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L' I TAL I A N U O V A
PROF.
GAETANO BRIGANTI
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o' ~GlllCOLTU R.\ IS POR TI CI
RACCOLTA DI STUDI
ECONOMICI SOCIALI E POLITICI
DIRETTA D A
I PROBLEMI
VITTORIO SCIALOJA
ANDREA GALA NTE - EUGENIO RIGNANO
51:.Rll
B
DELL' ARBORICULTURA
ITALIANA
VOLUME SECO:"IDO
BOLOGNA
BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI
NICOLA ZANICHELLI
EDITORE
EDITORE
INTRODUZIONE
PROPIHETÀ LETTEl~ARIA
llolo1:11<1
Staù1limE>ntl l'ollgrafkl Riuniti
l\'.'119
Quanto è scritto in questo volumetto non
ha alcuna pretesa di novità. In esso si ripro-ducono considerazioni e consigli che sono vec-chi quanto sono vecchie le singole coltivazioni
legnose trattate.
Ma poichè l'arboricoltura italiana è rimasta in tanta parte primitiva, e le deficienze che
ha sempre presentate e gli e,rrori commessi, in
gran parte. non sono stati corretti nè dall'opera
degli agricoltori, che è rimasta quasi sempre
incerta, slegata, disordinata, priva di indirizzo
veramente speculativo, nè dall'opera stimolalrice dello Stato, che ha presentato le medesime deficienze, conviene ancora ripetere gli
stessi consigli, nella speranza che le energie
rinnovatrici che la fatale guerra ha suscitate
Introduzione
I nlroduzione
sappiano tenerli nella dovuta considerazione,
e, sopratutto, sappiano tradurli in realtà.
Non vi è chi non riconosca la necessità
di portare al massimo grado possibile la pro·
dttzione agricola nazionale. Ma non dobbiamo
limitarci a predicare : Produciamo di più. Occorre operare, operare molto; e la parola d' ordine deve essere: Produciamo di più e meglio.
Poichè una parte considerevole della produzione annuale della nostra arboricoltura
viene esportata - nel 1913 l' Italia mandò ali' estero per oltre 387 milioni di lire di prodotti
diversi delle colture legnose fruttifere - non
sarà mai abbastanza raccomandato ai produttori il concetto della buona qualità delle derrate agricole. Grandi masse uniformi. bontà
e bellezza di prodotti e buon mercato, sono
fra le condizioni fondamentali che assicurano
il successo alle esportazioni.
E poichè il nostro Paese non è il solo
fornitore di queste derrate nel grande
mercato mondiale, ma si trova in continoa
concorrenza con altri Paesi , che hanno fatto
notevoli progressi nel campo della produzione
e del commercio delle derrate agricole, è urgente necessità nazionale rinnovare i vec·_l1i si-
sterni colturali e, possibilmente, sorpassare
quanto è stato già raggiunto da altri.
In un viaggio compiuto in Spagna, nel/' inverno decorso , inviato in missione dal Ministero di Agricoltura, ho avuto occasione di
constatare e di ammirare i progressi veramente
notevoli che colà hanno raggiunto alcune delle
colture legnose fruttifere, comuni anche all' Italia , e la magnifica organizzazione commerciale per gran parte delle produzioni agricole
da esportazione.
La produzione e il commercio delle arance,
dell'uva da tavola, dell' uva passa, delle
mandorle delle olive verdi da tavola, de.i fichi secchi, ecc ... , sono in Spagna guidati con
sorprendente indirizzo industriale. da quando
forti case inglesi ed americane ne hanno dato
lesempio, quasi monopolizzandone o controllandone la esportazione (I).
Noi dobbiamo fare lo stesso. ~ questione ,
per l'economia dell' Italia, di vita o di morte.
Se non vogliamo la definitiva e irrimediabile rovi11a del nostro Pae.se, se non vogliamo che.>
esso arrivi (( buon ultimo » sui grandi mercati
internazionali, occorre migliorare, aumentare
e organizzare tanto la produzione che il com-
VI
VII
Vili
Inlroduzione
mercio delle derrate agrarie. E la organizzazione deve essere completa : scientifica, te
cnica, industriale e commerciale.
Questa. a mio avviso, è la via migliore che
dobbiamo additare all'operoso e meraviglioso
popolo nostro. perchè, una volta usciti dal[' immane turbine che si è abbaltuto sul mondo, si possa sperare di sanare, nel più breve
tempo possibile, le larghe falle che la guerra
ha aperte nella economia della nostra Nazione.
J.
LO STATO ATTUALE
DELL'ARBORICOLTURA ITALIANA
Portici. agosto 1918.
I. - A traverso le campagne italiane. Prof.
GAt·:TANO BRIGANTI
Chi ha occasione di percorrere in tutta la sua
lunghezza il nostro bel Paese resta ammirato
dalla grande estensione che hanno le coltivazioni legnose fruttifere in quasi tutte le sue
regioni.
Dai colli del Piemonte (( per vendemmid
festanti », ai fitti oliveti che nella pittoresca Liguria si arrampicano su per l'erto declivio delle
alte colline degradanti al mare. alb serie per
lungo tratto ininterrotta di fiorenti filari di viti,
qua e là consociati a fruttiferi, delle magnifiche campagne del Veneto, del!' Alta Lombardia, dell' Emilia, della Toscana, delle Marche, dell'Umbria, agli oliveti e ai vigneti co~1
ben tenuti dei Castelli romani, alla ricca '~
BRIGANTI
I problemi
della arboricullura italiana
densa vegetazione arborea della Campaniu,
al mare di viti, di olivi e di mandorli, fra cui
il treno corre per qualche centinaio di chilometri. in Puglia, ai fertili e balsamici agru11~t" di cste'>i tratti del litorale della Calabria
e della Sicilia, e agli sterminati vigneti d~l1' isola e ai mandorleti della provincia di Siracusa, ... è tutta una serie di scnsqzioni diverse
e sempre gradevoli che il viagr;iatorL h"l dal
mutevole panorama agricolo che le belle campagne noslre offrono.
Ricca di colli e di monti, con piogge generalmente frequenti soltanto tra l' autunno e
l' inverno. e con tanta parte del suo territorio
arida e priva di acqu di irrigazione, la nostra
bella Italia è il vero Paese delle colture legnose
e rare zone non hanno alberi : quelle dove
domina la risaia, e quella dove l'acquitrino e,
çon esso, la mala ia, scacciano I' agricoltor~
dalla stabile dimora nei campi e ostacolano
orrni :::-oltura eh non sia la più estensiva.
I'ifa•ti anche là dove la economia agraria
si è orientata intorno alle coltivazioni erbacee
di alto rendimento e al pingue prato da vicendfl, voi vedete che rompono la ricca monotonia verde del piano le chiome allineate e
superbe di vigorosi gelsi, che apprestano la
foglia alla industre popolazione rurale.
Dappertutto si coltivano piante legnose
fruttifere in Italia, e in alcune regioni esse, co-
stituendo la principale sorg'3nte di rir:chezz<.t,
vi rappresentano la base della economia rurale. t: in codeste regioni che la diffusione
delle col ture arboree ha segnato, nell' ultimo
cinquantennio, profonde e mirabili trasformazioni, chp sono esempi viventi della sapiente
)pewsità dei loro obi tanti .
Chi, infatti, si fermasse a considerare il
mernviglioso lavoro compiuto dRi coloni baresi
e di gran parte della Puglia, e da quelli siciliani, i quali nel breve giro di pochi decenni
seppero ridurre centinaia di migliaia di ettari
di squallida e· sassosa Murgia o di terreni aridi
in superbi vigneti e mandorìeti; o chi si fermasse ad ammirare i limoneti della costiera di
Amalfi e quelli delle colline orientali della
provincia di Messina, o gli aranceti del declivio di Monreale, dove non si sa se sia più
grande l' incanto dei panorami e la divina
suggestione della marina, oppure l' ardiment0
dell'agricoltore, che ha trasformato con l' impiego di diecine di migliaia cli lire per ettaro,
l'aspra scogliera o il sensibile declivio di colline poco produttive nei più bei giardini del
mondo; - o chi visitasse gl' impianti relativamente recenti dei superbi pescheti dei dintorni di Napoli, o quelli non meno fiorenti di
Maf-scJomGa da, dove campagne aride e ghiaiose, che prima producevano poche centinaia
di lire, si sono portate all'invidiabile rendi-
2
3
5
I problemi
della arboricultura italiana
mento di parecchie migliaia di lire per ettaro,
non può non sorprendersi e compiacersi a un
tempo della grandiosa opera compiuta dal1' Italia nuova e resta profondamente convinto
del grande valore che ha la coltivazione degli
alberi fruttiferi là dove il caldo sole italico,
disgiunto dalla naturale o importata umiditi\
nel suolo, non feconda ma inaridisce la terra.
E anche più recentemente è bastato che in
un'annata il vino in Pua
lia si vendesGe a
o
prezzo altamente rimuneratore. perchè i contadini perdessero la lesta, e si dedicassero a
nuovi impianti, magari con viti nostrane. anche in zone largamente fìllossernte.
Nel periodo che va dal 1870 al 1890 si
ebbe la maggiore diffusione della coltura degli agrumi nel Napoletano, in Calabria e in
Sicilia, favorita dal crescente e rapido sviluppo
della esportazione di limoni e aranct specialmen t~ ve~·so la Gran Bretagna e gli Stati Uniti
amencan1.
E poco più tardi l'aumentata richiesta di
frutta dai grandi mercati di consumo dell' interno e dell'estero rese possibile lo sviluppo
della nostra frutticoltura.
La piantagione di diecine di migliaia di
mandorli, di noci, di nocciuoli: l' impianto dei
meleti e dei pescheti della Camp3nia dcl Piemonte, della Romagna; le colture degli 1lbicocchi sulle pendici Vesuviane e in Toscana ;
le p~antagioni di ciliege nel Barese, nel Lazio,
nelle Romagne, nel Piacentino e nel Modenese; le vigne a uva da tavola delle provincie
di Messina, di Bari, di Piacenza, ecc. si devono proprio alla maggior richiesta di prodotti
per la esportazione, e frequentemente all'opera
attiva di propaganda che esportatori intelli2'enti hanno direttamente compiuto, approfìt-
4
I
2. - Lo sviluppo dell'arboricoltura nell' ullimo cinquantennio. - Di tutte le coltivazioni
legnose fruttifere considerate in questo breve
lavoro l' ulivo soltanto ha occupato sempre, in
tutte le epoche, una grande estensione in
Italia. Le altre colture sono tutte relativamente
recenti, e la loro diffusione negli ultimi decenni è stata determinata dal1 'aumentato traffico tra le diverse regioni italiane e dall' incremento delle esportazioni.
L' impianto dei vigneti, infatti, ebbe il
maggiore sviluppo, specialmente nelle regioni
meridionali, e sopratutto in Puglia e in Sicilia. dal 187 5 in poi in seguito alle attive richieste d1 vini molto nlcoolici che si sono sempre
avute dalla Lombardia e dalle altre provincie
del nord, e da quelle che ci vennero dall'estero
e specialmente dalla Francia durante il periodo
18 79-1 887, e più tardi dalla Svizzera, dalla
Germania, e più particolarmente dall'AustriaUngheria.
t
6
I problemi
tando delle buone varietà loc.ali là dove ne trovavano, e facilitando la diffusione di varietà
importate in regioni che ritenevano adatte alla
produzione di buone frutta.
Devono essere ricordati sempre con venerazione i nomi degli esportatori che. in ogni
regione italiana, hanno contribuito con l;:1 loro
opera audace e perseverante, "lll' nccrescimento
della n0stra esportazione sui pit1 lontani mercati esteri. Senza di essi non si sarebbero guadagnati. sempre nuovi mercati ai prodotti della
nostra arboricoltura e molt~ t "rre non sarebbero state stimolate a produzione tanto rimunerativa.
Fu proprio in quel periodo di tempo ch e
gli alti prezzi a cui si vendeva il vino determinarono in diverse regioni una gara tra gli agricoltori a piantare vigne, e la febbre degli impianti fu tale che dei coloni arrivarono, nei
territori di Barletta, Canosa e dintorni, a compensare con 5-6 mila lire per versura (Ha.
1,2345) quei coloni che al secondo anno d' impianto, e quindi prima che si iniziasse la produzione, avessero ceduto il godimento del
nuovo vigneto per il resto della durata del contratto stipulato con il proprietario.
I piL1 estesi vigneti furono fatti allora con
contratti a miglioria, in cui la terra nuda, il
pi\1 d elle volte roccioaa, si cedeva al colono
della arboricultura italiana
7
gratuitamente o quasi per i primi tre anni, e
dal 3 anno in poi si fissavn una compartecipazione del colono al prodotto, variabi le dalla
metà, per i primi anni di produzione, fino al
terzo dal 7 -I 0° anno e per tutta la durata del
contralto.
La manìa di possedere un vigneto fu tale
che esso non sempre si impiantò là do\·e prima
ern magro p<1scolo. o bosco stentato, o misero seminativo. Anche l'olivo non fu risparmiato, e sotto la incauta scure del contadino
pugliese molti oli veti caddero per dar posto
alla nuova preferita coltura.
Per fortuna, in buona parte dei nuovi impianti, su terreni nudi, la vite fu consociata
all'olivo e al mandorlo, talchè i più avveduti di allora non solo hanno sofferto di meno
nelle annate di crisi vinicola, ma, presentemente, subiscono un assai minor danno dalla
rovina fillosserica che dilaga in Puglia.
In quello stesso periodo avvenivano :1ltrove
simili trasformazioni per estendere la coltura
degli agrumeti. Gli alti prezzi dei limoni,
che superarono le trenta lire al quintale in Sicilia e raggiunsero e sorpassarono persino le
cento lire a migliaio nella costiera di Amalfi,
dove il frutto matura nel periodo primaverileestivo, quando cioè la produzione invernale
siciliana è pressochè esaurita, fecero sostit 1Ìrt:
9
I problemi
dcl/a arboriculiura italiana
a vigneti. a carrubeti, a oliveti la coltu~a dei
limoni. fu allora che tanto nella penisola Sorrentina, come sul Gargano. come lungo il litorale di Calabria e di Sicilia, con largo impiego di lavoro umano e di capitali, furono
creati i più estl'."si agrumeti.
Su ripidi tratti di collina, sulla roccia nuda,
con ardimento meraviglioso, frnntumando la
roccia con mine e col piccone, costruendo muri
di sostegno e colmando i ripiani con terrn trasportata a spalla, si crearono i più hei giardini d' Italia, con una spesa di impianto che
superò in alcuni casi le 40 mila lire per ettaro (2).
L · irnpianto di frutteti specializzati e la
grande diffusione di alberi fruttiferi venne più
tardi. quando l'audacia e la perseveranza di
quell' uomo così utile all'agricoltura italiana
che fu il Cirio creò la schiera degli esportatori
e quando molti vagoni di frutta italiana varcavano i confini e attraversavano le Alpi, verso
mercati ricchi, che davano od esse un elevato
valore.
Vennero così man mano favorite le produzioni fruttifere in Italia ; alcune proprie d .. i
paesi meridionali, come le mandorle; altre,
comuni anche ai Paesi dell' Europa centrale,
sopratutto perchè nelle campagne italiane a
clima caldo maturano le frutta più precocemente che nei Paesi del Nord.
Lo sviluppo che ha avuto la esportazione
di frutta dall' Italia negli ultimi anni si rileva
cla queste cifre suggestive :
8
Esportazione media annuale italiana ùelle frutta
nep:lt ultimi trent'anni
hutta
fresche
quintali
Q11inq11en11io hs::.s;
"D
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Anno
l~!IHJ;,
J~96-fl00
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frutta secca
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xxx. wo
~.i:1.100
1
:l1.i.li00
:llin.:mo
.,rnu.100
Ma la frutticoltura italiana è chiamata a
uno sviluppo ancora maggiore, perchè le richieste della esportazione aumentano di anno
in anno e perchè i bisogni del consumo interno
sono grandi e lungi dall'essere completamente
soddisfatti dalla produzione attuale.
Basti accennare ai prezzi talvolta esosi a
cm si vendono le frutta nelle grandi città nostre, per convincersi che in tanta parte d' Italia esse sono ancora un genere di lusso. Il loro
consumo aumenterebbe straordinariamente e
diventerebbe popolare, e quindi di pari passo
la frutticoltura si estenderebbe. se la maggiore
produzione, la rapidità dei trasporti e la or-
cospicua, che possiamo calcolare approssimativamente, sulla scorta delle notizie di Statistica agraria, (4) nelle seguenti quantità e valori medii annuali, per il periodo 1909-1916.
ganizzazione delle vendite ne riducessero sensibilmente il prezzo di vendita al detté\glio.
3. - Entità e valore della produ:-.ionc della
nostra arboricoltura. - Di tutta Ì"l gran massa
di alberi e di arbusti fruttiferi che coltiva l' Italia, gran parte è in consociazione con piante
erbacee : le colture specializzate sono ' ssai
meno estese, e, come è naturale, sono più frequenti nelle regioni meridionali.
La Statistica agraria dà. per l'olivo, la vite
e gli agrumi le seguenti indicazioni, riferite al
-
1916: (3)
a coltura
a coltura
Ispecializzata
ria
1
Viti
Olivi.
Agrumi.
11
promiscua
Ha.
I
808.000
:i!l2.600
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11
della arboricultura italiana
I problemi
10
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Uva da \'ino .
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Olive da olio .
S. J on.uno a
Agrumi
Mele, pere, cotogne. 111..:2.7:lli OUO a
logranate . . .
Frutta polpose (ciliege. '
susine, albicocche, pe- 1
sche, ecc.) . . . . . 1.389.UOO a
Mandorle, noci, nocciuole 1 ;l,Q89 000 a
fichi secchi e susine 1
secche
. : 8J.8.00U a
388.000 a
Carrube .
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Castagne
L. 20 1· J 2~2,» 30 I
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(i(),(j()()
Totale milioni di lire
. Non dà alcuna indicazione della superficie occupata dalla maggior parte delle coltivazioni legnose fruttifere, le quali in assai preYalent~ n:isura sono costituite non da piantagioni
?peciahzz?te: ma da filari o da piante sparse,
m consociazione con colture erbacee.
Da così estesa coltivazione di piante fruttifere si raccoglie annualmente una produzione
.
2.190,:l
Ammontare codesto che è al disotto del
vero, perchè non comprende il al re cl ] ...
oli"e da tavola, dei pistacchi e cli alcune altre
frutta.
4.
~
L: arboricoltura nella economia agraria
nazionale. - Il valore dei prodotti delle col
I problemi
della arboricultura italiana
ture legnose fruttifere è intorno al quarto del
valore di Lutta la produzione agricola nazionale.
Se tentiamo di calcolare i capitali che si
sono impiegati per le piantagioni e per ]' impianto degli stabilimenti industriali relativi cantine, oleifici, ecc. - e quelli occorrenti annualmente per le operazioni colturali e per la
lavorazione dei prodotti, si avrà un' idea della
grande importanza che l'arboricoltura ha nella
economia de1 nostro Paese.
Per la sola coltura dt.Ila vite, secondo i calcoli del Prof. Caducei, si avrebbe I' impiego
di ben 8270 milioni così distribuiti :
6070 milioni di lire, importo della spesa
per l' impianto dei vigneti specializzati e delle
viti consociate ad altre colture, compreso il valore del terreno; 1200 milioni, importo delld
spesa per cantine, vasi vinari, macchine e attrezzi ; e I 000 milioni di lire che si spendono
annualmente per coltivare i vigneti e per raccogliere e vinificare l' uva prodotta (5).
Un analogo calcolo fatto per lolivo ci dà
un impiego di circa 4150 milioni, di cui 3700
milioni rappresentano il capitale investito nel1' impianto degli olivi, un altro centinaio d'
milioni nell'impianto degli oleifìri e nell'ac~
quisto di macchine e attrezzi, e 350 milioni
spes~ annualmente per coltivare gli oliveti, rttccogliere e lavorare le olive.
Gli agrumeti esistenti in Italia hanno un
valore approssimativo di un miliardo e mezzo,
(6) e per la loro coltura e per la raccolta e il
confezionamento delle frutta e la preparazione
dei derivati si spenderanno annualmente un
centinaio di milioni di lire.
E per tutte le altre coltivazioni fruttifere,
benchè il calcolo. anche approssimativo, sia
assai difficile, si saranno investiti certamente
alcuni altri miliardi. e altre centinaia di milioni
occorrono all'anno per la loro col tura, per la
raccolta e mani~lazione dei prodotti.
Cosicchè, in complesso, si può ritenere
che il capitale investito in Italia nell 'arboricoltura e nelle industrie derivate superi i 1 5 miliardi e che intorno ai 1700 milioni si spendano all'anno per le operazioni colturali e la
lavorazione dei prodotti.
Di quest' ultima somma circra due terzi
vengono distribuiti alla mano d'opera.
Alla arboricoltura nazionale sono interessati alcune centinaia di migliaia di coltivatori, dei quali la maggior parte lavorano anche i prodotti ; molti industriali ; parecchie migliaia di esportatori; e da esse dipendono pur~
molte centinaia di migliaia di persone le quali
trovano il loro guadagno e il loro sostentamento nei lavori di coltura, di raccolta e di manipolazione dei prodotti diversi dell 'arboricoltura.
12
13
14
della arboricullura italiana
! problemi
Da questi brevi cenni schematici si rilevn
quale grande importanza rivesta la arboricoltura nel nostro Paese.
5. - Distribuzione dell'arboricoltura in Italia.
- Tenendo presente le statistiche della produzione, possiamo farci una idea abbastanza
esatta della distribuzione delle r.olture legn0se
fruttifere nelle diverse parti dell' Italia
Una prima ripartizione è indicata dal seguente pruspPtto :
I Per cento della produzione
in Italia
Settentr.1 Centrale :Mcridion-.
Uva
Olive
Agrumi
Mele, pere, cotogne, melogranate
Frutta polpose (ciliege,
susine, albicocche,
pesche, ccc.)
Mandorle
Noci e nocciuole
Fichi secchi
Carrube
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Nel complesso, la produzione delle colture
legnose fruttifere è prevalente nell ' Italia meridionale. Di tutte le categorie di produzioni
15
solo quella delle viti è abbastanza uniformemente distribuita nelle diverse regioni del nost''1 Paes~. e queìb. delle 'T'"'le e pere e fruttn
polpose è notevolmente diffusa nelle provincie
del nord, oltk che in quelle del Mezzogiorno.
I .e regioni dove maggiormente si raccolgono i prodotti delle colture legnose fruttifere
sono in ordine decrescente:
Per I' uva: il Piemonte col 13,3, l' EmiliR col 12 7 la Campania col 10.8, la Sicilia
col 10.4. le Puglie col 1O, I, la Toscana col]' 8,3 '\,. Vengono poi il Veneto, il Lazio, la
Lombardia, le Marche, e con produzioni ancora minori, gli altri compartimenti.
Per le olive le Puglie sono in prima linea
col 25.6 per cento e in alcune annate con percentuale di gran lunga maggiore (nel 1916 fu
superiore a! 50) le Calabrie col 18, I , la Sicilia con 16, la Toscana coll' 8 9 e la Campania
coli' 8,3 %. Gli altri compartimenti danno produzioni minori.
I?. bene notare che, tanto per la vite come
per l'olivo, le piantagioni specializzate sono
prevalenti nell' Italia meridionale. dove nel
1916 erano distribuiti 563 mila e 512 mila ettnri, rispettivamente , degli 808 mila e 592
mila ettari di vigneti e oliveti specializzati di
tutto il Regno.
Gli agrumi sono prodotti prevalentemente
dalla Sicilia nell'alta proporzione dell' 88 <J0
17
I problemi
della mboricultura italiana
dei limoni e il 57
delle arance e dei mandarini , da1k Calabrie per il 4 l•~ dei limoni,
per il 20°", delle arance e per il 6,3 1' , dei mandarini, e dalla Campania per il 3,3 <J.:, dei limoni, il 15,8"., diaranceeil27,4 °,'1 di mandarini.
Le regioni dove le altre categorie di frutta
raggiungono proporzioni più rilevanti sono
così distribuite :
Per le mele e pere: la Campania e il Piemonte presso a poco con la stessa quantità
(21,9 °r, e 21,5 ' ); l'Emilia col!' ll,5 °:i ; gli
Abruzzi e Molise col 10,4 1' . ; la Sicilia col
6 ,6 °1;, , e in proporzioni notevolmente minori
le altre regioni.
Per le frutta polpose (ciliegie, susine, albicocche, pesche ecc.}: la Campania col 3 I 6 °' .
la Sicilia coll' 1 I , 9 o,o ; il Veneto col 9 ,'5 ;., ;
il Piemonte e le Puglie col 7, 9 e 7 6 ~;, ; l' Emilia col 6.5 °•· .
Per le mandorle: la Sicilia col 57 5"1,- e J.
Puglie col 34, 5. E per le noci e noc~iuole l~
Camp~n.i~ con circa il 50 °10 . le Puglie col 18,3
e la S1c1ha con poco più del I O"' .
Pe~ i fichi secchi le Puglie col 51 , I ",', ; le
Calabne col 34,3 ,, ; la Sicilia col 7,8 0,1
~er le carrube : la Sicilia coll' 86 " : l·
Pugl1e col 6.4 e la Campania con uguale percentuale.
Per l'uva da tavola : I' Emilia con poco
meno del 30 ; le Puglie col 18 o, ; gli Abruzzi col l 5,3 ~ 0 : il Veneto col I 2, I ', ; il Piemonte coll' 8 .6 % ; la Campania coll' 8,4 % ;
la Sicilia col 4, 5 °{, .
E per le castagne, prima di tutte, la T oscana col 33 ''l., circa; il Piemonte col I 5, 7;
le Calabrie col 14 ,2; la Liguria coll' 11 , 5 e
l' Emilia, la Campania, la Lombardia e le altre regioni, con percentuali minori.
16
6 - L' arborzcoltura e l'agricoltura delle regioni aride. - Nei terreni asciutti, che sono
tanta parte del territorio nazionale, le coltivaziom erbacee non risultano sempre molto redditive. Anzi, nelle regioni a clima primaverilecstivo quasi senza pioggie, anche la produzione dei cereali a semina autunnale è frequentemente aleatoria, o per lo meno non corrisponde a una media annuale stabile o poco variabile.
Se confrontiamo per alcuni anni successivi
la produzione del grano di buona parte delle
provincie meridionali con quella delle provincie del settentrione, risulta subito la grande
differenza tra la produzione annuale delle une
e quella delle altre.
In Capitanata, per esempio, la quantità di
grano che si raccoglie per ettaro oscilla, da
un anno all'altro, tra un minimo di 3-4 quintali e un massimo di 18-20 quintali a ettaro
B R IG,\N 11
2
18
I problemi
., ·
In tutta 1a va lle pa dana le produzioni annuali
. .
n1assime sono di gran lunga p1u v1mm1me e
ll' l
,
.
l
c1ne, e a d1'fferenza • .da un anno a a tro, e
soltanto di qualche qumtale per ettaro. .
Le terre aride, quando non hanno il beneficio della irrigazione, non so.n~ a~atte al:f
colture erbacee; le lunghe sicc1ta pnmaven.1
spesso inaridiscono i campi più promettent1,
e nella maggior parte delle con~rade del Mezzogiorno, l' improvviso elevarsi della ~empe­
ratura tra maggio e giugno e qualche giornata
afosa, di caldo africano, affrettano e strozzano
la maturazione delle messi.
Se tale sorte costante subiscono le colture
erbacee a semina autunnale, non è quasi a
parlare di quelie a semina .prir_nave~ile. L.a
economia delle aziende agrane, m tah condizioni, non deve dunque essere imperniata sulle
aleatorie coltivazioni erbacee.
Conviene chiedere una produzione pm sicura e più stabile alle piante legnose, che con
le vigorose e ampie radici vanno ad esplorare
gli strati profondi del terreno, dove non arriva l'azione del caldo sole meridionale.
E quando si sappiano consociare alle
piante legnose, bene adatte al terreno e più
ancora al clima, quelle fra le coltivazioni erbacee a più breve ciclo vegetativo, tra l' autunno e la primavera, in maniera da assicurare la produzione di queste ultime, senza
della arboricultura italiana
19
compromettere e danneggiare la produzione
delle prime, si dà all'azienda agraria il migliore assetto economico, che sottrae il coltiVé\tore alle frequenti perdite determinate dalla
siccità, che è il nemico più grande dell 'agricoltura meridionale.
7. - L'arboricoltura e le industrie derivate.
- Non occorre scrivere molte parole per rilevare la grande importanza delle industrie che
traggono la materia prima dalle colture legnose fruttifere. Le maggiori fra esse : l' industria enologica e la olearia, sono le piL1 diffuse
nella maggior parte delle regioni italiane, e
ad esse è intimamente legata la ricchezza di
intere provincie.
Ma ne abbiamo ancora altre delle industrie
che conviene rilevare.
La industria dei derivati agrumari interessa
notevolmente mezza Sicilia e la provincia di
Reggio Calabria, dove la produzione di essenze di agrumi, di citrato di calcio, di acido
citrico e altri derivati è così rilevante, che ha
consentito, nel 1913, una esportazione complessiva di oltre 30 milioni di lire.
E se, accanto alle tre grandi categorie di
industrie indicate, consideriamo quelle dell' alcool, dell'acido tartarico, degli olii al solfuro,
delle frutta disseccate, delle frutta lavorate
con zucchero ecc. quali più o meno suscettibili
20
della arboricultura italiana
I problemi
Se a tale somma si aggiunge il valore del-
di notevole incremento e miglioramento, arri~
viamo a un complesso di imprese industriali
agricole veramente irl1ponente.
!' alcool di vino, di cognac, di acido tartarico,
8. - I prodotti dell' arboricoli ura e le esportazioni. - La gran copia di prodotti che si
raccolgono dalle colture legnose f ruttifcrc supera di gran lunga, almeno per la maggior
parte di essi, i bisogni del nostro Paese,
e consente una larga esportazione, come s1 nleva dalle seguenti cifre :
Esportazione dì prodotti
delle culture legnose fruttifere e derivati net 1913
11
J\\ il ioni
di lire
I
Vini e vermouth
. . . . . . .
Olio d'oliva (escluso quello lavato
o al solfuro). . . .
. , .
Olio d'oliva lavato o al solfuro
Castagne
Agrumi.
Uva fresca
Altre-frutta fresche
Frutta secche diverse
Derivati agrumari
. . . . .
Frutta candite o altrimenti preparate
con zucchero . . . . . . .
Tartaro e feccia di vino . . .
Totale milioni di_ lire
:i:i,7
fi,li
7,H
1
~.;,7
Il
J:{,7
I
:ii,u
ii7,l
:m,:-i
'
·~,!)
10,a
21
•
ecc. che vengono esportati, si tocca cer'tamente
la considerevole cifra di 400 milioni di lire che
entrano nel nostro Paese in cambio di prodotti
della ,.ite, dell'olivo e delle colture fruttifere
cli.e noi mandiamo all'estero.
'
Ha quindi un grande interesse nazionale
ogni opera governativa intesa a stimolare e a
guidare meglio lo sviluppo della nostra arboricoltura.
11.
I PROBLEMI
DELL' ARBORICULTURA ITALIANA
A. - I problemi della viticoltura
I . - La coltura della vite in Italia e in altri
Paesi. - Ho già accennato al rapido sviluppo
della viticoltura italiana negli ultimi decenni
del secolo scorso, e ai fattori che lo determinarono.
La superficie occupata dalla vite in Italia.
calcolata nel 1916 in 808.000 ettari di vigneti
specializzati e in 3. 541 . 000 ettari in cui la vite
è consociata ad altre colture, era, nel 1909, secondo i dati della Statistica Agraria, di ettari
911.100 dci primi e di 3.551.770 di vigna
consociata.
I I 00 mila ettari o poco più di vigneti che
figurano in meno. a sette anni di distanza. sono
I problemi
24
stati distrutti dalla fillossera, e :ippf\rtengono
quasi esclusivamente alle Puglie, dove l' insetto, ormai con notevole rapidità, va compiendo la sua opera di devastazione.
La produzione italiana, nel periodo dal
1909 al 1916, è compresa fra un massimo, nel
1909, di quintali 96 milioni di uva, da cui si
ottennero poco più di 60 milioni di ettolitri di
'ino, e un minimo, nel 1915, di quintali 30
milioni di uva, pari a poco più di 19 milioni
di ettolitri di vino. Gli elevati raccolti sono stati
determinati dal favorevole andamento della
stagione primaverile-estiva e dal limitato sviluppo del!~ peronospo~a, hcihnente domata
dalle irrorazioni cupriche. Contribuirono al
basso rendimento dei vigneti, nelle annate di
scarsa crorluzione, oltre le basse t ·mperai:urçe l' eccessiva umidità della primavera, sfavorevoli alla normale fioritura e all' allegament0
degl i acini, anche l'eccezionale intenso sviluppo della peronospora.
La produzione media, nel periodo suddetto, è stata <li 64.098.000 quintali di uva, da
cui si sono ricavati ettolitri 41.393.000 di vino.
L' Italia è il secondo Paese, nel mondo,
per la produzione del vino, il primo posto es·
sendo tenuto dalla Francia con una produzione
media annuale di circa 60 milioni di ettolitri,
comprendendo gli 8 milioni che produce I' Al.
geria. Dopo l' Italia viene, a grande distanza,
1
della arboriculiura italiana
25
h Spagna, con 16 milioni e mezzo di ettolitri.
e poi l'Austria-Ungheria con poco meno di 9
milioni, e altri Stati con produzioni ancora
minori. (7)
2. - L' indirizzo da dare alla viticoltura ifa·
liana di f ronfe alle passate crisi vinicole e alla
invasione fillosserica. - t ancora recente il
triste ricordo del grave disagio che sopportò
I' industria enologica italiana nel triennio
1907-1909. Fu quella una crisi d1 sopraprodu: '0ne, come le altre che la precedettero.
Allettati dall'attiva richiesta di uve e di
mosto, oltrechè di vino, gli agricoltori di varie
contrade itali;:i.ne, specialmente meridionali,
estesero fortemente, e in qualche caso pazzamente, i nuovi impianti di vigneti, senza creare
le corrispondenti cantine, trascurando di con·
siderare che l' uva costituisce la materia prima
di una industria, che ordinariamente deve andare annessa e connessa con la vigna, fìnchè la
industria enologica non sarà organizzata divt>rsamente dalla forma attuale.
Questo è stato il grande errore economico
di molti impianti di vigneti, che ha poi aggravato il disagio nelle annate di pletorica produziom.. ·
D1 fronte alla ricostituzione dcl patrimopio
viticolo, fortemente ridotto dalla fillossera"' in
parecchie provincie, e minacciato nelle altre,
26
della arboriculiura italiana
I problemi
ricoitituzione che nelle zone asciutte e a clima
caldo e arido deve ritenersi una necessità, perchè poche colture vi si adattano, prosperano e
rendono bene come la vite, non sarà certo su ·
perfluo accennare all' indirizzo che conviene
dare alla viticoltura, in stretto rapporto con lri.
industria enologica.
Il concetto che, a mio parere, dovrebbe
guidare i nuovi impianti è di migliorare sensibilmente la produzione italiana. nei suoi diversi tipi di vino, preferendo, secondo le con1
dizioni di ambiente. e particolarmente di e ; _
ma, delle diverse regioni viticole italiane, quei
vitigni che consentono di trarre il massimo profitto economico dalle condizioni stesse di ambiente colturale. La organizzazione della industria enologica dovrebbe fare il resto.
***
Non. accenno che di sfuggita al problema
fillossenco, che nelle regioni a clima fresco è
di soluzione piuttosto facile, e che nelle regioni a clima meridionale, caldo e arido, è abbastanza bene avviato, se teniamo conto delle
vaste ric~stitu~?ni in Sicilia e di quanto scrive
da alcuni mesi il prof. Silva Commissario dei
Coi:sorzi an~ifillosserici <lelÌe PugÌie, per la
regione pugliese che è, nel momento attuale la
più duramente colpita dal parassita (8). '
•
27
Alcuni dei portainnesti creati in Francia e
particolarmente gli ibridi di Berlandieri, trovano discrete condizioni di adattamento nei terreni secchi meridionali : la risoluzione attuale
della ricostituzione dei vigneti distrutti dalla
fillossera risiede, quindi, da una parte, nel
favorire la creazione di grandi vivai per la preparazione del materiale legnoso occorrente ai
nuovi impianti; e, dall'altra, nel fornire a
buone condizioni i mezzi .finanziari necessari
ai nuovi costosi impianti .
Mentre i grandi viticoltori organizzano tale
lavoro per conto pro:prio, nei propri fondi; per
agevolare i medi' e piccoli e anche i grandi proprietari, è conveniente aumentare notevolmente la produzione delle talee e delle barbatelle nei vivai dei Consorzi antifì.llosserici, per
soddisfare le richieste sempre crescenti dei viticoltori. Ciò che si raggiungerà applicando
con sollecitudine la legge Nitti del 26 giugno
1913 sui prestiti ai Consorzi stessi.
La soluzione del problema attuale, ripeto,
io la vedo in questa organizzazione.
Ma poichè i nuovi vigneti su ceppo americano hanno una durata piuttosto limitata,
che, nelle migliori condizioni, raramente va
oltre i 30-40 anni, e poichè continueremo sempre a coltivare la vite, che è fra le piante più
convenienti, sarà bene prepararci fin da
ora per i futuri impianti, con la creazione di
28
I prob[l'mi
portainnesii italiani, selczion~ti. rigor~s~m~nt~
sotto la influenza delle spcnah cond1z1om d1
ambiente di ciascuna regione italiana.
Cominciamo, cioè, a fare ora, in scala vasta e con larghe vedute, quello che i francesi
iniziarono quasi con la comparsa della fillossera nei loro vigneti, e che noi avremmo dovuto fare da tempo.
Non mancano pregevoli ibridi portainnesti,
creati da valorosi tecnici, che hanno lavorato
modestamente, con pochi mezzi, e, quasi,
oscuramente. Grimaldi, Ruggeri, Danesi.
Paulsen, Montoneri .... sono nomi di uomini
benemeriti. Alcuni ·dei loro portainnesti hanno
ormai superato da gran tempo la prova sperimentale e sono preferibili o almeno consigliabili per la loro resistenza alla fillossera,
alla siccità, per il loro vigore e per il facile
adattamento ai terreni siciliani (9).
Su questa via - la più razionale è quella
che, naturalmente, dà i successi più completi
e più durevoli - bisogna mettersi, risolutamente, con la visione netta del grnnde interesse viticolo nazionale e con mezzi adeguati.
***
I problemi tecnici della viticoltura connessi
indu~tria enologica, 11J11 c;ono mc'lo note
voli di quelli della ricostituzione con viti amencane.
,iJ,,
della arboricullum italiana
29
Ogni regione viticola ha i suoi propri vitigni locali, coltivati da moltissimi anni, fra cui
alcuni sono di grandissimo pregio.
Nei nuovi impianti sarà conveniente non
badare soltanto olla quantità del prodotto. ma
scerrlicre
i vitiani in manil;rn da assicurare so="
pratutto la buona qualità alla materia prima
della industria enologica.
Tranne lodevoli e anche notevoli eccezioni
- sarebbe ingiusto non mettere in rilievo gli
LCcellenti vini dd Piemonte, del Veneto, delle
r<'gioni del Chianti, dei Castelli Romani, e
di varie zone del Mezzogiorno -- la gran massa
dei vini da pasto italiani è mal preparata, piuttosto grezza. non raffinata da una tecnica industri~le accurata come quella francese, e assai spesso mal conservata.
I .a Francia è maestra nella industria enologica, ma anche la Spagna, oltre che nei celebrati prodotti meridionali di Malaga e di Cadice, ha fatto magnifici progressi anche nella
preparazione di vini da pasto fini, assai diffusi
nell' interno e largamente esportati all'estero.
~elle sue Botegas del nord, e negli stabi1;mc nt: cl.i ~'rnr ~l i produttori da lungo _emp')
si seguono i metodi francesi, con larghe diret ·
tive industriali.
La gran massa dei produttori - medi e
piccoli - del nostro Paese, mette ancora in
commercio vini scadenti e mal conservati, an-~
30
I problemi
che in zone dove l'uva è particolarmente adatta
alla produzione di vini eccezionalmente fini,
come avviene, per esempio, nelle ridenti campagne del litorale Vesuviano.
I nuovi impianti, in codeste zone privilegiate, che son parecchie in Italia, dovrebbero
essere fatti con pochi e distinti vitigni : bisognerebbe abbandonare assolutamente la pratica, divenuta in tanti paesi tradizione, di fare
di ogni vigneto quasi una raccolta ampelogra6.ca, e riuscirebbe grandemente vantaggioso
sostituire, con una tecnica industriale diligente,
gli attuali metodi primitivi d1 vinificazione e di
conservazione del vino.
L'avvenire di tutta la industria enologica
italiana risiede appunto nel sensibile miglioramento dei prodotti che si ottengono in ogni
regione e nella loro più accurata manipolazione e conservazione. Ciò che potrà attuarsi
più facilmente da grandi aziende industriali,
anzichè da piccoli o medii produttori.
La organizzazione di tali grandi imprese
industriali in talune regioni dove esse sono
scarse, e dove vi è abbondanza di eccellente
materia prima, oltre a riuscire vantaggiosa alla
economia del Paese, sicuramente sarà un buon
affare.
***
maggiori mutamenti si dovranno realizzare nell' indirizzo finora dato alla viticoltura
della arboriculiura italiana
31
~ell~ regioni calde meridionali. t consigliabile
e 1 n~urrc e ntro piì1 modesti limiti, corrispon-
denh alle minori richieste del commercio nelle
con~rade ar!d~ del litorale meridionale, l~ pro
duz1one dei vmi da taglio e di dedicarsi particolarmente alla produzione industriale di vini
alcoolici e liquorosi, di uva da tavola e di uva
passa.
Ho degustato in Puolia, in Calabria in Sicilia. vini bianchi alco~lici asciutti ver~mente
superiori, per .limpidezza, per profumo e per
gusto, prodotti con uva bianca Bombino, Caf11ratto, Inzolia, ecc. Il moscato di Siracusa e
la malvasia di Lipari sono prodotti assai bene
apprezzati da lungo tempo, e altrettanto a\1verreb~e i:>el moscato di Trani. se si perfezionas~c. il sistema di vinificazione, attualmente
addmttura primitivo.
Il vino Porto delle Cantine di Pavoncelli
ed ex La Rochefoucault a Cerignola, e il vino
d~ Dessert preparato dal De Bellis a Villanova
d1 ~astellana in provincia di Bari, sono prodotti veramente eccellenti, che confermano il
convincimento che nelle contrade più calde del
l\. •T·~~zo~1orno
•
potrebbero con fortuna coltivarsi
l v1t1gm ~a ~u.i a Cadice ed a Malaga si preparano quei vm1 cel~brati da secoli
Ho constatato in quelle provincie spagnuole le stesse condizioni colturali e di clima
eh~ si ~iscontrano da noi in Puglia, in Calabna e m s·1c1·1·la. È questione semplicemente
della arboriculiura ilalwna
I problemi
32
33
l'anno'
dall
S che essa ritira per 0 Itre quattro quinti
Port:g:ii;n~=l pBr resto dprincipalmente dal
L' lt l"
:
.e gio e alle sue Colonif!.
a ia vi partecipa
·,
trascurabili.
con quantita addirittura
di tentare su scala industri-ile \' introcluzio11e
/1.
dei noti vitigni spagnuoli.
Sono confortato in tale concetto dall'autorevole opinione che il prof. Carlucci espresse
fin dal I 909, rivolgendosi oi viticoltori pu-
. Negli ultimi anni normali la .
.
di questo frutto è sta l
importazione
statist"che · l ·
ta a seguente, secondo le
1
mg es1:
gliesi (I O).
Sarebbe oltremodo utile indirizwre in qu<"'sto senso opera di qualcuna delle Cantii.e
r
sperimentali del Mezzogiorno.
Uva da tavola Importata nella Gran Bretagna
3. - Maggiore produzione di uoa da tavola.
- La coltivazione delle viti per le\ produzione
di U'\'a da tavola ha già uno sviluppo notevo1 ~
in alcune pro...rincie, e particolarmente in quelle
di Piacenza, di Teramo e di Bnri. Essa era
stata orientata però sulle esigenze della esportazione in Germania, dove mandavamo oltrt"
80 per cento dell' uva da tavola da noi spe-
r
dita all'estero (I I).
Non possiamo sapere, mentre scriviamo
questo opuscolo, come saranno orieniati, dopo
la pace, i rapporti commerciali dell' ltalia cogli altri Paesi : com·errà tuttavia pensare lì.n
da ora a produrre anche per la esportazione
ver.;o la Gran Bretagna, che è il più gran~
mercato europeo consumatore di uva da t<i•:olc.1
1
e di altre frutta.
La importazione di uva fresca <la ta\·,....\n
della Gran Bretagna è imponente. Si tratta di
alcune centinaia di migliaia di quin.tali al-
. Paesi
d1 provenienza
--
Spagna
Portogallo
Belgio
Altn Paesi
Colonie Britanniche
Totale
!I
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6 5
l uva. Pure in
.
, t:>" , e '
dal Portogallo. cassette arnva l uva da tavola
e
BRIOANTI
3
34
I pmblcmi
I mercati inglesi preferiscono uve da tavola
molto aromatiche. come sono lo Zibibbo e il
.\1oscalo di Terracina; uve ad acini grossi, anche se di gusto mediocre. come ad esempio
la Mennavacca, il Bicane, il Gros Colman, e
sopratutto uva tipo A lmeria, che. per la sua
lunga conservabilità, può essere consumata dal
selt~mbre a tutto inverno.
Il tentativo compiuto recentemente dalle
ditte Zerioli di Piacenza e T eodoli di Montesilvano, che mandarono nell'autunno del 1916
le loro uve in Inghilterra - la prima il Bes·
gano e la Verdea. la seconda il Bombino
bianco - non diede buoni risultati, per il fatto
che le uve inviate non corrispondevano al gusto e alle abitudini degli inglesi. i quali nei
gusti dei prodotti alimentari sono eccezionalmente conservatori. Contribuì pure al fallimento della iniziativa degli intraprendenti
esportatori italiani l' imballaggio gracile e inadatto {la cassetta o la gabbietta) per merce dep~ ribilissirna come l'uva, che, per giunta, dovev,\ subire il doppio trasbordo dal treno al
vapore e ,.JceYersa sulla costa francese e su
quella inglese ( 12).
Conoscendo le esigenze del mercato della
Gran Bretagna. ed essendo di grande interesse
per noi conquistare un posto discreto su di
sso. ~arebbe opportuno prepararci fin d'ora
r
della arboricullura italiana
35
al nuovo orientamento che subirà il nostro
commercio di esportazione, senzn però illuderci di sostituirci agli esportatori spagnuoli,
perchè è ormai noto lo stretto legame di interessi che esiste tra ditte importatrici inglesi e
ditte esportatrici spagnuole. Come per l' uva
passa, per le mandorle, per le arance, così anche per l' uva spagnuola in barili gli inglesi
hanno disciplinata e organizzata con proprie
ditte o con propri rappresentanti, sui luoghi di
produzione, la esportazione verso i loro mercati.
Comunque. noi potremmo assicurare buona
accoglienza alle uve precoci che si raccolgono
ora in Sicilia, in Calabria, in Puglia, (Chasselas, Baresana, Zibibbo), purchè potessero
arrivare in Inghilterra prima della metà li
sdtembre. prima cioè che cominci la importazione dell'uva di Almeria.
E potremmo pure prepararci a competere
con quest' ultima, sia coll'estendere, nellt.
zone più aride del nostro Paese. dove il prodotto risulterebbe lungamente conservabile, la
coltivazione della Catalanesca. che moltissimi
caratteri di somiglianza ha con l' uva di Almeria ; sia col provare se lo Zibibbo e il Moscato di Terracina, raccolti sempre prima delle
pioggie, si possano conservare per lungo
tempo in barili, con segatura di sughero, secondo il sistema spagnuolo.
I problemi
36
Se questi ultimi esperimenti riuscissero, io
credo che potremmo rapidamente conquistare
un magnifico posto, tanto sui mercati della
Gran Bretagna, quanto su quelli degli Stati
Uniti Americani, i quali apprezzano di più
le uve da tavolé'I a sapore di mosrnto.
f: questione soltanto cli provare su uve raccolte in contrade a climn t•stivo assolutamente
arido, perchè soltanto esse hmrno spiccata l'attitudine a consen msi lungC1mente. Conviene
però aggiungere che, per accentuare maggiormente il carattere cli conservabilità a queste
uve, è necessario allevare le viti ad altezza un
po' maggiore di quanto si pratica adesso, e
dare alle \"iti un sostegno, per non lasciare i
grappoli eccessivamente aduggiati. e per pre·
st:>rvarli meglio dal mnrciumc.
I~ bene aggiungere pure che, se non sarà
possibile imitare il sistema spagnuolo di stratificare le uve in barili con segatura di sughero,
converrà alle comuni nostre cassette che si usavano per la esportazione in Germania, sostituire le cassette tipiche che le stesse ditte inglesi adoperano per le spedizioni di uva dalla
Colonia del Capo, aventi le dimensioni intern~
di m. 0,45 x 0,30 ~ 0.13 per Kg. 5,5 di uva, e
di m. 0,60x0,45 x0,13 per Kg. 6,5 di uva.
avvertendo di collocarvi un solo strato di grappoli, ciascuno dei quali avvolto in carta velina,
1
della arboriculiura italiana
37
e separati l' uno dall'altro con sottilissimi trucioli cli legno ( 12).
***
Ma oltre a produrre per la esportazione
verso più di un mercato estero, converrà aumentare il raccolto dell' uva da tavola per il
consumo interno, che dovrebbe essere prolungato anche assai dopo la vendemmia.
In quasi tutti i centri viticoli italiani infatti, una quindicina di giorni dopo ultimata la
vendemmia non si vende quasi più l' uva da
tavola sul mercato. Fanno eccezione soltanto
alcune contrade, fra le quali degna di nota ~
la zona che ha per centro Somma Vesuviana,
dove la Catalanesca, una eccellente varietà di
llva da tavola tardiva. a buccia coriacea, resistentissima, e a polpa gradevole e profumata,
si conserva naturalmente sulle viti, per un
periodo più o meno lungo, secondo che la stagio11e va meno o più piovosa e umida, periodo
che generalmente arriva fino a Natale o poco
più tardi.
Anche in provincia di Bari e qua e là in
Sicilia la conservazione dell' uva da tavola
sulle viti è praticata, ma in proporzioni assolutamente modeste.
Nel nord della Francia, invece, la conser-
38
l problemi
vazione dell' uva da tavola a raspo verde è
fatta da moltissimi anni industrialmente e
pure da molti anni. in Spagna, ad Almeria.
I' uva O han es. stratificata in barili con sughero
tritato, si esporta largamente e mantiene il
consumo di codesto eccellente frutto durante
quasi tutti i mesi invernali sui mercati di Londra, di New York e di Amburgo, dove, prima
della guerra, se ne esportavano, complessivamente, intorno a 300 mila quintali all'anno.
Le indagini che ho consigliate sulla conservazione dell' uva, parlando della conquista
del mer~ato inglese, potrebbero avere per
scopo d1 estendere anche presso di noi il
consumo invernale dell' uva da tavola con~
servata, specialmente nelle r:rrandi città industriali, dove il collocamen~o di essa sareb~e sicuro e profittevole. Difatti il prezzo
~ell uva conservata proveniente da Almena, raggiunge, dal gennaio all'aprile, anc.h~ nelle nostre grandi città, le 6-8-1 O lire al
ch1log~amma. Quando la industria della con$ervazione
· pro. . . dell' uva fosse fatta
. da n01· m
porzioni discrete, il prezzo notevolmente più
ba~so n~ ~ssicurerebbe un pit1 largo consumo
nei mesi invernali.
. Èlquesta una industria puramente merid
·
l'1ona e ' p e r ch'e .posso assicurare
che soltanto
uva prodotta m contrade calde e aride, e
della arboricultura italiana
39
raccolta prima delle piogge autunnali, ha l' attitudine a conservarsi lungamente e bene.
4. - Mag!{iore produzione di uva passa.
L' Italia che è il secondo fra i Pnc..si vinicoli
del mondo, e che è pure il secondo fra qHelli
che esportano uva da tavola, il primo posto
essendo occupato dalla Spagna, importa per
oltre un milione di lire all'anno di uva passa,
che per quasi nove decimi è costituita da uva
passa tipo Malaga.
Altri Paesi, fra cui la Turchia Asiatica, la
Grecia, la Spagna, e recentemente la California e l'Algeria e Tunisia producono notevoli
quantità di uva secca. La sola Grecia prepara
ogni anno in media oltre un milione di quintali
di passo1i 'le di C0rinto, che per metà è esportata in Inghilterra. La Spagna esporta per altre
200 mila quintali di uva p?ssa da tavola; nel
1914 la produzione dell'uva passa di California fu di circa I 70 milioni di libbre, corrispondenti a quintali 771 mila ( 13), e comincia a delinearsi vittoriosa la concorrenza che gli Stati
Uniti d'America fanno agli stessi Paesi produttori di Europa sui mercati europei del Nord. E
abbastanza notevole, per quanto recente, è la
produzione di uva passa in Tunisia ed Algeria,
dove la industria, iniziata e sviluppata da coloni siciliani, fa già attiva concorrenza a quella
di Pantelleria.
40
1 problemi
della arboricultura italiana
La preparazione dell'uva passa, che è praticata da antichissimi anni presso di noi, è
rimasta allo stato di produzione casalinga
quasi dappertutto nel Mezzogiorno, ed assume
carattere di vera industria, soltanto nelle isole
di Pantelleria e di Lipari, dove la produzione
annuale è calcolata dal prof. Mondim in circa
50 mila quintali (14).
L' uva passa di Pantelleria è molto apprezzata e non ha nulla da invidiare a quella della
Spagna e del la California.
Converrebbe estendere la coltivazione dello
Zibibbo - che è luva adoperata tanto a Pantelleria, come sulle coste africane, a Malaga
e in California - in altre contrade litoranee
della Sicilia, della Calabria e di Puglia, e,
quando sarà finita la guerra, anche della T ripolitania.
Con una buona organizzazione, il nostro
Paese meridionale, non solo dovrebbe produrre tutta l' uva passa che occorre al consumo interno, ma dovrebbe anche esportarne.
sopra 592 600 ettari di oliveti spf'cializzati e
sopra I. 71 7.400 ettan in cui l 'ohvo non è
coltura prevalente ed è consociato ad altre
piante arboree o erbacee. La produzione media annuale italiana di olive, nel periodo 19091916, è stata di quintali 10.854.000, da cui
si sono ricavati quintali 1.623. 000 di olio.
Fra tutti i Paesi che coltivano olivi, solo la
Spagna ha una produzione superiore alla nostra : nel sessennio 191 I -1916 ha infatti ottenuto in media quintali 2.486.300 di olio al1' anno (I 5). La Francia, la Grecia. la Turchia,
la California, l'Argentina ecc. hanno produzioni di gran lunga inferiori.
Il nostro Paese, dunque, occupa nel mondo
il secondo posto nella coltura dell'olivo e nella
produzione dell'olio.
B. - I problemi dell' olivicultura.
I · - La coltura dell'olivo in Italia e in altri
P.aesi. - Come ho riportato nelle prime pagme, la coltivazione dell'olivo in Italia è este9a
·-
41
2. - La decadenza deUa olivicoltura e le
sue cause.
In molte regioni d' Italia, ma
più particolarmente nel Mezzogiorno, è frequente il lamento della quasi costante sterilità degli oliveti. Negli ultimi 25-30 anni si ricordano pochissime annate di produzione soddisfacente, tanto che per molti proprietari gli
oliveti sono diventati una vera passività.
La produzione complessiva italiana di olio
è andata decrescendo, e, come naturale conseguenza, è diminuita pure la esportazione,
43
I problemi
della arboricultura italiana
come si vede dalle cifre seguenti, mentre è
cresciuto il consumo mondiale dell'olio.
clemenza della stagione primaverile che disturba la fioritura e l 'allignmcnto dei frutti ;
lunghe siccità estive: lavori al terreno eseguiti
troppo tardi, m primavera, che distruggono
gran parte delle piccole radici assorbenti superficiali, le quali, per il sopravvenire dell' aridità, non si riproducono che stentatamente e
in piccola proporzione; negligenza nelle altre
pratiche colturali; cause nemiche parassitarie
numerose, qualcuna delle quali, come la mosca delle olive, tanto gra-ve da ridmre o deprezzare, da sola, bum;a parte anche delle produzioni pit1 abbondanti... sono tutte circostanze che determinano la sterilità più o meno
accentuata e più o meno durevole delle piante,
anche quando questa non è congiunta al deperimento della vegetazione ( 16).
La fioritura è la fase biologica dell'olivo che
nil1 manifestamente risente le conseguenze
~lannose di tutte o di alcune delle cause sfavorevoli indicate .
Uno dei fenomeni costanti, che si ripete
quasi tutti gli anni, con maggiore o minore intensità negli oliveti di ogni regione, e in grado
più elevato in quelli del Mezzogiorno, è la
scarsa e talvolta scarsissima fruttificaziCllle che
succede alla abbondantissima fioritura.
Si ha una grande proporzione di fiori anormali, in cui l'organo femminile è abortito, fin
cbl momento dell'apertura dei fiori ; propor
42
Quantità d'olio d' oliva
esportate in media annualmente dall'Italia
Quintali
Quinquenni
I "llifi-70
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1909
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Non sono poche le cause che hanno
determinato e mantengono codesto stato
di cose. Oliveti resi improduttivi dalla eccessiva vecchia~a ; oliveti riprodotti agamicamente, per mezzo di polloni tratti da
piante già prossime o l1 a ,. chiaia o poco sane
o poco produttive; oliveti troppo foti e mantenuti quasi allo stato selvaggio, mal potati e
mal concimati o non concimati affatto ; terreno
povero; continua consociazione con piante erbacee, qualcuna delle quali molto esigente e
particolarmente sfavorevole alle più delicate
fosi vegetative e alla produttività dell'olivo; in-
•
44
I problemi
zione che in talune circostanze, di varietà e pit1
ancora di ambiente, si mantiene entro i limiti al disotto del 50 per cento, mentre in altre sale fino al 75-80-90 e anche fino al 98
per cento.
Ma la deficiente fruttificazione non dipende
esclusivamente da tale aborto dell'organo fern
minile precedente l'apertura dei fiori : anche
una proporzione del 20 per cento di fiori normalmente sviluppati e fecondati sarebbe sufficiente ad assicurare un'abbondante raccolto
di olive.
Il male è che una grande quantità dei fiori
che presentano uno sviluppo normale dell' ovario al momento dell'apertura del fiore, vanno soggetti, come molto bene ha dimostrato il
Petri, (17) ad una progressiva diminuzione di
attività fisiologica, favorita in modo particolare
da deficiente nutrizione della pianta e dalla
persistente siccità.
Questo fenomeno di regressione di sviluppo dell'ovario, successivo all'apertura del
fiore, che raggiunge talvolta l' 80 e perfino il
90 per cento e più dei fiori a normale sviluppo,
accentua il carattere di sterilità degli olivi delle
zo.ne aride, che costituiscono tanta parte degli
oliveti italiani.
u
~ · - La rigenerazione della olivicoltura. L albero sacro a Minerva sembra oggi ne-
della arboricultura italiana
45
qlctto dagli uomini della scienza 1>, disse nel
1901, al Congresso Agrario di Bari, il prof.
Cuboni. E l'affermazione può ripetersi anche
ora, se non teniamo conto dei recenti lavori del
Petri e di qualche altro studioso.
Ma gli uomini di scienza, io credo, sono
gi ustifì.cati dalla considerazione che studi biologici di così grande importanza come quelli
dell'olivo non si possono compiere nè da una
sola persona, nè nel breve giro di qualche
anno. Per riprendere e completare le sole in
dagini e gli studi che sull'aborto fiorale dell'olivo hanno fatto il Campbell (18) e ancor
più il Petri, occorrerebbe tutta una organizzazione.
L'aborto fiorale, abbiamo visto, è in parte
una conseguenza delle cause sfavore,.oli in cui
vive l'olivo. Ma è necessario che rigorosi studi
sperimentali arrivino a stabilire quali sono le
cause che più direttamente determinano il fenomeno, e quale inA. uenza vi ha ciascuna di
esse.
L'aborto di una parte dei fiori, al momento
della loro apertura, è fenomeno comune a
tutte le varietà di olivi ; ed occorrerebbe quindi
determinare in quali varietà il fenomeno si
manifesta con maggiore intensità e con costanza annuale, non attenuata dalle cure colturali, anche più diligenti, e da condizioni di
ambiente favorevoli, per umidità non deficiente.
46
I p10blcmi
E questa sarebbe la sola pnma p::lrtc
dello studio.
La seconda, e più imporlantc. dovrebbe
riguardare l'andamento dello sviluppo dei fiori
normali. successivamente alla fioritura, e la
inAuenza che su di esso hanno le singole cause,
che possono favorirlo od ostacolarlo.
Codesti studi sulla biologia e sulla fìsiolcgia dell'olivo, in intima relazione con le diverse varietà di olive, con l'età delle piante,
con le più differenti condizioni di terreno e di
clima, con le cure colturnli più o meno diligenti o trascurate. con l'epoca e. il numero dt:i
lavori al terreno, con andamento del clim3'
devono essere compiuti in ogni regione, e
sono, a mio avviso, di imporlanza imp0N n.te
e fondamentale, perchè darebbero a.Ua olivicoltura italiana un indirizzo scientifico, che si
traduce in largo vantaggio economico.
È necessa11io, inoltre, che si affronti con
es~tta visione della sua grandezza, il problema
dei nuovi impianti di oliveti, che devono so~tituire quelli che, per notevole vecchiaia, sono
improduttivi e destinati quindi '.'lllo abbattimento.
Studio comparativo delle varietà coltivate
nelle diverse regioni, in rapporto tanto alla
pr.o duttività, quanto ai caratteri industriali delle
olive ; propaganda intensa ed estesa delle ~uo
ne norme colturali, sussidiata da larghi espe-
r
della arboricullura italiana
-17
rimenti colturali-biologici; impianto di grandi
vivai consorziali, da istituirsi in ciascuna regione, sono, insieme a quelli indicati, i probl emi principali della olivicoltura italiana. F rn
i quali due sono i più emergenti : l'aborto fiorale e la difesa delle olive dalla mosca.
Risoh·ere questi due problemi vuol dire:
assicurare annualmente a intere regioni una
grande ricchezza, che, complessivamente, può
valutarsi ad alcune centinaia di milioni. L'alto
interesse nazionale dovrebbe convincere rhe
vale la pena di mettere gJi uomini di scienza
nelle condizioni più favorevoli per dedicarsi
con sapiente e paziente perseveranza alla risoluzione di questioni così imponenti.
4. - La produzione delle olive da tavola.
La produzione delle olive verdi o disseccate o
salate, che potrebbe svilupparsi molto proficuamente in Italia, con un carattere di vera
industria, è invece limitata a qualche contrada
della Sicilia e delle Puglie per le olive salate;
a F errandina in Basilicata, per le olive disseccate; ad Andria e ad Ascoli e a qualche altro
paese per quelle verdi specialmente. In complesso però la produzione italiana è insufficiente alle richieste del mercato nazionale.
Nel recente viaggio compiuto in Spagna,
p~r studiarvi la produzione e la organizzazione
del commercio dei prodotti della frutticoltura
48
l problemi
he fanno concorrenza ai prodotti
spagnuo la, C
.
·1
·n
similari italiani, ho potuto nl~vare l magni c?
.
he ha preso particolarmente a Si.
d"
svi1uppo c
viglia, la industria delle olive ver l cons~rvate. La Spagna ne produce ?1tre 400 ,mila
quintali all'anno, e ne esporta circa la m~ta per
tutto il mondo, ma specialmente n.egh Stat~
Uniti e in Argentina' per un valore di parecchi
milioni di lire.
. . .
.. r
Fra i diversi stabilimenti vis1tat1 d S~v1g ia:
quello del Signor Barea ha una prod~z:one d1
50-60 mila q. li all'anno. delle due vanet~ Man-
zanilla e Grossa di Siviglia (Gore/al Sev1~lana_).
Al momento della mia visita, il propnet~n~
. ·
BOOO. botti
di
aveva pronte per 1a spe d iz1one
.
circa 6 «:.:ttolitri di capacità, contenenti ciascuna
440 chilogrammi di olive: e altra quantità era
confezionata in barattoli. di vetro di forma e
grandezza
diversa, e in piccoli bariletti
di po...>
•
•
chi litri di capacità, per il commercio interno e
anche per la esportazione.
. .
Il consumo di olive verdi è grandissimo
nella Spagna. Non vi è pranzo ove non ng_urino le eccellenti olive, le quali vengono servite
anche nei caffè insieme al vermouth.
Ma, fra i Paesi che maggiormente coltivano l'olivo, non è soltanto la Spagna che
produce olive conservate. Anche la Grecia n~
prepara grandi quantità. Dal solo porto di
Volos se ne esportano annualmente intorno a
45-50 mila quintali (19).
della arboriculiura italiana
49
E notevole ed eccellente prodotto si prepara pure nella Francia meridionale e partico··
larmente a Salon, in Provenza .
Il grande mercato degli Stati Uniti Americani assorbe le più forti quantità di olive preparate. Nel 1911 ne importò per 3.054.500
galloni, di cui galloni 2. I 7 5. 100 ritirò dalla
Spagna e 698. 000 dalla Grecia. L' Italia ne
mandò quantità assai modeste.
E la inferiorità della produzione italiana
non si riscontra soltanto nella sua entità, rispetto a quella del Portogallo e della Spagna
in particolar modo, ma anche nella qualità e
nel valore di essa.
Le quotazioni ai grossisti per merce f .o.b.
New York, variarono per le olive spagnuole,
nel 191 2, nel seguente modo :
Manzanilla da 200 a 220 al Kg., dollari 0,65;
Manzanilla da 400 al Kg., dollari 0,54;
Queen olive da 70-80 al Kg., dollari 1, 40;
Queen olive da 150 a 170 al Kg., dollari 0,60,
mentre le olive italiane si quotavano appena a
7 soldi la libbra (20).
Anche sul mercato di Vienna le più
grosse olive verdi spagnuole, che raggiungono il peso di 15 grammi, di cui 12 l<l
polpa e tre grammi soltanto il nocciuolo, si
pagano a tre corone al chilogrammo, mentre
quelle più piccole di altra provenienza o di
50
I(
\
della arboricullura italiana
I problemi
varict~1 rn<::dioni a corone 0,80 (21 ). A Buenos
Ayres le olive verdi europee, secondo un rapporto dell' Enol. Chiaromontc si vendevano
nel 191 O da L. 2 .20 a L. 4. 40 per ogni latta di
Kg. 1,020 di peso lordo, da rni bisogna sottrarre gr. 620 circa tra ree ipiente ed acqua.
Se si tiene presente la grande richiesta che
lutti gli anni fo il commercio interrrnzionale
di questo frutto conservato. e elevato prezzo
raggiunto dalle migliori qualità, si può rilevare la convenienza per l' Italia di aumentare la produzione delle olive da tavola e il
tornaconto di preparare merce sceltissima. Chi
coltiva oliveti ricordi che da un quintale di olive
si ottengono in medin da l 5 a 18 Kg. di olio
che nelle condizioni normali. prima della guerra, si valutavano, al massimo, intorno alle
trenta o quaranta lire, mentre un quintale di
olive verdi in salamoia. di buone varietà, può
valutarsi assai più di 100 lire.
t vero che le varietà di olive da olio dànno
una produzione più costante e forse più elevata : ma le olive da concia, per la raccolta più
precoce, che le sottrae quasi due mesi prima
alle cause avverse e in particolar modo agli
attacchi della mosca, e per il loro elevato
prezzo di vendita, potranno essNe prodotte
sempre con largo profitto.
Per le olive disseccate noi abbiamo nella
oliva M ajatica che si coltiva a F errandina (Basilicnta) una varietà particolarmente adatta,
r
51
che dà un prodotto buonissimo ed abbastanza
apprezzato negli Stati Uniti, tanto dai nostri
er:iigrati, quanto dagli americani (20). f:. questione soltanto di farne il disseccamento con
maggiore cura e con veri criteri industriali.
Per la pil.1 larga preparazione delle olive
verdi, non mancano nel nostro Paese buone
varietà. Se la grossa oliva di Spagna, che si
produce a~ Andria, in provincia di Bari, non
pare la più adatta, perchè ha il nocciuolo
grande e la polpa piuttosto legnosa - caratteri questi che muterebbero se le piante fossero
coltivate in terreni meno aridi - abbiamo la
pr.egevole ~ariet~ Ascolana e quella 5. Ago
~imo che s1 coltiva a Ruvo, Corato, Andria,
m provincia di Bari, che sono molto somiglianti a quella Grossa di Siviglia, tanto apprezzata nel commercio internazionale.
Sareb~e facile e conveniente incoraggiare
c~n premi, per mezzo dell' innesto, la maggiore diffusione di questa varietà e di qualche altra a frutto più piccolo, corrispondente
alla Manzanilla spagnuola come la Pasola di
Ruvo, Corato e Andria in provincia di Bari e
la Majalica di Ba~licata.
C. - I problemi dell'agrumicoltura.
l . - La questione agrumaria italiana è una
Uno dei lati più interessanti dell agricoltura meridionale, e partique~tione ~icil~ana.
52
I problemi
della arboricullura ilaliana
colar mente della Sicilia, rigunrda la coltivazione degli agrumi. estesa in quell' isola per
circa 32 mila ettari. valutati per oltre 800 milioni di lire, il cui raccolto si calcola corrispondenk ai tre quarti del prodotto complessivo
agrumario italiano.
Le.. provincie agrumarie siciliane - Messina, Palermo, Catania e Siracusa - e la provincia di Reggio Calabria hanno il monopolio
dell' industria dei derivati agrumari più importanti. cioè delle essenze. di agrumi e del
citrnto di calcio.
I! valore di questi due prodotti raggiunge
il 95 per cento del valore complessivo di tutti
i derivati di agrumi prodotti in l talia, e i 9 I O
di tutta la produzione attuale del mondo.
Onde possiamo dire che la questione agru~
maria italiana è essenzialmente una questione
siciliana.
2. - La produzione italiana di agrumi
ri~
spetto alla produzione mondiale. - Fra tutti
i paesi produttori tre sono i più importanti : la
Spagna, gli Stati Uniti Americani e l' Italia,
i quali producono, complessivamente, i 5 '6
di tutto il raccolto mondiale e, ognuno, presso
a poco la stessa quantità di agrumi, in circa
8 milioni d1 quintali per l'Italia e la California,
e in circa 9 milioni di quintali per la Spagna.
53
Però mentre Spagna e California producono
intorno al 90 per cento di arance e al 1O per
cento di ìimoni e altri agrumi, l' Italia invece
produce in media il 52 per cento di limoni, il
38 per cento di arance e il I O per cento di altri
agrumi.
E di tale produzione, mentre quella degli
Stati Uniti è, per le arance. di poco superiore
alk esigenze del consumo interno e per i limoni ancora di gran lunga inferiore al detto
consumo, quella della Spagna e dell' 'Italia è
assai superiore ai bisogni del consumo interno
Tanto che la Spagna esporta annualmente più
di 5 milioni di quintali di arance e 40 mila
quinlali di limoni, e l' Italia manda all'estero
in media poco più di un milione di quintali di
arance e intorno a 3 milioni di quintali di limoni.
t:. bene fare rilevare però che la produzione
tanto delle arance quanto dei limoni in California andrà rapidamente crescendo nei prossimi anni, perchè dei 63. 520 ettari di aranceti
e dei l 3. 000 ettari di limoneti esistenti colà
nel I 91 3, un buon terzo dei primi e quasi la
metà dei secondi ernno rappresentati da piantagioni recenti e non ancora produttive (22).
In altri Paesi l'agrumicoltura va pure riprendendosi o affermandosi; or.d'è che. tenendo pur conto del norma le incremento del
c-onsumo mondiale degli agrumi, dobbiamo n -
I problemi
della arboricultura italiana
tenere che il commercio agrumnrio italian0
incontrerà, d'ora in avanti. una concorrenza
sempre più temibile e difficoltà sempre maggiori, in particolar modo per la esportazione
delle arance.
della guerra, l' 86 per cento della sua esportazione complessiva di agrumi (6).
Mentre però i limoni, pure esportandosi
negli Imperi Centrali, in Russia e dappertutto,
hanno il maggiore sbocco negli Stati Uniti e
in Inghilterra, le arance si esportavano invece
per il 50-60 per cento in Austria-Ungheria,
per il 20 per cento in Germania, pel 1O per
cento in Russia e per il 1O al 20 per cento in
tutto il resto del mondo. Le arance italiane
quindi hanno pochi mercati, fra i quali quello
Austro-Ungarico ha avuto la maggior importanza prima della guerra.
Se nel commercio internazionale dei limoni
I' Italia, o meglio la Sicilia si trova in condizioni di privilegio, perchè ha quasi il monopolio della produzione nel mondo, non è così
per le ;uance. La California, con la sua magnifica produzione, e con la sua meravigliosa
organizzazione commerciale, ci ha completamente scacciati dai mercati dell' Est degli Stati
Uniti, e comincia a far sentire la sua concorrenza vittoriosa anche sui mercati del Nord
d' Europa; e le arance spagnuole che da molti
anni avevano sostituito gran parte delle arance
italiane sui mercati della Francia, della Gran
Bretagna, dell'Olanda e del Belgio, ci fanno
una attiva e sempre più fortunata concorrenza
in Germ.ania e in Svizzera.
Negli ultimi anni prima della guerra gli
54
3. - La esportazione italiana di agrumi e
quella della Spagna e della Calif-omia. L'Italia esporta agrumi dappertutto nel mondo, ed è veramente grande I' attività degli
esportatori di questo prodotto, in maggioranza
siciliani, che compiono un importante ufficio
a vantaggio della agrumicoltura nazionale,
della quale potrebbero rendersi veramente benemeriti se sapessero disciplinare meglio la
loro opera.
I Paesi europei verso cui la esportazione
italiana è stata pitt notevole sono : Austria-Ungheria col 31 per cento, Germania col 14 per
cento, Gran Bretagna col 14 per cento, Russia coll' 8 per cento della esportazione totale
italiana. Altri Paesi (Svizzera, Paesi Balcanici,
Paesi del Nord di Europa, ccc.) ne importano
piccole quantità.
Dei Paesi oltre Oceano, gli Stati Uniti
Americani sono i maggiori consumatori dci nostri agrumi , o meglio qu<'lsi esclusivamente dei
nostri limoni, nella proporzione dd 18-19 per
cento della esportazione totale. Cosicchè fra i
cinque Stati indicati l' Italia distribuiva, prima
55
'
I problemi
della arboricultura italiana
esportatori spagnuoli hanno cercato di contrastare al nostro prodotto persino il mercato austro-ungarico e quello russo, e non è esagerazione affermare che vi sarebbero riusciti, con
la loro poderosa organizzazione commerciale.
Sulla scorta delle statistiche italiane e spagnuole e di quelle dei Paesi importatori, rileviamo che nel 1912 l' Italia ha fornito il 90
per cento della importazione di arance in Austria-Ungheria (Ql. 653.800) contro il 5 per
cento fornito dalla Spagna, ed ha avuto prevalenza notevole sulla sua concorrente in Russia e nei Paesi Balcanici, mentre è stata di
gran lunga sorpassata dalla Spagna negli altri Paesi Europei, come risulta dai seguenti
dati statistici.
gna e alla California. - Perchè la Spagna ci
ha strappato quasi completamente i mercati
dcl Nord di Europa e ci fa attiva e fortunata
concorrenza altrove, e perchè il pericolo della
California si fa sempre più preoccupante?
Non si tratta proprio di migliori qualità di
arance spagnuole o californiane, rispetto a
quelle italiane, perchè alcune nos~re varietà,
come il sanguigno e l'ovale, non hanno rivali
per profumo, per S3pore e per resistenza ai
v1agg1 .
Le ragioni sono altre e parecchie. Prima
fra tutte la uniformità grande nella produzione,
tanto che degli 8 milioni e pit1 di quintali di
arance che la Spagna annualmente raccoglie,
i 3/4 sono costituiti dai frutti di una sola varietà : l'arancia V alenciana. E il prodotto della
varietà Washington N avel forma pure i 3 I 4
del raccolto annuale della California.
La grande diligenza nella coltivazione degli agrumeti e la concorde, comune e assidua difesa di essi dai parassiti, fatta, tanto in
California che in Spagna, coi metodi più moderni, fino al trattamento delle piante con gas
di acido cianidrico, consentono di ottenere
arance pulite, belle, prive della più piccola
traccia di infezioni parassitarie, e al più basso
costo dì produzione possibile.
Se uniamo a queste caratteristiche di produzione con e'levati. caratteri di commerciab1
56
Esportazione di arance nel 191:2
lldall' !tal}
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Il quintali Il
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In Germania . .
Nella Gran Bretagna .
Nella Francia .
Nell'Olanda . . . .
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1tahana e
quintali spagnuola
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W2 000 , 1 : l-l:O
4. - Deficienza della produzione e del commercio agrumario in Italia rispetto alla Spa-
57
\
58
I problemi
lità, la perfetta organizzazione commerciale,
che permette di ottenere la maggiore uniformità negli assortimenti e nell' impacco delL...
frutta e negl' imballaggi solidi ed eleganti, il
rapido e regolare servizio di trasporti ferroviari e marittimi, le spedizioni ordinate e beri·~
distribuite, secondo le esigenze dei singoli
mercati importatori, lacquisto in comune dei
materiali necessari per la coltura degli agrumeti e per l' imballaggio delle frutta, avremo
altrettante condizioni di superiorità del commercio agrumario spagnuolo e californiano rispetto a quello italiar> o
In Spagna e in California si ha una mirabile organizzazione della produzione e del
commercio degli agrumi : in Italia tutto è indisciplinato.
Nel campo commerciale più che in quello
della produzione è grandissima la inferiorità
del nostro Paese.
In Italia ogni esportatore lavora per conto
suo ed è geloso del suo commercio, e non
tiene conto dell'attività dei suoi concorrenti :
onde le spedizioni si effettuano disordinatamente, non in relazione degli arrivi di merce
sopra ogni grande mercato estero. Ciò rende
incerto e instabile il mercato degli agrumi, e
la esportazione di questi finisce col diventare
quasi un giuoco d'azzardo.
Concorre pure in modo notevole ad accen-
della arboricultura italiana
,
59
tuare la nostra deficienza nella esportazione
di agrumi l' impacco assai frequentemente difettoso, per non uniforme tipo e grandezza e
bellezza dei frutti collocati in una medesima
cassa. Questo è uno dei più gravi difetti lamentato ripetutamente da più parti : a New
York come a Londra, in Olanda come in Germania come in Russia (23).
M~lte delle casse che arrivavano a Trieste
e ad Amburgo venivano aperte dai commercianti locali per essere rifatte, dopo più accurata classificazione dei frutti; e su queste casse, che poi si esportavano anche verso altri
Paesi, l' utile era di cinque, sei volte maggiore di quello che l' importatore ricavava
vendetido le casse nelle condizioni di 1mpacC:)
in cui arrivavano (24).
Per i limoni si continua a tollerare questa
deficienza del prodotto italiano, perchè quasi
solamente noi possiamo offrire attualmente limoni per il grande commercio internazionale :
ma per le arance gli importatori di ogni Paese
si sono man mano rivolti là dove hanno merce
meglio assortita e meglio impaccata e dove il
1
•
commercio è oene organizzalo.
Altra condizione di inferiorità del commercio agrumario italiano - condizione del
resto comune a tutto il commercio dei prodotti
agrari del nostro Paese - è negli insufficienti,
rostosi e lenti mezzi di trasporto e nella defì-
,,.
I problemi
della arboricultura italiana
ciente azione intesa a organizzare i mercati
esteri di consumo a favore dei prodotti italiani.
Contro questa nostra disorganizzaz1one,
tante volte rilevata e altretlnnte volte deplorata, sta di fronte la mirabile organizzazione del
commercio agrumario nei due paesi concorrenti dell' Italia. Basterebbe accennare al magnifico lavoro compiuto in Spagna d1i Sinda
catos naranjeros e dallé' Federacion naranjera.
e alla vasta e prodigiosa opera organizzatrict:>
della California Fruits Grower' s Exchange e
della Citrus Protective League of California.
per avere un' idea dei grandi vantaggi che queste potenti Associazioni hanno arrecalo ai produttori di agrumi di quei Paesi (25).
Queste grandi Associazioni, con la mirabile organizzazione della produzione locale e
del commercio tanto interno come di esportazione, vincono ogni concorrenza, avendo ragione. come è il caso deLla California, anche
della maggiore distanza dai mercati di consumo.
Per quanto molte illusioni non dobbiamo
farci sulla possibilità di competere vittoriosamente con la Spagna nel commercio delle
aran~e, tuttavi~ ~a~to per queste, come per i limom, converra rrmtare quei metodi colturali e
co~rnerciali, se .vogliamo che la nostra esportaz1on~ agrumaria non si riducn sempre più di
nnno m anno.
Una frase che mi ripetè a Valenza il signor Sarthou, autorevole gerente della Federacion naranjera, il quale nell' inverno 1912-I 3
visitò lutti i grandi mercati importatori di
arance del Nord d' Europa, contiene per noi
un grande insegnamento.
. ".Non vi è a temere, pel momento - egli
m1 disse - la concorrenza delle arance italiane
che arrivano in cattive condizioni a causa della
lunga durata del viaggio e della negligenza
nel!' impacco. Ma se il trasporto fosse più rapido, e si mandassero arance sane e bene presentate, il prodotto italiano, molto apprezzato,
potrebbe diventare un terribile competitore
delle arance spagnuole. »
Quanto è espresso in queste poche parole
dovrebbe costituire tutto un programma per i
produttori e gli esportatori italiani.
60
61
5. - Migliore sfruttamento del mercato interno. - Converrà pure non trascurare, come
finora si è fatto, il mercato nazionale. In tanta
parte del Nord d' Italia il consumo delle arance
è assai limitato, mentre potrebbe elevarsi notevolmente. E dappertutto nelle arandi
città
0
il prezzo di esse è quasi proibitivo. Anche negli ultimi anni in cui la esportazione è stata
assai ridotta, le arance si sono vendute a Napoli, a Roma, a Milano, a Torino, dappertutto
a tre-quattro soldi I' una. Fra il prezzo di ac-
I problemi
della arborzcultura italiana
quisto di questo f rutlo sui luoghi di produzione 12-1 5 lire per le arance comuni e
25-35 lire al quintale per quelle fine - e il
prezzo di vendita al dettaglio, nelle grandi
città, d1 90-120 lire al quintale, vi è una enorme differenza, che va a tutto vantaggio di una
larga serie di intermediari, trn chi produce e
chi consuma.
Con la tariffa ferroviaria 903, prima della
guerra. un vagone contenente circa 300 casse
di agrumi da 300-360 frutti pagava intorno a
300 lire da Messina a Torino. La spesa di una
lira a cassa è, come si vede , assai mite. t. il
caso quindi di studiare se non convenga, per
agevolare il collocamento a pi\1 buon mercato
degli agrumi a casse o a mezze casse, e per
conseguenza aumentarne la vendita, appoggiarsi alle Cooperative esistenti nei grandi e
piccoli centri di consumo. I Consorzi Agrari,
i Sindacati, le Casse rurali, le filiali dell' Unio~
ne Militare, le altre Associazioni Agrarie e gli
stessi numerosi aggruppamenti di operai in
ognuno dei grandi stabilimenti industriali delle
città del Settentrione, potrebbero rendere al
commercio degli agrumi e in genere a quello
di tutte le frutta un servizio assai utile.
lo credo che il consumo nazionale, aumentato in modo sensibile da una completa organizzazione commerciale, che determinerebbe
una notevole riduzione sui prezzi attualmente
prnticati, risol"erebbe forse permanentemente
la crisi del commercio delle arance. In ogni
caso, senza punto trascurare la esportazione,
converrR curare il mercato interno assai meglio
e più di quanto finora si sia fatto, in maniera
da poler mettere le arance a disposizione dei
consumatori delle più lontane città al prezzo di
40-75 centesimi la dozzina, come le ho viste
vendere a Mndri<l, nei negozi di frutta al dettaglio.
62
63
6 - La induslria dei derivati agrumari.
Abbiamo visto che le industrie agrumarie sono
limitate ad alcune provincie siciliane e alla
provincia di Reggio Calabria.
I nove decimi della produzione mondiale
del citrato di calcio si ottiene in Sicilia principalmente con quella parte della produzione
di limoni che è di scarto o che rimane invenduta e con la polpa dei bergamotti. Ci dispiace
dover rilevare come gli agrumicultori siano in
generale estranei alla industria dei derivati, e
che coloro che vi si dedicano siano, nella
grande maggioranza, privi di mezzi necessari
p _r rendere la industria indipendente e non
fatalmente soggetta alla speculazione (26).
Questa particolare condizione in cui si
svolge la industria siciliana del citrato di calcio è stata la causa fondamentale che ha determinato crisi gravissime fino al 1908.
\
64
I problemi
Per buona fortuna il Governo ha istituito
in Sicilia la Camern Agrumaria. la quale in Uil
breve giro di anni. ha saputo guidare la industria dei derivati in manien'l da non far subire artificiali ascese di prezzi ed eccessi d.i pro:
duzioni che causarono grave disagio negli anm
precedenti.
.
L'ordine nella industria e nel commercio
del citrato è ormai perfettamente ristabilito e
vogliamo augurarci che non venga pit1 tur~at~.
· - Ma se la Camera Agrumaria. col d1~tn­
buire il citrato direttamente alle fabbnc?~
estere di acido citrico, secondo la pote~zrnht.a
di ciascuna, ha giovato alla industria dei den:
vati, non ha potuto giovare che in mcd.o assai
relativo ai fabbricanti di citrato e agli agrumicoltori. E' da augurarsi che questi, organizzandosi, sappiano trarre dalla utile istituzione
il massimo vantaggio.
.
Con la organizzazione dei produtton e c~n
il completo assetto della Camera Agrumaria,
come la legge stabilisce, in maniera che la s~a
azione non debba limitarsi al solo commercio
del citrato di calcio, ne risulterebbe non sol?
un migliore indirizzo nella coltur~ . degh
agrumi e nella loro difesa dai parass1t1, una
migliore disciplina nel commercio e un mag:
oiore sfruttamento del mercato interno e di
~uello dei singoli Paesi importatori, ma ne ~e­
riverebbe ancora la piì1 completa cd economica
della arboricultura italiana
65
utilizzazione industriale dello scarto e della
parte che non verrebbe consumata allo stato
naturale.
I produttori siciliani di limoni d{;bbono
tendere ali' ultimo e defìniti\o e più utile sfruttamento dei limoni con la fabbricazione del}' acido citrico, partecipando direttamente a
questi utili industriali, ai quali finora volontariamente hanno rinunziato.
Ed è un vero indice di inferiorità l'aver
dovuto, fino a qualche anno fa. importare
quasi tutto l 'élcido citrico di cui nvevamo bisogno dai Paesi dove noi mandavamo il citrato
di calcio, di cui la Sicilia ha, come ho rilevato,
quasi il monopolio.
Il consumo mondiale dell'acido citrico va
sempre più aumentando per necessità industriali oltrechè igieniche, e la esportazione italiana di questo prodotto, che era pressochè trascurabile fino al 1911-1912, è salita, ndla
campagna 1913 1914, a ben 5900 quintali, e
tutto lascia prevedere che andrà sempr<' pitt
crescendo, avviandosi verso i Paesi che ne pro
ducono, e nei quali le esigenze del consumo
non sono totalmente soddisfatte dalle offerte
della produzione indigena.
E anche quando la produzione mondiale
dell'acido citrico dovesse crescere - ciò che
non può avvenire improvvisamente perchè occorrerà prima di tutto piantare agrumi
si
\
66
T problemi
troverà coiÌ cresciuto il consumo mondiale,
che vi sarà posto per tutti .
Stati Uniti Americani nel 1909 è indicata dalle
seguenti cifre :
Qu;n1,i;
D. - I problemi della frutticoltura.
I. - La frutticolf!lra in Italia e in altri Paesi.
Abbiamo visto che la nostra prod•1zione
media annuale delle frutta fresche e secche,
comprese le castagne, è calcolata approssimativ«mcnte in poco più di 14 milioni di quintali,
valutati per 450 milioni di lire circa. Nel 1913
<:>sportammo intorno a 1.889.000 quintali di
frutta fresca per lire 63. 231 .000, e quintali
654.600 di frutta secca o diversamente preparata per circa 70 milioni cli lire. In complesso
il valore dei prodotti della frutticoltura esportata dall' Italia nel 191 3 superò i 13 3 milioni
di lire.
La produzione media annuale spagnuola
è calcolata in poco piì1 di 13 milioni di quintali del \•alore di pcsctas 188. 730.000. Nel
1913 la Spagna esportò, tra frutta fresche, secche e diversamente preparate, per un complesso di 53 milioni di pesetas (27).
La Francia produce in media all'anno intorno a quattro milioni di quintali di frutta da
tavola, oltre a q.li 30 milioni circa di mele e
pere da sidro (28).
Il valore della produzione di frutta negli
67
della arboriculiura italiana
1:
rrntta polpose . . . . -lii. Lii .000
Noci e mandorle . . .
:l ftl 000
Frutta tropicali . . . .
Uva, compresa quella da Il
vino
.
.
j l l 117:: ~IO(l
Pic~oli frutti -: fragole,
ribes, lamponi, uva spi- 111
na, mirtilli ecc . .
Dol=l
J J.O.XG7.:J.J.7
l H 7 !ffl
l .!l!1:i.:W.;
:l2 O:l8.000
:l!l H7 J. 1-81
Una parte delle frutta polpose e dell' uva viene
ogni anno essiccata. Nel 1909 la produzione
delle frutta secche superò i due milioni di
quintali, per nove decimi preparate in California. Essa era così costituita :
Quintali
li:l8.~0ll
Susine.
Pesche
Mele
Albicocche .
Uva
Altre frutta secche .
:l1:l.700
:W2..!00
18'.UìllO
7G~
.uJO
l:W.000
Totale
ji
2.0G-! 900
I problemi
68
La frutticoltura negli Stati Uniti Americani ha avuto uno sviluppo enorme negli ultimi decenni.
Nel decennio 1899-1909 si è quasi rnddoppiata; infatti nd 1899 la produzione delle
frutta fu di poco più de11a metà rispetto al
1909 (13).
Gli Stati Uniti imporlcmo ancora notevoli
(junntità di frutta, che, nel 1914, superarono
il valore di 45 milioni di dollari esclusi gli
agrumi. Ma ne esportano anche quantità non
indifferenti, perchè, nello stesso anno, il valore delle frutta esportate fu di dollari 31 milioni e 429 mila.
Le categorie di frutta che in maggior copia gli Stati Uniti mandano all'estero sono, in
ordine decrescente di valore, le mele fresche,
le uve da tavola, le arance, l' uva passa, le
mele secche, ecc. ( 13).
2. - Caratteristiche della frulticoltura itaLa produzione di alcune frutta secche
- noci e nocciuole - è ottenuta in Italia con
discreto criterio di speculazione. Abbiamo infatti estese piantagioni di noci, specialmente
nella Campania, costituite da una sola varietà,
dalla eccellente noce di Sorrento. l nocelleti
dell' Avellinese. della Sicilia, del Viterbese,
sono pure formati da poche varietà pregevoli.
Anche il mandorlo è abbastanza bene colti-
liana.
della arboricultura italiana
69
vato in Italia, ma vi è gran numero di varietà
scadenti per bassa resa in semi, accanto a varietà veramente pregevoli per produttività, per
resa in semi e per alta percentuale di mandorle
con un sol seme.
Cli impianti idi frutteti di speculazione recentemente fatti, come i meleti del Salernitano, i pescheti dei dintorni di Napoli e i frutteti di Massalombarda, sono stati creati dalla
conoscenza esatta delle richieste del commercio, tanto che possiamo dire che essi siano sorti
sotto lo stimolo e l' incoraggiamento degli
esportatori.
Ma per tutto il resto, la frutticoltura italiana generalmente è primitiva, e la produzione
non riveste il carattere di grandi masse uniformi, della stessa varietà.
In molti casi, nelle recenti piantagioni di
fruttiferi, anzichè farsi guidare dall' indirizzo
industriale e formare dei frutteti con poche varietà scelte fra le più apprezzate e richieste dal
grnnde commercio, si sono costituiti frequentemente delle collezioni di varietà, affidandosi,
più di quanto si creda, alle suggestive descrizioni dei cataloghi dei vivaisti di professione.
L'aver ritirato le piantine da vivai assai
lontani e assai differenti per condizioni di ambiente dalla regione dove esse sono state messe
a dimora, tanto da veder portate, per esempio,
negli aridi terreni del Mezzogiorno le belle
I problemi
della arboricultura italiana
piani e di peschi, di albicocchi, di peri. di
olivi, ecc., allevate nei pingui e freschi vivai
dei dintorni di Napoli d ella Toscana e clcll' alta Italia, ha costituito un altro grnve errore,
che ha prodotto delusione e sfiducia in coloro
che hanno fatto i primi tentativi cli una estesa
[rutticoltura.
L' Italia meridionale è la sede della produzione dei fichi secchi, di questa industria
cnsalinga, che pur raggiunge un cospicuo valore e che- pur dà alla esportazione un contributo assai rilevante. Le varietà coltivate si contano a molte diecine, mentre sono soltanto due
o tre quelle più particolarmente adatte a dare
prorlotto essiccato veramente pregevole. Il deficiente criterio industriale, che si mette in evidenza da moltissimi anni, impera tuttora e non
accenna a modificarsi, perchè il più delle volte
è mancato anche il pit1 elementare indirizzo
e lo stimolo al miglioramento della coltivazione e della lavorazione del prodotto.
Nè la tecnica colturale offre minor campo
alla critica. E' veramente lodevole la diligenn
della coltivazione in alcuni fra i recenti impianti di frutteti, ma, generalmente, essa è
trascurata ed abbandonata quasi alla produzione spontanea.
Molte varietà, portate ad un alto grado di
perfezione da una lunga serie cli selezioni, e
per conseguenza assai gentili, mal si adattano
alla coltura trascurata di chi è abituato a raccogliere ciò che naturalmente la pianta offre. E
d'altra parte quando si pensi che il commercio richiede prodotti sempre più belli e perfezionati e che nei grandi mercati le frutta belle,
di grandezza uniforme, senza macchie, si vendono a prezzi doppi di quelle, pur scelte, ma
non perfette, converrà riflettere che non si deve
badare alla sola quantità, ma anche e forse più
alla qualità del prodotto. E per raggiungere
questo scopo, che val quanto dire aumenta~e
il tornaconto della coltura, vi è tutta una sene
di operazioni colturali minuziose e pazienti,
che bisoana
introdurre e diffondere fra gli
o
agricoltori.
70
1'
71
***
Ma è nella difesa della produzione, cioè
nella lotta contro i parassiti, dove l'opera del
coltivatore e dello Stato è as-'Olutamente deficiente. Le tignuole, la zeuzera, alcune cocciniglie, la schizoneura, la cheimatobia, il baco
delle mele, la mosca delle olive, ecc. ecc. fra
gli insetti; la ticchiolatura, le ruggini, l' ant~a­
cnosi, la bolla o accartocciamento delle fogl~e.
il marciume radicale, ecc. ecc. fra le malattie,
producono danni enor~i c!1e s~ tra?':1co:io :ie~la
perdita di alcune centinaia d1 m1hom d1 lire
all'anno I
La Carpocapsa, da una parte, e la ticchio-
72
I problemi
latura dall'altra, rovinano p1u del 50-70 ' del
raccolto annuale delle pomacee.. Anche la eccellente produzione delle noci di Sorrento è costantemente e fortemente danneggiata dalla
Carpocapsa. E il marciume delle radici è, fra
tutte le malattie, il più diffuso. Basterebbe soltanto questo per giustificare un'opera intensa
e bene organizzata, intesa a fare applicare i
mezzi idonei ad evitarlo per quanto è possibile.
Nessun altro Paese è stato più o tanto indifferente del nostro di fronte a calamità così
imponenti. Dal vicino Tirolo. alla Svizzera,
alla Germania, alla Francia, alla Spagna e pit1
lontano e specialmente alla California, tutto il
mondo civile ci offre l'esempio di vigile, attiva e assidua opera di Stato e di privati per
difendere la produzione agricola dai danni dei
parassiti. L'elementare concetto che con la giudiziosa spesa di qualche milione di lire se ne
possono salvare centinaia di milioni pare non
sia stato finora inteso abbastanza in Italia. E'
sperabile che si sappia riparare, con l'applicazione efficace della legge speciale sulla lotta
contro i nemici delle piante coltivate.
3. - L' Italia è il paese delle primizie.
L' Italia non solo è il Paese dell'albero, ma è
il Paese delle primizie. Questo grande pnv1legio le viene dal suo clima caldo.
della arboricultura italiana
73
Ogni paese, in relazione alle caratteristiche
delle sue terre e più ancora del suo clima, è
chiamato a dare le sue specialità fra le produzioni agricole, e deve cercare, anzi, di trarre
il massimo profitto di quei fattori naturali che
possano metterlo in grado di ottenere dall' agricoltura dei prodotti che altri Paesi o raccolgono più tardi o non possono ottenere affatto
economicamente.
L'Italia così allungata nel Mediterraneo,
se ha regioni a clima continentale, rigido di
inverno e caldo d'estate, ha pure quas.i dappertutto una larga zona litoranea che gode il
privilegio di un clima mitissimo. Dove al clima
dolce e al sole tanto benefico, si accoppia la
fertilità e la freschezza del terreno, come, ad
esempio, nella Campania felice attorno a Napoli, nella Conca d'oro alle spalle di Palermo,
nella piana di Catania, l'agricoltura raggiunge
limiti di floridezza che altrove sono quasi sconosciuti.
Le specialità della frutticoltura italiana
debbono essere, e lo sono infatti, la produzione dei frutti meridionali, ma devono essere
anche i frutti precoci, zuccherini, profumati,
che maturano alcune settimane prima rispetto
ni Paesi del Nord.
Questi frutti del nostro clima, del nostro
sole, ci saranno sempre invidiati e richiesti dai
Paesi freddi e nebbiosi del Nord di Europa,
74
I problemi
i quali non cesse~ann? di essere i g~andi consumatori delle pnm1z1e del Mezzogiorno.
La rapidità dei trasporti ha reso possibile di assicurare a codesti prodotti agrari un
largo collocamento nei più l~ntani. mercati, ~
un prezzo così elevato da far.li cons!dera:e ver~
e propri prodotti di lusso. E n?to infatti ~he i
primi vagoni di ciliege, di albicocche, d1 pe;;che, che arrivavano sui mercati dell'Europa
centrale, prima della guerra, si vendevano a
I 00-1 50 e pit1 lire al quintale.
Le prime spedizioni di uva da tavola dalla
Sicilia e dalle Puglie raggiungevano le 80 e
perfino le 100 lire al quintale. Le prin:e cest~
di fagiolini, che dagli orti del Salermtano s!
spedivano oltre Alpe v enivano pagate agli
ortolani, nel loro campo, ol prezzo di ben 4 lire
al chilogramma. E gli esempi si potrebbero
moltiplicare.
Del resto anche sui maggiori mercati n~­
zionali, a Napoli. a Roma, a Milano, ecc. le
primizie della frutticoltura e della orticoltura
si pagano sempre a prezzi elevatissimi.
Produrre quindi con un anticipo di una
o due settimane, anche soltanto di pochi giorni.
e produrre derrate scelte, uniformi, sane, saporite, dovrebbe essere costante preoccupazione degli agricoltori, che hanno la invidiabile
fortuna di esercitare la loro industria sotto la
inAuenza di un clima propizio.
1
ciel/a arboricultura italiana
75
L'Italia deve vigorosamente ;:i.ffermarsi nella
produzione e nel commercio delle primizie,
con una bene intesa scelta di varietà e con la
creazione di nuove razze di frutta e di ortaglie,
che presentino spiccato il carattere della precocità di maturazione.
Questa produzione trova la sua sede naturale nel litorale della Campania, delle Calabrie, delle Puglie e più ancora della Sicilia. I
miracoli che si ottengono dalle colture ortensi
nel fertile piano Nocerino e nei brevi tratti
piani della costiera Amalfitana, e negli orti
che circondano Palermo e Catania sono superiori ad ogni immaginazione. Nè dobbiamo temere troppo la concorrenza che nel commercio
internazionale delle primizie ci può venire da
altri Paesi. La Spagna ha poco sviluppato cocl(sto genere di produzioni, le quali, invece,
vanno sempre più affermandosi in Algeria e
Tunisia, favorite dalla guida sapiente delle
locali istituzioni agricole e governative e da rapidissimi e adatti trasporti organizzati dalle
Società ferroviarie francesi. Nelle condizioni
normnli, prima della guerra, l' Amministrazione della P. L. M., per assicurare il trasporto
rapido e regolare alle frutta e alle ortaglie del}' Algeria e del Mezzogiorno della Francia, dirette a Parigi, a Londra, a Berlino, metteva a
disposizione degli esportatori ogni giorno, da
6 a 1O treni che filavano ad una velocità me-
76
77
I problemi
della arboricultura ilalianu
dia oraria di 60 a 65 chilometri. I prodotti del1' Algeria, scaricati a Marsiglia dai celeri vapori, trovavano pronti i treni speciali, che in
20-30 ore li trasportavano sui grandi mercati
del Nord.
Una delle più felici preparazioni per il dopoguerra dovrebbe interessare proprio questo
rnmo bellissimo dell'agricoltura meridionale
con la continua intelligente ricerca di variet~
sen:pre ~iù prec?ci e pregevoli, con 1'applicaz~one ~1. met~d1 e accorgimenti colturali perfetti e diligenti, e col trasporto rapido, poco
costoso e adatto a merce così deperibile.
per cento della importazione è rappresentato
da prugne secche.
Nelle condizioni attuali della produzione
di frutta, però, questa industria non può svilupparsi, perchè nei maggiori centri di produzione e di commercio è assai attiva la esportazione di frutta fresca, la cui raccolta si fa assai
per tempo, a maturazione ancora incompleta.
Senza contare che, appunto per la attiva ricerca del commercio, il prodotto residuale è limitato e i prezzi di vendita sono elevati .
Per incoraggiare questa industria occorrerebbe una organizzazione tecnica, tanto nella
assai più estesa coltivazione delle migliori e
più adatte \ arietà, quanto nella applicazione
dei più diligenti metodi di essiccamento, così
come si è fatto ad Agen, in Francia, per la pre~
parazione delle prugne secche, la cui produzione è valutata a parecchie diecine di milioni,
e più particolarmente in California, dove la
produzione delle frutta disseccate nel 1909 fu
'
intorno ai due milioni di quintali.
Con tale indirizzo la frutticoltura acquista
un assetto perfetto ed economicamente tranquillo, perchè tutto lo scarto e tutto ciò che
avanza dalla di.retta vendita allo stato fresco,
trova la sua naturale e proficua destinazione.
Le due branche derivanti dalla frutticoltura
- il commercio delle frutta fresche e la industria delle frutta disseccate o diversamente pre-
4. - L' industria delle fruéta disseccate. Oltre alla migliore produzione dci fichi secchi
e alla ~iù es.tesa prdduzione dell' uva passa, e
delle olive disseccate, vi è tutto un vasto campo
da. sfruttare con la organizzazione della industr1? delle ~ltre frutta disseccate : pere, mele,
susme, albicocche, pesche.
, La produzione nazionale di queste frutta
e m odesta. nella quantità e talvolta scadente
ne 11 a q ':1a l1t'a, mentre potrebbe assurgere a
0
rande importanza
·
l M
.
l
' specie ne
ezzog1orno
o~e e fru~ta sono più zuccherine, più pre~
coc1 e dove il caldo e vivi:do sole ,
, f
1 Il' ·
e cosi avon vo e ~ es.s1ccamento naturale.
.
L Itaha ne importa per un va Iore compreso tra 850.000 e I .200.000 lire; il 90-95
cl
78
parate - si dànno la ~ano per mantenere
sempre redditiva la frutt1coltu~a e ~er r:on_ fa~
subire alla produzione srand1 o~c1llaz1om d1
rezzi : nelle annate di produ710ne abbon~antc o di esportazione deficiente di frutt~ frea P. proprio la industria bene organizzata
se .
d
.
.
tecnicamente. che solleva i pro utton e, utilizzando tutta la frutta residuélle, impedisce un
eccessivo rinvilio dei prezzi.
risultati, tanto che attualmente la Società ha
già attive le seguenti fabbriche : Sarmato (Piacenza); Milano (città); Massalombarda (Ravenna); Napoli (Granili); Napoli (Poggioreale);
Sampierdarena (Liguria); e sta studiando altri
impianti nel Veneto, nel Piemonte, nel Lazio
e altrove.
La progressione dello sviluppo che va assumendo la nuova industria è indicata dal seguent e prospetto .
5. - La produzione di frutta per la industria delle marmellale , delle gelatine e fruUa
11
..o.:;
·;;;
., __
in sciroppo. -
Fino al l 914 la produzione di
marmellate, gelatine di frutta e frutta in sciroppo è stata assai limitata. Mentre. queste ultime si preparavano. come produzione nccessoria, negli stabilimt>nti pn le conserve di pomidoro, quasi tutte le marrnellntc di frutta che
si consumavano nel nostro Paese - quantità
relativamente assai modeste del resto erano importate dall'estero, e particolarmente
dall' Inghilterra e dalla Svizzera. La cotognata di Lecce era quasi. l' unico prodotto industriale esposto nelle vetrine d,~i. negozi ed
offerto al consumo interno, che non andava oltre i confìrli\ delle stesse città meridionali.
Nel 1914 la fabbricazione delle marmellate
e gelatine di frutta fu iniziata con rriteri e propositi veramente industriali dalla Società Ligure-Lombarda. L' esperim ento diede buoni
79
della arboricultura italiana
I problemi
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Ma il consumo italiano di questi prodotti.
che posso.no con.siderarsi di lusso per l'elevato
prezzo d1 vendita, dovuto, per il prodotto
estero, al fort; dazio doganale, e, per quello
nazionale, all elevato costo dello zucchero, è
a icora molto limitato, mentre potrebbe crescere. no~evolmente e divenire popolare. se i
r.j.<e~zi di vendita potessero scendere a limiti
ragionevoli.
80
della arboricultura italiana
I problemi
Anzi la industria italiana dovrebbe affermarsi anche nel commercio internazionale di
questi prodotti, perchè l' Italia è essa stessa
grande produttrice di frutta, mentre ~· l~ghil­
terra e la Svizzera fondano la loro Ronda industria principalmente sulla importazione della
materia prima dai Paesi grandi produttori cli
frutta.
Come la industria delle frutta disseccate,
anche quella delle frutta in sciroppo e delle
conserve di frutta deve essere considerata il
necessario e utile complemento della frutticoltura in tutte le provincie italiane e specialmente
in quelle del Mezzogiorno, le quali sono chiamate in modo particolare a fornire frutta per
questa industria, perchè il sole vivido meridionale concentra più sostanze zuccherine nella
polpa delle frutta.
Tutto questo non si potrà raggiungere fino
a quando non si otterrà una forte riduzione sul
costo dello zucchero impiegalo per la fabbricazione delle marmellate e conserve di frutta,
nelle quali lo zucchero entra fino al 60 e talvolta al 70°-.> . 11 grande, il maggiore ostacolo
da superare è tutto qui.
Ostacoli minori. che possono più facilmente rimuoversi, sono i dazi comunali, l'elevato costo dei trasporti ferroviari, il maggior
costo dei recipienti, e le imperfezioni della
nostra frutticoltura nei riguardi di questa industria.
81
Poichè essc.1 dovrà necessariamente pro~re
dire e raggiung·-fe un grande sviluppo.~ la
maggiore produzione di frutta che si raccoglierà da una pit1 estesa coltivazione vi troverà largo impiego rimuneratore, tanto più che
fin da ora la Società Ligure-Lombarda stipula
contratti per l'acquisto di frutta, direttamente
coi ~roduttori, per parecchi anni e ai prezzi
che il mercato, anno per anno, indicherà.
6. - La frutticoltura italiana ha ancora un
lar?o carnpo di proficuo sviluppo. - I bisogm sempre crescenti del consumo interno ia
richiesta St..mpre più attiva di frutta pe; la
tsportctzione, le.. convenienza di creare la industria ?el!e frut~a disseccate e di produrre in
proporziom assai maggiori l~ frutta zuccher·te
· · molto favorevoli a una
~, • s ono con d'iziom
piu estesa frutticoltura nel nostro Paese.
N~n si deve ricadere però nel vecchio errore d1 ~are delle collezioni di varietà. La nuo~a frut~1coltura italiana deve essere nettamente
industnal~ o di specuìazione. Quindi si devono prefenre le specie e le varietà più richieste
dal m erca to e p1u
., a d atte a I clima e al teneno
della
·
·
Vireaione
,
e co lt"ivar l e ~ntcns1.vamente.
e ancora tanta terra, m Italia, nel piano,
e so?ralutto sulle colline, dove la frutticoltura
potra trovar~ il più proficuo sviluppo.
È sperabile che la propaganda più intensa
0
•
BRtU4h Il
b
[ problemi
della arboricullura italiana
degli industriali e degli esportatori e la possibilità di assicurarsi preventivamente la vendita
del prodotto a buont. condizioni, abbiano a determinare un tale benefico risveglio.
Il problema comune e fondamentale a tutte
le culture: la organizzazione della produzione
e del commercio delle derrate agrarie.
Questo risultato, a cui dobbinmo tendere
con tutti i nostri sforzi, nel supremo interesse
della economia nazionale, non si potrà ottenere se non ci decidiamo, con fermezza di propositi e col profondo desiderio di realizzarli.
a costruire e a creare la organizzazione scientifica e tecnica dell'arboricoltura e la organizzazione commerciale dei prodotti che da essa
si raccolgono.
1. - Cosa si deve intendere per organizza-
2. - Organizzazione scientifica e tecnica.
zione. - Organizzare la produzione vuol dire
perfezionarla ed estenderla secondo le esigenze
e le richieste del consumo, nei riguardi tanto
della tecnica colturale e dd commercio dei
prodotti naturali, quanto delle industrie, che
alla produzione stessa sono legate. Vuol dire
produrre derrate più corrispondenti alle richieste dei mercati di consumo, cioè pit1 commerciabili.
Organizzare il commercio vuol dire sapere
presentar bene i prodotti, lavorarli e prepararli
accuratamente e farli arrivare con rapidità sui
mercati di consumo, in modo che acquistino
il più alto valore possibile e se ne determini il
più largo consumo, in modo che essi siano
preferiti sui mercati esteri per il prezzo e per la
qualità. ai prodotti analoghi dei Paesi concorrenti dell' Italia.
- Come si rileva dalle pagine che precedono,
l'arboricoltura italiana è ancora in tanta parte
primitiva, disordinata, priva dcl più elementare criterio speculativo. In molte campagne
nostre si raccoglie ancora ciò che la natura
dà quasi spontaneamente, senza che la sapiente volontà dell' uomo si dedichi a guidare le colture e a pretendere da esse il massimo rendimento possibile.
Quale è la organizzazione scientifica e tecnica dell'arboricoltura in Italia? Una stazione
sperimentale di agrumicoltura e di frutticoltura in Aoireale (Sicilia), che vive stentatamente ; tre Cattedre speciali di arboricoltura
presso le Scuole Superiori di Portici e di Milano
e l' Istituto superiore agrario di Bologna (assai
misere Cattedre se le altre due sono dotate
come la prima, affidata allo scrivente): cinqt.:e
82
E. -
83
84
I problemi
.;cuole di viticoltura e cli Enologia, cli cui al~
cune veramente fiorenti e benemerite; e una
ottima Scuola di Pomologia a Firtnze.
All'opera di quest<" istituzioni si deve ag
giung . . rc quella che compiono, per lo ::.viluppo
e il ~igliore indirizzo dcll' arboricoltura, le
Cé\ttedre Ambulanti di Agricoltura.
E ora sta preparandosi la organizzazione
di una Stazione Agraria sperimentale é\ Bari,
la quale, è sperabile, si dedicherà particolarmente allo studio dei problemi dell 'arboricoltura meridionale.
L'arboricoltura, come tutta l'agricoltura,
attende moltissimo dé\lle ricerche sperimentali
metodiche e rigorose. I probltmi per ciascuna
coltura legnosa, come abbiamo visto, sono
molti, e alcuni di notevole gravità.
Basterebbe accennare, per ciascuna delle
principali colture, allo studio delle varietà per
selezionare e indicare le migliori fra esse, alla
creazione di nuove varietà ed ai principali problemi di tecnica colturale, fra cui quello della
difesa della produzione dai parassiti è il più
imponente, per concretare un vastissimo programma il cui svolgimento richie~e grandi
mezzi, personale capace e molti anni di paziente e perseverante lavoro.
Senza le ricerche scientifiche e senza una
larga e diffusa istruzione professionale e tecnica non si può sperare di liberare l 'agricol-
della arborìcultura italiana
85
tura italiana dall'empirismo che tuttora la domina, e di indirizzarla verso un sicuro e rapido
progresso tecnico, che si trasforma poi in un
grande vantaggio economico nazionale.
E senza il grande ausilio delle ricerche
scientifiche e della sperimentazione, anche le
Cattedre e le scuole esistenti attualmente, per
quanto buona volontà abbiano coloro ai quali
ne è affidato il funzionamento, non potranno
contribuire efficacemente al progresso dell 'arboricoltura italiana.
Occorre un grande Istituto sperimentale
per l'arboricoltura italiana, dotalo di mezzi
sufficienti, e affidato a una eletta numerosa
schiera di giovani operosi che SFntano il peso
dcl proprio dovere e della propria responsabilità. organizzata in modo che una sezione
si dedichi allo studio dell'olivo, un' altra a
quello della vite, un' altra a quello degli
agrumi, una quarta a quello delle frutta.
Dobbiamo costituire in Italia uno degli istituti sperimentali come si hanno negli Stati
Uniti d'America, così completi e così bene dotati.
Lo stesso Ministero di Agricoltura degli
Stati Uniti (Department of Agriculture) in
fondo, non è che un colossale Istituto sperimentale, che ha per scopo di mettere in valore
sempre maggiore la produzione agricola della
~rande Repubblica nord-americana. Ripartito
I problemi
della orboriculiura italiana
in uPq dozzina di Bureoux e di pochi altri uf
fìc1 o servizi, ciascuno suddiviso in sezioni, coi
suoi 13 mila funzionari. t con un bilancio di
18 milioni di dollari, il Dipartiment9 del1·agricoltura degli Stati Uniti rappresenta la
pit1 vasta organizzazione amministrativa e
scientifica e tecnica esistente al mondo, la quale
si dedichi allo studio di tutte le questioni biologiche che abbiano rapporto con l'agricoltura, del miglioramento clclle varietà esistenti
e la creazione di varietà nuove delle piante
coltivate, il cui prodotto è utilizzato nell'alimentazione o nelle industrie agricole: della
lotta contro le cause nemiche:, ecc.
Il numero delle stazioni sperimentali temporant:'e (Field Stations) che esso istituisce è
grandissimo, e ciascuna di esse permette al
personale di impiantare esperienze e di seguire
le ricerche nelle condizioni più propizie.
E.sso ha anche il compito della più estesa
propaganda di quanto le ricerche scientifiche
risolvono e conquistano nel campo della tecnica colturale.
L ·amministrazione centrnk (Office of the
Secreiary) posta sotto la direzione del Ministro
(Secrelary of Agricult11re) si occupa quasi
<'sclusivamente <lell' appltL<:tZione del programJIW concretato nel bilanuo del Governo Federa le, delle questioni relative al personale e
clt> llé! sorveg l iét 11zé1 &renernlt>.
servizi scientifici e tecnici costituiscono
tante organizzazioni complete per ciascuna
branca alle quali ognuna di esse corrispondono, e a capo di cui è uno scienziato, che ha
la iniziativa e la direzione dei lavori scientifici, la gestione delle intraprese tecniche, e
l'Amministrazione del servizio (29).
Ma oltre a codesta imponente organizzazione scientifica e tecnica centrale, tutti gli
Stati dell' Unione hanno una o due stazioni e
uno o più Collegii di agricoltura, ed altre
Scuole simili (6). E, inoltre, in molti degli
Stati dell' Unione americana funzionano importanti istituti scientifici privati, rivolti allo
studio di determinate intraprese agricole. Fra
i quali, quello che più merita di essere segnalato è la Stazione Sperimentale per la coltura
della canna da zucchero, nelle isole Hawai,
fondata e mantenuta con quote annuali proporzionali dai componenti la Associazione fra
i coltivatori della canna da zucchero.
Per una sola coltura, che in complesso nel
I 91 O raggiunse appena i 65 mila acri di superficie (corrispondenti a 26.300 ettari) e diede
una produzione valutata per 26.300.000 dollari, (30) è colà istituita una Stazione sperimentale con centinaia di migliaia di lire all'anno
di dotazione, il cui personale tecnico è formato come segue :
Un direttore - due entomologi consulenti -
86
.-
87
88
89
I problemi
della arboricultura italiana
due entomologi titolari e tre assistenti - un patologo e un assistente - uno specialista di tecnologin dello zucchero e un nssistente - un
chimico e tre assistenti - un tecnico per l' impianto e la direzione dei campi sperimentali un élgronomo e otto assistenti.
E quando, per circostanze speciali, occorre
intraprendere indagini C' lavori straordinari,
basta prospettare tale necessità al Congresso
locale, jper ottenere con grande sollecitudine i
.
.
mrzz1 necessari.
Che cosa dovremmo fare n0i p~r una cultura come. per esempio. quella dell'olivo o del
mandorlo, così estese in Italia, che danno un
prodotto medio annuale valutato r uno per 325
< l'altro per 208 milioni di lire, le quali sono
ancora suscettibili di darf' una produzione di
gran lunga più elevata?
I .a istituzione di un grande fstituto Naziont:t.le della arboricoltura è sommamente necessarirl, come è urgente fornire le Cattedre speciali di arboricolturn. delle Scuole superiori e le
sctwle speciali di p ersonale, di mezzi e di piantagioni sperimentali adatti allo svolgimento
del loro compito.
Ho già detto rhe per la quasi assoluta mancanza di un'azione concorde e com une contro
la maggior parte delle cause nemiche delle
piante coltivate, l' Italia perde centinaia di milioni all'anno.
Anche in questo campo gli Stati Uniti
Americani ci sono maestri .
Il Bureau della Entomologia del Department of A griculture di Washington è diviso
in 8 sezioni, ciascuna sotto la direzione di un
cnton.ologo e di uno o più assistenti.
Ciascuna sezione ha il suo programma ben
definito, e studia determinate categorie di insetti, così distinti :
***
Uno dei lati pi1'i importanti della organiz/.azione scientifica e lecnica riguarda In lotta
contro i parassiti.
1° Sezione
2-'
})
3"
4''
»
"J '
>)
s•
Insetti nocivi ai cereali e alle foraggiere.
»
»
alle colture ortensi e sarchiate e ai prodotti conservati in magazzini.
»
agli alberi fruttiferi a foglie
caduche e alla vite.
»
agli alberi eia frutta tropicali comprendenti gli agrumi
e)' olivo.
alle colture meridionali.
»
alle foreste.
Per la lotta contro due soli insetti: la
Ly111a11friu dispare la Euproctis cl11'sorrhoea.
Per la Apicoltura.
.
L · Ufficio entomologico ha poi molte stazioni sperimentali. fra cui numerose sono
I problemi
della arboncullura italiana
quelle temporanee, per lo studio della biologia di determinati insetti, man mano che sie
ne nota la necessità.
Anche nella lotta contro i parassiti troviamo nelle isole Hawai la migliore e più
ampia organizzazione.
Esistono colà i seguenti laboratori :
logicC1, dipendente direttamente dal Diparliment of Agriculture degli Stati Uniti.
E vi è ancora il laboratorio di entomologia
e di patologia vegetale dell'Associazione fra
i coltivatori della canna da zucchero, di cui
ho già fatto cenno. Questo laboratorio entomologico ha contribuito maggiormente alla
lotta naturale contro gl' insetti, essendo riuscito a combattere, coi suoi naturali nemici,
quasi tutti gl' insetti che danneggiano la canna
da zucchero.
E tutto ciò si ha in un piccolo Stato, la cui
superficie coltivata è di acri 4. 12 7. 000 ( Ha.
I .669 784) di una estensione. cioè. corrispondente appena alla quindicesima parte di quella
del territorio italiano.
In Europa, la Spagna ha ormai organizzato
assai bene la difesa degli agrumeti dalle cocciniglie, per mezzo delle fumigazioni di acido
cianidrico, e va estendendo anche all' ulivo
codesto trattamento.
La Francia, dal 1912, ha organizzato il servizio fitopatologico ed entomologico con una
Stazione centrale entomologica e di patologia
vegetale a Parigi e con 5 stazioni entomologiche provinciali a Marne, Blois, Beaune, Montpc.llier e Bordeaux, e con una stazione provinci'lle di patologia vegetale a Cadillac.
E dall'anno scorso funziona a Mentone un
laboratorio denominato insettario, per l'alle-
90
I .0
Laboratorio del territorio delle Hawai.
con due divisioni :
a) per l'entomologia ;
b) per la ispezione fitopatologica.
-
Ciascuna divisione. affidata a numeroso
personale tecnico, ha mezzi cospicui ordinari,
ma può contare sicuramente su mezzi straordinari, quando la necessità ne rileva la convenienza.
Per le sole indagini sulla lotta naturale contro la mosca delle arance, nel 191 2-1 91 4, il
laboratorio entomologico chiese ed ottenne dal
Congresso locale circa 200 mila lire, che furono necessarie perchè tecnici eminenti avessero girato il mondo, senza limiti di spesa.
alla ricerca dei nemici di detta specie.
Ogni isola ha inoltre un ispettore e un
assistente, e vi sono pure locali di disinfezione,
con lutti i mezzi più moderni.
Oltre a questo laboratorio particolare dello
Stato delle Hawa1, vi è la Stazione sperimenlale con la sezione entomologica e fitopalo-
91
92
I problemi
vamento di insetti utili. per la lotta naturale
contro insetti parassiti delle piante roltivate.
In Europa però, nel campo scientifico degli studi e delle conoscenze sulla maggior
parte degli insetti dannosi all'agricoltura e sul
modo di combatterli efficacemente, l' Italia è
più avanti di ogni altro Paese. Manca però
l'applicazione della lotta per la deficiente opera
governativa e sopratutto per la ignavia e la
ignoranza degli agricolton, condizione questa
che si può modificare lentamente, con la istruzione, e rapidamente con la obbligatorietà vern
e propria ddla lotta collettiva.
***
La organizzazione tecnica derivé', naturalmente e direttamente, da quella scientifica.
Risolti i problemi scientifici de11' arboricoltura italiana, le scuole e tutti gli organi di propaganda che noi abbiamo sarebbero messi
nella condizione di "'Splicarc un'azione più efficace.
Sarà possibile formare nbili tecnici con una
istruzione più completa e la stessa propaganda
fra gli agricoltori potrà dare risultai.i sorprendenti.
Ma ora l' insegnamento professionale del}' arboricolturn non può non essere insufficiente.
della arboricultura italiana
93
Per cui, anche in questo campo, il confronto dello stato attuale della istruzione profcssionale e tecnica rivolta alla frutticoltura in
Italia e negli altri Paesi a frutticoltura sviluppata, è per noi umiliante e c'è quasi da meravigliarsi che il nostro Paese abbia ancora un
posto non disprezzabile nel commercio internazionale delle frutta. Per fortuna, la indifferenza dell'alta classe dirigente è in gran parte
corretta dal nostro sole e dallo spirito di iniziativa che anima sempre agricoltori e commercianti.
Nella Prussia soltanto, con una popolazione quasi uguale a quella dell' Italia, esistevano e funzionavano egregiamente nel 1900
ben 4 Istituti superiori di Pomologia e 60
Scuole pratiche di frutticoltura ed 01ticoltura,
e funzionavano ancora 79 scuole invernali per
i contadini, nelle quali si faceva larga propaganda per la razionale coltura delle piante
fruttifere (31 ).
E in Germania non è solo la Prussia ben
fornita di Istituti specializzati per la frutticoltura: la Baviera ne ha cinque, due la Sassonia,
cinque il Wurttemberg, due il Baden, quattro
il Weimar, uno Coburgo, senza contare i numerosi W anderlehrer o maestri ambulanti per
la frutticoltura, diffusi in tutto l'impero (32).
L'Austria-Ungheria ha tre Istituti superiori
di viticoltura, arboricoltura e orticoltura a
94
I problemi
K lostcrneuburg, a Eisgrub e a Budapest, e
numerose Scuole e Corsi invernali di viticoli ura e pomologia.
In Francia funzionano la Scuola nazionale
di frutticoltura e di orticolturn a Versailles e
le scuole pratiche di frutticoltura e di orticoltura a Orly, Hyères, Antibes, Ecully, Oraison,
Jgny , Villepreux; e a Parigi vi sono tre scuole
e corsi liberi di frutticoltura e orticoltura, oltre
ad altri Istituti dove questi insegnamenti o le
ricerche scientifiche rivolte a queste coltivazioni si compiono sempre con larghezza di
mezzi.
Nel piccolo Belgio vi erano ben sei scuole
medie di orticoltura e frutticoltura, a Gand,
Vilvorde, Mons, Tournais, Liège, Carlsbourg.
E per gli Stati Uniti Americani basterà rilevare con quanta dovizia di personale e di
mezzi è organizzalo il Bureau of Plani lnduslry e quale larga copia di dettagliate e utilissime pubblicazioni esso distribuisce agli agricoltori, per avere I' indice sicuro della serietà
con cui quel Governo concepisce e risolve i
grandi problemi agricoli ed economici del
Paese, e della attività mirabile di quelle istituzioni, le quali rispondono magnificamente al
loro compito e guidano r agricoltura e le industrie agrarie verso metodi sempre più perfetti e più proficui.
della arboricultura italiana
3.. Oraanizzazione commerciale.
95
Ri-
guarda, come è facile a comprendersi, la raccolta, la scelta, l'assortimento, l' impacco, gli
imballaggi, la spedizione dei prodotti, e le
iniziative indirizzate alla conquista più sicura
e più ampia dei mercati di consumo, dai trasporti marittimi e ferroviari più rapidi e idonei,
alla istituzione di uffici di collocamento dei nostri prodotti sui principali mercati tanto al1' interno che all'estero, agli accordi internazionali per facilitare gli scambi.
I prodotti italiani, generalmente buoni, e,
alcuni, superiori anche a quelli dei nostri Paesi
concorrenti, spesso arrivano sui lontani mercati in pessimi' condizioni di conservazione, e
quasi sempre sono malamente presentati al
consumatore. È quindi naturale che debbano
cedere il passo a quelli, meglio preparati, di
altri Paesi.
Nel breve giro che ho fatto recentemente
in Spagna, ho potuto constatare qua:ito valore
gli esportatori annettono alla diligente scelta
e all' imballaggio delle derrate agricole Queste operazioni sono colà eseguite per tutte le
frutta in modo mirabile.
I grandi mercati dell' estero sono generalmente molto esigenti : i consumatori esteri pagano bene, ma vogliono merce veramente
eletta e onestamente impaccata.
97
I problemi
della arboricultura italiana
Poichè la concorrenza clei Paesi meridionali produttori ed esportatori, attivissima prima
della guerra, sarà ancora più intensa e febbrile a pace conclusa, per riprendere posto in
tutti i mercati ed estendere il proprio traffico,
è necessario che il commercio italiano si organizzi e si metta alla pari di quello estero col
quale deve competere per buon mercato e per
bontà dei prodotti e anche per il modo cli presentarli.
arrivando sempre lenta, tardi, senza passione,
risulta quasi sempre inefficace.
L'azione del Governo deve essere incitatrice, integratrice e tutela tric~.
Poichè lo spirito cooperativo non è diffuso
nel Mezzogiorno, che comprende la quasi totalità della coltura della frutta, io torno a riproporre quanto da due anni vado ripetendo.
Penso che potrebbe riuscire molto utile
l'opera agile e fattiva di un Ente, interessato
al commercio dei prodotti dell'agricoltura, che
non si sostituisca all'attività individuale, ma
che sappia trarre da essa il massimo profitto,
coordinandola e indirizzandola alle esiaerize
o
che vengono imposte dal commercio internazionale.
Un tale Ente, fornito di mezzi pari alla
grandezza del compito, dovrebbe avere lo
scopo di guidare la coltura per mezzo di attiva
propaganda, secondo moderne vedute tecniche
ed economiche, di accaparrare tutto il materiale necessario per la coltura e per I' imballaggio dei prodotti, di risolvere il problema dei
trasporti, di istituire uffici all'estero, di assicurare alla vendita frutta con sicure caratteristiche di commerciabilità.
S. E. il Ministro Nitti ha annunziato qualche mese fa la fondazione di un grande istituto bancario per le esportazioni. Esso sarà
chiamato - se realmente si realizzerà - con
96
4. - Come raggiungere la organizzazione
della produzione e del commercio. - Lasciare
tutto alla iniziativa privata è la stessa cosa che
far poco o nulla. Stimolare questa soltanto
con conferenze, con scritti. con consigli, con
premi, a poco gioverebbe. Abitudini e tradizioni inveterate non tanto facilmente si modificano, specialmente quando la imperiosa necessità di rinnovarsi non è fortemente sentita
dalla moltitudine.
Se questa necessità urgente è sentita dai
più eletti fra i produttori e gli esportatori. se
essa è compresa dal Governo, che deve pur
interessarsi ad una produzione che offre alb
esportazione derrate per l' importo di oltre
quattrocento milioni di lire, ad essi spetta di
provvedere.
L' intervento governativo è necessario, ma
non mi riferisco all'azione diretLi, le\ quale
i
98
L' arboricultura italiana
la sua sezione agricola, alla più grande opera
di organizzazione tecnica e commerciale.
Il Governo dovrebbe spianare la via al1' opera di codesto Ente, con opportuni provvedimenti legislativi, primo fra tutti, con la
obbligatorietà vera della lotta contro i parassiti.
Una tale organizzazione risolverebbe, contemporaneamente, anche la questione del migliore sfruttamento del mercato interno, che
non è da trascurare, come finora è stato fatto,
e che senza dubbio ha ancora una grande capacità di assorbimento.
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I NDICE
Tntroduz1one
.
.
. . . pag.
V
I.
Lo stato attuale dell'arboricoltura italiana.
I.
A traverso le campagne italiane
.
.
2.
Lo sviluppo del!' arboricoltura nell'ultimo
cinquantennio.
pag.
»
4
3. · Entità e valore della produzione del!' arbo ricoltura.
.
.
10
4. · L'arboricoltura nel!' economia agraria nazionale
5.
Distribuzione dell'arboricoltura in Italia
6.
l'arboricoltura e l'agricoltura delle regioni
aride .
7. · l'arboricoltura e le industrie derivate
"
»
11
14
))
17
»
19
»
20
8 . · I prodotti dell'arboricoltura e le esporta
zioni
Indice
106
5 . Migliore sfruttamento del mercato interno
li
6.. La industria de i derivati agrumari
107
pag. 61
»
63
proble mi dell'arboricolt ura italian a.
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I.
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I problcllli della viticoltura.
La colt ura della vite in Italia e in altr i paesi pag. 23
L'ind irizzo da dare alla vili coltura italiana
dt fronte alle passate crisi vinicole e alla
invasione fillosserica . .
» 25
Maggiore produzione di uve da tavola .
»
32
Maggiore produzione di uva passa
» 39
B.
1. - La coltura dell'olivo in Italia e in altri paesi
40
»
44
47
I problrmi dt'/l' agrrwzicoltura.
1. · La questione agrumaria italiana è una que-
stione siciliana .
2. · La produzione italiana di agrumi rispetto
alla produzione mondiale .
3 La esportazione italiana d1 agrumi e quella
della Spagna e della California .
4. - Deficienza della produzione e del commercio agrumario 1n Italia rispetto all a
Spagna e alla Cali forn1a
»
51
,.
52
»
54
56
81
tale a tutte le colture: la organizza
zione della produzione e del com·
merrio delle derrate agrarie
41
»
,,
E · Il problema co1111uie e fo11dame11
2.
C.
· La frull1coltura in Italia e in altri paesi
pag. 66
Caratteristiche de ll a frutticoltura italiana
)) 68
L' Italia è il paese de ll e pri mizie .
,,
72
· L'ind ustria delle frutta disseccate.
»
76
La produzione di frutta per la industria
de lle marmellate, gelatine e frutta in scirop po
78
6. · La frutticoltura italiana ha ancora un largo
campo di proficuo sviluppo . . .
I problemi della o/it1icoltum.
La decadenza della olivicoltura italiana e
le sue cause .
3. - La rigenerazione del la oltvicoltu ra
4. · La produzione delle olive da tavola.
2.
3.
4
5
I problemi della frufttcoltura.
1.
2.
3.
4.
· Cosa si deve intendere per organizzazione pag. 82
· Organizzazione scientifica e tecnica
,, 83
· Organizzazione commerciale
· Come raggiungere la organizzazione della
produzione e de l commercio .
No te bibliografiche . .
95
96
»
99
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