Lunarie de lu Uašte
~ L’Almanacco dei Vastesi ~
A cura di
Giuseppe Tagliente
Paolo Calvano
Fernando D’Annunzio
Stampato dalla Q Edizioni
per conto dell’Associazione culturale San Michele Onlus no profit
Vasto - Corso Italia 1
Impaginazione: Piùgrafica - San Salvo
© 2013 - Tutti i diritti riservati
~ 2014 ~
Premessa alla quattordicesima edizione
La novità di quest’anno è senza alcun dubbio il compact-disc
con le poesie di Pietro Perrozzi recitate da lui stesso. Per quanti
amano il dialetto rappresenta l’occasione per ascoltare dalla viva
voce dell’autore alcune delle sue liriche e delle sue simpatiche
“macchiette” e di riscoprire così le tonalità ed i ritmi giusti della
nostra parlatura paesana più autentica. Anche il resto non deluderà, almeno speriamo, i lettori del Lunario, che continuano a
crescere di numero soprattutto fuori Città tra le comunità vastesi in Italia e nel mondo, ed ai quali va il nostro ringraziamento
per le notizie ed il materiale fotografico che ci mettono costantemente a disposizione e per l’incoraggiamento a proseguire che
ci danno. Segnaliamo a tal proposito la storia (mai scritta) della
Società Operaia di Mutuo Soccorso, che quest’anno celebra il
150.mo della fondazione, e alcune pagine d’argomento antropologico dedicate a talune usanze alimentari, ai giochi ed ai passatempi d’una volta, all’Olivo come genius loci di questa nostra
terra amata ed antica. Buona lettura e, se Dio vuole, com’era
d’abitudine dire una volta, arrivederci all’anno prossimo.
Buona lettura.
Gli autori,
Dicembre 2013
1
Li mise dill’ânne
di Fernando D’Annunzio
Pasquàtte, Sand’Andùnie e Bbaštijäne...
Se va candânne pe’ mmond’ e pe’ piäne.
GENNAIO... La Pasquetta, il Sant’Antonio e il San Sebastiano... / Si cantano per i monti e per il piano.
Jé corte carte e jé mmalecaväte...
Lu muése cchiù trimènde de l’annäte.
FEBBRAIO... E’ corto corto e mal considerato... / Il mese più tremendo dell’annata
Se pure la jurnäte pare bbèlle...
S’aìsce é mej’ a n’ di scurdà lu ‘mbrèlle.
MARZO... Se pure la giornata sembra bella... / Se esci è meglio non scordare l’ombrello.
La Pâsche pe’‘štu muase sempre pâsse...
A méne che nin é ‘na Pasca vâsse.
APRILE... La Pasqua in questo mese sempre passa... / A meno che non sia una Pasqua bassa.
Nghi li ciréce e fiure a li ciardèine...
Štu muàse jé tra tütte la riggèine.
MAGGIO... Con le ciliege e i fiori nei giardini... / Questo mese è tra tutti la regina
Nghi la bbella štaggiàne ch’arièsce...
Chiude li schéule..., é fešte di bbardèsce.
GIUGNO... Con la bella stagione che torna... / Chiudono le scuole e i bambini sono in festa.
2
Jurnàte lunghe e sole calle câlle...
Jam’ a lu muère e mittémij’ a mmôlle.
LUGLIO... Giornate lunghe e sole caldo caldo... / Andiamo al mare e mettiamoci a mollo
Lu Uâšte... sôccia sôcce li fraštìre...
S’arimbièsce la spiâgge e la scujjìre.
AGOSTO... A Vasto... dappertutto turisti... / Si riempiono spiaggia e scogliera.
Nghi ùve e fèchere pe’ li cambâgne...
‘Ddo’ ti truve... pâsse, cuje e mâgne.
SETTEMBRE... Con uva e fichi nelle campagne... / Ovunque sei... passa, cogli e mangia.
Trumuìnde si finìsce a vilignà...
la lèive da riccôje é prond’ aggià.
OTTOBRE... Mentre si finisce di vendemmiare... / comincia la raccolta delle olive.
È nu muàse che a vvôdde arintrištèsce...
E li jurnäte s’ariccurtunuèsce.
NOVEMBRE... È un mese che a volte rende tristi... / E le giornate diventano sempre più corte.
Finìsce l’ânne nghi li bbille fèšte...
E arrèive l’Anne Néuve lèšte lèšte.
DICEMBRE... Finisce l’anno con le belle feste... / E subito arriva l’Anno Nuovo.
Feste e ricorrenze dell’anno
Feste religiose e civili
1 gennaio, Capodanno
6 gennaio, Epifania del Signore
25 aprile, Festa della Liberazione
1 maggio, Festa del Lavoro
2 giugno, Proclamazione della Repubblica
15 agosto, Ferragosto
29 settembre, Il Patrono San Michele
1 novembre, Ognissanti
8 dicembre, Immacolata Concezione
25 dicembre, Natale del Signore
26 dicembre, Santo Stefano
Feste mobili
19 gennaio, Giubileo Vastese
4 marzo, Martedì grasso
5 marzo, Le Ceneri
11 aprile, Sacra Spina,
20 aprile, Pasqua,
21 aprile, Lunedì dell’Angelo
27 aprile, Madonna dell’Incoronata
4 maggio, Madonna della Penna
1 giugno, Ascensione di Gesù
8 giugno, Pentecoste
15 giugno, La Trinità
22 giugno, Corpus Domini
6 luglio, Madonna delle Grazie
23 novembre, Cristo Re
Calendario Astronomico
Gennaio
Il 1° il Sole sorge alle 7.28 e tramonta alle 16.39. L’11 sorge alle 7.27 e tramonta alle 16.49.
Il 21 sorge alle 7.22 e tramonta alle 17.01. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 16 e dal 30 al
31. Luna calante dal 16 al 30. Luna nuova alle 12.14 di mercoledì 1° e alle 22.39 di giovedì 30.
Primo quarto alle 4.39 di mercoledì 8. Luna piena alle 5.52 di giovedì 16. Ultimo quarto alle
6.19 di venerdì 24.
Febbraio
II 1° il Sole sorge alle 7.13 e tramonta alle 17.15. L’11 sorge alle 7.02 e tramonta alle17.28.
Il 21 sorge alle 6.48 e tramonta alle 17.40. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 15. Luna calante
dal 15 al 28. Primo quarto alle 20.22 di giovedì 6. Luna piena alle 0.53 di sabato 15. Ultimo
quarto alle 18.15 di sabato 22.
Marzo
Il 1° il Sole sorge alle 6.36 e tramonta alle 17.50. L’11 sorge alle 6.19 e tramonta alle 18.02.
Il 21 sorge alle 6.02 e tramonta alle 18.13. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 16 e dal 30 al 31.
Luna calante dal 16 al 30. Luna nuova alle 9.00 di sabato 1° e alle 20.45 di domenica 30. Primo
quarto alle 14.27 di sabato 8. Luna piena alle 18.08 di domenica 16. Ultimo quarto alle 2.46 di
lunedì 24.
Aprile
Il 1° il Sole sorge alle 6.43 e tramonta alle 19.25. L’11 sorge alle 6.27 e tramonta alle 19.36.
Il 21 sorge alle 6.11 e tramonta alle 19.48. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 15 e dal 29 al 30.
Luna calante dal 15 al 29. Luna nuova alle 8.14 di martedì 29. Primo quarto alle 10.31 di lunedì
7. Luna piena alle 9.42 di martedì 15. Ultimo quarto alle 9.52 di martedì 22.
Maggio
Il 1° il Sole sorge alle 5.56 e tramonta alle 19.59. L’11 sorge alle 5.44 e tramonta alle 20.09.
Il 21 sorge alle 5.34 e tramonta alle 20.19. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 14 e dal 28 al
31. Luna calante dal 14 al 28. Luna nuova alle 20.24 di mercoledì 28. Primo quarto alle 5.15 di
mercoledì 7. Luna piena alle 21.17 di mercoledì 14. Ultimo quarto alle 14.59 di mercoledì 21.
Giugno
Il 1° il Sole sorge alle 5.27 e tramonta alle 20.29. L’11 sorge alle 5.24 e tramonta alle 20.35.
Il 21 sorge alle 5.25 e tramonta alle 20.39. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 13 e dal 27 al 30.
Luna calante dal 13 al 27. Luna nuova alle 10.08 di venerdì 27. Primo quarto alle 22.39 di giovedì
5. Luna piena alle 6.11 di venerdì 13. Ultimo quarto alle 20.39 di giovedì 19.
Luglio
Il 1° il Sole sorge alle 5.28 e tramonta alle 20.39. L’11 sorge alle 5.34 e tramonta alle 20.36.
Il 21 sorge alle 5.43 e tramonta alle 20.30. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 12 e dal 27 al
31. Luna calante dal 12 al 27. Luna nuova alle 0.42 di domenica 27. Primo quarto alle 13.59 di
sabato 15. Luna piena alle 13.25 di sabato 12. Ultimo quarto alle 4.08 di sabato 19.
Agosto
Il 1° il Sole sorge alle 5.53 e tramonta alle 20.19. L’11 sorge alle 6.04 e tramonta alle 20.06.
Il 21 sorge alle 6.14 e tramonta alle 22.47. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 10 e dal 25 al 31.
Luna calante dal 10 al 25. Luna nuova alle 16.13 di lunedì 25. Primo quarto alle 2.50 di lunedì 4.
Luna piena alle 20.09 di domenica 10. Ultimo quarto alle 14.26 di domenica 17.
Settembre
Il 1° il Sole sorge alle 6.25 e tramonta alle 19.34. L’11 sorge alle 6.36 e tramonta alle 19.17.
Il 21 sorge alle 6.46 e tramonta alle 19.00. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 9 e dal 24 al 30.
Luna calante dal 9 al 24. Luna nuova alle 8.14 di mercoledì 24. Primo quarto alle 13.11 di martedì 2. Luna piena alle 3.38 di martedì 9. Ultimo quarto alle 4.05 di martedì 16.
Ottobre
Il 1° il Sole sorge alle 6.57 e tramonta alle 18.42. L’11 sorge alle 7.08 e tramonta alle 18.25.
Il 21 sorge alle 7.19 e tramonta alle 18.10. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° all’8 e dal 23 al 31.
Luna calante dall’8 al 23. Luna nuova alle 23.57 di giovedì 23. Primo quarto alle 21.33 di mercoledì 1° e alle 3.48 di venerdì 31. Luna piena alle 12.51 di mercoledì 8. Ultimo quarto alle 21.12
di mercoledì 15.
Novembre
Il 1° il Sole sorge alle 6.32 e tramonta alle 16.54. L’11 sorge alle 6.45 e tramonta alle 16.43.
Il 21 sorge alle 6.57 e tramonta alle 16.35. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 6 e dal 22 al 30.
Luna calante dal 6 al 22. Luna nuova alle 13.32 di sabato 22. Primo quarto alle 11.06 di sabato
29. Luna piena alle 23.23 di giovedì 6. Ultimo quarto alle 16.15 di venerdì 14.
Dicembre
Il 1° il Sole sorge alle 7.08 e tramonta alle 16.30. L’11 sorge alle 7.18 e tramonta alle 16.29.
Il 21 sorge alle 7.25 e tramonta alle 16.32. Fasi lunari: Luna crescente dal 1° al 6 e dal 22 al 31.
Luna calante dal 6 al 22. Luna nuova alle 2.36 di lunedì 22. Primo quarto alle 19.31 di domenica 28. Luna piena alle 13.27 di sabato 6. Ultimo quarto alle 13.51 di domenica 14.
Nome: Vasto (Istonio dal 1938 al 1944)
Città dal 30 marzo 1710
Denominazione antica: Histonium
Altitudine: 143 m. s.l.m.
Superficie: 70,63 Kmq
Denominazione abitanti: vastesi, localmente uaštarúli
Numero abitanti: Maschi 20.174 - Femmine 21.275
Tot. 41.449 al 31/10/2013
Famiglie anagrafiche 15.996
Convivenze 20 (135 persone)
Provincia: Chieti
Economia: a prevalenza industriale, commerciale e turistica
Santo Patrono: San Michele Arcangelo
(dal 1827 con breve papale di Leone XII)
Gemellata con: Perth (W.A.) dal 1989
foto Occhio Magico
6
Sindaci dall’Unità d’Italia
1860- 1866 Filoteo D’IPPOLITO
1868- 1876 Silvio CICCARONE Senior
1876- 1878 Carlo NASCI
1878- 1896 Francesco PONZA
1897 Luigi D’ALOISIO
1897- 1919 Luigi NASCI
1919- 1920 Gelsomino ZACCAGNINI
1920- 1921 Filoteo PALMIERI
1921- 1923 Florindo RITUCCI CHINNI
1924- 1933 Pietro SURIANI
1934- 1935 Gaetano DEL GRECO
1937- 1940 Erminio SCARDAPANE
1941- 1942 Francescopaolo GIOVINE
1942 - 1943 Silvio CICCARONE Junior
1943 - 1944 Emilio ZARA
1944 - 1945 Giuseppe NASCI
1946 - 1955 Florindo RITUCCI CHINNI
1955 - 1956 Olindo ROCCHIO
1956 - 1962 Idiano ANDREINI
1962 - 1973 Silvio CICCARONE Junior
1973 - 1979 Nicola NOTARO
1979 - 1993 Antonio PROSPERO
1994 - 2000 Giuseppe TAGLIENTE
2000 - 2001 Giovanni BOLOGNESE
2001 - 2006 Filippo PIETROCOLA
2006 - Luciano LAPENNA
L’Amministrazione Comunale
Sindaco: Luciano Lapenna
Giunta: Lina Marchesani, Marco Marra, Fiorentino Mario Olivieri, Luigi Carmine Masciulli, Vincenzo Sputore,
Anna Suriani, Nicola Tiberio
Segretario Generale: Rosa Piazza
Consiglio: Maria Amato, Elio Baccalà, Gabriele Barisano, Andrea Bischia, Paola Cianci, Francesco Paolo
D’Adamo, Davide D’Alessandro, Antonio Del Casale, Mauro Del Piano, Mario Della Porta, Nicola Del
Prete, Massimo Desiati, Giuseppe Forte, Guido Giangiacomo, Simone Lembo, Luigi Marcello, Manuele
Marcovecchio, Giovanna Paolino, Francesco Menna, Domenico Molino, Massimiliano Montemurro, Corrado
Franco Sabatini, Etelwardo Sigismondi, Maurizio Vicoli
Dirigenti: Simona Di Mascio (Servizi Interni), Vincenzo Marcello (Servizi Demografici e Sociali), Michele
D’annunzio (Servizi Culturali), Roberto D’Ermilio (Lavori Pubblici), Orlando Carusi (Polizia Urbana)
A.S.L.
Direttore Generale: Francesco Zavattaro. Direttore Sanitario: Pasquale Flacco
Magistratura:
Presidente Tribunale: Antonio Sabusco
Forze dell’Ordine
Commissariato Polizia di Stato: Cesare Ciammaichella. Compagnia Carabinieri: Giancarlo Vitiello
Tenenza Guardia di Finanza: Marco Garofalo. Ufficio Locale Marittimo: Giuliano D’Urso
Distaccamento Vigili del Fuoco: Cosimo Colameo. Corpo Forestale dello Stato: Domenico Racciatti
Parrocchie
Concattedrale di S. Giuseppe: Gianfranco Travaglini. S. Maria Maggiore: Domenico Spagnoli
S. Pietro in S. Antonio: Stellerino D’Anniballe. S. Paolo Apostolo: Gianni Sciorra
S. Maria Incoronata: Eugenio Di Gianberardino. S. Maria del Sabato Santo: Massimo D’Angelo
Stella Maris: Luigi Stivaletta. S. Giovanni Bosco: Francesco Pampinella
S. Lorenzo: Antonio Bevilacqua. S. Marco Evangelista: Luigi Smargiassi
Dirigenti Istituzioni scolastiche
Liceo Classico “L.V. Pudente” , Istituto d’Arte, e Istituto Magistrale “R. Pantini”: Letizia Daniele
Liceo Scientifico “R. Mattioli”: Silvana Marcucci. Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “F. Palizzi”: Nino
Fuiano. Istituto di Istruzione Superiore“E. Mattei”: Rocco Ciafarone. Istituto Comprensivo n°1: Maria Cauli.
Istituto Comprensivo n°2: Maria Pia Di Carlo, Nuovo Circolo Didattico: Nicoletta Del Re
7
Giuseppe Garibaldi.
L’Eroe dei Due Mondi è stato
il primo presidente onorario
della Società di Mutuo
Soccorso
A 150 anni dalla fondazione della
Società di Mutuo Soccorso
di Paolo Calvano
8
In un diffuso clima di ottimismo e di apparente “libertà politica”
in conseguenza dell’Unità d’Italia, cresce tra le classi intermedie
l’impulso all’impegno civile, già sperimentato nell’adesione alla
Guardia Nazionale, e spinge ad associarsi sotto il manto protettivo e paternalistico del notabilato locale, che sollecita, controlla
e indirizza.
Uno dei primi frutti di quest’assaggio di democrazia è la costituzione della Società degli Operai, che, contrariamente a quanto
afferma Francesco Ciccarone1 nei suoi Ricordi2, non rappresenta
una creatura ideata dal padre Silvio, ma all’interno di un quadro
più complesso, è l’esito di un movimento civile che anche nella
nostra cittadina, pur non cancellando le inevitabili diversità ideologiche tra moderati, garibaldini e democratici, riesce a cementare
il variegato mondo degli artigiani e dei commercianti, unendoli
sulla comune consapevolezza di “essere popolo che à coscienza
dei propri dritti e doveri”3. L’adesione alla Società è per gli “operai”
(artigiani di vario tipo e piccoli negozianti che vivono con l’opera delle proprie mani), nel dissolversi della società “borbonica”, il
modo di dire si al nuovo corso e di impegnarsi da protagonisti
nella costruzione della nuova Italia. Gli artieri e i commercianti,
quasi tutti ideologicamente liberali, si ritrovano in un unico blocco
contrapposti ai clericali e ai borbonici, sostenuti dalla stragrande
maggioranza dei contadini. Sono gli stessi giovani e padri di famiglia che nel 1860, formando la Guardia Nazionale al seguito del
maggiore Ciccarone, hanno partecipato alla disastrosa Campagna
Militare fino a Sulmona, e poi hanno represso con le armi le sommosse popolari scoppiate in alcuni comuni del Vastese4.
Anche Silvio Ciccarone5, dopo le iniziali incertezze di collocazione
tra i moderati e i democratici, decide di privilegiare il rapporto
con gli Spaventa6, diventando sempre più il riferimento in loco della
Destra Storica e l’unico in grado di decidere interventi nella società vastese. Ai margini della politica reale rimangono gli estremisti:
alcuni nobili di tendenze radicali7 e sparuti gruppi di combattenti
garibaldini.8
Nel pomeriggio di lunedì 25 luglio 1864 nasce la Società di Mutuo
Soccorso e Mutuo Lavoro degli Operai di Vasto per iniziativa di
“pochi operai sorretti da sano giudizio e dal senno di benemeriti
cittadini”, quasi ad evidenziare la funzione protettrice svolta dai
borghesi vastesi nella nascita e nella sviluppo dell’istituzione. Nello
stesso giorno viene eletto il Consiglio direttivo con Presidente
effettivo Luigi Del Guercio9 e Segretario Pompeo Romani10.
1) Francesco Ciccarone (1859+1938),
politico di area Giolittiana eletto al
Parlamento per tre legislature (1904-17).
2) Cfr. Francesco Ciccarone, Ricordi.
Società e politica a Vasto dall’Unità al
fascismo, a c. di M. De Luca e C. Felice,
Vasto, Cannarsa, 1998, p. 34.
3) Cfr. Manifesto di inaugurazione della
Società del 3 novembre 1864.
4) Cfr. Paolo Calvano, Vasto 1860:
cronologia degli avvenimenti (prima e
seconda parte) in «Vasto Domani», n. 7
del luglio 2010 e n. 10 dell’ottobre 2010.
5) Silvio Ciccarone (1822+1897),
cospiratore e politico. Aderente alla
Giovine Italia nel 1840, Maggiore
della Guardia Nazionale del Distretto
nel 1860-7, Vice Governatore e
Sottintendente nel 1860-1, Sindaco nel
1868-76.
6) Silvio Spaventa (Bomba 1821+Roma
1893), cospiratore e politico della Destra
Storica, ripetutamente Ministro negli anni
1860-76; Bertrando Spaventa (Bomba
1817+Napoli 1883), filosofo e storico
della filosofia.
7) Si tratta di Filippo de’ Conti Tiberi
(1821+L’Aquila 1869), intellettuale di
tendenze radicali; Giuseppe de’ Conti
Ricci (1844+Mentana 1867) giornalista
e garibaldino morto in battaglia a
Mentana. Cfr. Paolo Calvano, Giuseppe
de’ Conti Ricci, in G. Tagliente, P. Calvano,
G. Di Rosso, Lunarie de lu Uaste 2008,
Guardiagrele, 2007 e Paolo Calvano,
Giuseppe de’ Conti Ricci a Mentana
con Garibaldi, in «Vasto Domani» n. 5
del Maggio 2007; Luigi de’ Conti Ricci
(1841+Londra1913), intellettuale e
garibaldino. Con Garibaldi al Volturno, in
Aspromonte, a Bezzecca e a Parigi nella
guerra franco-prussiana. Esule a Londra
è insegnante al King’s College. Cfr. Paolo
Calvano Italia o morte. Storie di ordinaria
rivoluzione nella Vasto risorgimentale, in
«Vasto Domani» n. 10 dell’ottobre 2007.
8) Gli altri garibaldini vastesi “accertati”
sono: Francesco Paolo Armeno
(1844+1926), muratore; Carlo Celano
(1843+1908), sarto; Carlo De Vito
(1842+1908), falegname; Pasquale
Di Federico (Castelli 1837+Roma
1916) guardia doganale; Antonio
Forte (1837+1908), calzolaio; Carlo
Maria Pietrocola (1841+1901),
flebotomo; Raffaele Ranghella (Spoltore
1842+1917), panettiere; Cesare Raspa
(1841), falegname; Sante Stampone
(1841+1938), contadino; Arcangelo
9
10
Saulino (1843), ramiere; Nicola
Vinciguerra (1843+1933), giardiniere;
Cesario Vitale (1842+1908), muratore.
9)) Luigi Del Guercio (1819), ebanista.
10) Pompeo Romani (1827+Potenza
1901), direttore del locale Ginnasio, poi
insegnante nel Liceo di Potenza.
11) Archivio Privato Ciccarone, Parte II
Lettere, carte, documenti di vita pubblica,
Fascicolo 9° Interessi cittadini, 36°
argomento Società Operaia.
12) Cfr. Manifesto di inaugurazione della
Società del 3 novembre 1864.
13) Giuseppe Mazzini (Genova
1805+Pisa 1872), rivoluzionario
repubblicano e politico. Dapprima entra
nella carboneria poi fonda la Giovine
Italia
14) Vittorio Emanuele II di Savoia (Torino
1820+Roma 1878), dal 1831 Duca di
Savoia, poi nel 1849 Re di Sardegna e dal
1861 Re d’Italia.
15) Giuseppe Garibaldi (Nizza
1807+Caprera 1882), avventuriero e
condottiero. Cospiratore si rifugia in
America del Sud dove combatte per
le Repubbliche locali. Nel 1849 è nella
Repubblica Romana. Esule in America
fino al 1854. Combatte nel 1859 e nel
1866 contro gli Austriaci. Nel 1860 guida
la spedizione dei Mille. Nel 1862 e nel
1866 tenta di occupare Roma. Nel 1871
partecipa alla guerra Franco – prussiana.
Deputato al Parlamento, negli ultimi anni
si ritira a Caprera.
Lo stesso Consiglio comunica, il 1° settembre, al Maggiore Silvio
Ciccarone11 (che assomma in sé le cariche di Comandante della
Guardia Nazionale e di Vice Governatore del Distretto) la sua
nomina a socio onorario e offre la Presidenza onoraria al Generale Giuseppe Garibaldi che accetta prontamente, con “grande
entusiasmo” .
La Sede Sociale viene inaugurata martedì 6 novembre 1864 con
una giornata di festeggiamenti di altissimo livello per quell’epoca:
spari di numerosi petardi e ripetuti colpi di cannone, elevazione
di ben cinquanta globi aerostatici nell’antica Piazza d’armi (l’attuale
piazza Rossetti), una rappresentazione teatrale introdotta dall’inno
al Re Vittorio Emanuele II e conclusa dall’inno del “primo operaio
italiano” Giuseppe Garibaldi, una tombola a beneficio della Società stessa in piazza L.V. Pudente, il tutto allietato dalle “armonie
di una scelta banda musicale”12. Nella sala principale della Sede
sono in bella mostra i ritratti di Mazzini,13 Vittorio Emanuele II14 e
Garibaldi15, in una specie di sincretismo politico che ben esprime
le intenzioni dei fondatori.
In Italia le società Operaie di Mutuo Soccorso cominciano a svilupparsi nella seconda metà dell’Ottocento. Nascono attraverso
la costituzione di una cassa comune per supplire alle carenze dello
Stato che di sociale ha ben poco e migliorare così le condizioni
materiali e morali degli iscritti. I punti fondanti di queste associazioni sono la solidarietà fra i soci, la mutualità, l’autogestione dei
mezzi finanziari sociali e, tentativamente, la moralità. Infatti in molti
Statuti sono introdotte norme che vietano l’elargizione di sussidi
ai malati di patologie causate dall’abuso di bevande alcoliche o che
impongono agli iscritti di astenersi dai giochi d’azzardo. Nel 1864,
nella penisola, le società di Mutuo Soccorso sono già oltre 900 e
otto anni dopo hanno raggiunto quota cinquemila, per superare
alla fine del secolo le 8.000 unità.
Le più antiche Società dell’Abruzzo-Molise sono la “Società dei
16) Cfr. Nicola Verna, Società Operaie di
Mutuo soccorso in Abruzzo dal 1861 al
1905, Pescara, Samizdat, 2001, p. 71.
17) Statuto della Società di mutuo soccorso
degli operai della città di Chieti, Chieti, tip.
Quintino Scalpelli, 1862.
11
Silvio Ciccarone
Cappellai” (1849) e la “Società degli operai” (1861), ambedue
di Teramo, e l’“Associazione generale degli operai” de L’Aquila
(1862). In provincia la prima Società operaia di mutuo soccorso
é fondata a Chieti il 21 dicembre 1861. Seguono nel 1864 la Società di Vasto e nel 1865 quelle di Atessa e di Ortona.16 Queste
istituzioni sono inizialmente strutturate in “classi”, rappresentanti
le professioni, le arti o i mestieri dei soci iscritti. Il fine di queste
associazioni viene sintetizzato in un articolo dello statuto dei soci
Teatini: “La società istessa avrà per scopo il reciproco, fratellevole
appoggio de’ socj nelle ristrettezze della vita, il progresso civile e
morale di ciascun socio, e l’efficace adempimento de’ doveri, non
meno che l’uso il più largo de’ dritti de’ Cittadini”.17
Pochissime sono le carte che documentano la storia della Società
vastese in questi primi anni (ma è così fino al 1960) e lo fanno in
modo molto frammentario rendendo difficile inquadrare gli avvenimenti in una visione di ampio respiro. L’incuria dei responsabili
Il Manifesto del 1864 che annuncia
la costituzione della Società
Operaia
12
degli archivi societari, la scarsa attenzione delle amministrazioni
comunali e il passaggio del fronte nel 1943, con gli inevitabili sequestri e conseguenti distruzioni, hanno impedito una pur minima
conservazione.
In mancanza dello Statuto originale, già conservato nel distrutto
archivio della Sottoprefettura, per capire meglio l’Associazione si
riporta parte del documento che illustra dettagliatamente gli scopi che si prefigge e le strutture predisposte.
“La classe degli operai di Vasto costituivasi […] nell’intento:
1° di promuovere la istituzione [vuole dire istruzione] dei soci;
2° di vegliare sulla morale della classe;
3° di provvedere i mezzi di mutuo soccorso e mutuo lavoro;
4° di migliorare le arti e insinuare la costante operosità;
5° di sviluppare l’industria, il commercio e l’agricoltura, in quanto
possono riflettere le arti;
6° di vigilare perché la classe acquisti abitudini di sobrietà, di temperanza, di benintesa economia;
7° di promuovere l’istituzione di casse di risparmio e prestito.
La società ha un ufficio di Presidenza, un Consiglio di Amministrazione, una Commissione provveditrice, un Cassiere, un verificatore di Cassa, due medici, un farmacista, tre infermieri ed un
usciere”. 18
Questo elenco di buoni propositi, formulati da un acculturato
borghese, si scontra in tempi brevi con la realtà. Dopo un paio
d’anni in cui, forse, la società svolge la sbandierata e benemerita
funzione di mutuo soccorso, forte del gran numero di iscritti e
sostenuta dal versamento delle quote sociali mensili di £. 0,50,
arriva ad avere anche un risparmio di gestione di oltre £. 1.000.19
In seguito, nonostante gli entusiasmi e i buoni auspici, non si riesce
a mantenere la stabilità economica e calano anche i consensi cittadini. Nel maggio 1866, con il Presidente Michele Lattanzio,20 di
tendenze radicali, forse iniziano le prime divisioni, originate anche
da divergenze politiche. Interessante la lettera di adesione all’iniziativa promossa dall’Amministrazione Comunale in occasione della
partenza dei soldati vastesi per la terza Guerra d’Indipendenza:
“Lo invito del Municipio è stato accolto con molto entusiasmo da
questa Società Operaia. La comunanza di principii e di affetto non
può che unirci tutti nell’attestare ai fratelli che partono l’interesse
e la simpatia di quelli che restano. La Società Operaia è orgogliosa
di partecipare a questa patriottica dimostrazione.”21
Dalle carte della corrispondenza Sottoprefettura-Comune, è evidente il controllo asfissiante che lo Stato impone alle Società negli
aspetti economico finanziari, chiedendo conto delle entrate e delle uscite (di come siano stati utilizzati i sussidi di malattia ai soci),22
ma soprattutto nell’esame delle tendenze politiche degli amministratori. All’inizio il giudizio sulla dirigenza è positivo, in quanto
esprime “sentimenti moderati”,23 quindi in linea con i politici locali;
in seguito si evidenzia il primo segnale dissonante: Michele Lattanzio viene marchiato “di non buon colore politico”.24
Non sappiamo quale sia stata la primitiva sede della Società. E’
accertato che il 24 novembre 1868 il sottoprefetto Ernesto Cordella25, comunica alla Società la concessione in uso gratuito, da
parte del Consiglio Provinciale, di due stanze a pianterreno del
Palazzo della Sottoprefettura.26 Nel 1869 la tendenza di crescita
è già invertita e la stabilità societaria un lontano ricordo. Lo scollamento tra la Società e gli amministratori locali è certificato da
due missive ravvicinate e discordanti in cui il Sindaco il 9 luglio
afferma di non esistere a Vasto nel 1868 alcuna Società Operaia27
e poi, il giorno successivo, smentendosi, ne conferma l’esistenza
presentando una relazione con i pochi dati in suo possesso: i residui sono solo £. 400, molti degli iscritti sono stati depennati in
base all’art. 8 dello statuto, in quanto morosi, non avendo versato
le prescritte £. 50 mensili,28 e addirittura il rapporto “poliziesco”
profilando una situazione “di decadenza” profetizza sinistramente
che la Società è “forse alla vigilia del suo scioglimento”.29 Sembra
che, nel triennio 1967-9, non siano stati consegnati alle autorità
i bilanci dettagliati.30 Nel 1871 con Vincenzo De Guglielmo Pre-
18) Archivio Storico Comunale di Vasto,
(d’ora in poi ASCV) Lettera del Sindaco
Francesco Ponza al Sottoprefetto, 6 aprile
1879.
19) ASCV, Lettera del Sindaco al
Sottoprefetto, 10 luglio 1869.
20) Michele Lattanzio (1814+1888)
milite della Guardia Nazionale nella
Campagna del 1860.
21) ASCV, Lettera del Presidente al
Sindaco, 7 maggio 1866.
22) cfr. ad esempio ASCV, Lettera del
Sottoprefetto al Sindaco, 11 giugno 1870.
23) ASCV, Tabella statistica del Sindaco,
29 settembre 1875.
24) ASCV, Lettera del Sindaco con
allegata tabella, 22 settembre 1871.
25) Ernesto Cordella (Napoli
1820+1885), zio dell’omonimo
ufficiale esploratore morto in Africa,
Sottoprefetto di Vasto nel 1868-9 e poi
Prefetto del Regno.
26) ASCV, Lettera del Sottoprefetto al
Sindaco, 24 novembre 1868.
27) ASCV, Lettera del Sindaco al
Sottoprefetto, 9 luglio 1868.
28) ASCV, tabella statistica, 22 settembre
1871.
29) ASCV, Lettera del Sindaco al
Sottoprefetto,10 luglio 1869.
30) ASCV, lettera del Sindaco al
Sottoprefetto, 11 dicembre 1874
31) Vincenzo De Guglielmo (1825),
ferraro.
32) Giuseppe De Guglielmo (1843),
fornaro.
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Presidenti della Società
Operaia di
Mutuo Soccorso
dal 1864 al 2013
Luigi Del Guercio
Michele Lattanzio senior
Vincenzo De Guglielmo
Michele Lattanzio senior
Gaetano Anelli
Michele Lattanzio junior
Giulio Giovine
Giuseppe De Guglielmo
Emilio Monacelli
Michele Canci
Emilio Monacelli
Silvio Monacelli
Michele D’Aloisio
Florindo Ritucci Chinni
Raffaele Scolavino
Ettore Cavallone
Enrico Ponza
Florindo Ritucci Chinni
Luigi Muzii
Carlo Boselli
Ennio Palucci
Francesco Paolo Cieri
Nicola Ferrara
Ottavio Di Tullio
Roberto Del Borrello
Ennio Palucci
Luigi Canci
sidente,31 Michele Lattanzio Tesoriere e Giuseppe De Gugliemo
segretario,32 i soci sono complessivamente 53 (di cui 23 effettivi
paganti e altri 30 onorari) e il bilancio si è ridotto a £. 136 che
permettono di coprire solo l’importo della pigione della sede e le
spese di gestione.33
Nel bilancio 1873 gli iscritti sono 37 (in realtà 6 effettivi) con
entrate di sole £. 32.50 per contributo soci e £. 12.20 di rendite
patrimoniali; le spese di amministrazione assommano a £. 85.00.34
Dopo un leggero aumento di iscritti nel 1874 (32 onorari e solo
10 effettivi) agli inizi del 1875, con le cariche dirigenziali quasi invariate, (con Lattanzio amministratore è rinnovato il segretario
Tito Consalvo,35 che non ha ancora accettato la carica) vi sono
solo 7 soci effettivi e con gli importi delle loro quote non si riesce
neppure a pagare l’affitto del locale che viene coperto dall’esposizione personale dei dirigenti.36 Nel dicembre del 1876, in un
momento politicamente particolare per Vasto, con la caduta, dopo
16 anni di potere ininterrotto, dell’amministrazione comunale moderata, Michele Lattanzio ha sostituito alla presidenza Vincenzo
De Guglielmo.37 Il biennio 1877-8 non evidenzia comunicazioni/
33) ASCV, tabella statistica, 22 settembre
1871.
34) MAIC, Statistica delle Società di
Mutuo Soccorso 1873, Roma, Regia
Tipografia, 1875, pp. 116-7.
35) Tito Consalvo (1824+1889),
impiegato telegrafico. Il figlio Francesco
diviene segretario dell’on. Giuseppe de
Riseis e bibliotecario della Camera dei
Deputati.
36) ASCV Tabella statistica, 5 gennaio
1875.
37) ASCV, Annotazione di riposta del
Sindaco alla lettera del Sottoprefetto del
16 dicembre 1876.
38) ASCV, Complessivamente sono
dodici le lettere spedite al Sindaco in
dieci mesi sempre per sollecitare notizie
della Società di Mutuo Soccorso o
compilazioni dei quadri statistici.
39) Francesco Paolo Ponza (Napoli
1828+1896), Sindaco dal 1878 al 1896.
Venne travolto dallo scandalo del legato
Romani.
40) Giuseppe Barone de Riseis (Scerni
1833+Roma 1924), politico abruzzese
della Sinistra. Deputato dal 1874 al 1909.
Senatore nel 1910.
41) ACSV Lettera del Sindaco al
Sottoprefetto, 6 aprile 1879.
42) ACSV Lettera a stampa del
Sottoprefetto al Sindaco, 31 marzo 1879.
Silvio Monacelli
15
14
Gaetano Anelli con la moglie Encratide Cianci (1864)
variazioni riguardo alle “attività” della struttura. Ripercorrendo gli
avvenimenti con senno del poi, sembra di narrare la lenta agonia
di un malato illustre che si tenta di mantenere in vita artificialmente. Con il febbraio 1879, il sottoprefetto Dotto de Dauli, dovendo comunicare ai superiori le notizie statistiche della Società,
comincia a tempestare di richieste il Comune.38 Ma nonostante i
ripetuti solleciti non ottiene nulla perché Francesco Ponza39 non
ha a disposizione notizie certe dal Lattanzio, e, da poco investito
della carica di Sindaco, ha altro a cui pensare. Questo politico
liberale di origine napoletana, residente a Vasto da decenni, all’inizio sodale di Silvio Ciccarone, da cui poi si è diviso sbattendo
la porta, sta iniziando la propria esperienza amministrativa, in cui
ha riunito tutti gli scontenti della politica moderata coagulando
anche una parte del notabilato cattolico, con l’appoggio del nume
tutelare della sinistra abruzzese l’on. De Riseis.40 Finalmente ad
Aprile Ponza partorisce una relazione e citando le comunicazioni
verbali del Presidente Lattanzio fotografa la situazione parlando
“di movimento retrogrado per iscritti e stato economico, e di
tenui rette mensili”.41 A luglio ultimo cenno di vita sociale del Presidente Lattanzio che compila in modo approssimativo i quadri
16
43) cfr ACSV Lettera urgentissima del
Sottoprefetto al Sindaco, 13 dicembre
con la richiesta perentoria di avere la
tabella per il giorno successivo.
44) Istonio. Corriere della Domenica.
(1888-1912) Periodico di parte
Ciccaroniana stampato nella Tip.
Zaccagnini con sede in Corso Plebiscito
44-46 nei locali di casa Monacelli, dove
erano situati negozio e farmacia gestiti
dai fratelli.
45) Emilio Monacelli (1864+1912)
giornalista e direttore dell’Istonio. Gestore
della cartoleria e, in seguito, anche della
farmacia. Silvio Monacelli (1870+1918)
Giornalista collaboratore dell’Istonio è
impiegato nella Cancelleria del Tribunale.
46) Luigi Nasci (1854+Roma 1930),
proprietario e politico, Sindaco dal 1897
al 1919.
47) La Banca Popolare Cooperativa
fu fondata dai soci della Casa di
Conversazione nel 1883. Primi
Presidente e Direttore Luigi Nasci e
Michele Benedetti. Cfr. F. Ciccarone,
Ricordi, pp. 171-3.
48) La Casa di Conversazione, nata
come Circolo dei Signori nel 1868 per
iniziativa della Destra prima è localizzata
a fianco la Cattedrale di S. Giuseppe,
poi nel 1880 in Palazzo Mayo, sempre in
piazza Pudente.
49) MAIC, Elenco delle Società di Mutuo
Soccorso, Roma, Tip. della Casa Edit.
Italiana,1898, p. IV.
50) Cfr. Nicola Verna, Società Operaie,
p. 72.
51) Istonio n. 10 del 15 luglio 1888.
statistici inviatigli. Tutte le successive richieste Ministeriali al Lattanzio di presentare lo Statuto e di compilare tabelle non ottengono alcun risultato, nonostante la minaccia al Sindaco “di avvalersi
delle facoltà accordate dalla legge a carico di chi di ragione”.42 Il
perentorio sollecito della lettera del sottoprefetto de Dauli del
13 dicembre 1879 è l’ultimo atto ufficiale in cui compare la Società.43 L’anziano Michele Lattanzio, stanco e sfiduciato, sopraffatto
dalle difficoltà, alla fine abbandona; termina il suo disinteressato
e ventennale impegno per il progresso civile, culturale e politico
degli operai vastesi. Così cala il sipario sulla prima esperienza di
socialità operaio/borghese del nostro centro, quasi in concomitanza con il pesante fallimento dell’esperienza amministrativa del
blocco moderato locale che aveva guidato la “rivoluzione del 60”
e il sostegno alla destra storica piemontese.
Un salto di nove anni e a Vasto si comincia a riparlare di Società Operaia sul neonato settimanale Istonio44, fondato dai fratelli Emilio e Silvio Monacelli45 che in questa avventura editoriale
propongono un periodico ideologicamente laico-libertario, nelle
affermazioni di principio senza agganci con i due partiti principali, ma che quasi subito diventa organo di parte Ciccaroniana.
Nel frattempo Francesco Ponza è ancora Sindaco e domina quasi
dittatorialmente la scena civile con larghissima maggioranza; ma
nell’apparente compattezza si evidenziano già piccoli segnali di cedimento. All’opposizione è il blocco moderato, inconsistente nelle
competizioni elettorali, ma in cui si sono fatti le ossa personaggi
che diverranno a breve protagonisti (Luigi Nasci46 e Francesco
Ciccarone) e sono in atto alcune interessanti intuizioni nel campo
della cultura (L’Istonio, come già detto) e nell’occupazione di punti chiave della società civile (La Banca Popolare Cooperativa47 e la
Casa di Conversazione48). Dopo il 1881 è un proliferare di Società
Operaie che in Abruzzo da 43 (1878) divengono 162 (1885) per
poi stabilizzarsi a 193 (1895)49 e 223 nel 1904. In realtà di operai,
come si percepiscono nel concetto moderno, in Abruzzo e Molise
ce ne sono pochi. Nel 1893, su una popolazione di circa 350 mila
abitanti, soltanto 7.629 sono gli occupati nelle industrie, e sono
quasi tutti artigiani e piccoli imprenditori. Veri gruppi di operai
di una certa consistenza sono soltanto nell’industria mineraria, in
quella chimico-farmaceutica e del mobile.50 Molte sono le cause
che determinano questo sviluppo che vede gli “operai” ricompattarsi per difendersi dalle novità negative che il progresso ha portato: la crisi agraria con conseguente depressione economica, il non
funzionamento delle tradizionali strutture di beneficenza sia legate
allo Stato, che non riescono ad incidere nella realtà, sia, come tradizione alla Chiesa Cattolica; difatti le Opere Pie, che fino ad allora
avevano svolto un ottimo intervento nel sociale, spesso vengono
indebolite e rese inefficienti dal controllo e dall’intromissione statale. Dopo la riforma elettorale del 1882, tramite l’istituzione di
strutture di “partecipazione democratica” facilmente influenzabili,
da parte dei potentati politici locali si mette in atto il tentativo di
controllare i voti delle classi medio-basse.
Questa nuova rinascita ripropone quindi società operaie non
contrapposte alle istituzioni ma a loro collegate tramite la guida
paternalistica della borghesia intellettuale, con l’intento di educarli
al senso dello Stato e prevenire lo sviluppo di idee sovversive.
Ma ritorniamo alle sollecitazioni lanciate dai fratelli Monacelli: nel
1888, a distanza di qualche mese dalla morte dell’artigiano Michele Lattanzio già citato, che può essere considerato quello che in
loco più ha creduto in questa struttura sussidiaria, esce in prima
pagina un articolo da titolo “La grandezza delle Società operaie”.51 Il professore Raffaele Tarantelli oltre a fare le lodi di queste
associazioni, di cui è socio e dirigente a Chieti, e a chiarirne scopi e
finalità, afferma che “in Vasto non esiste alcuna Società Operaia” e
auspica che gli operai “risollevino questo istituto caduto” rendendolo “tutto operaio”. Altri personaggi interessanti, legati al mondo
dell’associazionismo, in questo fine secolo, sono il negoziante Giuseppe Lungo52 e il fotografo Giuseppe de Guglielmo,53 nipote dei
Palizzi,54 ambedue eletti nelle liste amministrative con la sinistra. Il
secondo nel 1888 è nominato, tramite i legami con lo zio Filippo,55
socio onorario della Società Operaia Umberto I di Napoli.
Nel luglio 1889 l’Istonio rilancia ancora sui pregi e le opportunità
di una nuova Società Operaia. Giacché “in Vasto non v’è neppure l’ombra di una associazione operaia”, un pezzo del prof. Giovanni Marchesini, già docente della Regia Scuola Tecnica, tende
“a ridestare anche qui lo spirito dell’Associazione”.56 Sintomo di
una vivacità culturale e associazionistica che attende di essere valorizzata è la conferenza, in occasione della festa dello Statuto,
del Circolo Anonimo57 con sede in piazza Pudente, in cui intervengono Raffaele Mattioli Senior,58 Francesco Roberti59 e Filippo
Del Greco.60 La borghesia, è quindi pronta, a rilanciare una nuova
associazione degli operai per usarla come “luogo educativo” delle
classi subalterne, per istruirle professionalmente e innalzarne il
52) Giuseppe Lungo (1834), negoziante
più volte Consigliere comunale della
Sinistra diventa primo ed unico
Presidente accertato dell’Unione
Operaia Rossetti nel 1890.
53) Giuseppe de Guglielmo
(1847+1909) figlio di Filippina Palizzi e
dell’orefice Gregorio è il primo fotografo
con studio a Vasto. Consigliere comunale
per la Sinistra diventa consigliere e Vice
Presidente della Camera di Commercio
di Chieti. Dal 1896 al 1899 Presidente
della Società di Mutuo Soccorso.
54) I pittori fratelli Palizzi: Giuseppe
(Lanciano 1812+Parigi 1888), ottiene
grandi successi in Francia dove si era
trasferito nel 1844. Nicola (1820+Napoli
1870), paesaggista. Francesco Paolo
(1825+Napoli 1871), appassionato di
nature morte.
55) Filippo Palizzi (1814+Napoli 1899),
insegnante all’Accademia delle belle Arti
di Napoli e Direttore del Museo Artistico
Industriale.
56) Istonio n. 27 del 7 luglio 1989.
57) Istonio n. 38 del 22 settembre 1899.
58) Raffale Mattioli senior (1868),
laureato nella Scuola Superiore del
Commercio di Genova diviene Direttore
della Navigazione Italiana e si occupa su
scala nazionale dell’emigrazione italiana
nelle Americhe.
59) Francesco Roberti (1855), politico
della Sinistra, avvocato e Direttore
dell’altro periodico locale L’Abruzzo dei
Giovani.
60) Filippo Del Greco (1866+1937),
insegnante. Molto attivo come oratore e
poeta nelle manifestazioni patriottiche.
17
18
61) I 3 Abruzzi del 17 maggio 1890.
62) Agostino De Pretis (Mezzana Corti
1813+Stradella 1887), politico presente
nel Parlamento Subalpino e poi in
quello Italiano. Prodittatore in Sicilia con
Garibaldi nel 1860. Con la Sinistra otto
volte Presidente del Consiglio tra il 1876
e il 1887.
63) Leonardo Scardapane è il notaio
che in meno di un mese nel 1890
ha stipulato gli atti di nascita delle
due Società Operaie. Dall’originaria
Monteodorisio, i figli si trasferiscono
a Vasto dove nei pressi di S. Anna
costruiscono un palazzo nobiliare e
divengono personaggi di spicco nel
ventennio fascista.
64) ASCV, manoscritto “Società di Mutuo
Soccorso degli Operai di Vasto. Atto
Costitutivo e Statuto”, cc 1-8.
65) Umberto I di Savoia
(Torino1859+Monza 1900), Re d’Italia
dal 1878 viene assassinato a Monza il 29
luglio 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci.
66) Guglielmo II (Postdam 1859+Doorn
1941), Imperatore di Germania e Re di
Prussia dal 1888. Con la sconfitta della
Prima Guerra Mondiale nel 1919 abdica
e si rifugia in Olanda.
67) Valerico Laccetti (1836+Roma 1909),
pittore attivo a Napoli, a Roma e infine a
Parigi; nell’ultimo periodo della sua vita si
dedica al teatro.
68) Gaetano Anelli (1827+1914),
mercante e sottotenente della Guardia
nazionale nel 1860. Decurione nel
1857 e consigliere comunale nel 1868.
Presidente della Casa di Conversazione.
69) Francescopaolo Chinni (1835),
orefice con casa e negozio all’Arco di
Porta nuova.
70) Luigi Sargiacomo (1857), negoziante.
71) Michele Lattanzio (1855+1931),
disegnatore e calligrafo abilitato.
Politicamente repubblicano, professore e
poi Direttore della Regia Scuola Tecnica.
72) I 3 Abruzzi del 10 maggio 1890.
73) cfr ASCV, manoscritto “Società di
Mutuo Soccorso degli Operai di Vasto.
Atto Costitutivo e Statuto”, cc 20-38.
sentire patriottico.
Nel 1890, dopo un fitto e sotterraneo lavoro di contatti con un
gran numero di artigiani e piccoli gruppi di negozianti e industrianti, confermando nuovamente che non ci sono finalità politiche in
questa associazione, assolutamente apartitica, finalmente il sogno
dei Monacelli si avvera: il 13 aprile nelle sale di palazzo d’Avalos
si svolge una prima riunione di un gruppo di soci che approva lo
Statuto di una Società “aliena del tutto da interessi e scopi partigiani”.61 Si mettono le mani avanti per non agitare lo status quo e
soprattutto non impensierire il Sindaco Ponza.
Questo tentativo di arrivare allo scopo senza alzare troppa polvere non riesce perché, quando lunedì 28 aprile 1890 si costituisce
la Società di Mutuo Soccorso degli Operai di Vasto, in linea con
la legge del 15 aprile 1886 n. 3818 del Governo De Pretis,62 con
atto rogato dal notaio Leonardo Scardapane,63 cominciano immediatamente i primi problemi ed i distinguo. Davanti al notaio
si trovano 163 soci che firmano l’adesione, qualcuno all’ultimo
momento decide di tirarsi indietro, altri 77 operai che avrebbero preliminarmente aderito non sono presenti. Tutti i lavoratori
iscritti vengono suddivisi nelle dodici sezioni che corrispondono ai
principali mestieri o arti.64
In tale occasione, come era in uso, vengono spediti telegrammi
a varie personalità: al Re d’Italia Umberto I,65 all’Imperatore di
Prussia e Germania Guglielmo II,66 ai fratelli Palizzi e a Valerico
Laccetti.67 L’Assemblea nomina Gaetano Anelli Presidente,68 Francescopaolo Chinni Vice Presidente,69 Luigi Sargiacomo cassiere,70
Michele Lattanzio segretario71 ed il medico sociale.72
L’attento esame dell’Atto Costitutivo e dello Statuto permette di
analizzare nel dettaglio l’intento dei fondatori e le modalità pratiche con cui sperano di ottenere i risultati preventivati.73
Si possono iscrivere all’associazione “operai” non malati, con età
compresa tra i 18 e i 50 anni, pagando £. 3 d’iscrizione e £. 0,60 di
quota mensile. Le cariche sociali a cui possono essere eletti tutti
i soci sono biennali e non sono rinnovabili se non dopo un anno
di riposo.
Le uniche cariche eventualmente remunerate sono quelle del segretario e del fattorino.
I conclamati scopi dell’associazione sono la mutualità e l’innalzamento culturale e civile dei lavoratori. Per perseguire gli scopi
educativo-culturali nei confronti dei soci e dei figli degli stessi, si
decide di costituire una Biblioteca circolante, di organizzare conferenze nei giorni festivi e istituire una scuola serale di disegno
applicato alle arti. Ogni anno, nella prima domenica di Giugno
(anniversario dell’inaugurazione della Società) è indetta pubblica
riunione con mostra di oggetti d’arte, prodotti dagli studenti frequentanti i corsi serali e premiazione sociale con medaglie.
Per quanto riguarda il mutuo soccorso si prevede un intervento
per i soci divenuti inabili, la cura medica gratuita dei malati, un
aiuto nella ricerca del lavoro, un sussidio giornaliero di £. 0,75
(fino a 60 giorni di malattia con la franchigia dei primi 3 giorni) e
un sussidio per soci anziani (con più di 15 anni di associazione). E’
prevista anche la liquidazione di una certa somma alle vedove dei
soci e la concessione di prestiti a basso interesse per poter aiutare
gli “imprenditori”.
Molto interessante, a dimostrazione che chi ha compilato lo Statuto (non è azzardato ipotizzare come ideatore il tipografo Luigi
Anelli,74 che è anche il primo firmatario) ha fatto un lavoro di
validità culturale e civica, è l’analitica distribuzione delle proprietà
nell’eventualità dello scioglimento: il denaro all’Ospedale Civile; le
carte e i documenti (che purtroppo si sono perduti, ironia del destino, anche se la Società non si è sciolta) all’Archivio Municipale e
la bandiera al Gabinetto Archeologico.75
Si conclude l’esame dello statuto considerando il punto controverso, che sembra essere stato il fattore scatenante della divisione anche all’interno del Consiglio Direttivo: non possono essere
iscritti, come soci a tutti gli effetti, coloro che non sanno leggere
e scrivere. I soci analfabeti iscritti, divengono giuridicamente tali
e acquisiscono tutti i diritti solo dopo aver frequentato la scuola
serale ed aver imparato a a firmare.76
Ai primi di maggio la situazione improvvisamente precipita. Sta nascendo una seconda Società degli Operai, contrapposta alla prima
già costituita, ed appaiono sui periodici Istonio e I 3 Abruzzi degli
articoli che aprono uno squarcio sulle profonde divisioni nel mondo politico e nell’associazionismo. Si possono fare diverse ipotesi,
tutte logiche e compatibili tra di loro, suffragate in parte dai fatti e
dalle notizie a disposizione: che siano sorte, come era prevedibile,
contrapposizioni politiche, perché la Sinistra al potere, teme di
essere scavalcata dagli avversari nel controllo dei Soci e che anche
l’ambito della Mutualità e dell’associazionismo è divenuto oggetto
di contesa; che siano emersi personalismi spiccioli o di immagine,
tra i protagonisti della costituzione e della direzione della Società;
oppure, più semplicemente, come viene indicato da I 3 Abruzzi,
che ci si divida per la paventata non iscrizione di tutti gli analfabeti,
con un fare che sembra discriminatorio verso la classe operaia
che evidentemente non può che essere analfabeta nella grande
74) Luigi Anelli (1860+1944), storico,
ricercatore, musicologo, dialettologo,
numismatico, poeta, giornalista. Direttore
del Museo Archeologico (1897-1943)
e Direttore de Il Vastese d’Oltre Oceano
(1923 -1933).
75) Cfr. ASCV manoscritto “Società di
Mutuo Soccorso degli Operai di Vasto.
Atto Costitutivo e Statuto”, c. 37 art. 56.
76) Cfr. ASCV manoscritto “Società di
Mutuo Soccorso degli Operai di Vasto.
Atto Costitutivo e Statuto”, c. 21, art. 4
comma 1.
77) Istonio n. 21 de 25 maggio 1890.
19
20
maggioranza e che quindi più necessita di essere acculturata.
Vale la pena di approfondire questo momento cruciale nella vita
dell’Associazione.
Sull’Istonio del 25 maggio 1890,77 a firma Cigeio, compare il pezzo
“Vasto, la città del due”, in cui l’avv. Ciavatta Giuseppe78(per l’appunto Cig e io, visto che il pezzo è incentrato sul due) ironizza sul
bipolarismo esasperato che regna in questa città, elencando tutte
le strutture che godono di una geminazione straordinaria, fino ad
arrivare all’assurdo di due Società Operaie, non per un’effettiva
necessità ma per rimarcare il proprio potere nella lotta per la supremazia. L’interessante articolo, con caustica conclusione “si vogliono un bene dell’anima”, mostra però un solo lato della realtà,
perché sia il periodico che lo scrivente sono di parte Destrorsa.
Simili le conclusioni tratte dal pezzo de I 3 Abruzzi,79 anch’esso
della stessa fazione: dopo aver ripetuto la solita tiritera definendo
l’istituzione appena nata “schiettamente operaia, al di fuori e al di
sopra dei partiti locali”, a causa dell’articolo 4 incluso nello Statuto
accusa la dirigenza di mettere in atto “l’ostracismo agli analfabeti”
e di aver provocato “ire che si sarebbero calmate e nessun dissidio sarebbe sorto se non ci fossero state persone interessate ad
attizzare le ire stesse e a far nascere il dissidio” dal quale è nata
la Unione Operaia Rossetti.80 Si termina con pesanti allusioni al
Sindaco Ponza, politicamente blasfeme in cui si definisce l’Unione
“fatta a immagine e similitudine del Dio Vastese e nata a maggior
gloria ed onore del Nume stesso.”
Nell’Archivio Comunale si trovano documenti che aiutano a dirimere le questioni e fanno capire cosa realmente sia accaduto:
esiste una lettera spedita dal Comune di Foggia a quello di Vasto, in risposta ad una richiesta del 5 maggio, all’attenzione del
sig. Francesco Roberti che accompagna lo Statuto della Società
Operaia di Foggia.81 Quindi è facile supporre che, per qualche
motivo, gli amministratori vastesi, forse ancora prima del 18 aprile,
abbiano deciso di costituire una nuova Società Operaia da contrapporre alla prima, e per fare ciò, oltre a sollecitare gli artigiani a
non iscriversi e ad aderire all’altra, hanno richiesto uno Statuto ad
un Comune amico, non troppo vicino geograficamente, perché
la cosa avvenisse senza clamore e pubblicità. In fretta e furia lo
hanno adattato per costituire davanti al notaio Leonardo Scardapane il 18 maggio 1890 l’Unione Operaia Rossetti,82 incaricando
alla Presidenza una persona di assoluta fiducia come il negoziante
Giuseppe Lungo, con diverse esperienze di consigliere comunale
di Sinistra. E a spron battuto, con l’aiuto del Comune, anticipando
l’altra Società, la Rossetti il 25 maggio inaugura la propria sede
“con gran pompa” e ufficializza l’avvenimento con discorsi dell’avvocato Colacito e del giornalista Tozzi al Teatro comunale Rossetti. Gli avversari dell’Unione, commentando con sottile ironia
gli interventi affermano che il primo ha parlato di una Società in
cui l’astensione dall’intervento in politica è la regola da seguire e
il secondo invece ha impostato una relazione sulla necessità delle
strutture operaie di “fare politica”.83
78) Giuseppe Ciavatta, avvocato e
politico, amico dei Ciccarone. Sindaco di
S. Salvo subito dopo l’Unità si trasferisce
a Vasto dove esercita l’attività di notaio e
di Vice Conciliatore. Muore a Miglianico
nel 1903.
79) I 3 Abruzzi del 14 giugno 1890.
80) La Società Operaia Rossetti, costituita
a Vasto nel 1890, continua a dare notizie
di se fino al 1895-6. Non più operante
dai primi anni del sec. XX, anche se non
esistono documenti di scioglimento.
81) ACSV, Lettera del Sindaco ff di Foggia
al Sindaco di Vasto, 20 maggio 1890.
82) Vedi MAIC, Elenco delle Società di
Mutuo Soccorso, Roma, Tip. della Casa
Edit. Italiana, 1898, p. IV.
83) I 3 Abruzzi del 14 giugno 1890.
21
Dinanzi alla tomba di Giuseppe
Garibaldi a Caprera nel corso di
una gita sociale.Si riconoscono
Michele Frangione, Giuseppe
Baiocco, Giovanni Malatesta.
1964. Sfilata in occasione delle
celebrazioini per il centenario del
Sodalizio. I gonfaloni delle Società
Operaie consorelle abruzzesi
sfilano insieme nelle strade
cittadine in testa al corteo.
84) I 3 Abruzzi del 17 maggio 1890 e
Istonio del 17 maggio 1890.
85) Francesco Della Penna (1859),
insegnante.
86) Nicola Galante (1883+Torino 1969),
figlio del falegname Luigi aderente alla
Guardia Nazionale. Trasferitosi a Torino
diventa pittore, xilografo ed ebanista di
fama mondiale.
87) Luigi Martella (1911+1971),
architetto, pittore e insegnante. Preside
dell’Ist. Magistrale “R. Pantini“ dal 1955
al 1971.
88) Filandro Lattanzio (1908+1986),
pittore attivo soprattutto in Francia.
89) Giuseppe Nasci (1881+Roma 1950),
fondatore del Partito Popolare a Vasto,
Sindaco nel 1944-5.
90) Cfr. Istonio n. 23 dell’8 giugno 1890.
22
Manifestazione nella sede alla
presenza del sindaco Silvio
Ciccarone e del senatore
Giuseppe Spataro
In partenza per una gita sociale
Nel frattempo la Società Operaia continua il suo cammino riunendosi l’11 maggio con larga partecipazione nella sede di Piazza
Indipendenza (oggi piazza del Popolo, sul fianco nord di Palazzo
d’Avalos) e deliberando di istituire gratuitamente per i soci una
Scuola serale di disegno applicato alle arti,84 sotto la direzione del
disegnatore Michele Lattanzio, e una Scuola di Istruzione primaria e di grado superiore elementare diretta da Francesco Della
Penna.85
L’istituzione della Scuola di Disegno, progettata e impostata dalla
notevole figura di Michele Lattanzio, insegnante e Direttore della Regia Scuola Tecnica “Gabriele Rossetti”, risulta fondamentale
perché permette a molti artigiani di fare un salto di qualità nelle
capacità professionali dopo aver frequentato questo corso pluriennale. Questa Scuola, pur altalenante nei risultati, resiste per
oltre un quarantennio, diventando il punto di partenza per molti
giovani, futuri pittori (ad esempio Nicola Galante,86 Luigi Martella87
e Filandro Lattanzio88 ) che vi iniziano il percorso formativo, fino
ad arrivare al successo artistico in Italia e nel mondo.
Finalmente, il 1° giugno, La Società di Mutuo Soccorso degli Operai di Vasto, inaugura la sede e la bandiera sociale, con larga partecipazione di autorità, di titolati oratori, e delle consorelle di ambito
provinciale. Dopo l’arrivo delle delegazioni Lancianesi, Ortonesi e
di Fossacesia alla stazione e l’accoglienza nella sede di Piazza Indipendenza viene organizzato il corteo che sfila per le vie della città
fino al teatro Rossetti. Qui in un clima festoso alla luce artificiale
delle lampade, offerta dalla magnanimità del Marchese del Vasto,
attorniati dalle bandiere delle società “amiche” (è presente anche
quella della concorrente Unione Rossetti) e preceduto dall’Inno
Reale, il prof. Tarantelli, presidente della Stella d’Italia, pronuncia un
forbito discorso sulle Società Operaie.
Dopo il ritorno alla sede ed il pranzo, anch’esso all’insegna dell’Indipendenza, la sera al teatro Rossetti si conclude la festa con uno
spettacolo di beneficenza offerto da tantissimi piccoli artisti, tra
cui significativamente Giuseppe Nasci,89 figlio di Luigi, astro nascente della destra locale. Poesie, musiche e un dramma tengono
avvinto un foltissimo pubblico fino alla mezzanotte.
L’amico Istonio90 dedica due intere pagine all’evento commentando favorevolmente: “Il nuovo sodalizio, sorto sotto buonissimi auspici,
aliena del tutto da interessi o scopi partigiani conta già un bel numero
di socii, tutti bravi cittadini e buoni operai, che non hanno nulla a vedere nel seno della Società con le gare politiche ed amministrative, non
volendo e non dovendo essi falsare a nessun costo il concetto vero
delle Associazioni, che hanno per base il mutuo soccorso, l’unione, la
fede nell’avvenire.”
L’emblema del nuovo Sodalizio consiste in due mani strette in saluto; un’immagine uguale, salvo piccole variazioni grafiche a quella
della consorella “Rossetti”.
Difatti nelle due Unioni confluiscono patrioti, liberali, carbonari,
massoni ed ex garibaldini per i quali il simbolo delle mani ha un
preciso valore.
23
91) Cfr. Procedimento Penale del
Tribunale di Lanciano contro 39 vastesi
accusati delle violenze del marzo-aprile
1897 (sentenza del 9 luglio 1898) e F.
Ciccarone, Ricordi, pp. 198-201.
In basso, consegna attestati ai
soci benemeriti. Si riconoscono
Giovanni Peluzzo, Michele
Frangione, Carlo Boselli,
Del Borrello
In alto a destra: dejeneur sur
l’herbe. In altre parole ‘na
scampagnata in montagna dei soci
In basso a destra: festa da ballo al
Miramare
24
Su questi avvenimenti si chiude la scena e Vasto si trova inaspettatamente con due attive Società Operaie, “l’una contro l’altra
armata”, che ufficialmente hanno ottimi rapporti, e se ne parla in
termini idilliaci immaginandole “tutte e due numerose e fiorenti,
tutte e due animate da nobili intenti e benintenzionate”, mentre
in realtà si contrappongono su linee ideologiche divergenti per
l’occupazione di un “piccolo potere, gloria che passa”.
Gli anni successivi, in cui anche le Società si troveranno in prima linea in questa guerra accanita e senza esclusione di colpi tra
la Destra e la Sinistra, vedranno la finzione di una parvenza democratica e di una legalità perseguita a parole. La quotidianità,
invece, si esprime in rissa verbale e fisica, in interventi offensivi
nelle assemblee comunali, in diatribe sulle colonne dei contrapposti periodici Istonio e L’Abruzzo dei Giovani, in agguati mafiosi agli
avversari, in scontri e tumulti con accoltellamenti tra le opposte
fazioni,91 in sassaiole contro le case dei capi dell’altro partito, per
terminare, quando Ponza muore, con il tentativo di offendere la
salma ancora calda.
Nel 1897 il gruppo Nasci Ciccarone vince infine questa “guerra democratica” e mantiene indisturbato il potere a Vasto fino al
termine della Prima Guerra Mondiale. Ma questa è un’altra storia.
25
26
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dal1948
1948
dal
Madonna
dell’Asilo,
- 66054
VASTO
(CH)
ViaVia
Madonna
dell’Asilo,
82 82
- 66054
VASTO
(CH)
0873.367319
- Fax
0873.367812
Tel.Tel.
0873.367319
- Fax
0873.367812
E-mail:
[email protected]
E-mail:
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guidano
la ditta
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secolo.
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(Diffidate
dalle
imitazioni!)
(Diffidate
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Nella
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in alto
a sinistra:
il capostipite
Renato
Atturio
nella
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pagina
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(1965).
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Jennàre / Gennaio
Li Štaggiùne
di Fernando D’Annunzio
Mi piace tuttiquènde li Štaggiùne
pe’ quélle che di bbèlle té’ ognùne.
Mi piacciono tutte le quattro Stagioni
per quello che di bello ha ognuna.
Primavera
Primavére é ‘na bbèlla ggiuvunétte,
si fa ‘na vèšte a ffiùre e si li métte.
Primavera è una bella giovinetta,
si fa una veste a fiori e se la mette.
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Estate
L’Eštàte é ‘na signora surridènde,
bionde, nghi ll’ucchie azzurre e risplindènde.
L’Estate è una signora sorridente,
bionda, con gli occhi azzurri e risplendenti.
Autunno
L’Autunne arrive e fa li mattità...
pètte li frunne e pu’ li fa cascà.
L’Autunno arriva e fa delle stranezze,
dipinge le foglie e poi le fa cadere.
Inverno
L’Immèrne porte li cchiù bbille fešte
e ttutte bbianghe spésse s’arivèšte.
L’Inverno porta le più belle feste,
tutto di bianco spesso si riveste.
Amici del Lunario
Jennàre / Gennaio
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mercoledì / Cape d’Anne
giovedì / Sande Ggrigorie
venerdì / Sanda Genuèffe
sabato / Sand’Angela
domenica / Sanda ‘Mëliene
lunedì / la Bbufanèje
martedì/ Sande Raimande
mercoledì / Sande Severine
giovedì / Sande Adriane
venerdì / Sande Alde
sabato/ Sanda Unurüate
Coriandoli
Gli Spadaccini del vivaio
La Madonna della Neve
Un giardino come dovrebbe essere. Questo offrono i Vivai Spadaccini che, oltre a progettare e realizzare lo spazio verde, sanno mettere a dimora la pianta giusta, al posto giusto. L’azienda
lavora nel settore del verde da circa 50 anni con passione, professionalità e cura dei dettagli. La ricetta del successo è semplice e risponde a queste caratteristiche: passione, professionalità,
coinvolgimento del cliente nelle scelte operative. « Disponiamo
delle specie più diffuse e ricercate in grado di soddisfare tutti i
gusti – assicurano i titolari – e non sarà necessario attendere
anni per vederle nel pieno della fioritura » assicurano i responsabi. Il Vivaio Spadaccini garantisce alla clientela anche piante in
vaso e da frutta (coltivate in vaso e quindi di elevata qualità),
oltre ai migliori prodotti per la cura e il benessere del giardino. Il
tutto, naturalmente, offerto con la consulenza di uno staff altamente qualificato diretto da Fernando, Annamaria ed Augusto.
Protettrice degli ortolani, che costituivano la maggioranza degli agricoltori vastesi d’una volta, la Madonna della Neve veniva
adorata in una chiesetta rurale eretta sul percorso della Costa
Continua, proprio nel mezzo delle coltivazioni ortofrutticole che
si estendevano tra l’abitato cittadino e la marina.
domenica / Sande Mudešte
lunedì / Sande Ilarie
martedì / Sande Primïane
mercoledì / Sande Maure
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giovedì / Sande Marcellëine
venerdì / Sande Andunie
sabato / Sanda Lebbrate
domenica / Lu Giubbullé
lunedì / Sande Baštiane
martedì / Sanda ‘Gnaise
mercoledì / Sande Vincenze
giovedì / Sande Bernarde
venerdì / Sande Frangische
sabato / Sand’Arcangele
domenica / Sanda Paola
lunedì / Sande Vitaliane
martedì / San Tumuasse lu filósofe
mercoledì / Sande Cuštanze
giovedì / Sanda Savene
venerdì / Sande Giuvuánne Bbosche
~ Compleanni ~
Grazia Menna 1; Lucia Canci Marino 5; Antonello Longo 7;
Giuseppina Serafini 7; Concetta Pontillo 8; Carlo Marino 9;
Sara Pomponio 10; Vincenzo Suriani 10; Luigi Sabatini 12;
Anna Pia Pace 12; Giovanni D’Ermilio 14; Antonio Finarelli 15;
Gabriele Tumini 15; Veronica Menna 16; Felice Iacobucci 17;
Giacinto Mariotti 19; Stefano D’Adamo 19; Alessandro Orlando
21; Antonio Barone 25; Michele Tana 26; Nadia Tagliente 27;
Giovanni Vinciguerra 28; Graziella Smerilli Ronzitti 28.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Silvio Ciccarone
Amici del Lunario
Antiche Botteghe
Francesco Peluzzo.
Sir Francis
La Parisienne.
Da 50 anni una classe tutta parigina
Capita spesso d’incontrarla per strada questa personcina dall’incedere flessuoso ed elegante, dai modi gentili e dall’abbigliamento ricercato, civettuosamente english, e pochi stentano a riconoscere in lui l’omino per anni confinato dietro il banconcino del
suo frequentatissimo negozio di tabaccheria in corso Mazzini,
all’incrocio con via Ciccarone. Chiusa la lunga parentesi di vita
meticolosamente trascorsa tra tabacchi e valori bolllati, profumi ed articoli da regalo, Francesco si gode adesso una meritata
nuova gioventù più che il riposo. E a vederlo si capisce che ce la
sta mettendo tutta!
Maria e Cincinnato Garbati sono arrivati a Vasto dalla
Provincia di Teramo nel 1962, ma la loro presenza non
è passata sin dall’inizio inosservata. Il negozio aperto
in corso De Parma, in un primo momento dalla parte
opposta a quella dove si trova adesso, ha portato le
griffe più importanti del settore ed è col tempo entrato tra i Top 50 in Italia di Samsonite e Mandarina Duck.
Un riconoscimento importante che corona l’apice di
un successo raggiunto dai coniugi Garbati e che incoraggia la figlia Donatella, che gestisce ormai l’attività.
Maria e Cincinnato Garbati all’interno
del loro shows rooms
35
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~ Modi di dire ~
Vrettacchjìne pôrce ‘nguducuäte!
Sporco maiale! Rafforzato da: “provvisto di cotica”.
A ‘štu vrettacchiène!
A questo sporcaccione!
Pôzz’ avé bbene!
Che tu possa ricevere bene!
Pôzz’ avà lu bbuéne a trajène!
Che tu possa ricevere tanto bene! (carri pieni di bene).
Vini del Golfo s.r.l. - Via Difenza (Strada Statale 16 Nord) - 66054 Vasto (CH) - tel. 0873/311066
Polvere di stelle
Michele Provicoli. Pittore del ricordo
Nicola Santilli, il Maestro
Avrebbe compiuto l’anno scorso cent’anni. Per celebrare la vicenda umana ed artistica di questo pittore autodidatta, capomastro muratore che in tarda età volle dedicarsi romanticamente
all’arte, il figlio Paolo gli ha dedicato una mostra antologica che
ha ottenuto un grande successo di pubblico incantato dalle suggestive vedute, di cui son ricchi i suoi quadri, della Vasto del
passato. “ Un passato che Michele Provicoli – ha scritto per l’occasione Giuseppe Francesco Pollutri – ha rievocato e ricostruito
lui stesso e per se stesso. Una narrazione storico-affettiva, più
che una vera rappresentazione del proprio tempo, coinvolgente
per chi di quella realtà evocata e adombrata, con poche o rare
coloriture tonali, ha sentito soltanto dire dai propri padri e famigliari”.
Se non il maestro, a cui si deve la fondamentale, più che “elementare”, formazione, chi? Icona autentica, perchè immagine
sempiterna nella memoria degli scolari, il maestro, cioè l’insegnante delle scuole elementari come lo si è poi banalmente definito,
merita di entrare in questa galleria delle persone importanti. Io
voglio, ma in onore di tutti i maestri elementari di una volta, ricordare perciò il mio, che si chiamava Nicola Santilli. Uomo mite ma
severo quando si trattava dell’osservanza dei principi e delle regole, si era fatto da sé attraverso un percorso formativo che l’aveva
portato al conseguimento del diploma e quindi della laurea in materie letterarie partendo da un’iniziale esperienza lavorativa come
operaio. Il risultato più significativo però di questa sua faticosa
crescita culturale era stato l’acquisizione di un modo di essere e di
una sensibilità che lo rendevano più amabile di tanti vanagloriosi
intellettuali: come capita a quei preti che arrivano al sacerdozio
per vocazione tardiva senza passare per il seminario. Grazie a lui
io ed i miei compagni di scuola apprendemmo a leggere ed a scrivere derivandone il gusto per la letteratura, la storia, la geografia
ed il latino, che imparammo prima di varcare la scuola media, ma
soprattutto i valori che tutto sommato ci portiamo ancora dietro.
Imparammo un po’ meno l’aritmetica e la geometria, che sono poi
state l’assillo di tutta la mia restante vita da studente, ma questo
aspetto me lo rende ancora più simpatico. Ed indimenticabile.
Giuseppe Tagliente
Un ricordo di don Michele Ronzitti.
Così come sarebbe piaciuto a lui.
36
Icone
Franco e Mario in giro per Vasto, incontrano Don Michele Ronzitti e dopo averlo salutato, si fermano a scambiare con lui qualche parola. Ad un certo punto l’amico Mario, che non ha mai
paura di dire ciò che pensa, rivolto al sacerdote, gli dice: - Do’
Mmicché’, ma dimme na cose, ma ‘n t’hanne ma’ prupošte di fa lu
Véschive?- - Coma no! mi l’hanne prupošte cchiù di ‘na vodde, ma jè
n’haj’accittàte.
- E ppiccà? Pe’ nin cummuâtte nghi li pridde!
( per non aver a che fare con i preti!)
Nicola Santilli in una foto giovanile. In
basso il maestro è l’ultimo a destra
gli sono accanto partendo da sinistra
Nicola (Nick) La Palombara, Corinto
Carmenini, Ettore Del Lupo, l’ ing.
Agresta, Manlio Cordella e Felice
Spadaccini.
37
Coriandoli
Vastesi che si fanno onore
Il Museo del Barbiere
Valerio Di Bussolo, il vastese volante
Lino Delli Benedetti ha un vero e proprio culto per il mestiere
di barbiere, che esercita, si può dire, da bambino. Lo testimonia
la cura che ha messo nel raccogliere memorie legate all’esercizio
del suo lavoro confluite in un simpatico opuscolo pubblicato in
occasione dei 25 anni di attività ed adesso la realizzazione, all’interno della bottega, di un vero e proprio angolo della memoria
dedicato all’arte dell’acconciatura e della rasatura. Un piccolo
museo, verrebbe da dire, nel quale si possono ritrovare ben
ordinati sullo scaffale pettini, forbici, pennelli, rasoi, ampolle ed
anche una bella poltrona d’altri tempi.
Il Colonnello Valerio Di Bussolo è dal
18 aprile dello scorso anno il nuovo
Comandante del Centro di Selezione
dell’Aeronautica Militare di Guidonia.
Nato a Vasto nel 1964, è stato ammesso all’Accademia Aereonautica di
Pozzuoli nel 1983 e dopo la nomina ad
ufficiale ha frequentato negli Stati Uniti lo Specialized Undergraduate Navigator Training e il Lead In Fighter Training
conseguendo il Brevetto di Navigatore
Militare su velivolo Tornado al termine
del Corso di Conversione Operativa
effettuato a Cottesmore nel Regno
Unito. Assegnato al 156° Gruppo
Cacciabombardieri del 36° Stormo di
Gioia Del Colle, dove ha raggiunto la
Combat Readiness nello specifico ruolo del Reparto, ha conseguito la qualifica di Istruttore di Specialita (I.S./ITO)
e rivestito altri prestigiosi incarichi di
comando sino al conseguimento del
grado di colonnello. Oltre a svolgere
i corsi di Scuola di Guerra, e titolato
ISSMI avendo frequentato il 5° corso
dell’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, ha conseguito la laurea
in Scienze Aeronautiche all’universita
Federico II di Napoli; in Scienze dell’Educazione all’Università dell’Aquila ed
in Scienze Politiche all’Universita di
Trieste. Ha totalizzato oltre 1.800 ore
di volo principalmente su velivolo Tornado. Nel 2005 e stato nominato Cavaliere dell’Ordine Militare
della Repubblica Italiana.
38
~ Fétte e fettarìlle ~
~ Fétte e fettarìlle ~
Do’ Rromé’, fusse quešte?! …
Di telefoni ce ne’erano davvero pochi, anzi pochissimi, ancora negli anni Cinquanta (del secolo
scorso) Do’ Rromé’, il mitico parroco della Chiesa di san Pietro così caro alla memoria dei vastesi,
aveva però fatto installare da poco un apparecchio nella canonica. Un giorno, dopo aver detto come
al solito messa, mentre sta per riavviarsi verso casa viene colto da un improvviso temporale proprio
in mezzo alla strada. Rientra nella canonica per cercare l’ombrello ma non lo trova.
segue a pagina seguente
Cerca di qua, cerca di là, alla fine gli viene il sospetto di averlo lasciato a casa e telefona alla perpetua,
la signora Colomba : - Colò’, vide se lu ‘mbrelle me’ l’haje lassàte aèsse?
e Colomba: - Aspitte ca mo véte…
Trovato l’ombrello, ritorna tutta trafelata al telefono, afferra la cornetta con una mano e con l’altra
alza l’ombrello dicendo: - O Do’ Rromé’, fusse quešte lu ‘mbrelle che vì’ truvànne?
( n.d.r: qualcuno dice che fu allora che a qualcuno venne in mente di inventare il videotelefono)
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La cavallina
I giochi di una volta
Era il più semplice di questi gioci “ippici”. Il numero dei giocatori
variava a seconda dei presenti, ma bisognava essere almeno in
due. I ragazzi saltavano uno alla volta su un compagno nella posizione della cavallina, ovvero gambe ben dritte, schiena piegata,
mani puntate sulle ginocchia e capo abbassato per evitare di farsi
male. Si saltava a turno puntando le mani sulla schiena del compagno e allargando le gambe. Si poteva andare avanti all’infinito
perché “la cavallina” saltava a sua volta sui compagni che s’erano
posizionati nella stessa posizione davanti a lui.
di Fernando D’Annunzio
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Mi piacerebbe poter condurre i bambini d’oggi, almeno per un giorno, indietro nel tempo per fargli vedere i giochi innocenti che si
facevano quando avevo la loro età e leggere nei loro occhi la curiosità e fors’anche un pizzico d’ilarità. Erano giochi che non richiedevano alcuna dotazione, una corda, delle pietre, dei noccioli di frutta,
un bastone. Possedere un vecchio cerchio di ruota da bicicletta e
muoverlo aiutandosi con un bastoncino era già un privilegio. Giocattoli da comprare non erano né a portata di mano né di tasca e
si sopperiva con la fantasia e con l’ingegno, usando il proprio corpo
negli spazi aperti. Forse proprio la carenza di spazi liberi e a portata
di mano condiziona oggi la vita dei bambini. Maledette automobili
che circolano e sostano ovunque! Prima bastava uscire di casa per
trovarsi in luoghi immensi e pieni di altri bambini, aria sana e senza
di pericoli. Recuperati dal fondo della memoria, ecco quindi alcuni
dei giochi di moda negli anni ’50. I nomi me li ricordo nella lingua
d’allora, un po’ d’ italiano e di dialetto: la cavallina; uno monta l’une; la
jonda cavalle; lu cavalle di bbonselle. Questi passatempi prevedevano
che qualcuno facesse la parte del cavallo o della cavallina, intesi
ovviamente nel senso di attrezzo ginnico.
Anni 60. Bambini che giocano alla
cavallina alla villa comunale.
In basso il gioco della Jonda Cavalle
Uno monta l’une
40
Si giocava minimo in tre iniziando con la conta ( a li tucche) per
decidere chi doveva andare “sotto”, nella posizione della cavallina
ed in quale ordine di successione saltare. Il primo a giocare dava
quindi “la voce” ( le voci erano solitamente 13 ) suggerendo gesti
da ripetere fedelmente a pena di prendere il posto di chi stava
sotto.
Le “voci” ricorrenti erano le seguenti:
Uno: monta l’une
Due: monta il bue
Tre: figlia del re
Quattro: spazzolino comunale di...... che pulisce per terra (il primo sal-
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tatore aveva la facoltà di elencare un numero indefinito di città e
divertirsi a rendere difficile la vita a chi doveva ripetere tutto nello
stesso ordine)
Cinque: battacùle ( si batteva con il proprio sedere sulla schiena di
chi stava sotto)
Sei: incrociatore (si doveva ricadere con i piedi incrociati)
Sette: soldatino di piombo ( atterrando bisognava rimanere ritti e
immobili, anche quando gli altri continuavano a saltare )
Otto: bumburubù” o tamburrèlle (prima di saltare bisognava tamburellare con i pugni sulla schiena di chi stava sotto)
Nove: na chègge a lu cule (mentre si era in volo bisognava tirare un
calcio a chi era sotto)
Dieci: pasta e ceci
Undici: vado alla fiera
Dodici: ci ritorno
Tredici: spagnoletta
Difficilmente si arrivava però a tredici perchè gli errori dei partecipanti obbligavano alla rotazione nella posizione di “servente” )
La jonda cavalle
42
A li tucche, si decide chi deve fare la mammine, chi deve cioè
porsi spalle al muro, dopo di che una metà dei giocatori si mette
davanti a lui con la schiena chinata formando la figura di una cavalcatura. L’altra metà deve saltare su di essa badando a non cadere,
a pena di prendere il posto della mammina e dei compagni “di
sotto”.
Cavalle di bbonselle
Meno noto dei precedenti giochi, ma molto divertente. Anche
in questa variante uno andava sotto e gli altri saltando dovevano
ripetere ad ogni passaggio ciò che diceva chi li aveva preceduti.
I passaggi erano 7 in questa successione:
1° Cavalle di bbonselle
2° Mo ch’aripasse ti mette la selle
3° La selle ti l’haje mésse (a questo punto ognuno doveva avere
in mano un fazzoletto, a rappresentare la sella, e lasciarlo cadere
saltando sulla groppa di chi stava sotto)
4° Cavalle di bbonselle
5° Mo ch’aripasse ti léve la selle
6° La selle ti l’haje luvàte (ognuno, durante il salto, deve riprendersi
il fazzoletto)
7° Cavalle di bbonselle ( non si doveva far cadere il fazzoletto o
provocare la caduta degli altri già depositati e nel riprenderli non
dovevano essere scambiati).
Anche in questo gioco a chi sbagliava toccava andar sotto e ricominciare tutto da capo.
Ringrazio il carissimo amico Francesco Molino, che mi ha molto aiutato a ricordare le “voci”, le “regole” e i meccanismi di questi giochi.
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Block notes
Igloo. Tanto calore a dispetto del nome.
Sfugge il perché di un nome così stridente rispetto al calore che
si trova in questo negozio di via Smargiassi. Calore umano, beninteso, fatto di cortesia, belle maniere, disponibilità, unite ad una
professionalità che rassicura il cliente. Il bel negozio di Silvia Bontempo e Giuseppe Di Bussolo, sposi e genitori felici, col sorriso
sempre sulle labbra, “calza a pennello” per tutti gusti e per tutte
le esigenze. Vi sembra poco?
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Furbàre / Febbraio
Vecchi fusti
Sport
Furbàre / Febbraio
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sabato / Sanda Virdejane
domenica / La Canniléure
lunedì / Sande Biasce
martedì / Sande Gilberte
mercoledì / Sand’Àghete
giovedì / Sande Cusumëine
venerdì / Lu Viat’Angele
sabato / Sande Ggelòrme
Il sogno della Serie B si è avverato
Mimì Scopa l’affabulatore
Ripescata nel Campionato di Divisione Nazionale di Serie B, la
Bcc Vasto Basket sta disputando la prova lungamente attesa, il
sogno intimamente coltivato, il traguardo agognato dai cestisti
vastesi, dai tecnici, dai dirigenti e dai tifosi in continuo aumento.
Dopo un campionato di C strepitoso giocato sino allo spasimo
dei Play Hoff, il giusto riconoscimento arrivato dalla Federazione Italiana Pallacanestro-Settore Agonistico per il campionato
2013/2014 proietta il club biancorosso in una dimensione nazionale nella quale sapranno (incrociamo le dita!) farsi certamente
valere.
Anni fa fondò il Circolo degli Amici, quasi a voler dire che lui all’amicizia ci crede davvero. Ed in effetti lui, Domenico Scopa, per
tutti Mimì e basta, è l’amicone, la persona con la quale ti fermi
volentieri a scambiare quattro chiacchiere quando lo incontri,
prodigo di consigli, di proverbi, di aneddoti.
Questa sua vocazione istintiva all’affabulazione, all’arte di raccontare, affascina e seduce, ancor più da quando un bel barbone
dai fili bianchi orna il suo mento conferendogli una autorevolezza che lo rende una figura particolarissima della vita cittadina.
domenica / Sanda ‘Pullonie
lunedì / Sande Rumüalde
martedì / La Madonne de Lurde
mercoledì / Sand’ Adolfe
giovedì / Sanda Remeggëlde
venerdì / Sande Valendëine
sabato / Sande Ggiacënde
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domenica / Sanda Ggiulïana
lunedì / Sande Romele
martedì / Sande Liaune
mercoledì / Sande Curradëine
giovedì / Sande ‘Leuterie
venerdì / Sande Ermanne
sabato / Sande Uttâvie
domenica / Sande Làzzere
lunedì / Sand’Ida
martedì / Sanda Cuštanze
mercoledì / Sanda Matëlde
giovedì / Sande Habbriéle
de la ‘Ddulluruate
venerdì / Sande Rumuane
~ Compleanni ~
Sabrina Marrollo 2; Remo Salvatorelli 3; Ylenia Ritucci 4;
Antonio D'Ettorre 4; Tindaro Pontillo 8; Daniela La
Verghetta 10; Antonella Marrollo 11; Vincenzo Di Lello 11;
Amalia Fabrizio 11; Giuliano Delle Donne 15; Claudia Fiore
15; Spina Sputore Paglione 16; Carlo Bucci 16; Nico Tariddi
16; Federico Scampoli 18; Elio Bitritto 20; Alessandro Di
Rosso 20; Gabriele D'Ugo 23; Nicola Paglione 25; Antonella
Calvano 26, Fernando Spadaccini 28.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Don Salvatore Pepe
Amici del Lunario
Personaggi
Michele Massone, il “massiccio”
Giuseppe Di Marco: un uomo di cuore
“Massiccio” è un termine in uso tra i militari per indicare una
persona decisa, determinata, positiva. Ebbene a Michele Massone, che militare è stato e militare resta nel cuore, questa parola
calza a pennello.
Nel corso della sua carriera, nella quale ha partecipato anche
a missioni all’estero con il contingente Nato su teatri di guerra
piuttosto pericolosi, si è costantemente distinto per la serietà
della sua condotta e per l’impegno che ha messo nel portare a
compimento gli incarichi ricevuti. Smessa la divisa, alterna adesso
il suo tempo tra gli impegni familiari, innanzitutto, e la passione
per la fotografia che lo ha portato a fissare alcune originalissime
vedute della nostra Vasto.
Così lungo e prestigioso è il curriculum studiorum e professionale
di Giuseppe Di Marco, che riportarlo per intero richiederebbe
più di due pagine di questa edizione del Lunario. Non avendole a disposizione, più che sui titoli e sulle tante specializzazioni
conseguite nell’arco della lunga ed onorata carriera ed in primis
sull’attività di primario della Divisione di Cardiologia dell’Ospedale di Vasto che lui stesso ebbe a fondare, è giusto richiamare
invece i suoi tratti di umanità, di disponibilità, di gentilezza, la
signorilità che l’hanno reso caro ai suoi pazienti ed apprezzato
dai vastesi. In pensione dal 2001, continua ad esercitare attività
medica come libero professionista e come docente della Scuola
di Specializzazione in Cardiologia presso la Facoltà di Medicina
della “Gabriele D’Annunzio” dimostrando di avere ancora vivi la
passione e l’interesse nei confronti della scienza medica. Insomma un uomo di cuore, a tutto tondo.
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~ Fett’e fettarìlle ~
~ Fett’e fettarìlle ~
…seti minùte?! …
Alla festa patronale si aspetta l’arrivo della banda che deve accompagnare la processione. Invano. A
processione finita, la banda, ch’ era rimasta bloccata per un guasto al pulman, finalmente arriva e il
capo banda, al cospetto dell’inferocito capo comitato esordisce:
- Semi minùte!… e l’altro : - Seti minùte?!
- S’è rrotte l’autobbus! - S’è rrotte l’autobbuss?!
- …e semi fatte ritarde! - Seti fatte ritarde?!
segue a pagina seguente
- Adéma sunà? - Vuléte sunà?!
- N’adéma sunà? - Ni’ vvulète sunà?!
- ‘I n’adém’ arijì? - Vi ni vulét’ arijì?!
- E ch’ adéma fa!? - Ch’ adéta fa?!
- Ma ‘i vu’ dice ch’ adéma fa? - Vi i’à dice ch’ adéta fa?!-…
Non sappiamo per quanto tempo ancora i due siano andati avanti, che cosa si siano detti nè se abbiano
suonato o…se le siano suonate.
Block notes
Vasto nello sguardo di Nicola Palizzi
L‘amico Stefano D‘Adamo non smette mai di stupirci con le
sue invenzioni di cose vastesi. Ultima perla del suo impegno è il
ritrovamento di un quadro di Nicola Palizzi, presentato quest‘estate
nei locali del Piccolo Circolo Garibaldino. Questo gioiello del 1853
è coevo alla veduta di piazza Pudente con la Chiesa di S. Giuseppe
e può essere paragonato, almeno nell’ impianto pittorico, con
l‘opera di Giacomo Leone (1860) conservato nella Pinacoteca
Comunale. Da tutti i vastesi un grazie a Stefano.
Coriandoli
Rosalba e Renato,
una lunga storia d’amore con Vasto
Una lunga storia d’amore è quella che lega Vasto a Rosalba Cazzaniga e Renato Carioni, milanesi dai cognomi milanesissimi.
Sbocciato trent’anni fa quando approdarono freschi fidanzatini su
queste sponde, il rapporto sentimentale con la città si è consolidato al pari del loro matrimonio e trasformato con l’andar del
tempo in affetto profondo, sincero, autentico, duraturo. Rosalba e
Renato non hanno saltata una sola stagione da quella prima volta,
decidendo alla fine anche di metter casa davanti a quello che considerano, sono parole loro, il più bel golfo del mondo.
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La veduta di Vasto dall’Aragona di
Nicola Palizzi. Sulla sinistra del quadro
si nota la villa dei baroni Genova,
dove oggi insiste il quartiere di
Sant’Anna.
In basso, piazza Lucio Valerio Pudente,
dello stesso pittore, a metà ottocento.
~ Modi di dire ~
Sbrivugnäte! Svergognato!
Rott’ a lu cuìle! Rotto in …. !
Mo ti sgrinâje! Ora ti spezzo le reni!
Mo ti štocche lu cuôlle! Ora ti stacco il collo!
Mo ti štréppe li racchie! Ora ti estirpo le orecchie!
Mo ti cave l’ùcchie! Ora ti cavo gli occhi!
Ricordi della guerra in casa
1943-44
di Tito Spinelli
Storie di scarpe e cappotti
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Tito Spinelli è autore del Lessico del
Dialetto Vastese e di numerosi testi
teatrali, romanzi e saggi.
Bastava guardarsi in giro: per l’usura le scarpe slabbrate sia davanti sia ai lati, che i ciabattini tentavano di suturare appena finivano nelle pozzanghere rivelavano l’abborracciato rimedio.
Cosicchè in quei mesi di durissimo inverno, con la neve che
ghiacciava, qualcuno, come chi scrive, ebbe la sorpresa di calzare
scarponi di soldati indiani, chissà in che modo pervenuti nelle
mani di mio padre. Calzature solide ma troppo grosse per i miei
piedi, rinforzati da spessi calzini di lana per poterle governare nel
passo, evitando lo stridìo delle mezzelune d’acciaio infisse nelle
punte e nei tacchi. Rumore fastidioso che avrebbe subito colpito l’udito di ossuti poliziotti inglesi che senza tanti complimenti
sfilavano le scarpe dai piedi, considerandole merce rubata. Più
in là comincii a notare strane scarpe dalla tomaia di tela verdognola e con suola o para ricavata dai copertoni dei camion,
faticosamente intagliate dai calzolai per durezza d’incontro tra
gomma e resina. Una sera di febbraio, mio padre e io arrivammo
a una località fuori dell’abitato, situato grosso modo nei pressi
dell’attuale Leclerc, dove una cava di pietra fungeva da discarica
da parte degli Alleati. Alla luce di una vecchia pila cominciammo
a rovistare tra assi, ruote, portiere alla ricerca dei preziosi copertoni mentre tutt’intorno agivano individui interessati ad altro,
forse al rame. I figuri, così parevano fra quei cumuli di rifiuti e di
ferraglie, si scambiavano richiami a mezza voce; ma poi le parole
si fecero più forti, si accese una discussione, volarono insulti dal
suono dàuno, lampeggiò un coltello. Non ci restò che filare in
mezzo agli ulivi, mentre non mi sarebbe dispiaciuto di assistere
a un duello rusticano. Intanto avrei dovuto aspettare parecchi
anni prima di calzare quelle scarpe con copertoni e tomaia di
tela, attraverso cui la pioggia filtrava come in un colino. Nello
stesso tempo, però, dovetti assistere ad un altro fenomeno: al
posto di laceri cappotti e di soprabiti sdruciti ecco comparire, quasi alla chetichella, paltò di buona lana e dal blu intenso,
In sostanza dei tintori, magari notte tempo, avevano mutato il
marrone delle coperte militari nell’austero blu da cerimonia, col
contributo dei sarti, rallegrati dopo anni di magra, nel mettere
mano a un capo di vestiario lungamente agognato nella cupezza
delle botteghe disadorne; perché, simile a una balena spiaggiata,
l’Ottava Armata lasciava i suoi lacerati, discretamente sottratti
dietro la prontezza dell’utile sopravvivenza, l’assoluta protagonista di quella stagione.
I Cristalli di Boemia
A causa dell’occupazione dei Tedeschi prima e dell’ingresso degli alleati dopo, l’anno scolastico 1943-44 andò a farsi friggere
come i rari pesci avviati al mercato. Per i ragazzi si aprì un festoso randagismo a cui anch’io partecipavo malgrado la riprovazione dei genitori, però genialmente contraddetta. Di qui aggruppamenti per bande, invasioni di frutteti, birbonate sottolineate
dalle minacce degli offesi. La trasgressione, per l’inopinata libertà
acquisita rispetto all’impegno scolastico, aveva acuito, se non attizzato, taluni percorsi di sopravvivenza: una scatoletta di carne
furbescamente involata o torsoli di verza addentati di soppiatto
per i quali gli ortolani rivieraschi, non disdegnavano di inseguirci
fra i sentieri della costa. Un mio amico, più o meno della mia
età, aveva annusato la possibilità di rimediare qualche soldo
col procurarsi bottiglie vuote alle quali dare misterioso epilogo.
Insieme dragavamo discariche e accampamenti con sacchi sulle
spalle alla ricerca delle dismesse bottiglie di birra “alla canadese”, fra il motteggio dei ragazzi più grandi che ritenevano del
tutto insensata la nostra ricerca. In realtà il materiale raccattato
serviva a “fabbricare” bicchieri mediante una tecnica che per
noi appariva sorprendente. Infatti le bottiglie venivano portate
a un amico più grandicello, ma già sperimentato fabbro ferraio,
che le trattava attivando un procedimento semplice e geniale:
riempiva la bottiglia con olio minerale all’altezza stabilita, faceva
arroventare nella forgia un tondino di ferro che subito introdu-
Le foto relative al periodo bellico
1943/44 sono tratte dal volume di
Giuseppe Tagliente Il lungo inverno del
‘43, Vasto la guerra in casa, Q edizioni
2013
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ceva nel collo della bottiglia stessa fino a raggiungere il liquido. A
contatto del tondino l’olio friggeva e tranciava di netto ed orizzontalmente il vetro. Operazione delicata nell’evitare di portare
troppo in profondità il tondino e rischiare di lesionare le pareti
del recipiente. Ovviamente, dopo il distacco, gli orli della parte
inferiore si presentava affilati come rasoi.
Ci pensavano in seguito pazienti massaie e molarli con piccole
lime o con pietra pomice, senza sbreccarli.
Di sera, all’incerto luminìo delle lucerne a stoppino (l’energia
elettrica non era ancora stata ripristinata o giungeva a balzelloni)
quei rimediati bicchieri sparsi sul tavolo parevano contenitori
di cerogeni piuttosto che di acqua o di vino, ma in ogni caso
attenuavano la penuria di quelli veri. E ai miei occhi, già dirottati al sonno, testimoniavano, secondo quanto sentenziato dagli
adulti, i trascorsi fasti d’anteguerra, certi balli allietati dal tintinnio
di splendidi e affusolati bicchieri, detti di Boemia; almeno così
favoleggiavano.
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Marze / Marzo
Amici del Lunario
Icone
Marze / Marzo
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sabato / Sande Albëine
domenica / Sande Ruggïre
lunedì / Sanda Camëlle
martedì / Carnëvale
mercoledì / Li Ciánnere
giovedì / Sanda Rose
venerdì / Sanda Filëciatte
sabato / Sande Ggiuuánne de Ddë
domenica / Sande Ggrigòrie
Giovanni Peluzzo
Marco Corvino e la sua “mission”
Letterato ed artista che le necessità della vita hanno indirizzato
verso la carriera tecnica. Frequenta a Roma il Ginnasio e quindi a Napoli il Liceo Scientifico per poi iscriversi, alla facoltà di
Ingegneria Civile dell’Università di Roma. Con lo scoppio della
Seconda Guerra Mondiale si arruola come volontario universitario nei reparti meccanizzati. L’incarico al Ministero dei Trasporti
nell’immediato dopoguerra precede l’assunzione come Procuratore dell’Ufficio del Registro. Tra i fondatori dell’Associazione
della Stampa vastese (1950), del “Premio di pittura Vasto” (1959)
e del Comitato d’Arte e Cultura (1960), con le sue pubblicazioni
storico-letterarie, emerge come uno dei protagonisti nel panorama culturale vastese del ventennio 1950-70.
Marco Corvino, presidente del Consorzio dei negozianti del centro storico cittadino, non sta mai fermo. Lo vedi muoversi da un
capo dall’altro di piazza Rossetti, quasi sempre con il telefonino
attaccato all’orecchio, sempre indaffarato, ormai votato a quella
ch’è diventata la sua mission (impossible?): la ripresa delle attività
commerciali nel vecchio centro cittadino. Senza lasciare nulla
d’intentato, dagli strali all’indirizzo delle autorità cittadine alle
tante intelligenti iniziative di richiamo in occasione della stagione
estiva e delle festività più importanti. Tanti sforzi meriterebbero
d’essere coronati dal successo: per la soddisfazione di Marco e
dei suoi colleghi, ma nell’interesse della Città soprattutto.
lunedì / Sande Simblèce
martedì / Sande Cuštandëine
mercoledì / Sande Giuvuànne Uriaune
giovedì / Sanda Patrëzie
venerdì / Sanda Matëlde
sabato / Sanda Lujëise
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domenica / Sande Ggiulïàne
lunedì / Sanda Gertrude
martedì / Sande Salvataure
mercoledì / San Giusueppe
giovedì / Sanda Sandre
venerdì / Sande Ermanne
sabato / Sande Uttävie
domenica / Sande Benedàtte
lunedì / Sande Habbriele
martedì / La ‘Nnungiaziàne
mercoledì / Sande ‘Manuele
giovedì / Sande ‘Libberte
venerdì / sande Sište
sabato / Sande Secundëine
domenica / Sanda Giuvuanna
lunedì / Sande Beniaméine
~ Compleanni ~
Roberto Baiocco 3; Elisabetta Vinciguerra 5; Sara Mancini 7;
Maria Pia Manzitti Di Rosso 8; Giulio Paglione 9;
Nunzia Salvatorelli 12; Angelo Paladino 13; Manuela Celenza
14; Davide Delle Donne 14; Mario Baiocco 15; Carlo Di
Giambattista 16; Mirco Ferretti 16; Dario Marrollo 19; Valeria
Mancini 25; Luigi D'Ettorre 26; Marino Artese 30; Aurora
Naglieri 31; Beniamino Fiore 31.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Beppe Spinola
Antiche botteghe
Zi’ Albina, la bandiera
gastronomica della città
“Un brodetto vastese non è soltanto un felice evento gastonomico: è un mosaico di sensazioni diverse, una composizione nella quale le tessere si incastrano con una logica poetica a formare
un’autentica opera d’arte”. Con queste parole Fernando De Ritis, docente alla Federico II di Napoli e noto in tutto il mondo
per le ricerche sull’epatite virale, definì il principe dei piatti della
cucina locale dopo averlo gustato da Zi’ Albina, il mitico ristorante che del brodetto ha fatto il suo vanto e la bandiera della
gastronomia vastese. All’inizio trattoria senza pretese avviata da
una zia Albina di cui resta ignoto il cognome, il locale deve la sua
fortuna alle buone arti della famiglia Della Guardia: a Maria Della
Guardia, al nipote Michele ed alla moglie di questi Anna Galante.
A quest’ultima, che ha condotto il ristorante prima di trasferirlo
ai figli come una vestale dell’inconfondibile brodetto alla vastese,
va il merito di averlo trasformato nel tempio culinario che tutti
conoscono ed apprezzano.
58
A destra la signora Anna Galante
prepara l’inconfondibile, famoso
brodetto di Zi’ Albina.
In basso il marito Michele Della
Guardia
Nella pagina accanto, in alto, l’ultima
generazione dei Della Guardia nella
cucina del ristorante.
In basso, cerchiata nella foto d’epoca
la Zi’ Albina da cui ha preso il nome
il locale
59
Polvere di stelle
60
Nicola Notaro, un sindaco lungimirante
Luigi Sabatini. Preside non dirigente scolastico
Gli dissi una volta, non molto tempo fa: “Se decidi di tornare
in campo come sindaco, sarei onorato di starti al fianco come
vice”. L’affermazione non era di circostanza, ma corrispondeva
a ciò che ho sempre pensato di Nicola Notaro e al livello di
considerazione che ho nutrito nei suoi riguardi sin da quando
ho avuto modo di conoscerlo.
A lui ho sempre riconosciuto infatti, nonostante la diversità
delle posizioni e delle asprezze della quotidianità politica che
ci hanno visti contrapposti, uno spessore ed una lucidità che
raramente mi è capitato di riscontrare. Si è detto e scritto della
Vastesità di Notaro, e cioè del sentimento che ha animato la
sua azione, ma l’espressione non gli rende pienamente giustizia, in quanto ne coglie un aspetto ch’è stato forse comune
anche ad altri, prima e dopo di lui, e che comunque dovrebbe
appartenere ad ogni amministratore. In Notaro c’era invece
anche la Visione della Città, la consapevolezza del suo destino
legato ad un progetto di sviluppo e di crescita, ad uno studio delle dinamiche economiche e sociali, ad obiettivi precisi
di ricaduta sul territorio. Valga su ogni altro esempio, il Piano
intercomunale Vasto-San Salvo, definito Piano Kurokawa dal
nome dell’architetto giapponese, che individuò agli inizi degli
anni Settanta un’ipotesi, alla quale mi ispirai per il mio piano
regolatore, di conurbazione delle città consorelle, di pianificazione comune, di fondazione di una grande città dell’Abruzzo
meridionale, a cui affidare il ruolo di riequilibrare assetti regionali troppo sbilanciati sull’area Pescara-Chieti. Da questo punto
di vista Notaro è stato certamente il migliore, più emblematico interprete locale della stagione politica seguita a quella del
notabilitato democristiano del secondo dopoguerra, e di lui
si possono condividere o meno le intuizioni e le realizzazioni
senza sconoscerne però, se non a prezzo di una sterile banalizzazione delle vicende storiche, lo sforzo di lungimiranza e la
capacità progettuale e di direzione.
Con lui se ne va un modello di impegno politico al quale dovrebbero guardare gli sconsolati, i delusi, gli arrabbiati per trovare risposte al desiderio di buona politica; per capire che
non è nella negazione della politica la risposta ma nella sua
esaltazione, nel recuperare ad essa il tormento di dover trovare risposte, di fare analisi, di studiare, di affrontare i problemi
cercandone le soluzioni possibili e non i rinvii. Con lui se ne va
un vastese autentico, ma anche un imprenditore, un buon padre di famiglia, un uomo di principi e di fede, un amico che non
mi fu avaro di consigli, suggerimenti e rimproveri quando ebbi
l’onore di cingere dopo di lui la fascia tricolore.
Giuseppe Tagliente
Naturalmente schivo, discreto, gentilissimo con tutti e soprattutto con coloro con cui aveva un rapporto quotidiano, i docenti, gli studenti ed i loro genitori, il preside Luigi Sabatini ha
lasciato un vuoto in questa società cittadina e nel mondo della
scuola in particolare. Preside, s’è detto, e non dirigente come si
dice adesso, perché Sabatini faceva parte di quella generazione di capi d’istituto venuta dalle cattedre, passata attraverso
l’insegnamento e che della scuola portava dentro l’anima, il carattere, la sostanza, l’odore. E che, sia detto non per inciso, alla
scuola portava tanta cultura.
Francescopaolo Laccetti. “Era avanti!”
Genio e sregolatezza vanno spesso, come si sa, a braccetto e
di esempi se ne contano a migliaia.
Si parva licet, se fosse cioè possibile comparare ai nomi dei
grandi ingegni quelli della piccola società cittadina, non si può
fare a meno di dare un cenno sulla figura di Francescopaolo
Laccetti che fu un imprenditore geniale e di larghe vedute e al
quale si devono alcune iniziative che seppero trarre, nella prima metà degli anni Settanta, la città dal suo torpore provinciale
ed avvicinarla alle mode, ai gusti, alle nuove tendenze arrivate
in quegli anni dall’estero.
A lui si deve l’apertura del Paradise, che fu la prima discoteca
cittadina e punto d’incontro di due generazioni di giovani che lì
si avvicinarono ai nuovi ritmi del rock e della disco music; la realizzazione del grandioso Cinema Teatro Globo; dell’innovativo
Bar Garibaldi e l’introduzione di nuove architetture nel periodo
in cui si cimentò come imprenditore edile.
Vasto gli deve qualcosa.
~ Fétte e fettarìlle ~
Li pilùse e il teatrino …
Di granchi pelosi ce n’erano una volta tanti. Erano tanti anche i “pelosari”, le persone che li pescavano
tra gli scogli nghi li circhiùle, cerchietti di ferro con una rete a mo’ di coppa, al centro della quale si legava
un’esca. Uno di questi “pelosari”: -‘Na vodde mi truvàve sopr’ a nu scoje a salipà li circhiule, ma ecche ca
s’abbicìne ‘na bbagnànde, ‘na bbella signurìna frištìre, prupie mendre jè štev’ a ritirà nu circhiole nghi ddu’
pilìse, une ‘ndricciàte a la ràite e l’âddre che si štev’ a ‘rrambicà a ‘na zucarelle; la signurìne, tutti šchifàte,
mi fa: - scusi buon uomo, cosa ci fate con quelle bestie? - Putéve ma’ dice ca ‘i li magnàme ? E allore j’haj
ditte: …ci facciamo il teatrino!
61
Amore e Morte. L’assassinio di
Maria d’Avalos e dell’amante
Fabrizio Carafa
Piangete, o Grazie, e voi piangete,
o Amori,
Feri trofei di morte, e fere spoglie
Di bella coppia, cui n’ invidia e toglie,
E negre pompe e tenebrosi orrori.
Piangete, o Ninfe, e ‘n lei versate
i fiori,
Pinti d’antichi lai l’umide foglie;
E tutte voi, che le pietose doglie
Stillate a prova, e i lacrimosi odori.
Piangete, Erato, e Clio, l’orribil caso;
E sparga in flebil suono amaro
pianto,
In vece d’acque dolci, omai Parnaso.
Piangi, Napoli mesta, in bruno
manto,
Di beltà, di virtù l’oscuro caso;
E ‘n lutto l’armonia rivolga il canto.
62
Alme leggiadre a maraviglia, e belle,
Che soffriste morendo aspro martiro,
Se morte, amor, fortuna, il Ciel
v’uniro,
Nulla più vi divide, e più vi svelle;
Ma, quai raggi congiunti, o pur
facelle
D’immortale splendor nel terzo giro,
Già fiammeggiate; e del gentil
desiro
Son più lucenti le serene stelle.
Anzi è di vostra colpa il Cielo adorno,
(Se pur è colpa in duo cortesi
amanti )
Fatto più bello all’amoroso scorno.
Chi biasma il vostro error ne’ tristi
pianti,
Incolpi il Sol, che ne condusse il
giorno,
Ch’in tal guisa fallir le stelle erranti.
Classica storia d’Amore e Morte che ha commosso schiere di
cantastorie e di poeti, a cominciare proprio da Torquato Tasso
cui si devono i versi intitolati “In morte di due nobilissimi amanti”, la vicenda dell’assassinio di Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa
ad opera di Gesualdo da Venosa vede come protagonisti due
giovani amanti ed un marito tradito.
Tutti e tre appartengono alle più nobili famiglie del Regno di Napoli. Lei, donna di una straordinaria bellezza con due vedovanze
alle spalle, è della stirpe dei feudatari di Vasto e Pescara; lui, di
bell’aspetto, è di quella dei Carafa; il terzo, principe di Venosa e
nipote di San Carlo Borromeo, conosciuto anche come uomo
coltissimo e compositore di melodie che gli valgono ancor oggi
la fama d’essere uno dei principali innovatori del linguaggio musicale moderno.
Come nelle più scontate trame d’Eros e Thanatos, il marito tradito, accecato dalla gelosia e dall’orgoglio, ricorre alla vendetta,
che in questo caso è atroce, inumana, incivile, inimmaginabile in
un uomo tanto sensibile al richiamo delle arti.
Il crimine avviene a Napoli nella notte tra il martedì 16 e mercoledì 17 ottobre del 1590 ed ha come teatro il palazzo dei Gesualdo, poi divenuto Palazzo San Severo, a due passi dalla chiesa
di San Domenico Maggiore dove quattro anni prima Gesualdo
aveva impalmato Maria.
Colti in flagrante adulterio nel letto coniugale , ai “nobilissimi
amanti” , non resta che avvinghiarsi nell’ultimo abbraccio mentre una schiera di sicari, armati dal marito tradito, li massacra a
colpi di pugnale, spada ed arma da fuoco. Non pago della loro
morte, Gesualdo ordina l’esposizione dei due corpi ignudi sulla
scalinata del palazzo, abbandonati allo scherno ed alla profanazione alla quale, secondo una diceria che non trova riscontro,
ricorre un monaco gobbo e di brutt’aspetto, che approfitta del
corpo esangue della giovane.
Ritiratosi nel suo feudo in provincia di Avellino per sfuggire alla
vendetta dei d’Avalos e dei Carafa, Gesualdo passa lì tutto il resto della vita dando prova di contrizione e pentimento comprovati dal tormento che si percepisce dai suoi madrigali e da una
pala d’altare attribuita a Giovanni Balducci, custodita nella chiesa
di Santa Maria delle Grazie nel comune di Gesualdo, che ritrae
il principe in ginocchio e in atteggiamento di preghiera accanto
allo zio cardinale San Carlo Borromeo. Di Maria d’Avalos non
si sa dove sia stato sepolto il cadavere. Da qui la credenza che
il suo fantasma continui ogni notte a vagare disperato in piazza
San Domenico.
Carlo Gesualdo, del quale si è
celebrato l’anno scorso il quarto
centenario della morte, ha ispirato numerosi artisti moderni e
contemporanei. Igor Stravinsky,
ammiratore di Gesualdo, arrangiò
il madrigale Beltà, poi che t’assenti
per lo spettacolo Monumentum
pro Gesualdo (1960) del New York
City Ballet; Alfred Schnittke e Brett
Dean scrissero rispettivamente
Gesualdo (1993) e Carlo (1997) in
onore del compositore venosino.
Altre opere a lui dedicate sono
Tenebrae Super Gesualdo (1972) di
Peter Maxwell Davies, Maria di Venosa di Francesco d’Avalos (1992)
Gesualdo (1998) di Franz Hummel,
Tenebre (1997) e The Prince of
Venosa (1998) di Scott Glasgow,
Gesualdo (2010) di Marc-André
Dalbavie e Richard Millet. Peter
Eötvös, che considera Gesualdo
colui che influenzò i suoi madrigali
diede pubblica lettura del testo
di un suo madrigale, dopo aver
ricevuto il Leone d’oro alla carriera
il 24 settembre 2011.
Franco Battiato ha dedicato al
compositore il brano Gesualdo
da Venosa, contenuto nell’album
L’ombrello e la macchina da cucire
(1995). Nel 1995, il regista Werner
Herzog ha diretto un documentario incentrato sulla sua vita, Tod für
fünf Stimmen (Morte per cinque
voci), con la partecipazione di
Milva. La pellicola è stata trasmessa
sulla rete tedesca ZDF. Nel 2009 il
regista Luigi Di Gianni gli ha dedicato un film dal sapore documentaristico, Carlo Gesualdo. Appunti
per un film, girato nei luoghi in cui
il principe visse e con la testimonianza del compositore e direttore
d’orchestra Francesco d’Avalos, che
di Maria è l’ultimo discendente
63
Coriandoli
Abbrëile / Aprile
“La Štorie” di Carnavale
di Fernando D’annunzio
La tradizione carnascialesca de “La
Storie” è stata ripresa per merito
del Gruppo dei cantori del Circolo
Socio-Culturale “S. Antonio Abate”
e Parrocchia “Santa Maria del
Sabato Santo” e grazie a Fernando
D’Annunzio
‘Šta Štorie jé nu ccone
‘ccizziunàle,
fištegge a’huànne vinde
Carnivàle.
D’Annunzie, che di nome fa
Fernande,
‘šta bbella usanze port’angòr’
avande.
Chi li cande e chi li sone
fa durà ‘šta tradizione
ch’avé nate andicamènde
pe’ fa divirtì la ggènde.
Lu Carnivàle jé divirtimènde
ma è poche l’allegrì’ a ‘štu
mumènde.
64
Ch’ avéssa fa caccose n’ zi ni
‘mporte
da mett’ a ppušte quelle che
va torte.
Che ce pozza pinzà Ésse,
Patre, Fijje e Spirde Sande,
a rrapì la mende e ll’ucchie
a li nuštre guvurnande.
S’è jut’a rivutà nghi “lu purcèlle”,
j’aritruvuàme a cocce
capabballe.
Ci šta li “cinghe štelle” soccia
socce,
però te’ troppe “Grille” pe’ la
cocce.
N’à vulùte guvurnà
‘ca nghi ll’èddre n’gi vo’ šta.
E mo, nghi li “larghe ‘ndése”,
a nu file štém’ appese.
Lu Uašte... ma che ne parlàm
‘a ffa’...
Rrobba ‘mpurtande prupie n’
gi ni šta.
La scus’ è sempre quelle, ogne
vvodde:
“n’ zi fa nijènde ‘ca n’ gi šta li
sodde”.
Lu sutuàcce nin zi move,
sempr’appese a cchilu chiove.
E di nuvutà si sende
sole chiècchier’ a lu huènde.
Coriandoli
Sport
Abbrëile / Aprile
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martedì / Sand’Ughe
mercoledì / Sande Frangische
de Pavele
giovedì / Sande Rëccarde
venerdì / Sand’Isidéure
sabato / Sande Ggiuliäne
domenica / Sande Gerande
lunedì / Sanda Virginie
Roberto Ialacci, tempo e “tempi”.
Modesto, discreto nei modi e nel parlare, Roberto Ialacci non è
di quelli che hanno l’abitudine di mettersi in mostra. Eppure ne
avrebbe da dire! Ama lo sport come pochi e ad esso dedica la
maggior parte del tempo libero e soprattutto le domeniche, che
ama trascorrere con gli amici Tapascioni, l’allegra brigata vastese
che pratica la corsa a scopo amatoriale e non competitivo. Nella
Roma-Ostia del 3 marzo 2013 è risultato primo classificato di
categoria con tempi di assoluto rispetto per i suoi …anta. Ma
lui non se ne vanta.
Lu tëmbre
So minìute a ttëmbrà,
a sgranà’ l’ucchie
a ffà mmangà l’arie a li pîlmìune
a ssindà lu ddàure,
a fa hudà lu rispuàre
Ggisù Crë’,
sta vodde aècch’a ssàtte
ssi s’aggerète
martedì / Sanda Silvëne
sènde lu rumuàre
di lu paradàise
l’anèma cche s’alllundàne
e li rëcce de chèrne d’etternetà.
Antonio Muratore
mercoledì / Sande Liborie
giovedì / Sand Pumbè
venerdì / Sacra Speine
sabato / Sande Ggilie
Lu tëmbre, il timbro, sta per il luogo
d’arrivo della vasca, cioè della passeggiata serale che l’autore suole fare
ogni giorno. Qual è questo terminal?
Ma naturalmente la terrazza naturale
di via Adriatica che s’affaccia sul golfo
lunato di Vasto.
domenica /Le Palme
lunedì / Sande Masseme
martedì / Sande Ggesarije
67
mercoledì / Mercluddé Sande
giovedì / Giuvuddé Sande
venerdì / Vennardé Sande
sabato / Sabbete Sande
domenica / La Pasche
lunedì / Lu Pasquàne
martedì / Sande Leonide
mercoledì / Sande Ggiorge
giovedì / Sande Fedele
venerdì / Sande Marche
sabato / Sande Marcelleine
domenica / Madonne de la
‘ngurnuate
lunedì / Sande Vitale
martedì / Sanda Catarëine
mercoledì / Sande Mîzie
~ Compleanni ~
Massimo Giannone 2; Anna Baiocco 3; Nicola Del Borrello
(Piemonte) 3; Paola Buda 3; Maria Antonietta Gatto 5;
Giorgio Maggio 8; Angela Desiderio 8; Teresa Spallini 9;
Grazietta Costantino 11; Donatella Longo 12; Angelo Di
Sciascio 13; Lavinia Cimini 13; Alida Paladino 16; Angelica
Saturnetti 17; Gaetano Balzano 23; Francesco Amorosi 23;
Elisabetta Zaccaria 26; Lidamaria di Sanza 29; Francesco
Falcucci 29; Ada Di Lello 29; Elisabetta Sigismondi 30.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Glaudio Crisci “il corsaro”
Coriandoli
La famiglia D’Annunzio:
su 10 figli 7 emigranti
La fitograf ìje
68
La famiglia di Luigi D’Annunzio (La
Muschilélle) al completo, nel 1950.
La foto scattata in occasione
del 25° di matrimonio di Luigi
D’Annunzio e Maria Giuseppina
Spadaccini, attorniati da dieci
figli, oggi ancora tutti viventi,
ringraziando Dio, è l’unica dove
la famiglia è al completo. Nel
gennaio1952 il primogenito
Nicola, classe 1929, partiva per
l’Australia ed apriva la strada
dell’emigrazione ad altri sei membri
della famiglia, due fratelli e quattro
sorelle, in totale sette su dieci:
Nicola, Antonietta, Elisa, Maria,
Domenico, Gabriele e Michelina,
attualmente tutti residenti a Perth
(W. Australia), tutti “cresciuti e
moltiplicati” (portare il conto dei
loro figli nipoti e pronipoti si fa
sempre più difficile). I restanti tre
componenti: Anna, Fernando e
Lucia, sono rimasti in Italia.
Ogne vodde ch’arrépe ‘štu tratòre
sente furte ‘na štrette a chištu core.
Ci štéme tutte a ‘šta fitograf ìje,
ci šta mamm’e papà nghi déci f ìje.
Šta’: Niculìne, ‘Jette, ècchili, vì’!
‘Lise, Marì’, chišt’addre è Mimì.
Gabbrijèle è cuštù che šta ‘ssittàte,
Annìne e Micchilìne …a ‘št’addre late.
Cuštù ‘n goll’a papà, li se’? so’ ji’.
Affianche, ‘n goll’a mmamme, šta Lucì’.
Chištu ritratte fatte a lu ‘cinguande,
è l’ùniche a ndo’ šteme tuttiquande.
Doppe di ‘llore, nghi l’emigrazione,
di šta’ ‘nzimbre n’ c’è štate cchiù ‘ccasione.
Mamme! Papà! soltande annummunanne’
mi ve’ da piagne e mi si chiude ‘n ganne.
Mo che n’ ci štete cchiù, di cchiù s’apprezze
quelle che seti fatte e a quale prezze.
La fotografia
Papà! quanta jurnàte abball’all’orte?
arisajjìve a notte, štracch’ a mmorte.
Tu, quanta ni si’ fatte di fatìje
pe’ n’ fa’ mangà nijende a cchišti fije?
Mamme! tu che la sere arimanìve
pe’ piagne, quande tutte già durmìve.
Nghi déci f ìje, ma’, coma si fatte
a ppinzà a ttuttiquande e n’ascì matte?
Quanta vodde lu core v’à zumbàte!?
Quanta dulore vu’ sete pruvàte!?
- Mamme, papà, vi lasse…’ ja partì’
‘ch’ aécche nin zi trove la fatì’.- Madonna me’! pozza jì’ tutte bbone;
Fernà’, ‘nduvà, argiùštime ‘šta cròne!L’amore a la famìje e l’oneštà,
quešte è štate pi’ nu’ l’eredità.
Lu bbon’esempie e lu timore di Ddì’,
quešte nu’ sem’avute da spartì’.
Mamma Giuseppina annotava in uno
di quei quadernini con la copertina
nera, ancora conservato da Fernando,
tutte le date, di nascita,di matrimoni,
di partenza e quant’altro riguardava
tutti i figli...
Ogni volta che apro questo tiretto
sento forte una stretta al cuore.
ci siamo tutti in questa foto,
ci sono mamma e papà con dieci
figli.
C’è Nicola, Antonietta, eccoli! vedi?
Elisa, Maria, quest’altro è Domenico.
Gabriele è questo seduto,
Anna e Michelina sono da quest’altro lato. Questo in braccio a papà,
lo sai? sono io. Affianco, in braccio a
mamma, c’è Lucia.
Questa fotografia fatta nel 1950,
è l’unica dove ci siamo tutti.
Dopo di allora, con l’emigrazione,
di stare insieme non c’è stata più
occasione. Mamma! Papà! solo
nominandovi
mi viene da piangere e mi si chiude
la gola.
Ora che non ci siete più di più si
apprezza
tutto ciò che avete fatto e a quale
prezzo.
Papà! quante giornate giù nell’orto?
tornavi ch’èra notte, stanco morto.
Ma quanto lavoro hai fatto
per non far mancare il necessario
ai figli? Mamma! tu che la sera
rimanevi
per piangere, quando tutti già
dormivano.
Con dieci figli, mamma, come hai
fatto
ad accudire tutti senza diventare
matta?
Quante volte vi è saltato il cuore!
Quanto dolore avete provato!
“Mamma... Papà..., vi lascio... devo
partire,
perché qui non trovo lavoro:”
“Madonna mia! fa che vada tutto
bene... Fernando, ti prego, riparami
questa corona!”
(del rosario)
L’amore per la famiglia e l’onestà,
questa è stata per noi l’eredità.
Il buon esempio e il “timore” di Dio,
questo noi abbiamo avuto da
spartire.
69
Vecchi fusti
M’aricorde
Michele La Verghetta, il mister Vigor ... oso
Nu quart’e ‘na gazzàuse a Cicche Pallàtte
Ha smesso i panni del mister,
ma resta sempre alla guida della Pgs Vigor Don Bosco. Per lui
il calcio è vita, ossigeno di cui
non può fare a meno, passione autentica. Lo testimoniano
i quarant’anni spesi nell’insegnamento di questa pratica
sportiva mediante la gestione
di una splendida scuola calcio
e nella particolare attenzione
riservata a trasferire i valori
dello sport alle giovani leve
calcistiche. Vai avanti, Michelino, il posto in panchina può
aspettare.
Quando i bar non c’erano ancora nell’accezione moderna, c’era
la cantina. Quando c’erano le cantine un nome bastava, come
una sineddoche, ad indicarle tutte: la cantina di Cicche Pallàtte.
Ritrovo a metà tra rivendita di vino, trattoria, panineria, stuzzicheria, luogo di sosta per chi doveva aspettare la pustàle per
l’alto vastese o per la stazione ferroviaria, o di ritrovo dopolavoristico pe ffarse ‘nu quart’e ‘na cazzàuse nghi ddu piscitìlle frëtte o
nu pelàuse, la cantina di Cicche Pallàtte, al secolo Michele Florio,
ubicata a Palazzo Palmieri in piazza Rossetti, resta nell’immaginario collettivo di almeno tre o quattro generazioni di vastesi
un luogo mitico, proverbiale. Dal fondo della memoria riaffora
anche la figura del fratello Paolo Florio, che aveva la sua cantina
nello stesso Palazzo Palmieri ma sul lato di piazza Diomede.
Fotografati dinanzi a la candine, Cicche
Pallàtte (sulla destra) e il genero Lelio
Di Blasio
71
70
~ Fétte e fettarìlle ~
La differenza tra…”Cacche òve” … e “Cacch’ e òve”
Zia Maria a zio Domenico Spadaccini:
- Dumuì’, che tti vù’ magnà massére? Ti ja coce cacche òve?
(Domenico cosa vuoi mangiare questa sera? Devo cucinarti qualche (cacche) uovo?)
Zio Domenico:
- nòne Marì’, a mmé cùcimi sole l’òve! –
(No, Maria, cuocimi l’uovo soltanto !)
Assovasto
vent’anni, al servizio delle imprese
Le venticinque imprese associate al momento della
fondazione, avvenuta nel 1990, rappresentano ormai lo
zoccolo duro di Assovasto, che può vantare oggi l’adesione
di oltre 130 aziende del Vastese. Attraverso la presidenza
di Remo Salvatorelli prima, di Giuseppe Argirò poi e di
Gabriele Tumini oggi, Assovasto è divenuta a pieno titolo
l’organizzazione che rappresenta e tutela
le imprese del Territorio.
Vastesi che si fanno onore
72
Personaggi
Lara Celenza, photographer
Lillino Baccelli. Ironia e…sigaretta
La tempra e l’inquietudine dell’artista non le difettano. Film director e fotografa creativa si è specializzata, dopo la laurea a
Bologna, frequentando corsi in Italia ed all’estero.
Ha fondato nel 2010 con alcuni amici una società di produzione indipendente, la Kalifilm Productions, che ha all’attivo video
musicali e pubblicitari e alcuni cortometraggi sperimentali.
Da qualche tempo vive in Germania per motivi di lavoro.
Le sue fotografie sono affascinanti divagazioni sulle ali del sogno, fantasticherie, amusements che catturano e stupiscono.
Michele, per tutti Lillino, Baccelli non ha bisogno di presentazioni. A Vasto, come nel resto della Regione, lo conoscono
per il suo passato di imprenditore lungimirante e coraggioso
e per la capacità dimostrata nel creare dal nulla aziende fortemente innovative e moderne. Pochi sanno però che dietro
quell’apparenza di industriale e sotto quella scorza di ruvidità
di cui intenzionalmente s’ammanta, nascosto dalla cortina di
fumo dell’inseparabile sigaretta, s’individua un uomo simpatico,
un conversatore vivace, spesso caustico, che riesce a fare dell’ironia anche su se stesso. Come tutte le persone intelligenti.
In alto, una bella immagine di
Lara e accanto uno dei suoi lavori
intitolato Butterfly
73
~ Modi di dire ~
A pitrélle a pitràlle s’é fatte Rame. (Pietra su pietra è stata edificata Roma)
Sparte palâzze arimane candàune. (Spesso a chi divide rimane la parte peggiore) Ma un altro proverbio recita al contrario: Chi spârte à la méja pârte (A chi divide tocca la miglior parte)
“Tre cheuse fanne li uastaruli: la ricchitelle, na magnatelle e ffà ciuffulè la celle.
La hallèine fète l’euve e a lu hàlle fa mmale lu cuile
‘N z’apparènde si ìn z’attalende
La fatiche del lu carlucchiàre ssi li magne lu sciampagnàne
Maje / Maggio
Pe’ spèrne...
Cand’ arrèive Mârze e Abbrèle,
a la fine de la mmèrne,
pe’ li frâtte e li nnicchiäre
s’accumènz’ a jjì pe’ spèrne...
74
Abbigliamento consono, resistente all’azione dei cespugli spinosi,
occhio vigile e allenato, armati di canna o bastone per rovistare
intorno alla pianta degli asparagi selvatici (pe’ sbusciché ‘mmèzz’
a li rôcchie), ci si avvia nella zona prestabilita. Ognuno frequenta
di solito gli stessi posti (ognune te’ li pušta su’) e di cui non parla
mani a nessuno.
I cercatori di asparagi si spingono sino a zone lontanissime, ma
la maggior parte, si accontenta di luoghi meno distanti. I preferiti
sono quelli rivieraschi, da “Mottagrossa” verso sud, lungo la scarpata dell’ ex tracciato ferroviario, ma anche i terreni incolti (terre
a nnicchiäre), specialmente gli ex uliveti. In tarda primavera ideali
sono invece i boschetti disseminati nel “Medio Vastese”. Arrivato il
caldo, se ci sono piogge, gli asparagi continuano per un po’ a germogliare, ma la vegetazione più rigogliosa rende difficile la ricerca
e molti si arrendono anche per il rischio di imbattersi (cacche
sèrpe o cacche râcheme) in serpenti o ramarri.
Pe’ spèrne...è il passatempo che permette di vivere a contatto con
la natura, dà la soddisfazione, tornando a casa, di preparare dei
gustosissimi piatti a base di asparagi: la squisita frittata (la frittàte
nghi li spèrne); il sugo di asparagi al pomodoro per condire la pasta;
la carbonara di asparagi; l’ottimo risotto e tanti altri piatti ancora...
P.S. M’ariccummuânne... mo’ n vvi mittéte tutt’ a jì pe’ sperne... cà già
ci ne štattéme naquìlle!
Artisti contemporanei
Block notes
Maje / Maggio
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5
6
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11
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15
16
17
18
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29
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31
giovedì / Sande Ggiusuéppe
Arteggiàne
venerdì / Sande ‘Ttanasie
sabato / Lu Legne de la Cráce
domenica / Madonne de la Panne
lunedì / Sande Nînzie
martedì / Sande Lucie
mercoledì / Sanda Nichële de Bbere
giovedì / Madonne di Pumbuèje
Giuseppe Muzii,
artista che ha il Mare come aiutante
Artista originalissimo, adopera per le sue composizioni in tecnica
mista, i materiali più disparati depositati dal mare sulla spiaggia:
legni, oggetti, conchiglie. Potrebbe dirsi che ha come aiutante il
Mare, che gli impasta i colori e gli passa il pennelli. Il risultato è
di una suggestione straordinaria che cattura gli occhi e l’anima.
Le opere di Giuseppe sono state esposte in diverse e qualificate
gallerie e la mostra che gli ha l’anno scorso dedicato il Museo
delle Genti d’Abruzzo di Pescara ha avuto un notevole successo
di critica e di pubblico.
venerdì / Sande Libbratàure
sabato / Sande ‘Ndunëine
domenica / Sande Fabbïane
lunedì / Sande Nerè
martedì / Madonne di Fàteme
mercoledì / Sande Matté
Claudia e Gioacchino: esempi di solidarietà.
Guidano la Casa Famiglia Manuela. Appartenenti alla Comunità
religiosa Papa Giovanni XXIII, Claudia e Gioacchino fecero anni
fa una scelta vocazionale, che cambiò radicalmente le loro vite:
diventare la mamma ed il papà degli “ultimi” e regalare una famiglia a quanti non ce l’hanno. Dismesse le vesti indossate sino
ad allora, decisero di condividere la vita con persone provenienti
da diverse situazioni di disagio ispirandosi agli insegnamenti di
Don Oreste Benzi. A chiunque visiti la Casa Famiglia non può
sfuggire l’amore, la solidarietà, l’allegria di cui sono intrise le mura
che hanno avuto in comodato per 15 anni dalla Caritas, grazie
ai buoni uffici di Don Andrea Sciascia. Né può sfuggire di trovarsi in una vera e propria comunità familiare composta da una
mamma, da un papà, da fratelli e sorelle, normodotati e diversamente abili. In un ambiente nel quale domina la foto di Manuela,
una splendida e giovane ragazza che prima di salire in Cielo, a
seguito di un fatale incidente d’auto avvenuto pochi mesi prima
delle nozze, decise di lasciare tutto ai figli adottivi di Claudia e
Gioacchino.
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giovedì / Sanda Matalene
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venerdì / Sande Ubbualde
sabato / Sande Pasquale
domenica / Sande Venanzie
lunedì / Sande Cilištèine
martedì / Sande Bernardëne
mercoledì / Sande Sicundëine
giovedì / Sanda Rëte
venerdì / Sande Desiderie
sabato / Sanda Giuvëine
domenica / Sande Gregorie
lunedì / Sande Feleppe
~ Compleanni ~
~ Visti da Pino Jubatti ~
martedì / Sande Federëche
mercoledì / Sande Emëlie
giovedì / Sande Massimëne
venerdì / Sande Ferdenande
sabato / Sande Giurduane
Luisa Maldera 1; Germana Benedetti Petroro 2; Gianluca
Naglieri 2; Davide D'Ettorre 8; Antonietta Di Fonzo 10;
Fabio D'Ettorre 11; Nicola Cinquina (Johannesburg) 16;
Anna Scipioni 18; Vincenzo Bassi 21; Fabio Bevilacqua 21;
Vincenzo Fiore 24; Lia Giancristoforo 27; Patrizia Sacchi
Petroro 27; Clarice Petrella 27; Pino Cavuoti 28; Riccardo
Scampoli 29; Caterina Celenza 31.
Giorgio Pillon
Coriandoli
Stefano De Libertis. È tutta musica
Albert Di Lallo. Un quintale di bontà
Giovanissimo coltiva lo studio dell’organetto, della tastiera e della
fisarmonica dedicandosi anche al canto. Dopo aver vinto Star Print
nel 1998 a Fiuggi, è finalista nel 2007 al Festival Uno su mille-voci
nuove per la discografia di Montecatini Terme e nel 2008 del XIV
Festival di Avezzano. Scopre diversi generi musicali tra cui il Pop,
il Jazz, il Funky ed il Blues e pratica la professione di Dj. Nel 2008
pubblica il primo singolo Il mio dolce tormento e due anni dopo
vince il XVI Festival di Avezzano con Jenny sorriderà. Nell’estate
2010 è finalista della 52^ Festa degli Sconosciuti di Teddy Reno e
Rita Pagni. Partecipa ai corsi di ArteaSanremo e nell’agosto 2012 è
ospite di Uno Mattina Caffè su Rai1. Nella stessa stagione arriva tra
i 10 finalisti del Premio Mia Martini con il brano L’ultima profezia.
È anche insegnante di fisarmonica, organetto e canto nella sua
scuola Only One Music& Recording di Vasto e tra i suoi allievi figura
Michael Zappitelli, concorrente a Ti Lascio una canzone 2012.
La Storia la fanno gli umili, secondo Manzoni, e Umberto Di Lallo,
Albert come si ribattezzò non trovando una corretta traduzione
inglese al nome italiano, era appunto uno di essi: una di quelle
persone di cui nessun libro racconterà la vita pur essendo state
interpreti e non comparse del grande romanzo intitolato all’affermazione della dignità umana. Abbandonato il paese natale, come
milioni di italiani prima e dopo di lui, ha contribuito a scrivere
la dolorosa quanto epica pagina dell’emigrazione scegliendo di
vivere a Perth, città in cui ha fatto onore alla sua terra d’origine
e d’approdo. Chi l’ha conosciuto può testimoniare sulla considerazione di cui godeva in una terra dove all’inizio gli italiani erano
guardati con sospetto. Da apprendista barbiere presso il Salone
di Claudio Crisci in corso Italia negli anni Cinquanta, era diventato
un raffinato coiffeur riuscendo a conquistare addirittura un titolo
di campione del mondo in una manifestazione di settore ad Hong
Kong. La notorietà conquistata, accompagnata da una naturale
simpatia ed intraprendenza, lo portarono in breve a organizzare
in franchising la sua attività creando una rete di parrucchieria in
tutta Perth. Di lì il passo per diventare imprenditore fu breve e
coronato da successo anche per una padronanza
della lingua inglese non comune tra gli emigrati di
prima generazione. Questa sua capacità di vivere
up to date, di riuscire cioè ad adeguarsi al tempo
ed al luogo, non gli fecero tuttavia venir mai meno
il senso di appartenenza. Si deve a lui se alcune iniziative avviate dai fratelli Raspa e Paolo Del Casale, primi animatori del Circolo vastese, trovarono
continuità temporale e se gli sforzi di Silvio Petroro, l’instancabile promotore di tanti eventi volti a
rafforzare ed a infuturare i vincoli tra i vastesi nel
mondo, presero corpo. È grazie ad Umberto ed
alla sua capacità di aggregare e motivare i compaesani se le due più belle iniziative dopo la celebrazione del Gemellaggio nel 1989, la realizzazione
del Vasto Lake e la collocazione del Monumento
all’Emigrante sul Riverside di Perth, poterono materializzarsi e se si resero inoltre possibili scambi
culturali tra giovani e rapporti più stretti tra le municipalità. Un omone con un quintale e mezzo di
peso e di bontà, sempre sorridente, arguto, con
la battuta facile, con il vezzo di parlar dialetto e
di raccontare i fatti d’una civiltà contadina lasciata
alle spalle, innamorato come pochi della sua Vasto:
questo era Di Lallo, il mio amico Umberto che ci ha appena lasciato e che non dimenticherò mai.
Giuseppe Tagliente
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~ Fétte e fettarìlle ~
L’offerta speciale
Polvere di stelle
Sentita a Casalbordino in un negozio di frutta.
Il negoziante a Donato, suo cliente abituale.
- Dunà’, si vvu’ ‘pprufittà, ugge tinéme l’offerta spiciàle di li bbanana “CICHITE .
- E ppiccô – gli fa di rimando Donato giocando sulle parole - ci šta pure li bbanane che ci vôte?
(Ma perché esistono anche le banane che vedono?)
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Coriandoli
Gli antichi sapori della Votta piéne
pubblicità
Lu Uašte de ‘na vodde, in un ambiente sapientemente ricostruito
e con un menù che ripropone i piatti della più autentica cucina
popolare vastese accompagnati da vini d’origine protetta (e non
solo). Perfetto connubio tra sapori antichi e moderni, tra votta
piène e mojje ‘mbriache.
La vinoteca si trova a Vasto in via
Barbarotta n 12
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~ Fétte e fettarìlle ~
Ggisù Crëšte me’... Ti li vuje pahä!
Zi’ Ricucce, dopo una di quelle mangiate che ti fanno rimanere senza fiato, boccheggiando senza
riuscire a digerire:
- Ggisù Crëšte me’, ti li vuje pahä!... Fàmmele fä nu rubbuìffe!”
( Gesù mio, vorrei anche pagarti il disturbo, ma fammelo fare …un ruttino!)
Vastesi che si fanno onore
Icone
Luigi Ruzzi il signore del Politeama
Luigi Di Pietro.Vocazione d’attore
Appena diciottenne, conseguita la Licenza tecnica, parte nel
1899 per l’Argentina. A Buenos Aires con l’amico Carlo Della
Penna apre una piccola rivendita di quaderni, che in pochi anni
si trasforma in una grande azienda produttrice e distributrice
di carta. Sempre attento alle esigenze dei concittadini e della
patria, diviene un benemerito benefattore per il sostegno ai Prestiti Nazionali durante la Grande Guerra e per le donazioni a
Vasto, in particolare quella delle apparecchiature radiografiche
all’Ospedale Civico negli anni ‘20. Da allora, pur risiedendo in
Sud America, ritorna con continuità a Vasto dove costruisce una
villa (l’attuale ristorante “Aragona”) e il Politeama a lui intitolato.
Muore a Buenos Aires nel 1945.
Vastese, figlio di Pino e Ada Tana, ha avuto sin da ragazzo la passione per la recitazione e non ha avuto esitazioni ad intraprendere la
carriera dell’attore che svolge alternandosi tra teatro e set televisivi e cinematografici. Diplomatosi alla Scuola del Piccolo
Teatro di Milano nel 2005, ha
debuttato con registi come
Pino Loreti, Cesar Corrales e
Massimiliano Milesi. Ha preso
parte a pièces come “Nel bel
mezzo di un gelido inverno”di
Kenneth Branagh, regia di Vincenzo Zingaro; “L’amante” di
Harold Pinter, regia di Laura
Jacobbi; “Tre sorelle” di Anton
Cechov, regia di Enrico D’Amato; “Madre courage e i suoi
figli” di Bertolt Brecht, regia di
Robert Carsen; “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare,
regia di Corrado Accordino e
Amedeo Romeo; “Noccioline”
di Fausto Paradivino, regia di Valerio Binasco; “Il misantropo” di
Molière e “Tre sorelle” di Anton Cechov, entrambi per la regia di
Paolo Zuccari; “Ancora qui” e “Questa tosse”, scritti e diretti da Antonio Ianniello; “Birds” regia di Giles Smith e “Notturno shakespeariano”, a cura di Federico Fiorenza. Ha lavorato in varie occasioni
con Luca Ronconi: in “I soldati” di Jakob Lenz; “Professor Bernhardi”
di Arthur Schnitzler; “Le rane” di Aristofane, “Memoriale da Tucidide” di Enzo Siciliano;“Infinities” di John D. Barrow e “Prometeo
incatenato” di Eschilo. È stato infine scritturato per interpretare
Lignère e un cadetto in “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand,
con la regia di Alessandro Preziosi nell’edizione 2012/2013.
Prima pietra del Politeama, 31 luglio 1931 (foto Anelli)
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~ Modi di dire ~
Via San Michele, 105
66054 Vasto
Tel. 0873 69885
www.castelloaragona.it - [email protected]
Nghi nu duàte s’assécche l’acca sânde!
Basta un dito per prosciugare l’acqua santa!
Tutte li jurne chicocce chicacce, la dumuàniche chicocce e cârne
Tutti i giorni zucchine e zucchine, però la domenica zucchine e carne
(Lo dice chi è costretto a mangiare sempre le stesse cose, forse perchè le produce)
Chicocce màtte e chicocce mâgne, ma è meje di ‘na mazzanne ‘n brànde!
Zucchine pianto e zucchine mangio, ma sono meglio di una mazzata in testa!
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La S.A.L.T.O.
L’industria che venne prima della Siv
L’on. Lorenzo Natali in visita al
nuovo stabilimento della Salto in
corso Mazzini
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Costituita a Vasto nel 1945, la Salto ( Società Adriatica Lavorazione
Tabacchi Orientali ) nasce ad opera di imprenditori che scommettono sulla ripresa del Mezzogiorno dopo la bufera della guerra ed
in particolare di Carlo Boselli, arrivato in Abruzzo da Castelsangiovanni, in provincia di Piacenza, con una solida esperienza maturata in Libia, dove l’aveva inviato lo zio Giovanni, fondatore dell’Ati
(Azienda Tabacchi Italiana) e direttore generale dei Monopoli di
Stato. Per un lungo periodo e sino all’arrivo della Siv, la Salto rappresenta una delle poche realtà imprenditoriali del Vastese, uno
strumento efficacissimo per la specializzazione delle coltivazioni
nonchè una fonte d’impiego di manodopera non qualificata. Le
foto dimostrano come i metodi di gestione fossero improntati a
criteri di dialogo, seppur paternalistico, e di coinvolgimento delle
maestranze. La scritta Viva la Ditta, che campeggia sull’improvvisato palcoscenico d’una festa aziendale ne costituisce una prova
eloquente. A Carlo Boselli, che alla Salto affiancò in seguito la Sit,
la Sti e la Sale in provincia di Alessandria diventando l’artefice
di una fortunata stagione della tabacchicoltura abruzzese, venne
conferita la croce di Cavaliere del Lavoro dal presidente della
Repubblica Sandro Pertini.
Una veduta dei laboratori
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Una visita alla stabilimento di Giuseppe Spataro. Gli sono accantol il sindaco Ritucci Chinni e Carlo Boselli.
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Non mancavano nella vita
dell’Azienda anche momenti
di socializzazione e di festa
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Ggigne / Giugno
Luciano e Tonino Boselli, che
succedono al padre Carlo nella
gestione dell’azienda.
In basso, la sede dello stabilimento
in corso Mazzini, smantellata negli
anni ‘90
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Personaggio
M’aricorde
Ggigne / Giugno
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domenica / La ‘Scenziaune
lunedì / Sand’Uggènie
martedì / Sanda Clutëlde
mercoledì / Sande Quirëine
giovedì / Sande Fiurénze
venerdì / Sande Feleppe
sabato / Sande Robberte
domenica / La Pendecoste
lunedì / Sande ‘Rrëiche
Anna Pia Pace.
Solidale a 360°
Quando in gita s’andava
“a la Pinnîcce”
Nata a Pettorano sul Gizio, uno dei borghi più belli d’Italia a pochi passi da Sulmona, e vissuta all’Aquila fino al conseguimento
della laurea in Medicina e Chirurgia col massimo dei voti, si considera ormai di Vasto, ove ha messo casa da trent’anni insieme
al marito, l’indimenticabile amico dottor Rino Piccirilli, ed in cui
opera come apprezzato medico di base. Tenace e risoluta, come
non s’immagina vedendola così gentile e delicata nei modi, impegna gran parte del suo tempo libero in attività sociali e culturali,
prestando servizio nella Croce Rossa Italiana come infermiera
volontaria con il grado di sottotenente e militando attivamente
nel Rotary Vasto di cui è stata oltretutto la prima socia donna.
Ristoro alla “Pennuccia”. La foto è del 2 ottobre 1949.
Da sinistra: Franz Ritucci Chinni, Luigi Trizzino, Francesco Smargiassi, Mario Della Penna, Roberto Bontempo, Giovanni Molino,
Luigi Di Chiacchio, Marcello Martone, Lino Fiore, Aldo Martone,
Pino La Palombara, Mario Molino e Alberto Muratore.
martedì / Sande Rëche
mercoledì / Sanda ‘Leice
giovedì / Sande ‘Nufre
venerdì / Sande ‘Ndonie de Padeve
sabato / Sande Zaccarëje
domenica / La Ternetè
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lunedì / Sand’Ureliane
martedì / Sande Adolfe
mercoledì / Sande Curnuelie
giovedì / Sande Rumüalde
venerdì / Sanda Micchelëine
sabato / Sande Lujëgge
domenica / Lu Corpus ‘Ddòmene
lunedì / Sande Nazzarie
martedì / S. Giuuánne Battëšte
mercoledì / Sande Hujerme
giovedì / San Vigëlie
venerdì / Sande Clemende
sabato / Sand’Irené
domenica / San’Bitre e Pavele
lunedì / Sande ‘Nnuciénze
~ Compleanni ~
Nando Miscione 4; Cristina Calvano 6; Anna Maria Di Falco 7;
Nino D’Annunzio 7; Gianluigi Delli Quadri 8; Luigi Bacceli
9; Tony Piccirilli 9; Simona Vinciguerra 12; Michele Di
Chiacchio 15; Renzo Stampone 15; Rosella Turilli 16; Angelo
Frasca 17; Mauro Sambrotta 17; Luca Fiore 18; Maria Teresa
Palazzo 19; Luigi Domenico Cinquina 22; Melissa Saturnetti
22; Carmine Saturnetti 24; Silvana Iacobucci 24; Anna Teresa
Sabatini 27; Massimo Stivaletta 27.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Antonio Prospero
Block notes
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Vastesi che si fanno onore
Il circolo tennis “Antonio Boselli”
Chiara Palmieri
Costituito nel 1976 ad opera di alcuni amanti di questa disciplina
sportiva, fra i quali Antonio Boselli che ne fu il primo Presidente
ed a cui il Circolo è intitolato, è dotato di tre campi in terra rossa,
d’un campo coperto, d’una confortevole club-house e di altri servizi
a beneficio dei 180 soci e dei 50 giovani che frequentano la scuola
tennis. Immerso nel “Parco delle Lame”, rappresenta la “location”
ideale per chi ama giocare con la racchetta ma anche per chi ama
praticare footing nell’attigua pista ad anello o passeggiare fra i viali
ombrati. Societa dilettantistica senza scopo di lucro, il Circolo ha
compiuto un vero salto di qualità grazie all’impegno del Presidente uscente Luca Russo e del direttivo composto da Gabriele D’Ugo, Bruno Baccalà, Luigi Pracilio, Marcello Padovano, Antonella Fiore
Donati e Pino Della Penna. Senza adeguamenti della quota sociale,
questa squadra di regìa ha realizzato migliorie infrastrutturali e promosso eventi che hanno valso al club, da parte della Federazione
Regionale, il riconoscimento di “Circolo che ha organizzato nell’anno 2012 i migliori e più qualificanti eventi sportivi in Abruzzo”.
Meritano d’essere ricordati il Trofeo Kinder, di rilevanza nazionale e
riservato ai giovani dai 9 ai 16 anni; le Pre-qualificazioni Femminili
agli Internazionali BNL d’ltalia, che si giocano in maggio a Roma, ed i
Campionati Italiani Femminili di 2^ categoria nel settembre 2012. Le
attività del Club si sono anche estese a momenti d’incontro, come
il gemellaggio con il Circolo di Margherita di Savoia; i meeting
culturali; la partecipazione a Telethon; l’intitolazione del campo centrale al compianto Luciano Notaro; i ricevimenti del periodo estivo.
II Circolo A. Boselli, rappresenta dunque un luogo dove i valori dello
sport sono ancora quelli che fondano sull’amicizia, la solidarietà e
la lealtà. Il rinnovo degli organi sociali per il biennio 2013-2015,
svoltosi nello scorso novembre, ha dato questi risultati. Il nuovo presidente è Giovanni Luisi che sarà affiancato da Gabriele
D’Ugo, Luigi Pracilio, Bruno Baccalà, Domenico Di Gregorio,
Enzo Piccirilli e Giuseppe Della Penna. Il Collegio dei Probiviri
è composto da Fernando Pracilio,Luca Russo e Giovanni Di
Giambattista, mentre il Collegio sindacale da Carlo Galasso,
Giovanni Menna e Andrea Di Loreto
Laureata in Veterinaria, dottorato di ricerca in Patologia Ultrastrutturale, dopo aver lavorato sei anni come ricercatrice presso
la Facoltà di Veterinaria di Teramo, ha lasciato l’Italia per l’Australia
dove adesso è professore associato presso la School of Veterinary Science dell’Università del Queensland. Ha firmato numerose
pubblicazioni accademiche e si è specializzata frequentando corsi
in California, nella Repubblica Ceca, in Irlanda, Finlandia e Spagna
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Amici del Lunario
Macchietta
Pò rèsse ca ci cràide!
(Annend’ a la Madonne di la Catàne)
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Può darsi che ci crede!
(Dinanzi all’edicola della Madonna
della Catena)
Il rosario in mano e il fazzoletto
in testa, / due donnicciole stanno
inginocchiate, / durante la guerra,
a pregare la Madonna, / per i loro
figli soldati. / Una sta recitando a
bassa voce, / la testa china, un po’ in
disparte; / e l’altra, a voce alta, giusto nel mezzo, / parla alla Madonna,
con le mani alzate: / -Madonna
mia!... Quel mio bel figlio, / Tu fallo
tornare sano e salvo. / Io ti faccio
l’intera dote, Ti rivesto di oro! / Te
lo prometto, quanto è vero Iddio!- /
L’altra donna, dopo averla sentita,
/ le dice: - Ma perché fai codeste
promesse? / Non possiedi neppure
“gli occhi per piangere”; / anche la
Madonna vuoi prendere in giro?- /
-Con la Madonna ci sto parlando io!
/ Cosa t’importa se faccio questo
voto? / Dei fatti miei tu non devi
interessarti! / Tu stai zitta!... Può
darsi che ci crede!
La cròne ‘ mméne e lu fuazzòle ‘n gäpe,
ddu’ fimminàlle štann’ agginucchiéte,
‘n tembe di huèrre, a pprihä’ la Madonne;
pe’ li f ìjje ch’è jjùte pi’ ssulduéte.
Üne šta ricitânne piane piäne,
côcce’ acciuccuéte, nu ccuòn’ appartäte;
e ll’âddre, a àdda vàuce, jušti ‘mmèzze,
pârle nghi la Madônne, a mman’ azzäte:
Carminuccio D’Ermilio, the voice
Potrebbe mascherarsi anche il volto ma lo si riconoscerebbe
ugualmente dal timbro della sua voce: inimitabile, irriproducibile, ineguagliabile, insomma unica. Così come unico è lui stesso per simpatia, generosità, socievolezza. Da anni rappresenta
l’anima e l’emblema del suo quartiere, quello di Sant’Antonio
Abate, per aver promosso insieme agli amici del circolo zonale
manifestazioni che hanno il pregio di riproporre, a beneficio dei
giovani, pagine di cultura popolare che rischiavano di scomparire. Le sue esibizioni nell’esecuzione delle Štorie di Carnevale e
nella rappresentazione de Lu Sand’Andùnie sono appuntamenti
a cui non mancare.
-Madônna ma’!... Lu bbuèlle fije me’,
Tu san’ e ssâlve fall’ariminè’.
Jè t’addudduâje, T’arivèšte d’éure!
Ti li prumuàtte, cand’è vvére Ddè’!Chill’addra fàmmine, gna l’à sindìute,
j’à dìtte: -Ma piccà fi’ ‘ssi prumuàsse?
Manghe l’ùcchie pe’ ppiâgne tu pissìde;
mo pur’ a la Madônne vu’ fa’ fàsse?-
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-Nghi la Madônne štingh’ a parlà jè!
Che tte ne ‘mbôrte se fàcce ‘štu vuàte?
Tu di li fètta mi’ n’ t’à da’ ‘ndriché!
Štatte zètte!... Pò rèsse ca ci cràide!
Fernando D’Annunzio
~ Fétte e fettarìlle ~
La machinàtte …
All’ospedale il primario compie il giro di visite e con il solito codazzo per sincerarsi sulle condizioni
di ogni malato. Ad un vecchietto pone la rituale domanda: -Come sta oggi il nostro zio Vincenzo?
-Dottò’, ni’ mmi vuje fa’ li mmalucchie, ma veramènde, da canda m’hanne messe ‘šta machinàtte, mi
sènde cchiù mmuàjarèlle
- quale macchinetta?
e il vecchietto, candidamente, mostrando sotto l’ascella il termometro dimenticato dall’infermiere la
sera prima: - Ecche… quašte Dottò’!
Canda Sanda Nicola
jėve pe’ mmare
Testo di Laura e Michele Calvano
Foto di Michele Calvano
“Sanda Nicola jeve pe’ mmare, l’accumpagnave li marinare” cantavano i pellegrini durante la processione. Le cronache locali del
tempo documentano come si svolgevano le celebrazioni in onore
di San Nicola, con particolare riguardo alla tradizionale processione in mare.
102
«Domenica 10 dopo tanti anni, si è celebrata nella
nostra città, la festa di San Nicola, per voto di tutti i
pellegrini che non avevano potuto recarsi a Bari per
le infezioni di vaiolo manifestatasi nelle Puglie, con un
concorso straordinario e considerevole di popolazione e anche di forestieri. Su una spianata che domina
il mare ad un paio di chilometri da Vasto, sorge la
modesta chiesa dedicata al Santo. Biancheggiante, in
mezzo agli olivi ed al verde dei vigneti, sulle rovine di
un tempio che i nostri antichi avevano dedicato allo
stesso Taumaturgo. La nuova costruzione, venuta su
una trentina d’anni addietro a cura e devozione, della
famiglia Miscione, può dirsi oggi un modesto santuario per l’interessamento del nostro rev. Arcidiacono D.
Giuseppe Miscione, sacerdote esemplare e pio che
le tradizioni di famiglia continua; e il nostro popolo
torna ogni anno nella prima domenica di maggio, a
quella chiesa dove una festicciola campestre, allietata
dal movimento della piccola fiera, si svolge nel tepore
primaverile. Nel primo anno in cui la ricostruzione della detta chiesa fu inaugurata e benedetta con solenne
funzione sacra e l’intervento di migliaia di persone, il
simulacro di San Nicola non fu portato più in processione né si fece la benedizione del mare, tanto che
della cerimonia non restava che il ricordo […]. Alle
9 la statua del Santo è stata imbarcata al piccolo
porto cosiddetto della Méta […]. Ed è stato portato
fino alla stazione col seguito di tutte le barche pescherecce della nostra spiaggia, pavesate a festa […]
Alla spiaggia dove già trovavasi una folla immensa
di popolo, tutte le imbarcazioni si sono allineate e la
statua del santo è stata deposta, e poi consegnata
ai marinai di tutte le paranzelle, i quali per turno dovevano portarla processionalmente. Si è formata così
103
una processione imponente per il numero di pellegrini,
che è salita fino a Vasto e che ha fatto il giro della
città rientrando verso le 2 pomeridiane nella cappella
rurale donde era uscita, accompagnata lungo tutto il
percorso dagli spari delle castagnole, dal suono della
banda musicale e dai canti dei pellegrini […]. Nelle finestre e nei balconi prospicienti, sui campanili si
addensava tanta folla che nessuno dimenticherà la
splendida giornata e la festa dei colori sotto il trionfo
del sole »
(Istonio, maggio 1903)
Festa di S. Nicola della Meta
« Illuminato dai raggi del più bel sole primaverile, che
fa sembrare tutto un masso d’oro la statua di San
Nicola, nelle ore pomeridiane dello scorso sabato il
simulacro del glorioso Taumaturgo portato processionalmente dai fedeli, che in coro cantavano le lodi, abbandonava la sua cappella rurale e va ad imbarcarsi
al porto della Meta, dove la nostra piccola flottiglia
peschereccia lo attende per condurla alla spiaggia del
Vasto. E perché nemmeno un alito di vento turba la
calma del nostro incantevole golfo per molte ore s’induce in mare, il caratteristico corteo che a notte ap-
Anni ’50. Angelo Ialacci con la sorella Michelina
ai lati della statua del Santo. Il bambino alla
destra di Ialacci è Franzino La Verghetta.
Anni Novanta. Fratel Carlo Necci guida la
processione di San Nicola. Al suo fianco don
Antonio Zinni e Angelo Ialacci
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proda alla marina, dove processionalmente, prosegue
poi verso la città fra le luci di migliaia di ceri, i canti
dei pellegrini, il suono della banda, gli spari. Mezz’ora
prima della mezzanotte la statua di S. Nicola, a cui
fa ala tutto il popolo di Vasto, entra nella chiesa di S.
Pietro e qui finalmente sosta la processione che dura
da sette ore! La mattina seguente per via di terra, fra
spari, suoni e canti, il Santo viene di nuovo riportato
alla sua cappella rurale […]»
(Il Vastese d’oltre oceano, 1 giugno 1924 )
« Nei giorni di sabato 16 e domenica 17 maggio
corrente si è celebrata, con gran concorso di popolo,
la solita festa di S. Nicola, nella chiesetta omonima
posta sulla collina da cui si gode l’incantevole vista del
nostro mare, dalla punta di Termoli a quella di Ortona.
Non è mancata nella sera di sabato la tradizionale
processione per mare; ma per una inaspettata calma, improvvisamente sopravvenuta, le barche sono
rimaste per molte ore immobilizzate in mare, con
grande trepidazione delle famiglie dei numerosi fedeli
che a bordo delle imbarcazioni partecipavano alla
processione stessa. Soltanto a tarda notte, le paranze
potettero essere rimorchiate a riva da una barca a
motore…. »
( Il Vastese d’oltre oceano, 24 maggio 1931)
Davanti alla chiesa l’invocazione al
Santo di Za’ Micchelìne la Priore, al
secolo Michelina Santoro. Tra la folla, sotto il vessillo della Compagnia,
Nicolino Crisanti che gli succederà
nell’incarico
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Nelle testimonianze dei giornali d’epoca si fa riferimento alla ricostruzione della Chiesa dedicata a San Nicola della Meta, avvenuta
intorno al 1870, in occasione della cui inaugurazione il Santo viene
portato in processione per mare. Pratica poi interrotta per diversi
anni e ripresa per i festeggiamenti del 1903. Dalla documentazione sul restauro della chiesa conservata dagli eredi del custode,
Ialacci Angelo, si evidenzia la presenza “di una lapide in onore del
canonico Miscione, proprietario della chiesetta, di forma quadrata che
da accesso ad una tomba di circa 3 metri di profondità, a forma
circolare del diametro di circa 2,5 metri, all’interno della quale sono
stati seppelliti in un sarcofago i resti del suddetto canonico, e in una
piccola cassa di zinco i resti dei suoi genitori, datata 1913”. Risulta
che in occasione dell’intervento di restauro dell’aprile del 1999,
finanziato dallo stesso Ialacci, “è stato ricostruito l’altare dove viene
deposta la Pietra Sacra del vecchio altare datato 1840”.
Anticamente la festa si svolgeva la prima domenica del mese di
maggio, successivamente nella terza domenica del mese, raggiungendo l’apice di partecipazione popolare negli anni ‘20-‘30 del
Novecento. Quando la processione giungeva alla spiaggia, i giovani marinai svolgevano l’importante compito di trasbordare a
terra vecchi, bambini, prelati e donne, nonché i bandisti, portati in braccio fino alla riva. Il trasporto per mare del Santo era
compito dei marinai, mentre una volta a terra veniva affidata ai
contadini. Sulla barca erano esposte, oltre alla bandiera italiana
e al gran pavese, le bandiere di tutte le associazioni della città.
La prima testimonianza fotografica è costituita da una immagine
Anni ’70. Sequenza d’immagini della processione dall’uscita
dalla Chiesa sino all’insenatura della
Mèta. Nelle foto relative all’imbarco
si riconoscono Luigi Fiore, in piedi
a poppa del battello, che controlla
le operazioni condotte da Angelo
Ialacci e Nicola Valentini (Rafanìlle).
Gino Muscariello (Giattè) in maglione bianco osserva dalla riva.
111
110
dell’imbarco del 1917 realizzata da Nicola Anelli, mentre sono
numerose quelle successive che ritraggono la sfilata delle paranze
in mare, immortalate da Nicola Scotti. Fino ai primi anni ’70, quelli
su cui forniamo qui una documentazione fotografica inedita, la
funzione di Priora della Compagnia dei pellegrini di San Nicola era
svolta da Michelina Santoro (zà Micchelina la priore), poi passate
a Nicolino Crisanti, ma l’anima vera della festa era però Angelo
Ialacci (lu festaièle), il quale abitava a due passi dalla chiesetta e
ne era il custode. In seguito alla costruzione della nuova S.S. 16,
alla fine degli anni Sessanta, la processione costeggiava la strada
in direzione della Marina sino all’altezza delle proprietà Zaccaria
per tornare al porticciolo naturale ove avveniva l’imbarco. Qui
la statua veniva deposta sopra una barchetta che provvedeva a
trasportarla a bordo del peschereccio pavesato ancorato al largo.
Così iniziava la processione per mare alla quale partecipavano
il parroco, i chierichetti ed i fedeli che riuscivano a trovar posto
sulle imbarcazioni. Coloro che rimanevano a terra proseguivano
a piedi costeggiando la ferrovia fino alla spiaggia. Scesa a terra, il
Santo veniva portato in processione sin dentro la chiesa di Stella
Maris, dove Angelo Ialacci deponeva sulle spalle della statua un
manto nuovo, ori ed altri preziosi, frutto delle donazioni dei fedeli.
Dopo la benedizione la processione ripartiva alla volta della chiesa di Sant’Antonio in S. Pietro per arrivarvi a notte inoltrata alla
luce delle candele e tra i canti dei fedeli. Dal 1962 la processione
è stata accompagnata da Don Stellerino D’Anniballe, fino al 1980,
quando avvenne un incidente rimasto fortunatamente senza con-
Vecchia canzoncina dedicata
a San Nicola
Sanda Nicola a la marëine
l’accumpagnava li pilligrëne.
L’accumpagnava di vere core
evviva, viva Sanda Nicole.
Sanda Nicola jeve ppe mmare
l’accumpagnava li marinare.
L’accumpagnava di vere core
evviva, viva Sanda Nicò.
Sanda Nicola n’trionfe è ‘ndate
la messa a nui j’ha priparàte.
L’ha priparate di vere core
evviva, viva Sanda Nicò.
Sanda Nicola a lu bbastimende
tutta la gente j’ te mmende.
J’ te mmende di vere core
evviva, viva Sanda Nicò.
Sanda Nicola s’è mbarcàte
alla marea s’è n’andàte.
Se n’è andate di vere core
evviva,viva Sanda Nicò.
112
Sanda Nicola alla marea è andàte
nghi tre mirchende ha cuntrattàte.
Ha cuntrattàte di vere core
evviva, viva Sanda Nicò.
Di sodde n’ha ripurtàte cunduànde
pe ppegne j’a lassàte nu diamante.
J’ l’ha lassàte di vere core
evviva, viva Sanda Nicò.
All’adunanza j’a chiamàte
u pane a nì j’ l’ha purtàte.
J’ la dàte di vere core
evviva, viva Sanda Nicò.
A chi nu quarte, a chi ‘na scrippelle
ha ‘ccundunduàte ricchi e puvurelle.
Ha ‘ccundunduàte di vere core
evviva, viva Sanda Nicò.
L’altra l’ha dàt’ a Mmunzignàre
j’ l’ha dàte ppi la prucissiàne
J’ l’ha dàte di vere core
evviva, viva Sanda Nicola.
seguenze che interessò il sacerdote al momento del rientro dal
mare, mentre scendeva dal peschereccio per prendere posto sulla
barchetta che l’avrebbe portato a riva. A causa di una manovra
sbagliata da parte degli addetti, il religioso precipitò in mare e
venne recuperato dopo qualche minuto di grande concitazione
ed apprensione. Tra coloro che contribuirono al salvataggio del
parroco si distinse Peppino Fioravante, esperto nuotatore e fervente fedele di San Nicola. Negli anni successivi la processione per
mare con l’imbarco al porticciolo di S. Nicola non si svolse più per
motivi di sicurezza. Un episodio curioso, relativo all’edizione del
1974, ci è pervenuto da un giornale locale dell’epoca.
« I fedeli di Vasto ci hanno manifestato il loro più vivo
malcontento, perché questo anno, contro la tradizione,
alla chiesa di Stella Maris di Vasto Marina non si è
svolta la rituale processione della statua di San Nicola
che il giorno della vigilia della festa, viene trasportata in
mare dall’insenatura alla spiaggia. Quest’anno invece
il rito religioso non c’è stato perché allo sbarco i fedeli
che seguivano il Santo hanno trovato la porta della
chiesa della Stella Maris ermeticamente chiusa. Ci
sono state proteste contro i frati, che hanno fatto sapere che a quell’ora si doveva celebrare un matrimonio
e non era quindi possibile in coincidenza fare entrare
i fedeli con la statua in chiesa per la benedizione. Reclami, proteste, non hanno deposto bene per la serietà
della spontanea, secolare, suggestiva manifestazione
religiosa, in onore di San Nicola. Nessun commento al
fatto che si commenta da sé. Vogliamo soltanto far notare che per il rispetto delle tradizioni religiose, questi
giovani sposi, in procinto di avvicinarsi all’altare, potevano anche rinviare di un’ora il matrimonio, non fosse
altro, per non esasperare la folla dei fedeli. »
Negli anni ‘90 la processione è tornata a svolgersi per mare soltanto per un paio di volte, ma l’imbarco e lo sbarco sono avvenuti
nel porto di Punta Penna.
Lijje / Luglio
Icone
Foto di famiglia
Lijje / Luglio
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martedì / Sande Dumiziáne
mercoledì / Sande Urbane
giovedì / Sande Tumuàsse
venerdì / Sanda Sabbette
sabato / Sanda Filummuéne
domenica / Madonne di li Grazie
lunedì / Sande Claudie
martedì / Sand’Adriane
mercoledì / Sande Ggiste
Gli architetti Silvestro, Francesco e
Roberto Benedetti
Nella linea genealogica dei Benedetti, con soprannome Mazzacocche, spiccano alcuni personaggi che hanno abbellito la città con
le loro invenzioni architettoniche. Il primo è Silvestro che, a metà
del sec. XIX cura la progettazione e la costruzione della cappella
del SS Sacramento di S. Maria Maggiore e la facciata di S. Francesco da Paola. Sicuramente più importante, ma meno appariscente
nelle opere messe in atto, è Francesco (1838-1912), ingegnere del
Comune per decenni. Sono suoi gli interventi tecnici di fine secolo
su fognature e pavimentazione. Sue anche le ristrutturazioni del
palazzo Ponza, della chiesa di S. Maria di Pennaluce e della Cattedrale. Infine Roberto (1884-1919), figlio di Francesco, è ricordato
per il progetto della Cappella della Sacra Spina a S. Maria.
I Naglieri
Lu ritràtte è del 1912 ed è stato fornito da Maria Pia e Michelino
Naglieri. I Naglieri erano caprai, avevano 100 capre e vendevano
latte. Nella foto la famiglia di Antonio Naglieri: da sin., la figlia Anna
e la moglie Lucia Del Casale, il figlio Sebastiano (con in mano la
róte, il cerchio usato come gioco), il capofamiglia Antonio ed il figlio
Pasquale, genitore degli amici che ci hanno dato la foto. In piedi,
i figli maggiori Nicola (al centro) e Michelino. Papà Antonio volle
ritrarre la famiglia al completo in occasione della emigrazione dei
figli più grandi per gli Stati Uniti. I due figli partirono per gli Usa e,
dopo qualche anno, li raggiunse anche il padre che aveva in animo
di ricongiungere tutta la famiglia, un progetto purtroppo non realizzato a causa dello scoppio della prima guerra mondiale.
giovedì / Sanda Isabella
venerdì / Sande Bbenedàtte
sabato / Sande Furtunüate
domenica / Sande ‘Rreiche
lunedì / Sande Camélle
martedì / Sande Bbonavendïre
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mercoledì / La Madonna de lu Cármene
giovedì / Sande Cirille
venerdì / Sanda Marëine
sabato / Sand’Arsenie
domenica / Sand’Aurelie
lunedì / Sande Claudie
martedì / Sanda Maréjja
Matalene
mercoledì / Sanda Bbréggede
giovedì / Sanda Cristëine
venerdì / Sande Giàcheme
sabato / Sand’Anne e Giuvuacchëine
domenica / Sande Celestëine
lunedì / Sanda Serene
martedì / Sanda Marte
mercoledì / Sanda Biatrëice
giovedì / Sande ‘Gnazie
~ Compleanni ~
Graziella Marino 1; Manuel De Felice 3; Grazia Del Frà 4;
Antonietta Pontillo 7; Teresa Carusi 9; Nicola Carlesi 15;
Gaetano Mariotti 16; Michelina Di Foglio Di Lello 17; Vincenzo
Properzio 18; Alfonso Candeloro 19; Buono Del Villano
22; Donatello Marchioli 22; Giovanna Molino 23; Deborah
Saturnetti 24; Piero Sisti 26; Magda D'Ercole 27; Roberto Del
Borrello 24; Benito Perrino 28; Mirella Mariotti 31.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Mike Cicchini
Polvere di stelle
Cenzino Russo
Trent’anni fa, il 2 agosto del 1983, cessava di battere il cuore del
prof. Vincenzo Russo, Cenzino per tutti. Un cuore grande, enorme, che non seppe reggere forse alle tante passioni che lo avevano
animato per tutta la vita. Chi ha avuto, come me, la fortuna di conoscerlo non può dimenticarne la simpatia e l’allegria che riusciva
a suscitare, la battuta garbata e sempre pronta, l’entusiasmo che
metteva in ciò che faceva, la sensibilità d’animo che si manifestava
a volte con uno stupore da bambino, la serietà professionale come
educatore, il rigore morale, la fede incrollabile nei Valori fondanti della Civiltà occidentale che riusciva a trasmettere ai giovani.
Cenzino Russo è stato per me e per altri della mia generazione
un maestro, un esempio, una guida, un mito, direbbero i ragazzi
di oggi. A lui soprattutto devo la mia scelta politica. Chi guarda
con sfiducia o indifferenza alla politica odierna, che si manifesta
freddamente soltanto attraverso i media ed il web, stenterà forse
a capire, ma in un’epoca in cui la politica era cuore e coraggio,
idealità, militanza, fu determinante per la mia opzione, ancor prima
dello studio delle filosofie, l’ammirazione per chi combatteva controcorrente, per chi non s’era adeguato al conformismo culturale,
per chi non temeva l’emarginazione nel ghetto degli oppositori,
per chi era motivato nell’impegno politico dal bisogno di testimoniare e non di guadagnare poltrone o pennacchi. Cenzino era
uno di costoro. Consigliere comunale per più volte nelle fila della
Destra, onorò il mandato con la dimostrazione di un amore e di
un attaccamento nei confronti della città che gli valsero la stima di
tutti i vastesi, anche di quelli orientati verso altri partiti. Giuseppe Tagliente
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La foto è del 5/8/1964.
Cortile dell’ITIS alla Marina,
da sinistra: Maria Carmela
De Filippis, Maria Perruna Pedace,
Rosato, Bongarzone, Antonio
Angelucci, Maria Luisa Cianci,
Giovanni D’Aurizio, Maria Olivieri
attorno al vice preside Vincenzo
Russo.
Vastesi che si fanno onore
Rocco Colanzi, ambasciatore
d’Abruzzo nel Mondo
Nato a Vasto l’11 settembre del 1936, partì alla volta della Bolivia
il 5 gennaio del 1955 per raggiungere il padre Pietro, emigratovi
l’anno precedente. La sua vita è un’avventura fascinosa quanto
piena di sacrifici che si sviluppa lungo un cinquantennio e che culmina con la creazione di una grande impresa commerciale operante nel settore forestale. Felicemente sposato con Clara Serrate, ha cinque figlie e numerosi nipoti che formano il Clan Colanzi,
di cui è il patriarca riconosciuto, rispettato ed apprezzato in Bolivia ed in modo particolare in Santa Cruz della Sierra, che rappresenta il centro commerciale ed industriale più importante di quel
Paese. In riconoscimento dei traguardi raggiunti e del lustro dato
all’Italia, il Consiglio Regionale gli ha conferito nell’estate del 2013,
l’onoreficenza di Ambasciatore d’Abruzzo nel Mondo.
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Rocco Colanzi al suo arrivo in
Bolivia insieme al padre Pietro.
Amici del Lunario
Coriandoli
Massimo Molino, il cronista con la Nikon
La pensione, riflessioni di uno di noi
Perennemente a caccia di immagini con l’inseparabile Nikon, l’unica a cui abbia giurato fedeltà, continua ad immortalare avvenimenti, scorci, panorami, personaggi di questo nostro angolo di
mondo. La sua bravura non sta tuttavia solo nella costanza della
ricerca ma nell’interpretazione che dà d’ogni soggetto che gli
capita a tiro e nella qualità delle foto. Indimenticabili e da collezione quelle inserite nei Calendari di Vasto che hanno adornato
le pareti di tanti vastesi in patria ed in giro per il mondo: una bella
iniziativa, caro Massimo, che merita di essere riproposta.
La pensione è una cosa bella, si vive di ricordi e d’orgoglio. Per
tanti anni ho girato l’Abruzzo e il Molise. Tanti posti sperduti
tutti i giorni. Incontravo persone che mi conoscevano e che da
me volevano sentire tante parole Vastesi. Io ero sempre pronto
a salutare con un sorriso anche chi mi guardava storto. Adesso
stò tutti i giorni a casa quasi sempre da solo. Questa casa l’ho
chiamata Sant’Elena. Passo tutti i giorni nel giardino sotto palme,
rose e fiori. Adesso ripensando mi dico: hai vinto tante battaglie
ma questa, che si chiama vecchiaia, non a riesco di vincerla. Vincenzo Tenaglia
119
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~ Fétte e fettarìlle ~
~ Fétte e fettarìlle ~
L’antipiogge …
Luigi è ricoverato in ospedale. Il vicino di letto,un anziano con problemi seri, parla pochissimo,
ma gli sopperisce la moglie che invece non “sputa” mai, e Luigi gode un mondo a stuzzicarla:
-Ma mo coma štä marètte?
-Mbò ca coma štà ! E gna vo’štä ! Doppe quelle chi jè ssuccesse?
- E ppiccà chi jè ssuccesse?
- Marètime à ‘vute ‘nu trumbone cilibbrate a la cocce…
segue alla pagina seguente
- Ma piccà, sunav’a a bbânde?- Eh! ci šta poche da sschirzä’, e ‘ngrazi’a Ddì’ com’è jùte!
- Ma mo štä cchiù mmuajarelle?
- Eh, šta coma štä ! Adà toje paricchie mmidicèine; ogne jurne ‘i fanne ddu’ flé’ e ‘i danne pure l’antipiogge.
E Luigi, ridendo :
- Ah…perciò è ddu’ muèise che nin piéuve e all’orte mi si šta siccànne tuttichéuse!
Shangay è anche qui ...
Crocevia, zona d’incontro di varia umanità, punto di commercio,
luogo di scambio e di contrabbando nel secondo dopoguerra,
piazza Verdi era chiamata ( e lo è ancora ) significativamente
120
Shangay. Prima ancora che vi comparissero, com’è accaduto di
recente, i cinesi con i loro magazzini . Ecco alcune significative
immagini d’epoca risalenti agli anni ‘50.
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Ahâšte / Agosto
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Vastesi che si fanno onore
M’aricorde
Ahâšte / Agosto
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venerdì / Sand’Usebbie
sabato / Sanda Lèdie
domenica / Sande Giuvuanne
lunedì / Sand’Osvalde
martedì / Sand’Uttaviane
mercoledì / Sande Caddane
Davide Lombardi, sound engineer
L’orchestra Nettuno, voglia di swing
Il suo lavoro, detto in inglese, è quello di Sound engineer, che
significa specialista in sistemi audio per i grandi concerti, ed è già
un’autorità nel suo specifico campo. Ha curato le manifestazioni
di artisti prestigiosi e di grande successo come Andrea Bocelli,
Tom Jones, Peter Gabriel, Oasis, Foo Fighters e il concerto del
Primo Maggio di piazza San Giovanni a Roma. Ha lasciato Vasto
dopo la maturità scientifica e vive a Londra.
Anni Cinquanta. Al Nettuno di Vasto Marina si suona e si balla
all’americana. C’è tanta voglia di dimenticare la fame, la paura, i
lutti che la guerra ha portato con sé. La piccola orchestra dell’albergo rifà il verso all’orchestra ed ai ritmi di George Gershwin
ma con le canzoni di Natalino Otto e di Alberto Rabagliati. Nella foto, da sinistra si riconoscono : Lelio Di Blasio al microfono e
quindi Silvio Petroro, Antonio Ritucci Furtazze dietro al fisarmonicista, Peppino Fiore al violino.
giovedì / Sande Ddumuéneche
venerdì / Sande Rumüane
sabato / Sande Lurenze
domenica / Sanda Chiare
lunedì / Sand’Erculüane
martedì / Sand’Ippolete
mercoledì / Sande Massemiliane
giovedì / L’Assunziàne
venerdì /
L’Assunziàne
de Sanda Maréjje
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sabato / Sande Settëmie
domenica / Sand’Elene
lunedì / Sanda Sare
martedì / Sande Bernarde
mercoledì / Sande Fabbrézie
giovedì / Sanda Maréjje Riggëine
venerdì / Sanda Réuse
sabato / Sande Bartlummué
domenica / Sanda Lucille
lunedì / Sande ‘Lessandre
martedì / Sanda Mòneche
mercoledì / Sande ‘Hušteine
giovedì / Sanda Candede
venerdì / Sanda Sabbëine
sabato / Sande Marëine
domenica / Sande Ggiusuéppe
~ Compleanni ~
Antonio Menna (avv.) 1; Angela Marchesani Marino 1;
Vittorio Tagliente jr. 4; Serafina Calvano 4; Sabrina Acquarola
6; Sina Santoro 6; Luigi Murolo 8; Rossana Viesti 8; Sergio
Menna 8; Viviana Goldsztein 9; Sergio Del Casale 12;
Antonio Menna (prof.) 12; Alessandro Frasca 14; Mario
D’Ermilio 15; Francesco Pontillo 16; Nicola Traino 16;
Savino Pollutri 19; Susanna Wilhelm Celenza 19; Andrea
Naglieri 20; Eustachio Frangione 20; Peppe Galasso 22.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Lello Martone
Personaggio
Vecchi fusti
Lucio Del Forno. Non ha (nè fa) una piega
Nordhal, ma il cognome è Crisanti (Cesario)
Se avete qualche dubbio sulla fondatezza del vecchio adagio
Mens sana in corpore sano osservate Lucio Del Forno e vi convincerete. Se un primario ospedaliero conforma le sue giornate a quest’antica massima vuol dire che il precetto ha fondamento. Eppoi guardatelo, il nostro medico: senza mmalùcchie
come si dice da queste parti non ha (né fa) una piega, dritto
come un fuso, agile come una gazzella, veloce come un gattopardo. Per lui la corsa è il toccasana, la medicina delle medicine che lo spinge a cimentarsi in percorsi di assoluta valenza
sportiva in giro per l’Italia ma anche in più comodi e meno
agonistici percorsi con i suoi amici Tapascioni della domenica.
Basta guardarlo il giorno dopo quando, indossato il camice
da medico, corre veloce da un capo all’altro del suo reparto
dispensando sorrisi e terapie azzeccatissime.
Il cognome è Crisanti ma per tutti è Nordhal perchè era (e resta) ammiratore del grande Gunnar Nordahl, l’attaccante svedese che giocò nel Milan per otto stagioni di fila, dal 1948 al 1956.
Un soprannome che lui porta volentieri, fors’anche con un certo
sussiego, per la semplice ragione che identifica immediatamente
la sua appartenenza antropologica prima ancora che sportiva, la
sua identità di tifoso accanito e viscerale, di arcitifoso della squadra rossonera. Non toccategli il Milan, per favore, se intendete
restare suoi amici e se non volete che lampi di fuoco gli sprizzino
dagli occhi superando le lenti spesse degli occhiali. Per il resto
non temetelo anche quando può apparire burbero e severo: è
quel che si dice un pezzo di pane.
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Relatore in un convegno medico,
podista nella maratonina Roma
Ostia
~ Filastrocche ~
~ Filastrocche ~
Zumbe Zumbitte...
Nicchi nicche...
Sanda Nicole…
Indicando le dita della mano, cominciando dal pollice e continuando fino al mignolo:
Quešte dice: “vuje magnà!” – Quešte dice: “n’gi ni šta!” – Quešte dice: “vall’ a ccattà!” – Quešte dice:
“vall’ a rrubbà!” – (e il mignolo): “Nicchi nicche... ch’arrobbe si ‘mbicche!”
(Questo dice: “voglio mangiare!” – Questo dice: “non ce n’é!” – Questo dice: “vai a comprarlo!” –
Questo dice: “vai a rubarlo!” – (e il mignolo): “nicche nicche... chi ruba si impicca! )
Zumbe zumbitte... scalicagnìtte, / me rombe la cocce e me štinghe zitte...
Tre di qua e tre di lla / pesce fritte e bbaccalà...
( per augurare ai neonati di parlare, camminare presto e bene e di avere la lingua sciolta):
Sanda Nicole... la bbella parole! / San Tumuasse... lu bbuelle passe!
Sande Spidìte... la lenga spillìte!
Vastesi che si fanno onore
Michael Zappitelli, ci lascia una canzone
È stato per settimane sugli schermi di Rai 1. Dal suo curriculum,
al quale ci va di aggiungere soltanto un Ad maiora!, apprendiamo
quanto segue.
“Interista, amante del Poker, adora i Modà. Si appassiona fin
da bambino alla musica e inizia le sue apparizioni nella Corale
Warm Up. La passione lo spinge a studiare canto con il maestro
Stefano De Libertis. Partecipa uscendone vincitore a vari concorsi regionali e nazionali. Nel 2012 partecipa come concorrente
alla trasmissione in onda su Rai 1 Ti lascio una canzone, affiancato
da altri tre ragazzi: nasce così una nuova boyband: la F.A.M.E.
(Francesco, Alessio, Michael, Edoardo).
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Artisti contemporanei
Gianfranco Bevilacqua.
L’oggettività dell’immagine, la poeticità dell’astrazione
Nato a San Salvo nel 1943, ha poi trascorso l’infanzia e gli anni
giovanili a Vasto Marina. Si è diplomato presso il Liceo Artistico
di Pescara. Dal 1970 dimora a Siracusa, ma ogni estate fa ritorno
alla casa paterna di Vasto. Definito un “diomedeo-aretuseo” per il
suo tenere insieme, poeticamente, la propria matrice adriatica e
una oggettivante attività artistica sui lidi mediterranei della ninfa
Aretusa, è artista a tempo pieno e a tutto campo: pittura, grafica e soprattutto scultura. Da decenni predilige la modellazione
della “creta”, un materiale che ebbe modo di avere fra le mani
già da bambino, prelevandola dalla Fornace che fu alla Marina,
quando non in riva al mare, a Scaramuzza, fra sabbia, alghe e
scogli.
129
Sport
Blocke notes
sportivi
Le Buttèje
Il premio Silvio Petroro a Salvatore Cieri
di Lia Giancristoforo
Conferito nelle passate edizioni al prof. Filippo Salvatore della
Concordia University di Montreal e al dott. Paolo Scaroni, presidente dell’Eni, il Premio Silvio Petroro e’ stato assegnato nell’edizione 2013 all’ing. Salvatore Cieri, amministratore delegato della
Giugiaro Italdesign di Moncalieri, originario di Gissi. Il premio, un
quadro in argento raffigurante il Monumento all’Emigrante e
un assegno di 5.000 euro messo in palio dalla Banca dell’Emilia
Romagna, che Cieri ha inteso devolvere all’Anffas di Vasto, è
stato consegnato dal presidente dell’Associazione Pro Emigranti
d’Abruzzo Gianni Petroro.
Il giorno delle bottiglie
130
130
I prodotti dei supermercati, cui si stanno abituando tanti giovani,
hanno un buon sapore, ma la “bottiglia” di pomodoro anche
impolverata della cantina è un’altra cosa. È un sapere e un sapore
di casa. La produzione casalinga di grandi scorte di salsa e pelati
a lunga conservazione si afferma nel Centro-Sud alla metà del
Novecento grazie alla diffusione popolare della pastorizzazione e
della sterilizzazione. Prima di allora, il pomodoro veniva conservato
cotto, salato ed essiccato al sole nella forma della conserva in
pani per essere venduto o consumato dal contadino stesso. La
diffusione dei processi industriali e dei recipienti di vetro della
birra e del succo di frutta detti vuoti a perdere ha permesso di
passare al metodo nuovo, grazie al quale la passata di pomodoro
mantiene una consistenza e un sapore più fresco, limitando l’uso
del sale. Il giorno delle bottiglie è un evento socio-familiare che
si realizza nelle aie e nei vicoli dei paesi, dove il legame con la
memoria e la natura è più forte, ma anche nelle case, nelle cantine
e nei garage; implica inoltre il riciclo dei contenitori, valorizza il
prodotto locale e riduce i costi di trasporto. La manifattura avviene
tra agosto e settembre. La giornata delle bottiglie ha il carattere
del “rito ergologico privato”. Procurato il carico di ortaggio e il
giusto numero di recipienti lavati, fissata la data presso l’intero
nucleo familiare, si comincia al mattino con la cernita e mondatura
dei pomodori, con l’eliminazione dei frutti avariati e l’eliminazione
dei pedicelli. Si esegue poi il lavaggio immergendo ripetutamente
i pomodori in vasche colme d’acqua. I pomodori sono scolati e
tagliati per facilitarne la spremitura o setacciatura con l’ausilio di
macchinari; mentre succo e polpa passano attraverso il setaccio,
scivolando in un apposito contenitore, da un’apertura laterale
fuoriesce lo scarto, cioè bucce e semi. Il prodotto così ottenuto
è sistemato nei contenitori in vetro, sigillato e infine sterilizzato; si
tratta della fase più delicata del processo di lavorazione, e prevede
l’ebollizione del prodotto in caldaia (a legna o a gas) per un
periodo variabile fra i 45 ed i 60 minuti. Al momento opportuno,
il fuoco non è più alimentato e si attende che il calore si esaurisca.
Il processo termico si prolunga per tutta la notte fino al giorno
seguente, quando il raffreddamento rende di nuovo possibile la
manipolazione. Spesso le famiglie approfittano della brace per
cuocere i peperoni, la carne, la bruschetta, il pesce, in modo da
chiudere la giornata con una libagione collettiva e scaricare le
ansie e le attese del processo di produzione. L’indomani, quando
Lia Giancristofaro insegna dal 2005
Antropologia Culturale, Interculturale e Sociale presso l’Università G.
D’Annunzio di Chieti-Pescara. Dirige
la Rivista Abruzzese, trimestrale fondato nel 1948. Ha pubblicato i suoi
dossier di ricerca con case editrici
nazionali e su riviste nazionali e internazionali. Tomato Day è il titolo
del suo ultimo libro, edito da Franco
Angeli, dal quale è tratto il testo a
fronte.
131
il caldaio è tornato alla temperatura dell’ambiente, i protagonisti
recuperano i prodotti e li sistemano in dispensa, svuotano il caldaio
e lo ripongono assieme gli altri attrezzi. L’emozione patrimoniale
della salsa casalinga coinvolge anche gli italiani all’estero. Il riavviamento all’estero di questa ed altre usanze contadine ha reso
possibile l’adattamento pacifico e il superamento del pericolo
della perdita d’identità.
132
Settembre / Settembre
Icone
Sport
Settémbre / Settembre
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lunedì / Sand’Eggedie
martedì / Sande ‘Lpedie
mercoledì / Sande Durutué
giovedì / Sanda Rosalie
venerdì / Sanda ‘Usebbie
sabato / Sanda Eve
domenica / Sanda Riggëine
La Vastese Calcio 1902 è in Eccellenza
Francesco Paolo Cieri
I primi timidi passi di ripresa per fortuna si vedono. Tornata in
Eccellenza dopo il vittorioso campionato dello scorso anno nel
girone B del campionato di Promozione, la Vastese Calcio, presieduta da Giorgio Di Domenico, sta affrontando con impegno
questa prova nel massimo torneo regionale nella speranza, ch’è
di tutti i vastesi, di rinverdire antiche e mai dimenticate glorie
passate e di riportare i colori della Città nel calcio che conta,
dopo la scomparsa della Pro Vasto.
Combattente nella II Guerra Mondiale come Tenente Colonnello dei bersaglieri, dopo l’8 settembre continua il conflitto
entrando nel Corpo Italiano di Liberazione. Funzionario delle
Ferrovie dello Stato opera come dirigente ad Ancona. Amico di
Angelo Cianci è, dagli inizi, al suo fianco nell’avventura di “Vasto
Domani”. Tornato a Vasto si dedica a studi sul dialetto e sulle
tradizioni locali, collaborando con Vittorio d’Anelli, l’emittente
TeleradioVasto, e il gruppo di amici dell’Associazione “Pro Emigranti Abruzzesi”.
lunedì / Cand’è nate Sanda Maréjje
martedì / Sanda Sarafëine
mercoledì / Sanda Nichëule
da Tulundëine
giovedì / Sanda Ggiacënde
Francesco Paolo Cieri è l’ultimo
sulla destra.accanto a lui Don
Salvatore Pepe, Angelo Cianci e
Angela Poli Molino
venerdì / Sande Guide
sabato / Sande Lebborie
domenica / Sande Crescenze
lunedì / La Madonne
de le Sette Dilïure
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martedì / Sande Cipriane
mercoledì / Sande Robberte
giovedì / Sanda Sufuëje
venerdì / Sande Gennere
sabato / Sande Sticchenicchje
domenica / Sande Mattè
lunedì / Sande Maurëzie
martedì / Sande Lëine
mercoledì / Sande Pacëfeche
giovedì / Sande Sérge
venerdì / Sande Coseme e Damïane
sabato / Sande Vingènze
domenica / Sande Fauste
lunedì / Sande Micchéle
patrone de lu Uašte
martedì / Sande Gelòrme
~ Compleanni ~
Alessandro Grassi 1; Vincenzo Affaldani 3; Filomena
D’Alessandro 7; Roberto De Ficis 7; Evandro Sigismondi
9; Nicolino Delli Benedetti 9; Bartolomeo Potenza 10;
Pierpaolo Di Lello 10; Fiorangelo Di Nisio 14; Beppe De
Marco 14; Maria Gizzarelli 15; Domenico Falcucci 18;
Massimiliano Berghella 19; Michelina Vinciguerra 20;
Laura Reale 21; Michelino Naglieri 23; Piero Falcucci 25;
Rino Pomponio 28, Gino De Rosa 28; Nunzio Rubino 28.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Angela Poli Molino
Polvere di stelle
Filandro Bosco e Nicola Ferri.
I campioni vatesi della boxe
M’ aricorde
A calcio sulla spiaggia
Se ne sono andati a pochi mesi l’uno dall’altro i due moschettieri
della boxe vastese, categoria pesi medi il primo e pesi massimi
il secondo. Sono risaliti alla fine dell’ultimo allenamento sul ring
più importante dello stesso Madison Square Garden per ascoltare dall’Arbitro misericordioso il verdetto definitivo, il più atteso;
che sarà stato ancora di vittoria, a giudicare dal rimpianto generale che ha accompagnato la notizia della loro scomparsa.
136
La squadra Turbine dell’Itis Mattei Sez. A Meccanici 1965.
Da sx, Francesco Paolo Sorgente, Vitale D’Achille, Piero Mancini, Mario Bevilacqua, Antonio Menna, Antonio Di Vito.
Accosciati, Giuseppe Cinquina, Nicola Crognale, Giovanni Abbadessa, Osvaldo Bozzelli
In piedi, da sinistra: Idiano Tenaglia, Antonio Bini, Joe Bosco,, Enzo Carnevale, Sergio Della Rocchetta, Eugenio Ruscitti,
Antonio De Filippis, Enzo Olivieri. Accosciati: Vincenzo De Guglielmo (Mezzasquadra), Antonio Cocozzella, Aldo Tenaglia,
Alfredo Tenaglia, Osvaldo Luciani.
137
Coriandoli
Quasse è
Con questo titolo, che rimanda al rassegnato stoicismo della
cultura popolare vastese, ha fatto il suo debutto la seconda
commedia in dialetto di Francescopaolo Sorgente, portata in
scena durante l’estate scorsa con la solita bravura dagli attori
della Compagnia La Cungarèlle. Una storia divertente, che si
dipana attraverso scenette e dialoghi gustosissimi scritti e
recitati nella più rigorosa forma della parlatîre paisàne.
Block notes
La XVII edizione del Premio San Michele.
Riconoscimenti ad un artigiano, ad una maestra,
alla Ricoclaun e ad un medico
A fregiarsi del Premio San Michele sono stati nella diciassettesima
edizione il meccanico Luigi Ciccotosto (Mastro Gino), la maestra
Emilia D’Adamo, l’Associazione Ricoclaun Vasto Onlus diretta
da Rosaria Spagnuolo e Carlo Di Giambattista. A designare i
destinatari del Premio San Michele è stata una giuria presieduta
da Giuseppe Catania, decano dei giornalisti vastesi.
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138
La compagnia La Cungarelle
durante una pausa delle prove
~ Fétte e fettarìlle ~
Il fringuellìo… delle rondini
Come Dante e Virgilio, Micchele e Dumuìniche, ispirati dalla magica atmosfera d’ una tranquilla
serata d’estate.
Micchele: - Guarda,Domenico, il cielo stellato sotto il fringuellio delle rondini!…
Dumuìniche: - Ma piccà li rundinìlle… fringuelle?
Micchèle: - E ppiccà cchi fa… gràcide?
Dumuìniche: - Ma štatte zëtte, Ecchijè li pèchere?
( n.d.r.: m’aricorde ca pi’ lu troppe rèite m’à ‘cchiappàte lu dulore a li fiènghe).
La Stazione di Vasto ha
compiuto 150 anni
Era il 1863, esattamente il 9 novembre, quando il treno fermò per
la prima volta a Vasto e dalla carrozza scese Vittorio Emanuele II,
re d’Italia da soli due anni, tra le grida festanti della folla e al suono
della banda che intonava la Marcia Reale.
Sono passati 150 anni da quel momento ed è sembrato opportuno
richiamare l’anniversario, importantissimo per tutto quello che la
Stazione ferroviaria ha rappresentato come luogo di arrivo e di
partenza, come metafora stessa della vita, con le rime dell’amico
Giuseppe Francesco Pollutri e con una gustosa macchietta di
Fernando D’Annunzio.
140
“Vasto! ... Stazione di Vasto!”
Omnia fert aetas (Virgilio)
“Vasto... Stazione di Vasto!”,
d’un tratto udivi nell’aria,
come un grido ipostatico del Capostazione (Michele Della Pelle, ricordo, ... di Mimmo,
fratello mio, il Compare,
ne ebbe e tenne ruolo, compito e fiero,
negli anni sessanta e poi appresso) ..
- Vasto! Stazione di Vasto!
l’annuncio si rivolgeva a chi dalle carrozze,
per suo fine viaggio, lì discendere doveva,
ma per noi,
che di casa stavamo lì, nei pressi,
segnava il trascorrere del giorno le ore
e della notte, non meno, poi.
(...........................................)
Memento
più che edile monumento
del tempo andato,
immutato all’apparenza
lì ancora sta, nell’incerto suo divenire,
e qual desolata scoria resta...
... ma che La Stazziaune
- nodo e svincolo di uomini e cose,
del giungere e del partire, a “lu Uaste
nòstre e më” ormai e tale più non é.
(Stralcio da ”Vasto a La Stazione”, memoria
lirica, inedita, di Giuseppe F. Pollutri, 2013)
141
Uttàbbre / Ottobre
A la štazziàne
Alla stazione
Alla stazione, appoggiato ad una
colonna, / morto di fame e cieco
per il sonno, / sto aspettando il
treno per Bari. / Sta rifacendo giorno e ancora non parto, / passano i
treni ma non posso salirvi, / perché
ogni volta che ne arriva uno / si
apre lo sportello e viene fuori/ uno
che dice: -in carrozza signori!- / Scusi principale se la importuno, /
vorrei da lei un’informazione... / ma
il treno dei cafoni quando passa?-
A la štazziàne, ‘mbacce’ a ’na chilônne,
morte di fäme e cicàte di sônne,
štingh’ a ‘spittä’ lu truéne pi’ jì’ a Bäre.
Mo ‘rifà jurne e angòra mi ni vâje,
passe li tréne e jè’ n’ gi puzze sâje,
picché ogne vvodde che n’ arrìve üne
s’arrépe nu spurtàlle e vieno fuori
une che dèice: - in caròzza signori! - Scùsimi pringipà’ se tt’ accimènde,
‘na ‘nfurmaziòne vurrì’ ca tu mi dâsse...
lu tréne di li cafùne quanda passe? –
Fernando D’Annunzio
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La vignetta è di Riccardo Malaspina
Vastesi che si fanno onore
M’aricorde
Uttàbbre / Ottobre
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mercoledì / Sanda Trisëine de Ggisì
Emanuele Felice
La Scuola Professionale Marittima
Laureato in Economia a Bologna, dottorato di ricerca in storia
economica a Pisa, ha completato la formazione alla London School
of Economics, ad Harvad ed alla Pompeu Fabra di Barcellona. Ha
insegnato a Bologna e Siena ed è attualmente professore associato presso il Dipartimento di Economia e Storia Economica
all’Università Autonoma di Barcellona. A soli 35 anni ha già all’attivo interessanti monografie su temi economici e oltre 40 studi
apparsi in collane accademiche, riviste, recensioni.
Una bella immagine che Valentino Raspa, col cuore sempre palpitante per Vasto, ha inviato da Milano. Ritrae un gruppo di allievi della Scuola Professionale Marittima, Corso di Meccanica
Motoristica, nella sede di via Giulia. La foto è dei primni anni ’30
del Novecento. Secondo le indicazioni di Valentino, ecco i nomi
dei ragazzi fermati dall’obiettivo: in primo piano a destra Nicola
Stivaletta. In fondo a destra lo stesso Raspa con l’albero motore
in mano. Gli è accanto sulla destra un certo Cardone. Di seguito
il direttore della scuola. A sinistra sul bancone con il trapano un
certo Di Guilmi ed al suo fianco un tal Vinciguerra. Seminascosto si intravvede Oscar Raspa con l’istruttore della scuola. In
ginocchio, Michele Marchesani.
giovedì / Sande Remegie
venerdì / Sande Mudešte
sabato / Sande Frangische
domenica / Sande Sande
lunedì / Sande Brune
martedì / la Madonne de
lu Rusuarie
mercoledì / Sande Scimàune
giovedì / Sanda Sare
venerdì / Sande Ciatté
sabato / Sande Sandëine
domenica / Sande Serafëine
lunedì / Sande ‘Duarde
martedì / Sanda Furtunüate
mercoledì / Sanda Trèse
145
giovedì / Sanda Marecarëite
venerdì / Sande Ruduolfe
sabato / Sande Lìuche
domenica / Sanda Lauratte
lunedì / Sanda ‘Delëine
martedì / Sand’Ursulëine
mercoledì / Sande Dunüate
giovedì / Sande Giuvuanne
de Capeštrane
venerdì / Sande Raffajele
sabato / Sanda Grazie
domenica / Sand’Umbüerte
lunedì / Sande Crispëine
martedì / Sande Taddè
mercoledì / Sand’Unurüate
giovedì / Sanda Duruté
venerdì / Sande Quindëine
~ Compleanni ~
Elisa Celenza 5; Alberto Piccolotti 5; Anna Maria
Vinciguerra 5; Luigi Giuliani 6; Gianni Petroro 6; Marcello
Di Toro 7; Vincenzo Bevilacqua 7; Dino Cilli 10; Gianni
Menna 10; Bruno D’Adamo 13; Ilaiza Tagliente 14;
Gabriella Scafetta 18; Nagana Cupaiolo 19; Benedetta
Maria Elena Di Toro 25; Teresa D'Adamo 26; Antonio
Palombo 26; Francesca D’Annunzio 26; Michele Naglieri
28; Giovanni Vinciguerra 28; Affaldani Paolo 29.
~ Visti da Pino Jubatti ~
Giuseppe Catania
Block notes
Il lungo inverno del ‘43. Vasto la guerra in casa
Un libro che colma una lacuna della storia cittadina
146
Coriandoli
Le smanie del teatro
Torna per il secondo anno consecutivo e con un numero di
iscritti ancora più incoraggiante la scuola di recitazione Teatro
Studio di Stefano Angelucci Marino e della moglie Rossella Gesini. I corsi si svolgono quest’anno presso il teatro delle Figlie della
Croce in via Madonna dell’Asilo
Stralcio della presentazione del
volume edito da Q Edizioni.
“Lo studio di Tagliente ci fornisce
un quadro dettagliato, minuzioso,
di questo cruciale periodo della
storia cittadina. Normalmente gli
storici possono disporre di due tipi
di fonti: quelle indirette, cosiddette
«oggettive», provenienti
da autorità esterne o superiori
(apparati dello Stato, forze
dell’ordine, ecc.), e quelle dirette,
soggettive, consistenti in diari,
memorie, testimonianze orali,
molto più delicate da maneggiare.
La ricostruzione di Tagliente si
fonda soprattutto sulla seconda
tipologia: quel genere di carte,
cioè, che delle vicende storiche
ci mostrano non soltanto il loro
esteriore svolgimento, ma anche
il modo in cui esse vengono
interiormente vissute dalle persone
che ne sono investite.”
Costantino Felice
L’attore Stefano Angelucci Marino
sul palcoscenico in una delle sue
interpretazioni
147
~ Fétte e fettarìlle ~
Štu ccone chïule …
Punto Carne - 66050 San Salvo (Ch) - Via di Montenero 8
Tel. 0873 341357 - Fax 0873 346503
Un
barbiere
con !,bottega
in corso
Dante
avevacapitare)
due apprendisti che gliene combinavano di tutti
Mangh’a
li chëne
lett. neanche
ai cani
(possa
iChi
colori,
un
disastro
dietro
l’altro,
trovando
sempre
una scusa buona per giustificarsi. Il che lo
ssi ‘ccëse !, lett. che tu sia ucciso
mandava
letteralmente
in
bestia.
Esasperato
dall’ennesima
scusa, un giorno il barbiere sbottò:
Mo te fàcce ‘nu muàzze tande! lett. Ti spacco la faccia!
“Menumuäle
ca
šstu
ccone
chìule
mi
li
porte
sempr’
appresse,
ca sinnà dassàte di méne pure a
Acca càlle, chîule ti pàile, lett. acqua calda, culo ti pela.
quašte!” (menomale che questo po’ di deretano me lo porto sempre appresso, altrimenti dareste
di mano anche ad esso!). Ndr. Corre l’obbligo di informare il lettore che, data la stazza del
maestro barbiere, “chilu ccone chïule” non era poi proprio “nu ccone”.
Antiche botteghe
La Profumeria Del Borrello
Nata come risultato del processo evolutivo che interessò anche
a Vasto diversi saloni di barberia, la Profumeria Del Borrello, oggi
gestita dal giovane e dinamico Alberto, deve le attuali fortune
all’iniziativa di Amedeo, ancor oggi in piena attività, il quale la rilevò dal fratello Michele, purtroppo scomparso prematuramente.
Cortesia, disponibilità, professionalità, capacità di adeguamento
alle nuove tendenze del gusto e della moda sono alla base del
successo e della considerazione di cui da cinquant’anni gode questa ditta.
148
Amedeo alle prime armi di
barbiere, impegnato in un taglio
su Nicola Armeno
Michelino Del Borrello, fondatore
della profumeria omonima e
fratello di Amedeo, insieme a
Luigi Di Medio (lu scardalàne)
L’olivo,“grazi’ a Ddë”
di Giuseppe Tagliente
Nullus locus sine genio, solevano dire i latini nella convinzione che
un territorio è definito dalla presenza di una specifica entità soprannaturale. Genius loci è divenuta così l’espressione corrente per
definire le caratteristiche peculiari di un ambiente, di un luogo o
d’una terra, città o provincia che sia. Il genius loci del nostro Abruzzo,
al pari di altre regioni adriatiche e mediterrane, è l’olivo, che le meravigliose immagini raccolte in questo prezioso volume fotografico
testimoniano diffusamente ed uniformemente onnipresente, dalle
zone pedemontane alla riva del mare, armonicamente inserito nel
paesaggio tanto quanto nell’antropologia del territorio, nella storia,
nella cultura, nelle modalità di vita, nell’economia, nella religiosità,
nella percezione sensoriale della sua gente.
Un rapporto naturale, intenso, lega l’Abruzzo ed il suo popolo
all’olivo e al suo derivato, l’olio, che Gabriele d’Annunzio riesce a
cogliere nell’essenza panica, simbolica, carica anche di sfumature di
raffinata sensualità. Voglio diventare veramente come tu dici: come l’oliva. Ti piacerò? – sussurra Ippolita a Giorgio in una pagina del Trionfo
della Morte - Mi vuoi…come l’oliva ? ed in quelle poche parole c’è la
rappresentazione della natura circostante, del paesaggio abruzzese,
che fa da quinta vivente, convivente, anche sensualmente connivente, con la storia d’amore dei protagonisti del terzo dei romanzi del
Ciclo della Rosa.
La relazione strettissima tra l’olivo e l’Abruzzo si ravvisa persino
in quel forte e gentile, che costituisce la caratteristica dell’abruzzesità come della natura della pianta, così tenace da crescere anche
sui terreni più impervi e tanto generosa, umile e pia da divenire il
simbolo dell’ospitalità, della pace, della fratellanza. Si chiama infatti
Gentile, anzi La Gentile, la varietà di olivo che una volta era la più
diffusa nei territori che danno le spalle alla Majella e al Gran Sasso
149
1) La leggenda è riportata anche da
Emiliano Giancristofaro, Totemàjje due
– Cultura popolare abruzzese, Rivista
Abruzzese, Lanciano 2012
2) Primo Levi, Abruzzo forte e gentile.
Impressioni di occhio e di cuore, Roma
1882
e questo nome deriva, secondo una leggenda tramandata da Cesare De Titta ed Antonio De Nino, dalla gentilezza riservata dalla
pianta alla Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto accogliendola sotto
il fogliame e nascondendola così agli occhi degli sgherri di Erode.
Nella suggestiva narrazione in dialetto riportata dal De Titta si ha
quasi l’impressione che la storiella tramandata oralmente per secoli abbia avuto come teatro non la Palestina ma l’Abruzzo, dove
il senso dell’accoglienza, della pietas, della solidarietà è quanto mai
spiccato e diffuso.
San Giuseppe e la Madonne scappè verse l’Egitte pe’
ssalvà’ lu Bbambine da la Stragge de li ‘Nucente. Je corrè
‘ppresse li Ggiudé, e stave p’arrivarle. La Madonne vede
nu bbèll’albere di live e jje disse: « Bbona piante, annascùnnece!». La live abbasse le ramate e annascònne
la sacra famije. Siccome la live te l’ojje, appicce allòche
sotte nu bbèlle lume, e ccuscì lu Bbambinèlle ne ‘sta a lu
scure. Arrive li Ggiudé, guarda ‘ntorne, e ne si vède cchiù
nnesciùne. « A ddove s’è ttrapuzze?» dice tra di hisse, e
ttocche pe’ n’atra strade. Allore la live areàveze le rame,
e la Madonne je dice: «da ogge ‘nnanze tu ti chieme liva
ggentile, e lu frutte tè è ssante». E ppe’ qqueste si dice
la liva jentile, e nche la liva si fa l’ojje sante1.
150
Al di là degli accostamenti, arditi per quanto plausibili con il carattere ed il temperamento degli abitanti, per i quali Primo Levi creò
appunto la famosa endiadi2, l’abruzzesità dell’olivo si ricava anche
dalle tradizioni ad esso legate e da alcuni rituali di grande valore simbolico e sacrale arrivati sino a noi dalla notte dei tempi e di cui s’è
perduta persino la consapevolezza del significato, che si ritrovano
con pochissime varianti su tutto il territorio regionale. La consuetudine di sistemare un ramoscello benedetto accanto all’icona posta
sul capezzale del letto allo scopo di propiziare la fertilità, augurarsi
la buona notte o la buona morte oppure quella di scambiarlo nella
Domenica delle Palme con i parenti, con i compari di battesimo, di
cresima o di nozze e con gli amici sono gli esempi forse più largamente in uso di una familiarità dell’ulivo con le genti d’Abruzzo che
diventa addirittura più spiccata in occasione di alcune ricorrenze.
Così a Natale, sulla scia di una tradizione che affonda le radici nei
riti pagani del Solstizio d’inverno nel corso dei quali si tagliavano e
bruciavano tronchi di piante sempreverdi, è ancor viva l’abitudine di
mettere nel focolare lu tecchie, cioè un ciocco d’olivo, attorniato da
undici pezzetti dello stesso legno che simboleggiano Gesù attorniato da tutti gli apostoli, tranne Giuda Iscariota. A Pasqua, parimenti,
e nelle altre due solennità dell’anno definite pasquali, l’Epifania (la
Bufanèjje) e l’Ascensione (la Bufanèlle), è rimasto l’uso di lanciare
nella brace del focolare un ramoscello d’ulivo per indovinare dallo
scoppiettio delle foglie lo stato di salute, la bontà del raccolto dei
campi o la sorte di una vicenda amorosa. A Vasto e più in generale
nel suo comprensorio questo rituale viene di solito accompagnato
dalla pronunzia di formule, ripetute anche due o tre volte mentre le
foglioline saltellano nel camino che aggiungono un ulteriore sapore
di mistero, di magia, d’incantesimo:
Pàsche Befanie, che vvi ‘na vodde l’anne, sso vive jé ‘n’addr’anne? chiede
il vecchio o l’ammalato, che vogliono avere informazioni sui loro
destini.
Pàsche, Bufanèjje e Bufanèlle, che vvì tre vvodde l’anne, mi vo’ bben’a
mme? domandano gli innamorati, aggiungendo alla frase il nome
della persona amata.
L’elenco delle superstizioni è lungo perché, come conferma il poeta
Modesto Della Porta3, sempre attento a riferire ironicamente sulle
credenze popolari, la palme fa scappà’ vente e sajette / guarisce
tutta sorte di malanne / la palma sante ‘n core t’arimette / la pace a
chi l’a perse da tant’anne.
La portata scaramantica arriva a manifestarsi anche nell’inserimento
delle foglioline argentee nel Breve, il sacchetto apotropaico che le
donne mettevano al collo o cucivano negli abiti dei familiari per
metterli al riparo dal malocchio e da ogni tipo di sortilegio o nel
rituale contadino di “fecondare” i campi spargendovi la cenere dei
rametti e delle foglie benedette la Domenica delle Palme. Questo
rapporto dell’olivo con la sfera religiosa, della magia, della superstizione fonda probabilmente anche sulle proprietà curative ad esso
attribuite sin dall’antichità, a partire dalla medicina greco-romana e
della Scuola Salernitana, che annettevano alle foglie proprietà ipotensive, antiossidanti, vasodilatatrici delle coronarie e diuretiche. I
decotti, gli infusi ed anche gli estratti a base di foglie e di corteccia
d’olivo rappresentano infatti una costante della medicina antica e
popolare che il recupero e la diffusione delle pratiche omeopatiche hanno oggi riproposto per la cura delle ipertensioni, dell’arteriosclerosi, dell’eccesso di urea, del diabete, dell’obesità, dell’angina
pectoris. Il rapporto che insomma questa pianta ha con gli abruzzesi è solido, multiforme, variegato, testimoniato dalla presenza di
nove milioni di piante sul territorio regionale e dalla presenza di un
ventaglio amplissimo di specie, che vanno dalla Gentile (la jendìle)
alla quale si è fatto cenno, al Crognalegno nel Lancianese; alla Dritta
nel Loretano e nel Moscufese; all’Intosso (la ‘ndosse) nel Casolano;
al Frantoio, nel Teramano; al Castiglionese a Castiglione Messer Raimondo; alla Toccolana a Tocco e Castiglione a Casauria; al Nebbio (
la live nébbre) a Ortona e Vasto; alla Cucco ( la cucche) e al Ghiandaro nel Pescarese; al Tortiglione di Giulianova e dintorni; all’Olivastro (l’ulivaštre), al Rosciolo (La Rusciùle), la Pepaiola (Lu vache
de pepe), al Leccino che si va attualmente diffondendo in tutta la
regione soppiantando le specie più marcatamente autoctone. Una
pianta, come s’è detto, della quale si sarebbe potuto dire molto di
più con riferimento all’olio, il pinguis liquor olivae di Cicerone, e alle
sue infinite implicazioni eduli, liturgiche e sacramentali, terapeutiche,
combustibili ed illuminatorie, ma di cui interessava in questa sede
cogliere la forza simbolica di una regione, i cui abitanti, almeno nel
buon tempo andato, quando ne vedevano un esemplare si facevano il segno della croce e dicevano: “ Grazi’ a Ddë “.
3) La dumèneche de le Palme
in Modesto Della Porta, Ta –Pù
LuTrumbone d’accumpagnamente,
Eurografica-Guardiagrele, 2009.
151
Se coje la ‘lìve...
Tembe d’uje nove e tembe di ‘lìva curàte
152
Come da una fonte, l’olio d’oro
E nel tempo fruttuoso delle olive
nel trappéto,
a la Stazione,
liquido e verdegiallo un oro,
ben fruttato al sentore il gusto,
scorreva,
e un dono io ne avevo
accostandomi,
fanciullo di poca età e timido,
con una larga fetta di pane in mano,
lì dove da una bocchetta,
(...epifanica magia!)
fluiva, dalla pressa grondante e alta,
luminoso e ruscelloso l’olio
dell’anno nuovo.
Grossi fusti ne colmavano i
viaggiatori
discesi dalle carrozze sui binari:
“E’ gente di città, ... dell’Altitalia!”
– si commentava,
a vederli, e col carico poi andar via.
... Chëste vènne aècche ca ‘nin pàhane
mànghe lu viàjje...
(maldicenza era, o il vero)
... so’ li firruvìre!
e s’aripórtene a la case,
nghi ddù sódde,
... lu bbéndiddë!”
E noi - quelli che di maggio
ponevano in latte,
testa e coda alterne,
sarde e alici,
con grosso sale e un dosato peso rimesso l’olio,
le residuali inolite drupe,
invaiate e brune,
addolcivamo con acqua e sale, per
averne
companatico minimo,
ma di gusto tanto,
nei mesi dell’inverno
e per quelli appresso.
Giuseppe F. Pollutri
(da “Vasto, a La Stazione” – inedito,
2013)
Questo periodo è caratterizzato da una attività consistente nella deamarizzazione delle olive (si mett’ a curà la ‘lìve), ovvero si
adottano dei procedimenti atti a rendere mangiabili le amarissime
drupe. Questi i quattro metodi più semplici e più usati.
1) Olive verdi grandi o “da concia” (lìva conge)
Le olive vengono “curate” utilizzando la “soda in scaglie” (per i
vastesi “la midicìne di lu sapone”). La dose è mediamente di 20-30
gr. per ogni Kg. In una bacinella di plastica si sistemano le olive precedentemente lavate, si coprono di acqua e si procede a versarvi
la sostanza chimica dosata. Rimestare con un cucchiaio di legno
(non usare le mani o posate metalliche). Dopo 7-8 ore si preleva
una oliva, la si lava, la si apre e si guarda se la mutazione di colore
della polpa è arrivata fino al nocciolo e si decide se togliere o
tenere ancora le olive nella soluzione (N.B. se le olive non devono
essere consumate subito non conviene far arrivare la mutazione
fino al nocciolo, perché col passare del tempo diventerebbero
molli). Si scolano le olive e si mettono in acqua pulita, avendo cura
di cambiarla ogni 3 o 4 ore per due giorni, al termine dei quali le
olive possono essere consumate.
2) Olive nere “leccino” sotto sale
Sciacquarle e scolarle per bene, deporle in una bacinella, senza
acqua, e coprirle con sale grosso nella dose di 100-150 gr. per ogni
Kg. di olive. Ogni giorno, max ogni 2 giorni, occorre mescolare le
olive, semplicemente facendo sobbalzare più volte il recipiente. Si
tolgono le olive dall’acqua di coltura che si è formata, si lavano e si
lasciano a bagno per 3-4 ore, dopo di che si fanno asciugare bene.
Per la conservazione si possono passare nell’olio e deporre in
barattolo, aggiungendo, se si vuole, “odori” come: semi di finocchio,
bucce spezzettate di mandarino o arancia, origano, peperoncino.
3) Olive nere in acqua
L’oliva scelta è quasi sempre della varietà “leccino”, per la forma
liscia e ovale e per l’abbondante polpa.
In barattoli o bottiglie a bocca larga si depongono le olive e si
aggiunge acqua che va cambiata ogni 2-3 giorni, per 40 giorni circa.
4) Olive asciugate in forno oppure al sole
(‘ngutt’ a lu forne o a lu sole)
È il metodo più rapido per ottenere olive addolcite.
Basta far bollire dell’acqua, versarvi le olive, avendo cura di tirarle
fuori nel giro di qualche minuto. Scolare e far asciugare (non cuocere) al forno per pochi minuti o al sole per qualche giorno. Si
consumano con l’aggiunta di sale, spezie e odori vari.
Fernando D’Annunzio
Nnuvembre / Novembre
Coriandoli
Amici del Lunario
Nnuvèmbre / Novembre
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sabato / Tutte li Sende
Massimo Russi, con la testa fra le nuvole
domenica / L’Alme di li Murte
lunedì / Sande ‘Ggisarie
martedì / Sande Carle Burrumué
mercoledì / Sande Giude
Pilota civile, Massimo Russi, è stato comandante di Boing 737, e
vanta 8mila ore di volo nella sua carriera. Proprio in questi giorni
ha presentato un suo libro dal titolo “Vivere tra le nuvole”, racconto del suo viaggio di vita…tra le nuvole, appunto.
giovedì / Sande Faušte
venerdì / Sand’Ernešte
sabato / Sande Guffrede
domenica / Sanda Déure
lunedì / Sanda Germane
martedì / Sande Martëine
Patrizia Crisci, nel fumo di Londra
pensando a Vasto
Talis pater. Patrizia Crisci, la figlia di Claudio il Corsaro, vive da
anni in Inghilterra, anzi sarebbe più esatto dire che dimora in
quel paese, perché cuore e mente sono costantemente rivolti a
Vasto. Come dimostrano questi suoi versi di struggente, incontenibile amore per la città natale..
“Io sono nata in una terra di sassi, di mare, di campagne, laghi, fiumi
e di montagne. Una terra di aquile, orsi, lupi, lucciole e zanzare....
dove i pesci sono allegri e la terra abbraccia silenziosa il dolore e la
gioia di un popolo testardo, forte ma, assai gentile...il dolce, il salato
della mia terra ...i sapori i colori, l’antico che si stringe al nuovo, il
ferro....il sorriso della gente al pascolo, il suono, la musica delle zampogne....io sono nata in una terra fertile, piena d’amore...la guardo
da lontano e mi accorgo di amarla adesso ....di più’…”
mercoledì / Sande Giusaffátte
giovedì / Sande Bonomme
venerdì / Sande Giuquànde
sabato / Sande ‘Libberte
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domenica / Sanda Marecarëite
lunedì / Sanda Sabbette
martedì / Sande Crištejìane
mercoledì / Sanda Tëlde
giovedì / Sand’ Uttavie
venerdì / Sande Diàghe
sabato / Sanda Cecëlie
domenica / Crëšte Rrà
lunedì / Sanda Fiére
martedì / Sande Caterëne
mercoledì / Sande Lunuarde
~ Compleanni ~
~ Visti da Pino Jubatti ~
giovedì / Sande Virgëlie
venerdì / Sande Giácheme
de la Marche
sabato / Sande Saturnëine
domenica / Sand’André
Michele Di Cicco 1; Marcello Dassori 4; Antonio La
Verghetta 4; Enrica Mileno 6; Biagio Santoro 6; Donatella
Garbati 10; Vincenzo Tenaglia 12; Manuele Marcovecchio 13;
Alessandra Smerilli 14; Maria Grazia Marino 16; Giuseppe
Ronzitti 16; Marco Cimini 17; Gianni Felici 21; Maria Pia
Naglieri 21; Francesco Piccolotti 22; Stefano Di Lello 23;
Nino Bixio 24; Maria Marinelli 25; Michela De Felice 25.
Leone De Liberato
M’aricorde
1968. Visita dell’arcivescovo
Capovilla ai laboratori di meccanica
dell’ITIS a Vasto Marina. Nella foto
da sinistra Ottavio Vizioli, Padre
Angelo del Frà, Vittorio Aruffo,
Antonio Angelucci, Giovanni
D’Aurizio, Loris Capovilla, Michele
Monteferrante, il preside Sergio
Guazzotti, Mario Comparelli e don
Antonio Moretta
Polvere di stelle
Loris Capovilla, Arcivescovo di Chieti e Vasto
Raffaele Moscato detto Totò
Segretario di Papa Giovanni XXIII, in modo indiretto e nascosto, è stato protagonista del Concilio Vaticano II. Arrivato nella
nostra Diocesi nel 1967 l’ha retta fino al 1971 svolgendo una
valida azione pastorale e vivendo la stagione della contestazione, la lotta politica D.C.-Faro, la morte di Don Felice Piccirilli e il
desiderio di autonomia della Diocesi vastese. Suoi i decreti che
formalizzano la costituzione della nuova parrocchia di Maria SS
Incoronata e il trasferimento della parrocchia di S. Pietro alla
chiesa di S. Antonio da Padova. Dopo la parentesi Lauretana
si è ritirato a Sotto il Monte, in luoghi di Roncalliana memoria,
dove vive tuttora.
Se n’è andato all’improvviso, senza clamore. Era del resto una
sua caratteristica quella di ascoltare taciturno; di guardare, studiando attentamente gli interlocutori, prima di aprire bocca; di
lasciare nel dubbio se la sua fosse timidezza o istintiva cautela.
Aveva 66 anni, troppo pochi per lasciare questa terra, anche se
i suoi valevano esattamente il doppio per il tanto, duro, lavoro
al quale s’era sobbarcato sin da bambino. Adesso che da apprezzato commerciante poteva aspirare ad una fase della vita
meno pesante, più leggera almeno dal punto di vita della fatica,
un destino crudele lo ha strappato alla famiglia ed ai figli ancor
giovani. Ce ne rammarichiamo, perché Raffaele Moscato, Totò
per gli amici, era un uomo buono e gentile, un padre amorevole
e premuroso, un lavoratore per davvero, uno sportivo appassionato come pochi di calcio e della sua Vastese, un cittadino
attento e rispettoso degli altri e delle regole.
Ad Ernesto che non c'è più
Se n’è andato in silenzio, con quella discrezione che lo caratterizzava, Ernesto La Verghetta. Ha resistito per anni con una forza
inimmaginabile e con un coraggio da leone al “mostro” che lo
dilaniava dentro, ma alla fine ha dovuto deporre le armi. Era un
uomo dolce, simpatico, aperto, generoso, innamorato della vita
e della sua famiglia, animato da Valori e da Ideali ai quali aveva
improntato la sua condotta. Era come dovrebbero essere tutti
gli uomini. Era un amico, uno di quelli che non si potranno mai
dimenticare.
156
~ Modi di dire ~
S’à fatte màtte la hônne ‘n cape.
Si è lasciato mettere la gonna in testa. Si dice di chi si fa soggiogare da una donna
E’ acca tràvete! E’ acqua torbida! ( situazione poco chiara o ingarbugliata)
Sta sembre sott’a la hônne di la mâmme. Sta sempre sotto la gonna della mamma.
Te’ la frèva magnarelle. Ha la febbre ma l’appetito non manca.
Si ffà lu vuènte furte, sa da’ màtte’ li prète ‘n zaccòcce.
Quando c’è vento forte deve mettersi le pietre in tasca (si dice di chi è troppo magro)
Ha ‘ngipullàte. Ha inciampato.
Via San Leonardo, 191
(zona ind. ovest)
66054 Vasto (CH)
Tel. e fax 0873 310711
157
Icona
Antiche botteghe
Antonio Zaccardi, è sua la partitura
di Mare Maje
Ricorre quest’anno il trentesimo anniversario della sua scomparsa ed è doveroso riparlare di questa icona della vastesità.
Dotato di un naturale talento per la musica ed
attirato sin da bambino dalla magia del pentagramma, Antonio Zaccardi frequentò le lezioni
del prof. Vincenzo Marchesani e in San Pietro
dell’organista Domenico Giosa. Nell’immediato
dopo guerra, su suggerimento del parroco Don
Romeo Rucci, diede vita nel 1944 alla Schola
Cantorum, con la quale eseguì le Messe Perosiane e la palestriniana Missa Papæ Marcelli. Molte
le sue composizioni liturgiche e folcloristiche.
Merita d’essere ricordato per aver dato stesura
musicale alla famosissima Mare Maje, a Uašte è
belle terre d’eure e a altri canti popolari che non
avevano trovato mai la dignità di una partitura.
Per le sue doti umane ha lasciato unanime rimpianto in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
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La Schola Cantorum in tournee a San Salvo
La famiglia Cipollone del Bar Martone
Esiste una cultura da bar, detto in termini negativi, ma esiste anche una cultura del Bar ed in quest’ultima si distingue ormai da
anni Franco Cipollone, erede e custode dell’antico e glorioso Bar
Martone in piazza Diomede. Entrato come apprendista, diventato poi dipendente ed in seguito uomo di fiducia nell’azienda
dei Martone, Franco è l’attuale gestore dell’esercizio che negli
ultimi anni ha provveduto ad ampliare negli spazi e nell’offerta
al cliente grazie anche all’aiuto che gli viene garantito dai figli
Simone e Carla. Gentilezza, disponibilità, genuinità dei prodotti
sono la cifra, come si dice adesso, della Ditta che, prendendo a
prestito la terminologia del web, potrebbe essere correttamente definito come il Bar Martone 2.0.
159
Un martire dimenticato
di Michele Nocciolino
Michele Zinni, classe I908,
deceduto a Vasto il 25 ottobre 1943
160
Sono nato a Vasto nel 1931 e vivo da quasi sessant’anni all’estremo nord del nostro Paese. Mi fa sempre molto piacere leggere
fatti e avvenimenti della mia cara citta d’origine e leggendo l’encomiabile lavoro dell’avvocato Giuseppe Tagliente sul “Lunarie
de lu Uašte” dell’anno scorso intitolato “II lungo inverno 1943,
70 anni fa la guerra arriva a Vasto” ho pensato di segnalare un
avvenimento mai riportato dalle cronache dell’epoca e da successive altre ricostruzioni storiche. Mi riferisco all’unico eccidio
perpetrato dai tedeschi a Vasto, avvenuto nel tardo pomeriggio
del 25 ottobre 1943 nei campi di contrada San Pietro Linari, di
cui restò vittima Michele Zinni, di Luigi e di Maria La Palombara,
nato a Vasto il 17.12.1908, residente in contrada “Colle delle Velle”, ora via San Lorenzo, agricoltore e titolare assieme al fratello
Nicola dell’unico frantoio esistente nelle contrade attorno a San
Lorenzo.
Prima di esporre i fatti, rimasti ancora impressi nella mia memoria (avevo da poco compiuto 12 anni e frequentato la prima
media), preciso che sono uno dei nipoti dell’assassinato, figlio
della sorella Chiara, classe 1906, e che mi sono spinto a narrare
questa vicenda dopo aver constatato che nessuno ha provveduto in questi 70 anni a ricordare il triste evento..
Come ha correttamente ricordato Tagliente, dopo la metà del
mese di ottobre del ‘43, la quasi totalità dei residenti in citta, per
ordine del comando tedesco e per i ripetuti bombardamenti
aerei e navali, aveva abbandonato le proprie case e si era riversato nelle campagne trovando rifugio presso parenti, amici
e conoscenti. Nello stesso periodo alcuni prigionieri di guerra,
lasciati liberi dai campi di concentramento di Sulmona, ancora in
divisa, venivano notte tempo rivestiti con panni civili, rifocillati
e accompagnati lungo sentieri che consentivano loro di proseguire verso sud per raggiungere il fronte che avanzava. Alcuni
residenti nelle campagne, impauriti da quanto stava accadendo,
incominciarono a scavare lontano dalle abitazioni piccole grotte da adoperare come rifugio in caso di estrema necessita. In
questo contesto operavano gruppi di soldati tedeschi, che avevano il comando presso un villino alla periferia di San Lorenzo
di proprietà del commerciante Giuseppe Del Borrello (passato
in seguito alla famiglia Palucci), che, a corto di rifornimenti, razziavano tutto ciò che trovavano nelle masserie della zona. Nel
pomeriggio del 25 ottobre, Michele Zinni, insieme ad un anziano
contadino, tale Filippo Marino (detto lu stagnarille), era intento
161
a scavare una grotta in un terreno di sua proprietà alla base di
una fascia boschiva situata in fondo a un vallone distante quasi un
chilometro dalla propria abitazione. A circa un’ora dal tramonto,
una pattuglia di tedeschi in perlustrazione, salutò i due uomini
tornando però indietro dopo circa mezz’ora per chiedere spiegazioni riguardo ad un cavallo ed un puledro trovati nascosti
in un canneto più a valle. I soldati della pattuglia ordinarono al
vecchio di raccogliere gli attrezzi da lavoro e tornarsene a casa
e allo Zinni di seguirli. Recuperati quindi gli animali e giunti nei
pressi della biforcazione della strada campestre di San Pietro
Linari i due tedeschi abbatterono prima Zinni e poi gli equini
con sventagliate di mitra. L’orribile scena fu notata da lontano da
alcune donne abitanti a centinaia di metri dall’accaduto. Avvertiti
nel cuore della notte, parenti ed amici (abitavo a circa 4 chilometri a nord, in contrada Fonte Fico e giunsi a casa dello zio con
i miei genitori verso le due del mattino successive) provvidero
a prelevare, lavare e ricomporre la salma non riuscendo a darsi
una ragione dell’accaduto. Ricordo soprattutto di quella notte la
disperazione della zia Anna che all’improvviso si ritrovava vedova e con tre bambini in tenera età: il primo di 5 anni, la seconda
di 3 e un bimbo di 8 mesi, che per tutta la notte della veglia volle
costantemente tenere in braccio. Ignote sono rimaste sino ad
oggi le ragioni per cui i due militari avevano preso la tremenda
decisione, nonostante un gruppo di parenti si recò subito presso
il citato comando Tedesco.
Oggi dopo 70 anni mi piace sottolineare che la zia Anna, scomparsa nel 2006, portò con grande dignità questo suo grande
dolore senza farlo pesare ai figli. Tant’è vero che il bambino che
all’epoca dei fatti aveva 8 mesi, vive oggi proprio nella terra di
provenienza di chi l’ha barbaramente privato dell’amore e del
sostegno di un padre, in Germania, dove il destino volle che
approdasse e prendesse anche moglie.
Udine, 25 settembre 2013
162
La signora Anna, mamma di
Michele Zinni, in una foto scattata
in occasione di un suo compleanno
attorniata dai familiari
Decémbre / Dicembre
Visti da Pino Jubatti
Personaggio
Dicèmbre / Dicembre
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lunedì / Sanda ‘Ligge
Angelo Cianci
Miranda Sconosciuto
Nomen omen, il nome è tutto un programma. L’antico detto latino le calza proprio a pennello, perché Miranda (Sconosciuto di
cognome, La Cicatille di soprannome, come le piace dire) è una
donna da ammirare davvero per l’infantile candore che traspare
in quel che dice, per la sua generosità d’animo, per l’entusiasmo
e la tenacia che mette nelle iniziative che continuamente inventa,
in primis quelle che porta avanti con l’associazione La Bottega
dell’Incontro, da Lei stessa creata, che coinvolge decine di bambini
in attività di grande rilievo educativo. Starle accanto è un’emozione, e qualche volta una fatica per mantenere i suoi ritmi; esserle
amico è un’opportunità ed un privilegio.
martedì / Sanda Bibbïane
mercoledì / Sande Frangische Saverie
giovedì / Sanda Barbere
venerdì / Sande Vasse
sabato / Sanda Nichële de Bbare
domenica / Sand’Urbane
lunedì / la Cungiuzïane
martedì / Sanda Valerie
mercoledì / la Madonne de Lurète
giovedì / Sande Sabbëine
venerdì / Sanda Amalie
sabato / Sanda Lucëie
domenica / Sande Giuvuanne
de la Crauce
lunedì / Sanda Silvia
165
martedì / Sand’Adelaide
mercoledì / Sande Làzzere
giovedì / Sande Ggraziane
venerdì / Sande Darie
sabato / Sande Libbrate
domenica / Sande Severëine
lunedì / Sande Flaviane
martedì / Sanda Vittorie
mercoledì / Sanda Irmëine
giovedì / la Sanda Natale
venerdì / Sande Štefene
~ Compleanni ~
~ Fétte e fettarìlle ~
sabato / Sande Giuvuanne
domenica / le Sende ‘nnucïnde
lunedì / Sande Davede
martedì / Sanda Ilarie
mercoledì / Sande Silveštre
Cristofer Ronzitti 3; Giuseppina Serafini 4;
Nicola Vinciguerra 5; Francescopaolo Canci 11;
Adriana Di Lanciano 11; Cinzia Del Borrello 15;
Ornella Monaca 16; Luca Garofalo 19; Patrizia Crisci 19;
Pietro Di Lello 19; Marcella Assettati 22; Alessio Ciffolilli 28;
Nicola Di Pietro 29; Donatella Fabrizio 29; Simona Tiberio
29; Stefania Marcianelli 29; Silvia Celenza 30.
Haje fatte tânde pe’ mm’abbuttà’
Micchèle viene invitato da un amico al ristorante. Siamo al tempo in cui si pativa un po’ di fame e,
pancia mia fatti capanna!, ingozza tutto ciò che gli mettono dinanzi. A fine pranzo l’amico gli offre
un digestivo: - “Mo ‘i tujjéme nu bbuèlle diggeštìve!?”
- None, none, frate sé - gli risponde di getto Michele - haje fatte tânde pe’ mm’abbuttà’ e mo mi vu’ fa
sùbbete dilliggirë?”
( ho fatto tanto per riempirmie adesso tu vuoi farmi subito digerire?)
Amici del Lunario
Paolo Molino
M’aricorde
1959. la 5^ dell’Istituto Tecnico Commerciale “Filippo Palizzi”
Fazioso politicamente ma simpatico il nostro Pavilîcce. Gli perdoni
qualche esagerazione dialettica per il modo con cui la dice, per
l’espressione che assume quando la dice, per la buona fede che
s’intuisce dietro le parole, per la convinzione che ci mette. Si può
non condividere ciò che dice ma non per questo non ammirarlo
per questo suo candore, per l’ingenuità, per l’ostinazione con la
quale colora di rosso le sue affermazioni, per la lealtà e la sportività che dimostra in ogni confronto. Anche perché Ceccopaolo è
sportivo sul serio, avendo alle spalle anche un passato di tutto rispetto dedicato alla promozione dell’atletica ed all’organizzazione
di manifestazioni agonistiche.
In cima al gruppo Franco Molino, nelle file successive da sinistra, si riconoscono Greco, La Verghetta, Mario Sorrentino, il Prof.
Levantesi, Fiore, Irma Ghianni, Elena Miscione, Lucia Bibbò, Antonio Del Greco, Antonio Fiore, (?) , Luciano Biliotti, Scafetta, Lalla,
Bruno Barbieri, Gianfranco Bonacci, Flocco, Battaglini, Tanino La Palombara, il preside Nino Nanni ( al centro), il prof. Di Giacomo
(?) il prof. Scolavino (primo da sinistra in basso) e il prof. Mancini
166
~ Filastrocca ~
Sitacce... Sitacce...
Si cantava mettendo i bambini a cavalcioni sulle ginocchia e facendoli oscillare in avanti e indietro.
Sitacce... sitacce... di štu fijje che me ne facce...
Le jètte a lu Mure de le Lame, / se l’areccoje lu lope menàre...
Le jètte a la Marine , / se l’areccoje nu malandrine...
Le jètt’ ammèzz’ a la piazze, / se l’areccoje la ggende che ppasse...
Arepasse lu patre so’ / s’arebbracce lu fije so’ !!!
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Coriandoli
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Block notes
L’arte del presepe napoletano
L’Associazione “Vasto Veicoli Storici”
Vivissimo era una volta l’interesse dei vastesi per il presepe,
testimoniato dalle pregevolissime manifatture giovanili dei Palizzi; da quanto resta ancora in giro de li pupuattìlle di Monzù,
realizzati a mano da questo artigiano dell’Ottocento del quale
si hanno poche notizie, e dalla memoria delle scenografie natalizie che venivano preparate in particolare a San Pietro, dove
se ne montavano addirittura due, uno sull’altare maggiore e
l’altro nella Cappella del Purgatorio. A risvegliarlo ha pensato da qualche anno la famiglia Pinto, che arrivata da Napoli,
capitale indiscussa dell’arte presepiale, ha aperto un negozio
in piazza Barbacani, chiamato per l’appunto l’Arte del Presepio
Napoletano. Varcandone la soglia ci si ritrova in una vera e
propria San Gregorio Armeno in sedicesimi: se ne respira l’aria, l’atmosfera e si ritrovano le multiformi statuine di finissima
qualità ed i sofisticati impianti scenici degli artisti dei Decumani
in mezzo ai quali, statuina tra le statuine, si muove con una
grazia tutta partenopea la signora Nunzia, pronta a dare ogni
suggerimento allo sprovveduto come al ricercato acquirente.
Entrate, anzi trasìte, ne vale la pena.
Fondata nel 2000 da un gruppo di appassionati, federata ASI,
l’ente a cui lo Stato Italiano demanda la certificazione dei veicoli
storici e d’interesse storico, l’Associazione Vasto Veicoli Storici
ha sede al n. 62 di via Martiri della Libertà e conta circa quattrocento soci. Il Direttivo è così composto: Presidente, Massimo
Leone; Vice Presidente e commissario auto, Giuseppe Fino; Segretario e Tesoriere, Valentino Piccirilli; Commissario moto, Antonio Del Villano; Consiglieri, Luigi Corvino, Giuseppe Di Biase,
Adamo Di Pardo, Roberto Magnarapa, Antonio Palombo.
L’associazione ha all’attivo varie manifestazioni, a cominciare dal
Raduno Città del Vasto che si svolge il 25 aprile d’ogni anno, la
mostra fotografica dedicata al campionissimo Manuel Fangio a
Palazzo d’Avalos; il corso di guida e tecnica automobilistica da 12
ore di teoria ed una seduta in circuito con un’auto da rally. Da
sottolineare che alla Fiera di Padova, la più importante del settore a livello europeo, la Vasto Veicoli Storici ha esposto una Lancia
Delta Abarth con i colori Marlboro ex campionato mondiale, già
oggetto di uno speciale servizio della Rai. L’Associazione edita
inoltre ogni anno un Calendario con fotografie realizzate dalla
fotografa d’arte Monique Leone.
Meeting di auto d’epoca. Nella foto
in basso, da sinistra Luigi Corvino,
Antonio Palombo, Valentino
Piccirilli, Giuseppe Fino, Adamo
Di Pardo e ultimo sulla destra il
presidente della Vasto VS, Massimo
Leone
169
Dicémele a la noštre
Poesie in vastese ed abruzzese di Giuseppe Perrozzi
Giuseppe Perrozzi, l’erede di Luigi Anelli
Un compact-disc nel quarantennale della morte
170
Si deve alla cortesia di Fernando Coletti se l’edizione di
quest’anno del Lunarie de lu Uašte reca in abbinamento
un gioiello straordinario, un compact-disc con alcune
tra le più belle poesie del poeta vastese Giuseppe Perrozzi (1899 -1973) recitate da lui stesso, appositamente
riversato da un nastro registrato pochi mesi prima della
scomparsa. A beneficio dei lettori si riporta questa breve nota critica sulla poetica del Perrozzi tratte da uno
scritto di Giovanni Peluzzo. “Giuseppe Perrozzi, nipote
di Luigi Anelli, ha in comune con questi la cornice esteriore che fa da riquadro al suo mondo poetico. Come
per l’Anelli, i personaggi sono autentici tipi vastesi ed il
protagonista di tutta la sua poesia è la città del Vasto
con le sue bellezze naturali, con i suoi difetti e le sue
contraddizioni… Ma la sua satira non è mai astiosa, il
suo è un sorriso bonario che a volte vela di malinconia i
suoi versi scherzosi e, da autentico vastese, sa commuoversi e pregare nei momenti in cui il destino incrudisce
sulla sua città”.
A la piazze di lu pasce
- A ccende! A ccende! Jamme sî ch’è fràsche!
Rissciule e ccalamere senza gnostre!
Minite a ecche ca ci sta la pàsche
di li paranze di lu mari nostre!
Vu’ na lebbre cumbà pi nu bbrudatte? - Gnorscè, ma mi li vujje je capà. - Lass’ fa’ a mmà. Massaire, scibbindatte
tu m’ ha da deice, canda ste a mmagnà!
Mitti ssi peise, jamme sî, Micchè
ch’a chistu Sangiuvanne, crite a Ddejje,
nin pozze da na rrobba gna vè vè.
Ti matte du mirlicce e quattre trejje …
Li veite gna so ggrusse, bbeni mè,
nghi cheste ci accibbèsce na famejje! - Ma cagne sta mirlicce nghi la panze
che sembre nate a timbe di la grasce:
te’ na treppe, parlanne nghi crïanze,
ch’ e granne ggrosse come na grancasce. - E cumba Pi, si tti li vu capà,
a ma m’arreste sole la fragajje ... - Allaure ti li lasse! - Vi a ‘n quà! - Gnornà, questa è la piazze o lu squannajje? - Nin t’ arrajà cha ni, nin seme létre!
P’ accuntuntàrte, tinghe na spiranze:
Pi n’ acchiappa li mamme, ma li pétre
canda vajje a piscà nghi la paranze,
a li puasce ch’ acchiappe, nghi lu métre
i tojje la misîura di la panze! ...
Lu bballicune di Don Cecce
Sti ser’ arréte nghi n’addra pirzuaune,
passanne pe la Piazze, hajje sintïute
piane piane a parlà, cacche minïute,
anduvinate a cchè?: Nu bballicàune!
E’ ccosa strane, tande che don Cècce
manghe li sa ca té nu bballicàune
che nnotta timbe fa lu chiacchiàraune
e nghi chill’ eddre ci si tojje a ppècce.
M’ajje firmate pruprie a èlle a ssatte;
hajje sintïute ca diciaive qualle
a n’addre ballicaune à ccapabballe:
- « Nghi ma ngi pù parlà, nti ci pù matte.
Si vu pinzà soltante a li pirzàune
ch’ ajje tinìute sopra a cchisti prete:
Prifitte, Gran Minestre, Dibbutete
Arche di scienze, da fa suggiuzziàune.
171
Je’ na mburtanze mi li pozze dà
e si ci ha capitate cacche ffàsse,
li mene hanni sbattïute pure a asse:
lu mèrete e lu mé, ngi sta da fà! … Chill’ addre ballicàune, a ppiàne a ppiàne
j” arispunnaive: — « Scè?! Tu ti nà vènte
ca si fatte parlà tutti ssi ggènte c
he t’ hanne stratte chi ssu passamàne!
A esse adadde è state chi la ggente
chi tte la faccia toste gne ssi préte.
C’ è state, scë, chi l’ hanne ciuffuléte.
ma si ppiccà?: N’ avé prumesse niente!
Lu Uaste, sarrì granne gne Milane;
lu Uaste,’ bbeni mé, nzarri chiu àsse;
ma chelle, ch’ hanne fatti sti prumàsse
so state tutti fijje di ... putate !!! »
A lu Staccàte
172
Piene di ggente è tutta lu staccate;
ad hanna carre quattre scurtichîune
e nzi treuve nu poste a sta assittate
manghe si vu pahà li milîune.
Sone la trambe, cale la banire;
me sféile Ciacciachëule e lu sgubbate
che pi nzi fa passà da lu frastire,
scrocche nirvanne gne n’ alma dannate.
- « Attende a la vuddate, ajj’ Ciacciachè!
Mo ve, ti passe, n’ addra sgrujazzanne
forze … forze, pi crenne … forze mé!
… E t’ha passate mé, vatt’ a ripanne! » E’ di sudaure piaine gne nu laghe
lu cuavalle trumminda si trascèine
forze aripenze, liccannisi li piaghe:
« Je stave majje sott’ a lu trajéine! »
Lu gragnilàtte
Lu saule chéuce, abbrîusce li cirvelle.
Lu marinare, nghi la pippe ‘n macche,
guarde l’ acche di sotte a lu trabbacche,
spiranne d’acchiappà cacche mmijelle.
A mezz’ all’ acche, sott’ a Ccungarelle,
Pasquale fa l’amaure nghi Giuvèine;
darasse ad hann’ sta’, senza nmujèine,
ca la mamme i fa la sindanelle.
Ma trumminde la mamme sta vuddate
Pasquale, quatte quatte s’ abbicèine …
Smorze sott’ acche ghi du tre vracciate …
Jette nu strelle chi la bagattelle!
Deice a la mamme pi nzi cumbrumatte:
- « M’ha pizzichete mè lu gragnilatte!! » -
Sanda Cicèlie
Meh! Fàmmele a ssintè si ssi mbarate
le scale scrette sopr’ al pintagramme.
- No, prufussò, me s’è mmalate mamme
n’ajje putute mbarà la sirinate …
- La sirinate? Ma ti si scileite,
do, re mi, fa sol; la, si, do, re, mi,
le chieme sirinate! Nminde … nmì!
Sbirreite su prisitte, via sì;
si nin stidie, gna sune, nghi li tècche?
Nzi studiéte a la case, fall’ a ècche!
- Sol .. la .. si .. do .. re diesis, mi bbemolle!
ci vò l’ucchie e li racchie fije mé.
E’ tre vodde che sbejje: Mi bbemolle!
- Ne l’hajje viste, prufussò, scusate.
Pure sanda Cicilie che studiave,
j crede ca pur’ esse si sbajjave
e chi lu mastre i l’ha pirdunate …
Sanda Cicilie m’ha da fa la grazie!
- Sanda Cicèlie séule, a tta n’ gi avaste.
Chiamete n’addre Sande pe cunsejje!
Fra tanta Sende che ci stà a lu Uaste
Accuminze a prihà Sanda Lucejje! -
La mmala sorte
Jè mo sò vvicchie e ne ne pozze cchì:
quarand’anne di vita cummurciale …
Che m’aritreuve? Dimmele mò tì:
n’articulatte sopr’ a nu ggiurnale!
Hajje vinnìute: lebbre e ppupattille,
a ccarnivale maschere di carte;
pinnèine, calamere e ppazziarille,
spiranne di gudà na bbona sarte.
Pinzave sembre: Canda sti bbardèsce
si fanne grusse e jé s’intoste l’osse,
te pare can gi sta chi ci ariesce
173
dumane a divintà nu pezze grosse?
Nu pezze grosse? Di cchì: nu littirate!
Li panne, lèbbre, carte e ccalamare,
si n’ha da riprijè chi je l’ha date
E l’ha fatte truvà sopr’a n’addare!
Ma doppe quarand’anne de spiranze,
ha firnìute accuscé la mircanzejje:
Chi nghi lu gnostre ha avìute la custanze
di screvece nu sacche di bbuscejje …
Chi nghi li lèbbre, ha fatte carta stracce
e ci sta cirte – quaste mi fa male –
s’hanne arimasse la maschere a la facce:
Pi èsse ogne jurne è ccarnivale
Lu varvìre
174
Lu varvire! Sci ccise a chi li fa!
E’ n’arta sbruvugnate, mar’e a mmà.
Trummunde ti s’intracce li videlle,
ti ha da resse sempre cchiù dducate,
sempre gentile … e quaste je lu bbelle:
t’attocche a gnuttè ruspe ogne mumente,
zìcchere ‘n macche e core avvilinate
e ti … ha da reite si ni vu scattà!
Si je t’ accande qualle ch’ è ssuccesse
di dentr’a sta puteche maddimane,
ti m’ha da craite pruprie gne nu frate,
ci sta da rimanarce senza fiate.
Stamme a ssindè: Nu cumbaruzze mé,
che sta Milane da tre o quattre meisce
e cche ccand’ ha partìute, bbeni mé,
ndinaive ngolle manghe la cameisce,
mi si prisende annd’ a la puteche
nghi nu custìume tutte arizzilate,
ridenne mi salìute: - « Come state?
A casa tutti bene? » - E je che sacce
gna sa d’hanna trattà li halandume,
j hajja risposte, ugnenneie la facce:
- « Unore a chi si vede doppe tande! ...
Gna te fa bbene l’arie di Milane! ...
Ti si ngrassate facce di bbrihande!
Trasce! » - « La barbe j me l’hajja fa! » - « Ci sta du varve, assittete a la sete,
si tratte du’ minìute d’aspittà ». –
Trumminde fatijeve, a vvia arrete,
sindeive a runzujè nu musculaune …
Che pputeve pinzà? Doppe nu ccaune,
me vajje pe vuddà, tu m’ha da cràite:
si mi deve na curtullate arrete,
n’ascive sanghe da le carna mì.
Lu cumbaruzze, ch’avè già nbilète
la spine a la currenda di la lìuce,
nghi lu rasol’ elettreche, a la facce,
si ni stave tranquelle a fa la varve …
Je le guardave accuscé, gne nu mammocce!
N’ avaste! … S’arivodde a tutte quende:
- « Ecco, videte, con questo rasole
une la barbe se le fa da sole.
Voi aspettate, io ho già ffernute,
perciò grazie cumpare, e ve salute! » E je guardanne sopre a lu stupatte,
addò sta scrette. « SCI LAUDATE CRESTE »
‘nfruscèite pe la rajje, ngi hajje veste …
(lu Padraterne m’ha da pirdunà)
stavodde, m’ ‘hajje messe a rinnihà!
Li casutte
Zia Reusa Rrotafruce té na fèjje
che l’ha da marité, ma gna ha da fà?
Senza la dadde e senza momabbejje,
‘n gi sta nu cuane che ci va abbajà.
Di mmerne, ‘n ‘z’ abbiceine a na varlotte;
si vvede l’acche, ci si mette a ppiagne,
ma di l’ astate, j arivé di bbotte
la frinniscejje de j ffà li bbagne;
‘ngiò pi salìute, ‘ngiò pe pulizzejje,
ma pi ufanarè: - « Pu’ ffa vvidà
ca l’eddre fa li bbagne e cchista fejje
manghe le pite se pò jè a sciaccquà?
Eh, Ndunnuì, a uanne lu cuasotte
nnende al Nittune l’eme da piandà
pinze ch’a Jucce je se sta a ffà notte …
Ti sì lu patre e tì ci ha da pinzà! » Lu puvirelle, fra le tanda piaghe
fra dèbbete e ppisiure di famejje,
fa la dumande pi lu poste e ppaghe,
nghi la spiranze d’ammullà la fèjje.
Ma cand’ asciagne abbass’ a la mareine
pi mmatte finalmente lu cuasotte,
tra irre e orre, ‘n mezz’ a la mmujeine,
j’ assàgnene lu poste a Bbonanotte!
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- « Ma come va stu fatte? Hanne cagnate
li nnìmmure cuscè, tra jurne e nnotte?
Lu poste mé è ddece e sta signate,
mé m’ aritreuve a ccendenuvanotte!
Eh già! Chi arrive doppe è lu patraune
e chi sta prèime, passe arréte arréte …
Ogn’anne chi sta solita canzaune
ogn’anne chi sti mbrujje s’aripéte…
Zia Réuse sta rruféte gne na hatte,
accuvacciate arréte a lu cuasotte:
- « E manghe a uanne m’ é vinute fatte
de dà la fejje a ccacche ggiuvinotte;
e doppe ch’ a si spaise chi le sà,
fra speine, vreite e scattele de stagne,
nen si li pide addò l’ha da pusà …
Si po’ sapà che ssèrve a ffa sti bbagne?
Lu futt’e-bballe
176
- Ah cumma’, titte è ccagnate
nghi sta bbrutta giuventî!
Me li giuvine ducate,
gne na vodde, ngi sta cchî
Preime schine a vvindunanne
nzi faciaive mà piccate,
mentre mé, canda ni sanne
di mmalezie e nnicutate!
Fîume, bballe, sune e ccande;
la fatejje? Bbeni mé,
j saffurte, jé pisande
ni li veite ma a ssudé.
Mè si tojjen’ ogne sfèzie
stanne piena di quatreine
e chi tè, quatreine e vvèzie
preste o tarde va a rruvëine.
Sanne tutti li canzîune
sanne pure jucà a ccarte;
che vrivagne! Ma niscîune
perde tempe a mbarà n’ arte! - Ma ssi ggente addonna vanne
pi la ve’ di l’ Arrahàune? - Nda ricurde mo fa l’ anne?
Senza manghe suggiuzziàune,
nghi na palle arippizzate,
vanne e vvenne e ddanne chegge.
Brutta ggenta scumunzate,
stame a jè di male ‘n pegge!
Ma lu sande saciardote
j’ e l’ ha dette a li fidele:
Nghi stu ggioche da strigote,
nun z’ onore San Micchele!
Nghi stu saule, nghi stu cualle
ah, chi brutta purcarejje
ujje fanne a ... ffotti bballe
for la facc’ di signurejje! ...
Li piaghe di lu Uaste
Nî, a lu Uaste, semi nate
sott’ a ccacche stella naire.
Lu distëine, da dannate,
ci trummende pi ddavaire:
ngi sta forze né ttalende
pi cagnà qualle ch’ è scrètte:
semi nate mmalidètte
e mmurëime a fochi lende.
Tutti l’eddre paisutte,
Fräisce, Lëisce, lu Cupelle,
gna ti fanne nu pruggette,
j’ à riesce tand’ belle;
mendre nî chi ci pinzame
pi tant’ anne a ffa cacchèuse,
ci nasciaime e ci cripame,
senza ma’ ccucchià na chèuse.
Vu vidà ca jè llu vaire
tutti qualle chi tti deiche?:
Sta la vï di la stazziaune,
fatti titte a ppirfizziaune,
cilindrate, e bbitumate,
s’è rriditte na fracchiate.
L’ accquidàtte la matëine
fa culà tre stizz’ d’ acche,
ma lu jurne, mar’ a ttà,
ti si po’ ssiccà la vacche!
E la frane addò li mêtte?
s’ha magnate, zitti zêtte,
gne nu laupe ca te’ fame,
mezze mura di li Lame.
Chi li sa cala matëine,
sciuvilenne bbelli bbelle,
i truvame a la marëine
justi sápre a Ccungarelle!
Lu fubballe, chi ppassiaune
da fa perde lu cirvelle!
Chi lu jurne a l’Arrahaune
tra lu Uaste e l’Arzinale,
è successe nu macelle!
Cacchi d’ îune a lu spidale,
cacche addre senza zanne
e a chill’ arbitre l’affanne
je minîute pi scappaje,
ca vulè salvà la cocce,
ma ningaive li pritanne
sanda Spëine, soccia soccie!
Preste è ddette la murale:
A lu Uaste nzi pirdaune;
nin zi jeuche a l’Arrahaune …
Schine all’ utime dill’ anne
nin z’ ammaine cchiù pritanne!
Lu rillogge di la piazze,
ogne tante fa lu pazze,
mo vá a ‘nnende, mo va ‘rrete,
ca li reute s’è ffrüete.
Pi ffa sembre tticche e ttacche,
ha pirdîute sole e ttacche
e si sseune, è nu pachî,
soni quattre e jè li sî.
Accungiarle?! E’ na pareule!
Ci arivé li mizzi séule!
Mo chi l’ hanne alluminète
lu quadrante ch’ è di prète,
hanne fatte na pinzate:
l’ hanni pure aripittate.
Cand’ è bbelle lu culaure!
Chi lu povire rillogge,
fra li tanda malatejje
chi tte ‘mmezze a li tramogge,
u pi sfezie, u pi vvèzie,
s’ é mmalate d’ittirèzie.
Tinavame na spiranze
di magnà du russciulètte,
ma lu mare zitte zètte,
j’ ha distritta li paranze;
l’ ha gnutteite a îun’, a îune
e ja ttocche a sta ddijune,
ca lu päsce coste care,
si ‘nzi fa lu bracce a mmare.
Pi magnà du’ pupattíune,
t’ a da vanne li cazzíune.
Di lu purt’ di la Panne
si ni parle da tant’ anne
Ciccaraune ci ha pinzate,
doppe Nasce, Rècce e Janne
e gna fisse nu mmalanne,
lu dusteine ci ha strungate.
Cànda scujje s’ è ittàte
c’ ha custate li bbrillande,
ma lu mare da livande
s’ à gnuttèite vita terne!
Ci stattaive na lanterne
iuste ‘n pezze a la spianate,
che sirveive da luntane
a llumé li lambatane,
pure qualle s’ è distritte!
Mare a nnì, chi ttimba bbritte!
Ma sta vodde fra du mëisce,
s’ è llu vaire, bbeni mé,
s’ àccumenze a fatijé
e spirame da nin dëice
come cchi la favulatte
chi finèsce: nisce … nëisce,
sott’ a tta sta du turnëisce!
Mare e tterre
Che mmare arilucente calme e bbelle
di sotte a lu « Palazze », stamatine!
Ci stanne tanta vele e mò le stelle
scumpàrene a lu sole matutine.
Preme lu mare tutte na fuschìjje
che da « Casarze », ‘nzine a lu Gargane,
ti tegne li culure a mmane a mmane,
trumminde si fa jurne a vvemmarìjje.
Vicine a mme, ci sta nu marinare
nghi nu cappotte e lu cappucce a ffiocche,
che sta penzose a rriguardà lu mare:
la ppippe ‘n mane e la cippelle ‘n mocche.
Mi guarde e ffa: Li vide gn’è lu monne?
Pi nnù lu mare è ffatte di dulore!
Si j’ ci penze è ffatte a sta manìre:
le lacrime, 1’ha fatte cchiù prufonne;
le vele, 1’ha vussate li suspire.
E cchiù lu mare ce fa vive ;n pene,
e cchiu a lu mare j’ vuleme bbene!
Eppure, nu che séme marinare,
séme state tradite da la terre
che ci ha distrutte a nnu’ lu fuculare,
proprie gna fusse ‘na siconda guerre.
Ti l’aricurde tu chi la matine?
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178
Tutte ‘na voce, tutte nu richiame:
« Sta frananne lu mure de le Lame ...
Oh scì bbindette tu, o Sanda Spine!
Facce la grazie o Legne de la Croce! »
... E fra laminde, lacrime e ssuspire,
nu scappa scappe, tutte ‘na mmuine
di strille, di prijére a bbassa voce ...
E ringraziande a Ddì che la famijje
l’ hajje salvate da che 1’ arruvine ...
Se ferme nu mumente e po’ ripijje:
Ma la bbardascia me’, povera fijje,
piagnènne ‘m bracce a mmé, che la salvave:
« Papà — mi strille — ascenne da la case,
te si scurdate de la pupa mé.
Pecché sol’esse me le sì lassate,
pecché nen me le selve, di’, pecché? »
Me l’hajje strette ‘n pètte: « ‘Nduniè,
la pupa s’ ariccatte, ma... na cose
nu ne l’ aveme cchiù, fijja mia bbelle:
‘na case com’è queste, puvurelle,
scì, è llu vere, senza tanda cose,
ma che ttineve ‘na ricchezza rare
che nen ze po’ accattà’ nghe le quatrine:
avevame lu bbasce la matine
da lu sole che ssorge da lu mare! »
E mentre ste parole me diceve,
du’ lacrime dall’ucchie j’ascigneve!
Brihante e suldate
È nu ricorde de la citelanze
quelle che ugge m’arivé a la mente
e se ce penze, me se pare ‘nnanze
all’ucchie, come fusse a stu mumente!
Me l’aricorde, come fusse ajjére,
lu joche fra brihante e li suldate.
Canta sudate allore e che carriére
p’acchiappà lu brihante già tanate!
E canda s’acchiappave quacchedune,
tra irre e orre, ‘mbè, frate mé bbelle,
di chegge, di friselle e sscaffatune,
l’abbuttavame gne nu caratelle.
Ecche pecché, nge steve ma nisciune
disposte a ffò la parte da bbrihante.
Tu mi capisce: chegge e sscaffatune
e nu nome a ttené cuscì ‘nfamante!
Cande sudate sopre a la Rrahone,
nghi chi la ruciulelle strette ‘n mane!
tu ti... na lenghe che senza pieta
è nu sfraggelle pe l’umanità.
J ci passave le jurnate sane,
nisciune cchiù di me jeve cuntente!
M’ aricorde nu jurne ca lu vente
m’ ha sficcate lu file da li mane
Tu vu bbene a tte stesse e cchiù a nnisciune;
la vita tò è tutte na sequenze
di calunnie, viasteme e mmaldicenze
di mbrujje, latrucinie e mmalazziune.
A chi ti fa lu bbene, a chi t’ assiste,
li mitte ncroce gna si fatte a Ccriste!
e lu ndrahone, sempre cunnulènne,
é jute a scegne arrete a nu pajjare ...
J pense: lu ndrahone è gnè la vite
e gnè la vite da nu file pènne:
nasce, s’ annalze, vole e po’ scumpare,
lassanne a ppiagne chi l’ ha cuncepite.
Se ‘nvece tu facive lu suldate,
le facive nghe fede e nghe lu core;
te putive abbuscà cacche pritate,
ma stive da la parte de l’unore!
L’UNORE!...è na parole, ma che d’é
na parole a spiegarle mò accuscì?
Se tratte de na voce che te vé
da dentre a la cuscinze e te sta a ddì:
Mantì che la parole che sì ditte,
nen resse preputente né bbusciarde,
quelle ch’è dditte, è gne se fusse scritte,
cuscì la penze chi nen jé ‘nfingarde.
L’ UNORE è nu ... custume arezzelate
che cande è nove, nen te dà mà pace:
te tire, te fa j tutte ‘ndusciate,
ce suffre a starce dentre, ma te piace!
Mò a ‘sta giuvintù che vive e cresce,
che pperle a ffà? Te pù acciaccà le hanghe ...
S’ arripe nu ggiurnale de bbardesce
ci stà ch’ arrobbe, accide e le fa franghe!
Pruvice, prù, a fajje la dumande;
mò se che t’ arisponne nu squacchiate?
- « A mmè cummine a ffà chiù lu bbrihante,
ocche fáccene l’eddre lu suldate! » -
Lu ndrahone
Jeve bbardasce allore e pe’ la Piane
mi jttave a scappa’ nghe lu ndrahone...
La hatte
J’ ngore me capacite: La hatte,
che bbestia traditore, sci mmalditte!
E’ llatre, è ffurbe, ha tutte le difitte:
si pe’ poche te ggire, te l’ha fatte.
E canda ti n’ addune: Lazzarone!
Mò puse quesse, brutte magnuttone!
E scì è vojj’ a ccorre, è nu mumente:
lu pesce arroste, carne a la gratelle
mentre si coce su la furnacelle
ngi sta da fa, le sgraffe e gne nu vente
si va a nnasconne sotte a lu cuascione
addò se le pastegge a ccone a ccone.
Te puzze a lome accite, a la cantine
ci stà li surgia grusse gne ccunije
e tu arrubbe lu pane a chi fatije
a chi s’ arrizze preste la matine.
Hajje capite, nen ge sta ripare?
« Le sequie » te le fa lu munnizzare!
N’ ucchie arraperte, e l’ addre chiuse apposte,
la hatte sente e guarde de strafore
come pé dice: J sò ttraditore?
Tu vù parlà? Ti la cuscinze a pposte?
J rasceche e te lasse nu signale
ch’ è gne na firme sopre a na cambiale ...
Ma fatte che la firme, j le sconte
nghi lu dijune, nghi quattre pedate,
ma 1’hajje da pahà la rasscicate.
J tenghe 1’ ugne, ma ngi sta cunfronte;
Tu dice de lu quane: — Scibbindette!
picchè ti lecche mane, facce e ppite,
ma si nu jurne è stanche e nze n’ affide, j’ammulle na pidate a li fianchette.
A ffa quelle che ffé, nen me ci adatte.
J sò mejje de te: — J sò na hatte!
Lu marchie ‘n bronte
TTerra d’Abbruzze mé, terra mia care,
te tinghe annanze all’ ucchie a ttutte 1’ ore...
Ci ste tu sole dentr’ a cchistu core,
proprie gna fusse na bbillezza rare!
Te vulesse vedé gne na riggine,
stimate, benvulute e pprugredite,
vantate e ddicandate da puìte,
pittate da pitture sopraffine.
Vulesse ch’ a sta terre di bbillezze
ci stasse tanta fabbreche e ufficine
che rappresente ugge la ricchezze
di ggente prugrudite e cchiù ccivile.
S’ è fatte cacche cose sott’ a Chiete
allonghe, allonghe tutte la Piscare:
la zona ‘ndustriale, nzine a mmare
e cacche cose nasce a mmane a mmane
mò che a lu Uaste aesce lu mitane.
Ma è troppe poche ... Ci vò cchiù ffurtune:
Ugge li ggente arrìvene a la lune!
Ma j nin sacce pò, pe’ che rraggione
si nu puète vò avvantà sta terre,
te descrive l’Abbruzze gne na terre
addò, fra li bbillezze tante rare,
ci stanne crape, pechere e ppasture,
mintune, purce, vacche e ... ppichirare.
E nin è queste n’ esaggerazione:
te diche ca la ggente s’ è stufate
a ndravvederle pure aretrattate
nell’ intervalle a la televisione!
Ma puverelle, a mme, lu pichirare,
pirzunalmente nen m’ ha fatte niente,
anze l’ ammire pe la vit’ amare
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che fa di sotte a acche, neve e vvente:
senza na case, senza fuculare!
Pe matarazze té, sott’ a la schine,
la jerva pungicose de muntagne
e na prete ggilate pé cuscine ...
Intante ogn’ une me le dice chiare:
- « Tu si abbruzzese, e tu si ppichirare! » -
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Ah! ... D’Annunzie dapù l’ ha fatte grosse:
D’Annunzie, è nu puéte che sta terre
l’ ha castigate cchiù de tutte quante!
L’ha sempre amate, j ha vulute bbene
e l’ha discritte: (mi scusasse tante!)
Na terre nghi l’arance e ghi la live,
ma nghi na ggente rozze e pprimitive.
E’ state nu culosse che ci unore
ma canda parle de 1’Abbruzze care,
ti parle: de Cuculle li sirpare,
di la Majelle e di li pichirare ...
Tutte gnurante che le mititure,
gente che ccrede tutte a li mmalucchie,
gente che ccrede tutte a le fatture
e fra le jettature e le mmalanne,
ce sta chi dorme pé settecent’ anne!
E canda j me sende chistu pese,
come se le purtasse scritte nbronte,
ca so nnate a sta terre e a stu pajese,
e chi me pò salvà, nge sta ripare:
- « J so abbruzzese e ... j sò ppichirare! »
E dire che a lu Uaste, tutte l’ anne,
cand’ è l’ istate, arréte a li casutte
ci stanne ggiuvinette e ggiuvinutte ...
Tu gna te cride che stanne vistute,
a la manire gna dicè Carducce:
L’anche ravvolte di caprine pelli?
E chi li crede, sci scannate nganne!
L’ ucchie ha da chiude e ... ppinz’ a la salute,
sinnò s’annacquanisce lu cirvelle!
Mo la ja dice? la ja dice? - Jamme!
Stanne vistute gna l’ha fatte mamme!
Lu Volte Sante
Pusate fra lu mare e la Majelle
gne na prete priziose, nu bbrillante,
ci sta stu Santuarie a Mmanuppelle,
nghi la Riliquie di lu Volte Sante.
Annanz’ a stu quadrucce purtentose
quante lácreme amare e ‘nvucaziune,
pe’ ccercà grazie, pe’ uttinè caccose,
pe’ fa guarì, p’ avé binidizziune!
E sta Reliquie, piene di mistere,
fa grazie a cchi li preghe nghi lu core.
Pecché la Fede è fforza, Fede è amore
unica fiamme de lu monne ‘ntere
che arde sempre ‘n mezze a la speranze
che arde sempre ‘n mezze a la passione;
e se ppure sta fiamme nen ze vede,
dà la pace a lu core de chi crede!
Sopre all’ addare tutt’ allumenate,
sajje d’ incense mò nu forte addore ...
Su, pellegrine d’Abbruzze, su cantate,
cantate tutti a ggloria del Signore!
E mille rennelelle ‘n prucessione
gìrene sopre a che stu Santuarie;
trìllene e fanne ‘nturne na curone
gne quelle che Gesu portò a la Croce
E che le scinnelelle sò le spine ...
Le trille, so lu spaseme Divine,
di chi ha sufferte pe’ 1’ umanità.
Timpe luntane
J, cinquant’ anne arrete - e chi le scorde? so’ state studentelle de licè
proprie a Llanciane e queste è nu ricorde
che ‘n si cancelle da la vita mé.
Acca passate! ... mi dicete vù.
Ni è lu vere e j so’ ggrate ancore
a cchi m’ha fatte scole de virtu,
a cchi m’ha suppurtate nghi pazienze
e m’ha date lu pane de la scienze,
a cchi m’ha currisposte nghi lu core
e m’ha fatte sentì ‘n pette I’amore.
Lanciane! ... Che rricorde! ... Che passate! ...
Studia? ... ‘N ci sprimavame lu cervelle:
La notte sotte a llune e ssotte a stelle
nù javame a ppurtà le serenate ...
Picchè na vodde si facé l’amore
fruvanne scarpe pe le passeggiate
e ttu eri felice se pputive
dice a cacc’une: - « Ueh, ci sò parlate! » E’ vvenute la guerra e Sante Vite
chi la matine è state bumbardate.
Seme sintute a sparà li cannunate
mentre j ancore mi gudé la vite ...
Diciassett’anne ... Lu nuvantanove!
J ere, si pò dice tra le fasce;
so sintite na cose che le prove
dentr’a lu core pure chi è bbardasce.
J sintive a pparlà de le suldate,
di midajje, bandire e bbajunette
e na matine po’ me so arrulate
lassanne scole, libbre e ggiuvinette!
Ricorde che na sere, ttarda notte
(du jurne appresse aveva j’ suldate)
j, sole sole, me so ncamminate
pe’ la piazzette de Santa Maria
e annanze a lu cancelle de la cchiese,
divutamente me so ‘nginucchiate
pe’ rrecita tre o quattre Vemmarije.
Stave la lune e atturne nu silenzie
come de morte: ‘n ci statté nisciune;
finestre chiuse e cchiuse le purtune,
nen se vedeve manche na persone.
L’ucchie a lu ciele ... e cchilu rusone
che tanda vodde j l’avé guardate,
chiù le fissave e cchiù si facé bbelle.
Chilu rusone, sopr’ a la facciate,
simbrave nu merlette arricamate
che stave ‘n ciele, proprie gne na stelle.
E ppe’ ccuntraste, sopra l’ombra scure,
chela bbella raggiere alluminate, ù
simbrave si staccasse da lu mure!
Cchiù ssotte, nu piccione accucculate,
stave a ddurmì di sopre a lu purtale
sculpite tutte quante a perfezzione
gne nu ricame fatte da na fate,
addò ‘gni culunnette fine, fine,
sajjenne a mmane a mmane, s’atturcine
gna fusse na matasse de cuttone.
E ‘nnanze a sti billezze, ‘nginucchiate,
prigave la Madonne nghi lu core:
- « Timme luntane Tu da hi dulore,
timme luntane da na bbrutta morte!
J parte pe’ la guerre, addò la sorte
me pò fà vive e me pò fà murì:
Sopr’ a sta scale famme arivinì!
La mamma mé te preghe e t’aringrazie.
Damme nu segne ca mi fé ‘sta grazie! » A stu mumente vole lu piccione ...
ggire tre vodde sopr’ a la piazzette,
pò si ripose e ssi va a rrimette
di sopre a cchilu bbelle curnicione.
…..........................................................
…..........................................................
Doppe la guerre, j ce sò turnate
‘nnanze a la cchiese e mmi sò nginucchiate!
181
La copertina e le foto del mese sono di
Michele Calvano
Le passioni più autentiche scaturiscono da
un incontro e si nutrono di sogni fluenti, divenendo compagni fedeli per una vita. Ben
può dirlo Michele Calvano la cui complicità
con la fotografia nata negli anni 60 del secolo scorso- è pervasa da una progettualità in
costante crescita, animata da una curiosità
inesauribile verso la natura e la cultura della
sua amata terra, Vasto. Inizialmente fotografa in bianco e nero, allestendo una piccola
camera oscura. In seguito sperimenta il fascino del colore, inaugurando la sua prima
personale nella saletta ” Palizzi” di Vasto.
Negli anni 70 partecipa a numerosi Premi
fotografici, segnalandosi spesso come vincitore. Pubblica lavori su vari testi (ad esempio
sui volumetti “Immagini di Vasto,” legati alla
storica manifestazione filatelica “Vastophil”).
Sul finire degli anni 80 elabora una serie
innovativa di cartoline artistiche cogliendo
inediti scorci di Vasto. Nel 2002 realizza un
desiderio a lungo coltivato: la pubblicazione
del libro fotografico Vasto. Un mare di colori.
Con il suo secondo libro fotografico, Antichi mestieri in Abruzzo e Molise, presentato
nell’ottobre del 2011, riprende ed amplia
l’attenzione attorno all’elemento antropico.
Frutto di una ricerca iniziata negli anni 70, il
volume offre preziose testimonianze sul lavoro umile e dignitoso di contadini e artigiani. Per Calvano fotografare non è solamente
importante, ma è come respirare, è un’esigenza insopprimibile, essenziale, inevitabile.
Daniela Madonna
Glossario
Le caricature sono di Pino Jubatti
Vastese, residente a Vasto, saggista e studioso della comunicazione.
È proprietario della emittente radiofonica,
la storica “Radio Vasto”, da cui ha promosso cultura e tradizioni popolari, non soltanto abruzzese, in quasi sei lustri di attività.
Ha fondato e diretto il mensile “La Città”
e il periodico di cultura gastronomica “II
Quaderno del Pavone”, comunicazione parallela ad una trasmissione sulla storia del
cibo.
Ha pubblicato: Il cinematografo tascabile
(G. Sansoni, Milano, 1988); la cucina di tradizione in Abruzzo (2 edizioni, Provincia di
Chieti, 2000, 2002); le tradizioni produttive e culturali dell’Abruzzo (in collaborazione con Emiliano Giancristofaro, Provincia
di Chieti, 2003); II segno negato (Rivista
Abruzzese, Pescara, 2003).
Ha curato ristampe di opere storiche e filologiche di Luigi Anelli; e interventi sull’opera di Modesto Della Porta, di Cesare De
Titta, di Gigino Dommarco.
È autore del saggio Inattualità dell’Orco
pedagogico, sulla più antica forma di comunicazione, la fiaba, e la destabilizzata scuola
moderna.
Ultimo suo lavoro: a sessant’anni dalla
morte del vastese Prof. Luigi Anelli, ha tradotto, nel corso del 2003, in perfetto italiano, le quaranta famose “macchiette” in
dialetto (il Dialetto Vastese nelle 40 “macchiette” di Luigi Anelli - Vasto - Edizioni
Radio Vasto - 2003).
dei termini dialettali usati
COME LEGGERE LU UAŠTARÉULE
Duro, aspro, ricco, almeno originariamente, di
dittonghi, il Vastese occupa un posto particolare nella
classificazione dei dialetti abruzzesi, risentendo
chiaramente dell’influsso delle parlature delle
popolazioni confinanti, in primis quelli molisani e
pugliesi. Senza aver l’ambizione di codificare nulla
che non risulti dall’ascolto attento della pronunzia
e del modo di dire, mutevole spesso anche da zona
a zona della stessa città (nelle zone agricole ed alla
Marina v’è un’altra inflessione), tentiamo di dare al
lettore qualche consiglio veloce e pratico su come
leggere il dialetto vastese.
La lettera e, ad esempio, si legge soltanto se ha un
accento, altrimenti è atona. Ad esempio vàttene, vai
via; štattene, stai lì; mèdeche, medico.
La é con l’accento acuto si legge come l’italiano tre
od il francese été. Esempi: arivé, torna; méne, mani;
scupunére, suonatori di flauto.
A
abbàlla fèure, gerg. al largo
abballá’, v. ballare
abbàlle, avv. sotto. Mmond’e bbàlle,
sopra e sotto
abbattezzá’, v. battezzare
abbiciná’, v. avvicinare
abbirretà’, v. avvolgere
abbituá’, v. abituare
abbituaziàune, s.f. abitudine
abbituéte, agg. abituato
abbrëile m. aprile
abbruscé’, v. bruciare
abbulë’, v. stancare, indebolire
abbulëite, agg. stanco, indebolito
abbuscà’, v. ottenere qualcosa ma anche
nel senso di prendere botte, ricevere
percosse
abbuttá’, v. gonfiare, anche nel
significato di scocciarsi. M’àjj’abbuttáte,
mi sono scocciato. Mi si ‘bbuttáte, mi hai
scocciato
accalicá’, v. calcare, pigiare. J’a
‘ccalicáte lu quappèlle, fig. per intendere:
gli ha detto il fatto suo.
accasá’, v. accasare, accasarsi
La è con l’accento grave si legge come lèbbre, lepre;
aècche, qui o qua; pèchere, pecora.
La ë con la dieresi si pronuncia apertissima. La
vëgne, la vigna; la fëchere, il fico; la fëjje, la figlia.
Parimenti la lettera o.
La consonante g viene normalmente pronunciata
come fosse aspirata, sostituita dalla h. Guardiano
si pronuncia huardijàne; Guglielmo si pronuncia
Hujjièrme. Il gatto si dice la hàtte. Nuhòzie, negozio;
pahà’, pagare.
La consonante š, con l’accento circonflesso
rovesciato,si pronunzia con il suono sibilante sc,
come il ch del francese. Lu Uašte, quašte, Crëšte.
La î con l’accento circonflesso ha un suono a metà
tra la i e la u. Caminatîure, andatura; bîusce, buco;
baffîute, baffuto. Normalmente è la u che al plurale
assume questo suono: assùtte, assîtte, asciutti, lu
prisùtte, li prisîtte, i prosciutti.
accasále, s.f. comp. panbagnato con sale
ed origano
accattá’, v. comprare, acquistare
accëite’, v. uccidere. Anche nel senso
di sentirsi stanco, mi sénd’accëise
Imprecazione: chi šci ‘ccëise,
àcche o anche àcca, s.f. acqua. -Tî li
vàive déndre a nu bbicchìre d’àcche, te
lo bevi in un bicchier d’acqua. - Sopr’a
lu còtte l’àcca villènte, sopra il cotto
l’acqua bollente
acchiappá’, v. prendere, acchiappare
acchîppe o acchiuppe, s.f. gioco del
nascondino: jucá a la ‘cchîppe
acciáre, s.m. acciaio
acciavattá’, v. far le cose alla carlona
accibbë’, anche arcibbë’, v. saziarsi
accinná’, v. accennare, ammiccare
acciuppucá’, v. azzoppare
acciuppucáte, v. azzoppato, pl.
acciuppuchète
acciuqqué’, v. chinare, abbassare,
piegare. - Accîcchete! Chinati!
accräšcà’ v. accrescere
accucchié’, v. accoppiare, mettere
183
184
insieme, raccogliere, rimediare qualcosa
accumbagná’, v. accompagnare
accumunzá’, v. cominciare
accundendá’, v. accontentare
accurtunë’, v. accorciare, abbreviare.
fig. nel significato di morire, accurtunë’
li pásse
accuscë’, avv. così
accuzzé’, v. rannicchiarsi, stringersi a
qualcuno
ácene, s.m. acino
acinijé’, v. raccogliere acini o anche
olive
addafére o anche addaféure, avv. fuori,
all’aperto
addavàire, avv. veramente
addó’, avv. dove, ‘ddo vì? Dove vai?
addraddire, avv. l’altro ieri
addre, agg. altro
adducchiá’, v. adocchiare
addurá’, v. odorare
addurmë’, v. dormire
addusulè’, v. origliare
adduvundá’, v. diventare
aëcche, avv. qua
aëlle, avv. là
aësse, avv. li vicino
affëtte, s.f. affitto, pigione
affidà’, v. affidare, ma anche nel senso
di star bene, di farcela. ‘Z n’affëde, non
gliela fa
ahàšte, s. m. agosto
àgne, s.f. unghia
aiutànde, s. aiutante
ajjutá’, v. aiutare
alimàne, s.m. animale pl. aliméne
allàure, avv. allora
allavá’ o anche arravá’, v. lavare
allemosine, s.f. elemosina
allemusinà’, v. elemosinare
all’imbite, avv. in piedi.
allišciá’, v. lisciare, abbellire
allungá’,v. allungare
allusscé’, v. vedere, far luce. Póche ci
allîssce, poco ci vede
álme, s.f. anima. L’Álme di li murte, la
festa dei defunti
ambará’, v. imparare. L’arte de táte è
mezze’mmbaráte, l’arte di tuo padre è
mezza imparata
Amblìngh, n.p. amministratore di Cesare
Michelangelo d’Avalos a cui è intitolata
la Loggia che da piazza Marconi conduce
al palazzo marchesale
amicëizije, s.m. amico
amicëzie, s.f. amicizia
ammacciuccá’ o anche
ammacciuqquá’,v. schiacciare, formare
una massa, ammassare e pressare nello
stesso tempo
ammacciuccáte o anche
ammacciuqquáte, agg. schiacciato.
Ha ‘mmacciuccáte la nàive pe’ ffá’ ‘nu
pupuattàune, ha schiacciato la neve per
far un pupazzo
ammahagnëte, agg. magagnato
ammalá’, v. ammalare
ammànghà’ v. mancare
ammascicá’, o anche ammasciché’, v.
masticare, anche nel senso di gualcire,
aggrinzire riferito ad abiti, stoffe. Tè’ li
cażżîne tutt’ammascichéte, ha i pantaloni
gualciti
ammascicáte, agg. masticato, gualcito
ammédie, s.f. invidia
ammullá’, v. ammollare, ammorbidire,
anche nel senso di cedere o di
consegnare. Ammorbidire la barba con
la schiuma, ammullá la varve. Cedere
subito, sîbbet’ammolle. Adesso gliela do,
mo je l’ammòlle
ammulláte, agg. ammollato,
ammorbidito
ánde, agg. e s.m. unto
angustijà’, v. angustiare,
angustijète, agg. angustiato
ànne, s.m. anno
annehà’, v. annegare.
annènde, avv. davanti. Annend’e rréte,
davanti e dietro
appennà’. v. appendere
appiccé’, v. appicar fuoco, accendere,
illuminare
appuré’, v. appurare, risapere. Anche nel
senso di far chiarezza,- e chi c’ appîure!
arbiciné’, v. Riavvicinare, accorciare le
distanze. - Pi chèlla véjje s’arbicëine.
arcilijàne, s.m. polpo
arciprèdde, s.m. arciprete
ardàgne, s.f. arredamento di legno
ardëiche, s.f. ortica
arepeccáte, agg. ritoccato, restaurato,
truccato con rif. ad una donna,
‘na fémmen’arepeccáte
aritójje, v. ritogliere, riprendere
ariccòje, v. raccogliere
ariccundá’, v. raccontare
arichiamá’, v. richiamare
ariciáive’, v. ricevere
aricicilijé’, v. rimettersi a nuovo,
imbellettarsi
aricicilijéte, agg. rimesso a nuovo
ariccòje, v. raccogliere
aridá’, v. ridare, restituire
arifà’, v. rifare. S’usa anche nel senso di
coltivare i campi, avere una rivincita nel
gioco, restituire un debito
arifànne, v. rifondere, perdere, rimettere
denaro
arifàtte, agg. rifatto, ricomposto,
raffermo nel caso del pane
arimàtte, v. darsi un cognome, gna
t’arimètte? Qual è il tuo cognome?
arimàtte, v. rimettere. Arimàttel’ a lu
pušte
arimbié’, v. riempire
Arimbònne, v. andar di traverso
ariminë’, v. tornare
arindenne, v. intendere, capire,
comprendere qualcosa, essere esperto di.
Es. se n’arindènne
aripaiudë’, v. digerire, ‘ripaiudëšce
schinènze li préte digerisce persino le
pietre
aripànne’, v. stipare, mettere da parte
aripiéne, agg. ripieno, al pl. aripìne
aripònne, v. riporre
ariprijé’, v. compiacersi, rallegrarsi con
se stesso
ariprijéte, agg. compiaciuto, allegro
aripusá’, v. riposare
arisidîte o arisidîute, agg. trattenuto,
scaduto, passato
arispànne’, v. rispondere
arištragne’, v. raccogliere
arisvejà’, v. risvegliare
aritravuddá’, v. insudiciare, rivoltarsi
aritravuddáte, agg. insudiciato, rivoltato,
scombussolato
aritruvá’, v. ritrovare
arivé’, v. venire ma anche tornare
indietro, ariváttene
arividá’, v. rivedere
Arizzuzzà’, v. rimbalzare
arrachë’, v. rimanere senza voce
arrajâ’, v. arrabbiare
arrajjá’, v. ragliare
arrapë’, v. aprire
arrénne, v. rendere, rifare, restituire.
Arrénne l’abbàje, prendere in giro,
sfottere, imitare.
arréte, avv. dietro, štu passát’arréte:
poco tempo fa
arriggištrà’, v. registrare
arrotacurtuìlle, s.m. arrotino
arruà, v. arrivare
arruinà’ v. rovinare
arruinète agg. rovinato
àrze, s.m. orso
arzèlle, s.m. arzillo
ašcë’, v. uscire
Ascenziàune, s.f. Ascensione, ricorrenza
religiosa
ásene, s.m. asino; al plurale èsene
aspittà’, v. aspettare
assettá’, v. sedere
assicuré’, v. assicurare
assîtte, od anche assuquéte, agg. asciutto
assuqué’, v. asciugare
assutturrá’, v. sotterrare
attaccáte, agg. legato, attaccato
attarallá’, v. arrotolare
attindá’, v. toccare, tastare, palpare.
Tastare il polso, attindá lu pàżże
attizzé’, v. attizzare
atturé’, v. turare
ahuànne o anche huànne, s.m. l’anno
corrente
autëšte, s.m. autista
avá’, v. avere. Indicativo presente: ajje
avánde, avv. annènde o annènże avanti
avaštá’, v. bastare
avàšte, avv. basta
Avvènde, s.m. l’Avvento, ricorrenza
religiosa
ażżá’, v. alzare, ahàzze lu passe, aumenta
il passo
azzeccá’, v. indovinare, cogliere
l’obiettivo, azzeccare
185
B
bbahànze, s.m. bigoncio, vaso di legno
186
adoperato soprattutto nella vendemmia,
pl. bbahînze
bbandàune, s.m. carrozzone
bbànne, s.m. bando, editto; modo di dire:
va’ jittànne lu bbànne
bbannitàre, od anche bbalëjje s.m.
banditore
bbardàšce, s.m. bambino, ragazzo, pl.
bbardéšce
bbàrże, s.f. borsa
bbaštànde, s.m. il giusto, il sufficiente.
Ni’ mnagná’ naquàlle, màgne lu
bbaštànde, non mangiare molto, solo il
giusto
bbastimènde, s.m. bastimento, nave.
Patròne di bastimènde, va ‘mbarca
‘n affëtte, per dire di persona che si è
rovinata economicamente
bbaštàne o bbaštàune, s.m. bastone
Bbaštiàne, nome pers. Sebastiano,
Bastiano
bbattiżżá’, v. battezzare
bbaffe, s.m. baffo, pl. bbèffe
Bbajunàtte, soprannome
bbalëjje, od anche bannitàre s.m.
banditore
bbaràchele o anche bbaràcchele, s.f.
razza, pesce marino. Anche nel senso di
macchia d’unto
bbèlle, agg. bello
bbéne, s.m. bene
bicchìre, s.m. bicchiere
bbiéte o anche bbiàte, s.f. bieta, verdura
bbinidàtte, agg. benedetto
bbinizzàne, s.f. benedizione
bbisagne, s.f. bisogno, necessità
bbîsce, s.m. buco
bbóne-a, agg. buono
bbongiórne, int. buongiorno
birbàune, s.m. e agg. birbone, pl, li
birbîune
birlìcche e birlòcche, modo di dire: fà’
birlìcche e birlòcche
bbisešte, s.m. bisestile, l’anno bisestile
bbittàne o bbittáune, s.m. bottone, pl.
bbittîne o bbittîune, anche gioco di
bambini, jucà a bbittîne, consistente nel
premere con un bottone su un altro per
farlo saltare lontano
bizze (‘m) ‘m bëzze, avv. sul filo,
sull’orlo, rasente rasente. Camëne ‘m
bizze ‘m bëzze a lu fosse
bbonàlme, s.f. la buonanima, la
bbonàlme de táte
bbottamarëine, s.f. medusa marina
bbrîtte, agg. brutto. Mod. di dire: è
bbrîtte e mmalecaváte
bbuscë’, s.f. bugia
C
ca, pr. rel. che
cacà’, v. cagare, defecare
Cacanëte, soprannome
caccavèlle, s.f. paiolo
càcche, pron. qualche
cacchése o cacchéuse, s.f. qualcosa
cacchiàte, agg./s. germogliata, gemmata,
Per dire di persona inconcludente e futile:
è na fàva cacchiàte!
cacchiatîre, s.f. incavo
cacchijà’, v. germogliare, gemmare
cacciá’, v. cacciare, emettere, eleggere.
Anche nel senso di servire, caccej’a
vváve, dagli da bere
caccinélle, s.m. dim. cagnolino, cucciolo
cacciùne, s.m. cucciolo.
cachìsse, s.m. cachi
Caddáne, n. per. Gaetano
cafàune, s.m. cafone
càgge, s.m. calcio, pl. li chègge
caggiàne o caggiàune, s.m. calzone,
raviolo fritto ripieno di marmellata
d’uva o composto di ceci oppure miele e
mandorle. pl. caggîne o caggìune
caggimùnie, s.m. calce
cagná’, v. cambiare
cainàte, s.m. cognato
Cajàsse, soprannome
cajéle o cajéule, s.f. gabbia
calafáre, s.m. calafatatore
calafatá’, v. calatafare
calamáre, s.m. calamaro, pl. calamére
calicapàsse, s.m. colica
callaráre, s.m. calderaio, ramaio
calláre, s.f. caldaia
callarèlle, s.m. paiolino, s’usa anche per
indicare il secchio usato dai muratori
càlle, agg. caldo. A càll’a ccàlle, si dice
per intendere un’urgenza, una necessità
impellente: a càll’e a ccàlle si vàtte lu
fèrre. pl. chèlle
cambá’, v. campare
cambagne s.f. la campagna. ‘ngambágne,
in campagna
càme, s.f. pula, pulviscolo del grano
battuto
camenà’, v. camminare
camëisce o camìscia, s.f. camicia
canapîzze, s.f. puzzola. L’ óme cacciáte
gnè ‘na canapîzze: l’hanno cacciato
come una puzzola
canàsce, v. conoscere
cánde, avv. quando
cànde, s.m. conto. pl. li chînde
càndere, s.f. orcio
cáne, s.m. cane. pl. chéne. - Chéne’ e
chéne ‘n’ żi máccechene, cani e cani non
si mordono
canëjje, s.f. crusca. Anche vrànnele
caneštráre, s.m. canestraio
cànghe, s.f. conca
Cangillìre, soprannome
cannàile o anche cannàle, s.f. candela,
pl. li cannàile, li cannéle
cannarîute, agg. goloso. Genericamente
riferito alla gola, lu Sande Cannarîute,
San Biagio, protettore della gola
cànne, s.f. canna o anche gola. M’è
rimàšte ‘n gànne, per dire di desiderio
insoddisfatto
Canniléure, s.f. festa della Candelora,
della purificazione
capá’, v. scegliere
cápe, s.m. capo, testa, capecólle:
capocollo
capefiàre, s.m. cavolfiore
capabbàlle avv. sotto, giù. capàzze, s.f.
la corda con cui si governa un animale,
redini
capichîule (a la), avv. al rovescio. Si dice
anche a la dimmérze
capiscióle, s.f. nastro, fettuccia di raso o
di stoffa
cappîcce, s.m. cappuccio, verdura
Cappucciàlle, soprannome
caraštéje, s.f. carestia
carciráte, s.m. carcerato
cardàne, s.m. cardone, cardo
cardìlle, s.m. cardellino
carijamùrte, s.m. addetto al servizio
funebre, becchino, beccamorto
carivàne, s.m. carbone
carivunáre, s.m. carbonaio. pl carivunére
carivunèlle, s.f. carbonella
Carminîcce o Carminùcce, n. pers.
Carminuccio, diminutivo di Carmine
Carnarëjje, n.pr. Carneria, contrada nella
zona di Punta Penna
carne s.f. carne pl. cherne. Ricce de
chèrne sta per brividi
Carnëvale o anche Carnivále, s.f.
martedì grasso, la Carnëvale, il giorno
che precede Le Ceneri
Carpatìlle, soprannome
Carrafóne, soprannome
càrte, agg. corto
Casàrze, n.pr. Casarza, contrada sul mare
tra San Nicola della Méta e Trave
cásce, s.m. cacio, formaggio in generale
Cascëgne, s.m. soprannome
cascëgne, s.m. tipologia di cicoria,
grespigno
casemènde, avv. semmai, nel caso che, se
‘n ‘gasemènde
casce, s.f. cassa
casòtte, s.m. casotto, cabina. Riferita
normalmente agli spogliatoi sulla
spiaggia. Li casùtte
caštágne, s.f. castagna
cataplàsme, s.m. cataplasma, impiastro;
anche in senso dispregiativo, si nu
quataplàsme
catàrre, s.f. chitarra, strumento per fare
maccheroni. Catàrre pe’ li maccarîne
Ccattàveine, nomignolo uomo dappoco
càute, s.f. coda
cavàcce, s.m. gozzo, degli animali ma
anche delle persone
cavalláre, s.m. allevatore o noleggiatore
di cavalli. Era anche l’appellativo dato a
chi aveva l’incarico della vigilanza quando
frequenti erano le incursioni dei turchi
cavatìlle, s.m. pl. gnocchetti fatti a mano
incavati con le dita
cażżàtte, s.f. calzetta
cażżîne, s.m. calzoni
187
188
cchî, avv. più
cciàre s.m. acciaio
cciudàjje, s.m. strage, massacro, anche
nel senso di profanare, oltraggiare, di la
fàmmene a la ‘Mèreche l’ome fanne nu
cciudaje
ccone o anche ccàune, avv. poco; nu
‘ccone, un poco
cëfere, s.m. aferesi di Lucifero. Si dice
di chi ha i capelli arruffati o di chi ha
aspetto appunto luciferino. Anche nel
senso di turbine, vento forte. Nu cëfere di
vende
cëime, s.f. cima
cènde, cento
cenneráte, s.f. gioco di bambini
consistente nel tentativo di denudare
qualcuno
cerajéle, s.m. ceraio, artigiano che lavora
la cera
cèrche, s.f. quercia
cére, s. f. cera, candela. Modo di dire: ti
‘na bbella cére
cëtele, s.m. bambino, si usa anche
bbardàšce o anche quatráre
Cettì’, n.p. diminutivo di Concetta,
Concettina
chëile, s.m. chilo
chëlle, pr. pers., plur. essi
chéure, s.m. cuore
chéuse, s. f. cosa
chiàcchiare, s.f. chiacchiera
chiane, agg. piano. Chiane chiane, piano
piano
chiavicàne, s.f. grossa chiavica. Riferito
anche a persona poco raccomandabile,
disgustosa, diventa s.m. nu chiavicàne
chicàcce, s.f. zucca
chicucciàlle, s.f. zucchina
chíjse, s.f. chiesa
chillì, pr.pers quella lì
chissì-chištì, pr. pers. codesta, questa
chîule, s.m. sedere, culo
Ciacianèlle, soprannome
ciamîrre, s.m. cimurro, raffreddore dei
cani
ciammajëche, s.f. lumaca
cianghétte o anche ciangàtte, s.f. pesce
marino
ciànnere, s.f. cenere. pl. li ciànnere. Lu
jurne di li Ciànnere, il giorno delle Ceneri
ciappàne, s.m. nespola
ciaramelláre, s.m. suonatore di
ciaramélle
ciaramèlle, s.f. flauto rustico
ciavàrre, s.m. il piccolo della vacca,
della pecora o della capra. S’usa anche
nell’accezione di cornuto
cicá’, v. accecare, privare della vista
cicàle, s.f. cicala, e anche cicala di mare
cicáte, s. e agg. cieco, privo della vista
cîcce, s.m. ciuccio, asino
Ciccille, dim. di Francesco, Fa lu don
Ciccille, per dire di persona che fa il gagà
Ciccio, nome di persona, dim. di
Francesco
Cicchipallàtte, soprannome
cìcine, s.m. orcio per acqua e vino
ciciricchiáte, s.f. cicerchiata, dolce tipico
di carnevale
ciff’ e ciáffe, s.m. nome di ricetta
culinaria
Cifricònie, s.f. paese immaginario, per
dire di luogo molto lontano. es. vatténe a
la Cifriconie
cignótte, s.m. pirata. Termine
marinaresco usato perlopiù al pl. li
cignùtte per indicare i pirati provenienti
da Dulcigno
Cillàcchie, soprannome. Letteralmente:
uccellaccio
cillëne, agg. tipo sveglio, intelligente,
furbo
cimindá’, v. molestare, disturbare
cinghecènde, cinquecento
cingîune, s.m. fiocchi di neve grandi
cinìlle, agg. socchiusi, riferito agli occhi,
Tè l’ucchie cinìlle cinìlle
ciòcchele, s.f. conchiglia; dim.
ciucculèlle
cionne, s.f. organo sessuale femminile,
da cunno, lat. cunnus. Anche come agg.
per dire scandalosa, indecente.
ciòppe, agg. e s.m. zoppo
cipàlle, s.f. cipolla
cipulláte, s.f. cipollata
circá’, v. cercare, circh’e ddummànne
cirésce, s.f. ciliegia
cirimónie, s.f. cerimonia
cistàne, s.m. cesto usato per trasporto a
dorso di asino. Pl, li cistëne
cištinie, s.f. testuggine
citràne, s.m. cocomero, anguria
citrànghele, s.m. arancia amara
ciucce, s.f. vagina, organo sessuale
femminile. N’arrive a vascià la ciucce
all’asene per dire di persona di bassa
statura
ciucculattìre, s.f. pentolino di rame per
fare il caffè, la cioccolata, bricco
ciùcene o anche cîcile, s.m. contenitore
di terracotta per il vino
ciuffulé, v. fischiare
ciuhàtte, s.f. civetta. Fá’ la ciuhàtte, sta
spiando. Anche soprannome
ciummunìre, s.f. canna del camino,
fumaiolo, pl. ciummunìre
ciurvélle o anche cirivèlle, s.m. cervello
cirivèlle, s.m. cervello
citoléne, s.f. acetilene. Idrocarburo gassoso
prodotto dalla reazione dell’acqua col
carburo di calcio
civelótte, agg.dim. civilino dai modi civili
civëile, agg. civile, cittadino, borghese
cócce, s.f. testa
cóce’ o anche chèuce’, v. cuocere;
cucéme ossia cuociamo
còjje’, v. cogliere
colle o cuôlle, s.m. collo
cómede, s.m. ernia
conde, s.m conto, pl.chìnde
còppe, s.f. coppa, tegame con coperchio
per cuocere sotto la brace del camino, le
patane a la còppe
córe o anche chéure, s.m. cuore
còreve, s.m. corvo, pesce marino
cosadàgge, s.f. dolce, pl. cosadìgge
Cóseme, n. di persona, Cosimo. Fá’
Cóseme, uno che fa l’indiano
cósse, s.m. gamba; pl. li cósse
cràite’, v. credere
cràpe, s.f. capra
cràšte, s.m.passeraceo. L’ànne abbuttáte
‘gne ‘na cràšte, l’hanno massacrato di botte
cràte, s.f. creta
cràuce, anche crâce, s.f. croce
cresòmmele, s.f. susina, dal greco
crisomelon: aureo frutto
criànze, s.f. educazione, buone maniere
crijatîre, s.f. creatura, neonato, bambino
crinìnze, s.f. stenti, inedia, fame. È
mmòrte di crinìnze, è morto di stenti
crisòmmele, s.m. prugna
critàne o critáune, s.m. argilla
crìute, agg. crudo
crivèlle, s.m. crivello, strumento per
mondare il grano
cròlle, s.m. filare, corolla. Nu crolle di
saggiccie E’ il latino corolla
cuatafalche, s.m. catafalco
cucchiáre, s.m. cucchiaio
cùcchie, s.f. coccio. L’ha fatte cùcchie
cùcchie, l’ha fatto a pezzi
Cucciulone anche Cucciuluàune,
soprannome, ma anche una specie di
pesce chiamata Gallinella
cuccìute, s.m. o agg. cocciuto
cuciuná’, v. cucinare
cuffujé, v. sbeffeggiare, prendere in giro.
Originariamente, trasportare con le ceste
(coffe) il grano nei bastimenti
cuffijëte. s. preso/a in giro, raggirato/a
cularèlle, s.f. procedimento di filtraggio
della cenere per ottenere la liscivia
culàure o chîlàure, s.m. colore
cullî, pr. pers. quello
cumblimènde, s.m. complimento, pl. li
cumblimìnde
cumbuàre o anche cumbuà’, s.m.
compare
cumbuàtte o cumbuétte, s.m. confetto,
pl. li cumbuìtte
cummiàre, s.f. comare, madrina
cummîne, s.f. comune. La cummîne
cummuátte’, v. combattere, contrastare,
f. nel senso di aver a che fare, ‘n’ gi vujje
cummuátte nghi li scìme
cumunènde s.m. compagno, amico
cunëjje, s.f. coniglio
cunfîse, s.m. confuso
Cunguarèlle, località sulla scogliera
cunnanná’, v. condannare
cunnuànne, s.f. condanna
cunnuluà’, v. consolare
cunuéte, s.m. cognato, con il pron. poss.
cunuèteme
cunżègne, s.f. consegna
cunżéle o anche cunżòle, s.m. consolo,
consolazione
cunzumuà’ , v. consumare
189
cupelléise s.m. cittadino di Cupello
cuppeine, s.m. mestolo
curiàse o curiàuse, s. m. curioso
cùrpe, s.m. corpo. Inteso anche come
animo. Sacce jë che ttingh’’n gùrpe, so io
cosa mi rode dentro
cussî, pr. pers. codesto
cuštî, pr. pers. questo
cuttîre o cuttîure, s.m. pentola
da Porta Palazzo reca alla Marina
ducumènde, s.m. documento
duluènde, s. e agg. dolente, afflitta.
Scażż’ e nníute, mëser’ e dduluènde
dumàne, s.m. domani
Dumìniche, Domenico
dumuàniche, s.f. domenica
dunatëive, s.m. doni messi all’asta
in occasione di festività religiose,
soprattutto in zone rurali
D
dá’, v. dare. Indicativo presente: dìnghe
E
ècchele vë’, avv. ecco vedi
190
dàdde, s.m. il secondo piano d’una casa,
lu dàdde
dàgge, s.m. o agg. dolce, pl. dìgge, dim.
duggiarèlle
dàite, s.m. dito, pl. déte
dammàjje, s.m. danno, perdita
danàre, s.m. denaro, pl. denère
dàndre, avv, dentro
dapù, avv. poi, dopo, anche dóppe
daràsse, avv. lontano
ddaràsse, avv. distante
ddàzie, s.m. dazio
Ddë, s.m. Dio
ddijîne, s.m. digiuno
dducènde, duecento
dëce’, v. dire
déche, s.m. idea, progetto. Che déche tî?
Che idea hai?
dènde, s.m. dente., pl. li dìnde
depëgne’, v. dipingere. Più diffuso è il
verbo pittá’
dëtte, s.m. detto, proverbio. Šta
pe’ddëtte, sta per detto, proverbiale
dijàvele, s.m. diavolo
dilinguènde, s.m. delinquente, pl.
dilinguìnde
dimmèrze, avv. al rovescio. S’ha mässe
la majj’a la dimmèrze, s’è messo la
maglia al rovescio
dirëtte, agg. diritto. Tiré’ a dirëtte, tirar
diritto, prendere scorciatoia
dijùne, s.m. digiuno
ditàlle, s.f. ascelle. Anche in italiano
antico. Sott’a li ditàlle
dógge, agg. dolce
dóppe, avv. dopo
Drëtte, s.f. La Diritta, nome di strada che
èuve, s.m. uovo
F
facciasàlve, int. che vergogna!
facciaténte, s.f.. lett. facciatinta, nel
senso di falso, ipocrita
fáfe, s.f. fava
faggiàune, s.m. falcione
faggìje, s.f. falce
famèjje, s.f. famiglia
fàmmene, s.f. femmina, donna
farëne, s.f. farina
fasciéule, s.m. fagiolo, pl. fasciùle,
pašt’e fasciùle
fatijatàre o fatijatáure, s.m. lavoratore
fatijé’, v. lavorare
Fattappóšte, soprannome
fattarìlle, s.m. fatterello pl. fattarìlle
fátte, s.m. fatto, accadimento, pl. fètte
fattîre, s.f. fattura, malocchio
fëchere, s.m. fico
feile, s.m. filo. Nu fèile de vende, un filo
di vento fëjje, s.f.e m. figlia
fëjje, s.m. figlio
fèlle, s.f. fetta. ‘Na félle di citràne, una
fetta di anguria.
ferracaválle, s.m. ferracavallo, maniscalco
fèšte, s.f. festa
fetá’ o fitá’, v. far le uova da parte della
gallina. La hallina ha fitáte
fihîrete!, int. figurati!
fijáure, s.m. fiore, al plurale li fijîre
fihîre, sf. figura
filippëine, s.f. refolo, venticello
finùcchie, s.m. finocchio
fisculáre, s.m. fiscolaio, artigiano addetto
alla realizzazione di fiscoli
fissàure, s.f. padella, di solito quella per
la frittura
fissarëjje, s.f. fesseria, stupidaggini
fisserèlle, s.f. padellina
fittëine, s.f. fettina di carne
fiucche, s.m. varietà di dolci alla
mandorle
fihuràune, s.m.figurone
fóche, s.m. fuoco
fóre, avv fuori
fràcete, agg. marcio, fradicio .pl. frécete
fracitá’, v. marcire, infracidire
fràdde, s.m.e agg. freddo
fràffe, s.m. muco del naso. Pan’e fràffe
frànne, s.f. foglia, pl. frùnne
fràsche, agg.fresco
fráte, s.m. fratello. Tuo fratello si dice
frátte
frahajje, s.f. piccoli pesci
fraštîre, s.m. forestiero
Fratìlli di lu Mànde, s.m. congregazione
religiosa dei Fratelli del Monte dei Morti
fràtte, s.f. siepe
frève, s.f. febbre
frijà’, v. friggere
frijacrëšte, s. lett. friggicristo, riferito ai
lancianesi
friscelle, s.f. fuscelle per formaggi
frisèlle, s.f. schiaffo, un manrovescio.
Mò te tëire ‘na frisèlle, adesso ti do uno
schiaffo
frittîre, s.f. frittura
frummàgge, s.m. formaggio
fuculáre, s.m. camino, focolare
fîume, s.m. fumo
frussìaune, s.f. raffreddore
fuànne, s.m. fondo, lu fuànne de lu
bbicchìre
fujëine, s.f. insetto della famiglia degli
scarafaggi che si muove velocemente.f.
scàppe gnè ‘na fujëine
fumìre, s.m. letame, dal francese fumier.
Non poche parole vastesi sono francesi.
funàre, s.m. funaio, cordaio
furà, s.m. soffio. Furà de vende, soffio di
vento
furbuàre, s.m. febbraio
furlungìlle, s.m. fringuellino,
soprannome
Furnarìlle, soprannome, lett. fornaretto
fùrte, agg. forte
fùsserelle, s.m. ramaiolo
futtebbàlle, s.m. il gioco del calcio
G
gànne, s.f. gola. T’acchiàppe n gànne, ti
prende alla gola
gendelàzze, s. gentilezza
ggiàvene, agg. e s.f. e m. giovane
ggîdice, s.m. giudice
ggîgne, Giugno
ggigne, catagigne e lu muèse de Ggigne,
modo di dire
Ggisàrije, Cesario
Ggisî, Gesù
Ggiubbullé, s.m. Giubileo
ggiudiziàse, s,f. giudiziosa
Ggiuhuànne, Giovanni
Ggiuvuë’, n.pr. Giovina
ggiuvunótte, s.m.giovanotto, femm.
giuvunátte
gile (‘n’), avv. a pelo. ‘N gile d’àcche, a
pelo d’acqua.
giurnuàle, s.m. giornale
gna’, avv come
gnorscë, avv. signorsì
gratelle, s.f. graticola
grátte, s.f. grotta
gràveda, s. gravida
grósse, agg. grosso
H
hallëine, s.f. gallina
hallinàcce, s.m. tacchino. f. fà lu
hallinàcce, per dire che parla poco
hànne, s.f. gonna
hardijáne o huardijáne, s.m. guardiano
hasse, egli
hatterèle, s.f. piccola apertura delle porte
per consentire il passaggio dei gatti
hàtte, s.f. gatto
honna, s.f. gonna
hragnilàtte, s. m. tracina ragno; pesce
hrambalupëine, grambalupëine, s.f. erba
sulla
191
hranáre, s.f. scopa
hrandënije, s.f. granoturco
hráne, s.m. grano
hrànge, s.m. granchio; dim. hrangitìlle
hrànghele, s.m. pesce
hraté, s.m. gratin
hròsse, agg. grosso
hruanäre, s.m. granaio
huà, s,m. guaio, pl. huè
huadagnà’ v, guadagnare
huadàgne, s.m. guadagno
huaštaréule, vastese, pl. huastarùle
Huašte (Lu), Vasto
huàtta huátte, modo di dire, piano piano,
con circospezione
huattáte, s.f. posto riparato, nicchia
huàzze, s.f. guazza, fanghiglia
hudé’, v. godere
Hujjèrme, n. pr. Guglielmo
hùteme, s.m.ultimo
Iîffe (a), modo di dire, a ufo, gratis, senza
192
pagare
imbénne, v. appendere, anche nel senso
di impiccare: - chi scì ‘mbése
imbiccéte, agg. impegnato, occupato
imbilà’, v. infilare, anche nel senso
di cucire, imbastire: lu sartàre
‘mbilapidùcchie, pe’ la fame se càcce
l’ucchie
impinnà’. v. impiccare
imbrujjà’ v. imbrogliare, viene usato
anche nel significato di sporco: imbrujète
imbruvvusáte, s.f. improvvisata
imprèsse, agg. impresso, part. pass di
imprëme
indrattená’, v. intrattenere. Me vajje a
‘ndrattená’
inganná’, v. prendere alla sprovvista,
cogliere, ‘ngannà’ lu sonne
ingaricá’, v. preoccuparsi, farsene
carico.’N de’ngarecà’, non
preoccupartene
ingascijá, v. incaciare, coprire di cacio.
In senso figurato, ha ‘ngascijàte ‘n dèrre
ingascijáte, coperto di cacio, maccarîne
‘ngascijéte
ingazzáte, agg. incazzato, arrabbiato.
Štinghe ‘ngazzáte
ingènze, s.m. incenzo
ingifirëite, agg. infuriata, indiavolata.
Deriva da cëfere, aferesi di Lucifero
ingiucià’, v. ubriacare
ingiuciàte, agg. ubriaco
îtime, agg. ultimo
iucà’, giocare, soprattutto nel senso di
giocare con le carte
iudëzie, s.m. giudizio
îve s.f. uva
Jj’, pron. pers. sing. io
jànnela, s.f. ghianda.
‘jë’, v. andare. Indicativo presente. Vajje
jenga, s.f. giovenca
jengarélle, s.f. dim. giovane giovenca
jëreve, s.f. erba
jinnáre, s.m. gennaio
jittàte, s.m. fannullone, nullafacente
jitticà’, v. spaventare, sobbalzare (per lo
spavento)
jjéuve, s.m. giogo, Secondo un’antica
credenza il giogo non dev’essere mai
bruciato perché altrimenti il proprietario
non potrà mai trovar pace all’altro mondo
jònde, s.f. l’aggiunta, pezzo di pane,
pizza od altro in aggiunta per far
quadrare il peso
jondacavàlle, s.f. gioco della cavallina
jómmere, s.m. gomitolo
Jüccia od anche Jîcce, dim. Grazia
jumènde, s.f. cavalla
juqué’, v. giocare
jurnáte, s.f. giornata
jùrne, s.m. giorno
juštuèzie, s.f. giustizia
L
la-lu, art. sing. m., f. il, la
làcce, s.m. sedano
lamendá’, v. lamentare
lamete, s.m. limite, confine
landá’, v. lasciare
làine o léna, s.f. legna, pl. li làine
lapìe, s.m. tegame da cucina
làreche, agg. largo, largo. Óme hròsse
camiscia làreche, per dire di un uomo
grande, ma pigro
lassá’, v. lasciare
làupe, s.m. lupo
lavannáre, s.f. lavandaia
lëbbere, agg. libero
lèbbre, s.m. lepre
lécene, s.f. susina
lëire, s.f. lira
‘léive, s.f. ulivo
lètte, s.m. letto
léttere, s.f. lettera
lëttre, agg. elettrico, o elettrica. La lucia
lëttre, la luce elettrica
li-lì, art. i. Articolo plurale maschile e
femminile
lîce, s.f. luce
Liffànze, Alfonzo
Lijàune, soprannome
lîjje, s.m. luglio
lìje, catalìje e lu muèse di Lìje, modo di
dire
lindëcchie, s.f. lenticchie
lišcìja, s.f. liscivia. Lišcìja felice, liscivia
non fatta in casa, comperatain negozio
Lištàsse, soprannome
lîuce o anche lîsce, s.f. luce. Il secondo
usato nel gergo marinaresco, ‘na lîsce
d’ácche, l’acquazzone
locche, agg. lento, pigro
lòffe, s.f. peto non rumoroso
Lu Huašte, Vasto
lucenecappèlle, s.f. lucciola
lu furnàre, s.m. fornaio
Lujëgge, n. per. Luigi
lunárie, s.m. lunario
lunuddë, s.m. lunedì
Luréte, soprannome
M
machinàtte, s.f. macchinetta. Anche nel
senso di vetturetta, autobus di pochi posti
che girava all’interno del centro storico
maddimane, v. questa mattina
magná’, v. mangiare
magnatàre, s.f. mangiatoia
Magnacirésce, soprannome
màise, s. m. mese
mahàre o anche macàre, s.m. mago,
santone. veggente
máje, maggio
Maje, catamaje e lu muèse de Maje,
modo di dire
màjje, s.f. moglie
májje, avv. meglio, migliore, più buono
mále, agg. male
malùcchie, s.m. malocchio
màmme, s.f. mamma. Màmmete, tua
madre
mammëne, s.f. levatrice
mànde, s.m. monte. Nella loc. a monte e
a valle, mmónd’e bbàlle
mandìre, s.f. grembiule
màne, s.f. mano pl. méne
manëbbele, s.m. manovale
Màneche, s.f. manica. Pl. méneche
mànghe, avv. manco, nemmeno
manìre, s.f. maniera, modo, modalità
mannà’,v. mandare
mànne, s.m.. mondo
marëine, s.f. marina
marëite, s.m. marito
maritá’, v. maritarsi, sposare
marròcche, s.f. spiga di granturco
massàire, avv. stasera
másse, s.f. messa. Rito della messa.
màsse ‘nginnirëzie, messa delle ceneri
mašte, s.m. maestro, riferito al maestro
artigiano
maštre s.m. maestro. Anche mašte
matèine, s.f. mattina
matëzze, s.f. tempo minaccioso
mátte, s.m. matto
màtte’, v. mettere
mattitá, s.f. mattità, pazzia
mazzangrèlle, s.m. locusta
mazzánne, s.f. mazzata
mazzemarèlle, s.m. folletto
‘mbènne’, v. appendere, impiccare. Te
pòzzene l’òme ‘mmbènne, ti possano
impiccare. L’òme è l’impersonale, come
l’on francese
mbiašcà, v. imbiancare, anche nel senso
di incipriare, si l’mbiášchene la facce
nghi la ciprie...
‘mbilé, v. infilare
‘mbirrá’, v. inferrare, chiudere con
un’inferriata, serrare
‘mbirráte, agg. serrato, chiuso con un
193
194
ferro, con catena
‘mbrelláre, s.m. ombrellaio,che ripara gli
ombrelli
‘mbrèlle, s.f. ombrello
‘mbreštá’, v. imprestare, prestare
‘mbrijacá’, v. ubriacare
‘mbrijáche, v. ubriaco, pl ‘mbrijéche
mburniscë’ v. confondere, imbarazzare
mburniscéite agg. Imbarazzato, confuso
‘mbustá’, v. far resistenza, poggiar bene.
‘Mbustá’ li pìte, far resistenza con i piedi
mbuzzenëite, agg. puzzolente
mé, pr. poss. mio
më, avv. adesso, mò
mèdeche, s.m. medico
méjje, agg. meglio
melànghele, s.f. cetriolo
melachitàgne, s.f. melacotogna
méne, s.f. mano
menë’, venire, p.p. menîute
menengète o malingëite, s.f. meningite
mennàzze, s.f. immondizia, spazzatura
mènnele, s.f. mandorla
‘Mèreche, s.f. America, la Mèreche
mësere, agg. misero
mèżże, agg. mezzo
Micchéle, Michele, dim. Miccalîcce
mijèlle, s.f. muiella; dim. mijillîcce
Milanése, soprannome
milegnàme, s.f. melanzana
mimórie, s. f. memoria
mindîcce, s.f. mentuccia, erba aromatica
minë’, v. venire. Indicativo presente:
vinghe
miràchele, s.m. miracolo, prodigio
mirèchele, s.f. more
miricanáte, s.f. melograno
mirlîcce, s. f. merluzzo
miscardèlle, s.f. uva moscato
mîserèlle o muserélle, s.m. misurino. Lu
mîserèlle dell’uje
misèrie, s.f. miseria
mîte, s. m. muto
mititàure, s.m. mietitore, pl. mititîre
mìupe agg. sornione, ‘na hatta mìupe
mmalamènde, agg. e avv. cattivo, non
buono
‘mmaláte, s.m. malato
‘mmangánze, s.f. fase lunare di
mancanza
‘mmaràjje, agg. amaro
‘mmašciatàure, s.m. ambasciatore
‘mmašciáte, s.f. ambasciata, incarico,
affare da sbrigare; pl. mmašcète
mmëce, avv. invece
‘mmernáte, s.f. inverno, l’invernata
‘mmèrne s. m. inverno
‘mmigráte, s.m. emigrato, pl. ‘mmigréte
mocchie, s.f. deposito delle impurità nel
barilotto dell’olio. La mocchie dell’ùje
mocciche, s.m. morso,boccone.
mofalánne, avv. l’anno scorso
molle, agg. mollo, morbido. pl. mùlle
mò-mò, adesso
mónece, s.m. monaco, pl. múnece
muašte, s.m. basto dell’asino o del mulo
mundàgne, s.f. montagna
munduriscène o mundriscène, s.m.
cittadino di Monteodorisio
municarèlle, s.f. pesce marino
municiarèlle, s.m. bambino vestito da
fraticello per devozione
munnezzáre, s.m. spazzino, operatore
ecologico
munżignàre, s.m. monsignore
muré, s.m. mozzo
murë’, v. morire
musumujà’, v. mettere il becco, curiosare
muttàlle, s.m. imbuto
mutuànne, s.f. la mutanda
muzzilëne, s.m. pesce marino
N
‘na, art. ind. una
nàire, s.m. o agg. nero, pl. nëire
nàive, s.f. neve
naquàlle, avv. molto, parecchio
Nardîcce, Leonardo, diminutivo
nàuce, s.m. noce, pl. li nîuce.
nàune, avv. neg. no
‘ndó, avv. dove
‘Ndònie, Antonio
ndrecciadàite, s.m. tipo di pesce
‘ndrëiche, s.f. letteralmente cose
intriganti
’nduvuná’, v. indovinare
nengá’, v. nevicare
nèuve, numero nove
nevaréle, s.m. nevarolo, addetto alla
neviera
nève, agg. nuovo
‘ngaricá', v. preoccupare, fartene carico
‘ngażżá’, v. incalzare, f. ‘ngàżże la fame,
mi prende appetito
‘nghi, prp. con
‘ngiarmatàure, s.m. mago, incantatore,
al femminile ‘ngiarmatrëce
‘n gió, avv. neppure
‘Ngurnáte, n. pr. Incoronata. Nome di
una contrada che prende nome dalla
Chiesa omonima, Madonna de la
‘Ngurnáte
ni, pron. pers, plur. Noi
nihá’, v. negare
nihuzijá', v. negoziare, commerciare
nijènde, niente
nìmmere s.m. numero
nipóte, s.m. nipote. pl. nipùte. Nipóteme,
mio nipote
niscìune, s.m. nessuno
nîute, agg. nudo
nîvele, s.f. nuvola
nîvìre, s.f. neviera
‘Nnunżijáte, soprannome
nòmmene, s.m. nome. Nel nome del
Padre, ‘nnómmene Patre
nucèlle, s.f. nocciole pl, li nucèlle
nuëde, s.m. nido
‘nżaccá’, v. infilare, insaccare
‘nżàgne, s.f. sugna di maiale, la nzágne a
lu cuttîre
‘nżaláte, s.f. insalata
‘nżirrá’, v. serrare, infilare
O
ógne, ogni
ònde, agg. unto
óme, corrisponde all’on francese, l’óme
fanne, lo fanno
òmmene, s.m. e agg. uomo, pl. ùmmene
P
pahá’, v. pagare
pahîure, s.f. paura
pàile, s.m. pelo
pajjàcce, s.m. pagliaccio
pájje, s.f. paglia
palaccòne, s.m. termine marinaresco in
uso sulle paranze. La fune della vela di
prora
palájje, s.m. palamite, pesce
palipijatàre, s.m. massaggiatore
pallàne o anche pallàune, s.m. pallone
pl. li pallîne o li pallîune
pambùje, s. f. foglie e rami secchi
pammadéure, s. f. pomodoro
panáre, s.m. cesto di vimini per portare
il pesce
pänge, s.m. tegola
panócchie, s.f. panocchia, cicala di mare;
dim. panucchiuàlle
panze s.f. pancia
papalëine, s.f. pesciolini bianchi,
bianchetti. Ottimi per la frittura
paradëse, s.m. paradiso. In paradiso, ‘n
Baradëse
parànghe, s.f. palancole, travi in legno
usate come scivoli per mettere in mare o
per trarre a secco le paranze
parànże, s.f. barca da pesca ad un albero
con vela al terzo
parènde, s.m. parente, pl li parínde
Pašcarìlle, soprannome
pàšce, s. m. pesce
Pàsche, s.f. Pasqua
paséule, s.f. cappio
Passalàcche, soprannome di persona
patáne, s.f. patata
patràne, s.m. padrone
pátre, s.m. padre. Péteme, mio padre.
Pètte, tuo padre. Si usa anche táte. Nel
senso del Padre Celeste, Pátre
Pàvele, Paolo dim. Pavelîcce oppure
Paulîcce
pàżże, s.m. polso, tastare il polso, attindà lu
pàżże, anche nel senso di misurare la febbre
o di verificare le intenzioni d’una persona
pazzìjà’ v. giocare, baloccare, anche nel
senso di prendere in giro
pèchere, s.f. pecora, pop. si usa per
indicare una sbornia, ‘na péchere
pedicaráune, s.m. base dell’albero
përe, s.m. attrezzo per trapiantare ortaggi
in pieno campo
pelàjje, s.m. origano
pennèzze, s. pl. le ciglia degli occhi, le
pennèzze dell’ucchije
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Pendecòšte, s.f. la Pentecoste, ricorrenza
religiosa
pepe bbéune, s.m. pepe nero
pepe trëite, s.m. peperoncino
pèrde’, v. perdere
pesce fëchere, s.m. pesce fico
pàšce, s.m. pesce, pl. li pèsce, dim.
piscitìlle
pešciaréule, s.m. pesciarolo
péte, s.m. piede, pl. pìte. Anche riferito
ad albero, nu péte di purtuhálle: un
albero di arance
Petrîcce, nome di persona , Pietruccio
pettòre, s.m. pittore
pezz’e ósse, s.m. gioco consistente nel
lancio di una pietra contro un bersaglio
pëzze, s.f. pizza, pëzze de hrandënije,
pëzze nghe la pammadéure
piacià’, v. piacere
piagne s.m. pianto
piáne, agg. piano
piatà, s.f. pietà
piattîcce, s.m. piattino, dim. di piàtte
piccá, perché
piccàte, s.m. peccato
pichiràle, s.m.pecoraio, pastore
picundrë, s.f. ipocondria
piéuve’, s.f. la pioggia
pijjá’, v. prendere
pilerîsce, s./agg. rosso di capelli,
pindàune, s.m. cantone, angolo di strada.
pl. pindîune
pinnàzze, s.f. ciglia. pl. li pennézze.
Modo di dire:‘nghe li pennèzze
dell’ucchie li vì’raccujènne
pinnilîcce, s.m. pendolino, pisellino
pinżijàune, s.f. pensione
pinzire, s.m. pensiero
pinżá’, v. pensare
Pippëine, n.pr. Peppino, diminutivo di
Giuseppe
pirandùnie, s.m. sciocco
pirllibbáte, agg. prelibato
pisàlle, s.m. pisello, pl. pisìlle
pischire, s.f. vasca per raccolta acqua
Piscialuluètte, soprannome
pirtuhálle, s.m. arancia
pischìre, s.f. peschiera, vasca usata come
raccoglitore di acqua per irrigazione dei
campi.
piscitílle di majje, s.m. bianchetti,
avannotti di pesce, pesce nudo
Pìtre, Pietro
pittilazze, s. pettegolo/a
pizzálle, s.f. pizzella
póšte, s.m. posto
póvere, s.m. o anche agg. povero,
indigente
pràdeche s.f. amante, la mantenuta
prechéuche, s.f. pesca
prèdde, s.m. prete
priddicce, s.m. pretino, dim. di predde,
prete, sacerdote.
prèdeche, s.f. predica, sermone
prëime, avv. di luogo, prima, davanti.
Anche avv. di tempo
préne, agg. gravida. ‘Na fèmména préne,
una donna incinta
presènże, s. presenza; ‘m bresènże in
presenza
pressiàune, s.f. pressione
pricissiàune, s.f. processione
pricissòtte, s. m. particolare specie di fico
prihîre, s.f. preghiera
prufîume, s.m. profumo
prufussèure, s.m. professore
pugginèlle, s.m. pulcino
Pugnàtte, soprannome di persona
pundàune o pundòne, s.m. angolo di
strada
punde, s.m. punto, punde de štàlle
pundîure, s.f. la polmonite
pundòne, s.m. angolo di strada
punżìre, s.m. pensiero, pl. pinżìre
pusciaréule, s.m. pescatore
putá’, v. potere. Indicativo presente:
pùzze
putéche, s.f. bottega
puvurèlle, s.m. e agg. poverello
Q
quarajëine, s.f. alga corallina
quartijà’ o anche quartiarse, v. rigirarsi,
appartarsi.
quàsse, pr. dim questo
quatrëine, s.m. quattrino, soldo
quattrùcchie, s.m. pesce
R
ràcchije, s.f. orecchio
raccummuanná’, v. raccomandare
raffajóle, s.m. dolce tipico pl. raffajùle
raggiàune, s.f. ragione
ràj, s.f. rabbia
ràjje, s.f. rabbia
ramajjàtte, s.f. rametto
ramàtte, s.m. rametto
rápe, s.f. rapa, li rápe štrascinéte
rásce, s.m. razza
ràšce, s.m. o agg. rosso, pl. li rìšci
ráse ráse, modo di dire fino in fondo
recascà’, v. ricadere
rëite’, v. ridere, ger. ridènne
remaretá’, v. rimaritarsi, sposarsi di
nuovo
rènde, agg. vicino, rènde rènde,
strettamente vicino
requiametèrne, s.f. requiem eterna
rèsse, v. essere. Indicativo presente sing:
sé, sì, è; plur. séme, séte, sònne
réute o anche róte, s.f. ruota
ricce de chèrne, s.m. brivido
ricòtte, s.f. ricotta
riculuä’, v. lett. ricolare, fig. di
riforgiare, ricominciare, rinascere,
rivestire. Es. vatt’ a ffa’ ‘riculuä a
Ddagnàune; chi scì’ riculuäte! s’è tutte
riculuàte, cioè s’è vestito elegante
riggiùle, s.f. piastrelle da cucina
rijèlle, s.f. stecca di legno
rijttà’, v. rigettare, vomitare, scaricare
rijìtte. s. m. il cumulo di detriti scaricati
dal mare sulla spiaggia. Termine
marinaresco
rinducculuá’, v. riaffilare
rìsce, s.f. forfora
rišcióle, s.m. triglia pl. risciùle
rišciuluëtte, s.m. trigliette
rìse, s.m. riso, il ridere
risištènze, s.f. resistenza
rispànne’, v. rispondere
riterá’, v. ritirare
ròbbe, s.f. roba, cosa; in senso
spregiativo ironico, è ròbbe ca…
Ròcche, Rocco
‘rrahàšte, s.m. aragosta
rrahù, s.m. ragù. Li maccarîn’a rrahù,
maccheroni al ragù
rubbà’, v. rubare
Ruccù’, dim. Roccuccio
ruggiupette, s.m. reggipetto
rummèlle, s.f. rombo, pesce
rumuàre, s.m. rumore
ruscèrte, s.f. lucertola
S
sábbete, s.m. sabato
sàcce, s.f. la seppia. pl. sécce
saccocce, s.f. saccoccia, tasca. Te’ lu
rëcce ‘n zaccocce, per dire di persona
avara. Modo di dire volgare: vattel’a pijà
‘n saccocce
saggëcce, s.f. salsiccia
ságne, s.m. segno
sàgne, s.m. si usa al plurale li sàgne.
Pasta fatta in casa. Li sàgn’appezzáte
sagnitèlle, s.f. sagnette, fettuccine fatte in
casa. S’usa perlopiù al pl.
sajàtte, s.f. saetta, fulmine
sàjjë’, v. salire p.p. sàdde
saláte, agg. salato
sàle o sàule, s.m. sole
sále, s.m. sale, f. per dire niente assoluto,
nijènde e mmanghe sále
salicáune, s.m. allampanato e
ondeggiante come un salice
salvanéise, s.m. cittadino di San Salvo
Sanda Spèine, s.f. Santa Spina,
ricorrenza religiosa vastese, che ricade il
venerdi antecedente il Venerdì Santo
Sande Bbùne, n. pr. San Buono, comune
del comprensorio vastese
Sandebunàise, s.m. cittadino di San
Buono
sánde, s.m. santo, pl. li sènde
Sangiuuànne, s.m. Lu sangiuuànne
mé,il compare mio. Il riferimento è alla
festa di San Giovanni durante la quale si
facevano comparaggi
sapà’, v. sapere. Indicativo presente:
sàcce
sàrge, s.m. sorcio, topo, pl. sîrge dim.
surgitèlle, pl. surgitìlle
sartàre, s.m. sarto
sàule, s.m. il sole
sbambatèlle, sf. pisolino
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sbattamîure, s.m. gioco a battimuro,
jucuà a sbattamîure
sbauttè’, v. spaventare, sbigottire
sbiséte, s.m. sciocco, sbandato
sbruvugnáte, s.m. svergognato,
delinquente
šcacchinòtte. s.m. giovanottino,
ragazzotto, pl. scacchinùtte
scacarejà’, v. balbettare, onomatopeico.
scàde, s.f. mazza della zappa
šcaffàtte, s.f. paniere di pesce appena
pescato dato come pagamento ai
pescatori
scàgne, s.f. buccia, involucro
scagnë’, v. scambiare
scanajjá’, v. scandagliare, osservare
attentamente
scannatàure, s.m. scannatoio, mattatoio
scanżá’, v. scanzare
scapéce, s.f. pesce fritto marinato
nell’aceto con l’aggiunta di zafferano
šcappëine, s.f. schiappa
scapulá’, v. scivolare
scarciófene, s.f. carciofo. pl. scarciófene
scardatàure, s.m. cardatore, pl.
scardatëre, pl. scardatrëice. Scardá’ la
láne, cardare la lana
scardaváune, s.m. scarafaggio
scaricarèlle, s.f. tagliola
šcàttà’, v. scattare
šcattàte, agg. arrogante, ma anche
verace, autentico
Scazzafuttènne, v. gironzolare senza far
niente, bighellonare
scáżże, agg. scalzo, Scáżż’ e nníute,
mëser’ e ddulènde
scë, di affermazione, si. Anche scëine
scèrte, s.f. serto, corona. - ‘na scèrte
d’èjje
schinènze, avv. pure, persino
sciàlà’, v. dissipare, consumare, buttare
all’aria, Sciàle popole, ca dumuàne è
Ggiubbullé
sciambàgne, soprannome
sciambrichèine, s.m. variante di gilet
sciaunèlle o anche sciavunèlle, s.f.
carruba
scijàne, s.m. tromba marina
Scimàune, n. pr. Simone
scimmadàtte, espress. gerg., sii maledetto
sciójje’, v. sciogliere; tipica l’espressione
sciójje lu pàšce
scióre, s.m. nonno
scióscia, s.f. amata, bella
sciuquáte, agg. molto buono, ottimo
sciuvularelle, s.f. scivolo
scognà’ oppure Scugnà’ v. sbucciare,
pulire
scójje, s.m. scoglio pl. scùjje
scólla, s.f. cravatta
scrëive’, v. scrivere
scrianżáte, agg. screanzato
sculatîre, s.f. la scolatura. Vàve a la
sculatîre, bere sino in fondo
sculluàtte, s.f. cravatta a papillon
scunucchià o schînàcchià, v. schiodare,
sfasciare, rompere, fare a pezzi. Es. mò ti
schinàcchie
scupunuáre, s.m. zampognaro pl.
scupinére
sdulluffà’, v. sciancare, cadere a terra,
inciampare, far male
šdulluffàte, agg. sciancato
šdillazzà’, v. agitare
šdirràzze, s.f. beccastrino, ferro per pulre
le scarpe
šdirrupáte, agg. scosceso
secànde, avv. secondo, in secondo luogo,
‘n żecànde
sèlve, s.f. selva, bosco
sembrá’, v. sembrare
sëneche, s.m. sindaco
sensàle s.m. sensale, mediatore. S’usa
anche in termine spregiativo: me pàre ‘nu
ssensàle
Senzasánghe, n.pr. soprannome
setácce, s.m. setaccio
séure, sf. sorella, sòrete, tua sorella
sfaudiente agg. Sapiente
sfójje, s.f. sogliole
sfrèhule, s.m. sfrigolo, pezzettino di
lardo di maiale, pëzze nghi li sfrìhule
sfurijáte, agg. sfuriato
sgàmmere, s.m. pesce sgombro. pl.
sghìmmere
Sgangáte, soprannome
sgarrà’, v. sgarrare, derogare dalla regola
sgosciù, agg.di sbieco, di traverso, di
striscio
šgriná’, v. rompere le reni
sìbbete, avv. subito, improvvisamente,
celermente
sidìuta, s.f. seduta. Na sidìuta spirëteche,
una seduta spiritica
siggnàure, s.m signore, femm.
siggnàura, inv. siggnurë
sindë’, v. sentire
ssinzàle, s.m. sensale
sippàliche s.m. sepolcro. Comunemente
usato al plurale per indicare il rito del
Giovedì Santo: li sippîliche
sitàcce, s.m. setaccio, arnese per
setacciare farina o altro genere di
cereale. Viene usato come ritornello
per cantilena: sitàcce, sitàcce gna mi fì’
‘ccuscë te facce
sittimmáne o anche summuâne, s.f.
settimana
smarrá’, v. prendere il largo, allontanarsi
in mare
smizéite agg. Ammalato alla milza.
sócce, avv. dappertutto, od anche nel
significato di uniforme con l’espressione
sócce sòcce oppure sóccia sòcce. - Ha
ninghîute sóccia sòcce, è caduta la neve
dappertutto nella stessa misura
sòcce, s.m. socio, colono, chi coltiva un
terreno in società, mezzadro
sódde, s.m. soldo
sopreppànge, s.m. pipistrello
sorge, s.m. sorgio, topo
spaccalàine, s.m. spaccalegna
spàise, s.f. spesa. Fajje li spàise, fig. per
intendere l’arte di imparare: mmëttete
nghi chi è cchiù mmàjje di ta’ e fàjje li
spàise
sparagná’, v. risparmiare
sparágne, s.m. risparmio
spasemàte, agg. bolso, stanco
spëicafinùcchie, s.m. seme di finocchio
selvatico
sperá’, v. sperare
Spidëite, Espedito
spëlle, bigiotteria
sprecàte, agg. sprecato
Spirde Sànde, s.m. Spirito Santo
spirdîute, agg. sperduto
spizzìlle, s.m. stinco. pl li spizzìlle
Sprušciavidìlle, soprannome,
letteralmente chi pulisce le budella
spusá’, v sposare
spusáte, agg. sposato
Squàccià’, v. schiacciare, premere
squajà’, v. squagliare
‘ssi-‘ssi, agg. dim. pl. m. e f. quelli
‘ssu-‘ssa, agg. dim. sing. m. e f. quello,
quella
štá’, v. stare. Indicativo presente: štìnghe
staggiàune o anche stasciàune, s.f.
stagione
Štaggnarìlle, soprannome
štaggnaròle, s.f. barattolo o scatola di
latta
štamatëine, stamattina
štëcchije, s.f. gioco da bambini
consistente nel tiro d’una pietra contro un
mattone posto in senso verticale sul quale
viene posto una moneta, una mandorla un
bottone, jucuà’ a la štëcchije
šti, agg. dim. pl. questi
štócche, s.m. stoccafisso
štràgne’, v. stringere
štrangaîjjùne, s.m. mal di gola
štrasciná’, v. trascinare o trascinarsi
strascinéte, agg. trascinate, lavorate, li
rápe strascinéte
štrazijáte, agg. straziato
strèuse, agg. strano
štrëlle, s.m. strillo, stridio
štrillà’, v. strillare
štrippilàune, s.m. stoppia
strùmmele, s.m. trottola. Dal greco
stròmbos, strombòlion. štù-šta, agg. dim.
questo, questa
štruppunëte, s.m. stirpe, progenie,
famiglia
štutá’, v. spegnere
Suàtte, s.f. maglia aperta sul davanti.
sumundà’, v. seminare
sumuènde s.f. semenza, seme
sunná’, v. sognare
suqquàrże, s.m. soccorso
surgîtélle o surgiutélle, s.m. dim.
topolino, sorgetto
survëzije, s.m. servizio
suspëire, s.m. sospiro
T
taccunuèlle, s.f. tacconelle, quadratoni di
199
200
pasta fatta in casa
tàgne’, v. tingere, colorare, tégne’: tinge
tàmbe, s.f. puzza, odore nauseabondo
tàmbule, s.f. tomba
tànde-a, agg. tanto, tanta
taragnéule, s.f. lumaca di taglia piccola,
molto saporita; pl. taragnùle
tarmà’, v. infreddolire, paralizzare
táte, s.m. padre, v. pátre
tàtte, s.m. tetto, pl. tëtte
tätte, s.m. tetto
tavuléine, s.m. tavolino
técchie, s.m. ceppo, grosso legno che
si mette per tradizione nel caminetto la
notte di Natale
telèfene, s.m. telefono
tèmbe, s.m. tempo. pl. tìmbe. Li bbìlle
t^mbe de ‘na vódde
tèrre, s.f. terra
tî, pron. pers. sing. tu
tijèlle, s.f. tegame
tiná’, v. tenere. tìttele, tienile. Indicativo
presente: tìnghe
tîrche, s.m. turco
tištimónije, s.m. testimonio, pl.
tištimùnije
tójje’, v. togliere
‘tómeche, agg. atomica, la bòmma
tómeche
tòrte, s.m. e agg. corrotto, cattivo. J’è
ttòrte, per dire di persona non a modo
tradimènde, s.m. tradimento, pl li
tradimìnde
trafonne, s,m, l’abisso, lo strafondo ma
anche l’ inverno o l’inferno, l’oltretomba
tràgne, s.m. secchio
trainìre, s.m. carrettiere
trajëine, s.m. carro da tiro
tràmbe, s.f. tromba
traméute, s.m. terremoto
trapilèine, agg. capriccioso, uno/una che
fa moine.
trappetáre, s.m. uomo addetto al
trappeto, frantoiano
trappéte, s.m. tappeto, pl. trappìte
trascë’, v. entrare
tráve, s.m. trave, fig. nu tráve de féuche
travòcche, s.m. il trabocco, palafitta in
mare con rete a bilanciere.
trescá’, v. trebbiare, mietere
trésche, s.f. trebbiatura
trèšte, agg. triste
trîffele, s.m. contenitore di terracotta per
l’acqua
trìjje o rišciùle, s.f. triglia, «Uh!
rišciulëtte nghi la pammadèure» (G.
Murolo)
Tringinìlle, soprannome
trippëine, s.f. torpedine, pesce
trummuìnde, avv. mentre
truhuá’, v. trovare
trocchele, s.m.. trogolo
tróppe, agg. indef. troppo, in misura
esagerata
trumminde, avv. mentre
tumbráte, agg. temperato, riferito al
tempo
tuorte s.m. torto
U
uahimùrte, agg./s. intraducibile
letteralmente. Un tipo inaffidabile,
delinquente
uàre, s.m. vero. È llu uàre, è vero
Uašte, Vasto
uaštësce, s.m. sensale, commerciate
d’olio
ucchije, s.m. occhio
umbràse, s.m. ombroso
Ungëine, s.m. uncino
ujje, s.m. oggi
usumuà’, v. annusare, cercare. Canda
va usumuànne, va curiosando. Viene dal
greco osmé (odore)
V
Vaccáre, soprannome
vaccëile, s.m. bacile, bacino, bacinella
vàcche, s.f. bocca
vácche, s.f. vacca
valichëte, agg. infittito, ritirato
vammete, s.m. tuono
vandasciàne, s. e agg. chi si vanta,
presuntuoso
vànne’, v. vendere
vánne, s.f. parte, zona; da šta vánne, da
questa parte
vará’, v. varare, mettere in mare la
paranza o la barca
vàreche, s.f. barca
varëile, s.m. barile
vàreve, s.f. barba
varevìre, s.m. barbiere
varlotte, s.f. tinozza
Varvatórte, s.m. soprannome
vasce, s.m. bacio
Vàscheve, s.m. vescovo
vascià’, v. baciare
Vassilîcce, n.pr. diminutivo di Basso
vavàuse, s.m. pesce
váive, v. bere
vàve, s.f. bava. Tè la vàv’a la vàcche,
ha la bava in bocca, per dire di persona
arrabbiata o per cane idrofobo
vàvete, s.f. bevuta
védeve, s.f. vedova
vëgne, s.f. vigna
vëine, s.m. vino
vëite, s.f. vita
vёjje, s.f. via, strada. La vёjje néuve, la
strada asfaltata
vejulàte, agg. di colore viola
vendàje. s.m. ventaglio. Si méne lu vénde
nghe lu vendàje
vènde, s.m. vento
verzotte, s.f. verza
véuve, s.m. bue
vëjje, s.f. via, strada, dim. vijarélle
vëste, s.f. vista
vetráre, s.m. vetraio
vi, pron. pers. plur. voi
via sì, avv. suvvia
viàt’a hasse, escl. beato lui!
viàte, agg. beato
viaticáre, s.m. viaticale, commerciante
ambulante
vìcchije, s.m. vecchio, al f. la vìcchije, pl.
li vìcchije
vidîute, s.f. veduta
viduhànze, s.f. vedovanza
vijáte, agg. beato, vijàt’a ttà, beato te
viligná’, v. vendemmiare
villë’ o vullë’, v. bollire, villënde:
bollente. Àcca villëite, acqua bollita
villégne, s.f. vendemmia
virginèlle, s.f. verginella, giovinetta
virde, agg. verde
virdïure o virdîre, s.f. verdura, erbe
ortaggi . La piazze de la virdïure, il
mercato, la piazza delle erbe.
virlingócche, s.f. albicocca
virmináre, s.f. la verminara, disturbi
intestinali
visàcce, s.f. bisaccia, zaino
vivetìcce, s. f, dim. bevutina
vócche o vócca, s.f. bocca
vòdde, volta, li timbe de na vódde;
anche vote in una versione più vicina al
napoletano
vòjje, s.f. voglia
vàtine, s.m. recipiente per olio
vòtte, s.f. botte
vòve, s.m. bove
vózze, s.m. bozzo, protuberanza,
bernoccolo
vrache, s.f. braga
vrangáte, s.f. ciò che si prende con una
mano
vrànnele, s.f. crusca. Anche canëjje
vraštàime, s.f. anatema
vrèche, s.m. amuleto
vrétte, s.m. e agg. sporco
vréute o vróte o anche vróde, s.m. brodo.
È lu vróte grásse! Sta comodo e senza
pensieri
vrignéule, s.m. bernoccolo, bozzo
vrîscele, s.m. un foruncolo, una pustola
vrittacchiëne, s.m. sporcaccione,
luridone, pl. vrittacchiëine. Deriva da
vrétte
vrivàgne, s.f. vergogna, anche nel senso
di sesso
vrócche o anche vrócchele, s.f. chioccia
vrúccule, s.m. broccoli, li vrúccule de
rápe strascinéte
vrudàtte, s. m. brodetto di pesce
vucále, s.m. boccale
vulá’, v. volare
vulé’, v. volere. Indicativo presente vùjje
vulije, s.f. voglia, desiderio
vulundà, s.f. volontà
vúmete, s.m. tuono
vurtàcchije, s.m. fuso
vussá’, v. spingere
vutá’, v. votare
vutinàlle s.m. barilotto. Lu vutinàlle
dell’uje
201
Z
za’, s.f. zia, anche zijáne
zambugnáre, s. m. zampognaro pl. li
zambugnére
zambàgne, s.f. zampogna
zàmbe, s.f. zampa
zambijá’, v. lasciare impronte
zambitelle, s.f. dim. zampetta
Zannutuìlle, soprannome
zappàune, s.m. zappone, zappa. pl. li
zzappùne
zëite, s.f. sposa
zëtte, agg. zitto
zi’, s.m. zio, anche zijáne
ziffînne (a), agg. A dirotto
zizì, dim. zio
zòcchele, s.f. sorcio, ratto. f. per indicare
una donna non morigerata
zóche, s.f. corda, fune
zopì zopà, s.m. gioco di bambini
zuffunná’, v. sprofondare
zumbujá’, v. saltellare
żżirre żżeirre, s.f. telline o arselle
202
Si ringraziano:
per i testi messi a disposizione
Michele Calvano
Lia Giancristofaro
Giuseppe Francesco Pollutri
Tito Spinelli
per la collaborazione
Gianfranco Bonacci
Fernando Coletti
Renata D’Ardes
Nicola Di Blasio
Edda Di Pietro
Beniamino Fiore
Ida Forni
Rosa Milano
Antonio Nocciolino
Michele Nocciolino
Valentino Raspa
Renzo e Giuseppina Russo
Deborah Saturnetti
Francesco Paolo Sorgente
e il personale dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Vasto per i dati cortesemente forniti
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