Cultura Italiana a Oriente
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Giancarlo De Cataldo Giorgio Faletti Marcello Fois
Isaia Iannaccone Carlo Lucarelli Bruno Morchio
Margherita Oggero Alberto Toso Fei 裘小龙 虹影 张牧
野 何家弘 南派三叔 冯华 MISTERO E GIALLI推理·黑色·奇幻悬疑NOIR, MISTERO E
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GIALLI推理·黑色·奇幻
E GIALLI 推理·黑
十月
色 · 奇 幻
2009年
Ottobre 2009 Anno 0 No.7
E GIALLI推
意大利文化处月刊
Mensile dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino
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悬疑NOIR, MISTERO
推理·黑色·奇幻悬疑
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Il giallo del mandarino (ovvero: il giallo è nato in Cina)
A PECHINO IL NOIR A CONFRONTO
Quindici scrittori protagonisti di un genere letterario sempre più apprezzato si riuniscono per una settimana
per il Primo convegno letterario italo-cinese, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Pechino
I rapporti culturali tra la Cina
e l’Italia si sono intensificati in
particolare negli ultimi anni grazie allo scambio che di fatto si
è realizzato tra i due paesi - sul
fronte dell’economia e del lavoro
– e con il diffondersi in Italia
di comunità di cittadini cinesi.
Diverse sono le iniziative che
recentemente hanno affrontato
questioni legate al tema della
traduzione, agli aspetti di critica
letteraria italiana, alle metodologie e al materiale per la didattica
della lingua italiana e cinese, alla
diffusione della letteratura e della
lingua italiana in Cina.
Questa nuova iniziativa
dell’Istituto Italiano di Cultura
di Pechino – che si tiene dal 13
al 18 ottobre – vuole inaugurare
un altro modo di confrontarsi
tra le due culture e letterature,
quella italiana e quella cinese,
rendendo protagonisti gli scrittori
e promuovendo in modo attivo la
diffusione della letteratura e della
narrativa, soprattutto contemporanea, nei rispettivi paesi.
Sappiamo bene come nel passato storico Italia e Cina abbiano
vissuto stagioni di intenso confronto culturale e florido scambio
economico; oggi la Cina è tornata
a essere la protagonista del futuro
dell’umanità, e la narrativa cinese
oramai parla direttamente anche
al nostro pubblico, non più da
una specie di lontananza esotica,
perché gli autori partecipano da
protagonisti allo scambio che la
globalizzazione consente tra i diversi paesi.
2
Dagli anni Novanta del secolo
scorso anche la nostra letteratura
del Novecento ha iniziato a essere
conosciuta, senza più la mediazione della lingua inglese che
aveva contraddistinto la maggior
parte delle traduzioni antecedenti
gli anni Settanta.
Oggi si vuole promuovere
un’ulteriore azione di confronto e
di scambio tra i due universi narrativi con le scrittrici e gli scrittori
protagonisti, e lo si vuole fare con
questo primo appuntamento attraverso il genere letterario del giallo
e del noir, portando gli autori direttamente nei luoghi dello studio
e della formazione, promuovendo
il confronto con i loro colleghi “di
genere” cinesi all’interno delle
università e negli spazi dedicati
allo studio e alla lettura.
La letteratura è uno dei mezzi
più efficaci di cui i popoli si possano avvalere per approfondire
la conoscenza reciproca e trasmettere i propri valori. Il genere
letterario scelto riesce in modo
unico e particolare a descrivere e
interpretare la società, è un genere
di elezione per conoscere i luoghi
e penetrare nei meandri della psiche, tra inquietudini e passioni,
tra storia passata e dinamiche del
presente.
La scelta degli scrittori che partecipano al viaggio in Cina è stata
guidata da un doppio criterio, da
una parte il luogo di origine dello
scrittore, nella consapevolezza
che l’ambiente e il territorio nel
quale nasce il libro sia determinante anche per la conoscenza
dello stesso; dall’altra le diverse
sfumature e peculiarità degli
autori individuati, che nel loro
insieme composito attraversano
tutte le caratteristiche che il genere consente.
Alessandro Vaccari
TUTTI I LIBRI SONO DISPONIBILI NELLA LIBRERIA DELL’ISTITUTO
[email protected]
I GIUDICI INVESTIGATORI
La scena si apre sull’aula di
un tribunale, mentre si sta svolgendo un processo per omicidio.
L’implacabile accusatore, confusi
i testimoni reticenti, ricostruisce
il delitto nei minimi particolari,
inchioda il colpevole con prove
irrefutabili, lo costringe a confessare schiacciandolo con la logica
delle sue sottili argomentazioni.
La verità trionfa e il reo si avvia
all’inevitabile punizione. Stiamo
forse leggendo un romanzo di
Perry Mason, ambientato nella
Los Angeles del nostro secolo?
No, l’episodio si svolge settecento anni fa, e il titolo del libro
è perlomeno singolare: Casi
paralleli sotto l’albero del pero:
è una raccolta cinese di casi giudiziari del XIII secolo, una delle
tante che appassionarono i lettori
del Celeste Impero molti secoli
prima che Conan Doyle creasse
il suo famoso Sherlock Holmes.
La letteratura dell’antica Cina
ne abbonda: si va dai manuali
di criminologia alle cronache
dei processi più celebri, fino alle
antologie di detection e ai veri e
propri romanzi polizieschi. Ma
chi è l’eroe, l’investigatore che
risolve invariabilmente il mistero,
assicurando con la sua sagacia
l’assassino alla giustizia? È il
magistrato di distretto: giudice,
amministratore, prefetto, capo
della polizia, assomma in sé tutti i
poteri: i portoghesi, forse mutuando il termine da verbo “mandar”,
comandare, lo chiamarono “mandarino”.
Mandarini non si nasce, si
diventa: chiunque, anche di umilissime origini può aspirarvi, se
possiede le doti necessarie. A nul-
la valgono la nobiltà, la potenza
della famiglia, il peso del denaro;
c’è un unico mezzo per assurgere
all’altissima dignità di funzionario: il pubblico concorso per
esami. Non pensate però che essi
vertano sulla scienza dell’amministrazione, sul diritto o sull’economia. La materia è una sola, la
letteratura classica, e va imparata
a perfezione. Chi possiede appieno la conoscenza dei grandi
autori del passato, in particolare
delle opere confuciane, è in grado
di affrontare qualunque problema,
dalla necessità di approntare canali di irrigazione alla riscossione
delle tasse, dalla registrazione di
nascite e matrimoni al mantenimento dell’ordine pubblico, dalla
difesa della città all’indagine sui
delitti più efferati. Così, a governare l’impero e ad amministrare
la giustizia, sono esclusivamente
gli intellettuali: filosofi, poeti,
narratori, raffinati cultori di
metrica, pittori di vaglia, esperti
calligrafi. E il sistema, incredibilmente, funziona.
Residenza del mandarino è il
tribunale, sito nel centro della
città, ad equa distanza tra la Torre
del Tamburo e quella della Campana, non lontano dall’onnipresente tempio di Confucio. Lì, tre
volte al giorno, all’alba, a mezzogiorno e all’imbrunire, il magistrato esamina i casi propostigli.
Chiunque, in qualunque momento, può suonare il grande gong
appeso a un traliccio di legno sul
portone di ingresso, accanto ai
quartieri di guardia, e chiedere
che sia fatta giustizia. Nell’aula,
durante i processi, sia il querelante sia l’accusato rimangono inginocchiati a terra sulla nuda pietra,
per tutta la durata della seduta, in
segno di deferenza verso la corte.
Il funzionario siede in cattedra,
su un alto scranno, davanti a un
arazzo che rappresenta l’unicorno,
antico simbolo della perspicacia.
Sulla sua cattedra, pochi oggetti
significativi: due pennelli, la
pietra per l’inchiostro, il barattolo delle bacchette di bambù,
che, all’occorrenza, il giudice
butta a terra davanti al banco, per
stabilire il numero delle frustate
impartite al colpevole. A destra
e a sinistra del magistrato, dietro
ai loro tavoli, gli archivisti e gli
scrivani riducono con incredibile
destrezza a pochi e precisi ideogrammi le deposizioni dei testi,
tramandandoci nei minimi particolari quelle fosche vicende di
frodi e delitti che costituiscono la
fonte primaria e inesauribile del
racconto poliziesco cinese: tutti
gli interrogatori, infatti, anche
quelli dell’inchiesta preliminare,
si svolgono in aula, alla presenza
del pubblico. Per investigare l’in-
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quisitore dispone della competenza di un valido medico legale,
e di un buon numero di assistenti
personali, che si porta con sè in
tutti i suoi spostamenti da un distretto all’altro; di promozione in
promozione, questi fidi lo accompagnano lungo tutta la sua carriera. Si tratta spesso di “fratelli dei
boschi verdi”, cioè di ex-banditi,
esperti nel pugilato e nella lotta a
mani nude, in quanto, come secoli
dopo i loro colleghi di Scotland
Yard, non sono autorizzati a far
uso di armi. Ma questi aiutanti
non sono che semplici esecutori
di ordini, a cui il giudice si affida
per portare a termine i compiti di
secondaria importanza.
Chi svolge le indagini vere e
proprie è solo lui, il mandarino;
per compiere appieno il suo
dovere, l’alto magistrato spesso
non disdegna nemmeno di recarsi
di persona sul luogo del delitto,
naturalmente travestito e in incognito, al fine di evitare la pompa
con la quale, secondo le regole
dell’etichetta, è tenuto a presentarsi in pubblico.
Il giudice non è legato da
molte pastoie burocratiche e ha
mano libera con gli inquisiti, che
non godono del patrocinio di un
avvocato, né di alcun “diritto
costituzionale”: può farli arrestare
senza prove, ordinare che siano
frustati in aula, privarli della
libertà in qualunque momento, interrogarli anche sotto tortura (ma,
se l’imputato dovesse riportarne
seri danni, il giudice sarebbe
chiamato a renderne conto anche
con la vita...). Raramente però il
mandarino fa uso di questi sistemi: di norma basta la sua lucida
intelligenza, sorretta dallo studio
dei classici confuciani, per farlo
arrivare alla brillante soluzione
del caso. E il colpevole - necessariamente reo confesso, poiché
nessuno può essere condannato
se non ha ammesso il delitto - si
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avvia al supplizio, che ha da esser
pubblico e particolarmente atroce,
in modo che funga da monito ed
esempio: ogni giallo cinese finisce con una esecuzione capitale,
descritta nei minimi particolari
per soddisfare l’esigenza di giustizia dei lettori.
I giudici più famosi, particolarmente versati nella detection,
svolgevano la loro attività in
svariate province, spostandosi
continuamente: un magistrato di
distretto non poteva infatti rimanere in carica nella stessa località
per più di tre anni, onde evitare
che si creassero in loco amicizie
e interessi che avrebbero potuto
interferire coi suoi doveri. Non di
rado, questi investigatori assursero in seguito alle vette più alte del
potere, fino a coprire le prestigiose cariche di ministri e consiglieri
imperiali. Nulla di strano, invero:
anche oggi, negli Stati Uniti, un
buon successo da Procuratore Distrettuale nella lotta contro la delinquenza, è un ottimo trampolino
di lancio nella carriera politica.
Di questi abili magistrati, tre
in particolare, giunsero a una tale
notorietà da diventare i protagonisti di raccolte poliziesche tramandate per secoli: il giudice Pao, il
giudice Li e Ti Jen-chieh, meglio
noto come “l’onorevole giudice
Di”. Quest’ultimo è entrato persino nella letteratura europea, come
personaggio principale di una fortunata serie di gialli di Robert van
Gulik, il diplomatico olandese,
ambasciatore dei Paesi Bassi in
Cina, che deve essere considerato, insieme all’americano Vincent
Starret, il vero scopritore del
mystery orientale. Fine sinologo,
tradusse e curò la pubblicazione
di alcune cronache giudiziarie del
Medioevo, nonchè un romanzo
del XVIII secolo avente come
protagonista appunto il leggendario Di. In seguito, rielaborando
gli annali della dinastia Tang e i
testi antichi di criminologia, ne
trasse storie poliziesche originali
destinate al pubblico europeo,
ma elaborate sullo stile di quelle
cinesi classiche. Il giallo cinese,
infatti, presenta alcune peculiarità
che lo differenziano dal genere
a cui è abituato il pubblico occidentale. Prima di tutto, nella
stragrande maggioranza dei casi,
il colpevole viene reso noto fin
dall’inizio: è l’acume del magistrato nel districare la complessa
vicenda criminosa, non la scoperta dell’assassino, a costituire
l’oggetto del romanzo, in questo
senso simile più alle inchieste del
tenente Colombo che a quelle di
Poirot o di Maigret.
Il mandarino, ovviamente, batte tutti in astuzia ed ingegno. Così
Di, in un famoso racconto, risolve
un omicidio sulla base dell’osservazione di un dipinto raffigurante
un gatto: le pupille contratte
dell’animale, dipinto dalla vittima subito prima della morte,
gli svelano che il delitto è stato
commesso in pieno giorno, anziché di sera, come vuol far credere
l’assassino. Li Hui, in un’altra
cronaca, ordina agli agenti allibiti
di interrogare con la tortura la
pelle d’agnello che è oggetto di
una contesa tra un portatore di legno e uno di sale. Il tappeto, sotto
i colpi della frusta, lascia cadere
alcuni granelli di sale, e rivela il
legittimo proprietario.
Vi è solo un’altra importante
differenza, che distingue il giallo
orientale da quello europeo e
americano: il giudice del Celeste
Impero non ha mai a che vedere
con un solo caso alla volta, ma
con due o tre enigmi diversi,
talvolta collegati tra loro, ma
più spesso completamente indipendenti. Il realismo cinese non
avrebbe mai ammesso che un
importante funzionario, incaricato
di governare un’intera provincia,
si trovasse alle prese con un solo
reato nel corso delle sue funzioni:
quindi gli omicidi si mescolano
spesso ai furti, alle truffe, ai rapimenti, alle scomparse misteriose.
Infine, come in ogni romanzo
classico cinese, vi è, in questi polizieschi, un grandissimo numero
di personaggi, davanti al quale il
lettore occidentale, abituato a una
rosa limitata di sospetti, rimane
sconcertato.
Molte di più sono però le
analogie, che ci permettono di
ascrivere a pieno titolo questi
racconti al genere giallo: il gusto
di svelare un mistero, l’abile
ricostruzione del processo di detection, la serialità dei personaggi: il protagonista, quasi sempre
realmente esistito, viene trasfigurato dall’opera letteraria in una
specie di stereotipo e cristalizzato
in atteggiamenti fissi, non dissimilmente da ciò che accade nelle
serie più famose di Erle Stanley
Gardner o Agatha Christie. Anche
la “spalla” dell’investigatore, il
dottor Watson della situazione, è
caratterizzato in modo deciso: si
tratta in genere di un assistente
nerboruto, rapido di riflessi ma
corto di comprendonio, a cui il
giudice deve spiegare per filo
e per segno la risoluzione del
caso (e chi non ricorda i vari
Drake, Goodwin, Markham?)
Non mancano poi le tipologie di
personaggi quasi obbligati: la fanciulla perseguitata, il funzionario
corrotto, lo studente povero ma
onesto, il libertino approfittatore,
la moglie fedifraga, la giovane
costretta a vendersi a una casa di
prostituzione per sfamare la famiglia. A volte, però il racconto ci
riserva delle sorprese inaspettate,
come la presenza di una investigatrice femmina: è il caso della
Novella delle quindici stringhe,
in cui la giovane moglie dell’accusato scopre l’assassino di un
mercante, barbaramente ucciso
per impossessarsi di parecchie
monete forate nel mezzo, e riunite
appunto in quindici filze. L’eroina
ottiene dal magistrato l’assoluzione del marito, salvandolo dal
patibolo.
LE ARMI DEL DELITTO
Ma, ben più dei protagonisti,
ciò che colpisce nei romanzi
cinesi di detection, è la varietà
fantasiosa delle armi del delitto,
davanti ai quali i meccanismi più
complessi svelati dai nostri Philo
Vance e Nero Wolfe appaiono
quasi grigi e banali: amante delle
stranezze e delle eccentricità, il
vasto pubblico del Celeste Impero
non avrebbe accettato di buon
grado un semplice, brutale assassinio a colpi di randello. Gli stru-
menti di morte dovevano invece
essere raffinati ed insoliti. Eccone
una breve panoramica.
Il chiodo nell’occipite: è descritto nel caso numero 16 della
la raccolta di criminologia già
citata (T’ang-yin-pi-shih), e ne è
attribuita la soluzione a Yeh Tsun,
giudice dei primi secoli della nostra era. Viene ritrovato un corpo,
senza alcun apparente segno di
violenza. Il mandarino, la cui
attenzione è stata risvegliata da
uno sciame di mosche posate sul
cranio del morto, sottopone il cadavere a un esame approfondito,
scoprendo, infisso nell’osso, un
lungo e sottilissimo chiodo, piantato nottetempo nella testa della
vittima addormentata dalla con-
sorte infedele. Il caso, in una versione più tarda, fu ripreso da van
Gulik nel suo romanzo I delitti
del chiodo cinese: qui, una moglie uxoricida in preda ai rimorsi,
rivela al giudice Di in che modo
uccise anni prima il marito e gli
permette di scoprire la colpevole
di un nuovo, inspiegabile delitto.
Da grande ammiratrice dei gialli
cinesi quale sono, non resistetti
a inserire cenni su un delitto col
chiodo nell’occipite anche nel
mio romanzo Cave canem, (Hobby & Work) ambientato in Campania nel I secolo dopo Cristo.
Una variante di questo metodo
è costituita dal chiodo nell’orecchio: ne Gli strani casi del giudice Li, ad esempio, il mandarino
discolpa una vedova calunniata,
dimostrando come lo spillone
letale sia stato infisso nel cranio
dopo la morte della vittima.
La vipera assassina, compare
nell’ennesimo caso risolto dal
celeberrimo Jen Chieh: una sposa
muore avvelenata alla soglia delle
nozze, mentre, sola in cucina,
beve una tazza di tè. L’arma è una
vipera: l’assassino l’ha celata sulla trave che sovrasta il focolare,
in modo che, infastidita dal vapore dell’acqua in ebollizione, lasci
cadere il suo veleno mortale nella
teiera.
Il pennello mortale: è un’arma
“differita” che uccide a distanza:
scaldata a una lampada, o a una
candela, emette un proiettile letale, mediante una molla trattenuta
dalla cera sciolta alla fiamma.
Occorre ricordare che la calligrafia era ritenuta un’arte di
primaria importanza: gli ideogrammi venivano tracciati sul
foglio ad inchiostro di china, con
grandissima cura, come veri e
propri disegni. Si rendeva quindi
necessario, inaugurando un nuovo
pennello, bruciarne le setole irregolari, per evitare che causassero
antiestetiche sbavature sulla pagi-
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na: ecco quindi la necessità della
fonte di calore che mette in moto
il meccanismo mortale. La vittima viene ritrovata nello studio,
chiuso ermeticamente dall’interno, e solo la lungimiranza del
mandarino permette di assicurare
il colpevole alla giustizia. È il
primo esempio nella letteratura di
“delitto della camera chiusa”, un
motivo sul quale si cimenteranno
tutti i grandi autori di polizieschi
occidentali, tra cui Van Dine,
Agatha Cristhie e John Dickson
Carr. La sottoscritta ha ripreso il
meccanismo del pennello mortale, trasformato per l’occasione
in una pipa indiana, nel racconto
Il dono di Giuda (pubblicato
nell’antologia History & Mystery
della Piemme) , che si svolge a
Roma nel XVI secolo.
Le pagine avvelenate: l’invenzione del pennello mortale viene
attribuita proprio a Yen Shi-fan, il
perfido traditore di cui, secondo
la leggenda, si vendica l’autore
del Chin P’ing Mei (Fiore di
prugno in un vaso d’oro), l’antico romanzo erotico considerato
oggi il capolavoro della narrativa
cinese. Anche questa vendetta
ha tutto il sapore del giallo: il
giovane Wang, il cui padre è stato
ingiustamente fatto condannare a
morte dalla famiglia di Yen, non
ha modo di raggiungere il potente
avversario per fargli scontare le
sue colpe. Allora si risolve a descrivere, in un lunghissimo e affascinante romanzo, tutte le perversioni del suo lussurioso nemico,
adombrandolo sotto le spoglie del
protagonista Hsi-Mei. Terminato
lo scritto, gli invia il testo, dopo
averne preventivamente strofinato
le pagine sottili con un veleno
letale. Il perfido Yen legge, umettandosi le dita e, quando giunge
alla fine della storia, muore. Una
leggenda posteriore vuole invece
che la vittima si accorga della sua
prossima fine, ma, pur di termi-
6
nare lo stupendo romanzo, accetti
di pagare con la vita il piacere
di leggerlo. A chi non viene in
mente Jorge da Burgos ne Il nome
della Rosa?
Il gatto feroce: l’episodio è
narrato nello stesso Chin P’ing
Mei. Loto d’Oro, quinta moglie
e favorita del corrotto Hsi-Mei,
perde l’affetto del suo signore
quando un’altra sposa gli partorisce un figlio. La donna non si
rassegna e, già avvezza al delitto
- ha soffocato nel sonno il primo
marito - addestra un grosso gatto
bianco, “Palla di Neve”, ad aprire
con le unghie un panno scarlatto,
per cercarvi dei pezzetti di carne
cruda. Approfittando di un attimo
di disattenzione della balia, la
malvagia favorita manda il felino
al di là del muro che separa il suo
padiglione da quello della rivale e
attende in silenzio che l’animale
attacchi il neonato avvolto nella
vestina rossa. Il bambino, dilaniato dagli artigli, cade in convulsioni e muore, mentre la terribile
Loto d’Oro riconquista il favore
del marito.
Come si è detto le inchieste del
giudice Di furono celebrate in Occidente dall’olandese Robert van
Gulik con una serie di romanzi
nei quali, dopo un esordio basato
essenzialmente sui classici, il personaggio si evolve fino a vivere
avventure di pura fantasia. Ma
non è tutto: il fascino del celebre
mandarino è tale da farlo sopravvivere al suo stesso autore. Di
recente, a quasi quarant’anni dalla
morte di van Gulik, è stato infatti
ripreso dallo scrittore Frédéric
Normand – già autore di romanzi
storici sulla rivoluzione francese
– col nome di “juge Ti” in una serie che promette di valicare presto
i confini della Francia.
Il mandarino Di, o Ti che dir si
voglia, non è però l’unico funzionario delle Cina imperiale a comparire nella storia del poliziesco.
Alla fine dell’Ottocento troviamo
infatti un romanzo molto bello,
di penna certamente cinese, attribuito a Xihong, pseudonimo di un
autore mai identificato. Gli strani
casi del giudice Li riporta le inchieste - probabilmente di fantasia
- di un magistrato scrupoloso e
animato da grandi ambizioni, che
visse sotto l’ultima grande imperatrice Ci Xi (conosciuta anche
come Tz’u-hsi, Dowager o Yehonala) servendola come ministro
e fu un fermo oppositore delle
potenze occidentali durante la rivolta dei Boxers. Perdute due impari battaglie contro gli europei,
il giudice Li Bengheng pagò con
la vita la fedeltà assoluta al Trono
del Drago, preferendo il suicidio al disonore di presentarsi da
sconfitto davanti alla sua sovrana.
Quest’ultima fu poi costretta suo
malgrado dai vincitori a rinnegare
il fedele ministro, privandolo post
mortem di tutti i titoli e le cariche
onorifiche. Si suppone che a narrarne le vicende nel libro citato,
possa essere stato il segretario del
funzionario stesso, desideroso di
operarne la riabilitazione dopo la
condanna postuma.
***
Questi i classici. E ora? Da tre
decenni ormai si nota in Cina un
forte risveglio di interesse per il
“giallo”. Il primissimo risultato
tradotto in occidente, negli anni
Ottanta, a dire il vero peccava
un po’ di ingenuità: il probo Jin
Ming (dovuto alla fertile penna
di Ye Yonglie) devotissimo alla
patria e ai suoi ideali, lottava con
astuzia e accanimento contro gli
agenti di varie multinazionali
determinate ad appropriarsi delle
scoperte scientifiche del laborioso
popolo cinese; scoperto tuttavia il
colpevole, Jin non aveva bisogno
di molte prove, perché i criminali
colti in fallo, sopraffatti dalla
vergogna, si affrettavano seduta
stante a confessare. Gli smaliziati
lettori europei occidentali sorrisero, ma i veri appassionati di “gialli”, memori delle sottili astuzie
dei vecchi mandarini, si misero
ad aspettare fiduciosi il domani.
Domani che è già oggi: purtroppo l’editoria occidentale è
avara di traduzioni dalla lingua
mandarina, cosicché molti lettori
devono accontentarsi di leggere
le inchieste “cinesi” nei libri
di scrittori che cinesi non sono
affatto, o se lo sono, non vivono
in Cina, come ad esempio Qiu
Xiaolong - l’apprezzatissimo
autore dei polizieschi dell’ispettore Chen - nato a Shanghai ma
residente ora a Saint Louis. Ma
perché non essere fiduciosi nella
buona sorte? Chissà che non
sia proprio questo convegno di
Pechino ad offrirci presto l’opportunità di rimediare alla penosa
lacuna….
CHI ERANO QUESTI GIUDICI
INVESTIGATORI ?
Giudice Di = si tratta di Ti JenChieh, nato nel 630 a.C., anno
della Tigre, sotto l’influsso del
pianeta Venere:Dopo una brillante
carriera, divenne infine Ministro
della Corte Imperiale. Come tale
riuscì a impedire all’imperatrice
Wu di nominare erede un suo
favorito al posto del legittimo
pretendente: l’episodio è ricordato anche da Lin Yutang nel suo
romanzo Madame Wu. A lui si
è ispirato Robert van Gulik, per
creare il protagonista della sua
famosa serie di “gialli storici”.
Giudice Pao = è Pao Ch’eng,
famoso uomo di stato del periodo
Song, nato nel 999 d.C. e morto
nel 1062. Nel XVI secolo, durante la dinastia Ming si trascrissero
i casi da lui risolti in una fantasiosa antologia, il Lung-t’u-kung-an,
nella quale si vede spesso il magistrato approfittare delle supersti-
zioni popolari travestendo i suoi
agenti da spettri delle vittime, per
indurre i colpevoli a confessare.
Giudice Li = Li Bengheng è
il grande mandarino del secolo
scorso che compare nel romanzo
Gli strani casi del giudice Li, di
Xihong, funzionario imperiale
dell’imperatrice Ci Xi (Tz’u-hsi)
durante la rivolta dei Boxers. Su
Ci Xi è stato scritto da Lucien
Bodard il controverso romanzo:
La valle delle rose, edito in Italia
dalla Rizzoli.
LE RACCOLTE DI
CASI POLIZIESCHI CINESI
T’ang-yin-pi-shih = Casi paralleli sotto l’albero del pero,
Leiden 1956. Raccolta cinese di
giurisprudenza, criminologia e
investigazione del tredicesimo
secolo, tradotta da van Gulik. Vi è
descritto il delitto del chiodo.
Ku-chin-ch’i-an-wei-pien =
Casi curiosi dei tempi antichi e
moderni: vi attinge van Gulik per
il suicidio di un personaggio ne
Il paravento di lacca. Ne esiste
un estratto, sotto il titolo Wu-shach’i- an Curiosi casi di omicidio
per errore.
Ching-jen-chi-an = Casi curiosi
che turbarono il mondo: raccolta
di casi polizieschi pubblicata nel
1920 a Shanghai da Wang Yih,
che ristampò una serie di racconti
traendoli da libri più antichi,
senza però menzionarne le fonti. Contiene il caso della sposa
scomparsa.
Lung-t’u-kung-an = o Paokung- an, raccolta di racconti
polizieschi del XVI secolo aventi
come protagonista il giudice Pao.
Chiu-ming-ch’i-yuan = La strana faida dei nove assassini, romanzo basato su una vera strage
di nove persone che ebbe luogo a
Canton nel 1725.
Wu-tse-t’ien-szu-ta-ch’i-an =
romanzo poliziesco del XVIII se-
colo, tradotto da van Gulik col titolo Dee Goong An (Tokio 1949).
Vi si cita il delitto della vipera
assassina.
Xihong, Ligong qiwen, romanzo giallo di fine Ottocento, traduzione italiana: Gli strani casi del
giudice Li, Sellerio 1992
I molti romanzi di Robert van
Gulik sul giudice Di sono stati
editi in Italia dalla Garzanti e
dalla Mondadori, mentre quelli di
Frédéric Lenormand escono in
Francia nella Fayard.
Il Chin P’ing Mei è pubblicato
in Italia dalla Feltrinelli.
Il romanzo di Ye Yonglie L’ombra delle spie sull’isola di Giada
Verde, uscì presso Luigi Reverdito Editore.
I romanzi di Qiu Xiaolong (La
misteriosa morte della compagna
Guan, Visto per Shanghai, Quando il rosso è nero, Ratti rossi sono
editi in Italia dalla Marsilio.
Peter May pubblica una serie
che vede la collaborazione del
detective di Pechino Lin Yan con
la patologa americana Margaret
Cambell : due romanzi sono usciti
in Italia per Piemme.
Danila
Comastri
Montanari
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Piero Colaprico
Danila Comastri Montanari
Giancarlo De Cataldo
Giorgio Faletti
Feng Hua
Marcello Fois
He Jiahong
Isaia Iannaccone
Carlo Lucarelli
Bruno Morchio
e
r
o
t
u
a
’
Indizi d
Nanpai Sanshu
Margherita Oggero
Qiu Xiaolong
Alberto Toso Fei
Zhang Muye
8
9
Piero Colaprico
Questa volta è morto “Pallina”. Un poveraccio della Scala C, un puntino
di sabbia tra i palazzoni popolari e tutti uguali della periferia milanese.
“Un fascicolo in più da archiviare” tra quei duecento e passa che a Milano
morivano vent’anni fa appena, in quella recentissima preistoria metropolitana popolata di mostri tuttora ben vivi tipo certe solitudini, e altri ormai
estinti tipo le cabine telefoniche. Per fortuna di turno c’è lui, il maresciallo
Binda, la notte in cui ammazzano quel niente di Pallina.
Con Scala C, Colaprico ci porta nelle atmosfere nebbiose di un poliziesco italiano, in una Milano di delinquenti, osterie e latterie: una città ormai
scomparsa e che vive solo nei ricordi dei protagonisti di quei giorni.
Scala C
Incoeu, in quel di Londra
Piero Colaprico è nato a Putignano (Bari); laureato in giurisprudenza, vive a Milano dove come
giornalista e inviato del quotidiano La Repubblica si occupa di giustizia e cronaca nera. Ha
pubblicato alcuni saggi con taglio giornalistico (Duomo Connection, Manager Calibro 9, che
ripercorre vent'anni di crimini a Milano e in Lombardia) ed è autore di romanzi e racconti gialli
(tra questi Sequestro alla milanese, Kriminalbar, La donna del campione, L’uomo cannone).
Insieme a Pietro Valpreda ha dato origine alla serie di romanzi gialli, ambientati a Milano, con il
maresciallo Binda quale protagonista: Quattro gocce di acqua piovana, La nevicata dell'85 e La
primavera dei maimorti. La saga è proseguita con L'estate del Mundial e La quinta stagione.
Nel 2004 è uscita La Trilogia della città di M, un romanzo di tre lunghi racconti ambientati a Milano con protagonista l'ispettore Bagni, che si è aggiudicato il Premio Scerbanenco.
10
Sulla poltrona di vimini, nella
casa londinese del figlio Umberto,
nella zona di Bloomsbury, l’ex
maresciallo Pietro Binda staccò
gli occhi dal computer.
«Nonno, che cos’è il destino?»
Quel suo nipotino, el Palmer,
com’el ciamaven, era un portento.
Una volta, a sette anni, gli aveva
chiesto: «Nonno, cos’è davvero
importante? Avere una bella vita
o essere ricordato in un modo
speciale?».
Lui aveva risposto qualcosa a
proposito della conoscenza di se
stessi e del tentare di fare le cose
che ci rendono felici: «O, se non
felici, tranquilli».
«Senti, ma tranquillo come il
mare, che anche se è calmo ha
sempre le onde? O come una
montagna, che non si preoccupa
delle nuvole anche quando portano pioggia e neve? Che dici,
nonno Peder?» aveva chiesto il
nipotino.
«Ciumbia, che domandone...
Meglio essere tranquillo come
uno scoglio, che sa che il mare
lo bagna, ma poi esce il sole e
lo asciuga. Non c’è nessuna vita
dove tutto filerà liscio, caro el me
neudin».
Adesso, a nove anni, Palmer gli
parlava di destino. Chissà, magari
sarebbe diventato uno scienziato,
un bambino così curioso e introspettivo. O forse, come tanti nonni, anche lui immaginava un’immensa fortuna per il nipote di un
semplice maresciallo, per il figlio
di quel suo figlio che era stato più
in gamba di lui e aveva lasciato
Milano, l’Italia, la sua lingua per
fare fortuna a Londra, con i computer. Peder un po’ diffidava di
quei nuovi mezzi, ma l’Umberto
era stato inesorabile: «Alla tua
età, sei andato a rischiare la pelle
per mettere in galera una banda di
albanesi e sei vivo per miracolo.
Il medico è stato chiaro, papà. Se
vuoi tornare in forma, devi usare
il cervello come fai nelle indagini.
Anche perché, finché non guarisci
del tutto, non ti lascio partire per
le tue Grigne, no no, te ne stai
qua con noi. E se hai nostalgia
di casa, ti spiego come superarla
grazie a questo schermo ultrapiatto che stiamo brevettando...».
Con pazienza, gli aveva dato
qualche lezione e, ogni mattina,
gli lasciava il computer acceso e
collegato al sito del quotidiano
della sua città, il «Corriere della
Sera», in modo che il vecchio maresciallo potesse leggere qualche
notizia.
«Palmer, ti spiace se ci parliamo più tardi? Sto ciccando un
articolo e...» brontolò Binda.
Il bimbetto si avvicinò e lo
aiutò: «Clicco, non cicco, ma
dài, nonno. Ecco fatto, vedi lo
schermo che si apre? Quando hai
finito, chiamami tu», disse, e andò
a giocare in camera sua, mentre
le facce corrucciate di Mancini,
di Mourinho e del presidente
Moratti si fronteggiavano. Ma il
maresciallo in pensione non leggeva più, gli era venuto in mente
qualcosa sul destino. Qualcosa
che gli era successo tanti, ma tanti
anni prima, quando era ancora
nell’Arma.
L’ultimo lunedì di ottobre del
1979
La luce dei lampioni arrivava
fioca e la cabina telefonica luccicava nella semioscurità. Sulla
piazzola tra via Lorenteggio e
via Segneri una piccola folla di
sfaccendati si manteneva a debita
distanza. Nessuno aveva piacere
11
di mostrarsi pappa e ciccia con i
carabinieri. Nemmeno i giovani
del circolo Arci si facevano vedere.
Lo spaccio nei giardinetti di via
Odazio, «ogni cespuglio un imbosco», era stato momentaneamente
sospeso. Nella vicina bisca a cielo
aperto di piazza Tirana, che in
quel momento veniva gestita dallo
smilzo e nerboruto Ventaglietto,
i dannati del gioco d’azzardo sarebbero arrivati tra un paio d’ore,
non prima, per lanciare i dadi sul
rettilineo della fermata dei taxi.
Binda si chinò in un angolo
meno buio per raccogliere, accanto a una pozza d’acqua dove
galleggiavano flaccidi mozziconi
di sigaretta, un paio d’occhiali di
finta tartaruga, con una montatura
spessa e le lenti unte. Sentì un
tuffo al cuore. Conosceva quegli
occhiali.
«Temevo fosse lui, poveraccio»
si disse.
Con l’unghia dell’indice grattò
via un grumo di polvere, rimasto
incollato al nastro adesivo che
teneva assieme la stanghetta.
«Pallina» sussurrò Binda.
«Comandi» avanzò di un passo
il vicebrigadiere che gli aveva
fatto da autista. Era d’origine
somala, già pelato a trent’anni,
bassino e panciuto.
«Pallina» ripeté ad alta voce
il maresciallo. E siccome l’altro,
rispettoso delle gerarchie, non se
la sentiva di intervenire di nuovo,
il capo della sezione Omicidi dei
carabinieri aggiunse: «So chi è
l’accoltellato. Qua al Giambellino
lo chiamano tutti Pallina. Anch’io
lo conoscevo, un poveraccio che
non ci stava più con la testa».
I lineamenti del sottoposto
si modificarono per esprimere
un’ammirazione infantile. Gli
occhi rotondi s’ingrandirono, la
bocca carnosa si spalancò, le narici divennero più larghe e le sopracciglia si arcuarono. Un attore
12
perfetto. «Nessuno dei nostri»
disse «l’aveva identificato, nemmeno quelli dell’autoambulanza,
e lei l’ha riconosciuto al volo,
per gli occhiali? È proprio vero
che nessuno conosce questa città
come il nostro capo sezione.»
«Fa anche il lecchino» pensò
Binda, ma restò impassibile. «Incerottare gli oggetti con il nastro
da pacchi è tipico del Pallina,
purtroppo ripara così anche i
piatti di ceramica. Diceva che è
stato folgorato dall’intelligenza
dell’inventore dello scotch. Abita
di fronte, nelle case popolari.»
«Va be’, se abbiamo l’omicidio
dello scemo del quartiere, non
faremo tanto tardi» ghignò il vicebrigadiere.
«Ma perché Pallina alle undici
di sera entra in questa cabina?»
domandò Binda, senza degnarsi
di rispondere a quel tipo appena
arrivato da Roma. Ispezionò silenziosamente, palmo a palmo,
il pavimento di metallo e i vetri
insanguinati. A giudicare dalla
densità delle chiazze di sangue,
Pallina aveva perso ogni goccia
di ciò che gli scorreva nelle vene
e nelle arterie. «Svuotato» pensò
Binda, stando attento a non sporcare qualche impronta utile. La
cornetta penzoloni accrebbe la
sua tristezza: «Avvisa la centrale
che l’abbiamo identificato per
Silvestri Silvio, ci deve essere un
fascicolo a suo nome. E insisti
con l’ospedale, fammi sapere se è
ancora vivo».
«Non può averla sfangata, marescià» commentò l’altro, accendendosi una sigaretta senza filtro.
«Scusa, come hai detto che ti
chiami?»
«Vicebrigadiere Abdinasir Arturo, comandi.»
«Non sbattere i tacchi che mi
dà fastidio. Quando dico che devi
chiamare l’ospedale, lo fai immediatamente» ordinò, togliendogli
di bocca la sigaretta e buttandola
nella pozzanghera. L’altro abbassò gli occhi e si precipitò a ubbidire
Binda guardò l’orologio.
Mezzanotte era passata da poco.
Sarebbe servito un miracolo per
tenere in vita un uomo malnutrito
e debole, e quelli che stavano
trascorrendo tra lutti e dolori,
tra piccole e grandi tragedie non
erano certo gli anni dei miracoli: anzi, li chiamavano «anni di
piombo». Milano aveva una media di due morti ammazzati ogni
tre giorni: c’erano i regolamenti
di conti tra le grandi bande che
Francesco Turatello aveva tentato
di unificare, e c’erano i terroristi
che sparavano, per uccidere o per
gambizzare. C’era da correre mattina, pomeriggio e notte dietro le
scie di sangue lasciate sull’asfalto, negli androni, nelle carceri,
negli ospedali, nelle scuole, nelle
bische, nei night; e, come quella
notte, in una cabina del telefono,
dove era stato colpito un povero
«signor nessuno». Un fascicolo
da archiviare al più presto se non
si trovava una buona pista: andava a finire spesso così, quando il
cadavere non era «eccellente».
Danila Comastri Montanari
Danila Comastri Montanari, nata a Bologna dove vive e lavora, è
laureata in Pedagogia e Scienze politiche. Insegnante di storia per
vent’anni, si dedica a tempo pieno alla narrativa dal 1990, anno di
pubblicazione del suo primo romanzo Mors tua (Premio Tedeschi
1990) un giallo storico ambientato nella Roma imperiale, con il
quale inizia la serie delle indagini del senatore Publio Aurelio
Stazio. Tra i suoi romanzi di questa serie ricordiamo Morituri te
salutant, Cui prodest, In corpore sano, Tenebrae. È anche autrice
di romanzi polizieschi storici ambientati nell’Ottocento, quali La
campana dell’arciprete e Il panno di mastro Gervaso. È membro
dell'Associazione Scrittori di Bologna, collabora con varie riviste
e mantiene alcuni siti Internet sulla storia e il romanzo poliziesco.
13
Roma, estate dell’anno 45 d.C. L'Imperatore Claudio non ha badato
a spese pur di assicurare al popolo grandi combattimenti fra gladiatori,
ma un drammatico evento li funesta. Nel corso di un combattimento,
l’asso dell'arena Chelidone si accascia al suolo, vittima di un decesso
inspiegabile. È lo stesso imperatore Claudio, vecchio amico di Publio
Aurelio Stazio, a convocarlo al Palatino e ad affidargli le indagini sulla
morte del gladiatore. Ha così inizio un’inchiesta ad alto rischio, durante
la quale l’abilità investigativa del senatore Publio Aurelio verrà messa
a dura prova.
lio disgustato!
In quel momento la folla tacque. Lo schieramento era ormai
completo e i gladiatori già alzavano le loro armi verso la tribuna
imperiale.
Dalle gole riarse uscì un sol
grido.
"Ave, Caesar, morituri te salutant”: “Ave Cesare, quelli che
stanno per morire ti salutano!”
***
Morituri te salutant
Capitolo I
Anno 798 ab urbe condita Vigilia delle Calende di giugno
(31 maggio del 45 d.C.)
Il senatore Publio Aurelio Stazio sedeva un po' rigido accanto
a Servilio, nella tribuna coperta
dietro al palco imperiale.
L'anfiteatro di Statilio Tauro, al
Campo Marzio, era già pieno da
scoppiare, ma altra gente continuava a riversarsi dai vomitoria,
i larghi corridoi di accesso per
la plebe. I giochi di quel giorno
sarebbero stati memorabili: Claudio, grande appassionato di ludi,
non aveva badato a spese per
offrire al popolo romano quanto
di meglio si fosse visto fino a
quel momento in fatto di combattimenti di gladiatori. L'arena
era addobbata da larghi teloni che
difendevano il pubblico dal sole
cocente e, al suo centro, un monte
artificiale ricostruiva fedelmente
l'angolo di foresta tropicale da
cui i campioni avrebbero dovuto
stanare le belve; tutto attorno un
largo anello di sabbia aspettava il
passo trionfante dei vincitori e il
sangue dei perdenti.
Tito Servilio, eccitatissimo,
additava all'amico Aurelio i vari
trucchi di scena, pregustando l'attesissimo spettacolo. Il senatore,
dal canto suo, contemplava l'arena
con un misto di curiosità e di
14
disgusto: non amava i massacri,
per quanto coreografici, e solo
l'impossibilità di sfuggire ai suoi
doveri sociali lo aveva indotto
a occupare il posto, solitamente
vuoto, che gli era riservato nella
tribuna.
Il suo sguardo, vagando tra la
folla nel tentativo di sottrarsi al
fascino macabro del palcoscenico
di morte apprestato nell'anfiteatro,
finì col fermarsi sul podio imperiale, là dove il maturo Claudio,
avvolto in una ricchissima veste
di porpora, era intento a scommettere somme ingenti coi cortigiani più adulatori. Al suo fianco,
sotto un baldacchino di broccato,
le spalle fiere e regalmente
perfette, sedeva la bellissima e
chiacchierata imperatrice, Valeria
Messalina. Aurelio riusciva ad
intravederne, in mezzo alle nuche
ben rasate dei funzionari, solo la
cascata dei capelli d'ebano e un
piccolo scorcio del purissimo profilo da bambola orientale.
"Eccoli, eccoli!" lo tirò per la
manica Servilio, indicando il cancello da cui i gladiatori entravano,
tra le ovazioni della folla.
Un primo gruppo di combattenti, vestiti di pelle di leopardo,
passava in quel momento davanti
al palco d'onore, seguito a ruota
dai traci armati con la parma, il
piccolo scudo rotondo destinato
a frapporsi, unica difesa, tra loro
e la morte. In un bagliore di corazze, fecero la loro comparsa i
mirmilloni dai muscoli guizzanti
e ben unti d'olio.
Davanti a quell'abbondanza
sfacciata di robuste braccia virili,
le matrone emisero sospiri soffocati, languidi di promesse per
chi, scampato alle Parche, avesse
riportato la palma della vittoria.
"Ecco Chelidone, l'asso
dell'arena!" escalmò Servilio.
"Là, in mezzo ai reziari: guarda
come li domina tutti con la sua
statura!"
Aurelio Stazio dette un'occhiata distratta alla massa di carne che
torreggiava sotto la tribuna: Chelidone, "rondinella", che nome ridicolo addosso a quella macchina
per uccidere!
Un grido della folla lo riscosse: erano entrati tre lottatori
biondi e imponenti, coi capelli
disciolti sulle spalle poderose. li
guardò meglio: i corpi atletici,
sommariamente ricoperti da
una tunichetta corta, avevano
qualcosa di strano, un gonfiore
inconsueto nei fasci muscolari
del torace, come un vago accenno
sgraziato di seno femminile. No,
non si stava sbagliando: i vigorosi
gladiatori britanni erano indubbiamente delle donne!
La più alta delle atlete alzò
in quel momento il capo davanti
al divino Cesare e dalla chioma
stopposa emerse un viso rubizzo
in cui spiccavano due occhietti
rotondi e crudeli. Begli esemplari
di armonia muliebre, pensò Aure-
"Aspetta almeno che combatta
Chelidone!" lo supplicava Servilio.
"Senti Tito, mi annoio! Sono
ore che mi tocca vedere un solo
spettacolo, ripetuto all'infinito:
la morte! E poi questo odore di
sangue mi nausea!" L'amico non
seppe come replicare: il tanfo in
effetti aveva già raggiunto da un
pezzo anche le gradinate più alte e
né i coni d'incenso, né i bastoncini
d'ambra che le signore si passavano sotto il naso, riuscivano più a
depurare l'aria. "Ci sono ancora le
Britanne, e poi arriva il campione.
Sarebbe un insulto a Cesare se te
ne andassi adesso: sai quanto ha
speso per questi giochi!" tentò di
convincerlo Servilio.
Rassegnato, Aurelio riprese di
malavoglia il suo posto e si decise
a guardare.
Morituri te salutant! Ma chi
glielo faceva fare, a quei pazzi?
Molti non erano nemmeno schiavi, ma professionisti che rinnovavano più volte il contratto con
l'arena, per avere il privilegio di
rischiare quotidianamente la pelle
in cambio di una buona borsa
di denaro. Un mestiere come un
altro, d'accordo, ma il senatore
non poteva impedirsi di provare
una forte simpatia per le belve...
E non si era neanche a metà,
valutò esasperato, accogliendo
con sollievo il breve intervallo
della gustatio. Mentre gli schiavi
passavano coi rinfreschi, Aurelio
cercò di consolarsi con la vista
delle matrone in abiti succinti,
che offrivano uno spettacolo più
consono ai suoi gusti.
"Aurelio, caro!" lo salutò una
famosa cortigiana "Perchè non
vieni più a trovarmi?"
"Mi farò vivo, Cinzia" mentì
il patrizio, che non giudicava le
prestazioni dell'etera all'altezza
dei suoi prezzi esorbitanti.
"Senatore Stazio, me lo avevano detto che non ti intendi di giochi" lo apostrofò un collega della
Curia. "Ma davvero mi stupisco
che un uomo della tua qualità sia
tanto privo di spirito sportivo!
Sempre col pollice sollevato: fosse per te, bisognerebbe graziarli
tutti!"
Questo è troppo, pensò Aurelio: non basta starsene lì buono
ad annusare il lezzo del sangue,
avrebbe dovuto anche gongolare
dall'entusiasmo!
"Ecco che ricomincia: i corni
stanno suonando" lo chiamò Servilio "Adesso viene il bello!"
Le chiacchiere vennero rapidamente interrotte da saluti affrettati. Per un attimo, tra lo svolazzare
delle toghe, Aurelio captò lo
sguardo altero e misterioso della
bella Messalina. Il patrizio si
inchinò, con un breve sorriso di
intesa "Stai tranquilla, divina Augusta, non sarò io a tradire i tuoi
segreti!" pensò con sarcasmo.
"Ah, facciamo conquiste in
alto loco. Quando lo saprà Pomponia..." commentò Tito Servilio.
Aurelio sobbalzò: la moglie
del buon cavaliere era la più
informata malalingua dell'Urbe
e per nessuna ragione doveva sospettare che qualcosa era intercorso, anche se di sfuggita, tra lui e
la spregiudicata Venere imperiale,
oggetto preferito dei pettegolezzi
delle matrone.
Cercò quindi di sviare in fretta
l'attenzione dell'amico, riportandola verso i ludi: "Guarda, hanno
contrapposto le amazzoni della
Britannia agli etiopi!" disse indicando i corpi neri degli africani
che contrastavano violentemente
con la bianchezza delle nordiche.
"Già: molto scenografico!"
apprezzò il cavaliere, mentre il
combattimento aveva inizio.
Una delle virago cedette improvvisamente ed ebbe il collo
spezzato da un secco fendente.
Anche la seconda giacque presto
nella polvere, raggiunta da un
colpo di spada. Rimaneva solo la
terza, con due avversari ancora
in piedi, perché l'ultimo africano
era già caduto sotto il suo ferro.
Senza esitare, l'amazzone si gettò
sul gladiatore meno forte, ingag-
giando una lotta accanita, mentre
l'altro accorreva in aiuto del compagno.
Fu un attimo: affondata la spada nel torace dell'avversario, la
gigantessa la estrasse con rapidità
fulminea e si volse come una
furia verso l'etiope superstite. Il
povero africano, già lanciato nella
corsa, vedendosi venire addosso
quella Erinni, non resitette: gettato il gladio nella polvere, prese a
scappare per tutta l'arena, inseguito dalla donna urlante.
"Arduina, Arduina!" plaudiva
il pubblico e col pollice verso
chiedeva la giusta pena per il vile.
"Iugula!" urlava la folla "Sgozzalo!"
La vincitrice non se lo fece dire
due volte.
Già gli schiavi libitinarii, in
abito da Caronte, portavano via i
cadaveri e rimestavano la sabbia
per cancellare le tracce dei caduti.
In quella, un grido unanime segnò l'ingresso di Chelidone. Il reziario entrò in trionfo, brandendo
il tridente, mentre il disgraziato
destinato ad affrontarlo attendeva a testa bassa un destino già
segnato: il grande campione era
imbattuto e nessuno mai dei suoi
avversari era uscito vivo dall'arena. La lotta cominciò, impari:
poco aveva da opporre all'asso
dei giochi lo sconosciuto col suo
misero gladio. In men che non si
dica il poveretto fu avviluppato
nella rete e il tremendo reziario
avanzò verso di lui.
Lo sconfitto, il viso nella polvere, chiuse gli occhi. Vide avanzare i calzari infangati di sangue
e sabbia e le punte minacciose
del tridente gli oscurarono per un
attimo l'ultimo sole.
Allora chinò il capo, rassegnato. Un boato assordante segnò la
sua fine.
Poi aprì un occhio. Qualcosa
non andava: era ancora vivo.
Sollevò la testa, cautamente. A
pochi pollici dal suo naso i calzari
di Chelidone erano immobili nella
polvere, ritti sul tallone.
Dietro i calzari, le gambe e
Chelidone, riverso sulla sabbia
col tridente ancora in mano. Morto.
15
Giancarlo De Cataldo
Nella Roma degli anni ’70 alcuni giovani delinquenti, stanchi e annoiati
da una vita monotona e povera, e desiderosi di una rivincita sulla
loro condizione sociale decidono di avviare un ambizioso progetto: la
conquista di Roma. Il romanzo segue la nascita, lo sviluppo e il declino
di questa banda criminale che riesce a farsi strada e a diventare
sempre più potente grazie alla “politica del terrore”. Arriva a detenere
il potere e il controllo quasi totale della “strada” attraverso lo spaccio,
il gioco d’azzardo, il riciclaggio di denaro, l’apertura di un bordello e
di locali notturni. Nello stesso tempo riesce a ramificarsi e stratificarsi in
diversi livelli della società italiana, alleandosi con il terrorismo, la mafia
e la parte corrotta dello Stato, trasformandosi in una vera e propria
“impresa” del traffico di droga.
Ispirato alla storia vera della banda della Magliana, che operò a
Roma tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, ci presenta
un’Italia segreta e inquietante in un romanzo che ha il ritmo delle saghe
noir americane.
Romanzo criminale
Prologo
Roma, oggi
Giancarlo De Cataldo è nato a Taranto e vive a Roma, dove è giudice presso la Corte
d’Assise. Scrittore, saggista, traduttore, autore di testi teatrali e di sceneggiature per la
radio e la televisione, ha pubblicato molti libri a partire dal 1989, anno del suo romanzo
d’esordio, Nero come il cuore. La sua opera più significativa è Romanzo criminale,
pubblicata da Einaudi nel 2002, in cui De Cataldo rivisita gli anni Settanta ed Ottanta
attraverso le vicende della banda della Magliana, al centro di ogni traffico illegale di
Roma, per ricostruire la storia di un’Italia segreta e inquietante. Da questo romanzo è
stato tratto nel 2005 l’omonimo film di Michele Placido e, nel 2008, una serie televisiva
prodotta da Sky. Tra le sue opere ricordiamo Minima criminalia, storie di carcerati e
carcerieri (1992), Il padre e lo straniero (1997), I giorni dell'ira. Storie di matricidi
(1998), scritto assieme a Paolo Crepet, Teneri assassini (2000), Onora il padre. Quarto
comandamento (2008), firmato con lo pseudonimo John Giudice e Nelle mani giuste
(2007), ideale seguito di Romanzo criminale.
16
Se ne stava rannicchiato fra
due auto in sosta e aspettava il
prossimo colpo cercando di coprirsi il volto. Erano in quattro. Il
piú cattivo era il piccoletto, con
uno sfregio di coltello lungo la
guancia. Tra un assalto e l’altro
scambiava battute al cellulare
con la ragazza: la cronaca del
pestaggio. Menavano alla cieca,
per fortuna. Per loro era un gran
divertimento. Pensò che potevano
essergli figli. A parte il negro, si
capisce. Pischelli sbroccati. Pensò
che qualche anno prima, solo a
sentire il suo nome, si sarebbero sparati da soli, piuttosto che
affrontare la vendetta. Qualche
anno prima. Quando i tempi non
erano ancora cambiati. Un attimo
di fatale distrazione. Lo scarpone
chiodato lo prese alla tempia. Scivolò nel buio.
- Annamo, - ordinò il piccoletto, - me sa che questo non s’alza
più!
Ma si alzò, invece. Si alzò
che era già buio, con il torace in
fiamme e la testa confusa. Poco
più avanti c’era una fontanella. Si
ripulì del sangue secco e bevve
una lunga sorsata d’acqua ferrosa.
Era in piedi. Poteva camminare.
Per strada, automobili con lo
stereo a tutto volume e gruppi di
giovani che giocherellavano con
il cellulare e schernivano il suo
passo sbilenco. Dalle finestre le
luci azzurrine di mille televisori. Poco più avanti ancora, una
vetrina illuminata. Si considerò
nel riflesso del vetro: un uomo
piegato, il cappotto strappato e
macchiato di sangue, pochi capelli unti, i denti marci. Un vecchio.
Ecco cos’era diventato. Passò una
sirena. D’istinto si appiattì contro
il muro. Ma non cercavano lui.
Nessuno più lo cercava.
- Io stavo col Libanese! – mormorò, quasi incredulo, come se si
fosse appropriato della memoria
di un altro.
I soldi erano andati, ma i
pischelli non s’erano accorti
del passaporto e del biglietto. E
nemmeno del Rolex cucito in una
tasca interna. Troppo presi a spassarsela per frugarlo a dovere! Gli
scappò un sorriso. Ne dovevano
mangiare ancora di pane duro!
Mancavano tre ore all’imbarco.
C’era tutto il tempo. Il campo
nomadi era a meno di un chilometro.
Il primo ad avvistarlo fu il
negro. Andò dal piccoletto, che si
stava pomiciando la ragazza, e gli
disse che era tornato il nonno.
- Ma nun era morto?
- E che ne so? Qua sta!
Lui fendeva senza fretta la
piazza, guardandosi intorno con
un sorriso da scemo, quasi per
scusarsi dell’intrusione. Gli altri
pischelli, dopo un’occhiata distratta, tornavano a farsi gli affari
propri.
Il piccoletto mandò la ragazza
a fare un giro e si mise ad aspettarlo a braccia conserte. Il negro e
gli altri due, uno altissimo con la
faccia butterata, e l’altro grasso e
tatuato, gli facevano ala.
- Buonasera, - disse, - avete
qualcosa che mi appartiene. Lo
rivoglio!
Il piccoletto si voltò verso gli
altri.
- Nun gli è bastata!
Risero. Lui scosse la testa e
cacciò il ferro.
- Tutti giù per terra! – disse,
secco.
Il negro si agitò. Il piccoletto
sputò per terra, per niente impressionato.
- Sì, mo’ se famo un bel girotondo! Ma a chi vuoi mettere
paura, co’ quel giocattolo!
Lui osservò con aria contrita la
piccola semiautomatica calibro 22
che aveva preso dallo zingaro in
cambio del Rolex.
- È vero è piccolina... ma saputa usare...
Sparò senza prendere la mira,
e senza distogliere lo sguardo dal
piccoletto. Il negro cadde con
un urlo, tenendosi il ginocchio.
D’improvviso s’era fatto un gran
silenzio.
- Andatevene via tutti! – ordinò, senza voltarsi. – Tutti, tranne
questi quattro!
17
Il piccoletto agitò le mani,
come per placarlo.
- Vabbe’, vabbe’, mo’ tutto se
risolve... ma tu statte calmo, eh?
- Tutti giù per terra, ho detto, ripeté, piano.
Il piccoletto e gli altri s’inginocchiarono. Il negro si rotolava
in un continuo lamento.
- I soldi l’ho dati alla mia ragazza, - piagnucolò il piccoletto, mo’ la chiamo col cellulare e te li
faccio portare, eh?
- Zitto. Sto pensando...
Quanto poteva mancare all’imbarco? Un’ora? Qualcosa di più?
In pochi minuti la ragazza poteva
raggiungerli. Avrebbe riavuto i
suoi soldi. Il Venezuela l’aspettava. Avrebbe stentato un po’ a
inserirsi, ma... da quelle parti non
doveva poi essere così difficile...
sì. Sarebbe stato da saggi ripiegare, a questo punto. Ma quando
mai lui era stato saggio? Quando
mai tutti loro erano stati saggi?
Poi, la paura del piccoletto...
l’odore della strada... non era per
momenti come questo che tutti
loro avevano sempre vissuto?
Si chinò sul piccoletto e gli
sussurrò all’orecchio il suo nome.
Quello prese a tremare.
- Hai sentito parlare di me? –
gli chiese, in tono dolce.
Il piccoletto annuì. Lui sorrise. Posò delicatamente la canna
sulla fronte e sparò in mezzo agli
occhi. Indifferente ai pianti, al
rumore dei passi, alle sirene che
s’avvicinavano, gli volse le spalle, e puntata l’arma contro la luna
bastarda urlò, con quanto fiato
aveva in corpo:
- Io stavo col Libanese!
.......
1978, febbraio
Accordi
I.
Satana non aveva torto. Se
volevi entrare da protagonista
nell’affare della droga, dovevi
trovare un qualche accordo coi
napoletani. Il che significava passare per Mario il Sardo. L’incontro
lo combinò Bufalo, che quando
gli andava di ragionare era persino una testa fina. Il garante era
Trentadenari, uno di Forcella che
in origine stava coi Giuliano. Poi
c’era stata una lite con i Licciar-
18
diello, alleati dei Giuliano, e due
santisti del clan erano rimasti per
terra. Trentadenari s’era rifugiato
da Cutolo, che l’aveva accolto a
braccia aperte nella Nuova camorra organizzata. Infine, a seguito
di componenda a base di trenette
con moscardini e pesce cappone
all’acqua pazza, il tribunale dei
comparielli l’aveva assolto, e ora
Trentadenari era considerato, da
entrambe le fazioni, un interlocutore attendibile. Non male, per
uno che s’era girato due volte,
meritandosi il soprannome di
Giuda.
Trentadenari aveva frequentato
il liceo al Genovesi, veniva da
una famiglia pulita e si vantava
molto delle sue conoscenze e
delle sue buone maniere. Era un
pezzo d’animale di uno e novanta, arabescato di tatuaggi che –
diceva – s’intonavano alle vistose
cravatte di Marinella che adorava
sfoggiare anche nell’intimità. Con
i guadagni della cocaina s’era
attrezzato stile Portoghesi un
appartamento all’Eur, vicino alla
residenza di certi nobili.
- ’A principessa è ’na vera
signora, - disse, mostrando agli
ospiti il verandato che affacciava
su un cortile di alte magnolie e
siepi italian garden. – Peccato
che è comunista. Io proprio questi
ricchi che tirano al rosso, non li
capisco!
Il Libanese aveva annuito,
convinto. Era fascista da sempre:
per lui la destra si identificava
con l’ordine e l’organizzazione.
E questo stava tentando di fare
con la banda. Imporre l’ordine e
l’organizzazione a un branco di
indisciplinate teste calde. Il potere
deve premiare chi ha le idee più
chiare e la forza per affermarle.
Mentre Bufalo e Trentadenari
si abbracciavano scambiandosi
allegri insulti, il Freddo e il Libanese ispezionavano l’ambiente.
Tutto sembrava tranquillo. Dandi
invece era annichilito dalla magnificenza di casa Trentadenari.
Mobili di design, tavolini di vetro, stereo con i diffusori ultramoderni, lo schermo per il cinema,
l’immenso salone con i grandi
divani... quello sì che era stile!
Quella sì che si poteva chiamare
vita... Trentadenari lo prese sottobraccio, amichevole.
- Ti piace, eh? Se ti dico quanto
m’sucato l’architetto... ma si vede
la mano del professionista, eh?
Metto su un poco di musica...
Dalle enormi casse si levò una
lugubre litania da chiesa. Bufalo
si portò le mani alle orecchie. Il
Libanese chiese, ironicamente,
se anche i dischi li avesse scelti
l’architetto. Trentadenari spiegò
ridendo che era la «musica d’ambiente» che usava per rimorchiare
psicologhe, giornaliste e qualche
avvocatessa.
- Pure le avvocatesse?
- Chelle so’ ’e cchiú zoccole!
Mario il Sardo si fece attendere
sino all’imbrunire, quando già cominciavano ad averne abbastanza
della musica e della sovrabbondante ilarità di Trentadenari. Si
era portato appresso il Ricotta.
Il Libanese fu stupito di rivedere
un vecchio compare che credeva
ormai seppellito di anni di galera.
- L’avvocato è stato bravo.
M’hanno fatto il cumulo giusto e
mo’ sto qua!
Mario il Sardo era evaso due
mesi prima dal manicomio giudiziario di Aversa approfittando di
una licenza d’esperimento. Imputato di tentato omicidio, estorsione e rapina, grazie alla perizia
psichiatrica era riuscito a strappare l’infermità mentale. E se l’era
guadagnata, non c’era dubbio:
alla prima seduta aveva pisciato
sulle carte del dottore; la seconda
volta quello si era presentato con
quattro guardie, e Mario si era
chiuso nel piú assoluto mutismo.
Durante il terzo incontro, s’era
messo a piangere come un bambino chiedendo un ciuccetto e
un biberon. Gli accertamenti si
erano trascinati per un anno, tra lo
sconcerto generale. Alla fine, Mario aveva conquistato la fiducia
del cappellano, e per vincere le
ultime resistenze dello psichiatra
aveva inscenato un finto suicidio
a base di strozzamento da ostie
consacrate. Morale della favola:
clinicamente pazzo, appena un
po’ socialmente pericoloso, ma
un poco pochino, eh! L’evasione
– in teoria un errore, visto che gli
mancavano appena tre mesi al riesame della pericolosità – era stata
un preciso ordine di Cutolo. Lui
e il Professore si erano conosciuti
proprio ad Aversa, e tanto il Sardo
gli era stato alle costole che alla
fine Cutolo si era deciso di battezzarlo, nominandolo capozona
su Roma. In qualche modo, nella
decisione di Cutolo di rimandare
sul territorio il nuovo luogotenente c’entravano anche il Libanese e
i suoi: Radio Carcere aveva fatto
circolare la notizia che il sequestro Rosellini era opera dei napoletani, e Cutolo aveva disposto
indagini in merito.
- E invece siete stati voi!
- E invece siamo stati noi.
- Non è andata male, per gente
al primo colpo, - concesse il Sardo.
Era quasi senza capelli, piccolo, tozzo, la fronte solcata da un
antico sfregio di lama. Comandava il Ricotta a bacchetta, e persino Trentadenari mostrava verso
di lui una grande deferenza. Al
Libanese stette immediatamente
sulle scatole. Impossibile dire
cosa ne pensasse l’indecifrabile
Freddo.
- Abbiamo un po’ di grana da
investire e vorremmo combinare
con la roba, - spiegò Dandi.
- Quanta grana? – chiese secco
il Sardo.
- Uno, uno e mezzo...
- Si può fare. Trentadenari ha
aperto un buon canale con i sudamericani. Io vi procuro la coca e
vi autorizzo a piazzarla sul mercato, esclusa la zona del Terribile.
Prendo il settantacinque per cento
sull’utile e il dieci per cento sul
capitale d’investimento.
Manco il cravattaro di Campo
de’ Fiori, pensò d’istinto Dandi. Il
Libanese si accarezzava il mento.
Il Freddo teneva gli occhi semichiusi. Bufalo sembrava seguire
il dialogo sforzandosi di afferrare
i passaggi che gli sfuggivano.
Trentadenari, finto indifferente,
rollava una canna. Ricotta si annodava e snodava una pacchiana
cravatta con il sole giallo e la luna
nera.
- Forse Dandi si è spiegato
male, - disse pacato il Libanese,
- noi non chiediamo nessuna autorizzazione, e del Terribile non
ce ne po’ frega’ de meno. Noi
ti stiamo proponendo un affare.
Cinquanta e cinquanta dall’inizio
alla fine. Tu ci vendi la roba al
prezzo che stabiliamo e noi dividiamo l’utile. Su tutta Roma...
Il Sardo s’impuzzonì.
- Lo sai con chi stai parlando,
Libano?
- Se non lo sapessimo non
saremmo qui, - disse il Freddo, asciutto.
Il Sardo lo fissò con una certa
meraviglia. Il Freddo, pensò il
Libanese, ha qualcosa che si impone.
- Facciamo conto che l’affare
si fa. Per coprire Roma serve uno
sprofondo di gente. Di quanti uomini disponete?
- Una quindicina, - si allargò
Dandi.
- Non bastano.
- Altri possiamo trovarli facilmente, - insistette Dandi.
- So’ sempre pochi.
- Potresti intervenire anche tu, suggerì il Freddo. – Con qualcuno
dei tuoi, voglio dire...
- Un accordo, insomma.
- Te l’avevo detto, mi pare.
Il Sardo si rivolse al Libanese.
- Come pensi di procedere?
- Organizzando la rete per zone.
Ogni zona due-tre quartieri. Ogni
quartiere un sei-sette formiche e
un cavallo a capo. Le formiche
rispondono ai cavalli, e i cavalli a
noi. Considerando, diciamo, otto
zone...
- E la concorrenza?
- Col Puma si può trovare un
accordo. Ci conosciamo da una
vita... gli altri sono pesci piccoli...
- E il Terribile?
- Se ci sta, bene. Sennò...
Il Libanese aveva lasciato cadere la frase, ma il senso era difficilmente equivocabile. Il Sardo si
grattò lo sfregio.
- Chiedete una cosa grossa. A
Roma non s’è mai vista una cosa
così...
- Meglio. Vuol dire che saremo
i primi. Noi e voi. Insieme.
Ancora il Freddo. Di acciaio
deciso. Un capo.
- Insieme? Forse. Ma un solo
capo. Io. - disse il Sardo.
- M’è venuta fame, - azzardò
Dandi.
Seguì un pausa di silenzio. Bufalo e Trentadenari, scambiandosi
un’occhiata, si avviarono all’uscita. Ricotta li seguì.
In strada, segni dell’inverno:
ragazze in maxi e un cielo nerissimo, con brontolii di tuono. Bufalo
e Trentadenari si trascinarono
Ricotta in rosticceria, dove ordinarono pollo, patate e pizza per
tutti.
- Secondo voi si chiude? – domandò Trentadenari.
Bufalo allargò le braccia. E
disse il Sardo era proprio uno
stronzo.
- Ma no, Mario è così... vedrai
che alla fine si chiude...
- Stronzo e gargarozzone, confermò Bufalo.
Sulla strada del ritorno, Ricotta li informò che la Cassazione
aveva deciso di bruciare l’ultimo
libro di Pasolini. Del che non
gliene poteva fregare di meno, ma
lo lasciarono dire per amicizia.
Ricotta, da ragazzino, aveva fatto
qualche comparsata a borgata
Finocchio. Si diceva che fosse
stato Ppp in persona a insegnargli
a leggere e a scrivere. Non era
diventato un intellettuale, ma
appena sgabbiato s’era recato in
pellegrinaggio all’Idroscalo, dove
quello sciroccato di Pino la Rana
aveva massacrato il poeta frocio.
Rientrarono giusto in tempo
per la fase degli abbracci. Dandi
li informò dei termini del patto:
cinquanta per cento per tutti, e un
cinque al Sardo cash per «l’impegno del nome e la garanzia della
riuscita dell’accordo». Gli incassi
li avrebbero gestiti fifty-fifty.
Trentadenari e Dandi, come dire
uno per gruppo. Circa la questione del capo, s’era raggiunto un
compromesso: avrebbero proposto insieme al Puma di assumere
il ruolo di garante sopra le parti.
Va da sé che il Sardo era convinto
di essere comunque il numero
uno. Il primo carico di coca sarebbe arrivato da lì a quindici
giorni via Buenos Aires. Affare
fatto, dunque. Nell’osservare il
modo in cui il Libanese, il Freddo
e Dandi si scambiavano occhiate
alle spalle del Sardo, Bufalo capì
che non sarebbe durato a lungo.
- Damme retta, - sussurrò al
Ricotta, - lascialo perde’ quello.
Te sei uno de noantri.
19
Giorgio Faletti
Un DJ di Radio Monte Carlo riceve, durante la sua trasmissione notturna,
una telefonata delirante. Uno sconosciuto, dalla voce artefatta, rivela
di essere un assassino. Il fatto viene archiviato come uno scherzo di pessimo gusto. Il giorno dopo un pilota di Formula Uno e la sua compagna
vengono trovati morti ed orrendamente mutilati sulla loro barca. Inizia
una serie di delitti, preceduti ogni volta da una telefonata con un indizio
sulla prossima vittima, ed ogni volta sottolineati da una scritta tracciata
col sangue, che è nello stesso tempo una firma e una provocazione: io
uccido… Per Frank Ottobre, agente dell’FBI e Nicolas Hulot, commissario della Sûreté publique, inizia la caccia ad un fantasma inafferrabile.
Alle loro spalle una serie di rivelazioni che portano poco per volta a
sospettare che, di tutti, il meno colpevole sia forse proprio lui, l’assassino.
Di fronte a loro un agghiacciante dato statistico. Non c’è mai stato un
serial-killer nel Principato di Monaco. Adesso c’è.
Io uccido
Capitolo II
Giorgio Faletti è nato ad Asti e risiede attualmente all’Isola d’Elba. Laureato in giurisprudenza, ha iniziato
la sua carriera artistica negli anni Settanta. Artista poliedrico, non ha mai smesso di dare prova della
sua capacità di spaziare da un campo artistico all’altro. Come comico ha creato una serie di personaggi
indimenticabili, protagonisti di alcuni fortunati programmi televisivi italiani. Anche come musicista e
compositore ha ottenuto negli anni numerosi consensi. Nel 1994, con la canzone Signor Tenente, si è
aggiudicato il secondo posto e il Premio della Critica al Festival di Sanremo. Sono nate in seguito le
collaborazioni con alcuni grandi artisti della musica leggera italiana: ha scritto canzoni per Mina, Milva,
Gigliola Cinquetti e Angelo Branduardi. Il 2002 ha segnato il suo esordio in campo letterario con il romanzo
noir Io uccido, che è balzato immediatamente al vertice delle classifiche italiane con oltre 3.500.000 di copie
vendute, diventando uno dei più clamorosi successi editoriali degli ultimi anni. Nel 2004 è uscito Niente di
vero tranne gli occhi che ne conferma il talento letterario, e nel 2006 è stato pubblicato Fuori da un evidente
destino, ambientato in Arizona e dedicato agli indiani Navajos. Nel 2008 è stata pubblicata la sua prima
raccolta di racconti, Pochi inutili nascondigli, e nel 2009 è uscito il suo quarto romanzo, Io sono Dio. Nel
frattempo ha proseguito la sua carriera di attore: nel 2006 ha recitato in Notte prima degli esami di Fausto
Brizzi e nel 2007 in Cemento armato di Marco Martani. I suoi libri sono stati tradotti in venticinque lingue
e pubblicati con grande successo, oltre che in tutta Europa, anche in Sud America, in Cina, in Giappone,
in Russia, negli Stati Uniti e nei Paesi di lingua anglosassone. Nel novembre del 2005 Giorgio Faletti ha
ricevuto dal Presidente della Repubblica il Premio De Sica per la Letteratura.
20
Jean-Loup, attraverso la grande
vetrata della cabina di regia, stava
osservando la città e i suoi giochi
di luce che si riflettevano sull’acqua immobile del porto. Sopra,
avvolta nell’oscurità, la presenza
protettiva del Mont Agel sulla cui
cima, segnalato da una serie di
luci rosse, c’era il ripetitore della
radio, quello che permetteva loro
di raggiungere e coprire l’Italia.
La voce di Laurent gli arrivò
alle spalle, uscendo dall’interfono.
- Pausa finita, si torna al lavoro.
Senza curarsi di rispondere,
il dee-jay si staccò dalla finestra
e tornò in postazione. Si mise
le cuffie e si sedette davanti al
microfono. Laurent, attraverso il
vetro della cabina di regia, mostrò
a Jean-Loup la mano aperta per
indicargli che mancavano cinque
secondi alla fine della serie di
spot pubblicitari.
Laurent mandò in onda il breve
jingle di Voices, per sottolineare
il ritorno della trasmissione. Era
stata, almeno fino a quel momento, una puntata di tutto di riposo,
anche molto divertente a tratti,
senza il connotato dolente che
qualche volta erano chiamati a
supportare.
- Jean-Loup Verdier, ancora.
Ancora Voices, da Radio Monte
Carlo, sperando che in questa
bella notte di maggio non ci siano
persone che abbiano bisogno del
nostro aiuto, ma solo della nostra
musica. Mi hanno appena fatto
segno che c’è una telefonata.
Infatti, la luce rossa in alto sulla parete si era accesa e Laurent
aveva puntato verso di lui l’indice
della mano destra, per confermargli che c’era una chiamata in
linea. Jean-Loup si appoggiò con
i gomiti sul piano del tavolo e si
rivolse al microfono che aveva
davanti.
- Pronto?
Ci furono un paio di scariche
e poi silenzio. Jean-Loup alzò la
testa e guardò Laurent inarcando
le sopracciglia. Il regista si strinse
nelle spalle a indicare che il problema non veniva da loro.
- Sì, pronto?
Finalmente la risposta arrivò
attraverso l’aria e nell’aria la
radio la rimandò e divenne di
tutti. Prese posto nelle casse di
diffusione della regia e nella loro
mente e nella loro vita. Da quel
momento in poi e per tanto tempo
il buio sarebbe diventato un po’
più buio e sarebbe servito molto
rumore per coprire tutto quel silenzio.
- Ciao, Jean-Loup.
C’era qualcosa di innaturale
nel suono di quella voce. Sembrava intubata ed era stranamente
piatta, senza espressione e senza
colore. Le parole avevano la scia
di un’eco soffocata, come un lontano aereo in partenza.
Di nuovo Jean-Loup guardò interrogativamente Laurent, che usò
ancora l’indice della mano destra,
descrivendo dei brevi cerchi in
aria, per indicare che la distorsione dipendeva dalla comunicazione.
- Ciao. Chi sei?
Ci fu un istante di esitazione
dall’altro capo del filo. Poi la
risposta quasi soffiata nel suo innaturale riverbero.
- Non ha importanza. Io sono
uno e nessuno.
- La tua voce è disturbata, si
sente male. Da dove chiami?
Pausa. La leggera scia di un
aereo diretto chissà dove.
L’interlocutore rilevò l’appunto
di Jean-Loup.
- Anche questo non ha importanza. L’unica cosa che conta
21
è che è arrivato il momento di
parlarci, anche se questo vuol dire
che dopo né tu é io saremo più gli
stessi.
- In che senso?
- Io sarò presto un uomo inseguito e tu starai dalla parte dei
cani abbaianti che daranno la
caccia alle ombre. È un peccato,
perché adesso, in questo preciso
momento, tu e io siamo uguali,
siamo la stessa cosa.
- In cosa siamo uguali?
- Per il mondo siamo tutti e due
una voce senza volto, da ascoltare
con gli occhi chiusi, immaginando. Là fuori è pieno di gente
occupata solo a procurarsi una
faccia da mostrare con orgoglio,
a costruirsene una che sia diversa
da tutte le altre, senza nessuna
preoccupazione all’infuori di
quella. È il momento di uscire e
andare a vedere cosa c’è dietro...
- Non capisco cosa vuoi dire.
Ancora una pausa, lunga abbastanza da far sembrare caduta
la comunicazione. Poi la voce
ritornò e qualcuno fra di loro
ebbe l’impressione di sentirci
l’impronta di un sorriso.
- Capirai, nel tempo.
- Non riesco a seguire i tuoi
ragionamenti.
Ci fu una leggera pausa, come
se l’uomo, all’altro capo del filo,
stesse studiando le parole.
- Non fartene un problema. A
volte è difficile anche per me.
- E allora perché hai chiamato,
perché stai qui a parlare con me?
- Perché io sono solo.
Jean-Loup chinò la testa sul
tavolo e se la strinse fra le mani.
- Parli come un uomo che sta
chiuso in una prigione.
- Tutti siamo chiusi in una
prigione. La mia me la sono costruita da solo, ma non per questo
è più facile uscirne.
- Mi spiace per te. Credo di
intuire che non ami la gente.
- Tu la ami?
22
- Non sempre. A volte cerco
di capirla e quando non ci riesco
cerco almeno di non giudicarla.
- Anche in questo siamo uguali.
L’unica cosa che ci fa differenti
è che tu, quando hai finito di parlare con loro, hai la possibilità di
sentirti stanco. Puoi andare a casa
e spegnere la tua mente e ogni sua
malattia. Io no. Io di notte non
posso dormire, perché il mio male
non riposa mai.
- E allora tu che cosa fai, di
notte, per curare il tuo male?
Jean-Loup incalzò leggermente
il suo interlocutore. La risposta
si fece attendere e fu come se un
oggetto avvolto in diversi strati
di carta prendesse lentamente la
luce.
- Io uccido...
- Che signif...
La voce di Jean-Loup fu interrotta da una musica che uscì dalle
casse. Era un brano arioso, malinconico, dalla melodia coinvolgente, eppure, dopo quelle ultime due
parole, parve diffondersi nell’aria
come una minaccia. Durò in tutto
una decina di secondi, poi, di colpo com’era arrivata, la musica si
spense.
Nel silenzio di colla che seguì,
tutti udirono distintamente il click
della comunicazione interrotta.
Jean-Loup alzò di scatto la testa
verso gli altri. Nella stanza, il
fruscio fresco del condizionatore
e il gelo dei loro pensieri, eppure
fu come se tutti, contemporaneamente, si fossero girati a guardare
verso il bagliore accecante di Sodoma e Gomorra in fiamme.
Dopo quell’episodio, riuscirono in qualche modo a trascinare
la trasmissione fino al momento
di lanciare la sigla. Non c’erano
state più telefonate da parte del
pubblico. O meglio, dopo la strana chiamata, il centralino era stato
intasato di telefonate, ma nessuna
era stata mandata in onda.
Jean-Loup si tolse le cuffie e
le appoggiò sul tavolo, accanto al
microfono. Si accorse che quella
sera, nonostante il condizionatore,
aveva i capelli sudati, come dopo
una leggera corsa.
Né tu né io saremo più gli stessi.
Per tutto il tempo residuo
aveva passato solo musica, dilungandosi a puntualizzare la strana
analogia fra Tom Waits e l’italiano
Paolo Conte, entrambi atipici
come interpreti ed estremamente
significativi come autori. Tradusse i testi di due loro canzoni
e ne sottolineò l’importanza.
Fortunatamente avevano anche
diverse scappatoie per le serate
disperate, e quella senza dubbio
lo era. C’erano alcuni numeri di
telefono di riserva a cui appoggiarsi quando la trasmissione non
riusciva a decollare. Chiamarono
alcuni artisti amici pregandoli di
intervenire e passarono un quarto
d’ora in compagnia della poesia e
dell’umorismo di Francis Cabrel.
La porta di comunicazione si
aprí e la testa di Laurent fece capolino tra gli stipiti.
- Tutto bene, Jean-Loup?
Jean-Loup lo guardò come se
non lo vedesse.
- Sì, tutto bene.
Si alzò e insieme uscirono dallo studio, incrociando gli sguardi
perplessi e in qualche modo sfuggenti di Barbara e di Jacques, il
fonico. La ragazza indossava una
camicietta azzurra e Jean-Loup
notò che aveva due larghe chiazze
di sudore sotto le ascelle.
- C’è stato un casino di telefonate. Due hanno chiesto se era un
giallo a puntate e quando andava
in onda la prossima, poi almeno
una dozzina di persone sdegnate
per i mezzucci a cui siamo costretti a ricorrere per aumentare
l’ascolto. Ha chiamato anche il
boss ed è arrivato come un falco.
È già nell’ufficio del presidente
che ci aspetta. Ci è cascato anche
lui e ci ha chiesto se siamo impazziti. Sembra che uno degli sponsor gli abbia telefonato subito e
non credo fosse una telefonata di
congratulazioni.
Jean-Loup immaginava la stanza, se possibile, ancora più intasata del fumo delle sue sigarette,
e un discorso leggermente meno
entusiasta di quello che gli aveva
fatto prima della trasmissione.
- Come mai il centralino non
ha filtrato la chiamata?
- Mi venga un colpo se riesco
a capire che cosa è successo.
Raquel dice che la telefonata non
è passata attraverso di lei. Per
un motivo che non sa spiegare è
arrivata direttamente sulla linea
dello studio. Ci dev’essere stato
un contatto o che so io. Per me è
il nuovo centralino elettronico che
inizia a lottare con l’autocoscienza. Vedrai che un giorno o l’altro
ci troviamo tutti a combattere con
le macchine, come in Terminator.
Uscirono dalla regia uno di
fianco all’altro, diretti verso
l’ufficio di Bikjalo, senza avere
il coraggio di guardarsi in faccia.
Fra di loro la sottile intercapedine
di quelle due parole.
Io uccido...
Passarono davanti alla postazione dei computer, perplessi. Il
suono angosciante di quella voce
pareva ancora aleggiare nell’aria.
- E quella musica finale? A me
sembra di conoscerla...
- Anche a me. Se non sbaglio
è una colonna sonora. Mi sembra
che sia Un uomo, una donna, un
vecchio film di Lelouch. Roma
del ’66 o giù di lì.
- E che significa?
- A me lo chiedi?
Jean-Loup pareva interdetto.
Avevano davanti un fatto assolutamente nuovo, che non riuscivano a classificare nelle precedenti
esperienze radiofoniche. A livello
emozionale, soprattutto.
- Tu che ne pensi?
- Tutte sciocchezze.
Laurent accompagnò le parole
con un gesto noncurante della
mano, ma nonostante ciò sembrava avesse parlato più per il desiderio di convincere se stesso che
di convincere l’altro.
- Dici?
- Ma sì, centralino a parte,
credo sia soltanto lo scherzo di
pessimo gusto di un idiota.
Si fermarono davanti alla porta
dell’ufficio di Bikjalo e JeanLoup impugnò la maniglia. Finalmente si guardarono in faccia.
Laurent sottilineò il suo pensiero.
- Sarà soltanto una cosa strana
da raccontare allo Sporting e di
cui riderci sopra.
L’espressione di Laurent,
tuttavia, era quella di chi non è
completamente convinto di quello
che sta dicendo. Jean-Loup spinse la porta e, mentre entravano
nell’ufficio del direttore, si chiese
se quella telefonata fosse una promessa o una scommessa.
23
In una città della Cina, un assassino colpisce le donne in totale
impunità. Per lungo tempo i suoi crimini sembrano essere
avvolti nel mistero. Ma poco a poco grazie alle deduzioni e
all’intuito di Pu Ke, il commissario incaricato del caso, gli indizi
combaciano e i sospetti si concentrano su un unico responsabile.
Ognuno porta in sé un segreto, un’ombra inconfessata, la chiave
che apre la porta sull’orrore.
L’ombra
Capitolo I
Feng Hua
Nel 2000 ha lasciato la carriera militare per diventare scrittrice. Il suo primo romanzo L’ombra
(Ru ying sui xing) scritto a 28 anni, ha introdotto il personaggio dell’investigatore Pu Ke. Tra i
suoi lavori più importanti Fiori di nebbia (Mili zhi hua) e Impossibile fermarsi (Yu ba bu neng).
Con accurate descrizioni del processo investigativo e della verifica delle prove, e un’approfondita analisi del psicologia criminale, i romanzi di Feng Hua hanno assunto un ruolo significativo
nella storia del thriller psicologico in Cina. L’ombra è stato tradotto e pubblicato in Francia con
il titolo Seul demeure son perfume, Philippe Picquier 2009.
24
Mi Duo e Pu Ke si erano conosciuti a una festa di amici. Da due
mesi, lei aveva lasciato l’ospedale
e, salvo qualche sporadica uscita
solitaria per vedere un film, passava il tempo in casa a leggere
e ascoltare musica. Quel sabato
si erano riuniti per salutare un
conoscente che andava a vivere
all’estero e lei era stata coinvolta,
suo malgrado. Gli invitati erano
un gruppo eterogeneo, in pochi si
conoscevano già, la maggior parte erano amici degli amici; dopo
le solite presentazioni e qualche
scambio di cordialità, Mi Duo
cominciava ad annoiarsi e si era
seduta su un divano in un angolo
a sfogliare riviste. In quel momento, un suo amico si avvicinò
in compagnia di uno sconosciuto.
Lei si alzò in piedi e gli strinse la
mano.
Pu Ke lavorava nel sesto dipartimento di polizia. Mentre
l’amico la presentava come un
medico dell’ospedale provinciale
del popolo, lei lo interruppe: “Non
lavoro più lì”.
Sorpreso, lui chiese spiegazioni
ma lei tagliò corto: “Ne parliamo
un’altra volta”. Passò a occuparsi
di Pu Ke che sorrideva, fissandola
in silenzio. Chissà perché aveva
la vaga sensazione di averlo già
conosciuto. Si scambiarono qualche parola, poi l’amico se ne andò
lasciandoli soli.
Mi Duo, curiosa, disse a Pu Ke:
“Non hai l’aria di un poliziotto”.
Lui aveva l’incarnato chiaro, era
alto, magro e dai modi eleganti,
sembrava un “colletto bianco” in
una grossa impresa o un segretario di un ufficio statale. Invece lavorava nella polizia investigativa
e si occupava di casi criminali.
Lui sorrise: “Neppure tu corrispondi alla mia idea del medico”.
“E quale sarebbe?”
“Espressione piatta, sguardo
freddo, totale mancanza di curiosità”.
Mi Duo scoppiò a ridere: “E
io che non sapevo perché avevo
lasciato l’ospedale, si trattava di
eccesso di curiosità”. Ora, pensò
lei, sembra un poliziotto. Gli era
bastato un’attimo per intuire l’interesse di Mi Duo.
Lui le chiese: “Non ti piaceva
fare il medico?”
Lei scosse la testa, forse per
negare o semplicemente perché
non sapeva come rispondere
alla domanda. In quei giorni era
sempre un po’ depressa, le cose
non erano migliorate lasciando
l’ospedale, come aveva sperato.
A volte le era venuta voglia di
parlarne con qualcuno, ma non
le risultava facile entrare in argomento e ogni tentativo l’aveva lasciata con un senso di delusione,
nei confronti dell’interlocutore
e di se stessa. Ora, stranamente,
provava il desiderio di confidarsi
con quel perfetto sconosciuto che
la osservava tranquillo, intento
senza essere pressante, che aveva
una voce limpida e piacevole dal
tono misurato e sembrava essere
totalmente a suo agio.
Mi Duo sospirò abbassando la
testa, poi guardò Pu Ke e disse:
“Sto cercando di capirlo anch’io,
all’inizio ho deciso di studiare
medicina e ora di lasciare l’ospedale, ma non saprei dire quali siano i veri motivi di queste scelte”.
Fece una pausa di alcuni minuti,
mentre Pu Ke la guardava gentile,
in silenzio. Poi continuò: “Quando
ho iniziato a studiare medicina
ero terrorizzata, il corpo umano
mi sembrava un enorme meccanismo complicato, un mondo
a parte. Divenni poi molto fiera
di poter modificare, influire su
questo universo con il mio bisturi.
Dopo c’è stato qualcosa, ma non
saprei descriverlo in due parole.
Ho scoperto poco a poco che il
corpo, per quanto complesso, ha
i suoi limiti mentre è l’universo
della mente a essere infinito. Ma
non è stato questo mutamento di
interesse a spingermi a lasciare
l’ospedale, non saprei dire, forse
dovrei collegarlo a quello che è
25
accaduto”.
Si accorse che stava diventando
incoerente e ammutolì.
Pu Ke disse: “Ora sono io a
essere curioso”.
Mi Duo chiese sorridendo: “A
cosa ti riferisci?”
Pu Ke le spiegò, serio: “Prima
di una decisione importante c’è
sempre un processo graduale,
progressivo. Al momento cruciale, però è una scintilla a scatenare
il tutto. Mi diresti quale è stata la
tua scintilla?”
Mi Duo ridendo, gli rispose:
“Un poliziotto sa sempre come
estorcere una confessione. Voglio
raccontartelo perché ha qualcosa
a che fare con il tuo mestiere”.
D’un tratto le luci si abbassarono, si diffuse una musica dolce e
alcune coppie iniziarono a ballare.
Quelli che non ballavano si fecero
da parte mettendosi a sedere. Mi
Duo e Pu Ke si guardarono ridendo, un po’ in imbarazzo. Erano in
piedi, uno di fronte all’altra. Per
fortuna Pu Ke non fece il gesto,
perchè a Mi Duo non piaceva ballare; dopo un breve silenzio, lei
gli chiese: “Vuoi che continui?”
“Certo, - rispose lui, - ma andiamo sul balcone, è più tranquillo”.
Lei stava pensando la stessa
cosa ma non l’aveva detto, il suggerimento di lui la fece trasalire
involontariamente. Poi annuì e
insieme uscirono all’aperto. L’appartamento era nella parte alta di
un palazzo di ventiquattro piani,
soffiava una forte brezza a rinfrescare la torrida serata estiva.
Mi Duo respirò profondamente: “Che piacere”. Non amava
le stanze chiuse e gli ambienti
climatizzati, in casa aveva il condizionatore ma non lo accendeva
mai, preferiva sudare e rinfrescarsi ogni volta con una doccia. Vide
la luna piena, velata appena da
nuvole leggere che ne addolcivano la luce, nelle orecchie sentiva
il fischio del vento. Sotto di lei
scintillava una distesa di luci
multicolori. Tutto questo le donò
26
una sensazione familiare ed estranea al tempo stesso, o forse era
stato il suo umore in quella notte
a tingere il mondo di sentimento. Senza sapere come, iniziò a
raccontare l’episodio che l’aveva
suggestionata.
Una domenica di tre anni
prima, Mi Duo era di turno in
ospedale. Dal pronto soccorso
portarono un paziente in condizioni critiche, era stato pugnalato
alla milza e al rene sinistro, aveva
perso molto sangue e al suo arrivo
la pressione sanguigna era scesa
quasi a zero. Mi Duo e un altro
medico si misero insieme al tavolo operatorio per le prime cure di
emergenza e, dopo aver tagliato
gli abiti del paziente, si accorsero che aveva decine di ferite da
taglio, più o meno profonde, in
varie parti del corpo. Era la prima
volta che lei vedeva qualcuno
ridotto in quello stato, l’altro
medico aveva la sua età e ancor
meno esperienza e per un attimo
i due furono presi dal panico. Poi
Mi Duo riacquistò il controllo e
si dedicò alle ferite più gravi alla
milza e al rene, mentre il collega
pensava alle altre. Dopo dodici
ore e mezza la milza era riparata,
il rene asportato e sul corpo del
paziente c’erano centosessantatre
punti di sutura. Durante l’operazione Mi Duo, salvo una visita in
gabinetto, non aveva neppure perso tempo a battere le ciglia. Alla
fine, per un lungo momento, era
stata incapace di muovere un passo, davanti ai suoi occhi si stendeva una cortina rosso sangue; un
profondo sfinimento nell’anima e
nel corpo che forse non avrebbe
dimenticato per tutta la vita.
Poi, dedicò uno sguardo al
volto del paziente che non aveva
fatto in tempo a vedere fino a
quel momento. Era un ragazzo
di vent’anni dal viso infantile,
le fattezze delicate e l’incarnato
pallido, sembrava impossibile che
qualcuno avesse voluto fargli del
male. Mi Duo non conosceva i
particolari, ma a vedere quel gio-
vane sdraiato in un letto d’ospedale, fragile e indifeso, aveva
provato una pena indescrivibile
come per un fratellino, e dire che
lei era la più piccola di casa.
Più tardi aveva saputo dai poliziotti incaricati delle indagini che
si chiamava Zuo Xiaobing, all’età
di dodici anni era stato dato in
affidamento al padre dopo il divorzio dei genitori. La madre si
era sposata di nuovo, era andata a
vivere in un’altra provincia e lui
non l’aveva più rivista. Quando
il padre aveva ripreso moglie, lui
era tornato a vivere con la nonna
materna, che si era occupata di
lui da piccolo. In famiglia la situazione economica era precaria e
non aveva finito le superiori, per
un po’ aveva venduto giornali, poi
fatto trasporti con un carretto a
tre ruote, alla fine aveva messo su
una bancarella di frutta. Lavorava
dalla mattina alla sera, la merce
era di buona qualità e i prezzi
erano onesti, chi era a conoscenza
della situazione provava pena per
lui e gli comprava la roba. Con
l’andar del tempo, un mercante
che per anni aveva avuto un banco nella zona si era infastidito
e aveva chiesto a un gruppo di
teppisti di cacciarlo via. Zuo Xiaobing era testardo, si era rifiutato
di andarsene e aveva risposto per
le rime a quei balordi che, infuriati, gliel’avevano fatta pagare.
Durante la sua degenza, Mi
Duo gli aveva prodigato tutte le
cure possibili. E lui ormai la considerava una sorella, anche se per
rispetto la chiamava dottoressa
Mi. Quando le sue condizioni si
furono stabilizzate, venne dimesso dall’ospedale. Il fruttivendolo
pagò le sue spese mediche e
qualcosa come risarcimento ma,
chissà come, riuscì a evitare le
sanzioni penali.
La nonna accusò il colpo e per
il dolore, la pena e la rabbia si
ammalò e morì poco dopo. Da
quel giorno del ragazzo non si
ebbero più notizie. Mi Duo cercò
di informarsi ma senza successo.
Erano passati ormai alcuni anni
e Mi Duo non ricordava neanche
più che aspetto avesse, rimaneva
soltanto la memoria delle ferite
che gli costellavano il corpo e del
pallore inerme di quel viso nel
letto d’ospedale.
Circa quattro mesi prima, il suo
ospedale aveva preso accordi con
chi di dovere per il prelievo degli
organi di due condannati a morte.
Se ne sarebbero dovuti occupare
due medici del reparto di nefrologia, ma all’ultimo momento uno
dei due non aveva potuto, e l’altro
medico che conosceva Mi Duo
e sapeva che non aveva impegni
urgenti, aveva chiesto di portarla
con sé.
Quando giunsero al luogo
dell’esecuzione, i condannati erano appena arrivati, i due medici
mostrarono le loro autorizzazioni, indossarono le mascherine
e salirono sul camion per fare
l’iniezione che serviva a ritardare
la coagulazione del sangue e a
conservare in vita gli organi che
dovevano essere espiantati. Mi
Duo ebbe una sensazione strana,
faceva il medico da anni ed era
abituata al sangue e alla morte ma
nell’ambito dell’ospedale, lì era
diverso.
Mentre iniettava uno dei detenuti, lei senza volerlo lo guardò
in viso e rimase sconvolta. Era
scarmigliato e aveva il volto cereo e coperto di lividi ma Mi Duo
lo riconobbe all’istante, era Zuo
Xiaobing il ragazzo che con tutte
le sue forze aveva strappato agli
artigli della morte!
Nella sua mente già si confondevano i ricordi di ciò che accadde poi. Le sembrava di ricordare
che si era tolta la mascherina e
aveva fissato Zuo Xiaobing con
gli occhi sgranati. Lui l’aveva
riconosciuta, i suoi occhi dallo
sguardo vuoto si erano illuminati
di un bagliore che si era spento
subito dopo. Mi Duo aveva aperto
bocca senza dire nulla, anche Zuo
Xiaobing stava per parlare ma si
fermò. Alla fine, in silenzio lei
meccanicamente gli fece l’iniezione, mentre una tempesta di
pensieri le agitava la mente.
Dopo dieci minuti, le guardie
fecero scendere i condannati dal
camion, in quel momento Zuo
Xiaobing si voltò a guardare Mi
Duo, nei suoi occhi lesse il dolore, la disperazione e forse un’ombra di vergogna. L’esecuzione
terminò rapidamente. I medici
dovevano estrarre i reni e i bulbi
oculari, Mi Duo intenzionalmente
evitò il cadavere di Zuo Xiaobing,
non aveva il coraggio di avvicinarsi a quel corpo che aveva lottato così tanto per salvare e che ora
giaceva senza vita. L’altro medico
disse, ad un tratto: “A quest’uomo
manca un rene”.
Davanti agli occhi offuscati di
Mi Duo riapparve la cortina color
sangue di tre anni prima.
“Ecco la scintilla a cui ti riferivi. – Disse Mi Duo fissando
la volta stellata in lontananza. –
Avrei voluto sapere di cosa era
colpevole ma mi sono sempre
imposta di non chiederlo, come
se la cosa non mi riguardasse. Ma
dopo quell’episodio non sono più
riuscita a concentrarmi sul lavoro. Ogni volta che ero al tavolo
operatorio dubitavo di quello che
stavo facendo e mi chiedevo se,
dopotutto, avesse un senso. Lo so
che forse stavo esagerando, ma a
quel punto non ero più capace di
controllare il mio umore. C’erano anche altri problemi che mi
angustiavano e alla fine decisi di
andarmene”.
Durante tutto il discorso Pu Ke
non aveva detto una parola, c’era
stato soltanto un lieve cenno di
assenso quando lei aveva nominato Zuo Xiaobing. Cadde il silenzio, Mi Duo si voltò e vide che
lui la guardava con la tristezza
negli occhi. Sentì muoversi qualcosa in fondo al cuore. Era come
se quell’uomo di poche parole
dall’espressione tranquilla avesse
risvegliato in lei sensazioni a lungo sopite, una capacità di reagire
agli eventi, di essere attratta dalla
vita e dai fenomeni della natura,
la voglia di riflettere e analizzare
a fondo le ragioni dell’esistenza.
In un tono che non rivelava
alcun intento consolatorio, lui
le disse: “Sai, spesso nella vita
siamo costretti a fare i conti con
errori che non abbiamo commesso”. Fece una pausa rivolgendo
lo sguardo verso l’immensità del
cielo notturno. “Ora però penso di
comprendere cosa hai provato”.
Mi Duo e Pu Ke non sapevano
a che ora fosse finito il party quella sera. Quando riemersero dalla
conversazione, la stanza era vuota
e il padrone di casa era già andato
a dormire.
(traduzione di Patrizia Liberati)
PATRIZIA LIBERATI
Nata a Roma, si è laureata (BA Hons.
in Chinese) alla School of Oriental
and African Studies – University of
London nel 1990. Ha poi ottenuto un
M.A. in letteratura drammatica presso
la China Central Academy of Drama.
Dal 1995, lavora all’Istituto Italiano di
Cultura di Pechino. Ha tradotto Il supplizio del legno di sandalo di Mo Yan
(Einaudi Supercoralli, 2005), Servire
il popolo di Yan Lianke (Einaudi Stile
Libero, 2006) e Le sei reincarnazioni
di Ximen Nao di Mo Yan (Einaudi Supercoralli, 2009), per il quale ha vinto
il Premio Procida – Isola di Arturo –
Elsa Morante 2009.
27
Marcello Fois
Il cadavere di un uomo, la schiena crivellata da una scarica di proiettili,
viene ritrovato da una volante in un cantiere edile alla periferia di Nuoro, nel cuore duro della Barbagia: è Michele Marongiu, perito chimico,
un fratello morto suicida e un altro che continua in qualche modo a
tirare avanti. Dura madre si avvia, come ogni noir che si rispetti, con un
morto ammazzato. Poi le indagini, affidate alla perizia di due personaggi già noti ai lettori di Fois, il giudice Corona e il maresciallo Pili, più
un nuovo arrivato, il commissario Sanuti, forestiero e spaesato. Ma nel
momento in cui l'inchiesta comincia, e il giallo decolla, la storia vera e
propria si è già consumata, e la verità, che “si fa vedere a pezzi come
una spogliarellista poco esperta, un po' goffa”, è sulla bocca di tutti.
Dura Madre
(quello che il bruco chiama
morte…)
Marcello Fois è nato a Nuoro e vive a Bologna da molti anni. Laureato in
italianistica, è un autore prolifico, non solo in ambito letterario in senso
stretto, ma anche nel campo teatrale, radiofonico e della “fiction televisiva”.
Ha esordito con Ferro recente nel 1992, raccontando una storia piena di
nodi da sciogliere e di contraddizioni. Ha vinto il premio Calvino con
Picta, il premio Dessy con Nulla. Nel 1998, è uscito Sempre caro, vincitore
del premio Scerbanenco, primo romanzo di una trilogia, proseguita con
Sangue dal cielo e L'altro mondo, ambientata nella Nuoro di fine Ottocento
e che ha come protagonista un avvocato, Bustianu, personaggio per cui
Fois si è ispirato ad un avvocato e poeta nuorese realmente esistito. Questo
romanzo, forse il suo più grande successo, è stato tradotto in ben venti
lingue. Con Dura madre, terzo volume della serie noir che comprende
Ferro recente e Meglio Morti (tutti pubblicati da Einaudi), ha invece vinto
nel 2002 il Premio Fedeli. Nel 2007, con Memoria del vuoto, ha vinto il
Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana, il Premio Volponi
e il Premio Alassio 100 libri.
28
- Allora lo mandiamo? – aveva
chiesto Costantino. – Vado alle
poste e faccio un bel pacchetto, lo
faccio da solo, mica devi venirci
anche tu, - aveva annunciato proprio quando Dio si stava divertendo col tramonto. – Si diverte col
tramonto, - commentò infatti.
Raffaele l’aveva guardato, poi
si era girato verso l’ultima striscia
d’azzurro porcellanoso del cielo:
c’era anche una bava di nubi.
Così scosse la testa come per dire
che non era poi un gran divertimento.
Costantino succhiò una sigaretta fino a che non sentì il sapore
acre del filtro. – Allora? – chiese.
- Non lo so, - prese tempo Raffaele.
- Nessun problema, - si affrettò
a rispondere Costantino, - amici
come prima. – E lanciò una cicca
oltre la ringhiera, giù nella vallata
panoramica. – Lo faccio da solo.
- Non è vigliaccheria, - tentò
Raffaele. – Forse è meglio aspettare.
Costantino sembrava più assorto che mai a cogliere il momento
esatto in cui si sarebbe passati
dalla luce al buio. – Certo che è
una bella fregatura, - disse come
parlando a se stesso.
Raffaele non si voltò nemmeno. – Una bella fregatura, - ripeté.
Restarono in silenzio ad assaporare le stelle che cominciavano
a spuntare e le luci di Oliena che
facevano pulsare l’oscurità della
vallata.
- È pericoloso, quella è roba
delicata, - commentò Raffaele
prendendosi da fumare. La fiamma dell’accendino gli illuminò
di netto il profilo, mettendo in
evidenza la punta traslucida del
naso.
- Chi lo sa se è pericoloso, - si
limitò a dire Costantino.
- Io lo so, cazzo, non è mica
una passeggiata al corso, mio
fratello ci ha rimesso la pelle per
quella roba!
- Be’, ci ha rimesso la pelle
perché non ha fatto la cosa giusta,
ecco perché. – La voce di Costantino esprimeva un’insistenza
piatta, quasi senza nerbo.
- Tu la fai troppo facile, - si
lamentò Raffaele.
Costantino sorrise allungando
una mano per dare due tiri alla
sua sigaretta. – Lo so cosa vuoi
dire, ma se non rischi non becchi
un accidente, sono stufo di aspettare.
- Aspettare cosa, poi, - si chiese
Raffaele porgendogli la sigaretta.
– Certo questo fa incazzare.
- Lo vedi che ho ragione?
Anche la magia del paesaggio
stava scomparendo come un film
visto troppe volte.
- Prima mi dico che bisogna
rassegnarsi, poi guardo le cose
come stanno: ho già vent’anni,
cazzo! Mi piacerebbe pagare una
pizza a una ragazza, portarla su
una moto come si deve, eh!
- Pagare una pizza...- ripeté
Raffaele con un tono che lasciava
intendere che non si sarebbe limitato a quello.
- Proprio così, cosa ti credi, che
sono un maniaco sessuale come
te?
- A volte mi sembra di impazzire, mi sembra proprio che non ce
la faccio, - convenne Raffaele.
- C’è sempre questa, - disse
Costatino alzando la mano destra.
- Merda, ho una fame che crepo, - disse Raffaele.
Si erano seduti su una panchina
coperta di scritte: Efisio di Irgoli
bonazzooo!!! Maria G. Figa!
Marco è froscio! Gary ti amo!!
Rosy 84 è finita. Simone fatti i
cazzi tuoi! Giovanna se la fa mettere in culo! Ce l’ho lungo trenta
centimetri chiamami al...
- Tu solo mangiare e scopare,
- si limitò a dire Costantino leggendo nel listello della panchina
tra le sue gambe aperte che Giusy
M. 82 amava Max 80.
- Ma quale scopare, - si schermì Raffaele, - per una volta. Se
non lo puoi rifare tanto vale non
farlo nemmeno una volta, che poi
si sta peggio.
29
- Meglio una che niente, - rifletté Costantino.
- Meglio niente, - insistette
Raffaele. Tirava un po’ di vento.
Ora in quell’oscurità sopra le loro
teste mulinavano matasse di nubi.
– Non andarci, - implorò. – È
un’idea del cazzo, - disse.
- Merda, ho finito le sigarette,
credevo di averne un altro pacchetto, - s’innervosì Costantino
aprendosi il giubbotto per tastarne
la tasca interna. – Sai cos’è che
non sopporto? – continuò cercando di leggere a rovescio la scritta
rossa stampata sulla sua maglietta.
Raffaele non rispose. Attese.
- Non sopporto che se a uno gli
capita di nascere in un posto del
genere, poi non riesce nemmeno
ad andarsene.
- Magari vado in Germania da
mio zio. Ci andiamo insieme, propose Raffaele. – Anche se le
cose stanno andando male anche
lì... E poi con mia madre come
faccio?
- L’abbiamo detto tante di
quelle volte, ma il problema resta
sempre, - disse Costantino con
aria saggia. – I soldi per il viaggio
chi ce li dà?
- Magari ci chiamano per il
cantiere.
- E poi?
- E poi si parte... Magari.
- Qualche volta vivi sulle nuvole, - concluse Costantino.
- Che cazzo c’è scritto sulla
maglietta? – chiese all’improvviso Raffaele spalancandogli il
giubbotto.
Costantino cercò ancora di
leggere attaccando il mento allo
sterno: - Che cazzo ne so, è di
mia sorella.
- Quello che il bruco chiama
morte... – prese a compitare Raffaele sul petto dell’amico. Ma il
resto della frase era finita sotto la
cintola dei jeans.
- Non vuol dire nulla, - concluse Costantino, - robe che compra
quella tonta.
Ma Raffaele insisteva perché si
sfilasse la maglietta dai calzoni. –
Non vuol dire niente perché non
30
si vede la fine, - sentenziò.
Così Costantino si alzò in piedi
per sfilare la maglietta. – Dài,
- disse tendendola dall’orlo in
modo che Raffaele potesse leggere.
- Quello che il bruco chiama
morte, gli uomini chiamano farfalla, - lesse Raffaele. – Vedi che
qualcosa vuol dire? – constatò
con aria soddisfatta.
- Se lo dici tu... – commentò
Costantino perplesso.
- Fammela provare, - chiese
Raffaele.
- Adesso? – Costantino era sorpreso.
Raffaele alzò le spalle. – Eh,
prestamela un giro.
- E poi chi lo dice a mia sorella?
- E cos’è, adesso prendi ordini
da tua sorella?
- Che c’entra questo, l’ho messa senza nemmeno chiedergliela.
- Fammela provare, - ripeté
Raffaele. – Chi vuoi che ci veda?
Dal viale potevano sembrare
due betulle illuminate dalla luna,
con quei toraci smilzi di un biancore lattiginoso.
- Bel colore, - disse Raffaele
allisciandosi la maglietta sul corpo. Sapeva di deodorante spray
per le ascelle e anche di una punta
di sudore, ma non era un cattivo
odore.
- Tienitela, se ti piace tanto. Te
la regalo, - sussurrò Costantino
chiudendosi il giubbotto sul petto
nudo.
- E tua sorella?
- Chi se ne frega.
- Non fare il matto, - implorò
Raffaele.
- Allora se ce la faccio partiamo
insieme, - promise Costantino.
Raffaele si sporse quanto bastava per dare uno sguardo di sotto.
Pensò che in quell’angolo di
mondo erano possibili magie.
Ce n’erano state a milioni. Cose
incredibili: bestiame resuscitato
dalla mano di un bambino; raccolti strappati alle cavallette con
novene e rosari; verruche guarite
con giunchi e sale grosso la notte
di San Giovanni; uomini dati per
morti che si alzavano dal letto e
soffiavano sui ceri della loro camera ardente.
Pensò che era arrivato il momento di un’altra magia. Perché
quel matto di Costantino li voleva
prendere tutti per il culo.
I.
(il posto, il cadavere)
Restava il nome: Sa ’e Marongiu. Che stabiliva, a un tempo,
il passato prossimo: un appezzamento appena venduto; il passato
remoto: una tanca di oliveti; il
presente: un attico e due spazi
commerciali al piano terra del palazzo appena costruito; il futuro:
benessere di affitti.
- Fanno così, - spiegò Salvatore
Corona al commissario Sanuti, vendono il terreno in cambio di
appartamenti.
Il commissario guardò il cadavere. Con quella posizione di
cristo in croce, poteva sembrare
uno spaventapasseri che fosse
stato sradicato dal suolo e buttato
a terra.
- L’hanno rivoltato, - constatò
fissando l’infiorescenza marrone
a un metro dalla testa del morto e
la pozza di sangue marcio e scuro
tra l’ascella e il fianco. – Direi
che l’hanno colpito alle spalle,
poi l’hanno rigirato.
- Troppo sangue per terra e
troppo poco sul petto, - corresse il
giudice Corona. – Chi gli ha fatto
il servizietto non si è preso la briga di rivoltarlo.
Sanuti assentì con convinzione.
– Sarà il medico legale a stabilirlo, ma per me tra la morte e lo
spostamento del corpo è passata
almeno mezz’ora.
Nel frattempo l’attività intorno
al cadavere si era fatta febbrile.
Un agente, con un rotolo di nastro
di quelli che usano gli operai
delle autostrade, si fece largo,
scusandosi tra il giudice e il
commissario. Altri esaminavano
il terreno alla ricerca di elementi
significativi.
Il fotografo della Scientifica,
un tipo corpulento, già sudato alle
nove del mattino, faceva scattare
la sua macchina puntando l’obiettivo sulle ferite, sulle mani, sul
viso dell’uomo abbandonato al
suolo. Poi, chiedendo spazio con
un gesto da nuotatore, cercava di
inquadrare il corpo per intero.
- Marongiu Michele, - disse il
commissario Sanuti incespicando
sul cognome, e sembrava che più
che informare il giudice Corona
sul nome del morto stesse invitando quest’ultimo a rialzarsi. –
Ha le mani sporche di terra, le
unghie spezzate, il viso escoriato,
- continuò. – Ha cercato di salvarsi arrampicandosi al costone di
roccia, - fece notare evidenziando
una striscia di sangue che, come
la bava di una gigantesca lumaca,
partendo dalla macchia scura
qualche metro più in alto, aveva
seguito il corpo fino a terra.
Si trovava, infatti, il cadavere,
incuneato tra il piano e la parete
rocciosa col mento aderente allo
sterno.
Ancora sangue si era infilato
nelle canalette regolari dello
spiazzo straziato dai cingoli delle
ruspe. L’area avrebbe presto accolto le fondamenta di un nuovo
palazzo.
L’agente, col rotolo di nastro a
righe bianche e rosse, servendosi
anche di ferri di carpentiere era
riuscito a recintare un’area abbastanza ampia.
Quando arrivò il medico legale
era passata un’ora buona dalla
segnalazione. Osvaldo Pintus si
piantò a poca distanza dal corpo
con uno sguardo da critico d’arte
che si appresti a fare un’expertise.
Guardò i fori d’uscita che avevano bucato la giacca sul petto
del morto, poi sollevando la testa
fissò la macchia slabbrata sulla
parete rocciosa per ritornare, seguendo la scia sanguinolenta, al
punto di partenza.
- Conosci già il commissario
Sanuti? Sostituisce Curreli, - gli
chiese Salvatore Corona.
Osvaldo Pintus disse di sì senza voltarsi.
- Mi hanno fatto fare un giro
completo tutto ieri, - spiegò il
nuovo arrivato.
- Benvenuto, - ironizzò il medico legale. – Chi ben comincia...
Salvatore Corona avanzò alle
sue spalle. – Crediamo che abbia
tentato di scavalcare il costone...provò a dire condividendo la
responsabilità di quell’ipotesi col
commissario Sanuti, che si era
mantenuto a qualche metro di distanza senza guardare da nessuna
parte.
Osvaldo Pintus agitò la mano
destra per farlo tacere. – Niente
sangue dalla vita in giù, - disse
dopo qualche secondo di silenzio, piegandosi verso il corpo.
Proseguì, come parlando solo
a se stesso, bisbigliandosi nella
mente appunti di lavoro: scarica
di pallettoni alla schiena, parrebbe; ergo: aorta recisa, polmoni
perforati, seste e settime costole
polverizzate, un mare di sangue.
Questo si aspettava di trovare
Osvaldo Pintus.
Che Michele Marongiu avesse
cercato scampo tentando di arrampicarsi alla parete rocciosa,
alta al massimo tre metri, non
c’erano dubbi. Che il corpo fosse
“scivolato” a terra, resistendo al
contraccolpo degli ultimi secondi
di vita, trovandosi col viso a contatto della roccia quando la forza
di gravità se lo riprendeva, era
chiaro da una serie di elementi.
La scarpa sinistra, rimasta attaccata al piede, era sbrecciata in
punta come se il poveretto avesse
fatto in ginocchio i trenta e passa
chilometri del pellegrinaggio
francescano da Nuoro a Lula.
La similitudine fece sorridere Osvaldo Pintus: la sua figlia
minore, proprio il giorno prima,
aveva annunciato l’intenzione di
partecipare a quel pellegrinaggio
col suo gruppo d’amici. “Ci andate così, giusto per fare una gita.
Giusto per divertirvi! – si ripeteva
come se la figlia fosse ancora lì
davanti a lui, con quel suo sorriso
pieno d’accondiscendenza. – Se
non vi interessa la religione perché non andate a fare una scampagnata da qualche altra parte,
dico io!”, si ripeteva...
Quando Salvatore Corona gli
bussò sulla spalla col dito, Osvaldo Pintus non si voltò nemmeno.
Era abituato a passare da un pensiero all’altro senza scomporsi.
– Guarda la scarpa, - si limitò a
indicare cercando di valutare il
grado di rigidità del cadavere.
Il sostituto procuratore guardò
la scarpa massacrata sulla punta.
– Ha tentato di tenersi in piedi, provò a concludere.
Il medico legale si voltò: - Ha
tentato di scavalcare. Non è morto in questa posizione, questo è
chiaro.
- Quante ore fa? – chiese il
commissario Sanuti.
Osvaldo Pintus si grattò la
testa, proprio dove si diradavano
i capelli. – Proviamo? – chiese
rivolto a Salvatore Corona.
Lui assentì col capo: - Proviamo.
- Io dico che è morto da dieci
ore almeno.
Il commissario Sanuti fece un
rapido calcolo guardando il suo
orologio: erano le dieci meno un
quarto del mattino. – Poco prima
della mezzanotte, - annunciò al
termine del suo conteggio mentale.
Il medico legale strinse le
labbra arcuando le sopracciglia:
a sentirla espressa così chiaramente, quell’ipotesi, destinata a
restare tale fino all’autopsia, sembrava un azzardo. – Più o meno,
- smorzò. – La rigidità è in stato
piuttosto avanzato. Chi l’ha trovato? – chiese più per cambiare
discorso che per reale interesse.
- Volante in ricognizione, - rispose Sanuti.
Salvatore Corona strinse le
palpebre, per aiutarsi a mettere
a fuoco l’intero spazio intorno
a lui senza dover ricorrere agli
occhiali. – Chi è quello? – chiese
indicando un giovanotto che sedeva, la testa fra le mani, sul sedile
posteriore di una volante con lo
sportello spalancato.
- Il fratello della vittima, - rispose Sanuti.
31
Il primo caso dell’avvocato Hong Jun, appena tornato dagli Stati Uniti, riguarda un ergastolano ingiustamente condannato per lo stupro e
l’omicidio di una ragazza in una cittadina dello Heilongjiang negli anni
Novanta. Attraverso un’accurata analisi degli indizi e alcune fulminanti
intuizioni l’avvocato riesce a riparare all’errore giudiziario e a smascherare il vero colpevole. Al suo fianco l’attraente Song Jia, segretamente
innamorata del capo, che dovrà anche fare i conti con la ricomparsa di
una vecchia fiamma.
La donna pazza
Capitolo I
Un avvocato fuori dagli schemi
He Jiahong
32
He Jiahong, di origini mancesi, è nato a Pechino. Specialista
di procedura penale e criminologia, insegna all’Università del
Popolo di Pechino. La donna pazza (Mursia, 2007) è il suo
secondo romanzo. Inquietante e piena di suspense, la scrittura
di He Jiahong è ricca di humour e di poesia e traccia il ritratto
di una società complessa, articolata e ricca di sfumature. Le
sue opere Le mystérieux tableau ancien (Shenmi de guhua),
Crimes et délits à la Bourse de Pékin (Gushi muhou de zui’e)
e L’énigme de la pierre Oeil-de-Dragon (Longyanshi zhi mi)
sono state pubblicate in Francia, Editions de l’Aube.
Hong Jun si sedette alla grande
scrivania di direzione e gettò uno
sguardo intorno a sé, a esaminare
la disposizione degli oggetti nella
stanza: contro il muro di sinistra
erano state collocate due librerie
e un’altra scrivania su cui troneggiavano computer e stampante;
contro il muro di fronte, un divano e un tavolino basso; a destra,
accanto alla porta una fioriera di
tartaruga con una pianta di bambù
e, appesa al muro, una pittura a
olio. Provava una profonda soddisfazione al pensiero che non solo
tutto ciò gli permetteva di lavorare in condizioni di gran lunga migliori di quelle che gli erano state
offerte negli Stati Uniti, ma per di
più ne era lui il proprietario!
Sebbene fosse molto alto, Hong
Jun non era però robusto. Braccia
e gambe sembravano smisuratamente lunghe. La fronte ampia e
la capigliatura nera che ricadeva
ordinata sul lato destro rivelavano la sua natura intellettuale, e i
grandi occhi luminosi regalavano
uno sguardo benevolo e comprensivo, per quanto velato di rigore.
Pur avendo passato da poco la
trentina, si comportava con ogni
evidenza in maniera molto saggia
e cauta.
Fece ruotare la poltroncina per
voltarsi verso la finestra, da cui
poteva osservare il suolo cosparso
di foglie morte. Non gli succedeva da una decina d’anni di essere
talmente sfaccendato da potersi
abbandonare a ricordi che non
avrebbe dimenticato per tutta la
vita...
Anche allora era la stagione
in cui le foglie rosse ricoprivano
il terreno. Dopo lo studio serale,
Hong Jun accompagnava Xiao
Xue ad allenarsi per una corsa ciclistica. Xiao Xue era una bellissima ragazza originaria di Harbin.
Era la “doppia campionessa negli
sport e negli studi” della facoltà
di giurisprudenza. Tra i suoi tre
principali spasimanti, Hong Jun
non era quello messo meglio: uno
di loro, presidente dell’assemblea
studentesca, pur non avendo né
l’eleganza di Hong Jun, né un
viso bello come il suo, era per
contro un filosofo nato che ave-
va il dono delle lingue; l’altro,
capitano della squadra di calcio,
pur non avendo la raffinatezza di
Hong Jun, aveva però una bellissima voce e dimostrava una generosità e una lealtà naturali. Ciononostante, Hong Jun continuava
il suo assiduo corteggiamento.
Per conquistare la simpatia della
giovane, non esitava a sacrificare
parte del suo tempo tanto prezioso
per accompagnarla nelle discoteche o sui campi di pallacanestro,
luoghi che lui non amava particolarmente. Ciò che Xiao Xue sembrava apprezzare soprattutto in lui
erano i suoi modi e la sua cultura,
ma l’atteggiamento della ragazza
nei confronti dei tre “candidati”
non era affatto chiaro. Quasi
ogni sera andava ad allenarsi per
partecipare alla gara ciclistica
interuniversitaria che si sarebbe
tenuta a Pechino e aveva bisogno
di qualcuno che la accompagnasse agli allenamenti. Sebbene
assegnasse il servizio di corvè per
lo più a Hong Jun, anche gli altri
due si vedevano accordare a volte
questa concessione.
Hong Jun pedalava, dunque in
compagnia di Xiao Xue. Erano
arrivati fino alla porta orientale
del Palazzo Imperiale d’estate,
dopodiché erano risaliti verso
33
nord. Alle dieci di sera passate, le
strade erano quasi deserte: il momento ideale per allenarsi! Xiao
Xue acquistava velocità e Hong
Jun faticava a starle dietro. Stava
guardando sfilare a tutta velocità
gli enormi tronchi degli alberi e il
giallo livido dei lampioni accesi
su ciascun lato della strada, oltre
tutto non tanto larga, quando
all’improvviso aveva sentito Xiao
Xue lanciare un grido. In quello
stesso istante, aveva scorto qualcosa, una specie di grossa corda
tesa attraverso la carreggiata, proprio davanti a loro. Aveva frenato
con tutte e due le mani e la forza
di inerzia lo aveva proiettato in
avanti, mentre la bicicletta era
rimasta bloccata di colpo dalla
corda. Era stato catapultato in aria
prima di ricadere pesantemente
sull’asfalto. Il suo primo pensiero
era stato per Xiao Xue, caduta a
sua volta non lontano da lui: incurante del dolore che sentiva alla
spalla sinistra e alla gamba, si era
trascinato fino a lei. In quel preciso istante, aveva visto due uomini
spuntare da sotto i grandi alberi
che costeggiavano la strada. Uno
di loro aveva intimato: - Fuori
i soldi! E alla svelta! – Al che
Hong Jun, vedendo che impugnava un coltello con una lama lunga
almeno trenta centimetri, aveva
risposto istintivamente: - Siamo
studenti, non abbiamo soldi addosso. – Poi aveva aiutato Xiao
Xue che cercava di rialzarsi con
grande fatica.
- Non avete soldi? Allora lasciaci la ragazza come acconto! –
I due individui si erano avvicinati
e avevano tentato di afferrarla.
Hong Jun non si era mai battuto
in vita sua, ma in quel momento,
e senza capire bene da dove gli
arrivasse quell’improvviso coraggio, aveva tirato Xiao Xue dietro
di sé, e dopo essersi piegato,
aveva afferrato la bicicletta della
ragazza, che aveva il vantaggio
34
di essere un modello leggero, e
l’aveva agitata nella direzione
dei due delinquenti. Quello che
li minacciava con il coltello non
aveva potuto evitare il colpo:
la ruota l’aveva fatto andare a
gambe all’aria e il coltello gli era
sfuggito di mano. Allora il secondo uomo aveva cercato di fuggire,
ma Hong Jun, continuando a
sventolare la bicicletta, l’aveva
fatto mulinare e aveva gettato
quell’energumeno pancia a terra.
Hong Jun non era di costituzione
molto robusta, ma misurava pur
sempre un metro e ottanta! Intimiditi, i due avevano sloggiato
alla meno peggio senza aspettare
il resto.
Mentre tornava in sé, ancora
stordita per la caduta e per lo spavento che si era presa, Xiao Xue
si era accorta che Hong Jun stava
continuando a roteare la bicicletta
per aria. – È da un po’ che se ne
sono andati! – gli aveva fatto notare. Solo allora lui si era fermato
e aveva deposto a terra la bici.
Tutto affannato le aveva chiesto:
- Se ne sono andati? E già... con
bella calma! E tu come stai? Ti
sei fatta male?
- Non è niente. Presto, andiamocene da qui!
Avevano ispezionato le biciclette, e dopo avere constatato
che si erano deformati solo i manubri e averli raddrizzati, avevano
ripreso il cammino e si erano
affrettati a tornare a casa. Solo
quando erano rientrati nell’area
della residenza universitaria avevano ritrovato la calma. Avevano
riposto le bici, ma, dato che non
se l’erano sentita di tornare ognuno in camera sua, erano andati a
fare un giro nel boschetto attiguo
alla residenza. Avevano camminato a fatica, prendendo improvvisamente coscienza dei punti in cui
il corpo aveva riportato qualche
contusione. Si erano fermati sotto
un albero e Hong Jun si era mes-
so a ridere di se stesso: - Devo
essere sembrato un idiota prima:
non mi sono neanche accorto che
erano scappati!
Lei lo aveva rassicurato affettuosamente: - Niente affatto! Sei
stato molto coraggioso al momento opportuno. Non avrei mai
creduto che un topo di biblioteca
come te potesse rivelarsi altrettanto efficiente quando si trovava
con le spalle al muro!
- In realtà... è successo perché
avevo te accanto.
A quel punto i due giovani,
in piedi l’uno di fronte all’altra,
avevano taciuto. Il vento fresco
della sera attenuava il calore dei
loro corpi, e la luce bianca dei
lampioni faceva scintillare le foglie scure degli alberi... Xiao Xue
si era avvicinata, aveva sollevato
la testa e lo aveva guardato dritto
negli occhi. Con voce dolce aveva
pronunciato il suo nome: - Hong
Jun... – Lui aveva notato che il
suo tono di voce era cambiato e
subito aveva capito che l’attimo
di felicità che aveva sognato era
infine arrivato... Si era chinato
verso di lei e aveva baciato le
sue labbra dolci e umide... Aveva
sentito quasi una scossa elettrica
attraversargli il corpo e fargli battere il cuore, ancora più forte che
durante la zuffa a colpi di ruota di
bicicletta...
Chiuse gli occhi e si passò la
mano destra tra i capelli dalla
fronte alla nuca: un gesto abituale
per lui quando rifletteva su un
problema, che, a quel che aveva
sentito, aveva proprietà massaggianti molto benefiche per la
scatola cranica. Nel compierlo,
assaporò di nuovo le sensazioni
del suo primo bacio, di quelle che
si vivono una volta sola nella vita.
Sebbene non vedesse Xiao Xue
dalla fine degli studi, più di dieci
anni prima, non era mai riuscito a
dimenticare ciò che aveva provato in quel momento, in qualunque
parte del mondo si trovasse. Sono
cose che restano incise per sempre nella memoria.
All’improvviso gli giunse alle
orecchie una voce femminile che
diceva: - Capo, il suo caffè.
Aprì gli occhi e fece ruotare
lentamente la poltroncina per tornare di fronte alla scrivania. Vide,
allora, entrare nella stanza una
giovane vestita all’ultima moda
che gli posò davanti una tazza di
caffè aggiungendo: - Stavolta non
ho messo lo zucchero!
- Grazie, signorina. Tuttavia,
per la prossima volta la pregherei
di bussare prima di entrare nel
mio ufficio! – Il soggiorno prolungato negli Stati Uniti lo aveva
portato a considerare il gesto di
bussare a una porta, foss’anche
aperta, la forma di cortesia per
eccellenza.
- Oh, me ne sono dimenticata
di nuovo! Ma “conoscere i propri
punti deboli e porvi rimedio, è
già una qualità!” – disse Song Jia
precipitandosi verso la porta. Poi,
con l’espressione più seria del
mondo si mise a bussare chiedendo: - Capo, permette?
Hong Jun non poté fare altro
che acconsentire con un cenno
del capo. Era assolutamente consapevole del perché avesse fatto
cadere la sua scelta su Song Jia
fin dalla prima occhiata, quando
si era trattato di assumere una
segretaria: somigliava talmente
tanto a Xiao Xue! Stesso colorito chiaro, stesso viso grazioso,
persino il naso ben delineato, gli
stessi occhi grandi il cui sguardo
rivelava uno spirito vivace, stesse
sopracciglia sottili e nerissime, e
poi, soprattutto, quando sorrideva,
quelle due fila di denti immacolati
dietro le labbra sottili e quelle due
fossettine sulle guance illuminate
da una punta di rosso che davano
a tutti l’impressione di un mondo
inondato di sole! Era stato proprio
quel sorrisetto accattivante che
quell’anno l’aveva fatta eleggere
“Il fiore della scuola” dai compagni... Si somigliavano persino
nel modo di parlare, anche se
l’intonazione di Song Jia aveva
molto più del tono canzonatorio
tipico dei giovani della Pechino
moderna. Più di una volta gli era
venuta voglia di chiederle se conoscesse una certa Xiao Xue, ma
si era sempre trattenuto dal porle
la domanda che gli bruciava sulle
labbra.
Song Jia era una ragazza molto
perspicace e intelligente. Pur non
conoscendo la vera ragione per
cui era stata prescelta tra più di
una decina di candidate, si era
accorta subito che quell’uomo
giovane e bello con il dottorato
di una università occidentale,
provava per lei qualcosa di speciale. Alla scuola di polizia dove
aveva studiato aveva optato per la
specializzazione nel segretariato,
dopodiché aveva lavorato due
anni all’Ufficio per la Pubblica
Sicurezza di Pechino. In seguito aveva dato le dimissioni per
occuparsi di pubbliche relazioni
presso un’impresa privata. Negli
ultimi anni aveva cambiato impiego cinque e sei volte. Aveva
lavorato in diverse imprese, inclusi un ristorante, un bar e una
discoteca, senza che nessuna di
quelle occupazioni le avesse dato
soddisfazione. Non aveva preso
nemmeno troppo seriamente la
sua candidatura a quel posto di segretaria. Quando si era presentata
al colloquio, l’ambiente tipo “albergo a quattro stelle” degli uffici
le era piaciuto molto. – Non male,
il capo! Né volgare né saputello!
– aveva pensato. Da qualche anno
si era messa a studiare psicologia
da autodidatta, e riteneva di avere
raggiunto un livello da laurea. In
seguito all’analisi da lei condotta
sulla personalità di Hong Jun,
aveva deciso, di sua iniziativa, di
accorciare la distanza psicologica
che li separava: il mese di prova
non era ancora terminato che già
lei non lo chiamava più “dottore”,
e nemmeno “maestro”, bensì
“capo”, e gli parlava con una certa disinvoltura. A parte ciò, faceva
del suo meglio per svolgere bene
tutti i compiti che le affidava.
Dopo essersi gustato il caffè,
Hong Jun, che continuava ad
avere la testa altrove, le chiese: Allora, come si trova qui?
- Benissimo! Come un pascià!
Questo perché lavoro per lei da
quasi un mese, ma, a parte qualche consulenza, non ci hanno
affidato nessun caso serio. Non è
mica rientrato in patria per stare
in vacanza, capo?
- Gli affari sono così: vanno,
vengono...
- Per noi è piuttosto un “vanno”! E se continua così, presto
potremo trasformarci in una casa
di riposo!
- Va così male?
- Se è vero quello che dice il
giornale della sera, temo che non
sarà così ancora per molto, - disse
mostrandogli il giornale posato
sul tavolo accanto a loro.
Hong Jun lo prese e lo sfogliò.
A pagina due, lesse un articoletto
che cerchiò con la stilografica
rossa.
- A Pechino ha appena aperto
lo studio dell’avvocato Hong Jun.
Uno studio privato in più nella
capitale. Oltre a esercitare la professione di avvocato, Hong Jun
ha anche occupato una cattedra
di insegnamento alla facoltà di
diritto di una celebre università.
Partito per gli Stati Uniti nel
1987, è tornato sei anni dopo con
il titolo di dottore in giurisprudenza e un’esperienza professionale
di due anni acquisita presso un
rinomato studio di Chicago. Lo
studio dell’avvocato Hong Jun
è specializzato in casi penali di
35
ogni genere. È uno dei rari avvocati rientrati in patria...
- Oggigiorno gli avvocati si
contendono i casi del settore
economico e hanno obiettivi sul
piano internazionale. E allora perchè diavolo siamo andati in giro a
raccontare che siamo specializzati
in casi penali? – esclamò Song
Jia.
- Il diritto penale è il mio pallino, e per di più sono veramente
esperto in materia.
- Però quei casi lì non rendono
tanto! Sicuramente lei è spinto dal
desiderio di operare per la madre
patria e di mettersi “al servizio
del popolo”: è così?
- Negli Stati Uniti sono molti
gli avvocati penalisti che hanno
fatto fortuna, - disse Hong Jun,
eludendo la vera domanda.
- Sì, ma negli Stati Uniti!
- Un po’ di pazienza e vedrà
che anche la Cina si evolverà in
questa direzione.
In quel preciso istante, si udì
suonare alla porta.
- Vede? Qualcuno viene a portarci soldi! – scherzò Hong Jun.
L’ospite era un uomo sulla quarantina, con le sopracciglia folte a
sormontare due occhi grandi: un
viso rubicondo ornato da baffi e
da un paio di lunghe basette, statura media e stomaco da bevitore
di birra. Indossava un abito grigio
all’occidentale, ma la cravatta
allentata andava tutta di traverso.
Entrò e, senza aspettare di essere
presentato da Song Jia, avanzò a
grandi passi verso Hong Jun, cui
andò a stringere la mano chiedendo: - Dunque, è lei il celebre
avvocato Hong Jun?
- In persona, - si presentò l’avvocato porgendogli il biglietto da
visita prima di domandare a sua
volta: - Con chi ho il piacere?
- Mi chiamo Zheng. Sono
Zheng Jianzhong, - e mostrò anche lui un biglietto da visita che
36
tese a Hong Jun ridendo. – Ah,
ah! Ecco un altro di quei “trucchi”. Voglio dire: di quelle “carte
truccate”! Ovviamente non mi
riferisco a lei, maestro. Si chiama
“biglietto da visita”, un biglietto
con il proprio nome e il proprio
titolo, ma mica è fatto per visitare
la gente, non è d’accordo?
Hong Jun lo invitò ad accomodarsi sul divano e andò a sedersi
di fronte a lui. Poi esaminò il
biglietto dell’ospite che teneva
in mano. Nei caratteri eleganti di
una stampa raffinata erano scritte
queste parole: - Binbei Costruzioni, Impresa di lavori pubblici,
Zheng Jianzhong, direttore generale.
Song Jia gli portò il caffè,
dopodiché si eclissò. Zheng
Jianzhong trasse dalla tasca un
pacchetto di Marlboro che porse a
Hong Jun: - Maestro Hong, favorisca.
- La ringrazio, ma non fumo.
Zheng Jianzhong prese una
sigaretta e fece per accenderla,
quando si accorse della presenza
di un cartoncino posato sul tavolino che raccomandava: “Si prega
di non fumare fino al termine
della consulenza.” Un po’ imbarazzato, ripose la sigaretta nel
pacchetto.
- Mi scusi, maestro, ma sa
com’è, noialtri non conosciamo le
buone maniere!
- Nessun problema. È che il
fumo mi fa girare la testa. Con
l’onorario che le chiederò, non
vorrà mica che abbia la mente
annebbiata durante il nostro colloquio?
- Ben detto!
- È originario del nord-est, signor Zheng?
- Dello Heilongjiang.
- Ma è tanto che risiede a Pechino?
- Parecchi anni, ormai. Opero
nel campo dell’edilizia, e laggiù
non c’è molto lavoro. Pechino è
grande, e poi è la capitale, e qui è
facile fare soldi.
- Ma di sicuro non è venuto a
trovarmi per una questione di soldi, giusto, direttore?
- No. Si tratta di mio fratello.
Dieci anni fa è stato condannato
a morte. All’inizio ha beneficiato
di un rinvio, e in seguito la pena
capitale gli è stata commutata in
ergastolo. Ma non è affatto lui il
colpevole!
- E come mai ha aspettato tutto
questo tempo prima di pensare a
chiedere una revisione del processo?
- Sono stato troppo occupato a
fare soldi! E tanto per raccontarle
tutto quello che mi pesa dentro, in
questa faccenda ho sempre ritenuto di avere delle colpe verso mio
fratello.
- Ha qualche rimorso?
- Esatto! Rimorsi. Ma all’epoca
non avevo soldi. Se ne avessi avuti a nessun costo avrei permesso
che lo mettessero in prigione! Mi
creda.
- Allora perché non è andato a
cercare un avvocato del posto?
- Ho cercato, ma si sono rifiutati tutti. Quelli di lì hanno detto
tutti che era impossibile fare rivedere quel processo. Io non ho mai
perso le speranze, e l’altro giorno,
sul giornale della sera, ho letto la
pubblicità del suo studio.
- Era un articolo, non una pubblicità.
- Capisco. Oggi come oggi, andare a chiedere a un giornalista di
scrivere un articolo è più efficace
che fare pubblicità. Non racconto
frottole! Non ci crede?
Invece di rispondergli, Hong
Jun si alzò e andò alla scrivania a
prendere il giornale, che posò sul
tavolino del salotto.
- Eccolo! È questo il giornale!
Quando l’ho letto, ho pensato
che ci fossero ancora speranze
per mio fratello. Lei, un avvocato
americano...
- La correggo. Sono un avvocato cinese.
- Comunque ha fatto l’avvocato
in America, sì o no?
- Vero.
- Mi ha spaventato. Ero lì lì per
pensare che quello che raccontava
questa pubblicità su di lei fosse
falso.
- E che differenza farebbe se
non fossi andato negli Stati Uniti?
- Farebbe una gran bella differenza! Li ho visti nei film, gli
avvocati americani. Fanno paura!
Basta mettergli un caso tra le
mani che vincono il processo. E
poi, il loro presidente, là, si chiama... keng li dun, “accoccolato
nella buca”, giusto?
Quando lo sentì, Song Jia, che
era appena venuta ad aggiungere
acqua nella caffettiera, fu quasi
sul punto di soffocare dalle risate. Neanche Hong Jun riuscì a
trattenere uno scoppio di risa nel
rettificare: - No, si chiama ke lin
dun “la foresta dà l’assalto e fa
una pausa”.
- Ah, sì, così! Quando mi
hanno detto che si chiamava
keng li dun ho risposto che era
impossibile. Un grande presidente
come lui, con un nome del genere! Già la gente dice “vado alla
toilette” quando va al gabinetto,
ma un presidente! Non può mica
dire “vado ad accoccolarmi sul
pozzo nero”! Ma io continuo a
chiacchierare... Volevo chiederle:
il presidente americano e sua
moglie sono tutti e due avvocati,
giusto?
- Giusto. Comunque, qui in
Cina le cose stanno diversamente...
- Lo so bene. È per questo che
ho pensato che un nome come il
suo sarebbe stato un buon inizio.
- Me l’ha dato mio padre.
- Allora era un uomo saggio!
Hong Jun, come hong jun, “l’armata Rossa”! Dato che non temo
una denuncia da parte sua, sarò
franco: dalle nostre parti, ci sono
poliziotti che sembrano proprio i
“cani addormentati dell’esercito
nazionalista” che si vedevano nei
film di una volta. Noi gente del
popolo speriamo che l’armata
Rossa venga un po’ a bacchettarli. Ho fatto progressi da quando
vivo a Pechino, no? Si dice che a
Canton si permettano di mangiare
qualunque cosa, a Shanghai di
vestirsi in qualunque modo e a
Pechino di dire tutto quello che si
vuole. Ma adesso basta straparlare. Quello che conta è che lei è
l’unico in grado di fare rivedere il
processo di mio fratello.
- Devo avvertirla che da Pechino non mi sarà facilissimo
occuparmi di un caso nello
Heilongjiang e che per di più la
cosa rischia di essere fortemente
dannosa per le mie attività nella
capitale...
- Maestro Hong, mi sta parlando di spese? Quanto a questo, stia
tranquillo, non ci sono problemi.
Per usare un’espressione di moda,
le direi che al momento i soldi “mi
escono dalle orecchie”, - e trasse
dalla tasca del vestito due rotoli di
banconote che posò sul tavolino.
– Sono ventimila. Li prenda per
cominiciare, e se non bastano, me
lo dice e torno a dargliene altri.
Quando avrà sistemato le cose,
aggiungeremo il suo onorario. Le
va?
Hong Jun sprofondò nel divano
e rispose: - D’accordo. Allora,
per cominciare, le chiederò di
raccontarmi i dettagli del caso. –
E iniziò a passarsi la mano destra
all’indietro tra i capelli morbidissimi.
Zheng Jianzhong si concentrò
un istante prima di lanciarsi nel
racconto di una storia molto aggrovigliata...
37
Roma 1611, nella dimora del principe Federico Cesi si riuniscono i migliori intelletti dell'epoca. In gran segreto, perché l'Inquisizione vigila.
Sorveglia particolarmente Galileo con la sua nuova invenzione, il telescopio, e uno dei suoi amici, il tedesco Johann Schreck detto Terrentius,
chirurgo, botanico e farmacista, che esegue autopsie clandestine per
scoprire i segreti del corpo umano. La loro sete di conoscenza li ha
trasformati in nemici della Chiesa. Nel mirino dell’Inquisizione c’è soprattutto Terrentius che, dopo essere sfuggito a un agguato, decide di
partire per la Cina, accodandosi a una missione di gesuiti, affrontando
un rocambolesco viaggio per mare, sfidando tempeste, epidemie, strani
contrattempi e morti sospette. E ben presto scoprirà che la longa manus
dell’Inquisizione può arrivare fino a quel lontano Paese...
Romanzo epico ed emozionante, permeato dell’esaltante clima culturale
in cui maturò la rivoluzione scientifica del Seicento, L’amico di Galileo
fonde in un’unica trama un contesto storico di raro valore e suggestione,
la caratterizzazione di un protagonista memorabile, scene avventurose
e uno svolgimento giallo che culmina in un finale mozzafiato.
L’amico di Galileo
Capitolo I
Isaia Iannaccone
Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive e lavora tra Bruxelles e Parigi, è specialista di
storia della scienza e delle tecnica in Cina, e dei rapporti scientifici Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È
autore di trattati accademici (Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese, 1991; Johann Schreck Terrentius:
la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming, 1998), di due guide
della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il
romanzo storico L’amico di Galileo nel 2006, seguito poi da Il sipario di giada (2007).
38
Secondo il Tedesco Johann
Schreck detto Terrentius, la ragazza nuda distesa davanti a lui era di
quelle che si sentono invincibili
ed eterne anche in condizioni avverse. Innanzi tutto per la positura
del tronco, teso come un bastone
di quercia, e per le spalle squadrate in modo poco usuale per una
donna. Poi, per i fianchi stretti e il
ventre piatto che ruotava attorno
all’ombelico perfettamente ovale;
i glutei sodi e le gambe lunghe e
liscie che si incontravano in un
garbato e rado arruffo scuro; il
seno piccolo, così fuori moda; e il
volto... Come si poteva descrivere
tanta bellezza? Schreck la ammirava annegandosi in quegli occhi
dal taglio obliquo, neri come il
carbone, che lo fissavano severi,
in profondità, senza timore; il
naso, leggermente schiacciato, si
affacciava sulla bocca carnosa,
socchiusa a mostrare denti bianchissimi.
La ragazza sembrò aver colto
il suo interesse, ma quel leggero
fremito che le aveva animato lo
zigomo era dovuto solo a una
delle tante mosche che le passeggiavano sul corpo. I tratti soma-
tici erano probabilmente quelli di
una delle lontane razze orientali
di cui si sentiva parlare sempre
più spesso. Forse indiana, oppure
siamese, o cinese. La carnagione
ambrata e la pelle liscia contribuivano a renderla desiderabile.
Non doveva avere più di sedici
anni e di sicuro faceva parte del
piccolo esercito di schiavi ancora
presente a Roma. In quel mese di
aprile dell’anno di grazia 1611, ne
erano stati censiti settecentotrentatre, di cui ottantotto femmine;
alcuni erano posseduti da stranieri
di passaggio, altri da famiglie romane, altri ancora erano proprietà
inalienabile di una decina di ecclesiastici; v’erano poi gli schiavi
di Stato che appartenevano alla
Camera Apostolica o lavoravano
per la Marina Papale. La ragazza,
fantasticò Schreck, deve provenire da un palazzo patrizio.
- È ora che inizi, - sospirò.
Negli occhi si accese una luce
metallica, velata di tristezza.
Aprì un cofanetto di legno,
impreziosito da rinforzi in cuoio.
Lucidi, v’erano ordinati dentro i
suoi strumenti. Scelse con cura
un coltello a lama breve, due divaricatori dal manico di legno, un
lungo specillo d’argento, una pin-
za e un uncino. Appena prima di
incidere il ventre fu folgorato da
un doloroso senso di colpa quasi
stesse per commettere una profanazione. Ma durò un attimo, come
sempre. Dal taglio netto uscirono
dapprima appena poche gocce di
sangue nerastro; altre sgorgarono
quando pose i divaricatori; poi un
fiotto rosso cupo.
Schreck aveva imparato a sezionare i cadaveri quando era studente a Padova. A quei tempi, lì
aleggiava ancora l’aria che aveva
respirato Andrea Vesalio. “Palpate, sentite con le vostre mani
e fidatevi di esse”, raccontavano
tuonasse ai suoi discepoli; nel
1543 il suo De humani corporis
fabrica, illustrato da un allievo di
Tiziano, aveva trasformato ossa,
muscoli, tendini, scheletri e corpi
senza pelle in scienza per gli sperimentalisti. Maestro di Schreck
era stato il chirurgo Girolamo Fabrici d’Acquapendente che aveva
fatto costruire a Padova il primo
teatro anatomico e che vantava tra
i suoi studenti William Harvey.
Cosa direbbe William di questo
sangue nerastro? Pensò Schreck.
Chissà quando potrò andarlo a
trovare a Londra.
39
Avrebbe voluto assistere ai suoi
esperimenti sulla circolazione del
sangue: Harvey ipotizzava che il
cuore fosse una pompa, e per studiarlo apriva il petto ai cani vivi
e ne osservava il funzionamento;
i galenici dicevano che aveva
ucciso in questo modo talmente
tanti animali che bisognava meravigliarsi se c’erano ancora cani in
circolazione.
Il sudore rendeva attaccaticci i
capelli biondi di Schreck, scurendoli; calde gocce cominciavano
a colare sul colletto pieghettato
di organza bianca. Si asciugò la
fronte con la manica del giubbone. Che la ragazza fosse morta a
causa di un cedimento del fegato
gli era stato chiaro sin da quando
Gerardo – il custode dell’Ospedale degli Orfani – gli aveva portato
il cadavere; ma non aveva immaginato di trovare due gemelli
appena abbozzati in quel ventre
ormai freddo. Iddio è spietato
con alcuni, gli venne da pensare.
Forse, la giovane aveva subito la
violenza del suo padrone, e poi
era stata abbandonata al proprio
destino. O chissà, magari era
fuggita con il fardello umano per
evitare il peggio. In ogni modo,
non era stata fortunata.
Il tempo scorreva lento; nella
piccola cella sotterranea il caldo
stava diventando insopportabile.
Improvviso e furioso, si sentì lo
scoppio del temporale. Quasi contemporaneamente entrò Gerardo.
Il volto era segnato dalle cicatrici,
un occhio coperto da una benda.
Sembrava una montagna in movimento.
- È l’ora, eccellenza, - disse a
Schreck. – Vado su ad aspettarlo.
Questi annuì senza voltarsi. Le
due pietre verdi che aveva al posto degli occhi fissavano le carni
martoriate della ragazza e guidavano le mani e gli strumenti.
Strano tipo il dottor Terrentius,
ruminò per l’ennesima volta Ge-
40
rardo, avviandosi verso il tetro
cunicolo che portava alla scala.
Schioccò la lingua e prese a salire
con passo zoppicante. Il custode
non era il solo a considerarlo
strano. Molti a Roma giudicavano
bizzarro e misterioso quel tedesco
di trentacinque anni; e da quando
frequentava la cerchia del principe Federico Cesi, c’era anche chi
lo riteneva pericoloso.
Mentre manovrava con cura
la pinza dalle estremità sottili,
Schreck cercava di dissipare
una schiera di pensieri che gli si
affastellavano in capo. Gli ultimi giorni erano stati difficili, e
ancora si meravigliava di averla
scampata. La recente investitura
a cardinale di Scipione Caffarelli,
nipote di papa Paolo V – al secolo
Camillo Borghese, - e l’entrata
annua di centoquarantamila scudi
che gli era stata assicurata avevano scatenato Pasquino, e sui muri
della città erano apparsi fogli
con versi che dicevano: “Dopo i
Carafa, i Medici e i Farnese, or
si deve arricchir casa Borghese”.
A quel ritrovamento era seguita
una repressione massiccia, e tutti
gli stranieri censiti erano stati
convocati o trascinati alla sede
del Sant’Uffizio per un controllo.
Anche lui aveva dovuto subire il
mortificante invito ed era riuscito
a cavarsela con un contraddittorio
serrato, dimostrando che aveva
sufficienti mezzi di sostentamento
e pur sempre qualche amicizia
in alto loco, e soprattutto perché
gli inquisitori non avevano prove
contro di lui.
- Corrisponde a verità la notizia secondo la quale voi praticate
attività che coincidono in modo
innegabile con quelle dichiarate
eretiche? – gli aveva chiesto un
domenicano con un sorriso ambiguo.
- Non ho idea a quali attività
vi riferiate, monsignore – aveva
risposto Schreck, cercando di ca-
pire dove l’altro volesse giungere.
- Ah, negate di essere un ematita? – aveva insistito il domenicano.
Il tedesco aveva fatto un velocissimo ragionamento che era durato il tempo di un respiro, e che
gli aveva consigliato la risposta
giusta. Lo accusavano di appartenere alla setta degli ematiti, ossia
di coloro che si nutrono di carni
animali svuotati di sangue; erano
stati condannati dal Concilio di
Gerusalemme dell’anno 50 che
intendeva soprattutto colpire gli
ebrei; ciò mostrava chiaramente
che dietro la sua convocazione
v’era già l’intenzione di arrestarlo, giacché difficilmente gli
appartenenti alla religione ebraica
sfuggivano ai rigori dell’Inquisizione. Bisognava negare, ma
rimanendo sul terreno scelto dal
domenicano, e controbattere in
modo efficace. Lentamente, e con
voce stentorea, Schreck si era
difeso: - Nel capitolo XVII del
Levitico, quello sulle norme per le
immolazioni degli animali destinati ai sacrifici, Dio ammonisce:
“Qualunque Israelita, o qualsiasi
forestiero... che mangi del sangue... Io volterò la mia faccia
contro il temerario che ha osato
mangiare il sangue, e lo reciderò
in mezzo al suo popolo: perché la
vita della carne è nel sangue...” Io
non sono israelita e non mi attengo a questo comportamento. Sono
cristiano e non sono circonciso.
L’ i n q u i s i t o r e e r a r i m a s t o
sorpreso dalla risposta perché
tutti gli altri cui aveva rivolto
quest’accusa l’avevano negata
senza argomentare. Contrariato,
aveva esclamato nella speranza di
far vacillare la sicurezza di Schreck trovandogli falle dottrinali: Conoscete bene il Levitico, strano
per un cristiano essere così addentro alle regole cui aderiscono
gli assassini di Cristo, gli ebrei!
- Se è per questo, - era interve-
nuto prontamente Schreck, - oltre
al Mitzvot che impone il consumo
di carne di animali dissanguati,
conosco anche gli altri seicentododici comandamenti degli israeliti, ma non li seguo.
- Finalmente! Non negate di
conoscerli!
- No, monsignore, come non
nego di conoscere, oltre all’ebraico, altre cinque lingue in disuso
e sette in uso. Ma nego di essere
un ematita. Non ho pregiudizi
sul sangue. Per me rimane valida
l’indicazione di Cristo, trasmessaci con amore da san Giovanni
nel VI capitolo del suo Vangelo:
“Chi mangia il mio corpo e beve
il mio sangue ha la vita eterna, e
io lo resusciterò l’ultimo giorno;
perché il mio corpo è vero cibo e
il mio sangue è vera bevanda.” –
Aveva fissato dritto negli occhi il
domenicano: - Io ricevo il corpo
e il sangue di Cristo con l’Eucarestia. Partecipo regolarmente,
come voi, a questo sublime atto
di cannibalismo.
L’altro aveva reagito barcollando con il capo, come se avesse ricevuto uno schiaffo in pieno viso,
e aveva temuto per un attimo di
perdere i sensi. In quel momento,
con un rumore secco e improvviso si era spalancata la porta ed
era apparso un altro inquisitore,
anch’egli domenicano, che sembrava appena risuscitato tanto
era pallido. In due passi aveva
raggiunto uno scranno posto sotto
un crocefisso alto sino al soffitto
e si era seduto. Evidentemente
era stato fino allora in ascolto.
E nel parlare guardava in alto,
sopra la testa di Schreck, come
se ricevesse ispirazione da un’entità invisibile che galleggiava
nell’aria: - Riferiamoci a corpi e a
sangue profani, per favore, dottor
Terrentius, perché pare che dei
primi cagioniate strazio e che del
secondo facciate scorrere fiumi.
Credete nella risurrezione della
carne? – E ancora, di seguito: Conoscete i dettami del Concilio
di Trento? – Non dava tempo
di rispondere, e incalzava: - Mi
dicono che professate la chirurgia
e che avete rapporti epistolari
con medici protestanti. È vero?
– E poi: - Se un uomo muore in
un incidente che gli causa anche
l’amputazione del piede, cosa
bisogna fare? E se, nel morire, lo
stesso uomo si spacca la testa, sì
che mezzo cervello cola di fuori,
come ci si regola in questo caso?
Il cervello! Esclamò Schreck
tra sé e sé, allontanando i ricordi
di quell’infernale interrogatorio.
Cavò fuori dalla cassetta un seghetto, uno scalpello e un trapano
dall’impugnatura d’avorio. Per un
tempo interminabile lo stridio della lama sul cranio coprì la lontana
eco del temporale. Man mano che
procedeva a portare allo scoperto
la materia cerebrale in parte grigio-giallognola in parte bianca, i
contorni del recente interrogatorio
sfumavano per lasciare il posto
alla sorpresa.
- Fabrici d’Acquapendente aveva ragione, le ostiola rallentano il
flusso del sangue per impedire che
le pareti delle vene si rompano, sussurrò. Si riferiva alle piccole
pieghe membranose all’interno di
un grosso condotto venoso da cui
usciva il fiotto nerastro.
Poi, d’un tratto, con eccitazione: - Nell’osso sfenoide non v’è
alcun foro per la discesa del flegma! – Questa volta aveva parlato
ad alta voce, come rivolgendosi
a un improbabile spettatore. Scostò il lembo di tessuto con un
piccolo arpione e sorrise con aria
vittoriosa. I galenici supponevano
che alla base cranica ci fossero
dei forellini, come quelli di una
spugna o di un setaccio, attraverso i quali il flegma, l’umore
freddo proveniente dal cervello,
si sarebbe dovuto riversare nel
nasofaringe e nelle cavità nasali.
– Ignoranti, non c’è nessun foro
sotto la ghiandola pituitaria! –
Quasi gridò dall’eccitazione. Preso dalla frenesia, estrasse le sette
paia di nervi cranici: - Non sono
assolutamente cavi!
Fu in quel momento che Gerardo rientrò nella cella col suo
passo dondolante. – Eccellenza,
non si vede ancora nessuno.
- Che gli sia successo qualcosa? – borbottò Schreck. Ma
scosse subito la testa. – Nella sua
posizione nulla può accadergli. –
Poi pensò: Forse l’hanno seguito.
Anche questa ipotesi gli sembrò inverosimile giacché erano
d’accordo che avrebbe lasciato
carrozza e cocchiere lontano
dall’Ospedale degli Orfani, proprio per accertarsi di non essere
pedinato. Rassicurò dunque il
custode: - Ritorna su, vedrai che
starà per arrivare, il temporale
avrà allagato la strada e Dio solo
sa che giro avrà dovuto fare.
L’omone fece spallucce e
scomparve nuovamente nel buio.
Schreck riprese i suoi strumenti
e attaccò il cuore. Chissà come
avrà palpitato in vita, gli venne
da pensare mentre eseguiva le due
incisioni incrociate, deve essere
stata una passionale, questa poveretta.
Con delicatezza mise allo
scoperto i ventricoli. Voleva constatare ciò che pochi giorni prima
gli aveva rivelato Harvey in una
lettera: come i pianeti giravano
intorno al Sole, dispensatore di
calore e di vita, così il sangue
aveva la circolazione incentrata
sul cuore piuttosto che sul fegato.
E secondo Harvey era il cuore a
spingere il sangue dal ventricolo
destro ai polmoni e al ventricolo
sinistro, mentre le valvole gli impedivano di ritornare indietro. –
Le valvole vegliano all’entrata del
cuore come guardiani dinanzi alle
porte, - gli aveva scritto l’amico,
- spasmo dopo spasmo, una quan-
41
tità di sangue segue l’altra.
Ma l’organo inerte della giovane non poté rivelargli nulla. L’insuccesso non arrivò inaspettato.
Bisogna che anch’io mi decida
a sventrare animali vivi, così potrò osservare il cuore ancora in
movimento fino all’ultima contrazione, rifletté. Animali? E perché
non direttamente uomini in carne
e ossa, vivi e vegeti? Il pensiero
quasi lo fece sorridere. Così faccio la fine di Vesalio.
Accusato di sezionare persone
ancora in vita, il chirurgo fiammingo era stato condannato a
morte dall’Inquisizione per poi
essere graziato dall’imperatore.
Ma la voglia di sorridere svanì e
l’oppressione che si nascondeva
nel suo stomaco cominciò a farsi
spazio. Schreck poggiò gli strumenti sul tavolo e si guardò le
mani sporche di sangue. Avrebbe
voluto essere lontano centomila
leghe da lì, sentirsi libero, respirare l’aria fresca anziché la muffa
di quel sotterraneo, vivere in un
mondo dove i segreti della natura
si potevano ricercare perché non
facevano paura a nessuno e dove
nessuno pretendeva di possederli
senza conoscerli. Sospirò profondamente e vide in modo diverso
quel corpo smembrato su cui si
era accanito: una bella e povera
ragazza, ora ridotta a una irriconoscibile massa sanguinolenta,
senza più alcuna espressione.
Persino gli occhi, che non aveva
toccato, erano quasi scomparsi
nelle orbite, come a volersi ritirare dinanzi a tanto scempio.
- Mio Dio, cos’ho fatto!
Ma l’imbarazzo durò un solo
attimo. Lo conosceva già e sapeva
in che modo vincerlo. Con la sensazione di essersi appena ridestato da un lungo sonno, riprese gli
strumenti per continuare il lavoro.
Doveva farlo, doveva conoscere,
doveva imparare. Come diceva il
principe Cesi, studiare la natura
42
era un dovere verso l’umanità, e
le nuove conoscenze dovevano
essere divulgate a tutti e in modo
pacifico. Questo solo poteva chiamarsi progresso, e sicuramente
Iddio non poteva esservi contrario. Irrigidì i muscoli, respirò a
fondo e, certo di confermare la
sua ipotesi sulla causa della morte
della ragazza, decise di incidere il
fegato per vedere una buona volta
cosa veramente c’entrasse con il
via vai del sangue.
Fu in quel momento che sentì
un rumore di ferraglia e il rimbombo dei passi. Gerardò entrò
ancora una volta: era corrucciato.
- Eccellenza, ancora nulla. Io
torno al portone principale, se
qualcuno mi cerca...
- Chi vuoi che ti cerchi?
- Ma, non so.
- I bambini sono rinchiusi e
dormono, il direttore viene soltanto al mattino, dunque non vedo
la necessità che tu ti muova. Non
c’è alcun motivo di preoccuparsi.
Torna su, vedrai che arriverà fra
poco.
Era la prima volta che Schreck
vedeva Gerardo inquieto. Già
all’inizio della serata il custode
gli aveva detto di avere come un
presentimento, ma nella sua semplicità non si era spiegato, né il
tedesco era riuscito a cavargli di
più.
Pazientemente l’omone si riavviò verso l’alto. A lungo i suoi
passi rimbombarono cupamente.
Schreck lo seguì con lo sguardo
sino a che scomparve dalla sua vista, sentendo montare nel petto un
sottile velo di angoscia. L’eco del
calpestio non si spense del tutto.
Come il suono di un tamburo, rimase nell’aria umida e stantia dei
sotterranei, confondendosi nelle
orecchie di Schreck con le terribili e temibili frasi dell’inquisitore,
fitte dolore per la coscienza.
- Attenzione, dottor Terrentius, gli aveva detto prima di lasciarlo
andare, - siete in una situazione
di levis suspicio. Anche la plebe
sa che il leggero sospetto confina
strettamente con l’inesistenza del
crimine di eresia. Dunque non vi
tratteniamo oltre. Ma se riusciremo a raccogliere testimonianze
concrete sulla vostra attività non
autorizzata di anatomista, allora
voi rientrerete nel caso di vehemens suspicio, e il forte sospetto
giustifica il rigoroso esame! –
Il cardinale inquisitore aveva
poi fatto un cenno al soldato di
guardia per ordinare il rilascio
dell’interrogato, e aveva concluso: - Purtroppo per voi, non siete
povero, né rustico, né ignorante;
dunque, quando avremo le prove
non vi sarà data la possibilità di
confessare la vostra mala credulità come attenuante. La vostra
colpa, se provata, potrà essere
emendata soltanto con l’abiura...
Oppure con il fuoco!
In alto si udì lontano il cigolio
dei cardini e subito dopo il tonfo
di chiusura di uno sportello. Gerardo aveva aperto lo spioncino
per vedere fuori: non v’erano novità. La persona che aspettavano
si faceva ancora attendere.
Carlo Lucarelli
Carlo Lucarelli è nato a Parma
e vive tra Mordano (Bo) e San
Marino. Esponente di spicco
del genere noir italiano a sfondo
poliziesco, genere per il quale è
conosciuto anche all'estero, ha
esordito nel 1999 con il giallo
Carta bianca, primo romanzo
della trilogia giallo-storica con
protagonista il commissario De
Luca, la quale comprende anche
L'estate torbida (1991) e Via delle
Oche (1996). Tra i tanti romanzi,
saggi e racconti che ha scritto
ricordiamo quelli con l'ispettore
Grazia Negro, Lupo Mannaro
(1994), Almost Blu (1997) e Un
giorno dopo l'altro (2000), i
romanzi con l'ispettore Coliandro,
Falange Armata (1993), Il Giorno
del Lupo (1998), i romanzi
Indagine non autorizzata (1993),
Guernica (1996) e L'ottava
vibrazione (2008), oltre alle
antologie di racconti Autosole
(2000) e Il lato sinistro del cuore
(2003), i saggi Serial Killer Storie di ossessione omicida
(2003) e Nuovi misteri d'Italia - i
casi di Blu Notte (2004) .
Ha vinto vari premi letterari tra i
quali il Premio Alberto Tedeschi
con il romanzo Indagine non
autorizzata nel 1993, il Premio
Mistery con Via delle Oche nel
1996 e il Premio Franco Fedeli
nel 2000.
Conduce per la Rai il programma
televisivo “Blu notte” nel quale
ricostruisce la storia dell'Italia
attraverso i suoi misteri insoluti e
per il quale ha ricevuto il Premio
Flaiano nel 2006.
Dai suoi romanzi sono stati
tratti film (Almost blue, Lupo
Mannaro), film per la TV (La
tenda nera), serie televisive (Il
commissario De Luca, L’ispettore
Coliandro).
È inoltre sceneggiatore di fumetti
e soggetti per videoclip e autore
di programmi televisivi e teatrali.
Quasi tutti i suoi romanzi sono
stati tradotti e pubblicati in
Francia, Olanda, Grecia, Spagna,
Germania, Stati Uniti, Gran
Bretagna, Islanda, Norvegia,
Portogallo, Brasile, Giappone e
Romania.
43
Aprile 1945. Negli ultimi giorni della Repubblica di Salò, un omicidio
dei quartieri alti, un trentino dal nome tedesco, facoltoso, iscritto al
partito, ucciso sembra da una donna, apre squarci sul mondo dei gerarchi, su un traffico finanziario-spionistico tra il regime e i nazisti, sulla
corruzione di una classe dirigente dai giorni contati. E a poche ore dal
crollo finale, quando comincia il fuggi fuggi generale, il commissario De
Luca scopre una torbida verità e, nella confusione e la paura, è chiamato a una scelta. Carta Bianca è un racconto giallo a pretesto, in cui è
il fascismo pretesto per la trama poliziesca e per quella caratteristica
interrogazione morale in cui il giallo confluisce. Dittature e totalitarismi si
prestano infatti a quelle situazioni di precarietà del diritto in cui la malinconia, connaturata a chi investigando fruga nelle vite, diventa l'ultimo
rifugio del senso di giustizia.
Carta bianca
Capitolo I
La bomba esplose all’improvviso, con un fragore pazzesco,
proprio quando il corteo funebre
stava attraversando la strada. De
Luca si gettò a terra, istintivamente, coprendosi la testa con le
mani, mentre un pezzo di muro
crollava sul marciapiede, coprendolo di polvere. Cominciarono
tutti ad urlare. Un sergente della
GNR stese il mitra sopra di lui e
sparò una raffica infinita che lo
assordò, facendo piovere una cascata di coppi rotti sulla strada.
- Bastardi! – gridava il sergente, - figli di puttana!
- Bastardi! – gridavano tutti,
e sparavano, Guardia Nazionale,
Brigate Nere, Decima Mais e
Polizia, tutti tranne De Luca, a
terra con la faccia nella polvere e
le mani aperte sulla testa, con le
dita infilate tra i capelli. Rimase
così un’eternità e solo quando
tutti ebbero smesso di sparare e si
sentirono soltanto i gemiti dei feriti, allora si alzò sulle ginocchia,
spazzolandosi l’impermeabile con
le mani, e si rimise in piedi.
- Ce la pagheranno! – gli urlò
in faccia un graduato, afferrandolo per i risvolti del soprabito, Rappresaglia! Carta bianca!
- Carta bianca, sì – disse De
Luca liberandosi della stretta
44
isterica che lo stava spogliando,
- certo, certo... – e si allontanò in
fretta, senza voltarsi indietro, sospirando tra le labbra che sapevano di polvere. Gli faceva male un
ginocchio. Pensò “lo sapevo che
non dovevo fermarmi a guardare”
e voltò l’angolo, mentre i primi
camion facevano stridere i freni e
i tedeschi saltavano giù a bloccare
le strade.
Affondò le mani nelle tasche
e si strinse addosso l’impermeabile, perché la primavera tardava
a venire e faceva ancora freddo,
voltò un altro angolo e contò le
targhe sui muri dei palazzi, fino al
numero 15, poi entrò deciso. Passò davanti ad un ascensore con la
gabbia e il cancello imponente in
ferro battuto e si fermò davanti al
lunotto della portineria, ma non
c’era nessuno. Iniziò a salire una
rampa di scale, bianche e pulitissime, come di marmo, un palazzo
da signori quello, e per contrasto,
passandosi una mano sul mento
ispido, gli venne da pensare che
era proprio ora di farsi la barba.
Al primo piano un uomo gli venne incontro, grosso, con un soprabito pesante e una faccia quadrata
da Questura.
- Che è successo? – chiese ansioso, - questa botta là fuori...
- Un attentato – disse De Luca.
– Hanno tirato una bomba ai fu-
nerali di Tornago. Ma ora è tutto
sotto controllo...
- Ah be’... – l’uomo scosse la
testa, come per dire qualcosa, ma
poi fece un passo in avanti e piantò una mano sul petto di De Luca
che stava avvicinandosi deciso ad
una porta, fermandolo a metà di
un passo, con una gamba avanti e
un contraccolpo che gli fece male
al collo.
- Eilà, bello! Dove credi di andare?
De Luca chiuse gli occhi,
stirando per un attimo le rughe
dell’insonnia che gli attraversavano la faccia. Fece “un momento” con la mano destra e con la
sinistra tirò fuori dalla tasca una
tessera, che il gorilla riconobbe
subito, prima ancora di leggere,
e impallidì. Stese il braccio nel
saluto, sbattendo i tacchi.
- Scusate, comandante... se me
lo dicevate subito...
De Luca annuì, e mise via la
tessera. – Fa niente – disse, - ma
non mi chiamare comandante,
non sono più nella Muti, sono
commissario. Mi occupo di questo caso. Chi c’è dentro?
- Maresciallo Pugliese, della
Mobile. E la squadra.
- Niente autorità, giornalisti,
parenti...
- Solo la Questura.
- Bene. Non fare entrare nes-
suno... tranne me, naturalmente.
Fammi passare, per favore.
- Scusate. A disposizione, comandante!
- Commissario, non comandante, commissario.
- Sì, scusate. A disposizione,
commissario!
De Luca sospirò, mentre il
gorilla faceva un passo di lato,
aprendogli la porta. Entrò in un
andito piuttosto piccolo e stretto,
in contrasto con l’idea che si era
fatto dell’appartamento. A un lato
dell’ingresso c’era un tavolino,
piccolo e dalle gambe arcuate,
con un telefono bianco sopra,
e all’altro lato un attaccapanni,
stampe alle pareti e in fondo, in
un pezzo di stanza incorniciato
dal vano di una porta, come in
un quadro, c’erano due uomini.
Lo guardarono avvicinarsi, uno
piccolo e col naso a becco, con
un cappello nero, l’altro magro,
giovane e con gli occhiali.
- Che è successo? – chiese
quello piccolo, con un forte accento meridionale, - una bomba?
- Un attentato – ripeté De Luca,
- granate al funerale di Tornago.
- Solo granate? – disse quello
magro, - sembrava che il fronte si
fosse spostato fin qui!
- Hanno perso la testa e si sono
messi a sparare tutti.
Quello magro si sfilò gli occhiali, scuotendo il capo. – Ci sarà
scappato il morto, di sicuro. Sono
ridotti così male che si ammazzano da soli...È diventato pericoloso
anche il funerale di un gera... – Si
bloccò, perché quello piccolo, che
stava osservando De Luca con gli
occhi socchiusi, mentre si avvicinava, gli aveva stretto un braccio,
sopra il gomito.
- Io vi conosco a voi – disse, siete uno della Politica. È un caso
vostro, questo qui? Ve lo lasciamo
volentieri... vieni, Albertini, ce ne
andiamo...
D e L u c a alzò un braccio,
fermandoli sulla soglia, con un
sospiro profondo che era quasi un
gemito.
- Quante volte lo dovrò ripetere
oggi? – disse, - non sono più nella
Politica, sono il commissario De
Luca, in forza alla Questura. Mi
hanno trasferito ieri dalla Brigata
Ettore Muti, sezione speciale
della Polizia Politica e non ho ancora i documenti, ma lavoriamo
assieme. Mi hanno dato il caso. A
posto così?
L’uomo dal naso a becco si tolse il cappello, chinando il capo. –
A disposizione – disse. Albertini
invece non disse più nulla.
De Luca entrò nella stanza.
Proprio accanto a lui, alla sua destra, c’era un uomo, steso a terra a
faccia in su, con un braccio piegato in alto, lungo il muro. Indossava una vestaglia azzurra, di seta,
e aveva una ferita larga, scura e
appiccicosa, sul petto, all’altezza
del cuore. Un’altra, all’inguine, si
intravedeva sotto il lembo della
vestaglia, macchiata di sangue.
De Luca lo guardò a lungo, poi si
guardò attorno, le pareti coperte
di libri, lo scrittoio col lume di
vetro, le poltrone al centro della
stanza, il tavolino basso, il lampadario, gli specchi, il tappeto, tutto
perfettamente in ordine. Davvero
un palazzo da ricchi, quello.
- Chi è? – chiese, tornando a
guardare il morto.
- Si chiamava Rehinard – disse
quello piccolo, Albertini non parlava proprio più.
- È un tedesco?
- Era un trentino. Cittadino italiano.
- Lo conoscete?
- No, ho preso il suo portafoglio. Eccolo.
Dall’andito venne un rumore,
ma De Luca non si voltò.
- È uno dei miei che guarda le
altre stanze – disse quello piccolo.
– L’appartamento è grande, quattro camere e il bagno, con la cucina, e non c’era nessuno, tranne
lui. Lo volete, questo portafoglio?
De Luca prese il portafoglio,
coccodrillo lavorato a mano, pesante, e si avvicinò al tavolino, al
centro della stanza. Si sedette su
una poltrona e vuotò il contenuto
sul piano di vetro, accanto a due
bicchieri. Notò che uno aveva il
bordo sporco di rossetto.
- Documenti – disse il tipo basso, mentre De Luca li esaminava.
– Tessera del Partito, soldi e qualche biglietto da visita. – Ce n’era
uno molto elegante, con caratteri
ornati, in rilievo, che diceva Conte Alberto Maria Tedesco, e uno
più semplice, piatto, con Sibilla,
in corsivo, e un numero di telefono. De Luca tenne in mano il
biglietto del conte, come per pesarlo, poi lo lasciò cadere assieme
agli altri.
- Dov’è la domestica? – chiese.
- Prego?
- La domestica, la serva, la
donna... come la chiamate?
L’uomo basso lo guardò in
modo strano, aggrottando le
sopracciglia sugli occhi sottili.
– Non c’è nessuna domestica –
disse.
- In una casa così pulita e in
ordine? Con un uomo solo e scapolo, come dicono i documenti?
– De Luca si alzò e si mosse per
la stanza, - a me pare troppo in
ordine per una domestica ad ore,
a meno che non sia appena uscita.
Oppure è un domestico... una delle stanze sarà la sua, ci saranno le
sue cose. C’è niente in Questura
su questo tipo, che voi sappiate?
- Niente che io ricordi, e io
ricordo tutto. Ma è più probabile
che ci sia qualcosa da voi... voglio dire...
- C’è, infatti, ma è poco. – De
Luca ricordò la scheda di cartoncino giallo, Rehinard Vittorio,
membro del Partito Fascista
Repubblicano e nient’altro. La
ricordava proprio per quello. – Il
medico è già arrivato? – chiese.
- Non ancora, ma l’abbiamo
chiamato.
- E il maresciallo Pugliese?
- Sono io Pugliese.
- Ah. – De Luca si fermò di
nuovo davanti al morto. Lo guardò e poi con la punta della scarpa
spostò il lembo della vestaglia che
45
gli copriva le gambe. Albertini
si voltò dall’altra parte. Pugliese
invece si avvicinò, chinandosi in
avanti, con le mani appoggiate
alle ginocchia.
- Gelosia? – disse. De Luca si
strinse nelle spalle.
- Forse – mormorò. – Una donna qui c’è stata, e non da molto.
Direi una bionda a giudicare dal
colore del rossetto su quel bicchiere... l’arma non c’è, vero?
- No, fino ad ora non l’abbiamo
trovata, pugnale o coltello che sia.
- Un tagliacarte.
- Un tagliacarte? – Di nuovo
Pugliese lo guardò di traverso.
- Probabile. È l’unica cosa
che manca sullo scrittoio, che è
attrezzatissimo, e ci sono delle
buste aperte, con la data di oggi.
– De Luca tornò al tavolino e si
lasciò cadere su una poltrona. Avvicinò il volto al bicchiere sporco
di rossetto e annusò forte. Odore
di alcool. A quell’ora di mattina?
Strano. L’altro invece era vuoto.
All’improvviso, come gli succedeva sempre da una settimana, lo
assalì un’ondata di sonno che lo
fece sbadigliare, sempre nel momento meno adatto e mai di notte,
quando rimaneva a guardare il
buio sul soffitto o si girava nel
letto da una parte e dall’altra, con
le palpebre serrate, avviluppato
nel lenzuolo.
- Chi vi ha chiamato? – chiese.
- Il portinaio – disse Pugliese,
- quello che ha scoperto il morto.
Passava qui davanti e ha visto la
porta aperta, spalancata, e così è
entrato e ha visto tutto. Ci ha telefonato la moglie. – Un uomo quasi calvo, con un paio di occhiali
dalla montatura leggera entrò
nella stanza e si fermò, guardando
prima De Luca e poi Pugliese,
che annuì con un breve cenno del
capo.
- Non c’è niente di là – disse
l’uomo calvo. – Soltanto il bagno
e una delle stanze sono abitate, le
altre sono vuote.
- Non c’è un’altra stanza? Non
so, con roba da donna nei casset-
46
ti... cose del genere? – chiese De
Luca, e Pugliese sorrise quando il
calvo scosse la testa.
- Niente, solo una camera da
letto con effetti maschili, abiti,
toilette, scarpe...
- Macchie nel letto?
- Prego?
- Macchie fisiologiche, sul lenzuolo.
- Oh già... no, niente. Tutto in
ordine, anche il letto è rifatto.
- Capelli sulle spazzole?
Il calvo lanciò un’occhiata a
Pugliese, irritato. – Biondi, lisci e
lunghi come quelli del signore lì a
terra.
De Luca annuì, lasciandosi
andare contro lo schienale della
poltrona. La testa gli scese fra
le spalle, affossandosi dentro al
bavero dell’impermeabile. Stese
le gambe, puntando i tacchi sul
pavimento e si sarebbe addormentato lì, in una nuvola di stoffa
bianca sporca di polvere, tagliata
a metà dalla camicia nera, con
il suo volto ispido e rugoso, che
scendeva lentamente verso il petto.
- Vi sentite bene? – chiese Pugliese. – Avete una brutta cera.
- Soffro d’insonnia – disse De
Luca, in un sussurro, - e non solo
di quello... ma non vi preoccupate, non mi addormento, stavo
solo pensando. Ci rimane soltanto
da sentire il portiere e vedere che
tipo era questo Rehinard, chi vedeva di solito e chi è entrato questa mattina. E se aveva una serva,
perché qui io non sono molto
convinto.
Pugliese annuì energicamente.
– Benissimo. E poi?
De Luca lo guardò negli occhi,
serio. – Poi niente. Cos’altro
volete fare? Abbiamo un tizio
piuttosto facoltoso, membro del
Partito e in relazione con Tedesco... lo sapete chi è Tedesco,
vero? Ministero degli Esteri...
Un tizio ucciso in un modo che
promette di essere piuttosto sporco. Credete che sia possibile fare
qualche indagine? O che comun-
que interessi a qualcuno, in tempi
come questi, con gli Americani
sotto Bologna? Mi taglio il collo
se ci lasciano continuare.
Pugliese sorrise e allargò le
braccia mentre De Luca puntava
le mani sui braccioli e con uno
strappo si alzava in piedi, barcollando. – A disposizione – disse,
e lo seguì verso la porta, col cappello in mano. Si fermò davanti
all’ascensore, col dito quasi sul
pulsante, ma poi dovette affrettarsi sulle sue gambette corte per
raggiungere De Luca che era già
a metà dello scalone.
- Comandante! – ansimò, - un,
mannaggia... scusate commissà,
non me lo ricordo mai! Sentite,
commissario, quando siamo dal
portiere gliela faccio vedere io la
tessera, se permettete. Se vedono
la vostra si prendono paura e non
parlano più.
De Luca non rispose. Arrivarono al gabbiotto e Pugliese bussò
nel vetro con le nocche ma De
Luca aprì la porta ed entrò direttamente, investito da un odore
di cavoli che gli fece arricciare
il naso e lo stomaco. Dentro, su
una sedia di paglia davanti ad una
stufa accesa, c’era una donna dai
capelli bianchi, con un rosario in
mano. Aveva l’aria di dimostrare
più anni di quanti ne avesse.
- Buon giorno – disse De Luca
alla vecchia, che lo guardava con
la bocca aperta, - sto cercando il
portiere. – Pugliese entrò nello
stanzino e scostò una tenda che
separava il resto dell’appartamento, con una pentola di cavoli che
bolliva, su una cucina economica.
- Io non so niente – disse la
vecchia. – Mio marito non c’è e
io non so niente.
- Però lo conoscete il signore di
sopra, vero?
- Son mica io che conosco tutti
– disse, - quello è mio marito.
- A vederlo sembrava una brava persona, quel signore – disse
Pugliese, insinuante. La vecchia
si voltò con uno scatto, facendo
tintinnare il rosario.
- Una brava persona? Con tutte
le donne che riceveva a tutte le
ore del giorno? Si vede che non
conoscete la gente, voi.
- Cosa volete che sia ricevere
qualche brava ragazza, al giorno
d’oggi...
- Al giorno d’oggi non ci sono
più brave ragazze! Colpa della
guerra... Anche questa mattina ne
sono venute due, una era quella
biondina, bellina ma matta di sicuro, e strana, la figlia di un conte
diceva mio marito... e un’altra era
una morettina con gli occhiali,
strana anche lei... ma io non so
niente, vedo qualcosa ogni tanto
da qui, perché sono vecchia, e ho
un dolore alle gambe che...
- Va bene – tagliò corto De
Luca, piuttosto brusco, e Pugliese
scosse la testa, alle sue spalle. –
Avete visto qualcun altro salire
oltre alle due donne, questa mattina?
- No, mio marito, forse...
- Lo abbiamo capito. Dov’è
vostro marito?
- È uscito per una commissione, dopo che è arrivata la Polizia
– e indicò Pugliese. De Luca lo
guardò e lui si strinse nelle spalle.
- Tornerà – disse.
- Speriamo – disse De Luca.
Si voltò e fece per uscire, ma la
vecchia lo fermò, ricominciando
a parlare.
- Una persona per bene! – disse
acida, - con la miseria che c’è,
col pane che è arrivato a quindici
lire al chilo, quando se ne trova,
lui buttava via i soldi! Chissà da
dove venivano, poi... e se la faceva anche con i tedeschi.
- Con i tedeschi? – chiese Pugliese. Lanciò un’occhiata a De
Luca, che guardava la vecchia.
- Certo. Me lo ha detto mio marito, perché io non me ne intendo,
ma molte volte veniva un soldato,
che era un ufficiale, e aveva le
mostrine rosse sul colletto con
quelle... – Tracciò due segni paralleli nell’aria con un dito magro
dall’unghia appuntita e Pugliese
si voltò di lato, con una smorfia.
- Bonasera – disse, - una Esse
Esse.
- Meglio così – disse De Luca,
- almeno finiamo presto. Ditemi
un’altra cosa... aveva una domestica quel signore? Una serva...
- Oh sì, Assuntina. – De Luca
si lasciò prendere da un mezzo
sorriso stanco. – Una di giù, una
sfollata. Stava da lui fissa, anche
se per me sono cose che non stanno mica bene... Ma se ne è andata
tre giorni fa.
De Luca si voltò di nuovo e
questa volta nessuno lo fermò.
Uscì dal gabbiotto assieme a
Pugliese che gli saltellava dietro, fino alla porta, sui gradini
dell’ingresso. Fuori c’era una
pattuglia della Guardia Nazionale
che fermava la gente, con i mitra
puntati. Un uomo in borghese che
controllava tutti i documenti fece
un cenno di saluto a De Luca, che
non rispose.
- Che si fa adesso? – chiese
Pugliese, mettendosi il cappello.
Sembrava più basso, col cappello.
- Si va a rapporto dal Questore.
Gli diciamo che un tipo equivoco,
membro del Partito e amico delle
Esse Esse, nonché della figlia
del conte Tedesco, che detto tra
parentesi è soltanto un membro
del corpo diplomatico della Repubblica e amico personale del
maresciallo Graziani, è stato ucciso e castrato non si sa da chi, con
un’arma che non c’è più. Magari
fosse stata soltanto una povera
serva gelosa, che tra l’altro manca
da tre giorni in una casa dai letti
rifatti questa mattina. Tutto questo sulla testimonianza riferita da
un portiere che ha pensato bene di
sparire a fare una commissione,
nonostante avesse la Polizia e un
delitto in casa. Cosa credete che
dirà il Questore?
- Che dirà il Questore? – ripeté
Pugliese con un sorriso ironico.
- Quello che sto per dire io
adesso. – De Luca sfilò la tessera da sotto l’impermeabile e la
mostrò aperta ad un miliziano,
che si stava avvicinando con aria
minacciosa. – Fuori dai coglioni,
ragazzo – disse. – Non sono affari
tuoi, questi. Lasciaci perdere.
47
In una corsia d'ospedale Bacci Pagano sta vegliando Jasmìne Kilamba:
è riuscito a stento a liberarla da una gang di sadici assassini e ora
la donna sta lottando tra la vita e la morte. Lo avvicina un anziano
tedesco di nome Kurt Hessen, arrivato a Genova alla ricerca del
fratellastro italiano, del quale sa soltanto che la madre era di Sestri
Ponente e si faceva chiamare Nicla. Hessen vuole affidare l’indagine
all’investigatore, che d'istinto rifiuta. Ma a convincerlo basta un assegno
molto, troppo generoso e, forse, qualche altro oscuro motivo. Inizia
così un viaggio nel passato che riporta Bacci alla Genova del 1944
popolata di soldati tedeschi, fascisti, partigiani e spie. L’immagine della
giovane Nicla, informatrice della Resistenza infiltrata presso i nazisti, si
sovrappone a quella di Jasmìne, prostituta nera fuggita da una terra
senza speranza. E anche la città dilaniata dalla guerra, dalla miseria
e dalla fame si confonde con la metropoli contemporanea, investita dal
vento della globalizzazione. Con Rossoamaro Morchio affronta una
delle pagine più drammatiche della nostra storia recente: grazie a una
trama incalzante, che intreccia con abilità il passato e il presente, il
romanzo ci fa riflettere sulla violenza del potere e su quella di chi lotta
per la propria libertà e dignità, sul rapporto tra vittime e carnefici, sul
ruolo delle donne nella nostra società.
Rossoamaro
Capitolo XXVI
Due donne
Bruno Morchio
Bruno Morchio è nato a Genova dove vive e lavora come psicologo e psicoterapeuta.
Si è laureato in letteratura italiana con una tesi sulla Cognizione del dolore di Gadda.
Ha pubblicato vari articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi. È autore
di romanzi ascrivibili al genere “noir mediterraneo” che hanno per protagonista il
detective Bacci Pagano, Bacci Pagano. Una storia da carruggi (2004), Maccaia. Una
settimana con Bacci Pagano (2004), La crêuza degli ulivi. Le donne di Bacci Pagano
(2005), più volte ristampati dalla casa editrice Fratelli Frilli Editori. Pubblica poi, con
Garzanti, altri tre romanzi: Con la morte non si tratta (2006), Le cose che non ti ho
detto (2007) e il suo ultimo successo, Rossamaro, uscito nel 2008.
48
Il giovane medico mi tallonò
fino al capezzale di Jasmìne, trattandomi come se fossi un fragile
vaso di porcellana. Sentivo la
punta delle sue dita sfiorarmi il
braccio con una delicatezza che
finì per irritarmi. Mi guidava
e insieme mi teneva incollato,
dandomi la sensazione di avere
un insetto vischioso che mi camminava addosso. Non dissi niente,
sperando che una volta nella stanza ci avrebbe lasciati soli.
«Può parlare?» domandai.
«Certo che può parlare», rispose.
Spalancò la porta e mi introdusse nella camera. Rimase sulla
soglia e guardandomi di traverso
disse: «Le concedo dieci minuti.
La paziente non deve stancarsi.»
Al mio cenno di assenso richiuse
la porta e sparì. Avvertii il forte
odore di medicinali che impregnava l’aria, del quale nelle visite
precedenti non mi ero accorto.
Jasmìne, investita dal tripudio
di luce che irrompeva dall’ampia
vetrata della finestra, teneva gli
occhi aperti e mi guardava, le
braccia immobili distese lungo
il corpo. Il candore del lenzuolo,
ravvivato dal riverbero del sole
di mezzogiorno, faceva le lunghe
braccia magre ancora più scure.
Dietro la schiena le avevano sistemato due cuscini che la tenevano
leggermente sollevata. Taceva e
continuava a fissarmi, quasi volesse strapparmi un segreto.
Afferrai una sedia di metallo e
mi sistemai al suo fianco.
«Ciao, Jasmìne», sussurrai.
Rispose sbattendo le palpebre e
accennando un sorriso. Mi aveva
riconosciuto.
«È tutto finito», aggiunsi. «I
medici dicono che tornerai quella
di prima.»
Sorrise ancora, socchiudendo
le labbra e lasciando trasparire
i denti, regolari e bianchi come
neve. Il suo viso esprimeva perplessità e felicità, come quello di
un bambino che, dopo una brutta
avventura, si ritrovi in braccio
ai genitori. Lei era orfana, non
aveva un padre e una madre che
potessero consolarla, ma in un
colpo solo aveva fatto rinculare la
morte e riguadagnato l’integrità
delle proprie funzioni.
«Ho appena concluso una
strana indagine», aggiunsi. «In
tasca mi è rimasto un assegno di
quarantamila euro con cui potrai
cominciare da capo. Adesso non
devi più avere paura.»
Sorrise per la terza volta, ma
continuava a tacere. Temetti che
parlare le riuscisse difficile.
Allungai la mano la posai leggera sopra la sua, emulo del tocco
da pianista del giovane medico
che mi aveva accompagnato.
Jasmìne lasciò correre lo sguardo
verso il basso, sulle nostre mani,
poi lo sollevò fino a incontrare i
miei occhi. I suoi, adombrati dalle lunghe ciglia nere, brillavano,
rivelando un confuso tumulto di
sentimenti. Forse esprimevano
gratitudine, o affetto, o piuttosto
solo incredulità.
«È stata davvero un’indagine
strana», continuai. «Vuoi che ti
racconti?»
Annuì sbattendo le palpebre
e muovendo appena la testa, costretta dal bendaggio che avvolgeva il capo e il collo.
«Un tedesco mi ha affidato
l’incarico di ritrovare suo fratello», dissi. «Il padre era un
ufficiale della Wermacht e fu ucciso durante la guerra. Ebbe una
relazione con una giovane italiana
che rimase incinta e, dopo avere
partorito, abbandonò il figlio. Il
mio cliente è cresciuto a Colonia,
nella casa degli zii paterni. Dopo
49
la liberazione dell’Italia sua madre si è sposata con il fidanzato,
un partigiano molto coraggioso, e
dal matrimonio è nato un secondo
figlio. Il tedesco mi ha dato quarantamila euro per scoprire chi
fosse.»
«E tu?» riuscì a chiedere con
uno sforzo.
«Ho fatto il mio lavoro e l’ho
trovato», risposi.
«Come sempre», disse sorridendo ancora, con una punta di
ironia.
La voce usciva con fatica, leggermente strascicata e rauca. Pareva avere difficoltà ad articolare
i suoni, anche se la sua pronuncia
francese restava inconfondibile.
Chiese da bere. Sul comodino
c’erano una bottiglia di acqua
minerale e un bicchiere vuoto.
Versai l’acqua e le portai il bicchiere alle labbra, con delicatezza. Bevve qualche sorso e con la
mano mi fece segno che bastava
così. Mentre con il fazzoletto le
asciugavo la bocca e il mento
chiese: «Perché lo cercava, dopo
tanto tempo?»
«Voleva vendicarsi. È molto
malato e, prima di morire, si è
fatto un punto d’onore di ripagare
il fratellastro del male che ha
subito.» Rimasi in silenzio per
qualche secondo, poi aggiunsi:
«Anche se ho l’impressione che
adesso veda le cose in un altro
modo. Quando se n’è andato mi
è sembrato pieno di confusione e,
forse, alla rabbia si sono sostituiti
rimorsi e rimpianti.»
Mi scrutò e la sua espressione
si fece preoccupata. «E tu?» ripeté.
«Io cosa?»
«Come stai?»
«Sto bene», risposi poco convinto.
«Così hai scoperto di avere un
fratello», disse a bruciapelo.
Quella frase mi lasciò senza
parole. «Come…?»
50
Prese fiato e si sforzò di spiegare: «Sei stato tu a parlare di indagine strana. E poi quarantamila
euro sono troppi. Noi puttane
siamo pratiche di tariffe.»
«Davvero era così facile?»
chiesi tra sorpreso e divertito.
«Basci», concluse con un sorriso dolce, caldo, dove palpitava
una smisurata tenerezza. «Dovresti vederti che faccia hai.»
Chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il medico aveva ragione, parlare la stancava. Rimanemmo così per qualche tempo,
vicini, tranquilli, senza dire una
parola.
A un certo punto ruppe il silenzio e domandò: «Come si chiamava?»
«Il tedesco?»
«Tua madre.»
«Tilde», mi uscì detto senza
pensare. Quella risposta mi sorprese. Per me lei era sempre stata
Anna.
«Anche lei era una…» non trovava la parola.
«Prostituta?»
Ebbe quasi un sussulto e la
bocca si piegò in una smorfia, un
misto di stupore e sorriso. «No»,
si affrettò a dire. «Una come tuo
padre.»
«Partigiana?»
Annuì sbattendo le ciglia e,
tendendo la mano, mi invitò a
intrecciare la mia nella sua. La
accontentai e risposi: «Sì, teneva
i collegamenti tra i gruppi armati
della Resistenza. Fu catturata dai
tedeschi e in quell’occasione conobbe l’ufficiale.»
«Non conosco la vostra storia»,
riprese. «So soltanto chi erano i
nazisti e immagino che i partigiani erano i loro nemici.»
Confermai, ma non capivo
dove volesse arrivare.
«Anche da noi c’è la guerra,
ma è differente», continuò cominciando a respirare a fatica. Volevo
interromperla, ma non me ne det-
te il tempo. «È difficile capire chi
combatte dalla parte giusta.»
«Loro non avevano dubbi»,
affermai. «Combattevano per liberare l’Italia.»
«Allora non l’ha fatto solo per
sopravvivere», disse.
«Credo di no», replicai, per
quanto sapessi che una risposta
ultimativa non l’avrei mai trovata.
«Perché dici questo?»
«Così», rispose con un sorriso
amaro. Poi si scosse, avvertii la
stretta della sua mano farsi più
forte e, cambiando tono, aggiunse: «Basci, non dovresti fare
quella faccia. Tu sei un uomo
fortunato, loro ti hanno lasciato
qualcosa.»
In quel momento la porta si
aprì e sull’uscio comparve il giovane medico. Il nostro tempo era
finito, ma ora potevamo separarci
senza disperazione perché sapevamo che la vita avrebbe ripreso
il suo corso e non sarebbero mancate le occasioni per rabberciare
le nostre ferite. A modo nostro,
come saremmo stati capaci e fino
al punto in cui questo sarebbe stato possibile.
Nanpai Sanshu
Nanpai Sanshu (pseudonimo di
Xu Lei) nato nel Zhejiang, ha
fatto il grafico, il programmatore
informatico e ora si occupa di
commercio con l’estero. È autore
di una serie di bestseller che hanno rivoluzionato il mercato editoriale cinese negli ultimi tre anni.
Il protagonista dei suoi Diari di
un tombarolo (il quinto volume
pubblicato nel mese di luglio di
quest’anno) è un ragazzo che,
come l’autore, vive a Hangzhou
con il nonno che ha un negozio
di antiquariato.
51
Negli anni Cinquanta un gruppo di tombaroli di Changsha trova il frammento di un manoscritto su seta in una tomba del periodo degli Stati
Combattenti. Contiene istruzioni che portano a una tomba favolosa,
ma i membri della spedizione alla fine periscono tutti nel tentativo di
trovarla. Il nipote di uno dei ladri trova nel diario del nonno un racconto
della vicenda e, con un gruppo di esperti, decide di andare alla ricerca
del tesoro. Chi è il misterioso ospite della tomba, ancora disseminata di
insidie e trabocchetti?
Diario di un tombarolo
Capitolo I
Il cadavere insanguinato
Cinquant’anni fa, Changsha,
Monte dei Dardi.
I quattro tombaroli, in silenzio,
erano accovacciati sul tumulo di
terra con lo sguardo fisso sulla
pala di Luoyang.
Dalla punta sporca di terriccio
vecchio gocciava un liquido rosso
acceso, come se fosse appena
stata immersa nel sangue.
“Stavolta sono guai – disse Cicca,
il vecchio fumatore incallito
battendo la pipa a terra - lì sotto
c’è ancora il cadavere. Se non
stiamo attenti faremo una brutta
fine”.
“Allora, ci muoviamo o no? Basta
con le chiacchiere, decidiamoci,
invece di farla tanto lunga! –
disse Eryazi, il guercio – Tu che
hai una certa età e sei impacciato
nei movimenti, secondo me,
dovresti lasciare il compito a me
e mio fratello. Qualunque cosa ci
sia là sotto noi la sistemiamo con
una schioppettata”.
Il vecchio gli sorrise senza
scomporsi, poi si rivolse
all’uomo con la barba: “Se
52
questo sbruffone di tuo figlio non
sta attento, una volta o l’altra
gli capita una faccenda seria.
Sarebbe il caso di insegnargli che
in questo mestiere non basta una
Mauser per stravolgere il Cielo”.
L’uomo diede un’occhiataccia
al ragazzo: “Canaglia, come
ti permetti di parlare così a un
anziano, quando lui ha cominciato
a scavare nelle tombe tu stavi
ancora nella pancia di tua madre a
mangiare merda”.
“Ho detto qualcosa di male? A
detta dei nostri avi ogni cadavere
era una cuccagna, dentro questa
tomba i tesori senz’altro non
mancano, vogliamo perderci
quest’occasione d’oro?”
“Finiscila di mettere bocca!”
L’uomo con la barba alzò la
mano e stava per picchiarlo, ma
il vecchio lo bloccò con il lungo
cannello della pipa.
“Fermati, non eri anche tu così
da ragazzino? Se è storta la
trave come può essere dritto il
travicello?”
A sentire suo padre che si beccava
una ripassata, Eryazi il guercio
chinò la testa e rise sornione, il
vecchio tossicchiò e poi lo picchiò
sulla testa con la pipa, in segno di
monito: “Ridi? Un cadavere non è
mica uno scherzo, l’altra volta tuo
zio a Luoyang ne ha trovato uno
e adesso è ancora fuori di testa,
vai a capire che gli è successo. Io
scendo per primo e voi mi venite
dietro, Eryazi tu porti la ‘talpa’
e rimani per ultimo. Sanyazi,
tu è meglio che rimani qui, se
siamo in quattro all’occorrenza
non facciamo in tempo a tornare
indietro per metterci in salvo. Tu
reggi la ‘talpa’ per la corda e se
senti chiamare ci tiri fuori”.
Sanyazi, che era il più piccolo,
non ne voleva sapere: “Manco per
niente, siete i soliti prepotenti, lo
dico a mamma!”
Il vecchio scoppiò a ridere:
“Sanyazi si è offeso, dai non
fare i capricci che poi ti porto un
coltellino d’oro”.
“Posso andare a prendermelo da
solo”.
Eryazi si imbufalì e lo afferrò
per un orecchio: “Smettila di fare
casino, che sennò ti faccio vedere
io!”
Il ragazzino, che doveva averle
spesso prese di santa ragione,
quando si accorse che il fratello
si era arrabbiato ammutolì dalla
paura e cercò il padre con lo
sguardo, ma lui era già andato a
preparare gli attrezzi. Sanyazi,
gongolando, continuò: “Vedi che
non ti si fila neanche papà, se
continui a strillare ti annodo il
pisello!”
Il vecchio diede qualche pacca
sulle spalle del ragazzo e diede
il comando: “Forza con gli
attrezzi!” Subito iniziarono a
lavorare usando la pala ‘turbine’.
Passata mezz’ora, del buco non si
vedeva già più il fondo e, a parte
Eryazi che ogni tanto veniva su
a riprendere fiato, non sentiva
neanche un rumore. Sanyazi che
si era stancato di aspettare urlò
dentro la breccia: “Nonno, siete
passati dall’altra parte?”
Trascorsero alcuni secondi,
prima che dal basso giungesse
una risposta confusa: “Non... so,
aspetta, tieni tesa... la corda!”
Era la voce del fratello, sentì
il vecchio tossire e : “Zitto...
ascolta! C’è qualcosa che si
muove!”
Seguì un silenzio mortale.
Sanyazi aveva la netta sensazione
che fosse successo qualche cosa,
era paralizzato dal terrore, dal
buco uscì una specie di borboglio,
ricordava il gracidio di un rospo
gigante.
Suo fratello lanciò un urlo:
“Sanyazi, tira la corda!”
E lui, senza esitare, spinse i piedi
a terra tirando con tutte le forze,
dopo qualche metro fu come se
la corda fosse stata addentata
dal basso, una forza lo strattonò
cogliendolo di sorpresa e stava
quasi per finire nel buco. Poi
concentrò le energie, si passò
un giro di corda intorno alla vita
e piegandosi all’indietro portò
la schiena a un angolo di trenta
gradi dal terreno. Era un trucco
che aveva imparato giocando al
tiro alla fune con gli altri ragazzi
del villaggio, in quel modo poteva
pesare con tutto il corpo sulla
corda e sarebbe riuscito a opporre
resistenza anche a un mulo.
Ora lui e la Cosa erano in una
posizione di stallo, entrambi al
limite delle proprie forze senza
riuscire a spostare l’altro di un
millimetro, dopo alcuni secondi
si udì uno sparo e un grido del
padre: “Presto, Sanyazi, scappa!”
Sentì la corda che si allentava e
la ‘talpa’ spuntò fuori dal terreno,
gli sembrò che vi fosse appeso
qualcosa. Allora senza pensare più
a niente, con una mano agguantò
l’attrezzo, fece dietrofront e si
mise a correre.
Si fermò soltanto dopo aver fatto
più di due miglia a perdifiato,
si voltò e lanciò un grido di
terrore, dalla “talpa” pendeva
una mano grondante di sangue.
La riconobbe, era quella di suo
fratello, scoppiò a piangere, ora
sapeva che come minimo era
mutilato se non addirittura morto.
A quel pensiero serrò i denti,
doveva tornare indietro a salvarli,
poi si accorse che acquattato
dietro di lui c’era un ammasso
rosso sangue, e lo fissava.
Sanyazi non era uno sprovveduto,
alla ricerca di tombe con il
padre ne aveva viste di tutti i
colori, sapeva che sottoterra
può annidarsi qualsiasi pericolo
l’importante è non farsi prendere
dal panico. Il più terrificante degli
spettri non può competere con un
uomo in carne e ossa e qualsiasi
orrore nero o bianco che sia, deve
rispettare le leggi della fisica.
L’avrebbe fatto a brandelli con
una sventagliata di proiettili e non
ci sarebbe stato più nulla da aver
paura.
Si fece coraggio, indietreggiò e la
Mauser che portava infilata nella
cintola apparve nella sua mano,
sparò a raffica, se quell’affare
era vivo lui l’avrebbe seppellito
sotto una pioggia di proiettili.
L’ammasso ad un tratto si tirò
su in piedi, i capelli di Sanyazi
si rizzarono e il suo stomaco si
rivoltò, era un uomo scorticato!
Il corpo completamente coperto
di sangue come se fosse stato
spremuto fuori dal suo involucro
di pelle. Possibile che qualcuno
in quelle condizioni riuscisse a
camminare? Erano questi i morti
viventi?
Mentre questi pensieri affollavano
la mente di Sanyazi, il mostro si
piegò e si lanciò in avanti, lui si
ritrovò a fissarlo negli occhi, la
maschera di sangue appiccicata
sotto il suo naso, mandava un
fetore acido. Mentre il ragazzo
cadeva riverso, una sventagliata
di proiettili colpì il mostro al
petto, era talmente vicino che
lo passarono da parte a parte,
il sangue schizzò ovunque e
l’impatto lo respinse indietro.
Sanyazi segretamente gioì, mirò
di nuovo questa volta alla testa,
udì uno scatto, la pistola si era
inceppata!
Il fratello di suo nonno aveva
trovato l’arma nella tomba di un
signore della guerra, inutilizzata
da anni, si maledì per non aver
avuto il tempo di pulirla sempre
occupato com’era seguendo suo
padre. Certo, non che avesse
spesso avuto occasione di usarla.
Chi poteva sapere che quella
avrebbe deciso di incastrarsi
proprio ora? Sanyazi non era un
pivello, la pistola era inceppata
allora lui fece roteare il braccio
e la scagliò con tutta la forza
addosso al cadavere, poi senza
aspettare di vedere se l’aveva
colpito se la diede a gambe.
Questa volta non perse tempo a
voltarsi indietro e, convito che la
Cosa non sapesse arrampicarsi,
corse in direzione di un grosso
albero. Inciampò e, come un cane
che si lancia sulla merda, finì a
faccia avanti contro un ceppo
di legno e si ritrovò il naso e la
bocca pieni di sangue.
Cadde bocconi sbattendo forte
le mani a terra, dannazione non
53
gliene andava bene una.
A quel punto sentì il fischio
del vento dietro le sue spalle,
pensò ecco il demonio che
viene a prendermi, coraggio, se
è arrivata la mia ora tanto vale
rimanere dove sono ad aspettarla.
Inaspettatamente, il cadavere
sanguinolento continuò per la
sua strada e gli passò sopra senza
accorgersi di lui, il piede gli lasciò
un marchio sulla schiena e la
sensazione di quell’orrido peso gli
rempì la bocca di bile. La schiena
nel punto su cui si era posato il
piede gli bruciava orribilmente,
e la sua vista si offuscò. Sentì di
essere stato infettato da un veleno
molto potente, poi confusamente
vide che nella mano troncata era
stretto qualcosa.
Aguzzò lo sguardo sbattendo con
forza le palpebre, era un brandello
di seta antica. Pensò che doveva
essere qualcosa di speciale, se il
fratello aveva rischiato la vita per
portarlo fuori dalla tomba. Non
so cosa sia successo ma è meglio
tenerla in serbo, e se morirò e
la troveranno sul mio cadavere,
mio fratello non avrà perso la
sua mano per nulla e io non
sarò morto invano. Strisciò con
difficoltà fino alla mano, la forzò
aperta, prese il pezzo di stoffa e
se lo infilò nella manica.
A quel punto un rombo gli riempì
le orecchie, una cortina gli scese
davanti agli occhi e le mani e i
piedi cominciarono a raffreddarsi.
Per quanto ne sapeva doveva
essersela fatta sotto, quelli che
morivano avvelenati dai miasmi
dei cadaveri non erano un bello
spettacolo, sperava soltanto che
Er Yatou, la ragazza del villaggio
vicino, non lo vedesse in quello
stato.
Formulava pensieri confusi, il
cervello non obbediva più ai suoi
comandi, a quel punto udì di
nuovo lo strano gorgoglio, che
aveva sentito provenire dall’antro
54
della tomba.
C’era qualcosa che non andava,
mentre lottava con il cadavere
sanguinolento non aveva emesso
nessun rumore, allora da dove
veniva quel suono? Forse quello
che aveva visto prima non era un
morto vivente, ma allora cos’era?
Peccato che a quel punto non
fosse più in grado di ragionare,
l’istinto gli fece alzare la testa,
un enorme viso mostruoso
incombeva su di lui, fissandolo
con gli occhi privi di pupille dallo
sguardo senza vita.
Margherita Oggero
(traduzione di Patrizia Liberati)
Margherita Oggero è nata e vive a Torino. Ha insegnato lettere per trentatré
anni, in vari tipi di scuole. Si è dedicata alla scrittura solo dopo essere
andata in pensione e dal suo primo libro, La collega tatuata, uscito nel 2002
è stato tratto il fortunato film Se devo essere sincera di Davide Ferrario
con Luciana Littizzetto e Neri Marcorè. L’anno successivo è uscito Una
piccola bestia ferita e in seguito L’amica americana, tutti per Mondadori.
Nel 2006 ha pubblicato Così parlò il nano da giardino per Einaudi, nel
2007 Qualcosa da tenere per sé per Mondadori. Il suo ultimo romanzo è Il
rosso attira lo sguardo (2008). Protagonista dei suoi libri è la professoressa
Camilla Baudino, interpretata in televisione da Veronica Pivetti nella serie
di Rai Uno Provaci ancora, Prof!.
55
Le architetture severe di Torino si tingono di colori, le strade brulicano
di persone: è l’atmosfera elettrica e allegra delle Olimpiadi invernali,
grazie alle quali anche la professoressa Camilla Baudino gode di una
vacanza fuori programma. Scuole chiuse, marito e figlia in montagna,
Camilla resta in città con il fido cane Potti e... con il bel commissario
Berardi. Ma lei, si sa, ha un fiuto particolare per i guai, e anche stavolta
ne troverà uno sulla propria strada. La sua giovane amica Liuba che vive in una piccola comune abitata da un gruppetto di ragazzi
stravaganti - ha bisogno di aiuto: il dolce, svagato Quantunque, l’ultimo
arrivato nella comune, un ragazzino del quale nessuno sa niente ma
a cui tutti vogliono bene, è scomparso nel nulla. L’indagine di Camilla
s’intreccia presto con quella della polizia, che sta cercando l’assassino
della prostituta Flora, in un contrappunto serrato tra l’inchiesta ufficiale
e quella - più discreta e “femminile”, ma non meno efficace – di
Camilla. Che finirà per trovarsi di fronte a una domanda difficile: fino a
che punto è giusto rivelare la verità?
Qualcosa da tenere per sé
Capitolo I
Quantunque aveva vent’anni
e la goccia al naso. Una goccia
come quella che viene giù da un
rubinetto con la guarnizione lasca,
che si ingrossa piano piano, si fa
oblunga e poi si stacca e cade.
Tic...tic... si aspetta il prossimo
tic e non si riesce a pensare ad altro. La goccia di Quantunque non
faceva rumore, finiva sulla felpa
scolorita e chiazzata di macchie
o sulla mano che la spazzava con
un gesto veloce, ma lo sguardo di
chi gli stava vicino ne era come
incatenato. Adesso mancava da
qualche giorno e Liuba cominciò
a preoccuparsi.
- Da quand’è che non lo vedi?
– chiese all’Avvocato, che non
era avvocato ma si era studiato i
codici meglio di un principe del
Foro.
- Boh. Mica gli sto a far da
balia. Da quattro o cinque giorni,
chi lo sa.
- Cinque forse no. Mi sembra
che giovedì gli ho parlato – ribatté lei.
- E allora cosa chiedi a fare?
- Chiedo perché magari qualcuno l’ha visto dopo. Non è mai
stato via più di due giorni.
56
- E invece stavolta sta cinque
o sei. Perché cazzo ti preoccupi
tanto, mi chiedo.
Invece Liuba era preoccupata.
Non tanto, ma un po’ sì, perché
si sentiva responsabile da quando
l’aveva adottato, come dicevano
gli altri. Se l’era trovato di fianco
a una manifestazione contro gli
sfratti, l’aveva preso per mano,
gli diceva salta o grida e lui lo
faceva come se fosse contento di
ubbidire. Poi, quando il corteo
s’era sciolto, l’aveva seguita
come un cane o un gatto sperduto che tiri a trovare qualcuno
che lo tolga dalla strada, tre passi
dietro a lei, senza parlare, senza
chiedere niente. Sempre dietro
a lei era salito prima sul 18 poi
sul 57, senza biglietto, come lei e
come tanti, e con lei era sceso a
una fermata tra le borgate Barca
e Bertolla. Quando erano arrivati
davanti al portone scassato dello
Schirrù, era stata lei a chiedergli:
- Embè?
- Quantunque... – aveva risposto lui.
- Quantunque cosa?
- Niente.
Però non si schiodava, solo bilanciava il peso del corpo ora su
una gamba ora sull’altra, come
un orso addomesticato.
- Da dove vieni?
- Dal paese. Sono partito stamattina.
- E adesso dove vai?
- Non lo so.
- Perché sei partito?
- Volevo sperdermi. Quantunque...
- Quantunque?
- Niente.
- Ho capito. Scommetto che
non hai idea di dove andare a dormire.
- Sì.
- Sì vuol dire che ce l’hai o no?
- No.
Liuba si mise a ridere. Un
ragazzo grande e grosso ma con
il cervello da bambino. E con la
goccia al naso come un bambino.
- Non puoi soffiartelo sto naso?
- Sì, ma tanto ricomincia subito
a perdere. È una malattia.
- Allora curala.
- Ci va un’operazione.
- Fattela fare.
- Ho paura.
- Perché volevi sperderti?
- Così. Se mi sperdo loro sono
contenti. Quantunque...
- Loro sarebbero i tuoi?
- Sì.
- Puoi dormire qui, per stanot-
te.
- Qui dove?
- Allo Schirrù.
- Cosa vuol dire?
- Niente, lascia perdere. Vuoi sì
o no?
- Sì.
Era cominciata così, e Quantunque era diventato un inquilino
fisso dello Schirrù. Che era uno
stanzone, una ex rimessa di carri
agricoli, nel cortile di una specie
di cascinotta che aveva conosciuto tempi migliori. Gli altri occupanti stanziali, cioè l’Avvocato,
Nabil, Vanessa e il Gordo, l’avevano accettato senza entusiasmo e
senza insofferenza; i saltuari non
avevano mostrato alcun interesse
o curiosità per lui e lo vedevano
come un elemento trascurabile
dell’ambiente, un pezzo di muro
scrostato, una sedia spaiata, un
pagliericcio. Liuba invece se l’era
preso a cuore, gli parlava, e adesso era in pensiero per lui, perché
forse si era sperduto di nuovo ed
era ancora inverno.
L’inverno, se si ha un tetto sulla
testa, è la stagione più bella di Torino. Quella in cui i colori hanno
una nettezza nordica e gli spiazzi
delle piazze diventano percepibili
nella loro grandezza; quella in
cui l’ombra fredda sotto i portici
divide il selciato in parti che non
comunicano tra loro, appartenenti
a spaccati diversi di una scenografia monumentale e fantastica.
L’estate invece è una stagione
estranea che fa affondare la città
in una mollezza orientale, in una
spossatezza da hammam, con le
strade quasi deserte e le serrande
dei negozi abbassate come palpebre su occhi sonnacchiosi, come
le vecchie alberate dei viali – tigli
siliquastri ippocastani aceri platani – stremate dal peso delle foglie
immobili nella calura. Il sole che
picchia dura fa incassare le teste
tra le spalle e nessuno alza lo
sguardo per leggere lapidi e targhe di vecchi eroismi dimenticati.
Adesso era ancora inverno e
Liuba era in pena per Quantunque. Che era andato a finire chissà
dove. Che non sapeva badare a
se stesso. Che chiunque poteva
irretirlo e fargli del male. Ma
guarda te se non sono stupida,
pensò, sistemandosi le creste dei
capelli, guarda te se non sembro
una dama di carità, un’impicciona
di quelle che ho sempre mandato
a stendere perché con la scusa di
fare del bene al prossimo ficcano
il naso dove gli pare. Alzò le spalle davanti allo specchio, si passò
un po’ di gommina sulle creste e
uscì. Fuori faceva un freddo cane.
A Torino Quantunque era capitato per caso, senza aver programmato la meta in nessun modo. Del
resto, programmare era una parola che non aveva mai pensato,
insieme a tante altre. Una mattina
aveva detto che non stava bene,
che aveva come una mano che gli
stringeva lo stomaco, non si era
alzato dal letto e aveva lasciato
che i suoi se ne andassero. Padre
madre e i due fratelli, Nando e
Piero, tutti in fabbrica. La madre
ci restava solo fino a mezzogiorno, poi tornava a casa, gli altri
invece mangiavano un paio di
panini o un piatto caldo al bar
di fronte e dopo riprendevano a
lavorare. La fabbrica era una fabbrichetta, sette in tutto a lavorarci,
loro quattro più tre operai e la
madre, che però non la contavano
perché teneva solo in ordine e rispondeva al telefono. Quantunque
lo contavano, ma il più delle volte
era come se non ci fosse, come
quella mattina che però non c’era
davvero. Dopo che i suoi erano
usciti, lui si era buttato giù dal
letto, aveva messo nello zaino un
po’ di roba, era salito sulla bici
nuova di Piero che guai se l’avesse
saputo e aveva pedalato per dieci
chilometri, fino a Vicenza. Aveva
preso la decisione quella notte,
dopo che la frenata di un camion
sotto la finestra l’aveva svegliato
di colpo e non era più riuscito a
dormire. Di andarsene forse non
gli sarebbe mai venuto in mente,
se Nando, che dei due fratelli era
quello sempre arrabbiato per qualcosa, una volta, più di un anno
prima, non avesse detto che lui,
Quantunque, era meglio perderlo
che trovarlo e Piero e sua mamma, invece di difenderlo, avevano
scosso la testa e borbottato “eh
sì sì”, e solo suo papà non aveva
detto niente. Aveva cominciato a
pensare, ma prima solo di rado,
che sarebbe stato bello perdersi, anzi sperdersi, come gli era
capitato da bambino quando era
andato per funghi con suo papà
e i fratelli e poi si era allontanato
senza accorgersene e non aveva
più trovato il sentiero per tornare
vicino a loro oppure a casa. Ma
non aveva avuto nessuna paura,
solo fame quando era venuto buio
e più tardi sonno, e si era addormentato sotto un castagno dove
l’aveva trovato don Giacomo la
mattina dopo, che era andato per
funghi pure lui. Poi il pensiero gli
era venuto in mente più spesso,
ma era un pensiero solo di striscio, come se riguardasse qualcun
altro che neanche conosceva, uno
che si sperdeva in un film o telefilm, che cioè se ne andava via di
casa e non lo trovavano più. Ma
la notte che la frenata del camion
l’aveva svegliato, il pensiero era
diventato grosso e gli occupava
per intero la testa. A Vicenza aveva ritirato alla posta tutti i soldi
del libretto e quando era uscito
dall’ufficio, dopo aver aspettato
più di mezz’ora perché c’era la
coda e gli impiegati si alzavano
tutti i momenti e sparivano nel
retro, la bicicletta di Piero non
c’era più. Per un momento gli
erano venuti i brividi, ma poi si
era ricordato che andava a sperdersi e Piero non l’avrebbe più
rivisto. Alla stazione era salito sul
primo treno che passava, senza
prendere il biglietto perché non
57
avrebbe saputo dire per dove, e
gli era andata bene che i vagoni
era pieni zeppi di studenti in gita
e il controllore non era passato.
Era sceso alla Centrale di Milano,
insieme con la comitiva, ma là
per il chiasso e il viavai gli era
venuto subito mal di testa, così
era uscito, aveva camminato un
po’ e poi era salito su un pullman
che davanti aveva la scritta TORINO e aveva pagato il biglietto
all’autista che era partito subito
dopo.
A Torino c’era una manifestazione contro qualcosa fatta da
giovani vestiti male, e certi avevano dei cani grossi senza guinzaglio che però non facevano paura,
sventolavano bandiere rosse e di
altri colori, saltavano, gridavano
delle frasi con i megafoni, si tenevano per mano e sembravano allegri, non arrabbiati. Quantunque
si intrufolò nel corteo e quando
una ragazza lo prese per mano
pensò che era bello e che Torino
gli piaceva.
- Morta da quando? – aveva
chiesto il commissario Gaetano
Berardi al medico legale.
- Difficile a dirsi con sto freddo. E nello stato in cui è. Da un
bel po’ comunque. Tre o anche
quattro giorni. Strano che nessuno
l’abbia notata prima.
Intorno c’era il solito crocchio
di poliziotti della omicidi ed
esperti della scientifica, c’era la
piemme, c’era un gruppo di cronisti di nera e fotografi che lanciavano occhiate al cadavere con
distacco professionale e battevano
i piedi in terra per scaldarseli un
po’.
- Una battona, tanto per cambiare – aveva osservato uno di
“Repubblica”.
- Già. Le fanno fuori ovunque
come mosche.
- Rischi della globalizzazione.
Ce ne sono troppe, c’è troppa
concorrenza e poca prudenza.
58
- Non è detto che sia stato un
cliente.
- Il suo garga dici? Tutto può
darsi. Neanche i gargagnani sono
più quelli di una volta.
- Il tempo è cambiato.
- Tutta colpa dell’atomica.
- O del buco nell’ozono. Che
però quest’anno si deve essere
chiuso, visto il freddo che fa.
- No, scherzi a parte, questa qui
non sembra neanche tanto giovane.
- Come fai a dirlo? Poveraccia,
non è che si capisca granché, da
come è conciata.
- Le caviglie. Guardale le caviglie.
- Grosse, sì. Ma mica tutte ce
l’hanno da gazzella.
- E una è più grossa dell’altra.
Si doveva essere rotta il perone,
oppure la tibia e il perone e non
glieli hanno aggiustati bene.
- E allora?
- Allora è roba vecchia. Adesso
le ossa le sistemano meglio. A
meno di non capitare da un ortopedico rincoglionito.
- Magari non è una di qui.
Metti che arrivi dalla Moldavia,
dall’Ucraina o da un altro posto
dell’Est dove negli ospedali non
vanno tanto per il sottile...
- Difficile. Di là arriva merce
giovane, se si tratta di battere.
Quelle più ciospe fanno le badanti
o le colf. E questa non è vestita
da badante, questa è una puttana
delle nostre.
Erano le dieci del mattino e il
freddo continuava a essere feroce,
meno sei o meno sette, in quel
campo dalle parti di strada di
Druento, tra un filare di platani
e un’arruffata massa di cespugli stecchiti. Il cielo era grigio
piombo, il terreno, sotto lo strato
sottile di brina ghiacciata, di un
nero cupo. L’unica chiazza di colore era raggrumata addosso alla
morta: il suo giubbotto slacciato,
rosso mattone. No, rosso sangue.
Quel che restava di una donna
non più giovane, probabilmente
una puttana, era osservato e studiato e fotografato da una dozzina
di persone, in attesa dell’ulteriore
scempio che sarebbe avvenuto sul
tavolo autoptico, perché la morte
violenta è sempre soltanto l’inizio.
Il medico legale si allontanò
di qualche passo e si accese una
sigaretta.
- Danne una anche a me – gli
disse il commissario raggiungendolo.
- Ma non avevi smesso?
- Avevo.
- Non ci si abitua mai, eh?
- A scene così, no.
- Gran bastardo chi l’ha uccisa.
Anzi, ucciderla è stato il meno.
Spero che lo becchiate.
- Lo spero anch’io. Però sarà
dura. Tanto per cominciare,
nessun documento, non è stata
ammazzata qui e di tempo ne è
passato troppo.
- Di buono, si fa per dire, c’è
che nessuno ti metterà fretta. I
morti non sono tutti uguali.
- E c’è anche, sempre si fa per
dire, che le Olimpiadi non sono
ancora cominciate. Nessun cadavere deve rovinare la festa.
- Disposizioni superiori?
- Diciamo raccomandazioni.
Ma gli assassini se ne fregano.
Delle raccomandazioni, della bella figura da fare di fronte al mondo e della tivù. Della vita di una
disgraziata che le andava meglio
a non nascere.
- Di’ un po’, cosa ti capita?
- Niente. Non mi capita niente.
- Non si direbbe. Te la prendi
troppo. Pigliala più bassa, e smetti di fumare.
- Senti da che pulpito. Tu quando smetti?
- Mai. Credi che sia un bel lavoro frugare nelle budella, tagliare e ricucire?
- No.
- E allora...
Buio pesto e un freddo cane.
Alla faccia dell’effetto serra e delle altre previsioni apocalittiche.
Eccessivo anche per Torino, pensò Camilla. Eccessivo anche per
lei, che pure amava il lungo inverno nella città. Forze aveva ragione Renzo e potevo risparmiarmi
la visita – continuò a rimuginare
tirando ancora più su la lampo del
piumino -, e soprattutto dovevo
mettermi un paio di pantaloni e
non questa gonna da signora, che
chissà perchè mi è sembrata più
adatta alla circostanza. Bastava
una telefonata, o un biglietto. Ma
mia mamma ha insistito tanto. Tre
settimane a Sorrento, a un prezzo
stracciato da fuori stagione, e gite
in pullman a Positano, a Pompei,
a Caserta eccetera, pensione
completa e alla sera trattenimenti
danzanti o tornei di pinnacolo
in albergo. Con sua cugina Rita,
che non è una gran compagnia,
ma così non c’è stato da pagare
il sovrapprezzo per la camera
singola. E tre giorni dopo che è
partita scopre dai necrologi della
“Stampa” che è morta Carmen
Spairano vedova Benedicenti,
sua compagna fissa di banco alle
elementari e sporadica di cinema
nella vedovanza, e mi supplica,
cioè mi intima, di rappresentarla
nella visita di condoglianze a
figlia genero e nipoti che non ho
mai visto prima. Veramente mi
ha intimato di andare al rosario,
dato che non posso andare al
funerale di domani che cade in
orario scolastico, ma il rosario lo
dicono stasera alle nove, e anche
l’obbedienza filiale ha dei limiti.
Tanto più che la mia macchina
è dal meccanico, Renzo arriva
tardi e figurarsi se avrebbe avuto
voglia di rimandare la cena per
accompagnarmi. Niente funerale,
niente rosario ma in compenso la
visita l’ho fatta, con un bel mazzo
di fiori, frasi di rammarico, strette
di mano e anche un’occhiata alla
morta, che aveva proprio l’espres-
sione fissa e definitiva e lontana
della morte, ma ho dovuto dire
che sembrava dormisse. Sua figlia
ha annuito: forse certe menzogne
sono balsamo e miele quando si è
colpiti dal lutto, e la verità è meglio non sentirsela dire.
Affrettò ancora il passo per
sentire meno il freddo e svoltò
l’angolo. La fermata dell’autobus
era a un centinaio di metri. La
strada era male illuminata. Nessuna macchina in transito. Nessun
passante sui due marciapiedi. Un
vago senso di insicurezza.
Poco più di mezz’ora dopo era
a casa, al caldo e al sicuro. Ma
mentre si versava un bicchiere
d’acqua la mano le tremava forte.
Allo Schirrù Nabil stava dormendo sotto uno strato multiplo
di coperte, e Liuba rientrando
– il corpo ancora percorso da
scariche di adrenalina – imprecò
ad alta voce contro lui e contro
tutti. Sfaticati e lazzaroni sempre,
i maschi. Quando non delinquenti. Fanno indigestione di belle
parole, vomitano slogan di uguaglianza, farneticano di un mondo
nuovo senza sfruttatori e senza
sfruttati, ma a rompersi la schiena
preferiscono che siano le donne.
Questo qui, poi... l’ha succhiata
col latte di mamma l’idea che il
suo pendaglietto è roba sublime, e
che le femmine lo devono riverire
per il solo fatto che ce l’ha...
Gli sferrò un paio di calci con
gli anfibi, una doppietta violenta e
precisa sulle tibie, che le coperte
attutirono ma non del tutto.
- Ma che, sei scema?
- Lo scemo sei tu. E anche
stronzo, come ti ho già detto un
sacco di volte.
- E perché?
- Perché le regole non ti entrano in testa, e se ti entrano te ne
freghi.
- Che regole? Che cazzo dici?
- La regola che chi rientra per
primo la sera accende le stufe.
Adesso alzi il tuo culo molle e ti
dai da fare.
- Molle sarà il tuo, il mio è di
marmo. Non puoi accendere tu le
stufe?
- No. Le regole devono essere
rispettate.
- Anche in un circolo anarchico?
- Ma che circolo anarchico!
Qui di anarchico c’è solo Vindice.
Ti sbrighi o ricomincio coi calci?
Nabil tirò da un lato le coperte
e si alzò, riflettendo per la millesima volta che è una situazione
schifosa quella in cui sai che
l’altro (altra) ha ragione, ma rimpiangi da matti il prima, quando
la ragione, anche se eri in torto,
ce l’avevi tu e nessun dubbio ti
sfiorava.
Le due stufe si accesero una
volta tanto senza mandare troppo
tanfo di kerosene, Liuba trascinò
una sedia accanto alla più grossa
e si sedette a scaldarsi.
- Com’è che stasera hai voglia
di guerra? – chiese lui.
- Fatti miei. Non ti riguardano.
- E come mai sei qui a
quest’ora?
- È lunedì.
- E allora?
- Il lunedì non lavoro. Neanche
questo ti entra in testa. Di’ un po’,
hai mica visto Quantunque?
- No. Ti manca la sua conversazione, per caso?
- Sei proprio scemo fino in fondo.
- Si sarà trovato una ragazza.
Oppure è tornato al suo paese.
- Difficile. Ha lasciato qui la
sua roba.
- Anche i soldi?
- I soldi? Non ci avevo pensato.
- Sono sempre scemo fino in
fondo?
- No, solo a tre quarti. Vado a
chiedere a Vindice.
59
Qiu Xiaolong
Shanghai 1990. Il corpo senza vita di una giovane donna viene trovato
in un canale fuori città. La vittima, Guan Hongying, è una famosa Lavoratrice Modello della Nazione, figura esemplare della propaganda di
Partito. L'incarico delle indagini viene affidato all'ispettore capo Chen
Cao, poeta, traduttore, curioso gourmet, capo della squadra casi speciali del Dipartimento di polizia di Shanghai. Ben presto emergono forti
implicazioni politiche, ma nonostante il partito faccia pesanti pressioni
perché il caso venga insabbiato, Chen continua ad indagare, cercando
giustizia a tutti i costi, e mettendo così a repentaglio la sua brillante
carriera.
La misteriosa morte della compagna Guan
Capitolo II
Qiu Xiaolong autore della serie dell’ispettore poeta Chen Cao, è nato a Shanghai e dal 1989 vive
negli Stati Uniti. Di Qiu Xiaolong, Marsilio ha pubblicato La misteriosa morte della compagna
Guan, Visto per Shanghai, Ratti rossi e Quando il rosso è nero, una serie che nel mondo ha
venduto più di un milione di copie. I suoi romanzi sono stati tradotti in diverse lingue.
60
Alle quattro e mezza di
quello stesso giorno, l’ispettore capo Chen Cao, comandante in capo della squadra casi
speciali, divisione omicidi,
Dipartimento di polizia di
Shanghai, era ancora all’oscuro del caso.
Era un afoso venerdì pomeriggio. Di tanto in tanto, fuori
dalla finestra del suo nuovo
monolocale al secondo piano
di una costruzione in mattoni
grigi si potevano udire le cicale frinire da un pioppo. Dalla
finestra poteva osservare l’intenso traffico che si muoveva
lentamente lungo via Huaihai,
ma a giusta distanza, senza
sentirne il rumore. La posizione dello stabile era molto
comoda, vicino al centro del
quartiere Luwan; impiegava
meno di venti minuti a piedi
per raggiungere Nanjing verso nord, oppure il Tempio del
Dio della città a sud, e nelle
chiare notti estive poteva
sentire la brezza odorosa del
fiume Huangpu.
L’ i s p e t t o r e c a p o C h e n
avrebbe dovuto essere nel suo
ufficio, e invece si trovava nel
suo appartamento, solo, a cercare di risolvere un problema.
Sdraiato su un divano di pelle,
con le gambe distese su una
sedia girevole grigia, stava
analizzando una lista scritta
sulla prima pagina di un blocco per appunti. Scarabocchiò
alcune parole e poi le barrò,
guardando fuori dalla finestra.
Vide la sagoma svettante di
una gru che si ergeva nella
luce del pomeriggio, stagliandosi su di un nuovo edificio a
circa un isolato di distanza. Il
complesso condominiale non
era stato ancora terminato.
Il problema con il quale si
stava misurando l’ispettore
capo, cui avevano appena
assegnato un nuovo appartamento, era la sua festa
d’inaugurazione della casa.
Ottenere un appartamento
a Shanghai era un evento
degno di celebrazione, per
quanto lo riguardava ne era
immensamente soddisfatto e,
nell’entusiasmo del momento,
aveva mandato degli inviti.
Adesso stava pensando a
come avrebbe intrattenuto i
suoi ospiti. Non se la sarebbe
cavata con una semplice cena
fatta in casa, l’aveva avvertito
Lu, soprannominato il Cinese
d’oltremare. Per un’occasione
di tale portata ci voleva la lista degli invitati. Wang Feng,
Lu Tonghao e sua moglie
Ruru, Zhou Kejia e sua moglie Liping. Gli Zhou avevano
telefonato poco prima per
avvisare che forse non sarebbero potuti venire a causa di
una riunione all’Università
Normale della Cina Orientale.
In ogni caso era meglio preparare anche per loro.
Il telefono sul mobiletto
squillò; si alzò e prese il ricevitore.
61
- Casa Chen.
- Congratulazioni, ispettore
capo Chen! – disse Lu. – Ah,
posso sentire un delizioso
profumino nella tua nuova
cucina!
- Spero proprio che tu non
mi stia chiamando per dirmi
che arriverete in ritardo, Cinese d’oltremare Lu. Contavo su
di voi.
- Ma certo che veniamo. È
solo che il “pollo del mendicante” ha ancora bisogno
di un paio di minuti nel forno. Il miglior pollo di tutta
Shanghai, garantisco. Solo ed
esclusivamente aghi di pino
delle Montagne gialle per
cucinarlo, e sentirai che gusto
speciale. Non preoccuparti:
non ci perderemmo la tua festa di inaugurazione per nulla
al mondo, fortunello.
- Grazie.
- Non dimenticarti di mettere delle birre in frigo. E anche
i bicchieri. Fa una gran differenza.
- Ci ho già messo una mezza dozzina di bottiglie. Qingdao e Bud. E non si scalda il
liquore di riso di Shaoxing
finché non arrivate, giusto?
- Bene, adesso ti puoi considerare un mezzo gourmet.
Forse anche più di mezzo.
Non c’è dubbio che fai presto
a imparare.
In questo commento c’era
tutto Lu. Perfino attraverso
il filo del telefono poteva
avvertire nella sua voce tutta
l’eccitazione alla prospettiva
di una cena. Raramente Lu riusciva a parlare per più di due
minuti astenendosi dal portare
62
la conversazione sul suo argomento preferito: il cibo.
- Con il Cinese d’oltremare
Lu come maestro, potrei fare
dei progressi.
- Ti darò una nuova ricetta
stasera, dopo la festa, - disse
Lu. – Che colpo di fortuna,
caro compagno ispettore
capo! I tuoi antenati devono
aver bruciato fasci di incensi
al Dio della buona sorte. E
anche al Dio della cucina.
- Be’, mia madre ha bruciato degli incensi, ma a quale
divinità non lo so proprio.
- Lo so io, a Guanyin. Una
volta l’ho vista che si genufletteva di fronte a un’immagine d’argilla, - dev’essere
stato più di vent’anni fa – e
gliel’ho chiesto.
Agli occhi di Lu, l’ispettore
capo Chen si era imbattuto
nella buona sorte, o in una
qualsiasi divinità della mitologia cinese che gli aveva
portato fortuna. A differenza
della maggior parte della
gente della sua generazione,
anche se apparteneva alla
“gioventù istruita” che aveva
il diploma liceale, nei primi
anni settanta Chen non era
stato mandato in campagna
“per essere rieducato da poveri contadini della classe
medio-bassa”. In quanto figlio
unico aveva potuto rimanere
in città, doveva aveva studiato
inglese per conto suo. Finita
la Rivoluzione culturale, era
stato ammesso all’Istituto di
lingue straniere di Pechino
con un ottimo voto in inglese
e aveva poi ottenuto un lavoro
al Dipartimento di polizia
di Shanghai. Ed ecco ora un
altro colpo di fortuna: in una
città sovrappopolata come
Shanghai, con più di tredici
milioni di persone, c’era una
grave penuria di abitazioni. E
nonostante questo, gli era stato assegnato un appartamento
singolo.
Il problema degli alloggi
godeva a Shanghai di una
lunga tradizione. Piccolo
villaggio di pescatori durante
la dinastia Ming, Shanghai
era cresciuta fino a essere
una delle più prosperose città
dell’Estremo Oriente, con
compagnie e fabbriche che
spuntavano come germogli
di bambù dopo una pioggia
di primavera, e gente che vi
si riversava da tutte le parti.
Lo sviluppo delle abitazioni
smise di tenere il passo durante il dominio dei signori
della guerra del Nord e del
governo nazionalista. Quando
i comunisti presero il potere
nel 1949, la situazione volse
inaspettatamente al peggio.
Il presidente Mao incoraggiò
l’incremento della natalità,
fino a fornire addirittura sussidi alimentari e assistenza
gratuita. Ma le disastrose conseguenze di questa politica
non tardarono a venire alla
luce: famiglie formate da persone di due o tre generazioni
furono compresse in un’unica
stanza di dodici metri quadri.
Presto la disponibilità di case
divenne un argomento scottante per la gente impiegata
nelle “unità lavorative” –
fabbriche, compagnie, scuole,
ospedali o uffici di polizia, -
cui ogni anno veniva assegnato un numero fisso di case direttamente dalle autorità della
città. Dipendeva dall’unità
lavorativa decidere quale
impiegato avrebbe avuto un
appartamento. Parte della
soddisfazione di Chen derivava dal fatto di avere ottenuto
l’appartamento grazie alla
speciale intercessione della
sua unità lavorativa.
Mentre preparava la sua
festa d’inaugurazione, affettando un pomodoro per un
contorno, si ricordò di quando
alle elementari cantava una
canzone sotto il ritratto del
presidente Mao, una canzone
molto in voga negli anni sessanta. L’interesse del Partito
mi scalda il cuore. Non c’era
nessun ritratto del presidente
Mao nel suo appartamento.
Non era un appartamento
lussuoso: non c’era una vera
cucina, ma solamente uno
stretto corridoio con un paio
di fornelli compressi in un
angolo, con un armadietto
appeso sopra. Né si poteva
parlare di un vero bagno: una
cabina sufficiente a contenere
appena un water e un quadrato di cemento con una doccia
di acciaio inossidabile; di
acqua calda non se ne parlava nemmeno. C’era però un
balcone che poteva servire da
rispostiglio per bauli di vimini, ombrelli da riparare, sputacchiere di ottone arrugginito
o qualsiasi cosa non fosse
degna di essere stivata nella
stanza. Non possedendo cose
del genere, Chen aveva messo
sul balcone solo una sedia di
plastica pieghevole e alcuni
scaffali di una libreria.
L’appartamento gli andava
bene.
C’erano state alcune proteste in ufficio a causa dei suoi
privilegi. Sapeva bene che per
quelli con più anni di servizio
o con famiglie più numerose,
che ancora erano in lista di
attesa, la sua recente acquisizione era un altro esempio
dell’ingiusta politica dei nuovi quadri dirigenti, ma decise
per il momento di non pensare
a queste spiacevoli rimostranze. Si doveva concentrare sul
menu della serata. Non aveva
molta esperienza in tema di
preparazione di feste. Con
un libro di cucina in mano,
concentrò la sua attenzione
sulle ricette definite “di facile
esecuzione”. Anche quelle
richiedevano un certo tempo,
ma sulla tavola cominciarono
ad apparire, uno dopo l’altro,
piatti colorati, che portavano
nella stanza una piacevole mistura di aromi.
Alle sei meno dieci aveva
finito di preparare la tavola;
si fregò le mani, contento del
risultato dei suoi sforzi. Come
portate principali c’erano
bocconi di stomaco di maiale
su un letto di napa verdi, sottili fette di carpa affumicata
adagiate sopra delicate foglie
di jicai e gamberetti al vapore
con salsa di pomodoro. C’era
inoltre un piatto di anguille
con scalogno e zenzero, che
aveva ordinato a un ristorante.
Aveva anche aperto una scatola di maiale al vapore Meiling
e ci aveva aggiunto delle ver-
dure per fare un piatto in più;
a parte, preparò un piattino di
fette di pomodoro e uno di cetrioli. Quando fossero arrivati
gli ospiti, avrebbe fatto una
zuppa con il sugo del maiale
in scatola e dei sottaceti.
Stava scegliendo una pentola dove scaldare il liquore
di Shaoxing, quando suonò il
campanello.
La prima ad arrivare fu
Wang Feng, una giovane
giornalista del “Giornale di
Wenhui”, uno dei quotidiani
della Cina. Attraente, giovane,
intelligente, sembrava avere
tutte le caratteristiche di una
giornalista di successo. In
quel momento non aveva con
sé la sua valigetta di cuoio
nero, ma reggeva tra le braccia un enorme dolce di pinoli.
- Congratulazioni, ispettore
capo Chen! – esclamò. – Che
appartamento spazioso!
- Grazie. – Rispose prendendo il dolce dalle sue braccia.
La condusse in giro per
cinque minuti. L’appartamento sembrava piacerle molto,
guardava dappertutto, aprendo
le porte degli armadi, e saltò
nel bagno, dove si sollevò sulle punte dei piedi per toccare
il tubo della doccia e il doccino nuovo.
- Anche il bagno!
- Be’, come la maggior parte degli abitanti di Shanghai,
ho sempre sognato di avere un
appartamento in questa zona –
disse porgendole un bicchiere
di vino frizzante.
- E hai anche una magnifica
vista dalla finestra, - continuò
63
lei, - sembra quasi un quadro.
Wang si appoggiò alla finestra, appena ridipinta, le caviglie incrociate, il bicchiere in
una mano.
- Tu lo stai facendo diventare un quadro – disse lui.
Nella luce del pomeriggio
che filtrava dalle tapparelle,
la sua carnagione era di porcellana opalescente, gli occhi
era luminosi, a mandorla,
lunghi appena da suggerire un
carattere ben definito, i suoi
capelli neri scendevano fino a
metà schiena. Indossava una
maglietta bianca e una gonna
a pieghe, con un’alta cintura
di coccodrillo che fasciava la
sua vita da “vespa emancipata” e sottolineava il seno.
Vespa emancipata, un’immagine inventata da Li Yu,
l’ultimo imperatore della
dinastia Tang del sud, nonché
brillante poeta, che aveva descritto l’incantevole bellezza
della sua concubina favorita
in numerose celebri poesie.
L’imperatore poeta temeva di
spezzarla in due stringendola
troppo stretta. Si dice che
l’uso di fasciare i piedi abbia
avuto inizio durante il regno
di Li Yu. Dei gusti altrui non
si discute, pensò Chen.
- Cosa intendi dire? – chiese lei.
- Con sì sottile vita, lei danza leggera sul mio palmo – le
disse, cambiando la fonte non
appena si ricordò della tragica
fine della concubina dell’imperatore, che si annegò in un
pozzo quande cadde la dinastia Tang. – Il celebre verso di
Du Mu non ti rende giustizia.
64
- Un altro dei tuoi falsi
complimenti scopiazzati dalla
dinastia Tang, mio poetico
ispettore capo?
Adesso riconosceva la donna dotata di ironia che aveva
incontrato per la prima volta
nell’edificio del “Wenhui”,
pensò Chen con gioia. Le ci
era voluto un bel po’ di tempo
per riprendersi dall’abbandono di suo marito. Studente
in Giappone, l’uomo aveva
deciso di non fare ritorno in
Cina allo scadere del suo visto. Wang ovviamente l’aveva
presa male.
- Poeticamente solo – disse
lui.
- Con questo nuovo appartamento non hai più scuse
per rimanere celibe. – Vuotò
il contenuto del bicchiere e i
suoi lunghi capelli ondeggiarono.
- Potresti presentarmi qualche ragazza.
- Hai bisogno del mio aiuto?
- Perché no, dal momento
che desideri aiutarmi? – cercò
di cambiare argomento. – E a
te come vanno le cose? Intendo dire il tuo nuovo appartamento. Scommetto che presto
ne avrai uno tutto per te.
- Ah, se solo fossi un ispettore capo, un astro nascente
della politica.
- Oh sì, è vero, - disse sollevando il bicchiere, - mille
grazie.
Era vero, almeno in parte.
Il loro primo incontro era
stato di carattere professionale. Le era stato commissionato
un articolo sui “poliziotti della
gente”, e le aveva fatto il suo
nome il segretario del partito
Li del Dipartimento di polizia
di Shanghai. Mentre parlava
con Chen nel suo ufficio, il
suo interesse si andava via via
spostando molto più sul suo
modo di passare le serate che
non sul suo lavoro durante
il giorno. Gli avevano pubblicato diverse traduzioni di
gialli occidentali. Non che la
giornalista fosse una patita del
genere, ma in ogni caso aveva
intravisto un taglio diverso per
il suo articolo. Anche i lettori
apprezzarono l’immagine di
un ufficiale di polizia giovane
e colto, che “lavora fino a tarda notte, traducendo libri per
allargare gli orizzonti delle
sue competenze professionali,
mentre la città di Shanghai
dorme tranquilla.” L’articolo
colpì anche l’attenzione di
un importante viceministro a
Pechino, il compagno Zheng
Zuoren, che pensò di avere
trovato un nuovo modello per
il ruolo. Era dovuto anche alla
raccomandazione di Zheng
se Chen era stato promosso
ispettore capo.
Alberto Toso Fei
Alberto Toso Fei, nato a Venezia, discendente di una antica famiglia di vetrai di Murano, è un
esperto di storia veneziana. Viaggiatore e giornalista, ha scritto quattro libri che costituiscono una
sorta di antologia del mistero su Venezia e sulla laguna. L’ultimo è I segreti del Canal Grande
(2009), edito da Studio LT2. Gli altri sono Leggende veneziane e storie di fantasmi (2000), Veneziaenigma (2004), Misteri della laguna e racconti di streghe (2005), tradotti in diverse lingue:
Venezia vi è raccontata come un mosaico ricomposto che, tassello dopo tassello, svela l’enigmatica essenza della città, scavando nel suo passato fino agli albori di una storia lunga tredici secoli.
Nel 2007, ha dato alle stampe Shakespeare in Venice, un libro-guida con quaranta luoghi della
Serenissima vista con gli occhi di Otello e di Shylock. Nel 2008 ha realizzato due libri-gioco su
Venezia e Roma, coi quali, grazie a un sofisticato sistema tecnologico, è possibile visitare le città
riallineando le pagine con l’uso del telefono cellulare, divenendo protagonisti di una straordinaria caccia al tesoro culturale. Alberto Toso Fei è anche il direttore artistico del neonato Festival
del Mistero “Veneto: Spettacoli di Mistero”, che prenderà il via a novembre in cento località del
Veneto.
65
Una storia densa di accadimenti, in bilico tra mito e realtà, della quale
l’autore fornisce una completa e documentata mappatura suddivisa in
sei scenari: i sestieri della città. Il lettore può così varcare la soglia delle
apparenze e addentrarsi in una Venezia diversa, “sottile” e misteriosa,
fatta di segni levigati dal tempo, allegorie e codici arcani da decifrare.
Cronache, usi e costumi, traduzioni, racconti popolari e leggende tramandate, divengono allora la chiave di lettura per scoprire verità
sepolte, luoghi, fatti e personaggi affascinanti, protagonisti di straordinarie vicende che testimoniano gli antichi sfarzi e il potere che furono
della “Dominante”.
Veneziaenigma
Tredici secoli di cronache, misteri, curiosità e straordinarie vicende tra storia e mito
Venezia, dove abita la leggenda
A Venezia la storia abita i luoghi con grande leggerezza. Mille
e rotti anni d’età vivono con
estrema delicatezza tra le pietre
posate sull’acqua. Una sensazione
che si accresce e si arricchisce di
stupore non appena ci si accorge
che a rendere viva ogni cosa è la
leggenda, che traspare appena dal
marmo e dalla bellezza, e infonde
un senso diverso a ciò che l’occhio
vede, donandogli un significato
più profondo.
Una pietra, una statua, un
graffio sul muro, possono qui far
rivivere personaggi, emozioni,
vicende, leggende e misteri che
attraversano il tempo. O, per dirla
meglio, lo fermano, lo fissano per
sempre in più epoche sovrapposte, che parlano a chi abbia voglia
di stare ad ascoltare.
Perché a Venezia i luoghi parlano, in mille lingue, da mille ere,
nello stesso momento. E tutto,
attorno a chi si muove tra un giardino segreto e il riflesso ipnotico
dell’acqua, concorre a evocare un
sentimento, una emozione, una
paura, un pensiero che credevamo
perduto per sempre; a rendere perennemente instabile il rapporto
66
che abitualmente si ha con la vita,
a farlo diventare meno sicuro,
meno ancorato alla realtà, meno
dedito alla ricerca di certezze. Per
dirla in una sola parola, a farci
sentire vivi. È per questo che
percorrendo le calli della Serenissima è facilissimo anche evocare
fantasmi, quelli che ci abitano
dentro, ma anche gli altri, quelli
veri.
Uno di questi luoghi è casa Tintoretto, che a Venezia si affaccia
tra Campo dei Mori e il Rio de la
Sensa nella splendida zona della
Madonna dell’Orto, che il pittore
elesse a dimora fino al giorno della sua morte, il 13 maggio 1594,
e accanto alla quale aveva la sua
“bottega”.
Irascibile, scorbutico, scostante,
a volte sleale, ma anche generoso,
padre amorevole, persona intelligente e pronta di spirito: Jacopo
Robusti, destinato a diventare uno
degli artisti più affermati della
storia con quel nome che tanto
disprezzava e che gli derivava
dall’essere figlio di un tintore di
panni – Tintoretto, appunto – fu
pienamente uomo della sua epoca,
e del Rinascimento rappresentò i
fasti e le bassezze, così come di
Venezia incarnò le contraddizioni
e la grandiosità.
La casa riflette singolarmente
ancora oggi le caratteristiche del
personaggio: altera, nel suo essere
alta e stretta, e soprattutto nel suo
sovrastare chiunque passi sulla
stretta riva dall’alto in basso; ma
nello stesso tempo accogliente,
per come cattura l’attenzione, si
concede allo sguardo, si lascia
esplorare. Ornata ma senza fronzoli. Elegante senza ostentazione.
Di carattere, insomma, così come
si direbbe di una persona.
Standoci di fronte, non si può
tardare a notare un grande bassorilievo tra le finestre del salone
del primo piano, raffigurante
Ercole con una enorme clava. Fu
fatto porre lì dallo stesso artista
quando, giovane padre, fu protagonista suo malgrado di un’incredibile avventura: quella scultura
non sarebbe altro che un particolarissimo “tappo” fatto inserire
nella parete dopo la vicenda de…
La strega che uscì dal muro
Venne il tempo per Marietta, la
figlia maggiore di Tintoretto, di
fare la prima comunione. All’epoca, per i bambini che avevano
appena ricevuto il sacramento,
vi era l’usanza di predisporre la
cappella del convento di Madonna dell’Orto affinché potessero
andare ogni mattina, per dieci
giorni, a ricevere l’eucarestia. Fu
così che la prima mattina, recandosi a messa attraverso il grande
giardino del convento, Marietta
incontrò una vecchia che le chiese
dov’era diretta, “A fare la comunione”, rispose lei. “Dì, vuoi
diventare come la Madonna?”,
incalzò la donna. “Oh, ma è impossibile!” replicò la piccola. “No,
non è impossibile, se farai come
dico. Invece di fare la comunione,
tieni la particola in bocca, poi
nascondila nella tua camiciola e
appena tornata a casa mettila in
un posto sicuro. Quando ne avrai
sette tornerò, e vedrai che bella
sorpresa”.
Per qualche giorno la bimba
fece come la donna le aveva
detto, e per timore che qualcuno
scovasse le ostie consacrate, le
nascose dentro una scatola di latta
che celò dietro l’abbeveratoio nel
giardino di casa, in prossimità di
un piccolo ricovero dove il padre,
com’era uso all’epoca, teneva
un paio di maiali e un’asina. Ma
cinque o sei che furono le ostie,
una mattina i servitori di Tintoretto salirono in casa a chiamare il
pittore, che venisse a vedere da sé
ciò che stava accadendo: in giardino le bestie stavano inginocchiate davanti all’abbeveratoio e
non volevano saperne di alzarsi,
nemmeno a bastonate.
Jacopo allontanò tutti; quel
comportamento degli animali
gli faceva sentire odore di zolfo.
Rimasto solo, iniziò la sua ricerca, e non gli ci volle molto per
scoprire la scatola di latta. A quel
punto alla bambina non restò che
confessare tra le lacrime, come
una specie di fiume in piena: “C’è
una vecchia, padre… mi ha fermato per strada… ha detto… la
Madonna” “la Madonna?!” “Sì…
che diventerò come lei…” “Come
la vecchia?!” “No! Come la Madonna… se riuscirò a metterle da
parte sette particole”.
Tintoretto, che per il lavoro
che svolgeva – benché uomo di
fede – era a conoscenza di alcune
pratiche legate alla cabala e alla
magia, sapeva bene che con quel
metodo le vecchie streghe ne
“reclutavano” di più giovani con
l’inganno. Decise di non farne parola con alcuno. Intimò a Marietta
di tornare a fare la comunione
come ogni brava bambina doveva
fare, e le disse di non preoccuparsi, che se la vecchia signora fosse
tornata, ci avrebbe pensato lui.
Giunta la mattina del settimo
giorno, il pittore istruì la figlia:
una volta ritornata a casa dalla messa, si sarebbe messa in
attesa sul davanzale, e qualora
la vecchia si fosse fatta vedere,
l’avrebbe lasciata salire in casa.
La strega non tardò, e Marietta,
su indicazione del padre, andò ad
aprirle. Ma non fece in tempo a
varcare la soglia del salone al piano superiore che l’artista l’aveva
già aggredita con un enorme
bastone nodoso. Dopo le prime
legnate andate a segno, la vecchia
fu lesta a trasformarsi in gatto, e
in tale forma iniziò a correre e arrampicarsi come una pazza lungo
le pareti, sui mobili, sui tendaggi.
Ma Tintoretto era una furia: gatto
o donna, per lui faceva lo stesso.
E continuò a colpire come un
ossesso finché la strega, vistasi
perduta, lanciò un grido acutissimo, disumano, e avvolta in una
nube nera si scagliò con tale violenza contro la parete che ne uscì
all’esterno lasciando un foro nel
muro. Nessuno la rivide mai più.
Ma Tintoretto, affinché ella non
potesse in alcun modo rientrare
in casa da dove se ne era fuggita,
e per ricordarle cosa doveva accaderle se si fosse fatta rivedere
in quei paraggi, fece murare a
guardia delle pareti domestiche il
rilievo di Ercole con la clava lì,
dove ancora oggi è visibile.
Bravo, sì… Ma che brutto carattere!
Del pittore, è evidente, non
stiamo raccontando ciò che si può
trovare nei libri di storia: preferiamo descrivere il personaggio e
l’aura di leggenda che i secoli gli
hanno circonfuso attorno, e che
Venezia sa conservare gelosamente e a dispetto del tempo, come
uno scrigno straordinario e unico
che cela le sue perle più preziose
negli scomparti più impensati.
Se infatti l’uomo era bravo col
pennello, sul suo brutto carattere
e sul temperamento a dir poco
bizzoso esistono alcune storie
divertenti: raggiunta la notorietà,
un bel giorno Tintoretto ricevette
un incarico molto importante,
quello di dipingere “il giudizio
universale”, un quadro dalle proporzioni immense destinato alla
Sala dello Scrutinio di Palazzo
Ducale. Oggi il dipinto non esiste
più, essendo andato distrutto in
un incendio che nel 1577 bruciò
in gran parte il palazzo dei dogi,
ed è stato sostituito da un analogo
soggetto dipinto più tardi da un
altro Jacopo, Palma il Giovane.
Un giorno, mentre stava lavorando al quadro - direttamente
nella grande Sala - ed era tutto
concentrato per concludere al più
presto, gli si avvicinarono alcuni
senatori e altri dignitari della Repubblica. Dopo aver osservato a
lungo il pittore mentre lavorava,
e dopo aver commentato tra loro
il dipinto, uno di questi, vedendo
Tintoretto che come al solito
dipingeva con molta rapidità e
con pennellate nervose, non si
trattenne dall’osservare che altri
pittori (“come il Giambellino”,
si lasciò scappare), andavano
forse più a rilento ma facevano di
sicuro lavori più accurati. “Può
darsi che sia come dice lei – rispose bruscamente Tintoretto, che
interruppe il lavoro e si affacciò
dal ponteggio – ma di sicuro loro
non hanno troppa gente che viene
a rompergli i coglioni mentre
67
stanno dipingendo”. E raggelati
i nobili, che se ne andarono alla
spicciolata, riprese a dipingere
più in fretta di prima.
L’uomo non era, evidentemente, uno stinco di santo. Nel 1549
i confratelli di San Rocco, in
luogo della loro vecchia Scuola
ne inaugurarono una ancora più
grande e bella, che all’epoca costò la sbalorditiva cifra di 47mila
ducati. Serviva un ciclo pittorico
che fosse all’altezza dello sfarzo
dell’edificio, e immediatamente
fu bandito un concorso per scegliere chi, fra i maggiori pittori
dell’epoca, avrebbe dipinto le
opere destinate a ornare le grandi
sale. Alla gara parteciparono i più
famosi artisti presenti allora in
città: Paolo Veronese, Giuseppe
Salviati, Andrea Schiavone, Federico Zuccaro e, appunto, Jacopo
Tintoretto.
Quest’ultimo, comprata la complicità dei custodi della Scuola,
si intrufolò per carpire le misure
esatte misure dell’ovale del soffitto, e mentre gli avversari erano
alle prese coi bozzetti, dipinse
(come suo solito con grande velocità), il quadro che ancora oggi fa
mostra di sé, facendolo montare
sul posto. Il giorno dell’esame dei
bozzetti, mentre stava avvenendo
la stima delle opere presentate,
con un grande colpo di teatro il
cui scalpore ha varcato i secoli,
il pittore fece scoprire la sua tela,
precisando che qualora non fosse
piaciuta ne avrebbe fatto dono a
San Rocco “per grazia ricevuta”.
Nel fare ciò, si avvalse maliziosamente di una antica legge delle
Scuole veneziane, secondo la
quale un dono fatto a un Santo
non poteva essere rifiutato. Ricevette così l’incarico di terminare
l’intero ciclo, che fa ancora oggi
bella mostra di sé dalle pareti e
dai soffitti di San Rocco.
Ma torniamo alla sua abitazione di fondamenta dei Mori,
perché le mura antiche di casa
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Tintoretto hanno ancora molte vicende da raccontare. Dalla morte
di Jacopo Robusti, ovviamente, la
dimora ha subito infiniti restauri
e adattamenti, tanto da essere
utilizzata nella seconda metà del
Novecento anche come affittacamere. Tra tutti i possibili intrecci
di storie ed epoche, è questo il
periodo che ci interessa, perché vi
si svolse una storia incredibile.
I bambini in cerca d’affetto
Tra la fine degli anni Settanta e
i primi anni Ottanta in casa Tintoretto alloggiò un uomo, Giuseppe
R., che vi abitò per circa tre anni
e fu protagonista di alcune straordinarie esperienze, condivise
in parte con la figlia Anna. Del
luogo si dice tutto e il contrario
di tutto: che sia stato porzione di
un convento, e di come nel conturbante giardino interno siano
state trovate sepolture di bambini;
di come sia stato un orfanotrofio,
in un qualche momento della sua
lunga storia; certamente il giardino è un luogo connotato da un
silenzio quasi innaturale, come
se anche gli uccelli faticassero a
cinguettarvi, e i rumori dall’esterno si rifiutassero di oltrepassare il
muro di cinta.
Quanto ai fantasmi, Giuseppe
raccontava alla figlia di come
esistesse lo spettro di un uomo
sconosciuto che si manifestava
in determinate ore del giorno e
della notte, senza recare disturbo,
apparendo sempre nei medesimi
luoghi della casa, silenzioso,
tutto preso da un suo insondabile dolore. E, e parte gli strani e
sommessi rumori che più volte
accompagnavano l’uomo nel suo
peregrinare serale e notturno nella
grande abitazione, al pianterreno
– così come lungo la scala – avveniva spesso di sentire distintamente il rumore di piccoli passi
sul pavimento di legno. Più e più
volte Giuseppe, inoltre, si sentì
prendere per mano da minuscole
manine che lo accompagnavano
da un piano all’altro: erano dei
piccoli fantasmi di bambini.
Le prime volte l’uomo era
spaventatissimo, ma col tempo
questo fatto divenne quasi una
abitudine. Per Giuseppe i passettini e le piccole mani invisibili che
stringevano la sua divennero una
dolce consuetudine: sembrava
che quelle piccole anime fossero
alla ricerca di una figura che le
proteggesse, una sorta di papà in
carne e ossa che probabilmente
non avevano mai avuto nella loro
breve vita. Un giorno anche la
figlia Anna assistette a un episodio che la segnò per tutta la vita.
Fino a quel momento aveva amorevolmente ascoltato i racconti
del padre, credendo al genitore
ma serbando in cuor suo un sano
scetticismo. Una sera d’inverno –
nel giardino innevato – la ragazza
stava chiacchierando col padre:
erano all’esterno a fumare una
sigaretta e si erano seduti davanti
agli alberi spogli e bianchi di
neve. Improvvisamente, davanti
ai loro occhi, sul lieve manto nevoso, assistettero al formarsi dal
nulla di piccole impronte: le orme
di un bambino.
Da quel giorno sembra che
i piccoli fantasmi di bimbo
siano svaniti nel nulla, o forse
semplicemente nessuno ha più
raccontato ciò che può aver visto
o percepito. Ma questo non è un
problema: Venezia sa aspettare, e
nel suo essere città-scrigno nulla
va mai realmente perduto. In fondo, poi, questa è solo una storia:
domani se ne potranno raccontare
altre mille, di questa Serenissima
dell’anima sempre pronta a nuove
scoperte, a nuove sovrapposizioni; ancora capace di rendersi
eternamente libro scolpito di
incredibili vicende da narrare, che
aspettano solo di essere riconosciute e lette tra le pietre. Almeno
finché l’uomo manterrà intatta la
sua capacità di stupirsi.
Zhang Muye
Tianxia Bachang (pseudonimo di Zhang Muye) nato a Tianjin, è protagonista del caso letterario cinese più
sconvolgente degli ultimi tempi. A soli 27 anni, per alleviare la noia delle sue giornate di impiegato in una
società finanziaria ha iniziato l’opera che lo ha reso uno dei più noti scrittori del Paese. Il primo racconto è
apparso in rete nel marzo del 2006. Ad oggi gli otto romanzi della serie Lo spettro spegne la candela (Gui
chui deng) hanno superato le 500.000 copie e vantano un pubblico di almeno 6 milioni di lettori.
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Quando “gli uomini accendono una candela e lo spettro la spegne” è
segno che un pericolo si annida nella tomba. Questo è il segreto che
si tramandano i membri della Mojin, la più esperta setta di tombaroli
cinesi. Alla scoperta dei tesori di un’antica civiltà custoditi da mostri e
trappole fatali, tra pericoli e mistero, una serie che ha riscosso un enorme successo in Cina. In preparazione il nono episodio.
Lo spettro spegne la candela - Gli splendori della città antica
(dalla versione in rete)
Prologo
Rubare nelle tombe non è un
pranzo di gala, non è una festa
letteraria, non è un disegno o un
ricamo; non si può fare con tanta
eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. Rubare nelle tombe è una
tecnica, una tecnica della distruzione. I privilegiati dell’antichità
nel costruire i loro mausolei hanno escogitato tutti i modi possibili
per evitare il saccheggio, così li
hanno riempiti di dispositivi nascosti, congegni rivelatori, sabbie
mobili, frecce avvelenate, insetti
letali, trabocchetti e via dicendo.
Nell’epoca Ming hanno persino
corredato alcune tombe di sistemi
di sicurezza a otto combinazioni
di produzione straniera, ispirati
alle diavolerie e ai marchingegni
degli occidentali. Le tombe imperiali dell’epoca Qing, in particolare, sono il prodotto di migliaia
di anni di perfezionamento delle
tecniche antiscasso. Al signore
della guerra Sun Dianying, che
voleva finanziare le sue campagne militari con i tesori trafugati
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nelle tombe dei Qing orientali,
nonostante l’enorme dispiego di
forze furono necessari cinque o
sei giorni di scavi e esplosioni per
ottenere lo scopo, questo dimostra
quanto fossero robuste.
Dal canto suo, il tombarolo si
ingegna in mille modi per neutralizzare i sistemi di protezione e
impadronirsi dei tesori. Al giorno
d’oggi il problema non è tanto
introdursi nelle tombe quanto
trovarle, perché quelle contraddistinte da tumuli e lapidi sono state
già saccheggiate da un pezzo e
per identificare le tombe rimaste
indisturbate da secoli e prive di
segni di riconoscimento, ci vogliono perizia e attrezzi adatti. È
per questo che sono stati inventati
lo spiedo, la pala di Luoyang, il
chiodo di bambù, il drago foraterra, l’artiglio che fruga gli inferi
e il grimaldello nero. I più bravi
non si servono di strumenti, tra
loro c’è chi ricerca nei libri antichi la presenza di antichi cimiteri
e un pugno di uomini consulta i
testi occulti, decifrando i tracciati
del paesaggio e il corso dei fiumi,
cercano gli antri dei morti con
l’ausilio della geomanzia. Io appartengo a quest’ultima categoria.
Ho girato in lungo e in largo e mi
sono capitate avventure fantastiche e bizzarre, vicende straordinarie che potrebbero sconvolgere
qualsiasi lettore e far rimanere
con la lingua di fuori chi ascolta,
storie di ombre di draghi e tigri
nascoste, di quando si spaccò il
cielo e si sollevò la terra, si agitarono i mari e ribollirono i fiumi.
Inizierò a narrare le mie imprese partendo dal libro Il metodo
occulto di geomanzia yin-yang
in sedici simboli ereditato da
mio nonno, un testo incompleto,
c’era soltanto il primo rotolo che
raccoglieva segreti di famiglia per
decifrare i tracciati geomantici di
tombe e cimiteri...
(traduzione di Patrizia Liberati)
Ottobre
– ore 19, ingresso libero
Ciclo speciale in occasione del convegno letterario “Noir, Mistero e Gialli”
VEN 9 – Il commissario Montalbano –
Il ladro di merendine
Tratto dal romanzo di
Andrea Camilleri, la
trama è condita di morti,
amanti, lettere anonime,
piccola malavita, ma
anche di progetti di nozze e antipasti di mare,
toccando trasversalmente
tematiche attuali come
l’immigrazione dalla
vicina Africa e i traffici
illeciti.
Regia: Alberto Sironi
Cast: Luca Zingaretti, Katharina Böhm, Cesare Bocci
Sott. cinese
MAR 13 – Disegno di sangue
Appena sbarcato a Cagliari da Civitavecchia,
il commissario Giacomo
Curreli si trova davanti
a due realtà: la diffidenza nei suoi confronti
da parte dei suoi nuovi
compagni di lavoro ed
un omicidio che apparentemente nessuno
vuole risolvere. La morte dell’anziana Signora
Marcucci è infatti un caso difficile: non tanto per le
modalità del delitto, ma per la parentela della vittima con il potentissimo ingegner Crescioni.
Soggetto di Marcello Fois e sceneggiatura di Giancarlo De Cataldo
Regia: Gianfranco Cabiddu
Cast: Andrea Renzi, Barbara Livi, Guido Caprino
Sott. cinese
MER 14 – Terapia d’urto
Roberto, trent’anni, vive
chiuso in casa per un
grave disturbo di panico.
Alla morte della madre,
scopre un buco nero nel
suo passato: un fratello
di cui ha sempre ignorato
l’esistenza. Roberto si
imbarca in un difficile
viaggio nella sua terra
d’origine: l’Isola d’Elba.
Qui scopre che il fratello
è stato brutalmente assassinato poco prima che lui
nascesse. Con la figlia del presunto assassino, Roberto affronta le sue più terribili paure per risolvere
quel mistero che è anche alle origini della sua malattia.
Da un soggetto di Giorgio Faletti
Regia: Monica Strambini
Cast: Samuela Sardo, Rolando Ravello, Sergio
Fiorentini
Sott. cinese
GIO 15 – Indagine non autorizzata
Riccione 1938. Il cadavere
di una bella quanto chiacchierata ragazza viene trovato sulla spiaggia, a breve
distanza dalla villa dove
Mussolini sta trascorrendo le
vacanze. Il questore cerca di
chiudere la faccenda al più
presto accusando del delitto
il convivente della donna e
guadagnandosi i complimenti personali del Duce, ma il
commissario De Luca, per nulla convinto della soluzione del caso, continua a indagare per conto suo.
Tratto da un racconto di Carlo Lucarelli
Regia: Antonio Frazzi
Cast: Alessandro Preziosi, Kasia Smutniak, Rolando
Ravello
Sott. cinese
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VEN 16 – Romanzo criminale
VEN 30 – Come Dio comanda
Dal best seller di Giancarlo De Cataldo, la
storia della banda della
Magliana, che imperversava a Roma negli anni
Settanta e Ottanta. Le
vicende della banda e
l’alternarsi dei suoi capi
si sviluppano nell’arco
di venticinque anni,
intrecciandosi in modo
indissolubile con la storia
oscura dell’Italia delle stragi, del terrorismo e della
strategia della tensione prima, dei ruggenti anni ’80
e di Mani Pulite poi.
Tratto dal romanzo di
Niccolò Ammaniti, vincitore del Premio Strega
2007. Nord-est Italia: tra
cave di pietra e anonimi
centri commerciali, vivono un padre e un figlio.
Rino Zena, disoccupato e
ostinato, educa Cristiano,
un adolescente timido e
irrequieto che i compagni
schivano e le ragazzine
umiliano. Soli contro il mondo e contro tutti, hanno
solo un amico, un disgraziato offeso da un incidente
con i fili dell’alta tensione e ossessionato da Dio.
Regia: Michele Placido
Cast: Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Anna Mouglalis, Caludio Santamaria, Pierfrancesco Favino
Sott. cinese
Regia: Gabriele Salvatores
Cast: Alvaro Caleca, Filippo Timi, Elio Germani
Sott. ing.
Organizzazione
Sponsor
Partner
Media partner
VEN 23 – Arrivederci amore, ciao
Giorgio è un terrorista di sinistra condannato all’ergastolo e rifugiato in un avamposto guerrigliero nel
Centro America. Nel
1989, decide di rientrare
in Italia e tornare ad essere un uomo normale,
ma la strada verso la
reintegrazione sociale
abbatterà vite colpevoli
e innocenti. Giorgio non
ripara, non risarcisce,
non si pone interrogative
morali e i suoi delitti restano senza castigo.
Tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Carlotto.
comunicazione
multimediale
internet pR
orGanizzazione
eventi
www.internosweb.it
Regia: Michele Soavi
Cast: Alessio Boni, Isabella Ferrari, Michele Placido, Carlo Cecchi
Sott. cinese
San Li Tun, Dong Er Jie 2
Teatro dell’Istituto Italiano di Cultura
www.iicpechino.esteri.it
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Noir Mistero Gialli