infiltrazione
nei terreni circostanti;
mantenere le zone di deflusso naturale delle acque tra le pianure retrodunali ed
il mare, evitando interventi insediativi od infrastrutturali che ne possano limitare l’efficacia;
limitare la impermeabilizzazione dei suoli, prevedendo, nelle zone di nuova edificazione, una superficie coperta non superiore al 70 % del lotto edificabile;
dott. geol. Luigi Giammattei
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progettare, nell’ambito dei nuovi insediamenti sia civili che industriali o artigianali, strutture atte a ridurre i volumi di deflusso delle acque meteoriche (vasche di prima pioggia, ecc.);
evitare nelle aree a pericolosità idraulica elevata le realizzazioni di piani interrati, o seminterrati, e la costruzione di nuovi impianti che possono produrre effetti inquinanti a seguito di fenomeni esondativi;
richiedere, nelle aree a pericolosità idraulica elevata, per le previsioni di nuova
espansione urbanistica, la dimostrazione delle insussistenza od impraticabilità
di localizzazioni alternative;
limitare, nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata, il livello di utilizzazione dei terreni ai soli interventi utili alla salvaguardia idraulica dei territori
od alle opere infrastrutturali di attraversamento; progettare queste opere in
modo da garantire il regolare deflusso delle acque calcolate per portate di piena, con tempo di ritorno almeno duecentennale, limitando opere in rilevato che
possano ostacolare il deflusso di maggiori portate. In queste aree è opportuno
escludere interventi di impermeabilizzazione dei suoli a qualsiasi livello.
La riduzione del rischio di esondazione è da perseguire, di norma, preferibilmente mediante interventi non strutturali o con interventi tipo casse di espansione;
solo eccezionalmente possono essere attivati interventi strutturali che necessitano della
autorizzazione degli Enti preposti alla tutela idrogeologica.
dott. geol. Luigi Giammattei
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4.5
Criteri generali per le situazioni connesse a problematiche idrogeologiche
Nei casi in cui la destinazione prevista possa incrementare una situazione di
squilibrio in atto della risorsa idrica o generare situazioni di criticità, la sua attuazione è
subordinata alla preventiva o contestuale esecuzione di interventi di eliminazione o
mitigazione dello stato di rischio accertato o potenziale, tenuto conto della natura della
trasformazione e delle attività ivi previste.
Di seguito si indicano le misure di tutela della risorsa idrica sotterranea e le
prescrizioni da osservare per le trasformazioni previste, definite sulla base della perimetrazione riportata nella CARTA DELLA VULNERABILITA’ IDROGEOLOGICA
(TAV.H) e sulla base di quanto indicato nelle Norme – Titolo IV Capo.II art.54 del
D.C.P. n.890 del 27.11.1998 (Piano Territoriale di Coordinamento – P.T.C.) della Provincia di Livorno, come di seguito indicato:
•
Misure di tutela per le aree con grado di vulnerabilità EE, E – A: in queste aree
si ritiene che:
- debba essere evitata, in linea di principio, la localizzazione di infrastrutture e/o impianti potenzialmente inquinanti quali: discariche di R.S.U,
stoccaggio di sostanze inquinanti, depuratori, depositi di carburanti,
pozzi neri a dispersione, spandimenti di liquami e fanghi;
- debba essere regolamentato l'uso di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti in
modo da controllare che i quantitativi immessi nel sistema ambiente
siano quelli strettamente necessari;
- debba essere regolamentata l'autorizzazione al pascolamento intensivo e
all'allevamento, in modo da controllare che tali pratiche e la loro permanenza non siano eccessivi;
- debba essere regolamentata e controllata l’attività estrattive di cava;
- le fognature, per quanto possibile, siano alloggiate in manufatti a tenuta;
- le attività e le trasformazioni costituenti fattori di potenziale vulnerabilità delle falde idriche siano progressivamente adeguate ai sensi della
normativa vigente in materia “ambientale” (D.Lgs n.152/2006 e successive modifiche ed integrazioni) e, possibilmente, trasferite in modo da
produrre un consistente miglioramento della situazione.
- Si ritiene opportuno che le limitazioni e le prescrizioni di cui sopra possano essere superate solo a seguito di specifiche indagini geognostiche
ed idrogeologiche estese ad un significativo intorno dell'area interessata,
effettuata seconda la procedura metodologica riportata al successivamente.
•
Misure di tutela per le aree con grado di vulnerabilità M: in queste aree è opportuno valutare l'insediamento di infrastrutture e/o attività potenzialmente
inquinanti, come quelle descritte, tramite specifiche indagini geognostiche ed
idrogeologiche (estese ad un significativo intorno dell'area interessata), effettuate secondo la procedura metodologica riportata successivamente; è, poi, oppor-
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tuno subordinare l’insediamento alla realizzazione di idonee opere ed accorgimenti espressamente finalizzati alla eliminazione del livello del rischio per le
falde.
•
Misure di tutela per le aree con grado di vulnerabilità B, B – BB: in queste aree
la trasformazione, o l'attività costituente fattori di potenziale vulnerabilità delle
falde idriche esistenti è ammessa previa certificazione che definisce lo stato di
bassa vulnerabilità delle falde idriche.
Nelle Norme – Titolo IV Capo.II art.54 del D.C.P. n.890 del 27.11.1998 (P.T.C.
della Provincia di Livorno), viene inoltre indicata la procedura metodologica per gli
approfondimenti idrogeologici di dettaglio; le deroghe alle limitazioni delle trasformazioni ed delle attività precedentemente proposte possono dunque essere conseguite
mediante la redazione di un opportuno studio idrogeologico di dettaglio esteso ad un
intorno significativo dell'area interessata, effettuato mediante le seguenti valutazioni:
caratterizzazione geometrica e calcolo dei parametri idrogeologici dell'acquifero con
censimento dei pozzi ed esecuzione di prove a portata costante; caratterizzazione idrogeologica della copertura satura ed insatura effettuabile attraverso l'esecuzione di prospezioni geomeccaniche e geofisiche, nonché di prove di permeabilità in sito; valutazione del parametro infiltrazione ed individuazione delle aree di ricarica dell'acquifero.
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4.6
Disciplina delle aree di salvaguardia delle acque superficiali e sotterranee destinate al consumo umano
In base a quanto indicato nell’art.94 della Parte Terza – Sezione II – Titolo III –
Capo I del D.Lgs. n.152/2006 (Testo Unico Ambientale), ai fini della salvaguardia delle
acque superficiali e sotterranee destinate al consumo umano, vengono definite le seguenti zone:
•
zona di tutela assoluta: costituita dall’area immediatamente circostante le captazioni o derivazioni. Essa, in caso di acque sotterranee e, ove possibile, per le
acque superficiali, deve avere un’estensione di almeno dieci metri di raggio dal
punto di captazione, deve essere adeguatamente protetta e deve essere adibita
esclusivamente ad opere di captazione o presa e ad infrastrutture di servizio;
•
zona di rispetto: costituita dalla porzione di territorio circostante la zona di tutela assoluta da sottoporre a vincoli e destinazioni d’uso tali da tutelare qualitativamente e quantitativamente la risorsa idrica captata e può essere suddivisa in
zona di rispetto ristretta e zona di rispetto allargata, in relazione alla tipologia
dell’opera di presa o captazione e alla situazione locale di vulnerabilità e rischio
della risorsa. In particolare, nella zona di rispetto sono vietati l’insediamento
dei seguenti centri di pericolo e lo svolgimento delle seguenti attività:
- dispersione di fanghi e acque reflue, anche se depurati;
- accumulo di concimi chimici, fertilizzanti o pesticidi;
- spandimento di concimi, fertilizzanti o pesticidi, salvo che l’impiego di
tali sostanze sia effettuato sulla base delle indicazioni di uno specifico
piano di utilizzazione che tenga conto della natura dei suoli, delle colture compatibili, delle tecniche agronomiche impiegate e della vulnerabilità delle risorse idriche;
- dispersione nel sottosuolo di acque meteoriche provenienti da piazzali e
strade;
- aree cimiteriali;
- apertura di cave che possono essere in connessione di falda;
- apertura di pozzi ad eccezione di quelli che estraggono acque destinate
al consumo umano e di quelli finalizzati alla variazione dell’estrazione e
alla protezione delle caratteristiche quali-quantitative delle risorsa idrica;
- gestione dei rifiuti;
- stoccaggio di prodotti ovvero sostanze chimiche pericolose e sostanze
radioattive;
- centri di raccolta, demolizione e rottamazione di autoveicoli;
- pozzi perdenti;
- pascolo e stabulazione di bestiame che ecceda i 170 chilogrammi per ettaro di azoto presente negli effluenti, al netto delle perdite di stoccaggio
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e distribuzione. E’ comunque vietata la stabulazione di bestiame nella
zona di rispetto ristretta.
Si fa infine presente che la zona di rispetto, in assenza di specifici criteri per la
sua individuazione suggeriti da parte della Regione, risulta avere un’estensione di 200
metri di raggio (criterio geometrico) rispetto al punto di captazione o di derivazione
della risorsa acqua; in alternativa può essere delimitata mediante l’isocrona di 60 giorni
(criterio cronologico: Frullini R. et aliii, 2006), indicante il limite esterno dell’area intorno al punto di captazione o di derivazione che un inquinante idroveicolato percorrerebbe in un tempo di sessanta giorni.
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