2 ° C O N G R E S S O R O C H E D P A T I E N T C A R E GIORNALE ITALIANO DI IABETOLOGIA L’educazione terapeutica del paziente diabetico: educazione alla terapia insulinica intensiva e qualità di vita Villa Erba (Como) 10-12 Novembre 1999 D GIORNALE ITALIANO DI IABETOLOGIA 2° Congresso Roche Patient Care L’educazione terapeutica del paziente diabetico: educazione alla terapia insulinica intensiva e qualità di vita Villa Erba (Como) 10-12 Novembre 1999 Redattore Capo Gian Michele Molinatti - Torino Comitato di Redazione Francesco Belfiore - Catania Emanuele Bosi - Milano Angelo Gnudi - Parma Valerio Miselli - Reggio Emilia Massimo Porta - Torino Gabriele Riccardi - Napoli Fausto Santeusanio - Perugia Antonio Tiengo - Padova Comitato Editoriale Paolo Brunetti - Perugia Franco Camanni - Torino Fabio Capani - Chieti Paolo Cavallo Perin - Torino Francesco Caviezel - Milano Umberto di Mario - Roma Domenico Fedele - Padova Riccardo Giorgino - Bari Dario Giugliano - Napoli Aldo Maldonato - Roma Guido Menzinger - Roma Piero Micossi - Milano Luciano Motta - Catania Michele Muggeo - Verona Sergio Muntoni - Cagliari Renzo Navalesi - Pisa Massimo Porta - Torino Renato Zandomeneghi - Modena Ivana Zavaroni - Parma Redattori Associati Gian Domenico Bompiani - Palermo Gaetano Crepaldi - Padova Mario Mancini - Napoli Guido Pozza - Milano Proprietà della Testata © Roche S.p.A. 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Bosio (Milano) 9 LA TERAPIA INSULINICA INTENSIVA 17 • Obiettivi metabolici nella terapia insulinica intensiva - F. Capani (Chieti) 19 • L’educazione all’autocontrollo - C. Noacco (Udine) 25 • Basi moderne della terapia insulinica del diabete mellito di tipo 1 - G.B. Bolli (Perugia) 35 • Educazione alla gestione della terapia insulinica intensiva - D. Bruttomesso (Padova) 41 • Complicanze acute in corso di terapia intensiva - A. Avogaro (Padova) 45 • L’educazione del paziente diabetico per la prevenzione e il trattamento delle complicanze acute A. Maldonato (Roma) 51 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE L’EDUCAZIONE TERAPEUTICA DEL PAZIENTE DIABETICO 57 • Difficoltà pedagogiche dei curanti nell’educazione terapeutica dei pazienti - R. Gagnayre (Parigi) 59 • L’educazione terapeutica del paziente diabetico Lavori di gruppo - V. Miselli (Reggio Emilia) 65 LA QUALITÀ DI VITA DEL PAZIENTE DIABETICO TAVOLA ROTONDA 75 • L’importanza della qualità della vita nella gestione della malattia diabetica - U. Valentini (Brescia) 77 • La qualità della vita alla luce della dichiarazione di St. Vincent - M. Massi Benedetti (Perugia) 81 • Indagine conoscitiva sulla qualità di vita dei pazienti - M. Porta - M. Trento (Torino) 91 • La qualità della vita nel paziente obeso con diabete mellito di tipo 2 - E. Mannucci (Firenze) 95 • Affidabilità e validità del questionario come metodo di valutazione della qualità di vita (QdV) - G. Erle (Vicenza) 99 • Come accompagnare il paziente nell’accettazione della terapia insulinica intensiva - P. Gentili (Roma) 105 WORKSHOP 111 • Il Sistema Qualità nei Centri di Diabetologia: l’orientamento all’utente - R. Sivieri (Torino) 113 • La gestione del paziente obeso diabetico E. Mannucci (Firenze) 119 1 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE INTRODUZIONE Dopo la prima positiva esperienza del 1998, nel novembre 1999 a Villa Erba di Cernobbio ha avuto luogo il secondo “Congresso Roche Patient Care” che aveva l’obiettivo di riaffermare la validità e l’attualità dell’Educazione Terapeutica del paziente diabetico”. Lo scopo primario del precedente incontro era stato quello di sensibilizzare i giovani diabetologi nei confronti di questo fondamentale aspetto della terapia del diabete e di riaffermare che l’educazione costituisce un momento fondamentale per la cura e l’autogestione del diabete. Nell’incontro del 1999 si è voluto consolidare questo messaggio rivolto a un gruppo di diabetologi capaci di interagire con i relatori e i conduttori dei lavori e di dibattere attivamente in lavori di gruppo i principali temi dell’educazione terapeutica. L’impostazione della problematica dell’educazione terapeutica come processo di apprendimento sistematico centrato sul paziente e delle difficoltà pedagogiche che si incontrano in tale percorso sono state affidate ai proff. D’Ivernois e Gagnayre della Scuola Pedagogica Parigina. Il Congresso ha voluto approfondire due temi specifici affrontati da esponenti del GISED e da diabetologi delle Società Scientifiche Diabetologiche: a) l’educazione alla gestione della terapia insulinica intensiva e alla prevenzione delle complicanze acute affrontate sul piano clinico e psicologico; b) il miglioramento della qualità di vita del paziente diabetico soprattutto in funzione della migliore organizzazione dell’assistenza e della professionalità degli operatori sanitari. Su quest’ultimo tema sono stati portati importanti contributi di indagini conoscitive sugli indicatori di benessere, sulla misurazione e sulla valutazione della qualità di vita. La parte più impegnativa del Convegno si è svolta nei lavori di gruppo che ha impegnato i 160 partecipanti nel dibattito e nella discussione di alcuni argomenti riguardanti l’educazione terapeutica: l’attività fisica intesa non solo come “prescrizione”, i criteri di selezione dei pazienti da porre in terapia intensiva, le resistenze del paziente a un programma alimentare e infine la strategia da concordare con il paziente per raggiungere gli obiettivi terapeutici. Le relazioni del Convegno e le conclusioni dei lavori di gruppo sono state sintetizzate nel presente volume per fare partecipe l’intera comunità diabetologica nazionale di un prezioso patrimonio culturale e di uno strumento di consultazione utile per “accompagnare sempre meglio il paziente nell’accettazione della terapia insulinica intensiva e per migliorare la sua qualità di vita”. Antonio Tiengo Cattedra di Malattie del Metabolismo - Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale - Università di Padova 2 ° C O N G R E S S O R O C H E D P A T I E N T C A R E GIORNALE ITALIANO DI IABETOLOGIA Apertura del Congresso Educazione terapeutica del paziente diabetico: alcuni principi direttivi J.F. d’Ivernois (Parigi) Il paziente diabetico insulino-trattato e la gestione della sua malattia: un’indagine psicosociale A.C. Bosio (Milano) 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE EDUCAZIONE TERAPEUTICA DEL PAZIENTE DIABETICO: ALCUNI PRINCIPI DIRETTIVI Jean-François d’Ivernois Laboratorio di Pedagogia della salute, Centro Collaboratore OMS per lo sviluppo delle risorse umane nella sanità, UFR Sanità, Medicina e Biologia Umana, Università di Parigi 13 Tabella I Una delle scoperte mediche più importanti degli ultimi quindici anni è stata l’evidenza scientifica di poter prevenire e curare meglio la malattia con l’educazione. DEFINIZIONE L’educazione terapeutica del paziente ha ottenuto un riconoscimento ufficiale fin L’educazione terapeutica dovrebbe permettere ai pazienti di acquisire dalla pubblicazione del rapporto dell’OMS e di conservare le capacità e competenze che li aiutano a vivere in Europa nel 1998: ne riportiamo la defimaniera ottimale la loro vita con la malattia. Si tratta quindi di un nizione (tab. I). Capacità, competenze, processo permanente integrato alle cure e centrato sul paziente. apprendimento a vivere con la malattia L’educazione implica attività organizzate di sensibilizzazione, sono alcuni dei concetti chiave su cui d’informazione, di apprendimento dell’autogestione, di sostegno psicologico riguardo la malattia, il trattamento prescritto, le cure, il poggia quella che chiameremo la pedaquadro ospedaliero, le informazioni relative all’organizzazione e i gogia del paziente. comportamenti di salute e di malattia. Essa mira ad aiutare i pazienti Qualsiasi relazione pedagogica implica due e le loro famiglie a comprendere la malattia e il trattamento, a attori: il docente e il discente, l’educatore e collaborare con i curanti, a vivere in maniera più sana e a conservare l’educato. Qualsiasi pedagogia è, per o migliorare la qualità della loro vita. definizione o per esperienza, difficile, conflittuale, e pone, agli uni come agli altri, una sfida. Qual è la sua natura? (tab. II). Limiteremo la nostra riflessione agli aspetti propriamente pedagogici di questa sfida. Tabella II Quali ostacoli occorre superare da una parte e dall’altra (curanti-pazienti) per raccogliere questa sfida? Da parte dei curanti è necessario un NATURA DELLA SFIDA enorme lavoro di riflessione pedagogica, il quale non può essere effettuato se non • Modificare gli atteggiamenti e le competenze di medici e curanti: grazie a una formazione specifica alla problematica delle malattie di lunga durata metodologia dell’educazione terapeutica • Fare del paziente un partner: problematica della motivazione del paziente (tab. III). La nostra esperienza • Aiutare il paziente a diventare un decisore competente: dei modelli scolastici (istruzione generale problematica pedagogica o formazione universitaria, come la formazione medica) è infatti poco pertinente in questo campo: tutte le esperienze d’educazione del paziente che tentano di riproTabella III durre il modello della scuola o della classe sono fallite. Analogamente, occorre abbandonare l’idea che chi insegna sia la figura più importante; più importante è chi GLI OSTACOLI DELLA SFIDA impara, cioè il paziente. Infine, l’educazione del paziente esce Modificare gli atteggiamenti e le competenze pedagogiche di medici dallo schema tradizionale della relazione e curanti: duale curante-curato. Il paziente impara • Predominanza del modello scolastico sia in gruppo che a tu per tu con il • Predominanza del modello pedagogico centrato sull’insegnante • Predominanza della relazione duale medico o da solo. La buona strategia pedagogica associa metodi collettivi, 5 6 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE colloqui individuali e l’autoapprendimento. Per il paziente la sfida pedagogica è consono permessi siderevole. Gli studi che stiamo conColesterolo Maionese light Lardo, salsiccia, salsiccia… ducendo indicano che l’osservanza teralatte scremato “ripetere sempre questi piatti” formaggio con 40-50% di grassi peutica non è un comportamento, bensì, n pollo senza pelle on se olio: 1 cucchiaio per 3 persone mp al contrario, una decisione quotidiana, re as a so se s rsi cia un’azione sostenuta da un’intenzione e t i man to et gia all Grasso trop em ’ po orr volontaria e ragionata. L’educazione teraDieta c oc fa peutica non è dunque un addestramento, a Ingrassare ic troppo nif sig ma una formazione alla decisione. Non fa bene Mangiare Dall’altra parte, i pazienti sono discenti di tutto in Attività perché affatica quantità particolari, non essendo né allievi, né “Si fa fatica fisica limitata a muoversi, studenti. Essi sono eterogenei per le loro vuol dire a camminare, Cuore pio em schiena caratteristiche intellettuali, sociali, cula salire le scale” es gambe turali e motivazionali. Soprattutto imCamminare (da 30 a 45 min. parare a vivere con la propria malattia è da 2 a 3 volte a sett.) ben diverso da imparare qualsiasi altro tipo di conoscenza o di competenza esterFigura 1 na. È, fondamentalmente, insegnare a se stessi. Allo stesso modo, le conoscenze che Rappresentazione, da insegniamo al paziente sono di natura complessa, specialmente nel diabete. parte del paziente, di Infine, un paziente può aver imparato tutto e aver apparentemente capito tutto e alcuni concetti non applicarlo. Sapere e fare ciò che si sa costituisce la problematica fondamentale dietetici prima di un processo educativo della compliance relativamente alla quale la ricerca è solo agli esordi. Vi è un enorme vantaggio nell’inscrivere l’educazione del paziente in un approccio significa Infezioni può ostruire Grasso Colesterolo Arterie diminuzione della vista globale, sistematico. L’esperienza ha nel sangue e della sensibilità dei piedi mostrato i limiti del pragmatismo e del può in pro voc Lardo procedere per tentativi, in pedagogia. Al are burro Trasporto può provocare crema contrario, l’approccio sistematico perDiabete Sovrappeso d’insulina sign occorre fare attenzione al ifica po mette di razionalizzare e soprattutto di p o r t ngia re ifica i ma oca v sign rendere operativo il processo educativo se s o r p può 20 kg in più centrato sul paziente, i suoi bisogni e le Il pancreas Grasso non funziona più sue realtà. e non fabbrica più Minestra di verdure ria a s La prima tappa è dunque diagnostica. s abbastanza + patate ece èn zucchero Meno esempio formaggio (60gr (40%MG) Quali sono i bisogni del paziente che frutta: 1 grassi acqua: 2 bicchieri a pasto oc desidero educare, le sue potenzialità e i co niente olio Attività rre 1 cucchiaio di brodo di carne evi fisica tar suoi limiti? alcool: 5 volte l’anno Danni e io co (vino leggero) mp mm e s Da qui si trarranno degli obiettivi, alcuni e isu Grasso rat o animale comuni a tutti i pazienti (obiettivi di Passeggiare, Zucchero nuotare sicurezza), altri specifici. Gli obiettivi Lardo (1 ora al giorno) carne rossa con formano un contratto d’educazione che grasso attorno burro lega l’educatore al suo paziente. Da essi poco pollo maionese Aumento di peso, derivano i contenuti da insegnare e i eliminare il grasso fatica, visibile dal più fatica metodi pedagogici adeguati. Infine, prosciutto, la pelle a muoversi dal pollo occorre valutare ciò che il paziente sa/sa fare/sa essere e quel che gli resta da sapere Figura 2 o da rivedere. Rappresentazione, da Torniamo alla diagnosi d’educazione: è un colloquio preliminare all’educazione, parte del paziente, di ed è indispensabile. Le domande più importanti concernono la vita, alcuni concetti l’esperienza, i vari saperi, le motivazioni e i progetti di vita del paziente. dietetici dopo un All’interno di questo processo diagnostico le conoscenze precedenti del processo educativo Grasso animale Grasso nel sangue provoca più oso da re gia an llo m na og bis are de Ostruisce le arterie vuo l dir e può provocare bis ogn a fa re provoca elimin che è pericoloso per pio em es significa più fati c es. re ita ev da Burro crema carne rossa 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Tabella IV paziente devono essere oggetto di un’esplorazione sistematica: conoscenze Criteri raccomandati effettive, esperienza vissuta (molto importante), convinzioni, rappresentazioni per l’educazione sociali, paure, ecc. … terapeutica del Nel nostro laboratorio sperimentiamo nuovi metodi d’esplorazione dei sistemi paziente d’organizzazione delle conoscenze nei pazienti mediante colloqui di espliL’EDUCAZIONE TERAPEUTICA DEL PAZIENTE citazione e rappresentazioni grafiche dei È UN PROCESSO DI APPRENDIMENTO SISTEMATICO concetti. Questi ultimi sono mappe CENTRATO SUL PAZIENTE. concettuali che ci indicano come sono organizzate, in un dato momento, le Prende in considerazione: conoscenze nel paziente. • il processo di adattamento del paziente (coping), il suo “luogo di Ne riportiamo alcuni esempi: prima (fig. 1) controllo della propria salute” (Health Locus of Control), le sue e dopo l’educazione (fig. 2), a partire da un convinzioni, le sue rappresentazioni della salute; concetto centrale di “zucchero” e di “gras• i bisogni soggettivi e oggettivi dei pazienti, sia espressi che so”su cui si esprimono i pazienti diabetici. inespressi. La nostra esperienza della lettura di questi Costituisce parte integrante del trattamento e della “presa in carico” grafici è ancora agli inizi. Constatiamo del paziente. Riguarda la vita quotidiana e l’ambiente psicosociale del paziente e soltanto che l’educazione struttura le coinvolge per quanto possibile le famiglie, i parenti e gli amici del conoscenze, apporta al paziente parole, paziente. termini tecnici che gli rendono più espliciti È un processo permanente che deve essere adattato all’evoluzione i legami tra i vari concetti. della malattia e allo stile di vita del paziente; fa parte della presa in Constatiamo anche che le preoccupazioni, carico del paziente nel lungo periodo. gli affetti, le emozioni del paziente Deve essere strutturata, organizzata, realizzata con mezzi educativi continuano a interferire con le conoscenze diversi. “scientifiche”che si cerca di fargli acquisire. È multiprofessionale, interdisciplinare e intersettoriale e comprende Ma altri studi che conduciamo paralil lavoro in rete. lelamente ci indicano che le conoscenze Include una valutazione del processo d’apprendimento e dei suoi effetti. astratte e complesse (adattamento delle È realizzata da curanti formati all’educazione del paziente. dosi d’insulina, dietetica) sono sia le più OMS-EUROPA 1998 difficili da insegnare per i curanti che le più difficili da assimilare per i pazienti diabetici. L’educazione deve dunque concedersi tutto il tempo che le occorre per avere un esito positivo; deve essere continua, progressiva, attiva, concreta, basata sul contesto di vita del paziente. Nel complesso, i principi pedagogici direttivi che mi sembrano più importanti per il Tabella V successo dell’educazione del paziente sono i seguenti: in linea di massima, ecco i Principi pedagogici utili per la criteri di qualità che l’OMS raccomanda per l’educazione terapeutica (tab. IV). pianificazione Più specificamente, per quanto riguarda le strategia d’insegnamento/apprendimento, cinque principi mi sembrano prevalere (tab. V). 1) “Primum vivere”: obiettivi di sicurezza In conclusione, con l’educazione del paziente entriamo in un nuovo periodo 2) Rispettare la progressione nell’apprendimento: dal meno della Storia della Medicina in cui occorre complesso al più complesso imparare a curare con le parole, con un dialogo, ma anche con un ascolto, con una 3) Favorire l’apprendimento di quanto è: utile, utilizzabile, ripetibile condivisione dei saperi. La pedagogia del paziente è un altro 4) Fare praticare contemporaneamente al paziente ciò che deve approccio terapeutico per cui non ci sono imparare ancora prove definitive. Disponiamo tuttavia di alcuni punti di vista, di principi nati 5) Favorire il trasferimento d’apprendimento anch’essi in un secolo di ricerca nel(contestualizzazione-decontestualizzazione-ricontestualizzazione) l’educazione. Un nuovo campo scientifico multidisciplinare è dunque aperto. 7 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE IL PAZIENTE DIABETICO INSULINO-TRATTATO E LA GESTIONE DELLA SUA MALATTIA: UN’INDAGINE PSICOSOCIALE(°) Isabella Cecchini*, Luca Vecchio*, Albino Claudio Bosio*° *Dipartimento Ricerche sulla Salute, Eurisko; °Facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Milano-Bicocca Introduzione Gli aspetti psicosociali della patologia diabetica hanno mostrato di svolgere un ruolo particolarmente importante nell’ambito del disease management e della compliance del paziente alla terapia. Di fatto, il diabete condiziona in maniera assai rilevante la vita quotidiana di chi ne è affetto. Esso impone l’obbligo di una terapia particolarmente onerosa: per la sua durata, per le modalità di somministrazione, perché richiede di adeguarsi a un rigido regime di controllo su tutti i principali aspetti della propria vita. D’altra parte, proprio a una corretta gestione della patologia e a un’elevata compliance verso la terapia sono legate la speranza e la qualità di vita del paziente diabetico che oggi, peraltro, possono essere particolarmente elevate. I nuovi schemi di terapia (serrato controllo della glicemia, schemi terapeutici intensivi, nuova insulina ad azione sempre più fisiologica) sembrano infatti in grado di consentire un buon compenso metabolico e una riduzione significativa dei rischi di complicanze (1). Molta della ricerca psicosociale sul diabete ha affrontato le problematiche dell’educazione del paziente diabetico e ha lavorato allo sviluppo di tecniche e metodiche facilitanti la gestione della malattia e la compliance alle prescrizioni mediche (2-4). Peraltro, per ottimizzare la collaborazione dei pazienti alla terapia e il successo dei programmi di education/counseling appare importante poter disporre di informazioni sul modo in cui i pazienti si rappresentano la malattia, sulle reazioni e sui vissuti indotti dalla patologia diabetica (5, 6). Le rappresentazioni e gli atteggiamenti sviluppati sulla propria malattia sono infatti in stretta connessione con i comportamenti assunti per farvi fronte (7). Aspettative e valutazioni sul proprio stato di salute e sulle proprie capacità di gestire la patologia influenzano anche la relazione che si costruisce con il medico e sono in grado di condizionare gli esiti stessi dell’azione terapeutica. Di fatto, ai fini della realizzazione di un’efficace alleanza terapeutica è importante che il medico sappia comprendere e tener conto del punto di vista del paziente sulla sua malattia e sulla terapia (rappresentazioni, atteggiamenti, orientamenti pragmatici, ecc.) (8). Il presente contributo si colloca entro questa prospettiva, proponendo un’esplorazione sul mondo rappresentazionale e sulle pratiche dei pazienti diabetici insulino-dipendenti (PDI), sia di tipo 1 che di tipo 2. L’indagine è stata condotta sulla (°) Questa ricerca – condotta nell’ambito del Dipartimento Ricerche sulla Salute di Eurisko – è stata realizzata grazie a un contributo di Roche Diagnostics. 9 10 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE sola popolazione adulta (dai 18 anni in avanti) e quindi non considera le problematiche proprie dell’esperienza della malattia in età infantile e % adolescenziale. Aree geografiche Più in particolare, nella ricerca sono stati affrontati i Nord Ovest 23 seguenti temi: gli atteggiamenti verso il diabete; la Nord Est 21 gestione della malattia, con particolare riferimento Centro 24 alle pratiche di controllo e alla relazione con il medico; Sud e Isole 32 le aspettative di relazione (associazionismo) e di Ampiezza centri informazione/educazione connesse alla gestione del Fino a 100 mila ab. 72 diabete. A partire dalle informazioni raccolte è stata 100-500 mila ab. 14 inoltre costruita una tipologia dei pazienti diabetici Oltre 500 mila ab. 14 che, in relazione agli atteggiamenti e ai comportamenti adottati nei confronti del problema, ha permesso di identificare alcuni modelli tipici di riferimento nella gestione del diabete Tabella I Descrizione del da parte dei pazienti. Totale campione n. 400 campione: aree geografiche e ampiezza centri (parametri assegnati) Sesso Maschi Femmine Età 18 – 30 anni 31 – 40 anni 41 – 50 anni 51 – 60 anni Più di 60 anni Istruzione Laurea Media superiore Media inferiore Licenza elementare Nessun titolo Tabella II Descrizione del campione: sesso, età, livello di istruzione (parametri liberi) La metodologia dell’indagine IL DISEGNO DELLA RICERCA E LA RILEVAZIONE L’indagine è stata condotta in due fasi, nel periodo dicembre 1998 (prima fase)maggio 1999 (seconda fase). È stato adottato un disegno di ricerca integrato basato su due moduli di ricerca successivi, il primo di tipo qualitativo, il secondo di tipo quantitativo, le cui caratteristiche sono qui brevemente ricordate. ▲ Indagine qualitativa. 30 colloqui non direttivi condotti da psicologici clinici con PDI adulti (sia di tipo 1 che di tipo 2) che praticano l’autocontrollo della glicemia. Le interviste sono state effettuate in 6 città del Nord, Centro e Sud Italia: Milano, Padova, Roma, Napoli, Catania, Cagliari. Questa prima fase della ricerca ha Totale campione n. 400 avuto lo scopo di compiere una prima esplorazione del tema e di mettere a punto ipotesi di lavoro (da % verificare nella seconda fase di ricerca). ▲ Indagine quantitativa. 400 interviste personali 46 domiciliari, basate sulla presentazione di un que54 stionario strutturato, con PDI adulti (di tipo 1 e 2) che fanno l’autocontrollo della glicemia. Obiettivo di 12 questa seconda fase è stato la verifica e il dimen10 sionamento dei fenomeni oggetto d’indagine iden9 tificati nella precedente fase qualitativa. 22 47 IL CAMPIONE DELLA FASE QUANTITATIVA Il campione di 400 PDI adulti (dai 18 anni in avanti) è stato costruito secondo criteri di rappresentatività rispetto alla popolazione dei PDI in relazione ai parametri geografici (area geografica di appartenenza e ampiezza del centro di residenza). La stima dei parametri è stata ricavata dal database di Sinottica, indagine multipurpose condotta annualmente da Eurisko su un campione di 10.000 casi (due rilevazioni semestrali su campioni indipendenti di 5.000 casi) rappresentativo della popolazione italiana dai 14 anni in su. Entro questa indagine è rilevata l’incidenza della patologia diabetica insulino-trattata nella popolazione adulta. In particolare, il campione è 6 25 27 34 8 11 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE risultato composto per il 35% da PDI di tipo 1 (età media: 38 anni) e per il restante 65% da PDI di tipo 2 (età media 68 anni). Le tabelle I e II illustrano le caratteristiche del campione in riferimento alle principali dimensioni sociostrutturali. Risultati GLI ATTEGGIAMENTI VERSO IL DIABETE E LA SUA GESTIONE Tabella III Gli atteggiamenti verso il diabete: l’accettazione della malattia e la sua rappresentazione con le frasi proposte; valori percentuali Totale campione Pazienti di tipo 1 Pazienti di tipo 2 n. 400 n. 139 n. 261 La relazione del PDI con la propria % % % malattia sembra reggersi su un equilibrio Il diabete è una piuttosto precario: di fatto, due terzi degli malattia difficile intervistati manifestano una difficoltà da accettare 71 64 74* nell’accettazione della malattia (quota che aumenta presso i pazienti di tipo 2). Tale Anche un diabetico difficoltà pare costruirsi sull’esistenza di può avere una vita una doppia e paradossale realtà con cui il normale 66 90* 77 PDI deve confrontarsi. Da un lato la Di fronte al diabete convinzione che anche per i diabetici sia c’è poco da fare 66 56 66* possibile vivere una vita del tutto normale, Nota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative come i non malati. Dall’altro lato, la nel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di consapevolezza dell’impossibilità di guarire significatività del 5% (p<0,05) dal diabete, da cui si genera il fatalismo e la rassegnazione che accompagnano l’esperienza della patologia (tab. III). Tale conflitto sembra alla base di prese di posizione apparentemente contraddittorie che il PDI mostra nella gestione della sua vita e della sua malattia. Appare prepotente l’aspirazione ad avere una vita normale, come quella di tutti: in particolare nel lavoro e per quanto riguarda la vita sociale e di relazione. Si tratta di un’esigenza ancora più avvertita nei pazienti di tipo 1, più giovani e più desiderosi Tabella IV di avere un ruolo sociale attivo e partecipativo (tab. IV). Tale desiderio si scontra, Gli atteggiamenti però, con i vincoli imposti dalla terapia e con la necessità di adeguarsi a un rigido verso il diabete: regime di controllo (e di autocontrollo) della patologia. l’impatto sul lavoro e Proprio in relazione a questo tema emergono atteggiamenti conflittuali, laddove i sulla vita di PDI dichiarano di ritenersi molto controllati ma, nello stesso tempo, ammettono relazione con le frasi proposte; valori come occuparsi del diabete sia spesso “una scocciatura” e confessano non poche percentuali deroghe rispetto alle regole (tab. V). Il rapporto con il cibo e con l’alimentazione offre un caso esemplare di tali Totale campione Pazienti di tipo 1 Pazienti di tipo 2 atteggiamenti conflittuali. Qui appare con n. 400 n. 139 n. 261 evidenza (tab. VI) come l’orientamento % % % all’attenzione e al controllo convivano con Svolgo un lavoro/ il bisogno di trasgredire. LA GESTIONE DEL DIABETE: LE PRATICHE DI CONTROLLO DELLA GLICEMIA E LA RELAZIONE CON IL MEDICO Il conflitto fra necessità di controllo e desiderio di “libertà” dal controllo si ripropone in relazione all’autocontrollo della glicemia. A questo proposito si osserva una generalizzata consapevolezza un’occupazione molto impegnativa 36 59* 24 Ho molti amici con cui mi trovo abitualmente 57 72* 50 Nota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative nel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di significatività del 5% (p<0,05) 12 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE dell’importanza di tale pratica (il 90% dei PDI è consapevole dei benefici a breve e a lungo termine derivati dall’autocontrollo % % % della glicemia) che non sempre, però, si Per quanto riguarda traduce in comportamento: almeno un il diabete, sono una quarto dei PDI esegue un numero di persona molto controlli inferiore rispetto a quanto controllata 72 70 73 prescritto dal medico1 (quota che cresce Occuparmi del mio presso i PDI di tipo 1) (tab. VII). diabete è spesso Nella maggior parte dei casi (8 su 10) il una scocciatura 62 57 66* controllo della glicemia è svolto perSpesso mi manca sonalmente dal PDI: l’autonomia è magla disciplina giore nei PDI di tipo 1 (il 94% fa i controlli necessaria 38 33 40* autonomamente) e cala nei PDI di tipo 2 (75%). Nota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative nel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di Quando i valori della glicemia risultano significatività del 5% (p<0,05) fuori norma la maggioranza degli intervistati (93%) interviene: per lo più in autonomia, modificando la dieta (39%) oppure con dosi aggiuntive di insulina (38%); solo un terzo dei casi si rivolge al Tabella V La gestione del medico: subito (24%) o alla prima occasione di incontro (8%). diabete: le Anche la relazione con il medico, peraltro, appare articolarsi entro l’ambivalenza tra valutazioni sulle dipendenza e autonomia. Certo, per il PDI il Centro di diabetologia – e il medico del proprie capacità di Centro – sono un riferimento prioritario nella gestione della malattia: l’assoluta controllo con le frasi maggioranza degli intervistati (il 72%) dichiara di essere seguita da un Centro di proposte; valori percentuali diabetologia (quota che sale al 78% nei pazienti di tipo 1 e diventa il 66% nei pazienti di tipo 2). La soddisfazione per le prestazioni mediche appare elevata, ancorché migliorabile (tab. VIII). Peraltro, a fronte della centralità del medico (e del Centro) e dell’elevata soddisfazione per tale relazione, il paziente mostra una diversa capacità di Totale campione Pazienti di tipo 1 Pazienti di tipo 2 autonomia/presa in carico della sua n. 400 n. 139 n. 261 malattia. Nei pazienti di tipo 2 prevale un orientamento passivo di delega al medico % % % della gestione del problema. Nei pazienti In genere, scelgo di tipo 1 prevale un orientamento attivo, di cibi leggeri, collaborazione con il medico, espressione salutari 80 77 82* del desiderio di co-gestire (insieme al Spesso mi capita medico, non al posto del medico) la di fare qualche malattia (tab. IX). peccato di gola 59 56 61* Totale campione Pazienti di tipo 1 Pazienti di tipo 2 n. 400 n. 139 n. 261 Nota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative nel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di significatività del 5% (p<0,05) Tabella VI La gestione del diabete: l’impatto sull’alimentazione con le frasi proposte; valori percentuali L’INFORMAZIONE ORIENTAMENTI SETTORE SUL DIABETE E SULL’ASSOCIAZIONISMO GLI DI La possibilità di una presa in carico e di una gestione autonoma della malattia dipende in primo luogo dal grado di competenza e conoscenza della patologia. Dalla ricerca emerge un PDI informato sul diabete (l’87% degli intervistati si considera tale), ma anche altrettanto 1 Si deve ricordare che nella stima di fatti socialmente imbarazzanti (come la trasgressione di indicazioni del medico) possono aversi fenomeni di sottostima del dato (peraltro non quantificabili nella ricerca). I valori qui osservati possono dunque essere considerati come un’indicazione di minima di un fenomeno di non-compliance. 13 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Tabella VII desideroso di aumentare le proprie conoscenze (atteggiamento che caratterizza Il controllo della l’81% del campione). Il medico del Centro di Diabetologia si conferma come figura glicemia: la centrale – di fatto e nelle aspettative – nel trasferimento di conoscenze e competenze compliance con le sulla malattia: il 77% degli intervistati lo indica quale fonte principale delle prescrizioni del medico (valori informazioni, il 71% lo considera la fonte più utile. Al di là del medico, i canali di percentuali) informazione “laici“(TV/radio, periodici/quotidiani) risultano essere i più utilizzati (50% dei casi per la TV, 39% per i periodici) e anche i preferiti (83% la TV; 50% i Totale campione Pazienti di tipo 1 Pazienti di tipo 2 periodici) per ricevere informazioni sul n. 400 n. 139 n. 261 diabete (ciò appare una conferma del % % % desiderio di normalità del PDI). Anche i Rispetto alle mezzi “dedicati” (opuscoli distribuiti nei prescrizioni del Centri e riviste specializzate sul diabete) medico faccio … risultano comunque fruiti (nel 38% dei casi … meno controlli 24 30* 21 gli opuscoli, nell’11% dei casi le riviste) e … tutti i controlli apprezzati (i valori oscillano intorno al prescritti 63 57 66* 50% per entrambe le tipologie), anche se … più controlli 13 13 13 in misura minore rispetto ai canali laici. Nota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative Quando si considerano i dati sull’asnel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di sociazionismo ci si trova nuovamente di significatività del 5% (p<0,05) fronte a un quadro “contraddittorio”. L’esistenza delle associazioni è ritenuta da tutti un fatto importante (soprattutto ai fini della difesa dei diritti del paziente diabetico e per la diffusione delle informazioni). Però, solo 1/4 dei PDI risulta iscritto a un’associazione e poco più del 10% partecipa attivamente alla vita associativa (tab. X). Lo scarso coinvolgimento nelle associazioni indica, ancora una volta, il bisogno del PDI di confermare, a sé e agli altri, la “normalità”della propria vita. Di fatto, egli cerca e privilegia luoghi di socializzazione e di incontro al di fuori dell’esperienza Tabella VIII della malattia. La soddisfazione per ATTEGGIAMENTI VERSO le prestazioni mediche (valori percentuali) IL DIABETE E GESTIONE DELLA MALATTIA: UNA TIPOLOGIA DEI PAZIENTI DIABETICI INSULINO-DIPENDENTI I dati finora presentati mostrano con chiarezza come di fronte alla malattia siano presenti nei pazienti atteggiamenti e comportamenti diversi, a volte contraddittori. Ci si può chiedere se sia possibile identificare gli organizzatori cui ricondurre la variabilità dei comportamenti e sulla base dei quali identificare le tipologie di pazienti. Con questo scopo è stata condotta un’analisi di correlazione canonica a partire da due insiemi di variabili utilizzate nella ricerca: da un lato la tipologia di diabete, dall’altro le variabili descrittive relative agli atteggiamenti verso la patologia, allo stile di vita, alle modalità di gestione del diabete, agli orientamenti Totale campione n. 400 Pazienti di tipo 1 n. 139 Pazienti di tipo 2 n. 261 % % % Consideri il medico che attualmente la segue per il diabete. Quanto è complessivamente soddisfatto per come viene seguito? Moltissimo/molto 62 56 65* Abbastanza 34 37 32 Così così / Poco / Per nulla 4 7 3 Nota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative nel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di significatività del 5% (p<0,05) 14 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE concernenti l’informazione e l’associazionismo. Utilizzando le prime due dimensioni generate dall’analisi (in grado di spiegare % % % complessivamente il 63% della covarianza) Preferisco che sia il medico è stata costruita una mappa che permette che mi segue a occuparsi di leggere la variabilità dei fenomeni sulla dei miei problemi di diabete base di due logiche di fondo legate alla e a decidere cosa fare 44 27 53* gestione della malattia: autonomia vs. dePreferisco collaborare con il lega, da un lato; controllo vs. trasgressione, medico che mi segue e dall’altro. Attraverso la proiezione degli decidere insieme cosa fare intervistati, sulla mappa così costruita, soper il mio diabete 50 65* 41 no stati identificati quattro differenti grupNota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative pi di pazienti le cui caratteristiche sono qui nel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di sintetizzate (fig. 1). significatività del 5% (p<0,05) ▲ Gruppo A: controllo e autonomia Raggruppa il 25% dei PDI, prevalentemente di tipo 1, giovani adulti, competenti e disciplinati nella gestione del diabete Tabella IX La gestione del (espressione della capacità di elaborare il conflitto fra malattia e aspirazione alla diabete: la relazione normalità), controllano regolarmente la glicemia, sono più informati e interessati con il medico all’aggiornamento, sono anche più partecipativi verso le associazioni. (percentuali di scelta tra le due alternative; ▲ Gruppo B: trasgressione e autonomia il complemento a Raggruppa solo il 9% della popolazione dei PDI, prevalentemente di tipo 1, giovani, 100 indica la quota con una vita sociale attiva, appaiono autonomi ma anche indisciplinati nella di incerti) gestione del diabete (espressione delle difficoltà di accettare la malattia a fronte di una forte aspirazione alla normalità), controllano la glicemia e sono interessati all’aggiornamento. Controllo ▲ Gruppo C: trasgressione e delega DIM.2 (12%) Raggruppa il 19% dei PDI, prevalenGruppo A: controllo e autonomia: 25% Gruppo D: controllo e delega: 47% - Tipo 1 - Tipo 2 temente di tipo 2, adulti, mostrano un - Giovani adulti, di livello socio-culturale e - Pensionati, poco istruiti istruzione elevato - Nella gestione del diabete delegano atteggiamento negativo verso il diabete, - Svolgono un lavoro interessante e hanno totalmente al medico. una vita sociale molto attiva - Controllano regolarmente la glicemia sono indisciplinati e poco autonomi - Competenti e disciplinati nella gestione del diabete - TV e radio per tenersi informati sul diabete (espressione della difficoltà di accetta- Si controllano la glicemia con regolarità - Più informati e più interessati all’aggiornamento zione della malattia), sono irregolari nei - Più parteciativi verso le associazioni controlli e poco interessati all’aggiorDIM.1 (51%) namento. autonomia Delega ▲ Gruppo D: controllo e delega Gruppo B: trasgressione e autonomia: 47% Gruppo C: trasgressione e delega: 47% - Tipo 1 - Tipo 2 Raggruppa quasi la metà dei PDI (47%), - Giovani adulti, di istruzione elevata - Adulti - Hanno una vita sociale molto attiva - Atteggiamento negativo verso il diabete prevalentemente di tipo 2, pensionati, - Autonomi e indisciplinati nella gestione - Indisciplinati e incapaci di gestire il diabete disciplinati nella gestione della malattia, del diabete in autonomia - Controllano la glicemia - Fanno controlli irregolari delegano però molto al medico (espres- Interessati all’aggiornamento - Poco interessati all’aggiornamento sione di un’accettazione passiva della Trasgressione malattia), si fanno aiutare nell’autocontrollo della glicemia, si informano attraverso radio e TV. Figura 1 Di fatto, i profili delle quattro tipologie di PDI mettono in evidenza le diverse La mappa dei capacità dei PDI di elaborare strategie di adattamento alla situazione: più o meno pazienti diabetici e il conflittuali, più o meno in sintonia con il desiderio di normalità, più o meno efficaci profilo dei gruppi ai fini del controllo della malattia. tipologici Totale campione n. 400 Pazienti di tipo 1 n. 139 Pazienti di tipo 2 n. 261 15 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Conclusioni Tabella X L’associazionismo di settore: le valutazioni e la partecipazione (valori percentuali) La ricerca ha compiuto un’escursione nella patologia diabetica insulino-trattata dal punto di vista del paziente. Da essa emergono quattro problemi, caratterizzati da un denominatore comune: la presenza di atteggiamenti e comportamenti contraddittori nei confronti della malattia e della sua gestione: Totale Pazienti Pazienti • sul piano degli atteggiamenti, si osserva campione di tipo 1 di tipo 2 un’oscillazione tra aspettative verso una n. 400 n. 139 n. 261 vita normale e consapevolezza di doversi curare e controllare per tutta la % % % vita; Le valutazioni: Le associazioni sono importanti • per quanto riguarda il controllo, accanto per la tutela dei diritti del al riconoscimento – pressoché unanime paziente diabetico – dell’importanza e della necessità di (moltissimo + molto d’accordo) 57 65* 53 operare controlli regolari, emerge la “voglia di trasgressione” e l’indisciplina Le associazioni sono importanti dei comportamenti presso una quota per avere informazioni consistente di intervistati; (moltissimo + molto d’accordo) 54 58 51 • nella relazione con il medico convivono La partecipazione: dipendenza e autonomia. È iscritto ad un’associazione 26 36* 20 Tali contraddizioni, rilevate a livello genePartecipa alle attività rale, alla fine sembrano trovare un loro di un’associazione 12 19* 9 punto di equilibrio in diversi stili e straNota: gli asterischi segnalano le accentuazioni statisticamente significative tegie di adattamento alla situazione, nel confronto tra i valori dei due segmenti di pazienti diabetici, al livello di descritte dalla tipologia di pazienti identisignificatività del 5% (p<0,05) ficata con la ricerca. Il quadro appena sintetizzato pone importanti sfide per il disease management e per la terapia del PDI. Si tratta di riuscire a raccordare tra loro elementi che si presentano come discrepanti e di difficile sintesi: l’aspirazione alla normalità e la necessità di sentirsi malati per potersi curare; l’accettazione “razionale” della necessità dei controlli e la presenza, nella pratica, di trasgressioni; il bisogno di dipendenza e la necessità di autonomia nella relazione con il medico; i diversi stili dei pazienti a fronte di una patologia e di una terapia che hanno valore generale. Si tratta evidentemente di sfide che implicano e presuppongono competenze che vanno al di là delle sole conoscenze biomediche sulla malattia e che investono l’ambito delle competenze psicosociali; competenze, queste ultime, necessarie per migliorare la capacità complessiva di controllo sulla terapia e per garantire una migliore qualità di vita ai pazienti diabetici. BIBLIOGRAFIA 1. 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Maldonato (Roma) 19 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE OBIETTIVI METABOLICI NELLA TERAPIA INSULINICA INTENSIVA Fabio Capani Università di Chieti % Rate per 100 PYR Uno dei messaggi più importanti che il DCCT ha trasmesso alla diabetologia Figura 1 internazionale è senza dubbio rappresentato dalla stretta relazione fra livelli di The Diabetes Control emoglobina glicosilata e complicanze, soprattutto microvascolari. Anche se, per and Complications ragioni di utilità pratica, è stato identificato il livello del 7% come livello di Trial Research Group sicurezza, lo studio ha anche dimostrato che, al di sopra del range di normalità 2.5 Diabetes 45:1289-1298, 1996 (3,5-5,5%), non esiste in realtà un livello al di sotto del quale il rischio di contrarre 2.0 complicanze sia sovrapponibile a quello di soggetti non diabetici. Il rischio, infatti, 1.5 aumenta progressivamente a partire già dal valore di 5,5%, che corrisponde al 1.0 livello massimo della normalità al 95%. La figura 1 esprime molto bene questo 0.5 concetto riferito alla curva di rischio di contrarre la retinopatia a valori relativamente contenuti di glicoemoglobina, 0.0 5.0 5.5 6.0 6.5 7.0 7.5 8.0 rapportato a 100 pazienti per anno. Lo stesso DCCT ha anche dimostrato la Glycosylated Hemoglobin (%) relazione inversa fra livelli di emoglobina glicosilata e rischio di ipoglicemie. In Figura 2 Servizio di Diabetologia - Pescara. termini assoluti tale relazione è stata Distribuzione dei valori medi di glicoemoglobina in ritenuta dai diabetologi europei in classi di frequenza in 199 diabetici di tipo 1 seguiti qualche modo eccessiva, in considedal 1993 al 1997. Hanno risposto al questionario razione di una lunga esperienza europea educativo 77 pz (= 38%) di strategie di terapia insulinica 60 ottimizzata in era pre-DCCT. È evidente quindi come l’obiettivo 50 metabolico sia rappresentato, per ogni diabetico, da un compromesso indivi40 dualizzato fra il minor numero di ipo30 glicemie e il più basso livello di emoglobina glicosilata ottenibile. E que20 sto compromesso, secondo la nostra 10 esperienza di questi ultimi 20 anni, risulta strettamente individuale. 0 4,1-5 5,1-6 6,1-7 7,1-8 8,1-9 9,1-10 10,1-11 11,1-12 12,1-13 La figura 2 mostra la distribuzione in HbA 1c (%) classi di frequenza dei valori medi prima dopo (raccolti in 4 anni) di emoglobina glicosilata in 199 diabetici di tipo 1, 20 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE 70 60 % 50 40 30 20 10 0 4,1-5 5,1-6 HbA1c (%) Figura 3 Servizio di Diabetologia Pescara. Percentuale dei soggetti che hanno risposto al questionario educativo distribuiti in classi di glicoemoglobina 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 1° quart. Figura 4 Servizio di Diabetologia Pescara. Relazione fra HbA1c e livello educativo in 77 diabetici di tipo 1 sottoposto a questionario (One-way Anova F=3,24 p<0,025) seguiti dal 1993 al 1997, dei quali circa una metà presenta valori medi inferiori a 7%. Per valutare se e quanto il livello educativo da noi impartito fosse responsabile dell’obiettivo raggiunto, è stato sottoposto un questionario che permetteva di valutare il livello di conoscenza degli obiettivi educativi. Le domande tendevano in particolare a esplorare la conoscenza sull’importanza del rispetto: • del tempo di assunzione dei pasti; 6,1-7 7,1-8 8,1-9 9,1-10 10,1-11 11,1-12 12,1-13 • del legame fra dose insulinica e conteHbA1c (%) nuto glucidico del pasto; • del tempo di somministrazione di insulina e inizio dei pasti. Dalla stessa figura si può vedere anche l’adesione al questionario; dalla figura 3 si evince che i soggetti che hanno risposto al questionario sono distribuiti, anche se in modo leggermente ineguale, fra quelli con valori di emoglobina al di sotto e al di sopra del 7%. Si poteva quindi considerare valido il campione sperimentale in quanto il range esplorato di emoglobina glicosilata nei vari soggetti era discretamente ampio. La figura 4 dimostra chiaramente come vi sia una relazione statisticamente significativa fra i risultati del questionario, diviso in quartili, e i livelli di emoglobina glicosilata. A un maggiore livello educativo corrispondeva un minor livello di emoglobina glicosilata, con discreta significatività statistica. Questo studio fa comprendere come vi sia senza dubbio una relazione fra livello di conoscenze e obiettivo metabolico raggiunto, nel senso che chi ha raggiunto un livello conoscitivo adeguato mette anche in pratica e chi viceversa non l’ha raggiunto, perché ha dimenticato le nozioni fornite indistintamente a tutti, non è in grado di seguire correttamente le regole. Si potrebbe a prima vista essere tentati di ritenere che il problema educativo sia in realtà l’unico problema e che, se non si raggiunge e non si mantiene un livello di 2° quart. 3° quart. 4° quart. emoglobina glicosilata al di sotto del 7%, la colpa sia riconducibile esclusivamente alla non completa compliance al modello ottimale di comportamento. Tuttavia, dall’esperienza maturata sin dagli anni 80 fino a oggi, in particolare in soggetti diabetici trattati con microinfusore, sono emerse alcune considerazioni che fanno riflettere sulla variabilità della modalità di risposta di ogni diabetico alla terapia insulinica. Questi soggetti sono stati particolarmente seguiti, soprattutto nei primi anni, in cui si era alla ricerca delle più adeguate strategie per ottenere il miglior valore di emoglobina glicosilata insieme al minor numero di episodi ipoglicemici. Com’è noto, nell’uso del microinfusore è importante scindere il fabbisogno insulinico basale, che è funzione del peso corporeo, da quello legato ai pasti che, 21 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE mg % % Figura 5 viceversa, è funzione del contenuto glucidico del pasto. Il miglior momento per Servizio di “tarare” il fabbisogno insulinico basale ci è sembrato essere il mattino al risveglio, Diabetologia momento più lontano dai due maggiori perturbatori dell’omeostasi glicemica: il Pescara. pasto glucidico e l’attività fisica. Distribuzione percentuale delle A iniziare dagli anni 80, furono raccolti per vari anni, in 64 portatori di deviazioni standard microinfusore, i valori glicemici del mattino e furono depurati da quelli ottenuti in delle glicemie al occasione di temporanee variazioni dell’erogazione insulinica basale. Per valutare la mattino a digiuno in loro variabilità fu calcolata la deviazione standard a blocchi trimestrali e si potè 64 diabetici di tipo 1 verificare che ogni soggetto tendeva a rimanere, nello scorrere dei vari trimestri, con microinfusore negli stessi valori di deviazione standard. La figura 5 mostra la distribuzione in classi di frequenze delle medie delle deviazioni standard (DS) trimestrali, 30 registrate nei 64 soggetti. La maggior 25 parte di essi presentava deviazioni standard comprese fra 21 e 30. Vi era un 20 piccolo numero di soggetti molto fortu15 nati che si localizzavano nell’intervallo 10-20 e un piccolo numero di soggetti 10 molto sfortunati che presentavano valori 5 fra 61 e 70. In termini statistici, è noto che il 95% dei 0 valori di una popolazione di numeri a DS=10-20 DS=21-30 DS=31-40 DS=41-50 DS=51-60 DS=61-70 distribuzione gaussiana cade in un intervallo compreso fra la media +2 e la media –2 deviazioni standard. La finestra in cui cadono i valori corrisponde quindi al quadruplo della deviazione standard. È altrettanto evidente che ogni diabetico Figura 6 tende a ridurre al minimo gli episodi ipoglicemici, per cui essi, in ultima analisi, Intervallo glicemico condizionano pesantemente la glicemia media. Ne consegue che l’ampiezza della (60-160 mg%) in cui variabilità glicemica, valutata in un momento del giorno in cui i più potenti cadono il 95% delle perturbatori sono azzerati e ottenuta con dosaggi stabili di insulina, in realtà finisce glicemie a digiuno al per condizionare pesantemente il livello di controllo glicemico e, quindi, di mattino nei soggetti che hanno una DS di emoglobina glicosilata. La tabella I cerca di illustrare questo concetto stabilendo una 20-30 (glicemia relazione fra la deviazione standard da una parte e le glicemie pre-colazione medie media 110 mg%) di sicurezza con i relativi intervalli glicemici in cui cadono il 95% dei valori dall’altra. (g g ) È evidente che, per minimizzare gli episodi ipoglicemici, è necessario tollerare 200 valori glicemici medi progressivamente 180 maggiori man mano che la variabilità 160 aumenta. Un diabetico molto fortunato, 140 con una deviazione standard di 15, potrà 120 permettersi una glicemia media di 90, in 100 quanto l’intervallo glicemico in cui ca80 dono il 95% delle sue glicemie pre60 colazione è compreso fra 60 e 120 mg%, 40 viceversa un diabetico molto sfortunato 20 che, al contrario, ha una deviazione 0 standard di 65, ha un intervallo compreso 1° trim. 2° trim. 3° trim. 4° trim. fra 60 e 320, e non potrà avere, a parità di rischio ipoglicemico, una glicemia media media+2 DS media-2 DS area ipoglic. inferiore a 190 mg%. 22 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE DS 15 25 35 45 55 65 Tabella I Relazione fra variabilità glicemica (DS) e glicemie precolazione medie di sicurezza in diabetici di tipo 1 portatori di microinfusore 140 120 100 mg % La relativa costanza con la quale ogni soggetto presentava nel corso degli anni deviazioni standard che cadevano quasi sempre nello stesso intervallo faceva ritenere che questa fosse una caratteristica 90 60-120 individuale di variabilità, nella cui 110 60-160 patogenesi concorrono senza dubbio fat130 60-200 tori diversi, fra i quali possono essere 150 60-240 ipotizzati i seguenti: • variabilità individuale dell’assorbimento 170 60-280 insulinico dal piccolo bolo che si forma 190 60-320 sulla punta dell’ago; • grado di riproducibilità del tipo di glucometro utilizzato; • abilità del paziente nell’ottenere valori glicemici corretti. La misura della deviazione standard trimestrale delle glicemie pre-colazione, ottenuta sui valori glicemici raccolti mantenendo costante l’erogazione insulinica basale, divenne per noi ben presto l’indicatore più preciso del livello di glicemia media al mattino e, quindi, il livello di emoglobina glicosilata, che ogni singolo paziente avrebbe potuto raggiungere e mantenere. Nella nostra esperienza essa viene tenuta presente per “tarare” in ultima analisi il livello medio glicemico accettabile per ogni specifico paziente. Le figure 6, 7 e 8 permettono di esemplificare graficamente questi concetti individuando l’intervallo glicemico nel quale si distribuisce il 95% delle glicemie al mattino a digiuno in 3 ipotetici pazienti i cui valori di deviazioni standard siano compresi rispettivamente nell’intervallo 10-20 (fig. 6), 20-30 (fig. 7) e 60-70 (fig. 8). L’area che contiene i migliori valori glicemici è colorata in verde e indica l’intervallo corrispondente alla media –2 DS, mentre l’area in rosso sovrastante contiene l’altra metà dei valori e corrisponde all’intervallo glicemico compreso fra la media +2 DS. L’area colorata in rosa contiene i valori nel range ipoglicemico dove cade, per legge statistica, la metà del restante 5% dei valori non compresi nell’area verde e rossa e che corrispondono a quegli episodi ipoglicemici non dovuti a errori ma esclusivamente alle oscillazioni spon2° trim. 3° trim. 4° trim. tanee della glicemia. Concludendo, il valore di HbA1c, che media+2 DS media-2 DS area ipoglic. rappresenta il più importante obiettivo metabolico della terapia insulinica intensiva, diviene così il compromesso individualizzato, come descritto nelle note introduttive, fra il miglior controllo ottenibile e il minor numero di episodi ipoglicemici. In un soggetto capace di aderire completamente alle regole della terapia insulinica intensiva, esso dipende fondamentalmente dai fattori precedentemente ipotizzati che sono alla base della variabilità glicemica non spiegata dai pasti glicidici e dall’attività fisica. Altre variabili di non secondaria importanza (abilità del soggetto di svelare Glicemie pre-colaz. medie di sicurezza 80 60 40 20 0 1° trim. Figura 7 Intervallo glicemico (60-120 mg%) in cui cadono il 95% delle glicemie a digiuno al mattino nei soggetti che hanno una DS di 10-20 (glicemia media 90 mg%) Intervallo glicemico in cui cadono il 95% delle glicemie 23 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Figura 8 Intervallo glicemico (60-320 mg%) in cui cade il 95% delle glicemie a digiuno al mattino nei soggetti che hanno una DS di 60-70 (glicemia media 190 mg%) 350 300 250 mg % precocemente l’episodio ipoglicemico e di gestirlo adeguatamente, rischi potenziali connessi con esso, tenendo conto soprattutto dell’età e della presenza di complicanze) contribuiscono a individualizzarlo ulteriormente. 200 150 100 50 0 1° trim. 2° trim. media+2 DS 3° trim. media-2 DS 4° trim. area ipoglic. 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE L’EDUCAZIONE ALL’AUTOCONTROLLO Claudio Noacco Unità di Diabetologia, Ospedale di Udine Per autocontrollo intendiamo comunemente la capacità della persona diabetica di rilevare dati quanto più oggettivi e sistematici possibile sull’andamento dei parametri di controllo metabolico della malattia e più in particolare della glicemia. Questa definizione minimale di autocontrollo prende in considerazione solo il più ampio aspetto tecnico (il saper fare) del problema, rappresentato dal controllo a lungo termine della malattia e dalla prevenzione delle complicanze, obiettivo ultimo di qualsiasi intervento clinico-terapeutico sul soggetto diabetico. Il DCCT ha dimostrato che il controllo del diabete e la prevenzione delle complicanze croniche sono possibili nel diabete tipo 1 con un trattamento insulinico più “fisiologico” o intensivo, ma solo se questo è accompagnato da un continuo rilievo da parte del soggetto diabetico della glicemia circadiana, da un continuo aggiustamento della terapia, da un comportamento idoneo del paziente che può essere ottenuto solo attraverso un’adeguata educazione, in tal senso definita terapeutica (1). Il soggetto diabetico deve essere messo in grado di rilevare i dati, di interpretarli correttamente, di inserirli in un contesto di conoscenze che gli permettano alla fine di agire correttamente in qualsiasi situazione, anche non sperimentata in precedenza. L’atto tecnico dell’autocontrollo diviene quindi uno degli atti, seppure fondamentale, che il paziente deve saper compiere per l’autogestione cosciente e appropriata del “suo” diabete, fine ultimo sia della terapia farmacologica che dell’educazione terapeutica del paziente diabetico. Esso deve essere sempre integrato dalla capacità di analisi della situazione e dalla capacità di agire o reagire correttamente. Questo concetto, che ha trovato la sua dimostrazione sperimentale solo nel 1993 con la pubblicazione dei risultati del DCCT, in realtà non è nuovo per noi italiani. Nel 1983 P. Brunetti così si esprimeva: “con l’automonitoraggio la terapia insulinica convenzionale si converte, per analogia con i sistemi automatici di infusione di insulina, da una modalità operativa di tipo aperto (“open loop”) a una di tipo chiuso (“closed loop”) nella quale il retrocontrollo è rappresentato dalla frequente rilevazione della glicemia mediante cartine reattive, relativo meter e successivo aggiustamento della dose insulinica” (2). A parte qualche termine oggi obsoleto, questa definizione è ancora attuale in quanto racchiude le tre funzioni che permettono un fine controllo della glicemia, simile a quello ottenibile con il pancreas artificiale: il sensore per il glucosio (l’autocontrollo della glicemia), il computer che elabora i dati aggiustandoli in base ad algoritmi precostituiti (il cervello del paziente adeguatamente formato) e la pompa di infusione che regola la velocità di somministrazione dell’ormone (la capacità di eseguire correttamente la terapia più idonea). Tutte queste funzioni possono divenire proprie del soggetto diabetico attraverso l’educazione terapeutica, attraverso le fasi successive del sapere, del saper fare e del saper essere, cioè l’atto di decidere con appropriatezza. 25 26 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE L’autocontrollo Seppure la pratica dell’autocontrollo sia stata raccomandata sin dagli albori della diabetologia clinica, con i mezzi al momento disponibili, solo recentemente si è precisato il suo ruolo nella terapia del diabete. Significativo è il commento di un paziente diabetico, insulino-dipendente dal 1942, che nelle sue memorie narra delle prime tecniche piuttosto complicate di autocontrollo delle urine: con ansia attendeva la colorazione risultante dalla reazione di Fehling eseguita dalla madre; una colorazione rossa avrebbe significato l’accusa di aver mangiato dolci di nascosto e quindi scapaccioni. Questo era per lui l’unico significato dell’autocontrollo. Si dovette attendere gli anni 70 perché fossero disponibili strisce enzimatiche sufficientemente maneggevoli e precise per la determinazione colorimetrica della glicemia e gli anni 80 perché fossero utilizzabili fotometri di dimensioni ridotte per l’uso domestico e individuale. Ma fu solo con la pubblicazione dei risultati del DCCT nel 1993 che fu precisato il ruolo dell’autocontrollo nella terapia del diabete e nella prevenzione delle complicanze croniche. Malgrado l’evidenza scientifica l’utilizzo nella pratica clinica quotidiana dell’autocontrollo della glicemia da parte di medici e pazienti non sembra ancora sufficientemente diffusa e applicata. Da un’indagine condotta da Scorpiglione e coll. su 1.384 diabetici insulino-trattati afferenti a 35 Centri specialistici di Diabetologia e a 49 Medici di Medicina Generale si è rilevato che il 31% di questi soggetti non ha mai praticato l’autocontrollo e che solo il 18,2% (29,7 dei tipo 1 e 13,9% dei tipo 2) esegue almeno una glicemia al giorno (4). Dati successivi di Nicolucci e coll. su 2.707 pazienti diabetici italiani, insulino-trattati e non, riportano una prevalenza di soggetti che eseguono l’autocontrollo del 77% tra i tipo 1 seguiti da un Centro specialistico contro il 32% tra quelli seguiti dal Medici di Medicina Generale, rispettivamente del 23% e del 15% tra i tipo 2 non insulino-trattati e del 37% vs. 13% tra i tipo 2 insulino-trattati (5). Sempre dati di Nicolucci sugli stessi pazienti dimostrano che il rischio di sviluppare una complicanza maggiore del diabete non è significativamente diverso tra diabetici che eseguono l’autocontrollo da più di 5 anni e pazienti che non eseguono l’autocontrollo, mentre pazienti che hanno adottato l’autocontrollo da meno di 5 anni presentano un rischio aumentato del 48% rispetto ai soggetti che non eseguono l’autocontrollo. È molto interessante notare che in questo studio il rischio di complicanze maggiori risultava però aumentato di 4 volte nei soggetti che non avevano ricevuto una qualche forma di educazione strutturata e una riduzione del rischio del 40% in quelli che erano in grado di modificare le dosi di insulina rispetto a quelli che non modificavano autonomamente la posologia. Questi dati confermano che l’autocontrollo da solo non è efficace ma deve essere inserito, come strumento terapeutico, in un programma di educazione e di ragionata, consapevole autonomizzazione del soggetto diabetico (6). È interessante inoltre notare alcune caratteristiche dei soggetti diabetici che in questo gruppo eseguivano l’autocontrollo delle glicemie: si tratta di pazienti relativamente giovani, di età inferiore a 50 anni, seguiti da un Centro specialistico, in trattamento con 3 o più somministrazioni di insulina, che presentano una storia di pregresse ipoglicemie e che sono in grado di adattare la posologia dell’insulina nelle diverse situazioni. Ciò conferma che il diabetico è più disposto a eseguire costantemente l’autocontrollo se questo, nelle sue mani, diventa uno strumento utile alla gestione, giorno per giorno, della malattia e a migliorare la qualità di vita. Negli Stati Uniti, in epoca pre-DCCT, la situazione non era migliore: tra i diabetici 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE tipo 1 di età superiore a 18 anni solo il 40% eseguiva una o più glicemie al giorno, il 39% meno di una glicemia al giorno e il 21% non eseguiva l’autocontrollo. Tra i diabetici di tipo 2 insulino-trattati il 26% eseguiva almeno una glicemia giornaliera, il 27% meno di una glicemia al giorno e il 47% non eseguiva l’autocontrollo. Tra i tipo 2 non insulino-trattati il 5% eseguiva almeno una glicemia, il 19% meno di una glicemia al giorno e il 76% non eseguiva alcuna glicemia. I fattori che correlavano positivamente con una maggiore frequenza dell’autocontrollo risultarono l’età (la percentuale di soggetti che eseguivano l’autocontrollo diminuiva del 18% per ogni decade di età), il trattamento insulinico e il numero di iniezioni giornaliere, il livello educativo maggiore, la frequenza delle visite mediche e l’aver partecipato a un corso di educazione (7). Ancora una volta, e non casualmente, viene evidenziato che l’utilizzo dell’autocontrollo da parte dei soggetti diabetici e la sua indicazione da parte dei clinici più che dalle dichiarazioni ufficiali delle società scientifiche sono influenzati dal grado di educazione specifica del paziente e dalla capacità acquisita di utilizzare i dati dell’autocontrollo per ottimizzare la terapia del diabete giorno per giorno. Infatti, quando sono stati applicati programmi specifici di educazione all’autocontrollo su popolazioni selezionate, il suo utilizzo è aumentato da 29% a 85% negli insulino-dipendenti, da 6% a 82% nei tipo 2 insulino-trattati e da 2% a 31% nei diabetici tipo 2 non insulino-trattati (8). L’educazione è quindi il punto centrale per far sì che l’autocontrollo, da una procedura che permette di rilevare dati, si trasformi in un atto utile a dare informazioni da utilizzare sia per ottimizzare il controllo metabolico che per migliorare la qualità di vita del soggetto diabetico. Quindi la comprensione e la dimostrazione dell’utilità pratica dell’autocontrollo rappresentano il primo passo per ottenere l’adesione del diabetico a programmi di trattamento intensivo del diabete. Prima di considerare come educare all’autocontrollo dobbiamo tuttavia rispondere alla domanda se l’autocontrollo è necessario, utile o vantaggioso e, se lo è, per chi: Tabella I per chi riceve le cure (diabetico), per chi eroga le cure (personale sanitario), per chi Significato dell’autocontrollo paga le cure (sistema sanitario) (tab. I). Per il diabetico, indubbiamente, l’autocontrollo rappresenta alcuni inconPer il diabetico venienti, legati soprattutto al dolore Adattare il trattamento all’andamento delle glicemie con provocato dalla puntura del dito, al tempo l’obiettivo di raggiungere e mantenere valori di HbA1c normali, necessario e talvolta ai costi. È necessario vicini ai valori normali o comunque di ridurli nel tempo quindi che i benefici percepiti e verificabili Evitare le ipoglicemie dal diabetico siano superiori. Deve quindi Gestire le emergenze essere messo in grado di adattare il Imparare a conoscersi trattamento all’andamento dei valori glicemici rilevati con l’obiettivo di ragPer il personale sanitario giungere e mantenere valori di HbA1c Ottenere dati retrospettivi sull’efficacia della terapia giorno per normali, vicini ai valori normali o giorno comunque di ridurli nel tempo. Inoltre, Adattare il trattamento agli obiettivi (HbA1c, ipoglicemie, peso deve essere in grado, attraverso l’aucorporeo, ecc.) tocontrollo, di prevenire le ipoglicemie, di Verificare la compliance e intervenire con misure di rinforzo gestire le emergenze e di imparare a della motivazione conoscersi meglio. È necessario che Analisi e correzione degli errori l’autocontrollo sia orientato a questi Conoscere e capire il diabetico obiettivi, che essi siano esplicitati al diabetico e che gli siano fornite tutte le Per chi paga le cure indicazioni e le tecniche utili al loro Ridurre i costi sanitari diretti e indiretti del diabete raggiungimento. 27 28 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Per il personale sanitario l’autocontrollo correttamente eseguito può fornire dati retrospettivi sull’efficacia, giorno per giorno, della terapia, permette di valutare l’andamento della glicemia durante tutto l’arco delle 24 ore, di verificare la compliance del diabetico e di intervenire con misure di rinforzo della motivazione. Permette l’analisi e la correzione degli errori, quindi un processo di educazione mirata e continua. Consente infine di adattare il trattamento agli obiettivi concordati. Per chi paga le cure permette infine di ridurre i costi sanitari diretti della malattia, soprattutto se l’autocontrollo è inserito in un programma di cura e di prevenzione delle complicanze (9). In conclusione l’autocontrollo per risultare necessario, utile e vantaggioso per tutti gli attori dell’assistenza (tab. II): • deve essere percepito come utile dal diabetico stesso; • non deve essere utilizzato impropriamente (glicemie di condominio); • deve essere inserito in un programma di assistenza e cura; • deve essere educato, cosciente e proporzionato agli obiettivi; • non può prescindere da un programma di educazione terapeutica (accettazione, interiorizzazione del locus of control, aumento della self-efficacy, ecc.); • deve ridurre e non aumentare l’ansia e la depressione, deve migliorare la QoL del diabetico; • i programmi di autocontrollo devono essere compatibili con le risorse disponibili. Tali concetti sono riassunti anche nel documento ufficiale dell’American Diabetes Deve essere utile al diabetico Association (Consensus statement on Self Non deve essere utilizzato impropriamente Monitoring of Blood Glucose) che definisce l’autocontrollo come un mezzo per Deve essere inserito in un programma di assistenza raggiungere un obiettivo prestabilito Deve essere educato, cosciente e proporzionato agli obiettivi piuttosto che un obiettivo di per sé. Non può prescindere da un programma di educazione terapeutica Ribadisce inoltre che l’autocontrollo è di (accettazione della malattia, rinforzo della self-efficacy, utilità limitata se non è inserito in un interiorizzazione del locus of control) programma integrato di trattamento e che Deve ridurre, e non aumentare, l’ansia e la depressione. Deve i pazienti devono essere messi in grado di migliorare la QoL del diabetico imparare l’uso appropriato dell’autoI programmi di autocontrollo devono essere compatibili con le controllo, devono essere motivati e risorse disponibili rassicurati con misure accurate e devono essere orientati, assieme al personale sanitario, a modificare in modo costruttivo i piani di cura in risposta al feed back dell’autocontrollo (10). Tabella II L’autocontrollo Quale autocontrollo? Abbiamo visto che perché l’autocontrollo sia utile ed efficace il soggetto diabetico deve sapere, saper fare e saper essere, cioè essere educato; il personale sanitario, oltre a fornire l’educazione necessaria, deve concordare obiettivi raggiungibili e desiderabili, deve temporizzarli e modificarli; infine devono essere valutati i costi, tangibili e intangibili, vs i risultati. Si pone quindi la domanda quale sia l’autocontrollo più conveniente e adatto a ogni soggetto diabetico e in ogni circostanza (tab. III). Le indicazioni, il tipo e la frequenza dell’autocontrollo possono variare considerevolmente in base alla situazione clinica di ogni paziente diabetico e all’obiettivo che si vuole perseguire con l’autocontrollo. Vi sono evidenze cliniche che l’autocontrollo della glicemia capillare è efficace nei 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE diabetici tipo 1 e in particolare nei diabetici tipo 1 in trattamento intensivo, nei diabetici tipo 2 in trattamento insulinico, nel diabete gestazionale, nei diabetici che presentano ipoglicemie notturne o non avvertite. La frequenza dell’autocontrollo può variare in base alle informazioni che si vogliono ottenere e alla capacità del diabetico di utilizzare i dati. Nel diabetico tipo 1 sono consigliate almeno 4 determinazioni della glicemia giornaliere: prima dei 3 pasti principali e bed-time per ottimizzare le dosi di insulina, ma può essere importante ottenere informazioni anche sul picco iperglicemico post-prandiale e sulla glicemia notturna. Sono quindi consigliabili controlli più o meno sporadici delle glicemie postprandiali (1 h 30 min dopo il pasto) e notturne nel momento del nadir glicemico (h 02-03). È stato riportato che ridurre in questi pazienti il numero dei controlli a meno di 4/die peggiora il grado di controllo metabolico (8). Inoltre, in ogni situazione di emergenza o malattia intercorrente la frequenza dell’autocontrollo deve essere aumentata in questi soggetti. Programmi specifici sono stati messi a punto per i diabetici che svolgono attività sportive: anche in questo caso l’autocontrollo è indispensabile per ridurre i rischi di ipoglicemia e i picchi di iperglicemia dovuti a una compensazione eccessiva dell’attività fisica con carboidrati a rapido assorbimento (11). Nei diabetici tipo 2 in trattamento con dieta o ipoglicemizzanti orali il significato dell’autocontrollo è sicuramente diverso e programmi alternativi possono essere applicati a giudizio del medico e in base agli obiettivi a breve e a lungo termine. Infatti l’autocontrollo non può e non deve essere utilizzato dal diabetico per variazioni estemporanee della posologia dell’ipoglicemizzante orale, ma mantiene un ruolo importante nella valutazione dei risultati del trattamento e in pazienti selezionati e motivati può rappresentare un utile mezzo di responsabilizzazione e di compliance dietetica e farmacologica. In questo senso, pur mancando dimostrazioni validate, riteniamo di probabile efficacia e utilità l’autocontrollo della glicemia capillare in diabetici tipo 2 con difficile accesso alle strutture assistenziali o non autosufficienti, in diabetici tipo 2 con i quali si siano stabiliti precisi obiettivi terapeutici e diabetici tipo 2 in condizioni di “emergenza”, tenendo presente che il significato di emergenza per un diabetico è più ampio di quello di emergenza medica o di malattia intercorrente, ma comprende ogni situazione sconosciuta, non sperimentata in precedenza, che possa compromettere la capacità di autogestione (ad es. un viaggio, l’impossibilità di alimentarsi, vomito, diarrea, ecc.). Anche se la frequenza ottimale dell’autocontrollo nei diabetici tipo 2 non insulinotrattati non è nota, è molto probabile che sia sufficiente, in condizioni ordinarie e di buon controllo raggiunto, un numero contenuto di determinazioni. Da 4 per settimana (2 a digiuno e 2 postprandiali), a 7 per settimana in diversi momenti della giornata, a 2 al giorno, a scacchiera, coprendo nell’arco della settimana tutti i punti pre- e postprandiali oltre a una/due determinazioni notturne. In condizioni di instabilità o in caso di malattie intercorrenti la frequenza dell’autocontrollo andrà ovviamente intensificata. Resta da valutare in questi casi l’utilità o l’opportunità, in particolare per pazienti con ridotta compliance o con reali difficoltà di esecuzione, di integrare l’autocontrollo della glicemia capillare con schemi di autocontrollo della glicosuria (10). Sarà da preferirsi una striscia specifica per il glucosio (per evitare l’interferenza di altre sostanze riducenti o farmaci) e semiquantitativa. L’obiettivo dovrà essere glicosuria zero, ma il paziente dovrà essere informato che la sola glicosuria non permette di evitare le ipoglicemie e che fornisce informazioni solo per glicemie inferiori alla soglia renale (che normalmente è attorno ai 180 mg/dL, ma andrebbe valutata seppure approssimativamente per ogni paziente, specialmente se anziano). Rimane invece da valutare l’utilità dell’automonitoraggio della glicemia in pazienti 29 30 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE tipo 2 stabili e in trattamento con la sola dieta. In questo caso l’efficacia, come per i diabetici tipo 2 stabili con una piccola dose di ipoglicemizzanti orali, non è stata dimostrata. Si può presumere che l’obiettivo dell’autocontrollo in questi pazienti sia quello di assicurarsi che la dieta sia sufficiente a mantenere un controllo metabolico adeguato e di individuare senza eccessivi ritardi il momento in cui si renda necessaria od opportuna una terapia farmacologica. È mia esperienza che il controllo saltuario della glicosuria, con soglia renale accettabilmente normale, e i controlli routinari presso un Centro specialistico per il Diabete siano sufficienti per raggiungere questi obiettivi. È innegabile tuttavia che l’autocontrollo può rappresentare per alcuni pazienti altamente motivati ed educati un utile strumento di autovalutazione dei propri comportamenti, ma resta da valutare l’efficacia e il costo di un tale mezzo vs. altre forme di autocontrollo e di educazione terapeutica (peso corporeo, glicosuria, counseling dietetico, ecc.). Infine, va ricordato che l’autocontrollo o il controllo della glicemia non devono essere praticati ai bambini figli di genitori diabetici, ai parenti, agli amici invitati a cena, alla vecchia nonna (perché “non si sa mai”), ai condomini, alla signora che alle 10 di mattina va in “ipoglicemia” se non mangia qualcosa di dolce o all’amico diabetico che non ha il fotometro o le strisce reattive. Di efficacia dimostrata Diabetici tipo 1 in trattamento intensivo Diabetici tipo 1 Diabetici tipo 2 in trattamento insulinico Diabete gestazionale Ipoglicemie non avvertite o notturne Costi dell’autocontrollo Dal punto di vista di chi paga le cure il costo dell’autocontrollo non è un elemento secondario e per questo va valutato anche in termini di costo/beneficio oltre che di costo/efficacia. Negli USA, nel 1996, il costo dell’autocontrollo Di efficacia probabile era calcolato in 136 $ per diabetico per Diabetici tipo 2 con difficile accesso alle strutture assistenziali o anno e rappresentava la singola prenon autosufficienti scrizione specifica per il diabete più Diabetici tipo 2 per i quali si siano stabiliti precisi obiettivi costosa (12). In Francia nel 1997 il costo terapeutici dell’autocontrollo era stimato in 314 miDiabetici tipo 2 in particolari condizioni di “emergenza” liardi di lire (13), in Germania, nel 1994, 450 miliardi di lire (14), 136 miliardi di lire Di efficacia non dimostrata in Inghilterra (15) e in Italia può essere Diabetici tipo 2 stabili, in trattamento con ipoglicemizzanti orali stimato in circa 240 miliardi. Diabetici tipo 2 in trattamento solo dietetico Dati sui benefici dell’autocontrollo sono Non diabetici (figli di diabetici tipo 1, parenti, amici, condomini) comparsi in letteratura negli ultimi anni e possono essere dedotti dai grandi studi prospettici come da studi di intervento. Vi Tabella III è accordo generale che nei diabetici tipo 1 l’autocontrollo finalizzato, controllato e L’autocontrollo assistito, non rappresenta una spesa supplementare qualora inserito in un sistematico: per chi? programma di prevenzione delle complicanze acute e croniche del diabete (16). L’autocontrollo e la capacità del diabetico di adattare le dosi di insulina, la dieta e l’attività fisica in base ai risultati dell’autocontrollo sono indispensabili per migliorare il controllo metabolico nei diabetici tipo 1 e tipo 2 insulino-trattati (17). L’autocontrollo della glicemia senza educazione e addestramento su come utilizzare i dati ha un’efficacia minima (18). L’educazione al self-management, della quale l’autocontrollo è presupposto e parte integrante, riduce nel primo anno le ospedalizzazioni del 33% con un costo beneficio di 1:3 nei diabetici tipo 1 (19). Più discordanti sono i dati e le opinioni sul rapporto costo/beneficio dell’autocontrollo nel diabetico tipo 2 non trattato con insulina. Seppure una diminuzione dei 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE valori di HbA1c di 1 punto percentuale per valori superiori a 7% riduce i costi diretti del diabete tipo 2 del 10%(20), Allen non ha rilevato significative differenze in termini di glicemia a digiuno, HbA1c e peso corporeo in un gruppo di diabetici tipo 2, non insulino-trattati, con l’autocontrollo non intensivo della glicemia rispetto al controllo della glicosuria, con un costo 8-12 volte maggiore (21). Koch (22) e Patrik (23), in due diverse meta-analisi, affermano che mancano evidenze che in questo tipo di pazienti l’autocontrollo migliori il controllo metabolico o prevenga le complicanze. Inoltre Klein, in un gruppo di diabetici non insulino-trattati seguiti regolarmente da un ambulatorio specialistico, non ha rilevato differenze nel ricorso al laboratorio tra i soggetti che eseguivano l’autocontrollo e quelli che non lo eseguivano (24). È da osservare, tuttavia, che molti di questi studi risalgono a tempi antecedenti la pubblicazione dei dati del UKPDS, prendevano in considerazione pazienti diabetici con valori di HbA1c francamente elevati, non specificavano gli obiettivi dell’autocontrollo né l’autocontrollo risultava inserito in un programma di educazione terapeutica del paziente. In una recente review sull’efficacia dell’autocontrollo della glicemia capillare in soggetti diabetici tipo 2 non insulinotrattati, Faas e coll. riportano che su 890 articoli apparsi dal 1976 al 1996 solo 6 risultarono studi randomizzati e controllati, quindi metodologicamente adeguati per una valutazione di efficacia. La conclusione di Faas, sulla base dell’analisi di questi studi, è che l’efficacia dell’autocontrollo nei diabetici tipo 2 non insulino-trattati è ancora incerta e che sono necessari ulteriori studi, prospettici, randomizzati e controllati, che tengano conto nel valutare l’efficacia anche della compliance del paziente, dello schema di autocontrollo applicato e dell’educazione impartita al paziente (25). Conclusioni Come il DCCT ha dimostrato che la somministrazione di insulina con iniezioni multiple o con microinfusori è condizione necessaria ma non sufficiente per assicurare risultati in termini metabolici e di qualità di vita per i diabetici e che deve essere inserita in un piano di educazione del paziente all’autogestione consapevole della malattia, così l’autocontrollo rappresenta uno strumento che deve essere integrato in un piano di trattamento condiviso con il paziente. L’efficacia e i vantaggi dell’autocontrollo per il diabetico, per il personale dedicato all’assistenza e per il terzo pagatore dipendono dal suo utilizzo integrato in un programma di educazione terapeutica e di self-management. L’autocontrollo fine a sé stesso, se diventa obiettivo dell’educazione invece che mezzo, rischia di provocare reazioni psicologiche avverse quali depressione, ansia e senso di impotenza, con rifiuto da parte del diabetico di assumere un ruolo attivo nella terapia del “suo” diabete. È quindi importante che a supporto dell’autocontrollo il medico metta in atto un piano educativo orientato a fornire al diabetico non solo i mezzi e le capacità tecniche per una corretta esecuzione, ma soprattutto i mezzi cognitivi e le capacità decisionali per innescare un circuito virtuoso che tenda a un continuo miglioramento della qualità della cura e degli esiti della cura. Attraverso la rilevazione dei dati, la correzione degli errori, la modifica dei comportamenti e/o della terapia, la verifica dei risultati, si può chiudere l’ansa che ancora rimane aperta nel trattamento del diabete e avvicinarsi all’ideale sistema automatico di controllo dei valori glicemici. Per quanto riguarda l’indicazione all’autocontrollo è dimostrato che una qualche forma di autocontrollo è utile e forse indispensabile per ogni diabetico (tab. IV). Se vi sono sufficienti dimostrazioni che nei diabetici tipo 1 o tipo 2 insulino-trattati esso 31 32 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE fa parte integrante della terapia sia per migliorare o mantenere il controllo metabolico che per ridurre i costi della malattia, ulteriori studi prospettici, ranCome per la somministrazione di insulina con iniezioni multiple o domizzati e controllati sono necessari per con microinfusori, la sola pratica dell’autocontrollo non è sufficiente individuare le modalità di autocontrollo ad assicurare risultati in termini metabolici o di migliorare la QoL dei più efficaci e con minore rapporto costo: diabetici beneficio nei diabetici non insulinoL’efficacia e i vantaggi dell’autocontrollo per il diabetico, per il trattati. In attesa di ulteriori dati ci sembra personale sanitario e per il terzo pagatore dipendono dal suo utilizzo tuttavia prudente consigliare l’autoconintegrato in un programma di educazione terapeutica e di selftrollo almeno in diabetici tipo 2 che, management malgrado un trattamento, farmacologico ottimale, presentino un controllo meSe vi sono evidenze che l’autocontrollo “educato” è in grado di tabolico non adeguato, quando vi sia una migliorare il controllo metabolico e di ridurre i costi diretti del diabete discrepanza tra i dati delle glicemie rilevati nei diabetici insulino-trattati, ulteriori studi prospettici, randomizzati in laboratorio e i valori di HbA1c, in tutti i e controllati, sono necessari per individuare le modalità di casi in cui si voglia raggiungere un preciso autocontrollo più efficaci e con un miglior rapporto costo/beneficio ed esplicito target metabolico, in tutti i casi nei diabetici tipo 2, stabili, in trattamento con dieta o ipogliin cui l’accesso alle strutture specialistiche cemizzanti orali sia difficile per motivi fisici o economici. La Se è vero che è necessario educare all’autocontrollo è anche vero frequenza dell’autocontrollo della glicemia che l’autocontrollo può educare capillare e/o la sua integrazione con metodi di autocontrollo meno “invasivi” Tabella IV come la glicosuria in questi pazienti rimangono da dimostrare, anche se non va Conclusioni sottovalutato l’aspetto educativo insito nell’autocontrollo: la verifica dei risultati è comunque una tappa importante di ogni processo educativo. Se è necessario educare all’autocontrollo è vero anche che l’autocontrollo può educare. Una qualche forma di autocontrollo è utile e forse indispensabile per ogni diabetico BIBLIOGRAFIA 1. DCCT Research Group: The effect of intensive treatment of diabetes on development and progression of long term complications in insulin dependent diabetes. New Engl J Med 329, 977-986, 1993 2. Brunetti P: Modalità, scopi e limiti della terapia insulinica convenzionale. 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Bolli Dipartimento di Medicina Interna e Scienze Endocrine e Metaboliche, Università di Perugia Lo scopo moderno della terapia insulinica nel diabete mellito di tipo 1 è sia quello di prevenire la catastrofe metabolica della deficienza insulinica (chetoacidosi), che di prevenire le complicanze micro- e macro-angiopatiche a lungo termine (1). Il primo obiettivo è facile da raggiungere con un generico rimpiazzo di insulina. Il secondo obiettivo è più ambizioso e richiede la cultura della fisiologia dell’omeostasi glicemica, della farmacocinetica delle varie preparazioni di insulina (compresi i suoi analoghi) e, soprattutto, tenacia nell’insegnare al paziente le modalità della terapia intensiva con la speranza di suscitare in lui o in lei l’interesse, la determinazione e la perseveranza a mantenere la quasi-normoglicemia a lungo termine. Nei soggetti normali la glicemia delle 24 ore oscilla entro una banda molto stretta a prescindere dallo stato prandiale o di digiuno. Ciò avviene grazie alla squisita sensibilità della cellula beta delle insulae pancreatiche a rispondere prontamente con un picco di secrezione di insulina in risposta a un modesto incremento della glicemia (che previene un incremento post-prandiale eccessivo della glicemia), ma grazie anche alla capacità della beta-cellula di ridurre prontamente la secrezione insulinica per un’iniziale, modesta diminuzione della glicemia (che previene l’ipoglicemia). Farmacocinetica insulinica nel diabete mellito di tipo 1 La scommessa della moderna terapia insulinica del diabete mellito di tipo 1 è quella di mimare la fisiologia della cinetica insulinica e della glicemia dei soggetti normali. Questo scopo è stato perseguito fino a pochi mesi fa con l’uso di insulina umana regolare, iniettata sottocute (s.c.) prima di ognuno dei tre pasti principali, e di insulina ritardo (Neutral Protamine Hagedorn, NPH) alle ore 23-24. La necessità di introdurre una preparazione di insulina ad assorbimento rapido deriva dal fatto che, pur essendo l’insulina regolare uguale nella sua struttura primaria e secondaria a quella umana, essa viene iniettata nel posto sbagliato, il tessuto sottocutaneo. In questa sede gli esameri dell’insulina umana si devono scindere lentamente prima in dimeri e poi in monomeri, perché solo questi ultimi passano la parete capillare ed entrano nel circolo sistemico. Non potendo, almeno oggi, cambiare la via di somministrazione di insulina, si è cambiata la molecola di insulina, conservandone intatte tutte le proprietà di interazione con il recettore, ma modificando la parte della molecola che regola le forze di aggrezione fra molecole. L’insulina lispro è l’insulina umana con un’inversione della sequenza naturale prolina-lisina nella posizione 28-29 della catena B. L’elegante idea è venuta a Richard Di Marchi (3) che aveva osservato che l’IGF-I, normalmente in forma monomerica, ha una sequenza lisina-prolina nella posizione 28-29 della catena B. Copiando l’esempio naturale dell’IGF-I, Di Marchi è riuscito a donare alla molecola dell’insulina umana la capacità di indebolire le forze di aggregazione fra molecole invertendo con la tecnica del DNA ricombinante la sequenza prolina-lisina nella 35 36 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE posizione 28-29 della catena B. L’insulina lispro che ne è derivata, pur presente in forma esamerica nelle fiale per iniezione, al diminuire della concentrazione di molte volte nel tessuto s.c. dopo iniezione, si scinde in pochi minuti in forma dimerica e monomerica, dando luogo a un assorbimento molto più rapido dell’insulina umana regolare. L’insulina lispro ha la stessa affinità dell’insulina umana regolare per il recettori dell’insulina e dell’IGF-I, non è carcinogenetica, non ha attività mitotica né mutagena, infine nell’uomo non è più antigenica rispetto all’insulina umana regolare (4). Il progresso del controllo prandiale con l’analogo rapido di insulina L’introduzione dell’analogo rapido di insulina lispro ha rappresentato una tappa storica nel progresso della terapia insulinica. La stessa considerazione vale anche per l’aspart, l’analogo ad azione rapida dell’insulina della Novo Nordisk. L’iniezione s.c. di dosi equimolecolari di lispro migliora il controllo glicemico postprandiale rispetto all’insulina umana regolare, nonostante quest’ultima sia correttamente iniettata 30 minuti prima del pasto. Tuttavia, questo risultato positivo è effimero, dura solo 3 ore circa, dopo di che la glicemia aumenta di più con il lispro rispetto all’insulina umana regolare. Se questo modello viene applicato ad esempio al pomeriggio mediterraneo che dura circa 7 ore, si può concludere che l’uso di dosi equimolecolari di lispro al posto dell’insulina umana regolare offre come unico vantaggio un miglior stile di vita (l’iniezione avviene al momento del pasto e non 30 minuti prima). Infatti il lispro, di per sé, non migliora il controllo glicemico del pomeriggio perché la somma algebrica fra miglioramento delle prime 3 ore dall’iniezione e peggioramento nelle successive 4 ore è praticamente zero. Questo risultato non è sorprendente, ma atteso in base alle caratteristiche della farmacocinetica dell’insulina lispro. Un analogo specializzato per un assorbimento rapido deve necessariamente esaurire più precocemente la sua azione. Il problema del rimpiazzo dell’insulina basale con l’uso prandiale del lispro La sostituzione dell’insulina umana regolare con il lispro ha migliorato la glicemia a 1, 2 e 3 ore dal pasto, ma ci ha posto un problema nuovo, quello della sostituzione dell’insulina basale, o interprandiale. Questo problema era meno impellente fino all’arrivo del lispro, perché le caratteristiche di farmacocinetica dell’insulina umana regolare facevano sì che essa contribuisse molto, con la sua “coda”di azione fra la 4a e la 6-7a ora dall’iniezione, al rimpiazzo del fabbisogno di insulina basale. In altre parole, oggi possiamo capire come l’insulina umana regolare ad azione rapida facesse in realtà due lavori, prevalentemente quello prandiale, ma in parte anche quello interprandiale. Sostituendo l’insulina umana ad azione rapida con il lispro per un miglior controllo post-prandiale, come si può rimpiazzare il più grande bisogno di insulina basale? La prima possibilità è l’uso del mininfusore per l’infusione continua s.c. di insulina (CSII). Gli studi finora condotti hanno mostrato come il lispro usato con la CSII migliora non solo il controllo glicemico post-prandiale, ma anche quello a lungo termine (HbA1c) (4). La seconda possibilità, la più importante, visto che i pazienti in terapia con CSII sono una ristretta minoranza, è quella di associare l’insulina NPH al lispro per creare una 37 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE “coda” di azione che rimpiazzi il fabbisogno di insulina basale oltre la 3a ora. Intendiamoci: se in teoria un paziente facesse uno snack ogni 3 ore, allora potrebbe iniettarsi il lispro a ogni pasto, cioè 5-6 volte al dì e avere un ottimo controllo postprandiale. Sul piano pratico, un paziente che abbia 3 pasti, deve associare NPH alla prima colazione, a pranzo e a cena, se quest’ultima precede l’iniezione notturna delle ore 23-24 di più di 3 ore, altrimenti se la cena viene consumata oltre le ore 20 sarà sufficiente il lispro da solo. Ciò significa un uso dell’NPH 3-4 volte al dì. Quando l’idea di miscelare lispro e NPH a ogni pasto è stata realizzata in uno studio di lunga durata, è migliorato il controllo glicemico post-prandiale e l’HbA1c (6). L’HbA1c migliorava di circa 0,30%, una percentuale modesta, ma comunque importante a ridurre il rischio di complicanze microangiopatiche del 15-20% (4). È da sottolineare che questa riduzione dell’HbA1c si osservava rispetto all’insulina umana regolare iniettata 30 minuti prima del pasto, e che il miglioramento sarebbe stato più evidente rispetto all’insulina umana regolare iniettata al momento del pasto (abitudine che sembra piuttosto diffusa fra i pazienti diabetici) (6). È chiaro quindi che sono soprattutto i pazienti che abitualmente iniettano l’insulina umana regolare e mangiano subito quelli che traggono maggior beneficio dal passaggio al lispro (6). L’aspetto interessante della terapia con lispro+NPH era poi il fatto che, a fronte di un’HbA1c più bassa, non vi fosse un aumento, ma anzi una riduzione del numero delle ipoglicemie, con miglioramento della percezione dell’ipoglicemia e della secrezione di adrenalina in risposta all’ipoglicemia (4). Regole per il trasferimento dall’insulina umana regolare al lispro Tabella I Esempio di trasferimento di un paziente con diabete mellito di tipo 1 dall’insulina umana regolare al lispro Il trasferimento di pazienti dall’insulina umana regolare a lispro è piuttosto semplice (tab. I). La dose totale di insulina nelle 24 ore rimane la stessa, ma cambia il rapporto fra insulina ad azione rapida e NPH, con una maggiore percentuale di quest’ultima. 1a colazione Pranzo Cena Ore 23 Le dosi indicate in tabella I sono indicative Insulina umana di uno stile di vita standard e ovviamente regolare (R) 6U R 10U R 10U R 15U NPH possono essere introdotte varianti. Ad esempio, in età scolare, un adolescente che Insulina lispro (LP) 4U LP 7U LP 8U LP 15U NPH sia in grado di praticarsi l’iniezione di +2U NPH +4U NPH +2U NPH insulina può iniettarsi un supplemento di lispro con la merenda di metà mattina ed eventualmente anche con quella di metà pomeriggio. L’analogo dell’insulina ad azione ritardata: l’insulina glargine Da quando, nel 1946, Hagedorn inventò l’insulina ad azione ritardo che porta il suo nome, sono passati più di 50 anni senza che nell’armamentario terapeutico delle preparazioni insuliniche da iniettare s.c. per rimpiazzare il fabbisogno di insulina nello stato di digiuno interprandiale si affacciassero novità. Nell’estate del 2000 arriverà in commercio, almeno nei paesi europei e negli USA, l’insulina glargine (HOE 901 della Aventis, ex Hochest Marion Roussell). Non è un desiderio a tutti i costi di novità che spinge a guardare con molto interesse all’arrivo dell’insulina glargine, ma la considerazione del progresso che essa rappresenta rispetto ai “difetti”dell’insulina NPH. 38 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE L’insulina NPH ha un’azione a picco, che si manifesta fra la 4a e 6a ora dall’iniezione. Se praticata alla sera, un eccesso di picco d’azione si può manifestare la notte. Ecco un importante motivo di alto rischio di ipoglicemia notturna. In secondo luogo, l’insulina NPH ha una durata modesta, non superiore alle 8-10 ore. Riesce difficile, con l’NPH, assicurare una copertura del fenomeno alba, ed è preferibile accontentarsi di una glicemia a digiuno 40-60 mg/dL superiore alla norma, piuttosto che mirare alla normoglicemia, per evitare l’ipoglicemia notturna. Si ricordi sempre che l’effetto ottenuto dall’NPH a 10-12 ore dalla sua iniezione è sempre a spese di un precedente picco di azione alla 4a-6a ora, e occorre chiedersi che cosa sia successo durante il sonno di un paziente che si sia iniettato una rilevante quantità di NPH e che si risvegli normoglicemico. È possibile, anzi probabile, che egli/ella sia rimasto(a) in uno stato di ipoglicemia prolungata. L’insulina glargine è un analogo dell’insulina ottenuto con la tecnica del DNA ricombinante e che si differenzia dall’insulina umana regolare in due punti. Due arginine sono aggiunte all’estremità C-terminale della catena B e una molecola di glicina sostituisce l’asparagina a livello della posizione 21 della catena A. La prima modificazione (2 arginine) conferisce alla molecola di insulina la proprietà del cambio del punto isoelettrico (pH al quale l’insulina è meno solubile e precipita). Il punto isoelettrico dell’insulina glargine è stato così aumentato da quello di pH 5,4 dell’insulina umana a 6,7. Siccome nel flacone l’insulina glargine è tenuta a pH circa 4,0, essa è solubile e quindi è trasparente nel flacone, al contrario dell’NPH (“cloudy” per gli autori anglosassoni, insolubile). Una volta iniettata sottocute, il passaggio da pH acido a neutro fa sì che l’insulina glargine cristallizzi in loco. La successiva dismissione di insulina dai microcristalli ne spiega l’assorbimento lento e costante. Come la lispro, l’insulina glargine si è dimostrata non diversa dall’insulina umana regolare nei suoi rapporti con il recettore di insulina, IGF-I, e nelle proprietà mitotiche, mutagene e antigeniche (4). La seconda modificazione della molecola 1a colazione Pranzo Cena Ore 23 di insulina glargine dà stabilità all’insulina Modello attuale stessa e ne prolunga la durata di conserInsulina lispro (LP) 4U LP 7U LP 8U LP 15U NPH vazione nella fiala. +2U NPH +4U NPH +2U NPH I primi studi effettuati con l’insulina glargine hanno dimostrato che si tratta di Modello del 2000 un’insulina ad azione piatta, senza picco, 4U LP 7U LP 8U LP 15U glargine della durata compresa fra 20 e 24 ore. È +8 glargine pertanto presumibile che essa vada iniettata in molti pazienti una sola volta al Tabella II dì assicurando una copertura completa del fabbisogno basale (4). Tuttavia è anche Modello di terapia ipotizzabile un suo impiego due volte al dì per meglio realizzare l’aspetto a “onda del diabete mellito di quadra”che dovrebbe avere l’insulina basale erogata ad esempio dalla CSII (4). tipo 1 con insulina È stata studiata anche la riproducibilità dell’assorbimento s.c. dell’insulina glargine lispro ai pasti e che è migliore di quello dell’insulina ultralenta e simile a quello dell’NPH (4). glargine come insulina basale. Con l’uso dell’insulina glargine, la dose totale in 24 ore di insulina basale rimane la stessa dell’NPH, ma la somministrazione avviene ogni 12 ore. Le iniezioni di lispro e glargine devono essere separate. Il futuro scenario terapeutico Il 2000 coinciderà con la terapia del diabete di tipo 1 con analoghi, e cioè un’iniezione (o 2) al dì di insulina glargine e iniezioni di lispro (o altri analoghi ad azione rapida) a ogni pasto. I vantaggi attesi sono un’HbA1c più bassa, un minor rischio di ipoglicemia, una maggiore flessibilità e libertà nello stile di vita e un maggior numero di pazienti aderenti a un programma di terapia intensiva perché più semplice dell’attuale mostrato in tabella I e soprattutto perché più sicuro. Già numerosi studi preliminari 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE hanno mostrato che con l’insulina glargine si ha un minor rischio di ipoglicemia che sembra dimezzato rispetto all’insulina NPH (4). In tabella II è proposto un modello di terapia futuribile che prevede l’uso di insulina glargine e lispro. Da ricordare che l’insulina glargine non può essere miscelata in siringa con nessun’altra insulina per il diverso punto isolettrico e quindi sono richieste iniezioni separate di insulina glargine e lispro. BIBLIOGRAFIA 1. 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Per essere sicura ed efficace la terapia insulinica richiede peraltro non solo di essere somministrata secondo schemi razionali e il più possibile fisiologici, ma anche che il paziente sia adeguatamente e sistematicamente educato a farsi carico della gestione della terapia. Insegnare al paziente a gestire il proprio trattamento rappresenta una delle maggiori difficoltà che si incontrano nell’educazione del paziente diabetico (1). L’educazione del paziente alla gestione della terapia insulinica ha come obiettivi fare in modo che il paziente sia in grado non solo di farsi l’iniezione, ma anche di aggiustare le dosi di insulina. Per quanto riguarda l’iniezione il paziente deve saper riconoscere il proprio tipo di insulina, preparare esattamente la dose, ruotare i siti di iniezione e fare l’iniezione correttamente. Per quanto riguarda l’adattamento delle dosi il paziente deve essere capace di adattare l’insulina in base ai valori glicemici riscontrati, in base a variazioni dell’attività fisica, o della dieta e in base alla presenza di situazioni particolari quali possono essere la malattia, la gravidanza, ecc. (2). Per la maggior parte degli educatori risulta molto difficile insegnare al paziente ad adattare la dose di insulina nelle diverse circostanze, mentre sembra più facile insegnare al paziente la tecnica di iniezione (1). Tuttavia, anche se la tecnica di iniezione insulinica è una competenza facile da insegnare e da apprendere, molti pazienti mostrano conoscenze insoddisfacenti. Non sanno ad esempio che esistono differenze regionali nell’assorbimento dell’insulina, specialmente per le insuline a rapido assorbimento, o che, se l’iniezione è eseguita scorrettamente, l’insulina iniettata può localizzarsi a livello intramuscolare piuttosto che sottocutaneo, o che l’ago della siringa o della penna va cambiato frequentemente e così via. È ovvio quindi che anche le nozioni e le tecniche apparentemente più facili da apprendere necessitano di continue revisioni per essere consolidate. A volte le conoscenze possono mancare o essere errate perché l’educazione impartita non è stata adeguata né completa. A volte il paziente è confuso perché ha ricevuto messaggi poco chiari o diversi dai differenti membri dell’équipe curante. Altre volte, semplicemente, le conoscenze si possono modificare nel tempo. L’educazione deve quindi essere continua nel tempo. L’adattamento delle dosi di insulina costituisce, secondo gli educatori, una delle competenze più difficili da trasmettere e da acquisire, al punto che molti pazienti persistono nell’errore anche dopo essere stati educati formalmente (1). Gautier ha dimostrato che la maggior parte delle chiamate telefoniche fatte dai pazienti diabetici in ospedale è motivata da problemi circa l’adattamento delle dosi di insulina in caso di ipoglicemia e iperglicemia (3). 41 42 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Pazienti % L’adattamento delle dosi di insulina richiede non solo che il paziente acquisisca le conoscenze necessarie per poter adeguare la terapia alle diverse esigenze e necessità, ma anche che venga addestrato a prendere decisioni autonome. Per quanto riguarda le conoscenze il paziente deve avere presente innanzitutto il proprio obiettivo glicemico che deve essere prefissato insieme al medico curante e individualizzato secondo le necessità di ognuno. Solo conoscendo il proprio obiettivo glicemico il paziente potrà riconoscere come normale, bassa o elevata la glicemia che riscontra. Il paziente dovrà essere in grado anche di interpretare e valutare il significato della presenza di acetone e glucosio nelle urine. Dovrà conoscere la propria insulina, la durata d’azione che ha, in modo da poter far corrispondere un valore glicemico riscontrato in un determinato momento della giornata all’insulina responsabile. Dovrà conoscere le cause di iperglicemia o ipoglicemia, in modo da poter prevenire, se possibile, queste complicanze. Una volta acquisite le conoscenze, il paziente deve imparare a utilizzarle per decidere, in modo autonomo, come aggiustare la dose di insulina in base alla glicemia riscontrata, a quanto questa si discosta dall’obiettivo glicemico prefissato, al pasto che consumerà, all’attività fisica che eventualmente svolgerà, a quanto è successo in precedenza nelle stesse circostanze (4). È proprio a questo livello che nascono i problemi, perché sul piano cognitivo il paziente deve passare dal livello della memorizzazione delle conoscenze a quello, più elevato e complesso, che richiede analisi della situazione, ragionamento e assunzione di una decisione (5). Con lo scopo di identificare le difficoltà di apprendimento nell’adattare le dosi di insulina, prima e dopo un programma educativo sulla terapia insulinica, abbiamo sottoposto a 45 nostri pazienti un questionario che indagava il loro livello di conoscenze e la loro capacità di adattare le dosi di insulina in condizioni simulate. Il programma educativo prevedeva due incontri di due ore e mezzo ciascuno, condotti in modo interattivo, il primo dedicato all’acquisizione delle conoscenze, il secondo all’adattamento delle dosi. Come si può vedere in figura 1, il livello di conoscenze è significativamente migliorato dopo il corso, a dimostrazione di quanto sia facile trasmettere le proprie conoscenze. * Al contrario, nonostante il ricorso durante 100 * il programma educativo allo studio di casi * * clinici simulati, le capacità dei pazienti di 80 adattare correttamente le dosi di insulina 60 in condizioni simulate sono migliorate solo per quanto riguarda l’adattamento 40 delle dosi sulla base dei valori glicemici, ma non sono variate per quanto riguarda 20 l’adattamento delle dosi in caso di attività fisica o in occasione di situazioni com0 plesse (in corso di chetosi, di digiuno e Obiettivo Segni Azione Cause glicemico urinari insulinica iperglicemia così via). Per trasmettere competenze così comprima dopo * p<0,05 plesse è necessario impiegare, oltre a metodi di insegnamento specifici, molto più tempo di quanto non ne serva per Figura 1 trasferire semplici conoscenze. Percentuale di Nel prevedere il tempo per l’educazione bisogna quindi tener conto della difficoltà pazienti con dell’obiettivo educativo che si vuol raggiungere riservando più tempo per gli conoscenze esatte obiettivi più difficili. prima e dopo Per facilitare il paziente nell’adattamento quotidiano delle dosi di insulina, il medico il corso 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE curante può fornire alcuni algoritmi predeterminati, cioè una specie di piano d’azione che consente al paziente di decidere, in modo autonomo, quali modifiche apportare al programma terapeutico per raggiungere i livelli glicemici desiderati (5). Gli algoritmi indicano al paziente quando intervenire, se necessario, modificando il dosaggio insulinico, cambiando gli orari delle iniezioni di insulina in relazione ai pasti o variando la quantità o il contenuto dei pasti da consumare. Ciascun algoritmo va individualizzato e formulato una volta programmata la dieta e l’esercizio fisico abituale. Si usano due tipi generali di algoritmi: algoritmi preprandiali e algoritmi di aggiustamento in base al profilo glicemico. Gli algoritmi preprandiali si basano sulla somministrazione di supplementi di insulina atti a prevenire alterazioni attese della glicemia, quali quelle dovute a un pasto abbondante, o a correggere una glicemia non compresa nell’intervallo desiderato. Il primo tipo di supplemento può essere definito anticipatorio, il secondo compensatorio. I supplementi possono anche essere decrementali, quali la riduzione dell’insulina preprandiale prima di un pasto insolitamente scarso o di fronte a una glicemia preprandiale inferiore all’obiettivo desiderato. Si tratta in ogni caso di variazioni estemporanee del dosaggio insulinico. Gli algoritmi per l’aggiustamento della terapia insulinica in base al profilo glicemico permettono di modificare le dosi abituali di insulina in base all’osservazione di alterazioni ricorrenti del profilo glicemico. Quando la glicemia è costantemente sopra o sotto l’intervallo prefissato in un particolare momento della giornata, l’algoritmo consente di modificare il dosaggio dell’insulina al fine di ricondurre la glicemia all’interno dell’intervallo prefissato. Per gestire correttamente la terapia insulinica il paziente deve imparare a utilizzare entrambi i tipi di algoritmi adattandoli sulla base del proprio obiettivo glicemico e del proprio fabbisogno insulinico. Se un paziente impara a calcolare i grammi di carboidrati del pasto che assume, può determinare il bolo insulinico preprandiale in modo più preciso. Infatti i carboidrati sono il maggior determinante del fabbisogno insulinico ai pasti. Un’unità di insulina copre in genere 10-15 grammi di carboidrati, con un range che varia da 4 a 20 grammi per unità di insulina a seconda della sensibilità insulinica individuale. Il rapporto insulina/carboidrati va identificato dal curante in modo preciso per ciascun paziente. Una volta che tale rapporto è stato identificato il paziente va istruito su come utilizzarlo. Questo permette al paziente un’ampia flessibilità nella scelta del cibo senza alterazioni del controllo glicemico (6, 7). Nei pazienti in terapia insulinica intensiva, soprattutto se in terapia con microinfusore, è possibile calcolare in modo più preciso il supplemento di insulina necessario per riportare la glicemia preprandiale nel range ottimale utilizzando la regola del 1.500. Questa permette di determinare il cosiddetto fattore di sensibilità insulinica individuale, cioè la caduta glicemica in risposta alla somministrazione di un’unità di insulina (8, 9). La regola del 1.500 stabilisce che il calo glicemico in mg/dL per unità di insulina somministrata può essere calcolato dividendo il numero fisso 1.500 (in caso si utilizzi insulina regolare) per il fabbisogno insulinico giornaliero (8, 9). Il fattore di sensibilità è usato prima del pasto per calcolare la dose supplementare da aggiungere alla dose standard quando la glicemia preprandiale è diversa da quella desiderata. La dose supplementare si calcola quindi dividendo per il fattore di sensibilità la differenza tra la glicemia riscontrata e quella desiderata. Se la glicemia preprandiale è più bassa del valore desiderato, la stessa formula viene usata per ridurre il bolo preprandiale. 43 44 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE In sostituzione degli algoritmi scritti, recentemente a Los Angeles è stata sviluppata una specie di regolo calcolatore che permette al paziente, in base ai valori glicemici riscontrati e in base ai carboidrati della dieta, di aggiustare il dosaggio dell’insulina preprandiale (10). Il regolo indica anche il tempo che deve intercorrere tra l’iniezione e il pasto. Sembra che il tempo richiesto per insegnare al paziente a utilizzare questo regolo, calcolato pari a circa 4 ore, sia comunque inferiore a quello richiesto per far apprendere l’uso degli algoritmi scritti. I mezzi per facilitare il paziente nella gestione della terapia insulinica sono quindi molti, ma per utilizzarli il paziente necessita di un adeguato addestramento. Solo così egli potrà godere in pieno dei vantaggi della terapia insulinica intensiva. Oltre che dalla qualità dell’educazione, l’efficacia della terapia intensiva dipende anche dalla motivazione del paziente. L’educatore, medico o paramedico, dovrebbe essere in grado di trasmettere ai pazienti non solo le conoscenze e competenze necessarie per gestire la terapia insulinica, ma anche la motivazione e l’entusiasmo per continuare a farlo nel tempo. Se motivato il paziente cercherà di collaborare al meglio. Per rinforzare la motivazione del paziente ed evitarne l’insicurezza è necessario che il messaggio educativo arrivi al paziente non solo chiaro, ma anche uguale da parte di tutti i membri di una stessa équipe (11). Ringraziamenti Ringrazio tutti i membri dell’équipe educativa: G. Baldo (infermiere), E. Busata (educatore professionale), C. Capparotto (dietista), D. Crazzolara (medico), A. Pianta (medico), A. Pretolani (psicologo), C. Zurlo (dietista). BIBLIOGRAFIA 1. Bonnet C, Gagnayre R, d’Ivernois J-F: Learning difficulties of diabetic patients: a survey of educators. Patient Education and Counseling 35, 139-147, 1998 2. WHO. Regional Office for Europe. Therapeutic patient education. Continuing education programmes for healthcare providers in the field of prevention of chronic diseases. 1998 3. Gautier JF: Le téléphone: un outil de soins avec les patients diabétiques. 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Kaufman FR, Halvorson M, Carpenter S: Use of a plastic insulin dosage guide to correct blood glucose levels out of the target range and for carbohydrate counting in subjects with type 1 diabetes. Diabetes Care 22, 1252-1257, 1999 11. Lacroix A, Assal JP: L’education therapeutique des patients. Ed. Vigot, 1998 45 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE COMPLICANZE ACUTE IN CORSO DI TERAPIA INTENSIVA Angelo Avogaro Cattedra di Malattie del Metabolismo, Università di Padova Premessa Nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 1 le cause metaboliche che portano a un alterato stato di coscienza sono sostanzialmente due: l’ipoglicemia e la chetoacidosi. In presenza di un coma metabolico è indispensabile porre diagnosi il più rapidamente e correttamente possibile perché: A. nella maggior parte dei casi un coma metabolico risponde prontamente alla terapia; B. una terapia scorretta può precipitare una situazione clinica di pre-coma in coma irreversibile. Non bisogna inoltre dimenticare che il soggetto diabetico può andare in coma anche per cause non metaboliche che andranno sempre e comunque ricercate particolarmente nei pazienti diabetici che presentano spiccata iperglicemia. Ipoglicemia L’ipoglicemia è l’emergenza metabolica più frequente nel paziente diabetico di tipo 1 (T1DM) anche perché molto spesso i pazienti sono sottoposti a trattamento insulinico del tutto incongruo. Nel DCCT, nel gruppo in trattamento insulinico intensivizzato l’incidenza di ipoglicemia risultava più elevata di circa 30 volte. Da ricordare inoltre che dal 3 al 5% delle morti nei pazienti T1DM sono causate da ipoglicemia. È pertanto obbligatorio e imperativo sospettare l’ipoglicemia in ogni paziente in stato di incoscienza. Tabella I Cause di ipoglicemia Insulina Cibo Esercizio Alterata controregolazione 1. Terapia inappropriata 2. Variabilità giornaliera nell’assorbimento 3. Anticorpi anti-insulina 4. Autoinoculazione 5. Insufficienza renale 1. Assunzione ritardata 2. Mancata assunzione 1. Aumentata richiesta energetica 2. Maggior assorbimento dell’insulina 1. Da controllo metabolico troppo meticoloso 2. Da neuropatia autonomica FISIOPATOLOGIA Epatopatia In corso di ipoglicemia vi è un rapido Alcol decremento della glicemia dovuto a una Farmaci ipoglicemizzanti ridotta produzione di glucosio da parte del Endocrinopatia fegato e a un’aumentata utilizzazione di glucosio da parte dei tessuti. Quando la glicemia è <3,8 mmol/L (65 mg/dL) si innesca la controregolazione caratterizzata da: A) aumento degli ormoni controinsulari glucagone, adrenalina, ormone della crescita e cortisolo; B) dismissione di neurotrasmettitori quali la noradrenalina. Nella risposta all’ipoglicemia vi è una gerarchia temporale della controregolazione: 1. riduzione dei livelli circolanti di insulina; 2. aumento del glucagone, dell’adrenalina, dell’ormone della crescita e del 46 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE cortisolo; 3. rilascio autonomo di glucosio da parte del fegato. Bisogna inoltre ricordare che nel paziente le ipoglicemie antecedenti possono ridurre i sintomi dell’ipoglicemia. Dopo circa 5 anni di malattia non si ha più un aumento del rilascio di glucagone in risposta all’ipoglicemia. Infine, nel diabetico IDDM lo scadente controllo metabolico fa sì che i sintomi dell’ipoglicemia vengano percepiti a livelli di glicemia più elevati. CLASSIFICAZIONE E DIAGNOSI DELL’IPOGLICEMIA Le ipoglicemie dal punto di vista clinico possono essere suddivise in: ▲ Asintomatica. Riscontro di valori glicemici (glicemia capillare) < 55 mg/dL non accompagnata dai classici sintomi dell’ipoglicemia. ▲ Lieve. Presenza di sintomi che allertano l’individuo e che generalmente si risolvono in pochi minuti con l’assunzione di cibo. ▲ Severa. Episodio ipoglicemico che coinvolge lo stato di coscienza con impossibilità del paziente di provvedere personalmente alla sua risoluzione. I sintomi secondari dell’ipoglicemia possono essere di tre tipi. I sintomi adrenergici sono: tremori, palpitazioni, ansia e nervosismo. I sintomi colinergici sono Tabella II sostanzialmente i formicolii e la sudorazione. Infine vi sono i sintomi neuroglicopenici: fame, irritabilità, sonnolenza, difficoltà a concentrarsi, visione Cosa fare e cosa non fare per evitare le ipoglicemie offuscata, aggressività e nausea. A volte, Cosa non fare Cosa fare nei casi più gravi vi può essere una vera e propria compromissione neurologica con Seguire sempre correttamente Mantenere la stessa dose di presenza di Babinsky, emiplegia transitoria insulina o continuare ad la dieta assumere le pastiglie se si e scosse tonico cloniche mangia meno Nei bambini diabetici sono frequentemente osservabili pallore, occhi ruotati Rispettare gli spuntini tra i pasti Bere alcolici fuori dai pasti in alto, apnea, convulsioni, visione doppia. Un quarto dei pazienti con T1DM non Assumere una maggior quantità Bere troppo avverte i caratteristici sintomi d’allarme di cibo se si programma una (sudorazioni, palpitazioni, tremori ecc.). maggior attività fisica Questo difetto indotto dal controllo troppo Se le glicemie sono troppo Non eseguire autocontrollo meticoloso viene chiamato ipoglicemia basse, ridurre la dose di insulina delle glicemie asintomatica. Se si vive da soli, mantenere sempre un contatto telefonico quotidiano con parenti o amici TERAPIA Il provvedimento da prendere in caso di ipoglicemia è somministrare carboidrati Insegnanti e compagni di scuola sotto qualsiasi forma. Se l’ipoglicemia è di un ragazzo diabetico devono modesta basta dare 15 grammi per risolessere istruiti su cos’è e come si vere la maggior parte delle ipoglicemie. Se risolve una crisi ipoglicemica non si ha a disposizione zucchero o bevande zuccherate, qualsiasi tipo di cibo va bene. In presenza di glicemie intorno ai 50 mg/dL, l’uso di zucchero induce un eccessivo aumento della glicemia con rimbalzi della glicemia difficilmente controllabili. Sono preferibili pertanto alimenti con amidi complessi, quali ad esempio pane, cracker ecc. Se l’ipoglicemia è grave con compromissione dello stato di coscienza somministrare subito zucchero o qualsiasi alimento zuccherato, per bocca. Se ciò non è possibile somministrare per via intramuscolare 1 mg di glucagone + soluzioni glucosate al 2033% per via ev. 47 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Il glucagone può essere somministrato per via endovenosa o per via intramuscolare. Il glucagone, prima di essere iniettato, deve essere ricostituito con acqua e usato immediatamente. Chetoacidosi L’incidenza annuale di chetoacidosi varia da 3 a 8 episodi per 1.000 pazienti diabetici. Dal 2 all’8% di tutti i ricoveri ospedalieri di pazienti diabetici sono motivati da un episodio di DKA. FISIOPATOLOGIA La fisiopatologia della chetoacidosi è caratterizzata dal venir meno delle azioni biologiche dell’insulina. Si ha mancata soppressione della produzione epatica di glucosio, una mancata inibizione della gluconeogenesi: ciò porta a iperglicemia. Inoltre si ha una mancata soppressione della lipolisi e una mancata inibizione della chetogenesi con conseguente aumento dei corpi chetonici ematici e conseguente riduzione del pH. Tabella III Fattori scatenanti Causa Percentuale Infezioni 30-40 Cessazione della terapia insulinica 15-20 IDDM all’esordio 20-25 Infarto miocardico Pancreatite acuta Ictus cerebri Altro QUADRO CLINICO Fattori non noti I sintomi preponderanti sono la sete, la poliuria osmotica, l’astenia, nausea e vomito secondari all’acidosi metabolica, l’iperpnea con respiro di Kussmaul, alito acetonemico, disidratazione con conseguente cute secca, bulbi oculari incavati, iporeflessia e ipotonia, e dolore addominale la cui genesi non è del tutto chiara. Sono poi presenti tachicardia e ipotensione. 10-15 20-25 DIAGNOSTICA L’iperglicemia, sempre presente, raramente supera i 600 mg/dL; essa è associata a chetonuria e bicarbonati ridotti (<15 mEq/L). Il pH è generalmente <7,25. I livelli di potassio sono elevati come lo possono essere anche la creatininemia e l’urea vista l’intensa disidratazione. Anche i globuli bianchi sono generalmente elevati come Tabella IV l’emoglobina e l’ematocrito. Spesso anche amilasi e lipasi sono elevate. Approccio clinico diagnostico e strumentale In base agli esami bioumorali possono Verificare Idratazione Richiedere Glicemia Eseguire ECG derivare utili indici diagnostici. Ventilazione Chetonuria Rx torace 1. Contenuto d’acqua totale attuale (litri) Temperatura Emogasanalisi Fundus oculi = 0,6 x peso corporeo attuale (kg). Pressione arteriosa Es. urine 2. Contenuto d’acqua ideale = ([Na+] Pressione venosa Urea attuale x peso corporeo attuale)/ Frequenza/ritmo Creatinina [Na+] normale. Emocromo 3. Deficit corporeo d’acqua = contenuto Amilasi d’acqua ideale – contenuto d’acqua Lipasi attuale. Elettroliti 4. L’osmolarità plasmatica = 2[Na(mEq/L) Urinocoltura + K (mEq/L)] + [(glicemia (mg/dL))/18] FDP + [(Urea (mg/L))]=mOsm/kg. 48 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Monitoraggio Valutazione oraria Glicemia, frequenza, pressione Valutazione ogni 2-6 ore pH, urea, creatinina ed elettroliti Valutazione ogni 6-12 ore Es. urine, emocromo, lipasi, amilasi Tabella V 5. L’anion gap = [Na+] - ([Cl] + [HCO3]) (vn 12±4 mEq). 6. Il deficit di bicarbonati = peso corporeo x (0,4) x ([HCO3] ideale – [HCO3] attuale). TRATTAMENTO Il trattamento dipende dalla gravità del quadro clinico. Se la chetosi è modesta (mancanza di nausea e vomito e glicemie < 400 mg/dL) si possono somministrare 250 mL di bevande moderatamente zuccherate e insulina pronta ogni 4-6 ore. Le somministrazioni di insulina vanno ridotte del 50-75% rispetto a quelle abituali. È sempre buona norma somministrare insulina ad azione pronta, quindi controllare la glicemia ogni 2-4 ore: in base al risultato si potrà decidere se somministrare o meno un’extra dose di insulina. Se invece vi è un franco quadro di chetoacidosi il trattamento consta di varie fasi. Durante la prima fase è necessario prendere i seguenti provvedimenti: 1. Somministrare liquidi: 1-2 litri nelle prime 2 ore. Nei bambini si possono somministrare 20 mL/kg durante la prima ora. Appena la glicemia si riduce a 300 mg/dL è utile sostituire la fisiologica con glucosata al 5%. Non usare sol. isotoniche se Na > 150 mEq/L. 2. Se è presente ipokaliemia il K deve essere somministrato immediatamente. Se < 5 mEq/L può essere somministrato a una velocità iniziale di 20 mEq/ora. Se > 5,5 non somministrarlo. L’ECG è utile per monitorare i livelli di potassio. Nell’ipopotassiemia sono presenti: 1. onde T diminuite o invertite; 2. tratto S-T depresso; 3. allungamento del tratto Q-T e comparsa di onde U; 4. dissociazione A-V. Segni invece di iperpotassiemia sono: 1. onde T appuntite. 3. L’acidosi metabolica va sempre corretta in quanto comporta: 1. effetto inotropo negativo; 2. vasodilatazione periferica; 3. ipotensione; 4. resistenza insulinica. Se il pH < 7,10: 100 mEq di sodio bicarbonato 1,2% deve essere somministrato in 45 minuti circa. Se il pH non aumenta l’infusione deve essere ripetuta. È bene non eccedere perché i bicarbonati possono dare: 1. ipopotassiemia; 2. alterata dissociazione ossiemoglobinica; 3. calo paradosso del pH liquorale; 4. alcalosi; 5. sovraccarico di sodio. 4. Va ovviamente somministrata insulina. Bisogna usare insulina pronta. L’ormone deve essere infuso per via endovenosa e continuativamente. Poiché l’insulina tende ad aderire alla plastica della siringa e del set da infusione (comunque < 10%), è necessario porre l’ormone in una soluzione contenente albumina o alcuni mL del sangue del paziente. Praticamente si mettono 50 unità di insulina in una soluzione contenente 48 mL di fisiologica e 2 mL di sangue del paziente: si avrà quindi una soluzione contenente 1 U/mL. Somministrare un bolo di 10-15 unità, seguito da un’infusione continua di 4-6 unità/ora. Se il decremento è quello previsto mantenere la stessa velocità di infusione. Se minore è utile aumentare del 50% la velocità di infusione. In corso di chetoacidosi è bene sommministrare potassio fosfato a una quantità pari a un 1/3 della dose di potassio totale somministrato. In presenza di ipotensione grave in corso di DKA (< 80 mmHg) è indicato l’uso di plasma expanders. Se la lipasi è elevata è utile posizionare sondino naso gastrico. Nei cardiopatici è necessario il monitoraggio della pressione venosa centrale. È poi utile posizionare un catetere urinario se nelle prime 3-4 ore il paziente non ha urinato. È conveniente poi una copertura con antibiotici a largo spettro e l’uso di calcieparina (0,2 x 3 s.c. pari a 15.000 UI) o di enoxaparina (2.000-4.000 UI). Durante la seconda fase, quando la glicemia scende < 250 mg/dL, si possono 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE infondere soluzioni glucosate al 5-10%, 500 mL ogni 4 ore. A ogni 500 mL di soluzione glucosata al 10% è opportuno aggiungere 16-20 unità di insulina pronta con l’aggiunta di 20 mEq di potassio (KCl). Una volta che il paziente è in grado di assumere cibo e liquidi, un’ora prima di interrompere l’infusione somministrare la prima dose di insulina nel sottocute. È poi necessario ripartire la terapia insulinica in tre somministrazioni di insulina pronta da somministrare 20-30 minuti prima dei pasti e da una dose serale di insulina lenta. BIBLIOGRAFIA 1. Brink SJ: Hypoglycaemia in children and adolescents with Type 1 diabetes mellitus. Diabetes Nutr Metab 12, 108-121, 1999 2. Bolli GB: Prevention and treatment of hypoglycaemia unawareness in type 1 diabetes mellitus. Acta Diabetol 35, 183-193, 1998 3. Ryan CM, Becker DJ: Hypoglycemia in children with type 1 diabetes mellitus. Risk factors, cognitive function, and management. Endocrinol Metab Clin North Am 28, 883900, 1999 4. Yan SH, Sheu WH, Song YM, Tseng LN: The occurrence of diabetic ketoacidosis in adults [see comments]. Intern Med 39, 10-14, 2000 5. Kitabchi AE, Wall BM: Management of diabetic ketoacidosis. Am Fam Physician 60, 455464, 1999 6. Genuth SM: Diabetic ketoacidosis and hyperglycemic hyperosmolar coma. Curr Ther Endocrinol Metab 6, 438-447, 1997 49 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE L’EDUCAZIONE DEL PAZIENTE DIABETICO PER LA PREVENZIONE E IL TRATTAMENTO DELLE COMPLICANZE ACUTE Aldo Maldonato Dipartimento di Scienze Cliniche, Università La Sapienza di Roma Terapia intensiva del diabete e qualità di vita In anni recenti è stato dimostrato in modo definitivo che il buon equilibrio glicemico ottenibile, nel caso del diabete tipo 1, con la cosiddetta terapia intensiva è indispensabile per prevenire le complicanze microangiopatiche della malattia (1). Tuttavia lo stesso studio ha messo in evidenza una ovvietà: e cioè che se si abbassa l’obiettivo glicemico in un gruppo di pazienti con diabete tipo 1, questi corrono un rischio maggiore di andare incontro a episodi di ipoglicemia. In effetti i pazienti che grazie a una terapia insulinica intensiva hanno ottenuto glicemie medie più basse hanno anche avuto un maggior numero di ipoglicemie, sia lievi che gravi. La conclusione che ne è scaturita, e cioè che la terapia intensiva si accompagna ineluttabilmente a un maggior numero di ipoglicemie, è stata criticata da più parti, sia perché la prevenzione dell’ipoglicemia non è stata un obiettivo educativo e terapeutico esplicito (in realtà i pazienti in terapia intensiva hanno ricevuto un sostegno educativo e psicologico volto esclusivamente a migliorare la loro compliance), sia perché la cosiddetta terapia intensiva adottata è apparsa spesso basata su schemi insulinici poco flessibili e inadatti appunto a consentire una facile prevenzione delle ipoglicemie. Meno scontato è apparso un altro risultato dello studio. In effetti l’indagine volta a misurare la qualità di vita dei pazienti ha mostrato che, nonostante il maggior numero di iniezioni di insulina e di verifiche della glicemia e nonostante la maggiore frequenza di episodi ipoglicemici, la qualità di vita dei pazienti in trattamento intensivo era simile a quella dei pazienti in trattamento convenzionale e non peggiore come il maggior impegno della cura avrebbe fatto presagire. Questo risultato inatteso è stato in seguito confermato da altri studi, che hanno addirittura mostrato un miglioramento della qualità di vita in associazione con il trattamento insulinico intensivo (2, 3). Se dunque la cosiddetta terapia intensiva consente di prevenire le complicanze tardive del diabete e per giunta si accompagna a una migliore qualità di vita, il suo impiego appare oggi obbligatorio in tutti i pazienti con diabete di tipo 1, unitamente a misure educative che, se accompagnate a schemi terapeutici flessibili, costituiscono la ricetta vincente per prevenire quegli episodi ipoglicemici nei quali, per definizione, si rischia maggiormente di incorrere dal momento che si riduce l’obiettivo glicemico. La terapia intensiva del diabete tipo 1 Nel definire la terapia del diabete tipo 1 come intensiva accade spesso che si isoli uno dei seguenti aspetti: a) il frazionamento dell’insulina in numerose iniezioni; b) 51 52 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE l’obiettivo glicemico simil-normale; c) il frequente automonitoraggio della glicemia. In realtà nessuno di questi aspetti da solo consente di definire correttamente la terapia come intensiva, ma questa risulta dalla copresenza dei tre aspetti suindicati. Perché la terapia del diabete tipo 1 possa correttamente definirsi intensiva è dunque necessario che: a) il paziente pratichi iniezioni multiple di insulina (4-6 al giorno) o che utilizzi il microinfusore; b) che l’obiettivo glicemico sia vicino al normale; c) che per verificare il suo raggiungimento il paziente effettui regolarmente l’automonitoraggio domiciliare della glicemia. L’educazione terapeutica In base a una recente definizione (4), l’educazione terapeutica del paziente dovrebbe permettergli di acquisire e mantenere le capacità che gli consentono di gestire in maniera ottimale la convivenza con la propria malattia. Essa rappresenta un processo continuo, integrato nell’assistenza sanitaria. È centrata sul paziente e comprende consapevolezza organizzata, informazione, apprendimento della cura di se stessi e supporto psico-sociale in relazione alla malattia, i trattamenti prescritti, l’assistenza, gli ospedali e le altre strutture assistenziali, informazioni di tipo organizzativo, e il comportamento in relazione alla salute e alla malattia. Questo processo è disegnato per aiutare i pazienti e le loro famiglie a comprendere la malattia e il suo trattamento, cooperare con gli operatori sanitari, vivere in maniera sana e mantenere o migliorare la propria qualità di vita. Lo stesso documento raccomanda i seguenti criteri per un’educazione terapeutica efficace: 1. L’educazione terapeutica è un processo di apprendimento sistematico, centrato sul paziente. Esso prende in considerazione: • il processo di adattamento del paziente (la gestione della malattia, il locus of control, le credenze sulla salute e le percezioni socio-culturali); • i bisogni soggettivi e oggettivi del paziente, sia espressi che non espressi. 2. È parte integrante del trattamento e dell’assistenza. 3. Riguarda la vita quotidiana del paziente e il suo ambiente psico-sociale e coinvolge il più possibile la famiglia del paziente e i suoi amici. 4. È un processo continuo, che deve essere adattato all’andamento della malattia e allo stile di vita del paziente; fa parte dell’assistenza a lungo termine del paziente. 5. Deve essere strutturata, organizzata e fornita in maniera sistematica a ciascun paziente tramite diversi metodi. 6. È multiprofessionale, interprofessionale e intersettoriale e comprende un’azione concertata. 7. Comprende la valutazione del processo di apprendimento e dei suoi effetti. 8. È fornita da operatori sanitari competenti nell’educazione del paziente. Terapia intensiva e ipoglicemia: quali obiettivi educativi? Abitudini di vita costanti facilitano senza dubbio la prevenzione dell’ipoglicemia. Non è dunque raro imbattersi in raccomandazioni ai pazienti del seguente tenore: • orari costanti per pasti e attività fisica, possibilmente decisi dal medico; • apporto di carboidrati costante, stabilito dalla dietista; • almeno 3 pasti simili per apporto calorico e contenuto di carboidrati, più 1-3 spuntini, consigliati dagli operatori sanitari; 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE • apporto calorico calcolato dalla dietista; • attività fisica costante per intensità e durata, scelta dal medico; • dosi di insulina costanti, fissate dal medico; • automonitoraggio glicemico quotidiano basato su 4-6 glicemie al giorno in orari stabiliti dal medico. Come è ovvio questo approccio si basa su un concetto ospedaliero del follow-up e mal si concilia con la responsabilizzazione del paziente, con la sua autonoma partecipazione alle decisioni terapeutiche e con la normale variabilità di abitudini che contraddistingue la vita di tutti i giorni. È un approccio destinato al fallimento, proprio perché basato su un’idea non realistica delle abitudini dei nostri pazienti, che è giusto siano variabili esattamente come le nostre. Il risultato non può che essere frustrazione e irritazione. I pochi individui che dovessero aderire a simili prescrizioni potrebbero effettivamente prevenire in modo efficace le ipoglicemie, a scapito di una qualità di vita inaccettabile per la maggior parte delle persone. In realtà, a ben vedere, la strategia della massima costanza di abitudini e orari risponde al bisogno di chiarezza e semplicità degli operatori sanitari. Un approccio più consono ai principi dell’educazione terapeutica dovrebbe seguire la strategia opposta, quella della massima variabilità di abitudini che, nonostante le maggiori difficoltà da affrontare, meglio risponde alle esigenze dei pazienti. Secondo tale strategia alcuni degli obiettivi educativi potrebbero essere i seguenti: 1. Individuazione delle ore a rischio di ipoglicemia, in base alla cinetica dell’insulina usata. 2. Distinguere il fabbisogno insulinico basale e postprandiale e individuare le rispettive dosi di insulina in grado di soddisfare le due esigenze in condizioni tipiche (ad es. basale/bolo con dieta e attività fisica abituali). 3. Se si riducono i carboidrati di un pasto, ridurre l’insulina pronta che lo precede (bolo). 4. Se aumenta l’attività fisica: a) aumentare i carboidrati prima (e durante) l’attività; b) aumentare i carboidrati e/o ridurre l’insulina pronta (bolo) dopo l’attività; c) ridurre l’insulina intermedia serale (basale). Lo strumento per realizzare questi ambiziosi obiettivi è l’automonitoraggio della glicemia effettuato dal paziente in maniera “mirata” per rispondere alle domande specifiche poste dalla terapia, sia durante le giornate abituali, che in occasione di variazioni dell’alimentazione (ad es. “salto” del pranzo, cena in pizzeria, ecc.) o dell’attività fisica (piscina due volte alla settimana, vacanza sportiva per un sedentario, vacanza sedentaria per uno sportivo, ecc.) Trattare l’ipoglicemia Il trattamento dell’ipoglicemia è un buon esempio di come è importante che le verifiche siano commisurate agli obiettivi e che questi siano definiti in modo preciso e dettagliato. Per essere soddisfatti dei nostri risultati non possiamo accontentarci che i pazienti rispondano correttamente a un questionario e neppure che sappiano comportarsi correttamente in una prova simulata, anche se come è ovvio sia il sapere che il saper fare sono passaggi indispensabili, e quindi verificabili, di un processo educativo. Quello che conta realmente è però che i pazienti mettano in pratica le conoscenze acquisite, cioè che adottino determinate modifiche di comportamento nella vita reale. Ciò implica un coinvolgimento personale che va oltre la semplice conoscenza e può essere verificato – direttamente o indirettamente – solo osservando quello che il paziente fa. 53 54 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Tre possibili esempi di obiettivi educativi verificabili per quanto riguarda il trattamento dell’ipoglicemia sono: • il paziente porta 15-20 g di zucchero (o equivalente) sempre con sé in una confezione pratica; • il paziente ingerisce 15-20 g di zucchero ai primi sintomi di ipoglicemia; • il paziente ingerisce anche 15-20 g di carboidrati complessi se manca più di mezz’ora a un pasto principale. Il perseguimento di questi obiettivi passa attraverso diverse modalità di intervento nelle diverse fasi del processo educativo. Qui di seguito sono forniti alcuni esempi di possibili interventi: • educazione iniziale, d’urgenza: ad esempio fornire 3 zollette di zucchero in una scatoletta rigida; • educazione approfondita (corso): offrire esempi alternativi di cibi da ingerire in caso di ipoglicemia (pastiglie di glucosio, bibite commerciali, gelatine alla frutta, tubetti di fluidi al glucosio o miele, ecc.); • educazione continua, verifica: ad esempio “Ha lo zucchero con sé?” “Ci sono state ipoglicemie gravi (cioè con bisogno di aiuto)? Con che frequenza, cosa aveva avvertito, ha perso conoscenza?”“Ci sono state ipoglicemie leggere? Con che frequenza, come le ha trattate?” Se, come accade a volte agli adolescenti, la resistenza ad agire correttamente deriva dal fatto che viene richiesto un comportamento “anomalo” (ingerire zollette di zucchero) e ciò viene vissuto come un problema di fronte agli amici, si possono cercare insieme soluzioni ugualmente corrette e accettate come più “normali”(ad es. gelatine di frutta). Riconoscere l’ipoglicemia L’ipoglicemia può essere un nemico insidioso. Per questo è bene che i pazienti siano sempre in grado di riconoscerla al suo primo apparire. In genere chi le avverte bene non ha problemi, ma è bene che i pazienti sappiano che con il tempo i segni e sintomi possono cambiare, talvolta proprio in coincidenza con un cambiamento di schema terapeutico. Il riconoscimento dell’ipoglicemia può essere particolarmente arduo durante la pratica sportiva, durante la quale sudorazione e tremore legati all’ipoglicemia possono essere mascherati e l’unico segnale di allarme può essere un’improvvisa debolezza. Se la percezione dell’ipoglicemia diminuisce, la cautela da parte del paziente non sarà mai troppa, soprattutto in circostanze potenzialmente pericolose, come ad esempio all’aperto, alla guida, da soli. Per superare questo problema e ripristinare la sensibilità all’ipoglicemia può essere necessario alzare il target glicemico per unodue mesi. Terapia intensiva e cheto-acidosi Il pericolo di scompenso del diabete si riduce con la terapia intensiva, tanto che è legittimo aspettarsi la scomparsa degli episodi di chetoacidosi. Non bisogna tuttavia sottovalutare la maggior rapidità dello scompenso che può accompagnare la sospensione della terapia insulinica quando si fa uso prevalentemente di insulina pronta. Ciò può essere ancora più evidente quando si utilizza il microinfusore con l’analogo dell’insulina ad assorbimento prontissimo, nei casi in cui volontariamente o accidentalmente si arresta il funzionamento dell’apparecchio. 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Conclusione In conclusione si può affermare che la terapia insulinica intensiva, oltre a migliorare il controllo del diabete, è in grado di migliorare la qualità della vita. Se affiancata dall’educazione terapeutica, essa si accompagna a una riduzione del rischio di complicanze acute del diabete e in particolare a una riduzione del rischio di ipoglicemie gravi, che sono state spesso considerate, a torto, una specie di tassa obbligata associata alla terapia intensiva. BIBLIOGRAFIA 1. The DCCT (Diabetes Control and Complications Trial) Research Group: The effect of intensive treatment of diabetes on the development and progression of long-term complications in insulin-dependent diabetes mellitus. N Engl J Med 329, 977-986, 1993 2. Langewitz W, Wossmer B, Iseli J, Berger W: Psychological and metabolic improvement after an outpatient teaching program for functional intensified insulin therapy (FIT). Diab Res Clin Pract 37, 157-164, 1997 3. Chantelau E, Schiffers T, Schuetze J, Hanson B: Effect of patient-selected intensive insulin therapy on quality of life. Patient Educat Counsel 1997 4. WHO Working Group: Therapeutic patient education, continuing education programmes for health care providers in the field of chronic diseases. WHO-Europe, Copenhagen, 1998 55 2 ° C O N G R E S S O R O C H E D P A T I E N T C A R E GIORNALE ITALIANO DI IABETOLOGIA L’educazione terapeutica del paziente diabetico Difficoltà pedagogiche dei curanti nell’educazione terapeutica dei pazienti R. Gagnayre (Parigi) Lavori di gruppo V. Miselli (Reggio Emilia) (coordinatore) 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE DIFFICOLTÀ PEDAGOGICHE DEI CURANTI NELL’EDUCAZIONE TERAPEUTICA DEI PAZIENTI Rémi Gagnayre Laboratorio di Pedagogia della salute, Centro Collaboratore OMS per lo sviluppo delle risorse umane nella sanità, UFR Sanità, Medicina e Biologia Umana, Università di Parigi 13 Lo scopo di questa comunicazione è di segnalare le difficoltà pedagogiche che incontrano i curanti nella loro formazione all’educazione del paziente diabetico. L’individuazione di queste difficoltà è nata dalle ricerche che conduciamo nel nostro Laboratorio di Pedagogia della Salute (Dir. Jean-François d’Ivernois) e dagli studi condotti congiuntamente con altri due Centri Collaboratori OMS specializzati nell’educazione del paziente: l’Unità d’Educazione alla Salute, diretta dal Prof. Alain Deccache dell’Università Cattolica di Lovanio e la Divisione d’Istruzione e di Trattamento delle Malattie Croniche diretta dal Prof. Jean-Philippe ASSAL dell’Università di Ginevra. Si considera generalmente il curante come un interventista curativo e normativo, un informatore interessato soprattutto all’esplicazione della malattia. Nel contesto di una formazione all’educazione terapeutica del paziente, lo scopo è di condurre il curante verso un’altra posizione complementare: quella di curante-educatore. Questa posizione porta il curante a tener conto, in ugual misura, dei progetti di vita del paziente e a facilitare il suo apprendimento della gestione della malattia e del trattamento, elementi importanti nell’ambito del suo intervento educativo. Per conciliare le due modalità d’intervento (curativo ed educativo), il curante incontra vari tipi di difficoltà: difficoltà legate ai valori dell’educazione terapeutica, alla sua identità di curante; difficoltà d’ordine didattico e organizzativo e infine difficoltà legate alla sua pratica pedagogica (tab. I). Tali difficoltà, che si potrebbero anche chiamare ostacoli, appaiono in forma aleatoria nel processo di formazione del Tabella I curante. Per finire, qualunque sia la formazione ricevuta, persistono difficoltà inerenti (difficoltà residue) alla messa in opera di questa nuova competenza. Queste difficoltà rappresentano, secondo Difficoltà pedagogiche del curante nell’educazione terapeutica del paziente noi, l’espressione delle competenze specifiche e il divenire nell’educazione 1 - Difficoltà legate ai valori dell’educazione terapeutica terapeutica. Educare è permettere a un paziente di acquisire competenze sulla salute e di Curante educatore Curante informatore 2 - Difficoltà legate centrato sul paziente e centrato sulla malattia appropriarsi di un nuovo ruolo. Come in all’identità del curante il suo apprendimento e il suo insegnamento ogni processo educativo, vengono trasferiti dei valori. Presenteremo almeno quattro 3 - Difficoltà didattiche valori che consideriamo importanti nell’educazione terapeutica. Il primo valore Difficoltà pedagogiche consiste nel considerare che l’educazione 4 - Difficoltà organizzative residue terapeutica del paziente rappresenta un investimento della società in un capitale 5 - Difficoltà legate alle cognitivo (1). In altri termini, educare un pratiche pedagogiche paziente significa permettergli di accedere 59 60 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE alle conoscenze, risvegliare il suo senso critico, permettergli di compiere scelte chiare rispetto alla sua salute che rientrino in un dibattito democratico sulle sue scelte di cittadino nel campo della sanità. La potenzialità mobilizzatrice del paziente così come definita da Jean-Francois d’Ivernois (2) è il secondo valore. Consiste nel considerare che educare un paziente significa credere nella sua potenzialità di realizzare, di divenire e nel considerare anche che si tratta più di mettere il paziente nella condizione di effettuare delle scelte, prendere delle decisioni e dunque modificare progressivamente i suoi comportamenti, che di volergli far acquisire immediatamente il comportamento desiderato. A voler troppo incentrare le azioni educative sul comportamento atteso (generalmente dal curante) si corre il rischio di instaurare relazioni direttive e autoritarie. Pertanto, la potenzialità mobilizzatrice consiste nell’accettare che sia il paziente colui che deciderà un cambiamento di comportamento in funzione di un contesto che avrà identificato e riconosciuto come facilitante. In questa prospettiva il curante deve poter assicurare che, in condizioni giudicate ottimali per il paziente, saprà applicare la decisione o il comportamento desiderato. L’educazione terapeutica è probabilmente una delle possibilità offerte al paziente di riappropriarsi del discorso e delle problematiche concernenti la sua salute e la salute in generale. La storia della medicina, che si è caratterizzata con l’esclusione dei pazienti e la confisca della loro parola, lascia progressivamente il posto a una spartizione delle decisioni tra paziente e curante. L’educazione terapeutica, nella misura in cui impegna a un vero dialogo, a una mutua reciprocità, consente la concretizzazione di un altro valore che rappresenta questo processo di riappropriazione (3). Infine, ultimo valore, che ci sembra importante, è quello di considerare che questa educazione terapeutica si inscrive nell’ambito più allargato di una filosofia del soggetto. L’educazione terapeutica dovrebbe poter aiutare il paziente a sviluppare, secondo l’espressione di Olivier Abel, una responsabilità accettabile (4). L’educazione terapeutica risulta da un’interpellanza della società la quale sollecita i curanti affinché aiutino i pazienti a gestire meglio questa richiesta di autonomia e a diventare oculati utenti della sanità (5). Per un lungo periodo il curante si è formato una cultura della sostituzione del paziente: egli cura il paziente, ma al posto di questi. In funzione di una lettura normativa del corpo e talvolta della vita del paziente, egli interviene per ridurre le distanze, per ricondurre ove possibile a una norma biologica. Ora, nella malattia cronica non vi è un ritorno a uno stato di normalità precedente. In più, il carattere cronico di una malattia porta a sviluppare altre modalità d’intervento diverse da quelle di cura. In particolare, le caratteristiche della permanenza di una malattia richiedono di sviluppare, con la partecipazione del paziente, interventi di prevenzione sui rischi legati alla malattia al fine di evitare fenomeni acuti o complicazioni a lungo termine. Ciò richiede, come ha proposto Anne Lacroix (6), che vengano elaborate mediazioni, se non addirittura posizioni di accompagnamento, rispetto a ciò che esprime o che vive il paziente. Pare evidente che la nonprescrizione, intesa come possibilità di ascoltare il paziente, di accompagnarlo, è per il curante un intervento altrettanto importante per aiutare il paziente a vivere la sua malattia quanto la scelta di una cura efficace. La cultura curante tradizionale è un ostacolo per sviluppare competenze da educatore. Ad esempio, la ricerca permanente dell’immediata visibilità della sua azione terapeutica nel caso di malattie acute deve, nel caso di intervento pedagogico, lasciare il posto a una valutazione di effetti meno visibili e più ritardati. Il processo educativo inteso come presa di coscienza o cambiamento di percezione non si compie subito dopo un intervento. Ciò richiede, per il curante, di imparare a gestire tempi bioclinici e psicopedagogici magari diversi. Si apre qui una problematica 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE fondamentale nella misura in cui questi tempi, queste durate necessitano per il curante di ripensare nuove corrispondenze tra l’evoluzione bioclinica e l’evoluzione cognitiva ed emozionale del paziente. Infine, è caratteristico constatare che il curante, probabilmente per il fatto che interpreta, più che ascoltare, il paziente – dal momento che cerca più di risolvere un problema che di comprendere una situazione – considera il paziente più come una sorta di “contenitore di informazioni” per poter emettere la sua diagnosi. Questo obiettivo lo conduce, a volte, a non credere più al paziente quando quest’ultimo esprime un punto di vista o fa un quadro che non rientra nel suo modello esplicativo. Invece, credere al paziente è fondamentale per stabilire una relazione pedagogica in quanto è il paziente che sperimenta, che vive la sua malattia. Ricordiamo quel che disse Brissaud, medico di Marcel Proust, in “L’igiene degli asmatici” (7): “Il malato sotto molti aspetti sa cosa è bene o cosa è male per lui. Ha un’esperienza che vale almeno la nostra e davanti alla quale non potremo saggiamente che inchinarci.” Le particolarità del paziente colpito da una malattia cronica, permanente, costituisce per il curante, nel suo apprendistato di educatore, un altro tipo d’ostacolo. Ricordiamo innanzitutto che, per il paziente, si tratta di sostituire, con le proprie funzioni cognitive coscienti, i processi biologici automatizzati e inconsci. Ma questa sostituzione non può rimpiazzare in senso stretto l’organo compromesso. Infatti il ricorso a funzioni cognitive coscienti fa intervenire parallelamente dei filtri che scaturiscono da ragionamenti, interpretazioni, emozioni che perturbano un ipotetico meccanismo razionale di sostituzione dell’organo. Occorre dunque modificare questa rappresentazione del curante che ritiene che sviluppando la biotecnologia o la “protesizzazione” del corpo si possa evitare al paziente di decidere, di riflettere, d’intervenire da sé. La malattia cronica, poiché rinvia in continuazione a scelte di vita, induce nel paziente la permanente sensazione di ciò che si potrebbe definire la “finitudine accelerata”e che non rende neutra una sostituzione organica, per quanto riuscita. Più il paziente viene educato, più prende coscienza dei rischi. Le sue scelte di vita vengono quindi effettuate in una condizione di tensione continua. Infine, occorre considerare che effettuare cure sul proprio corpo o prendere decisioni riguardo al proprio corpo, la propria vita, non sono cose che si imparano definitivamente e stabilmente: richiedono del tempo, varie prove, una preparazione accurata, delle sconfitte (che bisognerà ovviamente accompagnare). Ancora, non si dovrebbe sottovalutare quanto segnalato da Stéphane Jacquemet (8), e cioè il costo emotivo che rappresenta per il paziente l’atto di entrare in contatto con la malattia e col suo trattamento. Occorre che il curante impari a gestire, nella sua azione di educare, l’emozione provata dal paziente quando i discorsi e le informazioni dispensate lo rinviano a una realtà. L’”apprendimento” della malattia non può essere in alcun modo, per il paziente, neutro, freddo e distaccato. La complessità delle conoscenze che deve acquisire il paziente è male esplorata. Le nozioni che devono possedere i pazienti, che potrebbero sembrare semplici per un curante poco attento, si rivelano assai complesse per il paziente. I risultati di uno studio (9) segnalano che l’adattamento di dosi di insulina e l’alimentazione in generale sono percepiti dai pazienti come estremamente difficili da capire, ma ugualmente difficili da insegnare per i curanti dello studio.Vi sono dunque difficoltà inerenti alla complessità dei contenuti. Anche in altre malattie ritroviamo nozioni difficili da comprendere, come la sindrome infiammatoria nell’asma o la rappresentazione del fattore VIII nell’emofilia. Vi è dunque un lavoro didattico da svolgere da parte del curante per favorire la comprensione dei pazienti e ciò tenendo conto del carattere eterogeneo dei gruppi di pazienti (legato alla loro età, alle conoscenze precedenti, alle risorse educative di cui dispongono i pazienti, ecc.) (10). Concretizzare un programma significa in primo luogo pianificarlo, ossia chiedersi 61 62 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE quali sono le tappe di questo apprendimento. Nella pianificazione di un programma di educazione terapeutica si riscontra una difficoltà didattica che consiste nel collegare vali elementi tra di loro: lo stadio d’evoluzione della malattia del paziente, gli obiettivi terapeutici di sicurezza, le potenzialità cognitive del paziente, il suo stadio di accettazione, i suoi bisogni e i principi dell’apprendimento. Sembra che il successo di un programma di educazione risieda nella capacità del curante di ponderare questi diversi elementi nei tempi di educazione. Un altro aspetto importante è quello dell’impatto del programma d’educazione. È vero che alcuni risultati mostrano correlazioni tra l’educazione e i risultati bioclinici, psicosociali (in particolare per la qualità della vita) e pedagogici. Tuttavia, vi sono ancora difficoltà metodologiche che richiedono lo svolgimento di ricerche per meglio definire le relazioni possibili tra le diverse dimensioni. Per quanto concerne il campo pedagogico, il ricorso a strumenti che permettano la valutazione di conoscenze effettive – ma al di là dell’organizzazione delle conoscenze così come le sviluppiamo attualmente nel nostro laboratorio mediante l’utilizzo di mappe concettuali (11) –, l’uso di gradi di certezza dei pazienti circa le loro conoscenze, il ragionamento e processo di decisione del paziente in connessione con le caratteristiche emozionali dovrebbero avere un loro posto nelle future strategie di valutazione pedagogica del paziente. Esistono vari tipi di difficoltà nell’organizzazione dell’educazione (in particolare nel settore ospedaliero). Se all’inizio dell’impianto di un processo educativo in un reparto il numero dei pazienti è più importante del loro profilo per poter assicurare un’educazione collettiva, la questione della costituzione dei gruppi di pazienti si pone ben presto. Il loro carattere eterogeneo od omogeneo è spesso il primo criterio di discussione. In base alle varie esperienze, vi sono vantaggi e svantaggi in entrambe le opzioni. Alcune associazioni estreme, come affiancare giovani diabetici a pazienti portatori di complicazioni, vengono ovviamente scartate. Tuttavia, non esistono criteri per costituire un gruppo di pazienti. L’assenza di criteri così come di un percorso strutturato vale anche per l’alternanza tra sedute individuali e di gruppo. Se tutti conoscono le formule d’educazione (day-hospital, settimane educative, ospedale di notte d’educazione, consulto d’educazione, rete d’educazione, stage), non sembra esistere analogamente alcun percorso strutturato al di fuori di quello della ricerca di una comodità per fissare gli obiettivi in funzione di queste diverse formule. Accade così che i vantaggi e gli inconvenienti tra varie sedute in dayhospital rispetto a un raggruppamento di vari giorni lungo una settimana non siano stati ancora chiaramente stabiliti. Occorre condurre una riflessione circa i vantaggi educativi di ciascuna formula educativa. L’impianto del processo educativo in un reparto ospedaliero viene affidato ad alcune persone motivate. Quindi viene avviato un lavoro d’équipe che pone via via la questione della coerenza degli interventi e del principio d’integrazione delle conoscenze da parte del paziente. Infatti, la lunga sequela degli interventi (medici, infermieri, dietisti, chinesiterapeuti, ecc.) non comporta obbligatoriamente nel paziente la costruzione di un know-how polivalente. Occorre quindi poter essere certi che l’insieme degli interventi si traduca effettivamente nel paziente in un know-how generale. Infine, nell’organizzazione dell’educazione terapeutica, conviene distinguere il seguíto dall’accompagnamento (6). La cultura organizzativa dei curanti porta a seguire il paziente, cioè a pianificare per lui i momenti degli appuntamenti. È una pianificazione stabilita dal curante secondo i suoi criteri. Nella misura in cui l’educazione ha lo scopo di aiutare il paziente a essere attore delle proprie cure, conviene prevedere un’organizzazione in cui il paziente potrebbe sollecitare egli stesso incontri e appuntamenti. In altri termini, secondo propri criteri d’analisi, egli 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE potrebbe sollecitare un curante a distanza (telefono, messaggi telematici, posta, ecc.) o al momento degli incontri (colloquio d’educazione, day-hospital, ecc.). L’introduzione di un’educazione terapeutica modifica la relazione tra curante e paziente. Essa implica d’ora in poi di soffermarsi non più e sistematicamente sulla storia della malattia, ma sulla sua storia di vita. La comprensione degli antecedenti non deve limitarsi alla genesi della malattia ma interessarsi ai periodi di vita del paziente. Questa dimensione è importante nella misura in cui quando un paziente riceve un’educazione, questa deve permettergli di integrare meglio la malattia nella sua vita. Non conoscere gli elementi della propria vita rischia di rendere il lavoro educativo sulla progettazione e la costruzione di nuovi riferimenti di vita molto più difficile. In questa ricerca di comprensione del paziente, quella che consiste nell’interessarsi alle sue conoscenze precedenti e quindi nell’esplorarle si rivela fondamentale. Non esiste infatti educazione che non tenga conto di ciò che i pazienti sanno sulla loro malattia e il relativo trattamento. Non tenerne conto è considerare a torto, secondo l’espressione di Jean-François d’Ivernois,“che il paziente è una pagina vergine su cui basta scrivere”(12). La curante appartiene, come abbiamo già detto, a una cultura professionale nella quale la relazione duale con il paziente è fondamentale. Ora, l’educazione conduce il paziente a lavorare con gruppi di pazienti. Animare un gruppo di pazienti è una pratica pedagogica che si impara. Analogamente, realizzare un lavoro individuale in un gruppo di pazienti è una difficoltà che una formazione dovrebbe poter eliminare. L’ostacolo nell’animazione dei gruppi risiede in ciò che viene chiamato il “prescrittivo” rispetto all’“opportunità”. Il curante cerca infatti solitamente di prescrivere un’azione educativa come se fosse una ricetta medica: i programmi dei corsi, i piani d’intervento, lo svolgimento delle sedute pedagogiche ne sono la traccia. Tuttavia, se è importante strutturare gli interventi pedagogici, formalizzarli per iscritto, qualsiasi educazione dovrebbe potersi fondare permanentemente sulle proposte, gli interessi, le richieste dei pazienti. Occorre dunque utilizzare ciò che propone il paziente per costruire la sequenza pedagogica. In questo consiste il carattere d’opportunità. Troppo centrato sulla prescrizione pedagogica, il curante rischia di limitare le attese e la motivazione dei pazienti. Questa educazione terapeutica del paziente deve aver luogo durante i consulti medici. L’analisi dei consulti diabetologici (13) mostra che questi hanno, come abbiamo ricordato all’inizio della presente comunicazione, un carattere più informativo che educativo. La posta in gioco consiste dunque nello strutturare consulti con mire educative. Talvolta basta modificare nel curante il modo di interrogare il paziente perché tenda a un’indagine pedagogica il cui interesse sia di favorire nel paziente l’apprendimento. Infine, la differenza fondamentale tra le nozioni di controllo e di valutazione deve essere chiaramente stabilita e soprattutto applicata nella pratica pedagogica. Le pratiche quasi automatizzate e meccaniche di controllo del curante sul paziente devono lasciare il posto a una valutazione nel corso della quale il paziente comprende la posta in gioco della valutazione, i suoi criteri, e li fa propri. Per certi versi, la valutazione deve condurre il paziente a criticare, a mettere in discussione i criteri di valutazione che utilizza il curante. È a questa condizione che il processo di decisione che scaturisce dalla valutazione può essere spartito tra il curante e il paziente. Come sottolineavamo nella nostra introduzione, qualunque siano i metodi di formazione del curante, vi sono difficoltà inerenti alla competenza di educatorecurante. Facciamo due esempi. Il primo consiste nel saper analizzare la trasformazione delle competenze [dette] profane e scientifiche del paziente (11). Riteniamo infatti che le trasformazioni delle conoscenze dei pazienti attraverso processi d’educazione terapeutica modifichino più o meno le loro conoscenze 63 64 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE anteriori. Ora, quando il paziente è portato a dover prendere una decisione in situazioni complesse, che non gli si presentano tutti i giorni, le conoscenze anteriori profane vengono spesso privilegiate rispetto alle conoscenze scientifiche più recenti (col conseguente rischio di arrivare a una decisione incorretta). È un lavoro particolarmente difficile, per l’educatore, quello di ricercare costantemente su cosa si fondino e si ancorino le conoscenze profane e scientifiche del paziente, di valutare il livello d’integrazione e d’organizzazione che favorisca nel paziente l’arrivare a prendere una decisione corretta. L’analisi dell’interazione della malattia nella sensazione di successo o di sconfitta nella vita del paziente resta anch’essa una competenza di mediazione estremamente difficile (6): come si può accompagnare il paziente in modo da permettergli di prendere le distanze dalla malattia aiutandolo al tempo stesso a proiettarsi in uno spazio di sicurezza? Dunque, la riflessione che conduce il curante sul proprio ruolo di “facilitatore” d’apprendimento del paziente, di mediatore, di referente terapeutico, deve essere costantemente indagata al fine di consolidare la specificità di questa nuova competenza (14). BIBLIOGRAFIA 1. Bury J: L’éducation thérapeutique du patient: vers une citoyenneté de santé, actes du Colloque ICPEM-Centre Collaborateur OMS de L’UFR de Bobigny, Actes du Colloque, Maison de l’UNESCO. Bulletin d’Education du Patient n° spécial, mars 2000 2. D’ivernois JF: L’éducation thérapeutique du patient: vers une citoyenneté de santé, actes du Colloque Icpem-Centre Collaborateur OMS de L’UFR de Bobigny, Actes du Colloque, Maison de l’UNESCO. Bulletin d’Education du Patient n° spécial, mars 2000 3. Guillaume M: L’éloge du désorde. Gallimard, Paris, 1978 4. Abel O: L’éducation thérapeutique du patient: vers une citoyenneté de santé, actes du Colloque ICPEM-Centre Collaborateur OMS de L’UFR de Bobigny, Actes du Colloque, Maison de l’UNESCO. Bulletin d’Education du Patient n° spécial, mars 2000 5. Vigarello G: L’éducation thérapeutique du patient: vers une citoyenneté de santé, actes du Colloque ICPEM-Centre Collaborateur OMS de L’UFR de Bobigny, Actes du Colloque, Maison de l’UNESCO, Bulletin d’Education du Patient n° spécial, mars 2000 6. Lacroix A, Assal J. Ph: L’éducation thérapeutique du patient - nouvelle approche thérapeutique. Vigot, Paris, 1998 7. Brissaud E; L’hygiène des asthmatiques. Édition E. Brissaud, Paris, 1896 8. Jacquemet S: Peut-on apprendre à devenir un malade chronique? Hygiène et médicine, 1998 9. Bonnet C, Gagnayre R, d’Ivernois JF: Learning, difficulties of diabetic patients: a survey of educators. Patient Education and Counseling 35, 139-147, 1998 10. Gagnayre R, Magar Y, D’Ivernois JF: L’éducation du patient asthmatique. Vigot, Paris, 1998 11. Marchand C: Les cartes sémantiques dans l’éducation thérapeutique du patient. Bulletin d’Education du Patient 16, 4, 33-36, 1997 12. D’Ivernois JF, Gagnayre R: Apprendre à éduquer un patient-approche pédagogique. Ed. Vigot, Paris, 1995 13. Gagnayre R, Traynard PY, D’Ivernois JF, Slama G: An analysis of the teaching techniques used in diabetic specialist consultations. Patient Education and Couseling 39n 163-167, 2000 14. Duboc A: Projet de vie: du modèle holistique aux compétences en éducation du sujet, Mémoire de DESS; Stratégie de formation en santé. UFR de Bobigny, Université Paris 13, 1998, p. 169 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE L’ EDUCAZIONE TERAPEUTICA DEL PAZIENTE DIABETICO - LAVORI DI GRUPPO Valerio Miselli (coordinatore) Servizio di Diabetologia, Ospedale “C. Magati” di Scandiano, Reggio Emilia Introduzione Nel corso della seconda giornata del Congresso “L’educazione terapeutica del paziente diabetico: attualità e prospettive”, svoltosi a Villa Erba, è stata utilizzata la metodologia di lavoro per piccoli gruppi per permettere ai partecipanti di affrontare, discutere e confrontarsi personalmente su alcuni argomenti e aspetti inerenti l’educazione terapeutica del paziente diabetico. I partecipanti al congresso sono stati suddivisi in 14 gruppi, composti da 10/12 persone ciascuno. I gruppi sono stati formati con le diverse figure e professionalità che operano nei servizi o centri di diabetologia e che sono parte integrante del team diabetologico: medico diabetologico, dietista e infermiere. Ogni gruppo è stato affidato alla guida di un tutor o facilitatore. Questi ultimi avevano, in precedenza, discusso le modalità operative e le tecniche più appropriate da utilizzare nella conduzione di ogni singolo gruppo. Gli argomenti affrontati e discussi per ciascun gruppo sono stati: • l’attività fisica non è solo una prescrizione: le resistenze e le difficoltà del medico; • la terapia insulinica intensiva: con quali criteri si scelgono i pazienti?; • atteggiamenti e resistenze a un programma alimentare; • come concordare gli obiettivi terapeutici con il paziente. Ogni argomento o area tematica è stata discussa all’interno di tre o quattro gruppi; I tutor avevano il compito di raccogliere le elaborazioni finali per ciascun gruppo, confrontarle con quelle degli altri e, infine, presentare un elaborato riassuntivo per ciascuna area tematica nel corso dell’assemblea plenaria. COME CONCORDARE GLI OBIETTIVI TERAPEUTICI CON IL PAZIENTE Herta Corradin (Vicenza), Andrea Corsi (Genova), Giuseppe Erle (Vicenza), Marina Trento (Torino) Avevamo osservato che in ciascun gruppo era comparso il tema del “contratto centrato sul paziente”. Per i componenti dei gruppi il contratto era inteso come la capacità di realizzare un accordo fra il paziente e l’équipe curante al fine di raggiungere un obiettivo. Veniva sottolineato che realizzare un accordo, un contratto con il paziente non è un’operazione facile, necessita di tempo, continuità terapeutica e formazione da parte dell’operatore. A questo proposito emergeva la necessità di avere o di acquisire nel tempo, da parte dell’operatore, alcuni 65 66 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE prerequisiti fondamentali per migliorare la propria professionalità e il proprio ruolo. I prerequisiti individuati erano: ▲ Competenza. Intesa come conoscenza della propria disciplina e capacità di svolgere il proprio compito in modo funzionale alle diverse situazioni o realtà che si intendono o ci si trova ad affrontare. ▲ Formazione. Intesa come affinamento e aggiornamento continuo delle proprie tecniche, conoscenze, capacità al fine di migliorare il proprio operato. ▲ Capacità di ascolto. Intesa come ascolto attivo, colui che ascolta riesce a individuare le modalità con cui aiutare la persona che ha di fronte. “Far finta”di ascoltare, anche se in realtà con il proprio pensiero si è altrove, non serve a nulla. ▲ Affiatamento all’interno dell’équipe. Riconoscimento dei diversi ruoli e figure professionali, rispetto all’altro come persona e come operatore, linguaggio comune. Lavorare in équipe significa avere obiettivi comuni, concordati e condivisi, se così non fosse l’équipe è un’illusione. ▲ Empatia. Atteggiamento mentale dell’operatore, identificazione cognitiva e affettiva per mezzo della quale l’operatore può comprendere la persona che ha di fronte. ▲ Motivazione. Anche l’operatore deve essere convinto e motivato. Per realizzare un contratto si devono incontrare due o più persone motivate. L’operatore deve credere in quello che sta facendo, credere nella validità dell’educazione, nella sua scientificità. MODALITÀ OPERATIVE Individuati i prerequisiti, ovvero quell’insieme di conoscenze, competenze e condotte che permettono a un operatore di svolgere in modo corretto interventi di educazione terapeutica, si è cercato di definire alcune modalità con cui realizzare il contratto. Nei gruppi veniva sottolineata la valenza formativa dell’operatore quale elemento fondamentale per la messa in atto di interventi educativi adeguati e appropriati. Nei gruppi era stato osservato che la procedura del “fai da te”degli operatori, dettata da forme di buon senso, buona volontà, entusiasmo o dalla pretesa di saper fare educazione senza un’adeguta formazione, poteva rivelarsi pericoloso sia per il paziente che per gli operatori. I primi perché corrono il rischio di ricevere interventi sporadici e non continuativi, i secondi perché possono iniziare gli interventi senza aver costruito un programma appropriato e senza aver individuato quali obiettivi raggiungere, come valutarli, quali modalità e tecniche utilizzare per realizzarli. Come, in che modo concordare con il paziente I risultati ottenuti nei diversi gruppi avevano in comune alcuni concetti e valenze che erano stati individuati per realizzare il contratto con il paziente. Analizzando i diversi elaborati avevamo rilevato che si potevano sintetizzare e raccogliere in alcuni punti qui sotto elencati: • conoscenza e valutazione del vissuto e dei bisogni del paziente (stile di vita, complessità del paziente, ambiente di vita, accettazione della malattia); • motivazione del paziente, resistenza al cambiamento, stili di apprendimento, fornire l’alternativa, linguaggio comune, mondo affettivo del paziente, comprendere la diversità, gestione del tempo, gradualità e continuità dell’intervento; • ricerca di obiettivi condivisi (contratto a breve, medio, lungo termine e la negoziazione). Il processo non terminava con la negoziazione, questo era un ulteriore punto di 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE partenza per ridefinire i bisogni e gli obiettivi, continuare l’intervento educativo e la formazione del paziente. Da rilevare l’aspetto dinamico con cui era stato affrontato il tema assegnato a ogni gruppo, questo a sottolineare che l’educazione e l’educazione terapeutica sono intese come un percorso formativo, del paziente e dell’operatore, sottoposto a continui cambiamenti e riaggiustamenti. L’ATTIVITÀ FISICA NON È SOLO UN GENERICO CONSIGLIO MEDICO MA UNA PRESCRIZIONE: LE RESISTENZE E LE DIFFICOLTÀ DELL’EDUCATORE Mariano Agrusta (Cava dei Tirreni), Felice Strollo (Roma), Laura Tonutti (Udine) Dalla disamina del problema realizzata indipendentemente nell’ambito dei tre gruppi di studio da noi coordinati sono emerse considerazioni interessanti, concordi e in linea con quanto in parte già evidenziato da un incontro su un analogo tema svoltosi nella regione Campania a cura del Dott. Gerardo Corigliano, presidente dell’ANIAD, Associazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici. Per cercare di sintetizzare i risultati del lavoro, senza per questo rischiare di vanificare l’enorme impegno profuso da ognuno dei partecipanti e disperdere così la ricchezza insita nei numerosi spunti di riflessione emersi dai gruppi, organizzeremo il tutto sotto forma di paragrafi. Dalla grammatica alla pratica Il trattamento del diabete mellito, sia di tipo 1 che di tipo 2, si fonda su quattro cardini: dieta, farmaci, educazione, attività fisica. In realtà, dieta e farmaci hanno un ruolo dominante nella pratica terapeutica quotidiana, l’educazione sta evolvendo rapidamente verso forme mature, l’attività fisica rappresenta ancora un suggerimento generico, più che una vera prescrizione. Dalla teoria alla pratica, dunque, il passo è tutt’altro che breve. Perché nella pratica è difficile prescrivere l’attività fisica Esistono tre fattori limitanti fondamentali, che si influenzano a vicenda: • difficoltà culturale; • limite motivazionale; • difficoltà emotive. DIFFICOLTÀ CULTURALE La cultura del paziente italiano è diversa da quella europea. Lo sport è poco praticato in Italia, sin dai tempi della scuola e ancor meno dal momento in cui la scuola viene lasciata per il mondo del lavoro o dell’Università. Resta l’interesse, sublimato nello sport parlato e guardato, vissuto come momento di incontro fra amici, di immersione nel sociale e di identificazione nell’inconscio collettivo. Passare da una cultura dell’osservazione a quella dell’impegno personale richiede uno sforzo notevole, che solo un lento e costante lavoro da parte dell’équipe diabetologica può aiutare ad affrontare. D’altra parte anche l’educatore è nato e cresciuto nello stesso ambiente e raramente 67 68 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE è esente dagli stessi limiti culturali che frenano il paziente. Egli sa che l’attività fisica fa bene, ma troppo spesso deve affrontare quotidianamente un lavoro molto impegnativo, che acuisce nella pratica i limiti culturali radicati nell’inconscio, rendendo l’attività fisica un elemento di studio o di esercitazione dialettica, più che un vissuto da trasmettere. Si sente soprattutto la mancanza di una preparazione specifica, che consenta all’educatore di sostenere il paziente con consigli pratici e con la dovizia di particolari tecnici che spesso manifesta nel prescrivere diete o farmaci. Emerge da quanto appena descritto un quadro sostanziale di insicurezza dell’educatore che si traduce in una sorta di fuga dalla prescrizione, con generico, quasi sfuggente, consiglio a “fare qualcosa”. LIMITE MOTIVAZIONALE La motivazione nasce spesso da un innato entusiasmo nei confronti di un certo tipo di attività verso la quale si è predisposti naturalmente o per abitudini acquisite nella famiglia d’origine. Essa, però, trova un humus fertile soprattutto nella cultura personale e del gruppo di riferimento che, come abbiamo visto, penalizza fortemente l’attività fisica. D’altra parte, esistono ostacoli continui da superare, soprattutto in termini di supporto logistico, che comportano un notevole impegno personale e che quindi condizionano in senso negativo la motivazione del paziente e dell’educatore (si veda più avanti il problema dei costi e quello dell’impegno professionale). Di fatto il nostro atteggiamento culturale di educatori relega l’attività fisica a un ruolo di secondaria importanza nella maggior parte dei casi: da quanto espresso dal nostro gruppo, ad esempio, l’esercizio fisico è stato considerato “pesare” nel trattamento dal 4 al 50%, con una media del 22%. La disparità dei giudizi rivela comunque una frequente sottovalutazione degli effetti benefici di lunga durata connessi con l’abbandono della sedentarietà. DIFFICOLTÀ TECNICHE Le difficoltà tecniche si identificano soprattutto nella grave carenza di protocolli di allenamento: in epoca di good clinical practice diventa fondamentale potersi riferire a linee guida valide e facilmente adottabili da tutti, ferma restante la necessità di adattare gli schemi alle necessità del singolo caso. D’altra parte, il corso di studio non ha formato il medico, o gli altri operatori dell’équipe, ai fondamenti della fisiologia sportiva e alle tecniche di allenamento, tanto che solo raramente l’educatore conosce le modalità di preparazione consigliate per la singola disciplina sportiva. Tutto ciò, oltre all’impossibilità di operare una verifica sistematica dei risultati raggiunti nella stessa struttura di lavoro utilizzata per educare, rende di fatto vulnerabile il compito della prescrizione, in quanto non è disponibile per questa un metodo di valutazione altrettanto oggettiva quanto quella offerta ai farmaci o alla dieta. DIFFICOLTÀ EMOTIVE Secondo gli educatori il paziente presenta un limite emotivo rappresentato dalla frustrazione di credersi meno valido fisicamente rispetto a quando era metabolicamente sano e quindi dalla paura dell’insuccesso. Rende infine gli educatori poco credibili e quindi emotivamente poco trascinanti il fatto che essi, spesso, non praticano in prima persona l’attività fisica. IL PROBLEMA DEI COSTI Sono state riconosciute varie tipologie di costo dell’attività fisica. 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE La prima è rappresentata dalla sensazione, che hanno alcuni medici nel richiedere un impegno fisico, di praticare quasi un’ulteriore violenza su un paziente già assillato da una serie di regole e di prescrizioni negative. Esiste poi un costo comportamentale. Rompere gli schemi abitudinari dello stile di vita richiede un impegno notevolissimo. Il costo culturale non è di minor conto: intorno al paziente non tutti sono d’accordo, a partire dai familiari, preoccupati per un evento perturbante, per finire allo stesso medico curante, che non di rado vede nell’attività fisica una causa potenziale di una serie inestricabile di squilibri metabolici. Il costo temporale, poi, nella società di oggi, è spesso dominante: come trovare il tempo per se stessi quando ormai la concorrenzialità ci ha tolto il “tempo di riserva”, quello per le emergenze? Il costo economico non è di piccolo conto: a parte il jogging o la marcia, che non richiedono grandi spese, l’abbigliamento, l’iscrizione al circolo, la benzina per l’auto negli spostamenti, ecc. richiedono un impegno che a volte non può essere affrontato a lungo. Esiste infine il costo della gestione del diabete mellito stesso: il numero di controlli glicemici aumenta vertiginosamente in rapporto agli adattamenti necessari di volta in volta, soprattutto all’inizio. Questo rappresenta al momento un costo sociale irrisorio, in confronto ai vantaggi a distanza legati alla motivazione all’autocontrollo e al risparmio in termini di prevenzione delle complicanze che ne deriva. Impegno professionale Quando decide di prescrivere l’attività fisica come un aspetto integrato della terapia, il medico si espone al bombardamento di impegni relativi: un’informazione corretta e continuativa sui vari aspetti del problema, la formazione del paziente e dei preparatori atletici, il continuo adattamento iniziale degli schemi terapeutici (dosaggio del farmaco specifico) e dietetici. Tutto ciò va ad aggiungersi alla routine e finisce per rappresentare un aggravio di lavoro notevole, non sempre conciliabile con gli impegni familiari e, più in generale, sociali oltre che con le scelte di vita personali. Occorre quindi una notevole carica di entusiasmo, peraltro ripagata ampiamente nel tempo dalla semplificazione dei successivi compiti assistenziali, grazie alla maggior compliance e all’autogestione consapevole ottenuta nei pazienti avviati all’attività fisica regolare. La solitudine Il supporto logistico all’attività fisica è molto carente nel sistema sanitario pubblico del nostro Paese: si realizza in tal modo una condizione di solitudine estrema sia per il paziente che per il medico o l’educatore. Sarebbe infatti fondamentale, per il paziente, avere a disposizione una palestra o un percorso attrezzato che consenta di valutare in corso di ricovero ordinario o in regime di Day Hospital le variazioni glicemiche e i necessari adattamenti posologici. Altrettanto importante sarebbe, ai fini della compliance e del tanto decantato miglioramento della qualità di vita, poter offrire un punto di incontro dedicato all’attività fisica a livello della struttura diabetologica stessa. Al di là di tali auspicabili sviluppi nell’ambito del SSN, che appaiono peraltro realizzabili solamente a lunga scadenza, si sottolinea comunque l’attuale grave carenza del sistema logistico anche nell’ambito delle strutture esterne al SSN: non esiste infatti, a tutt’oggi, la cultura della palestra comunale attrezzata che possa servire da supporto alla buona volontà dell’équipe diabetologica che si impegna nel settore. 69 70 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Per il medico poi, un supporto logistico adeguato rappresenterebbe un utile strumento di verifica dell’adattabilità degli schemi adottati alle singole necessità e il suggello ufficiale alla validità della propria iniziativa, tuttora avvolta da un’aura di incertezze operative e di spontaneismo che penalizza fortemente, nei confronti di terzi, la buona volontà del singolo specialista. Il rischio dei comportamenti estremi Un timore che si insinua nel subconscio di ogni medico, poi, è quello di incoraggiare involontariamente comportamenti irrazionali nei pazienti più spericolati. La reazione psicologica dei diabetici alla propria malattia, in realtà, comporta a volte il bisogno di dimostrare a se stessi prima che agli altri la perfetta integrità fisica, fino a sfociare nelle prove di resistenza a situazioni estreme. Se il messaggio dell’educatore viene mal recepito, quindi, fare attività fisica può significare affrontare a cuor leggero sport potenzialmente pericolosi, ignorando i rischi, a volte gravissimi, di un’ipoglicemia inavvertita, mal gestibile o quant’altro. Per tale motivo, alcuni tendono a ignorare la parola “sport” e a consigliare solo generiche passeggiate, come paralizzati dalla responsabilità di condurre con pazienza il diabetico per mano fino alla matura gestione del quotidiano oltre che delle emergenze. Dall’analisi condotta dai tre gruppi di lavoro prende corpo, quindi, un quadro variegato e complesso, che richiede per il futuro un impegno sistematico nel settore da parte della Società Italiana di Diabetologia. Una nota molto positiva, comunque, emersa dalla discussione è l’orizzontalità dell’intervento terapeutico nell’immaginario collettivo dell’équipe diabetologica: le quattro componenti essenziali del trattamento (attività fisica, dieta, educazione, farmaci) sono state infatti considerate da tutti come un “continuum”terapeutico e non sono state mai inserite all’interno di una scala gerarchica, per quanto sia emersa a livello individuale la già citata differenza nel peso relativo attribuito all’attività fisica. LA TERAPIA INSULINICA INTENSIVA: CON QUALE CRITERIO SI SCELGONO I PAZIENTI ADATTI? Umberto Valentini (Brescia), Sebastiano Squatrito (Catania), Emanuela Orsi (Milano), Alberto Piaggesi (Pisa), Donata Richini (Brescia) I conduttori dei 4 gruppi si sono trovati in una riunione preliminare, poco prima dell’inizio dei lavori dei gruppi, e hanno concordato una definizione di “terapia intensiva” in modo che potesse essere chiaro e comune a tutti l’ambito dell’argomento. Si è definita come terapia insulinica intensiva “quella forma di terapia, molto impegnativa per paziente e diabetologo, necessaria per ottenere e mantenere nel tempo un ottimale controllo metabolico”. In considerazione del limitato tempo a disposizione i conduttori hanno anche preventivamente concordato il piano di lavoro, ritenendo la pianificazione indispensabile a garantire il raggiungimento dell’obiettivo con un prodotto il più possibile completo e rappresentativo dell’opinione di tutti i componenti dei gruppi. Nella pianificazione sono stati definiti i metodi e gli strumenti del lavoro considerati più adatti alla situazione (tab. I). 71 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Tutti i gruppi hanno lavorato con impegno e hanno prodotto i propri risultati che sono riassunti nella tabella II. Ogni gruppo ha pesato da 1 a 5, in ordine decrescente di importanza, l’indicazione alla terapia intensificata. Tempo Attività Metodo Strumento Risultato Chi 5’ Presentazione partecipanti Giro di tavolo Voce e “stretta di mano” Conoscersi Tutti 5’ Premessa definizione ambito Presentaz. orale Voce Definire ambito Conduttore 40’ Raccolta idee Brain storming Lavagna fogli mobili Opinioni di tutti Tutti 10’ Scelta priorità Pesatura storming Foglietti o bollini colorati Identificaz. 5 criteri prioritari Tutti OSSERVAZIONI • Sono state riconosciute da tutti i gruppi le in5’ Produzione Scrittura Lucidi e penne Materiale Delegato lucidi da presentare dicazioni comuni alla terapia intensiva quali le 3’ Valutazione Righello Foglio e Valutare grado Tutti situazioni temporanee lavoro pennarelli soddisfazione (Diabete gestazionale lavoro svolto Gravidanza - Processi infettivi - Interventi chiTabella I rurgici) e il diabete instabile. • È stato riconosciuto da tutti di fondamentale importanza il porre attenzione, nella scelta della terapia intensiva, alla qualità di vita e al rapporto costi/benefici (aspettativa di vita, complicanze croniche evolute). • È stato riconosciuto il dovere di garantire la possibilità di affrontare la terapia insulinica intensiva a tutti coloro che sono motivati e che hanno la capacità di“capire e fare”. • È stata auspicata la terapia intensiva per tutti coloro che manifestano complicanze croniche in fase iniziale e quindi ancora recuperabili e per tutti coloro nei quali si riconoscono, oltre al diabete, altri fattori di rischio e nei quali la terapia del diabete Tabella II non intensiva non abbia avuto successo. Indicazioni* Gruppo n. La valutazione con “ri1 Diabete Obiettivo Situazioni Aspettativa ghelio” del grado di sodinstabile terapeutico temporanee di vita disfazione per il lavoro 2 Paziente in grado Qualità della vita Presenza di più Insuccesso terapia svolto è stata positiva. Tutti i di “capire e fare” fattori di rischio non intensiva gruppi hanno manifestato 3 Paziente disponibile Diabete tipo 1 Motivazione Compliance soddisfazione per il metodo motivato di lavoro impiegato e per la 4 Rapporto Diabete gestazionale Insulina terapia Diabete tipo 1 scelta dell’argomento ogcosti/benefici tipo 1 e gestazionale getto del lavoro, ritenuto (aspettativa di vita insulino-trattato attinente al tema del concomplicanze croniche gresso, dato che, senza evolute) dubbio, la terapia insulinica 5 Situazioni Aspettativa di vita Complicanze Presenza/prevenzione intensiva richiede impegno temporanee croniche complicanze croniche non evolute e competenze per l’educazione terapeutica del *1=più importante paziente. 72 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE ATTEGGIAMENTI E RESISTENZE A UN PROGRAMMA ALIMENTARE Donatella Bloise (Roma), Luciano Carboni (Cagliari), Giacomo Vespasiani (S. Benedetto) Sono state tenute separate le figure professionali dai pazienti nel tentativo di identificare i problemi: Atteggiamenti degli operatori sanitari: 1. Accettazione incondizionata delle scelte, condivisione e disponibilità. 2. Attivazione del paziente (ascolto attivo, ecc.). 3. Il paziente soggetto della strategia terapeutica. Il processo si svolge secondo un percorso tipo questo: Riassicurazione; Attesa (i tempi non sono gli stessi per gli operatori e per il paziente); Negoziazione; Trasparenza; Valutazione dei tempi di realizzazione. Dalla proposta di un oggetto alla comprensione e alla condivisione di un’opportunità. Si potrebbe schematizzare meglio la ricerca della promozione dell’accettazione: 1. Rassicurazione sul fatto che si tratta di un comportamento. 2. Contrattazione, pianificazione, condivisione e negoziazione dei piani alimentari. 3. Richiedere una partecipazione attiva del paziente e la sua collaborazione. 4. Conoscere il vissuto del paziente e le sue capacità intellettive. 5. Stimolare la curiosità e la partecipazione del paziente. 6. Rimuovere i preconcetti. 7. Accettazione incondizionata, condivisione e disponibilità. Resistenza da parte dei pazienti Quando c’è un cambiamento c’è una resistenza e questa è sempre presente anche se in modo ed entità diversa. Il superamento della resistenza è indispensabile per avviare il circolo virtuoso del cambiamento. Quando si propone la “cosa nuova”, prima che il soggetto si convinca che questa cosa può riguardarlo direttamente, è necessario che il soggetto superi la fase di “contemplazione”. La contemplazione della proposta è l’atteggiamento di chi vede la cosa come esterna, se non addirittura estranea. Si tratta di una fase che può essere più o meno lunga ma durante la quale si deve aiutare il paziente a cercare le motivazioni a farsi coinvolgere. L’ascolto e la discussione delle motivazioni di resistenza sono alla base del superamento di questa situazione di partenza. In questo periodo è del tutto inutile scendere nei dettagli operativi di come situare il cambiamento. Le motivazioni a resistere che sono state individuate dal nostro gruppo sono state di seguito elencate. Si potrebbero classificare in questo modo: 1. Modificare lo stile di vita. 2. Schiavitù negli orari dei pasti. 3. Passività. 4. Ricominciare. 5. Negazione. 6. Cambiamenti dell’immagine corporea (paura di ingrassare). 7. Effettivo miglioramento della salute? 8. Peggiora la qualità di vita. 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Sono tutti passaggi concatenati e pertanto: Accettazione attiva (sperando in un miglioramento) Cambiamenti (intensificare l’autocontrollo) ➪ Mercanteggiare (va bene la 4ª iniezione ma io vorrei...) ➪ Rabbia ➪ Rifiuto (rifiuto della discussione) ➪ Passività (perché proprio a me?) Una volta superata la resistenza e quindi quando il paziente non contempla più dall’esterno la situazione come se non fosse la sua, si passa all’accettazione ed è in questa fase che bisogna trasmettere le informazioni, rafforzarle e valorizzarle. Ogni successo deve essere sottolineato e non si deve incappare nell’errore di collegare l’insuccesso terapeutico con la qualità umana del soggetto (sei bravo se fai un buon autocontrollo e se hai una buona emoglobina glicosilata). Sono più importanti la qualità di vita, la stabilità psicologica e l’autostima del soggetto sul controllo piuttosto che viceversa. Se l’accettazione non viene rimotivata si può tornare alla passività e alla contemplazione dall’esterno di quanto sta succedendo su se stessi e il circolo ricomincia dall’inizio. 73 2 ° C O N G R E S S O R O C H E D P A T I E N T C A R E GIORNALE ITALIANO DI IABETOLOGIA La qualità di vita del paziente diabetico Tavola Rotonda U. Valentini (Brescia) M. Massi Benedetti (Perugia) M. Porta - M. Trento (Torino) E. Mannucci (Firenze) G. Erle (Vicenza) P. Gentili (Roma) 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE L’IMPORTANZA DELLA QUALITÀ DELLA VITA NELLA GESTIONE DELLA MALATTIA DIABETICA Umberto Valentini Unità Operativa di Diabetologia, Azienda Ospedaliera Spedali Civili di Brescia I risultati sui pazienti rappresentano una parte della classica triade usata per definire la qualità dell’assistenza: struttura, processo e risultato. I risultati rappresentano le conseguenze finali dell’assistenza medica: cosa è accaduto al paziente in termini di alleviamento del dolore, controllo della malattia, cura e riabilitazione. Il concetto di risultato pone l’attenzione specificatamente sul benessere del paziente. In termini storici la maggior parte dei lavori di valutazione della qualità nelle passate due decadi si è concentrata sulla valutazione di processo e sui livelli di qualità tecnica dell’assistenza. Successivamente, l’enfasi è stata posta sui risultati ottenuti nei pazienti. Concretamente ciò deriva dalla crescente importanza degli effetti del contenimento dei costi e delle spese sanitarie sulla qualità della vita dei pazienti. La qualità della vita e la soddisfazione dell’utente diventano così parte integrante della qualità dell’assistenza. Secondo Donabedian, considerato uno dei padri della valutazione e del miglioramento della qualità in ambito sanitario, “raggiungere e produrre salute e soddisfazione, così come è intesa dai membri di una particolare società, è ultimate validator della qualità dell’assistenza”. Una ragione pratica è che il risultato delle diagnosi e dei trattamenti dipende in gran parte dalla qualità della vita e dalla soddisfazione dell’utente, dalla comunicazione medico/operatore sanitario-paziente. Valutare quindi la dimensione della qualità relativa al paziente può aiutare a identificare situazioni in cui, ad esempio, la comunicazione medico paziente non è ottimale e quindi può essere migliorata. In generale un paziente in grado di autogestire correttamente la malattia è più soddisfatto e ha una miglior qualità della vita; questi sono anche i pazienti che ottengono i migliori risultati clinici e quindi i pazienti che influiscono in modo positivo anche sugli aspetti economici della sanità, contribuendo a contenerne i costi. In questo contesto le malattie croniche hanno certamente un impatto negativo sulla qualità della vita per le interferenze che comportano nella vita quotidiana e per il progressivo peggioramento dello stato di salute che determinano. Di conseguenza, la maggior parte dei malati cronici non riesce a mettere in pratica correttamente la terapia consigliata, rendendo poco efficace la cura e aumentandone nel contempo l’inefficienza. Il diabete si può considerare il prototipo della malattia cronica: dà pochi segnali d’allarme, spesso nessun sintomo o pochi sintomi, ciò che nella credenza comune vuol dire assenza di malattia. La causa della malattia cronica sovente non è chiara e di conseguenza la terapia non è molto incisiva. Spesso vi sono gravi danni d’organo con pochissimi segnali d’allarme; l’evoluzione è incerta, imprevedibile. Lo stile di vita influenza l’evoluzione della malattia e spesso viene sconvolto dalla terapia: basti pensare al paziente diabetico e ai profondi cambiamenti che deve perseguire nella vita quotidiana per migliorare lo stato di salute. Cambiano infatti l’alimentazione, l’attività fisica, gli 77 78 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE orari; la terapia interferisce con la vita affettiva, sociale, lavorativa. Talora il disagio è tale che spinge al rifiuto della malattia e della terapia, portando a un progressivo e inesorabile peggioramento della salute. Nel caso di una malattia cronica il trattamento comporta una disciplina quotidiana, un impegno di tempo continuo, costi economici e affettivi. I dati della letteratura dimostrano che quasi il 50% dei malati cronici (diabetici, ipertesi, artrosici, neoplastici, epilettici, ecc.) non riesce a mettere in pratica la terapia prescritta: è chiaro quindi che l’intervento meglio organizzato e il farmaco più costoso danno pochi risultati se il paziente non riesce a mettere in pratica correttamente quanto prescritto. È evidente quindi che, nella cura della malattia diabetica, raggiungere e soprattutto mantenere nel tempo gli obiettivi terapeutici è difficile: emoglobina glicata inferiore a 7,5%, PA < 140/85, normopeso, valori normali dei lipidi, adeguata attività fisica, astensione dal fumo. Le difficoltà per il paziente aumentano con la comparsa delle complicanze e nel contempo peggiora la qualità della vita, sia per le limitazioni fisiche, sia per il disagio psicologico, dovuto alla perdita dell’integrità fisica e alle conseguenze sociali e affettive che ciò comporta. Anche i medici, preparati per la gestione dell’acuto, quindi formati per guarire, sono in difficoltà: seguire un malato cronico negli anni è un lavoro sfibrante, spesso ripetitivo, monotono; ma soprattutto la terapia passa attraverso il paziente, non può dipendere solo da una semplice, tradizionale prescrizione. Disease management e qualità della vita Il disease management è una metodologia basata su un approccio integrato alla malattia, teso al miglioramento dei risultati clinici, della qualità della vita del paziente e di quella dei servizi offerti, nell’ottica di razionalizzare le risorse disponibili. Il disease management si basa sulla creazione di un modello dell’intero iter diagnostico e terapeutico legato alla patologia considerata finalizzato all’individuazione di interventi atti a migliorare i servizi offerti all’utente e alla ottimizzazione dei costi. Le aree indagate riguardano le linee guida diagnostico-terapeutiche, l’aspetto economico e la qualità della vita degli utenti. Riportiamo ora i dati relativi alla qualità della vita dei pazienti diabetici di un’esperienza di disease management realizzata a Brescia. In 533 utenti abbiamo analizzato la qualità della vita, utilizzando il questionario WED (Well-being Enquire for Diabetics) e la qualità percepita dei servizi offerti utilizzando il questionario Patient Rating Visits Questionnair. I risultati sono stati posti in relazione ai dati clinici: controllo metabolico, complicanze croniche, tipo di terapia, aderenza alla terapia prescritta. • Terapia e qualità della vita: i pazienti trattati con dieta e/o ipoglicemizzanti orali esprimono una qualità della vita migliore rispetto a quelli in terapia insulinica. Tra questi i pazienti in trattamento “misto”(quindi diabetici tipo 2 per lo più anziani) hanno una peggiore qualità della vita nella dimensione “impatto sociale”. • Controllo metabolico, complicanze croniche e qualità della vita: i pazienti con valori più elevati di emoglobina glicata hanno una peggiore qualità della vita (p>0,01); la stessa situazione si ritrova nei pazienti con complicanze croniche. • Adesione al trattamento: il 59% degli intervistati dichiara di avere difficoltà a seguire la terapia prescritta; i motivi principali della scarsa compliance sono “dimenticanza”,“incompatibilità con le abitudini di vita e del lavoro”. • Insoddisfazione dell’assistenza erogata: visita troppo breve, spiegazioni insufficienti, difficoltà di comunicazione con i curanti, tempi d’attesa troppo lunghi, orari d’apertura degli ambulatori inadeguati agli impegni sociali. 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Da questi dati emerge in modo chiaro la relazione tra la gestione della malattia diabetica e la qualità della vita: interventi di miglioramento della qualità dell’assistenza non possono quindi non tenere conto della qualità della vita. Come migliorare la qualità della vita nel paziente diabetico? Per migliorare la qualità della vita dei pazienti diabetici è necessario agire in diversi ambiti: • l’organizzazione dell’assistenza: migliorare gli accessi, informare adeguatamente e in modo comprensibile dei servizi erogati, accogliere educatamente e saper ascoltare sono alcune delle aree di intervento. • professionalità tecnica: la relazione tra controllo metabolico/qualità della vita, complicanze croniche/qualità della vita, dimostra chiaramente che il medico deve essere un buon professionista e deve continuamente esserlo. Ma questi due ambiti di miglioramento non sono di per sé sufficienti: infatti, nella malattia cronica, a differenza di quella acuta, il medico cura la malattia attraverso il paziente. Diventa così indispensabile, per ottenere una buona qualità della vita del paziente, che permetta allo stesso tempo di ottenere una buona qualità della cura, realizzare un corretto approccio educativo. In questo scenario l’educazione diventa terapia solo se realizzata in modo corretto, con metodo, in una strategia complessiva di cura. Il percorso educativo del paziente, per essere efficace, deve prevedere: • una corretta informazione usando metafore, esempi, spiegando i termini tecnici, ascoltando in modo attivo, riformulando i quesiti del paziente (sapere); • l’addestramento pratico per le tecniche dell’autocontrollo della glicemia, per la terapia insulinica, per l’alimentazione, ecc.; • l’uso positivo dell’errore, in modo che il paziente costruisca l’esperienza necessaria a portarlo, insieme alle conoscenze e alle abilità pratiche, all’autogestione consapevole della malattia. L’educazione terapeutica diventa quindi uno strumento indispensabile in una corretta gestione della malattia diabetica, necessario per ottenere una cura efficace ed efficiente che nel contempo tuteli e migliori la qualità della vita del paziente. BIBLIOGRAFIA Donabedian A: Explorations in Quality Assessment and Monitoring. vol. 1-3. Health Administration Press, 1980 Ruta DA et al: A new approach to the measurement of quality of life: the Patient Generated Index. Med Care 32, 1109-1126, 1994 Mannucci E, Ricca V, Bardini G, Rotella CM: Well-being enquiry for diabetics: a new measure of diabetes-related quality of life. Diab Nutr Metab 9, 89-102, 1996 Ellrodtdt G et al: Evidence-based disease management. Jama 278, 1687, 1997 Hunter DJ et al: Disease Management Br Med J 315, 50, 1997 Valentini U, Cimino A, Girelli A: Manuale del Disease Management applicato alla Diabetologia. 1 edizione, Ed Tierre, maggio 1999 Musacchio N: Educations of diabetics, 14 Alps-Adria Workshop on Diabetes Mellitus. Rogaska Slatina, ottobre 1994 Assal JP: Traitment des maladies de longue durée: de la phase aigue au stade de la chronicité. Une autre gestion de la maladie, une autre processus de prise en charge. Encycl Méd Chir Therapeutique 25, 005-A-10, 1996 79 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE LA QUALITÀ DELLA VITA ALLA LUCE DELLA DICHIARAZIONE DI ST. VINCENT Massimo Massi Benedetti, Marco Orsini Federici Dipartimento di Medicina Interna e Scienze Endocrine e Metaboliche, Università di Perugia Introduzione Nell’ottobre 1989 sotto gli auspici dell’OMS-Regione Europa e della Federazione Internazionale del diabete (IDF)-Regione Europa, rappresentanti dei ministeri della sanità e delle associazioni dei pazienti diabetici di tutta Europa si sono incontrati, in St.Vincent, con esperti diabetologi per discutere gli aspetti della cura e della ricerca nell’ambito del diabete mellito. Come base di partenza della discussione sono stati utilizzati i documenti programmatici “Health for all 2000” dell’OMS e “IDF Action Plan” dell’IDF. La risoluzione dell’OMS “Health for all 2000” individuava infatti i diversi obiettivi per le politiche sanitarie in Europa; tra questi particolarmente venivano presi in considerazione gli obiettivi 1 e 4 (1). L’obiettivo 1 stabiliva che “dall’anno 2000, le attuali differenze nello stato di salute tra i differenti Paesi e tra diversi gruppi all’interno dello stesso Paese dovrebbero essere ridotte almeno del 25% attraverso un miglioramento del livello di salute delle nazioni e dei gruppi svantaggiati”. L’obiettivo 4 stabiliva che “dall’anno 2000, il numero medio di anni che gli individui vivono liberi da malattie e disabilità maggiori dovrebbe essere aumentato almeno del 10%”. L’IDF Action Plan disegnava invece le direttive di azione per le associazioni diabetologiche; in particolare, veniva fatto riferimento alla missione della Federazione Internazionale del Diabete che è quella di “lavorare con le associazioni federate per migliorare la Tabella I vita delle persone affette da diabete”(2). Alla luce di tali obiettivi programmatici e Aree di delle conoscenze scientifiche disponibili veniva quindi formulata la Dichiarazione raggruppamento dei di St. Vincent (SVD) con lo scopo principale di migliorare la qualità dell’assistenza Gruppi di Lavoro diabetologica (3). Nella dichiarazione, in particolare, si definivano gli obiettivi (GL) della SVD (5) generali e una serie di obiettivi specifici a 5 anni per il miglioramento della qualità della cura. In essa inoltre Educazione ed empowerment si riconosceva, in maniera formale, la necessità che le persone affette dalla malattia, i governi e gli operatori Sviluppo della qualità sanitari lavorassero insieme per promuovere la cura e Bambini e adolescenti la ricerca in ambito diabetologico in tutta Europa. Esiti della malattia Sotto la guida del Comitato Esecutivo della SVD, è Espandere il team diabetologico quindi scaturita una serie di proposte di iniziative riunite nel documento “Programma Operativo della Collaborazioni SVD”per l’implementazione a livello locale, regionale Implementazione e sviluppo futuro e nazionale della dichiarazione stessa (4). In particolare, sono stati individuati specifici gruppi di lavoro, raggruppati in sette aree, per determinati aspetti della malattia diabetica, con il compito di coordinare gli interventi in tale area, definendo gli obiettivi specifici e i mezzi per ottenerli (tab. I) (5). 81 82 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE La qualità della vita nel soggetto affetto da diabete mellito Nel 1946 all’atto di costituzione dell’OMS veniva definito il concetto di salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale che non consiste solo nell’assenza di malattia o di infermità”. Sulla base di tale definizione possono così essere individuate tre componenti del benessere: fisica, sociale e psicologica (6). La valutazione della qualità della cura e della qualità della vita deve pertanto tenere conto necessariamente di tutti questi tre aspetti. La valutazione della qualità della vita in un individuo con una patologia, specialmente se cronica, tiene conto di due livelli: qualità generica e qualità legata alla malattia. Quest’ultima tiene conto di aspetti psicologici, sociologici, medici ed economici. Il diabete mellito può essere considerato come l’esempio paradigmatico delle patologie croniche, nell’ambito delle quali sia la malattia che la cura possono generare problemi nello stile di vita del paziente e dei suoi familiari. I principali fattori che modificano la qualità di vita nel soggetto affetto da diabete possono essere individuati nei seguenti elementi: presenza di complicanze acute e croniche, modificazioni dello stile di vita dovute alla malattia, impatto psicologico determinato dalla presenza di una patologia cronica, percezione generale del diabete come malattia altamente invalidante, discriminazioni sociali. Ad esempio nel diabete di tipo 1 la diagnosi di malattia, la necessità di un trattamento quotidiano, la percezione della terapia insulinica come fattore negativo, la comparsa di complicanze acute e croniche possono modificare la qualità della vita del soggetto a cui viene fatta tale diagnosi (7). Inoltre, se da un lato devono essere pianificate le strategie di intervento che assicurino il miglior controllo metabolico possibile, dall’altro esse dovrebbero interferire il minimo possibile con lo stile di vita usuale dell’individuo e non creare barriere per la sua completa integrazione sociale e lavorativa. A volte il raggiungimento di un buon controllo metabolico si associa con una maggiore frequenza di episodi ipoglicemici che riducono in maniera significativa la qualità della vita. Nel soggetto con diabete mellito è dimostrata inoltre una stretta correlazione tra qualità della vita e controllo metabolico e viceversa. La percezione di un ridotto benessere fisico e sociale e la presenza di disordini psicologici da questo derivanti possono inficiare il controllo metabolico sia direttamente tramite gli effetti metabolici dello stress che indirettamente con una ridotta cura di sé. Dall’altro lato la presenza di uno scarso controllo metabolico può generare difficoltà emozionali, psicologiche e interpersonali. Si configura così un circolo vizioso che può alterare in maniera pesante la qualità della vita. L’analisi della qualità della vita in tale ottica dovrebbe perciò sempre più contribuire alle decisioni terapeutiche e in un campo più generale all’allocazione delle risorse nelle politiche sanitarie (8). Tre siti principali di intervento sulla qualità della vita possono essere individuati nei soggetti con diabete mellito: gli esiti della malattia, riducendo le complicanze; la gestione della malattia, focalizzata sulle necessità degli individui e nel rispetto del loro stile di vita; la vita sociale, rimuovendo ogni forma di discriminazione verso chi è affetto da diabete. Così, accanto allo sviluppo delle conoscenze mediche aventi come obiettivo l’affinamento delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sempre maggiore importanza assume l’intervento educativo rivolto non solo agli individui con diabete e agli operatori sanitari ma anche ai familiari e alla popolazione generale, al fine di conferire al soggetto con diabete un’auto-confidenza con la malattia e di rimuovere tutti gli ostacoli interpersonali e sociali che possano alterarne la qualità della vita. 83 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Tabella II Gruppi di lavoro “educazione” ed “esiti” e loro sottogruppi specifici (5) SVD e qualità della vita Il miglioramento della qualità della vita, intesa come insieme di benessere fisico, psichico e sociale, rappresenta quindi l’obiettivo principale nella gestione della malattia diabetica; l’educazione e la sensibilizzazione sociale sono elementi fondamentali per raggiungere tale obiettivo. La SVD tramite l’attività dei suoi gruppi di lavoro cerca di definire gli elementi operativi che possano contribuire a un Educazione ed empowerment corretto management della malattia Migliorare l’educazione per le persone con diabete diabetica; tra questi gruppi di lavoro particolare importanza per la qualità della Empowerment: cambiare il “paziente” in una “persona che ha il vita svolgono il gruppo di lavoro diabete” “Educazione ed empowerment” e quello Migliorare la qualità delle associazioni che riuniscono le persone “Esiti della malattia diabetica”(5). Ciascun affette da diabete gruppo di lavoro prevede altri sottogruppi Esiti della malattia per tematiche più specifiche (tab. II). Ogni Riduzione della cecità e delle patologie oculari gruppo di lavoro possiede degli obiettivi Riduzione delle amputazioni generali e degli obiettivi specifici per Miglioramento degli esiti per le persone con nefropatia diabetica ciascun sottogruppo Il nemico comune: ictus e malattie cardiache Ottimizzazione degli esiti della gravidanza nelle donne con diabete GRUPPO DI LAVORO “EDUCAZIONE” Obiettivi generali del gruppo di lavoro Benessere e qualità di vita delle persone con diabete: come devono “educazione” sono: a) organizzare corsi e essere misurati? insegnamenti sulla gestione e cura della Miglioramento degli esiti delle persone con diabete: prevenzione e malattia diabetica, specifici per le persone sospensione del fumo di qualsiasi età con diabete, per i loro familiari, amici, colleghi di lavoro e per il team di operatori sanitari, b) promuovere l’indipendenza e l’autosufficienza per tutte le persone con diabete, bambini, adolescenti, soggetti in età lavorativa e anziani, c) rimuovere gli ostacoli per una piena integrazione dei cittadini affetti da diabete nella società. Nel meeting per l’implementazione nazionale e regionale degli obiettivi della SVD che si è tenuto a Oslo nel Giugno 1992 particolare attenzione è stata posta al problema dell’educazione, di come essa possa essere utilizzata per raggiungere gli obiettivi della SVD e di come dall’altro lato l’attività della SVD possa contribuire a incrementare la conoscenza della malattia diabetica nella popolazione generale, cercando così di abbattere le barriere di preconcetto esistenti a riguardo di tale malattia (9). In questo meeting sono stati individuati due elementi fondamentali del processo educativo come riferimento per il raggiungimento degli obiettivi della SVD. L’educazione e la motivazione delle persone con diabete devono essere esaustive ma anche rappresentare un processo in evoluzione. In questo processo particolare attenzione deve essere posta alle necessità delle singole persone. Deve quindi essere promossa l’educazione anche delle figure non specialistiche che partecipano alla gestione della malattia diabetica. In tale ottica, il rispetto reciproco tra le persone con diabete e gli operatori sanitari professionali deve essere sempre incoraggiato. Il miglioramento della qualità della vita di un soggetto affetto da diabete mellito dipende inoltre dal migliorato impatto sociale della malattia stessa. La SVD attraverso le sue iniziative si propone di rispondere a tale problema incrementando la conoscenza del diabete nella popolazione generale. Questo infatti ha lo scopo di ridurre le difficoltà sociali, eliminare le discriminazioni nel campo del lavoro e delle assicurazioni, migliorare l’immagine pubblica del diabete attualmente molto riduttiva, dimostrare che le 84 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE persone con diabete sono pienamente capaci di gestire la loro patologia e di 2) Stato di salute degli individui conseguenza di migliorare la qualità della 3) Consapevolezza del tipo e della qualità della cura loro vita. L’attitudine generale verso il diabete può essere modificata attraverso 4) Formazione di associazioni nazionali una collaborazione attiva e costruttiva tra 5) Creazione di un registro del diabete mellito le persone con diabete e le strutture 6) Aumento della consapevolezza pubblica assistenziali. Nel meeting suddetto sono 7) Ruolo e formazione del personale sanitario professionale stati individuati alcuni punti importanti per tale processo: la volontà dei soggetti con diabete di raccontare la loro storia, la Tabella III promozione di una nuova visione del diabete da parte delle associazioni di soggetti Componenti del diabetici e la testimonianza di personaggi famosi affetti da diabete e degli obiettivi processo di raggiunti nonostante la presenza della malattia. Il miglioramento della percezione empowerment (11) pubblica dell’immagine della malattia deve comunque essere monitorato tramite indagini appropriate in collaborazione con esperti delle scienze sociali e della comunicazione, al fine di creare un processo evolutivo che porti a evidenziare i punti che possono essere bisognosi di ulteriore intervento. All’interno del gruppo di lavoro “educazione” il gruppo specifico ”empowerment” è attivo dal 1997 (10). L’obiettivo del processo di empowerment è di trasformare il “paziente diabetico”in una “persona con diabete” in grado di partecipare alla gestione della malattia. Gli strumenti per realizzare tale processo sono stati individuati più genericamente nell’educazione e specificamente nella definizione di strutture che inizino, propaghino, implementino e monitorino il processo di empowerment. I risultati a tutt’oggi raggiunti da tale gruppo di lavoro sono la definizione del concetto chiave di empowerment e un set iniziale di raccomandazioni elaborate nel corso dell’incontro “Together we are stronger” organizzato dalla IDFNelle ultime Sempre Quasi Più della Meno della Quasi mai Mai Europa ad Assisi nel novembre due settimane sempre metà del metà del 1998 (11). Il concetto chiave di tempo tempo empowerment in tale occasione è Mi sento stato così definito: allegro e di l’empowerment è un processo buon umore 5 4 3 2 1 0 attraverso il quale le persone con diabete sono messe in grado di Mi sento calmo e rilassato 5 4 3 2 1 0 giocare un ruolo attivo e condividere le responsabilità della Mi sento attivo gestione della propria malattia. e vigoroso 5 4 3 2 1 0 L’educazione di una persona con diabete è l’attività singola più Mi sveglio importante nel processo di fresco e rilassato 5 4 3 2 1 0 empowerment e deve essere disegnata sulle esigenze del singolo La mia vita individuo. L’empowerment non è quotidiana è però un processo solamente piena di cose individuale, ma si integra con una interessanti 5 4 3 2 1 0 componente sociale in cui l’educazione e l’informazione sul Tabella IV diabete rivestono ugualmente un ruolo preminente. Inoltre, durante tale meeting Indicatore di sono stati anche identificati i componenti del processo di empowerment (tab. III). benessere WHO (five) versione 2.2 L’educazione deve essere focalizzata sulle necessità individuali, deve essere 1998 (13) impartita per gradi e deve essere ripetuta nel tempo. Il percorso educativo deve 1) Educazione delle persone con diabete 85 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE tendere a informare gli individui sul diabete e aiutarli a comprendere la loro condizione; spiegare in maniera semplice le complicanze acute e croniche; dare informazioni pratiche per rendere possibili i corretti aggiustamenti allo stile di vita, dieta e terapia; fornire conoscenze per riconoscere quando necessitino di aiuto e come ottenere tale assistenza; rendere le persone affette da diabete in grado di valutare la cura erogata e capire come possano influenzarla; informare gli individui sugli scopi dell’educazione e sui loro diritti alla educazione; spiegare come e perché iscriversi a un’associazione di soggetti affetti da diabete. È necessario pertanto che gli operatori sanitari e le persone interessate interagiscano attivamente nel processo educativo. Per quanto riguarda la consapevolezza del tipo e della qualità della cura, è stato definito che la persona con diabete deve essere informata su tali aspetti. Le persone con diabete devono essere a conoscenza della qualità della cura erogata da differenti livelli assistenziali, con la garanzia che sia aderente alle linee guida e agli standard identificati dalla SVD. La creazione di associazioni nazionali con strutture locali che rendano il soggetto capace di partecipare attivamente alle attività della struttura stessa è un altro importante elemento di questo processo. Gli operatori sanitari hanno come compito l’incoraggiamento di tale iniziative. La creazione di un registro per il diabete, nazionale e regionale, consente alle autorità sanitarie di garantire educazione e trattamento per tutti. Come precedentemente riportato l’incremento della conoscenza pubblica del diabete gioca un ruolo essenziale del miglioramento della qualità della vita; essa pertanto è considerata parte attiva del processo di empowerment. La popolazione, in generale e, in particolare, i politici e le agenzie assicurative devono essere a conoscenza delle condizioni e dei costi secondari alla comparsa delle complicanze, dell’impatto dell’educazione sul diabete e del tempo richiesto per essa, della necessità per le persone con diabete di poter disporre degli appropriati farmaci e presidi e di poter influenzare le politiche sanitarie in ambito diabetologico. L’ultimo dei componenti del processo di empowerment risulta forse uno dei principali, infatti riguarda il ruolo degli operatori sanitari professionali. Essi devono essere resi coscienti che le Tabella V persone con diabete sono da considerare come individui con un compito DiabCare Q-Net importante da svolgere nella gestione della loro condizione. Pertanto, gli operatori Europa: indicatori sanitari dovrebbero rivedere i loro comportamenti e abitudini di gestione sotto tale orientati al paziente (14) luce. Da tali considerazioni si evince che il processo di empowerment è un processo lungo che richiede la mutua collaborazione di Indicatore Definizione diverse figure, professionali, politiche, singoli Qualità della vita Depressione, ansietà, sensazione di forza e di individui, perché si possa benessere vengono prese in considerazione attuare. Soddisfazione per il trattamento Riferita solamente al trattamento per il diabete GRUPPO Funzionalità La funzionalità psico-sociale è valutata con le scale COOP/WONCA Se il gruppo di lavoro “educazione”si propone di migliorare la qualità della vita degli individui con diabete tramite il processo di empowerment, il gruppo di lavoro “Esiti della malattia” si propone di raggiungere lo stesso scopo finale attraverso una Giorni di ospedalizzazione Sono considerati tutti i giorni di ospedalizzazione Giorni di malattia Sono considerati tutti i giorni di malattia. Come giorni di malattia sono considerati tutti quelli in cui è persa la possibilità di svolgere le normali attività quotidiane Emergenze ipoglicemiche Emergenze ipoglicemiche che abbiano richiesto l’intervento di terze persone Emergenze iperglicemiche Emergenze iperglicemiche che abbiano richiesto l’intervento di terze persone DI LAVORO “ESITI DELLA MALATTIA DIABETICA” 86 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE definizione degli interventi medici specifici sulla malattia e sulle sue complicanze. Obiettivi generali di questo Qualità della vita 40,8±8,5 49,6±8,6 49,1±6,9 gruppo di lavoro sono infatti quelli di (<0,001) (<0,001) elaborare, iniziare e valutare programmi per la diagnosi e il controllo del diabete e Depressione 6,21±2,9 4,1±2,8 3,8±1,9 delle sue complicanze e implementare (<0,001) (<0,001) misure effettive per la prevenzione delle Ansietà 7,63±3,2 5,6±3,4 4,8±2,5 complicanze stesse. Il miglioramento della (<0,01) (<0,001) qualità della vita presuppone la conoBenessere 11,3±3,0 13,7±3,0 13,4±2,5 scenza del punto di partenza che si vuole migliorare e quindi la disponibilità di (<0,01) (<0,01) strumenti adeguati a valutare la misura in Vigore fisico 7,6±1,9 8,5±2,6 8,4±2,2 esame. A tal proposito, all’interno del (<0,01) (<0,01) gruppo di lavoro si è creato un gruppo di lavoro specifico denominato ”Benessere e Tabella VI qualità della vita per le persone con diabete. Come devono essere misurati?”, il cui Valutazione scopo è quello di definire gli strumenti per tale valutazione (10). Tale gruppo di dell’impatto di un lavoro è attivo all’interno della SVD dal 1989 e ha come obiettivo principale la intervento educativo misura del benessere delle persone con il diabete attraverso la valutazione del loro sulla qualità della vita di 252 diabetici grado di soddisfazione al fine di identificare le aree per il miglioramento della insulinotrattati qualità della vita e individuare gli interventi adeguati per il raggiungimento di tale utilizzando un obiettivo. Il gruppo si è attivato per la definizione degli strumenti adeguati per tale questionario misurazione, in particolare, per la definizione di scale di autovalutazione del standard per il benessere (scala di benessere e della salute, della qualità della vita e della funzione psicosociale che Bradley) (15) rendano possibile la definizione di indicatori di qualità che possano essere equivalenti e comparabili all’interno di differenti aree del diabete mellito. La misura del benessere per gli individui con diabete consiste di diverse dimensioni collegate alla sensazione positiva o negativa del proprio benessere inteso in maniera comprensiva delle sue componenti Popolazione turca di Ultimo giorno del 6 mesi dopo psicosociale, sociale e fisica, o singoriferimento con diabete campo estivo larmente per ciascuna di esse. Gli di tipo 1 strumenti per la misura possono essere DQOL 73,6±13 82,6±10,9* 67,7±14,2** specifici per la malattia diabetica o non W-BQ 67,9±14,8 76,7±13,1* 63,9±16,5° specifici. Tra gli strumenti non specifici DTSQ 73,8±16,1 85,1±11,3* 77,7±5,2# individuati vi è il WHO (five), un indiHbA1c 9,3±1,9 8,9±2,8°° catore positivo del benessere psicosociale. a) rispetto alla popolazione standard: * = p<0,001 Esso deriva dal WHOQOL (questionario b) rispetto al valore basale (ultimo giorno del camp): ** = p<0,01; ° = p<0,02; sulla qualità della vita) elaborato per la # = NS; °° 0 p<0,001 valutazione della qualità nella salute (DQOL = questionario sulla qualità della vita per il diabete; W-BQ = mentale e ne rappresenta un’esemquestionario dell’OMS sul benessere; DTSQ = questionario sulla sodplificazione per renderlo adattabile a disfazione per il trattamento nel diabete) diverse aree del benessere (tab. IV) (12, 13). Il WHO (five) è stato utilizzato nel progetto della WHO-Europa “EHCOM Tabella VII indicatori di salute e dei costi per il monitoraggio e le valutazioni degli interventi Qualità della vita in sanitari in Europa”, dove è stato utilizzato come punto comune nella valutazione 32 adolescenti con degli interventi in diverse aree sanitarie quali il diabete, l’assistenza primaria, diabete e partecipazione ai l’ostetricia, la geriatria, la salute orale e le malattie muscolo scheletriche proprio per Scala di Prima dell’intervento Bradley 0-66 (p) educativo campi estivi (16) Dopo 1 anno Dopo 2 anni 87 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE % delle risposte % delle risposte Figura 1 la sua non specificità per una singola patologia (12). Diversamente, gli indicatori Auto-confidenza e specifici sono costruiti per valutare l’impatto degli elementi tipici di una data adattamento sociale malattia sulla salute e sul benessere dell’individuo. Esempio di tale categoria sono in 50 individui con gli “indicatori orientati al paziente” definiti nel progetto DiabCare Q-Net Europa diabete di tipo 1 (tab. V) che valutano ad esempio l’impatto sul benessere delle emergenze ipo- e membri di una associazione di iperglicemiche (14). Tuttavia, diversi indicatori sono stati utilizzati durante il periodo persone con diabete di attività del gruppo di lavoro “Benessere e qualità della vita per le persone con ( ) rispetto a 46 diabete. Come devono essere misurati?”, per la realizzazione di esperienze pratiche individui con diabete di raccolta delle informazioni e valutazione della qualità della vita in differenti di tipo 1 non membri di popolazioni di individui con diabete mellito. Nell’ambito del congresso “St. Vincent associazioni ( ). (La Declaration 10: years on” tenutosi a Istanbul nell’ottobre 1999, in tale settore sono valutazione è stata state presentate numerose esperienze. Tankova e coll. (15) hanno valutato l’effetto eseguita utilizzando dell’educazione sulla qualità della vita di 252 individui con diabete insulino-trattati. diverse scale: MMPi, Utilizzando un questionario standard per il benessere (scala di Bradley 0-66; Scala di Zung per la depressione e Scala positivo vs. negativo), hanno evidenziato come un’attività intensiva di educazione di Spencer per la (5 giorni consecutivi) seguita a 1 e 2 anni di distanza da due incontri di follow-up, qualità della vita) (17) possa migliorare il senso generale di benessere degli individui attraverso 70 60 una riduzione dell’ansietà 60 50 50 e della depressione e un 40 40 incremento della sensa30 30 20 zione di forza e di 20 10 10 benessere (tab. VI). Il me0 0 todo “sensazione positiva Scarsa Discreta Buona Scarsa Discreta Buona Auto-confidenza Adattamento sociale vs. negativa” è stato anche utilizzato da Salman e coll. (16) per valutare la capacità dei campi estivi di migliorare la qualità della vita degli adolescenti con Tabella VIII diabete. Utilizzando tre differenti scale, il DQOL (questionario sulla qualità della Fattori psicologici associati con il vita per il diabete), il W-BQ (questionario dell’OMS sul benessere) e il DTSQ successo terapeutico. (questionario sulla soddisfazione per il trattamento nel diabete) hanno messo in Valutazione luce come la partecipazione ai campi estivi porti alla fine del campo a un effettuata utilizzando miglioramento della qualità della vita rispetto a chi non ha partecipato, ma che tale e integrando diverse metodiche: test di effetto tende a perdersi nel tempo (tab.VII). Il miglioramento della qualità della vita Eysenck, Rotter E-I, in questi adolescenti è legato sia a una maggiore soddisfazione per il trattamento test di Spielberg, test che a un aumentato senso di benessere. Protopopova e coll. (17), utilizzando invece di Lazarus, test di indicatori di personalità e di capacità di adattamento (MMPI + Scala di Zung per la completamento delle frasi, tecniche depressione + scala di Spencer per la qualità della vita), hanno analizzato il psicoreattive (18) rapporto tra l’essere parte di un’associazione di persone con diabete e la qualità della vita. L’analisi dei dati raccolti, attraverso la scala per la depressione, ha ST/F T P evidenziato come l’entità della deNevrosi Negativo = 0,0259 pressione possa essere correlata con Ansia Negativo = 0,0161 l’essere membro dell’associazione; infatti l’assenza di depressione è più frequente Meccanismi difensivi nei membri (19%) rispetto ai non membri concentrazione sul problema Positivo Positivo (13%), mentre i gradi più elevati di problema visto come fonte depressione si riscontrano nei non di esperienza = 0,0116 = 0,0496 membri (non membri vs. membri: (ST = successo terapeutico; FT = fallimento terapeutico) depressione moderata 28,3% vs. 24,5%; 88 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE depressione severa 13% vs. 8,8%) (fig. 1). Utilizzando la scala per la qualità della vita 809±526 593±447 <0,05 sono stati definiti due parametri, auto7,9±2,3 9,7±2,6 <0,001 confidenza e adattamento sociale e divisi in tre gradi, scarso, moderatamente buono 30,0±4,3 23,4±2,6 <0,001 e buono. L’essere membro di un’associazione era correlato con una percezione positiva di entrambi i parametri come mostrato in figura 2. Sieradzki e coll. (18) hanno analizzato il rapporto tra fattori psicologici e raggiungimento di un buon controllo metabolico tramite l’impiego di scale di personalità e capacità di adattamento (tab. VIII). Il confronto tra 28 soggetti che avevano raggiunto il successo terapeutico e 24 soggetti con fallimento terapeutico ha messo in evidenza come la presenza di ansietà e nervosismo era correlata con l’insuccesso terapeutico, mentre la presenza di meccanismi difensivi come la concentrazione sul problema e la percezione del problema come fonte di esperienza era più forte negli individui che poi conseguivano un successo terapeutico. Karan e coll. (19) hanno invece utilizzato la scala SIP (profilo dell’impatto della malattia) per valutare l’impatto negativo della condizione morbosa sulla qualità della vita di 45 soggetti con diabete di tipo 1 e di 37 di tipo 2 (tab. IX). Sebbene il punteggio fosse alto in entrambi i gruppi, esso era significativamente più alto nei soggetti con diabete di tipo 2 rispetto a quelli di tipo 1 (809±526 vs. 593±447; p<0,05). Tale punteggio non era correlato con il grado di controllo metabolico espresso come livello di HbA1c che era infatti migliore rispetto ai soggetti di tipo 1 (7,0±2,3 vs. 9,7±2,6; p<0,001), ma sembra relazionabile con altri fattori tra cui l’età più avanzata e la presenza di obesità espressa dall’indice di massa corporea (media: 30±4,3 vs. 23,4±2,6 kg/m2; p<0,001). Lieve Moderata Severa Diabete tipo 2 Punteggio SIP totale HbA1c media (%) BMI medio (kg/m2) Tabella IX Impatto negativo della condizione morbosa sulla qualità della vita di 45 individui con diabete di tipo 1 e di 37 con diabete di tipo 2 (19) 60 % delle risposte 50 40 30 20 10 0 Assente Diabete tipo 1 Grado di depressione Figura 2 Presenza e grado di depressione in 50 individui con diabete di tipo 1 membri di un’associazione di persone con diabete ( ) rispetto a 46 individui con diabete di tipo 1 non membri di associazioni ( ). (La valutazione è stata eseguita utilizzando diverse scale: MMPi, Scala di Zung per la depressione e Scala di Spencer per la qualità della vita) (17). p Conclusioni La qualità della vita gioca oggi un ruolo sempre più rilevante nella definizione delle politiche sanitarie e nelle scelte terapeutiche. Ciò diventa particolarmente importante per una patologia come il diabete che associa la difficoltà di essere una malattia cronica con complicanze altamente invalidanti a un notevole impatto sociale legato all’immagine negativa di tale malattia percepita dalla popolazione generale. Accanto agli interventi sanitari specifici che mirano al miglioramento della salute fisica tramite la prevenzione e il controllo delle complicanze diabetiche, diventano sempre più importanti gli interventi che possano migliorare il benessere psichico e sociale delle persone affette da diabete. Infatti, oltre a perseguire un’ottimizzazione del controllo metabolico, oggi appare essenziale garantire alla persona con diabete una vita quanto più possibile “normale” e non fortemente modificata dalla presenza della patologia. L’educazione della persona con diabete rappresenta lo strumento per renderla consapevole della sua realtà, metterla in grado di gestirla e quindi assicurarle una sensazione di controllo e libertà rispetto alla malattia rimuovendo la sensazione di handicap legata alla presenza della malattia stessa. La persona con diabete, da 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE passivo fruitore di una terapia, deve quindi diventare un elemento attivo della gestione della malattia sia nella definizione delle strategie terapeutiche, che nella definizione delle politiche e degli interventi sanitari in senso più ampio. Inoltre, accanto a ciò particolare importanza devono oggi assumere gli interventi sulla sfera sociale per migliorare l’immagine pubblica della malattia diabetica per rimuovere le discriminazioni che ancora sussistono e che rendono difficile la piena integrazione nella società delle persone con diabete. Particolare attenzione, in tale ottica, va posta nel mondo della scuola, del lavoro e in quello delle assicurazioni che rappresentano a tutt’oggi i campi dove queste barriere sono più marcate. L’educazione e la promozione di campagne sociali rappresentano gli elementi fondamentali per raggiungere questi obiettivi. In tale ottica la SVD si propone come strumento adeguato per rispondere a queste esigenze. BIBLIOGRAFIA 1. World Health Organisation-Europe: Evaluation of strategy for Health for all by the year 2000. 7th report on World Health situation. Vol 5, Copenhagen, 1986 2. IDF Action Plan 3. World Health Organisation-Europe –IDF-Europe: Diabetes care and research in Europe. The Saint Vincent Declaration. ICP/CLR 6884s, 1 January 1990 4. Krans HMJ, Porta M, Keen H: Diabetes care and research in Europe: the St. Vincent Declaration action programme. Implementation document. ICP/CLR 055.3, 1992 5. SVD Newsletter. Issue 13, Summer 1999 6. 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Diab Nutr Metab 12(3), 233, 1999 89 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE INDAGINE CONOSCITIVA SULLA QUALITÀ DI VITA DEI PAZIENTI Marina Trento, Massimo Porta Dipartimento di Medicina Interna, Università degli Studi di Torino Nel 1997 l’ASSIRM, Associazione tra Istituti di Ricerche di Mercato, Sondaggi d’Opinione e Ricerca Sociale, offriva, in occasione del Convegno “La qualità della vita del paziente diabetico di tipo 1”, svoltosi a Milano il 26 novembre 1997, i risultati di un’indagine condotta quale contributo allo studio e alla conoscenza della situazione diabete. Una più ampia descrizione della ricerca è possibile ritrovarla negli atti del convegno raccolti nel volume “La qualità della vita del paziente diabetico di tipo 1”(1). La proposta di svolgere un’indagine a carattere sociale in grado di esplorare e comprendere quale fosse lo stato dell’arte in merito alla qualità di vita della persona affetta da diabete e quale fosse la rappresentazione della malattia stessa nella comunità fu formulata da un gruppo di persone con diabete insulino-dipendente appartenenti a un’associazione affiliata FAND e operante nella città di Torino. Il desiderio era quello di scoprire in modo obiettivo, non influenzato da concezioni aprioristiche o “modi di pensare”, forse consolidati, ma pregiudizievoli, quale fosse nell’immaginario collettivo e nella ricerca biologica, medica e psicologica la percezione del diabete. L’indagine era stata condotta utilizzando tecniche di sondaggio quali colloqui di gruppo definiti “focus group” oppure indagini telefoniche mediante questionari semi-strutturati. La scelta del tema non era casuale, anche se altri argomenti nell’area della salute avrebbero potuto a buon diritto imporsi all’attenzione dei ricercatori (l’esperienza del malato terminale, l’impatto dell’ingegneria genetica, il problema della donazione di organi, i problemi di equità derivanti nella fruizione dei servizi sanitari). L’opzione di mettere a fuoco la qualità della vita del paziente diabetico tipo 1 è avvenuta sulla base di alcune considerazioni: • oggi si stima che questa malattia interessi almeno 90.000 persone in Italia; • l’esordio precoce della malattia impone l’obbligo di una terapia che accompagnerà la persona per tutta la vita; • le persone con diabete di tipo 1 devono seguire una terapia impegnativa, con più somministrazioni di insulina al giorno e controlli quotidiani della glicemia; • la corretta gestione della terapia può allontanare i problemi derivanti dalle complicanze, ma quanto è impegnativo mantenere un buon controllo? Un simile lavoro appariva auspicabile a fronte del “silenzio sociale” che finora ha caratterizzato questa patologia; come se il diabete fosse un problema strettamente riservato ai pazienti e a chi li cura. Alla ricerca, che non aveva scopo di lucro ma morale derivante da un dovere di solidarietà liberalmente compiuto, parteciparono i seguenti istituti: ABACUS, ASM, CRA, DIRECTA, DOXA, EURISKO, EXPLORER, SWG. I contributi allo studio della qualità della vita del paziente diabetico di tipo 1 qui presentati hanno una comune logica di esplorazione e la realizzazione dei lavori ha ottemperato a standard di qualità comuni. 91 92 % 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE 5 4,5 4 3,5 3 2,5 2 1,5 1 0,5 0 0,2% ‘74-78 % Figura 1 Incidenza relativa degli studi psicosociali sul diabete. Le percentuali indicano – per ciascun periodo – la proporzione di articoli a carattere psicosociale sul numero totale di articoli dedicati alla patologia. Modificata da (1) 6 5,5 5 4,5 4 3,5 3 2,5 2 1,5 1 0,5 0 1,4% Mal.car. Figura 2 L’incidenza relativa degli studi psicosociali per il periodo 1974 - 1996: il caso diabete a confronto con alcune altre patologie. Modificata da (1). I lavori di DIRECTA e DOXA hanno inquadrato la rappresentazione sociale 4,1% del diabete, ovvero quell’insieme di 3,3% 3,2% conoscenze e di atteggiamenti mutuati dal senso comune in riferimento al tema. 2,2% 2,4% L’argomento è affrontato assumendo il 1,8% punto di vista “esterno”, della società nel suo complesso (1). L’analisi degli aspetti sociali è stata completata da ABACUS, che ha affron‘79-81 ‘82-84 ‘85-87 ‘88-90 ‘91-93 ‘94-96 tato l’ambito della comunicazione allargata sul diabete. Anni Altri aspetti sono stati analizzati dall’ASM da un punto di vista “interno”, a partire dalla prospettiva dei pazienti e degli addetti ai lavori. La ricerca ha esplorato il vissuto e il comportamento dei pazienti diabetici, ricostruendo la “storia” dalla scoperta iniziale della malattia sino alle successive fasi di adattamento psicofisico. I principali risultati della ricerca dimostrano che con il diabete si può condurre una vita serena e tranquilla, ma a prezzo di un forte impegno personale che richiede doti non comuni: coraggio, forza di carattere, pragmatismo, capacità di sopportazione e voglia di vivere. SWG, EXPLORER e CRA hanno offerto un’esplorazione della qualità percepita dei centri di assistenza per diabetici, mettendo a confronto tre ottiche di valutazione: • clienti interni (medici); • clienti interni (infermieri); • clienti esterni (pazienti). Il quadro emerso dal confronto tra le valutazioni da parte dei pazienti, dei medici e degli infermieri sui servizi 5% erogati e sul posizionamento dei centri diabetologici è omogeneo. Le analisi condotte permettono di rilevare che i 2,9% medici, i pazienti e gli infermieri, pur 2,1% 2,9% con le naturali differenze (più 1,5% preoccupati dei tempi di attesa i pazienti, dei carichi di lavoro gli infermieri, degli aspetti scientifici i Mal.gast. Ipertens. Asma Tumori Diabete medici) esprimono le stesse gerarchie di Patologie importanza per i singoli aspetti e una complessiva soddisfazione. Il rapporto si conclude con l’analisi bibliometrica della letteratura psicosociale sul paziente, il cui scopo è favorire un confronto e un’integrazione fra i risultati presentati rispetto a quelli acquisiti dalla ricerca internazionale. Scopi della ricerca erano: • da un lato definire le problematiche psicosociali nell’ambito degli studi sul diabete; • dall’altro identificare le aree tematiche in cui si articolano gli studi piscosociali sul diabete. 93 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Figura 3 Distribuzione delle pubblicazioni per tipo di diabete. Periodo 1986-1996. Totale articoli 844 = 100%. Modificata da (1). Tipo 1 Tipo 2 Entrambi Non specificato Figura 4 Dato relativo all’età della popolazione considerata. Le percentuali rappresentano, sul totale di 844 lavori (100%), il numero dei lavori condotti per quel tipo di popolazione nel periodo 1986-1996. Modificata da (1). 32% Imprecis. 8% Anziani Adulti Adolescenti e adulti Adolescenti Bambini e adolescenti Bambini % I documenti sono stati ricavati da due banche dati bibliografiche informatizzate, una più orientata alla letteratura clinico-medica (MEDLINE), l’altra più specifica per la produzione scientifica di carattere psicologico (PSYCLIT). In entrambe le banche dati sono state individuate tutte le pubblicazioni relative a ricerche sul diabete contenenti un riferimento a tematiche di tipo psicosociale. La selezione ha riguardato i lavori pubblicati tra il 1974 e il 1996. Data la finalità sono stati inclusi gli studi relativi sia al diabete di tipo 1 che a quello di tipo 2. 6% Il materiale è stato analizzato secondo 13% una doppia logica, quantitativa e qualitativa (1). Per quanto riguarda l’analisi quantitativa, per il periodo 1974-1996 sono state 44% individuate nelle due banche dati 1.266 pubblicazioni che hanno affrontato tematiche psicosociali legate alla patologia diabete. I lavori risultano sostan37% zialmente equidistribuiti tra le due fonti: MEDLINE 55% e PSYCLIT 45%. La quantità dei lavori sugli aspetti psicosociali raggiunge un’apprezzabile massa critica negli anni 80. A tal proposito riportiamo alcune tabelle e figure riadattate per questo lavoro, ma esemplificative delle analisi ottenute con la ricerca bibliometrica. Una più ampia e specifica presentazione si ritrova nel volume degli atti del convegno stesso (1). Se si considera il numero dei lavori di tipo psicosociale non più in sé, ma in rapporto alla totalità degli studi aventi per oggetto la patologia diabetica (fig. 1) la ricerca rileva un incremento dell’incidenza relativa di tali studi nel periodo 1974-1990 e una loro stabilizzazione negli anni più recenti. La ricerca psicosociale acquista rilevanza assai diversa se confrontata con quanto accade nel caso di altre patologie. Di fatto, se si escludono i tumori, la dimensione psicosociale della malattia diabetica riceve un’attenzione elevata, più consistente di quella riservata ad altre patologie che pure, per la diffusione, possiedono un 36% impatto sociale molto più elevato (fig. 2): 40 malattie cardiache, malattie 35 gastrointestinali e ipertensione. 30 Per quanto riguarda l’approfondimento 25 qualitativo la ricerca si focalizza soprat20 tutto sul diabete di tipo 1 (fig. 3). La 15 8% numerosità dei lavori riflette forse il fatto 7% 6% 10 che il diabete tipo 1 impone una trasfor3% 5 mazione del proprio modus vivendi con 0 carattere di cronicità. A ulteriore conferma, si può considerare il dato relativo alla popolazione su cui sono stati condotti gli studi psicosociali sul Tipo di popolazione diabete (fig. 4). Questi riguardano soprat- 94 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Aspetti psicologici (caratteristiche del paziente, paure, reazioni alla diagnosi, locus of control) 23% Educazione/counseling (programmi di gestione della patologia, educazione del paziente, educazione del personale sanitario, rapporti medico-paziente) 16% Controllo (caratteristiche psicologiche associate, relazioni con lo stato di salute) 13% Qualità della vita (impatto sulla vita quotidiana, effetti delle complicanze, effetti sulla sessualità) 11% Supporto (ruolo relazioni familiari, supporto sociale) 6% Compliance (caratteristiche psicologiche associate a programmi per il miglioramento, rapporti medico-paziente) 6% Rappresentazione (conoscenze, health beliefs, atteggiamenti verso la patologia nei pazienti e nel personale sanitario) 4% Alimentazione (disordini alimentari associati) 4% Stress (ruolo nell’eziologia e nello sviluppo della patologia) 3% Farmacoterapia (effetti farmacoterapia psichiatrica in pazienti diabetici) 2% Strumenti di assessment (studi psicometrici, scale di valutazione) Altro (diabete e fumo, diabete e cura dei denti) Tabella I Temi di ricerca (base: periodo 1986-1996, totale articoli: 844 = 100%). Modificata da (1) tutto la popolazione adulta e giovanile. Risulta invece più marginale l’interesse per le problematiche legate all’età matura. Anche in questo caso, la distribuzione dei lavori appare costante nel tempo. Per quanto riguarda l’analisi dei temi di ricerca (tab. I) lo studio bibliometrico evidenzia un interesse prioritario per gli aspetti “interni”della malattia, ovvero per le dimensioni legate all’esperienza personale. Quasi un lavoro su quattro tra quelli censiti prende in esame i correlati psicologici della patologia. Al di là di questo argomento risultano ben rappresentati gli studi che affrontano le problematiche dell’educazione del paziente. Sono meno presenti gli studi che prendono in esame l’ambiente sociale del paziente, che considerano temi più specifici quali la rappresentazione e le credenze sulla malattia. Anche qui le priorità di interessi della ricerca risultano sostanzialmente stabili nel tempo. 1% 11% BIBLIOGRAFIA 1. ASSIRM: La qualità della vita del paziente diabetico di tipo 1. Atti del Convegno, Milano, Novembre 1997 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE LA QUALITÀ DELLA VITA NEL PAZIENTE OBESO CON DIABETE MELLITO DI TIPO 2 Edoardo Mannucci*, Valdo Ricca**, Carlo M. Rotella* *Insegnamento di Malattie Metaboliche e del Ricambio, Sezione di Endocrinologia, Dipartimento di Fisiopatologia Clinica; **Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Scienze Neuropsichiatriche, Università degli Studi di Firenze L’obiettivo a lungo termine del trattamento delle malattie croniche, quali il diabete mellito, è il prolungamento della vita e il miglioramento della qualità della vita dei pazienti. L’effetto della terapia sulla mortalità è difficile da misurare e può essere valutato soltanto tramite trial clinici di grandi dimensioni che prevedano un periodo di follow-up molto protratto. Per questo motivo si utilizzano spesso parametri surrogati, di cui è certa o probabile la correlazione con la mortalità (ad es., la glicemia a digiuno, l’emoglobina glicata, la pressione arteriosa, la colesterolemia, ecc.). Se un farmaco riduce la glicemia e migliora l’andamento di altri parametri di rischio cardiovascolare, è presumibile che esso riduca la mortalità nei pazienti diabetici; peraltro, tale assunzione dovrebbe essere verificata tramite trial clinici di grandi dimensioni, e sfugge comunque al controllo del singolo medico. L’effetto del trattamento sulla qualità della vita nei pazienti con malattie croniche può essere invece misurato direttamente e tale misurazione può entrare nella pratica clinica per la valutazione di ciascun paziente. La misurazione della qualità della vita La qualità della vita è la soddisfazione complessiva dell’individuo nei riguardi della propria vita e rappresenta un valore soggettivo, correlato alle aspettative e ai bisogni di ciascun singolo paziente (1). La qualità della vita è stata definita come “la soddisfazione dei valori, degli obiettivi e dei bisogni di un individuo, attraverso la realizzazione delle sue capacità e del proprio stile di vita”(2). Per la misurazione della qualità della vita si può ricorrere a misure oggettive o soggettive. I parametri oggettivi possono essere costituiti dal reddito, dall’attività lavorativa, dalla struttura familiare, dal grado di inabilità e/o dai giorni persi per malattia, ecc. Le misurazioni soggettive sono invece quelle basate su strumenti psicometrici (interviste o questionari) che valutano direttamente il grado di soddisfazione per la propria vita che viene espresso dal paziente. Contrariamente a quanto generalmente avviene in medicina, nel campo della qualità della vita le misurazioni soggettive sono più precise e affidabili rispetto agli indicatori obiettivi; i parametri obiettivabili, infatti, pur essendo tra i determinanti della qualità della vita, non tengono conto della struttura psicologica e delle aspettative del singolo individuo. Ad esempio, una lieve menomazione fisica che non consenta di praticare attività sportiva agonistica può rappresentare per taluni una limitazione rilevante, che incide sulla qualità della vita, mentre può essere del tutto indifferente per altri individui. Le misurazioni di maggior interesse sono quindi quelle che si basano su test psicometrici. In generale, un test psicometrico è uno strumento che traduce grandezze psicologiche o comportamentali in parametri numerici. I test possono 95 96 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE essere rappresentati da questionari autosomministrati o interviste strutturate; nel campo della qualità della vita, si impiegano generalmente i questionari (compilati dal paziente senza l’aiuto dell’esaminatore), che hanno una maggiore praticità d’uso. Affinché un questionario possa essere impiegato nella ricerca e nella pratica clinica, è necessario che esso sia stato adeguatamente validato, cioè che se ne sia dimostrata l’attendibilità, la riproducibilità e la precisione. La validazione di un test psicometrico è una procedura complessa, che richiede una serie di misurazioni ed elaborazioni statistiche specifiche, che esulano dagli scopi di questa breve trattazione. È comunque necessario ricordare in questa sede che quando si traduce un questionario da una lingua a un’altra, è necessario sottoporre di nuovo a validazione la versione tradotta. Ciò limita molto la disponibilità di test psicometrici nel nostro Paese, in quanto la maggior parte degli strumenti viene sviluppata nel mondo anglosassone. Per quanto riguarda in modo specifico la qualità della vita connessa allo stato di salute, si possono distinguere due tipi di strumenti: • questionari generici; • questionari specifici per ciascuna patologia. I questionari generici sono strumenti ampiamente diffusi, che possono essere impiegati su qualsiasi tipo di paziente, indipendentemente dalla patologia da cui è affetto. Essi possono essere quindi impiegati per valutare l’impatto sulla qualità della vita di una malattia (tramite confronti tra soggetti malati e soggetti sani di controllo), oppure per comparare tra loro pazienti con malattie diverse. Questi strumenti hanno inoltre il vantaggio di essere assai robusti sul piano psicometrico e quindi molto affidabili. Il principale limite dei test generici è rappresentato dalla scarsa sensibilità, che li rende poco adatti per misurare l’effetto sulla qualità della vita dei diversi approcci terapeutici. Tra i questionari generici più diffusi a livello internazionale, possiamo ricordare il Medical Outcome Study Short-Form 36 (3), il Sickness Impact Profile (4) e il Nottingham Health Profile (5). I questionari specifici per malattia sono in genere meno affidabili sul piano psicometrico. Inoltre, essi non consentono confronti tra pazienti con malattie diverse, né possono essere applicati a soggetti sani. Questi strumenti hanno però il vantaggio di essere molto più sensibili rispetto ai test generici. I questionari specifici per malattia consentono quindi di mettere in luce differenze minori nella qualità della vita tra diverse categorie di pazienti affetti dalla medesima patologia. Essi, inoltre, rappresentano il metodo più efficace per valutare l’effetto differenziale di vari approcci terapeutici sulla qualità della vita dei pazienti. Siccome la misurazione degli effetti del trattamento è un interesse primario del clinico, nella pratica quotidiana è preferibile utilizzare strumenti specifici per la patologia. Nel caso dei pazienti obesi con diabete di tipo 2, si potranno usare sia questionari specifici per il diabete che strumenti disegnati per l’obesità. Questionari specifici per diabete Tra i questionari per la misurazione della qualità della vita relativa al diabete possiamo ricordare il Diabetes Education Profile (6), un questionario piuttosto lungo che include anche domande potenzialmente confondenti sulle possibili motivazioni di mancata aderenza al trattamento, e il Diabetes Treatment Satisfaction Questionnaire (7), che esplora in modo dettagliato la soddisfazione per il trattamento, ma ignora altre aree della qualità della vita come il benessere fisico, l’attività sociale e l’equilibrio psicologico complessivo. Il questionario probabilmente più diffuso a livello internazionale in questo ambito è il Diabetes Quality Of Life questionnaire (DQOL), disegnato per la valutazione degli 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE effetti sulla qualità della vita della terapia insulinica intensiva nel Diabetes Control and Complications Trial (8). Si tratta di uno strumento relativamente breve (46 domande), articolato su quattro scale: soddisfazione, impatto, preoccupazioni generali, preoccupazioni per il diabete. Il DQOL, di cui esiste una versione italiana validata (9), è stato disegnato specificamente per i pazienti con diabete di tipo 1, ma può essere utilizzato anche in quelli con diabete di tipo 2 (10, 11). Peraltro, la sua affidabilità nei pazienti di età più elevata risulta modesta. Un’alternativa al DQOL può essere rappresentata dal Well-being Enquiry for Diabetics (WED), un questionario che è stato disegnato per pazienti diabetici di qualsiasi tipo, indipendentemente dal trattamento, per un ampio range di età (12). Questo test è composto da 50 domande, articolate su quattro scale: sintomi fisici, disagio emotivo (connesso al diabete), serenità (assetto psicologico indipendente dalla malattia) e impatto pratico (della malattia e del trattamento). La scala serenità può essere impiegata come uno strumento di screening rapido per la presenza di disturbi mentali in atto: con una soglia di 12,5, ha a tale riguardo una sensibilità del 78,5% e una specificità del 94,5%. Ciò ha un importante risvolto clinico: i disturbi mentali (specie i disturbi d’ansia e i disturbi depressivi) sono di frequente riscontro nella popolazione generale e probabilmente ancora di più tra i pazienti diabetici. Tali disturbi incidono in modo rilevante sul controllo metabolico e sulla qualità della vita; la possibilità di uno screening rapido consente di individuare in maniera relativamente semplice i pazienti nei quali il peggioramento della qualità della vita può essere determinato da un disturbo mentale concomitante, piuttosto che dal diabete o dal trattamento. Questionari specifici per l’obesità Nel campo dell’obesità, esistono pochissimi strumenti specifici per la valutazione della qualità della vita in relazione allo stato di salute. Uno di questi test, l’Impact of Weight on Quality Of Life (IWQOL) è un questionario piuttosto lungo, validato in maniera incompleta anche nella sua versione originale (13), di cui non esiste al momento attuale una versione italiana controllata. Assai più interessante è l’Obesity-Related WELL-being questionnaire (ORWELL 97), un test originariamente sviluppato nella lingua italiana, che si distingue per la sua brevità (18 items) e facilità d’uso (14). ORWELL 97 è stato costruito in maniera tale da valutare accuratamente l’impatto soggettivo di ciascun sintomo, piuttosto che la sua intensità. Ciascun item si articola infatti in due domande, di cui una indaga la presenza e l’intensità del sintomo (o della limitazione funzionale), mentre la seconda verifica l’importanza soggettiva di quel parametro per la qualità della vita del soggetto; il punteggio dell’item si ottiene moltiplicando i punteggi di ciascuna delle due domande. Ad esempio, uno degli item riguarda l’attività fisica: con una domanda si chiede al paziente se l’obesità incide sulla sua capacità di svolgere attività fisica; la domanda successiva valuta l’importanza soggettiva dell’attività fisica per quel paziente. Può essere interessante notare che l’entità dell’eccesso ponderale correla con la presenza dei sintomi, ma non con la loro rilevanza soggettiva, né con il punteggio totale del test (14). Conclusioni La qualità della vita è uno degli obiettivi principali della terapia del diabete mellito, ma nonostante ciò viene raramente misurata nella pratica clinica. La valutazione della qualità della vita e delle sue variazioni nel tempo può essere effettuata in maniera relativamente semplice tramite questionari autosomministrati; tali 97 98 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE strumenti dovrebbero essere impiegati, a cadenze regolari, nel normale follow-up dei pazienti diabetici obesi, per la valutazione degli effetti del trattamento. Riguardo alla scelta dei questionari da utilizzare, i più utili nella pratica clinica sono quelli specifici per patologia, che consentono una valutazione più accurata dell’evoluzione nel tempo della qualità della vita in relazione ai diversi approcci terapeutici. Non esistendo al momento attuale questionari specifici per i pazienti obesi diabetici, l’approccio più razionale sembra essere quello di combinare un questionario specifico per diabete (che sia utilizzabile nel diabete di tipo 2) e uno per l’obesità, avendo cura di scegliere test di cui esistano versioni italiane adeguatamente validate. BIBLIOGRAFIA 1. French JRP, Rogers W, Cobb S: Adjustment as person-environment fit. In: Coelho GV, Hamburg DA, Adams JE (eds.). Coping and adaptation. Basic Books, New York, 1974, p. 316-333 2. Emerson EB: Evaluating the impact of deinstitutionalization on the lives of mentally retarded people. Am J Mental Defic 88, 345-351, 1985 3. Ware JE, Snow KK, Kosinski M: SF-36 Health Survey: manual and interpretation guide. New England Medical Center, Boston, 1993 4. Bergner M, Bobbitt RE, Carter WB: The Sickness Impact Profile: development and final revision of a health status measure. Med Care 19, 787-798, 1981 5. Hunt SM, McKenna SP, McEven J: The Nottingham Helath Profile: subjective health status and weel being of patients with chronic conditions. Results from the Medical Outcome Study. J Am Med Ass 262, 907-913, 1981 6. Davis WK, Hess GE, Hiss RG: Psychosocial correlates of survival in diabetes. Diabetes Care 11, 538-545, 1988 7. Lewis KS, Bradley C, Knight G, Boulton AJM, Ward JD: A measure of treatment satisfaction designed specifically for people with insulin-dependent diabetes. Diabet Med 5, 235-242, 1988 8. DCCT Research Group: Reliability and validity of a Diabetes Quality Of Life (DQOL) measure for the Diabetes Control and Complications Trial (DCCT). Diabetes Care 11, 725-731, 1989 9. Mannucci E, Mezzani B, Conti A, Rotella CM: Misurazione della qualità della vita in pazienti diabetici di tipo 1 adulti. Il diabete 4, 223-228, 1994 10. Jacobson AM, DeGroot M, Samson JA: The evaluation of two measures of quality of life in patients with type I and type II diabetes. Diabetes Care 17, 267-274, 1994 11. Mannucci E, Mezzani B, Bardini G, Rotella CM: Misurazione della qualità della vita in pazienti diabetici di tipo 2 con il questionario DQOL del Diabetes Control and Complication Trial (DCCT). Giorn It Diabetol 15, 237-244, 1995 12. Mannucci E, Ricca V, Bardini G, Rotella CM: Well-being Enquiry for Diabetics: a new measure of diabetes-related quality of life. Diabetes Nutr Metab 9, 89-102, 1996 13. Kolotkin RL, Head S, Hamilton M, Tse CJ: Assessing the impact of weight on quality of life. Obes Res 3, 49-56. 1995 14. Mannucci E, Ricca V, Barciulli E, Di Bernardo M, Travaglini R, Cabras PL, Rotella CM: Quality of life and overweight: the Obesity-Related WELL-being (ORWELL 97) questionnaire. Addict Behav 24, 345-357, 1999 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE AFFIDABILITÀ E VALIDITÀ DEL QUESTIONARIO COME METODO DI VALUTAZIONE DELLA QUALITÀ DI VITA (QDV) Giuseppe Erle Unità Operativa Malattie Metaboliche, Servizio Diabetologia, ASL Vicenza La necessità di disporre di strumenti che misurino la qualità della vita e presentino le caratteristiche della validità, riproducibilità e applicabilità nella ricerca e nella pratica quotidiana ha orientato ricercatori e clinici verso questionari standardizzati per quantificare lo stato di salute attraverso la percezione che ne ha lo stesso paziente. Normalmente, nel definire gli standard di assistenza, la soddisfazione del paziente e la qualità della vita non vengono tenuti particolarmente presenti. Eppure la qualità di un intervento sanitario va valutata secondo l’appropriatezza, la correttezza tecnica e la soddisfazione dei destinatari. Si deve tener presente che la QdV ha sicuri rapporti con la diagnosi, la prognosi e la cura del paziente: sentirsi bene non sempre equivale a star bene. Attualmente c’è sempre più consenso sulla centralità dell’opinione del paziente circa gli esiti delle cure mediche. Quanto al diabete, malattia nella quale importano la prevenzione e la cura degli eventi che limitano la salute fisico-funzionale e psico-sociale, c’è una necessità molto sentita di disporre di questionari idonei a catturare questi aspetti della salute. I questionari per i diabetici possono essere: • generici; • specifici. Entrambi possono essere di tipo globale o di tipo multidimensionale. Valutare la qualità di vita vuol dire misurare un complesso biologico, sociale e psicologico che è in continuo divenire, pertanto la misurazione costituisce una vera e propria sfida. Quanto ai questionari i modelli esistenti in letteratura sono quasi tutti di provenienza USA e non sono automaticamente applicabili da noi perché le differenze culturali creano difficoltà nella loro traduzione, utilizzo e compilazione. È noto infatti che i valori assegnati a salute-malattia, funzionamento-disabilità possono differire da Paese a Paese. Pertanto, il procedimento da seguire è il seguente: identificare lo strumento, fare l’adattamento linguistico e culturale ed eseguire la verifica psicometrica. Soltanto successivamente, cioè con uno strumento validato nel proprio ambiente, è possibile ottenere appropriate misure della salute. Negli anni ‘92-94 mi è stata offerta l’opportunità dall’Istituto Mario Negri di Milano di lavorare per l’adattamento linguistico e validazione del “Diabetes Quality of life questionnaire (DQoL)” per la popolazione diabetica di tipo 1 e 2 in trattamento insulinico. Il dr. G. Apolone ha guidato il gruppo di ricerca, che comprendeva altri diabetologi, anche pediatri, e un Medico di Medicina Generale. Il DQoL è un questionario multidimensionale, specifico per la patologia diabetica, sviluppato in America, ottenuto con l’assemblaggio di quattro questionari noti e validati. 99 100 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Fasi del progetto Fase 1: Traduzione questionario - Inglese vs. Italiano - Italiano vs. Inglese Fase 2: Valutazione equivalenza e verifica comprensione - Valutazione esperti - Test pilota sui pazienti Fase 3: Verifica psicometrica sui pazienti diabetici - Raccolta dati - Analisi psicometrica Fase 4: Revisione finale questionario - Discussione esperti - Sintesi dei risultati Figura 1 Fasi del progetto e principali risultati ottenuti 1. Il Medical Outcome Study questionnaire (MOS). È costituito da 28 domande e indaga sulla salute in generale. INCONTRO INIZIALE TRADUTTORI-COORDINATORI 2. Il Diabetes Quality of Life (DQoL), utilizzato dal DCCT. Consta di 46 1ª traduzione 2ª traduzione Due traduzioni domande ed esplora quattro dimenING-ITA ING-ITA dall’inglese all’italiano sioni. 3. L’Hypoglycemic Fear Survey (HFS). 1ª versione Comune 2ª versione Comune Indaga sulla paura legata all’ipoglicemia e le sue conseguenze. 1º INCONTRO CON 4. Il TAG. Studia i problemi relativi al COORDINATORI E CLINICI diabete. 1ª VERSIONE PRE-FINALE Versione pre-finale Nel processo di validazione del DqoL si è utilizzato, come strumento generico, il Esperto 1 Esperto 2 Valutazioni di esperti questionario SF-36 e come strumenti specifici quello del DCCT e l’HFS. Per verificare l’equivalenza linguistica si è 2ª VERSIONE PRE-FINALE ricorsi alla procedura di retrotraduzione. 2ª Versione pre-finale La valutazione psicometrica è stata TEST PILOTA SUI PAZIENTI realizzata con l’analisi Multi-trait Analysis 3ª VERSIONE PRE-FINALE 3ª Versione pre-finale Approach. Il progetto è stato sviluppato in quattro 1ª traduzione 2ª traduzione 1ª Retro traduzione fasi come si può osservare in figura 1. ITA-ING ITA-ING 2ª Retro traduzione Lo studio integrale è pubblicato nel Giornale Italiano di Diabetologia 16, 692º INCONTRO CON Scheda clinica COORDINATORI E CLINICI raccolta dati 78, 1996. La versione finale del DQoL comprende 125 domande organizzate in 21 scale. Raccolta dei casi Analisi psicometrica Questionario in La consistenza interna, valutata attraverPresentazione risultati formato “finale” so l’indice alpha di Cronbach, è risultata 3º INCONTRO CON Sintesi risultati soddisfacente. COORDINATORI E CLINICI psicometrici In conclusione, i dati preliminari di validazione confermano che il DQoL DIFFERENTI INCONTRI TRA Questionario finale versione italiana costituisce uno struCOORDINATORI ED ESPERTI in versioni “calibrate” mento valido e attendibile. Recentemente ho partecipato alla ValiReport finale dazione del questionario QuED, promosso dall’Istituto Mario Negri Sud, con la coordinazione del dr. A. Nicolucci. Il questionario deriva dallo studio statunitense PORT-Diabetes 2. Lo studio, eseguito su 511 diabetici tipo 2, ha fornito importanti indicazioni per l’uso dell’SF-36, che ha dimostrato ottime caratteristiche di comprensibilità, facilità di compilazione, validità e capacità discriminante. Processo Prodotto Conclusione Per la possibilità di ottenere misure di salute rispettose del contesto del questionario originario è opportuno seguire il seguente procedimento: • identificare lo strumento; • fare l’adattamento linguistico-culturale; • procedere alla verifica psicometrica. Comunque, una corretta valutazione della qualità della vita nel diabetico passa attraverso una revisione critica della letteratura e degli strumenti di valutazione; essa risulta utile per identificare una base solida da cui partire per mettere insieme strumenti culturalmente appropriati. 101 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE LO STRUMENTO DI UN PROGRAMMA DI EDUCAZIONE TELEMATICA PER IL MIGLIORAMENTO DELLA QUALITÀ DI VITA DEL DIABETICO ANZIANO Herta Corradin Tabella I Gruppo di Studio del Progetto di ricerca: Impatto di un programma di educazione Scheda per sanitaria con diabetici teleassistiti, coordinato dal CNR Centro Invecchiamento l’alimentazione del diabetico diretto dal prof. G. Crepaldi A. Tiengo, D. Fedele, Servizio di Diabetologia di Padova Scheda L’ALIMENTAZIONE PER IL DIABETICO G. Monesi, Servizio di Diabetologia Prima fase di Rovigo M. Muggeo, Servizio di Diabetologia DATA (gg-mm-aa) di Verona G. Erle, Servizio di Diabetologia di Sì No Vicenza Controlla il suo peso almeno una volta al mese? ❐ ❐ (Se no, vedere kit risposte) La ricerca ha lo scopo di valutare Ha scritto sul diario il suo peso? l’impatto di un programma di edu(Se no, vedere kit risposte) cazione sanitaria utilizzando un C’è stata una variazione di peso nell’ultimo mese metodo innovativo di educazione: la (aumento o diminuzione significativi)? telecomunicazione. (Se sì, vedere kit risposte) Il Servizio di telesoccorso e di Usualmente mangia con appetito? telecontrollo, istituito dalla Regione Segue una dieta per diabetici? Veneto nel 1987, si basa sull’utilizzo di un sistema interattivo di comuSe sì, la dieta consigliata corrisponde per lo più al suo gusto? nicazione audio tramite collegaci sono cibi nella dieta consigliata che non le piacciono? mento telefonico effettuato da una centrale operativa (TESAN). Ha un’alimentazione frazionata in 3 pasti e spuntini? (Se no, vedere kit risposte) Il Servizio è stato implementato nell’ottica di un potenziamento dei Se non vuole mangiare carne la sostituisce con i legumi? servizi domiciliari per lo sviluppo di (Se no, vedere kit risposte) una rete integrata di servizi sociali e Ha difficoltà a masticare? sanitari che, favorendo la permaBeve vino ai pasti? nenza del soggetto anziano e/o (Se sì, vedere kit risposte) disabile presso il proprio domicilio, Beve acqua (circa un litro) durante il giorno? diminuiscono la necessità di isti(Se no, vedere kit risposte) tuzionalizzazione. La regolarità con cui vengono fatte le telefonate settimanali di telecontrollo potrebbe permettere di effettuare programmi strutturati di educazione sanitaria per diverse patologie croniche. Per questo progetto di intervento di educazione sanitaria con il paziente diabetico teleassistito sono stati definiti i seguenti obiettivi specifici con accanto gli indicatori per valutare l’impatto del programma. 1. Miglioramento della conoscenze sul diabete (questionario GISED). 2. Miglioramento della qualità di vita del paziente (percezione soggettiva del proprio stato di salute e punteggio Scala geriatrica di Depressione). 3. Miglioramento dello stile di vita (abitudine al fumo, consumo di alcol, attività fisica). 4. Miglioramento parametri condizionati dal controllo dieta e attività fisica (glicemia, HbA1c). 5. Diminuzione dell’utilizzo delle strutture sanitarie (numero e durata ricoveri ospedalieri). ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ ❐ 102 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE La peculiarità dello studio sta nell’educazione telematica che verrà fatta dalle opeDATA (gg-mm-aa) ratrici TESAN per la durata di un anno con Sì No Incerto Parzialmente 375 soggetti collegati informato al Servizio di teleSa che cos’è il diabete? ❐ ❐ ❐ ❐ soccorso. Le operatrici hanno almeno il diSa che cos’è la glicemia? ❐ ❐ ❐ ❐ ploma di scuola media Sa quali sono i valori della glicemia superiore. da considerarsi normali? ❐ ❐ ❐ ❐ È stato necessario Sa che cos’è l’insulina? ❐ ❐ ❐ ❐ formare prima questo Sa che cos’è l’emoglina glicata? ❐ ❐ ❐ ❐ personale con due Sa fino a quale valore l’emoglobina glicata corsi di formazione è considerata accettabile? ❐ ❐ ❐ ❐ appositi in educazione Sa che cosa deve fare in caso di malessere sanitaria sul diabete improvviso o a rapida insorgenza? ❐ ❐ ❐ ❐ realizzati con una metodologia interSa come si conservano i flaconi delle strisce? ❐ ❐ ❐ ❐ attiva. Sa che le strisce hanno una data di scadenza? ❐ ❐ ❐ ❐ La verifica dell’apSecondo lei, l’attività fisica (camminare, prendimento è stata andare in bicicletta o su cyclette, ecc.) fatta con questionario è indispensabile per un diabetico? ❐ ❐ ❐ ❐ iniziale e finale: i Sa quali sono gli eventi della giornata che possono risultati hanno dato influire sulla glicemia e che vanno scritti tra un significativo aule note del diario? ❐ ❐ ❐ ❐ mento delle risposte Sa che cosa si intende per autocontrollo corrette e una drastica del proprio diabete? ❐ ❐ ❐ ❐ caduta dei “non so”. Sa perché l’autocontrollo è indispensabile? ❐ ❐ ❐ ❐ La positività del risultato è dimostrata Sa quando è più utile controllare la glicemia? ❐ ❐ ❐ ❐ dal fatto che il puntegSecondo lei, la collaborazione con gli operatori gio finale si è avvisanitari è necessaria? ❐ ❐ ❐ ❐ cinato a quello degli Secondo lei, l’essere sereni durante la giornata operatori sanitari in aiuta a mantenere la glicemia normale? ❐ ❐ ❐ ❐ corsi analoghi. (Erle G, Corradin H: Educazione sanitaria con il Tabella II diabetico, perché? In: Maggi S (Ed). Reti telematiche e servizi socio-sanitari. Franco Angeli, Milano, 1998). Per lo studio in oggetto sono stati scelti otto obiettivi educativi: Autocontrollo, Alimentazione per il diabetico, Ipoglicemizzanti orali, Insulina, Ipoglicemia, Iperglicemia, Piede diabetico, Prevenzione delle malattie cardiovascolari. C’è da ricordare che il personale TESAN non è personale sanitario e pertanto c’è maggiormente bisogno di preparare per loro uno strumento per l’intervento educativo cui possa fare riferimento ogni singola operatrice, che contenga ogni domanda e ogni risposta da porre al paziente formulata allo stesso modo per tutti. Pertanto sono state preparate schede per ogni obiettivo educativo programmato. Successivamente è stato realizzato un ulteriore corso, svoltosi in due giornate diverse, con tutte le operatrici coinvolte nel progetto ricerca, come rinforzo delle conoscenze relative al diabete e alla sua cura in ordine agli obiettivi educativi definiti, come risensibilizzazione e rimotivazione all’attività educativa specifica e come riflessione sulla relazione di aiuto per una riconferma di una metodologia corretta per l’educazione sanitaria. Sono state utilizzate come sussidio didattico le Scheda AUTOCONTROLLO-DIARIO Seconda fase 103 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Tabella III Kit di risposte relativo alla scheda - IPOGLICEMIA Terza fase DATA (gg-mm-aa) Intervento educativo da somministrare Sa che cos’è l’ipoglicemia? L’ipoglicemia si ha quando il valore del glucosio nel sangue scende al di sotto dei 50 mg/dl, però nei diabetici trattati con farmaci (insulina, pastiglie) i sintomi dell’ipoglicemia possono comparire quando il valore del glucosio nel sangue scende al di sotto degli 80 mg/dl. Secondo lei, si deve fare la glicemia in caso di malessere? Conviene eseguire una glicemia capillare per sapere se c’è una possibile ipo-iperglicemia. Se il valore glicemico è regolare si deve ricercare un’altra causa del malessere, eventualmente consultando il medico Una delle cause di ipoglicemia può essere l’aver saltato il pasto o aver fatto un pasto insufficiente? Sì, infatti tra le cause dell’ipoglicemia c’è l’aver saltato il pasto o aver fatto un pasto insufficiente Una delle cause di ipoglicemia può essere un intenso sforzo fisico? Sì, infatti tra le cause dell’ipoglicemia c’è l’avere fatto un’intensa attività fisica L’ipoglicemia può dipendere dall’aver fatto troppa insulina (solo se insulino-dipendenti)? Sì, infatti tra le cause dell’ipoglicemia c’è l’aver fatto una dose eccessiva di insulina L’ipoglicemia può essere causata dall’assunzione di bevande alcoliche specialmente fuori pasto? Sì, infatti tra le cause dell’ipoglicemia c’è l’aver assunto bevande alcoliche, specialmente fuori pasto Conosce i segni più frequenti di ipoglicemia? Il paziente si accorge dell’ipoglicemia da una serie di sintomi comuni e/o da altri sintomi meno tipici. I sintomi più comuni sono: debolezza generale improvvisa, senso di fame, sudorazione, tremore, palpitazioni di cuore, difficoltà a pensare e a concentrarsi, disorientamento, modificazioni improvvise della vista. I familiari possono accorgersene dal pallore, da un comportamento strano, dal tremore, dal sudore, dalla sonnolenza, da eccesso di nervosismo con riso o pianto, dallo sguardo fisso Riconosce i suoi sintomi di ipoglicemia? Lei, i suoi familiari o i vicini sanno cosa fare in caso di ipoglicemia? Il superamento dell’ipoglicemia si ottiene con l’assunzione di tre zollette di zucchero o con una bibita dolce (coca-cola, aranciata, limonata), oppure con zollette di destrosio (destrosport) I suoi familiari o i vicini sanno cosa fare in caso di ipoglicemia grave con perdita di coscienza? Nell’ipoglicemia grave con perdita di coscienza occorre che un familiare o altra persona inietti per via intramuscolare una fiala di glucagone. Dopo 5-15 minuti dall’iniezione l’aumento della glicemia porterà al risveglio per l’arrivo di nuovo glucosio al cervello. Si completerà poi la cura facendo mangiare carboidrati Sa a cosa serve il glucagone? Il glucagone è un ormone prodotto dal pancreas che libera glucosio dal fegato e lo immette nel sangue Sa come si conserva il glucagone? Il glucagone va conservato in frigorifero e rinnovato dopo un anno Secondo lei, si deve fare la glicemia prima di mettersi alla guida? È opportuno controllare che la glicemia sia normale prima di mettersi alla guida Ha paura che gli altri sappiano del suo diabete? Il diabete è una malattia molto comune; nasconderla crea difficoltà per la cura e diventa un rischio in caso di malore improvviso Intervento educativo somministrato 104 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE schede appositamente preparate per l’intervento educativo con il diabetico teleassistito. DATA (gg-mm-aa) Il progetto educativo operativo si articola in Sì No Incerto Parzialmente quattro fasi. informato Per la prima fase del Secondo lei, occore osservare ogni giorno i piedi? ❐ ❐ ❐ ❐ progetto educativo è Sa come si deve fare la pulizia dei piedi? ❐ ❐ ❐ ❐ stata prevista una scheda per ogni obietSa che non si devono usare forbici, strumenti tivo educativo defitaglienti, lime metalliche, disinfettanti irritanti, nito, con le domande ad es. tintura di iodio, callifughi, cerotti in plastica? ❐ ❐ ❐ ❐ che l’operatrice deve Sa che per accorciare le unghie è consigliabile fare al paziente, inforusare la limetta e non le forbici? ❐ ❐ ❐ ❐ mato adeguatamente Sa come si devono riscaldare i piedi? ❐ ❐ ❐ ❐ del progetto, per racSa che è necessario usare calze di lana o di cotone cogliere alcune ine cambiarle spesso? ❐ ❐ ❐ ❐ formazioni necessarie Sa che non si deve mai camminare a piedi nudi? ❐ ❐ ❐ ❐ a programmare l’inSa che prima di mettere le scarpe bisogna passare tervento educativo. una mano all’interno per togliere eventuali corpi Come esempio conestranei? ❐ ❐ ❐ ❐ creto si allega la Secondo lei, è indispensabile scegliere le scarpe scheda da utilizzare più adatte ai propri piedi? ❐ ❐ ❐ ❐ nella prima fase per Secondo lei, occorre consultare il medico se si l’obiettivo Alimentahanno disturbi ai piedi, se si osserva una ferita zione per il diabetico o comunque un’irregolarità (ad es. dolori, formicolii, (tab. I). perdita della sensibilità)? ❐ ❐ ❐ ❐ Nella seconda fase, Secondo lei, il diabete curato male potrebbe una seconda scheda portare alla compromissione della circolazione contiene le domande e dei nervi della sensibilità fino all’amputazione per individuare i bisodei piedi? ❐ ❐ ❐ ❐ gni educativi del diaSecondo lei, un buon controllo della glicemia betico a livello di può prevenire lesioni ai piedi? ❐ ❐ ❐ ❐ conoscenze, di comportamenti e di attegSe camminando compare un dolore acuto giamenti per il coral polpaccio che la costringe a fermarsi, cosa bisogna fare? ❐ ❐ ❐ ❐ rispondente obiettivo educativo preso in Secondo lei, il fumo è nocivo alla circolazione considerazione; gli delle gambe e dei piedi? ❐ ❐ ❐ ❐ spazi per segnalare se il diabetico teleassistito sa, se non sa, se è incerto, se è parzialmente informato. Come esempio si allega Tabella IV la scheda da utilizzare nella seconda fase per l’obiettivo Autocontrollo–Diario (tab. II). Nella terza fase l’operatrice inizia la sua attività educativa utilizzando le domande e le risposte relative all’obiettivo educativo corrispondente e segnala gli interventi educativi somministrati e quelli da somministrare con quel cliente. Come esempio si allega la scheda da utilizzare in questa fase per l’obiettivo Ipoglicemia (tab. III). Nella quarta fase l’operatrice si accerta se il cliente ha acquisito le conoscenze di cui aveva bisogno, se ha attuato i comportamenti corretti stabiliti, se ha cambiato atteggiamento relativamente all’obiettivo educativo trattato. Come esempio si allega la scheda da utilizzare nella quarta fase per l’obiettivo Il piede diabetico (tab. IV). La verifica-valutazione delle operatrici si integra con la verifica-valutazione finale al 12° mese. Scheda IL PIEDE DIABETICO Qiarta fase 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE COME ACCOMPAGNARE IL PAZIENTE NELL’ACCETTAZIONE DELLA TERAPIA INSULINICA INTENSIVA Paolo Gentili Psicologia Clinica, Università “La Sapienza” di Roma Introduzione La domanda implicita nel titolo di questa relazione riflette senza dubbio una delle maggiori preoccupazioni relative alla terapia insulinica intensiva. Infatti, ancora oggi è sicuramente complesso ogni tentativo di “accompagnare”dato che, anche alla luce delle più recenti osservazioni, spesso non sono sufficienti gli sforzi educazionali né la considerazione dei fattori psicosociali del diabetico per evitare alti livelli di HbA1c o per ridurre la frequenza di episodi di grave ipoglicemia. Inoltre, non sempre le caratteristiche della terapia insulinica (in questo caso intensiva) sono causa di reazioni emotive negative né di alterazioni negative del tono dell’umore. In questa complessità e difficoltà ad aiutare il diabetico si inserisce il contributo della psicologia clinica i cui strumenti possono offrire una risposta a tre domande che sono implicite nella parola “accompagnare”. Queste riguardano: Il chi accompagnare? Infatti, il compito di “accompagnare il paziente” pone l’attenzione sulla necessità di conoscere “ quali siano gli aspetti del paziente, che rappresentano una realtà complessa, spesso contraddittoria e per lo più poco conosciuta (dall’operatore sanitario)”che devono esse considerati per essere efficaci. Chi è colui che accompagna? Quale ruolo deve cioè rivestire ogni operatore sanitario coinvolto nella cura del diabetico, sia come singolo che come team. Come accompagnare? Cosa cioè è possibile e necessario fare da parte dell’operatore sanitario nel momento in cui sicuramente esistono molteplici modalità, per il diabetico, di vivere la propria realtà e, per l’operatore sanitario, di precedere, accompagnare o seguire (più o meno faticosamente) il diabetico quale compagno di un percorso che per la sua deontologia non può mai abbandonare ma anzi prendersene carico. Alcuni principi per un approccio psicologico-clinico L’approccio psicologico clinico può ormai portare a ragione un proprio contributo scientifico specifico a tali problematiche. Infatti l’interesse per gli aspetti più prettamente psicologici della malattia cronica e quindi del diabete sono ormai stati messi a punto da alcuni anni anche in Italia (1), anche se nel campo diabetologico esiste ancora una difficoltà di individuare con sufficiente certezza i fattori che permettono o meno di attuare con successo un protocollo terapeutico. Infatti, ci si muove ancora nella pratica clinica tra almeno due posizioni di cura (direttività o autonomia), tra la ricerca accurata volta all’identificazione dei fattori coinvolti nella malattia e il vissuto di impotenza nell’affrontarli, tra le difficoltà di attuare nei tempi lunghi un intervento curativo efficace quando il diabete riguarda tutte le età della 105 106 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE vita, con diversità di comparsa e di effetti fisici, psicologici e sociali. Tuttavia la psicologia clinica, di fronte alla varietà di percorsi attuati dalla attuale diabetologia, offre tre“punti forza”per meglio accompagnare il paziente diabetico nel suo travagliato percorso di malattia. Questi sono: l’uso di un’ottica precipua per leggere la relazione di cura; la necessità di riconoscere la molteplicità dei fattori psicologici e psicosociali attivi nell’attuare e/o sostenere il trattamento con una considerazione attenta dell’influenza delle caratteristiche del diabetico (in particolare della personalità) e del medico sul trattamento; l’individuazione di interventi LA RELAZIONE DIADICA CIRCOLARE che siano congrui con i primi due punti (il modello di lettura e le caratteristiche dei due partecipanti alla relazione di cura). Diabetico Diabetologico Riguardo al primo punto si può affermare che nella relazione curante esistono sempre almeno due attori-registi: il diaMondo reale esterno betologo (o, in generale, l’operatore (bio-psico-sociale) sanitario) e il diabetico (tab. I). Questi sono Mondo psicologico interno per così dire “immersi” in una relazione (sentimenti, convinzioni, bisogni, conflitti, diadica circolare nella quale l’accettazione aspettative, sofferenze...) della terapia insulinica intensiva è il prodotto di un’interazione complessa tra i diversi fattori individuali coinvolti nella LA RELAZIONE DI AIUTO relazione stessa. Questa interazione è recentemente sempre più esplicitata nel contesto clinico nel passaggio da un Tabella I atteggiamento prescrittivo che richiede la “compliance” del diabetico a uno che richiede, per un’adeguata efficacia del trattamento prescritto, una relazione di “adherence” (2). Se infatti con il termine “compliance” si indica “il livello di corrispondenza tra il comportamento di una persona e i consigli medici ricevuti”, questa parola suggerisce una relazione d’aiuto nella quale il paziente si sottomette, cede e obbedisce alle istruzioni del medico. Questo tipo di atteggiamento che il diabetologo (o in genere l’operatore sanitario) richiede al paziente si scontra però con quanto sempre più si conosce dei motivi per cui spesso la prescrizione (di terapia, di dieta, di esercizio fisico, ecc.) non ha successo. Infatti, il paziente che cerca la cura“adeguata”risente di una serie I DETERMINANTI DEL COMPORTAMENTO DI MALATTIA di fattori che intervengono nel giustificare la scelta del paziente di seguire o meno BISOGNI MOTIVAZIONI una prescrizione. Brevemente si ricorda • Autosufficienza • Autonomia di cura come il comportamento di cura risponda al • Comprensione • Competenza processo intrapsichico di soddisfare i • Conoscenza • Conoscenza propri bisogni e che questi sono attivati da • Successo • Amore di sé una serie parallela di motivazioni (tab. II). • Affiliazione • Compagnia Questi bisogni, tuttavia, sono spesso • Individuazione • Opporsi generatori di conflitti mascherati, per cui il • Stima • Conformismo diabetologo spesso non comprende il tipo • Sicurezza • Dipendenza di bisogno che nel momento della visita il paziente, direttamente o indirettamente Tabella II (con i suoi comportamenti di cura o di non-cura). La sfera cognitiva del paziente incide potentemente sulla compliance. Egli: • non valuta come necessaria la prescrizione; • non vuole deliberatamente osservare il trattamento; 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE • rappresenta il tipo del “self-regulator”, per cui presenta un attivo e intenzionale comportamento di autogestione delle regole del suo trattamento (per cui salta, assume dosi extra, interrompe per tre o più giorni consecutivi la terapia prescritta); • presenta delle sue proprie “illness perceptions” (che giustificano un suo comportamento di compliance soggettivamente considerato adeguato ma in opposizione alle prescrizioni del curante). La presenza frequente di disturbi psicologici e psichiatrici, di temperamenti opportunistici, esplosivi, di personalità oppositive o passivo-dipendenti, di ansie eccessive relative all’insulino-terapia (3) porta all’avversione ingiustificata dei farmaci, al pensiero ingiustificato di essersi pienamente ristabiliti, a evitare un proprio coinvolgimento attivo (con interventi riguardanti la conoscenza delle motivazioni, del livello di conoscenza) e la ricerca di un supporto sanitario. Inoltre accade che molti operatori sanitari hanno la percezione del diabete tipo 2 come di una malattia moderatamente grave, oppure ritengono che il paziente non avrà mai la volontà di cambiare il proprio comportamento riguardo alle prescrizioni oppure sopravvalutano il livello di cooperazione raggiunto dal paziente. Di fronte a questa complessità propria della relazione diadica di cura è ormai più utile ricorrere al termine “adherence”. Questo caratterizza il paziente come una persona indipendente e autonoma che svolge un ruolo attivo e volontario nel definire e perseguire gli obiettivi del proprio trattamento medico. Implica così che i pazienti abbiano una maggiore autonomia nel definire e seguire i trattamenti medici e rende il medico più consapevole del suo ruolo di partner decisionale. In tale ottica non esiste più il paziente “non compliant”, ma la sua “adesione”o meno al progetto terapeutico che riguarda la“sua salute”e che è dinamicamente costruito da lui stesso insieme agli operatori sanitari. Questo è molto chiaro nei contributi delle ricerche che hanno rilevato come, da una parte, la modalità del diabetologo di relazionarsi con il diabetico rappresenta un co-fattore della resistenza presentata dal paziente all’adesione alle prescrizioni (4). Dall’altra, invece, un maggior numero di informazioni date dal medico e di scambi (chiacchierate) positivi da lui promossi, con un numero minore di scambi conflittuali, è stato predittivo di un più alto livello di adesione alle cure (5). Inoltre, è stato rilevato come la lunghezza della visita, la quantità totale di informazioni date, il grado di collaborazione raggiunto (partnership) come espressione di scambi “positivi” durante la visita sono stati predittivi della soddisfazione del paziente (6). Infine, la costruzione di una Tabella III partnership soddisfacente da parte dell’operatore sanitario, la presenza di un valido (sia per l’operatore che per il paziente) rapporto emotivo comportano miglioI PROBLEMI POSTI E GLI ARGOMENTI UTILIZZATI DAL MEDICO ramenti dello stato emotivo del paziente, PER SOSTENERE LO SCHEMA la risoluzione di molti sintomi fisici nonché la capacità di richiamare alla PROBLEMI POSTI ARGOMENTI UTILIZZATI memoria le prescrizioni e i consigli del • ...ci siamo avvalsi • Bulimia e anoressia legate medico da parte del paziente. Da qui la dell’aiuto di psicologi... alla dieta necessità da parte dell’operatore sanitario • ...non potevo dargli torto... • Regolare la vita in base alle di “centrare” il suo intervento sul paziente • ...li convinco a somministrazioni come “co-regista”del trattamento in atto. continuare... • Crisi di ipoglicemia Riguardo al come riconoscere le carat• ...con il rapporto umano • I genitori dei bambini non teristiche del diabetico occorre tener sono riuscito ad aiutarli ad si rassegnano alla malattia presente che, come in tutte le scienze accettare la malattia... del figlio esatte, la conoscenza dell’altro è sempre • ...perdendoci molto tempo • Accettazione da parte del relativa rispetto a chi osserva. In ambito nello spiegare tutto... mondo del lavoro clinico ciò significa che è necessario 107 108 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE sempre considerare i due soggetti che agiscono nella relazione di cura. In tal senso l’operatore sanitario, per riconoscere Una terapia più vicina alla realtà fisiologica quanto già precedentemente detto delle La migliore qualità della vita caratteristiche del paziente, deve scegliere La prevenzione dell’insorgenza di problemi tra due posizioni cliniche: La maggiore libertà di alimentazione • quella che reputa le caratteristiche Amplificare il rischio delle complicazioni individuali del diabetico come un’indesiderabile fonte di variabili che confondono ed è meglio ignorare (7); • quella che, di fronte alle molteplici variabili psicologiche, considera necessario per Tabella IV l’efficacia del trattamento individuarle ed esplicitarle nei loro effetti clinici (8). È chiaro, per quanto già detto, che la seconda posizione, anche se più difficile e faticosa, può essere di maggiore successo prescrittivo. Così una recente indagine effettuata sui diabetologi italiani (9) ha rilevato come la conoscenza attenta dei problemi posti dai pazienti (tab. III) abbia poi permesso al diabetologo di attuare una serie di interventi “razionali” e sicuramente di maggiore soddisfazione sia per il diabetico che per il suo medico (tab. IV). Riguardo agli interventi congrui con LE INTERAZIONI CENTRATE SUL PAZIENTE quanto sopra esposto, l’esperienza clinica ha evidenziato la possibilità di attuare con Il metodo della negoziazione: incoraggia il paziente a essere più attivo successo almeno tre tipi di interazioni possibile congrue con i principi dell’adesione alla L’intervista motivazionale: incoraggia il paziente a risolvere l’ambiterapia insulinica intensiva (tab. V). Di valenza, le resistenze questi tre tipi di intervento si ricorda in Il dialogo aperto: esplora con il paziente i comportamenti di auto-cura particolare, come esemplificativo, la nego(dal rimprovero al supporto decisionale) ziazione. Questa, per essere efficace, prevede l’approccio centrato sul paziente altrimenti definito“biopsicosociale”(tab.VI). Tabella V L’obiettivo ultimo di questi interventi è quello (tab. VII) di attivare dei feedback “positivi”nel senso di attivare l’autonomia e costruire strategie attive di coping che portano a un rinforzo dell’adesione alla terapia insulinica e a un migliore adattamento (coping). FINALITÀ DELLA COMUNICAZIONE DEL MEDICO • • • • • • • • Conclusioni L’APPROCCIO CENTRATO SUL PAZIENTE BIOPSICOSOCIALE RICHIEDE CHE IL MEDICO: • • • • • • L’approccio biopsicosociale è ormai per lo più accettato come il più valido nel caso di una malattia cronica e quindi per il Consideri anche il paziente esperto nella gestione dei suoi problemi diabete. Tuttavia, proprio perché si rivolge Impieghi l’ascolto attento e un comportamento di consulenza a un tipo di malattia in cui è fondamentale Rispetti il paziente rilevare e valutare le percezioni soggettive Consideri sempre il significato personale e sociale dei disturbi riferiti del paziente e, all’interno di una presa in alla vita del paziente carico permanente, una continua attenSi esprima sempre con una comunicazione verbale positiva zione nei suoi confronti, l’operatore (rassicurazione, supporto e incoraggiamento) sanitario può trovarsi di fronte a un Abbia come obiettivo la costruzione di una relazione di cura compito al quale non è stato ancora per lo soddisfacente per entrambi più preparato. L’aiuto da offrire al paziente in termini di collaborare con lui perché si gestisca il diabete con responsabilità e Tabella VI autonomia necessita infatti della conoscenza abbastanza realistica di “chi sia il paziente”con le sue idee (antiche e recenti e spesso ricche di preconcetti), con le sue 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Tabella VII emozioni attuali in un contesto di collaborazione spesso pieno di non detti, di sentimenti di inadeguatezza, di paura, di rabbia, di rifiuto della malattia e quindi È POSSIBILE (E NECESSARIO) ATTIVARE dell’operatore sanitario. I FEEDBACK POSITIVI Da qui la sfida per quest’ultimo di agire sapendo che la relazione lo coinvolgerà • Supporto all’autonomia → maggiore competenza percepita → rinsempre più nelle sue idee, sentimenti e forzo delle motivazioni autonome (al curarsi) → rinforzo azioni nei confronti di quel determinato dell’adesione paziente. In tale ambito risulta sicura• Costruzione condivisa di una strategia attiva di coping → miglioramente necessario lo sviluppo di percorsi mento della Q.V. → forte aderenza alla terapia → progressione più educazionali e formativi dell’operatore positiva del diabete → miglioramento della Q.V. → rinforzo della sanitario, in quanto è sempre più evidente strategia attiva di coping come il successo della terapia insulinica intensiva sia primariamente quello di aiutare il diabetologo ad adottare strategie prescrittive “adatte” ai singoli diabetici, psicologicamente ri-conosciuti e ri-motivati alla co-operazione (Wandlh ausl, 1997) L’arricchimento realistico del modello biopsicosociale può essere quindi ottenuto con una maggiore attenzione dell’operatore ai suoi interventi mediante l’acquisizione di abilità a individuare quegli interventi inadeguati che nascono non per ignoranza ma per falsa conoscenza del diabetico o per aspetti irrazionali non favorenti un corretto approccio. BIBLIOGRAFIA 1. Tatarelli R, De Pisa E, Girardi P: Curare con il paziente. Metodologia del rapporto medico-paziente. Franco Angeli, Milano, 1998 2. Gentili P: Report Medi-Pragma, Roma, 1999 3. Gentili P, Maldonato A, Scalabrino AM: Influenza dei fattori psichici sull’autogestione del diabete. Minerva Psichiatrica 37, 83-91, 1996 4. Warren L, Hixenbaugh P: Psychosocial needs and axperiences of adults with diabetes: their relationship to regimen adherence from the patients perspective. Proceedings of the British Psychological Society 4, 39, 1995 5. Bennett Johnson S. Methodological issues in diabetes research. Measuring adherence. Diabetes Care 15, 1658-1667, 1992 6. Cox DJ, Gonder-Frederick L: Major developments in behavioural diabetes research. Journal of Cosulting and Clinical Psychology 60, 28-38, 1992 7. Rose M, Burkert U, Scholler G, Schirop T, Danzer G, Klapp BF: Determinants of the quality of life of patients with diabetes under intensified insulin therapy. 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Mannucci (Firenze) 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE IL SISTEMA QUALITÀ NEI CENTRI DI DIABETOLOGIA: L’ORIENTAMENTO ALL’UTENTE Roberto Sivieri Dirigente Responsabile UOA di Malattie Metaboliche e Diabetologia, Azienda Ospedaliera CTO/CRF/Maria Adelaide di Torino Il concetto di qualità ha subito negli ultimi quaranta anni un’importante evoluzione: si è passati dall’attenzione alla qualità del prodotto (Quality Control) all’attenzione alla qualità del processo (Quality Assurance) per giungere, negli ultimi anni, alla consapevolezza che è importante tenere sotto controllo tutti gli aspetti della qualità, di garantire quindi non solo la qualità del prodotto e dei suoi processi di lavorazione, ma anche della qualità del servizio, cioè di tutti quegli aspetti che ruotano attorno al prodotto e che permettono al cliente di fruire nel modo più soddisfacente del prodotto stesso. Non a caso le norme UNI EN ISO 9000 definiscono la qualità come l’insieme delle caratteristiche di un’organizzazione che consentono a essa di soddisfare le esigenze espresse e implicite del cliente. È nato così il concetto di Total Quality Management, la cui corretta traduzione italiana è “Gestione Totale della Qualità”. Le organizzazioni sanitarie non sfuggono certo ai concetti generali sopra esposti; le norme che guidano l’implementazione dei Sistemi Qualità infatti valgono sia per le organizzazioni che producono beni tangibili (hardware), sia per le organizzazioni che producono servizi (software), come appunto le organizzazioni sanitarie. Molti operatori sanitari fanno fatica a prendere confidenza con il dato di fatto che la qualità in sanità non nasce solo dall’applicazione della corretta pratica clinica, ma è la risultante di almeno tre dimensioni: la dimensione tecnica (corretta pratica clinica), la dimensione organizzativa (struttura organizzativa, responsabilità, procedure e processi) e la dimensione della percezione che il cliente/utente ha dei servizi erogati. Quando si parla di salute la qualità tecnica è data come prerequisito implicito, anche se di recente la nascita dell’Evidence Based Medicine ha messo un po’ in crisi questo assunto; ma per trasformare la produzione di una prestazione (ad es. di un esame strumentale) nell’erogazione di un servizio è necessario affiancare alla qualità tecnica una buona organizzazione e una gestione che tenga conto delle esigenze del cliente/utente. Solo dall’integrazione di questi tre aspetti può nascere l’erogazione di servizi sanitari di qualità. Lo strumento che permette questa integrazione e garantisce quindi la capacità di tenere sotto controllo tutti gli aspetti qualitativi del servizio è il Sistema Qualità, cioè l’insieme di struttura organizzativa, responsabilità, procedure, processi e risorse predisposti per attuare la gestione per la Qualità. L’erogazione dei servizi sanitari da parte di un sistema sanitario pubblico deve tenere conto delle aspettative di tutti gli attori del processo “salute”; se l’aspettativa dei cittadini è quella di avere fornitori di servizi sanitari affidabili, l’aspettativa degli operatori sanitari è quella di avere risorse sufficienti per operare nel migliore dei modi e l’aspettativa del finanziatore (nel nostro caso lo Stato) è di riuscire a regolamentare il mercato per contenere la spesa sanitaria ed evitare la proliferazione di prestazioni sanitarie inutili. 113 114 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE Gli strumenti di regolamentazione del mercato Esistono numerosi sistemi di regolamentazione del mercato, alcuni vecchi di quasi un secolo: si va dall’accreditamento alla certificazione, dai modelli di “Business Excellence”all’obbligo di pubblicare una Carta dei Servizi sanitari. L’accreditamento è nato negli USA agli inizi del 900, ma in Europa si è sviluppato solo dopo la seconda guerra mondiale; in Europa, oltretutto, le modalità di sviluppo dell’accreditamento sono state piuttosto diverse nelle varie realtà nazionali e l’efficacia dell’accreditamento è stata messa in discussione dai modelli di certificazione (ISO 9000 ed EFQM) che sono nati e si sono sviluppati proprio in Europa. È in atto un vivace dibattito attorno ad alcune domande fondamentali, le cui risposte potrebbero condizionare pesantemente lo sviluppo futuro dei sistemi sanitari a gestione pubblica. Ad esempio: Come è possibile trovare un compromesso fra la necessità di contenere i costi e quella di migliorare gli esiti dell’assistenza sanitaria? E ancora: È possibile definire un set comune di indicatori per l’accreditamento da utilizzare in tutte le realtà? È poi vero che accreditamento, certificazione, premi qualità e altre iniziative regolatorie sono in grado di migliorare l’assistenza fornita ai pazienti? I maggiori esperti di economia sanitaria sono al lavoro per dare una risposta a queste domande. Nei prossimi paragrafi verranno presentati in modo sintetico alcuni di questi strumenti e verranno presentate le risposte che attualmente sono state date nella nostra realtà. Accreditamento istituzionale Accreditamento di eccellenza Guidato da una logica dicotomica alla rispondenza a requisiti predeterminati dal legislatore Guidato da una logica comparativa di confronto fra realtà omogenee, senza standard predeterminati, ma sulla base delle “best practices” del momento Accreditamento istituzionale e di eccellenza L’Accreditamento istituzionale (o autorizzativo), introdotto in Italia per la prima Ha come obiettivo la garanzia Ha come obiettivo il volta dal decreto legislativo 502/92, è un della Qualità miglioramento incrementale processo di accertamento del possesso di della Qualità standard qualitativi predeterminati in relazione alla tipologia delle prestazioni Il meccanismo di valutazione Il meccanismo di valutazione erogate, necessario per essere fornitori del è interno al sistema è interno alla struttura con SSN. L’Accreditamento di eccellenza è invece di finanziamento valutazione fra pari uno strumento volontario di promozione (autovalutazione) della Qualità in grado di avviare, mediante il Ha effetti sanzionatori sulla Non ha conseguenze preliminare processo di autovalutazione, il possibilità di operare per il SSN sanzionatorie percorso che può portare ad adeguati livelli di Il punto di riferimento della Qualità Il punto di riferimento della assistenza e sicurezza nei servizi sanitari è la media Qualità è l’eccellenza (relativa) (strutture, processi, risultati). Nella tabella I La verifica è di tipo ispettivo La verifica è occasione di sono riassunte e confrontate le caratteristiche confronto fra pari dei due tipi di Accreditamento. A seguito della riforma del Sistema Obiettivo della verifica è di Obiettivo della verifica è di sanitario nazionale definita dal decreto individuare la “Non Qualità” evidenziare le “best practices” legislativo 502/92, negli ultimi anni le confrontando le performance Regioni hanno variamente applicato l’Accreditamento Istituzionale; da un’analisi delle diverse esperienze si possono trarre le seguenti conclusioni: Tabella I Confronto fra i • l’assenza di un modello unitario di Accreditamento rischia di perpetuare le sistemi di condizioni di profonda disomogeneità tra i diversi sistemi sanitari regionali; accreditamento • d’altro canto, uno standard unico a livello nazionale potrebbe portare a requisiti di riferimento calibrati verso il basso; 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE • i risultati migliori si sono avuti nelle Regioni in cui si è operato in sintonia con i professionisti del settore. Il recente decreto legislativo 229/99 ha in parte ridefinito le regole dell’Accreditamento istituzionale, stabilendo che per diventare produttori del SSN i soggetti pubblici e privati devono: • essere autorizzati all’apertura e all’esercizio delle funzioni sanitarie; • accettare il sistema di pagamento a prestazione (in base a volume e tipo delle prestazioni); • avere un programma interno di VRQ dell’assistenza; • essere accreditati. • avere siglato accordi contrattuali sul volume delle prestazioni acquistate dal SSN. Mediante un articolato sistema di regolamenti ministeriali e regionali dovranno essere stabiliti i requisiti ulteriori di accesso all’Accreditamento, i criteri di rispondenza delle strutture al fabbisogno e alla funzionalità della programmazione sanitaria regionale, le procedure e i termini per l’accreditamento. L’Accreditamento poi non sarà per gli erogatori pubblici e privati condizione sufficiente per fornire prestazioni al Sistema sanitario nazionale, in quanto le singole ASL dovranno definire, con gli erogatori delle prestazioni sanitarie, accordi contrattuali che prevedano: • gli obiettivi di salute e i programmi di integrazione; • il volume delle prestazioni erogabili; • i requisiti del servizio da rendere (accessibilità, appropriatezza clinica e organizzativa, tempi di attesa e continuità assistenziale); • il corrispettivo preventivato; • il debito informativo delle strutture erogatrici per il monitoraggio degli accordi e per il controllo esterno dell’appropriatezza e della qualità dell’assistenza. La Certificazione ISO 9000 La Certificazione è l’atto mediante il quale una terza parte indipendente dichiara che un determinato prodotto/processo (o un Sistema Qualità) è conforme a una specifica norma. Il modello ISO 9000 rappresenta, a oggi, l’unico riferimento internazionalmente riconosciuto per la certificazione dei sistemi di qualità di un’organizzazione. Tale riferimento esplicita in 20 capitoli (tab. II) una serie di “requisiti” da rispettare per poter costruire un Sistema Qualità, formalizzato mediante apposite procedure; le procedure hanno lo scopo di dare assicurazione che l’organizzazione abbia pianificato le proprie attività in modo da garantire la conformità (e quindi l’aderenza) delle proprie prestazioni alle necessità dei propri clienti. I requisiti prevedono, ad esempio: • la chiara definizione di politiche, impegni, obiettivi per la qualità; • la stesura di un piano della qualità che indichi responsabilità, risorse previste, tempi di attuazione e modalità per la periodica verifica delle attività pianificate; • la precisazione della struttura organizzativa in essere e la presenza di una funzione “assicurazione qualità”; • la chiara definizione delle prestazioni erogabili e dei relativi “standard” di riferimento per la loro erogazione; • la definizione delle modalità di valutazione dei fornitori, per garantire che quanto arriva dall’esterno corrisponda alle reali necessità qualitative dell’organizzazione per la realizzazione dei propri prodotti o l’erogazione dei propri servizi; • la richiesta di gestire in maniera sistematica le eventuali non-conformità (ossia gli scostamenti dai requisiti previsti) di servizio, dei relativi processi di erogazione, del sistema qualità; 115 116 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE • la necessità di intraprendere azioni correttive o preventive, in modo da eliminare, o almeno ridurre, la probabilità di comparsa delle non conformità; • la formalizzazione delle regole di comportamento in documenti che a loro volta devono essere gestiti in modo “consapevole”, provvedendo al loro sistematico aggiornamento, verifica, controllo della distribuzione, in modo da eliminare i riferimenti non aggiornati o addirittura non più applicabili; • la definizione delle modalità di addestramento, formazione e, dove e quando necessario, qualifica del personale; • l’utilizzo di tecniche statistiche per quantificare, quando possibile, i risultati; • la formalizzazione di un modello di verifica sistematica del Sistema Qualità in costruzione o già completato, in modo da far diventare queste attività, di per sé con una forte valenza ispettiva e di controllo, l’occasione per individuare e applicare provvedimenti migliorativi. Nel corso del 2000 è prevista la riedizione delle norme ISO per la certificazione dei Sistemi Qualità e le norme ISO 9000 edizione 2000, oggi conosciute sotto l’espresione “VISION 2000”, diventeranno il riferimento. La naturale evoluzione delle norme porterà ad accentuare alcuni fattori che nell’attuale edizione restano spesso in ombra. Con il termine “processi”ad esempio la VISION non si limita a indicare i processi di carattere produttivo (o di erogazione dei servizi) come avviene oggi per la ISO 9000, ma si riferisce a tutta la rete di attività azien1 Responsabilità della direzione 11 Apparecchiature di controllo dali, che partono dall’individuazione delle aspettative 2 Sistema qualità 12 Stato delle prove e dei controlli del cliente sino alla quan3 Riesame del contratto 13 Controllo di prodotto non conforme tificazione del livello della sua 4 Controllo del progetto 14 Azioni correttive soddisfazione. In generale il 5 Controllo della documentazione 15 Movimentazione, immagazzinamento modello di descrizione del6 Approvvigionamento 16 Documenti di registrazione qualità l’organizzazione è di carattere trasversale, e non solo più 7 Prodotti forniti dal committente 17 Verifiche ispettive interne verticale; viene attribuita mol8 Identificazione e rintracciabilità 18 Addestramento ta più importanza alle attività 9 Controllo del processo di produzione 19 Assistenza interfunzionali e alla necessità 10 Prove, controlli e collaudi 20 Tecniche statistiche che esistano evidenze dei progetti pianificati, delle attività intraprese, dei risultati Tabella II raggiunti. In generale si nota una maggiore attenzione alla capacità del sistema di I 20 punti della porsi in modo consapevole verso il cliente e verso se stesso, sviluppando modalità Norma ISO 9001 strutturate di autovalutazione quantitativa. Il modello EFQM Un ulteriore modello di riferimento per la definizione di un Sistema Qualità è rappresentato dalla EFQM. Tale modello, a oggi scarsamente diffuso in Italia ma ampiamente applicato nel resto dell’Europa, non prevede la certificazione, ma è collegato a un premio nazionale ed è basato sugli elementi che vengono comunemente riferiti al Total Quality Management e che costituiscono il punto di riferimento per la cosiddetta “Eccellenza nel business”. Secondo il modello EFQM sono tre i criteri che costituiscono la “misura”dell’eccellenza di un’organizzazione: • la soddisfazione dei clienti; • la soddisfazione del personale; • i risultati aziendali. L’insieme dei tre criteri viene denominato, complessivamente, “Risultati”. Per 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE incidere positivamente sui Risultati è necessario operare su un’altra categoria di criteri che vengono denominati “Fattori”, e che sono: • leadership; • gestione del personale; • politiche e strategie; • risorse; • processi. Tra “Fattori” e “Risultati” esiste un nesso di tipo causale: il modello propone che, se Figura 1 esistono determinati Fattori, si otterranno determinati Risultati, e, viceversa, se sono Il modello EFQM di visibili determinati Risultati è perché, a monte, esistono specifici Fattori. “Business L’organizzazione deve quindi tenere sotto controllo e valutare attentamente sia i Excellence” Fattori che i Risultati, traendo dalle proprie analisi gli spunti per individuare, definire e attuare i progetti di miglioramento più Gestione del Soddisfazione del Personale Personale efficaci relativamente all’intera organiz(9%) (9%) zazione. Ciascuno dei criteri (sia appartenenti alla Politiche Soddisfazione del categoria dei Fattori che a quella dei Leadership Processi Risultati e Strategie Cliente (10%) (14%) aziendali Risultati) si articola poi in elementi che (9%) (20%) (15%) vengono analizzati con l’aiuto di appositi questionari e algoritmi di calcolo, in modo Impatto sulla Risorse da fornire un’indicazione quantitativa da Società (9%) (9%) poter confrontare con i dati “ideali” proposti nel modello. Il modello EFQM FATTORI (50%) FATTORI (50%) propone, come meccanismo prioritario di verifica, non tanto la valutazione da parte di ispettori esterni, quanto l’autovalutazione dell’organizzazione. All’organizzazione che intende percorrere la strada dell’eccellenza vengono forniti tutti gli strumenti necessari per attuare in modo autonomo il percorso e contemporaneamente autovalutarsi rispetto ai risultati raggiunti. Gli ispettori che, alla fine del percorso, l’organizzazione può decidere di chiamare (anche se, come prima sottolineato, il fatto non costituisce un “obbligo”) intervengono in modo molto differente da quelli “ISO 9000”; essi non si limitano infatti a valutare la conformità/non conformità rispetto a un modello, ma discutono e valutano insieme ai responsabili dell’organizzazione gli effettivi risultati raggiunti, i miglioramenti e i benefici, in che modo l’organizzazione ha intenzione di approfondire i percorsi avviati, gli impatti economici. Questo tipo di impostazione è resa possibile dal fatto che tutti i valutatori “EFQM” sono persone che lavorano nello stesso tipo di aziende che vanno a valutare, e che il pool di valutatori, che comprende sia “esperti del modello” che “esperti di settore”, è composto da persone inserite nelle rispettive organizzazioni in posizioni lavorative. La proposta AMD di Accreditamento delle Strutture Diabetologiche Nel 1996 l’Associazione Medici Diabetologi ha pubblicato il primo Manuale di Accreditamento delle Strutture Diabetologiche. Il Manuale, articolato in nove criteri, era scritto sotto forma di “lista di riscontro” e quindi adatto a un processo di autovalutazione da parte delle Strutture stesse. I nove criteri presi in considerazione erano: 1. Organizzazione generale. 2. Strutture. 117 118 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE 3. Attrezzature. 4. Formazione e aggiornamento. 5. Sistema informativo e documentazione. 6. Valutazione e miglioramento. 7. Linee guida e procedure. 8. Soddisfazione e sicurezza del personale. 9. Diritti e soddisfazione degli utenti. A parte un’esperienza pilota di applicazione in Lombardia, il processo di autovalutazione proposto da questa prima edizione del Manuale non risulta essere stato realizzato nella maggior parte delle Strutture Diabetologiche italiane. La causa è probabilmente da ricercarsi nella difficoltà di “lettura”dei requisiti contenuti nella lista di riscontro nella realtà diabetologica italiana, dove la cultura della qualità non è ancora sufficientemente diffusa. Nel maggio del 1999, quindi, è stata pubblicata una seconda edizione del Manuale. La struttura di questa seconda edizione è più articolata: comprende una sezione introduttiva con un’ampia presentazione delle finalità dell’Accreditamento fra pari e dei modelli di riferimento. I riferimenti alle Norme della famiglia ISO 9000 sono frequenti e, nei nove capitoli in cui è suddiviso, il Manuale propone una guida all’implementazione di un Sistema Qualità originale, fornendo esempi pratici. La struttura dei capitoli richiama in qualche modo buona parte dei requisiti delle norme ISO 9000, di cui si propone come un superamento, in quanto, a detta degli autori, viene introdotto il concetto di orientamento al risultato e viene maggiormente garantito il Miglioramento Continuo della Qualità. Il Manuale è correlato di un glossario, della procedura di richiesta della visita di revisione fra pari, della lista di riscontro per il processo di autovalutazione. 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE LA GESTIONE DEL PAZIENTE OBESO DIABETICO Edoardo Mannucci*, Valdo Ricca**, Carlo M. Rotella* *Insegnamento di Malattie Metaboliche e del Ricambio, Sezione di Endocrinologia, Dipartimento di Fisiopatologia Clinica; **Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Scienze Neuropsichiatriche, Università degli Studi di Firenze È noto che il sovrappeso è un fattore importante nella patogenesi dell’insulinoresistenza e che la riduzione ponderale rappresenta un mezzo assai efficace per il miglioramento del controllo glicometabolico. Inoltre, il sovrappeso si associa a un’aumentata prevalenza di fattori di rischio cardiovascolare (ipertensione, iperlipidemie, ecc.), per cui il controllo del peso è di grande importanza nella prevenzione a lungo termine delle complicanze macrovascolari e microvascolari del diabete di tipo 2. Nel paziente obeso con diabete di tipo 2, quindi, la gestione clinica del diabete non può prescindere da quella dell’obesità. L’efficacia della prescrizione dietetica Le linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 prevedono che, prima di iniziare un trattamento farmacologico, si mettano in atto misure non farmacologiche: regolazione dell’alimentazione e incremento dell’attività fisica. Per quanto concerne le raccomandazioni dietetiche, si indica generalmente, per il paziente sovrappeso od obeso, una moderata restrizione calorica (con un deficit di 250-500 kcal/die rispetto al fabbisogno teorico calcolato), assieme a una limitazione nell’assunzione di lipidi (massimo il 30% dell’apporto calorico totale). Si raccomanda inoltre una limitazione dei grassi saturi (non oltre il 10% delle calorie totali), del colesterolo (non oltre 300 mg/die) e del sodio (non oltre 3 g/die nei soggetti normotesi). Al tempo stesso, si promuove l’assunzione di almeno 20 g/die di fibra (1). Per raggiungere questi obiettivi si ricorre generalmente alla prescrizione di diete moderatamente ipocaloriche. I risultati di questo approccio sono però spesso deludenti: i pazienti raramente perdono peso e la compliance alla prescrizione dietetica è generalmente molto scarsa. Persino in trial clinici controllati l’aderenza alla dieta è modesta: ad esempio, nello UK Prospective Diabetes Study a tutti i pazienti sovrappeso era prescritta una dieta ipocalorica; nonostante ciò, il peso aumentava nel tempo in tutti i gruppi di trattamento (2). L’inefficacia della prescrizione dietetica tradizionale è stata recentemente riconosciuta anche dall’American Diabetes Association, che nelle sue linee guida nutrizionali afferma: “le strategie dietetiche tradizionali, comprese le diete a bassissimo contenuto calorico, non sono generalmente efficaci per la perdita di peso a lungo termine”(1). Da ciò nasce l’esigenza di sviluppare approcci nuovi al controllo ponderale. Recentemente, nel campo dell’obesità, si stanno affermando anche nel nostro Paese gli approcci di tipo comportamentale e cognitivo-comportamentale. Si tratta di procedure che tendono a migliorare il grado di controllo sul cibo e a modificare le abitudini alimentari a lungo termine attraverso l’impiego di strumenti 119 120 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE quali l’automonitoraggio dell’assunzione di cibo (diario alimentare), le tecniche comportamentali per il controllo degli stimoli, lo sviluppo di attività alternative, ecc. Nei programmi di impostazione cognitivo-comportamentale per il controllo del peso viene dato ampio spazio all’educazione alimentare: il paziente deve ricevere informazioni puntuali sulla composizione degli alimenti, i meccanismi di controllo della fame e della sazietà, l’impatto dei fattori emotivi sul comportamento alimentare, i principi dell’organizzazione dei pasti. Inoltre, è importante che i pazienti vengano adeguatamente sensibilizzati sull’esigenza di un esercizio fisico regolare e che si individuino strategie individualizzate per aumentare il livello di attività fisica (3). I programmi di educazione alimentare a indirizzo cognitivo-comportamentale per pazienti obesi possono essere applicati, con minime modifiche, anche ai pazienti obesi con diabete di tipo 2 (4). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo sviluppo di programmi di gruppo con tale impostazione non comporta un aggravio del carico di lavoro per gli operatori rispetto alle più tradizionali prescrizioni dietetiche; al contrario, con un’opportuna razionalizzazione dell’intervento si può risparmiare parte del tempo dei dietisti, ottenendo al tempo stesso una maggior efficacia terapeutica. L’impiego dei farmaci ipoglicemizzanti La ricerca epidemiologica ha dimostrato che parametri diversi dalla glicemia, quali ipertensione, iperlipidemie, sovrappeso e alterazioni emocoagulative, hanno un ruolo assai importante nella genesi delle complicanze croniche del diabete, e in particolare di quelle macrovascolari. Recentemente, lo UKPDS ha mostrato che il controllo accurato della pressione ha un effetto di protezione maggiore del controllo glicemico stretto sull’incidenza delle complicanze, sia macrovascolari che microvascolari (4). Nel diabetico di tipo 2, particolarmente in sovrappeso, il riscontro di altre anomalie metaboliche e/o emodinamiche che aggravano il rischio cardiovascolare è assai frequente. L’OMS ha recentemente riconosciuto l’importanza di tale aggregazione di fattori di rischio, proponendo per la prima volta i criteri diagnostici per la Sindrome Metabolica (5). L’obiettivo della terapia del diabete di tipo 2, quindi, non può ridursi a trattamento della sola glicemia, ma deve comprendere anche una gestione complessiva dei vari fattori di rischio cardiovascolare frequentemente associati all’iperglicemia, particolarmente nel paziente in sovrappeso. A tale riguardo, occorre ricordare che i trattamenti ipoglicemizzanti hanno spesso effetti (positivi o negativi) anche su altri fattori di rischio cardiovascolare. In particolare, la metformina tende a ridurre, oltre alla glicemia, anche il peso corporeo, la pressione arteriosa, i trigliceridi, il colesterolo LDL e l’insulinemia, e ad aumentare il colesterolo HDL; l’acarbose riduce, oltre alla glicemia, anche la trigliceridemia e l’insulinemia post-prandiale. Le sulfaniluree, invece, fanno aumentare l’insulinemia e provocano aumento ponderale; effetti analoghi hanno le associazioni precostituite a basse dosi di metformina e sulfaniluree. La terapia insulinica, nel diabete di tipo 2, si accompagna a un marcato aumento dell’insulinemia e del peso corporeo. Infine, tra i nuovi farmaci, i tiazolidinedioni riducono la glicemia, l’insulinemia e la trigliceridemia, ma aumentano il peso corporeo e il colesterolo LDL. Il diverso profilo di azione dei farmaci ipoglicemizzanti si traduce in una diversità di azione sul profilo complessivo di rischio cardiovascolare. Ciò è stato confermato dallo UKPDS: in questo studio (l’unico trial di grandi dimensioni attualmente disponibile riguardo al trattamento del diabete di tipo 2), la metformina, che ha un 2° C ONGRESSO R OCHE PATIENT C ARE profilo di azione più favorevole sul rischio cardiovascolare, riduce la mortalità rispetto a sulfaniluree e insulina (2). Per quanto riguarda in particolare i pazienti obesi, occorre ricordare che metformina e acarbose tendono a ridurre il peso corporeo, mentre tutti gli altri trattamenti ipoglicemizzanti (sulfaniluree, insulina, tiazolidinedioni) lo aumentano (4). Farmaci non ipoglicemizzanti e glicemia Anche farmaci non catalogabili tra gli ipoglicemizzanti possono essere utili nel controllo della glicemia del paziente obeso con diabete di tipo 2. A questo riguardo, occorre ricordare innanzitutto che la riduzione del peso corporeo, ottenuta con o senza l’ausilio di mezzi farmacologici, riduce l’insulino-resistenza e di conseguenza migliora il controllo glicometabolico. Ciò spiega perché farmaci che riducono il peso, quali l’orlistat, determinino anche un miglioramento dell’emoglobina glicata nei pazienti diabetici di tipo 2 (6). Il controllo del peso corporeo è uno degli obiettivi primari del trattamento del diabete di tipo 2; a questo scopo, si possono utilizzare anche farmaci nello stesso modo in cui si impiegano nella terapia dell’obesità non associata a diabete. Tra i fattori che possono contribuire all’insulino-resistenza, e quindi al peggioramento del controllo glicemico, occorre ricordare anche l’ipertrigliceridemia. Valori elevati di trigliceridi sono di riscontro comune nei pazienti diabetici di tipo 2 in scarso compenso e tendono a correggersi con il ristabilimento del controllo glicemico. Al tempo stesso, però, un’ipertrigliceridemia di grado elevato può peggiorare la condizione di insulino-resistenza; in taluni casi, quindi, la correzione farmacologica dell’ipertrigliceridemia può migliorare anche l’andamento delle glicemie. BIBLIOGRAFIA 1. American Diabetes Association: Nutrition Recommendations and Principles for People with Diabetes Mellitus. Diabetes Care 23 (suppl 1), S43-S46, 2000 2. UKPDS Group: Effects of intensive blood glucose control with metformin on complications in overweight patients with type 1 diabetes. Lancet 352, 837-853, 1998 3. Rotella CM, Ricca V, Mannucci E (eds.): L’Obesità. Manuale per la diagnosi e la terapia. SEE, Firenze, 1997 4. Rotella CM, Mannucci E, Cresci B, Giannini S, Rizzello SM: Il Diabete Mellito. Criteri diagnostici e terapeutici: un aggiornamento. SEE, Firenze, 1999 5. Alberti KGMM, Zimmet PZ for the WHO Consultation: Definition, diagnosis and classification of diabetes mellitus and its complications. Part 1: diagnosis and classification of diabetes mellitus. Provisional report of a WHO Consultation. Diabet Med 15, 539-553 6. Hollander PA, Elbein SC, Hirsch IB, et al: Role of orlistat in the treatment of obese patients with type 2 diabetes. Diabetes Care 21, 1288-1294, 1998 121