Sociologi e Ambiente
Atti del IV Convegno nazionale dei sociologi dell’ambiente
Torino, 19-20 settembre 2003
Alessandro GUALA
Università di Torino
[email protected]
GRANDI EVENTI, IMMAGINE, COMUNICAZIONE: TORINO E LE OLIMPIADI
INVERNALI DEL 2006
1. Alla ricerca dei Mega Eventi
Il presente contributo prende spunto da una serie di ricerche, tuttora in corso, sulle
prospettive delle Olimpiadi Invernali del 2006, assegnate a Torino e alle Valli Alpine (con
notevoli differenze tra Susa, Chisone e Pellice); la ricerca originaria, svolta per conto di “Torino
Incontra” e appoggiata all’Istituto di Scienze Umane del Politecnico di Torino, ha visto
impegnati docenti e ricercatori di Università e Politecnico di Torino, ed ha fornito una
documentazione di partenza sulle passate olimpiadi, con momenti di collaborazione e
collegamenti con centri studio e università straniere. Una prima riflessione si è svolta in un
convegno internazionale (Torino, 21 maggio 2001; Bobbio, Guala, 2002). (1)
Da queste iniziative si possono
individuare alcune linee di lettura delle esperienze
olimpiche, sia estive che invernali, utili nella prospettiva di Torino 2006. Il presente contributo,
orientato sul caso Torino, presume che ulteriori approfondimenti riguardino anche le Valli; il
prossimo appuntamento con la manifestazione del 2006 (dopo Salt Lake City 2002) vede infatti
la polarizzazione dei siti olimpici su due territori, mai così distanti tra loro in una olimpiade
invernale, da una parte l’area metropolitana torinese, dall’altra le Valli Alpine (Guala, 2001;
Bobbio, Guala, 2002; Dansero, Segre, 2002).
Una parte degli eventi sportivi (ma anche culturali, mediatici ecc.) si svolgono in ambito
urbano, e questo costringe ad una riflessione sul futuro del capoluogo piemontese: da questo
punto di vista l’impatto di un grande evento sulla città e la sua area metropolitana rientra nel
tema più generale dei processi di rigenerazione urbana (indipendentemente dal fatto che questi
siano correlati o meno ad un Mega Evento, come le Olimpiadi).
Torino vive da tempo la necessità del cambiamento; nel corso degli anni ’80, ma soprattutto
con il decennio successivo, la terziarizzazione dell’economia si è intrecciata con la
delocalizzazione e lo smantellamento della grande industria, come del resto è avvenuto in molte
aree di antica industrializzazione e nelle città portuali. Il che ha comportato problemi di
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recupero urbano, nuove destinazioni d’uso, ricerca e ridefinizione di strategie di sviluppo volte
a prevenire ulteriori depauperamenti in termini di risorse, opportunità occupazionali, attrattività
delle città (Pichierri, 1989).
Ma la ristrutturazione dell’economia comporta anche la ristrutturazione dello spazio urbano,
e quindi la ridefinizione di un modello di sviluppo che sia alternativo al declino.
Difficile naturalmente definire quale strategia sia funzionale al superamento della crisi, che
alcuni hanno collegato alla fine della città fordista (Bagnasco, 1990).
In alcuni casi la rivitalizzazione della città viene perseguita attraverso la valorizzazione
turistica delle aree dismesse: è questo il caso di molte città di mare, nelle quali lo spostamento
dei porti commerciali lascia libere aree appetibili e centrali, sulle quali per altro si devono
operare ristrutturazioni e recuperi consistenti nell’ottica di una ricca utilizzazione ai fini di un
tempo libero qualificato e di un turismo di una certa dimensione.
Questo è il caso di città come Brema e Genova; il capoluogo ligure, ad esempio, con
l’operazione delle Colombiane (1992) ha recuperato l’area del porto antico, con un impegno che
si è sviluppato a partire dalla metà degli anni ’80: pur conseguendo risultati modesti in termini
di presenze e visitatori in occasione dell’Esposizione del ’92, la scelta del capoluogo ligure si è
andata consolidando a partire dai primi anni ’90, per rendere viva e vitale un’area destinata
originariamente (a parte l’Acquario) a scopi espositivi, e poi notevolmente cambiata, ma
tenendo conto del disegno di Renzo Piano (Guala, 1995).
Lo stesso obiettivo è stato perseguito a Baltimora, il cui waterfront è stato destinato alla
accoglienza di quote consistenti di visitatori partendo dalla ipotesi di valorizzare la città come
meta privilegiata della convegnistica. Analogo ragionamento si può fare per Barcellona, anche
se la catalana ha saputo sviluppare al meglio una trasformazione avviata sia con forze
“endogene” (capitale sociale), sia con occasioni “esogene” di grande rilevanza anche simbolica
(non solo economica), come vederemo più avanti (Bohigas, 1985, De Moragas, 1996; Bobbio,
Guala, 2002).
Esiste ormai una letteratura consolidata sul fatto che i mutamenti urbani degli ultimi due
decenni vedono città e macroregioni tese a ridefinire i propri modelli di sviluppo, tentando la
carta della valorizzazione turistica e culturale. Ma questa scelta comporta anche una riflessione
sulla identità locale (da riscoprire, o da costruire talora ex novo) e sulle forme di veicolazione
del messaggio di promozione dell’area. Di qui la necessità di operazioni di citymarketing:
rispetto al marketing territoriale tradizionale (che in origine mira ad attirare investimenti per
nuovi insediamenti produttivi) a poco a poco si sono venuti differenziando nuovi tipi di
promozione: non a caso l’espressione
“citymarketing” designa oggi sia
le strategie per
ottenere investimenti, sia le forme di competizione a livello nazionale e internazionale (bidding
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process) in cui le città e i territori si impegnano per conquistare eventi, fiere, esposizioni, grandi
appuntamenti sportivi e culturali (Guidicini, Savelli, 1988, Hiller, 2000).
2. Citymarketing, Grandi Eventi, trasformazione urbana
Inseguire un Mega Evento significa lavorare alcuni anni per ottenere la nomination, e quindi
impegnarsi in documenti e progetti durante l’iter di candidatura, lavorare nella fase realizzativa,
realizzare operazioni di arredo urbano, con investimenti consistenti nel miglioramento delle
reti ricettive, nella formazione e riqualificazione professionale degli operatori turistici e
commerciali, nel
potenziamento di servizi e infrastrutture, nel recupero degli spazi urbani
dismessi.
Per queste ragioni vi è chi teorizza, anzi enfatizza, il ruolo dei Mega Eventi quali elemento
catalizzatore della trasformazione urbana: tra gli esempi riportati nella letteratura si citano i
grandi appuntamenti sportivi, a partire dalle Olimpiadi, o i mondiali di calcio, o le gare di
Formula 1. Anche le Fiere Internazionali (o Expo mondiali) sono appetite, pur essendo oggi
condizionate dalla trasformazione delle comunicazioni di massa e da internet. La loro attrattività
sembra appannata: vedi le polemiche attorno alla esposizione di Hannover, o al futuro del
Millenium Dome a Londra, a causa dei costi crescenti di questo tipo di manifestazioni e del
problema del riuso di tali strutture una volta chiuso l’evento (Chalkley, Essex, 1999, Preuss,
2000, Hall, 1997).
I grandi appuntamenti (anche di quelli culturali e musicali, sia pure a scala minore rispetto ad
un evento davvero eccezionale come le Olimpiadi) comportano spostamenti di popolazione,
crescita dei flussi turistici tradizionali, o anche di semplici fruitori dell’evento, specie quando
l’appuntamento è grande, ma di breve durata (city users).
Questi mutamenti nelle popolazioni che attraversano le città hanno effetti su marketing: la
“visibilità” della città che organizza e ospita l’evento assume una rilevanza strategica. Siamo
infatti di fronte al mutamento dei tradizionali rapporti tra popolazione e territorio, poiché è
venuta cambiando radicalmente negli anni
la coincidenza tra abitante, lavoratore
e
utente\consumatore di città, con l’aumento delle forme “tradizionali” di pendolarismo, con
processi di crescente deurbanizzazione a favore delle cinture e dei Comuni limitrofi alla città
centrale: aumentano sia i cosiddetti city users (nuovi fruitori dei servizi e della “offerta” della
città), sia i metropolitan businessmen, nuovi pendolari del terziario e del quaternario che
lavorano e consumano, ma non “vivono” nella città (Martinotti, 1993).
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Martinotti aggiunge che questi processi mettono tra parentesi il ruolo e la centralità degli
Stati in quanto tali: si assiste ad una sorta di dissoluzione dei grandi sistemi nazionali, con
effetti di frammentazione delle economie e di competitività crescente delle aree metropolitane:
Londra non rappresenta più la Gran Bretagna, Parigi non è più l’unico referente dela Francia. Si
formano nuovi sistemi a livelli di macroregioni: la Ruhr, l’asse Milano\Torino, la Catalogna.
Regioni e grandi aree metropolitane si mettono sul mercato e concorrono tra loro a livello
internazionale, avviando strategie di marketing territoriale che richiedono investimenti crescenti
sui bilanci locali. E questo si ripropone un tema che “attraversa” le problematiche di cui ci si sta
occupando, poiché bisogna tentare di integrare pubblico e privato, recuperare le spinte
localistiche, valorizzandone le dimensioni competitive, ed evitandone le crisi di tipo involutivo,
come dice Pichierri nel suo lavoro del 1989, che oggi appare davvero anticipatorio(Pichierri,
1989).
Di fronte al rischio della “implosione”, della frammentazione e della divisione localistica, la
città deve compattare le forze (anche in termini neocorporativi) verso obiettivi condivisi,
motivando la società locale, il sindacato, gli attori economici, il sistema imprenditoriale locale:
quindi le strategie del “nuovo” citymarketing dipendono dalla necessità di superare i processi
di deindustrializzazione, promuovendo l’immagine e l’offerta della città, per un
riposizionamento internazionale cui non sono estranei i Mega Eventi.
Le città portuali e delle riparazioni navali, come si è accennato sopra, hanno affrontato il
medesimo processo, recuperando il porto storico e rivitalizzandolo (centri congressi, acquari,
musei marittimi: il porto antico di Genova oggi raccoglie oltre tre milioni di visitatori\anno)
(Guala, 1995). Praticamente tutte le aree di antica industrializzazione devono affrontare un
processo simile, le cui varianti sono in parte ascrivibili alle vocazioni economiche originarie: il
destino di Torino e della sua area metropolitana non è dissimile.
3. Eppur si muove: Torino e il 2006
Torino matura da tempo la consapevolezza di dover cambiare, per non rassegnarsi ad una
lenta e progressiva involuzione. Tutti gli anni ‘70 e ’80 vedono nascere e svilupparsi una forte
preoccupazione sulla ristrutturazione in atto, a partire dalla Fiat, e quindi anche sullo stereotipo
di Torino “capitale dell’auto”, senza ulteriori connotazioni positive al di là della vecchia
immagine collegata alla storia del movimento operaio e al lavoro industriale di tipo fordista. In
numerose indagini il capoluogo piemontese viene considerato poco attrattivo da parte di gruppi
sociali qualificati, imprenditori,
alti dirigenti, difficilmente disponibili a trasferirvisi per le
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loro attività lavorative (Marra, 1989). Mentre Milano viene considerata una città vivace,
interessante per le esperienze professionali e per i network relazionali, le cittadine medie e
piccole dell’Umbria, della Toscana e dell’Emilia Romagna sono preferite per la qualità della
vita e per la possibilità di conciliare residenza e lavoro (Botta, 1986, Dall’Osso, 1987,
rilevazioni de Il Sole 24 Ore, anni vari).
Torino comincia ad avviare iniziative di sponsorizzazione di eventi; in tale contesto si
colloca anche l’intervento della Fiat su Palazzo Grassi a Venezia, che alcuni leggono come
disimpegno dal capoluogo piemontese. In quegli anni si avvia il tentativo degli enti locali di
riqualificare la città,
potenziare i network internazionali, migliorare l'offerta culturale.
Luciano Gallino, Guido Martinotti, Roberto Gabetti, Enrico Luzzati, Carlo Olmo, Filippo
Barbano, Franco Rositi studiano la città, sia nell’ambito del vecchio “Progetto Torino” (fine
anni ’70, primi ’80), sia in esperienze successive (Marra, 1989).
In seguito partono altre iniziative: “Torino Internazionale” tesse rapporti con le esperienze
forti di rinascita urbana in Europa, mentre “Turismo Torino” cerca di unificare e valorizzare
l’offerta culturale e turistica, dispersa su troppi fronti frammentati, e condizionata pesantemente
da operatori tradizionali, abituati al turismo d’affari legato alla Fiat, all’indotto, e ad un numero
limitato di eventi fieristici ed espositivi davvero grandi.
Torino è una città “troppo semplice”, una One Company Town, che ha invece bisogno di
differenziarsi per non rassegnarsi al proprio lento declino. Ires, Politecnico, Università e
Fondazioni cominciano a muoversi per cogliere il cambiamento e “governarlo” (Bagnasco,
1986, 1990). Questa lento processo di analisi della città comincia a dare i primi frutti: nei primi
anni ’90 Camera di Commercio e
Torino Incontra (con Giuseppe Pichetto e Enrico Salza)
avviano un premio internazionale per il marketing urbano, coinvolgendo una giuria
internazionale, di cui fanno parte, tra gli altri, Joan Busquetz (che lavora allo sviluppo di
Barcellona e alle Olimpiadi del 1992), e amministratori e studiosi che si occupano del centro
storico di Lille, di Rotterdam, di Liverpool. Gli atti del convegno mostrano che Torino sta
facendo una scelta politica e culturale ben definita, anche se resta da costruire un percorso
preciso di veicolazione dell’immagine e di valorizzazione della propria identità per un nuovo
riposizionamento a livello internazionale (Ave, Corsico, 1994).
In questo contesto, di fuoriuscita dalla “capitale dell’auto”, matura la scelta di presentare la
candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2006; scelta coraggiosa, ma anche occasione
unica per avviare una profonda trasformazione dell’area metropolitana, dei servizi, delle
infrastrutture, come evidenziato fin dal Dossier di candidatura.
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4. Olimpiadi e Mega Eventi. Implicazioni, effetti, “uso” degli eventi
La letteratura scientifica (soprattutto in materia di economia e urbanistica), sottolinea come i
Giochi Olimpici costituiscano una occasione eccezionale in termini
di investimenti,
comunicazione, opere pubbliche e iniziative private. Anche altri eventi sono importanti, sia pure
ad una scala diversa: tra questi anche l’organizzazione di G7 e G8, o la nomination di “città
europea della cultura” (network iniziato nel 1985 con Atene), costituiscono grandi occasioni di
promozione, visibilità e riqualificazione urbana. Tra le città italiane, Firenze è stata “città
europea della cultura” nel 1986, Bologna
lo è stata nel 2000, Genova ha ottenuto tale
nomination per il 2004, insieme a Lille (Guala 1997, F. Mellano, 2000). Anche guardando al
solo dato economico, l’organizzazione dei Giochi estivi comporta in termini di vecchie lire
costi vivi iniziali per 9\10 mila miliardi, quelli invernali tra i 1500 e i 2 mila miliardi; i G7 \ G8
costano 200 miliardi, la nomination di città europea della cultura comporta investimenti per
cento\duecento miliardi: a queste cifre vanno aggiunti altri interventi, non direttamente legati
alla organizzazione degli eventi, ma soprattutto connessi al recupero o alla realizzazione di
manufatti urbani. Nella medesima ottica si collocano i progetti di città che mirano a ottenere un
grande appuntamento culturale o sportivo, e che, solo partecipando alla competizione, attivano
risorse per progetti di rigenerazione urbana: è questo il caso di Napoli, che nella rincorsa alla
edizione 2007 della America’s Cup, ha attivato risorse per la riqualificazione di Bagnoli,
indipendentemente dall’esito della competizione.
Naturalmente una città può vincere o perdere le Olimpiadi. Le ricerche sulle implicazioni
economiche e turistiche del grande evento sottolineano esiti del tutto diversi: Los Angeles 1984
o Atlanta 1996 hanno lasciato una “eredità” su cui è maturato un atteggiamento talora critico;
tra le Olimpiadi invernali, il caso di Calgary 1988 e di Lillehammer 1994 segnano ambivalenze
sul piano degli effetti consolidati e di lunga durata, al di là della inevitabile notorietà associata
all’evento (problema comunque non di poco conto in una strategia di citymarketing e di
promozione internazionale). Invece Barcellona 1992 costituisce un esempio vincente. Ma per
quali ragioni ? e cosa può insegnare Barcellona a Torino ? A Barcellona le Olimpiadi sono state
inserite all’interno di un progetto di trasformazione urbana di grande respiro: dai primi anni ’80
si è lavorato sulla città centrale e sul centro storico con i “100 progetti” di Oriol Bohigas; si
sono realizzati parcheggi, aree pedonali, nuovi manufatti urbani, vie di attraversamento veloce.
Le Olimpiadi hanno avuto un effetto moltiplicatore all’interno di un processo gestito con grande
capacità decisionale e programmatoria (Bohigas, 1985, Papers, 1992, AAVV, 1999).
Ma torniamo alle diverse “letture” di quanto sta “sotto” e “dietro” le Olimpiadi, in modo da
fornire alcune riflessioni, ed evidenziare differenti strategie.
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In alcuni casi le Olimpiadi sono state utilizzate come legittimazione politica a livello
internazionale. E’ questo il caso di Seoul 1988, che vuole superare la fase della guerra fredda: lo
slogan utilizzato “portare la Corea nel mondo, e il mondo in Corea” esprime al tempo stesso un
tentativo di occidentalizzazione del paese, restando allora ancora aperto il conflitto con il Nord
Corea ed essendo i Giochi segnati inevitabilmente dal problema della sicurezza. Un esito
verificabile di questo tentativo è offerto dal turismo, i cui dati funzionano da indicatore del
tentativo proposto. I visitatori erano 1.660.000 al 1987, e sono diventati 4.250.000 al 1988 (i
giochi si sono svolti nel gennaio 1988)(Seoul International Conference, 1988, Koo, 1989).
In altri casi le Olimpiadi sono state utilizzate per dimostrare la capacità di una nazione di
competere a livello internazionale, mettendo in mostra una scelta forte e credibile. E’ questo il
caso di Chamonix, Olimpiadi invernali 1924, che evidenzia un progetto ben preciso, a forte
connotazione nazionalistica, volto a sostenere un orientamento governativo che intreccia
l’obiettivo di centrare le Olimpiadi con la finalità di posizionare alcune località francesi di sci
nel panorama delle mete del turismo internazionale . Malgrado il “disastro ecnonomico” che ha
segnato Chamonix 1924, e le sue ambivalenze nazionalistiche, il tentativo di valorizzare tale
stazione sciistica come meta privilegiata di sport e villeggiatura di élite a livello internazionale è
pienamente riuscito (Arnaud, 1991)
Il caso di Torino sembra più correttamente relazionarsi con un altro modello di “uso” dei
Giochi, e cioè quello di occasione di trasformazione urbana e di promozione di immagine. Ma
quali sono gli impegni di una città che ospita le Olimpiadi, sia estive che invernali? Essa deve
definire progetti per varie destinazioni: villaggio olimpico,
centro stampa e comunicazioni,
sistema dei trasporti pubblici a livello locale, regionale e nazionale, strutture sportive,
impiantistica e collegamenti specifici, alcune aree della città centrale o di determinati quartieri,
da recuperare, il fronte mare, aree dismesse da rivitalizzare,
strutture alberghiere, ristoranti,
talora camping e alloggi privati. Tuttavia esiste una enorme differenza nella gestione di questi
interventi.
Come già sottolineato, il caso positivo è Barcellona, che utilizza le Olimpiadi estive 1992
per una riqualificazione urbana avviata a partire dai primi anni 80 e con interventi diffusi su
tutta la città (ci si riferisce al piano dei “100 progetti” di Bohigas, e ad altre iniziative
coordinate, già ricordate; cfr. inoltre De Moragas, 1996; Bobbio, Guala, 2002).
Malgrado la rigenerazione in atto, Barcellona era carente di strutture sportive e di
attrezzature dedicate, e ha dovuto definire alcune azioni precise nell’area del Montjuc (strutture
sportive), in Vall’Hebron, nella zona della Diagonal, sulla quale ancora oggi si opera per il
recupero di aree dismesse (vecchie fabbiche e comparto ferroviario); è stato costruito il
Villaggio Olimpico e recuperato il fronte mare, con il nuovo porto olimpico; sono state
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ammodernate le strutture ricettive. Barcellona quindi non costituisce solo un esempio di
riqualificazione urbana, ma è anche un modello per quelle operazioni di piena valorizzazione
turistica e culturale di una città o di un dato territorio. In questi progetti Barcellona conferma la
capacità di investire sulla città e sulle periferie urbane cogliendo l’occasione dei grandi eventi: il
prossimo appuntamento è dato dal 2004, con il Forum internazionale delle Culture, patrocinato
dall’Unesco nella capitale catalana.
In altre esperienze le cose non sono andate nella medesima direzione: ad Atlanta 1996
(Olimpiadi estive) sono state segnalate difficoltà logistiche pesanti: i giochi sono stati chiamati
“The Second Best Games”, dopo 1992, a causa dei problemi del trasporto pubblico e di altre
infrastrutture (Cashman, Hughes, 1999, Purchase, 2000). Non è difficile prevedere che il
problema logistico segnerà pesantemente anche Atene 2004, a causa del traffico caotico, della
mancanza di parcheggi di interscambio e del ritardo nei lavori relativi a comunicazioni e
infrastrutture (Guala, 2003). Atlanta resta invece un esempio positivo sotto il profilo del
bilancio economico, avendo sfruttato un effetto di “trascinamento” che ha riposizionato la
Georgia e la sua capitale tra le mete appetibili per investimenti economici e localizzazioni
industriali: è quindi un caso di marketing territoriale tradizionale, cioè una occasione per
acquisire investimenti economici per insediamenti produttivi e servizi. Questo successo,
secondo alcuni derivante dalla “privatizzazione” o “liberalizzazione”
nella gestione e
organizzazione dei Giochi, viene confermato dalla valutazione dei puri dati di bilancio della
manifestazione: oltre a indagini comparate di carattere generale (per esempio Preuss 2000) si
veda l’analisi dell’impatto economico dei Giochi di Atlanta 1996 elaborata dall’Unione
Industriale di Torino (una sintesi è stata presentata al Convegno IRES Politecnico del 30 ottobre
2000; cfr. Zangola, 2000, Unione Industriale Torino, 2000, IOC 1998).
Si può aggiungere che questa tendenza alla “privatizzazione” dei Giochi costituisce una
tradizione USA (Los Angeles, Atlanta), mentre soprattutto in Europa le olimpiadi moderne
hanno sempre comportato interventi di riqualificazione urbana, nel tentativo di bilanciare
risultati economici e migliorie del territorio ospitante.
Maggiore attenzione all’impatto ambientale emerge ovviamente nel caso dei Giochi
invernali. A Calgary 1988 (Olimpiadi invernali) si è parlato di urbanizzazione eccessiva,
speculazione fondiaria, degrado ambientale, con notevoli problemi nella gestione del “dopo
Olimpiadi”, divisioni tra gli attori locali per la mancata pianificazione del riutilizzo delle
strutture e dell’impiantistica sportiva (Purchase, 2000; Kariel, 1991; sulla fase di preparazione
cfr. Reasons, 1984). Anche Sapporo City (Olimpiadi invernali 1972) ci induce a riflettere sul
“dopo evento”, avendo realizzato un numero relativamente limitato di progetti, anche per la
vicinanza delle sedi di gara alla città centrale: ma sono emersi problemi di impatto ambientale e
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deforestazione, per cui si sono smantellate alcune strutture sportive una volta terminati i Giochi
(Kagaya, 1991, IOC, 1998).
In altri casi le Olimpiadi sono state più nettamente indirizzate alla valorizzazione e
riaffermazione
turistica di un’area o di una città. Mentre Barcellona, come accennato,
rappresenta un caso di successo per le olimpiadi estive (Ajuntament de Barcelona, 1999,
Orviati, 2000), Albertville 1992, costituisce un esempio positivo per quelle invernali: la
Savoia rafforza l’immagine di un’area destinata agli sport invernali, e non solo al soggiorno
estivo, avviando la modernizzazione dell’impiantistica sportiva, delle strutture ricettive, delle
infrastrutture (Dailly et alii, 1992, Andreff, 1989, Kukawka, 1998, Kukawka et alii, 1991). In
negativo, sia pure parzialmente, si colloca Grenoble, Olimpiadi invernali 1968, ove la scelta di
abbinare una città media (236.000 ab. al 1962) ai Giochi Olimpici Invernali appare forzata, con
effetti negativi o ambivalenti (Arnaud, Terret, 1993, Kukawka, 1997).
In altri casi ancora le Olimpiadi hanno contribuito a
valorizzare una intera nazione
attraverso il successo di un’area molto ristretta (come avvenuto per Lillehammer 1994: Klausen,
1999, Puijk, 1997), oppure un intero continente al di fuori delle rotte turistiche forti e che si
rilancia attraverso l’evento (come avvenuto per l’Australia e i Giochi di Sydney 2000: Cashman,
Hughes, 1999, Purchase, 2000).
Le olimpiadi estive di Sydney sono presentate come occasione di riconciliazione tra culture e
ricostruzione di una identità frammentata.; un filtro per cogliere questi aspetti simbolici sono le
cerimonie Olimpiche, le quali sono piuttosto diverse a seconda dei valori che intendono
esprimere direttamente, o sottendere (oltre a riferimenti già citati, cfr. De Moragas et alii, 1996).
Ad esempio, Lillehammer 1994 richiama il legame forte con le tradizioni popolari e la natura,
Sydney 2000 rivaluta la cultura aborigena pur all’interno dei processi di modernizzazione del
continente australiano, Barcellona 1992 afferma l’autonomia del capoluogo catalano e la sua
aspirazione a diventare una delle grandi capitali mondiali della cultura, del turismo e dell’arte,
senza abdicare alla propria vocazione economica e portuale tradizionale.
5 Torino: una identità da ri-costruire ? Il progetto Alpi
Si è detto che
Torino ha davanti a sè la prospettiva di utilizzare le Olimpiadi come
occasione di rinnovamento profondo del proprio assetto metropolitano, tentando di risolvere
problemi di equilibrio tra la città centrale e le periferie, questioni strategiche come il trasporto
pubblico (metropolitana, attraversamenti veloci, parcheggi di interscambio, passante ferroviario,
nuova stazione ferroviaria di Porta Susa, possibile “arretramento” di Porta Nuova). Parte degli
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interventi mirati sulle Olimpiadi serviranno a migliorare la ricettività turistica, la domanda di
alloggi per studenti (anche in funzione della distribuzione dei poli universitari), l’arredo
urbano.
Si tratta di capire se la città riuscirà a ridisegnare una nuova identità, se saprà gestire e
promuovere una nuova immagine, se sarà in grado di collocarsi come una meta culturale e
turistica davvero appetibile a livello internazionale, oppure se l’appuntamento del 2006 (ma
anche quello del 2011: 150 anniversario dell’Unità d’Italia) non riuscirà a modificare assetti
storicamente consolidati ed equilibri troppo rigidi. Il modello Barcellona, da molti considerato
vincente, dimostra che il Grande Evento - da solo - non basta, ma va inserito in un processo
continuo, nel quale si mette in gioco l’identità collettiva, il “capitale sociale”, la cultura del
cambiamento. Questa è la scommessa di Torino nel 2006; le Valli hanno un obiettivo diverso,
che è quello di consolidarsi come meta del turismo non solo invernale, diversificando i network
relazionali con il resto del Piemonte, e recuperando un nuovo equilibrio tra territorio e ambiente
(Dansero, Segre, 2002)
In questo processo non manca chi disegna per Torino un nuovo ruolo, “Torino capitale delle
Alpi”, tale da rafforzare un modello di sviluppo urbano che ritrovi con la Montagna un raccordo
privilegiato, di reciproco scambio e sviluppo. Accanto ai progetti di tutela degli assetti
produttivi tradizionali, di sviluppo dei nuovi distretti della informazione e della tecnologia
avanzata, di riqualificazione dei musei e dell’offerta culturale, sta maturando l’ipotesi di un
migliore rapporto di Torino con le Alpi e la Montagna. Si tratta di un “pacchetto” di proposte in
via di definizione. Su questo tema specifico è stata svolta una indagine, nel corso della Fiera del
Libro (maggio 2003) su un campione di 2000 visitatori. Campione non rappresentativo dei
“torinesi”, ovviamente, ma campione strategico e “sensibile” per le variabili utilizzate e le
elaborazioni svolte.
In conclusione del presente contributo sembra utile riprendere alcuni dati, accanto ad altre
informazioni desunte dalle indagini longitudinali condotte su Torino e le Valli per conto
rispettivamente di Comune e Provincia nel corso del 2002 e 2003. Ma vediamo le tabelle
seguenti, che ripropongono alcuni dati, con qualche spunto di lettura e di riflessione.
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Tab. 1 - Alcuni ritengono che i Giochi Olimpici saranno utili anche dopo il 2006, per
vari motivi. In che misura Lei è d’accordo con i seguenti motivi? (risposte “molto” e
“abbastanza”)
Torino
Valli
Novembre 2002
Maggio 2003
molto
abbastanza
molto
abbastanza
43.8
43.8
33.7
50.3
39.4
43.1
40.8
41.8
51.8
35.1
44.0
39.1
Sviluppo turistico e culturale
45.8
38.3
46.7
37.5
Occupazione, nuove aziende,
26.9
42.3
33.1
39.0
29.6
42.3
25.6
44.4
Potenziamento di infrastrutture,
comunicazioni, servizi
Potenziamento di impianti sportivi,
altrimenti impossibile
Maggiore visibilità e notorietà
all’estero
investimenti produttivi
Occasioni di guadagno e
investimento per i privati
Fonte:
- C. Guala, Sondaggio sugli atteggiamenti della popolazione di Torino di fronte ai Giochi del
2006, ricerca svolta per conto del Comune di Torino, 900 interviste tra i residenti a Torino,
novembre 2002 (elaborazione dati Metis, Torino, e Maria Grazia Fischer, Dipartimento di
Scienze Sociali, Università di Torino)
- S. Scamuzzi, Sondaggio sugli atteggiamenti della popolazione delle tre Valli coinvolte
(Susa, Pellice, Chisone) di fronte al 2006. 500 interviste, maggio 2003 (elaborazione dati:
Metis, Torino).
Dalla prima tabella si evince come la popolazione intervistata (a Torino e nelle Valli alpine)
sottolineai sia i processi di rigenerazione urbana, sia le opportunità di “visibilità” e
riposizionamento internazionale: le risposte si distribuiscono equamente sul miglioramento delle
infrastrutture e sulle opportunità legate a turismo e cultura.
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Sociologi e Ambiente
Atti del IV Convegno nazionale dei sociologi dell’ambiente
Torino, 19-20 settembre 2003
Tab. 2 - Altri sostengono che i Giochi Olimpici comporteranno disagi e problemi..
In quale misura Lei teme i problemi che ora Le leggo ?
Torino
Valli
Novembre 2002
Maggio 2003
molto
abbastanza
molto
abbastanza
Lavori pubblici pesanti prima dei Giochi
37.8
35.2
23.1
42.4
Problemi di Traffico e Parcheggi durante i
41.6
29.7
35.9
37.1
30.9
32.3
44.0
33.9
27.7
31.3
23.9
22.1
Investimenti troppo rischiosi dei privati
6.2
18.7
9.8
23.3
Impianti inutili e costosi, difficili da gestire
25.0
37.0
28.6
39.4
14.8
20.6
18.9
30.0
40.6
34.9
36.7
38.5
Giochi
Confusione, affollamento, code durante i
Giochi
Spese eccessive (Enti Locali, Regione) per i
Giochi
dopo i Giochi
Danni irreparabili all’ambiente naturale,
inquinamento
Possibilità di corruzione e di guadagni illeciti
Fonte: idem, come sopra
La seconda tabella mette in luce soprattutto i timori diffusi tra la popolazione, in gran parte
legati ai disagi per lavori pubblici, traffico, parcheggi, confusione; i timori di corruzione sono
diffusi. Si evidenzia anche una certa differenza di valutazione sulla problematica ambientale tra
gli intervistati dell’area metropolitana torinese e quelli delle Valli alpine coinvolte.
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Tab. 3 - Secondo Lei, sul territorio in cui vive, I Giochi del 2006 avranno un effetto
Torino
Valli
Novembre 2002
Maggio 2003
Molto positivo
14.3
20.1
Positivo, sostanzialmente positivo
74.9
69.2
Negativo, sostanzialmente negativo
6.5
5.0
Dato non rilevato, non risponde
4.3
5.7
Fonte: idem come sopra
Questi dati mostrano un diffuso consenso verso l’operazione 2006, ed esprimono una
proiezione sostanzialmente positiva verso l’evento. Le valutazioni critiche appaiono molto
contenute.
Tab. 4 - Valutazione di possibili interventi per migliorare la fruizione del patrimonio
alpino
Se dovesse fare una graduatoria tra i possibili interventi per una
migliore fruizione della Montagna, cosa sceglierebbe?
Migliori collegamenti stradali e ferroviari
44.3%
Incentivazione di visite guidate, itinerari turistici e culturali
41.6%
Tutela della natura e dell’ambiente
57.8%
Valorizzazione dell’arte, dei forti, delle abbazie, del barocco alpino
44.8%
Tutela delle comunità montane, degli alpeggi
24.2%
Valorizzazione dell’agricoltura, dei prodotti locali
21.0%
Tutela della cultura locale, artigianato, dialetto
27.0%
Indicazione mancante
2.3%
Fonte:
C. Guala, Sondaggio sulla identità di Torino e le Alpi, condotto per conto di TOROC, in
collaborazione con il Comune di Torino, Settore Comunicazione (il sondaggio ha coinvolto
2000 intervistati nell’ambito dei visitatori della Fiera del Libro, maggio 2003, Torino;
elaborazione dati: Metis, Torino)
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Torino, 19-20 settembre 2003
La quarta tabella infine ripropone i termini di un migliore raccordo tra Torine e le Alpi,
considerando alcune strategie di intervento per evitare un uso meramente “invernale” e solo
turistico delle aree montane: per esse devono essere attivate iniziative differenziate e mirate,
considerando la città di Torino una risorsa che trova nel patrimonio montano (e non solo
nell’alta montagna) un elemento di rafforzamento della propria identità e della propria
vocazione culturale. Qui la tutela della natura e dell’ambiente emerge come issue forte, pur in
presenza di valutazioni meno evidenti a favore delle risorse localistiche (artigianato, alpeggi,
cultura popolare) che trovano minori consensi rispetto ad altri temi.
Se Torino intende perseguire la strada del raccordo forte con le Alpi e la Montagna, deve
mettere in pratica politiche adeguate, sostenute con caparbietà nel medio periodo. La notorietà
associata all’appuntamento olimpico 2006 rappresenta un importante veicolo di sostegno per
consolidare e veicolare questa identità.
NOTE
(1) La ricerca, affidata inizialmente all’Istituto di Scienze Umane (diretto da Carlo Olmo)
da parte di “Torino Incontra”, è stata coordinata dallo scrivente. Del gruppo di lavoro fanno
parte docenti e ricercatori di Università e Politecnico di Torino: Davide Barella, Luigi Bobbio,
Piervincenzo Bondonio, Fulvia Bernard, Egidio Dansero, Alfredo Mela, Carlo Olmo, Angelo
Pichierri, Carmela Ricciardi, Ester Rubbi, Sergio Scamuzzi, Anna Segre, Fiorenzo Ferlaino (Ires
Piemonte). Una prima riflessione su tali temi si è svolta in un convegno internazionale (Torino,
21\05\2001) i cui atti sono stati ampiamente rielaborati e pubblicati presso Carocci, Roma
(Bobbio, Guala, 2002). Recentemente le indagini sono state appoggiate presso il centro
interdipartimentale OMERO (Olympics and Mega Events Research Observatory), che nasce
dalla collaborazione di quattro Dipartimenti dell’Università di Torino (Economia, Scienze
Sociali, Studi Politici, Interateneo Territorio) e che è stato approvato dal senato Accademico.
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Torino, 19-20 settembre 2003
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