La “scatola nera” dell’economia italiana: mercato del lavoro, istituzioni, formazione dei salari e disoccupazione Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora* Università Cattolica del «Sacro Cuore», Milano 1. - Introduzione Il secondo dopoguerra è stato per l’Italia un periodo di rilevanti trasformazioni e di profondi mutamenti sia nel mercato dei beni, sia in quello del lavoro. Benché decenni di crescita sostenuta abbiano permesso all’Italia di entrare nel novero dei paesi più industrializzati, tale processo non è stato privo di contraddizioni. L’Italia, che nel 1979 (ovvero ai margini della seconda “Crisi Petrolifera”) era tra le economie con il più alto tasso d’inflazione, è passata ad avere nel 1999 un tasso d’inflazione assimilabile a quello degli altri paesi della comunità europea. Dopo anni di rigida politica fiscale, anche l’elevato debito del settore pubblico, ereditato dalle politiche di deficit spending degli anni ’80, mo* Dell’Aringa C. e Lucifora C., rispettivamente Professore Ordinario e Professore Straordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia, desiderano ringraziare i partecipanti ai seminari cui hanno preso parte per i commenti ricevuti ed in particolare Tito Boeri, Daniele Checchi e Gino Faustini per i preziosi suggerimenti. Sono inoltre grati a S. Scarpetta per aver fornito alcuni dei dati OCSE. Entrambi gli autori hanno beneficiato del sostegno finanziario del MURST. Come d’uso, ogni eventuale errore od omissione è esclusiva responsabilità degli autori [Cod. JEL: J2, J3, J5]. Avvertenza: i numeri nelle parentesi quadre si riferiscono alla Bibliografia alla fine del testo. 22 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora stra ora un’eccedenza di bilancio (al netto degli interessi). Negli ultimi anni, anche i tassi d’interesse reali si sono rapidamente allineati alla media europea. D’altra parte, il “modello italiano” è stato spesso indicato come un esempio di diffuse inefficienze, tra cui l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, la ridotta competitività presente nel mercato dei beni, l’eccessiva dimensione del settore pubblico (e delle sue spese di gestione), e, per ultima, ma non per questo meno importante, l’instabilità politica. Un ulteriore aspetto che caratterizza l’economia italiana è l’alto tasso di disoccupazione che, nel 1999, ha raggiunto circa il 12% della forza lavoro totale. Sebbene questo tasso non sia particolarmente distante da quello presente nella maggior parte delle economie dell’Europa continentale — essendo inferiore soltanto al Belgio ed alla Spagna — si differenzia notevolmente dal tasso di disoccupazione osservato in altri paesi industrializzati, quali gli USA (4,6%) ed il Giappone (3,4%). In una situazione come questa, la recente partecipazione dell’Italia all’unione monetaria europea (UME) — e la conseguente necessità di adeguarsi ai criteri di Maastricht — renderà difficile realizzare politiche finalizzate esclusivamente alla stabilizzazione interna di breve periodo, giacché, nel frattempo, sarà sempre più necessario intervenire su quei fattori che, in presenza di shock esogeni, ostacolano i processi di convergenza tra nazioni e di aggiustamento all’interno di esse. Così, visto che per molti osservatori i risultati positivi dell’economia italiana nel periodo del dopoguerra sono tuttora di difficile comprensione, può essere interessante analizzare con maggiore attenzione quali elementi abbiano agito all’interno della “scatola nera” dell’economia italiana e siano stati in grado di influenzarne l’evoluzione recente. L’importanza di quest’analisi è oggi accresciuta dal suo contenuto d’attualità, giacché, dopo il completamento dell’UME, il tasso di crescita dell’economia italiana — ma anche di tutta l’Europa — ha mostrato i segni di un marcato rallentamento. Alla luce di queste considerazioni, se si vuole analizzare le performance dell’economia italiana, occorre per prima cosa prendere in considerazione quei fattori che ne ostacolano o rallenta- La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 23 no la crescita, quali l’eccessiva disoccupazione e la sua persistenza a livelli particolarmente elevati. Nella prima parte di questo studio sarà documentata l’evoluzione dell’economia italiana nel contesto europeo, focalizzando in particolare l’attenzione sul funzionamento del mercato del lavoro a livello aggregato. Successivamente verrà presentata un’ampia descrizione dell’evoluzione dei salari e della (dis)occupazione, e, nel contempo, verrà anche analizzato che ruolo hanno avuto le rigidità presenti nel mercato del lavoro nella spiegazione delle dinamiche occupazionali e salariali. In seguito, lo studio analizzerà l’evoluzione delle istituzioni del mercato del lavoro ed in particolare del set di norme ed incentivi economici diretti sia alle imprese sia ai lavoratori. Ne sono esempi tipici il sistema d’indicizzazione dei salari (la cosiddetta “scala mobile”), applicato prevalentemente nel corso degli anni ’70 ed ’80, e la legislazione del lavoro (lo Statuto dei lavoratori) che, tra le varie materie trattate, regola anche le norme d’assunzione e licenziamento. Va poi ricordato che, insieme alle indicazioni provenienti dalle tornate elettorali di livello nazionale, anche l’atteggiamento tenuto dai “partner sociali” ha giocato un ruolo centrale nel dialogo politico, data l’influenza che essi esercitano nella formulazione e nell’effettuazione delle scelte di politica macro-economica. Ad esempio, nella seconda metà degli anni ’90, il rinnovato interesse per la politica dei redditi è nato soprattutto in conseguenza all’Accordo del luglio ’93 sul costo del lavoro, che ha individuato come obiettivi prioritari della contrattazione sia l’applicazione della politica di concertazione, sia la necessità di contenere le pressioni inflazionistiche (Fabiani et Al. [27]). L’analisi aggregata non consente tuttavia di evidenziare alcuni fenomeni strutturali che, in Italia, giocano un ruolo di estrema importanza nella determinazione dei risultati economici, e più precisamente l’esistenza di disuguaglianze significative tra regioni e di marcate disparità tra i gruppi d’individui che competono nel mercato del lavoro. Queste caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano sono trattate nella terza sezione. L’esistenza di squilibri territoriali nei tassi di partecipazione, la diffusione del 24 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora lavoro autonomo, i differenziali salariali, i tassi di disoccupazione, senza dimenticare l’ampia diffusione dell’economia irregolare, rappresentano le caratteristiche salienti di questo fenomeno. Altre diseguaglianze di questo tipo sono individuabili nella quota crescente d’impieghi a basso salario e nell’alto tasso di disoccupazione, unitamente alla sua persistenza all’interno d’alcuni gruppi d’individui. Nella quarta sezione verrà valutato in primis il ruolo delle politiche che hanno caratterizzato la prima ondata di riforme nel mercato del lavoro, e, successivamente, l’impatto di quelle che sono state introdotte più di recente per far fronte al crescente aumento dei disoccupati di lungo periodo. D’altro canto, benché molti programmi di promozione ed incentivazione dell’occupazione part-time, del “lavoro in affitto” e della mobilità geografica, siano stati già introdotti attivamente nel mercato del lavoro, ad oggi non è ancora possibile conoscerne con esattezza gli effetti su occupazione e disoccupazione. 2. - Occupazione, disoccupazione e salari: una prospettiva aggregata Per stabilire il livello di prosperità di una nazione e la sua performance economica, spesso si utilizzano indicatori macroeconomici che forniscono informazioni sul grado d’efficienza nell’“utilizzo” e nella “allocazione” delle risorse (scarse) disponibili. Anche se il ricorso a tali indicatori pone svariati problemi — statistici e concettuali — d’identificazione e di misurazione, il loro utilizzo può tuttavia fornire un valido aiuto per valutare l’efficienza economica, di una nazione. Per avere un quadro più completo delle tendenze in atto, assieme ad indicatori tradizionali quali il livello del PIL pro-capite, è importante utilizzare anche altri indicatori, in grado di fornire maggiori informazioni sull’utilizzo effettivo di risorse, come, ad esempio, la proporzione di popolazione in età lavorativa che è occupata. Per ciò che concerne l’economia italiana, osservando il valore di questi indicatori e confrontandolo con quello della maggior parte delle nazioni OCSE, La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 25 si può notare che esistono differenze significative, nel livello d’utilizzo dei fattori produttivi analizzati. In particolare, come indicato nella tavola 1, se consideriamo diversi indicatori del livello di produttività (PIL per unità lavorativa o per ora lavorata), l’Italia si pone al di sopra della media EU15 e, dunque, tra i paesi con le migliori performance del mondo industrializzato. Questo risultato non sembra dipendere né da differenze nel numero di ore lavorate pro-capite (HRW) e nemmeno da fattori puramente demografici, ma principalmente dalla percentuale di popolazione occupata (51%), che (con la Spagna, 46,4%) è la più bassa tra le nazioni OCSE. Quest’ultimo è anche l’aspetto che differenzia maggiormente le nazioni europee dagli USA e dal Giappone; in queste due nazioni il tasso di occupazione è maggiore rispettivamente, del 12% e del 16% rispetto alla media europea. In altri termini, la proporzione tra persone occupate e popolazione in età lavorativa è tale che, in Italia, per ogni persona che lavora, ne esistono molte altre che potenzialmente appartengono alla forza lavoro attiva, ma che si trovano in diverse situazioni di “non lavoro” (inattivi, disoccupati, pensionati, et.) e che, pertanto, devono essere mantenute. Con l’eccezione della situazione di persistente disoccupazione, che indica chiaramente un cattivo fun- TAV. 1 PROSPERITÀ ECONOMICA ED UTILIZZO DEL LAVORO* Francia Germania Spagna PIL/POP*** PIL/HRW*** HRW/EMP (p.a.) EMP/POP % POP/TPOP % tasso disoccup. % (i) maschi (ii) femmine * 17,92 27,06 17,39 60,5 63,3 11,7 9,8 14,0 18,33 25,61 16,66 63,7 67,5 8,2 7,1 9,6 12,67 21,88 18,07 46,4 65,8 22,9 18,2 30,5 Italia E15** USA Giappone 17,66 28,37 17,52 51,2 68,9 11,9 9,2 6,4 16,74 24,50 17,21 60,2 66,0 10,8 9,4 12,5 23,77 29,61 17,37 72,1 65,9 5,8 3,1 4,0 19,73 19,44 19,01 76,4 69,7 3,2 1,9 8,4 È stata usata la seguente scomposizione: PIL/POP=(PIL/HRW)(HRW/EMP)(EMP/POP)(POP/TPOP). ** inclusi i nuovi Länder tedeschi. *** PIL pro capite misurato come standard a parità di potere d’acquisto (PPS). Fonte: Conti Pubblici, DGH, 1995; Job Study; OCSE, [46]. 26 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora zionamento dell’economia, in linea di principio non c’è nulla di patologico quando, in una nazione, vi è una divisione del lavoro tale che alcuni segmenti della popolazione mostrino una maggiore preferenza per il tempo libero se, al contempo, esiste un’efficace (implicita) ridistribuzione del reddito tra “lavoro” e “non lavoro”. In Italia, come sarà mostrato in seguito, l’elevata percentuale di disoccupati e il basso tasso di partecipazione della popolazione femminile e delle coorti più anziane, rendono tuttavia difficile da sostenere nel lungo periodo tale processo di ridistribuzione del reddito tra lavoro e non lavoro. Pertanto, date queste caratteristiche, il “modello italiano” appare molto efficiente nell’“utilizzo” delle risorse lavorative, ma alquanto inefficiente nella “distribuzione” delle stesse. In questo senso, sembra perciò particolarmente opportuna un’analisi più approfondita delle forme strutturali d’incentivo e degli elementi di rigidità che hanno determinato queste tendenze nei tassi di partecipazione e (dis)occupazione nel mercato del lavoro. 2.1 Modelli di occupazione e partecipazione Nel grafico 1, le differenze nella percentuale di occupati tra gli USA e l’Europa, e tra Italia e il resto dell’Europa risultano, se possibile, ancora più chiare e facilmente evidenziabili. Confrontando l’Italia con gli Stati Uniti e l’Europa, emerge che, negli ultimi dieci anni, la percentuale di occupati (sul totale della popolazione) è costantemente diminuita mentre, nel contempo, si è verificato un rilevante aumento del tasso di disoccupazione (graf. 3). In Italia, l’evoluzione della percentuale di popolazione occupata rispecchia fedelmente quella avvenuta nel resto d’Europa (UE15), anche se il suo livello medio è sempre nettamente più basso. Per contro, le dinamiche che riguardano sia il livello medio di occupati sia l’entità dei suoi mutamenti nel corso del tempo sono totalmente diverse negli USA, dove la popolazione occupata è cresciuta in modo significativo (e la disoccupazione è diminuita). La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 27 GRAF. 1 RAPPORTO TRA OCCUPATI E POPOLAZIONE IN ETÀ LAVORATIVA (1990-1996) 75 70 E15 65 ITA USA 60 55 50 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 A dispetto di quanto emerge dal grafico 1, occorre molta cautela nell’analizzare e interpretare il rapporto tra percentuale di occupati/popolazione da un lato e disoccupati dall’altro. Come osservato in precedenza, la proporzione di popolazione lavorativa occupata, non dovrebbe essere usata come una misura diretta della (scarsa) capacità delle economie europee di creare posti di lavoro, poiché soltanto una parte del divario occupazione/popolazione può essere spiegato con le differenze nei tassi di disoccupazione. La presenza di specifici modelli di partecipazione al mercato del lavoro e di tipici trend demografici ne possono costituire i restanti motivi1. Mentre gli ultimi non variano molto, i tassi di attività differiscono in modo significativo sia tra nazioni sia tra gruppi di individui al loro interno (tav. 2). Il fattore che alimenta maggiormente le differenze tra i tassi 1 Il tasso di occupazione è diminuito in Italia, così come in tutti gli altri paesi OCSE. Osservando i tassi di partecipazione, si può tuttavia osservare che il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro ha continuato a crescere — anche se, in Italia, rimane ad un livello più basso rispetto alla media europea —, mentre quello degli uomini è in progressivo declino. 28 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora di occupazione e partecipazione negli USA e negli altri paesi europei da un lato, e in Italia dall’altro, è dato dalla proporzione notevolmente inferiore di coorti di individui giovani (sotto i 25 anni) e anziani (sopra i 55 anni) attualmente occupate o attivamente partecipanti al mercato del lavoro, mentre non sembra esistere alcuna differenza significativa tra gli adulti di sesso maschile. Mentre negli USA e in Giappone oltre il 70% dei lavoratori tra il 15 ed i 24 anni hanno un lavoro, in Italia la proporzione è di circa il 30% (la media europea è del 50%). Analogamente, in Italia solo (circa) il 25% di anziani (sopra i 55 anni) risulta occupato, rispetto al 60% degli USA e del Giappone. Tali risultati mostrano che, in ogni segmento (lavorativo e non-lavorativo) della popolazione, esistono modelli di partecipazione al mercato del lavoro che variano in maniera considerevole tra paese e paese. Per quanto riguarda le differenze tra Italia ed Europa da un lato, e Stati Uniti dall’altro, queste dipendono, in primo luogo dal maggior tasso di partecipazione dei giovani al sistema scolastico ed alla durata più lunga dell’iter formativo, e, in secondo luogo, dal minor numero di persone che studiano e lavorano contemporaneamente (Krueger [35]). Quest’ultimo aspetto può essere particolarmente rilevante per l’Italia, a causa della mancanza di una vasta offerta di posti di lavoro con orario flessibile o con contratti a termine, nonché della significativa estensione dell’economia sommersa, che attrae soprattutto manodopera giovane, flessibile e non qualificata. Per quel che concerne gli anziani, le differenze nella percentuale di occupazione e nei tassi di partecipazione al mercato del lavoro tra l’Italia e gli altri paesi europei, riflettono in primo luogo l’esistenza di schemi pensionistici più generosi, che possono aver distorto la struttura degli incentivi al lavoro nel corso del ciclo vitale — per esempio permettendo che ad una significativa porzione di lavoratori, al di sotto dell’età pensionabile ufficiale, sia comunque concesso di uscire dal mercato del lavoro — in secondo luogo dipendono dalla presenza di ulteriori forme di scoraggiamento e di disoccupazione occulta. Un’ulteriore dimensione che differenzia l’Italia dagli altri paesi considerati per quel che riguarda i tassi di partecipazione e d’oc- La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 29 TAV. 2 PARTECIPAZIONE DELLA FORZA LAVORO E TASSI D’OCCUPAZIONE PER GRUPPI DI ETÀ E SESSO Francia Germania Spagna Partec. F.L. (%) maschi femmine giovani (15/24) anziani (oltre 55) età di obbligo scolastico età pensionistica (M/F) tasso di occup. maschi femmine giovani (15/24) adulti (25/54) anziani (oltre 55) Italia E15** USA Giappone 68,4 75,7 61,3 48,4 53,7 69,5 78,4 60,3 60,0 44,0 60,2 75,1 45,6 60,0 48,1 58,1 73,5 43,0 44,3 23,3 67,6 78,2 57,1 58,3 48,1 74,8 84,2 68,3 68,6 56,3 76,5 88,6 61,3 44,1 62,9 16 18 16 14** 16 15-16 17 60-65 60,5 67,1 52,1 41,8 76,5 51,3 60 63,7 70,6 55,3 57,6 73,4 41,5 60 46,4 59,5 31,2 48,8 58,8 46,2 60-65 51,2 66,2 35,6 32,5 63,2 22,7 63,2 60,2 64,1 40,0 51,1 65,0 38,4 n.a. 72,1 75,1 70,5 71,3 74,6 55,9 n.a. 76,4 78,4 62,1 69,7 75,4 62,2 * Inclusi i nuovi Länder tedeschi. ** Aumentata a 15 anni nel 1998. Fonti: OCSE, Statistiche forze lavoro, 1996; EUROSTAT, 1995. cupazione, è rappresentata dal diverso coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro. Come si evince dalla tavola 2, in Italia — nonostante la tendenza all’aumento nel lungo periodo il tasso di partecipazione delle donne (43%) è uno dei più bassi sia in ambito europeo (che è in media pari al 57%) sia in paragone agli USA (68%). In prima approssimazione, ciò può essere dovuto sia ad effetti di scoraggiamento sia a forme di discriminazione (è più facile che le donne siano relegate nell’ambito familiare), così come a differenze nelle attitudini sociali e culturali verso l’organizzazione domestica e la mancanza di strutture per l’assistenza infantile (Prasad e Utili [52]). Alla luce di quanto sopra evidenziato, il mercato del lavoro italiano sembra essere caratterizzato da una struttura “duplice”, che sperimenta elevati tassi d’occupazione per i maschi adulti ma, allo stesso tempo, basse percentuali di partecipazione e d’impiego per gli altri gruppi d’individui, quali donne, giovani e anziani. 30 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora È difficile stabilire le implicazioni economiche di queste tendenze, così com’è difficile analizzare quali tipi di preferenze o vincoli possano avere generato, nell’offerta potenziale di manodopera, tale divisione tra “lavoro” e “non lavoro”. Per fornire una spiegazione di questo fenomeno — e della sua stabilità nel corso del tempo — è forse utile tenere presente che sia gli occupati sia i non-occupati sono spesso membri della stessa famiglia, luogo dove, grazie all’esistenza di una sorta di patto tra i componenti di sesso diverso e tra individui appartenenti a generazioni diverse, tipicamente avviene la ridistribuzione delle risorse. Spesso, inoltre, gli individui “nel non lavoro” sono impegnati nella produzione di servizi che, non essendo oggetto di scambio nel mercato (assistenza infantile ed agli anziani, lavori casalinghi, etc, sono esclusi dei conti pubblici. Anche se questo fenomeno — ben osservabile statisticamente — non è certamente una caratteristica esclusiva del “modello italiano” esso appare, per un certo numero di ragioni (che discuteremo più tardi), più rilevante in Italia che altrove (Cigno [19]). Oltre all’organizzazione dell’economia familiare vi sono anche altri fattori istituzionali che influenzano l’offerta di lavoro, ivi incluso il ruolo della previdenza sociale, l’organizzazione del sistema d’istruzione e di formazione, l’organizzazione del mercato del lavoro e gli accordi sull’orario lavorativo, nonché la possibilità di uscire e successivamente rientrare nel mercato del lavoro. Inoltre, non sembra esistere alcuna relazione diretta tra una maggiore partecipazione alla forza lavoro ed il tasso di disoccupazione; infatti nazioni che, rispetto all’Italia sono caratterizzate da una maggiore partecipazione, non hanno sperimentato (nel recente passato) un tasso di disoccupazione più elevato ed i paesi che hanno tentato di ridurre l’offerta di manodopera, non sono riusciti a ridurre la disoccupazione. Infine, se si analizza la relazione tra tasso di partecipazione totale alla forza-lavoro e disoccupazione, si può osservare che, come si evince dal grafico 2 e al contrario di quanto si ritiene comunemente, le due variabili sembrano essere legate da una relazione negativa. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 31 GRAF. 2 partecipazione alla forza-lavoro (%) PARTECIPAZIONE ALLA FORZA LAVORO E DISOCCUPAZIONE 85 DK SWE 80 UK JAP 75 USA GER 70 FRA 65 ESP 60 ITA 55 50 0 5 10 15 20 tasso di disoccupazione Sotto molti aspetti, non è sempre (metodologicamente) appropriato utilizzare dati aggregati per trarre conclusioni sulle complesse relazioni esistenti tra le decisioni riguardanti l’offerta di manodopera, la (dis)occupazione ed i diversi assetti istituzionali, perché il valore assunto da queste variabili potrebbe dipendere da molti fattori indipendenti dal mercato del lavoro. Per questo motivo, è utile approfondire la riflessione sia sui risultati aggregati, sia sulla portata delle implicazioni che essi sembrano suggerire, analizzando, in primo luogo, il ruolo dello stato sociale e delle istituzioni del mercato del lavoro nella spiegazione di questi fenomeni. 2.2 Struttura della disoccupazione e dinamiche del mercato del lavoro Il quadro che, nei paesi della comunità europea e, in particolare, nel mercato del lavoro italiano, descrive la relazione tra quota di lavoro e di non-lavoro necessita di essere osservato con maggiore 32 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora attenzione. In particolare, appare interessante da un lato investigare ulteriormente la struttura e le determinanti dello status di occupato e quello di non-occupato, dall’altro stabilire la natura dei legami che intercorrono tra questi fenomeni. Quando si vuole evidenziare che il mercato del lavoro produce performance poco soddisfacenti, tra tutti i possibili indicatori di non-occupazione, solitamente si utilizza il tasso di disoccupazione. Il grafico 3, che si focalizza sull’evoluzione del tasso aggregato di disoccupazione, mostra che, a seguito della “crisi petrolifera”, gli stati europei hanno affrontato un deterioramento progressivo delle condizioni del mercato del lavoro, caratterizzato da una crescita continua delle fuoriuscite dal mercato del lavoro ed un aumento della disoccupazione totale. Benché in quasi tutti i paesi si siano verificati periodi di elevata disoccupazione, in Italia il problema è stato aggravato dalla proporzione relativamente alta di persone che, da disoccupate, sono state costrette a cercare lavoro per un periodo relativamente prolungato (oltre 12 mesi). Come evidenziato nella tavola 3, in Italia la quota di disoccupazione a lungo termine rispetto alla disoccupazione totale è particolarmente elevata e la durata media del periodo di disoccupazione è notevolmente maggiore rispetto agli Stati Uniti ed alla media europea. GRAF. 3 10 12 8 10 6 8 4 6 2 4 E15 ITALY E15 ITALY 1996 1995 1994 1993 1992 1991 1990 1989 1988 1987 1986 1985 1984 1983 1982 1981 1980 1979 -2 1978 0 1977 0 1976 2 crescita della disoccupazione (%) 14 1975 tasso di disoccupazione (%) EVOLUZIONE DEL TASSO DI DISOCCUPAZIONE La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 33 TAV. 3 DISOCCUPAZIONE A LUNGO TERMINE E DURATA DELLA DISOCCUPAZIONE* Francia Germania Spagna disoccupazione a lungo termine durata della disoccupazione entrate nella disoccupazione InU=EU+NU uscite dalla disoccupazione OutU=UE+UN turnover totale Tot=InU+OutU Italia E15** USA Giappone 45,6 48,3 56,5 32,9 35,4 8,7 6,5 7,7 12,4 14,9 26,1 6,7 1,1 1,8 1,88 2,0 23,88 n.a. 3,88 3,01 1,61 69,62 93,33 16,8 20,30 45,0 545,47 n.a. 73,5 96,34 18,41 22,18 47,0 569,35 n.a. * La disoccupazione a lungo termine è calcolata in percentuale della disoccupazione totale. La durata della disoccupazione è misurata in mesi. Il flusso della disoccupazione è calcolato in percentuale sul totale dei disoccupati (deflusso) ed in percentuale dell’età lavorativa della popolazione (15-64) meno i disoccupati (flusso). ** Inclusi i nuovi Länder tedeschi. Fonte: OCSE, [46] Eurostat, 1995; MACHIN S. - MANNING A. [43]. La proporzione delle persone che in Italia si è trovata senza lavoro per oltre 12 mesi è superiore al 60%, mentre in Europa e negli USA la medesima situazione vede coinvolti rispettivamente circa il 35% e meno del 9% di disoccupati. Analogamente, in Italia, la durata media di un periodo di disoccupazione è superiore a 26 mesi, mentre è di 7 mesi in Europa e di meno di 2 mesi negli USA e in Giappone. L’esistenza e la persistenza di tali differenze evidenziano come, tra nazioni, esistano differenze profonde nelle dinamiche del mercato del lavoro (Davies e Haltinwanger [21]). Mentre, in media, sia il flusso di lavoratori che escono od entrano nella disoccupazione UN(NU), sia il livello di impiego UE(EU) sono relativamente alti negli USA, gli stessi appaiono generalmente modesti in Europa e molto bassi in Italia (tav. 3). In generale, dalle tendenze menzionate, si evince che è più facile diventare un disoccupato negli USA piuttosto che in Italia (e 34 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora in Europa), ma, mentre nel primo caso (una volta disoccupati) è facile uscire da quella condizione, in Italia (e in Europa) ciò si rivela molto più difficile. Infatti, l’ultima riga della tavola 3 mostra chiaramente che il turnover occupazionale è circa dieci volte più elevato negli USA che in Europa. Comunemente, si ritiene che la presenza di una quota notevole di disoccupazione di lungo periodo si associ ad elevati tassi di disoccupazione, ossia che tra le due variabili esista una forte correlazione. Il grafico 4 riporta l’evoluzione del tasso complessivo di disoccupazione e l’incidenza della disoccupazione a lungo termine per alcune nazioni nel periodo 1983/1985. L’interesse per questa relazione è duplice e riguarda sia le differenze osservabili tra paesi, sia il profilo temporale all’interno del singolo paese. Le correlazioni esistenti all’interno di ogni nazione mostrano che esiste un rapporto chiaramente positivo tra le due variabili e che l’Italia è caratterizzata da livelli elevati di entrambe, mentre gli USA mostrano un maggiore equilibrio. Ad ogni modo, alla luce di queste considerazioni, è tuttora poco chiaro se sia la persistenza della disoccupazione a determinare alti tassi di disoccupazione o se sia piuttosto la sua cre- GRAF. 4 disoccupazione di lungo periodo (%) TASSO DI DISOCCUPAZIONE E INCIDENZA DELLA COMPONENTE DI LUNGO PERIODO 70 ITA 60 ESP 50 GER 40 UK FRA 30 20 JAP USA 10 0 SWE 0 5 10 tasso di disoccupazione 15 20 La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 35 scita sostenuta a costringere gli individui a lunghi periodi di disoccupazione. In altri termini, non è ancora chiara la direzione del nesso causale tra la disoccupazione totale e l’incidenza delle sue componenti di lungo periodo. In questo contesto, come evidenziato nel grafico 5, analizzando i differenti tipi di dinamica, appare evidente che, mentre nei paesi europei in generale, e in Italia in particolare, l’evoluzione del rapporto tra queste due variabili ha seguito un percorso antiorario, negli USA più difficile individuare l’esistenza di una qualsiasi tendenza ciclica. Senza voler derivare alcuna implicazione di tipo strutturale dall’esistenza di un trend di questo tipo, si può comunque osservare che la disoccupazione a lungo termine sembra seguire con qualche ritardo i mutamenti nel tasso occupazionale. In particolare, in Europa, l’impatto negativo della disoccupazione sembra essere seguito, a breve termine, da una riduzione dell’incidenza della disoccupazione a lungo termine, in quanto i segmenti marginali della forza lavoro riducono l’intensità della ricerca e/o si sottraggono dal mercato del lavoro; mentre, a lungo termine, dal momento che la disoccupazione persiste e parte della forza lavoro ne rimane interessata in modo stabile, l’incidenza della disoccupazione di lungo termine mostra un progressivo incremento. Per converso, negli USA, essa sembra scarsamente influenzata dai cambiamenti del tasso totale di disoccupazione, giacché la quota di disoccupati a lungo termine sembra essere piuttosto modesta e costante nel tempo (Machin e Manning [43]). Tra le cause ritenute responsabili della crescita della disoccupazione e della sua permanenza ad un livello costantemente alto sia in Italia sia in altre nazioni europee, quelle che hanno, ricevuto maggiore attenzione da parte degli studiosi sono l’esistenza d’imperfezioni e rigidità all’interno del mercato del lavoro. In aggiunta, siccome, all’interno dell’unione europea, i tassi d’uscita dalla disoccupazione sono molto diversi, analizzando le cause della disoccupazione italiana occorre anche avere presente che il tasso medio di deflusso negli ultimi anni è drasticamente diminuito (p.es. per problemi di assunzione). 36 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora GRAF. 5 DISOCCUPAZIONE DI LUNGO PERIODO 81 disoccup. di lungo periodo (%) 90 71 91 94 92 61 93 90 51 92 96 91 41 96 95 95 94 93 31 21 90 96 11 1 5 94 6 91 93 7 92 8 9 10 11 12 13 14 tasso di disoccupazione E15 ITALY USA Le spiegazioni tradizionali fornite dalla letteratura si sono focalizzate sul ruolo giocato da diversi fattori, come: i benefici generosi dello stato sociale e le imposte sul lavoro, i sindacati e la determinazione dei salari, i salari minimi ed i provvedimenti a tutela dell’occupazione. (Bean [3], Emelshov et AL. [26]; Scarpetta [54]). In ogni caso, alcuni osservatori sostengono che, negli ultimi dieci anni, le istituzioni del mercato del lavoro presenti nella maggior parte delle nazioni europee (forse con la sola eccezione del Regno Unito) non sono cambiate così profondamente da giustificare una crescita significativa della disoccupazione. Pertanto, l’allocazione peggiore del fattore lavoro dipende probabilmente da un insieme di condizioni, a loro volta in relazione con le caratteristiche economico-istituzionali proprie (e peculiari) d’ogni paese che, a fronte dello stesso shock, hanno generato conseguenze significativamente diverse. Con particolare riferimento alle caratteristiche specifiche dell’Italia, nella parte restante di questo lavoro, verrà presentata una rassegna delle principali caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro europeo e ne saranno discusse le conseguenze sull’andamento dell’occupazione. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 37 3. - Istituzioni del lavoro e disoccupazione: i caratteri dell’esperienza italiana In ogni mercato del lavoro nazionale, esiste uno specifico assetto istituzionale che è costituito da un insieme di norme che regolano sia le assunzioni sia i licenziamenti ma che è anche deputato a sanare i conflitti settoriali e ad assicurare protezione di tipo assistenziale ai disoccupati ed agli individui senza lavoro. La contrattazione salariale, che n’è parte importante, è a sua volta notevolmente influenzata anche dalla presenza d’organizzazioni sindacali dotate di notevole influenza nella contrattazione e dall’esistenza di contratti collettivi di lavoro. Il diverso grado d’intensità con cui queste istituzioni possono essere presenti nel mercato del lavoro, può contribuire a spiegare le differenze tra nazioni nella performance del mercato del lavoro, in altre parole le differenze nei tassi di (dis) occupazione, nei livelli salariali e le disparità di reddito (Nickel e Layard [45]). L’eccessivo grado di tutela dell’occupazione, l’ampiezza del potere sindacale nella determinazione dei salari, la generosità della previdenza sociale e l’entità della pressione che caratterizza il sistema tributario italiano sono tra i fattori istituzionali che più frequentemente sono ritenuti responsabili dello scadimento delle performance nel mercato del lavoro (Bean [3]). Nelle sezioni successive esamineremo le principali implicazioni che ne derivano sia per il funzionamento del mercato dei lavoro sia per il sistema economico in generale. 3.1 Protezione del posto di lavoro e contenimento della dinamica salariale Se consideriamo le istituzioni del mercato del lavoro presenti nella maggior parte delle economie industrializzate, una caratteristica che le accomuna è costituita dal fatto che, in tutti i paesi, occupazione e rigidità salariale sono spesso reciprocamente collegati: nella maggior parte dei casi, oltre ad essere tutelati dal licenziamento attraverso provvedimenti di garanzia del posto di la- 38 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora voro, i lavoratori dipendenti sono garantiti anche da alcuni vincoli salariali che, di fatto, limitano fortemente la possibilità che proposte provenienti dall’esterno (e quindi dal mercato) e riguardanti l’ammontare del salario esercitino una pressione competitiva sulla struttura salariale esistente all’interno dell’impresa. Il grafico 6 mostra una classificazione delle nazioni in base al grado di tutela dell’occupazione — un indice maggiore denota una protezione più elevata — e un indice generale di diseguaglianza salariale — misurata in base al rapporto D9/D1 — (OCSE [46]; [47])2. È interessante rilevare come l’Italia e gli USA si trovino agli antipodi per quello che riguarda la tutela del lavoro, mentre la Francia e la Germania si posizionano all’incirca nel mezzo — la disparità dei redditi mostra invece un ordine inverso, con la compressione massima dei salari in Italia, Svezia e Paesi Bassi. In altri termini, la disuguaglianza salariale sembra essere minore ne- GRAF. 6 diseguaglianza salariale (D9/D1) PROTEZIONE ALL’IMPIEGO E DISEGUAGLIANZA SALARIALE 5 USA 4,5 4 3,5 ESP UK 3 FRA JAP GER NI 2,5 ITA SWE 2 1,5 1 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 indice di protezione all’impiego (valori) 2 L’indice riportato di “protezione all’impiego” tiene conto del rigore delle procedure di licenziamento, dei requisiti delle scadenze retributive e dei periodi di preavviso, nonché della regolamentazione dei contratti di lavoro a tempo determinato e temporanei. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 39 gli stessi paesi dove la tutela dell’occupazione è maggiore. Su questo punto la recente esperienza dell’Italia può essere molto istruttiva. Negli ultimi decenni, nell’ambiente istituzionale italiano, il ruolo più importante è stato giocato dall’attività di regolamentazione a tutela del posto di lavoro e dalla rigidità del sistema di determinazione salariale. Lo Statuto dei lavoratori, (menzionato in precedenza), stabilisce una serie di vincoli occupazionali (in aziende con oltre 15 dipendenti) che regolano sia le procedure di assunzione individuali, sia quelle di licenziamento — come il diritto dei lavoratori di opporsi agli ingiusti licenziamenti — ed anche i contratti di lavoro temporaneo. Oltre a ciò, per quello che riguarda i salari, mediante un meccanismo d’indicizzazione basato su clausole d’adeguamento al costo della vita (scala mobile), venne a suo tempo garantita una forma di tutela del salario “reale”. Data la sua strutturazione su più livelli retributivi, l’applicazione stessa della scala mobile garantiva implicitamente l’erogazione di un minimo salariale (fissato in termini assoluti) per lavoratori a basso salario, offrendo, allo stesso tempo, maggiore tutela e la certezza di aumenti salariali proporzionalmente più elevati per coloro che si collocavano al minimo della distribuzione. In conseguenza a ciò, in Italia, negli anni in cui il salario era regolato dalla scala mobile, si è osservata una forte compressione nelle differenze salariali. Questo risultato non dovrebbe sorprendere, dato che, com’evidenziato dalla recente letteratura, spesso gli accordi istituzionali hanno origine da diversi fallimenti del mercato, quali l’esistenza di mercati incompleti ed asimmetrie informative — ed hanno lo scopo di tutelare i singoli lavoratori contro situazioni ritenute “ingiuste” o “non desiderabili”, quali, per esempio, la disoccupazione o i bassi salari3 (Bertola e Rogerson [8]; Bertola [5], SaintPaul [53]). Allo stesso modo, potrebbero riflettere obiettivi specifici, perseguiti dalle organizzazioni del lavoro sia per isolare i lavoratori da pressioni esterne del mercato, sia per evitare che i di- 3 È agevole dimostrare che la presenza di rigidità nell’occupazione e nella determinazione dei salari ha poco senso quando i mercati sono completi e i contratti contingenti sono efficienti (LAZEAR E. [36]). 40 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora soccupati siano impiegati nell’economia sommersa ed infine per mantenere l’equilibrio alti salari/bassa occupazione nel mercato del lavoro4. Da questo punto di vista, sia le restrizioni sugli aggiustamenti spontanei dell’occupazione così come l’eccessiva rigidità salariale si rafforzano a vicenda, aumentando il potere degli insider a spese degli outsider. Ulteriori effetti collaterali che possono derivare dall’esistenza di tali assetti istituzionali, sono costituiti dall’elevata crescita salariale e dalla persistente disoccupazione. Occorre ricordare che, “di per se”, i provvedimenti per la tutela del posto di lavoro possono soltanto contribuire a spiegare le dinamiche aggregate dell’occupazione — nella forma di minore variabilità occupazionale — mentre non sono in grado di spiegare i motivi delle modeste performance nel livello medio di occupati (Boeri [11]; Garibaldi [32]; Bertola [4]; Bertola e Ichino [6] e [7]). La combinazione tra la compressione salariale di natura istituzionale ed i provvedimenti a tutela del posto di lavoro può costituire una risorsa per rafforzate l’insider power ci si potrebbe infatti aspettare che salari elevati ed in aumento e bassa occupazione siano il risultato della tutela accordata agli “interni” attualmente occupati, attraverso gli effetti della compressione salariale di natura istituzionale da un lato, e dagli schemi di tutela del posto di lavoro dall’altro5. 3.2 Contratti collettivi e organizzazioni sindacali Per ciò che concerne la determinazione dei salari, la differenza principale tra l’economia statunitense, non regolamentata, 4 Un’altro motivo per cui la compressione salariale è maggiore in quei paesi in cui anche la regolamentazione del lavoro è elevata deriva dal fatto che le limitazioni ai licenziamenti possono non essere vincolanti se i salari sono totalmente flessibili e se le imprese li possono abbassare per incentivare le fuoriuscite o per rendere profittevole un dato livello di impiego. 5 Occorre inoltre notare che anche la composizione della disoccupazione è molto diversa tra Italia e Stati Uniti: nel primo caso, gran parte dei disoccupati sperimenta lunghi periodi senza lavoro e i disoccupati sono perlopiù giovani lavoratori che si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro, mentre sono pochi coloro che perdono realmente il lavoro. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 41 e l’economia europea, molto regolamentata, è rappresentata dal grado di centralizzazione della contrattazione salariale e dall’esistenza di piattaforme salariali di ammontare più elevato — generate sia da salari minimi obbligatori sia risultanti da contratti collettivi —. Nella maggior parte delle nazioni europee, i salari sono il risultato del processo di contrattazione collettiva che avviene tra i sindacati più rappresentativi e le associazioni dei datori di lavoro (Booth [14]). Nonostante il livello principale in cui hanno luogo le negoziazioni differisca tra le varie nazioni europee (stabilimento, azienda, settore, o nazionale, spesso con il coinvolgimento di più di un livello), nella quasi totalità dei casi, quando i contratti vengono firmati, i loro effetti divengono legalmente impegnativi per tutti i lavoratori appartenenti alle industrie coinvolte6. Gli effetti dell’estensione obbligatoria sono importanti sia per la determinazione dei salari sia, più in generale, per il funzionamento del mercato del lavoro (OCSE [51]). In particolare, questi provvedimenti hanno la capacità di aumentare il potere dei sindacati oltre e al di sopra della loro effettiva rappresentanza. Un indicatore grezzo del potere sindacale extra garantito dall’estensione de iure o de facto degli accordi, può essere ottenuto sottraendo la percentuale attuale di associati al sindacato dall’estensione della sua copertura totale — ovvero la proporzione di lavoratori coperti da un contratto collettivo, meno la proporzione dei lavoratori che sono effettivamente iscritti al sindacato — (Buti et Al. [16]; Lucifora [39]). Se, come è stato fatto nel grafico 7, riportiamo sia l’indice di potere sindacale “in eccesso”, sia il tasso di occupazione (media 1989-1995), tra le due variabili sembra esistere una relazione inversa. In altre parole, i paesi caratterizzati sia da un’alta copertura che da un basso numero di iscritti — e dunque la maggior parte delle nazioni dell’Europa continentale — 6 In Italia, la struttura della contrattazione è organizzata in un sistema a due stadi, con una prima tornata contrattuale a livello nazionale che stabilisce un livello del salario valido per tutti i lavoratori impiegati in un dato settore, ed un secondo stadio, in cui la contrattazione avviene principalmente a livello di settore o d’impresa. Benché in passato vi sia stata una certa confusione tra i contenuti della contrattazione in entrambi i livelli, in questo senso, l’accordo del ’93 ha fatto chiarezza e distinto i rispettivi ambiti di competenza. 42 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora sembrano avere tassi occupazionali più bassi rispetto alle nazioni dove il livello di copertura ed il numero degli associati sono grandezze maggiormente simili — principalmente i paesi caratterizzati da una contrattazione molto decentrata o altamente centralizzata —. Pertanto, si può sostenere che anche il potere contrattuale “in eccesso” a disposizione del sindacato, garantito da un ambiente istituzionale maggiormente favorevole, sia tra i fattori che hanno portato le nazioni europee (continentali) — e l’Italia — ad avere un equilibrio caratterizzato da maggiori salari e minore occupazione. Questa evidenza è rafforzata anche dal fatto che, mentre le dinamiche dell’occupazione e dei salari reali sono marcatamente differenti tra USA ed Europa, l’evoluzione del monte-salari totale è del tutto simile tra paesi (OCSE [46]; Bertola [5]). Anche in questo caso, una prestazione occupazionale sostanzialmente differente può essere ricondotta sia all’insider power che alcuni assetti normativi e istituzionali — più di altri — garantiscono agli agenti economici operanti nel mercato del lavoro, ma GRAF. 7 ECCESSO DI COPERTURA E TASSO DI OCCUPAZIONE eccesso di copertura (cov-ud) 100 90 FRA 80 70 60 GER ESP NL 50 AUT ITA 40 AUS POR BEL 30 SWZ 20 10 0 FIN NZ IRL 47 52 57 62 67 tasso di occupazione (%) UK USA CAN JAP SWE DK 77 72 La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 43 anche a differenze nella tipologia e nella quantità di esternalità negative che vengono prodotte. In una situazione contrattuale centralizzata, i sindacati considerano le opportunità occupazionali degli altri settori come date. Tuttavia, quando le rivendicazioni salariali non sono coordinate, perché formulate in ambito settoriale da sindacati dotati di potere contrattuale aggiuntivo, si ottengono generalmente diffuse inefficienze, quali livelli di occupazione particolarmente bassi nell’intera economia. Al contrario, nel caso in cui i sindacati assumano il ruolo politico di “partner sociali”, e dunque decidano di internalizzare i (previsti) risultati occupazionali negativi, possono realmente tenere conto degli effetti degli accordi salariali su tutti i lavoratori, e non soltanto su quelli impiegati nel settore in cui il sindacato si trova ad operare. In questo modo, un processo contrattuale centralizzato, che tenga conto del benessere di tutti i lavoratori, e non solo di quello degli “interni”, dovrebbe poter fornire come risultato una migliore prestazione occupazionale (Calmfors e Driffil [17]). Se, da un alto, è intuitivo capire perché gli insider abbiano tutto l’interesse a mantenere una situazione di rigidità salariale pur in presenza di un calo della manodopera, in modo da evitare la riassunzione di coloro che risultano disoccupati, dall’altro può essere meno agevole individuare cosa impedisca agli outsider di cercare una (nuova) occupazione. In questo contesto, nei modelli insider/outsider si sostiene che le istituzioni presenti nel mercato del lavoro sono in grado di garantire i lavoratori occupati in un dato momento (gli interni) dall’eventualità di essere estromessi dalla manodopera per opera dei disoccupati (gli esterni/entranti). L’implicazione principale dell’ipotesi insider/outsider risiede nel fatto che, in questo modo, il potere di chi si trova già all’interno della manodopera potrebbe essere in grado di generare livelli persistenti di disoccupazione e elevata rigidità salariale (Lindbeck e Snower [38]). Inoltre, quando alla base della ridotta competitività nel mercato del lavoro e dei beni vi è l’esistenza di una normativa, e, più in generale, di istituzioni concepite in modo tale da favorire chi opera già nel mercato del lavoro, siano essi aziende o lavoratori, piuttosto che gli “esterni” (o gli entranti), ne possono risultare an- 44 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora che ulteriori tipologie di “segmentazione” così come diffuse inefficienze. Anche la verifica empirica sembra supportare questa ipotesi. Le nazioni europee, all’opposto degli USA, sono caratterizzate sia da una maggiore quota di disoccupazione di lungo periodo, sia da una maggiore percentuale di posti di lavoro molto stabili (Glyn e Salverda [33]). Il grafico 8 evidenzia la relazione tra la quota di lavoratori che hanno mantenuto il loro posto di lavoro per oltre 10 anni e la quota di disoccupazione di lungo periodo. Le differenze che si osservano tra le nazioni — che, in ogni caso, indicano l’esistenza di una relazione positiva tra le variabili — appaiono coerenti con l’interpretazione secondo cui le istituzioni del mercato del lavoro sono deputate, in primo luogo, a tutelare i percettori di reddito dai rischi insiti nel mercato del lavoro, e solo in modo marginale a garantire la frangia di lavoratori caratterizzata alternativamente o da elevata flessibilità o da persistente disoccupazione. Dunque, sembra che questi risultati possano fornire supporto alla tesi della duplice caratterizzazione del mercato del lavoro, secondo cui, da un lato, esiste un mercato del lavoro “primario” GRAF. 8 disoccupazione di lungo periodo (%) ANZIANITÀ DI SERVIZIO E DISOCCUPAZIONE DI LUNGO PERIODO 70 ITA 60 ESP 50 UK 40 GER FRA 30 20 JAP USA 10 0 40 SWE 45 50 55 60 65 70 percentuale di lavoratori occupati da + di 10 anni 75 80 La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 45 rigido, costituito dal nucleo centrale di insider che mantiene posti di lavoro molto stabili; dall’altro un mercato “secondario”, all’opposto molto flessibile, su cui ricade il peso dell’instabilità, dove i posti di lavoro sono soggetti ad elevato turnover e la disoccupazione può durare a lungo (Saint-Paul [53]; Boeri e Tedeschi [12]). A questo proposito, l’esperienza italiana è esemplare. La tavola 4 fornisce alcune statistiche sul numero di posti “stabili” nel mercato primario e sulla quota di lavori instabili e meno protetti in quello secondario (esclusa l’agricoltura). Il “nucleo” degli interni è caratterizzato dal lavorare nel settore pubblico e in aziende con più di 15 dipendenti (conformemente alle disposizioni dello Statuto dei lavoratori). Questi lavoratori, che costituiscono circa il 40% della forza lavoro totale, non corrono quasi alcun rischio in termini sia di occupazione sia di stabilità di reddito. Il resto — cioè circa il 50% della forza lavoro totale — è costituito da lavoratori che godono di una tutela che, per quello che concerne occupazione e stabilità del reddito, si può configurare TAV. 4 LAVORI STABILI ED INSTABILI NEL MERCATO ITALIANO DEL LAVORO caratteristiche del lavoro settore primario: lavori protetti – lavori in aziende con oltre 15 dipendenti – lavori del settore pubblico totale lavori protetti in % della forza lavoro totale 15,3 24,6 39,8 settore secondario: lavori non protetti – lavori in aziende con meno di 15 dipendenti – lavori irregolari (temporanei, a tempo determinato, lavoro nero, etc.) – lavori autonomi totale lavori non protetti 11,4 24,2 49,2 settore residuo: – disoccupati 24,2 totale forza lavoro Fonte: ICHINO P. [34]. 13,6 100,0 46 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora come limitata o nulla (nella maggior parte dei casi non esiste addirittura alcuna assicurazione sociale), e che, per questo, hanno un’alta probabilità di sperimentare lunghi e ripetuti periodi di disoccupazione. Alla luce di questo, potrebbe darsi che, oltre al dinamismo che caratterizza l’imprenditorialità, il boom delle piccole e medie imprese7 sia il risultato di una progressiva emarginazione di un grande numero di lavoratori che, pur continuando a cercare un lavoro nel settore primario (tutelato), nell’attesa di un posto “sicuro” si impiegano in quello secondario alternando periodi di lavoro precario a periodi di disoccupazione (talvolta anche contemporaneamente). Pertanto, le istituzioni create allo scopo di tutelare i lavoratori dai rischi del mercato del lavoro, possono provocare una segmentazione della forza lavoro, incrementandone l’instabilità e, paradossalmente, aumentando la durata della disoccupazione. Un ulteriore aspetto, ampiamente trattato dalla letteratura, è riferito agli effetti sui salari sia della presenza di forza lavoro secondaria, sia di disoccupazione a lungo termine. In ogni caso, le analisi empiriche condotte su questo tema hanno dimostrato che l’esistenza di una quota ampia e crescente sia di lavoratori precari sia di disoccupati di lungo periodo, non esercita pressioni significative sul processo di determinazione dei salari, e ciò aumenta ulteriormente il potere degli “interni” durante la contrattazione (Layard et Al. [37]; Nickell e Wadhwani [44]). 3.3 Previdenza sociale e tassazione In Europa, in media, soltanto 6 individui in età lavorativa su 10 hanno un lavoro, mentre gran parte degli individui restanti spesso non è nemmeno alla ricerca di un lavoro. In Italia, questo quadro è ancora più preoccupante, dato che per ogni persona che lavora, ce n’è un’altra che è inattiva, disoccupata o pensionata e 7 Occorre ricordare che nelle piccole e medie imprese non opera lo Statuto dei lavoratori, e, dunque, le norme su assunzione e licenziamenti non vengono applicate. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 47 che, in quanto tale, necessita di un sostegno economico. La disoccupazione a lungo termine e la scarsa partecipazione al mercato del lavoro rappresentano, in primo luogo, un evidente spreco di risorse, in secondo un onere supplementare per la previdenza sociale. Se in alcuni paesi (principalmente nel nord Europa) gli incentivi offerti dal sistema previdenziale si possono ritenere tali da incoraggiare l’inattività e l’esclusione, in altri paesi la ragione della prolungata disoccupazione e della limitata partecipazione è spesso dovuta, da un lato, a squilibri regionali, dall’altro a svariate forme di trasferimento che vengono concesse ad individui che, ancora in età lavorativa, non sono più occupati. In Italia, in particolare, la disoccupazione e la non partecipazione hanno una chiara dimensione regionale e tendono ad interessare gruppi di individui che mediamente si collocano in una ben determinata fascia di età. La forma prevalente di trasferimento ad individui non occupati è costituita dalle pensioni (molte delle quali per ragioni di “inabilità lavorativa”) oppure dall’erogazione di generosi contributi di prepensionamento per lavoratori licenziati, entrambe destinate a gruppi di individui in una fascia d’età abbastanza avanzata. Per contro, i più giovani ricevono un sostegno dallo stato di tipo indiretto, attraverso le loro famiglie — durante il proseguimento degli studi (in un sistema educativo che, in ogni caso, appare diffusamente inefficiente)8 —. Il fatto che la famiglia sia la fonte principale di sostegno ed agisca come un’assicurazione contro i rischi del mercato del lavoro, spiega anche perché, di fronte a elevati squilibri territoriali, non esista quasi alcun deflusso di individui dalle regioni ad elevata disoccupazione (Sud) alle regioni ad alta occupazione (Nord). L’analisi di questa particolare tipologia di squilibrio è rimandata alla sezione successiva. Il problema della spesa previdenziale verrà esaminato utilizzando la scomposizione standard tra misure “passive” ed “attive”: le prime essenzialmente dirette ad assicurare un supporto al reddito, le seconde tendenti ad un miglioramento diretto del funzionamento del mercato del lavoro. 8 In Italia, i più giovani restano in famiglia a lungo: l’età della prima entrata nel mercato del lavoro per trovare un impiego è mediamente di 25-30 anni. 48 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora 3.3.1 Misure passive In Italia, la previdenza sociale ha tradizionalmente lo scopo di fornire una “rete protettiva” soprattutto agli adulti (maschi), dal momento che il reddito che percepiscono si ritiene sia di vitale importanza per l’economia del nucleo familiare. La situazione più favorevole si verifica in caso di licenziamenti collettivi, quando sono previste forme di temporanea indennità di licenziamento che assicurano trattamenti generosi perché permettono di rimpiazzare buona parte del reddito da lavoro percepito in precedenza. Nella maggior parte dei casi, queste sono misure legate a situazioni di disoccupazione temporanea, che terminano con il ritorno del lavoratore al precedente posto di lavoro, mentre, se ciò non avviene, esiste una estesa rete di garanzie sociali che, attraverso il ricorso a forme di prepensionamento e l’utilizzo di altri ammortizzatori sociali, rende meno traumatica l’uscita dalla condizione lavorativa. In alternativa, esistono schemi di pensionamento basati su “diritti di anzianità” — concessi a gruppi relativamente giovani ed in particolare ad impiegati statali — che consentono di uscire in anticipo dal mercato del lavoro percependo l’intera pensione9. Nella tavola 5 è stata schematizzata la struttura delle indennità attualmente esistenti in Italia. Appare evidente che non esiste un sistema integrato di indennità alla disoccupazione e che soltanto gruppi selezionati di lavoratori (impiegati prevalentemente nel settore manifatturiero ed in alcuni comparti dei servizi, ma limitatamente alle grandi unità produttive) sono tutelati da schemi specifici. L’indennità ordinaria di disoccupazione disponibile soltanto per i lavoratori che, occupati in precedenza, abbiano versato un minimo di contributi — offre un tasso di rimpiazzo abbastanza basso (30%) e dura 6 mesi. Dato che il 60% dei disoccupati rimane senza lavoro per oltre un anno e, in media, il livello della pensione sociale è molto al di sotto della media europea (pari, in questo caso, al 50/60%), la presenza di questo schema non può essere considerato la causa principale della disoccupazione a lungo termine in Italia. 9 Il periodo minimo di anni di servizio per gli impiegati dello stato: 20 anni per gli uomini e 15 per le donne coniugate. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 49 TAV. 5 IL SISTEMA ITALIANO DI INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE lav. coinvolti tasso di ricollocamento (in %) requisiti durata massima (in mesi) indennità di disoccupazione CIG (cassa integrazione guadagni) CIG straord. regime speciale lista di mobilità lavoratori licenz. (licenziamenti provvisori) licenz. provv. in aziende in crisi economica + di 15 dipendenti licenziamenti collettivi ed individuali (se già in CIG) 30 80 80 (con un massimo) (con un massimo) 2 anni di contributi senza condizioni 6 12 80 (1° anno) 64 (dopo) 3 mesi della ditta 12 mesi nella ditta nessun limite 12-48 (*) lunga mobilità fino al pensionamento Fonte: BOERI T. - LAYARD R. - NICKEL S. [13] (tav. 4, p. 15). Esistono, poi, delle forme di supporto nel caso di licenziamenti provvisori (CIG ordinaria). Queste hanno lo scopo di aiutare i datori di lavoro a trattenere i lavoratori nel posto di impiego abituale, in periodi durante i quali questi sarebbero stati altrimenti licenziati (a seconda dei casi può variare da 6 a 12 mesi). Comunque, dato che — per aziende in crisi strutturale — la CIG ordinaria può successivamente essere sostituita dalla CIG straordinaria, la differenza è del tutto formale e il diritto alle indennità, in pratica, può avere una durata illimitata10. Recentemente, la CIG straordinaria è stata affiancata dal Programma di mobilità, dove le aziende ricevono un sussidio per assumere i lavoratori indicati nello schema. Si può osservare che, conformemente al disegno originale dello schema, questi lavoratori generalmente non sono classificati come disoccupati nelle statistiche 10 v. BOERI T. - LAYARD R. - NICKELL S. [13] per un esaustiva trattazione dello stato sociale in Italia e nel Regno Unito. 50 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora ufficiali. A prescindere da ciò, queste caratteristiche possono contribuire a prolungare i periodi senza lavoro e indurre, nel corso del tempo, ad una dipendenza dell’individuo dall’erogazione delle indennità di mobilità (Atkinson e Micklewright [2])11. Come menzionato in precedenza, anche le indennità da invalidità e gli schemi di prepensionamento dovrebbero essere incluse nel novero dei sussidi di disoccupazione, dato che è evidente come queste operino spesso come sostituti del contributo di disoccupazione (in altri termini, le riforme degli schemi individuali hanno avuto spesso come risultato lo slittamento del disoccupato in altri schemi, mascherando così il problema della dipendenza dall’erogazione dell’indennizzo). Mentre l’argomento tradizionale di opposizione ad un sistema di indennità sociali troppo generoso è che l’assistenza pubblica aumenta i salari di riserva e — abbassando il rendimento della decisione di lavorare — prolunga la durata della disoccupazione, l’evidenza per l’Italia sembra suggerire che la generosità delle indennità non può essere considerata la causa principale della disoccupazione. Ancora una volta, comunque, il quadro che emerge è quello di un’alta protezione contro i rischi del mercato del lavoro per un ristretto gruppo di “interni”. 3.3.2 Misure attive Un approccio alternativo per evitare che un numero eccessivo di persone diventi di lungo periodo risiede nell’adozione di po11 Il tema della durata della dipendenza è molto importante perché, come visto in precedenza, è cruciale distinguere in che misura la durata della dipendenza dall’indennità riflette differenze nelle caratteristiche della forza lavoro, o se, invece, sta ad indicare che esiste un effetto di dipendenza “assoluto”. L’evidenza empirica basata su dati aggregati suggerisce l’esistenza di un legame di tipo negativo tra dipendenza e durata per la maggior parte dei paesi all’opposto gli studi econometrici condotti su questo argomento dimostrano che, controllando per l’eterogeneità (osservabile e non) c’è poca evidenza sull’esistenza di una «pura” durata della dipendenza. La rilevanza di ciò per le azioni di politica economica è chiaro, dal momento che, in un caso, le politiche dovrebbero prevenire la disoccupazione, mentre, nel secondo, l’obiettivo delle politiche di sostegno dovrebbe essere quello di selezionare un gruppo di lavoratori, senza considerare da quanto si trovano disoccupati. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 51 litiche del lavoro attive, tali che gli individui in cerca di occupazione ricevano offerte di lavoro adeguate e che, qualora la discordanza tra domanda ed offerta renda difficile trovare un’occupazione, siano attuati programmi appropriati di formazione (tra cui i contratti di formazione-lavoro). In questa direzione, sono state introdotte misure per aumentare la possibilità di impiego tra chi, particolarmente i giovani ed i disoccupati a lungo termine, risente maggiormente del problema della disoccupazione. Altre misure attive hanno preso la forma dei sussidi diretti all’occupazione, che, per incoraggiare la creazione di posti di lavoro, concedono — sgravi fiscali, mediante la diminuzione degli oneri sociali — e sconti sui prestiti iniziali offerti a giovani individui disoccupati (principalmente nelle regioni meridionali). Sono stati inoltre progettati programmi per la creazione di posti di lavoro (cosiddetti lavori socialmente utili) che offrano opportunità di lavoro temporaneo a disoccupati a lungo termine. Mentre in Italia la spesa per programmi di questo tipo rimane tuttora a livelli tra più bassi d’Europa (circa 0,35% di PIL), la loro efficacia nella creazione di posti di lavoro supplementari rimane dubbia: l’esistenza di un effetto “peso morto”, l’eccessivo numero di individui coinvolti ed anche la presenza di effetti di sostituzione, vengono indicate come le cause principali degli scarsi risultati ottenuti su questo fronte. Nella maggior parte de casi, gli schemi sono stati utilizzati solamente per compensare, da un lato, le diversità nel costo del lavoro dovute alle grandi differenze esistenti tra le regioni settentrionali e meridionali nel livelli di produttività lavorativa, e, dall’altro, i limitati differenziali salariali consentiti dai contratti collettivi. 3.3.3 Tassazione del lavoro Una delle maggiori conseguenze della bassa percentuale di occupati e della proporzione relativamente alta di individui che necessitano di supporto economico, consiste nella spesa elevata per la previdenza sociale. Come già sottolineato, nel caso dell’Italia, quest’ultima non riguarda più di tanto le misure a sostegno dei di- 52 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora soccupati, ma principalmente i trasferimenti a gruppi di individui in età avanzata e a varie categorie di pensionati (la percentuale di anziani che usufruisce di misure previdenziali è alta ed in aumento rispetto agli standard europei). Una caratteristica condivisa dalla maggior parte delle nazioni europee — e dall’Italia in particolare — è che una parte significativa dell’onere fiscale grava sul costo del lavoro. Sebbene, in teoria, in una economia perfettamente competitiva, senza costi di transazione, non dovrebbe avere importanza quali fattori produttivi sopportino un carico fiscale maggiore, in pratica, se i mercati sono incompleti ed esistono differenti istituzioni che regolano il funzionamento del mercato del lavoro, il fatto che l’incidenza cada sul lavoro potrebbe non essere neutrale. In generale, tasse elevate sul lavoro significano costi del lavoro più elevati, anche se può accadere che gli effetti non siano ovunque gli stessi. In altri termini, in presenza di istituzioni quali sindacati e minimi salariali, l’onere della tassazione può essere spostato maggiormente sul lavoro, incrementandone così il costo e causando conseguentemente una riduzione dell’occupazione e un aumento della proporzione capitale/lavoro. Negli ultimi 30 anni, nell’Europa continentale, il peso delle imposte totali sui redditi da lavoro — il cosiddetto “cuneo fiscale” — ha raggiunto circa il 20%, con i relativi effetti sia sulla disoccupazione sia sul rapporto capitale/lavoro (Daveri e Tabellini [20])12. Nel grafico 9 è riportata l’evoluzione sia del carico fiscale sia del tasso di occupazione negli USA e in tre nazioni dell’Europa continentale (Germania, Francia e Italia). Per ciò che concerne il rapporto tra cuneo fiscale e occupazione, emergono con chiarezza le differenze esistenti tra queste nazioni. Gli USA, da un punto di vista “strutturale”. associano 12 DAVERI F. e TABELLINI G. [20] mostrano che, tra gli anni ’60 e gli anni ’90, il tasso di disoccupazione media nell’Europa continentale è passato dal 2,1 al 10,5%, mentre il rapporto tra capitale e lavoro si è più che duplicato. All’opposto, sia gli Stati Uniti, sia il Giappone non mostrano tali trend di disoccupazione; in questi ultimi paesi, inoltre il rapporto capitale/lavoro è cresciuto nello stesso periodo solo del 30%. Gli autori hanno anche stimato che la crescita del “cuneo fiscale” arriva a spiegare più della metà della crescita nel tasso di disoccupazione, ma anche il rallentamento della crescita ed il crollo degli investimenti. Peraltro, vi sono studi che mostrano invece risultati diversi v. LAYARD R. - NICKELL S. - JACKMAN R. [37] e BLANCHARD O. - WOLFERS J. [9]. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 53 un limitato livello di carico fiscale ad elevato tasso di occupazione (angolo in alto a sinistra nel grafico 9). Se spostiamo l’attenzione sul trend degli ultimi 15 anni dopo un aumento negli anni ’70 ed all’inizio degli anni ’80, recentemente si sono avuti sia un decremento significativo del peso impositivo sia una crescita significativa del tasso di occupazione. Per converso, l’Italia mostra un maggiore equilibrio tra alte imposte/bassa occupazione (angolo in basso a destra del graf. 9), ed un incremento della pressione fiscale seguito da un progressivo deterioramento del tasso di occupazione (un modello simile può essere osservato anche in Germania ed in Francia). L’interazione tra fattori istituzionali e sistema fiscale sembra aver prodotto in Italia il risultato peggiore rispetto a qualsiasi altro paese; la caratteristica più preoccupante, comunque, è l’esistenza di un circolo vizioso che tende a riprodurre nel tempo una prestazione economica molto inefficiente. In altre parole, l’impatto dei fattori “interni” sul mercato del lavoro sembra essere amplificata dal ruolo e dal peso del sistema fiscale che, da un lato, spingendo i lavoratori fuori dal settore “primario” verso l’economia irregolare e i segmenti meno tutelati dalla forza lavoro (do- GRAF. 9 TASSO DI OCCUPAZIONE E “CUNEO FISCALE” 75 n° di occupati/popolazione 1996 US 70 GER 1975 65 1975 1975 1996 1996 FRA 50 1975 ITA 55 1996 50 25 30 35 40 cuneo fiscale 45 50 55 54 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora ve non vengono versati contributi previdenziali), porta ad una ulteriore riduzione dell’occupazione e, dall’altro, impone maggiori imposte su di una minore base tassabile (chi lavora), per finanziare le spese della previdenza sociale. La maggiore preoccupazione legata a questa situazione non è connessa tanto alle inefficienze di breve periodo che hanno origine dall’elevata pressione fiscale ed alla (dis)occupazione, bensì agi effetti permanenti,13 che renderanno difficile sostenere a lungo termine la ridistribuzione di risorse tra lavoro e non lavoro. 3.4 Il divario Nord-Sud L’esistenza di differenze regionali sia nel livello di sviluppo economico sia nel prezzo dei fattori produttivi è un fenomeno diffuso nella maggior parte dei paesi industrializzati. Negli ultimi due decenni l’Italia ha sperimentato una progressiva polarizzazione delle condizioni del mercato del lavoro locale, principalmente tra Nord e Sud. Come mostra il grafico 10, la differenza tra il tasso di disoccupazione medio delle regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali è progressivamente aumentato: verso la metà degli anni ’90 il tasso di disoccupazione era vicino al 33% nel Sud ma, all’opposto, ammontava a meno del 6% nel Nord. Nello stesso arco temporale, tra regioni settentrionali e meridionali si è verificata sia una riduzione dei differenziali salariali relativi, sia una diminuzione del flusso (interno) di emigrazione dal Sud al Nord dell’Italia (Faini [28]; Faini et Al. [29]). 13 Un ulteriore effetto anomalo provocato dal modo con cui lo stato sociale è strutturato in Italia, è che, siccome è, da un lato, interessato principalmente a erogare finanziamenti ai disoccupati che consentano di mantenere costante il loro livello di reddito, dall’altro a mantenere gli anziani attraverso i contributi di chi lavora, disincentiva a fare figli (incoraggiando a mantenere bassi tassi di fertilità) e ciò determina un invecchiamento della popolazione ancora maggiore. Questo circolo vizioso provoca un ulteriore incremento della spesa pensionistica ed un carico ancora maggiore di contributi e di tasse per i lavoratori e la forza lavoro, il cui numero progressivamente diminuisce, e che sono chiamati a garantire il mantenimento del reddito di un numero sempre maggiore di persone in pensione. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 55 GRAF. 10 16 1,5 14 disoccupazione=(Us-Un) 12 1,4 10 8 1,3 salari=(W/Ws) 6 migrazione=(Flows/Tpops) 4 salari relativi migraz. e differenz. occupaz. Sud-Nord FLUSSI DI MIGRAZIONE, DISOCCUPAZIONE E DIFFERENZIALI SALARIALI PER AREE GEOGRAFICHE 1,2 2 0 1,1 1970 1975 1980 1985 1990 1995 Nel caso dell’Italia un’altra caratteristica rilevante è la presenza di un’ampia quota di forze lavorative occupate nell’economia sommersa. Mentre l’ampiezza effettiva di questa forma di occupazione non regolare è sconosciuta, la sua influenza sul funzionamento dei mercati locali del lavoro è certamente rilevante14. Come è stato spesso sostenuto, svariati fattori, tra cui la riduzione dei differenziali salariali relativi, l’erogazione, sia alle aziende sia alle famiglie del Sud, di sostanziali sussidi governativi e la sempre maggior diffusione di forme di impiego nell’economia irregolare, — riducendo l’incentivo degli individui a trasferirsi — hanno accentuato gli squilibri regionali (Brunello et Al. [15]; Lupi e Ordine [42]). Dove l’applicazione delle leggi non è eccessivamente rigida e le dimensioni del settore irregolare sono rilevanti, anche l’ambiente nel quale le aziende devono operare tende a deteriorarsi. Nel Sud, negli ultimi 20 anni, è aumentata notevolmente l’occupazione nel settore pubblico (tav. 6, righe 1-5). Se, in origine, ciò serviva per compensare le scarse opportunità occupazionali nel settore privato, nel corso del tempo i posti statali, ini14 Secondo alcune stime recenti, l’economia irregolare impiega nel Sud circa il 30% di manodopera totale. 56 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora zialmente necessari per migliorare lo standard di vita al Sud (in quanto “sicuri” e ben remunerati), sono in seguito divenuti una fonte di reddito critica, in quanto hanno incrementato ulteriormente lo squilibrio rispetto alle opportunità di lavoro del settore privato, limitandone il potenziale nella creazione di posti di lavoro. L’esistenza di un settore pubblico eccessivamente dimensionato rappresenta una forma di trasferimento verso regioni ad alta disoccupazione e, dato che, per le basse qualifiche, i salari tendono ad essere più elevati nel settore statale rispetto a comparti simili del settore privato, gli individui, se disoccupati, preferiscono mettersi in fila ed “attendere” che si rendano disponibili posti di lavoro nel settore pubblico (Alesina, Danninger e Rostagno [1])15. Esistono anche ulteriori dimensioni della “segmentazione” tra Nord e Sud che possono avere implicazioni importanti per il funzionamento del mercato del lavoro. In conformità a ciò che emerge dall’analisi di vari (e soggettivi) indicatori indirettamente correlati all’efficienza del sistema economico, il Sud mostra generalmente una performance più scadente in termini di “qualità” dei servizi pubblici e del controllo della criminalità, (tav. 6 righe 6-9). Per quanto detto finora, l’esistenza di persistenti disparità regionali, sia nei livelli di disoccupazione sia nella distribuzione dei posti di lavoro nel pubblico impiego, può essere un fattore importante nel processo di determinazione dei salari. In primo luogo, dato che esiste un’estensione de facto degli accordi salariali collettivi, il solo modo per compensare la minore produttività — ora che i trasferimenti alle aziende operanti nel Sud sono stati ridotti in conformità alla normativa europea — è quello di operare nel settore informale. In secondo luogo, dal momento che, da un lato, i salari del settore pubblico sono essenzialmente isolati dalle condizioni del mercato generale del lavoro e, dall’altro, la 15 ALESINA A. - DANNINGER S. - ROSTAGNO M. [1] ritengono che circa metà del monte-salari del Sud sia il frutto di una redistribuzione tra Nord e Sud. Questo è il frutto della combinazione di due effetti; un “effetto scala” ed un “effetto prezzo”. Il primo deriva dall’elevata percentuale di lavoratori pubblici, il secondo dal fatto che, mentre i salari nominali sono molto simili in tutte le aree geografiche italiane, i prezzi sono notevolmente diversi. La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 57 TAV. 6 SQUILIBRI REGIONALI E ALTRE DIFFERENZE NORD-SUD* caratteristiche Nord 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 12,4 124,0 72,9 11,6 179,3 6,1 6,0 6,3 5,9 dipendenti pubblici per 100 occupati dipendenti pubblici per unità di prodotto regionale1 agenti di polizia per 1.000 crimini denunciati2 ispettori fiscali per unità di imposta regionale prodotta3 lavoratori postali per 100.000 unità di corrispondenza4 qualità del trasporto pubblico5 qualità dei servizi sanitari5 qualità del funzionamento delle università sicurezza, controllo criminalità5 Sud 22,1 275,1 108,3 59,9 1.782,7 4,5 4,0 4,7 4,0 * A causa della concentrazione dei dipendenti del settore pubblico in una regione centrale (Lazio), il centro è stato escluso. 1 Prodotto regionale in (x100) miliardi di lire. 2 Agenti di polizia nel 1996 per 1.000 crimini denunciati alla polizia nel 1995. 3 Imposte regionali prodotte nel 1996 (IVA, Tassazione diretta e comune, ILOR ed imposte doganali. 4 Numero di dipendenti degli uffici postali per 100.000 lettere e pacchetti inviati nel 1977. 5 Valutazione soggettiva 1-peggiore; 10=migliore. Fonte: ALESINA A. - DANNINGER S. - ROSTAGNO M. [1] (tav. 3, pag. 13). contrattazione collettiva è principalmente guidata dal livello nazionale e tende ad essere dominata dagli occupanti “interni” ed, infine, la competizione salariale tra i lavoratori meridionali disoccupati è piuttosto limitata, si può ragionevolmente affermare che le condizioni economiche di povertà ed alta disoccupazione nel Sud non esercitano effetti significativi di moderazione salariale (Lucifora e Origo [41]). Secondo questa interpretazione, elevati tassi di disoccupazione al Sud e carenze di lavoro nel Nord possono coesistere, generando pressioni inflazionistiche sui mercati locali del lavoro. 4. - Il cambiamento istituzionale e la recente ondata di riforme L’analisi dei cambiamenti istituzionali che hanno caratterizzato il mercato italiano del lavoro verterà, in primis, sul primo pe- 58 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora riodo di riforme della scala mobile. Successivamente, l’attenzione verrà spostata sul secondo periodo di riforme che, attraverso l’Accordo sul costo del lavoro, ha comportato, da un lato, un rinnovato, esteso ricorso allo strumento della politica dei redditi e, dall’altro, profondi cambiamenti nel modello di contrattazione collettiva. Accanto a queste, sarà anche importante analizzare la portata delle misure che riguardano più in generale l’aumento della flessibilità nel mercato del lavoro: riforme nella tutela dell’occupazione, nella regolamentazione salariale, nell’estensione delle garanzie fornite dalla previdenza sociale e dirette ad un utilizzo di politiche del lavoro più efficaci. La riforma della scala mobile, è iniziata nel 1983 con la riforma della clausola di indicizzazione (che, a sua volta, ha ridotto progressivamente gli effetti dell’inflazione sui salari), ma è terminata solo nel 1992 con l’abolizione definitiva di questo istituto. In linea di principio, se si vogliono analizzare i fattori che incidono sul livello di occupazione, l’abolizione della scala mobile fornisce informazioni estremamente importanti perché, come in un esperimento naturale, permette di esaminare quali sono gli effetti diretti l’eliminazione di un vincolo alla dinamica salariale. Ad ogni modo, è un dato di fatto che, dal momento della sua abolizione, sono stati creati solo un numero limitato di nuovi posti di lavoro. In particolare, per ciò che concerne i bassi salari, è stato empiricamente dimostrato come l’esistenza di un salario minimo non sia il motivo principale che impedisce ai lavoratori di trovare un posto di lavoro pricing themselves out of jobs (Freeman [31], Lucifora e Salverda [40])16. A partire dai primi anni ’80, furono introdotte anche altre misure mirate ad incrementare il livello di flessibilità salariale, quali i cosiddetti “contratti di solidarietà”, che consentivano al datore di lavoro di offrire salari al di sotto dei livelli nazionali contrattuali (particolarmente in alcune regioni disagiate del meridione). Alle aziende che operano nelle regioni meridionali era diretto anche un flusso sostanzioso di trasferimenti 16 Gran parte delle analisi empiriche mostrano che l’elasticità della domanda di lavoro nella parte bassa della distribuzione dei salari è (a parte poche eccezioni) molto bassa e che gli aumenti di occupazione (quando ci sono) sono molto modesti (DOLADO J. et AL. [25]; CARD D. - KRUEGER A. [18]). La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 59 e sussidi (principalmente in forma di tagli ai contributi previdenziali, la cosiddetta “fiscalizzazione degli oneri sociali”). Come già osservato, questi schemi hanno per lo più raggiunto lo scopo di compensare le differenze nei costi per unità lavorativa tra le regioni settentrionali e meridionali, ma, in generale, non hanno consentito di creare nuova occupazione. Per ciò che concerne la tutela del posto di lavoro, sono state intraprese alcune timide riforme sia nelle procedure di riduzione degli esuberi di manodopera, sia in quelle che regolano i licenziamenti collettivi (temporanei) per ragioni economiche. La nuova legislazione che ha riformato lo schema della CIG da un lato ha fissato la durata massima del sussidio, dall’altro ha introdotto le liste di mobilità (come in precedenza descritte) per favorire un reinserimento dei lavoratori al termine del periodo di erogazioni sostitutive del salario. L’evidenza sugli effetti di tali misure non sempre è incoraggiante ed i sussidi per l’occupazione non sembrano aver favorito in modo significativo il deflusso dalla disoccupazione. L’Accordo sul costo del lavoro del 1993 ha introdotto una nuova ondata di riforme nel mercato del lavoro, che, assieme ad altri fattori hanno permesso all’Italia di entrare a far parte dell’UME. Le novità più importanti introdotte nel 1993 sono state, in primo luogo, la riforma del processo di contrattazione collettiva, ed in secondo l’introduzione del tasso d’inflazione programmata (al posto di quello reale) come riferimento per la determinazione degli incrementi salariali sia nel settore pubblico sia in quello privato. In aggiunta a ciò, sono state adottate anche misure volte a promuovere un maggiore decentramento nei processi di determinazione della struttura salariale, quali, per esempio, l’introduzione di schemi di pagamento collegati alle prestazioni negoziati a livello locale, e i cosiddetti Patti territoriali e Contratti d’area, che forniscono incentivi ed esenzioni in aree particolarmente disagiate. Benché il ricorso alla politica dei redditi e lo sviluppo di un modello di relazioni industriali maggiormente improntato alla cooperazione siano considerati tra i fattori di maggior successo nella lotta contro l’inflazione, il loro effetto sulla creazione di posti di lavoro e riduzione della disoccupazione appaiono per contro piuttosto modesti (Dell’Aringa [22]). 60 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora Tuttavia, quelli già illustrati non sono gli unici cambiamenti introdotti nel corso degli ultimi anni nel mercato del lavoro: — sebbene alcune non siano ancora entrate in vigore nella loro completezza — un gran numero di riforme riguardanti molteplici aspetti del rapporto di lavoro ha consentito di introdurre maggiore flessibilità nei contratti di lavoro. Il cosiddetto Pacchetto Treu, per esempio, ha aumentato la possibilità delle aziende di utilizzare contratti a tempo determinato, introdotto le agenzie di intermediazione al lavoro (intermediazione di agenzie “private” di collocamento nella ricerca del posti di lavoro) ed esteso la diffusione del lavoro part-time. Per ciò che concerne l’occupazione giovanile, i contratti a tempo determinato e quelli di formazione (Contratti di formazione lavoro) sembrano stati negli ultimi anni l’area principale di creazione di lavoro. Nel 1999, circa l’85% dei nuovi posti di lavoro sono costituiti da questi tipi di “contratti atipici”. I fatti, comunque, suggeriscono che queste misure abbiano fornito solo un tampone temporaneo all’emorragia di posti di lavoro, senza incidere profondamente sulla disoccupazione strutturale. Infatti, la maggioranza di quelli che hanno ottenuto un “lavoro temporaneo” continua a cercare una posizione permanente. Gli sforzi per aumentare la flessibilità sono stati anche finalizzati all’introduzione di numerose modifiche sia nel funzionamento delle istituzioni dei mercati dei beni e del lavoro, sia nella normativa che regola le procedure amministrative. Alcuni esempi sono costituiti dalle modifiche legislative introdotte nelle procedure settoriali (per esempio, regolamentando la facoltà sindacale di organizzare scioperi nei servizi di pubblica utilità), nell’organizzazione interna dei sindacati (cioè l’elezione con una votazione segreta dei rappresentanti sindacali) e, infine, nelle modalità di finanziamento dei sindacati (l’usuale deduzione delle quote sindacali direttamente dalla busta paga, non può più essere usato, poiché ora occorre un’autorizzazione individuale). Anche se tali misure sono state introdotte allo scopo di aumentare flessibilità, trasparenza e democrazia presso le maestranze, hanno anche avuto l’effetto indiretto di aumentare i costi per organizzare l’azione degli associati e per raccogliere le sottoscrizioni. Oltre a questo, all'interno del settore statale è stata anche introdotta, da un La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 61 lato, una semplificazione amministrativa (cosiddetta Legge Bassanini), dall’altro una riforma della normativa di assunzione e di regolamentazione del pubblico impiego (Buti et Al. [16]). In definitiva, le modifiche alle istituzioni che governano il funzionamento del mercato del lavoro, introdotte con un parziale programma di deregolamentazione e l’avvio di alcune riforme del mercato del lavoro, sono state globalmente efficaci, sebbene il processo sia ancora lontano dall’essere completo. Infatti, la maggiore inefficienza che si riscontra nel funzionamento del mercato del lavoro (la presenza di elevata disoccupazione) mostra soltanto modesti miglioramenti, ed inoltre non si registrano effetti significativi sulle prestazioni dell’economia italiana. Alla luce delle le considerazioni sin qui fatte, nell’ultima parte verrà presentato un programma di riforme su tematiche “all’ordine del giorno”, quali l’incremento della partecipazione e delle opportunità occupazionali e la riduzione della disoccupazione di lungo periodo. 4.1 Interventi di politica economica: una possibile agenda Come discusso nell’introduzione, la partecipazione dell’Italia all’UME e le restrizioni imposte dal “patto di stabilità” in conformità al Trattato di Maastricht, esercitano un’ulteriore pressione sulle inefficienze del mercato del lavoro. La ridotta capacità di attuare politiche (interne) di contenimento delle fluttuazioni cicliche e degli squilibri regionali, suggeriscono che per attenuare le conseguenze di shock idiosincratici, è necessaria una maggiore flessibilità in termini sia di costi salariali, sia di adeguamenti nella quantità di lavoro. Come discusso in precedenza, le performance scadenti del mercato del lavoro non costituiscono un fenomeno recente e non possono essere imputate alla necessità di perseguire i criteri di Maastricht od alla partecipazione dell’Italia alla UME. Nel contesto economico attuale, comunque, potrebbe darsi che alcune istituzioni, che hanno regolato il funzionamento del mercato del lavoro italiano, tutelando i lavoratori dai vari fallimenti del mercato e dai rischi non assicurabili (come il rischio di 62 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora diventare disoccupati o di guadagnare un salario troppo basso), richiedano costi di adeguamento più alti. La legislazione sulla tutela dell’occupazione, la compressione dei differenziali salariali ed i benefici diretti della previdenza sociale, se, da un lato, riducono il costo individuale di uno shock negativo, dall’altro rafforzano il potere degli “interni” — gli occupati del settore “primario”, imponendo costi sociali elevati agli “esterni” — quelli senza lavoro e quelli occupati nel settore informale —. Da questo punto di vista, le riforme sono necessarie principalmente per ridurre l’insider power ed eliminare le varie forme di discriminazione nella tutela del posto e del reddito da lavoro, attualmente esistenti tra differenti gruppi di lavoratori (OCSE [47], [48] e [49]). Come dimostra l’esperienza recente, le riforme istituzionali dirette all’eliminazione delle rigidità, ed in particolare di alcune forme di eccessiva regolamentazione dei comportamenti individuali e collettivi hanno incontrato forte resistenza. Questo atteggiamento deriva da cause differenti. In primo luogo, occorre tenere in considerazione che nel processo decisionale circa l’individuazione dei cambiamenti desiderabili, le preferenze dell’“elettore mediano” hanno molta importanza. Dato che, in genere, questa “fascia” di popolazione (il ceto medio) non ha grandi problemi a trovare un’occupazione, esprimerà una preferenza orientata verso salari più alti e verso la stabilità del posto di lavoro, piuttosto che verso una minore disoccupazione e maggiore efficienza produttiva. In secondo luogo, spesso vi sono delle riserve in merito alla desiderabilità di un mercato del lavoro più flessibile. La presenza di alcune istituzioni che generano elevate “rigidità” nel mercato del lavoro, quali il sistema previdenziale, la contrattazione collettiva e i minimi salariali, viene tuttavia percepita come un fattore che contribuisce al miglioramento del benessere economico e sociale. In particolare, l’esperienza degli USA e del Regno Unito mostra che l’aumento di flessibilità spesso comporta anche un preoccupante aumento delle diseguaglianze ad una maggiore instabilità nei rapporti di lavoro. In terzo luogo, come precedentemente dimostrato, nelle situazioni in cui il lavoro del capofamiglia ed il reddito da lavoro sono severamente tutelati, emerge una struttura “duale” del mercato del lavoro, in cui la disoccupazione è con- La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 63 centrata principalmente tra i giovani e le donne. D’altro canto, questi modelli possono semplicemente riflettere gli atteggiamenti sociali e le strutture familiari prevalenti in Italia: in presenza di un mercato del lavoro fortemente polarizzato, se chi ci “guadagna” e chi ci “perde” sono membri della stessa famiglia, il conflitto sociale può essere limitato e sostenibile nel tempo solo se esiste una (implicita) ridistribuzione interna del beneficio (netto) all’interno della famiglia. In linea di principio, tutte queste ipotesi sono legittime e, dunque, meritano una trattazione separata. 4.1.1 Sindacati e contrattazione collettiva La presenza di sindacati forti e di sistemi di contrattazione collettiva non dovrebbe essere considerata un ostacolo all’efficienza del mercato del lavoro e a performance economiche soddisfacenti. Al contrario di molte associazioni sindacali “corporativiste” e conflittuali, che agiscono quasi esclusivamente per proteggere i propri iscritti, i sindacati più rappresentativi, che coprono gli interessi di una vasta gamma di lavoratori (e che, di fatto, si trovano a svolgere anche una funzione cosiddetta encompassing), hanno un ruolo importante nel processo di riforma del mercato del lavoro. In presenza di concorrenza imperfetta e di asimmetrie informative, i sindacati possono infatti operare per ridurre sia le distorsioni nei prezzi dei fattori, sia le perdite di efficienza dovute a elementi improduttivi, limitando così il potere di mercato delle aziende ed i comportamenti monopolistici delle stesse (Boal e Ransom [10]). Infatti i sindacati possono utilizzare la loro “voce collettiva” per ridurre i costi del turnover aziendale, migliorare la suddivisione dei compiti e la divisione del lavoro, ridurre il numero di licenziamenti inefficienti, migliorare la circolazione delle informazioni e il (ri)collocamento dei lavoratori sul posto di lavoro. Infine, anche l’abbandono di comportamenti monopolistici e l’introduzione sia di politiche dei redditi, sia di una maggiore concertazione — limitando dall’interno i costi di eccessive dinamiche salariali —, possono contribuire alla moderazione salaria- 64 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora le ed alla creazione di occupazione, come anche a rafforzare la credibilità della riforma del sistema previdenziale e degli adeguamenti fiscali per la riduzione del debito pubblico. Infine, per quello che concerne il livello ottimale di contrattazione, dovrebbero essere valutati chiaramente i costi e benefici di un coordinamento centralizzato rispetto ad una situazione di contrattazione più decentrata. In mancanza di un efficace coordinamento, un sistema decentrato non garantisce, necessariamente, né la moderazione salariale, né una maggior flessibilità. Ad ogni modo, un sistema a due stadi, il primo, centrale, deputato a fissare un minimo salariale (stabilito per legge o contrattato collettivamente), il secondo più decentrato per fornire flessibilità, dovrebbe essere in grado di garantire una più efficiente funzione allocativa dei mercati locali del lavoro, una più equa divisione dei profitti nonché un utilizzo di schemi di remunerazione basati maggiormente sulle performance lavorative (individuali e collettive). 4.1.2 Flessibilità del mercato del lavoro e riforma della previdenza sociale Per evitare che i cambiamenti nelle procedure di assunzione e licenziamento da un lato, e una maggiore flessibilità del mercato del lavoro dall’altro, contribuiscano ad ampliare eccessivamente i differenziali salariali, e a creare maggiori diseguaglianze, povertà ed emarginazione sociale, si potrebbe introdurre un sistema di sussidi più strutturato ed organico, sia estendendo il loro ruolo assicurativo, sia finalizzandoli a misure “attive” (quali un sistema organico di incentivi al lavoro e le agenzie di collocamento attive), invece di utilizzarli semplicemente come schemi di politica passiva. Benché spesso i lavoratori scarsamente retribuiti non facciano parte, nel complesso, delle famiglie a basso reddito, ciò non toglie che il problema della distribuzione del reddito nell’ambito familiare vada affrontato con attenzione anche perché esso spesso maschera fenomeni di emarginazione sociale nel corso della vita (Freeman [30]). Nel nuovo sistema pensionistico (nato dalla co- La “scatola nera” dell’economia italiana, etc. 65 siddetta riforma Amato-Dini) gli adeguamenti del reddito da pensione sono basati sul reddito da lavoro percepito nel corso dell’intera vita lavorativa; in questo modo i lavoratori a basso reddito potrebbero continuare ad essere poveri anche da anziani, a causa di una pensione insufficiente. Una bassa retribuzione svantaggia anche alcune fasce di popolazione più di altre, come le donne e le minoranze etniche, e, quindi, il problema dei bassi salari riguarda anche le politiche che combattono l’esclusione sociale e promuovono le pari opportunità. Anche se non è l’aspetto principale del problema della disoccupazione a lungo termine, la riduzione dell’eccessiva regolamentazione e dell’eccessiva tutela contro i rischi del mercato del lavoro può — riducendo il potere degli “interni” — migliorare l’efficienza del processo di ricerca del posto di lavoro. Ciò che è realmente necessario — e che andrebbe messo ai primi posti tra le priorità da affrontare in sede politica — consiste in un intervento per ridurre la durata dei periodi di disoccupazione, e nella ricerca di un equilibrio tra le politiche che mirano ad incrementare la flessibilità e quelle che riducono l’impatto dei bassi salari e delle esclusioni sociali. Il mix di interventi più efficace dovrà tenere in considerazione sia le opportunità occupazionali, sia gli effetti negativi di una bassa retribuzione sull’individuo, singolo o membro di una famiglia. Una maggiore occupazione può permettere di redistribuire il reddito nell’ambito familiare (dagli “interni” alle donne ed ai giovani “esterni”) lasciando il reddito familiare invariato o persino elevandolo. Nel processo di riforma, la valutazione di quale sia il compromesso migliore, in termini di efficienza e di equità, dovrebbe considerare la possibilità di destinare maggiori risorse ai “perdenti”, per compensare la perdita di benessere subita. 4.1.3 Imposte sui redditi da lavoro e sussidi all’occupazione Infine, per favorire le opportunità di lavoro, occorrerebbe ridurre le imposte sui redditi da lavoro. Considerando le imperfezioni del mercato del lavoro ed il ruolo delle istituzioni, lo spo- 66 Carlo Dell’Aringa - Claudio Lucifora stamento di una parte della base imponibile dai redditi da lavoro verso altri fattori potrebbe costituire un beneficio, dato che, come precedentemente esposto, un’alta tassazione produce effetti distorsivi sui redditi da lavoro e ciò può provocare una inefficiente distribuzione delle risorse. Gli incentivi fiscali potrebbero essere diretti sia a tutti i lavoratori, oppure solo a gruppi selezionati di individui. Esiste infatti la possibilità di utilizzare la leva fiscale come incentivo per favorire ed incoraggiare il passaggio dei gruppi maggiormente svantaggiati nel mercato del lavoro (i lavoratori meno qualificati e quelli con scarsa esperienza lavorativa) dalla non occupazione all’occupazione. Gli squilibri regionali sono naturalmente di altro tipo, ma la riduzione delle imposte e degli oneri sociali potrebbero fornire uno strumento efficace per compensare la minore produttività di alcune aree. Altre forme di incentivi, come l’erogazione di sussidi (che si aggiungono) al reddito da lavoro o la concessione di crediti d’imposta, potrebbero fornire un supporto supplementare per individui a basso reddito. In conclusione, la riforma fiscale dovrebbe aggiungersi ad altri cambiamenti istituzionali, e tutti dovrebbero essere diretti alla riduzione del potere degli “interni” sul mercato del lavoro, in modo da eliminare il circolo vizioso che, da una parte tende a spingere i lavoratori fuori dal settore “primario” verso l’economia irregolare (dove non vengono pagati contributi sociali) e, dall’altra parte, impone aliquote (d’imposta) ancora più elevate sulla restante base imponibile (lavoro), per sostenere i costi della previdenza sociale. 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