Tariffa R.O.C.: Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 1, DCB - Bologna.
Quota di abbonamento della pubblicazione euro 1,00 corrisposta dai destinatari con il rinnovo all’Associazione per l’anno in corso.
SulMonte
CAI - SEZIONE “MARIO FANTIN” BOLOGNA - NOTIZIARIO AI SOCI
n° 3/2014
PORRETTANA
150 anni di treno
lungo il Reno
SABBIUNO
Il filo
della memoria
K2 2014
Inserto speciale: Giuseppe Pompili racconta
la sua straordinaria impresa
SUL MONTE
Notiziario ai soci n. 3/2014
Club Alpino Italiano
Sez. Mario Fantin, Bologna
Direttore Responsabile
Luca Calzolari
In redazione
via Stalingrado 105
tel. 051 234856
Ezio Albertazzi
Marino Capelli
Elisabetta Dell’Olio
Marta Fin
Stefano Chiorri
Gabriele Rosa
Barbara Stacciari
Giorgio Trotter
Elena Vincenzi
Progetto grafico e impaginazione
Clara Cassanelli
Barbara Stacciari
Elena Vincenzi
Foto di copertina:
credits Giuseppe Pompili
Per articoli, foto, segnalazioni:
[email protected]
Stampa
Grafiche A&B
Via del Paleotto 9/a - Bologna
[email protected]
Tel. 051 471666
Registrazione
c/o Tribunale di Bologna
n° 4227 del 1972
CLUB ALPINO ITALIANO
Sezione Mario Fantin - Bologna
Via Stalingrado, 105
tel/fax: 051 234856
e-mail: [email protected]
www.caibo.it
Segreteria
tel/fax: 051 234856
Martedì ore 9-13
Mercoledì, Giovedì,
Venerdì ore 16-19
COMUNICAZIONI AI SOCI
Il Consiglio Direttivo della sezione CAI di Bologna “M. Fantin” convoca la
ASSEMBLEA ORDINARIA
che si terrà in prima convocazione mercoledì 25 marzo alle 6,00 e in seconda
convocazione
GIOVEDÌ 26 MARZO 2015 alle ore 21, presso la sede sezionale
in via Stalingrado 105, Bologna,con il seguente ordine del giorno:
1.
comunicazioni del Presidente;
2.
approvazione relazione del presidente sulla attività 2014;
3.
relazione dei Revisori dei Conti;
4.
approvazione del bilancio consuntivo 2014;
5.
approvazione del bilancio preventivo 2015;
6.
quote sociali 2016;
7.
elezione dei delegati alla Assemblea Nazionale e alle Assemblee del Gruppo Regionale.
Potranno partecipare tutti i soci in regola con la tessera sociale del 2014, che dovrà
essere esibita all’ingresso alla Commissione verifica poteri. I soci minori non hanno
diritto di voto. Sono ammesse deleghe: scritte ed accompagnate da fotocopia di
documento di identità del delegante. Ogni socio partecipante al voto può essere in
possesso di una sola delega (art. 16 statuto sezionale).
FESTA CICLOCAI
VENERDI’ 16 GENNAIO 2015 nella sala dell’Associazione Cà Bura,
via Arcoveggio 59 (all’interno dei giardini con laghetto, di fronte
alla Trattoria Cà Bura). Serata di presentazione del programma
CALENDARIO 2015 ed altre amenità...
NUOVO DIRETTORE
ALPINISMO
DELLA
SCUOLA
Un benvenuto e un caloroso augurio di buon lavoro per Roberto
Bertozzi, nuovo direttore della Scuola di Alpinismo. Un sentito
grazie va al mitico Antonio Cuzzato, per il suo spirito, il suo
impegno e le sue grandissime serietà e competenza.
5 per
mille
Chiuso in redazione
il 24/11/2014
Nella tua Dichiarazione dei Redditi scegli di
destinare il tuo 5x1000 alla nostra Associazione.
Sotto la firma, nello spazio “codice fiscale del
beneficiario” inserisci:
Codice fiscale: 80071110375
La quota della tua imposta sul reddito contribuirà
alle azioni del CAI di Bologna per la tutela della
montagna, la sicurezza dei suoi frequentatori
attraverso una formazione di alta qualità e la
manutenzione dei percorsi escursionistici e dei
rifugi.
PUNTI RINNOVO TESSERA ANNUALE
2
Salviamo i corsi d’acqua dall’eccesso di
sfruttamento idroelettrico
Nella prima metà di novembre il CAI ha sottoscritto insieme alle maggiori associazioni
ambientaliste un appello rivolto ai Ministeri dell’Ambiente e dello sviluppo economico, alle Regioni
e alla Convenzione delle Alpi per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento
idroelettrico. L’appello a favore della montagna pone all’attenzione il fatto che l’eccesso di
sfruttamento idroelettrico dei pochi residui piccoli corsi d’acqua depriva la montagna e restituisce
una produzione energetica quantitativamente decisamente insignificante rispetto ai fabbisogni
nazionali, a scapito di valori ambientali e naturali ragguardevoli.
Sono diverse le richieste contenute nell’appello: dalla sospensione del rilascio di nuove concessioni
alla revisione degli strumenti di incentivo, dall’attuazione di politiche di risparmio nell’uso del
bene idrico e di un processo rigoroso di valutazione dell’impatto ambientale in caso di costruzione
di nuovi impianti. Inoltre nell’appello si chiede che venga superato il concetto attuale di DMV
(Deflusso Minimo Vitale) a favore di quello di deflusso ecologico e cioè di una regola di rilascio che
sia realmente in grado di garantire il mantenimento degli obiettivi di qualità ecologica di un corpo
idrico e dei servizi ecosistemici da questi supportati.
L’obiettivo di CAI e delle altre Associazioni è che i corsi d’acqua, e in particolare quelli di montagna,
vengano riconosciuto come un patrimonio di biodiversità, di valori ambientali e paesaggistici da
tutelare, piuttosto che una semplice risorsa da sfruttare in modo intensivo e indiscriminato. Al
contrario, le opere per la realizzazione degli impianti idroelettrici non sono sempre di pubblica
utilità, indifferibili ed urgenti, come invece affermano le norme attuali.
Bisogna dunque ora agire, regione per regione, territorio per territorio. La Commissione centrale
per la tutela ambientale del Cai, ha invitato i Gruppi regionali, le Commissioni regionali TAM, le
altre Commissioni e le Sezioni del nostro Sodalizio a sottoscrivere a loro volta il documento. Un
appello a mio avviso da sottoscrivere e da far conoscere al più ampio pubblico possibile.
Luca Calzolari
IN QUESTO NUMERO
5
Il nostro territorio
LA FERROVIA PORRETTANA
19 Incontri
24 CicloCai
SIMONE MORO, LO STATO
IN BICI NELL’INCANTEVOLE
DELL’ARTE DELL’ALPINISMO
Marino Capelli
8
Alpinismo
I NUOVI ARRIVATI
22
Vita di sezione
SABBIUNO, IL FILO DELLA
MEMORIA
23
Testimonianze
GLI ALTRI
Trinity e Caterina
speciale
11 Inserto
SOLO IL CIELO BLU SCURO
ERA SOPRA DI ME
Giuseppe Pompili
la foto
20 Dietro
TORRI DEL VAJOLET
Sandro Dal Pozzo
Marinella Frascari, Sergio
Gardini, Patrizia
ALTOPIANO DI ASIAGO
Massimo Capobianco
e ferrate
26 Trekking
UNA LUNGA PASSEGGIATA NEL
BRENTA
Carlo Emanuele Pupo
passo dopo l’altro
27 Un
A MICAH TRUE, CABALLO
BLANCO
Marco Tamarri
Elisabetta Dell’Olio
3
CORSI 2014 -15
CORSO ALPINISMO SU GHIACCIO (AG1)
Durata: gennaio/marzo Il corso si rivolge a quanti hanno già frequentato corsi
di introduzione dimostrando buona attitudine alle attività
alpinistiche, e prepara ad affrontare l’alta montagna in
veste invernale, trattando la preparazione, l’organizzazione
dell’ascensione, la valutazione dell’ambiente e le tecniche di
assicurazione e progressione della cordata su vie di ghiaccio e
neve.
Per avere maggiori informazioni sui seguenti
corsi consultare il nostro sito www.caibo.it oppure
contattare la Segreteria CAI tel. 051 234856
Le lezioni teoriche dei corsi salvo diversamente indicato si
svolgeranno presso la la sezione “Mario Fantin” del Club Alpino
Italiano di Bologna – via Stalingrado 105.
CORSO di ESCURSIONISMO DI BASE IN AMBIENTE
INNEVATO
Diretto da Alessandro Geri
Durata: gennaio/marzo Il Corso di Escursionismo, riservato a Soci CAI, è rivolto a
coloro che intendono frequentare gli ambienti innevati della
montagna per conoscerla e viverla in sicurezza, riscoprendo un
escursionismo integrale distante dalle località turisticamente
note.
Obiettivo del corso è fornire ai partecipanti una preparazione
teorica e pratica che permetta loro di:
acquisire le basi delle tecniche di escursionismo su neve;
conoscere i pericoli della montagna invernale; frequentare
in sicurezza i percorsi di montagna innevata; organizzare
correttamente ed in autonomia le proprie escursioni; conoscere
gli aspetti dell’ambiente montano invernale che maggiormente
interessano l’attività escursionistica.
Appuntamento in primavera per i corsi di alpinismo e
arrampicata:
CORSO di ARRAMPICATA LIBERA
Durata: aprile/maggio
Il corso ha l’obiettivo di fornire agli allievi le informazioni e
le conoscenze necessarie per arrampicare in condizione di
sicurezza su pareti di roccia in terreno sportivo ed è rivolto a
principianti o a chi, avendo già frequentato un corso di alpinismo,
voglia approfondire le tematiche relative alla progressione su
roccia ed introdurre più approfonditi corsi in ambiente alpino.
ALPINISMO SU ROCCIA (AR1)
Durata: giugno-luglio
E’ un corso di livello avanzato rivolto prevalentemente, anche
se non esclusivamente, a persone già in possesso di un minimo
di esperienza alpinistica; criterio preferenziale di ammissione
è pertanto quello di avere frequentato con profitto corsi
d’introduzione all’alpinismo o all’arrampicata libera.
Il corso prevede l’insegnamento delle nozioni fondamentali
per potere affrontare in ragionevole sicurezza le arrampicate in
montagna, su vari tipi di roccia.
CORSO ESCURSIONISMO BASE
Diretto da Mauro Pini
Durata: marzo/aprile Lezioni teoriche presso Associazione Cà Bura
via Arcoveggio, 59/B (capolinea autobus 11C - all’interno del
parco pubblico di via Giardini)
Il corso è rivolto ai Soci CAI, che, avendo un minimo di
preparazione fisica, intendono avvicinarsi alla montagna, oppure
a coloro che già la frequentano, ma desiderano approfondirne
la conoscenza e affrontarla in sicurezza. La Scuola Sezionale
di Escursionismo, tende pertanto a promuovere e trasmettere
le conoscenze di base ed i valori etici per effettuare escursioni
con un equipaggiamento ed una preparazione consoni
all’ambiente di montagna: cosa portare nello zaino, come
vestirsi e come alimentarsi, come preparare un’escursione a
tavolino, analizzando carte topografiche, relazioni e bollettini
meteo, per poi apprendere durante le uscite come determinare
costantemente la propria posizione facendo orientamento con
mappa, bussola ed altimetro.
Per capire e comprendere il luogo “montagna” non bastano
però le conoscenze tecniche: è per tale motivo che il Corso
insegna anche a sviluppare una capacità di osservazione e
comprensione dell’ambiente appenninico e alpino che permetta
all’escursionista di fare non solo esercizio fisico ma anche e
soprattutto un “percorso” nella montagna modellata sia dalla
forze naturali, che dalla cultura e dal lavoro delle genti che
l’abitano da millenni, senza dimenticare la tutela dei fragili
ecosistemi che la contraddistinguono.
CORSO ALPINISMO (A1)
Durata: settembre- dicembre
Corso ha lo scopo di fornire, a chi inizia a praticare l’alpinismo,
le nozioni di base indispensabili per affrontare la montagna, nei
suoi diversi ambienti, in sicurezza ed in autonomia su difficoltà
moderate.
“APPROCCIO ALLA MTB” ... mountain bike che
passione per tutti coloro che hanno già frequentato le nostre precedenti
“lezioni sul campo” e per coloro che, invece, cominceranno ora
con i first steps...
PRESENTAZIONE:
Lunedì 16 febbraio 2015 - ore 21.00 - sede C.A.I. via Stalingrado
105 - Bologna
MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE e ISCRIZIONE:
Essere soci CAI maggiorenni e in regola con il tesseramento
per l’anno in corso; max 25 partecipanti. L’apertura delle
iscrizioni avverrà la serata della presentazione con contestuale
pagamento della quota e, successivamente, presso la Segreteria
CAI fino ad esaurimento dei posti disponibili. Obbligatorio Certificato Medico di idoneità alla pratica del
cicloescursionismo non agonistico.
QUOTA DI PARTECIPAZIONE
Euro 70,00 comprensive di: materiale didattico, spese
organizzative, diritti di segreteria. Sono escluse le spese dei
trasferimenti per tutte le uscite in ambiente e l’albergo per
il weekend del 25-26 aprile; oltre che quelle per il proprio
equipaggiamento personale.
CORSO SCI ALPINISMO (SA1)
Durata: gennaio/marzo Il corso ha l’obiettivo di fornire agli allievi le informazioni Questo
corso si rivolge a chi è interessato ad un modo diverso di andare
in montagna e a chi, pur amando la pratica dello sci, si è accorto
che impianti di risalita e piste sovraffollate, oltre a guastare
la natura, ci allontanano da essa e ci impediscono di goderne
la bellezza. Ha lo scopo di insegnare come comportarsi in
montagna d’inverno e soprattutto quali sono i criteri di prudenza
da seguire per poter affrontare con serenità e fiducia nei propri
mezzi pendii incontaminati e silenziosi, scivolando con gli sci o
con la tavola.
APPROCCIO ALLA MTB 2015 sarà illustrato anche nell’ambito
della serata della FESTA CICLOCAI “Presentazione del
programma 2015 di Cicloescursionismo “ che si terrà il
16/01/2015 presso la sala della Associazione Cà Bura.
Trailer di assaggio a: http://youtu.be/UFDzHP4_FgQ
Per informazioni rivolgersi a: [email protected]
4
IL NOSTRO TERRITORIO
LA FERROVIA PORRETTANA
festa per i 150 anni guardando al futuro
di Marino Capelli
Cade in questo 2014 il 150° anniversario della
Ferrovia Porrettana, il primo collegamento tra
nord e sud che, tra la Toscana e l’Emilia-Romagna,
scavalcava interamente l’Appennino.
Questa ferrovia ha una lunga storia, strettamente
legata allo sviluppo delle comunità locali e della
nazione. Venne inaugurata ufficialmente da
Vittorio Emanuele II nel 1864. La prima idea di una
ferrovia fra Bologna e Pistoia fu avanzata nel 1845
ma, a causa del carattere campanilistico di quella
che 15 anni dopo diventò la nostra nazione, questa
soluzione fu osteggiata da progetti concorrenti
che prevedevano in alternativa il collegamento di
Bologna con Firenze o con Prato. Dopo i moti del
1848 fu un accordo interstatale fra Granducato
di Toscana, Stato Pontificio e Impero Austriaco,
quest’ultimo strategicamente interessato a far
affluire velocemente il suo esercito a Livorno, che
spianò la strada alla Ferrovia Porrettana, i cui lavori
cominciarono nel 1853. La società investitrice,
a capitale misto austro-franco-anglo-italiano,
aveva ricevuto l’appoggio finanziario anche
delle case Rotschild di Vienna, Parigi e Londra. I
lavori furono affidati a un’impresa francese sotto
5
è stata trasformata da singolo a doppio
binario in previsione dell’avvio del ‘Sistema
ferroviario metropolitano’ e in previsione della
reintroduzione dell’esercizio passeggeri della
Ferrovia Casalecchio-Vignola che in questi anni
è stata sottoposta a completa riqualificazione e
reinglobata nel sistema.
Se teniamo conto che la strada provinciale
Porrettana, nel suo tratto appenninico, era
stata inaugurata nel 1848 per congiungersi alla
Leopolda che saliva da Pistoia, si comprende
come forte sia stato il contributo che nella
seconda parte dell’800 la linea ferroviaria ha dato
all’economia della valle oltre che della nazione
essendo stata per oltre 60 anni l’unico valico
ferroviario transappenninico nord-sud con tempi
di percorrenza che a noi oggi sembrerebbero
“biblici” ( 5 ore da Bologna a Pistoia nel 1864)
ma che, alla luce delle condizioni delle strade
dell’epoca,
rendevano
l’attraversamento
dell’Appennino sicuro e confortevole (con la
strada Porrettana, nello stesso periodo, di ore se
ne impiegavano 14 col servizio di diligenza).
Non è un caso che Porretta abbia avuto il suo
periodo di maggiore rinomanza come centro
termale (furono le prime terme in Europa, nel
1878, ad introdurre nel termalismo le cure
inalatorie) proprio fra la fine del ‘800 e la prima
parte del ‘900 quando cominciò ad essere di
moda passare le vacanze in Appennino. E non è
certo per una mera correlazione temporale che il
nostro rifugio Duca degli Abruzzi sia stato aperto
nel 1878 e che nel 1881 sia stato presentato, ad
opera di alcuni soci del nostro sodalizio di allora,
la prima Guida all’Appennino Bolognese.
la direzione del progettista Jean Louis Protche, il
quale, insieme alla nutrita équipe di ingegneri che
aveva portato con sé dalla Francia, rivide tutto il
progetto iniziale (Protche è sepolto nella Certosa
di Bologna).
L’apertura della tratta in pianura avvenne nel 1859,
mentre l’inaugurazione avvenne dopo l’Unità
d’Italia nel 1864 alla presenza di Vittorio Emanuele
II. Venuta meno l’esigenza strategica dell’Impero
Austriaco, ai fini dello sviluppo del traffico merci
per il neonato Stato italiano la linea dimostrò
subito la sua limitata potenzialità a causa del suo
tracciato e delle pendenze (vedi box tecnico ). La
gestione della linea, infatti, venne effettuata fino
al 1924 con locomotive a vapore che potevano
trainare solo un limitato tonnellaggio proprio a
causa delle pendenze. Inoltre, le gallerie a tornante
progettate da Protche (meraviglia dell’ingegneria
dell’epoca) per superare la ripidezza del versante
toscano smaltivano malamente i fumi provocando
una “invasione” di fumo nelle gallerie con gravi
disagi per tutti tanto che i macchinisti si coprivano
il volto con fazzolettoni umidi per limitare i danni
alla respirazione. Il problema venne risolto nel
1924, quando si passò alla trazione elettrica
trifase.
Nel 1934, con l’inaugurazione della Direttissima
Bologna-Firenze, la Porrettana cominciò la sua
seconda vita all’esclusivo servizio del territorio
locale, anche se continuarono gli investimenti
sulla linea con la sostituzione dell’alimentazione
trifase in favore di quella in corrente continua a
3.000 volt.
Nel 1988 la tratta Bologna Borgo Panigale Casalecchio di Reno sul versante bolognese
6
Nei tempi recenti la Ferrovia Porrettana, che le
Ferrovie dello Stato (prima dello sdoppiamento
fra RFI e Trenitalia) volevano “tagliare come ramo
secco”, è stata salvata come ferrovia per il trasporto
locale alla scala metropolitana attraverso l’avvio di
uno dei primi esempi di orario cadenzato: il treno
da una certa stazione parte sempre agli stessi minuti
di ogni ora. Oggi sono più di 10.000 ogni anno i
passeggeri trasportati e il tratto emiliano non è
più oggetto di “ripensamenti” sulla sua utilità al
servizio delle comunità locali. Resta tuttavia il nodo
dell’ulteriore miglioramento del servizio sia sul
piano qualitativo (nuovi e più confortevoli treni) che
su quello, correlato, dell’incremento dei passeggeri.
La Porrettana come base per interessanti
escursioni
Una parte non irrilevante dei percorsi ‘Treno
Trekking’ utilizza la Ferrovia Porrettana come
mezzo di trasporto “slow” dal quale originare
alcuni bellissimi itinerari nel nostro Appennino, ma
forse altro si potrebbe fare prendendo ad esempio
le migliori e più riuscite esperienze nazionali. Per
esempio, se in Trentino Alto Adige alcune ferrovie
si sono rilanciate al servizio del turismo attraverso la
formula Treno + Bici perché non poter immaginare
di utilizzare la Porrettana per andare a Vergato o
a Porretta e da lì o rientrare a Bologna o, per gli
appassionati della mountain bike, inerpicarsi sui
sentieri dell’alto Appennino?
Il nuovo tracciato della strada Porrettana lascia al
traffico locale una parte del tracciato della vecchia
statale: perché non pensare ad una pista ciclabile da
Porretta a Bologna? Se l’hanno fatto in Val Venosta
e in Val Pusteria, perché non si può fare nella Valle
del Reno?
Sul percorso, molteplici sono gli edifici monumentali
visitabili come la Rocchetta Mattei o il Palazzo
dei Capitani della Montagna a Vergato.... E, non
dimentichiamolo,
noi abbiamo una ricchezza
agroalimentare che molti non hanno e che invita
certamente a piacevoli soste.
Ferrovia Porrettana: caratteristiche
Al tempo fu un'opera di enorme portata ingegneristica, con le sue 48 gallerie (lunghe complessivamente 18,48
km) e i 35 ponti e viadotti (lunghi complessivamente 2,240 km) per una lunghezza totale di 99 km.
Il tratto più difficile risultò quello tra Pracchia e Pistoia, dove in 26 km viene superato un dislivello di 550 metri.
Andamento altimetrico:
tratto Pistoia-Pracchia con pendenza media 22 per mille, massima 26 per mille in corrispondenza della stazione
di Valdibrana;
tratto Pracchia-Porretta, media 17 per mille, massima 25 per mille fra Ponte della Venturina e Molino del Pallone;
tratto Porretta-Bologna, media 5 per mille, massima 11 per mille.
Stazioni e fermate 18.
7
Alpinismo
NUOVI ARRIVATI
di Trinity - disegno di Caterina
8
(ovvero un anno “prolifero” nella Scuola di Alpinismo e Scialpinismo
Stefano Farina)
Tutto ciò ha portato a un calo drastico
dell’impegno dell’alpinista medio, una mancanza
di obiettivi, di responsabilità nei confronti di
quella Scuola che li ha così affettuosamente
accompagnati negli anni di solitudine e di
zittellaggine. Istruttori sezionali e potenziali
titolati hanno brutalmente voltato le spalle al
mondo dell’alpinismo eroico, alla dura lotta con
l’alpe a favore di uno stile di vita dedito al piacere
e al sollazzo.
Alcuni di essi sono giunti a fare di peggio! Sono
arrivati all’imponderabile: il matrimonio!!
Certo, quest’ultimo evento ha avuto spesso il
non trascurabile risultato di feste e bagordi, post
cerimonia, talmente divertenti da far scendere
dai monti perfino il Vecchio dell’Alpe di Heidiana
memoria. Ma ciò non toglie il vile tradimento
alla causa dell’alpinismo come scuola e ragione
di vita.
Guido Rey non ne sarebbe affatto contento.
Questa pratica del fidanzamento/matrimonio ha
dato i suoi frutti alcuni mesi più tardi, quando
dolcissimi pargoletti hanno visto la luce in un
clima di festa e di giubilo.
Diamo quindi il benvenuto a Francesco, Edoardo,
Ilaria, Emiliano, Gabriele, Niccolò e Nina (l’ordine
è rigorosamente sparso).
Come si può notare, la presenza femminile è in
minoranza, come tipico dell’ambiente alpinistico.
Davanti a quei musetti così simpatici e dalle
guance così paffute da baciarle in continuazione,
non si può che sorridere e lasciarsi contagiare da
tanta innocenza e bellezza.
Detto ciò, il problema dell’ardimento resta.
In attesa che i suddetti infanti diventino prodi
e coraggiosi ghiacciatori e rocciatori, non ci
resta che confortarci con il pensiero che questa
mancanza di impegno non durerà per molto.
Perché alla lunga, man mano che i bambini
cresceranno e avranno bisogno di più spazio,
man mano che diventeranno grandi e più
bisognosi di attenzione, anche la necessità di
respirare l’aria limpida e incontaminata dei
monti si risveglierà negli animi di quei padri e di
quelle madri affettuosi.
E sarà allora che si renderanno conto che qualsiasi
parete di ghiaccio, qualsiasi placca di granito,
qualsiasi canalone ripido e scivoloso sarà meglio
di un pomeriggio passato all’Ikea alla ricerca del
lettino perfetto!
Come alcuni di voi sapranno, la questione della
partecipazione alla vita della sezione e della
Scuola è annosa e non di facile soluzione. Tante
sono le cause e le più svariate.
Chiunque abbia avuto a che fare con
l’organizzazione di un qualsiasi evento, si è
scontrato con ragioni fondate e bieche scuse di
comodo da parte di soci che hanno declinato la
loro disponibilità.
Lungi dal voler fare un’analisi approfondita del
problema, vorrei però affrontare un fenomeno
particolare che si è sviluppato all’interno della
Scuola negli ultimi due anni.
Pare infatti che una sindrome ancora non del
tutto conosciuta al mondo scientifico, abbia
contagiato diversi membri e causato la carenza,
già cronica, di impegno e responsabilità.
Trattasi di un morbo che ha colpito appartenenti
a entrambi i sessi, e dalle età più svariate, che ha
portato la Scuola ad avere una grave mancanza
di potenziali istruttori sani ed abili al servizio.
Individui validi e perfettamente in grado di
ambire al ruolo di Istruttore Regionale o Nazionale
hanno abbandonato il mondo dell’alpinismo in
modo repentino e quanto mai sospetto.
Ma di cosa si tratta esattamente?
Studiando il comportamento dei soggetti in
questione, si è notato che il cambio di rotta è di
solito coinciso con il sorgere di interessi di altra
natura.
Uno in particolare può essere identificato come
causa precipua: il fidanzamento.
Per la sacra legge universale, unificatrice di
tutti i principi della fisica, per la quale tira più il
capello di una bella ragazza che un carro di buoi,
molti esponenti di sesso maschile hanno lasciato
ardite pareti e cenge selvagge per più comodi
prati assolati, in compagnia di belle donzelle.
Altrettanto dicesi per il gentil sesso il quale,
essendo “mobile qual piume al vento” non c’ha
pensato due volte ad abbandonare corda o
scarponi in favore di una salutare passeggiata in
centro, al fianco del proprio amato.
E allora ecco che maschie e virili notti in
bivacco, stoiche ed eroiche sveglie alle due di
notte per attaccare pericolosi ghiacciai, sono
stati soppiantati da più piacevoli serate sotto
le coltri di un caldo piumone Bassetti, morbido
e colorato, amorevolmente condiviso con la
propria dolce metà.
Come dare loro torto?
9
Libri&Co. a cura di Marta Fin e Giorgio Trotter
Per le vostre segnalazioni inviate una mail all’indirizzo: [email protected].
Jerzy Kukuczka. Un grande tra i
giganti della terra
Testi di Jerzy Kukuczka, biografia a cura di
Cecylia Kukuczka
Alpine Studio 2013 - 14,90 euro
JERZY KUKUCZKA, conosciuto
affettuosamente come “Jurek”, è stato
il secondo uomo al mondo ad aver
conquistato le vette dei 14 ottomila,
finendo la sua “corsa” solo un mese
dopo Reinhold Messner, nel 1987.
Jurek fu uno dei più grandi alpinisti
del mondo e un accanito sostenitore
delle salite in stile alpino in Himalaya,
senza l’uso di ossigeno. Nel breve
tempo di otto anni, salì gli ottomila
della terra rispettando le regole
di un gioco che ancor oggi è poco
conosciuto e compreso.
Nato a Katowice – Bogucice (Polonia)
nel 1948; di lui la moglie Cecylia
Kukuczka – che ne cura la biografia
- ricorda che nelle scuole secondarie
Jurek riceveva sempre “ottimo” in
geografia ed educazione fisica. Muore
sulla parete sud del Lhotze il 24
Ottobre 1989.
La sua vita non è quella di persone
agiate, e tutto il suo pensare era
orientato alla montagna. Si era posto
traguardi ambiziosi e li realizzò.
Quando gli altri se ne tornavano
indietro, lui andava avanti. La moglie
Cecylia lo ricorda come una persona
definita da tutti amichevole, piena
di fiducia, che rifuggiva l’arroganza,
sempre pronta ad aiutare e sempre
all’altezza della situazione.
La biografia di Jurek è divisa in 16
capitoli, racconta in modo semplice
e avvincente la sua storia, ci porta
dentro le sue ascensioni facendoci
rivivere quelle memorabili esperienze.
Alcuni passaggi avvincenti descrivono
quale mondo viveva per poter andare
in montagna: “… non era facile
organizzare una spedizione nelle
nostre condizioni, perché in patria
mancava quasi tutto, soprattutto la
carne … in quel periodo era tutto
razionato e occorrevamo molti più
buoni di quanti ne possedevamo
per poter avere la carne giusta per
l’Himalaya e noi non ne avevamo
abbastanza …”. Situazioni di vita che
gli imposero di salire quelle vette con
l’umiltà e il rispetto e la voglia nello
stesso tempo di non rincorrere una
triste collezione di vie normali, ma vie
nuove e prime invernali. Nel libro sono
ben descritte le sette vie nuove che
ha aperto e le ben quattro prime salite
invernali sugli 8000 metri.
Insomma una lettura di grande poesia
che merita di essere fatta, che fa
giustizia di un grande un uomo che ha
si camminato sulla terra ma che aveva
la testa fra gli dei.
Vito Mancuso, Nives Meroi
Sinai
Fabbri Editori 2014 - 16,50 euro
E’ un racconto a due voci. La prima è
quella dell’alpinista Nives Meroi, che
ha salito 11 dei 14 ottomila metri del
pianeta con il suo compagno, Romano
Benet (il fotografo autore delle foto
che illustrano l’alba sul Sinai) e che
racconta qui la sua salita alla cima
del Sinai per vedere l’alba e il sole
che sorge illuminando lo sterminato
deserto montagnoso.
La cronaca della salita è intercalata da
racconti molto interessanti sulle salite
dell’Everest (Qomolongma = divinità
10
madre del mondo, in tibetano), del
Karakorum. Interessanti sono le sue
riflessioni e i suoi racconti al riguardo,
come è interessante il racconto della
salita al Sinai, a partire dal monastero
di Santa Caterina dove si arriva in
pullman da Sharm El Sheik. Nives
racconta del serpente ininterrotto di
lucine che si arrampica sulle pendici:
si parte infatti a notte fonda per
essere sulla cima prima dell’alba.
Nives non prova particolari emozioni
“religiose” anche se è rapita dalla
bellezza del paesaggio al nascere del
giorno con i tanti che lo aspettano
assieme a lei.
Dopo le foto del compagno, inizia la
seconda parte del libro, nella quale
il teologo Mancuso racconta il Sinai
(o Oreb come è chiamato in due libri
del Pentateuco) da un punto di vista
religioso. Una dissertazione dotta,
con riferimenti a diversi esegeti della
Bibbia. Racconta delle tre traduzioni
dall’ebraico antico del modo con cui
Dio si rivolge a Mosè, poi affronta
molte altre questioni, compresa quella
della localizzazione fisica del Sinai
della Bibbia: lì dove nel medioevo
è stato costruito il monastero di
Santa Caterina, in Arabia saudita,
o nel deserto del Negev. Anche
l’esodo degli ebrei dall’Egitto non ha
conferme storiche. Ma tutto questo,
per Mancuso, ha poca importanza:
l’importante è che queste letture
servano ad approdare a una vita
spirituale autentica che cerca la
verità, il bene, la giustizia.
“solo il cielo blu scuro era
sopra di me”
cronaca della vittoriosa salita al K2
a sessanta anni dalla prima conquista
di Giuseppe Pompili
T
rascorso un mese, la salita al K2 appare già remota, come fosse stata fatta da un altro,
da un “me” vissuto in un’epoca passata, che esiste solo attraverso i ricordi. E’ arrivato
il momento per raccontarla: dissolta l’euforia dei primi giorni, gli eventi affiorano con
nettezza e distacco, si ricompongono e cristallizzano. Lo “Zeitgeist”, lo spirito dei tempi,
è cambiato, relegando nel mito le salite dei pionieri e nell’antiquariato lo stile Alpi
Occidentali. Negli ultimi anni le vie normali sulle montagne più note dell’Himalaya, e ora
anche del Karakorum, sono state invase dalle spedizioni commerciali. Il business per sua
natura si confronta più col portafoglio e l’orologio che con le novità. Il K2 continuerà
a dare filo da torcere anche alle prossime generazioni di alpinisti solo recuperando lo
spirito esplorativo a scapito di quello emulativo. Non è uno stile accessibile a tutti, ma
rappresenta una possibile via d’uscita dalla trappola della serialità.
11
Il K2
richiesta che ho ricevuto da Torino si è rivelata una
bufala e così mi sono rivolto a Tamara Lunger, l’unica
italiana che conosco con l’esperienza e le capacità
per affrontare una salita al K2 in autonomia e senza
ossigeno. Tam ci ha pensato per un po’ di mesi, si è
convinta e ha coinvolto Nikolaus Gruber. Un numero
dispari di alpinisti in una spedizione del genere non
va bene e così, per formare due cordate indipendenti,
mi sono rivolto a un amico dello Shimshal, Amin Ullah
Baig, che avevo conosciuto durante la mia spedizione
al K2 del 2010 e che nel 2013 ha partecipato alla
prima invernale al Broad Peak contribuendo ad aiutare
a scendere i due primi salitori, i polacchi Bielecki e
Małek. Formata così la nostra spedizione da quattro,
non restava che preparare e spedire il cargo coi bagagli
e ottenere il visto per il Pakistan. Documento che, mai
come quest’anno, ho faticato ad avere. Nonostante
ne avessi fatto richiesta con un mese d’anticipo,
l’ambasciata di Roma ritardava il rilascio. È stato solo
grazie al contatto di Simone Moro che il viceconsole di
Milano, persona peraltro affabile e gentilissima, mi ha
concesso il sospirato visto… due giorni prima di partire!
La mia ansia era alle stelle, come si può facilmente
immaginare. Anni di preparativi, pianificazione, spese:
tutto era subordinato alla presenza di un adesivo con
una firma in calce. In quei giorni sono invecchiato di
anni e devo ringraziare Tamara per l’interessamento.
La partenza è stata una liberazione: sentivo di avere già
superato scogli importanti, ma non immaginavo che
altri ne sarebbero sopraggiunti!
La preparazione alla salita
Come ben sanno tutti i viaggiatori, il 50% dell’avventura
si consuma prima della partenza, con la fantasia, la
documentazione, la preparazione e l’organizzazione.
La salita di una montagna non fa eccezione.
Per qualsiasi appassionato di montagna, la salita
del K2 rappresenta un sogno, la quintessenza delle
scalate in alta quota. La scelta della ricorrenza del
60° anniversario della sua conquista l’avevo fatta due
anni fa, puntando sulla convinzione che numerose
spedizioni avrebbero colto l’occasione per celebrare il
“diamond jubilee”, ovvero le nozze di diamante con
la montagna. Durante i miei due precedenti tentativi
una delle ragioni d’insuccesso era stata per l’appunto
la scarsa presenza di alpinisti. Un altro pilastro su cui si
fonda una salita “di successo”, è la preparazione fisica.
A differenza che in passato, complice una pessima
stagione scialpinistica, quest’anno il mio allenamento
si è concentrato più su lunghe camminate in salita che
sulla corsa o lo scialpinismo. Correre per parecchie ore al
giorno per aumentare la resistenza è diventato faticoso,
per motivi essenzialmente di età. Più utili si sono invece
rivelate le scarpinate in salita a un’andatura sostenuta.
Questo esercizio - “nordic walking” (camminata
nordica o camminata coi bastoni) - si presta bene alla
preparazione sui colli di Bologna, intorno casa. Non
ho abbandonato del tutto né la corsa in salita né lo
sci, ma li ho relegati nel fine settimana e non sempre.
Un’altra variante, più ludica, è stata inserire - l’anno
prima della partenza - due lunghi trek in quota, di un
mese ciascuno, nelle alte valli del Nepal: ho scoperto
che sono utilissimi per rimettersi in forma, facilitando
l’acclimatazione, oltre a essere istruttivi e divertenti di
per sé. Ho percorso ampi tratti della Great Himalaya
Trail e fatto il giro dell’Annapurna, con una puntata
all’Himlung e in Mustang. Infine, la settimana prima
del volo per Islamabad, mi sono fermato per qualche
giorno al rifugio Guide del Cervino, ai 3480 m di
Plateau Rosa, facendo scialpinismo tra i Breithorn e il
Castore, mentre gustavo il filetto alla Felix e i vini dei
gestori Erik, Lolli e Max.
L’avvicinamento
In cuor mio avevo già messo una pietra sopra sul fatto
di riuscire a volare da Islamabad a Skardu, risparmiando
24 ore di sudore e scossoni lungo la Karakorum
Highway: nei miei otto tentativi precedenti, mi ero
imbarcato solo un paio di volte, a causa del maltempo.
Mai però mi sarei immaginato che avremmo avuto
problemi a proseguire lungo la pista che da Skardu
porta ad Askole, punto di partenza del trek di
avvicinamento lungo il ghiacciaio del Baltoro. Dopo
due giorni d’incomprensibile attesa, trascorsi a Skardu
tra un polveroso negozietto e l’altro per gli ultimi tardivi
acquisti, l’agenzia ATP ci ha finalmente dato il via libera
e solo dopo pranzo, col nostro ufficiale al seguito,
siamo partiti diretti ad Askole. Sembrava che Skardu
non volesse farci allontanare: prima ci ha bloccato una
foratura subito fuori città, poi una frana nel punto più
stretto delle gole del Braldo, a notte fatta. Le ignare
pietre che ingombravano la stretta carreggiata hanno
fatto le spese della nostra frustrazione, finendo a
palate nel fiume sottostante, mentre sopra le nostre
teste incombeva la minaccia di nuovi crolli. Pochi
chilometri più avanti, un ponte malandato con l’assito
sfondato sbarrava definitivamente la strada. Non c’era
più niente da fare, nonostante un ultimo disperato
tentativo di svellere i parapetti in legno del ponte
per ricostruire la parte mancante del fondo, sotto lo
sguardo esterrefatto del nostro capitano, inzuppati
da una pioggerella insistente e gelida che penetrava
sin nelle ossa. Per caso, sull’altro lato del torrente,
una jeep vuota era in attesa. Effettuato il trasbordo,
L’organizzazione
La parte organizzativa è stata più tormentata, con
la difficoltà di trovare tra le mie conoscenze dei
compagni disposti a venire sul K2. Purtroppo il mio
socio abituale di spedizione, Adriano dal Cin, non
poteva ottenere le ferie per i due mesi necessari. Una
12
siamo infine giunti ad Askole verso mezzanotte. Il
giorno seguente, dopo non pochi tira e molla con il
capitano Ahmed, un tipo simpatico ma piuttosto ligio
nell’interpretazione dei regolamenti, la carovana dei
portatori si è finalmente messa in marcia all’una del
pomeriggio. Ero appena arrivato a metà della prima
tappa del trek, in località Korophong, là dove il Biafo si
getta nel Braldo, quando un portatore trafelato mi ha
raggiunto, consegnandomi un biglietto. L’esercito ci
intimava di tornare immediatamente a Skardu, perché
non potevamo proseguire se non insieme a tutti coloro
che si trovavano in lista con noi sul permesso di salita
per il K2. Brividi freddi mi sono scesi lungo la schiena:
la difficoltà era che Cleonice e gli altri membri con cui
avevamo condiviso il permesso sarebbero giunti in
Pakistan solo la settimana seguente. Per noi quattro
ciò avrebbe significato la rinuncia a una salita senza
ossigeno, per la quale occorre trascorrere almeno
un mese al campo base. Questo periodo può essere
ridotto se si giunge già acclimatati, magari perché si è
partecipato a una precedente spedizione in alta quota,
come avevano fatto i nostri compagni di permesso.
La scelta di tentare una salita il più possibile “pulita”,
senza uso di bombole, era per tutti noi irrinunciabile:
ottemperare alla richiesta, rientrando a Skardu per una
settimana, sarebbe equivalso a rinunciare all’impresa
ancor prima di arrivare al campo base. Dovevamo
fare l’impossibile per cercare di risolvere il problema
dal luogo in ci trovavamo, perché se avessimo ceduto
all’ultimatum del comando chissà quanto altro tempo
avremmo perduto. Sono occorsi due giorni, nonché
centinaia di dollari spesi telefonando coi nostri Thuraya
(tra me e Tamara) oltre all’interessamento di Agostino
da Polenza e Simone Moro, per arrivare infine a
comprendere come l’unica soluzione praticabile
fosse quella di pagare le spese per assoldare un
secondo ufficiale, dividendo il gruppo in due. Il nuovo
rappresentante militare avrebbe accompagnato al c.b.
a tempo debito il resto del gruppo internazionale di cui
facevamo parte, mentre a noi sarebbe stato concesso
di proseguire come gruppo a se stante, mantenendo
il capitano Ahmed come liaison officier. Sull’aspetto
economico ha prevalso il desiderio di giungere alla
nostra meta, ci siamo accollati le maggiori spese
e abbiamo avuto luce verde per proseguire. Per
riguadagnare, almeno in parte, i giorni perduti si è
compresso il trek di avvicinamento da sette a cinque
giorni, rinunciando alla sosta a Paju e allungando le
singole tappe. Il campo base del K2 è stato raggiunto
il 25 giugno, con due giorni di ritardo sul programma,
ma pur sempre in tempo per portare avanti la salita
lungo lo Sperone degli Abruzzi nei modi e nei tempi
che ci eravamo prefissati.
Campo uno
Il campo base
Nel frattempo erano già arrivate al campo base la
spedizione italo-pakistana di Agostino da Polenza “K2
sessanta anni dopo”, quella dei polacchi di Janusz
Golab con il “vecchio” amico Simone La Terra e quella
dei due greci Panos e Alex. Nessun altro. Ci siamo
subito rallegrati del numero: pochi, ma sufficienti per
coordinare le forze in vista della salita. I primi dieci
giorni al campo base sono stati quelli più spensierati: la
vetta incombeva su di noi ma appariva ancora lontana,
inaccessibile, avvolta nel mito. Passavamo il nostro
tempo a pianificare, a salire al campo due (raggiunto
già il 2 luglio) e a dormire in quota per perfezionare
l’acclimatazione. L’atmosfera era cordiale, complice, e
non mancavano gli inviti a pranzo e a cena reciproci,
anche tra campi base diversi. Non è solo in salita che
si fa acclimatazione: qualche discesa di tanto in tanto
permette di respirare aria meno secca e più ossigenata
rispetto a quella che c’è al campo base. All’Everest è più
facile farlo: basta scendere in giornata da Gorak Shep a
Tengboche per ritrovarsi a respirare l’aria profumata dei
boschi, mentre sul Baltoro le distanze sono maggiori,
essendo una distesa di pietre lunga 63 chilometri che
ricopre l’enorme ghiacciaio. Dal c.b. del K2 a quello
del Broad Peak ci sono solo 3 km ma si scende di
appena 200 m. Cionondimeno, ne approfittavamo
spesso per farci una passeggiata prima di pranzo. Gli
alpinisti incontrati al c.b. del Broad Peak sono sempre
stati cortesi: dagli spagnoli, ai messicani, al gruppone
internazionale guidato dagli sherpa delle 7 Summit
Trek. Non ci hanno mai lasciato tornare indietro senza
averci offerto qualcosa, da una preziosissima coca
cola a un pranzo. Ad esser sincero devo aggiungere
che la presenza di Tamara incoraggiava la cortesia dei
nostri anfitrioni. Donne ancora non ne erano arrivate
al K2 e l’unicità della sua presenza faceva effetto su
tutti. La tenda mensa dell’ATP ospitava inizialmente
solo noi tre italiani (un bolognese e due sudtirolesi,
strano mélange unito dalla comune passione per
le montagne e i salumi) e non difettavano quiete e
spazio. Poi, tra il 4 e il 6 luglio sono giunte una dopo
l’altra le spedizioni che ancora mancavano all’appello:
i cecoslovacchi, la spedizione commerciale della 7
Summit Trek con i nordamericani e le 3 sherpani più
la spedizione degli sherpa con al seguito la cinese Lou
Jing e la neozelandese Chris Burke con tre sherpa,
Cleo Weidlich coi suoi quattro sherpa, più tutto il resto
del nostro gruppo internazionale ATP (un turco, un
macedone, un finlandese, uno spagnolo, un iraniano,
un macedone, uno di Singapore, un tibetano) oltre
agli sherpa al seguito. Il loro ufficiale di collegamento
era proprio quello che avevamo ingaggiato per
poter proseguire. Tanti nepalesi insieme sul K2 non
se ne erano mai visti: alla base della montagna si è
creato un “villaggio” di una settantina di persone
dove s’incontravano le più svariate incarnazioni
13
dell’alpinismo. Mi hanno molto impressionato gli
altari per le offerte e i rituali della puja – di tradizione
buddista e nepalese – che hanno idealmente unito il
campo sotto una rete di protezione cosmica (per chi
ci crede) fatta da coloratissime bandiere di preghiera,
del tutto inedite sui monti “islamici” del Pakistan. Gli
sherpa sono piuttosto superstiziosi, e nessuno di loro ha
messo piede sulla montagna prima della celebrazione
della cerimonia da parte del lama, circostanza che ha
richiesto un altro paio di giorni. Così, si può affermare
che gli sherpa e i loro clienti abbiano compiuto la
salita al K2 in meno di venti giorni! Tutti mangiando
carne di un grosso zoo (un incrocio tra yak e mucca)
macellato per l’occasione: gli sherpa sono tutto fuorché
vegetariani! Tutti impiegando bombole di O2. Ma
l’uso di ossigeno non è certo un ossimoro per sherpa e
clienti, un cavillo da sofisti, l’idea del possibile doping
non li sfiora neppure: lo si usa e basta, così come
noi tutti indossiamo i ramponi o il piumino d’oca.
Ciò che conta è arrivare in cima, sani e salvi, senza
congelamenti e nel più breve tempo possibile. Questo
modo pragmatico di affrontare le cose può apparire
sbrigativo, molto amerikano. E’ un po’ da “barbari”
dell’alpinismo, se volete, ma indubbiamente risulta
efficace, pratico e sicuro. D’altronde agli sponsor e
al grande pubblico interessa solo sapere se si è saliti
in vetta o meno, mica “come” lo si è fatto. Tant’è
che al c.b. del K2, quando ho potuto incontrare la
statunitense Weidlich (coetanea, e collega ingegnere
nucleare) ho appreso la sua versione di come sono
andate veramente le cose la scorsa primavera all’Everest
e al Lhotse. Mi ha spiegato nei dettagli come si sia
giunti alla prima salita all’Everest assistita dall’elicottero
(acronimo spiritoso: A.A.A. Aviation Assisted Ascent).
Non vi stupirà saperlo, ma la miliardaria cinese Wang
Jing, unica nel 2014 a salire in vetta all’Everest dal
versante nepalese partendo dal C2 dove si era fatta
portare in elicottero assieme ai suoi otto sherpa, ha
investito centinaia di migliaia di dollari nella salita, tra
una quisquilia e l’altra... Forse parlare di nuovi barbari
che vanno a braccetto coi nuovi ricchi al tramonto di
un’epoca non è un’ipotesi tanto azzardata!
superare la cosiddetta “piramide nera”, che porta dal
campo due al campo tre. La salita si sviluppa per un
migliaio di metri su terreno misto e roccette instabili, a
tratti verticali. La parte rocciosa termina sotto un
ghiacciaio pensile, verso i 7200 m. Questa è, a mio
avviso, la parte più faticosa e pericolosa dell’intero
Sperone: i singoli passaggi sono spesso attrezzati
riciclando vecchie corde trovate sul posto, rese fragili
dalle intemperie e giuntate in modo precario. Questo
si deve principalmente al fatto che costa tempo e
molta fatica portare tanto in alto i pesanti rotoli delle
corde nuove. Le tende del campo tre si montano sul
lieve pendio nevoso che sovrasta la piramide nera,
luogo parzialmente riparato dalla parete della spalla.
Anche se c’è ampio spazio, l’area non è del tutto sicura
per via delle valanghe che si possono staccare dai ripidi
pendii sovrastanti, specialmente se è nevicato di
recente, come purtroppo è successo l’anno scorso.
Anche per questo motivo ho preferito non dormire al
campo tre se non durante l’attacco finale alla vetta,
che si è presentato a partire dal 23 luglio. Secondo le
migliori previsioni, i giorni dal 23 al 27 sarebbero stati
tutti utili per la salita. Il 25 appariva come il giorno più
adatto, ma poiché il gruppo più consistente era quello
della spedizione commerciale guidata da Dowa Sherpa
e dato che a loro sarebbe toccato sistemare la corda
sul traverso a 8350 m, la scelta sul giorno di vetta
l’hanno fatta loro per il 26. Nella riunione tenutasi al
campo base tra i rappresentanti di tutte le spedizioni si
era concordato, per motivi di sicurezza e tenendo
conto del bel tempo, di dividere il “summit push” in
due giornate consecutive, il 26 e il 27, onde evitare
ingorghi sul collo di bottiglia e sul traverso. Non tutti
hanno iniziato la salita il 23, perché i polacchi hanno
preferito attendere e Clio con i suoi sherpa ha scelto di
tentare per conto proprio la via Cesen. Dal canto mio
stavo bene per cui il 23, assieme ai miei tre compagni
(più altre venti persone), ho deciso di salire direttamente
dal campo base al campo due, impiegando poco più
di nove ore. Il mattino seguente un cielo terso e
soleggiato invogliava a indugiare per scaldarsi, ma la
piramide nera è lunga e faticosa e in montagna più che
altrove è bene rifarsi al detto “chi ha tempo non aspetti
tempo”. Sette ore più tardi e seicento metri verticali
sopra, in una giornata ancora perfetta, ho aiutato il
mio compagno a montare la tenda trasportata dal
campo due. Per poter sciogliere la neve senza essere
costretti ogni volta a uscire dalla tenda per raccoglierla,
prendendo freddo inutilmente, avevamo riempito un
sacchetto di plastica. Nonostante tutte le precauzioni,
un sapore strano resta sempre appiccicato alla neve
sciolta: è un retrogusto disgustoso che persino il thè o
l’aranciata non riescono a cancellare del tutto. In
passato avevo constatato di poter digerire qualsiasi
cosa, almeno sino a 7800 m, ma le barrette energetiche
sono dei mappazzoni poco invitanti e difficili da
deglutire, per cui ho attaccato un salamino di cervo
che mi ero tenuto di riserva per l’occasione. Le buste
dei pasti pronti liofilizzati da reidratare sono pratiche,
ma il loro sapore lascia spesso a desiderare: il mio
compagno, dopo un primo assaggio, non ne ha più
voluto sapere e anch’io ho rinunciato poco dopo,
La salita
Il maltempo ha flagellato il K2 per tutta la seconda
settimana di luglio, ma intanto, grazie al lavoro del
team pakistano, la via era aperta sino al campo due.
Solo dopo la seconda metà del mese la spedizione
guidata dagli sherpa della 7 Summit Trek è riuscita a
Sul traverso
14
Uscita dal traverso
risulta infatti nascosta dall’enorme mole della spalla.
Quella sera ho riposato bene, fatto che ha sorpreso me
per primo, dato che nei due giorni precedenti avevo
sofferto di un lieve mal di testa che mi aveva
preoccupato non poco. Per prudenza e per non perder
tempo ho deciso di partire molto presto, alle dieci di
sera, mentre i miei compagni di spedizione sceglievano
di lasciare il campo a mezzanotte. La mia idea era di
partire prima per disporre di un più ampio margine.
D’altra parte, partendo prima, si passano lunghe ore
esposti al freddo notturno, che a quote superiori agli
8000 m non è da prendersi alla leggera. Il fatto che
non facesse tanto freddo in assoluto, qualcosa come
diciotto gradi sotto zero in assenza di vento, mi ha
però convinto a partire prima. Purtroppo ero in errore.
Ora dopo ora, mano a mano che salivo in solitudine,
percorrendo il tratto che gradualmente s’impenna sino
al collo di bottiglia nel buio rischiarato dalla luce della
frontale, sentivo l’estremità dei miei piedi sempre più
fredda. “Se continua così – ho pensato – sarò costretto
ad abbandonare prima dell’alba. Se perdo la sensibilità
lasciandone oltre metà. Avendo ben mangiato e
riposato, il giorno dopo mi sentivo abbastanza in
forma, tanto da continuare l’ascensione. Prima però
occorreva smontare la tenda, perché era l’unica di cui
disponevamo e la dovevamo usare anche per l’ultimo
campo, il campo quattro, che si trova nella parte
pianeggiante della spalla a quasi 8000 m. Ciò che in
altri ottomila “minori” è una quota già paragonabile
alla cima, sul K2 è solo un luogo dove sistemare
l’ultimo campo e trascorrervi la notte prima di
cimentarsi con la parte più impegnativa della salita. Il
tratto che porta alla spalla si snoda su pendii moderati
che salgono a grandi ondate: qui non c’erano corde
fisse tranne che negli ultimi 50 m, là dove il ripido
pendio ghiacciato presenta un crepaccio terminale
che non concede distrazioni. Sono riuscito a dare un
fugace sguardo alla vetta dal campo quattro verso le
tre del pomeriggio del 25 luglio, poco prima che le
nuvole pomeridiane ne precludessero la vista,
ammirandone l’imponente piramide sommitale: una
montagna nella montagna! La cima, dal campo tre,
I pendii sommitali
15
Il K2 visto dalla spalla
intorpiditi, esponendoli al sole. In pochi minuti i piedi
si sono scaldati e non mi hanno dato più problemi per
il resto della salita. Intorno a me, la vista era eccezionale.
La coda di una trentina di alpinisti si era intanto
sgranata, procedendo tuttavia a passo di lumaca lungo
il traverso. È questo uno stretto passaggio obliquo
sull’interfaccia tra il grande seracco e le ripide e
ghiacciate rocce sottostanti. Per fortuna quest’anno si
era formato un accumulo di neve morbida lungo il
traverso, facilitandone il percorso tranne che in un
breve tratto dove ho trovato ghiaccio vivo. Il grande
seracco sopra alla spalla del K2 è visibile a decine di km
di distanza, strapiomba sul traverso e in alcuni punti è
alto più di cinquanta metri. È costituito da grandi
blocchi translucidi, precariamente cementati tra loro e
instabili. Non raggiunge i duecento metri di sviluppo,
ma abbiamo impiegato quattro ore per superarlo.
L’avanzata era esasperante perché i primi procedevano
a rilento, mentre assicuravano la corda. “Non è
esattamente il luogo più sicuro per fermarsi - mi dicevo
- ma se non si vogliono correre rischi è meglio non
tentare del tutto la salita”. Col passare delle ore la
temperatura si è alzata. Le valli in basso si sono
ricoperte di serici batuffoli di nuvole che si allargavano,
innalzandosi sempre più. Verso mezzogiorno, la
maggior parte degli alpinisti, me compreso, aveva
raggiunto un pianoro situato duecento metri sotto al
cucuzzolo sommitale. Il sole accecante incastonato nel
blu oltremare del cielo conferiva al panorama
sfumature azzurrine. La vetta sembrava essere a portata
di mano, ma a quelle quote si avanza lentamente e le
proporzioni ingannano. Mancavano in realtà più di tre
ore alla cima. Dopo una breve sosta per rifocillarci,
abbiamo ripreso l’interminabile salita. Ci siamo subito
delle dita dei piedi, mi potrebbe accadere di tutto. Una
vetta non vale un’amputazione. Non deve accadere!!!
Devo fare qualcosa ora, prima che sia troppo tardi,
sinché ho ancora sensibilità”. Mi sono fermato, ho
tolto lo zainetto e mi ci sono seduto sopra, bevendo
abbondanti sorsi di bevanda calda. Poi ho sollevato la
punta degli scarponi, in modo che solo i talloni
appoggiassero sul suolo gelato. Contemporaneamente
ho iniziato a muovere con forza le dita dei piedi. Ho
continuato così, per mezz’ora circa, finché non sono
riuscito a riacquistare sufficiente sensibilità da
permettermi
di
proseguire.
Nel
corso
di
quell’interminabile notte ho ripetuto l’operazione altre
due volte, sempre sul punto di rinunciare alla salita ma
sempre mantenendo il controllo della situazione. Le
mani, invece, stavano benone. L’alba mi ha colto
aggrappato al “collo di bottiglia”. Subito ho cercato
un terrazzino roccioso, uno strapuntino che mi
permettesse di stare ritto in piedi, esponendo la punta
degli scarponi ai primi raggi del sole per sottrarla alla
morsa del gelo. Il collo di bottiglia è un passaggio
obbligato tra le rocce, stretto e ripido oltre 50 gradi.
Starci in piedi non è certo il massimo del comfort, per
cui, non appena mi sono sentito meglio, ho percorso
gli ultimi metri che mi separavano da una nicchia
esposta a sudest nella volta del grande seracco. Nel
frattempo mi avevano raggiunto quasi tutti quelli che
erano partiti due ore dopo di me. Ci siamo ritrovati
tutti in fila indiana, pressoché fermi all’inizio del
traverso, attendendo che gli sherpa finissero di
attrezzarlo. Ho approfittato della sosta forzata, durata
quasi un’ora, per ricavare una piazzola nella neve
morbida sotto al muro di ghiaccio strapiombante. Qui
mi sono tolto gli scarponi per massaggiarmi i piedi
In vetta
16
e mi sono addormentato di botto, senza neppure
togliermi il tutone integrale prima d’infilarmi nel sacco
a pelo. Mi sono svegliato dodici ore dopo, mentre la
tenda si scaldava al sole di una giornata perfetta. Con
Amin, abbiamo preferito smontare la tenda e cercare
di scendere subito al base. Carico come un mulo, mi ci
sono volute dodici ore e sono arrivato col buio. Tutto
è andato liscio ma non vorrei dare l’impressione di
sottovalutare le condizioni ambientali, dato che lungo
la via di discesa, poco sopra il C1, sono stato sfiorato
a poche decine di metri da alcuni proiettili rocciosi
grandi come un pallone da football, all’apparenza fatti
precipitare da qualcuno che scendeva sopra di me.
Ecco perché la rapidità in montagna è un fattore di
sicurezza, anche se nessun velocista potrà mai eliminare
del tutto il rischio di prendersi un sasso in testa grande
abbastanza da sfondare qualsiasi casco. La sera stessa
del ritorno al campo base, apparentemente al sicuro
dentro la mia tenda a 5000 m, ho avuto una crisi
respiratoria, senza dubbio dovuta alla stanchezza per
essermi portato dietro uno zaino pesante unitamente
alle decine di ore di sforzi continuativi in discesa. Mi
sono automedicato con una pillola di Adalat® e una
di Fortecortin®. In due ore tutto è rientrato, ma ho
conosciuto la paura, proprio quando pensavo di essere
già salvo al campo base. Non c’è sicurezza né garanzia
alcuna sul K2, almeno questo l’ho capito. Tuttavia, nei
giorni successivi alla salita, lentamente, si è fatta strada
in me la consapevolezza di avercela fatta, di essere
sopravvissuto all’ordalia, alla roulette russa della salita.
E allora, gradualmente, è arrivata una sobria felicità,
temperata dal pensiero di chi non ce l’aveva fatta,
anche se mai come quest’anno il K2 è stato benevolo
coi suoi pretendenti.
sgranati, perché chi aveva le bombole era leggermente
più veloce. I soffici ciuffi di nuvole si erano intanto
raccolti in un mare compatto, che precludeva la vista
più in basso, mentre tentacoli di nebbia si spingevano
sin sulla vetta, avvolgendola a tratti. Proseguivo
seguendo la traccia, con Amin appena una cinquantina
di metri davanti a me, sinché tutto si è chiuso. Mi sono
ritrovato a salire per un breve tratto totalmente
immerso nella foschia, sinché si è aperta e poco dopo
mi sono ritrovato in cima, affacciato su davanzali di
nuvole che coprivano le cime intorno. Accanto a me
c’erano parecchi altri alpinisti, molti con le maschere
per l’ossigeno e tutti avvolti in tute multicolori. Solo il
cielo blu scuro tendente al nero dello zenit, era sopra
di me.
La discesa
Devo il successo a una combinazione di fortuna e
di bel tempo per cinque giorni di seguito, evento
abbastanza raro in Baltoro, il tutto unito a una buona
dose di coraggio, pazienza e resistenza, alla volontà di
non arrendermi al freddo; qualità che ho perfezionato
nel corso del tempo a prezzo di numerosi insuccessi.
Non ho avuto modo di apprezzare tutto questo in
vetta, dato il poco tempo che vi ho trascorso per la
preoccupazione di tornare al campo quattro prima
di notte. Non ero sceso che di duecento metri dalla
cima che incominciava a nevicare. Il paesaggio ha
cambiato aspetto, assumendo tinte invernali, ma per
mia fortuna non si trattava di tormenta, quanto di
una “innocua” condensa pomeridiana. Ho ripercorso
i miei passi in quattro ore appena, con le ali ai piedi,
raggiungendo la mia tenda al campo quattro proprio
mentre il sole tramontava. Mi ci sono buttato dentro
Ritorno al campo 4
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Il ritorno a casa
Al primo posto tra i motivi di contentezza va senza dubbio quello di essere andato e tornato dalla vetta integro.
Poi quello di aver pensato, organizzato e realizzato in proprio la mia terza mini-spedizione al K2, senza il sostegno
di sponsor o aiuti economici o materiali al di fuori di quelli del mio portafoglio, con la sola e gradita eccezione del
patrocinio oneroso del CAI della mia città. Il fallito tentativo del 2010 mi era costato la rinuncia a un’esperienza
unica: un anno e mezzo rinchiuso nel simulatore marziano di Città delle Stelle a Mosca, ma almeno questa volta
tutti e tre i membri della spedizione di cui sono stato leader hanno toccato la cima. Infine la soddisfazione di
essere uno dei pochissimi ultracinquantenni ad aver salito il K2 senza ossigeno, unico italiano in questa fascia
d’età.
Tuttavia “Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, lo avverto nell’aria. Molto di ciò che
era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricordi” (J.J.R. Tolkien) e ancora, “Io adesso non scalo più
le alte vette, sono contento anche solo di andare in giro per i colli di Bologna”. Quest’ultima citazione avrei
potuto scriverla io, ma invece sono parole di Kurt Diemberger, grande vecchio dell’alpinismo mondiale, 82
anni, nel suo ultimo e commovente film in dvd “Verso dove”, per la regia di Luca Bich. Per questo, oltre che per
motivi anagrafici, economici e d’interesse, credo che un ciclo della mia vita sia compiuto. Nella vita considero il
cambiamento un valore in sé. Oltre agli ottomila, ho ancora un mondo da esplorare. Penso ne sia valsa la pena,
più che per le salite in se stesse, per quello che mi hanno insegnato su di me e sulle persone che ho incrociato
sul mio cammino.
Ringraziamenti
Passo ora ai ringraziamenti, doverosi per un’impresa che non si può certo definire individuale, ma collettiva, pur se la fatica
della salita ricade interamente sulle gambe e nei polmoni di chi la fa. Un primo grazie va quindi a coloro che hanno attrezzato
la via di salita: al team pakistano che ha sistemato le corde tra l’abc e il campo due, agli sherpa che hanno attrezzato da
C2 a C3 oltre al traverso. Nessuno era solo sulla montagna - tranne i due polacchi che sono saliti in vetta il 31 luglio - ed è
tale circostanza, unita a una situazione meteo eccezionale, che ha reso possibile tanti successi in un sol giorno, stabilendo
un record (32 in vetta solo il 26 luglio, fonte: Explorersweb) destinato a restare imbattuto per un po’ di anni. Poi sono
riconoscente ai miei tre compagni di spedizione, Amin, Tamara e Nikolaus, per aver reso possibile, tutti insieme, la spedizione.
Saluto affettuosamente gli italiani della spedizione “ufficiale” K2 sessant’anni dopo: Agostino da Polenza, Michele Cucchi,
Simone Origone, Daniele Nardi con cui abbiamo passato piacevoli momenti a tavola, nonché collettivamente tutti e sette i
componenti pakistani. Per ultimo vorrei ringraziare proprio Lui, il K2 in persona, per la più grande lezione che mi ha insegnato:
siamo fatti tutti di carne e di sangue, di parti che si congelano per il freddo e la stanchezza oppure spingendosi oltre le proprie
possibilità. “No limits” è una favola, un’invenzione del marketing. La vita è fragile, sospesa a un respiro o a un gesto. Troppo
spesso ce ne scordiamo, inseguendo il futile e il superfluo. Solo in circostanze estreme ce ne ricordiamo. Allora appare chiaro
come i superman o le superwoman esistano solo nelle favole o nei film (il cinema è finzione per antonomasia). Solo quando
ho capito che mi stavo giocando la vita, ho compreso quanto mi sia cara e quanto sia importante viverla attimo per attimo,
lontano da quei luoghi di morte che si trovano oltre la fatidica soglia di 8000 m. Non siamo fatti per vivere lassù: fa troppo
freddo e l’aria è troppo rarefatta. Possiamo farci solo un numero limitato di effimere toccate e fughe, pur non prive di rischi,
disagi e sofferenze. E alla fine, se ci pensiamo, quelle zone ostili ci rimandano un’unica lezione: ovvero imparare ad apprezzare
le piccole cose della vita, quelle di tutti i giorni. Gli affetti che, trascinati dalla consuetudine, diamo spesso per scontati,
dimenticandone il valore. Solo sul punto di perdere qualcosa che riteniamo acquisita ci rammentiamo della sua importanza.
Tale è la natura umana. Sono stato graziato da Sua Maestà il K2, come mi ha ricordato ieri il vecchio Kurt, e vorrei poter vivere
ogni singolo attimo della vita come fosse un dono: con gratitudine e meraviglia.
Bologna – 26 agosto 2014
Giuseppe Pompili è arrivato in vetta al K2 il 26 luglio scorso. È stato il primo bolognese a riuscire nell’impresa.
Il Cai di Bologna è stato il suo unico sponsor. Questa cronaca l’ha scritta per noi un mese dopo l’impresa.
Broad Peak sotto al cielo stellato
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DIETRO LA FOTO
LE STUPENDE TORRI DEL VAJOLET
A destra, le torri del Vajolet svettanti, con la torre Winkler che fa da silouette, e a sinistra
del canalone, la Punta Emma. La secondo foto è dall’ultimo tiro dello Spigolo Piaz.
Laggiù, in basso...il rifugio Re Alberto.
Dati di scatto Canon G9, diaframma f8, 1/500
Elisabetta Dell’Olio, nata a Palermo, fotografa a colori e in bianco e nero. www.elisabettadellolio.com
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Photo©David Goettler/The North Face
SIMONE MORO
LO STATO DELL’ARTE DELL’ALPINISMO
connessione sociale di ragazzi con disabilità
attraverso l’arrampicata. Il notevole successo
riscontrato da questa proposta ha confermato
l’ipotesi che l’arrampicata costituisca un’attività
di grande interesse per le persone con disabilità,
e in particolare i giovani, ai quali si offre un
potente strumento di valorizzazione del talento
individuale e di socializzazione. La serata è stata
moderata da Carlo Romanelli e gli interventi sono
stati tradotti in Lingua dei segni italiana (Lis).
Nel pomeriggio Simone Moro è stato all’Up
Urban Climbing per una sessione di arrampicata
con i ragazzi dell’agonistica, della preagonistica e
dello SpecialClimb e per firmare autografi ai suoi
sostenitori.
Simone Moro è stato a Bologna il 21 novembre
scorso, ospite di una serata organizzata dalla
Fondazione per lo sport Silvia Rinaldi Onlus in
collaborazione con Up Urban Climbing e Villa
Alpine Shop.
Il fortissimo alpinista bergamasco mancava da
molti anni nella nostra città e l’appuntamento è
stata un’occasione per vedere immagini stupende
e per dialogare sui temi della montagna e
dell’avventura, attraverso i quali Simone Moro ha
reso partecipe il pubblico delle proprie avventure.
“Per la nostra Fondazione” riferisce il direttore
esecutivo Alberto Benchimol “assume particolare
importanza invitare un atleta che testimonia, in
prima persona e con il suo esempio, il valore della
fatica, dell’esperienza e della passione: valori a cui
i giovani hanno diritto e necessità di ispirarsi”.
La serata ha coinciso con la conclusione del
progetto “Arrampicata sportiva e disabilità”
realizzato dalla Fondazione per lo sport Silvia
Rinaldi Onlus e cofinanziato dalla Fondazione
Prosolidar Onlus (www.proslidar.eu) con la
presentazione di un breve video che ne riassume
le attività. Il progetto, realizzato presso il centro
di arrampicata Up Urban Climbing, rappresenta
una sperimentazione continua di inclusione e
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CRONACHE DA UN TREKKING
Photocredits Cory Richards The North Face
GLI ALTRI
con il contributo di:
www.fondazioneperlosport.it
Ad inizio ottobre abbiamo accompagnato
un gruppo di persone nei primi tre giorni
della Barbiana Monte Sole: da Vicchio a San
Piero a Sieve. Tanta era la naturalità con la
quale si muoveva, non ci eravamo neppure
accorti che tra di loro c’era una ragazza
ipovedente, quindi quasi del tutto cieca.
Tre giorni davvero intensi raccontati da
Patrizia, (questo è il suo nome) ma, al di là
della cronaca della camminata, che spesso
può essere un pò noiosa per chi non era
presente, ci è piaciuta la riflessione che ha
fatto alla fine.
Marinella Frascari, Sergio Gardini
SENTIERI DI PACE…
Oltre al ricordo di suggestivi paesaggi, di incantevoli
boschi di fiaba, del suono ondeggiante del vento che
soffia tra i fitti rami degli alberi, del fruscio del nostro
calpestio tra le foglie già cadute, del profumo di lavanda,
timo e altre piante aromatiche, del gusto un po’ aspro di
una mora non del tutto matura, rimane di questo viaggio
una semplice e ovvia riflessione sull’importanza degli altri
e l’importanza di ricordare che anche noi siamo gli altri.
Noi liberi grazie agli altri che hanno vissuto la Resistenza.
Quaranta ragazzi, gli allievi di Don Lorenzo Milani, resi
liberi dalla dedizione e dall’impegno di un altro, a sua
volta aiutato da due donne.
Io, che attraverso incantevoli boschi grazie agli altri (da
sola non potrei).
Io, come un’alunna itinerante della scuola di Barbiana,
imparo a distinguere una ginestra odorosa da una ginestra
dei carbonari, una quercia cerro da una quercia roverella,
grazie agli altri.
Troppo spesso, però, dimentico che anch’io, per il resto
del mondo, sono “gli altri”.
Dire grazie ... non basta.
Patrizia
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VITA DI SEZIONE
MONUMENTO DI SABBIUNO:
insieme per mantenere il filo della memoria
di Sandro Dal Pozzo
Nel maggio 2012 l’allora presidente della nostra sezione, Vinicio Ruggeri, ci chiese se ce la sentivamo di fare
un intervento un po’ particolare, che non aveva nulla di alpinistico, richiesto dal “Comitato per le Onoranze
dei Caduti di Sabbiuno”. Si trattava di intervenire sul calanco dove furono gettate le persone fucilate nel
dicembre 1944.
Il caso volle che alcuni mesi prima di questa richiesta, Clerio Previati, Gneo Romiti Mario, Luca Soldati e
il sottoscritto, su input della sezione Cai e per seguire la costante manutenzione della falesia di Badolo,
avessimo conseguito un brevetto, frequentando un corso, per i lavori in quota e in grande esposizione.
Questa abilitazione consente di lavorare con grande sicurezza su pareti e pendii con i dispositivi di protezione
individuale (DPI), utilizzabili in modo professionale ma anche perfetti per il singolare lavoro che ci veniva
richiesto.
L’intervento consisteva nel distribuire filo spinato di colore rosso lungo il calanco argilloso dove furono gettati
i corpi dei cento fucilati il 14 e il 23 dicembre del 1944 dopo essere stati prelevati dal carcere di S. Giovanni
in Monte.
Un primo sopralluogo sul calanco, in cui era presente anche l’ideatrice di questo singolare e struggevole
monumento, l’architetta Letizia Gelli Mazzucato, persona molto attiva e solare, felice e compiaciuta di avere
individuato chi, presa visione del luogo e messa a punto una strategia di esecuzione, si assumeva l’incarico
di eseguire il lavoro. I lunghi tempi della burocrazia di alcune Istituzioni hanno prolungato a dismisura
l’attivazione del programma. Siamo così giunti all’ottobre di quest’anno, quando il neo presidente pro tempore
del Comitato, giovane Sindaco di Sala Bolognese, Emanuele Bassi, persona dinamica e decisa, ci firma il nulla
osta con la collaborazione dell’ANPI.
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Il 19 ottobre 2014 iniziamo a lavorare:
Clerio Previati, Gneo Romiti Mario, e il
sottoscritto, con la preziosa collaborazione
di Massimo Zappoli, Maurizio Lepore, Lorenzo
Melega. Con alcune giornate di lavoro, il 4
novembre, assecondati dal meteo e dalle
miti temperature, senza prendere una goccia
d’acqua, concludiamo il lavoro distribuendo
lungo il ripido pendio argilloso 100 metri di
cavo d’acciaio, un numero considerevole di
pali metallici lunghi 2 metri, conficcati nel
terreno e 1200 metri di filo spinato rosso.
Da oggi in poi chi guarda il calanco dall’alto
ottiene una visione suggestiva, e non serve
una grande fantasia per immaginare cosa
significa il filo spinato rosso che spunta
dalla terra e ri-affoga nella terra. Alzando
lo sguardo si nota in lontananza la grande
croce bianca appoggiata al terreno, come
caduta. Questo monumento non è finito,
rimane aperto alla nostra partecipazione
e immaginazione. Scendendo dal casolare
ristrutturato sulla collina costeggiando i 53
massi, su ognuno dei quali è inciso il nome
di un trucidato, più un cinquantaquattresimo
a ricordo dei 47 caduti ignoti, si giunge
all’arcuato muro cementizio, un modo per
sottolineare i luoghi con segni leggibili
nel tempo. Il panorama e i calanchi che
circondano il Monumento sono già scolpiti
in modo cosi tragico che sembrano essi
stessi il monumento reale a quei morti.
Il 4 dicembre 2014 si svolge il 70°
anniversario dell’eccidio, in quella occasione,
anche il Club Alpino Italiano, Sezione Mario
Fantin di Bologna, ha potuto onorare i
Caduti di Sabbiuno, a cui ha donato in modo
completamente volontario e gratuito tutto il
lavoro eseguito.
GITA SOCIALE
AL CAVAZZA, NUVOLE AI PIEDI
Un piccolo resoconto della gita sociale.
Renato, il gestore del nostro Rifugio Cavazza al
Pisciadù, è stato fantastico.
Siamo stati accolti veramente bene. Noi eravamo in
45 (!!!) e lui ha preparato un aperitivo (se così si può
chiamare) veramente con i fiocchi.
Il tempo non ci ha aiutato molto, ma la disponibilità
all’adattamento e la pazienza dei partecipanti ha
permesso a tutti di passare insieme due belle giornate.
Alla mattina del 31 Agosto alle 6,30 - 7, le nuvole
erano letteralmente ai piedi del rifugio.
Mario Gneo Romiti
23
CicloCAI
In bici nell’incantevole
Altopiano di Asiago
di Massimo Capobianco
La nuova e straordinaria escursione, dal 19 al 22 giugno scorsi, è stata
proposta dall’instancabile Giuliana agli amici del CicloCAI Bologna
nell’incantevole scenario dell’Altopiano di Asiago, uno dei paradisi dei
biker e di tutti gli amanti della montagna.
1° Giorno
Il ritrovo è a Canove di Roana dove, dopo lo
stretching mattutino,
partiamo in discesa
per visitare i graffiti preistorici della Valdassa.
Affrontiamo poi la prima salita, fino al primo
pomeriggio quando siamo sorpresi da un
forte temporale. Fortunatamente troviamo
rifugio in una struttura agrituristica (Casare di
Campovecchio) dove ci offrono riparo e prodotti
in uno stanzone riscaldato da una grande stufa.
Cessato l’acquazzone, riprendiamo il cammino
per il Sentiero della Pace, che attraversa numerose
malghe fino a Passo Vezzena, da lì raggiungiamo
forte Verle e, nel tardo pomeriggio, il rifugio
Malga Larici che ci ospiterà per la prima notte,
con una cena da 4 stelle!
(43 Km 1450 m di dislivello all’80% su sterrato)
2°Giorno
Il mattino si presenta con una luce incerta,
tuttavia, con ottimismo, ci incamminiamo su una
bella forestale che sale piano verso Bocchetta
Portule dove ci fermiamo a visitare i manufatti
militari. La fontanella è in funzione e ci riforniamo
24
di acqua. Proseguiamo per Campo Gallina, il
cui accesso è ancora semi-sepolto dalla neve.
Continuiamo a salire verso selletta McEnseffy
incontrando lunghi tratti di strada sepolti dalla
neve che ci rallentano non poco. Da qui fino
al Bivio Italia proseguiamo su profondi tratti
innevati, con fatica e sfida perché non sappiamo
cosa ci aspetta al successivo tornante. Giunti in
cima ci concediamo una piccola sosta, con lo
sguardo sui nevai e un pensiero alla fatica dei
militari che hanno dovuto affrontare queste salite
con ben altri pesi, rigidi inverni e le artiglierie
nemiche. La discesa è verso il comando del 27°
ai piedi di Monte Forno. Ora la discesa si fa più
scorrevole fino a Piazzale Saline. Il tratto finale fino
al rifugio di Campomuletto è piacevole e allietato
da simpatiche marmotte che si godono il sole. Il
pomeriggio lo passiamo al sole nella piazzola del
rifugio, mentre cerchiamo di seguire per radio,
con immeritata fiducia, il destino dell’Italia nello
scontro mondiale contro la Costa Rica.
(41 Km, 750 m di dislivello 100% di fuoristrada con
ampi tratti innevati!)
3°Giorno
Inizialmente seguiamo il Sentiero del Silenzio,
nei pressi del rifugio, per andare poi verso
Malga Mandrielle, Malga Buson, la cappelletta
di San Lorenzo e infine il rifugio Barricata,
dove ci riforniamo di panini. Tornati sui nostri
passi, proseguiamo per Marcesina, il bivio di
Campo Cavallo, Monte Castelgomberto, dove
ci fermiamo a pranzare, riflettendo sulle estese
trincee. La salita verso Monte Fior richiede un fisico
da atleti e così ci accontentiamo di spingere le
nostre bici, con la scusa di ammirare il panorama.
Il percorso presenta ancora numerosi cippi storici
e dalla cima del monte si gode una splendida
vista a 360°. Proseguiamo poi in discesa verso
Malga Lora, Malga Xomo, Malga Fratten fino
a raggiungere la strada provinciale a Lazzaretti.
Scendiamo fino al ponte sul Brenta (usato anche
per il bungee jumping) e raggiungiamo Stoner e
l’albergo Al Pino, dotato di confortevoli camere
doppie con servizi. La sera ci vede impegnati in
una chiassosa cena, allietata dal festeggiamento
di ben due compleanni, con tanto di torta!
(41 Km 700 m di dislivello al 70% su sterrato)
4°Giorno
Tornati a Lazzaretti proseguiamo per Foza,
Costalla e, passato un viadotto, scendiamo
a visitare la suggestiva chiesetta di Madonna
del Buso. Sempre su asfalto, proseguiamo per
Stoccaredo, Sasso e Caporai, da dove uno
sterrato ci porta a col del Rosso che deve il suo
nome ad una cava di pregiato marmo rosso. Da
qui raggiungiamo l’Osservatorio Astronomico di
cima Ekar (università di Padova) dove ci fermiamo
per pranzare. Una ripida discesa ci porta poi
sulla SP72 che seguiamo fin quasi a Turcio per
poi salire a Monte Corno. Da qui si entra nel
circuito del “Giro delle Malghe” ben noto agli
amanti della mtb. Dopo l’affaccio su Bocchetta
Pau da cui si vede Cogollo del Cengio e Caltrano
e i tornanti della strada che porta all’altopiano,
raggiungiamo Cesuna e ci portiamo lungo il
sedime della vecchia ferrovia Rocchette-Asiago
per chiudere il giro a Roana.
(61 Km 1300 m di dislivello al 40% in sterrato)
25
Una lunga passeggiata nel Brenta
di Carlo Emauele Pupo
Mi capita per le mani una cartina del Brenta, con
la descrizione di tutte le sue ferrate, e mi dico:
perché non farle tutte?Ne parlo a Riccardo, cui la
proposta piace, e così il 20 agosto si parte.
Il primo giorno è di tutto riposo: due ore e siamo
già arrivati al Tuckett; abbiamo quindi tempo per
andare a fare quattro passi lungo le pendici del
Castelletto inferiore per cercare l’attacco della
Kiene, ché magari l’anno prossimo si ritorna con
la corda. L’indomani si parte subito con piccozza
e ramponi; per Riccardo è la prima volta ma è già
più veloce di me. Saliamo alla Bocca di Tuckett e
percorriamo le Bocchette alte, che sono lunghe e
con un paio di passaggi non banali. Giunti quasi al
termine deviamo per la ferrata Olivia Detassis, che
con una lunga sequenza di scale ci fa rapidamente
perdere quota, e da lì poi in pochi minuti arriviamo
all’Alimonta, dove consumiamo una pantagruelica
cena. Il 22 è il turno delle Bocchette centrali.
Si rimane praticamente sempre in cengia; per
fortuna ogni tanto le nuvole in cui ci muoviamo si
dissipano e ci permettono tra l’altro di ammirare
l’inconfondibile sagoma del Campanile Basso. La
mattina successiva piove.
Il rifugista ha il radar ed è convinto che la
perturbazione stia transitando velocemente, ma,
aspetta aspetta, non succede nulla e dopo un’ora
26
e mezzo partiamo comunque: ci buschiamo tre
ore ininterrotte d’acqua, e decidiamo di fermarci
all’Agostini. Il venerdì proviamo a recuperare il
tempo perduto: di buon ora attacchiamo la ferrata
Castiglioni e in tre ore siamo ai XII Apostoli. Da
lì, col sentiero dell’Ideale, raggiungiamo la Bocca
dei Camosci per poi valicare la cima d’Ambiez; poi
ancora il sentiero Brentari e per la seconda volta
raggiungiamo il rifugio Pedrotti. Ci sono volute
quasi undici ore, ma ora siamo di nuovo in linea con
il programma. Il 25 arriviamo in un’ora e mezzo
al Brentei. Ci prendiamo un tè e ammiriamo le
tante foto di Detassis esposte nel locale; dopo un
quarto d’ora ripartiamo e saliamo per circa un’ora
per andare a prendere il sentiero Sosat. Anche
stavolta si sta quasi sempre in cengia, e dopo più o
meno tre ore giungiamo nuovamente al Tuckett.
Siamo così arrivati all’ultimo giorno. Finalmente
si vede un po’ di sole, che rende più piacevole
la salita alla vetta del Castelletto superiore. Da lì
imbocchiamo il sentiero Benini, e in due ore e
mezzo ritorniamo nel punto da cui eravamo partiti:
il passo del Grosté. Ci concediamo il piccolo lusso
di un pranzo al ristorante e poi subito l’ovovia, la
macchina, l’autostrada, San Luca. Siamo di nuovo
a casa. Abbiamo percorso circa 47 km, 7500 metri
di dislivello complessivo, 8 vie ferrate.
A MICAH TRUE, CABALLO BLANCO
Ho deciso di parlare, in questo mio “pezzullo” di un personaggio affascinante e per
certi aspetti unico; fra i runners estremi e gli ultramaratoneti è conosciuto come
Caballo Blanco. Ho deciso di parlare di lui e di dedicargli questa mia rubrichetta,
perchè Caballo Blanco non corre più, è recentemente scomparso ed è morto nel modo
in cui aveva vissuto: correndo.
Non voglio citare le incredibili imprese compiute da questo corridore americano, le
sue selvagge corse nei territori montani e desertici di tutto il mondo, mi limiterò
a raccontare l’ultima parte della sua vita; in particolare quando decise di rifugiarsi
fra i Tarahumara, una tribù indiana, che vive in un luogo inaccessibile ed estremo
come la Sierra Madre. I Tarahumara sono una popolazione primitiva, che se deve
andare da qualche parte ci va correndo. La corsa nel deserto più arido e assolato è
l’essenza della loro esistenza. Caballo Blanco decise di andare a vivere con questa
tribù, per consacrare alla corsa la sua stessa vita: in uno dei suoi attraversamenti
nel deserto è scomparso stroncato da un infarto. Molti troveranno in questa storia
pochi elementi affascinanti o entusiasmanti, sono sicuro che per molti questi gesti
estremi sono sinonimo di follia, o ancor peggio di machismo esasperato. Io penso
invece che gli uomini come Caballo Blanco sono gli ultimi guerrieri del pianeta, le
loro gesta sono gesta epiche, certo non devono essere imitate da noi uomini normali,
ma è sicuramente incredibile sapere che esistono uomini capaci di attraversare senza
aiuti e senza assistenza ottanta chilometri massacranti, a temperature elevate, in
di Marco Tamarri
mezzo a sentieri polverosi abbarbicati sui fianchi di ripide montagne. Il tutto non
per denaro e non certo per gloria, ma per una sfida con se stessi, per cercare i propri limiti, per annullarsi in un gesto
tanto antico e tanto attuale, come quello di correre, di attraversare correndo la propria vita. Quando a questi uomini si
chiede perchè decidono di cimentarsi in queste sfide, le loro risposte sono assolutamente spiazzanti: corro perchè non
ne posso fare a meno, correre o morire, corro per vendetta. Mi vorrei soffermare sull’ultima risposta che è di un altro
straordinario corridore: Marco Olmo. Lui non corre per denaro, ma per riscattare una vita da vinto, da vinto quando, sotto
la spinta dell’industrializzazione, ha visto cambiare la sua valle, da vinto quando ha dovuto lavorare come ruspista in un
cementificio. E allora che fare? Come ritrovare un senso alla propria esistenza? Marco Olmo comincia a correre e, sfidando
ogni regola e ogni statistica, a più di sessant’anni, compie imprese inimmaginabili, come vincere una corsa massacrante
come il Tour de Mont Blanche, mettendo dietro a se giovanotti di tutto il mondo. E che dire di un personaggio come Kilian
Jornet i Burgada, forse il più grande di tutti i tempi. È lui che ha scritto un libro dal titolo esplicito: corre o morire, è lui
che sta letteralmente polverizzando tutti i record di salita alle cime più importanti della terra. E se qualcuno storce il naso
vedendolo correre in braconcini e scarpette lungo le creste e le pareti del Cervino, pensandolo come un pazzo o peggio
un esibizionista, per me si sbaglia di grosso. La corsa di Kilian è poesia pura. Per lui vale la frase di un altro grande, un
cestita di fama mondiale: Sasha Danilovic, che ebbe a dichiarare alla fine di un’importante sfida: “c’è chi può e chi non
può, io può”, Kilian può. Tutti questi personaggi sono legati alla corsa non per un semplice gesto atletico, non per aspetti
unicamente agonistici, sono atleti lontani dal doping, perchè il più delle volte corrono contro se stessi e contro se stessi
non ha senso barare. Quello che ci vogliono raccontare con le loro imprese, con le loro corse estreme, sulle cime più alte, o
nei luoghi più impervi del pianeta, è che l’avventura esiste ancora e la corsa è ancora il modo più semplice ,ma anche più
economico, per essere parte di questo sogno che è la nostra esistenza, è il tentativo per incontrare con assoluta facilità
il nostro io più profondo. Come disse Emil Zatopek, altro leggendario corridore “se desideri vincere qualcosa puoi correre
i 100 metri. Se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona”. Per tutti questi motivi e per molti altri ancora, che
non ho il tempo e lo spazio di esplicitare, dedico il mio pezzullo a Caballo Blanco; ora non sappiamo dove sia finito,ma di
una cosa possiamo essere certi: sta correndo!
UN PASSO
DOPO
L’ALTRO
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K2 2014 - CAI Sezione di Bologna