Centro Interdipartimentale per la Ricerca in Viticoltura ed Enologia Progetto ValViVe Valorizzazione della tipicità dei vitigni autoctoni e dei vini veneti Legge regionale 4 aprile 2003. N. 8 e s.m.i Dgr n. 2111 del 10 luglio 2007 (Bando 2007). CIRVE – Distretto Veneto del Vino – mis. 2a “Progetti di innovazione e ricerca rivolti allo sviluppo di prodotto o processo” – Progetto: “Valorizzazione delle tipicità dei vitigni autoctoni e dei vini veneti (ValViVe)”. Rettifica Ddse n. 181 del 16 settembre 2010. 1 INDICE 1. Premessa di Vasco Boatto pag. 5 2. Proposte competitive e pre-competitive » 6 » 7 1.1 Strategia 1: diradamento degli acini » 8 1.2 Risultati » 9 1.3 Conclusioni » 10 1.4 Strategia 2: allungamento del rachide » 10 1.5 Risultati » 10 1.6 Conclusioni » 11 1.7 Conclusioni generali » 12 3. Attività competitive (breve periodo) 1. Modificazione dell’architettura del grappolo per il miglioramento della qualità, sanità e appassimento delle bacche della Cultival Raboso Piave di Claudio Bonghi, Angelo Ramina e Fiorenza Ziliotto 2. La selezione in vigneto di lieviti per l’enologia: un ceppo ecotipo dal terroir del Raboso Piave di Viviana Corich, Raul Baldin, Barbara Bovo, Milena Carlot, Fabio Zilio, Angiolella Lombardi, Tiziana Nardi, Alberto Marangon e Alessio Giacomini 2.1 Introduzione » 18 2.2 Isolamento di lieviti ecotipici e distribuzione nel territorio della DOC Piave » 19 2.3 Prima prova di microvinificazione » 22 2.4 Seconda prova di micro vinificazione » 25 2.5 Considerazioni conclusive » 32 2.6 Ringraziamenti » 32 3. I funghi fitopatogeni: un mezzo da sfruttare per la stabilizzazione dei vini bianchi di Andrea Curioni , M. Lucchetta e Simone Vincenzi » 34 3.1 Un enzima proteolitico fungino per la stabilizzazione dei vini bianchi » 35 3.2 Un polisaccaride fungino che rimuove le proteine instabili » 38 3.3 Conclusioni » 42 2 4. Attività pre-competitive (medio-lungo periodo) 1. Caratterizzazione varietale di cultivar di vitis vinifera mediante DNA barcoding di regioni cloroplastiche e genotyping di geni nucleari singola copia di Nicolè S., Barcaccia G., Lucchin M. » 44 1.1 Individuazione e frequenza degli snp nelle sequenze target » 45 1.2 Costruzione di aplotipi e genotipi cultivar specifici » 46 1.3 Caso di studio: le cultivar locali » 47 1.4 Conclusioni » 48 2. Identificazione di variazione genetiche in Vitis vinifera attraverso il ri-sequenziamento di cultivar di Merlot e Prosecco di C. Rigobello, A. Vezzi, R. Schiavon, A. Albiero, C. Forcato e G. Valle » 53 3. La plasticità fenotipica in Vitis vinifera cv Corvina di Silvia Dal Santo, Sara Zenoni, Giovanni Battista Tornielli, Marianna Fasoli, Flavia Guzzo, Massimo Delledonne, Mario Pezzotti 3.1 Introduzione » 57 3.2 Risultati » 59 3.3 Conclusione » 61 3.4 Legenda » 62 4. La famiglia multi genica delle stilbeni sintetasi in vite: organizzazione genomica e analisi di espressione in condizioni di stress biotico e abiotico di Alessandro Vannozzi, Ian B. Dry, Margherita Lucchin 4.1 Abstract » 66 4.2 Introduzioni » 66 4.3 Risultati » 68 4.4 Analisi filogenetica della famiglia delle VvSTS » 69 4.5 Analisi di espressione delle famiglia VvSTS in condizioni di stress biotici e abiotici » 69 4.6 Discussione » 71 5. Un approccio trascrittomico per lo studio dello stress nutrizionale in piante di Glera di Elisabetta Barizza, Michela Zottini 5.1 Riassunto » 83 5.2 Introduzione » 83 5.3 Metodologia » 84 5.4 Risultati » 85 5.5 Conclusioni » 89 3 5. Valutazione economica delle tecniche proposte e loro valorizzazione in termini di strategie di marketing di Vasco Boatto 1. Modalità di valutazione economica dei risultati conseguiti » 90 2. Risultati delle attività di ricerca » 93 2.1 A – Unità di ricerca n. 1 » 93 2.2 B – Unità di ricerca n. 2 » 94 2.3 C – Unità di ricerca n. 3 » 95 2.4 D – Unità di ricerca n. 4 » 96 2.5 E – Unità di ricerca n. 5 » 98 2.5 F – Unità di ricerca n. 6 » 98 2.6 G – Unità di ricerca n. 7 » 99 3. Valutazione economica delle ricadute » 100 4. Azioni di marketing » 106 5. Considerazioni conclusive » 111 4 1. PREMESSA di Vasco Boatto * Nell’attuale fase di mercato favorevole ai vini nazionali ed in particolare a quelli veneti, il comparto vitivinicolo si trova ad affrontare importanti questioni tecnico-produttive ed organizzative, finalizzate ad accrescerne la competitività. In tale contesto, assumono particolare rilevanza per il sistema vitivinicolo veneto l’ulteriore miglioramento della qualità, la riduzione dei costi e la stabilizzazione dei redditi. In quest’ottica si è mosso il progetto ValViVe (Valorizzazione della tipicità dei vitigni autoctoni e dei vini veneti), terminato il 31 dicembre 2010. Esso è stato realizzato in attuazione del secondo Patto di sviluppo 2007-20101 del “Distretto Veneto del Vino”, concentrandosi sulla ricerca e l’innovazione (obiettivo 1 asse di intervento 1). In sostanza il progetto si è sviluppato seguendo una strategia basata su due indirizzi: il primo era rappresentato dal miglioramento del vigneto che assume grande rilevanza nella determinazione del vantaggio competitivo, il secondo era costituito dall’attivazione di un sistema di relazioni a rete finalizzato a concentrare le attività di ricerca e sperimentazione. Le finalità del progetto erano: 1) la caratterizzazione molecolare del germoplasma viticolo veneto mediante la rilevazione di polimorfismi di sequenza per una rapida identificazione dei vitigni; 2) l’applicazione della genomica funzionale allo studio dell’interazione vitigno-ambiente e caratterizzazione di geni coinvolti in vie metaboliche correlate alla qualità della bacca; 3) il miglioramento del processo di vinificazione con particolare riferimento alla stabilizzazione dei vini bianchi e alle performance di lieviti e batteri nella fermentazione; 4) l’economicità delle tecnologie proposte e loro valorizzazione in termini di strategie di marketing. In generale i benefici attesi per il Distretto Veneto del Vino erano: l’avanzamento della ricerca e l’acquisizione di nuove conoscenze; un maggiore incentivo alla ricerca e allo sviluppo precompetitivo sui processi e sui prodotti già esistenti tramite l’acquisizione di nuove conoscenze utili; l’innalzamento del valore qualitativo dei vini veneti. * CIRVE - Centro Interdipartimentale per la Ricerca in Viticoltura ed Enologia 1 DGR n. 1576 del 29 maggio 2007. 2 AA.VV.: Guida all’analisi costi- benefici dei progetti di investimento (Fondi Strutturali, Fondo di Coesione e ISPA); 1 DGR n. 1576 del 29 maggio 2007. 5 2. PROPOSTE COMPETITIVE E PRE-COMPETITIVE Le attività sono finalizzate ad individuare soluzioni innovative per il miglioramento della competitività dei vini prodotti nella regione Veneto e, in riferimento alle diverse tipologie di innovazione, si possono suddividere in due differenti classi: 1) Competitive, appartengono a questa categoria le attività che hanno riguardato lo studio di innovazioni che danno un beneficio riscontrabile già nel breve periodo. Rientrano in questo ambito, in particolare, quelle azioni che attraverso nuove tecniche colturali e una selezione di nuovi biotipi di lievito e di trattamenti dei vini con coadiuvanti per la chiarifica, determinano miglioramenti della qualità organolettico sensoriale dei vini presi in considerazione rispetto alle tecniche tradizionali. 2) Pre-competitive, a questa classe, fanno parte quelle attività di ricerca che, pur non determinando una chiara valutazione dei benefici economici da essi derivanti, si potranno mettere in pratica nel medio o nel lungo periodo. Rientrano In questa tipologia lo studio del genoma della vite di varietà tipiche della regione Veneto e come quest’ultime si comportano in relazione a agli stress indotti dall’uomo. Mentre per il primo tipo di attività i benefici sono riscontrabili nell’anno in cui si attua la nuova tecnica e possono derivare dal confronto con i risultati raccolti dalle produzioni precedenti, per quelle pre-competitive invece, il processo di valutazione è più complesso. In particolare, i benefici derivanti dalle innovazioni, richiedono l’acquisizione di dati relativi all’impatto che queste hanno sul consumatore in termini di preferenza. Pertanto, nell’ambito del progetto, le ricadute di queste attività possono essere valutate solo in parte. I risultati delle ricerche avranno riflessi, innanzitutto, in termini di avanzamento delle conoscenze e di stimolo per ulteriori progressi nel campo della ricerca vitivinicola, secondariamente, per gli imprenditori vitivinicoli del territorio coinvolto e per gli altri operatori del settore come, ad esempio, i consorzi e le imprese di marketing, di comunicazione e di promozione. 6 3. PROPOSTE COMPETITIVE (BREVE PERIODO) 1. Modificazione dell’architettura del grappolo per il miglioramento della qualità, sanità e appassimento delle bacche della Cultivar Raboso Piave Referenti scientifici: prof. Angelo Ramina, dott. Claudio Bonghi e dott.ssa Fiorenza Ziliotto L’architettura del grappolo può essere, come indicato da numerose ricerche, uno dei fattori predisponenti gli attacchi di patogeni fungini (Vail et al., 1998), ma può avere degli effetti sostanziali sulla qualità globale della bacca nonché sulla applicabilità della tecnica di appassimento. Su grappoli eccessivamente compatti, infatti, si sviluppano più facilmente gli attacchi di patogeni quali Botrytis poichè l’asciugatura, dopo eventi piovosi e la deposizione di cere epicuticolari, sono sfavorite dall’ampia area di contatto tra le bacche (Marois et al. 1986; Percival et al. 1993). Tali caratteristiche influiscono negativamente anche sul processo di appassimento in quanto la perdita di acqua è rallentata. Per ovviare a questi problemi le strategie per ridurre la compattezza del grappolo possono essere: - Il diradamento degli acini; - La modifica della lunghezza del rachide. Il diradamento degli acini è stato adottato con successo per il Pinot grigio e il Pinot bianco (Margoni e Mattedi, 2004), mentre nelle cv pigmentate esso può portare anche a conseguenze negative (Ough et al., 1984). Il diradamento degli acini si basa principalmente sull’impiego di formulati aventi come principio attivo l’acido gibberellico (GA), applicati per la prima volta a metà degli anni sessanta per aumentare la dimensione delle bacche di uve apirene (Lynn e Jensen, 1966). Recentemente, oltre al GA, per tale scopo sono stati proposti dei prodotti auxinici. Tuttavia, mentre sono stati condotti numerosi studi sull’effetto diradante dell’auxina o di suoi analoghi sintetici sui frutticini (Westwood, 1993), le informazioni sull’utilizzo degli stessi come diradanti fiorali sono ancora scarse. Tra gli analoghi sintetici delle auxine applicati come diradanti fiorali il più promettente sembra essere il 3,5,6-tricloro-2-piridilossiacetico (3, 5, 6 TPA) che, in melo, 7 impedisce in maniera selettiva lo sviluppo dei frutti dai fiori laterali del corimbo (Knight et al., 1987). Per quanto attiene alla lunghezza del rachide è noto che esso dipende principalmente dal numero di fiori per infiorescenza e di ramificazioni laterali. Da studi condotti su pisello (Nomura et al., 1997) patata (Garcia-Maroto et al. 2000) e Arabidopsis (Altamura et al. 2001) è emerso che la lunghezza del rachide è il risultato di differenti velocità di crescita per divisione e/o distensione cellulare. L’alterazione di questi processi di crescita può essere ottenuta attraverso l’impiego di formulati a base ormonale in grado di stimolare i processi di crescita del rachide. In tal senso le più promettenti sembrano essere miscele di auxine e GA. Il presente progetto si propone di utilizzare entrambe le strategie per modificare la compattezza del grappolo del Raboso Piave, caratteristica che rappresenta uno dei limiti maggiori nell’utilizzo di questo vitigno, utilizzando rispettivamente il 3, 5, 6 TPA e una miscela di GA e auxina nota con il nome di LG257. 1.1 STRATEGIA 1: DIRADAMENTO DEGLI ACINI Questo attività ha riguardato la valutazione della capacità di un prodotto auxinico-analogo (3,5,6tricloro-2-piridilossiacetico, 3, 5, 6 TPA) di ridurre la compattezza del grappolo della cv Raboso Piave. Al fine di valutare l’efficacia del prodotto si è condotta anche una prova sulla cv Pinot grigio, per la quale esistevano già prove sperimentali con prodotti analoghi. Per tale scopo sono state scelti nell’area di produzione del Piave vigneti in piena produzione allevati a Sylvoz di Raboso Piave e Pinot grigio con sesti di impianto di 2,2 x 1,1 m. Il disegno sperimentale ha previsto la somministrazione, in corrispondenza della fascia dei grappoli, in due differenti epoche (Ei=BBCH 65 e Eii=BBCH 73, corrispondenti rispettivamente a 50% della fioritura ed alla dimensione dell’acino di un grano di pepe) dell’3,5,6 TPA alla concentrazione di 125 (CI), 250 (CII), 375 (CIII) ml/ha. Per ogni tesi sono stati irrorati blocchi randomizzati di 30 viti distribuiti su due filari. Dal momento del trattamento fino all’invaiatura ogni dieci giorni sono stati prelevati 10 grappoli per tesi e determinato il loro peso e quello di cento acini. I medesimi rilievi sono stati fatti con cadenza quindicinale dall’invaiatura fino alla raccolta. Alla vendemmia su un campione di 20 viti per tesi sono stati rilevati la compattezza del grappolo, il numero di grappoli e la produzione totale per ceppo. Su campioni di succo derivati da 30 grappoli per tesi sono stati determinati i solidi solubili totali (°Brix), l’acidità titolabile (g/L), il pH e il rapporto buccia/polpa. I dati raccolti sono stati sottoposti all’analisi della varianza (ANOVA e test di Newman-Keuls, Statsoft, vs 7.1). 8 1.2 RISULTATI Le osservazioni condotte durante lo sviluppo del grappolo hanno messo in evidenza che del 3,5,6 TPA è risultato efficace solamente sulla cv Pinot grigio, mentre sul Raboso Piave gli effetti non sono stati significativi. Nel Pinot grigio, si sono osservate riduzioni significative del numero di acini (con valori compresi tra il 40-50% rispetto il controllo), con una relazione inversa rispetto alla concentrazione impiegata solo per l’applicazione allo stadio BBCH 65 (Fig. 1A). La maggiore efficienza del principio diradante dell’applicazione in piena fioritura potrebbe essere associata ad una diminuzione della disponibilità di fotosintetati, dovuta ad una ridotta capacità fotosintetica delle foglie, piuttosto che ad un‘azione caustica (Stopar et al., 1997). Tale ipotesi va verificata con misure dell’assimilazione fogliare, ma è interessante notare che, pur con differenze legate al genotipo, la maggiore espansione fogliare si registra tra l’allegagione e l’invaiatura (Gomez-delCampo et al., 2000), epoca in cui è stata effettuata la seconda applicazione del diradante. La riduzione del numero di acini ha comportato una diminuzione del peso complessivo del grappolo, ma solo fino a 45 giorni dalla raccolta (Fig. 1B). Dopo questa data si è verificato un recupero del peso dovuto ad una maggiore crescita dell’acino, come dimostrato dagli incrementi volumetrici delle bacche rilevati fino alla vendemmia (raddoppio del volume contro un aumento del 10% nel controllo). Gli effetti osservati nel corso dello sviluppo della bacca sono stati confermati alla raccolta calcolando l’indice di compattezza del grappolo (Fig. 2) e la produzione per ceppo (Fig. 3) che sono risultati staticamente differenti solo per l’applicazione effettuata allo stadio BBCH65. In particolare, la distribuzione dell’indice di compattezza si è attestata sulle classi spargolo e medio e la produzione per ceppo è risultata mediamente più bassa rispetto al testimone del 40%. I minori livelli produttivi hanno comportato un incremento dell’accumulo degli zuccheri nella bacche delle tesi trattate in prima epoca con le concentrazioni più alte (250 e 375 ml/ha), in cui il formulato ha determinato differenze di oltre 1,5 °Brix, mentre nel caso della concentrazione più bassa è stata osservata una diminuzione non significativa del °Brix. Per quanto riguarda il pH sono stati registrati lievi incrementi, mentre i valori di acidità titolabile sono risultati sensibilmente più bassi rispetto al testimone. Il rapporto tra i solidi solubili totali e l’acidità totale è risultato più elevato nella tesi trattata con la concentrazione di 250 ml/Ha indicando una migliore palatabilità 9 delle uve. Il rapporto tra buccia e polpa invece è risultato più basso nelle tesi trattate a conferma del maggiore accrescimento finale delle bacche delle tesi trattate in confronto al controllo (Tab. 1). 1.3 CONCLUSIONI I risultati delle osservazioni preliminari dell’impiego del 3, 5, 6-TPA come diradante fiorale sulla cv Pinot grigio indicano che il suo effetto è principalmente condizionato dall’epoca di somministrazione ed in misura minore dalle dosi impiegate. Il diradante si è dimostrato in grado di ridurre sensibilmente l’indice di compattezza del grappolo a fronte però, di una maggiore dimensione finale della bacca. Dati simili erano stati ottenuti impiegando GA la cui applicazione però, è fortemente dipendente anche dalla concentrazione. In considerazione di ciò, il 3,5,6 TPA può essere una valida alternativa all’acido gibberellico per il diradamento della vite. 1.4 STRATEGIA 2: ALLUNGAMENTO DEL RACHIDE A fronte della mancata efficacia del TPA nel ridurre la compattezza del grappolo di Raboso è stato testato un prodotto a base di una miscela tra GA e auxine. Come per la strategia precedente sono state condotte delle prove anche sulla cv Pinot grigio. I vigneti utilizzati sono stati i medesimi e il disegno sperimentale ha previsto la somministrazione, in corrispondenza della fascia dei grappoli, in due differenti epoche (EI=BBCH 55 e EII=BBCH 60), corrispondenti rispettivamente a infiorescenza distese,con i fiori ancora chiusi e raggruppati tra loro ed all’inizio della fioritura del prodotto LG 257 (della ditta Gobbi) alla concentrazione di 250 (CI) e 375 (CII) ml/ha. Per ogni tesi sono stati irrorati blocchi randomizzati di 20 viti distribuiti su due filari. Dal momento del trattamento fino all’invaiatura ogni dieci giorni è stata misurata la lunghezza del rachide principale di 10 grappoli per tesi. Il medesimo rilievo è stato fatto con cadenza quindicinale dall’invaiatura fino alla raccolta. Alla vendemmia, su un campione di 10 viti per tesi, sono stati rilevati il peso e il numero di grappoli e la produzione totale per ceppo. Su campioni di succo derivati da 30 grappoli per tesi sono stati determinati i solidi solubili totali (°Brix), l’acidità titolabile (g/L), il pH e il rapporto buccia/polpa e solo per il Raboso il livello di antociani totali. I dati raccolti sono stati sottoposti all’analisi della varianza (ANOVA e test di Newman-Keuls, Statsoft, vs 7.1). 1.5 RISULTATI 10 LG257 è stato in grado di allungare il rachide solo con l’applicazione allo stadio 55, mentre nello stadio 60 si osservata una riduzione della lunghezza. Tale effetto è risultato significativo, indipendentemente dalla concentrazione utilizzata solo nella cv Raboso (Fig. 4A), mentre per la cv Pinot Grigio le lunghezze rilevate, pur mostrando misure tendenzialmente superiori nei grappoli trattati (in particolar modo per la concentrazione CII), non sono risultate significative (Fig. 4B). Questo dato conferma che il momento di applicazione e la suscettibilità varietale sono fattori che condizionano in modo rilevante la risposta al trattamento. L’effetto di allungamento sul rachide dei grappoli della cv Raboso Piave è visibile sin dal primo rilievo dopo il trattamento ed è mantenuto sino alla raccolta. La presenza di un effetto prolungato sulla riduzione della compattezza è confermata dalla relazione tra lunghezza del rachide, osservata al primo rilievo dopo il trattamento, e il peso del grappolo alla raccolta. (Fig. 5). I risultati, infatti, mettono in evidenza che tendenzialmente i grappoli del controllo si collocano nel quadrante con grappoli corti e di peso elevato (A), mentre quelli dei trattati (in particolare quelli con la CI) si collocano nel quadrante con grappoli lunghi e peso ridotto (D). Poiché le auxine e le GA controllano la divisione e la distensione cellulare ed è nota la loro capacità di modulare l’attività per idrolasi di parete, è stato valutato il loro effetto sulla trascrizione di geni codificanti per espansina (EXP), β-1-3 (B1.3G) e β-1-4 (B1.4G) endogluconasi, cellulasi acida (CA) e basica (BA), pectinesterasi (PE), pectinacetilesterasi (PAE), e xyloglucangalattosiltransferasi (XGT) a 14 giorni dal trattamento, in corrispondenza della massima differenza di lunghezza tra i rachidi di controllo e trattati (Fig. 6). L’effetto della miscela LG257 è stato significativamente stimolante per le EXP e, in misura minore, per PE, B1.4G, AC e BC, mentre sull’espressione degli altri geni è stato trascurabile (B1.3G, PAE) o depressorio (XGT). Quest’ultimo risultato è particolarmente interessante se si considera che il ruolo di XGT è quello di assicurare la resistenza meccanica della parete cellulare durante la crescita, promuovendo i legami tra le fibrille di cellulosa (Peña et al., 2004). Questa considerazione induce a supporre che la repressione di XGT coordinata alla stimolazione di EXT e EG potrebbe essere responsabili dell’allungamento del rachide. In termini di qualità globale il trattamento ha determinato, in particolar modo per la concentrazione CI, un innalzamento significativo del grado brix del livello di antociani totali e dei polifenoli estraibili nonché del rapporto buccia/polpa. Quest’ultimo dato indica che le bacche nei grappoli trattati sono tendenzialmente più piccole e di conseguenza i grappoli sono meno compatti (Tab. 2). 1.6 CONCLUSIONI 11 Sulla base dei risultati ottenuti il trattamento con la miscela di GA e auxine sembra in grado di indurre un allungamento del rachide (dovuto ad una maggiore deformabilità delle pareti delle cellule del rachide) e quindi, una minore compattezza del grappolo. Il trattamento è accompagnato da un leggero miglioramento della qualità globale della bacca. A questo punto è possibile avviare delle analisi molecolari avendo a disposizione un protocollo sperimentale in grado di indurre modificazioni sostanziali della conformazione del grappolo con riflessi positivi, seppur non eclatanti, sulla qualità della bacca. Recentemente è stato osservato che l’ortologo di vite del gene TFL1 (Terminal FLower) di Arabidopsis è coinvolto nella determinazione della conformazione del grappolo (Fernandez et al., 2010). L’espressione di questo gene ed altri ad esso associati (alcuni MADS-box) potranno essere valutati a livello del rachide dei grappoli trattati per mettere in evidenza se la miscela utilizzata è un regolatore di espressione del set di geni coinvolti nella conformazione del grappolo. 1.7 CONCLUSIONI GENERALI La presente ricerca ha avuto ricadute a breve e medio termine. Le prime riguardano la messa a punto di un protocollo per ridurre la compattezza dei grappoli della cv Raboso Piave che si basa sull’allungamento del rachide e non sul diradamento degli acini. Le seconde riguardano un protocollo sperimentale per ottenere grappoli con lunghezza del rachide diverse su cui valutare i meccanismi molecolari alle base della conformazione del grappolo. 12 FIGURE Fig. 1. Effetto del trattamento con 3,5,6 TPA sul numero di acini per grappolo (A) e sul peso del grappolo (B) durante il loro ciclo di sviluppo. L’applicazione del 3,5,6 TPA è stata fatta in due epoche EI (BBCH 65) e EII (BBCH 73) con tre concentrazioni diverse pari a 125 (CI), 250 (CII), 375 (CIII) ml/ha. I dati sono la media del peso e del numero di acini di 10 grappoli. Le barre rappresentano la deviazione standard (±SD). Fig. 2. Effetto del trattamento con 3,5,6 TPA sulla compattezza del grappolo, valutata usando la seguente scala 1= molto spargoli, 2= spargoli, 3= medi, 4= compatti, alla raccolta. L’applicazione del 3,5,6 TPA è stata fatta in due epoche EI (BBCH 65) e EII (BBCH 73) con tre concentrazioni diverse pari a 125 (CI), 250 (CII), 375 (CIII) ml/ha. La frequenza relativa delle varie classi, espressa come percentuale, è stata calcolata valutando l’indice di compattezza di 15 grappoli. 13 Fig. 3. Effetto del trattamento con 3,5,6 TPA sulla produzione per ceppo. L’applicazione del 3,5,6 TPA è stata fatta in due epoche EI (BBCH 65) e EII(BBCH 73) con tre concentrazioni diverse pari a 125 (CI), 250 (CII), 375 (CIII) ml/ha. I dati sono la media della produzione di 20 piante. Le barre rappresentano la deviazione standard ((±DS). Fig. 4. Effetto del trattamento con miscela di GA ed auxine sulla lunghezza del rachide dei grappoli della cv Raboso Piave (A) e Pinot Grigio (B) durante il loro ciclo di sviluppo. L’applicazione della miscela è stata fatta in corrispondenza dello stadio BBCH 55 con due concentrazioni diverse pari a 250 (CI), 375 (CII) ml/ha. I dati sono la media delle misure del rachide di 10 grappoli. Le barre rappresentano l’errore standard (±ES). 14 Fig 5. Relazione tra lunghezza del rachide al primo rilievo dopo 14 giorni dal trattamento (BBCH 55) e peso del grappolo alla raccolta. Le misure si riferiscono ad almeno 5 grappoli del controllo (quadrato) e dei trattati con 250 ml/ha (CIi, triangolo) e 375 (CII, cerchio) di LG257. 35 30 Espressione rela va 25 20 15 10 5 0 B1.4G AC BC B1.3G PE PAE XGT EXP Fig. 6. Livelli di espressione di geni coinvolti nel metabolismo parietale delle cellule del rachide di infiorescenze di controllo (barra bianca) e trattati con 250 ml/ha (CII, barra grigia) e 375 (CII, barra nera) di LG257 dopo 14 giorni dal trattamento. I livelli di mRNA sono stati determinati via RT-PCR e normalizzati rispetto al valore misurato al T0 (BCH55). I geni analizzati sono β-1,3 (B1.3G) e β-1,4 (B1.4G) endoglucanasi cellulasi acida (AC) e basica (BC), pectinesterasi (PE), pectinmetilesterasi (PAE), xyloglucan galattosiltransferasi (XGT) e espansina (EXP). 15 TABELLE solidi solubili (° Brix) pH controllo EiCi EiCii EiCiii 17.80b 16.30a 19.60c 19.00bc 3.93b 3.75a 3.94b 3.98b acidità totale (g/L) 7.25b 6.12a 6.44a 6.55a EiiCi EiiCii EiiCiii 17.10b 17.90b 17.90b 3.81ab 3.89b 3.93b 6.60a 7.07ab 7.10b zuccheri buccia/polpa /acidi 24.55a 26.61ab 30.43b 29.02b 0.98a 0.50c 0.44c 0.43c 25.90a 25.30a 25.22a 0.71b 0.72b 0.81ab Tabella 1. Determinazione degli indici di maturazione (°Brix, pH, acidità totale, rapporti zuccheri:acidi e rapporto buccia/polpa) di acini prelevati da 30 grappoli non trattati (controllo) e trattati con 3,5,6 TPA in due momenti del ciclo di sviluppo EI (BBCH 65) e EII (BBCH 73) con tre concentrazioni diverse pari a 125 (CI), 250 (CII), 375 (CIII) ml/ha. Le medie seguite dalla stessa lettera non sono significativamente differenti (Duncan p±0.05). controll o Ci Cii Solidi solubili (°Brix) pH Antociani totali (mg/L) 18.4 a 19.35 b 18.9° 3.31a 3.27 a 3.39 a 758.27 a 819.17 b 910.35 bc Polifenoli estraibili (% polifenoli totali) buccia/polpa 45.12 a 47.51 b 49.39 bc 21.84 a 25.04 b 24.57 b Tabella 2. Determinazione degli indici di maturazione (°Brix, pH, Antociani totali, Polifenoli estraibili e rapporto buccia/polpa) di acini prelevati da 10 grappoli non trattati (controllo) e trattati con una miscela di GA+auxine alo stadio di sviluppo BBCH 55 e con due concentrazioni diverse pari a 250 (CI), 375 (CII) ml/ha. Le medie seguite dalla stessa lettera non sono significativamente differenti (Duncan p±0.05). 16 BIBLIOGRAFIA ALTAMURA M.M., POSSENTI M., MATTEUCCI A., BAIMA S., RUBERTI I., MORELLI G. (2001) Development of the vascular system in the inflorescence stem of Arabidopsis. New Phytologist 151: 381-389. 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La selezione in vigneto di lieviti per l’enologia: un ceppo ecotipico dal terroir del Raboso Piave Viviana Corich1,2, Raul Baldin1, Barbara Bovo2, Milena Carlot1, Fabio Zilio4, Angiolella Lombardi4, Tiziana Nardi1,3, Alberto Marangon4 e Alessio Giacomini1,2 1 – Centro Interdipartimentale per la Ricerca in Viticoltura ed Enologia, Università di Padova, Conegliano (TV) 2- Dipartimento di Agronomia Animali Alimenti Risorse Naturali e Ambiente, Università di Padova, Legnaro (PD) 3 – Lallemand Inc., Succursale Italiana, Castel d’Azzano (VR) 4 – Veneto Agricoltura, Istituto per la Qualità e le Tecnologie Alimentari, Thiene (VI) 2.1 INTRODUZIONE La selezione di lieviti vinari ha lo scopo di ottenere, attraverso un programma ben definito, colture di lievito capaci di condurre il processo fermentativo verso risultati predeterminati che puntano alla qualità del prodotto vino. I primi lieviti, isolati negli anni sessanta, sono stati selezionati con lo scopo di esaltare le caratteristiche tecnologiche (vigore fermentativo, alcol-tolleranza), in modo da ottenere prodotti senza difetti. Oggi i lieviti sono selezionati sulla base di caratteristiche che possano migliorare la qualità dei vini attraverso l’espressione di precursori già presenti nei mosti e la produzione di metaboliti secondari (alcoli superiori, esteri, chetoni, aldeidi). Particolarmente interessanti sono gli sforzi nella selezione di lieviti con alto valore salutistico, cioè che non producono sostanze pericolose per la salute del consumatore (amine biogene e ocratossine) (Vincenzini et al., 2005). Potenzialmente l’uso dei lieviti selezionati può presentare anche degli svantaggi per nulla trascurabili, poiché fra tutte le colture commercializzate di lieviti secchi attivi (LSA) sono relativamente poche quelle realmente utilizzate in tutto il mondo dai vinificatori. Per questo motivo, è sicuramente forte il pericolo di una uniformazione dell’agente microbico con il risultato di ottenere una riduzione della biodiversità dei lieviti vinari associati all’ambiente di cantina, ma soprattutto una standardizzazione del gusto e un appiattimento delle caratteristiche specifiche delle diverse aree produttive. Inoltre, gli starter reperibili in commercio, pur possedendo caratteri di indubbia importanza enologica, proprio perché provengono da realtà vitivinicole estranee non sono sempre capaci di sviluppare completamente i sapori e gli aromi tipici di un vino. In questo contesto l’introduzione dei lieviti ecotipici può rappresentare la soluzione sia ai problemi di mantenimento della biodiversità microbica che di drastica diminuzione delle sfumature qualitative ora descritti. Infatti questi lieviti vengono utilizzati esclusivamente nella zona di isolamento e sono selezionati seguendo le caratteristiche di tipicità del prodotto locale. Sono i lieviti che originariamente davano luogo alla fermentazione spontanea e contribuivano in questo modo a 18 costruire le caratteristiche di tipicità del vino, poiché ogni zona pedoclimatica e ogni singolo vigneto nel tempo costituiscono una micro-nicchia per l’insediamento di uno specifico complesso di lieviti enologici (principalmente appartenenti alla specie Saccharomyces cerevisiae). I microrganismi di questi micro-habitat sono adattati ed evoluti per vivere in quel luogo, ma soprattutto sono responsabili dei caratteri organolettici specifici del vino prodotto localmente. Con lo scopo di esaltare le caratteristiche di un interessante vino regionale, il Raboso è stato condotto un progetto di selezione per l’identificazione nei vigneti della DOC Piave di un lievito con buone caratteristiche enologiche in grado di intensificarne il terroir. Le uve di Raboso Piave infatti, danno origine a mosti con elevata acidità totale (fino a 15 g/l), di cui poco meno del 50% è costituita da acido malico e un pH intorno a 2,90; possiedono come caratteristica varietale un’ottima struttura polifenolica (3,5-4 g/kg) che viene integrata mediante un idoneo periodo di invecchiamento. Gli interventi in fase di vinificazione per ridurre le spigolosità di questo vino, dovute all’aggressività tanninica e all’elevata acidità, sono sicuramente necessari soprattutto se lo scopo è quello di far conoscere il prodotto al di fuori dei confini regionali senza stravolgere le caratteristiche di un vitigno che rimane “tipico” ed espressione del territorio (Ciolfi, 2004; Ciolfi et al., 2005). Per questo motivo è stato intrapreso un programma di selezione di lieviti ecotipici isolati solo dai vigneti coltivati a Raboso, in modo da ottenere uno starter selezionato che fosse parte della microflora naturale di questa peculiare varietà e in grado perciò di fermentare in queste difficili condizioni e al contempo di esaltarne l’identità. Il progetto di selezione si è avvalso anche dell’analisi sensoriale, effettuata in più fasi da un panel di giudici esperti che ha permesso l’identificazione di lieviti non solo dotati di spiccate caratteristiche tecnologiche, ma anche in grado di valorizzare le caratteristiche varietali dell’uva Raboso. 2.2 ISOLAMENTO DI LIEVITI ECOTIPICI E DISTRIBUZIONE NEL TERRITORIO DELLA DOC PIAVE La prima fase della sperimentazione ha previsto un capillare campionamento nelle aree di produzione del vino Raboso Piave DOC coinvolgendo 20 aziende del territorio dai cui vigneti sono stati prelevati un totale di 78 grappoli nel periodo di pre-vendemmia. Ogni grappolo raccolto è stato utilizzato per avviare fermentazioni spontanee con lo scopo di isolare lieviti appartenenti al genere Saccharomyces. Mediante metodi convenzionali (uso di specifici terreni di crescita) sono stati raccolti 304 lieviti autoctoni, i quali sono stati successivamente sottoposti ad un indagine 19 100 101 102 104 105 106 107 108 molecolare (Multiplex PCR, Nardi et al., 2006) che ha permesso di identificare 260 individui 110 115 appartenenti al genere Saccharomyces. L’ulteriore caratterizzazione genetica (Querol et al., 1996, 121 127 Valero 129 et al., 2005) ha permesso di individuare 130 ceppi di Saccharomyces cerevisiae diversi. La 116 133 distribuzione geografica dei profili genetici è stata messa in relazione alle diverse aree della DOC 143 150 Piave (fig.1). Delle 17 località campionate, 16 hanno permesso l’isolamento di S. cerevisiae, 157 161 presentando un numero variabile da 1 a 7 ceppi. 12 lieviti ricorrono più volte in località diverse, tra 166 167 cui due168ceppi si ripresentano in tutte e tre le macroaree di produzione in cui è stata suddivisa la 169 170 DOC (Tezze, S. Donà di Piave, Motta di Livenza). Dei 130 profili, 118 sembrano essere tipici della 173 177 di isolamento, essendo presenti ciascuno in una località soltanto. microarea 179 188 189 100 100 101 101 195 102 102 104 104 199 MARENO DI PIAVE TEZZE DI PIAVE 1,17% 2,34% 0,78% 2,34% 0,78% 1,17% 1,17% 0,78% 0,78% 0,78% 0,39% 1,56% 1,17% 82,42% 197 ODERZO 1,17% 0,39% 94,53% 96,09% 1,56% 0,78% 0,39% 0,39% MANSUE' 1,17% 0,78% 200 105 105 106 106 202 107 107 108 108 209 96,88% SAN POLO 0,78% 0,78% 0,39% 96,88% 207 MOTTA DI LIVENZA 1,56% 212 96,09% 100 101 0,78% 102 104 110 110 115 115 105 RONCADELLE 106 213 107 0,39%0,39% 1,95% 0,39% 0,39% 0,78% 1,56% 108 110 115 121 127 214 129 116 88,28% 133 143 LORENZAGA 1,95% 150 121 121 127 127 216 129 129 116 116 219 133 133 143 143 224 150 150 157 157 227 157 0,78% 161 166 167 168 96,09% 169 170 218 173 177 179 CANDELU' 188 189 0,78% 1,95% 195 197 199 200 202 94,14% 207 209 220 212 213 214 216 0,39% 218 219 220 224 226 227 228 229 freq 226 < rilev at i 167 167 168 168 rilevati 179 179 188 188 CHIARANO 1,17% 1,17% 1,17% 1,17% 1,56% 90,23% 0,78% 228 229 173 173 177 177 NEGRISIA 96,09% 161 161 166 166 169 169 170 170 0, 39 rilev at i non 0,39% 0,78% 0,39% 0,39% freq < 0,39 PONTE DI PIAVE 1,56% non rilevati 1,95% 0,78% 90,23% 6 13 36 123 0,39% 0,78% 0,39% NOVENTA 0,78% SALGAREDA 3,13% 123 94,14% 1,17% 94,92% 0,78% 0,78% 0,78% 0,78% 0,78% MUSILE Profili mtDNA SANTA MARIA DEL PIAVE 1,56% 94,92% 189 189 195 195 1,17% 92,97% 1,95% 0,39% 1,17% 197 197 199 199 Fig. 1 Frequenza di isolamento dei singoli ceppi sul totale dei lieviti raccolti in relazione alle località campionate nel 200 Fig.200 8 Frequenza dei profili elettroforetici sul totale degli isolati appartenenti al gruppo sensu in territorio della DOC Piave. Torta grande: percentuale di Saccharomyces; tortaSaccharomyces piccola: ceppi di S.stricto cerevisiae. 202 202 relazione alle loalità campionate. 207 207 209 209 212 212 Ciascun ceppo è stato ulteriormente analizzato per la valutazione dei caratteri enologici (mosto 213 213 214 214 216 sintetico e specifici terreni di crescita, Delfini 1995, Vincenzini et al., 2005) quali: cinetica di 216 218 219 fermentazione, vigore fermentativo, produzione di SO2 e H2S, adesività, e produzione di schiuma. 220 224 Sulla base delle caratteristiche genetiche e fenotipiche sono stati scelti 107 ceppi di lievito, 226 226 227 successivamente inoculati in 100 ml di mosto di uve Raboso usando come controllo due ceppi 228 229 commerciali comunemente impiegati per la produzione di Raboso. Nel corso di queste freq < 0,39 rilevati “nanovinificazioni” è stato registrato il calo in peso come prima valutazione dell’andamento non rilevati fermentativo in mosto naturale; successivamente ciascun fermentato è stato sottoposto a valutazione 20 olfattiva da parte di un panel di 4 giudici esperti al fine di identificare i prodotti con spiccate caratteristiche di qualità e tipicità. Sulla base del giudizio olfattivo e delle performance di fermentazione sono stati scelti 5 ceppi, segnalati come migliori, che sono stati testati in fermentazioni su scala pilota e di cantina. Le caratteristiche enologiche sono riportate in Tab.1 e Tab.2. Ceppi R8.3 R150.1 R150.4 R151.1 R133.5 Etanolo prodotto (%) 7 2 giorni Fine giorni 3,2 9,4 10,9 3,6 10,1 11,3 3,2 9,2 11,2 2,1 8,8 11,1 3,5 9,15 11,1 Durata fermentazione (gg) 14 14 16 15 16 Schiuma Sedimentazione Adesività Odore (mm) (gg) (mm) 4 13 10 5 4 14 9 14 10 14 2 0 0 0 1 N N N N N Tab. 1. Caratteristiche di fermentazione dei lieviti scelti in mosto sintetico standard contenente 200g/l di glucosio a pH 3,2 (N: assenza di odori sgradevoli). Produzione Produzione Ceppi H2 S SO2 R8.3 R150.1 R150.4 R151.1 R133.5 ++ ++ ++ + ++ ++ ++ ++ ++ ++ Attività Potere βalcoligeno glucosidasi (%) 13,2 +++ 14,7 ++++ 14,1 ++++ 15,4 crescita lenta 13,5 ++ Tab. 2. Produzione di idrogeno solforato, anidride solforosa, capacità di sviluppare aromi varietali (attività beta-glucosidasica) e potere alcoligeno. Quest’ultimo è stato valutato in mosto sintetico contenente 300g/l di glucosio. Produzione/attività: + molto limitata; ++ limitata; +++ media; ++++ elevata. 21 2.3 PRIMA PROVA DI MICROVINIFICAZIONE I cinque ceppi prescelti (Fig.2) sono stati sottoposti a microvinificazioni di 70 l di mosto da uve Raboso (vendemmmia 2007, 181 g/l zuccheri, 5,8 g/l acido malico, pH 3,02). Ciascun ceppo sperimentale, così come il ceppo commerciale di controllo, è stato inoculato a partire da una coltura liquida in modo da ottenere una concentrazione di 2-5 x 106 ufc/ml. Le analisi chimiche sono state condotte mediante tecnica FT-IR (FOSS Wine Scan). Durante la fermentazione alcolica è stato raccolto un campione di mosto in fermentazione per verificare la dominanza del ceppo inoculato, che in tutti i casi è risultata superiore all’80%. Come si può osservare in fig. 2, ad eccezione del ceppo ecotipico R8.3 tutti gli altri mostrano cinetiche lievemente più rapide a quella del ceppo commerciale. Il ceppo R133.5 è quello che produce la maggior quantità di glicerolo (9,4 g/l, rispetto ad un valore medio di 8,6 g/l). Andamento Fermentazione Alcolica 14 Attività demalicante Acido malico g/l 10 8 6 4 2 0 0 1 2 3 4 5 6 7 8 0 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 Produzione di glicerolo R8.3 12 R150.1 10 8 R150.4 6 R151.1 4 R133.5 2 0 0 1 2 3 4 5 7 Giorni di FA Giorni di FA Glicerolo g/l Etanolo % v/v 12 6,5 6 5,5 5 4,5 4 3,5 3 2,5 2 6 7 8 9 10 11 12 Giorni di FA 22 controllo commerciale 8 9 10 11 12 Fig. 2. Andamento della produzione di etanolo, del consumo di acido malico e della produzione di glicerolo durante microvinificazioni di uve Raboso da parte di 5 ceppi provenienti dalla selezione sul territorio e del ceppo di controllo commerciale. Dati: vendemmia 2007. Particolarmente interessante risulta l’attività demalicante dei diversi lieviti in fermentazione: di nuovo si distingue il ceppo R133.5 che insieme al ceppo R150.1 determina il maggior decremento in acido malico (circa il 50%) rispetto al controllo. I vini ottenuti sono stati sottoposti ad analisi sensoriale utilizzando un panel composto da 14 giudici esperti (produttori e tecnici del settore) scelti dal Consorzio di Tutela. Le valutazioni sono state effettuate in analogia alla procedura del profilo sensoriale (ISO13299), svolto in una replica per sessione, utilizzando una scheda a punti contenente 4 descrittori di profilo (acido, amaro, dolce e salato) 2 descrittori olfattivi (intensità di odore, intensità di aroma) e 2 descrittori edonici (gradevolezza e tipicità), valutabili su scala graduata da 0 a 10. I descrittori olfattivi sono stati affiancati da una lista di descrittori specifici (floreale, rosa, viola, agrumi, erbaceo, speziato, pepe, cannella, frutta rossa, mora, lampone, ciliegia, ribes, mirtillo, prugna) per definire meglio il profilo sensoriale dei vini e caratterizzare i descrittori edonici gradevolezza e tipicità. Ogni giudice ha ricevuto i campioni in un piano di distribuzione bilanciato, uno dei vini è stato presentato in doppio per verificarne il grado di affidabilità (le differenze riscontrate non sono risultate significative). I risultati sono stati inseriti mediante lettura ottica nel software FIZZ (Biosystemes, Francia). 23 Fig. 3. Analisi delle componenti principali (PCA) dei descrittori sensoriali relative ai campioni degustati. E’ stata applicata l’analisi delle componenti principali (Fig. 3) per correlare i vini con i descrittori considerati. Il panel ha identificato il vino come tipico quando ha percepito aromi di frutta rossa, ribes e ciliegia, mentre è stato identificato come non tipico il vino in cui erano evidenti sentori erbacei, di rosa e di prugna. Ha inoltre valutato gradevole un vino d’aroma e odore intenso, non amaro, in cui non fosse presente un forte sentore di agrumi. Sulla base dei risultati ottenuti sono stati scelti i ceppi R133.5, caratterizzato da maggiore intensità di aroma e di odore, associati alle note di frutta rossa, ribes, mirtillo e considerato il più gradevole ed il più tipico e il ceppo R8.3 che pur meno tipico del precedente presenta una buona intensità di odore e olfatto e uno spiccato gusto dolce. Il vino prodotto con il ceppo commerciale di controllo è risultato sorprendentemente molto meno tipico, con sentori floreali e in particolare di rosa. Utilizzando l’analisi multivariata PLA (Partial Least Squares), che permette di orientare i dati secondo 1 o più variabili, è stato possibile valutare quali dei descrittori olfattivi e di aroma possano essere associati con quelli edonici di gradevolezza e tipicità (considerate nell’analisi le variabili X e Y) (Fig.4). 24 Fig. 4. Analisi multivariata (PLS) per la valutazione dei descrittori gradevolezza e tipicità. Osservando la disposizione dei descrittori e delle due variabili nel grafico si deduce che il panel ha identificato il vino come tipico quando percepiva aromi di frutta rossa, ribes e ciliegia, mentre è stato identificato come non tipico il vino in cui erano evidenti sentori erbacei, di rosa e di prugna. Ha inoltre valutato gradevole un vino d’aroma e odore intenso, non amaro, in cui non fosse presente un sentore di agrumi. Sulla base dei risultati ottenuti sono stati scelti i ceppi R133.5 e R8.3 quali lieviti più promettenti per la vinificazione di Raboso Piave. 2.4 Seconda prova di micro vinificazione In vendemmia 2008 i due lieviti sono stati prodotti e testati nella forma secca attiva, sempre in comparazione ad un ceppo commerciale. Sono state svolte 6 microvinificazioni da uva Raboso Piave, di cui 3 “classiche” e 3 da uva appassita, in collaborazione con Veneto Agricoltura (sede di Conegliano, TV); l’appassimento è stato condotto presso la Cantina sociale di Tezze (Vazzola) in locali appositi (calo medio del 30% sul peso iniziale, Tab. 3). Tutte le vinificazioni sono state inoculate con 2-5 x 106 cellule di lievito per ml di mosto. Sono stati eseguiti due campionamenti per quantificare la popolazione totale di lievito e per verificare con metodi genetici (Querol et al., 1996) la dominanza del lievito inoculato, che è risultata in tutti i 6 casi del 100%. Le analisi chimiche sono state condotte mediante dosaggio enzimatico (EC Wine). 25 Acidità Zuccheri totale (g/l) (g/l) pH Acido malico (g/l) Acido tartarico (g/l) Microvinificazione Raboso classico 2,91 10,5 217,3 3,8 7,0 Microvinificazione Raboso passito 2,97 8,8 265,2 3,5 4,9 Vinificazione Raboso Classico 2,90 9,6 223,4 4,6 4,7 Tab.3. Caratteristiche dei mosti di Raboso impiegati nella prova. Le microvinificazioni si sono svolte in modo regolare. In relazione al consumo degli zuccheri, in tutte le vinificazioni tutti i ceppi sono stati in grado di esaurire completamente gli esosi in modo rapido, seppur con leggere variazioni (Fig.5). Microvinificazione Raboso classico g/l zuccheri riduttori 250 200 150 100 50 Microvinificazione Raboso classico 0 2 4 6 8 Giorni di fermentazione alcolica R 8.3 CO VRB M R 133.5 10 2,5 g/l zuccheri riduttori 0 12 2 1,5 1 0,5 0 7 10 Giorni di fermentazione alcolica Fig. 5. Andamento del consumo degli zuccheri nel corso della microvinificazione del Raboso classico. Nel grafico in piccolo gli zuccheri residui a 7 e 10 giorni.COM: ceppo commerciale. Il ceppo R8.3 si è dimostrato estremamente rapido nella prima fase della fermentazione, quando però non è presente un eccesso di zuccheri, come nel caso di mosto ottenuto da uva sottoposta ad appassimento. In questa situazione tutti i ceppi hanno dimostrato un andamento molto simile. Situazione notevolmente diversa è quella della vinificazione pilota di Raboso classico presso 26 l’azienda Cescon, dove la fermentazione si è protratta molto a lungo. All’8° giorno di fermentazione alcolica tutte le vinificazioni presentavano ancora un tenore zuccherino compreso tra i 70 e gli 80 g/l. Varcata la soglia dei 60 g/l residui si è assistito ad un netto rallentamento del ceppo VRB, mentre era ancora molto intensa l’attività dei ceppi R133.5 ed R8.3. Nell’arco di due giorni il ceppo R133.5 è stato in grado di metabolizzare circa 59 g/l di zucchero, valori molto simili al ceppo R8.3 che invece ne ha metabolizzati quasi 51. Al quattordicesimo giorno, dunque, mentre i ceppi R8.3 ed R133.5 portavano gli zuccheri a valori sotto i 10 g/l, il vino Raboso inoculato con il ceppo di controllo commerciale restava ancora sopra i 45 g/l (Fig. 6). Al 17° giorno di fermentazione alcolica le tre vinificazioni sono state svinate completamente in barrique. L’ossigeno apportato con la svinatura ha contribuito ad una netta ripresa fermentativa del ceppo di controllo che, probabilmente affaticato dalla concentrazione di alcol, era in una fase di arresto fermentativo. A conferma dell’effetto positivo della svinatura appena descritto, ci sono i valori relativi alla concentrazione degli zuccheri determinati il 22° giorno: il ceppo di controllo ha portato gli zuccheri ad una concentrazione di 3,71 g/l, valori addirittura inferiori a quelli relativi agli altri due ceppi (8,49 g/l R8.3, 4,85 g/l Ri133.5). Tuttavia tra il 22° e il 37° giorno, quando la concentrazione zuccherina era ormai prossima all’esaurimento, si è assistito ad un nuovo rallentamento del ceppo di controllo commerciale (concentrazione zuccherina finale: 1,228 g/l R8.3, 2,582 g/l R133.5 e 3,189 g/l ceppo di controllo). Pertanto, considerando i risultati ottenuti, si può concludere che il ceppo Microvinificazione Raboso classico commerciale è stato il meno efficiente nel portare a secco il vino in queste condizioni. Vinificazione Raboso classico 200 150 250 g/l zuccheri riduttori g/l zuccheri riduttori 250 200 100 150 50 100 50 0 0 0 0 25 10 4 15 6 20 8 25 10 30 35 12 Giorni di fermentazione alcolica Giorni di fermentazione alcolica CO VRB VRB M Vinificazione Raboso classico g/l zuccheri riduttori R 8.3 R8.3 R 133.5 R133.5 40 10 8 6 4 2 0 22 37 Giorni di ferm entazione alcolica Fig. 6. Andamento del consumo degli zuccheri nel corso della vinificazione del Raboso passito (la barra rossa indica il momento della svinatura). Nel grafico in piccolo gli zuccheri residui a 22 e 37 giorni. 27 Il risultato relativo al contenuto in acidità volatile dei vini ottenuti è sicuramente incoraggiante, in quanto soprattutto nelle prove di microvinificazione anche in condizione di eccesso di zuccheri i valori misurati sono del tutto comparabili a quelli ottenuti con il ceppo commerciale di controllo. I risultati relativi alla vinificazione in cantina sono particolarmente interessanti. In questo modo infatti è stato possibile valutare positivamente il comportamento dei tre lieviti anche considerando una gestione della fermentazione tradizionale e con minimi interventi enologici (Tab.4). Acido acetico (g/l) R8.3 R133.5 COM Microvinificazione Raboso classico 0,09 0,16 0,12 Microvinificazione Raboso passito 0,45 0,44 0,48 Vinificazione pilota Raboso classico 0,55 0,44 0,48 Tab.4. Valori di acido acetico riscontrati al termine delle fermentazioni alcoliche. In relazione alla degradazione dell’acido malico, il ceppo di controllo si rivela il migliore (Fig.7 e Fig.8). E’ comunque doveroso sottolineare che il ceppo commerciale utilizzato viene molto usato nelle vinificazioni di uva Raboso proprio per la sua spiccata attività demalicante. Ciononostante in presenza di mosto ottenuto con uva passita, dove il contenuto zuccherino è più elevato, il ceppo R133.5 rivela delle capacità anche superiori (Tab.5). g/l acido malico Microvinificazione Raboso classico 3,8 3,75 3,7 3,65 3,6 3,55 3,5 3,45 3,4 0 2 4 6 8 10 Giorni di fermentazione alcolica R8.3 R133.5 VRB CO M Fig. 7. Andamento del consumo dell’acido malico nella microvinificazione del Raboso classico. 28 12 Vinificazione Raboso classico g/l acido malico 5 4,5 4 3,5 3 0 5 10 15 20 25 30 35 40 Giorni di fermentazione alcolica R8.3 R133.5 VRB CO M Fig. 8. Andamento del consumo dell’acido malico nella vinificazione del Raboso classico. R8.3 R133.5 COM Inizio FA 3,5 3,5 3,5 Fine FA 3,0 2,7 2,8 Tab. 5 Concentrazione dell’acido malico (g/l) nelle microvinificazioni del Raboso passito a fine fermentazione alcolica. Al termine della fermentazione alcolica una parte dei vini ottenuti è stata sottoposta a fermentazione malolattica guidata tramite inoculo di un ceppo di Oenococcus oeni commericiale (Lalvin VP41, Lallemand Inc., Canada). Dall'osservazione delle cinetiche della fermentazione malolattica in tutte le microvinificazioni in cui è stata indotta, si può osservare chiaramente che l’attività dei batteri inoculati non ha risentito della precedente attività dei lieviti. In particolare, nella microvinificazione di Raboso classico condotta con il ceppo Ri5 l’attività fermentativa dei batteri ha portato ai valori più bassi di acido malico, terminando in anticipo la fermentazione malolattica (Fig. 9). 29 Fermentazione Malolattica 4 R8.3 Acido malico g/l 3,5 3 2,5 R133.5 2 1,5 1 controllo commerciale 0,5 0 0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 20 22 24 26 28 Giorni di FA Fig. 9 Andamento della fermentazione malolattica nella microvinificazione di Raboso classico (vendemmia 2008). Nella vinificazione di Raboso passito l’attività fermentativa dei batteri lattici è stata simile in tutte le microvinificazioni. I vini ottenuti sono stati sottoposti ad analisi sensoriale (scheda e metodiche descritte in precedenza) da parte di un panel di 9 giudici esperti segnalati dal Consorzio di Tutela, e ad analisi gascromatografica per la determinazione dei principali aromi di fermentazione e varietali (Oretga et al., 2001). 30 Fig. 10 Analisi delle componenti principali (PCA) dei descrittori sensoriali e dei composti aromatici relativi ai vini degustati (la lettera P indica i vini passiti). I dati ottenuti dalle due valutazioni, sensoriale e gas-cromatografica, sono stati analizzati in maniera integrata utilizzando l’analisi delle componenti principali (fig. 10). Il risultato più evidente riguarda i descrittori edonici che vengono chiaramente associati al vino Raboso vinificato con i ceppi ecotipici, mentre il ceppo di controllo esce significativamente dal raggruppamento precedente e viene correlato con l’elevata concentrazione di fenilacetato (odore di rosa), che rientra nella percezione floreale condivisa con i vini passiti. In relazione a questi ultimi è interessante notare come le differenze tra i campioni siano meno evidenti e come nessuno dei tre venga riconosciuto come tipico, probabilmente perché questa tipologia di prodotto è più recente e meno ancorata alla tradizione. Infine dall’analisi statistica di ciascuna singola categoria considerata, sia sensoriale che chimica, si osserva chiaramente che il vino prodotto con il ceppo R133.5 ha una concentrazione significativamente più elevata di esteri (aromi di fermentazione) ed è quello che ha l’intensità di aroma maggiore, mentre il campione dotato di maggiore intensità di odore è quello ottenuto con il ceppo di controllo, determinata però dalla elevata quantità di fenilacetato che allontana il vino dalle caratteristiche di tipicità. 31 2.5 CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Il capillare campionamento condotto nei vigneti della DOC Piave ha permesso di ottenere una mappatura dei ceppi enologici di S. cerevisiae associati alla varietà Raboso Piave, rivelando un grado di biodiversità estremamente elevato. Ciascuna area campionata, infatti, è dotata di ceppi autoctoni, che indicano la presenza di una forte tipicità territoriale. E’ stato perciò possibile scegliere lieviti con caratteristiche enologiche spiccate, da poter essere utilizzati quali nuovi starter per la vinificazione del vino Raboso. In particolare, è stato identificato il ceppo R133.5 come il lievito che maggiormente esalta le qualità del vino Raboso enfatizzando profumi di frutta rossa, ribes e ciliegia, apportando intensità di aroma e gusto non amaro, nel pieno rispetto delle caratteristiche tradizionali di questo prodotto. R133.5 è un ceppo con ottime caratteristiche fermentative, a bassa produzione di acidità volatile e dotato di buona attività demalicante, mostrata soprattutto in mosti contenenti alte quantità di acido malico o nelle fermentazioni di vino passito. Infine, tra i ceppi saggiati, è quello che mostra una migliore sinergia con i batteri malolattici, permettendo una rapida chiusura di questo processo fermentativo. 2.6 RINGRAZIAMENTI Gli autori del lavoro ringraziano per il supporto finanziario la Provincia di Treviso e la Regione Veneto. Inoltre ringraziano Stefano Soligo ed Emanuele Serafin (Centro Regionale per la Viticoltura, l'Enologia e la Grappa, Veneto Agricoltura, Conegliano) per l'esecuzione delle micro vinificazioni, Antonio Bonotto e Giorgio Cecchetto (Consorzio di Tutela Vini del Piave) per il supporto tecnico e Giuseppe Cescon per aver fornito l’uva per le microvinificazioni. BIBLIOGRAFIA Ciolfi G. (2004) Possibile un Raboso morbido, Vignevini, 31, 9, 71-74. Ciolfi G., Favale S., Garofalo A., Tiberi D., Cedroni A. (2005) Tecnologia di vinificazione di uve rosse ad elevata acidità: il Raboso, Vignevini, 32, 10, 95-99. Delfini C. (1995) Scienza e tecnica di microbiologia enologica. Edizioni Il Lievito, Asti. 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Vincenzini M., Romano P. e Farris G.A. (2005) Microbiologia del vino. Edizioni Ambrosiana, Milano. 33 3. I funghi fitopatogeni: un mezzo da sfruttare per la STABILIZZAZIONE proteica DEI VINI BIANCHI. A. Curioni , M. Lucchetta e S. Vincenzi Le proteine rappresentano un vasto gruppo di macromolecole, che presentano strutture complesse e differenziate e svolgono una gamma assai vasta di funzioni negli organismi viventi. Nei vini, le proteine influenzano le caratteristiche organolettiche e, soprattutto, la stabilità, in particolare dei vini bianchi, dove possono provocare, dopo l’imbottigliamento, torbidità o depositi. Le proteine presenti nei vini derivano in gran parte dall’uva ed in una certa percentuale anche dai microrganismi ed in particolare dal lievito (Marchal et al., 1996). Tuttavia, le proteine del vino non corrispondono esattamente a quelle dell’uva. Infatti, durante la fermentazione queste ultime vanno incontro a processi di degradazione e di denaturazione ad opera delle proteasi e delle condizioni particolarmente difficili che si riscontrano dopo la pigiatura e durante la vinificazione (Luguera et al., 1998). Le proteine che rimangono nel vino sono, quindi, quelle più stabili, ma che paradossalmente possono provocare instabilità nel medio-lungo periodo. La maggioranza delle proteine solubili nel succo d’uva sono state identificate come proteine coinvolte nella difesa della vite da attacchi di parassiti/patogeni (proteine PR), in particolare chitinasi e proteine Taumatina-simili (TLP) (Waters et al., 1996). Il vino è un sistema colloidale, nel quale i colloidi sono rappresentati da proteine e polisaccaridi come anche da aggregati proteine-polifenoli e proteine-polisaccaridi. Una delle caratteristiche principali dei sistemi colloidali risiede nelle dimensioni delle particelle che sono grandi rispetto alle dimensioni delle comuni molecole in soluzione vera, mentre sono piccole rispetto alle particelle di una sospensione, nelle quali però i colloidi possono trasformarsi, aggregandosi tra loro per svariati motivi, fino a diventare visibili ad occhio nudo (formazione di torbidità). Infatti i colloidi vengono mantenuti dispersi nella massa liquida da un insieme di forze che ne prevengono l’aggregazione e la flocculazione. Molti altri fattori però hanno influenza sulla stabilità delle soluzioni colloidali come la natura chimica delle particelle, forze di attrazione e repulsione tra le particelle colloidali, la presenza di elettroliti nel mezzo, ecc. Questi fattori sono tanti e così interdipendenti l'uno dall'altro, che oggi non è ancora possibile dare una teoria completa e soddisfacente della stabilità di un colloide. A maggior ragione questo è vero anche per un sistema complesso come il vino, dove le particelle colloidali hanno una natura assai disomogenea. Di conseguenza, nonostante le numerose ricerche eseguite per cercare di chiarire il fenomeno dell’intorbidamento proteico dei vini bianchi, si sa ancora relativamente poco riguardo i meccanismi ed i fattori coinvolti nella precipitazione colloidale delle proteine che provoca la formazione di torbidità in bottiglia. 34 In ogni caso il problema viene risolto praticamente rimuovendo le proteine dal vino tramite trattamenti con bentonite, una argilla montmorillonitica con forti capacità adsorbenti. L’adsorbimento da parte della bentonite non è però specifico per le proteine e risulta anche nella rimozione di altri composti importanti per la qualità del vino, come per esempio gli aromi (Lambri et al., 2010). Inoltre, la bentonite esausta va smaltita ed il suo uso comporta anche una certa perdita di prodotto, che rimane intrappolato nel residuo precipitato che si ottiene dopo il trattamento. Negli ultimi anni si assiste ad un aumento dell’instabilità proteica dei vini bianchi, le cui ragioni non sono note, che si traduce nella necessità di ricorrere a trattamenti di stabilizzazione sempre più drastici. Per tutte queste ragioni è necessario cercare e mettere a punto trattamenti di stabilizzazione alternativi alla bentonite, che possano sostituirla nel processo di produzione dei vini bianchi. Nella presente ricerca si è cercato di dare un contributo allo sviluppo di metodi alternativi per la stabilizzazione proteica dei vini bianchi, partendo dall’idea che le proteine instabili dei vini, essendo proteine di difesa dell’uva, debbano in qualche modo essere “neutralizzate”, cioè rimosse o degradate, da parte di qualche meccanismo proprio dei funghi fitopatogeni che a queste proteine devono sopravvivere per infettare e svilupparsi nei tessuti vegetali. Sono quindi stati testati alcune specie di funghi fitopatogeni per verificare il loro effetto sulla rimozione delle proteine dell’uva presenti nei mosti e nei vini. I principali risultati con potenzialità applicative sono descritti di seguito. 3.1 UN ENZIMA PROTEOLITICO FUNGINO PER LA STABILIZZAZIONE DEI VINI BIANCHI Diversi ricercatori, già da anni, hanno tentato l’approccio di ridurre l’instabilità potenziale dei vini bianchi utilizzando enzimi in grado di degradare le proteine dell’uva, utilizzando quindi l’approccio più semplice, specifico e che richiede condizioni poco aggressive per il prodotto (Pocock et al., 2003). Purtroppo però, a causa della loro intrinseca resistenza strutturale, queste proteine PR, oltre a resistere alle condizioni di fermentazione, sono anche particolarmente difficili da idrolizzare da parte degli enzimi proteolitici e tutti i tentativi fatti fino ad ora per stabilizzare i vini bianchi utilizzando proteasi commerciali sono falliti. Uno screening su diversi funghi fitopatogeni della frutta in grado di crescere in ambiente acido, ha indicato che il fungo Sclerotinia minor è in grado di rilasciare nel mezzo di coltura un enzima capace di degradare le proteine responsabili dei fenomeni di instabilità dei vini bianchi. Questo proprio perché il fungo, per potersi sviluppare sulla frutta, deve necessariamente degradare i fattori con cui la pianta si difende, cioè le proteine PR. 35 La sperimentazione è iniziata testando la capacità proteolitica del brodo colturale di S. minor. Il fungo, dopo crescita in presenza di proteine purificate dall’uva come unica fonte azotata, produce enzimi proteolitici esocellulari. I primi test si sono svolti aggiungendo a mosti di Manzoni bianco il brodo colturale di S. minor, dializzato e concentrato. I mosti trattati sono stati sottoposti a fermentazione ed i vini ottenuti analizzati per la presenza di proteine e per la loro stabilità. In effetti, il brodo colturale di S. minor era in grado di diminuire l’instabilità proteica dei vini bianchi del 3050% (fig. 1). Stabilità proteica 0,045 culturale di S. minor. Il controllo è stato ottenuto 0,040 Torbidità netta A540 Figura 1. Instabilità proteica dei vini trattati con il brodo 0,035 aggiungendo la stessa quantità di brodo colturale ma 0,030 precedentemente bollito per inattivare l’enzima. 0,025 0,020 0,015 0,010 0,005 0,000 Controllo Brodo S. m inor Successivamente l’enzima è stato parzialmente purificato dal brodo di coltura e si sono condotte fermentazioni, con mosto di uva Manzoni bianco e Glera, aggiungendo differenti quantità (da 0,001 a 0,00025 U di attività) del preparato proteolitico, comparandone l’effetto con quello di un enzima proteolitico commerciale (pepsina). I vini ottenuti sono stati sottoposti a test a caldo (heat-test) per valutarne l’instabilità proteica dimostrando che i mosti trattati con il preparato enzimatico sono risultati meno instabili (fig. 2). Solamente al dosaggio di impiego più elevato si è osservata una instabilità maggiore di quella del controllo, molto probabilmente dovuta alla aggiunta di una eccessiva quantità di proteina, derivante dalla preparazione enzimatica stessa (circa 10 mg/L). Al contrario, a dosi minori, l’enzima ha provocato una riduzione dell’instabilità proteica pari circa al 40%. 36 Instabilità proteica Figura 2. Instabilità proteica dei vini trattati con 0,06 diverse quantità di enzima purificato da brodo culturale 0,05 di S. minor e di pepsina. I campioni sono scaldati ad 80 Torbidità A540 0,04 °C per 2 ore e quindi raffreddati in ghiaccio per due 0,03 0,02 ore. 0,01 spettrofotometricamente e confrontata con quella dei Enz 0,0005 U Enz 0,00025 U Pe psina 0,001 U torbidità sviluppata è misurata campioni prima del riscaldamento. Se la differenza tra 0 Enz 0,001 U La C ontro llo le due letture è inferiore a 0,02 il vino può essere definito stabile. L’analisi elettroforetica (fig. 3) ha mostrato una diminuzione delle proteine dell’uva nei campioni trattati con il preparato enzimatico da S. minor, rispetto ai campioni trattati con pepsina ed al controllo. La diminuzione è stata osservata soprattutto a livello della zona delle TLP (intorno a 21 kDa) e della banda intorno 66 kDa, corrispondente all’invertasi d’uva. Nei campioni trattati con il preparato enzimatico è comparsa, intorno ai 35 kDa, una banda che rappresenta la principale isoforma delle proteasi aggiunte. Figura 3. Analisi elettroforetica (SDS-PAGE) delle proteine dei vini trattati con proteasi da S. minor (Prep. Enz.) a 3 concentrazioni, con pepsina (pepsina) e non trattati (control). Colorazione con blu Coomassie. I campioni sono stati preparati precipitando 150 µL di vino con 4 volumi di etanolo. Prove preliminari hanno dimostrato la possibilità di produrre elevate quantità di questo enzima utilizzando il brodo di coltura del il fungo S. minor ad un costo relativamente basso. In conclusione, questi risultati principali indicano che è possibile utilizzare preparazioni proteolitiche da S. minor per degradare le proteine instabili dei vini bianchi, aprendo la strada ad una nuova strategia di stabilizzazione, semplice, probabilmente economica e molto specifica che evita interventi drastici non rimuovendo alcuna sostanza dal vino e mantenendone l’integrità. Resta comunque da chiarire quali siano i fattori che influiscono sulle prestazioni della preparazione enzimatica utilizzata, che non sempre ha agito dando gli stessi effetti. Questo aspetto rende necessarie ulteriori ricerche finalizzate ad ottenere preparati standardizzati da utilizzare nella pratica enologica. 37 3.2 UN POLISACCARIDE FUNGINO CHE RIMUOVE LE PROTEINE INSTABILI Un altro fungo fitopatogeno che si sviluppa sulla frutta che ha mostrato di essere in grado di eliminare le proteine PR instabili quando fatto crescere su un mezzo contenente solo proteine dell’uva è Sclerotium rolfsii. Si è potuto dimostrare che, in questo caso, il meccanismo che provoca tale effetto è basato sull’emissione, da parte del fungo, di un polisaccaride esocellulare, lo scleroglucano, in grado di adsorbire le proteine. In questo modo il fungo dovrebbe difendersi dall’azione tossica di queste ultime, senza degradarle, ma sequestandole dal mezzo di crescita. Lo scleroglucano è un polisaccaride che può essere reperito commercialmente e che non è mai stato testato prima per i suoi effetti sulle proteine del vino. L’aggiunta di scleroglucano su un vino Manzoni Bianco non trattato con bentonite, a concentrazioni comprese tra 0,1 e 10 mg/mL è risultata nella diminuzione evidente del contenuto proteico del vino fino ad arrivare ad una riduzione dell’80% rispetto al contenuto iniziale (fig. 4), il che indica che questo polisaccaride è in grado di rimuovere in modo assai efficace le proteine del vino, influendo assai poco sul contenuto in polifenoli (fig. 5). Contenuto proteico (mg/L) 400 350 300 250 200 150 100 50 0 0 2 4 6 8 10 Scleroglucano (mg/mL) Figura 4. Effetto dell’aggiunta di scleroglucano Figura 5. Effetto dell’aggiunta di scleroglucano sul (a diverse concentrazioni) sul contenuto proteico contenuto in polifenoli totali di un vino Incrocio di un vino Incrocio Manzoni Bianco. Manzoni Bianco. Si è però evidenziato, a seguito del trattamento, un aumento dei polisaccaridi in soluzione nel vino all'aumentare della dose di scleroglucano aggiunto fino a partire da 2 mg/mL (fig. 6). Figura 6. Effetto della concentrazione di scleroglucano sul contenuto in polisaccaridi di un vino Incrocio Manzoni Bianco. 38 Questo indica che lo scleroglucano è solubile nel vino, dove permane in soluzione, il che rappresenta un notevole problema per la applicazione pratica di questa tecnica di stabilizzazione. Per verificare se fosse possibile risolvere il problema si è cercato di capire meglio quale fosse il meccanismo di interazione dello scleroglucano con le proteine del vino. Appurato che il polisaccaride conserva la sua carica neutra anche al pH del vino, escludendo così la possibilità di una interazione ionica con le proteine, esperimenti condotti in condizioni standardizzate, utilizzando una proteina modello (BSA) hanno dimostrato che la concentrazione dello scleroglucano influisce fortemente sul contenuto proteico, mentre non ha nessun effetto il tempo di contatto. In effetti, già dopo 10 minuti si ha un assorbimento totale della proteina utilizzando pochi grammi / litro di polisaccaride (fig. 7). I risultati della quantificazione dei polisaccaridi solubili confermano però un aumento della quantità di polisaccaride rilasciato nel mezzo, aumento influenzato sia dalla dose di scleroglucano aggiunto che dal tempo di incubazione (fig. 8). Figura 7. Effetto della dose di scleroglucano Figura 8. Polisaccaridi totali residui in un vino (0.1, 1.0, 2.0, 5.0, 10.0 mg/mL) e del tempo di modello (contenente 300 mg/mL di BSA) trattato contatto (10-30-60-120 min) sul contenuto con dosi diverse di scleroglucano per diversi proteico residuo di un vino modello preparato tempi d’incubazione (10-30-60-120 min). mediante aggiunta di 300 mg/L di BSA. 39 Per studiare l’effetto delle caratteristiche del solvente sull’azione di rimozione delle proteine, lo scleroglucano è stato incubato a differenti concentrazioni per 30 minuti in 4 mezzi contenenti 300 mg/L di proteina considerando acqua, acido tartarico a pH 3,2, etanolo al 12% e soluzione di vino modello (fig. 9). In acqua ed etanolo l’interazione scleroglucano-proteina risultava decisamente inferiore rispetto a quella osservata in soluzione acida. È interessante notare come la più intensa interazione si sia verificata in vino modello, suggerendo un effetto sinergico del pH e dell’etanolo, probabilmente riconducibile alla migliore idratazione del polisaccaride in presenza di piccole quantità di alcol. Si è voluto infine studiare l’effetto dello scleroglucano (5 mg/mL, 30 minuti d’incubazione) sulla rimozione della proteina in presenza di tutte le componenti non macromolecolari presenti nel vino, inclusi i polifenoli. Si sono utilizzati: I) un vino ultrafiltrato a 3 kDa (quindi senza macromolecole), II) un vino modello (entrambi contenenti 300 mg/L di proteina e III) un vino Manzoni Bianco tal quale (fig. 10). Figura 9. Effetto dell’aggiunta di scleroglucano a Figura 10. Confronto tra vino ultrafiltrato diverse dosi sul contenuto di proteina in diversi contenente 300 mg/L di BSA, vino Manzoni solventi: acqua, acido tartarico (5 g/L, pH 3,2), Bianco e vino modello contenente 300 mg/L di etanolo (12%) e soluzione di vino modello (12 % BSA dopo trattamento con 5 mg/mL di etanolo, 5 g/L acido tartarico, pH 3.2). scleroglucano per 30 minuti. I risultati hanno evidenziato che la sottrazione di proteine è completa in vino modello, mentre in presenza nel vino reale e nel vino ultrafiltrato la rimozione non è totale, raggiungendo però circa il 65%, probabilmente per la presenza di polifenoli. Da questi dati si può ipotizzare che sia la composizione del mezzo a determinare l'intensità dell'interazione, indipendentemente dalla natura della proteina utilizzata. 40 L'analisi elettroforetica delle proteine di un vino bianco (fig. 11) ha confermato i risultati ottenuti in precedenza, indicando una interazione particolarmente forte con la proteina a 44 kDa, ma diminuendo anche l’intensità delle altre bande. I grossi polimeri incastrati nella parte alta del gel, probabilmente grosse mannoproteine, non sembrano subire sostanziali diminuzioni. Per valutare infine l’effettiva efficacia dello scleroglucano nella stabilizzazione del vino, campioni di vino Manzoni bianco trattati con dosi crescenti di scleroglucano sono stati sottoposti a heat-test NTU (nephelometric turbidity units) per indurre la precipitazione delle proteine (fig. 12). 120 100 80 Overnight 60 3h 40 20 0 0 1 2 3 4 5 Sclg (mg/ml) Figura 11.SDS-PAGE (T=14%). Delle Figura 12. Prove di stabilità a concentrazioni crescenti proteine di vino I. M. Bianco non trattato di scleroglucano (0.1-4.0 mg/ml) in Manzoni bianco. (Vino TQ); trattato con 2 e 5 mg/mL di Tempo di incubazione 3 e 24 ore (overnight). scleroglucano; Colorazione con Coomassie. La torbidità iniziale del vino è molto alta (80 NTU) confermando l’elevata instabilità proteica di questa varietà. A basse dosi di polisaccaride aggiunto la torbidità aumenta nonostante la netta diminuzione del contenuto proteico. Questo effetto è probabilmente da imputare al rilascio di molecole solubili da parte dello scleroglucano. Con quantità maggiori di polisaccaride è stata osservata invece una diminuzione della torbidità indotta, ma non si è comunque raggiunta la stabilità del vino nemmeno alle dosi più alte. In conclusione, questo studio preliminare ha messo in evidenza caratteristiche di notevole interesse per una applicazione futura dello scleroglucano nella rimozione delle proteine dal vino, anche se, per arrivare ad un suo utilizzo, sarà necessario risolvere l’inconveniente della sua solubilità utilizzando modificazioni chimiche, come per esempio la immobilizzazione o la reticolazione del 41 polisaccaride, in grado di rendere tale polimero completamente insolubile nel vino da stabilizzare. Tali esperimenti sono tuttora in corso. 3.3 CONCLUSIONI La instabilità proteica dei vini bianchi che, negli ultimi anni, sembra diventare un problema sempre più scottante, necessita di trovare metodi alternativi all’uso della bentonite, che, da più parti, viene ritenuto un sistema che porta con sé molti svantaggi. In questo progetto di ricerca si sono tentati due approcci alternativi per la soluzione del problema dell’instabilità proteica dei vini bianchi, entrambi basati sullo sfruttamento di funghi fitopatogeni. Il primo è basato sulla degradazione proteolitica specifica delle proteine responsabili della instabilità, le proteine di difesa dell’uva che si ritrovano nel vino, sfruttando la capacità di un enzima proteolitico, ricavato da un fungo che sopravvive in presenza di proteine di difesa, di agire specificatamente su di esse. Questo approccio è particolarmente promettente perché permetterebbe, una volta sviluppata la tecnica, di alterare in maniera minima la composizione del vino, mantenendone le specifiche caratteristiche. Chiaramente questo necessita di soddisfare sia i requisiti di standardizzazione dei preparati enzimatici, sia di ottenere l’autorizzazione all’uso di derivati di questa specifica specie fungina, che non appartiene al novero di quelle autorizzate per l’uso in enologia. Il secondo approccio invece si basa sulle singolari proprietà di un polisaccaride naturale, lo scleroglucano, certamente non tossico, che ha dimostrato una sorprendente capacità di interrazione con le proteine. Tuttavia in questo caso andrebbe risolto il problema della sua solubilità nel mezzo, che al momento sembra essere il maggiore ostacolo per una utilizzazione pratica. BIBLIOGRAFIA Lambri, M., Dordoni, R., Silva, A. and De Faveri, D. M. (2010) Effect of bentonite fining on Odor-Active compounds in two different white wine styles Am. J. Enol. Vitic. 61: 225-233. Luguera, C., Moreno-Arribas, V., Pueyo, E., Bartolomé, B. and Polo, M. C. (1998) Fractionation and partial characterization of protein fractions present at different stages of the production of sparkling wines Food Chem. 63: 465-471. Marchal, R., Bouquelet, S., Maujean, A. (1996). Purification and partial biochemical characterization of glycoproteins in a champenois Chardonnay wine. 42 J. Agric. Food Chem., 44: 1716-1722. Pocock, K. F., HØj, P. B., Adams, K. S., Kwiatkowski, M. J. and Waters, E. J. (2003) Combined heat and proteolytic enzyme treatment of white wines reduces haze forming protein content without detrimental effect Austr. J. Grape Wine Res. 9: 56-63. Waters, E. J., Shirley, N.J., Williams, P.J. (1996) Nuisance proteins of wine are grape pathogenesis related proteins J. Agric. Food Chem. 44: 3-5. 43 4. Pre-Competitive 1. Caratterizzazione varietale di cultivar di Vitis vinifera L. mediante DNA barcoding di regioni cloroplastiche e genotyping di geni nucleari singola copia di Nicolè S., Barcaccia G., Lucchin M. Il miglioramento genetico a cui è stata sottoposta la vite europea (Vitis vinifera L.), attraverso la selezione naturale e umana, ha permesso la diffusione di migliaia di varietà difficilmente distinguibili tra loro imponendo perciò l’adozione di validi strumenti investigativi utili ai fini dell’identificazione varietale (Bessis, 2007). Tale caratterizzazione è dettata sia dal bisogno di salvaguardare la biodiversità presente nella specie, tutelando le varietà locali da possibile erosione genetica e risolvendo numerosi casi di ambiguità nella nomenclatura dovuti a omonimie e sinonimie, sia per garantire l’autenticità e la tracciabilità delle cultivar di vite e dei loro derivati commerciali. Il riconoscimento delle varietà di vite un tempo si basava esclusivamente sulla valutazione di tratti ampelografici e ampelometrici, ma l’alta adattabilità e plasticità della specie a differenti condizioni ambientali è stata ed è tuttora fonte di equivoci. Nuovi approcci basati sull’impiego di marcatori molecolari, non influenzati dal fenotipo e dall’interazione con l’ambiente, sono stati sviluppati e possono essere applicati per l’identificazione varietale a frammenti di tessuto vegetale (This et al. 2004) e talvolta a derivati alimentari, come il mosto e il vino, a cui l’analisi morfologica è chiaramente non applicabile (Garcia-Beneytez et al. 2002). Lo scopo di questo studio è quindi lo sviluppo di una metodologia genomica per la caratterizzazione molecolare delle cultivar di vite, attraverso un approccio di DNA barcoding di regioni cloroplastiche e di genotyping di regioni nucleari singola copia. Il materiale vegetale oggetto di studio è rappresentato da una selezione di differenti vitigni locali, nazionali e internazionali, scelti questi ultimi tra le cultivar maggiormente diffuse a livello europeo, con destinazione finale prevalentemente vinicola e, in limitati casi, per la produzione di uva passa (o sultanina) e da tavola. Sono stati perciò campionati 164 genotipi di vite, tra cui 146 differenti cultivar di V. vinifera, 5 specie selvatiche (V. riparia, V. rupestris, V. berlandieri, V. cinerea e V. labrusca) e 3 ibridi interspecifici (Tabella 1 e 2). 44 Come metodologia è stato testato inizialmente l’approccio chiamato DNA barcoding, proposto dalla comunità scientifica come un metodo accurato e automatizzabile per l’identificazione genetica di specie attraverso il sequenziamento di regioni standard non codificanti (introni e spaziatori intergenici) del DNA plastidiale, usate come marcatori molecolari (Hebert et al., 2003). In questo contesto ci siamo focalizzati principalmente sulla possibilità di applicare questa tecnica a livello intraspecifico. A tale scopo si è proceduto con l’analisi della variazione nucleotidica in sequenze target di DNA cloroplastico con l’intento di ricercare polimorfismi di tipo SNP (Single Nucleotide Polymorphism) e In/Del (Insertion/Deletion) e di definire degli aplotipi adatti alla caratterizzazione di singole varietà. Successivamente abbiamo saggiato l’alternativa di usare regioni nucleari singola copia al fine di genotipizzare le cultivar. Più in dettaglio l’approccio sperimentale è consistito di quattro fasi principali: - estrazione e purificazione del materiale genetico dal tessuto di giovani foglie; - caratterizzazione molecolare dei campioni di DNA mediante amplificazione (PCR) e sequenziamento di sequenze singola copia sia di origine cloroplastica che nucleare; - analisi bioinformatica dei dati che prevede l’ispezione visiva dei cromatogrammi ottenuti, l’analisi della struttura aplotipica (nel caso delle regioni cloroplastiche) e genotipica (per le regioni nucleari) dei vitigni certificati campionati, nazionali ed internazionali, sulla base della composizione nucleotidica e dei polimorfismi rintracciati a carico di ciascun gene esaminato, e successiva analisi filogenetica. - verifica dell’efficacia della tecnica utilizzando cultivar locali come caso di studio al fine di chiarire le relazioni filogenetiche tra le stesse cultivar locali e quelle certificate, usate come standard di riferimento, e risolvere eventuali situazioni di omonimia e sinonimia. 1.1 INDIVIDUAZIONE E FREQUENZA DEGLI SNP NELLE SEQUENZE TARGET Un’analisi preliminare, condotta amplificando 6 regioni cloroplastiche (l’introne rps16 e gli spaziatori intergenici trnH-psbA, rpl32-trnL, trnT-trnL, trnL-trnF e atpB-rbcL) conosciute per essere particolarmente utili ai fini del barcoding tra specie, ci ha consentito di saggiare la variabilità nucleotidica a carico del DNA cloroplastico (Tabella 3). A differenza di precedenti studi che avevano dimostrato l’efficacia dell’impiego del genoma cloroplastico per l’identificazione di specie e varietà vegetali (Kress and Erickson, 2007; Nicolè et al., 2011), il nostro studio ha messo in evidenza per la specie V. vinifera uno scarso livello di polimorfismi sia a livello inter che 45 intraspecifico. Sulla base di questi dati si è perciò deciso di analizzare la variabilità di alcune regioni target nucleari per verificare se questo genoma potesse risultare più informativo per i nostri obiettivi. Abbiamo selezionato cinque regioni codificanti singola copia (due EST, ID04 e IIC08, e tre regioni geniche, GAI, ATP e UFGT) (Tabella 3). Combinando le singole sequenze abbiamo ottenuto una sequenza unica, lunga 3317 nucleotidi, che conteggiava 107 e 96 posizioni polimorfiche rispettivamente tra le sei specie di Vitis e all’interno della specie V. vinifera (Tabella 2). L’analisi della struttura della popolazione è stata condotta attraverso il software STRUCTURE che assegna probabilisticamente singoli genotipi, pre-definiti sulla base della loro origine geografica, a sottogruppi dedotti in funzione della distribuzione degli alleli. I risultati hanno messo in evidenza che la nostra collezione di germoplasma è probabilmente composta da tre sottogruppi geneticamente distinguibili che coincidono rispettivamente con (a) le specie selvatiche non-vinifera e gli ibridi, (b) le cultivar dell’Europa Occidentale, italiane e portoghesi, e (c) le accessioni dell’Europa Orientale, rumene e greche, mentre le cultivar spagnole sono distribuite in modo quasi omogeneo tra i due pool. E’ stata osservata un’elevata omogeneità genetica all’interno di ogni gruppo, con solo poche accessioni che hanno manifestato un’origine mista, cioè con un’ampia proporzione di patrimonio genetico condiviso con gli altri gruppi (Figura 1). I genotipi maggiormente differenziati si identificano con le specie selvatiche e le cultivar rumene, con una probabilità del 93 e 85% di appartenenza degli individui ai rispettivi gruppi (Figura 1). 1.2 COSTRUZIONE DI APLOTIPI E GENOTIPI CULTIVAR SPECIFICI L’albero filogenetico costruito mediante il metodo del Neighbour-Joining per visualizzare le relazioni esistenti tra le accessioni indagate ha messo in evidenza le limitazioni applicative dell’approccio fenetico classico basato sul calcolo della diversità genetica in funzione dei polimorfismi di sequenza. L’albero infatti ha permesso di separare le accessioni corrispondenti alle diverse specie con valori di affidabilità dei singoli nodi maggiori del 75%, mentre i bracci dell’albero corrispondenti alle singole varietà di V. vinifera erano debolmente supportati. Si è quindi deciso di utilizzare un nuovo approccio che, invece di convertire i polimorfismi di sequenza in distanze genetiche, conserva l’informazione nucleotidica sullo stato del carattere per costruire una matrice aplotipica e genotipica (Sarkar et al., 2002). A differenza del genoma cloroplastico, scarsamente informativo e perciò scartato, il genoma nucleare, sulla base dei numerosi polimorfismi di sequenza rintracciati, ha permesso di definire una specifica composizione genotipica per quasi tutte le cultivar di vite. In questo caso parliamo di genotipo piuttosto che aplotipo in quanto, 46 attraverso l’impiego del genoma nucleare e del diretto sequenziamento delle regioni amplificate, non è stato possibile separare i due alleli di ciascuna regione, ma questi sono stati combinati e, in presenza di una posizione eterozigote, si è provveduto ad adottare la nomenclatura prevista dal codice IUPAC. Il gene marcatore maggiormente informativo è risultato UFGT che da solo è stato capace di ricostruire 92 genotipi con un numero di cultivar per ciascun genotipo compreso tra 1 e 15, seguito dagli altri geni che singolarmente hanno permesso di individuare al massimo una trentina di genotipi che presentavano quindi un numero di accessioni maggiore (Tabella 4). Considerando le cinque sequenze nucleari combinate, i polimorfismi rintracciati hanno permesso di definire 126 genotipi cultivar specifici, di cui due erano attribuibili agli ibridi interspecifici Bianca e Perla. La loro composizione nucleotidica è infatti congruente con un’origine derivante da due diversi eventi di ibridazione interspecifica. Solo pochi genotipi hanno raggruppato più cultivar contemporaneamente, spesso strettamente imparentate, come nel caso dei Pinot (un unico genotipo per Pinot Noir, Pinot Blanc e Pinot Gris), delle Regina (due cultivar italiane sono risultate geneticamente indistinguibile dalla Razaki di origine greca) o del Moscato (Moscato Bianco e Moscato Giallo geneticamente identici), mentre in un solo caso sono state riunite due cultivar non imparentate, Fiano e Petit Verdot. Per le cultivar di cui si disponeva di più cloni, come ad esempio Sultanina, Carmenere, Malbech, Merlot, Pinot Noir e Sagrantino, questi sono sempre risultati, come atteso, tra loro identici geneticamente. 1.3 CASO DI STUDIO: LE CULTIVAR LOCALI Una volta stabilita una matrice di genotipi diagnostici sulla base delle cultivar internazionali usate come standard di riferimento, un campionamento aggiuntivo di cultivar locali tipiche del Nord-Est d’Italia è stato incluso nell’analisi con l’obiettivo di chiarire l’identità genetica delle accessioni, e potenzialmente risolvere eventuali situazioni di sinonimie e omonimie o illustrare eventuali rapporti di parentela tra le cultivar. Delle 23 cultivar locali impiegate, solo 5 sono registrate nel Catalogo Italiano delle Varietà Coltivate, Pignola, Marzemina Bianca, Marzemina Nera, Raboso Piave e Raboso Veronese, mentre le altre hanno una diffusione limitata al territorio del Veneto e pertanto sono strettamente adattate alle condizioni pedo-climatiche della regione. L’analisi basata sull’approccio di genotyping delle regioni nucleari ha permesso di ricostruire genotipi specifici solamente per 11 cultivar locali, come Schiavetta Doretta o Marzemina Nera Bastarda, di cui 3 inserite nel Catalogo Italiano delle Varietà Coltivate, mentre gli altri genotipi sono risultati condivisi da più cultivar contemporaneamente, sia locali che certificate, suggerendo eventuali sinonimie. Ad esempio, le due cultivar Corbinona e Corbinella sono risultate condividere lo stesso 47 genotipo confermando precedenti risultati, ottenuti con marcatori microsatelliti nucleari e cloroplastici, a sostegno di un caso di sinonimia (Salmaso et al., 2008). Identico risultato anche per le cultivar Marzemina Nera e Marzemina Cenerenta, che sulla base di analisi con marcatori SSR, possono essere considerate sinonime (Salmaso et al., 2008). Altro caso particolare è rappresentato dai Rabosi, per i quali i due genotipi locali non certificati, Raboso Piave e Raboso Veronese, hanno confermato la loro identità genetica con gli omonimi vitigni certificati. Per quanto concerne il Friularo, invece, tale cultivar anche se non registrata nel Catalogo Italiano delle Varietà Coltivate, è ritenuta essere un biotipo del Raboso Piave adattato alla regione dei Colli Euganei, come confermato sia da analisi precedenti con marcatori SSR (Salmaso et al., 2008) che dai risultati attuali basati sul sequenziamento di alcune regioni nucleari. 1.4 CONCLUSIONI L’alto numero di genotipi ottenuti con questo studio dimostra che il fingerprinting varietale basato sull’analisi di polimorfismi del DNA in regioni nucleari singola copia è possibile e potrebbe pertanto costituire uno strumento diagnostico utile ai fini della caratterizzazione genetica di cultivar internazionale e locali. Tutelare questo patrimonio genotipico è fondamentale sia per garantire l’autenticità delle cultivar di vite e dei loro derivati sia per proteggere le varietà locali che rappresentano non solo una valida risorsa per il territorio, dato che queste cultivar costituiscono tuttora la base di famosi vini regionali, come il Gruaja, la Marzemina e il Friularo, ma anche una potenziale fonte di variabilità genetica sfruttabile in programmi di miglioramento genetico. BIBLIOGRAFIA Bessis R (2007). Can J Bot 85:679-690 Garcia-Beneytez E et al. (2002). J Agr Food Chem 50:6090-6096 Hebert PDN et al. (2003). Proc R Soc Lond B 270:313-321 Krees WJ et al. (2007). PloS ONE 6:1-10 Nicolè S et al. (2011). Genome 54:529-545 Salmaso M et al. (2008). Genome 51:838-855 Sarkar IN et al. (2002). Mol Phylogenet Evol 24:388-399 This P et al. (2004). Theor Appl Genet 109:1448-1458 48 Tabella 1: Lista dei genotipi impiegati. No. Specie Cultivar Origine Origine Destinazione bacca 86 Vitis vinifera Italia certificato vino, tavola 19 Vitis vinifera Spagna certificato vino 16 Vitis vinifera Portogallo certificato vino 11 Vitis vinifera Grecia certificato vino, tavola, passa Romania certificato vino 4 Vitis vinifera 1 ibrido interspecifico Perla Italia certificato tavolo 1 ibrido interspecifico Bianca Italia certificato vino 1 ibrido interspecifico Tintoria* Colli Euganei, Padova locale vino 1 Vitis riparia Gloire collezione CRA ISV locale portainnesto 1 Vitis rupestris Du Lot collezione CRA ISV locale portainnesto 1 Vitis berlandieri selvatico collezione CRA ISV locale portainnesto 1 Vitis cinerea selvatico collezione CRA ISV locale fonte di germoplasma 1 Vitis labrusca selvatico collezione CRA ISV locale fonte di germoplasma CRA ISV, Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura Istituto Sperimentale per la Viticoltura Tabella 2: Lista delle cultivar locali impiegate come caso di studio. Vitis vinifera Gruaja* Breganze, Vicenza locale vino Vitis vinifera Agostana Nera* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Cabernet Lispida* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Corbinella* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Corbinona* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Friularo * Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Gatta* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Marzemina Bianca Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Marzemina Cenerenta* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Marzemina Nera Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Marzemina Nera Bastarda* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Negrara Veronese* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Pattaresca* Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Pignola Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Raboso Piave Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Raboso Veronese Colli Euganei, Padova locale vino Vitis vinifera Schiavetta Doretta* Colli Euganei, Padova locale vino *, Varietà non registrate nel Catalogo Italiano delle Varietà Coltivate; 49 Tabella 3: Lista delle regioni, cloroplastiche e nucleari, amplificate con indicata la localizzazione cromosomica, la funzione e la lunghezza della regione. Marker rps16 rpl32-trnL trnH-psbA trnT-trnL atpB-rbcL trnL-trnF Cromosoma cloroplasto cloroplasto cloroplasto cloroplasto cloroplasto cloroplasto Funzione introne spaziatore intergenico spaziatore intergenico spaziatore intergenico spaziatore intergenico spaziatore intergenico Lunghezza (bp) 956 1377 460 1016 927 406 GAI 1 fattore di trascrizione delle giberelline 761 ID04 3 proteina con dominio ZIP per il legame al DNA 419 IIC08 3 proteina con dominio zinc finger 418 ATP 7 ATP sintasi 800 UFGT 16 glucosiltransferasi coinvolta nella trasduzione del segnale mediato da GA 919 Taberlet, P., L. Gielly, G. Pautou, and J. Bouvet. 1991. Universal primers for amplification of three non-coding regions of chloroplast DNA. Pl. Mol. Biol. 17: 1105-1109. Tabella 4: Numero (No) di SNP, frequenza, numero di genotipi (Gn) e numerosità (Gh) di accessioni per ciascun genotipo all'interno della specie Vitis vinifera e tra le specie selvatiche per ciascuna regione target nucleare. Frequenza Gn (1SNP/bp) Vitis spp. V. vinifera Vitis spp. V. vinifera Vitis spp. V. vinifera 17 14 44.76 54.36 23 18 21 21 19.95 19.95 33 28 19 17 22 24.59 14 11 21 15 38.09 53.33 25 19 29* 29 31.69 31.69 97 92 107 96 31 34.55 134 126 No. SNPs GAI ID04 IIC08 ATP UFGT Combinate 50 Gh V. vinifera 1-101 1-44 2-86 1-73 1-15 1-4 Tabella 5: Ricostruzione della composizione genotipica delle cultivar locali e di alcune cultivar internazionali. Per ciascun gene indici differenti indicano una diversa combinazione genotipica. Accessione Cabernet Sauvignon** Genotipo GAI ID04 IIC08 ATP 1 GAI1 IDO^ IICO81 ATP! Pignola* UFGT UFGTÌ 2 GAI2 ID04! IICO82 ATP2 UFGT2 3 GAI2 ID042 IIC082 ATP3 UFGT3 Corbinona* Negrara Veronese*A 4 GAI2 ID042 IICO82 ATP3 GAI2 ID043 IIC082 ATP4 UFGT3 UFGT4 Merlot R3** 5 GAI2 ID043 IICO83 ATPÌ UFGT5 6 GAI2 ID043 IICO83 ATPT GAI2 ID043 IIC083 ATP! GAI2 ID043 IICO84 ATP5 UFGT5 UFGT5 UFGT6 7 GAI2 ID043 IICO84 ATP6 UFGT6 Marzemina Nera* Marzemina Bianca* 8 GAI2 ID043 IICO84 ATP6 GAI2 ID044 IICO84 ATP3 UFGT6 UFGT7 Schiavetta Doretta*A 9 GAI2 ID043 IICO85 ATPy UFGTfl 10 GAI2 ID043 IICO85 ATPÌ UFGT9 Friularo* 11 GAI2 ID043 IICO84 ATP8 UFGT7 Raboso Veronese* Raboso_Piave* 12 GAI2 ID045 IICO84 ATPa GAI2 ID046 IICO82 ATP5 UFGT7 UFGT10 GAI2 ID046 IICO82 ATP5 UFGT10 Friularo* Friularo*A GAI2 ID046 IICO82 ATP5 GAI2 ID046 IICO82 ATP5 UFGT10 UFGT10 Friularo*A Friularo*A Chardonnay Blanc** 13 GAI2 ID046 IICO82 ATP5 GAI2 ID046 IICO82 ATPS GAI2 ID046 IIC082 ATP5 UFGT10 UFGTm UFGTn 14 GAI2 ID046 IICO84 ATP! UFGT12 15 GAI2 ID044 IICO82 ATP4 UFGT13 16 GAI2 ID044 IICO84 ATP5 UFGT14 17 GAI2 ID047 IIC086 ATP9 UFGT1S 18 GAI2 ID048 IIC086 ATP9 UFGT1fi A Corbinella* A Merlot 181** Merlot** Pattaresca*A Marzemina_Cenerenta* Cabernet_Lispida* A A A Raboso_Piave* A Marzemina Nera A Bastarda* Agostana Nera*A A Gatta* A Gruaja* A Tintoria* *, cultivar locali; **, cultivar internazionali; A, cultivar non registrate nel Catalogo Italiano delle Varietà coltivate. 51 Figura 1 52 2. Identificazione di variazioni genetiche in Vitis vinifera attraverso il risequenziamento di cultivar di Merlot e Prosecco C. Rigobello, A. Vezzi, R. Schiavon, A. Albiero, C. Forcato e G. Valle CRIBI - Centro di Ricerca Interdipartimentale per le Biotecnologie Innovativa, Università degli Studi di Padova Il sequenziamento del genoma della vite (Jaillon et al., 2007), per il quale il gruppo del CRIBI ha attivamente contribuito, ha consentito di acquisire informazioni che permetteranno di migliorare le condizioni di coltivazione delle varie cultivar per far fronte ai gusti e alle necessità dei consumatori. Il nostro gruppo ha inoltre partecipato ad ulteriori studi per caratterizzare le funzioni dei geni e i meccanismi con cui questi sono regolati (Horner et al., 2010), mentre attualmente il nostro gruppo sta partecipando ad altre ricerche post-genomiche. Tra i vari campi di analisi dei dati di sequenziamento, la genomica funzionale ha il compito di identificare e interpretare il significato di varianti geniche (alleli) presenti in cultivar diversi, per metterle in relazione alle funzioni specifiche dei corrispondenti geni, nonché alle caratteristiche (fenotipo) che i geni e le loro varianti alleliche determinano. Queste informazioni sono quindi necessarie per spiegare le relazioni tra geni e proteine e capirne le caratteristiche fenotipiche che descrivono le qualità di un vitigno rispetto ad un altro. Ne sono un esempio le componenti aromatiche (sintesi di antocianine, flavonoidi, polifenoli, e altri metaboliti secondari) che stanno alla base delle diverse qualità di vino. Un altro aspetto da considerare riguarda sicuramente il miglioramento della struttura della pianta intesa come crescita e maturazione, qualità della bacca, resistenza ai patogeni e condizioni di crescita in relazione ai cambiamenti climatici. Le differenze a livello genico, all’interno della stessa specie, spesso portano a diverse sostanze a livello fenotipico, che possono favorire una serie di individui rispetto ad altri. Il nostro progetto di ricerca ValViVe ha appunto l’intento di individuare le variazioni genetiche (polimorfismi) in cultivar della stessa specie. A questo proposito sono state individuate due varietà autoctone di vite (Merlot e Prosecco Glera) con l’intento di evidenziare le differenze genomiche caratterizzanti la singola cultivar. L'obiettivo del progetto era quello di avere il maggior numero possibile di marcatori al fine di disegnare eventualmente una mappa genetica per la singola cultivar. E' ben noto che la disponibilità di marcatori genetici offre la possibilità di indagare i genotipi e valutare le differenze tra le specie o le sottospecie. Le mappe genetiche consentono di facilitare le tecniche di allevamento delle piante (breeding) e la ricerca genomica, individuando alleli favorevoli associati a caratteri “positivi" o 53 alleli che portano, ad esempio, alla suscettibilità rispetto ad alcuni patogeni o a determinate condizioni ambientali. La scelta delle due cultivar in questione è stata valutata rispetto a diversi aspetti: - L’origine autoctona dei vitigni e le diverse condizioni di crescita. Il Merlot è proveniente dall’Azienda vitinvinicola Borin Vini e Vigne coltivato presso Monticelli, Monselice, Padova. Le plantule di Prosecco (Glera) provengono dal C.R.A. (Centro di Ricerca per la Viticoltura di Susegana) e sono state coltivate su terreno solido in un ambiente controllato presso l’Università di Padova. - L’esiguità di informazioni genomiche su queste due specifiche cultivar. Per ottenere i risultati è stato condotto un esperimento di re-sequencing dei genomi di Merlot e Prosecco (Glera), usando la piattaforma SOLiD (Applied Biosystems). La vite in natura è altamente polimorfica, con due aplotipi che rivelano milioni di SNP. Questo aspetto della vite rappresenta una potente risorsa per i programmi di miglioramento genetico e molecolare. Una volta che la sequenza di una particolare varietà è disponibile (nel caso della vite la PN40024) è possibile eseguire degli esperimenti di sequenziamento comparativo o risequenziamento (re-sequencing) di altri genomi correlati per identificare polimorfismi, mutazioni e variazioni strutturali. Questo tipo di studio, però, necessita della disponibilità di un genoma di riferimento ed un sistema ad alta processività che fornisca la copertura necessaria per il rilevamento di una variante. Un altro punto critico del resequencing è la preparazione delle librerie di DNA che è molto complessa e impegna tanto tempo considerando l'analisi multipla dei genomi da confrontare. Per questi motivi l'uso dei sequenziatori di nuova generazione è innovativo: gli esperimenti di re-sequencing sono eseguiti in parallelo su diversi genomi con un notevole risparmio di tempo. Considerando tutti questi aspetti, sono state create due librerie mate-pairs, una per ogni cultivar a cui è seguita una corsa di sequenziamento standard sulla piattaforma SOLiD 3. Successivamente i dati prodotti sono stati analizzati per l'identificazione di eventuali polimorfismi. Sono state prodotte per il Merlot 8,4 Gb di sequenza genomica, mentre per il Prosecco 6,8 Gb (tabella 1). Merlot Prosecco Million of reads Gb Million of reads Gb Tabella 1. Tot output 337.8 8.4 271.5 6.8 Dati SOLiD: reads prodotte First alignment 85.5 2.1 152.8 3.8 e reads allineate. Final alignment 131.6 3.3 211.8 5.3 Not aligned 206.2 5.1 59.7 54 1.5 Grazie all'uso di un software specifico di allineamento di short reads, denominato PASS, sviluppato presso il CRIBI, circa 1,2 milioni e 2,2 milioni di SNP sono stati identificati rispettivamente per Merlot e Prosecco. Di questi, circa 400 mila sono in comune tra le due cultivar, mentre gli altri sono cultivar-specifici (figura 1). Figura 1. Diagramma di Venn - numero di SNP identificati. Zona rossa: SNP di Merlot; zona verde: SNP di Prosecco; zona gialla: SNP in comune tra le 2 cultivar. Ulteriori studi sono necessari per approfondire questa prima analisi dei dati. Le varianti individuate saranno inoltre testate mediante una PCR di pool di SNP casuali per confermare le analisi bioinformatiche. L'analisi di specifici set di geni sarà utile per indagare le differenze all'interno di una famiglia genica o tra famiglie. Tutte le variazioni sono state mappate nel GBrowse della vite come SNP di Merlot e SNP di Prosecco. Ciascuna evidenza indica il cambiamento di base, il codone che nel caso viene modificato e l'amminoacido che eventualmente cambia (figura 2). Figura 2. Rappresentazione del GBrowse di Vitis vinifera. In alto viene rappresentata una Panoramica di ciascun cromosoma (es. chr 3). Subito sotto si può identificare una regione del cromosoma stesso. Infine nei dettagli vengono visualizzati gli SNP di Merlot e Prosecco che sono 55 rappresentati da puntini di diverso colore. Il colore è identificativo di un cambiamento di base che porta eventualmente ad una modificazione della sequenza aminoacidica. Lo studio ha anche permesso di identificare variazioni strutturali (SVs) individuando alcune “aree" di particolare interesse, soprattutto per quel che riguarda le selezioni definite “large”. Il limite delle analisi bioinformatiche per il rilevamento delle differenze è spesso dovuto ad una bassa copertura del genoma. In questo caso, prendendo in considerazione solo le coppie corrette della libreria matepairs, cioè quelle coppie con corretto orientamento reciproco e che mappano ad una giusta distanza nel genoma di riferimento, si è ottenuta una buona copertura fisica (50 X per il Merlot e 141 X per il Prosecco) e una bassa copertura di sequenza (1,5 X Merlot e 3,5 X Prosecco). Questo ultimo dato, in ogni caso, se preso in considerazione assieme al coverage fisico, fornisce alcune importanti indicazioni sui riarrangiamenti genomici. Si può quindi affermare che, la grande quantità di dati prodotti dai sequenziatori di nuova generazione offre la possibilità di studiare in parallelo diversi aspetti che riguardano le relazioni tra i geni e i meccanismi che regolano le loro funzioni. Il problema sorge nell'analisi ed interpretazione corretta dei dati stessi; infatti, una pianificazione della ricerca non corretta potrebbe portare ad un grosso spreco di risultati. Per quanto riguarda questo specifico studio, è senz’altro necessaria un'analisi più accurata dei riarrangiamenti nelle regioni codificanti per verificare la diversità nucleotidica e il tasso di diversità tra le cultivar. REFERENZE BIBLIOGRAFICHE O. Jaillon, J.M. Aury, B. Noel, A. Policriti, C. Clepet, A. Casagrande, N. Choisne, S. Aubourg, . Vitulo, C. Jubin, A. Vezzi, F. Legeai, P. Hugueney, C. Dasilva, D. Horner, E. Mica, D. Jublot, J. Poulain, C. Bruyère, A. Billault, B. Segurens, M. Gouyvenoux, E. Ugarte, F. Cattonaro, V. Anthouard, V. Vico, C. Del Fabbro, M. Alaux, G. Di Gaspero, V. Dumas, N. Felice, S. Paillard, I. Juman, M. Moroldo, S. Scalabrin, A. Canaguier, I. Le Clainche, G. Malacrida, E. Durand, G. Pesole, V. Laucou, P. Chatelet, D. Merdinoglu, M. Delledonne, M. Pezzotti, A. Lecharny, C. Scarpelli, F. Artiguenave, M.E. Pè, G. Valle, M. Morgante, M. Caboche, A.F. Adam-Blondon, J. Weissenbach, F. Quétier, P. Wincker. "The grapevine genome sequence suggests ancestral hexaploidization in major angiosperm phyla." Nature 449, no. 7161 (2007): 463-467. E. Mica, V. Piccolo, M. Delledonne, A. Ferrarini, M. Pezzotti, C. Casati, C. Del Fabbro, G. Valle, A. Policriti, M. Morgante, G. Pesole, M.E Pè and D.S. Horner "High throughput approaches reveal splicing of primary microRNA transcripts and tissue specific expression of mature microRNAs in Vitis vinifera." BMC genomics 11, no. 1 (2010): 109. 56 3. La Plasticità Fenotipica in Vitis vinifera cv Corvina. Silvia Dal Santo, Sara Zenoni, Giovanni Battista Tornielli, Marianna Fasoli, Flavia Guzzo, Massimo Delledonne, Mario Pezzotti - Università di Verona, Dipartimento di Biotecnologie, Strada Le Grazie 15, 37134 Verona, Italia 3.1 INTRODUZIONE Vitigno, annata e “terroir”, assieme alla denominazione di origine definiscono sinteticamente un vino. Il disciplinare di produzione esplica analiticamente i dettagli di coltivazione e vinificazione secondo un protocollo derivato sia dalla conoscenza tecnica che dalla tradizione locale. Il vino è la risultante di un complesso processo biologico che deriva dalla profonda interazione della pianta vite con il suo ambiente. Il vitigno è un entità genetica unica, generalmente rappresentata da uno o pochi individui perfettamente adattati ad un territorio e moltiplicati vegetativamente per migliaia o milioni di talee, ovvero, geneticamente parlando, un clone o più cloni. L’uomo ha da secoli capito che per mantenere inalterate le combinazioni genetiche tipiche di un unico individuo, bisogna evitare la ricombinazione dei caratteri e quindi la sessualità. La combinazione vite ed ambiente è quindi sicuramente unica, cioè, in termini genetici, un’interazione genotipo-ambiente che esprime un particolare ed unico fenotipo. L’ambiente in senso lato è l’insieme dei fattori naturali (pedoclimatci, microbici) ed antropici (es: tecniche colturali) che influenzano l’espressione dei caratteri. Il ruolo fondamentale dell’ambiente nella coltivazione della vite e nella produzione di vino era già chiaro agli Egizi, che nel 3000 a.C. riportavano sui recipienti i dati relativi all’annata di produzione, al nome delle aziende produttrici, alla loro ubicazione e al tipo di vino. I romani definivano Ager Falernum il luogo di produzione del Falerno, e specificavano nel Pittacium (etichetta), apposto sulle anfore, la zona del Falerno, l’annata e il vitigno con cui era stato prodotto il vino, per stabilirne di conseguenza il valore di mercato. La biologia molto recentemente ha sviluppato conoscenze che hanno consentito la nascita della genomica, una branca della genetica che studia la struttura, la funzione e l’evoluzione dei genomi dei viventi. Il genoma rappresenta il potenziale di una cellula, di un individuo, di una specie, la cui manifestazione dipende dalle complesse interazioni tra le componenti genetiche e ambientali. Nel 2007 sono stati pubblicati i risultati del sequenziamento e dell’analisi dettagliata del genoma della vite (Jaillon et al., 2007; Velasco et al., 2007). Le due iniziative, una italo-francese e l’altra italoamericana, hanno decodificato rispettivamente il genoma di PN 40024, un clone sperimentale non coltivato di Pinot Nero, e di ENTAV 115, clone di largamente diffuso di Pinot Nero. Questi risultati, di grande valenza internazionale e motivo di orgoglio, costituiscono la base di partenza per gli studi futuri e consentiranno l’adozione di metodologie innovative di genomica applicata per sviluppare e rafforzare la viticoltura italiana del XXI secolo. 57 Inoltre recentemente è stato decodificato il genoma della varietà autoctona Corvina, attraverso l’analisi della sequenza del suo clone più diffuso nell’areale veronese (clone 48), per identificarne e studiarne le caratteristiche di tipicità ed unicità (Delledonne et al. 2012 in corso di preparazione). Dalla conoscenza del genoma della vite e di tutte le sue varietà coltivate possono essere sviluppati strumenti tecnologici e realizzate applicazioni importantissime, quali: riclassificare con precisione il germoplasma coltivato e selvatico; caratterizzare ed identificare con certezza i cloni delle varietà coltivate; individuare i tratti genetici responsabili di caratteristiche di qualità e resistenza; effettuare il miglioramento genetico assistito in tempi brevi e studiare nei dettagli il rapporto genotipoambiente. Quest’ultimo punto è di basilare importanza nella viticoltura moderna perché ci consente, attraverso lo studio del genoma e soprattutto della sua attività, di interpretare scientificamente il concetto di terroir, cioè definire con esattezza gli elementi genetici che un organismo (es: clone di una varietà di vite) mette in gioco quando coltivato in un determinato ambiente e come questi elementi partecipino alla definizione qualitativa delle proprietà organolettiche di un vino. Inoltre, attraverso la conoscenza del genoma, si possono delineare le relazioni tra geni e metaboliti di una bacca e successivamente del vino e le studiarne le variazioni legate alla stagionalità, all’ambiente e all’opera dell’uomo. La genomica quindi deve servire a definire scientificamente i parametri che compongono il terroir e che determinano la tipicità dei prodotti alimentari, per fornire un supporto di comprensione e di rigore scientifico a ciò che l’uomo fino ad ora ha solo intuito ed applicato con successo. La plasticità fenotipica si definisce come l’abilità di un organismo con un dato genotipo di cambiare il proprio fenotipo in risposta ad ambienti differenti. Gli organismi vegetali, a causa del loro stile di vita sessile, mostrano una plasticità fenotipica particolarmente ben sviluppata. Molti degli aspetti della biologia dei vegetali che possono essere definiti plastici sono, altresì, di grande importanza ecologica ed agronomica come vari tratti morfologici, fisiologici ed anatomici, il periodo di sviluppo, di morfogenesi e di riproduzione, il “breeding system” fino ad arrivare al sistema per il corretto sviluppo della progenie. Studi di carattere molecolare e di genetica quantitativa e comparativa hanno rivelato il carattere precipuamente adattativo della plasticità fenotipica negli organismi vegetali e la sua importanza nella diversificazione ecologica ed evolutiva delle piante (Aubin-Horth and Renn, 2009; Kramer and Havens, 2009; Nicotra et al., 2010; Schlichting and Smith, 2002). Nel presente progetto di ricerca, si è deciso di studiare la plasticità fenotipica per mezzo di approcci “omici”, principalmente trascrittomici e metabolomici, della cultivar Corvina di Vitis vinifera. Questa cultivar, assieme a Rondinella e Molinara, costituisce la principale componente per la produzione del vino Amarone. Questo vino, oltre al Recioto, rappresenta la tipicità per eccellenza 58 della produzione vinicola della provincia Veronese. Il presente studio è volto all’analisi della relazione che intercorre tra il genotipo del clone 48 di Corvina, clone più utilizzato nella pratica vinicola locale e il territorio veronese stesso, le sue caratteristiche fisico-chimiche e le peculiari pratiche agronomiche in esso utilizzate. 3.2 RISULTATI Al fine di studiare la plasticità fenotipica in Vitis vinifera, sono state raccolte durante tre stagioni produttive consecutive (2006, 2007, 2008) bacche di uva Corvina in tre diversi stadi di sviluppo. Il primo corrispondente all’invaiatura (veraison), è il periodo durante il quale la bacca subisce i cambiamenti maggiori, diventando più morbida e dolce, perdendo acidità ed assumendo colore ed aromaticità. Il secondo e terzo stadio di sviluppo presi in esame corrispondono agli stadi fenologici della pre-maturazione e maturazione. In queste fasi si verifica, nella bacca, un flusso di tipo floematico e l’accumulo di composti volatili ed altri metaboliti secondari, determinanti per la formazione dell’aroma , del sapore e del profumo, caratteristici di un vino quali i terpenoidi e i polifenoli (Coombe and McCarthy, 2000). Le bacche raccolte per questo lavoro di ricerca provenivano da undici aziende viti-vinicole presenti nel territorio veronese. Le imprese agricole prese in esame, tutte coltivanti il clone 48 di Corvina, si distribuiscono su tre macro-aree geografiche: Soave, Bardolino e Valpolicella, le più importanti per la produzione di vino locale (Figura 1). Si è proceduto alla caratterizzazione delle aziende viticole sulla base di attributi ambientali e pratiche agronomiche utilizzate. Le caratteristiche prese in esame per questo studio sono state: l’altitudine del vigneto (da 100 a 450 metri sul livello del mare), il tipo di suolo (da sabbioso ad argilloso e da poco ad altamente calcareo), l’età del vigneto (da 6 a 18 anni). Per quanto riguarda le pratiche agronomiche e di allevamento si è deciso di considerare, per ogni azienda, la forma di allevamento utilizzata (spalliera Guyot o forme a pergola), la direzione dei filari (nord-sud o est-ovest), il sesto d’impianto, e il particolare portainnesto utilizzato (K5BB, 420A, 41B, SO4). Il campionamento delle bacche è stato effettuato raccogliendo, in un’unica data per tutte le 11 diverse aziende, circa 20-30 grappoli lungo tutto il filare, per ottenere un campione più omogeneo e rappresentativo; per ogni grappolo, si sono selezionate circa 100 bacche, scartando quello che manifestavano chiari segni di danni dovuti ad agenti esterni. Per ogni pool di bacche campionato, circa la metà delle bacche è stata usata per un’analisi fisico-chimica delle bacche stesse e per analisi enologiche sul succo derivante. Inoltre, sono state eseguite analisi enologiche anche sui mosti e i vini, ottenuti mediante tecniche di micro-vinificazione. 59 La parte restante delle bacche campionate è stata congelata in azoto liquido e conservata a -80° C, al fine di mantenere inalterate le caratteristiche fisiologiche delle bacche stesse. Da queste bacche, private dei semi, sono stati estratti i metaboliti, successivamente analizzati tramite spettrometria di massa e i trascritti. In particolare, per lo studio del trascrittoma, è stato deciso di utilizzare la piattaforma NimbleGen e di ibridare i trascritti estratti dai vari campioni su il microarray NimbleGen 090918_Vitus_exp_HX12, il cui design è basato sulla nuova annotazione V1 del genoma di vite. In totale sono state effettuate 171 ibridazioni. Dalle prime analisi del trascrittoma della cultivar Corvina, si è potuto evincere che il trascrittoma di vite è altamente plastico durante le varie annate prese in esame e che esso può caratterizzare annate con un andamento meteorologico standard da un’annata con un andamento significativamente diverso e più sfavorevole. L’annata 2007, infatti, è stata caratterizzata in tutta la regione da un periodo eccezionalmente caldo specialmente nel mese di aprile (Tomasi et al., 2011), quando la vite si trova nella sua fase fenologica di germogliamento (Figura 2A). L’analisi trascrittomica, effettuata per i tre anni su di un numero ristretto ma ugualmente significativo di aziende, durante i tre stadi di sviluppo della bacca sopra descritti, ha evidenziato come l’effetto di questa variabilità metereologica sia più evidente rispetto alla variabilità esistente tra le singole aziende. Infatti, il dendrogramma derivante da un’analisi di correlazione (Distanza di Pearson, p < 0,01) riportato in Figura 2B mostra chiaramente che il trascrittoma delle bacche prelevate nel 2007 si distanzia in modo significativo dal trascrittoma delle bacche prelevate nelle annate 2006 e 2008, in maniera indipendente dal sito (azienda) di campionamento. Questo risultato indica chiaramente che piante di vite esposte a variazioni metereologiche attivano un sistema di risposta plastico che può essere sfruttato dal produttore per ottenere una standardizzazione della qualità del prodotto finale. Non a caso, i geni che presentano una variazione trascrizionale più ampia tra annate metereologicamente standard - 2006/2008 - e un’annata tendenzialmente più calda - 2007 - sono geni coinvolti nella produzione dei metaboliti secondari importanti perché caratterizzano il vino a livello qualitativo e sensoriale. Molti membri della famiglia genica delle stilbene sintasi, ad esempio, sono caratterizzati da espressione genica significativamente diversa fra i due tipi di annata. Questo enzima è coinvolto nella biosintesi dei fenilpropanoidi, ed in particolar modo nella sintesi del resveratrolo, un particolare fenolo molto noto non solo perche dona al vino particolari caratteristiche qualitative ma anche importanti proprietà benefiche per la salute dell’uomo (Gatto et al., 2008). La over-espressione dei geni codificanti le stilbene sintasi in annate meterologicamente standard rispetto ad annate più calde è stata verificata analizzando a livello metabolico il contenuto di resveratrolo del succo di uve campionate nei rispettivi tipi di annata (Figura 2C), trovando una 60 evidente correlazione tra risultati ottenuti con approcci diversi, trascrittomico e metabolomico, partendo dallo stesso materiale biologico. Per la seconda parte del progetto è stata presa in considerazione un’annata dall’andamento meteorologico standard, quale il 2008, ampliando il numero di aziende studiate a 11. Dall’analisi trascrittomica di questi campioni si è potuto notare come la plasticità fenotipica sia un fenomeno ben rappresentato in vite: circa il 5% del totale dei trascritti è utilizzato dal genoma del clone 48 per risposte e arrangiamenti plastici. Durante lo sviluppo della bacca, cioè, circa 1500 geni mostrano una modulazione significativamente diversa nelle varie aziende, dipendente cioè unicamente dal sito di allevamento delle vigne (Analisi non parametrica Kruskal-Wallis, p < 0,01). Inoltre, utilizzando approcci statistici di tipo multivariato, sono state studiate le relazioni che intercorrono tra gli 11 siti di prelevamento del materiale biologico. I trascrittomi delle bacche provenienti dalle varie aziende si separano in 5 gruppi principali quando analizzati con l’analisi statistica della O2PLS-DA (Orthogonal Projections to Latent Structures Discriminant Analysis). Ciò indica che l’allevamento della cultivar Corvina in aziende con caratteristiche diverse può provocare risposte simili a livello trascrizionale (Figura 3). Alcuni gruppi di geni plastici, difatti, potrebbero essere impiegati dalla pianta in modo uguale come reazione ad ambienti diversi. In particolare, le aziende facenti parte di ogni singolo gruppo statistico sono caratterizzate dall’uso di diverse combinazioni di pratiche agronomiche: la forma di allevamento utilizzata (spalliera Guyot o forme a pergola), la direzione dei filari (nord-sud o est-ovest) e il particolare portainnesto utilizzato (K5BB, 420A, 41B, SO4). Questo risultato suggerisce che la plasticità fenotipica di vite sarebbe influenzata più dalle pratiche agronomiche, da scelte e tecniche apportate dall’uomo, piuttosto che dagli attributi ambientali del sito ove sorge la particolare azienda viti-vinicola. Quest’ultimi, infatti, non risultano significativi all’analisi statistica. 3.3 CONCLUSIONI La Plasticità fenotipica del clone 48 della cultivar Corvina di Vitis vinifera è stata valutata mediante approcci “omici”, principalmente trascrittomici, metabolomici ed enologici, su campioni di bacche provenienti da vitigni di aziende del territorio veronese. Le variazioni di trascritti e metaboliti sono state messi in relazione con specifiche caratteristiche ambientali e con le diverse pratiche agronomiche utilizzate. Se ne è evinto che il trascrittoma di vite risponde e si plasma più in base ad attività e consuetudini agronomiche apportate dall’uomo che a caratteristiche prettamente naturali, come il tipo di suolo, l’altitudine o l’età del vigneto. Grazie 61 all’ampio campionamento, protrattosi nell’arco di tre annate vitivinicole, si è potuto anche verificare come il trascrittoma di vite reagisca in modo plastico ad eventi atmosferici specifici di ogni stagione produttiva. Da questo studio si possono trarre alcuni benefici pratici per la coltivazione di vite e la produzione di vino di qualità costante nel tempo. Innanzi tutto, all’atto di programmazione, organizzazione e impianto di un nuovo vitigno, il produttore potrà considerare quali pratiche agronomiche utilizzare (forma di allevamento, tipo di orientazione del filare, portainnesto) in relazione alle caratteristiche di vino che desidera ottenere (maggior contenuto in polifenoli, maggior contenuto in zuccheri riduttori etc). Secondariamente, tramite campionamenti su piccola scala, analisi trascrittomiche e monitoraggio di alcuni geni “markers”, il produttore potrà fare una stima dell’andamento della stagione produttiva in relazione ad eventi atmosferici (ad esempio, un forte innalzamento della temperatura durante la fioritura) ed agire di conseguenza con pratiche di “viticoltura assistita”. 3.4 LEGENDE Figura 1. Rappresentazione schematica delle aree viti-vinicole del territorio veronese interessate dal campionamento di bacche di Corvina. Figura 2. (A) Andamento tendenziale della temperatura media registrata nelle aree interessate dal campionamento di bacche di Corvina nelle annata 2006, 2007 e 2008. (B) Dendrogramma dei trascrittomi di bacche di vite prelevate da 4 aziende diverse durante tre annate. I valori di correlazione di Pearson sono convertiti in coefficienti di distanza per definire l’altezza del dendrogramma. (C) Contenuto relativo in Resveratrolo di bacche di vite prelevate nelle annate 2006 e 2008 (average) and 2007. Figura 3. Rappresentazione schematica della clusterizzazione a 5 gruppi del “dataset” dopo analisi con O2PLS - DA (Simca-P 12.0) 62 BIBLIOGRAFIA Aubin-Horth, N., and Renn, S.C. (2009). Genomic reaction norms: using integrative biology to understand molecular mechanisms of phenotypic plasticity. Mol Ecol 18, 3763-3780. Coombe, B.G., and McCarthy, M.G. (2000). Dynamics of grape berry growth and physiology of ripening. Australian Journal of Grape and Wine Research 6, 131-135. Gatto, P., Vrhovsek, U., Muth, J., Segala, C., Romualdi, C., Fontana, P., Pruefer, D., Stefanini, M., Moser, C., Mattivi, F., and Velasco, R. (2008). Ripening and genotype control stilbene accumulation in healthy grapes. J Agric Food Chem 56, 11773-11785. Jaillon, O., Aury, J.M., Noel, B., Policriti, A., Clepet, C., Casagrande, A., Choisne, N., Aubourg, S., Vitulo, N., Jubin, C., et al. (2007). 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Velasco, R., Zharkikh, A., Troggio, M., Cartwright, D.A., Cestaro, A., Pruss, D., Pindo, M., Fitzgerald, L.M., Vezzulli, S., Reid, J., et al. (2007). A high quality draft consensus sequence of the genome of a heterozygous grapevine variety. PLoS One 2, e1326. 63 FIGURE Figura 1 Area del Valpolicella Area del Bardolino Area del Soave Figura 2 64 Figura 3 65 4. La famiglia multigenica delle stilbene sintasi in vite: organizzazione genomica e analisi di espressione in condizioni di stress biotico e abiotico di Alessandro Vannozzi, Ian B. Dry, Margherita Lucchin 4.1 ABSTRACT Gli stilbeni rappresentano un gruppo minore di fenilpropanoidi che vengono accumulati in una minoranza di specie vegetali in seguito a stress biotici e abiotici quali infezione da parte di patogeni, ferita, esposizione a radiazione UV-C e trattamento con agenti chimici. La pathway biosintetica che porta alla loro produzione costituisce una branca minore della pathway dei flavonoidi ed è catalizzata da enzimi noti come stilbene sintasi (STS), delle poliketide sintasi del terzo tipo (PKS), filogeneticamente molto vicine alle chalcone sintasi, gli enzimi chiave che sovraintendono alla biosintesi di chalconi e dei flavonoidi in genere. Ad oggi, STS sono state clonate da arachide, sorgo, alcune specie di pino e vite, l’unica pianta da frutto in grado di accumulare stilbeni il cui genoma è stato completamente sequenziato. Ad eccezione del sorgo, in tutte le altre specie, le STS sono organizzate in famiglie multigeniche composte di membri strettamente relazionati tra loro. Questo studio riporta la completa caratterizzazione genomica della famiglia delle STS in vite a partire dall’identificazione, annotazione e analisi filogenetica di tutti i membri sulla base della versione più recente del genoma di vite e fornisce una panoramica del pattern di espressione di ogni singolo membro in diverse condizioni di stress biotici e non. I risultati ottenuti suggeriscono l’esistenza di almeno 36 geni full-lenght caratterizzati da una subfunzionalizzazione trascrizionale tra diversi sottogruppi della famiglia genica e forniscono un importante base per la pianificazione di analisi funzionali mirate alla definizione del ruolo e dell’evoluzione dei diversi membri di questa famiglia genica. 4.2 INTRODUZIONE Il termine “fitoalessine” fa riferimento a un vasto set di composti lipofilici di basso peso molecolare che vengono accumulati dalle piante in difesa dall’attacco di patogeni, ma anche in risposta a stress abiotici quali l’esposizione a radiazione ultravioletta (UV-C), ferita, trattamento con sali e metalli pesanti o ormoni quali etilene o jasmonati (JAs). Sebbene questi composti mostrino una notevole diversità nel regno vegetale, nella vite (Vitis vinifera L.) costituiscono un gruppo piuttosto ristretto di molecole, tutte appartenenti alla famiglia degli stilbeni (Counet et al., 2006). Gli stilbeni, come i flavonoidi appartengono alla classe dei poliketidi, un importante gruppo di fenilpropanoidi derivati dall’estensione della forma attivata del acido cumarico con tre gruppi acetilici. Oltre alle vitacee, gli 66 stilbeni sono stati rintracciati in almeno 72 specie vegetali distribuite in 31 generi e 12 famiglie tra cui Fagaceae, Liliaceae, Moraceae, Myrtaceae, Papillionasceae, Pinaceae e Poaceae (Counet et al., 2006; Sotheeswaran et al., 1993; Yu et al., 2005). La totalità degli stilbeni presenti in vite è rappresentata da molecole più o meno complesse derivanti da modificazioni dell’unita chimica di base 3,5,4-triidrossi-trans-stilbene, nota come resveratrolo. Alcune specie vegetali, quali Polygonum cuispidatum e Pinus spp., accumulano stilbeni in modo costitutivo (Hart et al., 1981; Jayatilake et al., 1993; Benova et al., 2008; Hathway et al., 1962), ciò nonostante, la maggior parte degli studi condotti su arachide (Arachis ipogea), pino e vite hanno mostrato che gli stilbeni sono presenti a livelli molto bassi in condizioni normali e, al contrario, vengono massicciamente accumulati in seguito a stress attraverso l’attivazione trascrizionale dei geni che sovraintendono alla loro biosintesi e alla co-attivazione di geni appartenenti alla pathway generale dei fenilpropanoidi, quali PAL e C4H (Fig.1). L’enzima responsabile della biosintesi del resveratrolo, isolato per la prima volta da colture cellulari di arachide (Schöppner et al., 1984) e noto col nome di stilbene sintasi (STS), appartiene alla famiglia delle poliketide sintasi del III tipo, di cui le chalcone sintasi (CHS) rappresentano l’archetipo principale. L’enzima è un dimero di peso molecolare pari a 90 KDa e un punto isoelettrico (pI) pari a 4.8. L’azione catalitica delle STS sembra dovuta a un residuo di cisteina presente in una regione altamente conservata, comune sia a STS che CHS. Tale residuo costituisce il sito di legame per il p-coumaroyl-CoA, la molecola substrato comune ad entrambe, STS e CHS (Schöppner et al., 1984). Questi due enzimi non solo competono dal punto di vista metabolico per lo stesso substrato, ma mostrano un alto grado di somiglianza sulla base della omologia di sequenza (che raggiunge anche il 75-90% di identità amminoacidica a seconda delle specie) e del confronto tra le due strutture cristallografiche. Le STS, che a differenza delle ubiquitarie CHS sono presenti esclusivamente nelle specie vegetali in grado di accumulare stilbeni, catalizzano la formazione in una singola reazione enzimatica dello stresso identico intermedio tetraketidico che si forma in seguito all’attività delle CHS, ma con un diverso processo di ciclizzazione che porta alla formazione degli stilbeni piuttosto che dei chalconi (Fig. 2). Ad oggi, STS sono state clonate da arachide (A. hypogaea), pino silvestre (Pinus sylvestris), pino rosso giapponese (P. densiflora), pino strobo (P. strobus), vite (V. vinifera) e sorgo (Sorgum bicolor). Nella totalità di queste piante, ad eccezione di sorgo, le STS esistono come famiglie multigeniche: in pino strobo sono state identificate 2 STS (Raiber et al., 1995), in pino silvestre sono stati clonate almeno 5 pinosilvina sintasi (la pinosilvina rappresenta il principale stilbene prodotto in pino; Preising-Müller et al., 1999) mentre 3 membri sono stati isolati nel pino rosso giapponese (Kodan et al., 2002). Ad esclusione del sorgo, in cui è stato isolato solo un gene codificante per stilbene sintasi (Yu et al., 2008; Paterson et al., 2009), la vite rappresenta l’unica 67 pianta da frutto in grado di accumulare stilbeni il cui genoma sia stato interamente sequenziato (Jaillon et al., 2007; Velasco et al., 2007). Sulla base delle predizioni geniche della copertura 8.4 X del genoma ottenuto dal genotipo PN40024 (Consorzio Italo-Francese) (Jaillon et al., 2007) la famiglia multigenica delle STS conterebbe almeno 43 membri. Tale numero si riduce notevolmente su si considero le predizioni geniche ottenute sul genotipo PN ENTAV 115 ad opera dell’ Istituto agrario di S. Michele all’Adige (IASMA), che avrebbe ha predetto l’esistenza di appena 21 STS (Velasco et al., 2007). Questo studio si è posto come obbiettivo principale la chiarificazione e definizione dell’organizzazione della famiglia delle STS in vite e, contemporaneamente, l’analisi della risposta trascrizionale di ciascun membro di tale famiglia in condizioni di stress biotico e abiotico, con lo scopo di valutare l’esistenza di una sub-funzionalizzazione trascrizionale tra i vari membri e spiegare l’accumulo di un numero così elevato di copie geniche in vite, contrapposto alla totale assenza di tali geni nella maggior parte delle specie del regno vegetale. 4.3 RISULTATI Identificazione, annotazione e distribuzione cromosomica delle STS in vite In una prima fase di studio, la bozza del genoma ottenuta dal genotipo altamente omozigote PN40024 è stata analizzata al fine di individuare sequenze geniche codificanti per stilbene sintasi. A tale scopo, il modello di Hidden Markow (H.M.M) per il sito catalitico comune a CHS/STS (PS00441; http://expasy.org/prosite) è stato utilizzato come query in una ricerca mediante blastP sul database proteomico delle coperture 8X e 12 X del genoma di vite. Per estendere la ricerca anche a membri non predetti dagli strumenti bioinformatici utilizzati nella creazione di tale database (GAZE e JIGSAW) la ricerca è stata estesa anche all’intera sequenza genomica (tBLASTx). Tre predizioni contenenti il sito attivo CHS/STS ma rappresentanti CHS e non STS sono state escluse dagli hit ottenuti dai blast e dalle successive analisi lasciando un totale di 41 sequenze geniche putativamente codificanti per STS. L’analisi delle sequenze amminoacidiche e nucleotidiche mediante Vetor NTI Suite 9 ha portato all’esclusione di alcune predizioni considerate pseudogeni, probabilmente originati dalla duplicazione di STS funzionali, ma contenenti mutazioni di stop o in/del risultanti in proteine prive della totalità o di parte del sito catalitico e verosimilmente non funzionali. Con l’esclusione di tali sequenze l’analisi ha portato all’identificazione di 36 geni STS, nominati VvSTS1-36 sulla base della loro posizione cromosomica (Tavola 1). VvSTS1-4 localizzano in una regione di circa 90 Kb sul cromosoma 10, mentre VvSTS5-36 sono localizzate in 68 una regione di circa 500Kb sul cromosoma 16 (Fig. 3). La lunghezza dei geni varia da un minimo di 1315 nt (VvSTS9) a un massimo di 1566 (VvSTS1) in base alla lunghezza dell’unico introne posizionato sulla tripletta codificante per Cys-60, come precedentemente osservato da Schrooder et al (1988). Le sequenze proteiche predette hanno una lunghezza di 390-392 aa ad esclusione di tre membri che codificano per proteine tronche: VvSTS1, che ha una mutazione di stop in posizione 234, VvSTS2 che ha una mutazione di stop in posizione 367 e VvSTS12 che ha una mutazione di stop in posizione 185. In tutti i casi le tre proteine tronche conservano il sito catalitico CHS/STS e ,pertanto, sono state considerate putativamente funzionali. 4.4 ANALISI FILOGENETICA DELLA FAMIGLIA DELLE VVSTS La sequenze amminoacidiche delle VvSTS identificate dall’analisi del genoma di PN40024 sono state allineate mediante il modulo AlignX di Vector NTI Suite 9 utilizzando la matrice BLOSUM. Tale modulo si basa sullo stesso algoritmo utilizzato in ClustalW (http://www.ebi.ac.uk/Tools/msa/clustalw2/ ). Nell’allineamento è stata inclusa anche la sequenza amminoacidica dedotta per una CHS, utilizzata come out-group. Sulla base dell’allineamento amminoacidico è stato generato un albero filogenetico mediante Neighbour Joining con 1000 repliche di bootstrap (Fig. 4). L’analisi mostra che le VvSTS clusterizzano in 3 sottofamiglie principali indicate come A, B1 e B2. La sottofamiglia A è composta da membri localizzati nel cromosoma 16 ed è la più vicina alla CHS in termini di omologia di sequenza. La sottofamiglia B si divide a sua volta in due cluster minori: B1, composto interamente da membri che localizzano nel cromosoma 10 (VvSTS1-VvSTS4) e B2, che comprende le restanti VvSTS che localizzano nel cromosoma 16. 4.5 ANALISI DI ESPRESSIONE DELLE FAMIGLIA CONDIZIONI DI STRESS BIOTICI E ABIOTICI VVSTS IN Il pattern di espressione delle 36 VvSTS predette nelle coperture 8 e 12X del genoma di PN40024 è stato analizzato in condizioni di stress biotici ed abiotici. L’alto grado di omologia di sequenza che incorre tra i diversi membri della famiglia delle STS pone diverse difficoltà nella discriminazione dei membri specifici attraverso analisi di espressione basate su tecniche tradizionali quali RT PCR o qPCR. Pertanto, allo scopo di superare tale limitazione, è stato utilizzato un metodo di analisi basato sul sequenziamento dell’intero trascrittoma (mRNA-seq) mediante tecnologie di sequenziamento di nuova generazione (NGS). 69 Dischi fogliari ottenuti da piante di V. vinifera cv. Pinot noir sono stati campionati a 0, 24 e 48 h dal trattamento con ferita, esposizione a radiazione ultravioletta (UV-C) e infezione con peronospora (Plasmopara viticola). I sette pools di RNA, ottenuti dai campioni trattati e da un unico campione di controllo (0h) comune a tutti i trattamenti, sono stati utilizzati per produrre le librerie necessarie per il processo di sequenziamento, effettuato tramite piattaforma “Genoma Analyser II” (GAIIx) presso l’Istituto di Genomica Applicata (Udine, Italia). Il sequenziamento ha prodotto un totale di 325,519,708 reads della lunghezza di 36-39 nt. Per ogni singolo trattamento sono state prodotte almeno 32 milioni di reads, un numero sufficiente a garantire una buona copertura del trascrittoma e un’analisi quantitativa dell’espressione genica (Zenoni et al., 2010). Le reads ottenute dall’mRNA-seq sono state allineate su entrambe le coperture 8X e 12X del genoma di PN40024 (Jaillon et al., 2007) mediante i softwares “CLC Genomic Workbench” e “ELAND”. Il sequenziamento dell’intero trascrittoma è stato effettuato col principale obbiettivo di comparare i livelli di espressione di ciascuna VvSTS in diverse condizioni di stress per evidenziare dinamiche e cinetiche di risposta diverse tra i vari membri della famiglia. Per arrivare a conclusioni statisticamente robuste circa differenze di risposta nei vari campioni corrispondenti ai diversi trattamenti è importante utilizzare più repliche biologiche. Ciononostante, a causa degli elevati costi richiesti per le nuove tecnologie di sequenziamento l’analisi è stata necessariamente condotta su una singola replica biologica ottenuta creando un pool di tessuti provenienti da differenti piante. Va comunque precisato che tale analisi ha costituito una fase preliminare cha ha fornito dati che, in un secondo tempo, sono stati validati mediante dettagliate analisi qPCR (dati non riportati). La figura 5 mostra una rappresentazione grafica del pattern di espressione delle VvSTS in risposta ai tre tipo di stress analizzati. A una prima analisi estesa a tutti i trattamenti appare evidente che l’esposizione a radiazione UV-C rappresenta il trattamento che induce in maniera più massiccia la maggior parte delle VvSTS, seguito da infezione con peronospora e ferita. In modo del tutto analogo Borie (2004), comparando il livello di espressione delle VvSTSs in risposta a infezioni con Botrytis cinerea, esposizione a UV-C e trattamento con agenti chimici mediante analisi northern blot, aveva indicato l’esposizione a UV-C come il trattamento che induceva la risposta più estesa e più rapida. Lascia un po’ perplessi la risposta piuttosto debole rilevata in seguito all’infezione con peronospora, tuttavia, il basso livello di induzione delle VvSTS nei dischi fogliari infettati potrebbe essere dovuto al fatto che la risposta delle VvSTS all’attacco fungino ha luogo più tardi, e di conseguenza l’induzione registrata nelle prime 48 h rappresenta più una risposta a ferita che una reale risposta al patogeno. Tale osservazione ha trovato conferma in dettagliate analisi real time (dati non riportati). La figura 6 mostra i patterns di espressione delle VvSTS in risposta ai tre trattamenti somministrati 70 analizzando ogni singolo trattamento separatamente. In tutti i tre casi (Fig. 6A,B e C) i membri sono organizzati in base ai valori di espressione, dal meno espresso (quadrati blu, in alto) al più espresso (quadrati gialli, in basso). E’ da notare che le scale di espressione relative sono diverse tra i vari pannali (corrispondenti ai diversi stress) poiché si basano sui valori massimi e minimi registrati per quel particolare trattamento. Questa rappresentazione grafica è utile per comparare l’induzione di ogni singolo membro nei diversi trattamenti. I risultati evidenziano che le VvSTS più responsive sono le medesime in tutti i trattamenti, seppur con diversi livelli di intensità. Questi membri corrispondono a quei geni facenti parte della sottofamiglia B2. In particolare VvSTS36 e VvSTS7 rappresentano i membri maggiormente espressi in tutti i trattamenti esaminati, con valori di RPKM che si attestano attorno a 100 in caso di ferita, 200 in seguito a infezione e 1900 (circa 15 volte maggiore) in dischi fogliari a 24 h dall’esposizione a UV-C. Le VvSTS appartenenti alle sottofamiglie A e B1 non sembrano rispondere ai trattamenti con la stessa intensità: i membri del gruppo A mostrano un’induzione a 24h dall’esposizione a UVC (il punto della cinetica che registra la più alta induzione delle VvSTS) che va da un minimo di 10 RPKM (VvSTS11) a un massimo di 300 RPKM (VvSTS12). L’induzione registrata per i membri del gruppo B1 è ancora più bassa: sebbene sia stata registrata una sensibile induzione in seguito a trattamento UV, non si sono riscontrati cambiamenti significativi in seguito a ferita e infezione. Un’osservazione interessante riguarda i membri della sottofamiglia B1 che sono gli unici a mostrare un’espressione costitutiva, seppur bassa, in foglie non trattate (controllo 0 h). In dettaglio VvSTS3 è il gene più espresso nel campione di controllo (0h) con valori di RPKM vicini a 100. Un livello minimo di espressione costitutiva, seppur minore, è osservabile anche per alcuni membri del gruppo A, mentre è assolutamente assente nei membri della sottofamiglia B2. 4.6 DISCUSSIONE Ad oggi, geni appartenenti alla famiglia delle stilbene sintasi sono stati clonati da diverse specie vegetali tra cui arachide, sorgo, pino e vite (Morales et al., 2000). Nel maggior parte di queste specie le STS sembrano organizzate in famiglie multigeniche composte di due, tre o cinque membri. Le predizioni effettuate in vite stimano un numero di STS che va da un minimo di 21 copie, sulla base del genotipo PN ENTAV 115 (Velasco et al., 2007), a un massimo di 43 membri sulla base della copertura 8.4X del genoma ottenuto dal clone PN40024 (Jaillon et al., 2007). Gli obbiettivi principali di questo studio erano a) la caratterizzazione della famiglia multigenica delle STS in vite a partire dall’identificazione di tutti i membri, la loro annotazione e lo studio dei loro rapporti filogenetici; b) lo studio della induzione di ciascun membro della famiglia in risposta a 71 trattamenti con stress biotici (infezione con peronospora) e abiotici (ferita e irraggiamento UV-C). L’analisi del genoma ottenuto dal genotipo altamente omozigote PN40024 ha portato all’identificazione di 36 geni VvSTS. Tutte quelle sequenze che non presentano il sito catalitico comune a CHS e STS, che contiene un residuo di cisteina essenziale per il legame del p-coumaroylCoA e la funzionalità dell’enzima, non sono state considerate in quanto putativamente non funzionali. I geni funzionali sono stati nominati VvSTS1-VvSTS36 sulla base della loro posizione cromosomica (Tavola 1), coi geni VvSTS1-4 localizzati in una regione di circa 90 Kb del cromosoma 10 e i restanti geni (VvSTS5-36) localizzati in una regione di circa 500 Kb del cromosoma 16. La sequenza genomica dei membri isolati varia in lunghezza da un minimo di 1315 nt (VvSTS9) a un massimo di 1566 nt (VvSTS1), a seconda delle dimensioni dell’unico introne posizionato nella tripletta codificante per Cys60, come precedentemente osservato da Schröder et al. (1988). La maggior parte delle VvSTS codificano per prodotti proteici della lunghezza di 392 aa, ad esclusione di VvSTS25 e VvSTS18 che mancano rispettivamente di uno e due aminoacidi e di tre VvSTS tronche corrispondenti a VvSTS1, VvSTS2 e VvSTS12. Il dominio C-terminale di STS e CHS è importante per l’attività catalitica di questi enzimi in quanto possiede dei residui amminoacidici altamente conservati. In un confronto delle proprietà enzimatiche di tre STS di pino giapponese (PdSTS1, PdSTS2 re PdSTS3) e una CHS (PdCHSX), Kodan et al. (2001) hanno osservato che PdSTS3, che presenta una mutazione frame-shift che determina un codone di stop prematuro e una proteina tronca, presenta delle divergenze funzionali rispetto alle altre due STS. PdSTS3 mostra infatti un’attività biosintetica maggiore e sembrerebbe aver perso la funzione inibitoria, a differenza di PdSTS2 e PdCHSx che sono inibite da pinocembrina o pinosilvina. Qualcosa di simile potrebbe essere ipotizzato per la famiglia delle STS in vite, considerando l’estensione di tale famiglia e l’esistenza di proteine tronche quali VvSTS1, VvSTS2 e VvSTS12. L’allineamento di sequenza e l’analisi filogenetica basata sulle proteine predette sul genotipo PN40024 hanno rivelato l’esistenza di tre gruppi principali di VvSTS, indicati come A, B1 e B2 (Fig. 4). Il gruppo A risulta composto da geni localizzati nel cromosoma 16 ed è il più vicino alle CHS dal punto di vista filogenetico. Il gruppo B si divide a sua volta in due sottogruppi: B1, composto esclusivamente da membri localizzati nel cromosoma 10 e B2, che comprende le rimanenti VvSTS del cromosoma 16. La maggior parte degli studi sull’accumulo di composti stilbenici e sull’espressione dei geni coinvolti nella loro biosintesi condotta su arachide, pino e vite ha indicato che tali geni sono altamente inducibili in risposta a un vasto range di stress biotici e abiotici, tra cui il danno meccanico (Pezet et al., 2003), l’esposizione a radiazione ultravioletta (Wang et al., 2010), il 72 trattamento con agenti chimici e l’applicazione di ormoni vegetali quali etilene o jasmonati (Belhadj 2008a, b). Sebbene tali studi forniscano un importante contributo alle conoscenze riguardo il comportamento delle STS, la mancanza di informazioni circa le dimensioni di tale famiglia genica in vite e l’estrema conservazione amminoacidica che ne caratterizza i membri ha portato all’accumulo di dati che meritano di venir riconsiderati sulla base delle nuove conoscenze fornite dal sequenziamento del genoma. In particolare, le analisi di espressione basate su metodi di PCR convenzionali potrebbero in realtà non riflettere il reale pattern di espressione di un singolo membro a causa della aspecificità dei primers utilizzati nel processo di amplificazione. Inoltre, numerosi studi sull’accumulo e espressione delle STS sono basate su analisi di tipo Northern Blot, che costituisce un efficace strumento per monitorare il comportamento dell’intera famiglia, ma non fornisce alcuna informazione circa il comportamento dei singoli membri. Per superare tali problemi legati alla estrema conservazione di sequenza, in questo studio è stato utilizzato un approccio del tipo mRNAseq. La tecnologia NGS è basata su sequenziamento dell’intero trascrittoma e, dato un determinato genoma di riferimento, permette di monitorare l’accumulo di trascritto di ciascuna predizione del genoma. Il pattern di induzione di tutti i geni VvSTS identificati in vite in risposta a ferita, esposizione a UV-C e infezione con peronospora è stato studiato in dischi fogliari di Pinot nero a 0h, 24h e 48h dall’applicazione dei trattamenti. Una prima interessante considerazione guardando all’espressione delle VVSTS nel campione di controllo (0h) sta nel fatto che una espressione basale costitutiva appare limitata ai membri della sottofamiglia B1, gli unici localizzati nel cromosoma 10. E’ interessante l’osservazione che questi stessi geni rappresentano quelli col minor grado di induzione in seguito a stress. Riguardo la risposta a stress, i risultati indicano che, tra i tre trattamenti esaminati, l’esposizione a UV-C rappresenta il trattamento più efficace nell’induzione delle VvSTS, seguito da infezione con Plasmopara e ferita, il tutto in accordo con osservazioni effettuate precedentemente (Borié et al., 2004). Il basso livello di induzione delle VvSTS osservato nei dischi infettati con peronospora è probabilmente dovuto al fatto che la risposta specifica a infezione si scatena più tardi, anche in considerazione delle tempistiche necessarie al patogeno per portare a termine i processi di germinazione e penetrazione. La risposta osservata nelle prime 48 h dal trattamento potrebbe quindi rappresentare più un background corrispondente all’induzione scatenata da ferita (taglio dei dischi fogliari) piuttosto che una risposta all’attacco del patogeno. Queste osservazioni hanno trovato conferma in analisi real time effettuata su cinetiche più estesi (dati non riportati). Al contrario, la risposta a trattamento UV-C risulta essere molto più veloce e intensa, raggiungendo il picco a 24 h dal trattamento. Una possibile spiegazione potrebbe essere che a differenza di ferita e infezione, 73 trattamenti che vanno a colpire solo un sottoinsieme di cellule del tessuto, l’esposizione UV-C colpisce una porzione molto più estesa di cellule. Andando a monitorare la specificità di risposta dei diversi sottogruppi ai diversi stress applicati, sembra che i membri appartenenti al sottogruppo B2 siano quelli che mostrano il più alto gradi di risposta a tutti e tre i trattamenti, seguiti dal sottogruppo A, che mostra una induzione minore ma ancora significativa e infine dal sottogruppo B1 che, ad esclusione dello stress UV, non sembra minimamente indotto dai trattamenti. Il sottogruppo B2, che include le VvSTS più lontane filogeneticamente dalle CHS, è quindi quello che mostra i più alti livelli di induzione in seguito a stress, mentre gli altri due gruppi deviano da questo comportamento mostrando una diminuzione nella capacità di rispondere a stress e un incremento nell’espressione costitutiva. Questa osservazione sembra dare concretezza all’ipotesi che quelle VvSTS che sembrano più vicine alla VvCHS potrebbero mostrare una regolazione, se non addirittura una attività enzimatica che è più vicina a quella delle CHS che a quella delle STS. La conferma di tale ipotesi richiederà analisi biochimiche e enzimatiche su membri appartenenti alle diverse sottofamiglie. BIBLIOGRAFIA Counet C, Callemien D, Collin S: Chocolate and cocoa: new sources of trans- resveratrol and trans-piceid. Food Chem 2006, 98:649-657. Sotheeswaran S, Pasuphaty V: Distribution of resveratrol oligomers in plants. Phytochemistry 1993, 32:1083-1092. 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La localizzazione cromosomica e la lunghezza del gene sono riportate. 76 Figura 1 Principali fattori biotici e abiotici coinvolti nell’induzione delle stilbene sintasi e nella co-induzione dei geni a monte coinvolti nella pathway generale dei fenilpropanoidi quali PAL (phenialanine ammonia lyase) e C4H (cinnammate-4hydroxilase). 77 Figura 2 Particolare della pathway generale dei fenilpropanoidi e delle pathway di produzione degli stilbeni e dei flavonoidi. Gli enzimi nella pathway sono mostrati come segue: PAL: phenylalanine ammonia-lyase; C4H: cinnamate-4-hydroxylase; 4CL: 3-coumaroyl-CoA synthase; CHS: chalcone synthase; STS: stilbene sintase. 78 Figura 3 Localizzazione cromosomica dei geni VvSTS in vite. I cromosomi sono rappresentati in scala per rappresentare graficamente la posizione fisica delle STS. Tutti i membri del gruppo B1 (VvSTS1-4) sono localizzati sul cromosoma 10, mentre gli altri membri sono sul cromosoma 16. 79 Figura 4 Organizzazione filogenetica dell’intera famiglia delle STS in vite. Le sequenze sono state allineate tramite ClustalW e l’albero è stato ottenuto tramite metodo neighbour joining. L’attendibilità dell’albero è stata testata tramite bootstrapping con 1000 repliche. I differenti colori di background indicano le tre sottofamiglia principali in cui si dividono le VvSTS. La CHS è stata utilizzata come out-group. 80 Figura 5 Rappresentazione grafica del profilo di espressione dall’intera famiglia delle VvSTS. I diversi trattamenti (ferita, UV-C e infezione) sono indicati sopra ogni colonna. I geni sono indicati alla destra di ogni riga. I valori di espressione sono indicati in RPKM (mapped reads per Kb of exon per million mapped reads). 81 Figura 6 Rappresentazione grafica dei livelli di espressione di tutti i membri della famiglia delle VvSTS. I trattamenti(ferita, esposizione a UV-C e infezione con peronospora) sono considerati separatamente ed indicati sopra ogni colonna. I geni sono indicati alla destra di ogni riga. I valori di espressione sono indicati in RPKM (mapped reads per Kb of exon per million mapped reads). A: ferita; B: UV-C; C: infezione con peronospora. 82 5. Un approccio trascrittomico per lo studio dello stress nutrizionale in piante di Glera di Elisabetta Barizza, Michela Zottini - Dipartimento di Biologia, Università degli Studi di Padova 5.1 RIASSUNTO La resa di un vigneto in termini di produttività e la qualità del vino sono il risultato dell’interazione tra genotipo (vitigno) ed ambiente (Asselin, 2000). In generale infatti il prodotto di un genotipo non è rigidamente definito, ma può avere un’ampia gamma di espressioni, tanto più ampia quanto maggiore sarà la reattività di quella varietà alle influenze ambientali. E’ noto che i fattori ambientali che possono influenzare i sistemi di produzione del vino sono molteplici: la composizione minerale e microbica del suolo, il clima, la geomorfologia del territorio, ecc., tuttavia sono quasi del tutto mancanti dati di tipo molecolare. In quest’ottica, nel presente lavoro si è utilizzato un approccio di tipo trascrittomico per valutare la risposta delle piante a diverse condizioni ambientali. In particolare, in questo lavoro abbiamo sottoposto ad uno stress nutrizionale da carenza alcune piante di Glera cresciute in coltura idroponica, in condizioni controllate di luce, temperatura ed umidità. Tale approccio ci permette di valutare l’effetto di una sola variabile sui diversi parametri che sono stati valutati. 5.2 INTRODUZIONE La nutrizione cationica della vite è uno dei più importanti fattori che incidono sull’acidità del mosto e del vino (Attia et al., 2004). In particolare il potassio è il maggior nutriente per la vite e rappresenta il catione più abbondante presente negli acini. La sua azione non si manifesta sullo sviluppo vegetativo, come per l'azoto, bensì sull'intero metabolismo della pianta, cioè sulle attività che si svolgono per farla crescere e mantenerla in vita. Il potassio nella vite si trova in forte concentrazione nei punti ad attivo accrescimento o metabolismo (fotosintesi, ecc) e in alcuni organi di riserva del tronco. Tale elemento è fondamentale durante la fecondazione (migliora la germinabilità del polline), all'invaiantura e alla maturazione. Grazie alla sua mobilità nel floema, il potassio si accumula principalmente nei tessuti superficiali degli acini durante la maturazione. In particolare favorisce l'aumento del grado zuccherino e la perfetta maturazione dei grappoli, migliora la serbevolezza, il profumo e l'aroma del vino. Esiste infatti una relazione positiva tra il contenuto di potassio e il pH del mosto e del vino, dovuto al fatto che il potassio determina la salificazione di alcuni acidi organici, in particolare dell’acido tartarico, in bitartrato di potassio (Poni et al., 2003; 83 Corazzina, 2007). E’ noto che l’acidità è uno dei fattori essenziali che caratterizza la qualità del vino, determinando una buona stabilità microbiologica e mantenendo conseguentemente una migliore qualità. E’ stato dimostrato che la carenza di quest’elemento può generare acidità troppo elevate nel vino, in ragione di una debole precipitazione di bitartrato di potassio al momento della vinificazione, mentre una concentrazione eccessiva di potassio causa un aumento della precipitazione del tartrato di potassio durante la fermentazione e il consolidamento freddo, portando ad un aumento del pH del vino che incide sulla sua stabilità. 5.3 METODOLOGIE In questo studio sono state utilizzate piante di Glera clone ISV-ESAV10 cresciute in un sistema di coltura idroponica flottante (Fig. 1). La composizione della soluzione idroponica è quella riportata in letteratura (Garcia et al 2001). Per quanto riguarda la soluzione utilizzata per indurre lo stress da carenza di potassio, questo elemento è stato ridotto nella soluzione al 20% di quella di controllo. Figura 1. Coltura idroponica di Glera. L’esperimento di stress nutrizionale è stato condotto nell’arco di quattro settimane durante le quali sono stati valutati diversi parametri fisiologici (lunghezza, peso, numero di foglie). Inoltre è stato valutato il contenuto di diversi elementi minerali mediante analisi ionomica in collaborazione con il professor Gian Attilio Sacchi e il dottor Giorgio Lucchini del Dipartimento Produzione Vegetali (DiProVe) di Milano mediante spettrometria di massa (ICP-MS, Inductively Coupled Plasma – Mass Spectroscopy. Per l’analisi molecolare sono stati raccolti gli apici delle piante sottoposte a stress e sottoposti a controllo in diversi tempi. Per l’isolamento dell’RNA è stato utilizzato il kit MasterPureTM Plant RNA Purification Kit (Epicenter) seguendo le indicazioni del produttore. La purificazione dell’mRNA è stata fatta utilizzando le Dynal beads (Invitrogen) che hanno permesso di ottenere mRNA altamente purificato ed integro per le successive analisi di trascrittomica. 84 Per il sequenziamento dell’mRNA è stato utilizzato un sequenziatore di ultima generazione SOLiD 5500 XL in grado di sequenziare 75 + 35 paia di basi alle estremità di frammenti di cDNA di dimensione media di 150 nucleotidi, seguendo un protocollo “paired-end”. Per la bioinformatica sono stati impiegati il linguaggio di programmazione Perl e database relazionale MySQL installati in un cluster di calcolo Linux. 5.4 RISULTATI Caratterizzazione fisiologica delle piante di Glera sottoposte a stress nutrizionale. Per ogni esperimento, che è stato ripetuto almeno tre volte, sono state impiegate dieci piante di Glera mantenute in coltura idroponica in terreno liquido di controllo o carente di potassio. Ad intervalli regolari sono state fatte le opportune misurazioni. Nella Fig. 2 sono riportati i grafici relativi ai parametri di crescita misurati: numero dei nodi, lunghezza del fusto, numero delle foglie, e peso fresco. -K+ CTR Figura 2. Parametri fisiologica di crescita misurati nel corso dell’esperimento di stress nutrizionale. Come si può osservare dai grafici riportati in figura, non sono state riscontrate differenze significative nei parametri di crescita misurati nelle piante sottoposte a stress rispetto a quello di controllo nel periodo di tempo nel quale sono state fatte le misurazioni. Valutazione del contenuto di amido nelle foglie. 85 L’amido è un polimero del glucosio che funge da riserva dei carboidrati, nelle piante verdi. La produzione di amido avviene durante il giorno, a partire da molecole di glucosio. Forma di accumulo di questo polimero sono grossi granuli nello stroma del cloroplasto. Tale distribuzione semi-cristallina nei granuli, rende l’amido praticamente insolubile, quindi per essere trasportato deve essere degradato e dunque idrolizzato a glucosio. Durante la notte l’amido, accumulato e prodotto di giorno grazie alla fotosintesi, viene quindi riconvertito in zuccheri e contribuisce a soddisfare le esigenze metaboliche della pianta. Il potassio non va a costituire direttamente le macromolecole ma è un’importante cofattore per molte reazioni cellulari. Essendo anche un cofattore importante per gli enzimi responsabili della sintesi dell’amido (Amtmann and Armengaud 2009) si pensa sia direttamente coinvolto nella biosintesi e nell'accumulo dello stesso nella pianta. Eventuali alterazioni nella disponibilità e nel successivo accumulo di potassio potrebbero quindi determinare alcune variazioni nella concentrazione di amido nella pianta. Si è quindi realizzata un’analisi qualitativa del contenuto di amido in foglie emerse dopo l’inizio del trattamento, mediante colorazione “Lugol”. Il risultato ottenuto è presentato in Fig. 3. Contenuto di amido relativo 250 200 150 Figura 3 Contenuto di amido in foglie di piante di controllo (blu) 100 e sottoposte a stress da carenza di potassio (rosso). P-value: 2,05649E-07 50 CTR -K 0 Dall’istogramma ottenuto risulta chiaro che vi è una differenza statisticamente significativa del contenuto fogliare di potassio che nelle piante sottoposte a stress è di circa il 50% rispetto ai controlli. La carenza di potassio determina perciò una riduzione consistente del contenuto di amido nelle foglie delle piante trattate. Se questo sia dovuto ad una ridotta sintesi o ad un’aumentata degradazione non è possibile dirlo al momento ed ulteriori analisi saranno perciò necessarie. Ionomica delle foglie di Glera Questo studio è stato realizzato per capire se e come varia il contenuto di alcuni ioni in conseguenza alla carenza nelle piante trattate rispetto ai controlli. 86 Nella Fig. 4 sono riportati i dati per alcuni ioni analizzati. Dai grafici si evince che le principali differenze tra piante di controllo e piante sottoposte allo stress sta nel contenuto di potassio e magnesio mentre non si sono riscontrate differenze significative per quanto riguarda altri elementi. Figura 4. Ionomica Tale dato ci dà perciò una misura dell’entità dell’effetto che ha avuto lo stress sulla composizione minerale dei tessuti della pianta. Analisi di espressione genica Per l’analisi molecolare dei meccanismi che vengono attivati in risposta allo stress nutrizionali si è seguito il profilo di espressione di alcuni geni importanti, soprattutto nella fase di percezione dello stress. Tali geni marcatori (vedi tabella 1) sono principalmente geni che codificano per canali e trasportatori del potassio. GENI ANALIZZATI • Akt1: canale del potassio • Hak5: trasportatore del potassio • Kup3: trasportatore del potassio • Kea5: trasportatore del potassio • Chx17: trasportatore del potassio • Aca1: pompa del calcio • Nrt2.1: trasportatore del nitrato Tabella 1 87 I livelli di espressione dei geni di interesse sono stati valutati mediante RT-PCR e riportati in Fig. 5. Nella Fig. 5 sono riportati i risultati relativi ai profili di espressione genica in apici e radici di piante di Glera sottoposte a stress. Figura 5. analisi per RT-PCR di geni marcatori di stress in apici e radici di Glera. I valori riportati sono normalizzati rispetto al controllo non trattato. Una più approfondita analisi molecolare delle piante sottoposte allo stress nutrizionale è stata ottenuta mediante un approccio trascrittomico che si è avvalso dell’uso del sequenziatore SOLiD 5500 XL. Il sequenziatore di ultima generazione SOLiD, del centro CRIBI dell’Università di Padova, ha permesso di ottenere 150 milioni di sequenze di RNA da ogni campione. È stata sviluppata una piattaforma per l’analisi del trascrittoma basata sul sistema di allineamento PASS. Essendo il primo esperimento di RNA-Seq effettuato su Prosecco si è deciso di effettuare un’annotazione cultivar specifica dei siti di “splicing” e dei polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) in relazione al cultivar di riferimento (Pinot nero PN40024). I dati così ottenuti saranno rilasciati in un database accessibile alla comunità scientifica. Questo esperimento ha innanzitutto fornito la sequenza dei geni di Glera fornendo un notevole contributo a chi studia la biologia molecolare di questo cultivar (fino ad oggi si è usata la sequenza di un Pinot Noir sequenziato nel 2007). L’analisi ha permesso di confermare il ruolo dei trasportatori di membrana per la risposta allo stress. 88 5.5 CONCLUSIONI In questo lavoro sono stati studiati gli effetti della carenza da potassio sulla crescita, sullo sviluppo e sull'espressione genica in piante di V. vinifera della varietà Glera clone ISV-ESAV 10. In particolare è stata condotta una caratterizzazione fisiologica e molecolare della risposta allo stress nutrizionale in piante coltivate in soluzione idroponica, in condizioni di temperatura e luminosità controllate. Dall’analisi dei differenti risultati ottenuti si deduce che le piante di Glera nel periodo di durata dell’esperimento (4 settimane) non mostrano evidenti segni di sofferenza per la mancanza di apporto di potassio. Tuttavia il contenuto di ioni, amido e l’espressione genica sono sensibilmente alterati fin dall’inizio del trattamento e cioè molto prima di quando eventualmente appaiono i primi segni di sofferenza della pianta. L’approccio trascrittomico ha permesso di valutare quali siano i meccanismi molecolari immediatamente attivati dalla pianta in seguito alla percezione delle alterate condizioni ambientali. L’approccio sperimentale usato inoltre ci ha mostrato come nelle condizioni controllate di coltura idroponica è possibile ottenere dati riproducibili e consistenti in quanto è possibile variare solo un parametro senza alterare tutti gli altri. BIBLIOGRAFIA Amtmann A. and Armengaud P. (2009), Effects of N, P, K and S on metabolism: new knowledge gained from multilevel analysis; Current Opinion in Plant Biology, 12: 275–283 Asselin C. – 2000 – Relazioni e interazioni tra i fattori dell’ambiente viticolo e la qualità dell’uva e dei vini. Atti Simp. Int., Firenze, I, Ed. ARSIA, 151-158 Attia F., Ibrahim H., Cadet A. and Gracia M. (2004), Evaluation of leave, must and wine cation contents and of must and wine acidity of five red wine grape cultivars (Vitis vinifera L.) grafted onto 3309 Couderc and grown hydroponically; Acta Hort., 652:255-263. Corazzina E., La coltivazione della Vite, 2007, Edizioni L'informatore Agrario SpA. Garcia M., Gallego P., Daverède C. and Ibrahim H. (2001), Effect of Three Rootstocks on Grapevine (Vitis vinifera L.) cv. Nègrette, Grown hydroponically. I. Potassium, Calcium and Magnesium Nutrition; South African Journal of Enology and Viticulture, 22: 101-103 Poni S., Quartieri M. and Tagliavini M. (2003), Potassium nutrition of Cabernet Sauvignon grapevines (Vitis vinifera L.) as affected by shoot trimming; Plant and Soil, 253: 341-351 89 5. Valutazione economica delle tecniche proposte e loro valorizzazione in termini di strategie di marketing di Vasco Boatto – CIRVE Centro Interdipartimentale per la Ricerca in Viticoltura ed Enologia 1. MODALITÀ DI VALUTAZIONE ECONOMICA DEI RISULTATI CONSEGUITI Il progetto esecutivo di ValViVe prevede che la valutazione economica ex-post dei risultati relativi alle singole ricerche venga eseguita mediante l’analisi costi-benefici e l’analisi del rischio. Normalmente l’analisi costi-benefici2 di una qualsiasi iniziativa prevede sia un’analisi finanziaria che un’analisi economica. La prima verifica la sostenibilità finanziaria dell’iniziativa (copertura delle spese) ed il suo rendimento finanziario in base ai flussi di cassa, facendo riferimento esclusivamente al soggetto che realizza l’iniziativa. La seconda si effettua per determinare se ed in che misura l’iniziativa è conveniente secondo una prospettiva pubblica o sociale; in altre parole considera tutti i guadagni e le perdite indipendentemente dal soggetto a cui si riferiscono. Nel nostro caso, tenuto conto che l’obiettivo è valutare i risvolti economici per il settore vitivinicolo regionale, è stata effettuata esclusivamente l’analisi economica. Premesso che il progetto si è appena concluso e che quindi i risultati delle ricerche che ne facevano parte non hanno ancora trovato pratica applicazione, fatta eccezione per qualche prova sperimentale relativa ad alcune di esse e che non tutte le ricerche prevedevano ricadute immediatamente applicabili alla realtà produttiva, in primo luogo si è reso necessario definire tali ricadute, con la collaborazione degli stessi ricercatori. A questo proposito le ricerche che componevano il progetto sono raggruppabili in due categorie (Allegato A): quelle con effetto nel breve periodo, definite proprio per questo di tipo competitivo, tese all’identificazione varietale, allo sfruttamento della plasticità fenotipica ed al miglioramento del processo di vinificazione; 2 AA.VV.: Guida all’analisi costi- benefici dei progetti di investimento (Fondi Strutturali, Fondo di Coesione e ISPA); Preparata per: Unità di Valutazione, DG Politica Regionale e Coesione, Commissione Europea; 2003. Alberigi Quaranta A.; Giovannini A.; Rago S.: Sulla valutazione degli investimenti per ricerca e sviluppo (L'Industria – n. 3, 1982). Burton A.WEISBROD: Costs and Benefits of Medical Research: A Case Study of Poliomyelitis; “The Journal of Political Economy”, 1971. Mishan E.J.: L’abc dell’analisi costi benefici – Tratto da “Mercurio”: Anno XV, n. 2 febbraio 1972. 90 quelle in grado di produrre risultati pratici sul settore vitivinicolo soltanto nel medio e lungo periodo, considerate quindi di tipo pre-competitivo, relative al miglioramento qualitativo delle uve, alla resistenza dei vitigni agli stress ed a particolari pratiche di coltivazione e vinificazione. In pratica queste ultime ricerche necessitano di ulteriori passaggi ed approfondimenti per pervenire a risultati concreti, la cui valutazione si presenta, pertanto, assai più difficoltosa. A livello micro-economico (singola azienda) il valore delle innovazioni originate dalle ricadute delle ricerche in esame in generale è determinato dal valore dei benefici prodotti da ciascuna innovazione, dal quale bisogna detrarre i costi da sostenere per ottenere tali benefici. Inoltre, dipende dal grado di rischio che presenta la sua applicazione, cioè dalle probabilità che non si concretizzino effettivamente i benefici previsti e dal danno che questo evento comporterebbe. Riguardo invece al valore complessivo di ciascuna innovazione (livello macro-economico), prudenzialmente si sono considerati soltanto i benefici diretti, cioè quelli che vanno a vantaggio delle aziende che applicano concretamente l’innovazione, escludendo tutti quegli operatori dell’indotto che potrebbero trarne un ulteriore vantaggio. Di conseguenza tale valore è determinato dal valore netto aziendale dell’innovazione e dal numero di operatori che la adottano, o meglio dalla quantità di produzione alla quale verrà applicata. Pertanto un aspetto che influisce in misura sostanziale sulla valutazione macro-economica di un’innovazione è rappresentato dal livello di diffusione ad essa attribuibile. I fattori in grado di influire sull’adozione3 di un’innovazione sono: a) la consapevolezza da parte dei potenziali utilizzatori della bontà dell’innovazione, determinata sia dal grado di coinvolgimento nelle scelte e nelle decisioni alla base del progetto di ricerca, sia dalla rispondenza degli obiettivi della ricerca con i bisogni degli utilizzatori stessi; b) l’efficacia della divulgazione dei contenuti dell’innovazione e dell’assistenza tecnica per la loro applicazione pratica; c) i problemi connessi all’applicazione dell’innovazione, che possono essere di natura economica (necessità di investimenti), di natura tecnica (capacità di apprendimento ed esecuzione delle nuove pratiche) e di natura culturale (ricettività ai cambiamenti). Ne consegue che per garantire il successo di un progetto di ricerca, oltre alla consonanza che deve esserci tra gli obiettivi conseguiti e le effettive esigenze dei produttori, è fondamentale organizzare e realizzare un adeguato e mirato percorso di divulgazione dei risultati, meglio se supportato anche da iniziative di assistenza tecnica basata su di un rapporto continuativo tra tecnico e produttore. Perché tutto ciò 3 Un recente studio dell’INEA (I percorsi della ricerca scientifica e la diffusione dell’innovazione – Il caso dell’agricoltura piemontese; INEA 2007) nell’effettuare la valutazione di sei progetti di ricerca affronta le problematiche della diffusione reale e potenziale delle relative innovazioni, mettendo in evidenza i fattori che la favoriscono e la condizionano. 91 avvenga in modo efficace ed efficiente è necessario l’esercizio di una vera e propria azione di coordinamento da parte di un soggetto in grado di svolgerla ed al quale è unanimemente riconosciuto questo ruolo, e la costruzione di una “rete” per favorire il rapporto tra i soggetti interessati. Infine, l’analisi del rischio ha lo scopo di valutare il danno economico che si verificherebbe qualora le ricadute delle ricerche considerate dovessero risultare non o scarsamente efficaci. In concreto, comporta l’individuazione del possibile effetto dannoso, la determinazione della sua entità e della probabilità che il danno si verifichi. Anche in questo caso tale valutazione si presenta particolarmente difficoltosa soprattutto per le ricerche di tipo pre-competitivo, per le quali mancano ancora risultati certi e concreti. Passando ora alle modalità per la determinazione vera e propria del valore economico dei benefici relativi alle ricadute o innovazioni prodotte dalle ricerche in esame, è stata messa a punto una specifica procedura composta dalle seguenti operazioni: a. formulazione di un partial budget4 (Allegato B) per ciascuna nuova tecnica innovativa; in pratica si tratta di un bilancio, relativo ad un qualsiasi processo produttivo, con il quale si prendono in considerazione soltanto gli effetti economici conseguenti ai cambiamenti introdotti nel processo in esame; è articolato in due sezioni: effetti positivi (nuovi redditi e costi non sostenuti) ed effetti negativi (mancati redditi e nuovi costi); la differenza algebrica tra gli effetti positivi e quelli negativi costituisce l’utile o la perdita della nuova tecnica a livello di singola azienda; nella scheda che contiene il partial budget è presente anche uno spazio per la rilevazione delle problematiche relative all’implementazione dell’innovazione, che possono dar luogo ad eventuali nuovi costi, e degli aspetti relativi alla sua rischiosità; b. determinazione per ciascun partial budget rilevato dell’utile o perdita dell’innovazione correlata; c. rettifica dei risultati aziendali, come sopra determinati, per tener conto del rischio calcolato sulla base dei dati rilevati (probabilità di accadimento x valore del danno); d. stima del valore economico complessivo di ciascuna innovazione prodotta, mediante estensione all’intero distretto del vino veneto5 dei risultati calcolati a livello microeconomico; in effetti tale operazione richiede preventivamente, per ogni tecnica innovativa, la quantificazione della produzione che potrà beneficiarne. 4 AA.VV. : Using the partial budget to analyze farm change (Maryland Cooperative Extension – University of Maryland; 1991). Craig Chase: Using partial budgets to make decisions (Iowa State University – University Extension; maggio 2010). 5 Condizione prevista nel “Patto per lo sviluppo del Distretto Veneto del Vino” (Triennio 2007 - 2010). 92 Per quanto riguarda l’analisi delle azioni di marketing da attuare per la valorizzazione delle nuove tecniche, come previsto nel progetto, è stato predisposto uno specifico questionario-intervista (Allegato C) inviato poi ad un ampio e qualificato gruppo di organismi del settore, costituito da circa cinquanta operatori scelti tra i sottoscrittori del secondo Patto. Attraverso tale questionario si è anche colta l’occasione per verificare la conoscenza degli intervistati riguardo agli obiettivi generali del progetto ValViVe e per conoscere, in misura molto sintetica, il valore da essi attribuito alle ricadute pratiche delle singole ricerche e l’interesse alla loro applicazione. 2. RISULTATI DELLE ATTIVITÀ DI RICERCA Di seguito si riporta una sintesi degli obiettivi di ciascuna delle sette unità di ricerca, delle attività svolte e dei risultati conseguiti alla fine del progetto (31 dicembre 2010). Tali obiettivi, come già anticipato nel precedente paragrafo, unitamente ai risultati conseguiti ed alle ricadute previste sul settore vitivinicolo veneto sono stati ulteriormente sintetizzati nella tavola sinottica di cui all’Allegato A. 2.1 A – Unità di ricerca n. 16 Nel progetto di ricerca di questa unità erano previsti due obiettivi. 1. Caratterizzazione molecolare del germoplasma viticolo veneto mediante la rilevazione di polimorfismi di sequenza per una rapida identificazione dei vitigni. Nella prima parte del lavoro sono state analizzate la diversità genetica e le relazioni filogenetiche in una collezione di vecchi vitigni autoctoni del Veneto (30 vitigni del comprensorio euganeo), dimostrando che il germoplasma locale rappresenta una risorsa genetica unica per la viticoltura, la cui scomparsa equivarrebbe ad una perdita significativa per i futuri programmi di miglioramento genetico, oltre che dal punto di vista storico-culturale. Successivamente è stato avviato lo sviluppo di strumenti diagnostici molecolari per il monitoraggio della biodiversità vegetale, capaci di identificare in modo univoco specie appartenenti allo stesso genere e le varietà appartenenti alla stessa specie coltivata. La caratterizzazione genetica dei materiali, effettuata con l'impiego di marcatori microsatelliti, ha permesso di identificare in modo inequivocabile il singolo vitigno. In pratica è stata messa a punto una piattaforma molecolare che consente di attribuire a ciascuna varietà di vite una sorta di codice a barre che, potendo identificare in maniera univoca le singole varietà, potrà costituire un efficace strumento per la protezione delle varietà autoctone, rappresentando il primo passo di un percorso di tracciabilità a partire dal vivaio/vitigno. 6 Coordinata dalla prof.ssa Margherita Lucchin. 93 2. Applicazione della genomica funzionale allo studio dell’interazione vitigno-ambiente e caratterizzazione di geni coinvolti in vie metaboliche correlate alla qualità della bacca. Su alcune cv della collezione sopra citata si è proceduto alla caratterizzazione dei geni che controllano la sintesi degli stilbeni7, in particolare il resveratrolo, che partecipano alle funzioni di difesa della pianta, in risposta a stress di natura biotica o abiotica. Quattro vitigni autoctoni (Friularo, Pattaresca, Gruajo, Cabernet Lispida) sono risultati di particolare interesse per l’alto contenuto di questo stilbene all’invaiatura ed a maturazione (oltre 15 mg/kg di uva). Questa caratteristica consente la loro valorizzazione sia per ampliare l'offerta produttiva di vini locali, sia come fonte di geni in programmi di miglioramento genetico. La sintesi degli stilbeni nella vite è controllata da una famiglia multigenica piuttosto ampia (da 22 a 43 geni) i cui membri non sono mai stati indagati singolarmente. La caratterizzazione genomica dell’intera famiglia è stata sviluppata mediante l’identificazione, l’annotazione e lo studio delle relazioni filogenetiche che intercorrono tra i diversi geni e, successivamente, valutando il profilo di espressione di ogni gene in dischi fogliari sottoposti a infezioni di peronospora e a stress di tipo abiotico. Si è così avviato un accurato studio funzionale dei geni che controllano la sintesi degli stilbeni i cui risultati potranno consentire l’individuazione delle varianti geniche di maggiore interesse per la resistenza agli stress. I risultati di tale studio, integrati da adeguate conoscenze sulla regolazione dell’espressione genica e sull’interazione fenotipo-ambiente, potranno essere utilizzati a fini selettivi. 2.2 B – Unità di ricerca n. 28 Il progetto di ricerca affidato a questa unità aveva come obiettivo la caratterizzazione molecolare del germoplasma viticolo veneto mediante la rilevazione di polimorfismi di sequenza per una rapida identificazione dei vitigni9. In pratica è stato eseguito il completo sequenziamento del genoma (circa 500 milioni di basi nucleotidiche) di due varietà: Prosecco e Merlot. Questo risultato consente di stabilire univocamente, attraverso un’analisi molto laboriosa e quindi costosa, non solo se una pianta di vite (o una sua parte) appartiene o meno ad una di queste due varietà, ma anche eventuali differenze tra varianti locali dello stesso vitigno. In concreto sarebbero necessari ancora 7 Questi composti presenti nelle bacche mature e nel vino sono legati alla salute umana per la loro azione antiossidante in quanto sono in grado di proteggere l'organismo dalle malattie cardiovascolari e, pare sia dimostrato, prevengono le insorgenze neoplastiche. 8 Coordinata dal prof. GiorgioValle. 9 Di fatto questa ricerca, basata sull’utilizzo delle basi nucleotidiche, e quella della prof.ssa Lucchin (1° obiettivo), fondata sui marcatori microsatelliti, costituiscono due diverse tipologie di analisi per addivenire allo stesso risultato: l’identificazione delle cv. 94 alcuni mesi di lavoro per mettere a punto una procedura di analisi altrettanto sicura dal punto di vista diagnostico ma assai più praticabile sul piano pratico, in quanto basata sull’utilizzo di alcune decine di migliaia di marcatori10 (basi nucleotidiche del DNA), e quindi più accessibile anche economicamente11. Comunque per estendere questa nuova procedura di analisi agli altri vitigni veneti è necessario applicarla prima in via sperimentale (per testarla) su alcuni esemplari sicuramente appartenenti a ciascuna cv. Successivamente questa tecnica innovativa potrebbe costituire un vero e proprio servizio12 a sostegno della competitività, in quanto i singoli produttori potrebbero garantire l’origine della propria produzione vitivinicola attraverso l’avvio di un percorso di tracciabilità. 2.3 C – Unità di ricerca n. 313 L’obiettivo di questa unità era lo studio dell’interazione vitigno-ambiente mediante l’applicazione della genomica funzionale, con particolare riferimento alla relazione che intercorre tra il genotipo del clone 48 di Corvina14 e il territorio veronese, le sue caratteristiche fisico-chimiche e le peculiari pratiche agronomiche in esso utilizzate15. Dalle prime analisi del trascrittoma16 si è osservato come 10 Per avere un’idea della portata di questa nuova pratica basta pensare che attualmente l’analisi del genoma della vite si effettua utilizzando poche decine di marcatori, ottenendo però risultati molto generici. 11 Attualmente si può ipotizzare un costo massimo di 400 € per analisi. In effetti questo costo è soggetto a modificarsi in diminuzione molto velocemente grazie alla ricerca ed all’evoluzione tecnologica; basti pensare che nel giro di 3-4 anni si è ridotto di 100 volte ed ancora potrà ridursi nel prossimo futuro. 12 L’applicazione concreta di questa tecnica di analisi coinvolge fondamentalmente tre soggetti: il produttore (vivaista o viticoltore), il tecnico con la specifica funzione di raccogliere, tramite appositi kit di conservazione, il materiale da analizzare ed infine il laboratorio in grado di eseguire l’analisi genetica. 13 Coordinata dal prof. Mario Pezzotti. 14 Questa cultivar, assieme alla Rondinella ed alla Molinara, costituisce la principale componente per la produzione del vino Amarone che, assieme al Recioto, rappresenta la tipicità per eccellenza della produzione vinicola della provincia veronese; in particolare il clone 48 di Corvina è quello più utilizzato nella pratica vinicola locale. 15 Durante tre stagioni produttive consecutive (2006, 2007 e 2008) sono state raccolte bacche del clone 48 di uva Corvina in tre diversi stadi di sviluppo: il primo, corrispondente all’ invaiatura (veraison), è il periodo durante il quale la bacca subisce i cambiamenti maggiori, diventando più morbida e dolce, perdendo acidità ed assumendo colore ed aromaticità; negli altri due stadi di sviluppo presi in esame, corrispondenti agli stadi fenologici della pre-maturazione e della maturazione, nella bacca si verifica un flusso di tipo floematico e l’accumulo di composti volatili ed altri metaboliti secondari, determinanti per la formazione dell’aroma, del sapore e del profumo caratteristici del vino, quali i terpenoidi ed i polifenoli. Le bacche raccolte provenivano da undici aziende viti-vinicole distribuite nelle tre macro-aree geografiche più importanti per la produzione di vino locale (Soave, Bardolino e Valpolicella) e caratterizzate sia sulla base degli aspetti ambientali che delle pratiche agronomiche utilizzate. Le caratteristiche considerate sono state: l’altitudine del vigneto (da 100 a 450 metri sul livello del mare), il tipo di suolo (da sabbioso ad argilloso e da poco ad 95 la plasticità fenotipica sia un fenomeno ben rappresentato, infatti circa il 10% del totale dei trascritti è utilizzato dal genoma per risposte ed arrangiamenti “plastici”. Durante lo sviluppo della bacca, circa 2900 geni mostrano una modulazione significativamente diversa nelle varie aziende. Inoltre, si è potuto evincere che il trascrittoma di vite è altamente plastico durante le varie annate prese in esame. Le variazioni di trascritti e metaboliti sono state messe in relazione con specifiche caratteristiche ambientali e con le diverse pratiche agronomiche utilizzate. Se ne è dedotto che il trascrittoma di vite risponde e si plasma più in base ad attività e consuetudini agronomiche apportate dall’uomo che a caratteristiche prettamente naturali, come il tipo di suolo, l’altitudine o l’età del vigneto. Grazie all’ampio campionamento, protrattosi nell’arco delle tre annate vitivinicole considerate, si è potuto anche verificare come il trascrittoma di vite reagisca in modo plastico ad eventi atmosferici specifici di ogni stagione produttiva. Da questo studio si possono trarre alcuni benefici pratici per la coltivazione della vite e la produzione di vino di qualità costante nel tempo. Innanzi tutto, al momento della progettazione dell’impianto di un nuovo vitigno, il produttore potrà fare alcune scelte agronomiche (forma di allevamento, tipo di orientazione del filare, portainnesto) in relazione alle caratteristiche del vino che desidera ottenere (maggior contenuto in polifenoli, maggior contenuto in zuccheri riduttori, etc). Secondariamente, tramite campionamenti su piccola scala17, analisi trascrittomiche e monitoraggio di alcuni geni “markers”, il produttore potrà fare una stima dell’andamento della stagione produttiva in relazione ad eventi atmosferici (ad esempio, un forte innalzamento della temperatura durante la fioritura) ed agire di conseguenza con pratiche di “viticoltura assistita”. 2.4 D – Unità di ricerca n. 418 L’obiettivo di questa unità era lo studio degli effetti dei trattamenti ormonali sulla compattezza del grappolo, con particolare riferimento alla cv Raboso Piave. Nel primo anno di attività è stata testata l’efficacia di un prodotto auxinico-analogo (3,5,6-tricloro2-piridilossiacetico, 3, 5, 6 TPA) come diradante fiorale; al fine di valutarne l’effetto è stata condotta una prova anche sulla cv Pinot grigio. I risultati delle osservazioni preliminari indicano la sua efficacia solamente sulla cv di Pinot grigio, mentre sul Raboso Piave gli effetti non sono stati altamente calcareo), l’età del vigneto (da 6 a 18 anni). Per quanto riguarda le pratiche agronomiche e di allevamento sono state considerate la forma di allevamento utilizzata (spalliera Guyot o forme a pergola), la direzione dei filari (nord-sud o est-ovest), il sesto d’impianto e il portainnesto utilizzato (K5BB, 420A, 41B, SO4). 16 RNA messaggero. 17 E’ previsto il prelievo di tre campioni per ciascun tipo di verifica che si vuole realizzare; l’analisi di ciascun campione ha un costo di circa 400 euro. 18 Coordinata dal prof. Angelo Ramina. 96 significativi. In pratica la sua efficacia sul Pinot grigio è stata condizionata principalmente dall’epoca di somministrazione ed in misura minore dalle dosi impiegate. Il diradante si è dimostrato in grado di ridurre sensibilmente l’indice di compattezza del grappolo a fronte, però, di una maggiore dimensione finale della bacca19. Dati simili erano stati ottenuti impiegando anche l’acido gibberellico la cui applicazione, però, è fortemente dipendente dalla concentrazione, oltre al fatto che la finestra temporale relativa alla sua applicazione è più ristretta, al contrario dell’ormone auxinico che presenta una finestra temporale più ampia. Nel secondo anno di attività (2010) è stato provato sul Raboso Piave20 un nuovo prodotto, costituito da una miscela di gibberelline ed auxine, che sembra essersi dimostrato particolarmente positivo in quanto: a) la minore produzione di acini è parzialmente compensata dal loro maggior accrescimento (+50%), conseguente all’allungamento del rachide; in sostanza il peso del grappolo trattato risulta comunque minore rispetto a quello del testimone di circa il 50%, il che comporta il dimezzamento della produzione complessiva; b) la diversa conformazione del grappolo, dovuta alla sua minore compattezza, ostacola gli attacchi di botrite e quindi ne favorisce l’appassimento sulla pianta con conseguente “potenziale” miglioramento delle caratteristiche organolettiche dell’uva. Qualora gli attuali risultati fossero confermati da ulteriori prove sperimentali e fosse accertato l’effettivo miglioramento della qualità del prodotto, tale innovazione potrebbe essere utilizzata con successo per la lotta alla botrite. Riguardo alle prove sperimentali ancora necessarie (almeno per altri 2-3 anni), queste dovrebbero verificare in particolare l’assenza di effetti collaterali (ad es. sulla fertilità dei fiori) conseguenti ai trattamenti ormonali e quindi stabilire la loro ininfluenza sulle produzioni future. 19 La produzione per ceppo è risultata mediamente più bassa rispetto al testimone del 40%; i minori livelli produttivi hanno comportato un incremento degli zuccheri nelle bacche delle tesi trattate in prima epoca con le concentrazioni più alte (250 e 375 ml/ha) di oltre 1,5 °Brix; per quanto riguarda il pH sono stati registrati lievi incrementi, mentre i valori di acidità titolabile sono risultati sensibilmente più bassi rispetto al testimone; il rapporto tra i solidi solubili totali e l’acidità totale è risultato più elevato nella tesi trattata con la concentrazione di 250 ml/ha indicando una migliore palatabilità delle uve; il rapporto tra buccia e polpa, invece, è risultato più basso nelle tesi trattate a conferma del maggiore accrescimento finale delle bacche delle tesi trattate in confronto al controllo. 20 La prova è stata eseguita nell’Azienda agricola Giorgio Cecchetto (Tezze di Piave - Vazzola). 97 2.5 E – Unità di ricerca n. 521 L’obiettivo specifico di questa ricerca era l’identificazione di geni la cui espressione è modulata in funzione di differenti condizioni di disponibilità dei principali nutrienti e che sono relativi a vie metaboliche (zuccheri) che influenzano la qualità dell’uva. Nella prima fase della ricerca (2009) è stata realizzata una serie di attività finalizzate alla messa a punto del sistema sperimentale. In particolare è stata definita la tecnica di coltivazione idroponica della vite (cv. Prosecco), per superare i vincoli (es.: stagionalità) legati alla coltivazione nell’ambiente esterno; sono state amplificate e uniformate le piante necessarie per gli esperimenti; si sono stabiliti i tempi di radicazione e crescita delle piante in idroponica; sono stati valutati parametri fisiologici quali l’efficienza fotosintetica e il contenuto di potassio22, calcio e magnesio nelle foglie. Successivamente, nel 2010, sono state condotte le prove di stress nutrizionale attraverso l’uso di substrati con diverse carenze di elementi nutritivi. Per concludere definitivamente la ricerca manca l’individuazione dei geni regolatori, che vengono attivati dalle carenze nutrizionali, mediante l’analisi del trascrittoma, che è costituito dalle molecole di RNA messaggero prodotte da tali geni. L’effettiva conclusione di questa ricerca, che richiede ancora 3-4 anni di attività sperimentali, potrà consentire la messa a punto di un facile e veloce sistema di valutazione, attraverso l’analisi dei tessuti, degli stress nutrizionali in atto nella vite. 2.6 F – Unità di ricerca n. 623 L’obiettivo della ricerca era la stabilizzazione proteica24 dei vini bianchi mediante lo sfruttamento delle potenzialità di un fungo fitopatogeno (Sclerotinia minor). In pratica sono state provate due 21 Coordinata dalla prof.ssa Michela Zottini. 22 Nella vite il K+ è uno dei più importanti nutrienti, essendo il principale catione presente nella bacca; la sua carenza influenza negativamente la resa e la concentrazione di composti solubili nella bacca, ma un livello eccessivamente alto, innalzandone il pH, può avere un impatto negativo sulla qualità della bacca e del vino. 23 24 Coordinata dal prof. Andrea Curioni. Normalmente la stabilizzazione dei vini bianchi nei confronti dei fenomeni di intorbidamento proteico viene realizzata attraverso l’uso della bentonite (materiale assorbente piuttosto aspecifico). La dose da impiegare viene determinata mediante l’analisi d’instabilità proteica (bentotest o riscaldamento in presenza o assenza di tannino); il trattamento viene normalmente eseguito mediante travaso o rimontaggio con immissione della bentonite utilizzando un tubo Venturi; dopo qualche giorno si ha il deposito completo della bentonite sul fondo della vasca e si può procedere ad un travaso per recuperare il vino stabilizzato. Tale sistema produce, però, sia un impoverimento del quadro organolettico del vino, sia una perdita quantitativa, per effetto dell’assorbimento, pari a circa il 5% del vino trattato. In effetti quest’ultima quantità può essere recuperata quasi interamente mediante filtrazione sotto vuoto o tangenziale oppure centrifuga più filtrazione a cartoni (probabilmente la maggior parte delle cantine venete ricorre alla filtrazione sotto vuoto; solo quelle più grandi utilizzano il filtro tangenziale che consente di diminuire un po’ i costi); in ogni caso 98 vie: la prima basata sull’uso di un enzima proteolitico (proteasi) prodotto dal fungo in questione; la seconda utilizzando un polisaccaride (scleroglucano) sempre prodotto dallo stesso fungo. Per quanto riguarda la possibilità di utilizzare la proteasi, che è il metodo risultato più valido, alla fine del progetto si è giunti alla conclusione che sono comunque necessari ulteriori approfondimenti. Queste nuove prove, per la cui realizzazione si prevede almeno un altro anno di lavoro, avranno un duplice scopo: a) individuare le modalità migliori per la produzione dell’enzima ad uso commerciale; b) eseguire delle prove di cantina25, considerato che fino ad ora sono state realizzate solo prove di microvinificazione; in particolare le prove di cantina dovranno confermare la possibilità di non dover ripetere l’intervento per ottenere la stabilizzazione voluta. In sostanza l’uso dell’enzima, in sostituzione della bentonite per la stabilizzazione proteica dei vini bianchi26, sembra che produca un duplice vantaggio: nessuna perdita di vino e miglioramento delle qualità organolettiche del prodotto. Riguardo infine all’uso dello scleroglucano, questo non è ancora praticabile in quanto necessita di ulteriori studi; in particolare il suo utilizzo sarà realizzabile quando sarà stato eliminato l’inconveniente della sua solubilità nel vino stesso. 2.7 G – Unità di ricerca n. 727 La ricerca aveva tre obiettivi. 1. Identificazione dei ceppi di lievito più adatti alla produzione di vini veneti. Inizialmente, utilizzando dieci ceppi selezionati dalla vasta collezione di ceppi veneti, sono state eseguite altrettante microvinificazioni su uve di Raboso Piave, il cui prodotto è stato sottoposto ad analisi sensoriale. Da questi dieci è stato quindi individuato un gruppo di tre ceppi utilizzati per realizzare delle prove di vinificazione in azienda28 sempre su uve di Raboso Piave, sul cui prodotto sono state eseguite sia analisi sensoriali che analisi chimiche (confrontando i risultati con quelli relativi al vino Raboso P. di controllo ottenuto con il lievito commerciale il vino così recuperato è di qualità inferiore a quello precedentemente travasato. Inoltre c’è anche il problema dello smaltimento della bentonite impregnata di vino. 25 26 L’utilizzo dell’enzima si effettua semplicemente mediante la sua aggiunta al mosto da trattare. Le sperimentazioni effettuate hanno riguardato fondamentalmente la fermentazione primaria, di conseguenza la proteasi potrebbe essere usata, in teoria, anche per i vini bianchi frizzanti. 27 Coordinata dal prof. Alessio Giacomini. 28 Aziende che hanno realizzato le vinificazioni sperimentali: Azienda agricola Giorgio Cecchetto (Tezze di Piave - Vazzola); Tenuta Bonotto Delle Tezze (Tezze di Piave - Vazzola); Azienda agricola Giuseppe Cescon (Fossalta Maggiore di Chiarano). 99 tradizionale). In sostanza le analisi sensoriali hanno consentito di stabilire che la qualità del Raboso Piave prodotto con i lieviti autoctoni è superiore a quella dello stesso tipo di vino ottenuto con i lieviti tradizionali. Dal gruppo dei tre ceppi è stato poi selezionato un unico lievito da destinare alla produzione commerciale29, allo scopo di produrre vino Raboso Piave di particolare qualità (magari specificando in etichetta l’utilizzo del lievito autoctono30). 2. Costruzione di protocolli per la vinificazione personalizzati, mediante lo studio delle condizioni ottimali di sviluppo microbico nel mosto e nel vino. In fase di attuazione con particolare riferimento alla presenza dell’azoto; si può arrivare all’individuazione di specifici lieviti autoctoni da utilizzare per le uve locali ed evidenziare anche le condizioni ottimali d’uso, specificando la quantità di azoto necessaria e gli aromi prodotti con quella quantità. 3. Produzione di un sistema di etichettatura genetica dei ceppi coinvolti nella sperimentazione in grado di contribuire alla realizzazione della rintracciabilità tecnologica del prodotto vino. I ceppi di lievito autoctoni isolati sono tutti geneticamente identificabili grazie alle caratteristiche genetiche del DNA mitocondriale (si possono evidenziare mediante il profilo di restrizione del DNA totale), però la loro rintracciabilità è possibile fino alla vinificazione (prima della fase di filtrazione ed imbottigliamento). 3. VALUTAZIONE ECONOMICA DELLE RICADUTE In primo luogo bisogna ricordare nuovamente che i risultati delle ricerche in esame non hanno ancora trovato pratica applicazione, a parte qualche prova sperimentale relativa ad alcune di esse, e che in ogni caso quasi la metà delle innovazioni da esse originate sono di tipo pre-competitivo, cioè si potranno mettere in pratica soltanto nel medio e lungo periodo. Pertanto, inizialmente l’applicazione del partial budget è stata provata nelle tre aziende che avevano preso parte alle prove sperimentali riguardanti due specifiche ricerche31: a) lotta alla botrite sulla vite di Raboso Piave 29 Riguardo al prezzo di tale lievito, questo dipenderà dalla domanda, dalle politiche di marketing della ditta produttrice nonché da eventuali accordi commerciali tra questa ed il Consorzio di tutela Vini del Piave. Per le vinificazioni sperimentali in azienda ne sono stati venduti complessivamente 35 kg (confezioni da 500 g; se ne utilizzano 20 g/hl); il prezzo praticato per l’occasione è stato di 40 €/kg (prezzo scontato a partire da 48 €/kg che è il prezzo di un lievito tradizionale). 30 A questo proposito è utile sottolineare che secondo la ditta produttrice (LALLEMAND Italia di Castel D’Azzano – VR) sarebbe anche possibile denominare il nuovo lievito in modo da evidenziarne l’origine territoriale; per far questo sarebbe però necessario che ci fosse un effettivo interesse da parte del Consorzio di tutela Vini del Piave. In realtà sembra che la ditta non abbia rilevato una particolare disponibilità all’utilizzo del lievito autoctono, anche solo a titolo sperimentale. 31 Come vedremo costituiscono fondamentalmente innovazioni di processo piuttosto che di prodotto. 100 mediante diradamento del grappolo con una miscela ormonale; b) produzione di Raboso Piave di particolare qualità utilizzando il lievito autoctono selezionato. Particolare attenzione è stata dedicata alla valutazione delle innovazioni relative alle ricerche di tipo competitivo, proprio perché applicabili nel breve periodo, ma pure in questo caso l’utilizzo del bilancio parziale si è dimostrato difficoltoso soprattutto con riferimento alla valutazione economica dei benefici: da un lato, a causa della sempre non chiara consapevolezza dei potenziali benefici, dall’altro, per la difficoltà ad attribuire loro l’effettivo apprezzamento da parte del mercato. Talvolta anche il solo giudizio qualitativo è risultato essere contrastante tra le diverse aziende. Si è deciso quindi di restringere il campo di applicazione del bilancio parziale alle sole innovazioni sperimentate in azienda, potendo disporre per ciascuna di esse di risultati più concreti cui fare riferimento. L’esito è stato il seguente: produzione di Raboso Piave di qualità con lievito autoctono (innovazione di tipo competitivo): premesso che l’utilizzo di tale lievito non sembra presentare particolari problemi o rischi rispetto alla vinificazione tradizionale e che il suo costo si può ipotizzare simile a quello dei lieviti normalmente utilizzati, l’opinione più diffusa, a fronte di un miglioramento qualitativo del vino, peraltro non unanimemente riconosciuto, è che quest’ultimo aspetto difficilmente potrebbe tradursi in un aumento del prezzo di vendita, perché il Raboso già si colloca in una fascia commerciale abbastanza elevata; l’unica conseguenza ipotizzata potrebbe essere invece un ulteriore consolidamento del suo mercato, conseguente ad una più spiccata “tipicizzazione” del prodotto; lotta alla botrite sulla vite di Raboso Piave mediante diradamento del grappolo (innovazione di tipo pre-competitivo): nonostante che l’introduzione pratica di questa nuova tecnica richieda, come già specificato in precedenza, ancora alcuni anni di attività sperimentali, sono già stati individuati alcuni aspetti problematici relativi alla sua applicazione: a) l’impiego deve avvenire nel momento migliore della fioritura: il rispetto di questa condizione dipende prevalentemente dal rischio piovosità; b) la minore produzione conseguente alla minore compattezza del grappolo, generalmente molto spargolo, è stata rilevata intorno al 50%; c) il maggior onere in termini di lavoro per effettuare un veloce intervento manuale di sfogliatura, la cui intensità dipende dalla forma di allevamento, è in ogni caso molto modesto e si rende comunque necessario per aumentare la visibilità del grappolo, dalla quale dipende l’efficacia del prodotto diradante. In generale la valutazione32 di questa innovazione è fortemente condizionata in termini negativi dalle problematiche appena evidenziate. Infatti, da un lato, la possibilità di eseguire il trattamento nel momento giusto, determinante ai fini della sua efficacia, è ritenuta un 32 Comprende il giudizio di tutte e tre le aziende sentite, quindi anche delle due che non hanno partecipato alla sperimentazione. 101 evento non facile da realizzare, dall’altro, la riduzione della produzione di circa la metà è considerata molto negativa, tanto più che la vite di Raboso già di per sé ha una produttività incostante. Si ritiene comunque che la forte riduzione della produzione potrebbe essere accettabile soltanto se fosse accompagnata da un effettivo miglioramento della qualità dell’uva sulla quale, peraltro, la ricerca non è ancora stata in grado di fornire indicazioni precise e qualcuno avanza dubbi sul fatto che si possa realmente verificare, proprio a causa dell’ingrossamento degli acini. Qualcun altro contesta addirittura la necessità di specifici trattamenti antibotrici, a parte qualche rapido intervento di defogliatura meccanica. In ultima analisi anche qualora si verificasse la migliore delle ipotesi, cioè il trattamento diradante fosse eseguito in maniera tempestiva e si realizzasse l’ipotizzato miglioramento qualitativo del prodotto, che potrebbe comportare un incremento del valore unitario dell’uva “stimato” al massimo intorno al 50%, a fronte di una riduzione della produzione “accertata” pari a quasi la metà, si registrerebbe comunque un minor valore della produzione complessiva di circa il 2025%, risultando quasi ininfluente il mancato costo relativo ai trattamenti antibotrici non eseguiti. Su di una terza innovazione, relativa alla stabilizzazione proteica dei vini bianchi con la proteasi prodotta dal fungo Sclerotinia minor (innovazione di tipo competitivo), si è potuto realizzare un’altra applicazione del partial budget, avendo come riferimento una dettagliata analisi dei costi33 fornita dagli stessi ricercatori e riguardante la stabilizzazione con la bentonite. In questo caso sono state interessate complessivamente quattro aziende, comprendenti le tre già coinvolte nelle prove sperimentali di cui sopra. Premesso che si ritiene non esistano particolari problematiche relative all’utilizzo dell’enzima in questione, tenuto conto anche della modestissima quantità necessaria, questa innovazione è valutata molto positivamente perché non presenta le controindicazioni della bentonite. Infatti quest’ultima talvolta richiede più di un intervento e spesso rischia di annullare quasi completamente tutto il lavoro fatto in vigneto per produrre un’uva di qualità, perché neutralizza anche i composti che stanno alla base della qualità stessa. In termini di valore, però, non tutti concordano sul fatto che l’utilizzo della proteasi possa tradursi in un generalizzato aumento del prezzo del vino come riconoscimento della migliorata qualità. C’è chi stima un possibile incremento massimo del 10%, chi invece ritiene che l’eventuale aumento del prezzo potrà riguardare soprattutto i vini bianchi di minor pregio, in quanto partono da prezzi più bassi, chi infine pensa che l’uso dell’enzima proteasi possa essere limitato ai soli vini bianchi fermi, perché nel caso dei frizzanti la 33 Analisi instabilità proteica (metodo riscaldamento più tannino): 13,50 €/100hl; trattamento con bentonite (ammortamento pompa, manodopera e bentonite): 55,00 €/100hl; travaso per recuperare il vino stabilizzato (ammortamento pompa e manodopera): 40,00 €/100hl; filtrazione con filtro sottovuoto del deposito rimasto (ammortamento del filtro, coadiuvanti di filtrazione, manodopera e smaltimento residui): 270,00 €/100hl. 102 sua efficacia potrebbe essere compromessa a causa delle basse temperature di lavorazione. In ultima analisi, sulla base dei dati economici forniti dai ricercatori, il valore dell’innovazione in esame sarebbe di circa 2,30 €/hl, solo in termini di minori costi (costi non sostenuti meno nuovi costi)34 e tralasciando il valore del vino non perduto, comunque molto modesto. Moltiplicando questo valore unitario per la quantità dei vini bianchi prodotti mediamente in Veneto 35 risulta che il valore complessivo annuo di questa innovazione di tipo competitivo sarebbe di oltre 10 milioni di euro, sotto forma di incremento del valore aggiunto a favore dei produttori. Riguardo alla valutazione di tutte le altre innovazioni, per quanto detto in premessa di questo paragrafo in merito all’impossibilità di attribuire valori realistici a benefici non sempre quantificabili e talvolta anche incerti, si è ritenuto opportuno far riferimento alle rilevazioni di tipo qualitativo realizzate con il questionario-intervista. Questa scelta però comporta fondamentalmente due limiti: l’impossibilità di quantificare il valore economico delle singole innovazioni e l’incertezza che comunque caratterizza il loro valore qualitativo, soprattutto a causa della modesta conoscenza dei contenuti del progetto ValViVe da parte degli intervistati. Rispetto a quest’ultimo aspetto si evidenzia la difficoltà per questo tipo di ricerche, che hanno un elevato contenuto di originalità ed innovatività, di realizzare una partecipazione attiva e propositiva da parte dei produttori. Questi infatti hanno dichiarato a conclusione del lavoro svolto, nel 90% dei casi (Grafico 1), di avere difficoltà a comprendere i contenuti delle attività di ricerca e conseguentemente ad esprimere un giudizio sulla loro efficacia. E’ questa una problematica frequente soprattutto per ricerche a forte valenza precompetitiva, dove la distanza tra il contenuto scientifico proprio della ricerca e la conoscenza dello stesso da parte dei potenziali fruitori finali è molto accentuata. Lo studio36 di altri casi di ricerca ha consentito di ipotizzare la soluzione di questo problema attraverso un intenso e capillare lavoro preparatorio sui temi della ricerca da parte dell’assistenza tecnica, nel motivare l’ampiezza dei diversi aspetti oggetto della ricerca stessa nonché le aspettative sui risultati attesi. Nel caso in esame questa operazione di comunicazione sembra essere stata carente. 34 Costo complessivo non sostenuto relativo all’uso della bentonite: 3,78 €/hl; costo presunto dell’enzima proteasi: 1,50 €/hl. 35 Produzione veneta vini bianchi: anno 2007 hl 3.964.764; anno 2008 hl 4.321.380; anno 2009 hl 5.123.380; produzione media del triennio 2007-2009 hl 4.469.841 (Fonte: ISTAT, utilizzazione della produzione di uva). 36 Vedi studio INEA citato in precedenza. 103 Grafico 1 - Conoscenza degli obiettivi del Progetto ValViVe da parte dei rappresentanti delle aziende vitivinicole intervistate 60% 50% 40% 30% 20% 10% 0% Nulla Modesta Buona Si è inoltre rilevata una scarsa attenzione nei confronti dei risultati del progetto da parte della maggioranza degli stessi sottoscrittori del Patto di sviluppo, considerando che coloro che hanno risposto al questionario rappresentano poco meno di un quarto del gruppo di operatori ai quali era stato inviato. In ogni caso coloro che hanno accettato l’intervista rappresentano un po’ tutte le dimensioni produttive, dalle più piccole alle più grandi. Considerando la valutazione delle innovazioni, si vede che quelle di tipo competitivo, le prime sei del grafico sotto riportato (Grafico 2), hanno ottenuto un grado di apprezzamento positivo relativamente più omogeneo, rispetto alle restanti di tipo pre-competitivo, considerato che una quantità di intervistati oscillante tra il 30 ed il 50% ha attribuito loro un valore buono. D’altra parte le quattro che hanno avuto la valutazione positiva più alta (cioè la stabilizzazione con la proteasi, la produzione di Raboso P. con lievito autoctono, l’analisi dei tessuti per la stima della produzione e la rintracciabilità dei lieviti autoctoni) sono anche quelle che hanno registrato valori nulli in misura variabile dal 10 al 30%. Quindi è evidente che, nel complesso, l’atteggiamento dei produttori verso queste nuove tecniche è abbastanza differenziato e probabilmente risente, in una certa misura, del diverso interesse di ciascuno nei loro confronti. Più variegato appare il giudizio relativo alle innovazioni di tipo pre-competivo, tre delle quali (cioè la selezione di vitigni resistenti agli stress, l’individuazione di lieviti autoctoni per la vinificazione di uve locali e l’analisi dei tessuti per la valutazione degli stress nutrizionali) sono state comunque considerate positivamente da quasi il 7080% degli operatori intervistati. Anche per queste innovazioni è possibile ravvisare una certa correlazione tra la valutazione e l’interesse ad applicarle, come vedremo tra breve. 104 Grafico 2 - Valutazione sintetica delle innovazioni prodotte dal Progetto ValViVe da parte dei rappresentanti delle aziende vitivinicole intervistate Val. nullo Val. modesto Val. buono 1 - analisi per determinazione cv viti locali 2 - scelta forma allevam., orientam. filare e portainnesto 3 - analisi tessuti per stima produzione 4 - stabilizzazione proteica vini bianchi con proteasi 5 - lievito autoctono per produzione di Raboso Piave 6 - rintracciabilità lieviti autoctoni 7 - valorizzazione vitigni Friularo, Pattaresca, Gruajo e Cabernet 8 - selezione vitigni resistenti agli stress 9 - diradamento del grappolo sulla vite di Raboso Piave 10 - analisi tessuti per valutazione stress nutrizionali 11 - lieviti autoctoni per vinificazione uve locali 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100% E’ interessante osservare che la valutazione sintetica degli intervistati, in linea di massima, tende a confermare quella analitica relativa alle tre innovazioni alle quali è stato applicato il partial budget. Infatti, non più della metà degli operatori consultati attribuisce un buon valore all’uso di lievito autoctono per la produzione di Raboso Piave di qualità, mentre la restante parte per il 20% la considera un’innovazione di valore modesto ed il 30% addirittura nullo. Riguardo al diradamento del grappolo per la lotta alla botrite sulla vite di Raboso Piave il giudizio nel complesso è tendenzialmente negativo: l’80% si divide infatti tra valore nullo e modesto e soltanto il rimanente 20% gli attribuisce un valore buono. Infine, sulla stabilizzazione proteica dei vini bianchi con la proteasi la quasi totalità si esprime per un valore complessivamente positivo (50% buono, 40% modesto) e soltanto il restante 10% le attribuisce un valore nullo. Per quanto riguarda l’interesse degli intervistati ad applicare le innovazioni prodotte dal progetto ValViVe, in generale esso è tendenzialmente minore al valore assegnato a ciascuna, come si vede confrontando le percentuali evidenziate nel grafico sotto riportato (Grafico 3) con quelle del grafico precedente. In particolare, le innovazioni che suscitano la maggiore attenzione tra quelle di tipo competitivo sono: a) la stabilizzazione dei vini bianchi con la proteasi prodotta dal fungo Sclerotinia 105 minor (50% degli intervistati); b) la scelta della forma di allevamento, orientamento del filare e portainnesto in relazione alle caratteristiche del vino che si vuole ottenere (40%). Invece tra quelle di tipo pre-competitivo il maggior interesse, con il 60% dei consensi in ambedue i casi, è rivolto: a) alla selezione di vitigni più resistenti agli stress; b) all’individuazione di lieviti autoctoni per la vinificazione di uve locali, con l’evidenziazione delle condizioni ottimali d’uso in riferimento alla quantità di azoto necessaria. Grafico 3 - Interesse da parte dei rappresentanti delle aziende vitivinicole intervistate ad applicare le innovazioni prodotte dal progetto ValViVe Int. nullo Int. modesto Int. buono 1- analisi per determinazio ne cv viti lo cali 2 - scelta fo rma allevam., o rientam. filare e po rtainnesto 3 - analisi tessuti per stima pro duzio ne 4 - stabilizzazio ne pro teica vini bianchi co n pro teasi 5 - lievito auto cto no per pro duzio ne di Rabo so P iave 6 - rintracciabilità lieviti auto cto ni 7 - valo rizzazio ne vitigni Friularo , P attaresca, Gruajo e Cabernet 8 - selezio ne vitigni resistenti agli stress 9 - diradamento del grappo lo sulla vite di Rabo so P iave 10 - analisi tessuti per valutazio ne stress nutrizio nali 11- lieviti auto cto ni per vinificazio ne uve lo cali 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100% 4. AZIONI DI MARKETING Secondo la American Marketing Association (2004) il marketing è una funzione organizzativa e un insieme di processi volti alla creazione, alla comunicazione e all’offerta di valore ai clienti, nonché a una gestione del rapporto con il cliente che generi un beneficio per l’organizzazione37 e per tutti i suoi membri. In pratica il marketing racchiude tutti quei comportamenti aziendali finalizzati a comprendere le aspettative dei clienti e quindi a soddisfarle nel modo migliore per costruire e garantire all’azienda un rapporto profittevole e duraturo con la clientela. Pertanto è compito del marketing, da un lato, analizzare il mercato allo scopo di individuare il giusto collegamento del prodotto aziendale con la clientela, dall’altro, caratterizzare tale prodotto per soddisfare le preferenze dei clienti. 37 Si parla di organizzazione e non solo di impresa perché il marketing è una funzione che può essere esercita da qualsiasi organismo, economico e non. 106 Con il già citato questionario-intervista si è cercato di individuare le azioni di marketing e non, ritenute dagli operatori intervistati più idonee per costruire una strategia finalizzata alla valorizzazione delle nuove tecniche messe a punto (competitive) oppure delineate (pre-competitive) con il progetto ValViVe. In effetti l’oggetto della valorizzazione è sempre il prodotto vino nel quale però le innovazioni vengono inglobate andando a costituire un ulteriore valore aggiunto di cui potranno beneficiare i produttori in varia misura, solo realizzando specifiche azioni finalizzate a tale scopo. Per meglio comprendere le indicazioni fornite dagli intervistati sono state raccolte anche informazioni relative alla loro politica aziendale con riguardo all’adeguamento della produzione alle preferenze del mercato, al contenimento dei costi di produzione, alle modalità di rapportarsi con la clientela mediante le diverse forme di comunicazione, ed infine alle azioni inerenti più direttamente il mercato per accrescere la competitività del prodotto aziendale. Ne è risultato che sono particolarmente diffusi gli interventi per l’ammodernamento delle tecniche industriali riguardanti la vinificazione e l’invecchiamento, meno quelli che interessano il reimpianto dei vigneti per migliorare ed adeguare le cv alle richieste del mercato ed ancora meno quelli relativi al contenimento dei costi, probabilmente perché i margini di manovra in tal senso sono già molto esigui (Grafico 4). Grafico 4 - Interventi attuati o in corso di realizzazione da parte delle aziende vitivinicole intervistate per aumentare la competitività del prodotto aziendale 1 - reimpianto cv più richieste dal mercato e di migliore qualità 2 - miglioramento tecniche vinificazione ed invecchiamento 3 - introduzione nuove linee di prodotto 4 - contenimento costi (vigneto, cantina e distribuz. del prodotto) 5 - altro 6 - comunicazione mediante stampa 7 - comunicazione mediante televisione 8 - comunicazione mediante cartellonistica 9 - comunicazione mediante internet 10 - comunicazione mediante partecipazione a fiere 11 - comunicazione mediante visite aziendali 12 - comunicazione mediante altro 13 - contenimento prezzi (anche con vendite promozionali) 14 - maggiore identificazione del vino con il territorio 15 - incremento prodotto imbottigliato con marchio aziendale 16 - rinnovamento packaging 17 - rinnovamento etichetta 18 - vendita per posta 19 - vendita per via telematica 20 - riorganizzazione amministrativa con riferimento al marketing 21 - miglioramento professionalità degli addetti 22 - ristrutturazione attività di logistica 23 - realizzazione indagini di mercato 24 - diversificazione aree e canali di vendita 25 - integrazione commerciale con altre aziende di produz. 26 - altro 0% 10% 107 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100% Gli strumenti più utilizzati per agganciare e comunicare con la clientela sono soprattutto le visite aziendali, la partecipazione alle fiere ed i contatti telematici attraverso internet. Più numerosi e variegati gli interventi riguardanti più direttamente il mercato, tra i quali prevalgono in maniera netta le azioni per sviluppare una maggiore identificazione del prodotto con il territorio e quelle per rinnovare il packaging e l’etichetta. Sono inoltre presenti in larga misura la formazione professionale degli addetti al mercato e la diversificazione delle aree e dei canali di vendita; assai poco praticato è invece il contenimento dei prezzi di vendita. In ultima analisi l’immagine che ne esce è quella di un settore vitivinicolo veneto moderno e dinamico che affronta la competitività puntando sulla qualità del prodotto, sui servizi in esso incorporati, sulla capacità professionale dei propri addetti e sull’acquisizione di nuove quote di mercato. Tornando alle azioni ritenute più utili per valorizzare le ricadute pratiche delle ricerche di tipo competitivo finanziate con il progetto ValViVe, queste naturalmente variano, soprattutto in termini di numerosità delle opzioni espresse, a seconda delle innovazioni cui si riferiscono (Grafico 5). Grafico 5 - Azioni ritenute utili da parte dei rappresentanti delle aziende vitivinicole intervistate per valorizzare le innovazioni di tipo competitivo realizzate con il progetto ValViVe analisi per determinazione cv viti locali scelta forma allevam. orientam. filare e portainnesto analisi tessuti per stima produzione stabilizzazione proteica vini bianchi con proteasi lievito autoctono per produzione di Raboso Piave rintracciabilità lieviti autoctoni 70% 60% 50% 40% 30% 20% 10% 0% 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Azioni (vedi legenda rportata sotto) Legenda azioni: 1 - indagine di mercato 2 - adeguamento dei prezzi di vendita 3 - sostituzione dei vitigni non corrispondenti 4 - contenimento dei costi in vigneto 5 - contenimento dei costi in cantina 6 - avvio processo di tracciabilità 7 - certificazione di prodotto 8 - adeguamento dei disciplinari di produzione 9 - maggiore identificazione del vino con il territorio 10 - formazione degli addetti aziendali con riferimento al marketing 11 - comunicazione. aziendale rivolta ad operatori di mercato ed opinion leader 12 - comunicazione aziendale rivolta ai consumatori 13 - comunicazione istituzionale rivolta ad operatori di mercato ed opinion leader 14 - comunicazione istituzionale rivolta ai consumatori 15 - altro 108 Il quadro complessivo che viene fuori dall’analisi delle risposte fornite con il questionario, indipendentemente dalla valutazione attribuita in precedenza alle singole innovazioni e dall’interesse ad applicarle, si può così riassumere: analisi per la determinazione delle cv di viti locali: a parere degli intervistati per sfruttare nella misura maggiore questa innovazione, in primo luogo, bisogna puntare alla certificazione di prodotto e ad una più forte identificazione del vino con il territorio, ma nello stesso tempo bisogna anche eseguire delle appropriate indagini di mercato per capire quali sono le reali aspettative dei consumatori; altre azioni ritenute utili e comunque in una certa misura collegate alle precedenti sono l’avvio di un processo di tracciabilità, anche attraverso l’adeguamento dei disciplinari di produzione, e la realizzazione di una specifica attività di comunicazione, sia aziendale che istituzionale, nei confronti degli operatori di mercato, degli opinion leaders e dei consumatori; scelta della forma di allevamento, orientamento del filare e portainnesto in relazione alle caratteristiche del vino che si vuole ottenere: in questo caso ciò che si ritiene di maggiore utilità è l’eventuale contenimento dei costi di produzione che si può realizzare nella gestione del vigneto e poi anche un maggiore legame con il territorio, da comunicare opportunamente ai consumatori, ed un adeguamento dei disciplinari di produzione; analisi dei tessuti per stimare l’andamento della stagione produttiva in relazione agli eventi atmosferici: la cosa che si ritiene di gran lunga più utile da fare (60% degli intervistati) è contenere i costi di produzione in vigneto; stabilizzazione dei vini bianchi con la proteasi prodotta dal fungo Sclerotinia minor: anche in questo caso il contenimento dei costi di produzione, naturalmente in cantina, rappresenta l’azione più opzionata, seguita però anche dall’opportunità di eseguire una specifica attività di comunicazione, soprattutto da parte aziendale, nei confronti dei consumatori, in primo luogo, e quindi degli operatori di mercato e degli opinion leaders; uso di lievito autoctono per la produzione di Raboso Piave di qualità: gli interventi più condivisi per sfruttare questa possibilità sono un’ulteriore valorizzazione del legame del vino con il territorio e lo sviluppo della comunicazione in tal senso, soprattutto da parte dell’azienda; rintracciabilità dei lieviti autoctoni isolati: secondo gli intervistati questa innovazione deve essere finalizzata principalmente alla diminuzione dei costi di produzione in cantina ed all’avvio di un processo di tracciabilità, in funzione anche della certificazione di prodotto; evidenziata anche l’attività di comunicazione, sia aziendale che istituzionale, soprattutto nei confronti dei consumatori. 109 In ultima analisi si vede che per valorizzare le ricadute di tipo competitivo prodotte dal progetto ValViVe bisognerebbe costruire una strategia articolata principalmente su tre filoni. Il primo riguarda la fase produttiva attraverso le azioni finalizzate al contenimento dei costi di produzione mentre gli altri due appartengono più direttamente al marketing. Il secondo è infatti costituito dall’identificazione del vino con il territorio da sviluppare mediante la tracciabilità, la certificazione e l’adeguamento dei disciplinari. Mentre il terzo è rappresentato dalle molteplici attività di comunicazione. Modesto rilievo hanno riscosso le indagini di mercato, nonostante questo strumento sia comunemente considerato fondamentale per la funzione di marketing. D’altra parte si è visto che è un’attività non particolarmente presente tra quelle realizzate dalle aziende vitivinicole intervistate. Infine, anche per quanto riguarda le innovazioni di tipo pre-competitivo, nonostante la loro applicazione richieda ancora alcuni anni di studio e prove sperimentali, sono state rilevate numerose azioni “attualmente” ritenute utili alla loro “futura” valorizzazione (Grafico 6). Grafico 6 - Azioni ritenute utili da parte dei rappresentanti delle aziende vitivinicole intervistate per valorizzare le innovazioni di tipo pre-competitivo realizzate con il progetto ValViVe valorizzaz. vitigni di Friularo, Pattarasca, Gruajo e Cabernet selezione vitigni resistenti agli stress diradamento del grappolo di Raboso Piave analisi tessuti per valutazione stress nutrizionali lieviti autoctoni per vinificazione uve locali 70% 60% 50% 40% 30% 20% 10% 0% 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Azioni (vedi legenda riportata sotto) Legenda azioni: 1 - indagine di mercato 2 - adeguamento dei prezzi di vendita 3 - sostituzione dei vitigni non corrispondenti 4 - contenimento dei costi in vigneto 5 - contenimento dei costi in cantina 6 - avvio processo di tracciabilità 7 - certificazione di prodotto 8 - adeguamento dei disciplinari di produzione 9 - maggiore identificazione del vino con il territorio 10 - formazione degli addetti aziendali con riferimento al marketing 11 - comunicazione. aziendale rivolta ad operatori di mercato ed opinion leader 12 - comunicazione aziendale rivolta ai consumatori 13 - comunicazione istituzionale rivolta ad operatori di mercato ed opinion leader 14 - comunicazione istituzionale rivolta ai consumatori 15 - altro 110 In sintesi, secondo gli intervistati, le azioni più importanti che dovranno essere attuate a sostegno delle singole innovazioni sono: valorizzazione dei vitigni di Friularo, Pattaresca, Gruajo e Cabernet Lispida (sia per ampliare l’offerta produttiva, sia come fonte di geni in programmi di miglioramento genetico): le varie forme di comunicazione, anche per far conoscere meglio il legame del vino con il territorio; selezione di vitigni più resistenti agli stress: il contenimento dei costi di produzione in vigneto attraverso anche l’eventuale sostituzione dei vitigni esistenti con quelli selezionati; inoltre tutte le varie forme di comunicazione; lotta alla botrite sulla vite di Raboso Piave mediante diradamento del grappolo: essenzialmente la diminuzione dei costi di produzione in vigneto; analisi dei tessuti per valutare gli stress nutrizionali: anche in questo caso fondamentalmente il contenimento dei costi di produzione in vigneto; individuazione di lieviti autoctoni per la vinificazione di uve locali: le indicazioni più numerose riguardano la contrazione dei costi di produzione in cantina e le varie forme di comunicazione. Ne esce quindi una strategia orientata principalmente sul contenimento dei costi di produzione e sulla comunicazione. 5. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Solo nel caso di tre innovazioni è stato possibile formulare una valutazione economica abbastanza precisa sulla base dei dati raccolti. Riguardo alla stabilizzazione dei vini bianchi con la proteasi prodotta dal fungo Sclerotinia minor è stato determinato un beneficio concreto la cui entità, stimata intorno ai 10 milioni di euro annui soltanto per il Veneto, è in grado da sola di coprire ampiamente i costi complessivi di tutto il progetto ValViVe. Invece non è stato apprezzato alcun beneficio relativamente alla produzione di Raboso Piave di qualità con lievito autoctono poiché l’unica conseguenza ipotizzata è un ulteriore consolidamento del suo mercato. Infine per la lotta alla botrite sulla vite di Raboso Piave mediante diradamento del grappolo, anche qualora si verificassero tutte le condizioni più favorevoli (tempestività del trattamento diradante e miglioramento qualitativo del prodotto), si avrebbe comunque un risultato negativo prodotto dalla consistente diminuzione di valore della produzione complessiva conseguente alla sua forte riduzione quantitativa. Per quanto riguarda le altre ricerche i risultati relativi alla valutazione economica non sono altrettanto univoci. Gli esiti delle ricerche sono ancora lontani dall’essere concretamente trasferibili agli operatori e pertanto non è possibile valutarne il beneficio economico diretto. Peraltro sul piano 111 qualitativo sono stati considerati dagli operatori variamente positivi e con ricadute economiche in taluni casi potenzialmente promettenti. D’altra parte la realizzazione delle ricerche, da un lato, fornisce un contributo all’avanzamento della conoscenza utile per garantire al sistema produttivo una posizione di leadership nell’innovazione e ricerca di nuovi risultati, dall’altro, la base per ulteriori sviluppi applicativi. BIBLIOGRAFIA AA.VV. : Using the partial budget to analyze farm change (Maryland Cooperative Extension – University of Maryland). AA.VV.: Guida all’analisi costi- benefici dei progetti di investimento (Fondi Strutturali, Fondo di Coesione e ISPA); Preparata per: Unità di Valutazione, DG Politica Regionale e Coesione, Commissione Europea; 2003. AA.VV: I percorsi della ricerca scientifica e la diffusione dell’innovazione – Il caso dell’agricoltura piemontese; INEA 2007. Alberigi Quaranta A.; Giovannini A.; Rago S.: Sulla valutazione degli investimenti per ricerca e sviluppo (L'Industria – n. 3, 1982). Burton A.WEISBROD: Costs and Benefits of Medical Research: A Case Study of Poliomyelitis; “The Journal of Political Economy”, 1971. Craig Chase: Using partial budgets to make decisions (Iowa State University – University Extension; maggio 2010). Mishan E.J. : L’abc dell’analisi costi benefici – Tratto da “Mercurio”: Anno XV, n. 2 febbraio 1972. 112 Allegato A – Obiettivi risultati e ricadute Unità di ricerca (Responsabile) Prof.ssa LUCCHIN Obiettivi della ricerca Risultati raggiunti Ricadute nel breve periodo (competitive) Ricadute nel medio e lungo periodo (pre-competitive) Caratterizzazione molecolare del germoplasma viticolo veneto mediante la rilevazione di polimorfismi di sequenza per una rapida identificazione dei vitigni Identificazione delle varietà di vite attraverso marcatori microsatelliti Applicazione della genomica funzionale allo studio dell’interazione vitigno-ambiente e caratterizzazione di geni coinvolti in vie metaboliche correlate alla qualità della bacca Individuazione di quattro vitigni autoctoni (Friularo, Pattaresca, Gruajo, Cabernet Lispida) ad alto contenuto di resveratrolo Valorizzazione dei vitigni di Friularo, Pattaresca, Gruajo e Cabernet Lispidasia, sia per ampliare l'offerta produttiva di vini locali, sia come fonte di geni in programmi di miglioramento genetico Avvio di un accurato studio funzionale dei geni che controllano la sintesi deglii stilbeni, i cui risultati potranno consentire l'individuazione delle varianti geniche di maggiore interesse per la resistenza agli stress Selezione di vitigni più resistenti agli stress Prof. VALLE Caratterizzazione molecolare del germoplasma viticolo veneto mediante la rilevazione di polimorfismi di sequenza per una rapida identificazione dei vitigni Prof. PEZZOTTI Studio dell’interazione vitigno-ambiente mediante l’applicazione della Si è osservato che il 10% del trascrittoma è utilizzato dal genoma per genomica funzionale, con particolare riferimento alla relazione che risposte ed arrangiamenti plastici (plasticità fenotipica) intercorre tra il genotipo del clone 48 di Corvina e il territorio veronese, le sue caratteristiche fisico-chimiche e le peculiari pratiche agronomiche in esso utilizzate Messa a punto di una procedura di analisi per la determinazione della cv di viti locali Identificazione delle cv di vite e delle eventuali differenze tra varianti Messa a punto di una procedura di analisi per la determinazione locali dello stesso vitigno mediante l'utilizzo delle basi nucleotidiche della cv di viti locali del DNA Scelta forma di allevamento, orientamento del filare e portainnesto in relazione alle caratteristiche del vino che si vuole ottenere (maggior contenuto in polifenoli, in zuccheri riduttori, ecc.) Analisi dei tessuti per stimare l'andamento della stagione produttiva in relazione agli eventi atmosferici e quindi per intervenire con pratiche di "viticoltura assistita" Prof. RAMINA Studio degli effetti dei trattamenti ormonali sulla compattezza del grappolo, con particolare riferimento alla cv Raboso Piave Individuazione di una miscela ormonale, composta da gibberelline ed auxine, dimostratasi particolarmente idonea per il diradamento dei grappoli della cv Raboso Piave Lotta alla botrite sulle vite di Raboso Piave mediante diradamento del grappolo realizzato utilizzando la miscela ormonale individuata Prof.ssa ZOTTINI Identificazione di geni la cui espressione è modulata in funzione di differenti condizioni di disponibilità dei principali nutrienti e che sono relativi a vie metaboliche (zuccheri) che influenzano la qualità dell’uva Effettuate prove di stress nutrizionale attraverso l’uso di substrati con diverse carenze di elementi nutritivi Messa a punto di un sistema di valutazione, attraverso l’analisi dei tessuti, degli stress nutrizionali in atto nella vite Prof. CURIONI Stabilizzazione proteica dei vini bianchi mediante lo sfruttamento delle potenzialità di un fungo fitopatogeno (Sclerotinia minor) Individuazione di un enzima proteolitico (proteasi), prodotto dal fungo Sostituziomne della bentonite con la proteasi prodotta dal fungo Sclerotinia minor, in grado di stabilizzare efficacemente i vini bianchi Sclerotinia minor, per la stabilizzazione dei vini bianchi Prof. GIACOMINI Identificazione dei ceppi di lievito più adatti alla produzione di vini veneti Selezione di un lievito autoctono per la produzione di Raboso Piave di particolare qualità Produzione di Raboso Piave di particolare qualità utilizzando il lievito autoctono selezionato Costruzione di protocolli per la vinificazione personalizzati, mediante In fase di attuazione con particolare riferimento alla presenza lo studio delle condizioni ottimali di sviluppo microbico nel mosto e dell’azoto nel vino Produzione di un sistema di etichettatura genetica dei ceppi coinvolti I ceppi di lievito autoctoni isolati sono tutti geneticamente identificabili Rintracciabilità dei ceppi di lievito autoctoni isolati fino alla fase di nella sperimentazione in grado di contribuire alla realizzazione della fino alla fase di filtrazione ed imbottigliamento filtrazione ed imbottigliamento rintracciabilità tecnologica del prodotto vino 113 Individuazione di lieviti autoctoni per la vinificazione di uve locali, evidenziando le condizioni ottimali d’uso con riferimento alla quantità di azoto necessaria e gli aromi prodotti con quella quantità Allegato B – Partial budget (tipo) Partial budget: (obiettivo ricerca) Azienda (nominativo e indirizzo): ……………...…………….……………..…………………………………….………………...……………………………...……………… (data rilevazione: ……………………..) …………………………………………………………….. ……………...…..….…………….....……........……………....................................……………………………………………...……………………………… Problematiche relative all'implementazione della tecnica (anche con riferimento al rischio) 1 - …………………… 2 - …………………… 3 - …………………… ………………………. Effetti positivi Effetti negativi Valore A.1 - Nuovi redditi Valore B.1 - Mancati redditi € € € € € € € € € a.1.1 a.1.2 a.1.3 a.1.4 a.1.5 ………. ………. ………. ………. Totale € A.2 - Costi non sostenuti € € € € € € € € € b.1.1 b.1.2 b.1.3 b.1.4 b.1.5 ………. ………. ………. ………. Totale € B.2 - Nuovi costi € € € € € € € € € a.2.1 a.2.2 a.2.3 a.2.4 a.2.5 ………. ………. ………. ………. € € € € € € € € € b.2.1 b.2.2 b.2.3 b.2.4 b.2.5 ………. ………. ………. ………. Totale € Totale € Totale generale (A) € Totale generale (B) € Utile / Perdita = Totale generale (A) - Totale generale (B) = € ………………………………. 114 Allegato C – Questionario-intervista Azienda Data Ruolo del'intervistato Produzione vinicola media degli ultimi tre anni (hl) (1) (1) Solo per le aziende vitivinicole 1) Conoscenza degli obiettivi generali del progetto nulla (N) modesta (M) buona (B) - identificazione dei vitigni attraverso il loro corredo genetico - studio dell'interazione vitigno-ambiente ed individuazione dei geni legati alla qualità dell'uva - miglioramento del processo di vinificazione con particolare riferimento alla stabilizzazione dei vini bianchi ed alle performance di lieviti e batteri nella fermentazione - valutazione economica delle innovazioni realizzate ed individuazione delle strategie di marketing per la loro valorizzazione 2) Valutazione sintetica delle innovazioni realizzate (con riferimento sia alla caratterizzazione del prodotto sia all'ammodernamento dei processi di vinificazione) ed interesse alla loro applicazione A) Ricadute nel breve periodo (competitive) valore interesse - messa a punto di una procedura di analisi per la determinazione delle cv di viti locali N M B N M B - scelta forma di allevamento, orientamento del filare e portainnesto in relazione alle caratteristiche del vino che si vuole ottenere (maggior contenuto in polifenoli, in zuccheri riduttori, ecc.) N M B N M B - analisi dei tessuti per stimare l'andamento della stagione produttiva in relazione agli eventi atmosferici e quindi per intervenire con pratiche di "viticoltura assistita" N M B N M B - sostituziomne della bentonite con la proteasi prodotta dal fungo Sclerotinia minor, per la stabilizzazione dei vini bianchi N M B N M B - produzione di Raboso Piave di particolare qualità utilizzando il lievito autoctono selezionato N M B N M B - rintracciabilità dei ceppi di lievito autoctoni isolati, fino alla fase di filtrazione ed imbottigliamento N M B N M B - valorizzazione dei vitigni di Friularo, Pattaresca, Gruajo e Cabernet Lispidasia, sia per ampliare l'offerta produttiva di vini locali, sia come fonte di geni in programmi di miglioramento genetico N M B N M B - selezione di vitigni più resistenti agli stress N M B N M B - lotta alla botrite sulla vite di Raboso Piave mediante diradamento del grappolo con una miscela ormonale N M B N M B - messa a punto di un sistema di valutazione, attraverso l’analisi dei tessuti, degli stress nutrizionali in atto nella vite N M B N M B - individuazione di lieviti autoctoni per la vinificazione di uve locali, evidenziando le condizioni ottimali d’uso con riferimento alla quantità di azoto necessaria e gli aromi prodotti con quella quantità N M B N M B B) Ricadute nel medio e lungo periodo (pre-competitive) 115 3) Ripartizione percentuale del fatturato per aree di mercato (totale = 100%) % locale 4) % nazionale % europeo Ripartizione percentuale del fattuirato per canale di vendita (totale = 100%) % vendita diretta (1) % GDO % ristorazione % piccolo dettaglio % ingrosso % altro (2) (1) Direttamente in azienda, per posta, via internet. 5) % extra-europeo (2) Se si complila la casella "altro" specificare nello spazio accanto Interventi attuati negli ultimi anni o in corso di realizzazione per aumentare la competitività del prodotto aziendale A) Azioni relative alla produzione - reimpianto di vigneti con varietà più richieste dal mercato e di migliore qualità - miglioramento delle tecniche di vinificazione e di invecchiamento - introduzione di nuove linee di prodotto - contenimento dei costi di produzione (in vigneto, in cantina e nella distribuzione del prodotto) - altro (specificare) B) Iniziative relative alla comunicazione - mediante la stampa - mediante la televisione - mediante la cartellonistica - mediante internet - mediante la partecipazione a fiere - mediante l'organizzazione di visite aziendali - mediante altro (specificare) C) Azioni riguardanti il mercato - contenimento dei prezzi di vendita (anche attraverso vendite promozionali) - maggiore identificazione del vino con il territorio - incremento del prodotto imbottigliato con marchio aziendale - rinnovamento del packaging - rinnovamento dell'etichetta - vendita per posta - vendita per via telematica - riorganizzazione della componente aziendale amministrativa con particolare riferimento al marketing - miglioramento della professionalità degli addetti - ristrutturazione delle attività di logistica - realizzazione indagini di mercato - diversificazione delle aree e dei canali di vendita - integrazione commerciale con altre aziende di produzione - altro (specificare) 116 A) Ricadute nel breve periodo (competitive) E M E E M E E M E E M E E M E E M E E # messa a punto di una procedura di analisi per la determinazione delle cv di viti locali M E E M E E M E E M E E M E E M E E E M E Altro (1) istituzionale rivolta ai M E Comunicazione consumatori Comunicazione istituzionale rivolta operatori di mercato ed opinion leader ad ai Comunicazione aziendale rivolta consumatori (etichetta e/o altro) Comunicazione aziendale rivolta ad operatori di mercato ed opinion leader con aziendali Formazione degli addetti riferimento al marketing Maggiore identificazione del vino con il territorio Adeguamento dei disciplinari di produzione Certificazione di prodotto Avvio di un processo di tracciabilità Contenimento dei costi di produzione in cantina Contenimento dei costi di produzione in vigneto Sostituzione dei vitigni non corrispondenti Adeguamento dei prezzi di vendita Indicare cinque azioni ritenute utili per valorizzare sul mercato le innovazioni realizzate con il progetto ValViVe (specificando per ognuna di quelle scelte il grado di importanza attribuitole) ( E = elevato; ME = molto elevato) Indagine di mercato 6) E M E altro # scelta forma di allevamento, orientamento del filare e portainnesto in relazione alle caratteristiche del vino che si vuole ottenere (maggior contenuto in polifenoli, in zuccheri riduttori, ecc.) altro # analisi dei tessuti per stimare l'andamento della stagione produttiva in relazione agli eventi atmosferici e quindi per intervenire con pratiche di "viticoltura assistita" altro # sostituziomne della bentonite con la proteasi prodotta dal fungo Sclerotinia minor, per la stabilizzazione dei vini bianchi altro # produzione di Raboso Piave di particolare qualità utilizzando il lievito autoctono selezionato altro # rintracciabilità dei ceppi di lievito autoctoni isolati, fino alla fase di filtrazione ed imbottigliamento altro B) Ricadute nel medio e lungo periodo (pre-competitive) # valorizzazione dei vitigni di Friularo, Pattaresca, Gruajo e Cabernet Lispidasia, sia per ampliare l'offerta produttiva di vini locali, sia come fonte di geni in programmi di miglioramento genetico altro # selezione di vitigni più resistenti agli stress altro # lotta alla botrite sulla vite di Raboso Piave mediante diradamento del grappolo con una miscela ormonale altro # messa a punto di un sistema di valutazione, attraverso l’analisi dei tessuti, degli stress nutrizionali in atto nella vite altro # individuazione di lieviti autoctoni per la vinificazione di uve locali, evidenziando le condizioni ottimali d’uso con riferimento alla quantità di azoto necessaria e gli aromi prodotti con quella quantità altro (1) Se si compila una casella della colonna "altro" specificare nel corrispondente spazio 117