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Progetto Co.Al.Ta. II
Sintesi dei risultati
Presentati nell’ambito del Progetto Di.Al.Ta. II
“Divulgazione delle colture alternative al tabacco”
Finanziato dalla Comunità Europea
Regolamento CE n. 2182/2002
con vigilanza tecnica del
Ministero delle Politiche Agricole Alimemtari e Forestali
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Progetto Co.Al.Ta. II 1
Il progetto Di.Al.Ta 2 - Premessa
Il progetto Di.Al.Ta 2 si inserisce in un ciclo di progetti coordinati dall'ex Istituto Sperimentale del
Tabacco ora Unità di Ricerca per le Colture alternative al Tabacco di Scafati (Sa).
I progetti nascono per affrontare le tematiche derivanti della riforma della PAC (Politica Agricola
Comune) del giugno 2003 e delle problematiche ad essa connesse.
Con la riforma della PAC si è inteso privilegiare il produttore piuttosto che il sostegno al prodotto, trasferendo la maggior parte del finanziamento disponibile dal sistema corrente al "pagamento unico aziendale". La riforma permette di trasferire risorse dalle misure di mercato allo sviluppo rurale ed inoltre,
essendo il pagamento unico condizionato al rispetto di norme ambientali, assicura il mantenimento degli
alti standard di prodotto che i consumatori mostrano di desiderare.
La separazione tra l'erogazione dei fondi strutturali dell'UE ed il tipo di produzione ha riguardato
anche la coltura del tabacco. Ciò ha messo in allarme gli operatori del settore nonché il Ministero delle
politiche agricole, data l'importanza socio - economica del tabacco in Italia, che è coltivato su una superficie complessiva di circa 40.000 ha, con una produzione media di 3,42 t ha-1 (Istat, 2003).
Pertanto, il Consiglio dei Ministri dell'agricoltura dell'Unione Europea, in particolare grazie all'impegno del Ministro dell'Agricoltura italiano, per non creare un traumatico abbandono della coltura con serie
ripercussioni economiche ed occupazionali, ha raggiunto, nell'aprile del 2004, un accordo per riformare
il settore del tabacco, mantenendo per il 2005 lo status quo ed attivando dal 2006 al 2010 il disaccoppiamento parziale degli aiuti.
Il problema, tuttavia, è stato spostato nel tempo ma non accantonato. Il mancato sostegno alla coltivazione di tabacco per combattere il tabagismo, infatti, potrebbe portare al graduale "smantellamento"
della tabacchicoltura italiana. È quindi opportuno prevedere in anticipo la riconversione della coltura ed
il diverso utilizzo delle superfici agricole attualmente coltivate a tabacco.
In tale contesto è già in corso di svolgimento a partire dal 25 giugno 2004 il progetto Co.Al.Ta
(Colture Alternative al Tabacco) con lo scopo di individuare, con un approccio multidisciplinare di taglio
socio-economico ed agronomico, delle alternative al tabacco per le zone rientranti nelle province di
Salerno e Benevento per la regione Campania e di Brindisi e Lecce per la regione Puglia. Con il progetto Co.Al.Ta.2 la ricerca si è ulteriormente estesa alle regioni Umbria, Veneto e Toscana ed alle aree della
Campania non interessate dal primo Co.Al.Ta.
Sulla scia del primo Co.Al.Ta è stato successivamente varato il progetto Di.Al.Ta (Divulgazione delle
colture Alternative al Tabacco) con lo scopo di realizzare un centro servizi capace di effettuare azioni di
orientamento ed assistenza per i produttori che intendono abbandonare la produzione del tabacco nelle
zone coperte dal progetto Co.Al.Ta.
Obiettivo principale del progetto DiAlTa2 è di migliorare i servizi già offerti da DiAlTa e di estenderli alle zone interessate dal progetto Co.Al.Ta2 (quindi Campania, Toscana, Umbria e Veneto). In particolare, il miglioramento dei servizi esistenti implicherà quanto segue.
* Potenziare il centro servizi già realizzato nell'ambito di Di.Al.Ta con funzionalità avanzate di
videoconferenza, user profiling e information filtering profile-based per incrementare l'efficacia e l'efficienza degli interventi di formazione e tutorato a distanza oltre che per rendere più proficue le ricerche di
informazioni sia all'interno che all'esterno della base di conoscenza del sistema massimizzando il matching tra informazione ricercata e documenti reperiti.
* Accrescere la base di conoscenza ed il portfolio formativo del centro servizi sia integrando i risultati derivanti dal progetto Co.Al.Ta2 (afferenti alla nuove regioni), sia attraverso la realiz-zazione e l'integrazione di materiale specifico (di tipo informativo e formativo) contestualizzato sulle nuove realtà territoriali da coinvolgere nel progetto.
* Realizzare materiale divulgativo prevedendo la realizzazione di schede informative descriventi
ciascuna delle colture alternative al tabacco e la produzione di filmati da distribuire in formato DVD
Video illustranti la problematica delle riconversione, le caratteristiche delle principali attività alternative,
le tecniche agrozootecniche, le opportunità del mercato, ecc.
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Premessa
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Il progetto si è sviluppato in due fasi.
Con la fase preparatoria è stata potenziata l'infrastruttura tecnologica già realizzata nel corso del
primo Di.Al.Ta per ampliare la base di conoscenza relativa alle aree di produzione del tabacco di competenza del progetto. Inoltre, in questa fase, si è svolta l'attività di formazione rivolta al personale destinato all'assistenza e alla consulenza a supporto dei tabacchicoltori.
La fase esecutiva, invece, ha rappresentato il momento di confronto diretto con i vari attori del mondo
del tabacco coinvolti nei processi di riforma in corso.
Attraverso incontri tematici, tavole rotonde e workshop è stato esaminato lo stato della conoscenza
dei problemi attinenti la riconversione, in particolare c'è stato uno scambio di informazioni che ha permesso agli esecutori del progetto di individuare le esigenze dei tabacchicoltori e rilevare la disponibilità
al cambiamento. Inoltre, durante gli incontri il progetto ha realizzato approfondimenti erogati attraverso
la piattaforma informatica e distribuito materiale divulgativo e informativo.
L'attività è stata quindi caratterizzata da azioni di input ed output che hanno costituito un possibilità
reale di confronto con l'obiettivo di far aumentare la consapevolezza del cambiamento e proporre alcune tra le possibili soluzioni ai tabacchicoltori sensibili ad un processo di diversificazione.
Supervisore Di.Al.Ta2
Vincenzo La Croce
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Progetto Co.Al.Ta. II 3
Il progetto Co.Al.Ta 2 - Premessa
Con la riforma della Politica Agricola Comune, ratificata nel giugno 2003, si è inteso sostenere il produttore piuttosto che il prodotto, trasferendo la maggior parte del finanziamento disponibili dal sistema corrente al pagamento unico aziendale. Tale riforma permette di trasferire risorse dalle misure di mercato
allo sviluppo rurale ed inoltre, essendo il pagamento unico condizionato al rispetto di norme
ambientali,assicura il mantenimento degli alti standard di prodotto che i consumatori mostrano di desiderare.
La separazione tra l'erogazione dei fondi strutturali UE ed il tipo di produzione (disaccoppiamento)
riguarda anche la coltura del tabacco. Pertanto, il Consiglio dei Ministri dell'Unione Europea, grazie
anche all'impegno del Ministro dell' Agricoltura italiano, per non creare un traumatico abbandono della
coltura con serie ripercussioni economiche ed occupazionali, ha raggiunto, nell'aprile del 2004, un accordo per riformare il settore del tabacco, introducendo dall'anno 2006 il disaccoppiamento parziale degli
aiuti. Il problema, tuttavia è stato spostato nel tempo ma non accantonato.
Il mancato sostegno alla coltivazione di tabacco per combattere il tabagismo, infatti, potrebbe portare al graduale smantellamento della tabacchicoltura italiana. Tale periodo dovrebbe consentire un graduale adattamento verso altri usi della superfici agricole attualmente coltivate a tabacco. Il sostegno allo sviluppo di iniziative specifiche per il passaggio dei tabacchicoltori ad altre attività agricole rientra pienamente tra le finalità del fondo comunitario del tabacco e negli orientamenti della politica agricola comunitaria e nazionale.
La dotazione finanziaria del fondo ha consentito l'attività dei progetti Co. Al. Ta 1 e 2 e dei progetti
divulgativi Di. Al. Ta. 1 e 2. I progetti Co. Al. Ta. hanno affrontato in maniera sistematica il problema
delle alternative per le aree italiane a tabacchicoltura. L'obiettivo del progetto Co. Al. Ta. 2 è stato quello di sostenere la riconversione dei produttori di tabacco verso altre produzioni o attività, ai sensi del
Regolamento CE n. 2182 del 6 dicembre 2002 (art. 14, lettera a) attraverso l'analisi e la verifica sperimentale di alternative di produzione vegetale che, valorizzando le risorse disponibili, forniscano comparabili possibilità di remunerazione dei fattori produttivi.
Le aree considerate allo scopo sono state il Salento e le aree tabacchicole delle seguenti regioni:
Campania, Umbria, Toscana e Veneto.
Il progetto ha cercato di individuare con approccio multidisciplinare, di taglio economico, agronomico e zootecnico delle alternative al tabacco, tenendo conto delle produzioni tradizionali nelle zone interessate alla riconversione, della possibilità di una loro diffusione sul territorio, nonché delle opportunità
offerte da nuove produzioni da introdurre, valutando i connessi aspetti economici, agronomici, zootecnici ed agrotecnici.
A tale scopo il progetto comprende le seguenti linee di attività:
1 - studi dei contesti tabacchicoli, che approfondiscono ed estendono a nuove aree le indagini intraprese con il precedente progetto COALTA.1;
2 - valutazione delle possibilità di filiere alternative di produzione vegetale e verifica di alcuni
modelli produttivi;
3 - valutazione delle possibilità di produzioni zootecniche e servizi ambientali e verifica di relativi
modelli;
In particolare, gli aspetti del progetto sono stati curati dalle seguenti Unità Operative U.O.:
1) C.R.A.- CAT- Unità di ricerca per le colture alternative al tabacco, che vedrà impegnate tutte le
sue sedi (Scafati, Lecce, Roma e Bovolone)
2) CNR-ISAFoM - Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo, Ercolano
3) CNR-IGV-Istituto di Genetica Vegetale, Sezione di Perugia,
4) Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambiental-Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee,
Università degli studi di Perugia
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4 Cozzolino et al
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Risposta del pomodorino ciliegino..
5) Istituto Agronomico per l'Oltremare di Firenze,(istituzione del Ministero degli Esteri)
6) CIRSEMAF Centro Interuniversitario di ricerca sulla selvaggina e sui miglioramenti ambientali a fini faunistici di Firenz.
7) CRA - ORT Centro di ricerca per l'Orticoltura di Pontecagnano
Nello specifico la la linea di lavoro 1 si raccorderà con il parallelo progetto INEA per lo studio degli effetti della normativa comunitaria e nazionale e degli aspetti socio-economici della riconversione della filiera del tabacco (progetto RIPTA).
Il Direttore del CRA-CAT
Renato Contillo
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Progetto Co.Al.Ta. II 5
Il cavolfiore estivo-autunnale per le aree tabacchicole campane
Cozzolino E, Leone V, Lombardi P
Introduzione
Il cavolfiore è la crucifera più coltivata in Italia,
con circa 18.000 ha nel 2007 (dati ISTAT), localizzati soprattutto in Campania, Marche, Puglia e
Sicilia. In Campania prevale la produzione invernale-primaverile. Le prove descritte in questa nota
hanno mirato a verificare la produttività di ibridi a
ciclo precoce e medio di cui due a corimbo colorato, oggetto di crescente domanda, per produzioni
estivo-autunnali nelle aree tabacchicole irrigue,
suscettibili di colmare carenze relative di offerta.
Materiali e metodi
Le prove sono state condotte in tre località
(Sparanise, Portico e Venticano) secondo lo schema del confronto varietale, saggiando 14 ibridi in
un disegno a blocchi completi con tre repliche per
località e parcelle di 12 m2 (4 file con disposizione
70x50cm, corrispondente a una densità di 28.500
piante/ha)(www.sinab.it). Il trapianto è stato eseguito nella terza decade di luglio su terreno concimato con 33 unità/ha di N, integrando con altre 67
unità/ha due settimane dopo. Le condizioni di
caldo intenso del periodo hanno reso necessario
anticipare l'inizio dell'irrigazione, che è stata condotta con modalità e turni diversi per zona. Le colture sono state protette seguendo il disciplinare di
difesa integrata della Regione Campania e non è
stato effettuato nessun intervento di diserbo.
La determinazione della resa si è basata sulle
piante delle due file centrali delle parcelle ed è stata
integrata con misure dello sviluppo vegetativo. Le
misure ponderali sono state eseguite su corimbi
convenzionalmente defogliati, ovvero privati di
tutte le foglie avvolgenti ad eccezione delle più
interne. Le risposte sono state analizzate in relazione ai trattamenti per singolo ambiente con un
modello a effetti fissi e globalmente per la specie
con un modello a effetti casuali per quantificare la
variazione delle risposte considerate a livello di
specie. L'analisi dei dati e la rappresentazione grafica dei risultati sono state eseguite nell'ambiente R
CRA-CAT, Unità di ricerca per le alternative al tabacco,
Via P. Vitiello 108, 84018 Scafati(SA),
e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
(R Core Team, 2007), utilizzando anche funzioni
dei pacchetti contribuiti lme4 (Bates, 2007) e
Hmisc (Harrell, 2007).
Risultati e discussione
La stagione di coltivazione è stata caratterizzata da
un andamento termopluviometrico sfavorevole per la
coltura dalla fase di trapianto fino alla prima decade
di settembre, con temperature elevate ed assenza di
piogge utili in tutte e tre le zone.
I livelli di resa in corimbi defogliati sono variati tra 25 e 48 t/ha, prevalentemente per differenze
varietali, mentre la capacità produttiva media dei
tre ambienti è risultata comparabile nelle condizioni stagionali sperimentate (tab. 1 e fig.1). In analoghe condizioni climatiche e pedologiche, per una
varietà scelta a caso tra quelle saggiate si può prevedere una produzione prossima alle 40 t/ha in un
ciclo di circa tre mesi. Rese elevate, ma con una
certa oscillazione tra gli ambienti, sono state fornite dalle cultivar Concept, Delfino, Flamenco, Elby
e Graffiti, mentre tra le meno produttive sono risultate Clima, Megha e ISI 16037, anche queste con
sensibili variazioni tra gli ambienti (la graduatoria
a Venticano e Portico è stata ribaltata a Sparanise).
Le cultivar con livelli intermedi di resa hanno
mostrato maggior consistenza di comportamento
tra gli ambienti.
La produttività è positivamente correlata con la
lunghezza del ciclo colturale, che a sua volta si è
allungato di una decina di giorni con l'abbassamento della temperatura media dalle zone casertane
all'area avellinese, riducendo peraltro solo marginalmente la produzione (fig. 2).
Tab. 1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per il prodotto totale, il
volume del corimbo, l’altezza e la lunghezza del ciclo colturale.
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Valutazione agronomica della soia
6 Cozzolino et al
Megha e Clima si distinguoVenticano
Sparanise
Portico
no dalle altre cultivar per la preConcept
Delfino
cocità, che ha consentito di conFlamenco
Elby
cludere il ciclo in due mesi nelle
Graffiti
Oceano
zone più calde di Portico e
Candido
Sparanise e in 70 giorni a
Nemo
Cashmere
Venticano. Prossima per precociMilkyway
W.Flash
tà è anche la W.Flash, che nel
Isi16037
Megha
complesso è risultata leggermenClima
te più produttiva. Questa caratte25 30 35 40 45 50
25 30 35 40 45 50
25 30 35 40 45 50
ristica rende le cultivar molto
Prodotto totale (t/ha)
interessanti per l'ambiente colli- Fig. 1. Prodotto di corimbi defogliati per cultivar e zona, con barre di confidenza al 95%.
nare dei tabacchi scuri, anche se i
livelli di resa sono ai limiti inferiori della graduatoria.
Elb
Per fornire comparabili livelli di resa Cashmere,
Grf
Elb
220
Milkyway e ISI 16037 hanno richiesto da venti giorCnc
Clm
ni a un mese di coltivazione in più.
Cnc
Ocn Dlf
Grf
200
La dimensione del corimbo è risultata relativaOcn Elb
Cnc
Flm
mente indipendente dallo sviluppo in altezza della
Csh
Grf
V
Mlk
Flm
Cnd
Flm
P
180
pianta, maggiore nell'ambiente più caldo di Portico e
W.FDlf S I16Dlf
Mgh
W.F
W.F
Csh
MghMlk Cnd
Sparanise, nonostante il ciclo più breve (Fig. 3).I tipi
I16
I16
Mlk Cnd
Mgh
Csh
Nem
colorati ISI 16037 e Graffiti si sono caratterizzati per
160
Ocn Nem
Nem
un maggior sviluppo in altezza, mentre la cultivar
Clm
Clm
Milkyway ha presentato un portamento vegetativo
60
70
80
90
molto espanso, per il quale la densità d'impianto utiAltezza pianta (cm)
lizzata è risultata troppo alta. Grazie alla disponibili●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
Volume corimbo (ml)
●
Fig. 3. Relazione tra volume del corimbo e sviluppo della pianta. Zone e cultivar sono indicate con nomi abbreviati.
CncElb
Cnc
Elb
Ocn
Flm
Dlf
Dlf
Flm
Grf
Prodotto (t/ha)
45
Dlf
Cnd
Ocn
Nem
Cnd
Csh
Nem
P
S
40
35
Clm
Mgh
Mgh
W.F
W.F
30
Mlk
W.F
Csh
Mlk
Ocn
Flm
Grf
Grf
Cnc
Csh
Cnd
Mlk
NemI16
V
Elb
I16
I16
Clm
Mgh
Clm
25
60
70
80
cifere, come il colza, utilizzando in tal caso cultivar
precoci, che completano il ciclo entro ottobre. Nelle
aree più miti della provincia di Caserta possono essere utilizzate anche cultivar più tardive come coltura
principale a raccolta invernale-primaverile, in precessione ad oleaginose come girasole o soia.
90
100
Lunghezza ciclo (giorni)
Fig. 2. Relazione tra resa e lunghezza del ciclo. Zone e cultivar
sono indicate con nomi abbreviati.
Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i signori Gaetano
Piccirillo di Portico(CE), Clementina Izzo di Sparanise
(CE) e Gennaro Grasso di Venticano (AV), per l'assistenza alla conduzione dei saggi, e il dr Filippo Piro del
CRA-ORT di Pontecagnano (SA), per la collaborazione
all'analisi dei dati e alla presentazione dei risultati.
Letteratura citata
tà di cultivar con una discreta gamma di precocità la
coltivazione estivo-autunnale del cavolfiore nelle
aree tabacchicole irrigue della Campania può essere
praticata facilmente e fornire ai prezzi correnti ricavi
elevati. In una prospettiva di ordinamenti colturali
senza tabacco per le aree più interne il cavolfiore può
intercalarsi tra due cereali o avvicendarsi ad altre cru-
http://www.sinab.it/programmi/webcreate.php?id=898
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell Miscellaneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat. mc. vanderbilt. edu/s/Hmisc,
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www. R-project. org.
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Progetto Co.Al.Ta. II 7
Produttività del cavolo broccolo in coltura estivo-autunnale
nelle aree tabacchicole campane
Cozzolino E, Leone V, Lombardi P, Oppito G
Introduzione
Il cavolo broccolo viene oggi promosso dai nutrizionisti per il buon livello di sostanze antiossidanti, fibra alimentare (2,6%) e vitamine come riboflavina (1,8 mg/kg), tiamina (1,1 mg/kg), vitamina C
(1 g/kg), vitamina A, rame, fosforo, zolfo, acido
folico, acido citrico, acido lattico e composti che
sembrano contribuire alla diminuzione dell'incidenza del cancro dell'intestino (www.sinab.it). La
coltivazione è diffusa principalmente in Puglia,
Sicilia e Calabria. Negli ordinamenti orticoli da
considerare per indirizzi alternativi alla tabacchicoltura delle aree campane il cavolo broccolo non
può mancare, perché si colloca bene in avvicendamento e ha buone prospettive di domanda. Con
questo lavoro abbiamo verificato la produttività del
broccolo in due ambienti tipici di coltivazione dei
tabacchi chiari e scuri curati all'aria.
Materiali e metodi
La sperimentazione del broccolo è stata condotta nei
comuni di Portico e Venticano con otto cultivar a ciclo
precoce e medio precoce, scegliendo le classi di precocità per un ruolo intercalare fra due colture autunnovernine. Le cultivar sono state allevate secondo uno
schema di confronto varietale in un disegno a blocchi
completi con 3 repliche e parcelle di 11 mq (5 file a
70x40cm).
Il trapianto è stato eseguito nella terza decade di
luglio su un terreno sufficientemente dotato in P e K,
concimato con 33 unità/ha di N. Due ulteriori interventi di concimazione azotata con quantità simili sono
stati eseguiti in copertura, alla prima sarchiatura e alla
fase di abbozzo dell'infiorescenza. L'irrigazione è stata
effettuata con modalità e turni diversi per zona. La
difesa della coltura è stata effettuata seguendo le
"Norme tecniche per la difesa fitosanitaria ed il diserbo integrato delle colture" pubblicate dalla Regione
Campania.
La resa è stata determinata raccogliendo i corimbi
principali e i ricacci secondari delle tre file centrali
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA), Tel. 0818563611/37, Fax.
0818506206, e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
delle parcelle, dei quali sono stai rilevati peso, diametro ed altezza. La risposta è stata analizzata in relazione ai trattamenti per singolo ambiente con un modello
a effetti fissi e globalmente per la specie con un modello a effetti casuali per quantificare la variazione delle
risposte considerate a livello di specie. L'analisi dei
dati e la rappresentazione grafica dei risultati sono
state eseguite nell'ambiente R (R Core Team, 2007),
utilizzando anche funzioni dei pacchetti contribuiti
lme4 (Bates, 2007) e Hmisc (Harrell, 2007).
Risultati e discussione
La stagione di coltivazione è stata caratterizzata da
un andamento termopluviometrico sfavorevole per
la coltura dalla fase di trapianto fino alla prima decade di settembre, con temperature elevate ed assenza
di piogge utili. Nelle condizioni diversificate di
Portico e Venticano il broccolo ha mostrato una produzione di corimbi pari in media a 26 t/ha, con intervallo di confidenza al 95% di 23,9-27,3 t/ha, in un
ciclo di 65-94 giorni, a seconda della zona (tab. 1).
Le differenze ambientali non hanno influito in modo
sensibile sulla variabilità della produzione e sullo
sviluppo della coltura, mentre le differenze varietali
sono risultate considerevoli. Fiesta e Belstar a
Venticano e Marathon e Fiesta a Portico hanno fornito rese tra il 20% e il 35% più alte della cultivar
meno produttiva ISI 3055 (fig. 1). Il prodotto di
prima raccolta (corimbo principale) ha rappresentato in media circa il 60% del totale e il peso del
corimbo secondario è risultato positivamente correlato con quello del corimbo principale, ma il loro
Tab.1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per il prodotto totale, il prodotto principale (prima raccolta), il volume del corimbo principale
e la lunghezza del ciclo colturale.
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Produttività del cavolo broccolo..
8 Cozzolino et al
Peso corimbo principale (g)
rapporto è risultato abbastanza
Venticano
Portico
differenti tra le cultivar: le più
●
●
Fiesta
produttive (Marathon, Belstar e
●
●
Marathon
Fiesta) hanno dato corimbi secon●
●
Belstar
●
●
dari considerevolmente più grossi
Poseidon
●
●
delle altre cultivar e corimbi pri- Green Magic
●
●
Olympia
mari nettamente più piccoli di
●
●
Green Belt
Poseidon, quarta in ordine di pro●
●
ISI
3055
duttività, mentre le minori dimensioni del corimbo principale spie20
25
30
20
25
30
Prodotto totale (t/ha)
gano la bassa resa della ISI 3055
(fig. 2). Questi rapporti si sono Fig. 1. Prodotto totale di broccoli per cultivar e zona, con barre di confidenza al 95%.
modificati poco tra le due zone.
Tutte le cultivar hanno mostrato maggiore precoci- Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i Sig. ri Gaetano
tà nell'ambiente più caldo di Portico, dove partico- Piccirillo di Portico (CE) e Gennaro Grasso di Venticano
(AV), per l'assistenza alla conduzione dei saggi, e il dr
larmente Poseidon ha mostrato una notevole velo- Filippo Piro del CRA-ORT di Pontecagnano (SA), per la
cità di sviluppo vegetativo, tenuto conto delle collaborazione all'analisi dei dati e alla presentazione dei
dimensioni del corimbo principale (fig. 3). In risultati.
entrambe le località ISI 3055 ha fornito la prima
raccolta un paio di settimane prima delle altre culPsd
tivar. La coltivazione del cavolo broccolo è risulta500
ta complessivamente facile, data la rusticità della
Psd
specie, mostrata anche dalla comparabilità delle
Oly
450
rese tra i due ambienti. La coltura può essere conFst
GrB Fst
GrM
Mrt GrM Bls
siderata per cicli intercalari estivo-autunnali nelle
P
V
400
Bls Oly
GrB
aree più interne, esemplificate da Venticano, e per
Mrt
cicli autunno-vernini nell'area casertana.
350
300
Peso corimbi secondari (g)
Mrt
180
60
70
80
90
Lunghezza del ciclo (giorni)
Fig. 3. Relazione tra peso del corimbo principale e lunghezza del
ciclo. Zone e cultivar sono indicate con nomi abbreviati.
Fst
Bls
Fst
Bls
160
IS3
IS3
Mrt
140
Psd
VP
Oly
Psd
Oly
GrB
120
GrM
GrM
100
IS3
IS3
300
GrB
350
400
450
500
Peso corimbo principale (g)
Fig. 2. Relazione tra pesi dei corimbi secondario e principale.
Zone e cultivar sono indicate con nomi abbreviati.
Letteratura citata
http://www. sinab. it/programmi/webcreate.
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell Miscel-laneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat. mc. vanderbilt. edu/s/Hmisc,
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www. R-project. org.
radicchio.qxp
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Progetto Co.Al.Ta. II 9
Primi risultati sulla coltivazione di radicchio e cicoria pan di
zucchero in areali tabacchicoli Campani
Raimo F, Cozzolino E, Leone V, Napolitano A, Oppito G, Vatore R, Vicidomini S
Introduzione
La cicoria da foglia è uno degli ortaggi più diffusi
in Italia, infatti, è coltivata in tutte le regioni
Italiane, la sua importanza è andata crescendo perché oltre al consumo tradizionale, è utilizzata nella
IV gamma, da sola o in miscela con altre verdure.
È un alimento a basso contenuto calorico, infatti,
contiene più del 90% di acqua, ma è ricco di vitamine, sali minerali e fibra. Queste caratteristiche ne
hanno favorito la diffusione nella dieta alimentare
producendo una maggiore richiesta da parte dei
consumatori, che ha ingenerato l'aumento delle
superfici coltivate. Nell'ambito del progetto
Co.Al.Ta. (Colture Alternative al Tabacco) sono
state eseguite prove di coltivazione in alcune aree
interne delle province di Avellino, Benevento e
Caserta.
Materiali e metodi
Nella primavera del 2007 sono state impiantate
nelle località di Frigento (AV), Portico (CE),
Sparanise (CE) e Venticano (AV) tre varietà di
radicchio rosso di Chioggia (Caspio, Indigo e
Leonardo) e due varietà di cicoria pan di zucchero
(Jupiter e Virtus). È stato adottato un disegno sperimentale a blocco randomizzato con tre ripetizioni. L'impianto è avvenuto nell'ultima decade di
aprile, a file, su prode rialzate, con densità d'impianto di 83.000 piante a ettaro. La quantità totale
di elementi fertilizzanti somministrati è stata di 100
kg ha-1 di N, 80 kg ha-1 di P2O5 e 90 kg ha-1 di K2O.
La coltivazione è avvenuta senza l'ausilio della
pacciamatura per cui durante il ciclo colturale si
sono rese necessarie sarchiature e scerbature per
l'eliminazione delle erbe infestanti. La raccolta è
avventa tra l'ultima decade di giugno e l'inizio di
luglio. A maturazione commerciale del prodotto
sono stati effettuati rilievi biometrici e ponderali
sulle parcelle. I dati sono stati analizzati utilizzando l'analisi della varianza (ANOVA).
C.R.A. - CAT - via P. Vitiello, 108 - Scafati (SA) - Tel. 081
8563611; Fax 081 8506206;
e-mail: [email protected]
Risultati
In località Frigento i risultati sono stati poco
soddisfacenti per quanto riguarda le varietà di
radicchio rosso, in particolare le varietà Caspio e
Indigo sono prefiorite prima di giungere a maturazione commerciale, mentre la varietà Leonardo pur
producendo cespi di dimensioni commerciali ha
presentato problemi legati alla presenza di marciumi del cespo che hanno influito sulla resa commerciale. Le varietà di cicoria pan di zucchero, hanno
presentato cespi di buone dimensioni, anche se la
varietà Jupiter ha presentato problemi di Tip burn.
Per quanto riguarda il radicchio rosso, si evidenzia
che le maggiori produzioni sono state ottenute a
Sparanise (graf. 1), località che presenta caratteristiche pedoclimatiche più favorevoli rispetto alle
altre, la varietà più produttiva è stata Leonardo che
ha raggiunto produzioni di 42,1 t ha-1, seguita da
Caspio; a Frigento la produzione della varietà
Leonardo è stata di 23,6 t ha-1. L'analisi statistica ha
evidenziato una differenza altamente significativa
per quanto riguarda la produzione fra le varie località, mentre l'interazione località * cv non ha
mostrato differenze significative. Anche per la
cicoria pan di zucchero la località con maggiori
rese è stata Sparanise, mentre la meno produttiva è
risultata Frigento (graf. 2) e la varietà più produttiva è stata Virtus con 64,4 t ha-1, pure in questo caso
vi è stata una differenza altamente significativa per
la resa tra le varie località, l'interazione località *
cv ha mostrato una differenza significativa. In
generale possiamo affermare che le produzioni
maggiori di tutte le cv si sono avute a Sparanise,
mentre le produzioni minori si sono avute a
Frigento.
I risultati ottenuti anche se limitati a un solo
anno e a un ciclo primaverile-estivo, ci consentono
di poter dare alcune indicazioni riguardanti le
varietà coltivate, infatti, per quanto riguarda la coltivazione delle cinque varietà nelle località di
Portico, Sparanise e Venticano, sono state ottenute
buone produzioni, mentre in località Frigento i
risultati sono stati inferiori alle attese.
radicchio.qxp
25/02/2008
10.29
Pagina 10
10 Raimo et al
Coltivazione del radicchio e della cicoria...
Grafico 1. Produzione commerciale delle tre varietà di radicchio
Bibliografia
Capuzzo P. (2000) - "Il radicchio rosso di Chioggia" L'Informatore Agrario n. 20
Tosini F. (2004) - "Le varietà di radicchio: confronto in Veneto"
- Supplemento a L'Informatore Agrario n. 52
Cozzolino E., Leone V., Raimo F., Zeno G. (2007) - "Possibilità
di coltivazione del radicchio e della cicoria (Cichorium
intybus L.) nelle aree irrigue del beneventano. Risultati
della sperimentazione 2006 in "Risultati finali del Progetto
Co.Al.Ta.", pag. 279-284.
Tesi R. (1994) "Principi di orticoltura e ortaggi d'Italia"
Edagricole, pag 246-250.
Grafico 2. Produzione commerciale della varietà “Pan di zucchero”
scarola.qxp
25/02/2008
10.30
Pagina 11
Progetto Co.Al.Ta. II 11
Indivia riccia e scarola a ciclo estivo-autunnale per le aree
tabacchicole casertane
Cozzolino E, Leone V, Interlandi G
Introduzione
L'orticoltura campana è contraddistinta da intensa
innovazione di processo e di prodotto e da nuovi
modelli di consumo. Il comparto ha esigenza di
diversificare le colture e migliorare la qualità delle
produzioni per conquistare nuovi sbocchi commerciali. Il mercato della IV gamma può rappresentare
una buona opportunità per il rilancio della coltivazione di indivia riccia e scarola, di nuovo in espansione in Campania, dopo una flessione nel triennio
2003-05. La possibilità di inserire queste specie in
ordinamenti per le aree tabacchicole che devono
fronteggiare la dismissione del tabacco è stata
valutata saggiando un campione di cultivar nella
provincia di Caserta.
Materiali e metodi
Le prove sono state condotte a Portico e a
Sparanise, su terreni fertili e irrigui, con sette cultivar di scarola e sette cultivar di indivia riccia,
secondo uno schema di confronto varietale in un
disegno a blocchi con tre repliche e parcelle di 6m2
(5 file con piante distanziate 40x30cm).
Il trapianto è stato eseguito il 20/7 a Sparanise
ed il 23/7 a Portico, su terreno concimato con 70
kg/ha di P2O5 e 20 kg/ha di N. In copertura sono
stati apportati ancora 80 kg/ha di N, seguendo le
raccomandazioni di Acciarri e Sabatini (2004). Il
controllo delle malerbe e la difesa della coltura
sono stati effettuati secondo le norme regionali per
la difesa fitosanitaria ed il diserbo integrato. La
resa è stata determinata sulla raccolta delle tre file
centrali delle parcelle, eseguita il 18/9 a Sparanise
e il 24/9 a Portico.
Le risposte sono state analizzate in relazione ai
trattamenti per singolo ambiente con un modello a
effetti fissi e globalmente per la specie con un
modello a effetti casuali per quantificare la variazione delle risposte considerate a livello di specie.
L'analisi dei dati e la rappresentazione grafica dei
risultati sono state eseguite nell'ambiente R (R
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA), Tel. 0818563611/37, Fax.
0818506206, e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
Core Team, 2007), utilizzando anche funzioni dei
pacchetti contribuiti lme4 (Bates, 2007) e Hmisc
(Harrell, 2007).
Risultati e discussione
L'andamento termopluviometrico del periodo di
coltivazione è stato caratterizzato dall'assenza di
precipitazioni utili e da temperature elevate.
Per l'indivia riccia la produzione media per cultivar è variata tra le 34 t/ha della Debora a Portico
e le 50 t/ha della Jennifer a Sparanise, mostrando
una graduatoria delle cultivar quasi simile nelle
due zone, peraltro simili come ambiente, con l'eccezione della Jennifer, risultata terza a Portico e
prima a Sparanise (fig. 1). Per la somiglianza dei
due ambienti la variabilità della resa è stata determinata per circa due terzi dalle differenze varietali
e per un terzo da differenze locali a livello di parcella (tab. 1). In tali circostanze la scelta varietale
incide notevolmente sul risultato della coltura.
Per l'indivia scarola la produzione media per cultivar è variata dalle 38 t/ha della Silva a Portico alle
63 t/ha della Kokita a Sparanise, mostrando un
appiattimento delle rese varietali su due soli livelli a
Portico contro una distribuzione relativamente uniforme nell'intervallo suddetto a Sparanise (fig. 2). A
parte l'appiattimento delle rese, a Portico si è avuta
una produzione notevolmente più bassa, causa una
gestione meno adeguata delle pratiche colturali e in
particolare dell'irrigazione per questo tipo, che non
ha consentito una piena manifestazione delle rispettive potenzialità alle cultivar che la possedevano.
Comunque le cultivar più produttive (Kokita, Dafne
e Full Heart) sono risultate tali in entrambe le zone.
Nonostante l'eccesso di caldo della stagione
non si sono avuti casi di prefioritura: la lunghezza
Tab.1.Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per il prodotto mondato e
il peso del cespo delle cultivar di indivia riccia e scarola.
scarola.qxp
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10.30
Pagina 12
Indivia riccia e scarola ...
12 Cozzolino et al
dello scapo fiorale è stata di 1-2cm per tutte le cultivar. Cuor d'oro tra le ricce e Fabula tra le scarole
hanno manifestato maggiore suscettibilità al tip
burn. L'imbianchimento è risultato buono per Cuor
d'oro, Isi38454 e Tirsa nel tipo riccio e per Kokita
nel tipo scarola. Le caratteristiche positive di adattamento e di qualità del cespo delle cultivar più
produttive consentono di considerare favorevolmente la specie per ordinamenti senza tabacco nell'area tabacchicola casertana.
Fig. 1. Produzioni medie di cespi di indivia riccia per cultivar e
zona, con barre di confidenza al 95%.
Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i signori Gaetano
Piccirillo di Portico e Maria Izzo di Sparanise per l'assistenza alla conduzione dei saggi nelle rispettive aziende,
e il dr Filippo Piro del CRA-ORT di Pontecagnano per la
collaborazione all'analisi dei dati e alla presentazione dei
risultati.
Letteratura citata
Fig. 2. Produzioni medie di cespi di indivia scarola per cultivar e
zona, con barre di confidenza al 95%.
Acciarri N, Sabatini E, 2004. Indivia e scarola. Il divulgatore
1:52-59.
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12, http://biostat.
mc. vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and Environment
for Statistical Computing. R Foundation for Statistical
Computing, Vienna, Austria, http://www. R-project. org.
fagiolo.qxp
25/02/2008
10.22
Pagina 13
Progetto Co.Al.Ta. II 13
Il fagiolo in coltura estiva per le aree tabacchicole campane
Cozzolino E, Leone V
Introduzione
Per verificare la produttività del fagiolo come
intercalare estiva per la produzione di baccelli allo
stadio ceroso nelle aree tabacchicole campane sono
state scelte cultivar raccomandate dai costitutori
per adattabilità e qualità merceologica.
Materiali e metodi
La valutazione è stata condotta su un terreno franco, fresco e fertile, a Portico di Caserta secondo lo
schema del confronto varietale, con 12 cultivar (3
di cannellino e 9 di borlotto), in un disegno a blocchi completamente randomizzati con 3 repliche e
parcelle di 15m2 (6 file di piante distanziate
50x10cm). La semina è stata eseguita in eccesso il
15 giugno con successivo diradamento manuale
per una densità finale di 20 piante/m2 (Cattivello e
Danielis, 2003). Data la buona dotazione del terreno in P e K è stata effettuata solo la fertilizzazione
azotata, con 60 unità/ha di N distribuito alla preparazione del terreno. L'irrigazione è stata effettuata
con modalità tipiche della zona e a turno fisso. Per
la protezione della coltura sono state seguite le
"Norme tecniche per la difesa fitosanitaria ed il
diserbo integrato delle colture" edite dalla regione
Campania.
La raccolta dei baccelli allo stadio ceroso è
stata effettuata dal 25 al 30 agosto sulle 2 file centrali delle parcelle determinando la resa in baccelli
commerciabili e di scarto e la resa in granella sgusciata. I dati di resa e di sviluppo delle piante sono
stati analizzati in relazione ai trattamenti per singolo ambiente con un modello a effetti fissi e globalmente per la specie con un modello a effetti casuali per quantificare la variazione delle risposte considerate a livello di specie. L'analisi dei dati e la
rappresentazione grafica dei risultati sono state
eseguite nell'ambiente R (R Core Team, 2007), utilizzando anche funzioni dei pacchetti contribuiti
lme4 (Bates, 2007) e Hmisc (Harrell, 2007).
CRA-CAT, Unità di ricerca per le alternative al tabacco,
Via P. Vitiello 108, 84018 Scafati(SA),
e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
Risultati e discussione
La stagione di coltivazione estiva è stata caratterizzata da un andamento termopluviometrico sfavorevole, con elevate temperature e totale mancanza di
pioggia fin dalla fase di emergenza. Nelle condizioni della prova i livelli medi di produzione di
baccelli e di granella allo stadio ceroso sono stati
rispettivamente di 14,6 e 7,4 t/ha, con una variabilità determinata per tre quarti dalle differenze
varietali (tab. 1). La produzione media per cultivar
di baccelli allo stadio ceroso è variata infatti tra 9 e
20 t/ha e quella di granella tra 5,5 e 10 t/ha (fig. 1).
Nelle condizioni della prova lo scarto, peraltro
abbastanza contenuto, è stato determinato più dalla
situazione locale, mentre lo sviluppo delle piante in
altezza è risultato, come il livello produttivo, un
carattere prevalentemente varietale.
Le cultivar di cannellino (Montalbano, Luxor,
Impero bianco) hanno fornito rese inferiori rispetto
alla maggior parte celle cultivar di borlotto in termini sia di baccelli che di granella, e tuttavia la
Montalbano è risultata superiore all'Impero bianco
per la produzione di baccelli, anche se non di granella. La cultivar di borlotto più produttiva
(XP0549) ha fornito il 67% in più di baccelli e il
43% in più di granella rispetto alla meno produttiva (Mistral). Montalbano tra i cannellini e Merit,
Granato e Lingua di fuoco tra i borlotti hanno
mostrato rese in sgusciato inferiori.
Oltre il 10% della produzione di baccelli è
risultata di scarto per Montalbano, Merit e
Splendido nano, mentre lo scarto non ha superato il
4% per XP0549 e Indios e l'8% per le altre cultivar
(fig. 2).La produzione di baccelli è risultata positivamente correlata con lo sviluppo in altezza della
Tab. 1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per il prodotto di baccelli
commerciabili allo stadio ceroso e relativa percentuale di scarto,
granella e l'altezza della pianta.
fagiolo.qxp
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Il fagiolo in coltura estiva ...
14 Cozzolino et al
pianta, anche se le cultivar più
baccelli
granella
XP0549
produttive (XP0549, Lingua di
Lingua di Fuoco
Fuoco e particolarmente TegSplendido nano
Teggia
gia) sono di taglia relativamente
Granato
bassa, mentre la meno produttiSupremo
va (Impero bianco) è di taglia
Indios
Merit
relativamente bassa (fig. 3).
Mistral
I risultati della prova si posMontalbano
Luxor
sono considerare particolarImpero bianco
mente soddisfacenti, tenuto
10
15
20
6
8
10
conto delle condizioni stagionat/ha
li piuttosto sfavorevoli in cui Fig. 1. Produzione per cultivar di baccelli con granella allo stadio ceroso o di granella secca,
sono stati ottenuti. La coltura si con barre di confidenza al 95%.
potrebbe quindi proporre nelle aree irrigue tabacchicole come coltura intercalare estivo-autunnale,
XP
in vista del crescente interesse per le leguminose da
20
Sn
LdF
granella come alimenti fonte di proteine vegetali e
Gr
18
della possibilità di coltivarle in condizioni di low
Tg
Sp
input (AA.VV., 1999).
●
●
●
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●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
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●
●
●
Ringraziamenti. Gli autori ringraziano il Sig. Gaetano
Piccirillo di Portico (CE) per l'assistenza alla conduzione del saggio e il dr Filippo Piro del CRA-ORT per la fattiva collaborazione all'analisi dei dati e alla presentazione dei risultati.
●
Baccelli totali (t/ha)
●
16
Mr
14
Mn
In
Ms
Lx
12
10
Ib
50
55
60
Altezza pianta (cm)
12
Fig. 3. Relazione tra produzione di baccelli e sviluppo della
pianta. Le cultivar sono indicate con nomi abbreviati.
Sn
Mn
Mr
Letteratura citata
Scarto (%)
10
8
Ib
Sp
Lx
Ms
6
Tg
Gr LdF
4
XP
In
10
12
14
16
18
20
Produzione di baccelli (t/ha)
Fig. 2. Relazione tra scarto e produzione di baccelli. Le cultivar
sono indicate con nomi abbreviati.
AAVV, 1999. Manuale di corretta prassi per la produzione integrata del fagiolo-3 A Parco Tecnologico Agroalimentare
dell'Umbria.
Cattivello C, Danielis R, 2003. Fagiolo determinato: risultati
delle prove di I livello. Notiziario ERSA 1: 22-24
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat. mc.vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www. R-project. org.
pomodoro.qxp
25/02/2008
10.28
Pagina 15
Progetto Co.Al.Ta. II 15
Risposta del pomodorino in areali tabacchicoli interni della
regione Campania
Cozzolino E, Leone V, Raimo F, Interlandi G, Napolitano A, Vatore R
Introduzione
Nell'ultimo decennio il pomodorino, per l'industria
e il mercato del fresco, ha avuto una discreta diffusione nelle aree interne della regione Campania,
incentivato dal cambiamento dei regimi di sostegno alle colture. I saggi finora condotti in tali aree
in regime asciutto hanno mostrato l'incostanza
della produzione e la sensibilità della coltura alle
condizioni climatiche (AAVV, 2003). Sperimentando la coltura del pomodoro nell'ambito delle
alternative considerate per la riconversione delle
aree a tabacco, abbiamo saggiato le più recenti
costituzioni di pomodoro ciliegino in regime irriguo ridotto a distribuzione localizzata.
Materiali e metodi
Un campione di 8 cultivar di pomodorino è stato saggiato per due anni (2006-2007) a Venticano e
Frigento, in provincia di Avellino, in un disegno a
blocchi completi con tre repliche e parcelle di 20 m2,
con una densità di 33.000 piante per ettaro. La coltura è stata concimata con 100 unità/ha di P2O5 e 30
unità/ha di N prima del trapianto, eseguito nella prima
decade di maggio. Dopo il trapianto sono state fornite 70 e 90 unità/ha di N, rispettivamente a Venticano
e Frigento. Per eliminare le infestanti sono state eseguite due lavorazioni superficiali. Per la difesa sono
state seguite le linee guida del Piano Regionale di
Lotta Fitopatologica Integrata. Le irrigazioni, con
manichetta forata autocompensante, sono state una
nel 2006 in entrambe le zone e tre a Venticano e due
a Frigento nel 2007. La raccolta è stata eseguita in
unica soluzione nella terza decade di agosto nel 2006
e nella seconda decade di agosto nel 2007.
Le risposte, determinate mediante osservazioni
sulle file centrali delle parcelle, sono state analizzate
in relazione ai trattamenti per singolo ambiente con
un modello a effetti fissi e globalmente per la specie
con un modello a effetti casuali per quantificare la
variazione delle risposte considerate a livello di specie. L'analisi dei dati e la rappresentazione grafica dei
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco
Via P. Vitiello 108 84018 Scafati(SA)Tel 0818563638 Fax
0818506206
e-mail:[email protected]
risultati sono state eseguite nell'ambiente R (R Core
Team, 2007), utilizzando anche funzioni dei pacchetti contribuiti lme4 (Bates, 2007) e Hmisc (Harrell,
2007).
Risultati e discussione
L'estate 2006 è stata sufficientemente piovosa, mentre quella del 2007 è stata calda e secca. La produzione commerciabile di pomodoro ciliegino nell'ambiente considerato ha raggiunto in media 40 t/ha,
con un intervallo di confidenza al 95% pari a 34-45
t/ha (tab. 1). La variabilità è stata determinata per
due quinti da diversità parcellari e per un due terzi
dalle differenze varietali e zonali in misura comparabile. L'ambiente ha mostrato scarsa influenza sul
peso unitario e sulla forma dei frutti, che costituiscono quindi un attributo spiccatamente varietale.
La produzione è stata generalmente superiore a
Venticano in entrambe le annate, ma è stata caratterizzata anche da una maggiore variabilità parcellare
(fig. 1). Le precipitazioni estive dell'anno 2006
hanno favorito lo sviluppo della coltura, ma anche
attacchi peronosporici che hanno abbassato la produzione. Tali attacchi sono stati particolarmente
gravi a Frigento e la cultivar Tamburino è risultata
particolarmente suscettibile. Il rischio peronospora è
stato minore nel 2007 e il livello produttivo del
campo di Frigento è stato soddisfacente, mentre a
Venticano un attacco di sclerotinia ha depresso la
produzione. Tombolino e Tomito sono risultate le
cultivar più produttive in tutti i saggi; Minidor,
Ovalino e Tamburino quelle generalmente meno
Tab.1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per la produzione commerciabile di pomodoro ciliegino, il peso unitario e il rapporto lunghezza/larghezza del frutto
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Pagina 16
Risposta del pomodorino ciliegino..
16 Cozzolino et al
produttive. Le cultivar con livello
Frigento
Frigento
Venticano
Venticano
2006
2007
2006
2007
produttivo intermedio hanno
Tombolino
mostrato risposte alquanto disoTomito
Mignon
mogenee tra gli anni a Frigento.
Triunfo
Oltre che dal numero dei frutti,
Micron
il livello di produttività è stato
Altavilla
SS903
influenzato positivamente al peso
del frutto, una caratteristica tutta- Tamburino
Ovalino
via abbastanza stabile al variare
Minidor
delle condizioni ambientali (fig. 2).
30 40 50 60
30 40 50 60
30 40 50 60
30 40 50 60
La variazione massima di peso al
Prodotto commerciabile (t/ha)
variare dell'ambiente è stata di 2-3 Fig. 1. Produzioni medie di pomodorino commerciabile per cultivar e zona, con barre di
confidenza al 95%.
di grammi, pari al 10-15%, per le
cultivar a frutto più grosso (Tombolino, Tomito, come Tombolino, dai frutti grossi e rotondi di coloSS903), e di qualche grammo, percentualmente con re intenso e uniforme, fornire soddisfacenti produla stessa incidenza, per quelle a frutti più piccoli zioni anche per il mercato del fresco.
(Tamburino e Minidor).
Anche la forma del frutto si è dimostrata una Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i signori
Giacomo Stanco di Frigento e Gennaro Grasso di
caratteristica varietale abbastanza stabile al variare Venticano, per l'assistenza alla conduzione dei saggi
delle condizioni ambientali (fig. 3). La forma tonda nelle rispettive aziende, e il dr Filippo Piro del CRAo leggermente allungata ha compreso un ventaglio ORT per la collaborazione all'analisi dei dati e alla pre●
●
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sentazione dei risultati.
Prodotto commerciabile (t/ha)
Letteratura citata
Tomt
60
Tmbl
Tomt
50
Mcrn
Tmbl
MgnnTrnf
Tmbr
40
Altv
Trnf
Mgnn
V−06
Altv Tomt
Mcrn F−07
Trnf
Mndr
V−07
Mcrn Altv
Tmbl
SS90
Tmbl
SS90
Trnf
30
Mndr
TmbrMndr
Tmbr
Ovln
Altv Ovln
Ovln
Mcrn
Ovln
F−06
Tomt
Tmbr
AAVV, 2003. Pomodorino da industria, varietà a confronto.
Campania Agricoltura,8:8-15.
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0.99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3.0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt.edu/s/Hmisc,
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www.R-project.org.
Mndr
10
12
14
16
18
20
20
Peso del frutto (g)
di dimensioni abbastanza continuo, da frutti di 9g
(Tamburino) a frutti di 20g (Tombolino, SS903), le
forme mediamente allungate hanno caratterizzato
frutti di media grandezza (12-16g) (Tomito, Triunfo
e Altavilla) e quella più allungata frutti medio-piccoli (Ovalino).
I risultati indicano che nelle zone considerate,
specialmente se è possibile irrigare, il pomodorino
può fornire accettabili livelli di resa per la destinazione industriale e con varietà semierette ad alta resa
18
Peso del frutto (g)
Fig. 2. Relazione tra prodotto commerciabile e peso unitario del
frutto delle cultivar di pomodorino. Medie e tendenze per le zone
sono indicate dalle abbreviazioni in carattere più grande e dalle
linee punteggiate, le medie degli ibridi dalle abbreviazioni in carattere più piccolo, le zone dal colore.
16
14
Tmbl
SS90
Tmbl
Tmbl
Tmbl
SS90
Tomt
Tomt
Tomt
Tomt
Mgnn
TrnfTrnf
Ovln
Trnf
Altv
F−07
V−06Trnf Altv
F−06
V−07
Altv
Mgnn
12
Mcrn
Mcrn
Mcrn
Mndr
10
Mndr
Mcrn
Mndr
Mndr
Tmbr
Ovln
Ovln
Ovln
Altv
Tmbr
Tmbr
Tmbr
1,0
1,1
1,2
1,3
1,4
1,5
Forma del frutto (lunghezza/larghezza)
Fig. 3. Relazione tra peso unitario e forma del frutto delle cultivar
di pomodorino. Medie e tendenze per le zone sono indicate dalle
abbreviazioni in carattere più grande e dalle linee punteggiate, le
medie degli ibridi dalle abbreviazioni in carattere più piccolo, le
zone dal colore.
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10.26
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Progetto Co.Al.Ta. II 17
Produttività del mais a granella vitrea nelle aree tabacchicole
campane
Cozzolino E1, Leone V1, Tedone L2, Zeno G1
Introduzione
Nelle aree tabacchicole con terreni di buona fertilità il
mais a granella vitrea per farine speciali può essere
considerato tra le alternative al tabacco, potendo offrire livelli di ricavi competitivi rispetto ai mais ibridi più
produttivi, per un miglior rapporto tra prezzo e costi,
in considerazione dell'interesse dei consumatori e dell'industria per prodotti alimentari più caratterizzati per
tipicità. In questa nota si riportano i risultati di due
saggi condotti con un campione di ibridi in due aziende tabacchicole campane.
Materiali e metodi
Un campione di nove ibridi, precoci e medio-precoci, è
stato saggiato in due aziende localizzate nei comuni di
Portico e Venticano, in parcelle di 15 m2 (sei file di piante
di cinque metri distanziate 50 x 28 cm), in un disegno a
blocchi con tre repliche.
Il terreno è stato fertilizzato con 60 (Portico) e 100
(Venticano) unità/ha di P2O5 e con 50 unità/ha di N in presemina, aggiungendo in fase di levata 120 (Portico) e 100
(Venticano) unità/ha da urea agricola. Il mais è stato seminato in eccesso il 5/4 a Portico e il 20/4 a Venticano e diradato a circa 7 piante/m2 allo stadio di quarta foglia. Le infestanti sono state controllate con lavorazioni superficiali del
terreno. L'irrigazione è consistita in tre adacquamenti per
infiltrazione laterale a Portico e due per aspersione a
Venticano. Dopo la fioritura è stato eseguito un trattamento per il controllo della piralide. La raccolta è stata eseguita in settembre, nella seconda decade a Portico e nella terza
a Venticano. I dati sono stati raccolti sulle due file centrali
delle parcelle. Come indice di produttività è stata utilizzata la produzione di granella ridotta/incrementata in proporzione dell'eccesso/difetto di umidità rispetto alla media e
ridotta in proporzione alla raccolta da piante allettate e
spezzate (performance, AAVV, 2001). Le risposte sono
state analizzate in relazione ai trattamenti per singolo
ambiente con un modello a effetti fissi e globalmente per
la specie con un modello a effetti casuali per quantificare
la variazione delle risposte considerate a livello di specie.
1-CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco Via P.
Vitiello 108 84018 Scafati(SA),
e-mail:[email protected]
2-D.S.P.V. Dipartimento di Scienze e Produzione Vegetale Via
Amendola 165/A 70126 Bari
L'analisi dei dati e la rappresentazione grafica dei risultati
sono state eseguite nell'ambiente R (R Core Team, 2007),
utilizzando anche funzioni dei pacchetti contribuiti lme4
(Bates, 2007) e Hmisc (Harrell, 2007).
Risultati e discussione
La stagione è stata caratterizzata da assenza di pioggia per
tutta l'estate e da temperature particolarmente calde in
almeno tre periodi di crescita della coltura. La produzione
media di granella corretta è stata di 9,5 t/ha, con intervallo
di confidenza al 95% 6,9-12,2 t/ha (tab. 1). Oltre metà della
variazione è stata determinata da differenze tra gli ibridi e
un terzo da differenze tra i due ambienti. La componente
genetica è risultata dello stesso ordine di grandezza per la
sensibilità all'allettamento e ancora più marcata per lo sviluppo vegetativo e per il peso ettolitrico della granella.
Quest'ultimo è risultato abbastanza elevato (83g). Il colore
della granella è variato dall'arancio-rosso di Gritz all'arancio variamente accentuato degli altri ibridi.
L'ibrido più produttivo (Arzano) ha fornito una resa di
11,3 t/ha, circa doppia di quello meno produttivo (Astico),
nell'ambiente meno favorevole di Venticano, e di due terzi
maggiore nell'ambiente più favorevole di Portico, dove ha
raggiunto 13 t/ha (fig. 1). La graduatoria di produttività
degli ibridi non è stata modificata in modo apprezzabile
dall'ambiente.
Il livello di produzione è risultato ben correlato positivamente con lo sviluppo vegetativo, ma gli ibridi Arzano,
Redel, Banguy e Sicilia hanno mostrato un rapporto granella/vegetazione sensibilmente più alto degli ibridi meno
produttivi (Astico e Corniola) e in media tale rapporto è
risultato più alto a Portico (fig. 2). La percentuale di piante
Tab. 1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per la produzione di granella corretta (performance), l'altezza della pianta, la percentuale
di piante allettate e spezzate e il peso ettolitrico.
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Produttività del mais a granella vitrea
18 Cozzolino et al
allettate e spezzate non è stata
influenzata in modo apprezzabile
dallo sviluppo vegetativo ed è risultata più alta a Venticano per le punte
registrate nelle parcelle degli ibridi
Astico e Gritz, che insieme con
Sicilia sono risultati i più sensibili a
questa avversità.
Il peso ettolitrico ha mostrato una
correlazione negativa con il livello di
produzione: i valori più alti sono stati
osservati per gli ibridi di produttività
medio-alta (Sis Red, Gritz e Kurt) e
Venticano
Arzano
Redel
Sis Red
Gritz
Kurt
Banguy
Sicilia
Corniola
Astico
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
●
6
●
8
10
85
G
C K
As
S B
Peso ettolitrico (kg)
Produzione corretta (t/ha)
SR
8
R
SR G
K
V
6
8
10
12
Fig. 1. Produzioni medie di granella per ibrido e zona, con barre di confidenza al 95%, corrette per contenuto relativo di umidità e proporzione di raccolto da piante allettate e spezzate (performance).
Ar
P
12
Prodotto in granella, t/ha
12
S
●
●
Ar
B
●
●
R
10
Portico
●
C
K
G SR
As
K
SR
84
As
83
V
C
PG
Ar
S
82
81
S
R
B
B
Ar
R
C
As
8
200
220
240
260
Altezza pianta (cm)
Fig. 2. Produzioni medie di granella in funzione dello sviluppo
vegetativo, con linea di tendenza in grigio. Medie e tendenze per
Portico e Venticano sono indicate dalle iniziali in carattere più
grande e dalle linee punteggiate, le medie degli ibridi dalle abbreviazioni in carattere più piccolo, le due zone dal colore.
per quelli meno produttivi (Astico e Corniola), ma l'incremento medio della produzione a Portico rispetto a
Venticano non ha comportato variazioni sensibili del peso
ettolitrico medio (fig. 3).
Nonostante la stagione particolarmente asciutta il mais
a granella vitrea ha mostrato di poter fornire produzioni di
tutto rispetto nelle zone considerate, ma a condizione di
scegliere bene la cultivar. I dati di due esperimenti sono
ovviamente insufficienti per fornire informazioni adeguate
sul merito delle cultivar disponibili, ma la persistenza della
stessa graduatoria di resa in due ambienti con potenzialità
considerevolmente differenti (a Portico la resa media ha
superato del 20% quella di Venticano) induce a ritenere che
anche le informazioni comparative ottenute in altri saggi
debbano essere considerate per la scelta varietale.
Aun prezzo di 320 Euro/t il ricavo dalla produzione di
mais nelle condizioni considerate risulta compreso tra 2200
e 3900 Euro/ha. Pertanto tale coltura potrebbe essere con-
10
12
Produzione di granella corretta (t/ha)
Fig. 3. Peso ettolitrico in funzione dello sviluppo vegetativo, con
linea di tendenza in grigio. Medie e tendenze per Portico e
Venticano sono indicate dalle iniziali in carattere più grande e
dalle linee punteggiate, le medie degli ibridi dalle abbreviazioni in
carattere più piccolo, le due zone dal colore. carattere più piccolo,
le due zone dal colore.
siderata come praticabile alternativa al tabacco dal punto di
vista dell'impresa quando la manodopera è prevalentemente un costo esplicito, condizione che riduce la convenienza
relativa del tabacco.
Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i signori Gaetano Piccirillo di
Portico e Gennaro Grasso di Venticano per l'ottima assistenza alla conduzione dei saggi nelle rispettive aziende e il dr Filippo Piro del CRAORT per la collaborazione all'analisi dei dati e alla presentazione dei
risultati.
Letteratura citata
AAV., 2001. L'Informatore Agrario, 14:47-51
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0.99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3.0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt.edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www.R-project.org.
farro.qxp
25/02/2008
10.23
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Progetto Co.Al.Ta. II 19
Il Farro quale alternativa al tabacco
Napolitano A, Raimo F, Vatore R, Vicidomini S e Contillo R
Introduzione
Il farro è un cereale minore a ciclo autunno- vernino-primaverile, appartiene al genere Triticum con
tre specie: il Farro piccolo (Triticum monococcum
L.), il Farro medio (Triticum dicoccum Schrank) ed
il Farro grande o spelta (Triticum spelta L.), fa
parte dei frumenti vestiti, che hanno la caratteristica che al momento della trebbiatura presentano le
cariossidi rivestite di glume e glumelle.
Nell'ambito del progetto Co.Al.Ta. sono stati
fatti nel triennio 2005-2007 campi sperimentali in
due differenti località della Campania per confrontare e verificare la produttività dei genotipi seminati.
Materiali e metodi
I campi sono stati eseguiti in due località uno a
Paduli, in provincia di Benevento con terreno a
giacitura inclinata e tessitura argillosa, l'altro in
località Frigento in provincia di Avellino, con terreno a tessitura franca e giacitura pianeggiante,
entrambi hanno una altitudine di circa 400 m slm.
La semina è stata fatta nella prima e seconda decade ( 2005-2006) di gennaio a Paduli mentre a
Frigento è stata fatta nella terza decade di novembre (28-11-2006). La raccolta è stata eseguita a
Paduli nelle ultime due decadi di luglio, mentre a
Frigento nell'ultima decade di giugno.
Nel primo anno sono state usate le seguenti
varietà: Forenza, Farvento, Luni, Molise colli,
Titano (Zefiro). Nel secondo e terzo anno sono
state aggiunte a quelle su citate le seguenti varietà:
Davide, Lucanica, Mosè, Padre Pio e Triventina.
La semina è stata fatta distribuendo 300 semi germinabili per m2 in tutti i campi. Lo schema statistico di campo è stato uno schema a blocchi randomizzati con tre ripetizioni. È stata eseguita solo una
concimazione in copertura somministrando 50 kg
ha-1 di azoto. Alla raccolta sono stati eseguiti i rilievi morfologici e produttivi su tutte le varietà e su
essi è stata eseguita l'analisi statistica col software
Data Desk.
1 CRA - CAT - Unità di ricerca per le colture alternative al
tabacco, via P. Vitiello, 108 - Scafati (SA) Tel. 081 8563611; Fax 081 8506206;
e-mail: [email protected]
Risultati
Dalle osservazioni eseguite nel triennio 20052007 è emerso quanto segue.
L'altezza del fusto è variata tra i 65 e 149 cm,
la cultivar più alta è la Triventina la più bassa è
Mosè seguita da Davide; ma solo Mosè é diversa
statisticamente da tutte le altre varietà, le altre due
non differiscono dalla varietà Padre Pio. Le cultivar presentano una evidente variabilità nell'altezza
fra i diversi anni, la meno variabile è la Mosè, le
piante nel secondo anno erano più alte e lo erano
ancora di più nel campo di Frigento.
La dimensione della spiga ha distinto tre diversi gruppi, uno a spiga corta, uno a spiga di media
lunghezza ed uno a spiga lunga. Le cultivar a spiga
piccola sono: Davide, Lucanica, Mosè e Padre Pio,
quelle a spiga lunga sono la Triventina e la
Forenza (le due Spelta). I valori medi delle spighe
oscillano da un minimo di 5,78 ad un massimo di
Foto 1. Spighe delle cv di farro
farro.qxp
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Pagina 20
Il farro quale alernativa al tabacco
20 Napolitano et al
15,79 cm. Le varietà Farvento, Forenza e
Triventina presentano maggiore variabilità nella
lunghezza della spiga come risulta dalla distanza
tra il primo e terzo quartile dell'elaborazione statistica (frequenze comprese tra 25 %-75% della
popolazione) (fig. 1).
produttive ed il campo di Frigento ha presentato
decisamente una maggiore produzione rispetto ai
campi di Paduli. La produzione più alta si ha nelle
varietà Mosè seguita da Padre Pio nella località di
Frigento, mentre a Paduli le produzioni delle stesse varietà si invertono ma rimangono comunque le
più alte. Le varietà Farvento e Molise Colli presentano anch'esse una buona produzione in ogni
caso le differenze non sono statisticamente significative (fig.3).
Fig. 1.
Le varietà più produttive riferite alla singola
spiga sono Davide Mosè, Padre Pio e Triventina.
Mosè e Padre Pio hanno il più alto peso in
cariossidi per spiga, entrambe non si differenziano
statisticamente dal Davide e la varietà Mosè non si
differenzia statisticamente dalla Triventina. Le
predette varietà mostrano anche il più alto numero
di cariossidi per spiga rispetto alle altre
varietà.(fig. 2).
Fig. 2.
Il numero delle spighe prodotte a metro quadrato è alto nel terzo e primo anno e più basso nel
2006.
Farvento, Mosè, Molise Colli e Forenza presentano il più alto numero di spighe a metro quadrato.
Nonostante la piccola dimensioni delle spighe
delle cultivar Mosè e Padre Pio esse sono le più
Fig. 3.
L'Harvest Index medio ci dà valori nelle due
rispettive località di 74,97-60,73 per la varietà
Davide, 77,84-84,73 per Mosè, 74,08-82,08 per
Padre Pio. Indubbiamente le ultime due varietà
sono le più produttive ed hanno una maggiore resa
in granella. Le altre varietà non superano mediamente nei diversi anni e nei diversi campi un valore di Harvest Index di 45. E' ovvio che la scelta
della varietà, in relazione alla resa, dipende dal
fatto che ci possa interessare o meno l'utilizzazione della paglia.
Conclusioni
Si può quindi affermare che le varietà a spiga piccola sono indubbiamente le più produttive non
tanto per il numero di spighe prodotte a metro quadro quanto per il peso e per il numero di cariossidi
prodotti per ogni spiga , le differenze comunque
non sono significative statisticamente.
Il campo di Frigento è stato indubbiamente il
più produttivo ma questo era da attendersi in quanto quest'ultimo ha caratteristiche di pendenza e tessurometriche più favorevoli rispetto al terreno prevalentemente collinare ed argilloso di Paduli (vedi
grafici sui suoli già pubblicati).
lupino.qxp
25/02/2008
10.26
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Progetto Co.Al.Ta. II 21
Il lupino bianco per le filiere alternative al tabacco nell'area
casertana
Cozzolino E, Leone V
Introduzione
Il lupino produce granella ricca di proteine e grassi, utilizzabile per alimentazione zootecnica e
umana, ed elevate quantità di biomassa utilizzata
per sovescio (basso rapporto C/N), ma non come
foraggio, a causa del pericolo di lupinosi
(http://www.sinab.it). La granella contiene alcaloidi e piccoli quantitativi di fitati, oligosaccaridi e
inibitori della tripsina, considerati in passato fattori antinutrizionali, ma attualmente ricercati in farmacologia, medicina, cosmesi e nell'industria alimentare. In questa nota riferiamo sui primi risultati di prove di valutazione del lupino ai fini del suo
inserimento in filiere produttive alternative al
tabacco.
Materiali e metodi
La sperimentazione è stata effettuata nell'anno
2007 a Sparanise (fig.1) su un terreno fertile a reazione sub-acida, allevando sei cultivar secondo le
modalità di un confronto varietale, in un disegno a
blocchi replicato tre volte, con parcelle di 18 m2.
Le cultivar di grande sviluppo (Multitalia, Seme
grosso e ecotipo Vairano) sono state seminate per
una densità di 25 piante/m2, quelle di taglia più
bassa (Ludic, Lustral e Lublanc) per una densità di
40 piante/m2, nell'ultima decade di ottobre, su terreno precedentemente coltivato a tabacco. Le infe-
stanti sono state controllate con due sarchiature. La
granella è stata raccolta nella seconda decade di
giugno determinando la resa su un'area di saggio di
2m2. L'analisi e la rappresentazione grafica delle
risposte sono state eseguite nell'ambiente R (R
Core Team, 2007), utilizzando anche funzioni del
pacchetto contribuito Hmisc (Harrell, 2007).
Risultati e discussione
La stagione di crescita della coltura è stata caratterizzata da temperature superiori alla media e da sufficienti precipitazioni. La produzione media in granella al 13% di umidità è stata di 2,7 t/ha, con intervallo di confidenza al 95% di 1,4-3,8 t/ha (tab. 1). Il
65% della variazione è dovuta a differenze tra le
cultivar entro il livelli di densità ed il 35% a fattori locali a livello di parcella. Lustral è risultata la
cultivar più produttiva seguita da Multitalia e Seme
grosso (fig.2). Le dimensioni della granella sono
state influenzate dalla densità ed in parte dalle cultivar, con i semi più pesanti prodotti dalle cultivar
allevate alla densità inferiore (ecotipo Vairano,
Seme grosso e Multitalia). Lublanc è stata la cultivar meno produttiva, con i semi più leggeri. Il
numero di semi per baccello è risultato una caratteristica spiccatamente varietale.
Le rese sono state generalmente più basse di
quelle riportate da Innocenti e Del Re (2007), probabilmente per problemi fitopatologici causati da
diversi microrganismi patogeni (Rhizoctonia solani, Pythium ultimum, Fusarium oxysporum, culmorum e solani).
Tab.1.Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per la produzione di granella, il peso di 1000 semi, e il numero di semi per baccelli.
Fig.1. Panoramica del campo di Sparanise
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA), Tel. 0818563611/37, Fax.
0818506206, e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
lupino.qxp
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10.26
Pagina 22
Il lupino bianco ...
22 Cozzolino et al
Ringraziamenti. Si ringrazia il sig.Lorenzo Costantino
per l'assistenza alla conduzione del saggio e il dr Filippo
Piro del CRA-ORT di Pontecagnano per la collaborazione all'analisi dei dati.
Letteratura citata
Fig. 2. Produzione di granella di sei cultivar di lupino allevate a
due densità, con barre di confidenza al 95%.
L'aumento della densità di semina favorisce lo
sviluppo dominante dell'asse principale, concentrando la maturazione in un periodo più breve, con
minori perdite di seme alla raccolta, come esemplificato in questo caso dalla cultivar Lustral.
http://www.sinab.it
Innocenti A, Del Re L, 2007. Il lupino bianco, leguminosa interessante. Agricoltura 1:68-69
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12, http://biostat.
mc. vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria, http://www. R-project. org.
soianew.qxp
25/02/2008
10.30
Pagina 23
Progetto Co.Al.Ta. II 23
Valutazione agronomica della soia nelle aree tabacchicole
campane da riconvertire
Cozzolino E, Leone V, Oppito G
Introduzione
La soia potrebbe rientrare negli avvicendamenti di colture
alternative al tabacco in alcuni ambienti, considerando che
la domanda si prevede abbastanza vivace per il prossimo
futuro, in conseguenza della crescente destinazione energetica di varie colture di base per l'industria mangimistica,
che sta comportando una generale ascesa dei relativi prezzi. Le varietà costituite in Italia sono caratterizzate da un
basso contenuto in fattori antinutrizionali e possono essere utilizzate nelle razioni zootecniche senza un preventivo
trattamento termico (Signori et al., 2007). In questa nota si
riportano i risultati di tre saggi condotti in altrettante aziende tabacchicole campane con un campione di otto cultivar,
incluse due di costituzione italiana (Hilario e Aires).
Materiali e metodi
I saggi sono stati condotti a Portico, su terreno franco, a
Venticano su terreno argilloso-limoso e a Pietrelcina su terreno argilloso, con otto varietà costituite da Asgrow, Sis, G.
Harvest e R. Venturoli, in un disegno a blocchi completi
con tre repliche e parcelle di 15 m2 (sei file di cinque metri
con distanze 50x5cm).
I terreni sono stati preparati secondo le pratiche aziendali e la coltura è stata condotta senza concimazioni. La
semina è stata eseguita con seme in eccesso il 10/4 a
Portico, il 20/4 a Venticano e il 10/5 a Pietrelcina, con diradamento successivo a 40 piante/m2. Le infestanti sono state
controllate con lavorazioni superficiali del terreno. Soltanto
a Portico e a Venticano è stato eseguito un adacquamento.
La raccolta è stata eseguita nella seconda decade di settembre a Portico e a Venticano e nella terza decade a
Pietrelcina.
I dati sono stati raccolti sulle due file centrali delle parcelle e le risposte sono state analizzate in relazione ai trattamenti per singolo ambiente, con un modello a effetti fissi,
e globalmente per la specie, con un modello a effetti casuali, per quantificare la variazione delle risposte considerate a
livello di specie. L'analisi dei dati e la rappresentazione
grafica dei risultati sono state eseguite nell'ambiente R
(R Core Team, 2007), utilizzando anche funzioni dei pacchetti contribuiti lme4 (Bates, 2007) e Hmisc (Harrell,2007).
CRA-CAT, Unità di ricerca per le alternative al tabacco,
Via P. Vitiello 108, 84018 Scafati(SA),
e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
Risultati e discussione
Le piante hanno beneficiato di favorevoli condizioni
meteorologiche nella prima fase di crescita mostrando una germinazione rapida e uniforme.
Successivamente la stagione di crescita è stata caratterizzata da assenza di pioggia per tutta l'estate e da
temperature particolarmente calde.
La produzione media di granella è stata di 3,2
t/ha, con intervallo di confidenza al 95% di 1,6-4,8
t/ha (tab. 1). Oltre il 90% della variazione è stata
determinata da differenze tra gli ambienti, a causa
delle forti variazioni di resa tra le località, con un
livello di produzione a Portico più che doppio rispetto a Pietrelcina. Comparativamente, le differenze
varietali sono risultate più contenute. Nell'ambiente
più favorevole la cultivar più produttiva (Dekabig) ha
fornito una resa di 5,1 t/ha, superiore di circa 1,3 t/ha
a quella della cultivar meno produttiva (Shama) (fig.
1). Tale livello di divario si è ridotto marginalmente
negli altri due ambienti meno favorevoli, ma in quello più sfavorevole di Pietrelcina alcune cultivar di
produttività media altrove (Fiume, Atlantic, Taira)
hanno fornito una prova deludente, penalizzate più di
altre dall'assenza di piogge e dalla sfavorevole tessitura del terreno. Le rese a Venticano sono risultate di
circa il 20% inferiori rispetto a Portico.
Il livello di produzione è aumentato con lo sviluppo vegetativo, ma Dekabig si è distinta per un
superiore rapporto granella/vegetazione, mentre
Giulietta ha mostrato il rapporto più basso.
Con l'aumento dello sviluppo è aumentata anche la
percentuale di piante allettate (fig. 2). Le cultivar
Tabella 1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e
componenti della varianza (in percentuale) per la produzione di
granella, altezza della pianta, percentuale di allettamento e il peso
di 1000 semi.
soianew.qxp
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10.30
Pagina 24
Valutazione agronomica della soia
24 Cozzolino et al
Allettamento (%)
Giulietta, Taira e Dekabig sono
Pietrelcina
Venticano
Portico
risultate comparativamente più Dekabig
●
●
●
sensibili a questa avversità, Haires,
●
●
●
Hilario
Hilario e Fiume più resistenti.
●
●
Taira ●
●
●
Il peso dei semi è aumentato Giulietta ●
●
●
con il miglioramento dell'am- Atlantic ●
●
●
●
Aires
biente di coltura, ma mentre nel●
●
Fiume ●
l'ambiente meno favorevole di
●
●
●
Shama
Pietrelcina è risultato positivamente correlato con il livello di
2
3
4
5
2
3
4
5
2
3
4
5
Produzione di granella (t/ha)
produzione, in quelli più favorevoli ha mostrato una tendenza a Fig. 1. Produzioni medie di granella per cultivar e zona, con barre di confidenza al 95%.
diminuire con l'aumento della
produzione (fig. 3). I semi più pesanti hanno caratte- tiche, o in casi di conversione verso ordinamenti zoorizzato le cultivar meno produttive (Shama e Fiume). tecnici.
La cultivar più produttiva (Dekabig) ha prodotto
anche i semi più pesanti nelle condizioni difficili di Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i signori Gaetano
Pietrelcina, ma insieme con Atlantic, di media pro- Piccirillo di Portico e Gennaro Grasso di Venticano per
l'ottima assistenza alla conduzione dei saggi nelle rispetduttività, ha mostrato valori di peso del seme tra i più tive aziende e il dr Filippo Piro del CRA-ORT per la colbassi nei due ambienti più favorevoli.
laborazione all'analisi dei dati e alla presentazione dei
Nonostante la stagione sia stata caratterizzata da risultati.
condizioni climatiche non favorevoli, la soia ha
dimostrato di poter fornire produzioni di tutto rispet- Letteratura citata
25
Gl
20
DkTr
15
Pr
Hl
Tr
Vn
Sh Fm
Dk
At
HlAr
5
0
At
Fm
Gl
Sh
10
Signori et al. , 2001. Buone rese con la soia nonostante la siccità. Notiziario Ersa1, 34-37
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www. R-project. org.
Gl
Sh
TrFmDk
HlAr
At
Pt
Ar
Sh
60
80
100
120
Altezza (cm)
Fig. 2. Relazione tra allettamento e sviluppo vegetativo. Medie e
tendenze per le zone sono indicate dalle iniziali in carattere più
grande e dalle linee punteggiate, le medie degli ibridi dalle abbreviazioni in carattere più piccolo, le zone dal colore.
to a Portico e a Venticano, e degne di considerazione
per il contesto agricolo più marginale a Pietrelcina.
A un prezzo di 350 euro/t il ricavo dalla produzione di soia nelle condizioni considerate risulta compreso tra 600 e 1700 euro/ha. Pertanto tale coltura
potrebbe essere considerata come praticabile alternativa al tabacco dal punto di vista dell'impresa in casi
di possibile estensivazione, con orientamento verso
colture a basso fabbisogno di lavoro, come le energe-
Peso di 1000 semi (g)
220
Fm
Sh
Ar Hl
Pr
200
Gl
Fm
Vn
180
Dk
At
Sh
160
140
Tr Dk
Gl Hl
Dk
At
ArTr
Fm
Hl
Pt
Ar
AtTr Gl
2
3
4
5
Produzione di granella (t/ha)
Fig. 3. Relazione tra produzione di granella e peso specifico
della granella. Medie e tendenze per le zone sono indicate
dalle iniziali in carattere più grande e dalle linee punteggiate,
le medie degli ibridi dalle abbreviazioni in carattere più piccolo, le zone dal colore.
girasole.qxp
25/02/2008
10.24
Pagina 25
Progetto Co.Al.Ta. II 25
Il girasole di tipo altoleico per filiere agroenergetiche nelle aree
tabacchicole campane
Cozzolino E, Leone V, Interlandi G, Raimo F, Napolitano A, Vicidomini S
Introduzione
Tra le oleaginose il girasole ha caratteristiche agronomiche e fisiologiche, particolarmente precocità e
resistenza all'aridità, che ne consentono la coltivazione anche in aree marginali con basso impiego di
mezzi agrotecnici.
Con le prove oggetto di questa nota abbiamo inteso verificare la produttività del girasole di tipo altoleico in relazione alla possibilità di costituire filiere agroenergetiche sostenibili sotto i profili
ambientale ed economico per le aree interessate
dalla dismissione del tabacco
Materiali e metodi
Le prove sono state condotte a Sparanise e Portico
(CE) e a Venticano e Frigento (AV), con un campione di 11 cultivar saggiate secondo criteri di confronto varietale in un disegno a blocchi replicato
tre volte, con parcelle di 12 m2. Eccettuata la cultivar di riferimento Linsol, tutte le altre sono considerate di tipo altoleico.
La semina è stata eseguita con seme in eccesso
a file distanti 50cm, nella prima decade di aprile in
provincia di Caserta e nella seconda decade in provincia di Avellino, e le piantine sono state diradate
a una densità di 67.000 piante/ha una decina di
giorni dopo l'emergenza.
Le colture sono state fertilizzate con 80 unità/ha
di N, somministrate 1/3 alla preparazione del terreno e 2/3 in copertura. In tutte le zone è stato eseguito un intervento irriguo allo stadio di bottone fiorale, quando inizia la massima suscettibilità allo
stress idrico (Interlandi et al., 2007).
Come epoca di fioritura di una parcella è stato
considerato il giorno in cui il 50% delle piante si
presentava fiorita. A tale epoca sono state eseguite
le misure di sviluppo vegetativo. La raccolta è stata
eseguita nell'ultima decade di agosto, determinando la resa sulle due file centrali della parcella e rilevando il numero di piante spezzate e allettate.
Le risposte sono state analizzate in relazione ai
CRA-CAT, Unità di ricerca per le alternative al tabacco,
Via P. Vitiello 108, 84018 Scafati(SA),
e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
trattamenti per singolo ambiente con un modello a
effetti fissi e globalmente per la specie con un
modello a effetti casuali per quantificare la variazione delle risposte considerate a livello di specie.
L'analisi dei dati e la rappresentazione grafica dei
risultati sono state eseguite nell'ambiente R (R
Core Team, 2007), utilizzando anche funzioni dei
pacchetti contribuiti lme4 (Bates, 2007) e Hmisc
(Harrell, 2007).
Risultati e discussione
Le colture hanno beneficiato di condizioni meteorologiche favorevoli nella prima fase, ma il periodo di
fine ciclo è stato stata particolarmente caldo e secco.
La produzione media per cultivar è variata tra le
2,3 t/ha di Carnia a Frigento e le 5,5 t/ha di Trisun860
a Portico e la variabilità è stata determinata prevalentemente da fattori locali a livello del terreno e secondariamente in ugual misura dalle differenze di
ambiente e dalle differenze varietali (fig. 1 e tab. 1).
La variabilità locale è risultata massima a Frigento e
minima a Sparanise, dove tutte le cultivar hanno fornito rese ugualmente elevate. Le rese sono state simili per la maggior parte delle cultivar anche a
Venticano, ma a un livello produttivo inferiore. In
contrasto, a Frigento e a Portico le cultivar hanno
mostrato differenze di resa consistenti, e quella più
produttiva (Trisun860) ha fornito rispettivamente il
40% e il 50% in più di granella rispetto alla meno
produttiva (Carnia).
Nelle zone più calde della provincia di Caserta la
maggiore produzione di granella è stata accompagnaTab. 1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per la produzione di granella, il peso di 1000 semi e l'epoca di fioritura di 11 varietà di
girasole in quattro ambienti.
girasole.qxp
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Pagina 26
Il girasole altoleico
26 Cozzolino et al
Produzione di granella (t/ha)
Peso di 1000 semi (g)
ta anche da una maggiore precoFrigento
Venticano
Portico
Sparanise
cità, mentre nell'ambiente più
●
●
●
●
Trisun860
sfavorevole di Frigento la resa è
●
●
●
●
Viviana
●
●
●
●
Heroic
aumentata con la lunghezza del
●
●
●
●
PR64H41
ciclo (fig. 2). Heroic è risultata
●
●
●
●
Proleic204
●
●
●
●
Oleko
consistentemente la cultivar più
●
●
●
●
Linsol
●
●
●
●
precoce, mentre la lunghezza
MAS97OL
●
●
●
●
PR64H61
del ciclo è variata considerevol●
●
●
●
Gamasol
●
●
●
●
Carnia
mente da una zona all'altra per
la maggior parte delle cultivar.
2 3 4 5 6 2 3 4 5 6 2 3 4 5 6 2 3 4 5 6
Produzione di granella (t/ha)
La dimensione dei semi, positivamente correlata con il livello Fig. 1. Produzione di granella di 11 varietà di girasole in quattro ambienti, con barre di confidenza al 95%.
di resa, non è stata influenzata
molto dall'ambiente per la maggior parte delle culT8
100
tivar, eccettuata la Trisun860, che ha prodotto semi
particolarmente grossi nell'ambiente di Frigento
90
(fig. 3). Questa cultivar si è fatta notare per un alto
livello sia di produzione che di stabilità di risposta
Ln
Ln
Ln
al variare delle condizioni ambientali.Nonostante
80
PH4
Ln
OlHr
T8
Hr
la stagione particolarmente asciutta il girasole ha
Hr
Cr PH4
OlOl
Cr T8
T8
V
Gm
S
F
MA
OlVv
P2
PH4
mostrato di poter fornire produzioni elevate nelle
PH6
PH6
MA
Gm
70
P VvPH4 P2Vv
PH6 Hr GmP2
zone considerate, confermando le notevoli capaciP2MA Vv
Cr
Gm
PH6
tà di adattamento anche in condizioni di scarse
Cr
MA
60
disponibilità idriche. Tuttavia, a un prezzo di 200
3
4
5
euro/t la coltura del girasole nelle condizioni consiProduzione di granella (t/ha)
derate può offrire un ricavo prevedibile di 700-900
3. Peso di 1000 semi di 11 varietà di girasole in quattro
euro/ha, per cui potrebbe essere considerata in ordi- Fig.
ambienti in funzione del livello di produzione. I dati relativi agli
namenti senza tabacco solo per aziende abbastanza ambienti sono distinti con il colore, le medie per ambiente e
grandi condotte con minimo impiego di lavoro cultivar sono indicate dalle posizioni delle relative abbreviazioni.
umano.
T8
T8
5
Hr
Vv
T8
P2
Ln
Gm
Cr
Ol PH4
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Ln
Hr PH6
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Cr
Gm
Gm
Hr
MA PH6
Ln
Hr
4
3
Vv
S
P
T8
V
F
Cr
65
70
75
Giorni alla fioritura
Fig. 2. Produzione di granella di 11 varietà di girasole in quattro
ambienti in relazione alla lunghezza del ciclo vegetativo. I dati
relativi agli ambienti sono distinti con il colore, le medie per
ambiente e cultivar sono indicate dalle posizioni delle relative
abbreviazioni.
Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i signori Gaetano
Piccirillo di Portico, Izzo Clementina di Sparanise,
Gennaro Grasso di Venticano e Franco Stanco di
Frigento, per l'ottima assistenza alla conduzione dei
saggi nelle rispettive aziende, e il dr Filippo Piro del
CRA-ORT di Pontecagnano per la collaborazione
all'analisi dei dati e alla presentazione dei risultati.
Letteratura citata
Interlandi G, Cozzolino E, Leone V, Raimo F, Del Gaudio C,
Paino, Zeno G, 2007.Studio sulla adattabilità del girasole ad
alto contenuto di acido oleico per la riconversione del
tabacco nelle aree interne del beneventano.Risultati finali
Progetto Co.Al.Ta.1 239-242
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www. R-project. org.
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10.21
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Progetto Co.Al.Ta. II 27
Il colza da olio per le aree tabacchicole della regione Campania
Cozzolino E, Leone V, Zeno G, Oppito G, Interlandi G
Introduzione
Lo sviluppo mondiale della filiera bioenergetica ha
riacceso l'interesse italiano per il colza, per il quale le
superfici investite nel 2007 sono raddoppiate a 7000
ettari rispetto all'anno precedente (dati ISTAT). Il biodiesel prodotto in Europa proviene per tre quarti da
colza e per un quinto da girasole. Nel 2006 la coltura
ha interessato prevalentemente la Toscana, Lazio e
Basilicata (Menguzzato e Rossetto, 2007). Con questa
prova abbiamo voluto verificare la produttività del
colza nelle aree tabacchicole campane e l'idoneità per
un possibile impiego in ordinamenti colturali senza
tabacco.
Materiali e metodi
La verifica è stata condotta a Sparanise e Portico, in
provincia di Caserta, e a Venticano, in provincia di
Avellino, su precessione di tabacco, con sei cultivar
allevate secondo le modalità di un confronto varietale,
in un disegno a blocchi replicato tre volte, con parcelle di 20 m2.
La semina è stata eseguita con seme in eccesso a
file distanti 45cm il 24/10/2006 a Venticano, il 25/10 a
Portico e il 26/10 a Sparanise, rispettivamente con
100, 80 e 80 semi/m2. Successivamente è stato effettuato un diradamento per ottenere l'investimento programmato di 60 piante m2. Soltanto a Venticano è stata
eseguita una concimazione fosfatica presemina con 50
kg/ha di P2O5. La concimazione azotata è stata dosata
in base all'accrescimento delle piante a fine gennaio
secondo le buone pratiche di produzione integrata del
colza (AA.VV.,1999), somministrando 90 unità/ha di
N a Portico e Sparanise e 120 unità/ha a Venticano, in
due frazioni: 40% all'inizio di febbraio e il resto all'inizio della levata. Il controllo delle malerbe è stato effettuato con un intervento di sarchiatura. Non si sono resi
necessari trattamenti antiparassitari. La raccolta è stata
eseguita nella prima decade di giugno, determinando
la produzione su aree di saggio di 2 m2.
Le risposte sono state analizzate in relazione ai
trattamenti per singolo ambiente con un modello a
effetti fissi e globalmente per la specie con un model-
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA), Tel. 0818563611/37, Fax.
0818506206, e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
lo a effetti casuali per quantificare la variazione delle
risposte considerate a livello di specie. L'analisi dei
dati e la rappresentazione grafica dei risultati sono
state eseguite nell'ambiente R (R Core Team, 2007),
utilizzando anche funzioni dei pacchetti contribuiti
lme4 (Bates, 2007) e Hmisc (Harrell, 2007).
Risultati e discussione
La coltura ha beneficiato di condizioni meteorologiche
favorevoli allo sviluppo, con temperature sopra la
media. Le precipitazioni sono state sufficienti per le
esigenze della coltura. Nel campo di Venticano un
ristagno idrico nel mese di novembre ha creato qualche problema di asfissia alle piantine germinate.
La produzione di granella per cultivar è variata da
da tre a poco meno di sei tonnellate per ettaro (fig. 1),
con un valore medio di 4,2 t/ha (tab. 1). La maggior
parte della variabilità della resa, come pure dello sviluppo vegetativo, è stata determinata dalle differenze
tra le zone più calde (Portico e Sparanise) e la zona
relativamente più fresca (Venticano), per la quale non
si può escludere qualche danno per l'eccessiva umidità nella prima fase della coltura.
Pluto, con una produzione di granella tra 3,8 e 5,8
t/ha, è risultata la cultivar a più alta resa in tutti e tre
gli ambienti, seguita da Pulsar e Plenty, che però
hanno dato risultati alquanto incosistenti tra gli
ambienti, la prima apparendo più sensibile nell'ambiente più fresco, la seconda giovandosi meno dell'ambiente più caldo.
Alla densità di semina utilizzata un maggiore sviluppo vegetativo ha comportato un aumento della percentuale di allettamento, che a Sparanise ha raggiunto
punte superiori al 40%, con la cultivar Dante (fig. 2).
Tab.1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per la resa, il peso di 1000
semi, l'altezza della pianta e la percentuale di allettamento di
colza coltivato in tre ambienti.
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Il colza da olio..
28 Cozzolino et al
Venticano
Portico
Sparanise
Quest'ultima e Pulsar sono risultate
●
●
●
Pluto
relativamente più sensibili al pro●
●
●
Pulsar
blema, anche nelle condizioni
●
●
●
meno predisponenti di Venticano.
Plenty
Le dimensioni della granella
●
●
Lilian ●
sono relativamente indipendenti
●
●
●
Dante
dal livello di resa e molto influen- Courage ●
●
●
zate da fattori locali a livello di parcella (fig. 3 e tab. 1). Pulsar, per
3
4
5
3
4
5
3
4
5
Produzione di granella (t/ha)
esempio, ha prodotto i semi più
grossi a Sparanise e semi di peso Fig. 1. Produzione di granella per cultivar di colza in tre ambienti, con barre di confidenza
al 95%.
inferiore alla media a Venticano; i
Ringraziamenti. Gli autori ringraziano i signori Gaetano
semi di Pluto prodotti a Sparanise
avevano un peso inferiore del 9% a quello dei semi di Piccirillo di Portico, Clementina Izzo di Sparanise e
Portico e Venticano. Nel complesso le cultivar meno Gennaro Grasso di Venticano, per l'ottima assistenza alla
conduzione dei saggi nelle rispettive aziende, e il dr
produttive (Dante e Courage) hanno prodotto semi Filippo Piro del CRA-ORT per la collaborazione all'anarelativamente più grossi, mentre la cultivar a resa inter- lisi dei dati e alla presentazione dei risultati.
media Plenty si è caratterizzata per i semi più piccoli.
Tenuto conto delle condizioni ambientali relativa-
Dn
Allettamento (%)
40
Pls Dn
Plt
Ll Pls
Ll
S
PPltCr
30
20
Cr
Pln
Pln
10
Dn
Pls
Peso di 1000 semi (g)
Pls
4,2
Dn
Cr
Dn
Plt
4,0
Ll
Ll
Plt
S
Ll Dn
Cr
P
Cr
V
Pls
Pln
Pls
3,8
Pln
Plt
Cr PltV Ll
Pln
Pln
3
100
120
140
160
180
Altezza pianta (cm)
Fig. 2. Relazione tra sviluppo in altezza delle cultivar di colza e la
percentuale di allettamento. Le cultivar sono indicate con nomi
abbreviati, le zone con le iniziali e il colore, la tendenza generale
con la linea intera grigia, le tendenze zonali con le linee punteggiate in colore.
mente buone per lo sviluppo della coltura, possiamo
ritenere soddisfacenti i livelli di resa ottenuti. A un
prezzo di 250-300 euro/t nelle condizioni ambientali
considerate si può attendere dalla produzione di colza
un ricavo tra 900 e 1500 euro/ha, chiaramente inadeguato in riferimento a ordinamenti colturali sostitutivi
del tabacco, tenuto conto che la coltura occupa il suolo
per 8-9 mesi. Anche se può svolgere un apprezzabile
ruolo di cover-crop autunno-vernina per la gestione
dell'azoto, il colza difficilmente potrà essere considerato negli ordinamenti tendenzialmente intensivi di
aziende medio-piccole.
4
5
Produzione di granella (t/ha)
Fig. 3. Relazione tra peso di 1000 semi e produzione di granella
di cultivar di colza. Le cultivar sono indicate con nomi abbreviati,
le zone con le iniziali e il colore, la tendenza generale con la linea
intera grigia, le tendenze zonali con le linee punteggiate in colore.
Letteratura citata
Menguzzato A, Rossetto L, 2007. Le aspettative sul biodiesel
fanno da traino al colza italiano. Speciale L'informatore
agrario 33:33-36
AAVV,1999. Manuale di corretta prassi per la produzione integrata del colza. 3A- Parco Tec. Agroalimentare dell'Umbria
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F, e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat. mc. vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria,
http://www. R-project. org.
kenaf.qxp
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Progetto Co.Al.Ta. II 29
Risposta del kenaf a differenti livelli di concimazione azotata
Cozzolino E, Leone V
Introduzione
Il kenaf, specie annuale a rapida crescita originaria
del sud-est asiatico, è stata studiata per la produzione di fibre tessili e carta e fornisce fibre per isolamento termico-acustico e pellets per usi energetici.
La pianta sviluppa un esteso apparato radicale, che
le consente di utilizzare terreni di modesta fertilità
e di essere gestita con limitato impiego di fertilizzanti, e inoltre forma una fitta vegetazione che soffoca le malerbe (Desiderio et al, 1994). La nostra
sperimentazione ha mirato a valutare l'effetto della
concimazione azotata sulla produzione di biomassa
di due cultivar di kenaf in condizioni di sussidio
idrico limitato.
Materiali e metodi
La sperimentazione è stata effettuata nell'anno
2007 con quattro livelli di azoto (0, 50, 100 e 150
kg/ha di N) e con le cultivar Tainung2 e Dowling,
su un terreno argilloso-limoso a Calvi e argillososabbioso a S. Agata dei Goti, in un disegno a blocchi replicato tre volte, con parcelle di 20 m2.
Il terreno, coltivato precedentemente a pomodoro, è stato concimato in presemina con 60 kg/ha di
P2O5 e nell'occasione è stata anticipata la quota
minima dell'azoto, rimandando il resto a un intervento allo stadio di quarta foglia. La semina è stata
fatta in eccesso nella prima decade di maggio, a file
distanti 50cm, con diradamento successivo alla densità di 35 piante m2. Le piogge dopo la semina
hanno favorito germinazione e attecchimento delle
piantine, rendendo non necessaria una irrigazione.
In seguito alte temperature e assenza di precipitazioni hanno indotto ad eseguire tre interventi irrigui,
erogando un totale di 180mm a Calvi e e 240mm a
S. Agata. Il controllo delle malerbe è stato effettuato con un intervento di sarchiatura. La resa è stata
determinata raccogliendo le due file centrali della
parcella, nella seconda decade di ottobre, ed eliminando una porzione apicale erbacea di 10cm. Dopo
misure di sviluppo degli steli, un campione di 30
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA), Tel. 0818563611/37, Fax.
0818506206, e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
piante è stato passato in stufa a 105°C per 48 ore per
determinare la biomassa secca.
Le risposte sono state analizzate in relazione ai
trattamenti per singolo ambiente con un modello a
effetti fissi e globalmente per la specie con un
modello a effetti casuali per quantificare la variazione delle risposte considerate a livello di specie.
L'analisi dei dati e la rappresentazione grafica dei
risultati sono state eseguite nell'ambiente R (R
Core Team, 2007), utilizzando anche funzioni dei
pacchetti contribuiti lme4 (Bates, 2007) e Hmisc
(Harrell, 2007).
Risultati e discussione
La biomassa secca è aumentata con l'aumento del
livello di fertilizzazione azotata in entrambe le
zone e per entrambe le cultivar. La più produttiva
(Tainung) ha mostrato tuttavia una risposta più
limitata all'azoto, raggiungendo un plateu intorno
ai 100 kg/ha di N somministrato, mentre l'altra
(Dowling) ha risposto in modo lineare in tutto l'intervallo di livelli sperimentato (fig. 1). Quest'ultima, inoltre, ha mostrato una risposta più debole
all'azoto insieme con un livello di produzione in
biomassa secca e uno sviluppo vegetativo considerevolmente più bassi a S. Agata (fig. 2). Il rapporto
tra resa percentuale in biomassa secca e produzione di biomassa fresca indica che le piante della
Dowling a S.Agata non solo si sono sviluppate
meno, ma avevano anche un maggior contenuto
d'acqua, mentre a Calvi hanno fatto realizzare una
Tab.1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per la biomassa secca, la
resa in secco e il volume del fusto di due cultivar di kenaf allevate a quattro livelli di azoto in due ambienti.
kenaf.qxp
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Concimazione azotata del kenaf
30 Cozzolino et al
Figura 1. Produzione di biomassa secca di due cultivar di kenaf in
due ambienti funzione del livello di fertilizzazione azotata, con
barre di confidenza al 95%.
Fig. 3. Relazione tra resa in secco e produzione di biomassa fresca di due cultivar di kenaf in due ambienti funzione del livello di
fertilizzazione azotata. Le cultivar e gli ambienti sono indicati con
le iniziali dei nomi e gli ambienti anche con il colore; le frecce in
grigio indicano gli scostamenti delle posizioni delle cultivar dall'ambiente di Calvi a quello di S.Agata.
risultata pertanto nettamente più rilevante di quella
prodotta dalla concimazione azotata, mentre per la
resa in secco è risultata importante l'interazione
varietà-ambiente e del tutto trascurabile l'effetto
dell'azoto (tab. 1). Ciò vuol dire che per proporre il
kenaf nell'ambiente considerato è opportuna una
previa selezione sperimentale di cultivar dotate di
buona stabilità, come la Tainung2.
Fig. 2. Volume del fusto di due cultivar di kenaf in due ambienti
funzione del livello di fertilizzazione azotata. I simboli indicano le
repliche e la linea un'interpolazione non parametrica
resa in secco superiore a quella della Tainung (fig. 3).
Considerato che in questa località sono stati dati
60mm di acqua in più rispetto all'altra, si può ipotizzare che la Dowling sia adattata a condizioni di
limitate risorse idriche e quindi risponda negativamente a un miglioramento del livello di umidità. In
confronto la resa in biomassa secca della cultivar
Tainung è rimasta allo stesso livello nelle due zone.
La variabilità indotta dal fattore varietale per
sviluppo vegetativo e produzione di biomassa è
Ringraziamenti. Un particolare ringraziamento è rivolto
ai signori Bruno Viscusi e Maria Gerarda Vesce per l'assistenza alla conduzione dei saggi nelle rispettive aziende e al dr Filippo Piro del CRA-ORT di Pontecagnano
per la collaborazione all'analisi dei dati e alla presentazione dei risultati.
Letteratura citata
AAVV, 1994. Adattamento e resa di varietà di kenaf in Italia
centrale e settentrionale. L'Informatore Agrario 13:27-38.
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12, http://biostat.
mc. vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria, http://www. R-project. org.
sorgo.qxp
25/02/2008
10.31
Pagina 31
Progetto Co.Al.Ta. II 31
Influenza di cultivar, concimazione azotata e stagione sulla produzione di biomassa del sorgo da fibra
Cozzolino E, Leone V, Raimo F
Introduzione
Lo sviluppo delle colture da biomassa per la produzione di energia è ritenuto attualmente necessario per
integrare con fonti rinnovabili le risorse energetiche
della terra. Si pensa che l'uso di fonti energetiche vegetali dovrebbe anche frenare l'immissione di CO2 nell'atmosfera, facendo parte quella così immessa di un
mero riciclo. Per gli ambienti agronomici più marginali le colture da biomassa rappresentano un contributo
allo sviluppo economico e un mezzo per migliorare la
stabilità dei suoli (Fagnano e Postiglione, 2002). Con
la prova oggetto di questa nota abbiamo inteso verificare il livello di biomassa conseguibile con il sorgo in
rapporto alla concimazione azotata in condizioni di
limitato apporto idrico nelle aree tabacchicole interne
della Campania, allo scopo di valutare la possibilità di
includere tale coltura in ordinamenti economicamente
sostenibili senza tabacco.
Materiali e metodi
La sperimentazione è stata effettuata nel biennio 200607 a Venticano, su un suolo argilloso-limoso, con due
cultivar di sorgo da biomassa (H133 e H952) a due
livelli di concimazione azotata, (100 e 200 kg/ha di N),
in un disegno a blocchi ripetuto tre volte, con parcelle
di 30 m2.
Prima della semina, eseguita a file distanti 50 cm
nella prima decade di maggio su terreno precedentemente coltivato a tabacco, sono stati somministrati 60
kg/ha di P2O5 e un terzo dell'azoto, per gli altri due
terzi distribuito dopo il diradamento a 20 piante m2.
Modesti interventi irrigui sono stati eseguiti dopo la
semina e allo stadio di 14-15 foglie. Il controllo delle
malerbe è stato effettuato con un intervento di sarchiatura.
La raccolta è stata eseguita dopo 15 giorni dalla
data di fioritura, stadio nel quale si ritiene sia massima
la quantità di sostanza secca accumulata dalle piante
(Peyre,1979), utilizzando un'area di saggio di 2m2 per
determinare la resa areica in biomassa fresca e secca,
dopo passaggio in stufa a 105° per 48 ore.
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA), Tel. 0818563611/37, Fax.
0818506206, e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
Le risposte sono state analizzate in relazione ai
trattamenti per singolo ambiente con un modello a
effetti fissi e globalmente per la specie con un modello a effetti casuali per quantificare la variazione delle
risposte considerate a livello di specie. L'analisi dei
dati e la rappresentazione grafica dei risultati sono
state eseguite nell'ambiente R (R Core Team, 2007),
utilizzando anche funzioni dei pacchetti contribuiti
lme4 (Bates, 2007) e Hmisc (Harrell, 2007).
Risultati e discussione
Le condizioni meteorologiche delle due stagioni sono
state molto differenti: temperature normali e sufficiente piovosità estiva nel 2006, temperature elevate e
assenza di precipitazioni nel 2007; pertanto le stagioni
saranno indicate rispettivamente come temperata e
caldo-secca.
La variazione stagionale ha avuto un effetto più rilevante di cultivar e livello di azoto sulla produzione e sulla
resa in secco, mentre lo sviluppo vegetativo è risultato
una caratteristica più spiccatamente varietale (tab. 1).
Passando dalla stagione calda-secca a quella temperata la produzione di biomassa secca è aumentata in
media del 28% per la più produttiva cultivar H133 e del
21% per la meno produttiva H952, ed è aumentato leggermente anche il tasso di risposta all'azoto, da 10,8 a
11,4 kg di biomassa per kg di N aggiunto (fig. 1). Le
rese medie di biomassa secca per le combinazioni di
cultivar e livello di azoto sono variate tra 21 e 35 t/ha.
La produzione di biomassa è risultata una funzione lineare del livello di idoneità della stagione e
dello sviluppo vegetativo, dipendente a sua volta
Tab.1. Valore medio, con intervallo di confidenza al 95%, e componenti della varianza (in percentuale) per la produzione di biomassa secca, la resa in secco e il volume del fusto di due varietà
di sorgo a due livelli di azoto in due stagioni.
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Il colza da olio..
32 Cozzolino et al
Fig. 1. Effetto di concimazione azotata, cultivar e stagione su la
produzione di biomassa secca di due varietà di sorgo a due livelli di azoto in due stagioni, con barre di confidenza al 95%.
Fig. 3. Resa in secco in funzione dello sviluppo vegetativo di due
varietà di sorgo a due livelli di azoto in due stagioni. I dati relativi
alle due stagioni sono distinti con il colore, le medie per stagione
e trattamento sono indicate dalle posizioni dei relativi nomi.
non valgano il costo della stessa per la coltura del
sorgo da biomassa nelle condizioni saggiate.
Con le quotazioni correnti del sorgo da biomassa, da una coltura nella zona considerata si possono attendere ricavi nell'ordine dei 1200-1500
euro/ha, paragonabili a quelli ottenibili dalla coltura del colza in condizioni ambientali migliori, e
superiori a quelli forniti dal girasole. Pertanto,
anche questa specie potrebbe essere considerata in
ordinamenti senza tabacco solo per aziende abbastanza grandi condotte con minimo impiego di
lavoro umano
Fig. 2. Produzione di biomassa secca in funzione dello sviluppo
vegetativo di due varietà di sorgo a due livelli di azoto in due stagioni. I dati relativi alle due stagioni sono distinti con il colore, le
medie per stagione e trattamento sono indicate dalle posizioni dei
relativi nomi.
dalla cultivar e dal livello di concimazione azotata
(fig. 2). La stagione temperata ha incrementato la
produzione di biomassa secca, nonostante abbia
ridotto di circa due punti percentuali (dal 28,8% al
27%) la resa in secco, che peraltro tende a ridursi
con l'aumento della concimazione azotata e dello
sviluppo vegetativo (fig. 3).
A un prezzo di 40-45 euro/t per la biomassa
secca risulta una produttività marginale dell'azoto
intorno a 0,45 euro/kg, da confrontare con un prezzo dell'elemento all'ingrosso di circa 2 euro/kg.
Anche senza considerare gli altri costi che la concimazione comporta, sembra che gli incrementi di
produzione possibili con la concimazione azotata
Ringraziamenti. Un particolare ringraziamento è rivolto
al PA Grasso Gennaro per l'assistenza alla conduzione
del saggio nella propria azienda e al dr Filippo Piro del
CRA-ORT per la collaborazione all'analisi dei dati e alla
presentazione dei risultati
Letteratura citata
Fagnano M, Postiglione L, 2002. Sorgo da energia in ambiente
mediterraneo: effetto della concimazione azotata con limitati apporti idrici. Rivista di Agronomia 36: 227-232.
Peyre B, 1979. Contribution à l'étude du sorgho papetier.
Memoire de fin d'étude. Ecole Superiéure Agronomique
Pourpan, 114pp.
AAVV, 1999. Manuale di corretta prassi per la produzione integrata del colza. 3A-Parco Tec. Agroalimentare dell'Umbria.
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4
classes. R package version 0. 99875-7.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt. edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria, http://www. R-project. org.
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Progetto Co.Al.Ta. II 33
Valutazione preliminare di alcune specie da fronda recisa in
provincia di Caserta
Raimo F1, Napolitano A1, Vatore R1, Vicidomini S1
Introduzione
Con la fase II del progetto Co.Al.Ta. (Colture
Alternative al Tabacco), è continuata la sperimentazione sulle specie da fronda, impiantando
Aucuba japonica, Myrtus communis, Myrtus tarentina, Pittosporum tenuifolium "Silver queen" e
Asparagus medeoloides. Queste specie sono già
conosciute sui mercati floricoli e utilizzate come
fronda recisa per la florocomposizione; il mirto è
utilizzato anche per la produzione di liquori.
Materiali e metodi
Il terreno utilizzato per la prova è ubicato nel
comune di S. Felice a Cancello, in provincia di
Caserta, presenta tessitura franca con pH neutro e
buona fertilità. L'impianto è avvenuto sia in tunnel
coperto con rete (al 50% di ombreggiamento) sia in
pieno campo con Aucuba, Mirtus e Pittosporum;
mentre A. medeoloides è stata trapiantata solo sotto
rete al 75% di ombreggiamento; il trapianto è avvenuto il giorno 24 maggio 2006 utilizzando piante
allevate in vaso. La densità d'impianto e le caratteristiche delle diverse specie sono riportate in tabella 1. Obiettivi della prova erano di verificare: 1) la
possibilità d'introduzione in provincia di Caserta
delle specie in oggetto per l'utilizzo come fronda
recisa; 2) le differenze di accrescimento fra le
prime tre specie coltivate sotto ombreggiamento e
all'esterno; 3) la risposta delle specie coltivate sotto
rete ombreggiante a diversi livelli di concimazione
azotata. La prova di concimazione azotata, prevedeva tre livelli (N1 = 80 kg ha-1, N2 = 160 kg ha-1,
N3 = 240 kg ha-1), frazionati in tre riprese, mentre
all'esterno è stata effettuata una concimazione azotata pari a 160 kg ha-1 di N (N2 -est) per tutte le
specie. Durante il periodo di coltivazione sono stati
eseguiti rilievi biometrici e alla fine del biennio
sono stati effettuati rilievi ponderali per determinare la biomassa verde epigea. I dati sono stati analizzati utilizzando l'analisi della varianza (ANOVA).
1 CRA - CAT - Unità di ricerca per le colture alternative al
tabacco, via P. Vitiello, 108 - Scafati (SA) Tel. 081 8563611; Fax 081 8506206;
e-mail: [email protected]
Risultati
Nella Fig. 1 è riportato il peso verde medio, per
pianta, della parte epigea, riscontrato nelle diverse
tesi su aucuba a settembre 2007, dall'analisi dei
dati è emerso che esiste una differenza significativa (p=0,05) per quanto riguarda il peso tra le tesi
sotto rete ombreggiante e la tesi N2 impiantata in
pieno campo, anche per quanto riguarda l'altezza
totale, la differenza fra le tesi ombreggiate e quella esterna, è altamente significativa (p=0,01).
Per quanto riguarda l'A. medeoloides non vi è
una differenza significativa, in entrambi gli anni,
tra le tre tesi, sia per la lunghezza massima del
festone, sia per il peso fresco espresso come grammi per metro lineare di festone (grafico 2), mentre
esiste una differenza altamente significativa
(p=0,01) fra i due anni per i due parametri considerati.
Il pittosporo ha evidenziato un minore accrescimento all'esterno, infatti, i risultati dei rilievi
effettuati sulla parte epigea delle piante raccolte a
settembre 2007, hanno evidenziato che non esistono differenze significative tra le tre tesi ombreggiate, per quanto riguarda il peso verde, l'altezza e
il diametro; mentre esistono differenze altamente
significative (p=0,01) tra la tesi N2 ombreggiata e
la tesi N2 esterna per i parametri considerati.
Sul mirto sia sul M. communis sia sul M. tarentina, i rilievi effettuati a fine agosto 2007 non
hanno mostrato differenze significative fra le tesi
ombreggiate e quelle impiantate all'esterno per
Fig. 1. Peso parte epigea di piante di aucuba rilevato a settembre
2007
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Valutazione preliminare fronde recise..
34 Raimo et al
Tab. 1. Principali dati relativi alle specie impiantate
Fig. 2. Peso festone riscontrato su A. medeoloides nel biennio
quanto riguarda l'altezza, il diametro massimo e il
peso verde della parte epigea della pianta.
Le principali avversità riscontrate sono state:
a) su Asparagus medeoloides un attacco di acari
(Tetranychus urticae, Tetranychidae), che hanno
provocato decolorazioni fogliari; b) su aucuba
infestazioni di cocciniglie che deturpavano in
maniera evidente i germogli, l'attacco si manifestava soprattutto sulla parte basale della vegetazione; c) su Myrtus sp. vi è stato un attacco di coccide Lichtensia viburni (Signoret) (Homoptera:
Coccidae) che ha determinato su alcune piante la
presenza di fumaggine, che imbrattava la vegetazione.
Conclusioni
Nel confronto tra i due ambienti,
pieno campo vs tunnel ombreggiato, solo il mirto ha evidenziato una
buona adattabilità al pieno campo,
mostrando livelli di accrescimento
paragonabili alle piante coltivate
sotto rete ombreggiante, nel caso
dell’aucuba, è risultata improponibile la coltivazione in pieno campo,
in quanto, anche se riesce a sopravvivere, manifesta bruciature fogliari e ridotto accrescimento. Per
quanto riguarda il controllo delle
avversità, gli acari su A. medeoloides sono stati controllati mediante
trattamento con un prodotto a base
di abamectina, mentre le cocciniglie su aucuba e mirto sono state controllate con prodotti a base di olio minerale.
Ringraziamenti. Si ringrazia per la cortese collaborazione l'azienda agricola del sig. Ferrara Arcangelo, sita in
S. Felice a Cancello (CE).
Bibliografia
Gimelli F., Giusta R. (1998) - "Note di coltivazione di due specie di recente introduzione: Eucalyptus cv "Baby Blue"
(fam. Mirtacee) e Pittosporum tenuifolium cv. "Silver
Queen" (fam. Pittosporaceae)" - Flortecnica, 5, 25 - 29
Raimo F., Lombardi D.A., Napolitano A., Torsello R., Brunetti
F., Vatore R., Casaburi S., Vicidomini S. (2007) "Valutazione di specie da fronda recisa a basso input energetico in ambienti meridionali" in "Risultati finali del
Progetto Co.Al.Ta.", pag. 553-561.
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Progetto Co.Al.Ta. II 35
Analisi della variabilità genetica del “Fagiolo di Controne”
mediante marcatori molecolari
del Piano L, Capone C, Sorrentino C, Abet M, Cuciniello A
IIl fagiolo comune (Phaseolus vulgaris L.) è un
prodotto tradizionale italiano e occupa un ruolo
importante nell'economia di molte regioni del
nostro paese. Negli ultimi decenni molti agro-ecotipi di fagiolo sono stati sostituiti da coltivazioni
selezionate, tuttavia diverse varietà locali continuano a sopravvivere nelle piccole aziende, in aree
marginali, dove le tecniche agricole utilizzate
restano legate ai metodi di coltivazione tradizionali del luogo. Le varietà locali, il più delle volte,
prendono il loro nome dal luogo di provenienza
della coltivazione stessa, come accade per il
"fagiolo di Controne", un ecotipo campano di
fagiolo, che viene coltivato nella fertile valle del
fiume Calore, nell'area del salernitano.
Il fagiolo di Controne è noto per le sue eccellenti proprietà nutrizionali, il suo delicato sapore e
per l'alta digeribilità dovuta alla presenza di un
tegumento sottile, quasi impalpabile. Proprietà
peculiari di questo fagiolo sono un basso tempo di
cottura e una scarsa tendenza alla frammentazione.
Tali caratteristiche ne fanno un prodotto conosciuto ed apprezzato.
Per tutelare le sue peculiari qualità, recentemente per il fagiolo di Controne è stato richiesto il
marchio IPG (Indicazione Geografica Protetta).
La presente ricerca è stata finalizzata alla valutazione della variabilità genetica presente in popolazioni di "fagiolo di Controne", mediante marcatori molecolari ISSR (Inter Simple Sequence
Repeats) (Zietkiewicz, 1994) e SSR (Simple
Sequence Repeats) (Gupta e Varshney, 2000), allo
scopo di caratterizzare e valorizzare tale coltura
tipica.
Sono state utilizzate cinque popolazioni di
fagiolo di Controne, provenienti da aziende site nel
comune di Controne o in zone limitrofe e otto
varietà italiane, tra locali e commerciali. Il DNA
estratto da foglia è stato amplificato utilizzando
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA),
Tel. 0818563611/37, Fax. 0818506206,
e-mail:luisa.delpiano@entecra. it
primer ISSR e SSR scelti tra quelli riportati dalla
recente letteratura scientifica sul fagiolo (Galvan et
al. 2003, Blair et al. 2003).
L'analisi SSR condotta con quattro coppie di
primer, specifiche per le sequenze geniche relative
alle fitoemoagglutinina (PHA) ed alla cellulasi non
ha rilevato alcun polimorfismo tra le popolazioni di
fagiolo di Controne.
L'analisi ISSR delle differenti varietà di fagiolo,
è stata condotta con cinque primers precedentemente selezionati in base alla chiarezza e alla riproducibilità delle bande prodotte. I profili di amplificazione delle popolazioni di "fagiolo di Controne" esaminate hanno evidenziato un alto grado di similarità. Dall'analisi dei pattern elettroforetici ottenuti,
sono state individuate 87 bande, 86 delle quali
(99%) polimorfiche, ed è stata costruita una matrice 0/1, in base alla presenza o assenza del prodotto
di amplificazione, per ciascuno dei genotipi esaminati. Questa matrice è stata utilizzata per calcolare i
coefficienti di similarità, sulla base dei quali, è stato
costruito un dendrogramma UPGMA. I dati ottenuti hanno mostrato nel "fagiolo di Controne" un
basso polimorfismo sia inter che intra-popolazione.
Dall'analisi condotta sulla base dei frammenti polimorfici ISSR, è stato evidenziato che la varietà
campana del fagiolo di "Controne" presenta una
elevata similarità con quella toscana del "Coco".
Bibliorgafia
M. W. Blair, F. Pedraza, H. F. Buendia, E. Gaitan-Solis, S. E.
Beebe, P. Geps, J. Thome. Development of a genome-wide
anchored microsatellite map for common bean (Phaseolus
vulgaris L.). Theor Appl Genet 107: 1362-1374, 2003.
M. Z. Galvan, B. Bornet, P. A. Balatti, M. Branchard. Inter simple sequence repeat (ISSR) markers as tool for the assessment of both genetic diversity and gene pool origin in
common bean (Phaseolus vulgaris L.). Euphytica 132:297301, 2003.
P. K. Gupta and R. K. Varshney, 2000. The development and use
of microsatellite markers for genetic analysis and plant
breeding with emphasis on bread wheat. Euphytica, 113,
163-185.
E. Zietkiewicz, A. Rafalski and D. Labuda, 1994. Genome fingerprinting by simple sequence repeat (SSR) - anchored
polymerase chain reaction amplification. Genomics, 20,
176-183.
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36 Cozzolino et al
10.22
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artemisiaAccumulo.qxp
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Progetto Co.Al.Ta. II 37
Individuazione del periodo di massimo accumulo di artemisinina in genotipi di Artemisia annua L.
Abet M, Interlandi G, Lombardi P, Sodano E, Nunziata R, Del Gaudio C,
Di Giorgio B
Artemisia annua L. è una pianta erbacea annuale, pianta ha evidenziato un leggero effetto positivo
originaria dell'Asia, che, sin dall'antichità, è stata della densità d'investimento sullo sviluppo in altezutilizzata in Cina per le sue proprietà terapeutiche za. Il maggior incremento del peso secco della
nei confronti di alcune patologie. Tra i principi atti- pianta si è avuto nell'intervallo compreso tra 90 e
vi presenti nelle foglie di tale pianta, di particolare 105 giorni dal trapianto. Inoltre, è stato osservato
interesse è l'artemisinina, un prodotto molto effica- che la percentuale di peso secco delle foglie sulla
ce per combattere la malaria, in quanto è attivo pianta intera, per tutte le varietà, diminuiva con lo
contro le specie di Plasmodium resistenti ai comu- sviluppo della pianta. Il contenuto di artemisinina
ni farmaci utilizzati. L'artemisinina è un sesquiter- nelle foglie aumentava con l'età della pianta ma
pene lattone che presenta un ponte perossidico il con andamento diverso in dipendenza della varietà.
quale sembra essere responsabile delle proprietà L'incremento di artemisinina per la varietà Eureka
antimalariche di tale molecola. Poiché l'artemisia è stato lineare fino a circa 90 giorni dal trapianto
ha un ciclo vegetativo praticamente coincidente per poi stabilizzarsi ad un valore di circa 7 g/kg di
con quello del tabacco e una fase di essiccazione peso secco, mentre per le varietà Crono e la
post raccolta, tale coltura è stata proposta come una Pericles l'incremento era praticamente nullo fino a
delle possibili alternative al tabacco nelle aree della circa 80 giorni dal trapianto per poi aumentare
Campania soggette a riconversione varietale. Sulla rapidamente, fino alla fioritura, con valori di prinbase dei risultati agronomici in precedenza ottenu- cipio attivo, pari a circa 8 g/kg di peso secco, intorti (programma Co.Al.Ta. 1), relativi all'adattamen- no a 105 giorni dal trapianto. Per quanto riguarda
to ambientale, in alcune zone del beneventano, di l'effetto della densità di investimento sul contenuto
genotipi di Artemisia annua L. allevati con diverse di artemisinina nelle foglie, i valori più elevati sono
tecniche agronomiche, nell'ambito delle attività stati riscontrati sempre alla densità inferiore.
relative al programma Co.Al.Ta. 2, nel campo spe- Durante tutte le fasi della crescita, il contenuto di
rimentale di Scafati è stato avviato uno studio sul- artemisinina nei fusti è stato praticamente nullo.
Per quanto riguarda le rese teoriche di artemisil'accumulo di artemisinina durante lo sviluppo
della pianta, al fine di individuare la fase in cui si nina, è stato osservato che per la varietà Eureka è
ha il maggior accumulo di questo principio attivo e più conveniente eseguire la raccolta a circa 90 gioril momento di maggiore convenienza per effettuare ni dal trapianto ottenendosi una resa pari a circa 80
kg/ha, anche se non è stata ancora raggiunta la
la raccolta.
Tre genotipi di artemisia (Pericles, Eureka e massima concentrazione di artemisinina nelle
Crono), ad alto contenuto di artemisinina, sono foglie. Ciò è da mettere in relazione ad una eccesstati allevati a due densità di investimento (11 e 5,6 siva perdita di materiale fogliare oltre tale periodo.
piante per mq.) adottando un disegno sperimentale Per la varietà Crono, invece la raccolta dovrebbe
essere eseguita non prima di 120 giorni dal trapiansplit-plot con due ripetizioni.
Ogni 15 giorni, a partire dal trapianto e fino alla to con una resa di circa 80 kg/ha. Il periodo migliofioritura, le parti aeree della pianta (foglie e fusto) re per la raccolta della varietà Pericles è invece
sono state raccolte separatamente, pesate, essiccate compreso tra i 90 e 120 giorni dal trapianto con una
in stufa a ventilazione forzata, polverizzate ed ana- resa di circa 65 kg/ha.
Questi risultati indicano che, sebbene la massilizzate per il contenuto di artemisinina.
L' analisi dei dati relativi alla crescita della ma concentrazione di artemisinina si raggiunga alla
fioritura, l'epoca ottimale per la raccolta della pianta, per l'ottenimento della massima resa di princiCRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P. pio attivo, non coincide necessariamente con queVitiello 108, 84018 Scafati(SA),
sta fase, ma deve essere attentamente valutata in
Tel. 0818563611/37, Fax. 0818506206,
dipendenza della varietà utilizzata.
e-mail:[email protected]
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Progetto Co.Al.Ta. II 39
Proprietà antitumorali dell’artemisinina
Nicoletti R1, Carella A1, Canozo N2, Buommino E2, Cozzolino E1, Tufano MA2
Introduzione
L'artemisia (Artemisia annua L.) è una pianta erbacea annuale aromatica ascritta alla tribù
Anthemideae della famiglia Asteracee (Heywood e
Humphries, 1977). Originaria delle steppe degli
altopiani della Cina nord-orientale, come molte
altre delle circa 400 specie congeneri si è acclimatata e diffusa in numerosi altri Paesi del mondo tra
cui l'Italia (Van Geldre et al., 1997). La scoperta
dell'artemisinina e della sua attività biologica quale
prodotto antimalarico, avvenuta circa 30 anni fa
(Anon., 1979), ne ha determinato la diffusione
quale pianta coltivata; purtroppo però, essendo
pianta a fotoperiodo breve, la coltura non appare
adatta alle aree tropicali dove si registra il maggior
uso farmacologico in concomitanza con la diffusione endemica della malaria, e ciò ha stimolato la
ricerca di nuove aree di coltivazione tra cui quelle
oggetto di sperimentazione nell'ambito del progetto Co.Al.Ta. 2.
Fattori influenzanti la produzione di artemisinina
La resa in artemisinina è piuttosto bassa, a causa
della sua bassa concentrazione nei tessuti fogliari e
al difficile processo di estrazione. Si stima che da
una tonnellata di foglie secche (circa 40 ha di
superficie investita) si ottengano 6 kg di artemisinina (Hien e White, 1993). I fattori influenzanti la
resa della coltura in termini di quantità di principio
attivo sono molteplici. A parte i fattori climatici e
agronomici (cfr. Laughlin, 1993), particolare considerazione meritano gli aspetti di carattere biologico. Localizzandosi nei tricomi ghiandolari (Duke
et al., 1994), l'artemisinina si accumula nelle foglie
(ca. 89% del contenuto totale della pianta), nei germogli e nei fiori, nonchè nei semi, mentre è assente nelle radici (Van Geldre et al., 1997). È stata
accertata una correlazione positiva tra crescita
della pianta e contenuto in artemisinina (Singh et
1 CRA - Unità di Ricerca per le Colture Alternative al Tabacco,
Via Vitiello 108, 84018 Scafati (SA).
Tel 0818563631 - Fax 0818506206 Email: [email protected]
2 Dipartimento di Medicina Sperimentale, Seconda Università
di Napoli, Via De Crecchio 7, 80100 Napoli
al., 1988), e si stima che alla completa fioritura la
sostanza raggiunga nei fiori una concentrazione da
4 a 11 volte maggiore che nelle foglie (Ferreira et
al., 1995), grazie anche alla trasformazione di altri
composti strutturalmente correlati (acido artemisinico, artemisitene, arteannuina B), prodotti dalla
pianta in quantità sensibilmente maggiori (Roth e
Acton, 1989; Nair e Basile, 1993; Sangwan et al.,
1993). Oltre che naturalmente per effetto della fioritura, la formazione di artemisinina dai precursori
può essere incrementata artificialmente mediante
trattamenti con acido gibberellico (Zhang et al.,
2005). Come altri metaboliti secondari di origine
vegetale, l'artemisinina è implicata nella difesa
della pianta dalle avversità biotiche; pertanto lo
stato fitosanitario e, più in particolare, la presenza
e l'insediamento di microrganismi fungini nei tessuti della pianta influenzano la sintesi e l'accumulo
della sostanza (Nicoletti et al., 2006). Tra questi
particolare considerazione meriterebbero i miceti
endofiti, la cui importanza nella stimolazione di
reazioni di difesa delle piante attraverso la produzione di elicitori è sempre più considerata (Strobel
e Daisy, 2003; Tan e Zou, 2001), ed è già stata
messa in evidenza anche in A. annua (Wang et al.,
2001).
Proprietà antitumorali dell'artemisinina
L'artemisinina, sesquiterpenoide classificabile
come 1,2,4-trioxano, un tipo di struttura rara tra le
sostanze naturali, è un potente farmaco antimalarico particolarmente adatto per combattere la malattia nelle aree dove si registra resistenza agli agenti
chemioterapici tradizionali da parte dell'agente
infettivo. Le proprietà dell'artemisinina e dei suoi
derivati diidroartemisinina e artesunato come farmaci antimalarici sono state diffusamente trattate
in letteratura (Jung et al., 2004; Sriram et al.,
2004).
Recentemente diversi studi indipendenti hanno
evidenziato nell'artemisinina e nei suoi derivati
proprietà antitumorali che preludono ad un impiego farmacologico anche in questo campo. Infatti
sono già stati riportati effetti positivi nel trattamento clinico del carcinoma della laringe (Singh e
Verma, 2002). Oltre a documentate proprietà antiangiogenetiche (Chen et al., 2003), il meccanismo
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40 Nicoletti et al
di azione biomolecolare è basato su effetti antiproliferativi, sull'induzione di apoptosi e di stress ossidativi, e su effetti diretti sugli oncogeni e su geni
soppressori (Efferth, 2006). La natura multifattoriale della risposta cellulare all'artemisinina e ai
suoi derivati fornisce una spiegazione, e allo stesso
tempo una garanzia, circa l'assenza di un rischio
derivante dall'insorgenza di resistenza, oltremodo
utile per le proprietà terapeutiche del farmaco nel
caso sia della malaria che del cancro (Efferth,
2005). Approfondimenti condotti nell'ambito del
Progetto Co.Al.Ta. 2 hanno messo in evidenza che
l'artemisinina è altresì in possesso di proprietà antimetastatiche, essendo risultata efficace nell'inibire
l'invasività di cellule di melanoma metastatico
(A375M), attraverso la riduzione dell'espressione
dell'integrina αvβ3 e della produzione di metalloproteasi (MMP-2).
Bibliografia
Anonimo (Qinghaosu antimalarial coordinating research
group). Antimalarial studies on qinghaosu. Chin Med J
1979; 92:811-16.
Chen H-H, Zhou H-J, Fang X. Inhibition of human cancer cell
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Duke SO, Paul RN, ElSohly HN, Sturtz G, Duke SO.
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Avversità biotiche della rucola selvatica (Diplotaxis tenuifolia)
Nicoletti R , Raimo F, Miccio G, Carella A
Introduzione
Lo sviluppo della domanda dei prodotti di 'IV
gamma' ha determinato una crescita rapida del settore, con l'affermazione di nuove specie e tecniche
di produzione. Tra le colture di questo comparto, la
rucola selvatica (Diplotaxis tenuifolia L.) è una di
quelle in fase di maggiore sviluppo in diverse aree
del Paese, cosa che comporta crescenti problemi
fitosanitari. Attualmente non esistono cultivar selezionate per la resistenza o la tolleranza verso alcuna avversità biotica; pertanto l'impatto di patogeni
e parassiti sui risultati produttivi può essere alquanto rilevante, ed una conoscenza adeguata dei fattori che influenzano la loro insorgenza e le possibilità di controllo è indispensabile per una corretta
conduzione della coltivazione.
Malattie crittogamiche e virosi
Numerosi sono i patogeni fungini della rucola.
Particolarmente quelli terricoli rappresentano un
problema in rapporto sia alla loro attitudine polifaga, sia al fatto che la loro incidenza aumenta progressivamente con il succedersi dei cicli colturali,
determinando danni ingenti in assenza di idonei
schemi di rotazione.
La coltivazione ripetuta sugli stessi appezzamenti ha rappresentato il fattore principale delle
epidemie di marciume del colletto e delle radici
osservate recentemente nella Piana del Sele, causate da Rhizoctonia solani AG-4 (Nicoletti et al.,
2004). Le piante infette vanno incontro ad un
decorso acuto (damping-off) o cronico; in quest'ultimo caso lesioni necrotiche si sviluppano su un
lato del colletto e/o della parte superiore del fittone, e le piante presentano sviluppo stentato e
ingiallimenti fogliari. Altro agente di necrosi del
colletto e dello stelo segnalato in varie zone del
nostro Paese è Sclerotinia sclerotiorum (Garibaldi
et al., 2005; Minuto et al., 2005). È facile risalire
all'agente eziologico in quanto nel secondo caso i
1 CRA - Unità di Ricerca per le Colture Alternative al Tabacco,
Via Vitiello 108, 84018 Scafati (SA).
Tel 0818563631 - Fax 0818506206 Email: [email protected]
tessuti infetti divengono molli e acquosi, e vengono ricoperti da micelio bianco e dai tipici sclerozi
neri. L'incidenza di S. sclerotiorum è maggiore in
condizioni di umidità elevata e temperature relativamente più basse (15°C), che si realizzano in
Campania in inverno o all'inizio della primavera.
Dopo le epidemie recentemente segnalate in
Lombardia (Garibaldi et al., 2003), la tracheofusariosi è stata riscontrata anche in coltivazioni del
casertano nel 2006 (Spigno, comunicazione personale). In questo caso i sintomi della malattia consistono in una riduzione dello sviluppo delle piante
colpite, con clorosi fogliare, epinastia e avvizzimento. In uno stadio avanzato si evidenzia altresì
necrosi a carico dei tessuti vascolari del fittone. Si
ritiene che il patogeno possa propagarsi per seme
dato che uno sviluppo simile della malattia è stato
registrato in aziende ubicate in località distanti
dello stesso areale (Garibaldi et al., 2002). L'agente
eziologico, Fusarium oxysporum, è tuttavia
alquanto eterogeneo; infatti gli isolati ottenuti da
piante infette sono risultati appartenenti a due
diverse forme speciali, conglutinans e raphani
(Catti et al., 2007).
Un'altra malattia fungina trasmissibile mediante il seme, che può risultare un fattore limitante
nelle coltivazione della rucola, è la peronospora.
L'agente causale (Hyaloperonospora parasitica) è
comune sulle Crucifere invernali in Italia senza
peraltro causare danni rilevanti, ma l'ambiente protetto dei tunnel in plastica che caratterizza di solito
le coltivazioni di rucola costituisce un microambiente favorevole che spesso ne determina una
veloce diffusione (Minuto et al., 2004). I sintomi
consistono in una picchiettatura scura ed irregolare
sulla superficie superiore delle foglie; le aree
necrotiche confluiscono originando aree disseccate
più estese sulle quali si differenziano i segni del
patogeno sotto forma di una muffa bianco-grigiastra. Le foglie colpite vanno incontro ad ingiallimento e, in casi estremi, marciscono. La malattia
può avere un decorso subdolo manifestandosi dopo
la raccolta sul prodotto già immesso in commercio;
infatti il patogeno continua a svilupparsi alle temperature di conservazione, che semplicemente
determinano un prolungamento del periodo di
incubazione (Garibaldi et al., 2004). Potendo in tal
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modo essere raggiunta una soglia di danno economico, è consigliabile attuare misure di controllo.
Piuttosto comune sulle Crucifere invernali in Italia
(Pollini, 1991) è anche la ruggine bianca causata da
Albugo candida. Si tratta di un patogeno piuttosto
eterogeneo (Choi et al., 2006) responsabile di infezioni locali sulle foglie che si manifestano sotto
forma di pustole bianche distribuite per lo più sulla
pagina inferiore. I tessuti circostanti possono
necrotizzare portando le foglie a senescenza.
Altre malattie fungine occasionalmente osservate in Campania sono l'oidio o mal bianco causato da Erisyphe cichoracaearum e le macchie
fogliari da Alternaria (Anonimo, 2005).
Quest'ultima fitopatia è causata principalmente da
Alternaria brassicicola, essendo riportato in D.
tenuifolia un certo grado di resistenza nei confronti delle altre specie segnalate su Crucifere, A. brassicae e A. raphani (Klewer et al., 2002; Sharma et
al., 2002). La rucola selvatica è resistente anche
all'agente della gamba nera, Leptosphaeria maculans (anamorfo Phoma lingam) (Delourme et al.,
2006). Invece qualche preoccupazione desta il
mixomicete Plasmodiophora brassicae, agente
dalla ben nota ernia delle Crucifere, malattia diffusa particolarmente nei Paesi dell'Europa centrale
(Voorips, 1995), meno frequente nei nostri ambienti. Segnalata per la prima volta su D. tenuifolia in
Nuova Zelanda (Pennycock, 1989), tale fitopatia è
stata osservata recentemente sulla coltura in
Svizzera (Buser e Heller, 2006).
Tra le batteriosi, particolare considerazione
merita il marciume nero causato da Xanthomonas
campestris pv campestris, malattia che colpisce la
maggior parte delle Brassicacee spontanee
(Westman et al., 1999), segnalata recentemente su
rucola selvatica in Campania (Raio e Giorgini,
2005). Le foglie infette tipicamente spiccano per il
colore giallo della pagina superiore, mentre la pagina inferiore diventa scura, quasi nera, da cui la
denominazione della malattia. I sintomi necrotici si
propagano lungo la nervatura principale, fino a raggiungere lo stelo; in tale circostanza la sopravvivenza della pianta è compromessa. Come altre batteriosi parenchimatiche e sistemiche, il patogeno si
diffonde attraverso il seme e l'irrigazione.
Come in altre colture ortive a breve ciclo praticate essenzialmente in apprestamenti protetti, le
malattie virali non rappresentano un problema di
primaria importanza per la rucola selvatica. In let-
Avversità biotiche della rucola
teratura segnalazioni su D. tenuifolia derivano
essenzialmente da osservazioni quale ospite e serbatoio naturale di virus che rappresentano invece
un problema rilevante su altre colture. È il caso ad
esempio del virus del mosaico del cetriolo (CMV)
(Cariddi et al., 2001). Altri virus segnalati sono
comuni sulle Brassicacee in genere, come il virus
del mosaico giallo della rapa (TYMV) (Brunt et
al., 1997), il virus del mosaico della rapa (TuMV)
(Stavolone et al., 1998) e il virus del mosaico del
cavolfiore (CaMV) (Moreno et al., 2004). Altre
specie del genere Diplotaxis (es. D. erucoides, D.
muralis), considerate più che altro come infestanti,
sono state altresì segnalate quali ospiti latenti dei
virus "rattle" del tabacco (TRV), dell'avvizzimento
maculato del pomodoro (TSWV), della maculatura
zonata del geranio (PZSV) (Lupo et al., 1991;
Parrella et al., 2003; Gallitelli et al., 2004).
Dopo la recente messa al bando del bromuro di
metile, il cui uso nel caso della rucola era peraltro
già sconsigliato nei disciplinari predisposti dalle
ditte trasformatrici, il controllo delle malattie crittogamiche è divenuto piuttosto problematico su
diverse colture orticole. I prodotti attualmente
disponibili per la disinfestazione del suolo, come il
metham sodio o il dazomet, non risultano altrettanto efficaci. Il dicloran è attivo contro la S. sclerotiorum ma, dato il lungo periodo di carenza del prodotto (20 giorni), i trattamenti devono essere operati nelle prime fasi del ciclo colturale. Oltre a considerare gli effetti di alcune pratiche colturali, quali
le rotazioni e l'irrigazione, i coltivatori dovrebbero
adottare ogni possibile accorgimento per evitare
l'incremento del potenziale di inoculo dei diversi
agenti patogeni nel terreno. Uno di questi è sicuramente la solarizzazione, che però può essere praticata solo in caso l'ordinamento aziendale lo consenta. Il potere biofumigante riportato nelle
Brassicacee in relazione al loro contenuto in glucosinolati (Kirkegaard e Sarwar, 1998), il cui uso è
stato proposto come alternativo alla geo-sterilizzazione contro i patogeni terricoli, non appare significativo nel caso della rucola; dati sperimentali
hanno infatti dimostrato che il potenziale antifungino di questa coltura si esprime solo in caso si proceda all'interramento di quantità estremamente elevate di residui colturali (Yulianti et al., 2006).
L'impiego di agenti di controllo biologico, come
Trichoderma spp. e Coniothyrium minitans, comincia ad essere proposto anche su questa coltura
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(Anonimo, 2005), e può risultare particolarmente
conveniente quando la coltura viene trapiantata.
Infatti l'incorporazione dei micoparassiti nel substrato di coltivazione in pre-trapianto dà loro il
tempo di colonizzare la rizosfera e di esercitare
un'azione preventiva. Pertanto è utile usare questi
prodotti anche in caso di bassa incidenza dei patogeni terricoli in quanto in pieno campo essi sono in
grado di proliferare a spese delle loro strutture di
conservazione (ad esempio gli sclerozi di S. sclerotiorum) o del micelio eventualmente in fase di sviluppo saprofitico a carico dei residui colturali. Un
altro criterio "ecologico" da considerare per le sue
possibili ripercussioni sul controllo delle fitopatie è
l'uso dei fosfiti per la concimazione fogliare che
notoriamente produce un effetto di stimolo della
produzione di fitoalessine (Guest e Grant, 1991).
Nonostante il recente sviluppo della coltura,
numerosi sono i prodotti registrati in Italia utilizzabili nel controllo chimico delle fitopatie. In particolare il ricorso all'uso di fungicidi può essere necessario contro la peronospora, nei cui confronti è efficace la miscela metalaxil M + ossicloruro di rame.
Tuttavia l'uso di tale prodotto non è consentito in
coltura protetta; inoltre il breve ciclo della coltura
rende spesso necessario l'uso di prodotti a bassa
persistenza come l'iprovalicarb (anch'esso in
miscela con ossicloruro di rame), la tolylfluanid e
l'azoxystrobin, presentanti un periodo di carenza di
7 giorni, o leggermente superiore a basse temperature. I prodotti a base di rame, in particolare il solfato tetraramico presentano il periodo di carenza
più breve e risultano efficaci contro il marciume
batterico, ma il loro uso in genere è sconsigliato in
quanto procurano imbrattamento del prodotto. Un
altro prodotto impiegato occasionalmente è il
tiram, che è pure efficace contro l'alternariosi e può
essere eventualmente impiegato per il trattamento
dei semi. La concia dei semi non è attualmente una
pratica corrente, ma la definizione di un protocollo
di sterilizzazione sarebbe particolarmente indicata
per questa coltura, considerato il numero di patogeni in grado di diffondersi con questo veicolo. Una
procedura di disinfezione basata sull'immersione in
aceto per 15 minuti seguita da asciugatura a 2530°C è raccomandata in Svizzera contro la peronospora (Buser e Heller, 2006).
Fitofagi
Le segnalazioni di insetti su D. tenuifolia riguarda-
no in genere specie comuni su altre Brassicacee.
Citati al riguardo sono gli afidi (Brevicoryne brassicae, Myzus persicae, Lipaphis erysimi), le altiche
(Phyllotreta spp.), i ferretti (Agriotes spp.), le cavolaie (Pieris spp.) e i nottuidi (Autographa gamma,
Mamestra brassicae, ma particolarmente
Spodoptera littoralis) (Bianco, 1995; Anonimo,
2005). Altri Lepidotteri che hanno recentemente
causato danno economico sulla coltura sono la
tignola (Plutella xylostella) (Ciampolini et al.,
1998) e il piralide Hellula undalis (Ciampolini et
al., 2001a). Nei nostri ambienti possono essere particolarmente dannose le altiche, anche in via indiretta in quanto vettori del TYMV. Le infestazioni
cominciano ad osservarsi all'inizio della primavera
quando gli adulti, reduci dallo svernamento, riprendono ad alimentarsi sulle foglie producendo vistose erosioni e sforacchiature; viceversa le larve, che
compaiono a stagione avanzata, non sono dannose
in quanto si alimentano a spese delle radici (Pollini,
1991; Ciampolini et al., 2001b). Le condizioni climatiche particolarmente miti verificatesi in inverno
negli ultimi anni hanno rappresentato un fattore stimolante insolite pullulazioni del collembolo
Sminthurus viridis riscontrate in numerose aziende
della Piana del Sele (Raimo et al., 2005). I danni
sono simili a quelli prodotti dalle altiche, anche se
generalmente le erosioni fogliari risparmiano l'epidermide di un lato della pagina fogliare. Le foglie
danneggiate non sono commerciabili e, a parte una
perdita diretta di prodotto, gli attacchi di questi
fitofagi rendono necessaria un'operazione di cernita che incide sui risultati economici. Le pratiche di
lotta devono prevedere un accurato controllo delle
piante infestanti, specialmente nei canali di scolo
circostanti i tunnel che costituiscono il microambiente ideale per l'inizio delle pullulazioni. Come
già anticipato per le malattie crittogamiche, l'uso
dei pesticidi sulla rucola selvatica è reso problematico a causa del breve ciclo colturale e del tempo
ridotto intercorrente tra le successive raccolte; pertanto non possono essere utilizzati insetticidi a tossicità elevata o altamente persistenti. Tra i prodotti
registrati in Italia i più diffusi sono probabilmente i
piretroidi, efficaci in varia misura contro tutti i fitofagi citati. Bisogna però considerare che il loro uso
indiscriminato può avere ripercussioni deleterie in
quanto in grado di stimolare la proliferazione di
acari (Bryobia spp.), già segnalati per la loro dannosità in diverse aree italiane (Giorgini, 2001;
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Laffi, 2001). Un'alternativa è rappresentata dallo
spinosad o dall'etofenprox, presentanti un intervallo di carenza rispettivamente di 3 e 7 giorni.
L'azadiractina è un prodotto in possesso di un forte
potere fagodeterrente nei confronti delle altiche
(Ciampolini et al., 2001b), poco tossico e rispettoso dell'ambiente, ed efficace anche nei confronti di
afidi e nottuidi. Bassa tossicità presentano anche i
prodotti a base di Bacillus thuringiensis che consentono peraltro di salvaguardare il contributo fornito da alcuni parassitoidi (es. Angitia tibialis,
Apanteles spp.), spesso spontaneamente in grado di
contenere i nottuidi ed altri Lepidotteri al di sotto
della soglia di danno (Ciampolini et al., 1998).
Infine varie specie di limacce (es. Deroceras reticulatum, Arion spp.) possono arrecare danni occasionali che possono tuttavia essere controllati con
l'uso di esche trattate con metaldeide o metiocarb
(Anonimo, 2005).
Malerbe
La rucola selvatica è una pianta dotata di buone
capacità competitive, grazie anche alla produzione
di sostanze allelopatiche (Giordano et al., 2005),
tanto che è essa stessa descritta e studiata come
malerba, specialmente in Australia (Parsons e
Cuthbertson, 1992; Hurka et al., 2003). Ciò nonostante, il problema delle piante infestanti è concreto anche su questa coltura, specialmente se si considera che la loro presenza rappresenta un elemento pregiudizievole per gli aspetti produttivi in termini non solo quantitativi. L'assenza di erbe contaminanti è infatti un requisito fondamentale per tutti
i prodotti di IV gamma, e un oneroso intervento di
cernita si rende necessario dopo la raccolta in caso
il controllo in campo risulti inadeguato. La lotta
alle malerbe dovrebbe essere preferibilmente condotta privilegiando mezzi diversi dagli erbicidi,
essendo il numero di principi attivi registrati per
l'uso su questa coltura piuttosto ridotto. Spesso
inoltre il loro spettro d'azione e la loro selettività
non sono adeguati. Ad esempio, i trattamenti in
pre-semina generalmente effettuati nelle coltivazioni della Piana del Sele con benfluralin non riescono a controllare alcune Brassicacee spontanee,
tra cui Capsella bursa-pastoris, che sta divenendo
così un problema frequente, risolvibile solo con un
intervento di scerbatura manuale prima della raccolta. Altre malerbe particolarmente frequenti nelle
coltivazioni di rucola sono le specie di Poa, Urtica,
Amaranthus retroflexus, Portulaca oleracea,
Solanum nigrum e Chenopodium album (Pimpini e
Enzo, 1996). A parte il ricorso a sistemi di coltura
fuori-suolo, tra i quali il più diffuso nel caso della
rucola è il 'floating system', il sistema di lotta alle
malerbe più efficace è rappresentato dal ricorso alla
pacciamatura con film plastici di colore nero. In
mancanza di questo strumento, un ruolo preventivo
fondamentale deve essere svolto dalle lavorazioni
o da accorgimenti quali la falsa-semina, consistente nello stimolo alla germinazione delle infestanti
presenti nel terreno con un intervento irriguo eseguito prima dell'impianto.
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Gravi danni da Sclerotium rolfsii su diverse colture in provincia di Benevento
Caiazzo R, Carella A, Cozzolino E, Porrone F, Leone V & Lahoz E
Introduzione
Nell'ambito del progetto di ricerca Colture
Alternative al Tabacco sono stati monitorati i
campi per valutare la presenza di fitopatie. Il quadro generale delle colture ha evidenziato la presenza di numerose malattie ad eziologia fungina.
Nessuna malattia ha raggiunto livelli epidemici ad
eccezione di Sclerotinia sclerotiorum su grano
saraceno (Lahoz et al. 2007) ed una malattia osservata sulle coltivazioni presenti in un campo del
beneventano (Venticano), nel quale tutte le colture
sono state colpite al colletto ed alle radici da un
fungo che ha prodotto, ingiallimento diffuso,
appassimento anche precoce ed anche la morte
delle piante, come segno è stata osservata una
efflorescenza biancastra sulle radici e sul colletto.
Su questi tessuti sono stati prodotti dal fungo sclerozi simili a semi di senape Le colture colpite sono
state: Pomodoro, Kenaf, Fagiolo, Peperone e
Melanzana (Figg. 1-7).
Foto 1- 2 S. rolfsii
ficato a pH 4.5, V8 juice agar e inoculati a 25°C per
una settimana in cella climatica. Le colonie fungine cresciute in purezza sono state sottoposte all'osservazione microscopica per il riconoscimento
morfologico al quale è stato affiancato quello biomolecolare. Per avere un'identificazione inequivocabile della specie fungina, è stata eseguita un'amplificazione mediante PCR degli spaziatori interni
(ITS1-5.8-ITS2) e del gene 5.8 rDNA, usando primers fungini universali (ITS1 e ITS2) (Glass and
Donaldson 1995). Le colonie emergenti sono state
prontamente trasferite, prelevando porzioni apicali
delle ife in accrescimento, in piastre contenenti
PDA. Le prove di patogenicità sono state effettuate su 5 piantine di ognuna delle colture, precedentemente poste in contenitori di polistirolo con terreno naturale sabbioso, sterilizzato in autoclave
con due cicli di 1h a 120 °C. Dopo 20 gg le piantine sono state trapiantate in vasi di plastica con diametro di 20 cm ed inoculate con 20 sclerozi di
Sclerotium rolfsii per 100 cm3
di terreno, fatta eccezione per
la tesi di controllo dove non è
stato inoculato alcun fungo.
Dopo due settimane sono stati
valutati i sintomi della malattia.
Risultati
Gli isolamenti condotti sui differenti substrati hanno prodotSintomi su radice e colletto e campo di pomodoro con numerose fallanze dovute a to più del 95% di colonie fungine a crescita rapida in pos-
Materiali e metodi
Campioni di tessuto, prelevati da piante presentanti i sintomi descritti sono stati trattati per 15s con
ipoclorito di sodio all'1%, lavati in acqua sterile e
posti su piastre Petri contenenti diversi substrati di
crescita: PDA (Potato Dextrose Agar), PDA acidi-
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA),
Tel. 0818563611/37, Fax. 0818506206,
E-mail: [email protected]
Foto 3 - Piante di kenaf colpite da S. rolfsii
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46 Caiazzo et al
Foto 4 e 5 - Pianta e campo di peperone con danni da S. rolfsii
Foto 6 - Parcella di fagiolo fortemente colpita da S. rolfsii
Foto 7 - Pianta di melanzana con chiari segni di S. rolfsii
Foto 8 - Sclerozi in piastra di 30 giorni
Gravi danni da Sclerotium rolfsii ...
sesso dei tipici sclerozi chiari
ed uniformi del genere
Sclerotium. Gli isolati si sono
presentati in piastra uniformi
nella morfologia e quattro di
essi sono stati utilizzati per le
fasi successive. Sia il riscontro
in banca dati (NCBI) sia quello morfologico hanno fatto
ascrivere con sicurezza alla
specie Sclerotium rolfsii gli
isolati ottenuti. L'agente è un
patogeno del terreno che
sopravvive sottoforma di sclerozi, (Fig. 8). Il micelio vive in condizioni ottimali in terreni acidi ad un
range di temperature da 10 a 35°C. Il micelio muore
a temperature prossime allo zero, mentre gli sclerozi resistono fino a circa -10°C. Il patogeno, però è
diffuso soprattutto al di fuori delle aree che raggiungono regolarmente basse temperature cioè zone
temperate e tropicali.
Il fungo si diffonde bene nelle coltivazioni ben
irrigate.
Nelle prove di patogenicità gli isolati hanno confermato la loro elevata virulenza e polifagia. In alcuni
casi sui tessuti e nel terreno inoculato sono stati prodotti i caratteristici "Turf" con gli sclerozi (Fig. 9).
Conclusioni
L'estesa presenza nel campo di Venticano di specie
colpite da S. rolfsii può essere ascritta alla storia di
monocoltura di tabacco, infatti questa coltura pur
albergando il patogeno raramente crea danni consistenti, però può far moltiplicare l'inoculo nel terreno, per cui la sperimentazione di nuove specie
passa proprio attraverso l'analisi dei patogeni
potenziali.
Il controllo della malattia è difficile e dipende
da un insieme di tecniche culturali, biologiche e
chimiche. In particolare, S. rolfsii può essere controllato attraverso l'uso di buone pratiche culturali
che prevedono:
- Rotazione: Avvicendamenti con cerealicole, evitare rotazioni con leguminose. Recentemente si è
osservato che seminando piante di cipolla in
inverno, diminuisce sensibilmente l' attività patogenica del fungo in quanto gli essudati delle radici di cipolla rendono Sclerotium sensibile alla
microflora antagonista del suolo. - eliminazione
delle infestanti ospiti (es. Amaranto, Farinaccio,
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Foto 9 - Sclerozi ottenuti in vivo su terreno e tessuti di pianta nelle
prove di patogenicità
Rafano, Senape selvatica )
- lavorazioni profonde ammendamento del suolo
che stimola la crescita dei microrganismi che inibiscono lo sviluppo di S. rolfsiii, tra essi principalmente:
* Bacillus subtilis,
* Gliocladium virens,
* Penicillium,
* Trichoderma harzianum,
* Trichoderma viride.
- calcinazioni (pH neutri e subalcalini ostacolano lo
sviluppo del fungo)
- buon drenaggio del terreno
- in alcuni casi con la raccolta precoce delle piante
Mezzi di lotta diretti:
- solarizzazione che è molto efficace;
- Lotta chimica: in non molti casi è praticabile in
pieno campo e va modulata utilizzando prodotti
registrati ed efficaci da scegliersi coltura per coltura;
- lotta biologica: attraverso l'uso degli ormai numerosi prodotti registrati e contenenti quali agenti di
contenimento i microrganismi già menzionati.
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Danni da Meloidogyne incognita (Kofoid et White) Chitw. su
colture erbacee nel beneventano
Russo G, Sannino L, Cozzolino E
Introduzione
Nel corso di sopralluoghi effettuati nel luglio del 2006
in un'azienda sita in contrada Fenile di S. Agata dei Goti
(Bn), in un campo coltivato a fagiolo, sono state notate
un elevato numero di piante morte o con sintomi di
grave sofferenza(Figura1).Il campo era stato predisposto per eseguire una prova agronomica di confronto
varietale su fagiolo (Phaseolus vulgaris L.); allo scopo
erano state seminate, in maggio, tre cv di borlotto
(Splendido Nano; Granato; sel. Lingua di Fuoco) e due
di cannellino (Impero Bianco e Montalbano). Le piante,
indipendentemente dalla cv, mostravano sintomi analoghi con un apparato radicale fortemente danneggiato
dalla presenza di numerose galle (Figura 2), sintomo
questo tipico di attacco dei nematodi cecidogeni del
genere Meloidogyne Goeldi. Ulteriori osservazioni sulle
altre colture presenti in azienda, girasole (Helianthus
annus L.), kenaf cv Tainung 2 (Hibiscus cannabinus L.)
e pomodoro (Lycopersicum esculentum L.) seminate o
trapiantate nello stesso periodo, hanno evidenziato la
manifestazione della medesima patologia. Considerata
la gravità delle infestazioni, soprattutto nei confronti del
kenaf, coltura da biomassa energetica, le radici, per singola coltura, sono state poste in sacchetti di polietilene e
trasferite in laboratorio per l'estrazione dei nematodi per
la determinazione della specie.
Materiali e metodi
Gli apparati radicali delle citate specie botaniche
presenti in azienda, una volta trasferiti in laboratorio,
dopo opportuno lavaggio in acqua corrente, sono stati
oggetto di osservazione ad uno stereomicroscopio per
accertare, attraverso le femmine, la reale presenza di
nematodi galligeni. In seguito dagli apparati radicali
delle singole piante, in corrispondenza delle masse d'uova presenti sulle radici, sono state isolate dieci femmine
mature utilizzate per l'osservazione delle impronte perineali e per il calcolo del rapporto tra la distanza fra zona
cefalica e poro escretore e la lunghezza dello stiletto
(PE/St) (Taylor, 1987); rapporto questo utilissimo come
discriminante, nell'ambito della diagnostica tradiziona-
CRA-CAT Unità di ricerca per le alternative al tabacco. Via P.
Vitiello 108, 84018 Scafati(SA), Tel. 0818563611/37, Fax.
0818506206, e-mail:eugenio.cozzolino@entecra. it
le, per la determinazione della specie. Per rendere possibile il rilevamento di tali caratteri le femmine, prelevate dai tessuti vegetali, sono state poste in capsule Petri,
tagliate a circa 2/3 della loro lunghezza, ripulite e rifinite in una soluzione di acido lattico al 45%. Le porzioni
interessate, per poterle esaminare al microscopio completo, sono state montate in glicerina su vetrini portaoggetti per allestire i preparati permanenti.
Risultati e discussione
Le impronte perineali della quasi totalità delle femmine
(Figura 3), ritenute principale caratteristica di diagnosi
differenziale, mostravano un arco dorsale alto, strie cuticolari ondulate e assenza sia di campi laterali che di
punteggiature tra ano e coda; il rapporto PE/St risultava
essere = 1,4. Peculiarità queste tipiche di Meloidogyne
incognita (Kofoid et White) Chitw. Alcuni tratti perineali, mostravano le caratteristiche di un' impronta
rotondeggiante, con linee laterali appena abbozzate con
archi ampi e arrotondati, ascrivibili a M. arenaria (Neal)
Chitwood; anche il relativo rapporto PE/St = 2,4 ha
confermato la legittimità di detta specie. Il campo pertanto risultava essere infestato da una popolazione mista
con prevalenza di M. incognita. Infestazioni promiscue
delle due specie, tra l'altro, soprattutto in terreni molto
sciolti sono molto facili da rinvenire (Lamberti e Basile,
1993).Il nematode galligeno Meloidogyne incognita,
per la sua elevata polifagia e diffusione, è un pericolo
per gli agricoltori che operano in tutti i segmenti agricoli e soprattutto l'orto-floricoltura in terreni sciolti in
ambiente protetto. Nell'azienda in questione, se negli
anni precedenti il nematode non ha creato problemi rile-
Fig. 1. Campo di fagioli con sintomi di grave sofferenza
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50 Russo et al
Fig. 2. Radice di fagiolo rachitica e mostrante numerose galle in
seguito dell'attacco di Meloidogyne incognita.
Fig. 2. Impronta perineale di Meloidogyne incognita.
vanti al tabacco è l'effetto del continuo utilizzo di trattamenti preventivi con nematocidi non volatili che hanno
contenuto la carica del galligeno entro limiti tollerati
dalla coltura. Tali p.a. geodisinfestanti non essendo eradicanti, riescono solo a contenere la carica nematologica nei livelli sopportabili dalla coltura; aspetto questo
evidentemente ancora non ben chiaro a molti operatori
nel settore. Pertanto, l'assenza dei trattamenti e l'annata
particolarmente calda che, abbreviando il ciclo, ha
accresciuto il numero delle generazioni sono alla base
dell'esaltazione dei danni. E' noto infatti al riguardo che
lo sviluppo di M. incognita è possibile ad una temperatura compresa fra i 16 e i 40°C (Wallace, 1963) e che
nelle Regioni mediterranee della Francia, con caratteristiche similari a quelle dell'areale oggetto di indagine, il
ciclo è compreso tra i 25-90 giorni a seconda della stagione (Ritter, 1971). Da ciò si desume che nell'arco di
tempo di coltivazione del fagiolo si siano completate
due generazioni. Inoltre, forse anche in seguito alla contemporanea presenza del basidiomicete Sclerotium rolfsii Sacc., anch'esso estremamente polifago e particolarmente attivo a temperature elevate, i danni sono risultati devastanti al punto da azzerare le produzioni. Su
pomodoro, invece, pur se l'apparato radicale mostrava
numerose galle, ricche di femmine e masse d'uova, le
produzioni, grazie anche al trapianto che ha consentito
l'attacco del nematode a radice già formata sono risultate soddisfacenti. In altre parole ciò ci conferma che in
terreno infestato le colture in semina diretta subiscono
danni più gravi di quelle trapiantate (Ekanayake e Di
Vito, 1984; Lamberti e Basile, 1993). I danni più contenuti riscontrati su kenaf e girasole sono probabilmente
da attribuire o ad una carica nematologica iniziale più
ridotta presente nei terreni investiti da dette colture più
che alla loro minore sucettibilità ( Di Vito et al., 1991;
Sasanelli e Di Vito, 1992; Crozzoli et al., 1997; Di Vito
Danni da Meloidogyne incognita ...
et al., 1997). Alla luce delle risposte acquisite sulle colture in oggetto è evidente che le problematiche indotte
dal nematode galligeno Meloidogyne incognita in
un'areale dove l'orticoltura, tende a sottrarre spazi in
maniera sempre più evidente alla coltura del tabacco
può assumere dimensioni di notevole entità. Tale situazione potrebbe essere sempre più compromessa da una
tropicalizzazione del clima che, attraverso un'estate
sempre più lunga e calda, è particolarmente predisponente agli incrementi dei livelli di popolazione del
nematode. Si presume pertanto che negli anni a seguire
se non si interviene con misure adeguate la situazione
nematologica diventerà insostenibile per qualsiasi coltura. Considerate le difficoltà di impiego dei p.a. geodisinfestanti volatili e non che sono in fase di valutazione e
che porteranno inevitabilmente ad una contrazione delle
molecole utilizzabili si ritiene che la via da perseguire è
quella di trovare i giusti spazi di applicazione, soprattutto nei tempi, di vie a basso impatto ambientale quali la
solarizzazione del terreno e/o biofumigazione o avvicendamenti culturali con specie a ciclo autunno-vernino. L'utilizzo di cv resistenti, altra via perseguibile, al
momento ha grossi limiti applicativi in quanto solo per
il pomodoro la ricerca ha prodotto materiale geneticamente resistente commercialmente valido.
Letteratura citata
Crozzoli R., Greco N., Suarez A. C., Rivas D. - (1997) Pathogenicity of the root-knot nematode, Meloidogyne
incognita, to cultivars of Phaseolus vulgaris and Vigna
unguiculata - Nematropica 27 (1): 61-67.
Di Vito M., Cianciotta V., Zaccheo G. - (1991) - The effect of
population densities of Meloidogyne incognita on yeld of
susceptible and resistant tomato - Nematologia mediterranea, 19 (2): 265-268.
Di Vito M., Piscionieri I., Pace S., Zaccheo, G. Catalano F. (1997) - Pathogenicity of Meloidogyne incognita on Kenaf
in microplots - Nematologia mediterranea, 25 (2): 165-168.
Ekanayake H.M.R.K., Di Vito M. - (1984) - Effect of population
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Lamberti F., Basile M. - (1993) - I nematodi parassiti del pomodoro - Bayer S.p.A. Divisione Agraria, pp. 24.
Ritter M. - (1971) - Les nématodes des cultures - Journées d'études et d'information. Paris 3-5 novembre, pp. 27.
Sasanelli N., Di Vito M. - (1992) - The effect of Meloidogyne
incognita on growth of sunflower in pots. - Nematologia
Mediterranea, 20 (1): 9-12.
Taylor A.L. - (1987) - Identification and estimation of root-knot
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Wallace H. R. - (1963) - The Biology of Plant Parasitic
Nematodes - Arnold, London 280 pp.
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Progetto Co.Al.Ta. II 51
Valutazione di specie da fronda recisa a basso imput in tre
località dell’Italia Meridionale
Raimo F1, Napolitano A1, Torsello R2, Brunetti F2, Vatore R1, Grassi F2,
Vicidomini S1
Risultati
Introduzione
Negli ultimi anni in Italia la coltivazione delle Durante il ciclo colturale sono stati rinvenuti
piante da fronda recisa è andata sempre più cre- Metcalfa pruinosa (Say) su Aralia, Pinnaspis aspiscendo, spostando il suo areale di coltivazione distrae Sign. su Aspidistra (Sannino et al., 2006),
dalla Liguria, alla Campania, alla Puglia e alla nel mese di giugno 2006 si è verificato un forte
Toscana. Nell'ambito del progetto Co.Al.Ta. attacco di afidi in località Racale che ha colpito la
(Colture Alternative al Tabacco) è stato inserito lo parte apicale delle piante di aralia; inoltre su
studio della coltivazione di specie da fronda verdi entrambe le specie sono stati riscontrati attacchi di
al fine di valutare il loro potenziale produttivo in chiocciole e lumache, mentre su E. pulverulenta
alcuni ambienti meridionali, dove la loro diffusio- var. "baby blue" in tutte e tre le località si sono verificati attacchi di Alternaria (Lauro et al., 2007). I
ne è ancora limitata.
risultati riportati sono stati rilevati nel triennio
Materiali e metodi
2005-2007 e rappresentano la produzione commerSono state impiantate le seguenti specie: Aralia siebol- ciale ottenuta in diverse epoche di raccolta, per
di, Aspidistra elatior, Asparagus medeoloides, sotto tutte e tre le località menzionate nell'articolo.
rete ombreggiante, ed Eucalyptus pulverulenta var.
Nella valutazione dei risultati è da tener presen"baby blue" in pieno campo, nelle località di te che nell'inverno 2006-2007 un fortunale abbattuBenevento (Campania), Racale e Sternatia nel Salento tosi nel Salento ha provocato danni all'ombraio sito
(Puglia), inoltre è stato realizzato un campo catalogo in Sternatia, per cui la coltivazione è stata esposta
presso l'azienda del CRA - Istituto Sperimentale per il per un certo periodo alle intemperie, con conseTabacco sita in Monteroni (LE). L'impianto è stato guenze negative sullo sviluppo delle piante.
effettuato in tutte le località tra l'ultima decade di magL'aralia, ha mostrato una produzione comgio e la prima decade di giugno 2005, utilizzando sem- merciale espressa in numeri di foglie per pianta
pre piantine in vaso. È stata effettuata una concimazio- (grafico 1), che è stata in totale di circa 39 foglie
ne minerale di pre-impianto comune per tutte le loca- per Benevento, 59 foglie per Racale e 33 foglie
lità, con 80 kg ha-1 di N, 50 kg ha-1 di P2O5 e 80 kg ha- per Sternatia. In località Benevento le piante di
1
di K2O, successivamente sono state effettuate fertir- aralia durante l'inverno 2005-2006, a causa delle
rigazioni con concimi complessi. L'irrigazione è avve- basse temperature, hanno subito l'allessatura
nuta utilizzando acqua di pozzo ed erogata mediante della parte apicale, ciò nonostante col sopragsistemi a microportata. La valutazione del materiale giungere della primavera le piante hanno mostraraccolto è stata effettuata quando le foglie presentava- to una buona ripresa vegetativa, come si evidenno la necessaria consistenza e colore tipico delle foglie zia anche dalle produzioni ottenute nel periodo
mature prendendo in considerazione per l'aralia la lar- successivo.
ghezza delle foglie, per l'aspidistra la lunghezza delle
lamine fogliare e l'integrità delle foglie, mentre per E.
pulverulenta var. "baby blue" è stato valutato tutto il
materiale raccolto suddividendo i germogli in diverse
classi di lunghezza.
1 CRA - CAT - Scafati (SA)
2 CRA - CAR - Lecce (LE)
Raimo F. - C.R.A. - CAT - via P. Vitiello, 108 - Scafati (SA) Tel. 081 8563611; Fax 081 8506206;
e-mail: [email protected]
Grafico 1. Foglie commerciali di aralia raccolte nel triennio
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Valutazione di specie da fronda recisa..
52 Raimo et al
Grafico 2. Foglie commerciali di aspidistra raccolte nelle tre località
L'aspidistra ha fatto registrare una produzione
commerciale (grafico 2), espressa in numero di
foglie raccolte per m2, di circa 65 a Benevento, 63
a Racale e 70 a Sternatia. A. medeoloides ha
mostrato un buon comportamento di crescita in
tutti e tre gli ambienti, la raccolta è avvenuta nel
periodo autunnale, quando le piante presentavano
mediamente una altezza superiore ai 150 cm. Nel
grafico 3 sono riportate le lunghezze medie dei
festoni rilevate nelle tre località.
E. pulverulenta ha mostrato il maggior sviluppo in altezza a Benevento, mentre a Racale, soprattutto per problemi legati alle caratteristiche pedologiche del sito d'impianto le piante hanno raggiunto
uno sviluppo molto limitato, ciò evidentemente ha
avuto una diretta ripercussione sulla produzione di
materiale commerciabile raccolto (grafico 4).
Conclusioni
Le avversità segnalate hanno provocato danni alle
colture per cui si sono resi necessari trattamenti
antiparassitari per il controllo delle fitopatie. I
Grafico 3. Lunghezza media festoni di A. medeoloides
Grafico 4. Peso medio per pianta dei germogli commerciali raccolti nel triennio su Eucalyptus.
risultati ottenuti hanno dimostrato come le diverse
caratteristiche pedoclimatiche dei tre ambienti
hanno influito notevolmente sullo sviluppo e di
conseguenza sulle rese produttive delle piante in
coltivazione. Aralia ha dimostrato una maggiore
produttività in località Racale, mentre l'Aspidistra
ha fornito produzioni nel triennio di 65, 63 e 70
foglie, rispettivamente a Benevento, Racale e
Sternatia. . A. medeoloides ha fatto registrare l'altezza massima dei festoni a Benevento, mentre il
peso verde per metro lineare di festone è stato più
elevato a Racale e Sternatia. E. pulverulenta var.
"baby blue" ha mostrato buone produzioni in località Benevento e Sternatia.
Ringraziamenti. Si ringraziano per la cortese collaborazione le aziende agricole sede delle prove: F.lli Miggiano
di Racale (LE), Zollino Maria Teresa di Sternatia (LE) e
l'Istituto Professionale Agrario "M. Vetrone" di
Benevento
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cecepisello.qxp
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Progetto Co.Al.Ta. II 53
Risultati della valutazione bioagronomica di ecotipi salentini
di cece e pisello
Raimo F1, Accogli R2, Brunetti F3, Manzi G3, Grassi F3, Scarcella M3,
Torsello R3
Introduzione
Negli ultimi anni si è assistita ad una rivalutazione
dei prodotti tipici locali, che unitamente alla salvaguardia della biodiversità hanno portato ad una maggiore sensibilizzazione verso il recupero di materiale
genetico in via di estinzione. Le leguminose da granella sono ormai entrate a pieno titolo tra le specie
meritevoli di recupero e di utilizzazione; infatti,
viene ampiamente riconosciuto il loro ruolo nell'alimentazione umana e del bestiame. Il loro impiego è
strategico (perché a basso input economico), soprattutto, nella valorizzazione delle aree marginali sottoutilizzate, e per la possibilità che offrono per il recupero di antiche pratiche agricole e di tradizioni popolari. La ricerca condotta nell'ambito del progetto
Co.Al.Ta., ha permesso di valutare alcune accessioni
di cece (Cicer arietinum L.) e pisello (Pisum sativum
L.). Gli obiettivi proposti sono stati: a) la valutazione
della produttività e delle fasi fenologiche di alcune
varietà già diffuse a livello nazionale nell'ambiente
Salentino; b) il confronto di tali cultivar con gli ecotipi locali; c) il recupero del materiale genetico ottenuto dai contadini salentini
Materiali e metodi
La ricerca è stata eseguita presso l'azienda del CRA CAR sita in Monteroni di Lecce nel triennio 20052007. Le prove sono state pianificate a blocchi randomizzati con due ripetizioni. Per quanto riguarda il
Cece: nel primo anno, sono stati messi a confronto, i
genotipi "Pascià", "Kairo", "Sultano", "Visir" e
"Zollino"; mentre nel biennio 2006-2007 l'indagine,
ha interessato sia le varietà del 2005 sia ecotipi diffusi
nel Salento quali: "Alessano", "Corigliano",
"Leverano", "Monteroni", "Muro Leccese",
"Sannicola", "Soleto", "Tricase 08", "Tricase 19",
"Uggiano la Chiesa" e "Vitigliano". Per il pisello gli
ecotipi sottoposti a valutazione, nel biennio 20062007, sono stati "Alessano", "Corigliano", "Riccio di
1 CRA - CAT - Unità di ricerca per le colture alternative al
tabacco, via P. Vitiello, 108 - Scafati (SA) Tel. 081 8563611; Fax 081 8506206;
e-mail: [email protected]
2 Orto Botanico del Di.S.Te.B.A. - Università degli studi di Lecce
3 CRA - CAR - Lecce (LE)
Sannicola", "S. Donato", "Sannicola", "Soleto",
"Tranesi" e "Zollino".
Le pratiche colturali, identiche per le due specie,
hanno previsto: distanze di semina di 0,6 metri tra le
file; una concimazione con 40 kg ha-1 di N, 80 kg ha-1
di P2O5 e 170 kg ha-1 di K2O; irrigazioni di soccorso e
la raccolta che è avvenuta nei mesi di luglio e agosto
secondo la maturazione dei genotipi in prova. I rilievi
sulle colture hanno riguardato i principali parametri
biometrici, fenologici e produttivi. I dati sono stati
analizzati utilizzando l'analisi della varianza
(ANOVA).
Risultati
Nel grafico 1 è riportata la produzione media in
granella ottenuta dai cinque genotipi nell'anno
2005, l'analisi ANOVA dei dati non ha mostrato
differenze significative per quanto riguarda le produzioni fra i vari genotipi. Mentre nel grafico 2
sono riportate le produzioni medie relative a tutti i
genotipi in prova espressi come produzione media
del biennio 2006-2007, l'ANOVA non ha mostrato
differenze significative (p=0,05), sia per l'effetto
anno, sia per l'effetto genotipi e sia per l'interazione genotipi per anno. Gli ecotipi più produttivi
sono risultati "Vitigliano", "Uggiano la Chiesa",
"Monteroni" e "Leverano", con produzioni medie
relative al biennio superiori alle 2 t ha-1.
Le varietà colturali hanno raggiunto il completo sviluppo vegetativo tra la VII e l'VIII settimana
dalla semina; la fine della fase vegetativa, contraddistinta dallo stadio "ingiallimento", è iniziata
intorno alla XVIII settimana, procedendo lentamente sino alla XX, per poi concludersi entro la
XXII. La fase di viraggio è stata considerata come
quella fase in cui il legume completamente sviluppato, inizia l'ingiallimento dell'esocarpo e completa la maturazione lattea del seme; per quasi tutte le
varietà, ha avuto inizio entro la XVIII settimana,
con valori alquanto bassi ma che raggiungono già
il 70 % entro la XX settimana, proprio quando la
fase vegetativa di ingiallimento della pianta volgono al termine e quindi ciclo vegetativo e ciclo
riproduttivo terminano contemporaneamente.
cecepisello.qxp
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Ecotipi salentini di cece e pisello ..
54 Raimo et al
Fig. 1. Produzione media nei genotipi di cece coltivati nel 2005
Fig. 2. Produzione media registrata sui ceci nel biennio 2006-2007
L'andamento delle fenofasi riproduttive più significative, quali, fioritura, allegagione e maturazione lattea, ha differenziato le varietà colturali, identificando
quali tra esse meglio rispondono alle condizioni
ambientali, anticipando o posticipando il ciclo, garantendo comunque la produzione. Il peso medio di 1000
semi rilevato su tutte le accessioni di cece per gli anni
2006-2007 ha presentato notevoli fluttuazioni sia per
le varietà stabilizzate sia per gli ecotipi, per cui le differenze sono risultate altamente significative (p=0,01),
sia nel biennio, sia nell'interazione genotipi x anno.
Per il pisello gli ecotipi più produttivi (Fig.3) sono
stati "Alessano", "Sannicola", "Zollino" e "S. Donato",
con rese superiori ad 1 t ha-1, mentre le accessioni
"Riccio di Sannicola" e "Sannicola" hanno mostrato
notevoli fluttuazioni nei due anni di prova. L'ANOVA
ha evidenziato che esistono differenze altamente significative (p=0,01) per quanto riguarda l'effetto anno e
nell'interazione varietà x anno, mentre non vi sono
state differenze significative fra i genotipi.
Conclusioni
I risultati relativi alla produzione degli ecotipi salentini di cece hanno mostrato che buona parte delle accessioni reperite hanno fornito produzioni comparabili
con le varietà diffuse a livello nazionale, pertanto è
augurabile che nel prossimo futuro si riesca ad incrementarne la reintroduzione e diffusione, al fine di salvaguardarne il patrimonio genetico e valorizzare le
produzioni tipiche locali.
Bibliografia
Fig. 3. Produzione media ecotipi di pisello nel biennio 2006-2007
Abbate V. (1994) - "Aspetti della tecnica colturale del cece" Agricoltura Ricerca, Luglio/Settembre, n. 155, pag 105120.
Giordano I. (1994) - "Potenzialità produttiva del cece in differenti condizioni ambientali" - Agricoltura Ricerca,
Luglio/Settembre, n. 155, pag 95-104.
Lombardi D.A., Marchiori S., Accogli R., Brunetti F., Capano
M., Raimo F. (2006) - "Valutazione degli aspetti fisiologici e produttivi di alcune leguminose da granella" - Progetto
Co.Al.Ta. 1. Risultati 1° anno di attività, pag. 171-173.
Raimo F., Accogli R., Lombardi D., Marchiori S., Brunetti F.,
Casaburi S. (2007) - "Valutazione bioagronomica di genotipi salentini di leguminose da granella" in "Risultati finali
del Progetto Co.Al.Ta.", pag. 365-379.
ArtemisiaLecce.qxp
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Progetto Co.Al.Ta. II 55
Risposta bio-agronomica dell’Artemisia annua L. a differenti
regimi irrigui
Greco P, Scarcella S, Manzi G
Introduzione
I recenti orientamenti di politica agricola comunitaria e nazionale, volti a sostenere, attraverso il
Fondo Comunitario del Tabacco, lo sviluppo di iniziative specifiche per il passaggio dei tabacchicoltori ad altre attività agricole hanno permesso di
indagare sulle possibili alternative colturali al
tabacco.Tra queste rientra l'Artemisia annua L.,
specie utilizzata per l'estrazione di un principio
attivo, l'artemisinina', impiegato per la lotta alla
malaria nel mondo. Obiettivo della presente ricerca
è quello di valutare, in ambiente meridionale,
l'adattabilità e la risposta agronomica dell'artemisia a diversi regimi irrigui.
Materiali e metodi
La ricerca si è svolta presso l'azienda sperimentale
dell'Unità di Ricerca- CRA -CAR di Lecce su terreno di natura franco-sabbioso, povero di sostanza
organica (0.75%), di azoto totale (0.08%) e di
fosforo assimilabile( 4.35 ppm), ma ricco di potassio scambiabile (281,5 ppm).
È stato impiegato il genotipo Krono trapiantato alla distanza di cm 80 di interfila e a cm 55 sulla
fila con un investimento di 22.727 p·ha-1.
In pre-trapianto sono stati somministrati: 130
Kg·ha-1 di P2O5 (da perfosfato minerale 18%); 100
Kg·ha-1 di K2O (da solfato potassico 50%) e 60
Kg·ha-1 di N ( metà da solfato ammonico 20,5% in
pre-trapianto e metà da nitrato ammonico 26% in
copertura).
Sono stati confrontati, insieme al testimone non
irrigato (V0), tre regimi irrigui (V1, V2, V3) ottenuti mantenendo costante il volume di adacquamento (300 m3 ha-1) e variando il turno irriguo. Per
i trattamenti da V1 a V3, infatti, si è intervenuti con
l'rrigazione ogni qualvolta la sommatoria dell'evapotraspirazione della coltura , calcolata a partire
dall'ultimo intervento irriguo, stimato con il criterio evaporimetrico al netto delle pioggie ed adot-
CRA- Unità di Ricerca per l'individuazione e lo studio di colture
ad alto reddito in ambiente caldo arido- Lecce. Via F. Calasso 3 tel. 0832-306882, fax 0832-305411.
e-mail: [email protected]
tando i coefficienti colturali di seguito riportati,
raggiungeva valori di 40-80-120 mm. rispettivamente.
I valori di Kc sono stati i seguenti:
dal 1° al 20° giorno 0.40; dal 21° al 45° giorno
0.60; dal 46° al 75° giorno 0.80; dal 76° fino a
venti giorni dalla raccolta 1.0.
La tabella 1 riporta il numero delle adacquate
ed i volumi stagionali erogati.
Tab.1. Numero interventi irrigui e volumi stagionali di irrigazione Anno 2007
E' stato adottato uno schema sperimentale a
blocco randomizzato con quattro ripetizioni; il
metodo irriguo quello per infiltrazione laterale da
solchi.
Le erbe infestanti sono state controllate con due
sarchiature meccaniche interfilari, integrate con
sarchiatura manuale sulla fila; non è stato effettuato alcun intervento fitosanitario.
Sono stati effettuati rilievi biometrici (altezza e
diametro pianta) e produttivi (peso verde e secco;
inoltre, da tutte le parcelle sono stati prelevati, settimanalmente, e fino alla raccolta, campioni di
foglie per determinare la % di "artemisinina"sintetizzata nei vari stadi di sviluppo delle piante.
Questi risultati saranno oggetto di una prossima
comunicazione, appena saranno terminate le analisi di laboratorio.
Andamento climatico
Tutto il periodo di prova è stato caratterizzato da
totale assenza di piogge e da temperature superiori
alla norma storica per cui, la coltivazione è stata
sottoposta per un lungo periodo a condizioni eccezionali di stress ambientale i cui effetti, probabilmente, si sono riflessi negativamente sulla coltivazione.
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Irrigazione artemisia...
56 Greco et al
Tab. 2. Caratteristiche biometriche e produttive dell'Artemisia annua L. - Anno 2007
Risultati
L'esame dei dati riportati in tabella 2, mostrano una
uniformità di comportamento di tutti i caratteri in
studio. Infatti, a regimi irrigui crescenti è corrisposto un generale incremento dei parametri biometrici e produttivi. In particolare, per l'altezza e il diametro medio delle piante, l'influenza dei trattamenti sperimentali si è manifestato(P= 0.05) tra la tesi
V3 (4800 m3ha-1) e le tesi V0 - V1 (1.500 m3/ha-1)
e V2 (2400 m3ha-1); quest'ultime, risultate tra loro
equivalenti.
I medesimi effetti, riscontrati precedentemente,
si sono evidenziati anche per i caratteri peso verde
e peso secco infatti, l'analisi statistica ha registrato
differenze significative soltanto tra le parcelle
maggiormente irrigate (V3) e quelle prive di intervento irriguo (V0), con incrementi di + 69,0% e +
74,0% rispettivamente; non si sono manifestate,
invece, differenze produttive significative tra i
volumi da V0 a V2 cui è corrisposto solo un graduale aumento di peso.
Conclusioni
Il particolare ed eccezionale avverso andamento
climatico durante tutta la durata della prova ha,
come indicato in precedenza, posto in sofferenza la
coltivazione dell'artemisia la cui produzione areica,
mediamente, è risultata inferiore rispetto a precedenti esperienze. Comunque, questi primi risultati
sullo studio dell'irrigazione su Artemisia annua L.,
hanno rilevato effetti positivi su tutti i caratteri esa-
minati i cui valori sono cresciuti,
in generale, con l'aumentare dei
regimi irrigui impiegati; in particolare differenze significative si
sono manifestate tra il volume
stagionale più alto di 4.800
m3ha-1 e tutti gli altri a confronto
(V0 -V1 -V2).
Da segnalare, inoltre, la
buona adattabilità dell'artemisia
agli stress idrici ed ambientali
come dimostrano i risultati produttivi ottenuti dalla tesi irrigata
solo al trapianto rispetto a quelle
con regimi irrigui di 1.500 e 2.400 m3ha-1.
Bibliografia
Charles, D.J., J.E. Simon, C.C. Shock, E.B.G. Feibert, and R.M.
Smith. 1993. Effect of water stress and post-harvest handling on artemisinin content in the leaves of Artemisia
annua L. p. 628-631. In: J. Janick and J.E. Simon (eds.),
New crops. Wiley, New York.
Greco P., Lauretti M., Manzi G.- 2007- Influenza della concimazione azotata sulle caratteristiche morfo-produttive e
chimiche dell'artemisia (Artemisia annua L.) . Atti Progetto
CO.AL.TA. 1 Risultati finali, Lecce 22 giugno, p 529-533.
Greco P., Scarcella M., Spedicato S. 2007- Effetto della densità di investimento sulle caratteristiche morfo-produttive e
chimiche dell'Artemisia (Artemisia annua L.). Atti Progetto
CO.AL.TA. 1 -Risultati finali, Lecce 22 giugno, p 535-538.
De Magalhãnes P., Raharinaivo J., Delabays N. (1996) Influence de la dose et du type d'azote sur la production en
artémisinine de l'Artemisia annua L.- Rev. Suisse Vitic.
Arboric.Hortic., 28 (6) : 349-353
Fig.1. Parcella di artemisia
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Progetto Co.Al.Ta. II 57
Introduzione dell’asparago nel Salento. Prova di confronto
varietale
Greco P, Grassi F, Manzi G
Introduzione
Tra le alternative al declino della coltura del tabacco nel Salento, l'asparago può rappresentare una
promettente soluzione alla luce dei risultati economici più o meno comparabili con quelli del tabacco.
Tradizionalmente coltivato nelle regioni settentrionali, si è via via esteso verso il Sud dove può usufruire di condizioni climatiche più adatte a favorire una
maggiore precocità produttiva.
In Puglia la coltivazione dell'asparago è localizzata in massima parte nella provincia di Foggia con circa
1000 ettari; seguono le provincie di Taranto e Brindisi
con 100 e 70 ettari rispettivamente. Non risultano
investimenti nella provincia di Lecce.
La scelta varietale, le modalità di impianto, l'adeguata assistenza agronomica, sono i principali aspetti
di tecnica colturale per le quali è necessario definire un
protocollo di coltivazione.
Gli interessanti risultati economici della coltivazione, specie per le varietà precoci, giustificano l'introduzione della coltura. Infatti, se si considera che l'Italia
importa oltre 5.000 tonnellate di asparago nel periodo
Marzo -Aprile, si deduce che esiste la possibilità di
espandere la coltivazione per almeno 1.000 ettari senza
causare particolari problemi di sovrapproduzione.
L'individuazione di uno o due ibridi di asparago
adatti all'ambiente Salentino, potrebbe concorrere a
favorire, insieme ad altre specie orticole, una opportunità colturale in sostituzione del tabacco.
Materiali e metodi
La sperimentazione si svolge su terreno di natura franco-sabbioso, pianeggiante e profondo, povero di
sostanza organica (0,80%), di azoto totale (0,07%), di
fosforo assimilabile (4,15 ppm) ma ricco di ossido di
potassio (270,5 ppm). L'impianto è stato effettuato a
fine marzo 1999 mettendo a dimora le zampe alla profondità di 35 cm, distanziate di 30 cm sulla fila e di
130 cm di interfila. Gli ibridi di asparago impiegati,
ognuno insistente su una superficie di 500 m2 sono
Atlas, Grande, Eros e UC 157.
CRA- Unità di Ricerca per l'individuazione e lo studio di colture
ad alto reddito in ambiente caldo arido- Lecce. Via F. Calasso 3 tel. 0832-306882, fax 0832-305411.
e-mail: [email protected]
Annualmente si interrano nella fase di riposo 100
Kg·ha-1 di P2O5 (da perfosfato minerale 18%), 50
Kg·ha-1di K2O (da solfato potassico 50%) e 50 Kg·ha1
di N (da solfato ammonico 20,5%).
Successivamente l'azoto viene distribuito in copertura per altre due volte sotto forma di nitrato, fino a
raggiungere la dose totale di 200 Kg·ha-1.
Vengono effettuati lavori per il controllo delle erbe
infestanti e di difesa fitosanitaria, oltre ai rilievi sulla
produzione dei turioni e del peso medio degli stessi,
separatamente per classi di categoria e cioè: "extra" (ø
turioni >16 mm), "I" (ø da 12 a 16 mm), "II" (ø da 6
a 11 mm), "asparagina" (ø < di 6 mm).
L'andamento climatico ha fatto registrare, rispetto
al periodo storico, un deficit pluviometrico di -29.8
mm e - 84.6 mm negli anni 2005 e 2006; le temperature, invece, sono rimaste nella norma storica.
Risultati
L'uniformità del terreno su cui insiste l'asparagiaia e
l'ampia superficie parcellare occupata da ogni ibrido, permette di valutare con sufficiente obiettività le
singole potenzialità produttive. L'osservazione dei
dati riferiti ad un biennio di prova (Tab.1 ), mette in
evidenza il differente comportamento medio degli
ibridi a confronto.
In particolare è da segnalare il basso livello produttivo dell'UC 157 con circa 1,4 t·ha-1 di turioni da
imputare, probabilmente, al grave attacco di ruggine
(Puccinia asparagi D.C.) dopo il secondo anno di
impianto con conseguenti annuali riflessi negativi
sullo sviluppo e uniformità della coltivazione.
Fig.1. Campo sperimentale
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Introduzione dell’asparago nel Salento..
58 Greco et al
Tab. 1. Media delle caratteristiche produttive e peso turioni
Fig. 2. Turrioni pronti per la raccolta
I migliori risultati sono stati ottenuti da Eros,
con una produzione commerciale media di 7,86
t·ha-1 ; seguono Atlas e Grande, rispettivamente
con 7,51 t·ha-1 e 6,81 t·ha-1 di turioni .Il "peso
medio turioni" all'interno delle diverse categorie
commerciali è risultato pressoché equivalente.
L'"asparagina" si è mantenuta al di sotto del
10% della produzione commerciale, condizione
importante per la resa economica della coltivazione.Tutti gli ibridi, all'interno delle categorie commerciali, hanno prodotto turioni omogenei per
forma, colore, diametro e per compattezza dell'apice.
Con riferimento al carattere di precocità, l'UC
157 ed Eros sono risultati rispettivamente il più
precoce ed il più tardivo confermando anche dell'ambiente salentino le differenze costitutive propie. Conferma anche per Atlas e Grande per le
caratteristiche intermedie di precocità.
Conclusioni
Da questi primi risultati, possono essere tratte interessanti considerazioni circa l'introduzione dell'asparago
nell'ambiente di prova.
Tutti gli ibridi hanno mostrato una buona adattabilità; in particolare Eros, Atlas e Grande hanno espresso valori produttivi medio alti rispetto alla produzione
media nazionale (6,0-6,5 t·ha-1). L'UC 157 si è attestato su livelli inferiori rispetto alle potenzialità mediamente espresse nelle asparagiaie del meridione, ciò per
i motivi patologici indicati in precedenza. Pertanto,
prestando molta attenzione alla difesa fitosanitaria,
questa cv. è da riproporre in quanto espressione di
maggiore precocità con conseguenti riflessi economici più favorevoli. Le caratteristiche merceologiche
degli ibridi, in generale, sono risultate omogenee per
forma, colore, diametro e compattezza dell'apice dei
turioni. L'opportunità di sfruttare condizioni climatiche idonee a favorire la precocità di raccolta, insieme
all'appropriata scelta varietale e alla corretta gestione
agronomica dei campi, indicano nell'asparago una
nuova specie orticola dagli interessanti aspetti economici da introdurre nel Salento.
E' ovvio che la ricerca deve continuare per validare altri ibridi, sia in coltura da pieno campo che in coltura protetta, al fine di ottenere produzioni molto precoci già dai primi dell'anno, periodo in cui l'Italia è
importatrice netta.
Bibliografia:
Brunelli A., 2006 - La difesa integrata dell'asparago. Convegno
"Interventi per migliorare produzione e qualità dell'asparago
Italiano" ORTO MAC, Cesena 26-27 Gennaio.
Falavigna A., Casali P. E., Alberti P., 2005. Asparago: Confronti
varietali, L'informatore Agrario. 1: 55-59.
GrecoP., PandielloV.2005--Valutazione agronomica di quattro
ibridi di asparago coltivati nell'ambiente Salentino - Primi
risultati - XXXVI convegno S.I.A. - Foggia 20-22
Settembre, pg 294, 295.
Falavigna A., Palumbo A. D. - 2001 La coltura dell'asparago.
Calderini Edagricole, Maggio - Bologna.
floatingprod.qxp
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Progetto Co.Al.Ta. II 59
Insalatine da taglio come alternativa al tabacco: produzione e
qualità di aspetto di colture su pannelli flottanti
Bacco A, Chiancone I, De Luca I, Piro F, Stipic M, Venezia A
Introduzione
La preparazione in IV gamma consente di commercializzare ortaggi a foglia raccolti allo stadio di rosetta,
ottenibili in modo intensivo con diversi cicli di coltura
all'anno e più tagli per ciclo (per alcune specie), in
suolo o fuori suolo, ma prevalentemente in ambiente
protetto. Per livello di ricavi, impiego di risorse materiali e umane e rapporti di filiera questo indirizzo produttivo può costituire una valida alternativa al tabacco
e risponde a una crescente domanda di insalate pronte
al consumo. La 'minima' trasformazione impiegata
controlla male la microflora, che continua a svilupparsi anche a bassa temperatura nell'ambiente saturo di
umidità dell'imballaggio e contribuisce alla degradazione del prodotto, riducendone il valore alimentare e
la vita commerciale (Beuchat, 2000; Ragaert et al,
2007). Per ottenere prodotti sicuri e di sufficiente durata commerciale occorre materia prima di elevata qualità e igiene e la coltivazione su pannelli flottanti
potrebbe migliorare le possibilità di controllo a tale
riguardo. In questa nota riportiamo risultati di produzione e qualità di aspetto di rucola e valerianella ottenute in prove di coltura su pannelli flottanti. In altra
nota della stessa pubblicazione sono riportati i risultati di qualità microbiologica.
alla diversità dei substrati, data la contiguità dei due
periodi nell'ambito della stessa stagione estiva. Come
supporti sono stati utilizzati pannelli da 40 celle, collocati in batterie di vasche di dimensioni leggermente
superiori, contenenti 40 litri di soluzione. La soluzione
nutritiva ridotta aveva una concentrazione pari a due
terzi di quella intera, che era composta da (meq/L): Na
(1,7), N-NH4 (3,0), K (10,5), Mg (6,0), Ca (10), Cl (2),
N-NO3 (18), P-H2PO4 (3), S-SO4 (7,5), HCO3 (5,8).
L'ossigenazione delle vasche è stata realizzata con
comuni ossigenatori da acquario. Dopo la semina
(manuale) i pannelli sono rimasti in ambiente climatizzato fino all'emergenza delle piantine, stadio al quale
sono stati trasferiti nelle vasche. Il prodotto, raccolto
allo stadio di rosetta, con foglie lunghe una dozzina di
centimetri per la rucola e più piccole per la valerianella, è stato misurato come massa fresca e sostanza secca
per unità di superficie, ed è stato valutato per la qualità dell'aspetto in base a un indice su scala ordinale 1:9,
media geometrica di punteggi nella stessa scala separati per integrità, freschezza, colore e odore. Per l'analisi delle risposte, eseguita secondo un modello lineare generale, è stato utilizzato l'ambiente R (R
Development Core Team, 2007) con il pacchetto contribuito Hmisc (Harrell, 2007).
Materiali e metodi
Un esperimento esplorativo è stato condotto con rucola 'selvatica' (Diplotaxis tenuifolia DC) e valerianella
(Valerianella locusta L.) nell'estate 2007 in una serra
climatizzata del CRA-ORT, come fase preliminare del
trasferimento a collaboratori tabacchicoltori. Le due
specie vegetali sono state saggiate in un disegno 25 in
combinazione con i seguenti fattori a due livelli: substrato (torba e perlite), soluzione nutritiva (intera e
ridotta), ossigenazione dell'acqua (si e no), densità di
semina, con livelli di piante/mq variabili per substrato
e specie (rucola/torba 2781-4024, rucola/perlite 16981858, valerianella/torba 2771-2810, valerianella/perlite 1960-2713). I due substrati sono stati adoperati in
periodi successivi (torba a giugno, perlite a luglio-agosto), ma il confondimento con il periodo non dovrebbe causare dubbi attribuzione per gli effetti associati
Risultati e discussione
La produzione di massa fresca non ha mostrato effetti
di rilievo per la concentrazione della soluzione nutritiva ed è variata con la densità di semina in modo differente per le due specie a seconda del substrato (fig. 1).
Il campo di densità effettive è risultato abbastanza in
linea con quello programmato nella maggior parte
delle condizioni, salvo che per rucola su perlite e valerianella su torba nelle vasche non ossigenate, dove si è
molto ridotto. Sulla perlite i semi hanno incontrato difficoltà di aderenza al substrato e rischi di insufficienti
disponibilità idriche, con riduzioni e ritardi di germinazione, solo parzialmente alleviati con la subirrigazione. La produzione di massa fresca, nettamente
superiore per la rucola in relazione alla diversità delle
strutture vegetative e delle modalità di raccolta delle
due specie, è aumentata con l'incremento di densità
per entrambe le specie su perlite, ma soltanto per la
rucola, e a un tasso di incremento minore, su torba,
dove invece la valerianella ha mostrato una risposta
CRA-ORT, Centro di Ricerca per l'Orticoltura,
Via cavalleggeri 25, 84098 Pontecagnano (SA);
[email protected]
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60 Bacco et al
Insalatine, produzione e qualità su pannelli flottanti ..
con l'incremento della produzione. Nel complesso, una
produzione di buon livello è risultata positivamente
correlata con un buon aspetto delle foglie (fig. 4).
Sull'insieme delle condizioni sperimentate i livelli
medi stimati di produzione di massa fresca, con intervallo di confidenza al 95%, sono risultati di 1,9±0,3
kg/mq per la rucola e di 1,1±0,6 kg/mq per la valerianella, che ai prezzi correnti consentono di attendere
per condizioni simili ricavi per ciclo di coltura tra
24.000 e 32.000 euro/ha con la rucola e tra 11.000
38.000 euro/ha con la valerianella.
Fig. 1. Prodotto fresco, stimato con bande di confidenza al 95% in
funzione della densità effettiva, della specie vegetale, del substrato e dell'ossigenazione dell'acqua della vasca.
Fig. 3. Punteggio per la qualità di aspetto del prodotto fresco, stimato
con bande di confidenza al 95%, in funzione della densità effettiva
della specie, del substrato e dell'ossigenazione dell'acqua della vasca.
Fig. 2. Concentrazione di sostanza secca in funzione del livello di
produzione di massa fresca, della specie vegetale, del substrato e
dell'ossigenazione dell'acqua della vasca.
tendenzialmente negativa. La minore risposta alla densità della rucola su torba è dovuta probabilmente al
campo di densità più estremo, in media del 50% più
alto rispetto a quello su perlite. L'ossigenazione delle
vasche ha avuto un effetto modesto, ma generalmente
positivo sulla produzione di massa verde. La concentrazione di sostanza secca, relativamente più alta per la
valerianella, è comunque diminuita per entrambe le
specie con l'aumento della produzione di massa fresca
per unità di superficie, e quindi con la maggiore fittezza di semina (fig. 2). I valori particolarmente bassi di
sostanza secca si possono spiegare con lo stadio molto
precoce delle foglie raccolte.
Il punteggio per la qualità di aspetto delle foglie alla
raccolta è stato generalmente superiore per la rucola,
per la quale si è avvicinato al limite superiore della
scala, anche se una differente percezione degli attributi
qualitativi per le due specie può aver contribuito a tale
divario (fig. 3). A bassi livelli di densità e su perlite il
livello di produzione si è accompagnato a un miglioramento dell'aspetto, mentre a densità superiori e su torba
l'aspetto ha mostrato una lieve tendenza a peggiorare
Fig. 4. Punteggio per la qualità di aspetto del prodotto fresco in funzione del livello di produzione di massa fresca, della specie vegetale, del substrato e dell'ossigenazione dell'acqua della vasca.
Letteratura citata
Beuchat L, 2000. Surface decontamination of fruits and vegetables
eaten raw. World Healt Organisation, WHO/FSF/FOS/98.2
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell
Miscellaneous. R package version 3. 0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt.edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and Environment
for Statistical Computing. R Foundation for Statistical
Computing, Vienna, Austria, http://www. R-project. org.
Ragaert P, Devlieghere F, Debevere J, 2007. Role of microbiological and physiological spoilage mechanisms during storage of minimally processed vegetables. Postharvest Biol.
Technol. 44,185-194.
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Insalatine da taglio come alternativa al tabacco: qualità microbiologica del prodotto da colture su pannelli flottanti
Caponigro V, Chiancone I, De Luca I, Marrollo P, Piro F, Stipic M
Introduzione
La preparazione in IV gamma consente di commercializzare ortaggi a foglia raccolti allo stadio di rosetta,
ottenuti da diversi cicli di coltura all'anno e da più tagli
per ciclo (per alcune specie), in suolo o fuori suolo,
prevalentemente in tunnel-serre. Per livello di ricavi,
impiego di risorse materiali e umane e rapporti di filiera questo indirizzo produttivo può costituire una valida alternativa al tabacco e risponde a una crescente
domanda di insalate pronte al consumo. La 'minima'
trasformazione impiegata controlla male la microflora,
che continua a svilupparsi anche a bassa temperatura
nell'ambiente saturo di umidità dell'imballaggio e contribuisce alla degradazione del prodotto, riducendone
il valore alimentare e la vita commerciale (Beuchat,
2000; Ragaert et al, 2007). In tali condizioni una contaminazione con microrganismi patogeni può creare
situazioni di rischio. Per ottenere prodotti sicuri e di
sufficiente durata commerciale occorre materia prima
di elevata qualità e igiene e la coltivazione su pannelli
flottanti potrebbe migliorare le possibilità di controllo
a tale riguardo. In questa nota si riportano le caratteristiche microbiologiche di foglie di rucola e valerianella ottenute in prove di coltura su pannelli flottanti.
Materiali e metodi
Un esperimento esplorativo è stato condotto con rucola 'selvatica' (Diplotaxis tenuifolia DC) e valerianella
(Valerianella locusta L.) nell'estate 2007 in una serra
climatizzata del CRA-ORT, come fase preliminare del
trasferimento a collaboratori tabacchicoltori. Oltre alle
due specie vegetali sono stati saggiati a due livelli i fattori: substrato (torba e perlite), soluzione nutritiva
(intera e ridotta di un terzo), ossigenazione dell'acqua
(si e no), densità di semina, con livelli di pinte/mq
variabili per substrato e specie (rucola su torba 27814024, rucola su perlite 1698-1858, valerianella su
torba 2771-2810, valerianella su perlite 1960-2713).
Come supporti sono stati utilizzati pannelli da 40 celle,
collocati in vasche di dimensioni leggermente superiori, contenenti 40 litri di soluzione nutritiva.
Il prodotto è stato esaminato per la carica microbica totale, i batteri coliformi e i miceti alla raccolCRA-ORT, Centro di Ricerca per l'Orticoltura,
Via cavalleggeri 25, 84098 Pontecagnano (SA);
[email protected]
ta e dopo conservazione per 5-7 giorni in imballaggio plastico a 4-6 °C, seguendo procedure ordinarie
della conta su piastra: omogenazione di campioni di
25 grammi in 100 ml di acqua peptonata sterile a
pH 6,8 per 120 secondi, diluizione seriale delle
sospensioni, inseminazione di aliquote su terreni
appropriati in piastre Petri, incubazione in termostato per 24-48 ore e conta delle colonie. La qualità
dell'aspetto è stata valutata con un punteggio su
scala 1:9 aggregando i punteggi sulla stessa scala
assegnati per integrità, freschezza, colore e odore.
Le risposte sono state analizzate secondo un
modello lineare generale, utilizzando l'ambiente R
(R Development Core Team, 2007) con il pacchetto contribuito Hmisc (Harrell, 2007).
Risultati e discussione
La carica totale di batteri è variata tra 5,85 e 7,64
Log UFC/g, soprattutto per differenze tra le due
specie vegetali e in misura minore per effetti degli
altri fattori considerati. La valerianella ha presentato un livello di carica più alto rispetto alla rucola,
di due ordini di grandezza su perlite e di un ordine
di grandezza su torba, in parte perché il prodotto
comprende anche colletto e radici delle piantine,
presumibilmente più cariche di microflora perché a
contatto con il substrato (fig. 1). La carica microbica è generalmente aumentata con la fittezza delle
piante e durante la conservazione a bassa temperatura ed è risultata più alta con il substrato di perlite
che con quello di torba per la valerianella, mentre
al contrario è stata più alta con il substrato di torba
per la rucola. L'ossigenazione dell'acqua della
vasca ha ridotto di circa un mezzo Log UFC/g la
carica totale della valerianella su perlite e della
rucola su torba, ma non ha mostrato effetti di rilievo negli altri casi.
La carica di batteri coliformi è variata tra 2,76
e 5,62 Log UFC/g, con livelli tendenzialmente più
alti per valerianella nel prodotto ottenuto su torba
(fig. 2). Durante la conservazione la componente
coliformi della popolazione batterica ha mostrato
una dinamica relativamente più vivace, soprattutto
per il materiale vegetale prodotto su torba con ossigenazione della vasca e per quello prodotto su perlite senza ossigenazione della vasca. L'assenza di
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62 Caponigro et al
Fig. 1. Carica totale di batteri sul prodotto fresco e conservato, stimata con bande di confidenza al 95%, in funzione della densità
effettiva, della specie vegetale, del substrato e dell'ossigenazione
dell'acqua della vasca.
Insalatine, qualità microbiologica su pannelli flottanti ..
Fig. 3. Cariche di miceti in rapporto alla carica batterica totale sul prodotto fresco e conservato in funzione della specie vegetale, del substrato e dell'ossigenazione dell'acqua della vasca.
Fig. 4. in rapporto alla carica batterica totale sul prodotto fresco e
conservato in funzione della specie vegetale, del substrato e dell'ossigenazione dell'acqua della vasca.
Fig. 2. Cariche di batteri coliformi in rapporto alla carica batterica
totale sul prodotto fresco e conservato in funzione della specie
vegetale, del substrato e dell'ossigenazione dell'acqua della
vasca.
E. coli (una sola determinazione positiva) è indice
di una buona qualità igienica del sistema.
La popolazione di funghi e lieviti è variata tra
2,70 e 6,20 Log UFC/g, con valori di un ordine di
grandezza più alti su valerianella in confronto a
rucola, che tuttavia non sono aumentati in modo
rilevante con la conservazione (fig. 3). In contrasto,
la micoflora presente su rucola ha mostrato una
dinamica più vivace durante la conservazione,
soprattutto sulle foglie prodotte con ossigenazione,
ma anche su quelle ottenute su torba senza ossigenazione.
La qualità dell'aspetto è peggiorata nettamente
con la conservazione, in modo più drastico per la
rucola prodotta su torba e per la valerianella prodotta su perlite (fig. 4). Il peggioramento dell'aspetto e l'aumento della carica microbica totale contrassegnano l'inevitabile degradazione del prodotto con
l'allontanamento dalla raccolta, nonostante l'attenuazione del processo con la refrigerazione.
La qualità microbiologica di rucola e valerianella prodotte su pannelli flottanti ha mostrato un
livello complessivo leggermente migliore di quello
delle colture in suolo ed è risultata sensibile in
discreta misura ai fattori considerati per la tecnica
di produzione, che pertanto è suscettibile di adattamenti migliorativi.
Letteratura citata
Beuchat L, 2000. Surface decontamination of fruits and vegetables
eaten raw. World Healt Organisation, WHO/FSF/FOS/98.2
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell Miscellaneous.
R
package
version
3.
0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt.edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria, http://www. R-project. org.
Ragaert P, Devlieghere F, Debevere J, 2007. Role of microbiological and physiological spoilage mechanisms during storage of
minimally processed vegetables. Postharvest Biol. Technol.
44,185-194.
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Insalatine da taglio come alternativa al tabacco: livelli di
produzione di colture in suolo
Bacco A*, Correale A, Cozzolino E**, Leone V**, Piro F*
Introduzione
Per l'area del tabacco Burley in Campania l'alternativa
orticola rappresenta una naturale assimilazione ai
comprensori orticoli contigui. Le colture per insalatine
pronte sono un segmento in espansione che per livello
di ricavi, impiego di risorse materiali e umane e rapporti di filiera possono competere con il tabacco e, per
la brevità del ciclo colturale, si possono ripetere più
volte nel corso dell'anno, anche con più tagli per ciclo.
La produzione si è estesa a circa 3000 ettari, di cui
oltre metà localizzati in Campania nella piana del Sele,
facendo di questa regione il principale polo produttivo
del settore, con una dinamica positiva anche per il segmento della trasformazione. Le buone prospettive
commerciali sussistono però solo per prodotti di elevata qualità, ottenuti in modo da minimizzare i fattori di
rischio per la salute del consumatore e i fattori di deterioramento, che ne influenzano la trasformazione e
conservazione. Il tipo di lavorazione riduce le alterazioni del prodotto fresco, ma non consente un controllo pieno dei processi metabolici dei vegetali e non
impedisce lo sviluppo della microflora presente, che
continua anche a bassa temperatura nell'ambiente saturo di umidità dell'imballaggio e contribuisce alla
degradazione del prodotto, riducendone il valore alimentare e la vita commerciale (Beuchat, 2000;
Ragaert et al, 2007). Pertanto l'introduzione di colture
per IV gamma nei piani di produzione impone il
rispetto di nuovi protocolli colturali e di gestione dei
prodotti, per cui è prevedibile un periodo di sperimentazione e adattamento aziendale per raggiungere livelli qualitativi soddisfacenti. Nel lavoro oggetto di questa nota abbiamo valutato i risultati produttivi (qui
riportati) e qualitativi (esposti in altra di questa pubblicazione) della coltura di insalate da taglio in tunnel e
in pien'aria in aziende tabacchicole casertane.
nacio, var. Ibrid F1 Power; rucola selvatica ordinaria)
in otto cicli successivi in tunnel (apr-06, lug-06, nov06, mar-07, mag-07, giu-07, lug-07, set-07) e cinque
cicli in pien'aria (giu-06, lug-06, giu-07, lug-07, set07). Tutti i cicli suddetti sono stati realizzati nell'azienda IC, mentre solo gli ultimi tre in pien'aria e gli ultimi
quattro in tunnel sono stati replicati nell'azienda IM. La
lattuga è mancata in un ciclo, spinacio e rucola in due.
Le colture in ambiente protetto sono state realizzate in
due tunnel larghi 5,5m e lunghi 50m, dotati di impianto irriguo sospeso. Il terreno è stato preparato per il
primo ciclo dell'anno con aratura a 25-30cm e due lavorazioni di affinamento, mentre per cicli successivi dell'anno è stata praticata una vangatura seguita da due
lavorazioni di affinamento. Un intervento di diserbo
presemina è stato eseguito con lenacil (750 g/ha) per lo
spinacio e con benfluralin (4 L/ha) per le altre specie.
Rucola e lattuga sono state seminate a righe distanziate 7cm, bietola e spinacio a spaglio, impiegando rispettivamente 6, 30, 110 e 110 kg/ha di seme. Le misure
fitosanitarie hanno compreso la concia del seme di spinacio (metalaxil-M), un intervento contro peronospora
(cymoxanil), botrite (iprodione) e nottue (deltametrina)
della lattuga e peronospora (ossicloruro di rame) e altica (deltametrina) della rucola. Il livello di resa in prodotto fresco è stato determinato pesando le foglie raccolte su tre aree di saggio per parcella individuate con
metodo casuale e assegnando un punteggio in scala 1:9
per il grado di purezza da infestanti. Le risposte sono
state analizzate nell'ambiente R base (R Development
Core Team, 2006) anche con funzioni della libreria
Hmisc (Harrell, 2006) utilizzando per le combinazioni
dei fattori specie, ciclo, ambiente e azienda un modello
lineare generale e per i livelli medi di resa delle specie
un modello misto, con le combinazioni ciclo-ambiente
considerate fattore casuale.
Materiali e metodi
L'esperimento è stato condotto tra aprile 2006 e settembre 2007 in due aziende (IC e IM) coltivando quattro
specie (bietola, var. Bubard chard; lattuga, var. G8; spi-
Risultati e discussione
Il livello di produzione è variato prevalentemente
con la specie e il periodo del ciclo colturale, con
modeste differenze tra pien'aria e tunnel e minime
tra le due aziende. A parità di lunghezza del ciclo
colturale (variabile con la stagione intorno a un
mese) e alle densità di semina impiegate, la lattuga
ha fornito le rese di foglie recise più alte, con
mediana di 2 kg/mq e intervallo di confidenza al
*CRA-ORT, Centro di ricerca per l'orticoltura, Via cavalleggeri
25, 84098 Pontecagnano (SA); [email protected]
**CRA-CAT, Unità di ricerca per le colture alternative al tabacco, Via Vitiello 106, 84018 Scafati (SA)
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Fig. 1. Prodotto di foglie recise (medie con intervalli di confidenza
al 95%) da quattro specie vegetali in 13 cicli di coltura (8 in tunnel
e 5 in pien'aria) da aprile 2006 a settembre 2007 in due aziende
tabacchicole casertane (indicate dai simboli). In alto a destra i livelli mediani di resa delle specie vegetali.
Fig. 2. Effetti del ciclo e dell'ambiente di coltura, al netto delle differenze tra le specie, sulla produzione di insalatine da taglio.
95% di 1,7-2,3 kg/mq, la rucola quelle più basse,
con mediana 1,3 kg/mq e intervallo di confidenza
al 95% di 1-1,6 kg/mq (fig. 1). A parità di ciclo e
specie i livelli di resa sono in qualche caso risultati molto differenti tra le due aziende, ma in modo
non sistematico. Al netto delle differenze tra le specie, il livello di resa in pien'aria è stato di 0,24
kg/mq più alto rispetto al tunnel. Gli effetti stimati
per il periodo colturale, pur raggiungendo una differenza 1,23 kg/mq (tra lug-07 all'aria e lug-06 in
tunnel), non sembrano collegabili alla stagione,
anche perché le condizioni termiche stagionali vengono neutralizzate variando la lunghezza del ciclo
e raccogliendo a livelli di sviluppo comparabili. Il
controllo della vegetazione estranea è risultato inadeguato in entrambe le aziende, specialmente in
Insalatine, produzione in suolo ...
Fig. 3. Livello di purezza specifica delle produzioni di insalatine da
taglio in due aziende (distinte dal colore) in rapporto al livello di produzione, al ciclo (indicato dalle abbreviazioni), alla specie vegetale e
all'ambiente.
alcuni cicli (giu-07, mar-07, lug-06, nov-06), problema che non si dovrebbe presentare una volta
consolidata l'esperienza di questo tipo di coltura
(fig. 3).
Per un ciclo di produzione nelle condizioni dell'ambiente casertano si possono prevedere ai prezzi
correnti i seguenti livelli di ricavi in migliaia di euro
per ettaro: 23-32 per lattuga, 21-30 per bietola, 21-29
per spinacio e 14-23 per rucola. Certamente la coltivazione di insalatine comporta un elevato livello di
investimenti, ma quest'ordine di ricavi per un ciclo di
un mese ne fa un'alternativa interessante per i tabacchicoltori con strutture adeguate.
Ringraziamenti. Gli autori ringraziano le signore Maria
e Clementina Izzo di Sparanise, per l'ottima assistenza
alla conduzione dei saggi nelle rispettive aziende.
Letteratura citata
Beuchat L, 2000. Surface decontamination of fruits and vegetables
eaten raw. World Healt Organisation, WHO/FSF/FOS/98.2
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell Miscellaneous.
R package version 3. 0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt.edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria, http://www. R-project. org.
Ragaert P, Devlieghere F, Debevere J, 2007. Role of microbiological and physiological spoilage mechanisms during storage of
minimally processed vegetables. Postharvest Biol. Technol.
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Insalatine da taglio come alternativa al tabacco: qualità del
prodotto da colture in suolo
Amato L, Chiancone I, Caponigro V, De Luca I, Marrollo P, Piro F
Introduzione
Le colture per insalatine pronte, che si possono ripetere più volte nel corso dell'anno, possono competere
con il tabacco per livello di ricavi, impiego di risorse
materiali e umane e coordinamento di filiera. Il tipo di
lavorazione riduce le alterazioni del prodotto fresco,
ma non consente un controllo pieno dei processi metabolici dei vegetali e non impedisce lo sviluppo della
microflora presente, che continua anche a bassa temperatura nell'ambiente saturo di umidità dell'imballaggio (Beuchat, 2000; Ragaert et al, 2007). Alla raccolta
le insalate da taglio presentano cariche microbiche
variabili in funzione dell'ambiente e delle modalità di
produzione e la microflora non patogena, benché non
necessariamente problematica sotto il profilo igienicoalimentare, contribuisce a degradare i tessuti vegetali,
abbreviando la durata della vita commerciale dei prodotti. Questi vegetali devono presentare pertanto una
bassa carica microbica alla raccolta. Va inoltre considerato il rischio di contaminazione con microrganismi
patogeni, il controllo dei quali va perseguito in tutte le
componenti della filiera (Brackett, 1999).
Nel lavoro oggetto di questa nota abbiamo studiato la qualità delle insalatine da taglio coltivate per saggio in aziende tabacchicole casertane e qui riportiamo
alcuni risultati delle determinazioni eseguite alla raccolta.
Materiali e metodi
L'esperimento è stato condotto tra aprile 2006 e settembre 2007 in due aziende (IC e IM) con quattro specie (bietola, lattuga, spinacio, rucola) in otto cicli successivi in tunnel (apr-06, lug-06, nov-06, mar-07,
mag-07, giu-07, lug-07, set-07) e cinque cicli in pien'aria (giu-06, lug-06, giu-07, lug-07, set-07) realizzati nell'azienda IC, con gli ultimi tre in pien'aria e gli
ultimi quattro in tunnel replicati nell'azienda IM.
Maggiori dettagli sulla gestione delle colture sono
riportati in una nota collegata in questa pubblicazione.
I campioni di prodotto trasportati dal campo al laboratorio in contenitori refrigerati sono stati valutati per
CRA-ORT, Centro di Ricerca per l'Orticoltura,
Via cavalleggeri 25, 84098 Pontecagnano (SA);
[email protected]
integrità, sanità, freschezza, tipicità del colore e dell'odore in base a una scala ordinale da 1 a 9 e la media
geometrica dei punteggi è stata analizzata come indice
globale della qualità di aspetto. La qualità microbiologica è stata valutata determinando la carica microbica
totale, i batteri coliformi ed E. coli secondo procedure
ordinarie della conta su piastra: omogenazione di campioni di 25 grammi in 100 ml di acqua peptonata sterile a pH 6,8 per 120 secondi, diluizione seriale delle
sospensioni, inseminazione di aliquote su terreni
appropriati in piastre Petri, incubazione in termostato
per 24-48 ore e conta delle colonie. L'indice della qualità di aspetto e i valori logaritmici di carica microbica
sono stati analizzati nell'ambiente R base (R
Development Core Team, 2007) utilizzando anche
funzioni delle librerie Hmisc (Harrell, 2007) e lme4
(Bates, 2007) per la rappresentazione grafica e l'adattamento di modelli di risposta ai fattori specie, periodo
del ciclo, ambiente e azienda.
Risultati e discussione
La carica microbica totale a livello campionario è
variata tra 4,83 e 8,70 Log UFC/g, con mediana
7,13; quella dei batteri coliformi tra 2,91 e 8,23,
con mediana 6,13; E. coli è stato rinvenuto abbastanza frequentemente e in oltre il 10% dei casi a
livelli superiori a 3 Log, indice di un livello di igiene insoddisfacente, dovuto sicuramente alla novità
della coltura per le aziende, soprattutto rispetto alle
esigenze di profilassi.
La carica microbica totale è stata influenzata
dal periodo del ciclo colturale e dalla parcella di
terreno, mentre la specie vegetale, l'ambiente (tunnel vs pien'aria) e l'azienda hanno dato luogo a differenze non sistematiche e complessivamente di
piccola entità (fig. 1). Le produzioni estive si sono
caratterizzate per maggiori livelli di carica microbica rispetto a quelle primaverili e nel caso più
estremo (giugno 2007 contro aprile 2006) lo scarto
si è avvicinato a due ordini di grandezza. La difficoltà di ottenere livelli contenuti di carica microbica sulle produzioni estive è ben nota nel settore e
questi risultati indicano che l'area considerata difficilmente si può proporre come complementare per
queste colture al centro di produzione della piana
del Sele, come sarebbe auspicabile in una prospet-
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66 Amato et al
Insalatine, qualità del prodotto da colture in suolo ..
Fig. 1. rica batterica totale (medie con intervalli di confidenza al 95%) sulle foglie fresche di quattro specie vegetali in 13 cicli di coltura
(8 in tunnel e 5 in pien'aria) da aprile 2006 a settembre 2007 in due aziende tabacchicole casertane (indicate dai simboli). Al margine
destro sono riportati come scarti gli effetti del periodo-ambiente, al netto delle differenze tra specie.
Fig. 2. Cariche E. coli e di batteri coliformi sulle foglie fresche di
quattro specie vegetali in 13 cicli di coltura (8 in tunnel e 5 in pien'aria) da aprile 2006 a settembre 2007 (indicati con abbreviazioni-simboli), in due aziende tabacchicole casertane (distinte dal
colore).
tiva di coordinamento geografico-stagionale della
produzione. Le cariche di batteri coliformi sono
risultate correlate con quelle totali, ma per bietola e
lattuga sono risultate più alte sulle foglie prodotte in
tunnel, mentre il livello di presenza di E. coli non
sembra sia stato influenzato allo stesso modo dalla
stagionalità (fig. 2). La qualità dell'aspetto è risultata inversamente correlata alla carica microbica totale per le produzioni in tunnel, ma non per quelle in
pien'aria, e nel complesso è risultata piuttosto
mediocre dopo il trasporto al laboratorio (fig. 3).
I risultati di questi saggi indicano che il tipo di
coltura, pur non presentando difficoltà agronomiche per il tabacchicoltore in possesso di strutture
adeguate, richiede un affinamento della pratica e
un livello di controllo a cui bisogna abituarsi.
Fig. 3. Indice della qualità di aspetto in rapporto alla carica microbica
totale sulle foglie fresche di quattro specie vegetali in 13 cicli di coltura (8 in tunnel e 5 in pien'aria) da aprile 2006 a settembre 2007 (indicati con abbreviazioni-simboli), in due aziende tabacchicole casertane (distinte dal colore).
Bates D, 2007. lme4: Linear mixed-effects models using S4 classes. R package version 0.99875-7.
Beuchat L, 2000. Surface decontamination of fruits and vegetables
eaten raw. World Healt Organisation, WHO/FSF/FOS/98.2
Brackett RE, 1987. Microbiological consequences of minimally
processed fruits and vegetables. J. Food Qual. 10, 195-206.
Harrell F e molti altri utenti, 2007. Hmisc: Harrell Miscellaneous.
R package version 3.0-12,
http://biostat.mc.vanderbilt.edu/s/Hmisc.
R Development Core Team, 2007. R: A Language and
Environment for Statistical Computing. R Foundation for
Statistical Computing, Vienna, Austria, http://www.R-project.org.
Ragaert P, Devlieghere F, Debevere J, 2007. Role of microbiological and physiological spoilage mechanisms during storage of
minimally processed vegetables. Postharvest Biol. Technol.
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Letteratura citata
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Risposte produttive della quinoa (Chenopodium quinoa Willd)
nell’areale casertano
Riccardi M,*1 Pulvento C,1 De Luca S,1 Iafelice G,2 D'Amario M,2 d'Andria R,1
Lavini A,1 Marconi E2
Introduzione
Chenopodium quinoa Willd. è una pianta annuale originaria degli altopiani andini dove era coltivata già
5000 anni fa. Questa specie fu domesticata probabilmente nella regione del lago Titicaca dove è presente
la maggior diversità genetica (Casini, 2002). La
Quinoa è una specie resistente allo stress idrico e salino, si sviluppa in ambienti con suoli acidi ed alcalini
(Jacobsen et al., 2005) ed è adattabile al fotoperiodo
(Bertero, 2001). La Quinoa non contiene glutine e possiede un alto valore nutrizionale; i semi contengono
mediamente una percentuale di proteine totali del
14.6% composta da amminoacidi essenziali tra cui i
principali sono: lisina, metionina, treonina, istidina e
arginina (Ruales e Nair, 1992). Con la presente prova
si è inteso valutare le potenzialità produttive di questa
specie in un ambiente dell'Italia centro meridionale
nell'ambito delle ricerche volte ad individuare alternative colturali al tabacco.
Materiali e metodi
La prova sperimentale è stata condotta nel biennio
2006 - 2007 presso la stazione sperimentale del CNR
- ISAFoM di Vitulazio - CE - (14°50' E, 40°07' N; 25
m s.l.m.). Il sito sperimentale è caratterizzato da una
tessitura argillo-limosa (sostanza organica 1,31%,
CaCO3 2,51%, N 0,8‰, pH 7,6, densità apparente
1,28) ed un contenuto idrico in volume (m m-3) di 39,4
alla capacità idrica di campo (Ψ del suolo a -0,03
MPa) e 21,7 al punto di appassimento (Ψ del suolo a 1,5 MPa). Sono stati posti a confronto due genotipi di
quinoa: KVLQ520Y (K) ricevuto dall'International
Potato Center, Lima, Perù e Regolana Baer (RB) - di
provenienza cilena. Nel primo anno il genotipo K è
stato seminato dal 25 gennaio ogni 15 giorni per individuare la migliore epoca di semina per l'ambiente
considerato. I migliori risultati sono stati ottenuti con
la semina del 5 aprile (A), quando il suolo aveva una
1 - CNR - Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del
Mediterraneo, Via Patacca 85, 80056 Ercolano (Napoli), tel.
0817717325, Fax 0817718045,
*e-mail: [email protected]
2 - Università del Molise, Dipartimento STAAM, via De
Sanctis, - 86100 Campobasso
temperatura di circa 7 °C. Successivamente è stata
effettuata una semina tardiva di entrambe i genotipi a
distanza di un mese (4 maggio). Sulla base dei risultati del primo anno, nel secondo è stata eseguita una sola
semina il 10 aprile. La densità di semina adottata in
ogni epoca è stata di 20.000 piante ha-1 con un'interlinea di 0,5 m. La raccolta è stata eseguita il 12 e 25
luglio per il genotipo K nel 2006 e il 21 luglio nel
2007, mentre la RB è stata raccolta il 24 e 31 luglio
rispettivamente nel 2006 e nel 2007. Alla raccolta di
ciascuna epoca di semina è stata rilevata l'altezza delle
piante, la sostanza secca della pianta ed il peso medio
dei semi. Il disegno sperimentale era un blocco randomizzato con tre repliche. I dati raccolti sono stati sottoposti all'analisi della varianza (ANOVA) e la differenza tra le medie è stata effettuata con il test della
Differenza Minima Significativa (DMS).
Risultati
L'andamento climatico è stato diverso nei due anni di
prova soprattutto nelle fasi iniziali del ciclo colturale.
Il 2006 è stato caratterizzato da precipitazioni inferiori a quelle del 2007 nel mese di aprile (25 mm vs. 57
mm, nel il 2006 e 2007, rispettivamente) e maggio,
mentre si sono verificati alcuni eventi piovosi nella
prima decade di giugno (circa 38 mm) che hanno favorito l'emergenza e l'attecchimento in entrambe le epoche di semina. L'ET0 del periodo Aprile - Maggio di
entrambi gli anni di prova è risultato mediamente più
elevato di 0,5 mm al giorno rispetto al valore medio
poliennale, ed inoltre, anche le temperature massime
nei due anni sono risultate più elevate delle medie
poliennali.
Nel 2006 l'analisi dei dati biometrici e produttivi
delle due epoche di semina (A e B) del genotipo K
(Tab. 1), non hanno mostrato differenze significative
in altezza, diametro del fusto e lunghezza del panicolo; mentre, la produzione in acheni è stata maggiore
nella prima epoca di semina. La maggiore produzione
ha determinato un harvest index, (rapporto percentuale tra produzione in acheni e biomassa secca epigea
totale) significativamente più elevato nella prima
epoca. Tale comportamento è da attribuire alla riserva
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Risposte produttive della quinoa
68 Riccardi et al
Tab 1. Caratteristiche biometriche e produttive del genotipo KVLQ520Y (K) nelle due epoche di semina. E’ riportata la
differenza minima significativa (DMS) per P ≤ 0,05. n.s.= non significativa.
idrica accumulata nel suolo a seguito degli abbondanti
eventi piovosi di marzo che, le piante della prima epoca
di semina, hanno potuto utilizzare nelle prime fasi di
sviluppo vegetativo. Le precipitazioni di giugno sono
state utili per la fasi di fioritura, allegagione e riempimento del seme.
Il confronto tra i due anni ha messo in evidenza la
significatività dell'interazione anno per genotipo. I
risultati (Tab. 2) hanno mostrato il maggiore sviluppo
vegetativo di RB del diametro dei fusti, altezza e biomassa totale rispetto al genotipo K. Il genotipo RB è
risultato il più produttivo per la maggior ramificazione
dei pannicoli (dati non riportati) che ha determinato un
maggior numero di semi pianta, sebbene il peso dei
mille semi è risultato significativamente inferiore
Conclusioni
Lo studio sull'adattabilità della Quinoa all'areale casertano ha fornito, nei due anni di prova, buone produzioni se paragonate a quelle di prove analoghe condotte in
altri paesi europei o alle produzioni dei zone andini. La
specie non ha mostrato particolari esigenze irrigue
(sono state somministrate solo irrigazioni di soccorso)
quindi potrebbe risultare utile valutare il miglioramento delle risposte della coltura a regimi irrigui a parziale
soddisfacimento del consumo. In conclusione, dai
risultati ottenuti si può considerare che questa specie
può essere coltivata con successo negli areali dell'Italia
meridionale. Si deve considerare, inoltre, la crescente
richiesta del mercato di pseudo-cereali glutein free.
Sono però necessarie prove sperimentali per individuare i genotipi più idonei alle condizioni pedo-climatiche locali e andrebbero approfonditi studi di tecnica
agronomica per la preparazione di un protocollo di coltivazione.
Bibliografia
Bertero H.D., King R.W., Hall A.J. Photoperiod-sensitive development phases in Quinoa (Chenopodium quinoa Willd.).
Field Crop Research. 1999; 60: 231-243.
Casini P. Possibilità di introdurre la Quinoa in ambienti mediterranei. L'Inf. Agrario. 2002; 27: 29-32.
Jacobsen S.E., Mauteros C., Christiansen J.L., Bravo L.A.,
Corcuera L.J., Mujica A. Plant Responses of quinoa
(Chenopodium quinoa) to frost at various phenological stages. European Journal of Agronomy. 2005; 22: 131-139.
Ruales J., Nair B.M. Nutritional quality of the protein in Quinoa
(Chenopodium quinoa Willd.) seeds. Plant Foods Human
Nutrition. 1992; 42(1): 1-11.
Tab. 2. Caratteristiche biometriche e produttive dei due genotipi in prova KVLQ520Y (K) e Regolana Baer (RB). E’ riportata la differenza minima significativa (DMS) per P ≤ 0,05. n.s.= non significativa.
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Fabbisogno irriguo della Stevia rebaudiana (Bertoni) in
ambiente centro meridionale
Pulvento C*., Riccardi M., Romano G., De Luca S., d'Andria R., Lavini A.
Introduzione
La Stevia rebaudiana Bert. è originaria della valle
del Rio Monday nel Nord-est del Paraguay, dove
gli indiani Guaranì la utilizzano come dolcificante
(Midmore e Rank, 2002). Sono state descritte più
di 150 specie di Stevia, ma la rebaudiana è l'unica
con importanti proprietà dolcificanti (Soejarto et
al., 1982). Le foglie contengono un insieme complesso di glicosidi diterpenici dolci, i principali
sono: lo Stevioside e il Rebaudioside A che hanno
un potere dolcificante rispettivamente di 110-270 e
180-400 volte superiore rispetto al saccarosio. La
Stevia può essere impiegata come dolcificante a
zero calorie sotto forma di foglie fresche o in polvere, estratto disidratato, o concentrato liquido di
estrazione acquosa e/o idroalcolica. I prodotti di
estrazione possono essere usati in diverse preparazioni alimentari precotte e da forno poiché sono
stabili a temperature fino a 200 °C e non fermentano. In medicina è impiegata come agente anti-iperglicemico per la cura di patologie della pelle, nel
trattamento dell'ipertensione per la sua azione cardiotonica e per molte altre patologie. Con il presente lavoro si sono valutate le risposte produttive e
qualitative al regime irriguo della specie in un
ambiente dell'Italia centro-meridionale nell'ambito
delle ricerche per individuare alternative colturali
al tabacco.
Materiali e metodi
La prova è stata condotta nel biennio 2006-2007
presso il centro sperimentale di Vitulazio - CEdell'ISAFoM (14°50' E, 40°07' N). La coltura. è
stata trapiantata il 20/4/ 2006 con una densità di 5
piante m-2 (interlinea 0,6 m). Sono stati posti a confronto in un blocco randomizzato, tre regimi irrigui: un controllo (T100) irrigato con la restituzione
del 100% del consumo idrico e due tesi a restituzione parziale del consumo rispetto alla tesi T100,
66% (T66) e 33% (T33). Il turno irriguo è stato settimanale il volume di adacquamento è stato calcoCNR - Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del
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lato sulla base del contenuto idrico nello strato di
suolo 0-0,40 m. Alla coltura sono state somministrati rispettivamente 105, 23 e 180 kg ha-1 di N, P
e K in entrambe gli anni.
La raccolta è stata eseguita due volte ogni anno,
quando le piante erano a inizio fioritura (22/7 DOY 204 - e 25/9 - DOY 269 nel 2006 ed il 28/7 DOY 210 - e 13/10 - DOY 267 nel 2007). In ciascuna raccolta è stata rilevata l'altezza delle piante,
la superficie fogliare e la sostanza secca delle
foglie e dei fusti. Campioni di foglie e fusti sono
stati analizzati per valutare il contenuto dei principali prodotti dolcificanti (stevioside e rebaudioside
A) e per determinare i principali elementi (Fe, Mn,
Cr, Mg, Na, Ca, K). I dati sono stati sottoposti
all'analisi della varianza e le differenze tra le medie
sono state confrontate con il test della differenza
minima significativa (DMS).
Risultati
Il secondo anno è stato meno piovoso del primo,
infatti, non si sono verificati eventi piovosi utili da
metà giugno fino all'inizio della raccolta. (Tab. 1).
Questo ha determinato un consumo idrico maggiore nel secondo anno di 17, 5,3 e 23,5 mm rispettivamente per le tesi T100, T66 e T33. I coefficienti
colturali (kc), calcolati come rapporto tra il consumo idrico giornaliero e l'evapotraspirazione di riferimento, sono risultati in genere simili nei due anni
di prova. L'analisi statistica dei dati di produzione
e sviluppo vegetativo non ha evidenziato differenze significative dell'interazione tra gli anni, pertanto di seguito sono riportate le medie degli anni per
ciascuna raccolta. Lo sviluppo vegetativo delle
piante e la produzione di sostanza secca è risultato
maggiore nella seconda epoca di raccolta (Fig. 1 A,
B, C, D), mentre la tesi T100 ha mostrato la maggiore produzione rispetto alle altre. Tali differenze
sono risultate sempre significative nella seconda
epoca, mentre nella prima epoca la tesi T66 ha
mostrato solo un lieve incremento rispetto alla T33.
L'indice di raccolta, calcolato come rapporto tra
sostanza secca delle foglie e biomassa epigea, non
ha mostrato differenze tra le tesi omologhe nelle
due epoche, mentre è diminuito con l'aumento del
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70 Pulvento et al
Fabisogno irriguo della stevia ...
Tab.1. Volume irriguo, volume idrico stagionale, consumo idrico e coefficienti colturali (kc) calcolati per l’intera stagione
(irr. stag.) e per i due periodi di crescita di ciascun anno
livello irriguo. Il contenuto percentuale di glucosidi non è stato influenzato dal regime irriguo ed è
stato accumulato soprattutto nelle foglie con valori
medi di 8,36% (v/v) di stevioside e di 5,72 % (v/v)
di rebaudioside A. La produzione di rebaudioside A
è risultata di 0,26 t ha-1 e quella di stevioside di
0,38 t ha-1 per la tesi T100. Le tesi T66 e T33 hanno
avuto una produzione di 0,22 e 0,19 t ha-1 di rebaudioside A e 0,33 e 0,28 di stevioside, rispettivamente. Nei fusti sono stati rilevati valori medi di stevioside di 0,48 e di 0,36 di rebaudioside A.
Conclusioni
I risultati confermano che questa specie può essere
coltivata con successo nell'areale preso in considerazione. La corretta gestione dell'irrigazione in termini di turno e volume degli adacquamenti ha un
ruolo fondamentale per l'ottenimento di buone produzioni. Ulteriori prove sarebbero necessarie per
mettere a punto un protocollo di coltivazione ed
andrebbero promossi programmi di miglioramento
genetico per sviluppare varietà idonee alle caratteristiche pedo-climatiche dell'areale.
Fig. 1. Altezza delle piante, produzione di sostanza secca della pianta intera e delle foglie e indice di raccolta in relazione al livello irriguo. Sono indicati i valori della differenza minima significativa (DMS) per P ≤ 0,05.
Bibliografia
Midmore D.J. and Rank A.H. A new rural industry - Stevia - to
replace imported chemical sweeteners. Report for the Rural
Industries Research and Development Corporation 02/022.
2002; 55 p.
Soejarto D.D., Kinghorn A.D. and Farnsworth N.R. Potential
sweetening agents of plant origin. III. Organoleptic evaluation of stevia leaf herbarium samples for sweetness. J. Nat.
Prod. 1982; 45: 590-599.
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Progetto Co.Al.Ta. II 71
Valutazione agronomica della coltivazione di Senape bianca
(Sinapis alba L.) in ambienti dell'Italia meridionale
Pulvento C*, Riccardi M, De Luca S, Romano G, d'Andria R, Lavini A
Introduzione
La Senape è una specie originaria dell'Asia. Si
pensa che sia stata coltivata già nel 3000 a.C. in
India e poi esportata in occidente come spezia pregiata. Nel IV sec. a.C. i Romani se ne servivano per
conservare i succhi di frutta e il mosto e ne consumavano le foglie come verdura cotta (Brown et al.,
2000-2002). La mostarda in pasta, come condimento, si diffuse in tutta Europa intorno al 1200.
La Senape può avere molteplici impieghi; le
foglie possono essere consumate crude o cotte ed
hanno un sapore piccante, i semi possono essere
impiegati nelle insalate per il loro aroma, oppure
possono essere macinati e utilizzati per condimento
(mostarda bianca). I semi hanno, inoltre, proprietà
antibatterica, antifungina, di stimolazione dell'appetito, carminativa, digestiva, diuretica, emetica,
espettorante, decongestionante e stimolante. In
occidente sono di rado utilizzati come medicina
interna, ma sono impiegati comunemente per uso
esterno. I semi di Senape bianca contengono un olio
che può essere impiegato come lubrificante o per
l'accensione di lampade (McGuire, 2003).
L'impiego della Senape bianca è ormai comune
nei disciplinari di agricoltura biologica per il controllo dei nematodi cisticoli della barbabietola da
zucchero (Heterodera schachtii), dei nematodi galligeni della patata (Globodera spp., Meloydogyne
spp., Pratylenchus spp.) e del tabacco (M. incognita, M. javanica, M. arenaria, M. hapla) con riduzioni del 50-60% (Ahmed et al., 2005).
L'industria alimentare italiana utilizza prodotti
semilavorati importati soprattutto dai paesi dell'Est
Europa, ma è evidente l'interesse per uno sviluppo
dei mercati locali. Per tale motivo andrebbe approfondita la potenzialità produttiva della specie in
ambienti centro meridionali e la possibilità di fornire all'industria semilavorati attraverso strutture
associative di agricoltori. Con il presente lavoro si
è inteso valutare i principali parametri bio-agrono-
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Mediterraneo, Via Patacca 85, 80056 Ercolano (Napoli),
tel. 0817717325, Fax 0817718045.
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mici della specie nelle aree del casertano a prevalente ordinamento tabacchicolo.
Materiali e metodi
La prova è stata condotta nel biennio 2006-2007 presso il centro sperimentale del CNR-ISAFoM di
Vitulazio (CE). La semina della varietà Zlatka è stata
eseguita il 5 Aprile nel 2006 e il 17 Aprile nel 2007 su
file distanti 0,2 m in parcelle di 30 m2 (6 x 5 m) ripetute tre volte impiegando 2 g m-2 di seme. A seguito del
diradamento delle piante sulla fila è stata ottenuta una
densità di 28 piante m-2. Durante lo sviluppo vegetativo della coltura sono stati effettuati solo interventi irrigui di soccorso e non sono stati necessari interventi di
difesa antiparassitaria. La raccolta è stata effettuata il
13 Luglio nel 2006 e il 26 Luglio nel 2007 e sono stati
rilevati i seguenti parametri: altezza della pianta,
numero di piante m-2, numero e lunghezza delle ramificazioni, numero di silique fertili, sterili e aperte, lunghezza delle silique, peso fresco e peso secco delle silique e dei semi.
Risultati e discussione
Dall'analisi statistica dei dati (Tab. 1) è risultata
significativa la variabilità tra gli anni determinata
dal diverso andamento climatico. Le evidenti differenze produttive tra i due anni, infatti, sono state
determinate essenzialmente dalla diversa distribuzione ed entità delle piogge tra gli anni.
Nel 2006 si sono verificate precipitazioni inferiori al 2007 nel mese di Aprile, periodo della semina, e Maggio, ed alcuni eventi piovosi nella prima
decade di Giugno (circa 38 mm) hanno favorito lo
sviluppo delle fasi vegetative.
Nel 2007 l'andamento pluviometrico, è stato particolarmente abbondante nelle fasi di emergenza (57
mm in Aprile), mentre non si sono verificati eventi
piovosi dalla prima decade di Giugno fino al
momento della raccolta con evidenti effetti negativi
sulla produttività della specie. Nel primo anno, infatti, la produzione di semi al 13% di umidità è stata di
2,12 t ha-1, mentre nel secondo si è avuta una riduzione del 28% (1,53 t ha-1). La maggiore produzione
del primo anno è principalmente dovuta ad un minore indice di sterilità oltre che al maggior peso medio
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72 Pulvento et al
Valutazione agronomica della senape ...
Tab. 1. Caratteristiche biometriche e produttive della varietà Zlatka nei due anni di prova. E’ riportata la differenza minima significativa
(DMS) per P ≤ 0,05. n.s.= non significativa.
dei 1000 semi. Tale comportamento è da attribuire allo stress idrico che si è manifestato durante la
fase di riempimento del seme. Per questo stesso
motivo anche la sostanza secca ed il numero delle
silique sono risultati inferiori nel secondo anno,
mentre non si sono manifestate differenze nel numero di semi per siliqua. Quest'ultimo parametro, pertanto, è maggiormente controllato dal patrimonio
genetico (Laureti e Pieri, 2000).
La differenza tra i due anni di prova è stata evidente anche per lo sviluppo vegetativo dal momento
che le piante del secondo anno sono risultate più
alte, più ramificate e con ramificazioni di maggiore
lunghezza.
Conclusioni
Dato il comportamento vegetativo e produttivo
andrebbero approfonditi aspetti relativi al fabbisogno irriguo della specie dal momento che lo stress
idrico nella fase di fioritura e riempimento del seme
ha fortemente ridotto la produttività. Irrigazioni di
soccorso nei periodi critici sarebbero ampiamente
compensate dall'incremento di produzione.
Complessivamente i risultati evidenziano le
buone potenzialità produttive della specie nell'ambiente casertano soprattutto laddove si può disporre
di acqua per l'irrigazione.
Bibliografia
Ahmed H. S., Miroslaw S. e Wladyslaw G. Defence responses
of white mustard, Sinapis alba, to infection with the cyst
nematode Heterodera schachtii. Nematology. 2005; 7 (6):
881-889.
Brown J., Davis J.B. e Esser A. Pacific Northwest Condiment
Yellow Mustard (Sinapis alba L.) Grower Guide.
Subcontract Report NREL/SR-510-36307 July 2005.
McGuire A. Mustard. Washington State University (WSU)
Cooperative Extension bulletins. 2003.
Laureti D., Pieri S. Colza, ravizzone e senape nelle Marche.
L'inf. Agrario. 2000; 34: 37-39.
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Progetto Co.Al.Ta. II 73
Impiego di sfarinati di quinoa per la realizzazione di prodotti a
base di cereali
Iafelice G1), D'Amario M1), Riccardi M2), Pulvento C2), d'Andria R2), Marconi E1)
Introduzione
La quinoa è uno pseudocereale appartenente alla
famiglia delle Chenopodiaceae largamente coltivato
nelle regioni andine. Questa coltura presenta interessanti caratteristiche chimico-nutrizionali (elevata
qualità proteica, presenza di acidi grassi essenziali,
vitamine e minerali) offrendo numerose potenzialità
per future applicazioni tecnologiche (Lopez 2007).
Inoltre per l'assenza delle proteine del glutine la
quinoa può essere utilizzata per la preparazione di
alimenti gluten-free. La presenza di composti antinutrizionali e in particolare le saponine, limitano
l'utilizzo di questo pseudocereale dal momento che
conferiscono caratteristiche di amaro e astringente
influenzando negativamente la qualità sensoriale dei
prodotti finiti (Dini et al., 2001).
Il presente lavoro ha preso in considerazione le
caratteristiche compositive e nutrizionali di alcuni
genotipi di quinoa, coltivati in Italia centro meridionale come colture alternative al tabacco. Tali
genotipi sono stati utilizzati per la preparazione di
prodotti a base di cereali (pane, pasta) caratterizzati da una migliorata qualità nutrizionale e da una
elevata accettabilità sensoriale.
Materiali e metodi
Sono state analizzate due varietà di quinoa
KVLQ520Y coltivata in due epoche differenti
(sigla campioni KA e KM) e REGOLANA BAER
(sigla campione RB). Entrambi i genotipi di quinoa
sono stati coltivati nei campi sperimentali del
CNR-ISAFoM (Vitulazio-CE). Sui campioni di
quinoa è stata effettuata la caratterizzazione chimica e valutato mediante tecniche cromatografiche
combinate (TLC, GC) il contenuto in saponine sia
sul prodotto tal quale sia sul prodotto opportuna-
1)DI.S.T.A.A.M.-Università degli Studi del Molise, Via De
Sanctis, 86100 Campobasso,
tel. 0874404616, Fax 0874404652,
e-mail [email protected]
2)CNR-Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del
Mediterraneo, Via Patacca 85, 80056 Ercolano (Napoli),
tel. 0817717325, Fax 0817718045,
e-mail [email protected]
mente trattato (perlato). Gli sfarinati di quinoa perlata sono stati quindi utilizzati per la realizzazione
di prodotti quali pane e pasta.
Risultati e discussione
Le analisi in merito alla caratterizzazione chimiconutrizionale evidenziano che la quinoa presenta un
contenuto proteico più alto rispetto ai cereali comuni con valori pari a circa il 16-17 %. E' interessante
osservare valori elevati in ceneri (3,96-4,28 g/100 g
s.s.) e in fibra alimentare (16,1-18,6 g/100 g s.s.).
L'amido rappresenta il componente principale della
quinoa con valori compresi tra il 54,8% e il 55,6%
per le varietà KA e KM; per la varietà RB si è riscontrato un contenuto in amido totale pari a 52,8%.
Gli sfarinati di quinoa si distinguono inoltre per
l'elevato contenuto lipidico pari al 7,7-7,9%. In questo lavoro è stato ottimizzato un metodo gascromatografico per la valutazione quanti/qualitativa delle
saponine idrolizzate (sapogenine). L'analisi GC ha
rilevato la presenza di specifiche saponine della quinoa rappresentate da: acido oleanolico, ederagenina,
fitolaccagenina (Fig. 1).
Dal punto di vista quantitativo nelle varietà di quinoa analizzate si è riscontrato un contenuto in saponine totali di 238,9-213,8 mg/100 g s.s. per le varietà
KA e KM; per la varietà RB il contenuto in saponine
totali è risultato di 329,0 mg/100g (Tab.1).
La quantificazione delle saponine è un utile parametro in quanto permette di distinguere le varietà di
Fig. 1. Tracciato GC delle saponine della quinoa (1)acido oleanolico, 2 ederagenina, 3 fitolaccagenina)
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Impiego di sfarinati di quinoa ....
74 Iafelice et al
Tab. 1. Contenuto in saponine totali (mg/100 g s.s.)
quinoa "sweet" (contenuto in saponine < di 200
mg/100 g) e le varietà "bitter"(contenuto in saponine > di 400 mg/100 g); questa distinzione è di notevole interesse in quanto ai fini tecnologici/applicativi è importante utilizzare le varietà "sweet" a
basso contenuto in saponine (Mazza e Gao 2005).
L'analisi GC ha evidenziato che le varietà di quinoa
analizzate (KA, KM, RB) si collocano in una posizione intermedia tra i genotipi "sweet" e i genotipi
"better".
Modulando il tempo di perlatura si è osservato
che la rimozione delle parti periferiche dell'achenio
del 20% determina una riduzione in saponine totali del 50% rispetto al valore iniziale, mentre applicando una perlatura pari al 30% si riesce a ridurre
in maniera significativa il contenuto in saponine
superiore all'80%. I risultati evidenziano pertanto
che il processo di abrasione può essere utilizzato
efficacemente per allontanare le saponine da questo pseudocereale.
La Tab. 2 riporta le caratteristiche chimiche dei
prodotti ottenuti utilizzando gli sfarinati di quinoa
perlata. Come si osserva la pasta e il pane ottenuti
utilizzando il 20% di quinoa presentano un contenuto proteico superiore (14,7-16,6 % s.s.) rispetto ai
prodotti controllo (12,6-10,1 % s.s.)
E' interessante considerare che l'impiego di sfarinati di quinoa consente di migliorare la qualità pro-
teica; gli sfarinati di quinoa sono,
infatti, caratterizzati dalla presenza di
un bilanciato apporto di amminoacidi
essenziali (lisina), con conseguente
innalzamento dell'indice chimico. In
virtù dell'alto contenuto in fibra alimentare, la pasta e il pane con il 20%
di quinoa potrebbero rientrare nella
categoria di prodotti ad alto contenuto in fibre. Le
analisi delle saponine evidenziano la persistenza di
tali sostanze nei prodotti finiti anche dopo i trattamenti tecnologici e, nel caso della pasta, anche dopo
cottura del prodotto. Le valutazioni sensoriali hanno
messo in evidenza che la pasta con il 20% di quinoa
è risultata accettabile. Gli assaggiatori, pur evidenziando delle differenze rispetto al prodotto controllo
in termini di sapore e di gusto, hanno giudicato il
prodotto complessivamente buono. Per il pane con il
20% di quinoa il gruppo di assaggiatori ha espresso
un giudizio estremamente positivo per l'aspetto e
colore della crosta e l'aspetto della mollica, tuttavia
il sapore e l'odore, considerati anomali, hanno inciso
nel giudizio globale del prodotto che comunque è
risultato sufficiente.
Conclusioni
I risultati ottenuti in questa ricerca dimostrano che,
mediante l'utilizzo di formulazioni e tecnologie
appropriate, gli sfarinati di quinoa perlata possono
essere proposti come potenziali ingredienti/materie
prime per la produzione di prodotti con migliorate
caratteristiche nutrizionali e con accettabili proprietà sensoriali. Queste prime prove sono incoraggianti nell'ottica di ampliare la gamma di prodotto
realizzati con sfarinati di quinoa con soddisfacenti
caratteristiche sensoriali.
Tab. 2. Caratteristiche chimiche (g/100 g .s.s) della pasta e del pane con quinoa
Bibliografia
Dini I, Schettino O, Simioli T, Dini A. Studies on the costituents
of Chenopodium quinoa seeds: isolation and characterization
of new triterpene saponins. J.Agric. Food Chem. 2001, 49:
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Lopez-Garcia R. Quinoa: a traditional andrean crop with new
horizons. Cereal Foods Word 2007, 52(2): 88-90.
Mazza G., Gao L. Blue and purple grains. In: Specialty grains
for food and feed. Elsayed Abdel-Aal and Peter Wood eds.,
2005, pp. 313-350.
Damiani.qxp
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Progetto Co.Al.Ta. II 75
Introduzione di nuove colture: La quinoa (Chenopodium
quinoa Willd.)
Taviani P, Rubini A, Menconi L, Pieroni G, Damiani F
Introduzione
La richiesta di mercato per cibi sempre più differenti e ricchi di componenti salutari determinano una consistente
modificazione della domanda dei prodotti alimentari. In
questa ottica si è intrapreso un processo di introduzione di
alcune colture esotiche nel nostro ambiente.
La quinoa (Chenopodium quinoa willd.) specie originaria dell'America meridionale nella zona andina, è una
specie erbacea annuale la cui forma coltivata C. quinoa
subsp. quinoa (2n =4x=36) viene utilizzata nei sistemi
agricoli presenti nei diversi paesi andini. E' uno pseudocereale che produce farine altamente proteiche (14-18%)
con buon bilancio amminoacidico (Oelke et al., 1990) e
prive di glutine. Può quindi essere proposta come alternativa al riso nell'alimentazione delle persone celiache.
Prime sperimentazioni per l'introduzione di tale coltura
nell'ambiente mediterraneo sono state condotte in Grecia
ed hanno evidenziato che all'interno della specie esiste una
variabilità tale da permetterne la coltivazione con buoni
risultati anche in climi più caldi di quello andino (Karyotis
et al., 2003). L'obiettivo dell'attività che viene riportata è
reperire accessioni, valutarle e verificarne le potenzialità
produttive nei nostri ambienti.
Materiali e metodi
Per il reperimento delle accessioni ci si è rivolti a
ditte produttrici di sementi, a mercati locali, a banche del gemoplasma ed istituti di ricerca. È stata
condotta una prova di valutazione a piante spaziate
con un numero variabile di piante per accessione.
In tale prova sono stati valutati su pianta singola 16
caratteri morfologici e fenologici scelti tra i
descriptors specifici della specie (IPGRI, 1981); la
variabilità complessiva è stata utilizzata per stimare il livello di similarità tra le accessioni utilizzando le distanze Euclidee per un'analisi cluster con il
metodo UPGMA con il software NTSYS-pc.
Inoltre è stato messo a punto un metodo di analisi
molecolare basato su marcatori SSR (Mason et al.,
2005) ed è stato utilizzato per valutare la variabilità genetica. E' stata eseguita una valutazione agroIstituto Genetica Vegetale CNR via Madonna Alta, 130 06128
Perugia
075 5014862, fax 0755014869, [email protected].
nomica di 4 accessioni, quelle con più seme disponibile, con una prova parcellare replicata con due
repliche; è stata rilevata la produzione di seme per
pianta e per unità di superficie e la produzione di
biomassa per pianta. Tale prova è stata replicata
con una semina autunnale.
E' stata impiantata una prova per valutare la percentuale di incrocio della specie. A tale scopo sono state scelte
combinazioni di parentali che risultavano facilmente
distinguibili all'analisi molecolare, coppie di piante di due
accessioni sono state messe in isolamento, il seme è stato
raccolto separatamente su ciascuna pianta, è stato fatto
germinare, è stato estratto il DNA dal singolo germinello
ed esaminato per la per la presenza di alleli microsatellitari di origine paterna. In una prova condotta in camera di
crescita, piante di 3 accessioni sono state allevate in condizioni di temperatura identiche e divise in due gruppi. Un
gruppo era allevato con un fotoperiodo simulante la primavera (P) ed uno l'autunno (A). Dopo 16 settimane dalla
semina è stato valutato lo sviluppo, la fioritura e la persistenza delle piante verificando quindi l'effetto del fotoperiodo sulla vitalità della pianta.
Risultati
In totale nel corso del biennio 2006-2007 sono
state reperite 14 accessioni di origine geografica
molto variabile e con struttura genetica altrettanto
variabile (ecotipi, linee in miglioramento, varietà).
A causa del ricevimento dilazionato delle sementi
solo 10 accessioni sono state incluse nella prova di
valutazione morfo-fenologica in cui sono stati
valutati 10 caratteri quantitativi: altezza (in due
date) fioritura, maturazione, n. ramificazioni, alt.
ramificazioni, produzioni (seme e biomassa), peso
del seme, disseminazione e 6 caratteri morfologici
relativi a colore e forma di foglie e infiorescenza.
Per l'insieme dei caratteri si è osservata un'ampia
variabilità che ha permesso di disegnare un dendogramma di similarità . Tale risultato è stato confermato dall'analisi della variabilità genetica stimata
fra tutte le 14 popolazioni tramite l'analisi molecolare di 9 combinazioni di primer SSR che su 74
campioni ha rilevato 76 alleli differenti, di cui 12
specifici di C. album L. una specie molto simile
alla quinoa ed ampiamente diffusa nei nostri area-
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La quinoa
76 Taviani et al
li. L'analisi cluster mostra una chiara distinzione
della specie C. album da C. quinoa. Le accessioni
di quinoa sono raggruppate in 2 cluster principali:
quelle provenienti da Ecuador, Perù e Bolivia sono
separate dal materiale di origine cilena e statunitense. I genotipi delle 2 varietà Regalona e Francia e
delle linee in selezione W5 e Napoli, sono dispersi
nello stesso cluster e non sono distinguibili come
accessioni.
Quattro accessioni sono state seminate in aprile
ed un numero maggiore in ottobre. La semina primaverile ha mostrato uno sviluppo limitato delle
piante ed una precoce entrata in fioritura, tale andamento non ha permesso il rilievo di molti caratteri
ma ha reso possibile la raccolta del seme che, se
derivato da autofecondazione, può essere utilizzato
in successive valutazioni. Questa prova non è risultata tuttavia soddisfacente a causa della non regolare emergenza delle piante e del numero quindi
molto variabile di individui a m2, tuttavia per una
accessione si è prodotta una quantità di seme notevole. Il risultato della semina autunnaleha mostrato
una buona emergenza delle piante che sono tuttavia
andate incontro a forte diradamento. Tali informazioni insieme a quelle ottenute in semine su scala
aziendale eseguite l'anno successivo presso due
aziende agricole ha mostrato che tale pianta è lenta
nell'insediamento, sensibile agli attacchi di fitofagi
e debole competitore con le infestanti.
L'individuazione della data ottimale di semina è
quindi indispensabile. A tale proposito è stata eseguita una prova in camera di crescita per valutare
l'effetto del fotoperiodo sullo sviluppo della pianta
che ha mostrato come il giorno corto non sia favorevole e quindi non sia proponibile una semina
anticipata all'autunno.
La letteratura relativa al sistema di incrocio in
quinoa è abbastanza discordante infatti viene riportata come specie autogama con solo il 10% di interincrocio (Taylor e Parker, 2002) ma è stato anche
osservato un 30 % di incrocio interspecifico
(Wilson e Manhart 1993). La discordanza dei dati
porta a pensare che il genotipo e l'ambiente di crescita possano influire fortemente su tale aspetto. È
stato impiantato un piccolo esperimento di incrocio
a coppie tra piante di accessioni facilmente distin-
guibili per il profilo microsatellitare che mostra
risultati non univoci. La progenie dell'accessione
A1 risulta autofecondata, Otavalo mostra invece un
40% di individui derivati da impollinazione incrociata ma il basso numero di individui analizzati non
permette di fare conclusioni oltre quella che in
Otavalo può avvenire l'incrocio. L'accessione
Francia presente in entrambi gli incroci ha un comportamento disomogeneo: nell'incrocio con A1 la
progenie mostra un 20% di alloimpollinazione, nell'incrocio con Otavalo, al contrario, non si osservano progenie con alleli dell'altro parentale. Non è da
escludere che fattori di incompatibilità genetica o
fisiologica (diversa epoca di fioritura) possano
determinare i risultati osservati, un esperimento su
scala più ampia sarebbe necessario, l'unica conclusione possibile con tali risultati è che Chenopodium
quinoa si autofeconda ma non è una specie strettamente autogama.
In conclusione la quinoa è una specie che può
fornire una produzione consistente anche nei nostri
ambienti, ma per le sue caratteristiche di piccole
dimensioni del seme, lentezza nell'emergenza, sensibilità all'aggressione di fitofagi nelle prime fasi di
sviluppo necessità di un'ottimizzazione delle tecniche agronomiche e soprattutto di un approfondito
lavoro di miglioramento genetico, la variabilità
necessaria a tal fine sembra largamente disponibile.
Letteratura citata
IPGRI Descriptores de quinua. AGP:IBPGR/81/104, Agosto
1981 (www.ibpgr.cgiar.org).
Karyotis T, Iliadis C, Noulas C, Mitsibonas T. Preliminary
Research on Seed Production and Nutrient Content for
Certain QuinoaVarieties in a Saline-Sodic Soil. J.
Agronomy & Crop Science 2003 189: 402-408.
Mason SL, Steven MR, Jellen EN, Bonifacio A, Fairbanks DJ,
Coleman CE, McCarty RR, Rasmussen AG, Maughan PJ.
Development and use of microsatellite markers for germoplasm characterization in quinoa (Chenopodium quinoa
Willd.). Crop Sci. 2005 45:1618-1630..
Oelke A, Putnam DH, Teynor TM, Oplinger ES Quinoa. In:
Alternative field crops manual. University of Wisconsin
University of Minnesota - Cooperative Extension Febbraio 1990.
Taylor JRN e Parker ML. Quinoa In: Pseudocereals and less
common cereals (Belton P Taylor J, eds.) Springer Berlin
2002 pp 93-115.
Wilson H e Manhart J. Crop/weed gene flow: Chenopodium
quinoa Willd. and C. berlandieri Moq. TAG 1993 86:642648.
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Progetto Co.Al.Ta. II 77
Caratterizzazione molecolare di accessioni di carciofo di
Pietrelcina
Taviani P, Menconi L, Rubini A, Cozzolino E1, Leone V1, Damiani F
Introduzione
La valorizzazione del carciofo di Pietrelcina è una
delle strategie proposte nel progetto COALTA1 per
sostituire la coltivazione del tabacco nell'area del
beneventano. Tale coltura diffusa da oltre un secolo nella zona presenta due significative caratteristiche che la rendono particolarmente interessante: la
tardività che gli permette di fornire prodotto in un
periodo in cui il carciofo locale è assente e l'alto
contenuto di inulina che lo rendono particolarmene
adatto per la terapia di disfunzioni meataboliche
dei lipidi e dei glucidi (del Piano et al., 2006).
L'analisi di tali caratteristiche in carciofaie della
zona ha mostrato tuttavia una variabilità tra ed
entro carciofaie che giustifica ulteriori studi per
caratterizzare la variabilità entro piante dell'accessione e per definire un genotipo tipico di
Pietrelcina che si disitngua anche molecolarmente
dal carciofo Romanesco da cui indubitabilmente
deriva. Lo scopo di tale lavoro è stato quindi lo studio tramite marcatori molecolari della variabilità
genetica della specie Cynara scolymus L. con l'intento applicativo di definire un pattern molecolare
distintivo di cv locali campane.
Materiali e metodi
E' stato estratto il DNA da 66 piante: 38 piante da
13 aziende della zona di Pietrelcina, 6 dell'ecotipo
Pietrelcina conservato presso la banca del germoplasma del CRPV di Sassari (piante 7.x), 16 di carciofo Capuanello da due aziende (piante 5.x e 6.x), 4 di
Romanesco recuperate in centro e sud Italia (9.x e
4.x), e due altre piante fuori tipo (8 ecotipo Scafati e
10 allungato umbro). L'analisi molecolare è stata
eseguita valutando il polimorfismo di regioni microsatellitarie e il polimorfismo generato con la tecnica
AFLP (Vos et al., 1995) utilizzando una sola coppia
di primer derivati dalla restrizione con gli enzimi
EcoRI e MseI ed utilizzando le basi selettive ACT e
CAA ai due rispettivi siti di taglio. E' stata anche
Istituto Genetica Vegetale CNR via Madonna Alta 130, 06128
Perugia 075 5014862, fax 0755014869,
[email protected];
1Unità di ricerca per le colture alternative al tabacco CRA, via
Vitiello 116, 84018 Scafati (SA)
applicata la tecnica S-Sap che consiste nell'amplificazione di DNA ristretto con un primer ancorato al
sito di taglio ed uno ricavato dalla sequenza di un
retrotrasposone endogeno. Per l' S-Sap sono stati utilizzati primer ancorati al sito di taglio MseI aventi le
basi selettive CAA, CAC e CAT in combinazione
con un primer disegnato sul retrotrasposone
CYRE5 (Acquadro et al., 2006). Nell'analisi dei
risultati, i profili di ogni combinazione di primers
sono stati riportati come dati di presenza assenza
della banda per ogni campione costruendo una
matrice binaria unica per S-SAP e AFLP, da cui è
stata calcolata la matrice delle distanze genetiche
con l'indice di Nei, seguita da una analisi cluster con
il metodo UPGMA e rappresentata graficamente da
un dendrogramma elaborato con il software
NTSYS-pc (Rohlf, 1993). Per l'analisi dei microsatelliti ci si è basati sulle tecniche ed i primer sviluppati in carciofo da Acquadro et al (2003; 2005).
Sono state utilizzate 12 combinazioni di primer SSR
e per ogni coppia di primer è stato mantenuto il
nome del codice del locus. Per un confronto diretto
dei risultati ottenuti con i marcatori "multi-locus"
(S-SAP e AFLP) e a "singolo locus" (SSR) è stata
eseguita un'analisi di raggruppamento cluster con
relativo dendrogramma anche dalla matrice della
distanza genetica costruita con i marcatori SSR. Le
due matrici sono state quindi combinate e con le
stesse modalità si è costruito un dendogramma complessivo della variabilità genetica osservata.
Risultati
Dall'analisi AFLP e S-SAP si sono ottenute 141
bande polimorfiche, mentre l'analisi SSR condotta
su 12 loci ha evidenziato la presenza di un totale di
26 alleli. Di questi, 3 alleli sono presenti in tutte le
piante del controllo Pietrelcina (piante 7.x) e non
condivisi con altre accessioni ad eccezione di uno
con la n. 10. I dendogrammi ottenuti dall'analisi di
similarità con i due tipi di marcatori danno risultati molto simili e l'ulteriore elaborazione ottenuta
raggrupando tutti i dati è riportata in fig. 1.
Solo due accessioni ( n.7 e n. 6) risultano omogenee e distinguibili, le 38 piante collezionate nella
zona di Pietrelcina sono alquanto eterogenee,
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78 Taviani et al
Caratterizzazione molecolare carciofo di Pietrelcina
Fig. 1. Dendogramma della distanza genetica tra le 66 piante di carciofo analizzate
hanno diversi alleli in comune con le piante di
Romanesco utilizzate come controllo e non presentano gli alleli che caratterizzano le 6 piante di
Pietrelcina collezionate dal CRPV di Sassari.
Le due analisi con marcatori molecolari suggeriscono quindi che il materiale raccolto nell'area di
Pietrelcina sia frutto di incroci avvenuti in passato e
che in assenza di selezione siano rimasti in coltivazione diversi genotipi che evidentemente si sono
adattati alle condizioni climatiche e alle pratiche colturali della zona di Pietrelcina. Resta da stabilire in
prove agronomiche condotte nella zona di
Pietrelcina ed anche in aree lontane se le caratteristiche di pregio siano peculiari dei materiali allevati
attualmente nella zona e riottenibili anche altrove,
oppure se è solo l'ambiente di coltivazione responsabile delle performance produttive indipendentemente dal materiale genetico coltivato ed infine se l'interazione genotipo ambiente abbia un effetto determinante nell'espressione dei caratteri di pregio.
Bibliografia
Acquadro A., Portis E., Lanteri S. Isolation of microsatellite loci
in artichoke (Cynara cardunculus L. var. scolymus). Mol
Ecol Notes 2003 3: 37-39.
Acquadro A., Portis E., Lee D., Donini P., Lanteri S.
Development and characterization of microsatellite marker
in Cynara cardunculus L. Genome 2005 48: 217-225.
Acquadro A, Portis E, Moglia A, Magurno F, Lanteri S.
Retrotransposon-based S-SAP as a platform for the analysis of genetic variation and linkage in globe artichoke.
Genome. 2006 49:1149-59.
del Piano L, Interlandi G, Abet M, Sorrentino C, Leone V,
Cozzolino E, Sicignano MR, Zeno G, Nunziata R.
Valorizzazione del carciofo di Pietrelcina (Cynara scolymus L.) ai fini della riconversione della coltura del tabacco
nell'area del beneventano. In: Analisi e valutazione di ordinamenti colturali alternativi nelle aree a riconversione del
tabacco.. Risultati 1° anno di attività., C.R.A., Roma 2006
pp 101-105.
Rohlf FJ. (NTSYS-pc Numerical Taxonomy and Multivariate
Analysis System 2.02. User Guide 1993.
Vos P, Hogers R, Bleeker M, Reijans M, Vandelee T, Hornes M,
Frijters A, Pot J, Peleman J, Kupier M, Zabeau M. AFLP a
new technique for DNA fingerprinting. Nucleic Acids
Res1995 23: 4407 4414.
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Progetto Co.Al.Ta. II 79
Colture da biomassa per l’alta valle del Tevere
Menconi L, Taviani P, Damiani F
Introduzione
Nell'ambito delle iniziative di sviluppo e promozione delle fonti rinnovabili all'interno del territorio umbro recentemente è stato sottoscritto, dalla
comunità Montana Alto Tevere Umbro e da otto
Comuni del territorio, un Accordo di Programma
finalizzato ad intraprendere delle iniziative integrate di sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e
dell'uso razionale dell'energia nell'ambito di un più
vasto modello di sviluppo sostenibile. L'Accordo è
finalizzato all'attuazione del Programma denominato "Energia Sostenibile Alto Tevere", attraverso
il quale le Parti si impegnano ad ideare ed attuare
iniziative per la produzione di energia da fonti rinnovabili tramite idonei progetti ed iniziative nel
settore della ricerca e formazione in campo energetico ed ambientale. In questo contesto la produzione nel territorio di biomasse è irrinunciabile e lo
sviluppo di colture destinate allo scopo sembra
un'alternativa interessante alla coltivazione del
tabacco. In tale ottica sono state impostate delle
prove di valutazione agronomica di colture da
fibra. Le specie da valutare sono state scelte in base
alle seguenti considerazioni: 1) novità, poiché non
si vede l'esigenza di un'ulteriore sperimentazione
su colture già estensivamente studiate, 2) specie
che da indagini preliminari condotte in ambienti
diversi da quello in esame sono risultate meritevoli di attenzione (Venturi e Amaducci, 1998). Si è
evitato di prendere in considerazione colture invasive, difficili da eliminare una volta impiantate,
tipo la canna comune (Bell, 1998) ed il miscanto,
per evitare all'agricoltore scelte impegnative nel
tempo a fronte di una situazione relativa all'investimento delle strutture di produzione di energia che
rimane purtroppo, nonostante tutte le emergenze
ambientali e di indipendenza di approvvigionamento sopra enunciate, ancora condizionata dall'instabilità del prezzo dei prodotti petroliferi che è il
principale stimolo all'adozione di politiche di sviluppo di energie alternative
Istituto Genetica Vegetale CNR via Madonna Alta 130, 06128
Perugia 075 5014862, fax 0755014869,
[email protected];
Materiali e metodi
Si sono quindi utilizzate tre specie: sorgo da
fibra (Sorghum bicolor), Kenaf (Hibiscus cannabinus) e canapa (Cannabis sativa) che garantiscono
sviluppo di biomassa notevole e nel contempo possono avere un uso alternativo alla produzione di
energia, in modo da offrire al produttore filiere
alternative per il conferimento del prodotto. Per il
sorgo sono state valutate 2 cultivar H952 e H133,
per il kenaf la varietà medio-tardiva Tainung1 e per
la canapa la varietà monoica Felina34. La sperimentazione è stata condotta per due anni consecutivi in 4 aziende poste all'interno del comprensorio
coinvolto nell'Accordo di Programma sopra citato,
sono tutte aziende tabacchicole 3 localizzate in pianura ed una in media collina. Le colture sono state
valutate adottando un disegno sperimentale a blocchi randomizzati con numero e dimensione delle
parcelle variabile compatibilmente con la superficie a disposizione. Il primo anno si sono valutate le
produzioni utilizzando pratiche agronomiche leggermente diverse per irrigazione e concimazione
nel secondo anno invece in tutte le aziende sono
state eseguite prove di confronto tra dosi diverse di
concimazione azotata da 0 150 u/ha. Le semine
sono state eseguite in nel periodo fine aprile seconda metà di maggio con le apparecchiature disponibili in azienda, nel secondo anno di prova sono state
eliminate dallo studio la canapa ed una azienda.
I caratteri rilevati sono stati: data di emergenza,
in giorni dalla semina; percentuale di insediamento, calcolata contando il numero di piante insediate
su un metro lineare, replicato 4 volte per parcella;
altezza della pianta, su 4 piante prese a caso entro
ciascuna parcella con cadenza bisettimanale (a partire dal 27°/45°giorno dalla semina fino alla fine di
agosto; numero di foglie per pianta, sulle stesse
piante su cui è stata misurata l'altezza è stato contato il numero di foglie sullo stelo principale; produzione sostanza fresca e secca per m2, in 3 m2 per
parcella. Nel primo anno tale rilievo è stato eseguito a dicembre mentre nel secondo anno a metà settembre.
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80 Menconi et al
Colture da biomassa per l’alta valle del Tevere
Tab.1. medie per accessione e per azienda dei caratteri produttivi rilevati nei
due anni di sperimentazione
Risultati
I due anni sono risultati molto contrastanti per
regime termo-pluviometrico. Nell'annata agraria
2006 si è avuta una primavera con elevata piovosità distribuita per tutto l'arco primaverile, che ha
ritardato le semine con particolare nocumento alla
canapa. Tuttavia la piovosità ha sicuramente beneficiato lo sviluppo delle colture nei periodi successivi. Per contro il 2007 è stato estremamente siccitoso, nel periodo aprile-settembre si sono avuti 130
mm di pioggia in meno rispetto all'anno precedente (dati FAT Fattoria Autonoma Tabacchi di
Cerbara, Città di Castello). Ciò ha innegabilmente
influenzato la risposta delle colture come mostrato
dall'analisi comparata dei dati riportati in tabella1.
L'insediamento delle colture è stato molto
variabile, pessimo per la canapa, buono per il sorgo
h952. Il sorgo ha avuto un accrescimento costante
ed ha raggiunto altezze notevoli. La canapa ha
mostrato un notevole accrescimento nelle prime
fasi di sviluppo e poi un rallentamento mentre il
kenaf risulta lento e costante nell'allungamento che
prosegue fino a tutto settembre.
Le produzioni sono risultate molto variabili sia
tra accessioni che tra aziende il sorgo ed in particolare la cv h133 è risultato nettamente superiore con
oltre 38 t/ha di media e punte di oltre 50 t/ha, il
kenaf seppure molto meno produttivo con 17 t/ha è risultato tuttavia
molto stabile con variazioni di
produzione tra il massimo ed il
minimo di 7,5 t/ha contro le oltre
21 del sorgo ed inoltre è caratterizzato da una più bassa umidità
del prodotto quando la raccolta
viene ritardata, ciò riduce notevolmente i costi di essiccazione. La
canapa non ha prodotto quantità
apprezzabile di biomassa tranne in
una azienda in cui comunque la
produzione è risultata inferiore
alle 6 t/ha, troppo bassa per un'utilizzazione energetica.
I risultati del 2° anno non
hanno fornito, a causa delle scarse
precipitazioni, informazioni sull'effetto della concimazione azotata ed hanno mostrato, per la stessa
ragione, una riduzione delle produzioni. La riduzione in produzione si è osservata in maniera più sensibile percentualmente sul kenaf mentre in valore assoluto sulla
varietà di sorgo h952. Analizzando tali risultati per
singola azienda si osserva un notevole polimorfismo con grosse riduzioni di produzione (Az. 3), ed
inversione di tendenza nell'azienda di collina (Az.
2) che peraltro a differenza dell'anno precedente ha
beneficiato di un regime irriguo più consistente.
In conclusione si può riassumere la sperimentazione nei seguenti punti: 1) la canapa non sembra
adatta per produzioni di biomassa ad uso energetico; 2) il sorgo ha grosse capacità produttive e tra le
due varietà sperimentate la h133 è più produttiva e
più stabile; 3) il kenaf ha produzioni molto inferiori rispetto al sorgo ma comunque accetabili, in particolare nel kenaf si riesce a ridurre l'umidità del
prodotto ritardando la raccolta mentre ciò non
viene osservato nel sorgo.
Bibliografia
Bell GP. Biology and management of Arundo Donax, and
approaches to riparian habitat restoration in southern
California.The Nature Conservancy of New Mexico 1998
pp.104-114
Venturi G, Amaducci MT. Il progetto finalizzato PrisCA situazione e prospettive. L'informatore agrario 1998 46:37-43
reportPerugia.qxp
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Confronto tra nuovi ibridi di pioppo da biomassa
Bartolini S, Covarelli G
Introduzione
Prima di effettuare un impianto di SRF (Short
Rotation Forestry) di pioppo per la produzione di biomassa, è importante scegliere con particolare attenzione il clone più adatto all'ambente pedoclimatico dove
si vuole attuare la coltura. Recentemente sono stati
selezionati nuovi ibridi capaci di elevata produttività e
di adattarsi a diversi ambienti.
Si è ritenuto opportuno eseguire una prova di confronto tra i migliori cloni disponibili.
Materiali e metodi
Nel 2006 e 2007, presso i campi sperimentali della
sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee del
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali siti a
Papiano di Marsciano (PG) nella media Valle del
Tevere su terreno argillo - sabbioso (40% sabbia, 33%
argilla, 27% limo), sono state realizzate due prove di
confronto varietale con ibridi di pioppo da biomassa
recentemente selezionati per la coltivazione in impianti da SRF.
La prova del 2006 prevedeva il confronto tra quattro ibridi di pioppo impiantati secondo due diversi
sistemi e densità: fila semplice a bassa densità (5.500
piante a ha) e fila binata ad alta densità (11.000 piante
a ha). I cloni di pioppo utilizzati erano: Monviso
(Populus maximowiczii x P. nigra), Sirio (P. x euramericana), AF6 (P. x interamericana x P. x euramericana), AF2 (P. x euramericana). Lo schema sperimentale adottato per la prova è split plot con tre ripetizioni in
cui le tesi di primo ordine erano costituite dai sistemi
di impianto (fila semplice e fila binata) mentre le tesi
di secondo ordine dai diversi cloni di pioppo. Le parcelle dove è stato adottato il sistema di impianto a fila
semplice avevano una superficie di 63 m2 (9 x 7 m),
mentre quelle con file binate di 73.5 m2 (10.5 x 7 m).
Il sesto d'impianto adottato è di 3 x 0.6 m nel caso
della fila semplice con una densità di 0.55 piante a m2,
mentre per le parcelle a fila binata è di 3 x 0.48 m con
una distanza tra le bine di 0.75 m e una densità di 1.1
piante a m2.
Le parcelle sono state suddivise in due parti in
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856341 [email protected]
modo tale da poter applicare due turni differenti di
ceduazione; uno annuale e l'altro biennale. Nel 2006 la
ceduazione delle piante è stata effettuata solo nella
porzione di parcella a cui era stato assegnato il turno
annuale, nel 2007 invece oltre ai ricacci dell'anno
(turno annuale), sono state tagliate anche le piante di
due anni del turno biennale.
Nel 2007 è stata realizzata una prova di confronto
varietale tra quattro cloni di pioppo: Monviso e AF2,
rivelatisi i più produttivi nella prova dell'anno precedente e Orion e Baldo.
Lo schema sperimentale che è stato adottato per la
prova è il blocco randomizzato con tre ripetizioni con
parcelle di 67.2 m2 (8.4 x 8 m). Il sesto d'impianto è di
2.80 x 0.5 m con una densità di 0.7 piante m2 (7.000
p.te per ha).
Nelle prove è stata determinata la percentuale di
attecchimento delle talee, la biomassa legnosa espressa come peso fresco e secco e la sua umidità. Sono
state eseguite inoltre analisi sul raccolto per determinare il potere calorifico e il contenuto in ceneri.
La coltivazione nei due anni considerati è stata
condotta senza eseguire concimazioni.
Sono state eseguite solo irrigazioni al momento
dell'impianto per favorire l'attecchimento e erpicature
per mantenere il terreno libero da malerbe.
Risultati e discussione
Nell'anno di impianto è stata rilevata un'alta percentuale di attecchimento delle talee, con valori in media tra
il 97 e il 98 % (tab. 1). Sottoponendo i dati ad analisi
della varianza non emergono differenze significative
tra i diversi sistemi di impianto; ciò indica che la densità di impianto non influisce sull'attecchimento delle
talee. Dai dati relativi alla produzione di biomassa
secca del 2006 da piante di un anno, si evince che l'impianto ad alta densità a file binate consente di ottenere
produzioni di poco superiori rispetto all'impianto a
bassa densità a file semplici con produzioni medie
rispettivamente di 4.6 e 3.6 t a ha. Va valutata quindi
la convenienza economica di tali impianti considerando che aumentando la densità incrementano proporzionalmente anche le spese per la costituzione del
pioppeto, mentre la produzione non è direttamente
correlata al numero di piante per ettaro.
Per quanto riguarda la produttività degli ibridi il
clone Monviso è risultato il più produttivo mentre
reportPerugia.qxp
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10.07
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82 Bartolini et al
Confronto nuovi ibridi di pioppo da biomassa.
Tab. 1. Produzione di biomassa con turno di ceduazione annuale e biennale
SIRIO ha mostrato una minore produttività in tutte e
due le tipologie di impianto.
Nel 2007 la produttività delle piante di un anno del
turno annuale è stata leggermente superiore a quella
rilevata nel 2006 con in media 5,9 e 4,7 t ha-1 di biomassa fresca rispettivamente per l'impianto ad alta e
bassa densità. In quest'anno non sono state rilevate
invece differenze significative tra i diversi ibridi a confronto.
La produzione ottenuta con piante di due anni
(turno di ceduazione biennale) è stata doppia rispetto a
quella ottenuta nello stesso anno dai ricacci di un anno.
Non sono state osservate differenze significative
tra i differenti sistemi di impianto ne tra gli ibridi a
confronto.
La produzione del turno biennale, in entrambe le
tipologie di impianto, è stata superiore a quella totale
ottenuta in due anni con due ceduazioni del turno
annuale, con valori di biomassa fresca rispettivamente
di 29.3 e 22.9 t ha-1 nel caso di impianto ad alta densità e di 21.6 e 17.7 t ha-1 a bassa densità di impianto.
L'umidità della biomassa al raccolto è oscillata tra
il 53 e 54 %.
Nella prova di confronto varietale impiantata nel
2007, significativa è stata la differenza tra la percentuale di attecchimento nelle diverse tesi. I cloni AF2,
Monviso e Orion hanno mostrato elevate percentuali
di attecchimento mentre valori più bassi sono stati
osservati per l'ibrido Baldo. La produzione è stata
mediamente bassa (2.6 t ha-1 di sostanza secca) rispetto a quella ottenuta in altre prove in quanto lo sviluppo iniziale delle piante è stato ostacolato da un estate
particolarmente siccitosa nella quale, nei mesi da giugno ad agosto, le precipitazioni sono state inferiori di
45 mm rispetto alla media degli ultimi trenta anni.
Significative sono state le differenze tra le tesi; i cloni
più produttivi AF2 e Monviso (3.1 e 2.6 t ha-1 di
sostanza secca).
Conclusioni
1) La produzione ottenuta in due anni dal turno biennale, in entrambe le tipologie di impianto, è stata
superiore a quella totale ottenuta nello stesso periodo con due tagli del turno annuale con valori di biomassa fresca rispettivamente di 29.3 e 22.9 t ha-1
Tab. 2. Produzione di biomassa con turno di ceduazione annuale
(2007)
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nel caso di impianto ad alta densità e di 21.6 e 17.7
t ha-1 a bassa densità di impianto;
2) l'impianto ad alta densità (11.000 p.te ha-1) è leggermente più produttivo indipendentemente dal
turno di ceduazione adottato di quello a bassa densità (5.500 p.te ha-1), tuttavia ne va valutata la convenienza economica;
3) le produzioni maggiori sono state ottenute con i
cloni AF2, AF6 e Monviso; leggermente inferiori
con Sirio, Baldo e Orion.
Letteratura citata
Bonari E. 2005 Risultati produttivi del pioppo da biomassa.
Terra e Vita, 10, pp. 69-73.
Facciotto G., et al. 2006 I nuovi cloni di pioppo. Agricoltura,
giugno, pp. 71-78.
Facciotto G., et al. 2006 Produttività di cloni di pioppo e salice
in piantagioni a turno breve. Atti 5° Congresso SISEF.
Paris P., et al. 2005 Le nuove varietà di pioppo da biomassa
garantiscono produttività interessanti. Informatore Agrario,
18, pp. 49-53
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Concimazione azotata del pioppo da biomassa
Bartolini S
Introduzione
Tra le colture da biomassa per la produzione di
energia il pioppo (Populus spp. L.) è di notevole
interesse per l'elevata produttività e le caratteristiche qualitative della biomassa, in particolare potere calorico e contenuto in ceneri, migliori rispetto
alla maggior parte delle colture erbacee.
In un pioppeto da energia è fondamentale ottenere elevate produzioni ma affinché queste siano
sostenibili dal punto di vista ambientale è necessario limitare gli input chimici e quindi diviene indispensabile determinare la dose di azoto che consente di ottenere le massime produzioni in modo da
evitare apporti eccessivi con i rischi conseguenti
per l'ambiente dovuti alla lisciviazione dei nitrati.
Materiali e metodi
Nel 2006 presso i campi sperimentali della sezione
di Agronomia e Coltivazioni erbacee del
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali siti a
Papiano di Marsciano (PG) nella media Valle del
Tevere su terreno argillo - sabbioso (40% sabbia,
33% argilla, 27% limo), è stata impiantata un prova
di concimazione azotata su pioppo da biomassa con
lo scopo di valutare la risposta della coltura a due
diverse dosi di azoto: 37.5 e 75 Kg ha-1 anno-1 in
confronto con un testimone non concimato. Lo
schema sperimentale adottato per la prova è stato il
blocco randomizzato con quattro ripetizioni con
parcelle di 45 m2 (9 x 5m). Per la prova sono state
impiegate talee dell'ibrido Monviso (Populus maximowiczii x P. nigra) che sono state messe a dimora
su file semplici con un sesto di 3 m tra le file e 0,4
m sulla fila. Le parcelle sono state suddivise in due
parti in modo tale da poter applicare due turni differenti di ceduazione; uno annuale e l'altro biennale.
Nel 2006 la ceduazione delle piante è stata effettuata solo nella porzione di parcella a cui era stato
previsto il turno annuale, nel 2007 invece oltre ai
ricacci dell'anno (turno annuale), sono state tagliate
anche le piante di due anni (turno biennale).
Nelle prove in ciascuna delle annate considerate è
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Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856341 [email protected]
Grafico 1. Precipitazioni e temperature decadiche del periodo
aprile-ottobre 2006 e del poliennio.
Grafico 2. Precipitazioni e temperature decadiche del periodo
aprile - settembre 2007 e del poliennio.
stata determinata la produzione di biomassa legnosa
espressa come peso fresco e secco e la sua umidità.
La coltivazione nei due anni considerati è stata
condotta senza eseguire irrigazioni se non al momento dell'impianto per favorire l'attecchimento; inoltre
non sono state eseguite concimazioni oltre a quelle
azotate previste dal protocollo della prova. Sono state
eseguite solo erpicature per mantenere il terreno libero da malerbe.
Andamento climatico
Nel 2006 (grafico 1) nel periodo da aprile a ottobre, le temperature sono state sempre al di sopra
della media degli ultimi trenta anni eccetto che
nella prima decade di giugno e nelle prime due
decadi di agosto dove sono stati registrati valori
inferiori alla media. Per quanto riguarda le precipitazioni nel periodo considerato, i mesi di maggio
e giugno sono stati particolarmente siccitosi men-
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Concimazione azotata del pioppo da biomassa
86 Bartolini et al
Tabella 1. Produzione di biomassa con turno di ceduazione annuale e biennale
tre abbondanti sono state le precipitazioni nella
seconda e terza decade di settembre.
Complessivamente nel 2006 da maggio a settembre sono caduti 251 mm inferiori alla media del
poliennio precedente che è stata di 302 m.
Nel 2007 (grafico 2) nei mesi da aprile a settembre le temperature sono state sempre superiori alla media degli ultimi trenta anni eccetto che
nella prima decade di agosto e settembre. Per
quanto concerne le precipitazioni; scarse (2.8
mm) sono state le piogge dalla seconda decade di
giugno alla terza decade di luglio e nelle prime
due decadi di settembre. Complessivamente da
aprile a settembre sono caduti 193 mm contro i
373 mm degli ultimi trenta anni.
Risultati e discussione
I dati rilevati nel 2006 e 2007 (tabella 1) non evidenziano differenze statisticamente significative
tra le tesi per la produzione di biomassa in quanto
la concimazione azotata non ha influenzato la
produttività della coltura, molto probabilmente
sono necessarie dosi di azoto superiori per avere
incrementi produttivi significativi.
La produzione del turno biennale, è stata superiore a quella totale ottenuta in due anni con due
ceduazioni del turno annuale.
Risultati e discussione
I dati rilevati nel 2006 e 2007 (tabella 1) non evidenziano differenze statisticamente significative
tra le tesi per la produzione di biomassa in quanto
la concimazione azotata non ha influenzato la produttività della coltura, molto probabilmente sono
necessarie dosi di azoto superiori per avere incrementi produttivi significativi.
La produzione del turno biennale, è stata superiore a quella totale ottenuta in due anni con due
ceduazioni del turno annuale.
Conclusioni
1) La prova mette in evidenza come sia possibile
ottenere, adottando una tecnica di coltivazione
a basso input, produzioni medie di circa 5 o 16
t ha-1 di sostanza secca nel caso di turno di
ceduazione annuale o biennale.
2) Per quanto riguarda l'effetto della concimazione azotata l'impiego di 37.5 e 75 Kg ha-1 anno1 non ha comportato incrementi produttivi
significativi.
Bibliografia consultata
AA. VV. 2002 Pioppicoltura. Produzioni di qualità nel rispetto
dell'ambiente. Villanova Monferrato, Diffusioni grafiche.
Minotta G. 2003 L'arboricoltura da legno: un'attività produttiva
al servizio dell'ambiente. Bologna, Avenue media.
Pari L., Civitarese V. 2005 Il pioppo da biomassa può essere una
valida alternativa. Informatore Agrario, 18, pp. 55-58.
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Il diserbo del pioppo da biomassa
Covarelli G, Pannacci E, Bartolini S
Introduzione
L'impianto di un pioppeto richiede che venga fatta
particolare attenzione al controllo delle infestanti
nelle prime fasi di sviluppo della coltura in quanto
possono provocare scarso attecchimento delle talee
e riduzioni dell'accrescimento superiori al 50%
(Buhler et al., 1998). L'esigenza di un ottimo controllo delle infestanti in questa fase è ancora più sentito nel vivaio dove è fondamentale ottenere materiale vegetativo di buon vigore e di ottima qualità
(Anselmi et al., 1983; Frison, 1997). Per il controllo
delle malerbe la tecnica più efficace è quella di effettuare un trattamento chimico in pre impianto o appena dopo, con principi attivi ad azione residuale che
consentono il controllo delle infestanti per almeno 46 settimane. Successivamente, nel caso fosse necessario, è possibile controllare le infestanti tra le file
con mezzi chimici e meccanici mentre più problematico è il diserbo chimico sulla fila per la scarsa
disponibilità di erbicidi selettivi quando distribuiti
sulla vegetazione (Giorgelli, 1996).
Un'altra problematica che si presenta al termine
del ciclo produttivo di un pioppeto è l'eliminazione
delle ceppaie. Questa operazione, necessaria per
liberare il terreno per la coltura successiva, presenta alcuni inconvenienti, per i ricacci di pioppo dalle
porzioni di radici lasciate in campo. Per evitare
questo inconveniente, una tecnica che potrebbe
essere efficace è quella di devitalizzare chimicamente le ceppaie prima dell'espianto, attraverso
l'applicazione di principi attivi sistemici sulla vegetazione o subito dopo la ceduazione delle piante,
direttamente sulla ceppaia. In questo modo gli
eventuali residui di radici devitalizzate chimicamente non sono più in grado di generare ricacci.
Allo scopo di dare risposta alle problematiche
sopra esposte sono state realizzate alcune ricerche
per individuare sia gli erbicidi da applicare in pre e
post impianto selettivi per il pioppo sia quelli più
efficaci per la devitalizzazione delle ceppaie di
pioppo.
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856326 [email protected]
Materiali e metodi
Negli anni 2006 e 2007 sono state realizzate quattro prove sperimentali su pioppo da biomassa: due
sul controllo chimico delle infestanti in pre e post
impianto e due sulla devitalizzazione chimica delle
ceppaie. Per tutte le prove è stato utilizzato l'ibrido
Monviso (Populus maximowiczii x Populus nigra).
Diserbo chimico in pre impianto
Oggetto della prova è stata la valutazione dell'efficacia di 6 erbicidi impiegati nel controllo delle
principali infestanti del pioppo in pre impianto e
della loro selettività nei confronti della coltura.
Per la prova è stato adottato lo schema sperimentale a blocchi randomizzati con quattro ripetizioni e parcelle di 15 m2 (5 x 3 m). Per la valutazione dell'efficacia dei p.a., è stato eseguito 50
giorni dopo i trattamenti (GDT) un rilievo visivo
sul ricoprimento delle infestanti secondo il metodo
fitosociologico dell'abbondanza - dominanza di
Braun - Blanquet.
Per valutare la selettività dei p.a. verso la coltura
è stato eseguito un rilievo visivo 42 GDT, mediante
una scala convenzionale con valori da 0 a 10 (0 =
fitotossicità nulla e 10 = morte della coltura). Inoltre
è stata misurata l'altezza delle piante ed è stata raccolta la biomassa legnosa determinandone il peso
fresco e secco e ciò non tanto con la finalità di valutare la produttività del pioppo, quanto gli effetti dei
trattamenti sull'accrescimento delle piante.
Tabella 1. Diserbo in pre impianto - principi attivi e dosi d'impiego.
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88 Covarelli et al
Tabella 5. Devitalizzazione delle ceppaie - principi attivi e dosi
d'impiego.
Diserbo chimico in post impianto
L'obiettivo della sperimentazione è stato quello di
valutare la selettività nei confronti del pioppo di 6
erbicidi impiegati in post-impianto della coltura,
dei quali solo isoxaben autorizzato, al momento
dell'impiego. I p.a. e le rispettive dosi d'impiego
sono riportati in tabella 2. La prova è stata realizzata secondo uno schema sperimentale a blocchi randomizzati con 4 ripetizioni e parcelle di 9 m2 (3 x
3 m). I trattamenti sono stati eseguiti con le stesse
modalità già descritte nel diserbo di pre - impianto.
Essendo già noto lo spettro di efficacia di questi principi attivi nei confronti delle principali infestanti, si è deciso di limitare le valutazioni alla sola
selettività nei confronti del pioppo mantenendo le
parcelle libere da malerbe. Per cui, sono stati eseguiti rilievi visivi per valutare la fitotossicità dei
p.a. verso la coltura secondo una scala 0 - 10 (0 =
nessun sintomo; 10 = coltura distrutta). E' stato
inoltre determinato il peso fresco e secco sulla biomassa del pioppo.
Il diserbo del pioppo da biomassa.
Devitalizzazione chimica delle ceppaie di
pioppo
Nel 2007 sono state realizzate due prove sperimentali con l'obiettivo di individuare i p.a. più idonei per
devitalizzare le ceppaie di due anni secondo due
diverse modalità di applicazione: a) trattando la
vegetazione costituita dai ricacci di un anno tagliati
ad un metro di altezza; b) trattando le piante ceduate costituite dai ricacci tagliati a 10 centimetri. In
entrambi i casi i ricacci sono stati tagliati appena
prima dei trattamenti. I formulati commerciali e
relativi p.a. impiegati sono riportati in tabella 5.
Le prove sono state realizzate secondo uno
schema sperimentale a blocchi randomizzati con
tre ripetizioni e parcelle di 15 m2 (5 x 3 m). Per il
trattamento sulla vegetazione è stata utilizzata una
barra irroratrice tenuta alta 150 centimetri circa da
terra in grado di erogare 1000 L ha-1 di acqua. Il
trattamento sulle piante ceduate è stato eseguito in
maniera localizzata in corrispondenza della fila per
una larghezza di 50 centimetri utilizzando 600 L
ha-1 di acqua. Per valutare l'efficacia dei p.a. applicati sulla vegetazione, sono stati eseguiti rilievi
visivi a 21, 45 e 96 GDT per determinare la fitotossicità dei principi attivi (percentuale di tessuti lesi).
L'efficacia dei principi attivi applicati sulle piante
ceduate è stata invece valutata come percentuale di
ceppaie senza ricacci rilevata a 45 e 96 GDT.
Risultati e discussione
Diserbo chimico in pre impianto
Tabella 7. Diserbo in pre impianto - Ricoprimento delle infestanti, altezza e biomassa di pioppo.
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Tabella 8. Diserbo in post impianto - Fitotossicità dei p.a. e biomassa di pioppo.
La flora infestante nel testimone non trattato, era
composta da Helianthus annuus L. (presente per disseminazione nelle annate precedenti, 20%),
Chenopodium album L. (6%) ed altre specie presenti in maniera sporadica come Echinochloa crus-galli
L., Stachys annua L., Fallopia convolvulus L.,
Mercurialis annua L., Anagallis arvensis L.,
Convolvulus arvensis L., Polygonum aviculare L.,
Portulaca oleracea L., Amaranthus graecizans L. e
Amaranthus retroflexus L.; 9% in totale (tabella 8).
La selettività dei principi attivi è risultata buona
in tutte le tesi ad eccezione di quelle in presenza di
s-metolachlor dove si sono verificati effetti di fitotossicità caratterizzati da ingiallimento fogliare e
riduzione nella taglia dei giovani germogli delle
talee. Tali sintomi tuttavia sono risultati transitori
scomparendo già dopo circa un mese dal rilievo,
senza pregiudicare il successivo accrescimento
delle piante come mostrano i dati sulla biomassa
secca rilevati in settembre (tabella 7). La buona
selettività dei trattamenti è confermata anche dalla
percentuale di attecchimento delle talee che è risultata pari al 98%. Per quanto riguarda l'efficacia
erbicida, tutti i trattamenti hanno mostrato buoni
risultati senza differenze significative tra di essi.
Diserbo chimico in post impianto
Tabella 9. Devitalizzazione delle ceppaie di pioppo - applicazione
sulla vegetazione.
Tra i principi attivi utilizzati, isoxaben, metamitron, clopyralid e triflusulfuron methyl si sono rivelati selettivi per la coltura mentre rimsulfuron e
phenmedipham hanno esercitato fitotossicità, che
si è manifestata con ingiallimenti della lamina e
necrosi del lembo fogliare e con riduzione della
taglia delle piante.
Le produzioni rilevate nelle tesi sono mediamente molto al disotto della capacità produttiva
della coltura, in quanto la raccolta della biomassa è
stata effettuata in un'epoca molto anticipata rispetto a quella che consiglia la corretta tecnica colturale per evidenziare meglio gli eventuali effetti fitotossici dei p.a.. Le differenze di produzione tra le
tesi, non sono risultate significative (tabella 8).
Devitalizzazione chimica delle ceppaie di
pioppo
Applicazione sulla vegetazione
Il trattamento sulla vegetazione è risultato complessivamente molto efficace. In cinque tesi su sei,
si è osservato, il disseccamento delle piante presenti (tabella 9). Solo le piante trattate con il solo
picloram sono sopravvissute riportando gravi sintomi fitotossici che ne hanno tuttavia, bloccato l'accrescimento.
Applicazione su piante ceduate
Il trattamento su piante ceduate senza ricacci si è
dimostrato meno efficace rispetto all'applicazione
sulla vegetazione in quanto in sole due tesi su sei è
stata osservata la totale perdita della capacità di
ricaccio delle ceppaie (tabella 10). La minore efficacia potrebbe essere dovuta a due fattori: ai principi attivi stessi che vengono assorbiti prevalentemente per via fogliare e solo marginalmente per via
radicale e alla modalità di applicazione.
L'applicazione del diserbante su una superficie
limitata della pianta, quale la sezione del tronco
Tabella 10. Devitalizzazione delle ceppaie di pioppo - applicazione su piante ceduate.
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ceduato, non consente alla stessa di assorbire la
quantità di p.a. sufficiente a determinare la sua
devitalizzazione. Per quanto riguarda le tesi con
picloram, picloram + 2.4 D, glyphosate + solfato
ammonico e triclopyr + fluroxypyr, il trattamento
della ceppaia sembra aver solo rallentato l'attività
vegetativa delle piante senza provocarne la devitalizzazione se non in poche piante. Risultati interessanti sono stati ottenuti dalle tesi con triclopyr e triclopyr + glyphosate dove il trattamento ha devitalizzato le ceppaie e non vi sono stati ricacci.
Conclusioni
1) Oxadiazon, oxifluorfen e pendimethalin impiegati in pre impianto si sono dimostrati selettivi
per il pioppo; moderati sintomi di fitotossicità
si sono manifestati con s-metolachlor;
2) Nel trattamento in post impianto isoxaben,
metamitron, clopyralid e triflusulfuron-methyl
sono stati selettivi per la coltura mentre phenmedipham; e rimsulfuron hanno causato sinto-
mi di fitotossicità;
3) Per la devitalizzazione delle ceppaie il trattamento sui ricacci è stato molto efficace, con
tutte le tesi eccetto che con picloram da solo;
4) Il trattamento su piante appena ceduate senza
vegetazione è stato complessivamente meno
efficace, tuttavia ottimi risultati sono stati ottenuti impiegando sia triclopyr da solo che in
miscela con glyphosate.
Bibliografia
Anselmi N., Giorgelli A. 1983. Indagini sulle erbe infestanti nei
vivai di pioppo di nuovo impianto. Atti del Convegno
SILM "Le erbe infestanti fattore limitante la produzione
agraria ", Perugia, 109-118.
Buhler D.D., Netzer D.A., Riemenschneider E., Hartzler R.G.
1998. Weed management in short rotation poplar and herbaceous perennial crops grown for biofuel production.
Biomass and Bioenergy, vol. 14, 4, 385-394.
Frison G. 1997. Cure culturali al vivaio di pioppo. Informatore
agrario, 22, 31-36.
Giorgelli A., Vietto L. 1996. Fitotossicità verso il pioppo di
principi attivi diserbanti distribuiti in post-emergenza. Atti
Giornate Fitopatologiche, 1, 405-412.
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Sperimentazione su ibridi di sorgo (Sorghum vulgare Pers.)
per impiego a fini energetici
Covarelli G, Pannacci E, Bartolini S
Introduzione
Tra le colture erbacee coltivabili per la produzione di
biomassa da impiegare nelle filiere agroenergetiche,
il sorgo risulta particolarmente interessante sia per le
elevate quantità di sostanza secca in grado di produrre sia per i bassi input energetici (irrigazioni, concimazioni ecc.) richiesti; aspetti fondamentali nel definire la sostenibilità economico-ambientale delle colture per usi energetici (Foti e Cosentino, 2001).
La biomassa di sorgo, inoltre, in funzione dei
diversi ibridi (da fibra o biomassa, foraggio, zuccherini), può essere utilizzata per ottenere diverse fonti
di energia, dal materiale tal quale, al biogas e bioetanolo (Bonardi et al., 2007). A tal proposito, scopo
della ricerca è stato quello di valutare le caratteristiche produttive di alcuni ibridi di sorgo, in un
ambiente di coltivazione tipico del centro Italia.
Materiali e metodi
Nel biennio 2005-2006, in località Papiano
(Marsciano - PG) presso il Laboratorio Didattico
Sperimentale del Dipartimento di Scienze Agrarie
e Ambientali, dell'Università degli Studi di
Perugia, sono state realizzate due prove sperimentali, su un terreno di tessitura argillo-limosa (43%
limo, 35% argilla, 22% sabbia). Con un disegno
sperimentale a blocchi randomizzati con 4 ripetizioni sono stati messi a confronto gli ibridi di sorgo
riportati in tabella 1. Tra questi, Speedfeed e
Grazer N data la bassa produzione di biomassa
riscontrata nel 2005, sono stati sostituiti nel 2006,
con Hikane II, SS405 e SS506 ibridi da foraggio
caratterizzati da elevato contenuto in zuccheri fermentescibili.
In entrambi gli anni, il sorgo è stato seminato il
17 maggio, a file larghe 0.5 m per gli ibridi da biomassa e 0.25 m per quelli da foraggio, con una
quantità di seme tale da ottenere una densità di
circa 30 piante m-2. L'emergenza è avvenuta 8 e 5
giorni dopo la semina rispettivamente nel 2005 e
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856326 [email protected]
Tabella1. Ibridi in sperimentazione
2006, mentre la concimazione è stata eseguita
apportando ogni anno 75 Kg ha-1 di P2O5 al
momento delle lavorazioni principali e 75 Kg ha-1
di N alla semina. L'irrigazione è stata eseguita con
interventi di soccorso che hanno apportato, 600 m3
ha-1 nel 2005 e 1150 m3 ha-1 nel 2006. Per quanto
non riportato precedentemente, si fa presente che la
coltura è stata condotta secondo le pratiche colturali usuali per la zona. I rilievi eseguiti hanno riguardato l'altezza delle piante (determinata all'inserzione dell'ultima foglia), l'epoca di fioritura (determinata come data alla quale risultavano fiorite il 50%
delle piante ed espressa in giorni dopo l'emergenza,
GDE) e la produzione di biomassa fresca e secca a
fine ciclo. Nel 2006, campioni di biomassa sono
stati analizzati in laboratorio per determinare il
potere calorifico superiore (PCS), il potere calorifico inferiore (PCI) e il contenuto in ceneri al fine di
poter valutare il potenziale energetico della biomassa secca alla combustione. I dati raccolti sono
stati sottoposti ad ANOVA per valutare l'errore sperimentale per ciascuna delle variabili rilevate. La
significatività delle differenze tra le medie è stata
saggiata con MDS protetta al livello di probabilità
prescelto (p=0,05).
Risultati e discussione
Dai risultati ottenuti nel 2005 si evidenzia una
maggior precocità del ciclo produttivo per gli ibridi da foraggio rispetto a quelli da biomassa con differenze in media di circa 25 giorni nei valori del
periodo fenologico emergenza-fioritura (tabella 2).
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Sperimentazione su ibridi di sorgo...
92 Covarelli et al
Tabella 2. Risultati fenologici e produttivi dei diversi ibridi di sorgo - 2005.
se si considera che l'andamento termopluviometrico durante il ciclo è risultato pressoché analogo nei due anni.
Anche nel 2006 gli ibridi da biomassa
hanno mostrato i valori più elevati di
altezza delle piante, che hanno raggiunto, in prossimità della raccolta, oltre 3
m. I risultati delle analisi sulla valutazione del potenziale energetico della
biomassa alla combustione non hanno
Tabella 3. Risultati fenologici e produttivi dei diversi ibridi di sorgo - 2006.
evidenziato differenze significative tra i
diversi ibridi con valori medi di PCS
pari a 18.0 ± 0.25 MJ Kg-1 di s.s., di PCI
pari a 17.2 ± 0.26 MJ Kg-1 di s.s. e di
ceneri pari al 7.2 ± 0.30 % sulla s.s.
Sulla base del valore di PCI rilevato, è
possibile esprimere la quantità di energia prodotta dalla combustione di una
tonnellata di biomassa secca di sorgo
come 0.41 tep (tonnellate di petrolio
equivalente) (Fagnano e Postiglione,
2002), che equivale a dire che la comLa maggiore durata del ciclo vegetativo degli ibridi
bustione
della
biomassa prodotta da un ettaro di
da biomassa fa si che questi si accrescano maggiorsorgo,
ad
esempio
25 t ha-1 di s.s, produce la stessa
mente rispetto a quelli da foraggio, come mostrano i
valori delle altezze raggiunte dalle piante 75 giorni energia di 10.3 t di petrolio.
dopo l'emergenza. A tal proposito, anche le produzioni di biomassa secca hanno mostrato differenze
notevoli tra le due tipologie di ibridi: quelli da biomassa (H133 e H952), infatti, hanno prodotto in
media 21.6 t ha-1 di sostanza secca, di molto superiore rispetto a quelli da foraggio (Speedfeed e Grazer
N) per i quali la produzione media è risultata pari a
14.5 t ha-1, con valori di umidità della biomassa pari
al 65-66% (tabella 2). Anche i risultati del 2006
hanno mostrato differenze significative nella lunghezza del ciclo produttivo tra i diversi ibridi, pur
senza differenze sostanziali in media tra quelli da
biomassa e quelli da foraggio (tabella 3). In particolare, si distinguono SS506 e H133 per il ciclo più
lungo e Hikane II e H128 per il ciclo più breve. A tal
proposito, come era da attendersi, si evidenzia un
elevato grado di correlazione (r = 0.983) tra lunghezza del ciclo (periodo emergenza-fioritura) e
produzione di biomassa secca nei diversi ibridi, con
i più tardivi SS506 e H133 che hanno raggiunto,
rispettivamente 27.3 t ha-1 e 26.3 t ha-1 di biomassa
secca (tabella 3). Le produzioni di H133 e H952, più
elevate nel 2006 rispetto al 2005, sono probabilmente da imputare ai maggiori apporti irrigui del 2006,
Conclusioni
1) gli ibridi più produttivi risultano H133 e H952
tra quelli da biomassa e SS506 tra quelli da
foraggio;
2) l'elevata altezza della coltura può favorirne l'allettamento, soprattutto quando si verifichino
condizioni meteorologiche favorevoli a tale
fenomeno (piogge e venti forti);
3) l'elevata umidità della biomassa alla raccolta
costituisce uno dei maggiori inconvenienti sia
per la sua conservazione che per l'impiego tal
quale; utile risulta il condizionamento (sfibratura) della biomassa in campo e successiva raccolta tramite imballatrici;
4) i valori di PCS e PCI risultano buoni ai fini del
potenziale energetico della biomassa alla combustione, pur con l'inconveniente dell'elevato
contenuto in ceneri.
Bibliografia
Bonardi P., Lorenzoni C., Amaducci S., 2007. L'informatore
Agrario, 13, 37-40.
Fagnano, M., Postiglione L., 2002. Rivista di Agronomia, 36,
227-232.
Foti S., Cosentino S. L., 2001. Rivista di Agronomia, 35, 200-215.
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25/02/2008
10.07
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Progetto Co.Al.Ta. II 93
Effetti della concimazione azotata sulla produzione del sorgo
da biomassa
Bartolini S
Introduzione
Una delle caratteristiche di grande pregio della coltura del sorgo è l'elevata produttività superiore a
molte altre colture erbacee, ottenibile con bassi
input energetici.
E' importante determinare la dose di azoto ottimale per ottenere la resa massima e nel contempo
ridurre la lisciviazione dei nitrati.
Per tali motivi negli anni 2005 e 2006 è stata
realizzata una prova di concimazione azotata su
sorgo da biomassa.
Materiali e metodi
Nel 2005 e 2006, presso i campi sperimentali della
sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee del
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali siti a
Papiano di Marsciano (PG) nella media Valle del
Tevere su terreno argillo - sabbioso (40% sabbia,
33% argilla, 27% limo), sono state realizzate due
prove per valutare l'influenza sul sorgo di tre diverse dosi di azoto: 50, 100 e 150 kg ha-1 in confronto
con un testimone non concimato.
Lo schema sperimentale che è stato adottato è il
blocco randomizzato, con quattro ripetizioni e con
parcelle di superficie di 24 m2 (6 x 4 m).
Per le prove è stato utilizzato l'ibrido H133 con
una densità di semina di 31 semi per m2 con interfila di 50 cm.
Nel 2005, la semina è stata effettuata il 17 maggio e l'emergenza è avvenuta il 25 dello stesso
mese mentre nel 2006 la semina è stata eseguita il
15 maggio e l'emergenza è stata rilevata il 19.
La coltura nei mesi da maggio a luglio è stata
irrigata per aspersione, distribuendo attraverso tre
interventi nel 2005 complessivamente 600 m3 ha-1
mentre nel 2006 con quattro interventi sono stati
apportati 1150 m3 ha-1.
Andamento stagionale
L'andamento climatico del 2005 è stato caratterizzato da temperature che dalla fine di aprile fino alla
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856341 [email protected].
fine di luglio si sono mantenute per lo più al di
sopra della media degli ultimi trenta anni, mentre
successivamente, da agosto ad ottobre, queste sono
risultate generalmente inferiori (grafico 1). Le precipitazioni registrate nei mesi invernali sono nella
norma mentre sono da segnalare i mesi di giugno e
luglio come particolarmente siccitosi e quelli da
agosto a ottobre come particolarmente piovosi.
Nel 2006 (grafico 2) le temperature dalla seconda decade di marzo in poi sono state leggermente
superiori alla media del poliennio. Solo nella
seconda decade di gennaio, marzo e nella prima
decade di giugno sono stati registrati valori sensibilmente inferiori. Per quanto riguarda le precipitazioni, la pioggia caduta da gennaio fino al mese di
ottobre è stata inferiore alla media degli ultimi
trenta anni di 150 mm circa; abbondanti piogge
sono state registrate nella seconda decade di settembre.
Grafico 1. Precipitazioni e temperature decadiche del periodo
gennaio-ottobre 2005 e del poliennio
Grafico 2. Precipitazioni e temperature decadiche del periodo
gennaio- ottobre 2006 e del poliennio.
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94 Bartolini et al
Concimazione azotata del sorgo da biomassa ...
Tabella 1. Epoca di fioritura, biomassa secca e umidità
Risultati e discussione
Nel 2005 non è stato possibile determinare la data
di fioritura delle varietà a seguito del parziale allettamento della coltura già dopo circa 90 giorni dall'emergenza.
Per quanto riguarda la produttività, la dose di
azoto che ha massimizzato la produzione della coltura è stata 100 Kg ha-1; non sono stati osservati
incrementi significativi con una dose di 150 kg ha-1.
Quanto rilevato è in accordo con studi effettuati in altri istituti, i quali hanno osservato differenze
non significative tra la produzione ottenuta apportando 100 e 150 Kg ha-1 di azoto in condizioni di
regime irriguo sub ottimale mentre sono stati osservati incrementi produttivi considerevoli con la tesi
maggiormente concimata con un irrigazione ottimale (Montemurro, 2002).
Nel 2006 le varietà hanno fiorito in media dopo
105 giorni dopo l'emergenza senza differenze
significative tra le tesi.
La produttività della coltura è stata mediamente superiore a quella del 2005; molto probabilmente conseguenza delle maggiori irrigazioni.
Non sono state rilevate differenze significative
tra le tesi per quanto riguarda la produzione di
sostanza secca. L'umidità al raccolto nei due anni è
stata in media del 68%.
Conclusioni
La dose di azoto che ha massimizzato la produzione della coltura, nelle condizioni in cui si è operato è stata di 100 kg ha-1.
Bibliografia consultata
Montemurro F., Colucci R., Martinelli N., 2002 Nutrizione azotata ed efficienza della fertilizzazione del sorgo zuccherino
in ambiente mediterraneo. Rivista di Agronomia, 36, 313318.
Monti A., Venturi G., Amaducci M.T. 2002 Confronto fra sorgo,
kenaf e miscanto a diversi livelli di disponibilità idrica e
azotata per la produzione di energia. Rivista di Agronomia,
36, pp. 213-220.
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10.07
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Progetto Co.Al.Ta. II 95
Il diserbo pre e post-emergenza del sorgo da biomassa
Pannacci E, Covarelli G, Graziani F
Tabella 1. Notizie agronomiche delle due prove sperimentali
Introduzione
Nel diserbo del sorgo da biomassa, il trattamento di pre-emergenza assume un ruolo
fondamentale al fine di garantire un buon
controllo delle infestanti fin dalle prime
fasi dopo l'emergenza della coltura, nelle
quali la competizione delle malerbe può
ridurre drasticamente la densità della coltura e comprometterne l'accrescimento
(Rapparini, 2003). Nelle fasi successive
del ciclo i problemi legati alla competizione con le malerbe diminuiscono in quanto la coltura rimentale a blocchi randomizzati con 4 ripetizioni
si accresce piuttosto velocemente in altezza, rico- sono stati messi a confronto i trattamenti erbicidi di
prendo rapidamente il terreno e limitando così pre e post-emergenza riportati nelle tabelle 2 e 3. I
l'emergenza e lo sviluppo di nuove infestanti formulati commerciali impiegati sono: Challenge
(Covarelli, 1999). Ciò fa si che il diserbo in post- (aclonifen 600 g L-1), Click 50 FL (terbutilazina 500
emergenza, risulti giustificato, solo nei casi di scarsa g L-1), Ramrod Flow (propaclor 480 g L-1),
efficacia del diserbo di pre-emergenza o quando que- Primagram Gold (terbutilazina 187.5 g L-1 + s-metost'ultimo non sia stato eseguito. Sul piano operativo, lachlor 312.5 g L-1), Bi-Fen (MCPA 337 g L-1 + 2,4
inoltre, la scarsa disponibilità di erbicidi e l'efficacia D 331 g L-1), Emblem (bromoxinil ottanoato 20%),
non sempre completa, rendono necessaria la valuta- Mondak 21 S (dicamba 243.8 g L-1). I trattamenti di
zione dell'impiego di erbicidi in miscela allo scopo di post-emergenza precoce e tardiva sono stati eseguiti,
aumentarne lo spettro d'azione mantenendo al con- rispettivamente, con la coltura allo stadio di 2-3
tempo una buona selettività (Meriggi e Catizone, foglie e 4-5 foglie. La selettività dei trattamenti erbi2001). Scopo della ricerca è stato quello di individua- cidi verso la coltura è stata valutata con rilievi visivi
re, nel sorgo da biomassa, soluzioni di diserbo chimi- mediante una scala convenzionale con valori da 0 a
co di pre e post-emergenza efficaci verso le piante 10 (0 = fitotossicità nulla; 10 = morte della coltura);
infestanti e al contempo selettive nei confronti della inoltre, è stata rilevata anche la biomassa secca del
sorgo. L'efficacia erbicida è stata valutata con rilievi
coltura.
visivi del ricoprimento delle specie infestanti e nel
Materiali e metodi
2006 anche mediante conta e peso delle malerbe rileNel biennio 2005-2006, in località Papiano vate su 2 quadrati (0.5 m di lato) per ogni unità spe(Marsciano - PG) presso il Laboratorio Didattico rimentale. I dati raccolti sono stati sottoposti ad
Sperimentale del Dipartimento di Scienze Agrarie e ANOVA per valutare l'errore sperimentale per ciaAmbientali, dell'Università degli Studi di Perugia, scuna delle variabili rilevate. La significatività delle
sono state realizzate due prove sperimentali su un ter- differenze tra le medie è stata saggiata con MDS proreno di tessitura argillo-limosa (43% limo, 35% argil- tetta al livello di probabilità prescelto (p=0,05).
la, 22% sabbia). Le notizie agronomiche relative alle
due prove sperimentali sono riportate nella tabella 1. Risultati e discussione
Per quanto non specificatamente riportato, si fa pre- Nel 2005, la flora infestante era composta da
sente che la coltura è stata condotta secondo le prati- Amaranthus retroflexus L. (51% di ricoprimento),
che colturali usuali per la zona. Con un disegno spe- Chenopodium album L. (22%), Portulaca oleracea
L. (23%), Polygonum persicaria L. (29%) ed altre
specie presenti in maniera sporadica (3%). La selettiDipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
vità dei trattamenti è risultata buona in tutte le tesi,
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee con lievi e transitori sintomi di fitotossicità nei trattaUniversità degli Studi di Perugia 075/5856342,
menti di post-emergenza (tabella 2). In [email protected]
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Il diserbo del sorgo da biomassa...
96 Pannacci et al
Conclusioni
1) tutti i trattamenti hanno
mostrato una buona selettività;
lievi e transitori sintomi di fitotossicità possono manifestarsi con i
trattamenti in post-emergenza;
2) i trattamenti in pre-emergenza
assicurano in genere una maggior
efficacia rispetto a quelli in postemergenza; tuttavia tra i primi,
mentre terbutilazina, sia da sola
che in miscela con altri pp. aa.,
garantisce ottimi risultati, aclonifen e propaclor dimostrano una
bassa efficacia nei confronti
rispettivamente di A. retroflexus e P. oleracea;
3) in post-emergenza sono stati rilevati buoni risultati
di efficacia da parte dei trattamenti impiegati con
una minor attività della miscela (2,4D + MCPA) +
terbutilazina; in presenza di P. oleracea risultati più
soddisfacenti sono stati ottenuti dalla miscela bromoxinil + terbutilazina; 4) le rese produttive del
sorgo, in termini di biomassa secca, non hanno
mostrato differenze significative nei diversi trattamenti erbicidi; ciò per la presenza di infestanti
poco competitive che anche se non completamente controllate non hanno influenzato in maniera
significativa l'accrescimento del sorgo.
Tabella 2. Efficacia e selettività dei trattamenti erbicidi e biomassa del sorgo - 2005
za, i migliori risultati di efficacia sono stati ottenuti
dalla terbutilazina sia da sola che in miscela con propaclor ed s-metolaclor. Aclonifen e propaclor hanno
mostrato una scarsa efficacia soprattutto nei confronti di A. retroflexus. In post-emergenza sono stati rilevati buoni risultati di efficacia da parte di tutti i principi attivi impiegati anche se in misura minore per la
miscela (2,4 D + MCPA) + terbutilazina. Nella produzione di biomassa secca del sorgo non si riscontrate differenze significative tra i trattamenti; tuttavia, la
più bassa produzione è stata riscontrata nel testimone
non trattato con 17.6 t ha-1.
Nel 2006, la flora infestante era composta prevalentemente da P. oleracea (50%), A. retroflexus (5%)
ed altre specie presenti in maniera sporadica (3%). I Bibliografia
Covarelli G., 1999. Controllo della flora infestante le principali
trattamenti in pre-emergenza hanno avuto una magcolture agrarie. Edagricole, pp. 209.
giore efficacia rispetto a quelli di post-emergenza, Meriggi P., Catizone P., 2001. Il diserbo delle colture erbacee.
In: Malerbologia, Pàtron Editore, pp. 925.
tranne nel caso di propaclor per la scarsa efficacia
mostrata verso P. oleracea (tabella 3). Nei trattamen- Rapparini G., 2003. Diserbo di pre e post-emergenza di mais e
sorgo. Informatore Agrario, 10, 71-89.
ti di post-emergenza i migliori risultati sono stati forniti dalla miscela bromo- Tabella 3. Efficacia e selettività dei trattamenti erbicidi e biomassa del sorgo - 2006
xinil + terbutilazina. La
biomassa secca prodotta
dal sorgo, come nel 2005,
non ha mostrato differenze significative tra i trattamenti (tabella 3). Ciò
va ricercato nella presenza di una flora infestante
di scarsa entità e costituita da specie poco competitive che non hanno
influenzato l'accrescimento del sorgo.
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Selettività di alcuni principi attivi per il diserbo del Miscanto
Graziani F
Introduzione
Tra le colture erbacce per la produzione di biomassa il miscanto (Miscanthus x giganteus GREEF et
DEU) è tra quelle più interessanti per l'elevata produttività e le caratteristiche qualitative della biomassa migliori rispetto alle altre colture erbacee.
Fondamentale per la diffusione della coltura è mettere a punto la tecnica del diserbo individuando
principi attivi selettivi che potrebbero in futuro
essere registrati in quanto al momento non ne sono
disponibili.
Materiali e metodi
Nel 2007 presso i campi sperimentali della sezione
di Agronomia e Coltivazioni erbacee del
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali siti a
Papiano di Marsciano (PG) nella media Valle del
Tevere su terreno argillo - sabbioso (40% sabbia,
33% argilla, 27% limo), è stata realizzata una prova
sperimentale per valutare l'efficacia di 9 erbicidi di
cui 4 applicati in pre impianto, uno in post impianto precoce (2-4 foglie) e 4 in post tardivo (4-6
foglie); nel controllo delle principali infestanti del
Miscanto e la selettività nei confronti della coltura.
I principi attivi usati e le dosi di impiego sono
riportati in tabella 1.
L'impianto dei rizomi è stato eseguito il 16
maggio su file distanti 0,50 m con una densità di
1,5 piante per metro quadrato. I trattamenti per le
tesi di pre impianto sono stati eseguiti il 21 maggio
mentre quelli di post impianto precoce e tardivo
rispettivamente 15 e 26 giorni dopo il impianto
della coltura.
La prova è stata realizzata secondo lo schema
sperimentale a blocchi randomizzati con tre ripetizioni e parcelle di 6.75 m2 (2.25 x 3 m).
Ai fini della sperimentazione sono stati eseguiti rilievi per valutare la densità e la biomassa delle
infestanti; il ricoprimento di queste secondo il
metodo fitosociologico dell'abbondanza-dominanza di Braun-Blanquet, la selettività dei pp.aa.
secondo una scala da 0 a 10 (0=nessun danno e 10=
coltura distrutta) e la biomassa fresca e secca della
coltura. Il ricoprimento e la fitotossicità sono stati
rilevati 16 giorni dopo il trattamento di post
impianto tardivo.
Risultati e discussione
Per quanto riguarda la flora infestante nel testimone inerbito (tabella 2) è risultata costituita da
Echinochloa crus galli L. (52% di ricoprimento),
Digitaria sanguinalis L. (26%), Polygonum lapathifolium L. (10%), Convolvulus arvensis L. (9%),
Solanum nigrum L. (5%), con un ricoprimento
complessivo del 102%. In particolare il testimone
ha presentato un'infestazione di specie monocotiledoni caratterizzata da un ricoprimento del 78%,
mentre le specie dicotiledoni presentavano un ricoprimento del 24%.
Contro questa flora infestante, tutte le tesi hanno
mostrato un'elevata efficaTabella 1. Principi attivi, nome commerciale, dose e epoca di impiego.
cia erbicida. I principi attivi
usati in pre impianto hanno
esercitato un ottimo controllo delle infestanti con
valori di efficacia prossimi
al 100%. Anche i trattamenti di post impianto si sono
rivelati molto efficaci ad
eccezione della tesi con
tifensulfuron metile che ha
esercitato uno scarso controllo sulle dicotiledoni in
particolare su S. nigrum e C. arvensis.
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Per quanto riguarda la selettività dei principi
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee attivi questa è risultata buona in tutte le tesi; solo
Università degli Studi di Perugia 075/5856334 nelle parcelle trattate con le formulazioni a base di
[email protected]
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98 Graziani
Il diserbo del Miscanto...
Tabella 2. Ricoprimento delle infestanti, fitotossicità dei pp.aa., e biomassa secca del miscanto
infestante contro cui si è
operato e alle dosi
impiegate, tutti i prodotti
si sono rivelati selettivi
per la coltura.
Conclusioni
1) Per il diserbo del
miscanto sono disponibili principi attivi selettivi da impiegare efficacemente sia in pre che post
impianto;
2) i migliori principi attivi selettivi per la coltura,
sono stati pendimetalin,
sulcotrione e tifensulfuron metile.
Bibliografia consultata
oxifluorfen si sono manifestati lievi ingiallimenti
fogliari allo stadio di 4-5 foglie che sono scomparsi dopo circa due settimane dal trattamento. I formulati maggiormente selettivi sono stati quelli a
base di pendimetalin, sulcotrione e tifensulfuron
metile. Possiamo affermare sulla base dei risultati
ottenuti che contro la composizione della flora
Lewandowski I., Scurlock
J.M.O., Lindvall E., Christou
M. 2003. The development and current status of perennial
rhizomatous grasses as energy crops in the US and Europe,
Biomass Bioenergy 25: 335-361.
Mckendry P. 2002. Energy production from biomass - overview
of biomass", Bioresource Technology, 83: 37-46.
Reynolds JH, Walker CL, Kirchner MJ. 2000.Nitrogen removal
in switchgrass biomass under two harvest systems. Biomass
& Bioenergy, 19(5), 281-286.
reportPerugia.qxp
25/02/2008
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Pagina 99
Progetto Co.Al.Ta. II 99
Valutazione agronomica e qualitativa di varietà di girasole ad
alto contenuto di acido oleico a destinazione industriale
Monotti M.
Introduzione
L'olio di girasole prodotto da varietà "alto oleico"
presenta notevole interesse per svariate utilizzazioni industriali (oltre che, ovviamente, come olio alimentare con particolari caratteristiche nutrizionali
e salutistiche), in modo particolare per la produzione di biocarburanti e di altri prodotti sostitutivi di
derivati petroliferi.
Due aspetti, in particolare, assumono importanza ai fini della valutazione delle varietà alto oleico
per le finalità predette:
1. l'accertamento delle potenzialità produttive
degli ibridi disponibili sul mercato sementiero
nelle condizioni agro-pedo-climatiche degli
ambienti di riferimento del Progetto di ricerca
(Italia centrale), dove il girasole potrebbe riassumere rilevante interesse quale coltura asciutta nei
comprensori di pianura e di collina privi di disponibilità irrigue. In tali ambienti la coltura è soggetta alle alee derivanti da andamenti stagionali sempre più o meno avversi per sfavorevoli condizioni
di piovosità, alte temperature ed elevati consumi
evapotraspirativi. In simili contesti risulta indispensabile la valutazione delle reali possibilità produttive della oleifera attraverso la individuazione
dei genotipi più adatti (in termini di precocità e di
attitudine a valorizzare le limitate risorse rese
disponibili da un opportuna tecnica di arido-coltura) nell'ambito del panorama varietale disponibile.
Tale esigenza è tanto più sentita negli ambienti italiani, in quanto la totalità degli ibridi coltivabili è
rappresentata da tipi costituiti in altri paesi (soprattutto in Francia), i cui profili pedoclimatici sono
diversi e assai meno avversi di quelli che caratterizzano gli ambienti nostrani.
2. fondamentale presupposto delle colture nonfood è il contenimento dei costi di produzione, da
ricercare sia attraverso il ricorso a itinerari produttivi quanto più semplificati possibile, sia mirando
alla massimizzazione delle rese di biomassa. Sotto
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856334 [email protected]
questo aspetto gioca un ruolo importante, nel girasole, la difesa da malattie gravemente distruttive e
penalizzanti le rese, in particolare dalla peronospora. Questa malattia rappresenta, infatti, il più forte
condizionamento di natura fitopatologica per l'oleifera, a causa della aumentata frequenza degli attacchi, legata alla comparsa di nuove razze fisiologiche del parassita, e della potenziale elevata intensità degli attacchi. Nei riguardi di questo pericolo
non vanno sottovalutate le difficoltà esistenti, sul
piano della operatività pratica, per realizzare
un'adeguata protezione delle colture attraverso trattamenti di concia del seme con prodotti antificomicetici.
Materiali e metodi
Nel 2006, presso i campi sperimentali della sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee del
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali siti a
Papiano di Marsciano (PG) nella media Valle del
Tevere su terreno argillo - sabbioso (40% sabbia,
33% argilla, 27% limo), è stata realizzata una sperimentazione mirante a valutare il comportamento
biologico-produttivo di 15 varietà "alto oleico",
tutte di provenienza estera (Francia e Spagna), prescelte in base all'ineludibile requisito della resistenza genetica alla peronospora (risultante da documentazioni bibliografiche ufficiali o da indicazioni
formalmente rilasciate dalle ditte sementiere distributrici), almeno nei confronti delle razze fisiologiche del parassita di accertata diffusione negli areali elianticoli italiani. Oltre le predette varietà alto
oleico sono state incluse nella prova tre cultivar
convenzionali quali tipi di confronto per adattamento e produttività negli ambienti di riferimento,
caratteri accertati da precedenti sperimentazioni ivi
condotte per più anni. Le 18 varietà a confronto
sono elencate nella tabella 1.
Nel 2007 la prova è stata ripetuta secondo le
stesse modalità con l'unica differenza che le varietà messe a confronto sono state 30, di cui 26 alto
oleico e 4 convenzionali come riferimento per
adattamento e produttività negli areali del centro
Italia. Le varietà oggetto della sperimentazione del
2007 sono riportate in tabella 2.
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Monotti
Girasole ad alto contenuto di acido oleico...
Tabella 1. Prova di confronto varietale su girasole 2006 - cultivar
alto oleico e convenzionali in prova
Tabella 2. Prova di confronto varietale su girasole 2007 - cultivar
alto oleico e convenzionali oggetto della provaa
Risultati
Nel 2006 sono state messe in evidenza diverse varietà "alto oleico" non inferiori alle migliori cultivar
convenzionali per quanto riguarda rese areiche in
acheni e in olio e contenuto in olio degli acheni.
Quasi tutte le varietà risultate migliori per i parametri produttivi hanno espresso percentuali di acido
oleico molto elevate, da 88% a oltre 90% .
Estrema importanza riveste il fatto che le varietà
predette non abbiano subito attacchi di peronospora,
il che consente di poterle proporre con relativa tranquillità per la coltivazione in pieno campo. Con riferimento alla predetta malattia sono stati osservati, in
certe altre varietà, attacchi di significativa intensità,
non chiaramente spiegabili se si tiene conto delle
resistenze dichiarate. Accertamenti di assoluta attendibilità sulla risposta delle varietà alle varie razze esistenti del parassita sono ormai da considerare un'esigenza urgente e non eludibile.
La sperimentazione svolta nel 2007 conferma
quanto osservato l'anno precedente.
Tra le prime sei varietà per produttività superiore a 3.1 t ha-1, ci sono quattro cultivar convenzionali di cui LINSOL è la più produttiva con 3.2 t ha-1.
Per quanto concerne la produzione in olio risulta che tra le prime sei cultivar tre sono convenzionali, delle quali due (TELLIA e LINSOL) si distinguono per essere le più produttive con una resa in
olio superiore a 1.5 t ha-1.
La sperimentazione mette in luce che le varietà
convenzionali fino ad ora coltivate negli areali del
centro Italia possono essere impiegate con successo anche per la produzione di olio a destinazione
energetica. Inoltre, diverse cultivar alto oleico di
recente costituzione si sono dimostrate idonee per
tale finalità.
Per quanto riguarda la resistenza alla peronospora non è stato possibile realizzare un accertamento probante per la limitata presenza di questo
fungo, concretizzatasi in percentuali massime di
piante infette del 1.7% nei casi peggiori; ciò, verosimilmente, a causa della assenza di piogge e di
umidità libera nel terreno durante le fasi di germinazione dei semi.
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Progetto Co.Al.Ta. II 101
Confronto tra diversi ibridi di pomodoro (Lycopersicon esculentum Mill.) di tipo Cherry r Mini plum a pianta determinata
Peccetti G, Lorenzetti M.C, Bartolini S
Introduzione
Con la riduzione delle sovvenzioni della U.E. alla
coltivazione del tabacco da alcuni anni si cerca di
mettere a punto la tecnica colturale di specie agrarie alternative a questa coltura.
Ciò soprattutto nelle regioni, quale l'Umbria,
dove il tabacco è largamente coltivato e costituisce
un'elevata fonte di reddito.
L'U.E., tramite il M.I.P.A.A.F. sensibile a questa problematica, ha finanziato negli anni 2002 - 06
ricerche su probabili colture alternative al tabacco
(Co.Al.Ta 2).
Materiali e metodi
Negli anni 2006 - 07 con l'obiettivo di fornire agli
imprenditori agricoli la verifica della redditività di
alcune colture industriali e orticole sono state eseguite prove su pomodoro tipo mini plum e cherry
denominati, seppur impropriamente datterino e
ciliegino.
Scopo specifico della prova era quello di saggiare la produttività di alcuni ibridi già in commercio ed altri ancora in sperimentazione ed il loro
adattamento alle condizioni pedoclimatiche
dell'Italia centrale dopo la larga diffusione avuta al
sud Italia. La sperimentazione si è svolta nei campi
sperimentali della sezione di Agronomia e
Coltivazioni erbacee del Dipartimento di Scienze
Agrarie e Ambientali siti a Papiano di Marsciano
(PG) nella media Valle del Tevere su terreno argillo - sabbioso (40% sabbia, 33% argilla, 27% limo).
Con schema sperimentale a blocchi randomizzati, con quattro ripetizioni, sono stati messi a confronto sia nel 2006 che nel 2007 gli ibridi Micron,
Quorum, Minuet e Penny costituiti dalla ISI
sementi; il primo della tipologia cherry mentre gli
altri di tipo mini plum.
Le singole parcelle avevano una dimensione di
24 m2.
Il pomodoro è stato trapiantato il 24 maggio nel
2006 ed il 25 dello stesso mese nel 2007 con una
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856334 [email protected]
densità di 3 piante a m2 disposte su file distanti 100
cm e 33.3 sulle file. La coltura è stata concimata
all'impianto con 75 kg ha-1 di P2O5 nella forma di
perfosfato triplo e 150 kg ha-1 di N sotto forma di
urea.
La coltura è stata diserbata in pre trapianto con
metribuzin (Sencor WG alla dose di 0,8 kg ha-1).
Per la difesa dalle crittogame in giugno e luglio
è stato eseguito un trattamento con ossicloruro di
rame più zolfo (Pasta Siapa blu) nonché con metalaxyl 2.5% più ossicloruro di rame 40% (Ridomil
gold R) e penconazolo 10.2% (Topas); questi trattamenti sono stati ripetuti in agosto in entrambi gli
anni; nella fase terminale del ciclo della coltura il
pomodoro è stato trattato con azoxystrobin al
23,2% (Ortiva). Per la difesa dagli insetti, in giugno, è stato usato imidacloprid al 17.1%
(Confidor), in luglio bifetrin al 2% (Brigata Flo), in
agosto nel primo anno procimidone 50% (Sialex 50
WDG).
Tutti questi interventi hanno consentito di avere
la coltura al raccolto priva di danni da parassiti
vegetali ed animali.
La prova è stata sottoposta ad un regime irriguo
mediante impianto a goccia con il quale sono stati
distribuiti in nove interventi nel 2006 e tredici nel
2007 rispettivamente 3000 e 3500 mc di acqua ad
ettaro. Il 7 settembre nel primo anno ed il 24 agosto nel secondo è stato raccolto il pomodoro determinandone la resa in bacche rosse, invaiate e verdi,
il peso unitario, i gradi Brix, pH e sostanza secca.
Andamento climatico
Nel 2006 (grafico 1) nel periodo da maggio a settembre, le temperature sono state sempre al di sopra della
media degli ultimi trenta anni eccetto che nella prima
decade di giugno e nelle prime due decadi di agosto
dove sono stati registrati valori inferiori alla media.
Per quanto riguarda le precipitazioni nel periodo considerato, i mesi di maggio e giugno sono stati particolarmente siccitosi mentre abbondanti sono state le
precipitazioni nella seconda e terza decade di settembre. Complessivamente nel 2006 da maggio a settembre sono caduti 251 mm inferiori alla media del
poliennio precedente che è stata di 302 mm.
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Grafico 1. Precipitazioni e temperature decadiche del periodo
maggio-settembre 2006 e del poliennio
Tabella 1. Produzioni in t ha-1
Nel 2007 (grafico 2) nei mesi da maggio a settembre le temperature sono state sempre superiori
alla media del poliennio eccetto che nella prima
decade di agosto e settembre. Per quanto concerne
le precipitazioni; scarse sono state le piogge dalla
seconda decade di giugno alla terza decade di
luglio e nelle prime due decadi di settembre.
Complessivamente nei mesi considerati sono caduti 184 mm contro i 302 mm degli ultimi trenta anni.
Confronto ibridi di pomodoro...
Grafico 2. Precipitazioni e temperature decadiche del periodo
maggio - settembre 2007 e del poliennio
Anche nel secondo anno la produzione è risultata alquanto elevata ottenendo in media circa 85 t
ha-1; le diverse varietà non si sono differenziate statisticamente tra di loro.
La cv. Penny con le caratteristiche tipiche del
miniplum ha fatto registrare il peso unitario più
elevato che è stato quasi triplo nel 2006 (32.8 g)
rispetto alla media degli altri tipi di circa 12 g
(tabella 2).
Il grado Brix sia nel primo che nel secondo
anno è stato superiore nelle varietà Minuet (5.7) e
Quorum (5.5).
La precocità delle diverse cv. si può evidenziare con la percentuale di bacche verdi al momento
della raccolta contemporanea delle diverse tesi. Il
minimo quantitativo è stato registrato nel primo
anno con Quorum e Minuet mentre nel secondo
anno con Penny. La cultivar Micron, di tipo cherry
si è contraddistinta per essere la più tardiva.
Conclusioni
Risultati e discussione
Nella tabella 1 sono riportate le produzioni e le 1) Le varietà usate di pomodoro di tipo cherry e
mini plum hanno dimostrato un'ottima adattabicaratteristiche merceologiche delle diverse varietà a
lità alle condizioni pedoclimatiche dell'Italia
confronto; nel 2006 l'ibrido Quorum è stato il più
centrale fornendo produzioni di circa 90 t ha-1,
-1
produttivo con 95.6 t ha di bacche mature.
poco inferiori a quelle da pelato e concentrato;
Produzioni inferiori, seppur non significative, hanno
fornito Minuet e Penny. La varietà
Micron si è palesata la più tardiva in Tabella 2. Caratteristiche merceologiche
quanto al momento del raccolto aveva
40 t ha-1 di bacche invaiate e verdi. Per
la ingente massa vegetativa si è dovuto
fare una raccolta contemporanea delle
diverse varietà e non scalare che verosimilmente avrebbe evidenziato una
migliore resa del Micron.
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2) se vi fossero gli opportuni sbocchi commerciali per la vendita del prodotto questa coltura
potrebbe costituire una valida alternativa al
tabacco;
3) il grado Brix è stato più elevato nelle varietà
Minuet e Quorum;
4) il peso unitario delle bacche è oscillato tra 11 e 13
g nelle varietà Minuet, Quorum e Micron mentre
più elevato nella varietà Penny (circa 30 g).
Bibliografia consultata
A.A. V.V. 1999 Pomodoro da mensa cherry. Informatore
Agrario,20.
Parisi M. et al. 2007 La scelta varietale in Campania e Puglia.
Informatore Agrario, 2.
Pentangelo A. 2004 Tecnica colturale e qualità del pomodorino
"cherry". Informatore Agrario 16.
Pentangelo A. 2004 Cultivar di pomodorino "cherry" per le aree
interne collinari. Informatore Agrario 11.
Piazza R. 1999 Il consumatore lo riconosce con vari nomi... ma
è sempre cherry. Informatore Agrario, 20.
A.A. 1999 Gli ibridi disponibili per il pomodoro Cherry.
Informatore Agrario, 20.
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Stevia (Stevia rebaudiana Bertoni),produttività, concimazione
e diserbo in Umbria
Covarelli G, Peccetti G, Pannacci E, Graziani F
Introduzione
Stevia rebaudiana (Bertoni), un'asteracea originaria del Sudamerica ad habitat subtropicale, è attualmente coltivata in vari paesi per le proprietà dolcificanti del complesso di glucosidi contenuti nelle
foglie. Stevioside e rabaudioside hanno un potere
dolcificante molto superiore a quello dello zucchero, non apportano calorie e non alzano il livello di
glucosio nel sangue, sono stabili alle alte temperature (200° C), non interferiscono con i componenti
degli alimenti e non fermentano. La stevia può
essere impiegata sotto forma di foglie fresche,
foglie in polvere, estratto di polvere, o concentrato
liquido di estrazione acquosa e/o idroalcolica. I
prodotti ottenuti dalla stevia hanno impieghi analoghi ai dolcificanti artificiali a basso contenuto calorico e sono utilizzati soprattutto come dolcificanti
per migliorare il gusto di alimenti e bevande.
L'Unità UNIPE ha valutato la risposta della specie
alla concimazione, al diserbo chimico, la produttività e l'influenza della selettività di alcuni erbicidi
nei confronti della coltura.
Materiali e metodi
Nel biennio 2006-07 sono state eseguite quattro
prove sperimentali per verificare questa asteracea
nelle condizioni pedo-climatiche dell'Italia centrale la produttività, l'influenza della concimazione
azotata e la possibilità di eliminare la sua flora infestante con il diserbo chimico selettivo.
La sperimentazione si è svolta in entrambi gli
anni, nella media valle del Tevere, nei campi sperimentali del Laboratorio Didattico Sperimentale
della Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee
del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
della Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi
di Perugia. Il terreno sede delle prove è argillosabbioso ( 40% sabbia, 33% argilla e 27% limo).
In entrambi gli anni è stato adottato lo schema
sperimentale a blocchi randomizzati con quattro
ripetizioni; la densità d'impianto è stata di 6 piante
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856334 [email protected]
a m2 e le parcelle avevano una dimensione di 4 m2.
Il trapianto è stato effettuato l'11 maggio sia nel
primo che nel secondo anno.
Per l'effetto della concimazione azotata sulla
coltura sono stati somministrati 20 giorni dopo il
trapianto, sia nel primo che nel secondo anno, 0,50
e 100 kg ha-1 di azoto sottoforma di urea.
Per la messa a punto del diserbo chimico sia nel
2006 che nel 2007 prima del trapianto, avvenuto
sempre contemporaneamente a quello delle prove
di concimazione, è stato sperimentato l'erbicida
Stomp (pendimentalin al 31,7%) alla dose di 3 l ha1 e, 33 giorni dopo, Challenge (aclonifen 49%) alla
dose di 2,5 l ha-1 e Targa gold (quizalofop-etile isomero D al 5,2%) alla dose di 2,5 l ha-1.
Sia le prove di concimazione che di diserbo
sono state irrigate a goccia ricevendo nel 2006 700
mc di acqua e nel 2007 850 mc ad ettaro.
Sono state eseguite periodiche osservazioni
sullo sviluppo della stevia, sul ricoprimento delle
piante infestanti e sulla selettività degli erbicidi nei
confronti della coltura.
In tutte le prove alla raccolta è stato determinato il peso fresco e secco della parte aerea delle
piante di stevia e la percentuale di foglie in essa
contenute. Ciò è avvenuto il 12 luglio e 22 settembre nel primo anno ed il 2 luglio e 10 ottobre nel
secondo.
Risultati
a) Resistenza al freddo
Le piante oggetto della sperimentazione sono state
lasciate in campo allo scopo di valutare la resistenza della specie alle basse temperature.
A marzo 2007 si è potuto verificare che il 60%
delle piante aveva resistito ai rigori invernali e si
apprestavano a riprendere a vegetare. Si sottolinea
il fatto che l'inverno 2006-07 non è stato particolarmente rigido; nel sito dove si sono svolte le prove,
le temperature minime raggiunte, nella prima decade di gennaio, sono state intorno ai meno 5 gradi
centigradi.
Dall'analisi dei dati dell'ultimo trentennio si
può notare che durante i mesi invernali nella località dove si è svolta la prova, si verifichino tempe-
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Covarelli et al
Grafico 1. Precipitazioni e temperature decadiche del 2006 e del
poliennio.
Grafico 2. Precipitazioni e temperature decadiche del periodo
gennaio - settembre 2007 e del poliennio
Stevia...
a confronto.
Nel primo taglio il quantitativo di foglie è stato
superiore di circa il 25% rispetto al secondo. Questi
valori sono molto importanti in quanto nelle foglie
di stevia si estrae il 70% dello stevioside, composto con potere edulcorante.
c) Diserbo chimico
L'infestazione sviluppatasi nel controllo non trattato è stata molto elevata con valori di ricoprimento
totali, con più strati di vegetazione, superiori al
100% (tabella 2).
Le piante infestanti maggiormente presenti
erano: Portulaca oleracea con l'80% di ricoprimento, Digitaria sanguinalis (46%), Amaranthus retroflexus (31%), Echinochloa crus-galli (25%) ed
altre.
Il diserbo di pre-trapianto ha fornito risultati
superiori ai trattamenti di post-trapianto.
Più importante dell'efficacia erbicida dei principi attivi usati, già ben nota, è la selettività nei confronti della coltura che finora non era stata mai
verificata. Ottima è stata quella del pendimentalin
(Stomp) nei confronti della stevia sia nel primo che
nel secondo anno in pre-trapianto.
Con le colture in atto (post-trapianto) si è ripetuta la selettività del suddetto p.a. e buona è stata
quella dell'aclonifen, mentre leggeri sintomi di
fitotossicità evidenziati da malformazioni delle
foglie di stevia sono stati causati da quizalofopetile isomero D.
Al termine di un biennio di sperimentazione,
nelle condizioni in cui si sono svolte le prove, si
possono trarre le seguenti conclusioni.
rature abbondantemente al disotto di questi valori
intorno ai -10 -12 °C. Ne consegue che per poter
esprimere un giudizio più attendibile, occorra verificare il comportamento della specie a questi valori di temperatura.
Conclusioni
b) Concimazione azotata
L'effetto dell'azoto si è manifestato soprattutto nel 1) Nelle condizioni climatiche della media valle
del Tevere, con temperature scese a -7°C vi è
secondo taglio cioè nei ricacci vegetativi; con la
-1
stata una perdita di vitalità delle piante di stevia
dose di 100 kg ha di N si è avuta la produzione più
-1
tale da indurre al suo trapianto primaverile ed
elevata di sostanza secca che è stata di circa 3 t ha
-1
effettuare in primavera - estate due tagli della
nel primo taglio e circa 9 t ha nel
secondo (tabella 1). Produzioni netta- Tabella 1. Biomassa fresca
mente inferiori, soprattutto nel secondo
periodo, si sono avute con 50 kg ha-1 di
N.
L'altezza della coltura non è stata
influenzata da alcuna tesi.
La percentuale di foglie sulla parte
area della pianta è stata nel primo anno
di circa il 70% e nel secondo del 65% e
non è stata influenzata dalle diverse tesi
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Tabella 2. Prova di diserbo su stenia - Rilievi del 30/06/2007.
coltura; non può avere l'habitus della poliennalità;
2) la produttività di questa specie, con la somministrazione di 100 kg ha-1 di azoto, si è ottenuta
sia (nel ciclo primaverile estivo) del primo e del
secondo anno su circa 3 t ha-1 al primo taglio
(giugno) e circa 9 t ha-1 nel secondo (settembre)
per un totale di 11 t ha-1 di sostanza secca con
un investimento di 6 piante m2;
3) la concimazione azotata che ha fatto maggiormente incrementare la resa della stevia è di 100
kg ha-1 di N;
4) per eliminare dalla coltura le erbe infestanti sia
in pre che in post trapianto ottima selettività si
è avuta con pendimentalin ed in post trapianto
con aclonifen.
Bibliografia consultata
Andolfi L., Ceccarini L., Machia M. 2002. Caratteristiche bioa-
gronomiche di Stevia rebaudiana. Informatore Agrario, 23:
48-51.
Brandle J.E., Starrat A.N., Gijzen M. 1998. Stevia rebaudiana:
its agricultural, biological and chemical properties.
Canadian Journal of Plant Science, 78: 527-1266.
Cioni P.L., Morelli I., Andolfi L., Ceccarini L., Macchia M. 2006.
Qualitative and quantitative analysis of essential oil of five
lines Stevia rebaudiana Bert. genotypes cultivated in Pisa
(Tuscany, Italy), Italian Journal of Agronomy, 18:76-79.
Fronda, D.; Folegatti, M.V. 2003. Water consumption of the stevia (Stevia rebaudiana Bert.) crop estimated through microlysimiter. Scientia Agricola, 60-3: 595-599.
Geuns, J.M.C. 2003. Stevioside. Phytochemistry, 64: 913-921.
Lowering, N.M; Reeleder, R.D. 1996. First report of Septoria
Steviae on stevia (Stevia rebaudiana) in North America.
Plant Disease, 80:959.
Macchia, M.; Andolfi L.; Ceccarini, L.; Angelini, L.G. 2007.
Effects of temperature, light and pre-chilling on seed germination of Stevia rebaudiana (Bertoni) Bertoni
Accessions. Italian Journal of Agronomy, 1:55-62.
Tan, S.; Ueki, H. 1994. Method for extracting and separating
sweet substances of Stevia rebaudiana Bertoni. Jap. Patent
06-007108.
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Confronto tra nuove cultivar di lattuga (Lactuca sativa L.)
Peccetti G
Introduzione
Tra le colture orticole per la produzione sulla IV
gamma particolare importanza assumono i diversi
tipi di lattuga. Si è ritenuto opportuno, nelle condizioni pedo-climatiche dell'Umbria, determinare la
produttività di diverse varietà di lattuga a raccolta
precoce.
Materiali e metodi
Nel 2006 presso i campi sperimentali della sezione
di Agronomia e Coltivazioni erbacee del
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali siti a
Papiano di Marsciano (PG) nella media Valle del
Tevere su terreno argillo-sabbioso (40% sabbia,
33% argilla, 27% limo), è stata realizzata una prova
di confronto varietale tra sette cultivar di lattuga
(Lactuca sativa L.) destinate alla IV gamma. Le
varietà impiegate: ISI 45717 (in corso di registrazione), NIVES, CHOSPER, ISIRA, MATADOR,
ANUBI, SENTRY appartengono a quattro tipologie: lollo bionda, multilieaf, foglia di quercia e
lollo rossa.
Lo schema sperimentale adottato è stato il blocco randomizzato con quattro ripetizioni con parcelle di 6 m2 (1,5 x 4 m). Le piantine sono state trapiantate il 16 maggio. Nei mesi tra maggio e luglio
sono stati distribuiti attraverso sei irrigazioni per
aspersione circa 1000 m3 ha-1 in totale. La raccolta
è stata effettuata scalarmente quando ciascuna
delle varietà aveva raggiunto la maturità.
Risultati e discussione
La prova ha messo in evidenza una buona adattabilità delle varietà all'ambiente pedoclimatico in cui
sono state eseguite le prove con una produzione
media di circa 26 t ha-1.
Significative le differenze tra la varietà meno
produttiva SENTRY (17.1 t ha-1) e la più produttiva ISI 45717 (31.3 t ha-1).
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Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856334 [email protected]
Tabella 1. Data di raccolta, durata del ciclo e peso della biomassa
fresca
Tra le diverse tipologie lollo bionda, multilieaf
e foglia di quercia hanno mostrato una produttività
superiore alla media mentre inferiore è stata la produttività delle varietà lollo rossa.
Non è stata osservata correlazione tra la produttività e la lunghezza del ciclo.
Conclusioni
1) La coltivazione della lattuga può offrire produzioni interessanti in media di 26 t ha-1 di
biomassa fresca con un ciclo di circa 50 gg;
2) le tipologie più produttive sono state lollo
bionda, multilieaf e foglia di quercia;
3) tra le varietà in prova la più produttiva è stata
ISI 45717 con 31.3 t ha-1 di biomassa fresca.
Bibliografia consultata
Bianco V.V. 2007. Nuove specie ortive da destinare alla IV
gamma. Informatore Agrario, 16.
Antonelli M., Fontana F. 2006. Varietà di lattuga in serra e in
pieno campo. Informatore Agrario, 23.
Elia A., Conversa G. 2006. IV gamma, tecniche colturali e scelte varietali. Informatore Agrario, 16.
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Verifica dell’adattabilità dell’origano (Origanum vulgare L.)
alle condizioni agro-pedologiche dell’Italia centrale
Lorenzetti M.C
Introduzione
L'interesse del mercato agro-alimentare verso le
piante aromatiche e in particolare verso l'origano è
in forte crescita per il tradizionale consumo come
prodotto sia essiccato che fresco. La necessità di
disporre continuamente di questo prodotto induce
alla sua surgelazione come da tempo si fa per il
prezzemolo ed il basilico. Un ostacolo a ciò è l'annerimento delle foglie di origano causato dalle
basse temperature che visivamente non è gradito
nelle pizze dove è maggiormente usato.
Tuttavia, anche in attesa che il miglioramento
genetico elimini questo inconveniente, è interessante la diffusione della coltivazione soprattutto
per l'esportazione.
Si consideri che nei soli Stati Uniti è decuplicato il consumo negli ultimi dieci anni sull'onda della
popolarità della pizza.
Si è ritenuto opportuno verificare l'adattabilità
di questa specie nelle condizioni pedo-climatiche
dell'Italia centrale ed in particolare in Umbria.
Materiali e metodi
Nel biennio 2006-07 sono state eseguite due prove
di adattabilità di questa specie nella media Valle del
Tevere su terreno argillo-sabbioso (40% sabbia,
33% argilla, 27% limo).
Con schema sperimentale a blocchi randomizzati, con tre ripetizioni, sono stati messi a confronto nel 2006 le seguenti cv provenienti dalla Grecia:
origano greco (Origanum hirtum), origano
Herrenhausen (Origanum laevigatum var.
Herrenhausen), origano aureo (Origanum vulgare
var. aureus), origano comune (Origanum vulgare).
Le parcelle avevano una dimensione molto
ridotta (2 m2) trattandosi solo di verificare l'adattabilità della specie nel sito della sperimentazione.
Il trapianto della coltura è avvenuto l'11 maggio
nel 2006 con un sesto d'impianto di 0.5 x 0.5 m. Da
maggio ad agosto sono state fatte nove irrigazioni
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856334 [email protected]
per un apporto complessivo di 700 m3ha-1. Il 3 agosto è stata effettuata la raccolta della biomassa e
successivamente si è provveduto ad estrarre gli oli
essenziali mediante distillazione in corrente di
vapore.
Risultati e discussione
La produttività della biomassa area dell'origano è
variata da 3,7 (Origanum vulgare var. aureus) a 6,9
(Origanum laevigatum var. Herrenhausen) con una
media tra le cultivar di 4,9 t ha-1 di sostanza fresca
e 1,47 di sostanza secca (tabella 1). L'altezza della
coltura è stata di circa 22 cm per tutte le cultivar
eccetto per l'origano comune che è stata di 33 cm
circa.
L'umidità alla raccolta è stata di circa il 70%.
Molto importante la resa in oli essenziali che è
stata molto variabile 0,4 % nell'Origano aureus
detto aureo e ben 2 nell'Origanum hirtum detto
greco (tabella 1).
Nel secondo anno si è proseguita la coltivazione delle piante trapiantate nel primo.
Alle temperature di -5° C registratesi nell'inverno 2006-07 hanno resistito solo l'origano aureo, il
greco ed il comune che nel 2007 hanno prodotto
rispettivamente 7.9, 7.2 e 13.8 t ha-1 di sostanza
fresca pari rispettivamente a 2.7, 2.4 e 4.6 di
sostanza secca. L'umidità alla raccolta è stata del
50-55% sensibilmente più bassa di quella registratasi nell'anno precedente.
Nelle condizioni in cui si è lavorato si possono
trarre le seguenti conclusioni.
Conclusioni
1) La produttività dell'origano nelle condizioni
pedo-climatiche della media Valle del Tevere si
può attestare su 4 t ha-1 di foglie il 70% circa di
sostanza fresca e 1,3 di sostanza secca.
2) Hanno resistito alle relativamente basse temperature invernali (-5° C) aureo, greco e comune
che nell'anno successivo hanno poi raddoppiato
la produzione.
3) La resa in oli essenziali è stata molto elevata
(2%) nell'Origanum hirtum, e molto bassa
nell'Origanum vulgare var. aureus (0,4%)
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Lorenzetti
Verifica dell’adattabilità dell’origano....
Tabella 1.
Bibliografia consultata
Batistutta, F.;Conte, L.S:; Zironi, R.; Carruba, A.; Leto, C.;
Tuttolomondo, T. 1995. Caratteristiche compositive di oli
essenziali da diversi ecotipi di Origanum vulgare L. di provenienza siciliana. Atti 2° congresso nazionale di Chimica
degli alimenti. Giardini Naxos, 24-27 maggio 1995
Branca, F.; Argento, S.; La Porta, V. 2006. Da pianta spontanea
a nuova coltura: confronto tra tipi di origano siciliano
(Origanum vulgare L.). Italus Hortus, Vol. 13 (2), 630-633.
Leto, C.; Carruba, A.; Trpani, P. 1994. Tassonomia, ecologia,
proprietà ed utilizzazioni del genere Origanum. Atti
Convegno Internazionale "Coltivazione e miglioramento di
piante officinali". Trento 2-3 giugno 1994.
Leto, C.; Carruba, A.; Trapani, P.; Zironi, R.; Conte, L.;
Battistutta, F. 1996. Le specie officinali per la valorizzazione e difesa delle aree interne: valutazione di ecotipi siciliani di origano (Origanum vulgare). Riv. di Agron. 30, 3
Suppl, 423-435.
Leto, C.; La Bella, S.; Tuttolomondo, T.; Licata, M.; Carrara,
M.; Febo, P.; Catania, P.; Comparetti, A.; Orlando, S. 2003.
Response of Origanum vulgare L. to different plant densities and first results of mechanical harvest. Agr. Med. Vol.
133, 141-148.
Leto, C.; Tuttolomondo, T.; Scarpa, G.M.; La Bella, S. 2003.
Evaluation of Oregano ecotypes from inland areas of Sicily
(Italy). Agr. Med. Vol. 133, 43-57.
Leto, C.; Tuttolomondo, T.; La Bella, S.; Licata, M. 2004. Prove
di propagazione agamica di alcune specie officinali: origano, rosmarino e timo. Italus Hortus, Vol. 11 n. 4, 234-236.
Leto, C.; Tuttolomondo, T.; Sarno, M.; La Bella, S. 2004.
Valutazione bio-morfologica e produttiva di ecotipi siciliani di origano. Italus Hortus, Vol. 11 n. 4, 231-233.
Marzi, V.; Morone Fortunato, I.; Circella, G.; Picci, V.;
Melegari, M. 1992. Origano (Origanum spp.): risultati ottenuti nell'ambito del progetto "Coltivazioni e miglioramento
di piante officinali". Agricoltura Ricerca 132, aprile 1992,
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Taviani, P.; Rosellini, D.; Veronesi, F. 1999. Analisi di genotipi
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Risultati di un biennio di sperimentazione sullo stato fitosanitario del pioppo da biomassa in Umbria
Covarelli L, Tosi L, Beccari G
Introduzione
Il pioppo (Populus spp.) da biomassa, coltivato per
la produzione di energia, può andare soggetto a
svariate, talora gravi, fitopatie che possono facilmente tradursi in forti perdite produttive in grado
di compromettere la convenienza economica della
sua coltivazione. Per tale motivo all'interno del
progetto "Analisi e valutazione di ordinamenti produttivi alternativi al tabacco - Co.Al.Ta.2", finanziato dall'Unione Europea e dal Ministero per le
Politiche Agricole e Forestali (Mi.P.A.F.), è stato
valutato lo stato fitosanitario di questa coltura.
Nel presente contributo vengono illustrati i
risultati riguardanti i problemi fitopatologici osservati nel pioppo destinato alla produzione di biomassa in Umbria.
Materiali e metodi
Periodiche osservazioni sono state effettuate nelle
prove sperimentali di pioppo da biomassa coltivato
presso il Laboratorio Didattico Sperimentale della
Sezione di Agronomia e Coltivazioni Erbacee del
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali della
Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi di
Perugia situato in località Papiano (Media Valle del
Tevere), al fine di monitorare lo stato fitosanitario
della coltura nelle condizioni ambientali ed agronomiche umbre.
Nel biennio 2006-2007 è stata esaminata una
prova sperimentale dove erano coltivati i seguenti
cloni di pioppo: Sirio [Populus (P.) deltoides Bartr
x P. x canadensis Monch] e AF2 (P. x canadensis
Monch), entrambi con elevata tolleranza alla ruggine del pioppo, Monviso [(P. x generosa) x P. nigra]
con tolleranza molto elevata e AF6 [(P. x interamericana) x (P. x euramericana)], per il quale è indicata una sufficiente tolleranza all'avversità sopra
citata (http://www.alasiafranco.it/biomasse.htm).
Nella sola annata 2007 è stata esaminata anche
un'ulteriore prova dove erano presenti, oltre ai
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali
Sezione di Agronomia e Coltivazioni erbacee Università degli Studi di Perugia 075/5856464 [email protected]
cloni AF2 e Monviso, anche i cloni Baldo e Orion
per i quali non si dispone di notizie circa la resistenza/tolleranza alla ruggine.
Nel mese di settembre 2006 e 2007, infezioni
fogliari di ruggine sono state riscontrate negli
appezzamenti oggetto di indagine e all'inizio del
mese di ottobre di entrambe le annate, con l'attacco
di ruggine al massimo livello di intensità, sono stati
condotti appositi rilievi su 10 piante per ciascun
clone, registrando il numero delle foglie sane e
infette (10 foglie/pianta) al fine di determinare l'incidenza dell'infezione.
La gravità della malattia è stata calcolata rilevando le infezioni sulle foglie mediante una scala
empirica arbitraria di valutazione (0-5) basata sulle
seguenti classi di infezione (0=0%; 1=1-20%;
2=21-40%; 3=41-60%; 4=61-80%; 5=81-100%). I
valori ottenuti sono stati successivamente elaborati
statisticamente tramite analisi della varianza e test
di Duncan. Mediante osservazioni di microscopia
ottica sono state esaminate e misurate le strutture
fungine (uredosori, uredospore, teleutosori, teleutospore e parafisi) dell'agente patogeno ed analizzate numerose sezioni delle foglie infette con lo
scopo di individuare la localizzazione di uredosori
e teleutosori rispetto alle pagine fogliari.
Risultati
Le foglie di pioppo infette presentavano la tipica
colorazione rugginosa dovuta alla presenza di
numerosi uredosori principalmente localizzati sulla
pagina fogliare inferiore ma in qualche caso anche
su quella superiore. Dal mese di novembre, numerosi teleutosori sono comparsi su entrambe le
superfici fogliari. Dalle osservazioni e dalle analisi
effettuate tutti i cloni esaminati sono risultati
suscettibili alla ruggine.
Nel 2006 sono state rilevate delle differenze
statisticamente significative sia per quanto riguarda
l'incidenza che per quanto riguarda la gravità degli
attacchi. In particolare, in questa annata, il clone
AF6 si è rivelato il clone più suscettibile (incidenza del 100% e gravità del 37%) mentre Monviso è
risultato il meno suscettibile (incidenza del 69% e
gravità del 13%). L'incidenza e la gravità degli altri
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cloni sono state rispettivamente dell'86% e del 10%
(Sirio), del 77% e dell'11% (AF2).
Nel 2007, nella stessa prova dell'anno precedente, non sono state riscontrate differenze statisticamente significative per quanto riguarda l'incidenza e la gravità delle infezioni. Queste sono risultate più contenute rispetto al 2006 con valori medi
rispettivamente del 46% e del 7% contro l'83% e il
34% della stagione precedente. Ciò è probabilmente attribuibile alle differenze climatiche tra le due
annate che, nella seconda stagione, sono state
meno favorevoli alle infezioni di ruggine se confrontate con quelle verificatesi nell'anno precedente quando la malattia è comparsa con circa due settimane di anticipo.
Per quanto riguarda l'ulteriore prova esaminata
nel 2007, i risultati delle elaborazioni statistiche
hanno invece evidenziato differenze significative
in riferimento all'incidenza e alla gravità della fitopatia: il clone Baldo è risultato il meno suscettibile
alla ruggine (incidenza del 43% e gravità del 5%)
mentre il clone AF2 il più suscettibile (incidenza
del 92% e gravità del 22%). L'incidenza e la gravità degli altri cloni sono state rispettivamente del
72% e del 15% (Monviso), del 72% e del 14%
(Orion).
Le osservazioni microscopiche hanno mostrato
la presenza di uredospore (17,5-52,5 x 12,5-27,5
µm), teleutospore (37,5-50 x 5-12,5 µm) e parafisi
(35-77,5 x 7,5-22,5 µm). Le caratteristiche morfo-
Risultati stato fitosanitario pioppo in Umbria...
logiche dell'agente patogeno osservate al microscopio e l'analisi cluster delle dimensioni delle spore
hanno rivelato che l'attacco è stato causato da due
specie fungine: Melampsora larici-populina Kleb.
e Melampsora allii-populina Kleb.
Conclusioni
L'alta suscettibilità alla ruggine fogliare dei cloni di
pioppo sottolinea la necessità di realizzare maggiori e più accurate indagini riguardo agli agenti patogeni causali di tale pericolosa e temibile fitopatia.
Infatti, la possibilità di infezioni naturali miste di
ruggine causate da M. larici-populina e M. alliipopulina nei paesi europei (Pinon e Frey, 1997;
Vietto e Giorcelli, 2000) e la presenza di razze fisiologiche di M. larici-populina richiedono la necessità di un attento monitoraggio delle popolazioni del
patogeno realizzabile tramite l'utilizzo di cloni di
pioppo differenziali e specifici metodi diagnostici
molecolari al fine di delineare la composizione
delle popolazioni fungine, seguirne l'evoluzione nel
tempo e in differenti condizioni ambientali.
Bibliografia
Pinon J., Frey P., 1997. Structure of Melampsora larici-populina populations on wild and cultivated poplar. European
Journal of Plant Pathology, 103: 159-173.
Vietto L., Giorcelli A., 2000. Le malattie del pioppo. Calderini
Edagricole, Bologna, pp.83.
Siti internet
http://www.alasiafranco.it/biomassa.htm
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Progetto Co.Al.Ta. II 115
Studio geomatico delle aree coltivate a tabacco della Toscana e
dell'Umbria
Fiorillo E*, Magazzini P*, Ongaro L*
Introduzione
Il progetto Co.Al.Ta. 2 (Colture alternative al
tabacco, fase 2), nasce come Progetto finalizzato
della Comunità Europea (Regolamento CE n.
2182/2002) nel quadro della lotta al tabagismo e
promosso dal Ministero delle Politiche Agricole e
Forestali, il quale ha affidato ad alcuni enti di ricerca, istituti ed università, il compito di eseguire
studi e sperimentazioni al fine di valutare le possibilità di riconversione della filiera produttiva
tabacchicola con colture alternative.
L'approccio è stato di tipo multidisciplinare con
taglio socio-economico e agronomico, che, con
questa seconda fase, ha interessato tutte le regioni
con contesti tabacchicoli consistenti (Veneto,
Toscana e Umbria, Campania e Puglia) indirizzandosi in particolare verso la sperimentazione in
campo delle colture alternative scelte.
Da qui la necessità di conoscere approfonditamente le caratteristiche dei territori coltivati a
tabacco al fine di valutare sia la sostenibilità
ambientale delle specie alternative scelte, sia le
potenzialità intrinseche dei suoli a sostenere le colture alternative.
Si è quindi provveduto a progettare e realizzare
un sistema informativo geografico che permettesse
sia l'analisi delle risorse del territorio dal punto di
vista climatico, pedologico e morfologico e che
fornisse informazioni sulla potenzialità d'uso dei
suoli riguardo alle colture alternative oggetto di
sperimentazione.
L'indagine ha inizialmente interessato le aree
tabacchicole della Toscana e dell'Umbria, i cui
risultati sono riportati nel presente lavoro, in seguito estesa alla Campania e alla Puglia.
Materiali e metodi
La struttura del progetto
Il progetto ha utilizzato un tipo di approccio di tipo
"olistico", attraverso la correlazione dei dati rileva-
*Istituto Agronomico per l'Oltremare di Firenze - Ministero
Affari Esteri. Via A. Cocchi 4, 50131 Firenze.
Tel. 05550611 Fax 0555061333
e-mail: [email protected]
Fig. 1. Area di studio in Toscana e in Umbria
Fig. 2. Aree di studio in Campania
ti in campagna relativi al clima, ai tipi di suoli, alla
fertilità, alle disponibilità irrigue, alla vulnerabilità,
alle colture presenti o a quelle oggetto di sperimentazione, è possibile, per un determinato territorio,
ottenere dei modelli interpretativi e simulare scenari di riconversione delle aree tabacchicole, che tengano conto delle risorse disponibili in stretta relazione alla sostenibilità dell'ambiente.
Le aree oggetto dell'indagine sono state scelte
sulla base della maggiore superficie occupata da
colture tabacchicole. Per la Toscana, dove la superficie totale coltivata a tabacco ammonta a circa
2.326 ha (dati AGEA 2005), è stata scelta l'area che
comprende la Valdichiana e l'Alta Val Tiberina,
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Le aree sono state individuate sulla base dei
dati disponibili presso gli enti competenti e presso
le Associazioni di categoria, in tal modo si è potuta ottenere una mappatura esatta della distribuzione
delle aree attualmente utilizzate a tabacco o potenzialmente utilizzabili a tabacco (fig. 3).
Per la fotointepretazione delle unità pedopaesaggistiche si è fatto ricorso ad un modello digitale
del terreno con passo medio 20x20m e 40x40m e di
ortofotocarte pancromatiche in scala media
1:10.000 (volo AIMA 2004-2005).
Il progetto si è articolato in tre fasi consecutive,
realizzate nell'arco di due anni, sintetizzato nello
schema riportato in fig. 4
Nei paragrafi che seguono si riportano, in sintesi i risultati relativi alle elaborazioni di analisi spaziale dei dati climatici ed alle elaborazioni di carte
tematiche di potenzialità d'uso dei suoli.
Fig. 3. Distribuzione delle aree coltivate a tabacco in Toscana ed
Umbria)
dove è concentrata la quasi totalità delle coltivazioni di tabacco nella regione, e ha interessato una
superficie totale di 211.000 ha (fig. 1). Per
l'Umbria, che ha una superficie totale coltivata a
tabacco di circa 7.490 ha (dati AGEA 2005), è stata
scelta l'intera val Tiberina, dal confine toscano al
lago di Corbara, per una superficie complessiva di
171.000 ha.
Per le aree campane, sono state localizzate 7
aree corrispondenti ai seguenti lotti di rilevamento
pedologico eseguiti in scala 1:50.000 dalla Regione
Campania negli anni 2003-2005: CP1 - Piana in
destra Sele, Cp3 - Pianura del Volturno, Cp4 Avellinese, Cp5 - Piana in Sinistra Sele, Cp7 Carinolese, Cp11 - Roccamonfina, Cp12 Provincia di Benevento.
Fig. 4. Schema della struttura del progetto
Analisi spaziale dei dati climatici
La rappresentazione di un tema di interesse geografico di natura climatica in un sistema informativo
geografico è generalmente effettuata in modalità
raster. Le informazioni provenienti da stazioni
meteorologiche sono invece di natura puntuale,
quindi si ritiene necessario un trattamento statistico
per questo tipo di informazione. Per passare da una
serie di dati puntuali ad una distribuzione continua
nello spazio, che consenta la rappresentazione cartografica dell'andamento delle grandezze climatiche in esame, si possono impiegare diversi metodi
che si riferiscono al campo della statistica applicata. Qualunque sia la natura della tecnica usata
(metodi basati sulla regressione, metodi geostatistici o altro), lo scopo è stimare il più fedelmente possibile i valori incogniti della variabile oggetto di
studio sull'intero grigliato regolare rappresentato dal raster, a partire da valori noti
solo in alcune posizioni. Il termine spazializzazione indica proprio questo tipo di operazione.
Per le temperature è stata utilizzata la
tecnica della regressione lineare semplice.
Questa tecnica viene utilizzata quando si
ritiene che ci sia una correlazione lineare fra
la variabile dipendente e quelle indipendenti. Un modello di regressione lineare con
due variabili di predizione può essere scritto
come segue:
y(g)=β0 + β1x1 +β2x2 +ε
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geostatistico detto coKriging,
valido quando non c'è una correlazione di tipo lineare fra la
variabile dipendente e quelle
indipendenti. Il Cokriging viene
utilizzato nel migliorare la stima
di una variabile nei siti sprovvisti di misure sperimentali, tutto
ciò si realizza attraverso l'uso
combinato di un'altra variabile,
la quale presenti almeno un
fenomeno di correlazione con la
prima. Questa tecnica è stato
sviluppata da Matheron nel 1971
e non richiede nessuna assunzione sul tipo di correlazione che
deve esserci tra le due variabili.
Fig. 5. Spazializzazione di dati climatici: Temperature e precipitazioni in Valdichiana, Giugno È necessario solo che esse
abbiano un significativo numero
di punti campione in comune per
dove y è la variabile dipendente, nel nostro caso le
temperature da spazializzare, x1 e x2 sono le varia- ottenere una discreta stima del crossvariogramma;
bili indipendenti (in questo caso rappresentate dai la condizione ottimale si ottiene minimizzando la
metadata delle stazioni meteorologiche); β0, β1, varianza dell'errore di stima. La tecnica del cokriβ2 sono i regressori e ε è un termine che esprime ging migliora la stima, poiché è capace di incorpol'errore random . L'ipotesi è che i valori β0, β1, β2 rare interamente la natura e la variabilità spaziale
siano costanti su tutta l'area di studio. Nelle spazia- della correlazione tra le due variabili (x) e y (x). Ciò
lizzazioni da noi effettuate si è così potuto spazializ- non toglie comunque la difficoltà che alcune volte
zare le temperature medie di ogni mese e le medie si incontra con il calcolo del crossvariogramma e la
annuali partendo dai dati della serie storica relativa verifica di correttezza del modello teorico, in modo
alle stazioni meteorologiche presenti nell'area e particolare sé le due variabili non sono ben correlausando come variabili indipendenti un DEM di te tra loro.
passo 20*20m, l'esposizione ricavata dallo stesso
La cartografia tematica di potenzialità d'uso
DEM, la latitudine e la longitudine.
Per le precipitazioni è stato utilizzato il metodo La procedura di valutazione dell'attitudine del ter-
Fig. 6. Spazializzazione di dati climatici: precipitazioni e temperature in Campania, mese di giugno
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Fig. 7. Esempio della Legenda delle Unità Pedopaesaggistiche.
Fig. 8.
Fig. 9.
ritorio ad una utilizzazione specifica, secondo il
metodo della Land Suitability è stato messo a punto
dalla F.A.O., intorno agli anni settanta, con l'obiettivo di stabilire una metodologia di valutazione.
Essa si basa sui seguenti principi:
· l'attitudine del territorio deve riferirsi ad un uso
specifico;
· la valutazione deve confrontare vari usi alternativi;
· l'attitudine deve tenere conto dei costi per evitare
la degradazione del suolo;
· la valutazione richiede un approccio multidisciplinare.
Alla base del metodo è posto il concetto di "uso
sostenibile", cioè di un uso in grado di essere pratiStralcio della Carta dei Pedopaesaggi scala 1:50.000
cato per un periodo di tempo indefinito, senza provocare un deterioramento severo o permanente
delle qualità del territorio.
Nel caso studiato è stata eseguita una fotointepretazione,
eseguita su DEM 20x20 con
l'ausilio
di
ortofotocarte
1:10.000, che ha permesso la
creazione di unità pedopaesaggistiche suddivise in Sistemi,
Sottosistemi
ed
Unità
Cartografiche a scale di dettaglio progressivamente maggiori
(da 1:250.000 per i Sistemi fino
1:50.000 per le Unità) e definite
per morfologie, litologie, usi del
suolo e suoli diversi (fig. 7). I
dati relativi ai suoli dell'area
toscana sono stati reperiti presso
la BD della Regione Toscana
(Banca dati Progetto Carta dei
Suoli 1:250.000)e da bibliografia, per l'area umbra sono stati in
Schema della procedura di valutazione in automatica di potenzialità d'uso dei suoli
parte ottenuti da bibliografia e
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Fig. 10. Scale di rating e classi di potenzialità d'uso del suolo riferite alla coltura del Pioppo da biomassa
per la gran parte rilevati direttamente in campo,
mentre per l'area campana i dati di base sono consistiti in circa 180 profili di suolo campionati e
localizzati con precisione nel corso dei rilevamenti
relativi al progetto Cp della Regione Campania.
I caratteri definiti in legenda, opportunamente
codificati, sono stati inseriti in un Data Base di
Land suitability MS Access che, attraverso il collegamento con tabelle e macro MSExcel, hanno fornito la base dati per l'elaborazione automatica delle
cartografie tematiche, secondo lo schema riportato
(fig. 8).
Si è proceduto quindi a definire le esigenze col-
turali e vegetazionali delle diverse colture oggetto
di sperimentazione e di seguito elencate:
- Artemisia annua
- Stevia Rebaudiana
- Kenaf (Hibiscus Cannabinus)
- Erba medica (Medicago sativa)
- Mais
- Canapa da fibra e biomassa (Cannabis sativa)
- Sorgo da biomassa
- Pioppo da biomassa
Cui si deve aggiungere la valutazione dell'attitudine dei suoli al pascolo ovino e bovino, la valutazione del Rischio Potenziale di Erosione, l'Attitudine
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Fig. 11. Esempi di potenzialità d'uso dei suoli dell'area di studio toscana (Valdichiana e Valtiberina) per il Mais da biodiesel, il Kenaf e il
pioppo da biomassa
dei Suoli allo Spandimento dei Reflui e valutazioni
più genericamente agronomiche quali la FCC (Soil
Fertility Capability Classification System) e la
LCC (Land Capability Classification).
Il risultato finale ha consentito l'elaborazione di
complesse tabelle di rating che hanno fornito, sulla
base dei caratteri vegetazionali e delle esigenze
colturali delle singole specie, valori di riferimento
relativi alle esigenze climatiche, morfologiche,
idrologiche e pedologiche che definiscono 5 classi
di potenzialità d'uso dei suoli, anch'esse inserite del
Data Base di Land Suitability (fig. 9):
S1 - Adatto, con valori di rating tra 85 e 100
S2 - Moderatamente adatto, con valori di rating tra
60 e 85
S3 -Poco adatto, con valori di rating tra 40 e 60
N1-Temporaneamente inadatto, con valori di rating
tra 25 e 40
N2 - Permanentemente inadatto, con valori di
rating tra 0 e 25
I risultati delle elaborazioni automatiche delle
Land Suitabilities per le diverse colture scelte, sono
stati collegati all'archivio geografico vettoriale
della Carta dei Pedopaesaggi, permettendo la tematizzazione delle diverse potenzialità d'uso (figg. 10
e 11).
Risultati, conclusioni e prospettive
I risultati finali del progetto, che ha raggiunto tutti
gli obiettivi prefissati, non sono da considerare sta-
Fig. 12. Carta della potenzialità d'uso del suolo per l' Artemisia annua(a sinistra) e per la Stevia rebaudiana (a destra) in regime irriguo
nell'area Cp3 - Pianura del Volturno
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tici nel tempo, ma hanno la pissibilità di divenire
dinamici soprattutto riguardo al tema della valutazione e della simulazione del comportamento
ambientale in seguito a variazioni colturali o climatiche. Tali prospettive sono facilmente gestibili dal
sistema informativo che è stato creato, implementando e aggiornando continuamente le basi dati con
i parametri necessari alle nuove esigenze che di
volta in volta si vengano a creare. I risultati finali e
le prospettive possono essere sintetizzati come
segue:
- Possibilità di realizzare carte dei pedopaesaggi su
superfici estese (400.000 ha) anche in aree
prive o quasi di informazioni pedologiche grazie all'utilizzo di ortofoto, DEM modelli
descrittivi che riducono in maniera significativa
le indagini in campo.
- Sperimentazione e validazione di metodologie di
valutazione su specie e metodi di coltivazione
mai utilizzati finora (Artemisia, Stevia, Kenaf
ecc.).
- Realizzazione di GIS con sistema "aperto", con
possibilità di estendere le valutazioni a numerose altre specie coltivate e non coltivate.
- Sperimentazione e validazione di modalità di spazializzazione dei dati climatici applicabile a
numerosi altri rilievi di tipo puntuale (erosione
ecc.)
- Possibilità di creare facilmente modelli di simulazione in ordine ai cambiamenti climatici futuri
- Possibilità di implementare con facilità modelli
valutativi per tematiche ambientali quali ad
esempio lo spandimento dei reflui, la vulnerabilità degli acquiferi da nitrati di origine agricola
ecc.
Un ultimo aspetto, non meno importante, è quello
della realizzazione del report finale, contenente
tutti i dati di partenza e le elaborazioni dettagliate
che hanno portato al conseguimento dei risultati
sopra elencati.
Tale report non è previsto nella fase attuale del
progetto, ed è auspicabile che vengano reperite le
risorse necessarie al la sua realizzazione, in modo
da dare completezza all'analisi eseguita e fornire le
basi tecnico scientifiche sulle quali si basano i
risultati sopra esposti.
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degli Studi, 8-11 novembre 1999.
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Le possibili alternative zootecniche alla coltura del tabacco in
Toscanae in Umbria: l'attività del CIRSeMAF
Alessandro Giorgetti1
Introduzione
Nel rispetto dell'obiettivo generale sul potenziamento dell'opportunità di riconversione dei produttori di tabacco verso altre attività, ai sensi dell'art
14 del reg. CE n° 2182/2002, e degli obiettivi specifici previsti nella bozza generale, l'Unità
Operativa CIRSeMAF si è occupata delle possibilità di riconversione in direzione zootecnica e faunistica.
Per quanto riguarda il primo settore l'UO ha inteso
muoversi nel settore della valorizzazione delle produzioni zootecniche tipiche e di qualità, a partire da
razze autoctone già affermate sul mercato o in fase
di recupero, facendo leva sull'esistenza, nelle
regioni considerate, di tipi genetici bovini ed ovini
di grande pregio. Per quanto riguarda il secondo,
sono state valutate le possibilità di creazione di
centri privati di produzione di selvaggina, di aziende agri-turistico-venatorie o comunque istituti faunistici in senso lato che, soprattutto in Toscana ed
Umbria, svolgono un ruolo economico importante.
Entrambi i settori sono infatti ampiamente diffusi
nelle due regioni, anche se si riconosce, allo stato
dei fatti, la necessità di una migliore utilizzazione
delle risorse naturali e professionali e di una ottimizzazione delle produzioni zootecniche eco-compatibili in una logica di filiera e in ambito distrettuale.
Materiali e metodi
Il progetto si è articolato in tre filoni di ricerca e
indagine interdipendenti, ciascuno dei quali comprendente più fasi. Il primo filone ha riguardato lo
studio analitico della tabacchicoltura in Toscana e
Umbria e delle sue possibilità di riconversione. In
una prima fase il lavoro è stato concentrato sull'elaborazione e interpretazione dei dati forniti
dall'INEA,
che
collabora
al
Progetto.
Successivamente, a partire dai risultati degli incon-
1 Direttore del CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze
Zootecniche dell'Università di Firenze.
Via delle Cascine, 5 - 50144 FIRENZE Tel +390553288356,
E-mail: [email protected]
tri con i responsabili dell'Associazione Produttori
di Tabacco e di singoli tabacchicoltori delle due
regioni, è stato predisposto un questionario, che è
stato sottoposto a una settantina di tabacchicoltori,
individuati tra quelli maggiormente interessati ad
una trasformazione, totale o parziale, in senso faunistico o zootecnico oppure già attivi nel settore
delle produzioni animali.
Parallelamente è stato avviato il lavoro nel
secondo filone, che ha previsto la definizione delle
possibili alternative zootecniche e faunistiche, in
funzione dell'estensione delle aziende e delle vocazionalità dei territori interessati. Nei primi mesi di
progetto sono state prese in considerazione numerose alternative, poi ridotte a quelle più facilmente
percorribili, tenuto conto delle preferenze e delle
aspirazioni dei tabacchicoltori, così come andava
progressivamente emergendo dagli incontri con i
singoli, dai risultati del questionario e dalle osservazioni critiche effettuate in campo dal gruppo di
ricerca dell'Unità Operativa.
I primi due filoni di studio si sono praticamente conclusi nell'aprile 2006, e da allora, sulla base
delle indicazioni emerse e dei risultati ottenuti, è
stato avviato il terzo filone di studio, ancora in
corso. In questo viene affrontato lo studio tecnico,
seguito da un'analisi economica, delle alternative
zootecniche o faunistiche considerate più percorribili: 1. produzione di carne bovina con marchio
IGP, 2. caprinicoltura da latte con annessa trasformazione, 3. recupero, conservazione e valorizzazione di tipi genetici animali autoctoni in via di
estinzione, 4. centri privati di produzione di selvaggina da ripopolamento. E' attualmente in corso la
verifica dei punti di forza e di debolezza delle
attuali filiere produttive del settore zootecnico
delle aree interessate e la valutazione delle possibilità di riconversione, con l'identificazione degli
ostacoli strutturali, economici e professionali alle
ipotesi di riconversione.
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La tabacchicoltura in Toscana e le sue possibilità di riconversione
Giorgetti A1, Sargentini C1, Degl'Innocenti P1, Fabeni P1, Lorenzini G1, Tocci R1
Introduzione
Nell'ambito del progetto COALTA 2, in una prima
fase di attività l'U.O. si è avvalsa della collaborazione dell'INEA che ha fornito alcuni dati generali
relativi alle aziende che coltivano tabacco, con particolare riguardo alla regione Toscana. In seguito
sono state studiate circa settanta aziende tabacchicole, in gran parte nelle province di Siena ed
Arezzo sulle quali è stato iniziato un percorso di
studio, a partire dai dati di un questionario appositamente predisposto, volto a verificare le possibilità di una loro riconversione, totale o parziale, in
senso zootecnico o faunistico. Parallelamente sono
state individuate e studiate alcune alternative zootecniche per verificarne le potenzialità e su alcune
di queste sono iniziate sperimentazioni di campo.
Materiali e metodi
I dati raccolti nelle aziende sono stati elaborati calcolando medie, deviazioni standard, e valori massimi e minimi dei vari parametri. Per i metodi impiegati nelle sperimentazioni zootecniche si rimanda
ai capitoli specifici.
Risultati e discussione
Dei circa 35.400 ha coltivati a tabacco in Italia (il
38% circa del totale UE) 2.400 ha sono localizzati
in Toscana, tradizionalmente specializzata nella
produzione di tabacco Kentucky, ma anche produttrice della varietà Bright. La varietà Kentucky,
dopo un periodo di crisi, sembra aver preso nuovo
vigore grazie al rinnovato apprezzamento dei prodotti locali, in particolare del sigaro toscano. Oltre
il 70% delle superfici e delle produzioni tabacchicole della Toscana è localizzata e in provincia di
Arezzo (Val di Chiana e Val Tiberina) e circa il
26% nella provincia di Siena, mentre le province di
Firenze, Pisa e Grosseto continuano ad occupare
una posizione marginale sia in termini percentuali
che di superficie.
1 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze Zootecniche.
Università di Firenze.
Via delle Cascine, 5 50144 Firenze Tel +390553288356;
e-mail: [email protected]
I dati raccolti hanno mostrato grande variabilità nelle caratteristiche generali delle aziende, confermando la scarsa omogeneità già emersa dai dati
INEA. A partire dalla SAU infatti si osserva una
grande differenza tra i valori minimi, tipici di una
piccola azienda a gestione familiare, ed i valori
massimi tipici di aziende a grande produzione.
Molto diffuse sono le piccole aziende, possedute in
genere da agricoltori anziani che coltivano il tabacco per tradizione. Le grandi aziende sono in numero limitato, ma rappresentano una percentuale
molto estesa di superficie agricola interessata dalla
coltura del tabacco. L'effetto dell' OCM tabacco
sembra essere quello che i grandi produttori assimilino quelli minori, quindi lo scenario che si viene
a delineare è quello di pochi grandi produttori interessati al proseguimento della propria attività ed ad
un possibile ampliamento della stessa. La giacitura
delle aziende è in gran parte in pianura, trattandosi
essenzialmente di terreni irrigui. Le trattrici sono in
media 3-4 in ciascuna azienda e tutte le aziende
sono dotate delle varie attrezzature necessarie alle
lavorazioni. Gli edifici, di differente ampiezza e
tipologia, presentano comunque una cubatura
media consistente che consentirebbe l'eventuale
conversione in stalle o locali di trasformazione. Gli
essiccatoi sono sempre presenti, anche se spesso
sono di carattere provvisorio (di solito costruiti in
lamiera). Le attività precedenti degli intervistati
interessavano per il 24% il settore zootecnico, per
il 32% quello agronomico, per il 13% entrambi. Il
27% degli intervistati svolgeva attività diverse da
quelle agricole. In alcuni casi tali attività sono
ancora oggi praticate dagli imprenditori agricoli.
La manodopera fissa varia in media da 2 a 3 unità,
rispecchiando la caratteristica della conduzione
familiare tipica della coltura. La media dei lavoratori stagionali è di 4-5 persone poiché alcune tipologie di tabacco richiedono una lavorazione artigianale che determina un alto fabbisogno di manodopera, che spesso si basa sullo scambio di aiuto tra
familiari e amici. Il valore delle quote è mediamente alto, a dimostrare la vocazione di queste
zone della Toscana verso la coltura del tabacco. Il
Bright ed il Kentucky sono le varietà più coltivate,
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l'Havana ed il Burley sono coltivati seppur in
minori superfici.
Tra le attività alternative o integrative alla coltura del tabacco indicate come possibili dai coltivatori, quella zootecnica risulta la più frequente (Fig.
1) ed è relativa all'allevamento di bovini da carne
di razze autoctone (prevalentemente Chianina), e in
minor misura ad altre specie (equini, suini, ovini).
Solo alcuni seguirebbero alternative di tipo agronomico, tra le quali l' unica su cui viene riposta fiducia è quella delle biomasse. Altri settori di interesse, seppur in modo più limitato, sembrano essere
quello agrituristico e quello faunistico.
L'analisi a livello provinciale ha evidenziato
differenze marcate tra Arezzo e Siena, sia come
caratteristiche intrinseche aziendali che come
disponibilità alla riconversione. sembrano più diffuse in provincia di Siena. Alle 5 alternative prospettate nelle fasi iniziali di svolgimento del progetto (Costituzione di centri di ingrasso per bovini da carne, Allevamento di capre da latte con
annessa trasformazione, Allevamenti di piccole
specie, Allevamenti equini, Allevamenti di struzzo, Produzione di fauna selvatica) alla fine del
primo anno di attività, sulla base degli incontri
con i tabacchicoltori, ne è stata aggiunta una, poi
risultata per molti versi la più interessante, rappresentata dall'allevamento bovino, sia dei riproduttori che dei produttori di carne, secondo sche-
La tabacchicoltura in Toscana .....
Fig. 1. Alternative alla coltura del tabacco indicate dai coltivatori
mi riferibili alla linea vacca/vitello. Un certo interesse è manifestato verso attività faunistiche,
anche se le competenze presenti nel settore sono
di gran lunga inferiori. Meno apprezzate ma presenti appaiono le alternative riguardanti i caprini
e l'allevamento di soggetti di razze autoctone, di
diverse specie. L'attrattiva, in quest'ultimo caso,
dipende dai contributi che la Regione Toscana
eroga per l'allevamento di razze in via di estinzione, quando queste sono presenti nel "paniere"
delle razze riconosciute a livello regionale. Invece
sono state "congelate" le alternative: Costituzione
di centri di ingrasso per bovini da carne,
Allevamenti di piccole specie, Allevamenti di
Struzzo. Tali alternative risultano di difficile
attuazione o di scarsa o nulla predilezione da
parte degli attuali tabacchicoltori
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Le alternative zootecniche e faunistiche alla coltura del tabacco in Umbria
M. Pecchiai, L. Bianchi, C. Casoli1
Introdzione
In Umbria la tabacchicoltura rappresenta un settore
agricolo di notevole importanza, con una superficie
destinata a questa coltura pari a 8567,35 ha che corrisponde al 24,20% dei 35.401,46 ettari coltivati a
tabacco a livello nazionale (Fig. 1). Nella regione
sono presenti 714 aziende, di cui 699 in provincia di
Perugia (97,90 %) e 15 in provincia di Terni (3,10
%). Della superficie totale a tabacco, 8304,63 ha,
pari al 96,93%, si trovano in provincia di Perugia e
262,72 ha, pari al 3,07%, in provincia di Terni. La
superficie media aziendale destinata a questa coltura
è di 15,95 ± 22.43 ha (PG: 16,06 ± 22,96 ha; TR:
14,29 ± 12,27 ha), con valori estremi compresi tra
0,20 e 150,91 ha (PG: 0,20 - 150,91; TR: 1,89 - 38).
La classe di ampiezza più rappresentata è la A (< 10
ha a tabacco), dove ricadono 445 aziende (PG: 441;
TR: 4), pari al 62,32 % del totale. Segue la classe B
(10 ÷ 50 ha a tabacco) con 251 aziende (PG: 240;
TR: 11) corrispondenti al 35,15 % del totale. Nelle
classi C (50 ÷ 100 ha a tabacco) e D (>100 ha a
tabacco) si trovano rispettivamente solo 12 e 6
aziende, tutte in provincia di Perugia (Tab. 1).
Materiali e metodi
Ai fini del progetto, in collaborazione con le
associazioni di categoria, sono stati compilati 21
questionari e visitate 4 aziende agricole tra le più
rappresentative.
Risultati e discussione
Le aziende del campione sono tutte a conduzione
familiare con impiego di manodopera avventizia
(soprattutto straniera). Presentano superfici da 5,95
a 180 ha con terreni di proprietà e in affitto.
La giacitura dei terreni aziendali è per il 54,5 % in
pianura e per il 45,5% in collina. La percentuale
delle superfici destinate a tabacco va da un minimo
del 28% ad un massimo dell'85%, le restanti superfici vengono coltivate principalmente a seminativi
(frumento, orzo,mais), ortaggi (peperoni, pomodo1 CIRSeMAF - DBVBAZ,
Università degli Studi di Perugia
B.go XX giugno, 74 - 06121 Perugia.
Fig. 1. Distribuzione della superficie italiana coltivata a
tabacco
ri, cavoli, zucchine), ortive da seme (cipolle, insalate). I fabbricati presenti sono utilizzati come
essiccatoi, rimesse attrezzi e abitazioni e vanno da
un minimo di 100 m2 ad un massimo di 1520 m2. I
macchinari in dotazione sono rappresentati da trattori, aratri, seminatrici, sarchiatrici, erpici, spandiconcime, botti per trattamenti. Quindi, macchinari
speciali per il tabacco, quali trapiantatrici e raccoglitrici. Il tabacco è, generalmente, la principale
fonte di reddito. La produzione annuale va mediamente dai 4,2 a 300 t con un prezzo che oscilla da
800 a 3850 €/t per la varietà Kentucky. Tra gli
imprenditori contattati, solo 3 hanno svolto attività
zootecnica (bovini da carne) dagli anni '70 alla fine
degli anni '90. Dalle interviste effettuate, è risultato che tutti gli imprenditori sono informati circa la
riforma dell'OCM TABACCO - Reg. CE 864/04 e manifestano un certo grado di incertezza dovuto,
principalmente, alla mancanza di valide alternative
alla tabacchicoltura e di proposte in merito da parte
delle istituzioni competenti.
I principali problemi da affrontare sono: l'alto reddito garantito dalle produzioni di tabacco (di cui
una quota importante era finora costituita da contributi) e non raggiungibile, attualmente, con le altre
colture; la presenza di strutture e attrezzature non
riconvertibili, quali forni e macchinari per il trapianto e la raccolta. Attualmente, alcune aziende
integrano il reddito con coltivazione di altri seminativi, ortaggi ed ortive da seme; è emerso, inoltre,
l'interesse per la possibile introduzione di coltivazioni a scopo energetico (colza, girasole, mais) o
per la produzione di fibra tessile (canapa). Le
nuove colture, tuttavia, comportano interrogativi
inerenti il reddito conseguibile e le possibili vie di
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Le alternative zootacniche e faunistiche ....
Tab. 1. Suddivisione delle aziende a tabacco in base alle classi di ampiezza, alla provincia e alla regione
commercializzazione.
Per quanto riguarda possibili riconversioni in
ambito zootecnico, alcuni allevatori sarebbero interessati ad avviare allevamenti, principalmente, di
vacche nutrici chianine nelle aree collinari, evitando di dedicarsi a tipologie di allevamento che
necessitano di investimenti per la costruzione di
ricoveri, etc. Va, comunque, sottolineata la generale mancanza di esperienza in zootecnia, che potrebbe richiedere opportune attività di formazione. In
definitiva, gli imprenditori manifestano interesse
verso ogni proposta che permetta loro di raggiun-
gere risultati economici paragonabili alla coltivazione del tabacco; tuttavia, dalle interviste, è emersa una certa sfiducia sulle possibili alternative a
questa attività.
Bibliografia
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diversificazione e multifunzionalità". Regione dell'Umbria,
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INEA. Risultati tecnico-economici delle aziende agricole
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Progetto Co.Al.Ta. II 129
La zootecnia “consolidata” da carne: la razza Chianina
Sargentini C1
Introduzione
Secondo il Piano Zootecnico Regionale
(Supplemento B.U.R.T. n.26 del 30.06.2004) la
Chianina, particolarmente diffusa nelle province di
Siena ed Arezzo, è la razza bovina più allevata
nella regione, facendo registrare un costante incremento della numerosità dall'anno 2000. "…Questo
andamento contraddice in parte l'andamento generale delle consistenze dei bovini da carne che invece hanno mostrato una flessione diffusa. Il dato può
essere spiegato da una sostanziale "tenuta" degli
allevamenti di qualità meglio organizzati rispetto
agli altri… Per Chianina, Romagnola e
Marchigiana è attivo il riconoscimento comunitario
IGP "Vitellone Bianco dell'Appennino Centrale".
Lo strettissimo legame che unisce la razza
Chianina al suo territorio è testimoniato non solo
dal nome, ma anche dalla sua storia e dalla sua
attualità. Scopo del presente lavoro è quello di
valutare la possibilità di considerare l'allevamento
di bovini di razza Chianina un'alternativa alla coltura del tabacco in funzione del Reg. (CE) n.
864/2004.
Materiali e metodi
Vengono descritti le origini, la storia, la diffusione,
le caratteristiche morfologiche, produttive e riproduttive ed i sistemi di allevamento della razza
Chianina nelle province di Arezzo e Siena, le più
interessate sia dalla coltura del tabacco che dall'allevamento di bovini di razza Chianina.
Risultati e discussione
La razza Chianina è originaria della Val di Chiana,
area geografica tra Toscana ed Umbria, situata tra il
fiume Paglia e l'Arno corrispondente a quella dell'antico bacino Clanis Aretinum ricordato da Plinio
il Vecchio (Hist. Nat. III, 52-54), "…lunga 57 km e
larga 20 km circa, compresa tra le provincie di
Arezzo…(Arezzo, Castiglion Fiorentino, Civitella
della Chiana, Cortona, Foiano, Lucignano,
1 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze Zootecniche.
Università degli Studi di Firenze. Via delle Cascine, 5 - 50144
FIRENZE; Tel. 055 3288333; Fax 055 321216;
Marciano e Monte San Savino), di Siena (Cetona,
Chianciano, Chiusi, Montepulciano, San Casciano
dei Bagni, Sarteano, Sinalunga e Torrita), e per
breve tratto in quella di Perugia (Castiglion del
Lago, Città della Pieve e Tuoro) e Terni
((Monteleone d'Orvieto e Fabro). L'aspetto generale della Val di Chiana è quello di una vasta pianura
orizzontale, delimitata da colline ubertosissime, ad
eccezione del tratto fra Cortona e Arezzo che è
costituito da monti aspri e brulli" (Marchi e
Mascheroni, 1925). La razza è attualmente diffusa,
con diversa consistenza, su tutto il territorio nazionale (ANABIC, 2006). La grande capacità di adattamento all'ambiente, in gran parte dovuto ad alcune sue caratteristiche morfologiche, ha fatto sì che
si sia diffusa sia in ambienti particolarmente caldi
(Brasile) che freddi (Canada). La Chianina è la
razza bovina di maggior mole, potendo raggiungere, i tori, 180 cm di altezza al garrese e 16 q.li di
peso vivo. Il mantello bianco porcellana, costituito
da peli bianchi su cute ardesia, la rende tollerante
alle radiazioni solari, determinando l'eccellente
capacità di adattamento anche ai difficili ambienti
tropicali. La pigmentazione apicale è nera. Nei
primi mesi di vita il mantello è di colore fromentino. La testa è leggera con profilo rettilineo e corna
corte a sezione ellittica, nere fino a due anni, bianco-giallastre alla base e nere in punta successivamente. Il collo è corto e muscoloso, con gibbosità
pronunciata nei tori e giogaia leggera.. Il tronco è
cilindrico con il dorso e i lombi, da cui si ottiene la
famosa "bistecca fiorentina" lunghi, larghi e
muscolosi. Groppa, cosce e natiche sono ampie e
muscolose. Il profilo della coscia non appare tuttavia eccessivamente convesso a causa dello sviluppo in lunghezza delle masse muscolari. Gli arti
infatti sono più lunghi rispetto alle altre razze da
carne. L'elevata statura è uno dei caratteri che, trasmissibile ai prodotti d'incrocio, hanno maggiormente contribuito alla sua diffusione oltre Oceano
consentendo il pascolamento anche in zone caratterizzate da essenze vegetali di grande sviluppo. Il
peso adulto è di 1200-1500 kg per i maschi, 8001000 per le femmine. L'età al primo parto delle è di
33 mesi e l'interparto medio di 14 ( Franci et al.,
1998).
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La razza chianina
130 Sargentini
La razza è allevata prevalentemente in aziende
di piccole e medie dimensioni (Sargentini e
Acciaioli, 2006). L'87,7% degli allevamenti è
situato in zone collinari e di montagna; il rimanente 12,3% si trova in aziende di pianura. Sia in Val
di Chiana che in Val Tiberina si pratica prevalentemente il ciclo chiuso con allevamento dei riproduttori ed ingrasso dei vitelli, mentre poco diffuso è il
ciclo aperto, con la sola fase d'ingrasso dei vitelli
da ristallo in centri che provvedono al finissaggio,
alla macellazione e alla vendita e commercializzazione della carne. L'allevamento dei riproduttori in
alta collina è generalmente di tipo semibrado, con
una stagione di pascolamento compresa tra maggio
e ottobre, ed interessa aziende di piccole e medie
dimensioni. I ricoveri invernali seguono generalmente le tipologie della stabulazione fissa o forme
più o meno eterodosse di stabulazione libera. In
pianura sono più diffusi, anche per i riproduttori,
sistemi intensivi in stalle aperte, anche se non sempre secondo gli schemi classici della stabulazione
libera e talvolta addirittura in stalle chiuse a posta
fissa tipiche delle tradizionali aziende mezzadrili. I
vitelli vengono ingrassati in box multipli, con lettiera permanente o semipermanente, dotati o meno
di paddok esterni. L'alimentazione è basata essenzialmente su fieno e concentrati. La razione alimentare delle fattrici risulta mediamente inferiore
ai fabbisogni soprattutto nei periodi critici, mancando una diversificazione tra fase d'asciutta,
prima e seconda fase di lattazione (Cianci, 2003).
Anche le razioni dei vitelli risultano, fino ad un
anno di età, inadeguate, soprattutto dal punto di
vista proteico, particolarmente importante nel
periodo in cui è più attiva la sintesi di tessuto
muscolare. Nella fase di finissaggio invece le
razioni appaiono spesso sbilanciate per eccesso sia
di energia che di proteina (Cianci, 2003) con notevole spreco dal momento che i processi di proteinogenesi sono in questa fase oramai attenuati. Per
la razza Chianina, come per la Romagnola e per la
Marchigiana, che sono protette dal marchio
"Vitellone bianco dell'appennino centrale", nei 4
mesi che precedono la macellazione non devono
essere utilizzati insilati e sottoprodotti dell'industria. Il disciplinare prevede che la razione debba
assicurare livelli nutritivi alti o medio alti (maggiori di 0.8 U.F./Kg di s.s.) ed una quota proteica compresa tra il 13% ed il 18% in funzione dello stadio
di sviluppo dell'animale. Le migliori prestazioni si
ottengono da vitelloni alimentati con razioni ad
elevato livello nutritivo e macellati a 16-18 mesi di
età ad un peso di 650-750 kg. Le rese al macello
sono del 62-63%. Le carni, anche a pesi elevati,
presentano ottimi parametri fisici (colore, tenerezza e capacità di ritenzione idrica) e chimico-nutrizionali, con un basso tenore in lipidi intramuscolari(Sargentini e Acciaioli, 2006). Questi sono rappresentati peraltro da un'alta percentuale di acidi
grassi monoinsaturi e presentano un rapporto
polinsaturi/saturi ottimale per l'alimentazione
umana.
La buona tenuta della razza Chianina all'interno
del comparto zootecnico toscano e l'ubicazione
degli allevamenti sul territorio regionale (Val di
Chiana e Valtiberina) sembrano poter indicare nell'allevamento bovino da carne destinato alle produzioni di qualità un'alternativa alla produzione di
tabacco.
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Progetto Co.Al.Ta. II 131
La zootecnia quale alternativa alla coltura del tabacco
nell’Italia centrale:la produzione di carne di qualità con la
razza Chianina
Fabeni P1
La possibilità dell'alternativa zootecnica
Durante i sopralluoghi effettuati presso i produttori di tabacco della provincia di Arezzo è risultato
che alcuni di loro hanno già intrapreso la strada
della zootecnia quale futuro sviluppo per la propria
azienda agricola. E' inoltre interessante notare che
alcune delle strutture utilizzate per l'essiccazione di
tabacco sono in realtà antiche strutture zootecniche. Gli agricoltori sono consapevoli di trovarsi in
un momento di transizione verso un nuovo settore
produttivo ed esclusi pochi produttori, restii a qualunque ipotesi alternativa, quasi tutti sono interessati al settore zootecnico. Questa opzione sembra
avvalorata da una seppur modesta conoscenza del
comparto produttivo zootecnico da buona parte dei
produttori di tabacco, che hanno sempre affiancato
questa produzione a quella di un ristretto numero di
bovini o suini. L'alternativa zootecnica sembra in
molti casi la via d'uscita da una situazione alquanto compromessa dell'agricoltura di settore, anche
se sarebbe necessario un adeguato periodo di formazione e aggiornamento sulle produzioni animali, in particolare per i nuovi imprenditori.
La produzione di carne bovina secondo
l'IGP. "vitellone bianco dell'Appennino
centrale".
L'estensione geografica dei confini dei mercati
agricoli e la crescente liberalizzazione degli scambi hanno determinato rapidi mutamenti nel quadro
competitivo internazionale e, se da una parte ciò
apre nuove opportunità per la filiera agroalimentare, dall'altra determina l'affermazione di minacce
rilevanti. L'agricoltura europea non può vincere la
concorrenza globale omologandosi ai modelli
dell'America e dell'Oceania, e neanche a quelli
dell'Asia e dell'Africa; deve avere un modello auto-
1 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze Zootecniche.
Università degli Studi di Firenze. Via delle Cascine, 5 - 50144
FIRENZE; Tel. 055 3288333; Fax 055 321216
nomo, competitivo e differenziato. In questo senso
la qualità organolettica e dietetica, la specificità e
la tipicità d'origine delle produzioni sono tra le
principali leve di intervento ed in particolare un
patrimonio fondamentale dell'agricoltura italiana.
Nelle aree del centro Italia interessate dalla coltura
del tabacco sono presenti molti prodotti agroalimentari di pregio. In particolare, riferendosi alle
aree della Valdichiana e della Valtiberina, dove il
tabacco è largamente coltivato, è considerevole la
quota crescente di produzione di carne proveniente
dalle produzioni del “vitellone bianco dell'
Appennino centrale” a marchio IGP, ovvero la
carne prodotta da bovini delle razze Chianina,
Marchigiana o Romagnola, macellati ad una età
compresa tra i 12 e i 24 mesi, nati, allevati e macellati all'interno dell'area di produzione nel rispetto
del disciplinare di produzione.
Il ruolo della Chianina nella realtà zootecnica toscana
Gli allevamenti di Chianina in Toscana appartengono a due gruppi principali: a ciclo chiuso, con allevamento sia dei riproduttori che dei vitelloni fino
alla macellazione e allevamenti di solo accrescimento-ingrasso. Il campione di aziende toscane
esaminate nel primo anno di attività, tutte situate in
provincia di Arezzo, appartiene al secondo gruppo
e presenta peculiarità molto marcate. Si tratta di
allevamenti di piccole dimensioni in cui l'attività
può anche assumere caratteri complementari
rispetto all'economia dell'intera azienda, e risulta
esclusivamente centrata sull'ingrasso di capi di
Chianina acquistati presso allevatori delle aree
limitrofe al termine del periodo di svezzamento. Le
razioni alimentari adottate dipendono sia dal tipo
genetico dei capi allevati sia dalle condizioni pedoclimatiche delle aree in cui sono localizzate le
aziende, che indirizzano le scelte colturali per la
produzione aziendale di foraggi destinate all'alimentazione del bestiame. Il silomais è praticamente assente nei piani colturali degli allevamenti di
Chianina, che dispongono in media di 11 ha di
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132 Fabeni
La zootecnia quale alternativa .....
opportuna l' erogazione di servizi reali.
Si tratta di dare risposte ad una serie di
esigenze manifestate dalle imprese
sostanzialmente su più versanti: comunicazione aziendale, organizzativa,
organizzativa/commerciale/marketing,
gestionale/commerciale/aziendale,
ecc.. a cui alcune figure professionali
esterne possono dare risposta concreta.
Fig. 1 Ripartizione colturale negli allevamenti a ciclo aperto della Toscana
Di fatto è un'attività di cooperazione
(2004)
con l'impresa richiedente secondo i
superficie per le foraggere impiegate, pari al 69% criteri del tutoraggio, sia pur per singole aree d'intedella SAU aziendale. La razione alimentare in que- resse. Infine appaiono opportune iniziative collettisti allevamenti si caratterizza per l'utilizzo di fieno ve finalizzate a creare un contesto organizzativo e
come principale foraggio di produzione aziendale. di servizio non centrato a favore della singola
La sua produttività ad ettaro è notevolmente infe- impresa ma dell'insieme di queste. Si tratta in altri
riore rispetto al mais, e questo costituisce uno dei termini di strutturare una serie più o meno espansa
vincoli strutturali alla possibilità di raggiungere di iniziative ed azioni in grado di supportare la comdimensioni più elevate, però la qualità del prodotto mercializzazione della carne Chianina. A titolo
finale (carne), viene ulteriormente esaltata. I prati esemplificativo si può considerare la creazione di
di erba medica e i prati stabili occupano più del un consorzio di produttori che integrando le diverse
50% della SAU, che per la parte rimanente è colti- attitudini aziendali e tecniche supportino completavata ad orzo (19%), mais (granella) e frumento mente ed efficientemente la rete di produzione e
duro, di cui viene utilizzata la paglia come lettiera. commercializzazione dei prodotti.
La composizione delle razioni alimentari differisce
secondo il tipo genetico e l'età in cui il vitello fa il Riferimenti bibliografici
suo ingresso in stalla, come è mostrato nella tabel- ISMEA - Dir. Mercati e risk management - U.O. Analisi economiche e finanziarie. Indagine sull'Analisi del costo e della
la 1. che riporta la composizione media delle razioredditività della produzione di carne bovina. CRPA - Centro
ni adottate dagli allevamenti analizzati.
ricerche produzioni animali, 2006.
Proposte
Per il miglioramento produttivo ed economico del
comparto possono essere utili iniziative di formazione e aggiornamento tecnico, sia nel settore della
produzione (alimentazione del bestiame, tecniche e
sistemi di allevamento, età e pesi di macellazione)
che del marketing, attraverso seminari tematici,
con taglio operativo e pragmatico del tipo informazione-formazione-consulenza. Inoltre appare
Lucifero M., Pilla A.M. II miglioramento genetico: organizzazione, evoluzione, proposte, Atti del Convegno Nazionale
su "Le razze bovine bianche da carne dell'Italia Centrale",
Accademia dei Georgofili, Firenze, 1984.
Mariotti L. Aspetti e problemi del settore zootecnico bovino da
carne in Umbria, Tesi di Laurea, Istituto di Economia e
Politica Agraria, Perugia,1978.
Salvini E. Produzione del vitello da ristallo in allevamenti estensivi, INEA-Osservatorio di Economia Agraria per la
Toscana, Firenze, 1983.
Mondini S. Razze italiane da carne: marchio di qualità e garanzia del consumatore, Informatore Zootecnico, 1987; 17.
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Progetto Co.Al.Ta. II 133
L’allevamento della capra da latte: struttura dell’allevamento
biologico
Lorenzini G1, Martini A1, Sargentini C1, Giorgetti A1
Introduzione
L'allevamento caprino, soprattutto per la produzione aziendale di formaggio, può rappresentare, in
particolari situazioni, un' alternativa o una fonte
integrativa importante alla coltivazione del tabacco. Dopo un significativo incremento del numero
di capi nei primi anni '90, la consistenza del patrimonio caprino in Italia è attualmente in diminuzione. Oggigiorno le capre sono allevate di preferenza
in greggi di 60-200 capi. La produzione principale
è quella di latte che viene lavorato direttamente in
azienda. Esso infatti, pur essendo un alimento particolarmente pregiato e con elevate caratteristiche
organolettiche, non sempre è raccolto nei caseifici,
almeno in Toscana, dove non esiste una produzione tradizionale di formaggio come avviene nel
Nord Italia. Un'attenzione crescente sembra
comunque interessare prodotti con marchi IGP o
ottenuti secondo il disciplinare biologico. I dati
ISTAT del V° Censimento Generale dell'Agricoltura mostrano come il patrimonio caprino toscano
dal 1990 al 2000 abbia subito una preoccupante
contrazione sia nel numero dei capi allevati (48,5% ) che nel numero delle aziende (- 55,2%).
Questa diminuzione è imputabile principalmente
alla crisi strutturale cui è andata incontro la zootecnia, che ha determinato la rarefazione degli allevamenti familiari e di quelli di dimensioni ridotte non
specializzati. Gli allevamenti ovi-caprini hanno
potuto attingere meno di altri alle risorse disponibili per far fronte ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione dei mercati ed all'adeguamento alle
nuove norme di produzione, come quella ad esempio sulla qualità igienico-sanitaria. A quelli strutturali si sono aggiunti poi, nel comparto, altri fattori
congiunturali quali le emergenze sanitarie (Blue
Tongue, Scrapie, ecc.), i cambiamenti socio-culturali, ed i consumi fortemente legati alla tradizione.
Per valutare le potenzialità dell'allevamento biolo-
1 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze zootecniche
dell'Università di Firenze, via delle Cascine, 5. 50144 Firenze.
Tel. 055 3288357. Fax 055 321216.
e-mail [email protected]
gico per la produzione di latte caprino caseificato
in azienda vengono di seguito esposte le caratteristiche di questo indirizzo produttivo.
Allevamento
In allevamento biologico le capre vengono allevate esclusivamente a stabulazione libera. La superficie coperta a disposizione è di almeno 1,5 m² per
ogni animale adulto e 0,35 m² per i capretti. Il fronte di mangiatoia è di almeno 35-40 cm/capo. Il
pascolo dovrebbe essere garantito quotidianamente
con un carico massimo di 13,3 capre/ha, corrispondenti alla distribuzione di 170 kg N/ha/anno, valore massimo stabilito dalla Dir. 91/676/CEE. Il
pascolamento si dimostra necessario sia per rispondere ai naturali fabbisogni alimentari in modo soddisfacente ed economico sia per garantire il benessere degli animali scongiurando disordini o turbe di
tipo comportamentale (aggressività), talvolta
riscontrabili in allevamento intensivo. In mancanza
di pascoli, o se questi sono troppo lontani dall'azienda, devono essere assicurati comunque paddock esterni dove gli animali possano muoversi
liberamente. Queste aree di esercizio dovrebbero
essere dotate di tronchi, pietre e scarpatine per permettere agli animali di saltare e arrampicarsi e
manifestare così i comportamenti specie-specifici.
Dal punto di vista riproduttivo la capra viene
definita poliestrale stagionale: essa concentra cioè
in un periodo dell'anno (nei nostri climi da agosto
a gennaio) la propria attività ovarica che si ripete,
in assenza di gravidanza, a cicli regolari di 21 giorni circa, per tutto il periodo con fotoperiodo decrescente o negativo. Il becco segue l'attività sessuale
della capra con una maggior libido nello stesso
periodo. Il primo calore si manifesta a 6-7 mesi e la
carriera riproduttiva è di 7-10 anni. Il calore può
durare dalle 12 alle 48 h; il momento più fertile
sembra essere quello che precede di poche ore il
calore stesso, questo interessa nel caso si proceda
alla fecondazione artificiale. Nel caso in cui i
maschi vengano lasciati liberi nel gregge si autoregolano senza la necessità di alcun intervento. In
genere calori sono sincroni e non è raro che nel giro
di pochi giorni tutti i capi adulti manifestino l'estro;
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134 Lorenzini et al
Tab. 1. Fabbisogni alimentari
questa sincronizzazione aumenta quando si immette il becco dopo un periodo di isolamento. La
gestazione dura in media 5 mesi (135-160 giorni).
Organizzazione del lavoro
Annualmente il lavoro inizia con la stagione dei
parti, a cui segue l'inizio della lattazione e lo svezzamento dei capretti che può essere naturale o artificiale. Questo periodo è compreso di norma tra
gennaio e le festività pasquali, quando i capretti da
macello vengo venduti e le femmine da allevamento svezzate. Nel caso in cui si adotti, per motivi
economici e organizzativi, lo svezzamento artificiale, la fase di lattazione, in cui è effettuata la
mungitura, inizia alla fine dei parti e contemporaneamente inizia l'allattamento dei capretti. Durante
la lattazione gli orari delle operazioni di stalla sono
mantenuti abbastanza costanti e l'insieme dei lavori in stalla sarà minore; con il procedere della stagione primaverile/estiva, a seconda della latitudine,
si dovranno comunque adeguare gli orari di foraggiamento, perchè con il caldo gli animali tenderanno a rimanere più volentieri in stalla durante le ore
centrali del giorno e a pascolare in quelle più fresche. In estate inoltrata, con l'inizio dei calori, ven-
L’allevamento della capra da latte ....
gono immessi nel gregge i maschi.
All'inizio dell'autunno comincia la
messa in asciutta delle capre passando ad una sola mungitura giornaliera.
Terminata la lattazione le operazioni
di stalla consistono in due foraggiate
giornaliere e nell'uscita al pascolo
durante le ore più calde.
Alimentazione
L'alimentazione deve provenire al
95% da agricoltura biologica e di
questo il 50% deve essere prodotto in
azienda. Durante la primavera e
l'estate predomina l'erba fresca, in
inverno il fieno. Le capre in lattazione, ricevono farine di cereali come
mangime integrativo. La razione
deve essere sempre costituita per almeno il 60% da
foraggi mentre i concentrati non devono rappresentare più del 40%. La capra, i cui fabbisogni alimentari sono riportati in tabella 1, ha grande capacità di ingestione ed è capace di utilizzare anche
alimenti poco pregiati. Riesce a digerire fino al
90% della cellulosa (contro il 70% della pecora) e
disperde, rispetto alla pecora, meno azoto per digestione ruminale: 11% contro il 36%.
Importante ai fini di una corretta alimentazione è
il rapporto nella razione fra calcio (Ca) e fosforo (P);
l'utilizzazione migliore si ha quando nella dieta il
loro rapporto (Ca/P) è compreso fra 1,2 e 2, anche se
tutti i ruminanti tollerano anche rapporti più elevati
(fino a 7). Il consumo di calcio e fosforo negli animali da latte è molto forte. Molto ricchi di calcio sono i
foraggi di leguminose mentre il fosforo è presente
soprattutto nei cereali e nella crusca.
Riferimenti bibliografici
Reg UE 2092/91
Reg UE 1804/99
Dir. 91/676/CEE.
Piano Zootecnico Regionale Toscano, 2000
AAVV. - Atti del convegno Arsia "Il germoplasma della
Toscana: tutela e valorizzazione", 1999.
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Progetto Co.Al.Ta. II 135
Attualità e prospettive della razza suina cinta senese
Bozzi R1
In Italia la spesa delle famiglie dagli anni '70 ad
oggi ha visto aumentare la quota destinata
all'alimentazione e questo aumento è ancora più
evidente per la quota della ristorazione. In tale
contesto le tendenze del consumo di carne in
Italia hanno visto un aumento notevole della
quota di carne di maiale passando dai 7-8
kg/anno/pro-capite ai 30 del 2001 (Fig. 1).
Questo aumento rilevante ha senza dubbio
influenzato in misura preponderante la diffusione, anche sul nostro territorio, di razze cosmopolite inizialmente anche a scapito di genotipi
autoctoni in precedenza allevati.
Sul finire degli anni '80 però la maggior disponibilità di reddito della popolazione e la maggior consapevolezza nei confronti di un'alimentazione equilibrata ha portato ad una rapida espansione di razze
locali. Queste razze sono caratterizzate da performance produttive e riproduttive sicuramente non
eccellenti ma al tempo stesso presentano ottime
caratteristiche organolettiche delle carni e sono allevate con sistemi più confacenti alle attuali esigenze
dei consumatori.
La Cinta Senese (Fig. 2), originaria della
Montagnola Senese, ha incrementato notevolmente
la sua numerosità in questi ultimi dieci anni e viene
allevata prevalentemente outdoor sfruttando le risorse del bosco e l'integrazione alimentare nei periodi di
ridotte disponibilità alimentari.
I prezzi raggiunti dai prodotti di Cinta Senese
sono stati in questi anni sicuramente competitivi (il
prezzo del suino vivo è stato anche doppio rispetto a
quello dei genotipi classici); in questo ultimo periodo
si è peraltro rilevata una tendenza sempre più marcata al riallineamento dei prezzi dei prodotti di Cinta
Senese con quelli dei suini tradizionali in virtù di
un'eccessiva frammentazione dell'offerta a fronte di
una domanda concentrata in larga parte nella GDO.
La "nicchia di mercato" a disposizione del prodotto è
tutto sommato di entità ragguardevole, considerata la
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TF 0553288355 FAX 055321216
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diffusione locale del prodotto e la possibilità di occupare spazi di mercato destinati a prodotti con caratteristiche organolettiche peculiari (i.e. lardo stagionato) ed alla luce di tutto ciò un'eventuale conversione
delle aziende che coltivano tabacco ad aziende zootecniche è senza dubbio plausibile ed economicamente conveniente.
È ovvio che dovranno essere interessate da tale
conversione quelle aziende che presentano terre idonee all'allevamento suino outdoor; potranno essere
considerate quelle aziende che riescono a far coesistere le produzioni agronomiche (mais, grano, orzo,
ecc….) con il successivo pascolo in campo dei suini
ed eventualmente sarebbe auspicabile la presenza di
una zona di bosco per la fase di finissaggio (castagna
e ghianda) dei soggetti da ingrasso. A proposito del
bosco non va sottaciuto che, nelle condizioni italiane,
questo può fornire alimento solo per un ristretto
periodo di tempo e il carico animale ad ettaro deve
essere in ogni caso tenuto molto basso per la salute
del bosco stesso; carichi superiori ad 1 capo ad ettaro sono sconsigliati.
Un allevamento di questo tipo (outdoor) non
deve peraltro prescindere dalla caratterizzazione del
prodotto e da una sicura filiera di tracciabilità alimentare; difatti senza una forte caratterizzazione produttiva si rischia di incorrere in un'espansione incontrollata e instabile. È inoltre auspicabile un forte associazionismo tra le varie figure che caratterizzano la filiera; in tal senso la filiera che ha caratterizzato in questi anni la produzione dei salumi di Cinta Senese è
risultata molto spesso frammentata e lunga, fattore
che ha portato a perdere parte dei guadagni realizza-
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Fig. 2. Cinta senese
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Razza suina cinta senese
bili con tale razza. Le aziende coltivatrici di tabacco
che vorranno quindi inserirsi nel contesto della produzione suinicola di qualità troveranno sicuramente
margini di mercato alla condizione che riescano a
creare un legame stretto tra territorio e prodotto e
dovranno impegnarsi in forme associazionistiche che
possano da un lato garantire il consumatore sul prodotto fornito e dall'altro lato permettano di essere
competitivi come offerta di mercato. Qualora tali
forme di associazionismo riuscissero a imporsi e
potessero essere saltate le figure intermedie anche la
GDO rivestirebbe un valido sbocco di mercato, cosa
attualmente poco proponibile per il grosso squilibrio
tra ridotta offerta dei produttori e grossa richiesta dei
distributori.
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Il cavallino di Monterufoli
Tocci R1
Introduzione
Questo lavoro ha lo scopo di far conoscere e
favorire lo sviluppo di un importante tipo genetico toscano a rischio di estinzione: il cavallino di
Monterufoli. L'allevamento di questa razza
potrebbe rappresentare un'alternativa, o in maniera più concreta, un'integrazione zootecnica alla
coltura del tabacco. Il cavallino di Monterufoli
deriva dall'omonima area in provincia di Pisa e la
sua storia cominciò negli anni ‘30 quando, in
seguito all'acquisizione della tenuta di Monterufoli da parte del casato dei Della Gherardesca,
iniziò il miglioramento dei cavallini presenti nel
luogo. In questa popolazione originaria, che
secondo alcuni autori deriverebbe da tipi genetici
autoctoni estinti (pony di Selvena), venne introdotto materiale genetico derivante da riproduttori
Maremmani, Tolfetani, Orientali (Arzilli, 2006).
Fino agli anni ‘60 il Monterufolino, adoperato
con la sella ma soprattutto con gli attacchi, rappresentava un mezzo di trasporto diffuso. Lo sviluppo tecnologico in agricoltura e l'abbandono
delle campagne coincisero con la fine di questo
cavallo, che rischiò l'estinzione. Il recupero della
razza è storia recente, ed ha avuto inizio negli
anni ‘80. Al momento sono presenti circa 200
soggetti di cavallino di Monterufoli (Arzilli,
2006). Le sue attitudini principali sono quelle
dell'utilizzo per la sella o per gli attacchi in agriturismo o centri equestri di vario tipo, oltre che
per l'ippoterapia.
Materiali e metodi
I dati biometrici (Tab. 1) sono stati rilevati in 26
equini adulti (21 femmine e 5 maschi), allevati in 4
allevamenti. L'altezza al garrese e l'altezza alla
groppa sono state misurate tramite ippometro, le
larghezze con compasso misuratore, le lunghezze e
le circonferenze con nastro metrico. È stato calcolato inoltre l' Indice Corporeo (Catalano, 1985;
Meregalli, 1980). Su tutte le misure, per femmine e
1 Dipartimento di Scienze Zootecniche,
Via delle Cascine 5, 50144 Firenze. Tel +390553288333
E-mail: [email protected]
Fig. 1. Femmina di cavallino di Monterufoli
stalloni, sono state calcolate la media e la deviazione standard. È stata calcolata inoltre la frequenza
percentuale di: colore e particolarità del mantello,
caratteristiche delle regioni zoognostiche e della
struttura corporea.
Risultati e discussione
I dati ottenuti attraverso le ricerche effettuate
hanno permesso di individuare le biometrie e le
caratteristiche morfologiche della popolazione
equina, presenti al momento sul territorio. Il cavallino di Monterufoli presenta altezza al garrese, circonferenza toracica e circonferenza dello stinco
(Tab.1) paragonabili ai dati riportati in bibliografia
(Arzilli, 2006; Gandini G, Rognoni G., 1997) e
negli "standard di razza" (http://www.aia.it/, 2006).
Le caratteristiche principali e peculiari di questo
cavallo, sono date da: mantello morello, testa conica, profilo montonino, criniera e coda di colore
scuro, zoccolo resistente (Tab.2).
Questo tipo genetico autoctono ha avuto origine in un ambiente in un ambiente ostico, che lo ha
reso idoneo per uno sfruttamento in diverse aree
toscane, specie in quelle marginali. Questa è una
razza rustica e frugale che può essere utilizzata per
varie mansioni, svolte in agriturismo, maneggi,
centri ippici. Il cavallino di Monterufoli può essere
utilizzato per la sella, in particolare per bambini e
cavallerizzi inesperti, ma anche per l'ippoterapia,
dove l'animale è sfruttato per la sella o per gli attacchi.
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138 Tocci
Il cavallino di Monterufoli
Tab.1. Biometrie di femmine e maschi adulti
Citazioni bibliografiche
Tab.2. Principali caratteri morfologici
Aia, 2007 http://www.aia.it.
Arzilli, L.. Cavallino di Monterufoli. In: AA.VV., Risorse genetiche animali autoctone della Toscana, pp. 191. ARSIA,
FIRENZE, 2006.
Catalano, A.L. Valutazione morfo-funzionale del cavallo, Igiene
ed Etnologia. Goliardica Editrice, pp. 143. Noceto, (PR),
Italy, 1984
Gandini G., Rognoni G.. Atlante etnografico delle popolazioni
equine ed asinine italiane, pp.142. CittàStudiEdizioni.
Milano, 1997.
Meregalli, A.. Conoscenza morfofunzionale degli animali
domestici, pp. 300. Liviana Ed., Padova, 1980.
Tocci R.. Importanza della tutela della diversità animale.
Caratterizzazione di due razze toscane a rischio estinzione:
il Cavallo di Monterufoli e l'Asino dell'Amiata. Tesi di
Laurea, 2006.
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Progetto Co.Al.Ta. II 139
L’asino dell’Amiata
Tocci R1
Introduzione
L'asino dell'Amiata è originario dell'area dell'omonimo monte, situata tra le province di Siena e
Grosseto. Questo tipo genetico discende direttamente da due sottospecie di asino africano: Equus
asinus taeniopus e Equus asinus africanus.
Quest'asino venne introdotto in Toscana circa 4000
anni fa da mercanti Fenici o Etruschi
(http://www.parcofaunistico.it). Verso la fine del
1800 era presente presso l'area del monte Amiata
una popolazione di asini sorcino-crociati, che venivano sfruttati in particolar modo per l'estrazione di
cinabro dalle miniere. Nel secondo dopoguerra
comincia la selezione dell'asino Amiatino, per iniziativa del "Ministero dell'Agricoltura e delle
Foreste" e l'"Istituto di Incremento Ippico" di Pisa.
Agli inizi degli anni '50 appare per la prima volta il
nome di Asino dell'Amiata (Arzilli, 2006), ma alla
fine dello stesso decennio comincia il declino della
razza, sempre a causa dell'avanzare tecnologico in
agricoltura e dell'abbandono delle campagne da
parte dell'uomo. Attualmente, dopo un'attenta fase
di recupero a cui hanno partecipato vari enti ed
associazioni, il numero di soggetti di asino
dell'Amiata è arrivato a più di mille (Arzilli, 2006).
Le principali utilizzazioni per questo asino sono
Fig. 1. Asino dell’Amiata
1 Dipartimento di Scienze Zootecniche,
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E-mail: [email protected]
Fig. 2. Asini dell’Amiata
date dallo sfruttamento per il latte, viste le caratteristiche organolettiche che sono molto simili a
quelle del latte umano, oppure per il trekking.
Un'altra funzione molto importante a cui può essere destinato questo asino è quello per l'utilizzo in
onoterapia..
Materiali e metodi
Sono stati misurati 11 soggetti di asino dell'Amiata
(10 fattrici e 1 stallone) ed i rilievi sono stati effettuati presso 3 aziende. Su ogni asino sono state
effettuate 26 misurazioni (Catalano, 1984).
L'altezza al garrese e l'altezza alla groppa sono
state misurate tramite ippometro, le larghezze con
compasso misuratore, le lunghezze e le circonferenze con nastro metrico. È stato calcolato inoltre
l'Indice Corporeo (Catalano, 1985; Meregalli,
1980). Su tutte le misure, per femmine e stalloni,
sono state calcolate la media e la deviazione standard; sulle femmine è stata inoltre valutata la frequenza percentuale di alcuni caratteri morfologici.
Risultati e discussione
L'asino dell'Amiata si caratterizza per delle biometrie (Tab. 1) molto simili a quelle riportate dagli
"standard di razza" e dalla bibliografia (Arzilli,
2006; Gandini G., Rognoni G., 1997). Attraverso
gli Indici corporei è stato individuato un tipo genetico con una struttura corporea tendenzialmente
meso-dolicomorfa. Le principali caratteristiche
morfologiche di questo equide (Tab. 2) sono date
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L’asino dell’Amiata
140 Tocci
Tab.1. biometrie di femmine e maschi adulti
Tab.2. principali caratteri morfologici
cui caratteristiche organolettiche sono molto simili
a quelle del latte umano, ma anche per il trekking,
dove gli animali sono utilizzati per la sella oppure
per la soma. Per tale funzione possono essere sfruttati anche i muli, la cui produzione è legata in
maniera subordinata a quella degli asini. Un'altra
pratica molto importante è quella dell'onoterapia,
che è mirata in particolar modo al superamento di
limiti sensoriali, motori, affettivi e comportamentali in soggetti diversamente abili. (http://www.asinomania.com/corsi/-onoterapia.htm)
Citazioni bibliografiche
dal mantello sorcino, dalla croce scapolare, dallo
zoccolo resistente e di colore scuro.
Questo tipo genetico autoctono si è sviluppato
in particolari ambienti, che hanno reso la razza idonea ad un utilizzo nelle diverse aree della Regione,
anche in zone più marginali. È una razza rustica e
frugale che può andare a valorizzare vari ambiti
delle attività dell'uomo, che vanno dall'agriturismo,
ai centri ippici, alle aziende agricole. L'asino
dell'Amiata può essere sfruttato sia per il latte, le
Aia, 2007 http://www.aia.it/.
Arzilli, L. Cavallino di Monterufoli. In: AA.VV., Risorse genetiche animali autoctone della Toscana, pp. 191, ARSIA,
FIRENZE, 2006.
Catalano, A.L. Valutazione morfo-funzionale del cavallo Igiene
ed Etnologia pp. 143. Goliardica Editrice, Noceto, (PR),
Italy, 1984.
Gandini G., Rognoni G. Atlante etnografico delle popolazioni
equine ed asinine italiane pp.142. CittàStudiEdizioni.
Milano, Italy, 1997.
http://www.asinomania.com/corsi/onoterapia.htm
http://www.parcofaunistico.it
Meregalli, A. Conoscenza morfofunzionale degli animali domestici. Liviana Ed., Padova, pp. 300. Italy, 1980.
Tocci R. Importanza della tutela della diversità animale.
Caratterizzazione di due razze toscane a rischio estinzione:
il Cavallo di Monterufoli e l'Asino dell'Amiata. Tesi di
Laurea, 2006.
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Progetto Co.Al.Ta. II 141
Il suino di razza “macchiaiola maremmana”
Ciani F1, Giorgetti A2, Gallai S2
Premessa
La popolazione suina denominata tradizionalmente
Macchiaiola maremmana è considerata una delle
più primitive e rustiche d'Italia (Bonadonna 60).
L'area originaria di allevamento comprendeva
parte della Toscana meridionale, nelle province di
Siena e Grosseto e in particolare il monte Amiata,
ma la razza, nei primi due decenni del secolo scorso, si diffuse anche in altre zone della Toscana, nel
Lazio (dove era denominata Romana), ed in
Umbria (dove era chiamata Perugina o da
Macchia) (Mascheroni 1927). Data per scomparsa
alcuni anni fa, nel 2005 furono individuati in alcuni allevamenti delle province di Grosseto e Siena,
suini fenotipicamente somiglianti al vecchio
Macchiaiolo. L'Associazione Genomamiata ha
auspicato allora un recupero della razza, affidandone il compito al ConSDABI e al CIRSeMAF, che
ha inserito questo programma nel Progetto
Co.Al.Ta. 2 E' stato quindi avviato un percorso di
ricerca di materiale storico su questo tipo genetico
(iconografico e scritto), di verifica della reale
sopravvivenza della razza e delle eventuali possibilità di un suo recupero e successiva valorizzazione.
Origini
La razza Macchiaiola deriva da popolazioni autoctone presenti nell'Italia centrale e meridionale da
tempi immemorabili. Nel suo ampio areale di
distribuzione, tra la fine del XIX e gli inizi del XX
secolo, queste popolazioni autoctone furono sottoposte a incroci con razze britanniche quali Large
White (primitiva), Large Black, Berkshire e
Tamworth (Mascheroni 1927), con influenze difficilmente quantificabili ma sicuramente in grado di
ingentilire le popolazioni originali, conferendo loro
maggiore attitudine alla produzione della carne.
1 ConSDABI (Consorzio per la Sperimentazione, Divulgazione
e Applicazione di Biotecniche Innovative) - National Focal
Point FAO - Benevento
2 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze Zootecniche.
Università degli Studi di Firenze.
Via delle Cascine, 5 - 50144 FIRENZE Tel +390553288356,
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Tali razze comunque, nel corso della loro formazione, erano state a loro volta fortemente influenzate da germoplasma autoctono italiano, a causa di
massicce importazioni di riproduttori suini italiani
in Inghilterra nel XVIII secolo; pertanto gli incroci
con razze inglesi non hanno fatto che riportare nel
nostro Paese parte del genoma indigeno che tre
secoli prima era stato esportato (Ballarini 2002).
Sempre a cavallo tra il XIX e il XX secolo la
Macchiaiola fu infine sottoposta a incroci con la
Cinta senese considerata, fino agli anni trenta, più
gentile e produttiva nell'allevamento semi-brado o
stallino (Mascheroni 1927).
Caratteristiche fenotipiche
I maiali Macchiaioli, così come descritto nei testi
di zootecnia della prima metà del secolo scorso,
avevano una statura ridotta, corpo quasi cilindrico,
arti di medio sviluppo e ben conformati, reni corte,
testa piccola con muso lungo e sottile con orecchie
corte portate orizzontalmente o talora erette. Il
mantello era completamente nero, tranne che in
alcuni soggetti che maggiormente avevano subito
l'influenza dell'antico Large White, costituito da
grosse e folte setole che sulla linea dorsale e sulla
nuca formavano un'irta criniera; l'allevamento
esclusivamente brado condizionava fortemente lo
sviluppo, molto tardivo, tanto che le femmine
completavano la crescita a circa 18 mesi, età ritenuta ottimale per il primo accoppiamento nei primi
decenni del secolo scorso (Mascheroni 1927). Le
scrofe, allevate con sistema brado o semibrado,
partorivano mediamente 8 suinetti per figliata
(Bonadonna 1960). Se allevati razionalmente, in
aree caratterizzate da buona offerta alimentare e in
presenza di integrazioni, i suini maremmani a 12
mesi pesavano circa 120 Kg e a 16 mesi 150 Kg
(Mascheroni 1927), valori che si possono considerare alla stregua di un embrione di standard di
razza. Oggi appare però necessario procedere a
nuove rilevazioni del peso e degli altri parametri
biometrici alle diverse età, in modo da descrivere
adeguatamente morfologia e sviluppo somatico
della razza. In primo luogo infatti i dati reperibili
in bibliografia sono limitati al peso vivo e non
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risulta che siano mai stati definiti veri standard
secondo le esigenze del miglioramento genetico.
In secondo luogo la popolazione residua, numericamente molto ridotta, rappresenta una piccola
frazione della razza originaria e ha probabilmente
parametri di riferimento diversi. Infine i nuovi
sistemi di allevamento adottati sulla popolazione
ridotta attuale, che prevedono un'alimentazione
più corretta rispetto al passato, influenzano sicuramente la morfologia e le performance produttive
di questi animali.
Allevamento
Per la loro grande rusticità e resistenza i Macchiaioli
venivano considerati in grado di vivere allo stato
brado nel sottobosco, cibandosi di quanto riuscivano
a trovare, anche nella stagione arida (Bonadonna
1960). Questo suino infatti è sempre stato allevato
prevalentemente al pascolo in prossimità di boschi o
addirittura al loro interno e nella macchia mediterranea (da cui il nome conferito alla razza) della
Toscana meridionale. Per questa ragione erano frequenti gli scambi genetici con il cinghiale; ciò contribuì a formare, nel tempo, un ecotipo caratterizzato
da limitato accumulo di grasso e in grado di produrre carni considerate eccellenti per sapidità e consistenza (Mascheroni 1927). Nella prima metà del
secolo scorso la Macchiaiola veniva però anche allevata in aree più fertili della Toscana centrale, dove le
risorse foraggere erano più abbondanti e spesso di
Il suino di razza “macchiaiola maremmana”
migliore qualità. I Macchiaioli recentemente identificati vengono allevati con sistema semibrado, in aree
recintate per impedire contatti con i cinghiali, fornite
di adeguati ricoveri e mangiatoie.
Recupero e valorizzazione
La razza si può oggi considerare quasi estinta, essendo stati recuperati, nell'area di origine, appena una
ventina di riproduttori riferibili alle caratteristiche
morfologiche della Macchiaiola. Tale numerosità,
estremamente ridotta, non deve comunque essere
considerata tale da impedire qualsiasi azione di recupero; in effetti, appena pochi anni fa la Cinta senese
contava un simile numero di soggetti. Tra i riproduttori presenti attualmente almeno una decina, tra
maschi e femmine, non sono tra loro parenti e una
scelta oculata negli accoppiamenti potrebbe ampliare
considerevolmente il numero dei capi senza troppi
rischi di consanguineità. E' comunque importante
avviare subito il percorso di recupero, a partire dalla
verifica dei caratteri biometrici, perché anche un
ritardo di pochi mesi potrebbe significare la scomparsa definitiva della razza.
Riferimenti bibliografici
Ballerini G., 2002 "Storia sociale del maiale, il futuro del passato della razza suina parmigiana". Ed CCIAA, Parma, 2002.
Bonadonna T. "Il maiale" Ed Reda, Roma, 1960.
Borgioli E. "Zootecnica speciale" Barbera Editore, 1940.
Mascheroni E. "Zootecnia speciale III° suini" Nuova enciclopedia agraria italiana Ed. UTET Torino, 1927
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la pecora dell’Amiata e delle Crete senesi
Gallai S1, Ciani F2, Lorenzini G1, Giorgetti A1
Premessa
Nell'ambito delle possibili attività zootecniche
alternative o integrative alla coltivazione del tabacco nella Toscana centrale, attraverso l'allevamento
di razze-popolazioni in via o a rischio di estinzione, non può essere dimenticata la Pecora
dell'Amiata e delle Crete Senesi. Si tratta di un tipo
genetico appartenente alla grande famiglia
dell'Appenninica, caratterizzata da una maggiore
attitudine alla produzione del latte rispetto
all'Appenninica propriamente detta, di qualità
eccellente per la caseificazione e con il quale
prima dell'arrivo della razza Sarda nella Toscana
centrale si produceva il famoso formaggio pecorino delle crete senesi.
Da quanto è emerso da una prima indagine
sembra che la Pecora dell'Amiata e delle Crete
Senesi abbia una consistenza di poco superiore ai
400 capi ed è quindi, a tutti gli effetti, una razza in
via di estinzione. Purtroppo non è stata ancora inserita nel repertorio regionale delle risorse genetiche
autoctone della Toscana per insufficienza della
documentazione sulle caratteristiche della razza e
sulla sua effettiva consistenza e quindi attualmente
Fig. 1. Pecore dell’Amiata
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2 ConSDABI (Consorzio per la Sperimentazione, Divulgazione
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non gode delle sovvenzioni regionali previste per
l'allevamento delle razze autoctone a rischio di
estinzione. E' così stata avviata, grazie a questo
progetto, una serie di indagini e di ricerche finalizzate al censimento e alla caratterizzazione morfologica, genetica e produttiva della razza per un suo
auspicabile recupero.
Nel presente lavoro viene descritto questo tipo
genetico, a partire da una serie di dati reperibili in
letteratura e dei risultati di visite presso alcuni
allevamenti nei quali era stata segnalata al gruppo
di ricerca la presenza della razza.
Allevamento
La Pecora dell'Amiata è un animale caratterizzato
da elevata rusticità e adattamento a diversi ambienti. Un tempo l'allevamento era praticato a livello
poderale ed era fortemente condizionato dalle spesso limitate disponibilità foraggere, fattore che ha
sempre influenzato negativamente la produttività
di questa razza e, indirettamente, l'avvio di un serio
processo di miglioramento genetico (Ciani F.,
2002). Nei poderi di alta collina e di montagna la
consistenza del gregge variava tra i 20 e i 50 capi,
in relazione all'ampiezza degli incolti e del bosco
utilizzabile (AA.VV., 1982). In inverno, nei casi di
neve o pioggia, gli animali rimanevano chiusi nell'ovile dove erano alimentati con fieni di scarto e
strami di bosco, tranne le pecore in lattazione alle
quali erano riservate generalmente modeste quantità di crusca e di fave macinate; negli altri giorni
pascolavano nel bosco o sulle sodaglie. Nella
buona stagione erano ampiamente utilizzate le
stoppie, i prati a maggese, l'erba dei cigli e i sottoprodotti agricoli disponibili (AA.VV., 1982).
Caratteristiche somatiche
La Pecora dell'Amiata è di media taglia, con scheletro leggero. La testa, relativamente piccola, ha
profilo rettilineo o lievemente convesso. I maschi
sono in genere cornuti e le femmine acorni. Le
orecchie sono piccole e portate orizzontalmente. Il
collo è sottile. Il vello è semichiuso, a bioccoli
conici, di colore bianco sporco, raramente con
macchie nere o marroni; il ventre e gli arti sono
scoperti (Federconsorzi, 1961).
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Produzioni
La Pecora dell'Amiata era, ed è, una tipica pecora a
triplice attitudine: latte, carne e lana. Nonostante le
precarie condizioni alimentari le produzioni lattifere erano, ancora alla metà del secolo scorso, più
che soddisfacenti, mediamente 70-80 kg in 120 d
di lattazione con rese del 20% in formaggio e intorno all'8% in ricotta.
Il tasso di gemellarità sembra abbastanza elevato, intorno al 15%; stime più precise potranno
essere ottenute al termine dello studio sistematico
e prolungato della razza-popolazione. Il peso
degli agnelli, di circa 3 kg alla nascita, raggiunge
i 10 kg a un mese. Le rese si aggirano intorno al
64% e la carne è sempre stata considerata, da allevatori e consumatori locali, di eccellente qualità
sensoriale. Negli anni cinquanta la produzione di
lana sucida, di qualità media, era di circa 2,4 kg
La pecora dell’Amiata ....
per gli arieti e di 0,9-1,2 kg per le pecore
(Federconsorzi, 1961).
Particolarmente pregiati erano considerati i
prodotti della trasformazione del latte e in particolare il pecorino delle crete senesi, con presame di
agnello o di capretto e il cacio fiore, con presame
vegetale, generalmente costituito dal liquido di
macerazione dei fiori di cardo selvatico, previa
breve cottura, chiamato localmente "presura".
Citazioni bibliografiche
AA.VV "Cultura contadina in Toscana". Vol I. Ed. Bonechi,
Firenze, 1982
Ciani F. "Recupero, salvaguardia e valorizzazione della popolazione ovina autoctona delle crete senesi e dell'Amiata".
Convegno "La biodiversità agroalimentare delle crete senesi" San Giovanni d'Asso, Siena. 9/11/2002
Federconsorzi "Allevamenti italiani. Ovini" Ed. REDA, Roma,
1961
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La produzione di fauna selvatica come alternativa e integrazione alle produzioni agricole
Meriggi A1
Introduzione
Uno dei più importanti valori della fauna selvatica è
il suo utilizzo a scopo ricreativo, sia mediante osservazione degli animali selvatici nei loro habitat naturali, sia mediante prelievo, vale a dire attraverso l'attività venatoria, che può essere esercitato in varie
forme su alcune specie e popolazioni. Questo valore
può essere quantificato e monetizzato aggiungendosi ad altri valori del territorio derivanti dalle diverse
forme di destinazione e, in particolare, dall'uso per le
produzioni agricole. Nonostante il vistoso calo del
numero di cacciatori, in atto da circa un ventennio in
numerose regioni e province italiane, rimane elevato l'interesse venatorio per la fauna selvatica che si
traduce spesso in un indotto economico di notevole
interesse, soprattutto quando l'attività è gestita a
livello privato. In molte realtà ambientali italiane,
svantaggiate da un punto di vista agricolo per la particolare collocazione e per le peculiari caratteristiche
dei terreni, la produzione di fauna selvatica di interesse venatorio può diventare un'alternativa o, almeno, un'integrazione al reddito derivante dalla produzione agricola. L'attuale politica agricola comunitaria, con una generale tendenza a ridurre le sovvenzioni alle aziende, ha reso ancor più necessaria l'individuazione di forme alternative di reddito ad integrazione o sostituzione di quello agricolo.
Gli istituti di gestione della fauna selvatica
La legge nazionale sulla tutela e gestione della
fauna selvatica attualmente in vigore è la legge
quadro n° 157 del 1992. Questa legge disciplina
l'attività venatoria in Italia secondo un sistema
misto pubblico e privato. Accanto a istituti di carattere associazionistico (Ambiti Territoriali di Caccia
e Comprensori Alpini), sono previste zone protette
gestite direttamente dalle province (Zone di
Ripopolamento e Cattura, Oasi di Protezione, Oasi
di Protezione per l'Avifauna, Centri Pubblici di
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Produzione della Fauna Selvatica) e zone a gestione privata: Aziende Faunistico-Venatorie (AFV),
Aziende Agro-Turistico-Venatorie (AATV), Centri
Privati di Produzione della Fauna Selvatica
(CPPFS) e Zone Addestramento Cani (ZAC) permanenti e temporanee. Per la produzione di fauna
selvatica come alternativa e integrazione alle produzioni agricole, è necessario focalizzarsi sugli
istituti privati di gestione, poiché questi possono
essere istituiti su fondi agricoli di proprietà di singoli o consociando più proprietari di terreni, per
raggiungere un'estensione sufficiente.
Le regioni maggiormente interessate dalla presenza di AFV sono, nell'ordine, la Sardegna, la Toscana,
l'Emilia Romagna, il Piemonte, la Lombardia e il
Veneto; mentre le AATV sono concentrate soprattutto
in Toscana, Veneto e Emilia Romagna . I CPPFS sono
presenti solo in alcune province italiane e, in ogni
modo, in numero molto limitato.
Produttività del territorio per le specie
d'interesse venatorio
Le specie di selvaggina di maggior interesse per una
produzione alternativa a quella agricola appartengono agli ordini dei Galliformi e dei Lagomorfi e al
superordine degli Ungulati. In particolare, tra i
Galliformi, le specie più importanti sono il Fagiano
(Phasianus colchicus), la Starna (Perdix perdix) e la
Pernice rossa (Alectoris rufa), tra i Lagomorfi
sostanzialmente la Lepre comune (Lepus europaeus)
e, tra gli Ungulati, il Capriolo (Capreolus capreolus), il Daino (Dama dama) e il Cinghiale (Sus scrofa). Queste specie, in generale, trovano buone condizioni d'idoneità ambientale sul territorio italiano,
con variazioni di densità e produttività delle popolazioni correlate alle caratteristiche ambientali.
Rendimento economico
Considerando il valore di mercato delle specie di
fauna selvatica sopra elencate, come capi prodotti
in condizioni naturali e non allevati in cattività, è
possibile calcolare il rendimento economico del
territorio esprimendolo in euro per km2 (Tab. 1). I
valori esposti in tabella sono stati calcolati considerando il costo del singolo capo di selvaggina abbat-
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146 Meriggi
La produzione di fauna selvatica
Tab. 1. Produzione per km2 e ricavo in euro per alcune
specie di selvaggina
Fig. 1. Numero, estensione (x 1000 ha) ed estensione
media delle AFV e delle AATV in Italia (1989-1997)
tuto in istituti faunistico-venatori privati. Per quanto
riguarda il Fagiano, è stato considerato il costo di
fagiani selvatici, nel caso di animali di allevamento,
liberati per l'attività venatoria, il valore scenderebbe
in modo consistente. Nel caso della Starna e della
Pernice rossa, se si tratta di individui prelevati in
popolazioni naturali, il valore non è quantificabile
poiché esse sono specie molto sensibili sulle quali il
prelievo deve essere programmato con molta cautela e la cui caccia può interessare solo un ristretto
numero di appassionati. Per quanto riguarda gli
ungulati, i valori riportati sono da considerarsi
medie tra capi da trofeo, femmine e giovani.
Le specie di maggior interesse economico per
una produzione abbinata o in alternativa a quella
agricola sono senza dubbio la Lepre, il Cinghiale e
il Capriolo. Il cinghiale può interessare soprattutto
territori ad agricoltura marginale e svantaggiata,
mentre il Capriolo e la Lepre anche zone molto
produttive dal punto di vista agricolo e la Lepre
anche aree ad agricoltura intensiva.
Conclusioni
La produzione di fauna selvatica ad integrazione o sostituzione del reddito agricolo può assumere un notevole interesse sia in zone dove l'attività agricola vede diminuire progressivamente
la sua sostenibilità economica, sia in zone di
produzioni agricole intensive e remunerative.
Dal punto di vista dell'utilizzo della fauna selvatica, per i proprietari e i conduttori di fondi agricoli è possibile abbinare l'attività venatoria al
prelievo di animali vivi per ripopolamenti e
reintroduzioni, oppure ad altre forme di utilizzo.
Tra queste una delle più interessanti attualmente è l'addestramento dei cani da ferma su specie
come la Starna, la Pernice rossa e il Fagiano o
dei cani da seguita sulla Lepre. Queste diverse
forme, con una buona gestione degli istituti privati previsti dalla legge, possono coesistere e
aumentare ulteriormente il rendimento economico dato da una consistente presenza di fauna
selvatica sul territorio.
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Alcune considerazioni di carattere economico riguardo la
riconversione della tabacchicoltura
Fratini R1, Marone E1
Introduzione
Lo scopo di questo contributo è quello di analizzare gli effetti e le correzioni indotte dalla recente
riforma della Politica agricola comunitaria sulle
aziende tabacchicole, presenti nel territorio
dell'Italia Centrale: Toscana ed Umbria in particolare. L'obiettivo di un contributo successivo sarà
quello di verificare le alternative alla coltura del
tabacco, in ambito zootecnico e faunistico, realizzabili soprattutto quando gli aiuti della PAC
andranno ad esaurirsi e molti imprenditori incontreranno difficoltà a fronteggiare un mercato di
libera concorrenza che offrirà margini di profitto
molto ridotti.
Materiali e metodi
Si è considerato, ancor prima di esprimere una
valutazione sulle alternative colturali realizzabili
lo stato dell'attuale riforma della Pac inerente il settore tabacchicolo. Per tale settore la scelta del
nostro Paese è stata quella di un disaccoppiamento
parziale degli aiuti. Sostanzialmente ciò che avviene è che i produttori tabacchicoli, così come i produttori degli altri settori, dal 2006 (fa eccezione la
regione Puglia) vedranno confluire il 40% dell'aiuto finanziario erogato dalla CE nel pagamento
unico aziendale e tale quota non sarà più legata
all'effettiva produzione di tabacco. Fino al 2009 i
produttori continueranno a percepire il 60% degli
aiuti accoppiati alla produzione di tabacco. Nel
medio periodo la Commissione Europea prevede,
oltre al disaccoppiamento totale del sostegno l'abolizione del fondo tabacco che l'attuale OCM destina alla ristrutturazione del settore. Saranno beneficiari del nuovo regime di pagamento soltanto quei
produttori che nel periodo 2000-2002 hanno ottenuto il pagamento di un premio per il tabacco o
coloro che sono subentrati all'avente diritto durante o dopo il periodo di riferimento. Per la parte
1 Dipartimento di Economia Agraria e delle Risorse Territoriali
dell'Università degli Studi di Firenze, piazzale delle Cascine, 18,
50144 Firenze; [email protected]; [email protected].;
tel. 0553288360, 0553288365
disaccoppiata dell'aiuto, il premio viene calcolato
in base allo schema di pagamento unico (esempio
Tab. 1). Secondo tale impostazione ad ogni agricoltore viene assegnato un numero di ettari
ammissibili a cui associare i diritti. Per la parte
accoppiata, il premio verrà concesso, come nel precedente regime, in base alla quantità e qualità prodotta, fermo restando il limite di garanzia fissato
per Paese membro. Il totale disaccoppiamento dell'aiuto partirà dal periodo 2010-2012 (anno conclusivo delle nuove prospettive finanziarie).
I dati forniti dall'INEA sulla tabacchicoltura
toscana e umbra e le visite ad alcune rappresentative realtà aziendali hanno evidenziato una grossa
disomogeneità delle realtà agricole presenti sul territorio oggetto di indagine. Questo è per noi un
dato importante in quanto determina la necessità di
costruire non soltanto tante schede della tecnica per
ogni alternativa di allevamento proposta dai colleghi ma più schede della tecnica per ogni tipologia
di allevamento in relazione alle caratteristiche
strutturali delle aziende tabacchicole presenti.
L'elaborazione dei dati INEA è finalizzata alla
individuazione di classi di aziende omogenee
rispetto alle quali sarà possibile individuare le tipologie di allevamenti che saranno in grado di fornire il migliore apporto reddituale all'azienda. Per
ognuna delle alternative alla tabacchicoltura prospettate si è provveduto a costruire, in collaborazione con i colleghi zootecnici, una scheda della
tecnica che ci permette di rilevare i fabbisogni di
risorse umane, meccaniche e materie prime necessarie alla conduzione ordinaria dello specifico allevamento considerato, secondo la struttura di seguito riportata:
Risultati e discussione
Un'analisi più approfondita dei dati censuari, ci
ha consentito di verificare la struttura del territorio,
e delle realtà produttive presenti, e le sue potenzialità. La superficie destinata alla tabacchicoltura in
Toscana è pari a 2.431,39 ettari (Istat, 2000). La
sola provincia di Arezzo, con i suoi 1.703,83 ettari
rappresenta il 70% della superficie totale. Il grafico 1 mostra i dati relativi alla distribuzione per
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Grafico 1 – Distribuzione per classi di superficie nelle province di Arezzo, Siena e Perugia
classi di superficie a tabacco delle tre province che
presentano la maggiore incidenza di aziende tabacchicole all'interno del comprensorio umbro-toscano (Perugia, Arezzo e Siena).
Conclusioni
Dalle prime analisi realizzate è risultato che la
maggiore diffusione delle aziende agricole produttrici di tabacco, così come anche la più alta percentuale di SAU investita a tabacco, si riscontra nelle
province di Arezzo e di Siena, ove si riscontra
Considerazioni economiche ....
anche una discreta presenza di allevamenti bovini e
suini. Esiste già, quindi, una realtà produttiva zootecnica che va attentamente studiata per capire
quali sono gli spazi per l'inserimento di nuove realtà produttive. Una possibile penetrazione del mercato potrebbe essere attuata utilizzando produzioni
di qualità, attraverso lo sfruttamento dell'esistente
marchio IGP, possibilità che ha trovato molto interesse da parte degli agricoltori. L'altra possibilità è
quella di verificare la praticabilità di attività faunistico-venatorie, dell'allevamento della capra da
latte e dall'allevamento di equini di razze autoctone, anche se per queste ci sono maggiori difficoltà
da parte delle aziende per l'assenza di una specifica preparazione tecnica degli operatori.
Bibliografia Consultata
COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE Regime del
Tabacco. Valutazione d'impatto estesa, SEC, Bruxelles.
2003,
ISTAT. 5° Censimento generale dell'agricoltura, 2000.
Sardone R. (a cura di). Il comparto del tabacco in alcune aree di
studio. Inea, Progetto Coalta, Roma, 2005.
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La produzione di carne di qualità con la razza bovina Chianina
Sargentini C1, Fabeni P1
Introduzione
Le prime reazioni, in Toscana, alla riforma
dell'OCM tabacco, in attuazione del Regolamento
(CE) n. 864/2004, evidenziano un grande disorientamento dei produttori. Nelle aziende di piccola e
media dimensione appare già in atto l'abbandono
della coltura. Continuare a produrre sembra conveniente solo per le aziende con superfici ben accorpate, di facile meccanizzazione e destinate per la maggior parte alla produzione di Kentucky (Fire Cured),
tabacco scuro di particolare pregio impiegato nella
manifattura dei sigari toscani e capace di spuntare i
migliori prezzi di mercato (INEA, 2007). Anche in
queste realtà più grandi la consapevolezza di un
errato investimento è comunque molto forte. Con il
presente contributo si è intesa valutare la produzione di carne di qualità con bovini di razza Chianina
quale alternativa o integrazione alla coltura del
tabacco. Ciò in considerazione del fatto che le aree
toscane a maggiore vocazione tabacchicola coincidono con quelle di allevamento di bovini di razza
Chianina e che abbastanza frequentemente nelle
aziende in cui si coltiva tabacco si pratica anche l'allevamento di questa razza. Secondo il Piano
Zootecnico Regionale (Supplemento B.U.R.T. n.26
del 30.06.2004) inoltre, la razza Chianina, la più
allevata nella regione, dal 2000 incrementa costantemente la sua numerosità "…contraddicendo in parte
l'andamento generale delle consistenze dei bovini da
carne che invece hanno mostrato una flessione diffusa. Il dato può essere spiegato da una sostanziale
"tenuta" degli allevamenti di qualità meglio organizzati rispetto agli altri…... per Chianina, Marchigiana
e Romagnola è attivo inoltre il riconoscimento
comunitario IGP Vitellone Bianco dell'Appennino
Centrale".
Materiale e Metodi
Sono state analizzate le criticità ed i punti di forza
delle tipologie produttive della razza Chianina al
fine di valutare se l'allevamento bovino per la produzione di carni di qualità possa costituire un'alternati1 Dipartimento di Scienze Zootecniche, Via delle Cascine, n. 5,
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va o, comunque, una valida integrazione alla coltura
del tabacco, come può essere ipotizzato da un'indagine effettuata nell'ambito del Progetto COALTA 2
presso le aziende tabacchicole delle province di
Arezzo e Siena.
Risultati e discussione
La razza Chianina è allevata prevalentemente in
aziende di piccole e medie dimensioni, con una consistenza di stalla inferiore a 15 vacche nel 60 % degli
allevamenti ed inferiore a 40 nel 90 %, (IsmeaCRPA, 2006; Sargentini e Acciaioli, 2006). L'87,7
% degli allevamenti è situato in zone collinari e di
montagna; il rimanente 12,3% si trova in aziende di
pianura, situate prevalentemente in Val di Chiana. Si
pratica prevalentemente il ciclo chiuso con allevamento dei riproduttori ed ingrasso dei vitelli da
macello, mentre poco diffuso è il ciclo aperto, con la
sola fase di ingrasso dei vitelli da ristallo in centri
che provvedono al finissaggio, alla macellazione,
alla vendita ed alla commercializzazione della carne.
Nelle aziende collinari e montane di piccole (n. vacche < 15) e medie (n. vacche < 40) dimensioni, dove
comunque siano presenti superfici adeguate per il
pascolo stagionale, l'allevamento dei riproduttori
prevede generalmente il sistema semibrado, con una
stagione di pascolamento della durata di circa 6 mesi
(da maggio ad ottobre) (Sargentini e Acciaioli,
2006). Ciò consente lo sfruttamento diretto della
produzione foraggera e investimenti contenuti; favorisce inoltre il mantenimento di buone condizioni di
salute del bestiame, con favorevoli ripercussioni sui
parametri riproduttivi. I ricoveri invernali sono di
varie tipologie, riconducibili sia alla stabulazione
fissa che a quella libera. In Val di Chiana, dove i terreni sono più fertili, irrigui e destinati a colture
diverse (cereali, foraggere, tabacco ecc.) è più diffusa, anche per i riproduttori, la stabulazione permanente, non sempre secondo gli schemi classici della
stabulazione libera e talvolta addirittura in stalle
chiuse a posta fissa tipiche delle tradizionali aziende
mezzadrili. Per l'ingrasso dei vitelli vengono generalmente utilizzate strutture più moderne e razionali
con box multipli dotati di lettiera permanente o
semipermanente e preferibilmente con paddock
esterni. L'alimentazione, basata in gran parte sull'uti-
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150 Sargentini e Fabeni
lizzazione di fieno e concentrati, viene distribuita
meccanicamente come meccanicamente viene
rimossa o aggiunta la lettiera. Le razioni alimentari
non sempre risultano in grado di coprire i fabbisogni delle fattrici, soprattutto nei periodi critici, mancando una diversificazione nelle diverse fasi fisiologiche (asciutta, prima e seconda fase della lattazione). Per migliorare il quadro alimentare delle fattrici
può essere sufficiente l'integrazione con adeguate
quantità di concentrati dopo il parto (Cianci, 2003).
Le razioni dei soggetti da macello risultano, fino ad
un anno di età, mediamente inferiori ai fabbisogni,
mentre nella fase di finissaggio esse appaiono sbilanciate per eccesso di energia e/o di proteina (Geri
et al., 1984; Cianci, 2003). Questi eccessi potrebbero essere contenuti limitando l'offerta proteica ai soli
fieni di medica. E' opportuno ricordare che le carni
qualitativamente migliori in questa razza si ottengono da vitelloni di circa 700-750 Kg di peso e con età
compresa tra i 16 e i 18 mesi, performance raggiungibili solo con alimentazione energeticamente adeguata (circa 0,85-0,95 UFC/kg ss della dieta) e livelli proteici variabili dal 17-18% nelle prime fasi, al
13-14% nelle fasi finali di finissaggio. Inoltre, in
accordo con il disciplinare del marchio IGP, non
dovrebbero essere utilizzati insilati e sottoprodotti
dell'industria nei 4 mesi che precedono l'alimentazione. L'età di macellazione risulta invero talvolta
un po' elevata, ma la qualità delle carni, sia fisica che
chimico-nutizionale è comunque eccellente.
L'istituzione del marchio IGP "Vitellone bianco
dell'Appennino centrale", che certifica le ottime
caratteristiche delle carni prodotte con questa razza,
ha contribuito in maniera notevolissima all'aumento
della domanda, con ripercussioni più che vantaggiose sui prezzi di mercato. Molte aziende, soprattutto
quelle di pianura, praticano con successo la vendita
diretta (filiera corta). Nelle aziende di alta collina-
La produzione di carne di qualità...
montagna in cui la fase di ingrasso può comportare
problemi organizzativi potrebbe essere ipotizzato il
ciclo aperto, con creazione, a valle, di centri di
ingrasso, gestiti dagli stessi allevatori, in modo da
assicurare costanza ed uniformità delle produzioni
da destinare eventualmente anche alla GDO.
Da quanto fin qui esposto è possibile concludere che l'allevamento per la produzione di carne con
bovini di razza Chianina è pratica consolidata in un
numero non trascurabile di aziende della
Valtiberina e della Val di Chiana che pure coltivano tabacco. Alcuni problemi legati essenzialmente
all'alimentazione, non sempre equilibrata, di fattrici e vitelloni possono essere risolti semplicemente
ottimizzando le risorse già disponibili. Alcuni
aspetti del management sia della fase di allevamento (ciclo chiuso o ciclo aperto) che della fase di
commercializzazione (GDO e mercato di nicchia)
meritano di essere approfonditi con studi specifici.
Si ritiene tuttavia, in virtù della situazione del mercato attuale ed ipotizzabile in futuro, che la produzione di carne di qualità con la razza Chianina
debba essere considerata, se non completamente
alternativa, almeno come una valida integrazione
alla coltivazione del tabacco.
Citazioni bibliografiche
Cianci D. Atti della Giornata di studio Valorizzazione del germoplasma bovino autoctono toscano. Quaderni. Accademia
Economico-Agraria dei Georgofili. III. pp.139, 2003
Geri G., Lucifero M., Zappa A. Atti del Convegno Nazionale
"Le razze bovine bianche da carne dell'Italia centrale".
Accademia Economico-Agraria dei Georgofili. Firenze 2627 ottobre, 1984.
INEA http://www.inea.it/ist/kentucky.htm , 2007
ISMEA Dir. Mercati e risk management - U.O. Analisi economiche e finanziarie, CRPA - Centro ricerche produzioni animali Indagine sull'analisi del costo e della redditività della
produzione di carne bovina, 2006.
Sargentini C., Acciaioli A.. Risorse genetiche animali autoctone
della Toscana. ARSIA-Regione Toscana. 59-69, 2006.
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Alcune considerazioni di carattere economico sull'allevamento della razza Chianina come alternativa alla coltivazione di
tabacco nell'Italia centrale
Fratini R1
Introduzione
La riforma della politica agricola comune (Pac)
varata nei primi anni 2000 ha introdotto un regime
transitorio di aiuti europei per un periodo di quattro anni, dal 2006 al 2009, in favore dei produttori
di tabacco che spesso operano in aree dove ci sono
poche alternative di produzione ed economicamente meno sviluppate. La revisione di metà percorso
dello scorso novembre, imposta da Fischler Boel
mira a d abolire il regime transitorio per passare a
un sostegno europeo slegato dalla produzione
(disaccoppiamento totale). Lo scopo di questo studio è stato pertanto quello di verificare l'esistenza
di alternative colturali, in ambito zootecnico, alla
coltivazione del tabacco, in previsione di una sempre più accentuata riduzione del processo produttivo. Questa unità di ricerca ha svolto un'indagine
preliminare nell'ambito dell'Italia Centrale, interessando le due regioni in cui è maggiormente diffusa
la coltivazione del Tabacco, Umbria e Toscana. In
queste aree l'attività zootecnica, già presente nell'ambito delle aziende tabacchicole, è orientata prevalentemente verso l'allevamento di bovini e suini.
In base alle interviste realizzate su un campione
rappresentativo è risultato che l'alternativa zootecnica ha trovato un favorevole accoglimento da
parte degli imprenditori che hanno mostrato un
discreto interesse soprattutto nei confronti di allevamenti più tradizionali quali quelli dei bovini e
dei suini. Attraverso l'analisi dei dati raccolti con
l'ausilio di appositi questionari, si sono analizzate
le potenzialità di sviluppo di tale attività. La scelta
zootecnica ritenuta più adatta per questo territorio
è risultata l'allevamento di bovini di razza
Chianina.
Materiali e Metodi
Per potere concretamente esaminare un'ipotesi colturale alternativa è necessario verificare quali
1 Dipartimento di Economia Agraria e delle Risorse Territoriali
dell'Università degli Studi di Firenze, piazzale delle Cascine, 18
tel. 0553288360 - 50144 Firenze;
[email protected]
opportunità e quale regime di aiuti diretti alla produzione sono previsti dall'attuale riforma della
PAC. Inoltre è necessario conoscere, sulla base
delle statistiche esistenti (Istat, Ismea, ecc.) la consistenza degli attuali allevamenti e le potenzialità
di sviluppo che possono scaturire.
Il sistema di aiuti diretti alla produzione in
vigore fino ad oggi è stato sostituito dal gennaio
2005 da un pagamento unico per azienda, disaccoppiato dalla produzione . Il pagamento viene calcolato sulla media degli aiuti ottenuti nel triennio
2000-2002, tenendo conto della media degli ettari
ammessi (Reg. CE 1782/2003). Tenendo presente
questi aspetti legati alla riforma della PAC è importante evidenziare le potenzialità di sviluppo di allevamenti zootecnici di razza Chianina soprattutto in
quelle aree vocate (Prov. di Arezzo, Siena,
Grosseto), dove tale produzione è stata tradizionalmente praticata. La carne è prodotta da bovini,
maschi e femmine, di pura razza Chianina, di età
compresa tra i 12 e i 24 mesi. Il bestiame deve
essere regolarmente iscritto alla nascita al registro
del Giovane Bestiame nonché riportare il contrassegno di identificazione previsto dalle vigenti
norme del libro genealogico. Secondo i dati pubblicati dall'Associazione Nazionale Allevatori Bovini
Italiani da Carne (ANABIC) i capi di Chianina
presenti in Italia ammontano a 42.665 di cui circa
l'80% concentrato in Toscana (in prevalenza) ed in
Umbria. Gli allevamenti con la razza Chianina
sono in genere di piccole dimensioni ed interessano proprietà spesso polverizzate all'interno di un
territorio che copre parte dell'entroterra della
Toscana e l'area pedomontana dell'Umbria e delle
Marche. L'attività tipica di ingrasso e finissaggio
di vitelloni di questa razza è presente in Val
Tiberina ed in Val di Chiana (Sargentini, 2005). I
bovini di razza Chianina sono in genere venduti ad
un peso notevolmente più elevato rispetto a quello
di altre razze, dopo un periodo di ingrasso che per
il vitellone maschio può essere superiore ad un
anno. La piccola dimensione degli allevamenti di
Chianina rappresenta una variabile che incide fortemente sulla produttività del lavoro: dal confronto
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152 Fratini
effettuato in varie aree del territorio (ISMEA,
2006) la produttività degli allevamenti toscani
risulta più bassa rispetto a quella di allevamenti a
ciclo aperto con altre razze così come avviene in
Veneto.
Risultati e discussione
Se osserviamo lo schema di costo di produzione
per un allevamento di Chianina a ciclo aperto,
nell'Italia Centrale, riportato in tabella 1 e basato
su di una struttura ampiamente esperimentata (De
Roest et al. 2006), possiamo osservare come alcuni costi diretti possano presentare un'elevata variabilità a seconda della dimensione aziendale e dell'organizzazione conferita. Ad esempio l'approvvigionamento di foraggi è spesso legato anche ad una
Tabella 1. Esempio di calcolo di costi di produzione per un allevamento a ciclo aperto.
Considerazioni economiche allevanento Chianina...
produzione foraggera aziendale che, nel caso in cui
risulti assente, può fortemente incrementare il
costo di produzione. Altro elemento critico è la
componente lavoro: la disponibilità qualificata per
il lavoro in stalla nell'Italia Centrale è spesso carente e spesso si ricorre a personale che non ha esperienza in ambito zootecnico. Dal campione di
aziende interpellato risulta elevata la quantità di
ore fornite dai componenti della famiglia, tanto da
evidenziare proprio nel lavoro manuale un elemento critico di tale attività. Lo schema di costo evidenzia un'ipotesi che rispecchia un'organizzazione
aziendale ed una struttura di vendita legata al conferimento del prodotto sul mercato locale, pertanto
con un utile di bilancio positivo. Non sono calcolate nello schema proposto le eventuali spese di
riconversione degli edifici oggi adibiti a essiccatoi
o laboratori di lavorazione del tabacco a stalle né
tanto meno le spese di bonifica dei terreni oggi utilizzati per la coltivazione del tabacco. Tale risultato non riflette pertanto tutte le realtà produttive; in
questo caso pesa in positivo il tipo di prodotto conferito, essendo la carne di Chianina particolarmente apprezzata nei mercati nazionali ed internazionali. Un elemento di conferma lo si riscontra osservando l'andamento dei prezzi esaminato in serie
storica, periodo 1994-2006, dove il prezzo delle
carcasse di razza Chianina è risultato essere quello
che spunta i migliori prezzi sul mercato nazionale
rispetto ad altre razze.
L'aspetto che maggiormente emerge dall'indagine da noi realizzata è che dove vi sono le strutture aziendali sufficienti, con l'ausilio di un investimento iniziale non particolarmente elevato, l'attività zootecnica può rappresentare un'alternativa a
quella del tabacco, anche se è necessario tenere
presente che al disotto di una minima superficie
aziendale la conversione delle superfici tabacchicole in superfici da destinare agli allevamenti non
è pensabile. Un'attenzione particolare va chiaramente dedicata al mercato in cui si inserisce il prodotto finale.
Bibliografia consultata
ISMEA Il mercato della carne bovina, rapporto 2006.
ISTAT 5° Censimento generale dell'agricoltura., 2000.
De Roest K., Montanari C., Corradini E., Federici C. Analisi del
costo di produzione della carne di bovina in Italia, Atti del
XLII Convegno di Studi Sidea, Pisa; pp. 272-286, 2007.
Sargentini C. La razza Chianina, relazione presentata alla
Tavola Rotonda sul tema: La Chianina: valore del passato,
patrimonio del futuro, Bettole-Sinalunga, 2005.
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Un approfondimento sul costo di produzione degli allevamenti
di razza Chianina
Marone E1
Introduzione
L'analisi dei costi di produzione è uno strumento
imprescindibile sia per la valutazione della convenienza degli investimenti sia per il controllo di gestione
dell'azienda. In relazione a questi scopi l'analisi del
costo di produzione parte dal presupposto di utilizzare
una scheda della tecnica che sia in grado di massimizzare l'obiettivo quali - quantitativo minimizzando il
costo. La costruzione della scheda della tecnica si
basa, quindi, sulla scelta della dose ottimale di tutti i
fattori della produzione impiegati nel processo produttivo. Attualmente, i più recenti lavori disponibili in letteratura indicano, per l'allevamento della razza
Chianina, un costo di produzione che consente ancora
di avere un margine positivo. Come evidenziato nel
contributo "Alcune considerazioni di carattere economico sull'allevamento della razza Chianina come alternativa alla coltivazione di tabacco nell'Italia centrale",
lo scopo della ricerca è stato quello di verificare l'esistenza di alternative colturali, in ambito zootecnico,
alla coltivazione del tabacco, da sviluppare nell'ambito di realtà aziendali già in essere. Un giudizio sulla
convenienza o meno dell'allevamento zootecnico, data
una consolidata letteratura sui costi di produzione che
non richiede ulteriori approfondimenti, dipenderebbe
allora solo dai prezzi che tale carne riesce a spuntare
nei diversi mercati. In realtà, visto che l'obiettivo della
ricerca era quello di valutare l'esistenza di alternative
produttive, rispetto a quella tabacchicola ,delle aziende esistenti sul territorio, non sarebbe stato corretto
applicare costi di produzione nati con le finalità prima
esposte, ma andava verificato se all'interno di quelle
realtà aziendali, con una ben definita organizzazione
strutturale, il processo produttivo zootecnico avesse
potuto costituire una valida soluzione alernativa alla
produzione tabaccicola.
Materiali e Metodi
La ricerca si è articolata in due distinte fasi. Nella
prima, utilizzando le fonti fornite dalle statistiche ufficiali (INEA e ISTAT), un questionario distribuito a
1 Dipartimento di Economia Agraria e delle Risorse Territoriali
dell'Università degli Studi di Firenze, Piazzale delle Cascine, 18,
50144 Firenze; tel. 0553288365;
[email protected]
circa 80 aziende e alcune visite a realtà aziendali rappresentative del contesto territoriale oggetto dell’indagine, è stata rilevata la consistenza delle aziende tabacchicole toscane e umbre e la loro peculiarità. Nella
seconda fase si è messo a punto un modello di simulazione che fosse in grado di evidenziare quali fossero le
principali carenze strutturali delle aziende, che avrebbero dovuto modificare il loro ordinamento colturale
abbandonando o riducendo la coltura tabacchicola.
Risultati e discussione
I dati rilevati hanno evidenziato una grossa disomogeneità delle realtà agricole presenti sul territorio
oggetto di indagine. Sia i dati statistici sia quelli campionari, acquisiti attraverso i questionari e le visite
dirette, hanno mostrato una ampia differenziazione
nelle strutture e nell'organizzazione aziendale.
L'indagine preliminare ha evidenziato che gran parte
delle aziende tabacchicole sono di dimensioni modeste e che esiste già un orientamento verso alternative
di tipo zootecnico, prevalentemente indirizzate verso
l'allevamento di bovini e suini. Attraverso l'analisi
campionaria si è rilevata una buona dotazione di
mezzi tecnici aziendali, che potrebbero agevolmente
essere impiegati nell'allevamento. Anche la dotazione di immobili aziendali è tale da consentire, attraverso opportune conversioni, un loro utilizzo a fini
zootecnici. In diversi casi, quindi, l'investimento iniziale potrebbe risultare modesto, anche se è necessario tenere presente che al disotto di una minima
superficie aziendale la conversione delle superfici
tabacchicole in superfici da destinare agli allevamenti non è opportuna. Nel campione di aziende rilevate
sono state inserite anche aziende che, oltre alla coltura tabacchicola, svolgono già un'attività di allevamento bovino. Soprattutto in questa fase dei rilievi ci
siamo resi conto che tutte le aziende contattate, pur
avendo modalità di gestione dell'allevamento molto
diversificate (numero di capi, strutture, manodopera,
produzione/acquisto foraggi, …), traevano un soddisfacente risultato economico dall'attività zootecnica
ed esprimevano una grossa propensione alla sostituzione della tabacchicoltura con l'allevamento. Queste
informazioni ci hanno convinto dell'inutilità di cercare di costruire tante differenti schede della tecnica.
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154 Marone
Tab. 1. Condizioni di convenienza alla conversione
Infatti sarebbe stato impossibile, o quantomeno
molto oneroso, studiare a fondo un campione rappresentativo delle differenti strutture aziendali osservate
,al fine di costruire una specifica scheda della tecnica
finalizzata poi alla valutazione della eventuale trasformazione dell'ordinamento colturale. Nella seconda fase del lavoro si è verificata la disponibilità, da
parte delle singole aziende, dei fattori della produzione legati alle singole tecniche produttive. Il modello
di simulazione che abbiamo costruito consente di stabilire, in funzione del numero dei capi allevati, quale
deve essere il rapporto ideale tra una serie di parametri opportunamente individuati per consentire di trarre profitto dall'allevamento. I parametri individuati
sono stati: ettari di superficie, UL effettive, ore di
avventizi, mq di ricoveri. In questo modo, definendo
Tab. 2. Aziende che hanno la possibilità di allevare un numero di
capi superiori a 20
Tab. 3. Aziende cha presentano il giusto rapporto tra i fattori della
produzione
Costo di produzione Chianina...
l'entità di uno dei parametri descritti, è possibile verificare le carenze dell'azienda
rispetto al suo dimensionamento ideale
come nell'esempio riportato (Tab. 1); così
l'azienda potrà capire quali sono i fattori
carenti e quali sono le necessità di investimento per adeguare le proprie strutture a
quelle ritenute ottimali per l'organizzazione
di un allevamento redditizio. Il secondo
elemento informativo che è stato possibile
ricavare ha riguardato la stima, a livello territoriale, del numero di aziende tabacchicole che presentano caratteristiche adeguate
per accogliere un allevamento dimensionato sulla base della superficie tabacchicola convertibile in coltura foraggera. I risultati ottenuti permettono
di osservare sia quante sono le aziende che presentano uno dei fattori sopra individuati in misura adeguata, sia il numero di aziende che presentano in maniera sufficiente tutti i parametri necessari alle necessità
dell'allevamento. A titolo esemplificativo si riporta il
risultato relativo alle aziende che possono allevare un
numero di capi maggiore di 20 (è il limite minimo di
capi individuato per ottenere risultati economici positivi) (Tab. 2) e le aziende che hanno già un giusto
equilibrio tra tutti i fattori individuati (Tab. 3).
Quanto sopra illustrato evidenzia che solo poche
aziende presentano un equilibrio tra i fattori produttivi tale da consentire l'immediato avviamento di un'attività di allevamento sicuramente redditizia.
Dall'analisi svolta emergono però quali sono i parametri per attivare un processo produttivo economicamente conveniente e consentono di individuare le
carenze da colmare per ogni singola azienda. In questo modo, invece di dare una risposta sul risultato che
mediamente gli agricoltori del territorio oggetto di
studio potrebbero raggiungere, è possibile per ogni
singola azienda andare a verificare quali investimenti sono richiesti. Sarà poi la singola azienda a valutare la convenienza dell'investimento, attraverso lo studio della disponibilità di risorse proprie e dell'accesso al credito, che costituiscono caratteri peculiari di
ogni singola impresa.
Bibliografia consultata
ISMEA. Il mercato della carne bovina, rapporto, 2006.
ISTAT. 5° Censimento generale dell'agricoltura, 2000.
De Roest K., Montanari C., Corradini E., Federici C. Analisi
del costo di produzione della carne di bovina in Italia, Atti
del XLII Convegno di Studi Sidea, pp. 272-286, Pisa,
2007.
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Marketing dell'offerta di capi di razza Chianina
Malevolti I1
Introduzione
Le valutazioni tecnico-economiche della validità
dell'allevamento di bovini di razza chianina non
possono limitarsi a considerare come dati esogeni e
neutralmente prefissati da un anonimo mercato il
prezzo all'azienda agricola e i volumi e gli sbocchi
commerciali. Al mercato, infatti, si deve guardare
come ad un insieme di relazioni, norme ed istituzioni, meccanismi attivi di valorizzazione del prodotto. Quest'ultimo aspetto (valorizzazione dell'offerta) vale, da una parte, ai differenti livelli della
filiera alimentare autonomamente per i diversi operatori, e vale per l'attività promozionale coordinata
tra operatori, ma ancor più - e in maniera speciale
per produttori di materie prime agricole e per l'offerta zootecnica in particolare - deve essere una
funzione costantemente espressa dagli allevatori
non solo al momento della contrattazione con i propri clienti (grossisti, macellai, buyers della grande
distribuzione) ma attraverso il mantenimento di un
"controllo" dei vari passaggi tra operatori fino
all'atto di acquisto del consumatore finale.
Materiali e Metodi
Il metodo seguito per la rilevazione delle informazioni si è basato su un questionario di intervista
semistrutturato adattato ai diversi operatori che
sono stati i seguenti: allevatori, buyers della GD,
grossisti, macellerie, ristoranti, responsabili di
associazioni professionali o consortili, tabacchicoltori senza allevamento o con un integrazione in tal
senso. In tutto si sono effettuate 34 interviste
approfondite sufficienti a definire una cornice di
insieme abbastanza completa degli aspetti mercantili del settore.
Risultati
Esiste un intreccio virtuoso tra consumo e conoscenze locali del prodotto (Toscana e Umbria e
poco più) derivante da ragioni storiche e culturali,
ed esteso all'esterno grazie al veicolo del turismo,
che trova riscontro in una immagine forte e in un
Professore Ordinario, Dipartimento di Economia Agraria e delle
Risorse Territoriali dell'Università degli Studi di Firenze, Piazzale
delle Cascine, 18, 50144 Firenze; tel. 0553288226;
[email protected]
prezzo relativamente elevato per un segmento di
mercato regionale e una nicchia di elite anche se in
direzione di una sola referenza merceologica: la
"bistecca alla fiorentina" (mentre nessuno riconosce il "bollito di chianina"); una questione di debolezza della gamma d'offerta in quanto solo uno specifico taglio sembra godere di un apprezzamento
mercantile degno dell'offerta di qualità e o di origine. La differenza si fa ancora più evidente a livello
della ristorazione.
L'immagine forte del prodotto è comunque assicurata (la conoscenza della "fiorentina" travalica
l'area del suo consumo) e proprio per questo esistono azioni concorrenziali ingannevoli anche se formalmente legali (l'offerta di "tipo genetico chianino", frutto di incroci). Un'azione attenta di salvaguardia è portata avanti dalle organizzazioni ANABIC, CCBI, IGP ma sembrano tutte molto orientate
alla fase della produzione, a parte ma parzialmente
il consorzio di tutela IGP, secondo una tipica logica
interna al settore agricolo (product oriented).
La domanda che sorge spontanea è se sia possibile allargare l'area della conoscenza e del consumo relativamente all'offerta attuale e soprattutto a
quella potenziale in rapporto alle esigenze di trovare alternative produttive per gli agricoltori già specializzati nella tabacchicoltura. Finora si può parlare di una strategia (implicita) delle aziende che ha
privilegiato la "penetrazione del mercato" (mercati
acquisiti/vecchi prodotti) senza considerare lo "sviluppo del mercato" (nuovi mercati/vecchi prodotti)
o meglio ancora la "via della diversificazione"
(nuovi mercati/nuovi prodotti, ossia prodotti rinnovati o rilanciati: bollito, spezzatino e ricette ad essi
collegate). Per ora esistono solo alcune esperienze
di esportazione per alcune imprese un poco più
organizzate che hanno saputo sfruttare alcune
occasioni spontanee e i risultati del passaparola
innescato dai turisti.
L'ottica con la quale si può guardare agli aspetti commerciali e distributivi, quali elementi di una
allocazione sicura, è assai articolata partendo dall'esistente: grossisti del resto più interessati alle
importazioni, rapporti diretti con la GD specie
della cooperazione di consumo, macellai tradizionali quasi sempre di aree rurali, ristoranti di quali-
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tà, anche casi di vendita diretta al consumatore. In
generale, il numero di ristoratori che acquistano
carne chianina sembra assai ridotto specie in aree
urbane a (troppo) forte incidenza turistica. Ma in
tutti i casi la valorizzazione dell'offerta e lo sviluppo dell'ampiezza del mercato sono sempre una questione di organizzazione, cooperazione e marketing
relazionale delle imprese e tra le imprese che
necessita pertanto di un salto di qualità culturale da
parte degli allevatori rivolta soprattutto al "controllo" della filiera grazie alla elaborazione di una mission diretta verso i consumatori che sappia sfruttare il bisogno della società dei consumi di riconoscersi in elementi simbolici e autoidentificatori (ad
esempio, il consumo di cibi pregiati, di qualità e
radicati al territorio e alla sua cultura).
Questo continuo riferimento alle capacità organizzative del settore apre ad una discussione finale
che rappresenta anche la conclusione all'analisi fin
qui esposta (ovviamente assai più articolata nel
Rapporto finale della ricerca).
Conclusioni
Abbiamo, più volte, sostenuto l'importanza di un
"controllo" di marketing della filiera sottolineando
l'aspetto dell'organizzazione per poterlo sostenere e
sempre pensando a quanto difficile risulti un discorso di tale portata culturale che presuppone un'azione svolta in forma integrata i tra produttori per la
conoscenza del mercato (in senso assai ampio) e la
presenza e il presidio su ciò che avviene durante il
flusso di merci ed informazioni fino al consumo
finale e di conoscenza dal consumo finale.
L'indagine diretta rafforza la pregressa e diffusa conoscenza sulla scarsa propensione all'integrazione tra imprenditori vuoi orizzontale (tra allevatori per agire sui costi di produzione) che verticale
(tra allevatori di vitelli da ristallo e ingrassatori e
ancora tra allevatori e distribuzione, per agire nella
contrattazione e sui prezzi). L'arrivo di una nuova
generazione di allevatori (giovani, ma ancora pochi
tra le aziende esaminate) sembra possa aprire nuovi
orizzonti collaborativi. Di contro, esisterebbe da
parte della GD, soprattutto cooperativa, un forte
interesse ai rapporti di organizzazione e integrazione tra gli allevatori sia sul piano informativo che
logistico: analisi e risposta alla stagionalità dei
consumi, comunicazione e condivisione delle
informazioni, allargamento della gamma, schemi
condivisi di alimentazione bestiame, sviluppo del-
Marketing dell’offerta capi Chianina...
l'offerta e nuovi mercati ecc. In definitiva, si può
parlare di un punto di debolezza del sistema dell'offerta ovvero delle aziende nel loro complesso.
Il punto di forza delle singole imprese, che
mette in ombra anche le esigenze interorganizzative di cui sopra, è dato finora dallo sbocco garantito dal mercato locale per la forza della tradizione
nel consumo di carne chianina. In definitiva si tratta di una nicchia di mercato cui si aggiunge la
domanda da parte del turismo via ristorazione privata (per la "bistecca alla fiorentina"). Il relativo
punto di debolezza sta nella visione ristretta degli
allevatori che non percepiscono in maniera chiara
la possibilità di estendere la nicchia anche al di
fuori del proprio ambiente attraverso strumenti di
comunicazione ovvero di conoscenza e apprendimento da parte di quella parte del mondo dei consumatori attento ai prodotti differenziati e disposto
a pagare un plus di prezzo per soddisfare questa
esigenza.
I mezzi a disposizione per questa promozione
sono diversi e consistono, in mancanza di una
massa critica anche collettiva d'offerta che permetta di avvicinarsi a forme costose di comunicazione
e pubblicità, in pubblicità su media specializzati,
promozioni localizzate in fiere, meeting ed eventi
speciali, testimonial particolari, fino a pensare di
potenziare l'autonomo sistema del passaparola
attraverso un "passaparola organizzato" (tutto da
impostare) o la creazione ad arte di momenti specifici per richiamare l'attenzione della pubblica opinione e dei massmedia sui comportamenti scorretti
di alcuni operatori economici e virtuosi dei produttori di carne chianina, con effetto positivo di ricaduta sugli allevatori quasi a costo zero.
In ogni caso tutto ciò comporta una consapevolezza della posta in gioco in primo luogo da parte
dei produttori che devono cominciare a ragionare
in termini più strategici, organizzativi e commerciali che agricolo-produttivi. Questa è la scommessa verso se stessi che proponiamo agli allevatori di
razza Chianina attuali o potenziali (come i tabacchicoltori o ex-tabacchicoltori in fieri).
Bibliografia
Malevolti I., (2003), Prodotti tipici locali tradizionali e turismo
rurale, IRPET, Firenze
Malevolti I., (2003), "Umbria: i prodotti tipici locali e tradizionali tra turismo culturale e pellegrinaggio religioso", in
Canavari M., Malevolti I., Agroalimentare e flussi turistici,
Edizioni Avenue Media, Bologna
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L'allevamento della razza suina Cinta Senese come alternativa
alla coltivazione del tabacco in Toscana
Bozzi R1
La razza suina Cinta Senese a partire dall'inizio
degli anni '90 ha avuto un incremento numerico
sostanziale. Se infatti fino al 1992 erano registrati
meno di 40 soggetti in totale, nel 2006 un'indagine
ARSIA contava 155 aziende con 1500 scrofe e 250
verri; il numero di aziende è ancora aumentato tanto
che il sito ANAS per la razza riporta alla fine del
2007, 214 aziende che allevano soggetti di razza
Cinta Senese. Questo incremento numerico è legato
all'interesse che è stato riservato ai prodotti di Cinta
Senese dal mercato; i prodotti derivati da questa
razza hanno infatti rapidamente conquistato una fetta
di mercato, ancorché ridotta, ma formata da consumatori disposti a spendere cifre sostanzialmente più
elevate. Questi consumatori oltre a riconoscere alcune caratteristiche organolettiche peculiari nei prodotti derivati dalla razza, identificano la Cinta Senese
con un sistema di allevamento più attento alla salute
ed al benessere sia del consumatore sia degli animali stessi. Il sistema di conduzione tradizionale prevede infatti l'allevamento outdoor sfruttando le risorse
del bosco e l'integrazione alimentare nei periodi di
ridotte disponibilità alimentari ma è bene ricordare
che il solo bosco nelle condizioni italiane non può
permettere l'allevamento di un numero sostanziale di
soggetti a meno di non avere a disposizione superfici vastissime su cui far sussistere gli animali.
Comunque la conversione di aziende che coltivano
tabacco ad aziende zootecniche basate sull'impiego
della Cinta Senese è una alternativa plausibile e conveniente a patto che la filiera produttiva si diversifichi da quella del suino classico.
Difatti, a fronte di una sostanziale soddisfazione per i prezzi che riescono a spuntare gli allevatori che operano anche la trasformazione, i soli allevatori spuntano prezzi decisamente non competitivi; prezzi che risentono della crisi che ha investito
il settore suinicolo in questi ultimi anni. A livello
nazionale infatti il prezzo dei suini è calato di un
10% nel 2007 e si è avuta anche una contrazione
nel consumo pro capite; al produttore oggi viene
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corrisposto un prezzo di poco superiore di 1 €/kg
senza che peraltro si sia osservata una riduzione dei
prezzi al dettaglio.
È ovvio che in una situazione così variegata la
decisione di allevare Cinta Senese non può prescindere da alcune scelte aziendali e la conversione
potrà essere di interesse per quelle aziende che riescono a far coesistere le produzioni agronomiche
(mais, grano, orzo, ecc….) con il successivo pascolo in campo dei suini ed una presenza sostanziale di
superficie boschiva per la fase di finissaggio
(castagna e ghianda) dei soggetti da ingrasso sarebbe preferibile. A tale riguardo dovrà inoltre essere
tenuto conto dell'effetto che la permanenza in
bosco dei suini provoca all'ambiente forestale; il
carico animale dovrà essere ridotto al minimo e
costantemente monitorato in modo da evitare rischi
di sovrapascolamento. La fase di allevamento è
stata comunque largamente indagata in questi anni
e le risultanze sperimentali forniscono ai futuri
allevatori quelle nozioni fondamentali per l'avviamento dell'attività. Si potrà appunto prevedere un
sistema di allevamento outdoor a patto che siano
disponibili ampie estensioni e periodi lunghi di
allevamento ponendo una particolare attenzione ai
boschi, oppure prevedere un allevamento di tipo
classico (indoor) che si troverà però ad affrontare
gli stessi se non maggiori problemi di quelli che si
riscontrano nell'allevamento dei suini "bianchi".
Dove invece è necessaria una profonda riflessione è proprio al riguardo della filiera produttiva.
Il settore che presenta delle carenze sostanziali per
una reale redditività dell'allevamento è proprio
questo; in un contesto come quello suinicolo nazionale la redditività di tali produzioni è strettamente
legata alla possibilità di creare una filiera corta, trovare il sistema per "reggere il prezzo" (qualità,
sicurezza, ….), porre attenzione a non inflazionare
il mercato. Il primo aspetto, filiera corta, è imprescindibile, le consistenze degli allevamenti portano
infatti ad una eccessiva frammentazione dell'offerta, a fronte di una domanda concentrata in larga
parte nella GDO si viene così a creare una filiera
che allo stato attuale risulta fortemente frammentata e fonte di instabilità (figura 1). In un contesto
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158 Bozzi
Fig. 1. Analisi dei momenti di filiera
come quello della Cinta Senese la filiera corta deve
giocoforza prevedere delle forme di associazionismo tra allevatori al duplice scopo di garantire il
consumatore sul prodotto fornito e di essere competitivi come offerta di mercato. Un sistema in tal
senso potrebbe consentire di inglobare il divario tra
prezzo a peso vivo e prezzo del prodotto trasformato come reddito dell'allevatore, condizione fondamentale per la sopravvivenza degli allevamenti.
Altro aspetto importante è la necessità di "reggere il prezzo" sul mercato e nel lungo periodo
questo potrà essere ottenuto solo attraverso una
caratterizzazione del prodotto e una sicura filiera di
tracciabilità genetica e alimentare. La forte oscillazione dei prezzi è infatti dovuta da un lato, come
ricordato prima, alla difficoltà della filiera ma dall'altro alla presenza sul mercato di prodotti di non
ben definita origine.
La rapida e ampia diffusione dei prodotti di
Cinta Senese ha in effetti rappresentato un punto di
debolezza del sistema, perché, come è accaduto per
altre produzioni, la possibilità di controllo è solo a
L’allevanento della Cinta senese...
livello documentale ed è quindi possibile trovare in commercio prodotti con
caratteristiche qualitative inferiori.
Tutto questo crea un grosso danno sia
per i produttori che per l'immagine
della zona di produzione e soprattutto
per il consumatore che acquista prodotti che non sempre presentano quelle caratteristiche di tipicità e qualità.
Ecco quindi che risulta di particolare
importanza creare la possibilità di tracciare a livello genetico ed alimentare il
prodotto. Al riguardo è di sicuro interesse la recente presentazione di una
DOP per i prodotti di Cinta Senese con
la denominazione di "Suino Cinto
Toscano DOP" ad opera del Consorzio
di Tutela del Suino Cinto Toscano.
In sintesi la possibilità di allevare
la razza suina Cinta Senese come alternativa alla
coltivazione del tabacco si può rivelare fattibile
solo per particolari aziende e avendo bene a mente
le reali condizioni del mercato suinicolo nazionale.
La redditività dell'allevamento sarà infatti garantita
se i prodotti potranno essere venduti a prezzi
sostanzialmente superiori a quelli del mercato suinicolo tradizionale; per ottenere questo surplus sarà
però necessario fornire prodotti con elevate caratteristiche qualitative e di sicura origine. Le aziende
che potranno favorevolmente convertirsi a questa
produzione saranno quelle di dimensioni medio
grandi con ampi appezzamenti boschivi a disposizione e in grado di inserirsi rapidamente in un contesto di filiera corta. Trattandosi poi di una produzione sostanzialmente di nicchia potrebbe essere
considerata come valida la possibilità di inserire la
produzione di suini di Cinta Senese in scala ridotta
in un contesto più ampio di allevamento zootecnico se non addirittura in una realtà agrituristica con
il consumo interno dei prodotti derivati dall'allevamento suinicolo.
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Il cavallino di Monterufoli: dati biometrici
Tocci R1 Sargentini C1, Giorgetti A1, Lorenzini G1., Gallai S1
Introduzione
Il cavallino di Monterufoli è una razza toscana a
rischio estinzione ed è originario dell'omonima
area in provincia di Pisa, dove ebbe inizio la selezione ed il miglioramento di questo tipo genetico,
anche attraverso l'intervento, su una popolazione
originaria, di riproduttori Maremmani, Tolfetani,
Orientali (Arzilli, 2006). Il recupero del tipo genetico ha avuto inizio negli anni '80 e al momento
sono presenti circa 220 soggetti. Questa Unità di
ricerca ha avviato, fin dal 2005, un lavoro di caratterizzazione morfologica e genetica i cui primi
risultati sono stati illustrati in precedenti comunicazioni (Tocci R., 2006). In questa sede sono riportati gli ultimi aggiornamenti di tale attività.
Materiali e metodi
I dati biometrici sono stati rilevati in 32
Monterufolini adulti (26 femmine e 6 maschi)
allevati in 6 allevamenti. Su ogni cavallo sono
state effettuate 26 misurazioni (Catalano, 1984).
L'altezza al garrese e l'altezza alla groppa sono
state misurate tramite ippometro, le larghezze
con compasso misuratore, le lunghezze e le circonferenze con nastro metrico. È stato calcolato
inoltre l'Indice Corporeo (Catalano, 1985;
Meregalli, 1980). Su tutte le misure, per femmine e stalloni, sono state calcolate la media e la
deviazione standard; è stata inoltre valutata la
frequenza percentuale di alcuni caratteri morfologici. I dati biometrici sono infine stati confrontati con quelli del 1947, data cui risale il primo
"standard di razza".
Risultati e discussione
I dati aggiornati ottenuti attraverso le ricerche
effettuate hanno confermato che il cavallino di
Monterufoli presenta altezza al garrese, circonferenza toracica e circonferenza dello stinco (tab.1)
paragonabili a quelli riportati in bibliografia
(Arzilli, 2006; Gandini G, Rognoni G., 1997) e
negli "standard di razza" (http://www.aia.it/, 2006).
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Fig. 1. Cavallino di Monterufoli
Tab.1. Biometrie di femmine e maschi adulti
Dal confronto con i dati storici (Braccini, 1947)
emerge invece una morfologia leggermente diversa
da quella del Monterufolino del 1947, quando la
razza aveva raggiunto probabilmente la sua massima diffusione (tab. 2). Il "vecchio cavallino" era
più alto tendenzialmente più dolicomorfo rispetto
al "Monterufolino moderno" (Tocci et al., 2007).
Le caratteristiche principali e peculiari di questo
cavallo, sono date da mantello morello, testa conica, profilo montonino, criniera e coda di colore
scuro, zoccolo resistente (tab. 3). Il suo allevamento potrebbe costituire un'alternativa o un'integrazione zootecnica alla tabacchicoltura: rappresenta
Tab.2. Confronto tra le biometrie delle femmine adulte del 1947 e
quelle attuali
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Tab.3. Principali caratteri morfologici
infatti una forte attrattiva dal punto di vista turistico e culturale che può dare un valore aggiunto a
tutte le Aziende che si occupano o che intendono
occuparsi di ippicoltura. Recentemente è stata
avviata una prova, finanziata dall'ARSIA, per valutare le oggettive idoneità alle due attitudini principali, la sella e gli attacchi.
I primi due cavalli hanno già raggiunto il centro
ippico di addestramento ed i buoni risultati ottenuti nell'ambito delle prime fasi di pratica lasciano
ben sperare sul futuro di questa razza.
Citazioni bibliografiche:
Aia, 2007 http://www.aia.it/.
Il cavallino di Monterufoli...
Arzilli, L.. Cavallino di Monterufoli. In: AA.VV., Risorse genetiche animali autoctone della Toscana, pp. 191. ARSIA,
FIRENZE, 2006.
Braccini A.. Cavallino di Monterufoli. XLVIII, 1-8,
L'Agricoltura italiana, 1947.
Catalano, A.L., 1984. Valutazione morfo-funzionale del cavallo
Igiene ed Etnologia. Goliardica Editrice, Noceto, (PR),
Italy, pp. 143.
Gandini G., Rognoni G.. Atlante etnografico delle popolazioni
equine ed asinine italiane, pp.142. CittàStudiEdizioni.
Milano, Italy, 1997.
Meregalli, A.. Conoscenza morfofunzionale degli animali
domestici, pp. 300. Liviana Ed., Padova, Italy, 1980.
Tocci R.. Il cavallino di Monterufoli. Atti Seminario "Le alternative zootecniche e faunistiche alla coltura del tabacco in
Toscana e Umbria". Cortona, 13 dicembre. In press. 2006
Importanza della tutela della diversità animale.
Caratterizzazione di due razze toscane a rischio estinzione:
il Cavallo di Monterufoli e l'Asino dell'Amiata. Tesi di
Laurea, 2006.
Tocci R., Sargentini C., Giorgetti A., Lorenzini G., Benedettini
A.. il Cavallino di Monterufoli: morfologia e biometria. Atti
del 9° Conv. Nuove acquisizioni in materia di ippologia.
Perugia, 22 giugno 2007.
Tocci R., Sargentini C., Lorenzini G., Degl'Innocenti P., Bozzi
R., Giorgetti A., Morphological characteristics of
"Monterufoli horse". Ital. J. Anim. Sci. 2007 29 May-1 Jun;
6 (1), 657-659. 2007.
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Caratteri biometrici dell'Asino dell'Amiata
Tocci R1
Introduzione
L'asino dell'Amiata può rappresentare una valida
alternativa o integrazione alla tabacchicoltura ove
sia presente un interesse imprenditoriale nei confronti di attività innovative quali: produzione di
latte non convenzionale, centri agrituristici, centri
ippici di vario tipo. Il latte di asina, anche se purtroppo non è ancora riconosciuto come alimento
dalla legislazione nazionale, ha caratteristiche
organolettiche molto simili a quelle del latte
umano. Al pari di questo infatti presenta un ridotto contenuto in proteine ed un elevato contenuto in
lattosio e simile è anche il contenuto di sali minerali (Civardi, 2000); risulta pertanto ideale per
allattare i bambini allergici al latte vaccino e rappresenta comunque un'alternativa al latte liofilizzato. Il latte di asina ha inoltre un contenuto di acidi
grassi polinsaturi del tutto simile a quello di donna
ed è molto ricco di lisozima, sieroproteina caratterizzata da elevate proprietà antibatteriche, in grado
di proteggere il neonato da possibili patologie e che
rende questo prodotto meno deperibile del latte di
mucca (Civardi, 2000). Il latte di asina è infine particolarmente ricco, in confronto ad altri di diverse
specie animali, di acidi grassi polinsaturi, che svol-
Fig. 1. Asino dell’Amiata
1 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze Zootecniche. Università
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Fig. 2. Puledro dell’Amiata
gono un ruolo importante per la salute umana ed in
particolar modo per il sistema immunitario ed
hanno capacità antinfiammatorie e di prevenzione
di malattie cardiovascolari (Civardi, 2000).
Nell'ambito delle azioni di recupero di questa
razza in via di estinzione, l'unità di ricerca ha
avviato fin dal 2005 un percorso di caratterizzazione morfologica teso anche alla ri-definizione degli
standard di razza. In una precedente comunicazione (Tocci R., 2006) erano stati riportati i primi
risultati biometrici provenienti da 11 soggetti. In
questa sede sono presentati gli aggiornamenti eseguiti con le attività svolte nel periodo 2006/2007.
Materiale e metodi
Sono stati misurati 56 soggetti adulti (48 fattrici e
8 stalloni) presenti in 9 aziende. Su ogni soggetto
sono state effettuate 26 misurazioni (Catalano,
1984). L'altezza al garrese e l'altezza alla groppa
sono state misurate tramite ippometro, le larghezze
con compasso misuratore, le lunghezze e le circonferenze con nastro metrico. È stato calcolato inoltre l'Indice Corporeo (Catalano, 1984; Meregalli,
1980). Su tutte le misure, per femmine e stalloni, è
stata calcolata la media, ed è stata inoltre valutata
la frequenza percentuale di alcuni caratteri morfologici.
Risultati e conclusioni
Gli aggiornamenti biometrici relativi all'asino
dell'Amiata hanno confermato e rafforzato l'andamento già emerso dal precedente studio: le biome-
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Tab. 1. biometrie di femmine e maschi adulti
Dati biometrici Asino dell’Amiata...
mente identica, almeno dal punto di vista morfologico, a quella, ben più numerosa, della prima metà
del secolo scorso. Sono state inoltre confermate
tutte le principali caratteristiche morfologiche
(tab. 2), rappresentate dal mantello sorcino, dalla
croce scapolare, dalle zebrature agli arti, dallo zoccolo resistente e di colore scuro.
Citazioni bibliografiche
Tab. 2. principali caratteri morfologici
trie (tab. 1) sono molto simili a quelle riportate nei
vecchi standard di razza e nella bibliografia relativamente più recente (Gandini G., Rognoni G.,
1997). La popolazione-reliquia attuale, di struttura
corporea meso-dolicomorfa, risulta quindi pratica-
Catalano, A.L., Valutazione morfo-funzionale del cavallo Igiene
ed Etnologia. Goliardica Editrice, Noceto, (PR), Italy, pp.
143, 1984.
Civardi G. Studio del latte di equidi in funzione di un suo utilizzo in alimentazione umana. Tesi di Dottorato, 2000.
Gandini G., Rognoni G.. Atlante etnografico delle popolazioni
equine ed asinine italiane, pp.142. CittàStudiEdizioni.
Milano, Italy, 1997.
Gianangeli B. Salvaguardia e valorizzazione del germoplasma
autoctono toscano: caratterizzazione morfologica dell'asino
dell'Amiata. Tesi di Laurea, 2006.
Meregalli, A.. Conoscenza morfofunzionale degli animali
domestici, pp. 300. Liviana Ed., Padova, Italy, 1980.
Tocci R.. L'Asino dell'Amiata. Atti Seminario "Le alternative
zootecniche e faunistiche alla coltura del tabacco in
Toscana e Umbria". Cortona, 13 dicembre. In press. 2006
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Un'antica razza da salvare: il maiale Macchiaiolo maremmano
Giorgetti1, Gallai S1, Ciani F2, Sargentini C1, Lorenzini G1, Tocci R1
Premessa
L'attribuzione di una popolazione numericamente
molto ridotta a un tipo genetico antico, sul quale
non sono possibili acquisizioni provenienti dalla
genetica molecolare, è sempre molto difficoltosa.
Mancando una base genetica di riferimento il percorso di accertamento della sopravvivenza della
razza deve necessariamente seguire vie più complesse e orientate in diverse direzioni: analisi storica; testimonianze scritte o orali; rilievi morfologici sui presunti superstiti e loro confronto con il
materiale iconografico esistente e con i dati biometrici reperibili in letteratura riguardanti la razza;
analisi genetiche dei presunti superstiti confrontate
con quelle di razze ancora esistenti, vicine dal
punto di vista fenotipico e/o geografico, per escludere l'appartenenza dei superstiti alle stesse, come
semplici ecotipi locali. Questo approccio è stato
seguito anche per la razza suina Macchiaiola
maremmana.
L'analisi storica
Come tutte le antiche razze suine italiane, ampiamente rappresentate fino alla prima metà del secolo scorso, la Macchiaiola deriva da materiale genetico autoctono, con successiva, parziale introgressione genetica di suini orientali. Informazioni ottenute da reperti osteologici di siti neolitici ubicati
nell'alto Lazio e in Toscana sembrano suggerire
una domesticazione locale di cinghiali che escluderebbe l'introduzione di maiali coevi già domestici, caratterizzati da parametri somatici diversi
(Tagliacozzo, 2002). Con l'affermarsi della civiltà
Etrusca, l'allevamento del maiale divenne predominante su quello delle altre specie e anche dopo l'occupazione romana l'allevamento in Toscana continuò a basarsi soprattutto sui suini, con sistemi di
allevamento intensivi nelle aree suburbane ed
estensivi nelle foreste quercine di pianura o nei
boschi misti di collina. Dopo la caduta dell'Impero
1 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze Zootecniche. Università
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2 ConSDABI (Consorzio per la Sperimentazione, Divulgazione e
Applicazione di Biotecniche Innovative) - National Focal Point
FAO - Benevento
Fig. 1. Maiali di razza Macchiaiola
Romano, la forte contrazione dei coltivi a vantaggio dei boschi offrì spazio abbondante all'allevamento brado, soprattutto suino (Ciani, 2003),
retaggio dell'allevamento estensivo dell'epoca
romana e prediletto dai Longobardi. I maiali
medievali, progenitori delle razze autoctone italiane erano abbastanza diversi da quelli della precedente epoca romana e assomigliavano di più ai cinghiali, a causa del frequente accoppiamento fra
scrofe domestiche e verri selvatici che numerosi
popolavano ovunque gli habitat toscani. Nella
seconda metà del XVII secolo maiali orientali furono importati in Italia per essere incrociati con le
popolazioni suine primitive indigene; il successivo
esteso meticciamento che si diffuse in tutto il paese
dette origine a varietà locali, le vere progenitrici
delle attuali razze autoctone.
La Macchiaiola maremmana moderna e il
suo recupero
La Macchiaiola maremmana fino agli inizi del XX
secolo era diffusa in tutta la Toscana e Mascheroni
ne descrive le caratteristiche morfologiche e i principali parametri biometrici (Mascheroni, 1927).
Negli anni '30 la razza fu anche incrociata, a scopo
di sostituzione, con la Cinta senese, ma fortunatamente la sostituzione non fu integrale. E' stato così
possibile avviare un percorso di studio, indagine e
ricerca volto a: 1) verificare la corrispondenza
morfologica tra i soggetti recuperati e il materiale
iconografico e scritto relativo alla razza; 2) preparare standard fenotipici aggiornati, attraverso rile-
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vazioni periodiche del peso e degli altri parametri
biometrici alle diverse età; 3) eseguire una caratterizzazione genetica (in collaborazione con il
ConSDABI), finalizzata a: i) verificare la distanza
genetica tra questi soggetti e la razza Cinta senese;
ii) verificare la distanza genetica tra questi soggetti e le altre razze autoctone italiane; iii) misurare il
grado di somiglianza genetica con le altre razze
autoctone e stabilire le relazioni filogenetiche.
Tutte queste attività sono attualmente in corso di
esecuzione. Per quanto riguarda in particolare il
punto 1., le caratteristiche morfologiche di oltre 60
soggetti (circa 20 riproduttori tra maschi e femmine) appartenenti a 5 diversi allevamenti di 4 province toscane, hanno soddisfatto i parametri morfologici considerati tipici della razza; a parte alcune
affinità con la Cinta senese, le forme del
Macchiaiolo rispettano i canoni caratteristici di
suini più carnaioli, rotondi e con profili relativamente convessi. Per quanto riguarda il punto 2.
sono stati eseguiti rilievi biometrici su 12 soggetti
di diverso sesso e differente età; nonostante si tratti di un numero esiguo le misure corrispondono a
quelle riportate da Mascheroni nel 1927. Per quan-
Il maiale Macchiaiolo maremmano...
to riguarda infine il punto 3. è iniziata, su 18 soggetti, la raccolta di sangue e di pelo, matrici dalle
quali è stato estratto il DNA per le analisi genetiche. I primi risultati sembrano confermare l'appartenenza a un gruppo genetico a sé stante, diverso in
particolare dalle altre razze autoctone toscane, e
l'esistenza di livelli di eterozigosi sufficienti ad
intraprendere un'opera di selezione e miglioramento genetico per il recupero e la valorizzazione di
questa antica, nobile razza.
Citazioni bibliografiche.
Alderson L. "The change to survive. Rare breeds in a changing
world". Ed. Cameron & Tayleur. London. 1978.
Ciani F. "Evoluzione storica dei tipi genetici autoctoni suini, a
rischio di estinzione o in stato di abbandono, dell'Emilia
Romagna: strategie di recupero, conservazione e valorizzazione". In Atti del Seminario di Studio "La cultura delle
produzioni suine nel territorio della Val d'Enza", 16 settembre. Comune di Bibbiano (RE). 2003.
Morton J.R. "Birth of the British pig". In "The ARK",
Settember; Ed. Rare Breeds Survival Trust. Kenilworth
(GB). 312-314. 1987.
Tagliacozzo A. " L' allevamento e l'alimentazione di origine animale tra il Neolitico e l'età dei metalli : i dati archeozoologici". In "Storia dell'Agricoltura Italiana, l'Età Antica",
Accademia dei Georgofili. Ed. Polistampa. Firenze. 2002.
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Una razza antica da salvare: la pecora dell'Amiata e delle
Crete senesi
Giorgetti1, Gallai S1, Ciani F2, Sargentini C1, Lorenzini G1, Tocci R1,
Diodato F1
Premessa
A partire dai dati riportati in una precedente comunicazione (Gallai S. et al, 2006) è stato effettuato
un censimento completo nella provincia di
Grosseto.
Materiali e metodi
Sono stati visitati tutti gli allevamenti ovini della
provincia di Grosseto nei quali era stata segnalata
la presenza della razza. Tutti i soggetti presenti
sono stati esaminati sotto l'aspetto morfologico e
sono state raccolte notizie e informazioni sulle
aziende e sugli animali in esse presenti attraverso
incontri e colloqui con gli allevatori.
Risultati e discussione
Sono stati individuati 18 allevamenti, con una
popolazione complessiva, morfologicamente assegnabile al tipo genetico "Pecora dell'Amiata", di
1282 pecore e 36 montoni. La consistenza della
razza, ancorché modesta, risulterebbe quindi di
gran lunga superiore rispetto a quanto ipotizzato in
una precedente comunicazione (Gallai et al, 2006).
In tutti i soggetti la testa appare leggera con profilo rettilineo o appena convesso; le orecchie sono
piccole e portate orizzontalmente; il collo è esile. Il
vello si presenta semi-chiuso, a bioccoli conici, di
colore bianco sporco; solo il ventre e la parte distale degli arti (avambraccio e gamba anatomica)
sono scoperti. La lana copre parzialmente le guance e non supera il sincipite. Tutte queste caratteristiche sono perfettamente corrispondenti agli standard dell'antica popolazione. Contrariamente a
quanto segnalato in passato (anni '30), non sono
invece state riscontrate macchie nere o marroni sul
vello, peraltro presenti nella prima metà del secolo
scorso su un numero esiguo di soggetti; dal punto
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Applicazione di Biotecniche Innovative) - National Focal Point
FAO - Benevento
Fig.1. Gregge di pecore dell’Amiata
di vista della pigmentazione la popolazione attuale
si presenta quindi più omogenea. Parzialmente
diversa è la situazione riguardante le corna.
Normalmente le femmine di pecora dell'Amiata
erano acorni ed in effetti tutte le 1282 pecore assegnate alla razza sono prive di corna. Dei 36 montoni presenti invece solo poco più della metà (19)
sono cornuti, mentre nel secolo scorso la percentuale dei maschi con corna superava il 90%. Si
pone quindi il problema di un'accettazione di tali
soggetti i quali, pur presentando morfologia tipica
della pecora dell'Amiata, sono sprovvisti delle
corna, carattere che si potrebbe considerare distintivo della razza. Poiché però anche in passato, sia
pure con incidenza minore, erano presenti montoni
acorni, sembra opportuno, in questa fase di ridotta
numerosità, non scartare a priori questi soggetti ma
utilizzarne i migliori, con cautela e parsimonia, al
fine di non perdere complessi genici . D'altra parte
storicamente è presente nella razza una certa variabilità, anche nell'ambito dello stesso allevamento,
retaggio di antichi apporti genetici di diverse razze
o razze-popolazioni. Ancora negli anni '30 si osservavano sul Monte Amiata, e in particolare sul
Monte Labbro, individui fortemente merinizzati
tendenti in modo spiccato al tipo "maremmano",
caratterizzati da una taglia ridotta, da una buona
produzione di latte e di lana e relativamente omogenei. Nei greggi del versante senese invece la
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La pecora dell’amiata...
popolazione era più eterogenea e spesso molti soggetti presentavano sproporzioni fra altezza degli
arti e tronco, copertura lanosa più limitata e produzione lattifera più scarsa; per questo vi furono
anche occasionali incroci con la Bergamasca e
L'Ile de France. La popolazione moderna di pecora dell'Amiata sembra molto più simile a quella più
gentile del monte Labbro.
Fig.2. Pecora dell’Amiata
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L’allevamento biologico della capra da latte: studio di due
aziende toscane
Lorenzini G1, Martini A1, SargentiniC1, Giorgetti A1
Introduzione
Per valutare le potenzialità produttive dell'allevamento biologico caprino per la produzione di latte
destinato alla caseificazione aziendale, che può
rappresentare, in particolari situazioni, un' alternativa o una fonte integrativa importante alla coltivazione del tabacco in alcune zone della Toscana
(Lorenzini et al., 2006), sono state analizzate due
aziende che sembrano ottenere positivi risultati
economici.
Materiali e metodi
Le aziende studiate sono L'Azienda S. Margherita
(1), in provincia di Siena, e l'Azienda Podere Le
Fornaci (2), in provincia di Firenze. La prima, che
ha avviato l' attività da oltre 10 anni, ha un gregge
più numeroso, la cui età media è più elevata di
quella dell'allevamento Le Fornaci. S. Margherita
alleva inoltre da diversi anni la razza Girgentana,
più rustica ma anche meno produttiva della
Camosciata, allevata nel Podere Le Fornaci. Sono
stati rilevati: forma di possesso e tipo di conduzione; ubicazione altimetrica e superficie aziendale;
consistenza e composizione del gregge; alimentazione; produzioni e canali di vendita.
Risultati e discussione
Le due aziende differiscono per titolo di possesso e
forma giuridica. La 1 è azienda familiare di proprietà dell'allevatore mentre la 2 è una società semplice con terreni in affitto; entrambe sono a conduTab. 1. Produzioni di latte
1 CIRSeMAF - Dipartimento di Scienze zootecniche
dell'Università di Firenze, via delle Cascine, 5. 50144 Firenze.
Tel. 055 3288357. Fax 055 321216.
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zione diretta con salariati. Le due aziende, a fronte
di una superficie a pascolo uguale (20 ha) e sufficiente alle esigenze delle greggi, mostrano una
notevole differenza di estensione sia della superficie totale (80 ha la 1 e 30 ha la 2) che di quella
destinata alle colture foraggere (20 ha vs 6 ha). Ciò
influenza notevolmente non solo la composizione
delle razioni adottate ma soprattutto i costi di allevamento: mentre la 2 deve ricorrere all'acquisto
non solo della quasi totalità dei concentrati ma
anche di buona parte del fieno, l'azienda 1 è pressoché autosufficiente. I due allevamenti hanno
livelli produttivi unitari diversi, più elevati nella 2
a causa della scelta di una razza ad alta specializzazione, ma la differente consistenza delle greggi fa
sì che le produzioni annuali siano abbastanza simili (tab. 1). Entrambe le aziende si sono dotate di un
caseificio aziendale nel quale trasformano direttamente il proprio latte. I prezzi effettuati
dall'Azienda 1 sono più elevati e uguali per ogni
tipo di formaggio, mentre l'Azienda 2 pratica prezzi variabili in base alla stagionatura, come mostrato in tabella 2. Per quanto riguarda i canali di vendita (tab. 3) le differenze sono dovute alla diversa
localizzazione delle aziende. Il Podere Le Fornaci,
in Chianti e quindi vicino a Firenze, riesce a commercializzare direttamente il prodotto in fiere e/o
mercati di prodotti biologici e tipici locali con
cadenza per lo più fissa durante l'anno. L'azienda S.
Margherita, più lontana da grossi centri abitati, ha
attivato invece varie forme di vendita tra le quali la
fornitura ai ristoranti
occupa la percentuale
più importante. La
vendita dei capretti,
pur essendo secondaria rispetto al formaggio e concentrata in un
periodo relativamente
breve, rappresenta una
voce non trascurabile delle entrate delle due aziende. Nel periodo prossimo alla Pasqua, quando la
richiesta è maggiore, il prezzo spuntato per i
capretti macellati e preparati per la vendita in ottavi, è intorno ai 14 €/kg.
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Tab. 2. Prezzi di vendita del latte e dei formaggi a vario grado di
stagionatura
Tab. 3. Canali di vendita
L’allevamento biologico della capra da latte...
Citazioni bibliografiche
Piano zootecnico regionale (2000)
AAVV. Il germoplasma della Toscana tutela e valorizzazione. - Atti del convegno. Arsia,1999
Lorenzini G., Martini A., Sargentini C., Giorgetti
A. L'allevamento della capra da latte: struttura dell'allevamento biologico. Seminario "Le alternative
zootecniche e faunistiche alla coltura del tabacco in
Toscana e Umbria", Cortona, 13 dicembre, 2006
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