:
LAVORO
"un tempo per… il lavoro”
nelle
Scritture Islamiche
Dedicato al
Popolo
palestinese
Dedicato a
Una preghiera islamica per
mettersi in ascolto
• Dio, non consentire che sia io
il carnefice che sgozza gli agnelli,
né un agnello nelle mani dei carnefici.
Aiutami a dire sempre la verità
anche in presenza dei forti,
e a non dire giammai bugie
per guadagnare gli applausi dei deboli.
Mio Dio,
se tu decidessi di darmi la fortuna,
non togliermi mai la pace e la felicità;
Ricordami che l’esperienza di una sconfitta
nelle tue mani può trasformarsi in un successo
maggiore.
O Dio !
Fammi sentire che il perdono
è il maggior indice di forza,
e che la vendetta è soltanto
una prova di debolezza.
Se mi toglierai la fortuna,
lasciami la speranza.
Se mi mancherà la salute,
confortami con la grazia della fede.
E quando l’ingratitudine dovesse ferirmi,
fa’ che l’incomprensione dei miei fratelli
crei nella mia anima
la forza della scusa e del perdono.
E finalmente, Signore,
se io dovessi dimenticarTi,
ti prego lo stesso, Signore,
non dimenticarti mai di me!
(Sufi, anonimo del XIX secolo,
ispiratosi a Qadiri àlJilàni, di Baghdàd)
Dio non si dimentica mai di noi.
E noi ci ricordiamo degli altri?
Persone in
cerca di
riconoscimen
to e di un
dignitoso
lavoro
I BEI NOMI DI DIO
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Allâh Colui al di fuori del quale non c’è altro Dio
Ar-Rahmân Il Compassionevole
Ar-Rahîm Il Misericordioso
Al-Quddûs Il Santo
As-Salâm La Pace
Al-Mu'min Il Fedele
Al-Khâliq Il Creatore
Al-Musawwir Colui che da forma a tutte le cose
Al-Ghaffâr Colui che perdona
• Ar-Razzâq Colui che provvede, il sostenitore
• Al-'Alîm Il Sapiente, il Saggio
• As-Sami' Colui che tutto ascolta
• Al-Basîr Colui che tutto osserva
• Al-'Adel Il Giusto
• Al-Halîm Il Paziente, il Tenero
• Al-'Adhîm L'Immenso, il Sublime
• Al-'Aliyy L'Altissimo
• Al-Kabîr Il Grande
• Al-Mujîb Colui che risponde
• Al-Wâsi' Colui che è largo nel dare
• Al-Hakîm Il Saggio
• Al-Wadûd L'Amorevole (Colui che t’ama per
quel che sei)
• Al-Bâ'ith Colui che resuscita
• Al-Hâqq Il Vero, la Verità
• Al-Hamîd Il Degno di lode
• Al-Mu'îd Colui al quale tutto ritorna
• Al-Hayy Il Vivente
• Al-Wahid L'Uno
• Al-Ahad /Al Fard L'Unico
• As-Sâmad L'Assoluto, l'Eterno, l'Impenetrabile,
a cui tendono tutte le creature
• Al-Muqtadir L'Onnipotente
• Al-Awual Il Primo
• Al-Âkhir L'Ultimo
• Al-Barr Il Caritatevole
• At-Tawâb Colui che accoglie il pentimento
• Af-Ra'ûf Il Dolcissimo
• An-Nûr La Luce
• Al-Hadi Colui che guida
• Al-Bâqî L'Eterno
• As-Sabûr Il Paziente
• Al-Jami Colui che riunisce
LODI DI DIO ALTISSIMO
San Francesco di Assisi
• Tu sei santo, Signore solo Dio, che operi cose
meravigliose
• Tu sei forte,
• Tu sei grande,
• Tu sei altissimo
• Tu sei re onnipotente,
• Tu, Padre santo, re del cielo e della terra
• Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dei,
• Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il
Signore Dio vivo e vero
• Tu sei amore e carità,
• Tu sei sapienza,
• Tu sei umiltà,
• Tu sei pazienza,
• Tu sei bellezza,
• Tu sei mansuetudine
• Tu sei sicurezza,
• Tu sei quiete.
• Tu sei gaudio e letizia,
• Tu sei nostra speranza
• Tu sei giustizia.
Tu sei temperanza,
sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza.
Tu sei bellezza,
Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore,
Tu sei custode e nostro difensore,
Tu sei fortezza,
Tu sei refrigerio.
Tu sei la nostra speranza,
Tu sei la nostra fede.
Tu se la nostra carità.
Tu sei tutta la nostra dolcezza,
Tu sei la nostra vita eterna, grande e
ammirabile Signore,
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.
Secondo il Corano, l’uomo è il
rappresentante di Dio sulla terra (2,30)
• Nella tradizione ebraico-cristiana il primo uomo è posto da Dio
•
•
nel giardino a oriente (gan), avendo ricevuto dal Creatore una
precisa mansione lavorativa che è quella del giardiniere/
ortolano, oltre che del custode (Genesi 2,15). Dopodiché Dio
crea la sua compagna, e l’uomo, istigato da lei, disubbidisce e
fatalmente cade.
Anche secondo il canone islamico Dio pose il primo uomo nel
Giardino, ma gli affidò mansioni più ampie. Infatti,
diversamente dal canone ebraico-cristiano, il Corano dichiara
che Adamo fu il luogotenente o il vicario di Dio, ḫalīfat Allāh,
“califfo di Dio”.
E' detto che “il tuo Signore disse agli angeli: “Io metterò sulla
terra un Mio vicario” (2,30) [1].
• 1 La traduzione del Corano, qui e in seguito, segue A. Ventura (a cura di), Il Corano, trad. di I.
Zilio-Grandi, Mondadori, Milano 2010.
Come dire “lavoro” in arabo
• La prima, necessaria, considerazione su lavoro nel contesto
•
culturale islamico è terminologica, e riguarda la voce che dice
“lavoro” in arabo, la lingua islamica per eccellenza visto che il
Libro sacro di questa religione, il Corano, è redatto in arabo e
in arabo è da sempre letto e recitato.
Per dire “lavoro” si impiega quasi invariabilmente il termine
‘amal, che però significa in generale “azione”, “attività”,
“opera” o “cosa agita”, “gesto”. Il verbo da cui deriva, ‘amila,
vale infatti per “agire” o “essere attivo”, ma anche per
“lavorare”, “produrre”, “costruire”.
• Nell’arabo contemporaneo, ad esempio, “diritto del lavoro” si
•
dice qānūn al-’amal, locuzione che alla lettera significa
“statuto [o meglio regolamentazione] del fare [o dell’agire]”.
“Statuto dei lavoratori” - è un altro esempio - si dice niẓām al’amal e/o niẓām al-’ummāl, espressioni che si potrebbero
tradurre, rispettivamente, come “ordinamento dell'azione” e
“ordinamento di coloro che agiscono”.
Simile ampiezza e genericità dei
contenuti si ritrova nei lemmi di senso
contrario: biṭāla o “disoccupazione”
• vale in generale per “inazione” o “inattività”, e
•
•
•
secondo il contesto può
significare anche “falsità”, “nullità”, “vacuità” o “non
senso”. Ancora un esempio è “disoccupato”,
che si dice ‘āṭil ‘an al-’amal cioè, letteralmente,
“colui che si astiene dall’azione ed è in ozio” oppure
“colui che si trova in una condizione di riposo”.
In sostanza, nella tradizione culturale islamica – che
trova la propria espressione di base nella lingua
araba – l’idea di “lavoro” non si distingue dall’idea
assai più generica di “azione”.
Di conseguenza “lavorare”
significa semplicemente “essere
impegnati nel fare qualcosa”.
• Dunque, in questa lingua e nella cultura che si esprime per
suo tramite manca la distinzione precisa e puntuale tra
l'azione in generale e “l'azione faticosa”, distinzione che invece
è implicita impiegando l’italiano “lavoro” a partire dal latino
labor, cioè “fatica”, “operare faticando”; nell’italiano, a
distinguere l’azione comunemente intesa dal lavoro, fisico o
intellettuale, sono appunto la fatica, l’impegno, lo sforzo.
• Ma questo non vuol dire che l’idea di lavoro non esista nella
tradizione culturale islamica, o che manchi la concezione di
lavoro come operazione faticosa; vuol dire piuttosto che è
l'azione in genere ad essere considerata lavoro, e che ogni
fare richiede applicazione e impegno.
Il Corano contiene un passo
interessante a questo proposito, nella
sura detta “degli abitanti di Saba”
• si tratta del profeta Salomone e dei genii che Dio pose al suo
•
servizio perché fondessero e lavorassero il rame per lui e per il
suo popolo; nello stesso versetto compare anche il figlio di
Salomone, il profeta Davide, al quale il Signore concesse la
capacità di lavorare il ferro.
A Salomone abbiamo asservito il vento, il vento che percorreva
il cammino di un mese il mattino e di un mese la sera, abbiamo
fatto colare per lui la Sorgente di Rame. Tra i jinn c’era chi
lavorava (oppure operava, agiva, ya ‘malu) per lui con il
permesso del suo Signore, mentre quelli che avevano deviato
dal Nostro comando, per quelli c’è il tormento del Fuoco
ardente. Costruivano (ya ‘malū) per lui quel che voleva, templi,
statue, piatti ampi come abbeveratoi, e caldaie solide.
Famiglia di Davide, lavorate e siate
grati (i ‘malū shukran), ma pochi dei
Miei servi sono grati “(34,12-13)
• In questo passo, il medesimo verbo ‘amila con i
•
suoi derivati serve a esprimere, da un lato, il
lavoro vero e proprio – quello metallurgico o
quello edile, evidentemente faticosissimi entrambi
– e, dall’altro, l’azione comune; o meglio, l’azione
comune secondo religione, quella di chi non devia
dal sentiero prescritto da Dio e pertanto
scamperà all'inferno;
si ricordi: c’era chi lavorava per lui […], mentre
quelli che avevano deviato [...], per quelli c’è il
tormento del Fuoco”.
L’insegnamento è:
• l’azione secondo religione comporta applicazione e sforzo
•
•
personale né più né meno di un’opera metallurgica o edile;
l'azione secondo religione, inoltre, procura un vantaggio che è
almeno equiparabile ai beni materiali, quali gli edifici
monumentali o le stoviglie in metallo pregiato; un vantaggio
che viene qualificato innanzitutto dalla sua durata – quella di
un tempio di pietra o di un vassoio di rame – cioè, appunto, il
paradiso.
Infine, l’azione secondo religione e il lavoro, unificati nel
lessico e nel senso, richiedono allo stesso modo, e proprio in
virtù del vantaggio che procurano, gratitudine alla divinità e
trovano risoluzione nel ringraziamento (si ricordi: “Famiglia di
Davide, lavorate e siate grati […]”).
I passi coranici che insistono sulla necessità del fare, che è
insieme agire e lavorare, nonché sulla punizione riservata a chi
è inattivo, ozioso o sfaccendato, sono moltissimi.
Lo statuto religioso del lavoro
• Proprio questo sostrato culturale – che pensa da un lato al lavoro come
azione qualsiasi e, dall'altro, all'azione umana in genere come opera
ponderosissima, essendo supplenza di Dio – fece infiammare un celebre
intellettuale musulmano della modernità, il libanese Šakīb Arslān (18691946), letterato, pensatore e attivista nella liberazione del Libano
dall'ingerenza francese nel 1918 con la vittoria degli Alleati.
• Arslān scrive: L'uomo inoperoso è chi ha dichiarato guerra alle scienze
naturali, alle matematiche, alla filosofia, alle loro arti e attività, con la scusa
che sono le scienze dei miscredenti e che i risultati di queste scienze l'Islam
li proibisce. Ciò che egli lascia in eredità ai figli è la sua stessa miseria […]
• Il musulmano inoperoso non sa che con questa bevanda sta mandando in
malora la sua comunità, abbassandola sotto il livello delle altre nazioni [...].
Siffatte persone […], che piacciono tanto a molti musulmani, non fanno
nulla, non hanno alcuna occupazione e altro non sono, in verità, che
membra storpie nel corpo della società islamica; siffatte persone sono quelle
che fanno dire ai francesi che l'Islam è fatalista e non incita al lavoro
(perché quel che c'è, c'è, sia che le creature facciano sia che non facciano.
Eppure nulla è più eloquente del Corano
• nel dimostrare la turpitudine di questa opinione francese,
•
•
•
poiché esso incita ad agire incoraggiando le ambizioni,
rinvigorendo i propositi, facendo leva sui premi e i castighi
dell'aldilà, sul successo e l'insuccesso che il lavoro umano
procura, essendo l'uomo responsabile delle sue azioni […].
L'Islam è la religione del lavoro e non la religione
dell'indolenza (Non è affatto la religione di chi delega ogni
cosa al decreto divino imperscrutabile. Come quegli sfaticati
dei dervisci che dicono: “Lavoriamo o non lavoriamo, tanto
Dio si prende cura del nostro sostentamento”.
Non è affatto vero quel che scrivono certi autori francesi con
le loro belle maniere, che “la religione islamica è la religione
dell'inerzia, del deferimento, dell'arrendevolezza e che proprio
da questo dipende il ritardo dei musulmani [...].
Se vi fosse un briciolo di verità in quel che essi dicono, i
Compagni del Profeta, che conoscevano l'Islam meglio di tutti
non avrebbero conquistato mezzo globo in cinquant'anni”.
Un pensatore contemporaneo piuttosto noto, il siriano
Muḥammad b. Luṭfī al-Ṣabbāġ (n. 1935), docente di
scienze coraniche e tradizionistiche nell'Università
Mālik Sa’ūd di Riad (Arabia Saudita),
insiste, con altri, sullo statuto religioso del lavoro,
motivato non soltanto dal contenuto del Corano ma
anche dalla letteratura cosiddetta “tradizionistica”,
quella congerie di racconti di varia estensione che
vedono protagonista Muhammad il profeta
dell'Islam e che formano la Sunna; l'insieme delle
due fonti - Corano e Sunna - forma la šarī’a o
“Legge religiosa”.
Un esempio di racconto è il seguente, costruito sulla
necessità religiosa di guardarsi dalla mendicità; per
comprenderlo meglio, occorre ricordare il fastidio
che l'Islam nutre per chi trasporta e vende legna da
ardere, chiaro simbolo dell'inferno:
Disse l'Inviato di Dio:
• “Che uno di voi prenda il suo fardello, che vada con la sua fascina sulle
•
•
•
•
spalle e la venda – distolga il Suo volto da costui – è meglio per costui
che chiedere la carità alla gente [...]” (Ṣaḥīḥ al-Buḫārī, n. 1385).
Ecco ora un racconto simile al precedente, più corposo e anche più noto:
Un uomo, un convertito di Medina, andò dal Profeta a chiedere la carità e
il Profeta gli domandò: - A casa tua non c'è nulla? - Sì - rispose l'uomo, c'è una coperta, che un po' indossiamo e un po' usiamo da giaciglio, e
una coppa, che ci serve per bere. Il Profeta gli disse: - Portamele tutti e
due. - L'uomo gliele portò, il Profeta le prese in mano e chiese alla gente:
- C'è qualcuno che le vuole comperare? Io, - rispose uno, – le prendo per
un dirham. Il Profeta chiese ancora: - C'è qualcuno che le compra per più
di un dirham?
Ripeté la domanda due o tre volte finché un altro disse: - Li compro io
per due dirham. - Il Profeta prese i due dirham e li diede al convertito di
Medina dicendo: - Con un dirham compra del cibo e nutri la tua famiglia,
con l'altro compra una testa d'ascia e portala da me.
Quando l'uomo gliela portò il Profeta, con le sue stesse mani, la legò
stretta a un bastone e poi gli disse: - Va' a far legna e vendila, e non
tornare prima di quindici giorni. - L'uomo di Medina se ne andò a far
legna e a venderla, e quando tornò aveva dieci dirham.
Il Profeta gli disse: - Per te, questo è meglio che presentarti nel Giorno
del Giudizio con i segni della mendicità sul viso”.
La retribuzione
• nella mentalità islamica va di pari passo con l'idea di azione: se
l'azione buona è retribuita con il premio e l'azione cattiva con il
castigo, in questo mondo e nell'aldilà, altrettanto dovrà dirsi del
lavoro.
• La stessa ampiezza del termine ‘amal, “azione” o “lavoro”, si
riflette nella pari ampiezza del termine ağr o “retribuzione”,
termine che compare nel Corano più di un centinaio di volte a
indicare sia la ricompensa escatologica, spettanza del pio, sia la
paga o il salario, spettanza di chi lavora.
• Per esempio, nella sura intitolata al profeta Hūd, lo stesso Hūd,
che “lavora” a beneficio del suo popolo giacché lo ammonisce
sulla potenza dell'unico Dio, esclama: Popolo mio, io non vi
chiedo alcuna ricompensa (ağr) per questo, la mia ricompensa
(ağr-ī) sta solo a Chi mi ha creato, non comprendete?” (Cor.
11,51).
Dopo averlo creato, Dio ordinò al primo
uomo: “Adamo, abita questo giardino, tu
e la tua sposa […]” (2,35, cfr. 7,19)
• Secondo il credo islamico, Adamo non era
semplicemente un agricoltore: ebbe l'incarico di
abitare e di operare nel mondo, incarico di estrema
dignità che certo gli comportò la fatica più radicale;
si trattava infatti di luogotenenza divina, di agire al
posto di Dio e come avrebbe agito Dio.
• Sorta di supplente del creatore, Adamo adempirà al
proprio compito nonostante la disubbidienza: il
Corano afferma che Dio gli perdonò il suo peccato, e
la dottrina islamica lo considera il primo profeta
dell’umanità.
Anche nel racconto della
creazione di Adamo,
• questa volta per via narrativa, la tradizione
islamica dilata l'ambito del lavoro, ne fa un
contenitore capiente giacché lo identifica,
né più né meno, con l'azione buona e
giusta.
• Adamo e i suoi discendenti sono incaricati
di agire, cioè di prendersi cura del mondo
- e anche di se stessi come parte del
mondo - come farebbe Dio.
Ne consegue la sua responsabilità per
la configurazione che concorre a dare
al mondo.
• Nel testimoniare la sua dedizione a Dio, il fedele
•
•
•
deve impegnare tutte le sue forze creative.
I problemi decisivi della vita possono essere risolti
per mezzo delle capacità della persona, ma sotto la
guida di Dio. Il suo guadagno non va oltre la
misura del suo impegno (13,39).
“A favore dell’anima ciò che essa ha lucrato, a suo
sfavore ciò che ha perduto” (2, 286).
“Io vivo ore di creatività divina”: così il Profeta
descrisse la sua dinamica del lavoro.
“Quando la preghiera è terminata, disperdetevi nel
paese e lavorate! Profittate dei benefici di Dio e
pensate sovente a lui, affinché abbiate successo” (61,11)
• “Lavorate, così Dio e il suo Inviato vedranno la
•
vostra opera”. Si desume chiaramente dai versetti
del Corano citati che il musulmano non deve
attendere che nella vita gli venga regalato
qualcosa, egli deve lavorare per poter contare sul
risultato desiderato.
Scopo del lavoro è di soddisfare le sue esigenze
personali, ma anche estinguere una parte di quel
debito che si ha nei confronti dei genitori, che
hanno provveduto con tanta pazienza e sacrificio
alla crescita dei figli.
Divenuti adulti, i figli devono ricordarsi
dei loro anziani genitori e assisterli
attivamente se sono soli.
• Innanzitutto l’uomo lavora per se stesso e per la sua famiglia,
•
•
•
ma parte dei ricavi che provengono dal lavoro spettano anche
alla comunità: ai vicini, ai parenti, ai fratelli, di fede e a tutti
coloro che sono nel bisogno (S. Hodzic, Ahlak [La dottrina
morale Islamica], Sarajevo 1940, p. 48).
Ogni lavoro onesto è permesso dalla religione ed è degno di
lode.
Non è ammesso - oltre alle opere ritenute generalmente
immorali - la produzione di alcolici e di narcotici, a meno che
sia per scopi medici o industriali.
Un lavoro socialmente positivo conta come servizio reso a
Dio (‘ibada, ghayra).
Allorquando ai tempi di Muhammad, prima
che ma che iniziasse la preghiera mattutina,
• nella grande moschea di Medina si vide un
•
•
giovane che a passi rapidi raggiungeva senza
preoccuparsi della preghiera che stava per
iniziare, qualcuno fece la seguente
considerazione: che giovane diligente!
Se mettesse tanto zelo nell’esercizio delle
preghiere d’obbligo non vi sarebbe uomo migliore
di lui».
«Non dire così, replicò Muhammad lì presente,
“perché se questo giovane lavora per i suoi
genitori o per sua moglie o per i suoi figli, allora
egli agisce in nome di Dio”.
“Ma se il lavoro serve ad ammucchiare
capitali o a soddisfare la sua avidità, allora
egli agisce in nome del diavolo”. [Hodzic, 49]
• Si riferisce dello stesso Muhammad che egli soleva
•
•
trascorrere l’intera giornata lavorando, inizialmente
come commerciante, poi però come maestro della
comunità e come suo più importante operatore
sociale. Ma egli è sempre rimasto modesto.
Il suo vitto quotidiano si limitava sovente a una
focaccia, alcuni datteri e uno o due bicchieri di latte.
Non si vergognava di aiutare nei lavori i domestici, di
attizzare il fuoco, di sistemare la sua stanza o di
spazzolarsi egli stesso l’abito o le scarpe.
Non uscì mai di casa senza essersi
pettinato o sistemato i vestiti.
• Portava costantemente con sé un pettine, un
•
legnetto dal buon profumo che gli serviva da
stuzzicadenti e uno specchietto
Ai suoi amici soleva dire: “A Dio è cosa grata ed
è cosa piacevole agli uomini se si giunge in
società vestiti acconciamente e ben puliti” [S. Balič,
Ruf vom Minarett, Wien 1979 II^, p. 25].
• Quanto Muhammad fosse legato al problema del
•
lavoro lo dimostrano questi detti:
“Lavora per questo mondo come se volessi
vivere per sempre! Lavora per l'al di là come se
tu dovessi morire domani! Chi lavora è un amico
di Dio”.
«Prima lega il cammello e solo dopo fa
affidamento su Dio, Paga il lavoratore prima
ancora che il suo sudore si sia asciugato.
• Colui che provvede per una vedova sola o per un senzatetto
può essere paragonato a un combattente in prima linea, a
chi prega di continuo o a un digiunatore" (Balič, p.71).
• In un mondo altamente tecnologizzato chi attende a una
macchina deve eseguire il proprio lavoro disciplinatamente
e da sobrio.
• Una delle premesse fondamentali è di evitare l'alcol, anche
in piccole quantità. È dimostrato che il consumo di alcol,
quando si deve eseguire un lavoro tecnico, mette in
pericolo la vita dell'uomo, i suoi beni, e i suoi strumenti.
Nella formazione di uomini sobri e responsabili l'Islam
individua uno dei suoi compiti più nobili.
La libertà responsabile dell'uomo, in base alla
quale soltanto egli può essere giudicato
eticamente e religiosamente, e il libero sviluppo
• delle forze creative sono le premesse di una
•
•
esistenza islamica consapevole.
Dove mancano non è possibile imitare
fecondamente l'esempio di Muhammad.
Solo sfruttando responsabilmente la sua libertà e
mobilitando tutte le sue forze Muhammad riuscì
a diventare quell'esempio trainante che i suoi
seguaci tentarono di emulare per loro
convinzione religiosa e per l'amore che avevano
per lui.
Il lavoro è importante
ma non è tutto
• “Egli è colui che fa discendere per voi
dell’acqua dal cielo perché in parte vi disseti
e in parte dia pascoli per i vostri armenti”
(16,10);
• “E vi ha asservito la notte e il giorno, il sole,
la luna e le stelle, li ha sottomessi a voi per
Suo ordine, c’è un segno in questo per gente
che ragiona” (16,12);
• “E' colui che vi ha soggiogato la terra.
• Camminate sul dorso della terra, cibatevi dei
doni di Dio, verso di Lui è la resurrezione”
(67,15).
Zakat
• Il quarto dovere fondamentale, imposto dal ciclo esterno
completo della religiosità islamica, è l'esborso di una tassa a
scadenza annuale.
• Vi è tenuto ogni fedele, sia uomo che donna, il cui patrimonio
superi una determinata entità. L'eccedenza, che è determinante
per giustificare tale dovere, non deve essere inferiore al valore
corrente di 96 grammi d'oro o di 641 grammi d'argento.
• Questa tassa religiosa (chiamata a torto anche "tassa per
l'elemosina" nel diritto islamico viene chiamata zakat (in
italiano: «purificazione»). La consistenza della tassa per gli
oggetti patrimoniali ammonta al 2, 5 % del valore, per le
rendite agricole al 5 o al 10% del prodotto.
• Il versamento della zakat ha motivazioni puramente religiose ed
è spontaneo, ma in particolari circostanze ma la società o lo
Stato possono pretenderne poi la riscossione.
LA TASSA SOCIALE
• è concessa di preferenza ai parenti poveri, tuttavia il
•
•
•
•
benefattore non può versarla a favore del padre, della madre,
della moglie, dei figli, dei nipoti e dei nonni. Per determinare
l'ammontare del contributo sociale annuale non basta
prendere in considerazione solo i proventi dell'attività
esercitata, il calcolo si basa sull'intero capitale che supera il
fabbisogno familiare.
II fine del contributo sociale da versare annualmente è da
vedere nei seguenti punti:
1) il fedele si mostra riconoscente per i beni che Dio gli ha
donato;
2) i contrasti sociali e le differenze di classe vengono mitigati e
viene promossa un'equa ripartizione dei beni;
3) vengono promossi la generosità e l'amore reciproco tra gli
uomini. Il punto di partenza del pensiero sociale islamico è che
i diritti di proprietà, la sovranità e il potere sono nelle mani di
Dio.
Avere beni con modo e misura
• I fiumi, i monti, le ricchezze minerarie e le forze della
natura sono stati creati per il benessere di tutti.
• L'Islam condanna i metodi di guadagno smisurato e,
qualora vi sia accumulazione di capitale in un'unica
mano, pretende l'assunzione di obblighi solidali.
• Una ricchezza accumulata illegalmente è un bene
infamante [haram).
La tassa viene versata in denaro o in prodotti
naturali durante il mese del digiuno.
•
•
•
Essa torna a profitto di coloro che non dispongono di mezzi di
sostentamento: agli schiavi che vogliano riscattarsi (in passato),
ai debitori che senza colpa sono incappati in difficoltà
economiche, a coloro che combattono spontaneamente per la
fede o per la patria, per quanti si sono messi in viaggio e sono
rimasti senza mezzi, per gli studenti privi di mezzi.
Da questo fondo per i poveri si può attingere per chiunque sia
in stato di bisogno, uomo o donna, musulmano/a, cristiano/a o
ebreo/a.
La tassa va concessa di preferenza ai parenti poveri, tuttavia il
benefattore non può versarla a favore del padre, della madre,
della moglie, dei figli, dei nipoti e dei nonni.
Per determinare l'ammontare del contributo sociale annuale
non basta prendere in considerazione solo i proventi dell'attività
esercitata, il calcolo si basa sull'intero capitale che supera il
fabbisogno familiare.
Il fine del contributo sociale
• da versare annualmente è da vedere nei
seguenti punti:
• 1) il fedele si mostra riconoscente per i beni
che Dio gli ha donato;
• 2) i contrasti sociali e le differenze di classe
vengono mitigati e viene promossa un'equa
ripartizione dei beni;
• 3) vengono promossi la generosità e l'amore
reciproco tra le persone.
Il punto di partenza del
pensiero sociale islamico
• è che i diritti di proprietà, la sovranità e il
potere sono nelle mani di Dio.
• I fiumi, i monti, le ricchezze minerarie e le forze
della natura sono stati creati per il benessere di
tutti.
• L'Islàm condanna i metodi di guadagno
smisurato e, qualora vi sia accumulazione di
capitale in un'unica mano, pretende
l'assunzione di obblighi sociali.
L'usura è proibita e
• una ricchezza accumulata illegalmente è un bene
•
•
•
•
infamante [haram).
Un peso esatto e un margine di guadagno adeguato,
ossia non esagerato, costituiscono nel commercio
ulteriori richieste severamente ribadite dalla morale
sociale islamica.
Un terzo dei proventi delle miniere e della natura
dovrebbe tornare a vantaggio dello Stato.
Sono considerati usura parecchie forme di prestito a
interesse.
Tuttavia occorre distinguere tra il concetto di interesse
e quello di usura.
Nelle comunità odierne è a volte un
problema la riscossione della zakat.
• Per esempio c’è da valutare il valore del
patrimonio, quando si tratta di
macchine, di fabbriche e di azioni, e il
problema dell’accertamento di coloro
che sono autorizzati a ricevere la zakat.
• Dizionario Comparato delle Religioni Monoteistiche , Ebraismo, Cristianesimo,
Islam, Piemme 1998, pp 720 ss
È tempo di rinnovare
“la nostra chiamata
alla speranza e al
cambiamento”
sett ecum 13
Lavori di ieri e di oggi
Nell’attuale deserto di lavoro
possono fiorire nuove opportunità
Oltre le nuvole, nuove prospettive
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LAVORO 3 Corano