Tariffa R.O.C.: Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 1, DCB - Bologna. Quota di abbonamento della pubblicazione euro 1,00 corrisposta dai destinatari con il rinnovo all’Associazione per l’anno in corso. SulMonte CAI - SEZIONE “MARIO FANTIN” BOLOGNA - NOTIZIARIO AI SOCI n° 3/2014 PORRETTANA 150 anni di treno lungo il Reno SABBIUNO Il filo della memoria K2 2014 Inserto speciale: Giuseppe Pompili racconta la sua straordinaria impresa SUL MONTE Notiziario ai soci n. 3/2014 Club Alpino Italiano Sez. Mario Fantin, Bologna Direttore Responsabile Luca Calzolari In redazione via Stalingrado 105 tel. 051 234856 Ezio Albertazzi Marino Capelli Elisabetta Dell’Olio Marta Fin Stefano Chiorri Gabriele Rosa Barbara Stacciari Giorgio Trotter Elena Vincenzi Progetto grafico e impaginazione Clara Cassanelli Barbara Stacciari Elena Vincenzi Foto di copertina: credits Giuseppe Pompili Per articoli, foto, segnalazioni: [email protected] Stampa Grafiche A&B Via del Paleotto 9/a - Bologna [email protected] Tel. 051 471666 Registrazione c/o Tribunale di Bologna n° 4227 del 1972 CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Mario Fantin - Bologna Via Stalingrado, 105 tel/fax: 051 234856 e-mail: [email protected] www.caibo.it Segreteria tel/fax: 051 234856 Martedì ore 9-13 Mercoledì, Giovedì, Venerdì ore 16-19 COMUNICAZIONI AI SOCI Il Consiglio Direttivo della sezione CAI di Bologna “M. Fantin” convoca la ASSEMBLEA ORDINARIA che si terrà in prima convocazione mercoledì 25 marzo alle 6,00 e in seconda convocazione GIOVEDÌ 26 MARZO 2015 alle ore 21, presso la sede sezionale in via Stalingrado 105, Bologna,con il seguente ordine del giorno: 1. comunicazioni del Presidente; 2. approvazione relazione del presidente sulla attività 2014; 3. relazione dei Revisori dei Conti; 4. approvazione del bilancio consuntivo 2014; 5. approvazione del bilancio preventivo 2015; 6. quote sociali 2016; 7. elezione dei delegati alla Assemblea Nazionale e alle Assemblee del Gruppo Regionale. Potranno partecipare tutti i soci in regola con la tessera sociale del 2014, che dovrà essere esibita all’ingresso alla Commissione verifica poteri. I soci minori non hanno diritto di voto. Sono ammesse deleghe: scritte ed accompagnate da fotocopia di documento di identità del delegante. Ogni socio partecipante al voto può essere in possesso di una sola delega (art. 16 statuto sezionale). FESTA CICLOCAI VENERDI’ 16 GENNAIO 2015 nella sala dell’Associazione Cà Bura, via Arcoveggio 59 (all’interno dei giardini con laghetto, di fronte alla Trattoria Cà Bura). Serata di presentazione del programma CALENDARIO 2015 ed altre amenità... NUOVO DIRETTORE ALPINISMO DELLA SCUOLA Un benvenuto e un caloroso augurio di buon lavoro per Roberto Bertozzi, nuovo direttore della Scuola di Alpinismo. Un sentito grazie va al mitico Antonio Cuzzato, per il suo spirito, il suo impegno e le sue grandissime serietà e competenza. 5 per mille Chiuso in redazione il 24/11/2014 Nella tua Dichiarazione dei Redditi scegli di destinare il tuo 5x1000 alla nostra Associazione. Sotto la firma, nello spazio “codice fiscale del beneficiario” inserisci: Codice fiscale: 80071110375 La quota della tua imposta sul reddito contribuirà alle azioni del CAI di Bologna per la tutela della montagna, la sicurezza dei suoi frequentatori attraverso una formazione di alta qualità e la manutenzione dei percorsi escursionistici e dei rifugi. PUNTI RINNOVO TESSERA ANNUALE 2 Salviamo i corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico Nella prima metà di novembre il CAI ha sottoscritto insieme alle maggiori associazioni ambientaliste un appello rivolto ai Ministeri dell’Ambiente e dello sviluppo economico, alle Regioni e alla Convenzione delle Alpi per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico. L’appello a favore della montagna pone all’attenzione il fatto che l’eccesso di sfruttamento idroelettrico dei pochi residui piccoli corsi d’acqua depriva la montagna e restituisce una produzione energetica quantitativamente decisamente insignificante rispetto ai fabbisogni nazionali, a scapito di valori ambientali e naturali ragguardevoli. Sono diverse le richieste contenute nell’appello: dalla sospensione del rilascio di nuove concessioni alla revisione degli strumenti di incentivo, dall’attuazione di politiche di risparmio nell’uso del bene idrico e di un processo rigoroso di valutazione dell’impatto ambientale in caso di costruzione di nuovi impianti. Inoltre nell’appello si chiede che venga superato il concetto attuale di DMV (Deflusso Minimo Vitale) a favore di quello di deflusso ecologico e cioè di una regola di rilascio che sia realmente in grado di garantire il mantenimento degli obiettivi di qualità ecologica di un corpo idrico e dei servizi ecosistemici da questi supportati. L’obiettivo di CAI e delle altre Associazioni è che i corsi d’acqua, e in particolare quelli di montagna, vengano riconosciuto come un patrimonio di biodiversità, di valori ambientali e paesaggistici da tutelare, piuttosto che una semplice risorsa da sfruttare in modo intensivo e indiscriminato. Al contrario, le opere per la realizzazione degli impianti idroelettrici non sono sempre di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti, come invece affermano le norme attuali. Bisogna dunque ora agire, regione per regione, territorio per territorio. La Commissione centrale per la tutela ambientale del Cai, ha invitato i Gruppi regionali, le Commissioni regionali TAM, le altre Commissioni e le Sezioni del nostro Sodalizio a sottoscrivere a loro volta il documento. Un appello a mio avviso da sottoscrivere e da far conoscere al più ampio pubblico possibile. Luca Calzolari IN QUESTO NUMERO 5 Il nostro territorio LA FERROVIA PORRETTANA 19 Incontri 24 CicloCai SIMONE MORO, LO STATO IN BICI NELL’INCANTEVOLE DELL’ARTE DELL’ALPINISMO Marino Capelli 8 Alpinismo I NUOVI ARRIVATI 22 Vita di sezione SABBIUNO, IL FILO DELLA MEMORIA 23 Testimonianze GLI ALTRI Trinity e Caterina speciale 11 Inserto SOLO IL CIELO BLU SCURO ERA SOPRA DI ME Giuseppe Pompili la foto 20 Dietro TORRI DEL VAJOLET Sandro Dal Pozzo Marinella Frascari, Sergio Gardini, Patrizia ALTOPIANO DI ASIAGO Massimo Capobianco e ferrate 26 Trekking UNA LUNGA PASSEGGIATA NEL BRENTA Carlo Emanuele Pupo passo dopo l’altro 27 Un A MICAH TRUE, CABALLO BLANCO Marco Tamarri Elisabetta Dell’Olio 3 CORSI 2014 -15 CORSO ALPINISMO SU GHIACCIO (AG1) Durata: gennaio/marzo Il corso si rivolge a quanti hanno già frequentato corsi di introduzione dimostrando buona attitudine alle attività alpinistiche, e prepara ad affrontare l’alta montagna in veste invernale, trattando la preparazione, l’organizzazione dell’ascensione, la valutazione dell’ambiente e le tecniche di assicurazione e progressione della cordata su vie di ghiaccio e neve. Per avere maggiori informazioni sui seguenti corsi consultare il nostro sito www.caibo.it oppure contattare la Segreteria CAI tel. 051 234856 Le lezioni teoriche dei corsi salvo diversamente indicato si svolgeranno presso la la sezione “Mario Fantin” del Club Alpino Italiano di Bologna – via Stalingrado 105. CORSO di ESCURSIONISMO DI BASE IN AMBIENTE INNEVATO Diretto da Alessandro Geri Durata: gennaio/marzo Il Corso di Escursionismo, riservato a Soci CAI, è rivolto a coloro che intendono frequentare gli ambienti innevati della montagna per conoscerla e viverla in sicurezza, riscoprendo un escursionismo integrale distante dalle località turisticamente note. Obiettivo del corso è fornire ai partecipanti una preparazione teorica e pratica che permetta loro di: acquisire le basi delle tecniche di escursionismo su neve; conoscere i pericoli della montagna invernale; frequentare in sicurezza i percorsi di montagna innevata; organizzare correttamente ed in autonomia le proprie escursioni; conoscere gli aspetti dell’ambiente montano invernale che maggiormente interessano l’attività escursionistica. Appuntamento in primavera per i corsi di alpinismo e arrampicata: CORSO di ARRAMPICATA LIBERA Durata: aprile/maggio Il corso ha l’obiettivo di fornire agli allievi le informazioni e le conoscenze necessarie per arrampicare in condizione di sicurezza su pareti di roccia in terreno sportivo ed è rivolto a principianti o a chi, avendo già frequentato un corso di alpinismo, voglia approfondire le tematiche relative alla progressione su roccia ed introdurre più approfonditi corsi in ambiente alpino. ALPINISMO SU ROCCIA (AR1) Durata: giugno-luglio E’ un corso di livello avanzato rivolto prevalentemente, anche se non esclusivamente, a persone già in possesso di un minimo di esperienza alpinistica; criterio preferenziale di ammissione è pertanto quello di avere frequentato con profitto corsi d’introduzione all’alpinismo o all’arrampicata libera. Il corso prevede l’insegnamento delle nozioni fondamentali per potere affrontare in ragionevole sicurezza le arrampicate in montagna, su vari tipi di roccia. CORSO ESCURSIONISMO BASE Diretto da Mauro Pini Durata: marzo/aprile Lezioni teoriche presso Associazione Cà Bura via Arcoveggio, 59/B (capolinea autobus 11C - all’interno del parco pubblico di via Giardini) Il corso è rivolto ai Soci CAI, che, avendo un minimo di preparazione fisica, intendono avvicinarsi alla montagna, oppure a coloro che già la frequentano, ma desiderano approfondirne la conoscenza e affrontarla in sicurezza. La Scuola Sezionale di Escursionismo, tende pertanto a promuovere e trasmettere le conoscenze di base ed i valori etici per effettuare escursioni con un equipaggiamento ed una preparazione consoni all’ambiente di montagna: cosa portare nello zaino, come vestirsi e come alimentarsi, come preparare un’escursione a tavolino, analizzando carte topografiche, relazioni e bollettini meteo, per poi apprendere durante le uscite come determinare costantemente la propria posizione facendo orientamento con mappa, bussola ed altimetro. Per capire e comprendere il luogo “montagna” non bastano però le conoscenze tecniche: è per tale motivo che il Corso insegna anche a sviluppare una capacità di osservazione e comprensione dell’ambiente appenninico e alpino che permetta all’escursionista di fare non solo esercizio fisico ma anche e soprattutto un “percorso” nella montagna modellata sia dalla forze naturali, che dalla cultura e dal lavoro delle genti che l’abitano da millenni, senza dimenticare la tutela dei fragili ecosistemi che la contraddistinguono. CORSO ALPINISMO (A1) Durata: settembre- dicembre Corso ha lo scopo di fornire, a chi inizia a praticare l’alpinismo, le nozioni di base indispensabili per affrontare la montagna, nei suoi diversi ambienti, in sicurezza ed in autonomia su difficoltà moderate. “APPROCCIO ALLA MTB” ... mountain bike che passione per tutti coloro che hanno già frequentato le nostre precedenti “lezioni sul campo” e per coloro che, invece, cominceranno ora con i first steps... PRESENTAZIONE: Lunedì 16 febbraio 2015 - ore 21.00 - sede C.A.I. via Stalingrado 105 - Bologna MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE e ISCRIZIONE: Essere soci CAI maggiorenni e in regola con il tesseramento per l’anno in corso; max 25 partecipanti. L’apertura delle iscrizioni avverrà la serata della presentazione con contestuale pagamento della quota e, successivamente, presso la Segreteria CAI fino ad esaurimento dei posti disponibili. Obbligatorio Certificato Medico di idoneità alla pratica del cicloescursionismo non agonistico. QUOTA DI PARTECIPAZIONE Euro 70,00 comprensive di: materiale didattico, spese organizzative, diritti di segreteria. Sono escluse le spese dei trasferimenti per tutte le uscite in ambiente e l’albergo per il weekend del 25-26 aprile; oltre che quelle per il proprio equipaggiamento personale. CORSO SCI ALPINISMO (SA1) Durata: gennaio/marzo Il corso ha l’obiettivo di fornire agli allievi le informazioni Questo corso si rivolge a chi è interessato ad un modo diverso di andare in montagna e a chi, pur amando la pratica dello sci, si è accorto che impianti di risalita e piste sovraffollate, oltre a guastare la natura, ci allontanano da essa e ci impediscono di goderne la bellezza. Ha lo scopo di insegnare come comportarsi in montagna d’inverno e soprattutto quali sono i criteri di prudenza da seguire per poter affrontare con serenità e fiducia nei propri mezzi pendii incontaminati e silenziosi, scivolando con gli sci o con la tavola. APPROCCIO ALLA MTB 2015 sarà illustrato anche nell’ambito della serata della FESTA CICLOCAI “Presentazione del programma 2015 di Cicloescursionismo “ che si terrà il 16/01/2015 presso la sala della Associazione Cà Bura. Trailer di assaggio a: http://youtu.be/UFDzHP4_FgQ Per informazioni rivolgersi a: [email protected] 4 IL NOSTRO TERRITORIO LA FERROVIA PORRETTANA festa per i 150 anni guardando al futuro di Marino Capelli Cade in questo 2014 il 150° anniversario della Ferrovia Porrettana, il primo collegamento tra nord e sud che, tra la Toscana e l’Emilia-Romagna, scavalcava interamente l’Appennino. Questa ferrovia ha una lunga storia, strettamente legata allo sviluppo delle comunità locali e della nazione. Venne inaugurata ufficialmente da Vittorio Emanuele II nel 1864. La prima idea di una ferrovia fra Bologna e Pistoia fu avanzata nel 1845 ma, a causa del carattere campanilistico di quella che 15 anni dopo diventò la nostra nazione, questa soluzione fu osteggiata da progetti concorrenti che prevedevano in alternativa il collegamento di Bologna con Firenze o con Prato. Dopo i moti del 1848 fu un accordo interstatale fra Granducato di Toscana, Stato Pontificio e Impero Austriaco, quest’ultimo strategicamente interessato a far affluire velocemente il suo esercito a Livorno, che spianò la strada alla Ferrovia Porrettana, i cui lavori cominciarono nel 1853. La società investitrice, a capitale misto austro-franco-anglo-italiano, aveva ricevuto l’appoggio finanziario anche delle case Rotschild di Vienna, Parigi e Londra. I lavori furono affidati a un’impresa francese sotto 5 è stata trasformata da singolo a doppio binario in previsione dell’avvio del ‘Sistema ferroviario metropolitano’ e in previsione della reintroduzione dell’esercizio passeggeri della Ferrovia Casalecchio-Vignola che in questi anni è stata sottoposta a completa riqualificazione e reinglobata nel sistema. Se teniamo conto che la strada provinciale Porrettana, nel suo tratto appenninico, era stata inaugurata nel 1848 per congiungersi alla Leopolda che saliva da Pistoia, si comprende come forte sia stato il contributo che nella seconda parte dell’800 la linea ferroviaria ha dato all’economia della valle oltre che della nazione essendo stata per oltre 60 anni l’unico valico ferroviario transappenninico nord-sud con tempi di percorrenza che a noi oggi sembrerebbero “biblici” ( 5 ore da Bologna a Pistoia nel 1864) ma che, alla luce delle condizioni delle strade dell’epoca, rendevano l’attraversamento dell’Appennino sicuro e confortevole (con la strada Porrettana, nello stesso periodo, di ore se ne impiegavano 14 col servizio di diligenza). Non è un caso che Porretta abbia avuto il suo periodo di maggiore rinomanza come centro termale (furono le prime terme in Europa, nel 1878, ad introdurre nel termalismo le cure inalatorie) proprio fra la fine del ‘800 e la prima parte del ‘900 quando cominciò ad essere di moda passare le vacanze in Appennino. E non è certo per una mera correlazione temporale che il nostro rifugio Duca degli Abruzzi sia stato aperto nel 1878 e che nel 1881 sia stato presentato, ad opera di alcuni soci del nostro sodalizio di allora, la prima Guida all’Appennino Bolognese. la direzione del progettista Jean Louis Protche, il quale, insieme alla nutrita équipe di ingegneri che aveva portato con sé dalla Francia, rivide tutto il progetto iniziale (Protche è sepolto nella Certosa di Bologna). L’apertura della tratta in pianura avvenne nel 1859, mentre l’inaugurazione avvenne dopo l’Unità d’Italia nel 1864 alla presenza di Vittorio Emanuele II. Venuta meno l’esigenza strategica dell’Impero Austriaco, ai fini dello sviluppo del traffico merci per il neonato Stato italiano la linea dimostrò subito la sua limitata potenzialità a causa del suo tracciato e delle pendenze (vedi box tecnico ). La gestione della linea, infatti, venne effettuata fino al 1924 con locomotive a vapore che potevano trainare solo un limitato tonnellaggio proprio a causa delle pendenze. Inoltre, le gallerie a tornante progettate da Protche (meraviglia dell’ingegneria dell’epoca) per superare la ripidezza del versante toscano smaltivano malamente i fumi provocando una “invasione” di fumo nelle gallerie con gravi disagi per tutti tanto che i macchinisti si coprivano il volto con fazzolettoni umidi per limitare i danni alla respirazione. Il problema venne risolto nel 1924, quando si passò alla trazione elettrica trifase. Nel 1934, con l’inaugurazione della Direttissima Bologna-Firenze, la Porrettana cominciò la sua seconda vita all’esclusivo servizio del territorio locale, anche se continuarono gli investimenti sulla linea con la sostituzione dell’alimentazione trifase in favore di quella in corrente continua a 3.000 volt. Nel 1988 la tratta Bologna Borgo Panigale Casalecchio di Reno sul versante bolognese 6 Nei tempi recenti la Ferrovia Porrettana, che le Ferrovie dello Stato (prima dello sdoppiamento fra RFI e Trenitalia) volevano “tagliare come ramo secco”, è stata salvata come ferrovia per il trasporto locale alla scala metropolitana attraverso l’avvio di uno dei primi esempi di orario cadenzato: il treno da una certa stazione parte sempre agli stessi minuti di ogni ora. Oggi sono più di 10.000 ogni anno i passeggeri trasportati e il tratto emiliano non è più oggetto di “ripensamenti” sulla sua utilità al servizio delle comunità locali. Resta tuttavia il nodo dell’ulteriore miglioramento del servizio sia sul piano qualitativo (nuovi e più confortevoli treni) che su quello, correlato, dell’incremento dei passeggeri. La Porrettana come base per interessanti escursioni Una parte non irrilevante dei percorsi ‘Treno Trekking’ utilizza la Ferrovia Porrettana come mezzo di trasporto “slow” dal quale originare alcuni bellissimi itinerari nel nostro Appennino, ma forse altro si potrebbe fare prendendo ad esempio le migliori e più riuscite esperienze nazionali. Per esempio, se in Trentino Alto Adige alcune ferrovie si sono rilanciate al servizio del turismo attraverso la formula Treno + Bici perché non poter immaginare di utilizzare la Porrettana per andare a Vergato o a Porretta e da lì o rientrare a Bologna o, per gli appassionati della mountain bike, inerpicarsi sui sentieri dell’alto Appennino? Il nuovo tracciato della strada Porrettana lascia al traffico locale una parte del tracciato della vecchia statale: perché non pensare ad una pista ciclabile da Porretta a Bologna? Se l’hanno fatto in Val Venosta e in Val Pusteria, perché non si può fare nella Valle del Reno? Sul percorso, molteplici sono gli edifici monumentali visitabili come la Rocchetta Mattei o il Palazzo dei Capitani della Montagna a Vergato.... E, non dimentichiamolo, noi abbiamo una ricchezza agroalimentare che molti non hanno e che invita certamente a piacevoli soste. Ferrovia Porrettana: caratteristiche Al tempo fu un'opera di enorme portata ingegneristica, con le sue 48 gallerie (lunghe complessivamente 18,48 km) e i 35 ponti e viadotti (lunghi complessivamente 2,240 km) per una lunghezza totale di 99 km. Il tratto più difficile risultò quello tra Pracchia e Pistoia, dove in 26 km viene superato un dislivello di 550 metri. Andamento altimetrico: tratto Pistoia-Pracchia con pendenza media 22 per mille, massima 26 per mille in corrispondenza della stazione di Valdibrana; tratto Pracchia-Porretta, media 17 per mille, massima 25 per mille fra Ponte della Venturina e Molino del Pallone; tratto Porretta-Bologna, media 5 per mille, massima 11 per mille. Stazioni e fermate 18. 7 Alpinismo NUOVI ARRIVATI di Trinity - disegno di Caterina 8 (ovvero un anno “prolifero” nella Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Stefano Farina) Tutto ciò ha portato a un calo drastico dell’impegno dell’alpinista medio, una mancanza di obiettivi, di responsabilità nei confronti di quella Scuola che li ha così affettuosamente accompagnati negli anni di solitudine e di zittellaggine. Istruttori sezionali e potenziali titolati hanno brutalmente voltato le spalle al mondo dell’alpinismo eroico, alla dura lotta con l’alpe a favore di uno stile di vita dedito al piacere e al sollazzo. Alcuni di essi sono giunti a fare di peggio! Sono arrivati all’imponderabile: il matrimonio!! Certo, quest’ultimo evento ha avuto spesso il non trascurabile risultato di feste e bagordi, post cerimonia, talmente divertenti da far scendere dai monti perfino il Vecchio dell’Alpe di Heidiana memoria. Ma ciò non toglie il vile tradimento alla causa dell’alpinismo come scuola e ragione di vita. Guido Rey non ne sarebbe affatto contento. Questa pratica del fidanzamento/matrimonio ha dato i suoi frutti alcuni mesi più tardi, quando dolcissimi pargoletti hanno visto la luce in un clima di festa e di giubilo. Diamo quindi il benvenuto a Francesco, Edoardo, Ilaria, Emiliano, Gabriele, Niccolò e Nina (l’ordine è rigorosamente sparso). Come si può notare, la presenza femminile è in minoranza, come tipico dell’ambiente alpinistico. Davanti a quei musetti così simpatici e dalle guance così paffute da baciarle in continuazione, non si può che sorridere e lasciarsi contagiare da tanta innocenza e bellezza. Detto ciò, il problema dell’ardimento resta. In attesa che i suddetti infanti diventino prodi e coraggiosi ghiacciatori e rocciatori, non ci resta che confortarci con il pensiero che questa mancanza di impegno non durerà per molto. Perché alla lunga, man mano che i bambini cresceranno e avranno bisogno di più spazio, man mano che diventeranno grandi e più bisognosi di attenzione, anche la necessità di respirare l’aria limpida e incontaminata dei monti si risveglierà negli animi di quei padri e di quelle madri affettuosi. E sarà allora che si renderanno conto che qualsiasi parete di ghiaccio, qualsiasi placca di granito, qualsiasi canalone ripido e scivoloso sarà meglio di un pomeriggio passato all’Ikea alla ricerca del lettino perfetto! Come alcuni di voi sapranno, la questione della partecipazione alla vita della sezione e della Scuola è annosa e non di facile soluzione. Tante sono le cause e le più svariate. Chiunque abbia avuto a che fare con l’organizzazione di un qualsiasi evento, si è scontrato con ragioni fondate e bieche scuse di comodo da parte di soci che hanno declinato la loro disponibilità. Lungi dal voler fare un’analisi approfondita del problema, vorrei però affrontare un fenomeno particolare che si è sviluppato all’interno della Scuola negli ultimi due anni. Pare infatti che una sindrome ancora non del tutto conosciuta al mondo scientifico, abbia contagiato diversi membri e causato la carenza, già cronica, di impegno e responsabilità. Trattasi di un morbo che ha colpito appartenenti a entrambi i sessi, e dalle età più svariate, che ha portato la Scuola ad avere una grave mancanza di potenziali istruttori sani ed abili al servizio. Individui validi e perfettamente in grado di ambire al ruolo di Istruttore Regionale o Nazionale hanno abbandonato il mondo dell’alpinismo in modo repentino e quanto mai sospetto. Ma di cosa si tratta esattamente? Studiando il comportamento dei soggetti in questione, si è notato che il cambio di rotta è di solito coinciso con il sorgere di interessi di altra natura. Uno in particolare può essere identificato come causa precipua: il fidanzamento. Per la sacra legge universale, unificatrice di tutti i principi della fisica, per la quale tira più il capello di una bella ragazza che un carro di buoi, molti esponenti di sesso maschile hanno lasciato ardite pareti e cenge selvagge per più comodi prati assolati, in compagnia di belle donzelle. Altrettanto dicesi per il gentil sesso il quale, essendo “mobile qual piume al vento” non c’ha pensato due volte ad abbandonare corda o scarponi in favore di una salutare passeggiata in centro, al fianco del proprio amato. E allora ecco che maschie e virili notti in bivacco, stoiche ed eroiche sveglie alle due di notte per attaccare pericolosi ghiacciai, sono stati soppiantati da più piacevoli serate sotto le coltri di un caldo piumone Bassetti, morbido e colorato, amorevolmente condiviso con la propria dolce metà. Come dare loro torto? 9 Libri&Co. a cura di Marta Fin e Giorgio Trotter Per le vostre segnalazioni inviate una mail all’indirizzo: [email protected]. Jerzy Kukuczka. Un grande tra i giganti della terra Testi di Jerzy Kukuczka, biografia a cura di Cecylia Kukuczka Alpine Studio 2013 - 14,90 euro JERZY KUKUCZKA, conosciuto affettuosamente come “Jurek”, è stato il secondo uomo al mondo ad aver conquistato le vette dei 14 ottomila, finendo la sua “corsa” solo un mese dopo Reinhold Messner, nel 1987. Jurek fu uno dei più grandi alpinisti del mondo e un accanito sostenitore delle salite in stile alpino in Himalaya, senza l’uso di ossigeno. Nel breve tempo di otto anni, salì gli ottomila della terra rispettando le regole di un gioco che ancor oggi è poco conosciuto e compreso. Nato a Katowice – Bogucice (Polonia) nel 1948; di lui la moglie Cecylia Kukuczka – che ne cura la biografia - ricorda che nelle scuole secondarie Jurek riceveva sempre “ottimo” in geografia ed educazione fisica. Muore sulla parete sud del Lhotze il 24 Ottobre 1989. La sua vita non è quella di persone agiate, e tutto il suo pensare era orientato alla montagna. Si era posto traguardi ambiziosi e li realizzò. Quando gli altri se ne tornavano indietro, lui andava avanti. La moglie Cecylia lo ricorda come una persona definita da tutti amichevole, piena di fiducia, che rifuggiva l’arroganza, sempre pronta ad aiutare e sempre all’altezza della situazione. La biografia di Jurek è divisa in 16 capitoli, racconta in modo semplice e avvincente la sua storia, ci porta dentro le sue ascensioni facendoci rivivere quelle memorabili esperienze. Alcuni passaggi avvincenti descrivono quale mondo viveva per poter andare in montagna: “… non era facile organizzare una spedizione nelle nostre condizioni, perché in patria mancava quasi tutto, soprattutto la carne … in quel periodo era tutto razionato e occorrevamo molti più buoni di quanti ne possedevamo per poter avere la carne giusta per l’Himalaya e noi non ne avevamo abbastanza …”. Situazioni di vita che gli imposero di salire quelle vette con l’umiltà e il rispetto e la voglia nello stesso tempo di non rincorrere una triste collezione di vie normali, ma vie nuove e prime invernali. Nel libro sono ben descritte le sette vie nuove che ha aperto e le ben quattro prime salite invernali sugli 8000 metri. Insomma una lettura di grande poesia che merita di essere fatta, che fa giustizia di un grande un uomo che ha si camminato sulla terra ma che aveva la testa fra gli dei. Vito Mancuso, Nives Meroi Sinai Fabbri Editori 2014 - 16,50 euro E’ un racconto a due voci. La prima è quella dell’alpinista Nives Meroi, che ha salito 11 dei 14 ottomila metri del pianeta con il suo compagno, Romano Benet (il fotografo autore delle foto che illustrano l’alba sul Sinai) e che racconta qui la sua salita alla cima del Sinai per vedere l’alba e il sole che sorge illuminando lo sterminato deserto montagnoso. La cronaca della salita è intercalata da racconti molto interessanti sulle salite dell’Everest (Qomolongma = divinità 10 madre del mondo, in tibetano), del Karakorum. Interessanti sono le sue riflessioni e i suoi racconti al riguardo, come è interessante il racconto della salita al Sinai, a partire dal monastero di Santa Caterina dove si arriva in pullman da Sharm El Sheik. Nives racconta del serpente ininterrotto di lucine che si arrampica sulle pendici: si parte infatti a notte fonda per essere sulla cima prima dell’alba. Nives non prova particolari emozioni “religiose” anche se è rapita dalla bellezza del paesaggio al nascere del giorno con i tanti che lo aspettano assieme a lei. Dopo le foto del compagno, inizia la seconda parte del libro, nella quale il teologo Mancuso racconta il Sinai (o Oreb come è chiamato in due libri del Pentateuco) da un punto di vista religioso. Una dissertazione dotta, con riferimenti a diversi esegeti della Bibbia. Racconta delle tre traduzioni dall’ebraico antico del modo con cui Dio si rivolge a Mosè, poi affronta molte altre questioni, compresa quella della localizzazione fisica del Sinai della Bibbia: lì dove nel medioevo è stato costruito il monastero di Santa Caterina, in Arabia saudita, o nel deserto del Negev. Anche l’esodo degli ebrei dall’Egitto non ha conferme storiche. Ma tutto questo, per Mancuso, ha poca importanza: l’importante è che queste letture servano ad approdare a una vita spirituale autentica che cerca la verità, il bene, la giustizia. “solo il cielo blu scuro era sopra di me” cronaca della vittoriosa salita al K2 a sessanta anni dalla prima conquista di Giuseppe Pompili T rascorso un mese, la salita al K2 appare già remota, come fosse stata fatta da un altro, da un “me” vissuto in un’epoca passata, che esiste solo attraverso i ricordi. E’ arrivato il momento per raccontarla: dissolta l’euforia dei primi giorni, gli eventi affiorano con nettezza e distacco, si ricompongono e cristallizzano. Lo “Zeitgeist”, lo spirito dei tempi, è cambiato, relegando nel mito le salite dei pionieri e nell’antiquariato lo stile Alpi Occidentali. Negli ultimi anni le vie normali sulle montagne più note dell’Himalaya, e ora anche del Karakorum, sono state invase dalle spedizioni commerciali. Il business per sua natura si confronta più col portafoglio e l’orologio che con le novità. Il K2 continuerà a dare filo da torcere anche alle prossime generazioni di alpinisti solo recuperando lo spirito esplorativo a scapito di quello emulativo. Non è uno stile accessibile a tutti, ma rappresenta una possibile via d’uscita dalla trappola della serialità. 11 Il K2 richiesta che ho ricevuto da Torino si è rivelata una bufala e così mi sono rivolto a Tamara Lunger, l’unica italiana che conosco con l’esperienza e le capacità per affrontare una salita al K2 in autonomia e senza ossigeno. Tam ci ha pensato per un po’ di mesi, si è convinta e ha coinvolto Nikolaus Gruber. Un numero dispari di alpinisti in una spedizione del genere non va bene e così, per formare due cordate indipendenti, mi sono rivolto a un amico dello Shimshal, Amin Ullah Baig, che avevo conosciuto durante la mia spedizione al K2 del 2010 e che nel 2013 ha partecipato alla prima invernale al Broad Peak contribuendo ad aiutare a scendere i due primi salitori, i polacchi Bielecki e Małek. Formata così la nostra spedizione da quattro, non restava che preparare e spedire il cargo coi bagagli e ottenere il visto per il Pakistan. Documento che, mai come quest’anno, ho faticato ad avere. Nonostante ne avessi fatto richiesta con un mese d’anticipo, l’ambasciata di Roma ritardava il rilascio. È stato solo grazie al contatto di Simone Moro che il viceconsole di Milano, persona peraltro affabile e gentilissima, mi ha concesso il sospirato visto… due giorni prima di partire! La mia ansia era alle stelle, come si può facilmente immaginare. Anni di preparativi, pianificazione, spese: tutto era subordinato alla presenza di un adesivo con una firma in calce. In quei giorni sono invecchiato di anni e devo ringraziare Tamara per l’interessamento. La partenza è stata una liberazione: sentivo di avere già superato scogli importanti, ma non immaginavo che altri ne sarebbero sopraggiunti! La preparazione alla salita Come ben sanno tutti i viaggiatori, il 50% dell’avventura si consuma prima della partenza, con la fantasia, la documentazione, la preparazione e l’organizzazione. La salita di una montagna non fa eccezione. Per qualsiasi appassionato di montagna, la salita del K2 rappresenta un sogno, la quintessenza delle scalate in alta quota. La scelta della ricorrenza del 60° anniversario della sua conquista l’avevo fatta due anni fa, puntando sulla convinzione che numerose spedizioni avrebbero colto l’occasione per celebrare il “diamond jubilee”, ovvero le nozze di diamante con la montagna. Durante i miei due precedenti tentativi una delle ragioni d’insuccesso era stata per l’appunto la scarsa presenza di alpinisti. Un altro pilastro su cui si fonda una salita “di successo”, è la preparazione fisica. A differenza che in passato, complice una pessima stagione scialpinistica, quest’anno il mio allenamento si è concentrato più su lunghe camminate in salita che sulla corsa o lo scialpinismo. Correre per parecchie ore al giorno per aumentare la resistenza è diventato faticoso, per motivi essenzialmente di età. Più utili si sono invece rivelate le scarpinate in salita a un’andatura sostenuta. Questo esercizio - “nordic walking” (camminata nordica o camminata coi bastoni) - si presta bene alla preparazione sui colli di Bologna, intorno casa. Non ho abbandonato del tutto né la corsa in salita né lo sci, ma li ho relegati nel fine settimana e non sempre. Un’altra variante, più ludica, è stata inserire - l’anno prima della partenza - due lunghi trek in quota, di un mese ciascuno, nelle alte valli del Nepal: ho scoperto che sono utilissimi per rimettersi in forma, facilitando l’acclimatazione, oltre a essere istruttivi e divertenti di per sé. Ho percorso ampi tratti della Great Himalaya Trail e fatto il giro dell’Annapurna, con una puntata all’Himlung e in Mustang. Infine, la settimana prima del volo per Islamabad, mi sono fermato per qualche giorno al rifugio Guide del Cervino, ai 3480 m di Plateau Rosa, facendo scialpinismo tra i Breithorn e il Castore, mentre gustavo il filetto alla Felix e i vini dei gestori Erik, Lolli e Max. L’avvicinamento In cuor mio avevo già messo una pietra sopra sul fatto di riuscire a volare da Islamabad a Skardu, risparmiando 24 ore di sudore e scossoni lungo la Karakorum Highway: nei miei otto tentativi precedenti, mi ero imbarcato solo un paio di volte, a causa del maltempo. Mai però mi sarei immaginato che avremmo avuto problemi a proseguire lungo la pista che da Skardu porta ad Askole, punto di partenza del trek di avvicinamento lungo il ghiacciaio del Baltoro. Dopo due giorni d’incomprensibile attesa, trascorsi a Skardu tra un polveroso negozietto e l’altro per gli ultimi tardivi acquisti, l’agenzia ATP ci ha finalmente dato il via libera e solo dopo pranzo, col nostro ufficiale al seguito, siamo partiti diretti ad Askole. Sembrava che Skardu non volesse farci allontanare: prima ci ha bloccato una foratura subito fuori città, poi una frana nel punto più stretto delle gole del Braldo, a notte fatta. Le ignare pietre che ingombravano la stretta carreggiata hanno fatto le spese della nostra frustrazione, finendo a palate nel fiume sottostante, mentre sopra le nostre teste incombeva la minaccia di nuovi crolli. Pochi chilometri più avanti, un ponte malandato con l’assito sfondato sbarrava definitivamente la strada. Non c’era più niente da fare, nonostante un ultimo disperato tentativo di svellere i parapetti in legno del ponte per ricostruire la parte mancante del fondo, sotto lo sguardo esterrefatto del nostro capitano, inzuppati da una pioggerella insistente e gelida che penetrava sin nelle ossa. Per caso, sull’altro lato del torrente, una jeep vuota era in attesa. Effettuato il trasbordo, L’organizzazione La parte organizzativa è stata più tormentata, con la difficoltà di trovare tra le mie conoscenze dei compagni disposti a venire sul K2. Purtroppo il mio socio abituale di spedizione, Adriano dal Cin, non poteva ottenere le ferie per i due mesi necessari. Una 12 siamo infine giunti ad Askole verso mezzanotte. Il giorno seguente, dopo non pochi tira e molla con il capitano Ahmed, un tipo simpatico ma piuttosto ligio nell’interpretazione dei regolamenti, la carovana dei portatori si è finalmente messa in marcia all’una del pomeriggio. Ero appena arrivato a metà della prima tappa del trek, in località Korophong, là dove il Biafo si getta nel Braldo, quando un portatore trafelato mi ha raggiunto, consegnandomi un biglietto. L’esercito ci intimava di tornare immediatamente a Skardu, perché non potevamo proseguire se non insieme a tutti coloro che si trovavano in lista con noi sul permesso di salita per il K2. Brividi freddi mi sono scesi lungo la schiena: la difficoltà era che Cleonice e gli altri membri con cui avevamo condiviso il permesso sarebbero giunti in Pakistan solo la settimana seguente. Per noi quattro ciò avrebbe significato la rinuncia a una salita senza ossigeno, per la quale occorre trascorrere almeno un mese al campo base. Questo periodo può essere ridotto se si giunge già acclimatati, magari perché si è partecipato a una precedente spedizione in alta quota, come avevano fatto i nostri compagni di permesso. La scelta di tentare una salita il più possibile “pulita”, senza uso di bombole, era per tutti noi irrinunciabile: ottemperare alla richiesta, rientrando a Skardu per una settimana, sarebbe equivalso a rinunciare all’impresa ancor prima di arrivare al campo base. Dovevamo fare l’impossibile per cercare di risolvere il problema dal luogo in ci trovavamo, perché se avessimo ceduto all’ultimatum del comando chissà quanto altro tempo avremmo perduto. Sono occorsi due giorni, nonché centinaia di dollari spesi telefonando coi nostri Thuraya (tra me e Tamara) oltre all’interessamento di Agostino da Polenza e Simone Moro, per arrivare infine a comprendere come l’unica soluzione praticabile fosse quella di pagare le spese per assoldare un secondo ufficiale, dividendo il gruppo in due. Il nuovo rappresentante militare avrebbe accompagnato al c.b. a tempo debito il resto del gruppo internazionale di cui facevamo parte, mentre a noi sarebbe stato concesso di proseguire come gruppo a se stante, mantenendo il capitano Ahmed come liaison officier. Sull’aspetto economico ha prevalso il desiderio di giungere alla nostra meta, ci siamo accollati le maggiori spese e abbiamo avuto luce verde per proseguire. Per riguadagnare, almeno in parte, i giorni perduti si è compresso il trek di avvicinamento da sette a cinque giorni, rinunciando alla sosta a Paju e allungando le singole tappe. Il campo base del K2 è stato raggiunto il 25 giugno, con due giorni di ritardo sul programma, ma pur sempre in tempo per portare avanti la salita lungo lo Sperone degli Abruzzi nei modi e nei tempi che ci eravamo prefissati. Campo uno Il campo base Nel frattempo erano già arrivate al campo base la spedizione italo-pakistana di Agostino da Polenza “K2 sessanta anni dopo”, quella dei polacchi di Janusz Golab con il “vecchio” amico Simone La Terra e quella dei due greci Panos e Alex. Nessun altro. Ci siamo subito rallegrati del numero: pochi, ma sufficienti per coordinare le forze in vista della salita. I primi dieci giorni al campo base sono stati quelli più spensierati: la vetta incombeva su di noi ma appariva ancora lontana, inaccessibile, avvolta nel mito. Passavamo il nostro tempo a pianificare, a salire al campo due (raggiunto già il 2 luglio) e a dormire in quota per perfezionare l’acclimatazione. L’atmosfera era cordiale, complice, e non mancavano gli inviti a pranzo e a cena reciproci, anche tra campi base diversi. Non è solo in salita che si fa acclimatazione: qualche discesa di tanto in tanto permette di respirare aria meno secca e più ossigenata rispetto a quella che c’è al campo base. All’Everest è più facile farlo: basta scendere in giornata da Gorak Shep a Tengboche per ritrovarsi a respirare l’aria profumata dei boschi, mentre sul Baltoro le distanze sono maggiori, essendo una distesa di pietre lunga 63 chilometri che ricopre l’enorme ghiacciaio. Dal c.b. del K2 a quello del Broad Peak ci sono solo 3 km ma si scende di appena 200 m. Cionondimeno, ne approfittavamo spesso per farci una passeggiata prima di pranzo. Gli alpinisti incontrati al c.b. del Broad Peak sono sempre stati cortesi: dagli spagnoli, ai messicani, al gruppone internazionale guidato dagli sherpa delle 7 Summit Trek. Non ci hanno mai lasciato tornare indietro senza averci offerto qualcosa, da una preziosissima coca cola a un pranzo. Ad esser sincero devo aggiungere che la presenza di Tamara incoraggiava la cortesia dei nostri anfitrioni. Donne ancora non ne erano arrivate al K2 e l’unicità della sua presenza faceva effetto su tutti. La tenda mensa dell’ATP ospitava inizialmente solo noi tre italiani (un bolognese e due sudtirolesi, strano mélange unito dalla comune passione per le montagne e i salumi) e non difettavano quiete e spazio. Poi, tra il 4 e il 6 luglio sono giunte una dopo l’altra le spedizioni che ancora mancavano all’appello: i cecoslovacchi, la spedizione commerciale della 7 Summit Trek con i nordamericani e le 3 sherpani più la spedizione degli sherpa con al seguito la cinese Lou Jing e la neozelandese Chris Burke con tre sherpa, Cleo Weidlich coi suoi quattro sherpa, più tutto il resto del nostro gruppo internazionale ATP (un turco, un macedone, un finlandese, uno spagnolo, un iraniano, un macedone, uno di Singapore, un tibetano) oltre agli sherpa al seguito. Il loro ufficiale di collegamento era proprio quello che avevamo ingaggiato per poter proseguire. Tanti nepalesi insieme sul K2 non se ne erano mai visti: alla base della montagna si è creato un “villaggio” di una settantina di persone dove s’incontravano le più svariate incarnazioni 13 dell’alpinismo. Mi hanno molto impressionato gli altari per le offerte e i rituali della puja – di tradizione buddista e nepalese – che hanno idealmente unito il campo sotto una rete di protezione cosmica (per chi ci crede) fatta da coloratissime bandiere di preghiera, del tutto inedite sui monti “islamici” del Pakistan. Gli sherpa sono piuttosto superstiziosi, e nessuno di loro ha messo piede sulla montagna prima della celebrazione della cerimonia da parte del lama, circostanza che ha richiesto un altro paio di giorni. Così, si può affermare che gli sherpa e i loro clienti abbiano compiuto la salita al K2 in meno di venti giorni! Tutti mangiando carne di un grosso zoo (un incrocio tra yak e mucca) macellato per l’occasione: gli sherpa sono tutto fuorché vegetariani! Tutti impiegando bombole di O2. Ma l’uso di ossigeno non è certo un ossimoro per sherpa e clienti, un cavillo da sofisti, l’idea del possibile doping non li sfiora neppure: lo si usa e basta, così come noi tutti indossiamo i ramponi o il piumino d’oca. Ciò che conta è arrivare in cima, sani e salvi, senza congelamenti e nel più breve tempo possibile. Questo modo pragmatico di affrontare le cose può apparire sbrigativo, molto amerikano. E’ un po’ da “barbari” dell’alpinismo, se volete, ma indubbiamente risulta efficace, pratico e sicuro. D’altronde agli sponsor e al grande pubblico interessa solo sapere se si è saliti in vetta o meno, mica “come” lo si è fatto. Tant’è che al c.b. del K2, quando ho potuto incontrare la statunitense Weidlich (coetanea, e collega ingegnere nucleare) ho appreso la sua versione di come sono andate veramente le cose la scorsa primavera all’Everest e al Lhotse. Mi ha spiegato nei dettagli come si sia giunti alla prima salita all’Everest assistita dall’elicottero (acronimo spiritoso: A.A.A. Aviation Assisted Ascent). Non vi stupirà saperlo, ma la miliardaria cinese Wang Jing, unica nel 2014 a salire in vetta all’Everest dal versante nepalese partendo dal C2 dove si era fatta portare in elicottero assieme ai suoi otto sherpa, ha investito centinaia di migliaia di dollari nella salita, tra una quisquilia e l’altra... Forse parlare di nuovi barbari che vanno a braccetto coi nuovi ricchi al tramonto di un’epoca non è un’ipotesi tanto azzardata! superare la cosiddetta “piramide nera”, che porta dal campo due al campo tre. La salita si sviluppa per un migliaio di metri su terreno misto e roccette instabili, a tratti verticali. La parte rocciosa termina sotto un ghiacciaio pensile, verso i 7200 m. Questa è, a mio avviso, la parte più faticosa e pericolosa dell’intero Sperone: i singoli passaggi sono spesso attrezzati riciclando vecchie corde trovate sul posto, rese fragili dalle intemperie e giuntate in modo precario. Questo si deve principalmente al fatto che costa tempo e molta fatica portare tanto in alto i pesanti rotoli delle corde nuove. Le tende del campo tre si montano sul lieve pendio nevoso che sovrasta la piramide nera, luogo parzialmente riparato dalla parete della spalla. Anche se c’è ampio spazio, l’area non è del tutto sicura per via delle valanghe che si possono staccare dai ripidi pendii sovrastanti, specialmente se è nevicato di recente, come purtroppo è successo l’anno scorso. Anche per questo motivo ho preferito non dormire al campo tre se non durante l’attacco finale alla vetta, che si è presentato a partire dal 23 luglio. Secondo le migliori previsioni, i giorni dal 23 al 27 sarebbero stati tutti utili per la salita. Il 25 appariva come il giorno più adatto, ma poiché il gruppo più consistente era quello della spedizione commerciale guidata da Dowa Sherpa e dato che a loro sarebbe toccato sistemare la corda sul traverso a 8350 m, la scelta sul giorno di vetta l’hanno fatta loro per il 26. Nella riunione tenutasi al campo base tra i rappresentanti di tutte le spedizioni si era concordato, per motivi di sicurezza e tenendo conto del bel tempo, di dividere il “summit push” in due giornate consecutive, il 26 e il 27, onde evitare ingorghi sul collo di bottiglia e sul traverso. Non tutti hanno iniziato la salita il 23, perché i polacchi hanno preferito attendere e Clio con i suoi sherpa ha scelto di tentare per conto proprio la via Cesen. Dal canto mio stavo bene per cui il 23, assieme ai miei tre compagni (più altre venti persone), ho deciso di salire direttamente dal campo base al campo due, impiegando poco più di nove ore. Il mattino seguente un cielo terso e soleggiato invogliava a indugiare per scaldarsi, ma la piramide nera è lunga e faticosa e in montagna più che altrove è bene rifarsi al detto “chi ha tempo non aspetti tempo”. Sette ore più tardi e seicento metri verticali sopra, in una giornata ancora perfetta, ho aiutato il mio compagno a montare la tenda trasportata dal campo due. Per poter sciogliere la neve senza essere costretti ogni volta a uscire dalla tenda per raccoglierla, prendendo freddo inutilmente, avevamo riempito un sacchetto di plastica. Nonostante tutte le precauzioni, un sapore strano resta sempre appiccicato alla neve sciolta: è un retrogusto disgustoso che persino il thè o l’aranciata non riescono a cancellare del tutto. In passato avevo constatato di poter digerire qualsiasi cosa, almeno sino a 7800 m, ma le barrette energetiche sono dei mappazzoni poco invitanti e difficili da deglutire, per cui ho attaccato un salamino di cervo che mi ero tenuto di riserva per l’occasione. Le buste dei pasti pronti liofilizzati da reidratare sono pratiche, ma il loro sapore lascia spesso a desiderare: il mio compagno, dopo un primo assaggio, non ne ha più voluto sapere e anch’io ho rinunciato poco dopo, La salita Il maltempo ha flagellato il K2 per tutta la seconda settimana di luglio, ma intanto, grazie al lavoro del team pakistano, la via era aperta sino al campo due. Solo dopo la seconda metà del mese la spedizione guidata dagli sherpa della 7 Summit Trek è riuscita a Sul traverso 14 Uscita dal traverso risulta infatti nascosta dall’enorme mole della spalla. Quella sera ho riposato bene, fatto che ha sorpreso me per primo, dato che nei due giorni precedenti avevo sofferto di un lieve mal di testa che mi aveva preoccupato non poco. Per prudenza e per non perder tempo ho deciso di partire molto presto, alle dieci di sera, mentre i miei compagni di spedizione sceglievano di lasciare il campo a mezzanotte. La mia idea era di partire prima per disporre di un più ampio margine. D’altra parte, partendo prima, si passano lunghe ore esposti al freddo notturno, che a quote superiori agli 8000 m non è da prendersi alla leggera. Il fatto che non facesse tanto freddo in assoluto, qualcosa come diciotto gradi sotto zero in assenza di vento, mi ha però convinto a partire prima. Purtroppo ero in errore. Ora dopo ora, mano a mano che salivo in solitudine, percorrendo il tratto che gradualmente s’impenna sino al collo di bottiglia nel buio rischiarato dalla luce della frontale, sentivo l’estremità dei miei piedi sempre più fredda. “Se continua così – ho pensato – sarò costretto ad abbandonare prima dell’alba. Se perdo la sensibilità lasciandone oltre metà. Avendo ben mangiato e riposato, il giorno dopo mi sentivo abbastanza in forma, tanto da continuare l’ascensione. Prima però occorreva smontare la tenda, perché era l’unica di cui disponevamo e la dovevamo usare anche per l’ultimo campo, il campo quattro, che si trova nella parte pianeggiante della spalla a quasi 8000 m. Ciò che in altri ottomila “minori” è una quota già paragonabile alla cima, sul K2 è solo un luogo dove sistemare l’ultimo campo e trascorrervi la notte prima di cimentarsi con la parte più impegnativa della salita. Il tratto che porta alla spalla si snoda su pendii moderati che salgono a grandi ondate: qui non c’erano corde fisse tranne che negli ultimi 50 m, là dove il ripido pendio ghiacciato presenta un crepaccio terminale che non concede distrazioni. Sono riuscito a dare un fugace sguardo alla vetta dal campo quattro verso le tre del pomeriggio del 25 luglio, poco prima che le nuvole pomeridiane ne precludessero la vista, ammirandone l’imponente piramide sommitale: una montagna nella montagna! La cima, dal campo tre, I pendii sommitali 15 Il K2 visto dalla spalla intorpiditi, esponendoli al sole. In pochi minuti i piedi si sono scaldati e non mi hanno dato più problemi per il resto della salita. Intorno a me, la vista era eccezionale. La coda di una trentina di alpinisti si era intanto sgranata, procedendo tuttavia a passo di lumaca lungo il traverso. È questo uno stretto passaggio obliquo sull’interfaccia tra il grande seracco e le ripide e ghiacciate rocce sottostanti. Per fortuna quest’anno si era formato un accumulo di neve morbida lungo il traverso, facilitandone il percorso tranne che in un breve tratto dove ho trovato ghiaccio vivo. Il grande seracco sopra alla spalla del K2 è visibile a decine di km di distanza, strapiomba sul traverso e in alcuni punti è alto più di cinquanta metri. È costituito da grandi blocchi translucidi, precariamente cementati tra loro e instabili. Non raggiunge i duecento metri di sviluppo, ma abbiamo impiegato quattro ore per superarlo. L’avanzata era esasperante perché i primi procedevano a rilento, mentre assicuravano la corda. “Non è esattamente il luogo più sicuro per fermarsi - mi dicevo - ma se non si vogliono correre rischi è meglio non tentare del tutto la salita”. Col passare delle ore la temperatura si è alzata. Le valli in basso si sono ricoperte di serici batuffoli di nuvole che si allargavano, innalzandosi sempre più. Verso mezzogiorno, la maggior parte degli alpinisti, me compreso, aveva raggiunto un pianoro situato duecento metri sotto al cucuzzolo sommitale. Il sole accecante incastonato nel blu oltremare del cielo conferiva al panorama sfumature azzurrine. La vetta sembrava essere a portata di mano, ma a quelle quote si avanza lentamente e le proporzioni ingannano. Mancavano in realtà più di tre ore alla cima. Dopo una breve sosta per rifocillarci, abbiamo ripreso l’interminabile salita. Ci siamo subito delle dita dei piedi, mi potrebbe accadere di tutto. Una vetta non vale un’amputazione. Non deve accadere!!! Devo fare qualcosa ora, prima che sia troppo tardi, sinché ho ancora sensibilità”. Mi sono fermato, ho tolto lo zainetto e mi ci sono seduto sopra, bevendo abbondanti sorsi di bevanda calda. Poi ho sollevato la punta degli scarponi, in modo che solo i talloni appoggiassero sul suolo gelato. Contemporaneamente ho iniziato a muovere con forza le dita dei piedi. Ho continuato così, per mezz’ora circa, finché non sono riuscito a riacquistare sufficiente sensibilità da permettermi di proseguire. Nel corso di quell’interminabile notte ho ripetuto l’operazione altre due volte, sempre sul punto di rinunciare alla salita ma sempre mantenendo il controllo della situazione. Le mani, invece, stavano benone. L’alba mi ha colto aggrappato al “collo di bottiglia”. Subito ho cercato un terrazzino roccioso, uno strapuntino che mi permettesse di stare ritto in piedi, esponendo la punta degli scarponi ai primi raggi del sole per sottrarla alla morsa del gelo. Il collo di bottiglia è un passaggio obbligato tra le rocce, stretto e ripido oltre 50 gradi. Starci in piedi non è certo il massimo del comfort, per cui, non appena mi sono sentito meglio, ho percorso gli ultimi metri che mi separavano da una nicchia esposta a sudest nella volta del grande seracco. Nel frattempo mi avevano raggiunto quasi tutti quelli che erano partiti due ore dopo di me. Ci siamo ritrovati tutti in fila indiana, pressoché fermi all’inizio del traverso, attendendo che gli sherpa finissero di attrezzarlo. Ho approfittato della sosta forzata, durata quasi un’ora, per ricavare una piazzola nella neve morbida sotto al muro di ghiaccio strapiombante. Qui mi sono tolto gli scarponi per massaggiarmi i piedi In vetta 16 e mi sono addormentato di botto, senza neppure togliermi il tutone integrale prima d’infilarmi nel sacco a pelo. Mi sono svegliato dodici ore dopo, mentre la tenda si scaldava al sole di una giornata perfetta. Con Amin, abbiamo preferito smontare la tenda e cercare di scendere subito al base. Carico come un mulo, mi ci sono volute dodici ore e sono arrivato col buio. Tutto è andato liscio ma non vorrei dare l’impressione di sottovalutare le condizioni ambientali, dato che lungo la via di discesa, poco sopra il C1, sono stato sfiorato a poche decine di metri da alcuni proiettili rocciosi grandi come un pallone da football, all’apparenza fatti precipitare da qualcuno che scendeva sopra di me. Ecco perché la rapidità in montagna è un fattore di sicurezza, anche se nessun velocista potrà mai eliminare del tutto il rischio di prendersi un sasso in testa grande abbastanza da sfondare qualsiasi casco. La sera stessa del ritorno al campo base, apparentemente al sicuro dentro la mia tenda a 5000 m, ho avuto una crisi respiratoria, senza dubbio dovuta alla stanchezza per essermi portato dietro uno zaino pesante unitamente alle decine di ore di sforzi continuativi in discesa. Mi sono automedicato con una pillola di Adalat® e una di Fortecortin®. In due ore tutto è rientrato, ma ho conosciuto la paura, proprio quando pensavo di essere già salvo al campo base. Non c’è sicurezza né garanzia alcuna sul K2, almeno questo l’ho capito. Tuttavia, nei giorni successivi alla salita, lentamente, si è fatta strada in me la consapevolezza di avercela fatta, di essere sopravvissuto all’ordalia, alla roulette russa della salita. E allora, gradualmente, è arrivata una sobria felicità, temperata dal pensiero di chi non ce l’aveva fatta, anche se mai come quest’anno il K2 è stato benevolo coi suoi pretendenti. sgranati, perché chi aveva le bombole era leggermente più veloce. I soffici ciuffi di nuvole si erano intanto raccolti in un mare compatto, che precludeva la vista più in basso, mentre tentacoli di nebbia si spingevano sin sulla vetta, avvolgendola a tratti. Proseguivo seguendo la traccia, con Amin appena una cinquantina di metri davanti a me, sinché tutto si è chiuso. Mi sono ritrovato a salire per un breve tratto totalmente immerso nella foschia, sinché si è aperta e poco dopo mi sono ritrovato in cima, affacciato su davanzali di nuvole che coprivano le cime intorno. Accanto a me c’erano parecchi altri alpinisti, molti con le maschere per l’ossigeno e tutti avvolti in tute multicolori. Solo il cielo blu scuro tendente al nero dello zenit, era sopra di me. La discesa Devo il successo a una combinazione di fortuna e di bel tempo per cinque giorni di seguito, evento abbastanza raro in Baltoro, il tutto unito a una buona dose di coraggio, pazienza e resistenza, alla volontà di non arrendermi al freddo; qualità che ho perfezionato nel corso del tempo a prezzo di numerosi insuccessi. Non ho avuto modo di apprezzare tutto questo in vetta, dato il poco tempo che vi ho trascorso per la preoccupazione di tornare al campo quattro prima di notte. Non ero sceso che di duecento metri dalla cima che incominciava a nevicare. Il paesaggio ha cambiato aspetto, assumendo tinte invernali, ma per mia fortuna non si trattava di tormenta, quanto di una “innocua” condensa pomeridiana. Ho ripercorso i miei passi in quattro ore appena, con le ali ai piedi, raggiungendo la mia tenda al campo quattro proprio mentre il sole tramontava. Mi ci sono buttato dentro Ritorno al campo 4 17 Il ritorno a casa Al primo posto tra i motivi di contentezza va senza dubbio quello di essere andato e tornato dalla vetta integro. Poi quello di aver pensato, organizzato e realizzato in proprio la mia terza mini-spedizione al K2, senza il sostegno di sponsor o aiuti economici o materiali al di fuori di quelli del mio portafoglio, con la sola e gradita eccezione del patrocinio oneroso del CAI della mia città. Il fallito tentativo del 2010 mi era costato la rinuncia a un’esperienza unica: un anno e mezzo rinchiuso nel simulatore marziano di Città delle Stelle a Mosca, ma almeno questa volta tutti e tre i membri della spedizione di cui sono stato leader hanno toccato la cima. Infine la soddisfazione di essere uno dei pochissimi ultracinquantenni ad aver salito il K2 senza ossigeno, unico italiano in questa fascia d’età. Tuttavia “Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, lo avverto nell’aria. Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricordi” (J.J.R. Tolkien) e ancora, “Io adesso non scalo più le alte vette, sono contento anche solo di andare in giro per i colli di Bologna”. Quest’ultima citazione avrei potuto scriverla io, ma invece sono parole di Kurt Diemberger, grande vecchio dell’alpinismo mondiale, 82 anni, nel suo ultimo e commovente film in dvd “Verso dove”, per la regia di Luca Bich. Per questo, oltre che per motivi anagrafici, economici e d’interesse, credo che un ciclo della mia vita sia compiuto. Nella vita considero il cambiamento un valore in sé. Oltre agli ottomila, ho ancora un mondo da esplorare. Penso ne sia valsa la pena, più che per le salite in se stesse, per quello che mi hanno insegnato su di me e sulle persone che ho incrociato sul mio cammino. Ringraziamenti Passo ora ai ringraziamenti, doverosi per un’impresa che non si può certo definire individuale, ma collettiva, pur se la fatica della salita ricade interamente sulle gambe e nei polmoni di chi la fa. Un primo grazie va quindi a coloro che hanno attrezzato la via di salita: al team pakistano che ha sistemato le corde tra l’abc e il campo due, agli sherpa che hanno attrezzato da C2 a C3 oltre al traverso. Nessuno era solo sulla montagna - tranne i due polacchi che sono saliti in vetta il 31 luglio - ed è tale circostanza, unita a una situazione meteo eccezionale, che ha reso possibile tanti successi in un sol giorno, stabilendo un record (32 in vetta solo il 26 luglio, fonte: Explorersweb) destinato a restare imbattuto per un po’ di anni. Poi sono riconoscente ai miei tre compagni di spedizione, Amin, Tamara e Nikolaus, per aver reso possibile, tutti insieme, la spedizione. Saluto affettuosamente gli italiani della spedizione “ufficiale” K2 sessant’anni dopo: Agostino da Polenza, Michele Cucchi, Simone Origone, Daniele Nardi con cui abbiamo passato piacevoli momenti a tavola, nonché collettivamente tutti e sette i componenti pakistani. Per ultimo vorrei ringraziare proprio Lui, il K2 in persona, per la più grande lezione che mi ha insegnato: siamo fatti tutti di carne e di sangue, di parti che si congelano per il freddo e la stanchezza oppure spingendosi oltre le proprie possibilità. “No limits” è una favola, un’invenzione del marketing. La vita è fragile, sospesa a un respiro o a un gesto. Troppo spesso ce ne scordiamo, inseguendo il futile e il superfluo. Solo in circostanze estreme ce ne ricordiamo. Allora appare chiaro come i superman o le superwoman esistano solo nelle favole o nei film (il cinema è finzione per antonomasia). Solo quando ho capito che mi stavo giocando la vita, ho compreso quanto mi sia cara e quanto sia importante viverla attimo per attimo, lontano da quei luoghi di morte che si trovano oltre la fatidica soglia di 8000 m. Non siamo fatti per vivere lassù: fa troppo freddo e l’aria è troppo rarefatta. Possiamo farci solo un numero limitato di effimere toccate e fughe, pur non prive di rischi, disagi e sofferenze. E alla fine, se ci pensiamo, quelle zone ostili ci rimandano un’unica lezione: ovvero imparare ad apprezzare le piccole cose della vita, quelle di tutti i giorni. Gli affetti che, trascinati dalla consuetudine, diamo spesso per scontati, dimenticandone il valore. Solo sul punto di perdere qualcosa che riteniamo acquisita ci rammentiamo della sua importanza. Tale è la natura umana. Sono stato graziato da Sua Maestà il K2, come mi ha ricordato ieri il vecchio Kurt, e vorrei poter vivere ogni singolo attimo della vita come fosse un dono: con gratitudine e meraviglia. Bologna – 26 agosto 2014 Giuseppe Pompili è arrivato in vetta al K2 il 26 luglio scorso. È stato il primo bolognese a riuscire nell’impresa. Il Cai di Bologna è stato il suo unico sponsor. Questa cronaca l’ha scritta per noi un mese dopo l’impresa. Broad Peak sotto al cielo stellato 18 DIETRO LA FOTO LE STUPENDE TORRI DEL VAJOLET A destra, le torri del Vajolet svettanti, con la torre Winkler che fa da silouette, e a sinistra del canalone, la Punta Emma. La secondo foto è dall’ultimo tiro dello Spigolo Piaz. Laggiù, in basso...il rifugio Re Alberto. Dati di scatto Canon G9, diaframma f8, 1/500 Elisabetta Dell’Olio, nata a Palermo, fotografa a colori e in bianco e nero. www.elisabettadellolio.com 19 Photo©David Goettler/The North Face SIMONE MORO LO STATO DELL’ARTE DELL’ALPINISMO connessione sociale di ragazzi con disabilità attraverso l’arrampicata. Il notevole successo riscontrato da questa proposta ha confermato l’ipotesi che l’arrampicata costituisca un’attività di grande interesse per le persone con disabilità, e in particolare i giovani, ai quali si offre un potente strumento di valorizzazione del talento individuale e di socializzazione. La serata è stata moderata da Carlo Romanelli e gli interventi sono stati tradotti in Lingua dei segni italiana (Lis). Nel pomeriggio Simone Moro è stato all’Up Urban Climbing per una sessione di arrampicata con i ragazzi dell’agonistica, della preagonistica e dello SpecialClimb e per firmare autografi ai suoi sostenitori. Simone Moro è stato a Bologna il 21 novembre scorso, ospite di una serata organizzata dalla Fondazione per lo sport Silvia Rinaldi Onlus in collaborazione con Up Urban Climbing e Villa Alpine Shop. Il fortissimo alpinista bergamasco mancava da molti anni nella nostra città e l’appuntamento è stata un’occasione per vedere immagini stupende e per dialogare sui temi della montagna e dell’avventura, attraverso i quali Simone Moro ha reso partecipe il pubblico delle proprie avventure. “Per la nostra Fondazione” riferisce il direttore esecutivo Alberto Benchimol “assume particolare importanza invitare un atleta che testimonia, in prima persona e con il suo esempio, il valore della fatica, dell’esperienza e della passione: valori a cui i giovani hanno diritto e necessità di ispirarsi”. La serata ha coinciso con la conclusione del progetto “Arrampicata sportiva e disabilità” realizzato dalla Fondazione per lo sport Silvia Rinaldi Onlus e cofinanziato dalla Fondazione Prosolidar Onlus (www.proslidar.eu) con la presentazione di un breve video che ne riassume le attività. Il progetto, realizzato presso il centro di arrampicata Up Urban Climbing, rappresenta una sperimentazione continua di inclusione e 20 CRONACHE DA UN TREKKING Photocredits Cory Richards The North Face GLI ALTRI con il contributo di: www.fondazioneperlosport.it Ad inizio ottobre abbiamo accompagnato un gruppo di persone nei primi tre giorni della Barbiana Monte Sole: da Vicchio a San Piero a Sieve. Tanta era la naturalità con la quale si muoveva, non ci eravamo neppure accorti che tra di loro c’era una ragazza ipovedente, quindi quasi del tutto cieca. Tre giorni davvero intensi raccontati da Patrizia, (questo è il suo nome) ma, al di là della cronaca della camminata, che spesso può essere un pò noiosa per chi non era presente, ci è piaciuta la riflessione che ha fatto alla fine. Marinella Frascari, Sergio Gardini SENTIERI DI PACE… Oltre al ricordo di suggestivi paesaggi, di incantevoli boschi di fiaba, del suono ondeggiante del vento che soffia tra i fitti rami degli alberi, del fruscio del nostro calpestio tra le foglie già cadute, del profumo di lavanda, timo e altre piante aromatiche, del gusto un po’ aspro di una mora non del tutto matura, rimane di questo viaggio una semplice e ovvia riflessione sull’importanza degli altri e l’importanza di ricordare che anche noi siamo gli altri. Noi liberi grazie agli altri che hanno vissuto la Resistenza. Quaranta ragazzi, gli allievi di Don Lorenzo Milani, resi liberi dalla dedizione e dall’impegno di un altro, a sua volta aiutato da due donne. Io, che attraverso incantevoli boschi grazie agli altri (da sola non potrei). Io, come un’alunna itinerante della scuola di Barbiana, imparo a distinguere una ginestra odorosa da una ginestra dei carbonari, una quercia cerro da una quercia roverella, grazie agli altri. Troppo spesso, però, dimentico che anch’io, per il resto del mondo, sono “gli altri”. Dire grazie ... non basta. Patrizia 21 VITA DI SEZIONE MONUMENTO DI SABBIUNO: insieme per mantenere il filo della memoria di Sandro Dal Pozzo Nel maggio 2012 l’allora presidente della nostra sezione, Vinicio Ruggeri, ci chiese se ce la sentivamo di fare un intervento un po’ particolare, che non aveva nulla di alpinistico, richiesto dal “Comitato per le Onoranze dei Caduti di Sabbiuno”. Si trattava di intervenire sul calanco dove furono gettate le persone fucilate nel dicembre 1944. Il caso volle che alcuni mesi prima di questa richiesta, Clerio Previati, Gneo Romiti Mario, Luca Soldati e il sottoscritto, su input della sezione Cai e per seguire la costante manutenzione della falesia di Badolo, avessimo conseguito un brevetto, frequentando un corso, per i lavori in quota e in grande esposizione. Questa abilitazione consente di lavorare con grande sicurezza su pareti e pendii con i dispositivi di protezione individuale (DPI), utilizzabili in modo professionale ma anche perfetti per il singolare lavoro che ci veniva richiesto. L’intervento consisteva nel distribuire filo spinato di colore rosso lungo il calanco argilloso dove furono gettati i corpi dei cento fucilati il 14 e il 23 dicembre del 1944 dopo essere stati prelevati dal carcere di S. Giovanni in Monte. Un primo sopralluogo sul calanco, in cui era presente anche l’ideatrice di questo singolare e struggevole monumento, l’architetta Letizia Gelli Mazzucato, persona molto attiva e solare, felice e compiaciuta di avere individuato chi, presa visione del luogo e messa a punto una strategia di esecuzione, si assumeva l’incarico di eseguire il lavoro. I lunghi tempi della burocrazia di alcune Istituzioni hanno prolungato a dismisura l’attivazione del programma. Siamo così giunti all’ottobre di quest’anno, quando il neo presidente pro tempore del Comitato, giovane Sindaco di Sala Bolognese, Emanuele Bassi, persona dinamica e decisa, ci firma il nulla osta con la collaborazione dell’ANPI. 22 Il 19 ottobre 2014 iniziamo a lavorare: Clerio Previati, Gneo Romiti Mario, e il sottoscritto, con la preziosa collaborazione di Massimo Zappoli, Maurizio Lepore, Lorenzo Melega. Con alcune giornate di lavoro, il 4 novembre, assecondati dal meteo e dalle miti temperature, senza prendere una goccia d’acqua, concludiamo il lavoro distribuendo lungo il ripido pendio argilloso 100 metri di cavo d’acciaio, un numero considerevole di pali metallici lunghi 2 metri, conficcati nel terreno e 1200 metri di filo spinato rosso. Da oggi in poi chi guarda il calanco dall’alto ottiene una visione suggestiva, e non serve una grande fantasia per immaginare cosa significa il filo spinato rosso che spunta dalla terra e ri-affoga nella terra. Alzando lo sguardo si nota in lontananza la grande croce bianca appoggiata al terreno, come caduta. Questo monumento non è finito, rimane aperto alla nostra partecipazione e immaginazione. Scendendo dal casolare ristrutturato sulla collina costeggiando i 53 massi, su ognuno dei quali è inciso il nome di un trucidato, più un cinquantaquattresimo a ricordo dei 47 caduti ignoti, si giunge all’arcuato muro cementizio, un modo per sottolineare i luoghi con segni leggibili nel tempo. Il panorama e i calanchi che circondano il Monumento sono già scolpiti in modo cosi tragico che sembrano essi stessi il monumento reale a quei morti. Il 4 dicembre 2014 si svolge il 70° anniversario dell’eccidio, in quella occasione, anche il Club Alpino Italiano, Sezione Mario Fantin di Bologna, ha potuto onorare i Caduti di Sabbiuno, a cui ha donato in modo completamente volontario e gratuito tutto il lavoro eseguito. GITA SOCIALE AL CAVAZZA, NUVOLE AI PIEDI Un piccolo resoconto della gita sociale. Renato, il gestore del nostro Rifugio Cavazza al Pisciadù, è stato fantastico. Siamo stati accolti veramente bene. Noi eravamo in 45 (!!!) e lui ha preparato un aperitivo (se così si può chiamare) veramente con i fiocchi. Il tempo non ci ha aiutato molto, ma la disponibilità all’adattamento e la pazienza dei partecipanti ha permesso a tutti di passare insieme due belle giornate. Alla mattina del 31 Agosto alle 6,30 - 7, le nuvole erano letteralmente ai piedi del rifugio. Mario Gneo Romiti 23 CicloCAI In bici nell’incantevole Altopiano di Asiago di Massimo Capobianco La nuova e straordinaria escursione, dal 19 al 22 giugno scorsi, è stata proposta dall’instancabile Giuliana agli amici del CicloCAI Bologna nell’incantevole scenario dell’Altopiano di Asiago, uno dei paradisi dei biker e di tutti gli amanti della montagna. 1° Giorno Il ritrovo è a Canove di Roana dove, dopo lo stretching mattutino, partiamo in discesa per visitare i graffiti preistorici della Valdassa. Affrontiamo poi la prima salita, fino al primo pomeriggio quando siamo sorpresi da un forte temporale. Fortunatamente troviamo rifugio in una struttura agrituristica (Casare di Campovecchio) dove ci offrono riparo e prodotti in uno stanzone riscaldato da una grande stufa. Cessato l’acquazzone, riprendiamo il cammino per il Sentiero della Pace, che attraversa numerose malghe fino a Passo Vezzena, da lì raggiungiamo forte Verle e, nel tardo pomeriggio, il rifugio Malga Larici che ci ospiterà per la prima notte, con una cena da 4 stelle! (43 Km 1450 m di dislivello all’80% su sterrato) 2°Giorno Il mattino si presenta con una luce incerta, tuttavia, con ottimismo, ci incamminiamo su una bella forestale che sale piano verso Bocchetta Portule dove ci fermiamo a visitare i manufatti militari. La fontanella è in funzione e ci riforniamo 24 di acqua. Proseguiamo per Campo Gallina, il cui accesso è ancora semi-sepolto dalla neve. Continuiamo a salire verso selletta McEnseffy incontrando lunghi tratti di strada sepolti dalla neve che ci rallentano non poco. Da qui fino al Bivio Italia proseguiamo su profondi tratti innevati, con fatica e sfida perché non sappiamo cosa ci aspetta al successivo tornante. Giunti in cima ci concediamo una piccola sosta, con lo sguardo sui nevai e un pensiero alla fatica dei militari che hanno dovuto affrontare queste salite con ben altri pesi, rigidi inverni e le artiglierie nemiche. La discesa è verso il comando del 27° ai piedi di Monte Forno. Ora la discesa si fa più scorrevole fino a Piazzale Saline. Il tratto finale fino al rifugio di Campomuletto è piacevole e allietato da simpatiche marmotte che si godono il sole. Il pomeriggio lo passiamo al sole nella piazzola del rifugio, mentre cerchiamo di seguire per radio, con immeritata fiducia, il destino dell’Italia nello scontro mondiale contro la Costa Rica. (41 Km, 750 m di dislivello 100% di fuoristrada con ampi tratti innevati!) 3°Giorno Inizialmente seguiamo il Sentiero del Silenzio, nei pressi del rifugio, per andare poi verso Malga Mandrielle, Malga Buson, la cappelletta di San Lorenzo e infine il rifugio Barricata, dove ci riforniamo di panini. Tornati sui nostri passi, proseguiamo per Marcesina, il bivio di Campo Cavallo, Monte Castelgomberto, dove ci fermiamo a pranzare, riflettendo sulle estese trincee. La salita verso Monte Fior richiede un fisico da atleti e così ci accontentiamo di spingere le nostre bici, con la scusa di ammirare il panorama. Il percorso presenta ancora numerosi cippi storici e dalla cima del monte si gode una splendida vista a 360°. Proseguiamo poi in discesa verso Malga Lora, Malga Xomo, Malga Fratten fino a raggiungere la strada provinciale a Lazzaretti. Scendiamo fino al ponte sul Brenta (usato anche per il bungee jumping) e raggiungiamo Stoner e l’albergo Al Pino, dotato di confortevoli camere doppie con servizi. La sera ci vede impegnati in una chiassosa cena, allietata dal festeggiamento di ben due compleanni, con tanto di torta! (41 Km 700 m di dislivello al 70% su sterrato) 4°Giorno Tornati a Lazzaretti proseguiamo per Foza, Costalla e, passato un viadotto, scendiamo a visitare la suggestiva chiesetta di Madonna del Buso. Sempre su asfalto, proseguiamo per Stoccaredo, Sasso e Caporai, da dove uno sterrato ci porta a col del Rosso che deve il suo nome ad una cava di pregiato marmo rosso. Da qui raggiungiamo l’Osservatorio Astronomico di cima Ekar (università di Padova) dove ci fermiamo per pranzare. Una ripida discesa ci porta poi sulla SP72 che seguiamo fin quasi a Turcio per poi salire a Monte Corno. Da qui si entra nel circuito del “Giro delle Malghe” ben noto agli amanti della mtb. Dopo l’affaccio su Bocchetta Pau da cui si vede Cogollo del Cengio e Caltrano e i tornanti della strada che porta all’altopiano, raggiungiamo Cesuna e ci portiamo lungo il sedime della vecchia ferrovia Rocchette-Asiago per chiudere il giro a Roana. (61 Km 1300 m di dislivello al 40% in sterrato) 25 Una lunga passeggiata nel Brenta di Carlo Emauele Pupo Mi capita per le mani una cartina del Brenta, con la descrizione di tutte le sue ferrate, e mi dico: perché non farle tutte?Ne parlo a Riccardo, cui la proposta piace, e così il 20 agosto si parte. Il primo giorno è di tutto riposo: due ore e siamo già arrivati al Tuckett; abbiamo quindi tempo per andare a fare quattro passi lungo le pendici del Castelletto inferiore per cercare l’attacco della Kiene, ché magari l’anno prossimo si ritorna con la corda. L’indomani si parte subito con piccozza e ramponi; per Riccardo è la prima volta ma è già più veloce di me. Saliamo alla Bocca di Tuckett e percorriamo le Bocchette alte, che sono lunghe e con un paio di passaggi non banali. Giunti quasi al termine deviamo per la ferrata Olivia Detassis, che con una lunga sequenza di scale ci fa rapidamente perdere quota, e da lì poi in pochi minuti arriviamo all’Alimonta, dove consumiamo una pantagruelica cena. Il 22 è il turno delle Bocchette centrali. Si rimane praticamente sempre in cengia; per fortuna ogni tanto le nuvole in cui ci muoviamo si dissipano e ci permettono tra l’altro di ammirare l’inconfondibile sagoma del Campanile Basso. La mattina successiva piove. Il rifugista ha il radar ed è convinto che la perturbazione stia transitando velocemente, ma, aspetta aspetta, non succede nulla e dopo un’ora 26 e mezzo partiamo comunque: ci buschiamo tre ore ininterrotte d’acqua, e decidiamo di fermarci all’Agostini. Il venerdì proviamo a recuperare il tempo perduto: di buon ora attacchiamo la ferrata Castiglioni e in tre ore siamo ai XII Apostoli. Da lì, col sentiero dell’Ideale, raggiungiamo la Bocca dei Camosci per poi valicare la cima d’Ambiez; poi ancora il sentiero Brentari e per la seconda volta raggiungiamo il rifugio Pedrotti. Ci sono volute quasi undici ore, ma ora siamo di nuovo in linea con il programma. Il 25 arriviamo in un’ora e mezzo al Brentei. Ci prendiamo un tè e ammiriamo le tante foto di Detassis esposte nel locale; dopo un quarto d’ora ripartiamo e saliamo per circa un’ora per andare a prendere il sentiero Sosat. Anche stavolta si sta quasi sempre in cengia, e dopo più o meno tre ore giungiamo nuovamente al Tuckett. Siamo così arrivati all’ultimo giorno. Finalmente si vede un po’ di sole, che rende più piacevole la salita alla vetta del Castelletto superiore. Da lì imbocchiamo il sentiero Benini, e in due ore e mezzo ritorniamo nel punto da cui eravamo partiti: il passo del Grosté. Ci concediamo il piccolo lusso di un pranzo al ristorante e poi subito l’ovovia, la macchina, l’autostrada, San Luca. Siamo di nuovo a casa. Abbiamo percorso circa 47 km, 7500 metri di dislivello complessivo, 8 vie ferrate. A MICAH TRUE, CABALLO BLANCO Ho deciso di parlare, in questo mio “pezzullo” di un personaggio affascinante e per certi aspetti unico; fra i runners estremi e gli ultramaratoneti è conosciuto come Caballo Blanco. Ho deciso di parlare di lui e di dedicargli questa mia rubrichetta, perchè Caballo Blanco non corre più, è recentemente scomparso ed è morto nel modo in cui aveva vissuto: correndo. Non voglio citare le incredibili imprese compiute da questo corridore americano, le sue selvagge corse nei territori montani e desertici di tutto il mondo, mi limiterò a raccontare l’ultima parte della sua vita; in particolare quando decise di rifugiarsi fra i Tarahumara, una tribù indiana, che vive in un luogo inaccessibile ed estremo come la Sierra Madre. I Tarahumara sono una popolazione primitiva, che se deve andare da qualche parte ci va correndo. La corsa nel deserto più arido e assolato è l’essenza della loro esistenza. Caballo Blanco decise di andare a vivere con questa tribù, per consacrare alla corsa la sua stessa vita: in uno dei suoi attraversamenti nel deserto è scomparso stroncato da un infarto. Molti troveranno in questa storia pochi elementi affascinanti o entusiasmanti, sono sicuro che per molti questi gesti estremi sono sinonimo di follia, o ancor peggio di machismo esasperato. Io penso invece che gli uomini come Caballo Blanco sono gli ultimi guerrieri del pianeta, le loro gesta sono gesta epiche, certo non devono essere imitate da noi uomini normali, ma è sicuramente incredibile sapere che esistono uomini capaci di attraversare senza aiuti e senza assistenza ottanta chilometri massacranti, a temperature elevate, in di Marco Tamarri mezzo a sentieri polverosi abbarbicati sui fianchi di ripide montagne. Il tutto non per denaro e non certo per gloria, ma per una sfida con se stessi, per cercare i propri limiti, per annullarsi in un gesto tanto antico e tanto attuale, come quello di correre, di attraversare correndo la propria vita. Quando a questi uomini si chiede perchè decidono di cimentarsi in queste sfide, le loro risposte sono assolutamente spiazzanti: corro perchè non ne posso fare a meno, correre o morire, corro per vendetta. Mi vorrei soffermare sull’ultima risposta che è di un altro straordinario corridore: Marco Olmo. Lui non corre per denaro, ma per riscattare una vita da vinto, da vinto quando, sotto la spinta dell’industrializzazione, ha visto cambiare la sua valle, da vinto quando ha dovuto lavorare come ruspista in un cementificio. E allora che fare? Come ritrovare un senso alla propria esistenza? Marco Olmo comincia a correre e, sfidando ogni regola e ogni statistica, a più di sessant’anni, compie imprese inimmaginabili, come vincere una corsa massacrante come il Tour de Mont Blanche, mettendo dietro a se giovanotti di tutto il mondo. E che dire di un personaggio come Kilian Jornet i Burgada, forse il più grande di tutti i tempi. È lui che ha scritto un libro dal titolo esplicito: corre o morire, è lui che sta letteralmente polverizzando tutti i record di salita alle cime più importanti della terra. E se qualcuno storce il naso vedendolo correre in braconcini e scarpette lungo le creste e le pareti del Cervino, pensandolo come un pazzo o peggio un esibizionista, per me si sbaglia di grosso. La corsa di Kilian è poesia pura. Per lui vale la frase di un altro grande, un cestita di fama mondiale: Sasha Danilovic, che ebbe a dichiarare alla fine di un’importante sfida: “c’è chi può e chi non può, io può”, Kilian può. Tutti questi personaggi sono legati alla corsa non per un semplice gesto atletico, non per aspetti unicamente agonistici, sono atleti lontani dal doping, perchè il più delle volte corrono contro se stessi e contro se stessi non ha senso barare. Quello che ci vogliono raccontare con le loro imprese, con le loro corse estreme, sulle cime più alte, o nei luoghi più impervi del pianeta, è che l’avventura esiste ancora e la corsa è ancora il modo più semplice ,ma anche più economico, per essere parte di questo sogno che è la nostra esistenza, è il tentativo per incontrare con assoluta facilità il nostro io più profondo. Come disse Emil Zatopek, altro leggendario corridore “se desideri vincere qualcosa puoi correre i 100 metri. Se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona”. Per tutti questi motivi e per molti altri ancora, che non ho il tempo e lo spazio di esplicitare, dedico il mio pezzullo a Caballo Blanco; ora non sappiamo dove sia finito,ma di una cosa possiamo essere certi: sta correndo! UN PASSO DOPO L’ALTRO 27 28