COORDINAMENTO SARDO “NON BRUCIAMOCI IL FUTURO”
Manifesto di intenti
Chi siamo
Il 10 Luglio 2011, a Macomer, è stato costituito il Coordinamento Sardo “Non Bruciamoci il Futuro”
che riunisce comitati, organizzazioni e gruppi territoriali di cittadini impegnati sui temi della gestione
corretta dei rifiuti/materiali post consumo e della produzione e distribuzione innovativa dell’energia e
gestione sostenibile del territorio, con l’obiettivo di:
• porre al centro dell’attenzione del mondo politico e dell’opinione pubblica la questione dei
materiali post consumo e dell'energia nella nostra Isola, intesa come gestione corretta dell'intero
ciclo dei “rifiuti” e dell'approvvigionamento energetico nel rispetto dell'ambiente, dei prodotti delle
nostre campagne, della salute, del lavoro e degli assetti territoriali.
• impegnarsi a livello regionale per un nuovo Piano di Gestione dei Rifiuti urbani e un nuovo Piano
Energetico Ambientale che prevedano:
- la dismissione dell'incenerimento dei rifiuti con la realizzazione di Centri Riciclo a chiusura di
tutto il ciclo dei materiali post consumo;
- la riduzione progressiva dei processi di combustione attivando la produzione di energia da fonti
rinnovabili e sostenibili attraverso la generazione distribuita e la valorizzazione delle risorse
idroelettriche integrate con altre fonti;
- evitare che interpretazioni ambigue sul piano normativo, e interessi legati al sistema di
incentivazione della produzione da fonti rinnovabili, privilegino gli interessi di lobbies a
discapito di interessi collettivi, con scelte ad alto consumo di territorio, pericolosi per i suoi
assetti idrogeologici e ad elevate emissioni in atmosfera, dismissioni al suolo e contaminazione
degli acquiferi,
• rivendicare il diritto dei cittadini ad avere accesso alle informazioni ed essere ammessi a
partecipare ai processi decisionali (Convenzione Aarhus, Convenzione UN/ECE sottoscritta dalla
Comunità europea, Direttiva 2003/35/CE)
La nostra posizione
”I rifiuti devono essere recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare
procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all'ambiente”( D. Lgs. 152/2006 ).
La normativa comunitaria e nazionale, attraverso la Direttiva quadro 2008/98/CE e il D.lgs n. 295/2010,
indica la scala delle priorità nella gestione dei rifiuti e mette al primo posto “la preparazione per il
riutilizzo, il riciclo”, per cui, all’interno del riutilizzo e riciclo, va privilegiato il recupero di materia
rispetto al recupero di energia.
La dismissione della pratica dell’incenerimento trova la sua ragione nella necessità di eliminare un
sistema che non da garanzie per la chiusura del ciclo dei rifiuti, per la salute e per le tasche dei cittadini.
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Oltre al fatto che gli inceneritori sono estremamente dannosi, essi sono economicamente sostenibili solo fintanto che è lo Stato, con le tasse dei cittadini, a finanziarli. Lo Stato, infatti, incentiva i gestori degli inceneritori che producono energia attraverso i certificati verdi
/CIP6, unici in Europa a fare ciò e per questo motivo la Comunità Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia (sarebbe
molto facile spostare le sovvenzioni statali dagli inceneritori alla raccolta differenziata, facendola decollare una volta per tutte). I gestori
degli inceneritori in questo modo possono vendere la propria produzione elettrica a un costo quasi triplo rispetto a quanto può fare chi produce elettricità usando metano, petrolio e carbone. I costi di questi incentivi ovviamente vengono scaricati sulle bollette elettriche già gra vate, specie nella nostra Isola, dagli incentivi di cui godono termo-centrali che impiegano particolari combustibili fossili come i residui/ri fiuti di raffinazione del petrolio che, contro le normative europee, vengono assimilate alle energie rinnovabili (Sarlux a Sarroch). A questi
costi economici vanno aggiunti i costi sanitari a carico delle comunità e in particolare alle fasce più deboli della popolazione, come già di mostrato per danni genetici e epigenetici nei bambini di Sarroch.
Gli inceneritori non eliminano affatto i rifiuti ma si limitano a trasformarli prevalentemente in stato gassoso, aumentandone il volume,
sotto forma di emissioni nocive e in un 25-30% di frazione solida di ceneri residue ad elevato contenuto di sostanze tossiche; non sono
alternativi alle discariche, necessitando di una discarica di servizio dove depositare le ceneri di fondo residue nonché le ceneri volanti dei
sistemi di abbattimento e i filtri contenenti sostanze tossiche ad elevata concentrazione.
Per quanto riguarda il Piano Energetico, questo deve essere incentrato sull'autonomia energetica a
favore di politiche di risparmio, sull’impiego di fonti di energia rinnovabile gestite in maniera
sostenibile nell’ambito territoriale e sulla creazione di una rete di distribuzione intelligente e
informatizzata.
Siamo convinti che sia necessario perseguire con convinzione e determinazione obiettivi che
consentano il superamento definitivo dell’incenerimento e delle combustioni nella gestione del ciclo dei
rifiuti” e nella produzione di energia.
Il Piano Regionale dei Rifiuti e il Piano Energetico Ambientale Regionale
Il Piano Regionale dei Rifiuti e il Piano Energetico Ambientale Regionale sono stati adottati e approvati
dalla Giunta Regionale ma non sono mai stati trasformati in legge dal Consiglio Regionale. I due Piani
sono ormai superati, ma in mancanza di nuove disposizioni continuano a rappresentare un indirizzo che
può essere modificato, adeguato e “interpretato” dalla Giunta regionale, come già avvenuto in questi
ultimi anni.
La necessità di mantenere in attività gli inceneritori, di potenziarli e di incrementarli deriva non solo
dalla scelta sconsiderata di crescita della percentuale dei rifiuti da incenerire assunta dal Piano Rifiuti,
ma anche dalla sua subordinazione al Piano Energetico Regionale, con proposte di impianti di elevata
potenza alimentati a “biomassa” non sostenibili sul piano dell'approvvigionamento ed equiparabili agli
inceneritori per i danni alla salute e all'ambiente.
Gli elementi di maggiore criticità e di inattualità del Piano Regionale dei Rifiuti riguardano
sostanzialmente:
• la scarsa considerazione attribuita all’obiettivo prioritario della prevenzione/riduzione dei rifiuti e la
mancata applicazione del principio “paga di più chi produce maggiore quantità di rifiuti”;
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Il Piano prevedeva una modesta riduzione dei rifiuti al 2012 rispetto ai dati del 2006 (- 5%), riduzione che invece si è attestata a
quota 12,4%, un risultato attribuito alla diminuzione dei consumi negli ultimi anni piuttosto che alle politiche che si dovevano
attivare con il “programma per la prevenzione e riduzione dei rifiuti”.
• la debolezza delle strategie regionali volte ad incrementare la raccolta differenziata;
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Il Piano prevedeva che entro il 2012 la raccolta differenziata raggiungesse progressivamente almeno il 65% del totale dei rifiuti
prodotti, in realtà la raccolta differenziata in Sardegna nel 2012 si è attestata sul 48,5% (14° Rapporto sulla gestione dei rifiuti
urbani in Sardegna, anno 2012), ben al di sotto delle previsioni, a riprova dell'assenza di volontà politica e di deboli strategie
regionali su questo versante (es. abbandono sistema premialità/penalità), mentre si sta pericolosamente spingendo sul potenziamento
degli inceneritori esistenti (Tossilo) e sulla costruzione di nuovi, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita di circa 100.000
ton. negli ultimi 4 anni.
• la previsione del “solo incenerimento” del rifiuto secco indifferenziato, con una sproporzionata e
sconsiderata crescita della percentuale dei rifiuti da trattare con l’incenerimento che passa dal 20%
al 35%;
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Una scelta sproporzionata e sconsiderata in totale disarmonia con quanto avviene a livello nazionale (17%) ed europeo (23%) e in
netta contraddizione con quanto affermato dallo stesso Piano, dove si postula una “minimizzazione della presenza sul territorio
regionale di impianti di termo-valorizzazione”;
• l’assenza di analisi critiche sugli aspetti socio-sanitari e sulle correlazioni inceneritori/ neoplasie;
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Sono disponibili numerose ricerche a livello nazionale e internazionale, condivise da una parte sempre crescente del mondo medico e
scientifico, che suggeriscono un responsabile atteggiamento di precauzione per l’incenerimento dei rifiuti;
• l’assenza di una strategia regionale finalizzata a recepire in tempi ragionevoli le migliori tecnologie
di gestione dei Rifiuti, come fra l’altro stabilito dalla Direttiva 2008/98/CE e dal D. lgs n.
295/2010;
• il mancato adeguamento qualitativo e quantitativo degli impianti finalizzati al recupero di materia
(compostaggio, valorizzazione dei rifiuti da raccolta differenziata, piattaforme ecologiche, etc.);
• la rigidità del quadro tecnico-gestionale (ATO unico e sub-ambiti) che non ha mai funzionato e ha
deresponsabilizzato gli enti locali.
Sul fronte del Piano Energetico Ambientale Regionale (PEARS) evidenziamo le seguenti criticità:
• gli investimenti nella produzione d’energia elettrica sono poco strategici, piuttosto tesi allo sfruttamento prevalente e immediato del carbone e all’esportazione della produzione in surplus;
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La produzione di Energia elettrica consumata prevalentemente in Sardegna, ottenuta per il 96% da combustibili fossili, è superiore
alla richiesta interna, con il prezzo del MWh mediamente superiore del 30-35% di quello del resto del Paese. L’alto costo della
produzione dovrebbe fa venire meno i presupposti economici che consentono l’attuale esportazione di energia elettrica e la
programmazione del raddoppio di tale esportazione, come prevede il Piano;
• non emerge il contributo della Regione Sardegna per il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del 6,5%
delle emissioni CO2 che lo stato Italiano si era impegnato ad accogliere con il Protocollo di Kyoto; rispetto,
poi, alle più recenti deliberazioni della UE, il Piano è ben lontano da una programmazione che permetta una
riduzione del 20% di emissioni, una produzione del 20% da energia rinnovabile e il raggiungimento di un risparmio energetico del 20%;
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La Sardegna è oggi tra i maggiori produttori di CO2 se si considera che la produzione media pro capite è di 11 ton./anno, superiore
del 40% alla media nazionale. Questo perché oggi utilizziamo come fonti di produzione energetica quasi esclusivamente (96%)
combustibili fossili (carbone e derivati del petrolio).
Il PEARS prevede sostanzialmente il raddoppio delle emissioni di CO2 rispetto al 1990, in aperta violazione degli accordi interna zionali di Kyoto. Secondo i dati contenuti nel PEARS, infatti, le emissioni sarde di CO2 ammontavano nel 1990 a 16,8 milioni di
tonnellate (Mt), salite a 24,6 nel 2000 (+ 46% in dieci anni); con gli interventi di efficienza previsti nel PEARS, le emissioni dovreb bero arrivare a 27 Mt entro il 2015; senza questi interventi il livello salirebbe a 29 Mt di CO2. In questo contesto si da spazio a nuo ve centrali a carbone (5° gruppo a P. Torres) e alla riconversione a polverino di carbone per la centrale di Ottana. Vengono sollecitati
inoltre i finanziamenti governativi per i progetti di cattura e stoccaggio della CO2 nel Sulcis, sollevando ulteriori criticità ambientali
e socioeconomiche.
• tra le fonti energetiche rinnovabili prevale il ricorso alle biomasse con progetti anche in fase avanzata di autorizzazione o autorizzati per inceneritori a “biomassa” o biodigestori di piccola (1 MW),
media (18 MW) e grande (50 MW) taglia (Lula, Tula, Ozieri, Loceri, Decimomannu, Buddusò,
Porto Torres e Assemini, Pabillonis, Guspini, Capoterra e Nurra);
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Nel PEARS si prevede una produzione energetica da biomassa di materiali legnosi o derivati per 135 MW di potenza nominale e una
produzione stimata in 945 GW. Tali valori sono fortemente sovradimensionati rispetto alla massa legnosa effettivamente prelevabile
in Sardegna (circa 250.000-350.000 ton/anno) che sono in grado di alimentare centrali a biomasse di potenza nominale non superiore
ai 25 MW, meno di 1/5 di quelle previste. La gravità di tale scelta è legata al fatto che tali inceneritori a biomassa cosi sovradimensionati possono essere adibiti ad incenerimento di rifiuti solidi urbani, anche extra regionali, tenendo conto che la legislazione italia na, non conforme alla normativa europea e per questo sottoposta a procedura di infrazione, assimila la parte non biodegradabile dei
rifiuti solidi urbani alle biomasse. Per i biodigestori anche di piccola taglia si prefigura una competizione tra terreni agricoli e terreni
destinati a produzioni bioenergetiche (Mais per insilati, etc..), nonché, oltre al persistere del problema emissivo, l’introduzione di ulteriori criticità relativamente all’impiego del digestato nei terreni con la loro contaminazione a opera di microorganismi anaerobici
quali i clostridi (Tetani, Botulini, etc..).
• tra le fonti energetiche rinnovabili vengono inoltre privilegiati i grandi campi fotovoltaici e i grandi
parchi eolici piuttosto che il fotovoltaico domestico e il mini eolico; ai mega parchi eolici si sono
affiancati recentemente almeno 5 progetti per solare-termodinamico a concentrazione con tipologia lineare e a torre, programmati in località a vocazione agricola e/o turistica piuttosto che in aree
industriali (come del resto previsto dagli stessi fautori della tecnologia), con evidente ulteriore consumo di territorio e modifiche dei suoi assetti idro-geologici e gemorfo-pedologici;
• negli ultimi due anni infine, dopo un primo stop procedurale per le trivellazioni marine (off-shore)
ad opera della Puma Petroleum al largo della penisola del Sinis, si sono proposti progetti, in fase
per lo più istruttoria, di trivellazioni per ricerca di idrocarburi liquidi e/o gassosi e di fonti geotermiche di profondità, interessanti una estensione di circa 250 mila ettari di territorio.
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Nello specifico si ricordano 7 progetti che riguardano la ricerca di risorse geotermiche (in Campidano, Medio Campidano, Montiferru, Anglona e Alta Gallura) per complessivi 149.000 ettari; 2 progetti per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi (il progetto Eleonora per 44.300 ettari nella Provincia di Oristano e il progetto Igia per 18.700 ettari nel Medio Campidano). Le criticità ambientali e
sanitarie sono per lo più legate al pericolo di inquinamento delle falde ad opera di idrocarburi, sostanze tossiche e chimiche e metalli
pesanti contenuti nel suolo o nei liquidi di perforazione e alla presenza di emissioni non controllabili.
Le nostre proposte
Sul versante rifiuti proponiamo
L'adozione di una strategia regionale per la gestione dei rifiuti urbani volta all'eliminazione degli sprechi massimizzando, nell’ordine, la riduzione dei rifiuti, il riuso dei prodotti e il riciclo, minimizzando il
recupero di materia diverso dal riuso e dal riciclo, lo smaltimento e il recupero di energia. Un percorso
virtuoso per amministrazioni, cittadini e imprese, sinteticamente indicato come “Strategia Rifiuti
Zero”, che preveda:
• entro il 2016: 75% di raccolta differenziata; 2% di riuso; 70% di riciclato e di compostato; 80%
complessivo di recupero di materia; 10 % di riduzione dei rifiuti rispetto al 2000;
• entro il 2020: 91% di raccolta differenziata; 5 % di riuso; 85 % di riciclato e di compostato; 95%
di recupero complessivo di materia; 20 % di riduzione dei rifiuti rispetto al 2000;
• la sospensione di tutte le autorizzazioni in itinere per nuovi impianti di incenerimento e
combustione di rifiuti o per l'implementazione di quelli esistenti, e la loro progressiva
dismissione;
• un meccanismo automatico di incentivazione economica per i Comuni virtuosi destinato a diminuire il loro costo del servizio e quindi le bollette dei cittadini;
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Le tariffe di conferimento agli impianti di smaltimento, di recupero diverso dal riciclo e comunque di rifiuto residuale, devono esse re determinate in maniera differenziata sulla base del criterio di minimizzazione del rifiuto pro capite/equivalente smaltito.
• procedure di autorizzazione semplificate per l’impiantistica legata al riuso, al riciclo e al compostaggio, come previsto dall'art. 214 del D. lgs 152/2005 e s.mi;
• l’obbligo dell’introduzione della tariffa puntuale;
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La tariffa puntuale responsabilizza le singole utenze che dovranno pagare il servizio sulla base della quantità e qualità dei rifiuti conferiti, stimolandole in questo modo a produrne di meno e a dividerli di più. Viene demandata ai Comuni la sua applicazione all’interno di criteri prestabiliti, prevedendo che le utenze che praticano il compostaggio domestico abbiano almeno il 20% di sconto sulla
tariffa. Nei comuni che applicano la tariffa puntuale tale sistema tariffario sarà sostitutivo della TARES.
• la realizzazione di Centri Riciclo Integrali. Tali centri, già presenti in numerose realtà, operano
non solo per la selezione, lo stoccaggio e il ritiro dei materiali da parte del circuito CONAI, ma
hanno messo a punto tecnologie innovative:
- l’estrusione a bassa temperatura del residuo secco per la produzione di granulato sintetico (la
sabbia sintetica), con effettiva chiusura del ciclo e realizzazione di ulteriori risorse economiche
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Si tratta di una nuova linea di produzione di granulati, che trovano utilizzo nel settore dello stampaggio e in edilizia come sosti
tuto della sabbia nei calcestruzzi, come aggregato alleggerente nelle malte cementizie, come legante per manufatti in cemento,
ecc..
- la tecnologia per il recupero di materiali da pannolini e pannoloni, che rappresentano il 5%
del totale dei rifiuti
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Grazie a queste nuove tecnologie i Centri possono effettuare un riciclo integrale del rifiuto altrimenti non recuperabile. Residuerebbe così soltanto una percentuale tra il 3 e il 5% di tutti i rifiuti, un residuo inertizzato che può essere stoccato in attesa di tec -
nologie per il recupero. L’avvio di un diverso ciclo dei rifiuti, basato esclusivamente sulla filiera della raccolta differenziata, del
riuso, del recupero e del riciclo, produrrà immediati benefici sul piano economico-finanziario e occupazionale in relazione alla ri duzione dei costi impiantistici e di conferimento, al recupero di ingenti risorse derivate dal riciclo dei materiali, all’azzeramento,
a regime, dei costi ambientali e sanitari connessi alla tossicità di inceneritori e discariche e all’aumento della manodopera.
• il divieto di diluizione e di riciclo delle scorie di incenerimento, per evitare che prodotti che
possono venire a contatto con le persone contengano sostanze pericolose in concentrazioni
maggiori ai materiali originari;
• il divieto di importazione in Sardegna di rifiuti non riciclabili sia urbani che speciali e
pericolosi;
• un “Piano di monitoraggio sanitario”, che affronti in modo specifico i temi della salvaguardia
ambientale e della salute, applicando il principio di prevenzione;
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Tale Piano dovrà identificare il soggetto responsabile del danno e le attività di bonifica sul territorio, avviare azioni di prevenzione e
cura, tra le quali la mappatura del latte materno e vaccino, istituire i Registri dei Tumori conferendo risorse e poteri alle ASL .
• Piani di razionalizzazione della filiera alimentare e dei rifiuti organici, per affrontare tutta la tematica degli sprechi della filiera alimentare e dell’uso corretto degli scarti organici;
• l'istituzione delle Banche Alimentari per la raccolta del surplus alimentare da riutilizzare per fini
sociali;
• l'istituzione dei Centri per il riutilizzo dei beni a fine vita e per il riciclo, per incentivare e sostenere il prolungamento della vita utile dei beni, nonché per il loro ulteriore utilizzo come materiali riciclabili;
• un programma di nuova occupazione articolato a livello regionale attraverso la costituzione di
distretti del riutilizzo, del riciclo, del recupero e della riprogettazione industriale di beni e di
prodotti totalmente decostruibili e riciclabili.
Sul versante energetico proponiamo
• la graduale dismissione delle grandi centrali di produzione a combustione per consentire alla
Sardegna di raggiungere gli obbiettivi dell’accordo di Kyoto;
• l'introduzione graduale della produzione di energia da fonti rinnovabili quali solare
(fotovoltaico, termico e termodinamico) ed eolico il più possibile distribuita, possibilmente off
line con centri locali di accumulo (batterie e celle ad idrogeno), con particolare attenzione agli
usi domestici, alle aree produttive e industriali e alle piccole imprese, con risparmio di energia
termica e elettrica, scoraggiando la realizzazione di mega impianti superiori a 1 MW, nell'ottica
dell'autoconsumo e dell'autonomia energetica, e garantendo il coinvolgimento delle popolazioni
nelle scelte territoriali per la progettazione di nuovi modelli di sviluppo;
• l’uso appropriato delle centrali idro-elettiche per integrare e valorizzare la produzione di
energia da fonti rinnovabili;
• mobilità interna e esterna svincolata dalle fonti primarie fossili ma legata all’impiego
dell’energia elettrica e dei motori ad idrogeno;
• l’avviamento di una rete di distribuzione interna efficiente, indirizzata al risparmio energetico e
alla riduzione delle interruzioni improvvise, tramite reti intelligenti e informatizzate di
distribuzione (smart grid) in grado di armonizzare produzione e consumo;
• interconnessioni con supergrid informatizzate e riconversione delle reti di interconnessione
attualmente operanti prevalentemente per l’esportazione di energia prodotta da combustione, con
grave danno per la salute dei Sardi e senza beneficio economico alcuno;
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Con il Supergrid in pratica si rafforza la rete elettrica, rendendola più capillare, fluida, intelligente, controllabile ed elastica (anche su
scala continentale), condizioni necessarie sia per la crescita delle fonti rinnovabili (soprattutto eolico), che per reggere i picchi di
domanda elettrica, anche per il prossimo futuro (ad esempio nei trasporti, con l'avvento delle auto ibride, elettriche e a idrogeno).
• Investimenti nella ricerca sui danni alla salute causati dalle condizioni ambientali modificate dalle
combustioni e per la tutela della qualità dei nostri prodotti alimentari.
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Le migliori tecnologiche (filtri a manica e scrubber denitificatori e desolfuratori) introdotte negli ultimi 20 anni hanno consentito una
riduzione, non ancora sufficiente, delle emissioni di polveri totali degli ossidi di azoto e di zolfo, ma le problematiche inerenti le
poveri fini e ultrafini (PM 2,5 e PM 0,1) e le nano-particelle rimangono irrisolte; così come quelle relative all’emissione di arsenico,
altri metalli e isotopi radioattivi. Tutto questo è alla base di numerose patologie tumorali, infiammatorie e degenerative che
penalizzano fortemente le popolazione dell’isola.
CHIEDIAMO
• Un nuovo Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti Solidi Urbani, che preveda la sospensione
dei progetti di realizzazione di nuovi inceneritori in Sardegna, la dismissione di quelli esistenti e la
possibilità di chiudere il ciclo dei rifiuti ricorrendo a tecnologie alternative che puntino al recupero,
riciclo e riuso, massimizzando la raccolta differenziata, con l'obiettivo di avvicinarsi al traguardo
dei Rifiuti Zero.
• Un'attenzione particolare al problema dei Rifiuti Industriali in quanto la Sardegna è la Regione
italiana con l’estensione più vasta di territorio inquinato da attività industriali pregresse o ancora
attive (450.000 ha circa, un sesto dell’isola), dove è necessaria una seria politica di bonifiche.
• Un nuovo Piano Energetico Ambientale Regionale in relazione alle reali necessità della nostra
comunità, che punti alla dismissione degli impianti a combustione e sia indirizzato al risparmio
energetico e alla produzione energetica sostenibile da fonti rinnovabili.
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In sede europea sono stati assunti diversi impegni in questo senso con il Patto delle Isole dell'Europa ("Pact of Islands"), il Patto dei
Sindaci ("Covenant of Mayors.) e il Piano d'azione per l'energia sostenibile insulare (ISEAP). Questi patti, sottoscritti da più di 2200
città e comuni europei prevedono una serie di obiettivi a favore dell’efficienza energetica e dello sviluppo dell’energia sostenibile,
con l’impegno di andare oltre gli obiettivi fissati dalla UE per il 2020 (riduzione delle emissioni di CO2 di almeno il 20%), attraverso
l’attuazione di un Piano di Azione per l’Energia Sostenibile per le aree di attività pertinente ai loro territori.
• Lo stop delle procedure di autorizzazione per nuovi impianti di incenerimento, per il
potenziamento di quelli esistenti e per nuovi progetti per l'utilizzo delle energie rinnovabili, a
tutela dei nostri territori dalle speculazioni attualmente in essere, in attesa della definizione dei
nuovi Piani Regionali.
• La piena applicazione della Convenzione di Aarhus per il coinvolgimento diretto dei cittadini
nella fase di revisione e attuazione dei due Piani Regionali, tramite la costituzione di un Comitato
dei Garanti con la presenza di tecnici e studiosi dei vari settori, indicati anche da ordini
professionali, associazioni e comitati dei cittadini impegnati sui temi dei rifiuti, dell'energia, della
salute, dell’ambiente e della salvaguardia del territorio.
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Il compito del Comitato dei Garanti dovrà essere la verifica di tutte le fasi del processo affinché queste si sviluppino in modo corretto
e trasparente, l’informazione al pubblico sia chiara ed esaustiva, controllando che le diverse posizioni trovino ascolto e vi sia un
adeguato approfondimento nei diversi momenti di discussione pubblica o nel corso dei lavori di gruppi in vari settori. Il Comitato dei
Garanti dovrà poter valutare in generale che il processo si svolga regolarmente, rispettando tutti gli impegni assunti pubblicamente,
controllare che tutti i risultati e le diverse posizioni in campo trovino spazio nel processo e scegliere gli esperti per approfondire tutte
le questioni tecniche, in modo che il confronto tra diverse posizioni sia equilibrato e completo.
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