Documenti per la Salute 26 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 La persona con malattia di Parkinson Un approccio globale EDIZIONI PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO ASSESSORATO ALLE POLITICHE PER LA SALUTE Trento 2006 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 © copyright Giunta della Provincia Autonoma di Trento, 2006 Collana Documenti per la Salute - 26 Assessorato alle Politiche per la Salute Servizio Innovazione e formazione per la salute Via Gilli, 4 – 38100 Trento tel. 0461/494037, fax 0461/494073 e-mail: [email protected] www.trentinosalute.net La persona con malattia di Parkinson - Un approccio globale Atti del Convegno realizzato a Trento il 13 maggio 2005 A cura dell' Associazione Parkinson - Trento, e Unità Operativa di Neurologia, Ospedale S.Chiara - Trento Coordinamento editoriale: Vittorio Curzel Impaginazione: Giovanna Forti Stampato su carta ecologica La persona con malattia di Parkinson : un approccio globale – Trento : Provincia autono ma di Trento. Assessorato alle politiche per la salute, 2006. – 87, [2] p. : tab. ; 24 cm. – (Documenti per la salute ; 26) Atti del Convegno tenuto a Trento nel 2005 ISBN 978-88-7702-178-6 1. Malattia di Parkinson – Congressi – Trento – 2005 616.833 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Presentazione Il Convegno "La persona con malattia di Parkinson – Un approccio globale", organizzato a Trento dall’Associazione Parkinson di Trento, con la collaborazione dell’Unità Operativa di Neurologia dell’Ospedale Santa Chiara e dell'Assessorato provinciale alle Politiche per la Salute, intendeva fare il punto sui risultati raggiunti e indicare le prospettive, promuovendo l'incontro fra studiosi delle diverse discipline e favorendo quella sinergia di intenti che sola può consentire il progresso della conoscenza e delle sue applicazioni nella prassi quotidiana. Il Convegno è frutto della stretta collaborazione fra Parkinson Italia, una Confederazione di Associazioni per i malati di Parkinson, che interessa circa 10.000 persone fra malati, familiari e medici, e l’Associazione Parkinson di Trento, che negli ultimi 15 anni è riuscita a coinvolgere oltre 400 persone, cercando di sottrarle all’isolamento a cui la patologia spesso porta e dando loro informazioni sulla gestione dei problemi ad essa legati. La malattia di Parkinson colpisce non soltanto la persona, ma anche l’entourage familiare, di conseguenza la presa in carico non è rivolta solo al malato, ma anche alle persone che si prendono cura di lui. Tutti gli interventi sono dunque finalizzati al coinvolgimento attivo del paziente e della famiglia, in modo da ottenere quella alleanza terapeutica che permetterà una migliore gestione della malattia. Questa pubblicazione si propone di essere anche un’utile premessa per l’impostazione delle scelte programmatiche future di coloro che hanno responsabilità pubbliche a livello centrale e locale, per il perseguimento della salute quale bene primo di ogni cittadino e della comunità. Remo Andreolli Assessore provinciale alle politiche per la salute Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Indice 9 Premessa 11 Cap. 1 La diagnosi e la comunicazione al paziente 11 1.1. Quadro clinico, diagnosi e terapia medica della malattia di Parkinson (Claudio Boninsegna) 1.2. Malattia di Parkinson ad esordio precoce: aspetti clinici e implicazioni psico-sociali (Aldo Genovese) 1.3. La comunicazione della diagnosi: tra informazione e relazione (Carlo Pasetti) 1.4. Problemi più comuni nella malattia di Parkinson e suggerimenti per affrontarli (Emiliana Fincati) 1.5. Gli interventi assistenziali a supporto dell'utente e della famiglia (Maria Giovanna Grisenti) 18 27 31 37 39 Cap. 2 Esperienze a confronto 39 2.1. Intervento della Presidente di Parkinson Italia (Lucilla Bossi) 2.2. I quindici anni dell'Associazione Parkinson di Trento (Giuseppe Lombardo) 2.3. Confronto di esperienze di approccio multidisciplinare territorio-ospedale (Augusto Scaglioni, Maria Grazia Saginario, Luisa Zappini) 2.4. Sportello Parkinson (Maria Grazia Saginario) 41 44 50 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 53 Cap. 3 Nuovi approcci terapeutici 53 3.1. Nuove frontiere terapeutiche nella malattia di Parkinson (Claudio Pacchetti, Maria Ossola) 3.2. Tecniche di neurochirugia funzionale per la stimolazione cerebrale profonda nel trattamento della malattia di Parkinson (Domenico Servello) 3.3. Selezione pre e gestione post intervento: aspetti psicologici del paziente e di chi lo assiste (Filippo Tamma) 58 61 65 Cap. 4 La riabilitazione ed il vissuto del paziente 65 4.1. Trattamento riabilitativo ed attività fisica nella malattia di Parkinson (Albina Boreatti, Ciro Guerriero) 4.2. Anch'io ce l'ho: l'esperienza di un paziente-medico (Alessandro Pelosio) 4.3. Percorsi esperienziali dei gruppi di auto-mutuo-aiuto dell'Associazione di Trento (Danilo Weber) 4.4. Morbo di Parkinson in provincia di Trento e riabilitazione (Luciano Gallosti, Silvano Piffer, Laura Battisti, Riccardo Roni) 74 75 78 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Premessa Il Convegno origina dalla stretta collaborazione tra l'Associazione Parkinson di Trento e l'Unità Operativa di Neurologia di Trento. È di fondamentale importanza l'azione di stimolo svolta dalla Associazione per promuovere incontri in cui vengano affrontate tematiche legate a specifiche condizioni cliniche. È per questo che il sottotitolo del Convegno mette in risalto sia il malato che ciò che lo circonda. Non vogliamo infatti oggi parlare della malattia di Parkinson ma del malato affetto da questa malattia. Verranno pertanto illustrati argomenti diversi, a partire però dai suggerimenti avuti dall'Associazione, al fine di dare il maggior rilievo possibile ad aspetti diversi della malattia, ma sempre collegati alla esperienza del paziente. Gradita è poi la ricorrenza dei quindici anni di attività dell'Associazione Parkinson di Trento che può con soddisfazione guardare a quanto sinora realizzato. Ogni traguardo raggiunto è però un nuovo punto di partenza ed è con questo spirito che insieme abbiamo pensato alla realizzazione del Convegno. dott. Giuseppe Lombardo Associazione Parkinson - Trento Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 dott. Daniele Orrico Associazione di Scienze Neurologiche - Trento Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 1 La diagnosi e la comunicazione al paziente 1.1. Quadro clinico, diagnosi e terapia medica della malattia di Parkinson Claudio Boninsegna Il morbo di Parkinson vero e proprio costituisce il 65-70% di tutte le sindromi parkinsoniane che si incontrano nella pratica clinica. Quando vengono riscontrati i tre sintomi cardinali (tremore, ipobradicinesia, rigidità), unitamente alla loro asimmetria e a una buona risposta alla terapia specifica, c'è il 90% di probabilità che si tratti del morbo di Parkinson. È invece meno probabile che si sia in presenza del morbo di Parkinson quando sono presenti sintomi e segni atipici – quali disturbi bulbari, con disfagia ed ipofonia precoce, instabilità dell’equilibrio con cadute già nelle fasi iniziali della malattia, simmetricità dei sintomi, interessamento parkinsoniano riguardante so prattutto la parte inferiore del corpo ( lower-body Parkinsonism), disturbi cognitivi nelle fasi iniziali di malattia, disturbi del sistema nervoso vegetativo, disordini dell’oculomozione e, soprattutto, scarsa o assente risposta alla levodopa. La risposta alla terapia costituisce dunque una discriminante molto importante per la diagnosi del quadro parkinsoniano. Il trattamento del morbo di Parkinson non è attualmente in grado di arrestare e di far regredire il processo patologico, ma può riuscire a controllarne i sintomi e a migliorare la qualità della vita dei pazienti. La levodopa, in uso ormai da cinquant'anni, è senza dubbio il trattamento più efficace per il morbo di Parkinson, in grado di migliorarne tutti i sintomi principali. A tutt’oggi viene considerato il farmaco di riferimento, anche se sono ora disponibili nuovi farmaci. La dopa, assunta per bocca, viene solubilizzata nello stomaco e assorbita 11 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i nell’intestino. Per superare la barriera intestinale e arrivare nel sangue e nel fegato necessita di un trasportatore, che è però condiviso con tutti gli aminoa cidi provenienti dalla dieta. La loro competizione nell'utilizzo del trasportatore rappresenta dunque un primo ostacolo nel percorso della dopa. Una seconda difficoltà si presenta a livello epatico, dove sono presenti due enzimi che possono degradare la dopa. Bisogna impiegare degli inibitori che li blocchino, permettendo alla dopa di raggiungere la barriera ematoncefalica e il cervello. Un altro ostacolo si presenta a livello di barriera ematoncefalica, dove la dopa transita dal sangue e dalla periferia al cervello servendosi, anche in questo caso, di un sistema di trasposto condiviso con gli aminoacidi provenienti dalla dieta, dalla degradazione delle proteine. Nel cervello la dopa può essere trasformata in dopamina e incamerata all'in terno della cellula nervosa, dove si deposita nelle vescicole sinaptiche, pronta per attraversare lo spazio sinaptico e, quando arriva l’impulso, a depositarsi sui recettori attivandoli. La dopamina è un neurotrasmettitore che ha i suoi recettori specifici che, quando vengono stimolati, consentono la trasmissione dell’impulso e il funzionamento del sistema nervoso. Esiste un sistema di ricattura dell’eccesso di dopa nella sinapsi, a livello del primo neurone presinaptico, che recupera la dopa in eccesso dalla sinapsi, la riporta all’interno qualora ce ne sia in eccessiva concentrazione, oppure la libera e la fa uscire rapidamente qualora i recettori siano liberi e abbiano bisogno di ricevere dopamina sul loro sito recettoriale. Con l’andar del tempo, questo sistema recettoriale perde le sue capacità di regolazione e la stimolazione costante e regolare dei recettori viene sostituita da una stimolazione incostante e irregolare, detta "pulsatile". Questi sono perciò i punti critici che limitano l’efficacia terapeutica della dopa: l’assorbimento, il passaggio tra le varie barriere, il trasporto al cervello, il metabolismo periferico. Essi hanno delle ripercussioni sul piano clinico, com plicanze legate al trattamento a lungo termine della levodopa: inizialmente il paziente è perfettamente compensato dalla terapia, ma dopo alcuni anni il 50% dei pazienti comincia a presentare delle fluttuazioni motorie, quindi la dopa non è più efficace, comincia a perdere l’effetto alla fine della dose (è il cosiddetto fenomeno del wearing off oppure deterioramento di fine dose). Possono esserci fenomeni ON/OFF in cui il soggetto nella fase ON è perfet tamente in grado eseguire i movimenti e ha un buono stato clinico e motorio, 12 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i mentre nella fase OFF è bloccato e rigido nell'attività motoria, possono comparire delle discinesie , cioè dei movimenti involontari anomali, sia di tipo coreico che di tipo atetosico, che possono interessare la faccia, il tronco, gli arti. Le discinesie possono manifestarsi nel momento in cui la dopa è alla dose picco, oppure possono essere difasiche, cioè manifestarsi nel momento in cui la dopa comincia ad avere effetto e nel momento in cui questo effetto svanisce. Ci possono essere anche delle dolorosissime distonie, cioè contratture mu scolari dolorose toniche, che intervengono nel periodo in cui il soggetto è in fase OFF. Possono essere presenti anche disturbi psichiatrici, con incubi, sogni vividi e allucinazioni visive, spesso riguardanti persone, sia conosciute che sconosciute. Le allucinazioni possono avvenire con un sensorio integro, a distanza sono anche criticate dal soggetto (e in questo caso le si definisce allucinosi), possono accompagnarsi a uno stato confusionale e possono verificarsi nell’ambito di autentiche crisi maniacali con degli stati psicotici importanti. La levodopa può avere anche delle complicanze di tipo acuto già al momento dell’assunzione. Possono esserci nausea e vomito, perché il sistema dopaminar gico viene stimolato anche a livello dell’area più estrema del bulbo dove c’è il centro del vomito. Le strategie per limitare questo effetto collaterale consistono nell’incrementare gradualmente la dose dei farmaci, nell’assunzione dei medicamenti a fine pasto e nel domperitone. Può esserci un’ipotensione arteriosa ortostatica, perché vengono stimolati i recettori anche a livello delle arterie renali e splancniche, causando un richiamo di sangue che non consente la risposta di vasocostrizione che permette alla pres sione sanguigna di non cadere bruscamente quando ci si alza in piedi. Anche per queste complicanze ci sono rimedi: dormire in posizione semiassisa, assumere dei farmaci come l’midodrina, evitare, soprattutto nei pazienti con problemi urologici, l’assunzione di farmaci alfalitici, perché la combinazione tra la terapia dopa e l’alfalitico porta a delle ipotensioni critiche con cadute e sincopi. Anche per le fluttuazioni motorie che insorgono dopo un lungo periodo di te rapia con levodopa esistono strategie elaborate per riuscire a limitarle al massimo e garantire al soggetto con il morbo di Parkinson un mantenimento della risposta efficace alla terapia il più a lungo possibile: diminuire l’intervallo di tempo tra 13 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i due assunzioni della dopa, assumere dosi più basse o più frazionate, associare un farmaco agonista-dopaminargico, associare la selegelina o gli inibitori delle COMT, utilizzare anche formulazioni a rilascio controllato (che effettuano una stimolazione più costante), distribuire i pasti nel corso della giornata (il sistema di trasporto per la dopa è competitivo per gli aminoacidi che provengono dalla dieta, quindi una dieta ricca di proteine porta molti aminoacidi che entrano in competizione con la dopa per il trasporto sia a livello della barriera intestinale sia a livello della barriera encefalica), l’apomorfina con iniezioni sottocutanee multiple. Anche sulle discinesie si può intervenire con farmaci e, soprattutto, con stra tegie terapeutiche che, modificando la scelta e l’orario di somministrazione dei farmaci, risolvono alcuni problemi, è per esempio utile l’uso della amantadina nelle situazioni di discinesia disfasica. Le distonie della fase OFF, che spesso si manifestano al mattino con distonie dolorose, contratture alle gambe e ai piedi, vengono risolte con terapeutiche che riducono il periodo di lontananza dall’ultima dose di levodopa somministrata alla sera precedente. Di più difficile soluzione sono i problemi legati al quadro psichico: le psicosi, le allucinazioni e gli stati confusionali. In questi casi è necessario procedere a una riduzione o all'interruzione dei farmaci, perché è coinvolta la stimolazione di recettori dopaminargici appartenenti al sistema mesocorticolimbico, che controlla l'umore e il comportamento. Per contrastare queste manifestazion si utilizzano anche i neurolettici atipici, ma tutti i neurolettici sono antagonisti dei recettori dopaminergici e quindi bloccano i recettori della dopamina, causando un peggioramento della sintomatologia parkinsoniana. Per questo oggi si ricorre a farmaci di nuova generazione, che riescono a essere egualmente efficaci nel controllo della forma psichica senza aggravare il quadro parkinsoniano. Per ottimizzare la risposta alla levodopa, indico alcuni procedimenti suggeriti dalla mia pluriennale esperienza e condivisi da una vasta letteratura medica: - La dose di dopa complessiva deve esser bassa, la dose minima efficace, senza mai superare i 1.000 milligrammi/die. Non è esasperando la posologia che si risolvono i problemi e si ottengono risultati migliori; - La dopa deve essere assunta sempre a stomaco vuoto, lontana da pasti ric chi di proteine, per evitare i problemi correlati alla competizione con gli aminoacidi per il superamento delle barriere intestinale ed ematoencefalica. Per incoraggiare lo svuotamento gastrico è talora necessario associare alla dieta anche farmaci procinetici; 14 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i Fig. 1. Biochimica e Farmacocinetica delle molecole antiparkinsoniani Fonte: "Parkinson disease: The facts" Blakwell. Ed. - Le formulazioni a rilascio controllato vanno utilizzate alla sera, per garan tire un buon controllo nelle ore notturne e fare in modo che al risveglio mattutino il paziente abbia ancora un livello di dopa sufficente per riuscire ad alzarsi senza fenomeni di ipotensione ortostatica. Accanto alla levodopa è oggi disponibile una nuova importante categoria di farmaci, i dopaminoagonisti, che simulano l’azione della dopamina stimolando 15 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i Tab. 1. Dopamine agonists Dopamine agonists Agonist* Receptor selectivity Ergot Bromocriptine D1 -D2 ++ Typical dose (mg/day)** 5-20 (1.25-30) Indications and advantages Adjunctivet Lisuride D1 ++ D2 ++++ 1-3 (0.6-5) Pergolide D1 ++ D2 ++++ D3 ++ D1 ++ D2 ++++ 1-3 (0.75-5) 2-4 (1-12) Adjunctivet or monotherapy Once-daily dosing D2 +++ D3 ++++ 3-18 (1-24) § Adjunctivet or monotherapy D2 ++++ D3 ++++ 1.5-4.5 (0.75-6) Adjunctivet or monotherapy D1 ++++ D2 ++++ 10-80 (3-120) Adjunctivet Cabergoline Non - ergot Ropinirole Pramipexole Adjunctivet Subcutaneous route possible Adjunctivet Subcutaneous Apomorphine in maniera molto precisa e con affinità molto alta i recettori della dopamina che servono a trasmettere l’impulso nel sistema nervoso. Qual è il vantaggio rispetto alla terapia con la dopa? Innanzitutto, i dopami noagonisti provocano una stimolazione diretta dei recettori senza che sia neces sario l’itinerario di trasformazione che ha la dopa: per la loro farmacocinetica non usano dei trasportatori, ma vanno direttamente al cervello e lì agiscono. 16 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i Inoltre possiedono una durata d’azione superiore alla dopa, quindi danno una stimolazione recettoriale più continua e come monoterapia all’inizio, soprattutto nei soggetti giovani, ritardano l’impiego della dopa, riducendo così l’esposizione al rischio cumulativo di complicanze. In associazione con la dopa, ne minimizzano la tossicità e controllano le com plicazioni derivate dal suo uso continuativo, e possiedono un effetto neuropro tettivo. Questo effetto è ancora oggetto di studio, ma sembra che la produzione dei radicali liberi, che danno uno stress ossidativo (e quindi una importante tossicità al neurone dopaminargico), sia inibita dagli agonisti dopaminergici, che favoriscono l’eliminazione dei radicali liberi stessi. Gli agonisti dopaminargici lavorano nei siti dopaminargici dei gruppi D1, D2, D3, D4 e D5. Le classi di recettori dopaminargiche D1 e D2 interessano soprattutto il movimento; quindi stimolare i gruppi D1 e D2 vuol dire stimo lare i recettori dopaminargici che favoriscono il movimento. I gruppi D3 e D5 invece sono più legati all’aspetto cognitivo e del tono dell’umore. Alcuni dopaminoagonisti, la bromocriptina, la pergolide e la cabergolina, sono derivati dell’ergot, un alcaloide; hanno soprattutto un’attività recettoriale sui D2 e i D1. Quanto più un farmaco è affine a un recettore, tanto più quel farmaco si lega a quel recettore, e tanto più il legame è forte. Ci sono anche dei farmaci, il ropirinolo e il pramipexolo, che non derivano dall’ergot e che hanno una buona emivita: per esempio, il pramipexolo lavora per 8-12 ore. Il pramipexolo ha una caratteristica che lo rende diverso dagli altri dopaminoagonisto: è attivo anche sui recettori D3, legati a caratteristiche di tipo umorale e comportamentale più che motorio. Quindi, se il soggetto parkinsoniano è depresso, stimolare i recettori D3 significa dare uno stimolo anche al tono dell’umore e migliorare lo stato d’animo del paziente. I dopaminoagonisti vanno usati con particolare cautela nei pazienti anzia ni, soprattutto se sono facilmente soggetti a cadute, se hanno un ipotensione ortostatica severa, se presentano episodi allucinatori oppure se hanno dei veri e propri disturbi psicopatologici importanti della personalità. Credo che il motto inglese “start low and get slowly” (parti basso e vai pianino) sia la modalità giusta per somministrare questi farmaci, in modo che ci sia un adattamento alla tollerabilità man mano che si procede. A questo punto si possano trarre alcune conclusioni importanti: la levodopa rimane tutt’oggi il cardine della terapia farmacologia nel morbo di Parkinson, tuttavia va incoraggiato l’uso precoce di farmaci dopaminoagonisti, soprattutto 17 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i nei soggetti giovani, che hanno la prospettiva di una lunga storia di malattia davanti a loro. Finchè la monoterapia con dopaminoagonisti è efficace ed è sufficente per controllare i sintomi, questa scelta terapeutica consente l’utilizzo parsimonioso della levodopa, ottimo farmaco, ma non esente da complicanze; l'utilizzo dei dopamino mimetici nelle fasi iniziali di malattia consente di ritardare la comparsa delle fluttuazioni motorie e delle discinesie. L'azione della levodopa può essere potenziata dall’aggiunta degli enzimi inibitori che, bloccando la trasformazioni metaboliche della dopa stessa, la preservano e l’aiutano ad arrivare meglio al cervello, dove svolge la sua attività di neurotrasmettitore fisiologico. Non esistono attualmente terapie farmacologiche in grado di arrestare la progressione dei sintomi. Tuttavia il morbo di Parkinson non è una malattia dimenticata: c'è un grande fervore di ricerca e di studio intorno a questa pato logia, e ritengo che nei prossimi anni si concretizzeranno prospettive favorevoli per la cura della malattia. 1.2. Malattia di Parkinson ad esordio precoce: aspetti clinici e implicazioni psico-sociali Aldo Genovese La definizione di Malattia di Parkinson (MdP) ad esordio precoce si riferisce alle forme parkinsoniane il cui esordio si situa prima dei 40 anni. Questi casi possono essere suddivisi in forme del giovane adulto fra i 21 e i 40 anni (young onset) e forme ad esordio al di sotto dei 20 anni (juvenile onset) (Gershanik OS, 2003). La Malattia di Parkinson ad esordio precoce rappresenta circa il 5% di tutta la popolazione parkinsoniana (Jung, 2004). Si ritiene che fattori genetici possano avere un ruolo rilevante quando l’esordio della malattia avviene prima dei 40 anni (Bonifati V., De Michele G, 1999). Nella maggior parte dei casi, sporadici e con età di esordio tipica, l’eziologia della malattia rimane sconosciuta ed il ruolo dei fattori genetici resta controverso (Bonifati V. De Michele G. 1999) 18 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i Aspetti genetici Il ruolo della genetica nella patogenesi della Malattia di Parkinson è oggetto di acceso dibattito da molti anni. Recentemente la scoperta di mutazioni in diversi geni e in numerosi loci cromosomici è stata implicata con notevole evidenza in forme ereditarie di Malattia di Parkinson e ha contribuito alla comprensione dei meccanismi molecolari che portano alla neurodegenerazione del sistema nigrostriatale. Sei geni sono responsabili della Malattia di Parkinson attraverso un pattern ereditario mendeliano di tipo autosomico dominante (Polymeropoulos et al., 1997; Gasser et al., 1998; Leroy et al., 1998; Farrer et al., 1999; Funayama et al., 2002; Le et al., 2003), quattro con modalità autosomico recessiva (Kitada et al., 1998; Hampshire et al., 2001; Valente et al., 2001; Bonifati et al., 2003). (Tabelle 2. e 3.) Tab. 2. Malattia di Parkinson a trasmissione autosomica dominante (Dekker MCJ., Bonifati V., Van Duijn. 2003) Gene/locus a Synucleina Polymeropoulos et al. 1997 Posizione Eredità Esordio 4q421 AD Tardivo Caratteri stiche cliniche distintive Tremore dominante Progressione rapida UCH-L1 Leroy et al. 1998 NR4A2 Le et al 2003 PARK 3 Gasser et al. 1998 4p14 AD Tardivo nessuna 2q22-23 AD Tardivo nessuna 2p13 AD Tardivo Demenza PARK 4 Farrer et al. 1999 4p14-16.3 AD Tardivo Disautonomia Demenza PARK 8 Funayama et al. 2002 12p11.2-q13 AD Tardivo nessuna 1p31 AD Tardivo nessuna PARK 10 C. di Lewy SI _ _ SI SI NO - 19 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i Tab. 3. Malattia di Parkinson a trasmissione autosomica recessiva (Dekker MCJ., Bonifati V., Van Duijn. 2003) Gene/locus PA R K 2 (Parkina) Kitada et al. 1997 PARK 7 Bonifati et al. 2003 PARK 6 Valente et al. 2001 PARK 9 Hampshire et al. 2001 Posizione Eredità Esordio Caratteristiche cliniche distintive C. Di Lewy 6q25 AR Precoce/ giovanile Discinesie/distonie Lenta progressione NO* 1p36 AR Precoce Distonie focali Lenta progressione -- 1p35-36 AR Precoce Lenta progressione -- 1p36 AR Precoce Spasticità demenza, oftalmoparesi sopranucleare *Corpi di Lewy in un paziente con mutazione per la Parkina (Farrer et al., 2001) Nonostante molte delle forme mendeliane di Parkinson siano molto rare, esse stanno mettendo in crisi la validità del concetto di malattia di Parkinson come entità unitaria, che si va configurando sempre più come entità eziologi camente eterogenea come le principali malattie neurodegenerative (Bonifati V. De Michele G. 1999; Bonifati V. 2005). Per quanto riguarda la MdP ad esordio precoce le mutazioni del gene parkin (PARK2) sono sufficientemente frequenti da avere rilevanza nella pratica clinica (Bonifati V. 2005), rappresentando il 49% dei casi familiari e circa il 19% dei casi sporadici ad esordio precoce (Dekker MCJ., Bonifati V., van Duijn CM., 2003; Periquet M., et al., 2003; Kahan N, 2003). Le osservazioni anatomopa tologiche hanno mostrato la presenza di Corpi di Lewy solo in un caso (Farrer et al., 2001). Un’altra forma a trasmissione autosomica recessiva ad esordio precoce è stata mappata sul cromosoma 1p35-36 (PARK6) in una numerosa famiglia italiana (“Marsala kindred”) (Valente EM., 2001). Gli individui clinicamente affetti mo strano segni di MdP idiopatica, tranne che per un esordio precoce (32-48 anni), comparsa precoce di discinesie, lenta progressione, assenza di alterazioni cognitive (Valente EM., 2001). Non sono disponibili osservazioni anatomopatologiche sulla presenza di corpi di Lewy. Questa forma potrebbe essere responsabile del 15% delle forme familiari a trasmissione autosomica recessiva ad esordio precoce (Dekker MCJ., Bonifati V., van Duijn CM., 2003). (Tabella 4) 20 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i Tab. 4. Manifestazioni cliniche Population attribution of Parkinson's disease genes and loci (Dekker MCJ., Bonifati V., van Duijn 2003) Gena/locus replicastion indepen dent families Parkin Yes PARK 7 PARK 6 PARK 9 a Synucleina UCH-L1 NR4A2 PARK 3 PARK 4 PARK 8 PARK 10 Yes Yes NO Yes NO NO NO NO NO In Iceland data set estimated attributable risk (%of Parkinson's disease explained) Parkinson's disease overall 0.4-0.7% Within late-onset PD:small Within early-onset sporadic PD: 9-18% Within early-onset recessive PD: 49% Locally in Dutch: 33% early-onset Within early-onset recessive PD: 15% Single report Small Single report Unknow Small Single report Single report Unknow Le caratteristiche cliniche del parkinsonismo autosomico recessivo causato da mutazione del gene parkin sono peculiari per l’età di esordio (in genere prima dei 30 anni), la lenta progressione, il beneficio da sonno. Sono frequenti fenomeni distonici agli arti inferiori e disturbi acinetico-distonici della deambu lazione fin dall’esordio della malattia. I riflessi osteotendinei sono vivaci, specie agli arti inferiori. Assenti i disturbi disautonomici e cognitivi. La risposta alla Levodopa è ottima, ma precocemente si sviluppano discinesie e fluttuazioni motorie. (Tabella 5) Tab. 5. Caratteristiche cliniche del Parkinson causato da mutazione del gene PARKIN - Esordio precoce (spesso prima dei 30 anni) - Esordio con distonie dell’arto inferiore - Riflessi osteotendinei vivaci agli arti inferiori - Beneficio da sonno - Risposta eccellente alla L-Dopa - Decorso molto lento - Precoce comparsa di fluttuazioni motorie - Precoce comparsa di discinesie da L-Dopa - Assenza di demenza e disturbi disautonomici (modificata da: Abbas N, Lucking CB, Ricard S, Bonifati V et al. 1999) 21 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i In alcuni casi la malattia può manifestarsi con manifestazioni cliniche atipiche che pongono difficili problemi di diagnosi differenziale (Tabella 6) Tab. 6. Manifestazioni cliniche atipiche - Esordio tardivo indistinguibile dal Parkinson classico - Distonia indotta dall’esercizio, simile alla Distonia Dopa Responsiva (DRD) - Sindrome acinetico rigida bilaterale atremorigena - Distonia focale (crampo dello scrivano, distonia cervicale) - Neuropatia autonomica e periferica - Disfunzione cerebellare o piramidale (modificata da Khan et al. 2003) Una sindrome parkinsoniana ad esordio giovanile dovrebbe prevedere una accurata ricostruzione della genealogia, un esame neurologico completo, una diagnostica di genetica molecolare anche in assenza di una chiara familiarità, una particolare attenzione alla diagnostica differenziale (M. di Wilson, Degenerazione epato-cerebrale acquisita, Acantocitosi, Corea rigida, Distonia Dopa-Respon siva). Potrà essere utile il ricorso a metodiche di neuroimaging (RMN, SPECT e PET) ed eventualmente al test in acuto con L-Dopa. Aspetti psico-sociali L’impatto psicologico e sociale della Malattia di Parkinson ad esordio precoce è stato poco studiato e i dati di letteratura sono piuttosto esigui. Pasetti C. et al. (1998), hanno studiato le caratteristiche di personalità di 12 soggetti affetti da MdP ad esordio precoce e, mediante i test proiettivi di Ror schach e del T.A.T (Thematic Appercetion Test), hanno messo in evidenza aspetti di coartazione del pensiero, di disadattamento sociale, di dipendenza e passività e , inoltre, un difficoltoso e problematizzante senso dell’identità corporea, un disinvestimento libidico dal proprio corpo e un bisogno di contatto corporeo. Gli Autori sottolineano l’importanza di tali aspetti anche in ambito riabili tativo, suggerendo, per questi pazienti, l’impiego di tecniche non solo di tipo chinesiologico tradizionale, ma anche di tecniche basate sulla riscoperta di una relazione e di un contatto corporeo. Secondo Schrag A. et al. (2003), a stadi paragonabili di malattia secondo la 22 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i stadiazione di H-Y, i soggetti con MdP ad esordio precoce sembrano presentare più frequentemente: - perdita del lavoro e ritiro sociale; - disgregazione e conflitti familiari; - maggiore percezione di stigma sociale; - maggiore frequenza di depressione; - modificazione dell’immagine corporea e della vita sessuale; - cambiamenti del carattere e della personalità. I cambiamenti psicosociali secondari alla malattia possono contribuire in modo significativo a compromettere la qualità della vita di questi ammalati e talvolta possono essere più devastanti delle disabilità motorie stesse (Schrag A., et al. 2003). La gestione della MdP ad esordio precoce è particolarmente complessa, richie de una salda alleanza terapeutica e necessita di un approccio multidisciplinare integrato finalizzato ad incontrare i bisogni psicologici, emozionali e sociali del paziente e del suo caregiver (McCall B., 2003). Gli studi che riguardano la gravidanza, il parto, gli effetti dei farmaci sul feto e gli effetti della gravidanza sul decorso della malattia si riferiscono a case report e certamente non sono significativi. Da questi lavori sembrerebbe emergere un effetto peggiorativo della gravidanza sul decorso della malattia e l’assenza di effetti teratogeni della L-Dopa sul feto (Tabella 7). Certamente questi dati andranno verificati su casistiche più ampie. Tab. 7. Gravidanza e Malattia di Parkinson ad esordio Precoce Autore Allain et al. (1989) Jaquemard (1990) Hagell P et al. (1999) Shulman LM et al. (2000) Routiot T et al .(2000) Mucchiut M et al. (2004) Casi 1 2 1 1 1 1 Parto A termine naturale A termine naturale A termine naturale A termine naturale A termine naturale A termine cesareo Effetti sul feto Farmaci Effetti sulla malattia sano L-dopa messuno sani L-dopa peggioramento sano L-dopa peggioramento sano L-dopa peggioramento sano L-dopa peggioramento sano Pramipex peggioramento Martignoni E. et al. (2003) hanno riscontrato che donne con diagnosi di MdP 23 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i ad esordio prima della menopausa riferiscono più marcati sintomi premestruali e, nello stesso periodo, un peggioramento dei sintomi motori della malattia in oltre il 50% dei casi. Tempi e modi di inizio e decorso della menopausa appa rivano simili ai controlli sani, ma si riscontravano più frequentemente “vam pate”, minore ricorso a terapie sostitutive ormonali, meno disturbi del sonno, depressione, incontinenza urinaria e dispareunia. Questi dati indicherebbero uno scarso adattamento dei network neuronali alle fluttuazioni ormonali legate al ciclo riproduttivo. Conclusioni - In analogia con le principali malattie neurodegenerative anche la M. di Parkin son rappresenta verosimilmente un’entità eziologicamente eterogenea. - La M. di P. ad esordio precoce costituisce solo una piccola quota (5%) di tutte le forme parkinsoniane. - Una parte delle forme precoci sono familiari e trasmesse con modalità auto somico recessiva (PARK 2, 6, 7) e una parte si presenta in modo isolato come mutazione. - Nella grande maggioranza dei casi sporadici e con età di esordio tipica l’ezio logia rimane sconosciuta e il ruolo dei fattori genetici controverso. - Il decorso delle forme ad esordio precoce è molto lento, con buona risposta alla L-dopa e precoce comparsa di fluttuazioni motorie e discinesie. - L’età di esordio della malattia tende ad avere un impatto psicologico e sociale peggiore rispetto alle forme tipiche. - Da parte dell’equipe curante è richiesta una attenta pianificazione di tutte le risorse terapeutiche farmacologiche e non farmacologiche all’interno di un approccio multidisciplinare integrato, di una salda alleanza terapeutica e nel rispetto dell’autonomia e delle scelte del paziente. BiBliografia 1) Abbas N, Lucking CB, Ricard S, Durr A, Bonifati V, De Michele G, et al. A wide variety of mutation in the parkin gene are responsible for autosomal recessive parkinsonism in Europe. Hum Mol Genet 1999; 8: 567-74. 2) Allain H, Bentue-Ferrer D, Milon D, Moran P, Jaquemard F, De fawe G. Pregnancy and parkinsonism. A case report without problem. Clin Neuropharmacol 1989: 12 (3): 217-9. 3) Bonifati V, De Michele G. Genetica della malattia di Parkinson. Parkinson’s disease & Extrapiramidal Disorders. Caraceni T, Barone P Edt. 1999; 1: 2-16. 24 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i 4) Bonifati V, Rizzu P, van Baren MJ, Schaap O, Breedveld GJ, Krieger E, et al. Mutations in the DJ-1 gene associated with autosomal recessive early onset parkinsonism. Science 2003; 299: 256-9. 5) Bonifati V. Recenti progressi nella genetica della malattia di Parkinson. Gior nale di neuropsicofarmacologia. 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Copanello (CZ), 1-2 ottobre 1998. 23)Periquet M, Latouche M, Lhomann E, Rawal G, De Michele G, Ricard S, et al. Parkin mutations are frequent in patients with isolated early-onset parkinsonism. Brain 2003; 126: 1271-78. 24)Polymeropoulos MH, Lavedan C, Leroy E, Ide SE, Deheija A, Dutra A, et al. Mutation in the alpha-synuclein gene identified in families with Parkinson’s disease. Science 1997; 276: 2045-7. 25)Routiot T, Lurel S, Denis E, Barbarino-Monnier P. Parkinson’s disease and pregnancy: case report and literature review. J Gynecol Obstet Biol Reprod 2000; 29(5): 454-7. 26)Schrag A, Hovris A, Morley D, Quinn N, Jahanshahi M. Young versus 26 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i older-onset Parkinson’s diseasae: impact of disease and psychosocial consequences. Mov Disord 2003; 18(11):1250-6. 27)Shulman LM, Minagar A, Weiner WJ. The effect of pregnancy in Parkinson’s disease. 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Con tale termine si vuole intendere l’impiego di tutte le più recenti acqui sizioni (farmacologiche, psicologiche, tecnologiche) messe in atto da un team interdisciplinare attento anche agli aspetti etici e relazionali, che lavora su obiettivi condivisi, mirati ove possibile al migliore utilizzo delle residue capacità psicofisiche o al raggiungimento di una dignitosa convivenza con la malattia in un’atmosfera di decorosa qualità di vita. È chiaro che questa modalità di approccio comprende vari tipi di conoscenze che trascendono il solo momento biomedico, comprendendo anche interventi psicologici (rivolti sia al paziente che al caregiver), sociali (riguardanti l’home-care, la lotta allo stigma e il ruolo delle associazioni), formativi (rivolti alla crescita del team degli operatori) ed etici (particolarmente rilevanti nel decision-making durante le fasi più avanzate). Appare ovvio che, ragionando secondo questa visione, un modello di eser cizio della medicina fondato su criteri esclusivamente biologici (basato sulla descrizione della sindrome clinica, sull’identificazione della patologia, sulle cause del disturbo e sulla sua evoluzione nonché sulle terapie farmacologiche o chirurgiche) possa apparire riduttivo, da qui la necessità di rivolgerci anche a modelli psicodinamici che cerchino di andare al di là del sintomo fisico (co gliendone gli eventuali significati simbolici) e di considerare l’esperienza passata nel determinismo delle attuali reazioni nonché i meccanismi difensivi sia del 27 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i paziente che del terapeuta. Alla luce di tali premesse può ora apparire più logico che l’atto medico debba essere considerato come una somma di incontri, all’interno dei quali la comunicazione della diagnosi diventa un momento basilare della futura presa in carico, una tappa fondamentale affinché la relazione medico-paziente possa poi incanalarsi verso modelli consoni a controllare correttamente conflittualità, lacerazioni o dinamiche relazionali comunque molto complesse e problemizzanti; ecco allora come dare la giusta rilevanza a questa fase iniziale dell’incontro me dico-paziente non deve essere considerata una cautela facoltativa o ridondante, ma la premessa essenziale perché medico e paziente diventino veri “compagni di viaggio” di un lungo percorso che attraverserà tutta la malattia nell’arco delle sue fasi evolutive. Se oggi tutti concordano sull’importanza di una corretta ed esauriente in formazione da dare al paziente e ai familiari sulla diagnosi e sulla prognosi di una malattia, tanto che concetti come “autonomia”, “centralità del paziente”, “diritto di accettare o rifiutare le terapie” sono ormai entrati nel gergo corrente dell’opinione pubblica, ancora grandi difficoltà si incontrano nel calare questi, giusti, concetti teorici nella prassi clinica quotidiana a causa di numerose resi stenze, consce o inconsce che si sovrappongono alla loro completa attuazione ; occorre poi sottolineare come vi siano sostanziali differenze tra alcuni termini che spesso vengono usati come equivalenti o come sinonimi, come appunto quelli di informazione, comunicazione e relazione. Se infatti appaiono chiari i requisiti di una corretta informazione (su cui si basa quell’imprescindibile presupposto etico-deontologico di ogni atto medico costituito dal Consenso Informato), meno scontate risultano invece le caratte ristiche della comunicazione, che, particolarmente in un contesto clinico, non può prescindere da un rapporto dialettico, aperto, in divenire, rispettoso della libertà del paziente e del sapere del medico. La comunicazione infatti, oltre a doversi basare su di una informazione corretta ed esauriente, verrebbe del tutto spogliata delle sue componenti dina miche se non presupponesse un rapporto scambievole, un far parte ad altri di qualcosa, in altri termini il primo atto della relazione che andrà ad instaurarsi e che condizionerà (in male o in bene ) la sua successiva evoluzione. Chiariti questi presupposti, in particolare enfatizzate le differenze tra comunicazione e i suoi surrogati (informazione, chiarimenti, spiegazioni etc.), per una migliore comprensione dei meccanismi che sottendono la comunicazione diagnostica, specialmente in un contesto come la malattia di Parkinson il cui nome evoca ancora spettri di affezioni misteriose e incurabili, è necessario introdurre il con cetto di taboo, intendendo con tale termine ogni questione inerente una malattia 28 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i considerata in base a preconcetti, disagi, avversioni che porta al rifiuto della conoscenza e della discussione su un argomento al punto da negarne perfino l’esistenza ; nei taboo, per loro natura, non giocano tanto un ruolo determinante fattori razionali, ma aspetti fantasmatici e immaginativi legati a paure e angosce individuali e collettive che fanno scattare inevitabilmente meccanismi di difesa rigidi (rimozione e negazione). Fra i più comuni esempi di taboo in ambito clinico rientra il rifiuto di dare cattive notizie e la conseguente incapacità del medico tradizionale a rapportarsi con la malattia grave a decorso cronico e progressivo, fattori che generano sovente cali motivazionali, frustrazioni, indifferenza, rischi di burn out. È per questa somma di elementi che, particolarmente nei medici formatisi secondo i dettami tradizionali di una cultura esclusivamente organicista, possono svilupparsi mec canismi di difesa che portano a criptare la diagnosi reale, nascondendola sotto perifrasi molto tecniche e gergali di un linguaggio da iniziati che, pur dicendo sostanzialmente”la verità”, tende di fatto ad occultarla. All’opposto di questo atteggiamento vi è quello di tendere a minimizzare e banalizzare ogni aspetto connesso alla malattia, sorvolando o evitando le domande dirette sulla diagnosi, sul suo nome esatto e sulla sua evoluzione prognostica. È evidente che queste due modalità di fornire l’orientamento diagnostico, apparentemente diverse, sono in realtà lo specchio dello stesso meccanismo di difesa, cioè l’angoscia di morte del terapeuta , che cerca in tal modo razional mente di proteggere il malato dai messaggi che la malattia comporta, in realtà proteggendo se stesso dai sensi di impotenza e dalla paura del coinvolgimento emotivo. Un atteggiamento diametralmente contrario è quello del medico che, obbe dendo a canoni deontologici troppo legalistico-difensivi, tende a “dire comunque tutto e subito”, spesso enfatizzando gli aspetti sfavorevoli connessi alla malattia stessa, ottemperando all’imperativo etico di informare esaurientemente il pa ziente ma nella realtà facendolo sprofondare in una grave depressione reattiva con effetti devastanti nel cristallizzare la patologia in una sorta di giustificalismo tautologico che impedisce ogni meccanismo difensivo elastico e adattivo. Che fare dunque per evitare gli errori suddetti e per uscire da una diagnostica solo nosografica entrando in un “processo diagnostico” funzionale che inneschi l’alleanza diagnostica come prodromo essenziale per la successiva alleanza tera peutica? La risposta non è facile, dipendendo da diverse variabili che dobbiamo sempre tenere presenti quali la personalità del paziente, del medico, l’entourage familiare, lo stadio clinico della malattia, il luogo del colloquio, il coinvolgi mento diretto o meno nella presa in carico, tuttavia, pur tenendo conto della mutevolezza del contesto clinico in cui si viene ad evolvere la relazione, qualche 29 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i punto fisso deve comunque essere stabilito: 1) l’approccio diagnostico non deve essere inteso come qualcosa di statico, come un verdetto emesso ex cathedra da parte di un tecnico esperto, ma distaccato ad un paziente inesperto, depresso, ansioso e minacciato nei propri ruoli, ma deve costituire l’inizio di un percorso dinamico, flessibile, un iter emotivocognitivo in evoluzione che deve predisporre una successiva relazione 2) la situazione in cui si avvia il colloquio diagnostico non può prescindere dalla capacità di ascolto, dall’empatia, dall’attenta analisi della storia clinica del paziente e dei suoi vissuti; per questo può e spesso deve comprendere tempi diversi, sia per evitare errori di comunicazione sia per perfezionare nel migliore dei modi la conoscenza con il paziente e i suoi familiari 3) l’alleanza diagnostica che in tal modo si avvia, concetto importante anche se ancora poco definito, è fondamentale perché si instauri quel clima di reciproca fiducia che consente al medico e al paziente di lavorare insieme su obiettivi comuni e condivisi e perché si possa avviare con successo l’alleanza terapeutica indispensabile in un contesto clinico così lungo e complesso, in cui molto frequenti possono essere i tentativi di disimpegno da un lato e i meccanismi di fuga o rinuncia dall’altro. 4) se la relazione medico-paziente è comunque un legame che si stabilisce tra un individuo (il paziente) e un altro (il medico) con lo scopo di alleviare le sofferenze della malattia, è evidente che nella presa in carico di una malattia neurologica progressiva la relazione dovrà avere determinate caratteristiche che non possono essere assolte solo da modelli tecnicistico-riparativi o lega listico-difensivi di esercizio della medicina ma dovrà necessariamente: a) prevedere una informazione corretta ed esauriente fornita in maniera graduale e personalizzata; b) presupporre nel medico un’ elevata preparazione tecnico-scientifica che gli consenta di padroneggiare gli aspetti clinici anche nelle fasi avanzate della malattia, ma nel contempo un'elevata capacità psicologico-relazionale da permettere una presa in carico globale dai primi approcci diagnostici al decision-making nelle fasi più avanzate. È eccessivamente idealistico o francamente utopistico sperare che una medicina sempre più orientata in senso biotecnologico e sempre più basata sull’azienda lizzazione dell’atto medico possa rispondere agli inquietanti interrogativi posti da una presa in carico così difficile? Forse si, ma se riusciamo, come terapeuti, a richiamarci ai concetti di responsabilità, di prudenza e discernimento e se riu sciamo ad affrontare le nostre reazioni emotive più intense e il loro significato sin dai primi approcci col paziente senza sentirci troppo minacciati, allora potremo anche impegnarci in un processo relazionale che ci permetta di crescere sia come persone che come operatori. 30 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i BiBliografia 1) Borsellino P. Consenso Informato: riconoscimento di principio e strategie di svuotamento. Bioetica, rivista interdisciplinare. 1995,1,139-148 2) Emanuel E.J., Emanuel L.L. Four models of the physician-patient relationship. 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I problemi più gravi sono rappresentati dalle com plicanze motorie, cioè i blocchi e i movimenti involontari, dalla scialorrea cioè la perdita di saliva, dalla difficoltà a tener aperti gli occhi o ad aprirli, a parlare in maniera comprensibile o a deglutire in maniera corretta, dai disturbi del sonno notturno, dall’eccessiva sonnolenza diurna e dalla difficoltà a controllare la minzione. Le complicanze motorie: in letteratura non c’è evidenza assoluta che l’utilizzo di un dopaminoagonista rispetto a un altro comporti un ritardo nella comparsa delle complicanze motorie. C’è tuttavia consenso generale sul fatto che i dopa minergici a breve emivita, che stimolano in maniera pulsatile, cioè non continua e fisiologica, il sistema nigrostriatale, favoriscano la precoce insorgenza delle complicanze motorie. Un dato più sicuro è che esse siano correlate alla dose cumulativa di levodopa assunta durante la vita. Questo dato non deve indurre a demonizzare l’arma più potente nella lotta al Parkinson, la l-dopa, ma spronarci, 31 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i piuttosto, ad un suo uso oculato: più se ne risparmia, meglio è, fermo restando che la terapia deve garantire al paziente tutta l’autonomia possibile. Un aspetto importante, di cui si deve tener conto nel controllo terapeutico dei movimenti involontari, è che essi non sono correlati solamente agli alti livelli ematici e cerebrali di levodopa; possono infatti verificarsi con livelli intermedi di l-dopa, generalmente all’inizio o alla fine del beneficio motorio o, addirittura, quando la levodopa è praticamente scomparsa: il sistema è così alterato che sia la presenza della levodopa, a un livello alto o medio, sia la sua assenza, sono in grado di indurre movimenti involontari. Essere a conoscenza di ciò è fonda mentale, per poter impostare una strategia adeguata, che deve tener conto del momento di comparsa dei movimenti involontari rispetto all’assunzione di una dose di l–dopa e della loro tipologia (discinesie mobili: prevalenti di picco-dose; distonie fisse, talora dolorose, in fase off; forme intermedie coreo-distoniche, all’inizio e alla fine dell’efficacia motoria). Cosa fare dunque quando ci sono le complicanze motorie? Innanzitutto: osservarle con attenzione, nell’arco della giornata e della notte e registrarle, utilizzando le comuni tabelle orarie, per almeno una settimana. Molti dei feno meni, che sembrano incomprensibili e non correlati all’assunzione della terapia, in realtà mostrano una netta relazione con i tempi e i modi di somministrazione dei farmaci, che possono agevolmente essere modificati con successo. L’altro criterio generale da perseguire, è quello di risparmiare quanto più possibile la levodopa, utilizzando i dopaminoagonisti a dose piena, qualora ovviamente siano efficaci e ben tollerati. Il cardine fondamentale del trattamento delle complicanze consiste nel rendere la stimolazione del sistema nigrostriatale più continua e omogenea possibile, in modo da mimare la stimolazione fisiologica, che è continua, non pulsatile, come invece avviene quando si assumono farmaci che agiscono per poche ore. Alcuni provvedimenti sono di semplice attuazione, per esempio: cercare di mi gliorare l’assorbimento della levodopa, assumendo il farmaco lontano dai pasti, questo per permettere che esso passi velocemente attraverso lo stomaco senza essere inattivato e venga assorbito a livello duodenale nella maggior quantità possibile; dilazionare il pasto proteico se si constata che mangiare carne, salumi, formaggi diminuisce l’efficacia delle dosi nel centro della giornata (gli ami noacidi animali competono con il farmaco per l’assorbimento ed il trasporto); utilizzare, se c’è un beneficio evidente, il domperidone, farmaco che aumenta la motilità gastrointestinale e riduce il tempo di permanenza della levodopa nello stomaco; sciogliere la levodopa in acqua, in modo tale che venga assorbita rapidamente, soprattutto la prima dose del mattino o quella vicino a un pasto; è meglio evitare la somministrazione di dosi troppo piccole e troppo frequenti di levodopa, perché essa espone all’entrata e all’uscita imprevedibile da periodi 32 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i di buona motilità a blocchi: poichè la soglia per le discinesie è fissa, è meglio utilizzare una dose sufficientemente alta per avere un periodo abbastanza lungo di buona motilità, sia pure con discinesie, che prendere dosi piccole, nel tentativo di limitare le discinesie. Inoltre si possono associare i dopaminoagonisti a lunga emivita e l’entacapone, che riduce il consumo periferico della levodopa e ne prolunga di circa il 30% l’emivita. Da un punto di vista farmacologico, le armi specifiche contro i movimenti involontari non sono sempre soddisfacenti, ma sia l’amantadina che la clozapina sono spesso in grado di ridurre le discinesie, specialmente quelle di picco-dose. Tre sono però le modalità di stimolazione continua del sistema dopaminer gico, che garantiscono il miglior controllo possibile dei bocchi e dei movimenti involontari: la somministrazione di apomorfina per via sottocutanea tramite pompa, quella di gel di l-dopa tramite sondino duodenale collegato ad una pompa portatile e la stimolazione celebrale profonda dei nuclei subtalamici. L’apomorfina è storicamente il primo dopaminoagonista scoperto, il cui uso data da più di 100 anni; il suo utilizzo estensivo nel Parkinson è stato praticamen te adottato alla fine degli anni ’80, quando Corsini scoprì che il domperidone era in grado di eliminare la nausea indotta dall’apomorfina, senza peggiorare i sintomi della malattia. Essa è strutturalmente simile alla dopamina, è di pari efficacia, non ha bisogno di veicoli per entrare nel sangue e nel cervello, per cui ha un tempo di azione rapidissimo, 2-10 minuti, la sua emivita è breve, circa un ora e mezza, ma può essere utilizzata solo per via parenterale poiché, se assunta per bocca, viene inattivata rapidamente. Da un punto di vista neurofisiologico, a livello dei sistema nigro-striatale, ha la stessa azione della levodopa e della stimolazione celebrale profonda, cioè riduce l’iperattività di alcuni nuclei del cervello, responsabile dei sintomi della malattia Quando è utile l’apomorfina? In bolo (con una “penna“apposita) quando si verificano blocchi improvvisi, per partire subito al mattino, per ridurre rapi damente il dolore nelle distonie dolorose o, e in questo caso è considerato una terapia salvavita, se il paziente deve essere sottoposto a un intervento chirurgico e non può assumere la levodopa per bocca. In pompa, quando le fluttuazioni motorie sono molto frequenti nell’arco della giornata e le discinesie sono gravi. L’efficacia è ottima, i periodi off sono notevolmente ridotti o eliminati, perché la somministrazione, e perciò l’effetto, sono continui; inoltre, l‘uso continuo e cronico dell’apomorfina promuove la desensibilizzazione di alcuni recettori, con la conseguente riduzione delle discinesie. Gli effetti avversi sono generalmente di tipo cutaneo (granulomi) La pompa è uno strumento di piccole dimensioni e leggero, collegato a una siringa con un ago a bottone, che al mattino viene inserito dal paziente nell’ad 33 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i dome. Il paziente avvia la pompa, che eroga il farmaco alla velocità stabilita, durante tutto l’arco della giornata; se il paziente si blocca o se ha dei momenti di poca motilità durante la giornata, può premere un tasto che permette di somministrare una dose extra di apomorfina; nell’arco di pochi minuti essa agisce; ciò garantisce al paziente una buona motilità e lo cautela dai movimenti involontari. Un’altra opzione veramente innovativa, è la somministrazione della levodo pa direttamente a livello duodenale. La maggior parte dei problemi correlati alla terapia con la levodopa è dovuta proprio al fatto che l'unica via pratica di somministrazione è quella orale; la difficoltà principale consisteva nel riuscire a rendere solubile e comprimere in un volume ridotto quantità elevate di le vodopa. A tale scopo, sono state create delle cartucce di circa 10 centimetri di lato, che contengono 2 grammi di levodopa in gel (Duodopa). Il paziente viene sottoposto a una gastrostomia percutanea, praticamente un piccolo foro a livello dello stomaco, attraverso cui s’introduce un sondino, che va posizionato nel duodeno, sede dell’assorbimento della levodopa, evitando che venga inattivata nello stomaco. Il sondino gastro-duodenale è collegato ad una pompa, che somministra la Duodopa durante l’arco della giornata e, se necessario, anche durante la notte, nella quantità utile. Nel lavoro di Nyholm et al., il gruppo svedese che ha inventato tale metodica, viene confrontata l’efficacia della politerapia orale ottimizzata, con quella della sola Duodopa in infusione duodenale continua: con quest’ultima, la maggior parte dei blocchi scompare, visto che la somministrazione è continua, la gravità di quelli che rimangono si riduce del 50% e può essere ulteriormente ridotta erogando (premendo un pulsante della pompa) una dose extra di Duodopa; la dose può essere ottimizzata molto finemente, in modo tale da ottenere il livello ematico che permetta il miglior livello funzionale, con le minori discinesie possibili; le distonie off vengono eliminate, perché la levodopa è sempre a disposizione; inoltre, la stimolazione continua cronica permette, col passar del tempo, la riduzione delle discinesie. Un’arma di grande efficacia, per tutta una serie di disturbi che possono essere controllati molto difficoltosamente con la terapia orale, è rappresentata dall’utilizzo della tossina botulinica, che blocca in maniera reversibile il rilascio dell’acetilcolina dalle terminazioni nervose, per un periodo variabile da 3 a 12 mesi. Poiché è anche in grado di ridurre la secrezione ghiandolare, oltre che l’attività muscolare, il suo impiego nel morbo di Parkinson è molto vasto: viene utilizzata per la scialorrea, il bleferospasmo, l’iperattività sfinterica, le distonie fisse, i crampi, il tremore. La scialorrea, cioè la perdita più o meno continua di saliva dalla bocca non deriva da un’ aumentata produzione di saliva, ma dall’inadeguata deglutizione, per cui questo problema può essere risolto aumentando la terapia dopaminergica. 34 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i Se ciò non avviene, si ricorre all’infiltrazione di tossina botulinica nelle parotidi e, se il risultato non è soddisfacente, anche a livello delle ghiandole sottomandibolari (sotto guida ecografia); la produzione di saliva si riduce in maniera consistente, senza effetti collaterali, con un trattamento ogni tre-sei mesi. L’ aprassia dell’apertura degli occhi associata o meno a blefarospasmo è un proble ma non comunissimo, che può essere correlato alla malattia o alla terapia stessa; i pazienti si lamentano che non riescono ad aprire le palpebre volontariamente, tanto che sono costretti ad alzarsele per riuscire a tener aperti gli occhi; spesso, guardando la tv o leggendo, gli occhi si chiudono spontaneamente e non si rie sce più ad aprirli. Ciò dipende dal fatto che c’è una specie di bradicinesia o di acinesia di questo atto motorio, talvolta associato ad un’iperattività del muscolo orbicolare dell’occhio: le infitrazioni di tossina botulinica in tale sede indebo liscono il muscolo, cosicché l’apertura della palpebre viene facilitata. Anche in questo caso, in genere il trattamento viene eseguito ogni 3-6 mesi. La disartria e la disfagia costituiscono un problema più complesso, perché possono anche non dipendere dall’interessamento del sistema dopaminergico: ciò significa che non rispondono alla terapia con la levodopa o con i dopa minoagonisti. Il primo provvedimento da prendere è quello di aumentare la terapia: se questo risolve il problema, significa che tali sintomi dipendono dalla bradicinesia e/o dalla rigidità della muscolatura oro-faringea; se non migliorano, vuol dire che sono coinvolte le vie bulbari non dopaminergiche. È necessario allora ricorrere alla rieducazione funzionale, per l’apprendimento delle tecniche che mirano a proteggere le vie aeree dall’inalazione di cibo. Nell’eventualità, in genere però non frequente, che il fatto di “parlar male” o la disfagia dipendano da movimenti involontari del distretto orofaringeo, si può ricorrere all’iniezione di tossina botulinica, individuando, attraverso la registrazione della loro iperat tività, i muscoli che funzionano in maniera scorretta. L'infiltrazione di tossina botulinica risolve, spesso completamente, le distonie fisse di fase off ed i crampi muscolari, così come l’iperattività sfinteriale. I disturbi del sonno sono un altro capitolo dolente nella vita del paziente parkinsoniano; in fase avanzata di malattia sono quasi la regola: dipendono da un molteplicità di fattori che vanno analizzati uno ad uno, per individuare quelli che vi contribuiscono maggiormente. Bisogna mettere in conto che la frammentazione del sonno notturno è un aspetto tipico dell’età avanzata. Spes so, durante la notte, tornano a manifestarsi i sintomi della malattia, quando la terapia notturna è insufficiente. Molti dei comuni farmaci provocano insonnia, in particolare la selegilina, l’amantadina, i dopaminoagonisti e anche la levodopa. Le minzioni notturne comportano frequenti risvegli indesiderati. La depressio ne stessa può alterare il sonno notturno. L’inversione del ritmo sonno-veglia è 35 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i molto frequente: non si dorme di notte, ma si dorme di giorno, perpetuando un circolo vizioso. Vi sono tuttavia dei disturbi peculiari, che nei soggetti parkinsoniani compro mettono il sonno notturno in maniera consistente: il disturbo comportamentale del sonno REM, le allucinazioni notturne, i movimenti periodici notturni degli arti e la sindrome delle gambe senza riposo. Per ogni tipologia, esiste un trattamento farmacologico specifico, perciò questi disturbi vanno ricercati e indagati con attenzione. Il disturbo comportamentale del sonno REM consiste nella perdita della fisio logica inibizione del tono muscolare durante la fase REM del sonno (quando si sogna), per cui il paziente “recita” una vera e propria scena senza rendersene conto: può alzarsi dal letto, urlare, gesticolare, compiere atti violenti. Questo disturbo comportamentale può venire confuso con le allucinazioni o le psicosi notturne, che però non comportano un’attività motoria vera e propria; risponde selettivamente alla terapia con il clonazepan (Rivotril). La sindrome delle gambe senza riposo, cioè la sensazione di irrequietezza, quasi sempre a carico degli arti inferiori, che sveglia il paziente e lo costringe ad alzarsi e a camminare, risponde invece a una dose notturna di dopaminoagonisti o di levodopa, perché dipende da una ridotta attivazione del sistema dopaminergi co. Per i sogni vividi, gli incubi, le allucinazioni, gli incubi o/e psicosi notturne, la terapia di prima scelta è la clozapina, neurolettico atipico che non interferisce con il sistema dopaminergico e perciò non peggiora i sintomi motori della malattia. L’eccessiva sonnolenza diurna in genere si riduce quando si migliora il sonno notturno; bisogna tener presente però che i farmaci che stimolano il sistema dopaminergico inducono sonnolenza. Spesso i pazienti si addormentano appena finito di mangiare perché, se hanno fatto un buon pasto, s’instaura un quadro d’ipotensione postprandiale, che riduce l’ossigenazione cerebrale a favore dell’ap parato digerente, con conseguente riduzione del livello di vigilanza: è dunque necessario mangiare poco e spesso, inoltre cercare di interrompere il circolo vizioso cercando di eliminare i riposi diurni, bevendo caffè, cioccolata, tè, Coca Cola o assumendo il modafinil, che è un farmaco utile nell’aumentare le ore di veglia nei pazienti che soffrono di vari tipi di ipersonnia. I disturbi della minzione sono un’altra frequente causa di insonnia nottur na, oltre che di fastidio durante il giorno. Anche la muscolatura volontaria che 36 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i regola la minzione può presentare gli stessi disturbi dei muscoli somatici, per cui il risultato è che il paziente sente il bisogno di mingere molto spesso e può presentare incontinenza. È necessario tenere un diario minzionale, attuare la restrizione dei liquidi serali (abolire nella cena le verdure, la frutta e le minestre) e mingere regolarmente ad ore fisse. Sulla base dei dati dell’esame urodinamico, si può decidere di utiliz zare farmaci quali l’ossibutinina, la tolterodina o iniettare la tossina botulinica (se si riscontra un’iperattività della muscolatura sfinteriale); i “bulking agents”, iniettati nello sfintere uretrale, sono utilizzati per aumentare la continenza, così come la capsaicina, che, instillata in vescica, è in grado di ridurre la sensibilità dei recettori di distensione. 1.5. Gli interventi assistenziali a supporto dell'utente e della famiglia Maria Giovanna Grisenti La malattia di Parkinson, essendo una patologia cronico degenerativa, colpisce non soltanto la persona, ma anche l’entourage famigliare, di conseguenza la presa in carico non è rivolta solo ed esclusivamente all’utente ma anche alle persone che si prendono cura di lui. In quest’ottica, tutti gli interventi sono finalizzati al coinvolgimento attivo dell’utente e della famiglia, in modo tale da ottenere quell’alleanza terapeutica che permetterà all’interessato di autogestire la propria malattia. Gli interventi sono rivolti a vari aspetti della presa in carico dell’utente affetto dalla malattia, fra cui il fornire un supporto relazionale nei momenti di ansia, sconforto e depressione, non dimenticando di sostenere anche il caregiver, o anche il favorire l’efficacia del trattamento terapeutica attraverso una corretta somministrazione, un monitoraggio attento dei benefici e una prevenzione e gestione degli effetti collaterali a carico degli apparati gastrointestinale (nausea, vomito, stipsi o diarrea), cardiocircolatorio (ipotensione ortostatica, edemi agli arti inferiori, tachicardia), motorio (discinesie) e sensoriale (allucinazioni, disturbi del sonno, confusione mentale, deficit della memoria). Risulta importante, inol tre, collaborare con la fisioterapista nel migliorare e mantenere un esercizio fisico adeguato, garantendo la sicurezza nella mobilizzazione e nella deambulazione, evitando i periodi troppo lunghi di allettamento o inattività motoria, se non necessari, e gestendo i fenomeni di on-off e del freezing della marcia, riducendo così il rischio di cadute. Nell’assistenza all’utente parkinsoniano è necessario prendere anche in carico il 37 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo i problema della disfagia, attraverso il coinvolgimento di altre figure professionali, quali la dietista e la logopedista per evitare l’ab ingestis e garantire un adeguato apporto nutrizionale, ma soprattutto educare l’ utente ed il caregiver a ricono scere i disturbi motori e gli effetti collaterali del trattamento e ad attuare delle strategie per controllarli (alimentazione, tempi della somministrazione, sonno riposo, correzione della marcia, il freezing…), a pianificare le proprie attività di vita in base al trattamento, ma anche ai bisogni della famiglia e a conoscere le complicanze, quali le cadute e il rischio di ab ingestis e attuare strategie per prevenirle (la sicurezza ambientale, l'assunzione di alimenti semi solidi o con addensante…). Non meno rilevante è, tuttavia, il garantire un adeguato riposo notturno e quindi un miglioramento anche della qualità di vita, prendendo in carico i problemi che influiscono sul sonno, quali l’insonnia e i risvegli notturni con conseguente sonnolenza diurna e inversione del ritmo sonno-veglia, causati dal trattamento, da sogni e allucinazioni, tremori a riposo, nicturia, depressione e ansia. BiBliografia 1) Pezzoli,G. &Tesei, S. (2001). Guida alla malattia di Parkinson 2001 a cura dell’Associazione italiana Parkinsoniani, Milano 2001; 2) Stocchi, F. (1998). Morbo di Parkinson. Strategie terapeutiche e qualità della vita del malato. Roma: Il pensiero Scientifico Editore; 3) Lega Italiana per la lotta contro la malattia di Parkinson, la sindromi extrapiramidali e le demenze (LIMPE 2002). Linee guida per il trattamento della malattia di Parkinson 2002. Neurological Sciences,23,S1-S64; 4) Stacy M. (2002). Sleep disorders in Parkinson’s disease. Epidemiology and management. Drugs and Aging,19(10),733-739 38 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 Esperienze a confronto 2.1. Intervento della Presidente di Parkinson Italia Lucilla Bossi Parkinson Italia è una Confederazione di Associazioni in favore dei malati di Parkinson e dei loro familiari che, nel loro insieme, interessano circa 10.000 persone fra malati, familiari e medici. Le associazioni sono distribuite su tutto il territorio nazionale. La missione di Parkinson Italia è prima di tutto di aiutare i pazienti parkin soniani e i loro famigliari a convivere al meglio con la loro malattia, mantendo attiva una rete per scambiare informazioni e condividere risorse. Lo Statuto, inoltre, prevede: rappresentare le Associazioni confederate a livello nazionale, sensibilizzare l’opinione pubblica e tutte le figure professionalmente coinvolte nella malattia di Parkinson, promuovere la ricerca sulle cause, la prevenzione e la terapia di questa patologia, salvaguardare i diritti dei pazienti affinché possano usufruire di tutti i benefici loro spettanti, programmare e divulgare attraverso il proprio comitato scientifico una corretta informazione medico scientifica sulla malattia di Parkinson e i parkinsonismi, e infine promuovere la costituzione di nuove associazioni locali in modo da assicurare una più diffusa presenza sul territorio. Parkinson Italia rappresenta una realtà radicalmente nuova nel mondo del l’associazionismo italiano pro-parkinsoniani, perchè è un’organizzazione di associazioni moderatamente centralizzata per avere maggior visibilità a livello nazionale, ma allo stesso tempo ciascuna associazione confederata mantiene la propria autonomia gestionale integralmente. Per dare maggiore visibilità alle associazioni aderenti, Parkinson Italia partecipa ai principali congressi italiani sul Parkinson, organizza riunioni periodiche fra le associazioni confederate per scambi di opinioni e di esperienze, organizza un convegno annuale distribuisce materiale informativo qualificato, mette un sito internet a disposizione degli aderenti, è membro dell’ EPDA (European Parkinson’s Disease Association) che 39 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 è l’organizzazione che riunisce le associazioni per il Parkinson in Europa. Qual è il ruolo delle associazioni aderenti. Che cosa può fare un’associazione di volontariato per un malato di Parkinson, che non possa fare un buon neu rologo?: informazioni, contatti e compagnia, sostegno psicologico. Informazioni Le Associazioni che aderiscono a Parkinson in Italia a livello informativo ci di cono se nei centri della nostra zona il Parkinson è curato in modo specialistico. Inoltre l’associazione organizza incontri periodici tra medici specialisti e gli associati dove è centrale la possibilità di porre domande al medico. L’ associa zione non può dare informazioni di carattere terapeutico, ma dà informazioni di carattere pratico: il Parkinson è una malattia noiosa e complicata che può essere però alleviata da piccoli accorgimenti. Tante piccole informazioni che una alla volta sembrano poca cosa, prese insieme finiscono con l’influire sulla qualità della vita. L'associazione distribuisce materiale informativo, come la guida al Parkinson, il notiziario nazionale, gli atti dei convegni il notiziario dell’EPDA (in inglese) e altro ancora. Contatti e compagnia Uno dei gravi problemi di questa malattia è la tendenza a isolarsi: il paziente si vergogna dei suoi sintomi, e come soluzione non trova che quella di chiudersi in casa, diventa tetro, si deprime sempre di più. Inizia così un circolo vizioso: nessuno lo va più a trovare e l’isolamento diventa un fatto compiuto. L’associa zione organizza gruppi d’incontro, spesso condotti da uno psicologo, tra pazienti e familiari, che in questo modo hanno una buona occasione per lasciare le loro mura protettive e scambiare quattro chiacchiere senza imbarazzo per la loro condizione. Molti gruppi di sostegno riescono molto bene anche se non si parla affatto di Parkinson: il semplice fatto del trovarsi tra persone con cui non si ha l’handicap di sentirsi diversi, di vivere una situazione normale facendo quattro chiacchiere, una partita a carte o una merenda può essere vero un toccasana per il tono dell’umore. Sostegno psicologico Già il semplice fatto di essere associati è un sostegno psicologico, nel senso che si sa che in qualunque momento possiamo comporre un numero di telefono e trovare all’altro capo del filo una persona che capisce di cosa stiamo parlando. Inoltre l’associazione permette nuovi contatti, aiuta con informazioni preziose per la gestione quotidiana dei sintomi, offre l’occasione di sfogarsi, raccontando i nostri problemi di persone con Parkinson. 40 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 Tuttavia la qualità della nostra vita può migliorare notevolmente, non solo con una giusta terapia, che è la premessa indispensabile, ma anche per come noi stessi rispondiamo a questo accidente che ci è capitato. La reazione del malato e dei suoi familiari è fondamentale, e in ultima analisi siamo noi che abbiamo nelle nostre mani la risposta, ognuno di noi è libero di decidere come reagire ad una certa situazione: possiamo sentirci vittime, autocommiserarci, far pesare a chi è vicino la nostra malattia, oppure attingere alla nostra forza interiore e continuare nonostante tutto, quantomeno per molti anni. (Apro una breve parentesi per comunicarvi una cosa che non c’è nelle diapositive perché mi è venuta in mente solo poco fa. Quando si parla di Parkinson, si dice spesso “il malato, il paziente e il suo caregiver”, “il-paziente-e-il-suo-caregiver” tutto attaccato, come se fosse impensabile che un paziente non avesse un caregiver, il che ha un effetto assolutamente deprimente perché è un messaggio di grande dipendenza. Invece un caregiver si rende in genere necessario solo dopo molti anni di malattia. Per esempio, come vedete, io vado ancora in giro sulle mie gambe e sono autonoma completamente. Dopo 19 anni di un Parkinson non particolarmente benevolo, non ho nessun caregiver anzi sono ancora io che mi prendo cura di mio figlio, anche se è grande e sta bene). Tra i compiti di un’associazione ci deve essere anche quello di aiutare i suoi iscritti a ricordare che un uomo o una donna non sono semplicemente un or ganismo che ingurgita levodopa e dopaminoagonisti, ma sono persone dotate di spirito, di carattere, di una mente e di un cuore. Tutto questo si riassume in una citazione di Aldous Huxley. “L’esperienza non è quello che ci capita, ma quello che facciamo con quello che ci capita”. 2.2. I quindici anni dell’Associazione Parkinson di Trento Giuseppe Lombardo - - L'associazione Parkinson nasce ufficialmente il 6 novembre del 1990 e l’atto costitutivo riporta i nomi di Fabio Ambrosi, Mario Appollonia, Pia Gabrielli, Giuseppe Gianpiccolo, Mario Kirchner, Cesare Nollo, Guido Pedron, Renzo Pedrotti e Italo Salvetti. Per chiarire l’utilità della nostra associazione ed i motivi fondanti che hanno portato alla sua nascita, vorrei ricordare quali erano per i malati le condi zioni precedenti al 1990. Fino ad allora, a Trento, le persone ammalate di Parkinson potevano contare solo su un semplice servizio di assistenza medica e potevano trovare qualche sostegno presso l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla di Trento, dove avevano la possibilità di usufruire di un limitato ciclo di terapia riabilitativa (presso la palestra della Scuola Elementare R. 41 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 Sanzio). La presidente Ivana Chemolli, che all’epoca ci ha aiutato a fondare l’Associazione mettendoci a disposizione i locali e dandoci dei suggerimenti per stilare lo statuto. Il neo-eletto Consiglio Direttivo si è prefisso i seguenti scopi: 1. Costituire un punto di riferimento concreto per dare voce e risposta alle necessità dei malati parkinsoniani e dei loro familiari; 2. Offrire assistenza psicologica ad ammalati e familiari; 3. Creare occasioni favorevoli per aiutarli a uscire dall’isolamento. L’associazione di Trento è la prima in Italia e sul suo modello ne sorgeranno nel resto del Paese altre 18 associazioni, tutte confederate alla Parkinson Italia, con sede a Milano, di cui i nostri rappresentanti hanno sempre fatto parte del Consiglio Direttivo. La nostra sede viene assegnata dalla Circoscrizione “Oltre fersina” nel 1991, e da allora è rimasta in via Pasubio 29. In questi 15 anni l'associazione è riuscita a coinvolgere circa 400 persone, cercando di sottrarle all’isolamento a cui la patologia spesso porta e dando loro informazioni sulla gestione dei problemi ad essa legati. A tal fine sono stati attivati dei gruppi di auto-mutuo-aiuto che attualmente sono funzionanti a Trento, Rovereto e Villa Agnedo. Negli anni questi gruppi hanno avuto un crescente indice di gradimento al loro interno. Fra di essi si sono instaurate delle relazioni amicali tali da portare gli associati ad affermare che l’associazione è diventata “la loro seconda famiglia”. L’entusiasmo verso tali iniziative ha portato l’associazione a capire che sia gli ammalati che i familiari hanno bisogno di essere sostenuti psicologicamente e anche aiutati a trovare dei momenti di socializzazione. Pertanto i momenti ricreativi non sono solo importanti, ma necessari; per questo, da anni si organizzano diverse attività, tra le quali la gita sociale, le feste in occasione delle ricorrenze annuali e il soggiorno marino. Vorrei sottolineare le difficoltà logistiche legate a quest’ultima attività, perché, sebbene quando fu proposta per la prima volta si sarebbe potuto parlare di una scommessa azzardata, tale azzardo ha dimostrato che anche le persone affette da Parkinson possono, nonostante le difficoltà, godere di un lungo periodo di vacanza. Si sono infine promosse altre iniziative nell’intento di favorire l’attività fisica oltre alla socializzazione: l’attività motoria di gruppo, in palestra e in piscina e, ultima nata, la Biovoce, che sta riscontrando un buon successo. É nostra intenzione, per evitare spostamenti faticosi, introdurre, a breve termine, tutte queste attività anche in periferia; per fare ciò è necessario però l’aiuto di volontari. Altra iniziativa utile e di notevole interesse è “Il notiziario” giornalino trime42 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 strale d’informazione e collegamento fra la sede e gli iscritti . Oltre a ciò è stato nominato un comitato scientifico di cui tuttora fanno parte i dottori Claudio Boninsegna, Aldo Genovese e Albina Boreatti, i quali, insieme ad altri esponenti della neurologia locale e nazionale, ci hanno spiegato nel corso di questi quindici anni le caratteristiche della malattia, informandoci nello stesso tempo sulle novità della ricerca medico-scientifica. Inoltre in colla borazione con il dottor Daniele Orrico, primario del reparto di Neurologia di Trento, è stato introdotto un tesserino personale del parkinsoniano attestante la terapia seguita, ciò al fine di evitare interferenze in un eventuale ricovero. Allo stesso tempo si è cercato di sensibilizzare le strutture sanitarie locali al fine di far capire le necessità di un parkinsoniano; l’esempio più chiaro di ciò è il fatto che, allo stato attuale, l’associazione è riuscita ad ottenere la corsia preferenziale per le visite ambulatoriali presso l’ospedale S. Chiara con il Dottor Claudio Boninsegna e presso la A.S.L. di Trento con il Dottor Aldo Genovese. Tale misura fa in modo di accorciare notevolmente i tempi di attesa per avere una visita specialistica. Le idee per le future attività sono tante e disparate, ma per rimanere nel tema dell’approccio globale possiamo delineare i più urgenti obiettivi: - attività di riabilitazione sistematica nelle strutture pubbliche esistenti, con il rafforzamento del sistema di “corsia preferenziale” nell’ambito della fisiochinesi terapia e della logopedia; - supporto psicologico, istituzionalizzato, sia per la persona con Parkinson sia per i familiari; - attivazione di un day-hospital finalizzato all’assistenza dell’ammalato nelle fasi di cambio di terapia o in situazioni particolari; - assistenza alle persone che sono state sottoposte all’operazione di neuro-sti molazione profonda che attualmente, per i controlli di routine, sono costrette ad andare fuori provincia - istituzione di una linea diretta con il neurologo per poter avere in tempo reale soluzioni a problemi emergenti. In sintesi la nostra ambizione è quella di riuscire ad avere un ambulatorio multidisciplinare tale che permetta al parkinsoniano di essere curato e considerato in maniera globale. Infine, come persona che in famiglia conosce l’esperienza del Parkinson, esorto le persone affette da questa pesante malattia a non nascondersi e a non nascondere le proprie difficoltà. Di fronte all’indifferenza o alla superficialità che talvolta si possono riscontrare nelle esperienze di ogni giorno, mi auguro che le persone affette da Parkinson traggano dal nostro lavoro la forza per reagire e per superare tali ostacoli. 43 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 2.3. Confronto di esperienze di approccio multidisciplinare territorioospedale. Augusto Scaglioni, Maria Grazia Saginario, Luisa Zappini La produzione di salute, ovvero una migliore qualità della vita è l’obiettivo del Servizio Sanitario Nazionale. L’efficacia del sistema viene misurata in termini di miglior qualità della vita. Vari studi hanno confrontato i differenti tipi di sistemi sanitari esistenti ed i costi di gestione necessari per produrre più benessere, in termini di salute collettiva. È quindi ovvio che viene considerato un sistema vincente quello che riesce a fornire i migliori servizi utilizzando il minor numero di risorse. Non bisogna tuttavia cadere nella tentazione dell’efficientismo, cioè della fornitura di grandi numeri di prestazioni di scarsa qualità, che è indice di mancato raggiungimento del vero obiettivo. L’efficacia viene quindi intesa come il rapporto tra gli esiti ottenuti e le pre stazioni necessarie per raggiungerli, mentre l’efficienza è data dalle prestazioni erogate e le risorse impiegate per fornirle. Il sistema è costituito essenzialmente dalle figure professionali che lo com pongono e lo scambio di idee e conoscenze scientifiche aumenta la qualità della prestazione percepita dagli utenti finali. Il malato, si colloca al centro di questo complessa struttura, che è nata per essere al suo servizio. Il paziente non necessita solo di essere curato e possibilmente guarito, ma anche ascoltato, istruito e tranquillizzato per quanto riguarda la sua malattia. Voltaire giudicava un bravo medico "colui che divertiva il paziente mentre la malattia avanzava" e questa opinione è attuale anche oggi. La sfida che ci attende nei prossimi anni è quella di garantire prestazioni non solo di elevata qualità, ma che contengano anche una buona dose di umanità. In tutto l’Occidente vi è una forte sproporzione tra le risorse destinate agli ospedali ed altre forme assistenziali. Si avverte quindi l’esigenza di riorganizza re la rete ospedaliera, fornendo nel contempo nuove strutture territoriali che consentano di ridurre il numero dei ricoveri. Questo rinnovamento è necessario perché l’invecchiamento fisiologico e i 44 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 processi patologici a esso correlati richiederanno negli anni futuri un sempre maggior impiego di risorse sanitarie, sia economiche che umane. Basti pensare che negli Stati Uniti circa il 40% del budget per le malattie del sistema nervoso centrale è assorbito dalle varie forme di demenza, malattia di Alzheimer in testa. Nonostante la presenza di letti dedicati per le demenze, l’ospedalizzazione è sempre problematica per questi malati, poiché il distacco dai riferimenti affettivi e spaziali può provocare un peggioramento del quadro clinico. La Malattia di Parkinson (M. di P.) è la seconda malattia neurodegenerativa dopo le demenze, con una prevalenza di circa 100-200 casi/100.000 e un’inci denza di 20 nuovi casi/anno /100.000 (tabella 1). Stime recenti hanno previsto un triplicarsi dei casi di Parkinson nei prossimi 50 anni. Questo dato è legato sia all’aumento della vita media che all’inquina mento ambientale. Questi dati sono sottostimati se alla M. di P. aggiungiamo i Parkinsonismi secondari, quali quelli vascolari, post-traumatici, tossici, per citare i più frequenti e altre malattie degenerative simili alla M. di P., ma da questa difficilmente distinguibili, almeno nelle fasi di esordio della sintomatologia clinica. Tab. 8. Malattia di Parkinson - 2° malattia neurodegenerativa dell’età adulta - Interessamento multisistemico - Terapia farmacologica cronica per più di 30 anni - Costo elevato - Terapie di supporto - Informazione accurata - Evoluzione malattia ⇒ qualità della vita - Comorbilità - Nuove terapie La M. di P. non interessa solo il sistema motorio, ma comporta un interes samento multisistemico che compromette anche altri organi quali l’apparato osteo-scheletrico, la respirazione e fonazione, il sistema gastrointestinale, l’appa 45 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 rato genito-urinario, il sistema cardiocircolatorio e talvolta le funzioni psichiche superiori (tabella 9). È quindi razionale presupporre, che la gestione della malattia e della co morbidità non sia soltanto di pertinenza del neurologo, ma di una nutrita serie di specialisti che lavorino in team, scambiandosi reciprocamente le loro informazioni. Il lavoro di gruppo è oggigiorno indispensabile per la buona pratica clinica, al fine di ottenere un’assistenza elevata con l’utilizzo di un minor numero di risorse. Tab. 9. Morbo di Parkinson - Sistema muscolo-scheletrico - Sistema respiratorio-fonatorio - Sistema gastrointestinale - Apparato genito-urinario - Apparato cardiocircolatorio - Funzioni cognitive L’approccio multidisciplinare fornisce al paziente il miglior trattamento possibile. I vantaggi del “team-working” si riflettono nella migliore comprensione del processo curativo, nella comunicazione e soddisfazione personale, nella possibilità di gestire il paziente al meglio delle conoscenze disponibili. La condivisione delle responsabilità, e lo stimolo all’aggiornamento e approfondimento migliora la qualità di vita del paziente e dei caregiver. Lavorare in team favorisce l’approccio individuale, con una maggior attenzione alle problematiche umane ed un perfezionamento della relazione professionistapaziente, fulcro centrale del processo terapeutico. Il team Il gruppo o team è un insieme di individui in reciproco rapporto tra di loro, la cui attività è finalizzata a un obiettivo comune. Ogni gruppo ha le proprie nor me di comportamento, valori e interessi comuni. Le peculiarità sono delineate nella Tabella 10. 46 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 Tab. 10. Caratteristiche di un team efficace - Informalità - Partecipazione - Ascolto - Disaccordo civile - Decisioni consensuali - Comunicazione aperta - Ruoli chiari e assegnazione dei compiti - Ledership condivisa - Relazioni esterne - Diversità di stile - Auto-valutazione La leadership Ciascun membro ha nel gruppo una posizione specifica. Il leader è una persona che riveste un ruolo speciale all’interno del gruppo, in quanto risponde esatta mente alle aspettative di direzione da parte degli altri membri e riesce a orientare gli obiettivi del gruppo. Il leader è il simbolo del gruppo (Tabella11), che nel nostro organigramma risulta essere il neurologo. Tab. 11. Caratteristiche del leader - Ascolto - Empatia - Ripresa - Consapevolezza - Persuasione - Assistenza - Impegno per la crescita delle persone del gruppo - Costruzione del gruppo 47 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 Sportello Parkinson è un tentativo di approccio multidisciplinare alla M. di Parkinson . Attualmente il team è formato da 8 figure professionali (Tabella 12) che si prendono carico dei differenti aspetti della M. di Parkinson; ma in futuro è prevista l’adesione di altri specialisti al gruppo. Nella prima visita ambulatoriale il paziente viene valutato sotto il profilo me dico, psicologico, nutrizionale e, se necessario, avviato a un ciclo di fisioterapia specifica (Figura 2.). Nei controlli successivi, la valutazione viene personalizzata in base ai problemi riscontrati. Al neurologo, al termine delle indagini effettuate, è demandato il compito di una sintesi finale del percorso clinico eseguito dai vari specialisti nella mattinata. Tab. 12. Sportello Parkinson - Team multidisciplinare - Neurologo - Psichiatra - Fisiatra - Psicologa - Dietista - Logopedista - Tecnici della riabilitazione - Personale amministrativo 48 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 Fig. 2. Prima Visita Ambulatoriale Psichiatra Logopedista Dietista Neurologo Fisiatra Psicologa La M. di Parkinson è una malattia cronica che richiede un intervento tera peutico continuativo per molti anni. Questo progetto ha come obiettivo il miglioramento della qualità dell’assistenza erogata al malato parkinsoniano, con una visione globale plurispecialistica dei problemi clinici che la malattia comporta. Riteniamo che una corretta integrazione tra i vari specialisti possa elevare la qualità della vita del paziente parkinsoniano e dei suoi familiari. Infine, abbiamo semplificato la procedura burocratica con riduzione dei tempi e dei costi a carico dei pazienti e dei familiari. Con una semplice telefonata è possibile prenotare una visita allo Sportello Parkinson situato presso la Fonda zione Don Carlo Gnocchi di Parma. 49 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 In conclusione: Sportello Parkinson È un team multidisciplinare coordinato che con visite superspecialistiche ottiene una visione globale dei problemi del paziente parkinsoniano. La semplificazione delle procedure burocratiche per le prenotazioni delle visite comporta anche un considerevole risparmio in termini temporali ed economici a beneficio dei pazienti e dei loro familiari. BiBliografia 1) Calman KC. Working Together, Teamwork. Journal of Interprofessional Care 1994;8:95-99. 2) Curley C, McEachern JE, Speroff T. A Firm Trial of Interdisciplinary Rounds on the Inpatient Medical Wards. An Intervention Designed Using Continuous Quality Improvement. Med Care 1998;36:AS4-12. 3) General Medical Council. Good Medical Practive, 2nd Edition. General Medical Council, London 1998. 4) Irvine D. The Performances of Doctors: The New Professionalism. Lancet 1999; 353: 1174-1177. 5) Saginario M.G. Psicologia della Comunicazione, Santa Croce, Parma 2004. 6) Sciarelli S. Economia e gestione delle imprese, Cedam, Padova 1997. 7) Spears L.C. Reflection on Leadership: How Robert K Greenleaf ‘s Theory of Servant-Leadership influenced Today’s Top Management Thinkers, John Wiley & Sons, New York, 1995, pp.1-14. 2.4. Sportello Parkinson Maria Grazia Saginario Lo sportello Parkinson è un gruppo di lavoro, (team-work), i cui membri lavorano con modalità diverse, ma con intenti comuni, quali l’ascolto, la comuni cazione assertiva, la proposta di informazioni e contenuti adeguati al contesto. 50 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 Il team multidisciplinare ha come obiettivo il migliorare la qualità di vita del paziente, e il raggiungere la maggior soddisfazione del soggetto curato. Tra le caratteristiche di un team efficace nel rapporto di gruppo spicca l’infor malità e, nel rapporto con il malato, il lavorare utilizzando una comunicazione empatica, ovvero, focalizzare l’attenzione sugli stati d’animo dell’altro e segna lare questa sintonia inviando messaggi (verbali e non) adeguati alla capacità di ricezione del soggetto. L’ascolto, sia all’interno del gruppo che nei confronti il soggetto curato e il suo gruppo famiglia, deve essere profondo. Altra importante caratteristica di un team efficace è il capire che si cresce insieme proponendo critiche costruttive, finalizzate al miglioramento della situazione e dell’organizzazione del lavoro, e mai manipolative, perché limi terebbero l’autoefficacia degli altri membri del gruppo. Le decisioni vengono prese consensualmente fermo restando che i ruoli e le assegnazioni dei compiti sono stabiliti dal ruolo professionale. Ogni apporto è soggettivo caratterizzato dal proprio vissuto personale, dalla propria esperienza, professionale e di vita, dal proprio modus vivendi e dalla propria personalità. Infatti, secondo non sono gli eventi che viviamo che ci modificano, ma come noi li interpretiamo. Nel gruppo la leadership è condivisa, il leader è democratico e accettato da tutti. Le relazioni esterne devono essere adeguate, perchè l’esterno al gruppo è il malato, ed è necessario conoscere e comprendere le emozioni, i sentimenti, i desideri, le difficoltà, le paure, le angosce, i vissuti, sia suoi che del suo gruppofamiglia. Il gruppo è formato da varie persone con le loro peculiarità, ma il risultato del lavoro non è solo la somma delle singole persone, bensì la somma di tutte le singole esperienze unite a quel qualcosa in più che nasce dal connubio e che arricchisce le relazioni. Insieme ci si conosce meglio, si cresce, si cambia, ci si modifica, e ci si ritrova diversi, ma sempre se stessi. La leadership è un punto focale, perché la persona che riveste il ruolo di leader diventa il rappresentante verso l'esterno. Se il leader non sa tenere forte le redini del gruppo, questo viene percepito dall’altro gruppo, il gruppo-famiglia a cui appartiene la persona che è in cura. Nella Fondazione Don Gnocchi è presente anche l’assistente sociale, a cui il team delega le problematiche di tipo assistenziale. Il team permette un approccio terapeutico centrato sulla persona e non sulla malattia e questo è possibile perché più persone che collaborano insieme riescono a valutare meglio le problematiche umane e personali dei soggetti in carico. Una 51 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 2 persona che lavora individualmente non potrebbe possedere la stessa globale capacità di valutare le problematiche del singolo, che sono molto complesse e difficili. In sintesi, la multidisciplinarietà del gruppo, ma anche l’unità dello stesso favoriscono l’efficacia del percorso di cura. 52 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 Nuovi approcci terapeutici 3.1. Nuove frontiere terapeutiche nella malattia di Parkinson Claudio Pacchetti, Maria Ossola È stato calcolato che dal 1996 al 2004 ben 207 molecole sono state oggetto di sperimentazioni terapeutiche per il trattamento della Malattia di Parkinson. Non tutte queste molecole hanno superato “indenni” le diverse fasi della sperimentazione: alcune non hanno raggiunto alcuno sviluppo farmacologico, altre sono state incluse in studi interrotti precocemente. Molte tuttavia sono attualmente oggetto di studi in fase preclinica o clinica, solo 17 comunque hanno finora raggiunto l’immissione in commercio o la registrazione. Questi dati suggeriscono che la Malattia di Parkinson rappresenta un terreno aperto alla ricerca, per via delle numerose ipotesi fisiopatologiche che si avvicen dano nel tentare di chiarire la sua origine. Tuttavia, proprio in quanto patologia dalla genesi multifattoriale e a carattere degenerativo (dunque dall’evoluzione inesorabile), sembra estremamente difficile riuscire ad ottenere un farmaco capace di modificare in modo incontrovertibile l’andamento della patologia o addirittura prevenirne l’insorgenza. I pazienti, sono estremamente vigili nel sorvegliare, speranzosi, la messa in commercio di nuove terapie che modifichino la loro qualità di vita e riducano le complicanze dei “vecchi” farmaci, ma sono altrettanto attenti all’annuncio di un qualche medicinale che finalmente li porti a “guarigione”. E spesso incontrano lo scetticismo del neurologo curante, che, a conoscenza della precarietà dei risultati degli studi in corso, soprattutto sulle prospettive più innovative, spesso risponde in modo elusivo o insoddisfacente, e il paziente trova maggiori informazioni fra le pagine delle riviste di attualità o di internet. Quattro sono le nuove molecole che sono state registrate negli ultimi dieci 53 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 anni e che entreranno in commercio nei prossimi mesi: Stalevo, Melevodopa, Duodopa, Rasagilina. Stalevo è un’associazione di levodopa, inibitore delle decarbossilasi (carbidopa) e inibitore COMT (entacapone). Dunque in questa molecola due meccani smi d’azione dovrebbero agire sinergicamente: la disponibilità del precursore della dopamina e l’inibizione del catabolismo della stessa a livello periferico e centrale. Gli studi clinici hanno dimostrato che questa associazione determina una più costante stimolazione dopaminergica, con una riduzione marcata delle fluttuazioni ON/OFF e il raggiungimento di un livello plasmatico di precursore (Levodopa) più elevato rispetto alla formulazione senza inibitore delle COMT (Sinemet). Anche Rasagilina, inibitore irreversibile delle MAO-B, viene sviluppata allo scopo di ridurre il catabolismo della levodopa, e infatti, rispetto al placebo, è in grado di ridurre significativamente il tempo medio diurno trascorso in OFF (quasi 8 ore in meno rispetto al placebo), paragonabile in questa sua azione agli inibitori delle COMT (entacapone). Non va trascurata l’implicazione ulteriore degli inibitori MAO (rasagilina, selegilina) nei meccanismi di neuroprotezione che saranno discussi oltre. Uno dei problemi maggiormente lamentati dai pazienti parkinsoniani con malattia in fase complicata, è senza dubbio accanto alle fluttuazioni motorie, la latenza di efficacia della terapia dopaminergica, quasi sempre più evidente nel periodo post-prandiale, che determina una riduzione di durata delle fasi ON e a volte addirittura la mancata comparsa della fase ON stessa in quanto non si raggiungono livelli plasmatici efficaci. È stato dimostrato che i meccanismi di assorbimento gastrico della levodopa sono fondamentali nell’instaurarsi di questa complicanza, e che una formulazione effervescente, come la levodopa metil-estere (Melevodopa) è in grado di “bypassare” l’ostacolo di rallentato as sorbimento gastrico riducendo sensibilmente la latenza dell’ON e aumentando parimenti la durata globale dell’ON nella giornata. La pulsatilità della stimolazione dei recettori dopaminergici striatali è alla base dell’instaurarsi della complicanza più nota della malattia, cioè le fluttuazioni ON/OFF. I pazienti in fase gravemente complicata manifestano tali fluttua zioni in modo ormai imprevedibile rispetto alla tempistica di assunzione della terapia. Per loro diviene indispensabile trovare un metodo di somministrazione che fornisca una stimolazione dopaminergica il più possibile continua. Uno dei sistemi sinora più utilizzati è l’infusione di un agonista dopaminergico in formulazione liquida (apomorfina). La sua efficacia è spesso contrastata dalla comparsa di complicanze legate al metodo di infusione, tramite ago sottocutaneo: in particolare la formazione di pomfi nel tessuto cutaneo che rendono inefficace 54 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 l’assorbimento del farmaco nella zona dove si sono formati, e persistono cro nicamente. La soluzione elaborata è stata quella di veicolare il principio attivo direttamente al sistema gastrointestinale, ottenendo così, tra i vantaggi, anche quello di poter somministrare adeguatamente i farmaci a pazienti con severa disfagia o a pazienti con disturbi dell’assorbimento gastrico (gastroresezione, ulcera peptica). Si tratta del sistema Duodopa, un’associazione di levodopa, carbidopa e gel intestinale, che viene veicolata mediante il posizionamento di una PEG il cui catetere viene fissato non a livello gastrico ma direttamente in duodeno. I risultati degli studi clinici sono incoraggianti. Del resto la ricerca di nuove vie di somministrazione è una delle sfide per il controllo del complicanze “iatrogene” nella Malattia di Parkinson, al fine di ottenere una stimolazione dopaminergica il più possibile simile a quella fisio logica. Il cerotto trasdermico è stato utilizzato in numerosi studi che sono già in fase IIb o III della sperimentazione clinica. In questa formulazione, il D2 agonista Rotigotina si è dimostrato efficace nel trattamento di malattia in fase precoce ed avanzata, permettendo la riduzione della terapia antiparkinsoniana assunta per os senza perdita di efficacia. A breve saranno disponibili i risultati della sperimentazione in fase IIb di un altro agonista, la lisuride. Come preve dibile vanno tenute in considerazione le problematiche associate a questa via di somministrazione (ipersensibilità cutanee, iperidrosi con distacco del cerotto) e alla natura stessa del principio attivo (allucinazioni, ipotensione ortostatica). Ma il trattamento dei sintomi non è, nonostante tutto, il bersaglio più difficile da raggiungere fra i ricercatori che si occupano di disordini neurodegenerativi. E anche per la Malattia di Parkinson, le evidenze sperimentali sempre più chiare della possibilità di rallentare, fermare, o addirittura prevenire la depauperazione dei neuroni dopaminergici rendono questa sfida sempre più intrigante. Purtrop po numerose problematiche metodologiche rendono estremamente difficoltosa la riproduzione e, soprattutto, la dimostrazione dei risultati sperimentali nella pratica clinica (i neuroni non sono cellule accessibili durante la vita del pazien te). Non è ancora stato possibile dimostrare clinicamente una modificazione a carico dell’andamento della malattia. Ma sono molti i composti a cui vengono attribuite proprietà neuroprotettive, sulla base delle numerose ipotesi fisiopato genetiche (stress ossidativo, apoptosi, disfunzioni mitocondriali, eccitotossicità, predisposizione genetica) o dei risultati degli studi pre-clinici. E buona parte di essi sono già candidati per l’attuazione di studi clinici di neuroprotezione di fase II o III. Fra i meccanismi d’azione più probabili, ricordiamo le proprietà antiossidanti (dopaminoagonisti come pramipexolo, ropirinolo) associate a quelle antiapoptotiche (MAO-B inibitori come Rasagilina e Selegilina) o stabilizzanti delle funzioni mitocondriali (CoQ10, Creatina); oppure ancora l’azione bloc cante il glutammato (amantadina, remacemide, riluzolo), che contrasterebbe l’eccitotossicità. 55 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 Questi farmaci verrebbero sviluppati quindi per essere utilizzati nelle fasi più precoci di malattia perché capaci di modificarne il decorso; è per questo che alcuni di essi, come i dopamino agonisti, sono già fin d’ora suggeriti per il trattamento della malattia in fase iniziale, addirittura in monoterapia se efficaci nel controllo dei sintomi. Attualmente sono disponibili i risultati di studi per immagini PET e SPECT, che confermano una possibile riduzione di perdita dei neuroni dopaminergici nei pazienti trattati precocemente con dopamino agonisti. Oltre alle loro note proprietà antiossidanti (“scavengers” di radicali li beri, normalizzano le alterazioni post-sinaptiche indotte da MPP+, aumentano i livelli di glutatione, inibiscono la per perossidazione lipidica), essi agirebbero anche in modo indiretto permettendo la riduzione della posologia di levodopa, limitando la tossicità associata al catabolismo fisiologico di questa molecola (formazione di radicali liberi). Si possono individuare numerosissimi composti attualmente oggetto di fase preclinica o clinica, sia in studi di neuroprotezione che sintomatici. Portiamo ad esempio le sferamine, molecole in fase clinica I per studi sin tomatici. Si tratta di microcarriers utilizzati per l’impianto di cellule epiteliali retiniche umane nel cervello per via stereotassica (putamen controlaterale al lato più compromesso). In uno studio pilota in aperto del 2004 è stata valutata l’efficacia e la sicurezza di questo impianto in 6 pazienti con PD avanzato (dopo valutazione pre-operatoria con CAPIT). A 6 mesi dall’intervento è stato riportato miglioramento dell’UPDRS motorio rispetto al basale fino al 34%. Tra gli studi clinici di neuroprotezione, in fase clinica II troviamo Safinami de, un antagonista del canale Ca-Na. In pazienti in fase precoce di malattia, una dose media di safinamide di 70mg/dì ha migliorato le prestazioni motorie del 30% dopo 3 mesi di trattamento. In un sottogruppo di pazienti con dose stabile di dopamino agonista l’associazione con safinamide ha potenziato la risposta farmacologica. Safinamide ha effetti sintomatici cui si aggiunge effetto di inibizione del rilascio di glutammato e blocco dei canali ionici (potenziali effetti neuroprotettivi). Tra i farmaci sintomatici in fase di studio II clinica troviamo alcune molecole che hanno l’obiettivo di controllare le discinesie indotte dalla terapia dopami nergica: Sarizotan (Antagonista D2, Agonista 5HT1A), E2007 (antagonista AMPA). E ora qualche cenno alle terapie “non-farmacologiche”. Cosa significa “terapia genica”? Per definizione è il trasferimento di materiale genetico in un organismo allo scopo di prevenire o curare una determinata 56 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 patologia. Come può essere attuato tale traferimento? Innanzitutto esso deve avere lo scopo di trasferire il materiale genetico all’interno di cellule bersaglio ben precise e deve rimanervi il tempo necessario perché avvenga la trascrizio ne proteica e venga quindi prodotta la proteina mancante. L’ideale sarebbe il poter “iniettare” direttamente il DNA nelle cellule o nei tessuti coinvolti dalla patologia. Questa metodologia fino ad ora si è però rivelata inefficace, oltre che di difficile attuazione (si dovrebbe inserire il DNA in ogni singola cellula!). Il metodo ad oggi più utilizzato è quello che sfutta dei “vettori” che possano trasportare il materiale genetico all’interno delle cellule bersaglio: si tratta ad esempio di virus che, inattivati e “caricati” del nuovo DNA, infettano le cellule bersaglio e vi trasferiscono il DNA stesso. Si utilizza anche un meccanismo “in vivo”, mediante l’isolamento di cellule umane bersaglio che vengono diretta mente “trasfettate” con il materiale genetico necessario, fatte replicare in vitro e quindi reintrodotte nell’organismo, ora capaci di produrre la proteina mancante. I trials clinici ad oggi in corso in tutto il mondo riguardanti la terapia genica sono circa 400 e sono prevalentemente in fasi cliniche molto precoci (I o II). I risultati concreti attualmente disponibili circa la terapia genica nell’uomo non sono purtroppo entusiasmanti: ad eccezione della SCID (una grave immuno deficienza acquisita), nessun malato affetto da malattie genetiche è stato finora guarito grazie alla terapia genica. Nell’ambito più specifico della Malattia di Parkinson, abbiamo alcuni risultati positivi di studi condotti sull’animale: essi hanno dimostrato che la terapia genica è sicura e non tossica, e che riesce a rallentare la progressione della malattia. Alcuni dati incoraggianti ci vengono dalla possibilità di somministrazione del gene per GAD, un enzima che stimola la produzione di un neurotrasmetti tore, il GABA, in grado di inibire il nucleo subtalamico, che è eccessivamente attivo nella Malattia di Parkinson. È da poco iniziata la prima sperimentazione clinica nell’uomo; essa è ancora in corso e non sono ancora disponibili risultati nell’uomo. Nel ratto parkinsoniano la terapia genica “GAD” ha effettivamente inibito il nucleo subtalamico e ha ridotto significativamente la sintomatologia per periodi fino a 20 settimane. Nella scimmia con parkinsonismo indotto dalla neurotossina MPTP la terapia è stata ben tollerata determinando un migliora mento della sintomatologia dopo 2-3 mesi e miglioramento della funzione dei neuroni misurata mediante le neuroimmagini PET dopo un anno. Quali sono le prospettive che invece ci vengono dalla tecnica dei trapianti? Innanzitutto, cosa trapiantare? Cellule staminali differenziate in cellule dopa minergiche che facciano le veci dei neuroni degenerati. A fronte di difficoltà tecniche e problematiche etiche (da dove reperire le cellule staminali?), i risultati clinici sono ad oggi inconcludenti. È già stato fatto cenno alle “Sferamine”, mi crocarriers utilizzati per veicolare cellule dell’epitelio pigmentato retinico umano destinate ad essere impiantare per via stereotassica a livello striatale. 57 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 3.2. Tecniche di neurochirurgia funzionale per la stimolazione cerebrale profonda nel trattamento della malattia di Parkinson Domenico Servello La stimolazione cerebrale profonda (DBS) nella malattia di Parkinson complicata: tecnica chirurgica. Il buon esito dell’intervento di stimolazione cerebrale profonda nel trattamento della malattia di Parkinson complicata è legato fondamentalmente a due fattori. Innanzitutto una corretta indicazione: il numero dei pazienti che può avere beneficio da questa procedura è molto limitato ed il compito del neurologo è quello di selezionare molto accuratamente il candidato all’intervento che deve avere determinati requisiti e superare una serie di valutazioni per essere ritenuto idoneo. Se l’indicazione non è corretta, l’intervento non ha alcuna possibilità di risultato. L’altro fattore fondamentale è quello di garantire la massima precisione nel posizionamento degli elettrodi perché anche solo pochi millimetri di distanza dal bersaglio possono compromettere il risultato dell’intervento. La procedura chirurgica ha due fasi principali. La prima fase, di programmazio ne, avviene al di fuori della sala operatoria e consiste nella scelta e localizzazione del bersaglio e nella pianificazione di una traiettoria per raggiungerlo che faccia correre al paziente meno rischi possibili. Attualmente il bersaglio più utilizzato è rappresentato dal nucleo subtalamico sia perché la stimolazione di questo nucleo ha un’efficacia su tutti i sintomi della malattia, sia perché è l’unico nucleo la cui stimolazione permette di ridurre in seguito la terapia medica. Altre localizzazioni possono comunque essere scelte in base ai sintomi della malattia: nei casi in cui prevalgano i movimenti invo lontari, come le distonie o le discinesie, si potrà pensare alla stimolazione del globo pallido interno mentre il nucleo ventrale intermedio del talamo potrà essere considerato quando nella malattia prevalga la componente tremorigena. Lo sviluppo della diagnostica radiologica e l’applicazione del computer in chi rurgia hanno notevolmente facilitato la localizzazione del bersaglio. Fino a una quindicina di anni fa l’unico sistema che il neurochirurgo funzionale aveva a disposizione per localizzare una struttura profonda nel cervello era rappresentato dalla ventricolografia, procedura invasiva che consiste nell’iniettare mezzo di contrasto nelle cavità ventricolari. Ciò permettava di identificare le commissure anteriore e posteriore e proprio in base alla linea intercommissurale venivano calcolate le coordinate dei vari nuclei. Queste erano ricavate dagli atlanti ste reotassici che si basavano sullo studio di alcuni cervelli finemente sezionati per 58 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 ottenere le posizioni delle varie strutture profonde. Attualmente le più recenti risonanze magnetiche (RM) permettono di identificare con sicurezza le commis sure e anche di riconoscere la maggior parte del nuclei della base. La procedura chirurgica è comunque tutt’altro che standardizzata. Nei diversi centri che si occupano di questa chirurgia si usano ad esempio diversi sistemi di localizza zione. C’è chi utilizza ancora la ventricolografia; altri utilizzano la tomografia assiale computerizzata (TC) con tutti i limiti di immagine di questo esame. Anche la sola RM ha dei limiti rappresentati dalla discrepanza tra il punto che vediamo sulla lastra dalla sua reale posizione nel cervello. Uno dei sistemi che sicuramente ha meno limiti è rappresentato dalla fusione tra RM e TC fatta in condizioni stereotassiche. Precedentemente l’intervento il paziente viene sotto posto a RM. Personalmente utilizzo tre sequenze: una sequenza assiale T1 con mezzo di contrasto che mi permette di avere una mappa dei vasi corticali del paziente; una sequenza coronarica in T2 che permette di visualizzare i nuclei della base e una sequenza in T1 sagittale per un migliore riconoscimento della commissura posteriore. Il giorno dell’intervento al paziente viene posizionato il casco stereotassico, una sorta di anello che viene fissato al capo con 4 punte, previa anestesia locale. I due esami vengono quindi fusi permettendoci di utilizzare la RM su cui possiamo vedere il bersaglio e la TC in condizioni stereotassiche che ci permette di avere le sue coordinate. È quindi molto importante in questa fase la pianificazione della traiettoria perché dobbiamo portare un elettrodo dalla superficie del cervello in profondità facendo correre meno rischi possibili al paziente. L’approccio è sempre frontale anteriore perché rappresenta la parte “meno nobile” dal punto dell’eloquenza funzionale e può sopportare degli incidenti con delle conseguenze spesso meno drammatiche che altre aree cerebrali. È però molto importante, e questo sta anche nell’esperienza del chirurgo, evitare i solchi che dividono le varie circonvoluzioni dove convergono i vasi corticali che potrebbero essere danneggiati dagli elettrodi. Finita la fase di programmazione il paziente viene portato in sala operatoria e fissato al letto operatorio. Si procede ad una piccola incisione di alcuni centimetri, a forma di semiluna, in regione frontale e ad un foro di trapano frontale di 14 mm di diametro. Aperta la dura si inseriscono i 5 elettrodi per la microregistra zione intraoperatoria, che ritengo indispensabile per una precisa localizzazione del nucleo subtalamico. Gli elettrodi registrano l’attività elettrica delle strutture che attraversano scendendo fino al bersaglio. Il subtalamo ha un’attività elettrica peculiare e facilmente riconoscibile: la microregistrazione permette quindi di mappare il nucleo. Si passa quindi alla macrostimolazione che ha due funzioni: da un lato permette di valutare la risposta clinica del paziente, soprattutto sulla rigidità, che è uno dei pochi sintomi valutabili con il paziente bloccato al letto operatorio. La stimolazione valuta anche la comparsa di eventuali effetti col 59 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 laterali, come ad esempio un formicolio all’emisoma opposto, la comparsa di contrazioni muscolari, deviazioni degli occhi o disturbi del linguaggio. La microregistrazione e la macrostimolazione permettono quindi di scegliere quella traccia in cui si ha la migliore risposta clinica senza effetti collaterali per inserire l’elettrodo definitivo. Il giorno seguente l’intervento viene effettuata una RM per confermare il corretto posizionamento dell’elettrodo. Si procede quindi all’internalizzazione del sistema, intervento che consiste nel connettere gli elettrodi al generatore di impulsi che viene alloggiato in una tasca sottocutanea che può essere localizzata in regione sottoclaveare o addominale. Questa procedura, che ritengo la più corretta per garantire il miglior posizionamento degli elettrodi, comporta sicuramente una maggior durata dell’intervento con un certo disagio per il paziente che dal giorno precedente è senza terapia e deve rimanere bloccato al letto operatorio solitamente piuttosto rigido. Risulta perciò molto importante l’intervento del fisioterapista, sia nella fase preoperatoria che nel lasso di tempo che intercorre nel passaggio dal primo al secondo lato. Per quanto riguarda le complicanze, la più temibile è rappresentata senza dubbio dall’emorragia intraoperatoria che può portare a deficit neurologici anche persistenti o, addirittura, al decesso. Alcuni neurochirurghi ritengono la registrazione intraoperatoria un fattore aggiuntivo del rischio emorragico per le plurime penetrazioni. La mia casistica, che ha il vantaggio di essere omogenea (unico operatore, stesso sistema, stesse abitudini), contraddice questo pregiudizio. Fino al 2000 su 88 procedure effet tuate senza registrazione, si è verificato un caso di ematoma intraparenchimale; nelle 167 procedure (Parkinson, Distonie, Tourette) effettuate successivamente con la microregistrazione si sono avuti 2 ematomi. Si può quindi concludere che i dati relativi alla complicanza ottenuti dal confronto delle due casistiche sono privi di significatività statistica. Altra complicanza è rappresentata dal non corretto posizionamento dell’elet trodo. L’utilizzo della microregistrazione e della macrostimolazione riducono sensibilmente questo rischio come evidenziato dalla stessa casistica. Su 18 pazienti sottoposti prima del 2000 a stimolazione bilaterale dei nuclei subtalamici (quindi 36 procedure) in 6 casi si è dovuto riposizionare l’elettrodo poiché non si era avuta una risposta clinica ottimale. Nei 72 pazienti in cui si sono utilizzate la microregistrazione e la macrostimolazione (134 procedure) in un unico caso si è deciso il riposizionamento dell’elettrodo per una scarsa risposta clinica. 60 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 L’intervento di stimolazione cerebrale profonda nel trattamento della malattia di Parkinson complicata, se fatto in centri di sicura esperienza e dotati di avanzate tecnologie, può essere considerato un intervento sicuro. Pur se recentemente sono stati proposti altri interventi, attualmente rappresenta ancora la procedura che dà le migliori garanzie di risultato. 3.3. Selezione pre e gestione post intervento: aspetti psicologici del paziente e di chi lo assiste Filippo Tamma La terapia chirurgica della malattia di Parkinson, in particolare la stimolazione cerebrale profonda (DBS o Deep Brain Stimulation) è una modalità terapeutica già attualmente disponibile. Cos’è la DBS. Si tratta di una tecnica che è stata avviata a Grénoble alla fine degli anni ’80; in particolare i primi pazienti operati con DBS del subtalamo risalgono al ’93. La tecnica si è poi diffusa e affermata in tutto il mondo, gra zie anche al fatto che alcuni di noi (come me anche la dottoressa Caputo, che lavora con me all’ospedale San Paolo di Milano, e la dottoressa Fincati) hanno frequentato il centro di Grénoble e potuto fare un’esperienza specifica. Si tratta di un lavoro di équipe, multidisciplinare, che mette a confronto il neurologo, il neurofisiologo e, naturalmente, il neurochirurgo, che è il medico che ha il compito di posizionare gli elettrodi. Invece la selezione del paziente deve essere affidata al neurologo, perchè è lui che vive quotidianamente con il paziente, conosce tutti i dettagli della sua malattia e quindi è in grado di fare una corretta selezione. Da questa infatti, come in ogni intervento chirurgico, dipendono l’efficacia e il successo della terapia chirurgica. A cosa serve la DBS. Attualmente è una terapia dedicata al paziente che ha molte complicanze tipiche della fase avanzata: la sindrome da trattamento a lungo termine e in particolare fluttuazioni motorie, discinesie, disturbi del sonno. La DBS del subtalamo controlla i sintomi principali e si propone di ridare autonomia al paziente quando questo, a causa della malattia, la ha persa. In particolare se la giornata del paziente presenta un andamento altalenante fra fase ON e fase OFF, con la DBS ci proponiamo di cancellare totalmente queste fluttuazioni o almeno ridurle nettamente. A chi è rivolta la DBS. Aspetti motori: il paziente deve essere in fase avanzata di malattia; la diagnosi deve essere di malattia di Parkinson pura, cioè senza altri 61 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 aspetti, per esempio disturbi di tipo neuropsicologico. L’ età è un argomento delicato: in genere si dice meglio sotto i 65 anni, però noi abbiamo operato anche pazienti più anziani (il più anziano aveva 72 anni ed è uno dei nostri risultati migliori), ma in questo caso tutti gli altri criteri di inclusione devono essere ancora più severamente rispettati: in sostanza l’età biologica conta di più dell’età anagrafica, con particolare riferimento alla assenza di altre patologie. La durata di malattia deve essere tale da mettere al riparo da errori di diagnosi. Deve essere presente una buona risposta alla terapia, nel senso che dopo una singola dose di levodopa il paziente può camminare e correre con normale equilibrio (fase ON), ma la risposta è incostante nel corso delle 24 ore e ciò determina una perdita di autonomia. Aspetti non motori: il paziente non deve avere altre patologie soprattutto se evolutive e croniche; non deve avere problemi dal punto di vista cognitivo; deve essere fortemente motivato, possibilmente avere una personalità equilibrata, in grado di cooperare sia durante l’intervento, sia dopo l’intervento quando è necessario dare ai neurologi un continuo feedback critico; inoltre è importante che i familiari siano vicini al paziente senza essere invadenti, senza sostituirsi a lui/lei: il paziente si candida, è motivato e chi gli sta a fianco può essere il più grosso alleato del neurologo; oppure, il caso opposto, di chi non ha famiglia: abbiamo deciso di operare una persona anziana perché single, senza figli, non poteva contare su nessuno, non poteva muoversi di notte. Motivi di insuccesso. A volte però le cose non vanno bene come ci auguriamo. La selezione è importante: se non si opera un paziente affetto da malattia di Parkinson vera, idiopatica che non risponde bene alla terapia, si sta operando probabilmente un parkinson un pochino “sporco”, e quindi questo paziente non andrà bene con la terapia chirurgica; sempre maggiore importanza diamo agli aspetti psichici, non includendo pazienti con storia di depressione, instabilità comportamentale, scarsa motivazione. Naturalmente ci può essere un errore di targeting, in altre parole il subtalamo non è stato raggiunto con precisione; un errore simile non dipende solamente dal neurochirurgo, ma anche da chi collabora con lui in sala operatoria (neurologo, neurofisiologo) per dargli delle indicazioni migliorative se il posizionamento dell’elettrodo non è ottimale. Noi riteniamo che per avere una serie costante, per offrire a tutti i pazienti la stessa possibilità di avere un buon successo, la microregistrazione sia indispensabile in sala operatoria. Ovviamente, come in ogni altro intervento chirurgico, sono possibili delle complicanze chirurgiche, che sono tanto più basse quanto più il neurochirurgo ha esperienza della tecnica stereotassica e utilizza tutte le armi tecniche per prevenirle. Infine, è molto importante il follow-up: nella fase post-operatoria il neurologo cerca la migliore combinazione dei parametri di stimolazione per ottenere il massimo risultato dalla terapia elettrica. Contem poraneamente non bisogna eccedere nella riduzione della terapia farmacologica: 62 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 dopo l’intervento bisogna bilanciare bene le due terapie elettrica e farmacologia. Anche quando i criteri suddetti siano stati rispettati, dopo la chirurgia possono permanere dei problemi motori, anche in pazienti che hanno avuto un ottimo controllo della sintomatologia. Questo probabilmente dipende dalla progressione della malattia che continua nonostante la DBS; possono permanere dei disturbi del cammino (per esempio il freezing, che è un temporaneo blocco mentre si cammina, o la start hesitation, che è la difficoltà di iniziare il cammino); meno frequenti sono la distonia di fase ON, la aprassia delle palpebre, la apofonia ( se il paziente è disartrico, bisogna avvisarlo che questo problema potrebbe peggiorare con l’intervento). In conclusione, nella preparazione dell’intervento deve essere chiaro che il risultato finale dipende da un corretto bilancio tra benefici ottenuti e disturbi persistenti: questo bilancio deve essere prospettato al paziente che deciderà se sottoporsi o meno a DBS. Aspetti psichici e comportamentali. La stimolazione del subtalamo controlla bene gli aspetti motori e sostanzialmente è neutrale sugli aspetti cognitivi. Più complesso è il discorso sugli aspetti psicologici, affettivi, psichici che, dopo l’entusiasmo iniziale per il grosso impatto sulla parte motoria, sono stati sempre più presi in considerazione dai centri che si occupano di questa tecnica. Infatti, tutti questi aspetti alla fine concorrono a quello che è il vero fine di questa tera pia: il miglioramento della qualità della vita del paziente, in quanto migliorare solamente gli aspetti motori può non essere sufficiente. Le scale classiche per la valutazione della efficacia della DBS non tengono conto del punto di vista del paziente. È quindi necessario utilizzare anche scale specifiche che considerano quel ventaglio di situazioni non motorie che influiscono nettamente sulla qua lità di vita del paziente (perdita del lavoro, problemi coniugali, relazioni sociali, depressione, ...). È stato il gruppo di Grénoble, che ha proposto questo tipo di tecnica, a rendersi conto che anche in condizioni di ottimo controllo motorio, alcuni pazienti avevano uno scarso risultato globale, con scarsa soddisfazione e scarso impatto sulla qualità di vita. Allo studio di questi casi di Grénoble, ha partecipato anche la mia collaboratrice, dottoressa Caputo: è stata dimostrata la importanza di problemi di tipo psichiatrico o psico-comportamentali nel determinare il risultato finale della DBS. Per questo motivo, nel nostro gruppo prestiamo particolare attenzione a questi aspetti e ci avvaliamo della collabora zione di uno psichiatra e di una psicologa sia in fase di selezione del paziente che durante il follow-up. Proponiamo questo tipo di classificazione degli aspetti psichici-comportamentali: a) stimolo-correlati, cioè direttamente legati alla stimolazione elettrica, che sono rari e ben controllabili: compaiono al momento della accensione della stimolazione e regrediscono immediatamente al suo spegnimento o alla variazione dei parametri; probabilmente sono indotti dalla stimolazione su 63 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 3 caratteristiche individuali della personalità; b) evento-correlati, molto più frequenti, che invece sono dovuti al cambiamen to drammatico della condizione di vita che nel paziente si verifica dopo la terapia chirurgica. Se ne deduce che, mentre i primi sono facilmente controllabili con la sempli ce modificazione dei parametri di stimolo, i secondi devono essere soprattutto prevenuti con una corretta selezione e preparazione del paziente all’intervento. D’altra parte anche i farmaci hanno degli effetti collaterali psichici, ma non per questo rinunciamo a usarli. Prevenire e problemi psichici. In fase di selezione (pre-operatoria) è importan te considerare le caratteristiche psichiche del paziente, individuare eventuali problemi per prevenirli. Questi pazienti che hanno in anamnesi dei precedenti psichiatrici importanti (psicosi indipendente dalla terapia farmacologica e so prattutto importante ansia e/o depressione) devono essere scartati. Il paziente che non è motivato, non deve essere forzato all’intervento: verosimilmente non è convinto perché egli stesso ha fatto un suo personale bilancio e la sua malattia non è così grave. Se il/la paziente ha un partner, nella coppia deve esserci col laborazione perché l’instabilità della coppia rischia di portare il paziente a non vedere i risultati positivi dell’intervento. È importante che il neurologo illustri con la massima precisione quale potrà essere il risultato della terapia chirurgica per quello specifico paziente, in maniera che non ci siano false aspettative. Se per esempio il paziente ha il freezing in fase ON o disturbi del linguaggio, bisogna annunciargli che molto probabilmente tali problemi non saranno corretti dalla chirurgia: allora si deciderà di operarlo solo se ha altri problemi importanti, per esempio l’acinesia notturna, i dolori muscolari di fase OFF o blocchi motori gravi e frequenti. Infine non bisogna eccedere nella riduzione della terapia farmacologica dopo l’intervento, e avere la pazienza di seguire attentamente, costantemente per i primi 6/12 mesi quando il risultato non è ancora stabile. In estrema sintesi, direi che nella selezione del paziente, si potrebbe ricorrere al classico test del bicchiere riempito a metà: solo il paziente che lo vede metà pieno è il paziente ideale, perché ha delle prospettive, una capacità di cooperare con il neurologo, di relazionarsi con la malattia e di ovviare ai problemi che la malattia gli pone tutti i giorni. Deve avere voglia di combattere, di ricominciare ad avere successo sulla malattia, proprio come aveva potuto fare con le medicine all’inizio della malattia di Parkinson. 64 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 La riabilitazione e il vissuto del paziente 4.1. Trattamento riabilitativo ed attività fisica nella malattia di Parkinson Albina Boreatti, Ciro Guerriero La Malattia di Parkinson (MdP), a genesi neurodegenerativa e ad andamento cronico progressivo, è caratterizzata da disordini del movimento nelle sue com ponenti esecutive, organizzative e motivazionali. Ai disordini motori si associano disturbi cognitivi, dell’umore, del sonno, delle funzioni vegetative. Col tempo la risposta ai farmaci peggiora e anzi emergono ulteriori problemi, non solo motori, legati anche al lungo trattamento. Le ricadute sul patrimonio biopsicosociale del paziente e sulle sue capacità di difenderlo sono, comprensibilmente, gravi. La “malattia che non si può nascondere”, i limiti che essa impone ad alcune attività, spingono il paziente a rivedere il suo ruolo sociale, alla luce della mutata efficienza e della mutata immagine di sé. Anche a livello familiare le ricadute sono severe: i ruoli, le funzioni, le dinami che finiscono per essere rimodellati, in modo faticoso e continuo, sulla spinta di necessità continuamente mutevoli, imposte dalla evoluzione della malattia e dalla disabilità che ne consegue. Dal 40 al 60 % dei pazienti, a quanto si riporta in letteratura, presenta una limitazione delle abilità che, in vario grado, incide sulle attività della vita quo tidiana, sull’autonomia e sulla sicurezza del cammino. All riduzione delle abilità e alla limitazione della partecipazione, a volte e in parte dolorosamente scelta, si associa, col tempo, non solo una più o meno importante dipendenza (e la frustrazione di dover dipendere), ma anche il ri schio di cadere. Rischio importante per la frequenza dell’evento (il 70% dei pazienti cade almeno una volta all’anno) e per le possibili conseguenze: nel 18% dei casi, infatti, le cadute si complicano con fratture e i ricoveri ospedalieri per traumi superano del 30% i ricoveri di coetanei non affetti da PD. 65 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 È chiaro, quindi che l’impatto che la MdP ha sui pazienti, sulle famiglie e sulla società è notevole. Sono altrettanto evidenti, da una parte, l’importanza dei problemi di tipo assistenziale che essa pone e, dall’altra, la speranza che, oltre che con interventi farmacologici o chirurgici, si possa cercare di arginare la malattia anche con interventi fisioterapici. Questi, nati per lo più su basi empiriche, sono condotti spesso partendo da approcci culturali diversi e, molte volte, eclettici. I risultati dei trattamenti, inoltre, sono valutati con riferimento a variabili non omogenee: velocità del cammino, ritmo del passo, equilibrio statico e dinamico, ADL. Non stupisce, quindi, che non si sia riusciti a documentare in modo inoppu gnabile l’efficacia dell’intervento riabilitativo, specie a lungo termine. Nonostante ciò, attualmente in letteratura vi è un largo consenso sull’utilità della riabilitazione quale importante complemento alla terapia farmacologia specifica e, in particolare, diversi studi evidenziano come il paziente con MdP tragga beneficio dalla riabilitazione specialmente per quanto riguarda le attività della vita quotidiana e l’abilità del cammino in termini di velocità e ampiezza del passo. In linea di massima, ciò che ci si attende dalla riabilitazione è che consenta di arginare la progressione del danno e di ottenere un miglioramento della perfor mance motoria attraverso interventi centrati sia sugli aspetti esecutivi (esercizi per prevenire o trattare il decondizionamento generale, le deformità articolari, la debolezza muscolare) sia su quelli motivazionali e organizzativi del movimento (prevenzione del non uso appreso, strategie per vincere l’acinesia psichica - at tentiva, emotiva, motivazionale - e quella motoria). Ma il ruolo della riabilitazione va oltre: ottenere la massima autonomia con sentita passa anche attraverso interventi di tipo educazionale che, coinvolgendo pazienti e familiari, puntino al miglioramento, in senso più ampio e generale, della qualità di vita. Così, bisogna far comprendere che praticare attività fisica regolare, associata a esercizi specifici di mobilizzazione poli-articolare, esercizi di rafforzamento per il tronco e gli arti inferiori, è di estrema importanza per contrastare il circolo vizioso difficoltà motorie/limitazione delle attività/aumento (superiore a quello che sarebbe direttamente determinato dalla malattia) delle difficoltà motorie. I vantaggi di un esercizio aerobico regolarmente praticato superano, infatti quel li, già importanti, direttamente legati al miglioramento del condizionamento cardiovascolare, muscolo-scheletrico e neuro-muscolare e alle ricadute positive sul controllo posturale statico e dinamico, sul cammino, sui trasferimenti: un 66 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 esercizio fisico regolare può influenzare l’indice di sopravvivenza nella MdP prevenendo il declino da disuso. Inoltre, è stato evidenziato che pazienti affetti da MdP lieve e moderata, se sottoposti ad un regolare esercizio aerobico, potevano mantenere una normale capacità lavorativa (intesa come capacità dell’organismo di rispondere all’esercizio fisico raggiungendo una determinata potenza muscolare, mediante aggiustamenti cardiovascolari e respiratori adeguati). Non è detto, peraltro, che al concetto di esercizio debba associarsi l’idea di qualcosa di noioso: è stato, infatti, documentato come un miglioramento delle prestazioni motorie, specie nella riduzione del tempo di movimento e degli indici di coordinazione, si sia potuto raggiungere sottoponendo un gruppo di pazienti ad un training di passeggiate in montagna per una settimana. Il bene ficio, piacevolmente ottenuto, era mantenuto anche al ritorno dal training, per un periodo di tre mesi. Poiché, infine, vi sono evidenze cliniche che l’esercizio, quando finalizzato ad un’attività, risulta più efficace, appare opportuno incoraggiare, finché possibile, la pratica sportiva. Questa, non solo ha il vantaggio di incidere positivamente sui deficit di pianificazione e programmazione motoria caratteristici della malattia (proponendo un chiaro fine al gesto), ma permette la rieducazione in seno ad un gruppo, con ricadute favorevoli dal punto di vista sociale e relazionale. Naturalmente, come sempre, nel programmare l’intervento riabilitativo, si parte dall’individuazione dei bisogni specifici: il percorso più efficace a cui avviare il paziente, in relazione sia alle esigenze motorie che al contesto ambientale e fa miliare, sarà individuato valutando le abilità residue, il potenziale patologico, il potenziale di salute ed avendo chiari gli obiettivi di miglioramento funzionale, le modalità e i tempi di svolgimento degli interventi, i criteri e i tempi di verifica dell’iter riabilitativo. Nello specifico, la rieducazione comprende esercizi di mobilizzazione del rachide cervico-dorsale e degli arti. Essi hanno come scopo il mantenimento dell’artico larità e del trofismo muscolare e la prevenzione o il trattamento delle alterazioni a carico delle componenti viscoelastiche dei tessuti. Oltre a prevenire le deformità, questi esercizi puntano anche a rimettere l’appa rato muscolare, nelle sue componenti elastiche, nelle condizioni di rispondere meccanicamente in modo più efficace alle perturbazioni posturali attraverso i cosiddetti preriflessi. Inoltre essi servono a rendere, attraverso il miglioramento dell’elasticità, più agevole l’automatica frammentazione intersegmentaria delle risposte motorie, compromessa dalla rigidità. Allo stesso scopo e per stimolare le reazioni posturali, rendendone meno imbri gliata l’espressione, ci si avvale di esercizi di rotolamento, di svincolo dei cingoli e per il recupero dei movimenti associati. La rieducazione dell’equilibrio in condizioni dinamiche comprende esercizi in po sizione quadrupedica, in stazione seduta ed eretta finalizzati al miglioramento del 67 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 controllo del centro di forze, anche insegnando al paziente ad “usare” il proprio peso corporeo e a non “lavorare contro” di esso. È anche raccomandato il ricorso a esercizi di rinforzo della muscolatura assiale e degli arti inferiori e a esercizi miranti alla correzione degli automatismi protettivi degli arti superiori. Per migliorare lo schema del passo vengono proposti esercizi di deambulazio ne a base allargata, a passi più lunghi e ritmici, e, per migliorarne la sicurezza, esercizi comportanti cambi di direzione, superamento di ostacoli, arresti e ripartenze a comando Importante, infine, l’approccio di tipo educativo volto al superamento delle difficoltà nei trasferimenti, che tanto incidono nel limitare l’autonomia in co muni attività motorie quotidiane quali alzarsi dalla sedia, dal letto, ecc. Tuttavia, la semplice esecuzione di esercizi passivi e/o attivi sembra avere effetti limitati. Nel complesso, essi appaiono più utili a prevenire l’estensione del danno che non ad assicurare il recupero funzionale. È essenziale, infatti, che agli interventi centrati sugli aspetti esecutivi si associno interventi volti al superamento dei deficit motivazionali ed organizzativi del movimento. I deficit attentivi impediscono al paziente di promuovere gli stimoli esterni o interni al ruolo di fattori di innesco di un’adeguata pianificazione/programma zione del movimento. Inoltre la compromissione delle connessioni limbico-striatali può non arricchire la risposta motoria delle necessarie componenti emozionali e motivazionali, in mancanza delle quali, anzi, può non esserci interesse a generare alcuna risposta motoria (a stimoli che, peraltro, i deficit attentivi rendono già meno significativi e pregnanti). D’altra parte, la destrutturazione anatomo-funzionale dei circuiti cortico-strio talamo-corticali impedisce che a una già precaria pianificazione del movimento, faccia seguito una corretta programmazione dello stesso. Le sequenze necessarie, che dovrebbero generarsi in modo ordinato ed automatico, scattano con lentezza, con ritardo e a volte in modo inadeguato. La riabilitazione non può, forse, ambire a riparare i circuiti lesi, ma può aiu tarli a funzionare meglio. Si possono rinforzare gli stimoli attentivi, fornire stimoli motivazionali ed emozionali, aiutare il corretto sviluppo dell’espressione motoria correggendo la lentezza nella selezione dei processi automatizzati e favorendo l’ordinamento in serie degli stessi. La scomposizione della intera sequenza richiesta in una serie di sottoprogetti più facilmente realizzabili e l’ordinata ricomposizione degli stessi, sotto un costante controllo cosciente, può aiutare a vincere gli ostacoli frapposti dalla patologia. Naturalmente, ciò richiede che il paziente memorizzi la sequenza intera, le singole parti e l’ordine che le stesse devono avere per produrre il risultato vo 68 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 luto. Perché i sottoprogetti si concretizzino in un progetto unico, chiaramente e correttamente finalizzato, la loro realizzazione non può essere affidata al caso o all’innesco di automatismi troppo spesso precari: per questo il paziente deve controllarne volontariamente l’esecuzione. Stimoli esterni o interni possono servire a rafforzare l’attenzione sul compito richiesto, a migliorare la memorizzazione della successione sequenziale dei sottoprogetti, ad arricchire di apporti motivazionali ed emotivi l’espressione motoria. Si ricorre, quindi ad ausili esterni visivi o uditivi, o ad ausili interni propriocet tivi o cognitivi. Gli stimoli visivi possono essere forniti, ad esempio, da nastri di carta che ricor dino, durante il cammino, quale sia il corretto bersaglio su cui programmare la successione spazio-temporale di attivazioni necessarie a mantenere una lunghezza corretta del passo. Tra gli stimoli uditivi, la voce, il ritmo, la musica possono servire a scandire tempi e successioni. Un ruolo particolarmente importante, sia per la funzione di scansione temporale legata al ritmo, sia per il valore aggiunto dell’arricchimento motivazionale ed emotivo, ha, per questo, la musicoterapica, specie attiva. L’importanza che alcuni stimoli propriocettivi possono avere, in momenti di particolare difficoltà, per avviare o riavviare il movimento è, spesso, una scoperta che il paziente fa già da solo: dondolarsi per superare il freezing o fare un passo indietro prima di iniziare il cammino, sono, infatti, frequentemente, strategie già note ed adottate. Sull’esempio di queste, altre se ne possono suggerire che, sfruttando stimoli propriocettivi come rinforzo, facilitino, ad esempio, i cambi posturali. Il rinforzo, infine, attraverso stimoli cognitivi può servire a iniziare e a mantenere il movimento, ad esempio attraverso la ripetizione mentale della successione delle sequenze memorizzate. Naturalmente, la realizzazione pratica del trattamento dipenderà dallo stadio evolutivo della malattia e dalla presenza o meno di fluttuazioni nella risposta ai farmaci, dalla importanza dell’instabilità posturale, dei disturbi cognitivi e vegetativi e dalla sovrapposizione eventuale di altre patologie. Così, se all’inizio può essere sufficiente insistere solo su attività, anche aspecifi che, che mantengano la forma generale e nel contempo ostacolino la pericolosa tendenza all’isolamento sociale da parte del paziente, col tempo il programma dovrà essere necessariamente più impegnativo e mirato. È altrettanto evidente che, in presenza di risposte fluttuanti, mentre alcuni interventi possono anche essere eseguiti su un paziente in fase off, la gran parte del trattamento va condotta quando il paziente è in fase on. A grandi linee, si può dire che, nelle prime fasi della malattia, le attività sono 69 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 finalizzate principalmente al mantenimento della forza muscolare, dell’articolari tà, della estensibilità dei tessuti molli, della corretta postura e all’apprendimento da parte del paziente di strategie di movimento per far fronte a compiti essenziali per le attività della vita quotidiana. Con l’aggravarsi del quadro clinico e la comparsa di instabilità posturale, di discinesie e di fluttuazioni on-off nella risposta ai farmaci, l’impegno riabilitativo e il trattamento saranno focalizzati sempre più su interventi che utilizzano stra tegie di movimento finalizzate a superare il rallentamento motorio, l’instabilità posturale ed a reagire alle fluttuazioni on-off nella risposta ai farmaci. Anche in questa fase, l’educazione e il coinvolgimento dei familiari risultano importanti: adeguatamente preparati (ad es anche attraverso l’apprendimento di tecniche sicure di movimentazioni di carichi) e, se necessario, dotati degli opportuni ausili al fine di evitare danni muscoloscheletrici, i familiari possono offrire elevati livelli di supporto nelle attività di base come i trasferimenti o i cambi posturali. Altrettanto importante diventa un’attenta attività di monitoraggio, intesa a pre venire le complicanze maggiori, le cadute e il calo della capacità respiratoria. L’eventuale ricorso ad ortesi e ad ausili e l’analisi ambientale, con eventuali ristrutturazioni finalizzate all’eliminazione delle barriere architettoniche, può diventare indispensabile per migliorare l’autonomia nelle ADL e per prevenire le cadute. In conclusione, anche se la condotta pratica degli interventi può (e deve) essere diversa da paziente a paziente e, nello stesso soggetto a seconda dello stadio evo lutivo, alcune raccomandazioni sembrano poter avere un carattere generale: - tutti i pazienti, ma anche i familiari, vanno motivati e sostenuti dal punto di vista psicologico e tutti vanno educati in modo che possano fronteggiare la malattia con maggiori possibilità di successo; - è bene che si ricorra il più a lungo possibile ad attività di gruppo, sia per sfruttare l’effetto motivante del gruppo stesso, sia per contrastare la tendenza all’isolamento da parte del paziente; - nelle fasi più avanzate, quando gli ostacoli ambientali pesano di più e il rischio di cadute e la paura di cadere aumentano, il paziente può sentirsi spinto a rifu giarsi in una pericolosa inattività che, in un circolo vizioso, amplifica i deficit e allo stesso tempo i rischi. In queste condizioni diventa ancora più importante l’intervento educativo sul paziente e sui familiari, anche, ad esempio, attra verso l’insegnamento di tecniche corrette per la gestione dei trasferimenti e, in genere, per la movimentazione del paziente. Tuttavia, diventa importante anche introdurre quelle modifiche ambientali che fossero necessarie a ridurre i pericoli e a facilitare il mantenimento dell’indipendenza; - per tutti i pazienti il mantenimento dei miglioramenti ottenuti attraverso un programma di trattamento passa attraverso la prosecuzione a domicilio degli esercizi appresi. Purtroppo diversi sono i lavori che evidenziano che i risultati 70 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 positivi sono gradualmente, e in modo più o meno veloce, persi con la sospen sione dell’esercizio. Bateman arriva a sostenere che la riabilitazione funziona come un farmaco che ha effetto finché lo si assume. A questo punto diventa essenziale riflettere sulla assoluta necessità di coor dinare i diversi interventi garantendo, in tutti i momenti e in tutti gli ambiti assistenziali, una continuità senza la quale ciascun intervento, per quanto ben condotto, rischia di essere vanificato. Studiare e realizzare, magari anche con il supporto dell’Associazione, percorsi assistenziali che integrino le strutture sanitarie, il mondo del volontariato e tutti i soggetti a vario titolo coinvolti, potrebbe servire ad offrire un servizio migliore ai nostri pazienti. Bibliografia 1) Sethi, Kapil D.: Clinical aspects of Parkinson disease Current Opinion in Neurology: Volume 15(4) August 2002 pp 457-460 2) F. Viallet D. Gayraud B. Bonnefoi-Kyriacou C .Dupel-Pottier R .Aurenty; Aspects cliniques et thérapeutiques de la maladie de Parkinson Encycl Méd Chir (Editions Scientifiques et Médicales, Paris, -Neurologie 17-060-A-50,2001,26p 3) Hauser R.A., MD. 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Anch'io ce l'ho: l'esperienza di un paziente-medico Alessandro Pelosio Nel rapporto medico paziente, vi è spesso un problema di linguaggio: il cosid detto "medichese". Il medico spesso non si sa calare nel linguaggio del paziente e non sempre basta tradurre da un linguaggio all’altro: la traduzione a volte è un tradimento. Per quel che mi riguarda molti medici nel mio ospedale hanno presente la poesia del Belli che tradotta dice quanto segue: il prete ci spiegò tutto, ci disse tutte le parabole, ci disse perché c’era il padre, il figlio e lo spirito santo poi alla fine veniamo a sapere che sono misteri, cioè la scienza a volte non può più di tanto. Si diceva in passato che il medico deve curare se stesso, ma il medico che si cura è un asino. Allora siamo messi male. In realtà tutte e due le cose sono vere ma bisogna giudicare quando bisogna fare una cosa o l’ altra. Nella mia esperienza di malato trovo che la autoterapia per un medico è più facile che per paziente che non è medico, per questo ho dei vantaggi, però anche io mi devo rivolgere ed avere un continuo confronto col medico che mi cura, ringrazio anzi i medici che spesso mi danno consigli. La medicina oggi viene vista molto in maniera molto utilitaria e addirittura c’era già questo detto anni fa: la medicina è una sostanza che iniettata in un ratto produce un articolo scientitico. La verità la diceva molto bene William Osler, un medico che operava negli USA un secolo e mezzo fa, che diceva, non esistono malattie, ma solo persone malate; ed è molto importante perché oggi se lo scordano tutti. In ospedale talvolta accade che il primo pensiero di alcuni colleghi è: chi posso mandare a casa oggi? Il primo pensiero dovrebbe essere: cosa posso fare per il paziente? Non si può parlare di medico e di persone malate senza fare delle consi derazioni sulla medicina. Diceva Tolstoi in guerra e pace a proposito di Pier Bezuchov benché i medici lo curassero gli cavassero molto sangue e gli dessero molto medicine tuttavia guarì lo stesso. 74 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 Cosa è la medicina? Io credo che Proust è quello che ha dato le definizioni più appropriate. Dice infatti che una gran parte di quello che i medici sanno è insegnato loro dai malati, ed è importante non tanto non fare sbagli ma imparare da essi e farli il meno possibile e meno gravi possibili. Proust diceva anche: la medicina è un compendio degli errori successi e spesso contradditori dei medici, sicché credere alla medicina sarebbe suprema follia, se non fosse che non crederci sarebbe follia peggiore perché da questo accumularsi di errori scaturisce a volte qualche verità. Ionesco faceva questa riflessione, che ovviamente non bisogna prendere alla lettera: un medico ideale, un medico coscienzioso deve morire col malato se non possono guarire insieme. Rimango dell’idea che lavoro di equipe è la cosa più importante perché la presa in carico del paziente, il lavoro con umiltà, con altri specialisti o con altre figure professionali che assistono una persona è fondamentale. Henry Ford diceva: trovarsi insieme è un inizio, restare insieme è un progresso e lavorare insieme un successo. 4.3. Percorsi esperienziali dei gruppi di auto-mutuo-aiuto dell'Associazione di Trento Danilo Weber L’esperienza dei gruppi di auto mutuo aiuto che vi propongo è iniziata 10 anni fa con l’associazione Parkinson di Trento che si è fatta promotrice di questa iniziativa. All’epoca non avevamo conoscenza di un’esperienza analoga per quel che riguarda la malattia di Parkinson, né avevamo a disposizione un modello pre costituito di gruppo per parkinsoniani. La stessa associazione Parkinson di Trento risulta la prima fondata a livello italiano e di conseguenza le prime iniziative avevano tutte un carattere pione ristico. Come ogni situazione in fase di stato nascente è imperfetta, ma carica di energia e di entusiasmo. La propulsione dell’entusiasmo e il grande bisogno di sapere e di confrontarsi dei fondatori dell’associazione (che erano loro stessi coinvolti direttamente nel problema perché malati) o parenti di malati ha dato il via alla prima forma di auto muto aiuto. Il lavoro dei gruppi di auto muto aiuto ha come elemento di base il favorire l’incontro e il confronto di soggetti che condividono una stessa problematica e favorire la loro crescita in termini di maturità, di coscienza delle proprie pro 75 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 blematiche e delle proprie capacità residue. Di certo la metodologia dei nostri incontri non si può definire come me todologia classica dei gruppi di auto muto aiuto così come la intendono ad esempio gli “Alcolisti Anonimi”, non fosse altro per la presenza assidua di una figura guida “esterna”, come quella da me svolta. Altrettanto anomala potrebbe risultare, la presenza attiva dei parenti o dei partner degli ammalati agli incontri settimanali. Abbiamo la certezza e la convinzione che la nostra è un’esperienza valida e interessante non solo per noi che l’abbiamo vissuta; crediamo che sia replicabile, perché è assolutamente semplice, ma sicuramente risulterà diversa per chiunque deciderà di riproporla nella propria realtà. In questi anni ho condotto 4 gruppi in 4 realtà diverse; posso testimoniare che ogni gruppo ha una personalità e un carattere diverso; e non parlo di carattere e personalità del singolo, ma del gruppo. Ci sono gruppi timidi, introversi che hanno bisogno di essere stimolati a parlare, ci sono gruppi aggressivi, estroversi che vanno contenuti; ci sono gruppi distratti, disturbati nella capacità di attenzione, che vanno conquistati. Ogni gruppo è fatto a sua volta di tante storie raccontate e di storie da raccontare. Ogni storia raccontata parla della persona che l’ha vissuta e delle persone che l’hanno condivisa. Le persone coinvolte nella storia esprimono le emozioni e le tensioni che questa storia ha suscitato. Le emozioni, le tensioni sono sentimenti che arrivano alle persone che le empatizzano, e l’empatia delle persone le fa sentire un gruppo. Il gruppo che ha un “sentire” (feeling) comune, è in estrema sintesi l’esperienza del gruppo di auto-mutuo-aiuto. Di fatto è un’esperienza che si può solo raccontare, ma non si può spiegare e l’unico modo per capirla è viverla. Anche l’innamoramento si può spiegare ma non lo si può capire fino a quando non ci si innamora. Poche indicazioni pragmatiche non valgono un percorso ricchissimo e denso di emozioni, ma se le emozioni non si possono “far sentire”, le indicazioni utili, si. Innanzitutto le persone che si avvicinano all’associazione e al gruppo cercano risposte ai dubbi, alle paure che bombardano il loro cervello dal giorno della diagnosi. - C’è un medico più bravo di quello che conosco io? - Le medicine che prendo io sono le migliori? Gli altri cosa prendono e quante ne prendono? - I sintomi che ho io, li hanno anche gli altri? - Vedete che sfortuna è capitata a me? Con queste poche, semplici, ma fondamentali domande la maggior parte dei pazienti parkinsoniani si presentano al gruppo. Si capisce subito che sono centrati sul proprio io, la malattia è al centro della loro vita quotidiana, la loro 76 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 personalità si è immedesimata nel ruolo del malato, cercano soluzioni miracolose al problema, hanno bisogno di risposte concrete alla loro malattia. La risposta è invece molto più complessa, perché richiede: - informazioni: che il malato non ha e non ha mai ricevuto se non in maniera troppo tecnica o veloce; - formazione: la persona ha bisogno di abituarsi a vivere con le nuove condizioni e condizionamenti fisici e psicologici che la malattia impone; - esperienza: il malato e il partner che hanno maturato esperienza con le terapie e con i sintomi migliorano sensibilmente le proprie capacità di interagire con il medico e hanno più facilità a descrivere i “difetti” della terapia, perché nello scambio di informazioni nel gruppo imparano ad usare un linguaggio più ap propriato, ogni sintomo ha il suo nome, i farmaci sono distinti per categorie (levodopa, dopaminoagonisti, ecc); - sostegno morale: la paura del futuro, il senso di insoddisfazione, il senso di ina deguatezza, la perdita di autostima fino alla depressione fanno del parkinsoniano un soggetto a rischio, bisognoso di essere sostenuto e rilanciato nel suo ruolo di persona capace di affrontare le difficoltà, di convivere con i condizionamenti della malattia. Il gruppo è il momento e il luogo più appropriato dove sentirsi accolti, non diversi, stimolati ad andare avanti nonostate tutto. “Non sono il solo e non sono da solo”, è la prima risposta che arriva dal gruppo. L’associazione, come entità di riferimento e il gruppo di auto-mutuo-aiuto come strumento concreto, aiutano il parkinsoniano a vivere meglio perché lo rendono più cosciente della propria malattia, della propria condizione, degli strumenti che ha a disposizinone per migliorare la qualità di vita, perché nel gruppo c’è il tempo di capire con calma i cambiamenti fisici causati dalla ma lattia. La regolare frequentazione del gruppo produce degli effetti concreti che sono osservabili nei seguenti fatti: - meno ansie verso la malattia, con conseguente maggior prontezza a reagire ai cambiamenti; - malati più esperti, perchè hanno assimilato il linguaggio della malattia di Parkinson e grazie a questo possono capire e interloquire meglio con il medi co; - pazienti in grado di pianificare e aggiustare con il medico la terapia più adatta allo stile di vita e alle aspettative; - persone più motivate a provare tutte le terapie di sostegno che vengono loro proposte (logopedia, fisioterapia, musicoterapia, ecc.). L’appello che rivolgo ai medici è semplicemente di sostenere questo tipo di attività segnalando ai propri pazienti l’importanza della partecipazione ai gruppi di auto mutuo aiuto, per avere loro stessi meno difficoltà nel lavoro con i loro pazienti e anche più soddisfazione. Con un paziente cosciente della propria malattia, dei propri sintomi, del linguaggio appropriato per descriverli, coscien 77 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 te delle medicine che assume è molto più facile lavorare e si può ipotizzare di arrivare a forme di consulenza medica molto più snelle e frequenti magari via telefono o via internet; possibilità realizzabile dal punto di vista tecnico, ma inattuabile se gli interlocutori (medico –paziente) parlano linguaggi diversi o non si intendono sulla descrizione dei sintomi. In buona sostanza, sostenere le associazioni e i gruppi nel loro ruolo di “alfabetizzazione” è un sistema econo mico, efficace e vincente per velocizzare ed incrementare la consulenza medica, consci che la malattia di Parkinson è in continua evoluzione e necessita di continui aggiustamenti. 4.4. Morbo di Parkinson in provincia di Trento e riabilitazione Luciano Gallosti, Silvano Piffer, Laura Battisti, Riccardo Roni La malattia di Parkinson (MP) è la malattia neurodegenerativa più comune dopo la Malattia di Alzheimer, ha un andamento cronico e progressivo, me diamente dopo circa 10-15 anni i pazienti richiedono assistenza nelle attività di vita quotidiana e dopo 15-20 anni sono costretti a letto o su di una sedia a rotelle. Le forme con prevalente tremore sembrano avere una evoluzione più lenta e benigna mentre le forme con depressione, psicosi o demenza limitano notevolmente la qualità di vita. L’età media di insorgenza della malattia è di 60 anni, solo nel 10% dei casi colpisce soggetti prima dei 50 anni. Nella maggior parte dei pazienti il tremore e la bradicinesia si sviluppano in un arto, si diffondono nel giro di uno-tre anni all’arto ipsilaterale e poi all’arto controlaterale in 3-8 anni. La mediana della durata della malattia a ogni stadio è di 3-5 anni più lunga nei pazienti trattati con levodopa, ma la malattia nel corso degli anni porta in ogni caso, nella maggioranza dei pazienti, a una grave invalidità. Dal 40 al 60% dei pazienti presentano problemi di mobilità (trasferimenti, cammino, vestirsi, girarsi su se stessi, ..). Alcuni autori segnalano che fino al 38% dei casi presenta cadute, mentre il 18% dei casi si complica con fratture. Prima di considerare gli aspetti riabilitativi è utile vedere in che cornice si pone questa malattia nella nostra Provincia. 78 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 Epidemiologia delle sindromi parkinsoniane in Trentino Nella tabella sottostante sono riportati i dati relativi ai ricoveri ospedalieri della provincia di Trento negli anni 2000-2003 per morbo di Parkinson, sindromi parkinsoniane e parkisonismi non specificati (codici ICD9-CM: 332.0, 332.1, 333.0). Nella prima tabella vediamo i ricoveri per anno. Tab. 13. Ricoveri ospedalieri per morbo di Parkinson, sindromi parkinsoniane e parkisonismi non specificati (diagnosi principale). Provincia di Trento. Anni 2000-2003. Anno 2000 2001 2002 2003 Totale Frequenza 191 178 152 173 694 Frequenza % 27,52 25,65 21,90 24,93 100,00 In complesso non ci sono variazioni statisticamente significative nel periodo considerato i ricoveri risultano essere sostanzialmente equidistribuiti nei quattro anni. Risulta esserci un eccesso di ricoveri femminili statisticamente significativo (p<0,001). Questo fenomeno è legato semplicemente al fatto che le donne in età anziana sono in numero superiore rispetto agli uomini e non, come potrebbe sembrare, perchè la malattia colpisce maggiormente le donne. Nella tabella successiva viene analizzata la frequenza di malattia rispetto ai comprensori di residenza. Tab. 14. Ricoveri ospedalieri per morbo di Parkinson, sindromi parkinsoniane e parkisonismi non specificati (diagnosi principale) per comprensorio di residenza. Provincia di Trento. Anni 2000-2003. Comprensorio Val di Fiemme Primiero Bassa Valsugana Frequenza 6 0 17 Frequenza% 0,86 0,00 2,45 79 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 Comprensorio Alta Valsugana Trento e Valle dei Laghi Val di Non Val di Sole Giudicarie e Rendena Vallagarina Ladino di Fassa Non residenti Totale Frequenza 47 147 22 4 33 89 245 82 694 Frequenza% 6,77 21,18 3,17 0,58 4,76 12,82 35,30 11,82 100,00 Quasi il 90% dei ricoveri per morbo di Parkinson è relativo a residenti in provin cia; colpisce l'eccesso di ricoveri per i residenti della Vallagarina rispetto a quelli del resto della provincia, mentre per quanto riguarda gli altri comprensori la distribuzione dei ricoveri è sovrapponibile a quella della popolazione generale. Per un commento più appropriato andrebbero calcolati i tassi di ospedaliz zazione, comunque l'eccesso della Vallagarina è evidente: non siamo in grado di spiegarlo (modalità di ricovero diverse tra l'ospedale S.Chiara e quello di Rovereto?). La presenza del reparto di riabilitazione neurologica presso l'ospedale di Rovereto, può anche esso condizionare il fenomeno, anche se non dovrebbe influenzare la distribuzione per residenza del paziente. Per quanto concerne le fasce di età di pazienti affetti da MP come è noto il 50% dei ricoveri riguarda i "grandi anziani" (75 anni e oltre), mentre solo il 10% dei ricoveri è relativo a persone di età inferiore ai 60 anni. Nella tabella successiva viene analizzata la frequenza di malattia rispetto ai reparti in cui avviene il ricovero. Tab. 15. Ricoveri ospedalieri per morbo di Parkinson, sindromi parkinsoniane e parkisonismi non specificati (diagnosi principale) per reparto di dimissione. Provincia di Trento. Anni 2000-2003. Reparto di dimissione Geriatria Lungodegenza Medicina Generale Neurologia Riabilitazione funzionale 80 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Frequenza 74 80 72 131 239 Frequenza% 10,66 11,53 10,37 18,88 34,44 Capitolo 4 Reparto di dimissione Rabilitazione neurologica Altri reparti Totale Frequenza 85 13 694 Frequenza% 12,25 1,87 100,0 Quasi il 60% dei ricoveri avviene nei reparti di riabilitazione/lungodegenza, il 20% in neurologia e le restanti degenze si ripartiscono tra i reparti di geriatria e medicina generale. Esistono studi epidemiologici definiti di tipo indiretto che partono dai consumi di farmaci antiparkinsoniani venduti per risalire alla frequenza della malattia nella popolazione. Dai dati di farmaco epidemiologia in Provincia di Trento, considerando la L-Dopa come marcatore di malattia, possiamo calcolare per il 2004, che la prevalenza della malattia di Parkinson sia di circa 250 casi su 100000 abitanti, dato molto simile agli studi di prevalenza recentemente pubblicati da Morgante ed altri in studi di tipo porta a porta. Al termine del capitolo vengono riportate le tabelle che esprimono i consumi dei principali farmaci antiparkinson in Provincia di Trento. La diagnosi di malattia di Parkinson e le misure di Outcome La condizione preliminare, nell’approccio del Neuroriabilitatore al paziente af fetto da parkinsonismo, è la diagnosi corretta, infatti non tutti i pazienti affetti da sindrome extrapiramidale hanno la malattia di Parkinson. La diagnosi della malattia, clinica, utilizza i criteri diagnostici della United Kingdom Parkinson’s Disease Society Brain Bank, recentemente rivisti da Gelb, che si basa sulla presenza di segni motori “cardinali” e sull’esclusione di sintomi ritenuti “atipici” . Appendice: Tab. 16. PD - UK PDS Brain Bank diagnostic criteria Step 1 - Diagnosi di Sindrome Parkinsoniana Tremore a riposo Bradicinesia più almeno uno dei seguenti criteri Rigidità Musculare Instabilità Posturale 81 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 Step 2 - Esclusione di criteri che Storia di stroke ripetuti includono Storia di ripetuti traumi cranici Step 3 - Criteri di supporto (almeno tre richiesti) Inizio unilaterale Tremore a riposo Persistente asimmetria Risposta alla L-dopa Risposta alla L-dopa per 5+ anni Storia di encefalite Evidenza di progressione Corea indotta da Ldopa Decorso clinico di 10+ anni I risultati della riabilitazione vanno descritti in termini esaustivi, utilizzando terminologia e valutazione adeguata. Il riabilitatore deve concentrarsi sul risul tato finale (outcome). Nella recente letteratura i tipi di misure di outcome segnalate nel Morbo di Parkinson sono i seguenti: 1) Motor impairment globale (Unified Parkinson’s Disease Rating Scale motor score, parte terza) 2) Misure singole di rigidità equilibrio, cammino etc. 3) Attività di daily living (Unified Parkinson’s Disease Rating Scale ADL score, parte seconda) 4) Misure di handicap e qualità di vita specifiche (PDQ-39) 5) Scale di depressione e di ansia (HADS..) 6) Valutazione del coregiver (Career Strain Index). Esistono infine misure specifiche di outcome per la disartria, per la disfagia e per la terapia occupazionale. Studi sulla riabilitazione nella malattia di Parkinson Studi completati È stato suggerito che la riabilitazione è un aiuto importante al trattamento far macologico. Vari studi si sono occupati di valutare l’efficacia della riabilitazione in aggiunta al trattamento farmacologico specifico. La riabilitazione si focalizza soprattutto sulle limitazioni nelle attività e nella partecipazione. Il trattamento normalmente comprende varie tipologie di esercizi di mobilità, training al cammino e alle attività di vita quotidiana, terapia di rilassamento, esercizi respiratori. Altri obiettivi riguardano l’educazione del paziente e dei suoi familiari riguardo alla malattia e al beneficio del trattamento. 82 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 La maggior parte degli autori sono d’accordo che solo pochi studi hanno rigorosamente valutato il beneficio clinico della riabilitazione in trials ben controllati rispetto ai sintomi neurologici, alla abilità del cammino e alle ADLs, alla qualità della vita e alla integrazione psico sociale. Il trattamento di gruppo può aumentare l’effetto psico sociale della riabilitazione, per il malato e i suoi familiari. Una recente metanalisi di Cees J.T. de Goede e colleghi, ha ricercato i risul tati di esperimenti ben controllati sull’efficacia della riabilitazione nel paziente con malattia di Parkinson. I risultati di questo studio supportano l’ipotesi che il paziente con PD tragga beneficio dalla riabilitazione in termini di ADLs e abilità nel cammino (velocità del cammino e ampiezza del passo), ma non in termini di segni neurologici. La mobilità può essere più facilmente influenzata dalla riabilitazione rispetto ai segni neurologici. Sempre recentemente sei reviews sistemiche della Cochrane Collaborations hanno valutato l’efficacia delle terapie paramediche per la malattia di Parkinson, quali la fisioterapia, la terapia occupazionale, la terapia del linguaggio e della deglutizione. Tutti i trials considerati erano di ridotte dimensioni, vi era scarsa descrizione del tipo di intervento, il disegno dello studio non era randomizzato, mancava una seria analisi statistica. La caratteristica principale di queste reviews è che vi sia una insufficiente evidenza per supportare o rifiutare l’uso di terapie paramediche nella PD. Studi in completamento The Rescue collaboration Questo progetto è stato ideato e sviluppato da gruppi di nazionalità diverse: l’Università Northumbria di Newcastle (Gran Bretagna), l’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) e l’Università Vrije di Amsterdam (Olanda). I cues sono stimoli temporali o spaziali associati con l’inizio o il mantenimen to di una attività motoria, come ad esempio il cammino. La domanda che gli ideatori del progetto si sono posti è come i fisioterapisti possano usare i cues per migliorare la mobilità dei pazienti con MP all’interno della propria casa, di modo che si possano evitare le restrizioni dell’ambiente in cui vivono e sopportare condizioni a doppio compito (cognitivo-motorio) in pazienti affetti da vari profili di MP. Inoltre hanno voluto verificare se vi possano essere controindicazioni a queste tecniche, quali ad esempio la fatica o le cadute. Sono stati eseguiti tre esperimenti: 1. Gran Bretagna: l’esperimento veniva eseguito in ambiente familiare, al pazien te veniva chiesto progressivamente di camminare normalmente, camminare con un compito funzionale, eseguire un doppio compito cognitivo motorio, 83 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 e multitask. Le performance del cammino sono state esaminate con un Vitaport Activity Monitor, sono stati usati vari tipi di cues ma solo con cues uditivi si normalizzava l’effetto interferenza sul compito funzionale. 2. Olanda: l’esperimento veniva eseguito in un laboratorio del cammino con una analisi cinematica del movimento in 3D. I soggetti venivano esposti in condizioni randomizzate, a stimolazioni con cues visivi (flash di luce ritmica o linee traverse) con o meno la proiezione di un corridoio virtuale con porte che si aprivano e soglie di ingresso. La lunghezza del passo veniva incrementata attraverso cues visivi. 3. Belgio: l’esperimento veniva eseguito in un laboratorio del cammino con una analisi cinematica mediante un sistema Vicon. Venivano usate cinque differenti frequenze di stimolo presentate in ordine randomizzato. Il miglio ramento della lunghezza del passo e della velocità era frequenza dipendente con una netta differenza tra i freezers ed i non freezers. Vi sono state due fasi prima dell’inizio dei trials. Nella fase 1 è stata studiata l’efficacia e la stabilità dei cues ed è stato progettato un dispositivo prototipo per erogare i cues. Nella fase 2 sono state prodotte una serie di linee guida per uso dei fisioterapisti. Studi in divenire Cito solo due studi che discendono in modo diretto dagli studi Rescue avviati in Olanda. - The Park Net Trial S.Keus, B.Bloem, B.Nijkrale et al Samyra Keus (di recente ospite a Rovereto) insieme a colleghi neurologi e riabilitatori di Amsterdam ha ideato e progettato uno studio multicentrico in Olanda a cui parteciperanno sedici centri. Lo studio programmato per il pe riodo 2005-2007, organizzato con un disegno randomizzato, che confronta il lavoro tra due cluster (gruppi di studio ognuno di quali formato da otto centri di 50 pazienti l’uno). - Cognitive strategy training Kamsma Y, B.Dijstra, K.Leenders, A.Rutgers Studio in fieri, presso il gruppo di Groningen, i cui risultati preliminari saranno disponibili questo anno Studi da progettare Evidenze preliminari che richiedono ulteriori trials controllati randomizzati sono necessari nella MP, i seguenti sono i campi di maggior interesse su cui sono puntati gli occhi dei ricercatori nella riabilitazione di questa malattia: 1. Le strategie attenzionali: queste strategie funzionano in quanto si attiva un 84 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 2. 3. 4. 5. by-pass dei meccanismi deficitari relativi ai movimenti automatici dei gangli della base attraverso le regioni frontali; I cues visivi probabilmente focalizzano l’attenzione su aspetti chiave della performance del compito; I cues uditivi che probabilmente sviano il focus dai nuclei della base alle regioni frontali; Training multi task; Programmi a componenti multiple che incorporano un lavoro di team mul tidisciplinare, esercizi di mobilità, training di flessibilità, pratica di attività funzionali nel quotidiano e training di rinforzo e resistenza progressivi. In accordo con A.J. Thompson e E. D. Playford per migliorare la qualità di questi studi devono essere fatti vari passaggi: 1. raggiungere un consenso su cosa è lo standard per ogni trattamento riabili tativo; 2. attuare trials randomizzati ben disegnati, con controllo in doppio cieco, per testare l’efficacia e l’efficienza della riabilitazione; 3. selezionare misure di outcome adeguate; 4. monitorare il paziente per almeno 6 mesi per stabilire la durata del beneficio residuo; 5. i trials dovrebbero essere riportati in accordo con le linee guida CON SORT; 6. se possibile aggiungere valutazioni strumentali funzionali nuove, quali la PET e la fMRI. In conclusione stiamo assistendo a numerose iniziative a livello europeo centrate sugli aspetti riabilitativi nel morbo di Parkinson. Le Linee Guida per la Riabilitazione nel MP Inglesi e presto Olandesi e i risultati della Rescue Collaboration ci permettono di migliorare la qualità della nostra pratica quo tidiana da affiancare a farmaci (e ad interventi attuali o futuri vedi: Deep Brain Stimulation, uso di cellule staminali) ma questi studi sono anche modelli efficaci per aiutarci a progettare future ricerche a favore della persona affetta da malattia di Parkinson. BiBliografia 1) Abbruzzese G, Manfredi M, Gallosti L, La cura delle sindromi extrapi ramidali Cleup Ed. 2004 2) Abbruzzese G, Manfredi M, Gallosti L, Linee Guida nella riabilitazione del morbo di Parkinson Cleup Ed. 2004 3) Ceravolo M.G., Paoloni L., Provinciali L. Rehabilitation of Parkinsonian 85 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 Patients. Funct.Neurol 2001; Vol 16 N°2: 157-162 4) Cerri C, Arosio A, Biella AM, Premoselli S, Piccini L. Physical exercise therapy of Parkinson’s. 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Movement Disorders Vol 15 No 5, 2000 pp.879-883 12)Morgante L, Salemi G, Meneghini F, Di Rosa AE, Epifanio A, Gri goletto F,Ragonese P, Patti F, ReggioA, Di Perri R, Savettieri G. Parkinson disease Survival A population-Based Study. Arch Neurol.2000;57: 507-512 13)Pasetti C., Morbo di Parkinson. Riabilitazione si, ma quale?, DuPont Phar ma 14)Patti F, Reggio A, Nicoletti F, Sellaroli T, Deinite G, Nicoletti F. Effects Of Rehabiliation therapy on parkinsonians’ disability and functional 86 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Capitolo 4 independence. J Neurol Rehabil 1996; 10: 223-231. 15)Rizzo M. e coll., Atti della XXVI Riunione della Limpe Milano, 1999; 121 127 16)Viliani T, Pasquetti P, Magnolfi S, Lunardelli ML, Giorgi C, Serra P, Taiti PG. Effects of physical training on straightening-up processes in patients with Parkinson’s disease. Disabil Rehabil 1999; 21: 68-73. 87 Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Gli Autori Laura Battisti (A.P. S.S. Servizio Osservatorio Epidemiologico) Claudio Boninsegna (A.P. S.S. - U.O. di Neurologia - Ospedale di Trento) Albina Boreatti (A.P. S.S. - U.O. di Medicina Fisica e Riabilitazione - Ospedale di Trento) Lucilla Bossi (Presidente nazionale di Parkinson Italia) Emiliana Fincati (Clinica Neurologica di Verona) Luciano Gallosti (A.P. S.S. - U.O. di Neurologia di Rovereto) Aldo Genovese ( A.P. S.S. - Distretto di Trento) Maria Giovanna Grisenti (A.P. S. S. di Trento) Ciro Guerriero (A.P. S.S. - U.O. di Medicina Fisica e Riabilitazione - Ospedale di Trento) Giuseppe Lombardo (Presidente Associazione Parkinson - Trento) Maria Ossola (Istituto Neurologico "C. Mondino" - Pavia) Claudio Pacchetti (U.O. Parkinson e Disordini del Movimento Fondazione Istituto Neurologico "C. Mondino" IRCCS, Pavia) Carlo Pasetti (IRCCS - Istituto Scientifico di Veruno) Alessandro Pelosio (Ospedale S.Spirito - Roma) Silvano Piffer (A.P.S.S. - Servizio Osservatorio Epidemiologico di Trento) Riccardo Roni (A.P.S.S. - Servizio Farmaceutico di Trento) Maria Grazia Saginaro (Unione Parkinsoniani di Parma, U.O. di Neurologia di Fidenza) Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Augusto Scaglioni (Unione Parkinsoniani di Parma, U.O. di Neurologia di Fidenza) Domenico Servello (Neurochirurgia Funzionale - Istituto Galeazzi - Milano) Filippo Tamma (Centro Parkinson, Ospedale San Paolo Milano) Danilo Weber ( Pedagogista sociale - Trento) Luisa Zappini (A.P.S.S. di Trento) Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Le pubblicazioni dell’Assessorato provinciale alle Politiche per la salute Edizione: Servizio Innovazione e formazione per la salute P.A.T. Coordinamento editoriale: Vittorio Curzel Punto Omega Nuova serie 1. 2-3. 4. 5-6. 7. 8-9. Telemedicina in Trentino I documenti OMS sulla strategia della salute per tutti La donazione e il trapianto di organi e di tessuti La promozione della salute Il territorio tra assistenza sanitaria e attività socio-assistenziali Equità, solidarietà e tutela dei soggetti deboli nei servizi socio-sanitari 10. La storia dei luoghi di cura a Trento 11. Salute e sviluppo socio-economico nelle regioni di montagna 12-13. Alla ricerca delle menti perdute 14. Equità nella salute in Trentino 15. I progetti di ricerca sanitaria finalizzata in Trentino 16. Studio comparato sull'assistenza al parto nei piccoli ospedali in Re gioni dell'arco alpinoù Vergleichende Studie über die geburtshilfliche Versorgung an Kleineren Krankenhäusern im Alpenraum 17. Salute, globalizzazione e nuovi federalismi sanitari 18. Salute e culture: la società, la donna. Informazione. Ricerca Supplementi Punto Omega Nuova serie - Linee guida programmatiche di legislatura in materia di politiche per la salute Qualificazione e riorganizzazione della rete ospedaliera provinciale e dell'assistenza sanitaria primaria Nuovo piano operativo per la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di lavoro I determinanti sociali della salute . I fatti concreti Valsugana orientale e Tesino. Futuro in salute Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Collana Documenti per la salute 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. Gli incidenti stradali. Dall’epidemiologia alle strategie di intervento (Atti del Convegno) Diagnosi e trattamento dei neovasi sottoretinici (Atti del Seminario) Screening provinciale per la diagnosi precoce e la prevenzione dei tumori del distretto cervico-facciale Rischio ultravioletto. Esposizione al sole, usi terapeutici e cosmetici, attività industriali (Atti del Convegno) La vaccinazione alle soglie del III millennio. La strategia della comunicazione per l’adesione informata (Atti del Convegno) Le attività alcologiche in Trentino Sicurezza e salute nei luoghi di lavoro: un impegno comune (Atti della Conferenza provinciale) Teleconsulto oncologico e telecardiologia sul territorio (Rapporto conclusivo di progetto) Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale Decisione e ragionamento in ambito medico (Atti del Convegno) La responsabilità medica nella provincia autonoma di Trento. Il fenomeno. I problemi. Le possibili soluzioni Relazione sullo stato del Servizio Sanitario Provinciale 2001 Relazione sullo stato del Servizio Sanitario Provinciale 2001. Rapporto epidemiologico Le tossicodipendenze in Trentino: tendenze e strategie Nord Italia Transplant - Atti della Riunione tecnico-scientifica Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2002 Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2002 Rapporto epidemiologico Le attività di laboratorio con uso di sostanze cancerogene-mutagene Nuova governance in una rete di comunicazione (Atti 8a Conferenza nazionale HPH) La prevenzione delle tossicodipendenze: la sfida dei giovani, la dimensione educativa e le politiche locali. Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2003 Relazione sullo stato del Servizio Sanitario provinciale 2003 Rapporto Epidemiologico Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2004 Relazione sullo stato del Servizio Sanitario provinciale 2004 Rapporto Epidemiologico Montagnaterapia e psichiatria La persona con malattia di Parkinson. Un approccio globale Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Collana InfoSanità 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. Piano delle attività di formazione del personale dei Servizi Sanitari 1999/2000 Una professione per il 2000. La salute degli altri Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari. Anno 2000 Catalogo delle pubblicazioni del Servizio sanitario del Trentino Contratto provinciale del personale non dirigenziale della Sanità 1998/2001 Piano delle attività di formazione del personale dei Servizi sanitari 2000/2001 Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari. Anno 2001 La formazione dell’Operatore Socio-Sanitario (OSS) Autorizzazione e accreditamento delle strutture sanitarie Le Encefalopatie Spongiformi Trasmissibili Piano Provinciale Sangue 2000/2002 Guida ai servizi per le persone in situazione di handicap La Celiachia Catalogo delle pubblicazioni del Servizio sanitario del Trentino 2001 L’informazione per gli alimentaristi Piano delle attività di formazione del personale dei Servizi sanitari 2001/2002 Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari. Anno 2002 Accordi provinciali per i medici convenzionati I numeri della sanità del Trentino Osservatorio provinciale degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Infortuni lavorativi nella provincia di Trento 1996-2000 Contratto provinciale della dirigenza medica e veterinaria Contratto provinciale della dirigenza sanitaria, professionale, tecnica e amministrativa Piano delle attvità di formazione del personale dei servizi sanitari 2002-2003 Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari. Anno 2003 I numeri della sanità del Trentino 2003 Catalogo delle pubblicazioni del Servizio Sanitario del Trentino 2003 Guida ai servizi per le persone in situazione di handicap 2003 Piano delle atttività di formazione del personale Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 48. 49. 50. dei servizi sanitari 2003-2004 Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari. Anno 2004 Stato del Servizio sanitario provinciale - Anno 2001 - Sintesi I numeri della sanità del Trentino. 2004 La formazione continua (ECM) in provincia di Trento Promuovere l’attività fisica nell’anziano Lavorare per la salute. Guida alla formazione nella sanità Infortuni lavorativi in provincia di Trento 1996-2002 Catalogo delle pubblicazioni del Servizio Sanitario del Trentino 2004 Piano delle attività di formazione del personale dei Servizi sanitari 2001/2002 Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari. Anno 2005 Screening provinciale per la diagnosi precoce e la prevenzione dei tumori alla mammella Piano Provinciale Sangue 2005/2008 La formazione dell’Operatore Socio-Sanitario (OSS) in provincia di Trento La domanda adolescente. Gli adulti alla prova Catalogo delle pubblicazioni del Servizio sanitario del Trentino 2005 Programma triennale della formazione degli operatori del sistema sanitario provinciale - 2005-2008 Obiettivi assegnati all’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari. Anno 2006 I numeri della Sanità del Trentino (Edizione 2006) Il disagio giovanile. Psicopatologia e trattamento del disturbo borderline di personalità La formazione nel sistema di emergenza-urgenza in Trentino 1995-2005: dieci anni di riforma sanitaria e ruolo dell'APSS Catalogo delle pubblicazioni del servizio sanitario del Trentino 2006 Collana Strumenti per la formazione 1. 2. 3. No people no Joey Parliamo di funghi Vol. I: ecologia, morfologia, sistematica Vol. II: tossicologia, commercializzazione, legislazione Comunicazione pubblica e marketing sociale per la sicurezza e la Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 4. 5. salute sul lavoro - Parte I Comunicazione pubblica e marketing sociale per la sicurezza e la salute sul lavoro - Parte II Scuola e cultura della sicurezza. Ipotesi di curricolo verticale Collana Strumenti per la formazione SSL 1. 2. Guida illustrata alla sicurezza nei cantieri Glossario illustrato del lavoro nei cantieri Collana Guide rapide per la salute 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. Escursioni sicure Al lago sicuri Funghi sicuri Sciare sicuri Mangiare sano Farmaci e salute Liberi dal fumo Collana Video Documenti per la salute 1. 2. 3. Malattie dei pesci - Controllo sanitario e campionamento negli allevamenti ittici Disinfezione delle uova di trota dopo la fecondazione, per la profilassi delle malattie Risanamento troticolture Alto fiume Sarca e Torrente Arnò Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Le pubblicazioni edite dall’Assessorato provinciale possono essere richieste al Servizio Innovazione e formazione per la salute della Provincia Autonoma di Trento, Via Gilli 4, 38100 Trento, tel. 0461 494037, fax 0461 494073, e-mail: comunicazione. [email protected]. La richiesta può essere fatta anche tramite Internet al portale www.trentinosalute.net, dove è possibile scaricare gratuitamente molti documenti in formato PDF. Le pubblicazioni vengono distribuite a titolo gratuito (a eccezione dei volumi “Parliamo di funghi” e “La responsabilità medica nella provincia autonoma di Trento”) con spese di spedizione a carico del richiedente. I due volumi “Parliamo di funghi” (Euro 20,66) e il volume “La responsabilità medica nella provincia autonoma di Trento” (Euro 12,00) sono in vendita presso la Biblioteca della Giunta provinciale in Via Romagnosi 9, Trento. Per l’acquisto delle pubblicazioni è necessario effettuare anticipatamente il pagamento dell’importo corrispondente: - al c/c postale n. 295386 intestato al Tesoriere della Provincia Autonoma di Trento - UNICREDIT BANCA SPA - Divisione Caritro - Via Galilei, 1, Sede di Trento; - a mezzo conto corrente bancario di Tesoreria n. 400 con la medesima intestazione, precisando come causale: “Acquisto pubblicazione: Titolo ...”. La consegna della pubblicazione avverrà, dietro presentazione della ricevuta di pagamento, o direttamente, recandosi presso la biblioteca, o tramite spedizione postale previo ricevimento del cedolino al numero di fax 0461. 495095, con spese a carico dell’Amministrazione provinciale. Il Progetto “Comunicazione per la salute” dell’Assessorato alle Politiche per la salute della Provincia Autonoma di Trento è “Realizzazione riconosciuta di Qualità per l’innovazione amministrativa e la comunicazione con i cittadini” dall’ Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale. Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26 Stampato per conto della Casa Editrice Provincia Autonoma di Trento dalla Tipografia Temi - Trento Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 26