“Lettura poetica”
in occasione della presentazione dei libri
“Tribunale della mente”
di Corrado Benigni (Ed. Interlinea, 2012)
e
“Sorteggio”
di Lorenzo Chiuchiù (Ed. Marietti, 2012)
incontro con
Corrado Benigni, poeta
Lorenzo Chiuchiù, poeta
Milo De Angelis, poeta
Davide Rondoni, poeta
Sala Verri di via Zebedia 2, Milano
Giovedì 22 novembre 2012
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Via Zebedia, 2 20123 Milano
tel. 0286455162-68 fax 0286455169
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“Lettura poetica”
CAMILLO FORNASIERI: Un caro benvenuto a tutti. Cominciamo questa serata di letture poetiche
e d’incontro con nuovi protagonisti della nostra poesia. Il Centro cerca sempre di dedicare spazio a
questa espressione culturale così importante, bella e decisiva; spesso dico anche che la sua
apparente fragilità manifesta la sua capacità di far pensare e di penetrare anche tutte le parole che ci
circondano, provenienti da diversi mezzi, ma proviene sempre tutto dalla nostra umanità. Questa
sera la dinamica è bella perché incontriamo dei poeti. Ascolteremo principalmente Corrado Benigni
e Lorenzo Chiuchiù e insieme con loro Milo De Angelis e Davide Rondoni. Tra la forma
dell’ascolto della parola e quella del capirci, del conoscerci, di offrire un segmento della propria
esperienza non tanto come spiegazione della propria poesia quanto però come relazione profonda
perché è l’esistenza, è la vita che ci fa dettare le parole. Vi ringrazio per la possibilità di ascolto e di
conoscenza che ci offrite.
MILO DE ANGELIS: Davide ed io diremo qualche parola sul libro di Corrado Benigni, poi seguirà
una lettura di Lorenzo Chiuchiù. il libro di Corrado Benigni s’intitola Tribunale della mente e
quello che colpisce subito è la presenza insistente di termini giuridici, del lessico giuridico:
legittimo impedimento, contumacia, teste a carico; e anche espressioni latine come in audita altera
parte. Questi termini, che compaiono quasi in ogni testo, danno un certo ritmo liturgico, rituale e
solenne, creano una musica da aula di tribunale. Quello che colpisce ancora di più è che di questo
lessico giuridico è sempre messo in rilievo l’anello che non tiene, la crepa, la fenditura, l’intoppo.
C’è un termine molto caro a Benigni, il termine “sussumere” - che significa ricondurre un caso
singolo ad una norma generale -, tipico del linguaggio giuridico e Corrado è maestro nel trovare i
paradossi e le dissonanze nel cammino che va dal particolare all’universale, dal singolo reato alla
legge che lo deve giudicare. Sussumere anche nell’etimo è un verbo potente: sub sumo, “prendo da
sotto e conduco verso l’alto di una fattispecie di reato”, perché la verità esistenziale è come se non
riuscisse ad entrare interamente nella casella dell’articolo di legge che deve inglobarla e sentenziare
su di lei, dare un verdetto, cioè dire il vero. Già nel termine sententia - sentenza - che è molto
ricorrente in questa raccolta c’è qualcosa di paradossale: la sentenza tende a farsi credere oggettiva,
universale, inconfutabile però affonda le sue radici nel verbo sentio, un classico dei verba sentiendi,
che è il colmo della soggettività, della sensorialità, dell’arbitrio, del dubbio, è un verbo che implica
un’interrogazione, un’incertezza, un’ipotesi. Ci sono alcuni versi davvero efficaci di grande
condensazione metaforica che dicono le aporie, i paradossi di questo cammino dal reato alla
sentenza: «Cerca un alibi prima che un muto prenda la parola». È un verso impressionante perché
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dice poi del cuore del libro di Benigni che è il problema dell’essere giudicati, dentro o fuori
dall’aula di un tribunale. Il libro è suggestivo in questo procedere in una linea di confine molto
sottile tra il Palazzo di Giustizia e la strada; il teste è a nostro carico, il teste che ci accusa possiamo
trovarlo nella prima persona che incontriamo e che ci segna a dito, ci chiama per nome, che ci
chiama a giudizio e che ci costringe al processo.
Già la parola processo rimanda inevitabilmente a Franz Kafka e Benigni si pone come erede di una
grande linea della tradizione, della poesia, della narrativa ebraica del Novecento che poi in Italia
arriva fino a Fortini e a Elsa Morante, dove tra i due simboli della giustizia, i due simboli storici e
mitici cioè la bilancia e la spada, sembra prevalere quest'ultima, il senso di una minaccia, di qualche
cosa che ci costringe ad un regime di massima sorveglianza; d'altronde la poesia vive in questo
regime di massima sorveglianza e, come ha scritto in Indizi terrestri Marina Cvetaeva, «saremo
giudicati nel tribunale delle parole e ogni poesia si scrive nel giorno del giudizio». Vorrei
concludere leggendo un testo di Corrado Benigni che mi pare che dica magnificamente questa
minaccia; aggiungo però un'osservazione grammaticale: Victor Hugo nel 1851 scrive una lettera a
Napoleone III dove dice che la forza e la verità etica di un testo si misura anche dalla presenza della
prima e della seconda persona plurale, dal noi e dal voi. Il noi e il voi dominano la scena di questo
libro e anche quando c'é il tu è sempre al plurale, filosofico, non privato, diaristico e tanto meno
sentimentale, ma un tu come quello delle Lettere a Lucilio di Seneca: un tu che diventa emblema di
una contemplazione, di una riflessione oppure di un avvertimento, di un monito, di un consiglio, di
una richiesta. Invece la prima persona singolare non appare mai.
Lettura della poesia
CORRADO BENIGNI: Non vorrei rompere la magia di queste parole così preziose che ha detto
Milo, ma io e Lorenzo erano anni che aspettavamo di fare questa presentazione con Milo e con
Davide. Per quanto mi riguarda vorrei ricordare, lo dico anche con una voce un po’ spezzata
dall'emozione, il rapporto che c'è stato tra me e Milo. Ho incontrato Milo a Bergamo appena dopo il
liceo grazie al mio professore di filosofia al quale feci leggere, poco dopo la maturità, alcune mie
poesie e poi mi invitò a farle leggere a Milo de Angelis, che fu molto d'accordo; da quell'incontro
che avvenne in ottobre, mi ricordo benissimo, è nato poi tutto un percorso e un cammino che è stato
scandito da tanti incontri, anche accesi, sulla parola e sui versi che qualche volta, anzi spesso, non
andavano. È un cammino che prosegue ancora adesso che sono passati molti anni e per questo gli
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sono davvero grato. Io poi credo molto nello scambio tra generazioni, altro che “rottamatori”; penso
alla storia della letteratura come a un’unica grande narrazione fatta di vasi comunicanti che forse
parte da Omero e, attraverso un’unica onda che si scambia, si rompe e si ricompone, passa di mano
in mano nel passaggio dei testimoni. Sono contento di presentare questo libro anche con Davide che
per noi, penso di dirlo anche a nome di Lorenzo, è come un fratello maggiore e, per quanto mi
riguarda, una delle prime persone a cui ho parlato di questo progetto sulla giustizia in poesia e mi ha
dato dei consigli di lettura che mi sono stati molto utili.
Lettura delle poesie di Benigni
DAVIDE RONDONI: Pochi accenni a chiosa di lettura di quello che ci ha fatto sentire Corrado,
appoggiandomi e confermando quello che ha detto prima Milo. Io parto da una cosa se volete molto
elementare: in Lombardia di libri sulla giustizia ne sono stati scritti tanti, c'è una grande tradizione
per cui gli scrittori ad un certo punto cominciano a ragionare sulla giustizia - ricordiamo come
esempio la Colonna infame di Manzoni - che insegnavano che la storia si occupa di fatti e poi arriva
la letteratura, che si occupa della frangia dei fatti che è quella che nei tribunali si ha la pretesa di
chiarire. Invece, Benigni e Manzoni fanno vedere che non è così. Succede che questo poeta,
Arianna, un po’ stordito, che entra nel tribunale come tutte le mattine perché ci lavora, si accorge e
ci fa accorgere che il tribunale non riduce la frangia dei fatti a storia certa, ma a formule, sentenze,
parole. Questo non significa che sia errato tutto questo, ma che è l'unica cosa possibile; infatti è un
libro di poesia che non mette in discussione solo la giustizia ma anche la poesia e le parole. Nelle
poesie ci sono questi spostamenti: c'è la sentenza ma la seduta non è tolta come invece avviene in
tribunale; giocando su questi spostamenti del lessico consueto del tribunale succedono delle cose,
cosa succede ad Arianna-Corrado nel luogo dove si trova tutti i giorni? Quello che succede ai poeti:
che una grande questione esistente viene sofferta dal poeta ad un livello diverso dagli altri. Mentre
tutti - giornalisti, politici, opinione pubblica - ne discutono ad un certo livello, il poeta la soffre ad
un altro livello: questo accade in tutte le grandi questioni della storia, è un destino ed è abbastanza
prodigioso.
Corrado, quando ha iniziato questo percorso, non l'ha fatto solamente per dare un diario stralunato
del suo luogo di lavoro ma sapeva di entrare nel vivo dell'epoca, tanto è vero che il tribunale è della
mente, non è il tribunale di Bergamo. O meglio, è il tribunale di Bergamo che però diventa un
grande luogo della mente contemporanea dove la giustizia finisce di essere una questione solo di
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tribunali, di giustizie, di sentenze ma diventa la grande questione: qual è il modo giusto di vedere la
vita? In questo passaggio sta anche la grandezza di questo libro che non è un gentile documento
della cultura avvocatesca di Corrado, un po’ speziata di poesia, ma è una grande indagine sul
problema gnoseologico contemporaneo, su cosa vuol dire oggi comprendere l'esistenza. Non a caso
c'è una tripla citazione che Corrado usa ad un certo punto e che viene da Pascal: «Tutto
comprendere è tutto perdonare»; è una frase vertiginosa, che cosa vuole dire? Che tipo di
inquietudine mette una frase così dentro al tribunale della mente?
Finisco con una notazione più stilistica: chi di voi frequenta di più la poesia contemporanea si sarà
accorto che capita troppo spesso di incontrare poesie contente di mostrarsi come poesie, che hanno
una specie di frenesia di far vedere che sono testi di poesia; molti poeti giovani sembrano voler
mettere davanti il fatto che stai leggendo una poesia, come se avessero la necessità di dichiararlo e
c'è una specie di lavoro e di sperimentazione che è come se fosse una specie di ansia di dimostrarsi
come tale. Il libro di Corrado invece è un libro che cominci a leggere e dimentichi subito se è un
libro di poesia o no e dimentichi subito se stai facendo la strana esperienza di leggere un libro di
poesia; comincia una strana cadenza, uno strano depositarsi di testi - con una regolarità anche
formale - come un deposito di sentenze. Si vede che è un avvocato, non ha fretta con le parole, in
tribunale funziona che quando depositi una cosa, è lì. Lui deposita le poesie allo stesso modo: non
c'è nessuna frenesia, nessuna ansia, nessun formalismo isterico; questa è una cosa particolare nella
nostra poesia perché proprio nel momento in cui questo libro non mette in questione solo il
tribunale di Bergamo, ma il tribunale della mente, quindi la vera aula del tribunale della mente che è
il linguaggio e le parole, nel momento stesso in cui mette in questione la possibilità stessa del
linguaggio di essere giusto nei confronti della vita intera, al tempo stesso pone una grande fiducia
nella lingua. Questo deposito di poesie è come animato da una fiducia che poi la parola possa
mettere in questione se stessa - e se ci pensate è il paradosso della poesia: che uno si fida del fatto
che le parole possano mettere in questione se stesse - , e in Corrado si vede bene perché c’è questo
deposito continuo di poesie senza ansia, senza scarti apparenti anche se dentro ci sono grandi
movimenti.
Milo prima diceva che non c'è mai l'io; non c'è mai l'io perché non c'è bisogno di dirlo, non è mai
pronunciato, ma non è del tutto assente. Le tensioni del libro sono evidentemente le tensioni dello
scrivente, non c'è un’assenza dello scrivente, non è esibito come tale, non c'è l'etichetta. Nel suo
andamento sentenzioso-calmo è un libro che si può leggere con una certa drammaticità.
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M. DE ANGELIS: solo due parole per ribadire che partendo da un fatto biografico, da un episodio.
Fin dalla prima volta che ho incontrato Lorenzo Chiuchiù, era l’agosto del 2003 alla Bovisasca, qui
a Milano, mi ha subito colpito la densità, l’altezza, la profondità della sua riflessione sulla poesia.
Lorenzo Chiuchiù è un poeta che pensa - cosa sempre più rara – e che ha una posizione sulla poesia,
dove posizione vorrei intenderlo nel senso più eroico, da guerra di trincea, da guerra di posizione
come nella Prima guerra mondiale che bisognava sostenerla per forza e fronteggiare i nemici che
qui sono l’esercito del luogo comune e della frase fatta.
Lorenzo ha una grafia intellettuale aristocratica, severa e questa grafia è totalmente mantenuta nei
suoi versi; quando ho letto per la prima volta i suoi versi ho trovato una coerenza rara tra il discorso
e l’opera. Come Lorenzo ha una capacità di sguardo ampio e filosofico ma anche un’attenzione al
dettaglio, ai minimi movimenti e increspature della pagina, così il suo testo poetico ha l’oltranza
della sua riflessione teorica, l’avventurarsi in territori sconosciuti, il rifiuto di frequentare vie troppo
battute e troppo consuete è una poesia infatti che frequenta i luoghi più impervi e introvabili e bui
dell’animo umano, un viaggio al termine della notte con i trasalimenti che ne conseguono, ma anche
all’inizio della notte quando siamo ancora lì al confine e sentiamo che la notte sta per arrivare e con
lei qualcosa di mortale perché la notte è un buio sconfinato, non è la notte che esiste nella tradizione
italiana del madrigale, della malinconia, della notte come intervallo tra un tramonto e un’alba, è un
buio senza scampo che ci minaccia, qualcosa di legato alle tenebre - per usare un linguaggio biblico,
qui presente – che ci possono inghiottire da un momento all’altro.
Nel quarto di copertina dice bene Davide che si avverte un’aria di rischio: c’è il senso di una poesia
scritta sul “precipizio” - per usare una parola cara a Lorenzo - scritta sul pendio dei tetti, sul
pianerottolo di una ringhiera, sul bordo dei pozzi, sul filo delle grondaie, in luoghi comunque in cui
pochi metri o pochi centimetri dividono la caduta dalla salvezza; è un vortice, qualcosa di turbinoso,
di febbrile, qualcosa di incandescente che ci trascina tra le parole di Lorenzo. C’è anche una
capacità eccezionale di collegare cose che sembravano lontane, sembravano ma poi nell’incanto del
verso vediamo la loro sotterranea contiguità, la loro parte consanguinea, le loro invisibili e segrete
analogie. Viceversa c’è anche nel libro - e questa è forse l’eredità di Lautréamont -, attraverso la
spada del verso, lo scindere cose che invece sembravano collegate, di separarle violentemente, di
creare un divorzio, uno scisma tra ciò che pareva - magari per inerzia, per consuetudine e per
automatismo - intrecciato per sempre ad un’altra cosa; scinderle e portarle ciascuna nel proprio
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destino. Ho trascritto alcune immagini che dicono molto bene questo contrasto che si annida nella
parola: un bicchiere di terra, la decapitazione del dono, il dizionario dalle pagine bianche, le voci
sorteggiate, le gole identiche, la corona nuziale del nulla, il precipizio del latte, il battesimo nel
veleno, i diari che impazziscono, un addio dentro la graffite, il nome proprio delle ore, i fratelli del
domani annientato. Ecco, a proposito di questi “fratelli del domani annientato”, che è un modo di
chiamare i morti, vorrei concludere con qualche riflessione su come la morte appare nel libro di
Lorenzo Chiuchiù: la morte c’è, è una presenza insistente e ostinata, può scomparire in alcune
pagine ma poi riappare in modo violento, ma non è una morte consueta, non è il porto a cui siamo
avviati, non è l’ultima tappa di un tragitto, non è il morire ogni giorno e il percorre una porzione del
segmento che è la nostra vita. Anche qui la morte entra nel turbine, nel vortice, nel precipizio, si
intreccia nella metamorfosi, si trasforma, si minaccia, si glorifica, è un’entità vivente e terribile. C’è
una parola, nel dépliant di presentazione della serata, «dismisura», che mi sembra esatta per la
poesia di Lorenzo Chiuchiù: a me questa parola fa pensare immediatamente all’anima russa che
forse c’è in questo libro insieme con un’anima francese, delicata chiaroscurale e legata all’esprit de
finesse mentre quella russa è sconvolta e violenta, come l’interminabile inverno russo della neve e
dei ghiacci, dove c’è un demone che si annida nella casa, un demone saturnino che si annida per
mesi e mesi, che accumula tensione ed è pronto ad esplodere appena giunge il disgelo: è il demone
che entra nelle vene di Anastasia Filippovna, di Dmitri Karamazov.
Credo che l’aggettivo giusto per questo libro sia “smisurato” e che ancora più giusto sia
“sterminato” perché dice contemporaneamente l’enormità e lo sterminio, la strage, il fatto di essere
rasi al suolo. Quindi un libro sterminato e preistorico perché qui tutto avviene prima della storia,
avviene prima che inizi il tempo che conduce, tappa dopo tappa e che qui è assente. C’è un altro
tempo che è fulmineo, subitaneo che lega all’improvviso l’istante e l’assoluto, l’attimo e l’eternità,
la foglia più fragile e vulnerabile al foglio dell’agenda, al tempo assoluto e immutabile della vita.
Vorrei leggere in questo senso una poesia che dica magnificamente questo tempo sterminato e
questo colloqui con le ombre:
Lettura poesia
LORENZO CHIUCHIÙ:
Lettura poesie
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D. RONDONI: Spero che siano capitati anche a voi dei momenti nella vita in cui non capisci niente
ma dici sì e a me è successo così incontrando il libro di Lorenzo, è come se fosse una parete che
immediatamente non offre appiglio ma aveva ragione sant’Agostino quando diceva che il mondo è
un’opera d’arte e che quindi l’arte è l’unico modo per conoscerlo e non bisogna avere paura di non
capire, perché l’arte non è un discorso come un altro, non è un discorso comprensibile.
Se uno volesse fare una storia della poesia italiana contemporanea dovrebbe fare una storia
domiciliare di Milo de Angelis che in ogni domicilio ha incontrato uno dei poeti degli ultimi venti
anni. Il fatto di non capire ma dire sì è un po’ quello che accade anche con un poeta che non viene
letto spesso, Piero Bigongiari: è come se lui fosse dietro all’arazzo e ti dice i fili che ci sono dietro e
le cose e ti sembra che non parli di quello che tu vedi e invece sta parlando esattamente della
tessitura di quello che tu vedi; in questo senso è un libro che non capisci e a cui però dici sì, è un
libro in cui devi accettare la cecità di te lettore che entra nel rischio della cecità dell’autore stesso.
Sono poesie che ti danno immediatamente l’idea di un accadere prima della storia che non è un
aspetto di astoricità o di atemporalità ma di essere prima della storia, in quell’inizio del farsi della
vita che c’è sempre; c’è una tradizione nella poesia italiana recente in Luzi, Bigongiari e di altri che
hanno sempre vissuto la poesia come qualcosa che accade mentre la vita accade e non un regesto
postumo dell’esistenza; un libro come quello di Lorenzo si è fatto mentre la vita stava succedendo e
questo riaccade leggendo: non c’è distanza di tempo tra quello che succede nel testo e quello che
succede nella vita.
Poi è anche un libro teologico, non solo come intenzione; dalla lettura di Lorenzo avete sentito che
è un libro forte, non muscolarmente ma per l’intensità di pensiero, la tensione conoscitiva: la caccia,
il rischio, il patto, l’inizio sono tutti gesti forti e non deboli. La forza del rischio è quella che
attraversa tutta l’opera di un pensatore caro a Lorenzo che è Sergio Quinzio; la forze del rischio non
è la forza del possesso. Quanta forza c’è nel rischio quando perdi sicurezza? È una forza in perdita,
una forza di affidamento di non avere più forza.
Finisco tornando a Bigongiari perché leggendo la sua poesia accadeva quello che succede
guardando i bambini che giocano; è la stessa cosa della poesia di Lorenzo: vedendo i bambini
giocare non si capisce bene cosa stanno facendo ma è un’oscurità chiara, lampante. Ci sono poeti
così che non sai cosa stanno facendo, ma sai che si ricollega direttamente al segreto del mondo e il
gioco dei bambini è una di queste cose. Alcuni poeti ti fanno entrare nel rischio e ti fanno seguire il
poeta per cecità, non per acquisizione; questa cecità però è una cecità salutare perché è quella che
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occorre in certi momenti per vedere veramente. Il libro di Lorenzo è una scommessa per il lettore in
questo senso, visionaria, un invito ad andare dietro all’arazzo. Credo che in questo senso ci sia
anche un rischio esistenziale di Lorenzo perché a volte da dietro l’arazzo non si torna.
L. CHIUCHIÙ: Ringrazio Davide. Considero questa nota una parte del libro, è stato un dono. Solo
una parola sull’idea del tempo. I due tempi fondamentali che ritornano sono quella del kairòs e
dell’aiòn. Manca il continuum. Ma questo abisso non è un fuori dalla storia, perché io non
considero l’aiòn qualcosa che sta sopra la storia così come non considero il momento opportuno,
che poeticamente corrisponde con l’ispirazione e filosoficamente con l’intuizione, come qualcosa
che sta di fuori dal tempo che viviamo. Sono molto grato a Milo e Davide per quello che mi hanno
detto. Dicevo tempo fa a Davide che non credo che inizierò mai a soffocare la gratitudine.
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“Lettura poetica” - Centro Culturale di Milano