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N. 25 • 5 luglio 2015 • € 1,00
Anno LXIX • Poste Italiane S.p.A. • Spediz. in abbon. postale • D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, Aut. 014/CBPA-SUD/NA • Direzione e Redazione Largo Donnaregina, 22 • 80138 Napoli
PRIMO PIANO CHIESA
L’acqua come
misericordia
Il documento base
del Sinodo
dei Vescovi
3
Francesco Paolo Casavola
VITA DIOCESANA
Tre nuovi canonici
per
la Cattedrale
4
SPECIALE
“Laudato sì”
l’enciclica
di Papa Francesco
8e9
Negli ultimi due anni sono usciti per editori e studiosi napoletani, due
libri, uno di Carlo Iannello, “Il diritto all’acqua”, il secondo di Maurizio
Iaccarino, “Un mondo assetato”, entrambi della Editoriale scientifica.
Libri di diritto e di scienza, ma quanti li hanno letti e discussi sono stati
quasi posti in attesa di ascoltare, su un tema cosi carico di destino per
l’umanità del nostro tempo, la voce della religione.
a pagina 7
CULTURA
Una settimana
per riscoprire
il Rione Sanità
13
I diaconi permanenti a Convegno
2
Verso il Convegno ecclesiale di Firenze
4
Il Premio San Gennaro
5
Gli interventi
Antonio Boccellino • Antonio Botta
Pino Capuozzo • Antonio Colasanto
Giuseppe Costagliola • Eloisa Crocco
Giuseppe Daniele • Doriano Vincenzo De Luca
Carla Di Meo • Virgilio Frascino
Angela Giustino • Emanuele La Veglia
Antonio Mattone • Giovanni Mauriello
Lorenzo Montecalvo • Tonino Palmese • Mariarosaria Petti
Antonio Salamandra • Michele Maria Serrapica
Elena Scarici • Mariangela Tassielli
Torneo interparrocchiale: calcio finale
11
Presentata la stagine del Teatro San Carlo
13
Convegno regionale dei volontari in carcere
14
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2 • 5 luglio 2015
Postepay
Evolution
Un milione di carte
vendute in sei mesi
Non si ferma la corsa di
PostepayEvolution. In soli sei
mesi dal lancio sono già un
milione le carte prepagate di
nuova generazione vendute in
Italia, un nuovo record che
conferma l’apprezzamento della
clientela verso questa innovativa
soluzione e consolida la
leadership di Poste Italiane nel
segmento delle carte con oltre 13
milioni di Postepay vendute sul
mercato nazionale.
Postepay Evolution è la carta
prepagata ricaricabile con le
principali funzioni di un conto
corrente. E’ infatti dotata di un
codice IBAN per garantire ai
titolari una gamma completa e
integrata di servizi che la
rendono uno strumento di
pagamento innovativo e un vero
e proprio conto corrente
tascabile, in grado di aggiungere
alle tradizionali funzioni di una
carta prepagata, anche i servizi
principali di un conto corrente.
La carta inoltre è abilitata ai
pagamenti contactless mediante
la tecnologia Nfc (Near Field
Communication).
I titolari della carta possono
farsi accreditare lo stipendio
sulla Postepay Evolution o
ricevere e disporre bonifici. La
carta consente inoltre di pagare
bollettini, domiciliare le utenze,
eseguire pagamenti e ricariche
telefoniche presso l’ufficio
postale e sui siti poste.it e
postepay.it.
Con Postepay Evolution è
possibile fare acquisti in oltre 30
milioni di punti vendita nel
mondo, in tutti i siti
convenzionati MasterCard e
prelevare contanti dai 7.000
mila ATM Postamat presenti in
Italia, negli uffici postali e dagli
sportelli bancari che espongono
il logo MasterCard.
L’innovazione della Postepay
Evolution si estende anche alle
applicazioni digitali. Grazie alla
AppPostepay i titolari della carta
possono fruire dell’innovativo
servizio “miniricarica”
attraverso il quale è possibile
trasferire gratuitamente fino a
25 euro al giorno verso altre
postepay.
L’App consente, inoltre, di
salvare le operazioni più
frequenti attraverso la
funzionalità “operazioni veloci”
per averle sempre a portata di
click. Sempre da AppPostepay è
possibile visualizzare il saldo e i
movimenti, disporre bonifici e
postagiro e ricaricare altre carte
Postepay o sim telefoniche. Con
le App di Poste Italiane inoltre, il
pagamento dei bollettini è
sempre fruibile da telefono e
tablet.
La carta può essere ricaricata in
tutti gli uffici postali, dai siti
poste.it e postepay.it e dalle
AppPostepay e AppPosteMobile
(gratuite e disponibili per Ios e
Android), presso gli ATM
Postamat e presso la rete di
tabaccai abilitati. Il titolare della
Carta può consultare il saldo e
la lista movimenti da
postepay.it, ATM Postamat,
AppPostepay e in tutti gli uffici
postali.
Vita Diocesana
Nuova Stagione
L’incontro dei Diaconi Permanenti, guidati da Mons. Vincenzo Mango
e don Carmine Nappo, con l’Arcivescovo
I Diaconi oggetti e soggetti
di Misericordia
L’incontro plenario dei Diaconi Permanenti della Chiesa di Napoli, guidati da Mons.
Vincenzo Mango e don Carmine Nappo, con
l’Arcivescovo Card. Crescenzio Sepe e con S. E.
Mons. Gennaro Acampa, dello scorso 27 giugno, nel Salone del Seminario Arcivescovile,
ha concluso il cammino di formazione programmato per l’anno pastorale 2014/2015.
Mons. Mango ha presentato ai Vescovi quanto
svolto e le linee programmatiche per il nuovo
anno pastorale 2015/2016.
Don Enzo ha evidenziato come il Collegio
Diaconale si sia impegnato a riflettere e realizzare le istruzioni che l’Arcivescovo ha offerto
alla Diocesi con la Lettera Pastorale “Dar da
mangiare agli affamati – la Chiesa di Napoli in
cammino per la missione”.
«Lo scenario socio economico odierno – ha
continuato Mons. Mango – esige una piena partecipazione di tutti alla costruzione di una società fondata su autentici valori morali, nel pieno rispetto del bene comune e nel creare i presupposti per uno sviluppo omogeneo che riesca a
superare i profondi divari sociali ed economici».
L’approfondimento dei tre ambiti suggeriti
dal sussidio catechistico “Andate in Città”: fame di pane, fame di giustizia e fame di futuro,
oggetto dei tre incontri di formazione a livello
diocesano, e della Lettera Pastorale “Canta e
Cammina” ha favorito la costituzione dei
Centri di Ascolto, in alcuni territori della
Diocesi, coordinati dai Diaconi, per accogliere
i bisognosi e cercare di soddisfare i loro bisogni.
Il nuovo anno pastorale vedrà il Collegio
Diaconale impegnato a riflettere sulla seconda
opera di misericordia corporale “Dar da bere
agli assetati” secondo le indicazioni della nuova Lettera Pastorale e le indicazioni del sussidio Catechistico che propone l’approfondimento dei tre ambiti: sete di necessario, sete di
conoscenza e sete di senso.
In conclusione Mons. Mango ha ricordato
l’altro momento di Grazia che ci donerà la
Celebrazione dell’Anno Giubilare della Misericordia, quando tutti avremo la possibilità
di rivedere il proprio rapporto personale con
Dio, Padre della Misericordia, e conformarci a
Lui per riconoscere il Suo volto in quello del
fratello con il quale siamo chiamati a condividere nella carità e nella misericordia, l’esperienza della vita quotidiana come insegna
Papa Francesco nella Misericordiae Vultus.
I Diaconi Napoletani vivranno il loro
Giubileo, insieme ai Diaconi di tutto il mondo,
dal 27 al 29 maggio 2016. Il culmine di questa
esperienza saranno la Celebrazione Penitenziale e il passaggio attraverso la Porta Santa
il 28 maggio, e la Celebrazione della Santa
Messa presieduta dal Santo Padre il 29 maggio.
Dopo l’intervento di Mons. Mango, S. E.
Mons. Acampa ha presentato nei particolari la
Lettera Pastorale “Dar da bere agli affamati”. Il
Vescovo ha ricordato l’avvenimento di speciale grazia vissuto dalla Chiesa di Napoli con la
visita di papa Francesco della scorsa primavera, e le parole pronunciate nel corso dei suoi interventi con le quali il Santo Padre ha invitato
tutti a combattere la corruzione e il malcostume dilagante; e il Giubileo della Misericordia
del prossimo anno che donerà a tutti la possibilità di riconciliarci con Dio e con i nostri fratelli, con conseguente valenza anche a livello
sociale.
Entrando nel vivo della Lettera, Mons.
Acampa ha presentato le varie seti che ci affliggono e che siamo chiamati a soddisfare: sete di
affetto, sete di verità e di dignità, sete di Dio. Gli
interventi sugli argomenti presentati da parte
di alcuni dei numerosi Diaconi intervenuti con
le loro spose, e le relative risposte dei Vescovi,
hanno chiuso la prima parte della giornata.
La Concelebrazione Eucaristica nella
Cappella del Seminario presieduta dal Card.
Sepe, con S.E. Mons. Acampa, Mons Mango e
don Carmine Nappo e con alcuni Diaconi che
hanno assistito i Concelebranti, ha posto il suggello ha questo momento d’intensa comunione
tra i Vescovi e i loro Presbiteri e Diaconi, e offerta l’opportunità ancora una volta di rendere
grazie a Dio dei numerosi doni ricevuti.
Commentando i brani biblici l’Arcivescovo
ha colto l’occasione per ricordare come la società di oggi, paragonata a un deserto arido e
sterile, abbia bisogno dell’acqua, bene preziosissimo, presente ma non accolto. Il Diacono in
questo contesto è il portatore dell’acqua, della
vera acqua che toglie ogni sete, Cristo nostro
Signore, e sul suo comando è chiamato a portare quest’acqua. Egli è lo strumento che agisce nella fede, nelle mani di Dio.
Il Dio della Misericordia ha affidato a tutti
il compito di essere testimoni di misericordia.
Tutti, ha concluso il Cardinale, e in particolare
i Diaconi, sono oggetti e soggetti di
Misericordia e con l’aiuto e la forza dello
Spirito Santo e l’intercessione di Maria Madre
della Misericordia, dobbiamo non abbatterci
ma vivere la misericordia per far trionfare
l’Amore.
Giuseppe Daniele
Diacono
Unioni Cattoliche Operaie
Religiosità e pietà popolare
Nei tre termini delle associazioni il senso dell’identità e dell’appartenenza
Unione
Operaia
Il termine è presente nel titolo di tutte le associazioni aderenti alle Unioni Cattoliche Operaie, per indicare un impegno, da parte di
ciascuno, a costruire l’unità nell’amicizia e nella fraternità tra i soci.
Unità che, poi, si deve esprimere nella solidarietà con tutti, soprattutto verso coloro che vivono nel bisogno. Una caratteristica che deve contraddistinguere le associazioni è l’impegno della carità da vivere nella gioia e nell’impegno per la giustizia sociale. Le Unioni
Cattoliche Operaie hanno la capacità di sapere accogliere la gente
semplice, la gente del popolo e proprio per questo si caricano di una
grande responsabilità, come missionari in prima linea. La Chiesa
che vi si incontra non è quella fatta di pietre, immagini e devozioni
ma carica di fraternità e di carità.
Molte volte Gesù ha fatto riferimento al mondo del lavoro: il buon
pastore che offre la vita, il contadino che esce a seminare, l’operaio
che viene preso a giornata.
Ha scelto poi, tra i suoi apostoli, dei lavoratori, gente semplice
che, fino all’incontro con lui, non aveva altro interesse se non quello
di portare il pane a casa: pescatori, esattori delle imposte, contadini.
Anche l’Apostolo Paolo, negli Atti degli Apostoli, al capitolo 20,
versetto 34, dice: «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani».
Era, infatti, fabbricante di tende e, nello stesso tempo, si sentiva
operaio del Regno.
«Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. La messe è mota, ma gli operai sono pochi». Le associazioni legate alle Unioni Cattoliche Operaie devono sentire forte questo richiamo del Signore: operai nel mondo per guadagnarsi il pane quotidiano, operai per il regno di Dio per ricevere in dono la vita eterna.
Cattolica
Altro termine che contraddistingue non solo perché dice dell’appartenenza alla comunità ecclesiale, ma perché, al servizio della
Chiesa, si è chiamati a renderla visibile nelle nostre opere. Anche le
celebrazioni, le processioni, le iniziative per le feste devono far trasparire l’amore per la nostra Chiesa e la gioia di essere Chiesa.
Quindi, la sobrietà, il rispetto per le norme liturgiche, il clima di preghiera e di raccoglimento, non dovranno mai mancare. La partecipazione alla Santa Messa domenicale permetterà di lodare il Signore
e di sentirci parte attiva della grande famiglia di Dio: la Chiesa.
***
Il Centro Diocesano delle Unioni Cattoliche Operaie ha sede in
piazza Cavour 124, presso la chiesa del Rosariello (081.454.666 –
www.uconapoli.it). Presidente Pasquale Oliviero (347.615.33.17 –
[email protected]). Assistente Diocesano, mons. Domenico
Felleca.
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Primo Piano Chiesa
Nuova Stagione
5 luglio 2015 • 3
L’Instrumentum Laboris per l’assemblea sinodale di ottobre restituisce l’immagine
di una Chiesa viva e differenziata, in ascolto delle istanze del mondo
Creatività pastorale,
sguardo e discernimento
servizio a cura di Doriano Vincenzo De Luca
Una Chiesa che si fa prossima e ascolta; riflette e s’interroga; sostiene e incoraggia… Una
Chiesa che fa proprie, con affettuosa condivisione - come insegna il Concilio Vaticano II -, le
gioie e le speranze, i dolori e le angosce della famiglia… L’Instrumentum Laboris, diffuso in
questi giorni, in preparazione alla prossima assemblea sinodale (4-25 ottobre), consegna l’immagine di una realtà viva e differenziata, non in
lotta al suo interno , ma in ascolto delle istanze
del mondo - nel caso specifico sulla famiglia pronta a rispondere con il Vangelo. Sia ben
chiaro: stiamo parlando di uno strumento di lavoro e non di un documento conclusivo in cui
vengono definite le questioni dibattute. Questa
non è una semplice sottigliezza semantica, ma
è il punto di partenza con cui accostarsi al testo
che farà da piattaforma alla discussione nel
Sinodo di ottobre.
Una prima chiave di lettura dell’Instrumentum Laboris sta nella creatività pastorale: i
temi delle due assemblee - “Le sfide pastorali
sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione” (ottobre 2014) e “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo” (ottobre 2015) - scandiscono un
cammino segnato da tre momenti intimamente connessi: l’ascolto delle sfide sulla famiglia, il
discernimento della sua vocazione, la riflessione sulla sua missione. Senza creatività non si sarebbe giunti a tutto ciò. Lo scenario tracciato è
incoraggiante perché creativo, ovvero donato
dallo Spirito Santo. «Il Sinodo - ha più volte affermato Francesco - non è un parlamento (…),
è uno spazio protetto affinché lo Spirito possa
operare». Se non si tiene conto di questa premessa fondamentale, il rischio è ridurre il processo in corso a letture parziali e ideologiche. I
problemi elencati nel documento, i diversi punti di vista, le proposte offerte e le ipotesi dicono,
in modo esplicito, la volontà di affrontare concretamente le difficoltà vissute dalle famiglie,
specialmente quelle più in difficoltà.
La creatività allarga lo sguardo e apre l’orizzonte, facendo emergere con maggior ampiezza le sfide contemporanee che sollecitano i ve-
Il documento base
del Sinodo dei Vescovi
Ascolto,
missione
e sfide
L’«Instrumentum Laboris»
presentato nei giorni scorsi è il
documento di base su cui si
poggerà la discussione della XIV
scovi e il popolo di Dio. Nessuna meraviglia, allora, se la Chiesa intende prendersi cura, con
particolare premura e attenzione, di chi si trova in situazioni difficili e cariche di sofferenza.
Parlare di vescovi, come hanno fatto alcuni
giornali, che «bocciano le nozze gay, ma aprono a omosex e divorziati» è riduttivo ed errato.
È questione di sguardo che incontra la realtà.
Ed è questa una seconda chiave di lettura che
emerge dall’Instrumentum, dove - grazie anche
al ventaglio di temi affrontati - è possibile constatare un’analisi più serena e condivisa rispetto a quanto qualcuno registrava come voci
preoccupate ma che, in definitiva, erano approcci diversi.
Tutto ciò si può riassumere in una parola sguardo, appunto - che appartiene al lessico di
Bergoglio. Oltretutto, nella spiritualità ignaziana la trasformazione dello sguardo è molto importante e il verbo “mirar” (guardare) è uno dei
più presenti negli “Esercizi spirituali” con grande ricchezza di significati: osservare, discernere, contemplare e anche prendersi cura… Con
misericordia! Che non significa buonismo, anzi… tutt’altro: è qualcosa di estremamente impegnativo. La misericordia, infatti, si legge nel
documento (n. 68), «è verità rivelata» ed «è
strettamente legata con le fondamentali verità
della fede - l’incarnazione, la morte e risurrezione del Signore - e senza di esse cadrebbe nel nul-
la». Il volto del “depositum fidei” (patrimonio
di tutte le verità) non è rigido o funereo, ma
estremamente gioioso e misericordioso. Per
questo, la Santa Madre Chiesa si rende prossima e si fa compagna nelle situazioni difficili. Lo
sguardo misericordioso fa «accogliere e integrare». E ciò, ha sottolineato il cardinale
Lorenzo Baldisseri, segretario generale del
Sinodo dei vescovi, «significa stare vicino alle
persone rispettando la loro situazione, indicando la via del Vangelo e offrendo nuova speranza. Questo è il vero senso dell’apertura».
C’è, infine, una terza chiave di lettura per
comprendere l’impostazione dell’Instrumentum e che, in definitiva, è la sintesi di tutto il percorso sinodale: il discernimento come metodo
di lettura della storia e di progettazione pastorale. Il discernimento, sintetizzava Papa
Francesco nell’intervista a “La Civiltà Cattolica”, «si realizza sempre alla presenza del
Signore, guardando i segni, ascoltando le cose
che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri». Insomma, discernere è un’esigenza reale della comunità cristiana nella sua
multiforme presenza nella società. Discernere,
però, non per dividere, ma per unire ed edificare sempre più una Chiesa madre, che non ha
paura di mangiare con il figlio peccatore, che
vede i problemi e che aiuta a guardarli nella luce del Vangelo. Una Chiesa che si fa.
Assemblea del Sinodo dei
Vescovi del 4-25 ottobre
prossimo.
Il documento è la risposta a 46
domande, scaturite dal
precedente sinodo sulla famiglia
del 2014, a cui i vari organismi
ecclesiali sono stati invitati a
rispondere entro il 15 aprile
2015. Sono arrivate 99 risposte
dagli organismi aventi diritto
(come le Conferenze episcopali),
a loro volta sintesi di centinaia
di migliaia di contributi di
organismi intermedi, e 359
osservazioni inviate liberamente
da diocesi e parrocchie,
associazioni ecclesiali e gruppi
di fedeli. Di queste risposte il
Consiglio di segreteria,
presieduto da Papa Francesco,
ha fatto sintesi appunto
nell’«Instrumentum Laboris».
Il documento si articola in tre
«Uno sguardo su tutta la carne viva
della famiglia»
A colloquio con don Paolo Gentili,
direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale familiare della Cei
parti: 1) «L’ascolto delle sfide
della famiglia»: tratta del
contesto sociale, culturale,
economico ed “ecologico”. Tra le
sfide, la povertà, l’esclusione
sociale, la disabilità, le
migrazioni, il ruolo delle donne,
la bioetica. 2) «Il discernimento
della vocazione familiare». tratta
Accompagnamento, misericordia, accoglienza, integrazione, discernimento, verità. Sono alcune parole chiave dell’«Instrumentum laboris»
con alcuni punti di novità. Abbiamo raccolto il commento “a caldo” di
don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale familiare della Cei.
Quali sono, a suo avviso, i punti più significativi dell’Instrumentum laboris?
All’inizio del cammino sinodale Papa Francesco ha dato come direttive tre sfide: ascolto, confronto fraterno, sguardo su Cristo. Oltre all’ascolto, mi sembra sia molto maturato il confronto dal quale emergono
alcune linee concrete su cui i Padri sinodali potranno lavorare, e sono
stati toccati spazi in precedenza rimasti esclusi: lo stato vedovile, le famiglie che vivono la fatica di avere un portatore di disabilità in casa o di
situazioni economiche gravose, l’esperienza dell’esclusione sociale, il
tema degli anziani.
Nel testo si parla anche di “accompagnamento differenziato
delle famiglie”…
Sono il linguaggio e la sensibilità di Papa Francesco, entrati nel cuore del popolo e restituiti dalle famiglie ai padri sinodali; un incarnare il
n. 34 della “Familiaris Consortio” sulla legge della gradualità che ogni
famiglia vive concretamente ogni giorno nello sguardo “differenziato”
che i genitori hanno verso ogni figlio, verso la sua unicità. Lo chiamerei
“metodo famiglia”.
Un tema “sensibile” è anche quello dei casi di nullità matrimoniale…
Un ambito in cui sono emerse proposte pressanti. Insieme alla necessità di uno snellimento delle procedure sono interessanti “la larga convergenza” sulla non obbligatorietà della doppia sentenza concorde, il
superamento dell’attribuzione di “responsabilità” al singolo vescovo, l’istituzione nelle diocesi di un servizio stabile e gratuito di consulenza.
E per quanto riguarda i divorziati risposati, altro tema “caldo”?
Accoglienza e integrazione sono i termini ricorrenti, pur nella diversità delle situazioni. Si parla della possibilità di una via penitenziale, ma
non è così semplice, le modalità sono tutte da inventare. Tuttavia la comunità deve superare il suo volto giudicante. Per tradurre tutto questo
in prassi pastorale occorre la figura di presbitero che “accompagni”, e
quindi la necessità di una nuova formazione dei preti che coniughi doti di discernimento, sapienza e tenerezza.
Ribadita la rigorosa distinzione tra accoglienza e cura pastorale
delle persone omosessuali, e riconoscimento dei matrimoni gay…
Avvertiamo tutta la delicatezza di questo tema in un momento in cui
si registra una grande confusione. Non si può mescolare la custodia della famiglia rispetto alla colonizzazione ideologica del gender con il compito dell’accompagnamento delle persone con orientamento omosessuale, in particolare se sono credenti e chiedono un cammino di fede.
L’«Instrumentum laboris» si riferisce a veri e propri progetti pastorali
diocesani specifici che, tranne qualche tentativo, non esistono.
Coniugare insieme carità, fatica e verità del Vangelo richiede una grande sapienza.
Tra le novità, il n. 30 sul riconoscimento del ruolo delle donne
nella Chiesa e il loro “coinvolgimento nella formazione dei ministri
ordinati”…
La presenza femminile accompagna e acquieta la formazione sul lato dell’affettività nel seminarista perché il celibato non è per una difesa
dalla donna o per un arroccamento su di sé, ma per una maggiore relazione con tutto l’umano e quindi anche con il femminile che ne è parte.
tra le altre cose del matrimonio
naturale e dell’indissolubilità,
della vita familiare, dei giovani e
la paura di sposarsi. 3) «La
missione della famiglia oggi»:
tratta della famiglia nel contesto
dell’evangelizzazione, con focus
sull’integrazione dei fedeli in
situazioni “irregolari”,
sull’eventuale introduzione di
una via penitenziale per accedere
ai sacramenti, sull’adozione e
sul rispetto della vita.
Queste tre parti rifletteranno
anche i lavori del prossimo
Sinodo, che saranno visi per
l’appunto in tre settimane. Alla
fine sarà elaborato un
documento finale che sarà
consegnato nelle mani del Papa.
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4 • 5 luglio 2015
APPUNTAMENTI
Chiesa del Gesù Nuovo
Terzo mercoledì del mese,
incontro mensile di preghiera
dei malati con San Giuseppe
Moscati. Il prossimo appuntamento è per mercoledì 15 luglio, a partire dalle ore 16. Alle
ore 17, celebrazione della
Santa Messa. I padri sono disponibili ad accogliere i fedeli
che desiderano ricevere il sacramento della Penitenza.
Associazione
Figli in Cielo
Vita Diocesana
Nuovi
canonici
per la
Cattedrale
Monsignor Enzo Papa,
monsignor Carlo Pinto,
monsignor Michele Schiano
entrano a far parte del Capitolo
Le
famiglie
aderenti
all’Associazione “Figli in
Cielo” si incontrano, il terzo
sabato del mese, presso la
Basilica dell’Incoronata a
Capodimonte. Prossimo appuntamento, sabato 18 luglio,
alle ore 17. L’incontro sarà guidato da mons. Nicola Longobardo.
***
Esperienza
di orazione
con i
Carmelitani
Ci sono ancora dei posti per
il cammino vocazionale
proposto dai p. Carmelitani
Scalzi della Provincia
Napoletana. Quest’anno ci si
soffermerà sulla figura della
fondatrice, S. Teresa di Gesù.
Se vuoi conoscere il Carmelo
teresiano e fare un’esperienza
di vita e di orazione con i
frati carmelitani scalzi, vieni
con noi; vedi com’è la nostra
vita di “intima amicizia con
Colui dal quale sappiamo di
essere amati”. Alloggeremo
nella nostra casa estiva di
NUSCO (AV) dal 20 al 25
Luglio. Ti aspettiamo. Per
ogni informazione puoi
rivolgerti a P. Luigi Gaetani:
(Superiore Provinciale)
080.5741573; a P. Andrea
L’Afflitto: 0823.434030;
(convento di Maddaloni); a
P. Daniele Lanfranchi:
081.414263 (convento di
Napoli); P. Andrea
Magliocca: 081.8812259
(convento di Torre del Greco
– NA) e a P. Mario Ferrante:
081.8028045 (convento di
Montechiaro – NA)
Tre nuovi canonici entrano a far parte del Capitolo della Cattedrale: monsignor Enzo Papa, monsignor Carlo
Pinto, monsignor Michele Schiano. Il loro ministero, dopo la lettura del Decreto di nomina firmato dall’arcivescovo Crescenzio Sepe, ha avuto inizio domenica 28 giugno,
in Duomo, in occasione della celebrazione dei Primi
Vespri della solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
Numerosi i fedeli che hanno preso parte alla cerimonia di insediamento dei tre sacerdoti, che in virtù della loro lunga esperienza di vita pastorale prendono ora l’impegno di dedicarsi in particolar modo alla preghiera, soprattutto alla Liturgia delle Ore, come momento privilegiato
di comunione con Dio di tutto il popolo della Chiesa di
Napoli. E non è casuale la scelta del giorno di inizio del
ministero, quello in cui si fa memoria di San Pietro, colonna della Chiesa, e di San Paolo, apostolo delle genti,
chiamato dal Signore ad evangelizzare i popoli; come evidenziato dal cardinale Sepe, questo particolare ci riporta
«all’annuncio di Cristo, a cui tutti siamo chiamati».
L’arcivescovo ha chiesto formalmente ai nuovi canonici il rispetto del nuovo impegno assunto, soprattutto seguendo tre linee di comportamento: «Insegnare ai fratelli
più con i fatti che con le parole il percorso di una vita nuova che segua il Vangelo; perseverare nella preghiera; custodire e alimentare lo spirito di preghiera». Attraverso l’esempio dei tre sacerdoti, ogni cristiano di Napoli deve sentirsi spinto a pregare di più, perché come ha spiegato Sepe
«qualunque sia la missione a cui siamo chiamati, tutto inizia con la preghiera, e con la preghiera si rafforza». Con la
preghiera si crea un clima di condivisione e comunione, e
tutti i cristiani possono sentirsi parte del discepolato di
Cristo, spinti a seguire il Suo insegnamento, e a rispettare la vocazione che ciascuno ha a santificarsi appunto
pregando.
Prima della solenne benedizione a tutti i fedeli presenti, questo l’invito del l’arcivescovo: «Tutti noi dobbiamo assimilare Cristo, renderlo vivo in noi e comunicarlo agli altri». E l’esempio di vita è il modo migliore per far funzionare questa comunicazione, che si nutre proprio della
preghiera.
Eloisa Crocco
Nuova Stagione
VERSO FIRENZE
Educare
e crescere
in umanità
di Angela Giustino
La questione dell’umanesimo, riproposta nei momenti cruciali della storia dell’umanità, ha riguardato sempre la domanda intorno all’essere umano, ma non è stata mai affrontata con la radicalità con cui oggi si pone, evidentemente dettata dalla necessità di restituire all’uomo una humanitas che sembra vada sempre più dissolvendosi.
Il ‘nuovo’ umanesimo che viene invocato per il nostro tempo ha, nell’affermazione della dignità dell’essere umano, il suo nucleo fondante. Non si tratta solo di restituire la dimensione dell ’umano’ ad un uomo che, fagocitato dalla tecnica nella molteplicità delle sue applicazioni, si è inaridito ed oggettivato, quanto di una richiesta di un ‘più che umano’, una
trasfigurazione dell’uomo che, attraverso il potenziamento di sé, rechi alla luce il divino
che lo costituisce; di un uomo che, nell’agire quotidiano dia prova della divino-umanità di
cui Gesù, incarnandosi, gli ha fatto dono.
L’umanesimo che si invoca è ‘nuovo’ perché richiede un ‘oltrepassamento’ dell’umano che non è verticale innalzamento verso Dio ma è un confermare il divino che abita ogni
uomo e che non si manifesta in solipsistica solitudine ma si declina in ogni azione della vita quotidiana relazionale. Si tratta di affinare “l’attitudine del discernimento”, di intravedere il “divino nell’umano e l’umano nel divino”; non diventare preda di un mondo tecnologico dove impera l’individualismo e la vita relazionale è improntata al solo utilitarismo.
Il laboratorio svoltosi a Napoli in preparazione del 5° Convegno Ecclesiale Nazionale
di Firenze, articolato sul tema: “Leggere i segni dei tempi e parlare il linguaggio dell’amore”, ha riguardato, tra gli altri argomenti, il ruolo che la scuola può svolgere nel raccogliere le sfide del nostro tempo. Oggi la tecnica costituisce una straordinaria opportunità ma
può trasformarsi anche in una trappola allorquando l’utilizzo smoderato di tecnologie
informatiche, social network, twitter, ecc.. finiscono per narcotizzare sentimenti, emozioni; possono avvolgere in una nebulosa virtuale il singolo che finisce per alienare se da se
stesso. La scuola che oggi sembra aver perso la sua centralità di spazio educativo, di fronte al moltiplicarsi di opportunità formative, in realtà, accanto alla famiglia, conserva un
ruolo fondamentale nel processo evolutivo del singolo in una fase fragile ed instabile del
suo divenire.
Ma quale è il modello di scuola a cui pensare per la realizzazione di un nuovo umanesimo? Per la scuola del nostro tempo, impostata su una logica aziendale, una scuola che
esprime la sua essenza in termini di attribuzione di crediti, di debiti, che parla di portfolio
delle competenze, di misurazione del profitto, è possibile essere il luogo in cui si coltiva la
divino-umanità?
Come si può auspicare che la “cura”, intesa come dedizione all’altro; come capacità empatica; come relazione comunicativa, possa conciliarsi con una logica del profitto impostata sulla competizione , sull’esercizio dell’individualismo e sulla trasmissione unidirezionale del sapere? La stessa valutazione non è “acquisizione del valore dell’altro” ma assume contorni sanzionatori nel farsi esercizio di controllo del sapere acquisito. In una valutazione scolastica quale peso ha l’humanitas del discente nel calcolo complessivo del profitto? Quanta cura ripone oggi la scuola nel prendere a cuore quell’eccedenza di vita, presente in un adolescente, dove si nascondono emozioni, sentimenti, necessari ad alimentare la dimensione dell’umano?
Si richiede una rivoluzione antropologica che coinvolga soprattutto i docenti, le istituzioni scolastiche, le famiglie affinché al centro di ogni attenzione venga riportata la dimensione umana degli allievi. Docenti e dirigenti devono andare oltre la diffusa visione
unidimensionale degli allievi intesi come soggetti cognitivi e considerarli esseri umani che
“pensano”, che “sentono”, che “vogliono”. Ma una scuola che si pone questi nobili obiettivi può assolvere al suo compito mentre in realtà è tutta declinata a formare soggetti idonei al mercato del lavoro? Inoltre come si può coltivare la “cura” dei singoli allievi in aule
sovraffollate, con carenza di docenti e con un numero ristretto di ore di lezione che finiscono per non essere più sufficienti anche per impartire i contenuti disciplinari?
Come si può conciliare tutto questo con la rivoluzione antropologica che viene invocata a giusta ragione, per il nostro tempo. Occorre una radicale rivoluzione che restituisca
l’essere umano a sé stesso e potenzi in lui, non rapporti contrattualistici, ma legami emotivi, sentimentali, sociali. E’ la nobiltà dell’essere uomo che va rivendicata dal ‘nuovo’ umanesimo; quella nobiltà che affonda le sue radici nel divino che l’uomo custodisce e che non
va perduto. Il nuovo umanesimo in Gesù Cristo è potenziamento della qualità e del valore
del singolo inteso nel suo legame con l’alterità; è un’attività creatrice dell’uomo che “nel
mondo” ma liberandosi dalla “schiavitù del mondo”, compie un atto di libertà attraverso la
quale conquista la fede come impegno esistenziale che costa fatica ma riscatta l’essere
umano restituendogli dignità.
E’ questa dimensione che va coltivata attraverso l’educazione in quanto necessaria a
”contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione”
(Educare alla vita buona del Vangelo,10; tratto da “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”51).
Coltivare la divino-umanità dell’uomo è porre l’accento sulla vocazione positiva e creatrice dell’uomo; è liberazione delle sue potenzialità; è centralità dell’amore il quale è il solo
a consentire la liberazione dai lacci della pesantezza del mondo e dona libertà. L’amore fa
circolare unione; fa circolare il sentimento di coappartenenza.
La scuola può “prendersi cura” del singolo solo se è costantemente attenta alla divinoumanità che lo costituisce e nell’assolvere al suo compito educativo ha bisogno di un’alleanza con la famiglia, alla quale spetta il compito di far cogliere il vero significato della
vita che non si qualifica nel possesso e nel consumo, ma va potenziata attraverso l’amore
di Cristo. La Chiesa deve accogliere in sé e costruire comunione con la famiglia, curandone una formazione continua ispirata ai valori cristiani. Ciò che occorre è costruire un sistema relazionale dove scuola, famiglia, chiesa, realtà associative, siano connessi in maniera
significativa poiché solo attraverso un impegno sinergico ispirato dall’amore come disponibilità a cooperare e accompagnati dall’umile consapevolezza della condivisione di un comune destino, si può sviluppare un sentimento di solidarietà e di coappartenenza necessari a fronteggiare la problematica complessità del nostro tempo.
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Vita Diocesana
Nuova Stagione
5 luglio 2015 • 5
Il Cardinale Sepe ha consegnato i riconoscimenti del Premio san Gennaro, giunto alla decima edizione
Eccellenza, professionalità e impegno
Premiati Francesco Pinto, Sergio Sciarelli e Marco Salvatore
Traguardo importante per il “Premio
San Gennaro” giunto alla X edizione.
Promosso dal Comitato Diocesano San
Gennaro “Guardia d’Onore alla Cripta”, il
premio vuole essere un riconoscimento
per quei napoletani che, nel campo culturale, artistico e del lavoro, contribuiscono
a valorizzare la nostra città e la nostra regione in Italia e nel mondo.
La premiazione si è tenuta sabato 27
giugno presso il Seminario Maggiore
“Alessio Ascalesi”, dove, ad accogliere gli
invitati, vi era l’On. Gennaro Alfano,
Presidente del Comitato, che, con la sua
solita passione, ha salutato tutti i presenti per, poi, spendere due parole sul premio: «Vi sono stati anni un cui i nostri antenati dovevano emigrare in paesi lontani
per esprimere al meglio le loro capacità.
Oggi, però, il nostro talento è riconosciuto e richiesto ovunque. E sono queste persone che donano prestigio e al contempo
ottimismo a Napoli che noi vogliamo premiare e ringraziare ogni anno».
La giuria, presieduta dall’Arcivescovo
Crescenzio Sepe, ha scelto quest’anno tre
figure di alto profilo che hanno saputo
sintetizzare nella loro attività professionale anche una grande vocazione artistica e culturale: lo scienziato Marco
Salvatore, fondatore del Servizio di
Medicina
Nucleare
dell’Istituto
Nazionale Tumori di Napoli “Fondazione
Pascale” e direttore per oltre quindici anni del Dipartimento di Diagnostica per
immagini del Policlinico federiciano, da
sempre impegnato nella divulgazione
scientifica (in particolare con il grande
successo televisivo del programma
Foto: Pino Capuozzo
Explora “La Tv delle Scienze” che ha prodotto in diversi canali Rai oltre 300 puntate con 600 scienziati e ricercatori) e nella
formazione dei giovani, e da ultimo fondatore del “Sabato delle Idee”, il pensatoio
progettuale che dal 2009 ha messo in rete
dieci prestigiose istituzioni scientifiche,
culturali ed accademiche di rilievo nazionale; Francesco Pinto, da quasi quarant’anni tra le menti più brillanti della
produzione televisiva del servizio pubblico italiano, già direttore di Rai 3 (dove ha
fondato seguitissime ed indimenticate
produzioni come Sfide, Blu Notte,
Novecento, Alle falde del Kilimangiaro o
la Melevisione) ed attualmente direttore
del Centro di Produzione Rai di Napoli
dove si realizza da quasi vent’anni “Un posto al sole”, la prima soap opera tutta napoletana; Sergio Sciarelli, professore di
Economia di Gestione delle imprese in alcune delle più prestigiose università italiane, da decenni coordinatore scientifico
di gruppi di ricercatori impegnati in lavori sull’industria e sull’imprenditoria meridionale, sulla portualità, sul turismo e sulla responsabilità sociale delle imprese,
ma soprattutto uomo di multiforme impegno culturale che ha ricoperto incarichi
di grande prestigio, dalla presidenza del
Teatro Stabile di Napoli a quella
dell’Accademia di Belle Arti.
Francesco Pinto è stato il primo a ricevere il premio. numerose sono state le oc-
casioni in cui ha raccolto, tramite programmi come Made in Sud, grandi somme da donare in beneficenza ad associazioni che si occupano di bambini bisognosi sul territorio. «Non dobbiamo mai
dimenticare che questa città ci è stata data in prestito», ha detto Pinto prima di
passare la parola a Marco Salvatore che si
è distinto negli anni per i suoi sviluppi nel
campo della ricerca oncologica. Onorato
di poter ricevere il Premio e poterlo condividere con tutti gli amici presenti, ha
ringraziato il Cardinale Crescenzio Sepe,
presente alla celebrazione, per il suo operato. Premiato, infine, Sergio Sciarelli,
Presidente della Fondazione “In nome
della vita” promossa dal Cardinale Sepe.
Sciarelli, da buon studioso e docente, ha
spiegato come abbia trovato uno schema
attraverso il quale poter analizzare la propria vita, scissa in quattro stagioni, ognuna con un particolare obiettivo. Dopo
aver portato a termine percorsi quali studi, lavoro e famiglia, ha, così, deciso fosse
giusto dedicarsi al volontariato.
Alla fine il Cardinale Sepe ha spiegato
come il Premio San Gennaro esista per
valorizzare e dare risalto a quella napoletaneità che ci caratterizza davvero per ciò
che siamo, «Le testimonianza dei premiati ci offrono grandi esempi di forza e coraggio. Ognuno di loro, nel proprio campo, ha voluto aprirsi al nostro mondo, alla realtà del sociale – ha concluso - voi siete delle luci in questa realtà fitta di ombre
e poiché fu Gesù a dire che le lampade devono essere poste in alto, noi non possiamo esimerci dal farlo».
Michele Maria Serrapica
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6 • 5 luglio 2015
Vita Diocesana
Nuova Stagione
Seminare, raccogliere, pazientare
Spunti di riflessione di fine anno pastorale
di Giuseppe Costagliola*
Chi di noi dopo il lavoro per coltivare il campo dove ha
seminato non si aspetta, in genere, di raccogliere con abbondanza? Certo, ognuno mette in conto qualche temporale, ma la fiducia di poter vedere i frutti è tanta!
Questa metafora agricola mi è sembrata molto calzante per tanti di noi, soprattutto alla fine di un altro anno di
impegno nell’opera educativa e nell’apostolato: tanta fatica, tanto amore e sacrificio fatto per aiutare ragazzi,
giovani e famiglie a crescere, basandosi sui valori che
contano e che si ispirano alla vita e all’esempio di Gesù,
possono essere vanificati in pochissimo tempo dagli stili
di vita ispirati dalla pubblicità, dalle mode del momento,
da nuove e potenti tecnologie usate senza nessun limite,
dai tanti segni di una società che di umano sembra avere
sempre meno. Queste cose influiscono e condizionano
come una potente dittatura e, quel che è peggio, c’è il rischio che a questa dittatura si possa fare l’abitudine oppure che ci si lasci andare alla tentazione della resa e dell’abbandono della nave.
Per esempio, si impiegano anni per suscitare nei ragazzi il desiderio di conoscere e incontrare Gesù, recuperando anche le carenze di chi è venuto meno al proprio
dovere di educatore cristiano, ma ecco poi che i regali
sproporzionati, la festa all’insegna dello spreco, le anteprime col fotografo, sono in agguato, come la pioggia di
primavera. E ancora, da un lato il matrimonio sacramento visto e presentato nei percorsi di preparazione come
segno dell’amore fedele e indissolubile di Gesù per la sua
Chiesa, dall’altro alla vigilia del Sacramento stesso, la
pratica dell’addio al celibato e al nubilato con festeggiamenti il cui clima lascia veramente sconcertati.
Si pensi anche all’Oratorio, come palestra di accoglienza, amore, amicizia, solidarietà, rispetto delle regole, sana competizione e divertimento; ma di contro i modelli di comportamento dei ragazzi che girano su facebook e sugli smartphone sono altri; il fascino del facile
guadagno con le scommesse più o meno lecite ormai diffusissime; la presa in giro degli altri fino a veri e propri atteggiamenti da stalker per scaricare la tanta rabbia magari per le situazioni a casa.
Tutto ciò sta lì a rovinare i germogli ma, soprattutto,
ad inquinare sempre più il terreno, fino alle falde acquifere, come nella Terra dei Fuochi. D’altra parte come possono i nostri ragazzi connettersi con i veri valori se la so-
Vittime Espiatrici
di Gesù Sacramentato
La Peregrinatio
di Santa Maria
Cristina Brando
cietà degli adulti, a partire dalla famiglia, rischia di essere sempre più disconnessa da loro, perché magari connessa a chattare come eterni adolescenti.
Con questi pensieri, mentre cadeva giù l’ennesima
grandinata accompagnata dalla preoccupazione di altri
danni anche al mio piccolo orticello, alla mente sono affiorati alcuni ricordi evangelici: «Un seminatore uscì a seminare…» e conoscete il seguito!
Proprio così: non c’è seminagione che non verrà insidiata e, talvolta, vanificata; ma altrettanto non vi è dubbio che il seme ha trovato e troverà anche terra buona dove «portare il trenta, il sessanta, il cento per uno». Anche
perché, come ci ricorda Gesù nel Vangelo «il contadino,
di notte o di giorno, dorma o vegli, il seme germoglia e cresce». Deve solo coltivare la sua tradizionale pazienza. E a
quanti di noi talvolta sperimentano come vere le parole
di Pietro, «abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo
preso nulla», viene chiesto di completare la frase, dicendo con fiducia «ma sulla tua parola getterò le reti». E la pesca è assicurata. Parola di Dio!
+Parroco Santa Maria delle Grazie a Capodimonte
Festa di San Camillo
Nel 60° dell’Ospedale Santa Maria della Pietà a Casoria
Il programma delle celebrazioni
Lunedì 6 luglio
– Ore 18.30 - Santa Messa presieduta da don
Pasquale Fioretti.
Martedì 7 luglio
– Ore 18.30 - Santa Messa presieduta da don
Antonio Pacillo.
Mercoledì 8 luglio
Una delegazione dell’ospwedale si recherà a
Roma per prendere la Reliquia del Cuore di San
Camillo
– Ore 17.30 - Canto del Vespro presso le Suore
Catechiste del Sacro Cuore alla presenza della
Relquia.
– Ore 18.30 - Santa Messa presieduta da don
Giovanni del Prete, cappellano dell’Ospedale di
Frattamaggiore.
Domenica 5 luglio, alle ore 11, nella chiesa delle Vittime
Espiatrici di Gesù Sacramentato, a Casoria, il Cardinale
Crescenzio Sepe presiede la Solenne Concelebrazione
Eucaristica al termine della “Peregrinatio” di Santa Maria
Cristina Brando.
Le Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato, per tale
importante occasione, invitano tutti i fedeli a non far mancare la propria presenza soprattutto per celebrare insieme ma anche per una foto ricordo con l’Arcivescovo e ricevere una preziosa reliquia di Santa Maria Cristina.
Carla Di Meo
Superiora Generale
Giovedì 9 luglio
– Ore 13.30 - Riflessioni per il personale
dell’Ospedale. “Con lo sguardo di Cristo nel mndo della sofferenza”, tenuta da don Leonardo
Zeccolella, direttore Ufficio diocesano per la pastorale della salute.
– Ore 18.30 - Raduno dei fedeli all’ingresso dell’ospadale e accoglienza della reliquia.
– Ore 19 - Santa Messa presieduta da padre
Laurent
Zoungrana,
Vicario
Generale
dellOrdine Camilliano.
Venerdì 10 luglio
– Ore 13.30 - Riflessioni per il personale
dell’Ospedale. “Con lo sguardo di Cristo nel mndo della sofferenza”, tenuta da don Leonardo
Zeccolella, direttore Ufficio diocesano per la pastorale della salute.
– Ore 19 - Santa Messa presieduta da padre
Rosario Maurielo, Superiore Provinciale dei
Padri Camilliani.
Saranno celebrati i Gubilei di padre Vincenzo
Ruggiero, nel 50° di sacerdozio e suor Ernesta
Iavarone, nel 50° di consacrazione religiosa tra le
Figlie di San Camillo.
Sabato 11 luglio
Vigilia della festa, giornata di preghiera per gli
ammalati e operatori sanitari.
– Ore 13 - Riflessioni per il personale
dell’Ospedale tenuta da padre Rosario Messina.
– Ore 18 - Trasferimento della reliquia a
Fratamaggiore
– Ore 18.30 - Nell’ospedale di Frattamaggiore,
Santa Messa presieduta dal camilliano padre
Alfredo Tortorella.
– Ore 19 - Santa Messa presieduta da S. E. Mons.
Lucio Lemmo, Vescovo Ausiliare di Napoli.
Domenica 12 luglio
Festa di San Camillo
– Ore 9 - Santa Messa presieduta da padre Rosario
Messina, camilliano.
– Ore 10.15 - La reliquia del cuore di San Camilo
visiterà il Madrinato San Placido delle suore
Vincenziane di Casoria.
– Ore 10.45 - Santa Messa presieduta da S. E.
Mons. Vincenzo Pelvi, Arcivescovo di FoggiaBovino. Parteciperanno gli anziani e gli ammalati del Madrinato e il volontariato vincenziano.
– Ore 18.30 - La reliquia del cuore di San Camillo
sarà portato dlla chiesa al piazzale dell’ospedale.
– Ore 19 - Solenne Concelebrazione Eucaristica
presieduta dal Cardinalew Crescenzio Sepe.
Animeranno i canti le Suore Vittime Espiatyrici
Eucaristiche.
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Vita Diocesana
Nuova Stagione
5 luglio 2015 • 7
Riflessione a margine della Lettera del Cardinale Crescenzio Sepe
alla Chiesa di Napoli, per l’anno 20l5-l6, dal titolo “Dar da bere agli assetati”
L’acqua come misericordia
di Francesco Paolo Casavola
Negli ultimi due anni sono usciti per editori e studiosi napoletani, due libri, uno di
Carlo Iannello, “Il diritto all’acqua”, il secondo di Maurizio Iaccarino, “Un mondo
assetato”, entrambi della Editoriale scientifica. Libri di diritto e di scienza, ma quanti
li hanno letti e discussi sono stati quasi posti in attesa di ascoltare, su un tema cosi carico di destino per l’umanità del nostro tempo, la voce della religione.
E questa è venuta con la Lettera
Enciclica “Laudato si”, di Papa Francesco,
che ha un paragrafo del capitolo primo con
il titolo “La questione dell’acqua”, e quasi
contemporaneamente con la Lettera
Pastorale “Dar da bere agli assetati. Sete di
Dio e di umanità”, del nostro Arcivescovo, il
Cardinale Crescenzio Sepe.
Riserviamo a questa alcune rifilessioni.
Per merito di Papa Francesco quello che
tanti tra noi hanno sempre pensato, che l’annuncio di Cristo e la misericordia di Dio,
può essere da tutti professato come la massima verità della nostra fede. Questo sentimento di Dio verso le sue creature, si replica nella storia umana con gli atti di misericordia corporale e spirituale. Negli uni e negli altri realizziamo reciprocamente, nelle
nostre vite, il grande comandamento del
Signore “Amatevi come io vi ho amato”.
Il nostro Arcivescovo si è ispirato al dipinto del Caravaggio sulle sette opere di misericordia corporale, ha dedicato l’anno decorso a dar da mangiare agli affamati e, quest’anno, agli assetati. Non dimentichiamo
che oltre queste due vengono vestire gli
ignudi, alloggiare i forestieri, visitare gli infermi e i carcerati, seppellire i morti, senza
dimenticare le sette opere di misericordia
spirituale: consigliare i dubbiosi, istruire gli
ignoranti, ammonire i peccatori, consolare
gli afflitti, perdonare le offese, sopportare le
persone moleste, pregare Dio per i vivi e per
i morti. Chi praticherà misericordia, riceverà misericordia. Questo è il quadro della
vita umana per cui preghiamo nel Pater noster: «et dimitte nobis debita nostra sicut et
nos dimittimus debitoribus nostris».
È come una gara di misericordia tra Dio
e gli uomini, tutti l’un verso l’altro. Se confrontiamo questa visione meravigliosa della
vita con la realtà che quotidianamente sperimentiamo, la delusione è cocente. Il nostro Arcivescovo ha ragione di vedere
Napoli come il deserto descritto nella
Bibbia, terra arida e desolata. Malgrado la
città in cui abitiamo sia provveduta di acqua
più di altre, la sete di cui soffriamo, come il
sottotitolo della lettera dell’Arcivescovo suggerisce, è sete di Dio e di Umanità.
E allora l’acqua diventa simbolo di tutte
le nostre relazioni, a cominciare da quella
con Dio per continuare all’infinito con le altre, tra marito e moglie, genitori e figli, fratelli e parenti, compagni di scuola e di lavoro, soci in affari, concittadini, poveri e ricchi, sani e malati, analfabeti e intellettuali,
amici e nemici. Anzi proprio perdono e misericordia verso chi ci è nemico sono la forma più alta di questa virtù cristiana.
Senza la silenziosa invasione della società ad opera dei cristiani, credete che saremmo qui a parlare di acqua agli assetati?
Separazioni di culture, di lingue, di popoli,
di ceti e di classi avrebbero demolito la pace
imperiale romana, peraltro garantita dalla
forza militare soccombente dinanzi all’ingresso dei barbari.
La civilizzazione occidentale è stata sì
considerata civiltà bellica, ma non sarebbe
sopravvissuta a se stessa se non fosse stata,
in ogni sua particella, costantemente richiamata alla misericordia di Dio. Gesù stesso
chiese, per rivelare la sua missione, di dissetarsi. La Lettera del Cardinale Sepe non poteva non accennarvi. Giovanni, nel suo
Vangelo, (4. 8-26) racconta di quando Gesù,
stanco di camminare, attraversando la
Samaria, per andare in Galilea, si fermò se-
dendo sul pozzo che il Patriarca Giacobbe
aveva dato a suo figlio Giuseppe.
A una donna che veniva a prendere acqua
a quel pozzo Gesù dice: «Dammi un po’ d’acqua da bere». Ma la donna gli obietta che proprio un uomo che viene dalla Giudea chiede
da bere ad una samaritana.
Ecco il primo ostacolo, la diversità dell’appartenenza di gruppo, nazione, popolo,
tribù, razza. Gesù così replica: «Tu non sai
chi è che ti ha chiesto da bere e non sai che cosa Dio può darti per mezzo di lui. Se tu lo sapessi, saresti tu a chiederglielo ed egli ti darebbe acquaviva».
Il primo insegnamento è, dunque, quello
di non chiedersi chi sia chi ci chiede di dissetarlo e di avere fede che anche il più anonimo e sconosciuto può essere strumento
della gratitudine di Dio verso il nostro gesto
di umana solidarietà. Ma la samaritana è ancora chiusa nei sospetti della sua razionalità
e continua a controproporre i suoi dubbi:
«Signore, tu non hai un secchio e il pozzo è
profondo. Dove la prendi l’acqua viva? Non
sei mica più grande di Giacobbe, nostro padre, che usò questo pozzo per sè, per i suoi figlie e per le sue bestie, e poi lo lasciò a noi!».
Lo sconosciuto non è credibile quando
vanta di poter essere egli a donare acqua viva, perché tecnicamente sprovveduto, privo
del secchio, e perchè non può certo confrontarsi con il patriarca Giacobbe. Gesù con pazienza non interrompe il filo della conversazione: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di
nuovo sete. Invece, se uno beve dell’acqua che
io gli darò, non avrà mai più sete: l’acqua che
io gli darò diventerà in lui una sorgente per l’eternità».
La donna non ha ancora capito chi possa essere il suo interlocutore, ma intravede
il suo utile in quel che le dice: «Signore, dammela quest’acqua, così non avrò più sete e
non dovrò più venire qui a prendere acqua».
La samaritana comincia a immaginare che
lo sconosciuto possa essere un profeta
quando si sente smentire la propria menzogna di non avere marito, mentre ne ha avuti
cinque, e poi ascolta in che cosa i samaritani adorano Dio senza conoscerlo, diversamente dai Giudei che lo adorano e lo conoscono.
È venuto il momento che tutti gli uomini conoscano Dio e chi lo adora deve lasciarsi guidare dallo Spirito e dalla verità di
Dio. La donna espone quel che sa: «So che
deve venire un Messia, cioè il Cristo, inviato
di Dio. Quando verrà ci spiegherà ogni cosa».
E Gesù si rivela: «Sono io il Messia, io che
parlo con te». Quel dar da bere agli assetati
si conclude con la gloria del manifestarsi di
Gesù, venuto a redimere il mondo degli uomini nella sua interezza e nella sua durata
storica.
E allora, letta la Lettera del nostro
Pastore, come potremmo ritrarci dal compiere quest’atto di misericordia che ci pone
faccia e faccia con il Redentore? La manifestazione di Cristo sopravanza qualsiasi bene che gli chiedessimo in ricambio della nostra misericordia.
Vivere, avendo incontrato Lui, ci rende
Suoi compagni nel cammino di redenzione,
via per via, casa per casa, nazione per nazione.
Primo Decanato
Chiesa in uscita
Nella basilica di San Giovanni Maggiore, il terzo Convegno decanale
Un Convegno un po’ particolare, quello di quest’anno per le Comunità del Primo
Decanato, per favorire sempre più una “chiesa in uscita”, secondo le indicazioni di Papa
Francesco e quelle del nostro Arcivescovo, il Cardinale Crescenzio Sepe.
Questo quanto promosso, lo scorso 25 e 26 giugno, nella basilica di San Giovanni
Maggiore.
Certo, a fine anno è sempre necessario verificarsi, riflettere sull’azione che le parrocchie propongono e interrogarsi sulle prospettive future, ma si voleva soprattutto, ha rimarcato il decano don Lello Ponticelli, «festeggiare ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione» (EG 24), soprattutto grazie ai giovani, laici e consacrati che hanno raccontato la propria esperienza alla luce della fede attraverso un linguaggio dinamico, fresco e concreto.
Nella prima serata, infatti, i protagonisti sono stati proprio alcuni ragazzi e giovani
con il linguaggio della musica e delle testimonianze. Hanno aperto la festa, come ospiti
di onore, i ragazzi della neonata “Banda Musicale del Primo Decanato”, che ha sede nella parrocchia di Santa Caterina a Formiello, ha come referente don Carmine Amore, ed
è diretta dal maestro Trio dell’isola di Procida.
Frutto di un importante progetto fortemente voluto dal Cardinale Sepe e sostenuto
dalla Regione Campania, la “Banda Musicale” ha consentito a diversi ragazzi, non solo
di conoscere ed imparare uno strumento, ma anche di inserirsi in un importante percorso educativo e formativo. Dopo alcuni pezzi, incoraggiati da tanti e fragorosi applausi,
il messaggio ha continuato il suo cammino attraverso canzoni e testimonianze di giovani solisti e gruppi di alcune parrocchie del Decanato, compresa una numerosa delegazione di procidani.
Tra le testimonianze molto significative anche quella di Donata, ragazza tedesca volontaria dell’associazione “Punto Cuore” presente a Procida; quella di Mario, ex alcolista, ospite del dormitorio comunale di Napoli, che ha raccontato la sua vittoria sulla dipendenza dall’alcol; quella delle due universitarie procidane, Lisa e Cristina, che hanno
fatto una esperienza missionaria in Africa e hanno già promosso la realizzazione di un
pozzo in Uganda.
Allegri ed entusiasti i ragazzi della parrocchia di Sant’Anna alle Paludi, con un inno
del loro cammino di post-comunione, come anche i giovani del Gruppo Cresima della
parrocchia dell’Annunziata Maggiore: animati dal parroco don Luigi Calemme, hanno
testimoniato con canzoni e un video filmato il loro percorso di fede. La festa non ha trascurato l’anno della vita consacrata e così c’è stato anche la bella testimonianza di fra
Pio, responsabile della Mensa di Santa Chiara e di due sorelle Clarisse con l’invio via facebook di un breve video con la loro testimonianza.
Nella seconda serata, invece, spazio ai laboratori: gli Operatori Pastorali presenti, divisi in piccoli gruppi, hanno riflettuto e dato alcuni spunti programmatici secondo i diversi ambiti promossi in particolare dal Primo Decanato, in consonanza con la nuova
Lettera Pastorale del Cardinale Sepe “Dar da bere agli assetati”.
Al termine del Convegno, un finale insolito a significare il cammino fatto e quello da
farsi, proprio all’insegna delle indicazioni dell’Arcivescovo: un gruppo di Operatori
Pastorali laici e consacrati, insieme al decano e con la guida di Luigi, della Comunità di
Sant’Egidio, si sono recati in piazza Garibaldi per consegnare la cena agli amici senza
fissa dimora della Stazione Centrale.
Antonio Salamandra
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Speciale
8 • 5 luglio 2015
Nuova Stagione
Con l’enciclica «Laudato si’», in 6 capitoli e 246 paragrafi, Papa Francesco, nella prospettiva
la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale», a partire dalle «dr
Prendiamoci “cura d
di Tonino Pal
«Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma
quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista». Lo diceva il “santo” vescovo dei
poveri in Brasile,
Dom Hèlder
Camara.
Mi sono tornate in mente queste parole all’indomani della presentazione
dell’enciclica «Laudato Si’. Enciclica
sulla cura della casa comune» di Papa
Francesco. Penso che con questo
Documento è finita la stagione della totale e diffusa simpatia per Papa
Francesco. Ora vengono fuori i nemici
del Papa, della chiesa e senza dubbio
dell’etica cristiana.
Questa enciclica più di ogni altro tema teologico-confessionale, pretende
una risposta di campo e cioè chiede a
credenti e non da che parte stiamo, ma
soprattutto ci induce verso una impossibilità di poter servire due padroni: il
mercato edonistico che propone uno
sviluppo senza fine e la priorità verso la
giustizia considerando ogni creatura
degna della figliolanza di Dio.
Insomma, un antropocentrismo che ripropone il tema della vita come fine e
mai come mezzo.
Un’enciclica che parla anche di ambiente. Anzi, Papa Francesco sembra
utilizzare l’ecologia come un “pretesto
letterario” per raccontare tutta un’altra storia. Egli racconta l’economia, la
politica, gli stili di vita, la crisi, soprattutto racconta una visione antropologica che mette al centro della creazione l’uomo ma non come pre-potente
che governa ma creatura che con libertà e responsabilità amministra ciò
che viene dal Creatore per bene di tutti
avendo a disposizione una “casa comune”: la creazione.
Dicevo della diminuita simpatia nei
confronti del Papa. Bergoglio non è un
miope ambientalista. La sua visione di
Dio e della vita gli determina una forte
denuncia per il controsenso di quanti
considerano l’uomo come il «cancro»
del pianeta.
È cancro quando vuole assimilare
alla sua patologia di morte la stessa
creazione e la vita degli altri esseri viventi. Da una parte combattono strenuamente la manipolazione genetica
delle sementi e si battono contro la sperimentazione sugli animali. Ma al tempo stesso giustificano l’aborto, la sperimentazione e la manipolazione genetica sugli embrioni umani vivi, interessandosi magari moltissimo delle varie
specie animali, soprattutto quelle in
estinzione e poi non una parola sui migranti, dei profughi, di chi muore di fame e di sete.
Ha scritto bene Gianni Valente su
Vatican Insider: «La Laudato si’ di
Papa Francesco non è “soltanto”
un’Enciclica ecologica.
Seguendo il filo verde della questione ambientale fin nei suoi risvolti più
capillari, il vescovo di Roma in realtà
disegna una critica globale e incalzante al sistema di sviluppo che avvolge
l’umanità e il mondo e sembra spingerli contro gli scogli dell’auto-annientamento.
L’emergenza ecologica è il volto
odierno della questione sociale. Il ricettacolo dove si ritrova traccia di tutte le infezioni che tormentano i popoli
e le nazioni».
Uno sguardo all’Enciclica
Punto di partenza dell’Enciclica potrebbe essere la constatazione dalla
quale il Papa parte dicendo che la terra, nostra casa comune, «protesta per
il male che provochiamo a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni
che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla» (n.2). Serve una «conversione ecologica». La salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta
dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali di
un’economia che persegue soltanto il
profitto.
L’enciclica «Laudato si’» è composta da 246 paragrafi divisi in sei capitoli, diventando perciò un nuovo contributo alla dottrina sociale della Chiesa.
Nel testo, il vescovo di Roma ricorda il contributo del «caro Patriarca
Ecumenico Bartolomeo», del suo invito «alla necessità che ognuno si penta
del proprio modo di maltrattare il pianeta». San Francesco è il modello dal
quale si evince come siano «inseparabili la preoccupazione per la natura, la
giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace inte riore».
Francesco rivolge un appello alla «solidarietà universale», per «unire tutta la
famiglia umana nella ricerca di uno
sviluppo sostenibile e integrale».
Lo schema e lo stile dell’Enciclica risente quella dimensione cara alla chiesa del Concilio e precisamente la chiesa animata da Giovanni XXII quando
utilizzava lo schema del “vedere giudicare e agire” per descrivere la questione planetaria della guerra e perciò della necessità della pace.
Il Documento in questione redatto
da Papa Francesco parte da una acuta e
spietata constatazione fenomenologica del pianeta terra e del cuore umano.
Capitolo primo:
Quello che sta accadendo
alla nostra casa (17-61)
Il Papa affronta il tema dell’inquinamento: gli inquinanti atmosferici che
«provocano milioni di morti premature» (20) in particolare tra i più poveri;
quello causato dai fumi dell’industria e
dalle discariche, i pesticidi, l’inquinamento prodotto dai rifiuti. «La terra,
nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia» (21).
Tali affermazioni sono supportate
secondo il Papa da «un consenso scientifico molto consistente che indica che
siamo in presenza di un preoccupante
riscaldamento del sistema climatico»
(23), dovuto per la maggior parte alla
grande concentrazione di gas serra.
L’umanità deve «prendere coscienza
della necessità di cambiamenti di stili
di vita, di produzione e di consumo,
per combattere questo riscaldamento». «Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di
anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente» (26).
Francesco affronta quindi la questione dell’esaurimento delle risorse
naturali e dell’«impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei
Paesi più sviluppati». Tra i luoghi che richiedono «una cura particolare, a motivo della loro enorme importanza per l’ecosistema mondiale», Francesco menziona «quei polmoni del
pianeta colmi di biodiversità che sono
l’Amazzonia e il bacino fluviale del Congo, o le
grandi falde acquifere e i ghiacciai». Invita a
non «ignorare gli enormi interessi economici
internazionali che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali».
La soluzione, afferma il Papa con “dolore”
e “severità” non passa attraverso la «riduzione
della natalità», che si vuole ottenere anche con
«pressioni internazionali su i Paesi in via di sviluppo». Esiste un vero «debito ecologico» tra il
Nord e il Sud: «Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra»
51. «È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito» (52) ecologico, «limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando
risorse ai Paesi più bisognosi» (ibidem).
Queste situazioni richiedono un cambiamento di rotta, un «sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione
degli ecosistemi» (53).
Il Papa prende atto che anche su temi così
evidenti per la loro situazione catastrofica, se
non addirittura da considerare come vere e
proprie strutture di peccato, prende atto che
c’è diversità di opinioni sulla situazione e sulle possibili soluzioni. Ricorda due estremi: chi
sostiene che «i problemi ecologici si risolveranno semplicemente con nuove applicazioni
tecniche, senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo».
E chi ritiene «che la specie umana, con qualunque suo intervento, può essere solo una minaccia e compromettere l’ecosistema mondiale, per cui conviene ridurre la sua presenza sul
pianeta». La Chiesa su molte questioni concrete «non ha motivo di proporre una parola definitiva», «basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» (61).
Capitolo secondo:
Il Vangelo della creazione
(62-100)
Nel secondo capitolo, la dimensione fenomenologica del “vedere” si sottopone a quella
del “giudicare”, nel senso che orienta un giudizio autentico e vero, alla luce della Parola di
Dio. La Bibbia, ovviamente non ha risposte
precostituite ma contiene tutta la “sapienza”
necessaria per stabilire ciò che è vero, giusto e
vitale per ogni creatura e per la stessa creazione. Infatti, Francesco invita a considerare l’insegnamento biblico sulla creazione e ricorda
che «la scienza e la religione, che forniscono
approcci diversi alla realtà, possono entrare in
un dialogo intenso e produttivo per entrambe»(62) e che per risolvere i problemi è «necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze
culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla
vita interiore e alla spiritualità» (63). La Bibbia
«insegna che ogni essere umano è creato per
amore, fatto ad immagine e somiglianza di
Dio» (65) «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data» (67), scrive Francesco,
affermando che l’invito a «soggiogare la terra»
id contenuto nel Libro della Genesi non significa favorire lo «sfruttamento selvaggio» della
natura. Siamo chiamati «a riconoscere che
ogni «creatura è oggetto della tenerezza del
Padre, che le assegna un posto nel mondo»
(77). L’azione della Chiesa non solo cerca di ricordare il dovere di prendersi cura della natura, ma al tempo stesso «deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di sé
stesso».
Francesco torna e tornerà di continuo su
questa forma di schizofrenia, tipica delle nostre società, soprattutto quelle che si ritengono evolute ed emancipate tecnologicamente e
cioè constatare chi lotta «per le altre specie»
ma non agisce allo stesso modo «per difendere la pari dignità tra gli esseri umani». «È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico
di animali a rischio di estinzione, ma rimane
del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non
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Speciale
Nuova Stagione
5 luglio 2015 • 9
ttiva di una “ecologia integrale”, disegna un vero e proprio manifesto-appello per «unire tutta
e «drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo»
a della casa comune”
no Palmese *
gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della
lotta per l’ambiente» (91).
Capitolo terzo: la radice umana
della crisi ecologica
Nel terzo capitolo dell’enciclica «Laudato
si’» il Papa sottolinea la «radice umana» della
crisi ecologica, concentrandosi sul «paradigma tecnocratico dominante». Scienza e
Tecnologia «sono un prodotto meraviglioso
della creatività umana», ma non possiamo
«ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro
stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo
acquisito ci offrono un tremendo potere»
(104).
Se questa è la situazione è necessario perciò che la cultura ecologica «dovrebbe essere
uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita
e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma
tecnocratico» (111). «Ciò che sta accadendo ci
pone di fronte all’urgenza di procedere in una
coraggiosa rivoluzione culturale... Nessuno
vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare
la realtà in un altro modo» (114).
Qui il Papa torna con chiarezza sulla
Tradizione e sulla morale della Chiesa
Cattolica. Un Magistero che non svende i valori eterni della dignità della vita per la sola questione ecologica. Questa è parresia. «Quando
non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una
persona con disabilità – per fare solo alcuni
esempi –, difficilmente si sapranno ascoltare le
grida della natura stessa. Tutto è connesso»
(117). E non è «neppure compatibile la difesa
della natura con la giustificazione dell’aborto»
(120). Se non ci sono verità oggettive e princìpi stabili, i programmi politici e le leggi non
possono bastare per «evitare i comportamenti
che colpiscono l’ambiente», perché «quando è
la cultura che si corrompe», le leggi verranno
intese solo come «imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare» (ibidem.)
È inoltre «preoccupante», secondo Papa
Francesco, «il fatto che alcuni movimenti ecologisti difendano l’integrità dell’ambiente, e
con ragione reclamino dei limiti alla ricerca
scientifica», ma allo stesso tempo giustifichino «esperimenti con embrioni umani vivi»
(136).
Francesco tratta poi della necessità di «difendere il lavoro» umano, che non va sostituito con il progresso tecnologico.
Capitolo quarto:
un’ecologia integrale
Nel quarto capitolo dell’enciclica il Papa
sottolinea e ribadisce l’importanza di un approccio integrale «per combattere la povertà»
e al contempo «prendersi cura della natura».
«L’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari,
lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa» . Il Papa parla di due
tipi di ecologia per evitare una visione parziale e contraddittoria della questione ambientale. Si tratta di: «ecologia sociale» ed «ecologia
culturale» (141).
Questa visione determina la possibilità di
poter parlare di ecologia umana, nel senso di
«apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità» e dunque «non è sano un
atteggiamento che pretenda di cancellare la
differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa». Sono i temi che in queste ultime settimane tornano nel Magistero di Papa
Francesco, dalle udienze alle visite nelle parrocchie e nelle diocesi. Dall’ecologia umana è
inseparabile la nozione di «bene comune» che
«presuppone il rispetto della persona umana
in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili», tenendo conto dello sviluppo dei
gruppi intermedi, a partire dalla famiglia.
Capitolo quinto: Alcune linee
di orientamenti e di azione
Nel capitolo quinto, Francesco definisce
«indispensabile un consenso mondiale che
porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare
forme rinnovabili e poco inquinanti di
energia» (164). Il Papa afferma che la
«tecnologia basata sui combustibili
fossili» deve «essere sostituita progressivamente senza indugio», osserva che
«la politica e l’ industria rispondono
con lentezza» (165) che i «vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni
non hanno risposto alle aspettative»
(166).
Papa Bergoglio ricorda che «la politica non deve sottomettersi all’economia» e questa non deve sottomettersi
alla tecnocrazia. A proposito della crisi
finanziaria afferma: «Il salvataggio ad
ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la
ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza» (189) che
potrà solo generare nuove crisi.
Francesco invita a «evitare una concezione magica del mercato, che tende a
pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti». Di fronte «alla crescita avida e irresponsabile
che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il
passo» (193), accettando «una certa
decrescita in alcune parti del mondo»,
procurando risorse perché si possa crescere in modo sano da altre parti.
Bergoglio osserva che «il principio della massimizzazione del profitto, che
tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia» (195).
Capitolo sesto: educazione
e spiritualità ecologica
Nell’ultimo capitolo dell’enciclica,
Francesco invita a puntare su un altro
stile di vita. Espressione questa assunta già da tempo da gruppi e diocesi per
sottolineare la concomitanza tra questione ascetica ed importanza pedagogica dell’accompagnamento verso stili
di vita che ci permettono di dialogare
con tutto, anche con la stessa creazione. Purtroppo, «l’ossessione per uno
stile di vita consumistico, soprattutto
quando solo pochi possono sostenerlo,
potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca» (204).
E’ chiaro che nessuno, ne tantomeno il Papa, possono considerare tale situazione come il frutto di un totale abbandono di custodia della creazione da
parte delle creature. Il Papa invita a
guardare anche al positivo che già esiste, e alla possibilità per gli uomini di
«r itornare a scegliere il bene».
Ricordando che un cambio negli stili di
vita può «esercitare una sana pressione
su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale» (206), come
«accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta
di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole
a considerare l’impatto ambientale e i
modelli di produzione» (ibidem).
Il Papa chiede una «una conversione ecologica», che riconosca il mondo
«come dono ricevuto dall’amore del
Padre». Tutto questo può andare sotto
il nome di sobrietà. Essa, va intesa non
tanto come una semplice rinuncia ne
tantomeno come una mancanza di entusiasmo e gioia nel poco che si può
avere. Il Papa esalta un principio caro
anche ad altre religioni, e cioè che «il
meno è di più» (222). Dal punto di vista
educativo mi spinge a credere che dice
bene il filosofo dell’educazione, Olivier
Reboul e cioè che il fine dell’educazione è: “tutto ciò che unisce e tutto ciò che
libera”.
Tale fine produce una sola cosa: la
gioia. La spiritualità cristiana «incoraggia uno stile di vita... capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo».
E «propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco» (ibidem). L’ecologia integrale richiede «un atteggiamento del cuore,
che vive tutto con serena attenzione»
(226). Francesco suggerisce ad esempio di «fermarsi a ringraziare Dio prima e dopo i pasti», invitando infine a
saper contemplare il mistero «in una
foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel
volto di un povero» (233). Qui è citato
in nota, per la prima volta in un’enciclica papale, il maestro spirituale islamico sufi Ali Al-Khawwas. A conclusione
della sua enciclica il Papa propone due
preghiere, una «per la nostra terra» e
un’altra «con il creato».
Una (prima) modesta
considerazione conclusiva:
il problema di Dio
è il problema dell’uomo
La problematica che si dovrà verificare alla luce di questa Enciclica consisterà, tra le tantissime sollecitazioni,
comprendere se ha ancora senso parlare prima ancora di natura e di umanità,
dello stesso Dio, della Sua connessione
con la vita della gente e del senso salvifico che può avere oggi.
Abbiamo urgente bisogno di comprendere il senso di questa crisi che vede la perdita di futuro. Tra le tante cause, non possiamo escludere la questione “infernale” della morte di Dio che ha
segnato, la fine dell’ottimismo teologico. «Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza
Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come <<il
centro assoluto della realtà, facendogli
così artificiosamente occupare il posto
di Dio e dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l’uomo.
(…) la cultura europea dà l’impressione di un’apostasia silenziosa da parte
dell’uomo sazio che vive come se Dio
non esistesse» (cf. Ecclesia in Europa,
n.10).
Dio morendo non ha lasciato solo
orfani. Sono spuntati anche degli eredi. Tre fenomeni culturali (e non solo),
hanno sostituto gli elementi teologici
della salvezza.
Essi sono stati: la scienza, l’utopia e
la rivoluzione. Umberto Galimberti, ha
più volte ribadito nelle sue ricerche che
questi tre elementi in forma laica e laicizzata, hanno consegnato quella visione ottimistica della storia dove appunto colpa, redenzione, salvezza trovavano la loro riformulazione in quell’omologa prospettiva dove il passato appare come male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso
(scientifico o sociologico) come salvezza.
I fatti non danno ragione a tale visione. Anzi.
* Vicario episcopale per la carità
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10 • 5 luglio 2015
Il 18 ottobre i genitori di
Santa Teresa di Lisieux
saranno canonizzati
Un faro
nella
compagnia
dei Santi
Grande gioia per l’annuncio di
Papa Francesco: il 18 ottobre i
genitori di Santa Teresa di
Lisieux, Luigi e Zelia Martin,
saranno canonizzati. La prima
coppia di Santi moderni,
innalzata agli onori degli altari
nel cuore del Sinodo sulla
famiglia. La famiglia avrà
finalmente un faro nella
compagnia dei Santi.
«Sono molto contento – ha
commentato padre Romano
Gambalunga, postulatore
generale dell’Ordine dei
Carmelitani Scalzi, che ha
seguito da vicino nei mesi scorsi
il cammino verso la
canonizzazione di Luigi e Zelia –
per questa notizia ora ufficiale e
molto grato a Papa Francesco
che ha voluto fortemente questa
canonizzazione, informandosi
poco più di un anno fa presso la
Congregazione delle Cause dei
Santi se ci fosse qualche
presunto miracolo di una coppia
da studiare, per poterla poi
presentare come modello e dare
concretezza a quanto il Sinodo
sulla famiglia andrà
delineando».
Luigi e Zelia Martin, dopo un
discernimento religioso, si sono
sposati il 13 luglio del 1858, a
mezzanotte a Notre Dame
d’Alençon. Dalla loro unione
nasceranno nove figli, quattro
volati in Cielo in tenera età. Tra
loro la piccola Teresa, Santa e
Dottore della Chiesa, maestra di
spiritualità. In casa Martin si
sperimenterà la felicità
dell’unione familiare, ma anche
il dolore per la perdita dei
bambini prima e per la morte di
Zelia dopo, avvenuta nel 1877,
quando Teresa aveva solo
quattro anni. Luigi vivrà il
tempo della vedovanza e anche
quello della malattia. Tutto è
impastato con il motto che da
sempre ha animato la loro
famiglia “Dio primo servito”.
«La santità è sempre qualcosa di
straordinario. Ma in questo caso
possiamo intravedere un
particolare segno della
Provvidenza, che invita la
Chiesa a comprendere e a
valorizzare la vocazione al
matrimonio e il ruolo della
famiglia» afferma don Silvio
Longobardi, custode della
Fraternità di Emmaus, realtà
ecclesiale che ha eretto la prima
Chiesa al mondo dedicata a
Luigi e Zelia Martin, vero
Santuario per tutte le famiglie.
Mariarosaria Petti
Attualità Ecclesiale
Nuova Stagione
La catechesi settimanale di Papa Francesco
Combattere la disgregazione
dell’amore coniugale
di Antonio Colasanto
«Lo svuotamento dell’amore coniugale
diffonde risentimento nelle relazioni. E spesso la disgregazione “frana” addosso ai figli»,
così Papa Francesco continuando un ciclo
di catechesi dedicate alla famiglia, in vista
del sinodo di ottobre, ha parlato delle ferite
che si aprono proprio all’interno della convivenza familiare. Quando cioè, nella famiglia stessa, ci si fa del male. La cosa più brutta.
Sappiamo bene che in nessuna storia famigliare mancano i momenti in cui l’intimità degli affetti più cari viene offesa dal
comportamento dei suoi membri. Parole e
azioni (e omissioni!) che, invece di esprimere amore, lo sottraggono o, peggio ancora, lo
mortificano. Quando queste ferite, che sono
ancora rimediabili, vengono trascurate, si
aggravano: si trasformano in prepotenza,
ostilità, disprezzo. E a quel punto possono
diventare lacerazioni profonde, che dividono marito e moglie, e inducono a cercare altrove comprensione, sostegno e consolazione. Ma spesso questi sostegni non pensano
al bene della famiglia.
Lo svuotamento dell’amore coniugale
diffonde risentimento nelle relazioni. E
spesso la disgregazione frana addosso ai figli.
Ecco, i figli. Vorrei soffermarmi un poco
– ha riflettuto il Papa – su questo punto.
Nonostante la nostra sensibilità apparentemente evoluta, e tutte le nostre raffinate
analisi psicologiche, mi domando se non ci
siamo anestetizzati anche rispetto alle ferite dell’anima dei bambini. Quanto più si cerca di compensare con regali e merendine,
tanto più si perde il senso delle ferite più dolorose e profonde dell’anima.
Parliamo molto di disturbi comportamentali, di salute psichica, di benessere del
bambino, di ansia dei genitori e dei figli. Ma
sappiamo ancora che cos’è una ferita dell’anima? Sentiamo il peso della montagna che
schiaccia l’anima di un bambino, nelle famiglie in cui ci si tratta male e ci si fa del male,
fino a spezzare il legame della fedeltà coniugale? Quale peso ha nelle nostre scelte – scelte sbagliate, per esempio – quanto peso ha
l’anima dei bambini? Quando gli adulti perdono la testa, quando ognuno pensa solo a
sé stesso, quando papà e mamma si fanno
del male, l’anima dei bambini soffre molto,
prova un senso di disperazione. E sono ferite che lasciano il segno per tutta la vita.
Nella famiglia, tutto è legato assieme:
quando la sua anima è ferita in qualche punto, l’infezione contagia tutti. Tante volte i
bambini si nascondono per piangere da soli.
Dobbiamo capire bene questo. Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature
sono carne della loro carne.
Se pensiamo alla durezza con cui Gesù
ammonisce gli adulti a non scandalizzare i
piccoli, possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità
di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana.
Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono
nella carne viva dei figli.
È vero, d’altra parte – ha ricordato Papa
Francesco – che ci sono casi in cui la separazione è inevitabile. A volte può diventare
persino moralmente necessaria, quando appunto si tratta di sottrarre il coniuge più debole, o i figli piccoli, alle ferite più gravi causate dalla prepotenza e dalla violenza, dall’avvilimento e dallo sfruttamento, dall’estraneità e dall’indifferenza.
Non mancano, grazie a Dio, coloro che,
sostenuti dalla fede e dall’amore per i figli,
testimoniano la loro fedeltà ad un legame
nel quale hanno creduto, per quanto appaia
impossibile farlo rivivere. Non tutti i separati, però, sentono questa vocazione.
Non tutti riconoscono, nella solitudine,
un appello del Signore rivolto a loro. Attorno
a noi troviamo diverse famiglie in situazioni
cosiddette irregolari, ma a me non piace
questa parola, e ci poniamo molti interrogativi. Come aiutarle? Come accompagnarle?
Come accompagnarle perché i bambini non
diventino ostaggi del papà o della mamma?
Chiediamo al Signore una fede grande, per
guardare la realtà con lo sguardo di Dio; e
una grande carità, per accostare le persone
con il suo cuore misericordioso.
Forte e fiero della sua vocazione
Una delle più dolorose pagine della storia italiana recente, a pochi giorni dalla fine del secondo conflitto mondiale, fu la barbara uccisione del quattordicenne Rolando Rivi. Un ragazzo che preferì morire per onorare e difendere la sua identità di seminarista. Per questo, il suo martirio per la fede rappresenta una lezione di esistenza
evangelica. All’odio dei suoi carnefici, infatti, rispose con la mitezza
dei martiri che, inermi, offrono la vita perdonando e pregando per i
loro persecutori.
Era quasi commosso il Cardinale Angelo Amato, Prefetto della
Congregazione delle Cause dei Santi, quando durante il rito di beatificazione del giovane Rivi, presieduto in rappresentanza di Papa
Francesco a Modena, ha raccontato i drammatici e ultimi giorni di
vita del nuovo Beato. Era troppo piccolo per avere nemici, erano gli
altri che lo consideravano un nemico. Per lui tutti erano fratelli e sorelle. Egli non seguiva una ideologia di sangue e di morte, ma professava il Vangelo della vita e della carità.
Nonostante fosse ancora un bambino, Rolando aveva già ben
compreso il messaggio del Vangelo: amare non solo i genitori e i fratelli, ma anche i nemici, fare del bene a chi lo odiava e benedire chi
lo malediceva. Celebrare il martirio del piccolo Rolando è anche una
occasione per gridare forte: mai più odio fratricida, perché il vero
cristiano non odia nessuno, non combatte nessuno, non fa male a
nessuno.
L’unica legge del cristiano è l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Infatti, le ideologie umane crollano, ma il Vangelo dell’amore
non tramonta mai perché è una buona notizia. Fin da piccolo
Rolando aveva un sogno: quello di diventare sacerdote. A undici an-
ni entrò in seminario e come si usava allora indossò la veste talare
che da quel giorno diventò la sua divisa. La portava con orgoglio. Era
il segno visibile del suo amore sconfinato a Gesù e della sua totale appartenenza alla Chiesa. Non si vergognava della sua piccola talare.
Ne era fiero, tanto che lo portava in seminario, in campagna, in casa. Era il suo tesoro da custodire gelosamente, era il distintivo della
sua scelta di vita, che tutti potevano vedere e capire.
A causa della guerra, molti consigliavano a Rolando di togliersi
la talare, perché era pericoloso indossarla, visto il clima di odio contro il clero. Davanti ai timori anche dei famigliari, Rolando rispondeva: «Non posso, non devo togliermi la veste. lo non ho paura, io sono orgoglioso di portarla. Non posso nascondermi. Io sono del
Signore».
Ma il 10 aprile del 1945, dei partigiani, imbottiti di odio e indottrinati a combattere il cristianesimo, catturarono Rolando. Il ragazzo venne spogliato, insultato e seviziato con percosse e cinghiate per
ottenere l’ammissione di una improbabile attività spionistica. Dopo
tre giorni di sequestro, con una procedura arbitraria e a insaputa dei
capi, il 13 aprile, il ragazzo fu prima barbaramente mutilato e poi assassinato con due colpi di pistola, una alla tempia sinistra e l’altro al
cuore.
Dal sacrificio di Rolando vengono quattro consegne per tutti noi:
perdono, fortezza, servizio e pace. In modo particolare, per tutti i
Seminaristi d’Italia e del mondo, per rimanere fedeli a Gesù, essere
fieri della propria vocazione sacerdotale e a testimoniarla con gioia,
serenità e carità.
Virgilio Frascino
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Città
Nuova Stagione
5 luglio 2015 • 11
Il Cardinale Crescenzio Sepe premia i finalisti del progetto sportivo Tutoring Arriap
Quel calcio di strada che piace alle parrocchie
di Giovanni Mauriello
È giunto al termine il torneo di calcio
a 5 diocesano di Napoli del progetto
Tutoring Arriapp. Per il secondo anno
consecutivo si realizza l’idea dello sport
con valenza sociale del cosiddetto calcio di strada, promosso dal cardinale
Sepe attraverso la Fondazione Fare
Chiesa in Città, il Vicariato Cultura e
l’Ufficio sport della Curia di piazza
Donnaregina, in collaborazione con il
Calcio Napoli, alcuni sponsor e con la
parte tecnica curata dal Centro
Sportivo Italiano di Napoli.
Il programma Tutoring consiste nella identificazione di campetti, messi a
disposizione dalle parrocchie, nei quali
i ragazzi iscritti possano accedere e giocare con amici di pari età. Promuovere
la disciplina sportiva più affermata nel
mondo è un modo per educare i giovani alle regole dello sport e poi della vita.
L’obiettivo è stato di facilitare la pratica
calcistica in tutte le sue forme, aumentando la quantità e la qualità del tempo
trascorso da ragazzi e ragazze a giocare
a calcio.
Il progetto ha portato sui campetti,
talvolta malridotti e disagiati della provincia napoletana, oltre duemilacinquecento ragazzini dagli 8 ai 14 anni,
suddivisi per categorie. Una ottantina
le parrocchie coinvolte, con tanti animatori e volontari, che hanno affiancato i piccoli atleti e gli organizzatori.
Al palazzetto dello sport di Cercola,
domenica scorsa si è svolta la giornata
conclusiva, con le attese finali, alla presenza del cardinale Crescenzio Sepe,
del vicario episcopale alla Cultura,
monsignor Adolfo Russo, di don
Rosario
Accardo,
responsabile
dell’Ufficio sport curiale e di Pasquale
Russiello, presidente dell’associazione
Arriap. Per il CSI Napoli c’erano il presidente territoriale Antonio Papa, il vice
Renato Mazzone, il responsabile della
commissione calcio Paolo Moxedano
con Pierluigi Parisi referente degli arbitri ed i giovani operatori di comitato.
Per il CSI nazionale è intervenuto
Salvatore Maturo, consigliere di presidenza a Roma, mentre il CSI Campania
è stato rappresentato dal vice presidente regionale, Enrico Pellino. Di fronte,
in campo, le rappresentative che più si
sono messe in luce nell’arco di questi
mesi, arrivando a disputarsi la vittoria
finale: le parrocchie S. Giorgio
Maggiore e S. Caterina di Ercolano, per
la categoria allievi; Beata Vergine di
Lourdes e S. Maria del Pilar Ercolano,
per i giovanissimi; S. Maria degli Angeli
Blu e S. Maria del Pilar Ercolano, per gli
esordienti; S. Vincenzo Pallotti Arancio
e S. Lorenzo Maggiore, per i pulcini.
Tanto gioco e divertimento, per la conquista degli ambiti riconoscimenti.
Il momento della premiazione è stato vissuto dai baby calciatori con tanta
22 anni di festa
alla parrocchia
della Rotonda
Era il 1994, quando padre Salvatore
Fratellanza, parroco della parrocchia S. Maria
della Rotonda, istituì “Facciamo Festa Insieme”,
una serata dove tra spettacoli e stand gastronomici si potesse concludere, insieme agli abitanti
dell’allora quartiere Arenella, l’anno pastorale:
con questo appuntamento terminano infatti la
maggioranza delle attività di gruppo e di catechesi, che riprendono poi a settembre.
L’anno scorso l’evento, comunemente ribattezzato “Festa della Parrocchia”, si era protratto
per una giornata intera con giochi e tornei sportivi e si era svolto in via eccezionale, alla presenza del sindaco de Magistris, nel parco pubblico
adiacente all’uscita di via Dell’Erba della stazione Montedonzelli della Linea 1 della metropolitana.
La sera di domenica 21 giugno 2015 si è svolta la ventiduesima edizione della Festa, preceduta, alle 19, dalla S. Messa Solenne di conclusione
dell’anno pastorale, celebrata dal vescovo ausiliare di Napoli, monsignor Gennaro Acampa. Il
vescovo, ringraziandola per il lavoro svolto durante l’anno, ha raccomandato alla comunità di
usare sempre al massimo i propri talenti, senza
risparmiarsi, perché sono un dono del Signore.
Dalle ore 20 fino alle 22 circa, sul palco, allestito nel cortile grande della parrocchia, si sono
poi avvicendate le esibizioni di abitanti della zo-
na, che si sono dilettati in canti, balli e scenette
comiche. Da cinque anni a questa parte, la kermesse vede inoltre il contributo artistico di
Guglielmo Capasso, attore e regista di teatro, che
ha condotto e animato la serata insieme alla valletta Linda e all’amico e collega Giorgio Gori, noto cabarettista e autore televisivo.
A concludere la festa, l’estrazione dei biglietti
vincenti dell’annuale lotteria, il cui ricavato viene devolto in beneficenza, con in palio numerosi
premi: ceste e gadget gentilmente offerti dai commercianti della zona e quadri realizzati da un’artista locale. Quest’anno gli introiti delle pietanze
vendute agli stand e dei biglietti della lotteria verranno destinati alla popolazione del Nepal, colpita da un forte terremoto lo scorso 25 aprile.
Come ogni anno, la festa ha riscosso grande
partecipazione. Il tutto è stato possibile grazie all’opera degli operatori pastorali della parrocchia,
adulti e ragazzi, che hanno dato il loro contributo volontario per la gestione delle casse e degli
stand, per la vendita dei biglietti e per l’organizzazione logistica. Dal 26 giugno, ora, spazio alle
attività oratoriali estive con l’appuntamento del
Grest, due settimane di giochi e di preghiera per
i ragazzi dai sei anni in su, perché la fede non va
mai in vacanza.
Emanuele La Veglia
emozione. Il cardinale Sepe si è congratulato con tutti i piccoli protagonisti,
ma soprattutto con i loro educatori
sportivi. La mattinata si è poi conclusa
con due amichevoli, che hanno arricchito il programma dell’evento: gli atleti del
Calcio Napoli contro una rappresentativa Arriapp di pari età ed un gruppo di
comici del programma televisivo Made
in Sud di fronte ad allenatori e tecnici
del torneo.
Affollati gli spalti dell’impianto di
Caravita, con i giovani delle parrocchie
coinvolte nelle finali, accompagnati dai
rispettivi sacerdoti.
Domenica 5 luglio una visita
per conoscere il decennio francese
attraverso l’arte e l’architettura
Invito
a palazzo con
Gioacchino
Murat
“A passo di carica”, ospitata nel Salone d’Ercole
del Palazzo Reale di Napoli, si potrànno conoscerele luci e le ombre del “Decennio francese” (18061815) quando sul trono del Regno di Napoli due re
francesi si succedettero, Giuseppe Bonaparte (fratello di Napoleone), e Gioacchino Murat, suo cognato.
L’esposizione è stata curata dal Consolato
Generale di Francia a Napoli, dal Comitato
Nazionale per le celebrazioni del Bicentenario del
“Decennio Francese”, dalla Soprintendenza BAP
per il Comune e la Provincia di Napoli, dal Polo
Museale della Campania. Esposti più di 150 pezzi,
molti provenienti da musei francesi e per la prima
volta in Italia. Ci saranno anche due spade personali di Murat: una a lama, impugnata nella campagna
d’Egitto e quella cerimoniale da “Maresciallo
dell’Impero”. Ancora, porcellane, dipinti ed incisioni, integrati da didascalie e pannelli multimediali
che descriveranno gli anni di “Decennio francese”.
Info e prenotazioni: 392 2863436 - [email protected] www.sirecoop.it
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12 • 5 luglio 2015
Le nuove
leve della
“Posteggia”
Lo scorso 27 giugno il popolare
gruppo “Mastro Masiello
Mandolino” ha rinnovato
l’appuntamento con la
tradizione canora e musicale
partenopea per eccellenza:
l’antica Arte della Posteggia.
L’appuntamento con gli amanti
della classica canzone
napoletana, è stato proposto
fuori la Stazione Toledo della
Metropolitana. Un gruppo di
musicisti ha reso omaggio alla
tradizione musicale partenopea
con mandolini, chitarre e
fisarmonica con una allegra e
colorata passeggiata musicale
snodatasi attraverso via Toledo,
fino in piazza Trieste e Trento,
ripercorrendo i passi dei più
amati compositori e cantanti
napoletani dell’epoca d’oro della
Canzone Napoletana e che nei
Caffè storici della zona amavano
incontrarsi e dove, spesso, la
loro creatività esplodeva dando
vita a melodie immortali.
«Sosteniamo con entusiasmo –
hanno affermato Ciro Daniele ed
Antonio Raspaolo, coordinatori
del Centro Studi sulla Canzone
Napoletana dell’Associazione I
Sedili di Napoli – il progetto
formativo che grazie ai liutai
della Bottega del Mandolino ed
ai musicisti del Gruppo Mastro
Masiello Mandolino, sta
rigenerando l’interesse intorno
alla tradizione musicale
napoletana. I giovani musicisti
di questo primo corso di
formazione e di aggiornamento,
hanno sicuramente acquisito
nuovi stimoli culturali grazie
anche alla parte teorica che il
Centro Studi ha messo a
disposizione per la crescita di
questi ragazzi e, in particolare,
la storia della musica
napoletana, con l’acquisizione di
una migliore conoscenza dei
grandi compositori, dei poeti e
dei musicisti del passato».
«Uno degli obiettivi di questo
progetto – ha ricordato Giuseppe
Serroni, presidente de I Sedili di
Napoli
(www.sedilidinapoli.com) –
resta la costruzione di una Casa
del mandolino, della liuteria e
della Canzone Napoletana; un
luogo d’incontro e di scambio
culturale ed emozionale per tutti
i musicisti legati alla tradizione
partenopea capace di divenire
un nuovo volano di sviluppo
anche turistico, oltre che socioculturale per la Città.
Confidiamo nella manifesta
volontà dell’Amministrazione
Comunale di voler condividere
questo importante progetto e,
nelle more, proponiamo
l’emanazione di una specifica
delibera che ridia dignità all’Arte
della Posteggia, con l’istituzione
di un apposito registro
comunale dei musicisti
posteggiatori».
Attualità
Nuova Stagione
La parrocchia San Ludovico D’Angiò di Marano ricorda il suo primo parroco
Ri…correre per don Mimì,
la festa di un quartiere
di Giovanni Mauriello
Un quartiere in festa, nel ricordo della
prima guida religiosa della parrocchia
San Ludovico D’Angiò, a dodici anni dalla sua morte: don Mimì Galluccio.
A Marano gli animatori ed i collaboratori del parroco don Ciro Russo hanno curato in tutti i particolari la terza edizione
della manifestazione Ri…correre per don
Mimì, gara podistica di 10 km.
Accoglienza ed ospitalità per i partecipanti, con un ricco buffet per il dopo gara
e tanti premi per i vincitori; un gran lavoro, con la collaborazione dell’Atletica
Marano ed il coordinamento tecnico del
Csi Napoli.
L’evento sportivo si è sviluppato attraverso le principali vie e lungo i saliscendi
del centro storico, con l’antica pavimentazione in basalto.
Partenza per circa 500 podisti, davanti
al mercato ortofrutticolo ed arrivo accanto alla scalinata della struttura religiosa,
con l’immagine di don Mimì sulla facciata.
Prima del via il saluto ai partecipanti e
la preghiera del parroco don Ciro, nel ricordo del suo predecessore, che è rimasto
nel cuore dell’intera comunità religiosa
In gara alcuni affermati atleti del nord
Africa ed i promettenti talenti del podismo campano.
Molti i fedeli, in maglietta e scarpette,
che hanno preso il via al passo.
L’assistenza è stata curata dalla polizia
municipale e dai giovani volontari della
parrocchia.
In campo maschile affermazione per il
marocchino Youness Zitouni (Laghetto),
in 32’58”, seguito da Giuseppe Soprano
(Bartolo Longo) a 11” e Gennaro Ciambriello (Atletica Giugliano) in 36’59”;
mentre la gara in rosa ha visto la vittoria
della giovane Filomena Palomba (Centro
Ester) in 39’02”, seguita dalla marocchina
Khadija Laaroussi (Caivano Runners) in
40’25”, terza l’altra giovane Palomba,
Francesca (Centro Ester) in 42’54”.
Per le società il primo premio è stato assegnato all’Atletica Marano; gli atleti, poi,
lo hanno devoluto a favore delle opere parrocchiali, tra l’applauso dei presenti.
Anche l’intero incasso delle iscrizioni
verrà impiegato per le attività religiose.
Dopo la gara, atletica promozionale attraverso il quartiere, con decine di bambini,
alcuni dei quali in compagnia dei genitori
ed altri addirittura in braccio.
Per tutti, alla fine, giocattoli, gadget e
dolciumi.
Premio di Architettura giunto alla VI edizione
La convivialità urbana
Trotto o galoppo? Quale sarà l’andatura giusta per vincere
la sfida di riportare agli antichi fasti l’Ippodromo di Agnano?
Ma, soprattutto, bastano le corse per rilanciare questa storica
struttura tanto amata dai napoletani? Questi i principali nodi
da sciogliere per i gruppi multidisciplinari di professionisti,
formati in prevalenza da architetti, che decideranno di partecipare alla sesta edizione del Premio “La Convivialità Urbana”,
ideato dall’architetto Grazia Torre, presidente dell’associazione Napolicreativa, in partenariato con l’Ordine degli Architetti
Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori di Napoli e Provincia
e la società Ippodromi Partenopei s.r.l., con il sostegno della
Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Napoli, dell’Ordine
dei Commercialisti di Napoli, dell’Ordine degli Ingegneri di
Napoli e con il patrocinio del Comune di Napoli, della Seconda
Università degli studi “Luigi Vanvitelli” e dell’Inarch.
Giunti alle VI edizione, l’associazione Napoli Creativa ha
deciso di puntare sulla valorizzazione di una parte
dell’Ippodromo di Agnano ed in particolare sulla risistemazione del parterre all’ingresso dell’Ippodromo, il restyling esterno
della cortina formata dalle tre tribune, la ristrutturazione della sola tribuna laterale B per ospitare un ristorante panoramico sui campi da corsa e uno spazio dedicato alla musica da usare come discoteca ma che potrà interagire con il resto della
struttura in occasione dei concerti internazionali.
Nelle precedenti edizioni il Premio aveva invitato i gruppi
multidisciplinari ad occuparsi della riqualificazione urbana di
piazza San Luigi, del Casale di Posillipo, di piazza Mercato,
della Mostra d’Oltremare e del Lungomare di Napoli.
Il bando integrale è consultabile sul sito www.premiolaconvivialitaurbana.it. I progetti presentati saranno esposti presso
il Roof Garden dell’Ippodromo di Agnano dal 28 settembre al
5 ottobre 2015 dove verranno valutati da una giuria tecnicoscientifica e dai visitatori della mostra che dovranno esprimere tre preferenze.
Il primo gruppo classificato conquisterà un premio in denaro di 2.500,00 euro, al secondo gruppo andranno 1.500,00 euro e 1.000,00 euro al terzo classificato. Inoltre i progetti concorreranno anche per un premio web che verrà attribuito con
un voto pubblico online.
A partire dal 23 giugno il bando sarà pub blicato sul sito
www.premiolaconvivialitaurbana.it, Europaconcorsi e sul sito di tutti gli enti patrocinanti. Il bando scade il 31 luglio 2015.
Le domande devono essere inviate via mail a
[email protected]. Gli elaborati, invece, dovranno essere consegnati entro il 24 settembre 2015, a mano o per posta,
presso la sede dell’associazione Napoli Creativa, via Manzoni
153, 80100 Napoli. Per informazioni sulle procedure e consegna elaborati contattare l’associazione Napolicreativa scrivendo a [email protected] o chiamando al 338 8887853 dal
lunedì al venerdì dalle 10,30 alle 13,30.
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Cultura
Nuova Stagione
5 luglio 2015 • 13
La nuova stagione 2015-2016 del Teatro di San Carlo, lunga ben 14 mesi
per un totale di 150 alzate di sipario, inaugurata dalla bacchetta di Zubin Metha
I numeri della “Golden Stage”
i Doriano Vincenzo De Luca
Sul Golden Stage del Teatro San Carlo
per 14 mesi transiteranno artisti di fama internazionale tra sinfonia, balletto e lirica.
Un cartellone ricco con 22 titoli di opera e
balletto e 23 concerti per 150 alzate di sipario dal prossimo settembre a novembre
2016. Quattro nuove produzioni – Carmen
di Georges Bizet, Norma di Vincenzo
Bellini, Zenobia di Palmira di Giovanni
Paisiello e Romeo e Giulietta di Sergej
Prokof’ev per la coreografia di Leonid
Lavrosky – e le novità non si limitano al palco. Infatti, la Sovrintendente Rosanna
Purchia ha presentato anche il nuovo direttore artistico Paolo Pinamonti, già direttore
del Teatro La Fenice di Venezia e del Teatro
de la Zarzuela di Madrid.
Inaugura la Stagione Zubin Mehta, che
Rossana Purchia si dice orgogliosa di ospitare nuovamente sul Palco del San Carlo:
«l’atmosfera e l’entusiasmo suscitati sia nel
pubblico che in noi addetti ai lavori in occasione della messa in scena di Tristano e
Isotta e dell’esecuzione della Terza di Mahler
non potevano restare episodi isolati e la rinnovata presenza di Mehta conferisce ulteriore prestigio alla nostra programmazione». Il 12 settembre è atteso per aprire la
Stagione Sinfonica con la Sinfonia n.4 e la
Sinfonia n. 6 di Pëtr Il’i ajkovskij, prima
performance per un’integrale del compositore russo che si concluderà nel settembre
2016.
Il 13 dicembre invece il primo appuntamento con la Stagione Lirica e di Balletto
del Massimo napoletano sulle note della
Carmen di Georges Bizet, affidata alla regia
di Daniele Finzi Pasca di cui Napoli ancora
serba il ricordo della riscrittura in chiave
onirica dei Pagliacci.
Per quanto riguarda il balletto, immancabile lo spettacolo natalizio Lo schiaccianoci, a giugno è la volta di Romeo e Giulietta,
mentre ad illuminare la prossima edizione
di Autunno-Danza l’étoile russa Svetlana
Zakharova in scena sabato 13 e domenica 14
ottobre nella Carmen Suite. L’8 e il 9 ottobre
l’Otello di Monteverde con José Perez e
Anbeta Toromani, mentre il 23 e 24 ottobre
il Gala della Scuola di Ballo per la direzione
di Anna Razzi. Si premia la tradizione napoletana con celebrazioni dedicate a Paisiello,
Carlo III di Borbone e San Gennaro. Nel
2016 ricorrono i 200 anni dalla morte di
Giovanni Paisiello e il San Carlo ne commemora il genio riproponendo due sue opere
nel Teatrino di Corte di Palazzo Reale: la
Zenobia di Palmira, nuovo allestimento con
Dal 3 al 9 luglio il rione Sanità fa festa grazie all’impegno della comunità
parrocchiale di Santa Maria della Sanità e della Fondazione San Gennaro
Il quartiere e la sua gente
Serata finale con Alessandro Siani e la mostra fotografica di Mimmo Jodice
di Elena Scarici
Dal 3 al 9 luglio il Rione Sanità fa festa, insieme alla sua gente,
per dire di un quartiere che ha cambiato volto. Il titolo è eloquente:
“Benvenuti al Rione Sanità”. Veniteci a trovare, perché qui non c’è
solo delinquenza e camorra ma anche bellezza artistica e storica,
passione della gente, desiderio di rinascita. Non è una favola, è
realtà.
Se ne è accorto anche Papa Francesco che ha voluto conoscere
di persona don Antonio Loffredo, parroco del quartiere, direttore
delle Catacombe di san Gennaro e anima della rinascita. Lo ha
mandato a cercare, quando i ragazzi sono stati in visita da lui. E dopo averli ascoltati ha detto: ma dov’è questo prete? Voglio stringergli la mano.
Oggi tutte le attività di cooperazione – dall’accoglienza turistica
al teatro, dalla musica all’artigianato, - sono riunite nella
Fondazione di Comunità San Gennaro, nata proprio per costruire
solidarietà in un’ottica di dono autentico.
E la festa sarà occasione per presentarne i risultati: sette giorni
di arte, archeologia, musica, teatro, cibo e divertimento per i più
piccoli. Una settimana per scoprire uno dei quartieri più antichi di
Napoli e le sue bellezze artistiche, umane e gastronomiche nei giorni della tradizionale processione dedicata a San Vincenzo Ferrer,
patrono del quartiere. I mille biglietti messi a disposizione per la serata finale del 9 luglio nella Basilica di Santa Maria della Sanità sono già esauriti, ma in piazza ci sarà un maxischermo.
Protagonista Alessandro Siani che ha sposato in pieno la causa,
contribuendo personalmente alla bellissima campagna pubblicitaria che mostra proprio come sono cambiati i volti del Rione Sanità.
Martina, Vincenzo, Melania.
Ragazzi che ci credono, famiglie che ci hanno creduto. I giovani del quartiere hanno distribuito 5000 brochure in poco più di tre
ore, la gente si è messa a ripulire i muri, i commercianti offriranno
un prodotto in dono ai visitatori attraverso un carnet in distribuzione nei negozi interessati, nello spirito che è proprio della fondazione di comunità: la cultura del dono.
Nella serata finale si esibiranno circa 120 giovani musicisti dell’orchestra Sanitansamble e l’orchestra Scarlatti Junior, che si alterneranno sul palco proponendo un repertorio classico ma popolare, con valzer, musiche da film e brani famosi, insieme le due orchestre suoneranno le colonne sonore di Benvenuti al Sud e del
Principe abusivo.
Protagonista sarà anche Mimmo Jodice, presidente
la regia di Riccardo Canessa e La Grotta di
Trofonio per l’allestimento del Festival di
Martina Franca. Anche i Fiati del San Carlo
rivolgono un tributo all’artista con Gli
Zingari in Fiera.
Trecento sono invece gli anni trascorsi
dalla nascita di Carlo III di Borbone e se ne
festeggia il compleanno il 4 novembre con
una selezione in forma di concerto
dell’Achille in Sciro di Domenico Serrao su
libretto di Pietro Metastasio.
Il Duomo di Napoli infine ospiterà i due
concerti in onore di San Gennaro, il 6 ottobre il Requiem di Gabriel Faurè e il 9 ottobre due brani di Pasquale Cafaro, a 300 anni dalla nascita del compositore.
La Soprintendente Rosanna Purchia ribadisce la centralità del pubblico: «oggi
presentiamo una stagione lunga quattordici e lanciamo nuove sfide ai nostri abbonati, venendo incontro alle suggestioni del nostro pubblico, osando sulla politica dei
prezzi e sulle formule, rivolgendoci in modo particolare ai giovani che dovranno far
sentire la loro presenza in teatro sempre più
numerosa». E proprio agli under 30 e agli
Over 65 è riservata la possibilità di acquistare l’abbonamento a 60 euro, con un ribasso sul prezzo dei biglietti in generale del
30 per cento. Un clima di ottimismo e di
grandi aspettative, dunque, come dimostra
la data già programmata di inaugurazione
della stagione 2016-17 con Otello di
Gioacchino Rossini per celebrare il bicentenario dell’opera che fu composta proprio
a Napoli, dove debuttò il 4 dicembre 1816 al
Teatro del Fondo (Mercadante).
Nuova Stagione
SETTIMANALE DIOCESANO DI NAPOLI
Editore: Verbum Ferens s.r.l.
Organo di informazione ecclesiale e di formazione cristiana
Reg. Tribunale di Napoli N. 1115 del 16.11.57 e del 22.10.68
Iscrizione Reg. Roc. N. 19131del 18.02.2010
Direttore Responsabile CRESCENZO CIRO PISCOPO
Vice Direttore VINCENZO DORIANO DE LUCA
Redazione, segreteria e amministrazione:
Largo Donnaregina, 22 - 80138 NAPOLI
Tel. 081.557.42.98/99 - 081.44.15.00
Fax 081.45.18.45
E-mail: [email protected]
un numero € 1,00
abbonamento annuale € 40
c.c.postale n. 2232998
della Fondazione San Gennaro, che presenterà una sua mostra itinerante dedicata al quartiere attraverso i suoi scatti degli anni ‘60.
Nel corso della serata inoltre saranno presentate le storie delle
eccellenze dei volti nuovi della Sanità. Così Marco Crispino, giovane del Rione campione nazionale di vela, Raffaele Marfella, giovane clarinettista ormai in forza alla Scarlatti, Vittoria, la donna immortalata in maniera scapigliata da Elisabetta Valentina, poi diventata fotografa ufficiale del rione, Federica, che parla correntemente tre lingue e che fa la guida turistica alle catacombe, e al nascente
casa tolentino, bad and breakfast.
Previsti poi, dal 3 al 6 luglio, spettacoli teatrali d’improvvisazione a cura del Nuovo Teatro Sanità, live session con cantautori della
nuova leva partenopea organizzati da Apogeo Records e visite guidate teatralizzate promosse dalla Cooperativa Sociale “La
Paranza”., Tutti gli eventi sono ad ingresso gratuito perseguendo
l’incoraggiamento alla Cultura del Dono, principio sulla quale è nata nel dicembre scorso la Fondazione di Comunità San Gennaro
Onlus, nuova forza di sostegno dello sviluppo umano, culturale ed
economico del territorio, che patrocina anche l’evento.
La manifestazione sostiene e promuove la campagna sociale
“Dona un volto nuovo alla Sanità”, sarà possibile infatti lasciare un
proprio dono nei siti coinvolti dagli eventi in programma che permetterà l’aumento del patrimonio della Fondazione di Comunità
San Gennaro Onlus e la realizzazione di nuovi progetti sociali per e
con il territorio.
Pubblicità: Ufficio Pubblicità di NUOVA STAGIONE
Manoscritti e fotografie anche se non pubblicati
non si restituiscono
Associato alla Unione Stampa Periodica Italiana
Aderente alla Federazione Italiana
Settimanali Cattolici
A.C.M. S.p.A. - Torre del Greco
Stabilimento Tipo-Litografico
Tel. 081.803.97.46
Chiuso in tipografia alle ore 17 del mercoledì
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14 • 5 luglio 2015
Viviquartiere
a Casoria
Terza edizione di “Viviquartiere”
a Casoria: l’intento dell’
Amministrazione comunale è di
consentire ad interi nuclei
familiari di riappropriarsi di
aree pubbliche, dove ci si può
incontrare per conoscersi,
dialogare spensieratamente,
godersi una giornata di sole, far
giocare e divertire i figli.
“Viviquartiere” dunque, è
un’opportunità offerta ai
cittadini delle periferie di
generare relazioni, di recuperare
la dimensione sociale
dell’esistenza, di sostituire alle
piazze “virtuali” quelle reali,
nelle quali ci si può guardare
negli occhi, cogliendo negli
sguardi una richiesta d’aiuto, un
problema comune,
condividendolo, di permettere ai
piccoli di stringere legami di
amicizia e di rivedersi, perché
no, nelle rispettive case.
«Abbiamo già iniziato questa
edizione - dice l’Assessore allo
sport, geom. Antonio Lanzano domenica 21 giugno, nel
quartiere Duca D’Aosta, e
continueremo a proporre l’
evento nel periodo estivo,con
pausa ad agosto, rispettando il
seguente calendario: 28 giugno,
quartiere via Calvanese – villa
Cimarosa; 5 luglio, stadio S.
Mauro; 12 luglio, quartiere
Arpino; 19 luglio, quartiere via
Bissolati; 6 settembre, quartiere
Stella – C/O scuola Moscati; 13
settembre, via N. Delle Puglie –
Centro Polifunzionale; 20
settembre, quartiere Centro
storico – via Nuova P.
Ludovico». Partono, inoltre,
tornei di calcetto tra i ragazzi
degli oratori parrocchiali della
città. «Penso- afferma convinto
- che l’importanza formativa
dello sport acquisti la sua
dimensione di maggiore efficacia
se gli oratori nei quali si pratica
il gioco del calcio e altri sport
diventino luogo
dell’orientamento, dell’ ascolto,
dell’accoglienza e del recupero.
Validissima, allora, l’idea del
Cardinale di valorizzare al
massimo gli oratori,intesi quali
comunità di ragazzi che, guidati
da educatori disponibili e in
grado di rapportarsi al mondo
dell’infanzia e dell’adolescenza,
condividono,anche e soprattutto
nello sport, importanti percorsi
di vita orientati ai medesimi
valori fondamentali e aperti alla
collaborazione con le altre realtà
educative del territorio».
Oratori, dunque, che siano
luoghi di incontro e di amicizia,
nei quali ogni fanciullo sia
aiutato a dare il meglio di se
stesso nell’allenamento, nella
gara, nella vita di gruppo e,
quindi, nella scuola e in
famiglia.
Antonio Botta
Provincia
Nuova Stagione
A Pompei il Convegno regionale dei volontari nelle carceri
Educati al servizio
In Campania esiste un risorsa straordinaria: è il volontariato che aiuta e sostiene
gli oltre 7mila detenuti dei 17 carceri della regione. Si sono dati appuntamento sabato 27 giugno al santuario della Vergine
di Pompei per un convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Campana dal tema “Educati al servizio per annunciare la
speranza”.
L’incontro, moderato da don Raffaele
Grimaldi, coordinatore dei cappellani
campani, è stato aperto dal saluto del vescovo di Pompei Tommaso Caputo, che ha
voluto sottolineare l’opportunità della
scelta del santuario mariano come sede
dei lavori, poiché Bartolo Longo accoglieva i figli dei carcerati e aveva un fitto rap-
porto epistolare con molti detenuti.
Dopo l’introduzione di Mons. Pasquale
Cascio, vescovo di Sant’Angelo dei
Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia e delegato della Cec per le carceri e l’intervento
di Tommaso Contestabile, Provveditore
Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, sono seguite le due relazioni di
Stefania Tallei responsabile nazionale del
servizio carceri della Comunità di
Sant’Egidio, e di Francesco Cascini, vice
capo di Gabinetto del Ministero della
Giustizia. Due interventi pieni di spunti,
riflessioni, chiarimenti ed esperienze personali che hanno suscitato l’interesse dei
120 volontari che hanno partecipato al
convegno.
Al termine un vivace dibattito ha concluso i lavori, dove sono emerse testimonianze, criticità ma anche frutti e proposte come quella di avviare gemellaggi tra i
volontari di carceri diversi per uno scambio di idee ed esperienze.
Un convegno che ha fatto emergere la
grande potenzialità dei volontari che vanno in carcere.
Con la loro umile e discreta presenza
possono aiutare ad umanizzare il mondo
delle prigioni ma anche la nostra società,
troppo spesso frettolosa e paurosa davanti al male, chiusa alla misericordia che ci
insegna il Signore e che invece può cambiare la vita di tanti.
Antonio Mattone
Un saggio apologetico su Padre Ludovico da Casoria
nella rivista di studi storici
Pronto l’ultimo numero
di “Archivio Afragolese”
Al tredicesimo anno di pubblicazioni, pur mantenendo intatto il format, il periodico semestrale non stanca i lettori, e stuzzica, numero dopo numero, sempre una sana curiosità verso una
disciplina, la storia locale, meritevole di maggiore attenzione.
Questa volta a calamitare l’attenzione è uno studio su Padre
Ludovico da Casoria, il frate francescano canonizzato lo scorso
23 novembre 2014 da Papa Francesco, che mostra come, per usare le parole di Francesco Giacco, Direttore Responsabile della rivista, «le cause di beatificazione e di Santità hanno avuto uno slancio grazie all’impegno che Afragola profuse nel ‘caldeggiare’ la figura di ‘un testimone della carità che aveva operato ampiamente nella loro città».
Campeggia, infatti, nel fascicolo fresco di stampa, dopo una
presentazione in capite libri dello stesso Giacco, una riproposizione di un pamphlet apologetico su Padre Ludovico di Casoria
risalente al 1993: un testo scritto, a quattro mani, dal compianto Padre Luca M. De Rosa e dal Marco Corcione e con prefazione dell’indimenticabile prof. Luigi Grillo, intitolato “Due Voci su
Padre Ludovico da Casoria”. Il volume, edito da Momentocittà stampato in 10.000 copie che andarono subito esaurite e integralmente riprodotto- riporta una duplice riflessione sulle virtù
di questo Apostolo della Carità, nato a Casoria l’11 marzo 1814 e
morto a Napoli nel 1885.
«Sentimmo il dovere – spiega Corcione – in un momento in cui
sembrava essersi persa contezza dell’esistenza di una causa di beatificazione e canonizzazione dell’allora Venerabile Padre Ludovico,
un gruppo di amici della Pro Loco insieme ad alcuni religiosi della
comunità dei frati minori di Afragola, come Padre Marcello
Pronestì, Padre Felice Cicala, mons. Andrea Tuccillo ed altri, di avviare iniziative alla fine degli anni Ottanta per una ripresa dell’interesse apparentemente sopito». In occasione del primo
Centenario della morte (1885-1995) del Santo di Casoria che aveva largamente operato nel Santuario di Sant’Antonio di Afragola
fu organizzato, il 19 aprile 1986, un convegno al cinema
Gelsomino che vide come relatore dell’evento l’ex Presidente del-
la Repubblica Oscar Luigi Scalfaro¸ allora Ministro degli Interni.
L’interessamento di Scalfari, noto anche per la sua fama di studioso di vita dei Santi, fu perorato da Padre Luca De Rosa, uno
dei postulatori, che informò il Presidente dell’operato ad
Afragola, nel secolo scorso, di un religioso che che incarnava la
Santità. «Con quest’iniziativa – prosegue Concione - si riprese il
processo di beatificazione e di canonizzazione per Padre Ludovico
da Casoria. Padre Ludovico fu infatti dichiarato Beato nel 1993 da
Papa Giovanni Paolo II e poi Santo lo scorso anno».
Nel fascicolo trova spazio un Saggio di Diritto sportivo firmato da Michele Dulvi Corcione, uno studio sulla presenza inglese
a Napoli di Olga Pasinetti e una biografia su Renato D’Angiò
scritta da Michele Costanzo. Infine, sono presenti due recensioni curate da Giuseppe Diana su i volumi “L’Empia bilancia.
Tosatori di moneta e di giustizia” di Giuseppe Garofalo e
“Montecassino. Splendore, rovina e rinascita di un’abbazia” di
Mariano dell’Omo.
Antonio Boccellino
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Pastorale e Domenica
Nuova Stagione
5 luglio. Domenica XIV del Tempo Ordinario
Chi spesso perseguita
il profeta di Dio?
Ez 2, 2-5; Sal 122; 2 Cor 12, 7-10; Mc 6, 1-6
Solo chi prega bene e seriamente sa insegnare le cose di Dio. La preghiera è la
cattedra della Verità. Durante i momenti
di intimità con il Signore. Egli rivela all’amico orante tutta la forza e la dolcezza
della Verità eterna. Nei momenti di preghiera la mente dell’orante si apre sempre
più all’intelligenza della Verità eterna, attraverso l’unzione dello Spirito Santo, che
Gesù chiama “Spirito di Verità”.
La Verità ha un nome: Gesù Cristo, che
ha detto: «Io sono la Verità». Chi allora accoglie Gesù, accoglie la Verità. Lo Spirito
Santo ce la fa comprendere e la incarna
dentro di noi.
Posseduto dalla Verità, Gesù affida al
cristiano ha una missione da compiere:
quella di insegnare la Parola di Dio così
come l’ha ricevuta nel momento della preghiera, senza fare commenti e senza dire:
«Secondo me la Parola di Dio significa…».
L’unzione dello Spirito rende il profeta
forte, sicuro, chiaro e semplice. Il profeta
che insegna con l’unzione dello Spirito
Santo comunica parole di Spirito e Verità,
davanti alle quali gli ascoltatori non possono rimanere indifferenti.
Di fronte a queste parole ci può essere
una duplice reazione: di accoglienza della
Verità o di ostilità. Chi accoglie il profeta
come inviato di Dio, allora, si salverà, ma
chi lo rifiuta si perderà.
Chi vuole vivere da corrotto, si impegna a mettere a morte il profeta, perché
non lo tormenti più con l’annuncio Verità.
Spesso non si suole mettere a morte il profeta con il coltello o la pistola, ma con la
calunnia. Il corrotto è infatti convinto
che, macchiando la stima del profeta, egli
perda l’autorevolezza quando parla di
Dio. Ma niente e nessuno può soffocare la
voce del profeta, che diventa più forte, più
efficace e più tagliente nel tempo della
persecuzione. Il Signore non abbandona
mai il profeta che è fedele alla sua missione di far conoscere la Sua Parola di vita
eterna. Con tristezza bisogna dire che
spesso i persecutori del profeta non vivono fuori della Chiesa, ma dentro. Chi diventa ostile e perseguita il profeta è colui
RECENSIONI
Che svolta!
Queste pagine sono scritte per preparare ragazzi e
giovani all’incontro più intenso che si possa avere con
Gesù dopo l’Eucaristia: la Confessione, che è il sacramento della Misericordia, del Perdono. Con gli occhi
della fede scopriranno la mano di Gesù che assolve, purifica, rigenera. Lasciarsi amare, lasciarsi perdonare, lasciarsi “rifare”: questa sì che è una svolta!
Arturo Cattaneo – Elia Coviello
Che svolta!
Una guida alla Confessione per i giovani.
Edizioni Elledici 2015
Pagine 64 – euro 4,90
Trattato dei miracoli
Un classico della letteratura francescana in una nuova edizione, arricchita da un’ampia introduzione, un
complesso apparato di indici e una bibliografia aggiornata. Tommaso da Celano fu il primo agiografo di
Francesco. Nelle sue opere intese prima di tutto porre in
continuità la vicenda di Francesco e in particolare il processo di imitazione di Cristo, culminato nel miracolo
delle stimmate, con la costituzione del nuovo ordine religioso e la sua funzione provvidenziale all’interno della
Chiesa.
Il suo “Trattato dei miracoli” costituisce il tentativo
di colmare gli spazi lasciati vuoti nelle precedenti narrazioni agiografiche, raccogliendo e narrando gli episodi
miracolosi che ebbero Francesco come protagonista, alla fine della vita e soprattutto dopo la morte. Il grande
quadro dell’impressione delle stimmate apre l’opera e ne
illumina i contenuti, radicando la santità del fondatore
dell’Ordine e conseguentemente la sua capacità di operare prodigi saldamente in Cristo e nella sua croce, che
Francesco porta come impressa nel proprio corpo. Di lì
discendono gli episodi successivi, narrati attraverso una
scrittura agile che ricorda la raccolta di testimonianze
di prima mano, a cui Tommaso con ogni probabilità si
affidò per la composizione dell’opera. Da essi emerge
l’immagine di un Santo quotidiano, vicino ai bisogni
della gente e capace di uno sguardo nuovo sulla vita e
sulla sua carne, fatta di passione, peccato e redenzione,
fatica, povertà e grazia.
Tommaso da Celano
Trattato dei miracoli
a cura di Alessandro Mastromatteo
Edizioni Paoline – 2015
pagine 208 - euro 28,00
che, nella Chiesa, vive da mercenario e
non da Buon Pastore. La storia della
Chiesa è piena di cristiani corrotti che
hanno perseguitato i profeti che hanno insegnato le cose di Dio senza guardare in
faccia a nessuno. Oggi nella stessa Chiesa
c’è un relativismo spaventoso. Ci sono
preti e professori di teologia che si disinteressano del Magistero della Chiesa. La
gente è confusa e disorientata e si chiede
“qual è la Verità?”. Purtroppo molti seguono più chi annuncia e insegna le mezze verità, per non scontentare e scomodare
nessuno. Il profeta di Dio non si fa intimidire da niente e nessuno. Come San Paolo
dice: «Guai a me, se non predicassi il
Vangelo!» (1 Cor 9, 16).
Bisogna pregare perché lo Spirito
Santo susciti nella Chiesa profeti dalla parola forte e mite, che comunichino la
Parola di Dio, nella verità e nella carità, a
questa generazione ribelle, perché, ascoltino o non ascoltino, sappiano almeno che
veri profeti si trovano in mezzo a loro.
Lorenzo Montecalvo sdv
SANTI, BEATI E TESTIMONI
Beato Benedetto XI
(Niccolò Boccasini)
Papa – 7 luglio
Domenicano, apprezzato per la sua umiltà e la sua pietà, divenuto
Provinciale della Lombardia, riuscì a mettere pace tra i Domenicani e la città di
Parma. Eletto nel capitolo di Strasburgo, promosse una tregua tra Edoardo I
d’Inghilterra e Filippo il Bello. Nominato Cardinale da Bonifacio VIII, non riuscì ad evitare che questi emanasse la Bolla che vietava agli ordini mendicanti di
predicare e confessare fuori dai propri conventi. Nonostante ciò, si mantenne
fedele a Bonifacio VIII durante il triste periodo di Anagni. Una volta Papa tentò
di fermare la lotta tra Filippo il Bello e i Colonna. Accortosi che l’opera di pacificazione era difficile in Roma, si trasferì a Perugia dove morì dopo una vita dedicata a comporre i dissidi che laceravano il suo secolo.
Beato Pietro Eremita
Benedettino – 8 luglio
Nato ad Amiens, Pietro l’eremita è personaggio di notevole importanza storica, perché fu il più grande predicatore della crociata popolare che si mosse nel
1095 dopo gli appelli di Urbano II. Terminata la sua Crociata, lasciò
Gerusalemme alla fine del 1099 per tornare in Belgio e stabilirsi presso la città
di Huy, dove fondò il monastero di Neufmoustier, di cui divenne priore e dove
morì nel 1115. Durante la traslazione del corpo, avvenuta nel 1242, si trovò il cilicio che Pietro portava e sulla testa era ancora visibile la tonsura clericale circondata da capelli abbondanti e crespi. L’Ordine Benedettino lo festeggia il 8 luglio.
Santa Veronica Giuliani
Vergine – 9 luglio
Veronica Giuliani è una delle più grandi mistiche della storia. Ebbe numerose rivelazioni e ricevette le Stimmate. Nata a Mercatello sul Metauro, presso
Urbino, nel 1660, visse cinquant’anni nel monastero delle Clarisse di Città di
Castello. Entratavi 17enne, vi morì nel 1727, dopo essere stata cuoca, infermiera, maestra delle novizie e badessa. Poco sapremmo delle esperienze di
Veronica, se il direttore spirituale non le avesse ordinato di trascriverle. Lo fece
per trenta anni e il risultato è il “Tesoro nascosto” pubblicato in dieci volumi dal
1825 al 1928. Morì nel 1727. Fu proclamata Santa dal 1839.
Sante Rufina e Seconda
Martiri di Roma – 10 luglio
Le informazioni sul martirio di Rufina e Seconda narrano che furono condannate, sotto Valeriano e Gallieno, dal prefetto Giunio Donato, martirizzate a
Roma al decimo miglio della via Cornelia. La tradizione le vuole sorelle che, fidanzate a due giovani cristiani divenuti apostati, si votarono alla verginità. Non
essendo riusciti con ogni sforzo ad indurle all’apostasia e al matrimonio, i due
giovani le denunciarono. Già nel quarto secolo, sul loro sepolcro fu eretta una
basilica, forse da Papa Giulio I, di cui oggi è impossibile indicare l’ubicazione in
maniera sicura. Rufina e Seconda, con il loro esempio ci ricordano che le ragioni della fede sono superiori a quelle del cuore.
5 luglio 2015 • 15
Capaci
di vedere
C’è da restare di stucco: i gesti
e le parole stupiscono, la sua
sapienza lascia senza parole, i
prodigi che compie sono sotto
gli occhi di tutti eppure la
gente, vedendolo, resta
scandalizzata. Sì, non stupita,
non meravigliata... Lui e i suoi
gesti creano scandalo tra le
gente.
Lui è Gesù, la gente sono gli
abitanti di Nazaret, e suoi gesti
non scandalizzano
semplicemente perché hanno
toccato, guarito, perdonato,
accarezzato. Creano scandalo
perché escono fuori dagli
standard comuni, vanno molte
oltre le logiche di tutti, sono al
di là di ciò che da un figlio di
falegname ci si sarebbe
aspettati.
Anche in questo, la storia di
Gesù rivive oggi. E la sua
diventa la storia di sempre, di
profeti non accolti, di fratelli
giudicati, di diversi da passare
al setaccio. Gesù vive nei
poveri di ogni tempo e i poveri
in cui vive sono i non-accolti,
coloro in cui il bene diventa
invisibile, coloro che ci vivono
accanto e che non riteniamo
capaci di ricominciare, coloro
che abbiamo già bollato per
ciò che potranno darci o
toglierci, coloro da cui non ci
aspettiamo più nulla.
E allora di fronte alla
meraviglia di Gesù per
l’incredulità della sua gente,
oggi possiamo rispondere solo
in un modo: diventare capaci
di vedere il bene che c’è
nell’altro... Oltre ogni
pregiudizio, oltre ogni
etichetta.
Una preghiera
da condividere
Aiutaci a vedere, Signore Gesù!
Aiutaci a lasciarci sorprendere
dal bene presente e vivo
nei gesti e nelle parole
di chi ci vive accanto.
Libera il nostro cuore dai
pregiudizi che rendono ciechi
e rendici capaci di scoprirti
presente nel bene che,
anche oggi, opera nella vita
di fratelli e sorelle
che non stimiamo,
non accogliamo
o non perdoniamo. Amen
Un sms da inoltrare
Spesso non ci accorgiamo
del bene presente negli altri.
Liberiamo cuore e mente per
scoprire il bene ed esso germoglierà nel mondo oltre ogni
pregiudizio.
Mariangela Tassielli, fsp
Su www.cantalavita.com immagini e preghiera da scaricare e condividere sui social.
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