POLVERE DI CARBONCINO Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura - Ente Formatore per Docenti Istituzione Promotrice della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola in Italia e all’Estero Partendo dall’incipit di Annalisa Bari e con il coordinamento dei propri docenti, hanno scritto il racconto gli studenti delle scuole e delle classi appresso indicate: Liceo Scientifico - Classico “Don Carlo La Mura” di Angri - I D Liceo Scientifico Liceo Artistico “Sabatini – Menna” di Salerno – Classe I L Istituto di Istruzione Superiore “Arturo Prever” di Pinerolo – Classe II M ISISS “Ugo Foscolo” di Teano – Classe I C Liceo Scientifico Liceo Classico “Pietro Colletta” di Avellino - Classe IV C I.I.S. “Majorana - Marro” di Torino - Classe I C AFM Liceo Scientifico “G. Rummo” di Benevento - Classe I C I.T.C. “C. Cattaneo” di Cecina - Classe I C S.P.E.S Istituto di Istruzione Superiore “T. Confalonieri“ di Campagna - Classe II A s.u. Scuola “Primo Levi” di Vignola - Classi I A/B Lsa (Liceo delle Scienze Applicate) I.I.S.S. “Leonardo Sciascia” di Erice - Classe I H Sezione Ionio della Casa Circondariale di Trapani Editing a cura di: Angelo Miraglia Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo Associazione di Enti Locali Ente Formatore per docenti accreditato MIUR Il racconto è pubblicato in seno alla Collana dei Raccontiadiecimilamani Staffetta Bimed/Exposcuola 2014 Istituzione Promotrice della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola in Italia e all’Estero Direzione e progetto scientifico Andrea Iovino Monitoraggio dell’azione e ottimizzazione delle procedure Ermelinda Garofano Segreteria di Redazione e responsabili delle procedure Valentina Landolfi Margherita Pasquale Francesco Rossi Staff di Direzione e gestione delle procedure Angelo Di Maso Adele Spagnuolo Responsabile per l’impianto editoriale Marisa Coraggio Grafica di copertina: l’Istituto Europeo di Design, Torino Docente: Sandra Raffini Impaginazione Tullio Rinaldi Ermanno Villari Relazioni Istituzionali Nicoletta Antoniello Piattaforma BIMEDESCRIBA Gennaro Coppola Angelo De Martino Amministrazione Rosanna Crupi Annarita Cuozzo Franco Giugliano I libretti della Staffetta non possono essere in alcun modo posti in distribuzione Commerciale RINGRAZIAMENTI I racconti pubblicati nella Collana della Staffetta di Scrittura Bimed/ExpoScuola 2014 si realizzano anche grazie al contributo erogato in favore dell’azione dalle istituzioni e dai Comuni che la finanziano perché ritenuta esercizio di rilevante qualità per la formazione delle nuove generazioni. Tra gli Enti che contribuiscono alla pubblicazione della Collana Staffetta 2014 citiamo: Siano, Bellosguardo, Pisciotta, Pinerolo, Moncalieri, Castellamonte, Torre Pellice, Forno Canavese, Ivrea, Chivasso, Cuorgnè, Santena, Agliè, Favignana, Lanzo Torinese, Sicignano degli Alburni, Petina, Piaggine, San Giorgio a Cremano, l’Associazione in Saint Vincent e l’Associazione Turistica Pro Loco di Castelletto Monferrato. La Staffetta di Scrittura riceve un rilevante contributo per l’organizzazione degli Eventi di presentazione dei Racconti 2014 dai Comuni di Moncalieri, Salerno, Pinerolo e dal Parco Nazionale del Gargano/Riserva Naturale Marina Isole Tremiti. Si coglie l’occasione per ringraziare i tantissimi uomini e donne che hanno operato per il buon esito della Staffetta 2014 e che nella Scuola, nelle istituzioni e nel mondo delle associazioni promuovono l’interazione con i format che Bimed annualmente pone in essere in favore delle nuove generazioni. Ringraziamenti e tanta gratitudine per gli scrittori che annualmente redigono il proprio incipit per la Staffetta e lo donano a questa straordinaria azione qualificando lo start up dell’iniziativa. Un ringraziamento particolare alle Direzioni Regionali Scolastiche e agli Uffici Scolastici Provinciali che si sono prodigati in favore dell’iniziativa. Infine, ringraziamenti ossequiosi vanno a S. E. l’On. Giorgio Napolitano che ha insignito la Staffetta 2014 con uno dei premi più ambiti per le istituzioni che operano in ambito alla cultura e al fare cultura, la Medaglia di Rappresentanza della Repubblica Italiana giusto dispositivo SGPR 01/10/2013 0102715P del PROT SCA/GN/1047-1 Partner Tecnico Staffetta 2014 Si ringraziano per l’impagabile apporto fornito alla Staffetta 2014: i Partner tecnici UNISA – Salerno, Dip. di Informatica; Istituto Europeo di Design - Torino; Cartesar Spa e Sabox Eco Friendly Company; il partner Must Certipass, Ente Internazionale Erogatore delle Certificazioni Informatiche EIPASS By Bimed Edizioni Dipartimento tematico della Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo (Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura) Via della Quercia, 64 – 84080 Capezzano (SA), ITALY Tel. 089/2964302-3 fax 089/2751719 e-mail: [email protected] La Collana dei Raccontiadiecimilamani 2014 viene stampata in parte su carta riciclata. È questa una scelta importante cui giungiamo grazie al contributo di autorevoli partner (Sabox e Cartesar) che con noi condividono il rispetto della tutela ambientale come vision culturale imprescindibile per chi intende contribuire alla qualificazione e allo sviluppo della società contemporanea anche attraverso la preservazione delle risorse naturali. E gli alberi sono risorse ineludibili per il futuro di ognuno di noi… Parte della carta utilizzata per stampare i racconti proviene da station di recupero e riciclo di materiali di scarto. La Pubblicazione è inserita nella collana della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola 2013/2014 Riservati tutti i diritti, anche di traduzione, in Italia e all’estero. Nessuna parte può essere riprodotta (fotocopia, microfilm o altro mezzo) senza l’autorizzazione scritta dell’Editore. La pubblicazione non è immessa nei circuiti di distribuzione e commercializzazione e rientra tra i prodotti formativi di Bimed destinati unicamente alle scuole partecipanti l’annuale Staffetta di Scrittura Bimed/ExpoScuola. La Staffetta 2013/14 riceve: Medaglia di Rappresentanza della Presidenza della Repubblica Italiana Patrocini: Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Ministero della Giustizia, Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Ministero dell’Ambiente PRESENTAZIONE Quante attenzioni, quanta positiva tensione e quanto straordinario e felice impegno nella Staffetta di quest’anno. L’emozione che abbiamo provato quando il Presidente della Repubblica ha conferito alla Staffetta la Medaglia di Rappresentanza è stata grande ma ancora e di gran lunga maggiore è stata, l’emozione, nel vedere gli occhi dei nostri ragazzi in visita al Quirinale. Ho avvertito in quegli occhi l’orgoglio di chi sentiva di essersi impegnato in un’attività che le istituzioni gli stavano riconoscendo … È quello che vorrei vedere negli occhi di quei tanti giovani che dopo la scuola, a conclusione del proprio ciclo d’istruzione, invece, in questo tempo sentono l’apprensione di un contesto che, probabilmente, dovrebbe sancire la Staffetta come buona prassi da adottare in funzione del divenire comune. Cos’è, in fondo la Staffetta? E’ un format educativo, un esercizio imperdibile per l’acquisizione gli strumenti necessari a affrontare LA VITA sentendo lo straordinario dono della vita. La Staffetta è una sfida in cui tutti si mettono insieme stando dalla stessa parte, sentendo anche le entità lontane come i compagni di un cammino comune … L’altro che diventa te stesso … Questo è la Staffetta un momento che dura un intero anno e che alla fine ti mette nella condizione di sentirti più forte e orgoglioso per quello che è stato fatto, insieme a tanti altri che hanno concorso a realizzare un prodotto che alla fine è la testimonianza di un impegno che ci ha visti UNITI (!) in funzione di un obiettivo … Si tratta di quello di cui ha bisogno il Paese e di quello che appare indispensabile per qualificare il tempo e lo spazio che stiamo attraversando. Andrea Iovino L’innovazione e la Staffetta: una opportunità per la Scuola italiana. Questo è il secondo anno che operiamo in partnership con Bimed per la realizzazione della “Staffetta di scrittura Creativa e di Legalità”. Siamo orgogliosi di essere protagonisti di questa importante avventura che, peraltro, ci consente di raggiungere e sensibilizzare un così grande numero di persone sull’attualissimo, quanto per molti ancora poco conosciuto, tema che attiene la cultura digitale. Sentiamo spesso parlare di innovazione, di tecnologia e di internet: tutti elementi che hanno rivoluzionato il mondo, dalle amicizie, al tempo libero,lo studio, il lavoro e soprattutto il modo di reperire informazioni. L’innovazione ha travolto il mondo della produzione, dei servizi e dell’educazione, ma non dobbiamo dimenticare che “innovare” significa, prima di tutto, porre la dovuta attenzione alla cultura. Da un punto di vista tecnico, siamo tutti più o meno esperti, ma quanti di noi comprendono realmente l’essenza, le motivazioni, le opportunità e i rischi che ne derivano? La Società è cambiata e la Scuola, che è preposta alla formazione di nuovi individui e nuove coscienze, non può restare ferma di fronte al cambiamento che l’introduzione delle nuove tecnologie e internet hanno portato anche nella didattica: oggi gli studenti apprendono in modo diverso e questo implica necessariamente un metodo di insegnamento diverso. Con il concetto di “diffusione della cultura digitale” intendiamo lo sviluppo del pensiero critico e delle competenze digitali che, insieme all’alfabetizzazione, aiutano i docenti e i nostri ragazzi a districarsi nella giungla tecnologica che viviamo quotidianamente. L’informatica entra a Scuola in modo interdisciplinare e trasversale: entra perché i ragazzi di oggi sono i “nativi digitali”, sono nati e cresciuti con tecnologie di cui non è più possibile ignorarne i vantaggi e le opportunità e che porta inevitabilmente la Scuola a ridisegnare il proprio ruolo nel nostro tempo. Certipass promuove la diffusione della cultura digitale e opera in linea con le Raccomandazioni Comunitarie in materia, che indicano nell’innovazione e nell’acquisizione delle competenze digitali la vera possibilità evolutiva del contesto sociale contemporaneo. Poter anche soltanto raccontare a una comunità così vasta com’è quella di Bimed delle grandi opportunità che derivano dalla cultura digitale e dalla capacità di gestire in sicurezza la relazione con i contesti informatici, è di per sé una occasione imperdibile. Premesso che vi sono indagini internazionali da cui si evince l’esigenza di organizzare una forte strategia di ripresa culturale per il nostro Paese e considerato anche che è acclarato il dato che vuole l’Italia in una condizione di regressione economica proprio a causa del basso livello di alfabetizzazione (n.d.r. Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European Union Technology Policy for Information Society IISpringer 2012) non soltanto di carattere digitale, ci è apparso doveroso partecipare con slancio a questo format che opera proprio verso la finalità di determinare una cultura in grado di collegare la creatività e i saperi tradizionali alle moderne tecnologie e a un’idea di digitale in grado di determinare confronto, contaminazione, incontro, partecipazione e condivisione. Promuoviamo, insieme, la cultura digitale e la certificazione delle I-Competence per garantire competenze indispensabili per acquisire a pieno il ruolo di cittadino attivo nella società della comunicazione e dell’ informazione. Partecipiamo attivamente alla diffusione della cultura digitale, perché essa diventi patrimonio di tutti e di ciascuno, accettando la sfida imposta dalle nuove professioni che nascono e dai vecchi mestieri che si trasformano, in modo profondo e radicale. Tutti noi abbiamo bisogno di rigenerare il pensiero accettando nuove sfide e mettendo in gioco tutto quanto imparato fino adesso, predisponendoci al cambiamento per poter andare sempre più avanti e un po’ oltre. Il libro che hai tra le mani è la prova tangibile di un lavoro unico nel suo genere, dai tantissimi valori aggiunti che racchiude in sé lo slancio nel liberare futuro collegando la nostra storia, le nostre tradizioni e la nostra civiltà all’innovazione tecnologica e alla cultura digitale. Certipass è ben lieta di essere parte integrante di questo percorso, perché l’innovazione è cultura, prima che evoluzione tecnologica! Il Presidente Domenico PONTRANDOLFO INCIPIT ANNALISA BARI Il sentiero che porta nel mondo Di notte aspettavo il concerto dei grilli, l’odore dell’erba e tutte le stelle nel buio sopra di me. È stato tanto tempo fa, quando d’estate trascorrevo le vacanze nell’immensa casa dei nonni in una campagna del Sud, non lontana dal mare. Vivevo alla giornata, senza orari prestabiliti, godendomi di volta in volta ciò che l’ambiente offriva e non pensavo al ritorno in città. Mi adattavo semplicemente, così come, una volta in città, non pensavo più alle vacanze, alle scorribande nelle campagne, ai tuffi dagli scogli, alle grigliate all’aperto con innumerevoli parenti, all’amichetto del luogo a cui piacevano i treni che fuggivano veloci tra le sbarre del passaggio a livello. In città tornavano ad apparirmi normali le stanze piccole del condominio, normale il frastuono delle strade, il tempo scandito dall’orologio, la fretta, gli impegni scolastici e sportivi. Normale la sera senza buio e senza silenzio. Erano due mondi distinti che in tempi diversi facevano parte della mia vita, fino all’età di undici anni, quando alla casa dei nonni non ci sono tornato più. 16 Il ricordo delle notti estive in campagna è affiorato all’improvviso molti anni dopo. Ero a un concerto di periferia, in mezzo a un migliaio di giovani. Un quadrato di transenne ci stringeva come fossimo mandria, tra musica pompata da casse assordanti e fasce incrociate di pulviscolo luminoso, braccia oscillanti e puzzo di birra. Mi trovavo a ridosso del recinto e mi è venuto di guardare al di là, dove il buio incombeva lasciando indovinare spazi aperti. Non so perché ho scavalcato le transenne e mi sono allontanato su un terreno brullo, puntando sulla sagoma di un albero solitario. Ed è stato lì, con la schiena poggiata al tronco, la lattina di birra tra le mani, che ho provato la vertigine di un vuoto di tempo. Nello spazio buio che fasciava il quadrato infernale del concerto, mi sono smarrito sui passaggi intermedi tra il chi sono e il chi ero, e ho provato lo struggente desiderio della certezza di un’attesa: come allora il canto dei grilli, l’odore dell’erba, le stelle puntuali ogni notte. 17 CAPITOLO PRIMO Il bracciale Seduto sotto l’enorme chioma di quell’albero, senza alcun motivo, o forse per la nostalgia verso un mondo che non c’era più, molti ricordi affioravano nella mia mente. L’odore dell’erba appena tagliata e le stelle che brillavano nel cielo cupo della notte mi facevano rivivere le stesse emozioni che da bambino provavo in campagna. Adesso tutto, improvvisamente, sembrava essere ritornato a quel tempo spensierato, a quando mi divertivo nella casa di campagna dei nonni. Erano passati più di dodici anni dall’ultima volta che li avevo visti e potevo affermare senz’altro che mi mancavano. Quando arrivava l’estate i miei occhi brillavano di gioia, al solo pensiero di vedere nonno Jack e nonna Rosa. Mio nonno era un uomo fantastico, un nonno fantastico: con lui trascorrevo giornate indimenticabili. Che bello avere un nonno americano, anche se per lui non era stato così semplice: infatti era sbarcato in Italia quando si combatteva ancora e conoscevo tante sue storie relative alla seconda guerra mondiale; lui amava molto raccontarle, anche se alcune erano terribili. Ogni domenica d’estate mi portava a pesca e, tra una spigola (raramente) e un bel niente (spesso), le nostre chiacchierate erano infinite. Al ritorno la nonna 18 Il bracciale preparava l’insalata di mare, il mio piatto preferito e, dopo pranzo, tutti e tre giocavamo a carte. Sì, anche con mia nonna, una donna apparentemente dura, ma con la quale avevo ugualmente un rapporto meraviglioso. Per principio lei non si truccava: i suoi capelli, sempre raccolti, cominciavano a diventare bianchi, ma lei non li tingeva. «Per principio» diceva sempre così. Per principio le piacevano vestiti fuori moda, gonne larghe e lunghe, scarpe basse. Era molto fortunata a giocare a scopa. Che belle le vacanze a casa dei nonni, per me sarebbero potute durare all’infinito. Ma un giorno tutto cambiò... Sarei dovuto tornare nel frastuono, avevo compiuto un bel sacrificio, anche economico, per venire al concerto della mia band preferita e ora me ne stavo qui con la schiena poggiata su un tronco anonimo. Erano i grilli a cantare senza sosta; ormai avvertivo solo in lontananza la musica del concerto. Quella notte era resa luminosa dalle stelle. Erano le stesse stelle che scrutavo sul colle insieme ai miei amici durante le vacanze nel paese dei nonni. I miei inseparabili compagni di avventura erano Chiara e Giacomo. Lei era bellissima, aveva i capelli biondi come il grano dei campi in cui eravamo soliti passare le giornate, gli occhi azzurri come i cieli del Sud e un sorriso che mi abbagliava come i raggi del sole. Trascorrevamo giornate intere ad andare in bici, fare lunCapitolo primo 19 ghe passeggiate, fermarci alle giostrine e parlare di noi, dei nostri sogni e di come saremmo diventati tra vent’anni. Era la bambina di cui ero innamorato e alla quale, talvolta, mi capita di pensare, col nostalgico desiderio di rivederla. Giacomo, invece, era il mio migliore amico con cui trascorrevo gran parte delle vacanze. La sua seconda casa posso dire che era la stazione ferroviaria: infatti a lui piaceva molto vedere i treni in corsa, chissà cosa ci trovava di bello. Per vederli a volte faceva pazzie e, infatti, ero costretto a scavalcare muri pur di farlo contento. Lui, pur avendo questa mania, era in grado di rendermi felice in qualsiasi momento della giornata. Ricordavo il suo volto triste quando ci salutammo vicino all’auto rossa di mio padre. A lui giurai: «Amici per sempre». Che bei momenti! Come quando, durante un pomeriggio di giochi, decidemmo di scavalcare lo steccato per una gara di corsa, poi però vedemmo un imponente ciliegio, così ci apprestammo a raccogliere i suoi frutti rossi. Mentre io salivo sull’albero, Chiara e Giacomo facevano la guardia ed erano pronti ad avvertirmi nel caso arrivasse qualcuno. Infatti spuntò la proprietaria del casale, la signora Anastasia che, con un bastone, ci minacciava venendo verso di noi. Mi tuffai come un gatto con la speranza che qualcuno mi prendesse; Giacomo mi afferrò prima dell’impatto al suolo e insieme riuscimmo a scappare. 20 Il bracciale Anastasia era una donna anziana, con grandi occhi incavati nel viso, il volto pieno di rughe e un naso pronunciato, sul quale spuntava una grande verruca pelosa. Con sé portava sempre un piccolo gatto nero per scacciare tutti coloro che entravano nel suo giardino. Resto dell’idea che avevo allora, cioè che la signora Anastasia fosse una strega e che il nostro impegno era quello di sfuggirle in qualsiasi modo. Fu proprio l’insieme di tutti questi ricordi che mi strappò un sorriso in un momento di nostalgia. Mi ritrovai ad accarezzare per istinto il mio bracciale, di poco valore, ma ricco di simboli e di significati. Lo avevo acquistato alla festa patronale al termine di un’estate di tanti anni fa. Era un braccialetto di lacci di cuoio intrecciati, molto resistente, con una targhetta sulla quale erano incise tre lettere CGC, il mio nome e quello dei miei cari amici. Ogni volta che lo guardavo mi affioravano alla mente tutti i bei momenti trascorsi con loro, sperando di poterci un giorno incontrare di nuovo. Mi alzai, feci quattro passi per sgranchirmi, vidi in lontananza la mandria con le braccia agitanti ma… mi sedetti di nuovo, vinto da un altro ricordo bellissimo impresso nel mio cuore e risalente al giorno del mio decimo compleanno. La nonna allora mi organizzò una festa a sorpresa a casa sua, al mio ritorno dal mare, dove Capitolo primo 21 avevo passato l’intera giornata tra tuffi, nuotate e gavettoni. Dai nonni ricevetti in dono un telescopio che in realtà non sapevo neppure cosa fosse e a cosa potesse servire; però con il passare del tempo, grazie all’ingegno di mio nonno, iniziai a capire il meccanismo di quello strumento così sofisticato. Non so se fu per merito di quel regalo o per il mio stare sempre con il naso all’insù a scrutare la volta celeste non turbata dalle luci cittadine, ma sta di fatto che, a ventiquattro anni, stavo per laurearmi (in una fredda città del Nord) in astronomia, quella parte della scienza che risponde ad alcune domande fondamentali che l’uomo da sempre pone a se stesso e all’Universo. La tesi su cui stavo lavorando era fascinosa ma difficile: riguardava proprio quelli che da piccolo guardavo incantato e chiamavo i piccoli corpi celesti vaganti per le vie infinite dell’Universo. L’acuto del solista della band e l’applauso della folla impazzita mi richiamarono alla realtà del momento, ero su una collina sotto un albero e mi appoggiavo con la schiena al tronco. Aprendo gli occhi vidi dinanzi a me, ai piedi dell’albero, un oggetto molto curioso: un bauletto che subito identificai come una vivace borsa femminile. L’aprii per scoprire a chi appartenesse e trovai subito uno specchietto che usai per vedere come ero combinato dopo l’altalena di emozioni che, più di una volta, mi avevano fatto sorridere e commuovere. 22 Il bracciale Mi guardai: avevo un taglio alla moda, cioè capelli biondi corti ai lati e più lunghi davanti. Naso un po’ pronunciato con sotto un piccolo neo (un mio segno particolare), labbra carnose; sorridevo in modo smagliante e si potevano vedere i denti bianchissimi che si stagliavano sulla carnagione scura e mi rendevano giovane e affascinante. Sì, sì, ora ero sicuro, ero proprio io, Christian. Riposi lo specchio e intravidi un portafoglio e alcuni documenti. Osservai la foto sulla carta d’identità e avvertii la strana sensazione di riconoscere un viso familiare, pur non riuscendo a capire di chi si trattasse, o meglio, a chi potesse assomigliare. Il mio sguardo si rivolse poi al nome della padrona dell’oggetto e anche questo nome… Non ci fu tempo di pensare: in quel preciso momento una figura, non ben definita a causa del buio, si avvicinò e mi vide in possesso della sua borsa. Era una ragazza impaurita, ma allo stesso tempo arrabbiata, che si avvicinava accusandomi di averle rubato la borsa e io, tra il confuso e l’imbarazzato, le spiegai di averla trovata in quel momento. Gliela consegnai finalmente e lei con un sorriso mi ringraziò e mi chiese per quale motivo mi trovassi in quel posto buio e solitario. Io, non riuscendo a fornire una valida e comprensibile risposta, le risposi che preferivo ammirare le stelle. Chiara, la ragazza appena conosciuta, disse di avere la mia stessa passione; anche a lei piaceva soffermarsi a guardare i corpi Capitolo primo 23 celesti. Cominciammo a parlare e notai al suo polso un bracciale identico al mio e a quello dei miei compagni di quell’estate trascorsa in campagna dai nonni. Incuriosito le chiesi dove l’avesse comprato e lei mi rispose di averlo acquistato un’estate di molti anni prima con degli amici ormai perduti. Ero stupito. Barcollai inebetito. Capii però che si trattava della piccola e dolce Chiara, della quale all’età di dieci anni mi ero innamorato e alla quale avevo dato il mio primo bacio, avvenuto, guarda che coincidenza, sotto un cielo stellato. Restammo a fissarci per attimi lunghissimi senza riuscire a emettere suoni, fino a quando lei esordì: «Christian, non ci posso credere, sei proprio tu?» Non pensavo di essere cambiato così tanto dall’ultima volta che ci eravamo salutati... 24 Il bracciale CAPITOLO SECONDO L’invisibile Viaggiava senza meta. Il finestrino di un treno rifletteva il volto di un giovane dai capelli lunghi e neri, trasandato, occhi verdi pieni di tristezza, naso piccolo all’insù, labbra sottili con sotto una piccola cicatrice ricordo di una bravata di bambini, quando aveva scavalcato un muretto della ferrovia insieme al suo migliore amico d’infanzia: unico ricordo lontano di un’epoca spensierata. Indossava dei vestiti stravaganti, un pantalone nero strappato, una camicia grigia con macchie di colore e polvere di carboncino, un cappotto di pelle nero e degli stivali. Era molto conosciuto alla stazione perché ormai era da sei anni che viveva lì. Nessuno conosceva il suo nome ma gli altri barboni come lui lo chiamavano Polvere, proprio perché era sempre sporco della polvere di carboncino. Era uno dei tanti invisibili, i senza dimora, i dimenticati dalla società che fanno notizia solo quando vengono trovati morti su una panchina nelle gelate invernali. Un tempo, però, era stato pieno di creatività e passione; suonava una vecchia chitarra con alcune corde rotte, trovata nei cassonetti dell’immondizia e forse buttata via da qualche adolescente incapace. Riusciva a comporre struggenti melodie con cui intrat- 26 L’invisibile teneva i frettolosi viaggiatori della stazione. In questo modo raggranellava qualche soldo per la giornata. Da ragazzo al paese organizzava suonate attorno a un falò sulla spiaggia nelle calde notti estive. Nelle interminabili giornate alla stazione, osservando la frenetica realtà che lo circondava e i volti della gente, gli era nata la passione del disegno e del dipinto. Disegnava treni, tanti treni, la sua passione, la sua ossessione. Disegnava su cartoni che trovava per strada, con un pennello e tre colori: giallo, blu e rosso e dei carboncini. Molti compravano i suoi originali disegni, soprattutto i bambini che amavano i suoi treni stilizzati e le facce strampalate che uscivano dai finestrini. Seduto sulla panchina di una stazione e guardando i treni in corsa, Polvere rammentò di quando aveva undici anni e scavalcava i muri per guardare i treni che andavano e venivano. Lo faceva per stare via da casa, per stare lontano dal frastuono di quelle grida infernali, di un padre assente e violento, una madre debole e depressa. La sua famiglia lo faceva stare male: suo padre era un alcolizzato e scatenava la sua ira sulle persone che gli stavano intorno. Aveva sopportato fino al compimento dei diciotto anni. La sera stessa del compleanno decise di scappare, di fuggire il più lontano possibile. Con pochi risparmi in tasca e tanti sogni in testa, era salito sul primo treno per Milano, la città del suo amico ChriCapitolo secondo 27 stian, alla ricerca di un nuovo futuro. La realtà, però, risultò diversa rispetto ai suoi sogni di adolescente. Non incontrò mai Christian in quella enorme città. I soldi per sopravvivere finirono ben presto e nessuno diede lavoro a un ragazzo senza documenti. Inevitabilmente, nella grande metropoli fu avvicinato da persone senza scrupoli e coinvolto in giri di droga e di spaccio. Un giorno quasi morì per una dose sbagliata. Fu allora che si isolò da tutti e tutto e iniziò la sua lenta rinascita. Si allontanò dal mondo della criminalità e della droga e cominciò il suo viaggio infinito sui treni. Solo lì si sentiva davvero a casa e, così, non smise mai di viaggiare. Ogni viaggio aveva una storia diversa, ogni luogo raccontava una fiaba. Magari qualche volta aveva nostalgia di casa, ma ormai si era creato una sua vita in viaggio con i soli suoi due compagni: la musica e l’arte. Era seduto su una di quelle scomode poltroncine su cui viaggiava da anni. I suoi occhi saettavano verso un punto del finestrino; tutto intorno a lui gli si avvicinava, gli passava davanti e poi spariva in una nuvola di polvere. Trovava conforto solo nel viaggiare. Andare di città in città sperando in un futuro migliore. Lo sguardo fisso verso il suolo, lo faceva sembrare quasi addormentato. Visto così, dava l’impressione di essere uno di quei ragazzi senza futuro, quelli che si ritrovano in mezzo a una strada perché le regole imposte dalla famiglia sono troppo opprimenti. 28 L’invisibile Ma no, lui non era solo questo, era un sognatore. Il gran rumore delle rotaie sottolineava il silenzio dentro di lui, un silenzio pieno di domande. Si chiedeva cosa stesse cercando veramente, se questa realtà fosse adatta a lui. Viaggiare gli faceva dimenticare tutto, le persone, i sogni, i ricordi. Sì, i ricordi. Perché quelli fanno male. E lui aveva sofferto già troppo. Solo un ricordo ogni tanto riaffiorava ed era carico di gioia e di sconforto: il pensiero dei suoi amici perduti. La vita gli si ritorceva contro, ma lui aveva imparato a essere indifferente. Aveva un solo Dio ora: se stesso. Non pensavo di essere cambiato così tanto dall’ultima volta che ci eravamo salutati. Erano passati ben tredici anni dall’ultima volta che avevo visto Chiara. Quell’incontro inaspettato, così all’improvviso, aveva un che di magico. Ero emozionato e rimasi in silenzio per una manciata di secondi; quando poi trovai il coraggio di rispondere incominciai a parlare delle nostre vacanze estive di tanti anni fa, di quando ci eravamo incontrati per la prima volta in campagna a casa dei nonni. «Ti ricordi Chiara? Era un pomeriggio caldo di luglio, quando appena arrivato a casa dei miei nonni decisi di uscire fuori per giocare a pallone e, tirando una pallonata forte contro il muro, la palla rimbalzò andando lungo una discesa che portava alla riva Capitolo secondo 29 di un fiume. Lì incontrai per la prima volta te e Giacomo che stavate giocando a rincorrervi e fu così che iniziò la nostra amicizia». Chiara, con gli occhi lucidi, ricordò quei bei momenti passati insieme e disse: «Come potrei dimenticare il giorno in cui ci siamo conosciuti? Mi trovavo con Giacomo, quando vidi arrivare un bambino buffo che correva verso la palla e mi ricordo ancora il dolore che mi hai procurato quando mi sei venuto contro e siamo caduti a terra. Mi sentii parecchio in imbarazzo ma dopo un po’ incominciammo a ridere». Venimmo sommersi da una miriade di ricordi: la piazzetta dove giocavamo tutti i pomeriggi, la gelateria dove mangiavamo il gelato nelle calde giornate d’estate, il laghetto dove facevamo i pic-nic domenicali. Che bei tempi! Tra un ricordo e l’altro, Chiara mi disse di essersi trasferita anche lei a Milano per lavoro. «Ma dimmi di Giacomo. Ho saputo della sua fuga dal paese e poi più niente. È stato un dolore immenso per me venire a sapere della sua scomparsa». «Non dirlo a me!» ribadì Chiara. «Lo abbiamo cercato dappertutto insieme alla famiglia e alla polizia, ma sembrava sparito nel nulla. Solo un paio d’anni fa sono arrivate alcune segnalazioni su un barbone che gli somigliava, intravisto in diverse stazioni del Nord Italia, ma non c’è certezza 30 L’invisibile che fosse lui. Nel frattempo suo padre è morto di cirrosi epatica e la madre, poverina, è quasi impazzita per la perdita del figlio». Giacomo, il nostro Giacomo diventato un barbone! La sola idea mi riapriva una ferita mai rimarginata. «Però è plausibile. Ti ricordi la passione per i treni di Giacomo? C’è qualche possibilità che le segnalazioni siano esatte. Forse è questo il senso di questo nostro incontro inaspettato. Credo che sia giunto il momento di fare qualcosa. In nome della nostra vecchia amicizia glielo dobbiamo!» «Hai ragione Christian, l’inossidabile trio CGC deve riunirsi! E stavolta per sempre…» Come due fiumi in piena io e Chiara decidemmo di cominciare la ricerca di Giacomo ispirati dalla sua passione per i treni e quindi partimmo dalle stazioni. Naturalmente… proprio dalla stazione di Milano. Con una vecchia foto di Giacomo adolescente interrogammo per ore ferrovieri e personale in servizio alla stazione, ma nessuno sembrava riconoscerlo. Quando ormai stavamo per demoralizzarci, l’occhio attento di Chiara scorse sul muro dietro un pilastro un piccolo disegno di un treno e un graffito che raffigurava tre lettere: CGC. Era la traccia che cercavamo. Quelle erano le nostre iniziali! I rumori dei treni e la voce roca di un vecchio clochard ci riportarono alla realtà… Vedendoci incuriositi dal graffito, il vecchio Capitolo secondo 31 ci raccontò la storia del ragazzo che lo aveva ideato: Polvere, un appassionato di musica e street art, che viveva in stazione come lui anche se erano mesi che non lo incontrava. Io e Chiara ci girammo sorridendo, pensando che Polvere sarebbe potuto essere effettivamente Giacomo, visto che da piccolo aveva le stesse passioni. Chiara, però, era un poco sconfortata, allora per tirarla su le dissi: «Questo è Giacomo, me lo sento! Siamo sulla strada giusta» e per farla ridere aggiunsi «anzi, sul binario giusto». Lei con un sorriso mi rispose: «Mi fido di te». Guardandola negli occhi azzurri, capii che provavo ancora qualcosa per lei, anche se in quel momento non era il caso di pensarci. Ritornando sulle tracce di Giacomo, Chiara ricordò che da piccolo voleva tanto vivere a Firenze perché, secondo lui, era la città per eccellenza dell’arte e della musica. Forse avevamo un’altra flebile traccia per continuare il nostro viaggio carico di speranze, un viaggio alla ricerca anche di noi stessi e della nostra infanzia lontana. 32 L’invisibile CAPITOLO TERZO Elsa «Che matti… che matti!» Chiara si voltò, mi sorrise complice. «Spero solo che questa pazzia non sia vana». «Certo che non lo sarà, ascolta, parlami un po’ di te, dai!» «Di me? Non c’è molto da dire, te lo assicuro!» «Ma certo che puoi raccontarmi qualcosa, ti ascolto». «Sono una fotografa. Hai presente quali stereotipi si hanno sui fotografi? In mezzo alla savana, sopra una mongolfiera, o in mezzo a una città caotica? Tipi solitari, che comunicano attraverso gli attimi da loro fermati per sempre, fissati prima nella mente e poi sulla carta. Ecco, io sono costretta a fare più o meno l’opposto». La guardai interdetto. Lei continuò: «Non sto dicendo che non mi piace il mio lavoro, ma che speravo di non andare a lavorare per riviste di moda». «Oh, ora capisco. Non ti va a genio, eh?» «Più che altro è un mondo di plastica e alluminio, scintillante, pieno di colori, ma che nasconde ombre nere e dense. Più sei sotto i riflettori, più subisci. Hai più o meno il valore di un oggetto: un prodotto di scarto se non hai le qualità adatte e un idolo se sei davvero un fenomeno. E non capisco cosa abbiano fatto quelle 34 Elsa ragazze per essere definite fenomeni. Il caso ti rende bella, non lo decidi da sola, o almeno credo». Poi scoppiò a ridere, ma non era una risata vera, assomigliava più a uno sfogo. Non le chiesi di continuare, mi raccontò tutto lei: i primi scatti, il primo servizio fotografico riconosciuto a livello regionale, la domanda per trovare lavoro, la fatica spesa per capire cosa volesse quel mondo da lei e cosa pretendesse il direttore. E poi l’amicizia con una modella sudamericana che si era ritirata, perché l’anoressia le stava pian piano divorando anche le ossa … «È un mondo che manca di autenticità. Le relazioni umane sono scialbe: sono basate sull’immagine e il denaro. Solo ed esclusivamente su quello». «Capisco benissimo. Io sto cercando di laurearmi in astronomia». «Il mondo ti sta stretto, eh?» Le sorrisi, era la verità: «Sì, sì, è vero… mi affascina l’Universo, di meno la Terra». «È un peccato che ci siamo persi così, tutti e tre. Eravamo un gran bel trio!» «Come cerchiamo Giacomo?» «Io vado a intuito». «Potremmo appendere dei volantini con le iniziali CGC». «Faremo attenzione a tutti i segni che ci sono sui muri». Capitolo terzo 35 «Non può essere scomparso nel nulla, da qualche parte dovrà pur trovarsi». Chiara mi fissò dritto negli occhi con lo sguardo speranzoso. Le labbra sembravano aver intenzione di dire qualcosa che però non voleva, in quel momento, esprimere. Poi guardò fuori, i suoi occhi scorrevano veloci sul paesaggio estivo caldo e tranquillo, ornato di ulivi e girasoli. «Se non ti dispiace, dormirei un po’» mi disse con un mezzo sorriso. Io annuii, così, appoggiata al blu dei sedili, lei lasciò che le palpebre si incontrassero e che il sonno le desse sollievo, offuscando tutti i dubbi che avevamo su Giacomo. Solo allora mi soffermai davvero sul viso di Chiara, sui suoi capelli biondi raccolti in una treccia. Com’era bella! Non una bellezza di quelle perfette. Aveva una forza, un’energia che era capace di trasmettere a chiunque e a ogni cosa. Come una fiamma. Il suo viso aveva linee dolci, i grandi occhi azzurri erano due finestre aperte sul mondo: potevi vederci dentro tutto. E una volta trovato Giacomo? Lo avremmo aiutato a trovare un lavoro, e poi? Noi a Milano e lui a Firenze, come prima? Numeri di telefono persi, visite da fare, regali mai inviati, fino a perdere, pian piano, tutto. Lo avremmo portato a Milano con noi? La schiuma morbida e l’acqua calda lo avvolgevano completamente. Da quanto non provava quelle sensazioni? Il calore. Quello 36 Elsa umano di una madre, quello della propria casa, quello dell’acqua che scivola e lava, scivola e lava… Pioveva, poche ore prima. Polvere cercava un posto in cui ripararsi. Aveva abbandonato la stazione alla ricerca di un luogo più confortevole, in cui trovare rifugio per la notte. Ormai tutto bagnato e infreddolito aveva deciso di infilarsi in un portone socchiuso, si era seduto sulle scale, assorto nei suoi pensieri. Pensava al suo passato, agli anni trascorsi in famiglia, alla madre. “Mamma, scusami”. Alla sua scelta di andarsene per abbandonare le campagne del Sud e approdare in un nuovo mondo che forse gli avrebbe dato qualche opportunità di riscatto. Aveva fame, freddo e neanche un soldo per mangiare. Poi si era aperto il portone ed era entrata una vecchia con un cane nero dagli occhi grandi e buoni, si era fermata a guardarlo per un po’ finché gli aveva detto che non poteva restare lì. Tante altre volte era stato allontanato, tante volte se n’era andato rimettendosi le mani in tasca perché non aveva nulla da portare con sé. Ma Polvere era troppo stanco, non riusciva a muovere nemmeno un muscolo. Così, inerte, le aveva confidato che non esistevano per lui dei luoghi in cui rifugiarsi. Aveva teso la mano, nella speranza che lei avesse pietà e gli lasciasse qualcosa per mangiare. Andandosene, lei lo aveva ancora guardato, poi al terzo gradino si era girata di nuovo verso Polvere: «Seguimi!» Capitolo terzo 37 L’appartamento era ordinato e pulito, arredato con mobili antichi, invaso da un profumo di lavanda. Polvere si guardava attorno con meraviglia, osservava ogni cosa. Quel posto gli piaceva e l’anziana signora era molto gentile, aveva l’impressione che avesse un passato doloroso, anche il cane sembrava triste, con quello sguardo buono e vivo, pieno di speranza e malinconia. La donna gli aveva offerto latte caldo e biscotti ed era sparita nel corridoio. «Come ti chiami?» gli aveva domandato dall’altra camera. «Polv... Giacomo». «Quanti anni hai?» «Ventitré». La donna era ritornata con dei vestiti da uomo piegati a dovere e due asciugamani. «Io mi chiamo Elsa e di anni ne ho ben più di te». Gli aveva sorriso benevola, poi aveva continuato: «Se non hai un posto dove andare e qualcuno da cui tornare, questa porta è sempre aperta». «Ma lei… non mi conosce!» «Non importa, se vivrai un po’ qui ti conoscerò in fretta». Poi gli sorrise: «Dai, vieni, non vuoi fare un bel bagno?» Giacomo aveva annuito solamente, frastornato dalla gentilezza incredibile che regnava in quella casa. Non era più abituato all’umanità. 38 Elsa La schiuma morbida e l’acqua calda lo avvolgevano completamente. Da quanto non provava quelle sensazioni? Il calore. Quello umano di una madre, quello della propria casa, quello dell’acqua che scivola e lava, scivola e lava… Si chiedeva il perché di tutto questo, cosa avesse portato la signora ad accogliere un estraneo, fidandosi ciecamente della sua onestà. Giacomo dopo tanto tempo si sentiva davvero a casa, eppure non era casa sua. Quella donna gli aveva dimostrato affetto; perché lui avrebbe dovuto rifiutarlo? A dire la verità ora si sentiva persino un po’ in colpa a usufruire di tutto ciò che Elsa gli offriva. Era impotente come sulla strada, ma almeno al riparo. “Questa casa è piena di quadri. Di chi saranno?” Quadri bellissimi, appesi ovunque, che nascondevano il bianco delle pareti e coloravano di sogni ogni ambiente. Sembrano fatti tutti dalla stessa persona. Anche in bagno c’erano due piccoli quadretti accanto al lavandino… uno era astratto, l’altro raffigurava un uomo di mezza età. Si vestì con gli indumenti che gli aveva dato Elsa, andò verso la cucina. «Perché l’ha fatto?» «Fatto cosa, scusa?» Capitolo terzo 39 «Accogliermi in questo modo! Non capisco, a mala pena sa come mi chiamo!» «Sei giovane». «E…?» «Nulla, non puoi stare a chiedere l’elemosina tutta la vita. Come ci sei finito a Firenze? Hai un accento del Sud». «Sono scappato». «Capisco. Disegni?» «Come ha fatto a capirlo?» «Ce l’hai scritto sul viso. Cosa disegni?» «Ciò che capita… soprattutto treni, ma il mio disegnare è illegale. Dato che non possiedo tele, disegno sui muri». «Hai mai provato a vedere se i tuoi disegni piacciono?» «A chi dovrebbero piacere?» «A chiunque. Hai fame?» «Sì…» «Vuoi degli gnocchi? Li ho fatti io». «Al momento sarei capace di mangiare di tutto». A Giacomo ed Elsa scappò un sorriso. Lui sapeva di essere fortunato ad aver incontrato lei, e sapeva che quella fortuna non sarebbe durata a lungo; doveva tentare, mettersi alla prova. E se davvero qualcuno avesse trovato interessanti i suoi disegni? 40 Elsa Il mattino dopo tentò. Al centro di un enorme telo, armato dei colori che Elsa gli aveva regalato, si mise a disegnare nel bel mezzo della piazza. Pian piano la gente si avvicinava e lui scrutava con la coda dell’occhio i loro sguardi attenti. Qualcuno lo chiamò scuotendogli lievemente la spalla. Era un uomo di bell’aspetto e ben vestito, sembrava molto colto. «Tieni» gli disse offrendogli un biglietto da visita «bravo, hai talento». Quando Giacomo finì di leggere il biglietto l’uomo era già andato via. Lo rilesse. Alberto Lodi. Critico d’arte. Via Verdi 18, Firenze. Questa era la volta buona. Capitolo terzo 41 CAPITOLO QUARTO La stanza... Prese quel biglietto, combattuto da mille pensieri, e s’incamminò verso casa. Verso casa... da quando non faceva ritorno a casa? Sempre per strada, senza una dimora. E adesso si dirigeva verso casa con un biglietto da visita di un critico d’arte! Camminava piano per quel viale alberato, con quelle poche foglie cadute a terra, che, spostate dal vento, davano un non so che di leggero. Un po’ come i suoi disegni. Giacomo quando disegnava era libero, leggero come il vento che ora gli attraversava l’anima in quella fredda sera che abbracciava Firenze. Aprì la porta, un’ondata di calore lo travolse, l’odore della cena lo riportò al tempo in cui viveva con i genitori e risvegliò in lui la malinconia di un’infanzia mancata, di un padre assente e l’indifferenza della realtà che lo circondava. «Sei tornato...» sussurrò Elsa senza distogliersi dai fornelli, come se sapesse che l’unico che sarebbe potuto tornare era lui. Giacomo non rispose e si sedette a tavola. «Cos’hai? È successo qualcosa?» chiese Elsa. 42 La stanza... Lui le mostrò il biglietto e abbassò lo sguardo: «Secondo te cosa devo fare? A nessuno è mai importato di me, e ora... ora sembra che io sia al centro di tutto, finalmente il protagonista della mia vita...» Elsa sorrise e disse: «Appunto, lo hai detto proprio tu, finalmente il protagonista della tua vita. Approfittane, occasioni del genere non capitano spesso. È questo il vero treno che stavi aspettando!» Giacomo andò in camera sua pensieroso. Quella notte, inaspettatamente, quel piccolo biglietto non lo fece dormire. Pensava a quell’occasione che la vita gli stava offrendo. Dopo aver visto tanti treni ecco quello che faceva per lui... ma cosa lo fermava? In lui c’era la paura di non essere all’altezza delle sfide a cui la vita lo avrebbe sottoposto. Si rigirava nel morbido letto, con addosso calde coperte e candide lenzuola: un profumo di freschezza gli pervase tutto il corpo. Ma all’improvviso un rumore. Si alzò di scatto turbato da qualcosa che disturbava quella quiete. Infilò le pantofole, erano di quelle un poco buffe, gliele aveva procurate Elsa, e si avvicinò alla finestra. C’era la luna piena che maestosa illuminava gli angoli più bui della terra. Si lasciò prendere dall’immensità del paesaggio: i tetti bianchi per il riflesso della luna e le stelle luminose, ma distanti. Si diresse verso la porta, uscì dalla stanza e si incamminò lungo il corridoio buio. A un tratto vide una porta socchiusa e, incuriosito, entrò. Capitolo quarto 43 Accese la luce e rimase stupito da ciò che quella stanza nascondeva. Quello in cui si trovava Giacomo era un luogo a lui sconosciuto, ma che lo stupì particolarmente. Nella stanza i quadri erano alle pareti, come è ovvio che fosse, ma anche su tavoli, cavalletti, accanto alle sedie e addirittura davanti a un vecchio camino in disuso, insomma ovunque, ed era incantato dalla creatività di colui o colei che li aveva dipinti. A richiamare la sua attenzione fu un dipinto che raffigurava un ruscello e, guardandolo, Giacomo ricordò il fatidico giorno in cui conobbe Christian, mentre giocava con Chiara in riva al fiume, e così nacque l’inseparabile trio CGC. Sembrava che quel quadro fosse stato realizzato conoscendo le mille sfumature della sua vita, i mille colori che un tempo riempivano la sua tavolozza. Quei colori chiari gli ricordavano le bellissime giornate trascorse con i suoi cari amici vicino ai binari dei treni e d’un tratto fu sopraffatto dalla nostalgia e da un forte desiderio di riabbracciare i suoi compagni. Cominciò a sentire il forte e assordante rumore dei treni, l’odore del fumo e persino le voci dei suoi amici. Tutto frutto dell’immaginazione, ma il pensiero lo faceva stare bene e questo era importante. Una lacrima gli scese sul viso e, così come fa un treno in corsa, Giacomo iniziò a percorrere con la propria mente il suo passato. Amava trasferirsi in un’altra dimensione, ma la realtà lo riconduceva alla sua misera 44 La stanza... vita, senza nessuno al fianco e con grandi problemi da affrontare, per un ragazzo della sua età. Era l’alba. Un raggio di sole penetrò nella stanza, svegliando Giacomo. Si era addormentato tra quei dipinti, tra i suoi pensieri, su una poltrona impolverata. Con cautela si diresse verso Elsa e non disse nulla su quella stanza segreta. Avrebbe voluto che fosse stata lei a mostrargliela e non che l’avesse scoperta così, per caso. Giacomo ed Elsa probabilmente condividevano la stessa passione per l’arte, ma lei non voleva svelarla. Questa circostanza gli faceva pensare che c’era qualcosa di oscuro e tenebroso nel suo passato. Insomma, chi avrebbe accolto un barbone che chiede elemosina sulla strada? Beh, lei lo aveva fatto e questo gli fece capire che Elsa nascondeva qualcosa di grande. Non appena uscì da quella stanza ritrovò Elsa dinanzi ai suoi occhi: era arrivato il momento di parlarle. Stranamente fu lei che, fermatasi di fronte a lui, esordì dicendo: «Ebbene sì... ho sempre dipinto anch’io... la pittura era la nostra passione. Amavamo dipingere e lo facevamo insieme». Questo disse Elsa, senza aspettare che Giacomo le ponesse la domanda. «Non capisco... Amavamo dipingere? A chi ti riferisci?» chiese Giacomo dopo un grande sospiro. E così Elsa raccontò del suo amore per Andrea, suo marito, di come avevano condiviso mostre in tutto il mondo e di quanto lei Capitolo quarto 45 fosse stata apprezzata dalla critica. Finché un giorno terribile la sentenza cancro e per Andrea non ci fu più arte, amore, non ci fu più vita. In pochi mesi se ne era andato e con lui la voglia di celebrità, di mostrarsi in pubblico per presentare le sue opere. Ora Elsa dipingeva solo per sé e per la memoria dell’unico uomo che aveva amato. «Vedi Giacomo, nell’arte, con Andrea, avevo trovato il senso della mia vita, nell’arte, senza di lui, devo trovare la forza per pareggiare i conti col mio passato. Ti ho accolto qui, in questa casa, perché mi hai ricordato, vedendoti, che Andrea amava aiutare le persone la cui vita si era dimostrata dura e difficile, e ora che ti ho ospitato qui credo che lui dal cielo stia sorridendo». Giacomo non disse una parola e capì che per Elsa quella stanza era il luogo in cui erano racchiusi tutti i suoi sogni. «Spero di non averti annoiato con le mie parole» continuò Elsa. Giacomo sorrise e con gli occhi pieni di vita le rispose: «Anch’io ho avuto un passato cupo e terribile. Mio padre era un alcolizzato e non faceva altro che urlarmi contro qualunque cosa facessi, che fosse giusta o sbagliata. Così decisi di scappare di casa con la convinzione che la mia vita avrebbe potuto avere una svolta positiva. Ma non fu così o almeno non lo è stato fino a oggi. Adesso però credo sia arrivato il momento di abbandonare i ricordi che lacerano il cuore e di lasciare spazio ai sorrisi!» 46 La stanza... Elsa si lasciò commuovere da quelle parole e abbracciò Giacomo, così come avrebbe fatto una madre con un figlio che non vedeva da anni. Quell’abbraccio aveva aperto un piccolo squarcio di luce nell’animo di Giacomo. Aveva deciso di contattare il critico per far sì che l’arte potesse diventare il senso maggiore da dare alla sua vita. Elsa era davvero felice della sua scelta e magari gli avrebbe potuto fare da insegnante per trasformare la sua passione in una vera e propria attività lavorativa. Quel pomeriggio sarebbe stato davvero importante per lui. Quel giorno era il suo grande giorno e doveva sfruttarlo al meglio. Capitolo quarto 47 CAPITOLO QUINTO La scelta Il pomeriggio trascorse lentamente e i pensieri si affollavano nella mente di Giacomo: finalmente aveva di nuovo una vita, una casa dove tornare e una persona cara su cui fare affidamento. La stanza dei quadri di Elsa gli aveva fatto comprendere l’amore per l’arte che l’anziana donna aveva coltivato fino alla morte dell’amato marito. Aveva intuito le ragioni profonde di una creatività vissuta e protetta come un dono, aveva carpito i segreti di un talento nascosto; aveva forse riacceso in Elsa una passione ormai accantonata... Giacomo si preparò con calma, salutò Elsa, la ringraziò e si incamminò. Diede un’occhiata all’indirizzo: Via Verdi 18. La strada che lo separava dallo studio del critico sembrava interminabile e gli apparve stranamente deserta. Sulla porta, in alto, una targa dorata, a caratteri cubitali. Alberto Lodi. Critico d’arte. «Ancora niente... ecco, finalmente qualcuno risponde». Una voce roca e profonda invitò Giacomo ad accomodarsi. Aleggiava nello studio un aspro odore di fumo. L’ambiente era ampio ma poco illuminato e le pareti erano quasi del tutto ricoperte da tutte quelle tele con colori cupi e malinconici; e poi, in fondo, maestosa, lungo la parete, una grande libreria. 48 La scelta La stanza nel complesso era molto disordinata, Lodi non si era neanche preoccupato di sistemarla per accoglierlo. Al centro vi era un’antica scrivania di legno scuro, intarsiato, cosparsa di carte e di libri, per lo più trattati di arte contemporanea, monografie, recensioni di mostre. E poi disegni, litografie, tempere, volti di donna, tanti volti, tutti diversi, come a cercare un segreto, un universale, una costante dentro ognuno di essi. La sua attenzione fu catturata da un ritratto lì, alla sua destra, un olio di pregevole fattura: la pelle ambrata, le labbra carnose che si aprivano in un sorriso accennato, formando agli angoli due fossette, gli occhi di un verde smeraldo, il naso all’insù, i capelli castani con riflessi ramati che incorniciavano un ovale perfetto. Giacomo rimase immobile, quasi intimorito da tutti quegli sguardi. Il dottor Lodi, seduto su una poltroncina di pelle nera, lo scrutava insistentemente, enigmatico e sornione. Alberto Lodi era un uomo di mezza età, ben vestito. Le sopracciglia aggrottate e gli occhi chiari e magnetici, le labbra sottili socchiuse, sembrava completamente assorto nel compito di aspirare con cura e metodo il fumo della sigaretta che, con studiata noncuranza, stringeva fra le lunghe e sottili dita, leggermente ingiallite. Parlava senza lasciar trasparire alcuna emozione, lentamente. Giacomo annuiva, quasi inebetito. «Allora... le farò sapere» biascicò Giacomo in ultimo… Capitolo quinto 49 Lodi gli rispose sorridendo: «Assolutamente. Attendo la tua risposta» Con passo svelto uscì dallo studio. Quando arrivò in strada, senza nemmeno voltarsi, si incamminò rapidamente. Era troppo scosso. Troppo. L’offerta garantiva un elevato guadagno, immediato per di più, e quindi sicurezza per il proprio futuro, un’occasione di riscatto sociale e forse anche l’opportunità, tanto cercata, di uscire dall’anonimato. Le sue opere, finalmente in una galleria, apprezzate e forse comprese, lontano dalla solitudine affollata delle stazioni, dalla fretta di chi non ha più il tempo o l’esigenza di guardarsi attorno. La possibilità di mettere alla prova le proprie capacità, non si può mica attendere tutta una vita e criticare stando fuori dalla mischia? Però non era ancora sicuro di accettare. Cos’era? Orgoglio, o forse paura? Paura di guardarsi dentro, il passato e il dolore che diventano una gabbia, un alibi. La proposta era opprimente. Lui, che era sempre stato fedele al suo istinto, ora sarebbe stato costretto a compiacere altri gusti, a limitare la sua immaginazione, la sua libertà di esprimersi, la sua arte... L’arte per lui era espressione dell’anima, significava dare forma e consistenza a ciò che di più profondo celava il suo cuore, le idee che si trasformano in immagini e le emozioni in colori. Artista è colui che con la sua opera riesce a svelare ciò che è nascosto e a volte invisibile agli occhi. Colui che ammirando il bello quasi si smemora e ama ciò che crea con quella passione che a un tempo ci tormenta 50 La scelta e ci fa sentire vivi, se solo siamo in grado di ascoltare i segreti della natura con tutti i nostri sensi. Fece ritorno a casa di Elsa. Salì stancamente le scale del palazzo contando i gradini, cercando di riprendere fiato e di rimettere in ordine le idee e le emozioni. Ripensava a quando aveva deciso di andar via di casa, ai suoi genitori, ai parenti, agli amici, ripensava ai sogni non realizzati, agli ultimi anni passati a vagabondare e a come alla fine era arrivato a vivere con Elsa, ai tanti treni che aveva visto partire, e si ricordò anche delle stazioni, del freddo del corpo e dell’anima. Gli mancava la spensieratezza che si ha da bambini, l’incanto dell’adolescenza, la capacità di meravigliarsi di fronte allo spettacolo della natura e del mondo, quel mondo che gli si era rivelato opaco e impenetrabile, così diverso da quello immaginato negli interminabili noiosi pomeriggi estivi. Un’altra vita, un altro tempo, un altro uomo; un dolore sordo gli impedì di cedere ai ricordi, il mare, il paese, due ragazzetti che rappresentavano il confine e l’orizzonte dei suoi desideri. «Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo?» Elsa tolse il fermo alla porta e gli aprì, sorridendo. Il ragazzo entrò in silenzio e, come un automa, si diresse verso il divano del salottino. La donna lo seguì simile a un’ombra e si accomodò su una poltroncina di fronte a lui. Capitolo quinto 51 «Allora, com’è andata?» sussurrò. «Non come speravo...» «Spiegati meglio». «Il famoso critico d’arte, il dottor Lodi, mi ha proposto di dipingere solo ritratti, volti femminili, la sua ossessione…» Elsa lo guardò in silenzio. Gli occhi, permeati di una vacua malinconia, penetravano il suo sguardo con intensità. Aveva capito. Vedeva chiaramente negli occhi del ragazzo la stessa spontanea, innocente indecisione che, tanti anni prima, aveva attraversato lo sguardo del marito. «Puoi trovare la risposta solo nell’arte, Giacomo. Non è importante ciò che l’arte ritrae, ma la passione che l’artista riesce a infondere nella sua arte. L’opera d’arte deve pulsare del tuo vissuto, delle tue gioie, dei tuoi dolori. Le immagini e i colori trovano armonia nel tuo essere». «E se l’arte non mi desse le risposte che cerco?» «Giacomo, tu sei un artista; l’arte ti accompagna; l’arte ti sostiene; l’arte vive in te». La donna si alzò e scivolò quasi senza far rumore nella sua stanza. Avvertì dietro di sé i passi incerti del ragazzo. Dalla finestra semiaperta penetrava un flebile raggio di luce diffusa. Ma quel luogo, quei quadri, sembravano risplendere di luce propria, di una luce chiara e fulgida. Giacomo era immerso in un’iride- 52 La scelta scenza di colori: il verde serpeggiante, il limpido azzurro, il penetrante blu. I colori caldi si fondevano con quelli freddi, quasi trasportando la mente e l’anima in un’atmosfera di insolita sospensione e morbidezza. Era la stessa armonia che avrebbe voluto avere dentro di sé, ma la sua mente era titubante, confusa, offuscata da dubbi e vaghe idee, da aspirazioni irrealizzabili; la realtà lo costringeva a reagire, a scegliere. Fu proprio lì e in quel momento che a Giacomo parve, d’improvviso, tutto chiaro: le immagini e i colori si trasfiguravano nella sua mente in emozioni e le emozioni si amplificavano e diventavano sentimenti, idee e progetti. Non poté evitare di sorridere e la bocca si bagnava di lacrime calde e lucide. Ciò che avvertiva vibrare nel suo cuore e librarsi in un’aura luminosa intorno a lui era Amore. Amore per il prato sulla tela dinanzi a lui. Amore per la magnificenza del cielo. Amore per gli occhi blu della bambina nella piazza. Amore per la pioggia che iniziava a cadere lenta. Giacomo contemplava in silenzio la Bellezza del mondo, della vita. Ricordava di non provare emozioni così intense da anni, da quando, esattamente, la sua compagna d’infanzia, Chiara, gli aveva legato intorno al polso il braccialetto CGC, che ancora custodiva con cura. Capitolo quinto 53 Ripercorse nella sua mente quegli attimi. Vide il viso di Chiara, con la sua bellezza perfetta. Tutti i particolari di quel volto erano intatti nella sua memoria. Avrebbe dipinto il suo volto. Ora Giacomo aveva le idee ben chiare su cosa e come dipingere: non una donna, ma una bambina, con una promessa di vita nello sfavillio confidente degli occhi. I tratti del viso, il sorriso tante volte furtivamente ricordato, la selvaggia, bionda chioma, che nei pomeriggi d’estate brillava al sole, e la frangetta che le ricopriva la fronte. Prima il carboncino per delineare il profilo e poi lo sfumato per le zone d’ombra. Con il passare dei minuti il volto di Chiara prendeva forma, il mento, le labbra piccole e sottili, il piccolo naso un po’ all’insù e infine i grandi e profondi occhi azzurri. Entusiasta, chiamò il dottor Lodi. «Accetto il lavoro» disse. Elsa guardò quel giovane, prima dubbioso e sfiduciato, improvvisamente allegro, di un’allegria contagiosa. Era fiera di lui. “Ce la farà” pensava. «Ce la farà» disse. 54 La scelta CAPITOLO SESTO Il destino Il treno andava velocissimo; Chiara continuava a dormire nonostante il rumore del treno sulle rotaie e io continuavo a fissarla: sembrava così spensierata e senza preoccupazioni. Ho sempre pensato che il suo viso fosse angelico, ma ammirandola lì, su quel treno che ci portava verso Firenze, ne ho avuto la conferma. I suoi capelli erano tutti disordinatamente intrecciati tra loro e la facevano sembrare una piccola leonessa; le sue labbra carnose, di un rosso vivace, un po’ screpolate, mi ricordavano le rose che tante volte avrei voluto regalarle quando il pensiero correva a lei negli anni in cui ci siamo persi di vista. Avevo addosso una strana sensazione di serenità, di speranza. Per coincidenza una sera, mentre pensavo a lei e a Giacomo, l’avevo incontrata dopo tanto tempo. Avevamo saputo la sorte del nostro amico scomparso e ora, guarda caso, eravamo insieme proprio su un treno, con l’ossessione di Giacomo, con la speranza di poterlo ritrovare. Le scostai i capelli e appoggiai la mia testa sulla sua spalla. Il treno, il suo profumo, il suo respiro lento e regolare e il battito del suo cuore mi cullavano, così pian piano mi immersi in un sogno. 56 Il destino Siamo in campagna vicino alla casa dei miei nonni, io e lei siamo distesi su un prato verde che odora di erbetta fresca appena tagliata e vediamo avvicinarsi il nostro caro amico Giacomo con un sorriso smagliante. Quanta pace… Ma all’improvviso una brusca fermata e un rombo assordante mi fecero trasalire. I miei occhi si diressero subito verso Chiara, svegliata anche lei dal forte rumore, sorpresa e preoccupata, e poi verso il finestrino. Non era molto chiaro l’accaduto, si vedeva unicamente un fumo nero e denso e si sentiva un forte odore di bruciato. Il treno era fermo tra le campagne fiorentine, la vista si perdeva per i campi di girasole e le colline ondeggianti: era una veduta magnifica. A interrompere i miei pensieri fu una voce che, attraverso l’altoparlante, comunicò che si era danneggiato il motore e che tutti i passeggeri erano invitati a scendere dal mezzo. Mi girai ma non vidi più vicino a me Chiara; mi ero soffermato troppo a perdermi nel paesaggio, e non mi ero accorto che era uscita dallo scompartimento. Per un momento mi travolse l’agitazione, mi sentii perso e vuoto all’idea che Chiara potesse uscire nuovamente dalla mia vita; mi ripiombò addosso quella sensazione di solitudine che mi aveva accompagnato durante tutti gli anni in cui ero stato lontano dai miei due cari amici d’infanzia e che solo negli ultimi giorni mi aveva abbandonato. Mi ripresi e, spostandomi tra la folla che cerCapitolo sesto 57 cava di scendere dal treno, mi diressi anche io verso una delle uscite, continuando a ripetermi: “Chiara deve essere là fuori”. All’improvviso fui spinto all’indietro da un uomo che aveva un aspetto insolito: capelli a spazzola, ma lunghi sulla nuca, raccolti in un codino, grossi baffi neri che gli dominavano il viso coperto di piccole lentiggini. Indossava una camicia così sporca di tempere che mi accorsi solo dopo che era bianca e al collo aveva uno stravagante papillon nero. Dalla tasca dei pantaloni spuntava un pennello. «Mi scusi, mi scusi» mi disse mortificato «per la fretta di portare fuori tutti questi miei oggetti da lavoro non ho fatto attenzione. Sono davvero dispiaciuto». Notai che aveva un grosso zaino da cui uscivano tele arrotolate e numerose valigette trasparenti piene di tempere e fogli da disegno. Un po’ sbrigativamente chiusi la conversazione dicendogli di non preoccuparsi: avevo fretta di trovare Chiara. E finalmente la vidi. Era scesa dal treno ed era in piedi, tutta illuminata dal sole, che ammirava il paesaggio, quasi rapita, sembrava non si accorgesse di tutta quella gente che era ammassata intorno a lei: era bellissima. Le corsi incontro con il cuore che batteva forte e d’istinto mi venne di abbracciarla, ma lei era come se fosse in un’altra dimensione e mi disse: «Devo prendere la macchina fotografica». 58 Il destino «Chiara, non so… forse adesso non c’è tempo… il treno ha avuto un guasto, dobbiamo riprendere i bagagli e capire come proseguire il nostro viaggio». Ma era come se non mi ascoltasse, il suo volto aveva qualcosa di diverso rispetto a quello che poco prima avevo ammirato, i suoi occhi emanavano una luce nuova, intensa, sembrava brillassero di vita e di stupore di fronte alle meraviglie che la natura ci offriva in quella calda e assolata giornata d’estate. E infatti non ebbe tempo di prendere la macchina fotografica, perché arrivò in fretta una navetta che ci caricò tutti in direzione di Firenze. E il caso volle che dietro ai nostri sedili fosse seduto proprio lo strano uomo che mi aveva fatto quasi cadere sul treno. Scoprimmo così che era una persona molto simpatica, stravagante, estroversa. Ci parlò a lungo della sua vita: ci disse che era sposato e in attesa di due gemelli e ci raccontò della sua passione trasformata in professione, l’arte. Capii allora il motivo di quelle tele e della camicia macchiata. Giovanni, questo era il suo nome, si illuminava quando parlava del suo lavoro e Chiara lo stava ad ascoltare con molto interesse e ammirazione; da quando il treno si era fermato avevo avuto l’impressione che qualcosa in lei stesse cambiando. Il nostro interlocutore ci affascinava anche perché aveva in comune con il nostro amico Giacomo la passione del dipingere, che altra coincidenza! Ci informò che era diretto a Capitolo sesto 59 Firenze per esporre alcuni suoi lavori, dei dipinti raffiguranti volti, a una mostra che sarebbe stata inaugurata la settimana successiva. Dopo neanche un’oretta arrivammo a Firenze; Giovanni ci salutò dandoci il volantino che pubblicizzava la mostra dove avrebbe esposto: “Alberto Lodi inaugura la mostra I VOLTI INEDITI. Opere di artisti emergenti - 15 luglio - Galleria d’arte Firenze Art”. Chiara entusiasta mi disse: «Se le nostre ricerche non porteranno a nulla, dobbiamo assolutamente andarci. Chissà che anche Giacomo non passi di là, visto che ama l’arte, o comunque che non troviamo qualcuno che lo conosca». Non potei far altro che essere d’accordo con lei; la stazione e i treni avrebbero potuto non essere l’unico posto dove concentrare le ricerche del nostro amico. La navetta ci aveva lasciato alla stazione di Firenze e da lì non fu difficile trovare un bed and breakfast dove soggiornare. Occupammo due stanze ma, essendo ormai ora di cena, ci ritrovammo dopo poco per cercare un posto dove mangiare. Chiara scese dalla sua stanza euforica e sorridente, con la macchina fotografica al collo: aveva voglia di immortalare le emozioni che la città le suscitava e così fece per tutta la sera. Si soffermò soprattutto sulla riva dell’Arno, vicino al Ponte Vecchio: il suo riflesso nel fiume, le luci soffuse dei lampioni e l’immagine dello spicchio della luna nell’acqua erano i suoi soggetti preferiti da catturare nell’obiet- 60 Il destino tivo, immagini tanto diverse da quelle finte delle modelle che fotografava senza entusiasmo. Fu una notte magica per me. Non mi accorsi nemmeno delle stelle che facevano da cornice alla nostra serata, le stelle che tante volte avevo guardato e studiato e che tanto amavo. Tutta la mia attenzione era su quella magnifica ragazza che stava riscoprendo l’entusiasmo e riusciva a trasmetterlo anche a me. Mancava solo il nostro amico Giacomo… La settimana passò, come avevamo stabilito, nella sua ricerca. Cercammo e chiedemmo alla stazione, ai passanti e ai senza tetto, ai negozianti del centro, agli artisti di strada, ma senza esito. Io iniziavo a perdere un po’ le speranze. «Forse abbiamo sbagliato città? Forse non stiamo seguendo la pista giusta?» Chiara invece era fiduciosa e non si separava mai dalla sua macchina fotografica. Cercava e intanto fotografava. Arrivò il 15 luglio e, come ci eravamo ripromessi, andammo alla mostra. Erano le 16:15, all’entrata c’era tantissima gente e io, non so perché, avevo uno strano presentimento: oggi sarebbe successo qualcosa di inaspettato. Prima di entrare incontrammo Giovanni che ci accolse con un saluto caloroso e pieno di entusiasmo. Capitolo sesto 61 All’interno c’erano quadri in ogni angolo, un misto di colori, blu, giallo, verde, rosso. Erano rappresentati solo volti femminili, alcuni seducenti, alcuni evanescenti, altri tristi, ma colpì la mia attenzione uno in particolare: era raffigurato un dolce e candido viso di bambina, appoggiato sul palmo della mano; i capelli biondi raccolti, la bocca semichiusa, limpidi occhi azzurri che fissavano il vuoto. La somiglianza con la Chiara dei miei ricordi di infanzia era impressionante. Quando anche la mia amica si avvicinò esclamò subito: «Ma questa sono io!» Ci dirigemmo ansiosi dal critico d’arte, che intanto si intratteneva con alcuni visitatori, per chiedere chi fosse l’autore del quadro e se sapesse chi rappresentasse il soggetto dipinto, ma il signor Lodi ci disse di aspettare la chiusura della mostra. Così facemmo. Quando tutti uscirono rimase con noi solo Giovanni che, invitato da Lodi, voltò il quadro per mostrarci la firma dell’autore. La firma era CGC. 62 Il destino CAPITOLO SETTIMO Addii Un sospiro di sollievo, un breve sorriso. Finalmente avevamo la certezza di essere sulla buona strada; vedere quella firma aveva suscitato in noi un desiderio immenso di trovare Giacomo e ci sentivamo sempre più vicini a lui. «Non posso crederci, sono proprio io!» esclamò Chiara con il volto stupito, ma lusingato per essere proprio lei la protagonista di quella tela meravigliosa. «Conoscete l’artista?» chiese Lodi incuriosito. «Più di quanto conosca me stessa» ribatté Chiara con voce decisa. Questa risposta colpì Lodi ma ancor di più me che, scettico, la fissai per qualche istante. «Avete sue notizie?» domandai pieno di speranza. «È un tipo molto riservato, mi ha lasciato un solo recapito, nient’altro. Via Libertà 25, è tutto quello che so di lui». Dopo aver ringraziato Lodi, mentre stavamo per uscire, ci rendemmo conto che Giovanni non ci stava seguendo. Ci voltammo e lo vedemmo fermo lì, senza muovere un passo. «Giovanni, non vieni con noi?» «Il mio viaggio termina qui. Qualcun altro ha bisogno di me, devo andare. La vostra storia appartiene solo a voi e io sono un intruso. 64 Addii Addio!» «Allora addio, e grazie di tutto» rispondemmo all’unisono. Uscimmo dalla Galleria pensando alla strana coincidenza: ci dirigemmo verso Via Libertà, cercando colui che era rimasto prigioniero del suo passato. Per tutta la durata del tragitto, pensai a ciò che aveva detto Chiara: “Lo conosco più di quanto conosca me stessa”. Cosa voleva dire? Chiara era lì, accanto a me che fissava il vuoto, affogando nell’azzurro del cielo e perdendosi nei suoi pensieri. La invitai a parlare e mi disse che le tornava in mente una frase che aveva letto su un libro e che aveva caratterizzato la sua storia: “La vita ci dà le risposte solo quando abbiamo dimenticato le domande”. Mi raccontò che nei giorni trascorsi con me aveva capito che in fondo la sua vita non era come l’aveva immaginata da bambina, quando un ginocchio sbucciato faceva più male di un cuore infranto, quando i sogni diventavano realtà e tutto era più facile. Mi confidò che la fotografia nella sua vita c’era sempre stata; immortalare il mondo in tutti i suoi aspetti era da sempre la sua passione. “Con uno scatto fermerai l’attimo” erano queste le parole del padre, anche lui padrone del mondo attraverso le sue creazioni. Capitolo settimo 65 66 E così Chiara aveva realizzato il suo sogno: era diventata fotografa e anche abbastanza affermata e questo le bastava. Pensava di essere felice, di stare bene ma da quando aveva incontrato me… non era più sicura di niente. Tutto in discussione! Fotografa? Ma di che? Di un mondo effimero, vuoto, di lustrini e paillettes, ma senza sentimenti. E pensare che da bambina sognava di cambiare il mondo con i suoi scatti! E i suoi sentimenti? Cosa provava per me? E per Giacomo? Era ancora possibile vivere il mondo dolce e tenero della nostra fanciullezza? Come ci aveva cambiati la vita? Il tempo passò in fretta e, senza rendercene conto, Chiara ed io ci trovammo vicino a casa di Elsa. Arrivammo davanti alla porta ed entrambi sospirammo, finalmente eravamo lì. Chi avremmo trovato dietro quella porta? Forse Giacomo, o magari un perfetto sconosciuto. La porta si aprì. Sull’uscio apparve la figura di una donna sulla sessantina, elegante, ben curata, che ci accolse con un sorriso dolce e rassicurante. I suoi occhi erano lucidi, le guance di un rosso leggermente accennato e capimmo che aveva pianto. La signora rimase immobile, forse aspettando una nostra domanda. «Mi scusi» dissi per interrompere quello strano silenzio, allo stesso tempo stupito e preoccupato. Addii Chiara guardò in alto per controllare l’indirizzo, Via Libertà 25 recitava un cartello. Ci guardammo e capimmo che eravamo nel posto giusto, eppure di Giacomo non c’era traccia. «Stiamo cercando un nostro amico, si chiama Giacomo. Ci hanno detto che vive qui». La signora, con un accenno di sorriso, ci invitò a entrare e ci fece accomodare su quel divano che non era abituato a ricevere ospiti. Si sedette anche lei e, senza che glielo chiedessimo, iniziò a raccontare: «Lo incontrai per strada. Era un ragazzone alto e robusto, dall’aria un po’ svagata, con dei begli occhi neri da cerbiatto impaurito. Aveva uno sguardo malinconico anche quando sorrideva, lo sguardo di chi si sente a disagio, straniero. Aveva le mani sporche di colori e uno zaino pieno di pennelli e tele. Capii che era un artista. Aveva fame, lo intuii semplicemente da uno sguardo. Decisi di aiutarlo, lo feci entrare in casa mia. Era un perfetto sconosciuto, ma qualcosa mi diceva che di lui potevo fidarmi, forse perché ci accomunava una grande passione: l’arte, e chi ama l’arte non può essere cattivo. Gli offrii da mangiare e nel mentre mi raccontò la storia della sua vita, una storia triste, fatta di assenze e di mancanze, di amore chiesto e negato, di domande senza risposte. Non ho mai avuto un figlio, ma se lo avessi avuto, sarebbe stato come lui». Noi l’ascoltavano increduli, la pregammo di continuare e lei così fece. «È rimasto pochi giorni qui, ma ha scoperto una parte di me che Capitolo settimo 67 sfugge tuttora a persone che conosco e che mi conoscono da una vita. C’era una strana intesa fra di noi, una di quelle sintonie che si creano solo tra due artisti. Dipingere con lui è stato come tornare al passato, anche se per poco. Ed è grazie a lui che ho capito che non c’è un tempo stabilito per fare le cose, che davvero non è mai troppo tardi. Avevo abbandonato l’arte, l’unica che era in grado di darmi soddisfazioni, solo perché la ritenevo meno importante di tutto il resto. Giacomo mi ha dato il coraggio di riprendere quel filo interrotto». Affascinati da questa storia, ringraziammo Elsa: «È una storia toccante, è stato bello condividerla insieme. Ma ora, ci dica, dov’è Giacomo? Sono giorni che lo cerchiamo». A questa domanda Elsa si portò le mani al volto; non riuscì a trattenersi. Le lacrime le solcarono il viso. Non riuscivo a spiegarmi la sua reazione, provai un sottile senso di colpa. Guardai Chiara in cerca di aiuto, ma anche lei era allibita. Il silenzio era interrotto solo dai singhiozzi della donna. Lei si allontanò per qualche minuto. Quando ritornò aveva in mano un biglietto: «Leggetelo e capirete». Chiara lo prese e lesse a voce alta: «Cara Elsa, 68 Addii quando leggerai questo biglietto, sarò già lontano da qui. Grazie a te ho capito che non posso più fuggire. Grazie per aver dato una pennellata di colore alla mia vita, per avermi dato la forza di sperare ancora in un futuro migliore. Ho bisogno di capire chi sono veramente, di ritrovare me stesso, quel Giacomo che si è perso tanti anni fa. Tornerò lì dove tutto ebbe inizio, lì dove le cose mi conoscono meglio delle persone,dove le margherite si perdevano nel verde dei prati come io mi perdevo nei miei pensieri, dove ogni pianta, ogni pietra aveva una parola per me. Ricordo quando io, Chiara e Christian, gli unici miei amici, ci tuffavamo in quel fiume, freddo come la mia vita; o quando in una giornata di sole ci sedevamo lì, all’ombra di quell’albero, a guardare le nuvole in tutte le loro forme più strane. Non scorderò mai quei momenti, in quella campagna, dove regnava gioia e tranquillità. E poi… via, lontano. Treni, stazioni, città, senza una meta. Persone, molte, tante, ma sempre solo. Ora basta, devo tornare indietro nel mio passato, quello che ormai non mi spaventa più. Non voglio essere più prigioniero della mia vita, voglio incominciare a vivere. Giacomo». Capitolo settimo 69 CAPITOLO OTTAVO Il treno delle coincidenze Giacomo arrivò alla stazione in anticipo rispetto all’orario di partenza del treno, che viaggiava con dieci minuti di ritardo. Aveva circa un’ora da impiegare in qualche modo. Rifletté sulla possibilità di farsi un breve giro nei dintorni. Camminando a passo svelto, sarebbe potuto arrivare al Duomo che si affaccia sull’omonima piazza, sempre gremita di turisti, oppure, avrebbe potuto raggiungere la basilica di Santa Maria Novella che si trovava a poche centinaia di metri dallo scalo ferroviario, sedersi in piazzetta a godersi un po’ di sole, confondendosi fra i tanti studenti che affollavano il luogo. Ma erano trascorsi già due giorni da quando aveva lasciato la casa di Elsa e voleva assolutamente prendere quel treno; quindi, temendo imprevisti, decise di non allontanarsi dai locali della stazione. Per prima cosa, acquistò il biglietto ferroviario con i soldi ricavati dalla vendita dei disegni al mercatino di San Lorenzo. Questa volt, avrebbe viaggiato con tranquillità, senza ricorrere ai vari espedienti finora adottati, per sfuggire all’accertamento del controllore quando lo vedeva arrivare, dal corridoio del treno, a vidimare i biglietti. 70 Il treno delle coincidenze Dopo, gironzolò tra i chioschi che esponevano riviste e souvenir, allestiti nell’ampia galleria d’ingresso sul quale si ritagliava la sequenza dei portali d’accesso ai binari e alle sale d’aspetto. Infine si sedette sul bordo di una vasca di travertino posta nel centro dell’atrio a studiare i giochi di luce che le grandi vetrate della copertura producevano sul pavimento, ricoperto da lastre longitudinali di pregevole marmo bianco di Carrara e rosso Amiata. «Il treno Intercity, delle ore 11:00 proveniente da Bologna e diretto a Roma Termini - Salerno, è in arrivo al binario cinque». All’annuncio dell’altoparlante Giacomo si avviò verso il binario. Quando udì avvicinarsi il treno, percorse in senso contrario la banchina in modo da salire sulle prime vetture; poi s’incamminò verso la testa del convoglio, cercando uno scompartimento libero per sedersi. Quando passò nella carrozza successiva, urtò, con il suo zaino, un signore dall’aria serena: si sarebbe detto che una grande sicurezza interiore contribuisse a dargli un’aria di disinvolta solidità. Al posto della cravatta, esibiva un appariscente papillon blu a pois bianchi, particolare insolito e stravagante che contrastava con la semplicità e la praticità del resto del vestiario e che non sfuggì all’occhio attento dell’artista. Dopo essersi scusato, Giacomo proseguì in fretta e raggiunse la vettura di testa, occupando uno scomparto isolato, dietro la porta metallica che chiudeva la cabina di guida. Capitolo ottavo 71 Poco dopo lo raggiunse un uomo sulla trentina: «Posso accomodarmi?» chiese, indicando il posto libero davanti alla sua poltrona. «Prego» gli rispose Giacomo, ma non aggiunse altro: non voleva avviare una conversazione con lo sconosciuto e quindi si rannicchiò nella poltrona, con il volto fisso al vetro del finestrino, a guardare fuori, seguendo con lo sguardo un treno che partiva nel binario adiacente e un altro più distante che era fermo al disco, in attesa della partenza. Allora ripensò a quante volte aveva preso il treno negli ultimi anni: infinite, non si contavano più ormai. Questo viaggio però era diverso dagli altri. Questa volta, non era una fuga, ma un cammino verso la riscoperta delle sue origini. E tanta era stata molti anni prima la voglia di partire, tanta era adesso la paura che provava nel ritornare a casa. Il treno si mosse scivolando pian piano sul binario, poi, appena superato il groviglio degli scambi dello scalo ferroviario, prese un’andatura sempre più veloce. Poco prima, in stazione, aveva acquistato il giornale ma, adesso, non aveva voglia di leggerlo. Si mise invece a osservare la cartolina che aveva scelto, tra le tante, al carrello dell’edicola e che illustrava Palazzo Vecchio. C’erano luoghi di Firenze che lo facevano sentire a proprio agio. Sedersi a un tavolo di un caffè che si affacciava su piazza della Signoria, con le sue fioriere colme di gerani e petunie, era come 72 Il treno delle coincidenze accomodarsi in una veranda con vista su uno degli scenari più belli che l’arte avesse mai prodotto. In questa città, avrebbe potuto vivere, forse, un domani. Non ora, adesso doveva andarsene e seguire il suo processo di crescita, come lo chiamava Elsa. «Le origini e il divenire rappresentano il cammino della persona umana» le ripeteva spesso la cara, saggia amica «ciascuna persona è chiamata a fare i conti con il proprio passato e le proprie radici. È necessario voltarsi indietro ma per guardare subito dopo in avanti». «Scusi, posso dare uno sguardo al giornale?» chiese il passeggero, distraendo Giacomo dai pensieri in cui era rimasto intrappolato per parecchio tempo. «Certo, faccia pure» gli rispose. «Grazie, io mi chiamo Giovanni» si presentò l’altro, porgendogli la mano. «Piacere, io sono Giacomo» rispose, stringendogli saldamente il palmo. Quando uscimmo dalla casa di Elsa eravamo profondamente amareggiati. Il pensiero che non avremmo più trovato Giacomo ci rattristava immensamente. “Un dolore condiviso è dimezzato” avevo sentito dire spesso. Ma in quel momento la massima non corrispondeva a verità: la soffeCapitolo ottavo 73 renza che leggevo sul volto di Chiara raddoppiava la mia amarezza. Durante il tragitto che ci portava all’alloggio, mantenemmo un insolito silenzio, come ad avvalorare il fatto che ciascuno di noi due avrebbe dovuto metabolizzare da solo la convinzione che il nostro trio CGC non si sarebbe più ricomposto, trovando, nella profondità dell’animo, la forza di superare il dolore per l’amara verità. Durante la notte Chiara non dormì. Nell’oscurità della sua camera, si sentì assalita da un misterioso allarme interiore che si alimentava d’incertezze sul futuro, rimpianti per il passato, ma anche sensi di colpa. Ora sapeva che aveva intrapreso il viaggio a Firenze per raggiungere un unico obiettivo: ricostruire il trio per ritrovare se stessa. Il legame che la univa a noi rappresentava la chiave per comprendere il vero senso della vita che andava trovato negli affetti, nell’amicizia, nella bellezza della natura. «La vera ricchezza non sta nel denaro e in quello che di materiale possediamo, ma nelle persone che ci vogliono bene e nel creato». Ecco, con questi insegnamenti Chiara aveva trascorso gli anni dell’infanzia e parte dell’adolescenza. Adesso era il momento di prendere una decisione, cambiare vita per non perdere la gioia di esistere. 74 Il treno delle coincidenze Alle prime luci del mattino, con questo pensiero, si sentì come una guerriera pronta a combattere per affrontare il suo futuro. Quando la vidi entrare nel bar dove ci eravamo dati appuntamento, compresi subito che non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Erano le sue palpebre gonfie e il suo colorito pallido a confermarlo e tradire il dramma che doveva aver vissuto nelle ore precedenti l’alba. Tuttavia non chiesi spiegazioni, aspettando pazientemente che fosse Chiara a confidarsi con me. Mi limitai a domandare: «A che ora parte il nostro treno per Milano?» «Alle 8:45». «Sono già le 7:30, dobbiamo sbrigarci o lo perderemo!» Le tazze di caffè e i cornetti alla crema erano già da qualche minuto sotto i nostri occhi, ma nessuno dei due aveva ancora iniziato a mangiare. «Christian, devo dirti una cosa». I battiti di Chiara aumentarono di colpo. Non riusciva a trovare le parole giuste per confidarmi i suoi propositi; sapeva che se avesse sbagliato modo di esporre i fatti, avrebbe potuto ferire la mia sensibilità. Dopo un silenzio che parve interminabile, Chiara mi informò della decisione presa: «Non tornerò a Milano». «Per quale motivo?» chiesi stupito. Capitolo ottavo 75 «Se qualcuno, giorni fa, mi avesse chiesto se, potendo rinascere, avrei voluto vivere la vita in maniera diversa, lì per lì avrei risposto di no; poi ci ho pensato su e… potendo rivivere la mia vita, la vivrei in un unico luogo: il posto dove abbiamo trascorso l’infanzia, dove la natura fa parte delle nostre radici e si allaccia al futuro, dove l’odore del salmastro si sente dagli alti campi, dove si può ammirare il mare tra le spighe di grano». Per un po’ rimasi in silenzio, fissando la tazza di caffè ormai fredda, poi, forse meravigliando Chiara per la risposta, dissi: «Bene, allora cambieremo il biglietto e andremo verso Sud». 76 I due compagni di viaggio fecero conoscenza e cominciarono a parlare del loro lavoro, della loro passione per l’arte, dei luoghi che avevano visto. Giovanni era bravo a porre le giuste domande, a entrare, con empatia, nell’anima delle persone che vuotavano se stesse, pezzi importanti e pesanti del proprio passato, forti della fugacità di un incontro. Così seppe che Giacomo ritornava al suo paese d’origine, che alle spalle aveva un passato doloroso. Scoprì, con piacevole sorpresa, che, anche il ragazzo, come lui, aveva esposto i suoi disegni alla mostra I volti inediti, organizzata dal fiorentino Alberto Lodi. Giacomo apprese che il compagno e sua moglie aspettavano due gemelli, la cui la nascita era imminente, che a Roma sarebbe stato Il treno delle coincidenze ospite dei suoceri perché la consorte, originaria di quella città, aveva deciso di avere i familiari al fianco al momento del parto. «Posso guardare i tuoi bozzetti?» osò Giovanni. «Ma certo e sarei felice di conoscere il tuo giudizio in merito» rispose Giacomo, porgendogli la cartellina contenente i disegni. Quando Giovanni notò la firma, rimase stupito. Ma certo, come mai non ci aveva pensato prima! L’artista vagabondo… la lettera iniziale del suo nome che andava a comporre, con quella di Chiara e Christian, la sigla CGC! «Ti stavano cercando». E ancora ripeté, quasi in un soliloquio drammatico: «I tuoi amici d’infanzia, a Firenze, li ho incontrati e… ti stavano cercando. Ti avrebbero trovato se tu… tu fossi stato presente alla mostra». Un signore, dalla faccia sorridente e dalla cui giacca spuntava un eccentrico papillon blu a pois bianchi, si sporse dalla porta metallica dell’ultimo vagone, per aiutare Chiara a sollevare il trolley. I due amici erano riusciti a salire sull’ultima carrozza, proprio nel momento in cui gli addetti al treno avevano cominciato a chiudere le porte dei primi vagoni e il macchinista aspettava che si accendesse il dischetto rosso per il via. «Per fortuna» disse Christian «il treno è partito dal quinto binario che si trova vicino alla biglietteria, altrimenti lo avremmo perso». Capitolo ottavo 77 CAPITOLO NONO Un incontro inaspettato 78 Mentre era immerso nei suoi pensieri, Giacomo osservava il paesaggio che scorreva sotto i suoi occhi al di fuori del finestrino e, di tanto in tanto, dava uno sguardo fugace alla cartolina che aveva acquistato poco prima. Sebbene il paesaggio desse la possibilità a Giacomo di distrarsi, non riusciva a distogliere la mente dalla speranza di ritrovare gli amici con i quali aveva trascorso la sua infanzia e i momenti più belli della sua vita. Giacomo, osservando la cartolina, si assentò dalla realtà che lo circondava e il suo compagno di viaggio richiamò la sua attenzione sulla mostra organizzata a Firenze e, a tal proposito, gli chiese il motivo per il quale non fosse presente. Giacomo era imbarazzato nel rivelare il vero motivo della sua assenza e alla fine rispose: «Come avrei potuto accettare la proposta del critico d’arte, il signor Lodi, che non dava spazio alla mia creatività, dettandomi ciò che dovevo dipingere? Fin dall’infanzia, non ho potuto rinunciare a quella che era ed è la mia fonte di ispirazione, senza la quale la mia vita e le mie opere non avrebbero avuto senso». Un incontro inaspettato Giovanni, pur comprendendo l’imbarazzo di Giacomo, non esitò a chiedergli quali fossero i suoi modelli d’ispirazione. Prima di dare una risposta, dal volto di Giacomo iniziò a trasparire da un lato la nostalgia dei ricordi di infanzia e dall’altro la preoccupazione di non poter ritrovare i suoi vecchi amici, Christian e Chiara. Davanti ai suoi occhi apparivano le immagini dei luoghi nei quali la loro amicizia era iniziata e si era consolidata nel tempo, coltivando le stesse passioni, i momenti tristi e quelli felici: treni, montagne, l’albero del ciliegio e il lago dove serenamente trascorrevano i loro pomeriggi estivi, le sere all’aperto a parlare di futuro, le notti a guardare i cieli stellati e a sentire il gracidare delle rane. Dopo l’ennesimo tuffo nel passato, Giacomo finalmente trovò una risposta al quesito postogli da Giovanni: «Di sicuro i miei amici e tutti i luoghi che abbiamo visitato insieme, ma in particolar modo i treni, che rappresentano l’indipendenza, la libertà e la mia voglia di scappare da ciò che mi opprime; il mio è uno spirito libero». Giovanni comprendeva pienamente la scelta di Giacomo, dal momento che egli stesso era un artista e a volte aveva dovuto rinunciare a esternare la sua passione per assolvere ai suoi doveri di padre e marito. Dopo la viva conversazione e stanco per le vicende degli ultimi giorni Giacomo si addormentò. Capitolo nono 79 Mentre dormiva gli parve di sentire una voce familiare. Quella voce si materializzò nella presenza dei due amici cercati a lungo e finalmente ritrovati, su un treno, guarda caso. La voglia di viaggiare verso il Sud aveva spinto Chiara a salire sul treno per giungere a destinazione con i suoi compagni da una vita. Quella loro vita, determinata da coincidenze e incontri fortuiti, aveva dato come risultato il ritrovarsi insieme come molti anni prima. La loro gioia sfociò in un abbraccio. Chiara, che da sempre provava qualcosa per Giacomo, lo strinse teneramente… sotto la sguardo stupito di Christian, che non sapeva… che non aveva mai capito… Ognuno era ansioso di raccontare le proprie esperienze, negative e positive, accadute durante il periodo della loro lontananza nella quale la percezione del loro legame non era venuta mai meno come un filo sottile ma resistente che, nonostante i continui strappi del tempo e delle circostanze della vita, continuava a resistere senza spezzarsi. Le piacevoli conversazioni cullavano e accompagnavano il dolce sonno di Giacomo... 80 Un incontro inaspettato CAPITOLO DECIMO La lettera Il treno continuava la corsa sferragliando in modo monotono fino a quando una frenata improvvisa non fece scivolare la valigia lungo tutto il portabagagli. Un tonfo improvviso svegliò Giacomo di soprassalto; tutto quello che fino a poco prima gli era sembrato così vivo e reale era solo un sogno, un sogno così meraviglioso e allo stesso tempo struggente. Fu allora che una lacrima calda rigò il suo volto. Subito con un gesto veloce della mano cercò di nascondere quel suo attimo di debolezza a Giovanni… lo cercò con lo sguardo ma lui non c’era, il sedile era vuoto. D’istinto si affacciò al finestrino per cercarlo e lo riconobbe in lontananza: quell’uomo strano, con i capelli raccolti nel solito codino e quel modo stravagante di vestire che lo distingueva dal resto della massa. D’altronde lo capiva, era un artista anche lui. Giacomo corse lungo il vagone per cercare di raggiungere l’amico, non voleva lasciarlo andare così, senza averlo salutato per l’ultima volta. Mentre cercava di raggiungere l’uscita, alcuni disegni scivolarono dalla cartellina che reggeva con il braccio sinistro; non se ne ac- 82 La lettera corse in quel momento, stava pensando solo a raggiungere Giovanni: un amico che non aveva mai trovato in quei lunghi anni passati a braccetto con la vita di strada. Ma ormai era troppo tardi, le porte già sbarravano il passaggio. Al di fuori del finestrino si poteva osservare il cambiamento del paesaggio: dalle colline verdeggianti punteggiate da cipressi alti e snelli, alle distese più aride costellate di ulivi e girasoli: macchia di colore su una tavolozza a tinte spente. L’interfono annunciò con voce robotica l’arrivo tanto atteso in Puglia; in quel singolo istante, breve ma intenso, nella loro mente affiorarono i ricordi di quando erano bambini. Chiara prese la valigia dal portabagagli, fece per appoggiarla e in quel momento lo vide. Vide quel disegno e lo riconobbe. Era lei. Era lo stesso che aveva visto alla mostra e che aveva dipinto Polvere, lo raccolse e con sguardo incredulo si voltò verso Christian, ma non riuscì a dire niente. Il sorriso le illuminò il volto. Lo avevano trovato, Giacomo era vicino. Uscirono dal treno cercando di incrociare lo sguardo di quell’amico che da tanto tempo stavano rincorrendo. All’improvviso fu silenzio, il battito del cuore tambureggiava nel corpo. Chiara non vedeva nessuno e, allo stesso tempo, troppa gente. Poi a un tratto la ragazza si fermò con lo sguardo su di lui. «GIACOMO!» esclamò Chiara. Capitolo decimo 83 Polvere si fermò. Quella voce richiamò la sua attenzione; lentamente si voltò, sperava fosse lei. Il cuore di Chiara cominciò a battere come mai aveva fatto prima. Nonostante gli anni passati e i numerosi cambiamenti nell’aspetto di Giacomo, Chiara riconobbe il bambino con cui aveva trascorso i momenti belli e indimenticabili della sua infanzia. Furono lacrime. Giacomo non fece in tempo ad aprire bocca che le braccia di Chiara lo avvolsero in un caldo e rassicurante abbraccio. Provava qualcosa, ma non sapeva cosa fosse. In Christian, che ammirava da lontano la bellezza di Chiara, quel semplice abbraccio provocò una guerra di emozioni: era felice ma allo stesso tempo afflitto. Per quanto non sopportasse di vedere la ragazza di cui si era innamorato con un altro, era pur sempre il suo migliore amico e si avvicinò per riabbracciarlo e gioire insieme. «Raccontami di questi anni vissuti lontano da casa» chiese Chiara a Giacomo. «Sai, lontano da casa, da tutto e da tutti, non è facile, ci si arrangia come si può. Ma ho conosciuto persone che hanno avuto fiducia in me». Christian, guardando Chiara mentre ascoltava Giacomo, osservò i suoi occhi brillare. Quello sguardo, quegli occhi, non li aveva mai visti: lei non l’aveva mai guardato così. Poi lasciò che questo 84 La lettera pensiero sfumasse via. Voleva essere felice quel giorno, insieme ai suoi amici d’infanzia. Non si accorsero di essere ormai lontani dalla stazione. I loro lunghi discorsi li distolsero dalla realtà. Quanti bei momenti passati all’ombra di quel grande ciliegio che ora si ritrovavano davanti; com’era cambiato! E quante canzoni al chiarore della luna, attorno a un ammasso di braci e cenere; com’era bello giocare sull’erba del campo per poi fermarsi tutti assieme a pensare. «E tu, Christian? Che mi racconti?» esordì d’improvviso Giacomo. «Cosa hai letto nelle stelle?» continuò. Christian non rispose. Era assente. Con passo lento e discontinuo calciava i sassolini di quel vialetto. Le mani in tasca e il viso, prima rivolto verso il basso e poi verso l’orizzonte, atteggiavano in lui un non so che di tristezza e amarezza. «Christian!» fece Chiara rimproverandolo. Solo in quel momento riprese coscienza e ritornò alla realtà. «Sì, scusami!» «Giacomo ti sta chiedendo del tuo lavoro, della tua vita…» «Oh, scusami Giacomo, non ho sentito, ero assorto nei ricordi delle nostre vacanze insieme. Comunque, va tutto a meraviglia: a Milano mi trovo bene, l’università mi piace e mi lascia anche del tempo libero. Sto cercando casa perché al momento convivo con Capitolo decimo 85 86 un compagno di studi» parole, si rese conto, solo di circostanza; nella mente e nel cuore aveva altri pensieri. Giacomo ascoltava con un finto sorriso, leggeva nelle sue parole un disagio mal trattenuto; lo conosceva troppo bene: Christian in quel momento non era felice. Il vento portava con sé aria calda tipica delle campagne pugliesi; i braccianti avevano quell’abbronzatura caratteristica della stagione. Chiara continuava a parlare. Giunsero a un bivio. Improvvisamente Giacomo si fermò. «Devo andare. Per favore, non seguitemi». Il loro silenzio bastò. Giacomo sapeva che cosa avrebbe dovuto fare; girò le spalle e, con un gesto spento della mano, salutò dileguandosi oltre la collina. Sua madre occupava i suoi pensieri. Perché era partito? Era confuso. Per tutti quegli anni, gli era mancato anche il solo pronunciare la parola mamma, il solo suono della sua voce, anche se negli ultimi giorni andava spegnendosi. Quel calore gli era mancato per troppo tempo nelle fredde giornate d’inverno passate per strada. Nei momenti di sconforto, quando era stato sul punto di lasciarsi morire, questo pensiero gli invadeva la mente e non lo rendeva cosciente della situazione circostante. La lettera Si guardò intorno: era arrivato a casa. Cinque anni che non la vedeva, ma era rimasta come se la ricordava: la porta, immensa nel suo spessore; il legno, ormai consumato, che lasciava intravedere i segni degli anni trascorsi; le finestre, stranamente sbarrate, che davano un segno di inquietudine e di ignoto. Perché erano sbarrate? Troppo silenzio… lei non c’è. Un rumore attirò la sua attenzione. Si girò di scatto. Un uomo anziano si ergeva sulla soglia della casa a fianco. Era sulla settantina, con i capelli bianchi; le rughe sul suo volto raccontavano una vita vissuta tra il lavoro nei campi e il sole che picchia. I suoi occhi grigi e duri, come il fumo che lentamente usciva dalla pipa che teneva fra le labbra, guardavano Giacomo con fare comprensivo e malinconico. Si avvicinò senza parlare. Giacomo non ne capiva il motivo, era perplesso ma allo stesso tempo incuriosito. Il vecchio indossava una camicia a quadri, dalla quale estrasse una lettera ingiallita e conservata con cura, chiusa dalla ceralacca. «Se sei tu Giacomo, questa lettera mi è stata consegnata da tua madre prima di andarsene». Il ragazzo impallidì. Andarsene? Cosa voleva dire? Si interrogò sul significato di quell’ultima parola. Capitolo decimo 87 Delicatamente l’anziano signore porse il pezzo di carta al ragazzo. L’ansia e la tensione presero il sopravvento, ora avrebbe potuto sapere la verità. Il respiro si fece sempre più affannoso: con le mani tremanti ruppe la ceralacca… “Figlio mio, ti scrivo perché sento che questi sono i miei ultimi giorni. Quattro anni fa partisti lasciandomi sola; tuo padre morì qualche mese dopo e le sue ultime parole furono: ‘’Perdonami Giacomo’’. Anch’io ora ti chiedo scusa per tutti quei giorni in cui ti ho evitato; scusa per tutte le volte che ti rimproveravo solo perché tentavi di difendermi; scusa perché non sono riuscita a essere una buona madre; scusa per tutto l’affetto che non ti ho dato e ancora per non essere stata presente nei momenti più difficili. Voglio che tu sappia che non ho passato un solo secondo senza pensarti, ho compreso che sei partito per cercare una vita migliore e non per abbandonarmi. Ti lascio la nostra casa dove, nonostante tutto, siamo riusciti a essere felici. Mamma”. 88 Sul foglio caddero gocce, eppure non pioveva; il sole era alto nel cielo. L’inchiostro si sciolse e insieme a esso anche il suo cuore. La lettera «Mi dispiace Giacomo, mi dispiace». Col dolore nel cuore, Giacomo scappò piangendo, senza nemmeno rivolgere una parola a quel vecchio che rimase a guardarlo finché tutto tornò come prima e il silenzio scese di nuovo su quei luoghi. Capitolo decimo 89 CAPITOLO UNDICESIMO Vite diverse Giacomo era sconvolto. Era ritornato nel suo paese natio pieno di aspettative, con la voglia di fare i conti con il passato. Si era illuso di riprendere una vita normale con i genitori, di ricostruire quel nucleo famigliare che tanto gli era mancato. Era scappato via perché non sopportava più le continue violenze del padre e la rabbia che gli provocava l’umile sottomissione della madre. Ritornando aveva trovato solo un cumulo di macerie. Stringeva ancora tra le mani la lettera nella quale il padre, ravvedutosi in punto di morte, gli chiedeva perdono. Leggeva, tra le lacrime, le accorate parole della mamma che si scusava per gli errori commessi, per la sua incapacità di proteggerlo e di trattenerlo a casa. Ma la cosa che più lo ferì fu la dichiarazione di amore assoluto di sua madre. Una madre che, pur soffrendo, aveva pienamente compreso il perché della sua fuga, della sua incontenibile voglia di libertà. Fu per lui terribile prendere piena coscienza del fatto che l’unica persona al mondo che l’aveva amato incondizionatamente fosse perduta per sempre. Quanto tempo aveva gettato al vento tra le stazioni, cercando chissà cosa mentre avrebbe potuto trascorrerlo accanto alla madre, godendosi il suo affetto! 90 Vite diverse Il dolore era insostenibile. Scappò disperato tra quei campi di girasole e grano che aveva tanto desiderato rivedere. Laddove aveva vissuto i momenti più belli della sua vita, ora gli apparivano inutili distese giallastre, sbiadite dal sole cocente. Inutile sterpaglia! L’artista non vedeva più i brillanti colori del cielo e dei fiori, ma solo lugubri macchie indistinte. Pensò che sarebbe stato un luogo adatto alla sepoltura di un inetto come lui. Un reietto. A poco a poco, si fece largo nella sua mente la pericolosa convinzione che per lui, così come non c’era stato posto per un passato felice, non ci sarebbe mai stato posto per un felice futuro. Era un uomo senza possibilità. Senza rendersene conto, si avvicinò al lago. Si sedette su una sponda a fissare le piccole onde che increspavano la plumbea superficie. Non si accorse che il vento aveva preso a spirare forte e che neri nuvoloni apparivano all’orizzonte. Rimase lì immobile, con il volto sorridente della madre impresso nella memoria. La ricordava mentre con i ricci capelli corvini mossi da una leggera brezza stendeva il bucato pulito sulla terrazza assolata. O quando cucinava le sue favolose torte, profumate di vaniglia e cannella; quando l’abbracciava per consolarlo dopo l’ennesimo litigio con il padre. Gli sembrava di vederla. Guardando il lago, fu certo di vedere la madre, più bella che mai, che lo chiamava alCapitolo undicesimo 91 largando le braccia. Felicissimo, si alzò per andarle incontro e lentamente si lasciò scivolare in acqua. Chiara e Christian intanto avevano preso alloggio in paese. Avevano chiesto informazioni sui ristoranti dove poter mangiare cibo locale e, infine, avevano prenotato una cena per tre in un’invitante trattoria con vista sul mare. Chiara era determinata a festeggiare la ricomposizione del trio, anche se Christian rimaneva ombroso e svogliato. Lei ne conosceva perfettamente la ragione. Lo aveva profondamente ferito rivelando apertamente i suoi veri sentimenti per Giacomo, sopiti per troppo tempo. Era sinceramente dispiaciuta per la delusione che aveva causato a Christian, ma non sapeva cosa fare. D’altronde non era certo lei la persona più adatta a consolarlo! Era certa che prima o poi Christian se ne sarebbe fatto una ragione e, anche se a malincuore, avrebbe accettato la sua scelta. Cercava di distrarlo come meglio poteva, parlando della sua professione che le era venuta a noia, o raccontandogli buffi aneddoti sul lavoro. L’amico l’ascoltava appena. In realtà desiderava solamente che la cena finisse al più presto per prendere il primo treno per Milano e sparire dalla loro vita per sempre. Arrivò la sera e di Giacomo non c’era alcuna traccia. Decisero di andargli incontro, anche per conoscere finalmente i suoi genitori. Trovarono solo il vecchio dagli occhi metallici e la 92 Vite diverse pipa che gli spiegò tutto quello che era accaduto. I due amici si guardarono preoccupati e partirono subito alla ricerca dell’amico. Chiesero dappertutto in paese, alla stazione dei treni, temendo che fosse nuovamente ripartito a loro insaputa. Si fermarono a pensare con calma, cercando di raccogliere i pensieri, quando all’unisono gridarono: «I campi di grano, i girasoli. Il lago!» In preda all’angoscia si precipitarono in mezzo ai campi ma non videro nulla. Poi, muniti di torce si recarono al lago. Tra la pioggia battente e il vento che sferzava i loro volti credettero d’intravedere un uomo, o qualcosa di simile, in mezzo al lago. Senza pensarci, Christian si tuffò per controllare da vicino cosa fosse. Il cuore di Chiara batteva all’impazzata. Dopo pochi minuti sentì le urla disperate di Christian che chiedeva il suo aiuto. La ragazza si lanciò immediatamente in acqua e insieme all’amico trascinarono su una sponda il corpo inanimato di Giacomo. Poi fu come vivere in un film. La respirazione bocca a bocca, l’arrivo dell’ambulanza, la disperata corsa verso l’ospedale, le bianche luci al neon del Pronto Soccorso. La lunga tormentata attesa e il medico che, avvicinandosi, disse: «È fuori pericolo. Potete parlargli ma non stancatelo. È ancora debole». Il volto di Giacomo spiccava terreo tra le bianche lenzuola. Trovò la forza di sorridere ai suoi amici. Capitolo undicesimo 93 Chiara, imponendosi di non piangere, prese la sua mano tra le sue e con dolcezza gli disse: «Non ti lascerò più. Starò sempre accanto a te. Insieme ce la faremo». «Chiara» rispose debolmente Giacomo «so che vi devo la vita, e per questo ve ne sarò per sempre grato. Sono stato ancora una volta un vile cercando di fuggire dai miei problemi. Ma adesso sono determinato a ricominciare da qui, da dove sono sempre scappato. Non so ancora cosa farò, ma sono certo che questo è il mio posto. Dolce Chiara, devo fare chiarezza in me prima di accogliere altri nel mio cuore. Al momento c’è solo confusione e tristezza e ho paura di trascinarti in una strada piena di sofferenza. Non lo meriti. Stavolta devo sbrigarmela da solo, e da solo devo combattere i miei fantasmi. Christian, caro amico mio, stalle vicino». Poi spossato, chiuse gli occhi ignorando i tentativi di Chiara di fargli cambiare idea. Un’infermiera entrò nella stanza e gentilmente li invitò a uscire. Erano storditi, incapaci di parlare, travolti da emozioni troppo forti. Avevano però chiaro che la decisione di Giacomo era irrevocabile e mestamente decisero di partire subito. Il viaggio di ritorno li vide cupi e silenziosi, sprofondati nei loro pensieri. Quando il treno si fermò a Firenze, improvvisamente Chiara si alzò e disse a Christian: «Dobbiamo andare a parlare con Elsa. Lei deve sapere tutto!» 94 Vite diverse La decisione di Chiara sorprese Christian, che però la seguì senza opporsi. A casa di Elsa, i due ragazzi raccontarono tutto, e Chiara ebbe finalmente la possibilità di piangere e gridare la sua disperazione tra le comprensive braccia dell’anziana signora. «Ti prego, Elsa. Non lo abbandonare. Anche se pensa di essere forte, è ancora sotto shock. Ha rifiutato me e il mio amore, ma non rifiuterà il tuo sostegno. Aiutalo!» «Preparo subito i bagagli» rispose Elsa. Sette anni dopo Il paesino pugliese raddoppiava la sua popolazione durante l’estate. Frotte di turisti si riversavano sulle bianche spiagge sabbiose e le caldi notti si riempivano di sonorità mediterranee e di danze. La gente in vacanza era felice e spensierata. Quella sera, alcuni galleristi mettevano a punto gli ultimi dettagli per una mostra artistica collettiva open-air. Grandi nomi della pittura, della fotografia, della scultura si sarebbero riuniti lì per qualche giorno. Elsa si guardò attorno soddisfatta. Una dolcissima bambina dai ricci capelli corvini le chiese: «Dove sono i quadri di papà Nonna Elsa? Perché sei così emozionata? Non è la prima volta che organizzi mostre». Capitolo undicesimo 95 96 «È vero, amore mio. Ma è la prima volta in cui forse riuscirò a coronare un sogno che coltivo da sette anni». «Qual è, nonna?» insistette la bimba. «Vedrai» continuò misteriosa Elsa «adesso torna a casa a prepararti. Tra poco ci sarà la presentazione ufficiale». La piazza era gremita. Elsa salì sul palco e con voce rotta dall’emozione disse: «Lascio la parola all’organizzatore di questo evento: il famoso architetto Christian De Marchi, che con professionalità ha scelto le opere qui esposte e che vi spiegherà il profondo leit motiv che le lega». Un bell’uomo salì sul palco seguito dagli applausi. Riuscì a trascinare la folla in un lungo percorso tra le arti visive rispondendo con chiarezza alle numerose domande. Poi si diede il via al rinfresco. Era quello il momento che aspettavano. Chiara, tenendo un neonato tra le braccia si avvicinò a Christian per complimentarsi: «E bravo il mio Christian. Un giovane architetto nel firmamento dei grandi! Ho sempre saputo che avevi tenacia da vendere». «Lascia stare» si schermì il giovane «dimmi di te piuttosto. Non eri quella che voleva lasciare il mondo della fotografia? E adesso ti ritrovo sulle pagine delle più importanti riviste del settore. La maternità ti dona, Chiara. Sei sempre più bella. Come si chiama?» Vite diverse «Giacomo» rispose lei un po’ imbarazzata. E aggiunse: «il più grande si chiama Christian. E tu?» Christian la guardò sorpreso. Riscuotendosi disse: «Mi sono votato all’architettura. Il matrimonio non fa per me». Una bella famigliola li raggiunse. Giacomo aveva più rughe di quanto i due ricordassero, ma appariva felice e sereno accanto a una giovane donna dagli occhi azzurri. Teneva per mano una bella bimba che sembrava il ritratto di sua madre. Senza parlare i tre si abbracciarono. «Chiara, vieni qua. Lascia il papà un po’ da solo» disse Elsa sorridendo. Aveva finalmente terminato di tessere la sua paziente tela. Capitolo undicesimo 97 APPENDICE 1. Il bracciale Liceo Scientifico - Classico “Don Carlo La Mura” di Angri - Classe I D Liceo Scientifico Dirigente Scolastico Filippo Toriello Docente referente della Staffetta Raffaele Rossi Docente responsabile dell’Azione Formativa Raffaele Rossi Gli studenti/scrittori della classe I D Maria Chiara Abagnale, Antonietta Ambrosio, Stella Annarumma, Arianna Attianese, Dario Benvenuto, Salvatore Borghese, Martina Carratù, Anna Cesarano, Mariano Coppola, Simone D’Aniello, Lidia D’Antuono, Alessandra Del Pezzo, Lucia Di Leo, Andrea Febbraio, Rosa Giordano, Mauro Pio Grieco, Maria Rosaria Grimaldi, Salvatore Malafronte, Carmine Mandara, Alessandro Meo, Pierpaolo Mercurio, Martina Montella, Mariachiara Nasto, Alfonso Prisco, Anna Chiara Provenza, Michiene Russo, Fabio Santonicola, Ferdinando Santonicola, Gianluca Scutiero, Rudy Tartaglione, Emilio Todisco Hanno scritto dell’esperienza: “… Come tutor degli alunni, ho preferito utilizzare un modus lavorandi di tipo cooperativo, perché più funzionale alla necessità di valorizzare in ciascun alunno la propria specifica competenza, e perché mi è sembrato uno strumento adatto a costruire un clima relazionale positivo nell’aula multimediale ed in classe, attraverso la costruttiva collaborazione volta alla realizzazione di un prodotto finito concreto. Condividere con un compagno la stesura del capitolo di un romanzo ha permesso inoltre, attraverso il confronto, l’ascolto, la lettura e la scrittura di una storia, di migliorare le competenze linguistiche, applicare le tecniche narratologiche, stimolare la competizione ed incentivare altresì le relazioni interpersonali tra gli alunni stessi”. APPENDICE 2. L’invisibile Liceo Artistico “Sabatini – Menna” di Salerno – Classe I L Dirigente Scolastico Ester Andreola Docente referente della Staffetta Maria Di Lieto Docente responsabile dell’Azione Formativa Maria Di Lieto Gli studenti/scrittori della classe I L Doriana Bianco, Teresa Bosco, Marika Calcagnile, Luigi Camarda, Caterina Campione, Marianna Cantore, Federica Consalvo, Valeria Covucci, Alessandro Della Corte, Anna Pia Faiella, Rossella Faiella, Francesco Giordano, Omar Iannicelli, Mirko Landi, Salvatore Mancone, Eugenio Martynenko, Uliana Massotti, Maria Naddeo, Gennaro Petraglia, Linda Russolillo, Evanna Serra, Rossella Sica, Anna Pia Tortorella. Hanno scritto dell’esperienza: “… L’esperienza della staffetta di Scrittura Creativa è stata educativa, ma contemporaneamente divertente. Ci ha resi un gruppo omogeneo, all’interno del quale abbiamo collaborato molto. Inoltre, abbiamo avuto l’opportunità di affinare le nostre capacità di scrittura e stimolare il piacere alla lettura in modo semplice e creativo. Sicuramente in futuro sarà un’esperienza da ripetere”. APPENDICE 3. Elsa Istituto di Istruzione Superiore “Arturo Prever” di Pinerolo – Classe II M Dirigente Scolastico Rinaldo Merlone Docente referente della Staffetta Patrizia Petrilli Docente responsabile dell’Azione Formativa Patrizia Petrilli Gli studenti/scrittori della classe II M Matilde Aiello, Erica Audifredi, Giorgia Bergero, Mariagrazia Bertola, Alessia Bollati, Sabrina Cellura, Barbara Cumino, Lindsay Darve, Francesca Deambrogio, Federica Elia, Rasim Figueroa Perdomo, Fabio Lepore, Samantha Marani, Federica Mazzaferro, Jessica Parussa, Giorgia Pietrafesa, Gaia Chiara Prina, Giorgia Rostagno, Noemi Smecca, Chiara Sparacello, Giulia Tablino, Emi Viola, Francesca Volpin, Alessia Vottero Hanno scritto dell’esperienza: “… La scrittura del nostro capitolo è stata un’esperienza nuova per noi, ma all’inizio alcuni hanno pensato che fosse poco coinvolgente, noioso e difficile. E’ vero, non è stato semplice, in più dovevamo rispettare le scadenze, e qualche volta collaborare è stato complicato. A lavoro finito, possiamo dire però che per noi la staffetta è stata una sfida, ed abbiamo lavorato con fantasia, entusiasmo e partecipazione. Il confronto di idee si è rivelato molto interessante: abbiamo messo insieme i singoli contributi per farne una cosa unica, cercando nello stesso tempo collegamenti con i capitoli precedenti. Ora, aspettiamo con curiosità di leggere il seguito del racconto. Alla fine si è rivelata una bella esperienza: partecipare alla stesura di questo libro ci ha fatto capire l’importanza del comunicare, la bellezza della scrittura e dell’amicizia”. APPENDICE 4. La stanza... ISISS “Ugo Foscolo” di Teano – Classe I C Liceo Scientifico Dirigente Scolastico Alessandro Cortellessa Docente referente della Staffetta Genovina Palmieri Docente responsabile dell’Azione Formativa Mariannina Petteruti Gli studenti/scrittori della classe I C Antonia Boragine, Alessandro Bove, Antonio Caimano, Luca Caparco, Simona Cestrone, Giuseppe Chirico, Barbara Consoli, Alessia D’orta, Simona De Fusco, Eliana Dell’estate, Camilla Menale, Sarah Montaquila, Vanessa Natale, Maria Ludovica Sorbo, Chiara Tella, Luigi Ventriglia, Matteo Zanna, Maria Luisa Zannini Hanno scritto dell’esperienza: “… Per noi ragazzi è stata in assoluto un’esperienza straordinaria, fantastica! L’ansia di ricevere il capitolo con le indicazioni per la stesura, e poi la messa a punto delle idee. Quante idee e quanti scambi di opinione (anche molto accesi) per mettere giù il capitolo! Sono stati proprio questi momenti a farci capire quanto sia importante condividere emozioni e lavorare in sinergia. La partecipazione è stata propositiva, e ha rappresentato per noi uno di quei momenti della vita che ricorderemo con piacere”. APPENDICE 5. La scelta Liceo Classico “Pietro Colletta” di Avellino - Classe IV C Dirigente Scolastico Paolino Marotta Docenti referenti della Staffetta Giulietta Fabbo, Antonella Matarazzo Docente responsabile dell’Azione Formativa Antonella Matarazzo Gli studenti/scrittori della classe IV C Salvatore Acerra, Elisa Acocella, Martino Amodeo, Max Branca, Chiara Casalino, Raffaella Ciampi, Francesca Corbo, Francesco de Mari, Sara Dello Russo, Michele Grimaldi, Ermelinda Manzo, Fabiana Mocella, Martina Morano, Diamante Nicolini, Roberta Parente, Maria Lorena Penna, Anna Percio, Francesco Percio, Antonio Picariello, Sveva Sirignano, Vincenzo Spagnuolo, Giada Surace Hanno scritto dell’esperienza: “… Le decisioni sono un modo per definire se stessi. Sono il modo per dare vita e significato ai sogni. Sono il modo per farci diventare ciò che vogliamo. Sergio Bambarén La prima cosa che ci viene in mente è che ci siamo divertiti molto! Organizzare il lavoro e poi decidere in che modo continuare la storia è stata la fase più creativa e coinvolgente; a furia di parlare di Giacomo, Elsa, Chiara e Christian, mentre cercavamo di guidare con le nostre scelte il loro destino, ci siamo incontrati e conosciuti, siamo diventati compagni, amici. Abbiamo costruito il nostro luogo della memoria nel quale rifugiarci ogni tanto per ritrovare le ragioni di un percorso educativo che, per essere tale, non può trascurare la nostra creatività”. APPENDICE 6. Il destino I.I.S. “Majorana-Marro” di Moncalieri - Classe I C AFM Dirigente Scolastico Sergio Michelangelo Blazina Docente referente della Staffetta Rita Capogna Docente responsabile dell’Azione Formativa Rita Capogna Gli studenti/scrittori della classe I C AFM Emanuele Arzenton, Rachele Caraglio, Marco Castronovi, Daniele Cesa, Daniele Domenino, Francesca Fasolato, Valentina Gariglio, Michele Gennuso, Jacopo Ghiglione, Jessica Mauro, Filippo Mezzo, Ioana Milea, Eleonora Mingacci, Alessandro Moscaritolo, Alessia Previdi, Luca Regaldo, Greta Saracco, Valentina Schillaci, Marco Testa, Alberto Vignola, Antonio Zaza Hanno scritto dell’esperienza: “… Il lavoro di creazione e scrittura ha comportato fatica: fatica nell’ideare, fatica nel condividere le idee e le proposte, fatica nel mettersi d’accordo per scegliere ciò che fosse meglio scrivere, fatica perché tutti partecipassero dando il loro apporto creativo; ma dopo la fatica anche tanta soddisfazione nel vedere che pian piano qualcosa nasceva e prendeva forma e infine orgoglio nel mettere l’ultimo punto e piacere nel rileggere tutto. L’applauso finale che ci siamo regalati è stato il modo migliore per concludere questa esperienza”. APPENDICE 7. Addii Liceo Scientifico “G. Rummo” di Benevento - Classe I C Dirigente Scolastico Teresa Marchese Docente referente della Staffetta Domenico Zerella Docente responsabile dell’Azione Formativa Maria Popoli Gli studenti/scrittori della classe I C Camilla Fallarino, Carla La Peccerella, Genny Pastore, Giulio Simeone, Alessia Spagnuolo Hanno scritto dell’esperienza: “… La partecipazione alla staffetta di scrittura si è rivelata un’esperienza entusiasmante e formativa. Essa ha consentito agli alunni di esercitare e rafforzare sia le competenze chiave di cittadinanza (progettare, partecipare, comunicare) sia quelle specifiche relative all’insegnamento della lingua italiana (padroneggiare gli strumenti espressivi, produrre testi). Tutta la classe ha contribuito al lavoro di ideazione del capitolo, mentre la stesura è stata eseguita dagli alunni precedentemente indicati”. APPENDICE 8. Il treno delle coincidenze I.T.C. “C. Cattaneo” di Cecina - Classe I C S.P.E.S Dirigente Scolastico Luigi Di Pietro Docente referente della Staffetta Eni Landi Docente responsabile dell’Azione Formativa Eni Landi Gli studenti/scrittori della classe I C S.P.E.S Giulio Agosti, Martina Barsacchi, Federico Biagi, Alessio Bianchi, Gaia Bosco, Caterina Bracci, Chiara Callaioli, Tommaso Campatelli, Filippo Chiti, Chiara Cicalini, Francesca Creatini, Giacomo Guerrieri, Allegra Lancioni, Jacopo Marconi, Edoardo Melchionna, Davide Omiccioli, Chiara Pantani, Lorenzo Querci, Federico Rossi, Sara Shima, Simone Talocchini, Illya Tryleskyy, Dario Ugolotti, Carmen Valori Hanno scritto dell’esperienza: “… La partecipazione all’attività ha permesso di stimolare il piacere della lettura e della scrittura presentando il leggere e scrivere come processo creativo, un’occasione attraverso cui i ragazzi hanno potuto esprimere il proprio sé, il proprio universo affettivo, le proprie opinioni, le proprie paure ed emozioni. Infatti, mettere su carta la fantasia (o affidarla alla tastiera di un computer) ha rappresentato un modo privilegiato per comprendere la cose intorno a noi, per conoscere la realtà, per arrivare a capire concetti nuovi. La scrittura ha rafforzato l’immaginazione che è il diritto di modificare la nostra vita in quanto è forza creativa che incoraggia la spontaneità e la meraviglia e ci consente di trasformare i limiti in opportunità; ha incrementato lo sviluppo dell’originalità linguistica da contrapporre, per arginarlo, all’uso di un codice omologato ed influenzato dai modelli massmediali”. APPENDICE 9. Un incontro inaspettato Istituto di Istruzione Superiore “T. Confalonieri“ di Campagna - Classe II A s.u. Dirigente Scolastico Italo Cernera Docente referente della Staffetta Liberato Taglianetti Docente responsabile dell’Azione Formativa Antonia Doto Gli studenti/scrittori della classe II A s.u. Alessia Mari, Chiara Selce, Alessandra Pappalardo, Lucio Antoniello, Carmen Hanno scritto dell’esperienza: “… Ci teniamo a sottolineare che scrivere in staffetta è stata una esperienza molto stimolante per gli alunni che hanno avuto modo di far leva sulla propria sensibilità e abilità di scrittori in erba per contribuire alla realizzazione del proprio libro”. APPENDICE 10. La lettera Scuola “Primo Levi” di Vignola - Classi I A/B Lsa (Liceo delle Scienze Applicate) Dirigente Scolastico Iole Govoni Docente referente della Staffetta Loretta Soli Docenti responsabili dell’Azione Formativa Loretta Soli, Dimer Marchi Gli studenti/scrittori delle classi I A - Alessandro Bosi, Francesca Bertacchini, Giacomo Filippini, Anna Migliori, Alessia Oliviero, Aurora Soli I B - Gaia Marino, Mattia Ferrari, Michele Mortato, Josefh Pacilli, Pietro Vecchi Hanno scritto dell’esperienza: “… L’esperienza è stata per noi molto importante, soprattutto perché abbiamo imparato a collaborare per il raggiungimento di uno scopo comune. Siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo, raccogliendo le idee migliori dei tanti compagni di classe che, insieme a noi, hanno individuato svariate possibilità di sviluppo della vicenda. Nel sottogruppo, siamo riusciti a scrivere questo capitolo selezionando, unendo e/o sviluppando le idee migliori, proposte da ogni componente del gruppo misto. Abbiamo poi cercato di dare unità al testo prodotto, rileggendo e migliorando le stile narrativo laddove mostrasse qualche carenza. E’ stata per noi un’esperienza molto positiva perché ci ha fatto immedesimare nel mestiere dello scrittore”. APPENDICE 11. Vite diverse I.I.S.S. “Leonardo Sciascia” di Erice - Classe I H Sezione Ionio della Casa Circondariale di Trapani Dirigente Scolastico Andrea Badalamenti Docente referente della Staffetta Efisia Mattana Docente responsabile dell’Azione Formativa Efisia Mattana Gli studenti/scrittori della classe I H Maurizio Arimondi, Croce Frisella, Luciano Nazionale, Giuseppe Alfio Romano Hanno scritto dell’esperienza: “… Come sempre,l'esperienza di scrittura è stata emozionante e coinvolgente. Trattandosi però di una storia in divenire e cioè di ragazzi in cerca di una loro strada e di un modo per stare al mondo, ci si è scontrati con uomini che hanno percorso o stanno ancora percorrendo strade difficili e tormentate. Parte dell'ingenuità dei protagonisti non fa più parte da tempo del loro mondo. Hanno comunque, dopo lunghe discussioni , optato per un lieto fine per lanciare un messaggio di speranza e di riscatto. Soprattutto per sé stessi”. INDICE Incipit di ANNALISA BARI ................................................................................pag 16 Cap. 1 Il bracciale....................................................................................................» 18 Cap. 2 L’invisibile ......................................................................................................» 26 Cap. 3 Elsa ..................................................................................................................» 34 Cap. 4 La stanza... ..................................................................................................» 42 Cap. 5 La scelta ......................................................................................................» 48 Cap. 6 Il destino ........................................................................................................» 56 Cap. 7 Addii................................................................................................................» 64 Cap. 8 Il treno delle coincidenze ......................................................................» 70 Cap. 9 Un incontro inaspettato............................................................................» 78 Cap. 10 La lettera ....................................................................................................» 82 Cap. 11 Vite diverse ................................................................................................» 90 Appendici ..................................................................................................................» 98 Finito di stampare nel mese di aprile 2014 da Tipografia Fusco, Salerno