UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE __________________________________________ FACOLTÀ DI AGRARIA Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie Alimentari Dipartimento di Scienze degli Alimenti Dipartimento di Biologia ed Economia Agro-Industriale Tesi di Laurea L’INFLUENZA DELL’INFORMAZIONE SULLE ATTESE SENSORIALI E SULLA DISPONIBILITÀ A PAGARE (DAP) DEL CONSUMATORE: IL CASO DEL PROSECCO BIOLOGICO Relatore: Dott. Sandro Sillani Laureanda: Federica Bianchin Correlatore: Dott. Franco Battistutta _________________________________ ANNO ACCADEMICO 2002-2003 INDICE CAPITOLO 1 L’AGRICOLTURA BIOLOGICA 1.1. Introduzione 1.2. Storia dell’agricoltura biologica 1.3. Quadro normativo 1.3.1.1. La normativa Europea 1.3.1.2. Regolamenti successivi al 2092/91 1.3.1.3. Recepimento della normativa Europea a livello nazionale 1.4. Il controllo dell’agricoltura biologica in Italia 1.5. I mercati del biologico 1.6. Il vino biologico CAPITOLO 2 LA QUALITÀ NEL SISTEMA AGROALIMENTARE 2.1. Introduzione 2.2. Definizioni di QUALITÀ 2.3. La certificazione di qualità nell’industria alimentare 2.3.1. Good Practices (GP) 2.3.2. L’Hazard Analysis Critical Control Points (HACCP) 2.3.3. Le norme VISION nell’azienda alimentare 2.4. Il Total Quality Management 2.4.1. Il Quality Function Deployment (QFD) 2.4.2. Applicazione della QFD nell’industria alimentare 2.5. Sistemi qualità specifici per l’industria alimentare 2.6. La certificazione di qualità nel Veneto 2.6.1. ISO 9000:2000 (VISION 2000) 2.6.2. La certificazione ambientale ISO 14001 2.6.3. Regolamento EMAS (Ecomanagement And Audit Scheme) 2.6.4. Certificazione di rintracciabilità di filiera I 2.6.5. Certificazione di filiera controllata 2.6.6. Certificazione SA 8000 – responsabilità sociale 2.6.7. Certificazione dei sistemi di autocontrollo HACCP CAPITOLO 3 LA CERTIFICAZIONE DI QUALITÀ NELLA FILIERA DEL VINO 3.1. L’opinione degli operatori del settore 3.2. La certificazione VISION e le aziende vitivinicole: due esperienze 3.3. Conclusioni CAPITOLO 4 LA QUALITÀ PERCEPITA 4.1. Introduzione 4.2. La qualità alimentare: le quattro tipologie che la descrivono 4.3. La qualità alimentare: il contesto, la relatività e le aspettative del consumatore 4.4. La qualità alimentare: attributi intrinseci ed estrinseci 4.5. Il Total Food Quality Model (TFQM) 4.6. Le dimensioni della qualità 4.7. La qualità percepita e la segmentazione del mercato 4.8. Strumenti connessi al Total Food Quality Model CAPITOLO 5 ANALISI SENSORIALE E DISPONIBILITÀ A PAGARE (DAP): premesse, obiettivi, metodo 5.1. Introduzione 5.2. Obiettivi 5.3. Materiali e metodi (parte sensoriale) 5.4. Materiali e metodi (parte economica) II CAPITOLO 6 DESCRIZIONE DEGLI INTERVISTATI 6.1. Caratteristiche dei campioni 6.1.1. Caratteristiche socio demografiche 6.1.2. Stili di vita e motivazioni 6.1.3. Rapporto con il vino 6.1.4. Rapporto con le certificazioni 6.1.5. Rapporto con il territorio CAPITOLO 7 RISULTATI DELL’ANALISI SENSORIALE CAPITOLO 8 ANALISI DELLE DISPONIBILITÀ A PAGARE (DAP) 8.1. La DAP (Disponibilità A Pagare) per il Prosecco biologico 8.2. Presentazione e discussione dei dati relativi ai due eventi 8.3. Confronto tra le DAP con il metodo dell’ANOVA CAPITOLO 9 L’EFFETTO DELL’INFORMAZIONE SULLA DISPONIBILITÀ A PAGARE (DAP) 9.1. La rappresentazione grafica della DAP 9.2. Le serie delle DAP 9.3. Stima delle funzioni della DAP 9.4. Valore economico del Prosecco biologico. Confronto tra vini 9.5. Valore economico del Prosecco biologico. Confronto tra eventi 9.6. Valore economico delle etichette del Prosecco biologico 9.7. Effetto delle etichette sula domanda di Prosecco biologico III CONCLUSIONI Riferimenti bibliografici ALLEGATO IV CAPITOLO 1 L’AGRICOLTURA BIOLOGICA 1.1. Introduzione L’attività agricola trasforma un ecosistema naturale in un agro-ecosistema caratterizzato, rispetto al primo, da consistenti differenziazioni. Attraverso le Fig. 1 e 2 viene evidenziato come, tramite il “raccolto” delle produzioni vegetali, l’attività agricola provochi l’asportazione di buona parte della biomassa, con conseguente sottrazione di energia e di nutrienti dall’ecosistema. Fig. 1: Confronto dei cicli nutritivi fra sistema naturale e sistema agricolo, da: Berni, Fabbris, 1996 1 Fig. 2: Flusso dei "nutrienti" nell'azienda agricola, da: Berni, Fabbris, 1996 Tale sottrazione implica una sostituzione, che avviene con l’impiego di sottoprodotti organici dell’allevamento o della trasformazione intermedia e del consumo. Nei sistemi agricoli convenzionali vengono tuttavia impiegate anche consistenti quantità di concimi chimici, contribuendo così ad aprire i cicli geochimici che in natura sono chiusi1. L’agricoltura, inoltre, riduce la complessità biologica del sistema naturale e, soprattutto nei sistemi di agricoltura convenzionale, tende alla monocoltura, nella quale si conserva solo la specie coltivata e dove vengono invece eliminati tutti gli altri organismi viventi, considerati un potenziale pericolo per la specie coltivata. E’ proprio tale semplificazione, infatti, che, operata sulla complessità biologica naturale, concorre a rendere l’agro-ecosistema molto più vulnerabile all’aggressione di malattie, parassiti ed erbe infestanti; ne segue l’impiego di pesticidi e diserbanti di origine sintetica finalizzato al loro controllo (Berni, Fabbris, 1996). 1 Il riferimento è ad alcuni concetti fisici, quali: sistemi isolati (che non possono scambiare né energia né materia con il mondo esterno); sistemi chiusi (che possono scambiare energie e non materia, come avviene al nostro pianeta); sistemi aperti (che possono scambiare sia energia sia materia). 2 L’agricoltura sostenibile si inserisce in questo contesto, nel senso che una sua corretta applicazione orienta il sistema produttivo verso la messa a punto di sistemi agricoli equilibrati, integrati e rispettosi delle risorse naturali. Tali sistemi riducono il degrado ambientale, mantengono la produttività agricola e promuovono una vitalità aziendale sia nel breve che nel lungo periodo. La stessa politica sostenibile si basa sulla “modificazione del processo economico affinchè esso si svolga in modo da non mettere in pericolo il processo di riproduzione sociale, ovvero si realizzi nell’ambito di un progetto di sviluppo sostenibile” (Berni, Fabbris, 1996). Si capisce così come il settore delle produzioni agroalimentari a basso impatto ambientale sia divenuto, negli ultimi anni, un campo d’indagine sempre più importante. L’attenzione si è focalizzata sulle relazioni tra attività agricole ed ambiente e sulle possibilità di ottenere produzioni “sostenibili”, cioè tecnicamente ed economicamente realizzabili, ma coerenti con gli equilibri ambientali. Ad aumentare l’interesse per queste produzioni agricole ha contribuito anche il diverso approccio del consumatore verso il prodotto alimentare, non più considerato solo come strumento essenziale per il proprio sostentamento, ma anche come elemento capace di agire sul suo benessere fisico ed intellettivo (Pieri, Venturini, a cura di, 1995). La diversità e la complessità che caratterizzano l’agricoltura biologica 2, d’altro canto, sono tali da impedirne un’univoca definizione. Si tende, perciò, a caratterizzarla attraverso l’utilizzo di alcuni principi tecnici essenziali: • L’importanza accordata agli aspetti fisici e microbiologici del terreno e al loro miglioramento; • La fertilizzazione su base organica completata eventualmente da apporti minerali, preferibilmente di origine naturale, somministrati localmente; • La protezione fitosanitaria basata sulla prevenzione ed eventualmente completata da trattamenti effettuati con prodotti autorizzati dai disciplinari di produzione; • Il controllo delle infestanti attraverso pratiche colturali ed interventi meccanici. 2 L’espressione “agricoltura biologica” è utilizzata correntemente in Italia, Francia e Portogallo; “agricoltura organica” (“organic farming”, da Nieberg e Offerman, 2000) è il termine corrispondente usato nei Paesi anglosassoni; in Spagna si parla invece di “agricoltura ecologica” (Guet, 1997). 3 Il progresso delle conoscenze riguardanti la nutrizione e la fisiologia delle piante, le malattie ed i fitofagi che le colpiscono ed i mezzi per il contenimento di questi ultimi, anzichè proteggere le piante stesse, possono arrecare un danno. Le perdite di raccolto dovute ai diversi fattori, stimate su base mondiale, sono risultate essere intorno al 48% (Guet, 1997). Soltanto in parte l’aumento delle rese ha consentito di ridurre l’impatto negativo dovuto a queste perdite. Il fenomeno diventa ancora più allarmante se consideriamo che sta diventando sempre più massiccio l’uso di pesticidi, la cui efficacia viene aumentata continuamente, mentre si diversificano sempre più i formulati e crescono le conoscenze delle condizioni di impiego. L’agricoltura biologica sta diventando una risposta a questi problemi (Guet, 1997). Essa incoraggia l’integrazione di diverse attività complementari in un’unica unità di produzione e favorisce soprattutto i sistemi di policoltura/allevamento di particolare interesse ambientale e paesaggistico. Le restrizioni in materia di concimazione e di utilizzazione di prodotti fitosanitari garantiscono, da un lato, l’offerta di prodotti sani e privi di residui di origine chimica e dall’altro, eliminano i rischi di contaminazione e di inquinamento dell’ambiente naturale. L’ottenimento di rese elevate non è l’obiettivo primario che l’agricoltura biologica si pone. Essa, tuttavia, può contribuire al contenimento delle eccedenze agricole, ma richiede di norma un maggior impiego di manodopera (AA., VV., 1998, a). L’agricoltura biologica moderna deve sottostare al rispetto di alcune regole fondamentali: La flessibilità, ovvero la capacità di adattamento del metodo di produzione biologico alle condizioni locali, insieme alla capacità di evolversi dal punto di vista tecnico; Il rispetto dei cicli naturali, che permette di adottare le misure preventive tipiche dell’agricoltura biologica, attraverso la conoscenza scientifico-tecnica della pianta e dei fitofagi; La diversificazione dell’azienda agricola, che si basa sulla valorizzazione di colture locali; 4 La priorità data alle risorse rinnovabili, privilegiando la sostanza organica di origine agricola ed altri fertilizzanti naturali, dando la preferenza a quelli intra-aziendali; L’importanza accordata al fattore umano, perchè è fondamentale il coinvolgimento dell’agricoltore in questo processo; L’alimentazione umana: il produttore agricolo deve dare priorità assoluta all’ottenimento di alimenti di elevato valore nutrizionale, con un contenuto ottimale di vitamine e sali minerali, privi di residui di pesticidi e coadiuvanti tecnologici; Il bene-paesaggio: l’agricoltore biologico deve essere in grado di tutelare il patrimonio paesaggistico, dando forza all’agriturismo (Guet, 1997). 1.2. Storia dell’agricoltura biologica I principali movimenti precursori dell’attuale agricoltura biologica prendono ispirazione da alcune correnti filosofiche. Già negli ultimi anni del XIX secolo, in Germania, si sviluppava quello che fu definito il Lebensreform Bewegung, il movimento di riforma della vita, nell’ambito del quale si esprimeva la protesta di alcuni ceti intellettuali verso quello stile di vita urbano, che allontanava progressivamente l’uomo dalla natura, generando le cosiddette malattie della civilizzazione (Berni, Fabbris, 1996). Sempre in Germania, nel 1913, Rudolf Steiner elabora il concetto filosofico dell’antroposofia. Con essa vengono gettate le basi dell’agricoltura biodinamica, poi sviluppata da Pfeiffer , che propugna l’idea di un’alimentazione sana ed equilibrata, fondata su numerosi principi di base dell’agricoltura biologica, quali il rifiuto dei concimi minerali solubili e l’autonomia dell’azienda agricola grazie al sistema policoltura-allevamento. Il movimento inoltre evidenzia l’influsso sulle colture delle fasi lunari ed astrali (AA., VV., 1998, a). Secondo la teoria biodinamica, le produzioni vegetali dipendono dalle modalità di ravvivamento di forze naturali nelle piante; si devono, perciò, somministrare alle piante elementi stimolanti come lo stallatico, residui vegetali e preparati biodinamici a base di erbe officinali (Pieri, Venturini, a cura di, 1995). 5 Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in Inghilterra si sviluppa il movimento dell’agricoltura organica, sulle cui idee, sviluppate da Sir Howard3, viene basata la creazione della Soil Association che, attraverso studi a carattere comparativo sull’adozione di cicli chiusi, dimostra la validità di un tipo di agricoltura naturale e rispettoso dell’ambiente. L’agricoltura organica pone l’accento sull’equilibrio biologico e la fertilità del terreno, per i quali è essenziale l’apporto di materie organiche sottoposte a compostaggio, che svolgono un ruolo fondamentale sulla resistenza delle piante ai diversi parassiti ed alle malattie. Un terzo movimento nasce in Svizzera negli anni ’40 su iniziativa di Hans Peter Rusch e H. Müller, che definiscono un metodo di agricoltura biologica fondato sull’utilizzazione ottimale delle risorse rinnovabili. Le caratteristiche fondamentali di tale metodo risiedono nell’importanza attribuita all’humus del terreno, nel ricorso al compostaggio di superficie e nella limitazione delle lavorazioni del terreno al minimo indispensabile per evitare l’alterazione della microflora. Viene abbandonata l’idea di autonomia dell’azienda e l’agricoltore può ricorrere all’acquisto esterno di fertilizzanti organici (AA., VV.,1998, a). Negli anni ’50, l’agricoltura biologica subisce una battuta di arresto poichè l’obiettivo primario dell’agricoltura, all’indomani della seconda guerra mondiale, era costituito dall’incremento della produzione per soddisfare le necessità immediate. Nel 1959 nasce in Francia il metodo Lemaire-Boucher, che si basa sull’utilizzazione di preparati a base di Lithotamnium calcareum, un’alga marina ricca di microelementi, che è alla base della concimazione minerale. Nel 1962, in Westfalia (Germania) prende vita il metodo ANOG (Arbeitsgemeinshaft für Naturgemässenqualitätsanbau von Obst und Gemüse) ad opera di L. Füst. Nel 1969, in Italia, l’Associazione Suolo e Salute di Torino promuove il metodo organico-naturale, principalmente su ispirazione del prof. Francesco Garofalo (Berni, Fabbris,1996). 3 Sir Albert Howard, ricercatore britannico operante in India, rivolge la sua attenzione ai principi della fertilità del suolo e ai possibili metodi per conservarla. Egli fonda, nel 1924, a Indore, in India, un istituto di ricerca per la produzione vegetale nel quale, fra l’altro, mette a punto un metodo di compostazione della sostanza organica – che viene definito “Indore” – teso alla produzione dell’humus indispensabile al ripristino della fertilità del terreno. Alcuni anni dopo, in Svizzera, il dott. Hans Müller elabora il sistema dell’agricoltura organico-biologica a partire dagli studi condotti dal dott. Rush, il quale afferma l’importanza di tutelare la fertilità del suolo nutrendo e stimolando i microrganismi in esso contenuti (Berni, Fabbris, 1996). 6 Verso la fine degli anni ’60 e nel corso degli anni ’70, sull’onda della contestazione studentesca e dell’affermazione del movimento ecologista, nascono numerose organizzazioni ed associazioni fautrici della produzione biologica, che in questo periodo compie un vero e proprio salto di qualità, dotandosi di regole di produzione e di capitolati specifici per ciascuna associazione. Nel 1972, a Parigi, nasce l’IFOAM (International Federation of Organic Agricultural Movement), l’organismo che darà un carattere più internazionale all’agricoltura biologica fornendo regole e garanzie comuni per la salvaguardia delle produzioni biologiche e la difesa del consumatore. Negli ultimi decenni vengono messi a punto altri sistemi di agricoltura biologica, che hanno suscitato interesse ed hanno avuto una certa espansione: in Paesi extra-europei come il Giappone, con l’agricoltura del non fare di M. Fukuoka, noto anche come Agricoltura Naturale, che adotta tecniche agronomiche molto semplici, senza alcuna lavorazione del terreno, e tende al recupero di terreni marginali (Pieri,Venturini, a cura di,1995), o come l’ Australia, con la permacoltura di Bill Mollison e David Holmgren (Berni, Fabbris,1996). A partire dagli anni ’80 e fino ad oggi, si registra uno sviluppo dell’agricoltura biologica in numerosi Paesi Europei e terzi (USA, etc.). In tale periodo, l’aumento del numero dei produttori e la loro capacità e potenzialità di produzione consentiranno l’avviamento del settore agroalimentare dei grossisti trasformatori. I consumatori, da parte loro, hanno maturato una sensibilità sempre maggiore alle problematiche della salute e dell’ambiente e ricercano prodotti di qualità. I fenomeni accennati inducono le istituzioni ad un radicale cambiamento del loro atteggiamento nei confronti delle produzioni biologiche ed ecocompatibili. In numerosi Paesi europei (Germania, Paesi Bassi) vengono fissati programmi di ricerca nel settore dell’agricoltura biologica, dando credibilità e nuove prospettive al settore. Alcuni Paesi, inoltre (Austria, Francia, Danimarca, etc.), si dotano di strumenti legislativi specifici in materia, mettendo anche a disposizione mezzi finanziari a sostegno dello sviluppo dell’agricoltura biologica. L’emanazione del Regolamento Cee n.2092/91 costituisce un riconoscimento ufficiale a livello europeo di questa tipologia produttiva; al tempo stesso, definisce regole uniformi 7 ed armonizzate per tutti gli operatori dei diversi Paesi della UE. Esso, inoltre, offre ai consumatori una garanzia per quanto concerne le modalità ed i principi di produzione adottati nelle aziende che praticano l’agricoltura biologica, nonchè definisce le norme da osservare nelle altre fasi della filiera costituite dai processi di trasformazione e commercializzazione (AA.,VV.,1998, a). Nella Fig. 3 sono collocati i diversi sistemi di produzione agricola, visti nello scenario evolutivo tipico delle società industriali. Secondo tale schema, che parte dal modello produttivo di sussistenza, i sistemi di produzione agricola sostenibile occupano la fase evolutiva più avanzata, nettamente distinta da quella dell’agricoltura convenzionale, mentre l’agricoltura integrata si colloca in una posizione intermedia. I principali sistemi di agricoltura sostenibile sono classificati sulla base del livello di integrazione con l’ecosistema, distinguendo tra sistemi pragmatici - i quali, pur realizzando una sinergia tra attività produttiva e rispetto per l’ambiente, non contrastano con la visione culturale e scientifica propria dell’ agricoltura convenzionale- e sistemi di avanguardia che si integrano in maniera più armonica con l’ecosistema, ma richiedono, al tempo stesso, un adeguato supporto filosofico e una buona collocazione ambientale dell’azienda stessa (Berni, Fabbris,1996). Figura 3: Scenario evolutivo e classificazione dei sistemi di produzione agricola, da: Berni, Fabbris, 1996 8 1.3. Quadro normativo 1.3.1. La normativa Europea Il primo Regolamento emanato dalla Cee nell’ambito dell’agricoltura biologica è il Regolamento del Consiglio n. 2092/91, risalente al 24 giugno 1991. Dal momento della sua emanazione, però, questo regolamento ha subito profonde modifiche ed integrazioni tanto che la norma attualmente in vigore è il risultato della lettura combinata di circa quaranta regolamenti, che di volta in volta hanno inserito, eliminato e modificato articoli ed allegati dell’originario testo pubblicato nel 1991 (Campus, Comitato Scientifico AIAB, 2002, a cura di). Esso definisce le norme generali riguardanti il campo di applicazione, gli standards di produzione, le caratteristiche del sistema di controllo, l’etichettatura, le disposizioni relative all’importazione di prodotti biologici da Paesi extra Cee, i concimi, gli ammendanti e i presidi sanitari consentiti per la difesa delle piante. Il n. 2092/91 costituisce una tappa fondamentale per il riconoscimento dell’agricoltura biologica a livello Europeo, perchè rende omogenee le legislazioni degli Stati membri, offre reali garanzie alla sempre maggiore domanda dei consumatori di prodotti agroalimentari biologici, contribuisce al riorientamento della politica agricola comunitaria equilibrando domanda ed offerta, e pone le basi per il rispetto dell’ambiente. Con esso si dà per la prima volta all’agricoltura biologica una definizione di “metodo colturale”, ovvero un articolato processo di produzione il cui risultato finale è un prodotto di una determinata qualità. In tal modo si consente ai produttori di agire in un contesto tecnico preciso ed in un quadro giuridico certo e si tutelano i consumatori. Il Reg. Cee n. 2092/91 interessa i prodotti agricoli vegetali non trasformati, gli animali e i prodotti animali non trasformati, i prodotti destinati all’alimentazione umana composti da uno o più ingredienti di origine vegetale, nonchè i prodotti destinati all’alimentazione umana contenenti ingredienti di origine animale. L’utilizzo della dicitura “biologico” nell’etichettatura, nella pubblicità o nei documenti commerciali è riservato ai prodotti ottenuti conformemente alle norme di produzione stabilite dall’art. 6 ed in particolare all’Allegato I del Reg. Cee n. 2092/91. 9 L’azienda agricola che intende passare ad un regime di agricoltura biologica in osservanza del suddetto Regolamento, deve sottoporre gli appezzamenti di colture erbacee ad un periodo di conversione di 2 anni prima della semina, che sale a 3 anni prima del raccolto per quelle arboree. Questo periodo può essere allungato o accorciato dall’Organismo di Controllo. La fertilità e l’attività biologica del terreno devono essere mantenute o aumentate mediante la coltivazione di leguminose, di concimi verdi o di vegetali aventi un apparato radicale profondo nell’ambito di un adeguato programma di rotazione pluriennale, nonchè mediante l’incorporazione nel terreno di materiale organico, compostato o meno, prodotto da aziende che operano nel rispetto delle norme di produzione biologica. I sottoprodotti di origine animale possono essere utilizzati qualora provengano da allevamenti che adottino un metodo biologico nel rispetto della normativa nazionale vigente o, in mancanza di questa, di pratiche in materia di produzione biologica riconosciute internazionalmente. Qualora i mezzi indicati non siano sufficienti a garantire un adeguato nutrimento dei vegetali in rotazione o l’equilibrio del terreno, è consentita l’integrazione con altri concimi organici o minerali indicati nell’Allegato II (Parte A) del Regolamento. La protezione delle piante dai parassiti e dalle fitopatie, nonchè l’eliminazione delle infestanti si impernia su una serie di tecniche atte ad evitare il ricorso agli antiparassitari, ed in particolare si basa sulla scelta di specie e varietà adeguate, programmi di rotazione appropriati, coltivazione meccanica, eliminazione delle malerbe mediante bruciatura (pirodiserbo), protezione dei nemici naturali dei parassiti mediante accorgimenti ad essi favorevoli (ad es. siepi, luoghi dove nidificare, diffusione dei predatori). Solo in caso di immediato pericolo che minacci le colture, possono essere utilizzati i prodotti indicati nell’Allegato II (Parte B) del Regolamento. L’Allegato I del Regolamento stabilisce inoltre che la raccolta di vegetali commestibili e delle loro parti, che crescono nelle aree naturali, nelle foreste e nelle aree agricole, è considerata metodo di produzione biologico a patto che: 10 • Queste aree non abbiano subito trattamenti con prodotti diversi da quelli indicati nell’Allegato II del Regolamento per un periodo di 3 anni precedente la raccolta; • La raccolta non comprometta l’equilibrio dell’habitat naturale e la conservazione delle specie nelle zone di raccolta. Un altro aspetto di assoluta importanza ed originalità nel settore agricolo, introdotto dalla normativa comunitaria, è quello di un sistema di controllo che prevede in modo dettagliato i ruoli, i requisiti, gli obblighi e le misure da rispettare da parte di tutti i soggetti operanti nell’ambito delle attività di agricoltura biologica. Il corretto funzionamento del sistema di controllo sul rispetto dei principi del metodo biologico contribuisce sicuramente a far crescere la fiducia del consumatore verso le produzioni biologiche e la credibilità dell’universo produttivo verso la realtà del biologico: la responsabilità di gestione del sistema di controllo è demandata dalla Comunità ad autorità nazionali e ad organismi a ciò preposti. Gli operatori che producono, preparano o importano da un Paese terzo prodotti agricoli o derrate alimentari ottenuti secondo il metodo di produzione biologico devono notificare la loro attività all’autorità competente dello Stato membro interessato ed assoggettare la loro azienda al regime di controllo attuato in tale Paese. Gli Stati membri instaurano un sistema di controllo gestito da una o più autorità di controllo designate e/o da organismi privati riconosciuti dall’autorità competente. Il controllo viene svolto in conformità a quanto stabilito nell’Allegato III del Reg. Cee n. 2092/91. Per quanto riguarda i vegetali ed i prodotti vegetali, nel caso in cui nella stessa azienda agricola coesistano metodi di produzione biologici e convenzionali, vi è l’obbligo di tenere nettamente separati gli appezzamenti e i luoghi di produzione e immagazzinaggio relativi ai due diversi metodi. E’ inoltre vietato coltivare le stesse varietà vegetali adottando entrambi i metodi (AA. VV., 1998, a). 11 1.3.2. Regolamenti successivi al 2092/91 I Regolamenti che seguono il Reg (Cee) n. 2092/91 e che estendono il suo campo di applicazione, sono: • Reg (Cee) n. 94/92 della Commissione del 14 giugno 1992 Stabilisce modalità d’applicazione del regime d’importazione dai Paesi extra-Cee; • Reg (Cee) n. 1535/92 della Commissione del 15 giugno 1992 Modifica gli allegati I (norme per la produzione biologica a livello aziendale) e III (requisiti di controllo e misure precauzionali). Rinvia ad eventuali norme nazionali o alle pratiche riconosciute a livello internazionale (IFOAM) per la zootecnia; • Reg (Cee) n. 2078/92 Aiuti comunitari a chi intenda convertire la propria produzione al biologico; • Reg (Cee) n. 2083/92 del Consiglio del 14 luglio 1992 Modifica il Reg 2092/91 posticipando alcune scadenze, dettagliando le caratteristiche dell’etichettatura, semplificando le procedure di importazione dei Paesi extra Cee; • Reg (Cee) n. 3457/92 della Commissione del 30 novembre 1992 Introduce modifiche al certificato di controllo previsto per le importazioni da Paesi extra Cee; • Reg (Cee) n. 3713/92 della Commissione del 22 dicembre 1992 Rinvia la data di applicazione di disposizioni per le importazioni (abrogato dal Reg. Ce 592/95); • Reg (Cee) n. 207/93 della Commissione del 29 gennaio 1993 Definisce il contenuto dell’Allegato VI del Reg Cee n. 2092/91, riguardante le tecniche, gli ingredienti di origine agricola e non agricola, gli ausiliari di fabbricazione); • Reg (Cee) n. 1593/93 della Commissione del 24 giugno 1993 Rinvia alcune date di applicazione delle disposizioni sulle importazioni da determinati Paesi terzi; • Reg (Cee) n. 2608/93 della Commissione del 22 settembre 1993 12 Modifica gli allegati I, II (prodotti per la concimazione e l’ammendamento, prodotti fitosanitari), e III, introducendo l’ammissibilità di alcuni prodotti. Stabilisce l’equivalenza con i prodotti da raccolta spontanea; • Reg (Cee) n. 468/94 della Commissione del 2 marzo 1994 Modifica l’Allegato VI del Reg 2092/91 su ingredienti di origine agricola e non agricola ed ausiliari di fabbricazione; • Reg (Cee) n. 688/94 della Commissione del 28 marzo 1994 Rinvia alcune disposizioni relative all’importazione dai Paesi extra Cee; • Reg (Cee) n. 1468/94 del Consiglio del 20 giugno 1994 Proroga la possibilità di fare riferimento in etichetta alla conversione; • Reg (Cee) n. 2381/94 della Commissione del 30 dicembre 1994 Modifica l’allegato II sui prodotti utilizzabili per la concimazione e l’ammendamento; • Reg (Ce) n. 2580/94 della Commissione del 24 ottobre 1994 Rinvia alcune date per quanto riguarda le importazioni da determinati Paesi terzi; • Reg (Ce) n. 529/95 della Commissione del 9 marzo 1995 Rinvia alcune date per quanto riguarda le importazioni da determinati Paesi terzi; • Reg (Ce) n. 1201/95 della Commissione del 29 maggio 1995 Modifica l’allegato VI su ingredienti di origine agricola e non agricola ed ausiliari di fabbricazione; • Reg (Ce) n. 1202/95 della Commissione del 29 maggio 1995 Modifica gli allegati I (norme per la produzione a livello aziendale) e III (misure precauzionali e regime di controllo) sulla possibilità di coltivare contemporaneamente secondo il metodo biologico e non; • Reg (Ce) n. 1935/95 della Commissione del 22 giugno 1995 Modifica i criteri di etichettatura dei prodotti contenenti anche ingredienti di produzione non biologica e di quelli in conversione. Stabilisce l’obbligo di sementi e materiali di propagazione ottenuti con metodo biologico. Consente l’utilizzo di alcune sostanze già tradizionalmente utilizzate in agricoltura biologica. Determina nuovi requisiti per gli Organismi di Controllo; • Reg (Ce) n. 418/96 della Commissione del 7 marzo 1996 13 Modifica l’allegato VI su ingredienti di origine agricola e non agricola ed ausiliari di fabbricazione; • Reg (Ce) n. 522/96 della Commissione del 26 marzo 1996 Modifica le modalità di applicazione del regime d’importazione dai Paesi extra Ce; • Reg (Ce) n. 314/97 della Commissione del 20 febbraio 1997 • Reg (Ce) n. 345/97 della Commissione del 26 marzo 1997 Modifica l’allegato VI su ingredienti di origine agricola e non agricola ed ausiliari di fabbricazione; • Reg (Ce) n. 1488/97 della Commissione del 29 luglio 1997 Modifica l’allegato II Parte A e parte B sui prodotti per la concimazione e l’ammendamento e i prodotti fitosanitari; • Reg (Ce) n. 1367/98 della Commissione del 29 giugno 1998 Modifica il Reg Cee n. 94/92 che stabilisce modalità di applicazione del regime d’importazione dai Paesi terzi previsto dal Reg Cee n. 2092/91 del Consiglio; • Reg (Ce) n. 1900/98 della Commissione del 4 settembre 1998 Modifica l’allegato I del Reg. Cee n. 2092/91 del Consiglio relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e all’indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari; • Reg (Ce) n. 330/99 della Commissione del 12 febbraio 1999 Modifica l’allegato VI, parte C del Reg Cee n. 2092/91 relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e all’indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari; • Reg (Ce) n. 1804/99 del Consiglio del 19 luglio 1999 Completa, per le produzioni animali, il Reg Cee n.2092/91 relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e all’indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari; • Reg (Ce) n. 331/2000 della Commissione del 17 dicembre 1999 Modifica l’allegato V del Reg Cee n. 2092/91 relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e all’indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari, indicando le condizioni per l’utilizzo del logo comunitario (Fig. 4); 14 Fig. 4: logo comunitario • Reg (Ce) n. 548/2000 della Commissione del 14 marzo 2000 Modifica il Reg Cee n. 94/92 che stabilisce modalità di applicazione del regime d’importazione dai Paesi terzi previsto dal Reg Cee n. 2092/91 del Consiglio; • Reg (Ce) n. 1073/2000 della Commissione del 19 maggio 2000 Modifica il Reg Cee n. 2092/91 del Consiglio relativo al metodo di produzione biologico e all’indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari; • Reg (Ce) n. 1437/2000 della Commissione del 30 giugno 2000 Modifica l’allegato VI, parte C, del Reg Cee n. 2092/91; • Reg (Ce) n. 1566/2000 della Commissione del 18 luglio 2000 Modifica il Reg Cee n. 94/92 che stabilisce modalità di applicazione del regime d’importazione dai Paesi terzi previsto dal Reg Cee n. 2092/91 del Consiglio; • Reg (Ce) n. 1616/2000 della Commissione del 24 luglio 2000 Modifica il Reg Cee n. 94/92 che stabilisce modalità di applicazione del regime d’importazione dai Paesi terzi previsto dal Reg Cee n. 2092/91 del Consiglio; • Reg (Ce) n. 2020/2000 della Commissione del 25 settembre 2000 Modifica il Reg Cee n. 207/93 che definisce il contenuto dell’allegato VI del Reg Cee n. 2092/91; • Reg (Ce) n. 436/2001 della Commissione del 2 marzo 2001 Modifica l’allegato II del Reg Cee n. 2092/91; • Reg (Ce) n. 2491/2001 della Commissione del 19 dicembre 2001 15 Modifica l’allegato III del Reg Cee n. 2092/91, garantendo la tracciabilità dei prodotti agricoli biologici nelle varie fasi della catena commerciale e la loro conformità alle disposizioni del Reg. Cee n. 2092/91. Mentre il Reg Cee n. 2092/91 disciplinava un processo produttivo, definendo gli standards di produzione e di etichettatura dei prodotti, con il nuovo Reg Ce n. 2491/2001 vengono ampliati i requisiti da soddisfare, coinvolgendo l’organizzazione aziendale dell’operatore nel suo complesso. In tal modo, si vuole dare ai consumatori europei, che escono da una situazione di forte disagio dovuta ai vari scandali alimentari che ne hanno minato la fiducia, una garanzia che la stessa impresa operi con modalità affidabile e trasparente nei rapporti con i propri clienti (Pierleoni,2003). • Reg (Ce) n. 473/2002 della Commissione del 15 marzo 2002 Modifica l’allegato I e l’allegato II del Reg Cee n. 2092/91. 1.3.3. Recepimento della normativa Europea a livello nazionale A livello nazionale, il recepimento del Reg. (Cee) n. 2092/91 avviene con l’emanazione del Decreto Ministeriale n. 338 del 25 maggio 1992, che istituisce un sistema di controllo che prevede quale autorità competente il Ministero dell’Agricoltura (ora Ministero delle Politiche Agricole e Forestali). Con la sentenza del 10 giugno 1993, la Corte Costituzionale, accogliendo un ricorso delle Regioni, annullava il recepimento nazionale del Reg Cee n. 2092/91, per mancato rispetto delle procedure previste. Si venne a creare, così, un vuoto legislativo, al quale venne posto un rimedio transitorio mediante la legge n. 146 del 22 febbraio 1994. Tale legge stabiliva che entro un anno doveva essere emanata una nuova legge di recepimento del regolamento comunitario in materia di agricoltura biologica e che, nel frattempo, rimanevano autorizzati ad precedentemente riconosciuti. 16 operare gli organismi di controllo Come stabilito dalla Legge Comunitaria, venne quindi emanato il Decreto Legislativo n. 220 del 17 marzo 1995, che conferiva certezza giuridica sul sistema di controllo e certificazione in Italia. Il D.L. 220/95 individua nel Ministero delle Politiche Agricole l’autorità competente in materia di controllo e coordinamento delle attività amministrative e tecnico-scientifiche inerenti l’applicazione della regolamentazione comunitaria in materia di agricoltura biologica, di cui al Reg Cee n. 2092/91 e successive modifiche ed integrazioni; istituisce un Comitato di valutazione degli organismi che si propongono per il controllo a livello nazionale, del quale fanno parte le Amministrazioni centrali interessate e le Regioni; attribuisce le attività di vigilanza sugli organismi di controllo riconosciuti, al Ministero delle Politiche Agricole e alle Regioni; riconosce le Regioni come autorità competenti in materia di acquisizione delle notifiche degli operatori biologici, ad eccezione di quelle inerenti le attività di importazione da terzi (AA.,VV., 1998, a). Risulta piuttosto arduo il compito, spesso richiesto a chi si occupa di agricoltura biologica in Italia, di leggere ed interpretare correttamente quanto richiesto dal Reg Cee n. 2092/91, compito reso ancora più difficile dalla presenza di una serie di provvedimenti legislativi del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, successivi a quelli già citati, che attuano e specificano gli ambiti di applicazione in Italia di alcune disposizioni del regolamento comunitario. In particolare ha creato non pochi problemi di lettura e di interpretazione il Reg. CE n.1804/99 e i due decreti ministeriali che ne hanno dato attuazione in Italia (Campus, Comitato Scientifico AIAB, 2002, a cura di): • Nel luglio del 1999 la CE vara il Reg. CE 1804/99, che introduce nel Reg. Cee n. 2092/91 le disposizioni in materia di produzione, controllo e certificazione dei prodotti biologici di origine zootecnica; • Nell’agosto del 2000 il MiPAF emana un primo Decreto con cui si attua lo stesso regolamento 1804/99 e si specificano alcuni ambiti applicativi dello stesso; • Nel marzo del 2001 viene pubblicato un secondo Decreto Ministeriale che modifica alcuni punti del Decreto dell’agosto 2000 e fornisce ulteriori indicazioni sull’applicazione del Reg. CEE 2092/91 nel settore zootecnico. 17 1.4. Il controllo dell’agricoltura biologica in Italia In Italia, il controllo delle produzioni biologiche è attualmente affidato a 13 enti di certificazione privati (ma il loro numero cresce di anno in anno), che agiscono grazie al riconoscimento delle Amministrazioni centrali (Ministero delle Politiche Agricole, Sanità, etc.), delle Regioni o province autonome. Lo stesso Ministero dell’Agricoltura si occupa della supervisione di questi Organismi, attraverso le attività di coordinamento che riguardano gli aspetti tecnici, amministrativi, sanzionatori e di vigilanza. Per ricevere la certificazione biologica, un’azienda, nella persona del conduttore aziendale stesso o del suo legale rappresentante, deve inviare la notifica di produzione con metodo biologico compilata agli uffici competenti della propria Regione o Provincia autonoma e, solo nel caso di importazione da Paesi terzi, al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (Guet, 1997). Ricevuta la richiesta, l’Organismo di Controllo invia un proprio ispettore nell’azienda per compilare la cosiddetta “notifica” in cui vengono descritte le caratteristiche dell’azienda e l’ordinamento produttivo. Insieme alla compilazione della notifica, una copia della quale viene inviata all’ufficio competente del Ministero, il primo sopralluogo in campo dell’ispettore serve anche a stabilire le modalità e la durata del periodo di conversione, cioè del lasso di tempo necessario per “bonificare” l’azienda dai trattamenti chimici effettuati in precedenza. Le produzioni aziendali potranno definirsi “biologiche” soltanto a conclusione del periodo di conversione. A questa prima visita di controllo, seguono due o più ispezioni annuali il cui scopo è la verifica della corretta applicazione del piano di conversione e delle norme di agricoltura biologica stabilite dalla normativa comunitaria. Le ispezioni consistono in un accurato controllo dell’azienda, eseguito nei momenti chiave delle colture (concimazione, trattamenti antiparassitari, lavorazione del terreno, controllo delle malerbe, etc.). Durante la visita agli appezzamenti viene anche effettuata l’ispezione dei magazzini, per verificare la natura dei concimi e degli antiparassitari presenti in azienda, ed il controllo della corretta tenuta del “Quaderno di campagna” su cui l’agricoltore è obbligato a trascrivere tutte le operazioni colturali effettuate (data del trattamento, natura e quantità dei prodotti impiegati, etc.). Infine, durante l’ispezione in campo e nei magazzini, 18 possono essere prelevati anche campioni di prodotto, di terreno o di vegetazione per verificare l’assenza di prodotti tossici. Tali prelievi sono di routine nei casi in cui si sospettano frodi o irregolarità di qualsiasi natura. Insieme agli enti di controllo il Ministero delle Politiche Agricole ha provveduto al riconoscimento di sei associazioni di consumatori abilitati a partecipare alle ispezioni effettuate nelle aziende biologiche allo scopo di tutelare ulteriormente gli interessi dei consumatori. Purtroppo la mancanza di una copertura finanziaria adeguata ha finora ostacolato una partecipazione più attiva delle associazioni dei consumatori, il cui ruolo costituisce oggi forse l’anello più debole del sistema di controllo delle produzioni biologiche (Guet, 1997). 1.5. I mercati del biologico Il giro d’affari nell’ambito dei prodotti biologici (Tab. 1), secondo i dati del 2001, è di quasi 14 miliardi di euro per l’Europa, che è seguita dagli Usa con un mercato di 11 miliardi di euro, e dal Giappone con circa 5 miliardi (Didero, 2002). L’Italia occupa una posizione di evidente leadership, sia in termini di ettari coltivati (1.040.377), sia per il numero di aziende (51.120). 19 Tab. 1 IL BIOLOGICO IN EUROPA PER SUPERFICIE E AZIENDE: agosto 2001 (in ettari e unità) Superficie Aziende Austria 271.950 19.031 Belgio 20.263 628 Danimarca 165.258 3.466 Finlandia 147.423 5.225 Francia 370.000 9.260 Germania 546.023 12.732 Grecia 24.800 5.270 Inghilterra 527.323 3.563 Irlanda 32.355 1.014 1.040.377 51.120 Lussemburgo 1.030 51 Olanda 27.820 1.391 Portogallo 50.002 763 Spagna 380.838 13.424 Svezia 171.682 3.329 Totale 3.777.144 130.267 Area Peco 357.253 14.024 Area Efta 119.613 7.738 4.254.010 152.029 Italia Totale Europa Fonte: Didero, 2002 Un altro fenomeno che riguarda il nostro Paese è quello della crescente “industrializzazione” del biologico: mentre nel 2001 il numero delle aziende agricole è aumentato solo del 2,2%, quelle che operano nell’area della trasformazione sono aumentate del 47% (e del 138% tra il 1997 ed il 2000). 20 Solo una parte del prodotto coltivato in maniera biologica, però, raggiunge il mercato etichettato come biologico, ed il quantitativo restante prende la strada del convenzionale. Il prodotto che prende altre destinazioni non va perduto, ma è meno valorizzato: si potrebbe definirlo “biologico sommerso”, in attesa di essere immesso sul mercato, a condizione che venga aumentata la forza comunicativa sul mercato interno e la spinta commerciale verso i grandi mercati internazionali. In ambito europeo, si possono distinguere tre grossi gruppi di Paesi protagonisti nel mercato dei prodotti biologici: 1. I Paesi guida. Tra i maggiori consumatori troviamo la Germania, con un giro d’affari che, con oltre 3 miliardi di euro, è più del doppio di quello italiano. Si tratta di un Paese il cui grande sviluppo negli ultimi anni è avvenuto grazie all’import dalla Francia, un tempo leader a livello europeo ed ora nel ruolo di “inseguitore” per quanto riguarda la produzione e nello stesso tempo di importatore. 2. I Paesi dell’area Mediterranea: l’Italia, la Spagna, la Grecia, alcuni Paesi della costa africana, dal Marocco all’Egitto. 3. I Paesi Peco (Europa dell’Est e Turchia), la cui entrata nell’Ue non porterà a forti ripercussioni nel breve-medio periodo, ma rappresenterà una vera sfida per l’intera Comunità a più lungo termine (Didero, 2002; Molfino, 2003). Già da oggi la stragrande maggioranza delle produzioni biologiche originarie di questi futuri partner è destinata al mercato Ue e lo sviluppo del comparto passerà attraverso programmi di sostegno supportati da fondi comunitari che si tradurranno anche in un incremento della domanda interna (Molfino, 2003). Ci sembra interessante sottolineare quest’ultimo aspetto: l’agricoltura biologica diventa il punto di partenza per uno sviluppo integrato, sociale ed economico. Essa può diventare una forma di agricoltura sostenibile, basata sulle conoscenze locali, che difende l’ambiente e garantisce redditi interessanti (Gemelli, 2003). Nei Paesi emergenti essa può contribuire a riqualificare i coltivatori, restituendo loro la possibilità di gestire in proprio specie e varietà locali che si stanno perdendo (Molfino, 2003). In ambito mondiale, ricordiamo il caso di Asopec (Asociación Productoras Ecológicas), che nasce nell’ambito di un programma Fao per lo sviluppo del biologico in Bolivia (Gemelli, 2003); l’India, dove esiste già una legge specifica, e la Cina che la sta preparando (Molfino, 2003). 21 Un esempio italiano in tal senso ci è invece offerto dalla realtà agricola del Sud-Italia, che sta attraversando una fase di difficoltà dovuta soprattutto alla pressione competitiva esercitata dalla globalizzazione dei mercati. In tale contesto, è diventato più incerto il futuro del settore viti-vinicolo, che sta così ricercando soluzioni e percorsi alternativi. In questo ambito si è inserita l’agricoltura biologica, che negli ultimi anni ha visto un grande boom delle adesioni, grazie anche al sostegno della Comunità Europea, con il Reg. Cee 2078/92 (Antonacci, Simeone, 2001). 1.6. Il vino biologico Risulta difficile dare una definizione al “vino biologico”, in quanto si tratta di un prodotto trasformato, per il quale non si può fare riferimento completamente al Reg. Cee 2092/91. Quest’ultimo disciplina, infatti, la produzione della materia prima, nel nostro caso l’uva, ma non interessa tutto il processo di vinificazione: attualmente è possibile riportare in etichetta solo la dicitura “vino prodotto con uve da agricoltura biologica” (AA.,VV., 1998, a). Infatti, mentre negli Stati Uniti, per esempio, la dicitura organic wine in etichetta sta ad indicare che in cantina non si sono usati additivi di sintesi, e made with organic grapes se alle uve biologiche se ne sono aggiunti, in misura conforme ad un disciplinare produttivo, la legge europea si limita a riferirsi a quanto avviene in campagna, e non alle tecniche di cantina (Attorre, 2003). Tuttavia gli Organismi di Certificazione chiedono ai produttori di vino di sottostare anche ad un preciso disciplinare riguardante la vinificazione, per cui i vini certificati non soltanto provengono da uve da coltivazione biologica, ma hanno subito un processo di trasformazione in cui alcuni prodotti nocivi per l’uomo e l’ambiente sono stati utilizzati in misura estremamente ridotta e controllata. Per quanto riguarda la fase propriamente agricola, l’elemento più significativo che contraddistingue la coltivazione biologica della vite da quella tradizionale è l’utilizzo esclusivo di fertilizzanti organici al posto dei concimi chimici di sintesi. Questi ultimi favoriscono un’eccessiva disponibilità di elementi nutritivi alla pianta, che diventa così anche più sensibile all’attacco di parassiti e dunque necessita più frequentemente di trattamenti antiparassitari. 22 Nella fase di trasformazione, invece, le differenze tra vino biologico e vino convenzionale appaiono più sfumate, in quanto, se da un lato il processo naturale di fermentazione alcoolica è in grado anche di ridurre la presenza di eventuali residui di pesticidi, dall’altro l’uso di sostanze ufficialmente ritenute tossiche (in particolare l’anidride solforosa) è allo stato attuale impossibile da eliminare completamente. In questo senso quindi i vari disciplinari adottati dagli organismi di controllo hanno soprattutto la funzione di controllare e limitare al massimo l’utilizzo degli additivi e coadiuvanti tecnologici il cui scopo è quello di stabilizzare le qualità organolettiche del vino (AA., VV.,1998, a). Il grande sviluppo dell’agricoltura biologica negli ultimi anni rende difficile una valutazione contemporaneamente aggiornata ed affidabile del comparto vitivinicolo del nostro Paese, tuttavia è possibile avere un’idea del trend italiano (Tab. 2). Tab. 2 Lo sviluppo della viticoltura bio in Italia (da: Asinelli et al.,2002) 1993 1996 2001 857 3190 8.200-10.000 Superficie (ha) 2.998 12.743 44.175 Sup. media (ha) 3,49 3,99 Tra 4,5 e 5,4 Aziende Si tratta ancora di un settore costituito da piccole aziende con una superficie vitata che varia tra i 4 ed i 5 ha con una notevole presenza di aziende ad orientamento misto (ad es.: frutticolo-viticolo, viticolo-zootecnico, ecc.) che spesso non svolgono alcuna attività di vinificazione, ma conferiscono le proprie uve a strutture collettive come le cantine sociali. Il mercato del vino biologico si è rivelato essere sostanzialmente nordeuropeo, soprattutto tedesco, con un inizio di esplorazione, recente, di mercati ricchi, ma difficili ed esigenti, come quello giapponese ed il nordamericano, da parte di alcune aziende italiane leader. 23 La recente crescita del settore vitivinicolo convenzionale, soprattutto nei vini rossi doc, a causa della recente scoperta dei benefici salutistici del resveratrolo in essi contenuto, spingono tuttavia molti produttori a dirottare una notevole parte di uva e vino biologico nel settore convenzionale. Un’altra problematica è legata all’assenza di Allegati, come quelli creati per la zootecnia, relativi a metodi e prodotti ammessi per la trasformazione dell’uva biologica in vino biologico. Così, soltanto una piccola parte della materia prima ottenuta con metodo biologico viene vinificata: sul mercato nazionale viene immessa una quantità trasformata in vino pari a meno del 25% dell’uva totale, mentre per il mercato estero si destina oltre il 5565% (Asirelli, Bazzocchi, Tellarini, 2002). Un dato interessante riguarda l’esportazione (Fig. 5): siamo i primi esportatori europei di vino biologico, col 72% dei 690mila ettolitri commercializzati in ambito comunitario. Per sottolineare l’importanza di questa percentuale, risulta significativo osservare le quote esportate dagli altri Paesi Ue: mentre il 20% della produzione enologica austriaca è biologica, soltanto l’1% è avviato ai mercati esteri; la Francia, nostro rivale da sempre nella commercializzazione del vino, esporta soltanto il 22% del totale (Molfino, 2003). L'italia è leader nell'export del vino Italia 72% Francia 22% Austria Belgio 1% 4% Danimarca 1% Fig. 5: Ue: le esportazioni di vino biologico, per Paese di origine (anno 2001), da: Molfino, 2003 24 In Italia, la Sau destinata a uve ottenute con metodi di coltivazione biologici è stimata intorno ai 36000 ettari complessivi. Inoltre, nell’arco degli ultimi sette anni, l’estensione dei vigneti biologici è aumentata in misura esponenziale, passando dai 3759 ettari del 1994 alle cifre attuali di inizio 2001 (Fig. 6). 40.000 36.170 35.000 29.127 30.000 25.000 20.000 15.000 12.722 16.382 10.000 5.000 0 1998 1999 2000 2001 Fig. 6: Italia: andamento delle superfici investite a uve coltivate con metodi biologici (in ettari), da: Lunati, 2003 In particolare, i vigneti biologici sono presenti soprattutto nel Mezzogiorno. 11,90% 50,00% Italia Settentrionale Italia Centrale 15,70% Italia Meridionale Isole 22,40% Fig. 7. Italia: localizzazione delle superfici investite a uve coltivate con metodi biologici (anno 2001), da: Lunati, 2003 25 In effetti, la distribuzione delle superfici destinate alle colture biologiche e in conversione dall’agricoltura convenzionale per area geografica (Fig. 7), vede attualmente in testa le regioni insulari - Sicilia e Sardegna - che dispongono complessivamente di oltre 18000 ettari di vigneti, pari al 50% della superficie nazionale. La restante parte delle superfici biologiche si concentra in misura significativa presso le altre regioni dell’Italia meridionale, dove sono localizzati oltre 8000 ettari di colture, pari al 22,4% della superficie nazionale. Al terzo posto della graduatoria si colloca l’Italia centrale, nel cui territorio si trovano complessivamente oltre 5000 ettari di vigneti, pari al 15,7% della superficie investita. La graduatoria è chiusa dall’Italia settentrionale, presso le cui regioni si trovano oltre 4000 ettari, una cifra pari all’11,9% degli investimenti complessivi e di poco inferiore a quella riferita all’Italia centrale (Lunati, 2003). In generale, la concentrazione di vigneti biologici nell’Italia meridionale ed insulare discende da una tradizione di rapporti commerciali con l’estero, con la Germania in particolare. Infatti, sin dagli anni Ottanta, cioè con largo anticipo rispetto alla normativa comunitaria, il mercato estero si dimostrava molto attento al fatto che il prodotto enologico fosse espressione di una realtà produttiva caratterizzata da metodi colturali eco-compatibili. Allo stato attuale, l’analisi dei dati di Sau per singola regione evidenzia il ruolo dominante della Sicilia che, da sola, arriva a coprire quasi il 41% dei vigneti coltivati con metodi biologici. La ragione di questo forte sviluppo delle produzioni biologiche in Sicilia è legata, oltre che alla spiccata vocazione dell’area per questo tipo di coltura, soprattutto all’interesse mostrato da operatori tedeschi e francesi interessati ad investire in questa regione, molto prima che intervenisse la normativa europea a regolamentare il settore (Lunati, 2003). Per quanto riguarda le tipologie di vino, gli spumanti rappresentano una quota dell’8% (Fig. 8), mentre il novello, con una quota dell’1%, ha un peso molto maggiore che nel convenzionale, dove nel 1995 rappresentava solo lo 0,16%. Tra i vini biologici, il bianco prevale sul rosso. Anche se questi dati fanno riferimento al vino prodotto, è interessante notare come, nel segmento biologico, si sia già avuta quella inversione di importanza percentuale che nel mercato convenzionale è la tendenza da alcuni anni ma che vede ancora i rossi primeggiare - seppur di poco - sui bianchi (Santi, Zanoli, 1997). 26 Il vino biologico prodotto in Italia Vino spumante 8% altri 4% Vino bianco 44% Vino rosso 38% Vino rosato Vino novello 1% 5% Fig. 8 (da: Santi, Zanoli, 1997) La qualità del prodotto risulta piuttosto difficile da raggiungere, a causa di una inadeguata professionalità dei tecnici addetti alla vinificazione, per cui si riesce ad ottenere un vino biologico privo di difetti, ma senza particolari caratteristiche organolettiche. Le dimensioni medio - piccole delle aziende, infatti, non consentono il ricorso a personale esterno altamente qualificato, mentre ciò avviene nelle aziende produttrici di vino convenzionale, che grazie a delle forme associative operano su dimensioni economiche più ampie e decidono a priori su che fascia qualitativa collocarsi. Per le produzioni di qualità alta o medio - alta il marchio biologico non garantisce automaticamente l’accettazione, poichè il fruitore, il cultore del vino, in genere non riconosce al marchio biologico contenuti di qualità organolettica superiore: a parità di qualità organolettica, non paga un premium price su prodotti già di per sè molto costosi. Per questo motivo le cantine che si collocano in una fascia di prezzo medio - alta non inseriscono nella propria linea produttiva del vino biologico. In conclusione, la vitivinicoltura biologica appare una produzione di nicchia, destinata a chi abbina il concetto di salubrità e rispetto per l’ambiente ai propri consumi alimentari. Una “super nicchia” è rappresentata dalle produzioni biologiche di alta qualità, ma spesso la scelta è 27 fatta più per contenuti organolettici convenzionali, che per motivazioni ambientali (Chiorri, 2002). Il vino biologico possiede alcune caratteristiche che lo rendono un prodotto contradditorio: da un lato è senz’altro un prodotto di qualità, ottenuto rispettando l’ambiente sia nella fase di produzione dell’uva sia nella fase di trasformazione; dall’altro non è detto che questa qualità sia quella che i consumatori cercano in un vino, che di per sè non è un vero e proprio alimento, ma una bevanda alcoolica. Pertanto l’aspetto salutistico del vino “biologico” non è probabilmente l’unica caratteristica su cui puntare per una politica di marketing tesa allo sviluppo della domanda nè, probabilmente, la più importante (Santi, Zanoli, 1997). Per dare certezze ai consumatori, soprattutto a quelli del Nord - Europa, che sempre più spesso chiedono vino biologico, è necessario colmare il vuoto normativo attuale, modificando l’allegato VI della legge 2091, con l’aggiunta di un capitolo dedicato ai metodi di vinificazione biologica (Marenghi, 2002; Repetti, 2003). Le difficoltà per arrivare ad una regolamentazione sono dovute alle resistenze che una legge sulla vinificazione biologica incontra nella filiera del convenzionale. Gli agricoltori, infatti, mal sopportano l’idea di un’etichetta con la scritta “vino biologico”, una dicitura che finirebbe per far apparire il vino tradizionale come artefatto, o sintetico. Si incontra uno scarso interesse, per non dire contrarietà, anche da parte dei grossisti e degli esportatori, che sarebbero costretti ad aprire nuove linee di prodotti dedicate esclusivamente al biologico (Repetti, 2003). Da una ricerca svolta da Zanoli e Santi nel 1996 4 risulta che, per quanto riguarda i canali di vendita del vino biologico, il 32% del prodotto aziendale viene venduto direttamente ai consumatori stranieri, mentre un’altra consistente fetta va ai grossisti esteri (31%). La tipologia dei mercati influenza anche il packaging dei prodotti; il 50% circa del vino prodotto è venduto in bottiglia, il 20% in damigiane, mentre il restante 30% viene venduto sfuso. 4 La ricerca, svoltasi nel 1996, ha riguardato l’invio di questionari a 96 aziende italiane, che si ritenevano la quasi totalità di quelle operanti nel settore vitivinicolo biologico al 31/12/1993. La percentuale di risposta totale è stata del 40%. Una visione preliminare del lavoro è stata presentata all’incontro del gruppo di lavoro SIDEA su “La produzione sostenibile”, tenutosi a Bivona (AG) il 16/5/1997. 28 Dall’indagine, inoltre, risulta che, per quanto riguarda la pubblicità e la promozione dei prodotti (Tab. 3), la maggior parte delle aziende si affida a canali tradizionali e molto mirati quali pieghevoli illustrati e campioni inviati a grossisti, dettaglianti e a qualche consumatore finale che acquista per corrispondenza. La maggior parte delle aziende intervistate partecipa a fiere, con lieve prevalenza per quelle nazionali ed estere. L’11% delle aziende non utilizza nessun canale promozionale ed il 26% non fa uso di pubblicità; tuttavia solo l’8% delle aziende intervistate non fa uso di nessuno dei due. Si tratta di aziende di piccole dimensioni, condotte individualmente e che ripongono scarsa fiducia nel futuro sviluppo del settore (Santi, Zanoli, 1997). Tab. 3 (da: Santi, Zanoli, 1997) Canale pubblicitario Aziende n° Aziende n° Depliants 21 60 Campioni 15 43 Insegne luminose 3 9 Vetrine 3 9 Cartelloni 4 11 Stampa 8 23 Radio 2 6 Televisione 1 3 Insegne stradali 1 3 Altro 3 9 Nessun canale 9 26 La nuova organizzazione degli spazi di vendita dedicati al vino all’interno della Grande Distribuzione è in grado di soddisfare le richieste di un consumatore sempre più esigente, offrendo un numero molto ampio di alternative e di prezzi. In particolare, i più recenti dati di vendita Nielsen stimano in poco meno di un milione di euro il valore 29 degli acquisti di vino biologico presso la Distribuzione Moderna, ad esclusione dei Doc e Docg (Tab. 4). Tab 4 (da: Lunati, 2003) Distribuzione moderna: ripartizione delle vendite di vino da uve biologiche nel 2002 (in migliaia di euro) Canali Totale Bio Inc. % Vini frizzanti 108.193 86 0,08% Vini lgt e da tavola 397.092 863 0,22% Totale 505.286 949 0,19% Si tratta di valori estremamente contenuti, tenendo presente che tra tutte le bevande alcooliche il consumo di vino è quello più diffuso tra le famiglie italiane. In particolare, viene stimato che il 48% degli italiani beva vino quotidianamente o quasi tutti i giorni, motivo per cui sarebbe logico aspettarsi una maggiore capillarità di diffusione anche dal vino biologico (Lunati, 2003). A questo proposito, ci sembra interessante esaminare le modalità di diffusione della conoscenza del vino da uve biologiche presso un campione di acquirenti che si dichiarano consumatori non saltuari di vino biologico. In particolare, i dati raccolti mostrano che la quota più elevata degli intervistati è stata indirizzata verso il prodotto biologico da terzi, tramite una sorta di passaparola nel caso di conoscenti o di precise indicazioni nel caso di commercianti (Fig. 9). Il 34% ha dichiarato invece di avere avuto lo spunto di acquistare vino da uve biologiche grazie alla pubblicità -prevalentemente su riviste- data al prodotto. Un’importanza largamente inferiore è invece attribuita ad altre modalità di conoscenza del vino da uve biologiche, tra cui però è opportuno citare l’8% che rileva come la conoscenza del vino biologico sia avvenuta fuori dalle mura domestiche, presso locali della ristorazione commerciale (Lunati, 2003). 30 Fonti di informazione sull'esistenza del vino biologico 2% 2% 8% 16% 34% 38% Pubblicità Indicazione di terzi Visto sul punto vendita Visto nel fare la spesa Fuori casa Altro/non ricorda Figura 9: Fonti di informazione sull'esistenza del vino biologico, da: Lunati, 2003 31 CAPITOLO 2 LA QUALITÀ NEL SISTEMA AGROALIMENTARE 2.1. Introduzione Negli anni ’80 le Direzioni delle aziende occidentali, a partire da quelle degli Stati Uniti, hanno iniziato a sviluppare un concetto già formulato a partire dagli anni ’50, ma ancora ignorato da molti: l’importanza della qualità per il successo dell’azienda e la necessità di considerare la qualità non soltanto nei suoi aspetti tecnici, ma soprattutto in quelli direzionali. Di qui nasce l’esigenza di creare un modello, poi approfondito dagli economisti giapponesi ed applicato in tutte le grandi aziende europee ed americane, definito Company-Wide Quality Control (Galgano, 1990), o Qualità Totale, che dà alla qualità un significato onnicomprensivo (la qualità deve essere vista nel suo complesso, considerando tutti i fattori) ed un significato operativo (qualità come soddisfazione del cliente e come output). All’interno dell’azienda alimentare, la costruzione di un sistema di gestione e di controllo della qualità è divenuto un problema prioritario in seguito agli scandali alimentari (BSE, Salmonella, diossina) che negli ultimi dieci anni hanno provocato un calo nella fiducia del consumatore nei confronti dell’intero comparto alimentare. Secondo un’indagine di Eurobarometro, nel 1998 soltanto il 66% dei consumatori Europei si fidavano dei controlli effettuati a livello regionale e locale, e solo il 43% confidava nelle attività di ispezione svolte in ambito nazionale (Briz, De Felipe, 2003). In questo capitolo, focalizzeremo la nostra attenzione sulle varie definizioni di qualità e sui sistemi di gestione della qualità del prodotto in campo alimentare. 32 2.2. Definizioni di QUALITÀ Negli ultimi vent’anni molti studiosi hanno contribuito largamente alla definizione della qualità. Jongen, Luning e Marcelis (2002) hanno raccolto alcune di queste definizioni. Secondo Parasuranam (1985) la qualità è “un construtto elusivo ed indistinto”. Juran (1990) la definì come “la performance di un prodotto che dà luogo alla costumer satisfaction e alla libertà dalle carenze, che evita così la customer dissatisfaction”: in breve, “adattabilità all’uso”. Demin (1993), un altro esperto di qualità, affermò che “un prodotto o un servizio possiede la qualità se esso è utile a qualcuno e gode di un mercato buono e sostenibile”. Crosby (1979) descrisse la qualità come “una conformità a delle specifiche chiare, per cui la gestione è responsabile nello stabilire delle specifiche univoche”. Cardello (1997) afferma la natura multidisciplinare della stessa, con riferimento al settore alimentare: “Per i nutrizionisti essa è sinonimo del valore nutrizionale dell’alimento, per i microbiologi si riferisce alla sicurezza del prodotto, mentre per i chimici essa è uguale alla stabilità dello stesso”. Per Lawless e Heymann (1998), la definizione di qualità è complessa e comprende diversi concetti: “Qualità sono quegli attributi di un prodotto che differiscono nel tipo, nell’intensità o nel grado”; “Qualità è l’insieme degli attributi che determinano il grado di apprezzamento di un prodotto; “Qualità è il responso di giudici esperti che hanno studiato un ampio range di prodotti durante un lungo periodo per valutare le caratteristiche totali del prodotto stesso”; “Qualità è l’assenza di difetti”,; “Qualità è conformità a delle specifiche”; “Qualità è l’idoneità ad uno scopo preciso”. L’American National Standards Institute e l’American Society for Quality Control (ASQC) hanno standardizzato la definizione della qualità nel 1987 come “la totalità delle caratteristiche e delle proprietà di un prodotto o di un servizio che porta su se stessa la capacità di soddisfare i bisogni dati”. L’International Organisation of Standardisation (ISO, 1998), ha definito la qualità all’interno degli standards ISO 9000 come “il raggiungimento di una stabile costumer satisfaction incontrando i bisogni e le aspettative del cliente all’interno di un impegno organizzativo nel continuo miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia”. 33 2.3. La certificazione di qualità nell’industria alimentare La certificazione di qualità è un concetto non nuovo: vari settori del mondo industriale, infatti, ne hanno, in parte o in toto, già fatto esperienza. Fino ad oggi, però, essa è stata vista come un male inevitabile, imposto dalle caratteristiche del prodotto (la sua sicurezza) e dalle specifiche di alcuni clienti sofisticati, piuttosto che un traguardo di valore strategico per l’impresa stessa. Queste valutazioni sono state in parte causate dal presupposto che “qualità” fosse un aspetto di natura unicamente produttiva; il più delle volte, inoltre, vissuto solo in termini di costo della “non qualità”. Di conseguenza, la stessa certificazione veniva considerata un costo addizionale, da pagare all’ente certificatore, per poter adempiere a delle formalità richieste dal cliente stesso. L’avvento del mercato unico ha fatto della certificazione di qualità uno degli elementi centrali del processo di unificazione, in quanto essa costituisce uno strumento di trasparenza e fiducia reciproca, potendo attestare, tra l’altro, la rispondenza di un prodotto a norme “armonizzate” e valide per tutti gli Stati membri. Si attribuisce alla certificazione una valenza strategica perchè essa non può più essere considerata come una pura e semplice formalità. Essa, infatti, costituisce il riconoscimento formale di una serie di scelte effettuate dall’azienda, le cui caratteristiche sono di natura strategica. In particolare, quelle relative alla qualità del prodotto e della stessa organizzazione aziendale (Andreini, 1997). Prendiamo ora in considerazione gli strumenti di certificazione aziendale di cui può dotarsi un’azienda alimentare. Un sistema di qualità viene definito come l’insieme della struttura organizzativa, delle responsabilità, dei processi, delle procedure e delle risorse che facilitano il raggiungimento del quality management (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Nell’azienda alimentare si sono sviluppati numerosi sistemi di qualità (QAsystems) e delle norme, che possono essere usati come linee guida per la costruzione di un modello qualitativo che assicuri i requisiti di qualità richiesti. I più comuni sistemi di qualità del settore alimentare sono le Good practices (per es. le Good Manufacturing Practices - GMP; Good Hygienic Practices - GHP etc.), l’HACCP (Hazard Analysis Critical Control Points), le norme ISO (International Standard Organisation), e sistemi combinati come il BRC (British Retail Consortium). 34 I sistemi QA differiscono nell’obiettivo qualitativo che si pongono (per es. la sicurezza alimentare, la garanzia nella fornitura, la qualità totale) e nel loro approccio nei confronti della qualità stessa. Per quanto riguarda quest’ultimo, le GMP e l’HACCP in particolare si focalizzano sulla garanzia data dai requisiti tecnologici, mentre le ISO interessano in gran parte gli aspetti gestionali dell’azienda (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). La Fig. 1 illustra come i comuni sistemi QA si rapportano rispetto al loro obiettivo tecnologico o gestionale. Fig. 1: I sistemi QA rapportati all’obiettivo tecnologico e a quello gestionale, da: Jongen, Luning, Marcelis, 2002 2.3.1. Good Practices (GP) Le Good Practices (GP) comprendono delle linee guida che hanno la finalità di assicurare gli standards minimi accettabili e le condizioni per la trasformazione e lo stoccaggio dei prodotti alimentari. Le GP non possiedono uno status di natura legale, ma servono per creare le condizioni di base utili ad altri sistemi. Ci sono diversi tipi di GP. 35 Breve storia e legislazione Lo sviluppo delle Good Practices ha avuto inizio negli anni ’60 anticipando il bisogno mondiale di fare chiarezza relativamente alle procedure di trasformazione sicure ed igieniche. Il più comune codice GP è la Good Manufacturing Practice (GMP). Nel settore farmaceutico, le linee guida GMP sono state introdotte anticipatamente, a causa della risoluzione della World Health Organisation (WHO), per quanto riguardava la corretta preparazione dei prodotti farmaceutici ed il controllo qualitativo degli stessi. I codici GMP includono quattro problematiche: 1. I Mezzi, ovvero le prescrizioni sugli edifici, le attrezzature ed i servizi in genere; 2. I Materiali, che fanno riferimento alle richieste di materia prima e di materiali di supporto; 3. I Metodi, che includono le Procedure Operative Standard (SOP) e le istruzioni operative; 4. Il Personale, ovvero le conoscenze e l’esperienza delle persone occupate nell’azienda (tipologia professionale, programmi di addestramento). Nel settore alimentare e delle bevande, le GMP sono state arricchite con delle regole che stabiliscono degli standards e delle condizioni accettabili per la trasformazione e lo stoccaggio dei prodotti alimentari. Lo scopo dei codici GMP è di impostare le procedure relative al processo di trasformazione e al controllo della qualità in modo tale che i prodotti siano conformi al loro uso. I codici GMP sono stati e sono tuttora stilati dai Governi, da Organizzazioni Internazionali, da Consorzi e da Organismi di Controllo. Per fare un esempio, il Programma degli Standards Alimentari Codex Alimentarius ha sviluppato i Codici di Pratica Igienica. Questi codici di Pratica Igienica sono simili alle GMP per la produzione alimentare degli Stati Uniti. I codici GP comprendono linee guida generali che possono essere applicate alle industrie alimentari in genere, e linee guida che invece vengono seguite in una branca orizzontale di prodotto oppure in una catena verticale produttiva (Tab. 1). Nelle GP vengono inoltre descritti aspetti più specifici. Per fare un esempio, la Good Hygienic Practice (GHP) si focalizza principalmente su tutti gli aspetti di tipo igienico della produzione alimentare. Le GP possono riferirsi anche a problematiche diverse dalla trasformazione alimentare, come le Good Laboratory Practices (GLP), le Good Clinical 36 Practices (GCP) oppure le Good Agricultural Practices (GAP). Inoltre, i codici GP possono essere riconosciuti a livello nazionale ed internazionale (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Tab. 1: Esempi di GP, da: Jongen, Luning, Marcelis, 2002 Le Good Manufacturing Practices (GMP) per la produzione alimentare Non esiste una linea guida univoca per la descrizione della struttura delle GMP. Tuttavia taluni soggetti, comunemente inclusi nei codici delle GMP, sono: il personale, le strutture, le attrezzature, il processo trasformativo, lo stoccaggio e la distribuzione. A questi, possono essere aggiunti elementi come la documentazione, l’etichettatura, il controllo degli infestanti. Oltre a tali elementi, vengono inclusi i seguenti aspetti: • Quali Risorse e quali Servizi sono necessari, come: - Personale qualificato; - Locali e spazi adeguati; - Attrezzature appropriate e sottoposte a corretta manutenzione; 37 - Materie prime, materiali di imballaggio e procedure operative; - Programmi di pulizia; - Gestione e manutenzione appropriate; - Adeguato supporto tecnico, amministrativo e di manutenzione; - Efficienti mezzi di stoccaggio e di trasporto. • Gli Aspetti Igienici della trasformazione alimentare, che includono l’igiene del personale, la detersione di attrezzature, utensili, strutture, l’uso di agenti disinfettanti, il controllo degli infestanti, e tutte le misure protettive adottate contro contaminazioni di tipo microbico, fisico e / o chimico. Per esempio, per quanto riguarda l’igiene del personale, le misure preventive da adottare riguardano il controllo delle patologie e la pulizia (per es. l’uso di camici, guanti e copricapi speciali, il controllo degli infestanti, l’igiene delle mani, l’abolizione di oggetti come anelli ed orologi, il divieto di mangiare e bere nei reparti produttivi). Inoltre, il personale dovrebbe essere opportunamente addestrato attraverso corsi di igiene personale. • Le Caratteristiche richieste alla materia prima, agli ingredienti, ai prodotti intermedi e a quelli finiti: idoneità alle specifiche, condizioni di processo e di stoccaggio adeguate (per es. temperatura, locali di stoccaggio separati), e corretta identificazione del prodotto (per es. attraverso l’etichettatura). • Procedure di controllo e di ispezione stabilite per quanto riguarda il campionamento e le analisi, l’uso di apparecchiature per la misurazione adeguatamente tarate e sottoposte a periodico controllo da parte di personale addestrato. • Tenuta di registri e di documentazione a scopo di controllo e ai fini della tracciabilità. • Sono anche contemplati argomenti di tipo gestionale, come la responsabilità per i compiti specifici. Le GMP ovviamente contengono degli aspetti aggiuntivi in considerazione dello specifico prodotto alimentare al quale fanno riferimento. In generale, i codici GMP nel campo alimentare fungono da base per altri sistemi di qualità più specifici (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). 38 2.3.2. L’Hazard Analysis Critical Control Points (HACCP) L’Hazard Analysis Critical Control Points (HACCP) è un approccio sistematico alla identificazione, alla valutazione e al controllo di quegli steps nella trasformazione alimentare che si presentano critici per la sicurezza stessa del prodotto. Si tratta di uno strumento analitico che permette alla gestione aziendale di introdurre un programma di sicurezza alimentare efficace. L’obiettivo di base dell’HACCP è di assicurare la produzione di alimenti sicuri, attraverso la prevenzione piuttosto dell’ispezione qualitativa (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Breve storia e normativa La base del sistema HACCP è nata nel 1959 dall’esigenza di garantire agli astronauti della NASA (National Aeronautics and Space Administration) dei rifornimenti di cibo sicuro. Veniva richiesto un prodotto alimentare con un livello qualitativo pari al 100%, dal momento che qualsiasi malattia o ferita del personale di bordo nello spazio poteva compromettere la buona riuscita della missione stessa. Inoltre, fu sviluppato un sistema in collaborazione con la Pillsbury Company che aveva partecipato al programma spaziale. Tale sistema controllava le materie prime, il processo, l’ambiente di produzione, il personale, lo stoccaggio e la distribuzione che, insieme al mantenimento di un registro, doveva assicurare che il prodotto finale confezionato non richiedesse ulteriori controlli se non per scopi di monitoraggio. Nonostante sia stato presentato per la prima volta nel 1959, il sistema HACCP è stato poi ufficialmente reso noto al pubblico soltanto nel 1971. Si deve attendere il 1985 perchè il sistema HACCP venga cosiderato seriamente per l’applicazione nell’industria alimentare. Nel 1993, l’Unione Europea ha riconosciuto ufficialmente la metodologia HACCP come un metodo produttivo standard per permettere alle industrie alimentari di implementare e mantenere un sistema di controllo della produzione. Tale disposizione è inserita nella Direttiva 43/93 Cee per l’igiene degli alimenti. Da allora, gli Stati Membri hanno avuto 30 mesi per il recepimento della Direttiva. Di conseguenza, tutte le aziende alimentari all’interno della UE sono state obbligate a lavorare secondo il sistema HACCP dal 1 gennaio 1996. 39 L’HACCP è strutturato essenzialmente per l’applicazione in tutti gli stadi della produzione agro-alimentare, che vanno dalla semina, al raccolto, alle fasi di trasformazione, fino alla distribuzione, alla commercializzazione e alla preparazione al consumo. D’altro canto, l’applicazione della HACCP è resa obbligatoria anche per tutte quelle aziende che preparano, e/o processano, e/o trattano, e/o confezionano, e/o trasportano, e/o commercializzano prodotti alimentari. In tal modo, oltre all’industria alimentare vera e propria, vengono incluse nell’applicazione dell’HACCP anche tutte quelle aziende medio-piccole, quelle trasformative di stampo tradizionale, gli hotels e le ditte di catering. Vengono esclusi dall’obbligo dell’implementazione dell’HACCP le aziende che commercializzano pesce, prodotti vegetali e animali non trasformati ( per es. allevamenti, fattorie). Le aziende alimentari possono seguire diverse linee-guida per applicare la legge sulla sicurezza alimentare, seguendo, per esempio, dei codici di igiene o lo sviluppo di un proprio piano HACCP (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Lo sviluppo di un piano HACCP Un piano HACCP è il documento scritto che si basa sui principi HACCP e che delinea le procedure da seguire. Il sistema HACCP è definito come il risultato dell’implementazione del piano HACCP. Ufficialmente la Direttiva 43/93 Cee per l’igiene degli alimenti descrive cinque principi per la garanzia della sicurezza alimentare, ma molte fonti letterarie si riferiscono a sette principi contenenti a loro volta due principi aggiuntivi. Questi sette principi includono: 1. L’Hazard Analysis, che si concretizza nell’identificazione e nell’analisi dei potenziali rischi lungo la catena alimentare; 2. L’Identificazione dei Critical Control Points (CCP), ovvero l’individuazione dei punti di controllo critici, che devono essere monitorati per minimizzare il verificarsi di potenziali rischi; 3. La Definizione dei limiti critici, al fine di controllare i rischi in prossimità di ogni CCP; 4. Le Procedure di Monitoraggio, che riguardano i sistemi di sorveglianza per il regolare monitoraggio o l’osservazione dei CCP; 40 5. L’Azione Correttiva, che deve includere le misure da prendere ogniqualvolta si registri una deviazione non ammessa ad un punto di controllo critico; 6. Le Procedure di Verifica, che vanno stabilite per verificare il corretto funzionamento dello stesso sistema di HACCP; 7. La Tenuta di Registri e la Documentazione relativa al piano HACCP, che è necessaria alla gestione del sistema. Sono state descitte molte procedure, che facilitano lo sviluppo e l’introduzione di un sistema HACCP. Il Codex Alimentarius (1997) ha delineato una procedura a 12 stadi (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Fig. 2: L’HACCP esteso a 13 steps, da: Jongen, Luning, Marcelis, 2002 41 2.3.3. Le norme VISION nell’azienda alimentare Nel 1987, l’ISO (International Organization for Standardization) ha emanato una serie di standards, poi conosciuti come la “famiglia delle norme ISO” (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di) ed aggiornati nel 1994. Tali norme stabiliscono determinati criteri, applicando i quali la gestione dell’azienda risulta efficace, efficiente e corretta (Weiller, 2002). Con l’edizione 1994 aggiornata della serie di norme della famiglia UNI EN ISO 9000, l’attività di pianificazione della qualità e il documento ad essa relativo, il piano della qualità, assumono la dignità di un requisito specifico (Andreini, 1997). La nuova edizione delle norme UNI EN ISO 9000, datata dicembre 2000, presentata con il termine aggiuntivo “VISION” (immagine), porta varianti di rilievo rispetto alle norme di pari sigla e numero, edizione 1994. Il titolo delle norme cambia: prima si chiamava “Assicurazione della Qualità”; ora “Gestione per la Qualità”, il che evidenzia subito una differenza sostanziale, oltre che formale, delle norme stesse. L’edizione 1994 si focalizzava su un’azienda che, allineando la propria attività secondo le varie prescrizioni delle Norme, poteva presentarsi al cliente come un'azienda modernamente organizzata, affidabile ed efficiente, e si dichiarava disponibile a dimostrarlo, aprendo le porte agli ispettori dei clienti e mostrando loro la sistemazione fisica dell'azienda (officine, magazzini, uffici) oltre che la documentazione definita dalle Norme stesse. L’edizione 2000 si focalizza su un’azienda che, oltre ad essere organizzata, affidabile ed efficiente, ed oltre a poter dimostrare tutto ciò, è orientata verso la soddisfazione delle richieste dei clienti (“bisogni”), nonchè impegnata in un processo di miglioramento continuo (Weiller, 2002). Nel caso dell’agricoltura biologica italiana, si è creata di recente una leadership tra l’Icea (Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale), un organismo che è a capo dell’ente certificatore per l’agricoltura biologica Aiab, e la Csqa, ente di riferimento nel campo della qualità e della certificazione ISO, per creare una procedura unica che, attraverso verifiche congiunte in azienda, possa portare all’acquisizione parallela sia della certificazione di prodotto biologico sia di quella di qualità ISO 9000-Vision 2000 (Nardulli, 2003). 42 Storia e legislazione L’International Organization for Standardization (ISO) è una organizzazione mondiale non governativa, con sede a Ginevra, cui aderiscono gli Enti di Normazione di oltre 130 Paesi (Weiller, 2002). Essa fu fondata nel 1947 (Jongen, Luning, Marcelis, 2002), preceduta dall’IEC (International Electrotechnical Commission), un’organizzazione dedicata all’elettrotecnica, e seguita dal CEN (Comitato Europeo di Normazione), omologo dell’ISO, fondato soltanto nel 1961. Il Cenelec (Comitato Europeo di Normazione Elettrotecnica) fu fondato invece nel 1960. L’obiettivo principale delle ISO è la promozione della standardizzazione e delle attività ad essa correlate in tutto il mondo al fine di abbattere le barriere di tipo tecnico al commercio. La messa a punto degli Standards Internazionali è operata da comitati tecnici, i Technical Committees (ISO/TC). Essi non sono obbligatori, se non per una specifica richiesta di un settore commerciale, o per regolamenti governativi. Gran parte degli standards adottati riguarda la salute, la sicurezza o aspetti ambientali (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Il più usato, e forse il più conosciuto standard ISO è la serie 9000 per la qualità. Nel 1987, il Technical Committee TC/176 ha messo a punto la serie 9000, che ha fornito la struttura per il quality management e la garanzia di qualità. Tali standards erano generici e non dipendevano dal tipo di attività aziendale (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Per quanto concerne la dicitura delle norme, è necessario fare alcune precisazioni. Fin dalla sua creazione, fu attribuita al CEN la rappresentanza di un mercato comune allargato (vi partecipavano non solo gli organismi di normazione dei Paesi della Comunità, ma anche quelli del Nord-Europa, l’Austria e la Svizzera, aderenti alla European Free Trade Association). Per lungo tempo, l’enorme potenziale di sviluppo del CEN non venne utilizzato. L’attività del Comitato restò sommessa, limitandosi pressochè alla produzione di documenti di unificazione che adottavano gli standards dell’ISO. Ancora nel 1990, quando il Nuovo Approccio comunitario aveva reinnescato già l’armonizzazione degli standards a livello europeo, il CEN si ritrovava con un corpus di poche centinaia di norme (461), contro le 7438 dell’ISO. E’ in questo periodo che avviene il decollo dell’attività del Comitato Europeo di Normazione, che ha consentito alle aziende europee di cominciare ad avvalersi di uno strumento privilegiato di regolazione dei commerci e di promozione delle tecnologie. Rispetto al coacervo di 43 130 Paesi con diverso grado di sviluppo dell’ISO, il CEN riunisce un gruppo più compatto ed omogeneo di economie (tra cui quelle eccellenti per tradizione di standardizzazione), che sono oltretutto incamminate verso un’integrazione più spinta, che attrae via via nella propria orbita l’Est europeo e i Paesi del Mediterraneo. Inoltre, le norme emanate dal CEN (norme EN), devono essere recepite obbligatoriamente, entro sei mesi, da tutti gli enti normatori dei Paesi membri. Un obbligo analogo non esiste invece per gli enti normatori afferenti all’ISO. Tra il ’90 e il ’93 sono state trasferite al CEN 40 norme dell’ISO, mentre, nello stesso periodo, oltre 300 norme europee sono state trasferite dal CEN all’ISO (Andreini, 1997). Le norme UNI EN ISO 9000 sono una derivazione del recepimento da parte del CEN delle ISO 9000; in quanto tali si inseriscono come strumento certificativo in un contesto di riconoscimento mondiale (Andreini,1997). La serie 9000 consisteva di due grandi gruppi: gli standards per la garanzia di qualità interna e gli standards per la garanzia di qualità esterna. La garanzia per la qualità interna si focalizzava sul miglioramento dell’efficienza e della qualità dei prodotti e/o dei servizi all’interno dell’organizzazione. A tale scopo, veniva raccomandato l’uso dello standard ISO 9004:1994, che forniva le linee guida per lo sviluppo e l’implementazione del quality management. Esso includeva, inoltre, elementi tipici dei sistemi della qualità, ma prestava attenzione pure agli aspetti economici. La garanzia per la qualità esterna invece tendeva a rassicurare i clienti sull’osservanza delle specifiche da parte di prodotti e servizi. A tale proposito, potevano essere applicate le norme ISO 9001, 9002 e 9003. In questi ultimi standards venivano descritti degli specifici requisiti per il sistema qualità, i quali comprendevano argomenti che andavano dal management all’ispezione (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). 44 Fig. 3: Qualità esterna ed interna. Da: Jongen, Meulenberg, 1998 Dal 1994, perciò, le norme in vigore furono: la ISO 9000 (fondamenti e terminologia) e la terna ISO 9001-9002-9003 che specificavano i requisiti dei sistemi di gestione per la qualità. La 9001 riguardava aziende che progettavano-fabbricavano-distribuivanovendevano; la 9002 aziende che fabbricavano-distribuivano-vendevano; la 9003 aziende che distribuivano-vendevano. Nel corso del 1999 le quattro Norme fondamentali in vigore subirono una trasformazione alquanto rilevante, sulla base dell’esperienza dei 5-6 anni precedenti, venendo sostituite da due sole norme: • UNI EN ISO 9000-Sistemi di gestione per la Qualità-Fondamenti e terminologia; • UNI EN ISO 9001-Sistemi di gestione per la Qualità-Requisiti. Ambedue, nella versione italiana, portano come data di emissione “dicembre 2000”. L’edizione 2000 della famiglia di norme sui Sistemi Qualità (e quindi sulla Qualità Aziendale), presentata come Vision 2000, attribuisce un’importanza rilevante anche alla UNI EN ISO 9004, titolata “Sistemi di gestione per la Qualità-Linee di guida per il 45 miglioramento delle prestazioni”. L’applicazione di quest’ultima norma è comunque “raccomandata”, ma non “prescritta” per le aziende che intendono ottenere la certificazione (Weiller, 2002). La ISO 9001:2000 è stata pubblicata il 15 dicembre 2000: da quella data le aziende intenzionate ad effettuare il passaggio dalla vecchia versione 1994 alla versione 2000 hanno avuto a disposizione tre anni di tempo per portare a termine il processo. Secondo un’indagine effettuata nei mesi di maggio e giugno 2002 su 630 aziende dalla Japan Assurance Organization (JAQ), risulta che il 60% di esse sia riuscito a completare la transizione entro un anno, e la maggior parte ha risposto che la nuova ISO presenta dei vantaggi, per quanto riguarda: la semplificazione del manuale della qualità e della documentazione ad esso pertinente; un maggiore orientamento al consumatore e al mercato; un rafforzamento della coerenza del sistema e dei suoi legami con i piani aziendali; il miglioramento dei sistemi informatici come ad esempio la documentazione elettronica (Yokomizo, 2003). L’introduzione della nuova serie ISO 2000 nel campo alimentare richiederà un certo periodo, dal momento che si prefigge anche lo scopo di fornire strumenti per lo sviluppo di un’organizzazione eccellente, come il Total Quality Management (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). La certificazione VISION Nel 1999, il Technical Committee 176 dell’ISO ha proposto una revisione della famiglia di norme ISO 9000, ristrutturandola in quattro standards primari (Jongen, Luning, Marcelis, 2002): • ISO 9000, che include un’introduzione ai concetti della qualità e un vocabolario aggiornato degli stessi. Il vocabolario attuale ISO 8402 sarà rimpiazzato dal nuovo ISO 9000; • ISO 9001, che include i requisiti per i sistemi di quality management. Gli attuali ISO 9001, 9002, 9003 sono stati consolidati nell’unico standard ISO 9000:2000 rivisto; • ISO 9004, che fornisce le linee guida per lo sviluppo di un sistema di Quality Management nella direzione di un’organizzazione eccellente; 46 • ISO 10011, che contiene le linee guida per l’auditing (auditing = visite ispettive, da Weiller, 2002) dei sistemi qualità (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Gli obiettivi principali dell’ISO 9001:2000 sono il raggiungimento della customer satisfaction attraverso l’applicazione del sistema, il miglioramento continuo del sistema e la prevenzione della nonconformità. La nuova ISO 9001 è strutturata ed organizzata secondo il modello del processo. Il processo viene definito nella ISO 9000 al punto 2.4 come “Qualsiasi attività o insieme di attività che utilizza risorse per trasformare elementi in entrata in elementi in uscita” (Weiller, 2002). L’ISO 9004:2000 è l’altro sistema di management della qualità, insieme all’ISO 9001:2000. L’ISO 9004:2000 include gli otto principi del management, che sono stati stabiliti dall’ISO per il raggiungimento del Total Quality Management: 1. Organizzazione focalizzata sul cliente, ovvero focalizzare l’organizzazione nella direzione della customer satisfaction; 2. Leadership, ovvero fornire una leadership personale che sia visibile; 3. Coinvolgimento del personale, ovvero incoraggiare gli sforzi del personale; 4. Approccio di processo, nel considerare le attività come processi con un input che viene trasformato in un output; 5. Approccio di sistema al management, che si riferisce alla considerazione del sistema nel suo complesso e non di sottoinsiemi dello stesso; 6. Approccio effettivo al decision making, nel prendere decisioni basate sui fatti e non sulle sensazioni; 7. Miglioramento continuo, nello sviluppo di una cultura tesa al continuo miglioramento; 8. Relazioni con i fornitori di beneficio mutualistico, creando delle valide relazioni con i fornitori. La struttura dei soggetti descritti nella ISO 9004 è simile a quella della ISO 9001, che facilita l’estensione del sistema di qualità al Total Quality Management. D’altro canto, lo scopo dell’ISO 9004 è diverso. Nell’ISO 9004 quegli elementi che sono necessari al miglioramento della performance del sistema organizzativo sono considerati in modo più esteso, mentre l’ISO 9001 fornisce i requisiti al sistema di management della qualità in direzione della customer satisfaction. La nuova ISO 9004 non diviene in tal modo una linea guida per implementare la nuova ISO 9001:2000. 47 La struttura delle nuove ISO si allinea con quella dell’ISO 14000 per facilitare la compatibilità con le serie degli standards della certificazione ambientale (Yokomizo, 2003). Questo si traduce nella possibilità di integrare il sistema di gestione per la qualità con il sistema di gestione ambientale. 2.4. Il Total Quality Management Non è semplice dare una definizione di TQM. Esiste tuttora in letteratura un acceso dibattito che riguarda lo scopo e l’implementazione del TQM. E’ possibile, tuttavia, definire alcune caratteristiche universalmente riconosciute (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di): • La più importante è la customer satisfaction: è essenziale soddisfare i bisogni del consumatore, per il quale non è importante soltanto la qualità intrinseca del prodotto (definita da gusto, colore, freschezza, igiene,etc.), ma anche un certo numero di altri criteri, che rispondono alla qualità estrinseca del prodotto stesso ( per es. le modalità di produzione, la protezione dell’ambiente, le motivazioni di natura etica, etc.). • La qualità (intrinseca ed estrinseca) di un prodotto può essere garantita soltanto se essa viene accettata come un valore fondamentale nella filosofia aziendale. Ciò significa che il management dell’azienda deve essere attivamente coinvolto nella politica della qualità, costruendo così una cultura che interessi tutti i soggetti aziendali. • I fornitori dovrebbero cooperare con l’azienda nella direzione della qualità. Una definizione più generale del Total Quality Management è la seguente: “Un approccio manageriale finalizzato al raggiungimento della qualità, con la partecipazione di tutti i membri dell’azienda, che mira al successo a lungo termine attraverso la customer satisfaction e giova ai membri stessi dell’organizzazione e alla società” (Jongen, Meulenberg, 1998). 48 2.4.1. Il Quality Function Deployment (QFD) Il Quality Function Deployment è uno strumento utilizzato per organizzare il processo di sviluppo di un prodotto. Esso è un adattamento di alcune caratteristiche proprie del Total Quality Management (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003), che garantisce una stretta collaborazione tra il personale di dipartimenti diversi per progettare un nuovo prodotto che soddisfi le esigenze del consumatore (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Il QFD fu inventato in Giappone verso la fine degli anni ’60 al cantiere navale Mitsubishi’s Kobe, per la progettazione di grandi navi (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003). Fu introdotto da Yoji Akao nel 1983 negli USA, dove la 3M Corporation fu la prima azienda ad applicarlo. Da allora il QFD si è diffuso presso molte industrie ed è stato introdotto nelle aziende alimentari a partire dal 1987 (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Il metodo QFD consiste nella costruzione di due o più matrici collegate tra di loro a dare una mappa concettuale definita “House of Quality” a causa della forma che assume il disegno finale (Jongen, Meulenberg, 1998). Essa è costituita da molte “stanze”, ognuna contenente delle informazioni riguardanti il prodotto (Fig. 4). L’obiettivo principale è la conversione delle esigenze del consumatore nei requisiti del prodotto. Le matrici descrivono delle correlazioni tra gli what’s (le richieste del consumatore) e gli how’s (ovvero: come le esigenze del consumatore possono essere tradotte in unità fisiche misurabili). Le esigenze del consumatore sono valutate una in rapporto all’altra per quantificare la loro importanza nel determinare il successo del prodotto. Queste scale di importanza possono servire alla costruzione di priorità nel processo di sviluppo del prodotto e a fornire delle linee guida per assegnare le risorse necessarie (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003). 49 Fig. 4: La “House of Quality”, da: Jongen, Luning, Marcelis, 2002 Sezione 1. Gli what’s sono la “voce del consumatore”, che si esplica attraverso delle definizioni vaghe, generali e difficili da implementare direttamente, che vengono ottenute attraverso delle ricerche di mercato (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Gli what’s nella House of Quality costituiscono la parte qualitativa, contenente una lista di desideri e di bisogni del consumatore stesso. I diversi tipi di esigenze possono riguardare aspetti che vanno dalle proprietà sensoriali e le problematiche salutistiche fino alla convenience del prodotto (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Per fare un esempio, qualche consumatore vorrà un tubetto di ketchup con le seguenti caratteristiche: non troppo acido, senza acqua in superficie, che esca dal tubetto senza fare schizzi e facile da spremere (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Le esigenze sono classificate ponendo domande come: cosa-what, quando-when, dove-where, perchè-why e come-how. Per es: cosa significa convenience? La facilità d’apertura, una veloce preparazione del prodotto? I bisogni vengono poi classificati in funzioni (per es. 50 le proprietà dell’imballaggio), in benefici (per es. gli aspetti salutistici), ed in obiettivi (per es. che la percentuale max. di grasso sia pari al 5%). Sezione 2. Nella parte superiore della House of Quality è collocata la sezione relativa ai requisiti del prodotto, che descrive come rispondere alle esigenze del consumatore attraverso il prodotto stesso (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003). Questi requisiti vengono chiamati anche how, e rappresentano la traduzione dal linguaggio del consumatore a quello tecnico dell’azienda, attraverso termini misurabili. In questa sezione vengono illustrati i seguenti aspetti: unità di misura (minuto, chilogrammo…), direzione (il più grande è il migliore, o uno specifico obiettivo), e lo strumento di misurazione (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). How significa “come” si misura, o “come” si realizza. Nell’esempio del ketchup il consumatore lo vorrà “facile da spremere dal tubetto”, che verrà tradotto in una misurabile “forza richiesta per spremere il tubetto pari a 2 cm di lunghezza” (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Sezione 3. La parte centrale della House of Quality mostra la forza della relazione esistente tra gli what e gli how (matrice di relazione). Tale relazione può essere di intensità forte, media, debole o nulla (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). In tal modo, viene indicato fino a che punto le caratteristiche del prodotto soddisfano gli specifici bisogni o desideri del consumatore. Per esempio, la percentuale di grasso nel prodotto (HOW) possiede una relazione fortemente negativa con l’esigenza di un prodotto salutistico, ma è positivamente correlata con le proprietà sensoriali desiderate (WHAT). Sezione 4. Il “tetto” della House of Quality è invece costituito dalla matrice di correlazione, che illustra le correlazioni tra i diversi requisiti del prodotto, in modo tale che il cambiamento di uno di essi può influenzare gli altri. Per esempio, il contenuto in saccarosio è fortemente correlato alla dolcezza percepita sensorialmente. Se il consumatore preferisce un potere edulcorante più elevato, ma un contenuto in zuccheri inferiore, allora saranno necessarie apposite modifiche tecnologiche in quanto i requisiti del prodotto sono correlati negativamente (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). La matrice di correlazione è una tabella triangolare, spesso adiacente agli how, che permette di identificare le aree in cui è opportuno prendere delle decisioni di tipo commerciale e di ricerca e sviluppo. Quando esistono correlazioni positive di forte intensità, significa che un requisito sostiene l’altro: questa è un’informazione importante, dal momento che si 51 può ottenere un risultato eccellente, anzichè duplicare gli sforzi per avere un risultato discreto. D’altro canto, parimente importante è la correlazione negativa, in quanto essa rappresenta le condizioni in cui sono necessarie delle decisioni di tipo commerciale. In tal caso, è necessario valutare se entrambi gli obiettivi sono raggiungibili, o se è richiesta una ricerca più innovativa per oltrepassare le barriere tecnologiche. Il QFD diviene, così, uno strumento prezioso per identificare dei progetti di ricerca e sviluppo a più lungo termine, che siano collegati alle esigenze del consumatore (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Sezione 5. La matrice di pianificazione (“WHY”) rappresenta la sezione quantitativa degli WHAT, dal momento che essa contiene dati quantitativi di marketing, che indicano l’importanza relativa che i differenti bisogni hanno per il consumatore. In tale sezione si ordinano bisogni ed esigenze dalla più bassa alla più alta priorità. Inoltre, la matrice mostra fino a che punto il prodotto dell’azienda stessa e quello dei competitori arrivano a soddisfare esigenze e richieste dei consumatori (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Sezione 6. Il “piano terra” della House of Quality contiene molte stanze che apportano diversi tipi di informazione. Una sezione di queste ultime è dedicata ai cosiddetti how much, che costituiscono una matrice tecnologica, la quale forma la parte quantitativa degli HOW (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Nell’esempio del ketchup, se il consumatore desidera che il tubetto sia “facile da spremere”, che viene tradotto in un “how” = ”forza necessaria a spremere il tubetto pari ad una lunghezza di due cm”, allora, attraverso una ricerca, verrà dato a questa forza un valore pari a 10 Newton, che è l’ “how much” richiesto. L’HOW MUCH fornisce degli specifici obiettivi che vengono, in tale modalità, misurati oggettivamente e non attraverso delle “opinioni” (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Per definire i valori target appropriati (HOW MUCH) ed assicurare una corretta correlazione tra WHAT e HOW, è estremamente importante conoscere quali prodotti siano competitivi nei confronti dei prodotti aziendali del momento. Ciò viene fatto separatamente per WHAT e HOW. La valutazione competitiva degli WHAT viene definita “la valutazione competitiva del consumatore” ed utilizza delle informazioni orientate al consumatore, ottenute attraverso un’indagine di mercato, che vengono inserite nella parte destra della tabella QFD. La valutazione competitiva degli HOW è 52 invece detta “valutazione competitiva ingegneristica”, che fornisce delle indicazioni ottenute con le tecniche aziendali. Queste ultime informazioni vengono inserite graficamente nell’area sottostante gli HOW MUCH. La valutazione competitiva del consumatore e quella ingegneristica sono importanti per le informazioni che esse apportano. Se WHAT e HOW sono collegati reciprocamente con una forte intensità, allora anche la valutazione competitiva del consumatore e quella ingegneristica dovrebbero essere coerenti l’una con l’altra. Nell’esempio del pomodoro, la valutazione sensoriale del prodotto (giudicata dal panel aziendale) è fortemente correlata al “gusto ricco” di pomodoro voluto dal consumatore. Ciò significa che le valutazioni competitive per queste variabili dovrebbero essere coerenti. Nell’esempio raffigurato nella Fig. 5 l’analisi sensoriale valuta l’attuale prodotto aziendale come “buono” (il migliore), mentre il punteggio che ad esso dà il consumatore è esattamente opposto: il prodotto dell’azienda dà un cattivo risultato per quanto riguarda il “gusto ricco” (il peggiore). Se tali “conflitti” non vengono risolti in maniera opportuna, sussisterà un serio rischio per l’azienda di ottenere un prodotto che sia il migliore possibile per i tests eseguiti internamente all’azienda stessa, ma il peggiore agli occhi del consumatore (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Fig. 5: Gli “How much” della House of Quality, da: Jongen, Meulenberg, 1998 53 Una volta che è stata costruita la House of Quality, il passo successivo consiste nel progettare delle matrici aggiuntive (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003). Nel caso del prodotto alimentare, questa prima matrice conterrà fino ad un centinaio di diversi WHAT e HOW (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). La costruzione della matrice successiva viene attuata collocando i più importanti HOW della House of Quality nella parte sinistra della seconda matrice e gli HOW MUCH nella parte destra. In tal modo, gli HOW della prima matrice diventano gli WHAT della seconda. Ogni matrice lungo il processo a cascata contiene delle informazioni più dettagliate sul prodotto, rispetto a quella che la precede. Uno dei modelli più usati per la costruzione dell’intero schema è il Modello a Quattro Fasi, noto anche come il modello ASI o Clausing (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003). Il modello, come dice il nome stesso, consiste di quattro fasi: 1 - La matrice della product planning (House of Quality); 2 - La matrice del design deployment; 3 - la matrice del manufacturing planning; 4 - la matrice della production planning. Un altro sistema per la costruzione dell’intero schema è il modello della Matrice - delle - Matrici (the Matrix – of - Matrices model), detto anche il modello di Akao, che consiste nella costruzione di una trentina di matrici, tabelle e diagrammi.Tale modello, tuttavia, non trova una diffusione in letteratura, per cui non è possibile darne una descrizione più dettagliata (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003). 2.4.2. Applicazione della QFD nell’industria alimentare In letteratura, esistono rari esempi dell’applicazione del QFD nell’industria alimentare (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003; Costa, Dekker, Jongen, 2001; Januszewska, Viaene, 1999), anche se il QFD sembra essere uno strumento potenzialmente molto utile per rendere lo sviluppo del prodotto alimentare più efficiente nella direzione della customer satisfaction (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di). Sarà necessario attendere un certo periodo di tempo perchè avvenga l’applicazione del QFD all’interno dell’industria alimentare, per i seguenti motivi: • Nonostante esistano dei conclamati benefici nell’applicazione del QFD nell’industria alimentare, ne esistono pochi esempi in letteratura, poichè 54 l’importanza strategica del processo di sviluppo del prodotto rende le aziende riluttanti nel diffondere informazioni al proposito (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003) ; • Gli alimenti costituiscono di per sè dei sistemi molto complessi; molti ingredienti interagiscono tra di loro e possono influenzare l’ottimizzazione dei processi. Questo si concretizza in una matrice di relazione piuttosto complicata (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di; Benner, Folstar, Jongen, Linnemann, 2003); • Per rendere il QFD applicabile nell’industria alimentare, i valori target (HOW MUCH) devono essere rimpiazzati da intervalli target, poichè gli ingredienti di un prodotto alimentare si presentano come dei substrati attivi, che sono perciò sottoposti a dei cambiamenti (Benner, Folstar, Jongen, Linnemann,2003); • Le esigenze del consumatore possono essere molto diverse e variabili (Jongen, Meulenberg, 1998, a cura di) : ciò può dar luogo ad una lunga lista di WHAT e di HOW che sono molto difficili da riassumere in un preciso valore target (HOW MUCH); 2.5. Sistemi qualità specifici per l’industria alimentare Considerando la filiera alimentare, è necessario fare una distinzione tra i prodotti trasformati e non. Esempi tipici dei secondi sono la frutta e la verdura fresche, il latte fresco, la carne, il pesce e la selvaggina. Dal momento che spesso tali prodotti non posseggono una marca, allora la responsabilità per la qualità del prodotto non è molto chiara come per i prodotti di marca. Per i prodotti trasformati (di marca), le industrie trasformatrici si avvalgono di un sistema di qualità, considerando spesso tutta la filiera produttiva, dalla materia prima fino alla distribuzione e al consumo. Infatti, il sistema HACCP è obbligatorio per ogni azienda che si occupi della trasformazione, del confezionamento, del trasporto e/o della commercializzazione del prodotto alimentare, mentre esso non è ancora esteso alla produzione primaria. In Olanda si sono sviluppati dei sistemi qualità, che vanno dalle Good Manufacturing Practices (GMP) applicate al settore della produzione di alimenti per animali, basandosi sulla ISO-9002, all’ “Integrated chain control” o IKB nel settore animale, alla “Chain Quality of Milk” o 55 KKM, specifico per la produzione di latte, fino ai sistemi di assicurazione della qualità per la frutta e la verdura fresche, come l’ “Integrated Quality Assurance System” o IKZ, e l’”Environmental project ornamental plant cultivation” o MPS, che tende a ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti nella produzione di piante ornamentali (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). A causa dei recenti problemi che hanno coinvolto l’intera filiera agroalimentare (BSE, diossina, OGM), sono sorte delle nuove iniziative per quanto riguarda la certificazione di qualità dei prodotti primari. Nel 1998 è stata costituita l’iniziativa Eurep-GAP, ovvero l’European Retailer Working Group-Good Agricultural Practice, che interessa la produzione sicura di prodotti di origine vegetale. Altri sistemi qualità sono il BRC, o British Retail Consortium, che è uno standard tecnico per quelle aziende che forniscono prodotti alimentari con private label, a prezzi più economici rispetto ai prodotti di marca. Le linee guida BRC si presentano, così, come un sistema di controllo che vuole offrire maggior chiarezza per i fornitori delle private labels, attraverso una lista che combina i principi dell’HACCP con parti specifiche delle GMP (come controllo dei pesticidi) e parti delle ISO (controllo di sistema). La Global Food Safety Initiative (GFSI), invece, è una task force che è stata istituita come risposta alla perdita di fiducia dei consumatori nella produzione alimentare in genere, ed è costituita da 38 quality managers che rappresentano tutti i continenti (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). 2.6. La certificazione di qualità nel Veneto La Regione Veneto, facendo seguito al Reg. Ce n. 1257/99, ha emanato, in data 27 dicembre 2002, il terzo bando del Piano di Sviluppo Rurale, che contiene una apposita misura (misura 13 A) dedicata all’introduzione dei sistemi di qualità nelle aziende agricole. Gli obiettivi che tale misura si prefigge sono i seguenti: • Favorire la crescita qualitativa dell’offerta di prodotti agricoli ed agroalimentari a livello regionale, orientando i soggetti che operano nell’ambito delle filiere 56 agroalimentari verso le nuove esigenze dettate dal mercato in tema di tipicità, sicurezza, garanzia e certificazione dei prodotti; • Il miglioramento dell’assetto organizzativo delle aziende agricole ed agroalimentari del Veneto, in modo da favorire l’attuazione, da parte delle stesse, di strategie market-oriented, con misure che incentivino e sostengano l’implementazione di sistemi di certificazione della qualità. La misura prevede l’introduzione della certificazione, attraverso sistemi per la gestione e l’assicurazione della qualità, con riferimento a: 1. Certificazione dei sistemi qualità: norma UNI EN ISO 9000 e successivi adeguamenti (Vision 2000); 2. Certificazione dei sistemi di gestione ambientale: norma UNI EN ISO 14000EMAS; 3. Certificazione dei sistemi di gestione per l’autocontrollo igienico, metodologia HACCP, ai sensi della direttiva 93/43/CEE; 4. Certificazione di filiera controllata; 5. Certificazione di rintracciabilità di filiera (norma UNI 10939); 6. Certificazione SA 8000- responsabilità sociale. Tale misura prevede la concessione di contributi, per le aziende che intendano ottenere la certificazione secondo le modalità suddette, che vengono calcolati nella percentuale del 50% della spesa ammissibile, fino ad un importo massimo di 50000 Euro per soggetto beneficiario, elevabile al 70% nel caso in cui gli aiuti riguardino l’introduzione di sistemi di gestione ambientale. I beneficiari di tali incentivi sono: imprese agricole ed agroalimentari, singole ed associate; cooperative, consorzi e società consortili; associazioni di produttori; consorzi di tutela. Vediamo nel dettaglio le certificazioni di qualità previste dalla Misura 13. 2.6.1. ISO 9000:2000 (VISION 2000) L’ISO 9001:2000, che abbiamo già descritto in un precedente paragrafo, appartiene alla famiglia di norme ISO 9000:2000, e specifica i requisiti di gestione per la qualità, da utilizzarsi quando un’organizzazione debba dimostrare la propria capacità a fornire 57 prodotti e servizi che soddisfino i requisiti dei clienti e quelli cogenti5 applicabili e miri a conseguire la soddisfazione dei clienti. Obiettivi della ISO 9001:2000 Il sistema di gestione dell’organizzazione aziendale, basandosi su una struttura ciclica delle fasi di pianificazione, attuazione, controllo (audit) e riesame, ha lo scopo di: • Ottenere vantaggi all’interno della propria organizzazione (ad esempio stabilendo ruoli, tempi e metodi adeguati alla struttura); • Assicurarsi che i propri fornitori soddisfino i requisiti relativi ai propri prodotti (ad esempio aziende di trasformazione del latte e/o macelli che utilizzano attrezzature e strumentazioni che devono rispondere a particolari requisiti di legge). La VISION 2000 è allineata e più compatibile della precedente norma ISO 9000:1994, con la corrispondente norma 14001 relativa alla gestione ambientale. 2.6.2. La certificazione ambientale ISO 14001 La certificazione UNI EN ISO 14001 è l’attestazione, rilasciata da un organismo di certificazione indipendente, che il sistema di gestione ambientale dell’azienda è conforme ai requisiti della norma ed è adeguatamente applicato. L’ISO 14001 ha come finalità la protezione dell’ambiente attraverso l’impostazione volontaria di una politica che tuteli l’ambiente stesso. Come per l’ISO 9000, il sistema di gestione ambientale prevede un’organizzazione adeguata, risorse, programmi, obiettivi, riesami, audit, etc.(AA. VV., 2003). Dall’introduzione, nel 1979, della responsabilità per danni da impatto ambientale e a seguito dell’evoluzione legislativa successiva, le società si sono dovute rendere conto di come la gestione delle problematiche ambientali e dei rischi connessi sia componente critica della stabilità e della prosperità aziendale. 5 I requisiti cogenti sono quelli stabiliti da leggi, regolamenti, direttive e prescrizioni obbligatorie in genere. Ad es. i requisiti prescritti dal manuale di autocontrollo HACCP, le norme sul benessere animale, etc. 58 Tuttavia, nell’area specifica del rischio ambientale, la situazione corrente vede purtroppo la difficoltà a raggiungere un sistema standard ed efficace di misurazione del rischio, con conseguente incremento dei costi aziendali in tutta una serie di attività fondamentali: per questo si dovrebbe salutare positivamente la logica di unificazione di processi e di controlli che accomuna le certificazioni. In Italia, al dicembre 2002, erano 1894 le aziende con certificazione ISO 14001 (Morandini, 2003). Obiettivi della ISO 14001 • Maggiori efficienze aziendali per le integrazioni dei sistemi di Qualità ed ambiente e possibilmente quello della sicurezza; • Il contenimento e la riduzione dei costi ambientali; • Una migliore posizione competitiva sul mercato, in particolare all’estero; • Un più facile accesso ai permessi e alle autorizzazioni; • Maggiore controllo, prevenzione e riduzione dei rischi ambientali; • Risparmi energetici e riduzione degli scarti; • Riduzione dei tassi bancari su acquisto di apparecchiature ed impianti, oltre ad incentivi finanziari; • Maggiore trasparenza, credibilità e miglioramento dell’immagine e del dialogo dell’impresa presso il pubblico, associazioni, Autorità e la Pubblica Amministrazione; • Una migliore immagine aziendale. 2.6.3. Regolamento EMAS (Ecomanagement And Audit Scheme) Il regolamento Emas è l’ottenimento della certificazione ambientale da un Verificatore Ambientale Accreditato e la Registrazione del sito da parte di un Organismo competente dell’Amministrazione dello Stato. L’EMAS, a differenza dell’ISO 14001, ha valenza europea, fa riferimento ai siti e non alle organizzazioni, prevede l’analisi 59 ambientale del sito e la dichiarazione ambientale (AA. VV., 2003). Le aziende italiane certificate Emas erano 123 nel dicembre 2002 (Morandini, 2003). 2.6.4. Certificazione di rintracciabilità di filiera La rintracciabilità è la testimonianza che tutti i flussi materiali che convergono su quel prodotto alimentare sono perfettamente identificati, attraverso dei documenti e/o un marchio indelebile che permetta di risalire, dal prodotto e/o dagli ingredienti, allo stabilimento di produzione, alle responsabilità dei produttori ed alle caratteristiche igienico sanitarie e produttive della materia prima. La certificazione di rintracciabilità di filiera attesta che è garantita la rintracciabilià del prodotto lungo tutte le fasi della sua elaborazione, e sono documentate le specifiche responsabilità attraverso l’identificazione e la registrazione dei flussi materiali e delle organizzazioni che concorrono alla formazione, alla commercializzazione e alla fornitura del prodotto secondo quanto previsto dal Disciplinare di riferimento (predisposto dall’azienda seguendo la Norma UNI 10939). 2.6.5. Certificazione di filiera controllata La certificazione di filiera controllata attesta, in accordo con il Disciplinare Tecnico di riferimento, che è garantita e documentata la rintracciabilità del prodotto, la progettazione, la pianificazione e l’attuazione coordinata della sicurezza igienicosanitaria sull’intera filiera. Elemento distintivo è la gestione lungo tutta la filiera delle caratteristiche igienico-sanitarie del prodotto. Obiettivi delle certificazioni di rintracciabilità di filiera e certificazione di filiera sono: • Maggiore trasparenza della relazione produttore-consumatore: rintracciabilità come strumento di rassicurazione e fiducia; • Incrementare la sicurezza: i pericoli ed i relativi punti critici di controllo sono individuati e gestiti presso ogni azienda della filiera (azienda agricola, trasporto, trasformazione, distribuzione). 60 2.6.6. Certificazione SA 8000 - responsabilità sociale La certificazione SA 8000 è stata introdotta dal SAI (Social Accountability International) nel 1997 ed è finalizzata ad attestare il comportamento socialmente responsabile della società certificata. Requisiti fondamentali per l’ottenimento del SA 8000 sono il divieto di sfruttamento del lavoro minorile, il divieto di impiego di lavoro forzato, la garanzia della salute e della sicurezza sul lavoro. La società certificata deve impegnarsi ad operare esclusivamente con fornitori le cui pratiche siano coerenti con quanto stabilito dalla certificazione SA 8000. E’ peraltro compito della stessa società verificare tale conformità. 2.6.7. Certificazione dei sistemi di autocontrollo HACCP Il sistema di autocontrollo HACCP dell’industria agroalimentare può essere certificato da un ente certificatore accreditato. Lo scopo della certificazione è di dimostrare la conformità igienica sanitaria dei seguenti processi di lavoro dell’azienda: preparazione, trasformazione, fabbricazione, confezionamento, deposito, trasporto, distribuzione, manipolazione, vendita o fornitura di prodotti alimentari (AA. VV., 2003). 61 CAPITOLO 3 LA CERTIFICAZIONE DI QUALITÀ NELLA FILIERA DEL VINO A seguito delle nuove esigenze di mercato, rese sempre più manifeste da parte delle imprese importatrici e di distribuzione, l’applicazione delle norme ISO al comparto enologico ha fatto registrare una crescita continua. Infatti dall’unica azienda certificata nel 1993, si sono registrati degli incrementi annuali crescenti fino al 1998 (Di Vita, 2003). Dal 1999 l’andamento del numero di imprese certificate ha fatto registrare un’ulteriore impennata, attestandosi alle oltre 200 unità nel 2002. Da quanto riportato nella Fig. 1 risulta evidente come la certificazione nel comparto vinicolo sia in costante espansione e costituisca ormai un fenomeno in fase di consolidamento. Suddividendo le imprese certificate per regione al 30/04/02 (dati Sincert), le stesse risultano localizzate in misura preponderante in alcune regioni del Nord Italia. Una netta prevalenza si registra nel Veneto, seguito dalla Toscana, che insieme fanno registrare quasi il 40% del totale. Appare rilevante evidenziare come in tre regioni, Liguria, Molise e Val d’Aosta non esistessero, al momento della rilevazione dei dati, imprese vinicole sottoposte a certificazione. Dai dati raccolti a tale data si può desumere come la certificazione della qualità nell’industria di trasformazione vinicola sia un fenomeno tutt’altro che circonscritto e transitorio. Infatti, considerando che in data 30/04/02 ben 204 imprese su un totale delle 1400 più importanti prese in considerazione hanno intrapreso la via della certificazione, appare evidente come tale fenomeno coinvolga ormai oltre il 14% di tali aziende, avviandosi a divenire quasi un pre-requisito richiesto alle imprese per poter rimanere attivamente nel mercato (Di Vita, 2003). 62 Evoluzione della certificazione su 1400 aziende vitivinicole in Italia 250 204 200 Numero di imprese 192 150 121 100 76 50 30 21 9 0 1 1993 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 Fig. 1: Evoluzione della certificazione nel comparto vitivinicolo, da: Di Vita, 2003 È per tale motivo che abbiamo deciso di inserire nelle prove sperimentali che ci sono servite per studiare l’importanza dell’etichetta nella percezione della qualità da parte del consumatore, anche la dicitura “certificato ISO” generica, facendo riferimento alla recente VISION 2000. In letteratura esistono pochi studi sull’applicazione di tale famiglia di norme nell’ambito enologico (Berta, 1998; Di Vita, 2003), perciò abbiamo fatto ricorso ad una serie di interviste ad operatori del settore, al fine di valutare la diffusione della VISION nelle aziende vitivinicole, le motivazioni che hanno spinto gli imprenditori vitivinicoli ad aderirvi, e se esistono delle testimonianze che supportano un crescente interesse del consumatore o di attori coinvolti nei canali commercializzazione del prodotto vino nei confronti della certificazione VISION. 63 di 3.1. L’opinione degli operatori del settore Abbiamo intervistato, tra gli operatori del settore, il Prof. Roberto Zironi, professore ordinario di enologia presso l’Università di Udine, ed il dott. Gianni Moretti, certificatore del CSQA di Thiene (VI). Secondo il Prof. Zironi, il consumatore non assegna un grande valore alla certificazione ISO, preferendo, come attributo estrinseco di qualità, il marchio aziendale o il DOC. I produttori, a suo parere, non credono nella certificazione, ma la utilizzano esclusivamente per essere favoriti nell’esportazione, spesso senza applicarla in modo rigoroso. Una motivazione a tale fenomeno può essere, per Zironi, la seguente: nel settore enologico la certificazione di qualità non è strategica come nel comparto alimentare in genere, dove è necessario applicare la tracciabilità per non correre dei rischi. Ne risulta che la percezione di qualità assegnata dai produttori alla certificazione ISO è bassissima. Per il consumatore stesso, parlare di ISO per un vino non assume un valore simbolico di accresciuta qualità del prodotto, anche perchè non viene indicato in etichetta. La certificazione diviene importante soltanto quando si attesta la provenienza da una certa azienda ( il “nome” aziendale, cfr. “Zonin”) o l’appartenenza ad un gruppo di aziende (per es. l’iscrizione ad un Consorzio di Tutela). Zironi nota una confusione nell’identificare il significato di “certificazione ISO”, non soltanto da parte dei consumatori, ma anche tra gli addetti ai lavori. Per quanto riguarda la percezione di qualità del vino biologico, mentre, secondo Zironi, esso viene valutato molto positivamente in Paesi Nord-Europei come la Germania, in Italia vino biologico diventa un sinonimo di cattiva qualità, a causa della pessima fama che si era creata intorno a tale prodotto agli albori della sua commercializzazione, dovuta ai mediocri standards qualitativi che lo caratterizzavano. E’ per questo motivo che aziende anche importanti non dichiarano in etichetta che il loro prodotto è biologico, nonostante si siano raggiunti risultati ottimi nella qualità del vino biologico. Si è pensato perciò, per ovviare al problema di cattiva interpretazione dell’etichetta, di creare una “carta” dei vini biologici e di ideare etichette diverse, a seconda del mercato in cui si opera. Berta (1998) ha indagato sulla caduta di interesse di certi operatori nei confronti della certificazione ISO in ambito enologico, imputandola al fatto che certe aziende abbiano 64 ricercato soltanto la “forma” anzichè la “sostanza” nel valore della certificazione, presentando ai clienti soltanto l’atto formale della stessa (il certificato ISO) senza produrre effettiva qualità. Questi atteggiamenti di ricerca della forma, compiuti senza badare alla sostanza, hanno avuto effetti dirompenti sul sistema, distruggendo la fiducia nella certificazione e creando l’illusione che si possa ottenere la qualità senza fatica (Berta, 1998). Per verificare se esiste tuttora un atteggiamento negativo nei confronti della ISO nel mondo vitivinicolo, abbiamo chiesto il parere del dott. Gianni Moretti, consulente e certificatore della CSQA di Thiene (VI), secondo il quale la certificazione si rivela uno strumento utile per chi crede nella sua validità, mentre diviene superfluo per chi la applica senza convinzione. La percezione distorta che taluni operatori ancora hanno della ISO nel mondo del vino si è creata per tale motivo: le prime aziende certificate erano quelle di grosse dimensioni, e richiedevano una vasta mole di certificati che comprovassero l’obbedienza alla norma; i consulenti, reduci da questa esperienza, si sono successivamente dedicati alla certificazione di realtà aziendali di dimensioni inferiori, cosa per la quale non erano preparati. La certificazione ISO non ha una rispondenza immediata, dal momento che, d’accordo con Zironi, anche Moretti afferma che la qualità percepita viene assegnata al valore del marchio. La diffusione della ISO nelle aziende vitivinicole ha subito un’accelerazione dal 2000, seguendo l’applicazione dell’ HACCP. Tale ritardo, per Moretti, è dovuto a due fattori: 1. l’eccesso di burocrazia nel settore, che ha rallentato la spinta per l’ottenimento della certificazione; 2. nella filiera del vino persiste una cultura della qualità legata alle caratteristiche del prodotto, perciò risulta difficile per il consumatore vedere una qualità che sia disgiunta dal prodotto stesso, come è la qualità attestata dalla ISO. La VISION 2000 è, di per sè, una norma organizzativa, che si adatta a tutte le aziende: questo è difficile da comprendere per enologi, produttori, per chi fa parte del settore in genere. Per fare un esempio, un’azienda come la Frescobaldi è certificata alla pari di Tavernello, anche se entrambe producono due tipologie di vino che sono agli antipodi per quanto riguarda la qualità (ed il prezzo!) del prodotto. Spesso, la certificazione ISO è stata richiesta per motivi commerciali, per es. nella Grande Distribuzione Organizzata. Di Vita (2003) conferma tale fenomeno, 65 distinguendo le motivazioni che spingono le aziende a chiedere la certificazione in una duplice matrice: 1. Di tipo manageriale: in alcuni casi le aziende hanno operato tale scelta al fine di ottimizzare il processo produttivo, migliorando così la propria organizzazione interna (riduzione di scarti e tempi morti, maggiore responsabilizzazione degli addetti, riduzione dei costi di produzione, etc. ) 2. Di mercato: come affermato dallo stesso dott. Moretti e dal prof. Zironi, la scelta della certificazione è stata effettuata per soddisfare le richieste provenienti dal mercato, soprattutto dalla GDO e dalle aziende importatrici, e per favorire la capacità di penetrazione del prodotto vinicolo in nuovi ed importanti mercati. Secondo Moretti, la ISO diviene uno strumento valido di qualità percepita soltanto se visto nei rapporti inter-aziendali, come nell’esempio dell’azienda “La Masottina” di Conegliano (TV), che è stata scelta come fornitore dalla Martini&Rossi, in base alla certificazione di cui essa si è dotata. Il marchio “certificato ISO”, invece, non verrebbe percepito come un “bonus” qualitativo dal consumatore che sceglie un vino al supermercato, mentre diventa significativo, in tal senso, segnalare in etichetta il marchio DOC. Moretti ci segnala, inoltre, delle nuove forme di certificazione che sono state approntate da una singola azienda o da un Consorzio. Queste possono costituire una vera forma di certificazione del prodotto vino (mentre la ISO permane una certificazione di sistema), che potrebbero costituire un ottimo mezzo per attirare la percezione di qualità del consumatore: tra queste, viene ricordata la certificazione del profilo sensoriale dei vini Valcalepio DOC, studiata e portata a punto dall’enologo Odello e dal tecnico Luigi Cantoni (Cantoni, Odello, 2001). Quali sono i costi per l’ottenimento ed il mantenimento della certificazione ISO? Il dott. Moretti divide i costi in due tipi: 1. Il costo della consulenza, ovvero della persona o della società che accompagna l’azienda nel percorso certificativo; 2. Il costo della certificazione in sè, che è fisso. La prima tipologia di costi fa riferimento all’acquisto di un pacchetto di regole (che spesso è più costoso di una consulenza), oppure al ricorso al consulente. Molto spesso, chi viene addestrato è una risorsa aziendale interna, che costituisce, grazie ad un 66 percorso formativo, un motore di miglioramento per l’azienda stessa. Per la crescita qualitativa dell’azienda, infatti, è fondamentale che vengano fatte proprie tutte le procedure che consentono all’intero sistema organizzativo di procedere secondo il metodo di pianificazione che la ISO consente di rendere ordinato. Le poche aziende che hanno capito tutto ciò, sono tuttora coinvolte in una grande dinamica di miglioramento. Per Di Vita (2003) la valutazione dell’entità del parametro “costi” risulta di difficile determinazione, in quanto i costi direttamente connessi all’ottenimento della certificazione dipendono da una serie di variabili (dimensioni dell’impresa, organismo certificatore, eventuale ricorso alla consulenza esterna, numero e livello formativo del personale, numero di unità produttive e livello iniziale dell’organizzazione interna…). La forbice dei costi per l’implementazione del Sistema Qualità (Sq) per la consulenza iniziale esterna, per l’ottenimento della certificazione da parte dell’organismo preposto e l’eventuale ricorso alla formazione del personale - riferiti ad aziende operanti nel mezzogiorno d’Italia - risulta comunque compresa tra i 18.000 e i 60.000 euro, variando sensibilmente in relazione alla dimensione aziendale. I costi relativi al mantenimento della certificazione - richiesti cioè annualmente dall’organismo di certificazione e dalle società di consulenza oltre che per la taratura di apparecchiature e strumenti di laboratorio6 - si attestano, invece, su valori sensibilmente inferiori, con un range di variazione compreso tra i 1.100 ed i 5.200 euro. La quantificazione dei costi indiretti, sostenuti per l’adeguamento strutturale e tecnologico dell’azienda, in quanto determinati da una serie di parametri direttamente dipendenti dal livello organizzativo iniziale e dalla dimensione dell’azienda stessa, nonchè dall’eventuale ricorso all’assunzione di nuovi addetti da avviare al reparto “controllo qualità” (Di Vita, 2003). Il dott. Moretti indica, per l’ottenimento della certificazione da parte di un’azienda, un tempo che va da un minimo di 8-10 mesi fino a un anno e mezzo, dipendentemente dalle dimensioni aziendali. Se è già applicato correttamente un piano HACCP, questo si integra perfettamente con le norme ISO, rendendo più veloce l’implementazione del nuovo sistema di qualità. Un’azienda molto stratificata gerarchicamente completerà l’iter per l’ottenimento della certificazione in tempi più lunghi, a causa dei diversi passaggi che i vari documenti devono fare da un soggetto aziendale all’altro. 6 La taratura di strumenti ed apparecchiature (bilance, termometri, impianti elettrici, ecc.) avviene a seguito di una certificazione rilasciata dal Sit (Servizio Italiano di Taratura). 67 I titolari della certificazione, sempre secondo Moretti, sono gli enti certificatori, che inviano i loro valutatori almeno una volta all’anno. Tali visite sono annunciate con un certo anticipo all’azienda, diversamente da quanto avviene per la certificazione di prodotto, dove la visita è a sorpresa e dove è pure previsto un eventuale prelievo direttamente al supermercato. Tutto ciò non significa che una certificazione di sistema come la ISO può indurre ad “imbrogliare” il consumatore, dal momento che l’azienda stessa non ha l’interesse di comunicare al consumatore la sua conformità alla ISO. Per Moretti, uno strumento di marketing efficace può essere non tanto la qualità del prodotto, ma una gestione migliore dei reclami. Quali sono i vantaggi della certificazione ISO? Per Moretti, la ISO garantisce una rintracciabilità che copre più passaggi ed è più completa della rintracciabilità stessa del Reg. 178. Ad esempio, il Reg. 178 non consente di risalire ad un tappo difettoso, mentre la ISO permette una identificazione del “nodo” problematico. La certificazione ISO 9000:2000 prevede di registrare degli obiettivi, e si presenta come un valido metodo di pianificazione. La certificazione, secondo Moretti, è il momento in cui si fa ciò che per anni è stato rinviato: con un sistema del genere, dopo 1-2 anni si vedono dei risultati nell’organizzazione, e, conseguentemente, questo si ripercuote anche sulla qualità del prodotto stesso. La certificazione di prodotto, però, non si deve confondere con la certificazione ISO: per tale motivo l’ente certificatore non deve essere segnalato vicino al marchio del prodotto. Concludendo, Moretti afferma che per il consumatore non ha importanza la certificazione del sistema qualità, ma quella del prodotto; la certificazione ISO, d’altro canto, costituisce un valido supporto per giungere alla qualità del prodotto stesso. Di Vita (2003) ha individuato benefici e rischi della ISO 9000:2000 nel settore vitivinicolo. Secondo l’autore esiste una netta distinzione tra benefici interni, realizzati cioè all’interno della struttura produttiva o comunque dell’impresa nella sua globalità, e quelli esterni, indicando con questi ultimi le relazioni che l’azienda intrattiene con i clienti e più in generale con il mercato. Dalla Tab. 1 si evince che il primo effetto, realizzatosi seppur con una certa variabilità, è costituito da un’ottimizzazione dell’intero processo produttivo dovuta ad un generale miglioramento dell’organizzazione interna. Infatti l’adozione delle norme ISO ha generato di fatto una più spinta specializzazione ed una più razionale suddivisione delle mansioni, a seguito dell’attribuzione delle 68 responsabilità per singolo addetto. L’attribuzione individuale degli incarichi relativi allo svolgimento delle attività interne è stata possibile grazie all’introduzione del cosiddetto manuale della qualità, che attraverso l’utilizzo di tabulati, organigrammi e modelli prestampati ha determinato, in molti casi, un radicale mutamento nello svolgimento delle normali attività produttive di molte aziende. Tab. 1: Benefici interni ed esterni apportati dalla ISO 9000:2000, da: Di Vita, 2003 ESTERNI INTERNI Miglioramento dell’organizzazione e delle mansioni del Miglioramento dell’immagine nei confronti dei personale consumatori intermedi (importatori e GDO) Utilizzo più razionale degli impianti produttivi Aumento delle esportazioni Maggiore disponibilità di informazioni relative ai singoli Diminuzione dei reclami processi aziendali Maggiore sicurezza per i lavoratori Aumento del potere contrattuale nei confronti della GDO Riduzione degli scarti di lavorazione Strumento di marketing nei confronti dei consumatori finali Tra gli altri benefici interni si registrano un utilizzo più razionale delle materie prime e degli impianti produttivi, una maggiore efficacia nei sistemi preventivi e di controllo (le norme ISO si integrano perfettamente, come già visto con Moretti, al sistema Haccp), nonchè un migliore accesso alle informazioni relative ai singoli processi aziendali (attività interne) ed un aumento del coinvolgimento e della responsabilizzazione del personale allo svolgersi delle attività produttive. La certificazione ha determinato, inoltre, una maggior sicurezza sul lavoro che si è tradotta, in alcuni casi, in una diminuzione percentuale degli incidenti. Secondari in termini percentuali, ma non per questo meno importanti, sono stati i benefici realizzatisi all’esterno delle stesse unità produttive. A questo proposito vanno ascritti un lieve aumento della capacità contrattuale nei confronti della GDO, sempre più protesa verso la richiesta di prodotti certificati, ed il miglioramento complessivo della propria immagine nei confronti del consumatore, anche se quest’ultimo solo raramente è consapevole dell’esistenza di tale tipo di certificazione. Interessanti elementi di riflessione derivano dalla considerazione che il Sistema qualità – 69 anticipando il decreto 21 marzo 2002 che prevede la realizzazione di un sistema organico di controlli in tutte le fasi della filiera vitivinicola nazionale – ha di fatto introdotto, per la prima volta in Italia, la possibilità di un’identificazione, lungo l’intero percorso che va dal ricevimento delle materie prime al consumo. Attraverso delle procedure consolidate, infatti, rende possibile risalire per ciascun prodotto finito alla sua origine, consentendone una tracciabilità pressochè totale (come suddetto con il dott. Moretti) e riducendo così le possibilità di eventuali rischi di tipo igienico-tecnico, derivanti da partite di prodotto contaminate o non conformi alla legislazione vigente. Nonostante i numerosi elementi favorevoli riscontrati in un’ottica reale di miglioramento, il fenomeno della certificazione non è comunque esente da limiti, e ancora meno, rappresenta una panacea a tutti i mali che oggi affliggono il comparto. Agli ostacoli squisitamente tecnici dovuti alla riorganizzazione delle diverse fasi concernenti il processo produttivo, con l’applicazione delle norme in molte imprese è stata rilevata la difficoltà a misurarsi con i nuovi sistemi di gestione aziendale. L’estrema farraginosità delle procedure, l’aumento della responsabilità richiesta soprattutto ai lavoratori dipendenti (la compilazione delle varie parti del manuale nonchè dei modelli di verifica richiedono notevole tempo ed attenzione), i miglioramenti e gli adeguamenti strutturali richiesti ed i cambiamenti intervenuti in seno all’organizzazione interna hanno di fatto generato degli ostacoli, con un aggravio dei costi ad essi connessi, soprattutto nella fase iniziale. Inoltre, in rarissimi casi sono stati rilevati miglioramenti qualitativi, sotto il profilo organolettico e sensoriale dei vini prodotti. La scarsa visibilità della certificazione ed il basso livello di percezione della qualità derivante dal Sq, da parte del consumatore finale, hanno di fatto ridimensionato quell’effetto marketing atteso da molti produttori. Pur consapevoli dei limiti posseduti da tale tipo di certificazione è però evidente come i benefici si ripercuotano prevalentemente sul sistema organizzativo dell’impresa, e risulta altrettanto palese come la certificazione rappresenti certamente uno degli strumenti più incisivi a disposizione dell’intero comparto vitivinicolo, soprattutto in un’ottica di penetrazione di nuovi mercati esteri (Di Vita, 2003). 70 3.2. La certificazione VISION e le aziende vitivinicole: due esperienze Descriviamo di seguito le esperienze di due aziende vitivinicole nei confronti della certificazione ISO, per verificare se esiste una percezione della qualità in tal senso da parte del consumatore, e se la certificazione di sistema ha apportato dei benefici all’organizzazione aziendale. Abbiamo, a tale scopo, intervistato il direttore della Val d’Oca Aldo Franchi e la dott. Carlesso, responsabile della qualità per l’azienda Valdo Spumanti. 1. Tempo intercorso dalla domanda all’ottenimento della certificazione La Val d’Oca ha ottenuto per la prima volta la certificazione di qualità ISO 9000:1994 nel febbraio 2002. Successivamente, vi è stato l’adeguamento alla più recente VISION (maggio 2003). L’ente che si è occupato della consulenza è l’EIQS (European Improvement Quality System), mentre la certificazione è stata assegnata dal CSQA, che si occupa dell’auditing periodico. Anche la Valdo Spumanti, come spiegato dal trend nella Fig. 1 , ha conseguito la certificazione ISO molto recentemente: la ISO 9000:1994 nel maggio 2002 e la VISION nel 2003. Per la Val d’Oca, il tempo necessario a riorganizzare tutto il sistema ed ottenere la certificazione è stato di 7-8 mesi. Si è giunti ad un miglioramento organizzativo e ad un maggior pragmatismo. L’aspetto negativo riscontrato è stata l’eccessiva burocrazia. L’azienda è piccola, per cui i ruoli non sono ancora ben definiti. Tuttavia, la Vision ha portato ad una riorganizzazione a livello gerarchico, che necessita di continui confronti tra le varie aree, migliorando la coordinazione dei rapporti tra i soggetti aziendali. La Valdo, invece, ha ottenuto la certificazione in un anno. Il livello organizzativo precedente ad essa era buono, perchè esistevano già delle registrazioni. La parte più difficile è stata la riorganizzazione del marketing. L’azienda, che conta 40 dipendenti, è dislocata in due sedi diverse: a Valdobbiadene è situata la parte produttiva ed amministrativa; a Verona, la sede legale e commerciale. A causa di ciò, il processo per giungere alla certificazione è stato lento, per consentire un’attenta valutazione dei punti da sottoporre a controllo e da correggere: riordinata la sezione produttiva Valdobbiadenese, si è passati a considerare quella Veronese. 71 2. Motivazioni che hanno condotto alla certificazione ISO La motivazione principale che ha spinto l’azienda Val D’Oca a richiedere la certificazione di qualità è stata la richiesta crescente da parte della GDO e del mercato estero. Per la Valdo, un primo motivo è stata la triplicazione del fatturato nell’arco di pochi anni, con un conseguente aumento del numero di addetti, che ha condotto all’esigenza di dover riorganizzare l’azienda, per un migliore coordinamento dei processi. Inoltre, come è successo per la Val D’Oca, la GDO ed altri distributori (ad es. la Costa Crociere), richiedono che le aziende fornitrici siano certificate. La certificazione diviene, in tal modo, la prerogativa che le aziende vitivinicole hanno per rimanere attive sul mercato. 3. I costi La prima certificazione della Val D’Oca è stata in parte finanziata dalla Camera di Commercio di Treviso; l’adeguamento alla VISION, invece, attraverso il piano di finanziamento proposto dalla Regione Veneto. La formazione ha richiesto all’incirca 40 milioni delle vecchie lire, mentre la prima certificazione è costata 4000 euro. La Valdo, al contrario, non ha previsto una valutazione dei costi, perchè l’implementazione del sistema era già ad un buon livello. 4. Vantaggi All’interno della Val D’Oca esisteva un’organizzazione precedente, che è stata soltanto migliorata dall’implementazione del sistema di qualità. Il vantaggio conseguito risiede nella coordinazione di tale organizzazione, che trova un esempio pratico nell’utilizzo dei diagrammi di flusso, che permettono di individuare le eventuali non-conformità. Non si sono riscontrati dei vantaggi a livello commerciale per la Valdo, perchè il marchio era già molto conosciuto. Per il cliente ha valore, al contrario, la velocità del servizio e la qualità del prodotto. 5. Qualità percepita dal consumatore La certificazione non ha condotto ad una aumentata qualità percepita da parte del consumatore finale dei prodotti della Val D’Oca, che punta ad un buon rapporto qualitàprezzo. Nella visione commerciale della Valdo, non ha senso parlare di qualità percepita nei confronti di una certificazione ISO. 72 6. Miglioramento della qualità del prodotto La certificazione ISO non ha influito sulla qualità dei prodotti Val D’Oca, che si trovavano già ad un buon livello qualitativo. Franchi è convinto che sarà la rintracciabilità di filiera a portare dei miglioramenti in tal senso. Per la dott. ssa Carlesso, la certificazione implica un miglioramento della qualità del prodotto, solo se intesa come conformità. E’ difficile parlare di un miglioramento della qualità di un prodotto come il vino, che è legato alla stagionalità. 7. I produttori e la certificazione ISO A parere di Franchi, vi è un aumento delle aziende vitivinicole che richiedono di ottenere la certificazione ISO, che viene vista soltanto come una spinta al miglioramento dell’organizzazione interna. I fornitori della Valdo, che sono anche dei produttori di vino, sono tutti certificati, ma vedono la certificazione ISO come una imposizione. E’ lo stesso mondo vitivinicolo, soprattutto quello del Prosecco, che secondo la dott.ssa Carlesso non comprende l’importanza dell’implementazione del sistema di qualità. Questo fenomeno interessa anche le grandi aziende e gli operatori più giovani. 8. Il Prosecco biologico La Val D’Oca produce Prosecco Spumante biologico da tre anni, destinandolo al mercato interno. Le vendite sono concentrate nel periodo natalizio, all’interno dei supermercati. Esso permane di difficile collocazione per quanto riguarda i canali distributivi, in particolar modo i ristoranti. La Valdo, al contrario, non prevede una linea di Prosecco biologico. Per la dott.ssa Carlesso, infatti, il “biologico” non costituisce un surplus qualitativo per il consumatore, che è abituato a considerare un vino dal punto di vista organolettico e non chimicofisico, trascurando l’aspetto salutistico legato a possibili residui di pesticidi o additivi. Durante le visite guidate alla cantina, i clienti non prestano alcuna attenzione ai controlli effettuati sul prodotto. I consumatori, quando acquistano presso il produttore, prediligono le cantine molto piccole, pagando anche un prezzo più alto, perchè considerano i controlli effettuati sul prodotto dalle aziende più grandi come la causa di una omogeneizzazione della qualità del prodotto stesso. 73 9. L’etichetta e la percezione di qualità La strategia commerciale dellaVal D’Oca punta alla conquista di tutte le fasce di mercato, attraverso una vasta gamma di prodotti con diversi rapporti qualità-prezzo. Il packaging, inoltre, è diventato un veicolo comunicativo importante: un particolare tipo di bottiglia di colore blu, prodotta nel 1996, è stata accolta con entusiasmo dal mercato sia italiano sia estero. La fidelizzazione del consumatore, però, si è avuta grazie alla qualità del prodotto contenuto nella stessa. Per esempio, un ottimo millesimato viene ora venduto in una bottiglia satinata nera: in tal modo, l’appeal estetico ricorda al consumatore una qualità superiore. Per la dott.ssa Carlesso, l’etichetta è importante come primo impatto per il consumatore, che si affida soprattutto al marchio e alla Denominazione di Origine, quando deve scegliere un vino. Ovviamente, il marchio conta solo se è supportato dalla qualità. 3.3. Conclusioni La certificazione di qualità ISO viene vista dai produttori e dagli operatori del settore in genere come uno strumento utile al miglioramento dell’assetto organizzativo dell’azienda vitivinicola, ma non come una leva di marketing. La stessa certificazione biologica non è ancora considerata come un plus qualitativo per collocare il prodotto Prosecco all’interno di particolari segmenti di mercato. La percezione della qualità del prodotto Prosecco rimane legata al marchio aziendale e alla Denominazione di Origine. 74 CAPITOLO 4 LA QUALITÀ PERCEPITA 4.1. Introduzione Nel capitolo relativo alla qualità intesa in senso lato, ci siamo occupati principalmente della qualità vista dalla parte dell’offerta, che la usa per l’ottimizzazione dei processi produttivi e della gestione aziendale. La qualità, tuttavia, può essere vista dalla parte della domanda, attraverso la definizione della cosiddetta “qualità percepita”. La qualità di un alimento è un concetto complesso che viene frequentemente misurato attraverso degli indici relativi a caratteristiche nutrizionali, microbiologiche o chimico-fisiche dell’alimento stesso o con l’ausilio dell’opinione di esperti designati a tale scopo (Cardello, 1995). La stessa percezione sensoriale è un fattore importante nel comportamento d’acquisto del consumatore, ma non può essere vista in modo eccessivamente semplicistico. Diversi studi, infatti, hanno dimostrato come i consumatori differiscano nelle preferenze di natura sensoriale, enfatizzando delle caratteristiche piuttosto di altre riferite al prodotto stesso. I dati relativi al consumatore si presentano, così, come le informazioni più importanti che un ricercatore raccoglie, poichè essi rappresentano l’opinione dell’ultimo fruitore di un prodotto o di un servizio (Baalbaki, Haffar, Henry, Ismail, 2001). Secondo Cardello (1995), molti scienziati che si occupano di scienze sensoriali non hanno compreso come l’essenza della qualità di un prodotto alimentare risieda nelle risposte del consumatore, e non nei responsi di panels di esperti. Cardello afferma inoltre che non è soltanto il contenuto nutrizionale di un alimento ad essere importante per la qualità alimentare, ma anche la percezione che il consumatore ha di tale contenuto nutrizionale. Similarmente, non è la sicurezza misurata con analisi microbiologiche o chimiche sull’alimento a rivelarsi sufficiente a decretare il successo commerciale di un prodotto alimentare, bensì la sicurezza 75 percepita dal consumatore, che si rivela critica per il successo del prodotto alimentare sul mercato (Cardello, 1995). Il lavoro di Lancaster (1966) afferma per primo che il consumatore non si relaziona al bene in quanto tale, ma alle caratteristiche o agli attributi in esso contenuti. Gli attributi della qualità, perciò, sono molteplici e conferiscono ad essa un carattere pluridimensionale (Antonelli, 1996). Le caratteristiche della qualità percepita sono le seguenti: è differente dalla qualità oggettiva; si colloca ad un livello di astrazione superiore rispetto all’attributo specifico del prodotto; riflette un giudizio che viene realizzato all’interno dell’ambiente evocativo del consumatore; è un concetto relativo, nel senso che i consumatori formano le loro impressioni sulla qualità di un prodotto relativamente agli altri prodotti disponibili sul mercato (Huddleston, Tiilikainen, 2000). La qualità percepita sarà alla base del lavoro sperimentale da noi svolto, che dimostrerà come, in un determinato ambiente e per un determinato segmento di mercato, sia importante il contenuto evocativo della certificazione biologica od ISO rispetto all’assenza di certificazione. 4.2. La qualità alimentare: le quattro tipologie che la descrivono Grunert (1995) ha proposto una classificazione della qualità alimentare in tre tipologie, successivamente rivista dall’istituto di ricerca MAPP, in particolare da Brunsø, dallo stesso Grunert e da Ahle Fjord nel 2002, che hanno aggiunto un’ulteriore categoria a tale classificazione (Fig 1). Fig. 1 76 Esistono quattro tipi di Food Quality: 1. La product-oriented quality (qualità orientata al prodotto), che riguarda tutti gli aspetti di natura fisica dell’alimento stesso, quali: la percentuale di sostanza grassa, il contenuto in amido delle patate, la gradazione alcoolica di una birra, etc.; 2. La process-oriented quality (qualità orientata al processo), che interessa le modalità di produzione dell’alimento stesso, come l’assenza di pesticidi, di inibitori della crescita, attraverso metodiche di produzione biologica o, ancora, con il rispetto di normative riguardanti il benessere degli animali. Le informazioni che si ricavano da tali aspetti interessano la procedura che viene seguita per ottenere un determinato prodotto, ma non necessariamente essi hanno un effetto sulle proprietà fisiche del prodotto stesso. Rientrava in tale categoria la certificazione di qualità ISO 9000; 3. Il terzo tipo di qualità, introdotta successivamente da Grunert, Fjord e Bruns è il quality control (controllo di qualità), che viene definito attraverso gli standards che un prodotto deve soddisfare per ottenere una determinata certificazione di qualità, come le stesse norme ISO 9000, che vengono inserite in tale categoria nella nuova suddivisione proposta dagli studiosi del MAPP; 4. La user-oriented quality è la percezione soggettiva di un fruitore del prodotto alimentare, che può essere il consumatore finale oppure un attore intermedio nella catena di distribuzione del prodotto, come il venditore al dettaglio. La product-oriented quality, la process-oriented quality e il quality control vengono definiti come qualità oggettiva, dal momento che la loro validità può essere accertata attraverso misure empiriche e documentazioni riguardanti il prodotto ed il processo. La user-oriented quality, poichè può essere misurata soltanto se rapportata al fruitore finale, e dal momento che essa differisce per lo stesso prodotto se valutata attraverso il giudizio di consumatori diversi, viene invece definita come qualità soggettiva. Esistono delle correlazioni tra i quattro tipi di qualità. Nello specifico, la user-oriented quality è condizionata dai tre tipi di qualità oggettiva. Tuttavia, queste correlazioni non sono ancora chiare (Grunert, 1995; Brunsø, Fjord, Grunert, 2002); inoltre, la qualità user-oriented può essere influenzata da fattori aggiuntivi al prodotto stesso, quali: la situazione d’acquisto, il tipo di esercizio, il prezzo, la marca, etc. 77 In un’industria alimentare si tende a dare una valutazione della qualità di tipo oggettivo, ma l’interesse del consumatore si concentra sulla qualità percepita, ovvero la qualità soggettiva. La sua disponibilità a pagare sarà, perciò, rapportata alla percezione qualitativa che egli ha del prodotto, che è in relazione, ma differisce, dalla qualità oggettiva. I progressi fatti dall’azienda nella qualità oggettiva miglioreranno la situazione competitiva dell’impresa se e solo se saranno soddisfatte due condizioni: • Il cambiamento nella qualità oggettiva porterà ad una riduzione dei costi per il produttore o per un attore successivo nella catena alimentare, come un dettagliante (per es. quando un nuovo tipo di packaging permette un migliore stoccaggio) e/o • Il cambiamento nella qualità oggettiva conduce ad un cambiamento parallelo nella qualità soggettiva, orientata al consumatore (Grunert, 1995). 4.3. La qualità alimentare: il contesto, la relatività e le aspettative del consumatore Oude Ophuis e Van Trijp (1995) hanno suggerito un’analisi del concetto di qualità percepita utilizzando il modello delle “Quattro P” o del Quadrante della Qualità (Fig 2). Fig. 2: il quadrante della qualità 78 Secondo tale modello, la qualità percepita è in primis il risultato di un processo di Percezione: il giudizio complessivo si forma sulla base di caratteristiche visibili ed invisibili del prodotto, che sono frutto di un’esperienza precedente o che sono invece associate mentalmente al prodotto considerato. Il Prodotto, la Persona e il luogo (Place), denotano la relatività e la specificità del concetto di qualità percepita. Se focalizziamo la nostra attenzione su di un prodotto alimentare, per esempio, i componenti della qualità percepita possono differire a seconda del tipo di prodotto o della categoria a cui tale prodotto appartiene. Il contenuto in grasso, secondo questo esempio, sarà considerato un attributo qualitativo per carne o prodotti a base di carne, ma non sarà affatto rilevante per categorie come frutta e verdura. La qualità percepita è basata sui giudizi del consumatore, il fattore Persona. I consumatori, infatti, differiscono per le loro capacità percettive, per i gusti personali e per il livello di esperienza. Un principiante nella degustazione di un vino, per fare un esempio, giudicherà la qualità di quel dato vino in maniera molto dissimile dal giudizio che potrà dare un esperto. Il contesto, sintetizzato nella dicitura di luogo (Place), completa la lista dei componenti della qualità percepita secondo il modello di Ophuis e Van Trjip. Le modalità d’uso, in base a quest’ultima categoria, sono in grado di influenzare la qualità percepita. Dei pomodori troppo maturi, per esempio, vengono considerati di bassa qualità se usati in una insalata, ma eccellenti per la preparazione di una salsa. Il ruolo del contesto nella percezione della qualità è approfondito da Cardello (1995), con l’affermazione che “ il contesto viene stabilito da fattori che sono fisicamente presenti insieme all’alimento, o da fattori che sono antecedenti ad esso”. I fattori fisicamente presenti vengono chiamati “simultanei”, mentre quelli antecedenti vengono definiti “temporali”. Entrambi questi fattori possono essere suddivisi in subcategorie: quelli “alimentari” e quelli “non-alimentari”. I fattori “simultanei alimentari” includono gli altri cibi e le altre bevande consumati contestualmente al prodotto alimentare di interesse, mentre i fattori “non-alimentari” comprendono l’ambiente sociale, le condizioni ambientali ed altri aspetti del contesto in cui si consuma l’alimento. I fattori “temporali alimentari” includono tutti i cibi e le bevande consumati precedentemente, mentre i fattori “temporali non-alimentari” sono rappresentati da variabili come l’ora del giorno o la stagione dell’anno. 79 Secondo Cardello (1995), quindi, la qualità percepita dipende dal contesto, ma anche da una componente temporale. Infatti, la percezione qualitativa di un alimento è influenzata profondamente e a lungo termine da fattori temporali come quelli legati all’apprendimento e alla memoria. Un’altra classe di influenza contestuale che è simile alle altre, ma che deriva da una mera esposizione alle informazioni sul prodotto alimentare è l’informazione effettiva, che trova un esempio nel prezzo o nel contenuto nutrizionale di un alimento, e l’informazione ideazionale (mediata), ben rappresentata dalle dicerie o dalle opinioni su aspetti sensoriali e qualitativi in genere di un dato prodotto (Cardello, 1995). 4.4. La qualità alimentare: attributi intrinseci ed estrinseci Jacoby ed Olson (1972) hanno proposto di suddividere il processo di percezione della qualità in due stadi, in cui i consumatori prima scelgono dei surrogati come indicatori della qualità di un prodotto, chiamati in inglese “quality cues7”,ovvero delle informazioni usate per costruire le aspettative che il consumatore ha sulla qualità (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002), per poi unire le loro valutazioni su questi elementi individuali in un giudizio complessivo sulla qualità del prodotto (Oude Ophuis, Van Trjip, 1995). Steenkamp (1989) ha esteso il lavoro di Olson sviluppando un modello più complesso, dove viene fatta una distinzione tra “quality cues” e “quality attributes”. I “quality cues” possono essere rilevati dai sensi prima del consumo, mentre i “quality attributes” sono aspetti del prodotto che “generano benefici” e che non possono essere osservati in un momento precedente al consumo (Oude Ophuis, Van Trjip, 1995). Tali concetti vengono riassunti da Steenkamp nel Quality guidance model (Bech, Engelund, Juhl, Kristensen, Poulsen, 1996; Brunsø, Fjord, Grunert, 2002; Jongen, Luning, Marcelis, 2002), che mette in relazione la qualità percepita con le caratteristiche fisiche del prodotto. 7 La parola cue significa letteralmente “attacco, entrata, battuta iniziale”, e viene correntemente usata nel linguaggio teatrale. Nell’uso quotidiano, to give someone his/her cue sta per “dare l’imbeccata, un suggerimento a qualcuno” (cfr. Dizionario inglese-italiano, De Agostini Ed.). 80 Il Quality Guidance Model (QGM) consiste di tre steps distinti ma correlati: I) identificazione dei giudizi qualitativi; II) suddivisione dei giudizi qualitativi in percezioni, con i “quality cues” intrinseci e i “quality attributes”; III) traduzione delle percezioni del consumatore in caratteristiche fisiche del prodotto (Bech, Engelund, Juhl, Kristensen, Poulsen, 1996). Secondo Steenkamp, si deve distinguere tra Quality Expectation, che è l’aspettativa che il consumatore si crea al momento dell’acquisto del prodotto, e la Quality Experience, che è l’esperienza che il consumatore costruisce al momento del consumo del prodotto alimentare (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). La Quality Expectation è un fattore importante nello studio del comportamento del consumatore, mentre la Quality Experience serve a stabilire se il consumatore acquisterà ancora quel prodotto. I due steps non sono indipendenti: le aspettative (expectations) influenzano le esperienze percepite; le esperienze, d’altro canto, influenzano le aspettative future (Bech, Engelund, Juhl, Kristensen, Poulsen, 1996). Le Quality Expectations si basano sulle “quality cues”, che includono tutti gli stimoli di tipo informativo, relativi al prodotto, ai quali è sottoposto il consumatore prima del consumo (Jongen, Luning, Marcelis, 2002; Bech, Engelund, Juhl, Kristensen, Poulsen, 1996). I “cues” vengono poi suddivisi in estrinseci ed intrinseci. I “cues” intrinseci sono parti fisiche del prodotto (Oude Ophuis, Van Trjip, 1995), come il colore e l’aspetto (Jongen, Luning, Marcelis, 2002), ovvero caratteristiche misurabili empiricamente (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002). La qualità intrinseca è perciò correlata strettamente con il prodotto fisico: è facile dedurre come sia rilevante questa categoria di attributi per i cibi freschi. L’aspetto di frutta e verdura, carne e pesce freschi è chiaramente un indicatore della qualità percepita attesa. Il colore, la forma, le dimensioni e la struttura rientrano in tale categoria, a seconda del tipo di prodotto alimentare (Oude Ophuis, Van Trjip, 1995). I “cues” estrinseci sono riferibili al prodotto, ma non sono parti fisiche dello stesso: ne sono un esempio pratico il prezzo, la marca o il nome del supermercato (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Dal punto di vista del marketing, gli attributi estrinseci risultano molto interessanti, poichè essi possono essere manipolati senza variare le caratteristiche fisiche del prodotto stesso. Questa operazione non è facile. La marca è riconosciuta come un importantissimo attributo di qualità, teoria confermata in 81 molteplici esperimenti riguardanti le etichette. Ma la costruzione di un’immagine legata alla marca è un processo molto lungo e costoso (Oude Ophuis, Van Trjip, 1995). Jongen (1998) ha modificato il QFD per i sistemi di produzione alimentare (Fig. 3). Fig. 3: il modello QG modificato (da: Jongen, Luning, Marcelis, 2002) Egli, infatti, ha aggiunto le caratteristiche del sistema di produzione tra i fattori che influenzano le Quality Expectations. Questa modifica si è resa necessaria in seguito alle problematiche che si sono create negli ultimi anni, a causa della BSE e dello scandalo della diossina, che hanno avuto un grande effetto sul consumo di carne. I consumatori sono, da allora, più informati sull’alimentazione degli animali e sui sistemi di produzione della carne. Di conseguenza, si è registrata una tendenza, seppur temporanea, verso il consumo di carne da agricoltura biologica. Le caratteristiche dei sistemi di produzione (per es. l’uso di pesticidi) non influenzano necessariamente gli attributi fisici, ma possono condizionare le aspettative sulla qualità del prodotto (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). In certi studi, tuttavia, si è dimostrato proprio il 82 contrario: l’aspetto della carne da agricoltura biologica (intrinsic quality attribute) è stato giudicato negativamente dai consumatori ed ha reso vano l’effetto positivo esercitato dalle caratteristiche dei sistemi di produzione (Steenkamp, 1989). 4.5. Il Total Food Quality Model (TFQM) La definizione degli attributi intrinseci ed estrinseci viene approfondita nel cosiddetto Total Food Quality Model, descritto da Brunsø, Fjord e Grunert (2002), ma originalmente proposto da Grunert, Larsen, Madsen e Baadsgaard nel 1996. Il TFQM integra tre approcci diversi che spiegano i meccanismi della qualità percepita: l’approccio multidimensionale, l’approccio multi-attributo e l’approccio gerarchico. L’approccio multidimensionale propone una distinzione tra: search characteristics, descritte per esempio dalla dimensione delle uova o dal colore della carne; experience characteristics, che sono caratteristiche rilevate solo al momento del consumo, come il gusto, l’aroma, la consistenza, etc. (Jongen, Luning, Marcelis, 2002); credence characteristics, che il consumatore non può apprezzare nè prima, nè dopo il consumo, dal momento che esse sono riferibili a proprietà come l’assenza di additivi, il metodo di coltivazione biologica, o il basso impatto ambientale della produzione (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). Queste ultime caratteristiche sono dovute alla fiducia e alla credibilità che esse suscitano nell’acquirente, e stanno diventando sempre più importanti a livello commerciale (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002). Per illustrare la rilevanza delle credence characteristics, Andersen (2001) cita un proverbio inglese molto conosciuto, risalente al ‘500: “I will never buy a pig in a poke8”. Il fatto che un venditore offra al compratore un maiale (reale o metaforico) in un sacco chiuso (reale o metaforico) dovrebbe suscitare dei sospetti nell’acquirente, riguardo alla qualità del “maiale”. “Mettere il maiale nel sacco” è una metafora che equivale al nascondere un’informazione, che enfatizza, così, l’asimmetria nell’acquisizione della stessa da parte di venditore e di acquirente insieme 8 Tale proverbio appartiene ad un’epoca in cui gli animali erano considerati degli importanti oggetti di scambio. C’era il rischio di “comprare un gatto in un sacco”: acheter chat en poche (Fr.), die Katze im Sack kaufen (Ted.), købe katten i sækken (Dan.). L’interpretazione più ovvia a questo detto popolare è che il venditore poteva truffare l’acquirente vendendogli un gatto al posto di un altro animale di maggior valore (una lepre). 83 alla responsabilità di chi vende, per quanto riguarda possibili difetti del prodotto (“caveat venditor”). L’approccio multi-attributo implica che la valutazione globale di un prodotto sia spiegata nei termini delle sue caratteristiche che vengono percepite dal consumatore: di esso fanno parte gli attributi intrinseci ed estrinseci appena descritti. Secondo Jongen, Luning e Marcelis, però, tale approccio non dà una visione esauriente del processo che porta alla percezione qualitativa, dal momento che non tiene in considerazione le possibili relazioni che si instaurano tra i vari attributi (per es., la salute collegata ad un basso contenuto in grassi) e, cosa più importante, rimane senza risposta la domanda: perchè certi attributi contribuiscono a dare la qualità complessiva ad un prodotto, mentre altri non lo fanno? Queste problematiche vengono trattate nell’approccio di tipo gerarchico, dove il modello means-end chain è la struttura meglio rappresentata (Grunert, 1995). Tale modello afferma che la percezione soggettiva che il consumatore ha di un prodotto viene stabilita attraverso delle associazioni tra gli attributi del prodotto e tra categorie più astratte e cognitive definite come valori, le quali possono motivare un comportamento e creare così interesse per gli attributi del prodotto, che non sono rilevanti di per sè, ma nel modo in cui essi generano nel consumatore l’aspettativa di conseguenze più o meno desiderabili (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002). Il Total Food Quality Model aggiunge, oltre alla connessione tra l’approccio multiattributo e quello gerarchico, due altri elementi facenti parte della teoria del comportamento del consumatore, quali: • La spiegazione dell’intenzione d’acquisto, come unione tra i componenti del dare e dell’avere; • La spiegazione della customer satisfaction, come la discrepanza che si viene a creare tra la qualità attesa e la qualità sperimentata (Fig 4). 84 Fig. 4:il Total Food Quality Model Innanzitutto, il Total Food Quality Model distingue tra il “prima” e il “dopo” l’acquisto. Molte caratteristiche del prodotto, infatti, non possono essere rilevate prima dell’acquisto. Per effettuare una scelta, il consumatore dovrà costruire delle aspettative nei confronti della qualità, ma è soltanto dopo l’acquisto che si ha la “sperimentazione” della qualità stessa (anche quest’ultima considerazione, d’altronde, è limitante quando si considerino le “credence characteristics”). Nella prima parte, il consumatore si trova nella condizione del “prima dell’acquisto”, in cui vengono formate le aspettative, basate sulle “quality cues” che sono disponibili, ovvero le già descritte “quality cues” intrinseche ed estrinseche. La modalità con cui il consumatore usa le “quality cues” per dedurre da esse la qualità attesa può rivelarsi molto intricata e, a prima vista, apparire come un processo irrazionale. Per esempio, i consumatori usano il colore della carne per dedurne la tenerezza della stessa, o la consistenza dello yogurt per dedurne il gusto, oppure il packaging delle bottiglie per inferire la salubrità di un’acqua. Di tutte le “cues” o informazioni cui essi sono esposti, soltanto quelli percepiti avranno un’influenza sulla qualità attesa. Le “cues” che essi percepiscono sono condizionate dalla situazione d’acquisto: la quantità di informazioni in un negozio, se gli acquisti 85 sono pianificati oppure spontanei, l’influenza del tempo che si ha a disposizione quando si acquista, etc (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002). Il ruolo delle aspettative viene descritto dagli studi di Cardello (1995), che dimostrano come le aspettative del consumatore riguardo alla qualità e all’accettabilità dei cibi variano sistematicamente, secondo il contesto in cui si consuma il cibo. L’aspettativa per una qualità maggiore viene registrata quando il pasto viene servito all’interno delle mura domestiche, seguita dai ristoranti con ambientazione famigliare come gli agriturismi, dai fast foods, dalle mense militari, dalle mense ospedaliere, fino ai pasti serviti sugli aerei. Quando manca l’esperienza diretta, il livello di qualità attesa viene determinato sulla base di informazioni ottenute precedentemente tramite i mass-media o altre fonti di informazione. Inoltre, se si manipola il livello di qualità attesa (o di qualsiasi altra forma di caratteristiche di tipo sensoriale) di un prodotto, e se si misura il suo effetto sulla percezione effettiva che si ha al momento del consumo dello stesso, si registreranno degli effetti sistematici sulle aspettative (Cardello, 1995). Se, per esempio, viene fatto credere a dei consumatori che un caffè possiede un’amarezza standard, essi tenderanno a ritenerlo molto più amaro di un caffè che viene fatto credere poco amaro. Similmente, se si fa credere ad un panel di assaggiatori che quella che viene loro offerta è una cola di una marca conosciuta ed apprezzata, essi saranno portati a ritenerla migliore rispetto ad una cola di una marca sconosciuta (Cardello, 1995). Ritornando al Total Food Quality Model, passiamo alla situazione del “dopo” l’acquisto. In quest’ultimo frangente, il consumatore si troverà a sperimentare una qualità che potrà non essere uguale a quella attesa, specialmente se basata su “quality cues” di basso valore predittivo. La qualità sperimentata è influenzata da vari fattori. Il prodotto stesso, specialmente nelle sue caratteristiche sensoriali, costituisce sicuramente una determinante, ma ce ne sono molte altre: il modo in cui tale prodotto è stato preparato, fattori situazionali come l’ora del giorno ed il tipo di pasto, lo stato emotivo del consumatore, le precedenti esperienze, etc. La stessa aspettativa è un’importante variabile nel determinare la qualità sperimentata di un prodotto. Si ritiene che la relazione tra “quality expectation” e “quality experience”(prima e dopo l’acquisto) determini la product satisfaction, e conseguentemente la probabilità che il consumatore acquisti ancora il prodotto (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002). 86 4.6. Le dimensioni della qualità Molti autori hanno tentato di definire le dimensioni della qualità. Jongen, Luning e Marcelis (2002) hanno raccolto alcune di queste dimensioni da vari autori: ! Garvin (1984) ha definito otto principali dimensioni della qualità. ! Evans e Lindsay (1996) hanno proposto delle dimensioni importanti per i servizi (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). ! Civille (1991) applica tali dimensioni alla qualità degli alimenti. La performance include gli attributi sensoriali oltre agli aspetti nutrizionali e salutistici. I consumatori, infatti, si aspettano che un prodotto sia sano e che fornisca i nutrienti necessari. Le caratteristiche includono attributi come la convenience, o comodità nella preparazione. La conformance, che per i beni generici corrisponde al “grado in cui le caratteristiche fisiche e di performance di un prodotto si attengono a degli standards pre-stabiliti”, per un prodotto alimentare diventa “la sicurezza di un alimento (product safety), che implica l’assenza di rischi per il consumatore” (Jongen, Luning, Marcelis, 2002). La reliability (affidabilità) riguarda il grado di coerenza di un prodotto con ciò che è indicato in etichetta. La durability implica una buona shelf-life. La serviceability per un alimento indica la facilità di preparazione. La response coinvolge il consumatore stesso. L’aesthetics include non soltanto attributi sensoriali, ma anche quelli riguardanti il packaging. Infine, la reputation è la crescente fidelizzazione del consumatore nei confronti di una data marca. Tali dimensioni sono ovviamente più adatte a beni durevoli come possono essere le auto o le apparecchiature domestiche. Esse, tuttavia, sono state indicate come attributi per i prodotti alimentari per ricordare che l’aspetto sensoriale non è l’unico da prendere in considerazione, ma fa parte di un quadro molto ampio e variegato di caratteristiche, importanti in ambito economico. Inoltre, è da ricordare che la percezione della qualità è un fenomeno tutt’altro che statico (Lawless, 1995). Secondo Brunsø, Fjord e Grunert (2002) la qualità alimentare, attesa e sperimentata, è definita da quattro dimensioni, che appaiono come universali, almeno nei Paesi Occidentali industrializzati. Esse sono: gusto e aspetto, salute, convenience, processo. Per la maggior parte delle persone, il cibo è, ed è sempre stato, un motivo di piacere. Le caratteristiche edoniche degli alimenti-in modo prevalente il gusto, ma anche l’aspetto e 87 l’aroma-costituiscono una dimensione centrale per i consumatori. Recentemente, altre dimensioni della qualità sono state prese in considerazione, oltre a quella suddetta. La dimensione edonica della qualità rappresenta una “credence characteristic”, poichè il gusto può essere apprezzato soltanto al momento del consumo. L’aspetto salutistico è la seconda dimensione qualitativa, che è divenuta, negli ultimi anni, molto importante per tanti consumatori. Ciò è dimostrato da molti studi, che indicano come, al giorno d’oggi, la salute sia considerato un aspetto di rilevanza pari a quello edonistico, e che le preferenze siano formate basandosi su tale dimensione, nell’aspettativa di una vita più lunga e di migliore qualità. Essa include non solo le proprietà funzionali di un alimento, ma anche il rischio associato a contaminazioni di varia natura; è ben descritta come una “credence characteristic”, perchè le conseguenze legate ad un’alimentazione basata su certi prodotti sono una questione di fiducia, e possono solo raramente essere verificate dopo il consumo. Negli ultimi anni, i consumatori hanno iniziato ad interessarsi alle modalità di trasformazione di un alimento, ed il fattore processo si è caratterizzato come una nuova dimensione della qualità, anche quando esso non ha un immediato impatto sul gusto o sulla salubrità di un alimento. Rientra in questa dimensione l’agricoltura biologica e l’assenza di OGM. Ciò che maggiormente interessa al consumatore, in tal caso, è l’aspetto naturale. Anche questa terza dimensione è una “credence characteristic”, in quanto il consumatore deve avere assoluta fiducia sulle garanzie offerte dalla qualità production-oriented. Un’altra dimensione di crescente importanza agli occhi del consumatore è la convenience. Da un punto di vista del consumatore, la convenience è molto di più della semplice facilità nella preparazione o del ready - to - eat. Essa sta a significare risparmio di tempo, di energia fisica e mentale a uno o più stadi dell’intero processo del consumo: pianificazione ed acquisto, conservazione e preparazione dei prodotti, consumo, eliminazione degli scarti (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002). 88 4.7. La qualità percepita e la segmentazione del mercato Mentre gli studiosi ritengono che le quattro dimensioni viste siano pressochè universali, non si può affermare la stessa cosa per i consumatori, nei confronti dei quali esse assumono un’importanza relativa (Brunsø, Ahle Fjord, Grunert, 2002). I processi che conducono alla qualità percepita sono caratterizzati, infatti, da differenze individuali, che non interessano soltanto l’importanza relativa delle dimensioni della qualità, ma anche il modo in cui esse sono desunte dalle “quality cues”, le modalità di acquisto, le modalità di preparazione e di consumo (Booth, 1995; Brunsø, Ahle Fjord, Grunert, 2002; Cardello, 1995; Lawless, 1995). Per rilevare queste differenze, è utile distinguere tra differenti segmenti di consumatori. Si creano, in tal modo, delle categorie di consumatori in base alle diverse modalità di acquisto, di preparazione dei pasti, di consumo degli stessi, di come vengono soppesate le dimensioni della qualità e i motivi di acquisto (purchase motives), per esempio valutando i loro stili di vita collegati alle abitudini alimentari, che sono definiti da Brunsø, Ahle Fjord e Grunert (2002) come il quadro generale di come i consumatori usano gli alimenti per soddisfare dei bisogni di base o per raggiungere dei valori vitali. Sono state effettuate numerose ricerche in tutta Europa, stabilendo così un numero base di segmenti in cui possono essere divisi i consumatori di prodotti alimentari: • Il consumatore non coinvolto. Il cibo non è un elemento centrale nella vita di questi consumatori. Di conseguenza, i loro motivi di acquisto per i prodotti di tipo alimentare si rivelano piuttosto deboli, ed il loro interesse si concentra in principal modo sull’aspetto della convenience. Essi sono poco interessati a molti aspetti dell’acquisto, non hanno l’abitudine di rivolgersi a negozi specializzati, non leggono le etichette, limitando così l’esposizione e la conseguente elaborazione degli attributi di qualità. Lo stesso disinteresse è rivolto al prezzo. I consumatori non coinvolti non amano cucinare, tendono a non pianificare i loro pasti, amano i cibi ready - to - eat e gli snacks. Se paragonato ad un consumatore medio, egli è single, giovane, lavora part-time o full-time, ha un reddito da medio ad alto e tende a vivere in grandi città. • Il consumatore incurante (careless). Il profilo di questi consumatori richiama in molti modi quello del consumatore non coinvolto, nel senso che il prodotto 89 alimentare non sembra loro molto importante e, fatta eccezione per la convenience, il loro interesse nella qualità alimentare è corrispondentemente basso. La principale differenza risiede nell’interesse che tali consumatori rivolgono al fattore novità: essi amano i prodotti nuovi e tendono ad acquistarli, nella misura in cui i dati prodotti non richiedano un eccessivo lavoro di preparazione o peculiari abilità culinarie. Il profilo del consumatore incurante è ben rappresentato, come nel caso di quello non coinvolto, da soggetti giovani e che abitano in grandi città. Egli si differenzia, invece, per il livello culturale superiore e per l’appartenenza ad una classe più agiata. • Il consumatore conservatore. Per questi consumatori, la sicurezza e la stabilità raggiunte seguendo i modelli alimentari di tipo tradizionale, rappresentano un motivo di acquisto (purchase motive) superiore. Il loro interesse si rivolge principalmente agli aspetti del gusto e a quelli salutistici, mentre la convenience viene messa in secondo piano, dal momento che i loro pasti sono preparati nella maniera tradizionale e visti come un compito esclusivamente femminile. L’età di questi consumatori è la più alta tra le classi viste, con una cultura inferiore. Il numero di componenti la famiglia è basso, ed il reddito è inferiore a quello percepito dalle famiglie degli esempi precedentemente descritti. I consumatori conservatori vivono solitamente nelle zone rurali. • Il consumatore razionale. E’ un tipo di consumatore che elabora un numero notevole di informazioni al momento dell’acquisto; presta molta attenzione alle etichette e ai prezzi; usa delle liste per pianificare il suo shopping. Interessato in tutti gli aspetti concernenti la qualità alimentare, pianifica i suoi pasti ed i suoi motivi di acquisto sono prevalentemente l’appagamento personale, la sicurezza e la rintracciabilità. Se paragonato alle altre tipologie di consumatori, questo segmento ha una proporzione più elevata di donne in famiglia. Il livello culturale ed il reddito differiscono all’interno del segmento da Paese a Paese, ma ciò che accomuna questi consumatori è il fatto di vivere in città con una popolazione di abitanti media, ed il fatto che gran parte di loro non lavora. • Il consumatore avventuroso. Questa tipologia di consumatori è composta da soggetti che dimostrano per gli aspetti qualitativi un interesse superiore alla media, ma l’aspetto peculiare che li caratterizza è la cura con cui preparano i pasti. Essi, 90 infatti, sono molto interessati alla cucina, ricercano nuove ricette e nuove modalità di preparazione dei cibi, coinvolgendo tutti i famigliari, ma non dimostrano un pari interesse per la convenience e rigettano l’idea che sia compito della donna cucinare. Richiedono la qualità, e un buon gusto dei cibi. Il soddisfacimento personale rappresenta un motivo d’acquisto importante. Gli alimenti e tutti gli aspetti che hanno a che fare con essi rappresentano per loro un elemento così importante, da trasformare l’arte culinaria in un processo creativo e sociale per l’intera famiglia. Il consumatore avventuroso “tipo” è giovane, con una famiglia di numero superiore alla media, con un alto livello culturale ed un reddito elevato; vive in grandi città (Brunsø, Ahle Fjord, Grunert, 2002). 4.8. Strumenti connessi al Total Food Quality Model Data la natura polivalente che caratterizza il Total Food Quality Model, per comprenderlo meglio si ricorre all’intero range dei metodi di indagine applicati normalmente dalle scienze sociali. Il Total Food Quality Model segue un orientamento di tipo cognitivo, perciò vengono usate spesso delle tecniche che usano l’intervista, come mezzo principale per rendere operativi i vari modelli. Nel lavoro qualitativo, sono stati utilizzati dei focus groups al fine di ottenere una comprensione di base delle dimensioni della qualità, dei quality cues rilevanti, dei motivi di acquisto, dei contesti di consumo dei pasti e delle modalità di preparazione degli stessi. Nel lavoro quantitativo, si è fatto uso di metodi basati sui questionari, sia per le indagini, sia per gli esperimenti atti a misurare i construtti, e l’utilizzo di equazioni per mettere a confronto un construtto con un altro. La laddering e la conjoint analysis sono degli strumenti centrali per individuare la dimensione verticale del Total Food Quality Model, come la relazione tra cues, dimensioni della qualità e motivi d’acquisto, mentre gli esperimenti before-after si sono rivelati importanti nell’individuazione della dimensione orizzontale, come l’azione reciproca di aspettative ed esperienze (Brunsø, Ahle Fjord, Grunert, 2002). Il laddering è una tecnica semi-qualitativa basata sull’intervista ed utilizzata per la costruzione delle means-end chains, che studiano il comportamento del consumatore (Bech-Larsen, Grunert, Nielsen, 1998). Lo scopo del laddering è quello di svelare le 91 relazioni gerarchiche che sussistono tra gli attributi concreti del prodotto, le conseguenze di questi attributi per il consumatore e come, attraverso di essi, egli raggiunga dei valori importanti per se stesso. Un’intervista “laddering” si svolge in due momenti: dapprima, devono essere individuati degli attributi del prodotto concreti, tramite un’intervista diretta, presentando una terna di prodotti, od altri metodi utilizzati al fine di individuare quelli che sono gli attributi più importanti per il consumatore. Quindi, dopo aver identificato gli attributi più salienti, gli intervistati indicano quali di questi attributi preferiscono. A tale domanda ne segue una successiva, del tipo: “Perchè preferisci questi specifici attributi?”, che può condurre alla deduzione di una caratteristica astratta o di una conseguenza, esaminata più a fondo chiedendo:”Perchè è importante per te il fatto che…?”e via dicendo, finchè viene raggiunto il livello dei valori terminali o fino a quando l’intervistato non è più in grado di dare una risposta (Grunert, 1995). La tecnica del laddering ha lo scopo di tracciare tutto quel processo cognitivo che conduce dal concreto all’astratto, inducendo l’intervistato a “salire la scala (laddering) di astrazione”. Tutti i dati vengono raccolti come means-end chains individuali, che vengono analizzati nel loro contenuto e quindi sintetizzati per creare le cosiddette mappe gerarchiche dei valori, che mostrano i collegamenti principali tra attributi, conseguenze e valori per un gruppo di intervistati (Brunsø, Ahle Fjord, Grunert, 2002). Nella Fig. 5 è illustrato un esempio di mappa gerarchica dei valori, tratta da uno studio su come i consumatori e i non consumatori di alimenti biologici percepiscono il pane biologico (Grunert, 1995). Fig. 5 92 Si possono notare due principali conseguenze self-relevant, che conducono gli acquirenti alla percezione del prodotto: l’aspetto salutistico, associato in particolar modo ai metodi di produzione particolari e agli ingredienti del pane biologico, ed il benessere, associato soprattutto a caratteristiche prettamente di natura sensoriale. Si nota inoltre che le conseguenze self-relevant percepite dai non-consumatori sono differenti: la motivazione salutistica non è saliente, ed il metodo di produzione non è perciò percepito come qualcosa che porti ad una migliore salute, ma piuttosto come avente conseguenze negative sul gusto. Le applicazioni di queste mappe includono la segmentazione, lo sviluppo del prodotto, e le strategie di advertising (Grunert, 1995). Studi recenti hanno fatto uso della means-end chain per illustrare il collegamento esistente tra caratteristiche proprie di un prodotto e motivazioni d’acquisto più astratte (Grunert, 1995; Bech-Larsen, Grunert, Nielsen, 1998). La qualità percepita è, infatti, un concetto globale pressochè astratto (end), basato su caratteristiche del prodotto stesso che sono invece concrete (means). Questo è lo stesso tipo di astrazione che permette di distinguere tra quality cues (le caratteristiche reali del prodotto che possono essere osservate senza che vi sia il consumo) e quality attributes (i benefici astratti del prodotto, che vengono sperimentati al momento del consumo o dell’uso) (Oude Ophuis, Van Trijp, 1995). I consumatori percepiscono il valore di un prodotto alimentare nella misura in cui essi credono che il consumo di tale prodotto porterà a delle conseguenze rilevanti per loro stessi (self-relevant consequences), per esempio la nutrizione e di conseguenza ad essa la sopravvivenza, ma questo non è il caso che si verifica nei Paesi industrializzati, in cui importanti motivazioni saranno la socializzazione, il piacere ottenuto da un alimento gustoso, etc. Per comprendere come un consumatore deduce la qualità soggettiva dalle caratteristiche oggettive di un prodotto, allora si dovrà capire come egli collega tali attributi del prodotto alle conseguenze rilevanti per se stesso. Già negli anni ’50 la ricerca motivazionale aveva cercato si scoprire le motivazioni che spingono all’acquisto, che si ritenevano nascoste nel subconscio e perciò da ricercare con tecniche psicoanalitiche. Negli ultimi vent’anni, per spiegare il collegamento tra caratteristiche del prodotto e motivazioni d’acquisto, si è fatto ricorso alla teoria della means-end chain, un modello della struttura cognitiva del consumatore che spiega come gli attributi estrinseci del 93 prodotto sono legati alle conseguenze self-relevant. Nello specifico, essa mostra come la caratteristica (concreta o astratta) di un prodotto è legata alle conseguenze (funzionali o psicosociali) del consumo, che a loro volta possono essere collegate a valori (strumentali o terminali). Caratteristiche (o attributi), conseguenze e valori corrispondono ai tre livelli di astrazione comunemente usati quando si analizza una means-end chain (Bech-Larsen, Grunert, Nielsen,1998). Nella Fig 6 è illustrato un esempio: La caratteristica concreta di un prodotto low fat è legata alla caratteristica astratta fewer calories, collegata alle conseguenze slimming=dimagrimento (funzionale) e social acceptance=approvazione sociale (psicosociale), che conduce ai valori della self-confidence=sicurezza in se stessi (strumentale) e di autostima (terminale). Fig. 6: esempio di means – end chain, da: Grunert, 1995 La conjoint analysis (COA) è una tecnica ampiamente utilizzata negli studi del comportamento del consumatore, in cui vengono presentate agli intervistati delle descrizioni del prodotto, costruite secondo un disegno fattoriale degli attributi dello stesso. Essi valutano le varie descrizioni del prodotto (facendo una classifica o attribuendo a ciascuna un voto) oppure scelgono una di esse, e le loro risposte sono utilizzate per dedurre come i vari attributi concorrono a formare il giudizio generale, attraverso metodi statistici. Nel caso del Total Food Quality Model, la conjoint analysis 94 fornisce un mezzo rigoroso di analisi delle relazioni verticali tra i cues e la qualità attesa e/o l’intenzione di acquistare (purchase intent) (Brunsø, Ahle Fjord, Grunert, 2002). La conjoint analysis viene utilizzata come tecnica statistica multivariata ed è indicata soprattutto nel caso in cui si procede allo studio di prodotti a forte coinvolgimento psicologico al momento dell’acquisto, ed assai meno invece nel caso di beni acquistati d’impulso e con un basso valore unitario (Brasini, Tassinari F., Tassinari G.). 95 CAPITOLO 5 ANALISI SENSORIALE E DISPONIBILITÀ A PAGARE (DAP): premesse, obiettivi, metodo 5.1. Introduzione Parr (2002) afferma che il vino in bottiglia o nel calice non ha sapore, aroma, gusto o qualsivoglia caratteristica sensoriale, finchè non lo si è assaggiato. Tale affermazione è vera per il consumatore comune? Oppure egli viene influenzato dall’informazione che gli viene fornita sul vino stesso? Brochet (1999) è convinto che “l’aroma di un vino non sia nella bottiglia, ma nella nostra mente”. Siamo a conoscenza del fatto che, nel momento in cui un prodotto è inserito nella confezione, esso dichiara, e quindi rende visibile al destinatario, di possedere determinate qualità e di mantenerle costanti. Nel caso del vino, c’è stato, nel tempo, un passaggio da prodotto sfuso a imbottigliato, che ha comportato la trasformazione del vino stesso da semplice prodotto a merce, con tutti i problemi comunicativi ad esso connessi. Se prendiamo in considerazione l’etichetta, osserviamo che essa è un mezzo attraverso cui vengono fornite al consumatore indicazioni utili per identificare un prodotto e riconoscere un’azienda, ma anche una forma di comunicazione pubblicitaria: è una sorta di “soglia” semiotica che media il rapporto comunicativo tra azienda e consumatore, ma anche il primo rapporto del consumatore col prodotto che lo invoglia nella scelta; è ciò che attua una manipolazione e consente l’interazione tra soggetto ed oggetto e la loro congiunzione (Artista, Costantino, 2003, a cura di). La brand loyalty che il consumatore sviluppa nei confronti di un vino è legata all’etichetta, che rende visibile il marchio sul mercato (Bland, 2002), ma che fornisce anche altre preziose informazioni, che danno al prodotto delle “valorizzazioni” (Artista, 96 Costantino, 2003, a cura di) di tipo pratico (suggerimenti sul contesto d’uso), di tipo utopico (etichette che propongono valori astratti, come la raffinatezza ed il prestigio), critico (che sottengono alla logica del “lavoro ben fatto” , dell’esame, del calcolo tecnico ed economico: ne sono un esempio quelle etichette che valorizzano le caratteristiche del vino, la serietà e la tradizione, l’operosità della ditta e la zona di origine), di tipo ludico (tipica delle etichette che presentano una iconizzazione o una illustrazione del nome del vino sollecitando la nostra immaginazione). L’etichetta può influenzare la preferenza del consumatore, indipendentemente dalla qualità intrinseca del vino che egli può apprezzare con un’analisi sensoriale? Una delle premesse del Total Food Quality Model è che il consumatore forma le sue aspettative sulla qualità di un prodotto basandosi sulle informazioni – le quality cues- di cui egli dispone prima dell’acquisto (Brunsø, Fjord, Grunert, 2002), che sono tanto più importanti nel determinare la scelta, quanto più manca l’esperienza di acquisto di quel prodotto (Cardello, 1995). Esistono diversi studi che riguardano l’influenza dell’informazione relativa al prodotto, sulle attese sensoriali e/o edoniche del consumatore. Aspettative positive hanno dato luogo ad effetti positivi sull’accettabilità e viceversa (Cardello, Sawyer, 1992); diversi nuovi prodotti alimentari sono stati stimati più favorevolmente quando sono state date delle informazioni su di essi (Cardello et al., 1985; Kähkönen et al., 1999); l’intensità attesa per un attributo tende ad influenzare la valutazione delle caratteristiche sensoriali nella direzione della stessa (Cardello, Sawyer, 1992; Kähkönen, Tourila, 1998; Kähkönen et al., 1999). Se viene manipolato il livello della qualità attesa di un prodotto attraverso l’informazione, e si misura l’effetto conseguente sulla percezione reale di quell’alimento dopo il consumo, si osserveranno degli effetti sistematici (Cardello, 1995). In alcuni casi l’informazione ha effetti differenti a seconda del tipo di consumatore; ad esempio, un consumatore attento alla propria salute presenta una maggiore accettazione nei confronti di prodotti attestati come prodotti a basso contenuto di grasso (Kähkönen et al., 1996; Sheperd et al., 1991; Aaron et al., 1994). 97 5.2. Obiettivi Fra i prodotti alimentari di alto valore salutistico, quelli di origine biologica si stanno affermando sul mercato e stanno uscendo dalla nicchia in cui sono stati relegati per anni. Didero (2002) parla di un passaggio dei prodotti biologici dalla nicchia al segmento: oltre l’80% dei consumatori afferma di conoscere tali prodotti e più del 50% ne ha acquistato almeno uno nell’arco di un trimestre. Se, d’altro canto, confrontiamo quest’ultimo dato con il 2% che il biologico rappresenta rispetto ai consumi alimentari degli italiani, si pone qualche riflessione sull’efficacia della comunicazione, che dovrebbe puntare a motivazioni non soltanto legate alla sicurezza, ma anche alla qualità ecologica del prodotto e dell’ambiente, nonchè per motivi edonistici (Didero, 2002). In questo lavoro si è voluto indagare quanto sia diffuso il “fenomeno biologico” nel mondo del vino, ovvero quanto le etichette “biologico” e “certificato ISO” siano in grado di influenzare la preferenza del consumatore. Vogliamo in particolare verificare se, come osservato attraverso le interviste agli operatori del settore, il marchio “certificato ISO” sia un’indicazione che, se posta in etichetta, non dà un apprezzamento significativo per quel determinato prodotto da parte del consumatore, oppure se, al contrario, esso possa costituire una leva di marketing, da usare come attributo estrinseco di qualità del vino stesso. Un ulteriore obiettivo è quello di verificare quale sia la Disponibilità A Pagare nei confronti di un prodotto – il Prosecco biologico- che è ancora un prodotto di nicchia. Inoltre, verificheremo se l’etichetta recante una certificazione biologica o di qualità provoca un aumento della DAP, per effettuare una segmentazione del mercato e stabilire in quali canali di vendita è utile ai fini commerciali inserire il Prosecco con l’indicazione in etichetta della certificazione. 5.3. Materiali e metodi (parte sensoriale) Il primo quesito è stato affrontato tramite l’impiego di un metodo affettivo di preferenza in ambienti, e quindi con consumatori, diversi. 98 Le sedi di assaggio sono state due: una fiera nazionale di prodotti biologici (Fiera Sana, Bologna, 11-14 settembre 2003, Fig. 1) ed una fiera del vino nella zona del Prosecco (Festa dell’uva, Conegliano, 27-28 settembre 2003). Fig. 1 Fig. 2 99 Il metodo analizzato è stato quello del confronto a coppie (UNI ISO 5495, 2001) su due vini Prosecco frizzanti che provenivano dalla stessa azienda, ma che erano stati prodotti da due diversi tipi di materia prima: quella ottenuta con una coltivazione di tipo tradizionale e quella ottenuta attraverso le regole dell’agricoltura biologica. Il metodo utilizzato è del tipo “a scelta forzata”, in quanto obbliga a scegliere uno dei due campioni posti a confronto (Pagliarini, 2002). E’ evidente che la probabilità di scegliere un prodotto specifico è una su due. La probabilità dell’ipotesi nulla vale pertanto P=0,5. Il test risulta bilaterale per il fatto che l’organizzatore del test non sa aprioristicamente quale sarà il campione preferito dai consumatori (Porretta, 2000 ). Nel caso specifico da noi analizzato, il metodo del confronto a coppie non ha la finalità di verificare se esiste una differenza tra i due campioni, che sono due prodotti effettivamente diversi, ma di stabilire l’influenza che ha l’etichetta sulla preferenza del consumatore. L’analisi sensoriale è stata ripetuta tre volte, in momenti e con giudici diversi nelle due sedi, con le seguenti modalità: il primo confronto è stato fatto secondo i dettami dell’analisi sensoriale e quindi alla cieca (Fig. 2); nel secondo, invece, gli stessi due campioni erano identificati come “BIOLOGICO” e “NON BIOLOGICO”; infine nel terzo, i due vini in analisi venivano identificati come “CERTIFICATO ISO” e “NON CERTIFICATO”. La dicitura “CERTIFICATO ISO” indicava la conformità all’attuale regolamento “VISION 2000”. La corrispondenza tra etichetta e campione è illustrata nella Tab. 1. Ricordiamo che, mentre le due scritte: “biologico” e “non biologico” corrispondono rispettivamente al campione “biologico” e a quello “non biologico”, le etichette “certificato ISO” e “non certificato” non hanno una rispondenza nella realtà, in quanto si riferiscono entrambe a due vini della stessa azienda9, che sta adeguando il suo sistema di qualità alle norme ISO 9000:2000 proprio in questo periodo. Esse, pertanto, sono utilizzate soltanto per i nostri scopi di ricerca. I due campioni sono del tipo casuale semplice. Infatti, il numero dei giudici è stato dettato dal numero di visitatori che accettavano di sottoporsi all’assaggio: il totale è stato di 154 intervistati per la Fiera di Bologna e 96 per la Festa dell’uva di Conegliano (Tab. 2). 9 Ricordiamo che la certificazione di qualità ISO 9000:2000 è una certificazione di sistema, e non di prodotto. Due prodotti di una stessa azienda certificata VISION, perciò, dovrebbero in teoria recare entrambi la dicitura: “CERTIFICATO ISO”. 100 Tab. 1 Etichette usate nei test per il Prosecco biologico e non biologico Test Cieco Biologico / non biologico ISO / non ISO Prosecco biologico Prosecco non biologico 349 533 BIOLOGICO NON BIOLOGICO CERTIFICATO ISO NON CERTIFICATO ISO Tab. 2 Numero dei giudici / intervistati Test Fiera Sana Festa dell’uva totale Cieco 49 32 81 Biologico / non biologico 58 31 89 ISO / non ISO 47 33 80 154 96 250 Totale In merito alle caratteristiche dei giudici va precisato che i due campioni non sono rappresentativi dei frequentatori dei due eventi, ma solo dei frequentatori dei due eventi che sono stati attratti da una prova di assaggio del vino. I risultati non sono quindi confrontabili con quelli di altre indagini che non siano dei tests di assaggio realizzati con la stessa tecnica e nelle medesime condizioni. I visitatori possono avere subito il richiamo delle scritte apposte sul banchetto, che invitavano all’assaggio gratuito del vino in esame, oppure, come è successo in particolari orari, come la tarda mattinata o il tardo pomeriggio, essi hanno colto l’occasione per un “aperitivo”: il Prosecco Frizzante. 101 5.4. Materiali e metodi (parte economica) Dopo l’assaggio, i visitatori hanno apposto una crocetta sul codice (nel caso del test cieco) o sulla scritta (nel test biologico/non biologico e certificato ISO/non certificato), che trovavano sulla scheda di assaggio. Successivamente essi venivano invitati ad indicare, sulla stessa pagina, i prezzi che sarebbero stati disposti a pagare per i due vini in tre diverse tipologie di esercizio (ristorante, negozio specializzato in prodotti biologici, supermercato). Le pagine seguenti riportavano un questionario, che gli intervistati hanno autocompilato. Tale questionario era composto da più parti: • Una sezione di tipo socio-economico, in cui si delinea il potere d’acquisto e lo stile di vita dell’intervistato (vedi Allegato: sezione “Caratteristiche dell’intervistato”, pp. II-III); • Una sezione che tende a tracciare la visione che ha il consumatore della qualità percepita, in termini di attributi estrinseci della stessa, quali: marchio DOC, certificazione ISO, etc. (vedi Allegato: sezione “Informazioni generali sul consumo di vino”, pp.III-IV); • Una sezione sull’esperienza dell’intervistato nel campo del Prosecco biologico, e sul consumo di prodotti biologici in genere (vedi Allegato: sezione “Il Prosecco biologico”, p. IV); • Infine, una parte riguardante il territorio del Prosecco, per studiare la relazione tra la qualità del territorio di provenienza del vino che il consumatore percepisce e la qualità intrinseca che egli attribuisce al vino stesso (vedi Allegato: sezione “Vino e territorio”, p. V). Le domande successive erano chiuse perchè esse, al contrario delle domande aperte, consentono di raccogliere solo le informazioni utili alla rilevazione, standardizzando le risposte e fornendo un confronto tra i vari soggetti (per es. la domanda:”Cosa le fa venire in mente la dicitura “D.O.C.”?”, che è una domanda chiusa a risposta singola, che ha come risposte:”Un vino di qualità superiore”, oppure:”La garanzia di provenienza da uno specifico territorio”, oppure:”Non ne conosco il significato”, o, come ultima opzione:”Altro”). Essendo un questionario autocompilato, inoltre, l’uso delle domande chiuse permette la facile codifica delle risposte. Il tipo di errore che in 102 questo caso si può presentare è il rischio di condizionare le risposte, o di indurre la persona che non ha una propria opinione a cercare di indovinare la risposta appropriata o addirittura a rispondere a caso (Betti, 1999). È per tale motivo che in molte di queste domande abbiamo aggiunto come modalità di risposta aperta la denominazione “altro”, che ha il pregio di raccogliere i casi rari evitando che alcune persone si trovino in difficoltà, non riconoscendosi in nessuna delle risposte proposte (Betti, 1999). Altre domande erano del tipo multiresponse gerarchizzate (per es. “Acquista/consuma vino nelle seguenti categorie di esercizio?”): con queste si richiedeva al rispondente un ulteriore sforzo, nell’indicare in ordine di importanza un certo numero di modalità di risposta (nell’esempio sopra citato, la scelta era tra “mai”, “1-3 volte l’anno”, “3-6 volte l’anno”, “più di 6 volte l’anno”). Un ultimo tipo di domande facenti parte del questionario erano un sottoinsieme delle domande chiuse, dette domande filtro (per es. “Conosceva il Prosecco biologico?”). Attraverso di esse, si individuava un sottoinsieme di persone alle quali porre delle domande più specifiche su uno degli obiettivi della ricerca (per es. “Se non lo conosceva, come pensava potesse essere il Prosecco biologico?”). 103 CAPITOLO 6 DESCRIZIONE DEGLI INTERVISTATI 6.1. Caratteristiche dei campioni I due campioni hanno in comune, come già accennato, la caratteristica di essere campioni di natura casuale. 6.1.1. Caratteristiche socio-demografiche A Bologna, la percentuale dei maschi è stata del 61,7% e quella delle femmine del 38,3%; a Conegliano, la percentuale degli uomini era del 77,1% contro una percentuale femminile pari al 22,9% del totale (Fig. 1). Nel secondo caso, perciò, vi è stato un aumento della quota maschile, che riteniamo dovuto al carattere enologico-conviviale della seconda manifestazione. Gli uomini restano in entrambi i campioni la fetta predominante di consumatori che hanno risposto alla nostra iniziativa. Questo dato, per la fiera Sana, risulta in netto contrasto con quanto raccolto durante l’indagine effettuata da Nets in una precedente edizione della stessa Fiera, dove la percentuale femminile si attestava sul 51,3% degli operatori e sul 64,5% per i consumatori (fonte: sito Internet www.sana.it). Il richiamo, ovviamente, dell’assaggio di vino non è stato accolto da tutte le donne visitatrici della fiera, per cui possiamo dire che il vino in generale rimane un prodotto di destinazione prevalentemente maschile. 104 Intervistati per sesso 77,1 67,6 80 61,7 70 60 32,4 50 Intervistati % 38,3 40 22,9 30 Totale 20 Festa dell'uva (Conegliano) 10 0 Fiera Sana (Bologna) Maschi Femmine Sesso Fiera Sana (Bologna) Festa dell'uva (Conegliano) Totale Intervistati per sesso (%) Fiera Sana Festa dell'uva Totale (Bologna) (Conegliano) Maschi 61,7 77,1 67,6 Femmine 38,3 22,9 32,4 Totale 100,0 100,0 100,0 Fig. 1 Per quanto riguarda l’età, a Bologna il 16,4 % degli intervistati ha meno di 29 anni; il 58,1% è collocato in una fascia di età tra i 30 e i 49 anni, mentre il 25,5% ha un’età superiore ai 50 anni (Fig. 2). A Conegliano, invece, ben il 45,7% del campione è costituito da giovani e giovanissimi (età uguale od inferiore ai 29 anni); il 38,3% è rappresentato da persone di età 105 intermedia (tra i 30 e i 49 anni); mentre soltanto l’8,5% delle persone che hanno risposto al nostro invito hanno un’età superiore ai 50 anni. Intervistati per classi di età (%) 45 40,5 40 35 30,9 29,3 Intervistati% 30 30 28,8 24,3 25 20,6 19,6 20 14,6 14,4 15 7,4 10 5,3 5 2 7,4 4,6 5,7 6,4 3,2 2,1 1,3 1,6 0 < 20 20 - 29 Fiera Sana (Bologna) 30 - 39 40 - 49 50 - 59 60 - 69 Classi di età Festa dell'uva (Conegliano) > 69 Totale Intervistati per classi di età (%) Fiera Sana (Bologna) 2 Festa dell'uva (Conegliano) 5,3 Totale 20 - 29 14,4 40,5 24,3 30 - 39 29,3 30,9 30 40 - 49 28,8 7,4 20,6 50 - 59 19,6 6,4 14,6 60 - 69 4,6 7,4 5,7 > 69 1,3 2,1 1,6 100,0 100,0 100,0 < 20 Totale 3,2 Fig. 2 Se si guarda alla provenienza, invece (Fig. 3), si nota come soltanto il 30,1% dei frequentatori della Fiera Sana provenivano dalla provincia in cui si è svolto l’evento, mentre il 46,4% è giunto alla Fiera da fuori regione. Coloro che hanno partecipato alla Festa dell’uva, diversamente, vengono per gran parte dalla Marca Trevigiana, e quindi 106 dalla zona del Prosecco: il 93,6% degli intervistati. Possiamo dedurre che, essendo questi ultimi dei “conoscitori” del vino Prosecco a causa della loro provenienza, le preferenze da essi accordate potranno essere deviate da questo fattore. Intervistati per provenienza geografica 93,6 100 90 54,5 80 70 60 Intervistati % 29,8 50 15,7 30,1 40 30 46,4 23,5 20 0 10 3,2 3,2 0 Provincia dell'evento Altre Resto provincie dell'Italia della regione 0 0 Totale Festa dell'uva (Conegliano) Fiera Sana (Bologna) Estero Provenienza geografica Fiera Sana (Bologna) Festa dell'uva (Conegliano) Totale Intervistati per provenienza geografica (%) Fiera Sana (Bologna) 30,1 Festa dell'uva (Conegliano) 93,6 Totale Altre province della regione 23,5 3,2 15,7 Resto dell'Italia 46,4 3,2 29,8 Estero 0,0 0,0 0,0 Totale 100,0 100,0 100,0 Provincia dell'evento Fig. 3 107 54,5 Tra coloro che hanno accettato di rispondere al nostro questionario alla Fiera bolognese, il 32,9% ha la laurea, il 55% un diploma, mentre il 12,1% si è fermato alla scuola dell’obbligo (Fig. 4). Da notare che i laureati coneglianesi intervistati alla Festa dell’uva (il 15,2% del totale) erano la metà di quelli della Fiera Sana, mentre, per il primo evento, c’è un leggero aumento tra i diplomati (65,2%) e coloro che hanno concluso il loro ciclo di studi con la scuola dell’obbligo (19,6%). Intervistati per titolo di studio 5 8 ,9 6 5 ,2 70 60 55 19,6 40 Inte rvista ti % 26,2 1 4 ,9 50 T o ta le 32,9 30 1 5 ,2 20 12,1 F es ta d e ll'u v a (C on e g lian o ) 10 0 Sc Sc uo la uo la su pe de ll' o b rio bli re go F iera Sa n a (B o log n a ) Fie ra Sa na (B olog na ) F es ta de ll'uv a ( Co ne glian o) To tale Intervistati per titolo di studio (%) Fiera Sana (Bologna) Scuola dell'obbligo 12,1 Festa dell'uva (Conegliano ) 19,6 Scuola superiore 55,0 65,2 58,9 Università 32,9 15,2 26,2 Totale 100,0 100,0 100,0 Fig. 4 108 Totale 14,9 Per quanto riguarda il numero dei componenti il nucleo famigliare (Fig. 5), tra gli intervistati alla Fiera Sana il 49,6% dei nuclei famigliari è costituito da una singola persona o da una coppia, il 39,5% è rappresentato da famiglie di 3 o 4 componenti, mentre i nuclei famigliari più numerosi (5 persone o più) sono soltanto il 10.9% del totale. A Conegliano si registra una situazione diversa: i più (59%) vengono da famiglie di 3 o 4 persone; i singles e le coppie scendono al 28,2%; le famiglie numerose sono invece rappresentate da una percentuale simile a quella bolognese: il 12,8%. Intervistati per numero componenti il nucleo familiare (%) 35 30,8 28,7 30 28,2 Intervistati% 25,6 25 24,2 22,7 20,9 21,7 20,5 20 17,8 15,9 15 10 7,7 7 7,7 7,2 5 3,1 2,6 2,9 2,5 0,8 1,5 0 1 2 3 4 5 6 >6 Numero componenti il nucleo familiare Fiera Sana (Bologna) Festa dell'uva (Conegliano) Totale Intervistati per numero componenti il nucleo familiare (%) Festa dell'uva (Conegliano) 7,7 Totale 1 Fiera Sana (Bologna) 20,9 2 28,7 20,5 25,6 3 17,8 30,8 22,7 4 21,7 28,2 24,2 5 7,0 7,7 7,2 6 3,1 2,6 2,9 >6 0,8 2,5 1,5 100,0 100,0 100,0 Totale Fig. 5 109 15,9 Le percentuali relative alle classi di reddito mensile del nucleo famigliare (Fig. 6) sono simili nei due eventi: i redditi medio-bassi (1000-3000 euro per famiglia) sono il 61,8% per Bologna e il 55,6% per Conegliano; i redditi medio-alti (3000-5000) sono il 24,5% per Bologna e il 19,4% per Conegliano; i redditi che superano i 5000 euro per famiglia mensili sono per la Fiera Sana il 10,1% e per la Festa dell’uva il 16,7%; i redditi inferiori ai 1000 euro sono per l’evento bolognese quasi la metà (il 3,6%) rispetto a quelli dei partecipanti alla festa di Conegliano (l’8,3%). Intervistati per classi di reddito mensile del nucleo familiare (%) 35 32,3 30 Intervistati % 31,4 29,5 29,2 28,4 26,4 25 20 16,7 15,1 15 12,5 12,3 9,4 8,3 10 5 14,2 3,6 6,9 8,5 10,1 5,2 0 < 1.000 1.000 - 2.000 2.000 - 3.000 3.000 - 4.000 4.000 - 5.000 > 5.000 Classi di reddito mensile del nucleo familiare Fiera Sana (Bologna) Festa dell'uva (Conegliano) Totale Intervistati per classi di reddito mensile del nucleo familiare (%) € / mese Fiera Sana (Bologna) 3,6 Festa dell'uva (Conegliano) 8,3 Totale 1000 – 2000 32,3 29,2 31,4 2000 – 3000 29,5 26,4 28,4 3000 – 4000 15,1 12,5 14,2 4000 - 5000 9,4 6,9 8,5 > 5000 10,1 16,7 12,3 Totale 100,0 100,0 100,0 < 1000 Fig.6 110 5,2 Se osserviamo questi redditi mensili riferiti procapite (Fig. 7), notiamo che, in realtà, le disponibilità di denaro che ha il singolo sono diverse nei due eventi: alla Festa dell’uva il 14,9% ha dichiarato di guadagnare meno di 500 euro mensili, mentre alla Sana solo il 4% ha dato una risposta simile. Analogamente, a Conegliano il 55,3% dichiara di guadagnare tra i 500 e i 1000 euro al mese, contro il 37,4% di Bologna. I più “ricchi”, con uno stipendio tra i 2001 e i 2500 euro mensili sono gli intervistati di Bologna (il 9,1% di loro, contro il 6,4% dei coneglianesi). In definitiva, dividendo i redditi del nucleo famigliare per il numero dei componenti, emerge che nel campione di Conegliano gli intervistati con le disponibilità di denaro più modeste sono più frequenti che nel campione di Bologna. Intervistati per classi di reddito mensile procapite (%) 60 55,3 Intervistati % 50 43,2 37,4 40 45,5 36,3 30 20 10 17 14,9 7,5 4 3 6,4 4,1 9,1 8,2 6,4 0 0 0 1 0 0,7 2.501 3.000 > 3.000 0 < 500 500 1.000 1.001 1.500 1.501 2.000 2.001 2.500 Reddito mensile procapite Fiera Sana (Bologna) Festa dell'uva (Conegliano) Totale Intervistati per classi di reddito mensile procapite* (%) Fiera Sana (Bologna) Festa dell'uva (Conegliano) Totale < 500 4,0 14,9 7,5 500 - 1000 37,4 55,3 43,2 1001 - 1500 45,5 17,0 36,3 1501 - 2000 3,0 6,4 4,1 2001 - 2500 9,1 6,4 8,2 2501 -3000 0,0 0,0 0,0 > 3000 1,0 0,0 0,7 Totale 100,0 100,0 100,0 € / mese * Reddito del nucleo familiare / numero componenti il nucleo familiare Fig. 7 111 6.1.2. Stili di vita e motivazioni La domanda: “Per quale motivo ha deciso di visitare questa fiera?” , che è stata posta soltanto ai visitatori della Fiera Sana, ha visto come risposte le seguenti: • Il 38,3 % ha risposto che ha partecipato all’iniziativa “per curiosità”; • Il 27,9% perché da tempo segue un’alimentazione sana ed equilibrata; • Il 15,6% perché lavora nel settore del biologico; • L’11,7% perché ha uno stand in fiera; • Il 16,2% ha deciso di visitare la fiera per altri motivi. Il 27,3% del campione che ha risposto al questionario era perciò costituito da operatori del settore, che conoscono i prodotti biologici. I “curiosi”, che si stanno avvicinando al consumo del biologico sono abbastanza numerosi, data la percentuale del 38,3%. Per meglio rappresentare la tipologia di consumatore di vino che abbiamo incontrato nelle due manifestazioni, abbiamo posto agli intervistati una domanda sui vari hobbies e su ciò che in generale amano fare nel loro tempo libero, insieme alla frequenza con cui essi si dedicano alle attività da loro praticate (Tab. 1). Quelli che si dedicano alle attività culturali (lettura, cinema e teatro) sono il 51% di coloro che hanno risposto alla nostra domanda alla Fiera di Bologna, contro il 29,4% dei partecipanti alla Festa dell’uva di Conegliano. Le percentuali si avvicinano quando chiediamo chi dedica molto tempo allo sport (24,3% a Bologna; 24,7% a Conegliano) o ai viaggi (il 14% a Bologna; 18,7% a Conegliano). Chi guarda più spesso la televisione sono i coneglianesi (il 14,4%) rispetto agli intervistati di Bologna (il 6,2% di loro). Sono pochi sia i Coneglianesi (5,9%) sia gli intervistati a Bologna (il 5,8%) che dedicano molto tempo all’hobbistica e al bricolage. Una percentuale esigua è anche quella che registriamo, in entrambi i casi, calcolando il numero di chi pratica spesso attività sociali, culturali, di volontariato,ecc. (Conegliano: il 6,7%; Bologna: il 9%). Un caso interessante è quello che ci si presenta quando prestiamo attenzione ai dati relativi a chi non si occupa MAI di attività ambientalistiche o naturalistiche: mentre alla Sana ha risposto in tal modo il 29,1% degli intervistati, a Conegliano si è rilevato un consistente 65,8%. Considerata la peculiarità della tipologia di attività, che è praticata da poche persone in generale, consideriamo più significativo porre l’attenzione su questi 112 dati, anzichè osservare quelli relativi a coloro che dedicano “molto” tempo libero a queste attività (il 5% di Bologna, contro il 2,4% di Conegliano). In particolare, ai fini della ricerca, questi dati confermano che il campione di Bologna presenta un maggior interesse per le attività ambientalistiche e naturalistiche di quello di Conegliano e che pertanto dovrebbe presentare una maggiore sensibilità verso i prodotti biologici. Tab. 1 Quanto tempo libero dedica alle seguenti attività? (% intervistati) Niente Fiera Sana (Bologna) Lettura di giornali, libri, ecc. Teatro, cinema Viaggi e vacanze Sport Guardare la TV Attività sociali, volontariato, culturali, politiche, ecc. Attività ambientalistiche, naturalistiche, ecc. Hobbistica, bricolage Festa dell'uva (Conegliano) Lettura di giornali, libri, ecc. Sport Viaggi e vacanze Guardare la TV Teatro, cinema Hobbistica, bricolage Attività sociali, volontariato, culturali, politiche, ecc. Attività ambientalistiche, naturalistiche, ecc. Totale Lettura di giornali, libri, ecc. Viaggi e vacanze Sport Teatro, cinema Guardare la TV Attività sociali, volontariato, culturali, politiche, ecc. Hobbistica, bricolage Attività ambientalistiche, naturalistiche, ecc. 113 poco abbastanza molto Totale 2,7 9,4 4,0 23,5 13,7 16,1 30,2 41,3 20,6 58,2 46,3 44,3 40,7 31,6 21,9 34,9 16,1 14,0 24,3 6,2 33,3 38,9 18,8 9,0 100,0 29,1 38,8 45,3 35,3 20,6 20,1 5,0 100,0 5,8 100,0 7,9 18,0 8,8 8,9 9,3 45,9 24,7 18,0 39,5 50,0 48,8 28,2 42,7 39,3 33,0 26,7 37,2 20,0 46,1 31,5 15,7 6,7 100,0 65,8 20,0 11,8 2,4 100,0 4,6 5,8 21,3 9,4 11,9 19,3 40,6 19,6 37,0 55,1 45,0 37,8 34,7 41,7 23,7 38,1 41,5 36,1 32,6 17,6 20,1 8,2 100,0 5,8 100,0 42,9 35,8 17,3 4,0 100,0 24,7 24,7 18,7 14,4 4,7 5,9 31,1 15,8 24,4 11,9 9,3 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 6.1.3. Rapporto con il vino Una domanda del questionario riguardava la categoria di consumatore di vino in cui la persona si identificava (Fig. 8): il 4,6 % dei partecipanti alla “Sana” si è dichiarato “professionista nel settore enologico”. Un altro 4,6% è rappresentato dagli assaggiatori esperti. Il 25,8% del campione è di consumatori esperti, mentre un 64,9% è la fetta più consistente, data dai consumatori generici. La cosa interessante è il paragone tra i partecipanti alla “Sana” e quelli della Festa dell’Uva proprio in questi termini: anche a Conegliano registriamo un esiguo 5,5% per i professionisti del settore e un 3,3% per gli assaggiatori esperti, mentre le percentuali si elevano e sono ancora simili al campione bolognese per quanto riguarda i consumatori esperti (il 27,5% del totale) ed i consumatori generici (il 63,7%). C a te g o r i e d i a p p a rt e n e n z a 6 4 ,5 70 6 3 ,7 60 6 4 ,9 50 2 6,4 40 I n te r v is ta ti % 5 4 ,1 30 5 ,5 20 4 ,7 10 lg o Svo p ro v i tà fe s a s io n T o t a le 4,6 0 a tt i un' 2 7 ,5 25,8 3 ,3 F e s t a d e l l' u v a ( C o n e g l i a n o ) le er Esp ss to a agg Co n i a to re re a to sum C F ie r a S a n a ( B o l o g n a ) er esp F ie r a S a n a ( B o lo g n a ) to to uma ons en re g e r ic o F e s t a d e l l ' u v a ( C o n e g l ia n o ) T o ta l e Delle seguenti categorie a quale appartiene? (%) Fiera Sana Festa dell'uva (Bologna) (Conegliano) Svolgo un’attività professionale 4,7 5,5 nel settore enologico Esperto assaggiatore 4,6 3,3 Totale 5,0 4,1 Consumatore esperto 25,8 27,5 26,4 Consumatore generico 64,9 63,7 64,5 Totale 100,0 100,0 100,0 Fig. 8 114 La Tab. 2 illustra la frequenza con cui gli intervistati nei due diversi eventi acquistano vino nelle diverse tipologie di esercizio. Tra coloro che hanno visitato la Fiera Sana di Bologna, il 57,4% consuma vino al ristorante più di 6 volte all’anno, mentre lo acquista al supermercato con la stessa frequenza il 47,3% di loro. La percentuale decresce se si considerano, nell’ordine: bar, osterie (38,1%), cantine (36,3%), enoteche (26,8%), negozi specializzati in prodotti biologici (solo il 16,8%). Se osserviamo le percentuali di coloro che non acquistano o consumano MAI vino nelle tipologie di esercizio suddette, notiamo che i dati invertono la tendenza, con una successione che stavolta è crescente: infatti, sono pochi gli intervistati alla Sana che non consumano MAI vino al ristorante (11,3%), o non lo acquistano al supermercato (21,9%); il 30,6% non lo consuma mai al bar o nelle osterie, il 31,5% nelle enoteche; la percentuale più alta è quella di coloro che non lo acquistano MAI nei negozi specializzati (47,5%). Gli intervistati della Festa dell’uva di Conegliano, invece, prediligono il consumo di vino nei bar e nelle osterie (lo fa spesso il 67,9% di loro, contro il 38,1% degli intervistati di Bologna). Chi consuma vino al ristorante per più di 6 volte all’anno è il 56,1% di loro, che è un dato paragonabile con quello della Fiera Sana. Una percentuale molto più elevata rispetto ai dati raccolti all’evento bolognese riguarda il dato relativo a coloro che bevono frequentemente vino in enoteca: ben il 43,9% dei Coneglianesi, a dimostrazione del fatto che si tratta di una tipologia di consumatori molto attenta alla qualità del vino. Il dato che interessa quelli che acquistano frequentemente vino nelle cantine è un po’ più elevato (41,6%) rispetto ai dati bolognesi (36,3%). E’ sorprendente il gap che si registra tra gli assidui dell’acquisto del vino al supermercato che abbiamo intervistato a Conegliano, confrontati con quelli di Bologna: solo il 31,9%, contro il 47,3% registrato alla Fiera Sana. 115 Tab. 2 Acquista / consuma vino nelle seguenti categorie di esercizi? (% intervistati) Mai 1-3 volte 4-6 volte più di 6 l’anno l’anno volte l’anno totale Fiera Sana (Bologna) Ristoranti 11,3 18,0 13,3 57,4 100,0 Supermercati 21,9 13,7 17,1 47,3 100,0 Bar, Osterie 30,6 17,7 13,6 38,1 100,0 Cantine 31,5 18,9 13,3 36,3 100,0 Enoteche 34,9 25,3 13,0 26,8 100,0 Negozi specializzati in prodotti 47,5 24,5 11,2 16,8 100,0 Bar, Osterie 8,0 14,9 9,2 67,9 100,0 Ristoranti 11,3 16,3 16,3 56,1 100,0 Enoteche 11,0 25,6 19,5 43,9 100,0 Cantine 14,6 20,2 23,6 41,6 100,0 Supermercati 45,9 15,3 6,9 31,9 100,0 Negozi specializzati in prodotti 68,0 15,3 4,2 12,5 100,0 biologici Festa dell'uva (Conegliano) biologici Osserviamo, anche in questo caso, i dati relativi a coloro che non acquistano MAI vino nelle varie tipologie di esercizio. Tra gli avventori della Festa dell’uva, infatti, solo l’8% non beve mai vino nei bar o nelle osterie (ricordiamo che a Bologna la percentuale era del 30,6%). La percentuale relativa a chi non lo consuma mai nei ristoranti è, invece, uguale a quella registrata alla Fiera Sana: l’11,3%. Diminuiscono, d’altro canto, quelli che non consumano mai vino nelle enoteche (l’11% contro il 34,9% dei bolognesi), o che non lo acquistano presso le cantine (14,6%, contro il 31,5% rilevato alla Fiera Sana). Il dato che interessa la percentuale dei coneglianesi che non acquistano MAI vino nei supermercati (45,9%) è il doppio del corrispondente dato degli intervistati a Bologna (il 21,9%), mentre si registra un elevato 68% tra i coneglianesi che non acquistano vino nei negozi specializzati in prodotti biologici. Lo stesso vino viene acquistato dai Coneglianesi con maggior frequenza nei bar e nelle enoteche, ma non si disdegna il ristorante e l’acquisto presso le cantine. Gli intervistati alla Fiera bolognese, invece, si distinguono per degli acquisti più frequenti presso i 116 supermercati. Ne consegue che l’acquisto di vino in negozi di prodotti biologici non è un evento comune, nè tra gli aficionados dei prodotti “bio”, nè tra gli abitanti delle terre del Prosecco. Non costituisce quindi un vantaggio, almeno per quanto riguarda il mercato italiano, utilizzare i negozi specializzati in prodotti biologici come canale di vendita per un prodotto come il vino bio. Ai fini della ricerca è importante osservare che: ! l’88,7% degli intervistati alla Fiera Sana e di quelli di Conegliano acquistano/consumano vino al ristorante e quindi hanno maturato un’esperienza della qualità e dei prezzi del vino in questa tipologia di mercato; ! soltanto il 52,5% ed il 32% degli intervistati rispettivamente all’evento bolognese e a Conegliano acquistano vino nei negozi specializzati e quindi hanno una minore esperienza della qualità e dei prezzi di tale mercato; ! il 78,1% tra i visitatori della Sana ed il 54,1% tra quelli della Festa dell’uva di Conegliano hanno una certa esperienza di acquisto del vino al supermercato; ! alla Festa coneglianese ben il 92% ha l’usanza di acquistare o consumare vino al bar o nelle osterie e quindi ne conosce qualità e prezzi, contro il 69,4% del campione bolognese; ! analogamente, tra gli intervistati a Conegliano l’89% ha l’esperienza dell’acquisto presso le enoteche, mentre la percentuale si abbassa al 65,1% se consideriamo gli intervistati della Fiera Sana; ! un simile paragone lo si può fare se osserviamo le percentuali di quelli di Conegliano e di Bologna che acquistano vino direttamente presso le cantine: rispettivamente l’85,4% ed il 68,5%. Abbiamo posto, a coloro che hanno accettato di rispondere al nostro questionario, una domanda che aveva lo scopo di misurare l’importanza che ha il marchio D.O.C agli occhi del consumatore (Fig. 9). Le risposte che abbiamo ricevuto sono state, per gli intervistati dei due eventi, simili nelle percentuali. Il marchio D.O.C. è garanzia di qualità superiore per il 31,8% degli intervistati della Fiera Sana, e per il 27,1% per quelli della Festa dell’uva. Molti (il 68,2% per la Fiera Sana ed il 70,8% per Conegliano) sanno che esso è la garanzia della provenienza da uno specifico territorio. Pochi non ne conoscono il significato. Stranamente, la quota maggiore, anche se esigua, è quella che abbiamo rilevato a Conegliano, dove il 2,1% non è a conoscenza del 117 significato di “D.O.C.” , mentre la percentuale scende allo 0,6% tra gli intervistati a Bologna. Il 6,3% a Conegliano ed il 6,5% a Bologna ha risposto:“altro”. Intervistati % Cosa le fa venire in mente la dicitura "D.O.C."? 80,0 70,0 60,0 50,0 40,0 30,0 20,0 10,0 0,0 68,2 70,8 69,2 31,8 27,1 30,0 6,5 Un vino di qualità superiore La garanzia di provenienza da uno specifico territorio Fiera Sana (Bologna) 6,3 6,4 Altro Festa dell'uva (Conegliano) 0,6 2,1 1,2 Non ne conosco il significato Totale Cosa le fa venire in mente la dicitura “D.O.C”? (più risposte; %). Un vino di qualità superiore La garanzia di provenienza da uno specifico territorio Altro Non ne conosco il significato Fiera Festa Sana dell'uva (Bologna) (Conegliano) Totale 31,8 27,1 30,0 68,2 6,5 0,6 70,8 6,3 2,1 69,2 6,4 1,2 Fig. 9 Un’altra domanda che abbiamo posto agli intervistati in entrambe le occasioni riguardava i fattori a cui essi davano importanza quando scelgono un vino (Tab. 3). Dal coefficiente di ordinamento, che ordina tali fattori in base all’importanza che essi assumono per il consumatore, notiamo come gusto e dicitura “D.O.C” siano i principali determinanti nella scelta di un vino per entrambi i campioni. Per gli intervistati alla Fiera Sana seguono il prezzo e la marca, mentre questo ordine è invertito per i coneglianesi. Il target della Fiera del biologico prende in considerazione la certificazione di qualità, piuttosto del consiglio di un amico o di chi vende, come invece succede per il campione di Conegliano, meno attratto da questo fattore nella scelta di un vino. Per ultimi in ordine di importanza stanno l’etichetta e la forma della bottiglia, seguiti dalla pubblicità sul prodotto, secondo l’opinione di entrambi i target considerati. 118 In realtà, vedremo come l’informazione eserciti un’influenza sulla preferenza sensoriale e sulla Disponibilità a Pagare (DAP), in modo preponderante per gli intervistati della Fiera di Bologna. Tab. 3 Quando acquista un vino, quale importanza attribuisce ai seguenti fattori (% intervistati). 1 2 3 4 5 Totale Coe* Fiera Sana (Bologna) Il gusto 2,0 2,0 10,7 31,5 53,8 100,0 4,33 La dicitura “D.O.C.” 11,2 11,2 23,1 28,0 26,5 100,0 3,47 Il prezzo 10,3 18,6 46,2 15,2 9,7 100,0 2,95 La marca 17,7 19,7 27,9 21,1 13,6 100,0 2,93 La certificazione di qualità ISO 9000:2000 30,9 19,4 22,4 15,8 11,5 100,0 2,58 Mi faccio consigliare da un amico 37,5 19,0 21,8 16,3 5,4 100,0 2,33 Mi faccio consigliare da chi me la vende 36,5 22,1 26,2 9,7 5,5 100,0 2,26 Una etichetta ed una forma della bottiglia dall’aspetto accattivante 42,3 20,4 23,9 9,2 4,2 100,0 2,13 Mi faccio guidare dalla pubblicità su quel prodotto 69,0 19,2 6,9 2,8 2,1 100,0 1,50 2,2 1,1 5,6 25,6 65,5 100,0 4,51 Festa dell'uva (Conegliano) Il gusto La dicitura “D.O.C.” 4,5 11,4 28,4 26,1 29,6 100,0 3,65 La marca 11,5 17,2 29,9 26,5 14,9 100,0 3,16 Il prezzo 13,8 13,8 41,4 18,4 12,6 100,0 3,02 Mi faccio consigliare da un amico 26,4 18,1 21,7 15,7 18,1 100,0 2,81 Mi faccio consigliare da chi me la vende 22,9 18,1 28,9 18,1 12,0 100,0 2,78 La certificazione di qualità ISO 9000:2000 29,7 11,9 27,4 16,7 14,3 100,0 2,74 Una etichetta ed una forma della bottiglia dall’aspetto accattivante 38,6 26,5 16,9 8,4 9,6 100,0 2,24 Mi faccio guidare dalla pubblicità su quel prodotto 61,0 15,8 11,0 6,1 6,1 100,0 1,81 Totale Il gusto 2,1 1,7 8,8 29,3 58,1 100,0 4,40 La dicitura “D.O.C.” 8,7 11,3 25,1 27,3 27,6 100,0 3,54 La marca 15,4 18,8 28,6 23,1 14,1 100,0 3,02 Il prezzo 11,6 16,8 44,4 16,4 10,8 100,0 2,98 La certificazione di qualità ISO 9000:2000 30,5 16,6 24,2 16,1 12,6 100,0 2,64 Mi faccio consigliare da un amico 33,5 18,7 21,7 16,1 10,0 100,0 2,50 Mi faccio consigliare da chi me la vende 31,6 20,6 27,2 12,7 7,9 100,0 2,45 Una etichetta ed una forma della bottiglia dall’aspetto accattivante 40,9 22,7 21,3 8,9 6,2 100,0 2,17 Mi faccio guidare dalla pubblicità su quel prodotto 66,0 18,1 8,4 4,0 3,5 100,0 1,61 * coe = coefficiente di ordinamento: è la media dell’importanza attribuita ponderata con le frequenze percentuali. 119 Se osserviamo le garanzie che vorrebbero gli intervistati da un produttore di vino (Fig. 10), notiamo come il 62,3% di coloro che abbiamo interpellato alla Fiera Sana sarebbe soddisfatto se fosse garantita l’assenza di residui di trattamenti, coerentemente con le motivazioni che li hanno spinti a visitare una Fiera di prodotti biologici. Solo il 36,5% del campione di Conegliano ha espresso la medesima opinione. Il rispetto per l’ambiente è sempre in primo piano per gli intervistati della Sana (il 41,6% di loro) che per i coneglianesi (solo il 20,8%), mentre è più alta la percentuale dei partecipanti alla Festa dell’uva che vorrebbe dal produttore la garanzia di provenienza del suo vino da uno specifico territorio (il 54,2% di essi, contro il 46,8% degli intervistati a Bologna). Quali garanzie vorrebbe dal produttore di vino? 70 62,3 Intervistati % 60 54,2 52,4 50 40 46,8 41,6 36,5 49,6 33,6 30 20,8 20 7,1 10 5,2 6,4 0 L’assenza di residui di trattamenti Il rispetto per l’ambiente Fiera Sana (Bologna) La sicura provenienza delle uve da uno specifico territorio Festa dell'uva (Conegliano) Altro Totale Quali garanzie vorrebbe dal produttore di vino? Fiera Festa Sana dell'uva (Bologna) (Conegliano)Totale L’assenza di residui di trattamenti 62,3 36,5 52,4 Il rispetto per l’ambiente 41,6 20,8 33,6 La sicura provenienza delle uve da uno specifico territorio 46,8 54,2 49,6 Altro 7,1 5,2 6,4 Fig. 10 120 6.1.4. Rapporto con le certificazioni Nella Fig. 11 vediamo le percentuali degli intervistati nei due eventi che hanno dato delle diverse risposte alla domanda:”Cos’è per lei la certificazione di qualità ISO 9000:2000?” Nessuno, tra gli interpellati alla Festa dell’uva, afferma che la certificazione ISO 9000:2000 è un marchio che vede spesso sui prodotti che acquista, mentre, nel campione bolognese, il 9,1% risponde affermativamente. L’85,4% dei coneglianesi e il 79,2% degli intervistati a Bologna è convinto che la famiglia di norme suddetta sia “la garanzia che, per ottenere quel prodotto, siano state eseguite delle procedure rigorosamente controllate”, mentre percentuali più esigue rispondono che essa è “una famiglia di norme che riguardano diversi settori” (il 4,2% del campione coneglianese e l’1,3% di quello bolognese). Il 3,1% tra gli intervistati alla Festa dell’uva e il 2,6% dei visitatori della Fiera del biologico risponde:”Altro”. Il 5,2% a Conegliano e il 2,6% a Bologna afferma di non conoscerne il significato. 121 Intervistati % Cos’è per lei la certificazione di qualità ISO 9000:2000? (%) 90 80 70 60 50 40 30 20 10 0 79,2 9,1 0 85,4 81,6 5,6 Un marchio che vedo La garanzia che, per spesso sui prodotti ottenere quel che acquisto prodotto, siano state eseguite delle procedure rigorosamente controllate Fiera Sana (Bologna) 1,3 4,2 2,4 2,6 3,1 2,8 8,4 5,2 7,2 Una famiglia di norme che riguardano diversi settori Altro Non so Festa dell'uva (Conegliano) Totale Cos’è per lei la certificazione di qualità ISO 9000:2000? (%). Festa Fiera Sana dell'uva (Bologna) (Conegliano) Un marchio che vedo spesso sui prodotti che acquisto La garanzia che, per ottenere quel prodotto, siano state eseguite delle procedure rigorosamente controllate Una famiglia di norme che riguardano diversi settori Altro Non so Fig. 11 122 Totale 9,1 0 5,6 79,2 85,4 81,6 1,3 2,6 8,4 4,2 3,1 5,2 2,4 2,8 7,2 Per quanto riguarda la conoscenza del Prosecco biologico (Fig. 12), notiamo che il 27,9% dei visitatori della Fiera Sana lo conosceva precedentemente, mentre soltanto il 23,9% dei coneglianesi ne aveva già sentito parlare. L’11,7% dei primi, inoltre, ha già acquistato altri vini biologici, contro l’8,7% degli intervistati a Conegliano. Conosceva il prosecco biologico? 80,0 67,4 Intervistati % 70,0 60,4 63,0 60,0 50,0 40,0 30,0 27,9 23,9 26,4 20,0 11,7 10,0 8,7 10,6 0,0 Sì No Fiera Sana (Bologna) Ho assaggiato un altro tipo di vino biologico Festa dell'uva (Conegliano) Totale Conosceva il Prosecco biologico? Festa Fiera Sana dell'uva (Bologna) (Conegliano) Sì 27,9 23,9 No 60,4 67,4 Ho assaggiato un altro tipo di vino biologico 11,7 8,7 Totale 100,0 100,0 Totale 26,4 63,0 10,6 100,0 Fig. 12 Tra quelli che non l’hanno mai assaggiato (Fig. 13), il 32,3% degli intervistati a Bologna pensava potesse essere di qualità superiore al Prosecco tradizionale, contro il 19,4% dei coneglianesi. Tra questi ultimi, infatti, l’11,3% si immaginava un prodotto di qualità inferiore, mentre la percentuale scende se si considera il campione bolognese (l’8,3% di essi). 123 Il 29% degli intervistati di Conegliano è, d’altro canto, convinto che il Prosecco biologico potesse essere simile a quello che assaggiava una volta, ed il 50% di essi lo immagina “più naturale e senza additivi”. Le percentuali corrispondenti sono il 25,8% ed il 45,2% rispettivamente del campione della Fiera Sana. Se no, come pensava potesse essere? 60 50 Intervistati % 50 40 45,2 32,3 27,1 30 20 25,8 29 47,1 27,1 19,4 8,6 10 11,3 9,7 0 Di qualità superiore al prosecco non biologico Di qualità inferiore al prosecco non biologico Fiera Sana (Bologna) Con un gusto simile al Prosecco che assaggiavo una volta Festa dell'uva (Conegliano) Più naturale, senza additivi Totale Se no, come pensava potesse essere?(più risposte): Fiera Festa Sana dell'uva (Bologna) (Conegliano)Totale Di qualità superiore al Prosecco non biologico 32,3 19,4 27,1 Di qualità inferiore al Prosecco non biologico 8,6 11,3 9,7 Con un gusto simile al Prosecco che assaggiavo una volta 25,8 29 27,1 Più naturale, senza additivi 45,2 50 47,1 Fig. 13 Tra coloro che invece conoscevano già il prodotto (Fig. 14), il 10% degli intervistati di Bologna ed il 9,5% di quelli di Conegliano lo giudicano eccellente; solo il 23,8% del campione della Festa dell’uva lo considera ottimo, contro il 50% dei visitatori della Fiera del biologico; il 61,9% dei primi lo valuta come buono, contro il 37,5% dei 124 secondi; il 4,8% del campione di Conegliano, confrontato con il 2,5% di quello dell’evento bolognese lo giudica scarso. Se sì, quale aggettivo potrebbe attribuirgli? 70,0 61,9 60,0 50,0 50,0 45,9 Valori % 41,0 37,5 40,0 30,0 23,8 20,0 10,0 9,5 9,8 10,0 2,5 4,8 3,3 0,0 Eccellente Ottimo Fiera Sana (Bologna) Buono Festa dell'uva (Conegliano) Scarso Totale Se sì, quale aggettivo potrebbe attribuirgli? Eccellente Ottimo Buono Scarso Totale Fiera Sana (Bologna) 10,0 50,0 37,5 2,5 100,0 Festa dell'uva (Conegliano) 9,5 23,8 61,9 4,8 100,0 Totale 9,8 41,0 45,9 3,3 100,0 Fig. 14 Se osserviamo la Fig. 15, relativa alla frequenza di acquisto dei prodotti biologici, notiamo che il 36,2% dei visitatori della Fiera Sana che hanno deciso di rispondere al nostro questionario acquista spesso tale tipologia di prodotto, mentre soltanto il 9,9% degli intervistati alla Festa dell’uva ha questa abitudine. Le percentuali di coloro che, dei due campioni, comprano qualche volta prodotti biologici sono invece simili (il 125 49,3% alla Fiera Sana ed il 47,3% a Conegliano). Tra i coneglianesi, d’altro canto, una certa percentuale (il 42,8%) non acquista MAI prodotti di questo tipo, contro il 14,5% degli intervistati della Fiera del biologico. Con quale frequenza acquista prodotti biologici? 60 49,3 50 47,3 48,6 Intervistati % 42,8 40 36,2 30 26,3 25,1 20 14,5 9,9 10 0 Spesso Fiera Sana (Bologna) Qualche volta Mai Festa dell'uva (Conegliano) Con quale frequenza acquista prodotti biologici? Fiera Sana Festa dell'uva (Bologna) (Conegliano) Spesso 36,2 9,9 Qualche volta 49,3 47,3 Mai 14,5 42,8 Totale 100,0 100,0 Totale Totale 26,3 48,6 25,1 100,0 Fig. 15 I luoghi di acquisto preferiti dagli intervistati di Bologna (Fig. 16) per i prodotti biologici sono i negozi specializzati (il 56,9% di loro li acquista in questa tipologia di esercizio), ma un’alta percentuale di essi ha l’abitudine di acquistare tali prodotti anche al supermercato (il 55,4%). Tra i coneglianesi, la preferenza di acquisto dei prodotti biologici è più marcata per il negozio specializzato (il 59,6%), seguito dal supermercato (il 44,2%). Delle percentuali più esigue si registrano tra coloro che hanno scelto 126 l’opzione “altro” come risposta (il 7,7% all’evento bolognese ed il 5,8% a quello di Conegliano). Dove li acquista? 70,0 Intervistati % 60,0 50,0 56,9 55,4 59,6 57,7 52,2 44,2 40,0 30,0 20,0 7,7 10,0 5,8 7,1 0,0 Nei supermercati Fiera Sana (Bologna) Nei supermercati Nei negozi specializzati Altro Nei negozi specializzati Festa dell'uva (Conegliano) Dove li acquista? Fiera Sana Festa dell'uva (Bologna) (Conegliano) 55,4 44,2 56,9 59,6 7,7 5,8 Altro Totale Totale 52,2 57,7 7,1 Fig. 16 6.1.5. Rapporto con il territorio Per valutare il rapporto degli intervistati con il territorio del Prosecco (la “Strada del vino bianco Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano), e per valutare l’impatto delle attività di marketing del Consorzio di Tutela del Prosecco sul consumatore, abbiamo posto due ulteriori domande. Innanzitutto, abbiamo chiesto agli intervistati se conoscevano la Strada del vino bianco Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano (Fig. 17). Il 71,5% del campione bolognese dichiara di non averla visitata, mentre una 127 percentuale sorprendente (il 19,6%) dei coneglianesi, che vi abitano, dichiarano di non averla mai vista… L’8,4% dei primi afferma di non sapere dove si trova, contro il 2,2% dei secondi, che è sempre una percentuale considerevole. Ha visitato la strada del vino bianco Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano? 90,0 78,2 80,0 71,5 Intervistati % 70,0 60,0 52,0 50,0 41,9 40,0 30,0 20,1 19,6 20,0 8,4 10,0 2,2 6,1 0,0 Sì Fiera Sana (Bologna) No Non so dove si trova Festa dell'uva (Conegliano) Ha visitato la strada del vino bianco Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano? Fiera Sana Festa dell'uva (Bologna) (Conegliano) Sì 20,1 78,2 No 71,5 19,6 Non so dove si trova 8,4 2,2 Totale 100,0 100,0 Totale Totale 41,9 52,0 6,1 100,0 Fig. 17 Le percentuali degli intervistati dei due campioni che giudica il paesaggio delle colline del Prosecco “molto naturale e ben curato” (Fig. 18) sono simili: il 64,5% degli intervistati alla Fiera Sana ed il 69,4% dei partecipanti alla Festa dell’uva. I coneglianesi che vedono il paesaggio in termini negativi sono in numero maggiore degli intervistati di Bologna che sono dello stesso parere: i primi lo vedono “un po’ trascurato” (il 16,7% contro il 6,5% del campione della Fiera del biologico), “inquinato” (il 4,2% di essi, contro il 3,2% degli intervistati di Bologna), con “troppi capannoni industriali che 128 deturpano il territorio” (il 16,7%, contro il 12,9% di Bologna). Coloro che hanno risposto:”altro” sono, tra i coneglianesi il 4,2% e tra gli intervistati di Bologna il 6,5%. Se conosce le colline del Prosecco come ha trovato il paesaggio? 80 70 64,5 69,4 68 Intervistati % 60 50 40 30 16,7 20 13,6 12,9 16,7 15,5 6,5 10 3,2 4,2 3,9 6,5 4,2 4,9 Inquinato Altro 0 Molto naturale e ben curato Un po’ trascurato Fiera Sana (Bologna) Ci sono troppi capannoni industriali che deturpano il territorio Festa dell'uva (Conegliano) Totale Se conosce le colline del Prosecco come ha trovato il paesaggio? Fiera Festa Sana dell'uva (Bologna) (Conegliano)Totale Molto naturale e ben curato 64,5 69,4 68 Un po’ trascurato 6,5 16,7 13,6 Ci sono troppi capannoni industriali che deturpano il territorio 12,9 16,7 15,5 Inquinato 3,2 4,2 3,9 Altro 6,5 4,2 4,9 Fig. 18 129 CAPITOLO 7 RISULTATI DELL’ANALISI SENSORIALE I risultati dell’analisi sensoriale hanno dimostrato una differenza notevole di comportamento fra il target di assaggiatori della fiera del biologico e i frequentatori della Festa dell’uva. Le Fig. 1-6 rappresentano il numero di giudici che hanno preferito un campione piuttosto che il suo confronto; viene indicato anche il livello di significatività α secondo il test statistico bilaterale. • I costi aggiuntivi per una produzione biologica, nel caso in esame, non si sono trasformati in un aumento della preferenza dei consumatori (basso livello di significatività per il prodotto biologico nell’assaggio cieco in entrambe le fiere); • Alla Fiera del biologico l’informazione fornita al consumatore sull’identità del prodotto biologico o certificato fa diminuire il valore di α più di 100 volte (α‹ 0.001): Figure 1, 2 e 3. L’etichetta “biologico” o “certificato” ha un forte impatto sull’immagine sensoriale del Prosecco, ma solo per un ristretto target di consumatori: gli intervistati alla fiera del biologico; • Alla Festa dell’uva di Conegliano si è notata una tendenza alla preferenza per il prodotto biologico, ma il livello di significatività è rimasto basso: Figure 4, 5 e 6. Ne consegue che il consumatore comune non viene influenzato dall’etichetta “biologico” o “certificato” e di questo si deve tenere conto nell’ impostazione delle politiche di marketing: non risulta ancora conveniente sfruttare questa informazione come strumento di vendita nel mercato generale del prodotto vino, ma solo in determinati segmenti. 130 Figura 2: campioni identificati con etichette Figura 1: confronto alla cieca numero di preferenze numero di preferenze α = 0,1 50 31 40 18 30 20 10 0 (A) (B) Figura 4: confronto alla cieca α < 0,001 numero di preferenze α = 0,2 39 8 "certificato" (A) "non biologico" (B) campioni in esame Figura 3: campioni identificati con etichette numero di preferenze 8 "biologico" (A) campioni in esame 50 40 30 20 10 0 α < 0,001 50 50 40 30 20 10 0 "non certificato" (B) 50 40 30 20 10 0 21 11 (A) campioni in esame (B) campioni in esame Figura 6: campioni identificati con etichette α = 0,1 α = 0,2 numero di preferenze numero di preferenze Figura 5: campioni identificati con etichette 50 40 30 21 20 10 10 0 "biologico" (A) "non biologico" (B) campioni in esame Fig. 1-6 131 50 40 30 20 10 0 21 12 "certificato" (A) "non certificato" (B) campioni in esame Questi risultati sono coerenti con le tipologie di campione da noi descritte: la motivazione che ha spinto gli intervistati della Fiera Sana a visitare la manifestazione; il fatto che essi già acquistano prodotti biologici; la differenza culturale; l’attenzione agli aspetti salutistici (il 62,3% vorrebbe come garanzia dal produttore di vino che siano assenti i residui di trattamenti, contro il 36,5% del campione coneglianese). Nella sezione successiva della discussione dei dati di natura economica ottenuti attraverso la nostra ricerca vedremo come le preferenze registrate con il test sensoriale trovano un riscontro nella cosiddetta DAP (Disponibilità A Pagare). 132 CAPITOLO 8 ANALISI DELLE DISPONIBILITÀ A PAGARE (DAP) 8.1. La DAP (Disponibilità A Pagare) per il Prosecco biologico Nella scheda di assaggio che abbiamo presentato agli intervistati in occasione della Fiera Sana e della Festa dell’Uva di Conegliano, dopo averli invitati a fare una scelta del campione che preferivano, si chiedeva loro di indicare la Disponibilità A Pagare (DAP), per i due vini in tre mercati diversi: ristorante, negozio specializzato in prodotti biologici, supermercato. L’influenza dell’etichetta nella preferenza di tipo sensoriale può aver condizionato anche il prezzo che gli intervistati hanno indicato. La DAP deve essere considerata in base alla tipologia di esercizio indicata, e alla diversa frequentazione della stessa, unita all’esperienza di acquisto del vino Prosecco, diversa da un soggetto all’altro. 8.2. Presentazione e discussione dei dati relativi ai due eventi Le figure 1, 2, 3, 4, 5 e 6 illustrano le DAP di coloro che, alla Fiera Sana di Bologna (1, 2, 3) e alla Festa dell’uva di Conegliano (4, 5, 6), hanno preferito i due diversi campioni, per le categorie di esercizio: ristorante, negozio specializzato in prodotti biologici, supermercato, utilizzando i tre tests (cieco, bio/non bio, ISO/non ISO). Si può, in tal modo, fare un primo confronto, al fine di verificare se esiste un’influenza della certificazione, dichiarata in etichetta, sulla DAP, e se questa informazione è percepita in modo diverso e in quale intensità a seconda dei diversi esercizi. 133 Fig. 1,2,3: Disponibilità a pagare per il Prosecco rilevate alla Fiera Sana di Bologna 50 40 145 248 30 72 DAP ristorante 20 159 10 prosecco 0 biologico non biologico -10 N= 30 18 8 50 Cieco 7 39 Biologico / non biologico ISO / non ISO Test 40 30 248 128 80 75 20 150 145 230 155 DAP negozio 226 10 prosecco 171 biologico non biologico 0 N= 30 17 Cieco 49 7 Biologico / non biologico 36 7 ISO / non ISO Test 30 20 145 150 248 230 DAP supermercato 25 20 10 0 prosecco 198 biologico non biologico -10 N= 30 17 Cieco 49 7 Biologico / non biologico Test 134 37 7 ISO / non ISO Fig. 4,5,6: Disponibilità a pagare per il Prosecco rilevate alla Festa dell’uva di Conegliano 30 396 20 397 380 417 DAP ristorante 10 382 470 468 prosecco 0 biologico non biologico -10 N= 18 10 9 19 Cieco 13 Biologico / non biologico 12 ISO / non ISO Test 30 333 20 397 396 374 417 352 DAP negozio 10 359 357 prosecco 0 biologico -10 non biologico N= 9 18 Cieco 7 17 Biologico / non biologico 13 12 ISO / non ISO Test 30 20 417 DAP supermercato 352 10 359 433 prosecco 0 biologico non biologico -10 N= 18 10 Cieco 18 9 Biologico / non biologico Test 135 12 11 ISO / non ISO Ricordiamo che, per le tre tipologie di esercizio considerate, e all’interno dello stesso test (cieco, biologico, certificato), gli intervistati che hanno assegnato le DAP sono gli stessi. Nella Fig. 1 sono riportate le distribuzioni relative alla Disponibilità a Pagare degli intervistati alla Fiera Sana per i due vini al ristorante, nei tre tests. Notiamo come l’applicazione dell’etichetta “biologico” crei una “dilatazione” dei valori delle DAP, con un effetto di aumento della DAP massima che gli intervistati sono disposti a pagare, ma anche di un calo della DAP minima, tale per cui qualcuno arriva a pagare “zero” euro per un Prosecco biologico al ristorante. L’etichetta che reca l’indicazione “non biologico”, al contrario, appiattisce la distribuzione dei valori, mettendo d’accordo gli intervistati su una DAP inferiore per un vino che non presenta una certificazione biologica al ristorante. L’effetto della scritta “certificato ISO” presenta una dispersione delle DAP paragonabile a quella causata dall’etichetta “biologico”, anche se in misura inferiore. Una bottiglia “non certificata”, invece, non crea uno stimolo così forte da avvicinare le DAP del pubblico, come avviene nel test “biologico”, quando l’etichetta reca la scritta “non biologico” anche nelle altre tipologie di esercizio (Fig. 2 e 3). Il fenomeno appena visto dell’effetto dell’etichetta “biologico” sull’ampliamento della distribuzione delle DAP per il vino biologico non è così efficace per il negozio specializzato e per il target della Fiera Sana: nel test cieco, infatti, le DAP massime sono più elevate di quelle riscontrate con l’etichetta “biologico”. Anche l’etichetta “certificato ISO” non esercita un effetto di stimolo sull’assegnare DAP più alte per il prodotto con certificazione, rispetto a quello assaggiato nel test cieco. L’effetto di aumento della DAP per alcuni e di abbassamento della stessa per altri ritorna nella tipologia “supermercato”, dove, per un Prosecco biologico qualcuno è disposto a pagare di più e qualcuno di meno. Si ha così un ventaglio di prezzi più alto applicabile ad un vino “biologico” all’interno della categoria considerata, nel caso del target della Fiera Sana. Un vino “certificato”, al contrario, non crea uno stimolo ad ampliare le DAP dei consumatori al supermercato (Fig. 3). Se osserviamo la Fig. 4, relativa alle DAP del campione di Conegliano, riferite per i due vini nei tre tests al ristorante, notiamo come il range di prezzi per un vino Prosecco qualsiasi sia molto ampio (test cieco). In questo caso, l’aggiunta in etichetta della 136 dicitura “biologico” non si accompagna ad un aumento dei prezzi, anche se i minimi vengono aumentati. Un’analoga considerazione la si può fare per il “certificato ISO”, che non crea un grande stimolo ad ampliare la distribuzione delle DAP. Nel caso del negozio specializzato, l’etichetta “biologico” o “certificato ISO” ha un effetto ancora inferiore all’esempio del ristorante. Il primo vino assaggiato alla cieca, infatti, viene pagato a prezzi diversi , fino ad un massimo di 20 euro. La distribuzione relativa alle DAP del vino biologico, invece, risulta più ristretta, come avviene anche per il vino “certificato”, sempre nella tipologia di esercizio considerata. L’ampliamento della distribuzione della DAP si registra per il supermercato, dove l’etichetta “biologico” induce qualcuno tra gli intervistati di Conegliano a pagare di più, e qualcuno a pagare di meno. Tutti sono d’accordo sull’assegnare un prezzo basso ad un Prosecco che reca la scritta “non biologico”. Probabilmente la negazione di un attributo quale la certificazione biologica crea uno stimolo a pagare prezzi inferiori per la maggioranza degli intervistati. La dicitura “certificato ISO” apposta su di un vino al supermercato ha, per i coneglianesi, un effetto simile a quello provocato dall’etichetta “biologico”. Due casi anomali sono, per il target della Festa dell’uva, quelli relativi al secondo campione assaggiato nel test cieco, nel caso del negozio specializzato e del supermercato: in entrambi, infatti, le distribuzioni delle DAP si restringono. Ciò può essere spiegato in questi termini: − I coneglianesi sono a conoscenza del prezzo che ha un Prosecco comune al supermercato, o in un negozio specializzato (a Conegliano l’unico negozio specializzato in prodotti biologici è l’ “Ariele”); − Gli intervistati alla Fiera Sana, al contrario, provengono da diverse zone d’Italia, per cui conosceranno dei prezzi differenti a seconda del supermercato o del negozio specializzato in cui si recano; − I coneglianesi hanno dato delle DAP diverse al ristorante perché esistono diverse categorie di ristoranti, dal più economico al più costoso; − Al secondo campione assaggiato dai coneglianesi nel test cieco, inoltre, per la categoria negozio specializzato e supermercato, vengono date delle DAP basse e molto vicine perché tale vino, il non biologico, all’assaggio presenta comunque 137 delle caratteristiche standard del Prosecco tradizionale, che stimolano gli intervistati ad assegnargli un prezzo unanime, diversamente da quanto succede per il primo vino, il biologico, che è risultato più frizzante del secondo. Questo carattere peculiare del Prosecco biologico può aver confuso gli intervistati, che hanno risposto con DAP più alte e diversificate. 8.3. Confronto tra le DAP con il metodo dell’ANOVA Al fine di valutare quantitativamente le differenze tra le varie DAP, abbiamo innanzitutto fatto ricorso all’analisi della varianza (ANOVA), un test che permette di verificare l’omogeneità di due o più gruppi, ovvero di mettere a confronto due o più medie campionarie e di stabilire se queste medie appartengono alla stessa popolazione (Castino, Roletto, 1991). I tests di significatività utilizzati sono stati: ! Il Test di Bonferroni, che parte dall’assunzione che le varianze sono uguali. Esso studia i test t per eseguire confronti a coppie tra medie di gruppo, ma controlla il tasso di errore globale impostando il tasso di errore di ogni test al tasso di errore sperimentale diviso per il numero totale dei tests. Così il livello di significatività osservato è corretto tenendo conto che si stanno effettuando confronti multipli; ! Il Test di Tamhane, che invece parte dal presupposto che le varianze siano diverse. Nel test post hoc (vedi Allegato), abbiamo rilevato soltanto le differenze tra medie che sono risultate significative (valori segnalati con l’asterisco). Dato che i gruppi devono provenire da popolazioni con varianze uguali, per verificare questa ipotesi, abbiamo fatto ricorso al test dell’omogeneità di Levene (Tab. 1). Qualora, utilizzando quest’ultimo test, si fosse rilevata una disomogeneità delle varianze (quando Sig.< 0,05), si optava per il valore risultante dal Test di Tamhane. La mancanza di omogeneità delle varianze (o eteroschedasticità) è frequente nelle sperimentazioni biologiche, dove diversi fattori provocano degli effetti che non sono additivi, ma che agiscono tra di loro in modo sinergico, cioè tendono ad essere moltiplicativi. Le cause sono spesso da attribuirsi alla presenza di dati anomali (Castino, Roletto, 1991). Nelle Tab. 2, 3 e 4 sono illustrate le differenze tra medie che sono risultate significative ai tests di Bonferroni e/o di Tamhane. Consideriamo soltanto quelle che hanno un 138 significato per il nostro scopo di ricerca (cifre evidenziate in giallo). Gli spazi mancanti nelle tabelle si riferiscono alle differenze che dal punto di vista statistico non sono risultate significative, per cui sono state omesse. Dal test di Levene (Tab. 1), notiamo come la significatività sia elevata (Sig. = 0.027), per le DAP del vino biologico al ristorante. Ciò significa che dobbiamo scartare, in tal caso, l’ipotesi nulla della omogeneità delle varianze. Ricorriamo perciò, ai soli dati riferiti al test di Tamhane, utilizzato quando le varianze sono disomogenee, come in questo caso, e scartando le medie risultate significative, nel test post hoc, al test di Bonferroni. Per la categoria “ristorante”, le differenze di medie significative che siano di nostro interesse sono quelle relative al Prosecco con etichetta “biologico” rispetto al Prosecco “non biologico”, per il campione di Bologna al ristorante (5,9 euro in più). Per i mercati “negozi specializzati” e “supermercato”, data la bassa significatività del test di Levene per entrambi, utilizziamo le differenze delle medie risultate significative al test di Bonferroni. Un vino biologico contrassegnato con etichetta “biologico”, perciò, viene pagato mediamente 4,6 euro in più rispetto a quello “non biologico”, da parte degli intervistati alla Fiera Sana, nella categoria “”supermercato”, mentre non abbiamo dati utili per il mercato “negozio specializzato”, a causa della omogeneità delle varianze, che non ci permette di usare il test di Tamhane. L’utilizzo dell’Anova non ci ha permesso di trovare dei dati significativi che diano delle informazioni circa l’influenza dell’etichetta sulla DAP dei consumatori. L’unico dato che abbiamo, infatti, ricade all’interno del test con etichetta “biologico” o “non biologico”, perciò abbiamo soltanto potuto rilevare, per gli intervistati della Fiera Sana, e per la categoria “supermercato” e “ristorante”, che esiste una DAP superiore per il vino biologico rispetto a quella che si avrebbe per il non biologico. Non sappiamo nemmeno se esiste una differenza statisticamente significativa tra le DAP registrate a Bologna e quelle rilevate alla Festa dell’uva. Per avere dei risultati utili, che spieghino l’influenza dell’informazione data sull’aumento della DAP, dobbiamo ricorrere ad un altro tipo di analisi. Tab. 1 Test di omogeneità delle varianze Statistica di Levene DAP ristorante 2,027939 DAP negozio 1,451997 DAP supermercato 1,601160 139 Sig. 0,026980 0,151852 0,099980 Tab. 2 Ristorante ANOVA: Test post hoc Differenze tra medie (I - J) risultate significative al livello ,05 ai test di Bonferroni e di Tamhane (€ / bottiglia). Conegliano, certificato iso, non biologico Conegliano, certificato iso, biologico Conegliano, biologico, non biologico Conegliano, biologico, biologico Conegliano, cieco, non biologico Conegliano, cieco, biologico Bologna, certificato iso, non biologico Bologna, certificato iso, biologico Bologna, biologico, non biologico Bologna, biologico, biologico Bologna, cieco, non biologico Bologna, cieco, biologico* fattore J fattore I Bologna, cieco, biologico* Bonferroni Bologna, biologico, biologico Bonferroni Tamhane Tamhane Bologna, certificato iso, biologico Bonferroni Conegliano, cieco, biologico Bonferroni Tamhane Tamhane Conegliano, biologico, biologico Bonferroni Conegliano, certificato iso, biologico Bonferroni Tamhane Tamhane * nell'ordine sono indicati la città (evento), il test e il tipo di vino. 140 4,3 4,80 6,4 5,9 6,4 Tab. 3 Negozi specializzati ANOVA: Test post hoc Differenze tra medie (I - J) risultate significative al livello ,05 ai test di Bonferroni e di Tamhane (€ / bottiglia). Conegliano, certificato iso, non biologico Conegliano, certificato iso, biologico Conegliano, biologico, non biologico Conegliano, biologico, biologico Conegliano, cieco, non biologico Conegliano, cieco, biologico Bologna, certificato iso, non biologico Bologna, certificato iso, biologico Bologna, biologico, non biologico Bologna, biologico, biologico Bologna, cieco, non biologico Bologna, cieco, biologico* fattore J fattore I Bologna, cieco, biologico* Bonferroni Tamhane Bologna, biologico, biologico Bonferroni Bologna, certificato iso, biologico Bonferroni Tamhane 3,93 3,9 4,6 Tamhane Conegliano, cieco, biologico Bonferroni Conegliano, biologico, biologico Bonferroni 5,9 Tamhane 5,9 Tamhane Conegliano, certificato iso, biologico Bonferroni Tamhane * nell'ordine sono indicati la città (evento), il test e il tipo di vino. 141 Tab.4 supermercato ANOVA: Test post hoc Conegliano, certificato iso, non biologico Conegliano, certificato iso, biologico Conegliano, biologico, non biologico Conegliano, biologico, biologico Conegliano, cieco, non biologico Conegliano, cieco, biologico fattore J Bologna, certificato iso, biologico Bologna, biologico, biologico Bologna, cieco, biologico* Bologna, certificato iso, non biologico Bologna, biologico, non biologico Bologna, cieco, non biologico Differenze tra medie (I - J) risultate significative al livello ,05 ai test di Bonferroni e di Tamhane (€ / bottiglia). fattore I Bologna, cieco, biologico* Bonferroni Bologna, biologico, biologico Bonferroni 4,6 Tamhane 4,6 Tamhane Bologna, certificato iso, biologico Bonferroni Conegliano, cieco, biologico Bonferroni Tamhane Tamhane Conegliano, biologico, biologico Bonferroni Conegliano, certificato iso, biologico Bonferroni Tamhane Tamhane * nell'ordine sono indicati la città (evento), il test e il tipo di vino. 142 4,2 CAPITOLO 9 L’EFFETTO DELL’INFORMAZIONE SULLA DISPONIBILITÀ A PAGARE (DAP) 9.1. La rappresentazione grafica della DAP Per verificare se esiste un reale effetto dovuto all’etichetta sulla DAP, facciamo ricorso ad un’altra metodica, basata sulla differenza di integrali corrispondenti alle curve che stimeremo per le DAP in assenza ed in presenza di etichetta. Un esempio di curva che otterremo sarà la seguente: DAP P x frequenze cumulate In ascissa vengono inserite le frequenze cumulate percentuali di coloro che hanno preferito quel dato vino; in ordinata compaiono le DAP. Nell’ipotesi che gli intervistati abbiano assunto un comportamento commerciale coerente con le DAP dichiarate, se il prodotto viene venduto ad un prezzo P, gli 143 intervistati che hanno dichiarato una DAP>P comprano il prodotto e coloro che hanno dichiarato una DAP<P non comprano quel prodotto. In questo caso la frequenza cumulata x è la percentuale di intervistati che sono disposti a comprare il prodotto a quel prezzo e la curva costituisce una stima della funzione di domanda rispetto al prezzo. Se l’esposizione in etichetta della dicitura “biologico” o “certificato ISO” aumenta le preferenze sensoriali per il vino certificato, come abbiamo dimostrato nel caso del target bolognese, allora possiamo supporre e vogliamo dimostrare se tale fenomeno si verifica anche con le DAP. Se l’informazione dichiarata in etichetta ha una reale efficacia in questi termini, si noterà uno spostamento della curva in figura dall’origine degli assi. Ciò significa che, a parità di prezzo, aumenterà la percentuale degli intervistati che compra il prodotto oppure, che la stessa percentuale degli intervistati x è disposta a pagare un prezzo più alto. Abbiamo visto come il confronto tra medie non permetta di evidenziare l’effetto dell’etichetta sulla percentuale di intervistati che sono disposti a comprare il prodotto ad un determinato prezzo. A questo si aggiunge che lo stesso prodotto con la stessa etichetta può essere venduto a prezzi diversi. La discriminazione del prezzo, ad esempio, è una strategia in base alla quale le imprese vendono lo stesso prodotto a prezzi diversi a gruppi diversi di consumatori (i segmenti di mercato), che hanno delle DAP diverse. O ancora, lo stesso prodotto può essere presentato allo stesso aggregato di consumatori (mercato o segmento di mercato che sia) a prezzi diversi a seconda che si attuino strategie di scrematura sul mercato, che sono incentrate sulla vendita di quantità modeste ad un prezzo alto, o strategie di penetrazione di mercato, che sono incentrate sulla vendita di quantità elevate a prezzi bassi. In particolare, se si vuole che tutti comprino il prodotto, bisogna che il prezzo sia fissato a livello della DAP più bassa. In definitiva si cercano degli indicatori che evidenzino il ruolo economico delle etichette. A questo fine, dei possibili indicatori sono il valore economico del vino, il valore economico delle etichette e gli effetti prezzo e quantità sui potenziali ricavi dell’impresa. In particolare, per esprimere l’impatto economico delle etichette “biologico” e “certificato ISO” si procede come segue: 144 1. Ordino le serie delle DAP per i vari eventi/tests/mercati/vini; 2. Stimo le funzioni delle DAP per i vari eventi/tests/mercati/vini; 3. Calcolo il valore economico dei vini per ogni evento/test/mercato; 4. Valuto l’efficacia delle etichette “biologico” e “certificato ISO” per il Prosecco biologico in termini di: a) Variazione del valore economico del vino (o valore economico delle etichette); b) Variazione della quantità domandata e/o del prezzo di vendita nel segmento di mercato alto, intermedio e basso. 9.2. Le serie delle DAP Nelle figure 1 - 6 sono riportate le serie delle DAP per il Prosecco biologico e non biologico rilevate nei singoli tests/mercati/eventi. Osservando le figure emerge che le serie delle DAP dichiarate nei tests ciechi si incrociano, ossia che, in assenza di etichette che informino sulla natura del vino, gli intervistati con le disponibilità a pagare più alte dichiarano DAP maggiori per il campione di Prosecco non biologico e, viceversa, quelli con le disponibilità a pagare più modeste dichiarano DAP maggiori per il campione di Prosecco biologico. Questo fenomeno è rilevante a Bologna e meno rilevante a Conegliano. Quando i due campioni di Prosecco sono presentati con delle etichette che informano i giudici sulla loro natura biologica o meno e sulla presenza o assenza di una certificazione ISO, le serie delle DAP non si incrociano più e quelle per il campione di Prosecco biologico diventano sempre dominanti con l’eccezione delle DAP al supermercato alla Festa dell’uva nel test biologico/non biologico. Anche questo fenomeno è rilevante a Bologna e poco rilevante o, come visto, assente a Conegliano. Le figure forniscono anche una visualizzazione di quanto già esposto nel capitolo 7, ossia che la maggior parte degli intervistati ha preferito il campione di Prosecco biologico e che questa preferenza aumenta in presenza delle etichette “biologico” e “certificato ISO” in modo rilevante a Bologna e poco rilevante e, come visto nel capitolo 7, statisticamente non significativo a Conegliano. 145 In merito ad un potenziale prezzo di vendita, dalle figure emerge che le strategie di prezzo basso dovrebbero essere più efficaci per il campione di Prosecco biologico piuttosto che per quello non biologico e che l’efficacia di queste strategie aumenterebbe in presenza delle etichette “biologico” e “certificato ISO”. L’analisi numerica di questo aspetto viene svolta nei prossimi capitoli e si rimanda a questi per un commento più approfondito. Le Figg. 7, 8, 9, 10, 11 e 12 derivano dalla sovrapposizione di ciascuna curva della DAP per il Prosecco biologico nei tre tests per ogni categoria di esercizio, e presentano la finalità di illustrare l’allontanamento della curva della DAP in presenza di etichetta dagli assi e dalla rispettiva curva della DAP nel test cieco (per es., la Fig. 7 deriva dalla sovrapposizione delle curve della DAP per il Prosecco biologico della Fig. 1). Queste ultime figure illustrano l’andamento reale delle curve della DAP, che verranno stimate successivamente in questo capitolo, al fine di verificare l’effetto dell’etichetta sulla DAP stessa. 146 test cieco 30 € / bottiglia 25 20 15 10 5 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 € / bottiglia test biologico / non biologico 45 40 35 30 25 20 15 10 5 0 € / bottiglia 0,0 20,0 40,0 60,0 80,0 100,0 test certificato ISO / non certificato ISO 40 35 30 25 20 15 10 5 0 non biologico biologico 0,0 20,0 40,0 60,0 80,0 100,0 % intervistati Disponibilità a pagare per il prosecco al ristorante Fiera Sana Bologna Figura 1 147 30 test cieco € / bottiglia 25 20 15 10 5 0 0,0 10,0 30 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 test biologico / non biologico 25 € / bottiglia 20 15 10 5 0 0,0 20,0 35 40,0 60,0 80,0 100,0 test certificato ISO / non certificato ISO 30 € / bottiglia 25 20 non biologico 15 biologico 10 5 0 0,0 20,0 40,0 60,0 80,0 100,0 % intervistati Disponibilità a pagare per il prosecco nei negozi specializzati in prodotti biologici Fiera Sana Bologna Figura 2 148 test cieco 16 14 € / bottiglia 12 10 8 6 4 2 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 test biologico / non biologico 25 € / bottiglia 20 15 10 5 0 0,0 20,0 40,0 60,0 80,0 100,0 test certificato ISO / non certificato ISO 25 € / bottiglia 20 15 non biologico 10 biologico 5 0 0,0 20,0 40,0 60,0 80,0 100,0 % intervistati Disponibilità a pagare per il prosecco al supermercato Fiera Sana Bologna Figura 3 149 test cieco 25 € / bottiglia 20 15 10 5 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 test biologico / non biologico 30 e / bottiglia 25 20 15 10 5 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 80,0 test certificato ISO / non certificato ISO 18 € / bottiglia 16 14 12 10 non biologico 8 biologico 6 4 2 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 % intervistati 50,0 60,0 70,0 Disponibilità a pagare per il prosecco al ristorante Festa dell'uva Conegliano Figura 4 150 test cieco 25 € / bottiglia 20 15 10 5 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 test biologico / non biologico 25 € / bottiglia 20 15 10 5 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 80,0 test certificato ISO / non certificato ISO 16 14 € / bottiglia 12 10 8 6 non biologico 4 biologico 2 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 % intervistati Disponibilità a pagare per il prosecco nei negozi specializzati in prodotti biologici Festa dell'uva Conegliano Figura Figura5 5 151 test cieco 14 12 € / bottiglia 10 8 6 Figura 6 4 2 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 test biologico / non biologico 25 € / bottiglia 20 15 10 5 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 80,0 test certificato ISO / non certificato ISO 12 € / bottiglia 10 8 6 non biologico 4 biologico 2 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 % intervistati Disponibilità a pagare per il prosecco al supermercato Festa dell'uva Conegliano 152 45 40 35 € / bottiglia 30 25 20 15 Etichetta cieco 10 biologico certificato ISO 5 0 0,0 20,0 40,0 60,0 80,0 100,0 % intervistati DAP per il prosecco biologico al ristorante, Fiera Sana Bologna Figura 7 153 35 30 € / bottiglia 25 20 15 Etichetta cieco 10 biologico 5 certificato ISO 0 0,0 20,0 40,0 60,0 80,0 100,0 % intervistati DAP per il prosecco biologico nei negozi specializzati in prodotti biologici, Fiera Sana Bologna Figura 8 Figura 8 154 25 € / bottiglia 20 15 10 Etichetta cieco biologico 5 certificato ISO 0 0,0 20,0 40,0 60,0 % intervistati 80,0 100,0 DAP per il prosecco biologico al supermercato, Fiera Sana Bologna Figura99 Figura 155 30 25 € / bottiglia 20 15 10 Etichetta cieco biologico 5 certificato ISO 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 80,0 % intervistati DAP per il prosecco biologico al ristorante, Festa dell'uva Conegliano Figura Figura 10 10 156 25 20 € / bottiglia 15 10 Etichetta cieco 5 biologico certificato ISO 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 80,0 % intervistati DAP per il prosecco biologico nei negozi specializzati in prodotti biologici, Festa dell'uva Conegliano Figura 11 Figura 11 157 16 14 12 € / bottiglia 10 8 6 Etichetta cieco 4 biologico certificato ISO 2 0 0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 80,0 % intervistati DAP per il prosecco biologico al supermercato, Festa dell'uva Conegliano Figura 12 Figura 12 158 9.3. Stima delle funzioni della DAP Per stimare la relazione matematica che lega la disponibilità a pagare con la percentuale degli intervistati è stata utilizzata la tecnica della regressione semplice. Nella scelta dell’equazione da adottare per le stime si è tenuto conto della coerenza delle possibili equazioni con la teoria della domanda e della bontà delle stime. In definitiva è stata prescelta la forma logaritmica DAP = a − bLNx (1) dove la DAP è la variabile dipendente, x è la frequenza cumulata ponderata con le percentuali di intervistati che hanno preferito il rispettivo Prosecco e funge da variabile indipendente, a e b sono i parametri da stimare. Considerando gli effettivi prezzi di mercato del Prosecco e i costi di produzione dello stesso si è ritenuto di stimare le funzioni escludendo le DAP inferiori a 2 €/bottiglia. I risultati delle stime sono riportati nella Tab. 1, in cui si può notare come il valore del coefficiente di determinazione sia prossimo a R² = 1 nella maggioranza dei casi. In particolare, esso è R² = 1 quando l’equazione stimata si riferisce alla DAP per il Prosecco non biologico, nel test bio/non bio, nella categoria di esercizio supermercato, per il campione bolognese, a causa del basso numero di valori disponibili (ricordiamo che, per le stime delle equazioni, abbiamo omesso le DAP < 2). Gli altri valori dei coefficienti di determinazione che più si discostano dall’unità sono riferiti alle curve stimate delle DAP per il campione non biologico, che non ci interessa al fine di valutare l’impatto economico dell’etichetta sulla DAP stessa. 159 Tab. 1 Statistiche delle equazioni stimate delle DAP. evento mercato test Prosecco Rsq d.f. Fiera Sana, Bologna ristorante cieco biologico 0,807 8 non biologico 0,949 8 147,40 0,000 30,4083 -6,3137 bio / non bio biologico 0,952 15 300,50 0,000 41,3909 -7,4867 non biologico 0,951 3 58,12 0,005 13,6678 -2,6526 biologico 0,969 16 505,14 0,000 37,4758 -7,2766 non biologico 0,910 4 40,41 0,003 21,9548 -5,5663 biologico 0,942 11 178,91 0,000 20,9240 -3,4652 non biologico 0,972 10 345,69 0,000 32,0548 -7,5587 biologico 0,979 14 647,66 0,000 28,9410 -5,2280 non biologico 0,996 2 541,19 0,002 11,6082 -2,5034 biologico 0,931 11 147,31 0,000 30,6472 -5,9515 non biologico 0,974 5 187,59 0,000 20,2159 -5,3278 biologico 0,939 8 123,72 0,000 16,4555 -2,7858 non biologico 0,984 6 360,47 0,000 17,8967 -3,6739 biologico 0,962 15 374,67 0,000 26,1612 -4,9410 non biologico 1,000 0 , 30,1007 -10,9700 ISO / non ISO negozio cieco bio / non bio ISO / non ISO supermercato cieco bio / non bio ISO / non ISO Festa dell'uva Conegliano ristorante cieco bio / non bio ISO / non ISO negozio cieco bio / non bio ISO / non ISO supermercato cieco bio / non bio ISO / non ISO F 33,52 Sigf 0,000 , b0 22,7599 b1 -3,1576 biologico 0,970 13 415,38 0,000 21,9179 -4,2196 non biologico 0,931 3 40,34 0,008 12,8015 -2,9608 biologico 0,940 7 109,70 0,000 26,9762 -4,6432 non biologico 0,953 6 122,06 0,000 33,9311 -7,8997 biologico 0,936 10 145,40 0,000 34,4196 -6,4985 non biologico 0,845 3 16,38 0,027 25,0104 -5,8397 biologico 0,798 7 27,68 0,001 26,3399 -4,7328 non biologico 0,797 3 11,79 0,041 43,5168 -11,2170 biologico 0,971 10 340,17 0,000 30,8823 -6,4295 non biologico 0,832 4 19,76 0,011 22,6762 -5,4554 biologico 0,931 7 95,13 0,000 37,1402 -7,3283 non biologico 0,805 4 16,50 0,015 28,7956 -8,0004 biologico 0,956 5 107,51 0,000 21,8700 -3,9200 non biologico 0,918 5 56,02 0,001 17,5273 -4,1028 biologico 0,916 7 76,30 0,000 16,8853 -3,2338 non biologico 0,889 4 31,92 0,005 15,0570 -3,4745 biologico 0,927 7 88,62 0,000 21,1026 -3,9032 non biologico 0,948 3 54,86 0,005 29,1302 -7,9404 biologico 0,954 4 83,24 0,001 21,8352 -4,2982 non biologico 0,972 5 174,05 0,000 14,6517 -3,5258 per le stime delle equazioni sono stati escludi i valori delle DAP < 2. per stimare le equazioni delle DAP è stata adottata la forma logaritmica: DAP = b0 + b1 x LN(% intervistati) 160 9.4. Valore economico del Prosecco biologico. Confronto tra vini Per stimare il valore economico del Prosecco è stato deciso, in modo arbitrario, di non considerare, e quindi di escludere dal calcolo, il 2,5% degli intervistati con la DAP più alta ed il 2,5% degli intervistati con la DAP più bassa sia di quelli che hanno preferito il Prosecco biologico sia di quelli che hanno preferito il Prosecco non biologico. Complessivamente restano esclusi dalla stima del valore il (2,5+2,5)+ (2,5+2,5)=10% degli intervistati di ogni test. DAP B N 2,5 mN-2,5 Nel grafico precedente B ed N mB-2,5 x indicano rispettivamente la serie delle DAP del Prosecco biologico e del Prosecco non biologico, mB ed mN indicano rispettivamente le percentuali di intervistati che nel test in esame hanno preferito il Prosecco biologico e quello non biologico. Per stimare il valore economico del vino si usa la tecnica adottata nella Valutazione Contingente. Quindi il valore economico del prodotto è dato dall’integrale della funzione della DAP. Per il Prosecco biologico nel test cieco ad esempio: m − 2, 5 V= ∫ (a − bLNx )dx 2, 5 161 dove a e b sono i parametri stimati per la funzione, m è la percentuale di intervistati che ha preferito il Prosecco biologico e 2,5 sono le due percentuali di intervistati escluse dal calcolo. V risulta espresso in €/(100-10) intervistati o, più semplicemente, in €/100 intervistati. In altre parole, il valore economico stimato con questo metodo è la somma delle DAP espresse dagli m-5 intervistati su 100 che hanno preferito il rispettivo campione di Prosecco. La Tab. 2 mette in evidenza come i valori maggiori della DAP per la Fiera Sana siano quello corrispondente al vino biologico rispetto al non biologico, nel caso del ristorante, quando siano fornite agli intervistati delle informazioni sulla presenza o meno della certificazione (variazione percentuale = 1473,40%) e nel caso del negozio specializzato (variazione percentuale = 1284,82%). Il vino biologico, se rapportato al non biologico nello stesso test, verrebbe invece pagato con una variazione percentuale inferiore ai due casi suddetti, se gli intervistati immaginano di acquistarlo al supermercato (var. % = 721,07). 162 Tab. 2 Valore economico del Prosecco, confronto vini (€ / 100 intervistati*) Prosecco non biologico biologico evento mercato test Fiera Sana, Bologna ristorante cieco bio / non bio ISO / non ISO 415,84 77,01 127,17 729,64 1.211,74 936,86 75,46 1.473,40 636,70 cieco bio / non bio ISO / non ISO 359,96 61,32 112,14 564,42 849,21 765,94 56,80 1.284,82 583,00 supermercato cieco bio / non bio ISO / non ISO 248,39 85,97 81,12 432,42 705,88 557,80 74,09 721,07 587,58 ristorante cieco bio / non bio ISO / non ISO 375,34 264,86 404,54 712,43 810,45 642,47 89,81 205,99 58,82 cieco bio / non bio ISO / non ISO 236,98 213,57 198,53 594,30 808,95 535,28 150,78 278,78 169,62 negozio biologico Festa dell'uva Conegliano negozio biologico var % supermercato cieco 169,00 380,88 125,37 bio / non bio 226,99 513,69 126,30 ISO / non ISO 157,72 461,24 192,45 * escluso il 5% degli intervistati con DAP più alta ed il 5% degli intervistati con DAP più bassa. Quando sull’etichetta compare la scritta “certificato”, gli intervistati alla Sana sono disposti a pagare un prezzo maggiore per il prodotto con certificazione rispetto a quello con etichetta anonima, con delle variazioni percentuali che sono simili nelle tre tipologie di esercizio. Alla Festa dell’uva di Conegliano, al contrario, la variazione percentuale si ha sempre per il biologico nel test con etichetta “bio-non bio”, ma questa non è alta come per quelle registrate per l’evento bolognese (var. % = 205,99 per il ristorante; var. % = 278,78 per il negozio specializzato; var. % = 126,30 per il supermercato). La variazione percentuale più bassa si ha per il certificato ISO al ristorante: solo il 58,82%. 163 Il Prosecco assume un forte valore economico per il target degli intervistati alla Fiera di Bologna, quando sull’etichetta viene segnalata la certificazione biologica e, anche se in misura inferiore, la certificazione di qualità ISO 9000:2000. L’indicazione che il prodotto proviene da “uve da agricoltura biologica” è meno importante se il prodotto viene distribuito nei supermercati. Per il target della zona del Prosecco, invece, vi è un aumento del valore economico del Prosecco, ma questo si realizza soprattutto se si inserisce il prodotto con certificazione biologica o ISO nella categoria di esercizio “supermercato”, o nel negozio specializzato in prodotti biologici. 9.5. Valore economico del Prosecco biologico. Confronto tra eventi Nel confronto tra i due eventi (Tab. 3), il Prosecco biologico risulta pagato in forma maggiore alla Fiera Sana rispetto a Conegliano, quando viene usata l’etichetta “biologico” e quando si fa riferimento alla tipologia di esercizio “ristorante” (var. % = 49,51%). La stessa cosa avviene quando viene apposta sull’etichetta la scritta “certificato ISO” (var. % = 45,82%). Nella categoria “negozio specializzato” si hanno invece variazioni consistenti quando si presenta il prodotto con la dicitura “certificato ISO” (var. = 43,09%), mentre le DAP riferite dagli intervistati alla Fiera Sana non sono molto superiori a quelle date dai coneglianesi per quanto riguarda un vino certificato biologico (solo il 4,98% in più) acquistato in un negozio che vende solo prodotti di questo tipo. Per la categoria “supermercato” notiamo che aumenta la variazione percentuale della DAP degli intervistati alla Fiera del biologico in confronto a quella stimata per il campione di Conegliano, anche nel caso del test cieco (var. % = 13,53%), mentre si hanno delle DAP maggiori rispetto a quelle date alla Festa dell’uva per quanto riguarda il prodotto con la scritta “bio” (var. % = 37,41%), e quello certificato ISO (var. % = 20,94%). In conclusione, ciò che differenzia maggiormente le DAP del campione della Fiera Sana rispetto alle DAP riferite agli intervistati della Festa dell’uva è la presenza in etichetta 164 della scritta “biologico” e “certificato ISO” nella categoria di esercizio “ristorante” e nella categoria “supermercato”, anche se in misura minore alla prima. Nella tipologia “negozio specializzato” non vi è molta differenza tra i prezzi assegnati al vino biologico Tab. 3 Valore economico del Prosecco biologico, confronto eventi (€ / 100 intervistati*) Festa dell'uva Fiera Sana, Conegliano Bologna test cieco 712,43 729,64 bio / non bio 810,45 1.211,74 ISO / non ISO 642,47 936,86 negozio cieco 594,30 564,42 bio / non bio 808,95 849,21 ISO / non ISO 535,28 765,94 supermercato cieco 380,88 432,42 bio / non bio 513,69 705,88 ISO / non ISO 461,24 557,80 * escluso il 5% degli intervistati con DAP più alta ed il 5% degli intervistati con DAP più bassa. mercato ristorante var % 2,42 49,51 45,82 -5,03 4,98 43,09 13,53 37,41 20,94 con tale etichetta. La differenza è nella DAP per un vino “certificato ISO”, che gli intervistati alla Fiera di Bologna pare indichino come una variabile che fa aumentare la loro DAP, nei confronti di un vino che viene acquistato in un negozio specializzato, e che quindi si presume abbia già una certificazione “biologica”. 9.6. Valore economico delle etichette del Prosecco biologico Il valore economico dell’etichetta “biologico” (o “certificato ISO”) è stato definito come la differenza tra il valore economico del Prosecco biologico in presenza dell’etichetta (test biologico/non biologico o test certificato ISO/non certificato ISO) ed il valore economico dello stesso vino senza etichetta (test cieco). 165 DAP B C mC C mB x funzione della DAP del Prosecco biologico con etichetta “cieca” nel test cieco; B funzione della DAP del Prosecco biologico con etichetta “Biologico” nel test biologico/non biologico o con etichetta “certificato ISO” nel test certificato ISO/non certificato; mC; mB % intervistati che hanno preferito il Prosecco biologico rispettivamente nel test cieco e nel test biologico/non biologico o nel test certificato ISO/non certificato. In termini matematici, chiamando VE il valore economico delle etichette, si ha che: VE = V B − VC VE = mB −2 , 5 mC −2 , 5 2 ,5 2, 5 ∫ (a B − bB LNx)dx − ∫ (aC − bC LNx )dx L’etichetta con la scritta “biologico” (Tab. 3), quando si fa riferimento al campione della Fiera Sana, fa aumentare la DAP degli intervistati in misura considerevole rispetto all’assenza di tale informazione, nella categoria ristorante (var. % = 66,07%), negozio 166 specializzato (var % = 50,46%), supermercato (var. % = 63,24%). La dicitura “certificato ISO” in etichetta provoca anch’essa un aumento della DAP, anche se in misura inferiore all’etichetta “biologico”: per il ristorante si ha una variazione percentuale del 28,40%, per il negozio specializzato essa è del 35,70%, mentre per il supermercato essa è del 28,99%. Tab. 3 Valore economico delle etichette* del Prosecco biologico (€/100 intervistati) evento mercato etichetta € var %** ristorante biologico 482,10 66,07 Fiera Sana, Bologna certificato ISO 207,22 28,40 Festa dell'uva Conegliano negozio biologico certificato ISO 284,79 201,51 50,46 35,70 supermercato biologico certificato ISO 273,46 125,38 63,24 28,99 ristorante biologico certificato ISO 98,03 -69,96 13,76 -9,82 negozio biologico certificato ISO 214,65 -59,03 36,12 -9,93 supermercato biologico 132,81 34,87 certificato ISO 80,35 21,10 * es. valore economico con etichetta biologico - valore economico con etichetta ceca. ** es. (biologico - cieco) / cieco x 100 La scritta “biologico” per gli intervistati di Conegliano fa aumentare la DAP rispetto al prodotto “anonimo” soprattutto quando si fa riferimento all’acquisto in un negozio specializzato (var. % = 36,12%) e in un supermercato (var. % = 34, 87%), mentre diminuisce se si immagina di consumare la stessa bottiglia in un ristorante (solo il 13,76% in più rispetto allo stesso campione nella prova cieca). Si osserva, inoltre, come la dicitura “certificato ISO” porti ad un aumento della DAP soltanto nella categoria “supermercato”, mentre si ha un decremento della stessa quando la tipologia di esercizio considerata è il ristorante (var. % = - 9,82%) ed il negozio specializzato (var. % = 9,93%). 167 L’informazione in etichetta facente riferimento ad una certificazione biologica o “ISO” fa sì che il prezzo di una bottiglia di Prosecco biologico venga pagata di più da un target che acquista abitualmente prodotti biologici, in tutti gli esercizi cui abbiamo fatto riferimento. Il campione di Conegliano ha riferito delle DAP superiori per un prodotto come il vino biologico, soprattutto per i negozi specializzati e per i supermercati, mentre il fenomeno è meno accentuato se si tratta dei ristoranti. L’indicazione con la certificazione “ISO”, invece, non si deve considerare per un prezzo più elevato nel caso di un Prosecco che il target di Conegliano acquisti al ristorante o in un negozio specializzato, ma piuttosto quando la tipologia di esercizio in esame è il supermercato. 9.7. Effetto delle etichette sulla domanda di Prosecco biologico Per calcolare le frequenze cumulate a partire da una DAP predeterminata la funzione in (1) viene esplicitata rispetto a x: blnx = a – DAP Nella Tab. 4 osserviamo ora le variazioni che si hanno, a parità di DAP, della quantità domandata o, se si considera una bottiglia acquistata a testa, della frequenza cumulata percentuale di quelle persone che hanno preferito il Prosecco biologico. Nella Tab. 5 osserviamo le DAP a cui abbiamo fatto riferimento per creare i tre segmenti di mercato. Notiamo come la quantità domandata sia aumentata in misura notevole qualora si faccia riferimento alla categoria “ristorante” e all’etichetta “biologico” per il campione della Fiera Sana, nel segmento più alto (var. % = 190,8%). Si registrano delle variazioni sia di quantità domandata che di prezzo anche per il segmento medio e basso. L’etichetta con l’indicazione “certificato ISO” provoca un aumento della quantità domandata e del prezzo nel segmento alto nel caso del ristorante (var. % quantità = 88%; var. % prezzo = 30,6%), mentre l’aumento della stessa per il segmento medio è esiguo (var. % = 9,8%). Diminuisce sia la quantità domandata sia il prezzo per il segmento più basso (var. % = 23,3%). La variazione percentuale di quantità e di prezzo permane invece elevata nel caso del negozio specializzato per il certificato biologico, mentre l’incremento della 168 quantità domandata per il “certificato ISO” nella stessa categoria di esercizio non si accompagna ad un elevato incremento del prezzo. Tab. 4 Effetto delle etichette sulla domanda di Prosecco biologico evento mercato etichetta Fiera Sana, Bologna ristorante biologico certificato iso negozio biologico certificato iso supermercato biologico certificato iso Festa dell'uva ristorante Conegliano biologico certificato iso negozio biologico certificato iso supermercato biologico certificato iso segmenti di mercato alto medio basso var % quantità var % prezzo 190,8 53,3 67,9 32,3 16,4 11,4 var % quantità var % prezzo 88,0 30,6 9,8 5,7 -23,3 -19,3 var % quantità var % prezzo 94,5 29,0 60,1 24,6 25,5 15,8 var % quantità var % prezzo 74,7 1,0 37,3 4,8 1,5 14,4 var % quantità var % prezzo 121,9 43,8 62,2 34,2 28,3 22,4 var % quantità var % prezzo 47,0 18,1 15,2 8,5 -4,1 -3,2 var % quantità var % prezzo 50,5 17,7 25,2 12,2 0,1 0,1 var % quantità var % prezzo -16,7 -5,8 -17,8 -7,7 -19,0 -11,9 var % quantità var % prezzo 63,8 30,2 56,2 34,4 47,0 44,6 var % quantità var % prezzo -34,2 -13,7 -15,6 -7,0 15,7 9,0 var % quantità var % prezzo 150,5 28,7 74,4 31,0 56,9 35,1 var % quantità var % prezzo 118,2 26,2 48,4 24,2 27,3 20,8 es. (biologico - cieco) / cieco 169 La vendita nel supermercato di una bottiglia con la certificazione biologica vede un incremento della quantità domandata per il biologico nel segmento alto (var. % quantità = 121,9%; var. % prezzo = 43,8%), seguito dal medio (var. % quantità = 62,2%; var. % prezzo = 34,2%) e dal basso (var. % quantità = 28,3%; var. % prezzo = 22,4%). Tab. 5 Valori delle DAP presi in considerazione* evento mercato funzione DAP alto medio ristorante cieco 15 12 Fiera Sana, Bologna biologico 15 12 certificato ISO 15 12 negozio cieco 12 10 biologico 12 10 certificato ISO 12 10 supermercato cieco 9 7 biologico 9 7 certificato ISO 9 7 cieco 15 12 Festa dell'uva ristorante Conegliano biologico 15 12 certificato ISO 15 12 negozio cieco 12 9,5 biologico 12 9,5 certificato ISO 12 9,5 supermercato cieco 9 7 biologico 8 7 certificato ISO 8 7 * i valori delle DAP sono nell'ordine quelli del 3°, 2° e 1° quartile del test cieco. basso 10 10 10 7,5 7,5 7,5 5,5 5,5 5,5 8,37 8,37 8,37 6,33 6,33 6,33 5 5 5 Il “certificato ISO” in etichetta fa aumentare la quantità di chi è disposto a comprare la bottiglia di vino nei segmenti alto (var. % quantità = 47%; var. % prezzo = 18,1%) e medio (var. % quantità = 15,2%; var. % prezzo = 8,5%), mentre diminuisce chi appartiene al segmento più basso disposto a pagare per un vino con etichetta biologica rispetto a quello anonimo (var. % = - 4,1%). Questo fenomeno è accompagnato anche da un calo del prezzo che il segmento più basso è disposto a pagare per il Prosecco “certificato ISO” al supermercato, rispetto all’analogo senza certificazione. La variazione percentuale di quantità domandata del segmento più alto del campione di Conegliano che è disposto a pagare per un Prosecco biologico rispetto a quello 170 assaggiato “alla cieca” in un ristorante è del 50,5%: una percentuale alta, ma di molto inferiore a quella vista nel caso bolognese. Anche nel segmento medio si ha una variazione positiva di quantità domandata, ma sempre più bassa dell’analogo segmento della Fiera del biologico (var. % = 25,2%), mentre si registra uno scarso 0,1% in più tra coloro che, del segmento basso, sarebbero disposti ad acquistare a quel prezzo, tale vino in un ristorante. Se l’etichetta riporta la scritta”certificato ISO” , al ristorante tutti e tre i segmenti di Conegliano sarebbero disposti a pagare una bottiglia di vino “anonimo”, piuttosto che un vino “certificato ISO” (variazioni percentuali negative, in ordine crescente dal segmento più alto al più basso: - 16,7%, - 17,8%, - 19% rispettivamente). Anche la variazione percentuale dei prezzi del certificato rispetto al prodotto con etichetta “cieca” segue lo stesso andamento negativo. Nella tipologia “negozio specializzato” le variazioni per il vino biologico tornano ad essere positive, sia in termini di quantità domandata, che di prezzo, ma in questo caso, mentre dal segmento più alto al più basso le variazioni di quantità seguono un ordine decrescente, per quanto riguarda il prezzo, le variazioni percentuali sono più alte per il segmento basso. Per il Prosecco “certificato ISO” il trend delle variazioni di quantità domandata torna negativo per il segmento alto ed il medio, mentre si registra un 15,7% in più tra coloro che, del segmento inferiore, acquisterebbero il “certificato ISO” nel negozio specializzato, piuttosto del Prosecco senza tale tipo di certificazione. Una sorprendente variazione del 150,5% in più, la si ha, invece, tra coloro che, nel segmento più alto, sarebbero disposti a pagare, a quel prezzo, un Prosecco biologico al supermercato. Delle variazioni positive si riscontrano pure negli altri due segmenti. Si può fare un’analoga osservazione per il prodotto che invece, al supermercato, si immagina rechi la scritta “certificato ISO”: il 118,2% in più degli appartenenti al segmento medio sarebbe disposto a comprarlo. Un trend simile, anche se di misura inferiore e decrescente, si osserva per il segmento medio ed il basso. 171 CONCLUSIONI Negli ultimi anni il consumatore ha sviluppato una sempre più crescente attenzione nei confronti del prodotto “vino”, grazie al maggior spazio sull’argomento che viene dato dalla stampa e dalla televisione. Il boom delle enoteche e dei wine-bar ne è la dimostrazione (Pellucci, 2002). Il cliente si avvicina ad ogni esperienza (ad es. di degustazione, visita ad una cantina, od acquisto di un vino) con un carico di aspettative e di pregiudizi. Il suo giudizio finale sulla prestazione avuta (la “customer satisfaction”) dipenderà largamente dal confronto tra le aspettative pregresse e la percezione di soddisfazione. Va altresì considerato che il consumatore di prodotti ad alto contenuto immateriale (o simbolico), come è il vino, tende a giudicare la qualità percepita in modo categorico: un singolo fatto negativo/positivo può inquinare/migliorare il giudizio globale (effetto alone). Egli inoltre tende a generalizzare la propria esperienza personale percependola e quindi narrandola come oggettiva (Pastore, 2002). Con questo lavoro abbiamo voluto verificare in primis quanto l’informazione, ed in modo particolare, l’indicazione in etichetta della certificazione biologica o di un sistema di qualità come la VISION 2000, possa manipolare il livello di qualità attesa del prodotto considerato (un Prosecco frizzante). I risultati dell’analisi sensoriale hanno dimostrato infatti che esiste una differenza di percezione della qualità da parte dei due diversi campioni che si sono prestati alla degustazione di due Prosecchi: uno biologico ed uno non biologico, o tradizionale. Il target di consumatori attenti alle problematiche ambientali e alla propria salute (i visitatori della Fiera Sana), con un livello culturale medio-elevato ed una certa disponibilità economica, ha prestato particolare attenzione alla certificazione di qualità in genere, preferendo il campione contrassegnato con un’etichetta che indicava una certificazione biologica ed una certificazione di qualità “ISO”, al comune Prosecco, assaggiato in un test “alla cieca”. I risultati sono stati diversi per il target di consumatori provenienti dalla zona di produzione del prodotto Prosecco (Conegliano), che hanno 172 una conoscenza del prodotto tradizionale ed una minor attenzione per i problemi riguardanti l’ambiente e le produzioni biologiche, con un livello culturale medio ed una disponibilità in denaro minore rispetto al target della Fiera di Bologna. Per questi ultimi, dall’analisi sensoriale risulta che non esiste una differenza di percezione qualitativa, che sia statisticamente rilevante, tra un prodotto biologico ed uno “certificato ISO” rispetto al prodotto assaggiato nel test cieco. L’analisi delle Disponibilità A Pagare (DAP) ha messo in luce quanto la presenza in etichetta dell’informazione riguardante la certificazione biologica o di qualità possa aumentare il prezzo che il consumatore è disposto a pagare per tale tipologia di prodotto. Da una prima rappresentazione dei dati raccolti (vedi boxplot, pagg. 134-135), si nota come il ventaglio di prezzi che un consumatore attento alle problematiche del biologico assegna ad un vino certificato,si amplifica quando si aggiunge un’informazione sulla presenza di una certificazione del prodotto stesso. Questo fenomeno è meno rilevante per il target di Conegliano. L’analisi della varianza non ci ha permesso di rilevare differenze statisticamente significative sull’indicazione in etichetta di una certificazione di qualità, rispetto al prodotto comune, fatta eccezione per la DAP del prodotto biologico che si immagina acquistato al supermercato, che è risultata superiore, per il target di consumatori della Fiera Sana, rispetto alla DAP del prodotto senza certificazione biologica. Dalla stima delle curve riferite alle DAP per i tre diversi mercati, invece, abbiamo rilevato come la presenza in etichetta della certificazione biologica faccia aumentare la DAP stessa, in misura più accentuata per il campione di Bologna rispetto a quello di Conegliano. L’informazione sulla certificazione di qualità ISO, invece, aumenta le DAP per il campione di Bologna, ma le diminuisce per il campione di Conegliano se si immagina di acquistare il prodotto in un ristorante o in un negozio specializzato. Per quanto riguarda l’effetto delle etichette sulla domanda, abbiamo osservato come la quantità domandata di un Prosecco certificato aumenti, per il target bolognese, soprattutto nel segmento di mercato più elevato. Tale fenomeno si registra anche nel caso del target di Conegliano, ma in misura nettamente inferiore. La dicitura “certificato ISO”, al contrario, provoca un aumento di quantità domandata nel segmento alto del campione bolognese, mentre non viene apprezzata dai tre segmenti del target coneglianese, fatta eccezione per la tipologia di esercizio “supermercato”, dove vengono 173 assegnate delle DAP più elevate per il vino “certificato ISO”, rispetto al prodotto anonimo. La variazione percentuale di prezzo che si registra passando da un prodotto assaggiato “alla cieca” ad un prodotto che viene indicato come “biologico” o “certificato ISO”, non è elevata, se confrontata con la variazione percentuale di quantità domandata. Si può pensare, perciò, a delle strategie di prezzo più basso per un vino “biologico” nei diversi mercati. Non è opportuno, per il campione della zona di produzione del Prosecco, indicare in etichetta la certificazione biologica o di qualità, se il prodotto è destinato a dei mercati come il ristorante, mentre si può destinare tali prodotti alla categoria di esercizio “supermercato”. 174 Riferimenti bibliografici • AARON J. I., MELA D. J., EVANS R. E. (1994): The influence of attitudes, beliefs and label information on perceptions of reduced-fat spread. Appetite, vol. 22, pp. 2537. • AA. VV. (2002): Distributeurs européens, Bulletin de l’O.I.V., vol.75, n. 853-854, pp.195-207. • AA. VV. (1998, a): Filiera vino, Roma, ISMEA. • AA. VV. (2000, a): Filiera vino, Roma, ISMEA. • AA. VV. (2003): Misura 13 Sottomisura 13 A, inserto della rivista Terra Trevigiana, mensile della Federazione Provinciale Coltivatori Diretti di Treviso, anno LVII, n. 2 2003. • AA. VV. (1993): L’impresa agricola. 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Considerazioni: Quanto è disposto a pagare per una bottiglia del campione n. 349 in un: Ristorante €/bottiglia Negozio specializzato in prodotti biologici €/bottiglia Supermercato €/bottiglia Quanto è disposto a pagare per una bottiglia del campione n. 533 in un: Ristorante €/bottiglia Negozio specializzato in prodotti biologici €/bottiglia Supermercato €/bottiglia I QUESTIONARIO Caratteristiche dell’intervistato Età …………… Sesso M F Abita a: ……………………. In provincia di: …………………….. Stato: …………... Professione …………………………. Titolo di studio ……………………… Delle seguenti categorie a quale appartiene? " Svolgo un’attività professionale nel settore enologico (specificare …………….) " Esperto assaggiatore " Consumatore esperto " Consumatore generico Per quale motivo ha deciso di visitare questa fiera? " Per curiosità " Perché da tempo seguo un’alimentazione sana ed equilibrata " Perché lavoro nel settore del biologico " Perché ho uno stand qui in fiera " Altro……………………………………. Acquista / consuma vino nelle seguenti categorie di esercizi? Mai 1-3 3-6 più di 6 volte l’anno volte l’anno volte l’anno Ristoranti Negozi specializzati in prodotti biologici Enoteche Supermercati Cantine Bar, Osterie ( ( ( ( ( ( II ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( Quanto tempo libero dedica alle seguenti attività? 10 hobbistica, bricolage Guardare la TV Teatro, cinema Lettura di giornali, libri, ecc. Sport (specificare ……………………………………) Attività sociali, volontariato, culturali, politiche, ecc. Attività ambientalistiche, naturalistiche, ecc. Viaggi e vacanze Altro (specificare …………………………………….) Niente poco ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( ( abbastanza molto ( ( ( ( ( ( ( ( ( Numero componenti il nucleo familiare …………………………. Reddito mensile del nucleo familiare Meno di 1000 €/mese 1000 – 2000 €/mese 2000 – 3000 €/mese 3000 – 4000 €/mese 4000 - 5000 €/mese più di 5000 €/mese ( ( ( ( ( ( Informazioni generali sul consumo di vino Cosa le fa venire in mente la dicitura “D.O.C”?(anche più risposte): " " " " Un vino di qualità superiore La garanzia di provenienza da uno specifico territorio Altro: specificare……………………………………….. Non ne conosco il significato Cos’è per lei la certificazione di qualità ISO 9000/2000? " " " " " 10 Un marchio che vedo spesso sui prodotti che acquisto La garanzia che, per ottenere quel prodotto, siano state eseguite delle procedure rigorosamente controllate Una famiglia di norme che riguardano diversi settori Altro ________________________ Non so ricamo, giardinaggio, falegnameria, ecc III ( ( ( ( ( ( ( ( ( Quando acquista un vino, quale importanza attribuisce ai seguenti fattori (da 1a 5): 1 ( Il prezzo Il gusto ( La marca ( ( La dicitura “D.O.C.” Una etichetta ed una forma della bottiglia dall’aspetto accattivante ( ( La certificazione di qualità ISO 9000:2000 Mi faccio consigliare da un amico ( ( Mi faccio consigliare da chi me la vende Mi faccio guidare dalla pubblicità su quel prodotto ( 2 ( ( ( ( ( ( ( ( ( 3 ( ( ( ( ( ( ( ( ( Quali garanzie vorrebbe dal produttore di vino? " " " " L’assenza di residui di trattamenti Il rispetto per l’ambiente La sicura provenienza delle uve da uno specifico territorio Altro_____________ Il prosecco biologico Conosceva il Prosecco biologico? " " " Sì No Ho assaggiato un altro tipo di vino biologico Se no, come pensava potesse essere?(più risposte): " " " " " Di qualità superiore al prosecco non biologico Di qualità inferiore al prosecco non biologico Con un gusto simile al Prosecco che assaggiavo una volta Più naturale, senza additivi Altro_______________________ Se sì, quale aggettivo potrebbe attribuirgli? Eccellente Ottimo Buono Scarso Con quale frequenza acquista prodotti biologici? " " " Spesso Qualche volta Mai Dove li acquista? " " " Nei supermercati Nei negozi specializzati Altro_________________ IV 4 ( ( ( ( ( ( ( ( ( 5 ( ( ( ( ( ( ( ( ( Vino e territorio Ha visitato la strada del vino bianco Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano? " " " Sì No Non so dove si trova Se conosce le colline del Prosecco come ha trovato il paesaggio? " " " " " Molto naturale e ben curato Un po’ trascurato Ci sono troppi capannoni industriali che deturpano il territorio Inquinato Altro______________________ V