Pagina 1 ISSN 0392 - 4203 Vol. 79 - Quaderno I / 2008 PUBLISHED QUARTERLY BY MATTIOLI 1885 ACTA BIO MEDICA Atenei parmensis founded 1887 O F F I C I A L J O U R N A L O F T H E S O C I E T Y O F M E D I C I N E A N D N AT U R A L S C I E N C E S O F PA R M A - FINITO DI STAMPARE NEL MARZO 2008 QUADERNI POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN A. P. - D.L. 353/2003 (CONV IN L. 27/02/2004 N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB PARMA 9:23 Cod. 903217 12-03-2008 DEPOSITO AIFA: 11-03-2008 00-Cop Quad I 08 Gastroenterologia: Case Reports sulle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali VIII parte Now free on-line www.actabiomedica.it Listed in: Index Medicus / Medline, Excerpta Medica / Embase 01-Board 12-03-2008 8:30 Pagina 1 ACTA BIO MEDICA Atenei parmensis founded 1887 O F F I C I A L J O U R N A L O F T H E S O C I E T Y O F M E D I C I N E A N D N AT U R A L S C I E N C E S O F PA R M A f r e e o n - l i n e : w w w. a c t a b i o m e d i c a . i t EDITOR IN CHIEF Maurizio Vanelli - Parma, Italy DEPUTY EDITOR Cesare Bordi - Parma, Italy ASSOCIATE EDITORS Carlo Chezzi - Parma, Italy Roberto Delsignore - Parma, Italy Guglielmo Masotti - Parma, Italy Almerico Novarini - Parma, Italy Giacomo Rizzolatti - Parma, Italy EDITORIAL BOARD Fernando Arevalo - Caracas, Venezuela Judy Aschner - Nashville, TN, USA Michael Aschner - Nashville, TN, USA Alberto Bacchi Modena - Parma, Italy Salvatore Bacciu - Parma, Italy Cesare Beghi - Parma, Italy Sergio Bernasconi - Parma, Italy Stefano Bettati - Parma, Italy Corrado Betterle - Padova, Italy Saverio Bettuzzi - Parma, Italy Giulio Bevilacqua - Parma, Italy Roberto Bolognesi - Parma, Italy Mauro Bonanini - Parma, Italy Antonio Bonati - Parma, Italy Antonio Bonetti - Parma, Italy Loris Borghi - Parma, Italy Carlo Buzio - Parma, Italy Ardeville Cabassi - Parma, Italy Tony Capone - Detroit, MI, USA Francesco Ceccarelli - Parma, Italy Gian Paolo Ceda - Parma, Italy Franco Chiarelli - Chieti, Italy Giorgio Cocconi - Parma, Italy Marco Colonna - St. Louis, MO, USA Paolo Coruzzi - Parma, Italy Lucio Guido Maria Costa - Parma, Italy Massimo De Filippo - Parma, Italy Filippo De Luca - Messina, Italy Giuseppe De Panfilis - Parma, Italy Francesco Di Mario - Parma, Italy Guido Fanelli - Parma, Italy Vittorio Gallese - Parma, Italy Livio Garattini - Milano, Italy Mario J. 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Van Der Veen - Maastricht, Netherlands Vincenzo Violi - Parma, Italy Raffaele Virdis - Parma, Italy Marco Vitale - Parma, Italy Pietro Vitali - Parma, Italy Richard Wallensten - Solna, Sweden Maurizio Zompatori - Parma, Italy Ivana Zavaroni - Parma, Italy PUBLISHER Alessandro Corrà Società di Medicina e Scienze Naturali Via Gramsci, 12 - Parma, IT Tel./Fax ++39 0521 033027 Mattioli 1885 SpA Casa Editrice Via Coduro 1/b - 43036 Fidenza Tel. ++39 0524 84547 Fax. ++39 0524 84751 E-mail: [email protected] 02-Istruzioni gastroent 12-03-2008 8:39 I S T R QUADERNI Pagina 2 P E R G L I A U T O R I A C TA B I O M E D I C A - G A S T R O E N T E R O L O G I A U Z I O N I DI Acta Bio Medica è la rivista ufficiale della Società di Medicina e Scienze Naturali di Parma. I Quaderni di Acta Bio Medica dedicati alla Gastroenterologia pubblicano principalmente case-reports, saranno inserite occasionalmente reviews e lavori originali dedicati a quest’area della Medicina. I dattiloscritti devono essere accompagnati da una richiesta di pubblicazione e da una dichiarazione firmata degli autori che l’articolo non è stato inviato ad alcuna altra rivista, né che è stato accettato altrove per la pubblicazione. Tutti i lavori sono soggetti a revisione e si esortano gli autori ad essere concisi. I manoscritti dovranno essere inviati a: Dr.ssa Anna Scotti Quaderni Acta Bio Medica - Gastroenterologia c/o Mattioli 1885 S.p.A. Via Coduro 1/b - 43036 Fidenza [email protected] Tel. 0524/84547 - Fax 0524/84751 Il FRONTESPIZIO deve contenere: • Un titolo informativo conciso • Nome/i del/degli Autore/i • Dipartimento o Istituto dove è stato condotto il lavoro • Nome e indirizzo dell’autore a cui deve essere inviata la corrispondenza relativa al manoscritto. Deve essere indicato inoltre numero di telefono, fax ed indirizzo e-mail • Un running title di non più di 40 caratteri COME SCRIVERE UN CASE REPORT La caratteristica chiave del case report è quella di aiutare il lettore a riconoscere e a trattare un problema simile, se mai dovesse ripresentarsi. Utilizzare un linguaggio chiaro e senza ambiguità, per presentare il materiale in modo che il lettore abbia una chiara visione di: -cosa è successo al paziente -la cronologia di questi eventi -perché il trattamento è stato eseguito in base a quei determinati concetti. Cosa descrivere? Osservare e pensare alla pratica clinica, vi sono molti casi rari o insoliti che possono meritare una descrizione. La rarità non è però di per se stessa motivo sufficiente di pubblicazione, il caso deve essere speciale e avere un “messaggio” per il lettore; può servire a fornire la consapevolezza della condizione in modo tale che la diagnosi possa essere più facile in futuro o come una linea di trattamento possa essere più adatta di un’altra. Il ruolo dei case report è di stabilire un specie di “precedente giudiziario” per malattie relativamente rare. Un altro gruppo è quello dei casi associati a condizioni inusuali, anche sconosciute, che possono avere priorità diverse nel loro trattamento. Come descrivere? Titolo: Il titolo dovrebbe essere corto, descrittivo e capace di attirare l’attenzione. Se il titolo di un case report contiene troppi dati il lettore potrebbe avere la sensazione che esso abbia spiegato tutto quello che c’è da sapere. Introduzione: Solitamente si tende a scrivere una breve storia della malattia, ma questo materiale può essere inserito nella discussione. Il report può cominciare semplicemente con la descrizione del caso. Descrizione del caso: Il report deve essere cronologico e descrivere adeguatamente la presentazione, i risultati dell’esame clinico e quelli degli accertamenti prima di andare avanti e descrivere l’evoluzione del paziente. La descrizione deve essere completa, accentuare le caratteristiche positive senza oscurarle in una massa di rilievi negativi. Considerare quali domande potrebbe fare un collega e assicurarsi che vi siano risposte chiare all’interno del report. Le illustrazioni possono essere utili. Discussione del caso: Lo scopo principale della discussione è di spiegare come e perché sono state prese le decisioni e quale insegnamento è stato recepito da questa esperienza. Possono essere necessari alcuni riferimenti bibliografici ad altri casi, bisogna evitare tuttavia di produrre una review. Lo scopo deve essere di definire e dettagliare il messaggio per il lettore. Il case report renderà chiaro come un caso analogo dovrebbe essere trattato in futuro. REVIEWS- LAVORI ORIGINALI Articoli originali: comprendono lavori che offrono un contributo nuovo o frutto di una consistente esperienza, anche se non del tutto originale, in un determinato settore. Devono essere completi di Riassunto e suddivisi nelle seguenti parti: Introduzione, Obiettivi, Materiale e Metodi, Risultati, Discussione e Conclusioni. Nella sezione Obiettivo deve essere sintetizzato con chiarezza l’obiettivo del lavoro, vale a dire l’ipotesi che si è inteso verificare; nei Metodi va riportato il contesto in cui si è svolto lo studio (Ospedale, Centro Specialistico…), il numero e il tipo di soggetti analizzati, il disegno dello studio (randomizzato, in doppio cieco…), il tipo di trattamento e il tipo di analisi statistica impiegata. Nella sezione Risultati vanno riportati i risultati dello studio e dell’analisi statistica. Nella sezione Conclusioni va riportato il significato dei risultati soprattutto in funzione delle implicazioni cliniche. Review: devono essere inerenti ad uno specifico argomento e permettere al lettore uno sguardo approfondito sul tema, offrendo una panoramica nazionale ed internazionale delle ultime novità in merito. L’autore deve offrire un punto di vista personale basato su dati di letteratura ufficiali. Dovrà essere suddiviso in Introduzione, Discussione e Conclusione e completo di Riassunto. La bibliografia citata dovrà essere particolarmente ricca. ILLUSTRAZIONI. È responsabilità dell’autore ottenere il permesso (dall’autore e dal possessore dei diritti di copyright) di riprodurre illustrazioni, tabelle, ecc, da altre pubblicazioni. Stampe o radiografie devono essere chiare. Le TABELLE dovranno essere numerate consecutivamente con numeri romani contraddistinte da un titolo. Le VOCI BIBLIOGRAFICHE dovranno essere numerate secondo l’ordine di citazione nel testo; quelle citate solamente nelle tabelle o nelle legende delle figure saranno numerate in accordo con la sequenza stabilita dalla loro prima identificazione nel testo. La lista delle voci bibliografiche deve riportare il cognome e l’iniziale del nome degli Autori (saranno indicati tutti gli autori se presenti 6 o meno; quando presenti 7 nomi o più, indicare solo i primi 3 e aggiungere “et al.”), il titolo del lavoro, il nome della rivista abbreviato in conformità dell’Index Medicus, l’anno di pubblicazione, il volume e la prima e l’ultima pagina dell’articolo, Esempio: Fraioli P., Montemurro L., Castrignano L., Rizzato G.: Retroperitoneal Involvement in Sarcoidosis. Sarcoidosis 1990; 7: 101-105. Nel caso di un libro, si indicheranno nel medesimo modo il nome degli Autori, il titolo, il numero dell’edizione, il nome dell’Editore, il luogo di pubblicazione, il numero del volume e la pagina. Nessun addebito verrà effettuato per foto in bianco e nero. Comunicazioni personali non dovrebbero essere incluse in bibliografia ma possono essere citate nel testo tra parentesi. COPYRIGHT © 2008 ACTA BIO MEDICA SOCIETÀ DI MEDICINA E SCIENZE NATURALI DI PARMA. La rivista è protetta da Copyright. I lavori pubblicati rimangono di proprietà della Rivista e possono essere riprodotti solo previa autorizzazione dell’Editore citandone la fonte. Direttore Responsabile: M. Vanelli Registrazione del Tribunale di Parma n° 253 del 21/7/1955 Finito di stampare: Marzo 2008 La banca dati viene conservata presso l’editore, che ne è titolare. La rivista viene spedita in abbonamento; l’indirizzo in nostro possesso verrà utilizzato per l’invio di questa o di altre pubblicazioni scientifiche. Ai sensi dell’articolo 10, legge 675/96, è nel diritto del ricevente richiedere la cessazione dell’invio e/o l’aggiornamento dei dati in nostro possesso. 03-indice Quad I 08 12-03-2008 8:40 Pagina 3 INDEX Quaderno I/2008 Mattioli 1885 spa - via Coduro 1/b 43036 Fidenza (Parma) tel 0524/84547 fax 0524/84751 www.mattioli1885.com DIREZIONE GENERALE Presidente Paolo Cioni Gastroenterologia: Case reports sulle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali - VIII parte 4 Foreword 5 Reviews B. Marino Il rischio neoplastico nelle malattie infiammatorie croniche intestinali DIREZIONE EDITORIALE Vice Presidente e Direttore Scientifico Federico Cioni Editing manager Anna Scotti Editing Staff Valeria Ceci Natalie Cerioli Cecilia Mutti 11 16 MARKETING E PUBBLICITÀ Vice Presidente e Direttore Sviluppo Massimo Radaelli Direttore Generale e del Personale Antonio Messa Marketing Manager Luca Ranzato Segreteria Marketing Martine Brusini Resposabile Distribuzione Massimiliano Franzoni Responsabile Area ECM Simone Agnello PRESIDENT Giorgio Valenti VICE-PRESIDENT Silvia Iaccarino PAST-PRESIDENT Renato Scandroglio GENERAL SECRETARY Almerico Novarini TREASURER Luigi Roncoroni MEMBERS Giorgio Zanzucchi Giorgio Cocconi Angelo Franzè Enrico Cabassi Patrizia Santi Lavori Originali A. Aratari, A. Cossu, M. Tanga, C. Papi L’efficacia del beclometasone dipropionato nella colite ulcerosa lievemoderata refrattaria ai salicilati 22 G. Strangio, P. Consolo, C. Luigiano, M. Scaffidi, G. Giacobbe, G. Melita, S. Pallio, A. Familiari, A. Tortora, L. Familiari Diagnosi differenziale in situ, in vivo ed in tempo reale delle malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) usando l’optical coherence tomography (OCT) 26 C. Barbonetti, F. Stiglich Controllo degli effetti collaterali sul retto nella radioterapia radicale del cancro della prostata 28 EXECUTIVE COMMITEE OF THE SOCIETY OF MEDICINE AND NATURAL SCIENCES OF PARMA F. Parente Iter clinico-diagnostico dei sanguinamenti del tratto gastroenterico inferiore Case Reports S. Terrevazzi, S. Meregalli, R. M. Nespolo, V. Ribaldi Efficacia del beclometasone dipropionato nella gestione della proctite insorta a distanza da radioterapia radicale su prostata 31 F. Andrei, E. Visconti, O. A.Paoluzi, I. Stroppa, F. Pallone Efficacia di beclometasone dipropionato nel trattamento della colite microscopica linfocitaria: descrizione di un caso clinico 35 G. Strangio, P. Consolo, C. Luigiano, M. Scaffidi, G. Giacobbe, G. Melita, S. Pallio, A. Familiari, A. Tortora, L. Familiari Optical coherence tomography (OCT) nello studio del colon umano: due differenti prototipi OCT a confronto 38 C. Scalici, G. Licastro, F. Cavataio, F. Varia, I. V. Migliore, G. Montalbano, G. Iacono Un caso di Morbo di Crohn in soggetto con malattia celiaca in età pediatrica Inserto centrale staccabile “Il Punto...in breve” 04-foreword 12-03-2008 8:42 Pagina 4 ACTA BIOMED 2008; 79; Quaderno I: 4 © Mattioli 1885 F O R E W O R D Le malattie infiammatorie croniche intestinali La collana di Quaderni di Gastroenterologia di Acta Biomedica dedicata alle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IBD) è ormai giunta al suo 3° anno di vita con la pubblicazione di questo ottavo Quaderno. Il successo crescente che i lettori hanno tributato al nostro lavoro è per tutti noi motivo di soddisfazione oltre che sprone a proseguire con rinnovato impegno in questa avventura, iniziata quasi per scommessa. Corre l’obbligo a questo punto di ringraziare il Board di Acta Biomedica che ha accettato di ospitare questo nostro progetto e continua a farlo con dimostrazione di grandissima disponibilità, e Chiesi Farmaceutici il cui appoggio istituzionale resta indispensabile per sostenere finanziariamente la pubblicazione. A differenza del settimo Quaderno pubblicato, che era interamente dedicato alle “Coliti attiniche”, abbiamo deciso da questa ottava puntata, di riprendere l’abituale linea editoriale che prevede la pubblicazione di lavori non dedicati ad un solo argomento particolare, ma di ottica più ampia per offrire al lettore uno sguardo su varie tematiche cliniche e diagnostiche con l’apporto di casi clinici e lavori originali. Con l’augurio di essere riusciti a mantenere vivo il Vostro interesse, Vi auguriamo buona lettura e Vi diamo fin d’ora appuntamento al nono Quaderno. Dr. Riccardo Ranzato Primario Divisione Chirurgia Azienda Ospedaliera Chioggia, Venezia 05-Marino 12-03-2008 8:43 Pagina 5 ACTA BIOMED 2008; 79; Quaderno di Gastroenterologia I: 5-10 © Mattioli 1885 R E V I E W Il rischio neoplastico nelle malattie infiammatorie croniche intestinali Barbara Marino U.O. Endoscopia. Ospedale “A. Manzoni” di Lecco I pazienti con malattia infiammatoria cronica intestinale (IBD) ad interessamento colico hanno un rischio aumentato di sviluppare una neoplasia del colon-retto (CRC). Una meta-analisi ha evidenziato come il 20% dei pazienti affetti da rettocolite ulcerosa (RCU) svilupperanno un CRC nell’arco di 30 anni, sebbene dati recenti suggeriscono che il rischio possa essere inferiore a quello riportato dai programmi di sorveglianza (1, 2). Un’altra meta-analisi condotta su 116 studi riporta una prevalenza generale di CRC in pazienti con RCU del 3.7% e del 5.4% nel sottogruppo di pazienti con pancolite (3). L’incidenza annua di tale neoplasia è approssimativamente di 3 casi su 1000 pazienti, con percentuali più alte negli Stati Uniti e Inghilterra (3). Anche i pazienti con colite di Crohn hanno un rischio aumentato di CRC rispetto alla popolazione generale: soggetti con malattia di lunga durata, estesa hanno un rischio neoplastico simile ai soggetti con RCU (4). Fattori che aumentano il rischio di CRC I fattori che sono associati ad un aumentato rischio di neoplasia colorettale nei soggetti affetti da IBD sono riportati nella Tabella 1. Il più importante è la durata della colite. Mentre il CRC è raramente diagnosticato prima dei 7 anni di colite, il rischio aumenta successivamente, con un rischio cumulativo del 2% a 10 anni, dell’8% a 20 anni e del 20% a 30 anni dalla diagnosi (1, 3). L’estensione della colite è un altro importante fattore di rischio: maggiore è l’estensione della malattia, maggiore è il rischio neoplastico. Uno studio condotto su più di 3000 pazienti con RCU valutati attraverso il clisma opaco ha dimostrato un rischio di neoplasia progressivamente maggiore dalla proctite (SIR 1.7, 95% CI 0.8-3.2) alla colite sinistra (SIR 2.8, 95% CI 1.6-4.4) alla pancolite (SIR 14.8, 95% CI 11.4-18.9) (5). Pazienti con IBD e familiarità per CRC hanno un rischio di neoplasia colorettale almeno doppia rispetto ai soggetti con IBD ma senza familiarità (6, 7). Il piccolo sottogruppo di pazienti con IBD e colangite sclerosante primitiva (PSC) sembra avere un rischio particolarmente alto di sviluppare una neoplasia del colon. Il rischio cumulativo a 20 anni in tale grupTabella 1. Fattori associati al rischio di neoplasia colorettale nei soggetti affetti da IBD Fattori che aumentano il rischio di CRC Lunga durata della colite Interessamento colico esteso Familiarità per CRC Colangite sclerosante primitiva Giovane età all’esordio (alcuni studi) Backwash ileitis (1 studio) Severità dell’infiammazione (1 studio) Fattori che riducono il rischio di CRC Proctocolectomia profilattica Programmi di sorveglianza regolari visite mediche sorveglianza endoscopica chemoprevenzione 05-Marino 12-03-2008 8:43 Pagina 6 6 po di pazienti si aggira intorno al 30% (8). Poiché nei pazienti con PSC la colite è spesso asintomatica, sembrerebbe prudente eseguire una colonscopia iniziale con biopsia in tutti i pazienti con colangite sclerosante anche in assenza di sintomatologia colica. L’esordio della colite in giovane età è stato riportato come fattore di rischio per CRC indipendente da alcuni studi (3, 5, 9), ma non da tutti (10). L’attività della colite sembra non essere un fattore di rischio indipendente per CRC, tuttavia dipende da come viene definita l’attività di malattia (clinica vs endoscopica vs istologica). Un recente studio casocontrollo ha infatti riscontrato che quando l’attività di malattia viene definita secondo parametri istologici, questa sembra essere un fattore di rischio per CRC (11). Fattori che riducono il rischio di CRC Esistono due alternative per ridurre il rischio di neoplasia colorettale nei soggetti con IBD: rimuovere chirurgicamente il colon o sottoporre i pazienti a programmi di sorveglianza per tutta la vita. Nonostante la prima sia la strategia migliore di prevenzione, ad oggi i maggiori esperti raccomandano comunque la sorveglianza. Questa include visite mediche periodiche, l’utilizzo di farmaci che controllino l’infiammazione (vedi oltre) e colonscopie periodiche. È stato osservato come tali provvedimenti riducano il rischio di CRC del 40-80% (7). Altri studi hanno evidenziato anche come la colonscopia periodica comporti una riduzione della mortalità per CRC (12). Lo scopo della sorveglianza endoscopica è quello di diagnosticare la neoplasia ad uno stadio curabile, idealmente come displasia, al peggio come neoplasia ad uno stadio precoce. B. Marino co e biologico delle lesioni pre-cancerose rendono la sorveglianza neoplastica nelle IBD più difficile rispetto alla sorveglianza nella popolazione generale. Macroscopicamente la displasia è classificata come rilevata o piatta a seconda che corrisponda o meno a una lesione visibile endoscopicamente (Figura 1). Le lesioni rilevate vengono convenzionalmente definite con l’acronimo DALM (Dysplasia Associated Lesion or Mass) che comprende polipi multipli o singoli, placche e aree rilevate (13, 14). Tali lesioni possono essere di difficile individuazione in quanto spesso interposte alle lesioni di tipo infiammatorio comunemente riscontrate nel colon dei soggetti con IBD, con le quali possono condividere aspetti morfologici simili. La displasia piatta viene diagnosticata invece nelle biopsie random eseguite su mucosa macroscopicamente apparentemente normale. Le attuali linee guida raccomandano di eseguire 2-4 biopsie ogni 10 cm di colon malato oltre a quelle eseguite su lesioni macroscopicamente atipiche (15). Il significato della displasia associata a lesioni macroscopiche emerge da studi che riportavano alte percentuali di neoplasia quando pazienti con tali lesioni venivano sottoposti a colectomia, con tassi superiori al 40% (13, 14, 16). Pertanto si concludeva che la DALM era un’indicazione alla colectomia indipendentemente dal grado di displasia riscontrato ai campionamenti bioptici. Tuttavia tali studi prendevano in considerazione solamente lesioni non asportabili endoscopicamente. Alla luce di questo Displasia Virtualmente tutti i CRC si sviluppano da lesioni displastiche. Nei tumori colorettali sporadici il precursore displastico è rappresentato dal polipo adenomatoso, un focus singolo, discreto di neoplasia che tipicamente viene trattato con la polipectomia per via endoscopica. Al contrario, in pazienti con IBD di lunga durata la displasia può essere polipoide o piatta, localizzata, diffusa o multifocale. Queste differenze nell’aspetto morfologi- Figura 1. Classificazione macroscopica della displasia in un caso ipotetico di RCU con interessamento colico parziale. La displasia è rappresentata in nero, in grigio chiaro il colon normale, in grigio scuro il colon patologico. 05-Marino 12-03-2008 8:43 Pagina 7 7 Il rischio neoplastico nelle malattie infiammatorie croniche intestinali nuovo dato, non tenuto in considerazione inizialmente in maniera adeguata, il significato della DALM come indicazione alla chirurgia è stato rivalutato e ritenuto analogo a quello dei polipi adenomatosi sporadici non resecabili, che spesso contengono foci di cancro invasivo alla base del polipo. Non tutte le displasie insorte su lesioni polipoidi nei pazienti con IBD hanno lo stesso significato (Figura 1). Per esempio certe lesioni polipoidi posso essere considerate come polipi adenomatosi sporadici non correlati alla colite ed essere trattati con la polipectomia endoscopica nello stesso modo in cui vengono trattati i polipi adenomatosi diagnosticati nella popolazione generale (17, 18). Un esempio è il polipo displastico riscontrato in un segmento colico libero da malattia; in tal caso bisognerebbe in via precauzionale campionere biopticamente la mucosa che circonda il polipo per escludere la presenza di malattia microscopica. In maniera analoga, un polipo displastico con un peduncolo ben definito può essere considerato come un adenoma sporadico anche quando riscontrato in un segmento di colon interessato da malattia se la mucosa che circonda la sua base di impianto non presenta displasia. Studi più recenti suggeriscono un approccio conservativo anche per i polipi displastici che hanno un “aspetto adenomatoso” (19, 20). Per definizione, questi polipi insorti su mucosa interessata da malattia sono endoscopicamente indistinguibili dai polipi adenomatosi sessili sporadici, sono asportabili in maniera radicale per via endoscopica e non sono circondati da displasia piatta. Queste lesioni hanno sempre rappresentato un dilemma per quegli endoscopisti che hanno familiarità col concetto di DALM ma che sono titubanti a sottoporre a colectomia un paziente a seguito del riscontro di una lesione che potrebbe essere apparentemente innocua e verosimilmente niente più che un fortuito adenoma. L’istologia non aiuta a distinguere queste due lesioni in casi individuali in quanto la displasia nell’ambito della colite e nei veri polipi adenomatosi può essere virtualmente identica. Un aiuto per distinguere la DALM dai polipi “simil adenomatosi” potrà venire in futuro dalla biologia molecolare. Infatti sono stati condotti studi recenti che suggeriscono l’esistenza di specifici profili genetici delle DALM (21). Istologicamente la displasia nella IBD viene classificata in 5 categorie: negativa, indefinita, a basso grado, ad alto grado o cancro invasivo (22). Molti studi hanno riscontrato un basso livello di accordo interosservatore sulla diagnosi di displasia, anche tra i patologi più esperti specialisti nella patologia gastrointestinale (23, 24). Il miglior grado di accordo si ha per i gradi estremi di negativo e alto grado e i livelli più bassi nella distinzione tra basso e alto grado e per la displasia indefinita. Da un punto di vista pratico viene raccomandato che quando la diagnosi istologica implica importanti decisioni terapeutiche, la displasia sia rivalutata almeno da un altro patologo esperto (22). La storia naturale della displasia è un fattore chiave per l’impostazione di adeguati programmi di sorveglianza. Un paradigma propone che la carcinogenesi nelle IBD segua una progressione dall’assenza di displasia, alla displasia indefinita, a quella di basso grado poi di alto grado per evolvere infine nel cancro invasivo. Anche se questo modello è concettualmente utile, non è assoluto in quanto sono stati segnalati casi in cui la neoplasia si è sviluppata senza una precedente displasia e altri in cui la neoplasia si è sviluppata da una displasia di basso grado senza che questa sia evoluta nell’alto grado (25). Studi che hanno valutato il tasso di progressione dalla displasia di basso grado a quella di alto grado hanno dato risultati molto eterogenei, con la probabilità cumulativa di progressione a 5 anni che varia dal 10 al 50% (24, 25). Le evidenze attuali consigliano che, poiché dopo il riscontro di displasia di basso grado su mucosa piatta anche se unifocale (confermata da un patologo esperto) il paziente rientra in una categoria ad alto rischio di sviluppare CRC, bisogna prendere in considerazione la colectomia come opzione terapeutica. Sorveglianza endoscopica La prova definitiva che la sorveglianza endoscopica sia efficace nel ridurre la mortalità per CRC richiederebbe studi randomizzati e controllati in cui alcuni pazienti con IBD di lunga data vengano sottoposti a colonscopie periodiche ed altri no. Ad oggi i dati migliori che dimostrino come la colonscopia riduca tale mortalità provengono da studi caso-controllo, con tassi di mortalità per CRC ridotti del 70% (12). Nonostante i limiti di tale sorveglianza (interpretazione isto-patologica, esperienza del clinico-endoscopista, compliance del paziente, difficoltà nel riconoscere endoscopica- 05-Marino 12-03-2008 8:43 Pagina 8 8 mente la displasia), la displasia rimane il parametro migliore per impostare tale programma. Sulla base della storia naturale della displasia, nella Figura 2 è riportata una strategia di sorveglianza. Dopo 7-8 anni dalla diagnosi di colite, tutti i pazienti con IBD dovrebbero sottoporsi ad una colonscopia di sorveglianza per determinare l’estensione della malattia e l’eventuale presenza di neoplasia. Nel caso di pazienti con calangire sclerosante primitiva (PSC), la colonscopia di screening dovrebbe essere effettuata al momento della diagnosi della patologia biliare. Se non vi è riscontro di displasia, i pazienti con colite estesa dovrebbero ripetere l’esame ogni 1-2 anni. I pazienti con colite sinistra dovrebbero seguire lo stesso programma di sorveglianza, sebbene venga suggerito l’inizio dopo 15 anni dalla diagnosi (26, 27). Ad ogni colonsopia deve essere esaminato tutto il colon e deve essere eseguito un numero sufficiente di biopsie (approssimativamente 4 biopsie ogni 10 cm di colon). Alcuni Autori consigliano di eseguire più campiona- B. Marino menti bioptici nel retto e sigma (ogni 5 cm) poiché la distribuzione della neoplasia nella rettocolite ulcerosa (RCU) sembra, in alcuni studi, mostrare una predominanza nei segmenti colici distali. Se un paziente mostra i sintomi di un’importante riacutizzazione è preferibile controllare farmacologicamente l’infiammazione prima di eseguire la colonscopia per ridurre al minimo le difficoltà con l’interpretazione istologica della displasia. Molto meno si conosce riguardo l’efficacia della sorveglianza nei pazienti con colite di Crohn. Ad oggi si consiglia di impostare un programma di sorveglianza come quello della RCU per i pazienti affetti da colite di Crohn da almeno 8 anni e con interessamento di almeno un terzo di colon (28). Una questione importante che rimane ancora da chiarire è se nel caso di riscontro di displasia o neoplasia nell’ambito di una colite di Crohn segmentale, il paziente debba essere sottoposto a resezione colica segmentaria o a un approccio chirurgico più esteso, simile a quello adottato per la RCU. Figura 2. Strategia di sorveglianza proposta in base al grado di displasia. 05-Marino 12-03-2008 8:43 Pagina 9 9 Il rischio neoplastico nelle malattie infiammatorie croniche intestinali Chemoprevenzione Nonostante la relativa protezione offerta dalla sorveglianza endoscopica, esistono ancora pazienti con IBD che sviluppano un CRC nonostante la sorveglianza. Ciò pone il quesito se la chemoprevenzione, nella forma di farmaci o supplementi dietetici, possa aiutare a ridurre il rischio di CRC. Poiché nell’ambito del CRC sporadico l’aspirina e altri FANS possono ridurre l’incidenza e la mortalità per tale neoplasia, nell’ambito delle IBD si è cercato di valutare se i 5-aminosalicilati (5-ASA), generalmente già assunti da tali pazienti, possano avere un ruolo protettivo. Un effetto protettivo del 5-ASA è stato riscontrato in alcuni (7, 29) ma non tutti (11, 30) gli studi caso-controllo che hanno tenuto in considerazione la dose e la durata di somministrazione. È possibile che l’attività antineoplastica del 5-ASA sia legata alla sua azione anti-infiammatoria anche se non si possono escludere altri meccanismi quali ad esempio un’azione apoptotica sulle cellule neoplastiche (31, 32). Nell’ambito del CRC sporadico, il deficit di folati è associato ad un aumentato rischio di CRC. I pazienti con IBD sono predisposti ad un deficit di folati che può essere legato ad un inadeguato apporto con la dieta, ad un’aumentata perdita gastroenterica durante le fasi di malattia attiva oppure ad un ridotto assorbimento intestinale legato all’assunzione della sulfasalazina. Alcuni studi suggeriscono un effetto protettivo dell’acido folico anche nei soggetti con IBD, sebbene nessun risultato sia statisticamente significativo (11). Infine uno studio condotto in pazienti con RCU e PSC ha dimostrato come l’acido ursodesossicolico sia associato a una ridotta prevalenza di displasia colica (33). 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. Bibliografia 17. 1. Rutter MD, Sunders BP, Wilkinson RH et al. Thirty-year analisys of a colonoscopic surveillance program for neoplasia in ulcerative colitis. Gastroenterology 2006; 130: 103038. 2. Jess T, Loftus EV Jr, Velayos FS et al. 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Manzoni” di Lecco Per sanguinamento del tratto gastroenterico inferiore (LGIB) si intende un sanguinamento proveniente da una lesione localizzata distalmente al legamento di Treitz; acuto se è di recente durata (arbitrariamente da meno di tre giorni), cronico se dura da parecchi giorni. I pazienti con LGIB acuto possono presentarsi con segni vitali instabili, anemia e/o con necessità di emotrasfusioni; i pazienti con LGIB cronico possono avere un sangue occulto fecale positivo, occasionalmente episodi di melena o ematochezia. Il LGIB è responsabile di circa il 20% di tutti i sanguinamenti del tratto gastroenterico; l’incidenza di ospedalizzazione annua per LGIB è di 22 casi per 100000 adulti negli Stati Uniti. È una patologia che colpisce prevalentemente gli anziani con un incremento del rischio di più di 200 volte dalla seconda all’ottava decade di vita. L’età media varia tra i 63 e i 77 anni. Sebbene l’80% circa dei LGIB si arresta spontaneamente, circa nel 25% dei casi possono recidivare. Il tasso di mortalità per LGIB varia dal 2 al 4%. Nonostante il miglioramento delle tecniche diagnostiche, nel 10% dei casi la causa di sanguinamento non viene identificata (1, 2). lenza della malattia diverticolare aumenta con l’età, raggiungendo una prevalenza di circa il 70% al di sopra degli 80 anni. Dal 5 al 50% dei soggetti con diverticolosi presenta un episodio di sanguinamento durante la vita (4). Il sanguinamento diverticolare è di tipo arterioso; l’esordio è generalmente acuto, con una proctorragia non dolorosa. La maggior parte dei diverticoli sanguinanti sono localizzati nel colon sinistro (50-60%) quando diagnosticati mediante colonscopia e nel colon destro (50-90%) quando diagnosticati mediante angiografia. La maggior parte dei sanguinamenti si arresta spontaneamente, con un tasso di recidiva che varia dal 14 al 38% (5). Poiché il sanguinamento spesso si autolimita, Tabella 1. Cause di LGIB Malattia diverticolare Colite ischemica Malformazioni vascolari Patologia anorettale Neoplasia Post-polipectomia Malattie infiammatorie croniche intestinali Coliti infettive Eziologia Le cause più frequenti di LGIB sono riportate nella Tabella 1. Malattia diverticolare Il sanguinamento diverticolare rappresenta la causa più frequente di LGIB (circa il 40%) (3). La preva- Coliti da FANS Colite attinica Lesione di Dieulafoy Ulcere del colon Diverticolo di Meckel Varici rettali Fistola aorto-enterica Lesioni del piccolo intestino 06-Parente 12-03-2008 8:44 Pagina 12 12 la diagnosi è frequentemente presuntiva e si basa sull’esclusione di altre fonti di sanguinamento. Il trattamento chirurgico di emorragia da malattia diverticolare viene generalmente proposto dopo un secondo episodio di sanguinamento, poiché il rischio di un terzo episodio è elevato e supera generalmente il 50% (6). Il trattamento endoscopico può essere eseguito mediante diatermocoagulazione, iniezione di adrenalina, l’applicazione di clips o tecniche combinate. L’infiltrazione di adrenalina sembra l’opzione terapeutica migliore (7). Colite ischemica La colite ischemica è responsabile di 1-19% di LGIB (3). Tipicamente le regioni interessate sono la flessura splenica e la giunzione retto-sigma. Clinicamente esordisce in maniera acuta con un moderato dolore addominale seguito, entro 24 ore, da proctorragia. Il migliore esame diagnostico è rappresentato dalla colonscopia in cui si possono osservare noduli emorragici bluastri da sanguinamento sottomucoso, mucosa cianotica e necrotica con ulcerazioni emorragiche con una distribuzione segmentale con brusco passaggio dalla mucosa ischemica a quella normale. L’esame istologico spesso fornisce la diagnosi definitiva ed è utile per differenziare la colite ischemica da altri tipi di coliti infiammatorie. La maggior parte dei casi si risolve spontaneamente entro alcuni giorni o settimane con un trattamento medico di supporto; gli antibiotici sono indicati in caso di febbre o sepsi. L’intervento chirurgico di resezione è indicato in caso di risentimento peritoneale o di altri evidenti segni di perforazione. La colonscopia terapeutica è indicata solo in caso di riscontro di ulcera focale con segni di recente sanguinamento (7). Malformazioni vascolari Le malformazioni vascolari sono responsabili di circa l’11% di LGIB ma sono relativamente rare prima dei 50 anni (3). Possono localizzarsi in tutti i segmenti colici ma sono più frequentemente localizzate nel cieco e nel colon ascendente. Possono essere multiple; endoscopicamente appaiono come lesioni piatte, rossastre, di 2-10 mm di diametro. Tipicamente il sanguinamento di tali lesioni è cronico, lento e intermittente. Il sanguina- F. Parente mento generalmente si arresta spontaneamente nell’8590% dei casi ma tende a recidivare nel 25-85%. La presentazione clinica include anemia sideropenica, sangue occulto fecale positivo, melena, proctorragia. Tutti i pazienti con sanguinamento da malformazione vascolare dovrebbero essere sottoposti a trattamento endoscopico mediante diatermocoagulazione o chirurgia. Patologia anorettale Le emorroidi rappresentano la causa più frequente di LGIB nei pazienti ambulatoriali. Le emorroidi sintomatiche hanno una prevalenza del 4.4% nella popolazione generale e del 36% nell’attività clinica ambulatoriale (8). In generale, i pazienti con sanguinamento da verosimile patologia emorroidaria dovrebbero essere sottoposti ad un’indagine del colon per escludere altre patologie concomitanti. Il sanguinamento emorroidario tende ad essere intermittente e di scarso volume con sangue rosso vivo sulla carta o che vernicia le feci. Generalmente le emorroidi vengono trattate con un supplemento di fibre, lassativi formanti massa, terapia steroidea topica. Trattamenti più aggressivi includono ad esempio la legatura, la scleroterapia, la crioterapia, la laserterapia (9). Neoplasia Circa il 1-17% di LGIB è attribuibile a una neoplasia colorettale (3). Il sanguinamento può essere sia occulto che manifesto. Segni quali alterazioni dell’alvo o calo ponderale devono porre il sospetto di neoplasia colorettale. Sanguinamento post-polipectomia Un sanguinamento post-polipectomia è responsabile del 2-6% di LGIB acuto (10). Se insorge immediatamente dopo la polipectomia è secondario ad un’inadeguata cauterizzazione della sede del taglio. Se è ritardato si pensa sia dovuto ad un distacco del tessuto necrotico cauterizzato nell’ulcera indotta, con erosione nei sottostanti vasi sanguigni. I metodi per controllare il sanguinamento post-polipectomia sono l’infiltrazione di adrenalina e/o la diatermocoagulazione (11). 06-Parente 12-03-2008 8:44 Pagina 13 13 Iter clinico-diagnostico dei sanguinamenti del tratto gastroenterico inferiore Malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) Pazienti con IBD si presentano abitualmente con diarrea ematica. In una revisione nel 50% dei pazienti con emorragia da IBD si riscontrava un arresto spontaneo del sanguinamento. Tuttavia circa il 35% di tali pazienti mostravano una recidiva emorragica. Coliti infettive Sebbene tutti i tipi di coliti infettive possano causare proctorragia, gli agenti più frequentemente responsabili sono l’Escherichia, la Salmonella, l’Histoplasma e il Citomegalovirus. Colite da FANS L’uso di anti-infiammatori non steroidei (FANS) è associato ad un aumentato rischio di sanguinamento del tratto gastroenterico inferiore, soprattutto dai diverticoli (12). Il meccanismo responsabile del sanguinamento verosimilmente è da attribuirsi all’inibizione dell’attività piastrinica in individui suscettibili. L’uso di FANS può esacerbare una sottostante IBD. Colite attinica L’incrementato uso della radioterapia per il trattamento delle neoplasie pelviche ha comportato un corrispondente incremento delle proctiti da radiazioni. I sintomi possono variare da sanguinamento scarso a tenesmo e diarrea con proctorragia massiva che necessita di emotrasfusioni. Endoscopicamente la mucosa si presenta fragile con multiple teleangectasie. Il trattamento medico include farmaci anti-infiammatori, steroidi topici, sucralfato rettale (13). Il trattamento endoscopico consiste nella diatermocoagulazione. Circa l’11% dei soggetti con un sospetto iniziale di sanguinamento dal tratto gastroenterico inferiore presentano una lesione sanguinante a monte del Treitz (14). scopia (Figura 1). Se con la colonscopia non si riesce a visualizzare il cieco, bisogna completare la valutazione con un clisma opaco a doppio contrasto. Anche la colonscopia virtuale potrebbe essere usata per valutare i segmenti di colon non visualizzati con la colonscopia tradizionale (15, 16). Nel caso di colonscopia negativa bisogna quindi eseguire EGDS soprattutto in presenza di sintomi gastroenterologici attribuibili al tratto gastroenterico superiore o anemia. Circa il 25-41% dei pazienti con FOBT+ hanno una patologia significativa all’esofago-gastro-duodenoscopia(EGDS), anche in assenza di sintomi (17). Melena La valutazione dei pazienti con melena dovrebbe iniziare dal tratto gastroenterico superiore (Figura 2) (15). Se l’EGDS risulta negativa per lesioni, il passo successivo consiste nell’esecuzione della colonscopia. Viene definito oscuro un sanguinamento di origine sconosciuta che persiste o recidiva dopo una valutazione iniziale comprendente sia EGDS che colonscopia. Ematochezia L’ematochezia è la modalità di presentazione più frequente del LGIB. Poiché in tali pazienti la fonte più probabile di sanguinamento è a livello del colon distale, la valutazione iniziale nei soggetti giovani (40 Iter diagnostico Sangue occulto fecale (FOBT) positivo. I pazienti con LGIB che si presentano con sangue occulto fecale positivo devono essere sottoposti a colon- Figura 1. Algoritmo diagnostico in caso di sangue occulto fecale (FOBT) positivo 06-Parente 12-03-2008 8:44 Pagina 14 14 F. Parente Figura 4. Algoritmo diagnostico in caso di severo, acuto, LGIB Figura 2. Algoritmo diagnostico in caso di melena Figura 3. Algoritmo diagnostico in caso di ematochezia anni) peraltro sani dovrebbe essere una rettosigmoidoscopia (RSS) (figura 3) (15). Se in tali pazienti viene riscontrata una fonte convincente, benigna di sanguinamento quali emorroidi, ragadi, generalmente non è necessario eseguire una colonscopia completa. Pazienti di età superiore ai 50 anni, con anemia, con significativi fattori di rischio per neoplasia colorettale e/o sintomi di allarme dovrebbero essere sottoposti direttamente alla colonscopia. Sanguinamento digestivo inferiore acuto. Pazienti con LGIB acuto severo dovrebbero innanzitutto essere sottoposti ad un’attenta valutazione clinica con stabilizzazione emodinamica (figura 4). La necessità del posizionamento di un sondino naso-gastrico (SNG) per escludere una fonte di sanguinamento a partenza dal tratto gastroenterico superiore non è ancora stato valutato prospetticamente. Il posizionamento del SNG dovrebbe essere considerato soprattutto nei pazienti emodinamicamente compromessi. Un aspirato chiaro dal SNG non esclude una fonte di sanguinamento del tratto gastroenterico superiore; la presenza nell’aspirato di bile rende tale possibilità estremamente improbabile (18). Un aspirato ematico richiede un’EGDS urgente. Nei pazienti con pregressa storia di ulcera peptica, con recente uso di FANS, con importanti disturbi a carico del tratto gastroenterico superiore bisognerebbe comunque eseguire l’EGDS, prima o dopo la colonscopia. Un’EGDS dovrebbe essere eseguita anche nel caso in cui la valutazione del colon sia negativa. La colonscopia è raccomandata nella valutazione precoce del LIGB se una rettosigmoidoscopia non evidenzia fonti credibili di sanguinamento. L’esame deve essere eseguito dopo pulizia intestinale con lassativi osmotici ed eseguita entro 48 ore dalla comparsa del sanguinamento (15). Bibliografia 1. Longstreth GF. Epidemiology and outcome of patients hospitalized with acute lower gastrointestinal hemorrhage: a population-based study. Am J Gastroenterol 1997; 92: 41924. 2. Farrell JJ, Friedman LS. Gastrointestinal bleeding in the 06-Parente 12-03-2008 8:44 Pagina 15 15 Iter clinico-diagnostico dei sanguinamenti del tratto gastroenterico inferiore ederly. 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Principali effetti collaterali della terapia steroidea convenzionale Gli steroidi sistemici convenzionali occupano un ruolo fondamentale nel trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali in fase di attività clinica. Nella colite ulcerosa (CU), oltre a rappresentare la terapia medica di prima scelta delle forme moderato-severe, gli steroidi sistemici sono attualmente raccomandati nel trattamento dei pazienti con CU attiva lieve-moderata che non abbiano risposto agli aminosalicilati orali, terapia topica o alla loro combinazione (1, 2). Nonostante siano altamente e rapidamente efficaci nell’indurre la remissione clinica sia nella CU sia nella malattia di Crohn (MC) (3), l’uso degli steroidi convenzionali è gravato, tanto nel breve che nel lungo termine, da un ampio spettro di effetti collaterali, talora gravi, a causa della loro elevata biodisponibilità (Tabella 1) (4). Per questo motivo gli ultimi anni sono stati caratterizzati dalla crescente ricerca di farmaci dall’efficacia sovrapponibile a quella degli steroidi tradizionali nel controllo della malattia intestinale attiva, ma con un più favorevole profilo di sicurezza (5). I cosiddetti “steroidi di seconda generazione” o “steroidi a bassa biodisponibilità” rappresentano una nuova classe di corticosteroidi sviluppata con lo scopo di ottenere un’alta attività anti-infiammatoria a livello topico ed una bassa disponibilità sistemica, così da minimizzarne gli effetti collaterali. Il beclometasone diproprionato (BDP), uno steroide di seconda generazione, è un profarmaco lipofilico il cui metabolita attivo (meno lipofilo del suo pre- - Effetti metabolici Iperglicemia Squilibri elettrolitici Ritenzione idrica Alterata distribuzione del grasso (aspetto cushingoide) Steatosi epatica - Effetti sul sistema nervoso centrale Disturbi emotivi Psicosi Pseudotumore cerebrale - Effetti oculari Glaucoma Cataratta - Effetti dermatologici Acne, irsutismo Ritardata cicatrizzazione Atrofia cutanea con comparsa di strie rubre, porpora o ecchimosi - Effetti gastrointestinali Dispepsia - Effetti muscoloscheletrici Osteonecrosi Osteoporosi Miopatia - Ipertensione - Infezioni - Soppressione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene - Ritardo di crescita nei bambini 07-Aratari 12-03-2008 8:45 Pagina 17 L’efficacia del beclometasone diproprionato nella colite ulcerosa lieve-moderata refrattaria ai salicilati cursore) è il beclometasone monopropionato. Esso possiede una potente attività anti-infiammatoria topica derivante dalla sua alta affinità per il recettore degli steroidi, ma esibisce un elevato metabolismo epatico di primo passaggio ed una rapida escrezione urinaria e biliare. Questo comporta una bassa attività sistemica e, conseguentemente, un limitato numero di effetti collaterali (6-10). Sviluppato dapprima per il trattamento dell’asma bronchiale, il BDP si è reso successivamente disponibile come sospensione rettale per il trattamento della CU attiva distale, in cui ha mostrato un’ efficacia paragonabile alla terapia topica con steroidi convenzionali o con aminosalicilati (11-13). Più recentemente è stata preparata una formulazione orale del BDP con rilascio intestinale. La formulazione orale a rilascio controllato è composta da un sottile rivestimento di metacrilato acido-resistente (Eudragit L100/55) che ne previene il dissolvimento nello stomaco, e da un core per il rilascio modificato di idrossi-propil-metilcellulosa (Methocel K4M) che si dissolve a valori di pH<6, permettendo quindi il rilascio del farmaco a livello dell’ileo distale e del colon (14). Dopo uno studio preliminare di dose-finding, sia il dosaggio di 5 che di 10 mg/die di BDP sono risultati ugualmente sucuri ed efficaci nell’indurre la remissione clinica in pazienti con CU (8). In due successivi studi randomizzati e controllati condotti su pazienti con CU estesa o sinistra con attività da lieve a moderata, il BDP orale, oltre a confermare il proprio profilo di sicurezza, ha mostrato un’efficacia sovrapponibile alla mesalazina quando i due farmaci sono stati somministrati singolarmente nei due gruppi paralleli di studio, ed un’efficacia significativamente superiore alla sola mesalazina quando somministrato in associazione con questa (9, 10). Scopo di questi studio prospettico è stato quello di valutare l’efficacia del BDP orale nel trattamento della CU lieve o moderata refrattaria alla terapia combinata con salicilati orali (≥ 2.4 g /die) associati a salicilati topici e/o steroidi. L’obiettivo primario dello studio è stato quello di valutare il raggiungimento della remissione clinica. Obiettivi secondari sono stati il miglioramento clinico e il miglioramento dei parametri di laboratorio. 17 Materiali e metodi Sono stati inclusi tutti i pazienti ambulatoriali consecutivi osservati dal 1 Gennaio 2000 al 31 Dicembre 2007 presso l’Unità Operativa di Gastroenterologia dell’Ospedale San Filippo Neri di Roma, con diagnosi certa di CU con attività clinica lieve-moderata (Clinical Activity Index - CAI - compreso tra 5 e 12) (15, 16) refrattaria ad almeno 2 settimane di terapia combinata con salicilati orali (≥ 2.4 g /die) associati a salicilati topici e/o corticosteroidi. Tutti i pazienti sono stati trattati con BDP per os alla dose di 10 mg/die per le prime 4 settimane e alla dose di 5 mg/die per le successive 4 settimane. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a valutazione clinica e di laboratorio prima del trattamento (basale) e a 8 settimane (fine del trattamento). I parametri clinici considerati sono stati: età, sesso, durata di malattia, estensione di malattia (colite sinistra, estesa), precedente necessità di trattamento steroideo, valore del CAI (Figura 1). La valutazione di laboratorio comprendeva il dosag- Figura 1. Clinical actitity index (CAI) 07-Aratari 12-03-2008 8:45 Pagina 18 18 gio della proteina C reattiva (PCR), della velocità di eritrosedimentazione (VES), e dell’emoglobina (Hb). Al termine delle 8 settimane di trattamento i pazienti sono stati classificati in tre categorie di risposta: 1) Remissione clinica: valore di CAI < 4 2) Miglioramento clinico: riduzione del CAI di almeno il 50% rispetto al valore basale senza raggiungimento della remissione clinica 3) Non risposta: nessuna variazione o aumento del CAI rispetto al valore basale Analisi statistica Il modello di regressione Cox proportional hazards è stato utilizzato per determinare se le variabili cliniche e di laboratorio all’inizio del trattamento (Tempo 0) erano indipendentemente associate alla risposta clinica. Il maximum partial likelihood ratio test è stato usato per introdurre o rimuovere le variabili. Il Wald test è stato usato per stabilire la significatività. Sono state considerate le seguenti covariate: età (</> 40 anni), sesso (F/M), durata di malattia (</> 5 anni), estensione di malattia (colite sinistra/estesa), precedente necessità di trattamento steroideo (si/no), valore del CAI (attività lieve: <8 / attività moderata: >9), della PCR (positivo/negativo), della VES (</> 30 mmHg), e della Hb (</>12 g/dl). Per tutti i calcoli è stato usato il BioMedical Data Processing (BMDP dynamic version 7, University of California, Los Angeles, Ca). Un valore della p < 0.05 è stato considerato come statisticamente significativo. Il Chisquare e l’Unpaired t-test sono stati utilizzati quando appropriati. Risultati Il BDP è stato somministrato in 65 pazienti. La Tabella 2 mostra le caratteristiche demografiche, cliniche e di laboratorio dei pazienti all’inizio del trattamento. Dopo 8 settimane 49/65 (75.38%) pazienti hanno raggiunto la remissione clinica, 5 (7.69%) pazienti hanno avuto un miglioramento clinico senza il raggiungimento della remissione, mentre i restanti 11 (16.92%) pazienti non hanno risposto alla terapia con BDP (Figura 2). Dopo le 8 settimane di trattamento si è osservata una riduzione significativa del CAI medio rispetto al A. Aratari, A. Cossu, M. Tanga, C. Papi Tabella 2. Caratteristiche dei pazienti (n = 65) Età (anni) media (ds) 47 (+15) Sesso F/M 32/33 Estensione colite sinistra/estesa 33/32 Durata malattia media (ds) 104 (+87) n°(%) 40 (61.5) media (ds) 7 (+2) (mesi) Precedente trattamento steroideo CAI PCR mg/dl media (ds) 10 (+10) VES mmHg/h media (ds) 25 (+23) Hb g/dl media (ds) 13 (+1) Figura 2. Risultati del trattamento a 8 settimane valore prima della terapia (7.4+2 vs 3.0+3; p < 0.0001). La Figura 3 mostra l’andamento del CAI di tutti i pazienti prima e dopo terapia. Riguardo ai parametri di laboratorio, i valori medi della PCR hanno mostrato una significativa riduzione dopo trattamento (9.0+9.8 vs 4.9+5.6 mg/dl; p = 0.02) (Figura 4), mentre nessuna variazione significativa si è osservata per la VES (25 vs 14 mmHg; p =0.11) e l’Hb (13.00 vs 13.40 g/dl; p=0.06). Ad un’analisi univariata è risultato che la malattia moderata (CAI > 9) è associata a una ridotta probabilità di remissione a 8 settimane (tabella 3). All’analisi multivariata la malattia moderata (CAI > 9) si è confermata essere l’unica variabile indipendentemente associata a una ridotta probabilità di remissione a 8 settimane (OR=0.07; 95%CI 0.012 - 0.48; p = 0.006). 07-Aratari 12-03-2008 8:46 Pagina 19 19 L’efficacia del beclometasone diproprionato nella colite ulcerosa lieve-moderata refrattaria ai salicilati Discussione Il trattamento della CU attiva lieve o moderata refrattaria alla terapia combinata con salicilati orali (>2.4 g /die) associati a salicilati topici prevede l’impiego di steroidi sistemici (1, 2). In questo studio prospettico tale gruppo di pazienti con malattia refrattaria alla terapia di prima scelta è stato trattato con BDP orale per 8 settimane, alla dose di 10 mg nelle prime 4 settimane e di 5 mg nelle successive. Con tale schema terapeutico la remissione clinica è stata ottenuta nel 75% dei pazienti trattati, evitando quindi l’impiego degli steroidi sistemici convenzionali nella maggior parte dei casi. Questo risultato, seppure con i limiti di uno studio aperto, appare estremamente interessante, se si considera che circa il 95% dei pazienti con CU mostra, all’esordio, un’attività lieve o moderata (17) e, che negli anni successivi alla diagnosi circa il 90% dei pazienti mostra un decorso clinico intermittente e che circa la metà dei pazienti ha una riattivazione clinica l’anno (18). Nella terapia della CU attiva un ruolo fondamentale è svolto dagli steroidi sistemici, i quali, oltre a rappresentare la terapia medica di prima scelta delle forme moderato-severe, sono attualmente raccomandati nel trattamento dei pazienti con CU attiva lieve o moderata non responsiva agli aminosalicilati orali, topici o alla loro combinazione (1, 2). L’uso degli steroidi sistemici produce, tuttavia, numerosi effetti collaterali. Tra questi, quelli legati alla soppressione dell’asse Figura 3. CAI prima e dopo trattamento Figura 4. PCR basale e a 8 settimane Tabella 3. Analisi univariata REMISSIONE OR (95% CI) SI NO P Età (anni) media (ds) 47 (±15) 48 (±15) Sesso F/M 25/24 7/9 1.33 (0.43-4.1) 0.77 Estensione colite sinistra/estesa 26/23 7/9 1.45 (0.46-4.52) 0.57 Durata malattia (mesi) media (ds) 100 (±72) 112 (±124) Precedente trattamento steroideo Si / No 28/21 12/4 0.44 (0.12-1.5) 0.24 0.5 (0.04-0.52) 0.003 / / 0.84 0.78 Attività malattia (CAI) moderata / lieve 10/39 10/6 PCR mg/dl media (ds) 9.8 (±10.2) 9.5 (±9.2) / 1 VES mmHg/h media (ds) 25 (±23) 23 (±19.5) / 0.74 Hb g/dl media (ds) 13 (± 1.4) 12.5 (±2.2) / 0.82 07-Aratari 12-03-2008 8:46 Pagina 20 20 ipotalamo-ipofisi-surrene, quali edemi agli arti inferiori, ipertensione e aspetto Chushing-like, sono di più frequente osservazione ed insorgono a breve termine dall’inizio del trattamento steroideo. Gli effetti collaterali di maggiore rilevanza per l’impegno clinico ed il carattere irreversibile, quali la cataratta oculare e l’osteonecrosi della testa del femore sono, seppur meno frequenti, associati talora anche a periodi di trattamento non prolungati (1, 19). Il limite all’impiego degli steroidi appare ancor più significativo se si considera che meno della metà dei pazienti sottoposti ad un primo ciclo di terapia steroidea mantiene la remissione clinica ad un anno senza ulteriore fabbisogno steroideo (3). I corticosteroidi di seconda generazione, a cui il BDP appartiene, possiedono, diversamente dagli steroidi convenzionali, una bassa disponibilità sistemica, e di conseguenza effetti collaterali assai limitati. Gli studi ad oggi effettuati volti a valutare l’efficacia del BDP orale nel trattamento della colite ulcerosa attiva sono due (9, 10), entrambi randomizzati e controllati, condotti su pazienti con attività lieve-moderata. Nel primo studio (119 pazienti) è stata confrontata la terapia orale combinata con mesalazina (3.2 g/die) e BDP (5 mg/die) con la terapia con la mesalazina orale (3.2 g/die) associata a placebo. Al termine delle 4 settimane di trattamento i tassi sia di remissione, sia di miglioramento della malattia sono risultati significativamente superiori nel gruppo trattato con mesalazina e BDP rispetto a quelli osservati nel gruppo mesalazina e placebo (58% vs 34% e 76% vs 61% rispettivamente). Nel secondo studio active-controlled (177 pazienti) il trattamento con 5 mg/die di BDP per 4 settimane ha consentito di ottenere una riduzione degli indici medi di attività di malattia simile a quella ottenuta con la mesalazina orale alla dose di 2.4 g/die. La sicurezza del BDP è stata valutata in entrambi gli studi attraverso esami clinici e di laboratorio, ed in nessun paziente sono stati riscontrati effetti collaterali. Al termine del trattamento è stata osservata una riduzione dei livelli medi di cortisolo sierico nei pazienti trattati con BDP, ma sempre entro limiti di normalità. Nello studio di Campieri et al. (12), nonostante la randomizzazione, i pazienti nel gruppo di trattamento con BDP orale mostravano una malattia significativamente più severa rispetto a quella dei pazienti nel A. Aratari, A. Cossu, M. Tanga, C. Papi gruppo con mesalazina. La dose di BDP di 5 mg impiegata in tale studio potrebbe essere stata troppo bassa per evidenziare una eventuale maggiore efficacia del BDP rispetto alla mesalazina. Considerando, infatti, che nella fase attiva di malattia il transito delle feci attraverso il colon è un processo decisamente più rapido e che il pattern di motilità viscerale è tale da limitare il contatto del contenuto luminale con la mucosa infiammata (20), la dose BDP potrebbe essere stata insufficiente per raggiungere le porzioni più distali del colon in concentrazioni efficaci. Se tuttavia può sembrare che il BDP sia stato impiegato ad una dose subottimale, l’attuale evidenza suggerisce anche che la dose appropriata di mesalazina nel trattamento della CU attiva lieve-moderata è più alta (21). Viste tali considerazioni, nel nostro studio, la dose iniziale di BDP orale è stata di 10 mg/die per 4 settimane, ed i pazienti inclusi sono stati soltanto quelli con malattia attiva nonostante il trattamento salicilati orali a dosi maggiori o uguali a 2.4 g /die associati alla terapia topica da almeno due settimane (tempo sufficiente, in questi pazienti, per considerare il ricorso agli steroidi sistemici in assenza di alcun miglioramento dai salicilati) (22). Dopo le 8 settimane di trattamento con BDP orale nei pazienti trattati si è osservata una significativa riduzione del valore medio del CAI rispetto a prima della terapia (Figura 3), e parallelamente una riduzione del valore medio della PCR (Figura 4). Nessuno dei parametri di laboratorio considerati è risultato essere associato alla probabilità di raggiungimento della remissione clinica. Solo la presenza di malattia con attività moderata (CAI >9) è stata osservata essere l’unica variabile indipendentemente associata a una minore probabilità di raggiungimento della remissione clinica a fine trattamento (OR=0.07). Conclusione Pur con i limiti propri di uno studio aperto, i risultati di questo lavoro preliminare inducono ad ipotizzare che, nei pazienti con CU lieve-moderata refrattaria ai salicilati, il BDP orale possa rappresentare una valida opzione terapeutica prima di considerare il ricorso agli steroidi sistemici. 07-Aratari 12-03-2008 8:46 Pagina 21 L’efficacia del beclometasone diproprionato nella colite ulcerosa lieve-moderata refrattaria ai salicilati Bibliografia 1. Carter MJ, Lobo AJ, Travis SP. On behalf of the IBD Section of the British Society of Gastroenterology. 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Aliment Pharmacol Ther 2006; 24 (Suppl.1), 10-6 Indirizzo per la corrispondenza: Dr. ssa Annalisa Aratari e-mail: [email protected] 08-Strangio 1 12-03-2008 8:47 Pagina 22 ACTA BIOMED 2008; 79; Quaderno di Gastroenterologia I: 22-25 L A V O R O © Mattioli 1885 O R I G I N A L E Diagnosi differenziale in situ, in vivo ed in tempo reale delle malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) usando l’optical coherence tomography (OCT) G. Strangio, P. Consolo, C. Luigiano, M. Scaffidi, G. Giacobbe, G. Melita, S. Pallio, A. Familiari, A. Tortora, L. Familiari Unità operativa di Endoscopia Digestiva- Dipartimento Clinico Sperimentale di Medicina e Farmacologia- Policlinico Universitario di Messina Introduzione L’optical coherence tomography (OCT), che è una nuova tecnica di immagine, produce in tempo reale, in vivo ed in situ immagini ad alta risoluzione delle microstrutture interne dei tessuti biologici. L’OCT è simile all’ecografia B-scan, ma la formazione della sua immagine si basa sulle interazioni della luce infrarossa con i vari strati del tessuto biologico esaminato. Il potere di risoluzione dell’OCT è inferiore a 20µ, quindi è più di dieci volte superiore a quello dell’ultrasonografia convenzionale (1, 2). Precedenti studi sul tratto gastrointestinale hanno dimostrato che l’OCT è capace di delineare la mucosa e la sottomucosa dell’esofago, dell’intestino tenue, del colon e di identificare i dotti biliare e pancreatico (3, 4); inoltre può evidenziare strutture microscopiche (cripte, villi, vasi linfatici e sanguigni, aggregati linfoidi) (5, 6). Studi OCT sulle malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) hanno mostrato, in confronto con il tessuto colico normale, cambiamenti morfologici quali la scomparsa delle cripte e l’alterazione della riflessione della luce infrarossa; inoltre, è stata dimostrata una differenza nei patterns OCT tra la rettocolite ulcerosa (RCU) ed il morbo di Crohn (MC) (7-9). Obiettivi In questo studio, abbiamo descritto una serie di 8 pazienti con diagnosi precedente di IBD o sintomi cli- nici (diarrea, rettorragia, anemia, febbre, dolore addominale) suggestivi di IBD, sottoposti ad esame OCT nel corso di colonscopia ed a campionamento bioptico dei segmenti colici studiati. Il nostro obiettivo è stato dimostrare se ci fossero patterns OCT specifici per RCU e MC e se l’OCT fosse capace di differenziare in situ, in vivo ed in tempo reale, le due patologie. Materiali e metodi Tra marzo 2006 ed aprile 2006, presso l’Unità operativa di Endoscopia Digestiva del Policlinico Universitario di Messina, sono stati arruolati nello studio 8 pazienti consecutivi con precedente diagnosi istologica o con caratteristiche cliniche sospette per IBD. Si è trattato di 5 femmine e 3 maschi, con un’età media 44 anni; questi pazienti sono stati sottoposti a colonscopia (con o senza precedente diagnosi di IBD) a causa dei seguenti sintomi: diarrea (5-7 scariche/die), rettorragia, emissione di muco, dolore addominale e tenesmo. Altri sintomi di presentazione sono stati anemia, calo ponderale ed astenia. I dati demografici e clinici sono stati riportati nella tabella I. Nel corso di una colonscopia totale tutti gli 8 pazienti sono stati sottoposti ad un esame OCT in situ, in vivo ed in tempo reale, utilizzando una sonda OCT middle – focus passata attraverso il canale operativo di un colonscopio diagnostico. L’endoscopista, con la sonda OCT a diretto contatto con la mucosa colica, ha raccolto immagini da 08-Strangio 1 12-03-2008 8:47 Pagina 23 Diagnosi differenziale in situ, in vivo ed in tempo reale delle malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) Tabella 1. Dati demografici e clinici di 8 pazienti affetti da IBD RCU MC Malattia attiva 3 3 Malattia in remissione 1 1 Sesso M/F 2/2 1/3 Età media(anni) 57,25 (43-67) 31,25 (19-43) Durata media di malattia (mesi) 13,5 (0-36) 27,75 (0-84) Precedente diagnosi istologica 3 2 tratti colici endoscopicamente affetti o da aree di IBD in remissione e da 2 tratti colici normali (uno più prossimo e l’altro più distante) posti prossimalmente a quelli affetti. Nei pazienti con malattia in remissione, le immagini OCT sono state realizzate sui segmenti colici che risultavano affetti da una diagnosi precedente. Un secondo endoscopista ha collaborato nella raccolta delle immagini OCT, occupandosi della memorizzazione e della etichettatura delle immagini stesse. Dopo la raccolta delle immagini, negli stessi tratti colici studiati, con pinza bioptica Jumbo sono state effettuate 2 macrobiopsie che sono state orientate da un’infermiera su carta bibula ed conservate in formalina al 10%. Successivamente 2 patologi, ignari dei risultati endoscopici ed OCT, hanno effettuato la valutazione endoscopica, usando sezioni di 4µ di un blocco di paraffina, preparato per la colorazione con ematossilina ed eosina. 23 L’epitelio della mucosa colica ha rappresentato il primo strato, che è apparso luminoso (iper-riflettente) ed in cui si è potuto evidenziare una disposizione regolare e ben organizzata delle cripte. Il sottostante secondo strato, corrispondente alla muscularis mucosae, si è presentato in realtà come un sottile triplo strato, caratterizzato da due strati luminosi intervallati da uno strato più scuro. Un terzo strato a riflettività relativamente bassa, quindi più scuro rispetto alla mucosa, è stato evidenziato al disotto della muscularis mucosae ed è stato interpretato come corrispondente alla sottomucosa. Infine, al disotto della sottomucosa, è stato visualizzato un quarto strato iporiflettente (scuro) e corrispondente allo strato interno circolare della muscolare propria. Nei 6 pazienti (3 RCU e 3 MC), affetti da malattia attiva, l’OCT ha permesso di effettuare una diagnosi differenziale; infatti il pattern OCT della RCU acuta (Figura 2) è stato caratterizzato dalla discontinuità delle cripte e dall’alterazione della riflessione luminosa del primo strato chiaro della parete colica, per Figura 1. Immagine OCT del colon normale: notare lo strato interno, circolare della muscolare propria (freccia nera). Risultati L’OCT è stata capace di identificare, in tutti gli 8 pazienti, le caratteristiche della malattia infiammatoria sia nei tratti colici affetti che in quelli normali all’endoscopia. I tratti colici normali immediatamente al di sopra di quelli affetti, hanno mostrato caratteristiche patologiche all’OCT, confermate poi dall’istologia, più frequentemente rispetto ai tratti più distanti. I patterns OCT dei tratti colici normali sono risultati sovrapponibili a quelli di studi precedentemente pubblicati (1, 5, 9, 10); in particolare, sono stati chiaramente differenziati 4 strati nella parete colica (Figura 1). Figura 2. Immagine OCT della RCU in fase attiva: si intravede la muscularis mucosae (freccia bianca). 08-Strangio 1 12-03-2008 8:47 Pagina 24 24 la presenza di aree scure di iporiflettività, più o meno diffuse e corrispondenti all’infiltrato flogistico mucosale, come dimostrato dall’istologia; comunque, benché alterata, si è potuto ancora riscontrare la stratificazione della parete colica. Al contrario, il pattern OCT di MC in fase di attività è stato caratterizzato da una completa alterazione della struttura della parete colica, con perdita totale della caratteristica stratificazione, a causa della flogosi profonda, transmurale, tipica del Crohn (Figura 3). Nei restanti 2 pazienti (1 RCU e 1 MC), con malattia in remissione, i patterns OCT non hanno mostrato differenze significative e non hanno permesso di differenziare le 2 patologie (Figura 4). G. Strangio, P. Consolo, C. Luigiano, M. Scaffidi, G. Giacobbe, G. Melita, et al. Figura 3. Immagine OCT di Crohn in fase attiva: perdita completa della stratificazione parietale Discussione Questa nostra serie di casi clinici in vivo, ha dimostrato che l’OCT è una tecnica di immagine fattibile nel corso di colonscopia e che ha portato ad identificare patterns specifici per le IBD. L’OCT è stata capace di distinguere la malattia in fase attiva da quella in remissione e di identificare la presenza di infiltrato infiammatorio nei segmenti colici normali all’endoscopia; inoltre, ha permesso di effettuare una diagnosi differenziale in situ ed in vivo tra la RCU ed il MC in fase di attività. Strutture precedentemente osservate solo per mezzo dell’esame istologico, possono essere visualizzate, mediante questa tecnica, in tempo reale, “in situ” ed in vivo durante l’esame endoscopico, senza necessità di escissione di tessuto (“biopsia ottica”) con le relative complicanze, costi e ritardo nella diagnosi. L’OCT permette di distinguere tessuto normale, infiammatorio, precanceroso e maligno; quindi rappresenta una tecnica potenzialmente molto utile, in aggiunta all’endoscopia standard, nella sorveglianza di pazienti affetti da IBD ed altre condizioni precancerose. Infatti, l’OCT può permettere la sorveglianza di estese regioni tissutali e restringere il ricorso alle biopsie solo per quelle zone in cui vengano evidenziate anormalità strutturali. Fra le limitazioni dei primi prototipi di optical coherence tomography c’era la scarsa profondità di penetrazione tissutale, che non permetteva, a differenza Figura 4. Immagine OCT delle IBD in remissione: presenza di aree di iporiflettività che determinano discontinuità dell’epitelio ghiandolare (frecce nere) di altre metodiche di imaging come l’ecoendoscopia, di valutare per esempio la muscolare propria, ma i nuovi prototipi di OCT, come quello usato da noi in questo studio, stanno cominciando ad ovviare a questo problema. In atto, le limitazioni maggiori per un uso clinico diffuso, in vivo ed in tempo reale dell’OCT nel corso di colonscopia, sembrano essere legate all’aspettativa di lunga durata dell’esame e, soprattutto, alla necessità di rivedere e interpretare spesso le immagini OCT in un secondo momento, dopo la colonscopia. Per una rapida diagnosi clinica in vivo, promettente sembra essere l’utilizzo di mezzi di contrasto chimici, come il glicole propilenico (11), che sono capaci di aumentare la profondità d’immagine ed il contrasto dell’OCT, ma un ruolo fondamentale sarà svolto dall’evoluzione tecnologica, che già è “in fieri”, del sistema OCT ed in particolare del suo software deputato alla raccolta ed al trattamento delle immagini. 08-Strangio 1 12-03-2008 8:47 Pagina 25 Diagnosi differenziale in situ, in vivo ed in tempo reale delle malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) Bibliografia 1. Shen B, Zuccaro G. Optical coherence tomography in the gastrointestinal tract. 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Propylene glycol as a contrasting agent for optical coherence tomography to image gastrointestinal tissues. Lasers Surg Med 2002; 30:201-8. Indirizzo per la corrispondenza: Prof. Luigi Familiari e-mail: [email protected] 09-Barbonetti 12-03-2008 8:49 Pagina 26 ACTA BIOMED 2008; 79; Quaderno di Gastroenterologia I: 26-27 L A V O R O © Mattioli 1885 O R I G I N A L E Controllo degli effetti collaterali sul retto nella radioterapia radicale del cancro della prostata C. Barbonetti, F. Stiglich U.O. Radioterapia AOVV Sondrio La Radioterapia radicale nel cancro localizzato della prostata, somministrata con fasci esterni o con materiale radioattivo inserito direttamente nella prostata (brachiterapia), offre a parità di variabili pre-trattamento (staging, PSA plasmatico, grading e Gleason score) risultati sostanzialmente equivalenti a quelli dell’approccio chirurgico con prostatectomia radicale, e pertanto negli ultimi anni tale si è osservato un netto incremento nell’utilizzo di tale metodica. Nell’ultimo decennio sono stati conseguiti grandi progressi nella tecnica di somministrazione della radioterapia con fasci esterni grazie alla disponibilità di sistemi computerizzati di trattamento basati su immagini TC, che consentono la ricostruzione tridimensionale del volume bersaglio e degli organi critici, così da consentire un incremento notevole di dose al letto tumorale e una riduzione significativa di dose ai tessuti sani adiacenti. La radioterapia conformazionale 3-D rappresenta attualmente lo standard di riferimento radiante nella neoplasia prostatica localizzata e localmente avanzata (T1-T3). L’utilizzo di tale metodica ha consentito un’escalation di dose che prevede la somministrazione di 7678 Gy al “target” e anche se le tossicità collaterali acute sono relativamente controllate dall’uso di idonee schermature, il problema della proctite attinica è lungi dall’essere risolto. Presso il nostro centro vengono rigorosamente rispettati i “constraints” suggeriti dall’AIRO che prevedono una dose massima di 50 Gy a non oltre il 55% del volume del retto. La tossicità acuta da trattamento radiante inizia generalmente a manifestarsi a partire dalla terza setti- Tabella 1. AIROPROS0101 suggested DVH constraints Dose Gy Volume rettale compreso 50 Gy < 55% 60 Gy < 45% 70 Gy < 25% 75 Gy < 5% Tabella 2. RTOG/EORTC valutazione tossicità acuta e tardiva delle mucose Grado Tossicità acuta Tossicità tardiva 0 nessun effetto nessun effetto 1 debole dolore che non richiede uso di analgesici leggera atrofia e secchezza 2 mucosite a chiazze, possibile supporazione infiammatoria e siero. sanguinante, dolore moderato. Uso di analgesici. moderata atrofia e teleangectasia; poco muco 3 mucosite confluente fibrinosa; forte dolore. Uso di narcotici. atrofia rilevante con completa secchezza 4 ulcerazione, emorragia o necrosi ulcerazione 5 morte legata agli effetti da raggi morte legata agli effetti da raggi mana di trattamento, e approssimativamente il 60% circa dei pazienti richiede a questo punto un trattamento farmacologico, e in una percentuale minore si rende talvolta necessaria una sospensione della terapia radiante che comporta una minor efficacia tumoricida del trattamento. 09-Barbonetti 12-03-2008 8:49 Pagina 27 Controllo degli effetti collaterali sul retto nella radioterapia radicale del cancro della prostata La tossicità tardiva appare strettamente legata alla tecnica radioterapica e alla dose somministrata e può manifestarsi in un ampio lasso di tempo compreso da 3-4 mesi a tre anni dal termine della radioterapia, l’evento più frequente è rappresentato dal sanguinamento rettale saltuario (10-20% dei pazienti), mentre quello più serio è la necrosi della parete rettale, riscontrabile peraltro solo nell’1% dei casi. Allo scopo di tentare di prevenire o quantomeno alleviare i sintomi legati alla proctite attinica abbiamo dall’inizio del 2004 sottoposto i pazienti trattati con RT dall’esterno per neoplasia prostatica a profilassi con Mesalazina sospensione rettale e con Beclometasone dipropionato clismi alla comparsa di effetti di tossicità acuta di grado 2. In questo periodo sono stati arruolati 121 pazienti, età compresa fra 51 ed 82 anni con una media di 67,5. Il trattamento radiante è stato interrotto in due soli pazienti di 79 e 71 anni, affetti entrambi da patologia diabetica, per insorgenza di tossicità acuta rettale (Gradi 4 RTOG) rispettivamente a 52 e 56 Gy. In tutti gli altri pazienti radiotrattati la tossicità acuta è risultata di grado modesto (Grado 1-2 RTOG). Per quanto attiene gli effetti a medio-lungo termine il periodo di analisi è ancora troppo breve per consentire una valutazione statisticamente corretta. Vanno tuttavia segnalati 3 casi di perforazione del grosso intestino (2,5% della casistica globale) che hanno richiesto revisione chirurgica e 2 casi di proctite cronica (1,6%) con anemizzazione e presenza di sangue occulto nelle feci. Discussione La tossicità acuta e tardiva è stata valutata facendo riferimento ai parametri RTOG/EORTC (Tabella 2). Pur in assenza di un’analisi statistica rigorosa, la nostra esperienza ci consente ragionevolmente di affermare che l’utilizzo in profilassi della mesalazina, eventualmente sostituita con Beclometasone dipropionato clismi, permette di meglio controllare gli effetti collaterali del trattamento radiante a livello dello scavo pelvico consentendo di ridurre il rischio di una sospensione della radioterapia senza compremetterne pertanto l’efficacia. La tollerabilità dell’approccio farmacologico è risultata ottima con una totale assenza di effetti sistemici e locoregionali. Un ulteriore aspetto positivo è rappresentato dal contenimento dei costi delle terapie di supporto. Alla luce di questa esperienza, per quanto ancora di breve durata e con una casistica ancora limitata, riteniamo utile proporre la profilassi farmacologica con mesalazina sospensione rettale in tutti i pazienti per i quali è programmato un trattamento radiante per una neoplasia prostatica. Bibliografia 1. Rubin P, Constine LS, Fajardo LF, Phillips TL, Wasserman TH. RTOG late effects working group. Overview of late effects normal tissue(LENT) scoring system. Radiother Oncol 1995;35(1);9-10. 2. Lawton CA et Al. Long-term treatment sequelae following external beam irradiation for adenocarcinoma of the prostate: analysis of RTOG studies 7506 and 7706. Int J Radiat Oncol Biol Phys 1991; 21:935. 3. Jones K, Wayne A, Bristow RG and Levin W. Treatment of radiation proctitis with hyperbaric oxygen. Radiotherapy and Oncology 2006; 78:91-4. 4. Pilepich M, Paulus R, St. Clair W, Brasacchio R, Rostock R, Miller R. Phase III Study of Pentosanpolysulfate (PPS) in Treatment of Gastrointestinal Tract Sequelae of Radiotherapy. Am J Clin Oncol 2006; 29(2):132-7. 5. Takuya I, Shosaku N, Ryuichi M,Masayuki H, Hitoo N and Masao T. Effect of radiotherapy on anorectal function in patients with cervical cancer. Disease of the colon and rectum 1997; 40, 693-7. Indirizzo per la corrispondenza: Dr. Claudio Barbonetti e-mail: [email protected] Figura 1. Piano di trattamento RT prostata 27 10-Terrevazzi 12-03-2008 10:29 Pagina 28 ACTA BIOMED 2008; 79; Quaderno di Gastroenterologia I: 28-30 C © Mattioli 1885 A S E R E P O R T Efficacia del beclometasone dipropionato nella gestione della proctite insorta a distanza da radioterapia radicale su prostata Sara Terrevazzi, Sofia Meregalli, Rita Marina Nespolo, Valentina Ribaldi Unità operativa di Radioterapia, Ospedale S. Gerardo Nuovo, Monza Introduzione Una valida alternativa al trattamento chirurgico nel carcinoma della prostata è rappresentato dalla radioterapia radicale (1). Il rischio di incontinenza, l’alterazione della funzione erettile, la compromissione della fertilità, la modifica o l’assenza dell’eiaculazione, e le conseguenze che ne derivano sulla sfera psicologica, sono alcune delle sequele che si hanno dopo un trattamento di tipo chirurgico. Nel caso del trattamento radiante invece gli effetti collaterali possono insorgere sia durante, sia a distanza dal termine della terapia (2). La tossicità acuta da radiazioni tende ad evidenziarsi dalla terza settimana e scompare generalmente entro alcune settimane dal termine del trattamento. Nel 60% dei pazienti i disturbi urinari e/o rettali (cistite, proctite) richiedono interventi farmacologici coadiuvanti. I disturbi intestinali acuti (diarrea, dolore addominale, dolore rettale, meteorismo) associati, sono generalmente ben controllati da una dieta adeguata o da antispastici. Le eventuali tossicità tardive, legate alla dose somministrata e alla tecnica utilizzata, si manifestano in genere tra il 3° e il 39° mese dal completamento del ciclo radioterapico e si risolvono spontaneamente nella maggior parte dei casi entro un anno dalla loro comparsa (fatta eccezione per la disfunzione erettile, determinata dal danno vascolare causato dal trattamento radiante). L’utilizzo di cortisonici può abbreviare e alleggerire la sintomatologia correlata. L’evento tardivo più frequente a carico del retto è rappresentato da perdite ematiche saltuarie (ematochezie, proctorragia), che si presentano nel 10-20% dei pazienti circa; tossicità più severe quali sanguinamento persistente, che necessita di emotrasfusioni o correzioni chirurgiche, o la necrosi della parete rettale sono eventi assai rari, riscontrabili in meno dell’1% dei casi. In assenza di uno specifico trattamento elettivo (fatta eccezione per casi in cui esistano controindicazioni) la scelta terapeutica deve tenere in considerazione gli effetti collaterali che ne derivano e il loro impatto sulla qualità della vita (3). Caratteristiche generali del farmaco Beclometasone dipropionato. Il beclometasone dipropionato è un potente corticosteroide ad azione topica utilizzato nella colite ulcerosa. Il farmaco è in grado di raggiungere, per progressione retrograda la mucosa intestinale interessata dal processo patologico, esercitando la propria azione antiinfiammatoria localmente. 10-Terrevazzi 12-03-2008 10:29 Pagina 29 Efficacia del beclometasone dipropionato nella gestione della proctite insorta a distanza da radioterapia radicale su prostata Viene metabolizzato a livello epatico ed è dotato di alta affinità recettoriale con conseguente scarso assorbimento intestinale. Numerosi studi hanno dimostrato come una terapia con beclometasone dipropionato determini un netto miglioramento della sintomatologia clinica e come in alcuni casi si arrivi ad una completa remissione dei sintomi, dimostrati da reperti endoscopici ed istologici. Si è evidenziato inoltre, come l’uso di beclometasone dipropionato, se confrontato con altri corticosteroidi (7) o altre formulazioni farmacologiche come mesalazina (acido5-aminosalicilico), abbia una migliore risposta in una percentuale più elevata di pazienti (8). La tollerabilità al farmaco è altresì risultata molto buona perché anche in seguito a trattamenti prolungati non si è verificata interferenza con l’asse ipotalamo ipofisario (9). Anamnesi Il paziente è un maschio nato nel 1922 senza particolari rilievi anamnestici significativi. Nel maggio del 1996, in seguito a riscontro occasionale di PSA elevato, pari a 23.55 ng/ml, esegue ecografia transrettale che evidenzia neoformazione prostatica apparentemente limitata al lobo dx. Vengono effettuate biopsie che risultano positive per adenocarcinoma acinare, GPS 4 (2+2) a livello di entrambi i lobi. Il paziente giunge alla nostra osservazione nel Settembre del 1997 per valutare la fattibilità di un trattamento radioterapico radicale su loggia prostatica. Il medico radioterapista richiede, a completamento della stadiazione, TAC addome/pelvi con mezzo di contrasto e scintigrafia ossea, che risultano essere negativi per secondarismi di malattia a distanza. Il paziente inoltre si sottopone a visita urologica e viene data indicazione ad ormonoterapia (leuprorelina 3.75 mg, 1 fl/mese associata a flutamide, 1 cpr/3 volte die), che sospenderà all’avvio del trattamento radioterapico. Viene posta indicazione a trattamento radiante a finalità radicale per una dose di 70 Gy in 35 frazioni su prostata. Nella pianificazione del trattamento oltre a valutare la copertura del target (il 95% del target riceve il 29 100% della dose) in base all’istogramma dose-volume, vengono considerati come organi a rischio vescica e retto (nel caso in questione il 50 % del retto riceve 45 Gy). Il paziente avvia il trattamento radiante in data 21.10.1997. Durante la terapia presenta effetti collaterali legati all’apparato urinario (disuria, un episodio di ematuria) che si risolvono con presidi medici ma non presenta nessuna sintomatologia gastrointestinale. Alla fine del trattamento vengono programmati regolari controlli presso il nostro centro di radioterapia e controlli urologici. Nel settembre del 2002 in seguito a rialzo progressivo del PSA (0.9→1.5→1.97) viene posto in terapia con Androcur, 3 cpr/die. Nel settembre 2005 durante una nostra visita di controllo riferisce episodi di proctorragia, già presenti da tempo e mai riferiti nelle precedenti visite di controllo. Il sanguinamento non è giornaliero, né di notevole entità, e si presenta a volte come sangue rosso vivo, a volte come piccoli coaguli. Viene richiesta Colonscopia per sospetta proctite attinica che il paziente esegue nell’Ottobre del 2005. All’atto dell’esame endoscopico vengono rilevati proctite (nel retto distale eritema e fragilità della mucosa, con aree di neoangiogenesi), diverticoli a livello del sigma ed congestione del plesso emorroidario (Fig.1 e 2). Si prescrive quindi beclometasone dipropionato 3 mg 60ml, clismi, una volta al giorno per 3 settimane. Il paziente viene rivalutato al termine del trattamento farmacologico. Figura 1. Reperto endoscopico di proctite 10-Terrevazzi 12-03-2008 10:29 Pagina 30 30 S. Terrevazzi, S. Meregalli, R. M. Nespolo, V. Ribaldi Conclusioni Il caso proposto evidenzia come il beclometasone dipropionato topico risulti essere un valido presidio farmacologico in caso di proctite attinica sintomatica, insorta in seguito a trattamento radiante su prostata. Emergono e risultano esemplificative non solo l’efficacia ma anche tollerabilità della molecola. Inoltre l’azione del farmaco è documentata dai dati forniti a livello endoscopico. Figura 2. Reperto endoscopico di proctite Figura 3. Miglioramento del quadro endoscopico Riferisce scomparsa della sintomatologia a livello rettale. Inoltre porta in visione Colonscopia (eseguita nel Dicembre 2005) che evidenzia esiti di proctite attinica in miglioramento dopo terapia topica con beclometasone dipropionato. Come è possibile rilevare dalla Figura 3, la mucosa del retto appare lievemente eritematosa, senza segni di sanguinamento. Vengono nuovamente programmate visite di controllo annuali. Alla visita effettuata nel settembre 2006 presenta buone condizioni generali, ultimo PSA eseguito pari a 0.21 ng/ml (sta proseguendo terapia con Androcur). Riferisce di stare bene e di non avere particolari disturbi legati all’alvo e alla diuresi. Non ha sanguinamento rettale dal 2005. Bibliografia 1. Martinez AA, Gonzalez JA, Chung AK, et all. A comparison of external beam radiation therapy versus radical prostatectomy for patients with low risk prostate carcinoma diagnosed, staged, and treated at a single institution. 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Indirizzo per la corrispondenza: Dr. ssa Sara Terravazzi e-mail: [email protected] 11-Paoluzzi 12-03-2008 9:53 Pagina 31 ACTA BIOMED 2008; 79; Quaderno di Gastroenterologia I: 31-34 C © Mattioli 1885 A S E R E P O R T Efficacia di beclometasone dipropionato nel trattamento della colite microscopica linfocitaria: descrizione di un caso clinico Fabio Andrei, Emanuela Visconti, Omero Alessandro Paoluzi, Italo Stroppa, Francesco Pallone Centro di Gastroenterologia, Dipartimento di Medicina Interna, Università degli studi di Roma Tor Vergata, Roma Introduzione Il caso clinico riportato riguarda il complesso capitolo delle coliti microscopiche, in particolare la colite linfocitaria, la cui diagnosi è spesso tardiva a causa dell’assenza di alterazioni della mucosa all’esame endoscopico ed invece evidenti all’esame istologico. Dati anamnestici Donna di anni 37, menarca a 12 anni, cicli regolari, coniugata con figli. Non riferiva potus, non fumo, anamnesi farmacologia negativa. Nell’anamnesi patologica remota riferiva colecistectomia per litiasi sintomatica. Anamnesi familiare non significativa. Descrizione del caso clinico La paziente giunge alla nostra osservazione per comparsa di diarrea da circa 8 mesi, caratterizzata da 45 scariche/die di feci liquide, senza sangue e con muco abbondante, precedute da dolori addominali, brividi e talvolta nausea. Tale sintomatologia si presentava con una frequenza di circa 3-4 episodi al mese. La paziente ha fatto risalire l’inizio della sintomatologia ad un passato episodio di presunta tossinfezione alimentare, contratta nel proprio ambiente lavorativo, che si manifestava con diarrea e vomito e veniva trattata con neomicina associata a bacitracina (Bimixin®) e probiotici. Tale terapia induceva la regres- sione della sintomatologia diarroica, e la paziente godeva di un discreto benessere per circa 1 mese, dopo il quale compariva nuovamente diarrea in forma episodica. A causa del persistere della sintomatologia ricorrente, la paziente si recava presso il proprio medico curante che le prescriveva l’esame endoscopico del tratto digestivo inferiore. La colonscopia, eseguita senza sedazione, veniva mal tollerata e pertanto era interrotta a livello del sigma prossimale, senza documentare alterazioni macroscopiche della mucosa. In quell’occasione non venivano prelevate biopsie del colon. Dopo circa 1 mese, la paziente, su consiglio di uno specialista gastroenterologo, eseguiva un test del respiro al lattosio, che dava esito negativo, ed un test del respiro al lattulosio, che mostrava la presenza di una eccessiva crescita batterica. Per tale motivo alla paziente veniva prescritta terapia con antibiotici (ciprofloxacina 500 mg cpr 1x2/die e metronidazolo 250 mg cpr 1x3), seguita da probiotici, con miglioramento del quadro clinico. Dopo circa 2 settimane, in seguito al recidivare della diarrea, in forma anche più marcata, la paziente si recava a visita gastroenterologica nel corso della quale, nel sospetto di malattia celiaca, le veniva richiesto il dosaggio degli anticorpi anti-endomisio (EMA), anti-gliadina (AGA) e anti-transglutaminasi (antiTG), che dava esito negativo, ed una esofago-gastroduodenoscopia con biopsie nella II porzione duodenale, con reperto nei limiti della normalità. Sulla base anche della precedente colonscopia parziale, che non aveva mostrato alterazioni macroscopiche della mucosa, veniva posta diagnosi di colon irritabile e alla pa- 11-Paoluzzi 12-03-2008 9:53 Pagina 32 32 ziente veniva prescritto un trattamento con antidiarroici (Dissenten®), antispastici, antibiotici e probiotici, che venivano assunti con parziale beneficio. Dopo circa 2 mesi, per il persistere della sintomatologia, associata a calo ponderale di circa 10 kg e stato di malessere generale, la paziente veniva ricoverata presso il nostro Centro di Gastroenterologia. Al momento del ricovero, la paziente era in discrete condizioni generali, modicamente disidratata, afebbrile, e riferiva 4-6 evacuazioni/die di feci liquide, con abbondante muco, senza sangue, precedute da dolori addominali e brivido. All’anamnesi patologica remota, la paziente riferiva di essere stata operata di colecistectomia per litiasi sintomatica nel 2001, negava altre patologie degne di nota ed assunzione di farmaci diversi da quelli sopra indicati. All’esame obbiettivo l’addome appariva trattabile, lievemente dolente ai quadranti di destra ed in mesogastrio, il timpanismo entero-colico era fisiologico, la peristalsi era presente e valida. Le indagini ematochimiche risultavano nella norma, incluso l’emocromo (GR 4.470.000, Hgb 14.4 Gb 5.600), gli indici di flogosi (VES 12, PCR 0.12), le proteine totali (6.8 g/dl), l’albuminemia (3.7 g/dl) ed il protidogramma elettroforetico. I marcatori virali per CMV, Herpes virus, Rosolia, HCV, HBV erano negativi, come anche gli autoanticorpi anti-muscolo liscio (ASMA), anti-muscolo striato (AMA), anti-nucleo (ANA). Marcatori tumorali, quali il CA 19-9 ed il CA-125, erano anch’essi nei limiti della norma. La paziente veniva sottoposta a colonscopia in sedazione profonda che documentava l’assenza di alterazioni macroscopiche della mucosa dell’intero colon e dell’ileo terminale. Prelievi bioptici multipli dell’ileo e del colon mettevano in evidenza iperplasia linfatica dell’ileo terminale con mucosa nella norma, mentre nel colon era evidente un quadro flogistico caratterizzato da edema, lieve distorsione delle cripte ghiandolari ed infiltrato infiammatorio prevalentemente costituito da linfociti, compatibile con la diagnosi di colite linfocitaria. Dopo aver intrapreso una terapia con mesalazina per os 2.4 g/die senza beneficio, la paziente veniva trattata con beclometasone dipropionato (BDP) (Clipper®) 5 mg cpr, al dosaggio di 10 mg/die per 1 settimana e successivamente di 5 mg/die per altre 3 settimane, in associazione a BDP 3 mg 60 ml per via topica, 1 clisma/sera, per 4 settimane. La paziente rispondeva immediatamente alla terapia con BDP, con F. Andrei, E. Visconti, O. A. Paoluzi, I.Stroppa, F. Pallone risoluzione completa dei sintomi dopo 1 settimana di trattamento, senza riferire nessuna recidiva clinica nei controlli clinici nei successivi 6 mesi di follow-up. Discussione La colite linfocitaria è una patologia infiammatoria della mucosa del colon così definita per la presenza di un modesto infiltrato linfocitico nella lamina propria rappresentato da linfociti CD8+, plasma cellule e macrofagi, come osservato per la prima volta nel 1989 da Lazenby (1). Tale condizione è stata osservata in associazione ad altre patologie autoimmunitarie, come la malattia celiaca e la patologia reumatica (2). La sintomatologia della colite linfocitaria è caratterizzata da diarrea cronica acquosa, dolore addominale, a volte a calo ponderale, con esami ematochimici che mostrano, in una parte dei pazienti, anemia di grado medio ed ipoalbuminemia. Poiché le caratteristiche clinico-istologiche della colite linfocitaria si riscontrano anche nella colite collagenosica, così definita per la presenza di una banda di collagene sub-epiteliale, è stato ipotizzato che queste coliti siano due momenti evolutivi di una stessa patologia che è stata denominata colite microscopica in quanto documentabile solo mediante esame istologico della mucosa colica altrimenti normale macroscopicamente. L’assenza di lesioni evidenti all’esame endoscopico può rendere difficile o ritardata la diagnosi della colite linfocitaria e questo, a sua volta, può forse essere responsabile della sua bassa incidenza che, secondo studi Europei ed Americani (3,4), è di circa il 3.1–4.4/100.000, con interessamento maggiore per il sesso femminile ed in particolare per la popolazione anziana. Tale ipotesi sembra essere sostenuta dall’evoluzione del presente caso, in cui la diagnosi di colite linfocitaria è stata raggiunta con ritardo causato, da una parte, da fattori anamnestici confondenti, quale l’anamnesi positiva per una tossinfezione alimentare, e, dall’altro, dalla negatività dell’aspetto macroscopico della mucosa colica ed ileale riscontrato nel primo esame endoscopico del tratto digestivo inferiore, dove non erano stati effettuati prelievi bioptici. Questo, insieme alla mancanza di una valutazione istologica di alterazioni flogistiche della mucosa, ha deviato l’attenzione dell’iter diagnostico dapprima verso la sindrome da eccessiva crescita batterica, documentata 11-Paoluzzi 12-03-2008 9:53 Pagina 33 Efficacia di beclometasone dipropionato nel trattamento della colite microscopica linfocitaria: descrizione di un caso clinico dal test del respiro al lattulosio, ed in seguito su patologie funzionali. Solo l’aggravamento dei sintomi ha spinto lo specialista ad effettuare un’altra colonscopia con prelievi bioptici che ha condotto alla corretta diagnosi di colite linfocitaria. Relativamente all’eziologia della colite linfocitaria, sebbene essa rimanga ancora da dimostrare, l’ipotesi più accreditata include il realizzarsi di processi infiammatori associati ad un’alterazione della risposta immunitaria epiteliale a stimoli dietetici o batterici (5). Alcuni Autori (6) hanno anche ipotizzato che l’uso di anti-infiammatori non steroidei (FANS) giochi un ruolo nell’eziologia di questa patologia, anche se tale tesi rimane ancora dibattuta. La terapia della colite linfocitaria e della colite collagenosica è ancora largamente empirica e si basa su evidenze ottenute in piccoli gruppi di pazienti (7). Circa un terzo dei pazienti rispondono al trattamento con antidiarroici, come la loperamide, o ad agenti formanti massa, quale lo psyllium, anche se la risposta clinica non è associata ad un miglioramento del quadro istologico. Discreti risultati sono stati ottenuti con il salicilato di bismuto, grazie alla sua azione antiinfiammatoria, antidiarroica ed antibatterica, come già riportato nella colite ulcerosa e nella pouchite (8,9). Altri trattamenti utilizzati, come la mesalazina e gli acidi biliari, sembrano migliorare la diarrea e l’infiammazione, ma non in tutti i pazienti (10): lo scarso beneficio clinico del trattamento con mesalazina nel paziente del presente caso sembra confermare la variabilità dell’efficacia di questa molecola nella colite linfocitaria. L’uso di antibiotici, probiotici ed antidiarroici sembra essere in grado di indurre solo un parziale e temporaneo beneficio; tale ipotesi sembra confermata dalla limitata risposta clinica osservata nella paziente del presente caso in seguito alla somministrazione di neomicina e ciprofloxacina. Anche i glucocorticoidi, quali il prednisone, hanno dato buoni risultati, ma alla sospensione del trattamento è stata osservata frequentemente la recidiva clinica; inoltre, l’uso prolungato dello steroide può essere responsabile di effetti collaterali indesiderati anche importanti (11). Farmaci immunosoppressori, come l’azatioprina o la 6mercaptopurina, si sono dimostrati efficaci (12), ma l’esperienza è limitata a pochi pazienti che non avevano risposto a terapia con mesalazina e/o steroidi. In alternativa ai glucocorticoidi, la budesonide, è attualmente 33 nella colite linfocitaria e nella colite collagenosica. Ad oggi sono stati eseguiti due studi controllati randomizzati verso placebo (13, 14), nei quali circa 60 pazienti sono stati trattati con budesonide cpr 9 mg/die per 6-8 settimane oppure placebo, con una remissione clinica significativamente più frequente (P <0.001) nei pazienti che avevano assunto il farmaco attivo rispetto a quelli con placebo. Nella paziente del caso qui riportato è stato deciso di trattare la colite linfocitaria con BDP. La scelta di BDP è stata motivata dall’efficacia, riportata in letteratura (15) ed osservata nella pratica clinica, dell’azione antiinfiammatoria di tale farmaco nel trattamento della colite ulcerosa. La preferenza trova il suo razionale non solo nell’efficacia ma anche nel profilo di alta tollerabilità del BDP, la cui assunzione è seguita da una incidenza molto bassa di effetti collaterali rispetto alla terapia steroidea tradizionale con glucocorticoidi. La pronta risposta alla terapia con BDP osservata nel presente caso è in accordo con precedenti segnalazioni di singoli pazienti affetti da colite linfocitaria trattati con successo con BDP ed indica che BDP potrebbe essere il farmaco di riferimento in questa rara forma di colite, in particolare nei pazienti che non hanno risposto ad una precedente terapia con mesalazina. Tali evidenze, tuttavia, necessitano di conferme provenienti da studi randomizzati e controllati che valutino l’efficacia di BDP nelle coliti microscopiche su popolazioni più ampie ed omogenee. Conclusioni In conclusione, vista la discrepanza tra quadro endoscopico ed istologico nella colite lincofitaria, qualora ci si trovi di fronte ad un paziente con sintomi tipici di una colite clinicamente attiva in assenza di lesioni endoscopicamente documentabili è consigliabile procedere sempre al prelievo di campioni bioptici multipli del colon e del retto al fine di ridurre al minimo la possibilità di mancare la diagnosi di una colite microscopica. La precoce identificazione di tale condizione, consente di intraprendere il più rapidamente possibile il trattamento più appropriato. Tra i farmaci disponibili, gli steroidi a rapido passaggio epatico, quali il BDP , sembrano essere molecole di riferimento per l’elevata probabilità di efficacia e la rapidità della risposta clinica del paziente. 11-Paoluzzi 12-03-2008 9:53 Pagina 34 34 Bibliografia 1. Lazenby AJ, Yardley JH, Giardiello FM, Jessurun J, Bayless TM. 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Familiari Unità Operativa di Endoscopia Digestiva- Dipartimento Clinico Sperimentale di Medicina e Farmacologia- Policlinico Universitario di Messina Introduzione L’optical coherence tomography (OCT) è una nuova tecnica di imaging, già studiata in campo oculistico, dermatologico e vascolare, che è stata recentemente applicata sia “ex vivo” che “in vivo” nello studio del tratto gastrointestinale, in aggiunta all’endoscopia standard. L’OCT è simile all’ecografia B-mode, ad eccezione del fatto che la formazione delle immagini dipende dalle differenze nelle proprietà di riflessione ottica (backscattering) e non acustica del tessuto esaminato; infatti l’OCT utilizza al posto degli ultrasuoni, la luce infrarossa. Per mezzo dell’OCT è possibile ottenere immagini bidimensionali, “in situ”, in tempo reale e ad alta risoluzione della microstruttura interna dei tessuti biologici; infatti questa tecnica possiede un’elevata risoluzione spaziale (10-20µ) che è più di dieci volte superiore a quella dell’ultrasonografia convenzionale e permette di effettuare una vera e propria “biopsia ottica”, mentre il potere di penetrazione tissutale è scarso (circa 2 mm) (1-4). Il dispositivo OCT utilizza una radiazione elettromagnetica a bassa coerenza con lunghezza d’onda variabile da 750 a 1.300 nm (luce infrarossa), con una potenza di 1,5 mW; esso è costituito da un’unità principale compatta e da una sonda ottica, che è distaccabile dall’unità principale e può essere passata all’interno del canale operativo di un endoscopio. La sonda si compone di una fibra ottica e di un cavo elettrico collocati in un tubo flessibile e di uno scanner laterale con un sistema di lenti all’estremità distale; inoltre essa può avere un grado differente di flessibilità ed un diametro esterno che varia da 2 a 2,7 mm. Il bilanciamento tra la risoluzione d’immagine e la profondità di penetrazione tissutale si basa sulla “working distance”, che è la distanza intercorrente tra la sonda ottica e il tessuto bersaglio; infatti, mantenendo la sonda circa 0,5-1 mm al disopra della mucosa, si ottengono informazioni dettagliate su strutture superficiali (cripte del colon, villi duodenali, ecc.), mentre con la sonda a stretto contatto con la parete gastrointestinale, si perdono dettagli di superficie, ma si possono evidenziare vari strati di parete e strutture sottomucose (5). Da ricordare che nelle immagini OCT presentate in “sezione trasversale”, l’asse orizzontale rappresenta la dimensione lungo la superficie mucosa, mentre l’asse verticale rappresenta lo spessore della sezione tissutale esaminata. Descrizione del caso Nell’aprile del 2005, presso la nostra Unità Operativa, si è presentato un uomo di 44 anni, A. P., con storia familiare di cancro colo-rettale ereditario non poliposico (HNPCC) e con positività dei test genetici, per essere sottoposto ad una colonscopia totale di screening. In quell’occasione, abbiamo chiesto al paziente di poter utilizzare, nel corso dell’esame endoscopico, un sistema OCT di prima generazione per ottenere immagini del colon; quindi, dopo aver effettuato una pan-colonscopia, che è risultata nei limiti della norma, abbiamo sottoposto il paziente ad un esame OCT con una sonda ottica “middle - focus” (Pentax, LIghtlab Imaging, Westford, MA) passata attraverso il canale operativo di un colonscopio Pentax EC-3830 FK. 12-Strangio 2 12-03-2008 9:14 Pagina 36 36 Le immagini OCT sono state realizzate a livello del sigma (Fig.1) e del colon discendente (Fig.2) e subito dopo, nello stesso punto di applicazione della sonda ottica, abbiamo effettuato due biopsie con pinza bioptica Jumbo, mentre un’infermiera le ha orientate su carta bibula e conservate in formalina al 10%. Successivamente un patologo, ignaro dei risultati endoscopici ed OCT, ha effettuato la valutazione endoscopica, usando sezioni di 4µ di un blocco di paraffina, preparato per la colorazione con ematossilina ed eosina. L’esame istologico ha confermato il reperto di normalità del colon evidenziato dall’esame endoscopico. I patterns OCT delle nostre immagini del sigma e del discendente normali sono risultati sovrapponibili a quelli di studi precedentemente pubblicati (1, 6-8); in particolare, sono stati chiaramente differenziati tre strati nella parete colica. L’epitelio della mucosa colica ha rappresentato il primo strato, che è apparso luminoso (iper-riflettente) ed in cui si è potuto evidenziare una disposizione regolare e ben organizzata delle cripte (Fig. 1 e 2: freccia bianca). Il sottostante secondo strato, corrispondente alla muscularis mucosae, si è presentato in realtà come un sottile triplo strato, caratterizzato da due strati luminosi intervallati da uno strato più scuro (Fig. 1 e 2: freccia nera). Infine, un terzo strato a riflettività relativamente bassa, quindi più scuro rispetto alla mucosa, è stato evidenziato al di sotto della muscularis ed è stato interpretato come corrispondente alla sottomucosa (Fig. 1 e 2: punta di freccia). A distanza di circa un anno, nel maggio 2006, il medesimo paziente si è presentato presso il nostro servizio endoscopico, per essere sottoposto ad un a seconda colonscopia totale, nell’ambito del programma di screening endoscopico per individui a rischio aumentato di cancro colo-rettale. Nel corso di questa seconda pan-colonscopia, anch’essa risultata nei limiti della norma, come confermato successivamente dall’istologia, abbiamo raccolto immagini OCT degli stessi segmenti colici studiati l’anno precedente e cioè sigma (Fig. 3) e colon discendente (Fig. 4), ma utilizzando un dispositivo OCT di seconda generazione che ha permesso di ottenere immagini meglio definite, tanto da individuare nella parete del colon normale un quarto strato, sottostante alla sottomucosa e corrispondente al primo strato circolare della muscolare propria (Fig. 3 e 4: freccia nera). G. Strangio, P. Consolo, C. Luigiano, M. Scaffidi, G. Giacobbe, G. Melita, et al. Figura 1. Immagine OCT del retto normale. Epitelio delle mucosa colica (freccia bianca); muscularis mucosae (freccia rossa) e sottomucosa (punta di freccia) Figura 2. Immagine OCT del colon discendente normale. Discussione L’optical coherence tomography sembra essere uno dei maggiori avanzamenti tecnologici nell’imaging del tratto gastrointestinale e del colon in particolare. La risoluzione spaziale dell’OCT (10-20µ, dieci volte superiore a quella dell’ultrasonografia standard) permette di visualizzare la microstruttura tissutale. Strutture precedentemente osservate solo per mezzo dell’esame istologico, possono essere visualizzate, mediante questa tecnica, in tempo reale, “in situ” ed in vivo durante l’esame endoscopico, senza necessità di escissione di tessuto (“biopsia ottica”) con le relative complicanze, costi e ritardo nella diagnosi. L’OCT permette di distinguere tessuto normale, infiammatorio, precanceroso e maligno; quindi rappresenta una tecnica potenzialmente molto utile, in aggiun- 12-Strangio 2 12-03-2008 9:14 Pagina 37 Optical coherence tomography (OCT) nello studio del colon umano: due differenti prototipi oct a confronto Figura 3. Immagine OCT, con software di 2° generazione, del retto normale. Da notare lo strato circolare della muscolare propria (freccia nera). Figura 4. Immagine OCT, con software di 2° generazione, del colon discendente normale. ta all’endoscopia standard, nella sorveglianza di pazienti affetti da esofago di Barrett, IBD ed altre condizioni precancerose. L’OCT potrebbe essere utile nella diagnosi delle coliti microscopiche (collagenosica e linfocitica), caratterizzate da endoscopia normale; inoltre può permettere la sorveglianza di estese regioni tissutali e restringere il ricorso alle biopsie solo per quelle regioni in cui vengano evidenziate anormalità strutturali. Fra le limitazioni dei primi prototipi di optical coherence tomography, senza dubbio tra le più importanti, c’è la scarsa profondità di penetrazione tissutale, che non permette a differenza di altre metodiche di imaging come l’ecoendoscopia, di valutare per esempio l’infiltrazione neoplastica della muscolare propria dei pazienti affetti da neoplasia come il cancro dell’esofago; inoltre, benché il tempo richiesto per ottenere un’immagine OCT può essere inferiore a quello richiesto per effettuare biopsie in corso di endoscopia, dovrebbe essere 37 ulteriormente ridotto per garantire un possibile uso diffuso nella pratica clinica. Promettente sembra essere l’utilizzo di mezzi di contrasto chimici, come il glicole propilenico, che sono capaci di aumentare la profondità d’immagine ed il contrasto dell’OCT, per una rapida diagnosi clinica in vivo (9), ma soprattutto un ruolo fondamentale è rappresentato dall’evoluzione tecnologica del sistema OCT, che come dimostra il caso da noi presentato, è già una realtà. Bibliografia 1. Shen B, Zuccaro G. Optical coherence tomography in the gastrointestinal tract. Gastrointest Endosc Clin N Am 2004; 14: 555-71. 2. Poneros J, Nishioka N. Diagnosis of Barrett’s esophagus using optical coherence tomography. Gastrointest Endosc Clin N Am 2003; 13: 309-23. 3. Tearney GJ, Brezinski ME, Southern JF, Bouma BE, Boppart SA, Fujimoto JG. Optical biopsy in human gastrointestinal tissue using optical coherence tomography. Am J Gastroenterol 1997; 92: 800-4. 4. Tearney GJ, Brezinski ME, Southern JF, Bouma BE, Boppart SA, Fujimoto JG. 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La sua prevalenza in Europa occidentale è 20-40 /100.000, con uguale interessamento di entrambi i sessi (1-5). Istopatologicamente è caratterizzato da un discontinuo e segmentale coinvolgimento di tutti gli strati della parete intestinale. La malattia celiaca, è definita dal punto di vista istopatologico come atrofia dei villi associata ad iperplasia delle cripte, infiltrati di linfociti e miglioramento clinico con dieta senza glutine. Le malattie infiammatorie croniche sono malattie multifattoriali poligeniche con verosimile etereogenicità genetica. In questo senso la malattia si può sviluppare in soggetti geneticamente predisposti come conseguenza di un’alterazione della barriera mucosale e disregolazione della risposta immune agli stimoli ambientali, in particolare antigeni enterici, determinando un’infiammazione continua del tratto gastrointestinale su base immuno-mediata. Nelle IBD (malattie infiammatorie croniche) predominano i sintomi gastrointestinali ma spesso sono associati con un gran numero di sintomi extraintestinali interessanti organi diversi quali articolazioni, occhio, cute, ed altri ancora (6-7). La patogenesi dei sintomi extraintestinali è anche essa multifattoriale (1-3). La malattia celiaca è un processo morboso che si presenta in soggetti geneticamente predisposti positi- vi HLA-DQ2 in oltre il 90% dei casi o HLA-DQ8 nel restante 7-10% dei casi, come conseguenza di un’alterata risposta immune a fattori estrinseci, come la gliadina, una proteina contenuta nella farina di molti cereali come grano, orzo, segale. La prevalenza della patologia in Europa è di 1:100 -1:120 soggetti, clinicamente la sindrome da malassorbimento classica, sempre meno frequente, ha lasciato il posto alle forme atipiche, che interessano apparati diversi e con sintomi talora difficilmente correlabili alla patologia (1-5). Nei pazienti affetti da malattia celiaca è relativamente (5-15%) frequente trovare la presenza di malattie associate come il diabete di tipo 1, la dermatite erpetiforme e la tiroidite autoimmune. Nel 10-20% dei casi è possibile riscontrare nell’ambito familiare delle forme asintomatiche (celiachia silente) (8-10). Caso clinico Paziente D. P.C. di sesso maschile, di anni 13, affetto da Malattia Celiaca esordita all’età di 6 mesi con crisi celiaca e grave stato di malnutrizione, diagnosticata con biopsia intestinale che ha evidenziato atrofia subtotale dei villi, (Fig. 1). All’età di 12 anni e 3/12 ricovero per pallore cutaneo, astenia ingravescente, comparsa di manifestazioni ecchimotiche dolenti all’arto inferiore destro suggestive di eritema nodoso, e diarrea muco-sanguinolenta accompagnata da dolore addominale. All’ingresso eseguiti esami di laboratorio che evidenziavano: anemia microcitica ipocromica (Hb 7,5 g/dl); VES I ora 70; PCR 15 mg/dl; Calprotectina fecale > 250/gr feci; nella norma G.B. con formula indifferente, glicemia, coagulazione, proteinemia, ionemia, amilasi. 13-Scalici 12-03-2008 9:15 Pagina 39 39 Un caso di Morbo di Crohn in soggetto con malattia celiaca in età pediatrica Figura 1. Reparto bioptico che evidenzia atrofia subtotale dei villi Il paziente ha eseguito la terapia sistemica per 10 giorni, ha continuato la terapia dietetica per tre mesi associata a mesalazina e azatioprina. Gli indici di flogosi si sono progressivamente normalizzati e si è assistito alla remissione completa della sintomatologia. È seguito in follow-up da circa 2 anni, non ha presentato ricadute cliniche nè laboratoristiche, ha reintrodotto l’alimentazione “normale” priva di scorie sempre senza glutine. È stata eseguita coprocoltura risultata negativa per la ricerca di Salmonella e Shighelle. Data la sintomatologia si è proceduto allo studio endoscopico del tratto digerente, con esofago-gastro-duodenoscopia e Pancolonscopia, che hanno mostrato in sede antrale la presenza di pseudopolipi infiammatori, a livello ileale pseudopolipi, ulcere, a livello di cieco, traverso, discendente e sigma, lesioni ulcerose ricoperte da induito fibrinoso e materiale muco-purulento (Fig. 2 e 3). Sono state eseguite biopsie seriate dell’ileo e del colon che hanno evidenziato edema e flogosi cronica linfoplasmacellulare della lamina propria, con quota di granulociti, follicoli linfatici intramucosi, con distorsione e deplezione in muco, presenza in alcuni frammenti di sottomucosa di granulomi. Nel fondato sospetto di Morbo di Crohn il paziente è stato posto a dieta elementare con Elemental, e ha eseguito terapia sistemica antibiotica con ceftriaxone e metronidazolo, marziale e.v., antinfiammatoria con mesalazina e immunosoppressiva per os con azatioprina. L’associazione tra la malattia celiaca ed il morbo di Crohn è una condizione rara in età pediatrica e trova un razionale nell’alterata barriera mucosale tipica della patologia celiaca e nella disregolazione immunitaria (soprattutto dell’immunità innata) che determina un’alterata risposta agli stimoli antigenici enterici (1-5). Il caso da noi descritto rileva come le patologie presenti nel soggetto, accompagnate talvolta da disordini paralleli (eritema nodoso), trovano origine nella comune matrice immunologica. Nel soggetto celiaco, la dieta priva di glutine eseguita correttamente riduce i rischi dell’insorgenza di altre patologie autoimmuni ma non li annulla completamente, come riportato in letteratura (2-4) e come confermato nel nostro caso dove a distanza di più di 10 anni si è avuta la comparsa del M.C., peraltro esordito anche con manifestazioni extraintestinali come l’eritema nodoso (10-12). La diagnosi fortemente so- Figura 2. Reperto endoscopico del tratto digerente Figura 3. Reperto endoscopico del tratto digerente Discussione 13-Scalici 12-03-2008 9:15 Pagina 40 40 C. Scalici, G. Licastro, F. Cavataio, F. Varia, I. V. Migliore, G. Montalbano, G. Iacono Figura 4. Reperto endoscopico Figura 5. Reperto endocopico spetta di M.C. in base ai dati clinici ed esami laboratoristici è stata confermata per via endoscopica e bioptica (15).Le immagini endoscopiche rilevano la drammaticità del coinvolgimento parietale (Fig. 4 e 5). Il trattamento eseguito, fatta la diagnosi, è stato dietetico, peraltro ben accettato dal paziente, con pronta risposta clinica e dei dati ematochimici (12-15). Il paziente ha presentato sempre una negatività dei marcatori immunologici di celiachia, riferendo una corretta GFD; ciò a dimostrazione che a scatenare la comparsa del M.C. non è stata una impropria assunzione di glutine o errori alimentari di tale natura. Bibliografia Conclusioni La malattia celiaca ed il M.C. sono malattie croniche del tratto gastrointestinale. La loro associazione è possibile, sebbene rara. Molti meccanismi eziopatogenetici sono stati suggeriti per spiegare la loro associazione. La più verosimile sembra essere un’alterazione della barriera mucosale tipica della patologia celiaca con associata disregolazione immunitaria che determina una alterata risposta agli stimoli antigenici enterici con l’insorgenza di M.C. (1-5). La ridotta frequenza di questa associazione è da ricercare probabilmente nell’interessamento di sequenze geniche differenti. 1. Tursi A, Giorgetti GM, Brandimarte G, Elisei W. Crohn's disease and celiac disease: association or epiphenomenon? Eur Rev Med Pharmacol Sci 2006;10(3):127-30. 2. Cheikh I, Maamouri N, Chouaib S, Chaabouni H, Ouerghi H, Ben Ammar A. Association of celiac disease and Crohn's disease. A case report. Tunis Med. 2003; 81(12):969-71. 3. Karoui S, Boubaker J, Hamzaoui S, Ben Yaghlene L, Filali A. 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Pallone l’efficacia del beclometasone dipropionato nella colite ulcerosa lieve-moderata refrattaria ai salicati A. Aratari, A. Cossu, M. Tanga, C. Papi efficacia del beclometasone dipropionato nella gestione della proctite insorta da radioterapia radicale su prostata S. Terrevazzi, S. Meregalli, R.M. Nespolo, V. Ribaldi beclometasone dipropionato Ottavo Il punto in breve.indd 1 12-03-2008 15:42:11 EFFICACIA DEL BECLOMETASONE DIPROPIONATO NEL TRATTAMENTO DELLA CO Caso Clinico Donna 37 anni Presunta tossinfezione alimentare con diarrea e vomito terapia neomicina+bacitracina + probiotici Colonscopia senza alterazioni macroscopiche della mucosa Dopo 1 mese comparsa di diarrea episodica indagini diagnostiche test del respiro al lattulosio positivo per eccessiva crescita batterica Terapia 8 mesi Ciprofloxacina 500 mg (1x2/die) + metronidazolo 250 mg (1x3/die) + probiotici Dopo 2 settimane recidiva di diarrea in forma più acuta indagini diagnostiche Esito negativo per anticorpi antiendomisio (EMA), anticorpi antigliadina (AGA) e anti-transglutaminasi (TG); esofago-gastro-duodenoscopia nella norma Diagnosi Colon irritabile Terapia Dopo 2 mesi persistenza della sintomatologia con calo ponderale Ricovero 4-6 scariche/die feci liquide + abbondante muco con dolori addominali e brividi indagini diagnostiche Ottavo Il punto in breve.indd 2 Antidiarroici + antispastici +antibiotici + probiotici • Esami ematochimici, marcatori virali, autoanticorpi e marcatori tumorali nella norma • Colonscopia in sedazione e prelievi bioptici: esito di iperplasia linfatica nell’ileo terminale • colon edematoso, distorsione cripte ghiandolari e •i nfiltratoi nf iammatorio 12-03-2008 15:42:16 diagn ELLA COLITE MICROSCOPICA LINFOCITARIA: DESCRIZIONE DI UN CASO CLINICO La precoce identificazione della colite microscopica, consente di intraprendere il più rapidamente possibile il trattamento più appropriato. Tra i farmaci disponibili, gli steroidi a rapido passaggio epatico, quali il BDP , sembrano essere molecole di riferimento per l’elevata probabilità di efficacia e la rapidità della risposta clinica del paziente. colite linfocitaria PATOLOGIA INFIAMMATORIA DELLA MUCOSA DEL COLON CON MODESTO INFILTRATO DI LINFOCITI CD8+, PLASMA CELLULE E MACROFAGI L’uso di antibiotici, probiotici ed antidiarroici sembra essere in grado di indurre solo un parziale e temporaneo beneficio. Anche i glucocorticoidi, quali il prednisone, hanno dato buoni risultati, ma alla sospensione del trattamento è stata osservata frequentemente la recidiva clinica; inoltre, l’uso prolungato dello steroide può essere responsabile di effetti collaterali indesiderati anche importanti segni clinici DIARREA CRONICA ACQUOSA, DOLORE ADDOMINALE, CALO PONDERALE, POSSIBILE ANEMIA ED IPOALBUMINEMIA La pronta risposta alla terapia con BDP osservata nel presente caso indica che BDP potrebbe essere il farmaco di riferimento in questa rara forma di colite, in particolare nei pazienti che non hanno risposto ad una precedente terapia con mesalazina colite linfocitaria Terapia ali, li MESALAZINA 2,4 G/DIE PER OS SENZA BENEFICIO Cambio terapia vi ca BDP 10 MG/DIE CPR PER 1 SETT. fi 5 MG/DIE CPR PER 3 SETTIMANE + BDP 3 MG/60ML PER VIA TOPICA 1 CLISMA/SERA PER 4 SETTIMANE pte diagnosi Ottavo Il punto in breve.indd 3 REMISSIONE SINTOMI SENZA RECIDIVA NEI 6 MESI SUCCESSIVI 12-03-2008 15:42:33 L’EFFICACIA DEL BECLOMETASONE DIPROPIONATO NELLA COLITE ULC OBIETTIVO DELLO STUDIO: valutare l’efficacia del BDP orale nel trattamento della colite ulcerosa lieve o moderata refrattaria alla terapia combinata con salicilati orali associati a salicilati topici e/o steroidi. Il beclometasone dipropionato è uno steroide di seconda generazione con un’alta attività anti-infiammatoria a livello topico ed una bassa disponibilità sistemica, così da minimizzare gli effetti collaterali DISEGNO DELLO STUDIO: Endpoint: Primario Valutare il raggiungimento della remissione clinica Secondario Miglioramento clinico e dei parametri di laboratorio Criteri di inclusione: 65 pazienti con diagnosi certa di CU lieve-moderata refrattaria a salicilati e corticosteroidi (CAI compreso tra 5 e 12) Ottavo Il punto in breve.indd 4 Materiali e metodi: • Tutti i pazienti sono stati trattati con BDP per os 10mg/die per 4 settimane, poi 5mg/die per altre 4 settimane • Tutti i pazienti sono stati valutati clinicamente o con esami di laboratorio prima e dopo il trattamento • Esami clinici: valore CAI (Clinical Activity Index) • Esami di laboratorio: dosaggio proteina C reattiva (PCR); velocità di eritrosedimentazione (VES); emoglobina (Hb) 12-03-2008 15:42:35 LITE ULCEROSA LIEVE-MODERATA REFRATTARIA AI SALICILATI RISULTATI: 75,38% Risultati del trattamento a 8 settimane: • 75,38% pazienti - remisione clinica dopo trattamento con BDP 7,69% pazienti – miglioramento clinico senza remissione 16,92% pazienti – nessuna risposta a BDP • Riduzione significativa del CAI medio (p<0,0001) 16,92% • Riduzione significativa della PCR (p=0,02) 7,69% Remissione Miglioramento Non risposta Nessuno dei parametri di laboratorio considerati è risultato essere associato alla probabilità di raggiungere la remissione clinica. Il CAI>9 sembra essere l’unica variabile indipendente associata a una minore probabilità di raggiungimento della remissione clinica a fine trattamento (OR=0,07) CONCLUSIONI: Nei pazienti con CU lieve-moderata refrattaria ai salicilati, il BDP orale rappresenta una valida opzione terapeutica prima di considerare il ricorso agli steroidi sistemici. Il BDP possiede una potente attività anti-infiammatoria topica derivante dalla sua alta affinità per il recettore degli steroidi, ma esibisce un elevato metabolismo epatico di primo passaggio ed una rapida escrezione urinaria e biliare Ottavo Il punto in breve.indd 5 12-03-2008 15:42:37 EFFICACIA DEL BECLOMETASONE DIPROPIONATO NELLA GESTIONE DELLA Una valida alternativa al trattamento chirurgico nel carcinoma della prostata è rappresentato dalla radioterapia radicale ... Nel 60% dei pazienti i disturbi urinari e/ o rettali derivanti (cistite, proctite) richiedono interventi farmacologici coadiuvanti... L’utilizzo di cortisonici può abbreviare e alleggerire la sintomatologia correlata... Il beclometasone dipropionato è un potente corticosteroide ad azione topica utilizzato nella colite ulcerosa. Caso Clinico Uomo 74 anni con adenocarcinoma acinare GPS4 (2+2) Terapia Ormonoterapia sospesa all’inizio del trattamento radiante radicale 70 Gy in 35 frazioni su prostata Remissione clinica per 5 anni, poi rialzo PSA e terapia con Androcur (3cpr/die) Dopo 3 anni riferisce episodi di proctorragia esami clinici Viene eseguito esame endoscopico con esito di eritema e fragilità della mucosa con neoangiogenesi nel retto distale, diverticoli nel sigma e congestione del plesso emorroidario Terapia DIAGNOSI DI PROCTITE ATTINICA Ottavo Il punto in breve.indd 6 12-03-2008 15:42:48 PRO LLA PROCTITE INSORTA A DISTANZA DA RADIOTERAPIA RADICALE SU PROSTATA Il BPD è in grado di raggiungere, per progressione retrograda la mucosa intestinale interessata dal processo patologico, esercitando la propria azione antinfiammatoria localmente < Reperto endoscopico di proctite Reperto endoscopico di proctite > Miglioramento del quadro endoscopico dopo trattamento con BDP Il BPD risulta essere un valido presidio farmacologico in caso di proctite attinica sintomatica, insorta in seguito a trattamento radiante su prostata BDP 3MG/60ML 1 AL DÌ/SERA PER 3 SETTIMANE fi REMISSIONE SINTOMI AD OGGI Ottavo Il punto in breve.indd 7 12-03-2008 15:43:05