Escatologia - Lezione 30^
Capitolo XI
L’escatologia
Cristo perduto:
l’inferno
Che cosa significa l’inferno?
Non confondere: plurale “inferi” e singolare “inferno”
Alcune suggestioni iniziali:
È uno stato di incompatibilità totale e
definitiva con Dio, che la vita storica fonda, la
morte sigilla e l’aldilà non può far altro che
sanzionare (J. Doré).
 “è la sconvolgente possibilità di una eternità di
segno opposto” (Durrwell)
 “è l’oscurità delle oscurità” (Ratzinger) e lo
“scandalo degli scandali” (G. Martelet)
Evitare due tentazioni estremistiche:
1) Considerare la morte eterna come una verità
sullo stesso piano della vita eterna:
simmetria assoluta di una storia che può
essere di salvezza o di condanna
2) Eliminare ogni reale possibilità di condanna, a favore di una salvezza senza eccezioni:
asimmetria assoluta della storia o tesi della
apocatastasi.
La storia non ha due fini, ma uno solo: la
salvezza è l’oggetto dell’escatologia; mentre
la condanna è una possibilità, che si può
verificare come contraddizione all’unico fine.
La possibilità della morte eterna non può venire
considerata come un tema “isolato in se stesso”
(D. Wiederkehr) e parallelo alla salvezza.
“Il cristiano crede nel paradiso, viceversa non possiamo
dire che crede nell’inferno, perlomeno non dando il
medesimo significato al verbo credere. La fede è
essenzialmente speranza e per tutti. La speranza
viene però espressa di fronte all’abisso del possibile
fallimento. Tale abisso rimane una possibilità reale
fintanto che gli uomini vivono nel tempo” (F.J. Nocke)
A partire dall’AT
- Fino al periodo ellenistico (quando appare il
genere apocalittico): lo sheol (soggiorno delle
ombre) è la dimora destinata agli empi
Prefigurazioni di un fallimento assoluto nell’al di là
1) Is 66,24: i cadaveri dei peccatori non sepolti
vicino a Gerusalemme nella valle di BenHinnon (Geenna) che sono tormentati in
perpetuo dal “verme che non muore” e dal
“fuoco che non si estingue” (amplifica Ger
19,2-15)
2) Dn 12,2: “infamia eterna” o “orrore eterno”
(vedi l’escatologia dell’epoca, circa 160 aC)
• Giubilei 36,7-11: passibile del fuoco eterno chi
nuoce a suo fratello
• Sapienza (inizio del periodo romano):
- il peccatore distrugge se stesso col proprio
peccato (Sap 11,16; 12,23; 17,21)
- il destino degli empi: Sap 5,14-23; 3,10.19-20
Nel NT
Gesù mette in guardia dalla possibilità di
perdersi eternamente.
Gesù parla per 11 volte della Geenna.
L’Ade (lo sheol del greci, per 4 volte) è come
l’Abisso, una parte del cosmo relegata al punto
più basso (Lc 10,15)
L’idea è resa con una duplice serie di passi che la
descrivono:
1) Sotto l’aspetto della esclusione dalla vita di
Dio
2) Sotto l’aspetto doloroso che tale esclusione
comporta.
1) Espressioni che significano la negazione
della comunione con Dio che costituisce la
beatitudine:
-
“perdere la vita” (Mc 8,35)
“perdere anima e corpo nella Geenna” (Mt 10,28)
Se “conoscere” indica la “vita eterna” sotto il
profilo del comunicare nella sfera di una relazione interpersonale, alcune formule indicano
il contrario:
- “Io lo rinnegherò davanti al Padre mio” (Mt 10,33)
- “Non vi conosco” (Mt 25,12; Mt 7,23)
- “Non so di dove siete” (Lc 13,25-27)
• Corrispondenza dell’immagine del Regno come
banchetto, i peccatori sono cacciati fuori dalla
mensa:
- Non entrare nel Regno (Mt 5,20; 18,3)
- Le vergini stolte “restano fuori” dal banchetto di
nozze (non ri-conosciute dallo sposo), mentre
le vergini prudenti entrano con lui (Mt 25,10-12)
- Paolo: “non ereditare il Regno” (1Cor 6,9-10)
- Giovanni: “non vedere la vita” (Gv 3,36)
Immagini che fanno pensare alla dannazione non
come “castigo” ma come occasione perduta: il
restar fuori da quell’accesso immediato a Cristo
mediante il quale si riceve la vita eterna.
• Particolare importanza hanno anche le
parabole dove prende rilievo la possibilità di
un esito finale negativo:
•
•
•
•
•
•
zizzania
pesci scartati
commensale senza veste nuziale
maggiordomo infedele
servo che conserva il talento
il ricco Epulone e il povero Lazzaro.
Qui l’inferno non viene descritto in sé per sé
(come entità a se stante) ma si giunge ad esso
anteponendo una negazione alle descrizioni
della salvezza.
L’inferno è l’immagine invertita della gloria:
- All’essere con Cristo corrisponde l’essere
allontanati da lui
- all’entrare nel regno, il rimanerne fuori
- Alla vita eterna corrisponde la morte eterna: Lc
13,3; Gv 5,24;6,50;8,51; 1Gv 3,14; 5,16-17; Ap
20,14,
2) Oltre a questo linguaggio negativo (cosa non
è l’inferno), il NT (specie nei sinottici) contiene
descrizioni in termini positivi (cosa è) della
morte eterna
 si usano alcune immagini dell’apocalittica
coeva:
‘fuoco’
-
“geenna di fuoco” (Mt 18,9)
Fornace ardente (Mt 13,50)
Fuoco inestinguibile (Mc. 9,43.48)
Stagno di fuoco e zolfo (Ap 19,20)
(cf. Mt. 5,22; 13,42; 25,41)
‘tenebra’ (cf. Mt. 8,12; 22,13; 25,30)
‘là sarà pianto e stridore di denti’ per dire
la sofferenza della separazione in termini fisici
(cf. Mt. 8,12; 13,42.50; 22,13; 24,51; 25,30; Lc. 13,28).
 verme che non muore (Mc 9,48)
Paragonato alle descrizioni fantasiose e terribili
dell’apocalittica, il linguaggio del NT appare
più sobrio e riservato.
Gesù usa queste immagini per esprimere il
pericolo dal quale intende mettere in guardia
(“moniti profetici per dire l’urgenza del Regno e
l’appello alla conversione da non rinviare”)
per richiamare l’attenzione sull’abisso, ma non
per fissare l’attenzione sull’abisso
 questo linguaggio simbolico vuol sottolineare
che la privazione eterna di Dio suppone per
l’uomo il tragico fallimento della vita e quindi
il massimo delle sofferenze
NB: La pena va a sanzionare l’omissione di
semplici gesti compassionevoli (Mt 25,2428.45). È una chiave interpretativa:
- le compatibilità sono scartate (la “collera
dell’Agnello davanti alla quale nessuno può
resistere”: Ap 6,16ss)
- l’umanità è confrontata con due situazioni
inconciliabili, tanto esigenti nelle piccole come
nelle grandi cose.
NOTA: proiezione escatologica della differenza
ineliminabile tra bene e male
• Cfr. Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor
nn. 35,41,54: l’inferno significa anzitutto che la
differenza tra il bene e il male non sarà mai
cancellata, perché essa apre o chiude le porte
del Regno in base al fatto che la si rispetti o la
si violi, dando così il diritto-dovere di distinguere
tra maledetti e benedetti (Mt 25,41.43)
La preponderanza dell’immagine del fuoco.
Come interpretarla? Perché è prevalsa?
- Un fuoco reale? Esegeticamente improbabile
come se, al contrario, il banchetto conviviale
fosse una parte della beatitudine eterna!
- Una pena causata da un agente materiale o
esterno al dannato?
- Sinottici: il fuoco non è una parte dell’inferno, è
proprio questo stato: al regno di Dio si
oppone il fuoco eterno (Mt 25,34.41)
- Però non opporre una pena privativa (come nei
testi precedenti sulla esclusione) e una pena
diversa di indole positiva (castighi, afflizioni)
• I testi parlano della medesima realtà: la
privazione di Dio
• L’immagine del fuoco è prevalsa (nelle formule
di tipo positivo) perché suggerisce un dolore
sommamente acuto e penetrante? Qui la
associazione spontanea della nostra sensibilità
• Non così nella cultura semitica: l’uso del fuoco
nella vita quotidiana come destino di ciò che è
diventato inservibile
- L’albero che non da frutto sarà gettato nel fuoco e la
scure è già alla radice (Mt 3,10)
- Ogni albero che non da frutto sarà gettato nel fuoco
(Mt 7,19)
- La zizzania è gettata nel fuoco (Mt 7,19)
NB:
L’immagine del fuoco non è usata per illustrare
un dolore fisico che accompagna la esclusione
dal regno, ma la vacuità di una vita senza la
relazione con Dio: resta una vita frustrata,
inutile come un albero senza frutto o la pula
senza grano: il suo è il destino di ciò che non
serve a nulla.
• Paolo: stile apocalittico per descrivere il castigo
ginale in 2Ts 1,9: “rovina (olethros) eterna,
lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria
della sua potenza”
- Altrove: perdizione (apolymi, apoleia): Rm
9,22; 1Cor 1,18; 2Cor 2,15; 4,3; Fil 3,19
- oppone alla vita eterna la collera (thymos) e lo
sdegno, nella prospettiva del giorno dell’ira
(orgé: Rm 2,5-8); è l’ira ventura (1Ts 1,10)
- 1Cor 2,6: katargein: un annientamento degli
spiriti del male piuttosto che una loro punizione
- Eb 10,26-31: non un inferno eterno, ma un
castigo peggiore della morte,
• Giovanni: poche immagini (solo Gv 15,6)
Lascia al destinatario di interpretare le parole:
- “risurrezione di condanna” (5,29)
- “morirete nei vostri peccati” (8,21-24)
- “perire” invece di “avere la vita eterna” (3,16)
C’è un peccato che conduce alla morte
definitiva (1Gv 5,16)
- Che è la “seconda morte” (Ap 2,11)
- Lo stato di questa morte è senza termine: “un
tormento che dura per i secoli dei secoli” (Ap
14,11)
• Bibbia: ci offre indizio per conciliare la natura
esclusivamente salvifica di Cristo e la
possibilità di una dannazione eterna.
Gv 3,17-19; 12,47-48: il giudizio di condanna
procede dal condannato stesso, in quanto non
crede e non accoglie la parola:
- “colui che non crede è già condannato” (3,18)
- “la parola che ho annunziato lo condannerà
nell’ultimo giorno” (12,48).
- non è necessario che Cristo condanni qualcuno:
“Se qualcuno ascolta le mie parole e non le
osserva, io non lo condanno, perché non sono
venuto a condannare ma per salvare” (12,47)
• TRADIZIONE ECCLESIALE sull’inferno
Apologisti: giustificazione razionale delle pene
infernali:
- Giustino: l’inferno è un contributo alla pacifica
convivenza e all’ordine sociale perché postula
che la giustizia eterna non lascerà impuniti i
malvagi
- Ireneo e Minuzio Felice: l’eternità delle pene
Origene: si allontana su due punti:
1) In dubbio il carattere eterno della dannazione:
le pene hanno carattere medicinale, dunque
sono temporali. Parla da filosofo che pensa
con una visione ciclica della storia nella quale il
destino degli individui non può mai essere
definitivamente fissato.
- In alcuni testi sembra sostenere l’apocatastasi
- Dice però: “tutte queste cose le tratto con cautela,
considerandole discutibili e rivedibili piuttosto che
stabilendole come certe e definitive” (Peri archon
1,6,1).
- Ebbe un grande influsso, specie su Gregorio di Nissa
- Condanna del sinodo di Costantinopoli (DS
411) alle opinioni origeniste dei monaci di
Gerusalemme e affermazione unanime circa la
durata eterna dell’inferno.
2) La natura del fuoco secondo Origene.
- Si oppone alla concezione materiale del fuoco:
“ogni peccatore accende da sé la fiamma del
proprio fuoco. Non che sia immerso in un fuoco
acceso da altri e esistente prima di lui, ma che
l’alimento e la materia di questo fuoco sono i
nostri peccati” (Peri archon, 2,10,4)
- Il fuoco infernale: simbolo del tormento interiore
del dannato afflitto dalla propria deformità e dal
proprio disordine
Poi Crisostomo: “dal momento in cui qualcuno è
condannato al fuoco, evidentemente perde il
regno e questo è la disgrazia più grande”
Agostino: l’essenza della morte eterna non sta
nei castighi sensibili: “si avrà la morte eterna
quando l’anima non potrà vivere non avendo
Dio” (De Civ. Dei 21,3,1).
Documenti del MAGISTERO sull’inferno
- Simbolo Quicumque (V-VI sec): “coloro che
fecero il male andranno al fuoco eterno” (DS
76)
- Editto di Giustiniano al sinodo di Costantinopoli del 543: condanna gli origenisti “che
pensano che il supplizio dei demoni e degli
empi è temporale o avrà fine un giorno” (DS 411)
MEVO: Laternanese IV (1215): contro gli albigesi
che pensavano alla pena come a uno stato di
“incarnazione”:
- le anime peccatrici soffriranno tante
incarnazioni quante saranno necessarie per
liberarsi dalle loro colpe
- l’apocatastasi porrà fine a queste incarnazioni
successive e comporterà l’annichilimento della
materia (un neo-origenismo).
Condanna della tesi e correzione: i peccatori
“riceveranno col diavolo una pena perpetua”
(DS 801).
Costituzione di Benedetto XII (XIV sec),
Benedictus Deus:
- “le anime di coloro che muoiono in peccato
mortale attuale scendono all’inferno dove sono
tormentate con pene infernali” (DS 1002)
- pena del peccato è la mancata visione di Dio
(già segnalato da Innocenzo III: DS 780)
Conc. Vaticano II: GS 48 (l’inferno come
possibilità reale)
CCC n. 1035: ribadisce: esistenza, eternità,
penalità del “fuoco eterno”
RIFLESSIONI TEOLOGICHE sull’inferno
Punto di partenza coerente con rivelazione:
- vieta di attribuire alla volontà di Dio la responsabilità diretta di uno stato di perdizione e di
una creatura (Diavolo) la cui unica ragione di
essere consiste nel servire da strumento di
supplizio per altre creature
- Dio non può creare né volere il peccato e
l’inferno: totalmente incompatibili con Dio
- Tesi del predestinazionismo: Dio ha una
volontà positiva di dannazione, fu combattuta a
più riprese (Lucido nel V sec., calvinismo,
giansenismo…)
Bisogna cercare nell’uomo la causa della
esistenza dell’inferno:
• Inferno come sanzione intrinseca alla colpa
• Inferno è una creazione dell’uomo: basta che
esista un uomo che opta coscientemente e
volontariamente per una vita senza Dio
• Solo l’uomo, non Dio, può dare a se stesso la
morte eterna (inversamente solo Dio e non
l’uomo, può dare all’uomo la vita eterna)
- l’inferno può esistere solo come prodotto umano (in modo analogo il paradiso può esistere
solo come autodonazione divina)
Quanto l’escatologia afferma sull’inferno riguarda
unicamente il livello delle persone singole (per
me) , non il livello comunitario. A livello comunitario la chiesa predica solo la salvezza
universale.
Ma ciò che è valido per l’umanità come un tutto
unitario non è necessario che lo sia per tutti e
ciascuno, sotto pena di ledere irrimediabilmente
l’oggettività di un ordine fondato da Dio sulla
facoltà di risposta libera e responsabile. Non
sussisterebbe più la serietà di una storia libera:
un processo meccanico di divinizzazione della
creatura, nel quale Dio è l’unico attore reale.
“Apokatastasi panton? No, poiché la grazia
che, alla fine, abbracciasse tutti e
ciascuno non sarebbe la grazia libera, la
grazia divina. Ma potrebbe esserlo (libera!)
se noi potessimo impedirle in assoluto di
farlo? (di riconciliare tutti)” (K. Barth).
Questione: può un uomo lucido realizzare la
sua esistenza come un no irremovibile
all’interpellazione di Dio?
- Negazioni teo-logiche esplicite e dirette di Dio
- Negazioni umane di Dio: lo si rifiuta nell’odio
verso l’uomo che è l’immagine di Cristo
Non si può negare l’esistenza obiettiva di
situazioni di peccato (sociale - individuale)
che postulano una responsabilità soggettiva
localizzabile in una personalità creata
(umana, altrimenti Dio sarebbe l’autore del
male).
- Questo io umano si sta affermando contro
Dio/senza Dio, attinto atematicamente e
implicitamente nella mediazione del
prossimo.
Una comprensione dell’inferno solo speculativa
(una possibilità possibile), spoglia l’uomo del
potere di essere fautore del suo destino e
ignora il fatto costatabile del peccato.
In riferimento al peccato, emerge il carattere
reale, non speculativo, della possibilità
dell’inferno.
O meglio: nel fatto del peccato, la possibilità si
avvera già come fatticità, a cui manca solo la
consolidazione per realizzarsi in modo
ultimativo come “morte eterna”.
“L’uomo che ha intessuto la sua storia di
continue negazioni e di rifiuti di Dio, come
rifiuto di Cristo e ostacolo radicale alla azione
dello Spirito, potrebbe confermare nell’offerta
ultima che Dio gli fa nel momento della
morte, mediante un atto di rifiuto radicale e
sommamente libero, la sua volontà di voler
rimanere assolutamente distante da Dio, dai
suoi simili e dal suo mondo, col risultato di
definire la sua condizione escatologica come
condizione di morte eterna/dannazione”
(G. Ancona, Escatologia 329)
L’inferno non va letto in modo isolato ma
speculare: ha senso in relazione a un’altra
offereta = quella della felicità e della santità.
Non lo si può dunque capire se non nella
misura in cui la libertà umana si trovi posta
davanti a una alternativa decisiva, di cui
coglie tutta la serietà.
Optare «per l’inferno» con conoscenza di
causa, ossia nel rifiuto assoluto della promessa
e dell’amore di Dio, costituisce una specie di
caso limite = “La lucidità, propriamente
diabolica, che dovrebbe caratterizzare
un’esistenza storica «orientata all’inferno»
non sembra trovare un posto «normale» in
seno alla storia” (H. Bourgeois)
La possibilità dell’inferno può venire espressa,
allora, insistendo:
• sul peso della libertà che è la “facoltà del
definitivo”
• sull’irreversibilità della morte
• e sull’urgenza della storia
la logica di un dialogo tra Dio e la creatura è
l’argomento più forte in favore del fatto che Dio
prevede la possibilità dell’inferno in quanto
tale dialogo accade solo nella libertà
un “paradiso imposto” sarebbe ancora un
paradiso, sarebbe ancora un atto amoroso?
“L’amore di Dio non potrà venire meno neppure
per il peccatore che rifiuta di conoscerlo; esso
non può, però, nemmeno forzarlo ad amare,
perché la violenza è l’esatta antitesi dell’amore”
(G. Colzani, La vita eterna, 142)
l’amore (nel quale consiste la felicità eterna)
non è pensabile senza libertà: come se alla
fine (anche se non voglio) “io sarò in ogni caso
uno che ama” (ma allora non è più il “mio”
amore personale a determinare il mio destino)
La libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili, come il peccato mortale (CCC n. 1861).
Cedere a questa possibilità significa esporsi a
questo stato di definitiva autoesclusione
dalla comunione con Dio e coi beati, che viene
designato con la parola “inferno” (CCC 1033).
Pensare l’inferno non come una realtà inesorabile per la libertà, che si crederebbe o vorrebbe votata al male, ma come una eventualità
evitabile , che ci rimanda alla grandezza innata
e al nodo vitale di una libertà lasciata a se
stessa per poter rispondere all’Amore che la
fonda.
L’essenza della morte eterna: in cosa
consiste l’inferno
• La vita eterna: vedere Dio, vivere insieme a
Dio, partecipare dell’essere di Dio
• La morte eterna: negazione della vita,
irreparabile lontananza da Dio, vuoto
causato dalla sua assenza
Distinzione classica:
poena damni
Pene infernali:
poena sensus
Comprendere l’inferno come poena damni nella
continuità tra peccato (prima morte) e morte
eterna (seconda morte).
Questa rende esplicito il contenuto virtuale di
quello: il rifiuto di Dio.
L’inferno è il risultato di tale rifiuto: l’esistenza
senza Dio.
Un inferno così descritto non impressiona troppo
la immaginazione.
Ciò avviene perché non abbiamo ancora una
esperienza completa di ciò che significa una
esistenza senza Dio.
Durante la sua parabola terrena Dio non è così
lontano dal peccatore da non raggiungerlo:
anche per il peccatore egli è colui che non
vuole la sua morte, ma che si converta e viva.
L’esperienza della lontananza di Dio nel tempo
non è paragonabile con quella che si verificherà
nell’eternità: l’inferno inaugura un vissuto
diverso.
Ancora non sappiamo appieno cosa significhi
vivere senza Dio (= il danno):
- Essere fatti per lui e non poterlo raggiungere
- Percepire come forza repulsiva ciò che invece
rappresenta il centro di attrazione del desiderio
umano
- Perdere il senso di una esistenza che ormai
non ha più oggetto
Ruiz de la Pena: questo nostro “non sapere”
spiega perché la rivelazione deve integrare lo
scarno linguaggio negativo (perdere Dio) con
quello positivo del “fuoco eterno”.
La pena del danno: come dirla oggi?
Non si tratta tanto di punizioni inflitte dall’esterno, quanto di una situazione di infelicità e
tormento che è espressione e conseguenza
di una vita rimasta “esterna” alla comunione
con Dio, di cui Dio stesso non può far altro
che prendere atto.
È il carattere spirituale e doloroso della
lucidità di chi dopo la morte vede “l’amore
di Dio perduto per sempre”.
 Vedi citazioni patristiche:
In quanto a me, io dico che quelli che sono
tormentati nell’inferno lo sono dall’invasione
dell’amore. Che c’è di più amaro e di più violento
delle pene d’amore? Coloro che sentono di aver
peccato contro l’amore portano in sé una
dannazione ben più grande dei più temuti
castighi. La sofferenza che il peccato contro
l’amore mette nel cuore è più lacerante di ogni
altro tormento. È assurdo pensare che i peccatori
nell’inferno saranno privati dell’amore di Dio.
L’amore è donato senza divisione. Ma, a causa
della sua stessa forza, agisce in due modi. Esso
tormenta i peccatori, come succede quaggiù, che
la presenza di un amico tormenta l’amico
infedele. Ed esso fa gioire in sé quelli che sono
stati fedeli. Tale è a mio avviso il tormento
dell’inferno: il rammarico di perdere l’amore
(Isacco di Ninive, Discorsi Ascetici I, 239)
Qui si può cogliere la corrispondenza tra
l’immagine biblica del fuoco e la
fenomenologia dell’amore.
In entrambi i casi c’è una dialettica:
- Il fuoco positivo (dell’amore): Gesù deve
battezzare col fuoco (Mt 3,11); la discesa dello
Spirito è rivelata con il simbolo del fuoco (At
2,1ss)
- Il fuoco tenebroso (vedi sopra i rimandi
biblici): che è immagine del tormento per
l’amore perduto
T. Spidlik: “Avendo coscienza di non essere
conforme, nello stato in cui è, a come avrebbe
dovuto essere secondo il disegno di Dio –
allo somiglianza divina – l’uomo tuttavia ama
questa immagine e non vi può rinunciare,
perché è Cristo, in cui egli vede se stesso, e
non può non amare se stesso così come si
manifesta in Cristo. Questo amore è lo Spirito
santo, che gli infiamma il cuore, ma che diventa
anche un giudizio su se stessi e sulla
lontananza che lo separa da Cristo e da se
stesso in Lui. Allora lo stesso fuoco, il fuoco
dell’amore, brucia e allieta, tormenta e rallegra”
(Maranathà, 184-185).
• E la pena sensibile: la poena sensus?
- Una pena sensibile proveniente da una causa
materiale?
- No: una pena che deriva dalla creaturalità
dell’uomo: un-essere-in relazione
- Qui non vale la ipotesi dell’annichilimento: i
dannati saranno annientati; questo è un
enunciato contraddittorio per due motivi:
1) la persona è un’entità assoluta, perennemente
valida e non può disporre del suo essere in
ordine all’esistenza, che ha ricevuto in dono
2) Dio non può e non vuole rinnegare la sua
creazione, nemmeno quando è peccatrice
• La sofferenza “sensibile” dipende dal fatto che
l’essere umano non può perdere la sua
condizione relazionale rispetto all’alterità del
mondo e degli altri umani:
“Nella nuova creazione centrata su Dio, l’empio
non troverà la sua collocazione;
sperimenterà il mondo degli altri, non come
dimora accogliente, ma come ambiente
inospitale, che lo assedia e lo opprime
senza tregua, ma dal quale non può evadere
perché a esso lo lega la sua mondanità
costitutiva” (Ruiz de la Pena).
È esattamente il non compimento, cioè il
rovescio della predestinazione in Cristo: l’uomo
sperimenta la lacerazione definitiva della sua
persona:
“Una simile definitiva negatività, che rifiuta
consapevolmente ogni comunicazione
realmente di amore con Dio e le altre creature,
rappresenta la pura contro-immagine della
vita giunta a compimento. Essa può essere
concepita soltanto come l’irrigidimento della
vita intera e di ogni relazione, che si rapprende
nel no, in un egocentrismo assoluto” (M- Kehl,
E cosa viene dopo la fine?, 209)
La “pena dei sensi” non è un incremento convenzionale all’essenza dell’inferno, ma uno dei
momenti della sua realtà.
Da qui rilettura sulla localizzazione dell’inferno.
L’inferno-luogo, più che uno spazio circoscritto è
una relazione, qualcosa come un essere-nel
mondo pervertito:
- La vicinanza oppressiva del mondo: la materia
schiavizzerà l’uomo: la pena cosmica (C.Journet)
- La totale solitudine, la non comunicazione
assoluta, l’egolatria senza dialogo (J. Ratzinger)
“La solitudine infernale comporta il silenzio;
l’immagine sorprendente dello stridore di
denti e del pianto: il suono inarticolato,
non significativo, non comunicativo.
Nessuno conosce nessuno, nessuno
comunica con nessuno, ogni dialogo è
cessato. L’inferno è, in verità, il non popolo,
l’anticittà, la negazione della comunione”
(Ruiz de la Pena, L’altra dimensione, 279)
Nel dramma di Jean-Paul Sartre A porte chiuse
sono costrette a vivere insieme delle persone
che non riescono a accettarsi a vicenda e che,
d’altro canto, non riescono neanche a staccarsi
l’una dall’altra o almeno a lasciarsi in pace
reciprocamente.
Verso la fine Garcin afferma:
«Questo, quindi l’inferno. Mai avrei creduto
[...]. Vi ricordate: zolfo, fuoco graticola [...].
Ah, uno scherzo. Non c’è bisogno di nessuna
graticola, l’inferno sono gli altri».
Godimento umano (anche della corporeità
risorta e dell’affettività) per la visione di Dio.
Speculare è la pena sensibile:
“La sofferenza che grida nel cuore per la
mancanza di amore è forte più di qualsiasi
sofferenza che ci possa essere”
(Isacco il Siro, ibidem)
L’essenza dell’inferno è, in sintesi, la morte eterna come sanzione immanente della colpa. È
la conseguenza connaturale della colpa, alla
cui essenza stessa emana, senza che debba
venir aggiunto appositamente da Dio (Rahner)
Non una serie di pene imposte dal di fuori (una
causalità positiva di un Dio giustiziere). Non
pene discrezionali come castigo - magari non
proporzionale - al delitto.
L’inferno è latente nella struttura stessa di chi
lo soffre, come una delle possibili dimensioni
dell’umano (Ratzinger). Le dimensioni dell’inferno
sono il riflesso della grandezza dell’uomo.
Si deve conservare la rappresentazione mitica
dell’inferno, anche se riletta e reinterpretata
(fuoco eterno, pianto e stridor di denti)?
 Nel NT ammonizioni circa il proprio destino e non
come teoria sul destino altrui
Però le rappresentazioni immaginative dell’inferno come cumulo di tormenti sensibili ne
sminuiscono la temibilità reale banalizzandola
e sviandola dalla sostanza
Es. Martin von Cochem (1712) i tormenti: freddo,
fame, puzzo, soffocamento, l’essere schiacciati,
distesi su ruote, inchiodati, flagellati, il soffio di Dio
più forte di un uragano per riattizzare il fuoco
infernale.
• Si può sperare per tutti?
- La chiesa si ritiene autorizzata a sancire con la
sua testimonianza la salvezza definitiva di molti
suoi fedeli (le canonizzazione dei santi), ma
non ha mai osato emettere un verdetto di
condanna definitiva per nessun uomo.
Già Evdokimov (teologia ortodossa) e Elluin
Poi H.U.Balthasar: Breve discorso sull’inferno
(1988) e Sperare per tutti (1989)
Martelet: Dio “difende” la libertà dell’uomo dalla
autodistruzione
G. Martelet: L’abisso chiama l’abisso (sal 42,8):
l’abisso dell’orrore chiama l’abisso della
speranza.
Postulato: agli occhi del Padre ogni uomo è
inseparabile dal Figlio, nel quale è creato.
“Potrebbe Dio, anche per rispetto alla nostra
libertà, abbandonare per sempre colui che si
distruggerebbe nelle autotorture delle sue
aberrazioni. Come potrebbe se vuole innalzarci
alla somiglianza a Cristo… Non c’è alcuna
regola umana, alcuna garanzia morale che
possa proibire a Dio di amare fino alla follia il
folle che crede, per esistere, di dispensarsi”
Dall’amare colui che è l’amore stesso! La controfollia di Dio consiste allora nel mettere in opera
tutte le risorse del suo amore per aiutare il
ribelle ad uscire dal suo demenziale rifiuto di
amare. Infatti, cosa sarebbe un Dio, d’altronde
definito onnipossente, incapace per sempre di
affrancare dai suoi sortilegi mortali una libertà,
ricevuta senza averla chiesta, che potrebbe
risultare per colui che ne beneficia una trappola
di dolore e di odio, e per tutta l’eternità? Noi
dobbiamo sperare contro ogni speranza (Rm
4,18) che l’abisso senza fine della paternità di
Dio, della passione di Cristo e delle risorse
dello Spirito permetta di uscire dalla prigione di
fuoco dell’inferno. Non possiamo dire nulla
sul come, ma dobbiamo riporre una
assoluta confidenza nelle riserve di amore,
di grazia e di gloria la cui unica misura è
l’amore del Padre per il Figlio nello Spirito,
amore nel quale noi siamo sempre inclusi”
(G. Martelet, “Inferno”, Dizionario critico di
teologia, Borla-Città nuova, 702).
Alcune provocazioni a favore e
contro la speranza per tutti…
Contro una troppo rapida affermazione di una
riconciliazione universale (apocatastasi) un
argomento, che almeno psicologicamente non
va sottovalutato, è la prospettiva degli
oppressi, dei torturati, dei diseredati
Esempio di Nocke: Adolf Eichmann in paradiso accanto
ad Anna Frank: avrebbe potuto essere una prospettiva
di speranza per coloro che soffrivano nei campi di
concentramento?
Obiezione: nell’antichità i martiri erano gli “assolu
tori” dei loro “martirizzatori”. Vedi il testo qui di
seguito trovato negli archivi di un campo di
concentramento e pubblicato nella
Suddeutsche Zeitung:
“Vi sono tanti martiri. E così non pesi la loro
sofferenza sulla bilancia della tua giustizia,
Signore, e non rimangano queste sofferenze a
carico dei carnefici, tanto da esigere da loro un
castigo terribile. Ripagali in una maniera
diversa! Inscrivi a favore degli esecutori,
delle spie, dei traditori e di tutti gli uomini di
cattiva volontà, il coraggio, la forza spirituale
degli altri, la loro umiltà, la loro mite dignità, la
loro costante interiore speranza combattente e
invincibile, il sorriso che nascose lacrime, il loro
amore, i loro cuori devastati, spezzati, che
rimasero fermi e fiduciosi anche di fronte alla
morte, sì, anche nei momenti della più grande
debolezza. Che tutto ciò o Signore, sia posto
davanti a Te per il perdono dei peccati, come
un riscatto per il trionfo della giustizia, che il
bene e non il male venga preso in considerazione! E possiamo noi rimanere nella memoria dei nostri nemici non come le loro vittime, non come un incubo, non come spettri
ossessionanti, ma come coloro che li aiutano
nello sforzo di distruggere la furia delle loro
passioni criminali. Non vogliamo più nulla da
loro. E quanto tutto ciò sarà passato, fa’ che
possiamo vivere da uomini fra uomini e possa
la pace ritornare nei nostri poveri cuori pace per
gli uomini di buona volontà e per tutti gli altri”.
D’altro canto che cosa significa il fatto che
Gesù Cristo è giudice?
Gesù morente pregò per i suoi assassini
(cf. Lc. 23,34; così fece Stefano, Atti 7,60)
non significherebbe per lui una sconfitta della
sua opera salvifica il fatto che delle persone si
chiudano definitivamente all’amore, dunque
fallite e infelici?
- Alla fine della storia si costituirebbe un anti-Dio
(un’umanità infernale), mentre all’inizio della
creazione se ne rifiuta, e a buon diritto,
l’esistenza (e vide che tutto era buono)
in questo caso Dio sarebbe “beato in sé
stesso”, ma non è forse compromessa la sua
beatitudine se la sua sovranità sugli uomini
non si realizza compiutamente?
Tocca la felicità di Dio il fatto che nel “suo”
mondo ci siano persone che soffrono
eternamente? In questo modo ‘si fa’ veramente
la “sua” volontà? (cf Mt. 6,10). Qui si apre il
capitolo circa la possibilità che Dio soffra.
 O l’amore sconfinato di Dio consiste anche in
questa sua autolimitazione volontaria che non
scalfisce ma esalta la perfezione del suo
proprio essere che ha voluto libero?
E i santi in cielo potrebbero rallegrarsi se
ci fossero dei dannati?
Esempio: come può la madre di un assassino,
in cielo, essere felice sapendo del figlio
eternamente e irrecuperabilmente disperato?
 ci può essere un paradiso finché c’è un
inferno?
 per la teologia manualistica = alla fine trionferà
“la vittoria della giustizia di Dio” sopra il male 
 ma anche il NT lascia “in sospeso” la
questione = il Padre misericordioso fa festa per
il figlio “ritornato alla vita” e il fratello maggiore
resta fuori dalla festa ………..
Che cosa significa
il purgatorio?
Svolgimento della questione:
 Apocatastasi
 Patres misericordes
 Agostino:
- dottrina del purgatorio: confronto tra occidente
e oriente
- la dottrina del suffragio per i defunti
 Le teorie del Medioevo
 Pronunciamenti del Magistero
 Ermeneutica teologica contemporanea
 La dottrina dell’apocatastasi
scuola Alessandrina (Origene – origenismo)
Apocatastasi (“riconciliazione universale”)
= al termine del processo storico, non
sussisterebbe più distinzione tra giusti/empi
 avverrebbe cioè un ristabilimento di tutte le
anime, ivi inclusi i peccatori, i dannati (e persino
i demoni) nella condizione protologica [=
iniziale] di felicità e beatitudine
 Il termine ricorre solo in At 3,21 quando Pietro
presenta come speranza messianica la
“restaurazione di tutto”, annunciata dai profeti
Il sinodo di Costantinopoli condanna la dottrina
(anno 543):
 can. 9: Se qualcuno dice o sostiene che il
castigo dei demoni e degli empi è limitato nel
tempo, e che esso in un momento stabilito avrà
fine, ritenendo che possa avvenire per i demoni
o per gli empi una restituzione alla condizione
precedente (apocatastasi), sia anatema.
Origene sosterrebbe dunque l’apocatastasi?
 è necessario distinguere l’origenismo (VI sec.)
(dottrina che pretende di riprendere il suo
pensiero) dal pensiero di Origene vero e
proprio.
Secondo l’origenismo tutti saranno restituiti alla
somiglianza di Dio
 Per Origene = dopo il decadimento la realtà è
tutta protesa alla ricostituzione originaria
influenza dello schema neoplatonico dell’exitus:
la storia è caduta e ripresa
 l’uomo creato ad immagine di Dio deve
giungere alla sua meta che è la somiglianza
 l’uomo immagine è un corpo spirituale che
mette in gioco il suo allontanarsi da Dio
 ma l’uomo “deve” trovare il suo stato di
perfezione, così come tutte le realtà, quindi
anche i demoni.
Ma se Dio vuole reintegrare la realtà
originaria può dare ad angeli decaduti e a
uomini decaduti la salvezza dopo la morte.
 Qui anche il pensiero biblico:
 dottrina della signoria di Cristo su tutta la
creazione
 con la sottomissione a Cristo di tutti i suoi
nemici (1Cor 15,25-28)
 e la restaurazione di tutte le cose e il
compimento dell’unione di tutti con Dio (Gv
17,21-23).
Modalità del processo:
 Cristo permetterebbe alla libertà dell’uomo di
ricostruirsi, recuperando la somiglianza con
Dio.
 Mediante la libertà l’uomo tornerà a essere
nello stato di perfezione.
Dunque tutti saranno restituiti alla somiglianza?
Origene non ha mai affermato esplicitamente
l’apocatastasi
nel De principiis ha lasciato al lettore l’opzione
inoltre in una lettera nega che il diavolo sarà
salvato come gli uomini
 il sinodo di Costantinopoli dunque tocca
l’origenismo, non il pensiero di Origene
Per Origene infatti:
• l’uomo è costituito da pneuma, anima e corpo
• ma il dannato non ha più il pneuma, quindi il
principio di orientamento verso Dio non può più
purificarsi.
Nucleo del pronunciamento magisteriale:
 L’apocatastasi non è sostenibile: con la morte
dell’uomo termina la possibilità di essere
reintegrato alla condizione originaria
 Parimenti è affermata l’eternità dell’inferno
Ritorni della dottrina dell’apocatastasi
Medioevo = mitigazione delle pene dell’inferno
Già affermata da Clemente Alessandrino =
limitazione cronologica delle pene dell’inferno
• La dottrina dell’apocatastasi ritorna nei
movimenti mistico-teosofici dei razionalisti del
XVII sec. e oggi nell’eliminazione dell’inferno.
• Riformatori: Apocatastasi censurata dalla
Confessione augustana ma i contemporanei
parlano di una “situazione aperta” tra l’elezione
e riprovazione da parte di Dio (K. Barth).
• Autori cattolici moderni: “apocatastasi
mitigata” (H. Shell) in riferimento all’inferno se è
“possibilità” oppure “realtà effettiva”.
Spidlik afferma che la condanna della Chiesa ci
insegna che su questo argomento non bisogna
dogmatizzare. Non compete all’uomo fare
affermazioni circa chi è salvato e chi non lo è.
L’uomo si metterebbe al posto di Dio come
giudice. Ma il fatto che l’atteggiamento sia
riprovato quando esige di diventare una
dottrina, altra cos è quando la speranza di
salvezza per tutti diventa il contenuto della
fede. Nei detti dei padri del deserto si ricorda
che Paissio pregava per uno dei suoi dicepoli
che aveva rinnegato Cristo. E Cristo gli ricorda:
Non sai che mi ha rinnegato?
Ma Paissio continua a intercedere, la sua
compassione non conosce limiti, fino a quando
Cristo gli dice:
“Paissio mi sei diventato simile nell’amore”.
 Patres misericordes
Ambrogio, Ambrosiaster e Girolamo (IV sec.)
 a partire dal salmo 1,5:
“perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i
peccatori nell’assemblea dei giusti”
costruivano una visione escatologica composta
da tre categorie di uomo:
1) empi
2) peccatori
3) giusti
1) Gli empi non risorgono per il giudizio
• sono infedeli che non vollero credere
• non hanno bisogno di essere giudicati = “chi
non crede è già stato condannato” (Gv 3,18)
2) I peccatori saranno condannati dai giusti
3) I giusti saranno loro a risorgere per
giudicare
 essi commineranno una punizione
“proporzionale” ai peccatori.
La loro intenzione non è escatologica, ma
ecclesiologica:
• non negano l’esistenza dell’inferno in favore di
una apocatastasi ma…
 vogliono richiamare l’importanza di
appartenere alla chiesa per la salvezza:
stare nella chiesa equivale ad appartenere ad un
ambito della santità
è diversa la condizione di chi è peccatore
(appartiene alla chiesa e può ottenere il perdono)
dagli empi che si sono posti fuori dalla chiesa con:
• l’apostasia
• o con il non credere (e non possono ottenere il
perdono)
• questa l’intenzionalità: chi appartiene alla Chiesa
ha sempre un’ultima chance perché è il luogo storico
della salvezza
• anche i peccatori se sono nella Chiesa hanno una
possibilità di salvezza.
 Agostino inventore del sostantivo “purgatorio”!
1) La classificazione dei “tipi di uomini”
Prima distinzione tra gli uomini empi (increduli):
• gli infedeli e autori di peccati criminali
destinati all’inferno con delle “pene” in senso
stretto
• e coloro che non hanno potuto credere
andranno nel limbo (“orlo”: situazione di
confine)
 per Agostino è luogo di “piccola pena”; nel
periodo medioevale (con Abelardo), il limbo
diviene luogo di beatitudine naturale: limbus
Paradisi
Qui le divergenze nelle classificazioni degli
uomini tra Agostino e i Patres Misericordes
1) I martiri, i santi, i giusti pur avendo
commesso peccati lievi andranno in
Paradiso presto
2) I non del tutto buoni passeranno per il
“fuoco purgatorio”
3) I non del tutto cattivi andranno all’inferno,
ma si può sperare che il loro inferno sia più
sopportabile
4) Gli empi (del tutto cattivi) sono destinati
all’inferno/limbo
Nel NT emerge il concetto di fuoco purificatore
 Paolo parla del ministero apostolico e ricorda
che il compito di ognuno sarà “vagliato al
fuoco”:
“l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà
conoscere quel giorno che si manifesterà col
fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di
ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul
fondamento resisterà, costui ne riceverà una
ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà
punito: tuttavia egli si salverà, però come
attraverso il fuoco” (1Cor 3, 13-15)
Esegesi contemporanea: “fuoco purificatore”
allude più al giudizio finale del Cristo parusiaco
Nel De Civitate Dei, Agostino usa questo testo
per giustificare la dottrina del Purgatorio
a seconda delle scelte esistenziali, si “passerà”
in forma diversa attraverso il fuoco del
giudizio
 fuoco purgatorio = l’idea del vagliare, ma non
del fuoco come aspetto penale del purgatorio
purgare significa “purificare”
(ignis) Purgatorium è l’evento della
purificazione e non esprime di per sé una
collocazione spaziale (un luogo)
2) Molto importante per la dottrina del purgatorio
è il processo penitenziale della Chiesa
antica:
fino al sec. VI era concesso una sola volta
nella vita e si riconciliava il penitente solo dopo
un lungo tempo di conversione laboriosa
Chiesa occidentale: carattere “penale” = il
compimento delle opere penitenziali era
prerequisito alla remissione dei peccati
 periodo delle persecuzioni: il penitente
veniva riconciliato con la Chiesa prima d’aver
compiuto tutto l’iter penitenziale, perché si
riteneva che la purificazione potesse essere
completata nell’aldilà.
 Chiesa orientale: la penitenza è un processo
pneumatico / pedagogico o medicinale /
terapeutico per la guarigione dal morbus del
peccato
tale guarigione può continuare anche dopo la
morte
Ciò condusse le due tradizioni cristiane a una
diversa concezione del purgatorio:
Occidente = la purificazione dopo la morte ha
carattere di “pena”
Orientali = è un processo di “maturazione”:
l’immagine cristica nell’uomo viene purificata
per una maggiore somiglianza
Parallelamente si sviluppa la dottrina del
Suffragio per i defunti
Nella Scrittura ci sono due testi tipici della
dottrina del suffragio dei defunti:
2Mac 12,43-45
1Cor 15,29
2Mac 12,43-45: Giuda fa una colletta per un
sacrificio a favore di coloro che portavano
sotto il mantello le statue degli idoli e sono morti
in battaglia:
Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa
duemila dramme d'argento, le inviò a Gerusalemme
perché fosse offerto un sacrificio espiatorio,
agendo così in modo molto buono e nobile,
suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché
se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti
sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e
vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la
magnifica ricompensa riservata a coloro che si
addormentano nella morte con sentimenti di pietà,
la sua considerazione era santa e devota. Perciò
egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i
morti, perché fossero assolti dal peccato.”
“
1Cor 15,29: qui Paolo argomenta agli uomini il
loro farsi battezzare per i defunti.
“Altrimenti, che cosa farebbero quelli che
vengono battezzati per i morti? Se davvero
i morti non risorgono, perché si fanno
battezzare per loro?”
Si sviluppano una serie di pratiche per i defunti.
Oriente =
 la prassi di pregare per i fedeli morti è
attestata dal II, in modo generico
dal sec. III la prassi prevede che dentro
l’ Eucaristia si ricordano tutti i trapassati
(Costituzioni Apostoliche IV sec.)
affinché Dio non si ricordi dei loro peccati
(Eucologio di Serapione IV sec.)
 Questa prassi è detta apostolica
La motivazione addotta è visibile sotto 2 aspetti:
•
•
La comunione dei santi
Le “anime” sopravvivono al cospetto di Dio.
C’è una prospettiva antropologica e teologica.
Occidente = il suffragio per i defunti segue una
prassi più ampia:
•
A mo’ di rimprovero Agostino sottolinea che
le ritualità funebri offerti al defunto (in onore
della sua memoria), sono sollievo per i vivi,
ma non servono a nulla per i morti in quanto
questi sono aiutati dalle preghiere.
•
La commemorazione dei defunti deve essere
continua, perché c’è una comunione tra noi
e i trapassati
 i fedeli aiutano coloro che sono trapassati oltre
la morte a raggiungere la vita eterna; costoro
aiutano i fedeli in terra con le loro preghiere
di intercessione.
L’usanza della commemorazione dei defunti è detta
eredità dei Padri ed è vista come usanza
universale.
La preghiera per i defunti torna a loro beneficio a
seconda della situazione nella quale si trovano:
 per i buoni è azione di grazia
 per i non del tutto buoni la preghiera è
propiziatoria
 mentre per i cattivi è consolazione dei vivi.
 Per Agostino dunque non c’è nessuno escluso
dalla commemorazione.
 La dottrina agostiniana sulla prassi in uso trova
sviluppo in Gregorio Magno. Egli ritiene che il
purgatorio possa essere “espiato” anche in terra.
Con Agostino si arriva alla convinzione che:
1) C’è una condizione intermedia tra condanna
e beatificazione
2) La Chiesa con le sue preghiere e i fedeli con
le opere di carità possono venire in
soccorso a coloro che sono defunti.
 Nel periodo medievale il purgatorio occupa
uno spazio rilevante, anche nel dibattito
• con orientali
• con protestanti
Le ragioni:
• suffragio dei defunti
• dottrina delle indulgenze (con la questione
dell’autorità papale)
• dottrina della penitenza.
Questioni medievali sul purgatorio
1) La localizzazione del purgatorio
sec. XII
 Con Agostino “purgatorium” era l’aggettivo di
fuoco; ora si introduce il sostantivo
purgatorium per indicare un “luogo di
purificazione”
 si tende ad individuare un luogo, si parla di
locus purgatorii o di purgatorium.
 se per Gregorio Magno la pena si scontava nel
“luogo umano” (ad es. la relazione con una
persona) in cui si aveva peccato, ora il
purgatorio è un “luogo fisico”.
Gradualmente si sviluppano problematiche
rappresentazioni del purgatorio
come luogo geograficamente localizzabile
con punizioni stabilite su un piano giuridico
(sistema delle wergeld):
l’immagine del fuoco come una descrizione
obiettiva: temperature misurabili con strumenti
 l’evento della purificazione si configurò
come
“una gigantesca struttura per torture in
cui vengono punite creature che urlano,
si lamentano e sospirano”
(L. Boros)
2) La dimensione penale del purgatorio
Si distingue (cf Pietro Lombardo) tra due effetti del peccato:
• reatus culpae: il peccato come avversione a
Dio che è il Bene eterno
• reatus penae: il peccato come adesione
disordinata alla creatura che è un bene
temporale
• causa un disordine che rimane nell’uomo
anche dopo il perdono
 sono le reliquie dei peccati, cioè gli strascichi,
le conseguenze antropologiche del male
La colpa eterna è rimessa dalla misericordia di
Dio (con l’assoluzione sacramentale) con cui la
grazia operante giustifica l’uomo
La pena temporale spetta alla grazia
cooperante (sinergia)
che coopera con l’uomo nel bene operare
 non si può togliere da un uomo la realtà del
peccato senza che la sua volontà accetti
l’ordine della divina giustizia
Tommaso non ha un concetto di pena
vendicativa, ma sostiene il valore di pena
medicinale:
rimossi gli atti peccaminosi è risanato l’effetto
del peccato nella volontà, ma si richiede
ancora la pena (penitenza) per guarire le
altre potenze dell’anima sconvolte dal
peccato, mediante “medicine contrarie”
si richiede la pena anche per ristabilire
l’equilibrio della giustizia e per togliere lo
scandalo altrui, in modo da edificare con la
pena coloro che furono scandalizzati per la
colpa.
• il reatus penae viene tolto con la satisfactio
Pietro Lombardo lega la dottrina del
purgatorio al reatus penae
• Il purgatorio con la satispassio produce una
purificazione totale dei peccati
Il purgatorio è luogo di pene espiatrici per le
persone che al tempo della morte non hanno
raggiunto una purificazione completa
 L’idea è che non si possono lasciare impunite
le pene, residuo della colpa già perdonata
Gli scolastici distinguono tra
• satisfactio
• satispassio
Per il purgatorio non si parla più di satisfactio,
ma di satispassio.
a sottolineare che in ultima analisi ciò che
purifica il soggetto è la pena
ma egli la subisce passivamente senza poter
far niente
la persona non soddisfa in purgatorio,
laddove non c’è più esercizio attivo della liberta,
ma la pena appunto è “subita” (“passività”)
 Il magistero medievale ripropone la dottrina
scolastica in tre aspetti fondamentali:
il luogo – le pene – il fuoco
La dottrina occidentale su che testi si fondava?
Mt 12,32: “A chiunque parlerà male del Figlio
dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia
contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in
questo secolo, né in quello futuro”
 se questo peccato non può essere perdonato
nemmeno nel secolo futuro (dopo la morte) vuol
dire che c’è qualche peccato che invece può
essere perdonato nel secolo futuro
1Cor 3,13-18: si verrà salvati come attraverso
un fuoco.
Gli orientali non accettano questa dottrina
 innanzitutto circa il luogo, secondo loro la
celebrazione della divina liturgia è il vero
luogo di purificazione (gli antichi pagani
mettevano una moneta per il transito dopo la morte
nella bocca del morto; i cristiani l’uso di mettere
l’ostia consacrata nella bocca del morente)
 secondo la loro visione non si tratta di “pene”
ma di aiuto nel processo di avvicinamento
a Dio attraverso la preghiera ecclesiale
 non riescono ad accettare la visione del
fuoco purificatore, per timore di un ritorno
all’apocatastasi (una volta ultimata la
purificazione)
Il Concilio di Firenze: nella Bolla di unione con i
greci Laetentur caeli (6 luglio 1439)
In questo testo si dice che:
Le anime degli uomini che sono morti nella carità
e con animo pentito prima di aver compiuto
una degna penitenza dei loro peccati, sono
purificate dopo la morte con pene purgatorie
 accanto alla possibilità della remissione della
pena temporale in questo mondo tramite le
opere di conversione/soddisfazione
 esiste una purificazione ultraterrena mediante
le pene purgatorie, cui la chiesa concorre con
l’intercessione e il sacrificio eucaristico
 cade la dimensione locale del purgatorio
 si parla di pene purgatorie e non più di
purgatorio (si mantiene quindi la dimensione
penale)
 non emerge l’idea del fuoco del purgatorio
che è una traduzione di ignis purgatorius che
meglio è tradotto con fuoco purificatore
Due i motivi per cui si evita l’espressione:
1) Per non localizzare il processo della
purificazione
2) Per il molteplice significato metaforico del
termine immaginifico “fuoco” che compare
nella Scrittura
La definizione di Firenze resta l’intervento
normativo sul purgatorio
Le chiese occidentale e orientale convergono
circa:
a) L’idea della purificazione in generale
b) L’allusione dell’eucaristia e l’intercessione
della Chiesa (non si parla delle indulgenze)
 Gli ortodossi non riconoscono la possibilità
che la purificazione ultraterrena avvenga
mediante la pena e le indulgenze per i
defunti (vedi dottrina della Penitenza
“canonica” antica)
I riformatori negano la possibilità di un
“purgatorio”
- Luterno: “l’esistenza del purgatorio non si può
provare con nessuno scritto canonico”
NB: nelle discussioni i cattolici usano il testo di
2Mac 12,38-45, considerato dai protestanti
soltanto come deuterocanonico
- Calvino: predicando il purgatorio si cerca di
giustificarsi altrove che in Cristo.
Il concilio di Trento
Decreto sul purgatorio (3-4.12.1563):
- Le anime dei defunti vengono aiutate con le
preghiere e soprattutto col sacrificio della
messa
- I vescovi si preoccupino che questa fede sia
insegnata e predicata
Condanna:
 le elaborazioni fantasiose = le curiosità
 le pratiche di pietà di sapore magico = la
superstizione:
Es.: con una determinata somma di preghiere
o di denaro si riteneva di poter acquistare la
liberazione di un’anima dal purgatorio
oppure la riduzione del suo periodo di pena
(calcolabile cronologicamente in modo
esatto: 2000 giorni)
qui il rifiuto in toto della dottrina del
purgatorio da parte dei Riformatori
 le vuote speculazioni = voler speculare
sull’aldilà giocando sulla paura
 Ermeneutica teologica contemporanea
Perché il Purgatorio?
Nella gran parte degli uomini rimane presente
nel più profondo della loro essenza un’ultima
apertura interiore per la verità, per
l’amore, per Dio. Nelle concrete scelte di
vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi
compromessi col male. Molta sporcizia copre
la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete
e che, ciononostante, riemerge sempre di
nuovo da tutta la bassezza e rimane presente
nell’anima. Che cosa avviene di simili individui
quando compaiono davanti al Giudice?
(Benedetto XVI, Spe salvi)
Vista la complessità dell’esistenza con tutte
le sue ambiguità è impossibile contentarsi
dell’alternativa «o paradiso o inferno».
La fede nella purificazione ultraterrena è una forma
di speranza in un “terzo ambiente” accanto al
paradiso e all’inferno (quelli accusati di non essere “né
freddi, né caldi”: Ap 3,15).
Affinché non succeda che “per tutta l’eternità quell’io che sono in effetti debba
salutare tristemente quell’io che avrei
potuto diventare” (K. Rahner).
 Alla fine della vita, nonostante le imperfezioni,
avrò la possibilità di diventare ciò che avrei
dovuto/voluto essere.
Contenuti circa la purificazione post-mortem:
 L’uomo può sperare di essere liberato
dopo la morte (o nella morte) dalla colpa che è
in lui, dalle alienazioni, deformazioni e atrofie
che ne derivano per il suo essere, di
completare la sua penitenza terrena.
 Poiché la morte significa la fine della storia
di decisione della persona («la fine dello stato
di peregrinazione»)
 tale purificazione non può essere praticata
dalla persona stessa; gli accade viene
ricevuta, si è passivi: è resa possibile solo
dalla forza della resurrezione di Cristo (è subita)
questa «operazione-verità» su se stessi non
è compiuta dagli stessi morti, con mezzi che
sarebbero loro propri: i morti non possono
cambiare ciò che sono stati
possono lasciare che Dio li modifichi nel loro
rapporto con il loro passato, segnandoli col
suo amore e il suo perdono, per condurli alla
verità.
 La purificazione può essere definita come
«sofferenza per il compimento».
Essa è beatificante (perché libera e
perfeziona): è gioia per l’Amore intravisto
e insieme dolorosa perché libera dalle conseguenze del peccato che sono diventate parte
dell’io, dalle ultime carenze che ancora si
oppongono alla visione e al godimento di Dio
solo perché tale crescita nella verità di sé (che
l’amore di Dio “produce”) è dolorosa possiamo
parlare di una sofferenza nel purgatorio
L’idea di pene aggiuntivamente inflitte da
Dio non è né necessaria, né ragionevole; anzi
contraddice il messaggio biblico
Non un castigo ma la grazia di una
metamorfosi in vista del compimento della
conversione totale
Che avviene non senza la mediazione di
Cristo
 che ha salvato gli uomini col suo mistero
pasquale
e che li purifica integrandoli definitivamente
nel suo corpo glorificato
È necessario parlare ancora di pene purgatorie?
La distinzione tra colpa e pena fu per lungo
tempo ignota alla teologia (cfr. la patristica)
I medievali pensano al purgatorio come
purificazione ultraterrena dei residui del
peccato (peccati veniali e pene temporali)
Rilettura meno estrinsecista e più antropologica:
La pena temporale è concepita dalla teologia
moderna come una conseguenza dolorosa
scaturente dall’essenza del peccato e non
come una pena inflitta positivamente da Dio
 purificarsi implica un
processo di integrazione della complessa realtà
umana nella decisione fondamentale che il
soggetto ha preso durante la sua vita in
favore di Dio; processo che si compie dopo la
morte (K. Rahner)
Davanti allo sguardo di Cristo si fonde ogni falsità. È
l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci
libera per farci diventare veramente noi stessi. Le
cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi
paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel
dolore di questo incontro, in cui l’impuro ed il
malsano del nostro essere si rendono a noi
evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco
del suo cuore ci risana mediante una trasformazione
certamente dolorosa «come attraverso il fuoco». È
un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore
ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine
di essere totalmente noi stessi e con ciò
totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la
compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo
di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non
ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti
protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore
(Benedetto XVI, Spe salvi)
 La misura della necessaria purificazione è
proporzionata alla misura d’amore evangelico e
di conversione già posti in atto (o non posti in
atto) nella vita terrena.
È chiaro che la «durata» del purgatorio che
trasforma non la possiamo calcolare con le
misure cronometriche di questo mondo. Il
«momento» trasformatore di questo incontro
sfugge al cronometraggio terreno – è tempo
del cuore, tempo del «passaggio» alla
comunione con Dio nel Corpo di Cristo.
(Benedetto XVI, Spe salvi)
 La preghiera d’intercessione e le
buone azioni dei cristiani
compiute “in memoria” dei defunti li
sostengono in questo evento di purificazione
Luogo cristiano per eccellenza della memoria è
il memoriale eucaristico che crea comunione
tra tutti i redenti in Cristo
nell’evento purificatore con Cristo l’io non è
singolo e isolato:
Vige un vitale consorzio tra i credenti viatori, i
beati e coloro che sono nella condizione di
purificazione (LG nn. 49-51)
Ragioni:
La dipendenza della vita terrena da altri:
 il sostegno dato o mancato fu decisivo per lo
sviluppo delle mie facoltà umane-spirituali
 “altri” sono stati mediazione per l’incontro con
Dio
 il ricordo amoroso di queste persone sarà un
sostegno importante per l’apertura progressiva del soggetto verso Dio (oppure mancherà)
correggere però il presupposto falso di un
giudice che punisce dall’esterno e dev’essere
mitigato dalla preghiera di intercessione.
Le nostre esistenze sono in profonda comunione
tra loro, mediante molteplici interazioni sono
concatenate una con l’altra.
Così la mia intercessione per l’altro non è
affatto una cosa a lui estranea, una cosa
esterna, neppure dopo la morte.
Nell’intreccio dell’essere, il mio ringraziamento a
lui, la mia preghiera per lui può significare una
piccola tappa della sua purificazione
(Benedetto XVI, Spe salvi)
 Come ripensare la rappresentazione del
purgatorio?
veniva intesa come un luogo
 è ovviamente possibile intenderla come uno
stato
lo si definiva come purificazione espiatrice o
emendamento
 è più coerente concepire il purgatorio meno
come una sanzione (le pene purgatorie),
sempre minacciata di apparire esteriore
all’uomo, e più come un’operazione-verità.
Il purgatorio non è una punizione, bensì una
riassunzione del significato del proprio
passato sotto lo sguardo di Cristo-Verità
 coloro che sono trapassati dopo una vita
cristiana imperfetta
 ora capiscono veramente con chiarezza e
lucidità, quanto la loro storia sia stata
segnata dal peccato
e come loro stessi si percepiscono ancora
intaccati da relazioni disordinate che non si
muovono nella direzione della carità divina
 nel desiderio di superare “ciò che manca alla
carità” per poter accedere nella visione di Dio
che è Amore, incompatibile con il suo contrario.
Se questo discorso vi è piaciuto e vi sembra
valido, sappiate che è fatto da un uomo che
si è messo in ginocchio prima di farlo e
anche dopo, per pregare quell’essere
infinito e senza parti al quale egli
sottomette tutto il suo essere e, dunque, la
forza di questo discorso si accordi con
questa umiliazione
(PASCAL, Pensieri 223)
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